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Gli eretici d'Italia, vol. III (part 4 of 5)

Part 4 of 5 · Cantù, Cesare · Public domain text

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Gli eretici d'Italia, vol. III (part 4 of 5)

Roma riflesse che il concordato era stato conchiuso di recenti; e che è un contratto sinalagmatico, ove ciascuna delle parti cede in alcun punto per ottenerne un altro[536]: nè dal mutare degli ordini politici doveano dipendere le leggi ecclesiastiche. Ai varj messi spediti a trattarne era impossibile riuscire ad accordi, atteso che Roma non potea transigere sovra i principj, e il governo Sardo era omai schiavo di quella che s'intitola opinion pubblica. Il conte Siccardi spedito a tal uopo, ne tornò irritato, e presentò al Parlamento un progetto di legge per rifondere la giurisdizione ecclesiastica in materia temporale. Inviperite le plebi, fra le escandenze di queste fu passata la legge, che aboliva il privilegio del fôro, il diritto d'asilo, le pene per l'inosservanza delle feste; imponeva la sanzione regia ai corpi morali per acquistare beni o ereditarne. È la legge del 9 aprile 1850, rimasta famosa col nome di Siccardi; e in Torino si eresse una piramide a perpetua memoria di franchigie che da mezzo secolo possedeano tutti gli altri paesi d'Italia; pure la regia firma non fu consentita agli articoli che toglievano l'osservanza delle feste, e riducevano il matrimonio a contratto civile.

Roma protestò; richiamò il nunzio da Torino, e non volle riconoscere il Pinelli, mandatole affinchè accettasse il fatto compiuto, e rimovesse il Franzoni arcivescovo, tenuto corifeo dell'opposizione clericale, e che avea proferto la legge civile non poter dispensare il clero dagli obblighi speciali, impostigli dalla Chiesa, e prescriveva qual contegno dovesse tenere rimpetto ai tribunali civili. Di aver ciò stampato gli si mosse processo in paese di libera stampa, e alla citazione non essendo egli comparso, fu chiuso nella cittadella: fatto nuovo e inaudito, dice lo storico succennato nello sbeffeggiare questo martire: al quale però serviva di conforto il giungere condoglianze e incoraggiamenti d'ogni parte, un pastorale dai fedeli sardi, un anello da quei delle chiese d'Italia, un calice dai Francesi.

Ammalatosi intanto il conte di Santarosa ministro, gli si negò il viatico se non ritrattasse la partecipazione che aveva avuto a quelle leggi. Nuova occasione di ire plateali e avvocatesche, per obbedire alle quali l'arcivescovo, sequestratigli i beni, fu chiuso nella fortezza di Fenestrelle, poi condotto ai confini di Francia, ove stette esule i dodici anni che sopravvisse. E parimente dovette uscire monsignor Morungiu arcivescovo di Cagliari e (dice il solito storico) «a sentire la fazione teocratica, era già tempo di nascondersi nelle catacombe: i martiri si moltiplicavano; le persecuzioni de' Neroni e de' Domiziani erano superate». Forse la fazione teocratica ricordavasi che, oltre lo Statuto, vigeva il codice ove l'articolo 2 dichiara che «il re si gloria d'esser protettore della Chiesa e di promuovere l'osservanza delle leggi di essa nelle materie che alla podestà di essa appartengono: i magistrati veglieranno che si mantenga il migliore accordo tra la Chiesa e lo Stato».

Quasi poi si fosse proposto di far d'un popolo senza fede un popolo senza doveri, la stampa metteva fuori libri i più ribaldi; riproduceva ad uso del popolo novelle e poesie di cui Sodoma si sarebbe vergognata: famigliarizzava coi delitti più atroci e più osceni; fatta palestra di obbrobrj, lanciava vituperi contro le persone e le istituzioni ecclesiastiche: il più lurido dei giornalisti, dopo scompisciato tutta la settimana ogni persona e cosa che ispirasse o meritasse rispetto, la domenica appestava il pubblico con migliaja di copie d'una spiegazione del vangelo, dove avvoltolava nella sua pozzanghera Cristo, e principalmente la Madonna. Ne sghignazzavano i caffè, e lo pensionava l'erario.

In più serio campo Giovanni Nepomuceno Nuytz, all'Università di Torino professava un corso di diritto canonico (Juris ecclesiastici iustitutiones) degno del Febronio, asserendo l'onnipotenza dello Stato sopra la Chiesa; l'incompatibilità del potere temporale collo spirituale; non potersi dimostrare che il matrimonio sia sacramento, nè la Chiesa stabilirvi impedimenti dirimenti; la Chiesa cattolica e specialmente la santa sede essere stata causa dello scisma orientale[537]. Messo all'Indice, l'autore fu strascinato in trionfo e promosso. E fioccavano scritti in cui voleasi considerare il potere pontifizio come un semplice ministero, anzichè una giurisdizione; la religione come società dell'uomo con Dio, eliminando la Chiesa visibile, e la suprema garanzia de' diritti civili; nelle materie miste, cioè nell'amministrazione esterna delle cose sacre, la decisione competere all'unico potere, primeggiando l'interesse pubblico in tutto quanto non è essenza della religione.

E qual cosa sia l'essenza della religione lo definirà ancora il Governo. Essenza della religione è che si predichi la verità, ma lo Stato prefiggerà da chi, quando, dove, come, e se quella verità nuocia al pubblico assetto. La preghiera è essenza della religione, ma lo Stato determinerà le ore, i luoghi, le formole; e se permettere una processione, le immagini, i pellegrinaggi, il richiamo delle campane. È essenza della religione il formare i proprj ministri, ma l'autorità origlierà ai seminarj, imporrà i maestri, le materie d'insegnamento, il numero e l'età degli allievi, e quando arrivino agli anni, li ghermirà per farne soldati. La Chiesa è giudice degli errori contrarj ai suoi dogmi e alla sua morale, ma lo Stato esaminerà la forma delle decisioni dogmatiche, potrà sospenderne la pubblicazione, vietarne la discussione[538]. Essa amministra i sacramenti e fra questi il matrimonio, ma lo Stato non lo riconoscerà se non stipulato davanti agl'infimi de' suoi magistrati, in via di contratto naturale. Potrà dirsi impedita la libertà del cittadino o turbata la quiete pubblica se una processione interrompe la marcia d'un reggimento; se ai nostri carnevali si oppongono le devozioni; se ne' conventi si ricoverano fanciulle destinate alla scena o a peggio; se i nostri tabernacoli impacciano le mostre delle botteghe; se i nostri vescovi stampano come i giornali, o i nostri curati declamano quanto i deputati e gli arruffapopolo: se infine un cristiano vuol praticare la libertà diversamente da quel che esigono i dominatori del giorno.

Insomma si ammetteva la religione, ma se ne ripudiavano le conseguenze; si tollerava Cristo, ma prima il re e il prefetto; il Governo, se non bastava l'aver tratte ai tribunali civili le quistioni beneficiarie e matrimoniali, stabilito nuove norme per la placitazione, sottoposto a speciale autorizzazione i lasciti e gli acquisti in favor della Chiesa, tolto la personalità morale alle corporazioni religiose, imposto tasse eccezionali e quote di concorso a certi benefizj, rendevasi ridicolo agli assennati e vessatorio ai credenti col rinnovare le scene dell'interdetto di Venezia, e dei re sacristani di casa d'Austria. Il papa nel concistoro 22 gennajo 1855 disapprovava tutti gli atti del potere legislativo ed esecutivo del Piemonte, lesivi della giurisdizione ecclesiastica, minacciando di censure coloro che a leggi siffatte dessero favore; e pubblicò i carteggi suoi co' varj ministri di Piemonte, e le lettere burbanzose di questi, che ad ora ad ora aveano tentato rannodare relazioni con Roma.

Peggiorò questa situazione la guerra del 1859; dove il Piemonte, avendo acquistata la Lombardia, vi applicò subito gli ordinamenti suoi, cassando il concordato che l'Austria aveva stipulato con Roma, e vituperando come ostile all'Italia indipendente quel clero che, come ostile al dominio forestiere, era stato sempre vigilato dagli Austriaci. Poi, con quel sintomo d'estrema decadenza ch'è la facilità con cui si perde e si acquista un trono, vennero annessi al regno sardo la Toscana, i Ducati, la Romagna; poi si conquistarono le Marche, l'Umbria, le Due Sicilie; infine si proferì l'unità d'Italia, e doverne essere capitale Roma.

Tali acquisti erano un fatto di mera politica esterna, di principe che spoglia un altro principe; ma doveano esulcerare le relazioni fra il pontefice e il nuovo regno; e alterare non solo le disposizioni reciproche degli spiriti, ma i doveri dei già sudditi pontifizj, che trovavansi sottoposti ad altro regnante, e a norme differenti anche in ciò che concerne la coscienza. Fu per voltare tutti i torti sopra di questi che il ministro Cavour promise le più ampie libertà alla Chiesa in libero Stato.

Come tutte le formole vaghe, questa non ha altro senso che quel che le si dà; gridata da tutti, è da ognuno intesa a suo modo, e se ne trastullano quelli che amano creare attitudini equivoche onde profittarne[539]. I Cattolici l'avrebbero aggradita ove significasse che la Chiesa non fosse più stretta da tutela estranea; autorizzata ad esercitare tutta la sua attività morale e civile, tolti gl'impedimenti alle relazioni dei fedeli e de' vescovi tra loro e con Roma, alle elezioni, alle stampe, alla beneficenza, all'istruzione, ai mezzi molteplici per cui si fa benefattrice dell'umanità, invece di vincolarsi a concordati per reciproche concessioni, avrebbe quella sicura libertà che invoca con quotidiana preghiera.

Chiesa e Stato sono due enti affatto distinti, eppure non separabili: viventi ciascuno di propria vita, non si devono reciprocamente impacciare, bensì nella loro indipendenza coadjuvarsi, l'una dirigendo le coscienze al rispetto dell'autorità, l'altro proteggendo l'attuazione esterna del dogma. La Chiesa sussisteva prima dello Stato, e abbraccia l'università de' credenti; mentre quella formola parrebbe rinserrare l'eterno nel contingente, l'universale nella circoscrizione geografica o politica. L'anima comanda al corpo, ma questo è inseparabile da quella finchè vive, e l'una tocca alle ragioni dell'altro in modo, ch'è impossibile delimitarle assolutamente, massime quando s'interpongano interessi e passioni.

Nel fatto poi questa libertà della Chiesa parea non tradursi che in scienza d'offendere chi non si può difendere. Man mano che si acquistò un paese, venne sottratto alle convenzioni che avea con Roma; si occuparono beni della Chiesa, benchè lo Statuto dichiari inviolabili le proprietà di qualunque siano natura, e benchè in fatto si rispettassero quelli delle congregazioni israelitiche e protestanti. Si obbligavano i vescovi a insolito giuramento, e perchè ricusarono furono carcerati[540] o rimossi dalle loro sedi, come altri sacerdoti che zelassero la Chiesa; lasciando anche scoperti moltissimi beneficj episcopali o capitolari o parocchiali per non voler accettare le elezioni o istituzioni fatte a forma de' canoni. Si sottoposero gli scritti de' vescovi a censura preventiva; a sorveglianza l'insegnamento de' seminarj, mentre dalle scuole pubbliche eliminavansi l'istruzione religiosa e ogni rito ecclesiastico; anzi si cercò fondare una teologia governativa, obbligando ne' seminarj a seguire i programmi dello Stato, poi riducendoli a un solo per provincia metropolitica, e ad insegnar la sola teologia. La proclamata libertà di culto non dava che agio agli eterodossi, mentre si obbligava il clero ad atti meramente politici, e a normeggiare il suo ministero alle esigenze del Governo, il quale ne misurava le processioni, le feste, il suon delle campane, le immagini; profanava le chiese, convertendole non solo in prigioni e caserme, ma fin in teatri e postriboli: s'imponeva di fare scendere Cristo in petti che lo repudiavano, e sepellire coi fedeli chi sino alla morte avea voluto starne separato; come turbatori delle coscienze punivansi con legge speciale quei parroci che al battesimo non accettassero padrino infedele o scomunicato, o esigessero ritrattazioni al letto di morte[541]. Intanto che si proibivano le esteriorità religiose, si ordinava ai vescovi di illuminare i loro palazzi[542] dai prefetti coi decreti, dal vulgo colla sassajuola; si mescolava la Chiesa a tutto ciò ch'è impopolare, e metteasi Cristo in opposizione all'impresa nazionale.

Il vescovo di Pesaro fa dai parroci suoi leggere in chiesa una pastorale ove raccomandava il culto di Maria, e riprovava il divulgarsi delle eresie; e il prefetto la proibisce e sequestra. Il vicario capitolare di Milano nomina tre canonici secondo il suo diritto; il Governo nega approvarli, e ne sostituisce tre altri che l'autorità ecclesiastica non riconosce, e il ministero li dota delle temporalità, come fa ad uno a cui l'arcivescovo di Firenze ricusa la canonica istituzione. Il vicario capitolare di Bologna dirama una risposta della santa penitenzieria sulla facoltà d'assolvere certe censure ecclesiastiche: e n'ha il carcere per molti anni. Quel di Rimini, per espiare le bestemmie del Renan invita i fedeli ad una funzione sacra, e l'autorità impedisce di pubblicar l'invito, e dai carabinieri lo fa strappare dall'interno delle chiese. I carabinieri andarono a insediare il parroco di Poppi, in onta all'arcivescovo. Il vescovo di Spoleto fu chiuso in fortezza perchè rammentò ai sindaci dovere «l'azion del Governo arrestarsi alle porte del santuario», siccome aveva dichiarato il presidente del ministero: l'arciprete di Cento perchè non benedisse col Sacramento un picchetto di guardie nazionali; e quel di Gaeta perchè nol benedisse bene: il prevosto Carsana di Bergamo perchè non volle dare la pasqua a uno scomunicato.

Onde i vescovi napoletani, protestando contro la legge che incatena ogni lor atto alla placitazione, esclamavano: «Niun governo è possibile quando un potere estraneo ed intruso il soprafaccia per modo, da voler esser arbitro d'ogni più vitale suo interesse, attraversargli il conferimento delle cariche, la destinazione de' pubblici magistrati, e metterne ad esame ogni provvedimento, ogni legge con piena balìa d'invalidarli a talento, staggirne il patrimonio e dispensare o negare a suo grado l'uso e il conseguimento dei beni, pei quali la cosa pubblica si amministra e sostenta»[543]. Perfino i tribunali risentirono delle antipatie religiose e della paura de' giornali, sottoponendo il giuridico al politico; e, per dire un sol caso fra cento, il supremo consiglio amministrativo di Napoli, il 3 giugno 1862, condannava i canonici di quella metropolitana per astensione e contegno ostile; reati ignoti al codice.

Può forse credersi che non sieno comandati dal Governo que' giornali, non pagati da lui que' monelli, non inviata da lui la tirannia in veste di prefetto: ma lascia fare e applaudire, punisce e disgrada chi vi contrasta; ha i prediletti suoi fra i persecutori; non protegge dagli insulti le sacre funzioni, ma le vieta perchè non eccitino disprezzi: sorregge abusi de' magistrati, abjetti co' superiori per prepotere sugl'inferiori, e cattivarsi l'applauso de' gaudenti e l'assenso d'una plebe che non sa quel che vuole, e vuole sempre quel che non ha; e che guarda a queste persecuzioni con indifferenza o anche con gusto perchè gli si ripete che menano a quella felicità, alla quale aspira sempre e sempre invano.

Gli sforzi principali dirigeansi a togliere l'educazione di mano al clero, non coll'impedire ch'esso ne avesse il privilegio, da gran tempo dimenticato, ma volgendo le istituzioni a escluderlo: nè solo le istituzioni governative, ma fin talune camuffate di carità, e dove si adula la gioventù o la moltitudine per pervertirla.

Principalmente si combattevano gli Ordini monastici, i quali, oltre esser legittimi come forma di libertà, rispondono a bisogni particolari di certi tempi e di certe classi di persone, dotate di grazie particolari, ma riescono incomprensibili alla vulgarità che conosce soltanto i piaceri e gli affari. Cacciati in nome della fraternità, erano tornati in nome della carità cristiana; ma si riuscì a farli detestati dalla classe gaudente quanto nel medioevo gli Ebrei; ed ogni riforma di governo venne seguita dalla loro distruzione[544]. Cacciati dalle case dove avevano composti tutti i loro desiderj, non poteano più vivere che mendicando: questa era colpa per cui erano arrestati, e così nudriti; onde una circolare autorizzò a non imprigionare quelli che non avessero ricevuta la pensione.

Così levate al clero le prerogative del vecchio diritto, ad onta del nuovo si manteneano contro di esso le leggi paurose e le ordinanze eccezionali delle tirannidi antiche; nella loro persecuzione i governanti alleavansi i partiti più opposti che si rassegnavano anche alla servitù di tutti, purchè della libertà non potesse vantaggiare il clero, non accorgendosi come ogni argomento che si accampa contro l'indipendenza delle comunità religiose, vale contro le politiche. Intolleranza tanto più notevole ove si tutelano le istituzioni più avverse al cristianesimo; si esaltano i culti di Budda, di Fo, di Maometto; si proteggono le associazioni protestanti e massoniche[545]. Nè a torto gli ecclesiastici rifletteano che anche Roma pagana, nella peggior sua decadenza, mentre adottava tutti i vizj e le superstizioni, repudiava le virtù cristiane; mentre era minacciata dai Barbari, sbigottivasi di pochi missionarj; mentre lasciava ostentar i vizj di Messalina, e Caracalla, riduceva i Cristiani a celar le loro penitenze nelle catacombe. Voi (diceano) intendete libera Chiesa al modo con cui libero Stato intendono i socialisti; poichè la portereste a piena rivoluzione, colla scena de' plebisciti per eleggere i curati e i vescovi; col rinfacciare ai prelati la carrozza e gli argenti e il palazzo; col repudiare la suprema giurisdizione che è indispensabile per l'unità; i papi sarebbero fatti per diploma dei re, non per ispirazione dello Spirito Santo nè dai prelati di tutta la cristianità; insomma senza culto senza morale, senza stabilità, la Chiesa rimarrebbe in balìa dello Stato che le porrebbe continui impacci: sarebbe il chiodo battuto continuamente dal martello della pretesa libertà. La spiegata ostilità non lasciò ignorare nessuno degli abusi che al clero potrebbero apporsi, ma voi volete far la politica col mezzo della miscredenza; confondete l'idea di società con quella di Stato; chiamate libertà il toglierla ad altri, ad una classe intera; pretendete alla concordia per mezzo dell'irritazione, e col dividere la nazione in vincitori e vinti. Riponendo ogni progresso nel livellare (continuano) a questi atti pretessete il titolo di eguaglianza, quasi la Chiesa pretendesse dare l'exequatur alla nomina del re o del ministro o del senatore, e stabilire qual bandiera, che divise, quanti soldati aver deva lo Stato, e come regolare i collegi militari o di marina, o impedirvi d'opprimere di tributi i cittadini. La società non tollererebbe più un clero privilegiato e dominante, ma forse la Chiesa aspira a questo titolo? Non chiede privilegi, vuol l'eguaglianza, vuole poter seguitare i proprj statuti che sono i canoni e le disposizioni conciliari, in quanto non repugnano al diritto comune; vuol garantiti i diritti che spettano a' ministri e membri suoi secondo quegli statuti.

Viepiù il raziocinio e le azioni scompigliò la aspirazione di conquistare Roma, sempre coll'ombra di quistioni accessorie offuscando le verità fondamentali. Nella meschinità de' concetti moderni si suppose che i contrasti della società secolare contro l'ecclesiastica nel medioevo mirassero a togliere a questa gli Stati Pontifizj, e si arrivò persino a fare di Dante l'apostolo, anzi il profeta d'un'unità italiana, di cui fosse capo un imperadore sedente a Roma; nel veltro allegorico di lui s'adombrò un re moderno, al quale un prete in pubblica solennità gridò, Vieni a veder la tua Roma che chiama. Chi serbava ombra di senno non potea dimenticare che quelle parole erano dirette ad Alberto d'Austria, cui il poeta minacciava il giusto giudizio di Dio se non venisse qua ad inforcare gli arcioni di questa Italia, fatta indomita e selvaggia.

Se la fede di Cristo fosse stata applicata nella sua pienezza, la pace avrebbe regnato nel mondo come in una famiglia; cor unum et anima una; con un solo simbolo per conoscere il suo Padre, una sola morale per servirlo, un culto per adorarlo, un cuore per amarlo, un pastore per condurci, eliminando dalla fraternità universale quelle irose ambizioni, che sopra migliaja di vittime erigono la gloria degli eroi.

Il medioevo sperò effettuare la pace riducendo il mondo a questa grande unità sotto un solo capo, che potesse imporre agli altri la giustizia, sia colla forza, o sia coll'autorità. Questo capo era o l'imperatore o il papa: e quello i Ghibellini, questo i Guelfi miravano a render più libero e assoluto che si potesse. Nello sfasciamento della società antica, quando non era sopravvissa altra podestà, altro organamento che l'ecclesiastico, altra legge che la canonica, altre regolari procedure che le sacerdotali, prevalsero i pontefici, che della civiltà antica aveano raccolto le parti migliori, e depurandole se n'erano valsi a ricostituire la società universale: i principi stessi invocarono l'alto dominio di essi, fosse per assicurare il proprio, fosse per attingerne norme d'amministrazione e di giustizia: il popolo ne li benedisse d'un aumento di potenza, che riusciva tutto a favor suo, perchè surrogava il diritto alle sciabole, la discussione al decreto, la carità alla tirannia.

Come le genti si furono sedute ne' paesi che doveano divenir patria loro, i dominanti particolari che, munitisi d'eserciti e d'erario, più non sentivano bisogno del patronato dei papi, studiarono ritrarsene, e recuperare al governo civile le prerogative che quelli aveano non usurpate, giacchè a nessuno le tolsero, ma esercitate quando altro organamento non sussisteva.

Forse, col rinnovarsi della civiltà, sarebbonsi potute conciliare le pretensioni dei due poteri, ma ne tolse speranza la riforma religiosa, che fu una vera riazione contro la preponderenza italiana e pontifizia. Sottrattogli mezzo il mondo, il papato non potè più influire efficacemente sulla civiltà e sulla politica: ristretto a un piccolo principato, scemata tanto l'efficacia della sua parola; per tutelarne l'esistenza e i diritti dovette cercare le alleanze dei forti, stringendosi ora colla Spagna, ora colla Germania, ora colla Francia, che colla loro protezione, coi loro concordati ne mozzavano spesso la podestà spirituale; e colla scienza e col moto civile cospiravano, talora senza accorgersi, a sottometterla al laicato[546].

D'allora il principato di Roma non diversificò dagli altri principati fra cui sminuzzavansi i regni tutti, ma specialmente l'Italia nostra e la Germania. La indipendenza più o meno intera di questi piccoli ovviava l'oltrapotenza dei grossi, che perciò miravano ad ingojarli. Ma di farlo non trovarono la opportunità se non quando la Rivoluzione, sotto il titolo di dar a tutti la libertà, abolì le libertà de' singoli a favore d'un ente astratto che chiamava lo Stato; poi ridottile a una fittizia unità, li gettava in braccio d'un re.

Questa genesi della libertà moderna ci è data dalla storia che non imiti un bullettino d'armata; vuolsi aggiungere che, per frenare i possibili abusi dei re, non più bilanciati dalle piccole aggregazioni e dalla Chiesa, dovette ricorrersi alle costituzioni, cioè metter limiti fittizj e irrispettati a principi su cui si era accumulata la piena assolutezza; e se non vi si attenessero, minacciarli non più della scomunica, ma della rivolta.

Mercè della Rivoluzione, la Germania che avea da quattrocento Stati, alcuni repubblicani, tutti con sovranità limitata da privilegi, fu ristretta in pochi regni, principalmente spodestando i principi ecclesiastici.

Dall'Italia scomparvero tutte le repubbliche, e gli Stati si ridussero a pochi, sinchè vennero assorti tutti in uno. Prima del 96 il papa pesava sulla bilancia europea come un'altra potenza, giacchè come queste poteva comprare soldati. Introdotta la coscrizione, e perciò misurata l'importanza dal numero de' sudditi, egli si trovò impotente a petto degli ambiziosi. Buonaparte nelle prime sue corse tolse ai papi le Legazioni, garantendo il resto: ma ingrandito, non sofferse che un prete osasse dirgli no quando gli altri re non sapeano che dirgli sì: che negasse concorrere a soffogar l'Inghilterra col blocco continentale, o ricusasse di maledire i suoi nemici, o di dargli soldati contro di questi, di scioglier il suo matrimonio, acciocchè potesse sposare una austriaca: sicchè dichiarò finito il dominio temporale del papa, ne fece dipartimenti francesi, e conferì il titolo di re di Roma al presunto suo successore.

L'Europa s'indignò alla prepotenza, ma ancora Abele fu il vincitore; e i popoli, appena ebbero rovesciato Napoleone, non ebbero premura migliore che di veder restituito al papa il suo dominio. Ma più che da quel misto di protestantismo e di misticismo che fu la Santa Alleanza, lo Stato pontifizio restava garantito dal confinare con principati non superiori di forze; e quando la sommossa del 1830 minacciò l'indipendenza del regnante di Roma, le grandi potenze d'Europa s'accordarono a restituirgliela piena.

Poi Pio IX credette maturo il paese agli ordini civili che il secolo nostro proclama; e con timidezza ma con sincerità, inesperto, scrupoloso, incoerente, ma tutto equità e benevolenza procedendo, si fece ammirare da tutto il mondo come nessun suo predecessore, e benedire dall'Italia, della quale egli fu che cominciò il rinnovamento, e sulla quale attirò l'attenzione di tutta Europa come negli splendidi giorni del papato.

Presto si trascese; non si seppe cacciar lo straniero, bensì il papa: Pio IX dovette fuggire dal suo paese che cadde in preda all'anarchia; e le aspirazioni de' Neoguelfi cedettero alle ambizioni dinastiche e alle astuzie dottrinarie. Il regno sardo pensò allora rifarsi delle sofferte sconfitte, e acquistare predominio in Italia coll'andar a ristabilire in trono il papa. I deputati savojardi, imperterriti sostenitori del partito conservatore e religioso, mal soffrivano una spedizione che poteva tornar utile alla repubblica romana, o minacciare gli altri principi per ingrandire il regno sardo, col che sarebbesi dovuta cangiar la capitale, e con ciò dare il crollo al regno[547]. Più l'avversavano i liberali, e gli atti del Parlamento del 1849 meritano esser letti per vedere sino a qual punto possa trascender la retorica, e come vi si producessero già que' sofismi, che tratto tratto ripullulano sulla sovranità popolare o sull'autorità pontifizia. Ma mentre colà si disputava, i potentati aveano di nuovo pronunziato legittimo il dominio del papa quanto gli altri, e necessaria all'indipendenza di ducento milioni di Cattolici la indipendenza del pontefice: e incaricarono di repristinarlo la Francia repubblicana, così governabile appena non ha più governo.

Così fu fatto: ma ciò portava l'ingrata necessità di una permanente occupazione straniera, per reprimere la rivoluzione che aveva concentrato i suoi fuochi contro di Roma. Il pontefice, in occasione che si trovavano i vescovi congregati per una sacra solennità, propose loro di decidere se il potere temporale fosse necessario qui e adesso. Risposero unanimi del sì, e diceano: «Come i prelati della Chiesa avrebbero potuto da tutte le parti del mondo arrivar sicuramente per conferire con vostra santità sui più gravi interessi, qualora avessero trovato su queste rive un principe geloso de' loro principi, o sospetto o nemico ad essi? V'è doveri di cristiano e doveri di cittadino, che non sono contrarj ma differenti. E come i vescovi avrebbero potuto compirli se non vi fosse a Roma una sovranità temporale, come è la pontifizia, assolutamente indipendente, e centro della concordia universale, senza ambizione umana, senza aspirazione a dominio terrestre? Noi liberi siam venuti a un papa-re libero: pastori noi ci occupiamo degli interessi della Chiesa: cittadini, degli interessi della patria: equamente congiungiamo gli uni cogli altri, e non negligendo i doveri nè di pastori nè di cittadini. Chi dunque oserebbe impugnare un principato così antico, fondato sopra tale autorità e necessità? Se anche si badi al diritto umano sul quale riposano la sicurezza de' principi e la libertà dei popoli, qual altra potenza potrebbe a questa paragonarsi? qual altra è così venerabile e santa? Se questi diritti si calpestino riguardo alla santa sede, qual principe sarebbe sicuro di conservar il suo regno, qual repubblica il suo territorio? È dunque per la religione, ma anche per la giustizia e pel diritto, fondamenti delle cose umane, se voi lottate e combattete».

Seicento mandarono indirizzi nell'egual senso, e milioni di firme accompagnate ciascuna da un'offerta, espressero l'omaggio verso il pontefice: ora legate in diciotto grossi volumi nella Biblioteca Vaticana, s'aggiunsero ai tanti documenti del principato romano. Qual lingua v'ha in cui esso non siasi affermato?

In realtà il potere temporale non è consacrato nè nella necessità nè nel principio, nè fuori nè dentro da verun dogma, cioè qual verità rivelata, proposta dalla Chiesa a credersi. È opportunità contingente; eppure scindere la quistione non è possibile, ed è necessario scegliere fra lo spirito della Chiesa e lo spirito della Rivoluzione. Quando tutto era forza, la Chiesa potè, mediante il suo potere, salvar la società e la civiltà: oggi pure, che al diritto si surrogano gli eserciti, i fatti compiuti: oggi che la forza proclama, gli oppositori balbettano, e pare assai ottenere una transazione; quanto le giova l'indipendenza materiale! vorrebbero il mondo senza papa, cioè come era in man di Nerone, ai piedi di Poppea, fra le braccia dell'insaziabile Messalina. Il papa ha per missione il governo della Chiesa, non dello Stato. La fede non dice che il temporale sia inseparabile appendice della divina missione, e indispensabile all'esercizio del potere spirituale, ma determina questo in modo, che non può venir esercitato se non da un capo indipendente. Tolte le varie gradazioni di sovranità, oggi non si riconoscono che re o sudditi: il papa, dal momento che cessasse di esser principe, rimarrebbe suddito d'un re, cioè all'arbitrio d'un ministero, che ben potrebbe usargli tutti i riguardi, tutte le deferenze, ma non lascerebbe d'esserne il padrone, anche quando camminasse d'accordo; in un conflitto poi potrebbe impedire ogni esercizio d'autorità a quello che ducento milioni di Cattolici han bisogno di saper indipendente.

Queste cose poteano esser comprese da Carlomagno[548] o Napoleone il Grande: non dalla trivialità de' giornali, non dalla rivoluzione che, elevato uno sul pinacolo del tempio, gli mostra la penisola, e gli dice: «Sarà tutta tua se prostrato mi adorerai». In fatto si fece credere che il ben dell'Italia richiedesse, non l'unità delle anime come vuol la Chiesa, ma l'unità geografica; si gridò in tutti i toni la frase di aspirazione nazionale, e fattosene organo il Piemonte, questo cacciò gli Austriaci dalla Lombardia cogli ajuti di Francia; poi contro il voto della Francia s'annettè i varj Stati d'Italia, facendo qui ciò che casa d'Austria fece un tempo colla Spagna. Possano esserne diverse le conseguenze!

Allora il pontifizio si trovò serrato entro un unico dominio, il quale gli aveva anche tolto le provincie sue migliori; le Legazioni per sollevazione, per conquista le Marche e l'Umbria, restringendolo a settecenmila abitanti, con una delle più insigni città del mondo; enorme testa di meschinissimo corpo.

Ridotta la politica a un calcolo di forze e ad una teoria geografica, si asserì che anche quel brano dovesse appartenere al regno, e capitale di questo fosse Roma; si tentò averla per forza; e poichè le altre potenze, e più dichiarata la Francia, lo impediscono, vi si mira con quelli che, un'altra frase del tempo, intitola mezzi morali. Il migliore certamente sarebbe il concedere la massima libertà religiosa, e il governar in modo da rendere desiderabili le leggi, i tributi, la giustizia, l'amministrazione nostra[549]. Invece si volge ogni studio a dimostrare che il pontifizio è il pessimo de' governi; e per farlo creder tale basta lo echeggino le trenta voci di quella che altra frase del tempo intitola opinione pubblica. Ma diversa cosa è la sovranità temporale dei papi e il loro governo. Ogni Governo conserva, ed è un modo di conservare il migliorar gradatamente. Ma perchè le idee, non avendo ostacoli di realità e d'attualità, procedono più rapide, sempre si trova che i Governi sono in ritardo. Perciò in ogni paese v'è una porzione, malcontenta del presente e desiderosa del nuovo, da cui spera ogni meglio: il grido di rivolta è sempre considerato come voce del popolo, dacchè, smarrito il senso dell'autorità, i teorici della sovversione guardano come segno di superiorità lo springar calci, e d'imbecillità il conservare. Come contro tutti i governi si declama perfin dai loro amici senza per questo volerli abbattere, così potrebbe esser pessima l'amministrazione del papa, che è infallibile nelle decisioni dogmatiche, non in quelle di Stato, nè perciò andarne invalidato il principio: questo è immanente, quella continuamente mutabile.

Allorchè si discute delle inenarrabili miserie dell'Irlanda, l'orgoglioso Inglese dice: «La causa n'è il papismo». Così qui si ripete che da Roma derivano immense jatture all'Italia; là si ricovera un re spossessato; là si fomenta il brigantaggio; là si desidera la restaurazione de' principi spossessati e si prepara; là s'insinua ai preti, e per essi alle popolazioni, che non è bene l'introdurre anche colà il giansenismo, la sofistica, le idee del 89, il codice francese: che i fatti compiuti non costituiscono un diritto: che al dominio della forza prevarrà il regno della giustizia. Se il papa è un capo dei briganti; se le sue speranze fonda sull'Austria; se i fautori di esso sono nemici della patria, chi non troverebbe giusto l'odiarli, e consono il perseguitarli, e il cercar in ogni modo la ruina d'un potere così micidiale? E chi nol crederebbe quando ogni giorno lo ripetono i giornali e l'effigiano le caricature?

Di rimpatto i Cattolici credonsi in dovere di obbedir al pontefice in quanto riguarda il dogma e la morale, e per venerazione filiale accettano la sua decisione anche quando pronunzia opportuna la conservazione della podestà temporale. Ai conservatori fa urto che Roma dovesse cessare d'esser la città delle arti; e colle vie dritte coi palazzi nuovi, colle caserme, cogli arsenali sostituire le trivialità odierne alla poesia di tante memorie, e i nomi di fatti e di eroi da scena a quelli che il mondo venera da secoli. I forestieri ricordano che Roma è di tutto il mondo, perocchè tutto il mondo contribuì a fabbricarla e arricchirla. I lepidi pongono in baja questo parlamento che starebbe al Quirinale mentre il papa al Vaticano; e quello pubblicherebbe leggi che questo maledice, ordinerebbe atti che questo proibisce[550]. I serj prevedono che a Roma non regnerebbero i Tarquinj, che sotto quell'aspirazione scavasi l'abisso alla dinastia. Altri poi non dissimulavano che, dietro la questione principesca, mascheravasi l'eresia, che vuole conservar la religione, tagliandole solo il capo; e lamentavano che la Chiesa è invecchiata, offuscate le sue verità, che bisogna ringiovanirla associandola alla progrediente civiltà. È la conseguenza della democrazia che, posto il governo nel popolo, vuol porre anche la Chiesa nel corpo de' fedeli; è un'applicazione della teoria protestante del senso privato, e vedemmo gli attacchi contro il dogma cominciar sempre da questo tema, troppo facile a chi guardi i disordini soltanto, non le mirabili istituzioni, non tanta esemplarità di vita e generosità di sacrifizj e d'abnegazione; non la faticosa propagazione del vangelo, non la perpetuazione dell'organamento gerarchico.

A questi concetti diè gran peso il libro Pro causa italica ad episcopos catholicos, auctore presbitero catholico (1861). Era opera del dottissimo Carlo Passaglia, che dopo avere insignemente combattuto fra' teologi e massime per l'immacolata concezione, erasi staccato dalla Compagnia di Gesù, e venuto professore a Torino. A detta sua, non può annoverarsi fra gli Stati uno che non basta a conservarsi e difendersi con forze proprie, ma è costretto puntellarsi d'armi straniere contro i sudditi, attenti ad ogni occasione di ribellarsegli, e che hanno diritto ad effettuare l'unità d'Italia, e perciò disfarsi di quel governo. Al papa dunque suggeriva di ovviare i disastri imminenti alla Chiesa col rinunziare al dominio terreno. Aggiungeva che il vescovo di Roma non può abbandonar la sua sede: asserzione contraria ai fatti di tanti pontefici e dei tanti vescovi in partibus, i quali niuno vorrebbe obbligar a rimanere là dove sono spogliati, avviliti, percossi.

In tal senso sporgeva una supplica, dove, confessatane la supremazia sui vescovi, pregava il papa a far pace coll'Italia, e lasciare che Roma divenisse capitale del nuovo regno. La petizione girò, e fu firmata da centinaja di preti, alcuni per verità in buona fede e per desiderio di concordia, ma pure presumendosi più teologi del papa, più politici dei consiglieri di esso.

Poco andò, e l'ispiratore vedea diminuirsi la sua autorità, e grandissimo numero degli aderenti far solenne ritrattazione: ma ciò che fu notevole, e che discerne l'età nostra dal Cinquecento, si è che neppure un vescovo sottoscrisse all'indirizzo passagliano. Molti vi diedero risposta, esagerando come si fa nelle politiche effervescenze: e domandavano: «Siete voi cattolico? — Sì. — Dunque dovete seguire la Chiesa e il papa. — Ma Chiesa e papa ingannano i fedeli e insegnano il falso — Dunque separatevi dalla Chiesa e dal papa; siate francamente protestante, e dateci il simbolo vostro come vera religione»[551].

Alle minaccie de' forti, come ai suggerimenti de' sofisti, Pio IX rispondeva una sublime e indomabile parola, Non è lecito. La Chiesa fu solita riconoscere i Governi di fatto, e ampiamente l'avea spiegato Gregorio XVI nella bolla Sollicitudo Ecclesiarum del 7 agosto 1831. Disputandosi la corona di Portogallo don Michele e donna Maria da Gloria, il primo mandò a Roma per provedere i vescovadi vacanti; e Gregorio, sull'esempio de' suoi predecessori, dichiarava che «se per necessità ecclesiastiche attribuisse ad alcuno un titolo di dignità anche regia, o gli spedisse legati, o trattasse o stipulasse con esso, non dovea tenersi cresciuto il suo o scemato il diritto di altri; avvegnachè si mirava solo a condurre i popoli alla felicità spirituale ed eterna». Chiedeasi dunque che anche Pio IX riconoscesse il fatto del regno d'Italia: ma i difensori della Chiesa rifletteano che oggi non trattavasi d'altri principi spodestati, sibbene del capo stesso della Chiesa. S'egli è legittimo per consenso di tutta la pubblica ragione, non si dà diritto contro il diritto, nè egli potea consentirne alcuna violazione: non potea rinunziare ad un'indipendenza che protegge l'indipendenza di tutti i Cattolici del mondo; rinunziare a possessi che avea ricevuti unicamente in deposito, da trasmettere a' suoi successori; nè colla propria rinunzia infirmare le ragioni di tutti i principi spossessati. Egli riformatore, diverrebbe rivoluzionario rinunziando[552].

Esposto alla doppia prova dell'ovazione e degli insulti, più che non de' possessi temporali Pio IX affliggeasi per le persecuzioni insistenti e per la vedovanza di tante chiese, i cui vescovi od erano morti nè più surrogati, o giacevano in esiglio o in carcere. Pertanto, essendo rotte le comunicazioni legali fra il padre di tutti e i suoi figliuoli, in modo privato dirizzò una lettera a Vittorio Emanuele, invitandolo a combinar modo di provvedere alle settantadue sedi vacanti. I ministri ne gioirono, quasi con ciò avesse egli riconosciuto il re d'Italia; e come una grazia mandarono persona che trattasse, ma senza veste pubblica. L'avvocato Vegezzi, tanto savio quanto pratico, portò ben innanzi gli accordi, ma mentre era prestabilito non si toccasse alla questione politica, ecco sopraggiungergli istruzioni che la implicavano. La Corte romana le ricusò; e i ministri, asserendo che n'era compromessa la dignità della corona[553], richiamarono il messo; e aprendosi allora il parlamento nel novembre 1865, vi fecero pronunziare dal re, che dovrebbe provedersi a segregar lo Stato dalla Chiesa.

Era una nuova frase d'un tempo che le frasi accetta per pensieri. I conservatori rispondevano che tale separazione suppone due podestà di fronte, mentre i governativi non ne ammettono che una; ma quest'una abbraccia l'intero individuo, o lascia qualche elemento del cittadino sottrarsi allo Stato? Il progresso civile del cristianesimo sopra la gentilità consistette appunto nel riconoscere che l'uomo, anche legato in civile società, resta padrone di sè, delle credenze sue, della sua fede, delle facoltà per le quali si inalza a Dio. In quell'ordine egli è sovrano; e può od isolarsi, od unirsi a un gruppo di persone, libere come lui d'adorare e credere. Lo Stato non ha nulla a immischiarsene; e trattisi d'un uomo, o d'un sodalizio, o d'un Concilio, la sovranità, che è d'origine puramente naturale, si arresta davanti al santuario della coscienza. Come ente morale distinto, la Chiesa dee aver facoltà d'amministrare, far leggi, osservarle, senza che il Governo possa impacciarla in quanto concerne i dogmi, la disciplina, la gerarchia.

E la Chiesa e lo Stato (argomentavano i conservatori) sono distinti per origine e per mezzi; ma entrambi operano sopra un individuo inseparabile, che come cristiano appartiene alla Chiesa, come cittadino appartiene alla società civile, sicchè necessariamente dipende e dalla Chiesa e dal Governo. Voler che quella restringa la sua autorità a sole le anime, implicherebbe che il corpo possa operare indipendentemente dallo spirito, o viceversa. Entrambi agiscono sull'ente duplice; e qualora propongansi lo stesso fine, non v'è titolo perchè operino separatamente; qualora siano in conflitto, l'uno soprafarà l'altro; saranno due potenze a cozzo; uno Stato nello Stato; una guerra inevitabile. Già Dante rimproverava l'antica Roma di confondere in sè due reggimenti, mentre lo Stato e la Chiesa devono restare non separati, ma distinti; non una Chiesa nazionale, servile alle esigenze politiche; non lo Stato impedito dalla Chiesa. Lontana dal tempo quando prevaleva allo Stato, essa a questo non domanda che la libertà; la quale val ben meglio d'una protezione comprata a spesa di diritti. Che importa alla Chiesa delle condizioni politiche? essa non ha per suo ideale verun Governo umano; basta nol trovi in opposizione colla sua dottrina. Suo uffizio è proclamare la verità, attuare la morale, comandando in nome di Dio al fôro interno. Tale uffizio non potrebbe assumersi il Governo senza ledere la libertà di coscienza. Il Governo deve possibilmente conformare i suoi atti politici ai beni spirituali e morali. Come conoscerli, come determinarli, quando cozzino coi temporali? Questo cozzo non deriva dall'esser uniti Stato e Chiesa, bensì dalla natura viziata dell'uomo, che ravvisa due sorta di beni, e non sa via di conciliarli.

