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Gli eretici d'Italia, vol. III (part 2 of 5)

Part 2 of 5 · Cantù, Cesare · Public domain text

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Gli eretici d'Italia, vol. III (part 2 of 5)

Con quale asseveranza ciò è raccontato! Eppure, non che risoluzione, nemmanco proposta di ciò trovasi mai negli Atti verbali. E come saria stato possibile? In Venezia tutto era cattolico; l'origine, il patrono, le feste nazionali, le belle arti: ivi sfoggiatissime le solennità; ivi antica l'inquisizione contro l'eresia; ivi sulla religione innestata la politica per la crociata perenne contro gl'Infedeli: ivi aggregati quasi tutti alle confraternite, dove anche il plebeo trovavasi non solo pari, ma fin superiore al nobiluomo e al senatore: chi ha occhio dica se fosse culto che perisce quello che fabbricava allora tante suntuosissime chiese. Dove lo spirito pubblico era così identificato al cattolicismo, un Governo eminentemente conservatore potea mai pensare alla rivoluzione più radicale? Moltissimi atti noi scorremmo a proposito dell'interdetto, e in tutti gran franchezza e dispetto ci apparve, ma sommessione cristiana e desiderio di riconciliarsi.

Il Diodati stesso nel 1608 venuto a Venezia, trovò assai meno che non si fosse ripromesso; nè però deponeva le speranze: quei due frati adoprarsi a tutt'uomo, ma ancor troppo radicata esservi la riverenza pei monaci[216]. Soggiunge che frà Paolo non vuole svelarsi, allegando che così potrebbe meglio saper secrètement la doctrine et autorité papale, en quoi il a extrêmement profité: quanto a frà Micanzio, sans doute il aurait effectué quelque notable exploit, s'il n'était continuellement contrepesé par la lenteur du père Paul. E altrove confessa avere «a fondo scoperto il sentimento di frà Paolo, e ch'ei non crede sia necessaria una precisa professione, giacchè Dio vede il cuore e la buona inclinazione». Anche l'apostato De Dominis a Giacomo I d'Inghilterra scriveva che il Sarpi «non udiva volentieri le soverchie depressioni della Chiesa romana, sebbene aborriva quelli che gli abusi di essa come sante istituzioni difendessero».

Ma il Sarpi accettò la confessione protestante? Oltre la storia sua, azioni e lettere fanno della fede sua molto dubitare[217]. Avendo Nicola Vignerio stampato una dissertazione contro il Baronio, Filippo Canaye ambasciatore di Francia in Venezia e amico di frà Paolo scriveva al signore di Commartin, da quell'opera tenersi offesa la Signoria veneta, perchè vedeasi noverata fra quelli che si smembrarono dalla Chiesa. Eppure a quell'opera del Vignerio e all'esposizione sua dell'Apocalisse, ove riscontra l'anticristo nel papa, diede applausi e forse ajuti frà Paolo. E da questo crederonsi esibiti i materiali al libello inglese di Eduino Sandis sullo stato della religione in Occidente, ove non ravvisa che superstizione e inezie nella pietà dei Cattolici, e massime degli Italiani. Ugo Grozio, lodando grandemente quel libro, scriveva: Sandis quæ habuit scripsit ipse, sed ea ex colloquiis viri maximi fratris Pauli didicerat. Item ad quædam capita notas addidit, jam egregias in defæcando lectorum judicio[218].

Esso Grozio, stando ambasciadore in Isvezia, ebbe in mano, e trascrisse a varj amici questo passo di lettera 12 maggio 1609 del Sarpi al Gillot, canonico della santa Cappella di Parigi, che scrisse sul Concilio di Trento e sulle libertà gallicane; Si quam libertatem in Italia aut retinemus aut usurpamus, totam Franciæ debemus. Vos et dominationi resistere docuistis, et illius arcana patefecistis. Majores nostri pro filiis habebantur olim, cum Germania, Anglia et nobilissima alia regna servirent: ipsique servitutis istrumenta fuere. Postquam, excusso jugo, illa ad libertatem aspirant, tota vis dominationis in nos conversa est. Nos quid hiscere ausi fuissemus contra ea quæ majores nostri probaverant, nisi vos subvenissetis? Sed utinam omnino subsidiis vestris uti possemus![219].

Quando il Priuli ambasciatore veneto tornava di Francia, moltissimi libri ereticali furono imballati da Francesco Biondi suo segretario, il quale poi passò col De Dominis in Inghilterra, e apostatò. Successe ambasciatore in Francia quell'Antonio Foscarini, che finì decapitato per isbaglio, e ch'era molto legato cogli Ugonotti. Poi diè luogo al cavaliere Giustiniani, che frà Paolo indica come papista, soggiungendo che perciò «conviene servirsi di quello di Torino per far qualche cosa di bene per la religione»[220].

Questo residente a Torino era Gregorio Barbarigo, tutta cosa di frà Paolo, che lo giudicava «una delle più tranquille anime che abbia non solo Venezia ma forse l'Italia»; ma presto fu spedito in Inghilterra ove morì, surrogandogli il Gussoni, col quale frà Paolo avvertiva il Groslot di non comunicare «le cose di evangelio, se non in quanto fossero congiunte con quelle di Stato e di governo». E sempre con questa bilancia pesa egli i differenti ambasciatori.

Coloro che si lusingavano di ridur Venezia protestante ebbero per buon sintomo il vederla legare accordi coi sollevati dei Paesi Bassi e riceverne un ambasciatore[221], ma era un espediente politico per avversare la Spagna. Confidavano che Enrico IV, per la sua nimistà con casa d'Austria, vi favorirebbe le innovazioni; ma, qualunque fossero le costui credenze religiose, egli, come tutti i re del suo tempo, riteneva che il Governo ha podestà d'intervenire nelle pratiche religiose de' suoi sudditi; e nello stesso editto di Nantes, di cui gli si fa tanto merito, non concedeva libertà di ogni culto, ma del solo calvinistico. Inaspettatamente egli trasmise alla Signoria veneta una lettera del Diodati, il quale al Durand, pastore in Parigi, esponeva per filo e per segno quant'erasi tramato in Venezia; nominava come consenzienti i principali; che fra poco le fatiche sue e di frà Fulgenzio conseguirebbero l'intento; e se il papa si ostinasse, Venezia romperebbe definitivamente colla Chiesa cattolica, di che già il doge e alquanti senatori erano in desiderio.

Questa diretta denunzia[222] costringe la Signoria a provedere; i papalini prevalgono; il Sarpi se ne scoraggia, e geme, ed «È incredibile quanto grande sia stato il male fatto con quella lettera. Se sarà guerra in Italia, fia bene per la religione, e per questo Roma la teme; l'Inquisizione cesserà, e l'evangelio avrà corso»[223]; e si duole che «le occasioni sono smarrite, dirò morte e sepolte, e solo Dio può eccitarle, al quale se piacerà così, ho materia accumulata e formata secondo le occasioni»[224]. Come ogni altro mestatore, desiderava dunque la guerra, e invocava gli stranieri; ora Enrico, da cui «unicamente potea venirci salute», ora Sully, ora il re d'Inghilterra, od altri nemici della Spagna; si duole che il papa proceda lenemente, sicchè i politici s'acconciano alla pace, tanto più che i Turchi minacciavano; e «Non vedo altro rimedio per conservare e nutrire quel poco che resta, se non venendo molti agenti de' principi riformati e massime dei Grisoni, perchè questi farebbero l'uffizio in italiano[225]. Spagna non si può vincere se non levato il pretesto di religione: nè questo si leverà se non introducendo Riformati in Italia. E se il re di Francia sapesse fare, sarebbe facile e in Torino e qui. La Repubblica negozia lega coi Grisoni; per questa strada si potrebbe far qualche cosa, se dimandassero esercizj di religione in Venezia»[226]. Del suo scoraggiarsi lo rimbrottava Mornay, soggiungendogli che, di tal passo, morrà prima di vedere compiuta la sua opera[227].

Con questa disposizione di cose e di spiriti, il litigio col papa poteva incancrenirsi. Ne esultavano i Protestanti, e il Casaubono rallegravasi di essere stato dall'ambasciatore Priuli invitato a Venezia, dove conoscerebbe magnum Paulum, quem Deus necessario tempore ad magnum opus fortissimum athletam excitasset; invitava Giuseppe Scaligero e Scipione Gentile a rallegrarsi che in mezzo a Venezia fosse sorto un sì magnanimo oppugnatore dei sofisti per manifestare i paralogismi con che illudono il mondo[228]. Ma gli uomini positivi vedeano altrimenti, e il famoso Sully, benchè ugonotto, compiangeva che il Sarpi svertasse l'autorità del pontefice fra i Veneziani, i quali, se avessero dato segno d'apostatare, subito avrebbero avuto in soccorso Turchi, Greci, Evangelici, Protestanti d'ogni paese, rattizzando un incendio, quale al tempo di Leone X e Clemente VII. Laonde egli si concertava coi cardinali di Giojosa e di Perrone per impedire che tali semi si sviluppassero in Italia, e per rimettere in concordia Venezia col papa[229].

Un tale pericolo viepiù affliggeva le anime pie[230]; e il Bellarmino lasciò da banda le controversie cogli eretici per ribattere i libelli de' sette teologi veneziani. Oltre le ragioni di che la francheggiano esso e il Baronio[231], Roma minacciava anche coll'armi, finchè l'imperatore e i re di Spagna e Francia e i duchi di Savoja e di Firenze interpostisi, ripristinarono la pace. Nell'aprile 1609 il nunzio pontifizio fu mandato con istruzioni moderatissime, abrogando gli atti lesivi, rimettendo alla quieta i frati, eccetto i Gesuiti, non obbligando Venezia a verun atto d'umiliamento o ritrattazione, solo che usasse temperamenti. Il doge Lionardo Donato annunziava a tutti gli ecclesiastici che, «colla grazia del Signore, s'è trovato modo col quale la santità del pontefice ha potuto certificarsi della candidezza dell'animo nostro, della sincerità delle nostre operazioni e della continuata osservanza che portiamo a quella santa sede, levando le cause dei presenti dispareri: noi, siccome abbiamo sempre desiderato e procurato l'unione e buona intelligenza colla detta santa sede, della quale siamo devoti ed ossequentissimi figli, così ricevemo contento di aver conseguito questo giusto desiderio»; e perciò ritirava la protesta che avea fatta contro l'interdetto. I due prigionieri furono messi in due gondole, consegnati all'ambasciatore di Francia cardinale Giojosa che era stato incaricato d'interporsi, e che assicurava Enrico IV aveagli sempre scritto di ricordare ai Veneziani di star bene con il papa[232].

E il papa ricevette cortesemente l'ambasciatore Contarino, dicendogli che «dalla buona intelligenza fra la santa sede e la Repubblica dipende la conservazione della libertà d'Italia; che non volea ricordarsi delle cose passate, ma nova sint omnia et vetera recedant»[233].

Sarebbe contro natura se all'abbaruffata sottentrata fosse così subito la cordialità. Venezia, che che gliene dicessero, capiva d'essere la vinta; il papa non potea dimenticare con quei modi gli si era resistito: pure smetteano i puntigli, col che ripianavansi le differenze. Giacomo I d'Inghilterra, re teologastro, avendo pubblicata allora l'Apologia pro juramento fidelitatis in senso ereticale, e mandatala a tutte le Corti, il re di Spagna e il duca di Savoja negarono riceverla; il granduca di Toscana la fe bruciare: i Veneziani combinarono fosse presentata dall'ambasciatore in Collegio, e dal doge ricevuta come segno della benevolenza reale, poi trasmessa al grancancelliere, che la riponesse sotto chiave. Il nunzio apostolico Gessi presentò al Collegio la censura che Roma aveva proferito contro quel libro, e domandò venisse proibito: e il Collegio gli espose l'operato, e al capo degli stampatori comunicò verbalmente di non venderlo. Se ne indispettì l'ambasciatore inglese tanto, che fu duopo spedir apposta in Inghilterra Francesco Contarini, il quale sì ben ne ragionò, che il re ebbe a lodare il cauto procedere de' Veneziani[234].

Colla lite dileguarono le speranze d'apostasia, e frà Paolo si moderò, benchè non cambiasse sentimenti. Invero egli fu nimicissimo ai Gesuiti: non è male che non ne dica in ogni occasione: non lasciò via intentata perchè fossero esclusi prima, non riammessi poi dalla Repubblica: procacciavasi sollecitamente i libri contrarj ad essi, e «Non c'è impresa maggiore (scriveva) che levare il credito ai Gesuiti. Vinti questi, Roma è presa; senza questi, la religione si riforma da sè». «È sicuro (soggiunge) assolverebbero d'ogni colpa anche il diavolo, quando con loro volesse accordarsi»; e «si vantano di dovere fra poco potere tanto a Costantinopoli quanto in Fiandra»[235]; e al signor Dell'Isola scriveva: «De li Gesuiti ho sempre ammirato la politica e massime nel servar li secreti. Gran cosa è che hanno le loro istituzioni stampate, eppure non è possibile vederne un esemplare. Non dico le regole che sono stampate in Lione; quelle sono puerilità; ma le leggi del loro governo, che tengono tanto arcane. Sono mandati fuori, ed escono dalla loro compagnia ogni giorno molti e mal soddisfatti ancora, nè per questo sono scoperti li loro artifizj. Non vi sono altrettante persone nel mondo che cospirino tutte in un fine, che siano maneggiate con tanta accuratezza, ed usino tanto ardire e zelo nell'operare».

Il buon senso non accecato da passione avrebbe dovuto conchiuderne che non è vero esistessero queste regole secrete; pure la vulgarità le voleva: ma se si trovò chi stampolle col nome di Monita secreta, l'accannimento non toglieva al Sarpi il lume della ragione fin al punto da non avvertire l'assurdità di quel libercolo. «L'ho scorso, e m'è parso contenere cose sì esorbitanti, che resto con dubitazione della verità: gli uomini sono scellerati certo, ma non posso restare senza meraviglia che tante ribalderie sarebbero tollerate nel mondo. Al sicuro, di tali non abbiamo sentito odore in Italia; forse altrove sono peggiori; ma ciò sarebbe con molta vergogna della nazione italiana, che non cede a qual altra si voglia». Ci voleva la depressione più mortificante della ragione umana perchè quel libretto fosse aggradito e ristampato dai nostri contemporanei, per pascolo della spensante Italia[236].

A chi dunque fa tutt'uno Gesuiti e santa Chiesa non può che puzzare d'inferno frà Paolo: ma altri vorrà solo in lui vedere un patrioto infervorato, perciò nimicissimo alla Spagna, e in conseguenza a' Gesuiti, che credeva incarnati con questa; mentre ben sentiva de' Protestanti perchè, nelle guerre d'allora, contrabilanciavano Casa d'Austria. Alla curia romana, che, in ogni caso, bisogna ben distinguere dalla Chiesa, frà Paolo professava un'ostilità esacerbata da puntiglio: sempre acerrimo contro le pretensioni di essa[237], applaudiva alle libertà gallicane, e «se briciolo di libertà noi abbiamo o ci rivendichiamo in Italia, è tutto merito della Francia: a resister a una sfrenata signoria voi (francesi) c'insegnaste... e come giunger al termine che il supremo potere di stabilire la disciplina ecclesiastica risegga nel principe... e il segnar le norme a bene usare dell'autorità della Chiesa»[238]. Ciò lo portava all'assolutismo, asserendo che «se v'ha alcuna cosa che alla sovranità del principe si sottragga, quel principe da quell'ora rimansi esautorato di fatto». Repugna dal Baronio e dal Bellarmino, celia sui miracoli, mentre applaudisce agli Ugonotti: il durar di Roma giudica che «dipende da un sottil filo, cioè dalla pace d'Italia... Vogliate credermi; una volta messa la guerra in Italia, vinca il pontefice o sia vinto, non importa, la cosa è spacciata»[239]. Ma da questi pensamenti corre ancora un gran tratto all'apostatare. La riforma ch'egli bramava consistea nella disciplina più che nei dogmi, intorno ai quali, è mai probabile si lusingasse di impegnare l'attenzione d'una Signoria tanto positiva, tanto nemica dei cambiamenti? Giurisprudente nel senso antico della parola, non paradossale come Calvino, non sottile come Soccino, eresiarca non poteva riuscire, giacchè considerava la religione come inviolabile nell'essenza, purchè non abbia parte alcuna nel poter dello Stato. Eccedono dunque e detrattori[240] e panegiristi[241], e degli uni e degli altri abbondò. Anzi che luterano o calvinista, potremmo qualificarlo razionalista, venerando, la propria ragione più di qualsiasi autorità, in traccia della verità, senza voler mai trovarla ove riposa. Ai carteggi suriferriti non si può scemar forza, se non imputandoli all'opportunità politica, e al voler carezzare le opinioni degli adulatori, come allorchè la Chiesa chiamava meretrix, bestia babylonica e simili titoli.

Ben a questa recò un colpo micidiale colla Storia del Concilio di Trento. Da fanciullo dovette sentire, da chi vi prese parte, discorrere di quel fatto capitalissimo nella Chiesa; a Mantova usò famigliarmente con Camillo Olivo segretario al cardinale Gonzaga, uno de' presidi al sinodo; in Venezia con ambasciatori di principi: e parendogli che le storie già stampate, fin quella di Giovanni Sleidan che a tutte antepone, non dessero sufficientemente a conoscere l'Iliade del secol nostro, si propose di raccontare «le cause e i maneggi d'una convocazione ecclesiastica, nel corso di ventidue anni per diversi fini e con varj mezzi da chi procacciata o sollecitata, da chi impedita o differita, e per altri anni diciotto ora adunata, ora disciolta, sempre celebrata con varj fini, e che ha sortito forma e compimento tutto contrario al disegno di chi l'ha procurata e al timore di chi con ogni studio l'ha disturbata; chiaro documento di rassegnare li pensieri a Dio, e non fidarsi della prudenza umana. Imperocchè questo Concilio, desiderato e procurato dagli uomini pii per riunire la Chiesa che incominciava a dividersi, ha così stabilito lo scisma ed ostinate le parti, che le ha fatte discordi e irreconciliabili; e maneggiato dai principi per riforma dell'ordine ecclesiastico, ha causato la maggior diformazione che sia mai stata da che vive il nome cristiano: dalli vescovi sperato per riacquistar l'autorità episcopale passata in gran parte nel solo pontefice romano, l'ha fatta loro perdere tutta intieramente, riducendoli a maggior servitù. Nel contrario, temuto e sfuggito dalla Corte di Roma, come efficace mezzo per moderarne l'esorbitante potenza, da piccioli principj pervenuta con varj progressi ad un eccesso illimitato, gliel'ha talmente stabilita e confermata sopra la parte restatale soggetta, che non fu mai tanta nè così ben radicata».

Il Sarpi vi lavorò con attentissima pazienza; come costumavasi allora, copiò a man salva gli storici precedenti, Giovio, Guicciardini, De Thou, Adriani, e sovente non fa che tradurre lo Sleidan, ostilissimo a Roma: ma li completò con qualche documento e colle relazioni de' legati veneti; rialzò i fatti con osservazioni proprie; ma non guardandone che il lato esterno, fa la parodia anzichè la storia della più insigne assemblea che si fosse mai veduta; vuol ridurre alle proporzioni d'un intrigo la decisione delle cose superne, e farle dipendere da una manovra, da un'infreddatura, da un'arguzia felice, da un discorso eloquente, da un'infornata di cardinali, dalla pronunzia strana d'un prelato forestiero, dall'artifizio de' presidenti a soffogar la questione o prorogarla, come succederebbe in un parlamento d'oggi; anzichè dallo Spirito Santo, che, come empiamente dice, viaggiava in valigia da Roma a Trento.

Come nella vita, così nell'opera non abbracciò risolutamente un simbolo protestante, eppure staccasi dal dogma cattolico volendo la personale interpretazione delle sacre scritture; ripudiando i libri deuterocanonici; disprezzando la vulgata; separando l'esegesi dalla dottrina patristica; riguardo al peccato originale, alla grazia, alla giustificazione, ad altri dogmi, copia alla lettera il teologo Martino Chemnitz, uno de' più avversi al Concilio.

Non solo i polemici, ma gli annotatori più benevoli ed assenzienti lo convincono di grossi errori; senza contare la sistematica finzione di lunghi discorsi, che mai non furono recitati o da tutt'altri che da quelli, in cui bocca li pone. Il quale vezzo retorico, se è brutto nelle storie profane, sta ben peggio qui, dove si discutono punti di fede. Ma appunto uno de' molti artifizj di frà Paolo è il non asserire in testa propria, ma o far dire da altri ciò che sarebbe evidente eresia, o narrarlo come dottrina nè approvata nè riprovata, oppure confutarlo con ragioni che ne crescono la forza.

In tempo d'impetuose diatribe conservava un'apparente calma, quasi non riferisse che fatti e documenti: e coll'aspetto d'imparzialità cattivava gl'inesperti, e mascherava le ignoranze e contraddizioni sue, mentre tutto disponeva non per chiarire la verità, ma per ottenere effetto, sin alterando i documenti perchè servissero alla sistematica sua opposizione e agl'interessi politici del suo paese.

Quanto non si raffina nell'interpretare le intenzioni, sempre in sinistro qualvolta trattasi di Cattolici! Si bruciano in Francia i Protestanti? compassiona «quei miseri che di nessun'altra cosa erano colpevoli se non che di zelo dell'onor divino e salute dell'anima propria» (Lib. V). Parlando dell'Indice, conchiude che «non fu mai trovato il più bell'arcano per adoperar la religione a fare insensati gli uomini» (Lib. VI) ed aggrandir l'autorità della Corte romana col privarli di quella cognizione ch'è necessaria per difendersi dalle usurpazioni. Alla Chiesa primitiva, nella quale soltanto egli vuol incontrare il vero cristianesimo, revoca sempre la credenza o la disciplina, condannando come intrusioni umane tutte le istituzioni che essa trae dalla sempre fresca sua vitalità. E come ne' primi tempi, vuol la Chiesa sottomessa alla territoriale direzione; ne' quali tempi le relazioni della Chiesa collo Stato, o pagano o giudaico, troppo differivano da quando essa giunse a compiuto sviluppo. Perciò nè storica, nè ecclesiastica è la sua intuizione della gerarchia, della giurisdizione spirituale, del primato, della scolastica, del monachismo, e via discorrendo. La gerarchia non fa consolidata che per ambizione de' papi, e debolezza e ignoranza de' principi; nè fruttò giovamento ai popoli, bensì oppressione e tirannia: non che il clero favorisse il sapere, l'arte, l'umanità nel medioevo, usufruiva a puro suo vantaggio i collegi e le scuole. Nel ribatter ostinato le pretensioni della Corte romana, neppur s'avvide che il rinnovamento di esse era un'espressione dell'iniziato restauramento religioso.

Marc'Antonio De Dominis, che, come nato in Dalmazia, dominio veneto, contiamo fra gli italiani non meno del Vergerio, studiò a Loreto nel collegio degli Illirj, poi a Padova: a vent'anni entrato ne' Gesuiti a Verona, lesse retorica e filosofia in Brescia, matematica in Padova; ma più volte castigato per indisciplina e superbia, uscì di quella compagnia. Clemente VIII, su proposizione di Rodolfo II, lo pose vescovo di Segna in Dalmazia il 1596: Paolo V lo trasferì arcivescovo di Spalatro, cioè primate della Dalmazia e della Croazia. O credendosi non abbastanza venerato da' suoi suffraganei, o accattabrighe per indole, vivea scontento, pretendeva ricondurre il clero all'apostolica semplicità; scrisse contro di Paolo V a difesa de' Veneziani, ed avendovi mostrate opinioni eterodosse, rinunziò al vescovado, e passò a Venezia, donde nei Grigioni, poi ad Eidelberga, infine a Londra, ove Giacomo I gli conferì ricchi benefizj, e lo creò decano di Windsor. Egli professava volere adoprarsi a rimettere in concordia le varie sette cristiane, ma in realtà cercava libertà di studj e credenze.

Ivi compilò due volumi de Republica Christiana. La repubblica ecclesiastica comprende la monarchia del pontefice, l'aristocrazia de' vescovi, la democrazia di tutti i fedeli, ognuno de' quali, se lo meriti, può divenir vescovo[242]. Gli eterodossi alterarono quest'armonia, ed uno de' più audaci fu il De Dominis, che nella Chiesa romana ammette un primato d'onore, non di giurisdizione; tutti i vescovi avere egual pienezza di autorità e giurisdizione: ma nè il papa nè i vescovi hanno il potere esplicito senza l'universalità dei fedeli: democrazia talmente estesa, che il Concilio richiederebbe la presenza di tutti i credenti.

Gli apostoli (a suo dire) furono eguali; nè Pietro era lor principe; ad essi non fu conferito altro che il primo ministero della fede cristiana onde propagare il Vangelo come ministri, non come potenti; finchè Cristo visse, non sussistette chiesa, nè a lui venne data l'amministrazione di essa, poichè era capo soltanto della Chiesa invisibile: negli apostoli non fu veruna podestà, ma solo il ministero: Pietro ricevette le chiavi, non proprio e formalmente ma parabolicamente, sicchè esso è figura della Chiesa: gli apostoli, sono pastori di Cristo, non agnello; e Pietro tolse a pascere solo le agnelle degli Israeliti: chiunque era fatto vescovo dagli apostoli, subito acquistava la stessa apostolica podestà universale nella Chiesa: non sono di diritto divino i metropoliti, i primati, i patriarchi, e la superiorità delle chiese d'Alessandria, d'Antiochia, di Roma deriva unicamente dall'eminenza d'esse città; la romana è capo sol di poche chiese, nè devesi appellare ad essa dalle altre: i cardinali non sono di prerogativa superiore agli altri; nè il papa è successore di Pietro. Dai vescovi ai preti corre differenza essenziale: ogni vescovo «è monarca nel suo distretto»; e la podestà sua, com'era quella degli apostoli, non dipende dal papa, anzi è eguale ad esso: possono andar a qualunque chiesa, nè per diritto divino sono legati a veruna; nè papa nè vescovi hanno lo spirito, cioè il potere esplicito, senza l'universalità de' fedeli[243]. I popoli hanno intrinseco diritto nell'elezione de' vescovi: e questi il diritto d'eleggersi il successore. Dio non volle obbligar il suo concorso speciale a verun sacramento; vero sacramento non è l'Ordine, e la Chiesa non può annettervi voto di continenza. L'istituzione de' monaci non venne da alcun pubblico provvedimento, nè lo stato loro è distinto da quello de' laici.

Molti il confutarono, fra cui Domenico Gravina domenicano, Filippo Fabro minorita, Zaccaria Boverio cappuccino, Domenico Veneto vescovo di Vercelli[244]; e la Sorbona prima, poi l'Inquisizione romana ne riprovarono gli scritti.

Fosse ravvedimento o naturale incostanza, un giorno salì in pulpito disdicendosi, poi la ritrattazione stampò, confessandosi ispirato da ire e da gelosie; laonde scadde affatto di credito. Ai vescovi cattolici mandò una sua difesa e ritrattazione[245] ove confessa non aver tra i Protestanti veduto alcuna riformazione, bensì molte deformazioni: raro insinuarsi l'orrore e il rimorso dei delitti ove fu abolita la confessione: i Cattolici essere discordi e peccatori, ma pure ritengono il fondamento unico, che i Protestanti perdettero, cioè il Cristo uno, la Chiesa una. A Gregorio XV ch'era stato suo scolaro, scrisse: «Errai come un agnello smarrito; beatissimo padre, cercatemi, poichè i comandamenti di Dio e della Chiesa non dimenticai», e tornato in Italia, abjurò in concistoro di cardinali per ricuperare il vescovado. Ma il nuovo papa Urbano VIII accertossi che teneasi in corrispondenza con persone sospette, e che il suo ravvedimento non era sincero, sicchè come incostante e recidivo il fece chiudere in Castel Sant'Angelo, ove morì di settantasette anni l'8 ottobre 1623. Correva ancora il suo processo, onde fu deposto in terra sacra; ma da quello e dal trovatogli carteggio apparve come tenesse corrispondenza con eretici inglesi e tedeschi, e diffondesse un'altra eresia, di antica origine e di perenne durata, cioè che si possa salvarsi in qualunque setta cristiana; laonde il suo cadavere fu arso coll'opera della Repubblica Cristiana[246].

Mentre abitava in Inghilterra, il De Dominis fece stampare l'opera di frà Paolo Sarpi col titolo: Istoria del Concilio Tridentino di Pietro Soave Polano, nella quale si scoprono gli artifizj della Corte di Roma per impedire che nè le verità de' dogmi si palesasse, nè la riforma del papato e della Chiesa si trattasse. La dedicava a Giacomo re della Gran Bretagna, dicendo come, «dipartendosi d'Italia per ricoverarsi sotto l'augusto manto della sua clemenza», avesse raccolto varie composizioni de' più elevati spiriti di quella nobilissima provincia, che potessero venir grate a lui come vero difensore della vera cattolica fede. «Non mancano in Italia (soggiunge) ingegni vivaci, liberi in Dio, e dalla misera cattività coll'animo sciolti, i quali con occhio puro e limpido veggono gl'imbrogli ch'ivi si trappongono alle cose della santa religione; s'accorgono troppo delle frodi e inganni, co' quali, per mantenersi nelle grandezze temporali, la Corte romana opprime la vera dottrina cristiana, induce falsità e menzogne per articoli di fede, e l'armi già date dallo spirito di Cristo alla sua santa Chiesa perchè le servano a difesa e all'espugnazione delle eresie e abusi, converte all'oppressione di essa Chiesa, per farsela schiava sotto a' piedi». Segue meravigliandosi che una tale storia del Concilio sia «uscita dalle mani di persona nata ed educata sotto l'obbedienza del pontefice romano»: loda l'autore per erudizione, giudizio, integrità, rettissima intenzione, e che «sebbene non udiva volentieri le depressioni della Chiesa romana, abborriva quelli che gli abusi di essa come sante istituzioni difendessero»; e paragona questo libro a un Mosè, salvato dalle acque a cui l'autore lo destinava per riverenza al papato; Mosè che ajuterebbe i popoli a liberare da quel Faraone, che «con li ceppi anco di sì sregolato e fallace Concilio li tiene in cruda servitù oppressi». E qui svergognatamente mentendo, narra le sollecitudini de' papi a distruggere o rinserrare tutti i documenti relativi al Concilio.

Fosse sincerità, o piuttosto una finta per causare mali incontri, frà Paolo Sarpi mostrossi addolorato di tal pubblicazione, e frà Fulgenzio ne movea questa querela al De Dominis da Venezia l'11 novembre 1619:

«Reverendissimo signore. Io do a vossignoria reverendissima questo titolo, perchè, sebbene sia messo nel numero de' Protestanti, però sempre le resta nell'anima il carattere sacerdotale ed episcopale, di cui non teme voler spogliarsene. Il mio p. m. Paolo molto si lagna di tal suo eccesso, e moltissimo pure che, avendo a v. s. reverendissima prestato da leggere il suo manuscritto dell'istoria del Concilio Tridentino che guardava con tanta gelosia, ne abbia tirata una copia, e siasene poi abusato, non solo facendola stampare senza il di lui beneplacito, ma ponendole anche quel titolo impropriissimo e quella dedica terribile e scandalosa, e ciò per motivo d'interesse, non già per onorare l'autore modesto. Queste non sono le vie per acquistarsi credito, e il p. m. Paolo ed io non la credevamo tale, nemmeno nel momento che venne intesa la diserzione sua dalla chiesa di Spalatro, e fu letto successivamente il manifesto che sparse per l'Europa della sua condotta ed erronea maniera di pensare. Pregando il Signore che la illumini, mi dichiaro ecc.».

Sia giudice il lettore sul tono di questa lettera: certo è che l'autografo d'essa storia, che noi esaminammo nella biblioteca Marciana, non iscatta d'un punto dallo stampato. Quando il protestante Courayer la tradusse in francese[247], il cardinale Tencin avventò una pastorale fortissima contro quest'opera, che giudica di vero protestante.

Pio IV aveva proibito a qualunque persona sotto pena d'interdetto e scomunica di pubblicar commenti, annotazioni, glosse o qualsifosse interpretazione del Concilio di Trento, foss'anche per conferma di esso: chi bramasse chiarirne alcuna difficoltà ricorresse alla sede apostolica che si riservava di decidere le controversie e i dubbj[248]: a tal uopo avere istituito la Congregazione del Concilio, che interpretasse i punti di disciplina e riforma, riservando al papa quelli che concernono la fede.

Sarebbe dunque frà Paolo già colpevole di disobbedienza, quand'anche non si fosse mostrato sempre contrariissimo alla santa sede. Che dunque a Roma egli dispiacesse possiam dubitarne? Già nel 1602 gli si era ricusato il vescovado di Nona, benchè raccomandato dalla Repubblica. Nelle istruzioni date al nunzio al tempo dell'assoluzione è detto: «A me pare poterle ricordare che convenga procedere con lenità; e che quel gran corpo voglia esser curato con mano paterna... Delle persone di frà Paolo e Giovanni Marsilio e degli altri seduttori, che passano sotto il nome di teologi, si è discorso con vostra signoria a voce; la quale doveria non aver difficoltà in ottenere che fossero consegnati al Sant'Officio, non che abbandonati dalla Repubblica, e privati dello stipendio che si è loro costituito con tanto scandalo del mondo».

L'anno dopo che la Storia del Concilio era stata pubblicata, mandavasi alla riconciliata Venezia un nunzio apostolico, nelle cui istruzioni del 1 giugno 1621 leggiamo: «Sotto il capo della santa Inquisizione pare che si possa ridurre la persona di frà Paolo servita, della quale vostra signoria ha piena cognizione. Io non le favellerò dei mali che faccia, nè delle pessime dottrine ed opinioni che sparge, e de' perniciosissimi consigli che apporta, tanto più rei e malvagi quanto più sono coperti dal manto della sua ipocrisia, e dalla falsa apparenza della mal creduta sua bontà, perchè il tutto è a lei manifesto; ma le dirò brevemente che nostro signore non ha lasciato di parlarne come si conviene a' signori ambasciadori, li quali, così in questo come nella materia del Sant'Officio hanno sfuggito gl'incontri delle paterne[249] esortazioni di sua santità, non coll'opporsi ma col negare il male; e però, quanto a frà Paolo, hanno risposto non essere stimato da loro, nè tenuto in credito nessuno appresso la Repubblica, ma starsene colà ritirato, nè doversene poter avere ombra o gelosia veruna, benchè si sappia pubblicamente il contrario. Vostra signoria potrà nondimeno osservare di presso i suoi andamenti, e ce ne farà la più vera relazione che potrà averne, perchè sua santità penserà a continuare gli ufficj od altro opportuno rimedio; e vostra signoria successivamente ci anderà proponendo quello che più riuscibile si potesse adoprare, almeno per levarlo di colà, e farlo ritirare altrove a viversi quietamente, reconciliandosi ad un'ora colla Chiesa. Ma finalmente non è da sperarne molto, e converrà aspettarne il rimedio da Dio, essendo tanto innanzi negli anni, che non può esser grandemente lontano dalla sua fine; e solamente si deve temere che non si lasci dietro degli scolari e degli scritti, e che, ancora morto, non continui ad essere alla Repubblica pernicioso».

Che però in tempi, in cui l'assassinio politico era praticato universalmente e lodato; in cui lo stesso frà Paolo scrive, «Tali sono i costumi del nostro paese, che coloro che si trovano nel grado dove io ora sono non possono perdere la grazia di chi governa senza perdere anche la vita»[250], che in tempi tali siasi trovato chi attentasse alla vita di lui, non è meraviglia. Cinque volte dicono si rinnovasse il tentativo, ond'egli impetrò di farsi accompagnare per la città da un frate col fucile: altra scena che caratterizza i tempi. Ma una volta fu colpito da alcuni assassini. Principale di questi era un Poma, mercante fallito, che credeva lecito qualunque mezzo per salvare la religione, e che ad un amico scriveva: «Non è uomo del mondo cristiano che non avesse fatto quel ch'io, e Dio col tempo lo farà conoscere»; e volea stampare d'aver operato, non per istanza di chicchessia, ma per servizio di Dio. Frà Fulgenzio racconta che, fatto il colpo, essi ricoveraronsi in casa del nunzio; e vuolsi che frà Paolo, ricevuta la ferita, esclamasse: «Conosco lo stile della curia romana». Il giuoco di parole fece fortuna, e restò dell'assassinio incolpata Roma: forse come oggi, ne' frequenti assassinj de' campioni del cattolicismo, vogliam ravvisare la mano de' Protestanti. Ma il fuggire presso il nunzio potè non accadere che per profittare delle immunità, che la casa degli ambasciadori godeva: eppure dalle deposizioni de' gondolieri consta che ciò è falso. Gli assassini vantavansi di aver denari a josa, e invece a breve andare si trovarono nella miseria, poi vennero arrestati, e dove? in terra di papa; e il Poma, il Parrasio, prete Michele Vida finirono nelle carceri papali di Civitavecchia; uno fu decapitato a Perugia, dominio papale. Come spiegare questa contraddittoria condotta? domandansi coloro che presuppongono il delitto, e non se ne ricredono per quanto vi repugnino le conseguenze. Il papa manifesta altamente il suo rammarico per quel fatto? buttano la colpa sul cardinale Borghese, o, se altri manca, sui Gesuiti, capri emissarj[251].

A repulsare gli attacchi di frà Paolo, altri modi pensava Roma, e commise al gesuita romano Pallavicino Sforza (1607-67) di stendere un'altra storia del Concilio di Trento. Già molti aveano confutato frà Paolo, tra i quali Bernardino Florio arcivescovo di Zara in otto volumi, appoggiandosi a documenti, convinceva il Sarpi d'infedelità nell'usarne e nell'espor le quistioni e le decisioni: ma appena finito morì, e il lavoro inedito rimane nella biblioteca tridentina. Ora il Pallavicino ebbe aperti gli archivj più ricchi, cioè i romani, e a differenza di frà Paolo, indica continuamente la natura dei documenti e i titoli; cataloga trecensessantuno errori di fatto del Sarpi, oltre infiniti altri (dic'egli) confutati di transenna.

Quella di frà Paolo è la prima storia che si dirigesse di proposito alla denigrazione, applicata a tutti i fatti, che il narratore non pondera, ma accumula. Egli suppone sempre distinta la verità dalla probità, donde bassezze e ipocrisie, e maneggi dapertutto, e sottofini; mentre il Pallavicino ritrae caratteri nobili, salde persuasioni, generose resistenze. Così eleva gli animi e istruisce meglio gl'intelletti: ma il Sarpi ha i movimenti vivi e leggeri di chi assale e ferisce; l'altro, ridotto a schermirsi continuamente, attedia col sempre ribattere le opinioni del nemico.

Il Sarpi mostra pochissima arte di composizione; esponendo cronologicamente, interrompe le materie, e lascerà a mezzo una discussione per dire che entrò il tal ambasciadore e con quali accoglienze; che si celebrò la tal festa, si spedì il tal corriere; e d'incondite digressioni trae occasione ora dalla legazia del Morone, ora dalla morte dei Guisa, or da quella del cardinale Seriprando o di frà Pietro Soto. Accorgeasi che il suo libro riuscirebbe nojoso, e tanto per difetto nelle forme, quanto per la natura della materia presto sarebbe dimenticato come le altre opere simili (Lib. III), ma non curando perpetuità nè diuturnità, bastavagli che l'opera facesse profitto ad alcuni. Pure egli con quella dettatura alla mano, quantunque scorretta di grammatica e di lingua, e col frizzo onde avviva la morta materia, colle mordacità che solleticano i maligni istinti, fa sorridere e alletta a continuar la lettura. Il Pallavicini appartiene alla scuola che dissero gesuitica, dalla frase lambiccata, dalla parola pretensiva: elabora il dettato come chi spera vivere per lo stile, e professa che esser accademico della Crusca lo lusingherebbe quanto l'esser cardinale. Quindi fa sentire incessantemente l'arte, rinvolge i pensieri nelle frasi e per istudio d'armonia casca talvolta nell'oscuro, spesso nell'indeterminato, e convince del quanto l'eleganza resti inferiore alla naturalezza.

Nè l'uno nè l'altro hanno l'imparzialità di storici; e ai cercatori della verità riesce doloroso il trovarsi costretti a ricorrere a due fonti, entrambe sospette per opposta eccedenza. I papi proibirono la storia del Sarpi: i Veneziani quella del Pallavicino. Ma questi non dissimula le azioni biasimevoli della corte pontificia, e a chi ne lo appuntò rispondeva: «Lo storico non è panegirista; e lodando meno, loda assai più di qualunque panegirista»[252].

Il più vantato storico della odierna Germania, il protestante Ranke, riscontrò le asserzioni del Pallavicino coi documenti a' quali s'appoggia, e lo trovò di scrupolosa esattezza, benchè alcune volte pigliasse sbagli, e, come avviene nella polemica, eccedesse nel volere scusar tutto, perchè frà Paolo tutto accusava: dove non può negare, almeno affievolisce; dissimula qualche objezione, qualche documento; conchiude il Ranke che al Sarpi devono somma grazia i principi, giacchè rinfiancò il loro assolutismo, come ai nemici del cattolicismo affilò armi, più micidiali appunto perchè somministrate da un cattolico e frate.

Dall'esempio di frà Paolo siamo chiariti quanto vadano collegati il dogma e l'attuazione esterna, e come s'illudano coloro che la Chiesa combattono a fidanza, protestando rispetto a quello; poichè egli rimase il corifeo del partito antiecclesiastico, non per l'accannimento, anzi per l'arte del dissimularlo, e, in abito da frate e col titolo di teologo aguzzar le armi più fine contro la Chiesa cattolica; s'anche non vogliasi asserire col Pallavicino che gl'insegnamenti di frà Paolo erano semi di ateismo, togliendo la certezza di qualunque religione[253]. Monsignor Fontanini lo dà come un tipo dell'ipocrito, perchè del carattere sacerdotale e dell'esemplarità «non volle servirsi ad altro fine che per guadagnarsi il concetto popolare di uomo dabbene, con disegno occulto di quindi poter seminare a man salva le sue dottrine, senza sospetto che fossero giudicate aliene dalla vera credenza». Ma se il Fontanini, per zelo religioso, può credersi nemicissimo di frà Paolo, uno che, per furore anticattolico, lo ammira, dicea testè che egli rimase nella Chiesa sino al fine come fosse un de' credenti, ma per ispiarla, per sorprenderne gli atti, per denunziarla al mondo[254]. Ufficio deplorabile!

NOTE

[201] Appare da Paolo Sarpi, e massime dalle sue lettere al Priuli, ambasciadore a Cesare. Egli ha un consulto «se l'eccelso Consiglio de' Dieci, esaminando i rei ecclesiastici, deva intervenir col vicario patriarcale»: sostiene il no.

Nella lettera LXIX: «Alcuni monaci di Padova, avendo molte baronie, tutte possedute da loro, aveano formato una giurisdizione sopra li contadini, la quale gli è stata levata, con disgusto del papa. Roma sopporta ogni cosa, ma finalmente converrà ovvero rompersi, ovvero perder tutto. Il papa ha creduto far dispiacere non facendo cardinale alcun veneto; ma li buoni l'hanno per cosa di pubblico servizio».

Nel 1865 furono, per opera del conte Papadopulo, stampate le Leggi venete intorno agli ecclesiastici sino al secolo XVIII.

[202] Venezia 1670, cap. 116.

Al tempo di Clemente VII, quando trattavasi di far guerra ai Turchi e ai Luterani, i Veneziani si opponeano: quanto ai primi perchè temevano eccitarli a riazioni: quanto agli altri perchè non si dessero a qualche passo disperato: onde preferivano sempre la convocazione del Concilio, e il nettare e purgare alla quieta gli animi dal funesto veleno (Secreta 27 ottobre 1530 nell'Archivio di Venezia). E passando a quei giorni don Pietro de la Queva per andar a Roma a sollecitare il Concilio, i signori veneziani gliene mostrarono grandissima compiacenza; perocchè «pochi sono tra essi, che, sul fatto della riforma del clero e del togliere l'asse ecclesiastico, non siano più luterani di Lutero stesso, dicendo pubblicamente che il papa, i prelati, i sacerdoti devono vivere delle sole decime». Sono parole di Rodrigo Nigno ambasciadore cesareo, nel leg. 1308 dei manuscritti negozj di Stato nell'Archivio di Simanca.

[203] Conosciamo una relazione che il vescovo, dappoi cardinale Bolognetti, dirigeva a Camillo Paleotto intorno alla nunziatura che, regnante Gregorio XIII, sostenne nel Veneto. Incaricato di farvi la visita apostolica, gravissime difficoltà incontrò per parte della Signoria, ma con modi insinuanti e prudenti riuscì a comporre le differenze. Gliene seppero mal grado alcuni curialisti, e nominatamente il cardinal Gallio segretario di Stato, che avrebbero voluto un procedere più risoluto: talchè fu richiamato. Egli si giustifica mostrando come colle cortesie, col rispetto, col temporeggiare s'ottenga ben più che colle violenze, principalmente verso principi cristiani; e come avesse conseguito veri vantaggi col sopprimere una scomunica, voluta da zelanti che poco bene servivano alla causa del papa.

[204] A Clemente VIII, ambasceria veneta straordinaria. Pubblicato dal Fulin, per nozze, nel 1865.

[205] Statuti dell'Inquisizione di Stato. Supplemento I, art. 3.

[206] WICQUEFORT, L'Ambassadeur, p. 416.

[207] «E se li detti doge e senato, per tre giorni dopo il fine dei ventiquattro giorni, sosterranno con animo indurato (il che Dio non voglia!) la detta scomunica, noi, aggravando la detta sentenza, da adesso parimenti siccome da allora sottoponiamo all'interdetto ecclesiastico la città di Venezia e l'altre città, pronunciandole e dichiarandole tutte poste a detto ecclesiastico interdetto; il quale durante, in detta città di Venezia e in qualsivoglia altra città, terre, castella e luoghi di detto dominio, e nelle loro chiese e luoghi pii e oratorj, ancorchè privati, e cappelle domestiche, non possano celebrarsi messe solenni e non solenni e altri divini officj, eccetto che nei casi dalla legge canonica permessi, e allora solamente nella chiesa e non altrove, e in quelle con tener ancora le porte chiuse e senza sonar campane, ed escludendo affatto gli scomunicati e gli interdetti; nè in quanto a questo possano di altra maniera suffragare qualunque indulti o privilegi apostolici concessi o che si concedessero per l'avvenire in particolare o in generale a qualsivoglia chiese tanto secolari, quanto regolari, ancorchè sieno esenti ed immediatamente alla sede apostolica soggette, e se bene sono di jus patronato, eziandio per fondazione e dotazione o per privilegio apostolico dell'istesso doge e senato...

«Ed oltra di questo, priviamo e decretiamo che restino privati gli suddetti doge e senato di tutti i feudi e beni ecclesiastici se alcuno ne possede in qualunque modo, dalla romana e dalle nostre o altre chiese; e ancora di tutti e qualsivoglia privilegi e indulti, i quali in generale o in particolare sono stati forse loro concessi in qualsivoglia modo da' sommi pontefici nostri predecessori, di procedere in certi casi per delitti contro i cherici, e di conoscere con certa forma prescritta le cause loro. E niente di meno, se detti doge e senato persisteranno più lungamente pertinaci nella contumacia loro, riserviamo a noi e successori nostri pontefici romani nominatamente e specialmente la facoltà di aggravare e riaggravare più volte le censure e pene ecclesiastiche contro di essi e contro gli aderenti loro, e contro a quelli che nelle cose suddette in qualsivoglia modo gli favoriranno o daranno ajuto, consiglio o favore, e di dichiarare altre pene contro li stessi doge e senato, e di procedere secondo la disposizione dei sacri canoni ed altri rimedj opportuni; non ostante qualsivoglia costituzioni e ordinazioni apostoliche e privilegi, indulti e lettere apostoliche alli detti doge e senato, o qualsisia loro persone concessi in generale o in particolare, ed in ispecie disponenti che non possano essere interdetti, sospesi o scomunicati in virtù di lettere apostoliche, nelle quali non si faccia piena ed espressa menzione di parola in parola di tale indulto, ed altrimente sotto qualunque tenore e forme, e con qualsivoglia clausola eziandio deroganti alle derogatorie, ed altre più efficaci ed insolite e con irritanti ed altri decreti, ed in ispecie con facoltà di assolvere nei casi a noi ed alla sede apostolica riservati, a quelli in qualsivoglia modo, da qualunque sommi pontefici nostri predecessori, e da noi e dalla sede apostolica, in contrario delle cose sopradette, concesse, confermate ed approvate».

[208] Paolo V e la Repubblica veneta. Giornale quotidiano. Vienna 1859. È un estratto, fatto forse per uso d'uffizio, degli atti passati in quel tempo, non già note giornaliere d'un testimonio, come parrebbe indicare il titolo; tace quel che non fa al suo intento, come si vede da quel che vi supplì l'editore Cornet. Nel giornale nè nei supplementi non v'è pur cenno dei tentativi di apostasia di cui parleremo.

[209] Galileo Galilei da Venezia l'11 maggio 1606 scrive: «Jer sera furono mandati via li padri Gesuiti con due barche, le quali dovevano quella notte condurli fuori dello Stato. Sono partiti tutti con un Crocifisso attaccato al collo, e con una candeletta accesa in mano, e jeri dopo desinare furono serrati in casa, e messovi due bargelli alla guardia della porta, acciò nessuno entrasse o uscisse dal convento. Credo si saranno partiti anche da Padova e di tutto il resto dello Stato, con gran pianto e dolore di molte donne loro devote».

Tutte le lettere de' residenti di quel tempo ragguagliano o di satire o di prediche o di discorsi tenuti da Gesuiti contro la Repubblica; de' loro sforzi per mettere un'Università a Gorizia, o a Ragusi, o a Castiglione delle Stiviere; finchè uscirono le ducali del 14 giugno 1606, che sbandivanli dallo Stato, del 18 agosto che proibivano ai sudditi di mandar figliuoli ai collegi de' Gesuiti, del 16 marzo 1612 che vietavano ogni corrispondenza con essi.

[210] In una cronaca citata dal Cicogna, Iscrizioni, tom. V, pag. 556, leggesi al 1606: «Occorse in questi giorni che le reverende monache di San Bernardo di Murano, persuase dal suo cappellano, furono scoperte che osservavano l'interdetto del papa, e che non ascoltavano messa nè si confessavano e comunicavano, avendoli detto reverendo mostrato un giubileo che ha concesso il papa a chi osserverà l'interdetto, nè ascolterà messa, promettendogli un paradiso di delizie fatte a lor modo... Avendole prima persuase li suoi procuratori del monasterio e senatori loro parenti, et anco il vicario del suo vescovo, nè per questo avendole potute rimuover da questa loro opinione, furono immediate mandati li capitani del Consiglio dei Dieci, d'ordine del senato, a serrarle nel convento, ficando le finestre e porte de' fuori con buoni cadenazzi, con pena della vita a chi s'accostasse a detto monasterio, nè meno le soccorresse di cosa alcuna, tenendole del continuo guardie».

[211] Raccolta degli scritti usciti per le stampe di Venezia e di Roma e altri luoghi nella causa dell'interdetto. Coira, per Paolo Marcello, 1607.

[212] Il Grisellini, nella vita o piuttosto apologia di frà Paolo, dice che questo «dopo che fu eletto consultore, ad alcuna opera non diede mano giammai senza il motivo del pubblico interesse, cioè o per difendere il sovrano diritto del principato, o per autorizzare la santità delle sue ordinazioni», pag. 78. E anche d'altre opere dice sempre: «A norma delle pubbliche mire, venne dal nostro autore intrapresa»; p. 101, e passim.

[213] Opinione di frà Paolo come debba governarsi la Repubblica per avere il perpetuo dominio, ecc.

[214] Mem. de Duplessis-Mornay, X, 292.

[215] FRA' FULGENZIO. — Nel lib. IV della Letteratura veneziana del Foscarini è a vedere quanti nobili veneziani in quel tempo, oltre i prelati e i monaci, coltivassero le scienze sacre e la storia ecclesiastica e ne scrivessero.

[216] Ricaviamo tali particolarità dalle Memorie citate. Vedi pure Blicke in die Zustände Venedigs zu Anfang des XVII Jahrhunderts, negli Historische politische Blätter für das katholische Deutschland. Monaco 1843; e nelle Memorie storiche e letterarie della società tedesca di Königsberg, G. MOHNICKE, Versuche zu Anfang des XVII Jahrhunderts etc., cioè Tentativi fatti al principio del secolo XVII per introdur la Riforma a Venezia, con due lettere sinora inedite di Giovanni Diodati per illustrare la storia e il carattere di frà Paolo. Queste lettere, che parlano d'una gita del Diodati a Venezia nel settembre 1608, furono date da un suo discendente, professore a Ginevra.

Nella Semaine religieuse del 1863 a Ginevra fu pubblicato dal signor Eugenio de Buddé una Brève relation de mon voyage à Venise en septembre 1608, di Giovanni Diodati. Vi fu sollecitato da amici di colà, e massime dall'ambasciatore d'Inghilterra e da un Biondi che gli scriveva l'11 aprile 1608: «Se V. S. è disposta a venire a Venezia, ve la prego ed esorto. Questa risoluzione sarà una consolazione per voi, un potente sostegno allo spirito, e produrrà frutto per alcuno e gloria a Dio... Aspettate qualche pericolo. Dite d'andar tutt'altrove che a Venezia. Se Roma lo sapesse, potrebbe venirne qualche incaglio e scandalo: e posso dirle che il papa è informato da tutte le parti. Rivestitevi del desiderio di compiere un'opera così alta: se lo fate, spero che i semi da voi gettati produrranno un albero sì grande, che tutti potranno prosperare alla sua ombra».

Il Diodati v'andò in gran secreto, appena ebbe compita la traduzione della Bibbia, e inviatine alquanti esemplari. Un francese Papillon, frequentando molte case patrizie, v'aveva avuto grandi speranze di stabilirvi un'assemblea, senza però che si desse alcuna confessione o promessa. Frà Paolo era «la première roue instrumentale de cette sainte affaire», ma non voleva dichiararsi coi molti gentiluomini che dipendevano affatto da lui, «se contentant de jeter dans leurs âmes quelques semences de vérité par des avis familiers, et les sermons de son disciple Fulgentio, et de saper sécrétement la doctrine et l'autorité d'un pape, ce en quoi il a extrémement été utile». Gli altri che aveano desiderio di stabilire una chiesa, vedendo frà Paolo sì ben dissimulare, perdeano confidenza. Di frà Paolo loda l'immenso sapere: «Mais ce grand et incomparable savoir est detrempé en une si scrupuleuse prudence, et si peu échauffé et aiguisé de ferveur d'esprit, quoique accompagné d'une vie très-intègre et toute exemplaire, que je ne le juge capable de donner le coup de pétard et de faire l'ouverture». Frà Fulgenzio ha più zelo, e men timore e meno scrupoli politici, più forza di corpo e facondia e gioventù, e gran reputazione come predicatore, ma è contrappesato dalla tiepidezza di frà Paolo. Fa però molto coi discorsi e gli avvisi e i fremiti.

Frà Paolo gli confessò più volte che ingannava se stesso, ma la necessità lo costringeva: altrimenti gli converrebbe spatriare, e così sarebbero divelte tutte le speranze, e rialzato il coraggio de' nobili, contrarj al bene. E del suo non operare adduceva tre ragioni. 1. che Dio non gli diede natura ardente quanto si vorrebbe a un tale tentativo: 2. che gl'Italiani non pendono a queste cose celesti; e non si può arrivarvi che lentamente: 3. che affidando a lui la repubblica gli affari più scabrosi, avea mezzo di scalzar l'autorità del papa e preparare i cuori, e rivolgere le deliberazioni verso il buon partito.

Il Diodati però non disperava, primo perchè vide molti bene informati su assai punti, e disgustati degli abusi del papato, tanto che l'ultimo giubileo fu celebrato appena da un decimo della nobiltà: secondo, per la gran libertà di discorrere e di legger libri buoni, inclinando a giustificare e lodare il partito: le Bibbie se le strappan di mano l'un l'altro: l'inquisizione v'è legata. Avendo il re di Francia mosso lamento all'ambasciador veneto a Parigi perchè si lasciassero circolare ben 2000 Testamenti nuovi di fabbrica ugonota, quegli rispose non saperne nulla, ma Venezia è città libera, onde i libri vi sono venduti senza riserbo: terzo, l'ambizione di Roma che vorrebbe ricuperare di qua dei monti ciò che perdette di là, e mentre di là riceveva tesori che arricchivano l'Italia, or deve snervare questa colle sue esazioni. Venezia cerca impedirlo, e all'uopo smunge gli ecclesiastici che sangue succhiarono; onde perpetui scontenti e maliumori col papa.

Per riuscire bisogna compor libri a posta, e principalmente opuscoli. A tal uopo egli, il Diodati, s'è messo a tradur in rima satire italiane. Inoltre spedire in buone case mercanti fiamminghi, che v'impareranno la lingua, e poi potranno venir buoni. Terzo trovar persone dotte, prudenti e mature, e stipendiarle perchè tengan occhio alle opportunità. In quarto luogo cercare che gli Stati di Fiandra domandino d'aver un fondaco come i Tedeschi, ed esercitarvi il loro culto in lingua francese. È poi necessario che qualche principe tedesco tenga agenti a Venezia, e questi abbiano ciascuno con sè qualche personaggio dotto da consultare, e che potrebbe dar consigli anche ai Veneziani ne' loro dissidj col papa.

Tutto ciò è esposto in una lettera del 4 aprile 1608 al Du Plessis, raccomandandogli strettamente il secreto. Averlo a ciò sollecitato l'ambasciadore inglese, che con frà Paolo e frà Fulgenzio ha divisato d'erigere una chiesa secreta, adoprarvi il messale corretto, e intanto fondar la verità negli spiriti; a ciò sono comuni in Venezia il desiderio di saper i fondamenti di ciò che si crede, e la libertà di seguirne i mezzi particolari; cioè il volere e il potere. «Frà Paolo predica pubblicamente i principali e generali fondamenti della verità: questa quaresima ne ha scossi molti: è nel massimo favore, ma va cauto per non iscoprirsi, e così prepara gli spiriti colle sue massime irrefragabili.

«Un gentiluomo veneziano che conobbe la verità in Francia, m'ha scritto che il desiderio d'istruzione è in molti, in tutti l'animosità contro la tirannia di Roma sul personale».

Un signor Danquoy di Couvrelles nel 1609 scriveva altre particolarità sopra Venezia: «Vorrei sentiste come parlano franco i padri Paolo e Fulgenzio, che nulla meglio desiderano che di veder altri finir l'opera ch'essi hanno sbozzata».

Della Bibbia del Diodati parlammo nella nota 11 del Discorso XXXVII.

Se gli odierni accademici della Crusca l'ascrissero fra le opere classiche per lingua, fu per condiscendenza alle idee correnti. Vissuto a Ginevra, e sol per poco viaggiato in Italia, avvezzo al parlare e allo scrivere francese, nel quale tradusse la storia di frà Paolo, non poteva usare che la lingua letteraria, con affettazioni ed arcaismi; mentre il Martini, toscano, usò la viva e popolare. Nelle note il Diodati offre interpretazioni di calvinisti o di dottori protestanti: mentre il Martini pone le interpretazioni de' santi padri, quasi altro non facendo che tradurle in modo piano.

[217] Le lettere del Sarpi pubblicaronsi a Ginevra colla data di Verona 1673, poi in calce alla Storia arcana di frà Paolo. Sono dirette a Girolamo Groslot signor Dell'Isola, amico del Casaubono, al medico Pietro Asselineau, a Francesco Castrino ugonotto, a Giacomo Gillot, cappellano e consigliere al parlamento di Parigi. Gregorio Leti, nella Vita di Cromwell, ne attribuisce a sè la pubblicazione. Alcuni ne hanno impugnato l'autenticità; altri le supposero interpolate. Questa seconda asserzione non potrebbe che provarsi coi particolari: esaminate le ragioni contrarie, io le credo autentiche; e gran peso mi fa questo passo del famoso Pietro Bayle, nella lettera al signor Sondré, 21 settembre 1671: Frà Paolo a été un des plus grands hommes de son temps. On a imprimé ici ces lettres; mais on croit qu'on en arrétera l'impression, à cause que messieurs de Rome y verroient qu'il entretenait commerce avec ceux de notre réligion... et qu'ainsi ils recuseraient son témoignage touchant l'histoire du Concile, que nous leurs opposons. Ce fut une des raisons qui obligea monsieur Dallez à s'opposer à l'impression de ces mêmes lettres; quoique au reste il eut beaucoup de passion pour la gloire de frà Paul, qu'il avoit autrefois connu très-particulièrement à Venise lorsqu'il y conduisit les petits néveux de monsieur Duplessis-Mornay.

Non così credo autentiche le Scelte lettere inedite, stampate a Capolago il 1847, essendo di stile pieno di tropi, e girato in tutt'altro modo che quel di frà Paolo: o piuttosto sono di mani diverse. Un'altra edizione delle Lettere di frà Paolo Sarpi fu fatta a Firenze il 1863, 2 vol. in-16º, per cura di F. L. Polidori, senza discerner le autentiche dalle altre, con prefazione di Filippo Perfetti, il quale si lagna che «i nemici della libertà religiosa incolpino il Sarpi d'aver insegnato a tôrre alla Chiesa la libertà, dando allo Stato illegittima autorità e arbitrio sopra di quella». Come si accordino questi due membri lo spieghi chi sa. Lo loda per lo stile ironico, e dice: «Non ha somiglianza a Lutero, non è uomo di misticismo e di sentimento, ma di ragione ferma e tetragona; nè tampoco rassomiglia a Calvino; mancagli l'audacia del paradosso e il furore della novità; nè il suo ingegno si appiglia alla critica minuziosa onde scaturiva il soccinianesimo. Insomma non era buono da farne un eresiarca; non saria stato sufficiente a trarre dietro a sè le turbe, ma valentissimo era nei consigli di pochi savj... E tanto difficile che Sarpi fosse un altro Lutero, quanto che Lutero avesse ambito alla porpora de' cardinali».

[218] Ep. 358, p. 865.

[219] Ep. 574.

[220] Lettera 13 settembre 1611.

[221] Chiesto dall'ambasciatore olandese di commendatizie, Duplessis-Mornay gli scriveva il 3 ottobre 1609: Pour adresse, je ne la vous puis donner meilleure qu'au vénérable père Paulo, directeur des meilleurs affaires... auquel, avec le zèle de Dieu, vous trouverez une grande prudence conjoincte: mais il faut l'exciter à ce que l'une enfin emporte l'autre. Vous avez aussi le père Fulgenzio, qui n'est que feu; précheur admirable. Mémoires, 393. Il Bayle in Aarsens, riferisce che frà Paolo imbattuto l'ambasciadore d'Olanda, gli disse che avea gran piacere di vedere il rappresentante di una repubblica, la quale teneva il papa per anticristo. Questo fatto venne addotto dal Pallavicino nella prima edizione della storia del Concilio, ma espunto nelle seguenti; segno che il conobbe falso. Vittorio Siri dice aver trovato negli archivj di Francia moltissime traccie del favore dato dal Sarpi agli Ugonotti, e massime ne' registri del nunzio Ubaldini, attentissimo a sventarne le trame, e che cercò aver gli originali delle lettere per imputarlo d'eretico avanti al senato veneto.

[222] Essa è arditamente impugnata e da Voltaire e dal Daru come viltà indegna di Enrico IV: eppure è messa fuor di dubbio dalle Memorie di Mornay. Inoltre nel processo contro Antonio Foscarini (sospettato anch'egli di opinioni ereticali) è un carteggio di Pietro Contarini ambasciadore di Venezia in Francia, del 1615, ove scrive d'aver inteso dal nunzio pontifizio, che «vivendo il fu re, per le pratiche che teneva del continuo a Ginevra, aveva avuto avviso ed alcune lettere, che non mi espresse se fossero scritte da Venezia o dal signor Foscarini, con le quali si avea fatto venir costà (a Venezia) un ministro ugonotto: del che il re fin d'allora ne facesse avvertire la repubblica per l'ambasciatore M. di Champigny, considerandole il pregiudizio che poteva ricevere la religione cattolica dalle pratiche di simil gente in quella città, e che saputosi ciò da esso signor Foscarini, ne era stato grandemente conturbato». Vedi Relazioni degli Stati Europei lette al senato di Francia, pag. 405.

Il Foscarini, condannato a morte pel noto sbaglio, in testamento lasciava «ducati cento al padre maestro Paolo (Sarpi) servita, perchè preghi il signor Dio». Il Sarpi saputolo, scrisse ai Dieci, che, «conoscendo esser in obbligo per conscientia et per fedeltà di non haver a fare con chi s'è reso indegno della gratia del prencipe nè mentre vive nè dopo la morte, ha stimato dover rifiutare il legato assolutamente». Un legato per pregare! e da uno che poco dopo fu dichiarato innocente!

[223] Lettera XLIV al signor Dell'Isola.

[224] Lettera LX allo stesso. Vedi pure le Memorie di Mornay, X, 386, 390, 443, 456, 516; e Courayer, nella vita di frà Paolo premessa alla sua traduzione della Storia del Concilio di Trento, pag. 66.

[225] Lettera LI, 12 ottobre 1610. Anche pochi giorni prima dell'uccisione di Enrico IV, il Sarpi scriveva: Nulli dubium quin, sicut Ecclesia verbo formata est, ita verbo rite reformetur. Attamen, sicuti magni morbi per contrarios curantur, sic in bello spes, nam extremorum morborum extrema remedia. Hoc mihi crede e propinquo res videnti. Non aliunde nostra salus provenire potest. Op. di frà Paolo, VI, 79. Nella LIII lettera, compiangendo la morte di Sully, dice che l'amava «per la fermezza nella sua religione». Di Giacomo I scrive: «Se il re d'Inghilterra non fosse dottore, si potrebbe sperare qualche bene, e sarebbe un gran principio». Lettera LXXXVIII.

[226] Lettera LXXXVIII, 29 marzo 1612 al Groslot. Di tutto ciò più distesamente vedasi nella Storia arcana della vita di frà Paolo Sarpi, scritta da M. GIUSTO FONTANINI, e documenti relativi. Venezia 1803. È opera postuma, e l'editore arciprete Ferrario l'annunzia così: «Chiunque tu sia, che pigli a leggere questo libro, a me basta che abbi amore e zelo di religione, che abbi fedeltà ed attaccamento ai Governi. Buon cattolico e buon cittadino, questo libro ti piacerà. Esso leva una gran maschera, scopre un grand'impostore, palesa un grand'empio, ecc.»

[227] Lettera 6 marzo 1611. Memorie, X, 169. Nelle Lettere diplomatiche del Bentivoglio, ai 27 febbrajo 1619 abbiamo: «Per via di un ministro già ugonotto, che si è convertito poi alla religione, ho saputo ultimamente che, nel tempo dell'interdetto dei Veneziani, alcuni ministri eretici di Ginevra, di Berna e d'altre parti convicine pensarono di valersi di quell'occasione per ispargere in Venezia il veleno dell'eresia. Onde fra loro fu risoluto in particolare che si mandasse colà, sotto nome di mercante, un certo tale dei Diodati, italiano lucchese, che è ministro in Ginevra. Egli dunque v'andò in compagnia d'altri mercanti eretici, i quali, anch'essi consapevoli del disegno, avevano carico di doverlo ajutare. Giunto che fu in Venezia, esso Diodati trattò segretamente con diversi ed in particolare con frà Paolo, nel quale scoperse una grande alienazione dalla Corte di Roma, e sensi del tutto contrarj all'autorità della santa sede; ma nel resto non poteva comprendere ch'egli avesse alcuna inclinazione di voler abbracciare assolutamente l'eresia. Il detto Diodati, insieme con quei mercanti, oltre al parlare che fece, vi disseminò con molta segretezza un buon numero di libri eretici, particolarmente delle Bibbie tradotte in lingua italiana. Ciò fatto, egli se ne tornò poi a Ginevra, con isperanza che il veleno ch'egli avea sparso fosse per fare non piccolo progresso. Io, dopo aver inteso questo, dubitando che di quel veleno non vi resti ancora qualche corruzione, stimai di doverne parlare, come feci, al signor cardinale di Retz ed al signor di Pisins, e trovai che anch'essi avevano avuto l'istessa informazione per la medesima strada, e Pisins mi disse che si erano ricevute appunto lettere pochi dì sono dall'ambasciadore di questa maestà in Venezia, che avvisava che colà le cose passavano a qualche libertà pericolosa in questa materia di religione, per rispetto della licenza che si pigliavano quelle genti forestiere che sono state assoldate dalla repubblica, ed in particolare il loro capo. Dopo mi ha detto il medesimo Pisins, che con altre lettere più fresche dello stesso ambasciatore era inteso che questo disordine non fosse di quel pericolo che si era dubitato».

[228] Allo Scaligero, ep. 480, 11 marzo 1607.

Magna Deo gratia, quod mediis Venetiis virum magnanimum, magnum illum Paulum excitavit, qui teterrimas sophistarum fraudes et paralogismos, quibus orbi christiano illuditur, palam faceret. Puto vidisse te opuscula hujus Pauli, meo judicio præstantissima, et dignissima quæ legantur a te. Lætaberis scio, et magno heroi votis favebis tuis. Ep. 474 del 7 novembre 1606. Allo Scaligero, ep. 480, 11 marzo 1607. Vidisti ne quæ Venetiis prodiere scripta a paucis mensibus? Ego, cum illa lego, spe nescio qua ducor futurum fortasse illic aliquando et literis sacris et meliori literaturæ locum. Mirum dictu quam multi tam brevi tempore animum ad scribendum applicuerint. Atqui nemo erat qui existimaret ex ea urbe unum aut alterum posse reperiri earum rerum intelligentem, quæ a doctrina lojolitica abhorrent tantopere. Exitum ejus controversiæ cum hæc scribebam, omnes μετέωροι in hac urbe expectabant. Deus ad gratum sibi finem omnia perducat. Nell'ep. 484 del 18 marzo a Scipione Gentile: O viros! o exactam earum rerum cognitionem; quas in illis oris nemini putabant plerique esse notas! multa legi.... omnia probavi et laudavi, sed inter omnes mirum dictu quantum judicio Paulus excellat, quem scimus virum esse doctissimum, vitæ innocentissimæ, juditii tenacissimi. Hujus si scripta legisti, ecquid de vestra Italia sperare incipis? E lo Scaligero rispondendogli d'aver tutto letto, soggiunge: In illis auctoribus tres palmam obtinent: Paulus servita, Marsilius neapolitanus, Antonius Querinus patricius. Certe quomodocumque in amicitiam coeant illæ dure partes, nunquam coire poterunt in cicatricem illa vulnera, numquam stigmata deleri, quæ pontifex accepit. Ep. 131 del 22 marzo 1607.

[229] Mémoires de Sully, tom. III, pag. 27.

[230] «Tutta Roma ragionava dell'interdetto e del protesto de' Veneti, ai quali davano torto... il cardinale Valier essere morto in poche ore a quanto dicevasi, di crepacuore». Esposiz. di Roma nell'Arch. de' Frari.

[231] Il Romanin, nella Storia documentata di Venezia, tom. VII, p. 44, adduce un passo tratto da una miscellanea conservata da Emanuele Cicogna, ove dice che il cardinale Baronio professava «esser del ministero di san Pietro tanto il pascer le pecore che l'ammazzarle e mangiarle; e tale ammazzamento non sia crudeltà ma atto pietoso, perchè, se perdono il corpo, salvano l'anima».

È strano che così la pensasse il Baronio, generalmente lodato di mansuetudine; e che nella sua Parenesis ad R. P. Monetam conchiude: «La Chiesa non odia nessuno; essa ci ammonisce cogli scritti e insinua colle parole di amar i nemici, non perseguita e odia che il peccato. Sant'Agostino a Massimino donatista ed eresiarca dà il titolo di dilettissimo... «Io vi amo tutti nelle viscere di Gesù Cristo, e prego per voi. L'ammonimento che vi mando siavi di correzione se l'accogliete; di protesta se lo ricusate».

Non vi sarebbe dunque se non da imparare che bisogna andar cauti nell'accettare scritture di contemporanei, che dalle passioni contemporanee possono essere invelenite fino a repudiare ogni buon senso, come vediamo tuttodì. Ma nel caso nostro v'è di peggio. La nota da cui son tratte quelle parole sono poche pagine inserte in una miscellanea, dove un tale, incaricato d'informar la Repubblica sopra le opinioni manifestate nel concistoro, professa non aver potuto notare tutte le parole, e dopo alquanti giorni essergli scomparse dalla memoria a segno, da richiamarsele a stento. Or quelle del Baronio che adduce, sono: Quod occisio non debet esset nisi ex summa charitate: quod occidit præcipit manducare; nempe per christianam charitatem in sua viscera recondere, in se ipsum unire, ut sint simul unum et idem in Christo.

Da questo simbolico uccidere e mangiare per carità cristiana, s'è potuto dedurre quella strana asserzione!

[232] Nicolò Contarini, poi doge, grand'amico di frà Paolo, eletto storiografo pubblico, tirò la storia dal 1597 al 1603: ma il Consiglio dei Dieci dopo la sua morte ritirò il manuscritto, e parendo troppo vivo nelle quistioni con Roma, non lo lasciò pubblicare.

Una buona Historia dell'Escomunica fu fatta e non stampata dal senatore Antonio Querini, che la chiude con dodici ammaestramenti. Eccone alcuni:

II. La guerra ove si tratta di religione, anche in maschera o apparenza, è sempre pericolosissima, perchè mette sue radici nelle parti più vitali dello Stato.

III. Il pontefice in tutte le sue contese, per esorbitanti che siano, ha grandissimo avantaggio, avendo sempre molti principi temporali che lo favoriranno, e per acquistarsi merito con esso, e per opprimer gli Stati contrarj sotto titolo di zelo religioso.

IV. Nessuna cosa può metter in maggior pericolo la libertà pubblica che il non aver buona intelligenza col pontefice.

VI. La riuscita di questo negozio non deve dar norma nè esempio per regolar nell'avvenire le nostre azioni in simili accidenti; perciocchè, oltre il proverbio che non è deliberazione più pericolosa di quella che vien regolata coll'esempio, perchè basta un minimo accidente per rendere il successo differentissimo, non si avrà sempre un pontefice di animo così incostante e timoroso, nè un re di Spagna anzi retto che rettore dei suoi regni, ecc.