Come all'umana natura sono insiti l'autorità della fede e la libertà del ragionamento, e perciò essendo indistruttibili, bisogna conciliarli, così è dello Stato e della Chiesa; e poichè tutti i poteri hanno il dovere di cooperare alla destinazione umana, lo Stato nel cercar il bene temporale non può prescindere dallo spirituale che n'è tanta parte, procedendo per la via della giustizia, santificata dalla religione.

La Chiesa ha bisogno d'aver la libera parola, perchè tutti ricevettero da Cristo il diritto di ascoltarla; ha bisogno d'aver libere le elezioni, onde conservare alla società cristiana il diritto alla successione apostolica; ha bisogno d'adunarsi e discutere, perchè i comuni interessi dei fedeli vengano in comune ponderati dai loro pastori; ha bisogno di diriger l'educazione e i matrimonj, perchè la famiglia ha diritto di far risalire a Dio la grazia della paternità, e di produrre cittadini degni della patria terrena e della celeste. Donde appare che i diritti della Chiesa sono infine diritti dei fedeli e lor patrimonio comune. Se, quale podestà spirituale, la Chiesa deve avere la libertà della parola, della grazia, della virtù, per insegnar agli uomini, convertirli, renderli perfetti, bisogna abbia la facoltà di difendere anche contro la forza i diritti della coscienza e la libertà delle anime. Suo destino è di vivere nel tempo e nello spazio, mescolata agli affari del mondo, e mal la conosce chi dalla segregazione spera pace e prosperità. Appunto perchè mista alle cose mondane ha il diritto di proprietà e sovranità, fondato sulla natura e sulla storia. Uno può possedere come proprietario o come sovrano. La Chiesa volle sempre il primo modo: non fe che accettare il secondo, perchè lo crede necessario in certe contingenze.

Non dunque Chiesa nello Stato o Stato nella Chiesa, nè Stato senza Chiesa, ma armonia dello Stato colla Chiesa, liberi nel loro campo d'azione, nell'amichevole esercizio dei loro poteri, e nel fine comune di prosperar l'umana convivenza; non secolarizzare la religione, bensì consacrare la politica, accordandosi in un potere discrezionale, di limiti indefinibili e di mutua compensazione. Lo Stato cura gli atti giuridici, la Chiesa i morali; quello è razionale, questa bada al sovranaturale, alla Grazia; per quello la libertà civile, obbediente alle prescrizioni umane, per questa la libertà morale, obbediente alla legge divina. Grave errore il lasciare cancellar dallo spirito, foss'anche pel barbaglio della gloria, la distinzione del giusto e dell'ingiusto, e fidarsi alla forza sin al giorno inevitabile ch'essa soccomba ad una maggiore! I due ordini coesistenti diansi la mano per la felicità del genere umano; è delitto di lesa società il confonderli quanto il disgregarli; e la difficoltà non consiste nello stabilire accordi, ma nella diffidenza che sieno osservati.

Non trattasi dunque se un principe abbia ad occupare un altro piccolo territorio, se un re governi bene o male[554], bensì dell'armonia universale: non vuolsi libera Chiesa in libero Stato, ma in popolo libero: non condannare ciò che l'immensa maggioranza venera ed ama; non sottomettere le magnifiche speranze dei giusti e le salutari paure de' peccatori a decreti di ministri e prefetti, bensì introdurre l'amore e la giustizia, senza cui non v'è pace; far concorrere al bene universale le due podestà, che concordi possono tutto, discordi nulla valgono contro il male.

Questi e ben più solidi argomenti produceano coloro che ancor credono all'efficacia delle ragioni e dei sentimenti virtuosi, cercando elevar la quistione di sopra all'atmosfera venefica delle passioni e al polverio della mischia, e lontano dagli irritanti ricordi[555]. Di fronte alle difficoltà complicantisi fra un popolo tormentato a vicenda dalla servitù o dalla libertà, che da un ordine senza dignità passa a un disordine senza grandezza, i timorati credono e i baldanzosi vantano che il cattolicismo, privato del piedestallo d'un dominio temporale, va a perire. Certo s'ingannano. Altri affermano che potrebbe il capo della Chiesa conservar la sua indipendenza sotto la tutela dello Stato. Crediamo che costoro lascinsi ingannare. Quelli poi che dicono il potere temporale dovere abbattersi acciochè meglio sia venerato lo spirituale, son gente che vuol ingannare. Del resto nessun più che il clero porta oggi le stigmate dell'ingiustizie del mondo: ma sa che la Chiesa ebbe per destino il soffrire, per gloria l'aver tutto affrontato, e per avvenire il soffrire tutto, tutto affrontare ancora, e resistere incessantemente all'ingiustizia e all'immoralità.

Non vedemmo agitarsi questo conflitto dello Stato e della Chiesa colle armi, poi colle dottrine, poi col sofisma, poi colle bestemmie? Se non vi riuscirono Diocleziano, Giuliano, Voltaire, il Terrore, mal pretenderebbesi ora scioglierlo colle frasi: ma chi dimenticò quel ch'è giusto è condannato a non conoscere più quel ch'è possibile. In fatto la Francia stipulò di nuovo col Governo d'Italia che il dominio papale verrebbe rispettato, e che la capitale sarebbe Firenze: a tali condizioni ritirerebbe le truppe che proteggevano non un principe straniero, ma il padre comune a Roma. Al pontefice, quando, per la convenzione del 15 settembre 1864[556], si trovò abbandonato anche dal Governo francese che in faccia a tutta l'Europa aveva assunto l'impegno di difenderlo, non restava che protestare. I Cattolici, trovandosi più sempre conculcati, pensarono premunirsi costituendo una «Associazione cattolica per la difesa della religione» che, secondo i suoi statuti, doveva aver un capo a Bologna, rappresentanti nelle varie città, ma tutti notificati al Governo, e tenersi estranea a qualunque azione politica, perfino alle elezioni. Subito dalle mille voci fu denunziata come una grande cospirazione austro-borbonico-clericale, «una vasta rete di congiurati per vituperare e combattere le disposizioni del Governo sulle faccende ecclesiastiche, procacciare nemici con la stampa, conturbare le coscienze, eccitare il fanatismo e l'intolleranza delle plebi sotto il pretesto di scuotere l'indifferentismo religioso in Italia; stabilire insomma una sètta ordinata, numerosa e compatta per mettere in rovina il potere, e rovesciarlo alla prima occasione propizia»[557].

A queste ombre dà corpo il partito che s'intitola liberale, e che dice al potere, «Ajutami ad abbattere i clericali»: poi dirà al popolo, «Ajutami ad abbattere il Governo»: infine dirà alla ciurma, «Ajutami ad abbattere Governo e popolo». Di applicare quel che, nel diritto nuovo, chiamasi libertà, cioè l'arbitrio del Governo, opportunissima occasione trovò allorquando il regno d'Italia, approfittando della nimicizia rotta dalla Prussia all'Austria, dichiarò guerra a questa per toglierle il Veneto. Mentre si ostentava baldanza per un esercito formidabile e una decantata marina, si finse temere che i Cattolici volessero cogliere il momento per tentare di sconnettere un regno, dove l'unione è decretata e legale, ma non ancor penetrata negli spiriti. Allora dunque i liberali fecero passare una legge de' sospetti (17 maggio 1866), che infaustamente serba il nome di Crispi, per la quale lasciava autorità al Governo di mandare a domicilio coatto le persone che dessero ombra. Subito in ogni città, in ogni borgata furono istituiti comitati che origliassero e denunziassero; v'ebbe spie che apersero le lettere, delatori fin tra parenti, fin tra deputati; sfoghi di vendette, prepotenze di magistrati. Universale fu la costernazione, e la servilità de' prefetti e de' sindaci, i rancori degli individui, le passioni de' partiti, la brutalità delle gazzette si accordarono per denunziare i vescovi e i sacerdoti che avevano mostrato o zelo della religione, o dottrina non comune, o fermezza a respingere gli abusi; e quelle persone che si possono calunniare ma non disprezzare, e che non è così facile far obbedire all'iniquità. Principalmente fu colpa, o almeno indizio l'esser appartenuto alla Associazione Cattolica. Secondo le statistiche presentate, seimila ottocenventicinque persone furono proposte per la relegazione, di cui quattromila censettantuno vi vennero sottoposte, anche senza processo; e benchè la legge non parlasse che di domicilio coatto, furono chiusi nelle prigioni dei ladri; appajati agli assassini nel trattamento. I giornali in quel terrore universale risero sardonicamente, esclamando: «Ecco applicata la libertà della Chiesa».

L'inverecondo strazio lentossi, poi cessò quando ci fu imposta la pace, e il ministero, sotto l'ispirazione migliore parve entrare in concetti più civili e meno illiberali rispetto alla credenza della maggioranza, come diceano, e togliere le inique parzialità. Allora dagli ergastoli, dalle isole, dalle caserme, dai lontani esigli ritornò quella folla di sospetti clericali, contro nessun de' quali erasi potuto procedere legalmente. Allora ancora si permise potessero restituirsi alle sedi i tanti vescovi che n'erano tenuti lontani per paura della loro virtù, e sotto la maschera di salvarli dall'oltraggio del popolo. E per verità quel pugno di persone che in ogni paese usurpa il titolo di pubblico, que' giornali che han tossico nel cuore e fango nel pensiero tentò dapertutto eccitare ire, dimostrazioni, fischi; per lo più prevalse il buon senso: e lasciò sfogo al sentimento devoto e riconoscente dalle plebi, tantochè potette applicarsi a tante diocesi d'Italia quella descrizione che Gregorio Nazianzeno fa dell'esultanza de' Cristiani dopo la morte di Giuliano.

Allora si consentirono alcune libertà alla Chiesa, come di scegliere i proprj vescovi senza bisogno di presentazione regia, di giuramento, di placitazioni: si propose una legge che, pure spogliando la Chiesa, promettevale le sue libertà. Nol sofferse il parlamento; abbattè il ministero e quella legge, nè tampoco volle discutere; rinnegò ogni libertà[558], e dopochè l'Austria ebbe abbandonato il Veneto, all'aspirata unità italiana dichiarava non mancare che l'acquisto di Roma. Tanto s'è iti lontani dai motori della rigenerazione italiana! tanto con mezzi sovvertitori si turbò la causa santa promossa da persone che per la patria aveano fatto più che scrivere una gazzetta!

Pio IX, se come principe adopra ogni guisa al miglioramento del suo Stato[559], come papa ha l'intima persuasione d'una particolare assistenza di Dio, il quale certamente lo caverà da questi mali passi, ripristinerà intera la sua autorità anche temporale, purchè egli non rendasi indegno delle grazie superne; ed anzichè cercare armi ed appoggi mondani, aspetta il miracolo. Intanto espone i torti e protesta, e il fece di nuovo nell'allocuzione del 29 ottobre 1865, dicendo:

«Più volte e con lettere e con allocuzioni abbiamo deplorato le cose di nostra religione, afflitte da molti anni in Italia, e le gravissime ingiurie fatte dal Governo del Piemonte a noi e all'apostolica sede. Cresce il dolor nostro, vedendolo incessantemente e con sempre maggiore violenza aggredire la cattolica Chiesa, le salutari leggi e i sacri ministri di essa, vescovi, integerrimi uomini d'ambo i cleri, onestissimi cittadini cattolici, senza umanità, con quotidiano eccesso cacciare in esiglio, in carcere, o vessar in modi indegni; le diocesi con gravissimo detrimento delle anime lasciar prive de' pastori; le vergini sacre a Dio espulse da' lor monasteri e ridotte a mendicità; i templi di Dio violati; i seminarj episcopali chiusi; la istruzione della gioventù tolta alla disciplina cristiana, e commessa a maestri di errore e d'iniquità: il patrimonio della Chiesa usurpato e distratto. Messi in non cale le censure ecclesiastiche e i reclami giustissimi da noi fatti e dai vescovi, sancì leggi avversissime alla Chiesa e alle dottrine e ai diritti di essa, fin la legge del matrimonio civile, sommamente contraria non solo alla dottrina cattolica, ma eziandio al bene della civile società, poichè rompe la dignità e santità del matrimonio, e promuove un turpissimo concubinato, stantechè tra fedeli non può esserci matrimonio che non sia sacramento. Violando la pubblica professione de' consigli evangelici, spregiando i grandissimi beneficj recati dagli Ordini regolari in tutte le cose religiose, civili e letterarie, non esitò a sopprimere le corporazioni religiose, e usurparne le possessioni cogli altri beni ecclesiastici. Fin prima di ottener il possesso della Venezia, estese a quelle regioni le medesime leggi e decreti, e abolì il Concordato da noi statuito coll'imperatore d'Austria[560].

«Epperò, come richiede il gravissimo ufficio del nostro apostolico ministero, di nuovo alziamo la voce pontificale per la religione, per la Chiesa, pe' sacri dritti di lei, pei diritti e per l'autorità di questa cattedra di Pietro, fortissimamente detestando e riprovando nel complesso e in ogni particolare tutto ciò che contro la Chiesa è stato decretato e operato dal subalpino governo e da' suoi magistrati di qualunque specie, e quei decreti e i loro effetti colla nostra apostolica autorità abroghiamo e dichiariamo di niuna forza e valore. Coloro che ne sono stati autori, e han nome di cristiano, seriamente vogliano pensare d'essere miserabilmente caduti nelle censure e pene spirituali che le costituzioni apostoliche, e i decreti de' Concilj infliggono ipso facto agli invasori de' diritti della Chiesa...

«Uomini astuti interpretano a lor modo e arbitrio quella benedizione che noi demmo all'Italia allorchè, per ispontaneo amore verso i popoli dello Stato Pontifizio, parlammo perdono e pace. Femmo umili e fervorose preghiere a Dio che dagli imminenti mali liberasse, l'Italia e qui maggiormente splendesse il dono preziosissimo della fede; coll'onestà de' costumi, la giustizia, la carità, le altre virtù cristiane. Nè abbiam mai cessato di pregare Iddio, affinchè la salvi da tante calamità di ogni genere; e più che altro chiediamo al clementissimo Iddio che questi popoli italiani col suo celeste ajuto soccorra e avvalori a star saldi nella sua divina fede e religione, e a sopportare con cristiana fermezza tante avversità.

«È però follia trarre da ciò argomento onde chiedere che noi rinunziassimo al principato civile. Per singolare consiglio della divina provvidenza avvenne che il romano pontefice avesse il suo civile principato, onde nell'assoluta indipendenza da qualunque potere politico, liberamente esercitasse la sua suprema autorità e giurisdizione su tutta la Chiesa universale, e tutti i fedeli ai decreti, e mandati suoi avesser fiducioso ossequio senza sospetto, che gli atti suoi provenissero da volontà o impulso di verun potere politico.

«Lo perchè il civile principato non solo non possiamo rinunciare, ma dobbiamo strenuamente tutelare in tutti i suoi diritti. È noto con quanta sollecitudine i vescovi di tutto l'orbe cattolico l'abbiano propugnato a voce e in iscritto, e dichiarato, nella presente condizione delle cose mondane, essere di tutta necessità al romano pontefice, per esercitare la sua libertà di pascere il cattolico gregge di tutto il mondo; colla qual libertà è connessa quella di tutta la Chiesa universale.

«Vociferano pure che noi dobbiamo pacificarci coll'Italia, intendo dire coi nemici della religione che intitolano se stessi Italia. Noi che, assertori e vindici della salutare dottrina della virtù e della giustizia, dobbiam procurare la salute di tutti, come potremmo accordarci con quelli, i quali, sordi alla verità, da noi fuggono, e neppur han voluto aderire ai desiderj nostri, unicamente diretti a provvedere di vescovi tante diocesi italiane deserte?

«Volesse Dio che costoro, i quali oppugnano sì fieramente noi e questa sede apostolica, alzando gli occhi e l'animo alla verità e alla giustizia, ne avessero lume e ravvedimento; e venissero a noi, guidati da salutare affetto di penitenza! Allora vedrebbero come l'augusta nostra religione conduca a privata e a pubblica felicità individui e popoli; dove essa impera, ivi di necessità si ritrovano la vita onesta, l'integrità, la pace, la giustizia, la carità e ogni altra virtù; nè i popoli vi sono percossi dai mali che gli opprimono ovunque essa è conculcata e invisa....

«Furiosi nemici non cessano di gridare che questa Roma dev'essere partecipe del sovvertimento italico; anzi esserne la capitale. Sperda Iddio gli empj consigli; e non permetta che quest'alma città, dove Egli collocò la cattedra di Pietro, abbia a tornare in quel tristissimo stato, quando la prima volta v'entrò il beatissimo principe degli apostoli. Noi, da ogni umano ajuto quasi deserti, fidenti nel solo ajuto di Dio, siamo apparecchiati a difendere anche col pericolo della vita la causa della Chiesa, a noi da Cristo divinamente commessa; e se fia bisogno, andarcene in qualunque altro paese ove nel miglior modo esercitare il nostro apostolico ministero...

«Purtroppo non è certo se questa o quell'altra nazione abbia da conservar sempre il tesoro preziosissimo della divina fede e religione. Popoli che un tempo custodivano fedelmente il deposito della fede e la disciplina dei costumi, al presente sono scissi da quella pietra, su cui è fondato l'edificio della Chiesa. Miseri i principi i quali, dimentichi d'esser ministri di Dio pel bene, han trascurato di fare quanto è in loro potere e dovere per impedire che si distrugga il preziosissimo tesoro della fede cattolica, fuor della quale è impossibile piacere a Dio...»

Questi gemiti ripetemmo perchè rivelano i dissensi della Chiesa dallo Stato, del popolo vero dai suoi rappresentanti, della nazione da' suoi padroni: perchè si ebbe cuore di dire solennemente che il papa non si duole delle ingiustizie contro la Chiesa[561]; e perchè si veda come i fabbricatori di distruzione allontanino più sempre quella conciliazione, senza della quale non potrà dirsi fatta l'Italia. E mentre scrivo vien ratificata (15 agosto 1867) una legge di passione e di guerra per dilapidare la Chiesa, lasciando senza risposta le lezioni del passato e le interrogazioni dell'avvenire, a cui legheremo tanti inganni, tanti errori, tanti rimpianti: suonano i gemiti di migliaja di anacoreti e monache, cacciati dagli asili dove s'erano formati all'amor del prossimo e all'energica sommessione al voler di Dio, e che esposti a vera fame, ispirano compassione fin ai loro nemici, che crederebbero viltà l'ostinarsi a ingiuriarli; suonano gridi dal parlamento che, «ritirati i Francesi da Roma, omai i preti possono prendersi a calci»[562]: suonano i proclami de' comitati, che spinti dal gran rivoluzionario, preparano armi, prestiti, mine contro Roma, non dissimulando che con ciò si dee scassinare l'ordinamento cattolico.

Se i potentati sostengono il pontefice, s'egli è una forza con cui le forze devono contare, gli è perchè il popolo è ben lontano dall'averlo abbandonato. Altrove le dinastie spariscono alle trame d'un ministro o d'un cospiratore; al comparir dell'oro o delle camicie rosse sfasciansi gli eserciti, spergiurano gl'impiegati. Qui non avvenne. Ma se Dio vorrà non esista più un popolo, a governar il quale basti un prete senza spada, che annunzia la pace e non vuol mai la guerra; dove non si cambiò dinastia da XVIII secoli; dove ogni lingua ha collegi e rappresentanti e tribunali; dov'è l'asilo comune de' perseguitati, la scuola degli artisti e degli eruditi; dove stanno gli archivj della civiltà che di qui fu inviata e protetta in tutto il mondo; dov'è una quiete che ripugna, un silenzio che mortifica il convulsivo rumore dell'altre genti; se s'avvererà la profezia che il demonio prevalga ai santi[563], il pericolo sarà de' Cattolici, non del cattolicismo, e ai paurosi suonerà la parola, «Di poca fede, che dubiti?».

NOTE

[517] Il filosofo Rosmini ha un'orazione funebre per Pio VII, dove è a vedere come lo scagiona dell'aver incoronato Buonaparte. Gli atti corsi in quell'occasione servono a spiegare in qual guisa la Corte di Roma intenda la tolleranza, e come vada intesa l'enciclica dell'8 dicembre 1864. La verità è una. Non può teologicamente riconoscersi vera nessun'altra religione. Ma ciò non importa che, civilmente, non abbiasi a tollerare chi ne professa un'altra. Talleyrand stesso, in un rapporto all'imperatore del 13 luglio 1804, diceva: «La tolleranza in Francia e nella più parte degli Stati europei è un dovere politico, che non affetta in nulla la cattolicità de' sovrani e degli Stati che governano. In Germania, in Italia, a Roma stessa e in Francia si vietano l'insulto e la persecuzione; si compiangono i dissidenti, ma si comanda di rispettarne le opinioni e il culto, che la coscienza prescrive loro di praticare.»

[518] «Intanto innumerevoli spie son qui mantenute, e tutta Roma e tutto lo Stato pontificio sono in preda alle loro calunnie, il palazzo apostolico n'è assediato, come fosse un castello». Note del Consalvi al Talleyrand, 1805.

[519] Nelle memorie lasciate dal principe di Metternich, lungamente ministro dell'impero austriaco è detto: «Io, non come cattolico, ma come ministro d'Austria voglio che il papa soggiorni in casa del papa, e non in casa d'altri. L'ho cantato a Napoleone quando il papa era in Savona prigioniero della Francia. Napoleone mi volea bene, e sapeva che il papa onoravami di sua fiducia. Un giorno mi chiamò e mi disse: — Fatemi un servizio. Sono stanco della cattività del papa. È una condizione che non può fruttar nessun utile, e che importa di non continuare a lungo. Desidero che andiate a Savona; il papa vi è benevolo; gli farete gradire un disegno che ho divisato per isbrigar questa brutta lite.

Io ripresi che mi converrebbe ottener prima la licenza del mio imperatore.

— O che! mi ricusereste questo piacere? (replicò egli). Parmi che non arrischiereste nulla, adoperandovi per la pace del mondo.

— Di ciò per appunto dubito, io ripigliai sorridendo. Temo che non sia pace quella che vostra maestà propone al papa. Si degnerebbe manifestarmi il suo disegno?

— Eccovelo, disse Napoleone quietamente. Da qui innanzi la sede della Chiesa non sarà più a Roma, sarà a Parigi. — Io feci un moto d'ammirazione e un sorriso d'incredulità.

— Sì, continuò il terribile uomo. Io fo venire il papa a Parigi, e vi fermo la sede della Chiesa. Ma voglio che il papa sia indipendente: gli accomodo presso la capitale una dimora convenevole; gli regalo un palazzo, e affinchè sia in casa propria, dichiaro neutro il territorio per la circonferenza di alcune leghe. Colà avrà il suo corpo diplomatico, le sue Congregazioni, la sua Corte, e acciò che di nulla difetti, gli assicuro una dotazione annua di sei milioni. Credete voi che rifiuterebbe?

— Certo sì, e tutta Europa lo sosterrà nel rifiuto; il papa vedrà, e giustamente, che egli sarebbe prigioniero coi vostri sei milioni, quanto è in Savona.

Napoleone si indispettì, e mi tempestò con cento clamorose querele. In ultimo io gli dissi: — Vostra maestà mi strappa un segreto. L'imperatore d'Austria ha avuto questo disegno medesimo. Si accorge che vostra maestà non vuol ricollocare il papa in Roma: egli non vuole che resti in cattività, e pensa altresì fargli uno Stato. Vostra maestà conosce il palazzo di Schönbrunn; l'imperatore lo dà al papa, con un circuito di dieci o quindici leghe, neutro del tutto, e gli aggiunge una rendita di dodici milioni. Se il papa accoglie questa proposizione, ci consente vostra maestà?»

[520] Queste dottrine erano sostenute da un Ferloni prete cremonese (1740-1813) che avea scritto la Storia delle variazioni della disciplina della Chiesa. Il manuscritto ne perdette nell'invasione de' Francesi a Roma il 1798: ma invece d'indispettirsene, offrì ai rivoluzionarj la sua penna, pubblicò omelie in favor di Buonaparte, fu teologo del consiglio privato del vicerè d'Italia, e scrisse «Dell'autorità della Chiesa secondo la vera idea che ne ha data l'antichità, libro da cui si dimostra l'abuso che se n'è fatto e la necessità di circoscriverlo». Gl'indirizzi dei vescovi d'Italia son posti all'Indice per decreto 30 settembre 1817, avvertendo che parte erano finti, parte alterati; e che, appena i tempi lo permisero, tutti furono riprovati da quelli di cui portavano i nomi, con ossequiose lettere spontanee dirette al papa.

Lo sforzo di conciliare l'ordine ecclesiastico col civile fu fatto anche nel tempo de' Francesi. Giuseppe De Poggi nato a Piozzano nel piacentino il 1761, allo scendere de' Giacobini uscì dagli Ordini, come molti altri, ebbe incarichi dalla Repubblica Cisalpina, al cader della quale si fissò in Parigi, ove stette fin al 1842 quando morì. Fu lui che procurò la pubblicazione della Storia d'Italia di Carlo Botta. Giovanissimo stampò De Ecclesia tractatus, nelle idee febroniane, poi le Emende sincere (1791) tutte in sostegno de' diritti del principe nelle discipline ecclesiastiche e in lode del Ricci e di P. Leopoldo, e le pungenti Lettere di frà Colombano. Venuta la repubblica, sostenne i diritti di questa contro la Chiesa; il che è logico: stampò il giornale il Repubblicano Evangelico, la Concordanza della Democrazia col Vangelo, un'Istruzione dei Cattolici sul giuramento della Repubblica Cisalpina. Oltre varie opere d'erudizione e di storia naturale; tradusse in versi l'empia Guerra degli Dei di Parny (Parigi 1830), e fece un poema della natura delle cose, ove sostiene l'eternità della materia.

Eterna ed una, dell'immenso tutto Somma cagion, visibile, verace, Alma natura, che qual sempre fosti E sarai sempre, sei ciò ch'è, che fue, Che in avvenir sarà: sta delle cose In te il principio, la ragion, l'essenza, Il moto, la virtù, la vita, il senso, ecc.

[521] Qualora non potessero esimersene senza grave pericolo e danno, Pio VII permetteva agli antichi suoi sudditi di giurare «di non prender parte in qualsiasi congiura, complotto o sedizione contro il governo attuale; e d'essergli sottomessi e obbedienti in tutto ciò che non sia contro alle leggi di Dio e della Chiesa».

[522] Di quella che chiamammo eresia politica fu il tipo Napoleone I. Il suo intento fu sempre di dominare la Chiesa; e come disse a Sant'Elena, «rispettar le cose spirituali, dominandole senza toccarle; volendo acconciarle ai suoi intenti politici, ma per l'influenza delle cose temporali». Ma per l'inseparabilità loro, anche delle spirituali si mescolò. Il diritto avuto pel concordato di nominar i vescovi, che un tempo la Chiesa avea potuto cedere a principi religiosi, diveniva terribile stromento in mano del rappresentante della rivoluzione francese; d'un libero pensatore. Il linguaggio verso il papa e i prelati ne fu dapprincipio rispettoso; conoscendo l'importanza di restaurare l'autorità, ripristinò la gerarchia, e nelle cerimonie i cardinali passavano avanti ai marescialli, i vescovi ai generali, ma purchè obbedissero a' suoi decreti, assecondassero le sue mire: il che per verità era men difficile, atteso il fascino della grandezza di lui, e dell'imperiosità che non supponeva mai la possibilità d'un'opposizione. La nomina de' primi 60 vescovi fu prudente, e diretta a conciliare i partiti, ma insieme a prepararsi vescovi favorevoli per quando domanderebbe la già meditata corona. Dappoi fu sempre più interessata, sebbene non mai scandalosa, cernendoli fra le persone avverse alla revoluzione, devote a lui e alle istituzioni imperiali, fedeli alle libertà della Chiesa gallicana e di famiglie aristocratiche, avendo potuto dire: «Non c'è che le persone di vecchia razza che sappiano ben servire». Al principe Eugenio scriveva: «Fatemi conoscere chi sostituir nelle sedi vacanti. Bisogna nominar de' preti che mi sian molto attaccati, non cercar vecchj cardinali che all'occasione non mi seconderebbero» (17 febbrajo 1806). E a Giuseppe re di Napoli: «Vi dirò schietto che non mi piace il proemio della soppressione dei conventi. In ciò che riguarda la religione il linguaggio dev'essere nello spirito della religione, e non in quello della filosofia. Qui sta la grand'arte di chi governa. Il preambolo doveva essere in istile da frate. Gli uomini sopportano meglio il male quando non vi si unisca l'insulto. Del resto sapete che non amo i frati, giacchè li distruggo da per tutto» (14 aprile 1807). E ad Elisa: «Non esigete giuramento dai preti. Non riesce che a far nascere delle difficoltà. Tirate dritto, e sopprimete i conventi» (17 maggio 1806). E poco dopo: «Il Breve del papa non importa un fico sinchè resta in man vostra. Non perdete un momento per incamerar tutti i beni de' conventi. Non badate ad alcun dogma. Pigliate i beni de' frati, e lasciate correr il resto» (24 maggio).

Frequenti nasceano le occasioni di Te Deum, accompagnati da pastorali dove i vescovi esaltavano il presente ordine, e, ispirati dal ministero, lanciavano qualche motto contro gli scismatici Russi, gli eretici Inglesi, le persecuzioni che i cattolici soffrivano in Irlanda: non doveano mai mancar le lodi al restaurator della Chiesa, e venivano rimproveri se fossero scarse. Introdusse di far leggere nelle chiese i bullettini dell'esercito, ma poi gli parve che con ciò si desse ai preti un'ingerenza nelle cose politiche, ch'ei non voleva. Da ciò il volere che i preti non potessero salire a gradi nel ministero dei culti senza aver laurea dall'università (30 luglio 1806), la quale potrebbe ricusarla «a chi fosse conosciuto per idee oltramontane, pericolose all'autorità». Che se anche semplici curati dessero segno d'indipendenza, faceali mettere prima in conventi, poi in prigioni; e quelle di Vincennes, di Santa Margherita, di Fenestrelle, d'Ivrea furono piene di sacerdoti, non processati, non condannati, che o morirono, o furono liberati alla caduta di lui, senza sapere il perchè fossero stati presi. Ciò in appresso, ma fin dal principio lagnavasi altamente delle sofisticherie di Pio VII, e assicurava che con ciò portava la ruina della religione. Minacciava che la Francia fosse per divenir protestante, e al nunzio Caprara rimproverando qualche opposizione, diceva: «Non è più il tempo che i preti faceano miracoli. Richiamate quel tempo, ed io vi lascio tutto. Nelle circostanze presenti, dovete lasciar fare ogni cosa a me, prestandomi appoggio fin dove la religione lo consente. Le differenze nostre han fatto nascere fra gl'increduli e gli atei l'idea di gettarsi nel protestantismo, che, dicono, non porta discussioni, e i cui capi fanno ogni opera per trarre il mondo in questa via».

Volle anche procacciarsi il monopolio della parola, e a Portalis, ministro de' culti, il quale avea messo il molto suo ingegno a tutto servizio di lui, scriveva di abolir tutti i giornali religiosi, e ridurli a un solo Giornale dei Curati: eppur si sbigottiva quando questo contenesse alcuna cosa avversa alle libertà gallicane. Non è da tacere che, fin dai primi tempi, ma viepiù in appresso, falsificava o alterava i documenti emanati dalla santa sede nel riprodurli sul Moniteur o nel tradurli, nè esitava di darvi interpretazioni e ispiegazioni fallaci.

Intanto egli s'intrigava di cose strettamente religiose, come la festa del 15 agosto, per la quale fe comparire un san Napoleone, fin allora ignoto al calendario francese, e che doveva escluder la memoria dell'Assunta. Era una nuova occasione ai vescovi di far elogi all'imperatore, e pur troppo vi strabbondarono in frasi, che ormai non sono che de' giornalisti.

Volle anche farsi definitore dogmatico nel famoso catechismo. Già negli articoli organici soggiunti al concordato, aveva imposto non vi sarebbe che una sola liturgia, un solo catechismo per tutte le chiese di Francia. Roma, che ama l'unità, non disgradì questa determinazione. Napoleone, non volendo allora cozzar subito col papa che l'avea coronato, incaricò di stenderlo un teologo italiano, addetto alla legazione del cardinale Caprara: ma avendolo fatto male, l'abate Emery suggeriva di prender il catechismo di Bossuet, prelato pel quale Napoleone mostrava la più gran venerazione non per altro se non perchè pareagli ligio a Luigi XIV. Nella spiegazione del quarto comandamento del decalogo si era sempre stati contenti d'impor l'obbedienza in generale; e il catechismo di Bossuet diceva: «Il quarto comandamento impone di rispettar tutti i superiori, pastori, re, magistrati e altri», nè di più avea preteso l'imperioso Luigi XIV. Qui bisognò far un intero capitolo sopra l'obbedienza dovuta ai principi, poi scendere in particolare a Napoleone I.

Quel catechismo fu tradotto, ad uso del regno d'Italia, e nella lezione VII si legge:

D. Quali sono i doveri dei Cristiani verso i principi che li governano, e in particolare i nostri verso Napoleone I, imperatore e re?

R. I Cristiani devono ai principi, o noi in particolare dobbiamo a Napoleone, nostro imperatore e re, l'onore, il rispetto, l'obbedienza, la fedeltà, il servizio militare, i tributi per la conservazione dell'impero o del suo trono. Inoltre gli dobbiamo fervide preghiere per la salute sua, e la prosperità spirituale e temporale dello Stato.

D. Perchè siam tenuti a questi doveri verso il nostro imperatore e re?

R. Primo, perchè Dio, che creò gl'imperi e li distribuisce a volontà, colmando l'Imperatore di doni in pace e in guerra, lo stabilì nostro sovrano, lo rese ministro della sua potenza, e sua immagine in terra. Onorare e servire il nostro imperatore e re è dunque onorare e servire Dio stesso. Secondo, perchè nostro signor Gesù Cristo colla dottrina e coll'esempio ci insegnò quel che dobbiamo al nostro sovrano: nacque obbedendo all'editto di Cesare Augusto: pagò l'imposta: e come ordinò di render a Dio quello che è di Dio, così ordinò di rendere a Cesare quel che è di Cesare.

D. Non vi sono doveri particolari che ci attacchino più fortemente a Napoleone I, nostro imperatore?

R. I doveri che ci legano all'Imperatore, ci legheranno anche ai successori suoi legittimi, nell'ordine stabilito dalla costituzione dell'Impero.

Il cardinale Caprara, allora legato pontifizio, non sapeva più contraddir nulla all'imperatore: e sebbene, allorchè primamente ne fe motto, il cardinale Consalvi avesse apertamente disapprovato il catechismo inviato a Roma, e detto che non si poteva imporlo a tutti i vescovi, e tanto meno conveniva all'autorità secolare arrogarsi una facoltà, da Gesù Cristo confidata solo alla Chiesa e al suo vicario, il Caprara tenne celata tale disapprovazione, e il catechismo apparve come autorizzato dal nunzio nell'agosto 1806, benchè alcuni vescovi trovassero esorbitante la parte che l'imperatore si assumeva nelle cose ecclesiastiche.

[523] Lettera 23 aprile 1859 all'abate Perreyre, e del 12 aprile a M. Rendu nell'opuscolo l'Italie de 1847 à 1864, p. 102.

Ai dì nostri due preti in maniera opposta visitarono o giudicarono Roma: Lamenais e Lacordaire. L'uno come Lutero non seppe vedervi che ambizione, che intrighi, che sottofini, che coperte vie; e andatovi con orgoglio, le volgeva lo spalle per divenir apostolo del comunismo e della ribellione.

L'altro, ravveduto da un'eccessiva ammirazione della ragione, venerava la rivelazione e i suoi depositarj, pur non lasciando di proclamare l'associazione della libertà colla Chiesa. E diceva: «Il mondo cerca la pace e la libertà, ma sulle vie della turbolenza e della servitù. Sola la Chiesa ne fu la sorgente pel genere umano; sola, nel seno oltraggiato dai suoi figli ella serba il latte inesauribile. Quando le nazioni saranno stanche d'essere parricide, colà troveranno il bene ch'esse non posseggono più. Per ciò il prete non si mescolerà alle quistioni sanguinose e sterili del suo secolo; pregherà pel presente e per l'avvenire:... predirà senza stancarsi alle generazioni contemporanee, che non v'ha pace nè libertà possibile fuor della verità:... ringrazierà Dio di viver in un tempo, in cui l'ambizione non è più possibile: comprenderà che, più gli uomini sono agitati, più possente è la pace che regna sulla fronte e nell'anima del prete; più gli uomini sono nell'anarchia, più possente è l'unità della Chiesa; più il secolo profetizza la morte del cristianesimo, più il cristianesimo ne diverrà glorioso, quando il tempo, fedele all'eternità, avrà spazzato quell'orgogliosa polvere, la quale non dubita che, per esser qualcosa nell'avvenire bisogna esser qualcosa nel presente, e che il nulla mena al nulla. — In fine il prete sarà quel ch'è la Chiesa, inerme, pacifico, caritatevole, paziente, viaggiatore che passa beneficando, e che non si meraviglia d'essere mal conosciuto dal tempo, perchè egli non è del tempo.

«O Roma, siffatta io t'ho vista. Serena fra le tempeste dell'Europa, tu non avevi alcun dubbio di te stessa, alcuna stanchezza: il tuo sguardo, rivolto alle quattro plaghe del mondo, seguiva con sublime lucidezza lo svolgersi degli affari umani nel loro legame coi divini: solo la tempesta, che ti lasciava calma perchè lo spirito di Dio soffiava in te, mescolava agli occhi del semplice fedele, men avvezzo alle variazioni del secolo, qualche compassione alla sua ammirazione... Roma, lo sa Dio, io non ti sconobbi perchè non vedessi i re prosternati alle tue porte; ho baciato la tua polvere con una gioja e un rispetto indicibili: tu m'apparisti qual sei veramente, la benefattrice del genere umano nel passato, la speranza del suo avvenire, la sola cosa grande che oggi viva in Europa, la captiva d'una universal gelosia, la regina del mondo».

[524] Quando il Piemonte annullò in Lombardia quel concordato, nella relazione presentata il 16 ottobre 1860, si diceva: «Quel concordato segna l'ultimo grado della precipitosa decadenza della casa degli Absburgo. Nel secolo scorso gl'imperatori di quella famiglia rifiutavano di riconoscere i diritti dei popoli, ma si mostravano religiosi osservatori dei doveri dei principi. Erano nemici della libertà, ma amici della giustizia (sic). Volevano avere sudditi fedeli ed obbedienti, ma li difendevano contro l'altrui prepotenza, contro le altrui usurpazioni. Col concordato il gabinetto di Vienna, ripudiando le tradizioni di Giuseppe II, pose la corona imperiale sotto la protezione della tiara. Piuttosto che dare la libertà al popolo, il principe si è fatto schiavo del prete. Si è detto molto contro questo concordato eppure non si è ancora messo in chiaro tutto ciò che esso contiene d'iniquo e d'assurdo». Relazione del Sineo.

[525] Morale Cattolica, VII, 5. E altrove dice: «S'usa una strana ingiustizia con gli apologisti della religione cattolica. Si sarà prestato un orecchio favorevole a ciò che vien detto contro di essa; e quando questi si presentano per rispondere, si sentono dire che la loro causa non è abbastanza interessante, che il mondo ha altro a pensare, che il tempo delle discussioni teologiche è passato. La nostra causa non è interessante! Ah! noi abbiamo la prova del contrario nell'avidità con cui sono sempre state ricevute le objezioni che le sono state fatte. Non è interessante! e in tutte le quistioni che toccano ciò che l'uomo ha di più serio e di più intimo, essa si presenta così naturalmente, che è più facile respingerla che dimenticarla. Non è interessante! e non c'è secolo in cui essa non abbia monumenti d'una venerazione profonda, d'un amore prodigioso e d'un odio ardente e infaticabile. Non è interessante! e il vôto che lascerebbe nel mondo il levarnela è tanto immenso e orribile, che i più di quelli che non la vogliono per loro, dicono che conviene lasciarla al popolo, cioè ai nove decimi del genere umano. La nostra causa non è interessante! e si tratta di decidere se una morale professata da milioni d'uomini, e proposta a tutti gli uomini, deva essere abbandonata, o conosciuta meglio, e seguita più e più fedelmente...

«Parlare di dommi, di diritti, di sacramenti per combattere la fede, si chiama filosofia; parlarne per difenderla, si chiama entrare in teologia, voler fare l'ascetico, il predicatore; si pretende che la discussione prenda allora un carattere meschino e pedantesco. Eppure non si può difendere la religione, senza discutere le questioni poste da chi l'accusa, senza mostrare l'importanza e la ragionevolezza di ciò che forma la sua essenza. Volendo parlare di cristianesimo bisogna pur risolversi a non lasciar da parte i dommi, i riti, i sacramenti. Che dico? perchè ci vergogneremo di confessare quelle cose in cui è riposta la nostra speranza? perchè non renderemo testimonianza nel tempo d'una gioventù che passa, d'un vigore che ci abbandona, a ciò che invocheremo nel momento della separazione e del terrore?»

[526] Nota 30 al vol. I.

[527] Ho indelebile nella memoria il calore con cui mi lesse un articolo di giornale inglese, ove si narrava, e forse esagerava, il prosperare del cattolicismo in Inghilterra, e la speranza che, mercè de' Puseisti, quel gran paese tornasse alla nostra unità. Vero è bene che le più insigni conversioni e forse i più splendidi trionfi della verità cattolica in questi ultimi tempi intervennero in Inghilterra, nel paese cioè ove l'uomo opera e ragiona più liberamente. Vedi CAPECELATRO, Neuman e la religione cristiana in Inghilterra. Napoli 1839.