VIII. Se la Repubblica non ha perduto di riputazione in queste controversie, perchè non ha abolito nè sospeso le leggi contenziose, ha però conceduto i due prigioni; e i due maggiori re del mondo hanno per lei dato parola al pontefice che non farebbe uso di dette leggi.

[233] Bossuet, se pur è sua la Difesa della Dichiarazione del clero gallicano, volendo sostenere l'indipendenza dei principi della Chiesa, adduce che Paolo V non depose il doge e il Governo veneto, come avea fatto Gregorio VII con Arrigo IV; che il doge e il senato protestarono non esser la podestà de' principi sottomessa se non a Dio; che tutti i Veneziani obbedirono al doge e non badarono a decreti di Roma; che rimasero saldi gli editti e le leggi del senato, ancorchè concernessero beni e persone ecclesiastiche; fu tenuta per nulla la scomunica pronunciata col pretesto dell'immunità ecclesiastica, e il senato fu considerato ancora come cattolico benchè nè chiedesse perdono nè ottenesse l'assoluzione; che l'accordo si fece per mediazione della Francia e della Spagna, nè alcuno prese a difendere l'impegno di Paolo V, nè ad impugnar l'editto del senato: donde si deduce che, contro pontefici veementi ed esorbitanti si possono difendere i diritti regj senza ledere la religione.

Si risponde, primo, che il caso di Arrigo IV era ben diverso da questo, dove non interveniva delitto che portasse la deposizione, nè disobbedienza minacciosa o professata eresia. Il senato non negava l'indiretta podestà del papa sul temporale, bensì contendea del fatto e della materia di tal podestà, e se ingiuste o no le leggi per cui Paolo V interdiceva Venezia; sul che non era avvenuta alcuna canonica definizione. Laonde il Donato dichiarava il breve di Paolo ingiusto, indebito, nulloque juris ordine servato, e perciò nullo; non mai perchè il papa non n'avesse diritto.

Se, come le giudicava il senato, le leggi sue erano giuste e competenti, il papa avrebbe esercitato un potere diretto sopra uno Stato indipendente, il che eccedeva le sue attribuzioni, atteso che il potere spirituale del papa riguarda le cose temporali unicamente per ragione del peccato. Ecco perchè il senato vi si oppose, nè per questo Paolo V volle obbligarlo a ritrattarle.

Che i Veneziani tutti obbedissero al Senato, sarebbe a provarsi: gli Ordini religiosi intanto soffersero piuttosto l'esiglio: quanto agli altri, il timore e la riverenza potè indurveli, come vediamo tuttodì sottoporsi i nostri a leggi evidentemente irreligiose dello Stato. La stessa persuasione del principe che esse leggi non fossero contrarie alla Chiesa, dovette entrare nei più.

Nella riconciliazione poi dicemmo come si procedesse in modo che, nè da una parte apparisse ostinazione puntigliosa, nè dall'altra insubordinatezza.

Che se Francia e Spagna avessero veduto nel senato veneto una rivolta contro al pontefice, un atto scismatico, si sarebbero elle interposte per un accordo? Eppure in questo si volle un atto di devozione.

[234] MOROSINI, Storia, lib. 18, p. 699. Nel 1657 fu legalmente riconosciuta una comunità evangelica della Confessione Augustana, esente dalla giurisdizione del Sant'Offizio, e con diritti che durarono quanto la Repubblica, e furono confermati dai Governi successivi. Prima tenne cappella nel fondaco de' Turchi: dopo il 1812 esercitò libero culto in quella che già era scuola dell'Angelo Custode ai Santi Apostoli. V'è stabilito l'ordine presbiteriale. Il predicatore o pastore, dipendente dal concistoro di Vienna, è eletto a maggioranza di voti, e così gli anziani che presiedono all'amministrazione della Chiesa, del culto, delle limosine. Le spese sostengonsi con un'imposta ai capi famiglia.

[235] Lettera LXV, 5 luglio 1611 e LV e XI, XII al signor dell'Isola.

[236] I Monita secreta si supposero scritti dallo Scioppio, ma pajono piuttosto di Girolamo Zaorowsky, polacco, espulso dalla Società il 1611; certo sono anteriori al 1613, in cui ne fu stampata una confutazione del padre Jacobo Gretzer. Del satirico Scoti nella Monarchia solipsorum, che è il libello più accannito contro i Gesuiti, non accenna i Monita secreta: eppure nel capo X tratta delle Leges solipsorum, e dice queste in quinquagena volumina ingentia excrescere, abitura in infinita, nisi moderatio interest. Continent autem varia decreta, tum ad universam monarchiam spectantia, tum monarcarum (cioè i prevosti generali) singularia rescripta, admirandarum plena industriarum et præceptionum circa singula genera rerum, numerum personarum, et quæ sub generibus sunt singularum. E ne riconosce come fondamenti, 1º il venerar il loro prevosto generale più di qualsiasi persona; 2º l'affaticarsi per soggiogargli l'intero mondo.

[237] Nelle lettere informa ogni tratto de' ripullulanti litigi di giurisdizione di Roma colle varie Potenze. Per es. nella LXV: «In Sicilia è occorso, che volendo il vicerè punire un prete non so per che delitto, egli si salvò in chiesa, e l'arcivescovo lo difendeva e per esser prete e per esser in chiesa. Le quali cose non ostanti, il vicerè lo fece levar di chiesa e impiccare immediato. L'arcivescovo pronunciò il vicerè scomunicato, e il vicerè fece piantar una forca innanzi la porta del vescovato, con un editto di pena del laccio a quelli ch'erano di fuora se entravano, e a quelli di dentro se uscivano fuora. Di questo è stato mandato corriere espresso a Roma, dove non hanno molto piacere che si parli di successi di questo genere; atteso che per queste cause di giurisdizione ecclesiastica pare che in tutti i luoghi nascano controversie, e che essi per tutto le perdono».

Nella LXXIV: «Trattano gli Spagnuoli di fortificar Cisterna, ch'è un luogo confine tra il ducato di Milano e il Piemonte, e quello che importa, è feudo del vescovato di Pavia, onde dispiacerà e al duca e al papa. Questo lo sopporterà, e quello non può resistere».

Nella LXXV: «Si è abboccato il duca di Savoja in Susa con monsignor Lesdiguières, e quel principe tratta continuamente con capitani di guerra. Che disegni egli possa avere, qua non è ancora penetrato, nè io posso pensar altro, salvo che voglia dare qualche gelosia a Spagna. È andata attorno una certa voce, che il suo primogenito voglia vestirsi cappuccino. Io non posso assicurare questo per vero: ma questo so ben certo, che sua altezza ha comandato alli Cappuccini, che nelli luoghi del suo dominio non tengano frati, se non sudditi suoi naturali. Ha ancora quel duca fatto spianare una rôcca nella terra di Vezza, feudo della chiesa d'Asti; nè per questo il pontefice fa quel tanto rumore, che s'avrebbe potuto credere. Li Spagnuoli hanno fatto quattro richieste al papa: una, che non si metta pensione in capo di Spagnuoli per Italiani; la seconda, che le cause anche in seconda instanza siano giudicate in Spagna; la terza, che il re abbia la nominazione di tutti i vescovati delli Stati suoi d'Italia; e la quarta, che, in luogo delle spoglie di Spagna, si statuisca un'intrata annuale ordinaria, e non si faccia più spoglie. Pareva che sopra le tre prime si fosse posto silenzio; nondimeno tornano in trattazione, e di Spagna si aspetta persona espressa, che viene per sollecitar l'espedizione, e di Roma mandarono in Spagna il padre Alagona gesuita, per mostrare che le dimande sono contra coscienza».

«L'altro giorno è stato carcerato per il Sant'Officio l'abbate di Bois francese dell'ordine de' Celestini per ordine della regina, per esser quest'uomo sedizioso, e che dopo la morte del re abbia predicato pubblicamente cose in pregiudicio della religione: e quello che gli ha cagionata questa risoluzione, è stato per avere sparlato alla gagliarda de' Gesuiti, e detto pubblicamente ogni male. E volendo il consiglio e la regina farlo carcerare, fu deliberato a non venir a simile risoluzione, dubitando di qualche sollevamento, avendo quest'uomo gran seguito, ma con intenzione di mandarlo a trattar certo negozio per servizio della regina a Fiorenza: ed in questa corte l'hanno benissimo trappolato, e sì bene, che la passerà male, non avendo alcun appoggio, e malissimo veduto dall'ambasciatore di Francia; e li Gesuiti faranno ancor loro quanto potranno acciocchè non abbia più modo di sparlar di loro: perchè tra le altre cose si affatica a più potere a dare da intender alli Francesi in Parigi, che detti Gesuiti avevano cagionata la morte del re; del che persuasi quelli popoli, un giorno avrebbono potuto fare qualche segnalato risentimento contra di loro. Io pronostico, che questo pover'uomo debba correr la fortuna di frà Fulgenzio cordeliere, e prego Dio che gli abbia misericordia».

Nella LXXVI: «Già diedi conto a vostra signoria della cattura dell'abbate di Bois successa in Roma. Debbo dirli di più cosa che allora non sapeva, che il pover'uomo, forse dubitando di quello che gli è avvenuto, non volse partir da Siena se non avesse prima un salvocondotto del pontefice; con quello se ne andò, e si credette esser sicuro; ma nè è il primo, nè sarà l'ultimo, che si fiderà di chi professa non esser obbligato a servar fede. La cattura si scusa dalla Corte con dire, che il salvocondotto pontificio non si cura dell'Inquisizione. Fu preso il dì 10, e il 24 fu impiccato pubblicamente in campo di Fiore; ma la mattina per tempo fu immediate levato dalla forca, e portato a sepellire, senza che si possa penètrare che cosa significhi questa mistura di pubblico e d'occulto. Certo è che l'ambasciadore del re ha parte in quella morte».

«Altro non abbiamo in Italia di nuovo se non che il Piemonte è pieno di soldati, ma però con certezza che in Italia non debba esser nissuna novità, e che tra tanto quel paese si rovina. In Torino è avvenuto un accidente considerabile. Il vescovato d'Asti ha alcune terre, delle quali più volte è stata controversia tra il duca e gli ecclesiastici, pretendendo questi che la sopranità sia del papa, e il duca come conte pretendendo che debbano esser riconosciute da lui. Finalmente in questi tempi essendosi fatta una fortificazione e reparazione, il nuncio del pontefice ha fulminato una scomunica contra il presidente Galleani; però l'ha pubblicata solamente in scritto. Li ministri del duca veduto questo, hanno fatto una dichiarazione di aver il decreto del nuncio come nullo ed ingiusto, comandando che senza averli risposto si proceda all'esazione: e sono passati anco a usar queste parole, che non solamente il tentativo intrapreso dal nuncio è nullo, ma ancora quando venisse dal papa medesimo. Si aspetterà di vedere dove terminerà questo principio assai considerabile, e che un giorno sarà fatto dalla repubblica per Ceneda, massime che molte turbolenze sono pei confini».

[238] Lettera LXIX dell'edizione Lemonnier, ma non mi sa di genuina.

[239] Ibid. Lettera CXXVIII.

L'edizione più completa ch'io conosco è «Opere di frà Paolo Sarpi servita teologo e consultore della serenissima repubblica di Venezia. In Helmstat, per Jacopo Mulleri 1765». Sono sei volumi in-4º cui se ne aggiungono due di supplemento, colla data vera di Verona, stamperia Moroni, con licenza de' superiori e privilegio, 1768.

Il sesto tomo comprende un'amplissima vita, poi le sue lettere latine e italiane.

Nelle lettere al Gillot lo loda immensamente de' suoi studj sul Concilio di Trento. Narra le cure che egli stesso prese onde radunar documenti su questo, ma che i Gesuiti con immensa attenzione tirano a sè gli atti che vi si riferiscono, levandoli di mano a chi li possiede, fin con minaccia dell'inferno. Lo esalta del difendere che fa le libertà gallicane; per lo che è dannato dai Gesuiti, le cui accuse colgono ogni uom dabbene e amator del giusto: dichiara d'aborrire più la superstizione che l'empietà; sempre ribatte l'eccessiva potenza degli ecclesiastici e del papa, che ormai non ha solo il primato, ma il tuttato; se in Italia alcuna libertà si tiene o si usurpa, è merito affatto della Francia, che insegnò a resistervi: ma gli scrittori nostrani non sono che compilatori (consarcinatores), che giudicano le opinioni dal numero, non dal peso. Loda smisuratamente il Barclay, ma se ne scosta in ciò, che egli crede che Chiesa e Stato siano due cose distinte, che devono sorreggersi e difendersi ciascuna coi mezzi proprj. «Arbitror ego Regnum et Ecclesiam duas republicas esse, constantes tamen ex iisdem hominibus; alteram prorsus cœlestem, alteram terrenam omnino; easque subesse propriis majestatibus, defendi armis et munitionibus propriis, nihil habere commune, neque unam alteri bellum ullo modo inferre posse. Cur enim arietari possent, in eodem loco non ambulantes?... Ambiguitas subest huic vocabulo Ecclesiastica Potestas: si enim ea intelligatur qua regnum Christi, regnum cœlorum administratur, ea nulli potestati subest, nulli imperat, ad aliam non potest arietari, præterquam ad satanicum, cum quo assidue illi bellum. Si vero qua disciplina clericorum regitur, ea non est potestas regni cœlorum; ea pars est reipublicæ» (pag. 9).

In una lettera latina del 12 maggio 1609 di frà Paolo al Lescasserio, leggiamo:

«Fulvio Sarcinario di Rieti uccise un suo concittadino nemico. I figli dell'ucciso, da Clemente VIII ottennero un breve ove dichiara che ad essi e a chichessia è lecito in buona coscienza e in qualunque luogo e per qualunque strada, sia giudiziale o comunque, procurar la morte dell'uccisore. Questo Breve fu divulgato con iscandalo di molti, e come avviene, vi s'aggiunse che gli uccisori avranno indulgenza plenaria; mentre nel Breve non è detto se non che questo può farsi in buona coscienza, e senza tema di irregolarità. Posso aver copia del Breve; è autentico in pubblico: ma non essendo del tenore che a costui fu riferito, soprassedo: se vorrai, tel manderò. Io non approvo che possa il pontefice, nella giurisdizione d'altro principe, fino ad autorizzare ad uccidere in buona coscienza: perocchè esso principe non potrebbe punir l'uccisore, il che vale quanto far il papa signore e principe supremo».

[240] Trajano Boccalini da Roma scriveva a frà Paolo che era tenuto in conto di Lutero o Calvino; e le sue opere v'erano cercate dagli zelanti per darle al fuoco, mentre gli altri ne faceano ricerca colla lanterna di Diogene. GREGORIO LETI, Bilancia politica, Lett. XVII.

Cum ille frater Paulus calvinianæ hæresi, quam cucculatus favebat, per eorum dissidiorum occasionem aditum aliquem quærens, nullum invenerit, aut senatus inducere ausus sit, insidiosissimus licet, ad infringendam sedis apostolicæ majestatem. Bossuet, Defensio declar. cleri gallicani. T. I, p. 2, lib. 8, c. 12. E nella Histoire des variations: «Sous un froc il cachait un cœur calviniste, et il travaillait sourdement à décréditer la messe, qu'il disait tous les jours».

Il Courayer dice che, come Erasmo, era catholique en gros et protestant en détail.

Calorosissimo sostenitore dell'autorità temporale de' papi fu ai dì nostri l'abate Gioberti. Sul bel principio del suo Primato stabilisce che la debolezza degli spiriti italici viene dall'aver separato la nazionalità dal principio religioso: errore già balenato nel medioevo, più applicato al risorgimento, e nei tentativi sconsigliati e spesso colpevoli di Crescenzio, Arnaldo, Cola Rienzi, Porcari, Baroncelli, come nell'eroico sogno di Dante, e nella folla di scrittori che tanto nocquero allo spirito patrio, fra' quali Machiavello e Sarpi son principali. Questi due scrittori, entrambi uffiziali civili di una repubblica, in ciò consentono che reputano il papa per un fuordopera della civiltà italiana, anzi per un impedimento, per non dir un flagello: ma in ciò si dividono, che l'uno aspira a ricomporre una Italia unita, forte e nazionale, ma animata dagli spiriti gentili, e fondata principalmente sul ferro, come ai tempi di Cammillo e di Scipione: l'altro (per quanto si può conghietturare il suo pensiero) par voglia una Italia cristiana, ma protestante, divulsa e al più confederata, come la Svizzera e l'Olanda, non informata da un principio unico, e signoreggiante le ambizioni parziali. Il primo ammira un modello antico e grande, ma pagano; il secondo vagheggia un esemplare coetaneo, ma acattolico e forestiero (p. 30). La Providenza suscitò contro i Ghibellini la sètta dei Guelfi, (p. 34). L'idea guelfa è in sè stessa giusta e santa, e io la tengo come la sola soluzione ragionevole dell'intricato problema agitato tante volte intorno all'essere nazionale degli Italiani. Essa è... praticamente la sola che si possa effettuare senza colpa e senza delirio (p. 35). E vedasi il seguito di tutta quell'opera, che, eliminandone la retorica, sarebbe utile a difondere.

[241] Abbiamo Frà Paolo Sarpi giustificato, dissertazioni epistolari di GIUSTO NAVE. Colonia 1752, che credonsi del veneziano Giuseppe Bergantini, e stampate a Lucca; come pure Justification de frà Paolo Sarpi, ou lettres d'un prêtre italien à un magistrat français, etc. Parigi 1811, che sono del genovese Eustachio Degola, in senso giansenistico.

Del genio di frà Paolo Sarpi in ogni facoltà scientifica e nelle dottrine ortodosse tendenti alla difesa dell'originario diritto de' sovrani ne' loro rispettivi dominj ad intento che colle leggi dell'ordine vi rifiorisca la pubblica prosperità. Venezia 1785, due volumi s. n. d. ma è di Francesco Grisellini, e fu dilapidato dal Bianchi Giovini. L'autore dicea avere Bouschet raccolte le opere tutte di frà Paolo a Losanna, poi a Venezia, donde tre traduzioni francesi, ad Amsterdam, Londra, Ulma, e da Lebretin in tedesco. Costui è un ciarlatano: finge che un incendio gli abbia guaste molte carte: in fatto adulava ai papofobi del secolo passato, e fu premiato e impiegato a Milano. Agatopisto Cromaziano lo confutò nel lavoro Della Malignità storica.

Fu poi stampata a Lugano una vita del Sarpi, che fu de' primi esercizj a cui si provò uno che dovea riuscire fra' più ribaldi pubblicisti dell'età e del paese nostro. Credo di costui mano anche la vita premessa all'edizione delle Scelte lettere inedite del Sarpi (Capolago 1847), repugnante al buonsenso e alla creanza, e tutta ingiurie da taverna contro Roma e i preti in generale. Quattro sole pagine (dalla 108 alla 112) di queste Lettere inedite contengono contro i Gesuiti più infamie e stolidezze che non sapesse diluirne il Gioberti in cinque grossi volumi. Perocchè, come se parlasse alla gente più ignorante del globo, quel brutale editore assicura essere «dottrina insegnata concordemente dai Gesuiti, approvata dai loro teologi e generali, che è lecito l'assassinar l'accusatore e il giudice, lecito il furto, il giuramento falso, la simonia; che l'onania, il procurato aborto, la bestemmia, la ribellione contro il principe, il contrabbando, l'omicidio, il suicidio, il parricidio, il regicidio, e mille altre abominazioni sono o giustificate o dichiarate lecite, od anche in certi casi obbligatorie; i precetti di Dio e della Chiesa non obbligano alcuno, la rivelazione, i profeti, i vangeli si possono credere e non credere; anzi son cose credibili sì ma non evidentemente vere...» Di mezzo alle quali gli sfugge la confessione che non conveniva abbattere la dominazione della Chiesa: «È vero che la politica romana si mostrava oscillante e malferma; pure era necessaria al contrappeso politico della penisola, contribuiva a conservare l'agonizzante indipendenza dei governi nazionali d'Italia. Lo Stato pontifizio era un governo nazionale, buono o cattivo che fosse, ma per quei tempi più buono che cattivo, e sotto cui i popoli viveano men peggio che altrove, massime che sotto il dominio de' forestieri; nè si sarebbe potuto abbatterlo senza far sorgere gravi disordini».

Del Sarpi è annunziata una nuova vita, scritta da una signora inglese dopo che ebbe spogliato gli Archivj di Venezia. Contro le opinioni del Sarpi dicesi facesse una protesta l'Ordine dei Serviti ai quali apparteneva: certo molti di essi tolsero a confutarle. Principale fra essi fu Lelio Baglioni De potestate atque immunitate ecclesiastica; per la qual opera gli fu da Paolo V data la commissione di confutare il De Dominis, il che non potè fare per morte. Esso Baglioni mosse ogni pietra per far tornare frà Paolo alla verità, e alfine, come generale, lo citò a Roma, senza frutto. È pur notabile la Difesa delle censure pubblicate da n. s. Paolo V nella causa delli signori Veneziani, fatta da alcuni teologi serviti in risposta alle considerazioni di frà Paolo e al trattato dell'interdetto (Perugia 1707).

Il Sarpi aveva avuta molta mano nel compilare le costituzioni de' Serviti, e suo fu il capo de judiciis, molto lodato. Il rigore di cui lo imputammo era forse reso necessario dal disordine in cui era caduto quell'Ordine, prima che con vigorosa mano lo riformasse il generale Jacobo Tavanti.

[242] È la definizione del Bellarmino, De romano pontifice, I, 3, e vedi la nota 40 al nostro Discorso XXX.

[243] De Republica Ecclesiastica, L. I, c. 8, n. 13: e c. 12 n. 42: Lib. II, c. 1, n. 9.

[244] Per la bizzarria del titolo menzioneremo Daniel Lohetus, Sorex primus, oras chartarum primi libri de Republica Ecclesiastica archiepiscopi spalatensis corrodens, Leonardus Marius coloniensis in muscipula captus.

[245] M. A. De Dominis arch. spalatensis, sui reditus ex Anglia consilium exponit. Fu poi stampata dal padre Zaccaria nella raccolta delle ritrattazioni col titolo THEOTIMI EUPISTINI, De doctis catholicis viris qui cl. Justino Febronio in scriptis suis retractandis ab anno 1580 laudabili exemplo præiverunt. Roma 1791.

[246] È anche indicata col titolo Papatus romanus, liber de origine, progressu atque extinctione ipsius.

Il processo del De Dominis è riferito dal Limbroch nella Storia dell'Inquisizione.

Col De Dominis era fuggito in Inghilterra un Benedettino, che vi si fece protestante. Tornato con lui, si rimise cattolico, e faceagli da mastro di casa. Invaghitosi d'una vicina, ne uccise il marito, e fe sposar la druda a un servo del De Dominis. Ma quando il denaro gli venne meno, cominciò a uccidere e rubare. Stava allora in Roma il padre Bzovio domenicano polacco, che scrivea la continuazione del Baronio; colui entrò a forza nella camera di questo, e ucciso il servo, rubò quanto potè. Alfine scoperto, fu impiccato. NICIUS ERYTRAEUS, Pinacoth, I, p. 200.

Del De Dominis si occupa spesso il carteggio del 1617 fra il cardinale Guido Bentivoglio e il cardinale Scipione Borghese, insistendo principalmente sul trovarsi quello mal provigionato dall'Inghilterra e perciò scontento. La lettera del Bentivoglio da Parigi, 11 aprile 1617, dice: «L'arcivescovo di Spalatro si trattiene tuttavia in casa dell'arcivescovo di Cantuaria (Cantorbery), dove gli viene proveduto quanto bisogna: ma di provisione di denari non s'intende che sinora egli abbia più di novecento scudi. Egli sollecita l'impressione della sua opera. Il suo senso però in materia di religione non piace del tutto, perchè non è del tutto conforme al senso anglicano» La nunziatura di Francia del cardinale Guido Bentivoglio ecc. Firenze 1863.

E al 25 aprile: «In Inghilterra corre voce che il detto arcivescovo sia uomo molto carnale, e che spezialmente abbia avuto a fare con una sua propria nipote: del che mi ha detto il conte di Scarnafigi, che la regina parlò a lui medesimo».

E al 9 maggio: «L'arcivescovo di Spalatro va stampando la sua opera, ed è già finito di stampare il primo libro. Il re ha deputato uno dei più eminenti fra loro in dottrina a rivedere di mano in mano quello che si va mettendo alle stampe. Egli si trattiene tuttavia in casa dell'arcivescovo di Cantorbery, e vien custodito affinchè non sia ammazzato, come egli mostra di temere. Il re gli ha conferito ultimamente il decanato di Windsor, che vale tremila scudi».

Al 27 maggio il Borghese gli scriveva da Roma: «D'Inghilterra s'intende che quel De Dominis vada stampando quell'empia sua opera, e che saranno tre libri. L'imperatore ha già dato ordine in Germania che non corrano e siano proibiti, e l'istesso si spera che farà sua maestà cristianissima».

Al 27 settembre: «In Inghilterra si mira a far che la sua opera sia piuttosto di scismatico che di eretico, per la maggior speranza che si ha di facilitare qui fra cattolici e altrove lo scisma, piuttostochè l'eresia aperta».

Il 25 ottobre 1617 narra le premure da lui fatte col cancelliere e il guardasigilli perchè i libri De Republica Ecclesiastica non fossero posti in vendita. Il guardasigilli propose che la Sorbona facesse una censura dell'opera per venire a un'espressa proibizione, «sebben qui la libertà è tanto grande, e sì grande l'ardire degli Ugonotti, che non si può sperare quel frutto che si dovrebbe da così fatte diligenze».

Il 22 novembre il cardinale Borghese lo avvisa che, «sebbene il libro è pessimo e tutto pieno d'eresie gravissime e di odio e veleno contro la santa sede... ciò non ostante, per la gravità e importanza del negozio, il quale sarà facilmente fomentato dal re d'Inghilterra e da' suoi ministri, sua santità gli raccomanda stia vigilantissimo e procuri di scoprire e sapere tutto quello che s'anderà facendo».

Il 5 dicembre il Bentivoglio annunziava che la Sorbona s'è risoluta di fare una severa censura d'esso libro.

L'8 dicembre il cardinale Borghese da Roma fa noto essersi proibita «l'opera De Republica Ecclesiastica, che il già arcivescovo di Spalatro promise di dare in luce in un suo libretto che stampò con l'occasione della sua andata in Inghilterra: poichè si vide chiaramente dal contenuto dell'istesso libretto, che la suddetta opera era tutta piena d'eresie, e di odio e veleno contro questa santa sede. E ora, essendo usciti in luce i primi quattro libri, s'è trovato che sono pessimi, e s'è già dato ordine di rinnovare la proibizione».

Il 17 gennajo 1618, il Bentivoglio da Parigi annunzia la censura fattane dalla facoltà teologica di Parigi; e come questa fosse criticata per aver censurato solo alcune proposizioni, e non tant'altre che più lo meritavano; ma la Sorbona non avea voluto toccare i punti concernenti la potestà temporale, per evitare cozzi col parlamento. Al 31 poi manda una predica italiana fatta dal De Dominis nella cappella delli Mercieri in Londra, stampato in-16º, ch'è una rarità bibliografica, e che attesta quanto poco valesse quell'apostata, e come ci fosse una chiesa italiana acattolica in Londra. Il 20 giugno annunziava un nuovo libro italiano di esso, che dev'essere Gli scogli del cristiano naufragio.

Al 18 luglio informa che M. De l'Aubépine, vescovo d'Orleans, piglia l'impresa di confutare il De Dominis, «e benchè qui non si usi molto a scrivere in latino, egli potrà essere ajutato facilmente». Non so se l'Aubépine abbia fatto questa particolar confutazione: bensì scrisse opere di gran pregio, e nominatamente sull'antica disciplina della Chiesa.

[247] Nella prefazione è detto: «Tutta la fermezza della fede cattolica sta nei Gesuiti: e però non v'è cosa più efficace onde scassinarla che scassinare il loro credito. Rovinando questi si rovina Roma; e se Roma si perde, la religione si riformerà da se stessa, cioè diventerà protestante». Amsterdam 1751.

[248] Bolla Benedictus Deus, 7 kal. febbr. 1563.

[249] Monsignor Jacobo Altoviti patriarca d'Antiochia, stato più di sette anni nunzio apostolico in Venezia, lasciò manuscritte varie relazioni su quel paese, ove tra altre cose dice che, sul Sant'Uffizio, è «inesplicabile l'ombra che prende questa Repubblica, e indicibili essere i sospetti che ciascuno della medesima concepisce, che noi a Roma vogliamo, per questo verso del Sant'Uffizio, entrare nel loro governo... Chi sta sull'essere tenuto buon repubblicista, studia il capitolare di frà Paolo per bene istruirsi» (pag. 275). Soggiunge poi, che il senato rispettava il corso de' tribunali del Sant'Uffizio, quando fosse stato informato dall'ambasciatore di Roma, che, per assicurazioni dirette del papa, le cause in essi trattate appartenessero veramente alla disciplina religiosa (pag. 276). I missionarj allevati nel collegio di Propaganda fide soleano capitare a Venezia, per quindi imbarcarsi alle loro missioni. «Suggerii, dice, alla Sagra Congregazione di fare nella nunziatura, come fummi promesso, quattro stanze, affinchè, capitando a Venezia questi missionarj, in pubblici alberghi non vi smarrissero quella buona educazione che avevano appresa nel collegio di Propaganda fide, come per lo più accadeva; e vi si davano a siffatti divertimenti, che non trovavano poi la strada di andarsene alle loro missioni» (pag. 281).

[250] Lettera CIC dell'edizione di Firenze.

[251] Secondo i documenti prodotti testè da Rawdon Brown nel Venitian Calendar, sir Enrico Wolto, ambasciatore inglese, narrava al doge Donato che il feritore di frà Paolo fu uno scozzese, che frequentava l'ambasciata d'Inghilterra, e passava col nome di Giovanni Fiorentino figlio di Paolo.

[252] Lettera 2 marzo 1658 a Gian Luca Durazzo. «Chi legge la storia esattissima del Pallavicino, attonito della libertà dei Padri, saria talor tentato di appellarla licenza; ma è tale la saldezza di forza organica, che la Chiesa mai non teme rimostranze». TAPPARELLI, Saggio teoretico di diritto naturale, n. CXXVII. E il De Maistre diceva che ai papi non si deve se non la verità.

[253] Vita di Alessandro VII.

[254] QUINET, Les révolutions d'Italie.

DISCORSO XLVII.

I GRIGIONI. LA VALTELLINA. SACRO MACELLO.

Nella parte orientale della Svizzera i Grigioni abitano il pendio settentrionale delle Alpi Leponzie e Retiche, dalle sorgenti dell'Hinterrheim fino all'Ortlerspitz che divide l'Italia dal Tirolo. Suppongonsi discendenti dagli Etruschi, che, incalzati dai Galli, in quelle romantiche valli rifuggissero secento anni avanti Cristo, sotto la condotta di Reto, donde il nome di Rezia. Ad essi mescolaronsi Romani che eranvi posti in colonie militari per custodire quei passi verso l'Alemagna, o che vi si ricoverarono allo sfasciarsi dell'Impero, e vi lasciarono dialetti somigliantissimi al latino. Tali sono il romancio e il ladino; curiosità filologiche, che coll'idioma italico hanno identiche le radici e le forme grammaticali, miste con tedesco, o forse con celtico e con osco raseno, come di preferenza sosterrebbe il Conradi.

Traggasene dunque l'origine dagli Etruschi o dai Romani, stanno in gran parentela con noi italiani, tuttochè le loro sorti corressero diverse dalle nostre dopo caduto l'Impero romano.

Come gli altri paesi elvetici, questi devono la civiltà a' monaci, che in quelle solitudini cercando pace, vi piantarono romitorj e conventi, i quali divennero nuclei di mercati, di villaggi, di città. Vi serbò preminenza Coira, il cui nome (Curia) indica come originasse da un tribunale romano ivi collocato. Il primo vescovo ne fu istituito da sant'Ambrogio, onde è il più antico della Svizzera, com'era dei più ricchi.

Quando san Colombano, venuto dall'Irlanda, a Bobbio fra gli Appennini fondava un monastero, divenuto poi famosissimo e subito operoso contro all'eresia ariana, alla rilassatezza de' monaci italiani e agli ultimi aneliti dell'idolatria, Sigeberto suo compagno varcò quel monte che fu poi detto San Gotardo: arrivato alle sorgenti del Reno, si fabbrica un capannone fra quegli alpigiani ancora idolatri; col segno della croce arresta l'ascia che un di costoro dirigeagli al capo; converte Placido, signore di Truns, il quale, resosi frate, dota co' suoi beni il monastero di Dissentis, piantato sul piovente settentrionale della val Calanca, allo schermo di selve inviolate. Quivi i Benedettini fiorirono, e crebbero di dominj, tra cui contavano anche la val Orsera, e il loro abate fu principe del sacro romano impero, e capo della lega Grigia. Coltivarono anche gli studj umani, e raccolsero libri e manuscritti, che andarono dispersi quando i Francesi incendiarono la badia nel 1799.

Gli abitanti, non infiacchiti dalla civiltà e difesi dalla povertà, viventi in capanne sospese alle nude roccie, poc'a poco si sottrassero alle prepotenze de' signorotti, che di castelli coronavano le vette, donde come l'aquila piombavano alla preda: e sostenuti dal clero, costituironsi in governo libero, ove ciascun Comune restava sovrano, uniti però in tre leghe; la Caddea (Ca-de-Dio), la Grigia, le Dieci Dritture; che confederaronsi poi per la difesa comune nel 1471, sotto il nome di Grigioni.

Le leghe son eguali fra loro: e portano un solo voto ciascuna, benchè una sia molto più estesa di territorio e conti maggior numero di Comuni. L'annua Dieta si avvicenda fra Coira, Ilanz e Davos. Nei casi di Stato e nei pericoli della repubblica, i Comuni spiegano i loro stendardi, e in qualche luogo piantano lo Straffgericht, tribunale straordinario, che giudica colle forme eccezionali e spicciative, che sogliono imporre i terrori plebei.

Appartiene alla lega Caddea l'Engaddina (En-co-de-Inn), valle dell'Inn, una delle più belle della Svizzera, lunga diciannove ore, dove un novemila abitanti, divisi in piccoli villaggi, vedono a rigidi e lunghi inverni succedere estati deliziose. È parallela alla Valtellina, verso la quale apre varj passi difficili, e principali quello della val di Poschiavo che riesce a Tirano, e quello della val Bregaglia che sbocca a Chiavenna.

I Grigioni, operosi e in povero paese, sciamavano a prestare servigi nelle città d'Italia e di Germania, e a farsi soldati di forestieri: nel secolo XVI armavano da cinquantamila uomini, di cui diecimila metteano a soldo di Francia, cinquemila di Venezia, guadagnando di bei denari, e purgandosi così (dice il Lavizzari) la repubblica di que' torbidi umori che la potrebbero sconvolgere. Coira era il punto di riunione di quelli che anche dal resto della Svizzera e dalla Germania scendeano a militare in Italia; onde facilmente vi si sparse la Riforma, derivata non si sa bene se da Lutero o da Zuinglio. Giovanni Comander, arciprete di quella cattedrale, Enrico Spreiter, Giovanni Blasius, Andrea Fabritz, Filippo Gallizio Salatz[255] ne furono i primi apostoli, e ben presto la ampliarono nelle Dieci Dritture; pochissimo nella Lega Grigia; nella Lega Caddea prosperò attorno a Coira, indi nell'Engaddina, principalmente per opera d'Italiani.

I Riformati si valsero della lingua romancia, che allora acquistò vita e fiore: Travers in essa tradusse il catechismo di Comander, primo libro romancio che si stampasse a Poschiavo nel 1552; il Gallizio voltò nel dialetto della Bassa Engaddina il Pater, il Credo, il decalogo; Benvenuto Campell, molti capitoli della Genesi dall'ebraico, il simbolo di sant'Atanasio, e salmi e canzoni da chiesa e un catechismo proprio; Biveron tradusse il Nuovo Testamento nel 1560.

Ai Riformati si mescolarono Antitrinitarj; Tommaso Münzer, che a Zurigo predicava nel 1522 il ribattezzamento, vi lanciò le dottrine anabattiste: ma avendo esse in Germania eccitato la guerra de' paesani contro i possidenti, qui furono repressi col tribunale straordinario. Poi alla dieta di Ilantz del 1526 fu stabilito fosse libero professare la religione cattolica o l'evangelica; i ministri non insegnassero se non ciò ch'è contenuto nella Bibbia: ciascuna parrocchia scegliesse i proprj pastori; non si ricevessero frati nuovi nei monasteri, nè si mandasse denaro a Roma per annate o dispense o qualsiasi titolo. Questo rimase sempre lo statuto religioso dei Grigioni; i Riformati non ebbero vescovi, ma concistorj, sotto al sinodo nazionale che s'accoglieva ogni mese di giugno.

Il vescovo di Coira, ch'era come il principe del paese, rimase cattolico in una città di religione riformata, talmente che nel suo castello, cioè nella parte elevata della città, dov'egli esercitava la giurisdizione, verun cattolico si trovava, eccetto il suo clero; e i beni che aveva copiosissimi perdè, a tal punto che Enrico II di Francia per mantenimento gli assegnò un'abbazia in Picardia. Da lui dipendeva il clero cattolico, diviso in quattro capitoli.

Paolo Ziegler vescovo, irato per quegli statuti che il privavano d'ogni potere esterno, si ritira a Firstenburg, e maneggia la rinunzia a favore del cardinal De Medici che fu poi Pio IV. N'era mediatore l'abate di San Lucio Teodoro Schlegel suo vicario, caldo campione de' Cattolici alla dieta d'Ilanz: scoperta l'intelligenza, egli fu dato al carnefice nel 1529.

Queste persecuzioni nascevano da basse passioni, anzichè da fervor religioso; avvegnachè del 15 marzo 1530 abbiamo lettera di Valentino Tschudi, che scrive a Zuinglio: «Vedo insinuarsi la trascuranza di Dio, lo sprezzo dei magistrati, la violazione de' giudizj, la vita licenziosa; esacerbati gli animi da rancori, l'equità vien meno, s'estingue la carità, e mentre ognuno cerca soddisfare alla volontà propria, purchè s'innalzi quel ch'egli desidera non bada a qual danno si corre. Popolo così accannitamente diviso, che altro deve aspettare se non desolazione?»

E Giacomo Bedroto a Giovanni Gast: «Il mondo si riempie con paradossi, asserzioni, incriminazioni, recriminazioni, apologie, antapologie; sotto pretesto di cercare o di asserir la verità, niuna cosa va naufraga peggio di questa»[256].

È parallela all'Engaddina, lo dicemmo, la Valtellina, valle italiana solcata dal fiume Adda, che, nascendo dal monte Braulio, ergentesi verso il Tirolo, scorre per ottanta miglia da levante a ponente fin al lago di Como, fra due schiere di monti che la separano dal Veneto a mezzodì, a settentrione da' Grigioni. Sondrio n'è il luogo principale, poi Morbegno e Tirano, capi di tre terzieri. All'estremità nord-est formava contado distinto il territorio di Bormio; presso al lago di Como diramasi l'altro contado di Chiavenna, antichissimo passo del commercio colla Germania, che dalla val del Liro o di San Giacomo varca lo Spluga, dalla val della Mera la Malogia o il Septimer, per raggiungere il paese de' Grigioni.

La comodità e l'utile dei passi facea da questi desiderare di acquistare la Valtellina; più volte il tentarono, e finalmente, con que' pretesti che son buoni quando sostenuti dalle armi, la occuparono nel 1521, sottraendola al ducato di Milano. Nella pace di Jante l'avean essi ricevuta come alleata, ma presto l'ebber ridotta serva, non partecipe ai diritti della sovranità: le Leghe mandavanle magistrati, che all'incanto compravano dai comizj i posti di governator della valle o di podestà de' terzieri e delle contee, poi o subappaltavano questo loro uffizio a qualche nativo, oppure industriavansi a cavarne profitto col rivendere la giustizia in paese, di cui non aveano nè conoscenza nè amore.

Appena si sparsero le nuove opinioni in Italia, a chi per queste era perseguitato sembrarono comodo rifugio la Valtellina e le terre confinanti della Rezia, interamente o a metà italiane. Già il 12 aprile 1529 il Comander scrive al Vadiano che un profugo d'Italia s'era ricoverato in Valtellina, e non credendovisi sicuro, passò nella Pregalia, poi in un Comune dell'Engaddina, dove sin allora non si era diffuso il vangelo. Non è detto chi fosse, ma supponiamo Bartolomeo Maturo di Cremona, da altri indicato come il primo che evangelizzasse l'Engaddina. Costui, stomacato principalmente dai miracoli che vedeva attribuirsi da' suoi frati a non so qual Madonna, fuggì, e fermatosi a Vicosoprano nell'Engaddina, vi mutò il culto, e vi si trattenne fino al 47. Ma volendo la libertà del credere, ai simboli nuovi preferiva le personali opinioni; e non molto erudito, pare bevesse le credenze di Camillo Renato che facea da maestro privato in Valtellina, e pendeva agli Antitrinitarj. Dietro al Maturo[257] vennero Agostino Mainardi, l'Ochino, Pietro Martire, Francesco Calabrese, Gerolamo da Milano, più tardi il Curione e lo Stancario. Bevers fu riformato da Pietro Parisotto.

Giulio da Milano, sfuggito dalle prigioni di Venezia, fu pregato di stabilirsi a Poschiavo, donde scorreva predicando i vicini paesi dell'Engaddina non solo, ma della Valtellina, massime Tirano e Teglio[258]: vi durò ben trent'anni, finchè morì vecchissimo nel 1571, e alla sua morte quei di Brusio si tolsero un pastore loro proprio; e così i riformati di Tirano. A Poschiavo gli succedette Cesare Gaffori piacentino, ch'era stato guardiano dei Francescani.

Nella Pregalia la riforma era favorita dalla famiglia Prevosti: e predicata dal Vergerio, vescovo apostata su cui versa il nostro Discorso XXVII, scribacchiatore d'opuscoli, ove mai non si eleva alle idee che allora dividevano il mondo delle intelligenze, ma solo sfoga i rancori suoi colla cinica violenza d'un linguaggio triviale[259]. Per opera di lui, nell'aprile 1551, tutte le immagini vennero abbattute in San Gaudenzio di Casaccia, e disperse le ossa del santo patrono. Dopo di esso furonvi pastori Leonardo eremitano, Guido Tognetta, Bartolomeo Silvio, Domenico Genovese, Giovan Battista da Vicenza, Tommaso Casella, Giovanni Planta di Samaden, Giovanni di Lonigo, Simone di Valle, Lucio Planta di Samaden, Nicola carmelitano, Nicola eremitano: nel 1598 vi predicava Giovanni Antonio Cortese da Brescia che col fratello Giovan Francesco avea riformato Solio.

A Solio duravano cattolici potenti, pure il 1553 furono abbattute le immagini, e vi ministrò Lattanzio da Bergamo, poi messer Antonio Florio, indi Giovanni Marzio di Siena. A Castasegna Gerolamo Ferlito siciliano, poi Agostino da Venezia, Giovan Battista da Vicenza che vi morì, Antonio da Macerata, Giovanni La Marra e Giovanni Planta di Samaden. A Bondio, Gerolamo Torriano di Cremona, Antonio Bottafogo, Giovanni Beccaria di Locarno, Armenio napolitano, Natale da Vicenza che vi morì, Giovanni La Marra, Giovan Battista carmelita.

Questi nomi, di cui molti abbiamo già incontrati nei discorsi precedenti, bastano a chiarire che principalmente a italiani è dovuto l'aver susseminato il mal seme nell'Engaddina e nella Pregalia: e più adopraronsi, ma con minore frutto nella Valtellina. Sgomentato dai pericoli di questa, già il vescovo di Como v'avea mandato inquisitore un tale Scrofeo; ma avviluppato negli affari politici di Francia, badò a questa, più che a salvar le credenze. A Chiavenna sopratutto le truppe grigioni, acquartierate durante la guerra mossa dal Medeghino castellano di Musso, diffondeano gli errori proprj o almeno il disprezzo delle cose sante, ed erano favoriti da Ercole Salis, colonnello elvetico, e da Paolo Pestalozza suo parente. Nè pochi aveva adescati la novità, fra cui Paolo Masseranzi, il capitano Malacrida e un Alfiere. Li contrariava il clero cattolico, e sovratutto Cesare de Berli parroco di Samòlaco, appoggiato anche dall'essersi sparso che la Madonna apparisse a una fanciulla, predicendole disastri per Chiavenna se non se ne estirpasse la zizania luterana. Proruppe allora lo sdegno contro gli eretici, si ordinarono digiuni e processioni, raddoppiaronsi i voti che quelli repudiavano: ma presto si scoperse l'apparizione essere impostura d'uno, che perciò fu decapitato ed arso nel 1531.

Se stiamo alle memorie d'acattolici, anche altri preti e frati vennero condannati per colpe sudicie; come a vicenda gli acattolici erano imputati d'incendj alle chiese e d'altre colpe. Non si costuma così da tutti i partiti e in tutti i tempi?

Chiavenna e tutta la Valtellina erano di comodissimo rifugio a quei che fuggivano d'Italia, sì per la vicinanza, sì perchè continuavano a godervi il clima e la lingua della patria, insieme colla libertà di culto. Camillo Renato siciliano, al novembre 1542 scriveva da Tirano al Bullinger ringraziandolo delle premure che si prendeva per quelli che fuoruscivano d'Italia; perseverasse, in modo che quanti di là migravano per amor del Vangelo scorgessero un porto sicuro fra gli Svizzeri e i Tedeschi: e interpone gli uffizj di Celio Curione, per riceverne lettere.

Nel 1546 già una chiesa erasi formata a Caspàno, terra della bassa Valtellina che diceasi la cuna di quella nobiltà; e la favorivano Bartolomeo Parravicini e suo fratello Rafaele, uom dotto e pio, di famiglia numerosa. Ma ecco una mattina si trovò spezzato un crocifisso; onde i Cattolici a levar rumore contro una religione che neppur Cristo risparmiava; non voler più soffrire che gli eretici compissero i loro riti nella chiesa comune; il pretore dovette far arrestare il ministro, che alla tortura confessatosi complice e consigliere del fatto, ebbe una multa e bando perpetuo dalle tre leghe. Giunto però a Chiavenna, egli protestò contro la violenza usatagli, asserendosi innocente, e citò a Coira il pretore, ignoriamo con qual esito. Dissero poi che il fatto non fosse altro che monelleria d'un figliuolo di Rodolfo Parravicini tredicenne, il quale confessossene reo. Bei sotterfugi, che rivedemmo all'età nostra.

Il De Porta stampò un lungo consulto di ministri evangelici al comizio di Ilantz sopra quanto tornerebbe spediente per costringere all'obbedienza religiosa i Valtellinesi, Chiavennaschi e Bormini, e per isvellerne le tante «superstizioni ed empj errori»: e decidevano mandarvi predicanti, sbandirne i frati, e massime i Cappuccini, e le confraternite di disciplini; impedire ogni ingerenza del vescovo di Como, e porre un maestro di scuola riformato per ciascun terziere.

Nel 1544 alla Dieta di Davos Ercole Salis avea fatto decretare che ogni abitante di Chiavenna e della Valtellina e de' contorni, che giungesse alla cognizione evangelica, avesse diritto di tenere insegnamento pubblico e privato; chi per causa di religione fuggisse dalla patria, in qualunque luogo delle Leghe trovasse sicurezza e libero esercizio del culto.

Quanto i Salis favorivano i novatori, tanto li contrariavano i Planta, loro emuli politici; e il prevaler dell'una o dell'altra famiglia variava i provvedimenti. Così nel 1551 Antonio Planta governatore della Valtellina escluse i predicanti, sicchè Ulisse Martinengo scriveva al Bullinger, l'ultimo agosto di quell'anno: «Qui si disputa, e poichè la legge esclude i banditi per delitto o gli omicidi, vogliono cacciati noi pure come banditi; forse non potrò restare nelle Tre Leghe, talmente il diavolo imperversa contro di me». Ma ai 18 aprile 1557, il Bullinger da Samaden a Federico Salis: «Nella Valtellina, nei contadi di Chiavenna e di Bormio molta fatica si durò, pure vinse la verità, poichè furono espulsi i monaci forestieri, e assegnati tempj agli Evangelici, dove col decoro conveniente predicar il Vangelo.

«In alcun luogo, come a Sondrio sul monte di Rogoledo, fu ordinato che, ove molti aderiscono al Vangelo, si erga una chiesa dalle fondamenta, se non abbiasi altrove dove congregarsi. Scoperto che alcuni, con denari forestieri e favori, procuravano contrariar il Vangelo, li multammo, e togliemmo giù da ogni voglia di nuocere. In somma, io ed i miei colleghi adopriamo attenti per agevolar la via al Vangelo».

A ciò industriavansi moltissimo il Vergerio con prediche, lettere, opuscoli; ed Agostino Mainardi piemontese. Questi fece un Trattato dell'unica perfetta soddisfazione di Cristo, nel qual si dichiara, e manifestamente per la parola di Dio si pruova che sol Cristo ha soddisfatto per gli peccati del mondo, nè quanto a Dio c'è altra soddisfazione che la sua o sia per la colpa o sia per la pena (1551, 18 pagine in-8º), dove si lamenta che «oggidì alcuni, che fanno professione di predicar Cristo, sotto pretesto di tal nome scorrono in orribili bestemmie, pubblicamente ed in pulpito innanzi agli popoli predicando apertamente, e come dir si suole a piena bocca, e per essere meglio intesi spesso replicando il medesimo, dicono che alla salute nostra non basta la soddisfazione, la quale ha fatta Cristo per noi, ma è necessario di altra soddisfazione per gli peccati nostri che quella di Cristo».

Egli passava pel campione di questa dottrina, e l'Ochino essendo imputato d'averne sostenuta una diversa e diffusala in Valtellina, affrettavasi a dichiarar la sua fede ad esso Mainardi[260]. Il qual Mainardi credesi pure autore dell'opuscolo dell'Anatomia della messa, che comparve prima in italiano come lavoro di Antonio Adamo, e per esortazione del marchese di Vico fu tradotto in francese e a lui dedicato, indi in latino nel 1561 con tanti errori tipografici, che l'editore attribuisce a Satana l'avervene fatti scorrere più del centuplo di quei che sogliano (BAYLE).

I rifuggiti d'Italia cercavano, come abbiam troppo ripetuto, piuttosto libertà di credenze personali che professar le nuove; frati e preti apostati i più, mossi da odio contro di Roma e de' loro superiori, e desiderosi di sfrenarsi, riuscivano spesso irrequieti e accattabrighe, in modo che moltiplicavansi dissensi religiosi, e formossi una mistura incondita d'elementi biblici tedeschi, e di razionali italiani. Primi ad apostolare dottrine ariane e antitrinitarie furono frà Francesco di Calabria parroco di Vettis e frà Girolamo da Milano parroco di Livigno. E dicevano, il dogma della trinità quale si insegna implicare contraddizione e assurdo: dell'immortalità dell'anima dubitavano, nè che essa continui attiva dopo morte, o rimanga sopita fin al giorno del giudizio, quando sarebbero dannati da Dio coloro che colla negligenza e la disobbedienza l'avessero demeritato; riguardo alla redenzione diceano che noi fummo salvati non tanto per la morte di Cristo, quanto per grazia del Padre; la giustizia di Cristo non può imputarsi ad alcuno, ma ciascuno sarà giudicato al tribunal divino secondo le opere proprie: nessuno esser corrotto dal peccato in modo, che non gli rimanga libero arbitrio al vero bene; la concupiscenza non doversi noverar fra i peccati; i sacramenti esser solo esternazioni della professione cristiana e segni commemorativi della morte di Cristo; il battesimo non doversi conferire a bambini, ma nell'età della discrezione. Formulare però il costoro simbolo sarebbe difficile, perocchè ora da essi, ora da altri usciva ogni tratto qualcosa di nuovo; chi pretendea si conservasse l'Ave Maria, chi nell'eucaristia non volea si pronunziasse Hoc est corpus meum, o vi s'adoprasse pane azimo; che per padrini al battesimo non si scegliessero cattolici, come faceasi spesso: la taccia d'ignorante e superstizioso era in pronto per chiunque li contraddicesse.

Combinata una disputa a Süs nell'Engaddina nel 1544, vi comparvero tutti i predicanti, Andrea Schmid, Corrado Jeklin, l'Altieri, e alla lor testa Pietro Bardo Pretonio parroco di Tusis, e il Salutz; e dopo due giornate di dibattimenti, il frate calabrese fu escluso dalla Rezia e dal Tirolo, e si divisarono i modi per isbarbicare gli errori di esso.

Il Tiziano, che diffondea dottrine di quel sapore a Coira, fu carcerato, e il popolo a furia lo volea morto. Il Salutz s'adoperò da un lato per mitigargli i giudici, dall'altro per convertirlo, ma interrogato egli avviluppavasi in parole, evitando di precisare le sue credenze: finalmente si ritrattò, e fu condannato ad esser condotto per la città flagellandolo, poi bandito per sempre dall'Elvezia (1554): primo esempio di castigo corporale per eresia tra i Riformati di quel paese.

Per corregger Camillo Renato, che a Chiavenna sparnazzava siffatte dottrine, il Mainardi, nel 1547, stese una confessione propria, che fu la prima pubblicatasi ne' Grigioni. Non la possediamo, ma si può raccoglierla da un libro italiano che nel 1561 Pietro Leoni, seguace di Camillo, stampò a Milano, adducendo le ragioni per cui non avea voluto sottoscriverla. In essa il Mainardi condannava gli errori degli Anabattisti, e chi facea che l'anima, morta col corpo, col corpo resuscitasse al finale giudizio; il negare che all'uomo resti alcun lume naturale onde conoscer ciò che deve fare od evitare: che Cristo abbia avuto carne di peccato o concupiscenza; che la fede giustificante abbia duopo di conferma; che Cristo non fece veruna promessa nell'istituir la Cena; che il battesimo e la Cena sieno semplici segni del Cristiano, ed espressioni del passato, non del futuro; che il battesimo sia succeduto alla circoncisione, nè con questa abbia veruna somiglianza.

Non par dunque che Camillo Renato seguisse i Soccini, anzi Lelio Soccino potè aver imparato da esso mentre stette a Chiavenna. Certamente Camillo ascondeva accortamente le sue opinioni; se non potesse altro, dicea d'averle sostenute soltanto per esercizio logico; scrisse un libro Contro il battesimo che ricevemmo sotto il segno del papa e dell'anticristo, sostenendo nol si dovesse conferire se non a chi conosceva il vangelo; e più straniava in fatto dell'eucaristia.

Lo sorreggeano Francesco Negro e Francesco Stancario, i quali teneano dogmi ancora differenti, che fecero approvare dal Comander col ridurli a poche parole dove la quistione era dissimulata. Su tenore somigliante insegnavano Aurelio Sittarca, succeduto al Vergerio nella cura di Vicosoprano, Girolamo Torriano a Piuro, Michelangelo Florio a Soglio, Pier Leone in Chiavenna. Natogli un figlio, il Negri lo presentò al Mainardi perchè lo battezzasse nella sua fede. Questi rispose lo battezzerebbe nel nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo, nella fede della Chiesa di Cristo. Sì, no: ne nasce litigio, e il Vergerio presume conciliarli, se non altro conchiudendo ch'erano quistioni di lana caprina, ed anzichè disputare per queste, conveniva cercar la riforma della vita. Il Bullinger, il Blasio ed altri s'industriarono a toglier via uno scisma così dannoso; infine il sinodo impose silenzio a Camillo. Non per questo egli tacque: il Mainardi dovette recarsi nel 1558 a Zurigo a far approvare la sua confessione; poi tediato voleva andarsene in Inghilterra, dove era invitato dall'Ochino.

Fra le varie lettere del Mainardi, che serbansi nel Museo Elvetico, scegliamo quest'una al Bullinger del 15 maggio 1549.

«Ricevetti la tua con due decadi di sermoni, regalo più prezioso che oro e gemme. Le occupazioni non mel permisero ancora, ma li leggerò, e li declamerò dal pulpito, non potendo che esser eccellente quanto viene da te. Io son sì piccolo, da non avere cosa a mandarti, se non tale che ti affligga. Giocondissimo m'arrivò quanto scrivi della Sassonia, della Pomerania ecc. D'alcune cose avevo sentore, ma a stento vi prestavo fede: tante ai dì nostri se ne spacciano! Sopratutto gratissimo mi fu l'udire che in Inghilterra prevalse la nostra e vostra opinione sulla Cena, onde speriamo ciò succeda anche altrove. Della Chiesa nostra non ti posso dir nulla che ti rechi piacere; il lator di questa te ne informerà. Gli autori dello scisma sono anabattisti; e un di costoro che aderivano a Camillo, in presenza di molti, trovandosi alla mensa d'un nobile dov'era anche Pietro Paolo Vergerio, chiaramente confessò d'aver testè preso il battesimo, e così esser divenuto un altro uomo, cioè innovato e riempito dello spirito di Dio; col battesimo aver rinunziato al papa o a quanto avea trovato sotto il papato, perchè quel battesimo non era di Cristo ma dell'anticristo e del diavolo[261]; e ch'io sia un lupo e un seduttore. Camillo, lor corifeo e piloto, non va così precipitoso a confessar all'aperta; è più prudente, non perchè non sia peggiore, ma perchè teme di manifestarsi: del resto bisogna stiano avvolti nel medesimo errore quelli che son tanto amici. Io non so quello che farò; son chiamato in Inghilterra: qui nessun m'ajuta, e resto solo a premer il torchio. Perdonami, o Signore, giacchè ciò conviene al solo Cristo, solo di lui voglio esser detto. Diriga il Signore i miei passi: io non so quel che mi fare. Odo che Camillo ti scrive; tu rispondigli secondo la tua prudenza: egli è peste della Chiesa e grande eretico. Dicono si prepari a lasciar Chiavenna: possa altrove divenir migliore! Così portasse seco la sua peste! ma temo ci lasci le reliquie.

«Questa ti è consegnata da Baldassare Altieri, uomo esimio e di singolare ingegno: dàgli ascolto, poichè io non ti posso scriver ogni cosa in tanta fretta. Egli ti aprirà i suoi concetti. Tu, uom di tanta prudenza, se vedrai che il fatto suo sia da promuovere a gloria di Cristo, giovagli di consiglio e di favore. Io, quanto possa capire col mio piccolo ingegno, stimo che i voti suoi giovino sommamente ad estender il vangelo di Cristo. Ma ai capi non sarà facile corrispondere a' suoi desiderj. Sta bene in Cristo Gesù Signor Nostro, e prega per me».

Si prese il partito di radunare un nuovo sinodo: quattro pastori, eletti dal concistoro, nel dicembre 1549 vennero a Chiavenna e ospitati in casa di Francesco Pestalozza, tennero lunghe dispute, ove si finì col proibire a Camillo d'insegnare o predicare in privato nè in pubblico; e si stanziarono ventuna conclusioni: dietro le quali Camillo fu scomunicato il 6 luglio 1550. Camillo stese una professione di fede, che in fondo è mera parafrasi in versi esametri di ciascun articolo del Credo, diretta a Federico Salis, dissimulando i punti sui quali deviava[262]; scrisse anche Errori, inezie, scandali di Agostino Mainardi dal 1535 e dopo, ove lo accusava di cenventicinque errori. In altre scritture ribatte le credenze luterane.

In quell'occasione i predicanti offrirono di venire a dibattimento anche col capitolo cattolico di Chiavenna, che non credette dover accettare la sfida. I dissidenti pensarono poi togliere di mezzo queste discordie nel sinodo nel 1553 per cura del Travers, del Bullinger e d'altri, combinando una Confessione retica, secondo aveano determinato nell'adunanza di Chiavenna, e metter così un freno agli Italiani liberi pensatori. Comincia essa colla professione dei tre simboli ecumenici, poi de' meriti di Cristo, e della sola potenza di santificazione della fede; rigetta che Dio sia la causa del male: la carne di Cristo è in cielo, pure egli sta presente nella Chiesa; il battesimo fu sostituito alla circoncisione, e il ribattesimo è da fuggire in ogni caso. Ogni anno due sinodi si terranno, dove l'adunanza comincerà dalla preghiera in ginocchio; il ministro o il seniore leggerà il 119 salmo in latino o in tedesco; verrà dietro la profession di fede; indi, scelti il presidente, due assessori e il cancelliere, si comincerà a trattar gli affari. Son festive le domeniche, natale, pasqua, pentecoste; e in ognuna si reciterà il pater, il simbolo, i dieci comandamenti. Il battesimo si dà in chiesa, escludendo il sale, il crisma, la saliva, e colla liturgia di Zurigo o di Coira; i padrini non occorre siano conosciuti per fedeli, purchè scelti dal numero dei comunicanti; senza cognizione del padre e consenso del magistrato nessun parroco può battezzar un bambino. Per la comunione si può adoprar pane non lievito; nè mai la si farà in casa. I matrimonj si celebrano in pubblico; vietato il divorzio. Nessuno deve abbandonare la propria comunità. La scomunica esclude uno per sempre dalla Cena, se indubitabili segni di emenda nol facciano riammettere.

Tale Confessione fu tenuta dalla Chiesa retica, e si firmava dai ministri; benchè, quando fu pubblicata nel 1556 la Confessione elvetica, questa venisse adottata dai Grigioni. Ma i profughi italiani non vi si voleano acconciare; il Vergerio, trovandola in molti punti dissona dalle credenze sue, negò sottoscriverla, e ricordandosi d'essere vescovo, domandava d'essere eletto visitatore della Rezia e della Valtellina, ripromettendosi di riconciliare i dissidenti. Di ciò il Salutz lo beffava, come si desse soverchia importanza: «Il cielo non cascherà se anche costui nol sorregge colle sue spalle. In luogo di diffonder il vangelo, esso ne divenne un ostacolo, giacchè i predicanti litigano fra loro, invece di unirsi tutti contro de' Cappuccini».

I Cappuccini di fatti in Valtellina opponevansi agli eretici, come i Domenicani stanziati in Morbegno, donde si diffondeano a predicare; e principalmente frate Angelo da Cremona a Teglio eccitò il popolo in modo, che prese a sassi Paolo Gaddi ed altri venuti da Poschiavo, e ne nacque una baruffa, dove andarono di mezzo molti borghesi, che parteggiavano pel Gaddi.

Premeva ai Grigioni d'assicurare la condizione degli Evangelici in Valtellina, massime dacchè come capo della chiesa retica in Coira al Comander era succeduto il Fabrizio. I predicanti v'erano sempre considerati come persone private, maestri nelle case particolari: fin il Mainardi a Chiavenna non era sostenuto che da Ercole Salis ed alquanti altri, e in un salotto di questo predicava; doveansi osservar tutte le feste antiche, massime quando uscisse commissario qualche cattolico. Allora si decretò che gli Evangelici non fossero obbligati ad altre feste che alle prescritte dal sinodo; a loro si attribuisse un terzo delle entrate della chiesa di San Lorenzo di Chiavenna; non più frati novizj ne' chiostri: ad ogni predicante si assegnassero quaranta corone l'anno, desumendole dalle entrate in Valtellina del vescovo di Coira e dell'abate di Sant'Abondio di Como; dove fossero più chiese, una dovesse cedersi agli Evangelici.

Incaricato d'eseguire tal decreto, Federico Salis fu festeggiato dagli Evangelici; e nominato commissario in Chiavenna, s'adoprò caldamente a diffonderne le credenze. Allora Giovanni Schenardo, giurisperito di Morbegno, sporse una supplica al granconsiglio retico contro di questi predicanti, che disertati da Agostino e da Benedetto, sollecitan unicamente il vantaggio proprio, non quello di Cristo. Il vero evangelico s'attiene a san Paolo, che proibisce di far nulla per litigio, non rivendicar neppur le cose proprie, sopportare le frodi, le ingiurie: esso vantava di non riuscir di peso ad alcuno; costoro invece, eccoli retribuiti lautamente. Che se non vogliono imitar Paolo, che imitava Cristo, almeno lo stipendio chieggano da quelli per cui militano, non da quelli a cui contrariano. Ma questi disertori servono al ventre, non a Cristo, desiderando tutt'altra vita che quella degli apostoli, i quali la passarono in fatica, in travagli, in vigilie e fame e freddo e nudità. O come si dicono Evangelici se detestano una vita cui seguirono tanti Padri del deserto, fra vigilie, digiuni, cilizj? Evangelici come sono questi che si sfratano, mentre Cristo proclamò beati quei che si mutilano pel regno de' cieli, e Paolo preferisce il celibato alle nozze? Cristo e gli apostoli fecero miracoli, pei quali fu creduta la loro dottrina; i santi, i pontefici o per miracoli o per la pazienza de' mali si segnalarono; questi avveniticci non operano miracoli, fuggono l'austerità della vita; sicchè non meritano fede. È poi ingiusto ed illegale il rivolgere ad una religione ciò che era destinato ad una opposta; i suffragi pei defunti devonsi rispettare quanto le leggi e i testamenti; togliere ciò che altri possiede per giusto acquisto o per usucapione è iniquità. E conchiudeva si abrogassero quelle leggi, o almeno si sottoponessero al suffragio universale dei Valtellinesi.

Gli fu dato ascolto come si suole dai prepotenti; e il decreto, benchè in Morbegno incontrasse qualche opposizione violenta, fu eseguito, e assunto l'inventario dei beni ecclesiastici in Valtellina.

Il cavalier Quadrio, medico dell'imperatore Ferdinando, destinò la sua casa in Ponte per istabilirvi una scuola di Gesuiti: l'imperatore ne prese tale impegno, che nella dieta di Ratisbona del 1558 ne parlò amicalmente al borgomastro di Coira, e il Canisio provinciale dei Gesuiti mandò lo spagnuolo Bobadilla con dodici compagni ad aprirvi il collegio. Se ne sbigottirono i Riformati; Fabrizio vi si oppose di tutta forza, e ottenne una decisione della dieta del 1561 contro quella scuola.

Agostino Mainardi moriva nel 1563 l'ultimo di luglio, e Ulisse Martinengo scriveva al Fabrizio: «La mattina, convocati i fratelli, tenne un discorso eccellente, la cui somma è che persistessimo in quella dottrina ch'egli per venti anni avea predicata; dottrina sicurissima e saluberrima, perchè appoggiata alla pura parola di Dio. Al domani lo portarono sulle proprie spalle gli anziani della chiesa con gran mestizia; perocchè talmente a tutti era caro, che neppur gli avversarj trovavano di che rimproverarlo».

Per succedergli si invitò il bergamasco Zanchi; bello ingegno, che volentieri accettò per sottrarsi alle molestie che a Strasburgo davangli i Luterani. Ma nè qui ebbe pace, mancandogli la forza di carattere necessaria a tenere in freno i migrati. Simone Fiorillo napoletano, che nell'intervallo aveva supplito al Mainardi, or pretendeva precedenza sopra lo Zanchi, e rimestava le idee di Camillo. S'aggiunse nel 1564 la peste, che in poche settimane uccise centotto persone, talchè il sermone si faceva all'aria aperta, e ciascuno portava un ampolla di vino da bever alla santa Cena per evitare il contagio. I preti cattolici mostravano il solito eroismo nell'assister i malati: ma neppure i ministri evangelici abbandonarono il posto, eccetto il Torriano di Piuro.

Quando poi sopraggiunsero il Biandrata e l'Alciato, spargendo nuovi errori sulla Trinità, lo Zanchi lasciolli fare: ma dopo quattro anni se n'andò. E prima fermossi a Piuro, dove sposò una Lumaga, poi ad Eidelberga succedette a Zaccaria Orsino.

In Chiavenna fu pastore Scipione Lentulo, già barba dei Valdesi in Val d'Angrogna, poi ministro a Montagna sopra Sondrio; donde scriveva al professore Wolf a Zurigo il 19 ottobre 1566: «Quasi ogni giorno devo combattere con Italiani, e benchè italiano io pure, non mi dorrà dire che ad essi nessuna religione piace, dacchè cominciò a spiacere la papistica». E informava il Bullinger qualmente egli s'applicasse agli scritti teologici di lui e di Calvino, che aveva udito a Ginevra; mentre fu nell'Angrogna, trovavasi gravato di tanti affari, da bastargli appena tempo di leggere la Bibbia. A Chiavenna dovendo predicare cinque giorni per settimana, non gli avanzava tempo di leggere opere estese come quelle di Lutero (3 giugno 1575).

Tobia Eglino di Zurigo, uno de' pochi discepoli del nostro Giordano Bruno, del quale parla con rispetto in una dedica a Giovanni Salis, era venuto pastore di San Martino di Coira e amministratore del concistoro retico. A lui descrivendo lo stato della chiesa di Chiavenna, il Lentulo fa motto d'un Salomone di Piuro fabbro ferrajo, già da dieci anni scomunicato per ariano, che qualunque occasione gli si presenti, professa di non credere che Cristo sia Dio, sebbene concepito di Spirito Santo. Un Ludovico Fiero bolognese, per la stessa ragione scomunicato, reduce testè dalla Moravia, viepiù ostenta il suo delirio: un Enrico ferrajo non fu ancora mandato via, benchè egli lo abbia denunziato al pretore come scelleratissimo anabattista: un Alessio trentino, infame anabattista: un Jacobo veneziano, ex-prete, che non va mai nè al sermone nè alla Cena, nè si piace che di conversare con eretici; vi sta pure un costui nipote o piuttosto figlio, dichiarato dalla nostra Chiesa empio e scellerato, e della Chiesa si ride. «Da tre anni (egli continua) qui migrò un Pietro, che si dice romano benchè si capisca spagnuolo, che fece retta confessione da principio, ma poi si scoperse anabattista, e porta attorno, e dà a leggere come oracoli i libri di Giorgio Siculo. Conta fra costoro Francesco di Bagnacavallo, che prima buon cristiano, dopo alcun tempo d'assenza tornò, asserendo che Cristo non è Dio per natura, ma per grazia. Aggiungiamo Giovanni da Modena, sozzo uomo il quale a tutti ricanta che i rigenerati non possono peccare. Che dirò di quelli che non vonno firmar la Confessione retica, nè esser interrogati sulla loro fede dai Ministri? anzi vituperano tutto il governo ecclesiastico e la disciplina? E v'è poco lontano chi a questi impostori favorisce, e li sorregga come attaccatissimi fratelli. Fate dunque, o fratelli, che dagli illustrissimi signori si mandi al pretor nostro di cacciar tutti costoro dal territorio di Chiavenna» (7 novembre 1569). E nuove insistenze faceva il maggio seguente, all'avvicinarsi del sinodo.

Già lo Zanchi aveva pregato il Bullinger a non ammettere verun profugo se non facesse la sua professione sulla natura di Dio, sul peccato originale, sulla soddisfazione di Cristo, sul futuro stato delle anime: chè altrimenti, se Spagna aveva prodotto la gallina, Italia schiuderebbe le ova, e già sentivasi il pigolio. L'Eglino di fatti espose il pericolo che dagli Anabattisti derivava alla chiesa e di Coira e di Chiavenna, onde fu decretato che ognuno dovesse professarsi o cattolico o della Confessione retica, se no sarebbe cacciato (27 giugno 1570), e aver licenza di predicare dal vescovo di Como o dal concistoro retico.

Ne levarono rumor grande i dissenzienti, e massime il Torriano ministro a Piuro, e altri della Pregalia e della Valtellina, appareggiando quel decreto all'Inquisizione romana: scrissero contro di esso Bartolomeo Silvio, ministro a Traona, e Marcello Squarcialupo medico; e il Lentulo vi oppose una Responsio ortodoxa pro edicto ill. D. D. trium fœderum Rhæticæ adversus hæreticos et alios ecclesiarum ræthicarum perturbatores promulgata, in qua de magistratus aucthoritate et officio in coercendis hæreticis ex verbo Dei disputatur. Alessandro Citolino, profugo dall'Italia fra' Grigioni poi in Inghilterra, sotto lo stemma retico ch'era dipinto sul muro, come si suole colà, avea posto questi versi:

Fortia signa simul connectunt armipotentes Tergeminos populos sociali fœdere junctos Solamen profugis. Felices vivite semper.

Lo Squarcialupo li cancellò, e vi sostituì:

Est liber Christus et Rhætia, liber et hospes: Este procul vulpes: dura catena vale.

Eglino gli replicò:

Est liber Christus et Rhætia, liber et hospes Sed grave servitium prodit ab hæreticis Calcatur Christus, non hospes ab hospite tutus: Rhæte, volens liber vivere, pelle lupos:

allusione al cognome di quel dottore. Il Torriano, Camillo, Silvio sottoscrissero la formola; disposti a violarla, e sicuri d'andarne impuniti per denaro; ma il decreto fu applicato a un Cristoforo, maestro a Sondrio; e i martirologi degli Anabattisti riboccano di vittime di quelle persecuzioni.

Questo punto del diritto di perseguitar gli eretici venne discusso acremente nel sinodo di Coira il giugno 1571: Tobia Eglino sosteneva il sì: lo contraddiceva Giovanni Gantner anabattista. Vi si presentarono i nostri italiani: il Torriano, che a Piuro accoglieva alla comunione quelli che il Lentulo scomunicava a Chiavenna; Nicola Camulio, denarosissimo mercante, che a Piuro stessa gli ospitava; Lelio Soccino, un Sadoleto, omnes perversi homines (dice il processo verbale) circondati da quantità d'amici, e patrocinati dal medico Bellino, che ne garantiva la sicurezza. Il padre Giulio da Milano, curato della chiesa di Poschiavo, recò lettere del Camulio al Torriano, intercette da nostri, dove i ministri evangelici chiamava vecchie e nuove volpi, nuovi Farisei, uomini di sangue, papi anticristiani, carnefici; deplorava l'esiglio dell'Ochino e la sua cacciata da Zurigo, e proponeva il modo di metterlo in sicurezza a Piuro; dava a Camillo Soccini il titolo di probo e santo e resistente ai nuovi Farisei: aspettava il Betti e il Dario eretici; lodava la lunga consuetudine colla scuola senese, e deplorava la morte del Castalion, gran cristiano[263]. Il Camulio si scusò come mal pratico delle sottigliezze teologiche; aver largheggiato coi rifuggiti per compassione; pure sosteneva che nessuno vorrebbe subir pene contro la propria coscienza; laonde se pensano così, non si potea forzarli; che del resto disputavasi di materie non essenziali alla salute, come è il cercare, se il magistrato possa punir gli eretici. Ma gli fecero tali minaccie, che svenne; e tutti questi italiani furono colpiti di censura; pure colle blandizie ottennero di rimanere in paese, e fin ne' loro benefizj.

Mino Celsi di Siena, nel 1572 scriveva: «Tre anni fa essendo sfuggito dalle mani dell'anticristo, e stanco del lungo viaggio e de' superati pericoli come a un porto approdando alle Alpi retiche, credevo (come tra' fratelli nostri italiani si crede) che le chiese, le quali giustamente chiamiam riformate, fossero legate d'indissolubile consenso e unità di dottrina: e invece con somma afflizione d'animo trovai che, sebben tutte consentano che il papa è vero anticristo, che la messa sorpassa qualunque peggior idolatria antica, che gli uomini sono giustificati non dalle proprie opere ma dalla fede in Cristo, che il purgatorio è una bottega del papato, che i sacramenti son due, non sette, e altri articoli pii e santi, in molt'altri discordano. E poichè ognuno ritien la sua fede per vera e ortodossa, ove ammettasi la persecuzione degli eretici è forza che ognuno perseguiti l'altro, e col ferro, col fuoco, coll'acqua si tolgano di mezzo, nè più sia fine ai supplizj».

Viepiù s'infervorò poi la disputa intorno alla predestinazione; e l'Alciato e il Biandrata, che ritornavano nella Valtellina a confermar i loro concredenti, ne furono sbanditi; Fabrizio Pestalozza, che professava le stesse opinioni ariane, fu obbligato disdirle nel 1595, gli altri o si convertirono o tacquero.

Dopo la credulità, l'altro male che cruccia i rivoluzionarj è la paura. In conseguenza domandano persecuzioni e processi, e se con questi legalmente non riescono a trovar rei e punirli, imputano di connivenza i magistrati. Bucinavasi che i Domenicani di Morbegno spiassero tutto, per tutto denunziare al Sant'Uffizio: perciò arrestavansi ai confini, e ripeteasi che ne' loro cappucci si fossero trovate carte compromettenti, le quali poi nel processo più non comparivano. Agostino Mainardi, lodato di moderazione, mandava al famoso Fabrizio: «Devo scrivervi sebben controvoglia, e quanto posso vi prego di tener a mente quel che scrivo, ma la lettera non mostrare ad alcuno, perchè di materia odiosa. L'altrjeri il commissario arrestò Vincenzo Stampa di Chiavenna, nemicissimo agli Evangelici. Era amico di quel ribaldo Domenicano, che fu assolto e rimandato impune dal podestà di Tirano. Vincenzo sapeva tutti i secreti di esso, e una volta disse struggevasi di lavar le braccia nel sangue de' Luterani. I più credono mandi spia all'Inquisizione di quanto qui si fa. Io ve ne voglio avvertito, affinchè con questi signori facciate che non se la campi. Scriverò anche al commissario acciocchè lo sforzi a confessar la verità, manifestare le macchinazioni contro i fedeli di Cristo, i consigli de' profeti di Baal, cioè i Domenicani, e degli altri che son nemici non solo al vangelo, ma a' nostri signori. Quest'è l'unico corifeo da cui potrà risapersi tutto, meglio che da qualunque altro si sia; tengasi dunque in carcere, nè si lasci sfuggire. Credo che, se venga forzato a dir la verità contro i Domenicani, ne dirà di tali, che giustamente verran cacciati dai signori... Ripeto che ciò scrivo malvolentieri, perchè non vorrei nuocer a nessuno»[264].

Poco poi si lagnava perchè il pretore non volesse proferir sentenze se non dopo udito il consiglio de' signori Grigioni.

E Tobia Eglino al Bullinger: «Questo è ben certo che molti frati emissarj girano a Chiavenna, a Piuro e nelle vicinanze, pagati dall'oro pontifizio, per fiutare quel che risolvano i Grigioni, e assalendo un a uno, o per forza, o per timore, o per premj, svolgere dalla vera religione. Se mai infuriò l'Inquisizione spagnuola, gli è adesso. Quasi nessun mercante è più sicuro a Milano, dove i sospetti vengono con atroce crudeltà uccisi, o mandati alle galere, o tenuti in prigionia domestica se nobili. Testè un Giacomo Serravallense veneto, che professò il vangelo a Chiavenna, e andava per affari in Italia, fu preso a Crema, e tra molti strapazzi e colle mani avvinte al tergo a guisa d'un gran birbante, fu condotto a Venezia, e quivi condannato alla galera, o dicono altri precipitato in mare. Simile beccheria e peggio a Bologna, dandosi egual morte, eguali catene, eguali torture a grandi e ad infimi. A Piuro capitò un frate, e fidato nella benevolenza degli abitanti papisti e nella liberalità del pontefice, scrisse lettere proditorie, per le quali, d'accordo coi migliori del luogo, avesse podestà d'incrudelire contro i predicanti e gli Evangelici. Volle recarle a Roma acciocchè il papa vedesse le facoltà attribuitegli, e profondesse denaro per corromper altri. Ma non volendo firmar la lettera i consoli del luogo, la cosa venne manifestata dal curato del paese, e il monaco incarcerato e punito di ducento coronati» (29 dicembre 1567).

E si credeva! Ma l'accusa era stata data; se i due spioni fuggirono n'avea colpa il pretore, vendereccio; su di essi accumulavansi tutte le infamie possibili; a forza di ripeterle faceansi indubitate, e si spediva al senato di Milano a portar lamenti e pretendere soddisfazione: ma questo e il governatore chiedevano le prove, o assicuravano esser affare dell'Inquisizione; sporgevansi querele alla dieta, e questa era compra dall'oro di Roma, dalle baje de' frati, dalle decorazioni cavalleresche. Non son gli argomenti che si ripetono anche adesso?

Non vogliam però dire che i Cattolici non s'adoprassero per salvar la Valtellina dall'eresia; e poichè, secondo il diritto comune d'allora, l'eretico era un nemico pubblico, si ricorreva a tutti gli spedienti che il diritto di guerra consente, fino a staggire le merci che capitassero in Lombardia appartenenti ad eretici, e coglier le loro persone qualora fosse possibile, e vietare severamente il darvi albergo[265]. Più si teneva occhio ai preti e frati apostati, procurando coglierli e consegnarli al Sant'Uffizio. Tra questi era Francesco Cellario, della Chiarella, figlio di Galeazzo, già minore osservante. Inquisito dal Sant'Uffizio a Pavia, ne era stato dimesso il 1 maggio 1557 con imporgli solo alcune penitenze. Ma presto fu denunziato di tenere e difonder libri ereticali, nutrire opinioni fallaci e predicarle; onde messo in prigione, confessò d'aver lodato pubblicamente il Bucero, il Calvino, l'Ochino ed altri di quella risma. Riuscito a fuggire, ricoverossi fra' Grigioni: prese moglie; e insegnava non darsi purgatorio, non esser sacramento il matrimonio, nè vietato ai preti; il corpo di Cristo trovarsi nell'eucaristia soltanto idealmente; a Dio solo doversi far la confessione de' peccati; non venerare le immagini dei santi; Pietro non essere stato superiore agli apostoli, nè il papa ai vescovi. Non contento di predicar a Morbegno, qualche volta spingevasi secretamente fino a Mantova, sicchè furono tesi agguati per coglierlo. Era andato al sinodo di Zutz nell'alta Engaddina il 1568; ed essendo intercetto dalle nevi il passo della Bernina, ritornò per Chiavenna, attraversando quel lembo del Pian di Colico che spetta al Milanese. Quivi l'appostavano; e côlto al passo dell'Adda, fu inviato a Piacenza, donde il duca Ottavio Farnese si fece un onore di spedirlo a Roma, e quivi processato, come apostato e relapso fu dato al braccio secolare il 20 maggio 1569. I Grigioni strepitarono come di violato diritto pubblico, mandaron note all'Albuquerque governator di Milano e ai principali Stati d'Italia, ma si rispose ch'era nelle autorità del papa l'arrestar gli eretici. Essi allora pubblicarono una taglia sopra l'inquisitore frà Pietro Angelo da Cremona, premiando chi prendesse lui o alcun suo compagno, e il consegnasse.

Più tardi Lorenzo Soncini, che predicava a Chiavenna, fu côlto al modo stesso, e mandato all'Inquisizione.

Anche i vescovi di Coira vegliavano alla preservazione del cattolicismo. Essendosi in quella cattedra preferito Tommaso Planta ad Andrea Salis, si esacerbarono le ire fra le due famiglie rivali, e imputavasi il Planta di mangiar grasso anche in giorni di digiuno, non dir la messa, e andare zoppo nella fede come ne' piedi. Le accuse furono portate all'Inquisizione, e frà Michele Ghislieri lo processò; egli giustificossi, e d'allora raddoppiò di zelo, e in conseguenza fu odiato dagli Evangelici, coi quali durò in continua lotta.

Era il tempo che spingevasi meglio il Concilio di Trento, e nel 1561 fu mandato ne' Grigioni Bernardino Bianchi prevosto di Santa Maria della Scala di Milano, col nobile milanese Giovanni Angelo Rizzi segretario regio, che alla dieta di Coira querelaronsi perchè in Valtellina e a Chiavenna si ricettassero i profughi, senza esaminarne i costumi e la condotta, bastando si mostrassero nemici della fede cattolica: si obbligassero i fedeli a spartire coi ministri ereticali i benefizj, ajutandoli così a sparger interpretazioni del vangelo contrarie a quelle de' Padri e de' Concilj ecumenici; invece si costringessero i predicatori cattolici a dare sicurtà pei loro atti: si fosse vietato di eriger chiese e conventi, e riprovato il Quadrio perchè fondò il collegio dei Gesuiti a Ponte: a Poschiavo si tollerasse la stamperia Landolfi, ostilissima alla sede romana[266]; si impedisse al vescovo di Como di esercitar la sua giurisdizione, e fin di esigere i suoi livelli e canoni; si fosse ordinato che tutte le parrocchie scegliesser il curato a loro beneplacito, senza chiedere bolla o approvazione da Roma; e allorchè di Roma giunga alcun breve non si pubblicasse senza consentimento delle tre Leghe.

Eccitossi l'indignazione popolare contro questi messi, quasi attentassero alla libertà, e Pier Paolo Vergerio venne apposta dal Wurtenberg per contrariarli. Adunata la Dieta, vi si diedero risposte evasive; dalla stamperia di Poschiavo non si lascerebbero uscire libri contro la santa sede nè ingiurie al papa: non si contenderebbe al vescovo di Como quel che gli apparteneva; nulla esservi d'ingiusto in ciò ch'erasi disposto sul convento di Morbegno e il collegio di Ponte: l'istanza del Bianchi perchè si spedissero legati al Concilio di Trento ebbe il no, con gran trionfo del Vergerio. Anzi nel 1583 adunati a Chiavenna, i capi della repubblica sancirono che, dov'erano tre famiglie riformate, si tenesse un ministro a spese comuni, e questo potesse usar le chiese «fabbricate dagli avi per uso de' posteri».

Abbiamo già accennato quanto san Carlo Borromeo s'affaticasse a sostenere la causa cattolica fra i Grigioni e in Valtellina; vi spediva catechismi; cercava ne fossero rimossi gli apostati, e vi si aprissero scuole cattoliche; ma poco potè trarre a riva: anzi fu rinnovato l'ordine che non predicasse se non chi approvato dal sinodo[267]. Il Volpi vescovo di Como, che era stato spedito alla Dieta di Baden per patrocinare davanti ai signori Svizzeri gl'interessi de' Cattolici, invitò il cardinale Borromeo a visitare la Valtellina. In fatto egli, trovandosi nella Valcamonica, varcò i Zapelli d'Aprica, e venne in atto di pellegrino al celebre santuario della madonna di Tirano «per infiammare (scrive egli) quanto potessi gli ortodossi di questa valle; poichè giacciono dall'intollerabile giogo degli eretici quasi oppressi, e gran pericolo reca di contagione il quotidiano convivere coi nemici della nostra fede. Ivi predicai per dare qualche consolazione a quel popolo, che ardentemente bramava udire la mia voce, e volentieri lo feci, con facoltà del vescovo di Como».

Lo stesso santo fiancheggiò vigorosamente il Pusterla arciprete di Sondrio nell'opporsi al collegio che voleva istituirsi in quel paese sotto la direzione di Rafaello, figlio di Tobia Eglino: ne seguì una vera sollevazione, e molti furono processati e sbanditi, fra cui il Pusterla stesso, ma il collegio non si potè aprire. San Carlo ottenne dai Cantoni svizzeri cattolici che inviassero deputati alla dieta de' Grigioni per tutelare gli affari dei Valtellinesi ortodossi. Dopo il viaggio nella Mesolcina che descrivemmo (vol. III pag. 91) avrebbe bramato scendere in Valtellina, ma non l'ottenne[268].

Dicemmo che, quando la costituzione corra pericolo, i Grigioni erigono un tribunale speciale (Straffgericht) di giudici scelti dalle comunità, con poteri dittatorj. Allora lo piantarono per iscoprire e castigare coloro che aveano favorito la venuta del Borromeo, al quale attribuivano sottofini politici; tanto più che era nipote di quel Gian Giacomo Medeghino, che viva guerra avea fatto a' Grigioni, e tentato toglier loro la Valtellina. A quel tribunale Girolamo Burgo mesolcino confessò alla tortura aver dal Borromeo ricevuto denari e grano da distribuire ai fautori, nominò i complici, e tutto quel che si volle.

Certo è bene che al Borromeo i Valtellinesi recapitavano i lamenti contro gli abusi dei loro padroni e che trattarono di ribellarsi coll'ajuto dei governatori di Milano, non mai rassegnati alla perdita di quell'importante valle. Don Ferrante Gonzaga governatore aveva intrigato all'uopo fin col vescovo Vergerio[269], sebbene invano; e una lettera del Borromeo del 1584 ci fa chiari che la cosa fu anche più tardi discussa, e ch'egli la favoriva siccome propizia alla religione, e ne trattava coll'ambasciador di Francia, e teneasi presso que' confini per accorrere ad ogni moto; pur protestando «non voler tenere, per ajutar que' popoli, altra via che la spirituale»[270].

Di quel tempo un Rinaldo Tettone, ricco negoziante milanese, avea mal condotto i suoi affari, e come uomo che nulla aveva più da perdere, si pose a capo d'una banda di bravacci, mestiero che allora non disonorava se non chi non riuscisse. Dal fare preso ardimento al fare, meditò invadere la Valtellina, e metterla a sacco; e per mantellare la ribalderia, come si suole, avrà sparso di andarvi a rialzare la santa religione cattolica, ed operar d'accordo col governatore Terranova, col cardinal Borromeo, con papa Gregorio. S'avviò di fatto, ma il Parravicino governatore di Como non permise che quella ciurma entrasse in città, e a forza lo respinse colle armi cittadine, mandando al supplizio quanti colse de' costui seguaci.

Ita al vento l'impresa, il governatore di Milano se ne fece nuovo affatto, ed il Tettone fu cacciato in galera[271]. I Grigioni ne fecer un capo grosso, e molta gente inquisirono, senza verificare d'alcuno la colpa: ma il cardinale tennero in memoria di fazioso e brigante.

Era questi morto l'anno avanti nell'atto, dice il Calandrino, di metter fuori il scelleratissimo suo parto[272]; la lettera addotta lo mostra innocente di maneggi, ma conscio: e il Ripamonti e il Ballarino[273] fanno testimonianza che colla Spagna assecondava la trama: e il suo nome restò formidabile agli eterodossi, e da quel punto chi ad essi opponevasi diceanlo appartener alla Lega Borromea, come ai dì nostri dicesi della Congrega, de' Gesuitanti, de' Paolotti: e campioni n'erano il padre Giovanni Odescalchi vescovo d'Alessandria, e Giovan Pietro Negri domenicano.

Nè i dissidenti cessavano di sorreggere i proprj religionarj e sfavorire i Cattolici; negli statuti di Valtellina stampati il 1549 furono intrusi alcuni a favor di quelli: al giubileo del 1575 si pose ogni possibile incaglio: nel 1585 trovandosi a Chiavenna unite le bandiere de' Grigioni, sancirono di nuovo intera libertà di religione, il che allora come altre volte, significò persecuzione della cattolica: non voleano ricevere frati esteri, nè manco per la predicazione quaresimale; e sopratutto non soffrivano si pregasse per l'estirpazione delle eresie, quando non si dichiarasse non intendersi quelle professate dai signori Reti; non potendo comportare che si facesser orazioni contro i proprj signori. Ai predicanti riformati si assegnavano soldi[274]: le rendite della prepositura di Sant'Orsola di Teglio già da anni eransi applicate a mantener il predicante di colà, sorrettovi dalla famiglia Guicciardi. Natane opposizione, e mescolatisi i partiti, si pretese che l'onorevolissimo cittadino Tommaso Planta fosse guadagnato dall'oro spagnuolo, e fattogli processo, venne condannato a morte.

Broccardo Borrone di Busseto parmigiano, studiando in Padova conobbe gli scritti di Calvino, e ne fu pervertito; venne in Valtellina il 1592, e mediante il favore di Andrea Ruinelli, medico e professore ne' Grigioni, fu fatto predicante e maestro a Traona, donde il 1596 passò cancelliere del commissario Giovanni Planta in Chiavenna. Accusato d'esser fuggito d'Italia non per religione, ma per turpitudini commesse, d'aver più volte esternato il desiderio di tornare cattolico se il papa gli perdonasse, al qual fine cercherebbe ridurre in mano dell'Inquisizione alcuni predicanti, fu messo alla tortura rigorosa: e non confessando, fu dimesso pagando cencinquanta coronati per le spese di processo: poi la Dieta lo bandì da tutto il paese, perchè temeasi meditasse vendetta. Nel suo breve soggiorno nella Rezia, erasi egli giovato del suo posto per raccogliere curiose notizie: perocchè nel 1601 un Giorgio Pini di Traona scrisse da Roma che vi si trovava il Borrone, e che avea fatto un libro ove descriveva il paese e gli abitanti: subito si cercò un tal libro, poi si pose una taglia sulla costui testa, ma non si trovò chi la volesse guadagnare. In realtà, per aver denaro, egli avea steso un libello, dal quale scegliamo solo alcuna cosa di quel che concerne i paesi italiani, de' quali dice: «Attorno al lago di Como son le parrocchie cattoliche, di Novato, Campo, Samolago, Gardona, dove non c'è eretici, talmente prevalse l'esempio dei vicini. Cattolica è tutta la val San Giacomo, per la quale si passa a Coira, sempre fra cattolici. Il contado di Chiavenna ha quindici parrocchie, tutte con preti cattolici; ministri eretici sono a Chiavenna, Piuro, Pontilio, Mese, tutti apostati dall'Italia. De' cinquemila abitanti, ottocento son eretici; e mille capaci dell'armi, fra cui al più cento eretici. Non sarebbe difficile purgar il paese dall'eresia, non mancandovi gente di cuore, che aspetta l'occasione.

«Allo sbocco dell'Adda vedonsi gli avanzi d'una torre, dove Gian Giacomo Medeghino avea posto campo per impedire che i Grigioni v'entrassero; e converebbe rialzarla.

«Nella Valtellina ha 65 parrocchie, ciascuna col suo curato, ma vorrebber essere visitate, essendovi di molti contumaci e profughi dall'Italia senza dimissoria. Non c'è verun luogo tutto eretico, bensì alcuno ove neppure un eretico; e i ministri son appena dodici, tutti apostati italiani, i quali se si allettassero, credo che in breve la valle sarebbe risciaquata dal calvinismo. De' venticinquemila abitanti appena un decimo abbracciarono la Riforma: scrivonsi quattromila alla milizia, tra cui ottocento eretici. Ma è da confessare che cogli eretici stanno i principali e più ricchi, non solo di Valtellina ma di tutti i Grigioni. I natii aborrono i dominanti, e all'occasione se ne disferebbero. Nè difficil sarebbe il redimerli, tanto più che nella Rezia non potrebbe entrare per soccorso alcuno de' confederati se non per passi angustissimi che stan in mano de' Cattolici; mentre ai Cattolici italiani e tedeschi son aperti i varchi».

Qui descrive la politica e la miseria de' Grigioni, poi vien a informare de' pastori evangelici di Valtellina.

«Nicola da Milano, già francescano, tre anni fa recossi a Chiavenna, ove predica il catechismo ereticale; menò povera donna, de' cui costumi è disgustato, e n'ebbe figli che fatica ad allevare. Nè si loda della sua chiesa perchè gli fu preferito Ottaviano Mei lucchese. Con tali scontentezze, parmi che potrebbe guadagnarsi a promesse.

«Questo Mei, benchè nato e educato nell'eresia, è giovane, celibe, di buona casa, dotto in latino, greco, ebraico e nelle buone arti, facondo; e con largo promettere potrebbe trarsi alla Chiesa nostra; oppure coglierlo presso il lago, ove si diletta della pesca.

«Michele Acrutiense, già pievano nella Rezia, poi apostata e ministro a Piuro: di sessanta anni, abbastanza dotto, ma povero, con chiesa piccola e sottili proventi; cuculato perchè sposò una giovinetta.

«Tommaso Capella genovese carmelita, or ministro a Poncila, sui quarantacinque anni, con moglie sterile e sgraziata: egli dotto, ma audace, ambizioso, pieno di sè, ricco; non credo deponesse l'amor dell'Italia; ma non soffrirebbe mai di tornare in convento.

«Giovanni Marzio da Siena, già da trent'anni apostato, or predica a Solio in Val Bregaglia, ha moglie una veneziana smonacata, da cui ebbe due belle figliuole, or da marito; stampò qualche cosa contro la Chiesa, e fu avvocato degli eretici nella disputa di Piuro. Crederei vano ogni tentativo con lui.

«Da un anno venne dal ducato di Spoleto Ferdinando di Umbria; subito sposò una giovinetta, colla quale vive in bizze; e non dubito cederebbe a lusinghe.

«Marziano Ponchiera, già prete, or predicante a Vicosoprano, gran parlatore, gran bevitore, di sessant'anni sposò una giovinetta, per la quale è martellato da gelosia. Una volta volea rimpatriare, e si spinse fin a Milano, poi diè la volta indietro. È povero in canna, poichè la rendita d'un anno mangia in un mese».

Detto di Rafaele Eglino e Gabriele Gerber, segue di Giovanni Luca calabrese, conventuale, or ministro a Dubino, di ventitre anni e di molta erudizione, sposò una poveretta di che presto si pentirà. Se non si può colle dolci, potrebbe farsi rapire da un pajo di armati, essendo la sua chiesa vicinissima al lago.

Nè altro partito che di rapirlo propone per Luca Donato Poliziano, già francescano, ora a Traona, con trentacinque anni e tre figliuoli.

«Ercole Poggio bolognese, predicante a Morbegno, ambizioso e mezzo fatuo, ha moglie un'altra Santippe, colla quale se la passa bene benchè sessagenario, nè saprebbe staccarsene.

«Da un anno fissossi a Caspano un frate, che dicono piacentino e dottore in teologia; sposò una di Chiavenna, e non ne ho altra conoscenza.

«Scipione Calandrino di Lucca, ministro a Sondrio, è il più pericoloso, e molti libri tradotti dal greco e dal latino invia e diffonde in Italia; ha cinquant'anni, moglie nobile, e nobile vantasi egli stesso; senza figli; gode gran credito presso gli eretici.

«Cesare Gaffori piacentino, già cappuccino, or ministro a Poschiavo, di quarantacinque anni; con moglie e tre figli; parlatore, versatissimo nella Scrittura, stampò contro il Bellarmino.

«Marco Eugenio Bonacino milanese e Alfonso Montedolio piacentino dianzi a mia persuasione andarono nel Tirolo, aspettando il salvocondotto per ricondursi in Italia.

«Altri ve n'ha che con promesse e ragioni potrebbero trarsi alla Chiesa romana. Ogn'anno i ministri si radunan al sinodo: e per arrivarvi devono traversare un angusto passo vicino al lago di Como, ch'è di giurisdizione milanese. Si potrebber facilmente cogliere al varco»[275].

Fin qui il Borrone non è che una bassa spia; ma non manca d'arguzia ove morde i vizj de' Grigioni, nel che del resto va daccordo cogli storici, anche nazionali. La religione li divideva, li divedeva la politica: non badando alla patria, ma a donativi, pensioni, collane, decorazioni, favorivano chi questa Potenza, chi quella; divisi in due fazioni, una devota a Spagna ed ai Cattolici, l'altra a Francia ed agli Evangelici; capo di quella era Rodolfo Planta, di questa Ercole Salis, le due famiglie primarie delle Leghe. Il grosso dei Grigioni essendosi sottratto al cattolicismo, aveva in uggia l'Austria e la Spagna, e guardava l'amicizia dei Francesi come fondamento di libertà; sicchè prevalsero i Salis, e venne rinnovata con Enrico IV una lega di offesa e difesa, nella quale non facevasi eccezione veruna a favore del milanese.

Con questo ducato i Grigioni nel 1603 aveano stretto una convenzione di buona vicinanza, per la quale il commercio non troverebbe impedimento; essi non consentirebbero il passo ad esercito che venisse contro il milanese; questo in compenso dirigerebbe il transito delle merci pel paese delle Leghe. All'udire dunque della nuova convenzione coi Francesi, gran lamento alzò il conte di Fuentes, il più memorabile fra i governatori spagnuoli di Milano, umore guerresco, che nel cuor della pace teneva numerosissimo esercito, e operava colle prepotenze d'un governo militare. Egli mandò minacciando i Grigioni di trattarli da nemici, e a nulla approdando colle parole, si pose a fabbricare un fortalizio, detto dal suo nome, appunto là dove la Valtellina e il Chiavennasco confluiscono al lago di Como: sicchè dominando que' passi, poteva impedire alla Rezia i viveri ed il commercio, come chiuder l'adito ad ogni esercito che di là venisse. Quella striscia di territorio spettava in fatto al milanese, ma il duca Francesco II Sforza avea stipulato coi Grigioni non si porrebbe veruna fortificazione in quel giro. Ne mossero dunque reclamo i Grigioni, ma il Fuentes, non che badarvi, finì e presidiò il forte, e coll'adunare genti e navi all'estremo del lago di Como, confermò la voce che volesse ricuperare la Valtellina al ducato di Milano[276].

Queste pratiche davano l'ultimo tuffo alla Valtellina: le Leghe vi crebbero guarnigioni; ad ogni ombra davano corpo; e subillate e sostenute dai novatori, lieti che i loro religionarj crescessero in autorità, disponevano come donni e padroni, e arrogatasi la nomina degli ufficiali, mandavano magistrati di più che bassa mano, i quali soperchiavano, non curando d'esser amati, purchè temuti. Nuovi editti vietavano le indulgenze e i giubilei, tacciavano di superstizioso il culto del paese, cassavano le dispense curiali, berteggiavano i decreti pontifizj; cacciaronsi i Gesuiti, abolendo le donazioni lor fatte; processaronsi i miracoli di san Luigi; turbavasi la giurisdizione col forzare i curati a celebrare matrimonj in gradi vietati, escludere buoni sacerdoti forestieri, obbligare tutti alle prediche degli eretici: delle quali ascoltate prima per celia, poi per curiosità, poi talvolta sul serio, l'ornamento più consueto erano rampogne contro l'avito culto, e il purgatorio e l'astinenza dalle carni: dietro al che la ciurma non mancava di rubare ostensorj e sparpagliare le particole, sfregiar tabernacoli, fare smacchi a' sacerdoti nelle processioni del Sacramento, e in quei devoti riti della settimana santa, che l'intimo dell'animo commovono a patetica devozione. Sotto la protezione dei signori, che dicevano «Credi quel che ti piace, ma fa quel ch'io ti comando», ogni tratto qualche nuovo cattolico disertava, anche preti e curati: ed essendo ordinato che, ove fossero più di tre famiglie riformate, convenisse accomodarle di ministro e di chiesa a spese comuni, i Cattolici vedeansi costretti a mantenere i predicanti co' benefizj ecclesiastici: e non compatendo la religione loro che i preti evangelizzassero dalla bigoncia dond'era sceso dianzi il ministro calvinista, conveniva si provvedessero di nuove chiese. Credendo ciascuna parte essere in possesso della verità, e l'avversaria trovarsi nell'eresia, lo zelo esacerbava gli odj da fratello a fratello, tirandosi al peggio che si facesse. Il conte Scipione Gámbara bresciano, per aver ucciso un suo cugino era fuggito a franchigia in Tirano, ed ivi tenevasi attorno una masnada di bravi. Entrò sospetto nei Grigioni ch'egli volesse dar mano a stabilire l'Inquisizione, e sbrattare la valle dai Protestanti: onde, côltolo, e coi metodi consueti, convintolo di tramare col cardinale Sfondrato e coll'inquisitore Montesanto, fu decapitato a Teglio; il suo complice Lazzaroni di Tirano squartato vivo, e le spese del processo caricate alla valle.

Peggio avvenne quando Ulisse de' Parravicini Capello di Traona, che, reo di molto sangue, campava la vita sul bergamasco, osò una notte ricomparire con venti sicarj in patria, e trucidare i magistrati. L'atroce fatto seppe di ribellione ai Grigioni, e ne colsero pretesto a spicciolare altri Cattolici.

La certezza d'esser in odio al pubblico faceva prendere provisioni, che lo rendevano implacabile. Qualche buon ordinamento veniva talora[277], ma di corto cadeva nell'obblio, e non rimanevano che la persecuzione, impolitica non meno che empia, e un'opposizione non sempre generosa. Morto il parroco della Chiesa in val Malenco e sepolto il tempio di colà da una frana, un Tommaso paesano adoprò caldamente per indurre que' montanari a valersi del ministro evangelico, spacciando che la parola di Cristo predicata da questo varrebbe assai meglio che la messa dei papisti, che orazioni recitate in una lingua non intesa, che preti le cui dicerie riboccan di baje, di idolatria il culto. Ma Tommaso Sassi pastore distolse i terrazzani dal cambiar religione. In Caspoggio della valle stessa, mentre i mariti estivavano sui pascoli montani, le donne seppero che i Riformati intendevano sepellire in San Rocco un loro bambino allora morto, col che avrebbero preteso d'acquistare possessione di quella chiesa. Munitesi di sassi, aspettano il funebre convoglio, e come s'avvicina, schiamazzando alla donnesca, lo tempestano di pietre.

In Sondrio il governatore accingevasi ad entrare per viva forza nella chiesa cattolica, e ridurla al nuovo rito; ma un Bertolino, uomo all'antica, commise a Giangiacomo, suo figliuolo di gran cuore, che colla daga alla mano l'impedisse. Come il governatore glie ne mosse querela, Bertolino menosselo a casa, e gli improvvisò una lieta merenda: fra la quale presentossi Giangiacomo, sempre accinto della sua daga, e con un fiasco del miglior vino, che cominciò a mescere in giro alla ragunata: e fatti comparire quindici garzoni in tutto punto d'armi, «Ecco (disse) e me e questi pronti pel governatore e per la repubblica fino all'ultimo sangue, solo che non ci si tocchi la religione».

Altri fatterelli rinnovavansi ogni giorno, e non sempre risolveansi in riso quando i reciproci rancori faceano pronti a correre ai risentimenti.

In Sondrio degli abitanti un terzo erasi sviato dall'ovile romano; così molte delle contrade vicine; e le miste usavano due preti[278]. Dal 1520 al 1563 v'era stato intruso come arciprete Bartolomeo Salis, che contemporaneamente era arciprete di Berbenno e di Tresivio e curato di Montagna, e in nessun luogo risedeva, lasciando il gregge a pascoli infetti: de' benefizj valevasi per dotare nipoti; portò anche le armi; il che tutto agevolava la diffusione dell'eresia. Di quel tempo venne a predicarvi un frate, in aspetto di somma dottrina e pietà; e il popolo, che da gran tempo non udiva più prediche, accorse alle sue: ma ben presto egli si scoperse eretico. Se ne levò tumulto, ed egli rifuggì ai Mossini in casa i Mignardini, donde seguitava a sermonar ai nuovi convertiti. L'arciprete Salis non se ne dava pensiero, tutto blandizie verso i Grigioni nella speranza di esser assunto vescovo di Coira. E vi fu assunto, onde rinunziava i tanti benefizj in Valtellina: ma poichè l'elezione non fu confermata, si trovò sprovisto, e morì poveramente in Albosaggia.

Ben altrimenti si era comportato Nicolò Pusterla, ma con sei zelanti Cattolici rapito in prigione, colà vollero dire fosse avvelenato dal governatore.

Gli succedette Nicolò Rusca, nato in Bedano terra del luganese, da Giovanni Antonio e Daria Quadrio. Avea studiato a Pavia: indi nel collegio Elvetico di Milano, ove a san Carlo ne parve sì bene, che postagli sul capo la mano, «Figliuol mio (gli disse) combatti buona guerra, compi la tua carriera; per te è riposta una corona di giustizia, che ti renderà in quel giorno il giudice giusto». Fatto arciprete di Sondrio, mostrò lo zelo del buon pastore che offre l'anima per le pecorelle. Dotto di greco e d'ebraico, non che di latino; versato nella storia ecclesiastica e nella teologia, spesso agitava le correnti controversie sia in dispute coi dissidenti, sia nelle prediche dove, tutto lume della somma verità, in prima ribatteva l'errore, poi stabiliva la dottrina vera; ma nè usava egli, nè soffriva in altri le invettive e le ingiurie. Trovata la chiesa sproveduta di arredi, disusata di funzioni, muta di canti, egli rinnova tutto, introduce preghiere e processioni, ricupera i disusati beni, ripristina la disciplina delle monache; ottiene che i Cappuccini possano confessare. Si oppone alle pretendenze de' novatori, i quali, oltre esigere dal capitolo la provvigione di trenta zecchini pel ministro evangelico, volevano ch'egli cedesse porzione del suo giardino per farsene il cimitero: proibivano le processioni del Corpus Domini e del venerdì santo, e il suon delle campane come pubblico insulto ai magistrati dissidenti.

Simone Cabasso curato di Tirano predicava incessantemente contro Calvino, onde fu accusato e condannato. Egli si appella, e dal pretore vengono invitati Antonio Andreossi ministro di Tirano, Cesare Gaffori di Poschiavo, Antonio Mejo di Teglio, Scipione Calandrino di Sondrio, Nicola Cheselio di Montagna, perchè tengano un colloquio sopra la fede, e principalmente sopra Calvino. Da questo e da sè repulsarono la taccia di eretici, mostrando (e il Calandrino principalmente) che quel dottore non avea deviato mai dalla Chiesa quanto alla divinità di Cristo e alla sua eccellenza come mediatore, anzi l'aver egli perseguitato gli Unitarj e scritto contro Valentino Gentile. Non bastando il primo, si venne a un secondo colloquio il 1 marzo 1596; poi ad un terzo il 7 agosto; dopo il quale gli oratori grigioni sentenziarono che il Cabasso aveva calunniato, e perciò pagasse centrentadue coronati.

Fra' Cattolici primeggiavano, oltre questo di Tirano, il parroco di Mazzo e Nicolò Rusca, il quale del colloquio diede a stampa una relazione (1598 Como, pel Frova). Questa parendo aliena dal vero e calunniosa quanto alle persecuzioni che gli ecclesiastici soffrivano in Valtellina, i signori Grigioni permisero ai ministri di rispondervi, come fecero con uno scritto latino, il cui titolo suona, «Della disputa di Tirano fra i papisti e i ministri del verbo di Dio nella Rezia, tenuta gli anni 1595 e 96, quattro parti, dove accuratamente e solidamente si tratta della persona e dell'officio di Gesù Cristo mediatore secondo le due nature; e si vendicano le parole di Calvino sopra la natura divina di Cristo dalle calunnie dei papisti valtellinesi; risolvonsi i sofismi del Bellarmino, e scopronsi gli errori de' Monoteliti, de' Nestoriani, degli Ariani, e d'altri; oltre la storia esattissima di quella disputa: l'indice delle calunnie dei parroci di Valtellina; la risposta ai ripetuti costoro sofismi. Autori Cesare Gaffori, Ottaviano Mej, e gli altri ministri della parola di Dio nella Rezia, or primamente stampati, e non solo degni di lettura, ma giovevoli a chiunque ama la verità» (Basilea, per Waldkirch 1602 in-4º).

Nel 1596 Giovanni Marzio di Siena, pastore a Solio, avea stampato un libro italiano della Messa, che molto si divulgò. L'Apologia della Messa, che frà Giovanni Paolo Nazari cremonese domenicano vi oppose, fu giudicata vittoriosissima dai Cattolici, ridicola dagli altri. Si stabilì una disputa a Piuro, che fu fatta il gennajo e maggio 1597, presenti gli arcipreti di Chiavenna e di Sondrio, il Calandrino, il Marzio, il Mej, il quale fu trasferito allora dalla chiesa di Teglio a quella di Chiavenna per succedere al Lentulo.

Martello degli eretici, quale veniva chiamato si mostrò singolarmente il Rusca allorquando i Riformati ottennero di istituire a Sondrio un collegio, del quale il rettore e tre dei cinque professori fossero calvinisti. Fin dal 1563 erasene divisato, poi aperto nel 1584 accettandovi cattolici e no; ma nessun cattolico andandovi, cadde. Quando si volle rinnovarlo, il Rusca, senza guardare in faccia nè ai Salis che lo proponevano, nè al re d'Inghilterra che dicevasi somministrar il denaro[279], attraversò questa impresa, e riuscì a sventarla, ed unire anzi un'accademia che propagasse le cattoliche dottrine.

Nel 1614 l'Archinti vescovo di Como per seicento fiorini comprava la licenza di visitar la Valtellina, il che da venticinque anni era proibito, e ne mandò relazione a Paolo V. Dopo estreme lodi al paese, si consola che, in quell'esecranda libertà di vivere e dire quanto a ciascuno piace, appena tremila persone abbiano adottato la Riforma, e i popoli accorreano festosi e piangenti ad accompagnarlo. A Tirano trova da cencinquanta eretici, vil plebe. I cattolici di Poschiavo e Brusio tengonsi incontaminati, benchè mescolati ai Calvinisti. In Sondrio questi erano potenti per numero e ricchezza, sicchè a fatica egli vi ottenne accesso. Un terzo de' Chiavennaschi aveva abbracciato l'errore, fra cui i meglio stanti, e dalla Bregalia i Riformati minacciavano assalirlo in armi. Quando esso Archinti tenne un sinodo nel 1618, il podestà di Traona pubblicò per editto terribili pene contro qualunque ecclesiastico spedisse lettere o uscisse dalla valle: cento scudi di multa o tre tratti di corda a chi conoscendolo nol denunziasse.

Perpetuo e vivo contraddittore de' loro disegni com'era il Rusca, gli acattolici miravano a torselo d'in su gli occhi. Dapprima Giovanni Corno da Castromuro, capitano della valle, lo condannò in grave multa perchè avesse rimproverato un giovane suo popolano d'aver assistito a un sermone dei Calvinisti. I Sondriesi presero le armi, e si fu ad un pelo di far sangue: onde il capitano denunziò l'affare a Coira; dove il Rusca fu assolto, ed il capitano ammonito.

Vivo contraddittore gli era il molte volte nominato Calandrino, del quale nell'archivio di Zurigo conservasi un autografo, ove racconta «la lunga e costante persecuzione» dei Valtellinesi contro degli Evangelici e massime dei ministri, gli assassinj tentati, specialmente sopra di lui, imputandone chiaramente il Rusca, benchè non lo nomini. In fatto a questo apposero d'aver fatto trame con un Ciapino di Ponte per ammazzare o tradurre all'Inquisizione esso Calandrino. Il Ciapino fu messo a morte dopo orride torture, nelle quali disse aver avuto consiglio dal Rusca, cui perciò fu aperto processo. Egli ricoverò a Como; poi giustificatosi, tornò più glorioso, aggiungendosi alla virtù il lustro della persecuzione. Tanto più bramavano i nemici suoi di metterlo per la mala via, e la fortuna vi mandò tempo.

Tra le brighe di Potenze straniere, ne' Grigioni pigliavano il sopravento i predicanti, e intendendosela con Zurigo, Berna e Ginevra, non cessavano di gridare doversi far nello Stato una sola religione; essere violate le costituzioni pei bocconi stranieri; bisognare qualche efficace provedimento per rintegrare la libertà, riformare il governo, e simili frasi, che sempre titillano le orecchie della plebe. Fidati nel favore di questa, sotto Gaspare Alessi di Gamogaso, da Ginevra venuto predicante a Sondrio, e destinato rettore del seminario, accozzarono un loro concilio, prima a Chiavenna presso Ercole Salis, uomo per servigi ed ingegno in gran nome, poi a Berguns, paese romancio alle falde pittoresche dell'Albula. Ivi dichiararono la fazione spagnuola funesta alla Rezia ed alla religione, micidiale l'alleanza di Francia, buona quella sola di Venezia: gridarono contro gli Austriaci, e che v'erano maneggi per quelli, e che il governatore di Milano sparnazzava denari per la Valtellina, e che per reprimerli si doveva stabilire il tribunale inquisitorio, il quale correggesse la costituzione, venuta omai in gran punto. Il popolo gli ascolta: Ercole Salis se ne fa capo: l'Engaddina e la Bregalia levansi in arme: i castelli dei Planta fautori degli Ispani son diroccati: uomini malfattori entrano a forza in Coira, e dispersi o carcerati come ribelli i preti e persone di gran bontà, conduconsi a Tusis, paese romancio a piè del fertile Heinzenberg fra il Reno posteriore e la formidabile Nolla: ed ivi stanziando le venticinque bandiere con un migliajo e mezzo di soldati, proclamano tredici capitoli per conservare la libertà, e piantano lo Straffgericht, aggiungendovi un consiglio di predicanti (1618).

Accintisi a rintegrare la libertà politica col solito modo di togliere ogni libertà legale, una furia d'accusatori sbuca addosso a quanti erano sospetti. Le prime sette sentenze furono pubblicate da' giudici stessi con prefazione apologetica; e subito tradotte in italiano, francese, olandese, vennero dapertutto esecrate per atrocità. Giambattista Prevosti detto Zambra, di settantaquattro anni e podagroso, quasi avesse favorito l'erezione del forte di Fuentes fu decapitato: una taglia su Rodolfo e Pompeo Planta, Lucio da Monte, Giovanni Antonio Gioverio, il Castelberg abate di Dissentis, e se possano cogliersi vengano fatti in quarti: Daniele Planta, nipote dei predetti, Antonio Ruinello, Pietro Leone di Cernetz, Teodosio Prevosti della Bregalia, Giuseppe Stampa e suo figlio Antonio, Agostino Traversi e il padre Felice di Bivio, all'esiglio per tutta la vita; per quattro anni Andrea Jennio console di Coira, Antonio Molina e Gianpaolo interprete del re di Francia, Andrea Stoppani prete di Ardetz; tolti i beni e la mitra a Giovanni Flug vescovo di Coira, e ucciso se sia côlto: multata di ventimila fiorini la città di Coira, come ispanizzante; il pastore di essa Giorgio Salutz escluso dal sinodo; e tacendo varj multati, dannato a morte in contumacia il capitano Giovanni De' Giorgi; fra i Valtellinesi, Anton Maria e Giovanni Maria Parravicini e Giovanni Francesco Schenardi a morte; a quattro anni di esiglio Nicola Merlo di Sondrio e Giovanni Cilichino parroco di Lanzada, perchè avea sonato a martello quando fu arrestato il Rusca: al cavaliere Giacomo Robustello e ad Antonio Besta bando per un anno e mille zecchini: due anni e seimila zecchini a Francesco Venosta; minor pena a Giovanni Battista Schenardi e Francesco Paravicino d'Ardenno, che settagenario e infermiccio non potendo esser alzato sulla corda, ebbe serrati i pollici in un torchietto; ma stette saldo a negare. Il dottore Antonio Federici di Valcamonica, mutatosi per opinioni religiose in Valtellina, ove prese moglie a Teglio e si fe protestante, diede voce che Biagio Piatti, cattolico infervorato di questo paese, avesse subornato un fratello di lui ed altri della Valcamonica, perchè venissero e uccidessero i Protestanti di Boalzo mentre assistevano alla predica. Il Piatti fu arrestato con supposti complici; e messo alla tortura, confessò quanto si volle e fu decapitato: intanto che un fratello di esso uccideva Paolo Besta che aveva recato l'ordine dell'arresto: mandaronsi uffiziali che cacciassero di Valtellina gli oratori quaresimali, assistessero i pretori nell'applicare gli editti de' signori, istituissero processi di maestà.

Marc'Antonio Alba di Casal Monferrato, predicante di Malenco, a capo di quaranta satelliti, la notte del 22 giugno avea côlto il Rusca nella sua arcipretura, e per l'alpestre via di Malenco e dell'Engaddina lo strascinò a Tusis. Nel primo furore i Sondriesi per far rappresaglia si voltarono addosso a Gaspare Alessio predicante, ma s'era ridotto in salvo: diressero una deputazione a implorare per l'arciprete, e non fu ricevuta: i Cantoni cattolici e Lugano sua patria mandarono Gian Pietro Morosini a perorarne la causa; ma il tribunale gli rinnovò l'accusa dell'attentato contro il Calandrino; poi di avere subornato il popolo a non ubbidire alle Tre Leghe: cercato tornar al cattolicesimo i Riformati, tenuto carteggio col vescovo e con altri; esortato in confessione a non prender servizio contro il re cattolico; aver istituita la confraternita del Sacramento, che sotto le devote cappe portava micidiali armi.

Invano gli avvocati suoi lo scolpavano: aver operato bensì che si mitigassero i decreti pregiudizievoli alla cattolica religione, non però tramato mai contro il governo: col Calandrino non aggrezze, ma aver usato cortesie, visitandolo talora, e prestandogli anche libri. Qual pro delle difese quando già è prestabilita la condanna? Il ben vissuto vecchio, disfatto di forze e di carne, fu messo alla tortura due volte, e con tanta atrocità, che nel calarlo fu trovato morto. I furibondi, fra i dileggi plebei, fecero trascinare a coda di cavallo l'onorato cadavere a seppellir sotto le forche, mentre egli dal luogo, ove si eterna la mercede ai servi buoni e fedeli, pregava perdono ai nemici, pietà pe' suoi[280].

Ciò avveniva il 4 settembre 1618; e quel giorno fu segnalato da un gravissimo disastro naturale, la distruzione del bello e ricco borgo di Piuro, sepolto da una frana con tutti gli abitanti. Pensate se si mancò di vedervi un'immediata punizione del Cielo. Poco poi il tribunale a Coira cassò gli atti di quel di Tusis, ma i morti non tornano più.

Il popolo dal terrore alla pietà, poi allo sdegno passò; e prima parlottar segreto, poi aperte querele, e venire pel più leggero appicco a parole, a sassi e coltelli. Avendo voluto i Grigioni impiantare una chiesa evangelica in Boalzo e Bianzone, s'opposero di forza i Cattolici; e per vendetta di Biagio Piatti, ammazzarono un Riformato di Tirano, maltrattarono il predicante di Brusio, primizie de' martiri[281]. Anche al Calandrino, mentre predicava a Mello, una banda s'avventò, e lo ferì gravemente[282]. Anzi avendo i predicanti, dopo la pasqua, tenuto la solita loro accolta in Tirano, i terrieri in armi s'erano rimpiattati al ponte della Tresenda per trucidarli; ma essi ne sentirono a tempo per ripararsi. Così i signori vivevano timorosi e tremendi; nei sudditi covava un'irosa speranza, e fra il silenzio della paura udivasi quel sordo rumore dello sdegno di Dio che si appressa.

I colpiti dal tribunale di Tusis empirono di lamenti il mondo, e più la Svizzera e la Lombardia, e com'è stile de' profughi, trescavano per introdur armi straniere nella Valtellina non solo, ma nella Rezia. Dal duca di Feria, nuovo governatore del milanese, e dal Gueffier ambasciadore di Francia ricevevano subdoli incentivi: cercavano muover l'irresolutezza delle Corti d'Austria e di Spagna; al papa inviarono non una sola volta, ed esso li confortava ad una pazienza che pareva omai intempestiva ai fuorusciti, i quali, gridando giunta al colmo l'oppressione della patria, confortavano i Valtellinesi a levarsi una volta per la causa santa.

Che i Riformati si fossero giurati a trucidar i Cattolici, e ridurre alla nuova religione la valle, scrittori cattolici lo affermano; e che il governatore di Sondrio si fosse lasciato sfuggire di bocca, non andrebbe molto che sarebbero tutti d'una fede. Nelle suppliche sporte dal clero e dal popolo di Valtellina al re cattolico ed al cristianissimo si asserisce questa congiura; possibile ardissero mentire così sfrontatamente in faccia a quelle corone? Parrebbe anzi che alle suppliche ne unissero le prove[283]. Ma perchè, mentre si conservarono esse suppliche, perì il documento? come, fra tanti fasci di carte, che ad altri ed a me non parve fatica rovistare, questa non si rinvenne? Ben si ragiona di qualche lettera, ma vaga e d'incerto autore e scoperta miracolosamente, e che, piuttosto d'acquistar fede a questa congiura, la fa credere uno spediente, consueto anch'oggi, quello d'accusare la parte che soccombette, coprendo l'atrocità colla calunnia, e ammantando di difesa il misfatto. Era tempo di rivoluzioni; e se queste non misurano mai i mezzi, allora ancor meno, quando la discordia religiosa aveva abituato ai delitti: la Francia, dopo il macello della notte di san Bartolomeo, erasi agitata fra guerre terribili, che appena allora avevano posa: l'Olanda scotevasi sanguinosamente dal giogo della Spagna in nome della religione: in nome di questa la Boemia rompeva guerra all'imperatore: tutta Germania era sossopra per quella che poi si chiamò guerra dei trent'anni. Quanto l'esempio ecciti la passione della guerra, delle stragi, delle rivolte non fa mestieri ch'io 'l dica; nè dovette essere allora inefficace sui Valtellinesi.

Giacomo Robustelli di Grossotto, parente dei Planta perseguitati, perseguitato egli stesso, nobile, agiato, d'animo gagliardo, e di quell'ambizione che de' sagrifizj altrui sa fare vantaggio proprio, servendo nell'armi, era da Carlo Emanuele di Savoja stato fatto cavaliere dei santi Maurizio e Lazzaro e molt'aura si era acquistato tra' suoi coll'affabilità e la splendidezza, sicchè parve opportuno centro alle trame per liberare la patria.

Accozzati nella propria casa a Grossotto alcuni Valtellinesi di maggior recapito e di spiriti più vivi, ai quali pareva lodevole il far libera la patria, o utile il comandarla, o santo il purgarla dalla eresia, esclamavano essersi sofferto abbastanza: dai padri nostri ne fu lasciata una patria da amare, un patrimonio da difendere, leggi da conservare. E la patria e i beni e le leggi e, che più monta, la fede, ci hanno codesti stranieri tolto o contaminato. Chetare le speranze in Dio è lodevole quando cresca stimolo alle forze, non quando sia pretesto a cessar dalle opere. Centomila cattolici, quanti ne abitano dalle fonti del Liro a quelle dell'Adda, elevano un voto solo; ducento milioni di cattolici in tutto il mondo aspettano da noi esempio, e ci preparano applausi e soccorsi. Noi dunque concorde volere; noi sdegno generoso; noi magnanime speranze: noi armi giuste perchè necessarie, formidabili perchè impugnate per la patria e per gli altari. Il papa ci benedice: Spagna ci appoggia: la discordia de' Grigioni ci favorisce. Se l'occasione fugga, chi più la raggiungerà? Torna meglio morire una volta, che tremar sempre la morte. Cadremo colle armi alla mano? il mondo ci compassionerà, ci ammirerà come martiri, come eroi. Sopravviveremo alla ben condotta impresa? quanto sarà dolce nei tardi nostri anni dire ai figliuoli: Noi pugnammo per la patria e per la fede: se liberi, se cattolici voi siete, è merito nostro.

Così prevalendo i consigli esagerati, giurarono ridurre le vendette ad un colpo, e fare a pezzi quanti eretici natii o stranieri respirassero nella valle. Il capitano Giovanni Guicciardi di Ponte, spedito per amicare il cardinale Federico Borromeo, il duca di Feria[284] e gli altri magnati del governo milanese, ne ottenne tremila doppie[285] con cui assoldò esuli e gente d'ogni risma pel primo sforzo. Traverso alle penose incertezze che dividono una fiera risoluzione dal suo attuamento, ed a quei casi che sempre vi si interpongono, venne la terribile alba del 19 luglio 1620, quando a Tirano cominciossi a scannare e fucilare, e ben sessanta persone vennero in diversa foggia tolte dal mondo, fra cui tre donne; le altre ed i fanciulli perdonati se abbracciassero la cattolica fede. Il Robustelli, entrato a Brusio in val di Poschiavo, schioppettò da trenta riformati, poi mise fuoco al paese; falò, diceva egli, per la ricuperata libertà di religione[286].

Guai se il popolo comincia a gustare il sangue! I Venosta, i Quadri, i Besta, i Torelli, i Parravicini scannavano intorno a Teglio, a Ponte, in Val Malenco, a Sondrio; sopratutto infierivano coi predicanti e i rifuggiti. Bortolo Marlianici, Giovan Battista Mallery di Anversa, Marcantonio Alba predicante in Malenco perdettero la vita; l'Alessio campò con Giorgio Jenatz predicante di Berbenno ed altri. Francesco Carlini vicentino, da frate mutato in predicator calvinista, fu mandato all'Inquisizione ove abjurò: Paola Beretta, ottagenaria già monaca, inviata anch'essa a quel tribunale, resistette e fu arsa viva. Anna di Liba da Schio vicentino, fu trucidata con un bambino alla mammella: altre donne ancora e nella florida e nella cadente età, furono passate per le spade. Giovan Antonio Gallo di Gardone, fabbricatore di schioppi, per due giorni si difese, poi côlto nella fuga, venne attaccato a un albero e preso a fucilate. Andrea Parravicini da Caspano, preso dopo molti giorni, fu messo fra due cataste di legna e minacciato del fuoco se non abjurasse: durando costante, fu arso vivo: e si videro spiriti celesti aleggiargli intorno a raccoglierne lo spirito[287]. Nè fu questo il solo prodigio, onde le due parti pretesero che il Cielo ad evidenti segni mostrasse a ciascuna il suo favore.

Ignobili affetti presero il velo della religione; contadini e servi piombarono sui loro padroni, i debitori su cui dovevano, i drudi sui cauti mariti. Poi per molti giorni, come bracchi entrati sulla traccia, mettevansi fuori all'inchiesta i villani con forche e picche e moschetti e crocifissi tutt'insieme. Non moveali religione, bensì quel furore che accompagna le fazioni, iniquamente incitato da fanatici capi, che pretessevano a questi orrori il nome del Dio della pace, il sostener una religione, che deve essere propagata con armi incolpate, colla santità degli esempj, coll'efficacia della parola e della grazia, col morire non coll'uccidere. Fanatici frati e sacerdoti, l'arciprete Parravicini di Sondrio aizzavano la moltitudine. Battista Novaglia a Villa tre di sua mano ne scannò: frate Ignazio da Gandino venne a posta da Edolo: il Piatti curato di Teglio attaccò il dottor Federici di Valcamonica e fatto il segno della croce quale portava nella mano sinestra e una spada nella destra, ammazzò detto dottor calvino con altri seguaci[288]: il domenicano Alberto Pandolfi da Soncino, parroco delle Fusine, con uno spadone a due mani guidava il suo gregge a trucidare i fratelli di quel Cristo, che aveva detto non ucciderai.

Molti per forza si apersero il varco e fuggirono; alcuni giunsero a Zurigo, dove ebbero chiesa particolare, e rimane la nota delle persone che vi si salvarono, cioè una di Tirano, due di Teglio, sedici di Sondrio, fra cui padovani e vicentini, sei dai monti vicini, fra cui Marta vicentina, due di Berbenno; di Caspano e Traona novantatre, fra' quali un Sadoleto; una di Mello, quattro di Dubino. Vincenzo di Bartolomeo Paravicini di Caspano fu ministro di quella chiesa, alla quale si aggregarono i profughi di Val di Monastero; approvata dal senato, ottenne d'adoprar la lingua italiana finchè al senato paresse: nelle sole domeniche tenessero prediche in italiano, e in ore diverse dalle tedesche; i sacramenti e la benedizione del matrimonio non si facessero che nelle ordinarie congregazioni tedesche; le preci si formassero e recitassero secondo il rito zuricano. Poi nel decembre 1621 ottennero di ricever la Cena da ministri esuli di Valtellina e Chiavenna; di tenere due sermoni la settimana, ma non, come domandavano, di elegger due anziani valtellinesi e due chiavennaschi per assister i poveri, nè d'avere un custode proprio della chiesa: raccomandavasi di acquistar l'uso del tedesco, come pare facessero, giacchè dopo tre anni la chiesa italiana vi cessò.

Degli uccisi l'appunto non si può dire; essendo chi li scema e chi d'assai li cresce oltre i seicento: poche decine erano grigioni, gli altri indigeni o rifuggiti d'Italia, il che mostra come tanto meno fosse necessaria la strage. Ma di tempo in tempo gettasi tra' popoli un furore simile alle epidemie, durante il quale ogni riparo di ragione, ogni consiglio di prudenza esce indarno: quasi per una adamantina fatalità bisogna che si compia il reato, che si colmi la misura, che trovi chi l'ecciti prima, l'applauda poi, per lasciar in appresso il pentimento quando dalla colpa e dal delirio germogliano inevitabili la miseria, l'oppressione, il tristo disinganno e il tardivo pentire.

Ma sulle prime non si ebbe che l'esultanza del trionfo e le congratulazioni di popoli e principi, come poi di storici[289]. I Valtellinesi, scancellate le impronte della retica dominazione, si diedero un governo provvisorio, e cominciarono a far decreti: pigliare al fisco i beni de' Grigioni, restituire la patria agli sbanditi, i possessi alle chiese, i conventi alle monache, chiamare il vescovo a far la visita, e frati a predicare e confessare: accettare il calendario gregoriano, la bolla in Cœna Domini, il concilio di Trento, l'Inquisizione contro gli eretici; levare il seminario acattolico e le ossa di eretici dai cimiteri; e prometteano soffrir tutto, anzichè tornare alla scossa dominazione. Il contado di Bormio era stato immune dalla strage: ma per essere quella santa risoluzione a Dio dedicata[290], anch'esso venne a quel che chiamavasi il partito santo, il partito di Dio.

Quei di Poschiavo non aveano preso parte al macello, ma più tardi vedendo non potere altrimenti liberarsi dai Protestanti, meditarono scannarli: e Claudio Dabene, cameriere del Robustelli, fiero di lingua e di mano, entratovi uccise quanti potè sorprendere: del che domandato in giudizio, fu sostenuto a Tirano, ma ben presto dimesso. Leggo nello Sprecher e nel Quadrio che il curato fosse complice dell'assassinio; ma più volentieri credo al cronista Merlo, il quale racconta che esso curato Beccaria aprisse il presbitero per ricoverarvi gli eretici cercati a morte.

I Valtellinesi in generale ragunata sortirono al grado di capitano della valle e governatore Giacomo Robustelli, con ducento scudi il mese «per aver cominciato l'impresa di nostra libertà con sue gravi spese e danno»: suo luogotenente il Guicciardi; e sentendo imminente il pericolo, sfondarono i ponti, bastionarono borgate, steccarono accessi, fecer uomini, armi, denaro; mandarono ambasciadori ai Cantoni Svizzeri, al nunzio apostolico in Lucerna, al papa, all'arciduca Leopoldo d'Austria, e lettere a tutti i popoli cattolici, per loro mentosto giustificazione che vanto. Più tenevano raccomandati al duca di Feria i soccorsi che diceano promessi: ma mentre gli altri governi temeano da questo sangue la prevalenza di Spagna, il duca spagnuolo stava colle mani giunte o non volesse far manifesto d'aver intesa coi Valtellinesi in quel che la coscienza riconosceva per gran misfatto, o attendere finchè avessero dato segno di valore, prova di fermezza, speranza di esito prospero, e mostrato se dovesse il mondo chiamarli ribelli od eroi.

I Grigioni, che in Chiavenna stavano in grosso numero, come intesero la strage, ebbero tempo di pararsi in difesa, e farsi dai natii giurar fedeltà; onde quel contado rimase immacolato di sangue. Il governo grigione, si affrettò alla vendetta, e chiesto l'ajuto de' confederati, tremila uomini spedì per la Spluga a Chiavenna e per Chiavenna in Valtellina[291], e schivando o sperdendo le opposizioni, grossi ed impetuosi voltarono sopra Sondrio, dove altri giungevano da val Malenco. Fuggiti i natii, essi v'entrarono, uccisero due infermi trovati, e n'ebbero i mirallegro da alcune donne, le quali, salvatesi col fingersi cattoliche, ora gettavano a' loro piedi i rosarj e gli scapolari, di che s'erano fatto scudo.

Ho sempre creduto il più inutile uffizio della storia il divisare per minuto i casi delle guerre; tanto, mutati i nomi, è uniforme questa scienza de' figli di Caino: dapertutto invasioni e fughe, incendj di paesi, racquisti, vittorie, sconfitte alterne, furti, violamenti, sangue, lacrime, terrore, desolazioni dei vincitori non men che dei vinti; e la forsennata umanità applaudire a chi più versa sangue. Lasciando dunque le particolarità al vulgo degli storici, e cogliendo i sommi capi, diremo come il Feria, veduto che ai Grigioni davano soccorso e i Cantoni protestanti e la repubblica di Venezia, in modo che la guerra minacciava i confini della Lombardia, mandò giù la visiera, gravò il Milanese in novecenmila lire, ottenne che Madrid dichiarasse la valle sotto la protezione reale, e bandì guerra ai Riformati. Paolo papa offrì ottantamila scudi d'oro, bramoso di mettere una barriera all'eresia; i predicatori in Milano esortavano i fedeli all'impresa che denotavano col titolo così spesso e stranamente abusato di crociata.

Tutta Europa si mise in ragionamenti di politica per quell'angolo d'Italia, piccolo sì, ma che per la sua postura faceva gola a troppi potentati. Imperocchè la Valtellina, come dicemmo, dall'estremità occidentale tocca il Milanese, dall'opposta il Tirolo; gli altri due lati confinano il meridionale coi Veneziani, l'opposto coi Grigioni; ed è noto che allora un ramo austriaco imperava in Germania, un altro nella Spagna, nel Nuovo Mondo e in tanta parte d'Asia; possessi nella cui immensità andavano smarriti il Milanese e il Napoletano. Cadeva la Valtellina alla Spagna? ecco aperto e spedito un passo, onde tragittare qualunque esercito dalla Germania in Italia, assentissero o no gli Svizzeri ed i Grigioni. Che se in tal modo si fossero dato mano i dominj austriaci dalla Rezia fino alla Dalmazia, avrebbero tolto in mezzo la Venezia e gli altri Stati italiani, impedendo a questi i soccorsi esterni, e rendendosi arbitri della penisola. Il papa sperava in quel torbido pescare grandezza alla Chiesa od ai nipoti: la Francia, come sempre, agognava di surrogar la sua alla potenza austriaca. Dall'altra parte i Riformati della Rezia, di Svizzera, di Germania, d'Olanda, fin d'Inghilterra sostenevano gli antichi dominatori, loro correligionarj; i predicanti in ogni paese narravano con esagerazione l'assassinio, chiedendone vendetta, a nome non solo della fede, ma dell'umanità. Non è dunque meraviglia se per la Valtellina si travagliassero tanti Stati con tutto lo sforzo dell'imperio e dell'autorità.

I Grigioni, respinti sulle prime, calarono più grossi e accanniti sopra Bormio; ed unendo cupidigia e crudeltà al fanatismo religioso, piacevansi profanare quanto i Cattolici avevano in venerazione; nella marcia vestire piviali, tunicelle e cotte; sfregiare e bersagliare le immagini devote; illaidire i lavacri battesimali ed il sacro pane; coi crismi ungersi gli stivali; mutilare sacerdoti, menar danze nelle chiese al profanato suono degli organi, usare a desco i calici e le patene. Poi grossa e brava battaglia a Tirano l'11 settembre 1620, durò otto ore, finchè i Valtellinesi ebbero la migliore; più di duemila fra Grigioni ed ajuti si dissero periti chi di ferro, chi nell'Adda, e fra essi il colonnello Florio Sprecher e Nicola da Myler, capo degli ausiliarj bernesi, che in sul partire per la guerra, toccando i bicchieri co' suoi amici, avea promesso di riportar loro tante chierche di papisti, quante anella contava una sua lunga collana d'oro. Ucciso lui, quella collana fu mandata in trofeo al governatore Feria. La vittoria, anzichè al valor confidente di chi combatte per la patria e per la religione volle ascriversi a prodigio, asserendo che la statua dell'arcangelo Michele posta versatile sul pinacolo del santuario della Madonna, per quanto durò la pugna, contro ai Grigioni si tenesse rivolta, benchè contrario spirasse il vento, minacciosamente vibrando la spada. Il Feria fece stampare tal prodigio, e mandollo a Madrid insieme con un'immagine dei santi Gervaso e Protaso, che sulla facciata della chiesa di Bormio, fatta bersaglio delle fucilate, n'era rimasta illesa.

La vernata chiuse di nevi e ghiacci i passi: onde sostando il pericolo, si venne in quel secondo stadio delle insurrezioni, dove gl'intriganti sottentrano ai convinti. Agitavasi il destino della valle da politici, da giureconsulti, da teologi; e mentre tanti ponevano in campo ragioni sopra di essa, la Valtellina mandava al papa, ai re, alle repubbliche, affinchè la conservassero indipendente. Più che i soccorsi e la diplomazia a gran vantaggio di essa tornavano i lunghi odj civili delle Tre Leghe, ove Cattolici e Riformati, Salis e Planta si contrastavano fieramente, men per fede e patria che pei raggiri di Spagna e di Francia. A maneggi e ad armi soprastettero in fine i Cattolici, ed il Feria usò questa sbattuta a pro della sua corona, lasciando i fiacchi nelle peste, e conchiudendo in Milano una perpetua lega (1621 6 febbrajo), a condizione che la Valtellina tornasse ai Grigioni con buoni patti, e i Grigioni concedessero libero passo alle truppe spagnuole.

Veneziani e Francesi sbigottironsi di questo incremento della Spagna, onde s'accingeano a rialzare i Grigioni, e restituire loro la valle in piena signoria. I potentati e Gregorio XV, succeduto papa e subillato da persone gelose dell'austriaca potenza, scrissero al re di Spagna, quasi fosse turbatore della comune pace, e supplicandolo perchè rendesse le cose di Valtellina in punto di comune soddisfazione. E l'imbelle Filippo IV, per non aver aria d'invadere l'altrui, nè soperchiare la libertà italiana, stabilì in Madrid che la valle ritornasse ai Grigioni nell'antico assetto di cose, demoliti i forti, levati i presidj, perdonata la ribellione: il re di Francia, gli Svizzeri e i Vallesiani stessero mallevadori pei Grigioni. Ne fremettero gl'insorgenti, gridandosi traditi da chi gli aveva mossi, e l'accordo non ebbe luogo perchè gli Svizzeri ricusarono farsi garanti. Si fu dunque di nuovo sulle armi; dodicimila Grigioni irrompono nel Bormiese, saccheggiando da barbari e fanatici. Ma il governatore Feria erasi accontato coll'arciduca Leopoldo, e mentre questi invadeva i retici confini, egli veniva su per la Valtellina, accolto a stendardi sciorinati, a saluti di trombe, d'artiglierie, di campane, acclamato il protettore, il liberatore.

All'ancipite pericolo i Grigioni eransi ricoverati in casa, e gli Spagnuoli inseguendoli, aveano messo il fuoco a Bormio, di settecento case sol tredici lasciando illese; tanto e amici e nemici parevano in gara di far male. Anche da Chiavenna snidolli il Feria, e gli incalzò per la val del Reno e per la Bregalia. Il generale Baldiron con diecimila Austriaci occupa l'Engaddina e Coira stessa; d'ogni parte cacciati gli eretici, presa vendetta delle antiche ingiurie, respinti i Salis; e dopo scene compassionevoli di assassinj fraterni, le Dritture furono staccate dalla Rezia e poste a dominio austriaco. Tal frutto coglieano delle loro dissensioni.

I Grigioni ai cenni del vincitore stipularono in Milano una perpetua confederazione colla Spagna, concedendo passo libero alle truppe di questa; quanto alla Valtellina, godesse piena ed assoluta libertà civile e religiosa, pagando il tributo di venticinquemila scudi: acattolici non vi potessero dimorare, e dentro sei anni dovessero vendere quanto vi possedevano: l'arciduca manderebbe alla valle un commissario per rendere la giustizia. Chiavenna, sgombrata dagli Spagnuoli, fu ceduta ai Grigioni: ma poichè questi non mandavano ufficiali che tenessero ragione, si provide d'un governo suo proprio.

Così parevano rassettate le cose: ma gli emuli dell'Austria, che contavano come perdita ogni guadagno di essa, e quelli che sempre in lei videro la più pericolosa nemica dell'italiana libertà, mal soffrivano acquistasse alla cheta un passo così ambito all'Italia; mentre dalla Rezia poteva, per l'Alsazia e pel Palatinato del Reno, conquista sua recente, spedire qualunque esercito nelle Fiandre ove la guerra imperversava. I principi italiani ne tremavano per la propria indipendenza: al duca di Savoja rincresceva che più non fosse mestieri ricorrere a lui per ottenere un passaggio ch'e' sapea farsi pagare: ai Veneziani il vedersi rapito il frutto di un'alleanza comprata a peso di zecchini: tutti gridavano contro gli Spagnuoli quasi, col titolo di religione, insidiassero gli altrui possedimenti.

Col vezzo antico degli Italiani di ricorrere alla Francia ne' loro frangenti, e dei Francesi di professarsi tutori delle italiche libertà, questi con Savoja e Venezia, formarono una lega contro casa d'Austria per sostenere il trattato di Madrid, e rimettere i Grigioni in possesso della Valtellina. Il re di Spagna, per non crescersi altri nemici, calò ad un di mezzo, cioè di consegnare i forti della valle al papa, il quale dovesse custodirli con genti proprie, ma a spese della Spagna, finchè le due corone vi prendessero un partito decisivo. Orazio Lodovisi duca di Fiano, nipote di Gregorio XV, occupò i forti co' Papalini, cioè con una mano di banditi e di ribaldi, il 29 maggio 1623.

Ne seppe assai male al partito santo, che vedeva prepararsi lo sdrucciolo per restituire la Valtellina, salvo il decoro della Spagna; ma misero chi non ha dal canto suo che la ragione, e commise le proprie sorti a fede di re e a maneggi di diplomazia! Sapeva pur male ai Veneziani che ingrossassero o il re o il papa, il quale lasciava trapelare l'idea di costituirne un principato ai suoi parenti. Ma successo Urbano VIII, propenso alla Francia, in Avignone si combinò lega tra Francia, Inghilterra, Danimarca, Venezia, Olanda, Savoja ed i principi di Germania a danno della Spagna e dell'imperatore, singolarmente per costringerli a restituire il Palatinato del Reno e la Valtellina[292]. Una consulta di teologi aveva proferito che il papa non poteva in coscienza rimettere i Cattolici sotto eretici, con urgente pericolo delle anime; ma il re cristianissimo gli intimò che o demolisse i forti della valle, o li restituisse alla Spagna, affinchè egli potesse, senza offesa delle sante chiavi, entrare armatamano in quel paese, per richiamare a libertà i Grigioni, e sottrarli dal giogo austriaco.

I Grigioni si trovavano all'ultimo tuffo. Gli Austriaci vi avevano perseguitato i Riformati, singolarmente i ministri, rapite le armi; mandato colonie di Cappuccini tedeschi nel Pretigau, a Tavate, a Coira, di milanesi nella Pregalia, di bresciani in Val Santa Maria, sostenendone l'apostolato colla forza: molti rimasero martiri fra questi, molti martiri fra i Protestanti. Quando si volle a forza costringere quei del Pretigau ad usare alle chiese cappuccine, ruppero a schiamazzi: e «Questo è troppo; morremo senza patria, senza libertà, ma salviamo almeno le anime nostre». Fuggirono dunque nelle selve: donde con falci e coltella e sassi e mazze precipitaronsi addosso agli Austriaci il giorno delle palme 1622, esultando fin le donne allo sterminio dei tiranni della patria loro[293].

Le armi del Baldiron e del Feria ricomposero per allora la quiete: ma il Feria, alla Corte di Madrid era scaduto di credito come primo autore di questo moto della Valtellina, che alfine non partoriva che guai; ed il papa, i timori dicendo sottili invenzioni spagnuole, non volle ricevere in Valtellina guarnigione austriaca. Se così pensava da vero, il fatto lo disingannò, avvegnachè il Cœvres, che fu poi maresciallo d'Estrée, spiegata bandiera francese, entrò in Coira, così ordinato dal Richelieu ministro di Luigi XIII; restituì a libertà le Dritture, cacciò il vescovo, rimise il primiero stato, e difilossi sopra la Valtellina, donde i Papalini si ritirarono. Quivi conchiuse un accordo coi deputati della valle, promettendo gli alleati la proteggerebbero, i Grigioni non entrebbero nei forti, solo restandovi sinchè fosse stabilito un ragionevole governo: intanto si solleciterebbe una decisione finale. Il Robustelli, adoprato invano a difesa della patria, che avea tratta in così infelice ballo, si ridusse sul milanese; la valle tutta fu occupata dai Francesi, fra l'esultanza dei tanti che chiamano liberazione il cambiar di signori.

Grand'apprensione ebbe allora il Feria non volessero i Francesi, mentre l'aura era destra, calare sul Milanese, e ritogliere parte de' suoi a chi aveva voluto occupare i possessi altrui: onde difese i passi. Poi i maneggi diplomatici condussero una concordia, praticata in Monçon città dell'Aragona il 6 marzo 1626, dove, per quel che riguarda la Valtellina, si stabilì vi si conservasse la religione cattolica, ridotte le cose allo stato del 1617; i natii eleggessero i proprj magistrati e governatori, senza dipender dai Grigioni: toccasse però a questi il confermare gli eletti entro otto giorni, e ricevere un annuo censo di venticinquemila scudi d'oro: le fortezze fossero rimesse al papa da demolire: Grigioni più non entrassero armati nella valle, nè gli Spagnuoli tenessero forze oltre le ordinarie alla frontiera milanese.