[528] Il cardinale Bernetti, ministro di Stato di Gregorio XVI, che fu dei più calunniati perchè più aveva intelligenza e volontà, il 4 agosto 1845 scriveva a un amico: «Il papa e il governo cercano rimedio a questi mali, che crescono senza che si sappia arrestarli. Cose vaghe e misteriose s'agitano attorno a noi. Il clero è imbevuto d'idee liberali, prese nel senso peggiore. Gli studj severi sono abbandonati, per quanto s'incoraggino gli allievi, si ricompensino i professori, si promettano grazie che il santo padre è sempre disposto a largheggiare. I giovani s'addestrano alle future loro funzioni, ma non vi mettono gioja e ambizione, come ne' bei tempi di Roma: poco curano di diventare dotti teologi, gravi casisti, abili canonisti; son preti, ma aspirano a diventar uomo, e non credereste qual mescolanza di fede cattolica e di stravaganza italiana facciano in questa parola d'uomo, che preconizzano con enfasi buffa. La mano di Dio pesa su noi, umiliamci e preghiamo: eppure questa perversione umana della gioventù non è quel che più ci tormenta. Ben più affetta ne è la porzione di clero che, dopo noi, giunse agli affari, e che ci spinge alla tomba rimproverandoci di campar troppo. La gioventù è inesperta, sedotta come un novizio scappato al convento si dà due belle ore di aria e di sole, poi rientra. Cogli uomini fatti la cosa va ben peggio: la più parte non conoscono le cose nè l'indole del tempo, e s'abbandonano a suggestioni che produrranno gravi crisi per la Chiesa. Qualunque persona di cuore o di testa venga adoprata, è subito esposta alla pubblica maldicenza: mentre gl'ignoranti, i fiacchi, i codardi sono ipso facto cinti d'un'aureola di popolarità, che li fa ancor più ridicoli. In Piemonte, in Toscana, nelle Due Sicilie, nel Lombardo-Veneto lo stesso alito di discordia soffia sul clero. Di Francia notizie deplorabili; si conculca il passato per divenir uomini nuovi; lo spirito di sètta surrogasi all'amor del prossimo, e all'amor di Dio l'orgoglio individuale di talenti mal applicati. Giorno verrà che queste mine, caricate con polvere costituzionale e progressiva, scoppieranno; e Dio voglia che io, dopo viste tante rivoluzioni e tanti disastri, non assista a nuovi guai della Chiesa».

[529] Il signor Nicomede Bianchi, nella Storia documentata della Diplomazia europea in Italia, vol. III, stampa molte relazioni al ministero sardo, che spesso sono o basso spionaggio fatto in istrettissima confidenza, o impudenti censure delle cose di Roma. Ve n'ha però taluna meno inetta, come quella del Santacroce 14 ottobre 1834, ove deplorati alcuni difetti del governo pontifizio, massime le soverchie imposte (!) e la poca economia, dice: «V'è chi pensa che questi mali derivino da perfidi consigli di nemici occulti, che aggirano i governanti, persuadendoli a smungere i popoli affinchè si levino su in odio e discordia peggiore... Ad una efficace rinnovazione si oppongono le opinioni dei vecchi, le gelosie di privilegi e l'autorità che esercita un personaggio degnissimo, il quale, dopo tanti avvenimenti, non apprese ancora esser cangiati i tempi: aver la Chiesa, che fu sempre immutabile ne' retti principj, usata una maravigliosa prudenza nello stringere e rallentare il freno del puro dominio secolare, e le istituzioni del governo ecclesiastico apparir nate di tempo in tempo, quando l'utilità e il bisogno lo richiedevano. Dal che si può giudicare, che i sapientissimi antichi non temettero di aggiungervi ad ora ad ora varie novità, e che nei tempi passati non tenevasi per eresia, come oggi si tiene, ogni cosa nuova, quantunque buona e di sani principj». pag. 401.

Il Broglia, al 28 marzo 1835, imputava Gregorio XVI di inesperienza e soverchia clemenza. «Sua Santità è dotta assai, e nelle cose ecclesiastiche versatissima, ma nelle governative dice essa stessa che punto non se n'intende... La vera dottrina religiosa in Roma si trova quasi solo presso gli Ordini religiosi, e ad essi nei casi difficili le sacre Congregazioni richiedono consiglio o, come dicesi, il voto. Dalla condizione dei tempi, tolta a Roma quella influenza, della quale si valeva a pro della Chiesa e dei popoli, ben pochi sono coloro che da paesi lontani, come anticamente, si recano in quella dominante per consacrarsi alla prelatura: quasi tutti i prelati ora sono italiani e con mezzi pecuniarj ristretti, di modo che a fatica sostengono certe idee di grandezza che rimangono dell'antica prelatura. Le imposizioni sono assai gravose, e non vi è mezzo d'alleggerirle... L'alta classe è molto malcontenta; conserva però uno spirito di rettitudine, che la rende aliena da ogni divisamento illegale o turbolento. Nelle province lo spirito pubblico è pessimo, affatto avverso al Governo... Altre volte quel governo passava per mano de' più accorti: ora la bonarietà è il suo pregio distintivo... Le Congregazioni che trattano di affari ecclesiastici e delle cose spirituali, sono presedute da uomini di pietà e dottrina. Sotto questo rapporto le cose camminano bene... Le potenze scismatiche nutrono disegni contrarj alla santa sede. Delle cattoliche, varie ancora rimangono colle antiche impressioni di gelosia. Il fu imperatore Francesco d'Austria da alcun tempo si era accostato alla santa sede; ma il suo governo continuò sempre ad avere le massime di Giuseppe II e di Leopoldo. L'eminentissimo Albani, che era a parte dei secreti austriaci, in un momento di fiducia mi disse chiaramente che l'Austria non era la migliore amica del papa... Il papa è sommamente venerabile per la santità de' principj e de' costumi suoi, ma non emerge sopra la comune degli uomini per sublimità di talenti politici», pag. 404.

E dopo narrato del poco conto che Roma potea fare sull'Austria, soggiunge: «Esulta la santa sede dello spirito di cattolicismo che vede rinascere ed infiammarsi ne' popoli di altre nazioni, e a queste sembra voglia appellarsi, in deficienza di altri mezzi. Il santo padre, tutto fidando per ciò che riguarda gl'interessi temporali nella divina providenza, stretto e vincolato nelle sue attribuzioni spirituali da varj sovrani cattolici non che dagli eterodossi, a ben pochi può rivolgere la sua fiducia, epperò oserei dire che sarà forzato a simpatizzare coi movimenti di quei popoli cattolici, che fossero per adoperarsi in favore della indipendenza della Chiesa». Pag. 423; 25 gennajo 1839.

[530] Suole dirsi che al 27 aprile 1848 il papa disertò la causa della rivoluzione. Ma fin dal 4 ottobre 1847 annunziando la nomina del patriarca di Gerusalemme, «apertamente e chiaramente dichiarava» le cure e i pensieri suoi essere estranei ad ogni quistione politica, e solo intenti a diffondere la religione e dottrina di Cristo. «Se desideriamo che i principi, stornando da fraudolenti consigli, custodendo la giustizia, e tutelando la libertà della Chiesa, procurino la felicità de' loro popoli, ci duole che alcuni, abusando del nostro nome, osino rifiutar ai principi la sommessione dovuta, ed eccitare contro di essi colpevoli perturbazioni. Che un tal procedere sia contro le nostre intenzioni appare già dall'enciclica del 9 novembre anno passato, ove inculcammo l'obbedienza dovuta alle podestà, dalla quale non può alcuno discostarsi senza peccato, salvo il caso che comandasse cosa opposta alle leggi di Dio e della Chiesa».

[531] Il Plezza, ministro dell'interno, in una circolare del 1 agosto 1848 rammentava che «se l'Austria prevalesse in Italia, il suo dominio nocerebbe non solo alle libertà nostre, ma la religione cattolica ne soffrirebbe non poco essendo noto che l'Austria fu sempre nemica delle prerogative della santa sede, e intende a diffondere ne' suoi Stati e in quelli su cui ha qualche influenza principj e massime o regole di disciplina e di culto poco ortodosse, e contrarie alla sovranità della Chiesa. Oltre che, se l'imperatore vincesse in Lombardia, egli non si contenterebbe più degli antichi dominj: torrebbe al papa le Legazioni; distruggerebbe la sua indipendenza politica con grave danno della libertà ecclesiastica».

Anche quando fu conquistata la Lombardia, il giugno 1859, il governatore Vigliani vi proclamava che «l'Austria esercitava sulla Chiesa un patrocinio che riusciva ad una vera servitù», mentre «valida guarentigia debbono essere pel clero le tradizioni della real casa di Savoja, la quale in ogni tempo si distinse per illuminata sollecitudine dei più preziosi interessi della religione e della morale». Poi vi facea tener dietro i comandi più dispotici per l'intrinseco e pel modo.

[532] Giuseppe La Farina, in un articolo sopra l'opera del Boggio Sulla Chiesa e lo Stato, espone tutte quelle libertà ecclesiastiche fremendo, e conchiude: «Gli studj, la stampa, le magistrature, la legge, le relazioni esterne, i diritti de' cittadini, le ragioni del principato civile, tutto era sottoposto a' preti, ed essi sottoposti (!) alla sola Compagnia di Gesù: così in fondo era il generale de' Gesuiti il vero sovrano degli Stati Sardi. Non mai forse in Europa si era veduto un simile spettacolo d'abjezione... soli i preti liberi in un popolo di schiavi... Il Piemonte era uno Stato più teocratico che monarchico: un'anomalia: un anacronismo vivente...»

E poi costoro urlavano quando alcun forestiero sparlasse dell'Italia.

[533] Più tardi professò che anche tutte le lodi sparnazzate ai principi d'Italia non erano che finzioni e spedienti. Nel 1848 aveva stampato che «Roma moderna può vantarsi del suo Ciciruacchio, come l'antica di Cicerone». Apologia, c. III, p. 354. Quegli Italiani cui aveva aggiudicato il primato del mondo, allora dichiarò «decrepiti, rimbambiti o fanciulli» (Rinnovamento civile, p. 381), e ch'egli faceva il possibile per esser uomo in un secolo di ragazzi (Monitore bibl., n. 28). E ne' suoi scritti trovansi lodate e biasimate le persone stesse, secondo l'occasione o la passione.

[534] Prémier entretien d'Eudosse et de Cléandre.

[535] Io lo trovai a Bruxelles quando finiva il suo Primato, e mi chiese schiarimenti e rettificazioni d'una indigesta nota d'illustri italiani viventi che avea ricevuta allora, e che pose nelle ultime pagine. Quando, ripagato egli pure colla solita moneta della popolarità, obblio e vituperj, ne versava sui vecchi suoi amici e su Pio IX, scriveva: «Parria che mi contraddica parlando in tal forma di un pontefice, del quale a principio celebrai il valore: ma io posso far una girata dello sbaglio ai miei onorandi compatrioti: perchè, essendo allora lontano, e non conoscendo altrimenti il nuovo papa, io fui semplice ripetitore in Parigi di quanto si diceva, si scriveva, si acclamava in Roma e per tutta Italia». Rinnovamento, pag. 418.

[536] A tacere le definizioni precedenti, lo Scavini definisce quod concordata nihil aliud sunt quam conventiones, ac quædam veluti fœdera, contracta inter potestatem civilem et potestatem ecclesiasticam... et partes contrahentes ita obligant, ut eorum violatio sit contra ipsum jus naturale, præcipiens pacta legitime inita semper esse religiose servanda (Theol. mor. univ., tom. I, tract. 2, cap. VII). Il Tonello (Juris eccles. institut., lib. I, c. 13) insegnava pel Piemonte che i concordati tamquam totidem leges ab utraque potestate debent servari. Carlo Emanuele III scriveva a Clemente XI i concordati «essere per legge e per uso di tutte le genti, cosa sacra, e dalla pubblica fede sostenuta; onde violare non si possono». Lettera 14 ottobre 1742. Nei Traités publics de la royale maison de Savoie avec les puissances étrangères (Torino 1846) sono inseriti come vere convenzioni internazionali i concordati del 1741 e del 1750, e le lettere e istruzioni relative: il che tutto prova che son considerati come veri accordi pubblici e obbligatorj bilaterali, e non già provvedimenti di sola opportunità e convenienza. Fossero anche mere convenzioni, vi s'applicherebbe il § 1225 del codice civile: «Le convenzioni legalmente formate hanno forza di legge per coloro che le hanno fatte, e non possono essere rivocate che per un mutuo consenso, e per le cause autorizzate dalla legge: e devono essere eseguite di buona fede».

I Francesi tengono il concordato, non soltanto come contratto, ma come legge civile dello Stato. Ledru-Rollin, autorità non sospetta, dice che «pris dans son sens général, le mot concordat signifie une espèce de transaction. Conservant toujours cette idée fondamentale, il se divise en accord ou transaction entre beneficiers, et transactions entre le chef du pouvoir spirituel et le chef du pouvoir temporel d'un État, ayant pour bût de regler les rapports généraux, qui unissent les deux pouvoirs dans les divers pays de la Chrétienneté» (Répertoire général de la jurisprudence, ad vocem; e vedasi pure DUPIN, Manuel du Droit publique ecclesiastique français, Parigi 1845, § 6, introduction). Dal 1802 al 1866 quanti governi non cambiò la Francia! Passò dall'impero al sistema parlamentare, alla repubblica, a un nuovo e diverso impero, e non credette mai annullato il concordato.

[537] Il Nnytz era però lontano dal negar alla Chiesa e alle Chiese il diritto di possedere: anzi stabilisce che il dominio delle cose acquistate è proprietà peculiaris illius paroeciæ aut alterius Ecclesiæ, cui data est. Hinc hæres ad alias ecclesias transferri non possunt. Et revera Ecclesia eas non transfert nisi per derogationem, quum conditiones ad derogationem necessariæ se sistunt (Inst. j. eccl. 131, 132). Anche il codice al § 418 dichiara che «i beni sono o della Corona, o della Chiesa, o dei Comuni, o dei pubblici stabilimenti, o dei privati». Solo la sapienza del Parlamento doveva impugnare il diritto di possesso della Chiesa, e voler palliare l'usurpazione che se ne facea con cavilli repugnanti alla giustizia non meno che alla pratica delle genti civili. Tutte le costituzioni date nel 1814 sancivano l'integrità de' beni ecclesiastici, appunto perchè la Rivoluzione gli avea dapertutto intaccati.

[538] L'11 luglio 1867 il deputato Mancini alla Camera vantavasi d'avere, come ministro, impedito anche un breve della penitenzieria, e «mi fu agevole dimostrare che finanche le bolle dogmatiche e le decisioni riguardanti la fede e il costume, quando in esse il dogma e la fede servissero di velo a pronunziare sopra quistioni pregiudicevoli alle prerogative della sovranità politica, eransi sempre riguardate soggette alla preventiva verificazione e all'Exequatur».

[539] Ho udito varj miei colleghi vantarsi d'aver essi suggerita a Cavour questa formola; ma Cavour stesso non la pretendeva per sua, e disse che «un illustre scrittore in un lucido intervallo» avea con essa voluto mostrare all'Europa che la libertà avea giovato grandemente a ridestar lo spirito religioso (Atti uffic. del 1860, pag. 594). Infatti il conte di Montalembert si lagnava che questa formola gli era stata derobée et mise en circulation par un grand coupable (Correspondant, août 1863). Che giudizio portasse di questa formola l'Azeglio è noto: che conto ne facessero i deputati fu chiaro assai nelle loro parlate del luglio 1867. Uno che fu ministro dichiara: «Ho udito molti enunciare questa formola: vi ho anch'io per mia parte applicato un po' di studio, ma non ho mai capito che cosa volesse significare» (Atti ufficiali del 1862, pag. 4678).

[540] Citano il cardinale arcivescovo di Napoli, due volte cacciato in esiglio: il cardinale arcivescovo di Pisa, arrestato poi esigliato; il cardinale Baluffi arcivescovo d'Imola processato, il cardinale De Angelis arcivescovo di Fermo condotto coi carabinieri a Torino, ove stette rinchiuso sei anni; il cardinale arcivescovo di Benevento, il cardinale vescovo di Camerino ed altri, processati. D'Avanzo vescovo di Castellaneta, Laspro di Gallipoli, Gallo d'Avellino, Frisciola di Foggia, i vescovi di Bovino, di Oria, di Muro Lucano, di Chieti, di Castellamare, di Nola, di Oppido, Apuzzo vescovo di Sorrento, Salomone di Salerno, Rotondo di Taranto, Ricciardi di Reggio, e si può dire tutti quelli del Napoletano, cacciati o dovuti esulare: a pericoli e insulti esposti quei che rimasero, come l'arcivescovo di Trani, il vescovo d'Ischia, quel di Sant'Agata, quel di Tropea.

Il vescovo di Faenza fu condannato a trentasei mesi di carcere e seimila lire di multa: quel di Piacenza a quattordici mesi di carcere e millecinquecento lire di multa: Arnaldi vescovo di Spoleto tenuto in carcere senza processo: processati quelli di Bergamo, di Fano, il vescovo vicario di Milano: a tre anni di carcere e lire duemila di multa il vicario capitolare di Bologna: tenuti in castello due vicarj generali di Napoli col canonico penitenziere: così quel di Piacenza, e innumerevoli altri.

[541] Circolare del ministro Gioja del 13 maggio 1851. Quaranta circolari di tenore simile dal 1848 al 1863 sono raccolte nelle Memorie per la storia de' nostri tempi, vol. I, pag. 257. Una del 28 febbrajo 1863 prescrive di non badar allo indulto pontifizio, ma regolare il cibo quaresimale secondo il criterio della propria coscienza. Il 24 marzo 1863 ne uscì una intorno agli Oremus. Il 16 gennajo 1863 si ordinò al procuratore generale di procedere contro i vescovi che negassero la patente di confessore ai sacerdoti che aveano sottoscritto l'indirizzo Passaglia; mentre una del 4 gennajo persuadeva d'associarsi al giornale Il Mediatore, e assegnava pensioni ai preti contumaci.

[542] Vigliani, governator di Milano, il 22 settembre 1859 mandava invito al vescovo vicario di Milano di illuminar il suo palazzo, la chiesa, gli edifizj sacri, e tutti quei che da lui direttamente o indirettamente dipendessero; altrimente verrebbero illuminati dall'autorità governativa, che non garantiva delle conseguenze cui si esporrebbe con sì funesta provocazione. Ciò nell'occasione che una deputazione di Romagnuoli era venuta ad offrire la loro patria al re.

Egli stesso, divenuto prefetto di Napoli, domandò al ministero la facoltà di proibire ogni funzione religiosa fuori delle chiese: e le proibì nel veneto il ministro Tecchio, il 20 luglio 1867.

[543] Vedi CASONI, La libertà della Chiesa in Italia, Bologna 1863. «Per lo addietro dai liberali francesi si chiedeva libertà come in Belgio, ed ora si domanda libertà come in Austria. Dovrem noi cattolici italiani chiedere libertà religiosa come in Inghilterra, libertà di coscienza come in Turchia?... Non sarà nostra colpa se dovremo impetrare anche noi il bill di emancipazione di Guglielmo Pitt, o il battihayoum d'Abdul Megid».

[544] Secondo gli ultimi distruttori, in Italia sono 87,000 preti, 30,000 frati, 42,000 monache; cioè meno religiosi che non vi sieno meretrici nella sola Parigi, dove ha sedicimila bastardi l'anno. Si valutarono 1800 milioni i beni sodi del clero secolare, e 330 quelli delle corporazioni religiose. V'è qualche frate a cui per vivere furono assegnate lire 58 all'anno, cioè 16 centesimi al giorno.

[545] Nel 1867 avendo un deputato proposto che, come si spropriavano gli enti cattolici, così si facesse de' protestanti ed israelitici, altri s'oppose principalmente perchè i beni di questi poteano esser confiati da lasciti od offerte di forestieri. Ma e tutto l'asse cattolico da chi è fatto? e Roma? Più intrepidamente un giornale ministeriale rifletteva non doversi lasciare i possessi al parroco, perchè se i parrocchiani cambiassero religione, si troverebbero sprovisti per le spese di culto.

[546] Blanqui (Hist. de l'Écon. polit., tom. II, pag. 297) incolpa il protestantismo di aver «spezzato il legame che univa le nazioni cristiane, e sostituito l'egoismo nazionale all'armonia universale a cui tendeva il Cattolicismo. Oggi non v'è più in Europa alcun pensiero comune, capace rannodare gli spiriti e le convinzioni; in industria, in politica, in filosofia, in religione le idee ondeggiano ad arbitrio delle rivoluzioni».

[547] Vedi i discorsi di Despine e Girard del 24 febbrajo 1849.

[548] Al Senato, nell'agosto 1867 fu detto che Carlomagno convoca i Concilj; che nella Chiesa greca gl'imperatori ordinavano, stabilivano le credenze. E un altro disse che, nel deliberare sulla sopressione delle corporazioni religiose, dovean lasciarsi da banda la questione religiosa. L'argomento più forte era che lo Stato dovea impadronirsi dell'asse ecclesiastico, perchè l'anno prima avea abolito gli enti religiosi. Infatti la punizione d'un'ingiustizia è la necessità di commetterne un'altra.

[549] Rattazzi, presidente del gabinetto, alla Camera, il 22 luglio 1867, diceva: «Se noi arriveremo a consolidare le nostre istituzioni, ordinare il nostro paese, dare assetto alle nostre finanze, a diffondere l'istruzione, a soddisfare i voti delle nostre popolazioni, porteremo al potere temporale colpi più efficaci che non coi moti inconsulti».

[550] Per ripiego, Mamiani proponeva che il re abitasse a Frascati (Della rinascenza cattolica). Uno de' più ostili, il Ferrari, diceva in parlamento: «Il papato che voi credete morto, io che non son sospetto di venerarlo, lo credo fortissimo: io veggo che quanti lo assaltano, cápitano male». Seduta del 27 maggio 1860.

[551] In sensi diversi uscirono infiniti libri in Italia, dove sembra un accordo degli scrittori l'opporsi al sentimento della immensa maggioranza per abbattere questa ch'è la maggiore, e forse l'unica grandezza italiana. Per vedere come s'intenda la quistione romana basta un'occhiata ai discorsi proferiti alla Camera e gli articoli di gazzette. Alla ventura prendo uno dei cento giornali di Milano, e vi leggo: «Così è. La questione romana nacque soprattutto dal bisogno di distruggere il potere spirituale del papa, che è il vero nemico della nostra tranquillità nazionale, della nostra sicurezza interna, della nostra civiltà, delle nostre istituzioni, delle nostre aspirazioni. Quel potere spirituale del Papa, che non è la religione, come candidamente confondono molti, perchè la religione è una parola generica, che accoglie tutte le forme religiose, compresa quella degli adoratori di cipolle; che non è il cristianesimo, di cui il papa è il più indegno rappresentante; che non è neppure il cattolicismo nel suo significato puro e primitivo, ma è quella influenza semi-politica, semi-religiosa, la quale si esercitò sempre dal pontefice, specialmente nel nostro paese, coi tribunali ecclesiastici, colle scomuniche, coi concordati, colle indulgenze, colle prediche, colla confessione, collo scandalo, colla immoralità, cogli assurdi, col celibato dei preti, e con tutti i mezzi insomma che scaturiscono appunto e precisamente dal potere spirituale».

Fra i molti opuscoli e libri in senso diverso, discerniamo per la sua brevità ed ordine uno pubblicato in Olanda col titolo Le gouvernement pontifical jugé par l'histoire, le bon sens et le droit. Le sue conchiusioni sono: 1º non v'è incompatibilità fra la missione di capo della Chiesa e di principe italiano; 2º il papa non è nemico della libertà, della civiltà, del progresso; 3º il governo pontifizio non è peggiore degli altri; 4º non v'è malcontento generale negli Stati romani, nè nimicizia fra il papa re e i sudditi suoi; 5º allo Stato romano non mancano codici, nè la giustizia vi è male amministrata; 6º l'insegnamento in ogni grado non vi è negletto, nè le finanze in ruina, nè in decadenza l'agricoltura, l'industria, il commercio; 7º i preti non sono incapaci di presedere all'amministrazione laica di un paese.

[552] Il cardinale Antonelli ministro di Stato, il 27 febbrajo 1866, rispondeva a Touvenel ministro di Francia: «Può il papa accettar consigli di riforme, ma non un'abdicazione parziale, e ciò per motivi ben superiori agli interessi terreni. Nol può perchè i suoi Stati appartengono alla Chiesa, per cui vantaggio furono costituiti: nol può perchè giurò trasmetterli interi ai successori: nol può perchè, rinunziato alle Romagne, dovrebbe rinunziare a tutti gli altri Stati e al patrimonio della Chiesa, dovendo a tutte le provincie dar gli stessi beni: nol può perchè ne vede conseguir la ruina spirituale di un milione di sudditi, esposti a un governo corruttore; nol può per lo scandalo che ne verrebbe a pregiudizio degli altri principi spodestati. Pio VI cedette a fronte d'un poter violento che sentivasi solo nella sua cerchia: Pio IX deve resistere a un principio, e i principj son universali e fecondi, e vogliono essere applicati a tutto. La forza vien fiaccata. Stabilendo un principio si autorizza ogni spogliazione fuor di ragione e giustizia».

[553] Qualche cosa di simile aveano praticato i Fiorentini nella guerra con Gregorio XI. Avendo questi gettato l'interdetto sulla loro città, gli Otto della guerra, detti gli Otto Santi, ordinarono che col papa non si trattasse di pace se non rivocasse prima i processi fatti contro la città; inoltre che i chierici riaprissero le chiese e compissero gli uffizj divini, e i cittadini v'intervenissero: i vescovi che s'erano scostati dalle loro sedi, fra cui Angelo Ricasoli vescovo di Firenze, tra due mesi tornassero al loro ministero; ai disobbedienti imponendo da mille a diecimila fiorini di pena, secondo il loro grado; la qual somma si togliesse, non dal benefizio, ma dal patrimonio loro particolare. Non v'è storico o cronista che non disapprovi questi atti, e presto se ne ravvidero i Fiorentini stessi, che fecero la pace (1378).

[554] Del Governo pontifizio noi ragionammo nel Vol. I, pag. 157.

[555] L'autore di quest'opera li raccolse in un opuscolo intitolato Chiesa e Stato. Genova 1867.

[556] Temendo che la convenzione 15 settembre 1864 fosse violata dal Governo italico appena partita la guarnigione francese, tutti i vescovi di Francia emanavano pastorali per asserire la necessità dell'autorità temporale del pontefice. Fra gli altri l'arcivescovo di Tolosa confutava la formola Roma è dei Romani. «Un pugno di faziosi tenta di prendersi ciò che è nostro; e un latrocinio sì fatto a nostro danno si vorrebbe da noi sanzionato? Roma è dominio sacro di tutta la cattolicità: con qual diritto sarebbe dunque essa usurpata dall'ambizione d'un solo popolo? — Quelle catacombe sono per noi tombe di famiglia; e su quel terreno, conquistato col sangue della Chiesa nascente, i secoli hanno scritto a favore dei figli dei martiri, Concessione perpetua. Chi vi ha dunque che abbia veste per rompere un contratto di tal sorta? Quelle reliquie sono ossa dei nostri padri. Perchè si vien dunque a turbare le sacre cripte ov'esse riposano? A spese nostre furono innalzate quelle basiliche cristiane; quelle rovine, a nostre spese furono sgombrate. Può dirsi di Roma, che essa è un fondo, del quale i suoi abitanti hanno l'usufrutto, ma la proprietà appartiene al mondo cattolico. Gli usufruttuarj possiedono, ma non hanno il diritto di alienare. Noi siamo ducento milioni, che tutti abbiamo diritto di cittadinanza e di suffragio nella nostra capitale spirituale. Qualora si volesse sul serio mettere ai voti i diritti di Pio IX come monarca, converrebbe intimare a tutti gli Stati, a tutti i popoli suoi figli quell'ora solenne, e dar tempo a tutti di venire dal settentrione o dal mezzogiorno d'Europa, dal fondo dell'Asia, dalle due Americhe, dai deserti dell'Africa, dalle cinque parti del mondo, per deporre il loro voto in questa urna elettorale; e per certo quei voti farebbero testimonianza della ingratitudine dei Romani di Roma, e della ferma volontà dei Romani dell'Universo».

[557] Atti dell'arresto di Salvatore Cognetti a Napoli nel maggio 1866.

[558] Per non parere parziali, e sottrarci alle impressioni di paese, lascieremo parlare un tedesco poco gradito da Roma, ma pur prete; il Döllinger (Papsthum und Kircher staat. Monaco 1851). «L'amministrazione di Pio IX è savia, benefica, dolce, economa, applicata ai miglioramenti e alle istituzioni utili. Ogni opera personale di lui è degna del capo della Chiesa, nobile, liberale, nel miglior senso della parola. Nessun principe potrebbe spendere meno di Pio IX per la Corte sua e i personali bisogni. Egli realizza quanto può attendersi da un monarca amoroso de' suoi sudditi, e può dirsi di lui come del Salvatore, Pertransit benefaciendo, e fa comprendere come al passato, in quanto sovranità temporale potrebb'essere la più perfetta istituzione umana. Un uomo ancora nel vigore dell'età, dopo una giovinezza irreprovevole, dopo esercitate coscienziosamente le funzioni episcopali, eccolo elevato alla maggior dignità, rivestito di podestà reale: non conosce fantasie dispendiose, non ha altra passione che di far bene, altra ambizione che d'essere amato; divide il giorno fra la preghiera e gli affari: la sua ricreazione consiste in una passeggiata nei giardini, una visita a una chiesa, a una prigione, a una istituzione di carità. Senza bisogni personali, senza legami terreni, senza nipoti o favoriti; dà libero accesso a tutti: a' diritti e poteri del suo ministero non dà altra estensione che quella de' suoi doveri. L'economia e la semplicità che regolano la sua Corte gli porgono facoltà di moltiplicare i suoi benefizj e lenir la miseria e i dolori. Fa alzare edifizj, come tutti i papi, ma non palazzi sontuosi, bensì opere di pubblica utilità. Mal conosciuto, maltrattato, offeso atrocemente, pagato sol d'ingratitudine, mai non bramò vendetta, mai non fece un atto di durezza; non seppe che perdonare e far grazie. Bevve il calice del nettare e quello del fiele sino alla feccia; udì l'osanna, poi il crucifige; l'uomo di sua confidenza cadde sotto il pugnale assassino; il suo segretario gli fu ucciso a' fianchi; pure verun sentimento di livore, verun soffio di collera turbò il puro specchio dell'anima sua; non la follia degli uomini, non la loro malvagità lo irrita: segue sua strada con passo fermo e sempre eguale, come gli astri. Il suo cammino non sarà forse sino alla fine che un lungo martirio; e sotto quello aspetto potrebbe alcuno paragonarlo a Luigi XVI; ma bisogna elevarsi a similitudine più eccelsa. Pio IX sa che il discepolo non dev'essere trattato meglio che il maestro; che il pastore d'una Chiesa, il cui fondatore morì sulla croce, non dee meravigliarsi nè mormorare se casca sotto il peso della croce».

[559] «Combatto l'originalità di dar la libertà alla Chiesa, perchè tale originalità mi è sospetta». Atti della Camera, p. 1370 «Si rafforzarono con ordini del giorno quelli che diconsi privilegi del poter civile in materia ecclesiastica; nessuno osò affermare che la libertà sia una cattiva cosa: ma i più caldi e i più schietti fecero intendere che le buone cose è meglio tenerle per sè che concederle agli altri: la Chiesa ci è nemica, perchè darle la libertà di nuocerci? Con costoro sarebbe inutile ragionare di giustizia e di diritto. Ma si può loro opporre un argomento utilitario vecchissimo, quello del Machiavello a proposito de' nemici potenti che s'hanno a carezzare se non si possono spegnere». SCIALOJA.

[560] Nel Veneto, anche prima di farvi il plebiscito si pubblicò abolito il Concordato, soppresse le corporazioni religiose, stabilito l'exequatur ecc. Il giorno che a Venezia s'inalberava la bandiera italiana fu insultato il patriarca, non perchè non volesse metterla, ma perchè l'avea messa.

[561] Al Senato si asserì che il papa non mosse lamentanze intorno alle leggi di soppressione e di disamortizzazione; che non mette in dubbio il diritto che ha lo Stato a far ciò; nè potrebbe esprimere più chiaramente l'aquiescenza, se non un assenso. Atti del Senato 1867, pag. 241.

Aggiungasi il Paciaudi, teatino torinese, bibliotecario di Parma e istigatore o stromento del Dutillot nelle riforme religiose e nel perseguitare i Gesuiti, che chiamava mercanzia pestifera. Giovan Battista Riga, avvocato fiscale, scrisse sulle parole di Cristo Regnum meum non est de hoc mundo, e per sostenere il matrimonio de' preti.

[562] Senza parlar di calci, un altro deputato diceva l'11 luglio: «Il delenda Cartago del partito veramente nazionale e liberale debb'essere rappresentato dallo scrivere sulla nostra bandiera Cessazione del potere temporale del papato». Atti, pag. 1292.

[563] Datum est illi bellum facere cum sanctis et vincere eos. Apocalissi XII, 7.

DISCORSO LVI.

LE SÈTTE SOFISTICHE. GLI ODIERNI DISSIDENTI.

Mentre gli uni voleano conquistar Roma colla forza aperta, altri lentamente invaderla coi mezzi morali, v'era chi, vedendo inseparabili l'ordine temporale e lo spirituale, asseriva non si riuscirebbe colla forza e colle tresche diplomatiche, ma solo col toglier la fede e distruggere il cattolicismo. Oltre dunque profittare di quelli che, se attirano scomuniche e interdizioni, non professano separarsi dalla certezza della fede e rompere il vincolo dell'unità, il Governo a' suoi fini si ricordò che, irreconciliabili come nel XVI secolo, rimangono sempre a fronte il cattolicismo, sintesi universale della ragione umana, elevata fin alla ragione divina mediante la rivelazione; e la protesta, ispirata massimamente da odio alla supremazia italiana, da pretensione a nazionalità segregata. Fin dal suo apparire noi indicammo come i nuovi suoi simboli e le confessioni non appoggiandosi all'autorità, essa dovesse o tradire la logica, oppure arrivare all'organamento libero della religione, all'unione de' Cristiani non più nella lettera morta, ma nell'idea pura, cioè nelle infinite gradazioni del giudizio individuale. In fatto adoprò indarno evoluzioni dogmatiche o ripieghi costituzionali per avvicinarsi all'unità; cercò indarno qualche autorità fuori di quella che dice antiquata, onde fissarsi tra lo scetticismo puramente materiale, e le forme sfumate del misticismo.

Alcuni fra' Protestanti credono ancora sia necessario alla salute l'accettare la rivelazione cristiana, prestar fede a certi miracoli, a certi dogmi, quali la trinità, l'originale corruzione della natura umana, l'impotenza dell'uomo al bene, le postume retribuzioni. Ma mentre la Chiesa cattolica confida di non venire mai meno perchè i suoi dogmi, trascendenti l'umana capacità, non sono inventati ma dati, e portano l'unità col sottomettere a un capo, pare che fuor di essa non possano darsi più che Metodisti o Sociniani.

Il secolo XVI aveva impugnato l'autorità della Chiesa mediante l'autorità della Bibbia: il secolo XVIII mediante frivolezze e riso battè culto, dogmi, misteri: il secolo nostro combatte il cattolicismo uscendo dal cristianesimo: vuol sottrarre alla Chiesa anche l'interpretazione de' libri santi, neppure il vangelo accettando se non in quanto risponde alle convinzioni del nostro intelletto, sovvertendo gli avvenimenti storici, e l'analisi esegetica applicando fin al subjetto teantropico. Alla salvezza (dicono) si giungeva prima del cristianesimo, e si giunge fuori di esso da coloro cui non fu dato riconoscere la vanità delle loro credenze: si dà un progresso della fede come delle altre scienze; libera l'interpretazione della Scrittura a segno, che nè tampoco occorre definire la divinità, nè riconoscere ajuti o impacci alla libertà morale, nè originale incapacità alle virtù e alla derivante santificazione: all'immensa equità e bontà di Dio repugna l'eternità de' castighi. Escluso il sopranaturale dalla ragion dell'uomo, si esclude anche dagli annali dell'umanità, e per aspirazione ad unificare il sentimento religioso si esclama, «Non più teologia dogmatica non miracoli[564], non superna ispirazione delle Scritture, non redenzione, non comunione dei fedeli: la religione è un sentimento, nè l'intelletto v'ha a fare; la scienza non ha nulla di comune colla fede, anzi la scalza». A persuadere ciò si mira non tanto con violenza e in aspetto di rabbia, quanto col lento e sistematico disfare pezzo a pezzo credenze e tradizioni, ed il sopranaturale e la Chiesa presentare quasi in contrapposto colla scienza e colla civiltà moderna.

La società cristiana si compone di Dio principio supremo; del Cristo, divino mediatore; della Chiesa, società conservatrice eterna dell'incorruttibile verità che unisce gli uomini. Ebbene: dapprima si disse: «Giù la Chiesa, tralignata, meretrice; si conservi Cristo solo, Cristo nudo». Poi si disse, «Cristo è un mito, i vangeli un romanzo: non più Cristo». Presto si arrivò al «Non più Dio»; e nell'impossibilità di far un credo comune, si fa senza credo; è ortodosso chiunque è sincero[565]. Ma i sinceri è notevole come ritornino verso l'autorità, siccome vedesi ne' Puseisti. Vi ritornano pure i liberali, che il suffragio popolare riscontrano nelle decisioni de' Concilj e nell'elezione dei papi; vi ritornano quelli che sentono l'istinto dell'ordine, il bisogno di certezza, d'unità di spirito, di comunanza di preghiere.

Nei tempi napoleonici, quando si considerava nemico chiunque non s'incurvava, se perseguitossi la Chiesa cattolica, non si favorì guari la protestante. Se il vulgo colto celiava ancora con Voltaire, il popolo cresceva rispetto ai sacerdoti quanto li vedeva più oppressi nel loro capo. La restaurazione credette consolidarsi mediante l'alleanza del trono coll'altare; e la religione dominante in Italia fu la cattolica, anche ne' paesi sottoposti all'Austria, dove ogn'altra era tollerata, e dove i Protestanti erano ammessi a tutti gli impieghi, non però con pubblicità di culto.

I Valdesi di Piemonte, de' quali accennammo le vicissitudini nel discorso LI. contro i proprj re invocarono l'intervento straniero: ma all'Inghilterra che s'intromise a loro favore, fu mostrato come gli editti contro di essi fossero meno severi che quei d'altri Stati contro i Cattolici. Non crescevano però di numero, nè presumevano far conversioni; e se moltiplicaronsi libri e storie apologetiche, v'ebbero contradditori; fra cui già nominammo il vescovo Charvaz, che, oltre la storia, fece la Guida del catecumeno valdese, ribattendone gli errori, e difendendo la religione cattolica ne' suoi dogmi, nel suo culto, nella sua disciplina. Re Carlo Felice aveva permesso una chiesa protestante a Nizza, ma che si predicasse solo in tedesco. Un Buscarlet ministro, non sapendo di tedesco, predicava in francese, ma gli fu vietato nel 1836, senza dar ascolto al conte Truchsses ministro di Prussia, che prese parte per lui. Esso Truchsses cercava trarre uditori alla cappella evangelica che teneva nel suo palazzo a Torino, e volle anche aprirne alcuna di fuori, ma ne fu impedito. Nel 1836 girava per Italia una signora Childers, dispensando Bibbie e stampe eterodosse, fra cui la Fede Generale dei Riformati, e una spiegazione del serpente di bronzo[566].

In favore de' Valdesi si mosse di nuovo l'Inghilterra nel 1841, quando Carlalberto ordinò rientrassero nei legali loro confini. Lord Aberdeen scrisse una calda nota al Governo sardo, che rispose con secco diniego. Ma poichè l'opposizione in Inghilterra tornava sempre su quel tema, il ministro rinnovò le pratiche, e il conte Pollone (18 febbrajo 1843) replicò sarebbe errore politico non men che peccato religioso il concedere ai Valdesi di abitare fuori dei loro limiti; volersi conservare l'unità cattolica, e i sentimenti del re e del paese doversi rispettare quanto quelli di Giorgio IV, inesorabile a non voler emancipare i Cattolici[567].

Quanto all'interno, nel 1820 era parso risvegliarsi lo spirito religioso, principalmente per impulso di Felice Neffi; e quella edificazione che più non trovavano nei tempj, molti la cercavano in riunioni indipendenti e riti liberi e più spirituali. Ai pastori ne spiacque, credendo lor privilegio la predicazione: la pietà dissidente tacciarono di Darbismo, e infatti a questo piegò, volendo escludere ogni liturgia fissa e uniforme, ogni sacerdozio privilegiato, quasi conducano al formalismo, all'indifferenza religiosa e alla disperante apatia della Chiesa officiale. Dio non istabilì veruna autorità che organasse la Chiesa di Cristo, nè tale sistemazione è contenuta nel codice sacro: una Chiesa ha unico capo Cristo, nè altro padrone, cioè è sovrana[568], e come tale può star da sè (congregazionismo) o confederarsi ad altre (presbiterianismo). Presbiteriana è la Chiesa valdese, ma il problema più difficile è stabilire i rapporti fra le Chiese particolari e la generale, in modo che questa non usurpi i diritti e l'individualità di quelle.

Le chiese rimanevano distinte e indipendenti ciascuna, senz'altro legame che della stessa fede e d'un'opera comune, ma nel 1839 si radunarono in parrocchie, poi nella costituzione della Chiesa valdese data dal sinodo del 1855 si consolidò questa novità col pretesto di francheggiarsi a fronte delle difficoltà, anzichè osteggiarsi una chiesa coll'altra. Il progresso delle idee liberali in Italia (diceano gli oppositori) abbastanza protegge ora i Valdesi, mentre la fusione vale quanto il distruggere i membri per formare un corpo: nè la Chiesa generale direbbesi libera quando nol sono le particolari. Il bisogno dell'unità è pericoloso, e non v'è chiesa generale dove non v'abbia chiese particolari libere, autonome e sovrane. Sono idee anglicane: e v'è chi vorrebbe introdurre fin i vescovi, sotto il nome di Moderatore a vita. Altri invece esorbitante trovano l'autorità concessa alla Tavola di «provvedere per mezzo di regolamenti a quanto concerne il culto pubblico e l'amministrazione spirituale e temporale delle parrocchie»; per lo che il clero riesce ad aver superiorità nella legislazione, nell'amministrazione, nella disciplina, nel culto, fin nell'istruzione pubblica; dispone dei doni e sussidj venuti di fuori. La nuova costituzione trasse alla Chiesa la nomina de' parroci diversi, dal che, oltre altri inconvenienti, deriva che le elezioni emanano da spirito di consorteria e di famiglia, «una delle più triste piaghe del paese, e che vi produce la lebbra che corrose la Chiesa romana, il nepotismo»[569]. Laonde per l'onor del paese e per la pace e la vita della Chiesa chiedeasi prevalesse il congregazionismo, l'indipendenza delle varie parrocchie, ciascuna delle quali nomini i deputati al sinodo[570]. Pertanto restarono divisi in Valdesi diaconi e Valdesi della tavola.