Questo trattato salvava il decoro della Spagna, la quale pareva avere proveduto alla religione ed alla libertà di quei popoli. Ma non era ancor tempo. Imperocchè i Grigioni chiedevano si osservasse il trattato di Madrid, aizzati dai predicanti, da Venezia, dalla Francia; mentre in Valtellina il partito santo spingeva ad ordini rigorosi contro gli eretici, pubblicava i beni dei ricaduti; e molti coperti riformati o dall'Inquisizione o dagli zelanti erano fatti capitar male. E la natura delle cose portava che i Cattolici, trovandosi spalleggiati, soprusassero ai dissenzienti[294], se non altro in parole. Abbiam lettera di frà Giovanni da Martinengo predicatore in Ponte, che a Giovanni Bongetta e Filippo Battista detto Sfodego ed altri di Sondrio, il 18 marzo 1627 annunziava: «Ho inteso le orrende bestemmie che voi ed altri eretici uomini e donne che sono in Sondrio dite contro la santa fede cattolica nostra. Ero risoluto senz'altro di venir al debito castigo, ma voglio peccare con voi di soverchia misericordia. Pertanto questa mia servirà a voi ed altri eretici per dolce invito alla fede cattolica. Quando non vogliate, fate che subito tutti siate fuor della valle e confini; altrimenti guai a voi se m'aspettate là; che al sicuro il minimo castigo ha da essere il fuoco e fiamme. Se mi domandate con quale autorità scrivo e minaccio, dagli effetti v'accorgerete di quello posso e voglio fare per nettar affatto la valle di simil peste...».

Si stabilì anche il Sant'Uffizio, e nell'ottobre 1628 si decretò che tutti gli acattolici fra due anni dovessero vender quanti beni sodi possedessero in Valtellina, e andarsene, pena la vita. Il vescovo Caraffino, venuto in visita, dai Protestanti trasferì in altri i livelli della sua mensa, benchè n'avessero pagato il canone.

Nel 1631 essendo morto di peste il ministro di Poschiavo, esso Caraffino scriveva ai signori di colà il 16 gennajo: «Nel progresso ch'ha fatto il mal contagioso in cotesta terra e nel rimanente della mia diocesi, intendo che sua divina maestà abbi levato di vita il predicante di costà. Segno evidentissimo che abbiamo della sua misericordia verso di noi. E perchè corrispondiamo tutti dal canto nostro con soddisfare al debito, mi è parso scriver la presente alle signorie vostre, e di avvertirle di non permetter che entri più nel contado simil peste, opponendosi virilmente..... sicuri che, oltre l'assistenza che avremo da Dio benedetto, io dal canto mio non solo gli porgerò tutti gli ajuti immaginabili, anco col mandare quantità di gente ad opponersi insieme con loro alla resoluzione d'essi eretici, ma bisognando me ne verrò in persona, come prontamente farà anche il reverendo padre inquisitore con tutti li suoi familiari a prendere ed il ministro e li fautori e anche quelli che non avessero pienamente soddisfatto al debito loro in opponersi».

Era scoppiata intanto la guerra pel possesso del Mantovano, disputato fra i duchi di Nevers, eredi dei Gonzaga, sostenuti da Francia; i duchi di Savoja, sempre attenti ad ampliarsi; e gli Austriaci, sempre vogliosi d'impedirlo. Il duca di Nevers, profittando della recente convenzione di Francia coi Grigioni, per la Valtellina passò coll'esercito sul Veneto, e andò a toglier possesso del ducato. Da altre intanto delle valli Alpine sbucavano soldati francesi, spagnuoli, savojardi a disputarsi il tristo onore di spogliare ed avvilire questa povera Italia, premio ognora della vittoria. L'imperatore Ferdinando, per fare smacco alla Francia e sostener, egli austriaco, le austriache ambizioni, mandò trentaseimila fanti e ottomila cavalli, guidati da Rambaldo Collalto; truppe terribili sempre, allora viepeggio pel timore della peste che serpeggiava. Il grosso di costoro per Lindau era venuto nel Chiavennasco onde calarsi sul Milanese: e spargendosi per la Valtellina, oltre i latronecci, vi diffusero la peste, flagello aggravato dai lunghi patimenti della guerra e dalla recente carestia. Per libri altrui e miei, divenuti popolari, sono conosciutissime quelle miserie, nelle quali da una parte crescevano i pii legati ed i voti; dall'altra, non che farsi migliori alla terribile voce del castigo divino, peggioravansi i portamenti degli uomini, che, insultando al Dio che flagellava, godeano della vita che fuggiva, del disordine che regnava, degli averi che nei superstiti si accumulavano.

Noi ai gran savj del nostro secolo vorremmo raccomandare di non permettere mai queste orride sciagure naturali. In primo luogo, essi vantano l'onnipotenza dell'uomo fin a domare la natura, un avvenire di godimenti quando esso avrà tolte le cause di distruzione, incatenati gli elementi: ma ecco un torrente, una scossa di terre, un morbo che s'attacca all'uomo, alla vite, alle patate, un'avversità di stagione, dissipa le gioconde previsioni, e attesta una mano preponderante, e quanto precario sia il possesso dell'uomo su questa crosta che copre un incendio.

Secondariamente le gravi sventure sono il giorno del prete, del frate, della carità; cose tutte che i gran savj del nostro secolo denno ingegnarsi di screditare; e d'impedirne quell'ingerenza, che divien tanto efficace quanto benedetta in simili casi.

Ed anche allora, quando il vivere era un'eccezione, quand'era un eroe chi rimanesse al posto destinatogli dalla Provvidenza, se al male v'avea qualche rimedio lo porgeva la carità cristiana. Al clero si erano concesse amplissime facoltà; non pochi con ispontaneo sagrifizio esponeano nell'assister i malati la vita temporale per acquistare altrui l'eterna; i Cappuccini dì e notte erano ove li chiamasse il bisogno altrui: essi ad apprestare cibi e medicine, rassettare i letti, vegliare i moribondi, trasportarli, nettarli, profittare di quei terribili momenti, che sogliono far trovare la coscienza anche ai più perduti d'anima, e mandare i morenti confortati nella speranza del perdono. In Tirano singolarmente infierì la morìa, e gli infermi si fecero collocare in un palancato attorno al tempio della miracolosa Madonna, fidando d'averne conforto al corpo o all'anima; consolati almeno di morire ove bramavano. Si erano colà nel 1624 stabiliti i Cappuccini, e fin ad uno morirono a servigio degli appestati: altri sottentrarono volenterosi alle loro cure, a morire anch'essi. Dare la vita per fare del bene! a queste azioni ti riconosco, o religione, che sola crei i martiri dell'amore.

A prevenire ed a curare il malore si erano dati provvedimenti, quali buoni, quali superstiziosi, quali esecrabili. Sequestrare i malati, durare le quarantene, non comunicare con alcuno, portarsi in mano ruta, menta, rosmarino, aceto, un'ampolla di mercurio, che credevasi assorbisse gli effluvj contagiosi. E poichè ne' grandi flagelli, dove non si osa bestemmiar la Providenza, sentesi il bisogno di sfogar contro alcuno il brutale istinto dell'odio, e della superbia umiliata dall'impotenza, la pubblica opinione, mostro terribile nei tempi perversi o negli imbecilli, asseriva che uomini malvagi con malìe ed unzioni propagassero la peste: e molti paesi soffersero il miserabile spettacolo di untori, non solo trucidati a furia di popolo, ma processati, convinti e mandati ai peggiori strazj.

Bormio avea posto divieto che nessuno osasse passare nell'Engaddina, ove il contagio infieriva. Nelle guardie del cordone incappò un contadino che l'aveva trapassato; e che confessò come, trovandosi la donna sua inferma, e dubitandolo effetto di stregheria, si era condotto di là per consultare coll'astrologo di Camosasco; vulgar uomo che se l'intendeva col diavolo, e che di fatto aveagli dato a vedere in un'ampolla tre persone, che avevano fatto l'incantesimo alla sua donna[295]. Ignorante o maligno, il contadino nominò una povera vecchia, che catturata e domandatane alla corda, incolpò se stessa e denunziò molt'altri. Il giudice di Bormio istruì il processo, facendo, per sicurezza di coscienza, intervenire l'arciprete Simone Murchio; e col consenso del vescovo di Como furono decapitati ed inceneriti trentaquattro fra uomini e donne[296]. Così e folli guerre, e tremendi contagi, e pazzi pregiudizj concorrevano ad affliggere ed esterminare la miserabile umanità.

La peste cessò, non i mali della Valtellina, corsa da soldati che andavano alla tremenda guerra de' Trent'anni. Quest'agevolezza di inviar truppe facea più increscere la Francia del nuovo possesso della rivale: onde levossi alfine risoluta di liberare l'Italia, titolo solito (diceva il Ripamonti) onde i Francesi valicano le Alpi; i Francesi (soggiunge egli) ai quali punto credere non si dovrebbe, essendo gente inquieta, e che vuol gli altri inquietare[297].

Il duca Enrico di Rohan, il più compito gentiluomo del suo secolo, come capo de' Riformati aveva con forza e genio tenuto testa al Richelieu, il quale potè fargli perdere il favor della Corte, ma non la riputazione di capitano eccellente: colla quale e con dodicimila pedoni e millecinquecento cavalli passò per Basilea e Sangallo fin a Coira, ed entrato per Chiavenna, senza difficoltà occupò la Valtellina.

Tosto vengono Tedeschi da Bormio, Spagnuoli e Milanesi dal forte di Fuentes; da' cui rincalzi il Rohan è costretto ritirarsi nell'Engaddina. Quivi rinnovato di forze, rientra, agita terribili battaglie, vince, e mentre avea buono in mano, precipita sopra le Tre Pievi all'estremità settentrionale del lago di Como, e postele a sacco e fuoco, s'inoltra, finchè nei castelli di Musso e di Lecco trovò tale resistenza, da abbandonar l'impresa per impossibile.

Francia, smaniata di togliere all'Austria quel passaggio, sollecitava i Valtellinesi, promettendo sottrarli affatto dai Grigioni, redimerli fin dallo stabilito censo incaricandosene ella stessa, e concedere giustizia propria, unica religione. Ne venne sentore a' Grigioni, i quali altamente adontatisi che il re gli accarezzasse solo in quanto gli giovavano contro gli Austriaci, abbandonarono di tratto l'alleanza del cristianissimo, e si volsero a Spagna. E Spagna, non avendo maggior desiderio che questo, non istette ad assottigliare sulla coscienza, accettò, ebbe di nuovo in mano la fortuna della Valtellina, e non si fece scrupolo di sagrificarla per saldare l'alleanza coi Reti. Il marchese di Leganes, nuovo governatore del milanese, profondeva cortesie ai Grigioni ambasciadori, niuna ai Valtellinesi: chiese al vescovo di Como se colla religione cattolica fosse compatibile il dominio grigione, e questi rispose del sì, nè diversamente avea deciso una congrega di teologi in Ispagna.

Già nel castello di Sondrio s'era messo presidio grigione. Del che fremendo i Valtellinesi, erasi da certuni proposto di avventarsi di bel nuovo nell'armi, scannare i pochi nemici in paese, e far da sè, gettata ogni fiducia di soccorsi da Francia o da Spagna. Pareva ottimo quel che non era più a tempo. Perocchè non più vettovaglie, non denaro nè credito: la peste del 30, rinnovata cinque anni dipoi, aveva decimata la popolazione; in tutti era quella stanchezza che suole succedere alle forti commozioni, come al delirio furente il delirio tremante; e che fa guardare come minor male il chinar la testa, e pregare Dio che la mandi buona.

Il governatore Leganes coi deputati reti ultimò l'affare in Milano il 3 settembre 1639, restituendo ai Grigioni la Valtellina coi patti e salvi compresi in quaranta articoli, i cui termini principali erano questi: — Nessuno venisse riconosciuto pei fatti corsi dopo il 1620: cassate le procedure di Tusis; le finanze, le tratte e le consuetudini tornino come avanti l'insurrezione: gli uffiziali, dal vicario della valle in fuori, vengano eletti dai signori Grigioni, e la sindacatura se ne faccia in paese: degli statuti del 1549 sono derogati nominatamente quelli intrusi a danno della fede e delle immunità ecclesiastiche: unica religione la cattolica, operando in ciò come gli Svizzeri ne' baliaggi italiani: non Inquisizione: vescovo, preti, frati esercitino sicuri i loro ministeri: non vi fermi dimora alcun Protestante, se non sia magistrato. A ciascuna delle tre leghe dovea la Spagna pagare millecinquecento scudi l'anno, e mantener sei giovani a studio a Milano e a Pavia: libero a soldati austriaci il transito per la valle, e a niun altro.

Rato e stipulato, egli informò i Valtellinesi dell'accordo. Cadde il fiato a tutti in udirlo: gridarono contro il vescovo Caraffino; parodiavano il nome del Leganes in liga-nos; s'appellarono, protestarono, ultimo rifugio dei soccombenti: il grancancelliere alle loro lagnanze rispondeva, non essersi potuto ottenere di meglio; gli stranieri davano ad essi ragione, ma nulla più.

Questo capitolato formò la base del gius pubblico della Valtellina verso i suoi padroni, e la misura dei dritti e dei doveri reciproci. I Grigioni tornarono nell'intero possesso, e dicasi a loro lode, moderatamente. Il cavaliere Robustelli, benchè affidato di pace e di salute, non sofferse d'obbedire cogli altri ove agli altri avea comandato: e disse addio alla patria, cui più non poteva giovare. Non mancò chi gli affiggesse il titolo che gli Italiani serbano a chi non riesce, di traditore.

Le cose però non potevano passare di cheto dopo tanto astio e sangue: e sarebbe un non finir mai il ripetere le lagnanze de' Valtellinesi per le violate convenzioni. I Riformati, benchè avessero divieto dal paese, crescevano di giorno in giorno: la sola piccola Mese dopo un quindici anni ne contava cinquanta: quattro famiglie n'erano a Tirano, tre a Teglie, altrettante a Cajolo, il doppio a Traona, nove a Sondrio, due a Berbenno, dodici a Chiavenna, altre altrove di buona parentela, a non contare gli artigiani e i forestieri: e questi vivere alla libera, facendo gabbo dei divoti e de' riti: ed i magistrati ledere le immunità del clero, proibire il ricorrer a Roma, pretendere la rivelazione delle confessioni, tenere in palazzo a Sondrio conventicole di predicanti, e industriarsi d'introdurli. Anzi i Riformati aveano chiesto alla Dieta grigia di potervi avere tre chiese. Intanto i ricchi tenuti sempre in colpa, per ismungerne denaro; assolto chi pagava; processati due ragguardevoli sondriesi perchè avessero usato la parola eretico e lo stesso arciprete perchè congregò alcuni caporioni a prendere partito sopra questa cattura[298].

I Riformati però non ebbero più il vantaggio nella diocesi comense, e libertà di riti tennero solo a Poschiavo e Brusio, terre che anche oggi appartengono alle leghe grigie, benchè di lingua italiana e cisalpine[299]. Ivi i Riformati sono un terzo, ed in questa proporzione si distribuiscono gli impieghi: essendo il podestà due anni cattolico, uno riformato, e così delle altre cariche e delle beneficenze. Vivono in buona concordia e tolleranza, e noi vedemmo assai tra gli Evangelici assistere ai riti dei cattolici con modestia. I pastori delle due chiese riformate sono spediti dal capitolo dell'alta Engaddina. Nel concistoro, che tengono ogni anno i pastori della Rezia per turno, sopravveduto dal decano, approvansi i ministri, e si danno a vicenda consigli sulla fede e sui costumi. Seguono la confessione retica e l'elvetica, ma ne' loro catechismi variano assai anche in punti fondamentali; alcun che del luterano vi s'introdusse talvolta, fin a conservarsi il sacramento e portarlo agli infermi; s'era anche proposta la confessione auricolare, ma tutto dipende dai ministri; laonde questi da alcuni anni ebbero istruzione di non trattare mai di dogma, ed attenersi alle sole verità pratiche. E deh sia presta l'ora che rinverdiscano i rami, e il sacro sangue della redenzione unisca essi pure in un solo ovile sotto un solo pastore.

NOTE

[255] Questi non era già da Saluzzo; ma nacque il 1504 a Puntvilla in val di Monastero.

[256] Sono la XIV e la LIII delle Epistolæ ab ecclesiæ helveticæ reformatoribus, vel ad eos scriptæ; Centuria 1 ex autographis recensuit ac edidit JOHANNES CONRADUS FRESLINUS. Zurigo 1742.

[257] A Vicosoprano, dopo il Maturo, troviamo registrati come parroci Giulio da Milano, Aurelio Sittarca già domenicano, Giambattista di Teglio, Tommaso Casella genovese, Lorenzo Martinengo dalmata, Francesco Trana, Martin Poncera, Alberto Martinengo verso il 1600. È notevole che gli storici della Valtellina trasvolarono queste origini del protestantismo nel loro paese: parmi che il Lavezzari non nomini tampoco il Vergerio.

[258] Su Giulio da Milano vedasi SCHOELHORN, Ergötzlichkeiten, Stück 5.

Ciò che discorriamo in questo capitolo fu da noi esposto altre volte nella Storia della diocesi di Como, e nel Sacro macello di Valtellina. Opera capitale in proposito è la Historia Reformationis ecclesiarum ræticarum ex genuinis fontibus et adhuc maxima parte numquam impressis, sine partium studio deducta.... a PETRO DOMINICO ROSIO DE PORTA, T. 2. Coira 1771. Quanta possa essere l'imparzialità si rivela dalla dedica_ — Almæ matri — ecclesiæ J. C. — vocatis sanctis — venerandis ampliss. ac magnificis communitatibus — in exc. trium Rætiæ fœderum rep. — religionem — ad ss. evangelium reformatam — fidem semel sanctis traditam — corde tenentibus — ore profitentibus — opere defendentibus — Dominis suis clementissimis — beatæ reformationis — historiam — in devotæ mentis monumentum — dedicat._ E nella lettera seguente, sempre in latino, dice: «Se v'ha benefizio, pel quale noi e i figli nostri a Dio siamo eternamente obbligati, è certo la riforma... Ad essa dobbiamo l'aver cacciata la crassissima ignoranza che avea coperto il nostro cielo di tenebre cimerie». E parlando delle difficoltà della sua opera, duolsi che fossero, anche al tempo suo, negletti gli studj, e che «i preti cattolici non intendeano altro che messe e purgatorj, cioè quel che serve alla cocina: gli Evangelici credono aver fatto ogni dovere quando recitarono una predica imparata a memoria».

Tali prevenzioni non promettono l'imparzialità, che in fatto si desidera sempre. Pure quest'opera sì poco conosciuta è delle meglio importanti del secolo passato, lontanissima dallo sprezzo che allora faceasi della storia; cercando la verità negli archivj e ne' carteggi privati, divisando il carattere degli attori, descrivendo i luoghi, mostrando continuamente amore alla patria, alla religione e al proprio soggetto.

Si lagna della pochissima attenzione che gli prestarono i suoi compaesani, del non averlo ajutato, nemmanco per la trascrizione; e non tenuto conto del suo lavoro — modi troppo abituali anche oggi, e massime dov'io scrivo.

[259] Del Muzio abbiamo parlato a lungo. Egli scrive che «legge alcuna nè di patria, nè di principe, nè interesse di avere e di vita all'onore non debbe esser anteposta», Risposta III.

Uno dei più assidui cercatori delle memorie istriane, il Kandler, nel 1861 mi scriveva d'aver fatto molte ricerche sul Vergerio, ed esser venuto nella persuasione fosse «uno sfortunato, che non seppe regolarsi nelle agitazioni mosse da quel birbo suo conterraneo e compagno di gioventù, che fu Girolamo Muzio. Tutta quella storia mi è sembrata guerra di Francescani, mossa al vescovo per vendetta d'avere scoperte e punite certe irregolarità. Il Vergerio non fu preparato alle cose di Chiesa; da più di dieci anni era vescovo, senza aver neppure la tonsura; e contro voglia si pose al governo di chiesa, o dovette porsi; credo avesse più udito parlare della fede protestante che della cattolica, occupato come fu sempre in diplomazia. Nè fu miglior protestante; incerta assai la sua fede; sol fermo nel voler conservare la dignità episcopale, di cui il titolo mai non volle deporre; teneva, contro la Corte romana, or coi Reti, or coi Polacchi, or coi Tedeschi, mai però non dimenticando l'appanaggio d'un buon benefizio. Sarebbe anche rientrato in seno della Chiesa se avesse potuto recuperare l'episcopato. Le persecuzioni che patì furono da' suoi patrioti; dal Grisoni sopra gli altri, dallo Stella, dal Muzio; l'Inquisizione, ch'era in mano di Francescani, fu attivissima; processi, carcerazioni, abjure, liste di eretici, di ereticanti, di sospetti d'eresia; si dissero infetti i monasteri, le fraglie, i capitoli, i letterati; ma in fondo a tanto rimescolamento rimase la credenza, fossero cattiverie ed esagerazioni; gli esuli, o perseguitati contro ragione, od avventurieri che cercavano con quell'abito qualche fortuna.

«Tutto questo baccano doveva, a mente dei novatori, produrre l'alzamento della lingua slava, contando convertire gli Slavi fra la Giulia e Costantinopoli, onde si stamparono assai cose. Ma gli Slavi non sapevano leggere, e sol tardi lo seppero; i caratteri, fusi a spese de' Protestanti, passarono per caso a Roma, e servirono a stampare messali e breviarj».

Fra le opere anonime o pseudonime del Vergerio è quella Delle commissioni et facultà che papa Giulio III ha dato a monsignor Paulo Odescalco comasco, suo nuncio et inquisitore in tutto il paese dei magnifici Grisoni, 1553.

Stampò pure Illustri atque optimæ spei puero D. Ebherardo ill. principis Christophori ducis Wirtembergensis filio primogenito, munusculum, 1554. Ma Celio Curione dice ch'è traduzione di un'opera di Giovanni Valdes.

[260] L'attesta in una lettera da Zurigo, 4 giugno 1558 a Federico Salis, lagnandosi che altrimenti gli avesser fatto dire i fratelli di Lelio Soccino. Vedi DE PORTA, P. II, pag. 392.

[261] In altra lettera spiega che costui era Pietro da Casalmaggiore. Mus. Helv., Parte XIX, pag. 489.

[262] Diamone un saggio:

Remissionem peccatorum, Credo etiam, certusque cano, intrepidusque repono Unius haud aliis quam Christi sanguine sacris Placatum semel, afflictis mortalibus ipsum Condonasse Deum peccatum quidquid ubique est, Christigenas ut nulla usquam fortuna moretur Durior, aut trepidas tortura piacula mentes Usque adeo adscribi magnum est in pignora summi Chara patris, Christi auspiciis, nil tale merentes Carnis resurrectionem. Quin fateor ventura olim nova secula, quando His vetus indomitis ardescet in ignibus orbis Cunctorum in pœnas et tristia fata malorum. Tum vero sanctorum hominum clarissima moles Carnis in æthereum mutabitur altera sortem, Cognatæque illis terrenæ ab origine labes Seu functi repetant vitam, seu forte supersint, Cunctarum omnipotens rerum quid non queat auctor.

[263] Del Castalion savojardo, l'opera principale è la traduzione latina e francese della santa scrittura. Calvino l'ebbe amico, poi l'ingiuriò per le sue idee sulla predestinazione, e per aver disapprovato la punizione degli eretici.

[264] Il De Porta reca questa lettera per tutta lode del Mainardi, veridicum et liberalem.

[265] Abbiamo questo curioso decreto:

«Per ordine del reverendissimo Federico Corner vescovo di Bergamo, e dei reverendi Aurelio Odasio de' predicatori, inquisitore della città e distretto di Bergamo, s'intimi ai magnifici cavalieri Gerolamo e M. Antonio fratelli del N. S. Antonio di Grumello, e alla M. signora Medea loro madre, che, tre giorni dopo fatta questa intimazione, sotto pena di scomunica e di cinquecento zecchini da togliere a chi di loro disobbedisca, e applicarsi alla fabbrica del Sant'Uffizio, debbano licenziare dalle case loro il sig. Ercole Salis, che da alquanti giorni dimora nella loro casa; e ciò per urgenti ragioni ecc.

Bergamo, dal palazzo vescovile, 18 aprile 1572».

[266] Fra altro erasi stampato Mestrezat Sur la communion de Jésus Christ dans la Sainte-Cène, tradotto da Vincenzo Parravicini di Como.

[267] È nell'archivio arcivescovile di Milano una lettera del curato di Morbegno, Pietro Carati, del 3 ottobre 1571 al cardinale Borromeo, dove gli dice che, «mentre vi sta un predicator luterano per li fuorusciti forestieri, che pur son pochi», egli è da dodici anni parroco di Morbegno, e vi si tenne sempre: ma ora teme non poter più durarvi, attesa la gran carestia che domina, per la quale non ha abbastanza onde vivere e soccorrere i tanti poveri che vengono alla sua porta. Pertanto lo supplica d'ottenergli di cavar dallo Stato alquante some di formento senza pagar le tratte.

[268] Nel 1584 Gregorio XIII raccomandava caldissimamente ai Cantoni cattolici le cose di Valtellina. Accepimus conari catholicæ ecclesiæ hostes Sondrii hæreticorum scholas et collegia constituere, jamque hac de causa legatos misisse. Obsistite, rogamus, tanto studio quantum virtus pollicetur, quantumque Christi causa exposcit: nihil audebunt, vobis invitis, moliri; vos vero ad eam laudem, quam in valle Mesolcina retulistis, hanc quoque maximam adjicietis. Tota denique Valle Tellina, Clavenna, cœterisque locis quibus potestis, catholicæ religionis catholicorumque hominum causam suscipite, etc. 28 aprile: e di nuovo ai 29 novembre. AP. THEINER.

[269] Vedasi la costui lettera 21 aprile 1550, e GOSSELINO, Vita del Gonzaga, f. 62.

[270]

Di Milano, 24 maggio 1584.

«In materia dei negozj Grigioni scrivo assai pienamente al signor cardinale Savello. La lettera al solito le viene aperta, per informazione di lei; ma oltre ad essa, vi sono alcuni particolari, ch'ella avrà qui allegati per poscritto, pur nella medesima materia, ed ora gliene dirò d'un altro moto più secreto di tutti, il quale sebbene è stato conferito meco da questo governatore confidentemente e con ogni secretezza, niente di meno ho giudicato bene scriverlo a vossignoria solamente, acciocchè ella lo faccia sapere a nostro signore, e non ad altri, come per avviso. Sappia adunque che i popoli cattolici di Valtellina, afflitti ed oppressi nelle cose della religione cattolica dal governo e dominio de' signori Grigioni, l'anno passato fecero ricorso a' ministri regj qui in Milano per esser ajutati ad uscir di tanti travagli, e per poter vivere cattolicamente, come si conviene, senza gl'impedimenti che hanno sentito e sentono negli ajuti spirituali. E per far questo non dimandavano se non il soccorso di quattrocento fanti per pochi giorni, li quali dicono esser abbastanza per levarsi in un tratto da quella ubbidienza, e serrare i passi a' Grigioni che volessero passar di qua de' monti: mostrando aver modo assai facile per mantenersi poi colla gente della Valle. Scrissero questi ministri al re; ed egli ora ha risposto che si dia loro l'ajuto che dimandano, ed ogni altro per ajutarli nelle cose della religione cattolica in quei paesi dove ci sia questo interesse. Fuori di questo rispetto, non si moverebbe per modo alcuno. Ora avutasi questa risposta, i ministri suddetti hanno soprasseduto fin adesso per veder l'esito del negozio della Lega, il quale ora che è svanito, vedo che andranno pensando se lor possa riuscire questo: il che quando fosse, ho speranza in Dio che in pochi anni si farà tanto frutto in quella valle e paesi tutti di qua da' monti, che si smorberà quasi quella peste eretica. Ma quando anco non riuscisse, vedranno i Grigioni da questa commozione che in ogni modo que' popoli non potranno durare in quello stato; e stando in continuo dubbio di trattati simili, per non darne loro più occasione, si risolveranno alla fine di permetter loro la libertà che dimandano. Nel qual caso ultimo che, risentitisi i popoli suddetti, con le armi in mano, se pure questa libertà per la quale si moverebbono, non seguisse, e le cose fossero in rumore e rivolta, V. S. sappia che l'ambasciatore di Francia, che è negli Svizzeri, ha sopraintendenza di tutti i negozj del suo re ne' paesi de' Grigioni, e con esso ho fatto diversi ufficj per l'ajuto spirituale di detti popoli sudditi; ed egli mi si ha mostrato animatissimo di ajutar le cose cattoliche, e specialmente il loro giusto desiderio. E però crederei in quel caso, con l'opera di detto ambasciatore che entrerebbe come mezzano fra i signori ed i sudditi, ed anco con l'intrinsechezza ch'io ho con li Cantoni cattolici degli Svizzeri, che si farebbero intendere per la protezione di essi sudditi, con procurare la libertà suddetta, e trattare e conchiudere fra loro la concordia, anco con molto vantaggio per la religione cattolica. Quando all'incontro la cosa riesca con pace e quiete, mi dà l'animo di ottener dal re che si contentasse di restituire quei paesi a' Grigioni, con condizioni molto gagliarde per la fede nostra; poichè egli ha dato risoluzione a' suoi ministri di non volersi ingerire in simil negozio, se non quanto che tocca alla religione cattolica. In questa materia io non m'impaccio in modo alcuno, e mi riguardo tanto maggiormente dal non cercarne altro, quanto che penso che ora vi si attenderà, ed io non tengo per ajutare quei popoli altra via che la spirituale. Di qua fo fare generali e particolari orazioni a Dio signor nostro, acciocchè se n'abbia buon successo, a gloria del suo santo nome; ma non si palesa perciò la qualità del negozio. Così desidero che V. S. faccia costì, raccomandandolo molto ai religiosi e ad altri, e facendolo anco raccomandare da' predicatori, ma copertamente.

«Io poi coll'occasione che ho da far qualche frutto ne' paesi degli Svizzeri, come della visita di Locarno, che n'è bisognoso molto, e mi se ne fa istanza, ed in altri luoghi anco di là da' monti, come della consecrazione della nuova chiesa de' Cappuccini del colonnello Lussi, sì per mantenere vivo il buon desiderio di detti popoli sudditi, e sì per mantenere l'opinione che hanno avuto fin ora di me, ch'io vada, come in effetto vo, solamente per il loro bene spirituale, come anco per esser più vicino e presto a ogni rumore che succedesse di armi, anderò trattenendomi in quei contorni, dove avrò anco occasione di trattar col suddetto ambasciatore di Francia presenzialmente, acciocchè si ottenga questa libertà cattolica in quelle valli, o per la via già indirizzata con lui, per la quale si farà anco ogni diligenza opportuna, massimamente che il nuncio di nostro signore in Francia mi avvisa che il re gliene manderebbe commissione, per l'istanza ch'egli ne ha fatto, di commissione di sua santità; ovvero non essendo successo quest'ultimo negozio, ed essendo già suscitati i tumulti, si rimedii per via d'accordo, come ho già detto».

[271] SPRECHER Pallas, lib. VI, p. 177. BUCELLINI, Rhætia Christ. Nell'archivio diplomatico di Firenze, carteggio di Milano, trovai lettera del cav. Modesti, che ai 9 luglio 1590 scriveva in cifra:

«Queste parole mi fecero ricordare di quel che, già sei anni sono, quando io venni qua, intervenne ad un infelice gentiluomo mercante milanese, al quale fu dato carico e denari secretamente, senza passar mai per scrittura, acciocchè assoldasse tanta gente che bastasse a impadronirsi della Valtellina; e non avendo potuto avere effetto il trattato, i Grigioni saltarono su a dolersi, e questo pover uomo, dopo lunghi sbattimenti fu mandato in galera. E mi ricordo che vidi una mattina sua moglie con alcuni suoi piccoli figliuoli gettarsi ai piedi del duca di Terranova, governatore di Milano, e domandare per sè e per li minori misericordia, e che s. e. la ributtò quasi con il piede, e le disse che non era stata poca la mercede che al marito egli avea fatto, poichè non l'avea fatto morire: ed è più chiaro che non è il solo che da lui fu eletto a quella impresa e per quello effetto datogli denaro».

E il 27 marzo 1591, raccomanda alla granduchessa «una figliolina di Rinaldo Tettone, banchiere di questa città, che pe' suoi negozj andò a traverso, e fu necessitato assentarsi, e lasciò la moglie qui con alquanti piccoli figliuoli. In questa sua tenera età balla tutti i balli, suona onestamente di liuto e di clavicordo singularmente, canta di musica, e intavola ella medesima i madrigali, e scrive ragionevolmente».

[272] Disput. Tiran., pag. 75.

[273] RIPAMONTI, Hist. Mediol.; BALLARINO, Felici successi de' Cattolici in Valtellina.

«Papa Gregorio III, mosso da compassione e zelo, coll'interposizione del cardinal san Carlo, nell'anno 1581 persuaso a Carlo di Terranova di sorprendere la Valtellina, e per verità seguiva se in quel mentre non moriva il detto cardinale». Manuscritto nell'archivio vescovile di Como.

[274] Wir Gemeiner Dreyen Pünden ecc.

«Noi delle eccelse tre Leghe commissarj e consoli, congregati a Davos, d'ordine e comando de' nostri signori e superiori delle Comunità, facciam noto che sono comparsi avanti il nostro consiglio li nostri cari confederati reverendi signori Giorgio Latzino e l'ecc. signor don Andrea Ruinelli, li quali ci hanno proposto qualmente, già molti anni sono, nella riformazione della nostra chiesa fu da noi nelle pubbliche Diete ordinato a tutti li predicanti del nostro dominio e giurisdizione di Valtellina e contado di Chiavenna, quaranta scudi; de' quali sinora bisognavano contentarsi. Ma stante la presente continua carestia, ci supplicano, in compenso della loro fatica e fedel servitù di accrescergli il loro annuo salario, per poter più agiatamente campare.

«Avendo dunque considerata e ponderata detta causa, affinchè il servizio non sia impedito, e che li ministri siano tanto meno gravati di spese e vitto quotidiano,

«Ordiniamo e comandiamo che a tutti i predicatori di Valtellina e contado di Chiavenna (benchè ne fosse uno o più per Comune) sia per il loro annuo stipendio pagato senz'altra condizione scudi cinquanta, sino ad altro ordine de' superiori;

«Comandando perciò a tutti i nostri officiali di Valtellina e contado di Chiavenna presenti e futuri, che paghino a tutti li predicanti di dette nostre provincie il sopranominato salario di cinquanta scudi, o dei beni di chiesa o delle Comunità, ad arbitrio e beneplacito de' superiori, sotto pena della disgrazia a qualunque a questo nostro ordine, contrafarà.

«In fede di ciò abbiamo la presente nostra sentenza in più copie pubblicata e suggellata col sigillo delle Dieci Dritture.

«Datum Davos, li 22 ottobre 1588.

PAOLO BÜL Notajo in Davos.

[275] Vedi DE PORTA, vol. II. Anche l'arciprete Schenardi di Morbegno, in uno scritto latino sul propagare la fede cattolica nella Rezia, suggeriva che, quando i ministri eretici, ogni ottava del Corpus Domini, venivano a celebrare i loro conciliaboli, nel ritorno fossero côlti in imboscata a Bocca d'Adda, e mandati a Roma.

Al 23 giugno del 1568, il residente del granduca di Toscana a Milano scrive a questo:

«Ha da sapere V. E. che in Oltolina et altre terre de' Grigioni era un predicante luterano scelleratissimo, che già fu frate mendicante dell'ordine de' Minori. Il quale per le sue male qualità fu condannato al fuoco, sendosi egli ritirato a predicare ne' Luterani. Il quale era avvisata sua santità che incognito veniva in questo Stato, e in tutta Lombardia a fare diversi mali ufficj, per il che ella ha procurato, per quello che intendo, che si facesse ogni esatta diligenza, come s'è fatto dall'Inquisitore per porlo prigione, sendo egli stato condotto ai confini di questo Stato, e dicono li nostri, dieci passi nella giurisdizione dello Stato, dove è stato preso. Il che inteso da' Grigioni, che pretendono la captura si è fatta sopra la loro giurisdizione, dopo alcune diligenze che dicono aver fatte con S. E. e l'Inquisitore, non vedendo seguir la liberazione di detto frate, si ha avviso ch'hanno fatto porre prigioni molti frati che si trovano in un monastero d'Oltolina, sotto il loro dominio, pubblicando che il medesimo che patirà il detto suo predicatore, lo faranno patire a loro, et oltra di ciò hanno protestato in iscritto a' confini e con li Svizzeri loro confederati, d'ogni danno che perciò potesse seguire».

Questo raccolgo dall'Archivio diplomatico di Firenze: dal quale ho pure un aneddoto intorno al famoso santuario di Einsidlen, appartenente ai Grigioni. Gedeone Strucker, il 27 settembre 1614, così scriveva al granduca:

«Essendo io partito li 24 di settembre di Santa Maria d'Hermitte (Einsiedelen), due giorni appresso havendo un bredicatore bredicato secundo il solito, è stato un burghese di Zurichio presente, mentre che il ditto bredicatore attendeva alla sua bredicatione, quel Zurichese dette una mentida con alta voce. Subito fu il preso dela guardia et fatto brigione, et il popolo se dubitorno ch'el saria truncato la testa, o per il mancho fenduta la lingua, ma la giustitia è statto misericordioso, et hanno sentenziato che alla dominica prossimo dele 28 di settember egli debeno menar alla hora della bredica sopra il pergamo, et redire la mentita data, et ch'el habia parlato falsamente, come un tristo mentitor, et dimandar perdono al bredicatore et alla giustizia et a tutti cattolici auditori quali sono stati presente. Quando fa bel tempo, se bredica sopra una bela campagnia, avante una capela, et circondato con la guardia, et compagnato nel tempio della dita guardia, et recompagniato con torggie, et singulare reputatione, circa lontano dal tempio una buona tyrata d'argebuso». Arch. dipl. di Firenze.

[276] Quando il Fuentes minacciava i confini nel 1606, Ercole Salis ambasciadore presso la signoria veneta, eccitava questa a sostener i Grigioni nell'impedire questa pericolosa congiunzione di Stati. Il doge rispose, dolendosi delle molestie tante recate dal Fuentes, e che il senato riposava nella prudenza de' Valtellinesi, «volendo credere che in quel paese dove si lascia che ognuno viva nella vocazione che Dio lo ispira, non debbano li pretesti di religione far quegli effetti che il Fuentes desidera». Il senato, allora in subuglio per l'interdetto, decretò ai Grigioni tremila ducati il mese.

[277] Vedi il patto stipulato nel 1587, rinnovato nel 1604, fra i Cantoni svizzeri e Filippo II per assicurare la religione cattolica nelle terre già comasche, ap. LUNIG, Cod. dipl. ital. I, p. I, sect. 2.

[278] L'arciprete Rosca lasciò scritto: «Li principali della comunità di Sondrio erano la maggior parte eretici. Triasso, Ponchiera, Piazza, Colda, Cagnoletti, Arquino, Riatti, Marzi, Gualzi, Colombera, Sandrini, Pradella, Triangia, Ligari, Majoni, Bassola erano tutti cattolici. Sondrio, Ronchi, Gualtieri, Aschieri, Prati, Mossini e Moroni sono misti, e però si servono di due ministri, i quali tendono in Sondrio e nella contrada de' Mossini». I Marlianici erano i principali calvinisti.

[279] Il sig. C. J. Kind (Die Reformation in den Bistümern Chur und Como) mi imputa di aver detto ma non provato che il re d'Inghilterra desse denari per sostenere gli eretici in Valtellina. Oltre esser la cosa verisimile, leggo nella lettera di Pietro Paolo Vergerio, 8 marzo 1551, al Gualterio: «Dite al Bullingero che l'ambasciadore del serenissimo re d'Inghilterra, che è in Augusta, mi ha scritto di sapere che sua maestà mi vuol dare qualche ajuto onde io possa continuare a far la guerra al diavolo».

Delle cose di Valtellina si occupa spesso il carteggio fra il cardinale Borghese, ministro di Stato a Roma, e il Bentivoglio nunzio a Parigi. Nominatamente il 20 luglio 1618 quegli ripeteva come bisognasse esortar i Cantoni cattolici e la Francia a proteggere i vescovi di Sion e di Coira, confinanti coll'Italia e molto molestati: e massime dacchè i Grigioni aveano eretto un loro collegio a Sondrio, «il che è cosa pestifera non solamente a quella valle, ma all'altre vicine del bergamasco e bresciano, e per conseguenza all'Italia».

[280] Scrisse la vita del Rusca Giambattista Bajacca. Frà Riccardo da Rusconera di Locarno ne stampò il martirio nel 1620 ad Ingolstad; qualificata per libro infame dal De Porta, il quale non ha contumelie bastanti contro il Rusca, e reca certi versi di uno di Norimberga, ove è messo a fascio con Ravaillac, Ridicovio, Girard, Clement, Lopez ed altri

quos secta, propago Cocyti, cœlo perfricta fronte sacravit Martyres, heu reguum cultris qui viscera ledunt, etc.

Ne fece un poema (il Parlamento, Como, Arcione, 1610) Cesare Grassi comasco, che in un altro rozzo poema (Il popolo pentito ib. Frova 1639) descrive i mali del suo tempo.

[281] Così un libro intitolato «Vera narratione del massacro fatto dai papisti rebelli nella maggior parte della Valtellina, messa in luce per la necessaria informatione et ammonitione a tutti i Stati liberi, e per esemplo a tutti i veri cristiani di perseverare nella pura professione del santo evangelio. Beati coloro che sono perseguitati per cagione di giustizia, perciocchè di essi è il regno de' cieli».

[282] DE PORTA II, 483.

[283] «Fu fatta una congiura da' predicanti et Grigioni, la quale s'esibisce separatamente alla M. V., nella quale fu risoluto d'ammazzare il clero et nobili della valle... col giorno et hora ne' quali doveva il tutto essere eseguito».

[284] Che i banditi Grigioni avessero intelligenze anche col governator di Milano non ne lasciano dubbio i carteggi dei granduchi di Toscana, dove sono divisate tutte le pratiche dei Planta, del Zambra, di Cristoforo Carcano e del prevosto della Scala, che a Milano era centro e anima di tutti quei maneggi. Un Beroldinger, che in Isvizzera facea gli affari de' granduchi, scriveva il 17 dicembre 1619:

«Nelli Grisoni le cose sono ancora irresolute, però con più avantaggio delli Luterani che de' Cattolici. Tuttavia si tratta una sollevazione per servizio delli Cattolici, e potendosi quella effettuare, portaria non poco giovamento alla nostra fede. Tuttavia le pratiche per la parte de' Veneziani sono tanto grandi, che ci priva della speranza di qualche buon fine. Con tuttociò dovemo sperare ch'Iddio non abbandonerà li suoi».

E nel carteggio di Milano, riferendosi le informazioni avute, si trova al 3 giugno 1620:

«In Svizzera sempre si è mandato soldati alla sfilata, essendone partiti di qua fin ad ora 900, e sebbene questo negozio sia trattato con grandissima segretezza, si scoprì in ogni modo che tutto si fa per ajutar certi banditi grigioni i quali, risoluti di tornar ne' loro paesi, tentano ogni strada perchè li riesca. E tanto che hanno determinato, per un lungo cammino che fanno, di entrare nell'Egnadina Alta e poi nella Val Tellina, per impadronirsi di quella valle, che, quando li sortisca, sarà di grandissimo utile a' Spagnuoli, che senza apparire a niuno, otterranno il loro intento d'esser padroni della Val Tellina, che per la qualità del sito e pel transito comodissimo nel Tirolo, sarebbe cosa di grandissima conseguenza».

Al 24. «A ogni punto si aspetta di sentire quel che haveranno fatto i Banditi grigioni ne' loro paesi, sentendosi che alli 25 si haveva a dar dentro, e che tutti i soldati mandati di qua per questo effetto erano lesti per muoversi dove gli fussi stato comandato...»

Al 30 giugno, negli avvisi di Svizzera c'è: «Sono passati a questi giorni alquanti carichi di denari, che da Milano mandano in Germania, sebbene i banditi hanno pubblicato che devono servire contro a' Grigioni».

Al 1 luglio. «In Grigioni si doveano effettuare i tentativi de' banditi il giorno di san Giovanni, ma perchè le genti del serenissimo Leopoldo (l'arciduca?) non potettero esser all'ordine per quel tempo, per questo si è differita l'esecuzione tutto il mese di giugno passato. E mi ha detto il signor duca di Feria che adesso aspetta avviso del seguito a ogni punto, e spera che s'abbia a sentire qualche bel colpo per l'estirpazione degli eretici di questi paesi. Mi soggiunse che, avendo fatta istanza al papa per semplice consiglio, come si dovesse incamminar il negozio, che non ha mai potuto haver risposta, e se ne dolse gagliardamente».

Al 8 luglio. «I maneggi trattati dai banditi grigioni per entrare nell'Engaddina bassa non sono riusciti, per essere stati scoperti, et avvertiti i lor nemici... Non si resta però di fare ogni diligenza per ajutar quelle pratiche. Jersera incassarono cento colli di polvere, archibusi et moschetti, si dice per mandarli in quei paesi».

[285] DE BURGO, p. 9: cioè da 50,000 franchi.

[286] LAVIZZARI, p. 159.

[287] SPRECHER, Hist. motuum ecc.

[288] DE BURGO, 64.

[289] «Che fu il 19 luglio 1620, giorno veramente fausto, et per tanta felicità degno d'essere annoverato tra gli più celebri dell'anno con solenni processioni» BALLARINI, Felici Progressi etc, p. 10.

«Como tanti Macabei confidati nel divino ajuto assalirono gli eretici... La qual impresa quanto sia stata accetta a Dio l'ha testificato con diversi miracoli ecc.». Relazione manuscritta.

«Il che successe con tanta facilità et felicità, che ben si vide la mano di Dio assistente ad opera tanto santa; poichè in tutta la valle non si mossero più di cento persone, sebbene ci fu il consenso di tutti gli altri, et nondimeno ammazzarono tanto numero di heretici et ufficiali Grigioni». Supplica al re cattolico.

«Di Teglio il fatto glorioso sgombra l'oscurità dell'eresia, abbellisce il cristianesimo, empie di gioja il mio cuore e d'altri fedeli, e tutte le lingue si debbono snodare per celebrarlo d'opera sì sublime ed alta, conveniente alla sublimità ed altezza ove siede». Il Rusco o descrizione del contado ecc.

L'Alberti però nelle Antichità di Bormio dice Fortissimum consilium quod vos ad salutaria arma capienda compulit, et Grisonum hereticorurn jugum excutere suasit faveat exercituum Deus pietati et fortitudini vestræ. Gregorio XV, breve del 9 marzo 1623. Ed il Quadrio, Della Rezia Cisalpina, Diss. IV. «Parve che il cielo stesso dichiarar si volesse a favore del loro disegno, poichè, dove tutta la notte caduta era abbondevole pioggia.. si mostrò il cielo all'apparir dell'alba terso affatto d'ogni nube e sereno». Esso Quadrio vorrebbe contro il vero insinuare che si aveva riguardo alle donne come cose mobili per natura: che a Teglio otto donne e tre fanciulli rimasero per accidente sacrificati, ecc.: ma non era egualmente un assassinio e su queste e su gli uomini? che «da' prudenti fu lodata la rivolta, non già il modo».

Al fine del vol. III degli Atti e monumenti della Chiesa Gallicana, 1631, in-fol. è inserita una Storia delle stragi di Valtellina di Abbot arcivescovo di Cantorbery, ma non è che la traduzione dell'opuscolo tedesco di Gaspare Waser, illustre teologo zuricano, riprodotto nella Biblioteca dell'Höttinger, e tradotto subito in italiano, in francese, in inglese. Egli dà a minuto le particolarità della strage, e per esso tutti gli uccisi sono martiri, de' quali racconta il coraggio, la costanza, i detti pietosi, alla guisa de' martirologi. Va con esagerazione opposta il libro Kelchkrieg, koder urzer und wahrhaftiger Bericht des Kelchkriegs so ron den calvinischen Pundtneren, und Zwinglischen, Zürcheren und Berneren in Veltlin vollbracht worden, 1620. Altorf: e l'anno stesso a Milano in italiano.

Una relazione contemporanea che ho trovata nell'Archivio generale di Firenze, dice tra le altre cose: «Nel mentre che si sono assicurati li posti et passi, li soldati paesani et massime li contadini sono andati alla caccia dei fuggiti heretici, et havendo trovata la maggior parte, gli hanno ammazzati tutti, specialmente d'una villa chiamata de Mossini sopra Sondrio, lavandosi le mani nel sangue loro, et hanno preso molti predicanti, alcuni de' quali tengono vivi per cavare da essi la verità della macchinazione et trattato di ammazzare li cattolici, et estirpare la fede Cattolica, poi li tratteranno come meritano.

«Il numero de' morti heretici sarà da 500, ma non può dirsi preciso perchè se n'ammazzano ogni giorno, trovati nelle caverne. Altri sono fuggiti oltre a monti, altri nel Venetiano.

«Non si lascia di dire che, tra li morti di Tirano vi era uno grisone come gigante, che giaceva in terra con moltissime ferite, et perchè doppo quattr'hore et più parve che movesse il capo, un figlioletto cattolico de cinque anni andò a dargli con una mazzetta sopra il capo dicendo, Quel traditore lùtero non vuole anco morire.

«Già s'è accettato il calendario gregoriano et introdotte le feste alla romana, et per stabilire meglio la fede cattolica s'addimandano predicatori, massime capuccini, amatissimi, a' quali si faranno due monasteri almeno, cessata la furia de' presenti moti, sperandosi nella misericordia divina che aggiusterà la causa sua, et nella pietà della maestà cattolica, che accetterà nella protettione sua quei popoli devotissimi suoi, et membri si può dire del Stato di Milano come diocesani di Como».

Tra i libri proibiti figura il Memoriale alla santità di nostro signore papa Gregorio XV, il clero e cattolici di Valtellina, come pure la Vera narratione del massacro degli Evangelici fatto dai Papisti ribelli nella maggior parte della Valtellina.

[290] Informazione de' Bormiesi nel 1636.

[291] 4 agosto. «S'intende che un nervo di Grigioni eretici con la scorta di ducento Olandesi, di quelli licenziati dalla Repubblica Veneta, siano entrati in Valtellina dalla parte di Chiavenna... nel medesimo tempo si ebbe nuova che da' Grigioni eretici erano state affondate due barche piene di soldati cattolici, de' quali nessuno s'era salvato. All'arrivo di questi avvisi si turbò assaissimo il signor duca di Feria, vedendo che si correva pericolo di perder l'acquistato; e trovandosi impegnato a difendere la Valtellina, gli dispiaceva che si aveva a venire a maggior cimento. Però dicono che si dolse gagliardamente con monsignor proposto della Scala, dicendogli che gli avea figurati i successi facilissimi e senza pericolo nessuno di accender fuoco in Italia, e che ora apparisce il contrario, sentendosi che tutte quelle montagne sono in moto, con fermo proposito di voler ricuperare il perduto.

Poco lontano dal forte di Fuentes furono fatti prigioni tre predicanti, i quali sono stati condotti a Milano, e si trovano in custodia del Sant'Offizio. Fra questi vi è una monaca vicentina, che già 15 anni sono fuggì di Vicenza» (Carteggio di Milano, nell'Archivio generale di Firenze).

[292] Allora fu pubblicata un'altra delle pasquinate che dicemmo desunte da testi scritturali.

Re di Francia _Ite, et reddite quæ sunt Cæsaris Cæsari etc._ Marchese di Cœvre _Bonum est nos hic esse, faciamus tria tabernacula._ Venezia _Attollite portas, principes, vestras, et elevamini portæ æternales._ Valtellini Circumdederunt nos dolores mortis. Grigioni Erit fletus magnus et stridor gentium. Marchese di Bagno _Et ego per aliam viam revertar in regionem meam._ Papa Ego dormio, sed cor meum vigilat. Duca di Savoja Qua hora non putatis veniam. Repubbl. di Genova Veni et noli tardare. Re di Spagna Omnia quæcumque volui feci. Signori di Valtellina Ecce relinquimus omnia et secuti sumus te. Duca di Feria _Adjuva me, Domine, ponam inimicos tuos scabellum pedum tuorum._ Stato di Milano Non habemus regem nisi infantem. Arciduca Leopoldo Quæsivi et non inveni. Imperatore Os habent et non loquentur, manus etc. Duca di Parma Doce me facere voluntatem tuam. » Modena Quotidie vobiscum sum. » Mantova In pace amaritudo mea amarissima. » Lucca Clausa est janua. » Urbino _Dereliquit me virtus mea et lumen oculorum meorum._ Granduca Pulsate et aperietur vobis.

[293] Rimasero da cinquecento arciducali: con loro cadde il beato Fedele da Sygmaringa cappuccino, che il Lavizzari dice odiatissimo prefetto di quelle missioni, e che è il protomartire della congregazione di Propaganda. Vedi Istoria delle missioni de' frati minori Cappuccini della provincia di Brescia nella Rezia dal 1621 al 1693, pel P. F. CLEMENTE DA BRESCIA. Trento, Pavone 1702.

[294] Gli aggravj di questi sono espressi nel Recueil vrai et sincère de partie des mechancetez atroces et cruelles tirannies commises en la Valtelline après le massacre, et demeurées impunisse, ensemble les transgressions des statuts, loix criminelles et civils, voire mesmes des ordonnances et constitutions faites à Tiran depuis le dit temps jusqu'à l'an 1626. Vedi la Valtelline, schediasma. Véritable et solide résponce aux calomnies, et raisons desquelles les resbelles de la Valtelline, vrais et naturels sujets des Grisons, pallient et desguisent leurs exécrables forfaits, voulans par une entreprise imprudente et abominable persuader aux rois et potentats de prendre les armes pour leur défence et protection. Abbiamo nello stesso senso: «Antidoto contro le calunnie de' Cappuccini, composto per li fedeli confessori della verità nelle leghe de' Grigioni. — Informatione reale delle false apparizioni e miracoli della madonna di Tirano, di san Carlo Borromeo, e del beato Alviggi».

[295] Quella donna, fatturata in un braccio di panno rosso, stette due mesi fitta nel letto senza mangiare nè bere altro che qualche stilla d'acqua infusale per un dente mancante. Eppure la vedevano affacciarsi alla finestra; ma come tosto s'accorgeva di essere veduta, tornava al letto, ove immobile giaceva. Tardi guarì, non obstanti i debiti exorcismi.

[296] ALBERTI, Antichità Bormiesi, manuscritto.

[297] Gentis inquietæ, et volentis inquietare cœteros. Hist. Patria, p. 127.

[298] Nel 1790 erano dieci famiglie di protestanti in Tirano, due in Bianzone, due in Teglio, una a Castione Inferiore, una a Cajolo, sessantacinque nel contado di Chiavenna. Giacomo Picenino, ministro protestante a Coira, stampò l'Apologia della Riforma. Contro di essa il padre maestro Gotti, professore di teologia a Bologna, scrisse La vera Chiesa di Cristo, 3 volumi in-4º, che gli meritò la porpora.

[299] Fin a quest'ora appartennero alla diocesi di Como, siccome pure la maggior parte del Canton Ticino. Adesso però vuolsi sottrarneli, confiscaronsi i beni che colà aveva il vescovo di Como, e vorrebbesi incorporare le comunità di Poschiavo e Brusio alla diocesi di Coira: al Canton Ticino mettere un vescovo proprio.

DISCORSO XLVIII.

SGUARDO RETROSPETTIVO ALLA RIFORMA.

Al punto d'abbandonare il secolo e le immediate conseguenze della Riforma, domandiamo se abbiasi a deplorare l'Italia perchè non l'abbia abbracciata, e perciò non corso un differente stadio di civiltà; ovvero con sant'Ambrogio rallegrarsi perchè non hic tibi infidelis aliqua regio,... Italia, Italia, aliquando tentata, mutata numquam[300].

I dissenzienti da noi traggono vantaggio dal mostrare la decadenza che da quell'età subì la nostra patria.

Dopo ciò, dunque per ciò; argomento triviale. Ma l'essere ingojate le sue repubblichette da parziali signorie; il parteggiare non più per la patria e pei diritti, bensì per la volontà, le ambizioni, le pretensioni di principi; il rinascere in Europa la smania delle conquiste lontane, piaga romana ch'era stata medicata dalla feudalità: la conseguente invasione degli stranieri; l'appoggio che questi ebbero dagli eserciti stanziali, allora generalizzati; il rifiorire delle lettere classiche, che portava a venerare la forza dello Stato pagano, anzichè la giustizia della società cristiana, queste ed altre furono le cause per cui l'Italia restò prostrata moralmente e civilmente, allorquando la scoperta, a Italiani dovuta, di due nuovi mondi sviava la ricchezza da' suoi mercati. A colpir non meno le fantasie che gli interessi sopravvenne in Germania la guerra religiosa dei trent'anni; l'età più disastrosa per l'Europa; quella ove gl'individui e gli Stati ebbero patimenti ben peggiori che nelle invasioni dei Barbari: chiusa colla pace di Westfalia[301], cui conseguenza fu che anche la Germania decadesse da quel primato che avea tenuto durante tutto il medioevo. Così i Tedeschi, che per invidia al nostro sole più brillante, alla nostra lingua più armoniosa, ai costumi più forbiti, alle istituzioni più liberali, alla civiltà nostra più sviluppata, aveano spinto alla Riforma, da questa nimicizia all'Italia raccolsero la propria rovina. Si temette la prevalenza della stirpe latina, onde si osteggiò la Spagna, e poichè questa era cattolica, si guerreggiò il cattolicismo. Ma non si riuscì che a consolidare Casa d'Austria, che da quel punto non perdette più la corona di Germania e il dominio sull'Italia; invece d'abolire l'impero si abolì il papa; invece di acquistare libertà civili e municipali, si ottenne di non andar più a messa o a confessarsi, e di cantare i salmi in tedesco: politicamente restò impedita la fusione della Germania; gli ingegni si svaporarono in dispute teologiche: le classi privilegiate sbigottironsi del diritto d'esame.

Maggiormente ne scapitò l'Italia, che cessava d'esser la metropoli di tutto il mondo, nè più vi affluivano le ricchezze e i devoti dalle quattro plaghe: non più vi convenivano i prelati da ogni paese, nè in ogni paese andavano i nostri, acquistando e difondendo ricchezze e cognizioni, e trovando sfogo all'attività, stimolo agli ingegni colle speranze.

La feconda divisione de' piccoli Stati soccombette alla prevalenza austro-spagnuola, ormai non più controbilanciata dalla Francia, e solo tenuta in qualche rispetto dalle repubbliche di Venezia e di Genova. Al nord-est un principe transalpino si dilatava a poco a poco, e militando ora per la Francia, ora per l'Austria, cresceva innanzi, sperando mangiar l'alta Italia foglia a foglia come il carcioffo. I papi, che sin allora avevano impedito che l'Italia cadesse sotto una sola dominazione, ormai non poteano che accarezzarne il padrone, e quest'alleanza del papato coll'impero consolidò la servitù dell'Italia.

L'Italia, oltre gli eserciti che la straziavano anche quando ella avea cessato di esistere, simile a un cadavere denudato e violato, soffrì di squallide fami, di due terribili pesti nel 1576 e nel 1630, e di governi stranieri, che unica arte conosceano la fiscalità; onde potè giudicarsi perita la civiltà da chi non credesse fermamente che la Provvidenza per la via del male guida l'umanità a continuamente procedere verso idee più vere, costumi più umani, libertà meglio intesa.

Aggiungiamo il piantarsi dei Turchi a' suoi confini. Gli Italiani aveano sempre avuto speciale cura a

La santa terra ove il supremo amore Lavò col proprio sangue il nostro errore[302]:

e incessantemente combatterono i Musulmani sotto le insegne di Venezia, di Genova, di Pisa, di Napoli, soprattutto di Roma. Or però, abbandonati da mezza la cristianità, dovettero vederli piantarsi fin in vista delle nostre coste. Dove non è estraneo il riflettere che, mentre la costoro conquista tolse ogni vita all'Oriente perchè era scisso da Roma, nell'Occidente invece, dove al potere crollante imperiale era già succeduto il pontifizio, si conservarono i germi d'una civiltà, i quali svoltisi in Italia, dipoi a danno dell'Italia propagavansi altrove.

È arte di ogni rivoluzione l'afferrare due o tre idee buone, e spacciarle per sue, e per raffaccio domandarne l'attuamento all'ordine esistente, il quale non le repudiava, e forse non le predicava sol perchè non revocate in dubbio. Così ai dì nostri essa proclamò la nazionalità italiana: eppur questa era accettata così generalmente, che neppur se ne parlava. Delle amplissime verità che la Chiesa abbracciava, alcune particolari afferrò la Riforma e se ne fece vanto, quali l'esame della verità storica, la civile tolleranza, la moralità di tutti e specialmente del clero, la gratuità de' sacramenti, il ripudio delle superstizioni e de' racconti apocrifi, ed altri punti che però erano non solo accettati dalla Chiesa, ma promossi e raccomandati, colla prudenza da cui solo possono dispensarsi le rivoluzioni.

E sotto l'ali della Chiesa era sempre vissuta l'arte, questa rivelazione di Dio nello spirito umano, che fra i Pagani idealizzava la forma, fra i nostri incarnava l'idea. La Chiesa colla scolastica aveva non solo esercitato il pensiero, lasciandolo spingere le speculazioni fino al punto ove l'audacia della ragione diventa licenza[303]. La civiltà acquistava quell'universalità per cui non si conosce un affare particolare di un regno se non si allarghi lo sguardo sull'intera Europa, della quale gl'incrementi di comunicazioni e la stampa tendeano a far una nazione sola. Il rinascimento fu dunque opera eminentemente italiana, ma alzò subito un grido contro il passato, quasi un figlio che si vergogna del genitore: acclamò al paganesimo, e filosofia, governi, civiltà, letteratura dovere conformarsi a quello. Bastava un passo perchè si ribellasse alla Chiesa, e il fece quando, attraverso al grandioso incammino del risorgimento, si gittò il frate di Vittemberga.

Nessuno più di noi ha riconosciuto i disordini introdottisi nell'attuazione temporale della Chiesa, risoluti come siamo di non dissimulare veruna macchia per aver diritto a non velare veruna gloria, e professando con Gregorio Magno esser meglio scandolezzare che mentire: ma bisogna distinguere le istituzioni dagli atti degli uomini che ne sono ministri: ed esse istituzioni valutare non sopra gli abusi, ma sopra i fatti giuridici, che per la Chiesa sono i decreti, le leggi, i concilj. E se anche il frutto è fradicio, bisogna salvar il seme per le vegetazioni future. Anzi, dal vedere che, in tanto traviamento, le dottrine supreme rimasero immacolate, nè gran peccatori quai ci dipingono gli ecclesiastici pervertirono i dogmi, il simbolo, la morale, argomentiamo alla divinità dell'opera, e i costumi esser altro che i principj: talchè poteano quelli emendarsi, senza toccar a questi. E ciò più facilmente in quanto, nell'attuazione esterna della Chiesa, tutto è modificabile, tutto fu modificato, eccetto la disciplina che riguarda l'amministrazione de' sacramenti. Ma la Riforma quei ch'erano uniti dalla religione separò in due campi ostili, in cui e da cui si avvicendarono le persecuzioni. La divisione essendo religiosa, fu profondissima, sicchè apparvero da per tutto diffidenza e sospetto: essendo opera di collera, trascese, e presto ebbe scosso tutto, la società religiosa come la politica e la domestica, gli affari come le coscienze, seminando l'Europa di sanguinose, comechè feconde ruine, sottoponendo a leggi arbitrarie le relazioni dell'uomo con Dio, al dogma surrogando opinioni variabili quanto le teste; eccitando dubbj nell'intelletto, scrupoli nella coscienza da che era rotto l'equilibrio fra il sentimento dei diritti e quello dei doveri.

Gli eroi della vita austera diventavano oggetto di beffa; mentre prima il delitto era peccato; il fôro secolare stava a servigio della Chiesa per punire la bestemmia come il furto; le decime retribuivansi ad essa più fedelmente che l'imposta ai principi; la ricchezza de' suoi prelati parea più comportevole che quella de' cortigiani, tutto fu cambiato d'un tratto.

La Riforma cercò anche annichilare la distinzione dei due poteri, introdotta dal cristianesimo, e sottoporre l'anima allo Stato: col che toglieva la libertà di coscienza, mentre di questo nome onorava il mancare di convinzioni. Il diritto canonico era stato un gran progresso sopra le consuetudini dei Barbari, ma avea dovuto piegarsi alla costoro selvatichezza: e quindi sconveniva a tempi più colti: ma i papi stessi aveano approvato lo statuto fondato sul diritto romano, riconoscendolo meglio applicabile, non ricorrendo al Canonico se non nelle materie speciali, dove il principio religioso corregge il diritto puro.

Noi non crediamo progresso l'aver distrutta la supremazia in materia di fede, e tolta al papato l'onnipotenza delle mediazioni, perocchè, se il cristianesimo è una società diffusa per tutto il mondo, è egli conveniente lasciarla senza un capo, senza giudici, senza consultori universali? Anche il credente più schietto ama veder l'ordine in ciò che crede e le verità connesse fra loro; e mentosto la sparpagliata discussione che non l'accordo donde trae zelo alle pratiche religiose. Già sant'Agostino diceva ai Donatisti: Quæ est pejor mors animæ quam libertas erroris?

Il clero non offendeva i re, giacchè promulga il principio d'autorità; non l'aristocrazia, perchè rispetta i possessi e l'ingegno e i diritti storici; non il popolo, perchè esce da quello, e per quello avea fatto tutto; e finchè stava con esso, il popolo non avea bisogno di abbracciarsi ai re per abbattere i baroni. Il potere dei principi divenne eccessivo, perchè cessava l'opposizione e il sindacato del clero. Si rinfacciò ai papi di dire «La Chiesa son io», ma allora i re dissero «Lo Stato son io», e dalla monarchia restò non solo ristretto il papato, ma soffogato il popolo. I papi del medioevo soli erano capaci d'esercitare l'arbitrato europeo perchè capi della società conservatrice e propagatrice del vero ideale, capi civili delle nazioni non per forza d'arme ma coll'autorità della parola. Per quanto però ristretti, rimasero non solo re di Roma, ma cattolici, e quindi di nessun partito, e desiderosi dell'accordo di tutte le potenze cristiane; accordo che solo avrebbe potuto risparmiare all'Europa odierna la vergogna d'aver fra' suoi uno Stato che professa la poligamia, gli eunuchi, la potestà assoluta, la pirateria, e che la maggior reliquia del culto cristiano rimanga in mano de' Turchi.

Un secolo che era cominciato nel modo più grandioso, colla scoperta d'un nuovo mondo e la rapida conversione di quello, con tanto rigoglio dell'arti e delle lettere, trovossi tuffato nella quistione religiosa, dietro a cui la confusione degli spiriti, l'anarchia degli atti, la tirannide ammantata dal pretesto di reprimerla, il fanatismo persecutore; sicchè, invece di poter congiungere la libertà cittadina coll'indipendenza religiosa, fu duopo combattere dentro e fuori la barbarie che parea rinnovarsi.

Che la Riforma causasse prosperamento degli studj e delle lettere vien negato anche in altri paesi, benchè ivi coincidesse con quel che dapertutto chiamossi il risorgimento. Ma l'Italia era già prima a capo del mondo civile; da tre secoli studiava il suo san Tommaso, da due leggeva Dante e il Petrarca suoi; aveva prodotto Colombo e Cesalpino, educati Copernico e Vesalio; stava compiendo la maggior basilica del mondo, attorno alla quale sorgeano le meraviglie del Mosè, della cappella Sistina, delle Logge Vaticane; glorie accompagnate da quelle del Tiziano e del Correggio, dell'Ariosto e del Caro; le sue Università traevano studiosi da tutto il mondo; Erasmo vi ammirava cattedre di greco[304], d'arabo, d'ebraico: e la nostra repubblica letteraria concedeva la cittadinanza anche a quei dotti che nazionalmente si chiamavano barbari[305].

Ma fanatizzate le moltitudini per dispute che prima stavano nel ricinto di conventi e presbiteri, si sviò dalle belle lettere. Fra gli scrittori della Riforma nessun italiano è insigne; nobilissimi ingegni dispersero nelle controversie la forza che poteano destinare a far opere; lasciarono scritti incompleti come le polemiche, nelle quali gli ammiratori stessi lodano ciò che si volle, anzichè ciò che si fece. Nuova importanza acquistò la filologia, trovandosi necessarie le lingue antiche per le disquisizioni religiose. Ma la stessa traduzione della Bibbia, che in altri paesi schiuse l'êra del vulgare moderno, non potea farlo qui, ove almeno da cinquecento anni parlavasi e da trecento scriveasi l'italiano. Il Manuzio, eruditissimo editore, lagnavasi che le scuole si abbandonassero, e ch'egli dovesse passeggiare solitario davanti all'Università romana nell'ora della lezione. Giulio Pogiano valentissimo latinista, all'altro non men lodevole scrittore Anton Maria Graziano, in lettera del 30 maggio 1562 lagnavasi che il bello scrivere fosse perito: unum, aut ad summum alterum vel in maximis civitatibus reperias, qui speciem aliquam præseferat romani sermonis: succum vero et sanguinem incorruptum latinæ orationis qui habeat, fere neminem. Nec injuria. Libri enim qui nobis præstantis illius laudis et disciplinam præscribunt et exempla proponunt, pæne obsoleverunt. Nullus jam est in manibus Terentius, nullus Cæsar: ipse latinæ eloquentiæ princeps legi desitus est: tota denique jacet antiquitas, optima tum vivendi, tum loquendi magistra. Ad quos igitur plerique se contulerunt? Pudet, nec omnino dicere licet. Sunt enim iidem barbariæ et impietatis auctores, quorum in dispari scelere par voluntas agnoscitur. At multis vocabulis auxerunt linguam latinam. Utinam non tam portenta quam verba, ut in religionem sic in sermonem induxissent! at incitarunt loquendi et scribendi celeritatem: ut illorum studiosi, vel in magnis rebus, subita et dictione et scriptione satisfaciant.

Cercarono scuoter gl'ingegni i Gesuiti introducendo scuole con metodi nuovi, con ingegnosi artifizj, col rendere piacevole l'insegnamento, come s'è costretti fare allorchè la voglia n'è rintuzzata: ma lo scopo loro era l'educazione, più che l'istruzione; piegar le volontà, ancor più che affinare gli intelletti: e presto ebbero gl'inconvenienti delle scuole legali; e il mal gusto, se non vi fu originato, non vi fu combattuto dall'artificiosità dello stile e de' componimenti; da una certa lecornia, distinta dalla vera eleganza; dal belletto, surrogato ai robusti colori della sanità.

Dopo ciò si pena a credere che, nel secolo nostro, l'Istituto di Francia abbia premiato una memoria dove s'è potuto sostenere, dirò piuttosto asserire che la Chiesa era sempre stata capitale nemica dei lumi; che «le nazioni erano da essa mantenute attentamente in un'ignoranza, propizia alla superstizione: che, per quanto possibile, lo studio era reso inaccessibile ai laici: che quel delle lingue antiche era tenuto come una mostruosità, un'idolatria: che la lettura delle sante scritture era severamente vietata[306]». E c'è un vulgo che lo ripete. Viepiù fa stupore che un pensator cattolico, il Gioberti, in Lutero vedesse tre doti:

1. D'aver voluto restituire la loro primitiva grandezza alle idee di Dio e di Cristo, menomate dagli scolastici; 2. d'avere, non che conosciuto, ma agguagliato il suo secolo, benchè non giungesse a superarlo, come superollo Soccino; 3. nell'evoluzione logica dell'eresia luterana scorgersi il predominio della ragione (discorso) sulle potenze inferiori; privilegio dell'Italia, alla quale pertanto si compete l'onore del luteranismo.

Se con ciò s'intende il libero uso della ragione, l'aveano ben prima i nostri, e lo mostrammo; ma troppo ci corre dall'esame del vero, dallo scherzo, dalla satira alla negazione sistematica e riottosa.

Lutero, dopo bestemmiato la cattedra pontifizia, bestemmiò il libero arbitrio, bestemmiò la ragione, questa (a dir suo) fidanzata di Satana, questa prostituta, mostro abominevole, che bisogna calpestare, strangolare; essa è maledetta dalla rivelazione, e perciò ogni parte dell'ingegno umano è menzogna e tenebra; le Università, sono invenzioni diaboliche, deputate a convellere il cristianesimo.

Invece il Pallavicino, nell'Arte della perfezione cristiana, professava che «infine tutte le altre potenze dell'uomo s'inchinano all'intelletto; l'intelletto giudica di tutte le cose, l'intelletto governa il mondo».

I soliti uomini di pregiudizj diranno che la restaurazione d'allora fu un ritorno verso il medioevo[307]. Noi diremo che fu una fermata ne' grandi progressi di quello. Il sospetto fece reprimere la cultura anche qui dove avea preso tanto incremento; perocchè solito torto delle violenze rivoluzionarie è il disgustare chi di queste era volenteroso, e far che la società indietreggi davanti alle crisi dell'impazienza.

Colla storia alla mano potremmo sostenere che al cattolicismo è dovuto l'acquisto di tutte le libertà civili; le forme parlamentari, che oggi si considerano qual salvaguardia di queste, derivavano dalle abitudini della Chiesa, e noi le godevamo ben prima di Lutero, unitavi la libertà della discussione e della critica, che dappoi per paura e riazione, venne soffogata dalle armi principesche e dall'inquisizione ecclesiastica, la cui potenza noi desumiamo non tanto dai roghi, quanto dal disparire di quell'infinità di stampe che aveva accompagnato e favorito lo spandersi della Riforma.

La filosofia dovette arrestarsi ne' suoi ardimenti, eppure furono cattolici, come di fuori Cartesio e Bossuet, così tra noi Galileo, Campanella, frà Paolo.

Le riforme prescritte dal Concilio vennero dimenticandosi, nè si conciliarono Chiesa e Stato, nè si segnarono limiti morali e giuridici alla politica.