Nel 1839 a Filadelfia negli Stati Uniti si costituì una Società Degli Amici Italiani, che proponeansi di combattere il cattolicismo nel suo centro, e nel suo capo: e fu denunziata da Gregorio XVI. A Firenze tra l'arcadica fiacchezza di quel governo, e tra le pedantesche gelosie leopoldine contro il clero, potè estendersi il protestantesimo, favorito anche dal gabinetto letterario del Vieusseux, dove radunavansi il fior della città e tutti i forestieri; Matilde Calandrini, stabilitasi a Pisa nel 1831, introdusse gli asili infantili e convertì alcuno all'evangelismo; Enrico Meyer, autore di scritti pedagogici, fe porre un Istituto dei padri di famiglia protestante. L'apostolato invigorì però solo dopo che nel 1848, l'avversione ai pontefici fu innestata dalla nuova politica, colla libertà d'infamare e maledire ciò che era venerato e benedetto. I fratelli Guicciardini, spalleggiati da Mather, dagli Aldbourough e da altri, teneano conventicole, ove leggere e commentare la Bibbia; ma poichè ciò repugnava alle leggi del paese, furono indotti ad andarsene. Un ostiere Madiai, sposo ad una inglese, nel 1852 propagava libri e dottrine protestanti, e poichè, a norma della legge, venne arrestato, se ne levò uno scalpore europeo; l'Inghilterra minacciò richiamare il suo ministro; tutta la diplomazia parve sbigottirsi che alcun pericolo incorressero gli emissarj protestanti: il granduca dovette cedere, e se ne menò trionfo; i predicanti operarono più sicuri, e quest'atto fu una delle accuse che si accamparono per abbattere la dinastia. Ciò spieghi le irriflessive simpatie, onde i Protestanti secondarono le successive sovversioni[571].

Data al Piemonte la costituzione del 1848, i Valdesi aveano ottenuto di essere pareggiati agli altri cittadini, sicchè uscirono dalle loro valli, eressero chiese in Torino e altrove, e poterono gridare: «Ecco finalmente cadute le secolari barriere che intercettavano il passo alla parola di Dio: ormai si può credere diversamente dal prete, e professare senza ostacolo, e diffondere la propria credenza. Venite dunque, fratelli, presto venite, che è giunto il tempo d'evangelizzare l'Italia»[572].

E vennero, diffusero libri, moltiplicarono predicazioni e stampe. Fra queste la Buona Novella, giornale dell'evangelizzazione italiana, proponeva un premio di milleducento lire al migliore scritto «sopra la necessità e i mezzi di operar una riforma cristiana in Italia. Convinti che tutti i mali che affliggono l'Italia, di qualunque natura essi siano (!), ha per cagione principale l'ignoranza o l'abbandono dei principj del cristianesimo, e le false interpretazioni date agl'insegnamenti del Salvator degli uomini, dovrebbesi mostrare fino a qual punto il vero cristianesimo sia lungi dall'Italia, e ignoratine i principj; l'indifferenza, l'incredulità, la superstizione invadano le diverse classi della società, donde la decadenza del senso morale, l'indebolimento o distruzione della vita di famiglia; la vita pubblica, le lettere, le scienze, le arti, l'agricoltura, l'industria ed ogni materiale interesse del paese siano incagliati a cagione del suo stato morale».

Il simbolo di quel giornale era amplissimo «Sia facoltà a chi il voglia di non ammettere l'esistenza di Dio (pag. 109). La libertà dei culti non solo si deve estendere a tutte le credenze religiose, ma ben anche a qualunque setta o accademia o scuola che non riconosca nè religione nè Dio» (pag. 234). Ed assicurava che «tutti i giornali del Piemonte obbediscono a una direzione più o meno protestante e non si stancano di proclamare che la coscienza deve esser libera, e che nessuna potenza della terra ha il diritto di regolare le nostre attinenze con Dio».

Se ne sbigottirono non soltanto i vescovi nostri, ma i conservatori che vedeano minacciato lo Statuto, il cui primo articolo porta che «la cattolica, apostolica, romana è la religione dello Stato»: e che comprendeano il protestantesimo in Italia non poter essere mai culto e chiesa, bensì strumento di perturbazione e distruzione; sovvertirebbe la vita e le consuetudini dell'universalità del paese, precipiterebbe nell'incredulità formale spiriti già alieni dalla fede positiva e dalle pratiche religiose. Chi poi accetterebbe il vanto che si danno di far proseliti fra gl'increduli, e dir a questi, «Non credevi nulla; or almeno a qualche cosa credi?»

La Savoja, non ancor venduta alla Francia, lottò risoluta contro la propaganda; e Guglielmo De la Rive, in un elogio del conte Cavour, palesa quanto ebbe questo ministro a faticare onde superar quella resistenza. Della quale esso dà per ragione il maggior fanatismo de' Savojardi; l'essere in paese povero più forti i pregiudizj, e far parte de' costumi che preservano. Adduce casi ove bisognò tutta la prepotenza del Cavour per obbligare ad eriger cappelle: vi si riuscì a Mornex e altrove; ad Annecy potè costituirsi una comunità indipendente di Protestanti: così ad Aix: e benchè il codice penale castigasse le predicazioni ereticali e la vendita delle Bibbie, Cavour «metteva uno zelo infinito per salvar gli accusati, ne prendeva in mano la causa, la trattava quasi egli stesso appo i magistrati e gli interpreti e rappresentanti della legge»[573].

Perocchè, come la restaurazione politica, così il Governo volle la religiosa, distruggere cioè quel che da diciannove secoli la nazione rispettava. Dell'aprirsi nel 1854 il tempio protestante a Torino si fece una solennità legale coll'intervento della guardia nazionale. Oltre favorir tutti i preti che frangessero la disciplina ecclesiastica, una colluvie di libri combattevano apertamente non solo la sede romana ma il cristianesimo. È anteriore l'opera anonima Novità del papismo, ove dimostrasi aver la religione protestante esistito pria di Lutero, e che sia quella stessa promulgata da Cristo e da' suoi apostoli. L'accenniamo fra le tante come relativa al nostro lavoro, al par di quella dell'abate Jacobo Leone, Roma empia, ossia il paganesimo e volteranesimo professati da papi e da vescovi un secolo prima della riforma protestante, e predicati dai pulpiti di tutta Italia ne' secoli XVI e XVII, dissertazione critica fondata su testimonianze storiche e documenti tratti dal Vaticano[574].

Molto si diffuse il Compendio di controversie tra la parola di Dio e la teologia romana, ove si pone un dettato della teologia cattolica, e vi si contrappongono testi scritturali, spiegati come si vuole: forma opportuna a illudere, perchè afferma senza bisogno di dimostrazioni.

Luigi Desanctis, curato apostata, mandò al pallio un'infinità di scritti, fra cui un Saggio dogmatico storico sulla confessione, Il Cattolico cristiano, La coscienza; e con Vincenzo Albarella d'Afflitto, napoletano come lui, pubblicò i Principj di fede e disciplina, estratti dalla parola di Dio per servire di base alla Chiesa evangelica di Torino, ove esponeasi la professione di fede in diciannove articoli; poi la costituzione, le norme del ministero, delle riunioni, la disciplina e i doveri speciali. Nel 1866 stampossi a Firenze il Catechismo della Chiesa evangelica valdese.

Altri fuor di paese viveano di apostolato e di libri di quella risma. Tale il Pistrucci, che a Londra teneva una cappella italiana. Ci rincresce di dover associargli Gabriele Rossetti, discreto poeta napoletano, che esule dalla patria dopo il 1821, compose i Misteri dell'amor Platonico, ove asserisce che tutti i poeti d'Italia, e Dante alla loro testa, fingendo cantar d'amore, intendeano della protesta contro il cattolicismo[575]; poi in un poema polimetro bestemmiò la Chiesa, della quale pure aveva tradotto molti inni. Giacinto Achilli di Viterbo, già domenicano, nel 1826 privato della facoltà di predicare per colpe che poi svelate il fecero carcerare, riuscì a fuggire a Corfù, trescò non decorosamente nella spedizione dei fratelli Bandiera, poi festeggiato a Londra in aspetto di martire della Inquisizione, mosse processo contro il Newmann, famoso anglicano convertito, che ne aveva rivelato le avventure, per disinganno di chi gli credeva. Molto rumore se ne levò; provaronsi i fatti con testimonj e documenti, ma il giuri non li trovò bastanti[576], sicchè il Newman fu condannato nelle ingenti spese, a pagar le quali concorsero cattolici dei due mondi. L'Achilli andò poi ramingo, nè più se ne seppe. Altrettanto fu del Ciucci frate apostata, che accolto con festa a Londra, pubblicò un romanzo della propria vita, diffuso assai: eppure trovossi ridotto a mantener sè e la famiglia che s'era fatta, col dar lezioni, finchè scomparve. Prete Giuseppe Fiorito d'Acqui, di cinquant'anni fattosi valdese, per disperazione s'uccise nel 1864.

La Società Biblica cominciata a Londra nel 1780, il primo anno raccolse mille lire, nel secondo centomila: nel 1804 si sistemò aggregandosi le congregazioni d'altri paesi protestanti. Una se ne istituì in Prussia nel 1814, che ebbe quarantotto succursali, e nel 1819 avea distribuito mezzo milione di Bibbie. Un'altra in America nel 1849 ne contava settanta affigliate e migliaja dipendenti. Nel Congresso di Londra del 1855, lord Shaftesbury avea vantato che la Società Biblica avea da ottomila aggregazioni, s'erano spesi cento milioni, tradotta la Bibbia in cencinquanta lingue, sparsine quarantatre milioni di esemplari, per istruzione di seicento milioni di persone. Essa dal 1853 al 1864 mandò in Italia centrentamila Bibbie, dalla cui vendita si ricavarono franchi centrentaduemila cinquecento. Posto che ogni copia costi di fabbrica franchi otto, la Società avrebbe scapitato di novecentosettemila cinquecento franchi, detratte le somme esatte, e non calcolando quelli spesi in venditori e magazzinieri. Lagnasi però che il frutto non sia pari al seme, perocchè i moderni Farisei l'impediscono. Per esempio a Milano molti accettarono i sussidj, pochi le dottrine degli Evangelici: sono forse ottocento i convertiti, fra cui dodici o tredici giovani di belle speranze, ma che si sono dati all'industria dell'apostolato perchè poveri e incapaci di educarsi altrimenti, e vivono a spalle dello straniero. Quando i successori de' conti del Monferrato coi sentimenti della più viva e sincera amicizia fecero lega col sultano per garantire l'integrità e indipendenza dell'impero ottomano (5 marzo 1855), e l'esercito piemontese campeggiò a favore dei Turchi in Crimea, quasi a ciascun soldato fu distribuita una Bibbia protestante, che poco deve aver fruttato. E mentre appunto scrivo, quella Società diffonde scritti suoi a piene mani in quel gran convegno di tutti gli splendori della civiltà che è l'esposizione di Parigi; ed ha già speso un milione di lire in libri ed opuscoli in quindici lingue differenti.

Di là vengono i sussidj ai nuovi evangelizzanti. A Nizza nel 1853, un ex-frate napoletano apostolava, ricevendone seimila lire l'anno; vi si diffusero seimila catechismi, mentre altri fluivano da Ginevra nella Savoja; moltissimi in Sardegna; e il maggior generale della brigata che stanziava a Nizza, il 12 aprile 1856 dovè riprovare come contrario al decoro militare l'uffizio che alcuni soldati eransi assunto per denaro di predicare l'eresia.

Nel 1847 erasi cominciato a Londra l'Eco del Savonarola da Salvatore Ferretti, collaborandovi il Desanctis, Teodorico Rossetti ed altri, a spese di qualche mecenate. Sospeso per manco di abbonati, ripigliò nel giugno del 1856, e allora chiariva esistere quattro movimenti protestanti in Italia, l'antipapale, l'antipapista, il protestante, l'evangelico. L'antipapale è di moderati, che vogliono togliere al papa soltanto il dominio temporale, qual impedimento all'unità italiana. Gli antipapisti, separati apertamente dalla Chiesa romana e più numerosi di tutti, combattono il papato con ogni sorta armi. Il protestante dice: «Noi siamo filosofi e quindi possiamo far di meno della religione. Ma il popolo ne ha bisogno, talchè se all'Italia si toglie il papismo bisognerà pur surrogarvi qualche cosa: e il meglio è il cristianesimo riformato». Il partito evangelico predica il vangelo puro: ma per quanto sovvenuto dalle società d'Inghilterra, e protetto a spada tratta dal Governo sardo, non prospera guari.

Visitando il re di Piemonte quell'isola nel 55, gli presentarono un ringraziamento «pei magnanimi sforzi che fa onde stabilire ne' suoi Stati la libertà civile e religiosa». Egli fe rispondere che, «come discendente da lunga serie di principi cattolici e sovrano di sudditi quasi tutti cattolici, non poteva approvare gli acerbi rimproveri inflitti al capo della Chiesa; bensì agli occhi suoi la religione esser il simbolo della tolleranza, dell'unione, della libertà, ed uno de' fondamenti del suo governo essere la libertà di coscienza».

Spaventati dall'irrompere del razionalismo, che negava ogni dogma rivelato e la divinità di Cristo, i Protestanti ortodossi, cioè quelli che ancora han fede nella Bibbia, costituirono una riunione ecumenica, che si raccolse a Londra nel 1846 e nel 51, nel 55 a Parigi, nel 57 a Berlino, nel 61 a Ginevra, e che finì coll'Alleanza evangelica nello scopo di fondere tutte le credenze in una sola, e combattere tutte insieme la cattolica. L'assemblea a Berlino trovò che l'accordo fra le varie sètte non era progredito, bensì divisaronsi i modi di osteggiare il papato, e si stanziò una somma per mandare missionarj in Piemonte e nella Toscana, e aprire ricoveri pei preti che apostatassero; in fatto se ne fondò uno a Londra, uno a Basilea, assegnando a ciascuno ducento scudi, ma non prosperarono, e il protestante Leo paragonava la cattolica all'unità del ferro, e l'Alleanza Evangelica alla ruggine del ferro impastata con acqua[577].

Per tale accordo anche i Valdesi assunsero il nome di Evangelici, e con questo fondarono varie stazioni per Italia, professando non badare a differenze di confessioni, bensì convenir tutti all'uffizio domenicale, qualunque credenza professino o comunque interpretino il vangelo. Anzi nell'ultima unione a Ginevra ben venti pastori ricusarono di riconoscere la divinità di Cristo.

Nel 1852, sei dignitarj del collegio di Londra dirigevano una lettera ai preti del Lombardo-Veneto, esortandoli a unirsi alla Chiesa anglicana, staccandosi dalla infedele romana. La Buona Novella nel 1858 diceva esser in Torino una società de' trattati religiosi per l'Italia, che aveva in due anni stampato 2,399,500 pagine; una libreria evangelica aver mandato in giro trentunamille copie di varie opere. Bonaventura Mazzarella pubblicò la Professione di fede de' Cristiani evangelici d'Italia[578], ove dichiara ch'essi non sono nè protestanti, nè valdesi, nè altro: «son cristiani perchè ripongono tutta la loro confidenza in Cristo, ed evangelici perchè non ammettono vi sia cristianesimo fuori dell'Evangelo.... Tra il ministero evangelico e il clero ufficiale, sia cattolico sia protestante, vi è un abisso. Quello è essenzialmente laico, non forma una casta, non avrà salarj fissi;... fuori della Chiesa è cittadino come gli altri; non ha potere, non onori, non sovvenzioni; esercita il mestiere che imparò...» Chiesto che cosa avesse predicato in Asti, risponde: «Mostrai il contrasto palpabile e spaventevole che esiste tra la vita e le parole di Cristo, e la vita e le parole del papa... Il papato ha ridotto il cristianesimo a un mercimonio... I sacerdoti ebraici che gridavano crocifiggilo, non fecero al cristianesimo il male che gli ha fatto il papato».

Maggior campo e più libero passo offersero all'apostolato eterodosso le conquiste del 1859, e il regno formatosi d'un conglomerato di voti. Non solo da giornali, ma alla Camera inglese da D'Israeli fu confessato che una delle ragioni per cui l'Inghilterra tollerò la spedizione di Napoleone III in Italia, fu la speranza che la santa sede crollasse, e vi si surrogasse il protestantesimo. Italiani residenti a Londra, Avesana, G. De Vincenzi, L. Serena, B. Fabricotti, G. B. Rocca il 2 settembre 1859 pregarono loro Shaftesbury, genero del ministro Palmerston, di farsi capo del movimento protestante in Italia, e di costituire un comitato per l'emancipazione degli Stati Pontificj. Egli accettò, asserendo che libertà e indipendenza non può aversi se non coll'abbandonare il cattolicismo, come hanno fatto gli Inglesi; i quali, per ottener le civili e religiose franchigie, cacciarono i loro regnanti, ne scelsero di nuovi, e consolidarono una forma di governo, che il meno possibile diversificasse dall'anteriore.

Appena espulso il granduca, gli Evangelici di Toscana sporsero al Governo Provvisorio una «Dichiarazione di alcune massime religiose professate dai Cristiani evangelici, che in questi tempi si sono manifestati in Toscana, persuasi che il giorno è giunto in cui la nostra patria nel suo seno vedrà svilupparsi ogni onesta libertà», e v'erano firmati Carlo Solaini e Scipione Bargali. Quel Governo lasciò in fatto stabilire cappelle, e i giornali tuttodì svelenirsi contro il papato, mentre escludeva i predicatori cattolici non toscani e proibì di stampare un opuscolo La Chiesa cattolica romana è la sola vera Chiesa di Gesù Cristo. Di ciò mosse pubblico lamento l'arcivescovo Limberti, e diceva al presidente Ricasoli: «Voi siete cattolico, e reggete un popolo cattolico; vi corre dunque l'obbligo di amare e favorire sapientemente la conservazione e l'incremento della fede che professate. Dissi sapientemente perchè non vi diate a credere che io intenda accattare da Voi per la religione e per la Chiesa quell'insidiosa tutela che inceppa o avvilisce, e molto meno quella specie di protezione, che, essendo tutta in perseguitare e tormentare gli sventurati che la disconoscono, non servirebbe che a renderla odiosa. Ma quella savia e provvidente sollecitudine, la quale caldeggiando le benefiche istituzioni della Chiesa, rispettandone i sacri ordinamenti, onorandone i ministri, e agevolandone la libera azione, conferisce a crescerla in riverenza ed efficacia, con profitto grande dello stesso consorzio civile. Questa io vescovo, a voi governante cattolico, ho tutta ragione di richiedere. Ma lo dovrò io dire? Sia colpa d'uomini o di tempi, sembra che questa ragionevole e giusta predilezione abbia ceduto il luogo al sentimento contrario, e che si procacci di avversare, indebolire e impacciare l'azione cattolica.

«Sono state aperte in questa città pubbliche scuole di errore, e vi si allettano con ogni maniera di argomenti, non escluso quello del denaro, persone di ogni età e d'ogni classe, e a preferenza la povera e rozza plebe e gli inesperti giovinetti, più facili ad essere carrucolati dalle seduzioni. Lascio ai politici di giudicare, se la tolleranza civile dei culti abbia ad allargarsi sconfinatamente così, che lasci adito a proselitismo tanto sfacciato e corrompitore; se conferisca ad abituare nel popolo quelle maschie virtù e quello spirito di annegazione e di sacrificio al dovere, che pur fa duopo ad esser liberi e forti, l'adusarlo a mettere a prezzo ogni cosa, sin la coscienza; se metta bene, in luogo d'infervorare la fede che opera miracoli, il gettare nelle anime il dubbio che isterilisce o la miscredenza che imbestia; giacchè, dubbio e miscredenza son per il popolo gli ordinarj portati delle controversie e dispute religiose, massimamente agitate in nome d'una dottrina, la cui essenza è la negazione; se sia prudente, or che tante e sì diverse ire bollono ed imperversano, l'aggiungere un fomite così tremendo e pericoloso come quello delle offese coscienze e delle religiose. Ma io vi domanderò perchè, laddove gente uscita da Napoli o da altri paesi sermoneggia furiosamente, sciente e tollerante il Governo, contro l'antica e benedetta fede dei nostri padri, si vieta poi che sacerdoti cattolici salgano il pergamo ad esplicarla e difenderla, se non sono toscani? perchè, mentre i nuovi predicanti vituperano impunemente nelle loro pubbliche arringhe il clero cattolico, e stimolando turpi e feroci passioni lo mettono in sospetto ed in odio, non abbia poi ad esser concesso ad un fervente sacerdote sfolgorare dal pulpito le orrende bestemmie che si odono tuttodì, gli insulti abominevoli con che si disonesta a voce ed in iscritto, per le piazze e pei trivj la sacra persona ed autorità del sommo pontefice, senza che appostati delatori, spesso ignoranti, maligni sempre, non corrano a farne ai tribunali denunzia, donde processo, moniti e vessazioni? Perchè, mentre si stampano francamente e pubblicamente si vendono a poco prezzo giornaletti, libercoli, calendarj, dove l'empietà usa il suo soverchio, guastando con sozze e villane parole e con più sozze e villane figure non pur l'intelletto e l'animo del nostro popolo, ma persino quell'abito di schietto buon senso e di squisita gentilezza onde va segnalato fra gli altri, avvezzandolo a gettarsi dopo le spalle ogni riverenza e sotto i piedi ogni autorità, abbia poi ad esser vietato un libretto di poche pagine, che a guisa di catechismo, rammenta una grande ed importante verità e avverte i buoni a cessare i pericoli di che l'errore li minaccia? Tolto da voi anche l'ultimo ritegno, dilagano senza misura i nuovi predicanti e s'affaccendano a diffondere, vendendoli a poco o eziandio regalandoli, libri tutti pieni di veleno e calunnie, di scene invereconde contro il papa, contro i preti, contro i santi, contro i sacramenti, contro ogni cosa a noi più cara e santamente diletta: Roma empia, per esempio, la Camarilla, il Prete e la Donna, il Gallo di Caifasso, gli Errori della Chiesa di Roma combattuti colla parola di Dio, la Bibbia in prigione e altri siffatti?»

Il ministro Ricasoli rispose che il martirio oggi invano si spera. «A' nostri tempi non si tratta di persecuzione nè di protezione religiosa; si tratta di libertà di coscienza, e di libero esercizio di culto, purchè non sia turbato l'ordine pubblico. Questa libertà, che è un diritto di ogni essere responsabile a Dio, che è un fatto della coscienza universale, ed un principio del diritto pubblico di ogni Stato civile, non toglie che la religione cattolica, se non è più la dominante, non sia la prevalente, e quella professata dal Governo e onorata con tutte quante le maniere. Il limite di questa prevalenza e di questi onori si trova solo nel non escludere le altre religioni, e non impedire gli altri culti. Ciò è cosa nuova nel nostro Stato: ma la Chiesa cattolica non vi perderà, come non ha perduto in quegli Stati dove oramai è vecchia. V. S. non deve credere avversata dallo Stato la religione cattolica se vi sono altre professioni, e se altri culti si esercitano. Questa simultaneità è un diritto, è un fatto indistruttibile. Il proselitismo è proibito e punito: l'eccitazione all'odio scambievole proibita e punita: ogni occasione di pubblico disordine prevenuta, o tolta via. Gli atti di Stato laico e indipendente da ogni estranea autorità non possono essere censurati di avversione ad alcuna credenza quando tutelano la tranquillità pubblica, che il Governo ha il dovere di conservare; e il Governo e non altri può conoscere ciò che le nuoccia, o le giovi. Se egli niega la stampa o la ristampa di qualche scrittura, è mosso da una ragione presente, che il pubblico ordinariamente non raggiunge. Ma ciò non impedisce, che quelle idee non possano esser pubblicate»[579].

Così proclamavasi l'ateismo dello Stato. E molto ivi adoperò il proselitismo, ajutato sì da alcuni preti o rifuggiti dalla Romagna o che davano un calcio alla Chiesa che gli aveva nudriti e educati; sì da opuscoli, non isproveduti di scienza o sfavillanti di spirito; sì dai giornali, per cui era una forma o un supplemento di libertà politica la irriverenza religiosa; sì da politici che voleano assicurarsi (come dice Boncompagni) il suffragio di coloro, per cui ogni angheria diviene scusabile, anzi lodevole quando sia detto «È contro i preti».

Carlo Poggi Laborcena vi pubblicò più tardi (Firenze 1866) un Triplice progetto di riforma, ove sostiene che a Gesù Cristo contraffà il papato coll'ammetter la messa, i suffragi per le anime purganti, il giuramento ai tribunali, le lunghe preghiere a Dio perchè interrompa le leggi fisse di natura: il papa è infallibile sol quando sia in grazia di Dio: l'elezione de' sacerdoti appartiene al popolo: mal s'insegna che il principato temporale vantaggi la religione: sono torti del papato tutti i mali che tormentano l'umanità, perchè esso non provede a banche popolari, a proteggere le serve, e fa che alcuni Gesuiti, fingendosi protestanti, impediscano l'unione di tutte le credenze. E propone un'assemblea mondiale, dove si elegga un capo alle chiese cristiane riformate, il quale formerà un collegio di venticinque o trenta individui, per ottenere il trionfo della religione di Cristo e la ricomposizione di tutte le nazionalità.

Gli Evangelici s'avventurarono più volte a molestare le sacre funzioni; in Santa Maria Novella turbarono la benedizione del sacramento, altrove le prediche; a Livorno vollero sepellire un dei loro in terra sacra; e impediti, s'avventarono fin contro l'autorità; spesso si fecero scoppiare bombe nelle chiese o nelle canoniche.

Vi si opposero eccellenti parroci e canonici e predicatori; moltiplicaronsi pubblicazioni religiose, quali l'Archivio dell'ecclesiastico, ed altre popolari del padre Morini, del Pierini, del canonico Righi, del Grassi, del Marescotti...: alle antiche associazioni religiose, conservate in fiore, si aggiunsero le nuove di san Francesco di Sales per la propagazione de' buoni libri, di san Vincenzo da Paola per l'esercizio d'ogni carità.

Nelle prime manifestazioni rappresentò gran parte il Gavazzi. Ancor barnabita nella rivoluzione del 1848, cominciò da entusiasta di Pio IX, e finì per essere uno de' più affaccendati demagoghi, tanto che dovettero reprimerlo quegli stessi, che della demagogia faceansi uno sgabello. Inviperito dai disastri, rinnegò il carattere sacerdotale, e fattosi apostolo delle dottrine dissidenti, compariva dovunque la rivoluzione scoppiasse e in coda agli eserciti conquistatori, con violente parole e scritture attizzando le passioni popolari, e con indomita persistenza costituendo cappelle e società.

Appena fatta nel regno meridionale la rivoluzione che spossessò i Borboni, v'affluirono i predicanti, e in capo ad essi il Gavazzi. «Indossata la camicia rossa dei Garibaldini, sulla piazza pubblica era il predicatore quotidiano del popolo, la gazzetta viva e passionata de' Napolitani. Tutto serviva di pulpito per lui; parlava da una finestra, o da un banco di piazza, o da un palco di teatro; suo tema obbligato Francesco II e il papa, sui quali lanciavasi a pugni con una violenza senza esempio. Era curioso vederlo nel palco coperto e pavesato a tre colori, che per lui ergeasi nel Largo del palazzo, vestito di rosso, battersi il capo, darsi pugni nel petto, stringersi come volesse soffocare, lasciarsi cascar melanconicamente sulla sponda; prendersi la testa colle due mani, come volesse staccarsela e avventarla agli uditori... Il padre Gavazzi credeva; di là l'incontestabile sua influenza. Dopo predicato nelle vie parlando di tutto, e facendo decapitare le statue equestri dei re e demolir il forte Sant'Elmo, depose la tunica rossa, e stabilì conferenze meno chiassose in una sala affittata apposta. Per tre mesi quattro volte la settimana, e ogni volta per due ore, davanti una folla accalcata, entusiasta e vestita per bene, inveiva contro il papa con un impeto instancabile. Era una satira oratoria, zeppa d'invettive e sarcasmi, addolcita però da un calor sincero, che attestava com'ei credesse. La domenica rinunziava affatto alla discussione, per insegnare piamente il Vangelo. Non so se questa melodia cristiana facesse molta impressione dopo il batter dei tamburri e le fucilate: ma quest'uomo strano, che aveva il demonio in corpo sulla piazza pubblica, diveniva tutto unzione quando cadeva a ginocchi».

Tiriamo queste parole non dal Perrone o dal Pellicani suoi smascheratori, ma da un panegirista, Marco Monnier, che scrisse sopra Napoli eretica e panteistica. Un altro ammiratore ce lo dipinge sulla piazza del Crocifisso a Messina e di San Francesco di Paola a Napoli, ad inveire contro i Borboni e i Gesuiti, predicare l'unità d'Italia e il re galantuomo; proporre si trasformassero le statue di Carlo III e di Ferdinando in Vittorio Emanuele e in quel Garibaldi «che in mille battaglie, coll'abito forato come un crivello, non potè mai esser ferito». E soggiunge: «Al teatro San Carlo si ebbe lo spettacolo bizzarro di un frate in camicia rossa, che la vasta e sonora sala facea sonare di parole molto insolite, mentre, rialzato il sipario, attori e figuranti, coristi e ballerini a gruppi, ne' loro vestiti teatrali, si spingeano sul davanti della scena per nulla perdere dello intermezzo inaspettato.» Un giorno rappresentavasi la Battaglia delle Donne, e finito il primo atto, il padre Gavazzi s'alzò nel suo palchetto, e prese a parlare di patria, di libertà, di Garibaldi, di combattimenti a Capua, in modo che il popolo entusiasta dimenticò affatto la commedia, e coprì d'evviva l'impresario quando venne annunziare che, attesa la circostanza eccezionale, invece degli altri due atti si darebbe l'inno di Garibaldi[580].

Dai primi momenti della rivoluzione si domandò, e pensate se si ottenne dal dittatore Garibaldi un luogo in Napoli, dove esercitare pubblicamente il culto evangelico; gli altri dissenzienti, mercè della legazione prussiana impetrarono pure di aver pubblico tempio; e quivi si combinò come estendere la propaganda nella terraferma e in Sicilia.

Essendo il nome di Valdesi legalizzato da secoli in Piemonte, lo adottarono, quasi desse diritto di fare proseliti, aprir conferenze, cappelle, collegi, e trovarono qualche adepto nella classe media, e padri che vi mandarono i figliuoli. Presa audacia, turbarono qualche volta le funzioni e le chiese: in qualche parte, come a Torre del Greco, vestirono la Madonna coi tre colori; quando si fecero espiazioni per le bestemmie del Renan, un giovane entrò in chiesa motteggiando, e gridò «Morte a Cristo». Di tali e simili atti sdegnato, il popolo diè loro addosso talvolta: ma l'autorità, punendolo col titolo di tutelare la sicurezza personale, non solo diè fidanza ai predicanti, ma arrestò parroci e fedeli che mostrassero avversarli. Taluni, che di prete non serbavano se non l'abito e i proventi, trovarono comodo il mettersi coi novatori, e col titolo di Emancipatori, sotto la guida dello Zaccaro, di Basilio Prota, del Da Foria valdese, formarono una società che repudiava i freni ecclesiastici, e nella Colonna di fuoco, poi nell'Emancipatore sputacchiavano la Chiesa stabilita, e menavano moglie, pur continuando il ministero in chiese interdette. Vi si oppose con petto forte il cardinale arcivescovo Riario Sforza, ed essi riuscirono a farlo proscrivere, sicchè dovette andar in esiglio come forse sessanta altri vescovi di quelle provincie, i quali sol da lontano potevano sostenere lo zelo, che parve infervorarsi viepiù nella causa del vero, e manifestossi sì cogli scritti, sì colle prediche, sì colle opere.

Lo scredito che fin presso i loro aderenti attiravansi gli ostiarj che aprivano le porte al nemico, i preti che tradivano Cristo mentre nel suo piattello continuavano ad attingere, tornava a credito dei Valdesi, che almeno non pretendeano conciliar l'irreconciliabile. Wrefort pose scuole a Capri; Leopoldo Perez stampava la Civiltà Evangelica: il pastore Rolier col dottore Escalona diffondeva instancabilmente opuscoli e Bibbie, rianimò gli avanzi de' Valdesi in Calabria, e tenea conferenza a San Pietro di Majella.

Nè i frutti furono scarsi, e in Napoli, cessata d'esser capitale, fondarono cappelle e scuole, ch'erano pubblicamente annunziate.

Anche a Palermo, ne' primi giorni della rivoluzione, alquanti preti formarono un Battaglione sacro che, mantellandosi di politica, sovvertiva la Chiesa, ma fu sciolto prima che v'arrivassero i nuovi predicanti. Subito cartelloni annunziarono la vendita delle Bibbie, esortando a togliersi dalla religione del papa per intendersela con Gesù Cristo mediante la lettura del Vangelo; si diffusero i libretti valdesi stampati a Torino, e le oscenità stampate a Milano, mentre il ciclico Pantaleo, cappellano del Garibaldi, urlava per le piazze i suoi moroloquj. Intanto a Messina evangelizzavano un Cappuccino e un Paolotto apostati: il padre Gavazzi a Catania era udito curiosamente finchè parlò di politica, ma abbandonato appena entrò sulla religione: tanto più che il Governo parve nol sostenesse, come invece faceva coi predicanti valdesi. Infatto la Buona Novella annunziava il 15 marzo 1861 che «due nuove stazioni di Evangelici vennero stabilite dalla Chiesa valdese; una a Milano avendo a capo il signor ministro O. Cocorda, l'altra a Palermo affidata allo zelo del caro nostro fratello, il signor ministro Giorgio Appia». Questi, che già nominammo parlando de' Valdesi (Discorso XLI), era uno de' più valenti, come de' più attuosi, ed oltre gli scritti sulla Buona Novella, molti ne stampò a Palermo dalla tipografia Claudiana, fra cui Roma e la Scrittura (1862). Egli sfidò ad una disputa il canonico Domenico Turano e il professore Melchiorre Galeotti, il quale saviamente si restrinse a discutere sull'autorità, cioè a chi competa il possesso e l'interpretazione della Bibbia; e diede una relazione di quel convegno, appunto come vedemmo essersi praticato un tempo dai preti valtellinesi[581].

Insieme colle Bibbie divulgavansi quelle scritture alla moda, che eccitano lo scontento della ragione, e l'indignazione della coscienza colle accuse menzognere. V'andavano compagni libri immorali ed osceni, stimolando insieme la libidine del corpo e quella dello spirito; immagini che la corruzione de' compratori comanda alla corruzione degli artisti, ed ostentavasi il vizio sotto la complicità della pubblica opinione; quasi il Governo, col non sottoporre questa peste al lazzaretto, amasse ajutare il pervertimento morale, che cominciato col violare la creanza, finirà col violar tutte le leggi. Ne venne spavento a' genitori che ricorsero per rimedio all'arcivescovo; e questi in una pastorale ricordò ai padri ed agli institutori, che su loro pesavano le conseguenze lacrimabili della procace infezione (febbrajo 1861). Poco dopo ebbe a pubblicamente congratularsi cogli studenti di quella Università, i quali aveano affissa nell'atrio essa pastorale, e cacciato obbrobriosamente il ministro che intaccava l'onor del costume e la fede sempre inviolata in quell'isola; «e invocato con civile moderazione dal governo un provvedimento contro queste svergognate sozzure di libri»[582].

Mal riuscito, l'Appia tornò a Napoli dond'era venuto, e dove ingloriavasi della conversione del marchese Cresi, e gli succedette Giovanni Simpson, che aprì scuole di poveri fanciulli, massime presso la chiesa della Gancia, divenuta famosa come primo focolajo della rivoluzione, o piuttosto delle rivoluzioni. Le scuole protestanti furono dal Governo autorizzate a radunarsi ed esporre i cartelloni, e popolaronsi coll'allettamento d'alquanti centesimi; mentre la timidezza, consueta negli onest'uomini, distoglie dall'opporvisi, e fa piegare la testa sotto al flagello. Ogni stampa alquanto franca a difendere il vero è resa impossibile quanto ogni associazione, atteso le paure che dominano e l'artifizio di tacciarle di trame contro un ordine politico, che si sa non esser amato. Pure gli Evangelici non v'erano favoriti dalle circostanze che avvertimmo in Napoli; i giornali nel loro senso, come Il Martello dei preti, Lo Specchio della verità, non durarono, e dovettero confondersi coi politici; sebbene non mancassero apostati che, come accade, inviperivano contro preti e frati ai quali erano appartenuti; e sebbene il Governo e i municipj travagliassero in ogni guisa il culto avito. Le chiese principali, fino il San Domenico, arricchito di trentadue monumenti di illustri siciliani, si videro conversi in caserme o in pubblici ritrovi o in sale d'esposizione; le sacre immagini delle vie furono abbattute: ma il popolo, di cui conculcavasi il sentimento mentre poc'anzi se n'era chiesto il suffragio, vi sostituì stampe e immagini a centinaja, massime al frequente ricorrere de' flagelli o naturali o umani, che fanno deplorabilissima quell'isola, sì degna d'invidia.

Milano, da cui uscirono le più sozze oscenità di libri, di teatro, di figure, emula Torino per gli scritti contro la fede; lascia insultare a' suoi prelati, e il Pantaleo montar sul pulpito della sua metropolitana con una scala a piuoli; scala del popolo (diceva) a differenza dalla scala de' Farisei. Cappelle evangeliche si moltiplicarono e non solo in città, ma per tutta Lombardia. A Como adoprò assai un E. R. al quale diede risposta Antonio Romano tessitore. Quel lago e la provincia ebbero catechizzatori e cappelle, sì per comodo de' forestieri, sì per traviare i paesani. La Valtellina, che nel XVII secolo fece una rivoluzione sanguinosa per non volere protestanti; che anche nel 1797 unendosi alla Cisalpina, domandava che unica religione vi fosse la cattolica, va seminandosi di questa zizania. De' Protestanti fra' Grigioni informò il dottor Mariotti (Londra 1846).

Modena, ch'era stata l'asilo dei più riflessivi osteggiatori delle novità, fu presa maggiormente di mira dai propagatori in questa. Così Reggio. A Guastalla convien che il male sia molto esteso, se quel vescovo crede necessario uscir continuamente a combattere corpo a corpo coi maestri de' dissidenti; e si vide costretto a ritirarsi quando nell'aprile 1867 vi comparve tra le ovazioni il padre Gavazzi. V'è ministro evangelico Francesco Rostagno, giovane di Prali nelle valli valdesi, che quest'anno pubblicò il Credo di un nuovo protestante — Sfide e vergogne — L'Evangelio di Cristo e le opere di umiltà, stampati dal Lucchini, il quale se ne scusa dichiarando che «se Maometto gli ordinasse copie del suo Corano, gliele tirerebbe di buon grado e senza scrupoli». Almeno costui professa quel che gli altri fanno e non dicono.

A Ferrara, entrati colla rivoluzione e ascoltati per curiosità, poco operarono gli Evangelici: e le conferenze che tennero in una sala già infamata da orgie carnascialesche, raccolsero pochi proseliti di bassa mano, che neppur tutti perseverarono, ed ebbero risa e sassajuola dal popolo. Nè meglio riuscirono a Bondeno, alla Stellata e in quelle vicinanze.

Poichè il Vergerio, il Muzio, il De Dominis, il Flacio ci menarono sulla costa orientale dell'Adriatico, per tanti titoli attenente alla vecchia Italia, aggiungeremo che la diffusione del protestantismo in quei paesi, asserita dal Vergerio, è smentita dalle carte contemporanee, nè si trova che fossero applicati gli editti dell'imperatore Ferdinando I e dell'arciduca Carlo contro gli eretici e i loro libri. Il vescovo Francesco Josephic croato fu rimosso come sospetto, ma non apostatò: nè è vero quel che leggesi in alcuni, che Primo Tuber stesse canonico a Trieste, e vi apostolasse in San Francesco. Ben vi predicò il gesuita Claudio Jay, e ne sarebbe stato fatto vescovo se sant'Ignazio non gliel'avesse proibito. Stobeo, vescovo di Stiria, chiesto nel 1598 da Ferdinando imperatore se convenisse introdur l'inquisizione, consigliava di no nelle provincie tedesche, perchè essendo infette, ne ridonderebbero guai; bensì per l'Istria contea, Trieste, Fiume, «perchè essendo rimaste illese dall'eresia, essa impedirebbe v'entrasse». Realmente non vi fu introdotta; le persecuzioni che vi accennammo vennero piuttosto da odj di parte e da eccessivi sospetti: e i Gesuiti di Trieste ebbero a faticare ben poco per la purezza delle credenze; assai per quella de' costumi.

Nel 1782, imperante Giuseppe II, gli eterodossi ottennero pubblicità di culto, sicchè in una costoro chiesa egli e il governatore conte di Zinzendorf sono lodati come amici de' Cristiani. Ultimamente non vi mancarono predicanti, ma crebbe anzi lo splendore del culto; si pubblicò perfino un giornale ecclesiastico in latino; e la stampa rispetta il cattolicismo, benchè vi siano sei chiese di varj culti e ogni sorta religionarj, eccetto turchi, il cui console è di religione greca, come i vecchi sciah bender.

Nel Christian World, giornale americano, il signor Hall riferiva i giganteschi sforzi che i comitati protestanti dirigono a sovvoltare il nostro paese. Uno di Ginevra manda in giro colportori, come francesemente chiamano i venditori di Bibbie, e fondò la Letteratura evangelica che stampa opere all'uopo. Un altro a Nizza di Inglesi vi eroga da venticinque a trentacinquemila lire l'anno. La società de' Missionarj Weslejani di Londra moltiplica d'attività in fondare chiese e scuole, occupa da quaranta a cinquanta persone, e spende cenventicinquemila lire l'anno. Da quindici a ventimila un comitato a Napoli, quasi tutto di forestieri; e di colà il Desanctis soprantende a molte scuole in varj paesi, e dispone di un ventimila lire l'anno. Le tante società delle varie sètte presbiteriane di Scozia, d'Inghilterra, d'Irlanda somministrano ai soli missionarj valdesi da settantamila franchi per scuole, stampe, missioni. L'Unione Cristiana americana e straniera nel 1864 passò ai Valdesi circa centomila lire, principalmente per mantenere trentacinque predicanti e spacciatori di libri; inoltre le tavole stereotipe per l'edizione italiana della Bibbia in-8º. Altri donativi vennero d'America e dalla Gran Bretagna.