Svelto ogni germe di protestantismo languirono gli studj ecclesiastici, e sebbene repudiamo la separazione or posta da Neander tra la fede, la religione e la teologia, certo è che questa scienza, disarmatasi, s'avvolse in intestine querele di carattere meschino, che fornirono arme terribili agli scredenti; e il clero, inerte, impopolare, diviso, con giansenisti ridicoli, gesuiti esosi, abati indifferenti, popolo ragionacchiante, si trovò esposto ai liberi pensatori.

La morale fu però migliorata, anche per l'opera di coloro che vennero denigrati col nome di Casisti, i quali furono alla pratica quel che erano stati gli scolastici alla teoria; persone che spingevano l'argomentazione fino all'abuso: e che, invece di dedur i canoni della morale dalla sola legge di Cristo, andavano a fantasticarne o ne' filosofi pagani o nelle opinioni della tale o tal altra scuola. Con ciò arrivarono qualche volta a scusare il vizio, a scolpare il delitto, sicchè molte loro proposizioni furono dalla Chiesa condannate; ma chi li confutava non avea che a ricorrere all'insegnamento evangelico e alla tradizione[308]. Realmente in quelle dispute si chiarì la morale; il vizio sussistette ancora, ma fu chiamato col suo nome; mentre fuor della Chiesa nostra fra suddivisioni infinite si giunse fin a negare la virtù obbligatoria e ogni dottrina positiva; e volendo l'unità, e non riuscendovi perchè non è possibile accoppiar l'errore e la verità nel cristianesimo, cercavano questo distruggere.

Separato il mondo della scienza da quello della fede, proveduto piuttosto a reprimere l'opinione falsa che a diffondere la vera, ne seguì la trista necessità di riazioni violente. Quando una società perisce, non v'è modo a restaurarla che coll'autorità. Questa è il fondo del cattolicesimo, che perciò, vedendola attaccata dapertutto, se ne sbigottì; e se prima avea protetto la libertà, vedendola ricalcitrare fino a metter lui stesso in quistione, se ne sbigottì, si alleò al potere assoluto per farsene sostegno, nè ravvisò l'incompetenza assoluta della forza in materia di fede. Per ovviare gli abusi si restrinse la primitiva libertà degli scritti; si ebbe paura del pensiero come forza o sterminatrice o repressiva; si sentì bisogno di ricorrere alla podestà principesca, che schiacciava le eresie, ma nell'abbraccio soffogava la Chiesa.

Il clero, vedendo perire le libertà del medioevo sotto la pressione principesca credette salvarsi coll'associarsi all'assolutismo regio, il quale così trionfò. Ed oggi altrettanto vorrebbesi farlo associare all'assolutismo democratico, che trionferebbe se esso cessasse di resistervi.

L'Italiano, che bada ai fatti non alle declamazioni; che, fra questa tirannide dell'opinione, osa ancora ascoltare la coscienza e serbare convinzioni, rabbrividisce allorchè osserva la conformità dell'età nostra con quella del Cinquecento che venimmo divisando, e quali terribili rimedj, e quanti patimenti di due secoli furono necessarj per chetare la turbolenza, e ripristinare quell'ordine che le popolazioni desiderano anche più della libertà.

Sarà necessario altrettanto oggi? A questa frenesia d'una libertà astratta, che le libertà individuali sagrifica tutte all'opinione di piazza, alla statolatria, alle apparenze, bisognerà che succeda lo spossamento, come al delirio fremente succede il delirio tremante? Se, come vuole Fontenelle, l'uomo non giunge al vero che dopo esauriti tutti i possibili errori, ancora lunga serie ne resta; e se ciascuno bisognerà che produca la sua messe di disordini e di infelicità, alla misera generazione nostra avrà a portare invidia quella de' nostri figliuoli.

Ma a chi ci dipinge l'odierno sfasciarsi della società nella sua parte morale: quando, sentendo scosse le fondamenta, ognuno cerca nelle nebbie del futuro qualche crisi alla malattia d'una società corrotta, scettica, sbranata dai partiti, noi offriamo il quadro di essa ai giorni di Lutero. Chi non avrebbe detto che la barca di Pietro periva? Di poca fede! Eppure allora l'alto clero era corrotto, mentre ora unanime resiste al demonio che gli dice, «Se mi adori, tutto questo sarà tuo»; e fra i traviati non compajono se non le erbacce che il pontefice sarchia dal suo orto.

Coraggio dunque; poichè Dio tira sovente la salute degli uomini dal fondo della loro perversità: e una voce santa ci ripete che «A riguardo de' giusti saranno abbreviati i giorni della prova».

NOTE

[300] De fide, lib. II, c. 16.

[301] Per quante buone ragioni e religiose e civili e umane il pontefice respingesse la pace di Westfalia, l'ha dimostrato testè il dottor Döllinger, Kirche und Kirchen, cap. 2. Si noti poi come un fatto generale che il protestare contro di essa non valea toglierle efficacia, nè impacciarne l'attuazione.

[302] ARIOSTO. Si sa che il primo ospedale vi fu fondato da cittadini di Amalfi, donde nacquero gli Ordini religiosi militari. Nel 1355 Sofia di Filippo Arcangeli fiorentina istituì l'ospedale del monte Sion, con chiesa, casa, chiostri. Alessandro III e Urbano III fecero riporre sopra l'altare del santo sepolcro la iscrizione, che n'era stata tolta, præpotens Genuensium præsidium. Roberto di Napoli e Sancia spesero milioni per collocare monaci presso il santo sepolcro e il presepio. La cupola del santo sepolcro fu eretta, poi più volte rinnovata per cura d'Italiani, e ultimamente nel 1720 per zelo del padre Antonio da Cuna toscano, che n'ebbe licenza dal gransignore a patto che facesse restituire cencinquanta Musulmani, fatti schiavi da potenze cattoliche; il che egli adempì. Giovanna di Napoli ricomprò il sepolcro di Maria Vergine in val di Giosafat. L'altare di bronzo, meraviglia dell'arte, che sta sul calvario, fu dono di Ferdinando De Medici nel 1588, e opera di frà Domenico Fortisiano del convento di San Marco. Carlo Guarmani livornese scoperse testè Santa Maria Latina, antica Chiesa degli Amalfitani, sepolta sotto le rovine.

Leibniz nel 1673 essendo a Roma, scrisse un poema dedicato ad Alexandrum VIII ut christianos ad bellum sacrum hortetur, dove proponeva la spedizione d'Egitto, e vuolsi che di là ne traesse l'idea Bonaparte.

Avendo noi ripetuto che Lutero dissuadeva dalla guerra contro i Musulmani, giustizia vuole che accenniamo come Melantone vi esortava Carlo V, e soggiungeva: «Per cominciar la guerra turca, bisogna ch'e' passi in Egitto con una flotta ben fornita, onde forzar le armate turche ad abbandonare l'Europa. È serbato al nostro secolo di veder questa eroica impresa, che, a parer mio, è divinamente preparata e che sarà il segnale della decadenza dell'impero turco». Corpus reformatorum, edizione di Bretschneider, t. VII, 683.

[303] Federico Morin, nel Dictionnaire de phylosophie et de théologie scholastique, ch'è il più ampio ed erudito e insieme vigoroso trattato di questa scienza, mostra, oserei dire esagera gl'immensi meriti de' filosofi del medioevo, e asserisce che la Riforma, anzichè essere una riazione della libertà, repressa in quelli, contro l'autorità cui si fosse data troppa prevalenza sopra i diritti della coscienza, fu invece il disastro della libertà razionale, surrogandovi il fatalismo razionale. E lo prova da ciò, che la Riforma imputava gli scolastici di sottomettere la teologia alla loro scienza, cioè di seguir piuttosto i barlumi della ragione che la voce infallibile della fede: e negava all'uomo il libero arbitrio, sostenuto invece apertamente dalla teologia.

[304] Il Lagomarsino, commentando le lettere del Pogiano (vol. IV, p. 335) dice: Fuit illa hominum ætate cum multorum ingens in Italia græcarum literarum studium, tum egregia in italis hominibus græca interpretandi facultas.

[305] Qui quidem tali ingenio præditi, barbari certe non sunt. Non enim quos a nobis montium excelsitas aut latitudo æquorum disjunxit, sed qua cum veræ religionis cultu non peragravit humanitas et artium amor ingenuarum, ea certa et sola est barbaries. SADOCETI, Phædr., pag. 561.

[306] CH. VILLERS, Essai sur l'espritt e l'influence de la Réforme. Parigi 1806.

[307] «Un principio più ampio e assoluto venne espresso dal Machiavelli; il quale però non sembra averne misurata appieno la grandezza, l'universalità, l'efficacia, poichè ne fece uso in modo scarso e ristretto. Il qual pronunziato si è che, a volere che una setta o una repubblica viva lungamente, è necessario ritirarla spesso verso il suo principio. Il che torna a dire che l'ideale progresso verso l'unità e la perfezione finale è un regresso verso l'unità e perfezione primitiva. Tal è la formola cristiana, che è la sola vera. Noi dobbiamo pertanto risalire verso il medioevo, per ciò che spetta all'idea, perchè il medioevo, ch'è essenzialmente ideale, è il principio, onde mosse la civiltà moderna.... Il medioevo fu barbaro e cristiano. La barbarie, che deriva dal predominio del senso, è per se stessa un elemento negativo, e consiste nel difetto di coltura civile. Di costa a questo difetto, ai mali, alle tenebre, alle calamità, che ne nascevano, pullulavano nella età media i germogli di una civiltà meravigliosa, essenzialmente cristiana, e avvalorata dalle sane reliquie dell'antica umanità e gentilezza. Ma questa pianta era giovine, e i suoi fiori erano chiusi, o cominciavano appena a sbocciare: la stagione era piena e ricca di speranze, propizia alla coltura, lieta di frutti primaticci e tenerelli, che promettevano un maturo e abbondante ricolto.... Il progresso moderno dee essere l'esplicazione della civiltà potenziale, contenuta negl'istituti del medioevo.... Non vi ha alcun rischio, svolgendo i semi positivi e cristiani dell'età trascorsa, di dar nel barbaro; perchè in tanto allora il mondo era barbaro in quanto i preziosi germi non erano esplicati. La barbarie di quella età era tutta gentilesca; tramandata ai popoli cristiani, parte dal politeismo greco-latino, parte e assai più, dalla fiera superstizione dei popoli boreali.... Ma la società ecclesiastica, che vegliava fra le ruine colla sua mirabile struttura, e colla forte unità, spense a poco a poco la violenza e l'anarchia feudale, coltivando, svolgendo i rudimenti civili di autorità governatrice e di libertà nazionale; i quali ridotti quasi a nulla, pur non erano morti, e sopravvivevano nei sovrani, e nei Comuni. Oggi non è più duopo provare che i papi e i vescovi del medioevo, cioè la monarchia e l'aristocrazia elettiva della Chiesa, creavano i popoli ed i re; e con essi le nazioni moderne: la cui vita e il fiore dipendono dall'amichevole concordia del potere e della libertà, delle nazioni e dei principi».

GIOBERTI, Introd. allo studio della filosofia. Conciliarlo col riferito più sopra non è impresa che ci torremmo.

[308] Il Sismondi nel famoso cap. 127 della storia delle Repubbliche italiane avea detto che «la Chiesa sostituì lo studio de' Casisti a quello della filosofia morale». Il Manzoni rispondeagli che le dottrine de' Casisti non vanno attribuite alla Chiesa, la quale non si fa mallevadrice dell'opinione di privati, nè pretende che alcun de' suoi figli non possa errare: i Casisti fondaronsi su ragionamenti e autorità umana, piuttosto che sulla Scrittura o la tradizione: e appunto quelli che, nella Chiesa, si elevarono contro le loro asserzioni, vi opposero la Scrittura e la tradizione.

Il medesimo Sismondi al famoso predicatore americano Channing scriveva qui: Ceux qui croient que la moralité ne consiste qu'en quelques préceptes vite épuisès, me semblent des observateurs bien superficiels. Plus au contraire on l'etudie, plus on voit le champ s'elargir. Ou peut s'en convaincre en lisant les milliers de livres ecrits sur des cas de conscience dans l'Église catholique. Le secret du confessional, la necessité d'accorder enfin l'absolution et de maintenir le pouvoir sacerdotal, ont certainement fait dévier les casuistes, et créer avec leur aide ce qu'on a appelé la moral jésuitique: toutefois des grands progrés ont été faits par eux dans cette noble science, et nous leurs devons peut-étre plus qu'à la Bible elle-méme l'etablissement du système de moralité chrètienne.

DISCORSO IL.

PAOLO V. URBANO VIII. IL TASSO. IL GALILEI. LO STENON. LA SCIENZA E LA FEDE.

Qui associamo due nomi, che non vanno scompagnati nella storia letteraria, dove stanno registrate le critiche argutamente acerbe che Galileo Galilei fece a Torquato Tasso. Questo gentile poeta ci rappresenta la riazione cattolica nella poesia, perocchè, mentre i precedenti cantavano o prodezze di paladini, o amori e magie, o fole mitologiche, egli scelse a soggetto d'un poema il momento più epico della storia cristiana, quello dove tutta l'Europa si unì contro il popol misto d'Asia e di Libia per arrestare gli spaventosi progressi dell'islamismo. Il celebrare quel glorioso acquisto aveva anche un'opportunità, giacchè allora di nuovo il Turco minacciava l'Europa, e spiegando le sue bandiere sotto a Vienna e in faccia a Civitavecchia, metteva in forse se prevarrebbe la schiavitù musulmana o la cristiana libertà.

Torquato non possedeva spiriti tanto elevati da secondar l'ispirazione cattolica, e trarne tutta la poesia, di cui sì copiosa messe offrivagli la terra piena dei canti de' profeti e delle prediche degli apostoli, segnata dalle orme de' patriarchi e di Cristo, teatro alle figure dell'antico e alle misteriose avventure del nuovo patto. Scarso di storia e di fantasia, egli arrestossi alla liturgia, poetizzò le processioni, la messa, i salmi, pur nella gemebonda armonia invocando non la Musa dei caduchi allori, ma quella che ha fra gli angeli la corona di stelle immortali.

Qui non siamo a valutarne i meriti e i difetti, ma solo a notare come il dubbio penetrasse quell'anima debole e affettuosa, tanto d'aver sempre bisogno di protettori e di fede. Nella malattia mentale che offuscò alcun tempo la sua bella intelligenza, suppose che il diavolo gli recasse molestie personali e facesse dispetti: e temendo non si credesse aver egli meritato questi tormenti, si fa un dovere di protestare che non fu nè mago nè luterano; non aver letto libri ereticali o di necromanzia o d'altra arte proibita; non essersi piaciuto a conversare con Ugonotti o lodarne le dottrine; non aver tenuto opinioni contrarie alla Chiesa cattolica; e sebben non neghi aver talvolta prestato troppa credenza alle ragioni dei filosofi, pure umiliò sempre l'intelletto ai teologi, più vago d'imparare che di contraddire, anche prima che la sventura lo saldasse nella fede.

Ciò scriveva a Maurizio Cattaneo parlandogli del folletto che lo perseguitava: e pur confortandosi che gli fosse apparsa «l'immagine della gloriosa Vergine, col figliuolo in braccio, in un mezzo cerchio di vapori e di colori, laonde io non debbo disperar della sua grazia», lo crucciava il timore d'aver errato. Andò pertanto all'Inquisitore di Bologna, ed accusossi di dubbj intorno all'Incarnazione. Quegli, ascoltatolo, gli disse, «Va in pace e non peccare»: ma poichè gli crebbero quelle paure colla malattia, il duca di Ferrara gli suggerì di ripresentarsi al Sant'Uffizio. E questo l'ascoltò, ed assicurollo o che non aveva colpa, o che gli era rimessa. Pure il Tasso non istimava l'avessero scrutato con bastante rigore, nè assicurato in tutte le debite forme. Poi quando stava chiuso nell'ospedale, rivolgevasi a Dio, chiedendo perdono delle incredulità. «Non mi scuso io, o Signore, ma mi accuso che, tutto dentro e di fuori lordo e infetto de' vizj della carne e della caligine del mondo, andava pensando di te non altramente di quel che solessi talvolta pensare alle idee di Platone e agli atomi di Democrito... o ad altre siffatte cose di filosofi; le quali il più delle volte sono piuttosto fattura della loro immaginazione che opera delle tue mani, o di quelle della natura, tua ministra. Non è meraviglia dunque s'io ti conosceva solo come una certa cagione dell'universo, la quale, amata e desiderata, tira a sè tutte le cose; e ti conosceva come un principio eterno e immobile di tutti i movimenti, e come signore che in universale provede alla salute del mondo e di tutte le specie che da lui son contenute. Ma dubitava se tu avessi creato il mondo, o se ab eterno egli da te dipendesse; se tu avessi dotato l'uomo d'anima immortale; se tu fossi disceso a vestirti d'umanità... Come poteva io credere fermamente ne' sacramenti o nell'autorità del tuo pontefice, se dell'incarnazione del tuo figliuolo o dell'immortalità dell'anima era dubbio?... Pur m'incresceva il dubitarne, e volentieri l'intelletto avrei acchetato a credere quanto di te crede e pratica la santa Chiesa. Ma ciò non desiderava io, o Signore, per amore che a te portassi e alla tua infinita bontà, quanto per una certa servile temenza che aveva delle pene dell'inferno; e spesso mi sonavano orribilmente nell'immaginazione l'angeliche trombe del gran giorno de' premj e delle pene, e ti vedeva seder sopra le nubi, e udiva dirti parole piene di spavento, Andate, maledetti, nel fuoco eterno. E questo pensiero era in me sì forte, che qualche volta era costretto parteciparlo con alcun mio amico o conoscente...; e vinto da questo timore, mi confessava e mi comunicava nei tempi e col modo che comanda la tua Chiesa romana: e se alcuna volta mi pareva d'aver tralasciato alcun peccato per negligenza o per vergogna, replicava la confessione, e molte fiate la faceva generale. Nel manifestare nondimeno i miei dubbj al confessore, non li manifestava con tanta forza nelle parole, con quanta mi si facevano sentir nell'animo, perciocchè alcune volte era vicino al non credere... Ma pure mi consolava credendo che tu dovessi perdonare anche a coloro che non avessero in te creduto, purchè la loro incredulità non da ostinazione e malignità fosse fomentata; i quali vizj tu sai, o Signore, che da me erano e sono lontanissimi. Perciocchè tu sai che sempre desiderai l'esaltazione della tua fede con affetto incredibile, e desiderai con fervore piuttosto mondano che spirituale, grandissimo nondimeno, che la sede della tua fede e del pontificato in Roma sin alla fin de' secoli si conservasse; e sai che il nome di luterano e d'eretico era da me come cosa pestifera aborrito e abominato, sebben di coloro che per ragione, com'essi dicevano, di Stato vacillavano nella tua fede e all'intera incredulità erano assai vicini, non ischivai alcuna fiata la domestichissima conversazione».

Questa devozione ipocondriaca l'accompagnò il resto di sua vita: e quando il papa lo invitò a Roma per ricevere in Campidoglio la corona di poeta, egli non volle alloggiare che nel convento di Sant'Onofrio, dove morì prima di conseguire quella sospirata onorificenza.

Allora soltanto tacquero le invidie; pe' cui punzecchiamenti egli aveva diffidato di se medesimo a segno, che rifuse il suo poema da Gerusalemme Liberata in Gerusalemme Conquistata. Tra molt'altre novità, in questa introdusse la profezia delle turbolenze religiose di Francia, e il modo di porvi fine accenna nel diritto allora accettato, per cui il papa era arbitro delle corone:

ei solo il re può dare al regno E il regno al re, domi i tiranni e i mostri E placargli del cielo il grave sdegno[309].

Pei Francesi, idolatri della monarchia anche quando trucidano Enrico III o decapitano Luigi XVI, quest'era un'eresia: laonde la Gerusalemme Conquistata fu proibita dal Parlamento di Parigi «per idee contrarie all'autorità del re, e attentatoria all'onore d'Enrico III e IV».

Chi facea questa proibizione non era dunque il Sant'Uffizio, che invece recò famosi disturbi ad un avversario del Tasso, Galileo Galilei.

— Galileo, sommo astronomo, scoperse che la terra gira attorno al sole. Questa dottrina era contraria agli asserti della Chiesa, e perciò la Santa Inquisizione lo colse, lo incarcerò, lo mise alla tortura; nè sfuggì di peggio se non col ritrattarsi, e stando ginocchione in camicia avanti agli inquisitori dichiarare che la terra è ferma; ma nel pronunziarlo soggiunse «Eppur si muove»[310]. —

Tale è il racconto leggendario, insegnato nelle scuole, declamato dai romanzieri e dai parlamentari, dipinto, litografato; sicchè viene tacciato di pregiudizj e d'ignoranza chi attentamente abbia studiato i fatti, e maturamente asserito che è lontanissimo dal vero.

Già il moto riformatore delle scienze sperimentali era cominciato; l'Aldrovandi, il Cesalpino, il Mattioli aveano ristaurato la storia naturale: Aquapendente la chirurgia; Vanelmonzio la chimica; Sarpi e Porta l'ottica; Eustachio, Falloppio, Vesalio, Fracastoro l'anatomia; i Lincei, fondati nel 1603 da Federico Cesi, aguzzavano l'occhio sugli arcani della natura. Viveva allora Bacone, al quale il titolo di restauratore della scienza s'addice ben meno che a Galileo, chè, sebben questi nascesse tre anni dopo, e sopravvivessegli quindici anni, le sue scoperte fece avanti il 1620 in cui comparve l'Organon. Ma mentre Bacone pretendeva dare un organo, un metodo per fare invenzioni, e nulla inventò, Galileo che inventò tanto, credea derivassero da intuito, da ispirazione. «Una mattina, mentre ero alla messa (scrive a frà Fulgenzio Micanzio) mi cadde nella mente un pensiero, nel quale poi più profondamente internandomi, mi vi sono venuto confermando, e m'è parso più sempre ammirando come, per modo stupendo di operar della natura, si possa distrarre e rarefare una sostanza immensa, senza ammettere in essa veruno spazio vacuo». E a Marco Welser: «Da virtù superiore per rimoverci da ogni ambiguità vengono inspirati ad alcuno metodi necessarj, onde s'intenda la generazione delle comete essere nella regione celeste». E nei Dialoghi, parlando della scoperta del Gilberto sulle calamite: «Io sommamente laudo, ammiro e invidio gli autori per essergli caduto in mente concetto tanto stupendo circa a cosa maneggiata da infiniti ingegni sublimi, nè da alcuno avvertita... L'applicarsi a grandi invenzioni, mosso da piccolissimi principj, e giudicar sotto una prima e puerile apparenza potersi contenere arti meravigliose, non è da ingegni dozzinali, ma sono concetti e pensieri di spiriti sovrumani». E delle proprie invenzioni parla sempre come di congetture, di ipotesi. Così avesse continuato rimpetto al Sant'Uffizio.

Instauratore della filosofia e della scienza, che portò nel campo della sperienza sagace e spregiudicata, il maggior merito di Galileo non è d'astronomo: l'osservar i satelliti di giove, e le macchie del sole e l'anello di saturno[311] e le fasi di venere, poteva farsi anche da un mediocre, armato di discreto cannocchiale; e ogni dì, quasi solo pei raffinati stromenti, a simili scoperte arrivano persone anche novizie nell'astronomia. Quelle tre scoperte astronomiche di Galileo, sono dal Delambre giudicate ben piccola cosa a fronte delle tre leggi di Keplero, delle quali nessun'idea s'aveva, anzi urtavano le ricevute, e alle quali esso arrivò con venti anni di studj ostinati; e furono esse che condussero Newton a riconoscere la legge universale della gravitazione[312].

Ma solo coll'ingegno e con istudio grande egli potè determinar le leggi della gravità, e calcolare gli effetti della forza, malgrado l'incrociarsi de' fenomeni e l'ingombro dei pregiudizj, creando la dinamica. Fin a lui non eransi considerate le forze che come agenti su corpi in istato d'equilibrio: e sebbene l'acceleramento de' gravi, e il moto curvilineo de' projettili non potesse attribuirsi che all'azione costante della gravità, nessuno prima di Galileo avea formulato il principio delle velocità virtuali, fondamento della meccanica e della scienza dell'equilibrio. I discorsi e dimostrazioni matematiche intorno a due nuove scienze, stampati a Leida il 1638, poco furono stimati allora, mentre Lagrangia li riconosce pel titolo più solido della sua gloria[313].

Eppure Galileo fu ammirato subito come astronomo, e sol tardi come meccanico. Per riconoscer il primo merito bastava l'occhio; per l'altro occorre penetrar seco in ricerche elevate; per quello l'entusiasmo popolare lo acclamava; per questo era contrariato dai sapienti, sconosciuto, fischiato. E non solo dai concittadini, caso troppo ordinario; ma il gran Cartesio, che viaggiava onde ne' colloquj co' dotti raggiungere la verità, venne a Firenze quando Galileo era nel maggior rinomo, e non cercò tampoco vederlo: in una lettera al padre Mersenne mostra conoscerne le opere, ma non avervi trovato cosa degna di serio esame.

Tanto vale il giudizio dei contemporanei! e una prova ce ne darebbe in Galileo stesso, che, mentre dice che alle magagne del sistema di Tolomeo rimedia il copernicano, non accenna che il vero medico n'era Keplero collo sbandir tutti quegli eccentrici ed epicicli; nè di lui fa cenno che una volta sola nei dialoghi, per combattere come assurda e inetta e degna di star fra le cause occulte l'ipotesi d'attribuire la marea alla combinata azione della luna e del sole, mentre Galileo l'assegnava al doppio movimento della terra[314]. Quest'ingiustizia non iscusa in parte le usategli da suoi connazionali?

Se i più con Tolomeo tenevano che piana fosse, e immobile stesse la terra, e attorno ad essa rotassero i pianeti, pure non erano mai mancati fautori al sistema, già dato dall'antichissimo Pitagora, che fa la terra rotonda e girante attorno al sole, centro immobile. Più volte noi in libri di tutt'altro intento cercammo inaspettatissime rivelazioni scientifiche. A tacer di Dante, che riconosce gli antipodi e l'attrazione centrale, il beato Giordano da Rivalta, predicatore del secolo XIV di cui parlammo, dice: «Chi fosse sotto alla terra, all'altra faccia del mondo di sotto, si terrebbe i piedi suoi incontro a' piedi nostri, e le piante de' piedi suoi si pareggerebbero colle nostre. Tu diresti: or dunque come può stare colaggiù? Dicoti: perchè a quel che fosse colaggiù parrebbe esser di sopra, ed esser ritto come te. E così se fosse levato in alto, cioè inverso giù, ricadrebbe inverso la terra, come qui uno che cadesse d'una torre. Imperciocchè d'ogni parte gli parrebbe che il cielo fosse altissimo sopra capo: e di verità così è, nè più nè meno». Fin dal 13 dicembre 1304 questo frate ignorante ne sapeva dunque quanto Newton sugli antipodi e sulla forza centripeta.

Virgilio vescovo di Salisburgo aveva insegnato la stessa dottrina; la ciancia è che papa Zaccaria lo minacciasse di scomunica se ostinavasi a sostenere quod alius mundus et alii homines sub terra sint[315]: il fatto è che Gregorio IX lo pose fra i santi.

Il moto della terra fu preconizzato da Nicolò da Cusa[316], che pur fu fatto cardinale, e sepolto in San Pietro in Vincoli a Roma. E Nicolò Copernico prussiano, allievo dell'Università bolognese e maestro nella romana, appoggiato al metafisico argomento che la natura adopera sempre le vie più semplici, e che bellezza e semplicità appariscono meglio nel sistema pitagorico, sostenne che la terra, come gli altri pianeti, giri attorno al sole. Da prelati insigni eccitato, pubblicò le Rivoluzioni degli orbi celesti, e dedicandole a Paolo III, tratta d'assurda la immobilità della terra, e «se mai ciancieri, ignoranti di matematiche, pretendessero condannare il mio libro per rispetto a qualche passo della Scrittura, stiracchiato al loro proposito, ne sprezzerò i varj attacchi... Lattanzio ha detto baje sulla forma della terra: e in oggetti matematici si scrive per matematici». Dai pregiudizj dunque dei dotti e dalle calunnie de' malevoli Copernico chiede protezione a chi? al capo della Chiesa. I distillatori d'intenzioni affermano non fu perseguitato sol perchè morì appena uscita l'opera! ebbene: l'anno stesso Celio Calcaguini aveva in cattedra professato quod cœlum stet, terra autem moveatur.

Anteriormente a tutti questi Gian Alberto Widmanstadt, trovandosi a Roma nel 1533, in presenza di Clemente VII, di due cardinali e d'illustri personaggi espose il sistema pitagorico, e n'ebbe in dono dal papa l'opera greca di Alessandro Afrodiseo Del senso e del sensibile, bel codice che ora conservasi in Monaco, e sul quale egli medesimo fece annotazione di questo accidente[317].

Il padre Antonio Foscarini carmelitano, da Napoli partendosi per predicare a Roma, scrisse una lunga e non inelegante lettera al generale del suo Ordine, cercando conciliare la teorica de' Pitagorici e di Copernico coi passi scritturali che sembrano repugnarvi[318]: e che saviamente dice non doversi prender sempre letteralmente. Oltre questi, enumera le opinioni di coloro che mettono il cielo in alto, la terra al basso, l'inferno nel centro, o che credono, dopo il giudizio finale, il sole rimarrà stabile all'oriente, la luna all'occidente. Chi sorride a tali difficoltà, s'immaginerà quali sieno le risposte che seriamente egli vi oppone; e sebbene il Montucla, dotto e imparziale storico delle matematiche, la giudichi opera giudiziosa, a me non pare che egli accampi una sola ragion concludente: il suo achille è l'analogia fra il sistema planetario e il candelabro mosaico di sette rami; fra i pianeti e il frutto vietato del paradiso terrestre, e perfino l'abito sacerdotale di Aronne, e il fico d'India, e il melogranato; ad ogni simbolo, ad ogni frutto allegando tutti i passi della Bibbia ove son mentovati, o che possono, per quanto faticosamente, trascinarsi a provare il sistema mondiale.

Qui non ci sarebbe che da compatire: ma adoprando il metodo stesso, molti riuscivano ad infirmare l'autorità biblica, e meritavano la disapprovazione della Chiesa per ciò, non perchè ella professasse nimicizia originale contro una dottrina che non l'offendeva. Dicasi piuttosto che questa era contrariata dal testimonio dei sensi nel vulgo, e peggio ancora dai pregiudizj negli scienziati, cui rincresceva disimparare l'imparato, rinnegar la fede in Tolomeo e in Aristotele, e confessare i meriti d'un contemporaneo.

E appunto per intendere l'elevatezza di Galileo, giova considerar la bassezza de' suoi contradditori; e la distanza ne spiega l'invidia e la persecuzione. I platonici credeano il cielo governato da forze speciali, che nulla avessero di comune colla terra. I peripatetici eransi fabbricata un'astronomia a priori, e tutto sottometteano all'argomentazione. Il Chiarimonti di Cesena, in un'opera del 1632, sillogizzava siffattamente: «Gli animali che si muovono hanno membri e flessure; la terra non ne ha, dunque non si muove... I pianeti, il sole, le fisse, tutti sono d'un genere solo, che è quello di stelle; dunque o tutti si muovono, o tutti stanno fermi... È un grave sconcio il mettere fra i corpi celesti puri e divini la terra, che è una fogna di materie impurissime». Altri filosofi in libris, come Galileo li chiama, credeano l'ipotesi del moto della terra irreverente alla sapienza antica. Un buon credente argomentava: «Nel cielo empireo non siede Iddio colle anime beate? Se è simile alle altre sfere, ecco distrutta quella credenza». Quando Keplero, con ardite eppur ragionate ipotesi suppose che fra marte e giove esistesse un nuovo pianeta, verità provata solo dopo cencinquant'anni, il Sizzi astronomo di Firenze lo ripudiava perchè, come non v'ha che sette fori nella testa, che sette metalli, che sette giorni nella settimana, che sette rami al candelabro ebraico, e a sette mesi il feto è perfetto, così non può esservi che sette pianeti. Cristoforo Clavio gesuita, proclamato l'Euclide de' suoi tempi e consultato dal Galilei sopra i suoi studj di geometria nel 1588, quando udì scoperti satelliti a giove, sorrise dicendo: «Sì! prima d'uno stromento per vederli bisognerà uno stromento onde fabbricarli». Un genetliaco soggiungeva: «Come credere a' tuoi pianeti medicei se non puoi mostrarmene l'influenza?».

Rappresentavansi mascherate per celiare le lune di giove; la corte di Francia esibiva doni a Galileo se trovasse astri da chiamare borbonici, come medicei aveva intitolati quelli; e allorchè egli, lasciando cascare un grave dalla torre inclinata di Pisa, convinse d'erroneo il teorema d'Aristotele che proporzionava la celerità al peso, destò tale un vespajo, che dovette da quell'Università migrare a quella di Padova, sotto un governo che alle opinioni filosofiche usava la tolleranza che negava alle politiche.

Esperienza, esperienza, esclamavano altri: un sasso gittato in alto non ricadrebbe tante miglia lontano quante la terra ne girò in quell'istante? l'uccello spiccatosi dal suo nido, saprebbe più ritrovarlo se la terra si fosse roteata sotto di lui? Inoltre non è accertato che la luna gira attorno alla terra? perchè essa sola avrebbe tal proprietà? Alessandro Tassoni, pensatore così sagace e indipendente, faceva questa objezione, che, ridicola oggi, pure molti allora cattivò: «Stiasi uno nel mezzo d'una camera fermo, e miri il sole da una finestra prospiciente a mezzogiorno. Certo se il sole sta fermo nel centro e la finestra gira con tanta velocità, in un istante sparirà il sole da' colui occhi». Il Vieta, perfezionatore dell'algebra, intelletto eminentemente filosofico, nell'Harmonicum cœleste che giace autografo nella Magliabechiana, sostiene che il sistema di Copernico deriva da una geometria fallace. Montaigne diceva «che non ci dee calere qual sia il sistema più vero dei due, e chi sa che una terza opinione da qui a mill'anni non rovesci le due precedenti?». Cartesio lo negò in alcun luogo. Gassendi non ardì proclamarlo, perchè il vide tanto contraddetto: Bacone lo derise come ripugnante alla filosofia naturale. Claudio Berigardo francese, professore a Pisa e a Padova, e autore dei Circoli pisani, reputato fra i più arguti pensatori in filosofia, lo confutò nelle Dubitazioni per la immobilità della terra. Pascal, negli stupendi suoi Pensieri, poneva: «Trovo bene che non s'approfondisca l'opinione di Copernico»[319].

Non solo ignoranti dunque, non frati soli impugnavano una verità, enunciata inesattamente, nè corredata di tante prove quante oggi[320]. Gli è vero che la scoperta dei satelliti di giove e di saturno, l'assicurata rotazione di marte e giove, le fasi di venere e mercurio traevano ad indurre che altrettanto avvenisse della terra, giacchè ad un osservatore posto in quelli si offrirebbero i fenomeni medesimi che a noi, ma troppi dubbj restavano quando non s'erano ancora poste in chiaro l'aberrazione, la depressione della terra ai poli, il gonfiarsi delle acque sotto l'equatore, il variar del pendolo col variare di latitudine. Gran difficoltà facea pure la distanza delle stelle fisse, che rendeasi incalcolabile perchè mancava d'ogni parallassi annuale. Copernico credea necessariamente circolare l'orbita degli astri, onde, se spiegava l'alternar delle stagioni mediante il parallelismo che in tutto l'anno conserva l'asse della terra, era costretto attribuire siffatta conservazione ad un terzo movimento.

Galileo stesso dapprima credette, coi più, immobile la terra. Anche dopo convinto del sistema vero, non osava professarlo alla scoperta per tema delle beffe, colle quali, allora come adesso, si perseguita chi ha ragione troppo presto. Aggiungasi ch'egli stesso supponeva la terra girasse attraverso all'aria, la quale «non pare sia nella necessità d'obbedir al suo movimento[321]». Del resto perchè una verità si collochi stabilmente nella scienza non basta presentarla come un'ipotesi che più o meno spiega i fatti, ma studiarla in se stessa, discuterla, verificarne tutte le conseguenze.

Oggi riconosciamo che niuno superò Galileo nel talento d'osservazione e nella sagacia a penetrar gli arcani della natura e scoprirne le leggi per arrivare alle primordiali dell'universo; e lo proclamiamo padre di quella che chiamiamo filosofia naturale. Ma per far valere queste verità di mezzo ai pregiudizj, egli ricorse alla polemica, la quale non sempre sceglie le armi più perfette; dell'ironia e dello scherzo si servì talvolta per cattivar gli spiriti, sino a sagrificare il genio all'abilità. Erasi dunque fatto una quantità di nemici, parte per la istintiva malevolenza del mondo contro gl'ingegni superiori, parte per aver flagellato gli Aristotelici inesorabilmente, repulsati gli attacchi con sarcasmi spietati, assalito egli stesso senza rispetto all'ingegno e alle sventure. In ciò appariva uomo, e chi osò cercare macchie nella sua vita com'egli nel sole, trovò che profondo nella filosofia naturale, non fa altrettanto nella religiosa e morale[322]; dapprincipio diede in sogni astrologici, mostrò noncuranza e disprezzo per qualunque scoperta non venisse da lui; debolezze di carattere attestare il suo contegno prima e durante il processo, e difetto di prudenza avanti, di fermezza poi.

Ma il clero in quale opinione ebbe Galileo? Uno di quei paradossi che solleticano la curiosità irriflessiva dell'età nostra e che vedemmo adoprati sul conto di Dante, di Michelangelo, di altri, fu pure applicato al Galilei, spacciandolo per un libero pensatore, che tutta la sua vita intese a scassinare la Chiesa cattolica, pur fingendo esserle devoto «da ser Simplicio sempre, e con finissima ironia»[323]. Il grand'uomo sarebbe dunque stato un abjetto ipocrita, e troppo misericordiosa l'Inquisizione. Per provarlo, l'autore sofista adduce che Galileo in Venezia praticò molto frà Paolo Sarpi; cita suoi detti e scritti, fra cui un capitolo ove loda l'andar nudo e i primi popoli che «non portavano le mutande. Ma quanto era in altrui di buono e bello Stava scoperto da tutte le bande».

Il Galileo ebbe la disgrazia d'avere una famiglia non legittima; ma due figlie naturali collocò in un convento a Firenze, come Dante le sue aveva poste a Ravenna e a Verona, e poichè diffettavano dell'età, espugnò con grand'istanza la dispensa da Roma, il che l'autore che confutiamo dice aver egli fatto per portare anche là entro l'apostolato anticattolico, o succhiellarne informazioni.

Accettando questi fatti, ed escludendo le interpretazioni, che saranno smentite da tutta la nostra esposizione, appare che non poteva il Galileo essere in odore di santità presso il clero: pure ci è noto che il padre Foscarini, il padre Castelli, monsignor Ciampoli, il cardinale Conti e molti Gesuiti onorarono lui e le sue scoperte: a Roma fu sempre accolto con benevolenza e onorato da' Lincei; quando inventò il cannocchiale, i cardinali, smaniosi di vederlo, pregavanlo a recarvelo; il papa, al quale s'inginocchiò secondo l'uso, lo fe tosto alzare, prima che dicesse pur una parola: e il cardinale del Monte scriveva al granduca: «Il Galileo ne' giorni ch'è stato in Roma ha dato di sè molte soddisfazioni, e credo che anch'esso n'abbia ricevute, poichè ha avuto occasione di mostrar sì bene le sue invenzioni, che sono state stimate da tutti i valentuomini e periti di questa città non solo verissime e realissime, ma ancora meravigliosissime. E se noi fossimo in quella epoca romana antica credo che gli sarebbe stato eretta una statua in Campidoglio per onorare l'eccellenza del suo valore».

In quell'occasione Galileo vi conobbe san Giuseppe Calasanzio, il quale diceva che il mondo diverrebbe un paradiso se tutti imparassero a leggere, scrivere e il catechismo. Ma quella ciurma che pare destinata dalla Provvidenza a far espiare il genio, cominciò a metter ombra ai timorati contro il sistema fin allora non sospetto; insulsi predicatori lo tacciarono d'una curiosità profanatrice[324].

Roma che, in tempi di contenziose innovazioni, non può rimanersi indecisa nella proclamazione del vero, doveva adombrarsi d'un filosofo, che le operazioni dell'intelletto sottometteva affatto alle leggi naturali, poichè ciò traeva in pericolo anche le verità metafisiche e morali. Il proclamare che bisogna attenersi unicamente all'esperienza, cioè ai sensi, se recava a dubitar del sopranaturale, autorizzava a chiedere come mai l'esperienza possa dimostrare che la materia è eterna, che essa genera il pensiero, che non Dio, non l'anima esistono. Finchè il moto della terra rimaneva ipotesi, non era essa in necessità di combinarlo coi passi scritturali, bensì quando fosse dato per certo. Ma se cominciasse ad acconciar i testi a tale significazione, troverebbesi condotta alla necessità di modificare l'intelligenza della Scrittura secondo modificavansi i sistemi fisici; nell'Università medesima si sarebbero dati al medesimo testo due sensi differenti, perchè vi si dibatteano due sistemi; e massime che le prove non erano perentorie. Saviamente il cardinale Baronio diceva: «La Scrittura insegna come si salga al cielo, non come il cielo sia fatto»: ma troppo spesso gli interpreti ebbero la smania di ravvisare nella Bibbia più di quel che vi appare, al modo che Macrobio, Servio, Gellio, Donato usavano coi classici; ed era comune dottrina che vi si trovasse un senso letterale, uno allegorico, uno morale, uno anagogico. Di ciò aveano fatto uso e abuso gli scolastici per le loro temerarie curiosità, ed ecco or minacciato il rinnovarsi di quegli eccessi.

Era un tempo di transizione fra le credenze del medioevo, e la scienza dell'evo moderno; tempo perciò d'incertezza e di lotta. Al medioevo, che noi ci sforzammo di mostrare tutt'altro da quel che i pedanti lo denigrano, come un gran vuoto fra l'antichità e i tempi moderni, non mancarono mai cultori della scienza. Alcuni s'accontentavano dell'antica, traducendo, commentando, attenendosi all'ipse dixit. Altri, pur appoggiandosi ai classici, pretendeano all'indipendenza e al progresso, preparando materiali per un edifizio che, simile alle cattedrali d'allora, sarebbe compito sol col volgere de' secoli. Altri invece, rinnegando di proposito i vecchi, novità scientifiche ed arcani naturali chiedeano ad arti strane, all'ispirazione, alle scienze occulte, creando sistemi assurdi, teorie impossibili.

Noi oggi non ne abbiamo paura, e ci contentiamo di beffarle; ma allora quell'audacia diveniva pericolosissima, giacchè in religione spingeva ad assurde eresie, in morale a pratiche incondite, a insociabilità, a ruine, dapertutto a gravissime temerità. La Chiesa, conservatrice eterna della verità incorruttibile, potea non reprimerle? Allorchè tutto metteasi in dubbio, e sollevavansi tante difficoltà senza risolverle, potea rimanervi indifferente l'autorità che si considerava custode e autrice del ben sociale come della salute eterna? Oltre dunque incorare e proteggere i lavori delle Università e de' monaci, la Chiesa condannava errori, che repugnavano non più alla fede che alla società, non più alla religione che al buon senso, come le osservazioni astrologiche, le pratiche teurgiche, le ricerche alchimistiche. Se gli erranti si ravvedevano, essa riceveali al perdono; se si ostinassero a intaccare i fondamenti della morale naturale come della rivelazione, li puniva coi mezzi che le dava la civiltà d'allora.

Il sottoporre le verità divine alle dispute umane, e confonder nel metodo stesso la ragione e la fede, la storia mostra a quali conseguenze recò, a quali spaventosi disordini, e persecuzioni, e guerre. E allora appunto incaloriva il giansenismo, ond'era a temere ricomparisse anche in questo nuovo campo la questione sul senso privato nell'interpretazione della Scrittura. E dal cuore del giansenismo Pascal pronunziava: «L'autorità ha principal forza nella teologia, perchè questa è inseparabile dalla verità: per dare certezza alle materie men comprensibili dalla ragione, basta vederle nei libri santi: per mostrar l'incertezza delle più verosimili basta mostrare che non vi sono».

Oggi una verità astronomica rimane isolata nel campo suo proprio; ma toccava all'universo sapere allorchè del cielo erasi formato quasi un mediatore fra l'assoluto e i contingenti, fra Dio e il mondo; nel cielo risedevano e le facoltà motrici della natura divina e le attive della natura terrestre: stromento del motore immobile, mobile eppur motore, gira con migliaja di astri attorno alla terra, fissa; donde la metafisica dell'astronomia: agente universale, raduna ciascuna forma e la sviluppa, donde la generazione spontanea, prodotta dal calore solare; ricetto di tutte le potenze misteriose, variamente le distribuisce fra i tre regni naturali, e le trasforma, donde la magia e le scienze occulte, e l'alchimia: co' suoi influssi governa la materia, gli spiriti, le intelligenze e gli avvenimenti; donde l'astrologia. Il pareggiare una innovazione filosofica ad un delitto sociale, non era un abuso, ma facoltà conferita dalla legge civile e canonica, riconosciuta e convalidata dalla coscienza pubblica.

E il torto di Galileo consistette appunto nel volere, come fa specialmente in una lettera alla granduchessa, mescolare le verità rivelate colle scoperte fisiche, le considerazioni teologiche colle disquisizioni scientifiche, e insegnare in qual senso fossero a intendere i passi scritturali; a questi appoggiar teoremi che richiedevano dimostrazioni del calcolo e dell'esperienza. Che la Scrittura rivelata adotti le forme e le credenze popolari per farsi intelligibile, è consentito da tutti; e già Dante cantava nel IV del Purgatorio:

Per questo la Scrittura condescende A nostra facoltate, e piedi e mano A Dio attribuisce, ed altro intende.

Ma Galileo diceva che «nella Scrittura si trovano proposizioni false quanto al nudo senso della parola; che essa si espresse inesattamente sin in dogmi solenni per riguardo all'incapacità del popolo; che nelle dispute naturali essa dovrebb'essere riserbata nell'ultimo luogo, prevalendo l'argomento filosofico al sacro»[325].

Temendo che la scienza non si ingrandisse che per far guerra a Dio, i buoni se ne sbigottivano sin a repudiarla; solo dappoi gl'intelletti migliori compresero che la fede non ha paura di veruna dottrina; che la critica storica può mostrarsi indipendente e imparziale senza divenire irreligiosa; laonde delle vulgarità che si lanciarono contro la Chiesa a proposito di Galileo fe ragione il buon senso, distinguendo le asserzioni semplici dagli articoli di fede, i divieti positivi e necessarj dai provvedimenti prudenziali e disciplinari, gli oracoli della Chiesa dalle deliberazioni di un tribunale particolare.

Al quale il Galileo fu denunziato quasi asserisse, egli o i suoi, che Dio è un accidente non una sostanza, non un ente sensitivo, e che i miracoli non sono letteralmente tali; onde il papa proferì: «Perchè cessi ogni scandalo, la Sacra Congregazione citi Galileo e l'ammonisca».

Gl'Inquisitori soleano rimettere l'esame del fatto a qualificatori, specie di giurati che pronunziavano su materie a loro conosciute. La risposta che il famoso Clavio e tre altri Gesuiti diedero al cardinal Bellarmino, attesta che non ripudiavano le osservazioni di Galileo; solo trovavano arroganza il suo darle, non soltanto per opinione ipotetica, ma per verità assoluta.

Il confondere le ragioni della filosofia cogl'interessi della teologia produsse che Cartesio fosse reputato avverso alla messa, attesa la sua ingegnosa distinzione fra lo spirito e la materia; che fossero riprovati Leibniz per le sue monadi e l'armonia prestabilita, Gassendi per gli atomi, Pascal pel peso dell'aria. Nei giorni stessi di cui parliamo i teologi protestanti di Tubinga anatemizzarono Keplero perchè la Bibbia insegna che il sole gira attorno alla terra: ed egli sbigottito volea distrugger l'opera sua, quando gli fu offerto un asilo in Graz, e i Gesuiti lo protessero anche contro le accuse di sortilegio avventategli dai suoi[326]. Avvenne altrettanto a Sternkammer in Inghilterra. L'accademia di Siviglia non riprovò Colombo che supponeva la terra popolata in giro? L'accademia di Francia non isgradì ai giorni stessi la proposta di navigar a vapore? Oggi stesso non vediamo i giornali, inquisizione moderna, tediare e peggio per titoli teologici? È l'eterna implacabilità de' saccenti.

Galileo non potea sfuggirla, e gl'inquisitori, sopra informazioni di persone credute competenti, condannavano opinioni ch'erano già state proclamate all'ombra della tiara, e proferirono «falsa e contraria alle divine Scritture la mobilità della terra».

Esso Galileo il 6 febbrajo 1616 da Roma scriveva a Curzio Pichena, segretario del granduca, trovarsi ben contento d'esser andato per dissipare le trame tesegli; già essersi rimosso ogni dubbio sulla sua persona. «Ma perchè alla causa mia viene annesso un capo che concerne, non più alla persona mia che all'università di tutti quelli che, da ottant'anni in qua o con opere stampate o con scritture private o con ragionamenti pubblici e predicazioni o anche in discorsi particolari avessero aderito e aderissero a certa dottrina e opinione non ignota a V. S. I., sopra la determinazione della quale ora si va discorrendo per poterne deliberare quello che sarà giusto e ottimo, io, come quegli che posso per avventura esserci di qualche ajuto per quella parte che dipende dalla cognizione della verità che ci vien somministrata dalle scienze professate da me, non posso nè debbo trascurare quell'ajuto, che dalla mia coscienza come cristiano zelante e cattolico mi vien somministrato. Il qual negozio mi tiene occupato assai, e non senza profitto... Jeri fu a trovarmi in casa quella stessa persona che, prima costà dai pulpiti, e poi qua in altri luoghi aveva parlato e macchinato tanto gravemente contro di me: stette meco più di quattr'ore, e nella prima mezz'ora che fummo a solo a solo cercò con ogni sommessione di scusar l'azion fatta costà, offrendosi pronto a darmi ogni soddisfazione. Poi tentò di farmi credere non essere stato lui il motore dell'altro motore qui. Intanto sopraggiunsero monsignor Bonsi nipote dell'ecc. e rr. cardinale, il canonico Venturi e tre altri gentiluomini di lettere: onde il ragionamento si voltò a discorrere sopra la controversia stessa, e sopra i fondamenti sopra i quali si era messo a voler dannare una proposizione ammessa da santa Chiesa da tanto tempo. Dove si mostrò molto lontano dall'intendere quanto sarebbe bisognato in queste materie, e dette poca soddisfazione ai circostanti. I quali dopo tre ore di sessione partirono, ed egli restato tornò pure al primo ragionamento, cercando dissuadermi quello che io so di certo».

E il 6 marzo: «Si sta per pigliar risoluzione sopra il libro e opinioni del Copernico intorno al moto della terra e quiete del sole, sopra la quale fu mossa difficoltà l'anno passato in Santa Maria Novella e poi dal medesimo frate qui in Roma, nominandola egli contro alla fede ed eretica. Ma per quello che l'esito ha dimostrato, il suo parere non ha ritrovato corrispondenza in santa Chiesa, la quale altro non ha ricevuto se non che tale opinione non concordi con le sante scritture; onde solo restano proibiti quei libri, i quali ex professo hanno voluto sostenere che ella non discordi dalla Scrittura; e di tali libri non c'è altro che una lettera di un padre Carmelitano stampata l'anno passato, la quale solo resta proibita. Didaco a Stunica agostiniano avendo, tre anni sono, stampato sopra Job, e tenuto che tale opinione non repugni alle Scritture, resta sospeso donec corrigatur, e la correzione è di levarne una carta nell'esposizione sopra le parole Qui commovet terram de loco suo. All'opera del Copernico stesso si leveranno dieci versi della prefazione a Paolo III, dove accenna non gli parere che tal dottrina repugni alle Scritture; e per quanto intendo, si potrebbe levare una parola in qua e in là, dove egli chiama due o tre volte la terra sidus... Io non ci ho interesse alcuno, nè punto mi ci sarei occupato se i miei non mi ci avessero intromesso».

E al 12 marzo: «... Jeri fui a baciare il piede a sua santità, colla quale passeggiando ragionai per tre quarti d'ora con benignissima udienza... Le raccontai la cagione della mia venuta qua, dicendole come, nel licenziarmi dalle loro altezze ss., rinunziai ad ogni favore che da quelle mi fosse potuto venire, mentre si trattava di religione e d'integrità di vita e di costumi. Feci constare a sua santità la malignità de' miei persecutori e alcune delle lor false calunnie: e qui mi consolò col dirmi che io vivessi con l'animo riposato, perchè restavo in tal concetto appresso la sua santità e tutta la Congregazione, che non si darebbe leggermente orecchio ai calunniatori».

Ma l'ambasciadore Pietro Guicciardini al 4 marzo avea scritto al granduca: «Il Galileo ha fatto più capitale della sua opinione che di quella de' suoi amici, ed il signor cardinale del Monte ed io e più cardinali del Sant'Offizio l'avevamo persuaso a quietarsi, e non stuzzicare questo negozio: ma se voleva tener questa opinione, tenerla quietamente senza far tanto sforzo di disporre e tirar gli altri a tener l'istessa, dubitando ciascuno che non fosse venuto altrimenti a purgarsi e a trionfar de' suoi emuli, ma a ricevere uno sfregio... Dopo avere informati e stracchi molti cardinali, si gettò al favore del cardinale Orsini... il quale in concistoro, non so come consideratamente e prudentemente, parlò al papa in raccomandazione di detto Galileo. Il papa gli disse che era bene ch'egli lo persuadesse a lasciare quell'opinione. Orsini replicò qualche cosa incalzando il papa, il quale mozzò il ragionamento, e gli disse che avrebbe rimesso il negozio ai cardinali del Sant'Offizio. E partito Orsini, il santo padre fece chiamar il Bellarmino e discorse sopra questo fatto; fermarono che questa opinione del Galileo fosse erronea ed eretica. E jer l'altro, sento fecero una congregazione sopra questo fatto per dichiararla tale; ed il Copernico ed altri autori o saranno emendati o ricorretti o proibiti. E credo che la persona del Galileo non possa patire, perchè come prudente vorrà e sentirà quello che vuole e sente santa Chiesa. Ma egli s'infuoca nelle sue opinioni, e ha estrema passione dentro, e poca fortezza e prudenza a saperla vincere... Il Galileo ci ha de' frati e degli altri che gli vogliono male e lo perseguitano; ed è in uno stato non punto a proposito per questo paese, e potrebbe mettere in intrighi grandi sè ed altri, e non veggo a che proposito nè per che cagione egli ci sia venuto, nè quello possa guadagnare standoci».

A Galileo dunque non fu inflitto verun castigo nè penitenza dalla Congregazione dell'Indice, ma solo intimato di non parlare più del sistema di Copernico, e Paolo V l'assicurò che, vivo lui, non sarebbe più molestato. Non si proscrivea la dottrina, bensì il sostenerla pubblicamente come privata interpretazione della Bibbia, e Galileo riconobbe il decreto per prudentissimo e salutifero ad ovviare i pericolosi scandali dell'età; temerarj quelli che lo biasimavano; in Italia, e più a Roma sapersene meglio che dalla diligenza oltremontana. Il cardinal del Monte informava il granduca: «Egli si parte di qua con intera la sua reputazione e con laude di tutti quelli che hanno trattato seco: e si è toccato con mano quanto a torto sia stato calunniato da nemici i quali (come afferma egli medesimo) non hanno avuto altra mira che di pregiudicargli nella grazia di vostra altezza serenissima. Io che molte volte ho parlato con lui, e ho anche sentito quelli che son consapevoli di quanto è passato; assicuro vostra altezza serenissima che nella sua persona non è ad imputare il minimo neo, ed egli medesimo potrà dar conto di sè, e reprimere le calunnie de' suoi persecutori, avendo in scritto tutto quello che gli è occorso di produrre». Il granduca Cosimo II volle viaggiasse in letiga di corte, ed entrasse in Firenze con corteo di servi di corte: premure per un processato, o riparazioni, che non hanno certo i ministri odierni.

E rimanga fisso che Galileo pretendeva alla fama di buon cattolico. Al balì Cioli scrivea: «Nessuno può revocare in dubbio la mia esemplare pietà, la mia cieca obbedienza ai comandamenti della Chiesa». Quando comparve al Sant'Uffizio, si mise in ginocchioni davanti ai cardinali supplicandoli nol dichiarassero eretico, di che gli verrebbe dolor sì acerbo, da preferire la morte; dal cardinal Bellarmino domandò un'attestazione qualmente non ebbe a far nessuna abjura delle sue dottrine ed opinioni, nè fu sottoposto a qualsiasi penitenza[327]: onde chi conosce il cuore umano e l'amor proprio dei letterati, forse dirà ch'egli si ostinasse a voler vittoria sopra gli oppositori, appunto perchè in questa parte sentivasi men sicuro che non sul campo delle matematiche, o forse perchè la contraddizione loro impediva il trionfo delle sue verità.

Moriva fra ciò Gregorio XV e nel conclave del 1623, avendo la Spagna dato esplicitamente l'esclusione al cardinal Federico Borromeo, che nell'arcivescovado suo di Milano avea zelato le prerogative ecclesiastiche, risultò eletto Matteo Barberini fiorentino, che si chiamò Urbano VIII. Uom di mondo, arricchitosi ne' traffici; per disposizione naturale e per istudio del diritto e per usata con persone esperte, acquistò pratica delle cose diplomatiche, e più vi s'addentrò stando nunzio in Francia, dove già fin d'allora trattavansi gli affari di tutta Europa. Assunto papa in età fresca, con salute atletica; grande, bruno, venerabile d'aspetto, elegante nel vestire, di modi e moti aristocratici, parlava bene e su tutte le materie; acuto ad assalire, pronto a difendersi, scherzi e lepidezze amava più che la sua dignità nol comportasse, e più che nol lasciasse aspettare la irreprovevole sua condotta; prendeva in beffa e anche in ira chi gli contraddicesse, ma facilmente deponeva lo sdegno. Dilettavasi de' poeti moderni, poeta egli stesso, senza che ciò lo stogliesse dagli studj severi. Chiamò di Germania i dotti Luca Olstenio ed Abramo Eikellense, di Levante Leone Allacci, oltre il fior degli Italiani; agli ecclesiastici interdisse i traffici scolareschi; pubblicò migliorato il Breviario romano, correggendone egli medesimo gl'inni. Diffidava di quei che lo circondavano e massime de' diplomatici e de' cardinali addetti a questo o a quel principe, e non parole ma ne volea espresse dichiarazioni. Sebbene parlasse con tal aria ingenua, che ispirava fiducia a coloro che ancor credessero possibile in un principe la sincerità, in fatto dissimulava i proprj divisamenti. Sentendo alto di sè, non volea concistoro, non consulta, ma veder tutto da sè, e diceva: «Io intendo gli affari meglio di tutti i cardinali». Franco nel disapprovare i suoi predecessori; gli si faceva un objezione tratta da antiche costituzioni papali? rispondeva: «La decisione d'un papa vivo val meglio che quella di cento papi morti»; voleasi fargli adottare un'idea? bisognava esibirgli la contraria. Amò la pace, anche perchè esausto l'erario; e pure, non che difender il suo Stato, lo rese minaccioso; vi unì il ducato d'Urbino, e se mostravangli i monumenti di marmo de' suoi predecessori, diceva: «Io ne erigerò di ferro»; pose Forte Urbano alle frontiere di Bologna, fortificò Roma; istituì a Tivoli manifatture di armi; arsenali e soldati a Civitavecchia, dichiarata portofranco, in modo che i Barbareschi venivano a vendervi le prede fatte sui Cristiani. Cercò frenare Casa d'Austria e Casa di Savoja per conservare la libertà d'Italia, che allora riponeasi nell'equilibrio fra le potenze prevalenti; si offrì mediatore fra Spagna e Francia, e davvero per tutta Europa era invocato arbitro, ma non che decorosamente sostenere sì sublime parte, cogli ambasciatori chiacchierava, dissertava anzichè stringere, e piegavasi dal sì al no per capriccio, non per ponderazione. Ma se condiscendeva nelle materie temporali, stava irremovibile dove si trattasse delle spirituali. Da San Benedetto di Polirone nel Mantovano fe trasferire le ceneri della contessa Matilde in Vaticano, ponendole un mausoleo dov'è effigiato Arrigo V ai piedi di Gregorio VII, allusione significativa dell'onnipotenza papale.

Essendo ancora nella porpora, avea egli scritto a Galileo il 15 giugno 1612, che leggerebbe i suoi libri «per confermarmi nella mia opinione che concorda colla vostra e ammirar con tutti il frutto del raro vostro intelletto»; fece versi in lode di esso; divenuto papa, lo raccomandò caldamente al granduca[328] ed assegnò una pensione a lui e a suo figlio Vincenzo; accettò la dedica del Saggiatore di esso, stampato dai Lincei: l'esortò venisse a trovarlo, come ei fece la primavera del 1624, quando seco s'intertenne a lungo sopra le sue teorie astronomiche. Intanto Galileo avea scritto sulle macchie solari e sul flusso e riflusso, e mandandoli al granduca, rammenta la proibizione fattagli; malgrado quella, aver qui ragionato come se la terra si muova; ben vuole si consideri «come una poesia, ovvero come un sogno; tuttavolta anche i poeti apprezzano talvolta alcuna delle loro fantasie: io parimente fo qualche stima di questa mia novità».

Realmente non cessava di discutere, e mettere in ridicolo gli oppositori, e allegar sempre Giobbe e Giosuè e i santi padri; e gli scolari suoi scorrevano più in là. Poi nel 1632, con approvazione del maestro del sacro palazzo, se non carpita, sottratta con gli artifizj che conosce chi s'arrabatta colla censura, pubblicò il Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo, tolomaico e copernicano, critica vittoriosa de' vecchi sistemi di filosofia naturale. Non era terminato, e proponeva un'altra giornata «per confutare in più efficace modo che da Dio benedetto mi verrà somministrato, la detta opinione falsa e dannata». Mentre i dotti notavano spiegazioni false e monche, gl'invidiosi insusurrarono Urbano VIII perchè Galileo, dopo essere sì umanamente trattato, non solo fallisse alla promessa di non più discorrerne, ma in quel dialogo avesse adombrato lui papa nel grossolano peripatetico Simplicio, e messe in iscena appunto le conversazioni che in proposito avea tenute con esso. Urbano, che avea le passioni d'uomo e di letterato, si risentì di quello scherno vero o supposto, mandò ad esaminare il libro alla Congregazione di cardinali, e questi lo rimisero all'Inquisizione perchè chiarisse in qual senso Galileo continuasse a sostenere quell'opinione. Allora egli fu citato a Roma. Avrebbe potuto passare a Venezia o in Olanda, ove sarebbe stato accolto a braccia aperte: ma preferì obbedir alla citazione.

Il processo di Galileo fu stampato dal cardinal Marini: un estratto ne fu dato dall'Alberi nel IX volume delle opere di Galileo. Ma dopochè Biot aveva sgomberato la storia da una menzogna e da una sciocchezza intorno alle sevizie usate a quel grande, il Perchappe, Bertrand ed Ernesto Renan[329] (oltre il Libri) tornarono a rilevarla, dicendo che, stando il processo in mano d'ecclesiastici, possono averne cancellato ogni cenno di tortura. È argomento insulso verso persone che della tortura non si faceano scrupolo: è argomento strano, pel quale potrebbe torsi fede ad atti ed accuse qualunque. Pure noi vorremo lasciar da banda il processo, e citar le lettere e le informazioni che il ministro del granduca a Roma inviava a' suoi principi, caldi sostenitori del Galilei. Eccoli:

1632, 24 agosto. Sento da qualche amico ci sia pensiero non di proibir il libro, ma sibbene che si accomodino alcune parole...

5 settembre. Sua santità proruppe in molta collera, e all'improvviso disse che anche il mio Galilei aveva ardito di entrar dove non doveva; ed in materie le più gravi e le più pericolose che a questi tempi si potessero suscitare... e d'aver decretata una congregazione di teologi e d'altre persone versate in diverse scienze, gravi e di santa mente, che parola per parola pesavano ogni minuzia, perchè si trattava della più perversa materia che si potesse mai aver alle mani, tornando a dolersi d'essere stata aggirata da Galileo e dal Ciampoli... Aggiunse d'aver usato col signor Galilei ogni urbanità, perchè gli ha fatto penetrare quel che egli sa; e non ne ha commessa la causa alla Congregazione della Santa Inquisizione come doveva, ma a Congregazione particolare, creata di nuovo...

11 settembre. In effetto il papa vi ha senso, perchè tiene che s'incorra in molti pericoli della fede, non si trattando qui di materie matematiche, ma della scrittura sacra, della religione e della fede, perchè non è stato osservato il modo e l'ordine dato nello stampare il libro...

26 dicembre. Il Galilei sarà sicuramente ristretto d'abitazione, e posto in qualche necessità o di disdirsi o di scrivere contro a quel che ha pubblicato.

Non ci sia negato di riflettere come la piccola Toscana, popolata di non un milione di anime, pesasse nella bilancia europea, fosse cerca da tutte le Corti, trafficasse in America e nelle Indie Orientali, creasse una flotta nel Mediterraneo, colla quale toglieva Bona ai Barbareschi, e sui Turchi riportava vittorie, che meritavano gli inni del Chiabrera e del Filicaja.

E molto ascoltato n'era a Roma il ministro Niccolini, il quale assiduamente teneva informato il duca; e come la difficoltà consistesse in ciò che il Galilei, «sebbene si dichiara di voler trattare ipoteticamente del moto della terra, nondimeno, in riferire gli argomenti, ne parla e ne discorre poi assertivamente e concludentissimamente, ed ha contravvenuto all'ordine datogli nel 1616 dal cardinale Bellarmino d'ordine della Congregazione dell'Indice[330], e spesso torna a lagnarsi perchè si ostina a voler fare il teologo, e resiste agli amici che gli consigliano di prender aria ed evitare la lotta.

Citato, il Galileo tardò cinque mesi: venticinque giorni consumò nel viaggiar da Firenze a Soma. Quivi giunto, prosegue il Niccolini, ai 13 marzo:

Il papa mi rispose d'avergli fatto un piacer singolare, e non più usato con altri, in contentarsi che possa trattenersi in mia casa, invece del Sant'Uffizio... un cavalier di casa Gonzaga non solamente fu messo in una lettiga accompagnato e guidato fino a Roma, ma condotto in castello, e tenuto ivi molto tempo, fino all'ultimo della causa... Il cardinale Barberino disse lo stimava per uomo singolare, ma che questa materia è assai delicata, potendosi introdurre qualche domma fantastico nel mondo, e particolarmente in Firenze, dove gl'ingegni sono assai sottili e curiosi...

Sua santità mi disse non credere si possa far di meno di non lo chiamar al Sant'Uffizio quando s'avrà a esaminare, perchè così è il solito. Io le replicai di sperare che la santità sua fosse per raddoppiare l'obbligazione con dispensarlo anche da questa, ma mi fu risposto di credere che non si potrà far di meno... e che Iddio gli perdoni di entrar in queste materie, tornando a dire che si tratta di dottrine nuove e della sacra scrittura, e che la meglio di tutte è quella di andar con la comune... che v'è un argomento al quale non hanno mai saputo rispondere, che è, che Iddio è onnipotente, e può far ogni cosa: se è onnipotente, perchè vogliamo necessitarlo? [331]. Conchiuse che gli avrebbe fatto dare certe stanze, che son le migliori e le più comode in quel luogo...

16 aprile. Dopo trasferito colà, il cardinale Barberino m'offerse tutte le comodità desiderabili, e che vi sarebbe tenuto non come in prigione nè in secrete, ma provisto di stanze buone, e forse anche lasciate aperte... Si procura che possa tenervi un servitore, e tutte le comodità...

Il padre commissario del Sant'Uffizio lo ricevette con dimostrazioni amorevoli, e gli fece assegnar non le camere o segrete solite darsi ai delinquenti, ma le proprie del fiscale di quel tribunale; in modo che non solo egli abita fra i ministri, ma rimane aperto e libero di poter andare sin nel cortile... Si vede sarà spedito presto, perchè in questa causa s'è proceduto con modi insoliti e piacevoli... mentre si sa che vescovi, prelati o titolati, appena giunti in Roma sono stati messi in Castello o nel medesimo palazzo dell'Inquisizione con ogni rigore e con ogni strettezza. Anzi gli permettono che il suo servitore medesimo lo serva, e vi dorma, e quel ch'è più, vada e torni donde gli piace, e che i miei medesimi servitori gli portino di qui la vivanda in camera, e se ne tornino a casa mia mattina e sera...

25 aprile. Il signor Galilei... mi scrive giornalmente, ed io gli rispondo e gli dico il mio senso liberamente, senza che vi si pensi punto...

1 maggio. Il signor Galileo mi fu rimandato jeri a casa quando manco l'aspettavo, ancorchè non sia finito il suo esame, e questo per gli uffizj fatti dal padre commissario col signor cardinale Barberino, che da se stesso, senza la Congregazione dell'Indice, l'ha fatto liberare perchè possa riaversi dai disagi e dalle sue indisposizioni solite che lo tenevano continuamente travagliato...

3 maggio. Il signor Galilei fu lasciato tornare in questa casa, dove pare sia tornato in migliore stato di salute. E perchè desidera che si venga all'ultima terminazione della sua causa, il padre commissario del Sant'Uffizio gli ha data qualche intenzione di venire a questo fine a trovarlo...

22 maggio. Parlai con sua santità della spedizione del negozio del signor Galileo, e mi fu data intenzione che la sua causa si terminerà facilmente nella seconda congregazione di giovedì a otto giorni. Posso ben dubitare assai della proibizione del libro, se non vi si rimediasse col fargli fare un'apologia da lui medesimo, come io proponeva a sua beatitudine. Ed a lui toccherà anche qualche penitenza salutare, pretendendo ch'egli abbia trasgrediti gli ordini nel 1616 datigli dal cardinale Bellarmino sopra la medesima materia del moto della terra. Io non gli ho ancor detto ogni cosa, perchè intendo, affine di non l'affliggere, d'andarvelo disponendo pian piano...

18 giugno. Ho di nuovo supplicato per la spedizione della causa del signor Galilei, e sua santità mi ha significato ch'ella è di già spedita, e che di quest'altra settimana sarà chiamato una mattina al Sant'Uffizio per sentirne la risoluzione... Aggiunge che avea fatta volentieri ogni agevolezza al signor Galileo in riguardo dell'amore che porta al granduca, ma quanto alla causa non si potrà far di meno di non proibire quell'opinione perchè erronea e contraria alle sacre scritture. E quanto alla persona, dovrebbe egli per ordinario rimaner qui prigione per qualche tempo, per aver contravenuto gli ordini che teneva fin dal 1616, ma che, come sarà pubblicata la sentenza, mi rivedrà di nuovo, e tratterà meco di quel che si possa fare per manco male e per manco affliggerlo... ma che non si potrà far di meno di non lo rilegare in qualche convento, come in Santa Croce, per alcun tempo... Io non ho riferito al signor Galileo che la prossima spedizione della causa e la proibizione del libro, ma della pena personale non gliene ho detto niente per non affliggerlo, e anche sua beatitudine mi ha ordinato di non gliene conferire per non lo travagliar ancora...

26 giugno. Il signor Galileo fu chiamato lunedì sera al Sant'Uffizio, ove si trasferì martedì mattina per sentire quel che potessero desiderare da lui, ed essendo stato ritenuto, fu condotto mercoledì alla Minerva avanti alli signori cardinali e prelati della Congregazione[332], dove non solamente gli fu letta la sentenza, ma fatta anche abjurare la sua opinione. La sentenza contiene la proibizione del suo libro, come ancora la sua propria condannazione alle carceri del Sant'Uffizio a beneplacito di sua santità, per essersi preteso ch'egli abbia trasgredito il precetto fattogli sedici anni sono intorno a questa materia. La qual condannazione gli fu solo permutata da sua beatitudine in una relegazione o confine al giardino della Trinità de' Monti, dove io lo condussi venerdì sera, e dove ora si trova, per aspettar quivi gli effetti della clemenza della sua santità.

3 luglio. Mi disse sua santità che, sebbene era un poco presto diminuirgli la pena, nondimeno s'era contentato di permutargliene prima nel giardino del granduca, ed ora che potesse arrivar fino a Siena, per star quivi in qualche convento a beneplacito... o appresso monsignor arcivescovo. Pensa poi di permettergli fra qualche tempo che se ne vada alla Certosa di Firenze.

Egli stesso il Galileo dappoi, al 23 luglio, da Siena scriveva ad esso balì Gioli:

Le scrivo spinto dal desiderio di liberarmi dal lungo TEDIO di una carcere di più di sei mesi, aggiunto al travaglio ed AFFLIZION DI MENTE di un anno intero, ed anco non senza molti incomodi e PERICOLI corporali; e tutto addossatomi per quei miei demeriti che son noti a tutti, fuorchè a quelii che mi hanno di questo e di maggior castigo giudicato colpevole.

Dopo ciò, non so come basti fronte ai sofisti per supporre fin la brutalità di sevizie personali[333]. La prigione stessa, che pur toccò ai cardinali Polo e Moroni e al Caransa, fu risparmiata a lui[334], perchè non trattavasi di un punto di fede, bensì di matematica. E indegni figli d'Italia van supponendo che in Italia gli fosse inflitta la tortura!

Eliseo Masini stimò bene di esporre in italiano il Sacro Arsenale, ovvero Pratica dell'ufficio della santa Inquisizione (Bologna 1675); tanto poco si cercava di tener nascoste quelle procedure. Nella sesta parte vien egli a parlare della tortura. «Avendo il reo negato i delitti oppostigli, e non essendosi essi pienamente provati, s'egli, nel termine assegnatogli a far le sue difese non avrà dedotto a sua discolpa cosa alcuna, ovvero, fatta difesa, ad ogni modo non avrà purgato gl'indizj che contro lui risultano dal processo, è necessario, per averne la verità, venir contro di lui alla rigorosa esamina, essendo stata appunto trovata la tortura per supplir al difetto di testimonj, quando non possono intera prova portare contro il reo». E prosegue a dimostrare come ciò «punto non sconviene all'ecclesiastica mansuetudine e benignità».