Al sinodo tenuto il maggio 1865 fu dato ragguaglio che l'evangelizzamento valdese ha in Lombardia sei stazioni; a Milano, Brescia, Como, Valdintelvi, Pavia, Guastalla; con quattro ministri, un laico e tre maestri di scuola: in Piemonte quattordici agenti, tre ministri, quattro evangelisti non ancor consacrati, sette maestri di scuola. In Torino la congrega dell'evangelizzazione italiana ha due scuole con ducento fanciulli ciascuna, la più parte figliuoli di Cattolici, e una domenicale. Congregazioni e scuole e proseliti han pure in Val d'Aosta, a Livorno vercellese, a Montestrutto, Carema, Parella, Borgofranco, Brissagno, Chatillon, Viarengo, Cormajore, oltre Aosta, Pinerolo, Alessandria, donde si estendono a Pietra Marazzi, Montecastello, Bassignana. Nella Liguria esercitano tre stazioni con sette agenti, un ministro, un evangelista non consacrato, cinque maestri; e in Genova ha cencinquantaquattro comunicanti, in Sanpierdarena un evangelista con settanta fanciulli. A Firenze prosperano una scuola teologica e una società di trattati religiosi, con due pubblici ritrovi. A Lucca una buona congregazione; a Livorno la più numerosa, con molte scuole. Nell'Italia centrale adoprano tredici agenti, sei ministri, sette maestri e varj lettori della Bibbia. In Napoli si applaudono dei due agenti Appia e Gregori; un evangelista in Palermo ha congregazione sufficiente. In Sardegna Iddio suscitò un venerabile vecchio, che frutta assai.

Posteriori notizie vantano Simpson Kray, pastore in Palermo, ed altri di Barcellona, di Catania, d'altre stazioni; a Napoli, quattro scuole con undici maestri e quattrocenquaranta scolari: da trecento frequentano le assemblee di Livorno, da cenventi quelle di Guastalla, ove cinquantatre comunicaronsi alla Pasqua: in tutta Italia si hanno ventiquattro stazioni valdesi, con ventisette evangelizzanti, trenta scuole diurne, sette serali; milletrecentottantaquattro comunicanti; e in tutto forse cinquemila cencinquantadue acattolici. Pure gli statistici, per verità troppo fra noi inesatti, calcolano oggi la popolazione del regno italico in venticinque milioni d'anime, fra cui quarantasette mila ebrei, da ventisei mila valdesi, e da cinquecento protestanti di varie confessioni. Vedasi con quanta ragione i ministri facciano dalla Corona riconoscere i Cattolici come soltanto una maggioranza. Oserebbero interrogarla sulla religione col plebiscito?

Secondo lo stesso Christian World, quel che domandano gli Italiani sarebbe, che, 1. il laicato ricuperi il diritto di scegliere i proprj ministri e gli amministratori de' beni temporali della Chiesa: 2. i vescovi siano eletti dal clero e dalle congregazioni, salvi i diritti regj: 3. vescovi e metropoliti si rintegrino nelle loro antiche attribuzioni, cessando la servile dipendenza da Roma e i giuramenti di vassallaggio ad essa: 4. celibe o no sia il clero secondo la determinazione individuale: 5. il laicato abbia libertà illimitata di leggere le sante scritture: 6. la liturgia facciasi nella lingua nazionale e in una forma intelligibile a tutti: 7. la confessione non sia obbligatoria, ma volontaria, e la comunione sotto ambedue le specie.

Non crediate però camminino conformi nelle dottrine, eccetto l'odio contro le romane. I più vanno oltre, determinati a mandare a pezzi (dicono) il despotismo papale, ristabilire la primitiva condizione della Chiesa, ed introdurre un buono accordo tra il clero ed il laicato. L'Eco della verità non vuole «esser organo di veruna chiesa particolare, ma della verità evangelica: nè Cattolici nè Protestanti hanno a fare con noi»; e un evangelico di Ferrara al predicatore Franco scriveva nel 1865: «Loro preti non la vogliono capire: si scalmanano ad esclamare contro Lutero, Calvino ecc., ma oggi chi vien più ad insegnare il luteranismo? Noi cristiani evangelici siamo quasi avversi ai Protestanti quanto ai Papisti, perchè i Protestanti più o meno sono Papisti, non essendosi totalmente svestiti del papismo. Legga i Principj della Chiesa Romana e della Protestante e della Chiesa Cristiana e vedrà che noi avversiamo i Valdesi perchè fra loro s'introdussero e sono ritenuti con zelo gran parte degli errori della Chiesa romana; gli Anglicani, i Luterani, i Calvinisti ecc. sono protestanti nazionali, talvolta con gerarchia clericale, talvolta no, ma tutti hanno liturgia che, come nella Chiesa romana, si surroga al culto dello spirito. Noi mettiamo in un fascio Cattolici e Protestanti, e in faccia a questa Babele di sètte che ci vengono da oltremonte ed oltremare, la nostra Chiesa cristiana evangelica, sorta in Italia fra le persecuzioni e cresciuta tra le sofferenze, persevera e prosegue a combattere per la fede che è stata una volta insegnata dai santi; nè altro vuole che la Bibbia, senza Padri, nè tradizioni, nè teologia. Alle vostre calunnie non badando, continueremo nella via del Signore. Nè crediate lo facciamo per ispirito di parte, ma per amor di pace: perocchè desideriamo vivere in comunione con tutti coloro, che in sincerità di cuore invocano il nome del Signore; e quando per furore di sètta i preti d'ogni nome vengono a disturbarci onde imporre le loro forme fracide e rugginose, li compiangiamo. Noi riconosciamo le dissolutezze di Lutero, di Calvino, di Arrigo VIII, e non ci facciamo loro paladini. I Protestanti partecipano ancora del romanismo, e quindi noi non siamo protestanti nè punto nè poco, e ci allontaniamo, prima dai Cattolici e poi dalle sètte, secondo più o meno romanizzano: quelle che meno romanizzano più si accostano a noi, puri fedeli del Vangelo».

Sulla presente condizione delle Chiese acattoliche fra noi informava testè il Temps, giornale che molto se ne occupa.

«Tre classi di spiriti s'affannano in Italia a scalzare le fondamenta di Roma: 1. I Protestanti; 2. I preti liberali; 3. I liberi pensatori, framassoni ed altri. Il protestantismo ha egli gran successo? Dalle nozioni che da un anno raccolgo, conversioni d'adulti accadono rare: le più a Bologna, a Livorno, a Firenze, a Napoli. Quivi, e soprattutto a Napoli e a Livorno, libere unioni serali produssero un incontestabile effetto sulla gioventù. A Napoli, nella scolaresca universitaria e presso una certa classe d'operaj, la disputa teologica secondo le idee protestanti prese singolare estensione. Assistetti alcuna volta a questi circoli teologici: vi è molta gente, fra cui intelletti svegliatissimi; parecchi propagandisti godono d'una certa popolarità; due o tre uomini popolari accettarono con entusiasmo le dottrine evangeliche, e le predicano in dialetto napoletano e con modi pittoreschi. Il culto non si pratica ancora che in cappelle senza apparenza esterna. Qualche volta è situata in un pianterreno; e a Firenze in una specie di magazzeno, sulla via della passeggiata alle Cascine. Questa cappella, molto osteggiata dallo zelo de' Cattolici, è quella attorno la quale avvi maggior moto dopo il 1860.

«La prima chiesa consacrata pubblicamente al culto protestante fu quella di Livorno, inaugurata lo scorso agosto[583]. La seconda a Napoli si termina presentemente nel quartiere di Chiaja, in situazione molto vistosa, sulla via che dal centro mette a quella passeggiata. Sarà molto bella; gotica; la porta maggiore e parte della facciata di marmo bianco; fu costruita per contribuzioni de' Protestanti residenti a Napoli, sopratutto degli Svizzeri; un famoso banchiere vi concorse con ottantamila franchi.

«Dove il protestantismo mi sembra aver propriamente vantaggiato è nell'opera delle scuole. In ogni città di qualche importanza è stata fondata una, ed ordinariamente è ben riuscita: quella di Napoli conta cinquecento allievi, e l'opinione la designa per una delle migliori della città.

«In quanto alla Bibbia, gl'Italiani poco ne usano; non è un popolo che legga molto. Tutto computato, i successi del protestantismo sono discreti. Quanto ai preti patrioti di Milano, alla società di mutuo soccorso di Firenze, alla emancipatrice di Napoli ed alle annesse del clero emancipato, dirò che i preti liberali dell'alta Italia e della media, senza esser perseguitati dall'autorità episcopale si sono indeboliti e diminuiti, e oggi sono obbligati di riunirsi alla società emancipatrice di Napoli, la sola restata in vigore. N'è capo il padre Prota, domenicano sui trentacinque anni, che tiene sedute nel capitolo del convento di San Domenico Maggiore: e a dispetto de' superiori e della Minerva di Roma, professa due principj fondamentali: restar cattolico col papa, andare a Roma con l'Italia. In conseguenza non volge al protestantismo; proclama energicamente il suo amore per l'unità all'ombra della cattedra di san Pietro, e grida, Viva il papa! abbasso il papa-re! Le idee di questi ecclesiastici e del padre Prota specialmente, sono liberissime in fatto di disciplina: nel loro giornale si parla del clericume, del pretume, degli ozianti, delle cappuccinerie come nei giornali laici, e forse in tono più deciso; si denunciano gli abusi de' conventi, si pubblicano fattarelli di scheletri, di fanciulli, di monachelle, degni di Diderot. Tutto ciò che il laicato domanda per la purificazione dell'Italia insozzata dalla superstizione, lo domanda con altrettanta insistenza questo gruppo sacerdotale, entrato senza divergenze nel movimento del paese. Il padre Prota ed i suoi amici hanno pubblicato articoli su tutte le quistioni sorte in questi ultimi tempi, la soppressione de' conventi, i beni del clero; e in forma scolastica han dimostrato che il matrimonio de' preti è lecito, e che nelle circostanze presenti d'Italia, farebbero molto bene a rinunciare al celibato. Però al dogma non toccano, e benchè dimostrino una certa indipendenza anche in simile materia, concludono sempre che bisogna rimanere cattolici romani, uniti al papato, trasformato e privo del dominio temporale.

«Chiamano anche a far parte della loro società persone di varie screziature. Ma quale efficacia esercitano queste associazioni di preti liberali? Il Governo non li seconda: li lascia semplicemente fare, proteggendoli negli urti contro il clero normale. L'opinione li sostiene vagamente in Napoli: ma i caporioni de' partiti avanzati non li carezzano troppo, nè si curano della loro opera: solo Garibaldi formalmente li chiama sacerdoti e monaci benemeriti, perchè riconoscono i diritti della patria.

«Nel clero fan qualche propaganda; il padre Prota annuncia ciascun giorno nuovi acquisti nelle parrocchie, ne' seminarj, e perfino ne' capitoli canonicali; ma non avvi precisa statistica de' risultati ottenuti. L'unione della società meridionale con quelle del centro e del settentrione potrebbe recare conseguenze serie in questa grande e difficile impresa, e date certe evenienze. Il popolo italiano ripugna dal cangiar religione, ma sarebbe facile persuadergli che egli non cangia, malgrado un profondo cangiamento: e col tenersi riguardosa su questo punto, la Società ha forse una vera ispirazione.

«Gli austeri protestanti sentono profonda antipatia per lo spirito de' preti liberali. Al grosso del popolo non si dirigono ancora gli sforzi continuati della Società emancipatrice: i predicatori che vengono da lei, come il prelato Santaniello, sono festeggiati dalla folla, ma in qualità di patrioti: sicchè il riformatore religioso rimane in ombra».

Anche testè l'Eco di Firenze sconfortavasi del poco successo dell'evangelizzazione, rimasta finora in una sfera elementare e superficiale, e non trovar negli Italiani quelle buone disposizioni che si speravano; la guerra che vi si fa al prete è più ch'altro politica, onde secondar il Governo e il parlamento: il cristianesimo ripongono in una continua contraddizione al clero; sicchè i predicanti si limitano ad emancipar il popolo dai preti, e sgrossarlo dai pregiudizi volgari; e si errò nell'affidar una chiesa o un'opera di evangelizzazione a taluno, sol perchè nemico de' preti e dotato di qualche capacità letteraria.

Il maggio 1867 la Chiesa valdese teneva l'annuo sinodo alla Torre, di cui pubblicaronsi gli Atti[584]. Consacrato il nuovo tempio, udita la predica del professore Rivoir, il corpo de' pastori impose le mani a Carlo Malan, candidato evangelista a Pisa: e fra le decisioni prese fu che possibilmente l'evangelizzazione si facesse per mezzo di operaj itineranti; e poichè le varie loro stazioni costituendosi in chiese, e nominatamente la fiorentina, che sarebbe la XVII, domanderanno d'esser ammesse come parrocchie della Chiesa valdese, se ne determinino le norme.

Quanto all'evangelizzazione, congratulavansi del suo estendersi, provato dagli operaj accorsi da tutti i punti della penisola. Da quegli atti appare che John Henderson, il quale nell'interesse di quella Chiesa contribuiva ogni anno 750,000 lire, morendo vi fece il lascito di 125,000 lire. Il reverendo Robertson annunziando ciò, e la fondazione d'una Waldensian aid Society in Inghilterra, soggiungeva: «La guerra che voi fate in Italia non è solo a benefizio dell'Italia, ma della Gran Bretagna, della Scozia, dell'Irlanda (sic), del mondo tutto: voi crollate le fondamenta del trono del nostro gran nemico: voi discendeste coraggiosamente nel pozzo: noi tenemmo ferma la corda».

Questi fatti, che anche i dissenzienti dichiarano avversi al sentimento comune, per quanto appoggiati dal Governo e da' suoi giornali, potevano compiersi senza grave scontento, non solo del clero, ma degli onesti amatori della patria e dello Statuto? Vero è che, essendosi in pochi anni tanto perduto d'onore, di alterezza, di coscienza pubblica, di sentimento del diritto e discernimento del male e del bene, la prostrazione de' caratteri e la codarda paura che a moltitudini degradate ispirano scrittori o grossolanamente ignoranti o brutalmente maligni, non lasciano all'opinione oppor la coscienza, ai prepotenti le maggioranze; e pochi vogliono affrontare i tedj d'una disputa, o i giudizj della folla, o la disaffezione d'amici e parenti, onde tutelare in pubblico ciò che venerano clandestinamente. Certo non mancarono coraggiosi, persino nel parlamento; ma, con meraviglia sua, sentì salutarsi di inattese congratulazioni un deputato che osò protestare d'essere e voler essere cattolico, e dire alla Camera, «Qui io sono solo, ma dietro me ho tutta la nazione»; e fu qualificato di cinismo cattolico il suo portarvi le lodi di Pio IX, non più sonatevi dopo il 1848.

Contro alle vessazioni e alle inurbanità quotidiane che i dominanti fanno ai riti e alle consuetudini della nazione; contro alla predilezione apertamente concessa agli apostati; contro all'impedire l'obolo che i fedeli danno allo spogliato lor padre, mentre la propaganda eterodossa profonde tesori; contro al rappresentarsi o drammi di sprezzo pei papi e la Chiesa, e in balli e in Opere vescovi e cardinali e i riti più augusti; contro alle irritanti calunnie ripetute a proposito di Calvino, di Galileo, del Bruno, fin di Sisto V e più di Pio IX, tace o bela la folla, che crede far molto col non partecipare al peccato. Ma contro agli insulti recati ai riti, disturbando le devozioni, interrompendo le prediche, schiamazzando all'atto della benedizione, e fin gettando per terra le ostie e il vino consacrato, le moltitudini più volte protestarono a loro modo, a fischi ed anche a colpi; alle case dove ergeansi cappelle o cattedre minacciò metter fuoco il popolo, che allora dovea chiamarsi plebaglia, e asserir che era incitato dai preti. A Palermo, sentendo i ministri insultare alla verginità di Maria nelle conferenze al Ponticello, assalse il predicante. Così ad Adernò: così nel Bresciano. Un Gaetano Giannini, legnajuolo fiorentino sproveduto di studj, era andato evangelizzare a Barletta con uno spacciatore di Bibbie; e adunate fino a cinquanta persone, con loro le leggeva e commentava; e assicurando che venticinque s'erano convertiti, invocava si stabilisse una vera scuola. I preti naturalmente attraversavano i costui armeggi, e i ragazzi gridavano per le vie, Viva Gesù e morte al diavolo; sicchè gli adepti s'adunavano in armi. L'autorità ben guardavasi dall'impedire gli evangelizzanti, pure non avrebbe potuto ostare all'universalità del popolaccio: il quale nottetempo assalse la casa del Giannini, e al grido di «Viva Vittorio Emanuele, Viva Garibaldi, Viva la fede» maltrattò quelli che non poterono fuggire. Ciò fu il 19 marzo 1866[585]. Il Giannini campò, e così Teodoro Meger inglese, pastore evangelico; che ricoveratosi ad Ancona, vi tenne una riunione per rassicurare i suoi adepti. Quivi pure poteasi temerne disordini per la reciproca irritazione, onde persone savie andarono a chiedere al prefetto d'impedire le conventicole; ma il titolo della quiete pubblica non valse questa volta, mentre suol valere per impedire feste cattoliche e rimuover vescovi e parroci.

Acquistata nel 1866 al regno d'Italia anche la Venezia, vi accorsero tosto i predicanti, fra cui il Gavazzi ed Emilio Comba, e subito empirono di loro grida le città di san Marco, di san Zeno, di sant'Ermagora; tutto fu inondato de' libri propagandisti, colla sciagurata accompagnatura degli osceni ed immorali. Il cardinale Trevisanato patriarca di Venezia credette dover suo, nella quaresima del 1867, premunire i fedeli contro questo veleno, e contro le «grame dicerie d'un infelice, che avendo miseramente smarrita la fede, vorrebbe strapparla anche dal cuore degli altri». A quella pastorale ne fu opposta un'altra, intestata «Alessandro Gavazzi, per la grazia e bontà di Dio ministro dell'evangelo, a don Giuseppe Luigi Trevisanato, per divina misericordia patriarca di Venezia». Scritto solazzevole e pagliaccesco dichiara egli la pastorale: «composizione di senile imbecillità, condita coi lazzi del trivio: quintessenza di buffoneria, di ragli da sacristia»: qualifica il patriarca «campione d'inurbanità, Sancio Panza del carnevale»; e si scaglia contro la «santa bottega, insegnatrice di un evangelo diverso da quel di Cristo, frutto dell'apostasia, della ventraja, dell'errore; vero paganesimo sotto nome di cattolicismo romano». Subito ad esso patriarca e ai vescovi di Udine, di Treviso, di Padova, si fecero insulti grossolani; in varie chiese di Venezia furono interrotti i predicatori quaresimali da lazzi, da minaccie, fin da percosse; a Verona si impose di sonar sull'organo l'inno di Garibaldi. Scene altrettanto dolorose si rinnovarono altrove con petardi lanciati duranti le prediche o negli appartamenti vescovili, e peggiori nella processione del Corpus Domini a Verona. L'autorità nè preveniva nè difendeva. Un tale nega levarsi il cappello davanti al viatico, e grida ch'è mero pane: un fedele lo abbatte con uno schiaffo, e la punizione cade su questo.

Dicono che tali atti villani sono inevitabili: certo furono o tentati o compiuti anche in paesi ormai non nuovi alla rivoluzione. Appena all'arcivescovado di Catania recentemente eretto, era nominato il padre Dusmet, dovette uscire con una pastorale a calmar il popolo, indignato contro persone che una notte deturparono le immagini pubbliche, collocate «quasi punti di riposo dove il cuore faticato va cercare la pace, la luce, la consolazione ed un po' di quella freschezza che non si trova nell'atmosfera soltanto degli uomini e degli affari». A Comacchio il nuovo vescovo è festeggiato il giorno dal popolo; la sera un altro popolo schiamazzante ne assale il palazzo. A Trani un calzolajo insulta il vescovo che amministra la cresima: diciannove padri di famiglia che ne mostrano indignazione son gettati in carcere.

Udimmo testè come Napoli si segnalasse per quantità di preti, che menarono moglie pur conservandosi sui benefizj, anche parrocchiali. Ivi più che altrove fu esercitata la persecuzione ufficiale, distruggendo immagini, edicole e croci, che ad esuberanza ornavano le vie; si proibì quanto metteano di scenico nel culto quelle fantasie meridionali; se ne misurarono i gesti, i rumori, le genuflessioni; poi nella persecuzione della legge Crispi si relegarono a folla e incarcerarono i sacerdoti. Il cardinale Riario Sforza, ch'era venerato come un san Carlo per l'immensa carità, mostrata principalmente al tempo del cholera, quando dal diuturno esiglio potè tornare, ottenne che le chiese, usurpate dai riti evangelici o amministrate da apostati, fossero restituite al culto cattolico, il che diede occasione a solennità, berteggiate da coloro che chiamano vulgo e lazzaroni quando manifesta i proprj sentimenti quel popolo, di cui jeri avean esaltata la sovranità co' plebisciti; e che, come dagli altri tiranni, così ripugna da quelli che lo obbligano a rinnegare la sua coscienza e le sue abitudini.

E l'Eco della verità parla continuo di minaccie e dimostrazioni fatte contro gli Evangelici, volendo con ciò farli compassionare come vittime, mentre attesta che ripugnano al sentimento popolare, sicchè trovano bisogno di provocare la forza contro i supposti persecutori. Chè veramente ci corre fra il perseguitare e il non lasciarsi insultare; non lasciarsi dire «Voi siete così scimuniti da credere... Voi villani continuate la buffonata delle sagre»: il non lasciar vilipendere l'intera nazione, come si fa secondo un patriotismo di moda[586]. Ma è doloroso il vedere l'Italia dilaniata nell'intimità dei pensieri e de' sentimenti; e incamminarsi a barbarie nuova per gli odj da cittadino a cittadino e per reciproche nimistanze. Vero è che l'indignazione, ispirata sulle prime da questi insulti de' privati e de' magistrati, vien dissipata dall'abitudine, a nulla avvezzandosi gli uomini più presto che all'ingiustizia: quegli stessi che dapprima non sapeano parlarne che col labbro fremente, ora li scusano come colpa de' tempi, come aberrazione politica, come conseguenza inevitabile de' cambiamenti odierni.

È questo l'effetto del giornalismo, che infatuato dalla propria inattaccabilità, non ha più duopo nè di arte nè di verità, bastandogli d'abbassare gli scritti a livello del lettore, anzichè rialzar la mente di questo, e di usar una lanterna cieca che lascia vedere in una sola direzione. Come l'individuo resta ora annichilato nel panteismo dello Stato, così l'aristocrazia dell'ingegno nella trivialità, i libri nel diluvio de' giornali, dove s'affoga il senso comune; lo spirito perde l'individuale libertà davanti all'audacia surrogatasi all'autorità; l'esagerazione, che è il linguaggio delle società scadenti, sopprime la verità ch'è il bisogno delle ordinate e rigenerantisi; spacciando francamente la bugia che non inganna nessuno, neppure se stessa: adoprando tutta l'arte della spudorata calunnia, dell'ipocrita ritrattazione, della maligna interpretazione per iscassinare tutte le credenze; al vizio accordando ogni perdono; alla virtù appena concedendo di scusarsi: e a chi li confutasse apponendo di mancar della carità cristiana, di fallire al precetto cristiano del soffrire e pregare.

Così, vuoti di carità perchè vuoti di fede, esercitano un'abilità senza principj sopra una sincerità senza lumi, in un tempo dove il leggere è divenuto un'infingardaggine mascherata. Ma troppo dell'indole loro fuggevole e di circostanza tengono anche i tanti opuscoli venuti ad appoggio dell'eresia; e dove la mancanza di calma attesta la mancanza di fiducia. Lungo sarebbe l'annoverarli, e scegliendo fra' capi, ci troviamo costretti registrarne uno, che altrove ponemmo fra i campioni della verità, Vincenzo Gioberti. Per un tempo diede la parola all'Italia cattolica, sicchè fu detto che i politici pareano seminaristi, guidati al passeggio da un teologo. Ma già avvezzo a piegarsi secondo le circostanze, dacchè, ubbriacato al vino della disobbedienza, smarrì il lume della verità che era sua passione, s'implebejò in tempestose discussioni e in pagine violente, ove diede sfoghi crudeli alla polemica personale, nel tempo stesso che dall'arsenale teologico traeva projettili contro la Chiesa. Peggio comparve quando un'amicizia più ammiratrice che prudente mandò in luce postumi lavori che aveva appena abbozzati, oppure scritti, come sempre soleva, sotto all'impressione del momento e all'ira degli acerbissimi disinganni che colpirono la sua vasta superbia; scritti che probabilmente avrebbe o distrutti o corretti nei giorni della riflessione; o dove, riferite objezioni di pretto razionalismo, si riservava forse di rispondere, mentre ora parrebbero dottrine da lui concepite e adottate. Più dunque che l'autore, son le opere stampate col nome di lui che meritano riprovazione. Massimamente nella Filosofia della Rivelazione, come credere che, tra splendide verità e un'insigne difesa del sopranaturale e del miracolo, uscisse affatto dall'unità cattolica, professando che molti precetti del Vangelo fossero meramente adatti al tempo: che i dogmi della predestinazione, del piccol numero degli eletti, dell'eternità delle pene, del perfezionamento e della espiazione nell'altra vita sono assurdi (p. 342); che la propaganda moderna dee essere principalmente laicale: che l'epoca nostra si può definire la secolarizzazione intera dell'Evangelo? Il dire vi siano tanti cattolicismi quanti gli spiriti umani è conseguenza di quell'altro teorema che l'atto libero concretivo dell'individuo fonda con un fiat la sua fede, e con essa fede il suo oggetto; crea a sè stesso la sua chiesa, il suo Dio, il suo culto, il suo dogma (pag. 189); teoria troppo conosciuta di Hegel, ch'egli forse intendeva confutare. In opposizione diametrale a' suoi primi libri, insiste sulla decrepitezza del cattolicismo, in cui la mancanza di vita è cento volte peggiore dell'eresia e dello scisma; tronco morto che si sostiene pel suo proprio peso e per l'inerzia. Nella Riforma Cattolica della Chiesa mette che il cattolicismo è ridotto immobile da Roma, dalla disciplina ecclesiastica, dalla teologia, onde a volerlo svecchiare bisogna riformar Roma, la disciplina, la teologia. È errore puerile il volere che tal riforma venga da fuor della Chiesa, come con Montano e Lutero; bensì è legittima quando venga da Gregorio VII o dal Concilio di Trento. Pure, qualvolta non possa ottenersi dalla gerarchia, la procurino sopragerarchicamente, non contragerarchicamente gl'ingegni cattolici, rivestiti della dittatura ideale.

Questo surrogare l'autorità dell'individuo o dell'opinione a quella della Chiesa, mena dritto allo scisma e alla protesta. E di fatto egli vede in Roma mancare l'armonia dialettica; il temporale nuocere allo spirituale: ne critica il governo civile, senza suggerire come renderlo perfetto; nè certo diverrebbe tale coll'imitar qualsiasi degli odierni. Quanto all'ecclesiastico, vorrebbe entrasse in una fase di larghezza teologica, di civiltà, di tolleranza, e molte riforme suggerisce alcune buone, altre insensate come gli eroi di Hugo: dividere i preti in sapienti e operanti, in celibi e no: abolire una quantità di pratiche che fanno perdere il tempo; erigere atenei ecclesiastici, dove e il vescovo e lo Stato istruissero; scegliere alle alte dignità scrittori di opere insigni; disapprova le devozioni e le astinenze, dimenticando che questa vita è preparazione ad una eterna. Così Kant, per paura del misticismo, restringeasi a freddo stoicismo.

Se l'esempio suo mostra come il ricalcitrare contro il centro vivente dell'unità cristiana basta per far discendere successivamente tutta la scala della protesta, le varie proposizioni sue convincono quanto, anche astrattamente, sia difficile e complesso il problema del principato temporale. Dopo averlo ne' primi libri esaltato come necessario, benefico, insigne, in questo della Riforma, ch'è de' più ostili, nel § II scrive che quel governo «ha difetti ma è capace di miglioramento»: poi nel § XX che «nuoce all'Italia, alla religione, alla indipendenza del papa» e quindi deve levarsi: nel § LXXV pone che «l'odio e la mala contentezza de' popoli muove meno dal governo superiore del papa che dalla amministrazione de' prelati: laonde, essendo il male non nel principio ma nella oligarchia pretesca, vi rimedierebbe un sommo sacerdozio, governato per mezzo del laicato»: e nel LXXVIII, che il diritto temporale di Roma è tanto oggi superfluo e dannoso, quanto dianzi opportuno; tiara e scettro sono contrari e incompatibili. Se nel Rinnovamento propone la spogliazione totale, nella Riforma vuol «lasciargli solo Roma e le sue pendici», oppure al § XC limitavasi alla «secolarizzazione del governo con istatuto rappresentativo».

Bisogna non avere mai scritto per non sapere come all'ultima ripulitura si serbi il dare simetria e accordo; sicchè tali palmari contraddizioni noi attribuiamo all'esser quelle carte nulla più che materiali da costruzione.

Anche quel poco che rimaneva di credenza e riti positivi sembrò soperchio al genio negativo, che vuol unificare col ridurre la convivenza civile e domestica a meri termini di natura, ponendo da banda ogni religione rivelata; e s'annunziò a Milano una società de' Liberi Pensatori, imitazione (già s'intende) d'una simile formatasi nel Belgio, secondo la quale la religione sarà qual piacerà a ciascuno di farla: ognuno carezzerà le ipotesi che gli convengano. E le ipotesi ch'essi vogliono imporre sono: — La forza non può comprendersi fuor della materia; non può esserci stata una forza creatrice, onde Dio non fu nè è creatore; non è forza regolatrice, onde non è potente; e non può esser nè buono, nè giusto. Non avendo dunque alcun attributo, non esiste, come non esisterebbe una pietra la quale non avesse nè volume, nè forma, nè peso, nè altra proprietà.

Sono le note teorie di Bruno Baur, di Feuerbach, di Steiner, che diceano: «Non solo non credo all'esistenza del soggetto divino, ma neppure delle qualità divine, alla giustizia, all'amore, alla saviezza che altri immaginano veder nell'uomo: una sola essenza reale vive: l'individuo nel godimento o nel patimento suo egoistico».

Come programma d'azione i Liberi Pensatori adottano: «Non più prete alla nostra morte, al nostro matrimonio, alla nascita de' nostri figliuoli». In conseguenza fin povere giovinette morenti si videro dai genitori negata la consolazione di spirare con Cristo sulle labbra; i padri non presentano i loro neonati al parroco; ai fanciulli non istillano veruna idea superiore alla materia.

Vollero esplicare maggiormente il loro teorema quelli di Siena, il cui manifesto, in ciò che concerne la costituzione civile, porta:

«La società democratica dei Liberi Pensatori procurerà diffondere nelle menti di tutti, ed in ispecial modo della gioventù, i veri principj della sana morale, scevre da ogni misticismo religioso, libera da ogni legge di qualsiasi setta religiosa, e regolata solo dalla ragione e dalla coscienza.

«Dimostrerà che al trionfo della sana morale è indispensabile la più estesa educazione delle masse, che deve necessariamente affidarsi ai Liberi Pensatori.

«Farà conoscere essere unico inciampo al trionfo della sana morale il dominio che tuttora si esercita sulle coscienze dalle sette religiose, e perciò aversi a distruggere questa preponderanza spirituale, dovendo ogni cittadino rimaner libero nel santuario della propria coscienza.

«Informerà tutti dei diritti che ciascun cittadino può e deve avere, quali sono: libertà di coscienza e di culto, inviolabilità di persona e di domicilio, libero diritto d'associazione, istruzione gratuita ed obbligatoria, suffragio universale, stampa libera, armamento nazionale.

«La società, forte dei diritti naturali civili, politici, sociali, riconosciuti e garantiti pur dalle leggi, intende operare energicamente, e disporre di tutti quei mezzi che troverà convenienti e sicuri a raggiungere l'alto suo fine, che è il ristabilimento del progresso morale, politico, sociale; mezzo unico a pervenire all'umana rigenerazione».

Non si tratta dunque più di rivestire l'incredulità con formole mistiche, siccome in Fourier o Saint-Simon, o di relegar Dio di là dalle latitudini accessibili alla conoscenza; ma gli si intima «Vattene dal tuo regno»: si nega la coscienza: riguardansi come quistioni oziose l'anima o l'immortalità, come ipotesi per lo meno superflua la creazione; è l'ironia succeduta all'oltraggio; è la comodità del non credere senza tampoco esaminare, eppure straziar di sarcasmi chi pensa altrimenti; a un popolo soffrente non parlar più d'un padre e d'un giudice, e alla sociabilità, alla simpatia, alla solidarietà affidar l'incarico d'asciugare tutte le lacrime; e far sottoscrivere di non tornare neppure in morte alla religione di nostra madre, della nostra famiglia.

Noi cattolici siam fortunati di essere costretti a difendere ciò che v'ha di grande, di sacro, di nobile: ma il fatto spiacque anche agli Evangelici, e da Milano scriveasi all'Eco di Firenze: «Alcuni corrispondenti di giornali religiosi avevano fatto credere in Inghilterra che la società dei Liberi Pensatori avesse posto salde radici in Italia, e Milano ne fosse il centro, dove contasse sessanta mila adepti. I nostri fratelli d'Inghilterra nol credano. È vero che s'invitò il pubblico alle adunanze, si cominciò a discutere lo statuto; ma quando si giunse all'articolo, che obbliga i socj a rifiutare in qualunque circostanza l'opera di qualsiasi ministro di religione, i pochi intervenuti compresero che si volevano Liberi Pensatori schiavi dello statuto, e lo combatterono, e lasciarono l'adunanza dicendo che ognuno è libero pensatore in casa propria, si cesserebbe di esserlo divenendo membri di una società, e giurando osservarne lo statuto».

Per verità il Caraibo è libero pensatore quanto cotesti; nè noi crediamo miglior pensatore un di costoro che Vico e Galileo, che Dante e Manzoni, che Gerdil e Rosmini. Perchè libero, io credo ai dogmi: ho studiato almen quanto voi; e il mio libero pensiero mi portò a repudiare un materialismo che non vuol solo corrompere, ma sedurre; un despotismo che dice alla coscienza «Taci»: un'idolatria della forza che fa esecrare la debolezza e la carità; mi portò ad aderire al cattolicismo che non ammette una verità se non dopo accertato ch'essa viene da Dio; quel Dio che, secondo una bella espressione della Scrittura, confidò a ciascuno la cura del suo prossimo.

Fuor d'Italia, gli stessi Protestanti adoprarono le armi loro per combattere il materialismo e il razionalismo, al quale già Bossuet avea previsto che doveva riuscire inevitabilmente la Riforma. Guizot considera il cristianesimo siccome concezione di filosofia divina, che la ragion pura ha diritto di svolgere dalle credenze definite, le quali sono imposte alla coscienza dei fedeli, e particolarmente dalla autorità pastorale che le insegna, le trasmette e le perpetua. Ma i nostri riformati o discutono ancora della giustificazione con Lutero, o col Vergerio rinfacciano alla Chiesa i suoi traviamenti, o con Voltaire ghignano di ciò che ha di più serio l'umanità. Dai giornali non solo, ma dalle cattedre stipendiate si intima a gran voce che le religioni son buone pel vulgo, acciocchè non veda nulla e soffra tutto: pei pensatori sono anticaglie da museo; doversi dare ascolto alla ragion sola, alla ragion pura. Che importa qual idea uno si formi dell'essenza e attività di Dio, del come il mondo esiste? È l'uomo, che, pensando, fece Iddio, questo nome che designa un'ipotesi: l'umanità è uno spettacolo, di cui lo spettatore compone il dramma. La spontaneità creò i miti, poi le legende; ora la riflessione le riconduce all'arte, e piacesi decomporre queste affettuose illusioni. Che è mai la Bibbia se non una bella poesia orientale?

I nostri, incapaci di creare, van dietro ai Tedeschi, nei quali le condizioni d'ogni ricerca feconda, cioè ostinazione al lavoro e passione della verità, son guaste da due difetti, cioè presunzione di sè e sprezzo degli altri; onde riescono stitici nell'ammettere le prove di ciò che è, e temerarj nel ricostruire ciò che dovrebb'essere. Per loro la critica, non più ristretta nell'antico senso di esame e valutazione d'opere d'arte, è il titolo d'una classe di filosofi, i quali, sotto il nome di Kant e di Hegel, rinnovano la formola dell'antico nostro Protagora, l'uomo esser la misura del tutto: tutto da lui comincia e in lui finisce: colle sue idee crea il mondo e Dio: colla sua potenza modifica gli esseri, inventa la società e il diritto e la giustizia: le modifica col continuo e indefettibile progresso; non muore mai, ma la materia di cui è composto si organizza in altre forme: non s'investighino le cause: non si dà assoluto: noi non conosciamo che il fenomeno: ogni verità è relativa; non v'è massime ma solo opinioni, le quali si completano mediante le loro antitesi: bando alla metafisica, all'ideale: solo storia e fisica e meri fatti, sui quali dobbiamo non ragionare ma osservare, non aver ammirazione ma curiosità. Non tenere per vero se non ciò ch'è dimostrato dalla tua ragione: di tutto cerca il perchè e il come, e vedrai che nulla vi è sopra della materia, della forma inintelligente.

Con questo grido di emancipazione, d'indipendenza, s'accordano le scuole filosofiche nel toglier la distinzione fra il sensibile e il soprasensibile, confondendoli nell'unità della sostanza che tutto fa da sè; nello spiegar l'uomo senza il governo della providenza. V'è chi crede che nessuno mai abusasse tanto della parola quanto Hegel, e la travolgesse al suo senso, avendo dottrine ardite e linguaggio ritenuto, sopprimendo le cose e ritenendo i nomi, pensando altrimenti da noi, e affettando parlar come noi. Egli insegna l'identità del no col sì[587], per atto del pensiero crearsi il me ed il non me, e fin la morale e la religione, sicchè l'uomo è Dio a sè, è la legge stessa: società, patria, mondo, devono servire a lui; diritto e dovere più non sono che un calcolo di tornaconto. Di queste dottrine erasi fatto campione il professore Vera, e perciò venne chiamato dal Governo a impiantarle nelle scuole di Milano e di Napoli.

Non crediamo noi a chi ha gran scienza e forte telescopio esistere stelle invisibili? Disapprovando le oziose disquisizioni, il Vico avea detto la filosofia esser data «per intendere il vero e il degno di quel che dee l'uomo in vita operare»; e, a differenza dei tanti, rivolti solo ad esagerare la degradazione, sostenne che «la filosofia, per giovare al genere umano, dee sollevare e reggere l'uomo caduto e debole, non convellergli la natura, nè abbandonarlo nella sua corruzione»[588].

E appunto i Tedeschi applicarono man mano i sistemi delle loro scuole alle origini del cristianesimo, ossia al valore storico de' libri sacri. Il protestantismo per abbattere l'autorità della Chiesa avea cresciuto l'autorità della Scrittura, ma la disarmava isolandola dall'interprete vero: oltre che il canone e l'ispirazione de' libri santi riposano sulla garanzia dell'insegnamento tradizionale. Samler, poi dietro a lui Eichhorn dissero che Cristo e gli apostoli dovettero acconciarsi alle opinioni correnti, e interpretare al modo che dagli Ebrei usavasi allora, il proprio pensiero mascherando per non urtare i pregiudizj. Or come distinguere il pensier vero di Cristo da quel miscuglio? Samler suggerisce a tal uopo il Talmud, gli scritti di Filone, gli apocrifi del Vecchio Testamento: Eichhorn trova più giusto il chiedere tal discernimento dalla sola ragione; ciò che non può ridursi alle leggi immutabili dello spirito umano è concessione ai pregiudizj giudaici. Con questa interpretazione morale uniformavasi a Kant, pel quale la religione non è che il complesso delle regole universali della morale. Da qui partendo, gli elementi storici poco importano; non si badi a critica o esegesi; la morale è indipendente dai fatti, siano miracolosi o no, reali o immaginati.

A tale teorica s'adatta Paulus, francamente mettendo Cristo e gli Apostoli sotto l'influsso delle idee popolari: pure annette qualche importanza agli avvenimenti, spiegandoli al suo modo, e i miracoli riducendo a fatti naturali, mal compresi dall'ignoranza o dall'entusiasmo. Di tali interpretazioni arbitrarie non contento, Strauss risolve il racconto evangelico in una leggenda, Cristo in un mito. Da tutti risultava che gli scritti evangelici non appartengono nè agli autori nè ai tempi a cui sono attribuiti, ma vennero successivamente alterati in guisa, che a fatica vi si discerne qualche traccia della primitiva redazione.

Ecco aperto campo vastissimo alla critica, e Baur e la scuola di Tubinga v'applicarono l'ingegno, l'erudizione, la fantasia, formando cento sistemi diversi, e tutti provati egualmente. I primi apostoli non sarebbero stati che una setta giudaica fin quando Paolo (personaggio più grande di Cristo) proclamò l'universalità della redenzione e l'emancipazione della coscienza dalla legge cerimoniale. I tre Evangeli sinoptici e gli Atti degli apostoli sarebbero scritture o fatte o rimpastate all'occasione del conflitto che nacque fra i primi cristiani ebraizzanti e Paolo, dalla cui tarda conciliazione venne la Chiesa cattolica, che conservò il doppio carattere dei due partiti. Lo spiritualismo rivalse al tempo della Riforma: oggi si compie l'emancipazione del pensiero religioso, spezzando le forme antiquate per ridestare il cristianesimo in ispirito e verità.

Nella primitiva Chiesa, Cristo passava per un uomo potente in parole e in opere, eletto da Dio, colmo dei doni dello Spirito Santo. Solo a mezzo del II secolo si desunse dai Neoplatonici l'idea del Verbo, associandola a quella del Messia, e all'unione morale surrogando la ipostatica; allora si scrissero l'evangelo di san Giovanni[589], le epistole agli Efesi, ai Colossensi, agli Ebrei.

Seguendo questi dotti, si vedrebbe donde attinse a poca fatica Renan, che col lenocinio retorico rese interessante il suo romanzo, quasi come la Capanna dello zio Tom, e per altrettanto tempo. Di confutarlo non han bisogno i Cattolici, perocchè essi non credono che sulla sola Scrittura sia fondata la verità storica e morale del Cristo. Un libro di frammenti sconnessi, fatti in diversi tempi, da persone diverse e senza concerto, sotto circostanze speciali, che offre principj ma non isviluppati, non sempre chiari, non coordinati, alcune cose tacendo, altre appena indicando o con simboli e parabole e allusioni, basterebbe egli qual codice della più estesa e incivilita società? potrebbe darsi alla plebe cristiana come norma delle credenze e della condotta?