Ora nel caso del Galilei, nessuna di queste circostanze interveniva. Il Masini prosegue che, «perchè in negozio di tanta importanza si può facilmente commettere errore, o in pregiudizio notabile della giustizia, sicchè i delitti restino impuniti, o in danno gravissimo ed irreparabile de' rei, fa di bisogno che l'Inquisizione proponga prima, nella congregazione de' consultori del Sant'Offizio il processo offensivo e difensivo, e col dotto e maturo consiglio di essi si governi e adopri sempre»[335].

E spiegando a minuto le procedure varie, per ogni caso di tortura esige il previo consenso della sacra Congregazione. Or nella sentenza di Galileo è detto: Judicavimus necesse esse venire ad rigorosum examen tui, in quo respondisti catholice. Volesse anche dir la tortura, poichè rispose catholice non gli fu inflitta. Galileo non si ostina: anche testè Proudon, amava meglio Galileo in ginocchio che in carcere; incalzato, non solo professa «non tener per vera la dannata opinione copernicana, e tener per verissima e indubitata l'opinione di Tolomeo, cioè la stabilità della terra e la mobilità del sole», ma fin dal primo interrogatorio dichiara: «Del non aver io poi tenuta nè tener per vera la dannata opinione della mobilità della terra e stabilità del sole, se mi verrà conceduta, come io desidero, abilità e tempo di poterne fare più chiara dimostrazione, io sono accinto a farla, e prometto di ripigliare gli argomenti già recati (per compiacenza di sottilizzare, ha detto innanzi) a favore della detta opinione falsa e dannata, e confutarli in quel più efficace modo, che da Dio benedetto mi verrà somministrato».

Abbastanza avrà patito quel grande nel vedersi obbligato a declinare le sue opinioni davanti a persone incompetenti e prevenute: perocchè la persecuzione ebbe i soliti effetti immorali; quei giudici disonorandosi col presumersi autorevoli in materie ad essi estranee, disonorandosi Galileo coll'abjurare opinioni di cui era convinto, e colla propria disdetta facendo credere ragionevole la persecuzione.

Deploriamo gli errori umani, condanniamo questa implacabile nimicizia de' mediocri contro gli alti ingegni, e l'insanabile debolezza degli amici contro l'operosità de' nemici[336], ma non facciamone aggravio alla Chiesa, nè esageriamo i torti dell'Italia, attribuendo ad essa quel ch'è della natura umana. Forse non ebbe ben più serj travagli il gran Keplero? il quale in patria era atteggiato nelle burlette colla parte di buffone. Newton, che stabilì la legge più universale, la gravitazione, non solo fu combattuto da Fontenelle, da Cassini, da Bernouilli, ma il gran Leibniz l'imputava di materialismo, e i principj neutoniani trovava funesti alla religione. Nel caso nostro, Roma seppe rispettare un grande, di cui credea dover disapprovare gl'insegnamenti; mentre l'età nostra offrì ben diversi esempj in casi dove la persecuzione non era tampoco giustificata da profonde convinzioni. Galileo fu condannato alla prigione «per quanto tempo piacesse»; ma Urbano papa gliela commutò subito in relegazione nel giardino de' Medici sul delizioso Pincio. Vi si aggiungeva l'obbligo di recitar una volta la settimana i salmi penitenziali; ma questo se lo assunse sua figlia suor Maria Celeste, le cui lettere, scrittegli dal convento di San Matteo in Arcetri, tutte d'affetto e di pietà, appajono come un soavissimo ruscello tra la motta di quel processo[337]. Presto egli fu trasferito a Siena nel palazzo dell'arcivescovo suo amicissimo; e appena a Firenze cessò la peste, fu reso alla sua villa d'Arcetri, ove proseguì i lavori fin quando perdette la vista. Quivi il Galilei usava frequente la compagnia di varj frati, con altri era in amicizia, e principalmente con frà Bonaventura Cavalieri[338]. Benedetto Castelli, ai 16 marzo del 1630 scrivevagli: «Il padre Campanella, parlando i giorni passati con nostro signore, gli ebbe a dire che aveva avuto certi gentiluomini tedeschi alle mani per convertirli alla fede cattolica, e che erano assai ben disposti, ma che avendo intesa la proibizione del Copernico, erano restati in modo scandolezzati, che non ne aveva potuto far altro; e nostro signore rispose le precise parole seguenti: Non fu mai nostra intenzione, e se fosse toccato a noi, non si sarebbe fatto quel decreto»[339]. Vuol dire che il papa era servo del regolamento, e rispettava l'indipendenza de' tribunali, come si usa in ogni ben costituito reggimento. Galileo stesso da Arcetri il 26 luglio 1636 scriveva a frà Fulgenzio Micanzio, l'amico di frà Paolo Sarpi: «Di Roma intendo che l'eminentissimo cardinale Antonio e l'ambasciadore di Francia hanno parlato a sua santità cercando sincerarla come io mai non ho avuto pensiero di fare opera sì iniqua di vilipendere la persona sua, come gli scellerati miei inimici le aveano persuaso, CHE FU IL PRIMO MOTORE DI TUTTI I MIEI TRAVAGLI: e che a questa mia discolpa rispose, Lo crediamo, lo crediamo; soggiungendo però che la lettura del mio dialogo era alla cristianità perniziosissima». Aggiungiamo che il cardinale Cajetano aveva commesso al Campanella di scrivere l'apologia del Galilei; e quando questi era moribondo, san Giuseppe Calasanzio gli mandò uno de' suoi preti ad assisterlo: morto, fu deposto in Santa Croce.

È natura dell'ingiustizia la difficoltà del ripararla, per non tornare sul giudicato, per non confessar il torto, per non mortificare il nostro amor proprio. E i libri di Galileo e quei che sostenevano il sistema copernicano rimasero nell'Indice donec corrigantur, tanto che ancora nel 1748 il celebre metereologo Toaldo avendo trovato nell'Università di Padova il dialogo di Galileo intorno al sistema copernicano, lo stampò, ma premettendovi la protesta dell'autore che il moto della terra non possa sostenersi se non come ipotesi; emendando i passi ov'era dato per teorema assoluto, e unendovi la dissertazione del Calmet, ove i passi scritturali sono cattolicamente combinati colla scienza[340]. Nel 1820 nelle scuole romane liberamente trattavasi della mobilità della terra non più in forma d'ipotesi; poi dall'Indice scomparve quella deformità, viepiù sconveniente quando Roma e gli Ordini religiosi diedero e danno tanti insigni astronomi e tanto favore a questa scienza.

Nè taciamo che la prova della mobilità della terra con indizj fisici, vale a dire la deviazione progressiva del piano d'oscillazione d'un pendolo sospeso a un punto fisso, non fu trovata che ai giorni nostri da Foucault. Ma al vedere cotesta pertinacia in rinfacciare questo errore, si sarebbe indotti a dire che altro non se ne sia commesso. Del resto un giudizio erroneo di tribunal civile infirma forse la legge, o le istituzioni giuridiche? E appunto qui s'ingannò un tribunale ecclesiastico, non già il papa: foss'anche il papa, non pronunziava ex cathedra. Perocchè della Chiesa vanno distinti i pronunziati assoluti sulle verità di fede e morale, e quelli soltanto relativi ad esse o alla disciplina. Ai primi il fedele sottomette affatto la sua ragione; gli altri guarda con rispetto, senza però tenervisi obbligato di fede. In questa nostra mistura poi di male e di bene, di dottrine eterne e di opportune, c'è dei veri, pericolosi a un dato tempo, o che non voglionsi accettare alla cieca perchè ancora disputati: s'incolperebbe a buon dritto l'autorità tutrice che avvisa sopra di esse?

E poichè in questo discorso ci occupammo assai d'uomini insigni, sia luogo a rammentare la conversione d'un illustre straniero. Nicolò Stenon di Copenaghen, lodato naturalista, visitò l'Italia e Roma, dove i discorsi di valenti persone lo fecero dubitare della religione protestante in cui era cresciuto. Venuto a Firenze il 1666, per istanza del Viviani fu dal granduca dato maestro al principe Ferdinando, «ordinandomi (così scrive lo Stenon medesimo) con questi precisi termini, che io gli insegnassi la filosofia cristiana; e venuto poi a dar principio all'esecuzione di questi suoi comandi, un'altra volta mi disse che io gli facessi ben capire, che v'era un altro principe superiore, alla cui autorità stanno sottoposti tutti i principi».

Al convento d'Annalena tornò più volte per comprare manteche e simili cose, ove suor Maria Flavia del Nero[341], udito ch'egli era eretico, gli disse non potrebbe salvarsi, ed entrò seco in ragionamento dell'anima: egli con essa recitava l'Ave Maria, ma solo la metà, non potendo credere all'intercessione della beata vergine e de' santi: pure s'asteneva dalle carni il venerdì e sabato, e visitava chiese, a consiglio della pia, che lo mise in corrispondenza con dotti padri. Sempre però egli era trattenuto dalla vergogna di parere apostato, e più volentieri udiva la monaca parlarle del nostro Cristo, come le donne sanno fare cioè col cuore. In ciò lo coadjuvava la signora Arnolfini, moglie dell'ambasciadore di Lucca, finchè dopo lunghi discorsi e studio de' Padri, abjurò.

Anche qui lasciamo la parola a lui stesso, che così scrive ad essa Arnolfini:

Nell'ultima venuta costà di questa Corte, a cui ho l'onore di servire, promisi a vossignoria di spiegarle in carta le ragioni che mi aveano persuaso ad abbandonare la credenza luterana di cui era stato tenacissimo, e ad abbracciare la fede cattolica romana, da me per l'addietro aborrita. Ho tardato molto a soddisfare a questo mio debito; perchè stimavo di esser tenuto ad esporle tuttociò che appartiene a sì gran causa. Un tale assunto era materia piuttosto da volumi che da una lettera: e questo pensiere mi ha sospeso la penna più lungamente di quel che richiedevano e la mia promessa e il mio desiderio. Finalmente per servir più che posso la brevità, ho risoluto di restringermi a un solo articolo; ed a quello appunto, sopra del quale Iddio mi diede i primi impulsi per cercare sinceramente la verità di quel ch'egli avea rivelato alla sua Chiesa, e che dovea credersi da noi con fede divina, non soggetta ad errori. Certificato che fui della verità dell'articolo di cui le parlerò, non ebbi più dubbio veruno di esser tenuto ad abbandonare la credenza luterana: poichè, dove una religione erra in un punto sostanziale della fede, al certo non può essere da Dio, il quale, siccome per la sua infinita sapienza è incapace di errore, così per la somma sua veracità è incapace di mentire in quel che dice, ed ingannarci co' suoi detti; onde non può non essere una mera invenzione degli uomini qualunque sètta che discordi da quello che a noi consta essere stato rivelato da Dio alla sua Chiesa. E benchè io mi restringa ad un sol punto nella presente, non avrò difficoltà a render ragione degli altri, sopra de' quali piacesse a vossignoria di chiedermela.

Mi ritrovava io in Livorno, dove ella si ritrovava, nel tempo della solennità del Corpus Domini; ed al veder portare in processione con tanta pompa quell'ostia per la città, sentii svegliarmisi nella mente quest'argomento: O quell'ostia è un semplice pezzo di pane, e pazzi sono costoro che gli fanno tanti ossequj; o quivi si contiene il vero corpo di Cristo, e perchè non l'onoro ancor io? A questo pensiero, che mi scorse l'animo, da un canto non sapea indurmi a credere ingannata tanta parte del mondo cristiano, qual è quella de' Cattolici romani, numerosa d'uomini svegliati e dotti; dall'altro non volea condannare la credenza in cui era nato ed allevato. E pure era forza il dire o l'uno l'altro: poichè non vi era nè vi è modo di conciliare insieme due proposizioni che si contraddicono, nè di poter reputar vera quella religione, che in un punto tanto sostanziale della fede cristiana andasse errata, e facesse errare i suoi seguaci.

In questo stato capitai in Firenze per dimorarvi qualche spazio di tempo, a cagione della lingua italiana che qui si parla con fama di pulizia, e proseguir dipoi il mio viaggio a vedere il resto delle principali città dell'Italia. Qui, per soddisfare all'incertezza dell'animo mio agitato nell'accennato mistero dell'eucaristia, adoperai ogni possibile diligenza nel cercare la verità, confidato in Dio che mi avrebbe scorta la mente col suo lume a conoscere il vero che io cercava con sincerità di cuore; comunque l'educazione avuta fin dalla mia nascita nella credenza luterana mi facesse forza, e mi animasse al contrasto ed all'ostinazione nelle mie antiche opinioni. Non contento di trattare sopra tal materia con persone dotte, delle quali niuno può negare che molte non ve ne sieno fra i Cattolici, volli con mio agio chiarirmi de' testi originali della sacra scrittura e degli autori antichissimi, ed in più modi, e particolarmente in una famosa libreria di antichissimi manoscritti greci ed ebrei, a fine di non fidarmi delle versioni latine senz'altro esame, ma di riscontrarle co' testi originali delle accennate due lingue, giacchè per lo studio già fattone le possedevo. Insomma, dopo il molto conferire, il molto leggere ed un lungo esaminare e riscontrare quanto leggevo ed udivo, non potei non rimaner convinto e della verità che in fatti professano i Cattolici romani, e della falsità nella quale vivono ingannati i Luterani. Lo stesso avverrà a chiunque de' Luterani sinceramente si farà a cercare il vero: poichè Iddio non lascerà d'illuminare chi cerca la vera fede con cuor sincero, siccome per sua bontà ho sperimentato in me stesso.

E perchè la fede divina, quale è quella con cui si crede nella vera Chiesa di Cristo, si dee fondare sulla parola divina, ecco a vossignoria come sopra tal fondamento mi son io fermissimamente persuaso di tre verità, che sono le sostanziali intorno al sagramento dell'Eucaristia, sopra del quale furono i miei primi dubbj, conforme le ho accennato.

La prima che, in virtù delle parole della consacrazione per la forza onnipotente di Gesù Cristo nostro signore, il quale istituì il sagramento dell'Eucaristia, si fa la mutazione sostanziale del pane nel corpo di Gesù Cristo, e del vino nel sangue di lui:

La seconda, che il corpo di Cristo non solo si ritrovi nel pane consacrato nel tempo dell'uso di tal sacramento, e fino alla comunione; ma ancora dipoi, e fuori dell'uso attuale; e lo stesso dee intendersi del sangue in ordine al vino consacrato, dove questo si conservasse:

La terza, che non è contro la sacra scrittura, ossia la parola di Dio, l'amministrarsi il sagramento dell'Eucaristia solamente sotto una specie qual è quella del pane, anzi ciò è un rito convenevolissimo.

Per discorrere distintamente incomincierò dalla prima verità. Questa con ogni chiarezza viene esposta nell'evangelio di san Giovanni al capo 6, dove si legge, come detto da Cristo N. S., Panis quem ego dedero, caro mea est pro mundi vita; e più sotto nel medesimo capo, dice il medesimo Signore: Caro mea vere est cibus, et sanguis meus, vere est potus. San Matteo poi, nel riferire l'istituzione di questo divinissimo sagramento nel capo 26, parla come segue: Cœnantibus autem eis, accepit Jesus panem, et benedixit ac fregit, deditque discipulis suis, et ait: Accipite et comedite; hoc est Corpus meum. Et accipiens calicem, gratias egit, et dedit illis dicens: Bibite ex hoc omnes; hic est enim sanguis meus novi testamenti, qui pro multis effundetur in remissionem peccatorum. Parimente san Marco parla dell'istesso tenore al capo 14. Et manducantibus illis, accepit Jesus panem, et benedicens fregit, et dedit eis, et ait, Sumite; hoc est Corpus meum. Et accepto calice gratias agens dedit eis, et biberunt ex illo omnes, et ait illis: Hic est sanguis meus novi testamenti qui pro multis effundetur. Così fa anche san Luca nel capo 22 del suo Evangelio. Et accepto pane, gratias egit, et fregit, et dedit eis dicens: Hoc est corpus meum quod pro vobis datur. Similiter et calicem, postquam cœnavit dicens: Hic est calix novum testamentum in sanguine meo, qui pro vobis fundetur. Finalmente l'Apostolo san Paolo, nell'epistola prima a' Corinti al capo 11 parla nel modo seguente: Ego enim accepi a Domino, quod et tradidi vobis quoniam Dominus Jesus, in qua nocte tradebatur accepit panem, et gratias agens fregit, et dixit: Accipite et manducate, hoc est corpus meum, quod pro vobis tradetur: hoc facite in meam commemorationem. Similiter et calicem, postquam cœnavit, dicens: Hic calix novum testamentum est in meo sanguine; e dopo soggiunge: Itaque quicumque manducaverit panem hunc, vel biberit calicem Domini indigne, reus erit corporis et sanguinis Domini.

Su questi testi sì chiari della Scrittura divina fondano i Cattolici la loro dottrina ed indubitabile credenza intorno alla presenza reale del corpo di Gesù Cristo sotto le specie del pane, e del suo sangue sotto le specie del vino; nè si può dire altrimenti se non si vuol fare una manifesta violenza a' sensi chiarissimi di tali testi, conforme l'han fatta i Sacramentarj, gli Zuingliani, i Calvinisti e simili, i quali contro la verità hanno insegnato, che tali testi parlino metaforicamente e figuratamente, sicchè si abbia ad intendere che il pane sia una figura del corpo di Cristo, ed il vino lo sia del suo sangue. Niun uomo disappassionato si può figurare un tal senso in tali proposizioni per se stesse chiarissime, e quando non altro, una tale spiegazione si convince falsissima da ciò che si dice del corpo, Quod pro vobis tradetur; del sangue, Qui pro vobis, qui pro multis effundetur; poichè non la figura, ma il vero corpo e il vero sangue di Gesù Cristo fu quello che fu dato e fu sparso sulla Croce per la redenzione del genere umano, e per la remissione de' nostri peccati. Di più, come si possono accordare con tale spiegazione quelle altre parole in san Giovanni: Panis, quem ego dedero, caro mea est pro mundi vita; Caro mea vere est cibus et sanguis meus vere est potus? Posta l'accennata spiegazione, come poteva dire il Signore, che il pane che egli avrebbe dato è la sua carne, e che la sua carne e 'l suo sangue sono veramente cibo e veramente bevanda, se tutto si riduce ad una figura, ad un segno, ad un simbolo?

Fondano ancora sopra de' medesimi testi i Cattolici romani quest'altra verità, che, in virtù della consacrazione, cessino le sostanze del pane e del vino, ed in vece loro succedono sotto quelle specie il corpo ed il sangue di Gesù Cristo. Lutero in questo punto ha parlato in diverse maniere, conforme può vedersi nelle sue scritture a que' di Argentina, a' Valdesi ed altri, discordando da se medesimo. I suoi primi discepoli hanno insegnato, e dietro ad essi insegnano e credono i seguaci della loro credenza, che nel tempo dell'uso del sagramento vi sia bensì la reale presenza del corpo e del sangue di Cristo, ma unitamente anche le sostanze del pane e del vino; il che è negato costantemente da' Cattolici, e si prova naturalissimamente da' medesimi testi soprallegati, a non voler cavillare ed interpretare di capriccio la parola di Dio, ma secondo il suo vero e naturale senso, conforme è di ragione che se ne intenda il significato. Imperocchè, come si può verificare in senso reale (non avendo più luogo il mistico o figurato de' Sacramentarj e loro partigiani, impugnati da' medesimi Luterani, non che da' Cattolici romani) il detto di Cristo, Il pane che io vi darò è la mia carne: questo è il mio corpo: questo è il mio sangue; siccome egli disse del pane che aveva in mano, e del vino che era nel calice da lui tenuto in mano? Imperocchè sarebbe stato necessario, per avverarsi ciò in senso reale, che veramente il pane fosse il suo corpo, ed il vino fosse il suo sangue; rimanendo quello pane, e questo dell'essere sostanziale di vino: il che ognun vede che è cosa impossibile, e che rinchiude implicanza. Adunque il senso legittimo e naturale di tali testi è quello che insegnano i Cattolici, secondo il quale le predette proposizioni della sacra scrittura portano la vera e reale mutazione del pane nel corpo, e del vino nel sangue del Signore; sicchè il senso sincero sia: Quello che vi do sotto l'apparenza, o specie del pane, non è più pane ma il mio corpo sotto le specie del pane; e lo stesso si dica del vino consacrato; siccome nelle nozze di Cana Galilea, mutata l'acqua in vino per l'onnipotenza del Signore, non rimase già la stessa cosa acqua e vino, ma quella fu tramutata in questo. Certo sarebbe una mostruosa interpretazione di quelle parole dell'evangelio di san Luca al capo 7, Cœci vident, claudi ambulant etc., se si desse loro questo senso che coloro fossero insieme ciechi e veggenti, storpi e raddrizzati a camminare; mentre il senso vero naturale delle citate parole è: Quei che erano ciechi, ora non son più ciechi, ma veggono; quei che erano storpj o zoppi, ora non sono più storpj o zoppi, ma sono abilitati nella persona a poter camminare.

Nè questo intendimento avuto per vero e legittimo da' Cattolici romani contro gl'insegnamenti de' Sacramentarj e loro simili, e de' Luterani, è una cosa nuova nella Chiesa di Cristo, come han preteso que' che sono contrarj alla Chiesa romana, ma è antichissimo nella Chiesa, e tramandato a noi di secolo in secolo fino dal primo in che Gesù Cristo la fondò, come cosa chiarissimamente fondata nella parola di Dio, espressa nei testi sopracitati, alla quale non si può dare altra legittima spiegazione. Per isfuggire lunghezze maggiori porterò qui a vossignoria alcune autorità di quelli che hanno scritto ne' primi cinque secoli, uomini dottissimi e che sono venerati anche da' Luterani, come gran maestri della Chiesa di Dio; per le quali si vede che la Chiesa romana di mano in mano ha sempre seguita e insegnata la vera fede insegnataci da Cristo, e che le sue dottrine non sono inventate dagli uomini dopo più secoli dalla fondazione della Chiesa, per politica, o per altri motivi e disegni umani, conforme senza ragione han preteso i suoi avversarj.

Tralascio quello che si ha negli atti del martirio di sant'Andrea apostolo descritti da' suoi discepoli, che furono presenti alla sua passione e morte, per ristringermi a' soli dottori. Nel primo secolo scrissero adunque sant'Ignazio vescovo e martire, e san Dionisio areopagita, ancor esso illustre per i medesimi pregi, ambedue contemporanei degli apostoli.

Il primo, nella sua epistola a' cittadini di Smirne, scrivendo di quegli eretici, i quali negavano che Cristo avesse vera carne, così dice: Eucharistias et oblationes non admittunt, quod non confiteantur eucharistiam esse carnem Salvatoris, quæ pro peccatis nostris passa est, quam pater sua benignitate suscitavit. Il secondo, nel libro De Hierarchia eccles. cap. 3, parte 3, oltre le molte cose che dice di questo sagramento, così a lui parla: O divinissimum et sacrosanctum sacramentum, abducta tibi significantium signorum operimenta aperi, et perspicue nobis fac appareas, nostrosque spirituales oculos singulari et aperto tuæ lucis fulgore imple. Una tale invocazione pazzamente, anzi empiamente si farebbe al sagramento, se questo fosse pane lavorato di frumenti, e non pane celeste e divino, qual è il corpo di Gesù Cristo.

Nel secondo secolo, cioè dal cento al dugento, fiorirono san Giuliano e sant'Ireneo. Il primo nell'Apologia al capo 2 verso il fine, asserisce che quel cibo del quale ci alimentiamo, cioè il pane santificato dalla parola di Dio, è la carne del Signore; e le sue parole sono: Sic etiam per preces verbi Dei ab ipso eucharistiam factum cibum, ex quo sanguis et carnes nostræ per mutationem aluntur, illius incarnati Jesu et carnem et sanguinem esse edocti sumus. Il secondo, nel lib. IV, al capo 34, dice: quomodo constabit eis, eum panem, in quo gratiæ actæ sunt, esse corpus Domini sui. Sicchè l'uno e l'altro vuole che sia vera questa proposizione: Il pane consacrato è il corpo del Signore; ma senza la mutazione del pane nel corpo del Signore non può essere vera, poichè il pane rimanendo pane, mai non può essere il corpo del Signore, siccome abbiam detto di sopra. Nè io replicherò quest'argomento intorno alla seguente autorità, perchè lo stimo superfluo; potendo ognun vedere che tutte si tiran dietro le suddette mutazioni, se non vuol farsi volontariamente cieco per non vederlo.

Nel terzo secolo scrissero Tertulliano e san Cipriano. Il primo nel libro IV contro Marcione, dice di Cristo: Acceptum panem corpus suum facit dicendo: Hoc est corpus meum. Il secondo nel sermone De Cœna Domini dice: Panis iste, quem Dominus discipulis porrigebat, non effigie, sed natura mutatus omnipotentia verbi, factus est caro.

Nel quarto secolo scrissero Cirillo Gerosolimitano, Ambrogio vescovo di Milano, san Gregorio Nisseno, e san Gaudenzio. Il primo nella sua Catechesi 4. Mystagog, così dice: Aquam aliquando mutavit in vinum, et non erit dignus cui credamus quod vinum in sanguinem transmutavit? E poco poi dice: Sub specie panis datur tibi corpus, et sub specie vini datur tibi sanguis; e più abbasso: Hoc sciens et pro certissimo habens panem hunc qui videtur a nobis, non esse panem, etiamsi justus panem esse sentiat. Il secondo nel libro De iis qui initiantur mysteriis, al capo 9 dice della consecrazione dell'eucaristia: Quantis utimur exemplis ut probemus non hoc esse quod natura formavit, sed quod benedictio consecravit, majoremque vim esse benedictionis quam naturæ, quia benedictione etiam natura ipsa mutatur? Il terzo in oratione magna cathechetica al capo 37, così scrive: Recti Dei verbo sanctificatum panem in Dei verbi corpus credimus immutari. E di poi: Hæc autem tribuit virtute benedictionis in illud (cioè nel corpo del Signore) rerum quæ videntur (cioè del pane e del vino) naturam utens. Il quarto nel trattato secondo de Exodo scrive come segue: Ipse naturarum creator et dominus qui producit de terra panem, de pane rursus, quia et potest, et promisit, efficit proprium corpus, et qui de aqua vinum fecit, de vino sanguinem suum facit.

Nel quinto secolo vissero e scrissero Giovanni Grisostomo, Agostino, Cirillo Alessandrino. Il primo nell'Homelia 83 in Math. dice: Non sunt humanæ virtutis opera proposita, nos ministrorum locum tenemus, qui vero sanctificat ea et immutat, ipse est. Nell'Homelia de Eucharistia in Enceniis: Num vides panem? num vinum? num sicut reliqui cibi in secessum vadunt? absit ne sic cogites. Sicut enim si cera igni adhibita, illi assimilatur, nihil substantiæ remanet, nihil superfluit, sic et hic sumta mysteria consumi corporis substantia. Il secondo, nel sermone citato da Beda sopra il capo 10 della prima a' Corintj: Non omnis panis, sed accipiens benedictionem Christi, fit corpus Christi. E nel sermone 28 de Verb. Dom.: Ubi Christi verba deprompta fuerint, jam non panis dicitur, sed corpus appellatur. Il terzo nell'epistola a Calosirio: Ne horreremus carnem et sanguinem apposita sacris altaribus, condescendens Deus nostris fragilitatibus influit oblatis vim vitæ, convertens ea in veritatem propriæ carnis.

Potrei qui registrare a vossignoria gli autori di ciascheduno de' secoli susseguenti, riveriti nella Chiesa come dottissimi ed insieme santissimi uomini, i quali hanno parlato sempre nell'istessa conformità della trasmutazione del pane e del vino consacrato nel corpo e nel sangue di Cristo N. S., ma per non allungarmi di vantaggio con accrescere a lei la fatica di leggere li tralascio; pronto ad inviargliene il catalogo con le loro sentenze, dove così ella desideri o me lo comandi. Da ciò si fa manifesto che la sopradetta intelligenza de' testi della sagra scrittura, per se stessi chiarissimi, la quale ora è fra i Cattolici romani, è quella che sin dal suo principio è stata, e di mano in mano sempre si è continuata nella Chiesa di Dio, e non è stata altrimenti un'invenzione, o sia spiegazione fatta a capriccio dopo dodici secoli da alcuni particolari dottori cattolici romani; ma questa è la fede di Gesù Cristo e de' nostri padri, sin da' primi tempi, e non mai interrotta nella Chiesa di Dio. E se tale intelligenza fosse stata falsa ed eretica, e come mai avrebbe permesso la Provvidenza divina che tutti i santi padri in ciò si fossero accordati? Di più, come mai non sarebbe stata condannata in alcuno de' Concilj generali della Chiesa per falsa, per eretica, ed in una parola, per aliena e contraria alla sacra scrittura, che è quanto dire alla parola di Dio? Certo è che i Concilj generali non hanno mai avuto timore de' primi personaggi della Chiesa nel distinguere e nel sentenziare la dottrina vera dalla falsa, ed hanno condannate come eretiche più sentenze sostenute da gran vescovi, da gran patriarchi, comunque appoggiati dal patrocinio e dall'autorità eziandio violenta degl'imperatori, conforme è notissimo nelle istorie de' secoli a noi più lontani; e questi Concilj sono rispettati e venerati eziandio da' Luterani, nonchè da' Cattolici romani. Tali sono il Niceno celebrato nell'anno 325, il Costantinopolitano nell'anno 381, l'Efesino nel 430, il Calcedonese nel 450, il secondo Costantinopolitano nel 553, e 'l secondo Niceno nel 787, per tacere qui di tutti gli altri Concilj generali della Chiesa, celebratisi dipoi fino agli ultimi tempi.

Or prego vossignoria a considerare se possa rifiutarsi un'intelligenza e spiegazione de' sacri testi, pur troppo chiari in se stessi, avuta nella Chiesa fin dal primo secolo, e tramandata a noi senza interruzione veruna di secolo in secolo da' santi padri e dal senso comune ed universale della Chiesa senza taccia veruna, anzi con approvazione e con sentimento generale, quale è questa de' Cattolici romani nella sopraccennata materia; se possa, dico, rifiutarsi come falsa e non accettarsi come vera; e se al suo confronto possa stimarsi vera la spiegazione contraria, nata nel secolo prossimo passato, e riprovata da un Concilio generale come repugnante alla dottrina cattolica, abbracciata in tutti i secoli dalla Chiesa di Dio? Per me stimo che niuno vorrà discostarsi da una tale verità qual è questa, se disappassionatamente vorrà giudicarne.

Lo Stenon divenne non solo caldo nel professare, ma anche nel propagare la fede, e varj suoi compatrioti convertì. Passando pel primo anatomista e uno de' migliori filosofi, era carezzato e dai letterati e dai principi: dopo otto anni si vestì sacerdote, visse in rigorosissima penitenza, fu fatto vescovo Titopolitano, e morì in odore di santità al 25 novembre 1686[342].

NOTE

[309] Gerusalemme Conquistata XX, 77.

[310] «Fatti che basta rammentare per sentirsi raccapricciar d'orrore (sic) ed empir l'animo d'indignazione». Così lo Zobi, il quale commisera la Toscana che stava allora «sotto il ferreo scettro della casa Medici, che oppresse Firenze pel corso di 205 anni».

[311] Galileo la sua scoperta di saturno tricorporeo velò sotto quest'anagramma: Altissimum planetam tergeminum observans.

[312] Hist. de l'astronomie moderne.

[313] Mécanique analytique, p. 207. Nella prima parte della Statica Lagrangia rivela i meriti meccanici del Galilei. Anche Arago diminuisce il merito delle scoperte celesti di Galileo, e dice che poche ore poteano bastare alle osservazioni ch'esso fece nel 1610 e 1611.

[314] Si ha una lettera di Martino Hasdale a Galileo, che gli riferisce come Keplero si lagnava non avesse neppur mentovato il Bruno nel suo Nunzio sidereo. Op. di Galileo, c. VIII, p. 59. Esso Keplero parlò del Bruno in una lettera al dottor Brenger, il quale gli rispondeva: «Tu scrivi di Giordano Bruno, abbruciato colle fascine (prunis tostus). Il fatto è certo? e in qual tempo e perchè finì così? Ho compassion di lui» (J. Kepleri opera, ed. di Frisch., vol. II, p. 592). Il Keplero rispondeva sapere dal Walcher che fu arso in Roma, e sopportò con costanza il supplizio, pur asserendo che tutte le religioni son vane, e che Dio s'immedesima col mondo, col circolo, col punto. E il Brenger, uom positivo, a stupirsi della insania del Bruno, il quale, se non credeva esistere alcun Dio vindice della colpa, poteva impunemente simulare, e così sottrarsi alla morte.

Questi indizj sarebbero da aggiungere a quanto dicemmo sulla morte del Bruno, oltre quelli recati dal professore Berti in una vita di esso, di cui una parte stampò dopo quel nostro discorso.

Esso Bruno fu infervorato del sistema di Copernico, cui salutava come un nuovo Colombo che sorpassa i confini, e abbatte le muraglie fantastiche, e sprigiona la ragione umana da altri ceppi inventati dalla filosofia plebea. Eppure, sebbene processato, non troviamo che al Bruno si facesse colpa di tale opinione.

[315] Annal. Bojorum. Lipsia 1710, pag. 262.

[316] Chi rinfaccia sempre il lusso dei nunzj apostolici, voglia non dimenticare questo Nicolò da Cusa, nunzio di quattro papi, fatto cardinale da Nicolò V. Allorchè nel 1451 andava nunzio in Germania, fu incontrato da magnati in gran pompa, ma ipse super mulum suum cum exiguo romano comitatu humiliter insidens, cruce argentea a domino apostolico sibi data, cum suo stipite deargentato semper præcedente, ad ecclesiam processionaliter deductus, ibidem devote fuit susceptus... ab omni munere manus suas servavit: quod tamen terræ magnates et alii divites copiose offerebant, esculentis et poculentis, sine quibus vita præsens transigi non potest, tamen exceptis... Vedasi CLEMENS, Giordano Bruno et Nicola von Cusa, 1847.

[317] Varj Italiani pretesero alla priorità nell'insegnare il sistema di Copernico. Tommaso Cornelio, che nel secolo XVII scriveva Problemata physica, dice che Gerolamo Tagliavia calabrese molto avea pensato sopra questo sistema e scritto alcune cose, che dopo la sua morte vennero in mano di Copernico. Migliori titoli potrebbe addurre Domenico Maria Novara ferrarese, morto il 1514 in Bologna, dove essendo professore d'astronomia, ebbe scolaro e compagno delle osservazioni Copernico. Ciò attesta Giorgio Gioachimo Retico, compagno e amico del Copernico (Narrat. de Copernico etc.), il quale soggiunge che questo ancor giovane spiegò astronomia in Roma, e v'ebbe moltissimi uditori, anche ragguardevoli.

[318] È ristampata fra le opere di Galileo a Firenze, tom. V, 1854: «Da questi fondamenti e dalle dichiarazioni loro si manifesta l'opinione pitagorica e la copernicana essere tanto probabile, che forse non è altrettanto la comune di Tolomeo; perchè da quella se ne deduce un chiarissimo sistema ed una maravigliosa costituzione del mondo, molto più fondata in ragione ed in esperienza, che non si cava dalla comune, e si vede chiaramente che si può salvare; di modo tale che non occorre ormai più dubitare che ripugni all'autorità della sacra scrittura, nè alla verificazione delle proposizioni teologiche; ma anzi con ogni facilità non solo i fenomeni e le apparenze di tutti i corpi, ma scopre anco molte ragioni naturali, che per altra strada difficilmente si possono intendere».

[319] Altri scrisse contro il moto della terra, fra cui

ACCARISI, Terræ quies, solisque motus demonstratus (Era qualificatore della santa Inquisizione) Roma 1637.

GRANDAMICO, Nova demonstratio immobilitatis terræ. Flexiæ 1645.

DUBOIS, Liber de veritate et auctoritate s. scripturæ in naturalibus contra Christophorum Wittichium. Trajecti 1654. Contro di questo fu scritta Demonstratio mathematica ineptiarum J. Durandi in oppugnanda hypothesi Copernici et Cartesii de mobilitate terræ. Roma 1656.

Anche nel 1806, un Domenico Pino milanese stampava a Milano L'incredibilità del moto della terra, opuscolo ove compendia quanto disse in tre tomi dell'Esame del newtoniano sistema intorno al moto della terra. Non si sgomenta delle opinioni contrarie, giacchè anche la teoria dei vortici di Cartesio fu per un pezzo abbracciata e promossa comunemente. Naturalmente è condotto a parlare del processo di Galileo. A sostener la sua tesi si vale della scienza, e non solo dell'autorità.

Quando il dottor Cullen fu elevato arcivescovo di Dublino, un giornale asserì che esso avea pubblicato un libro sostenendo il sistema tolomaico, e ribattendo il copernicano, e con esso tutti gli acquisti della scienza moderna: così esigere la Chiesa cattolica. Il fatto era falsissimo, ma come tante altre falsità continuò e continua ad essere ripetuto: e qualvolta si vuole screditar la Chiesa cattolica come nemica del sapere, si cita l'arcivescovo Cullen e il suo libro che nessuno ha veduto: e pur dianzi ne parlava con orrore il Times, come si parla e riparla della tortura di Galileo.

[320] Anche l'illustre Cremonini era avverso a Galileo; onde Daniele Antonini friulano scriveva a questo: «Possibile che si trovino al mondo uomini così goffi, e quel ch'è peggio, che sian quelli stimati saputi? che cosa si potrebbe fare al mondo per farli confessare la verità, se il fargliela vedere con gli occhi proprj non basta? Da una parte me ne rido, dall'altra mi vien collera, e voglia quasi di dire come quel buon religioso, che, se io fossi messer Domenedio, non sopporterei che vivesse tal razza d'uomini irragionevoli. Ma credo che messer Domenedio lasci costoro acciò servano per buffoni della madre natura».

Noi diciamo per espiazione a qualche velleità d'ambizione.

[321] Dialoghi, IV giornata. Surrogava l'esperienza anche all'analisi, come fece cercando la quadratura della cicloide. Costruiva delle cicloidi con foglie che poi pesava accuratamente, e così trovò che l'area di quella curva è eguale a tre volte l'area del circolo descrivente. Si sa quanto attorno a quel problema s'affaticarono, cominciando dal cardinal di Cusa, e finchè l'analisi infinitesimale lo risolse con facilità.

[322] Vedasi specialmente Philarete Chasles.

[323] ARDUINI, La primogenita di Galileo, Firenze 1864. Egli scrive pure che il levar a cielo il poema del Tasso «non è che un pregiudizio della scuola de' Gesuiti e Gesuitisti, finora interessati e privilegiati maestri di lettere d'Italia» (p. 233) e che si servivano di quel poema sulle crociate per assodar la loro dottrina cattolica.

È notevole che l'aver censurato il Tasso fu apposto come gran colpa alla scuola di noi altri Lombardi, che allora eravamo chiamati romantici, e dappoi clericali.

[324] Viri Galilæi, quid statis aspicientes in cœlum? fu il testo preso da un predicatore a Firenze. Un'altra applicazione felice di testo trovo in una lettera del Pignoria, 26 settembre 1610: «Le do nuova come in Germania il Keplero ha osservato anch'esso i quattro pianeti nuovi, e che vedendoli esclamò, come già Giuliano apostata, Galilee vicisti».

Guglielmo Libri, che denigra a tutta possa l'operar della Chiesa in quest'affare, non tace che, quando il domenicano Caccini declamò contro Galileo, il Maruffi generale di quell'Ordine ne scrisse scuse a Galileo, dolendosi di dover essere partecipe a qualunque bestialità facessero trenta o quarantamila frati. In Inghilterra, nella patria de' grandi pensatori e non cattolica, e molti anni più tardi, quando Newton insegnò il metodo delle flussioni, v'ebbe dottori che dal pulpito metteano in avviso contro codesti «novatori, gente perduta che cadeano nelle chimere», ed esortavano ad evitare il loro commercio, «pernicioso per lo spirito e per la fede». SAVERIEN, Dictionnaire des mathématiques, tom. I.

[325] L'autenticità della Bibbia e delle singole sue parti è dogmaticamente stabilita dal Concilio di Trento, dichiarando anatema chi non riceve il sacro testo e le sue parti, prout in Ecclesia catholica legi consueverunt, et in veteri vulgata latina editione habentur. Eppure i più savj interpreti tengono che scientificamente possa discutersi di certi versetti e incisi, e anche correggerli; come, a tacer altro, si fece nell'edizione clementina. Vedi una dissertazione del padre Vercelloni, Sulla autenticità delle singole parti della Bibbia Vulgata.

[326] BREITSCHWERTH, Vita e influenza di Keplero secondo nuove fonti originali. Stuttgard 1851. Il Capitoul di Tolosa ordinò a Margherita Melaure, verso il 1690, di vestirsi da uomo, benchè ella dicesse d'esser ermafrodito. Saviard conobbe ch'era una malattia, la guarì, ma ci volle un decreto del re per permetterle di vestir da donna qual era.

[327] «Noi Roberto cardinale Bellarmino, rilevato avendo come il signor Galileo è stato calunniato, e come imputato gli fu d'aver fatto un'abjura in nostre mani, e d'esser stato condannato a salutar penitenza; dietro ricerca fattacene, affermiamo, conformemente alla verità, che il predetto signor Galileo non ha fatto abjura di sorta alcuna, nè in nostre mani nè in quelle d'altre persone, per quanto è a nostra conoscenza, nè a Roma nè altrove, d'alcuna delle sue opinioni e dottrine; ch'ei non è stato assoggettato a veruna salutare penitenza di qualsivoglia specie; che solamente gli si è partecipata la dichiarazione del nostro santo Padre, pubblicata dalla Congregazione dell'Indice, cioè come la dottrina attribuita a Copernico, che la terra si muova intorno al sole, e che il sole occupi il centro del mondo senza muoversi dall'oriente all'occidente, è contraria alla sacra Scrittura, e che in conseguenza non è permesso difenderla nè sostenerla. In fede di che abbiamo scritta e sottoscritta la presente di nostra propria mano, questo giorno 26 maggio 1616. Roberto, cardinale Bellarmino».

Non è inutile ricordare che del Bellarmino stesso l'opera De romano pontifice fu messa all'Indice, poi levatane. La Chiesa non considerò mai come infallibili i decreti delle Congregazioni.

[328] Dilecte fili, nobilis vir, salutem et apostolicam benedictionem. Tributorum vi et legionum robore formidolosam esse Etrusci principatus potentiam, Italia quidem omnis fatetur: at etenim remotissimæ etiam nationes felicem vocant nobilitatem tuam ob subditorum gloriam ac Florentinorum ingenia. Illi enim novos mundos animo complexi, et oceani arcana patefacientes potuerunt quartam terrarum partem relinquere nominis sui monumentum. Nuper autem dilectus filius Galilæus æthereas plagas ingressus ignota sidera illuminavit, et planetarum penetralia reclusit. Quare, dum beneficum Jovis astrum micabit in cœlo quatuor assectis comitatum, comitem ævi sui laudem Galilæi trahet. Nos tantum virum, cujus fama in cœlo lucet et terras peragrat, jamdiu paterna charitate complectimur. Novimus eum in eo non modo literarum gloriam, sed etiam pietatis studium; iisque artibus pollet, quibus pontificia voluntas facile demeretur. Nunc autem, cum illum in urbem pontificatus nostri gratulatus reduxerit, peramanter ipsum complexi sumus, atque jucunde identidem audivimus florentinæ eloquentiæ decora doctis disputationibus augentem. Nunc autem non patimur eum sine amplo pontificiæ charitatis commeatu in patriam redire quo illum nobilitatis tuæ beneficentia revocat. Exploratum est quibus præmii magni duces remunerentur admiranda ejus ingenii reperta, qui Medicei nominis gloriam inter sidera collocavit. Quinimo non pauci ob id dictitant, se minime mirari tam uberem in ista civitate virtutum esse proventum, ubi eas dominantium magnanimitas tam eximiis beneficiis alit. Tum ut scias quam charus pontificiæ menti ille sit, honorificum hoc ei dare voluimus virtutis et pietatis testimonium. Porro autem significamus solatia nostra fore omnia beneficia, quibus eum ornans nobilitas tua paternam munificentiam non modo imitabitur, sed etiam augebit.

[329] Galilée, par le docteur PERCHAPPE, 1865.

Les fondateurs de l'astronomie; par Joseph BERTRAND.

La lettera di Galileo al padre Ranieri, dove racconta per disteso il suo processo, e che dal Tiraboschi fu data come autentica, era stata inventata dal duca Gaetano per prendersi gabbo di esso Tiraboschi. Quando Roma fu invasa dai Francesi, nel 1809, nulla fu più pressante agli spogliatori che di metter la mano sul processo di Galileo. Fu portato a Parigi, e quando nel 1814 Pio VII recuperò gli archivj delle sacre Congregazioni, questo non fu reso, dicendo era bruciato, poi che era smarrito in quell'oceano di carte. Solo Gregorio XVI potè riaverlo; e Pio IX lo consegnò a monsignor Marini che tanto erasi adoprato al suo ricupero; indi reduce da Gaeta, nel 1850 lo donò agli Archivj Vaticani, e fu poi pubblicato da esso monsignor Marini col titolo Galileo e l'Inquisizione (Roma 1850): dov'è compreso anche il processo del 1615.

[330] Lettera 27 febbrajo 1633. Leviamo queste frasi dalle Lettere inedite di uomini illustri, stampate dal Fabroni, vol. II, p. 272 e seg.

[331] Era facile rispondere che, se è onnipotente, potè anche far la terra che gira attorno al sole. Esponendogli io gli argomenti che i geologi danno sull'antichità della terra, Carlo Troya mi rispondeva che Dio come creò piante vecchie, così potè creare e le ossa fossili, e gli strati sovvertiti, e le roccie metamorfosate, ecc.

[332] La sentenza fu letta a velo levato nell'aula del Sant'Uffizio; invitativi i professori di matematica e fisica.

[333] Il Bernini, nella Storia delle eresie, fa star Galileo prigione cinque anni; Pontéconlant dice che, anche nelle carceri dell'Inquisizione, sostenne la rotazion della terra; Brewster, che fu tenuto prigioniere un anno: Montucla riporta altri che dicono essergli stati cavati gli occhi ecc. Il professore Trouessart (Quelques mots sur le procès et la condamnation de Galilée nella Revue de l'Instruction publique, 1860) che è forse il più diligente ponderatore, in Francia, delle opere del Galilei, e nemico violento delle cose ecclesiastiche, conchiude: Galilée ne fut donc pas soumis à la torture physique. C'est à l'idée, non à l'homme qu'on en voulait. Ces pauvres inquisiteurs, qu'on nous represente comme des monstres, étaient, il faut oser le dire, d'aussi braves gens que vous et moi, c'étaient, pour la plupart, des amis, des admirateurs de l'illustre accusé. Ils furent pour lui bons et cléments, bien plus que ne le permettait la redoutable loi inquisitoriale qu'ils avaient à appliquer. Galilée était un relaps: sa mauvaise intention, je parle en style d'inquisiteur, était évidente... et ils eurent à craindre bien plus, dans ce procès, d'étre accusés d'avoir peché par trop d'indulgence que par trop de rigueur. Les inquisiteurs valaient mieux que l'inquisition, et c'est là encore une moralité consolante, que nous esperons avoir fait sortir de ce procès.

Della tortura si trova bensì cenno nel processo. Et ei dicto quod dicat veritatem, alias devenietur ad torturam, respondit... Io non tengo nè ho tenuto questa opinione del Copernico dopo che mi fu intimato con precetto ch'io dovessi lasciarla. Del resto son qui nelle loro mani, facciano quello che lor piace.

Et cum nihil aliud posset haberi, remissus fuit ad locum suum.

Ciò prova talmente non essergli stata inflitta, che lo stesso Arduini conchiude: «Dunque Galileo ebbe la tortura morale, la più dolorosa delle torture, quella ove egli è tanto grande ai nostri occhi; e chi gliela inflisse riman condannato per sempre».

Oltre i conosciuti, apparvero, nel 1865 e 66, eccellenti articoli di Adolfo Valson nella Revue d'économie chrétienne sul movimento scientifico e intellettuale nel secolo XVII; e nella Revue des sciences ecclesiastiques altri dell'abate Bonix, il quale mostra che il decreto del Sant'Uffizio non ottenne mai le formalità necessarie per trasformarla in atto pontificale.

Nel Dublin Review viene esaminata la condanna di Galileo in relazione alle Congregazioni Romane, e l'autore prova che la decisione fu resa in parte come decreto disciplinare, in parte come dottrinale d'una congregazione, il che non porta mai l'infallibilità: il papa non ha proferito. Del resto l'autore sostiene che la Congregazione non fallò, giacchè l'ipotesi di Galileo era inverisimile, secondo le cognizioni d'allora, e poichè pareva intaccare i testi scritturali, era prudente e quasi necessario non abbandonare il senso tradizionale di questi per una teoria poco provata. L'importanza stava nel serbare il principio della interpretazione del testo sacro, ben più prezioso che non la verità scientifica. E la Chiesa, che non s'arrogò men di definire le verità fisiche, non fece che vegliar all'esattezze delle interpretazioni teologiche presentate da Galileo.

[334] Lettera di Geri Bocchinieri del 16 aprile 1633.

[335] Non è inutile al soggetto il riferire qui la formola d'una sentenza, tolta dal Sacro Arsenale di esso Masini (Bologna 1665), che dà una specie di sillabo delle eresie allora più consuete.

— Forma di sentenza e abjurazione contra un eretico formale non relasso e penitente.

Noi frà N., Inquisitore ecc. ecc.

Noi N., Vicario ecc.

Essendo che tu N. N. fosti denunziato in questo Sant'Officio di N.

Che ti fossi dato a comporre alcuni libri sopra la sacra scrittura, e specialmente sopra la divina Apocalissi, quali si pretendeva fossero molti empj e cattivi; e ripreso non avessi voluto desistere da così diabolica, operazione:

Che avessi ereticalmente trattato della materia del digiuno ecclesiastico; e, essendoti per difesa della santa fede cattolica argomentato contra, avessi allegata l'autorità degli eretici, che di ciò hanno scritto sinistramente, e per ischerno:

Che avessi detto, la Chiesa da cinquecento anni in qua esser corrotta, mostrando di non credere l'autorità del sommo pontefice, e della santa Chiesa cattolica e apostolica romana, con dire che credevi in Cristo e nelle Scritture, e che niuno poteva astringerti a creder quello che crede la suddetta santa Chiesa romana:

Che essendoti da persona pia e zelante, con vivi argomenti dimostrato che la detta santa Chiesa cattolica romana è la vera Chiesa, avessi parlato in contrario, approvando l'empie e sacrileghe sètte di Giovanni Us, di Martino Lutero e di Calvino:

Che avessi detto d'aver fatto venir di fuori una gran quantità di libri per notabil somma di denari, dando, col tuo modo di dire, ad intendere che fossero libri cattivi ed ereticali:

Fosti perciò d'ordine nostro carcerato in questo Santo Officio, e fattati la perquisizione de' libri e scritture, furono appresso di te ritrovati molti e molti libri eretici di Calvino e Calvinisti, e anco Luterani, stampati, con un libro scritto a mano, appunto sopra la divina Apocalissi, e altri fogli e quinternetti contenenti atrocissime eresie e orrendissime bestemmie contro la santa fede cattolica.

E successivamente furono contro di te pigliate altre informazioni, per le quali rimanesti di più indiciato,

Che avessi detto ad alcune persone, quali recitavano l'officio della Beatissima Vergine, non sapendo esse il latino, che non giova il dirlo, mentre non intendevano quello che leggevano; adducendo sopra ciò alcuni, benchè inetti esempj, e quella volgata autorità, legere et non intelligere, negligere est:

Che avessi dissuaso il frequentare la confessione sacramentale, con dire che bastava confessarsi una volta sola, e non peccare mai più; e che il confessarsi spesso, e poi tornar a peccare, era un burlare Dio:

Che avessi detto che il digiuno solito osservarsi dai Cattolici non è altrimenti comandato da Dio, ma che è cosa della Chiesa, e che nostro signor Iddio non guarda se si mangia un poco più o un poco meno:

Che, ragionandosi della divozione de' santi del cielo, e delle orazioni che si debbono loro fare, avessi detto che, quando facciamo orazione, dobbiamo pregare Dio e non i santi:

Che avessi detto che, se tu avessi comprata una certa villa, forse avresti ordinato d'essere sepolto in detta villa, come facevano gli antichi, aggiungendo altre parole per le quali mostravi di credere sinistramente intorno alla sepoltura ecclesiastica:

Che avessi biasimato l'andar spesso ad ascoltar la messa, con dire ad una persona, la quale ciò piamente faceva, che vanno a messa quelli che hanno buon tempo, e che detta persona doveva aver buon tempo:

Che avessi detto che la Chiesa fa delle cose assai, e che li frati e preti vanno sempre assottigliando, e fanno per guadagnare e tirare a loro:

Che avessi parimenti biasimato l'andar co' piedi scalzi a visitar la chiesa d'un tal santo del paradiso, con dire che la misericordia di Dio è quella che ci può salvare, non certe cose pinzocchere; aggiungendo molte altre parole con le quali mostravi di credere sinistramente intorno alla venerazione e invocazione de' santi:

Che avessi più volte, senza alcun legittimo impedimento, e con pericolo di grave scandalo tralasciato d'andar a sentir messa ne' giorni di festa, scusandoti con dire che non eri vestito come volevi.

Sopra le quali cose avanti di noi più volte col tuo giuramento esaminato, avendo già riconosciuto in giudicio tutti i libri eretici e perniciosi trovati appresso di te, col libro e fogli scritti a mano, dopo molte scuse, negazioni e tergiversazioni confessasti d'aver creduto tutti gli errori ed eresie da te espresse in detto libro e fogli scritti di tua mano, e altre eresie contenute ne' suddetti libri eretici di Calvino, Calvinisti e Luterani. Ed in particolare,

Che l'empia e diabolica sètta calvinista sia la vera Chiesa di Cristo dallo Spirito Santo figurata nella sacra Apocalissi per quella donna che apparve in cielo vestita di sole e coronata di stelle, e che in detta perversa e sacrilega sètta si trovi la vera dottrina evangelica e la salute eterna:

Che la sacrosanta, cattolica e apostolica romana Chiesa sia la sinagoga di Satanasso, e la meretrice babilonica, madre di fornicazioni e abominazioni, e Sodoma spiritualmente, quanto alla dottrina che tiene e insegna:

Che la suddetta santa Chiesa romana non sia dotata dell'autorità delle chiavi, non creda che si trovi Iddio non sappia, che cosa sia spirito d'intelligenza, non abbia inteso bene le parole di Cristo circa l'autorità concessagli, nè ammetta dispute nè ragioni; ma col ferro distrugga i suoi nemici a torto e crudelmente, e perseguitati empiamente i martiri del Signore, intendendo per martiri gli empj e scellerati eretici, giustamente da lei fatti morire per conto di religione, e appunto come meretrice spogli altrui delle facoltà, e riduca li principi e il mondo in misera servitù:

Che il sacrosanto Concilio di Trento rappresentante la santa Chiesa romana, per aver egli proibito i libri d'autori eretici, sia il dragone descritto nella detta sacra Apocalissi, che con la coda tirava a terra la terza parte delle stelle; e che i Padri congregati in detto Concilio per lo spazio di ventidue anni non abbino fatto altro che offendere la Divina Maestà, e che il detto santo Concilio a guisa del suddetto dragone abbia proferito bestemmie contro Dio e contro Cristo, e ingannata la Chiesa, come il dragone ingannò Eva nell'orto:

Che li suddetti empj e scellerati eretici siano stati istrumenti della fede, a Dio grati e profetati, e dallo Spirito Santo onorevolmente figurati in più luoghi della divina scrittura da te espressi distintamente nel processo:

Che Iddio abbia ripudiata la santa Chiesa romana come meretrice, e datala in concubina a Satanasso, condannando l'uno e l'altro al fuoco eterno:

Che tutti quelli che seguitano la dottrina della Chiesa romana siano veramente eretici.

Che niun cristiano possa essere astretto dalla Chiesa romana a creder quello che detta Chiesa romana crede e insegna:

Che la Chiesa sia corrotta, e che però l'orazione, la quale Cristo disse aver fatta per Pietro apostolo che non venisse meno la sua fede, sia adempita in Calvino, Lutero e altri eretici; li quali pareva a te avessero per mezzo della loro dottrina superata e gittata a terra la Chiesa romana:

Che sia bestemmia orrenda il dire che la sacra scrittura prenda autorità dalla Chiesa:

Che il papa non sia capo della Chiesa, ma anticristo, rettor di tenebre, e capo del diavolo, anzi il diavolo istesso, e non li convengano in modo alcuno i titoli di santissimo e beatissimo:

Che i romani pontefici distruggano quello che Iddio ha fatto, e voltino la grazia in servitù, e la cristiana libertà in perdizione, e leghino gli uomini non solo nel corpo, ma anco nell'anima, e sottopongano il cielo alla terra, e facciano peggio che il diavolo:

Che, se fosse vera la dottrina del romano pontefice in materia di religione, la passione e morte di Cristo sarebbe stata più dannosa del peccato di Adamo: e che esso romano pontefice con la sua dottrina cagioni che qualsivoglia legge, ancorchè stolta e pazza, in paragone della legge cristiana paja sapienza:

Che i Cattolici, e particolarmente i papi, nel far morire gli eretici siano peggiori del diavolo, successori di Cain, imitatori di Giuda traditore e di Pietro negante, Giudaici venditori del sangue giusto, e persecutori della parola di Dio:

Che il papa sia imitatore contrario di Cristo nel negozio della sacra messa:

Che sia atto d'idolatria il riverire il papa e i cardinali:

Che i Cattolici della sacrosanta Chiesa romana siano anticristiani.

Che i sacramenti della Chiesa di Cristo siano solamente due, cioè il Battesimo e la Cena, e non contengano nè conferiscano la grazia; ma siano solamente segni di essa:

Che nel santissimo sacramento dell'eucaristia non si contenga altrimenti il vero corpo e sangue di nostro signor Gesù Cristo, ma che detto sacramento sia solamente un segno del corpo e sangue di Cristo, e una memoria della sua passione e morte; e che in questa forma sia stato instituito da Cristo; e che ciò avevi creduto per un tempo, e dopo, mutato proposito, avevi tenuto

Che in detto santissimo sacramento, fuori dell'atto del riceverlo, non vi sia altrimenti il corpo e il sangue di nostro Signore, e perciò sia atto d'idolatria l'adorarlo e portarlo in processione:

Che proferite le parole della consacrazione resti anco la sostanza del pane e la sostanza del vino con la sostanza del corpo e del sangue di Nostro Signore:

Che la Chiesa romana abbia errato nell'articolo della transustanziazione:

Che nell'ostia consacrata si trovi solamente il corpo senza il sangue, e nel calice consacrato solamente il sangue senza il corpo di Cristo:

Che sia necessario alla salute nostra che tutti ricevino il detto sacramento sotto l'una e l'altra specie:

Che la sacra messa non sia vero, proprio e propiziatorio sacrificio instituito da Cristo nella Chiesa, e che non giovi niente, anzi sia un incantesimo, e uno spirito d'abominazione, e non debba celebrarsi con vesti d'oro; e che i riti e cerimonie, quali usa la Chiesa nel celebrarla, siano soverchie, e che non sia ben fatto celebrarla in onor de' santi:

Che i santi in cielo non veggano le cose nostre, e che perciò sia cosa vana e soverchia l'invocarli:

Che il culto delle sacre immagini sia specie d'idolatria, e che però esse sacre immagini non debbano venerarsi:

Che dopo questa vita presente non vi sia purgatorio, ma solamente il paradiso e l'inferno:

Che la confessione sacramentale di tutti i peccati mortali avanti al sacerdote non sia necessaria:

Che rimessa la colpa, venga anco rimessa tutta la pena, e che perciò la soddisfazione per li peccati sia vana:

Che i penitenti vengano a soddisfare per i suoi peccati solamente per la confidenza che hanno nella passione e morte di Cristo:

Che le nostre soddisfazioni oscurino e diminuiscano il merito della passione di Cristo:

Che la vera penitenza sia il non peccar più:

Che i sacerdoti non abbiano autorità di rimettere i peccati:

Che gli ordini o instituti monastici siano cattivi, e in essi non si trovi salute: e che li preti e frati eziandio quanto allo stato che professano siano peggiori de' Turchi; e che s'inganni colui che si fa frate per salvarsi:

Che l'officio della santa Inquisizione sia cattivo, e instituito per distruggere il Verbo eterno:

Che tutte le tradizioni, le quali tiene e crede la santa Madre Chiesa romana, non si debbano credere, ma solamente quello che si contiene espressamente nella scrittura sacra:

Che tutte le cerimonie e riti che usa la detta santa Chiesa romana nell'amministrare i santi sacramenti, e in tutte l'altre occorrenze ecclesiastiche siano scioccherie da fanciulli:

Che l'opre buone non siano meritorie nella vita eterna;

Che la sola fede basti a giustificarci:

Che sia lecito a ciascuno il tenere e leggere la sacra scrittura in lingua volgare; e ciò non si possa proibire senza carico di coscienza; e che tal proibizione sia contra Dio e la sua deità:

Che le indulgenze nella Chiesa di Dio siano nulle; e in particolare, che i giubilei, le stazioni, gli anni santi, le medaglie, le corone e i grani benedetti siano cose di gioco, e vane:

Che i vescovi creati dal pontefice romano non siano veri e legittimi vescovi, ma una finzione umana:

Che lo stato conjugale sia megliore di quello de' continenti e vedovi;

Che tutte le censure ecclesiastiche siano vane:

Che il digiuno solito osservarsi nella Chiesa cattolica non sia cosa comandata da Dio, nè vi sia obbligo alcuno di osservarlo ne' modi e tempi ordinati dalla suddetta santa Chiesa romana:

Che l'uomo per il peccato di Adamo abbia perso il libero arbitrio, e che tutta la nostra giustificazione venga da Dio senza alcuna nostra operazione: e qualunque opera buona che noi facciamo venga solamente da virtù divina, senza alcun concorso del libero nostro arbitrio; e che l'uomo pecchi necessariamente:

Che sia lecito a' religiosi, sacerdoti e chierici costituiti negli ordini sacri prender moglie a suo volere:

Che i matrimonj occulti siano validi, ancorchè non vi siano testimonj nè il parroco, come comanda il sacro Concilio di Trento, e che in ciò basti il giuramento delle parti:

Che ogni luogo sia buono per sepellirvi i morti, e che non giovi niente, anzi sia mala cosa sepellirli in Chiesa e in altro luogo sacro, e fare le altre cerimonie solite farsi dai Cattolici:

Che i pellegrinaggi ai luoghi santi, il far i voti e adempirli, gli ornamenti delle chiese e degli altari, la venerazione delle reliquie de' santi, l'osservanza delle feste fuorchè delle domeniche, Natale, Pasqua, Ascensione e Pentecoste, siano cose erronee, e da non farne conto:

Che i miracoli fatti dai santi del Signore nella Chiesa cattolica e apostolica romana siano invenzioni umane, e alle volte anco diaboliche:

Che i sacri dottori scolastici della suddetta Chiesa romana siano stati falsi dottori, e piuttosto umani che evangelici, e anzi filosofi che imitatori di Cristo, e che in materia di religione abbiano scritto per compiacere al loro capo, cioè al papa:

Che il recitare l'officio della sacratissima Vergine Maria madre di Dio, e nostra signora, e altre orazioni latinamente, se non s'intende quello si dice non giovi:

Che alla custodia di ciascun uomo e donna, infino dalla natività, non sia deputato da Dio un angelo, ma che un solo venga posto alla custodia d'una provincia; e che il credere che ognuno abbia un angelo custode sia un imitar l'idolatria degli antichi pagani.

Oltre a ciò confessasti che con animo e mente ereticale avevi ne' suddetti tuoi scritti asserito la maggior parte delle suddette eresie, e sforzatoti, come in detti scritti chiaramente si vede, di confermarle e corroborarle con autorità e figure della sacra scrittura, e specialmente della divina Apocalissi, con mescolarvi esecrande bestemmie, acerbissime ingiurie, asprissime e per avventura non mai più sentite calunnie contra la santa fede cattolica. E che molti anni sono ti furono lasciati i suddetti libri eretici rinchiusi dentro una cassetta da una persona oltramontana, con dirti che erano scritture de' suoi conti; e che venutoti voglia di vedere cosa ciò fosse, avevi aperta la suddetta cassetta, e visto ch'erano libri eretici gli avevi letti con gusto e aderito ai loro errori, e poscia datoti a scrivere contro la suddetta santa fede cattolica; e che eri perseverato nelle eresie sino a dieci giorni dopo la tua carcerazione nel Sant'Officio: negando d'aver imparato da altri le suddette eresie, nè insegnatele ex professo ad alcuna persona, nè meno aver in esse alcun complice nella città, ovvero luogo di N. nè altrove, e dicendo d'esser pentito, d'aver tenuto e creduto le suddette eresie ed errori, e di credere al presente tutto quello che tiene e crede la detta santa cattolica e apostolica romana Chiesa:

E avendo noi data piena informazione di questa tua causa e de' meriti di essa alla sacra Congregazione della santa e universale Inquisizione romana, d'ordine espresso della santità del N. S. per aver da te l'intera verità, dopo averti assegnato il termine a far le tue difese, nel quale niuna cosa adducesti a tua discolpa, ti esponessimo, senza però alcun pregiudizio delle cose da te confessate, e contro di te dedotte nel processo al rigoroso e anco repetito esamine, dal quale non essendo risultata alcun'altra cosa di nuovo, similmente d'ordine espresso di sua beatitudine siamo venuti contro di te all'infrascritta diffinitiva sentenza.

Invocato il santissimo nome di nostro signore Gesù Cristo, della gloriosissima madre sempre vergine Maria, e di san Pietro martire nostro protettore, avendo avanti di noi li sacrosanti evangelj, acciò dal volto di Dio proceda il nostro giudicio, e gli occhi nostri veggano l'equità; — nella causa e cause vertenti tra il signor N. fiscale di questo Sant'Officio da una parte e te N. suddetto, reo, indiciato, processato, convinto e confesso, come di sopra dall'altra parte; — per questa nostra diffinitiva sentenza, qual, sedendo pro tribunali, proferiamo in questi scritti, in questo luogo ed ora da noi eletti; — diciamo, pronunziamo, sentenziamo e dichiariamo che tu N. suddetto, per le cose da te confessate e contro di te provate, come di sopra, sei stato eretico, e conseguentemente sei incorso in tutte le censure e pene che sono dai sacri canoni e altre costituzioni generali e particolari contro simili delinquenti imposte e promulgate. Ma perchè hai detto d'esser pentito de' suddetti tuoi errori ed eresie, e di credere al presente, e voler credere fino alla morte tutto quello che tiene e crede la detta santa madre Chiesa cattolica e apostolica romana, e del tuo grave eccesso dimandato misericordia e perdono, saremo contenti assolverti dalla scomunica maggiore, nella quale per le suddette eresie ed errori sei incorso, e riceverti nel grembo della detta santa Madre Chiesa, purchè prima con cuor sincero e fede non finta, vestito dell'abito di penitenza, ornato del segno della santa croce quale dovrai portare per l'avvenire sopra gli altri tuoi vestimenti, abjuri, maledici e detesti pubblicamente, avanti di noi, li suddetti errori, eresie e sètte, e generalmente ogni e qualunque altro errore, eresia e sètta che contraddica alla detta santa Madre Chiesa cattolica, come per questa nostra diffinitiva sentenza ti comandiamo che facci nel modo e forma che da noi ti sarà data.

E acciocchè questi tuoi gravi errori non ti restino senza il dovuto castigo, e sii più cauto nell'avvenire ed esempio agli altri che si astengano da simili eccessi.

Ti condanniamo a tutte le pene degli eretici, contenute ed espresse ne' suddetti sacri canoni e costituzioni pontificie, e a dover perpetuamente, senza alcuna speranza di grazia, esser immurato nel Sant'Officio, dove abbi a piangere la grave offesa da te fatta al sommo creatore Iddio e all'unico redentor nostro Gesù Cristo e alla diletta sua sposa detta, santa, cattolica e apostolica romana Chiesa, madre e maestra di tutte le altre Chiese, fuori del cui grembo non può alcuno trovare la vera e sempiterna salute, e al santissimo pontefice romano sommo e supremo capo e sposo visibile di lei.

Ordinando che a maggior detestazione delle suddette tue empietà ed edificazione di tutti i Cattolici, i libri e scritti eretici da te tenuti siano abbruciati in pubblico.

E acciocchè dal benignissimo e clementissimo Dio Padre delle misericordie ottenghi più facilmente la remissione e il perdono de' suddetti tuoi errori ed eresie, per penitenze salutari t'imponiamo,

Che per tutto il rimanente della vita tua digiuni ogni primo venerdì di ciascun mese semplicemente, e tutti i venerdì di marzo, e anco il venerdì santo, in pane ed acqua:

Che per il detto tempo reciti una volta la settimana i sette salmi penitenziali, con le litanie e preci seguenti, e appresso la corona della beatissima sempre vergine Maria, e ogni domenica cinque volte il Pater noster e l'Ave Maria, e una volta il Credo, inginocchiato avanti qualche sacra immagine. E finalmente

Che durante la vita tua, come di sopra, confessi sacramentalmente quattro volte l'anno i tuoi peccati al sacerdote che da noi ti sarà deputato, e di sua licenza ti comunichi nelle quattro principali solennità, cioè nella Natività e Resurrezione di nostro signore Gesù Cristo, della sacra Pentecoste e di tutti li Santi,

Riservando alla detta sacra Congregazione del Sant'Officio di Roma l'autorità di mitigare e rimettere, o condonare in tutto o in parte le dette pene e penitenze.

E così diciamo, pronunziamo, sentenziamo, dichiariamo, condanniamo, ordiniamo, penitenziamo e riferiamo in questo e ogni altro miglior modo e forma che di ragione potemo e dovemo. —

Nella Revue des questions historiques, v livraison, dopo il mio lavoro fu pubblicato un articolo notevolissimo del signor Enrico de l'Epinois sopra Galileo, dove si valse di tutti gli autori antecedenti, e del processo originale comunicatogli a Roma. Arriva alle medesime conclusioni nostre per altra via; il che tanto più le conferma. «Il decreto dichiarò falsam una dottrina astronomica, che in fatto non lo era: la dichiarò contraria alla Scrittura, e non l'era: s'è dunque ingannato; tutti il concedono, ma lo stato delle cognizioni d'allora non permetteva d'ammettere la nuova teoria del movimento della terra, che non fu mai discussa avanti al tribunale come dottrina scientifica, bensì come contraria al senso tradizionale delle sacre scritture. Per ciò al principio del XVII secolo il tribunale la condanna: nel secolo XIX il tribunale stesso l'adotterebbe, senza perciò modificare i principj sui quali appoggiavasi la sentenza. Fra le due epoche è cangiato non un principio teologico, ma un fatto scientifico, cioè che la teoria di Copernico oggi non è un'improbabilità scientifica, ma una verità constatata dalla scienza. Il decreto del 1616 fu un semplice provedimento di prudenza, perchè non ne soffrisse la verità cattolica: ne in perniciem catholicæ veritatis serpat. Questo è il motivo: e a tal riguardo è notevole la differenza fra le espressioni de' consultori e quelle del decreto della Congregazione. I consultori decretano insensata, assurda, eretica quell'opinione: la Congregazione ommette tutti quegli epiteti, e si limita a dichiararla falsa e contraria alla Scrittura. Nella stessa censura de' consultori, la prima opinione è condannata senza riserva; la seconda, cioè l'immobilità del sole, è detta solo erronea. Dunque anche dal lato scientifico il tribunale è men colpevole che non si dica. Secondo Galileo, il sole non aveva alcun movimento locale: oggi è dimostrato il contrario: e l'immobilità del sole è proposizione assurda in cosmografia. Che conchiuderne, se non che la dottrina del moto della terra era ben lontana dall'essere scientificamente stabilita? e come rimproverare, non ad una commissione scientifica, ma ad un tribunale ecclesiastico, di non averla immediatamente adottata, modificando l'interpretazione secolare d'un testo della sacra scrittura?» (pag. 100)

Ivi sono moltiplicate le prove del rispetto e della benevolenza de' Romani e dei papi verso Galileo, e dell'assurdità della tortura inflittagli, sulla quale l'ostilissimo Libri non sa addurre altra prova se non che «essa era talmente abituale, che non si prese neppure la fatica d'accennarla». Il qual Libri adduce pure che i manuscritti di Galileo furono saccheggiati e dispersi dai famigli del Sant'Offizio, e la più parte perì, e che poco mancò non si gettasse in una fogna il cadavere di lui. È noto che il granduca Leopoldo II fe fare l'edizione delle opere di Galileo, i cui manuscritti conservava nella preziosissima sua Biblioteca Palatina.

Dall'esame del processo stesso risulta che fu una precauzione per lo meno inutile quella di monsignor Marini di non pubblicarlo integralmente. Ivi sono testualmente queste parole di Galileo: «Per maggior conformazione del non aver nè tenuta nè tener per vera la dannata opinion mia della mobilità della terra e stabilità del sole, se mi sarà conceduta, sì come io desidero, abilità e tempo di poterne fare più chiara dimostrazione, io sono accinto a farla; e l'occasione v'è opportunissima, attesochè nel libro già pubblicato sono concordi gl'interlocutori di doversi, dopo certo tempo, trovar ancor insieme per discorrere sopra diversi problemi naturali separati, della materia nei loro congressi trattata. Con tale occasione dunque dovendo io soggiungere una o due altre giornate, prometto di ripigliar gli argomenti già recati a favore della detta opinione, falsa o dannata, e confutarli in quel più efficace modo che da Dio benedetto mi verrà somministrato».

E altrove: «Già molto tempo avanti la determinazione della sacra Congregazione dell'Indice, e prima che mi fosse fatto quel precetto, io stavo indifferente, ed avevo le due opinioni di Tolomeo e di Copernico per disputabili, perchè e l'una e l'altra poteva esser vera in natura. Ma dopo la determinazione sopradetta, assicurato della prudenza de' superiori, cessò in me ogni ambiguità, e tenni, siccome tengo ancora, per verissima ed indubitata l'opinione di Tolomeo, cioè la stabilità della terra e la mobilità del sole».

Qui soggiungerò che sta nell'Archivio di Firenze una cronaca del Settimanni, dove quasi giorno per giorno son notati gli avvenimenti. Il cronista è avversissimo agli ecclesiastici: pure non fa cenno di brutali trattamenti a Galileo. Scrive: «A dì X febbrajo 1632 (stile toscano) giovedì giunse in Roma G. Galilei, celebre astronomo fiorentino, chiamato dalla Congregazione del Sant'Uffizio, e fu arrestato nel palazzo del serenissimo granduca, situato alla Trinità de' Monti, dove abitava l'ambasciadore fiorentino. — Dicembre 1633. Il dottissimo matematico G. Galilei, dopo essere stato circa mesi 5 a disposizione del Sant'Uffizio di Roma, arrestato nel palazzo dell'ambasciadore fiorentino, ed aver abjurato l'opinione di Copernico circa il sistema del mondo, e di poi per ordine del medesimo Sant'Uffizio essere stato circa altri mesi cinque insieme nell'abitazione di monsignor arcivescovo Piccolomini, essendogli stata data libertà di star in campagna, ritirossi alla sua villa di Bellosguardo».

Nel carteggio de' cardinali, in esso Archivio, filza LXXXII, sono lettere del cardinale Federico Borromeo e del cardinale Orsino, che promettono al granduca ogni appoggio al Galilei quando era citato a Roma.

[336] Pour ruiner un malheureux, spécialement un talent supérieur... deux ou trois acharnès suffisent a l'œuvre... Dans le procés de Galilée, le mouvement de la terre n'était point en jeu; mais seulement le mouvement de l'envie. PHIL. CHASLES, Galileo Galilei, prefazione. Ripudiando le vulgari dicerie, egli ne imputa l'invidia de' letterati nemici, e la tepidezza degli amici.

Quelle aménité! Ce mond social est si délicat! Le pape punit à regret; le grandduc voudrait sauver le philosophe: Niccolini s'y emploie: Bali Cioli le porte dans son cœur. Partout convenence, bonne grâce, révérences attendries, obéissance acceptée: une régularité accomplie. De justice et d'équité pas un mot. On ne le jette pas en prison, ce qui serait trop féroce. Son agréable ennemi Firenzuola vient le voir, lui sourit, l'interroge, le plaint, l'allaite d'espérances... Les dernières annèes du grand astronome se passérent dans cette ville solitaire. Aucun geólier ne le surveillat, et cette pénitence enfantine aigrissait l'ennuie de la retraite, jointe à de vives souffrances physiques. Le sentiment de sa faiblesse intime, de ses détours inutiles ét de ses inutiles concessions devait y ajouter bien de l'amertume; et le peu du fruit qu'il recueillait de sa longue humilité, devait le lui faire regretter cruellement... Tout savant qui voulait plaire et arriver aux honneurs le couvrait d'injures dans un gros livre dedié aux puissances: on disait et on imprimait tout ce qu'on voulait contre lui: lui ne pouvait rien imprimer ni rien répondre à qui que ce fût... Les Grassi, les Caccini, les Firenzuola se frottaient les mains en achevant cet assassinat à coups d'épingles et à coups de matelas. O personnes dislingués! o mœurs adoucies! ce que vous avez de pire c'est que vous avilissez et dégradez vos victimes... Mais, grand homme, pourquoi vous laissez-vous dégrader? On peut comparer ces doux assassinat qui a duré huit ans, et n'a fini qu'avec sa vie, au meurtre du malheureux Prina, dont les bourgeois d'une autre ville italienne se defirent en 1814 à coups de parapluie lentement, doucement, hommes civilisés qui détestaient ce bruit, opéraient comme les envieux de Galilée, avec componction, sagesse et convenence.

Il protestante Federico De Rougemont (L'homme et le singe, ou le matérialisme moderne. Neuchatel 1865) esclama: On nous parle beaucoup d'un Galilée emprisonné il y a plusieurs siècles par l'Inquisition romaine, et l'on oublie que, l'autre jour, pour ainsi dire, les republicains de 1793 interdisaient à 25 milions de Français le culte de la religion chrétienne.

[337] La Polissena, che fu poi Maria Celeste, morì il 5 aprile 1634. Io trassi un racconto pietoso dalle lettere di lei, che comparvero saviamente scelte nell'edizione dell'Alberi, poi indiscretamente nell'opera dell'Arduini.

[338] Guglielmo Libri, che ai dì nostri rinnovellò ed inasprì tutte le vulgarità in proposito del processo di Galileo, fa del Cavalieri uno de' peggiori nemici di questo e suo plagiario. Or bene, Galileo ne parla sempre con affetto e riverenza: e il 26 luglio scrive: «Godo da otto giorni la dolcissima conversazione del molto reverendo padre Bonaventura Cavalieri, alter Archimedes». E al 16 agosto: «Il padre matematico di Bologna è veramente un ingegno mirabile». E il 18 ottobre: «Sento gran consolazione della soddisfazione ch'ella (frà Micanzio) mostra della contratta corrispondenza d'affetto col padre matematico di Bologna».

Or come il Libri s'ingannò o perchè ingannò?

Il Cavalieri era frate gesuato, e il Libri lo scambiò per padre gesuita: inde iræ.

[339] La lettera è nel tom. IX, p. 196 delle Opere di Galileo Galilei, edite a Firenze.

[340] Si fa tanto caso dello Sta sol contra Gabaon. Ma anche nelle ipotesi più accettate, il sole si muove con tutti gli altri soli, forse in quella gran nebulosa che si chiama la via lattea. Quando il sole si fermasse, si fermerebbero i pianeti e i satelliti del suo sistema; quindi la terra e la luna. Ciò non toglierebbe quelle incongruenze che gli astronomi riconoscono nel miracolo di fermarsi soltanto la luna e la terra?

[341] Lo racconta ella stessa in lettera ch'è fra le inedite del Fabbroni.

[342] L'abate Henry ha pubblicato a Parigi, il 1865, Les protestants revenus à la foi catholique avec l'exposé des motifs qui les ont déterminés; e la prima serie comprende le conversioni in Francia, la seconda quelle in Germania e Svizzera, la terza gl'Israeliti. Credemmo bene aggiungervi alcunchè per quelle in Italia, dove menzioneremo Alberto Bury, che abjurato in Venezia il calvinismo, stampò colà nel 1576 Methodus facilis veram Ecclesiam lumine rationis inveniendi, proposita a quodam calvinista seu reformato, in gremio sanctæ Ecclesiæ cath. ap. rom. reducto. Anche monsignor Rœss vescovo di Strasburgo, stampa ora Les convertis de la Reforme, d'après leur vie et leurs écrits; vera controversia in azione.

DISCORSO L.

IL SECOLO XVII. FILOSOFI. IL QUIETISMO.

Da un secolo e mezzo le discordie originate dalla Riforma sovvertivano tutta l'Europa, dove più dove meno sanguinose, e peggio nel paese dove prima era stata annunziata. Perocchè la Germania, campo di battaglie e teatro di dissoluzioni fin dal primo momento, vide alfine prorompere la guerra che si chiamò dei Trent'anni, dove scopo ostentato era la libertà de' credenti; scopo vero, la libertà de' principi di introdurre qual religione volessero. Paesi intieri rimasero spopolati, molti castelli divennero tane di lupi e la civiltà di quel popolo che avea primeggiato nel medioevo, restò affogata nel sangue. Alle due parti spossate caddero alfine le armi di mano, e la pace di Westfalia, conchiusa nel 1648, fu la prima che si combinasse non più, secondo il patto religioso del medioevo, in nome del vangelo e della repubblica cristiana e secondo la prevalenza del papato o dell'impero, ma dietro ad un nuovo diritto politico e al concetto dell'equilibrio materiale fra le potenze. Trent'anni di strazj aveano convinto che ormai una religione non poteva abbattere l'altra, e perciò nella pace si stabiliva che la cattolica, la luterana, la calvinista fossero egualmente tollerate, però entro i confini territoriali che aveano allora. Non si metteano dunque d'accordo le parti, ma si obbligavano a cessare d'osteggiarsi. Costituendo legalmente come protestante tanta parte d'Europa, toglievasi ai papi la speranza di ricondurla all'unico ovile. La Chiesa non recede mai, per venerazione degli eventi, da ciò che legittimamente una volta possedette, per quanto le convenzioni internazionali anche più solenni violino il suo inalienabile diritto. Pertanto Innocenzo X riprovò il trattato di Westfalia[343], destituendolo d'ogni effetto, non perchè non desiderasse la pace, non l'avesse anche sollecitata con ogni studio, ma come pregiudicevole alla religione e alla salute delle anime, giacchè vi si professava un canone assolutamente immorale, cioè che padrone della religione fosse colui ch'era padrone del paese. Dal qual canone nacque il despotismo sulle coscienze, che portò una tirannia, qual mai, dopo caduto il paganesimo, non era pesata sul mondo civile, finchè, spente le vivaci credenze nell'indifferenza del dogma, i principi poterono decretare quello che vollero, senza che ai popoli importasse di resistere.

A questa pace finisce il rialzamento che la Chiesa cattolica avea ripigliato dopo il Concilio di Trento. Il principato temporale se ne compì e consolidò. Clemente VIII (1592-1605), che riaperse la Chiesa ad Enrico IV, e mediò la pace di Vervins, nel suo giubileo godette della conversione di molti Ebrei e Musulmani, e ricuperò Ferrara ch'era stata data in feudo; come Urbano VIII recuperò Urbino, Montefeltro, Gubbio, Pesaro, Sinigaglia; e fedele alla bolla Admonet vos di Pio V, che vietava di infeudar possessi ecclesiastici, li negò a' suoi Barberini, accontentandosi d'arricchirli di denari. Già Camerino era stato ripreso da Paolo III nel 1539; poi Innocenzo X nel 1649 riebbe Castro e Ronciglione; restando così compiuto lo Stato Pontifizio secondo la bolla di Pio V, con quanto territorio bastasse ad esercitare liberamente l'augusta sovranità papale.

Quasi ristoro alle tante perdite, ampiamente si diffuse la Propaganda, che pose nuove sedi al Brasile, nella California, ai due lembi dell'Africa e nelle sue isole; i Gesuiti si spinsero nel Tibet, fra i Birmani, a Siam, a Malacca, al Tonchin, alla Cocincina.

Ma cominciavano le riotte interne, e i principi anche cattolici non rispettavano più la supremazia religiosa, e negavano ai papi fin i riguardi di sovrani.

Nelle conferenze che precedettero la pace di Westfalia avea avuto gran mano il cardinale Fabio Chigi senese, che poi divenne papa col nome di Alessandro VII. Un M. Lebrun stampò a Ginevra, colla data dell'Aja 1686, un viaggio in Isvizzera, ove narra che, nelle lunghe trattative co' principi e ministri protestanti, esso cardinale avea concepito stima della loro religione; e mentre prima avea pubblicato, col pseudonimo di Ernesto Eusebio, il Giudizio d'un teologo ove bistratta i dissidenti, allora rimase convinto che nelle loro dottrine nulla vi ha d'ereticale. Non spingeasi però più avanti, sinchè il conte Pompeo, suo prossimo parente, finì d'aprirgli gli occhi. Viveva questi in una terra di Germania, venutagli per eredità materna; e il nunzio, colà andato a trovarlo, vi passò seco tutto un inverno. Dove entrati a parlare di religione e avutone molti colloquj, diedero mano alla Bibbia colle postille del Diodati, e dopo molto disputare caddero d'accordo che la religione protestante è la vera, ed il nunzio promise al suo parente di abbandonare l'errore dopo uscito di nunziatura, e di venir a raggiungerlo e abjurare la religione romana. Il conte Pompeo andò infatti a Orange, dove fece pubblica professione di protestante, del che si levò rumore in tutta Europa; ma presto a Lione morì avvelenato. Di ciò rimase atterrito il nunzio, che poi fatto cardinale e primo segretario della camera apostolica, mutò risoluzione, pure si conservò calvinista nell'anima, e molte stampe in Fiandra lo asserivano.

Tutte queste doveano essere baje de' giornalisti del tempo; e quand'era scarsa la stampa accadeva facilmente che notizie false durassero tanto da parer verità. Ma avvertiremo che Sorbière, rispondendo a un tale che aveagli scritto, se andasse a Roma, vi scorgerebbe cose che lo farebbero tornare nella chiesa riformata, afferma non avervi veduto nulla che non lo edificasse, e singolarmente ammira il santo padre, e la sua conversazione affatto famigliare. E che alcuni gentiluomini inglesi avendolo visitato, e inginocchiatisi secondo l'uso, egli, saputo ch'erano protestanti, disse: «Su: alzatevi: non voglio commettiate un'idolatria secondo l'opinione vostra. Non vi darò la mia benedizione, giacchè non credete quel ch'io sono, ma pregherò Dio che vi renda capaci di riceverla»[344].

Raccontasi pure che, quando fu eletto papa, non voleva essere posto in San Pietro per la solita adorazione de' cardinali, e durante quest'atto tenne un gran Crocifisso, perchè a quello si dirigesse l'adorazione. Spogliandolo per indossargli le vesti papali, scopersero sulla sua pelle un aspro cilicio: subito fe prepararsi il feretro, e lo teneva sotto il suo letto. Compì fabbriche suntuose, tra cui il colonnato di San Pietro, e meditava raccogliere in Roma un collegio de' maggiori dotti per valersene nelle controversie della fede, e a confutar le opere eterodosse. Dovevamo far conoscere questo pontefice, poichè tanto male ne fu detto dacchè nacquero acerbe quistioni colla Francia.

Se sul modo di coesistere la Chiesa collo Stato aveano sospeso di contendere i principi coi papi finchè entrambi minacciati da nemico comune, ora tornavasi a discutere se il papa sia superiore al Concilio, se abbia primazia sopra le corone onde proteggerne l'autorità e impedirne gli abusi. La Francia voleva restar cattolica, ma a patto che la Chiesa non s'ingerisse nello Stato; ed anche persone dotte e savie credeano, senza rompere l'unità, si potrebbe istituire una chiesa nazionale, avente a capo il re, a giudici le assemblee del clero; formando così una Chiesa gallicana, non segregata, ma distinta dalla Chiesa oltremontana.

Infinite scritture si pubblicarono in proposito, e minacciavasi uno scisma, non in nome della libertà umana, ma dell'assolutismo principesco. Il cardinale Richelieu, ministro di Francia, avea sperato che quelle novità gli procaccerebbe la dignità suprema; e attraversatone, diede alla Corte romana quegli smacchi e quelle noje, con cui i potenti sogliono punirla dell'aver ragione. Re Luigi XIV poi, che introduceva e faceva ammirare il despotismo amministrativo, non voleva aver meno autorità nelle cose sacre che n'avessero i protestanti.

L'uccisione di un domestico del cardinale di Estrée a Roma diede occasione al re di pretendere soddisfazioni chiassose, che ad Alessandro VII parvero tanto più indecenti, in quanto che esso Luigi sopportava i vilipendj recatigli dal gransultano, che al suo nunzio De la Haye fece dar la bastonatura in Costantinopoli.

Radunatosi poi nel 1682 il clero francese, pubblicò la famosa Dichiarazione, che si tenne come simbolo della Chiesa Gallicana, sebbene in fatto non sia che una consulta di diritto canonico; dove, sancendo la onnipotenza del re, stabilivasi come antica consuetudine di Francia che la decisione del papa in materia di fede non sia irreformabile se non quando v'intervenga il consenso della Chiesa: il re gode il frutto de' benefizj vacanti, sinchè gl'investiti non abbiano prestato il giuramento.

Luigi, che alla scenica sua magnificenza voleva accoppiare le campagne teologiche[345], forte nella decisione del parlamento, che avea decretato non dover nessuno esser superiore al re, decretò che questi articoli fossero legge dello Stato, vietando d'insegnar altrimenti; e volle estenderli anche ai paesi che novamente acquistava.

Era una nuova fase del conflitto fra Chiesa e Stato: e trentaquattro soli vescovi, ligi al re e radunati per comando del re, pretendevano insegnare alla Chiesa e al capo di essa quel che può o non può.

E il fatto e il modo spiacquero al nuovo papa Innocenzo XI, che ricusò confermare i nuovi vescovi di Francia; e quando Bossuet, al modo d'un nostro contemporaneo, gli scriveva a nome de' vescovi, esortandolo «a cedere alla volontà del più cattolico dei re, e mostrare la bontà in un frangente, dove non c'era luogo a mostrar coraggio», Innocenzo rispondeva: Adversus vos ipsos potius pugnatis dum nobis in ea causa resistitis, in qua vestrarum Ecclesiarum salus ac libertas agitur. Il re, oltre assalirlo con molte scritture, mossegli querela per le franchigie. Gli ambasciatori aveano ottenuto l'immunità in Roma, per modo che i loro palazzi e le vicinanze fossero esenti dalla giustizia del paese. Tale garanzia, opportuna in tempi di violenza, degenerò in modo, che que' palazzi co' giardini e le piazze circostanti divennero asili di furfanti o di delinquenti, che di là insultavano le leggi e i magistrati; al punto che Roma ormai tornava un ricovero di ribaldi, tanto più che i cardinali e principi paesani pretendeano altrettanto.

Innocenzo XI pensò ripararvi col non ricevere più nessun ambasciatore se non rinunziasse quella franchigia. E i più vi s'aquetarono, ma non Luigi; e col diritto del forte, ordinò al Lavardin nuovo suo ambasciatore, facesse la sua entrata con ottocento armati, coi quali vigilava i contorni del palazzo di Francia: e poichè il papa ricusava riceverlo, e se entrasse in chiesa i preti ne uscivano, Luigi occupa Avignone, e minaccia mandare un esercito a Roma.

Qui il solito urto fra una coscienza ferma e una forza prepotente; fra il vogliamo d'un armato, e il non possiamo d'un inerme. Ma le chiese di Francia restavano senza vescovi; l'idea d'uno scisma sbigottiva i timorati; tanto che il re dovette suggerire ai nuovi vescovi atto di sommessione, come fecero; poi si cessò d'applicare gli editti repugnanti alle libertà ecclesiastiche, e tutto fu rappacificato.

I Francesi, ligi sempre al re, non è ingiuria che non dicessero contro Innocenzo XI, e applausi a quelle fastose brutalità di Luigi XIV; i giornali riboccavano di contumelie al papa, fin a dire che, per isfavorire la Francia, avesse protetto i Protestanti, da Luigi perseguitati, e fosse protestante egli stesso[346]; e Voltaire lo chiamò «il solo pontefice di quel secolo che non sapesse acconciarsi ai tempi». Onorevole imputazione!

Innocenzo XI soppresse un Officio dell'Immacolata Concezione della SS. Vergine nostra signora, approvato dal sommo pontefice Paolo V, ecc. Milano, 1615. Subito i Gallicani fecero stampare questo decreto del 17 febbrajo 1678, con un altro ove abrogava varie indulgenze, e volevano da ciò dedurre la fallibilità del papa. Ora quell'Officio era già vecchio, e approvato e usato, ma nell'edizione milanese vi si erano aggiunte cose false o temerarie, e su queste cadeva la disapprovazione.

E pur troppo in questi principeschi garriti ebbe ad occuparsi la curia romana, più che nei grandi problemi morali e politici, che molto s'agitarono e fuori e in seno della Chiesa. Perocchè questa età fu caratterizzata dall'indipendenza con cui le nazioni straniere, e specialmente Francia e Inghilterra che dalle turbolenze interne erano state impedite di prender parte al movimento scientifico del secolo precedente, venivano ad empire il vuoto lasciato dal cadere della scolastica, mediante artifiziali combinazioni filosofiche, sempre disapprovando il passato, e aspirando a un rinnovamento, parte con fantasie proprie, parte con reminiscenze; tanto più dacchè il protestantesimo avea dalla teologia separato la filosofia, e questa tendeva a stabilire la ragione come giudice suprema ed assoluta finanche delle cose che spettano al mondo sopranaturale: e se non negavansi ancora i principj generalmente ammessi, e riveriti, si scassinavano però col dubbio.

Renato Cartesio (1596-1650) volle staccarsi affatto dal passato, ed emancipare la ragione umana da ogni idealità oggettiva intromettendo il dubbio scientifico a tutto, eliminando dalle scienze ogni autorità fuor della ragione pura, ogni criterio della verità fuori dell'evidenza: non si cerchi quel che pensarono altri o che supponiamo noi sopra l'oggetto de' nostri studj, ma ciò che possiamo vedere con chiarezza, dedurre con sicurezza.

Così rimetteva in dubbio ogni cosa; libri, uomini, se stesso, perfin la morale; costituendosene una provisoria, che consisteva in obbedire alle leggi e costumanze del paese pur conservando la religione propria; compiere con risolutezza ogni atto ben deliberato, quantunque in se dubbioso; moderare i proprj desideri, educare la propria ragione.

Già Galileo avea scritto al padre Castelli: «Il dubitare in filosofia è padre dell'invenzione, facendo strada allo scoprimento del vero»[347]. Ma se il dubbio logico è universale, non resta veruna certezza, e ne nasce quella discordia di sistemi, quella anarchia di pensamenti che formano il preciso opposto del metodo cattolico, il quale mette per fondamento ideale il verbo rivelato, per criterio irrevocabile di certezza la rivelazione, e per guida di dottrina la voce del sacerdote; col che porta a credere all'esistenza nostra e degli altri uomini e di Dio, e alla redenzione e alla Scrittura, e a molti fatti. È dunque forza o essere illogici, o cadere nel pretto scetticismo ripudiando l'evidenza naturale dell'intelletto. E per non cadere nello scetticismo stillò argomenti Cartesio. Provato che Dio esiste perchè noi ne abbiam l'idea, ne induce che esiste il mondo perchè altrimenti Dio c'ingannerebbe facendo c'ingannassero i nostri sensi, da lui creati. Non riconosce però un intimo nesso fra le cose e il loro concetto; v'è un dualismo dell'anima e del corpo, da cui deriveranno le cause occasionali di Malebranche. Cartesio non previde certo le conseguenze disastrose che ne trarrebbero i suoi successori, e come aprisse la via al sistema panteistico e al vezzo che ciascuno si crei una scienza, la quale porti in se stessa la ragione della propria certezza e la cognizione di Dio. Anzi egli era religioso, e mentre passionavasi attorno al suo Metodo di ricerche, fe voto di pellegrinare alla santa casa di Loreto, e v'andò a piedi da Venezia con tutta la devozione nel 1624, passando poi al giubileo a Roma.

Mentre il Fardella chiama analisi divina la cartesiana, il Gioberti non trova frasi sufficienti per riprovare l'inettitudine, l'ignoranza, la leggerezza di Cartesio, i continui suoi parologismi nell'attuare l'opera più assurda, qual è piantare il dogmatismo sopra lo scetticismo, considerare il niente come origine di tutte le cose: e l'imputa d'aver introdotto il psicologismo, che costituisce l'eterodossia moderna. I delirj della scolastica e la degenerazione de' monaci faceano (al dir di Gioberti) sentire il bisogno d'una riforma. Nella ricerca di questa si traviò, e i Tedeschi precipitaronsi alla negazione dell'idea, volendo risalire immediatamente all'espressione scritta del vero ideale, senza il sussidio della parola, cioè della Chiesa, e così interrompendo la continuità storica dell'idea. Con ciò si tolse anche ai futuri di più racquistare l'idea, per quanto i Tedeschi ne sieno invaghiti, poichè l'eresia è il psicologismo religioso, padre del filosofico e fonte d'ogni errore.

Pare al Gioberti che, in Italia, il terreno fosse più che in Germania disposto a ricevere il seme luterano, almeno fra le classi colte, mentre le altre se ne mostrarono sempre repugnanti; i Soccini adopravano il principio protestante, non più a sorvertire gli ordini e i riti cattolici, ma l'ontologia cristiana. Cartesio fe il terzo passo trasportando le dottrine protestanti nel campo filosofico, applicando, come Lutero, l'analisi senza sintesi anteriore, non solo alla fede ma alla ragione[348]. Anzi, mentre il protestantesimo accetta l'autenticità della Bibbia e le verità morali connaturate allo spirito dell'uomo, Cartesio dubita di tutti i veri, e così si toglie ogni sussidio a riedificare la scienza, mentre crede poterlo fare col solo studio di se stesso, e dedurre l'essere dal proprio pensiero. Di là derivò il vizio principale di tutta la filosofia moderna, il psicologismo, che conduce di necessità al sensismo e a tutte le miserabilità della scienza odierna. E Cartesio fu sensista ne' principj e nel metodo, e da lui derivano Locke, che alla psicologia tolse anche la base ontologica; Spinosa, che cerca una ontologia nuova, staccata dalla tradizione; Kant e Condillac, che rigettano l'ontologia, tutto lo scibile riducendo alla psicologia, e alla cognizione danno le qualità del senso; infine gli scettici assoluti, che negano la possibilità d'ogni psicologia o dogmatica e d'ogni ontologia, cioè tutto il reale e tutto lo scibile.

Non tralasceremo di dire come il nostro Bruno nella filosofia, il nostro Galileo nella fisica avessero precorso Cartesio: il nostro Ochino avesse già esposta la famosa sua formola Io penso, dunque esisto[349]; pure la influenza di lui fu immensa, ponendosi a capo de' pensatori moderni. Se, dal pensiero e dall'estensione ben separati fe produrre due serie di fatti perpetuamente distinti, onde il distacco delle scienze spirituali dalle fisiche, pure al sensismo di Bacone opponeva le idee innate, e sui fenomeni interni volgeva l'attenzione, dagli Inglesi tenuta unicamente sugli esterni: e se, affacciandosegli questioni religiose, rispondeva «Ciò non mi riguarda», è pur vero che, attenendosi alla filosofia platonica, rischiarò la via che conduce a Dio, esclamando: «Cosa imperfetta, incompleta, dipendente da altri sono io; che tende e aspira continuamente a qualcosa di migliore e più grande; ma le grandi cose a cui aspiro le possiede attualmente o infinitamente colui da cui io dipendo»[350].

Ma i discepoli, pretendendo applicar la sua dottrina, cadeano nel panteismo e nell'epicureismo. Gassendi provenzale (1592-1655), grand'avversario della scolastica, fe da Dio creare soltanto gli atomi, dal cui concorso si formò quanto vediamo; l'anima stessa non è che un'attenuazione della materia: sicchè riconoscendo solo il lavoro della natura, resta negato il soprasensibile. Nella morale esaltò Epicuro e Lucrezio, pure volendoli purificare da buon prete com'era.

Malebranche (1638-1715) distingue le idee dalle sensazioni e anche dai sentimenti; ma l'esistenza reale de' corpi esterni non trae certezza che dalla rivelazione; e tra essi e gli spiriti non sussiste altra correlazione se non quella che stabilisce Dio; ed essi sono mera causa occasionale delle sensazioni.

Baruch Spinosa ebreo (1632-77) definisce la sostanza ciò ch'è in sè, e che si concepisce per sè; per substantiam intelligo id quod in se est et per se concipitur. La sostanza è dunque necessaria e infinita, e perciò una e indivisibile; è Dio.

Una sostanza non può essere senza attributi; ed essendo infinita, non può aver che attributi infiniti. Adunque Dio ha un numero infinito d'attributi infiniti. Fra essi noi possiamo discernerne due soli: l'estensione infinita, il pensiero infinito.

L'aver estensione infinita non implica che Dio sia corporeo e in conseguenza divisibile: per l'estensione infinita si sottrae ad ogni divisione. Anche quanto al pensiero, Iddio non ne ha altro che l'essenza sua stessa: sicchè quando per metafora parlasi dell'intelletto divino, non s'ha a confondere coll'intelletto umano, come chi parla dell'ariete dello zodiaco nol confonde coll'ariete dell'armento. Stentiamo, è vero, a non riferire a Dio le nostre proprie facoltà; ma se il triangolo potesse pensare, direbbe che Dio è eminentemente triangolare.

Estensione infinita ma non divisibile, pensiero infinito senza intelletto, Iddio dev'essere considerato come libero, purchè non si sbagli su questa parola. Creder che Dio abbia a scegliere, attribuirgli una libertà d'indifferenza, supporre che a voglia acconci certi mezzi a certi fini, è grossolano errore. La libertà di Dio è quella virtù che fa che tutto proceda da Dio appunto come ne procede: gli svolgimenti di Dio gli sono inerenti, come al triangolo le sue proprietà: in conseguenza tutto e bene qual è: tutto è per lo meglio: tutto vien da Dio, tutto è per Dio, tutto è Dio: Dio è la causa efficiente, immanente di quanto esiste.

Dio è natura naturante. Che se questa, sostanza infinita con infiniti attributi, si rivela pei due attributi dell'infinita estensione e del pensiero infinito, questi attributi manifestansi con modi; donde la natura naturata, il mondo. Non già che v'abbia creazione. Immobile nella sua pienezza infinita, tutto essendo uno, fra i modi degli attributi e gli attributi non v'è procedenza, ma grado. I modi dell'attributo che è l'estensione infinita, sono i corpi: quei dell'altro attributo son le idee, gli spiriti, le anime.

Fra questi due modi si ravvisa un costante parallelismo: corpi ed anime non essendo altro che i modi di due attributi spettanti ad una sostanza unica. E però tale dualità di corpi ed anime trovasi dapertutto, fin anche nei minerali.

Considerato distintamente in mezzo all'universalità delle cose, l'uomo è un modo complesso dell'estensione e del pensiero divino; l'anima sua è una idea, una successione d'idee divine. E poichè ogni idea ha un ideato, cioè un oggetto, il corpo è appunto l'oggetto dell'idea, che è l'anima. L'anima è il corpo che pensa sè; il corpo è l'anima che sente sè. Il corpo non può determinare l'anima al pensiero, nè l'anima il corpo al movimento. Dio, sostanza e dell'anima e del corpo, fa l'armonia di quella con questo; non potendo avvenire nulla in Dio, estensione del nostro corpo, che non si rifletta in Dio, pensiero dell'anima nostra.

All'uomo così concepito spetta la conoscenza. La quale talora è adeguata, come quella che abbiam dallo spirito; talora inadeguata, come quella che abbiamo dal corpo. La conoscenza ha gradi, opinione, immaginazione, ragione, ma l'errore essendo solo una negazione, ogni conoscenza in noi è divina, ogni idea è idea di Dio.

Con una conoscenza tale è delirio parlare di libertà. La volontà non è che il giudizio, e tra il fare e il patire non corre altro divario che quello fra l'idea chiara e la confusa. Ogn'altra libertà fuor dell'idea distinta che abbiamo della causa della nostra azione, è chimera d'ubriaco. Dio determina tutto in noi; noi siamo argilla in man del vasajo; l'uomo è un automa spirituale. S'egli si lamentasse d'aver ricevuto da Dio un naturale malvagio, sarebbe come se il circolo si lagnasse di non aver le proprietà della sfera. Si dirà che dunque, se pecca, è scusabile? Se con ciò vuolsi dire che non ecciterà la collera di Dio, sta bene, giacchè Dio non può irritarsi; se dire che è degno della beatitudine, è un'insensatezza; chi fu morsicato da un cane rabbioso è certo scusabile, eppure a buon dritto viene soffogato: così colui che non può domare le proprie passioni è scusabile, ma pure bisogna sia privato della vision di Dio. Cadesi nell'antropomorfismo se si concepisce Dio come un giudice che premia e castiga. Dio va considerato assolutamente e puramente come Dio: la qualità dell'opera conviene apprezzare, non la potenza dell'operajo; giacchè l'opera porta le sue conseguenze necessariamente, come è naturale al triangolo che i suoi tre angoli formino due retti.

Voi vi avete ravvisato il panteismo materialista del nostro Bruno.

Lo Spinosa dichiara venerabile la teologia per l'obbedienza e la fede, ma le si metta accanto la filosofia, che dalla sola ragione chiede la verità e la certezza. Le pratiche religiose nascono da timore, e perciò son indipendenti ne' governi liberi. Lo Stato ha diritto di regolare e la filosofia e la religione. Le religioni son parto dello spirito umano, relative alle circostanze, e convengono a Dio purchè guidino gli uomini alla virtù. Non miracoli, non profezie; alla salute non è necessario credere a Cristo; la tranquillità dello spirito è la maggior aspirazione dell'uomo, che in questo ragionato egoismo evita le agitazioni recate dalla compassione, nè cerca l'amor di Dio o quel de' suoi simili.

Così lo Spinosa tirava francamente le conseguenze de' principj cartesiani, davanti alle quali erasi arrestato Malebranche. Mentre poi Cartesio portava l'esame sull'interno dell'uomo, sull'esterno lo fissò Locke, che popolarizzando, o piuttosto vulgarizzando la metafisica, fu vero padre dei sensisti; non riconoscendo altra rivelazione che la rivelazione dei sensi; la morale riducendo tutta a religione, e religione è il calcolo dell'interesse. Malebranche dunque, a forza di pensar al creatore, smarriva il senso della creazione, considerando Iddio come causa non solo efficiente ma immanente: Locke s'inorgogliva nella potenza del me, fino ad annichilar Dio.

Continuatore dell'empirismo politico del nostro Machiavello, che cerca la riuscita non badando alla giustizia, fu l'inglese Hobbes (1578-1679), che alle discordie rivoluzionarie del suo paese volle por rimedio la tirannia, asserendo perversa l'umana natura, e quindi necessaria la forza dello Stato, ch'e' personifica nel Leviatan, animale enorme, traente vita da congegni politici. Non vede dunque che sensazioni, interesse, macchinamenti, guerra di tutti contro tutti; il cristianesimo limita a credere che Gesù Cristo fu mandato a fondare il regno di suo Padre: ma la Chiesa dev'esser nazionale, e sotto la dittatura dello Stato, ch'è interprete supremo delle Scritture, acciocchè il senso non ne resti abbandonato al talento individuale. Che se il principe volesse cambiar religione, bisogna obbedirgli. Si vale dunque di Dio soltanto per togliere anche l'ultimo appello alla libertà dell'uomo.

Dal cartesianesimo prese le mosse anche il maggior pensatore di quell'età, Leibniz (1646-1716), ma per giungere a confutare il sensismo di Bacone e di Cartesio, e provare le verità cristiane mediante la scienza; all'idea di sostanza oppone quella di forza, di causa sostanziale; e mostra come la fede concilii in un mistero la coesistenza del finito e dell'infinito, della libertà e della necessità, della creatura e del creatore.

Più positivo Bacone (1561-1626) già prima avea voluto ai sistemi della filosofia razionale, dell'empirica, della superstiziosa, surrogare l'investigazione de' fatti, le classificazioni, il metodo: indica le fonti degli errori; vuole si colga la natura sul fatto, si combinino i fenomeni, si classifichino, e coll'induzione si arrivi alla reale loro intelligenza. Allora dispone l'universo sapere secondo un albero enciclopedico, riferendolo alle tre facoltà della memoria, della fantasia, della ragione. I razionalisti lo magnificarono come il primo che rompesse apertamente col medioevo; eppure tanti dei nostri l'aveano preceduto[351].

Perocchè il vero risorgimento fu opera degli Italiani, in quell'esuberanza di vita intellettuale e materiale, che traevano da tanti centri di civiltà e politica quant'erano le repubbliche e i principati nostri. Che se gl'ingegni del Bruno, del Telesio, del Campanella, del Cesalpino non piantarono sistemi dottrinali, molto contribuirono ad emancipare il pensiero dall'autorità. Ma ormai i nostri non sapevano che camminare sulle orme straniere, e non abbiamo nomi da pareggiare a quei sommi, per quanto mostrino ingegno e vigore; imitatori anzichè copisti, e vogliosi di trasformare anzichè riprodurre, e di infonder nuova vita alle cose morte, pure a queste attengonsi, anzichè a cercare il vero collo studio immediato delle cose conoscibili. Che se anche talvolta diedero lampi splendidissimi, facilmente scivolano nel paradosso; nè piantarono verun sistema che comprendesse verità bastanti a signoreggiare l'intelletto, il quale, se ammira un momento le bizzarrie, non riposa che nell'ordine.

Ad originalità vedemmo pretendere Tommaso Campanella, prima di Bacone tentando fondare una filosofia della natura sopra l'esperienza. Venera la rivelazione, fondamento della teologia, mentre della filosofia è fondamento la natura: ammira san Tommaso e Alberto Magno, ma la sua procellosa insofferenza lo porta alle temerità della logica; riprova i Gentili, non approva i Cristiani, i quali ex parte christianizant et ex parte gentilizant: disgustato dei Peripatetici, predilige il Telesio per la sua libertà del filosofare; scriveva al granduca Ferdinando II, lodando i padri suoi che, col rivocar la platonica, avessero sbandito la filosofia aristotelica, e sostituito ai detti degli uomini l'esperienza della natura. «Io con questo favore ho riformato tutte le scienze secondo la natura e la scrittura dei codici di Dio. Il secolo futuro giudicherà di noi, perchè il presente sempre crocifigge i suoi benefattori; ma poi resuscitano al terzo giorno del terzo secolo». E mandandogli da Parigi le sue opere, «Vedrà (dice) che in alcune cose io non mi accordo con l'ammirabile Galileo, suo filosofo e mio caro amico e padrone. Può stare la discordia degli intelletti con la concordia della volontà di amendue; e so che è uomo tanto sincero e perfetto, che avrà più a piacere le opposizioni mie: (del che tra me e lui c'è scambievole licenza) che non delle approvazioni di altri» (6 luglio 1638).

Secondo lui, tutto il creato consta di essere e non essere; l'essere è costituito di potenza, sapienza, amore, cui scopo sono l'essenza, la verità, il bene, mentre il nulla è impotenza, odio, ignoranza. L'Ente supremo, nel quale le tre qualità primordiali sono une, benchè distinte, nel trar le cose dal nulla trasferisce nella materia le inesauribili sue idee, sotto la condizione di tempo e di spazio; e vi comunica le tre qualità che divengono principj dell'universo sotto la triplice legge della necessità, della previdenza, dell'amore. Così procedendo per triadi, contro i machiavellici difende la libertà del sapere e i diritti della ragione; contro gli scettici stabilisce un dogmatismo filosofico sopra il bisogno che la ragione prova di raggiungere la verità.

Fu egli panteista? No nell'intenzione, giacchè professa aver Dio creato le cose finite dal nulla, da sè e non della sostanza di sè[352]: bensì è panteista di conseguenza, dicendo che Dio crea per una certa emanazione. Che se l'uomo possiede un'intelligenza immortale, quanto meglio il mondo che è più di tutti perfetto? Che tutto abbia vita e sentimento gli sono prova la calamita e il sesso delle piante, e con eloquenza dipinge le simpatie della natura e l'effondersi della luce in tutte le parti con un'infinità d'operazioni che non è possibile si compiano senza voluttà.

Cartesio, il quale pur era tutt'altro che avverso alle novità, scrive: «Quindici anni fa ho letto il libro De sensu rerum e altri trattati del Campanella, ma fin d'allora trovai sì poca solidità ne' suoi scritti, che non ritenni memoria di cosa alcuna. Non saprei ora dirne altro se non che, quelli che si smarriscono affettando battere strade straordinarie, mi pajono meno compatibili di quelli che si smarriscono in compagnia di molti altri». E in fatto il Campanella ricorreva perfino alle arti occulte.

Solo pel nome illustre nella letteratura e nella giurisprudenza citerò Gian Vincenzo Gravina (1644-1718) che, nella prima gioventù stando a Roma in casa di Paolo Coardo torinese, che fu poi cameriere di Clemente XI, conobbe molti insigni personaggi, coi quali disputava principalmente sulla morale lassa. Sulla quale stese poi il trattato De corrupta morali doctrina, mostrando che i fautori di questa recano alla Chiesa maggior male che gli eresiarchi. L'opera levò rumore, e il padre Concina la inserì quasi tutta nel suo trattato De incredulis.

E poichè siamo a poeti, non tacerò Tommaso Ceva milanese (1648-1736), tutto pietà nei suoi versi latini, il quale canta che le eresie di Lutero e Calvino nacquero dall'avere abbandonato Aristotele.

Fu nel combattere il cartesianesimo che acquistò forze Giambattista Vico napoletano (1668-1744) e confutando il genio, genio riuscì. Non s'occupò egli del primario problema della filosofia in sè, come da Pitagora a Malebranche erasi fatto; bensì delle applicazioni, mostrando le attinenze di essa colla filologia, la giurisprudenza, la storia, e come s'incorpori e manifesti nel corso delle nazioni; cercando risolvere il dubbio col vero positivo, creando una scienza nuova del diritto cristiano, la filosofia della storia.

Il Vico disapprova in Cartesio quel pretendere evidenza matematica in verità che non la comportano; il metodo suo poter produrre critici, ma nessuna grande scoperta; il disprezzo dell'erudizione portar disprezzo degli uomini. Per contrario egli adopera mito, etimologie, tradizione, linguaggio per riscontrare l'attuamento del diritto nella storia, e chiarire come questa cammina per certi corsi e ricorsi sotto la guida della provvidenza.

Il maggior filosofo italiano, e un dei maggiori d'Europa dopo la Riforma fu dunque gran cattolico, e profondamente istruito nella teologia, come furono gli altri pensatori di quel secolo, Leibniz, Malebranche, Pascal, Newton, Keplero, Cartesio, Fénélon, Bossuet; che tutti applicarono la potenza della ragione e dello spirito a scoprire e intendere la verità, perpetuando le grandi tradizioni filosofiche anche quando professavano d'emanciparsene; credendo alla potenza della ragione, ma anche all'anima e a Dio.

Quel però che il Naudé e il Languet apponevano alla filosofia italiana del XVI secolo, d'essere eccessiva (nimia), può dirsi anche della cartesiana del secolo seguente col Gravina, il Vico, il Fardella. Leibniz scriveva al presidente Des Brosses che Itali et Hispani, quorum excitata sunt ingenia, tam parum in philosophia præstant quia nimis arctantur[353]; e ultimamente Eckstein[354] credea ne' nostri filosofi trovar un occulto soccinianismo; mentre forse non era che predilezione per la fisica, e disprezzo per le scienze razionali, mal confondendole colle inezie scolastiche: ma poichè questo li traviò, nacque o paura o ribrezzo ne' pii e negli assennati per le scienze speculative, e quindi il freno impostovi.

Le verità religiose dovettero necessariamente risentire delle filosofiche, che alcuno introdusse, altri confutò anche in Italia. Nelle difficultés proposées à monsieur Steyaert, opera d'un teologo cartesiano, cioè Arnauld (IX parte, pag. 81) leggo «essersi trovate a Napoli persone, che la lettura di Gassendi gettò nell'errore d'Epicuro sulla mortalità dell'anima». E l'autore soggiunge che in fatto le Istanze di quel filosofo contro Cartesio possono ispirare tal errore a giovani mal fondati nella fede, perchè sostiene che colla sola ragione non si colgono prove solide che l'anima sia distinta dal corpo, più che come un corpo sottile da un grossolano.

Sappiamo infatti che a Napoli l'accademia degli Investiganti seguiva molto Gassendi, onde varj giovani s'impigliavano nelle teoriche d'Epicuro e Lucrezio, del che altamente si dolevano i frati, scontenti che le loro scuole restassero non solo abbandonate ma derise. I lamenti raddoppiarono quando il medico Tommaso Cornelio pose di moda Cartesio. L'Inquisizione di Roma tentò introdurre nel regno suoi commissarj; e Monsignor Gilberto vescovo della Cava rizzò tribunale e riceveva accuse e teneva proprio carcere, molti costringendo ad abjurare[355]; ma la città si oppose, e nel 1692 le furono confermati i privilegi, cioè tolta al Sant'Offizio l'indipendenza del processare nel regno.

Quel bizzarro ingegno di Trajano Boccalini, arguto critico degli errori e delle tirannie del suo tempo, si mostra non solo avverso ai Riformati, ma ad ogni tolleranza verso di essi, e fin alle dispute religiose.

Ma in generale è maraviglioso il silenzio che si faceva sopra le quistioni de' Protestanti; benchè fervessero fin al sangue in una parte d'Italia, e mezza Europa fosse volta sossopra dalla guerra di religione, non troviamo in quello scorcio di secolo nè grandi campioni nè grandi avversatori della Chiesa, nè le dottrine protestanti eccitavano più curiosità. I teologi nostri d'allora erano troppo lontani dal vigore che mostravano i francesi. Il cardinale Vincenzo Gotti bolognese dimostrò la verità del cristianesimo contro atei, idolatri, ebrei, maomettani. Il padre Domenico Gravina di Napoli combattè Marcantonio de Dominis, e dettò Catholicæ præscriptiones adversus omnes veteres et nostri temporis hæreticos. Il padre Francesco Brancati pure di Napoli trattò della predestinazione secondo sant'Agostino, e della giurisdizione del Sant'Uffizio. Filippo Guadagnolo, lettore di arabo e caldeo alla Sapienza, fu incaricato di tradurre in arabo la Bibbia, come fece. Morì del 1656, e aveva pubblicato in latino (1631) un'apologia della religione cristiana contro le objezioni di Ahmed-ben-Zin-Alabedin, che dicono il miglior libro contro il maomettismo.

Fra i libri allora proibiti compajono: RICCAMATI GIACOBO, Dialogo nel quale si scoprono le astuzie con che i Luterani si sforzano d'ingannare le persone semplici e tirarle alla loro setta: La scienza della salute, ristretta in quelle due parole Pochi sono gli eletti, tradotta dal francese dall'abate NICOLAO BURLAMACCHI; BUONAVENTURA abate di Laurenzana, Croniche della riforma di Basilicata; Precipizj della Sede Apostolica, ovvero la corte di Roma perseguitata e perseguitante; Ragionamento in materia di religione accaduto fra due amici italiani; a cui aggiungiamo per la pertinenza: «Trois lettres touchant l'état présent de l'Italie, écrites en l'année 1687. La première regard l'affaire de Molinos et des Quietistes: la seconde l'Inquisition et l'état de la religion: la troisième regarde la politique et les intérêts de quelques Etats d'Italie».

È superfluo rinotare che l'esser all'Indice non implica eresia. Più direttamente riguardano ad eresie i libri di Giacomo Picenino, Apologia per i riformatori e per la religione riformatasi. — Vestimento per le nozze dell'agnello qui in terra. — Concordia del matrimonio e del ministero. — Trionfo della vera religione contro le invettive di Andrea Semery, che vennero proibiti nel 1707 e 1714.

Così conosciamo un Pissini Andrea, che, nella Naturalium doctrina, si mostra materialista; un padre Mazzarini che fu processato per opinioni eterodosse: un Antonio Pellegrini che nei Segni della natura dell'uomo impugna la Provvidenza: un Tommaso Leonardo, che provò esser eretico san Tommaso[356].

L'Inquisizione, più che all'irrompere delle eresie, ebbe a far processi di fatuchieria, come altrove mentovammo. Una donna che viveva a spese d'un mal prete, confessò a questo che donna Vittoria Mendoza, moglie dell'Ossuna, vicerè di Napoli, avea fatto una malia acciocchè questi non amasse altri che lei, suo figlio, suo genero; e ciò spiegava perchè costoro salissero in tanta grazia con esso. Denunciata la cosa, l'Ossuna corre alla Vittoria, e col pugnale alla gola la obbliga a confessare, ed essa il fa. Egli allora va da sua moglie, riferendole l'avvenuto, e attribuendolo alle preghiere di lei; la quale non rifiniva di ringraziar Iddio d'aver rotto quel fascino. Ma l'accusata era figlia del duca d'Alcala, moglie del duca d'Uzeda, imparentata con grandi di Spagna: talchè l'Ossuna, che le voleva bene, non pensò a punirla, benchè applicasse la legge ad altre streghe e loro mariti[357].

Del processo contro il Centini d'Ascoli parlammo nel vol. II, p. 389, ove pure d'altri di quest'età.

In più d'uno scritto verso il 1547 è riferita la storia dell'anima di Salvatore Caravagio, più minutamente in un lungo discorso di monsignor Bonifacio arcidiacono di Treviso, press'a poco in questi termini:

Nella via famosa dei Santi Quaranta, che nella città di Treviso è la più spaziosa e la più diritta, rincontro alla chiesa dei Cappuccini, una piccola casa era infestata da spiriti, e durò la molestia per lo spazio di oltre venti mesi. Vi abita Perina, vedova di ottima fama e di età senile, il cui marito, or fanno dieci anni, fu chiamato a vita migliore, e con essa lei, che ne è padrona, altri non vi abita che Genevra figliuola di Bernardino suo figliuolo che è morto, fanciulla di quattordici anni, non bella, non vana, e, come ho veduto nel formare il processo e nel ragionare con lei, molto semplice e schietta. Sono esse poverelle e vivono colla industria dei lavori donneschi, mediante l'ago, e il fuso, non avendo che un poderetto di piccolissima rendita, che dovrà bentosto dividersi in molte parti per aver la Genevra non solo alquante sorelle, ma fratelli ancora. Giorno e notte si vedevano volar sassi, e mattoni, rompere stoviglie, trasportar bagaglie ed arnesi, e allora mo' l'avola, mo' la nepote erano leggiermente percosse, senza lividori ma non senza doglie. Non v'essendo pane in casa, furono trovati alcune fiate i pani inzuppati. Fu svelto e rimosso il cocchiume e la cannella d'un vasseletto e d'un barillotto versandosi tutto il vino. Rimesse le spinole ed i turaccioli, di bel nuovo erano sterpati e dischiusi, ed evacuati gli arnesi, ed infine tutti furono nel mezzo d'una stanza in un fascio gettati.

Cotali stravaganze non solo dalle abitatrici si vedevano, ma da vicini, da parenti e da amici, che per vaghezza di veder maraviglie vi concorrevano, ma non fu poi giammai veduto mano o piede o altro agente naturale nè artificiale, che facesse quelle operazioni. Furono anco tagliate le gambe sul nodo del ginocchio a tutte le galline con sì leggiadra e sottil destrezza, che camminando elle alquanto, pareano sane, ma poi cadevano giù dalle proprie gambe come se fossero gruccie o piedistalli posticci. Fu di vantaggio veduto un lenzuolo nel mezzo della camera maggiore così gentilmente agrumato e con piegature artificiosissime, così bene ridotte in figura d'uomo, che pareva propriamente un cadavere, messili due candellieri l'uno da capo e l'altro da piedi, e una croce tra le mani composta di due arpioni di ferro, che facilmente si trovarono in quella casa per avere il possessore quivi esercitato la mercanzia di fare e vendere salciccie, lardi, prosciutti e altri cibi di carne porcina insalati. Fornito il lungo corso di cotali disturbi quando piacesse alla divina provvidenza, s'udì pure una voce inarticolata prima con fischi, e poscia con gemiti, che fiocamente tanto di giorno che di notte si lamentava, e pareva che chiamasse mo' la Perina, mo' la Genevra, ancorchè non si snodasse in parole perfette. Scongiurata finalmente nel gran nome di Dio, che dicesse chi era, professò d'essere Salvatore Caravagio marito dell'una e avolo dell'altra: chiestogli ciò che egli volesse: Ajuti (rispose) e suffragi per esser cavato di purgatorio. Ricercato se gli era in grado che si chiamassero i Cappuccini, rispose di sì. Vennero adunque quattro sacerdoti di quella santa religione, e fatti i dovuti esorcismi, scongiuri e benedizioni secondo il rito della santa Chiesa, ed aspersa la casa cogli abitanti con l'acqua benedetta; ed esposte con le sacre cere delli agnusdei le reliquie dei santi, invitarono l'anima a notificare la sua condizione. Rispose distintamente in varj congressi, replicati in diversi tempi, sè essere l'anima di Salvatore Caravagio che morì già da dieci anni, e fu sepolto nella parrocchia di Venegazzone, villaggio di questa diocesi: andassero alla cassa in cui giaceva, iscavassero, e tutto intiero il suo corpo vi troverebbono. Interrogato ciò che pretendesse, rispose che siano celebrate otto messe a san Gotardo, chiesa poco quinci distante in villaggio che da lei prende il nome. Dettoli che saria lungo e disagevole farle celebrare in quella chiesetta mal frequentata, rispose rimanere egualmente soddisfatto se saranno offerte sull'altare di san Gotardo nella chiesa di santa Margherita collegiata dei pp. Agostiniani in questa città. Addomandato se d'altro le facea mestieri, disse che di otto messe egli abbisognava all'altare del Crocifisso in santa Agnese sua parrocchiale in questa città. Vi aggiunse infine una messa nella chiesa della Certosa nel bosco del Montello, e pregò con replicate e caldissime istanze Giorgio dei Grossi suo nepote di sorella, che prestasse la carretta a Perina e a Laura sua nuora, e alle figlie di lei, che sono la Genevra con le sue sorelle acciò che andassero alla Certosa ad udire la messa, e scioglier il voto, che nè da lui, nè da Bernardino suo figliuolo padre delle donzelle era mai stato soddisfatto. Esortò finalmente gli astanti, che erano amici ed attenenti al ben vivere, alla frequentazione dei sacramenti e alla giustizia e lealtà nelle loro arti e mercanzie. Parlava lo spirito senza esser veduto, in voce distinta, benchè alquanto impedita, quale appunto egli l'ebbe nell'ultima infermità sua, che dai mortali il sottrasse. Nel medesimo tempo apparve lo spirito di Bernardino ad un zoppo sarto di quella contrada, nominato Domenico Minoto, e pregollo a far celebrare la messa votiva alla Certosa: il che avendo il sarto prontamente eseguito, lo spirito di Salvatore si dichiarò restargli obbligato per la carità ch'egli a Bernardino suo figliuolo aveva fatta, la quale era anco ridondata a suo pro siccome di colui che aveva parte nel voto. Volendo con tutto ciò quei venerabili religiosi meglio certificarsi s'egli era spirito buono, gli proposero la recita di molte pie preci, ed egli intieramente con voce ben franca, come che alquanto balbettante, disse più volte In manus tuas, Domine, commendo spiritum meum; vi aggiunse alcune fiate Peccavi, Domine, miserere mei, parole improfferibili a diavoli, che sono incapaci di confessare il proprio peccato, e di chiederne il perdono. Disse inoltre tutto il salmo Miserere mei Deus, l'antifona Salve Regina, il simbolo degli apostoli, e altre devozioni, e mentre i padri salmeggiavano, egli espressamente diceva di sentirne gran refrigerio, particolarmente nel vangelo di san Giovanni quando genuflessi pronunciavano Verbum caro factum est, perchè allora esclamando diceva: Siano per sempre benedette queste sante parole! oh quanto conforto, oh quanto alleviamento mi apportano!

Interrogato per qual cagione se era eletta alla gloria celeste e congiunta di sì stretto nodo con quelle donne, avesse loro cotanti danni inferiti, essendo certissimo che l'anime del purgatorio, siccome quelle che nella divina grazia si trovano confermate, non possono neanco leggiermente peccare, rispose: Non io, ma lo spirito maligno ha fatto quelle inconvenienze, e quelli spropositi. E ricercato chi fosse cotesto spirito maligno, disse che egli ne aveva sempre seco due degli spiriti, uno buono ed uno reo. Dimandato ciò che fosse dell'anime d'alcuni, che erano stati suoi congiunti o per sangue per vicinanza o per amistà, disse di due sacerdoti che erano in paradiso, di altri due secolari che erano in purgatorio, d'un solo ch'era nell'inferno per aver dimezzate le sue confessioni, e soppressa buona parte delle sue colpe.

Interrogato circa lo stato d'alcuni altri disse non aver conoscenza, ma che, se l'angelo assistente glielo scoprisse nol tacerebbe: e non guari dopo disse, che erano in purgatorio. Richiesto se quando fossero fatte le soddisfazioni e i sacrificj da lui addimandati, saria più tornato, rispose di no, come in effetto è successo, perchè, eseguito quanto egli desiderava, non s'è più sentito rumore nè movimento alcuno in quella casa, abitata con somma quiete e sicurezza da quelle donne: ma prima che l'anima partisse ricercata a manifestare qual sorta di pena ella maggiormente patisse, rispose, ghiaccio grande e freddo eccessivo. Per cotale risposta molto si maravigliarono i semplici, parendo loro essere impossibile che le anime tormentate dal fuoco possano esser anco dal freddo crucciate, e pur egli è vero che, contro l'ordine della natura, per affliggere gli spiriti o dannati o purganti concorrono due contrarie pene ed opposti supplicj di gelo e di arsura, perciocchè chiaramente lo dice per bocca di Giob lo Spirito Santo, Transibunt ab aquis nivium ad calorem nimium, e lo conferma il Salvatore dicendo, che staranno in camino ignis ubi erit fletus et stridor dentium.

Qui segue una dissertazione sulla quistione del freddo e caldo che provano i dannati.

Interrogato lo spirito perchè alla Genevra fosse prima che ad altri apparso, ed a lei più che ad altri avesse favellato e non a sacerdoti, senza ch'ella ci fosse presente, rispose, tale essere stata la volontà dello spirito suo custode perchè gli angeli amano la verginità.

Qui vengono altre citazioni su tale argomento. Molte altre interrogazioni gli furono fatte, ed egli se ne sgravò dicendo che oggimai riuscivano importune. Ricercato in fine da qual parte uscirebbe, disse che per la fessura d'una finestra, che era ivi dirimpetto; e richiesto a dare il segno della partenza, percosse con tanta forza il palco superiore, che cadde la polvere copiosamente sopra gli astanti.

Tutto queste cose rimangono giustificate per la concorde attestazione di quattro sacerdoti cappuccini che v'intervennero, delle due donne abitatrici della casa infestata, di Luigi Caravagio figliuolo dell'una e zio dell'altra, di Giorgio di Grossi, di Mario Zambelli fabbro, di Libera sua moglie, di Domenico Minoto, di Bernardino Carraro, e di altri testimonj, tutti da me con questo esaminati, e nelle loro deposizioni appajono ancora molte altre cose concernenti questo affare, che troppo lungo e nojoso fora l'andarle una per una particolarmente divisando. Io feci diligentissima inquisizione in tutti i luoghi, e in ciascun ripostiglio di quella casetta, e non vidi alcun vestigio di fraudi, nè poteva ella star celata per sì lungo spazio di tempo: nè si potevano ingannar tante persone viziose, scaltre ed accorte, nè sofferto avrebbe la luce di non appalesare una sì lunga e replicata impostura, poichè i rumori e le voci non meno il giorno che la notte s'udivano: e non già da pochi, ma ben da molti di variato genio, pensiero e fine, tra i quali non potea darsi concerto, e accordo[358].

Se chi non crede all'odierno spiritismo in ciò volesse vedere soltanto arte di prestigiatori, vi associeremmo il ricordo di Giuseppe Francesco Borri milanese. Nato il 1625 da un medico e senatore, allevato da' Gesuiti a Roma, s'insinuò nella corte papale come chimico e medico, ma accusato delle peggiori sregolatezze, rifuggì in una chiesa (1654), ed evitò il castigo col fingersi emendato. Cominciò allora a dirsi ispirato da frequenti visioni celesti a riformare il mondo, rimettere la purezza nella fede e ne' costumi; esser egli il pro-Cristo, cioè difensore di Cristo, che si presenterebbe in piazza del duomo di Milano, comincerebbe a predicar le gravezze del corpo e dell'anima, e fra venti anni stabilirebbe il regno dell'Altissimo, e ridurrebbe tutti in un solo ovile: chiunque ricusasse, foss'anche il papa, verrebbe sterminato per mezzo dell'esercito pontifizio, di cui egli si porrebbe a capo con una spada datagli da san Michele, e coi denari procacciategli dall'alchimia. A Roma sterminati i malvagi, nel Sancta Sanctorum si troverebbero scritture della Beata Vergine; il pontefice succedente a questo sarebbe amico suo: avrebbe triplice corona di spine in oro. E qui impastando una bizzarra religione, diceva che il Figliuolo di Dio ab æterno non fu contento della sua gloria e aspirava alla futura, onde stimolava il Padre a creare ab extra. La divinità della terza persona è ispirata: l'essenza del Verbo è generata e filiale; e questo e quello son inferiori al Padre. Maria vergine è dea, concepita per opera divina; figlia del Padre, eguale in tutto al Figlio e incarnazione dello Spirito Santo; nata da vergine, ond'è detta gratia plena; è presente anch'essa nella ss. Eucaristia; e la chiamava Vergine sacratissima Dea, e da' suoi sacerdoti faceva aggiungere all'ave e al canone della Messa Unispirata filia altissimi[359].

Iddio volle che Lucifero adorasse Gesù e la sua madre con-dea; e avendo ricusato, precipitollo nell'abisso, e con lui molti angeli, mentre quelli che v'aderirono solo col desiderio volteggiano per le regioni dell'aria; per mezzo di questi Iddio creò la materia e gli animali bruti, mentre gli uomini hanno anima divina e ispirata. La creazione non fu atto di libera volontà, ma Dio vi si trovò costretto. I figli concetti nel peccato non possono cancellarne la sozzurra, e rimangono infetti non solo dalla colpa originale, ma anche dell'attuale. Se l'uomo crede, Dio è obbligato concedergli la Grazia.

Dicendosi autorizzato da san Paolo a criticare san Pietro, molti errori dei libri santi emendava; correggeva e interpretava il pater: nel credo insegnava che Maria uscì dal grembo della divina essenza con anima deificata. Intitolava Ragionevoli od Evangelici i suoi discepoli, dai quali esigeva voti d'unione fraterna, di segreto inviolabile, d'obbedienza a Cristo e agli angeli, di fervente apostolato e di povertà, per la quale consegnavano a lui tutto il denaro; ed egli coll'imposizione delle mani impartiva ad essi la missione divina. Dio ha riservato a questi tempi l'unione de' fedeli cogl'infedeli acciocchè si manifestino le prerogative della divinissima Madre di Dio, eguale in tutto al Figlio.

Ottenuto il trionfo, la Chiesa godrebbe pace per mille anni, e i soldati vincitori sarebbero raccolti in un Ordine monastico, vestiti di pelle bianca, con un collare di ferro portante il motto «Pecora schiava dell'agnello pastore». Tutto ciò eragli ispirato dal suo angelo, e lo sosteneva con testi scritturali adulterati; copriva gl'insegnamenti di arcano e formole iniziatrici, e tentò attuare la sua chiesa alla morte di Innocenzo X, quando nei tre mesi di vacanza anche molti fra' cardinali ordivano d'assicurare l'indipendenza italiana, spossessando la Spagna. Ma succeduto Alessandro VII, il Borri stimò prudente ritirarsi a Milano (1655) continuando a far proseliti quivi e a Pavia. Pare strano che nè il Governo nè il Sant'Uffizio n'avessero sentore fino al marzo 1659: quando egli, sentendosi decretato d'arresto, stabilì un colpo risoluto; presentarsi sulla piazza di Milano fra' suoi settarj, trucidare l'arcivescovo e i curiali, scarcerare i detenuti, inveire contro gli abusi del governo secolare ed ecclesiastico; gridando Mora Cristo e Viva Calvino, eccitare alla libertà, ed occupato il Milanese e fattosene duca, di là spingere le sue conquiste. Scoperto, molti suoi settarj furono arrestati, sette dovettero in duomo far abjura solenne; indi furono rimessi a Roma, e condannati a portar «per contrasegno dei loro falli una mantelletta gialla sopra le spalle». Egli fuggì, e in contumacia il Sant'Uffizio lo processò e condannò, ordinando omnia illius scripta hæretica comburenda esse; omnia bona mobilia et immobilia confiscanda et applicanda, vetantes sub pœna latæ sententiæ ne quis cum illo tentet, recipiat, juvet; et mandantes omnibus patriarchis et primatibus ut ipsum Burrum arrestent, vel arrestandum curent, teneant, certiores nos faciant ut statuamus quid ipsi faciendum; relaxantes ut non solum magistratus secularis sed quilibet qui possit et velit in favorem fidei nostræ ipsum capiat et teneat.

Ai 3 gennajo 1661 «l'effigie del detto Giuseppe Francesco Borro, depinto al naturale in un quadro, fu portata per Roma sopra un carro accompagnato dalli ministri della giustizia, nella piazza di Campo di Fiore, dove dal carnefice fu appiccata sulle forche, e dopo abbruciata con i suoi scritti».

Egli era rifuggito in Isvizzera, ben accolto come vittima dell'Inquisizione, e a Strasburgo «è fama incitasse quegli eretici ad abbruciare pubblicamente la statua del pontefice, forse in vendetta d'esser egli stato abbruciato in effigie a Roma. In Olanda acquistò gran credito come insigne chimico e medico, e cavalieri e principi di Francia e di Germania veniano per le poste a consultarlo e conoscerlo»; onde arricchito sfoggiò; faceasi dare dell'eccellenza, fu dichiarato cittadino d'Amsterdam, e dicono avesse dodicimila doppie in denari e gemme quando, caduto di credito colla facilità ond'era salito, fuggì di colà lasciando pessima fama. Ad Amburgo incontrò Cristina regina di Svezia, che gli diede soccorsi per raggiungere la grand'opera, cioè la tramutazione de' metalli inferiori in oro. Fallitogli il tentativo, fu a Copenaghen, ove re Federico III gli somministrò ancora denari e comodità per fabbricar oro, anzi gli chiedeva consigli politici. Ma il succeduto Cristiano V gli diede cinquecento talleri, patto che se n'andasse subito. Difilossi allora verso la Turchia, ma in Moravia arrestato per sospetto, fu dall'imperatore consegnato al nunzio pontifizio, che lo spedì a Roma, con promessa gli sarebbe salva la vita. Al giudizio comparve ben in arnese, «con un vestito di moàro fiorato nero, con un'ongherina dell'istesso, ben fornita di guarnizione: la sua statura è alta, ben proporzionato di membra: capelli neri e ricci, viso tondo, carnagione bianca, sembiante maestoso». Fu tenuto per pazzo ed obbligato solo a solenne abjura l'ottobre 1672, condotto a Loreto a far amenda presso la Beata Vergine, poi condannato a recitar salmi e credo, e chiuso in prigione perpetua. Quivi restava sempre oggetto di curiosità, e il duca d'Estrée ambasciadore di Francia, gravissimamente malato, ne chiese un consulto; e guarito, impetrò fosse detenuto semplicemente in Castel Sant'Angelo; anzi potesse uscir qualche volta a visitare malati, e tenere corrispondenze. Morì il 20 agosto 1695.

Le dottrine sue sono deposte nella Chiave del gabinetto del cavaliere G. F. Borro, col favor della quale si vedono varie lettere scientifiche, chimiche e curiosissime, con varie istruzioni politiche, ed altre cose degne di curiosità, e molti segreti bellissimi (Colonia 1681); e sono dieci lettere che fingonsi scritte a persone qualificate intorno ai segreti della grand'opera. Per la quale Olao Barch non esita a chiamarlo phœnicem naturæ et gloriam non tantum Hesperiæ suæ sed Europæ[360]. Ma essa fu stampata da altri durante la sua prigionia, ed è strano come, mentre vi discorre degli spiriti elementari, della pietra filosofale, di cosmetici e panacee, mostri beffarsi delle scienze occulte, e «aver sempre sospettato fossero piene di vanità»: ma si giovò della credulità universale; «e così (dice) mi trovai ben tosto un grand'uomo; aveva per compagni principi e gran cavalieri, dame bellissime e delle brutte ancora, dottori, prelati, frati, monache, infine persone d'ogni serie. Alcuni inclinavano a' diavoli, altri agli angeli; alcuni al genio, altri agli incubi; alcuni a guarire d'ogni male, altri alle stelle; alcuni ai segreti della divinità, e quasi tutti alla pietra filosofale». Certo e' profittava dei creduli, come fanno i ciarlatani de' nostri giorni.

Altra cura dell'Inquisizione fu il vigilare sopra devozioni o improvide o eccessive, quali erano quelle degli schiavi della Madonna santissima; del voto sanguinario, che importava di sostener anche colle armi l'Immacolata Concezione di Maria; le indulgenze prodigate a chi portava l'abitino, e simili. Di ciò doveva peccare Giacomo Lombardi, la cui Semplicità spirituale, il Trattato dell'esteriorità, ecc., furono proibiti il 28 marzo 1675 con tutti i costui opuscoli. Le pratiche o arsenali del Sant'Uffizio contengono lunghi cataloghi di libri superstiziosi, preghiere, storielle devote, scapulari, come la Hebraica Medaglia detta Maghen David et Abraham, dichiarazione di Angelo Gabriello Anguisciola, che la sant'Inquisizione ordinò consegnasse al Sant'Uffizio chiunque ne possedesse alcun esemplare.

Neppur era dimenticato il concetto dell'Evangelio Eterno, cioè d'una nuova rivelazione che si surrogasse, e compisse quella di Cristo, conducendo ad una perfezione cenobitica più sublime[361]. Marc'Aurelio Scaglia del Monferrato vestiva da prete, possedeva le visioni del Beato Amedeo confessore di Sisto IV e quelle del Neri fiorentino; e diceva che, in tempo di Paolo V, seguirebbe gran riforma della Chiesa con grandissime tribolazioni; e che verrebbe un Francescano, uomo angelico di nome Pietro, indi altri Pietri; e ogni felicità succederebbe a Firenze[362].

Anche una suor Teresa in Sicilia da pretese illuminazioni si lasciò indurre a credere d'esser la quarta persona della Trinità e corredentrice, e trovò fede in molti. Nel 1693 si conobbe una setta di cavalieri dell'Apocalisse, che proponeasi di difender la Chiesa cattolica contro l'anticristo. L'aveva istituita Agostino Gabrino, nato da un mercante bresciano, e avea reclutati da ottanta seguaci, la più parte mercanti ed operaj, che anche durante il lavoro doveano tenersi a lato uno stocco; sul petto portavano una stella con sette raggi e una coda, circondata da un filo d'oro: questa dovea figurare il globo terracqueo; la coda, la spada veduta dal rapito di Patmo. Il Gabrino intitolavasi monarca della santa Trinità; e chi dicea mirasse a sovvertimenti politici, chi che volesse introdur la poligamia. La domenica delle palme del 1693, allorchè in San Pietro del Vaticano intonavasi Quis est iste rex gloriæ, cacciossi colla spada alla mano fra i celebranti, gridando: Ego sum rex gloriæ: altrettanto fece in altra chiesa; onde fu posto ne' pazzi. Ma uno de' suoi adepti, intagliatore di legno, lo denunziò all'Inquisizione, che processò gli accusati.

Antonio Oliva di Reggio (1624-89), venuto in tal fama a Roma, che a soli diciannove anni fu eletto teologo del cardinale Barberini, prese parte alla sollevazione di Masaniello: sbandito, ritirossi a Firenze, ove fu ascritto all'accademia del Cimento, e scrisse sui liquidi, sui sali, sulla generazione dei bacherozzoli, molto lodato dai contemporanei. Repente abbandonata la cattedra di Pisa, forse per nimicizie col Redi, portossi a Roma, careggiato dai prelati e dai pontefici. Ma sotto Alessandro VIII il Sant'Uffizio scoprì che, in casa di monsignor Gabrielli, tenevasi una conventicola, nominata Accademia de' Bianchi, perchè proponeasi dar di bianco non solo ad abusi del governo pontifizio, ma della religione, col fine di ricondurla alla primeva semplicità. V'apparteneva il nostro Oliva, con un Picchetelli detto Cecco Falegname, un Alfonsi, un Capra, i dottori Mazzutti, e un Pignatta segretario. Furono arrestati, e messi tutti alla tortura, eccetto il Gabrielli il quale passò per imbecille, e riversò ogni colpa sull'Oliva. Questi vedendo disperato il caso suo, si precipitò da una finestra del palazzo dell'Inquisizione, e si fracassò la testa.

Altrove indicammo come il misticismo invadesse anime pie e sante; nel qual senso anche il Bellarmino scrisse La scala per ascender a Dio dalle creature, tradotta dal latino in tutte le lingue, e il Gemito della Colomba ossia il ben delle lacrime. Più illustre fu santa Teresa, destinata dal papa e da Filippo II a riformare monasteri: la quale definiva il diavolo «quell'infelice che mai non amò»; e diceva «che l'intelletto umano dovrebbe giudicar delle cose come se al mondo non esistessero che Dio e lui»[363].

Ma altre volte i mistici pareano trasportar ancora al medioevo, quando l'ardimento e fin la temerità delle idee associavasi alla più fervente pietà, alla fede più ferma: e questa tendenza a ingolfarsi nella divinità di Cristo fin a dimenticarne l'umanità, portava a pensieri che davano alimento pericoloso alle passioni e a teorie superbe, le quali non valgono il minimo atto di bene pratico.

A un frate Egidio fu rivelato che una buona donna può amar Dio meglio d'un dottore di teologia: ed egli corse per le vie gridando: «Venite, buone donne; amate Dio Signor nostro, e potrete esser più grandi di san Bonaventura».

Michele Molinos prete di Saragozza (1627-96), stabilitosi a Roma nel 1662, e salito in fama di gran pietà, nel 1675 vi stampò una Guida spirituale che conduce l'anima per cammino interiore a conseguire la perfetta contemplazione e il ricco tesoro della pace interiore. Suo dogma fondamentale era che, chi coll'orazione della quiete congiunge l'anima a Dio, più non può peccare di volontà; e così induceva ad una specie di estasi; insomma ad annichilarsi pensando a Dio, e in tale stato non prendersi briga di checchè succedesse nel corpo; le fantasie più lubriche possono sorgere nell'anima sensitiva senza contaminarla, e senza giungere alla superiore dove risiedono l'intelligenza e la volontà. Iddio sottomette il credente al martirio spirituale di vive tentazioni per dargli a conoscere la propria abjettezza, ma non che sgomentarsene, convien mostrarne disprezzo, lasciando operar il demonio, e tenendosi tranquilli, nella certezza che Dio guida alla salute non solo colle virtù ma coi vizj. Parrebbe udir Lutero quando scriveva a Melantone: «Sii peccatore e pecca poderosamente, ma la tua fede sia più grande che il tuo peccato... Ci basta aver conosciuto l'agnello di Dio che toglie i peccati del mondo. Il peccato non può cancellare in noi il regno dell'agnello, quand'anche fornicassimo e uccidessimo mille volte al giorno»[364].