Ma Cristo nella coscienza della sua Chiesa ne scrisse il compimento senza ambagi, senza lacune, collo sviluppo delle teoriche e delle applicazioni, col pieno accordo dell'insieme e delle parti. Or che critica è cotesta che, nell'interpretare quel libro, rifiuta un sì valido ajuto? perchè vuol ricostituire tutta la dottrina del cristianesimo senza tener conto dell'ulteriore svolgimento del pensiero cristiano? Come chiamasi indipendente, se muove da un pregiudizio, dalla negazione del sopranaturale? Così, non argomentando ma fantasticando, il Dio personale, creatore, redentore è fotografato in una camera oscura, sotto le varie pose dategli dall'artista; ed ora è il fatale assoluto di Spinosa, ora il me di Fichte, ora l'identità di Schelling, or l'idea di Hegel, or il mito di Strauss, ora il galileo di Renan, ora l'umanità di Littré, ora la giustizia di Proudhon.

Dovevamo toccare di ciò perchè qui pure, se non si inventano, si spacciano simili dottrine ai giovani, che ostentano poi un'incredulità, non derivata da forti ricerche, ma cominciata a vent'anni, nelle passioni e nell'ignoranza, e che rinega le verità della fede o della metafisica perchè non hanno l'evidenza di quelle della chimica e della geometria. Ma se vogliono accettare ciò solo che s'intende, non comprendono che novanta su cento uomini non si capacitano come l'uomo possa star sulla terra mentre gira?

Siccome alla ragione antica, la quale poneva come primo assioma che una cosa non può essere e non essere contemporaneamente, si sostituì la nuova che asserisce l'identità del sì e del no, così al diritto antico ed eterno, fondato sulla ragione, sulla giustizia, sui patti, surrogossene un nuovo, che ebbe acoliti e predicatori, ma non ancora una teoria nè una sanzione, se non quella dei fatti compiuti, vale a dire che ciò che riuscì è bene.

Così negli atti non meno che nella scienza viene a impiantarsi lo scetticismo, che proviene dall'osservar le cose da un punto sconnesso, veder le sole particolarità, percorrere una quantità di oggetti senza approfondirne nessuno, senza ordine e serietà, senza l'energia che raccoglie, avvicina, riassume, conchiude. Un tale scetticismo non può esercitar la critica, poichè cerca le objezioni e le difficoltà, non mai la soluzione, manca di quell'elevazione ingenua che indaga la verità per se stessa, e vi trova l'appagamento. Alcuni affettano d'investigare nell'avvenire le verità che da XVIII secoli son divenute patrimonio della civiltà cristiana, mentre non si avrebbe che a difenderle, chiarirne l'intelligenza, assodarne le fondamenta. Ma caduti in un'incredulità che diventa il loro castigo dopo essere stata la loro colpa, mostrano più sempre l'impossibilità di separar il problema filosofico dal religioso, dovendo per sincerità confessare l'insufficienza delle soluzioni scientifiche, e per superbia ricusare di rimontar il corso del razionalismo. Resta dunque solo l'idolatria di se stesso: egoismo dell'intelletto che genera il razionalismo; egoismo della memoria che ripudia gli elementi tradizionali; egoismo della fantasia che affoga nel realismo le arti belle; egoismo della volontà che traducesi nella morale indipendente; egoismo della civiltà che vuol separare lo Stato dalla Chiesa, e proclama il non intervento, cioè l'indifferenza all'ingiustizia, l'opposto alla solidarietà di tutte le nazioni civili nel difendere l'ordine, la proprietà, le tradizioni.

Il dubbio universale, lo scetticismo scientifico, la negazione di quanto non si vede e si tocca, sono l'insegnamento di Giuseppe Ferrari milanese. Non ammettendo stabilità di fede o di dinastie, neppur di grammatica o retorica, predica la legge agraria; fuor del mondo fenomenale la scienza umana non riconoscere che il nulla: essere è parere; pregiudizio l'idea della causalità; vanno abbattuti il Dio personale e il Cristo; «L'uomo è il solo Dio dell'uomo, e questo Dio risiede nella nostra vita — L'errore è sempre immanente nel nostro pensiero — La fede in Dio è l'errore più primitivo, più naturale del genere umano — La logica rende impossibili, come la natura, così il dovere e gl'interessi: se la logica esiste tutto deve perire — La critica ci lega alla terra, e ci vieta d'uscirne — La ragione non ha nulla a cercare, nulla ad apprendere di là dell'apparenza — L'interesse misura la morale — La ragione sta serva all'istinto, e il suo vantato regno si riduce ad una chimera della metafisica — Ardirete negar la ragione alle bestie? esse hanno tutte le nozioni che i razionalisti credono riservate all'uomo — Non abbisogna alcuna voce soprannaturale per insegnarci che i frutti della terra debbono nutrirci, e che la donna ci chiama all'opera dell'amore».

Per lui «la santa irreligione» è l'unico mezzo di liberar l'Italia; «non dimenticando un solo momento che il nostro capital nemico è il papa, che il papa è nemico eterno del genere umano, e la rivoluzione deve balzar dal trono il Cristo, congedare i santi, rinnovare il calendario»; senza ipocrisie annunzia che «emancipare l'Italia è distruggere la cristianità; è un abbattere i due poteri imperiale e papale in tutta quanta Europa»; vorrebbe imitati gli Stati Uniti, dove ogni uomo è a se stesso pontefice e imperatore, e dove i Mormoni si propagano come i Buddisti[590].

«La rivoluzione non è che la guerra contro Cristo e contro Cesare... Non equivoci, non incertezze o confuse dottrine semi-cattoliche, semi-cristiane, semi-pontificali. Adori pure ciascuno in casa propria i suoi idoli, i suoi penati: la religione della rivoluzione è quella che divinizza l'uomo, la sua ragione, i suoi diritti, disconosciuti, insultati dalla Chiesa... L'Europa ha intimato a Roma una guerra di religione, nè potremo avanzare d'un passo senza rovesciare la croce». La stessa guerra egli vuole intentata ai principi, perocchè «chi lavora pel re lavora per la ristaurazione della Chiesa: Cristo, Cesare, il papa, l'imperatore, ecco le quattro pietre sepolcrali della libertà italiana... Ultimo termine del progresso la legge agraria e l'irreligione, cioè la progressiva propagazione della scienza che si sostituisca alle favole del culto e alle contraddizioni fatali della metafisica» (Della Federazione Italiana).

A queste idee, manifestate esplicitamente nella Federazione repubblicana e nella Filosofia della Rivoluzione, come d'uomo che «con rara profondità annienta i sistemi vani ed assurdi della metafisica teologica, e stabilisce i veri principj del naturalismo razionale» applaude il curato Cristoforo Bonavino da Pegli[591], del quale, come già femmo dell'Ochino, del Vergerio, di altri, riferiremo la conversione colle parole sue stesse nella Filosofia delle scuole italiane:

«Le opinioni che oggi professo non sono quelle a cui venni educato: nè però si possono attribuire alla forza delle abitudini, o all'effetto di pregiudizj. Ho passato l'adolescenza e la gioventù sotto la disciplina del collegio, o del seminario, la quale trovò sempre in me un allievo non solo docile, ma affezionato e devoto fino allo scrupolo ed alla passione. I miei poveri studj di letteratura, di filosofia, e di teologia non uscirono mai dal cerchio della più pura e gelosa ortodossia romana; i miei prediletti maestri furono i santi, e in capo a tutti Tommaso d'Aquino e Alfonso de' Liguori. Due soli affetti governarono quel periodo della mia vita; lo studio e la pietà: e fino all'età di ventitrè anni, in cui venni ordinato sacerdote, io non ebbi altra occupazione, non gustai altro piacere che la lettura e la preghiera. Dirò tutto in una parola; se non era la prudente fermezza di un padre amatissimo, io sarei entrato, come avea già meco stesso risoluto, nella Compagnia di Gesù, unico instituto dove mi parea più facile di poter saziare la mia brama di sapere con lo studio, e il mio zelo di faticare per Dio colle missioni. Così la primavera della mia vita non conobbe altre gioje che quelle del sacrifizio e del terrore, e non assaggiò altre delizie che quelle dell'orazione e della penitenza. La mia fede avea serbato tutta la semplicità, il candore e l'abbandono dell'infanzia; e sol chi ne ha fatto in sè medesimo l'esperienza può intendere quella misteriosa condizione di un cuore, che a forza di virtù smarrisce la coscienza, per fervore di pietà rinega la ragione, e per amor di Dio volontariamente delira! Ma il sacerdozio fu per me l'alba di una nuova esistenza; e il primo raggio di luce mi balenò alla mente dal confessionale.»

«Al primo contatto dell'anima mia con la realtà della vita umana; a quella storia di miserie e di dolori, che l'uomo e la donna del popolo venivano a deporre piangendo, tremando, nel mio seno, io cominciai a sentire una repugnanza fra la dottrina morale delle scuole, e la voce intima delle coscienze. Indi i primi assalti del dubbio. A tranquillare l'animo mio ripresi adunque lo studio e l'esame de' principi teologici che io avea tenuto sempre in conto di verità eterne ed assolute. Allora per la prima volta io m'avvidi che i miei studi erano stati diretti, non dallo spirito della verità ma da quello di setta; e quando io credeva di averli compiti, m'accôrsi ch'era tempo e faceva mestieri ricominciarli. Non esitai un istante. Un nuovo mondo, ancora in confuso, mi s'apriva allo sguardo; ed un segreto presentimento m'avvertiva, che dietro alle quistioni sulla morale gesuitica sorgevano altre quistioni ben più gravi ed importanti, e sotto i casi di coscienza celavasi tutto il sistema della religione, della scienza, della società e della vita. E non esitai un istante. Quasi per istinto giudicai che la via, per cui mi incamminava, non poteva essere di quelle che guidano agli impieghi, agli onori; ed io incontanente di buon grado rinunciai a quelli che m'erano stati già conferiti; fermai tra me stesso di tenermi in una condizione affatto privata e indipendente...»

«Ripigliai pertanto il corso de' miei studj; e dalla morale dovetti bentosto passare alla dogmatica; indi alla storia, e di mano mano alla letteratura, alla pedagogia, alla filosofia, alla politica. Questo lavoro, che produsse una rivoluzione profonda e incancellabile in tutto l'essere mio, fu da prima una lotta tremenda contro me stesso, contro le credenze succhiate dal materno seno e attinte da venerato labbro, contro gl'insegnamenti della scuola, contro gli anatemi della Chiesa, contro i solismi dell'amor proprio, contro le seduzioni della paura, lotta che costò lagrime di sangue al mio cuore, il quale la intraprese, la sostenne, la vinse da se solo, nel segreto della coscienza, senz'altro testimonio, consigliere o giudice che Dio; lotta, che ogni giorno ad una ad una mi strappava dall'anima quelle convinzioni, ch'io avea sinora professato con tutto l'entusiasmo d'una fede pura ed illibata, a cui per voto avea consacrato il fiore della mia giovinezza, in cui avea riposto le delizie più care, le illusioni più nobili, le speranze più dolci della mia vita.

«Ma dopo aver esaminato le dottrine delle varie scuole cattoliche, mi son rivolto ai principj dei Giansenisti; poi ho consultato i sistemi dei Protestanti, interrogato la filosofia del secolo scorso, ponderato i lavori della critica moderna intorno ai simboli religiosi; e la prima conclusione certa, inconcussa, irrepugnabile, in cui la mente mia trovò il suo punto d'appoggio, fu questa, che il criterio supremo d'ogni verità risiede nella ragione. Stabilito questo principio, la mia emancipazione intellettuale e morale fu compiuta. Con esso pervenni immediatamente alla negazione di ogni ordine sovranaturale, d'ogni teologia positiva, d'ogni autorità teocratica, d'ogni rivelazione divina; esso mi scoprì la legge universale di progresso perpetuo e di transformazione successiva, che dirige la vita del mondo fisico e morale, degli esseri e delle idee, della natura, e della scienza, della civiltà e della religione; e in esso rinvenni quell'armonia dell'intelletto col cuore, che indarno io avea cercato in qualunque altro sistema. Quindi riebbi la pace dell'anima, pace profonda e imperturbabile, che deriva dalla libera contemplazione del vero, dal sentimento della dignità umana dalla conoscenza comechè imperfetta delle leggi dell'universo e dell'umanità, dall'amore disinteressato del bene, dal rispetto spontaneo degli altrui diritti, dall'osservanza volonterosa de' proprj doveri. Così ho sperimentato in me stesso e la vantata felicità del credente, e la pretesa disperazione dell'incredulo; ho provato le consolazioni, e le dolcezze, che ne procura il misticismo, e la filosofia, la Chiesa e l'umanità; E se per giungere a questa meta ho dovuto soffrire, di chi è la colpa? Non è tutta di coloro che pervertono l'intelletto co' pregiudizj, e la coscienza colle superstizioni? Di coloro che sconvolgono la fantasia con lo spettro del demonio e dell'inferno? Di coloro che presentano il dubbio come un delitto, e l'uso della ragione come un sacrilegio? Di coloro che hanno gettato la nostra società in tale abisso di fanatismo e d'ipocrisia, che altri non possa esprimere le sue opinioni, comunicarle a' suoi amici, discuterle, professarle, senza porre a repentaglio l'onore, il credito, l'officio, la sicurezza, la sussistenza di sè e de' suoi cari?[592]»

Parole simili avevamo udite dal Geoffroy quando diceva non poter sopportare l'incertezza sull'enigma della destinazione umana, e mancandogli la fede per risolverlo, aver cercato la luce della ragione per declinarlo. Come meglio potrebbesi rivelare il desiderio sterile di trovar la certezza, partendo dall'incredulità? E a tal punto si trovano gl'increduli intelligenti, che per ciò desiderano la disputa coi Cattolici, locchè non avviene a chi tiene una fede solida e assoluta, nè al pio che s'allieta quando gli è detto, Riposiamo nella casa del Signore[593].

Il Bonavino, adottato il pseudonimo di Ausonio Franchi e irato alla Chiesa che abbandonò, combatte «la filosofia che educa ancora al sofisma e all'assurdo la gioventù delle scuole italiane, e la religione che ancor mantiene in servaggio i popoli del secolo XIX»; confuta la teologia positiva; dissuade dall'indietreggiare fino a Lutero, e dall'accettare la Bibbia e l'assurdo dei misteri e il culto d'un Dio incarnato: la teorica d'un Dio personale e creatore esser infetta d'antropomorfismo e contraddizioni, nè potersi di Dio avere alcun concetto razionale; donde resta provato che la religione nostra è falsa, e il cattolicismo è contrario ad ogni libertà, ed ormai non è tenuto che da pochissimi[594]: poli delle nazioni moderne sono la scienza e la libertà, le quali non può l'Italia acquistare se non rinunziando alle idee filosofiche e religiose del medioevo: ond'egli, come l'antico Lucrezio, s'accinge a «svincolar gli animi dal giogo d'una fede cieca, immobile, misteriosa», per trarli alla «ragione, unico criterio del vero».

Negato ogni ordine sopranaturale, ogni autorità teocratica, mette come legge universale il continuo progresso e la successiva trasformazione. Il Dio d'un'epoca è sempre falso per rispetto ad un'altra più colta. — Dio del secolo nostro è la scienza. — Dio non lo pensiamo in quanto esiste, ma esiste in quanto lo pensiamo. — Il Dio di ciascuno è la personificazione del proprio ideale: onde tutte le variazioni che succedono in questo avvengono in quello. — Dio, providenza, natura è tutt'uno. — Nelle credenze occorre un'affermazione, ma è affermazione di una possibilità, non d'una realtà. — Sarebbe tempo di finirla con tante pie favole circa la natura di Dio, le sue persone, le sue idee, i suoi amori, i suoi voleri, i suoi atti. Il criticismo ha dimostrato che le essenze e le sostanze ci sono affatto sconosciute e inconoscibili. Gli uomini civili del secolo XIX non sono disposti a credere se non quello che intendono. — De' suoi futuri destini l'uomo non ha, e non può avere alcuna conoscenza certa e positiva: la vita avvenire, agli occhi della ragione, è un vago presentimento, un'aspirazione ideale, una certezza istintiva, ma non una teoria[595]. «Quel desiderio che per se stesso vi pare disordine e tormento, è insomma il carattere più nobile e sublime dell'uomo: giacchè, se gli togliete l'aspirazione all'infinito, voi lo disgradate, distruggete l'uomo per farne un bruto. Lo stimolo incessante di un bisogno che non sarà mai appagato ed estinto, è ciò che costituisce la vera grandezza e dignità dell'uomo ciò che lo rende educabile, perfettibile e progressivo senza fine».

E poichè può far senza della religione chi riesca a contenere la propria ragione dentro i limiti precisi della conoscenza scientifica, e interdica a se stesso ogni ricerca, ogni aspirazione ulteriore, vuole che gli Italiani siano «onesti senza temer inferno o sperare paradiso, generosi senza essere nè cattolici, nè cristiani, nè ebrei».

Calcando le orme di Ausonio Franchi, «suo generoso amico ed insigne maestro... inesorabile ed irresistibile critico», il Lazzarini trova strano che l'anima, conservando le sue condizioni di ente finito e personale dopo la morte, possa godere o soffrire in Dio ch'è infinito. Riconoscendo che «il razionalismo teorico si argomenta di abbattere ogni tempio, di estirpare ogni culto, predica la religione della natura e la scienza dell'umanità; esorta la fede a non ispirare nei petti umani che virtù cittadine del mondo: perchè sdegna conservare e correggere, e tende implacato a sconvolgere e distruggere», egli si astiene «da ogni discussione circa la convenienza di un tal programma». Pur confessa che si lascia indietro mille miglia la teorica della ragion pura, la filosofia gallo-eccletica, la teologia dogmatico-razionale, il sistema dell'umana infallibilità. Secondo lui, non è vero che il fatalismo induca gli animi all'apatia ed all'inazione. L'idea del libero arbitrio è l'idea d'un potere che non ha nè può aver limiti: ove pertanto esistesse nell'uomo questa esecrabile strapotenza, egli rimarrebbe sempre tal quale sarebbe nato, impassibile, inalterabile. Costui confida nel progresso civile, e ha «salda speranza che due religioni debbano costituirsi amiche, l'una terrestre e l'altra celeste». Io nol giudico perchè non lo capisco.

Nè sono a tacere i fisiologi e naturalisti. Cabanis, trasformando anche la politica in fisiologia, introdusse la parola razza, così poco precisa, e che divide i popoli nell'egoismo, invece di unirli nella giustizia e nell'incivilimento. Da noi il Gioja, il Lallebasque, Pasquale Borelli, e pochi altri teorizzarono la filosofia della materia con dottrine che si scusano sol perchè furono seguìte da ben peggiori. Perocchè dappoi affinato l'ingegno ad escludere Dio dalla creazione, si suppose una primitiva molecola o cellula che per un'«agglutinazione continuata migliaja di migliaja di secoli», diventa natura, poi uomo, poi Dio: è la scimmia che progredì in uomo, come l'uomo progredirà in animale più perfetto: oggi medesimo la materia organica può animalizzarsi. Anima è un nome che anatomicamente esprime il complesso delle facoltà del cervello e del midollo spinale; fisiologicamente, il complesso delle funzioni della sensibilità encefalica, cioè la percezione degli oggetti sì esterni che interni; la somma de' bisogni e delle tendenze che servono a conservar l'individuo e la specie, e a metterlo in relazione cogli altri esseri; e le facoltà che compongono l'intelletto e la volontà; il potere di muover il sistema muscolare, e d'operar per esso sul mondo esteriore. Nelle nostre Università Moleschott insegna «il pensiero, la volontà, le azioni dell'uomo essere nell'animale un prodotto della naturale necessità»[596]. Così il materialismo s'insinua anche nella scienza che più s'accosta ai dolori dell'umanità, e procede fino alle conseguenze che l'ignoranza vorrebbe trarre dall'uomo fossile e dalle abitazioni lacustri.

Queste dottrine dicono i dotti esser rattacconature di antiche o plagio di straniere; dicono i savj che, mentre mirano a far una rivoluzione, non arrivano che a fare uno scandalo; dicono gli artisti ch'è prodigiosa fatuità l'emettere con pretenziosa serietà idee assurde e stantie. Certo è orgoglio, cioè la meno filosofica delle passioni, il dire «Non è possibile la tal cosa perchè io non la intendo». O forse non s'appoggia a un atto di fede anche la vita intellettuale? e nello stesso ordine naturale si può dimostrare la veracità dell'intelligenza altrimenti che per l'intelligenza? Bensì è comodo quanto facile il sottomettersi solo al proprio talento, credere unico Dio l'uomo, unica potenza il numero, unica legge l'istinto, unico intento il godere finchè si può, e nell'accidia e nella voluttà stordirsi finchè il corpo si dissolva ne' chimici componenti.

Questi scrittori noi vorremmo poter combattere senza ferirli; tanto ci cale della concordia e di dar l'esempio d'un rispetto di cui non attendiamo il ricambio. Ma potremmo non indicarli ai nostri lettori? Soffogarli nella cospirazione del silenzio, come essi fanno di noi, non è possibile, giacchè quel ch'è mostruoso, che esce dalle leggi normali, dal senso comune eccita naturalmente l'attenzione e attira gli animi; nè di loro può dirsi, «Perdona perchè non san quel che fanno». Ma qualvolta alcuno toglie a combatterli, ecco gridarsi alle ingiurie ortodosse, al fiele teologico, alle intolleranze bigotte. La carità non deve giungere sino alla pusillanimità; può unire i simili, non i contrarj. Il filare ragionamenti, accumulare autorità e testi come ci rinfacciano, non è pieno nostro diritto? È possibile rimaner indifferenti quando si ode bestemmiar Cristo e Maria, e ciò che più venerarono i secoli e nostra madre, dichiarar assurdo ciò che credettero tanti sommi ingegni prima del regno d'Italia? E noi, per quanto ignoranti, abbiamo lume di ragione: e mentre essi pel disprezzo trascendentale[597] affettano di non guardar i libri nostri, noi studiamo i loro: e noi che apparteniamo ai 40 anni dacchè la storia fu creata[598], come gli Spartani sull'Ilota facciamo esercizj sulla critica, allo studio e alla pratica della quale, cioè al veder co' proprj occhi e pensar col proprio capo, richiamiamo incessantemente coloro, il cui ebetismo non ci pare ancora divenuto cronico, gl'invitiamo a ricuperare quel pane quotidiano dell'anima che è la verità. D'altra parte se, giusta le loro teoriche, un'asserzione non è più falsa che la sua opposta, perchè vengono sì da lontano a insegnarcele? se è indifferente l'adorar nel sacramento Iddio o un pezzo di pane, tollerino che noi crediamo e affermiamo le nostre dottrine, e che veneriamo la ragione come una forza, la quale cerca l'unità, sia quella che consiste nei fenomeni della sostanza, sia quella che sta nell'armonia, cioè la gerarchia.

Si dice, «Son pochi questi dottori». Sì: pochi, ma rumorosi, sostenuti, echeggiati in modo da soffogar i buoni. E se si troverebbe da deplorare un Governo che non si sente bastante autorità per reprimer le teoriche immorali, altro sentimento eccita quando vi appone il suggello dello Stato, quando paga perchè si insegnino nelle Università; cioè costringe la gioventù, se voglia conseguire i gradi accademici, ad abbeverarsi a tali fonti. Basti un'occhiata alle prolusioni de' professori, chiamati a dettare le tante filosofie introdotte dal Mamiani: onde deriva maggior lode a quei pochi che hanno il coraggio d'affrontare la cospirazione degli applausi e de' fischi.

Nel che rivelasi di nuovo il carattere del regno d'Italia, la ostentata nimicizia alla cattolica religione, con quell'ira che, quando non è forte, quando serve ai dominatori del giorno e ad una popolarità di bassa lega, diviene accattabrighe, e non attira che sprezzo. Dichiarata guerra alle istituzioni della Chiesa, e professato volerla affogare nel fango, non bastando l'opprimere si volle anche corrompere, spingendo alla licenza e alla deprevazione; poeti e romanzieri insultarono a Dio, al pudore, alla famiglia, e ottennero denari e decorazioni, applausi e posti, quasi non dissi gloria. Non occorre dire che si volgarizzano subito le produzioni più irreligiose degli stranieri, talvolta aggravandole con note e declamazioni; e non solo il romanzo delle libere pensatrici, ch'è il Renan, all'ipocrito suo sentimentalismo soggiungendo grossolanità irritanti; ma fin la Strega di Michelet, «gran parto dell'umano ingegno», ove si dà colpa alla Chiesa d'aver creato le fatucchiere.

Deplorabile sintomo di debolezza ne' nostri! Perocchè fra tante scritture lanciate dal Moretti di Bergamo, dal siciliano Castiglia, dal veneto De Boni, dal napoletano Petrucelli, dal cremonese Bissolato,... nessuna forse passò i monti; imitatori o plagiarj di Tedeschi, d'Inglesi, massime di Francesi, non capeggiamo fra gli eresiarchi, non possiamo annicchiarci tra le ammirate allucinazioni di Fourrier e Saint-Simon, nè con Neander, Lachman, Schleiermacher, Credner, Weisse, Schotten, Köstlin, Strauss, Wieseler, Reuss, Meyer, Holtzmann, nè tampoco con Pelletan e Quinet; siamo panteisti dietro a Vacherot, critici dietro a Renan, che ci appunta di far predominare l'idea politica[599]; positivisti dietro a Taine, Comte e Littrè; razionalisti dietro Ewald e Baur; socialisti dietro alle sublimi assurdità di Proudhon. E anche non volendo ripetere coll'iroso Niccolini «Italia vile, non ha di suo neppur i vizj», dobbiam confessare che non risplendiamo che di luce crepuscolare, neppur raggiungendo quella robusta brutalità che soggioga l'intelletto; paghiamo chi vada a fischiar un predicatore, a rompere i vetri d'un vescovado, a gettar un petardo in una cappella, non osiamo farlo noi stessi: per servilità ai Francesi indussero fin gli scolari a sottoscrivere per un monumento a Voltaire, non si osò erigerne uno al suo predecessore, Pietro Aretino. Sembra anzi fatale che questi oltraggi alla fede e alla morale non possano farsi senza oltraggiare e la lingua e l'arte. Scomparsa la serenità da tutti gli animi, si cerca l'orrido, lo straordinario: in piani di generale mediocrità, non si trova che trivialità d'idee, di stile, di distribuzione, che adulazioni alla incurabile snervatezza del tempo: per quanto i romanzi si condiscano di calunnia, di lubricità, di scandalo, nessuno ottenne la diffusione dei Promessi Sposi o delle Mie prigioni: non sorgono da costoro quelli che, allorquando la patria soccombe, sanno ancora amarla e piangerla.

La stupida demolizione è potentemente ajutata dalle società segrete. Indicammo come sin dal 28 aprile 1738 Clemente XII rivelasse le tendenze sovversive della massoneria, la condannasse in nome della libertà e della moralità, e i membri di essa considerasse come «gravemente sospetti d'eresia». Benedetto XIV, il 16 marzo 1751 ripeteva la condanna. Ciò non impedì i trionfi della sètta e della rivoluzione, giacchè è più facile deridere che smentire il Barruel, il quale suprema parte attribuisce alla massoneria nell'origine e nel procedimento della rivoluzione. Con questa scese ella trionfante in Italia a gavazzare nelle repubbliche Cisalpina, Romana, Partenopea. Trasformatesi poi questi in regni, Napoleone, invece di sopprimerla, pensò farsela ancella. In Milano già nel 1805 v'avea cinque loggie, adulanti fin nel nome di Reale Napoleone, Real Giuseppe, Eugenio, La Concordia, l'Heureuse rencontre; a Bergamo l'Unione, a Verona l'Oriente dell'Arena, a Taranto l'Amica dell'uomo...; oltre quelle dell'esercito, delle quali era granmaestro Giuseppe Lechi. Dal supremo consiglio di Parigi mandato qui come apostolo, Vidal divenne oratore della loggia madre di Milano, e blandendo alle passioni e all'opinione, raccoglieva i più distinti personaggi, e costituì un supremo consiglio di ispettori generali del 33 grado. Abbiamo a stampe l'Estratto de' primi travagli del Grande Oriente in Italia, in cui viene costituita la società, e si andò fastosi allorchè Napoleone concesse come gran commendatore il vicerè: suo luogotenente il Calepio, grandi ispettori il Felici ministro dell'interno, Costabili, Alessandri, Lechi, Degrasse, Tilly, Renier, Pyron; gran dignitarj Luosi, Fenaroli, Pignatelli, Jourdan, Jacob; il pittore Appiani facea da guardasigilli nel capitolo generale, e v'apparteneano Gioja, Romagnosi, Salfi. Furono poi stampati nel 1808 e 9 il Catechismo dei tre gradi e la Costituzione generale del Grande Oriente in Italia, francese colla traduzione italiana lurida di francesismi e di adulazioni al dio d'allora. Le adunanze aprivansi e chiudevansi al grido «Viva l'imperatore», e nel 1812 ben 1089 loggie dipendeano dal Grande Oriente di Parigi, coll'entrata di due milioni pel granmaestro di Francia, ch'era Giuseppe Napoleone, e centomila lire per Cambacérès suo vicario. Stromento di sorveglianza pel Governo, per gli ascritti erano mezzi ad acquistare impieghi o legare relazioni, oltre il sommuovere gli altri Stati, e preparare le vittorie dell'esercito. Allorchè questo s'avviò verso l'infausta Russia, fu dato per parola d'ordine Vittoria e ritorno a quella nostra eletta gioventù, che doveva impinguar delle sue ossa le rive della Beresina e del Reno.

Restaurati gli antichi principi, le loggie si ridussero secretissime, e appena qualche vestigio ne trapela ai momenti di politici sussulti. Ma il fatto loro capitale fu il trasformarsi nella carboneria. Questa nacque, o piuttosto da paesi forestieri fu trapiantata fra i boschi della Calabria, per opporsi alla smisurata ambizione dei Napoleonidi; e Murat, spintovi dal ministro Maghella, seppe valersene al concetto che gli spumeggiava in capo di farsi re indipendente di tutta Italia.

Egli ne rimase vittima; i Carbonari sopravvissero, e si restrinsero in cospirazione politica, dissimulata sotto le formole di vendita, di barracca, di carbone, di ceppo, di fornace, di minestra. Sono abbastanza conosciute le iniziazioni, il catechismo, la coccarda di azzurro, rosso e nero, e le sceniche apparenze sotto cui celavansi gl'intenti sovvertitori; perocchè tutta la nostra generazione ne fu partecipe o martire.

Ancona e Bologna erano centro di quelli degli Stati Pontifizj, che raccomandavansi per mezzo di carte da giuoco con segni convenzionali; e che presto cominciarono il terribile giuoco del pugnale. Nel 1817, credendosi imminente la morte del pontefice, si strinsero i nodi, moltiplicaronsi scritture contro il governo papale, e accolte e giuramenti. Il cardinale Consalvi ministro di Stato avvertiva Metternich della trasformazione: il carbonarismo esser ancora sparpagliato, ma l'evenienza più vulgare potea riunirlo: nol credesse un vano sbigottimento da prete: la rivoluzione aver cambiato tattica; e non assale più a mano armata i troni e gli altari, ma li scalza con calunnie incessanti; semina odj e diffidenze fra governati e governanti; rende odiosi gli uni compassionando gli altri: sicchè un giorno le monarchie più antiche, abbandonate dai loro difensori, si troveranno all'arbitrio d'alcuni bassi intriganti, ai quali oggi nessuno degna badare. «Il bisogno di cospirare (soggiungeva) è insito agli Italiani: non bisogna lasciare naturarsi questa mala inclinazione: se no, fra pochi anni i principi saranno costretti a rigori; le prigioni o il sangue porranno un muro fra loro e i sudditi; e si camminerà ad un abisso, che con un poco di prudenza sarebbe facile evitare».

Prevedeva egli giusto?

Non era però ancora stagione da poter altamente proclamare la nimicizia alle religioni; anzi la Carboneria assunse una tinta mistica, proponendosi di vendicar la morte di Cristo; nel simbolo libertà, eguaglianza, fratellanza del triangolo d'acciajo surrogò all'ultima parola quella di umanità: pure i suoi intenti arcani ci sono rivelati da questa istruzione data nel 1819.

«Dall'emancipazione dell'Italia deve uscir l'emancipazione del mondo intero, la repubblica fraterna e l'armonia dell'umanità. I nostri fratellii d'oltralpe credono che l'Italia non possa cospirare che nell'ombra, distribuire qualche pugnalata a spie o traditori, e subir tranquillamente gli avvenimenti che di là dai monti si compiono per l'Italia, ma senza l'Italia. Errore funesto, che non convien combattere a frasi, ma svellere coi fatti. E però, tra le cure che agitano gl'intelletti più vigorosi, una sovrattutto non dobbiamo dimenticare.

«Il papato ebbe in ogni tempo azione decisiva sugli affari d'Italia. Pel braccio, la voce, la penna, il cuore de' suoi innumerevoli vescovi, preti, frati, monache, fedeli d'ogni grado, il papato trovò persone sempre disposte al martirio e all'entusiasmo: dovunque piacciagli, ha amici che muojono o s'impoveriscono per esso. Leva immensa, di cui alcuni papi apprezzarono la potenza, ma se ne valsero con una certa misura. Oggi non si tratta più per noi di ricostituir questo potere, di prestigio affievolito: nostro intento finale è quello di Voltaire e della rivoluzione francese, annichilare il cattolicismo e l'idea cristiana, che, rimasta in piedi sulle ruine di Roma, lo perpetuerebbe. Per giungervi senza rovesci che ritardino per secoli la riuscita della buona causa, non bisogna badare ai nebulosi Tedeschi, ai vanitosi Francesi, ai tristi Inglesi che s'immaginano uccidere il cattolicismo chi con una canzone oscena, chi con una deduzione illogica, chi con un grossolano sarcasmo. Il cattolicismo ha vita ben più tenace: ha veduto nemici più terribili e implacabili; ed ebbe spesso il piacere di asperger d'acqua santa le loro tombe. Lasciamo dunque che i nostri fratelli di colà s'abbandonino alle sterili intemperanze del loro zelo anticattolico; lasciamoli beffarsi delle nostre Madonne e della nostra esterna devozione: la quale ci sarà di passaporto per cospirare al nostro intento.

«Il papato è da sedici secoli inerente alla storia d'Italia: l'Italia non può respirare, non muoversi senza beneplacito del sommo pastore: con lui essa ha le cento braccia di Briareo; senza lui, ridotta a impotenza deplorabile, non ha che divisioni da fomentare, rancori rinascenti, ostilità dall'Alpi all'estremo Apennino. Ciò non possiamo voler noi; bisogna cercarvi un rimedio, e l'abbiamo. Il papa non verrà mai alle società segrete: le società segrete facciano il primo passo verso la Chiesa. Non vi basta un giorno nè un mese o un anno: può volersene molti, fors'anche un secolo: ma nelle nostre fila il soldato muore, il combattimento prosegue.

«Guadagnar i papi alla nostra causa, farne proseliti de' nostri principj, apostoli delle nostre idee sarebbe sogno ridicolo; e comunque volgano i casi, se anche cardinali e prelati siano entrati ne' nostri arcani, non è una ragione per desiderarli elevati alla sede di Pietro: quest'elevazione ci rovinerebbe, poichè sola ambizione gli avrebbe condotti all'apostasia; il bisogno del potere li forzerebbe ad immolarci. Quel che dobbiamo domandare e aspettare è un papa secondo i bisogni nostri. Alessandro VI co' suoi delitti privati non ci converrebbe, perchè mai non errò in materia religiosa: bensì un Clemente XIV sarebbe il caso nostro, perchè a mani e piedi legati si consegnò ai ministri de' Borboni di cui avea paura, agli increduli che vantavano la sua tolleranza, e l'hanno esaltato come un gran papa. Se un siffatto capitasse, cammineremmo più arditi all'assalto della Chiesa che non cogli opuscoli dei nostri fratelli di Francia o d'Inghilterra.

«A questo termine arriveremo di certo: ma quando? e come? Tutto è incognito, ma poichè nulla dee sviarci dalla traccia, vogliam qui darvi consigli da inculcar ai fratelli, senza che appaja essere ordini della Vendita.

«Poco è a fare coi vecchi cardinali e coi prelati di carattere deciso, della scuola del Consalvi: dalle nostre officine di popolarità ed impopolarità caviamo armi per render utile o beffardo il potere nelle loro mani. Una parola inventata abilmente, e diffusa in certe famiglie oneste, donde discenda nei caffè, e da questi nelle strade, può annichilare un uomo. Se un prelato giunge da Roma nelle provincie con pubbliche funzioni, sappiatene subito il carattere, gli antecedenti, le qualità, i difetti. È un nemico dichiarato, un Albani, un Pallotta, un Bernetti, un Della Genga, un Rivarola? avviluppatelo di lacci, creategli una reputazione spaventosa di crudele e sanguinario. I giornali forestieri raccorranno questi racconti abbellendoli: e voi mostrateli a qualche spettabile imbecille: con un giornale di cui non capisca la lingua, ma dove vedrà il nome del suo legato o del suo giudice, il popolo crede senz'altre prove. Schiacciate il nemico, qualunque e' sia; schiacciatelo colla maldicenza e le calunnie; e principalmente schiacciatelo nell'uovo. La gioventù bisogna sedurre, strascinare nelle società segrete.

«Per procedere a passi misurati ma sicuri, due cose son di suprema necessità: aver l'aria di colombe ed esser cauti come serpenti; non comunicar mai il segreto ai padri, ai figliuoli, alle donne, e tanto meno al confessore: chi lo facesse, firma il suo decreto di morte.

«Al papa che desideriamo bisogna preparare una generazione degna del regno che fantastichiamo. Ai giovani non dite mai parole empie o impure: per insinuarvi nel tetto domestico, dovete porgervi gravi e morali. Stabilita la vostra reputazione ne' collegi, ne' ginnasj, nelle Università, fate che i giovani desiderino i vostri colloquj; favellate dell'antico splendore di Roma papale. In fondo al cuor dell'Italiano v'è sempre una ribrama della Roma repubblicana. Confondete abilmente questi due ricordi; riscaldate queste nature, gonfie di boria patriotica; offrite loro in segreto libri inoffensivi, poesie scintillanti di nazionalità; e poco a poco elevateli al bollore necessario.

«Gli avvenimenti che s'accelerano troppo pel nostro desiderio, meneranno fra poco un'intervenzione armata dell'Austria. V'è de' pazzi che alla spensierata avventano gli altri ne' pericoli, eppure i cosiffatti trascinano anche i savj. La rivoluzione che si medita non riuscirà che a disastri e proscrizioni; nè gli uomini nè le cose son maturi, nè lo saranno per un pezzo: ma potremo trarne una nuova corda da far vibrare nel cuore del giovane clero; l'odio allo straniero. Rendete ridicolo e odioso il Tedesco; all'idea della supremazia papale mescete sempre i ricordi della guerra del sacerdozio coll'impero; resuscitate le fazioni de' Guelfi e Ghibellini, e procacciatevi così la reputazione di buon cattolico e puro patrioto, colla quale penetrerete fra il giovane clero e ne' conventi. Quel giovane clero fra pochi anni occuperà i posti; governerà, amministrerà, giudicherà, dovrà eleggere il pontefice; e questo, come gli altri contemporanei, sarà imbevuto di principj italiani e umanitarj. Se volete rivoluzionar l'Italia, cercate un papa siffatto. Se volete stabilire il regno degli eletti sul trono della meretrice di Babilonia, il clero cammini sotto la bandiera vostra, credendo camminar sotto le sante chiavi. Se volete disperdere le ultime vestigia de' tiranni e degli oppressori, tendete le reti come Simone Bariona, non nel mare, ma al fondo delle sacristie, de' seminarj, de' conventi: e qualora non precipitiate, avrete una pesca più miracolosa della sua; colla tiara e la cappa pescherete una rivoluzione, che vada colla croce e il gonfalone; e che basterà a metter fuoco ai quattro angoli del mondo».

Potremmo dubitare che questa istruzione fosse inventata dopo gli eventi, se non ne conoscessimo la data, se non avessimo veduto quelle del Weisihaupt [600]. E poichè la rivoluzione d'allora fallì, un'altra circolare del 20 ottobre 1821 diceva:

«Nell'odierno conflitto tra il despotismo sacerdotale o monarchico e il principio di libertà, v'ha conseguenze che bisogna subire, principj che innanzi tutto bisogna far trionfare. Potevamo prevedere una sconfitta, non dobbiamo dolercene fuor di modo; e qualora non iscoraggi, dovrà, in un certo tempo, agevolarci i mezzi di combattere più profittevolmente il fanatismo. Basta esaltar sempre gli spiriti, e mettere a profitto tutte le evenienze. L'intervenzione straniera in quistioni di politica interna è un'arma effettiva e potente, che bisogna maneggiare con destrezza. In Francia si abbatterà la dinastia, rinfacciandole continuamente l'esser tornata sui cavalli de' Cosacchi; in Italia bisogna render impopolare lo straniero, in modo che, quando Roma sarà assediata dalla rivoluzione, un soccorso estero sia un affronto anche per i sinceri nazionali. Non possiamo affrontar il nemico coll'audacia de' nostri padri del 1793, impacciati come siamo dalle leggi e più dai costumi; ma col tempo ci verrà fatto di raggiungere la meta ch'essi fallirono, e frenando le temerità, giungeremo a rinvalidare le fiacchezze. Da sconfitta in isconfitta s'arriva alla vittoria. Occhio però sempre su quanto accade a Roma. Screditate il pretume con tutti i mezzi; fate al centro della cattolicità quel che alle ale noi tutti facciamo, individualmente o in corpo. Agitate; agitate la piazza con motivo o senza, ma agitate; qui sta la riuscita. La cospirazione meglio ordita è quella che più si muove, e che compromette più persone. Abbiate martiri: abbiate vittime; troveremo sempre chi sappia darvi i colori necessarj».

Vedasi se avessero ragione i pontefici di sgomentarsi a tali preparativi, e vigilare meglio dei re, i quali non aveano nè il coraggio di distruggere, nè la franchezza d'accettare le società segrete. Pio VII, il 13 settembre 1821 ripetè contro la Carboneria le condanne de' suoi predecessori, rivelandone gli errori e le trame, disapprovando altamente il giuramento di segreto assoluto, che proferivasi a modo degli antichi Priscillianisti; ma principalmente la licenza di formarsi ciascuno una religione a suo grado, il profanare nelle cerimonie la passione di Gesù Cristo e i ministeri e i sacramenti, e il proposito di rovesciar la cattedra apostolica. In fatto il giurar di obbedire ciecamente a un archimandrita può mai farsi non dico da un cristiano, ma da un leale amatore di libertà? Chi è legato a un giuramento diverso, come potrà adempiere lealmente i doveri d'impiegato, di maestro, di giudice, di giurato, di deputato?