Per ventidue anni egli fu tenuto in concetto di santo direttore di spirito; e Paolo Segneri, che lo confutò nell'Accordo dell'azione e del riposo nell'orazione, passò per invido calunniatore, e per poco non ebbe a perdervi la vita; ma il vescovo Inigo Caracciolo di Napoli s'accorse de' guasti che ne venivano nella sua diocesi: e smascherati gli errori, papa Innocenzo XI ne ammonì la cristianità. Il Molinos avea così estesa corrispondenza, che, quando fu arrestato nel 1685, gli furono trovate dodicimila lettere e molto denaro affidatogli da' suoi devoti. Malgrado le potenti protezioni, sottoposto a processo dal Sant'Uffizio, furono condannati i suoi libri; ed egli, convinto di brutali eccessi, dovette ritrattarsi pubblicamente sulla piazza di Santa Maria sopra Minerva il 3 settembre 1687, vestito di giallo con croce rossa davanti e dietro. Erasi pubblicata indulgenza di quindici anni e quindici quarantene a chi assistesse a quell'atto, sicchè, oltre il sacro collegio v'accorsero gran popolo e nobili e dotti, pe' quali eransi eretti palchi. All'udir leggere quelle massime, non men mostruose che le colpe, la folla fischiava, e gridava Al fuoco, al fuoco. Terminato, abjurò gli errori, ricevette l'assoluzione e i colpi di verga sulle spalle e l'abito di penitenza, poi chiuso in una camera coll'obbligo di confessarsi quattro volte l'anno, e recitare ogni giorno il Credo e la terza parte del rosario, sopravvisse in pentimento fino al 28 dicembre 1696.

Con lui furono condannati all'abjura e alla prigionia i suoi proseliti Simone Leoni sacerdote e Antonmaria suo fratello laico, di Campione sul lago di Lugano. L'ultimo si ostinò per due mesi anche in false interpretazioni di certi passi della Scrittura, finchè pur esso abjurò. Sessantotto proposizioni di Molinos vennero formalmente condannate da Innocenzo XI colla bolla Cœlestis Pastor, 20 novembre 1688. Insieme condannossi come infetta di quietismo la Contemplazione mistica del cardinale Pietro Matteo Petrucci, natìo e vescovo di Jesi che avea difeso il Molinos, e che, pentito, rinunziò a tutte le dignità.

Così l'immoralità veniva eretta in teorica con un osceno quietismo.

I nostri paesi subalpini, e nominatamente Vercelli, udirono dal barnabita savojardo Francesco La Combe, e dalla famosa Guyon predicare le vie dell'interiore, l'orazione del silenzio, la fede nuda, l'amor di Dio puro e per se stesso, senza timori nè speranze: in modo che l'anima, perduta l'individualità, confonde la volontà propria con quella di Dio, al punto che non sa più qual cosa condannare in sè, di qual colpa confessarsi. È noto che lo stesso Fénélon andò preso alle esaltazioni mistiche della Guyon, e n'ebbe diverbi con Bossuet, poi condanna da Roma come d'opinioni erronee, alla quale egli si sottomise.

Nella Valcamonica, terra alpina bagnata dall'Oglio fra il Trentino e il Bresciano, il vescovo di Brescia Marco Morosini, per istruzione di quei montanari, aveva istituiti molti oratorj o congregazioni. Ricevettero queste eccitamento da Giacomo Filippo, laico milanese, il quale indusse il vescovo a sistemarli a somiglianza degli oratorj di Santa Pelagia in Milano, ma subito ne apparver tali disordini, che il vescovo sospese e proibì l'opera (1653). Pure il mal seme fruttò, diffondendosi una specie di quietismo, secondo il quale laici e sacerdoti predicavano pubblicamente; uomini e donne indistinti s'adunavano nottetempo a orare e flagellarsi, negando obbedienza ai parroci e ai vescovi, prolungando fin sette e otto ore la preghiera, credendo sè soli santi, e confessavansi pubblicamente. Pietro Ottoboni cardinale, divenuto vescovo di Brescia, accorse rigorosissimamente a reprimer questi Pelagiani; mentre stava alla finestra (raccontano) vide passar un fabbro, con chiavi e catenacci, che gridava la sua mercanzia; poi un altro, e un terzo e un quarto. Insospettito fe chiamar il seguente, e legò discorso con esso, poi frugando nella cassetta di que' chiavacci, ecco vi trova catechismi calvinici e libretti concernenti le credenze e le pratiche pelagiane: onde emanata una pastorale il 13 marzo 1656, mandò inquisitori nella valle, che molti ne scopersero: furono aboliti gli oratorj, relegati o carcerati i sacerdoti Marc'Antonio Ricaldini, Giambattista Maurizio, Benedetto Passanesio, e alquanti. Pretendeano anche far miracoli; e specialmente un Francesco Negri, detto il Fabianini, vantavasi di parlar faccia a faccia con Dio, e avea scritto un discreto volume di rivelazioni e profezie, con tanti errori, che l'inquisitore di Treviso il decretò al fuoco.

Giovanni Agostino Ricaldini, fratello del Marc'Antonio, fe la sua ritrattazione nella chiesa di Treviso, abjurando d'aver creduto che l'orazion mentale sia l'unica porta della salute; che il dono dell'orazion mentale è maggior che quello della redenzione e dell'istituzione del ss. Sacramento: che le asprezze e penitenze non son care a Dio in quanto domano la carne, poichè non è bene macerar questa, essendo noi creati per amare non per patire; che Dio vuol levare il ministero di spiegar le sacre scritture di mano dei ministri della Chiesa e darlo ai secolari; che i principi avranno giurisdizione sopra gli ecclesiastici, e ne faranno morire molti, altri spoglieranno delle dignità.

Come quietista fu dai savj sopra l'eresia di Venezia condannato un Giuseppe Beccarelli di Brescia.

Tale eresia aveva fatto guasto principalmente fra le donne e nei monasteri, e nominatamente quelli di Faenza, di Ravenna, di Ferrara[365]. Quell'Ottoboni che sopra nominammo, fatto inquisitore generale, operò assai a sradicar il quietismo, e più dopo che salì papa col nome d'Alessandro VIII. E il Bernino, ripetendo il grand'orrore che aveva per ogni eresia, aggiunge che fece arrestare anche un chierico della propria camera, protonotaro apostolico e sospetto di spinosismo, e processare dalla Congregazione del Sant'Uffizio, benchè in questo si trovassero quattro cardinali parenti del reo.

Dalla Inquisizione fu nel 1689 condannata suor Francesca pistojese, monaca in San Benedetto di Pisa, che si fingea santa. Morta senza ricredersi, fu condannata ad esser sepolta come i convinti d'eresia; cioè sul carro dei malfattori furono portate le ossa e il ritratto di essa, e per man del carnefice bruciati al luogo del supplizio, e le ceneri disperse.

La Ricasoli è una famiglia delle più illustri di Toscana, d'antica origine longobarda, avente il titolo di barone; e nel sepolcro d'uno di essa in Santa Maria Novella leggesi come sia per retaggio devota alla famiglia regnante.

Dal ramo di tal casa detto dei Baroni della Trappola, e precisamente da Francesco Maria e da Diamante Antinori, era nato ai 2 aprile 1581, Pandolfo, che dotto nelle lingue greca ed ebraica, valente teologo ed oratore, entrò gesuita, poi uscitone prima della professione, divenne canonico della metropolitana fiorentina. Scrisse senza pubblicarle molte opere di controversia e d'ascetica, fra cui le Istruzioni pei sacerdoti, dove si formano le spirituali medicine, mediante le quali devesi da quelli far la spirituale cura alle inferme anime dei fedeli, e darne lo spirituale soccorso a quelle che nell'agonia e fine di loro vita sono venute. Recitò pure le orazioni funebri pel principe Francesco de' Medici e per Cosimo II: stampò a Bologna nel 1613 l'Accademia Giaponica, dialogo in difesa delle verità cattoliche; e v'aggiunse un'Orazione in lode di Gesù Crocifisso, ch'egli avea recitata davanti ai magistrati di Ragusi; e nel 1621 a Napoli pubblicò Osservazioni di una molto eminente virtù cristiana ed una sacra istoria sopra la celeste vita e divini sacrifizj della beata Margherita da Cortona; poi nel 1623 a Venezia, Osservazioni sul modo facile dell'acquisto della perfezione cristiana contenute nella vita del padre Angiolo Maria Montorsi, con un'aggiunta che mostra la via d'adempiere gli obblighi del proprio stato. Restano molte sue cose inedite, di cui principale quella De unitate et trinitate Dei, et de primo et secundo adventu filii Dei, hebraice et latine, adversus nostræ ætatis atheistas, hæreticos et judæos.

Sono opere destituite d'ogni merito e dottrinale e letterario, pure vantatissime de' contemporanei, che lo lodano di grande assiduità al pulpito e al confessionale, e di zelo e costumatezza.

Faustina Mainardi vedova Petrucci, avea fondato un istituto di fanciulle sotto il titolo di Santa Dorotea, e non credette poter collocarlo meglio che sotto la direzione del canonico Ricasoli. Mal per lui; che già di cinquant'anni fu preso d'amore per la direttrice; e per giungere a' suoi fini si giovò della propensione di lei all'ascetismo; o forse egli stesso, per desiderio di tranquillar la coscienza, credette poter volgere i libri santi e le dottrine teologiche a significare che tutto potesse esser permesso al senso, purchè l'anima restasse indifferente: merito d'un cristiano l'accettare quel che Dio manda; i tocchi carnali, non che peccaminosi, esser meritorj purchè fatti nell'intenzione di rendersi sempre più perfetti nella vita spirituale, e di dar gloria a Dio. Appoggiava tali errori a rivelazioni che asseriva fattegli dall'angelo custode, il quale gli appariva spesso, e gli faceva prelibare le gioje del paradiso; anche con miracoli manifestandogli il volere e l'approvazione di Dio.

Non solo la maestra, ma le educande rimasero illuse da dottrine così conformi al senso; e che erano propagate e applicate da un padre Serafino Lupi servita, autore di opere di teologia mistica, da un giovane prete di casa Fantoni, da un cavaliere Andrea Biliotti, da un Girolamo Mainardi, e da un innominato.

Neppure di mezzo a questa corruttela il Ricasoli cessava gli studj e lo zelo; all'occasione della peste del 1630 tradusse e pubblicò la bella orazione di san Cipriano sulla morìa: finì il Typus optimi regiminis ecclesiastici, politici et œconomici, ove offre David come esempio ai regnanti; interpretò varj salmi per esercizio di ebraico[366], e la Perfectio pulchritudinis, seu Biblia ebraica.

Da otto anni durava l'oscena tresca quando l'Inquisizione n'ebbe sentore. Il Ricasoli non esitò ad andare accusarsene egli stesso, onde fu messo in carcere coi compagni. Giovanni Mazzarelli da Fanano inquisitore non potè procedere alla sicura, trattandosi di personaggi d'alta nobiltà e dottrina, e imparentato con primarie famiglie. Aggiungansi i segni di sincero pentimento ch'egli diede in prigione, sicchè la pena fu men severa che non meritasse il delitto.

Mentre la prudenza avrebbe imposto di tirare un velo sulle colpe e sulla pena, al contrario, il 23 novembre 1641 nel refettorio del convento di Santa Croce, con funebre apparato, alla presenza de' principi medicei e di gran quantità di teologi, signori, popolani, ai rei vestiti colle cappe infami e inginocchiati fu letto il processo, colle scandolezzanti particolarità. Il Ricasoli, il Fantoni e la Mainardi venner condannati a prigione perpetua. Il Ricasoli, fatto abjura e ammenda degli errori e de' peccati, fu chiuso in angusta cella di quel convento, ove durò sedici anni macerandosi con austere penitenze. Il 17 luglio 1657 moriva, e gli furono negati i funerali solenni[367].

Nella biblioteca nazionale di Napoli sta manuscritta la storia di suor Giulia di Marco e delle false dottrine insegnate da lei, dal padre Aniello Arciero e da Giuseppe de Vicariis. Nasceva costei a Sepino provincia di Molise da un contadino di Sarno, e fatta orfana, venne a Napoli a servizio d'una signora. Traviata da uno staffiere, confida il suo fallo alla padrona, che pietosamente l'assiste a celarne il frutto. Ridottasi a vita pia, si rende terziaria di san Francesco; ma il padre Aniello Arciero crocifero, confessore suo, le insinua le sozze dottrine del quietismo, e la induce perfino a raccoglier in casa sua donne, che le oscenità ammantano di parvenze religiose, e tra le quali praticavansi i riti, che trovammo imputati ai Patarini. Talmente era velata la cosa, che nobilissime dame vi aderivano e fin due mogli di vicerè; sinchè scoperto il vero, que' pervertiti furono portati a Roma, e là dovettero fare l'abjura nella chiesa della Minerva il 12 luglio 1615.

L'isola di Sicilia, che si vantò sempre immune da eresie, e che nel 1631 eresse, sulla piazza Bologni a Palermo, una statua di bronzo di Carlo V in atto di giurare la costituzione, coll'epigrafe PURGATORI EUROPÆ LERNÆARUM HÆRESEON EVERSORI EXTINCTORI PANORMUS PIISSIMA D. D., dopo un breve e non fausto dominio dei duchi di Savoja tornò ai prischi signori austriaci, che, colle solite esagerazioni, furono festeggiati con medaglie portanti Ab Austro prosperitas et felicitas. Governando il marchese d'Almenara, il 6 aprile 1704 fu fatto a Palermo un solenne auto da fè nella gran piazza al fianco meridionale del duomo, presenti forse ventimila persone e le autorità, e la nobiltà e il corpo diplomatico. Alcuni poteano ricordarsi d'averne veduto un altro nel 19 giugno 1690 contro suor Giovanna Rosselli francescana e Vincenza Morana. Pomposa processione accompagnò questo nuovo atto di fede. Sull'altare eretto nel mezzo ardeano molte candele di color giallo, e dalla mezzanotte in poi vi s'erano celebrate continuamente messe per la conversione de' condannati. Fra questi venivano primi i convertiti e penitenti, a testa scoperta e con un cero in mano; di poi i riconciliati, coperti del sanbenito, scapolare di rozza lana gialla, stretto al corpo e sparso di croci rosse, e in capo la mitera: ultimi i recidivi ed ostinati col sanbenito e la mitera a fiamme. Collocaronsi sui gradini dell'altare, e il padre Antonio Majorana fece un discorso allusivo: rimpetto al pulpito stava il segretario dell'Inquisizione, davanti al tavolino portante i processi: accanto i membri del Sant'Uffizio, aventi in petto la croce d'oro a brillanti e rubini, e più in alto il grande inquisitore don Giovanni Ferrer. Davanti a loro passarono i processati, a cui fu letta la sentenza, che rimandava molti con lievi penitenze, coll'abjura e l'assoluzione; alcuni furono messi su giumenti e frustati: ma suor Geltrude Maria di Gesù, terziaria di san Benedetto, che nel secolo era stata Filippa Córdova, e frà Romualdo laico degli Agostiniani scalzi, al secolo Ignazio Barberi, entrambi di Caltanisetta, furono condannati ad esser arsi vivi, donec in cinerem convertantur, cinis vero dispergatur.

Posti s'un carro tratto da bovi, furono condotti al rogo sulla piazza di Sant'Erasmo, e fatte ad essi nuove esortazioni a pentirsi, ond'essere strangolati prima che venissero gettati sul rogo ponendo in prima il fuoco ai capelli e alla sopravesta della donna; ostinandosi essi, furono avventati nelle fiamme. E il popolo stette a spettacolo[368].

NOTE

[343] Vedi la nota 2 del nostro Discorso IIL. Dalle devastazioni di quella guerra i papi poterono salvare la biblioteca palatina di Eidelberga, che fu trasportata a Roma, e fu poi restituita nel 1815. Lo Scioppio, che conosciamo, accusò Leone Alazio, di cui pure abbiam fatto cenno, d'avere distratto i migliori libri di quella raccolta, ma egli se ne scolpò.

Il marchese Francesco Nerli, ambasciadore del duca di Mantova a Roma, scriveva al duca:

«Languivano le antiche glorie nella Corte di Roma, non senza discapito della nostra santa religione negli ultimi periodi del vivere d'Innocenzo X, avendo non solo la più infetta Germania e le rabbiose lingue di tutti gli eretici, ma le bocche profane d'empj cristiani, vomitato ignominiosi improperj contro la sacrosanta maestà papale: o che li ministri del defunto pontefice, o che l'avara natura dei più cospicui nella Casa Pamfilia, fosse bastevol materia ad eccitar da ogni parte contumaci clamori. Con queste obbrobriose memorie caduto infermo per alcuni mesi, l'odiato pontefice terminò con l'idropica sete di respirare l'aure vitali».

[344] BAYLE alla voce Chigi. Il libro suo sopra accennato è Judicium theologicum super quæstionem an pax qualem desiderant Protestantes sit secundum se illicita..... opera ac studio ERNESTI DE EUSEBIIS civis romani.

[345] Della costui politica, di cui tanto ebbe a soffrir l'Italia, così rideva Pasquino:

Guerra a Cesare muove e propon pace, Pronto sempre egualmente a pace e guerra Quel ch'è sì glorioso in guerra e in pace, Arbitro della pace e della guerra. Guerra, dic'egli, io porto, e porto pace, Ciò che vuol scelga il mondo, o pace o guerra: Giust'è la guerra a dir non vuol la pace, Bell'è la pace a dir non vuol la guerra. Fin di mia guerra è il non voler la guerra: Voler la guerra è il fin dell'altrui pace, O facciam pace in pace o guerra in guerra. Che gran re! che gran guerra! e che gran pace! Manda la pace a principiar la guerra, Manda la guerra ad esibir la pace.

[346]

Et tout le partit Protestant Du Saint-Père en vain très-content. Le chevalier de Sillery En parlant de ce pape-cy Souhaitait pour la paix publique Qu'il se fast rendu catholique.

LA FONTAINE, Œuvres postumes, p. 171.

[347] Opere del Galilei, vol. I, p. 231.

[348] «Il vero ideale, intuitivo e rivelato, è di sua natura assiomatico, e si riduce a corpo di scienza, deducendo e non inducendo, sintetizzando e non analizzando, e procedendo in somma per modo affatto diverso dalle scienze naturali e dalla filosofia secondaria: l'analisi può solo venire appresso, e se vuol precedere, non può giovare altrimenti che a guisa di semplice apparecchio. La sintesi primitiva costituisce in religione la fede cattolica, e in filosofia la fede razionale verso l'Idea: ella è la cognizione del vero, contemplato nelle analogie o in se stesso, per mezzo del verbo jeratico. Quando l'animo del fanciullo cattolico, formato e disposto dalla doppia instituzione del catechismo e della Grazia, della Chiesa e di Dio, giunge a quel grado di cognizione che gli permette di dire sentitamente e con pieno arbitrio, Io so e credo; egli acquista la doppia fede dell'uomo e del cristiano. La sufficiente notizia del vero intelligibile e sovrintelligibile, ch'egli ha ricevuta dalla parola educatrice, rende intima la sua persuasione e l'ossequio ragionevole. Avendo apprese dal magistero ecclesiastico le verità razionali e i dogmi arcani della religione, egli ammette quelle in virtù della propria evidenza, e guidato dalla luce che diffondono, crede all'autorità della favella rivelatrice che l'esprime e l'accompagna, crede ai misteri incomprensibili per la guarentigia autorevole degl'insegnatori. Così, l'uomo, che per la grazia del primo rito era già abitualmente cristiano, riesce tale in atto, piglia libero possesso dell'Idea perfetta, ed entra con essa alla cittadinanza spirituale conferitagli nel celeste regno. Niuno può determinare l'istante preciso e il modo speciale di questa operazione in ciascun individuo; giacchè la verità assoluta e moltiforme del cristianesimo può influire nello spirito per mille diverse guise; e l'impressione divina che accompagna ed accresce l'efficacia di quella, può ottemprarsi in varj modi all'indole speciale del fanciullo e alle condizioni in cui è collocato. Ma ciò che è manifesto si è che la fede cristiana e la fede razionale nel fanciullo bene instituito non vengono mai precedute dall'analisi, dal dubbio, dall'esame, e che il metodo cartesiano e protestante ripugna del pari alla religione e alla natura. Nei due casi si annulla la fede collo scetticismo, a fine di poterla rifare coll'esame: si rinunzia al possesso di un dono così prezioso ricevuto dall'educazione, o s'incorre nel grave rischio di non poterlo ricoverare, come colui che trovandosi aver fra mano un gran tesoro necessario alla sua vita, eleggesse di scagliarlo in mare per avere il diletto di ripescarlo, faticando e nuotando con pericolo di annegarsi. E veramente la fede, che è l'innocenza dello spirito, è come quella dei costumi assai più facile a conservare, purchè si adoperi la debita vigilanza, che a racquistare, quando si è perduta. La fede è la vita delle anime, le quali, a guisa dei corpi, non posson destarsi dal sonno mortale, o risorgere senza miracolo». GIOBERTI, Introduzione allo studio della filosofia.

[349] Nel Catechismo stampato a Basilea il 1561, si legge:

Ministro. Sebben l'esser nostro è infinitamente lontano dall'esser di Dio, non può darsi che l'uomo non sia. Anzi è cosa sì chiara, che più nota non può trovarsi, e mostra d'esser in tutto privo di giudizio chi non crede essere. Però ti prego, illuminato mio, che tu mi dica s'egli ti par essere o no.

Illuminato. Mi par essere: ma per questo non so certo che io sia: imperocchè in parermi d'essere, forse m'inganno.

Ministro. È impossibile che a chi non è gli paja d'essere: però, poi ch'ei ti par essere, bisogna dire che tu sia.

Illuminato. Così è vero.

[350] Méditation III, alla fine.

[351] Vedasi qui sopra a pag. 276.

[352] Quæst. II, nei Libri Fisionomici. Ne parlammo a lungo a pag. 63 e seg.

[353] Opera, tom. II, part. I, pag. 277.

[354] Le Catholique, Parigi 1826, tom. II, pag. 198, 199 e altrove.

[355] Vedi il nostro vol. II, p. 334, Pur testè, lo spirito di Lamennais, evocato colla magia moderna, diceva; «Quando in Italia si bruciarono Arnaldo da Brescia, Giordano Bruno, Tommaso Campanella (quasi fossero contemporanei) si spensero le ultime voci che protestavano in nome della verità contro il fanatismo che uccideva Cristo. Voi dovete resuscitarle quelle sante voci». Annali dello spiritismo in Italia, vol. I, p. 663.

[356] Troviamo pure all'Indice:

Chiaretta, Sull'Eucaristia. Ciaffoni, Apologia della morale de' Santi Padri. Bozi, La Tebaide sacra. Gambacorta, Le immunità ecclesiastiche. Giovanni Garrido, Sui Benefizj. Romolo Cortaguerra, L'uomo, il papa, il re. Grillenzoni Giovanni, De l'ansietà dell'anima. Scipione Calandrini, Origine delle eresie. Feliciano Oliva, La giurisdizione ecclesiastica. Bonini di Chiavari, L'ateista convinto. Carlo Cala, Il contrabando de' preti.

[357] Così lo storico Zazzera. Fra i libri proibiti d'allora compajono Giovanni Orsino, Scienze ermetiche; e Magica, seu mirabilium historiarum de spectris et apparitionibus spirituum; item de magicis et diabolicis incantationibus.

[358] Estratto da copia nell'Archivio de' Frari.

[359] Vita del cavaliere Borri, p. 354. Forse è opera del Leti, come l'Ambasciata di Romolo ai Romani, libro rarissimo stampato a Brusselles il 1671, e mal attribuito al Borri, del quale vi va unito il processo. Questo fu riprodotto nella Amœnitates litærariæ, tom. V, p. 149, e nella Historia d'Italia del Brusoni (Torino 1680, da pag. 724 a 732) «perchè veramente di nessun altro eresiarca si leggono tante e sì stravaganti follie nelle materie di fede».

Sul Borro altre notizie si hanno nell'Archivio di Firenze, Strozziane, filza CCXLIV; e filza LXXIX del tomo XI Segretaria Vecchia, coll'abjura di esso.

[360] De ortu et progressu chemiæ. Nella Magliabecchiana, mss., classe XXIV, 65 è un'invettiva contro il Borro.

[361] «Lo spirito moderno si mostrò molto severo verso il cenobitismo. Abbiamo dimenticato che nella vita comune l'anima dell'uomo gustò le maggiori gioje: cessammo il cantico Quant'è bello e giocondo l'abitar insieme i fratelli. Ma quando l'individualismo moderno avrà portato gli ultimi suoi frutti, quando l'umanità, impicciolita, attristata, fatta impotente, tornerà alle grandi istituzioni, alle forti discipline; quando la meschina nostra società borghese, dirò meglio, il nostro mondo di pigmei sarà stato respinto a frustate dalla parte eroica e idealista dell'umanità, allora la vita comune ripiglierà tutto il suo valore. Una quantità di cose grandi, come la scienza, si sistemeranno sotto forme monastiche con eredità non di sangue: l'importanza che il nostro secolo attribuisce alla famiglia diminuirà (!); l'egoismo, legge essenziale della società civile, non basterà alle grandi anime: tutti accorrendo dai punti più diversi, si alleeranno contro la vulgarità: si troverà senso alle parole di Gesù e alle idee del medioevo sulla povertà: si comprenderà che il posseder qualche cosa potè esser considerato come una degradazione, e che i fondatori della vita monastica abbiano disputato secoli per sapere se Cristo possedette almeno «le cose che si consumano per l'uso». Le sottigliezze francescane torneranno grandi problemi sociali. Lo splendido ideale, delineato dall'autore degli Atti apostolici sarà iscritto come una rivelazione profetica all'entrar del paradiso dell'umanità». RENAN, Les Apôtres, p. 132-133.

[362] Vedasi un manuscritto nella Magliabecchiana, classe VIII.

Le visioni del beato Amedeo, grosso volume di ducenquindici carte che si conserva manuscritto nella stessa Magliabecchiana, asserisce che gli errori saranno vinti da coloro che aderiranno al sommo pastore, quorum potior pars reperietur in urbe Florentina, tamquam capite religionis, non auctoritate qua Roma potestatis caput est, sed adhesione. Nulla nam civitas ita rebus Christi adherebit sicut illa. Conservabitur et illa de qua tibi alias dixi pro liberatione ab alienis totius Italiæ.

[363] Gran mistico fu il poeta spagnuolo Luigi Ponce de Leon, che stette nelle prigioni del Sant'Uffizio dal 1572 al 76, e morì nel 91.

[364] Mss. de Spalatin. Lettres de Luthère à Melanton, 5 août.

[365] BERNINO, Storia delle eresie, Secolo XVII, c. 9.

Molti de' libri proibiti allora riguardano la mistica. Tale il Tesoro mistico scoperto all'anima desiderosa d'orazione continua... dato in luce da un sacerdote genovese (proibito il 1605). — Passi dell'anima per il cammino di pura fede, di Giovanni Paolo Rocchi (proibito il 1687). — Petrucci Pier Matteo, Lettere e trattati spirituali e mistici. — I mistici enigmi disvelati. — La contemplazione mistica acquistata. — Il nulla delle creature, il tutto di Dio (condannati il 1686). — Alfabeto litterale, fantasmatico, mistico, acquisito, contemplativo, col quale resta formata risposta circolare ad una religiosa pusillanime nel dibattimento della contemplazione mistica acquisita (proibito il 1687).

Lotto spirituale per le povere anime del purgatorio (proibito il 1703).

Dialogo della bellezza, e arte di ben servirsi delle finestre dell'anima (proibito il 1732).

Di Michele Cicogna, molti libri di devozione, come, Ambrosia Celeste, o soave cibo dell'anima contemplativa. — Fontana del divino amore. — Cristo Gesù appassionato. — Fiamme d'amor divino dell'anima desiderosa di far il bene.

Di Falconi Giovanni, Alfabeto per saper leggere in Cristo. — Lettera ad una figliuola spirituale, nella quale s'insegna il più puro e perfetto spirito dell'orazione.

[366] Nella Magliabecchiana sta di Pandolfo Ricasoli una «Interpretazione de' salmi ebraici» che son cinque salmi, scritti cominciando dal fine, e sotto a ciascun versetto la traduzione italiana, poi il commento, diretto ad una religiosa, alla quale il Signore «spira e dona tal volontà e spirito e forza d'imparare con gran facilità e con perseveranza la sacra lingua hebraica per servirsene a contemplar li divinissimi misteri, e non per insegnare nè predicare».

Alla Magliabecchiana stessa esiste di Celso Cittadini l'Esposizione del pater noster, offerta a don Cosmo de' Medici il 1602, la prima volta che andava a Siena (Manuscritti, Classe XXXV, n. 19). Nella prefazione dice aver già esposto l'Ave Maria e la canzone del Petrarca alla Vergine, dedicandola alla granduchessa.

Ivi pure trovo cenno d'una solennissima missione, che nel 1714 fece il padre Segneri (juniore) sulla piazza di Santa Croce; il quale fu ricevuto colle accoglienze che altri secoli serbano ai principi o ai ciarlatani; e alle sue prediche assistevano gran popolo, la miglior nobiltà e il granduca.

[367] «Perchè così vollero i suoi CARNEFICI», dice il Passerini nella Genealogia e storia della famiglia Ricasoli (Firenze 1861). Il suo processo leggesi nel codice 1695 della biblioteca Riccardiana. Quando la Faustina corrompea quelle povere fanciulle, altre monache videro sudar sangue un Ecce Homo in Santa Lucia in via San Gallo.

[368] Il supplizio de' quietisti è distesamente narrato dal Mongitore.

DISCORSO LI.

PIEMONTE. I VALDESI SUBALPINI.

Fra le Alpi occidentali formavasi una potenza, che annettendosi gli avanzi del regno di Borgogna, poi ottenendo dalla badia di San Maurizio la lancia e l'anello di questo, poco poco dilatava dalla Saona alla Sesia e dal lago di Neuchatel al Mediterraneo, dalla vetta alpina fiutando di qual parte spirasse il vento, per ispiegar a quello le vele, non ben determinata se di là di qua de' monti giovasse meglio ampliarsi, e favorendo ora l'impero di cui era vassalla, or Francia di cui era insidiosa vicina, finchè si volse risolutamente all'Italia, ove doveva non solo sopravvivere, ma surrogarsi a tutte le dinastie. È perciò che alla storia italiana riferiamo quella pure de' paesi da cui i duchi di Savoja trassero e la cuna e il titolo, e che repudiarono appena testè per aspirazione maggiore. Carlo III il Buono era nipote di Francesco I; ma temendolo appunto per la vicinanza e perchè possedeva le chiavi del suo Stato, cioè Saluzzo, inchinò a Carlo V, di cui sposò la cognata, e a cui diede grand'appoggio contro l'emulo in Italia. In conseguenza il re di Francia ne occupò tutti gli Stati da Moncalieri alle Alpi, mentre l'imperatore tenevasi gli altri, e muniva Asti, Fossano, Vercelli; sicchè esso duca diceva al Muzio: «Due mastri di casa ho io; l'imperatore e il re, che governano il fatto mio senza rendermene conto».

Come dovesse starne il povero paese Dio vel dica; ma il duca sperava, sempre, col bordeggiare, di giunger alla sua meta. E per riuscirvi meglio fu chi lo esortava a valersi della Riforma, ed abbracciarla palesemente; col che raccorrebbe il favore di tutti quelli che avversavano il papato e l'Austria.

Anemondo di Coct, cavaliere del Delfinato infervoratissimo del nuovo simbolo, stimolava Lutero a indurvi il duca: «Questi è grandemente propenso alla pietà e alla religione vera[369]; ama discorrere della Riforma con persone della sua Corte; adottò la divisa Nihil deest timentibus Deum, la quale è pure la vostra. Mortificato dall'Impero e dalla Francia, avrebbe modo d'acquistare suprema ingerenza sulla Savoja, la Svizzera, la Francia».

Lutero in fatto gli scrisse, ma senza effetto. Anzi il duca passava intere mattinate a visitar chiese e udire messe: i tre stati di Savoja nel 1528 richiedevanlo di tener in pronto milizia che bastasse a reprimere i tentativi dei Riformati, e impedire si estendessero nel paese; egli pure, vagheggiando il concetto, allora nascente, dell'unificare lo Stato, non bramava di meglio che svellerne l'eresia. Ma in cinquant'anni di signoria, per la passione di tutto acquistare, quest'ambizioso non fece che perdere; vedemmo (pag. 92) come la sua smania di insignorirsi di Ginevra fece che questa gli si rivoltasse, e appoggiandosi ai cantoni Svizzeri riformati, abbracciasse la Riforma di cui dovea diventar la Roma, e come il duca serbasse eterna ribrama di quel dominio; e più volte tentasse recuperarlo, ma sempre con sua onta. [Nella lista de' pastori, inviati a chiese straniere dalla compagnia de' pastori di Ginevra dal 1555 al 1566, trovo nel 1555 mandato a Aunis e Saintonge Filippo Parnasso piemontese: e mandati in Piemonte Giovanni Vineannes il 22 giugno 1556: Giovanni Lanvergeat l'ottobre 1556: Alberto d'Albigeois il 27 settembre 1556: Giovanni Chambeli il gennajo 1557: Gioffredo Varaglia di Cuneo nel 1557: Bacuot Pasquier il 14 settembre 1557: a Pragelato, Martino Tachart il 3 giugno 1558: a Torino, Cristoforo figlio del medico di Vevey nel dicembre 1558.]

In una storia della Val d'Aosta, che trovasi nella biblioteca del re a Torino, vi sono lettere da cui appare che, sebbene non si volessero inquisitori, pure, avendo Calvino diffusa l'eresia in quella valle, alcuni furono processati dal vicario del vescovo Gazzino, e i convinti furono rimessi ai signori pari e non pari, per metter ad esame la sentenza, senza che alcun inquisitore vi avesse parte.

Il 12 luglio 1529, Pietro Gazzini vescovo d'Aosta, ambasciadore a Roma, scriveva al duca di Savoja d'aver esposto al papa che a Chambery s'era tenuto un sinodo generale di prelati e abati sopra gli affari della religione, e che lo pregavano di soccorrerli, attese le esorbitanze commesse dai Luterani nelle valli di Savoja. Aggiunge che la Borgogna superiore e il contado di Neuchâtel sono invasi da questa setta; che a Ginevra il vescovo non osa più dimorare, nè vi si fece il quaresimale, e mangiasi carne i giorni di magro, e leggonsi libri proibiti. Aosta e la Savoja sarebbero assolutamente pervertite se il duca non v'avesse fatto decapitare dodici gentiluomini, principali apostoli di queste dottrine. Malgrado ciò, non manca chi diffonda quel veleno nei dominj del duca, benchè questi abbia, sotto pena di ribellione e di morte, vietato parlarne. Costoro esclamano che il duca non è re loro, e atteso i gravi tempi e le grosse spese della guerra, domandano a gran voci si vendano i pochi beni che gli ecclesiastici ancor possedono, e con tali maledette promesse fanno molti aderenti. Il vescovo conchiude aver detto al Santo Padre quanto grandi servigi renda esso duca al Santo Padre col perseguitare questa sètta, ed impedir che penetri in Italia. Il papa gli rispose ringraziandolo; non poter mandare denaro, attesa la ruina del suo tesoro, ma supplicava specialmente il duca di tener d'occhio Ginevra, la cui perversione bisogna impedire a ogni costo.

Una lettera del dicembre 1535 riferisce gravi quistioni degli Aostani col vescovo Gazzini che gli avea scomunicati. L'anno stesso troviamo quei contorni agitati dalla guerra e dall'eresia di Calvino, e Ami Porral, deputato di Ginevra e Basilea, scriveva: «Il duca ci dice d'aver molto a che fare di là dai monti, in parte a cagione del vangelo, che si diffonde per tutte le città. La cosa conviene che proceda, poichè essa viene da Dio, a dispetto de' principi».

La medesima storia racconta come, uscente febbrajo 1536, Calvino penetrasse nella valle, e si accostasse alla città, tenendosi nascosto nella cascina di Bibiano, presso l'avvocato nobile Francesco Leonardo Vaudan. Riuscì a pervertire alcuni, e sparse biglietti per esortare gli abitanti a mettersi in libertà, e allearsi ai Cantoni svizzeri protestanti. Il pericolo fu scongiurato con prediche e con processioni, alle quali assistevano col popolo il vescovo Gazzini, il clero, il conte Renato d'Echalland, e le persone più distinte, a piè nudi, coperti di sacco e di cenere: e fecero trattato coi signori delle sette decurie nel Vallese di sostenersi a vicenda contro ogni innovamento in fatto di religione o di fedeltà. Poi in assemblea generale si fece divieto, a nome di sua altezza, sotto pena della vita di lanciar qualsiasi proposizione contraria al sovrano o alla religione.

Gli aderenti a Calvino fuggirono, passando a guado il torrente Buttier sotto Cluselino, donde recaronsi nel Vallay per le montagne di Valpelina. I tre Stati raccolti in assemblea, a mani alzate fecero una pubblica professione di fede, e solenne giuramento di vivere e morire nella religione cattolica, e stabilirono una processione il giorno della Circoncisione e la terza festa di Pasqua e di Pentecoste, cui assisteva tutta la città, oltre erigere in mezzo alla città una grossa croce di pietra: tutti gli abitanti mettessero sulla loro porta il nome di Gesù.

Nella relazione di Gregorio Barbarigo ambasciadore veneto a Carlo Emanuele I nel 1611, è narrato quanto la perdita di Gex e degli altri cantoni e di Ginevra pesasse al duca di Savoja, «desideroso piuttosto d'allargare gli antichi confini dello Stato suo, che facile a soffrire di esser privo di quello che già è stato de' suoi antenati». Sperò riaverli alla morte d'Enrico IV, e col matrimonio del principe suo figlio, e perchè restava tolto l'appoggio de' Francesi a Ginevra, dove allora aveasi meno affluenza di Protestanti, dopo che erano tollerati in Francia, meno industria dopo che a Lione si favorirono le manifatture nazionali meno lavoro di stampa dopo che ai libri colà pubblicati, che spesso erano anche pontifizj e buoni, non si permetteva di mettere la marca de' libraj lionesi, colla quale circolavano liberamente.

E prosegue come esso duca sempre si valesse delle cose di religione per ampliar i suoi Stati: mediante intelligenze colla Lega sperò estendersi in Provenza: col pretesto di tor via gli Ugonotti, agognava ottenere Ginevra; ma poichè videsi non abbastanza soccorso, si amicò coi Protestanti di Germania, e non esitò disgustare il pontefice, massime col tirare la guerra in Italia. Il pontefice però comprende come bisogni usar riguardi a paese, che trovandosi in contatto con Ginevra, potrebbe declinare dal rispetto dovutogli. E qui ragiona delle valli Valdesi, e della loro tenacità nelle antiche e nuove credenze. Aggiunge che nello Stato, mentre fu posseduto dai Francesi, molto si propagò la dottrina degli Ugonotti, e v'ebbe pubblici predicatori in Torino[370] e altrove, «i quali, rimesso il duca in istato, furono fatti partire, talchè ora si vive cattolicamente dappertutto; comprendendo i duchi che, quanto scemava lo zelo per la religion cattolica, cresceva l'inclinazione pei Francesi».

Il clero vive dipendentissimo dal duca, lo che toglie ogni possibilità al papa di contrariarlo: perocchè i benefizj ecclesiastici son quasi tutti conferiti liberamente dal duca, compreso i due arcivescovadi di Torino e Tarantasia e i nove vescovadi, godenti da due fin a cinquemila scudi d'entrata; il duca propone alla conferma del papa un nome solo; lascia lungamente vacanti i posti, valendosi degli intercalari a gratificare persone e famiglie sue devote, e non permette che ne godano forestieri, nè che questi moderino le coscienze de' suoi sudditi: molti ne convertì in commende dei ss. Maurizio e Lazaro. Nelle materie giurisdizionali di là dai monti ha piena autorità anche sopra le persone ecclesiastiche: in Piemonte sopravvive qualche privilegio a queste. Nei feudi procura escludere l'ingerenza clericale. Ha gelosia de' Cappuccini, che dipendendo dalla provincia di Genova, non hanno spiriti abbastanza principeschi, onde diè loro lo sfratto, principalmente dal convento che hanno sulla collina di Torino.

Ciò pel Piemonte proprio: quanto ai paesi di quel regno già appartenuti a Genova, trovo a Ventimiglia nel 1573 esser dal vescovo ribenedetto un Antonio Planca di Tenda, il quale in Genova (o Ginevra?) aveva abbracciato la religione luterana. In Sospello poi si indicano ancora le case ove abitavano alcuni calvinisti, colà solo tollerati.

Al 17 aprile 1582, Ugolino Martelli vescovo di Glandève, scriveva al duca di Savoja d'un caso d'eresia avveratosi a Pogetto, e come v'avesse trovato un tal Morin medico, che dieci o dodici anni prima n'era partito con suo padre a causa di eresia, poi ripatriato, fece atto d'obbedienza alla Chiesa davanti al governatore. Quanto agli uomini ei dice che tutto va bene, ma in fondo alla coscienza dubita della sincerità di lui, onde lo circondò di precauzioni affinchè non vendesse i beni paterni, di cui era stato rimesso in possessione dopo l'abjura: e consiglia al duca di far in modo che non possa ridurli a denaro, per poi andarsene e tornar al vomito.

Assicura che l'eresia, manifestatasi a Pogetto dodici anni fa, non vi ricomparve. Bensì a Cigala i preti si lagnano che molti si confessano per ottenere licenza di viaggiare, ma come l'ottennero, si scoprono eretici, e se ne portano il denaro dei beni che in secreto vendettero. Egli suggerisce che tali vendite siano annullate.

Ad Aghidone, alcuni fanno insolentemente professione d'eresia, ma essendo povera gente, basterà farvi paura e darvi buone censure. Se però persistessero, bisognerebbe toglier loro i figliuoli, e metterli in luogo sicuro.

Anche a Sero il male si diffuse tra le montagne, non per difetto delle popolazioni, ma per volontà de' signori (Archivj del regno. Corrispondenza dei duchi di Savoja).

Il vescovo di Ventimiglia al 28 agosto 1572 annunziava al duca dolergli che Maladorno fosse stato sciolto di prigione, mentre è complice delle abominevoli cose operatesi poc'anzi: è sospetto d'aver abbattuto l'immagine di santa Maddalena, e insudiciato i gradini dell'altare (Ibid.).

Chi da Torino procede a libeccio verso le Alpi Cozie, che fan confine alla Francia, dopo Pinerolo fra monti più o meno selvaggi a cui sovrastano il Monviso e il Moncenisio, vede aprirsi una successione di valli: a settentrione quella di Perosa, solcata dalla Germanesca e più oltre quella di Pragelato; a mezzodì di esse quella di Rorà, più piccola ed elevata; a occidente la valle di Luserna, bagnata dal Pellice, da cui diramasi quella d'Angrogna o San Martino, che da un lato chinasi al Piemonte, dall'altro pel colle della Croce dà adito al Delfinato, importante passaggio d'eserciti e di merci per Francia. Lungo i torrenti Angrogna e Pellice, che scendendo di balza in balza, le irrigano di troppo fredde acque e non di rado le devastano, si stendono pingui pascione, da cui a scaglioni si elevano piani, studiosissimamente coltivati dagli abitanti, che nella pastorizia, nella caccia, nella pesca, nell'educare i cereali, i gelsi, la vigna, i boschi, e nel cavar pietre lavagne esercitano la forte vita. Alle scene campestri più in su e più in dentro ne succedono di austere, con nevi quasi perpetue e terror di valanghe. Il dialetto piemontese che vi si parla ha mistura ancor maggiore di francese.

La val di Luserna è ora popolata in quantità di ventimila anime, e n'è capo Torre con tremiladucento, amenissimamente posta alle falde del Vandalino, ed eretta appunto a schermire la valle da forestiere escursioni.

Colà fra la pianura subalpina e le gigantesche Alpi che la proteggono si erano ritirati gli avanzi di que' Valdesi, che nel secolo XIII vedemmo turbare l'Italia e dare origine all'Inquisizione. I Valdesi cercano persuadere che la religione loro derivi direttamente dagli apostoli e da' primi loro discepoli, che si conservasse senza adulterazione fra questi Israeliti delle Alpi, che perciò sarebber i cristiani più antichi; predestinati da Dio a mantener la vera fede e la purezza del Vangelo: che i Riformatori d'ogni tempo attinser da loro le dottrine che predicarono. Eppure queste variarono a seconda de' ministri e de' tempi. Parlandone nel discorso V indicammo come vogliansi discernere dagli Albigesi e dalle altre sette manichee. Bossuet asserisce che, quando si separarono da noi, in pochissimi dogmi deviavano, e forse in nessuno[371]: Ranerio Saccone, che, essendo stato dei loro, dovea conoscerli, dice credevano dirittamente in tutto, se non che bestemmiavano la Chiesa e gli ecclesiastici[372]; e Lucio III papa li pose fra gli eretici per alcuni dogmi e osservanze superstiziose, il che indicherebbe non avessero errori fondamentali, e massimamente di quelli che dappoi levarono rumore. Anche dopo la condanna del papa, tennero una conferenza a Narbona, dinanzi ad arbitri: e il ragguaglio che ne dà Bernardo abate di Fontecaldo, ci ajuta a determinare che le loro colpe consisteano principalmente nel negare obbedienza a preti e vescovi, credendosi autorizzati a predicare, uomini e donne; in opposizione ai Cattolici, i quali sosteneano bisogna obbedire ai sacerdoti e non sparlarne, le donne non dover predicare, e neppur i laici senza licenza de' pastori; non doversi ripudiare la preghiera per i morti, nè abbandonare le chiese per far orazione in case private. Anche Alano dell'Isola, che scrisse un libro per confutarli, insiste sull'obbligo che corre di non predicare senza missione, e di obbedir ai prelati sebbene cattivi; che l'ordine sacro, non già il merito personale, conferisce l'autorità di consacrare, di legare e sciogliere; che bisogna confessarsi a preti, non a laici; che è permesso in certi casi giurare e punir di morte i malfattori, il che essi negavano[373].

Condannati da Bolesmanis arcivescovo di Lione, chiesero protezione da papa Lucio III, che invece esaminatili, condannò i nuovi eretici nel 1184[374]: non obbedirono, ma tornarono a cercar il voto di Innocenzo III, che di nuovo condannò ogni loro riunione e insegnamento, nel 1199.

Giacomo vescovo di Torino, andato nel 1209 alla corte di Ottone IV imperatore, gli palesò questa infezione della sua diocesi: e n'ottenne un rescritto, ove quegli protesta che «il giusto vive di fede, e chi non crede è giudicato»; laonde nel suo impero vuol che ogni eretico sia punito coll'imperiale severità; gli conferisce autorità speciale di cacciar dalla diocesi i Valdesi, e chiunque semina la zizzania della falsità[375]. Pure poco a poco crebbero d'audacia, e al modo dei Fraticelli, sostenevano che, per amministrare i sacramenti, bisogna esser poveri, e in conseguenza i preti cattolici non erano veri successori degli apostoli. Nel 1212 tornarono a Roma per ottener dalla santa sede licenza di predicare; e Corrado abate Uspergense, che ve li vide col loro maestro Bernardo, dice affettavano la povertà apostolica con certi zoccoli e tuniche come i monaci, ma capelli lunghi, a differenza di questi, e che nelle assemblee secrete e nelle prediche contrafaceano i riti della Chiesa. E soggiunge come fu per dare alla Chiesa de' veri poveri, che il papa approvò i Francescani[376].

Allora viveano rinserrati nelle valli subalpine, donde nel 1308 respinsero armata mano gli inquisitori, e uccisero Guglielmo prevosto cattolico della valle, sospettando gli avesse egli denunziati. Giovanni XXII, in un breve dell'8 luglio 1332 all'inquisitore Alberto di Castellaro marsigliese, movea lamenti del crescere dei Valdesi in Piemonte, e massime di Pietro Martino pastore, e designava provvedimenti. Nel 1354 Giacomo, principe di Acaja residente a Pinerolo, ordinava a Balangero Rorenco ed Ueto suo nipote, signori della Torre, d'imprigionar quanti Valdesi cogliessero nella valle di Luserna[377]. Nel 1365 il giorno della Purificazione: fu da essi ucciso nel convento de' Francescani di Susa Pietro Cambiano de' Predicatori, che aveva acquistato il feudo di Ruffia. Antonio Pavoni domenicano, inquisitore in Savigliano, mentre quivi predicava la domenica in Albis del 1374, fu da essi ucciso e straziato. Scoperti gli uccisori, il conte di Savoja ordinò ne fosse diroccata la casa con divieto di riedificarla, nè di coltivarne i campi: se essi fossero côlti, venissero menati per tutto il Piemonte con abito ignominioso e le mani al tergo, e posti sulle porte d'ogni chiesa in tempo delle festive funzioni, poi chiusi in carcere finchè avesser la pena meritata[378]. Nel 1370 essendo aumentati tanto da non bastarvi le produzioni del paese, molti Valdesi migrarono, e forse fu allora che stabilirono colonie nelle Calabrie e nella Puglia.

Regolavansi essi sotto la direzione di anziani, detti barba, cioè zii, carezzevole nome di famiglia, donde trassero il titolo di Barbetti. Avversi a Roma e ai riti che qualificavano d'idolatrici, pretendeano aver conservata la integrità dell'evangelica predicazione; ma non intricandosi in sottigliezze dogmatiche, stavano paghi di poter credere e adorare come la coscienza lor dettava; e così poco dissentivano dalle credenze cattoliche, che, quavolta non avessero barbi, o troppo rozzi nelle cose dell'anima, chiedeano sacerdoti nostri.

Andavano alcuni frati ad apostolarli, e san Vincenzo Ferreri nel 1403 scriveva al suo generale qualmente avesse predicato in Piemonte e in Lombardia: «Tre mesi occupai a scorrere il Delfinato, annunziando la parola di Dio; ma più mi badai nelle tre famose valli di Luserna, Argentiera e Valputa. Vi tornai due o tre fiate, e sebbene il paese sia zeppo d'eretici, il popolo ascoltava la parola di Dio con tal devozione e rispetto, che dopo avervi piantato la fede, Dio soccorrente, credetti dover ricomparirvi per confermar i fedeli. Scesi poi in Lombardia a preghiere di molti, e per tredici mesi non cessai d'annunziarvi il Vangelo. Penetrai nel Monferrato e in paesi subalpini, dove ho trovato molti Valdesi ed altri eretici, principalmente nella diocesi di Torino; e Dio sorreggeva visibilmente il mio ministero. Queste eresie derivano principalmente da profonda ignoranza e difetto d'istruzione: molti m'assicurarono che da trent'anni non aveano inteso predicare se non qualche ministro valdese, che solea venirvi di Puglia due volte l'anno. Di ciò io arrossii e tremai, considerando qual terribile conto avranno a rendere al supremo pastore i superiori ecclesiastici, che alcuni riposano tranquillamente nei ricchi palazzi, altri vogliono esercitare il ministero soltanto nelle grandi città, lasciando perir le anime, che sprovedute di chi spezzi loro il pane della parola, vivono nell'errore, muojono nel peccato... In val di Luserna trovai un vescovo d'eretici, che avendo accettato una conferenza con me, aperse le luci al vero, e abbracciò la fede della Chiesa. Non dirò delle scuole de' Valdesi e di quanto feci per distruggerle, nè delle abominazioni d'un'altra setta in una valle detta Pontia. Benedetto il Signore della docilità con cui questi settarj rinunziarono ai falsi dogmi, e alle usanze criminali insieme e superstiziose! Altri vi dirà come fui ricevuto in un paese, ove già tempo si erano rifuggiti gli assassini di san Pietro Martire. Della riconciliazione de' Guelfi e Ghibellini e della generale pacificazione dei partiti, meglio è tacere, a Dio solo rendendo tutta la gloria»[379].

Con così cristiana carità operavano i missionarj, nè però credasi che supplizj mancassero, e ventidue Valdesi furono arsi in Cuneo il 1442[380]. Il sabato 5 settembre 1388 in Torino frate Antonio di Settimo da Savigliano, inquisitore nell'alta Lombardia, proferì condanna contro Catari, Patarini, Speronisti, Leonisti, Arnaldisti, Circoncisi, Passaggini, Gioseffini, Franceschi, Bagnoresi, Comisti, Berrucaroli, Curamelli, Varini, Ortolani, Sacatensi, Albanesi, Valdesi e d'ogni altro nome. Già nel VOL. I, pag. 86 riferimmo questo processo, il quale fu fatto senza tortura, e i castighi consistevano nell'obbligar a portare sulla veste due croci gialle lunghe un palmo e larghe tre dita, e con queste assister alla messa grande e alla predica, e pagar alquanto. Ai relapsi confiscavansi i beni, ed erano rimessi al castellano di Asti e di Pinerolo per punizione severa. Molt'altre volte bestemmiatori e relapsi troviamo puniti di multe pecuniarie: nel 1272 Pasqueta di Villafranca fu condannata in quaranta soldi perchè faciebat sortilegia in visione stellarum: in quaranta fiorini Antonio Carlavario nel 1363, accusato d'aver fatto scendere la gragnuola in Pinerolo leggendo libri di necromanzia; e nel 1386 in cenventi fiorini d'oro trentadue uomini della valle di San Saturnino, che credeano per incanto far sanare le loro bestie in un'epidemia[381].

Verso il 1440 eransi introdotti altri eretici, causando gran perturbazione; e pigliato ardire, inveivano contro i parroci cattolici, dicendoli ignoranti e che traevano le anime e i corpi in perdizione; due ne malmenarono; uccisero il curato di Angrogna che ne ribatteva i sofismi; batterono quel di Fenile; assalirono quel di Campilione ed altri. Non volle soffrirli impuniti il vescovo di Torino, che nel 1446 inviò frà Giacomo Buronzio inquisitore con una scorta di soldati, et si non fuissent milites qui eum custodiebant, dice un cronista, una cum multis aliis bonis catholicis non redisset vivus. Trovò quasi tutti i valligiani dati all'eresia, e molti relapsi. Tenne anche colloquj, e avendo invitati in Luserna quanti voleano seco disputare, con trecento e più Valdesi ci venne il vecchio barba dottissimo Claudio Pastre, che nè convinse nè resto convinto. Costui altre eresie predicava contro l'incarnazione del Figliuol di Dio e la presenza reale, e teneva adunanze fin di cinquecento eretici, i quali gl'inquisitori o respingevano o assediavano o beffavano. L'inquisitore non volendo usare altre armi che le ecclesiastiche, nè potendo procedere singolarmente contro tanti, pronunziò interdetta la valle, che durò così dal 48 al 53, quando tornatovi frà Buronzio e convertitine alcuni, questi supplicarono perdono da Nicolò V, che in fatti ordinò ai vescovi di Torino e Nizza riconciliasse tutti quelli che abjurassero. E ne fu più di tremila, e il vescovo gli accolse e regalò, ma impose che quelli che ricadessero perderebbero i beni. Ciò non impedì che molti e presto ritornassero al Vomito[382].

Fu sotto questo vescovo Ludovico da Romagnano, che, avendo alcuni ladri rubato un ostensorio colle sacrosante specie, il giumento che le portava, passando per Torino, si buttò a terra, e l'ostia elevossi luminosa (6 giugno 1453): miracolo sin ad oggi festeggiato.

Questi ed altri prodigi di quel tempo non tolsero che i Valdesi persistessero nell'errore; onde nel 1475 si decretò che nessun contratto con essi avesse valore e frà Giovanni d'Aquapendente curava che i magistrati a ciò s'attenessero.

Il 23 gennajo dell'anno seguente, Jolanda, sorella di Luigi XI, vedova del beato Amedeo di Savoja e tutrice di Carlo, d'accordo coi vescovi ordinava ai castellani di Pinerolo e Cavour e al podestà di Luserna facessero osservare gli ordini dell'Inquisizione, e adoprassero tutte le vie per ricondurre i Valdesi alla Chiesa cattolica. V'andò poi inquisitore Alberto de' Capitanei, arcidiacono cremonese, i cui rigori eccitarono a resistere; da Pietro Revel d'Angrogna nel 1487 fu ucciso il Negro di Mondovì, e malmenate le truppe venute per opprimerli. Violentemente li perseguitò il beato Aimone Tapparelli d'Azeglio inquisitore nel 1495. Margherita di Foix, vedova del marchese di Saluzzo, si accontò col vescovo di questa città per escluderli dal marchesato nel 1499; onde i Valdesi si restrinsero nelle valli. Per quanto vi si tenessero tranquilli gli alpestri silenzj non sempre li sottraevano a sospetti e animadversioni de' governi, massime per parte della Francia, ombrosa della loro vicinanza. Re Carlo VIII avea tolto a perseguitarli, e papa Innocenzo VIII eccitato i credenti contro questi aspidi velenosi; e il legato condusse un esercito nelle placide valli d'Angrogna e Pragelato. Al suo rincalzare alcuni abjurarono, altri si ridussero fra monti più inaccessi: ma re Luigi XII, dopo presane informazione, ebbe ad esclamare: «Son migliori cristiani di noi».

Giudice incompetente! Ma nel 1517, Claudio Seyssel arcivescovo di Torino, venerato per sapienza, e per incarichi affidatigli da Luigi XII e Francesco I, avendoli conosciuti nella visita pastorale, s'adoprò a ricercare fin nella radice gli errori, e convertire i Valdesi, che giudica una genia abjetta e bestiale, avente appena tanta ragione che basti a distinguere se bestie o uomini sieno, se vivi o morti: e quindi non occorre con essi alcuna disputa formale. Pure ne divisa le dottrine, e non sono quelle che poi professarono i Riformati. La principale consisteva nel far dipendere l'autorità del ministero ecclesiastico dal merito delle persone, nè poter consacrare e assolvere chi non osserva la legge di Cristo; in conseguenza non doversi obbedir al papa e ai prelati, perchè si sono distolti dalla via degli apostoli; e Roma, carica d'ogni mal mendo, è la meretrice dell'Apocalisse. Ben soggiunge che «alcuni fra essi, dotti d'alta ignoranza, ciarlano più che non ragionino intorno alla sostanza e alla verità dell'eucaristia; ma quel che ne dicono come un segreto è talmente alto, che appena i più esperti teologi arrivano a comprenderlo».

Non trattavasi dunque della assenza reale, massima la meno alta, e la più conforme ai sensi. Anzi esso arcivescovo fa dire a un Valdese: «Come mai il vescovo e il prete, ch'è in ira a Dio, potrebbe propiziarlo agli altri? Colui ch'è sbandito dal regno di Dio, come potrebbe averne le chiavi? Se la preghiera e le azioni di lui non hanno utilità veruna, come mai Gesù Cristo, alle parole di esso, potrebbe trasformarsi sotto la specie del pane e del vino, e lasciarsi maneggiar da uomo, ch'egli ha interamente rejetto?»[383].

Bossuet che, nella Storia delle Variazioni, esibì pur quelle de' Valdesi, assicura esistere in una biblioteca i processi fatti il 1495 nelle costoro valli, raccolti in due grossi volumi, dove, tra altri, è l'interrogatorio d'un tal Quoti di Pragelato. Alla domanda su qual cosa i barbi insegnassero del sacramento dell'altare, risponde com'essi «predicano e insegnano che, quando un cappellano che abbia gli Ordini proferisce le parole della consacrazione, sull'altare egli consacra il corpo di Cristo, e il pane si cangia nel vero corpo»; ch'egli ricevea tutti gli anni a pasqua «il corpo di Cristo»: e i barbi dicevano che per ben riceverlo bisogna esser confessati, e meglio dai barbi che dai cappellani, cioè dai preti, perchè questi scapestravansi a vita libera, mentre quelli la menavano giusta e santa. Sempre riferivansi dunque alla teorica del merito personale, dogma loro principale; e lo ripetono anche gli altri, e che confessavansi ai barbi, i quali hanno facoltà di assolvere; confessavansi a ginocchio; e per ogni confessione davano una moneta; riceveano penitenze, le quali per lo più consisteano in un Pater, un Credo, non mai l'Ave Maria; proibito il giurare; non doversi invocare i santi nè pregar per i morti.

Così seguitarono a vivere e credere fin quando, mal per loro, ebbero contezza della Riforma predicata da Lutero. Ad abbracciarla non erano spinti per riazione, come gli Svizzeri e i Tedeschi. Invitati però da questi, nel 1530 deputarono Pietro Masson, Giorgio Morel e Martino Gonin loro barbi, a conferirne in Basilea con Ecolampadio, a Strasburgo con Bucer, a Berna con Bertoletto Haller ed altri campioni. Ai quali esposero come essi praticassero la confessione auriculare; i loro ministri vivessero celibi; alcune vergini facessero voto di perpetua castità.

A chi le negazioni protestanti appoggiava sugli usi del primitivo cristianesimo, spiacque il riconoscere che questi pretesi contemporanei degli apostoli discordassero in punti così controversi, e che prendessero scandalo delle asserzioni di Lutero contro il libero arbitrio. Pietro Gilles loro storico nota che que' maestri gli ammonirono di tre cose; 1º di alcuni punti dottrinali, ch'e' riferisce, sui quali voleano si riformassero; 2º di meglio disciplinare le assemblee; 3º di non permettere più che membri della loro chiesa assistessero alla messa, nè aderissero in verun modo alle superstizioni papali e ai sacerdoti cattolici[384].

Del resto da nessun autore trapela che avessero una confessione canonica di fede; sicchè quelle che si producono è presumibile venissero compilate dopo la riforma loro, per la quale cessarono d'essere quel che prima, e si misero sull'orme de' Protestanti, mentre volentieri si spacciano per loro precursori. Lo stesso Beza confessa che i Valdesi aveano «imbastardita la purezza della dottrina», e declinato dalla pietà e dalla dottrina[385]; e il protestante Scultet, nel riferire la loro conferenza con Ecolampadio[386], fa da uno dei deputati confessare che fin allora aveano riconosciuto sette sacramenti; ma ripudiavano la messa, il purgatorio, l'invocazione dei santi; i ministri erano in supremo grado ignoranti, siccome persone costrette a vivere di lavoro onde di limosine, e non da essi, ma da preti romani riceveansi i sacramenti, del che domandavano perdono a Dio, perchè non poteano di meno; ch'essi ministri non menavano moglie, ma spesso fornicavano, e allora restavano esclusi dalla società dei barbi e dal predicare. E per loro istruzione domandavano non solo «se al magistrato sia lecito punire i criminali di morte», ma anche se sia permesso uccider il falso fratello che li denunziava, attesochè, non avendo giurisdizione fra loro, quest'unica via trovavano a reprimerli; se gli ecclesiastici potessero ricever doni, e tenere cosa alcuna in proprio; se accogliere la distinzione del peccato in originale, veniale, mortale; se i bambini di qualunque nazione sono salvati pei meriti di Cristo; se gli adulti che manchino di fede possono giunger a salute in qualunque religione. Sopratutto mostravansi colpiti da ciò che in Lutero aveano letto sulla predestinazione e il libero arbitrio, «mentre credeano che gli uomini avessero naturalmente alcuna forza e virtù, la quale, eccitata da Dio, avesse qualche valore, conforme alla parola Battete e vi sarà aperto. Che se i predestinati non posson divenire riprovati e viceversa, a che tante prediche e scritture? a che, se tutto arriva per necessità?»

Maggiore conformità si pretese trovarvi colle dottrine di Calvino, il quale, penetrato nella val d'Aosta allorchè abbandonò la duchessa di Ferrara, diede calda opera perchè que' valligiani abbracciasser la sua credenza, e sottraendosi a Savoja, si fondessero coi Cantoni protestanti svizzeri. Gli stati però di quella valle, adunatisi nel febbrajo 1536, presero severi provvedimenti per la conservazione della fede cattolica. Meglio riuscì coi Barbetti il celebre ginevrino Farel, e gl'indusse a pubblicare la loro professione di fede, e chiarirsi o divenire calvinisti, abolendo i suffragi pei defunti, i digiuni, il sagrifizio della messa, tutti i sacramenti eccetto il battesimo e la cena, e credere alla predestinazione e alla salvezza per mezzo della sola fede, nè altri che Cristo esser mediatore fra Dio e gli uomini.

Era questo veramente il simbolo antico? o è vero quel che sopra vedemmo asserito, che da prima ammettessero l'efficacia delle opere?

Quando ai novatori rinfacciavasi d'esser nati jeri, importantissimo riusciva l'accertar questi punti, e quindi se ne discusse con quell'accannimento, che sempre offusca la verità. I più recenti negano che i Valdesi derivassero da Claudio di Torino, nè che la confessio fidei sia del 1120, bensì posteriore al colloquio con Ecolampadio[387], e che poc'a poco eransi allontanati dalla Chiesa cattolica.

Nell'assemblea che i Valdesi tennero per sei giorni in Angrogna a mezzo settembre 1532 fu proposta un'unificazione, i cui punti erano:

1. Che servire a Dio non si può se non in ispirito e verità;

2. che quei che furono o saranno salvati, sono eletti da Dio prima della creazione;

3. che riconoscer il libero arbitrio è negar la predestinazione e la grazia di Dio;

4. che si può giurare, purchè chi lo fa non pigli il nome di Dio invano;

5. che la confessione auricolare ripugna alla Scrittura; bensì è lodevole la confessione reciproca e la riprensione secreta;

6. non v'è giorni prefissi al digiuno cristiano;

7. la Bibbia non proibisce di lavorar la domenica;

8. nel pregare non occorre articolar le parole, nè inginocchiarsi o battersi il petto;

9. gli apostoli e i padri della Chiesa usarono l'imposizione delle mani, ma come atto esterno e arbitrario;

10. i voti di celibato sono anticristiani;

11. i ministri della parola di Dio non devono andar vagando e mutare dimora, se pure nol richieda il ben della Chiesa;

12. per provvedere alle famiglie, essi possono godere altre rendite, oltre i frutti dell'apostolica comunione;

13. soli segni sacramentali sono il battesimo e l'eucaristia.

Non tutti però convennero in tali articoli; e nominatamente li ricusarono i barbi Daniele di Valenza e Giovanni di Molines, che ritiratisi dal sinodo, passarono in Boemia; primo scisma fra' Valdesi, dedotto principalmente da ciò, che «alcuni pensarono, coll'accettare tali conclusioni, si degradasse la memoria di quelli che fin allora aveano condotto la loro chiesa».

Un'altra professione di fede sporsero al luogotenente del re di Francia dopo l'editto del 1555, portante che la religione loro e de' loro padri era rivelata da Dio nel vecchio e nuovo Testamento, e sommariamente espressa nei dodici articoli del Credo; confessavano i sacramenti, ma non il loro numero; accettavano i quattro Concilj ecumenici Niceno, Efesino, Costantinopolitano e Calcedonese, il simbolo di sant'Atanasio, i comandamenti di Dio; riconoscevano i principi della terra, ma non intendevano obbedir alla Chiesa cattolica e ai decreti di essa.

Pare dunque che gl'insegnamenti ingenuamente scritturali de' barbi non tenessero di quel dogmatismo assoluto e sistematico, di cui i Riformati si armarono per combattere la Chiesa romana: poco aveano letto, poco discusso, difendendosi piuttosto col soffrire e credere; e comportavano alla Chiesa romana tutto ciò che non urtava il lor senso morale. Ma a ripudiar ogni accordo con questa gl'indussero Farel e i seguaci di Calvino, riuscendo a mutarne le credenze più che non avessero ottenuto tante predicazioni e persecuzioni. E nel 1842 il pastore Paolo Appia gemeva delle novità introdotte. «Chi voglia ben conoscere la Chiesa Valdese bisogna la osservi avanti la Riforma, quando non ancor deformata dalle professioni calviniche. Non fu un bel giorno per essa quello, in cui il genio colossale ma dialettico di Calvino le impresse il suo suggello, vigoroso sì, ma duro. Amo meglio i nostri barba, che nelle caverne o a cielo aperto recitano i passi della Bibbia. Deh perchè gli Israeliti delle valli non prefersero di rimaner nella loro oscurità, quali erano prima di quel profluvio di controversie, cioè uomini della Bibbia, della preghiera, dell'abnegazione, poveri di spirito come quelli cui appartiene il regno de' cieli?»

Furono i Valdesi che diedero alla Francia la prima traduzione della Bibbia. Perocchè, avendo veduto come le poche che correvano fossero di senso e di copia fallaci, indussero Roberto Olivetano, pratico di greco e d'ebraico, a voltarla in francese. Ed egli l'eseguì in un anno: e «ho fatto il meglio che potetti, ho lavorato e approfondito il più che seppi nella viva miniera della pura verità per trarne l'offerta che vi reco, a decorazione del santo tempio di Dio. Non mi vergogno, come la vedova del Vangelo, d'aver portato innanzi a voi due soli quattrini, che son tutta la mia sostanza. Altri verranno appresso, che potran meglio riparare il cammino, e far più piana la via».

Una colletta per farla stampare fruttò millecinquecento scudi d'oro, e nella prefazione all'edizione del 1535 diceasi alla nascente chiesa di Francia: «A te, povera chiesuola, è diretto questo tesoro da un povero popolo, tuo amico e fratello in Gesù Cristo, e che, da quando ne fu dotato e arricchito dagli apostoli di Cristo, sempre ne ebbe il godimento: ed ora volendo regalarti di ciò che desideri, m'ha dato commissione di cavar questo tesoro dagli armadj greci ed ebraici, e dopo averlo involto in sacchetti francesi il più convenevolmente che potessi giusta il dono di Dio, ne facessi presente a te, povera Chiesa, a cui nulla vien presentato. Oh la graziosa derrata di carità, di cui si fa mercato sì utile e profittevole! Oh benigna professione della grazia, che rende al donatore e all'accettante una medesima gioja e dilettazione!»[388].

Dacchè il contatto de' Riformati li strappò dalla quieta loro oscurità, i Valdesi fortuneggiarono nelle procelle d'un tempo sospettosissimo. Subito il parlamento d'Aix e quel di Torino (stando allora il Piemonte in servitù di Francia) applicarono ad essi le leggi capitali comminate agli eretici, e il rogo e il marchio; poi, perchè maltrattavano i frati spediti a convertirli, si bandì il loro sterminio, e che perdessero figli, beni, libertà. Forte s'oppose a tali rigori il Sadoleto vescovo di Carpentras; e re Francesco I, vedutili mansueti e che pagavano, ordinò al parlamento di cessar le procedure, e diè loro tre mesi di tempo per riconciliarsi: ma scorsi questi, Giovanni Mainier barone D'Oppède, preside al parlamento, lo indusse a dar esecuzione all'editto. Ecco allora una fanatica soldatesca cominciarvi il macello: quattromila sono uccisi, ottocento alle galere, Cabrières, Merindol e altri venti villaggi sterminati (1549). Il racconto sente delle esagerazioni consuete a tempi di partito; fatto è che, per quanto universale e sanguinaria fosse l'intolleranza, ne fremette la generosa nazione francese, e il re morendo raccomandava a suo figliuolo castigasse gli autori di quell'eccesso. Ma quando al parlamento di Parigi fu recata l'accusa, D'Oppède vi si presentò impassibile come chi ha adempiuto a un dovere; cominciò la difesa dalle parole «Sorgi, o Signore, sostieni i nostri diritti contro la gente iniqua», e fu assolto; gli altri pure uscirono impuniti, di che grave dispetto presero i Protestanti.

Poco a poco rallentatasi la persecuzione, i Valdesi esercitarono anche pubblicamente il loro culto: nel 1555 fabbricarono il primo tempio in Angrogna, e sebbene Giovanni Caracciolo, principe di Melfi e duca d'Ascoli, luogotenente del re di Francia, smantellasse i forti di Torre, Bobbio, Bricherasio, Luserna, pure sotto la dominazione francese dilataronsi anche nel marchesato di Saluzzo e ne' contorni di Castel Delfino, e ricettavano profughi d'Italia, tra cui Domenico Baronio prete fiorentino, che volle comporre una messa, la quale conciliasse il rito cattolico con quello de' Valdesi; ma fu ricusata come di mera fantasia[389]. Costui scrisse pure diverse operette latine e italiane contro la Chiesa cattolica, in una delle quali sosteneva, in tempo di persecuzione esser dovere di manifestare senza reticenze le proprie opinioni religiose; nel che venne contraddetto da Celso Martinengo.

Non cessavasi di procurare la conversione de' Valdesi colle prediche e con altri mezzi acconci al tempo, e i decurioni di Torino vigilarono non poco affinchè non si estendessero in questa città. Al quale intento scrissero a Pio IV di voler fermamente sino alla morte mantenere la fede dei loro maggiori: e mandarono supplicando Carlo IX, lor re, non tollerasse gli scandali che davano i Luterani, e nel 1561 ottennero un decreto che colà non predicassero ministri eretici, nè tenessero adunanze pubbliche nè private. Già dal 1532 la città aveva eletto un maestro che leggesse le epistole di san Paolo, tema delle più consuete controversie, e nel 1542 ponea che nessuno conseguisse pubblico uffizio se non fatta professione di cattolica fede. Sette pie persone, quali furono l'avvocato Albosco, il capitano Della Rossa, il canonico Gambera, il causidico Ursio, Valle mercante, Bossi sarto, Nasi librajo, istituirono la Compagnia della Fede, detta poi di san Paolo, che subito estesa, abbondò in opere di carità, le quali voleva fossero predicazione viva contro l'eresia. Dell'erezione di questa confraternita ebbe principal merito frà Paolo da Quinzano bresciano, che avea combattuto i Luterani fra gli Svizzeri: la storia di essa fu scritta dal famoso Emanuele Tesauro, e le sante opere ne sono continuate sino ad oggi tra gli scherni plebei e le difficoltà governative.

Gli annali de' Cappuccini raccontano come Torino, allorchè a Carlo di Savoja l'aveano tolto i Francesi, molti eretici fra questi custodendo le porte, insultavano ai Cattolici e massime ai frati, qualora vi scendevano dalla vicina Madonna del Campo. Un coloro capitano svillaneggiò un famoso predicatore, il quale mal sopportandolo, cominciò a dirgli ragioni, e infine gli propose: «Leghiamo insieme le nostre braccia ignude, e mettiamole sul fuoco. Di quello il cui braccio resterà illeso, terremo per vera la fede». Ricusò la proposta l'eretico, ma ne prese tal rancore contro tutti i Cappuccini, che cospirò co' suoi di assalirne il convento, e trucidarli una tal notte. Lo seppero essi; ma nè fuggirono, nè si misero in parata di difese; il guardiano li raccolse in chiesa a pregare pei persecutori, e raccomandare le proprie anime a Dio. All'avvicinarsi della banda assassina, il guardiano comanda si tiri il catenaccio e si spalanchi la porta: ma gli aggressori, côlti da sgomento, quasi da uno stuolo d'armati fossero assaliti, gettansi a fuggire, e i Cappuccini hanno la palma del martirio senza sangue[390].

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