Leone XII di nuovo sentenziò le società secrete; poi Pio VIII il 24 maggio 1829, quando erano all'apogeo, tornò a battere «quei baluardi dietro cui si afforzano l'empietà e la corruzione». Sopra l'altre indicava «quella formatasi testè per corrompere la gioventù ne' ginnasj e ne' licei. Sapendo i precetti de' maestri esser efficacissimi a formar il cuore e lo spirito, adoprasi ogni astuzia per dare alla gioventù maestri depravati, che la conducano nei sentieri di Baal; onde i giovani sono portati a tal licenza, che, scosso ogni timore della religione, bandita la regola de' costumi, sprezzate le sane dottrine, calpesti i diritti d'entrambe le podestà, non arrossano più d'alcun disordine, d'alcun errore, d'alcun attentato».

La lunga mina scoppiò dietro alla nuova rivoluzione francese del 1831: l'Italia media si sollevò, ma gli eserciti ripristinarono i principi e l'obbedienza. Giuseppe Mazzini genovese, non voluto ricevere nella gran Vendita carbonaria, diretta a sovvertire troni e Chiesa senza usare il pugnale, bensì con mezzi morali sul sacerdozio e la gioventù, costituì la Giovane Italia, che tolse a quella il primato. Colle sue idee cosmopolitiche, col tono d'illuminato, colla parola immaginosa che sente del biblico e fa subodorare un profeta, egli affascina i giovani; contenta il popolo col disinteresse, in tempo di sì sfacciati ladronecci; amica i settarj coll'abbracciarli tutti, mentre gli uni esecravano gli altri, e tutti adoprarli nella sua unica associazione educatrice; non minacciavasi morte ai disertori; non v'erano capi invisibili, non inanità di simboli; più che a vantar diritti badavasi a professare doveri; meta il progresso; modo d'attuarlo la repubblica una e indivisibile; tutto pel popolo e per mezzo del popolo.

Ma nel suo programma, oltre l'unità repubblicana della penisola, stava che il popolo italiano è chiamato a distruggere il cattolicesimo a nome della rivelazione continua»[601]. Dio è Dio, e l'umanità è il suo profeta. Dio s'incarna successivamente nell'umanità. L'umanità è la religione. Noi crediamo nell'umanità, sola interprete della legge di Dio sulla terra[602]: Cristo è un santo, la cui voce fu accolta come divina[603]. Il cattolicesimo è spento; forma logora, serbata ancora alcun tempo alla venerazione dei dilettanti d'antichità[604]. L'Europa oggi è in cerca dell'unità religiosa, nuovo vincolo che annoderà in concordia di religione le credenze, i presentimenti, l'energia degli individui, oggi isolati dal dubbio, senza cielo, e quindi senza potenza per trasformare la terra[605].

S'accorge il lettore che, di quanto ci cade nel presente discorso, non cogliamo se non ciò che concerne lo scopo del presente libro. E appunto qui consideriamo Mazzini come quello che la rivoluzione italiana vuole sia religiosa. Egli non è razionalista, poichè a volte ammette il sopranaturale; non è cattolico, ma neppur protestante, giacchè vede che il cattolicesimo si è perduto nel governo dispotico, il protestantesimo si perde nell'anarchia[606]: ha frasi e non bada a concordarle fra loro. Il Lesseps, dando ragguaglio della sua missione a Roma nel 1849, attribuiva a Mazzini di favorire lo scisma religioso non solo per gli scritti, ma per frequenti conferenze con missionarj inglesi e d'altre lingue. Noto è come fosse trattato il clero nel breve dominio de' rivoluzionarj a Roma, ove debaccavano alcuni preti apostati, cortigiani de' triumviri, i quali giunsero perfino a dar la benedizione urbi et orbi, come suole il papa dalla loggia di San Giovanni Laterano; e Mazzini esclamava: «Dalle fiamme delle carrozze cardinalizie, arse sulla piazza del Popolo, è uscita una luce che rischiarerà la via sulla quale i popoli s'affratelleranno, un giorno o l'altro, in uno sviluppo religioso, in una fede di opere redentrici e d'amore[607]. Il nuovo governo proclamerà non esservi più chiesa ma popolo di credenti; il papa dell'avvenire chiamerassi Concilio; assemblea costituita d'uomini virtuosi, che sentono il bisogno d'una fede viva, interrogherà il progresso, scandaglierà i mali, decreterà i rimedj, e porrà la prima pietra della Chiesa universale dell'umanità[608]. Noi fonderemo un governo unico in Europa, che distruggerà l'assurdo divorzio tra il potere spirituale, e il temporale»[609].

Poi quando la capitale del regno d'Italia fu tramutata a Firenze, Mazzini proclamava: «Roma non è una città, Roma rappresenta un'idea: Roma è il sepolcro di due grandi religioni, che altre volte diedero vita al mondo: Roma è il santuario di una terza religione futura destinata a dar la vita al mondo dell'avvenire. Roma rappresenta la missione dell'Italia in mezzo alle nazioni, il verbo del nostro popolo, l'evangelo eterno dell'unione fraterna. No, Roma non può annettersi a Firenze, ed è nostro dovere di annetterci tutti a Roma».

[Avendo Buchez, nell'Européen, ottobre 1836, detto che Mazzini avea tolta da lui l'idea della sua Giovane Italia, Mazzini negollo perchè Buchez ammetteva il dogma cristiano e professava riverenza pel papato, mentre «la scuola ch'io cercava promuovere respingeva fin dalle prime linee ogni dottrina di rivelazione esterna, e sopprimeva deliberatamente fra gli uomini e Dio ogni sorgente intermedia di vero, che non fosse il genio affratellalo colla virtù, ogni potere esistente in virtù d'un preteso diritto divino, monarca o papa».

Più esplicitamente Mazzini spiegò gl'intenti della rivoluzione nell'ottobre 1867, quando Garibaldi assaltava Roma. «Quando noi ripiglieremo Roma, sarà per dissolvere il papato, e a vantaggio dell'umanità intera proclamare l'inviolabilità della coscienza, che la Riforma del XV secolo acquistò solo per mezza Europa, e anche là ne' limiti della Bibbia... Fa più di trent'anni, io scrissi che il papato e il cattolicesimo erano due lampade estinte per mancanza d'olio, cioè del dogma di cui viveano. Il tempo confermò il mio giudizio. A quest'ora il papato è un cadavere, che nulla può galvanizzare. È la maschera inanimata d'una religione... Destituita da ogni sentimento del dovere, d'ogni potenza di sagrifizio, d'ogni fede nel proprio destino, il papato perdette ogni fondamento morale, e il suo fine, la sua sanzione, la sua fonte d'azione. Perciò spira. Ed è un dovere di proclamarlo senza reticenze ipocrite, senza ambagi, senza fingere di riverir ancora ciò che s'attacca, senza dividere il problema, invece di scioglierlo. Per noi tutti, cui sta a cuore d'edificar la città dell'avvenire e concorrere al trionfo della verità, è un dovere di guerreggiar il papato, non solo nel poter temporale, giacchè questo non vi sarebbe modo di ricusarlo al rappresentante riconosciuto di Dio sulla terra... Quei che osteggiano il principe di Roma, professando venerare il papa, ed esser cattolici sinceri, sono convinti di contraddizione flagrante o d'ipocrisia. Quei che pretendono ridur il problema a Chiesa libera in Stato libero, sono o stretti da sciagurata timidità, o spogli d'ogni convinzione morale... Estinta che sia ogni credenza nella vecchia sintesi, e stabilita la credenza in una sintesi nuova, lo Stato diverrà la Chiesa... Lo Stato incarnerà in sè un principio religioso, e sarà il rappresentante della legge morale nelle diverse manifestazioni della vita». Cioè lo Stato unirà in sè il potere spirituale e il temporale, come quel papato, che ebbe «una missione sì grande e sì santa, che che ne dicano oggi i fanatici della ribellione, falsando la storia, e calunniando nel passato il cuore e lo spirito dell'umanità».]

L'Ausonia, formatasi a Parigi verso il 1845, avea pubblicato una specie di costituzione per l'Italia, riducendola a federazione sotto due re elettivi e temporarj. Quanto alla religione, essa accettava la cristiana, richiamata ai suoi principj dal Concilio generale de' vescovi della penisola che nominerebbe i patriarchi: tollerato ogni culto; stipendiati dallo Stato i ministri: il collegio de' cardinali rimarrà finchè viva il papa; morto lui, è abolito (Articoli 34, 35). Gli Ordini monastici sono conservati, con libertà ai membri di essi d'uscirne; nessuno vi potrà entrare prima di aver adempito i doveri militari, nè legarsi a voti prima de' 40 anni se donna, de' 45 se uomo (Art. 53). Alla pagina 12, § 6 del gran Processo di Ancona, fatto dalla sacra consulta di Roma nel 1862, è detto che, nel 1849, in una tal casa, fra altri riti massonici, si pose un crocifisso sopra un tavolino, con quattro moccoli agli angoli, poi incrociate le pistole, si spararono, e con uno stilo ciascuno colpirono l'immagine; indi bucatosi il polso della mano e la gamba ove si stringe il legaccio, col sangue scrissero i proprj nomi e il giuramento in un registro[610]. Nel 1850 formossi una nuova società a Londra, di formole più semplici, e cui unico simbolo, «Giuro di cooperare con tutte le forze per la liberazione e unione d'Italia».

Che se non furono coronate dalla riuscita, le trame mazziniane aveano però esaltato gli spiriti, avezzo alle aspirazioni rivoluzionarie, dato il gusto di ciò che sente di criminale, e così reso possibili gli atti tutti del governo ammodernato nel Piemonte. Ivi subito si apersero molte loggie massoniche, le quali cercarono influenza col fondarne di filiali ne' paesi ancora quieti, mezzi morali per quella che taluno chiamò onesta cospirazione. Dopo falliti i sanguinarj tentativi del 1853, lo sbigottimento delle sette assassine ajutò anche nelle Romagne il costituirsi del partito piemontese, dal quale derivarono molte insurrezioni parziali. Mentre fin allora le loggie nostrali dipendevano dal grand'oriente francese, allora se ne formò a Torino una indipendente, l'Ausonia, di cui primo venerabile fu l'ottagenario Filippo del Pino. Molte altre se ne eressero, poichè, vulgarizzatesi anch'esse al par d'ogn'altra cosa, non sono più, come nell'età precedente, un'eccezione, il divertimento di pochi gaudenti; e la tendenza del nostro secolo a ripristinare le associazioni che i principj dell'89 aveano distrutte, fe dilatare la massoneria. La sua azione manifestossi non solo nelle elezioni, nelle nomine ad impieghi, nella scelta de' ministri, ma nelle congiure e nelle battaglie; di qui i premj o l'infamia, di qui le notizie ai giornali, e l'efficacia del Cavour che n'era granmaestro, e il diroccamento di patria, famiglia, troni per la sola ragione che bisogna esser più forti. Nè si appone al falso chi crede che delle cose politiche l'indirizzo resti in mano della sètta[611]; e al ministro d'una grande potenza che «in nome delle esigenze della società moderna» chiedeagli fosse restituito a' suoi parenti ebrei il giovinetto Mortara, il quale spontaneamente avea domandato di venire alla nostra Chiesa, Pio IX rispose: «Quella che voi chiamate società moderna è la framassoneria». Allorquando fu chiamato in Italia l'esercito francese, le sètte intesero che una gran parte del loro programma religioso e politico andava a compirsi; e i varj gruppi si strinsero nella massoneria.

A mezzo del superbo viaggio la man di Dio abbatteva Cavour. Trattossi allora di eleggere il granmaestro: e poichè non accettò il Nigra ambasciador sardo a Parigi, dal Govean che n'era capo provisorio furono radunati i rappresentanti di ben ventinove loggie, che formarono uno statuto, nel quale riconoscesi il G. A. D. U.; liberi tutti i culti; obbedienza assoluta e secreto: lega colle loggie straniere. Fu decretato il titolo di primo massone d'Italia al generale Garibaldi; ma nella nomina di grand'oriente prevalse il siciliano Córdova, allora ministro di grazia e giustizia. E poichè Garibaldi già presedeva alle loggie italiane di rito scozzese, il cui supremo consiglio risiede a Palermo, ne nacque scisma. Sebbene Garibaldi, dopo un clamoroso viaggio a Londra dove fu accolto con tanto entusiasmo quanto il re Teodoro nel secolo passato, Blücher nel 1814 e il sultano nel 67, convocasse le logge scozzesi a Palermo, nessun vi rispose; e invece al 21 maggio 1864 si tenne una grande adunanza a Firenze, dove apparve che la massoneria italiana contava settantasei loggie, oltre dieci fuori d'Italia e le eterodosse del rito scozzese e dell'egiziano; industriavansi nel sistemare società operaje, banche nazionali, scuole popolari, prosperar l'agricoltura e l'industria, e collegare le nazioni in una sola aspirazione e nella tolleranza di qualunque credenza, ponendo da banda le forme esterne. Colà fu concertata la fusione di tutte le loggie, qualunque ne fosse il rito, per maggiormente operare sui destini dell'intera nazione, sotto un unico grand'oriente, composto di venti membri del rito italiano, venti dello scozzese, che sederebbero a Torino finchè Roma non sia capitale del regno. Granmaestro fu proclamato il Garibaldi; ma non tutti aderirono a quella fusione; onde Garibaldi s'abdicò; e restò solo granmaestro del rito scozzese. Gli fu surrogato provvisoriamente Francesco De Luca, che professò non volersi affratellare colla rivoluzione violenta, nè servirsene ad intrighi egoistici: per le quali ragioni ne fu poi cancellato.

Quando Eugenio Sue co' suoi romanzi ebbe prodigato la calunnia e l'ira contro i Gesuiti e la religione, la loggia di Bruxelles gli mandò una penna d'oro. Nel ringraziarla, egli metteasi a cercare con quali mezzi si potrà osteggiare la fede e l'azione cattolica, e ne suggeriva tre: 1, propagare il razionalismo mediante un'associazione di persone che promettano rifiutare i sacramenti: 2, la propaganda dell'unità: 3, il protestantesimo in generale. Il primo si conseguì mediante l'associazione de' solidarj per la sepoltura civile: da questa si arriverà al battesimo civile; la libertà della tomba porterà l'emancipazione della famiglia e della società col battesimo e col matrimonio civile, fondando così la famiglia sulla negazione d'ogni legame religioso, anzi della fede.

E già sentesi l'effetto nell'indifferenza tra le varie maniere di riverire l'ente supremo. La Latomia, giornale della sètta, scriveva: «Il protestantismo non è che la metà della massoneria. Ormai bisognerà che esso o ritorni a' Cattolici, o si fermi a mezza via, o progredendo arrivi alla religione massonica». Di fatti avendo un neofito negato di riconoscere il Grande Architetto Dell'Universo, fu definito che ciò non facea difficoltà: e vi fu ricevuto perfino il notissimo socialista Proudhon[612], il quale dichiarò doversi «giustizia a tutti, devozione al proprio paese, guerra a Dio». Il panteismo v'è proclamato, facendo tutt'uno il muratore, il murato, la muratura; l'operatore, l'opera, l'operazione[613]. Pertanto nel 1866 non s'iniziarono più Alla gloria del G. A. D. U., ma In nome della ragione e della fratellanza universale, e propongonsi di sottrarre l'umanità al giogo sacerdotale; sostituire alla fede la scienza; nel compimento del bene surrogare le austere soddisfazioni della coscienza alle pompose speranze di ricompense eterne: rimuovere dallo spirito la vana preoccupazione di una vita futura, e il feticismo d'una provvidenza soccorrevole. Indipendenza, unità e fraternità delle nazioni; la massoneria italiana non riconoscerà mai altro potere sovrano sulla terra che quello della retta ragione e della coscienza universale: accelerar il tempo che, invece di navi corazzate, facciansi aratri a vapore; e la pace, fecondata dai capitali e dalle braccia ora rapite dalla coscrizione, produca i frutti migliori; del resto tolleranza di tutti i culti, adorazione della scienza, filantropiche cure nell'educazione delle moltitudini, nelle società cooperative, nelle banche di credito; in tutti gli uffizj con cui la Chiesa provedeva al pauperismo del corpo e dell'anima, surrogare il patronato e gli stipendj al volontario sagrifizio di gente, che si facea povera per arricchire gli altri, e per insegnar la sommessione al volere di Dio.

E a miti intenti mostrasi diretta la massoneria simbolica che ha il gran consiglio a Milano e per venerabile Ausonio Franchi. I suoi statuti sono semplici, e in questi stessi giorni pubblicò, nel suo Bollettino Massonico, un programma, dove attesta che non è fatta a pascolo d'ambizioni o d'incomposte aspirazioni, non domanda gravi sacrifizj, costanza e concordia nell'opera comune. E mentre il paese fu abituato a reluttare alle leggi e agli imperanti, ora il suddito ribelle, fatto cittadino, ha da concorrere a tener in onore gli ordini civili. Perciò esorta ad estender le loggie, a considerarsi tutti solidarj, a studiare le istituzioni del paese, diffondere l'istruzione, formar quella sana opinione pubblica che oggi è l'unica e vera sovrana di tutti i liberi paesi. Queste istruzioni esorta a comunicare, ma agli adepti di primo grado.

Come nel secolo precedente erasi cercato scusa alla sètta col dire che le bolle di Clemente XII e Benedetto XIV fossero o false o abolite, così ai dì nostri bucinarono che Pio IX fosse appartenuto alla massoneria. Egli protestò contro quell'asserto, e scaltriva gl'incauti, ignari del vero e illusi dagli intenti benevoli che vi si professano. I giornali, che aveano applaudito ai Governi d'aver proibito le pie conferenze di san Vincenzo di Paolo, trovarono ridicolo o tirannico il dichiarare che, chi fa parte della massoneria, cessa d'esser figliuolo della Chiesa cattolica. Ma poniam caso che sorgesse una società, la quale senza riguardi dichiarasse: «Noi non sollecita gelosia del cielo, ma vaghezza di rifare il cielo nella terra e nel cuor nostro, e di concorrere all'attuazione di quel regno dei cieli che ci fu promesso da Cristo. — Di tutte le arti, quella che produce e trasforma le religioni è la primissima di tutti i popoli. — Non solo le società segrete non repudiano quest'arte sovrana... ma si può asseverare che si formassero primitivamente per uno scopo non politico, ma religioso. — L'umanesimo è la fede nella quale, più o meno esplicitamente, consentono le società segrete. — Il vasto apparecchio della scienza è una grand'opera di circonvallazione contro l'invadimento della teologia. I sacerdoti dell'umanesimo restituiscono all'uomo tutto ciò che i teologi gli presero per addobbare i loro idoli e aggiungersi potenza. — Il progresso civile si effettua per un continuo ribellarsi dell'umanesimo al tentato monopolio della giustizia. In questo infaticato ribellarsi, la parte della preparazione spetta alle società segrete. — Furono ribellioni dell'umanesimo contro il monopolio sacerdotale della cristianità il risorgimento italiano e la riforma religiosa del secolo XVI. Ma in codesti assalti l'umanesimo non affermava idealmente e giuridicamente se stesso: questo compito era serbato alla gloriosa famiglia de' Liberi Muratori, e a quell'ultima ribellione in cui noi ancora combattiamo. — L'umanità procede verso il giorno, in cui, non riconoscendo più nè città, nè popoli, nè spiriti privilegiati; cessando dalle gare, dalle prepotenze, dalle intolleranze; non credendo che il divino sia esclusivo patrimonio di un uomo, nè di una nazione, nè di una chiesa, lo cercherà, lo troverà, e che è più, lo attuerà dapertutto. — Massimo ricettacolo dello spirito è l'umanità intera, le cui membra ponno compararsi al mistico corpo del Redentore. — La rivoluzione crea nel mistero come la natura. — Ogni società segreta è una pallida famiglia di vendicatori, stretti da infrangibile giuramento; i loro riti si direbbero il programma dello sterminio: ma la loro amicizia è tenera e soave. — Come cadono gl'imperi? Rovinano forse da sè per vecchiezza o per istanchezza? si suicidano forse in un'ora di tedio?... Non hanno essi la forza, il diritto storico, la fede, l'abitudine del comando? Che cosa li costringe all'abdicazione?..... La forza misteriosa ineluttabile non emana da quella Provvidenza anonima, che può appellarsi l'asilo delle nostre ignoranze e delle nostre paure, bensì da una provvidenza tutta umana, che elabora nel seno della società medesima i suoi decreti. Lo Stato è colpito dalla mano della società segreta: segreta oggi, palese domani; oggi militante, domani vittoriosa. — I Governi hanno fatto il loro dovere, e le società segrete hanno fatto il proprio. I Governi, dal più al meno, hanno oppresso, e le sètte hanno vendicato e rivendicato... Tutto ciò che ha governato nel mondo non vale certo quanto ciò che in esso ha congiurato. —

Queste professioni desumiamo da uno de' più ingenui, perchè de' meno addentrati neofiti[614], e domandiamo se a questi teoremi religiosi e sociali potesse tacere il custode della verità e vindice della giustizia. Che se la società degli Indipendenti e dei Cavalieri Guelfi metteva tra le massime dell'Ordine che «la religione di Cristo è la migliore, ma il migliore gran sacerdote è il più buon re», altrove ritroviamo un esplicito ritorno al paganesimo, e Maurizio Müller, nella Riforma religiosa, pone ricisamente che «il paganesimo ben inteso si accosta al simbolo massonico più che le religioni odierne; e la massoneria ebbe salutevoli ingerenze coll'osteggiare il cattolicismo». Trattasi dunque se devano primeggiare san Pietro o Nerone.

Come già vedemmo nel secolo passato, alla irreligione progredisce compagna la teurgia, sotto la forma di tavole giranti, di spiriti battenti, insomma di comunicazione tra i viventi e i trapassati, fondata sulla rincarnazione degli spiriti. Molti proseliti acquistò per le consolazioni che procaccia il confabulare con persone care perdute. Ne abbiamo altrove ragionato (Vol. II, p. 394), e lo spiritismo, screditato da indubitabili ciarlatanerie, si appiglia al nostro soggetto in grazia delle dottrine che fa rivelare dagli evocati, impugnando le credenze comuni, e pareggiando tutti i culti per quanto diversi; non doversi urtare le convinzioni di chicchessia, ma lasciar che ciascuno sia libero e responsale delle proprie credenze religiose; lo spiritismo, non brigandosi di dogmi o forme particolari, costituisce una religione sociale, santifica tutti gli uomini di mente sana e cuor retto, a qualunque fede appartengano. A chi domandava se sia bene seguir questa o quest'altra, lo spirito rispose «Se credete che la vostra coscienza vi sia invitata, fatelo»[615]. Si procede fra la metempsicosi e il panteismo, facendo p. e. il sole fonte primitiva della vita, al quale, dopo pellegrinato di pianeta in pianeta, le anime singole ritorneranno per far parte dell'anima universale, dalla quale furono disgiunte quando vennero in terra[616].

Niceforo Filalete che dirige Gli Annali dello Spiritismo in Italia, scrive che «lo spiritismo è divinamente sublime; è il vincolo che riunisce gli uomini, divisi per le credenze e i pregiudizj mondani, e atterrerà la più forte barriera che separa i popoli, l'antagonismo religioso. Egli si volge a tutti i culti... È un terreno neutro, sul quale tutte le opinioni possono incontrarsi e darsi la mano; le quistioni morali, le sole importanti, sono di tutte le religioni e di tutti i paesi»[617]. Porta dunque esso pure all'indifferenza, la quale sempre si traduce in ostilità alla religione stabilita.

Ma dove questa ostilità si scopre senza reticenze è nella più segnalata personificazione della rivoluzione italiana e la più sincera così ne' fatti come ne' concetti. Giuseppe Garibaldi nizzardo, elevatosi coll'ostinazione de' suoi propositi fra gente meticolosa e fiacca, e con un disinteresse che, a petto all'ambizione e all'avidità degli altri caporioni, fu giudicato miracoloso come le imprese sue da coloro che i miracoli sbeffeggiano; con un'attività che ha bisogno d'esercitarsi qui o fuori, per la patria o per gli estranei, parve attribuirsi la missione speciale d'abbattere il papato. Vi si adoperò colle armi nel 1849, ma respinto da Roma, respintone di nuovo con una fucilata nel 1862, non per questo cessò di gridare contro il cattolicismo e il sacerdozio, zelando un culto solo, quel della santa carabina: alle donne milanesi raccomandava la tenessero appesa al capoletto: il giorno dell'inaugurazione dei tiri a segno fosse surrogato alla festa della natività di Maria; i villani vadan se vogliono a messa, ma adorino la santa carabina.

Non potendosi in lui supporre le artefatte menzogne de' giornalisti, bisogna ritenerlo di buona fede quando attribuisce alla Chiesa quanto di male e d'odioso avviene: furono i preti che vendettero Nizza: furono trame d'ecclesiastici che procurarono le vergogne di Custoza e di Lissa: ai frati sono dovute l'insurrezione di Palermo, questa oscena sconcordia d'Italia, l'odierna voragine delle finanze, fin i disastri naturali che aggravano le sventure d'un popolo, abbeverato d'odio dai giornalisti, e che anima e salute consuma in desiderj e decezioni. Dal quale staccandosi, egli uom del popolo, per iscusare o assecondare i dominanti, concentra ogni ira contro la santa bottega, contro il cancro, contro il verme, la tabe, la rogna d'Italia: incita a dar l'ultimo calcio alla canaglia che la infesta, a rovesciar nella polve quel tabernacolo d'idolatria e d'impostura che s'attraversa in ogni modo e in tutte le vie al progresso umano, quella religione del prete che divide la famiglia umana, e ne condanna la maggior parte a perdizione eterna. Alle società operaje di Napoli diceva: «Faremmo un sacrilegio se durassimo nella religione dei preti di Roma. Fuori dalla nostra terra questa sètta contagiosa e perversa». E all'assemblea unitaria di Palermo: «Noi non siamo per la religione del papa. Papa, cardinali, vescovi cambiino bottega, e vadan il più possibile lontano dall'Italia». E come la Convenzione avea tirannicamente intimato «Fraternità o morte», così egli fe ripetere all'Italia «Roma o morte», conculcando e la coscienza dell'umanità e la libertà delle credenze.

Singolarmente nel 1867, essendosi il ministero proposto di venir ad accordi con Roma, e per riuscirvi avendo sciolta la Camera, Garibaldi uscì dal suo ricovero, e girò l'Italia inveendo contro papa e preti e Cristo, battezzando fanciulli, aizzando le plebi contro un ordine intero della società, senza che l'autorità e la legge avesse o voglia o forza di opporsegli, e sempre gridando: «Roma è nostra: neppure il diavolo può torcela. Non mandate al parlamento deputati che patteggino coi clericali, i quali c'impediscono d'andare a Roma. I milioni che si danno alla Chiesa s'adoprino per fare armi e per dar pane a chi non n'ha: ai prelati bastano quaranta centesimi il giorno: i Paolotti il diavolo se li porti». E fin dogmatizzando annunziava: «Noi siamo nella religione del vero, e la sostituiremo a quella del prete che è la menzogna. Libertà della ragione è la bandiera che opponiamo al cattolicesimo, il quale ha per tanti secoli abbrutito la creatura umana». E al tempestoso congresso della pace di Ginevra proferiva: «V'è cosa più terribile della guerra, il mostro che chiamasi papato, le cui emanazioni pestilenziali innondano il mondo, e arrestano l'umanità sulla via della civiltà. I vostri avi ebbero primi il coraggio d'affrontarle: compite l'opera quando noi daremo al mostro gli ultimi colpi, e abbatteremo il sacerdozio dell'ignoranza per adottare sola la religione di Dio (sic)». E ora appunto (ottobre 1867) spinge i suoi armati contro gli ultimi resti del dominio papale, a «crollar il tabernacolo dell'idolatria, dell'impostura, delle vergogne italiane, il piedestallo di tutte le tirannidi».

Invano, come si ispirò sgomento per Mazzini, si vuole spargere il ridicolo sopra Garibaldi. Mito piuttosto che persona, stupendo agente di decomposizione sociale; ammirato pel dono di ispirar la gioventù e spingerla al sacrifizio, riprovato perchè si fa superiore alla legge: se non destarono stupore le iperboliche ovazioni fattegli a Londra fra una plebe che ogni anno brucia un fantoccio schiamazzando «Non più papa»; fra Anglicani che da lui ripromettonsi la distrazione della cattolicità; fra la massoneria mondiale che divinizzava la propria creatura, in un secolo che è costretto crearsi degli Dei per far senza Dio; a chi ci lesse non farà neppur meraviglia il vedere l'entusiasmo durare in un paese tutto cattolico qual è l'italiano, e che altrettanto non n'avea mai mostrato a nessuno fuorchè a Pio IX. E Pio IX, continuo bersaglio de' più abjetti suoi strapazzi, incaricava il professore Tonello: «Dica a Garibaldi che questo povero vecchio, ch'egli chiama il vampiro del Vaticano, gli perdona, e prega per esso, e anche stamattina ha detto messa per lui».

E per verità il gran nemico consolida il papato col far vedere quanto la quistione sia superiore ai mondani intenti, giacchè tutta la cristianità vi prende interesse, e mostrano venir a difenderlo fin quelli che cospirano per abbatterlo. Ma è ben da aspettarsi che l'accolta de' suoi adulatori lo sorpassi; e mentre la ciurma lo acclama Dio e Messia e Cristo[618], e consacra la camera ove dormì a Palermo, e crede che la capanna della maremma ravennate ove morì sua moglie diverrà gloriosa come quella di Betlemme, il vulgo ricco, dotto e patrizio ne rincari le bestemmie, ne echeggi le provocazioni; e la stampa plebea denunzii i mali causati dalla religione, allora appunto quando la nazione più soffre di quelli cagionati dalla irreligione[619].

Ma uomini e fatti tali segnalano il carattere ed il valore d'un Governo. Il quale, esautorato da questi suoi veri padroni e creatori, oltre le incessanti e sin fanciullesche molestie alla Chiesa e agli ecclesiastici[620], oltre l'imputar ad essi ogni delitto, ogni sventura[621], si atteggiò spesso in modo da procurare uno scisma. Governo e parlamento professano ed attuano dottrine repugnanti fin al cristianesimo, sotto uno statuto che pone come unica religione dello Stato la cattolica, apostolica, romana. Alla Camera, nel 26 gennajo 1857, avendo il ministro Lanza proferito che «la religione cattolica sarà il fondamento dell'educazione ed istruzione morale, data dallo Stato negli istituti pubblici», si reclamò, si protestò fino a volere che nell'insegnamento si avesse anzi a combattere la religione cattolica, trascorrendo a segno che Revel riflesse, se altri avesse ciò detto della protestante o dell'ebraica[622], sarebbe stato gravemente ripreso. Ampliatosi poi il parlamento, e dalle elezioni astenendosi coloro che faceansi scrupolo di coadjuvare un ordine di cose originalmente riprovevole, la rappresentanza della nazione fu abbandonata alle sètte, e vi si dichiarò che il cattolicesimo è finito, che tutta l'opera del neonato regno deve consistere nel distruggerlo in ogni luogo, per ogni mezzo: vi si distinse il Dio di Pio IX da quello dei deputati: nel 1866, un giornale auspicato dal Governo (il Diritto) scriveva: «La nostra rivoluzione tende a distruggere la Chiesa cattolica, e dee distruggerla, e non può non distruggerla se non vuol perire»; un altro, pure governativo (l'Italie), inventava il Dio dell'Austria, e conchiudeva: «Se è vero che Dio esiste, bisogna scompaja col potere che lo invoca, e di cui fu complice. Il mondo moderno lo respinse, egli deve calar nella medesima fossa, in cui sarà gettata la dinastia degli Absburghesi, che fu lo scandalo e il flagello dell'Europa». Il professore Tommasi domandava: «Chi più sa che cosa sia l'evangelo?» Il professore Bertini asseriva un Dio molto diverso dal Dio teologico[623]: all'esposizione universale di Parigi la commissione italiana conferì un premio alla Società Biblica per le sue cure intorno all'istruzione. E ogni giorno, e viepiù or che si diede ai Protestanti il trionfo di poter comprare i beni rapiti alla Chiesa, ascoltando gli sproloqui del Parlamento, più che la nequizia de' concetti e l'inurbanità delle proposte fa stupore la supina ignoranza dei fatti e delle dottrine.

Per verità Iddio è una superiorità, e la superiorità diviene ogni giorno men tollerabile alla democratica eguaglianza. Eppure quest'idea è tanto difficile a cogliere quanto ad eliminare: più se ne ragiona men se n'intende: ma il sentimento la afferma: e Dio è l'ultima parola di quei che sanno come di quei che ignorano. Spingansi le scoperte quanto si vuole, resta sempre alla fine un mistero: contemplato l'universo, analizzati tutti i corpi, l'occhio s'inchina davanti al velo del santuario: più luce si sparge sulle cose sensibili, più v'appare Iddio. Gli zoologi disputano della trasformazione della specie; sta bene: ma coloro che se ne servono per escludere Dio dalla creazione, non fanno che sostituire un'idea all'altra, slontanare le origini, ma nulla provano nè in pro nè contro la divinità. Se non che in tale quistione non si tratta soltanto di Dio. Tolte le credenze positive di cui vive la società, e su cui fondasi il diritto, vacillano l'ordine morale e il civile, più l'uomo non sentendosi davanti ad una podestà maggiore di lui, e che sola ha diritto di regolarlo, ha potenza di soddisfarlo. Il libero pensare è la negazione teoretica della costumatezza, poichè, a guisa della prostituta, passa da un'opinione all'altra, secondo ogni desiderio isolato. L'errore morale più non può essere riprovato, giacchè le infinite suddivisioni arrivando all'assoluto individualismo, perfino la virtù obbligatoria si smarrisce per entro uno scetticismo, che non porge nè dogmi allo spirito nè norme alla coscienza. I triumviri a Roma pubblicavano al 27 aprile 1849 che «la vita e le facoltà dell'uomo appartengono di diritto alla società ed al paese nel quale la Providenza lo ha posto»; a Napoli il medico Renzi recita l'apoteosi di Agesilao Milano e il senatore Imbriani ne fa l'epitafio[624]: Cavour asserisce che colla verità non si governa: perfin l'Azeglio, nel proclama 11 luglio 1859 ai Bolognesi, diceva che «Iddio fece l'uomo libero delle proprie opinioni, sieno politiche o religiose». Qual meraviglia se i socialisti crescono a dispetto del senso universale, e in grazia de' terrori che spargono contro la politica cristiana?

L'immoralità mena al culto della forza, e questa surrogasi man mano che la Chiesa si restringe. Sit fortitudo lex justitiæ: chi è debole non è nulla; gli Stati si valutano dal numero de' soldati; il merito consiste nel riuscire; il fine giustifica i mezzi: interessi e scienza s'accordano a veder la religione come un ostacolo alla sovversione sociale, dunque si distrugga; ciò che sa d'ideale ripugna alla critica come principio di condotta, dunque si elimini: il giusto è di rafaccio col suo esempio, dunque si opprima; il diritto sia rappresentato dall'esito; la coscienza dall'utile. Che storia? che convenzioni? che trattati? idee antediluviane. Colla fede periscono la libertà e dignità dello spirito: abolito il creatore nella natura, la providenza negli eventi, non rimane più vita intellettuale spegnendosi la ragione; non vita morale obliterandosi la coscienza; non dignità politica in situazioni false da cui non possono uscire che situazioni disastrose; non gioja schietta inaridendosi il cuore nel mesto spettacolo della morte dell'Eterno[625].

In questo ontoso trionfo de' sofisti e de' violenti, dove il vero vinto è il buonsenso, vedrà altri le cause delle miserie odierne, delle applaudite iniquità internazionali, dell'indifferenza a mali veri per culto a frasi abbaglianti. Noi li guardiam solo come eresie; ma chi volesse salvare i dominanti dall'abisso ove li spingono i loro adulatori potrebbe rammemorare che Voltaire dicea, «Fra venti anni Dio sarà ito», e i re gli sorrideano. Dopo venti anni Desmoulins diceva: «I re sono maturi: Dio non ancora», e i re non poteano più ridere, côlti dal pugnale, dal patibolo, dalla conquista, dalle sommosse, dalle annessioni, fin da quella che i diplomatici chiamano pace, e non è che una maschera della reciproca paura.

NOTE

[564] Sui miracoli abbiamo discorso nel VOL. I, pag. 319. In somma la credenza nel soprannaturale consiste nella persuasione che, al disopra delle leggi che conosciamo, e che operano quotidianamente sotto ai nostri occhi, esiste la volontà creatrice, che essendo indipendente e padrona assoluta dell'opera propria, può sospendere l'azione delle leggi ordinarie per far intervenire leggi d'un ordine superiore che noi non conosciamo, e che fanno parte dell'armonia trascendente del mondo morale. Supremo passo della ragione è il riconoscere che v'è un'infinità di cose che la sorpassano. La ciarlataneria interessata o l'allucinazione possono addurre falsi miracoli: ma ciò non toglie la possibilità di veri: ed oltre quelli che sappiamo per fede, è illogico il repudiare tutti quelli che ci furono tramandati con una certezza non minore che gli altri avvenimenti storici. Rousseau, nelle Lettres de la montagne, scrive: «Dio può operar miracoli? Tale quistione, presa sul serio, sarebbe empia quando non fosse assurda; e a chi la risolvesse negativamente si farebbe troppo onore col punirlo: basterebbe metterlo nei pazzi. Chi ha mai negato che Dio possa far miracoli? solo un ebreo può domandare se Dio potea far delle tavole nel deserto».

[565] «Il principio della scuola critica è che, in materia di fede, ciascuno ammette quel che ha bisogno di ammettere, e in certa maniera fa il letto delle sue credenze proporzionato alla sua misura». RENAN, Les apôtres, introd., pag. LIV.

Ai membri del Concilio ecumenico protestante tenutosi il 1845 in Berlino, fu diretta questa circolare:

«Voi foste convocati per renderci l'unità delle dottrine, del culto e della costituzione ecclesiastica. A spiegarci con serena schiettezza, noi non crediamo verun di voi così profondamente sepolto nei secoli andati, che non vegga addirittura esser oggimai di pochissima importanza il secondo punto, considerato come principalissimo all'epoca dell'unione. In materia di unità di culto e liturgia, il cattolicismo produsse quanto v'ha di più grande e più perfetto: alla Chiesa nostra manca ciò che dà al culto il più bello e il più incantevole, l'antichità immemorabile e il carattere tradizionale, doti del solo cattolicismo. Ricevete pur dunque proposizioni e progetti; ma non isprecate un tempo prezioso nell'esaminare codesti mezzi con cui le immaginazioni poetiche vagheggiano un culto protestante omogeneo, e il figurarsi migliaja di templi protestanti, mentre assistono alla liturgia, echeggianti d'una stessa prece e di un canto stesso.

«In quanto alla confessione del domma, senza accordar piena libertà non può l'unità di confessione produrre altro che tirannia e servaggio, o scismi e sètte: sicchè ogni Comune confesserà ciò che gli talenta, il pastore predicherà ciò che a lui piace, e non s'addosserà altro dovere che di attestare, nel prender possesso dell'impiego, d'essere cristiano, e voler servire alla Chiesa. Nulla più può da lui esigere la Chiesa. Deve dunque il pastore in ogni occasione pronunciare la fede sua personale, ma esprimendola in termini biblici, per evitare scandalo. Così i fedeli, come sempre dee accadere, compiranno a modo loro e secondo la personale lor fede, ciò che egli lor dice: ma pure dovranno riguardar la parola di lui come parola di Dio. Che se voi riduceste la formola della fede alle idee di coloro che credono di più, è facile prevedere nascerebbero nuove sètte.

Vi si objetterà forse che in tal guisa voi distruggete la Chiesa e spezzate il vincolo dell'unità. A ciò gli uomini di libertà risponderanno che da lungo tempo la Chiesa venne meno, nè ha più valore alcuno. Già da due generazioni, anzi da tre secoli, l'arbitrario irruppe nella Chiesa, e governolla. La Chiesa secondo l'idea sua primitiva, appartiene al cattolicismo, e tutto ciò che nel sistema protestante tende a ritornarvi, non solo rinnega il protestantesimo, ma non giungerà mai ad esser altro che un pallido riverbero dell'unità, che è visibil gloria del cattolicismo. Noi vogliamo solo la Chiesa cristiana e niente più; non vogliamo unità di fede circoscritta ad una misura qualunque; giacchè nel cristianesimo la sola cosa essenziale è di essere cristiano. Cercherete di più? volete una confessione che includa anche solo il minimo dei dommi? Ecco tosto per l'unità divien necessario un potere papale, sia di un uomo o di una scrittura; anzi, se l'intento vi riuscisse occorrerebbero tribunali di fede ecc.».

Non so se più bella apologia potesse scriversi dell'autorità e dell'organamento cattolico.

[566] Carte segrete della polizia austriaca, vol III, pag. 17.

[567] Il signor Nicomede Bianchi, che narra questi fatti colla ispirazione del restante del suo libro, è però costretto confessare che il clero cattolico mostrò sempre la più cristiana tolleranza: che il vescovo Bigex e i suoi successori non adoprarono che la parola per ottenere conversioni, e così i missionarj mandativi da Carlalberto.

I duchi di Savoja non cessarono mai di ribramare Ginevra finchè nel 1754 vennero a trattative, secondo le quali il re di Sardegna, riconoscendone la indipendenza, concedeva per venticinque anni l'esercizio del culto riformato nel tempio di Bossey pei villaggi di Troinex, Bossey e Carouge: e per quattro anni per Chêne: cessava affatto a Valeiry e Neydans, ma gli abitanti aveano libertà di coscienza per quindici anni, entro i quali doveano o migrare o farsi cattolici. Molti allora migrarono: ma nel 1780 il senato, a nome del re, autorizzava i Protestanti a esercitare gli uffizj religiosi ne' villaggi vicini, e ai pastori di venir ad adempierli ne' villaggi appartenenti alla Savoja.

Ciascun de' villaggi poggianti sul Solève fu oggetto di discussione in tre congressi: e di quelli ceduti allora alla Savoja, che conteneano settemila persone, la più parte tornarono ginevrini ne' trattati del 1815, restando cattoliche le popolazioni.

D'una cospirazione per tirare non solo Ginevra ma tutta la Svizzera sotto la monarchia di Savoja, nel 1843 e ne' seguenti anni, è traccia nel BIANCHI, Storia documentata della diplomazia europea, vol. IV, pag. 190.

È noto come Ginevra tremasse sempre di tornar cattolica; i giorni delle solennità si chiudeano a chiave le porte: era multato in dieci scudi chiunque incontrasse il vescovo d'Annecy nella visita pastorale. Ora mezza la città è cattolica: il consiglio di Stato dovette cedere ai Cattolici un terreno per 13,000 lire, ove fabbricar un'altra Chiesa cattolica. Nel 1864 celebrandosi il terzo centenario della morte di Calvino, non si riuscì a organizzare una dimostrazione antipapale. Appunto mentre scrivo si radunò a Ginevra un congresso della pace (settembre 1867), e le bestemmie che qualche italiano spettorò contro il papa eccitarono tale indignazione, come offesa alla libertà religiosa e alla creanza civile, che l'adunanza dovette sciogliersi.

[568] Questo è l'assunto del Morel nella Lettre aux Vaudois.

[569] De la libre nomination des pasteurs au sein des églises vaudoises. Turin 1863.

[570] Tra i Valdesi di Torino nacquero frequenti dissidj; tanto più che quella parrocchia facea gola a molti della congregazione. Singolarmente nel 1861, Amedeo Bert, che n'era pastore, venne perfino escluso dal corpo; e il signor Léon Pylat, accusato che lo osteggiasse per soppiantarlo, disse non l'offendeva il supporre che egli ambisse quel tempio, quella cattedra, quell'uditorio; tanto più che il signor Bert, per poco che avesse il senso della decenza morale, non potrebbe rimanervi più a lungo.

Vedasi la «Protestazione giudiziale» sporta dal Bert da Torre Pellice, il 17 luglio 1861, ove si dice che nel colloquio «i discorsi furono improntati di tale violenza da recare spavento ad alcuni membri stessi del corpo ecclesiastico»; e il decano Monastier rimproverò il Pylat di «essere peggiore le mille volte di un eretico impostore».

Nel 1863-64 l'ospizio de' catecumeni in Pinerolo fu minacciato di soppressione. Accorse con tranquillità serena di anima e forza incontrastabile di argomenti a proteggerlo come doveva, e a rassicurarlo monsignor Renaldi, vescovo di quella città, e commise all'abate Bernardi, suo vicario, di redigere una storia della origine e della condizione di tale benefico istituto, «cui dà vita la carità insieme e la cattolica religione; che accoglie e istruisce, che sostenta il povero perseguitato e disconosciuto, e lo sorregge negli intimi convincimenti della coscienza, e nell'adempire agli impulsi e ai lumi che derivano dalla grazia di Dio: non fa nè mercato nè mistero delle altrui credenze e delle sue libere e benefiche prestazioni, e tiene le sue porte aperte così per coloro che, condottivi da legittimi motivi vi accorrono, come per quelli che bramano uscirne, non opponendo mai alla volontà degli accolti la minima resistenza».

[571] Monsignore Rendu dice che da allora cominciò lo sgomento de' Cattolici, poichè «se non c'è vitalità nell'eresia, v'è però una forza ignorante e brutale, capace di rovesciar coscienze malferme; debole per far eretici, ma capace di far indifferenti, increduli, empj». E perciò egli scrisse Le commerce des consciences, ove dice:

«Cette grande entreprise a pour appui les gouvernements protestants, et ceux des gouvernements catholiques qui sont momentanément entre les mains des ennemis de l'Église. Elle a pour appui la Société Biblique, dont le revenu, qui s'élève, dit-on, à 80 milions, est emploié en grande partie à acheter des apostasies. Ainsi dans cette inombrable armée de pervertisseurs, il y a des princes, des ministres, des diplomates, des capitalistes, des magistrats de toutes les catégories. Aussi avez vous entendu les crìs qu'ils poussent quand on vient à toucher même légérement à quelques uns de leurs émissaires. On avait peine à comprendre ce que signifiait l'émeute diplomatique qui se fit en faveur des Madiaï. Aujourd'hui le mystère se laisse pénétrer. Quelques commis-voyageurs de la société étaient compromis, il fallait les sauveur, et pour cela l'Europe s'est mise en mouvement. Jamais l'agitation religieuse n'avait été aussi universelle. Jamais il n'y a eu tant d'acord pour combattre la vraie religion..... Ces tentations de démoralisation seraient sans danger si le ministère sard n'y donnait son appui... Ce ministère semble, en cela, obéir au mot d'ordre qui a été donné à tous les gouvernements, de faire la guerre à l'Église (pag. 9)... Le gouvernement anglais s'est mis au service de la Société Biblique. Personne n'a oublié toutes les sourdes attaques, toutes les menaces du gouvernement anglais contre Naples, contre Rome et contre l'Italie. Pour peu que l'on examine au-dessous de cette action britannique, on y trouve la haine du pape et du catholicisme» (pag. 290).

[572] LEON PYLAT ministro valdese, Protest. et Evangel. de l'Italie, p. 4 e 28.

[573] Oltre quella curiosa biografia, vedasi Des efforts du protestantisme en Europe, et des moyens qu'il emploie pour pervertir les âmes catholiques, par M. RENDU, évéque d'Annecy. Parigi 1855.

Nel 1835 a Ginevra si radunarono 250 ministri protestanti pel terzo loro giubileo, e combinarono i modi di propagare la loro credenza, per mezzo di unioni protestanti; da quell'ora sinodi e ritrovi moltiplicaronsi. Egli scrive che «en 1853, vingt-un catéchistes, colporteurs, journalistes, écrivains de libelles diffamatoires on été lancé sur la Savoie pour y fonder des prédications et tenter des conquêtes à l'hérésie. En Piémont comme en Savoie, le voltairianisme aux prises avec l'Église, a cru devoir appeller l'hérésie à son secours. Après avoir réussi à mettre le pouvoir à sa disposition, il a ouvert des temples aux prédicants, et des routes aux colporteurs de mauvais livres. Il a fondé des journaux pour diffamer tout ce qui est honnête et combattre tout ce qui est vrai. L'Italie entière, la France, la Suisse catholique, les Provinces Rhénanes sont en tout sens parcourues par les émissaires de la grande conspiration religieuse, qui, dans son zèle de prosélytisme, embrasse le monde entier».

[574] Torino 1856. È notevole che gli archivj del Vaticano stettero a Parigi dal 1804 al 1816, accessibili al pubblico. Ebbene, in tutto quel tempo, sole dieci domande si fecero di esaminarli.

[575] Vedasi quel che ne dicemmo nel Discorso VII, tom. I, pag. 145.

[576] Il Times, giornale professato nemico della Chiesa nostra, seguì attentamente quel processo, e i fatti dell'accusato, «a' cui passi teneva sempre dietro lo scandalo». Udito il verdetto, scriveva: «Siam di credere che grave ferita siasi inflitta all'amministrazione della giustizia nel nostro paese, e che da qui innanzi i Cattolici avranno ben dritto di dire non esservi giustizia per loro qualvolta siano in causa i sentimenti protestanti de' giurati e de' giudici».

Anche un giornale svizzero evangelico si doleva che «mentre la Chiesa cattolica continuamente accoglie protestanti i più illuminati, e distinti per moralità, la nostra è ridotta a non reclutare che frati lascivi e concubinarj».

[577] Il Leo, professore nell'Università di Halle e autore d'una storia d'Italia, rispondendo ad una lettera del pastore Krummacher di Luisburg, 3 febbrajo 1853, nel giornale Volksblatt, così giudica della Società Biblica in Italia. «Mi andate dicendo che il papa ha chiamato la Società Biblica una peste. Sia pure. Ma prima di tutto voi mi permetterete di distinguere tra la scrittura santa e una società privata; e confesserete che in alcune circostanze, per buono che ne sia lo scopo, una società rendesi una vera peste quando i mezzi e il metodo non sieno convenienti. Abbiate la buona fede di esaminare quello che tanti emissarj della Società Biblica fanno nei paesi cattolici mancando affatto di riguardo e di pudore: come per essi tutti i mezzi sono buoni per distribuire la santa scrittura senza il menomo discernimento alle persone che son le meno atte a comprenderla, e le meno preparate per mancanza di soda pietà: come essi si danno ad insegnamenti, che giudicano forse innocentissimi, ma che ingenerano confusione negli spiriti, straziano la moralità, sconvolgono l'autorità sociale e l'ordine ecclesiastico, e non hanno in ultima analisi che un'influenza rivoluzionaria. Considerando il complesso degli intrighi inglesi nell'Italia settentrionale in questi ultimi dieci anni, non posso voler male al papa se, dal suo punto di vista, ha chiamato la Società Biblica una peste; tuttochè sia la meno colpevole nella cospirazione che rese cotanto infelice quel paese, ha però servito di strumento agli autori di quelle miserabili macchinazioni. Di tal moneta l'Inghilterra paga l'Italia per averle un tempo recato la religione cristiana: la paga d'un modo che la rende infinitamente responsabile dinanzi a Dio!... Questo zelo inconsiderato apre nell'Italia una strada al commercio e alla politica dell'Inghilterra, che vi si introduce colla Bibbia alla mano. La Bibbia è la pelle dell'agnello sotto la quale si cela il lupo, e il risultato sarà la selvatichezza religiosa, l'annichilamento di qualunque autorità, fin di quella della verità. Infelice paese, come era bello ne' suoi costumi e nei sentimenti! Quanto gentile era il suo popolo per poco che si scostasse dal punto ove lo straniero avea portato l'immoralità! Quanto dolce, ingenua ed incantevole era, or fa appena tre anni, l'indole di questi uomini! Quante ruine accumulate dappoi! Sì, caro amico, se fossi papa e italiano, io farei lo stesso; alzerei le grida contro questi aberramenti».

[578] Professione di fede de' Cristiani evangelici d'Italia, dichiarata da Bonaventura Mazzarella e confutata da Giulio Nazari. Asti 1857.

[579] Appunto nel riferire questi atti, il giornale governativo diceva: «Monsignor Limberti non doveva dimenticare che la gerarchia cattolica non ha autorità veruna nello Stato, per lo che non doveva assumere un linguaggio per ogni rispetto inconvenientissimo, allorchè si dirigeva all'autorità sovrana dello Stato, indipendente da qualunque altra autorità, specialmente da quella che pretende la Curia romana.

«La difesa imprudente del dominio temporale del papa nuoce al clero cattolico e per la parte spirituale e per la parte nazionale. Per la prima nuoce, perchè è repugnante alla religione, alla storia, alla necessità delle cose che il vicario di Cristo debba esser necessariamente principe della terra: nuoce per la seconda, perchè il dominio temporale del papa essendo ridotto una vera piaga d'Italia, un ostacolo alla ricostituzione della sua nazionalità, e diciamolo francamente un ostacolo alla quiete e alla sicurezza degli altri Stati cristiani, mette il chiericato in contraddizione coi suoi doveri verso la patria, e tutto ciò per il funesto spirito di fazione soffiato in questi ultimi anni dall'antica pretensione curialesca, e più ancora dalla rincrudita sètta gesuitica.

«... Il gran nipote del gran Napoleone compirà l'opera, per la quale il pontefice avrà regno senza aver sudditi, cioè vittime; l'Italia avrà la sua nazionalità senza aver una lotta clericale degna del medioevo, e non de' giorni nostri: la religione cattolica riprenderà tutto il suo divino splendore astersa dalle macchie di un regno tirannico e incivile; l'Europa, anzi il mondo tutto avrà pace, perchè dugento milioni di cattolici saranno confermati nella purità evangelica da un sacerdozio che direttamente o indirettamente non corromperà la morale, mischiando al vangelo le pretensioni mondane d'un potere proscritto da Dio e dalla coscienza umana».

[580] FELIX MORAND, Sermons du père Gavazzi. Parigi 1861.

Su tutto ciò possono vedersi Revue Germanique, février 1863.

NEIGEBAUER, Das Glaubens Bekenntniss der italianischen evangelischen Kirche, nebst einer kurzen Nachricht über die neusten religiösen Bewegungen in Italien. Magdeburg 1855.

C. NITZSCH, Die evangelische Bewegung in Italien nach einem mehrjährigen Aufenthalt in Italien geschildert. Berlino 1863.

Una memoria nel Magazin für die Literatur des Auslands 1863, n. 32, 33.

Das Evangelium in Italien, ein zeitgeschitlicher Versuch von LEOPOLD WITTE. Gota 1861.

[581] L'autorità della Chiesa, dispute e polemiche con un ministro valdese, per MELCHIORRE GALEOTTI.

TURANO, Il Cattolicismo esposto ai Valdesi. — Poi Risposta al signor Giorgio Appia valdese, in occasione del suo opuscolo Roma e la Scrittura. Inoltre il De Giovanni confutò il libro di P. Leorati Che cosa è la messa; Petronio Grima scrisse Sulla Confessione, monsignor Celesia vescovo di Patti una pastorale: Giuseppe De Castro, L'Apostasia in vendita e la fede in cattedra ecc.

[582] «Vadano altrove, che qui nella terra dei Cattolici, nel santuario della Sicilia, ove aura nemica non è riuscita giammai ad avvelenare i semi e i fiori della fede apostolica, non fa presa qualunque reiterato impegno di pervertirla. Qui si provò di penetrare la seduzione pelagiana, e fu respinta; si provò la miscredenza ariana, e fu disdegnosamente rimossa; non trasandò Porfirio di rapirci dal cuore i misteri colle reti ingegnose e fantastiche della speculazione alessandrina, e non incontrò sorte migliore dei primi; si provarono gl'Iconoclasti di combattere e smorzare anche in noi quei fervori che fecero la prima gloria nazionale d'Italia, nelle memorande lotte sostenute con quei feroci sterminatori delle sacre immagini, che resero agevole ai Musulmani la preda di tante cristiane provincie: si provarono i Musulmani, per lunga stagione di servitù ed obbrobrio, a spegnere la nostra fede; ma invano. Voi sapete la gloria degli antenati; sapete i lieti rinnovamenti della virtù antica al venire dei prodi Normanni; e come per essi rialzata la fede, combattuta ma non vinta, si aperse un'epoca di nuovi prodigj, che sono eternati nelle memorie dell'isola, parlanti ancora col sacro linguaggio delle arti consacrate nello splendore delle nostre basiliche; e più che saperlo, sentite di essere la posterità di quella stirpe di generosi e magnanimi, che lasciarono i monumenti dei loro trionfi nel sacro recinto dei luoghi dedicati alla religiosa e civile pietà».

[583] Dicemmo molto anteriori quelle di Torino e Genova. Testè ne fu fabbricata una ne' quartieri nuovi di Milano.

[584] Eglise évangélique vaudoise. Synode de 1867, publié par ordre du Synode. Pignerol 1867. Secondo il regolamento allora stabilito, un evangelista dee avere L. 3500, o 2500 se è in luogo poco importante: un aggiunto L. 150 al mese: L. 125 un ajutante o un istitutore; L. 80 un colportore.

[585] Nessun atto d'accusa potrebb'essere più forte che l'apologetica narrazione fattane nell'Eco della verità di Firenze, 31 marzo.

[586] Il Pylat, ministro a Nizza, dice che «gli Italiani sono o increduli, o scettici, o indifferenti, o superstiziosi: son quel che volete, fuorchè cristiani secondo il vangelo. Non conoscono nè possedono la parola di Dio: ignorano le grandi verità del vangelo.» Prot. et Evang. de l'Italie, § 2 e 9.

E del Gavazzi scrive che «non sa se non divertire un branco di scimuniti, ostentando la camicia rossa e gesticolando come un istrione», p. 14.

Un giornale mazziniano di Genova scriveva: «Noi non crediamo di aver molto a consolarci del fatto del proselitismo protestante per le sue conseguenze politiche, stante le dottrine che sono inculcate; molto meno per gli effetti religiosi. L'Italia nostra non è destinata a rifare il cammino che da tre secoli percorrono la Svizzera, la Germania e l'Olanda... Il volgersi delle opinioni alle dottrine de' Protestanti sarebbe in Italia una sventura e un regresso». Italia e Popolo, febbrajo 1854.

[587] Chi ha pratica con Hegel sa che dimostra come -8 + 3 = 11; che +y - y = y; che -a × a = +a^2. Vedi la Grande Logica, tom. IV, p. 52. Egli stesso dagli infinitesimi induce l'identità dell'essere col non essere. L'infinitesimo (argomenta) è la quantità presa nell'istante in cui, cessando d'esser niente, non è ancora qualcosa. Se cessa d'esser niente, è dunque qualcosa: non essendo ancora qualcosa è niente: dunque è al tempo medesimo qualcosa e niente: sicchè sono identici qualcosa e niente.

[588] Gli uffizj della filosofia sono ben designati da Pio IX nella bolla dell'11 dicembre 1862 all'arcivescovo di Monaco.

«Se i cultori della filosofia si limitassero a difendere i veri principj e i veri diritti della ragione e della loro scienza, non meriterebbero che elogi. La vera e sana filosofia ha un posto elevatissimo. Spetta ad essa il far una ricerca diligente della verità, coltivare con cura e certezza e rischiarar la ragione umana, la quale, sebbene offuscata dalla colpa originale, non fu però distrutta; concepire, ben comprendere, metter in luce quel ch'è oggetto della conoscenza di essa ragione, e una folla di verità; dimostrar quelle molte che anche la fede propone alla nostra credenza, come l'esistenza di Dio, la sua natura, gli attributi suoi, e far tale dimostrazione con argomenti dedotti dai proprj suoi principj; giustificar tali verità, difenderle, e così preparar la via ad un'adesione più dritta nella fede a questi dogmi, e anche a quelli più reconditi, che sola la fede potè comprendere; di modo che siano in certo modo compresi dalla ragione. Questo dee fare la bellissima ed austera scienza della vera filosofia».

[589] L'evangelo di san Giovanni è quello ove la divinità di Cristo è più chiaramente affermata: perciò i critici s'affissero maggiormente a impugnarlo come differente dai tre sinoptici. Fin dal principio del II secolo lo troviamo impugnato dagli Alogoi, oscuri eretici dell'Asia minore, accennati da Epifanio. Nelle controversie fra i Gnostici e i Cristiani giudaizzanti lo troviamo citato. Eracleone, alquanto dopo, ne faceva un commento, del quale un frammento è addotto da Origene. Taziano, discepolo di san Giustino, lo comprendeva nell'Armonia de' quattro Evangeli. Sant'Ireneo, Clemente alessandrino, Eusebio di Cesarea vi alludono spesso. Era dunque conosciuto fin dai primi tempi: e soltanto dopo dodici secoli un certo Evanson inglese, nella Discordanza dei Vangeli, prese a dubitarne. Nata la critica audace de' Tedeschi, Herder e più Bretschneider nel 1822 suscitarono dubbj, estesi poi da De Wette e Schwegler, e più da Ferdinando Cristiano Baur (1844), che coll'Esame critico de' Vangeli canonici iniziò tutte le temerità della scuola di Tubinga. Ma Tholuck, Neander, Lücke, Hengstenberg, Bleek, Maurice, Ewald, Döllinger ed altri hanno ristabilito la perfetta integrità del quarto evangelo e la sua conformità coi sinoptici.

[590] Atti della Camera del 1867, p. 1348. Anche nel luglio 1867 eccitava a «cominciare la guerra interna contro il pontefice... distruggendo per sempre la teocrazia italiana». Atti della Camera, pag. 1346. Son notevoli le sue parole nella tornata del 29 novembre 1862 sul «bisticcio, sull'epigramma di libera Chiesa in libero Stato, appena degno d'alimentare il giornalismo. Qual diritto avete voi (chiede) con un essere da voi stessi riconosciuto sovrumano, di dirgli che deve abbandonarvi città da lui occupate sin dai tempi di Carlomagno?... Se gli date la libertà gli date il regno. Per la Chiesa la libertà consiste nel rimanersi in casa propria senza censure, senza darvi alcun conto di sè». E in fatto nel 1867 si oppose allo scioglier la Chiesa dalle servilità del placet, dell'exequatur ecc., e volle mantenere le barriere regie fra il popolo e i ministri del suo culto.

[591] Studj filosofici e religiosi sul sentimento.

[592] La filosofia delle scuole italiane.

[593] Lætatus sum in his quæ dicta sunt mihi, in domo Domini ibimus. Ps.

[594] La religione del secolo XIX, 1853.

[595] Il Saggiatore del 24 novembre 1865, e Studj filosofici e religiosi.

Nella sua Religione del secolo XIX, vol. II, p. 266, così giudica i preti che s'intitolano liberali: «La bontà del prete in che consiste? Nell'ossequio e nell'adempimento delle leggi della sua Chiesa e nello zelo ardente e costante che mette, conforme al proprio grado, a propagare la sua fede, inculcare i suoi precetti, mantenere i suoi diritti, il suo culto, la sua gerarchia, la sua disciplina.... Un sacerdote non può essere liberale se non a patto di essere un cattivo prete... Uno strano abuso di parole commettono i patrioti a chiamare preti buoni i ribelli alla Chiesa, e preti cattivi i fedeli alla loro professione. Il linguaggio di quasi tutta la stampa liberale pecca di una simile immoralità. Contro di chi sono rivolte le sue quotidiane invettive? Contro quei vescovi, parrochi, preti e frati, che, consapevoli del giuramento prestato alla Chiesa nella loro ordinazione, spendono la vita ad osservare e far osservare in tutto il suo vigore quella legge ch'essi tengono dettata dalla bocca stessa di Dio. Ed all'opposto a chi sono profusi i loro elogi cotidianamente? A quegli altri ecclesiastici, che, fastiditi del loro stato e degli obblighi con esso contratti, rinnegano con le parole e con le azioni il loro abito, disdegnano il loro ministero, e si ribellano dai loro superiori. Non vi ha qui un giudizio sommamente ingiusto? Come ecclesiastici non sono anzi i primi che meriterebbero lode e biasimo i secondi? Il clero è una milizia che ha necessariamente la sua disciplina particolare: chiunque fa parte di quella, si assoggetta volontariamente a questa. Rimaner sotto le bandiere e calpestare i regolamenti è un procedere che, chi rispetta, non dico la legge morale ma il senso comune, non approverà giammai per riguardo a nessun corpo regolare. Quando poi, non pago dello scandalo e del disordine della sua insubordinazione, un soldato se l'intenda col nemico e parteggi per lui, in tutte le lingue del mondo il fatto suo si chiama un tradimento. E nella milizia ecclesiastica non deve forse valere lo stesso principio e lo stesso criterio? Ma i panegiristi dei preti liberali e i vituperatori dei preti reazionarj rovesciano di pianta e l'uno e l'altro, imputando agli uni l'indisciplina a merito e il tradimento a gloria, ed agli altri la subordinazione a colpa e la fedeltà a delitto...».

[596] Evolution des fonctions cérébrales, p. 44. Aprendo come rettore l'Università di Vienna quest'anno, il più celebro medico di colà, il signor Hyrtl proferiva un discorso che ebbe gran diffusione in tutta la Germania, come avviene di ciò ch'è appropriato al tempo, o manifesta sentimenti, che vivono nella maggior parte, ma che non osano palesarsi per paura di quei venti o trenta gridatori, i quali da sè s'intitolano opinion pubblica. Tolse egli dunque a combattere la predicata scuola dei filosofi e fisiologi che non riconoscono nulla in fuor della materia, che non ricevono se non ciò ch'è dato dai sensi, che nell'uomo non vedono se non una scimmia alquanto migliorata. La presente condizione della scienza, egli asserisce, non dà verun fondamento a tali teoriche; non le giustifica quanto or si sa della struttura del cervello, delle fibre nervose, de' gangli. «L'ente supremo che in luminosi caratteri scrisse da per tutto la sua volontà, avrebbe egli potuto deporre ne' nostri cuori questo anelito all'infinito, se non dovesse mai venir soddisfatto? La scienza qui cessa dalle sue investigazioni, e l'indagatore più ardito rimane assiderato; riprende i suoi diritti la fede; quella fede che la scienza non può nè repudiare nè provare, ma può dimostrare che il contrario non ha verun fondamento nella natura delle cose. Ove questo lume divino si estingua in noi, il suicidio dell'anima nostra non lascia più di quest'orgoglioso signore del mondo se non un po' di concime saturo di azoto pel campo ove la sua spoglia sarà sotterrata... Ma tutto ci pruova che un pensiero ultimo, un pensiero astratto sorvola ai sensi; e questo pensiero conduce all'idea di Dio e all'anima divina che ne emana. La verità, la necessità sua stanno nella lunga catena di conclusioni, in cui il materialista ravvolge i suoi principj. Nè l'osservazione, nè l'esperienza ci insegnarono, sopra la natura delle cose, nulla di più di quel che sapesse l'antichità; e quel metodo esatto delle scienze naturali, che giustamente si loda, non portò il minimo appoggio alla tesi materialista; essa rimane nè più nè meno di quel che era, un'opinione fondata su principj arbitrarj, e non una conoscenza derivata da principj certi, come il grande oratore romano definiva la scienza. Le deduzioni sue non posano sulla chiarezza e sulla forza inespugnabile delle argomentazioni, bensì sull'audacia di coloro che la propagano, e sulla pendenza universale dell'età nostra che favorisce quella propaganda. Il materialismo non riportò mai una vittoria durevole; non la riporterà neppure nel secol nostro».

[597] «Il disdegno è delicata e religiosa voluttà... è una elevazione d'anima che s'ottiene mediante l'abito del disprezzo». RENAN, Essais, p. 188.

[598] «La storia non conta ancor quarant'anni di vita». RENAN, Essais, p. 106.

[599] Narvay, francamente ateo, accusa Renan di cappuccineria. Tanto avea ragione quel che dicea che si è sempre gesuiti per qualcuno.

[600] Qui sopra a PAG. 394. Io autore ebbi altre volte a pubblicare come non appartenessi mai a queste società, ma avessi occasione di conoscerle; un giorno forse si vedrà in ciò la spiegazione di fatti, che neppur la universale disattenzione odierna potè trascurare. Maneggiandosi caldamente nel 1833 una sollevazione della Lombardia, e quei cospiratori, meglio avvisati che non altri di poi, pensando predisporre un organamento da surrogare a quel che distruggevasi, ne vollero consigli dall'illustre giureconsulto Romagnosi. Egli, che già aveva subito un processo e carcere nel 1821, temette di vedervisi esposto in quella sua tarda età, e dichiarò non avrebbe trattato colla società se non per mezzo del Cantù. Questi dunque dovette esser informato di quel solo che importava all'ordinamento; poi quando i cospiratori si volsero in fuga, lasciarono a lui la scarsissima cassa: gli imprigionati non tacquero, e ne venne al Cantù processo e prigionia.

[601] Iniziativa rivoluzionaria de' popoli.

[602] Proclama agli Italiani, 1853.

[603] Prose politiche, pag, 221.

[604] Prefazione a uno scritto di Didier.

[605] Prose politiche, pag. 32.

[606] Prose politiche, pag. 39.

[607] Italia del popolo, 1849.

[608] Manifesto del comitato nazionale. Londra 1851.

[609] Prose politiche, pag. 43.

[610] Che i Framassoni a Roma nelle loro adunanze celebrassero una messa s'un altare illuminato da sei candele nere, e dove ciascun membro dovea portare una particola consacrata, e quivi depostele in una pisside, erano colpite dai pugnali de' fratelli, potè credersi una delle baje consuete contro chi vuolsi infamare: ma pur testè fu asserito che altrettanto pratichino alcune loggie di Parigi, di Lione, di Aix, d'Avignone, di Châlons, di Marsiglia. Vedi monsignor di SEGUR, I Framassoni, cosa sono, e cosa fanno, cosa vogliono essere. Parigi 1867.

[611] Un giornale che deve intendersene, le Temps, nell'agosto 1866 scriveva: Quelqu'un qui voit de haut, me disait: En Italie, le vieux lévier maçonnique mène plus de choses qu'ailleurs. Il a fait et imposè des ministres; il en fera et en imposera d'autres. E Massimo d'Azeglio scriveva al signor Rendu: «In Italia tutte le posizioni sono prese sotto l'influenza delle sètte».

[612] Proudhon, che è il rivoluzionario più ardito dell'età nostra, il più accannito demolitore della Chiesa cattolica, la crede tutt'altro che vicina a perire. «Le minacce di scisma e di protestantismo, che di tempo in tempo si fanno contro il papato, sono sogni stravaganti che dimostrano solo il disordine degli spiriti. Lo scisma, ove pure si volesse attuare sul serio, vale a dire ove avesse per reale movente il sentimento religioso, l'idea cristiana, sarebbe il trionfo del papato, mostrando com'è salda ancora la pietra, su cui è stata edificata la Chiesa. Il protestantismo poi è morto; e oggi sol Tedeschi paraboloni osano ancora dirsi cristiani mentre negano l'autorità della Chiesa e la divinità di Gesù Cristo. Si va strombazzando che coloro i quali riveriscono il papa nello spirituale, voglionsi considerare quali ipocriti; che l'idea che rappresenta il papa è cosa vecchia, e da sacrificare col resto. A maraviglia; ma è giocoforza che a sì fatta idea ne venga surrogata un'altra; e per tale scopo si richiede altro che la professione di fede del Vicario Savojardo. Quale compenso hanno dato i trentatrè anni di guerra contro i Gesuiti? Quale vantaggio si può attendere oggi dagli attacchi avventati ed insignificanti della stampa libera contro il papato? Nessuno; il cattolicismo, per confessione degli avversarj stessi del papato, starà sempre come l'unico rifugio della morale, il faro unico delle coscienze. Per l'immensa maggioranza de' fedeli la religione è ancora il propugnacolo delle coscienze, il fondamento della morale... Quando io affermo, che qualora il deismo e il dottrinarismo, arrivassero a scuotere la santa sede, non farebbero altro che dare maggior vigore alla Chiesa o al cattolicismo, non ragiono come partigiano del papato, sì bene come libero pensatore. In queste materie innanzi tratto voglionsi considerare i fatti. Ora i fatti dimostrano che la religione ha profonde e vaste radici nell'anime de' popoli: che dove, sotto un'influenza qualunque, essa viene a rallentarsi, sottentrano le superstizioni e le sètte mistiche d'ogni forma; che la trasformazione di questo stato religioso delle anime in uno stato puramente giuridico, morale, estetico e filosofico, che dia piena soddisfazione alle coscienze e alle aspirazioni dell'ideale, non è compiuta in nessun luogo; che in tal guisa i popoli sono costretti di vivere in presenza di religioni autorizzate come in mezzo a sètte indipendenti antagoniste; che in questo stato di cose, ogni attacco alle religioni e specialmente alla cattolica, avrebbe il carattere di persecuzione: che in fine, sebbene si giugnesse a spodestare il papato, non si potrà mai distruggerlo; anzi, più si moltiplicheranno gli attacchi, più trionferà. Tali fatti sono spiacenti al razionalismo, anche irritanti, ma pure sono incontrastabili, ned è possibile attenuarli. No, una religione, una Chiesa, un sacerdozio non si può distruggere con persecuzioni e con diatribe. Nel 1793 noi ci provammo ad abolire il cattolicismo colla persecuzione e colla ghigliottina. Il turbine rivoluzionario, che volea purgare il clero, non riuscì che a dare alla Chiesa maggior forza, nè mai si vide tanto fiorente quanto sotto il consolato. Trent'anni prima, Voltaire aveva intrapreso di renderla infame: ma Voltaire istesso e la sua scuola furon dichiarati libertini. Atteso il costoro libertinaggio, la Chiesa afferrò lo stendardo della morale, e da quell'ora niuno potè ritorglierlo. Nel 1848 tutti le rendevano omaggio e le stendevano la mano». L'unité et la fédération en Italie.

[613] Auteur, œuvre et action en même temps, le G. A. D. U. englobe tout: rien n'a été, rien n'est, rien ne peut étre déhors de lui... Ce tout qui nous renferme, et que nous appellons la nature, l'univers, c'est l'infini: l'être infini complexe et un, que l'ordre maçonnique, adaptant son langage à la fiction simbolique, vénère sous le nom de G. A. D. U. — FRAPOLLI, La framaçonnerie reformée, Turin 1864. Oltre i già citati a pag. 418, vedasi Storia e dottrina della framassoneria scritte da un framassone che non lo è più, Vienna 1862, 3ª edizione italiana. Reghellini di Schio, oltre un Esame del mosaismo e del cristianesimo, ha la Maçonnerie considerée comme resultat des religions egyptienne, juive et chrétienne; e L'esprit du dogme de la Franche maçonnerie, recherches sur son origine et celle de ses differents rites, compris celui du carbonarisme, 1836 e 39. GYR, La maçonnerie en elle même. Liegi 1859. Il sacerdote Luigi Parascandalo pubblica ora a Napoli La framassoneria figlia ed erede dell'antico manicheismo. Ciò darebbe nuova ragione a noi di ragionarne fra le eresie.

In alcune storie moderne della framassoneria trovo data molta importanza a Lelio Soccino, come se nel 1546 a Vicenza avesse formato una cospirazione contro il cattolicismo coll'Ochino. La società fu dispersa per le persecuzioni, e si venne al nucleo degli Illuminati. L'Ochino vi giovò assai, talchè l'illuminismo sarebbe nato in Italia.

[614] DE CASTRO, Il mondo secreto. Son tutte frasi della breve prefazione (pag. 31, 33, 42, 24), ov'egli abilmente condensò le teoriche di molti lavori in proposito. Cristo per lui non è che un programma massonico, adottato dalla massoneria italiana, e dalla madre loggia Dante Alighieri.

[615] Annali dello Spiritismo in Italia, pag. 471, e vedi GALEOTTI, La fede cattolica e lo spiritismo: L'odierno spiritismo smascherato.

[616] Vedi il giornale La Salute, 30 luglio 1867.

[617] Annali 1864, pag. 308.

[618] Spesso le gazzette annunziano le acclamazioni fattegli come a vero Messia, a Cristo, a Dio. Si stampò una Dottrina Garibaldina, catechismo da farsi ai giovinetti dai 15 ai 25 anni, che parodia il nostro.

«Fatevi il segno della croce. — In nome del padre della patria, del figlio del popolo, dello spirito di libertà, così sia.

«Chi vi ha creato soldato? — Garibaldi.

«A qual fine? — Per onorar l'Italia, amarla e servirla.

«Come compensa Garibaldi quei che amano e servono l'Italia? — Colla vittoria».

Fin qui non è che scherzo: dopo comincia l'empietà sulle tre persone che sono in Garibaldi, sulla seconda che si fece uomo per salvar l'Italia ecc. Poi vengono i comandamenti: Non ammazzare se non quei che s'armano contro l'Italia: Non fornicare che a detrimento dei nemici d'Italia: Non rubare che l'obolo di san Pietro ecc.».

[619] Più volte un giornale de' più devoti alla nostra rivoluzione, quello dei Débats, dovè dire: Que penser d'une ville, où un journal ose imprimer de pareilles lignes?

[620] Tra le persecuzioni fanciullesche è questa. Accorreasi, nel giugno 1867, da ogni parte del mondo a Roma, a celebrare il XVIII centenario del martirio di san Pietro. Tutta Italia era invasa dal cholera: Roma quasi immune. Un deputato denunziò in parlamento la sanità pubblica esser minacciata da questo concorso a Roma: e si stabilì che quei che ne tornavano venissero sottoposti a suffumigi e disinfettazioni. Si faceano quasi solo a preti: e un sindaco del Veneto tenne in quarantena il vescovo reduce. Aggiungete l'asserir continuamente che il papa è moribondo: che arresta e condanna ecc. Ire che si manifestano con tali mezzi, come qualificarle?

[621] Il ministro del culto nel 1861 disse che «il tempio del Signore fu convertito in conventicola di macchinamenti contro l'ordine pubblico». Scoppiata la rivoluzione di Palermo del 1866, fu imputato di essa l'arcivescovo, pio ottagenario, e non si pubblicò nella gazzetta ufficiale la sua nobilissima protesta. Di quel fatto si preso occasione per disperdere tutte le corporazioni religiose di Sicilia, e proibire che si porti l'abito monastico. Così avendo l'incendio distrutto preziosi capi d'arte in San Giovanni e Paolo a Venezia, dell'accidente s'accusarono i Protestanti, che hanno una cappella attigua; mentre d'altra parte se ne imputava la negligenza de' Cattolici, e si propose di levar tutti i quadri dalle chiese per unirli in una galleria.

[622] È un fatto abbastanza notevole che, nel 1867, bucinandosi che la famosa casa Rothschild faceva un grosso prestito al regno d'Italia, ipotecandolo sui beni ecclesiastici che allora appunto si confiscavano, l'altro ebreo e rinomatissimo banchiere Mirés scrisse una lettera pubblica per dissuaderne il barone, capo di quella casa. Oltre accennare ai modi generosi con cui i papi hanno sempre trattato gli Ebrei, proteggendoli nel medioevo quando erano dapertutto respinti e perseguitati, poi aprendo con Pio IX le porte del ghetto in Roma, mostrava come, col metter la mano sui beni ecclesiastici senza consenso del pontefice, attirerebbe alla sua nazione l'odio di tutti i Cattolici, e ridesterebbe così quelle antipatie, che hanno causato sì lunghe molestie alla nazione ebrea.

Di rimpatto in quell'occasione avendo un deputato riflesso che, come rapivansi alla congregazione cattolica le sue proprietà, avesse a farsi lo stesso colle israelitiche e le valdesi, parve indegno l'accomunare ad altri un'intolleranza, che si dee gravar solo sulla religione di tutta la nazione. Perocchè nel tempo stesso domandavasi che «le concessioni fatte alla Chiesa cattolica si estendessero contemporaneamente non solo a tutti i culti e a tutte le credenze, ma a tutti i privati cittadini» (Atti, pag. 1287). Anche il protestante Guizot vedeva che «la libertà religiosa è in Italia nel più grande scompiglio; poichè, mentre è accordata al protestantesimo, è negata ai Cattolici. Il nuovo Governo d'Italia violentemente attacca la libertà della Chiesa cattolica non solo ne' suoi rapporti con lo Stato, ma anche nel suo organismo proprio e interno: le nuove sètte divengono libere, e la libertà della Chiesa vi è conculcata». L'Eglise et la société chrétienne, ch. 18.

[623] «Il vero Dio è molto diverso dal Dio teologico. È un Dio, il quale non fa dipendere la salvezza delle anime umane dall'affermazione di certi dogmi, ma dal puro amore della verità, congiunta alla pratica della giustizia e della beneficenza. È un Dio, del quale non tanto importa accertare l'esistenza, quanto avere un giusto concetto della sua natura, conciossiachè egli si compiaccia tanto in chi afferma, quanto in chi nega la sua esistenza, quando l'uno e l'altro sia convinto di rendere con ciò omaggio alla verità». Lettera al padre Passaglia, nel Mediatore 31 gennajo 1863.

[624] A Parigi un tal Leballeur-Villiers, leggendo un cartello dove il Berezowski, che tentò uccidere il czar nel 1867, era qualificato d'assassino, disse: «No, è piuttosto un giustiziere». Tanto bastò perchè il tribunale lo condannasse.

[625] Le monde, sans revenir à la crédulité, et tout en persistant dans sa voie de philosophie positive, retrouvera-t-il la joie, l'ardeur, l'espérance, les longues pensées? RENAN.

DISCORSO LVII.

LE DIFESE.

Parve che, col suffragio universale in politica, s'introducesse anche la competenza universale in fatto di dottrine e pratiche sacre; la parola scienza si contrappose a qualunque insegnamento dogmatico o religioso; nè tra l'atomo primitivo e l'essere pensante e libero si volle mettere altro che la forza, operante per secoli che non cominciarono e non finiranno. Guerra dunque a questa parentela delle anime che è la religione: guerra dai Regalisti, che confondendo lo Stato colla società, a quello sottomettono la Chiesa, altro non vedendo che individui rimpetto ad esso, e creando il cesarismo democratico che accentra tutto nel Governo, fin le coscienze, e titolo di libertà politica ricusano ad ogni libertà morale e indipendenza individuale; guerra dagli Unionisti che in una stessa chiesa, non ostante la diversità del simbolo, vorrebbero ridurre anglicani, ruteni, romani, accusando d'angustia il cattolicismo che respinge l'amplesso della verità coll'errore[626]; guerra dagli Unitarj, che proclamano la morale del cristianesimo, ma senza dogmi; guerra dai Latitudinarj che accettano del cristianesimo quel che residua dopo eliminate le differenze tra cattolici e protestanti; guerra dagli Umanitarj che sola religione riconoscono la natura; guerra dai Razionalisti, che, nei culti stabiliti, non vedono l'espression della fede, e solo alla scienza libera e indipendente, al pensiero filosofico domandano il secreto degli umani destini, la regola delle credenze e delle azioni, alla ragione sola attribuiscono tutti i progressi dell'umanità, compreso il cristianesimo, che fu un prodotto, tra filosofico e popolare, del genio e del cuore dell'uomo. Separata la ragione dalla fede, la separano anche dalla morale arrivando alla negazione del dovere; e al cristianesimo di canoni positivi e di sanzione sopranaturale surrogano massime d'elastica argomentazione, o affermazioni panteistiche, o negazioni materialistiche e scettica fluttuazione.

Con questa opposizione, sociale, religiosa, civile, principesca, alla distruzione di tutto l'ordine storico e morale faticano e applaudono persone che mai non conobbero i grandi lavori dell'apologetica cristiana, non apersero mai un'esposizione scientifica dei dogmi: sentirono un dubbio, uno scherno; lo trovarono conforme all'istinto proprio e all'indole del tempo, e se ne munirono contro la fede, a cui gli aveva educati la madre.

La qual fede porta che la ragione non abbia bastante lume, nè la volontà forza bastante per conoscere o raggiungere il fine, al quale l'indirizzo e l'assistenza non può darsi che dall'alto: sicchè tolto il Cristo, che rialzò l'umanità caduta, il Cristo che amò gli uomini sino a morir per essi, rimane soppressa la carità, e reciso alla radice l'albero dell'odierna civiltà. Perocchè l'anima non si lascia decomporre nelle sue facoltà come la statua di Condillac; e se ha la ragione, ha pure il sentimento e l'immaginazione; vuol conoscere, ma anche amare.

Contro di questi varj nemici ebbe a combattere la Chiesa, e in prima nell'ordine pratico colle antiche sue istituzioni e con nuove. Alla Congregazione di propaganda si crebbe attività. Gregorio XVI dal 1831 al 45 creò centonovantacinque vescovadi, e trentasei vicariati apostolici; ripristinò la sede vescovile d'Algeri; affidò agli Oblati di Pinerolo la missione di Ava, e del Pegù; istituì il vicariato dell'Africa centrale; dai selvaggi dell'Oceania ebbe lettere affettuose e doni singolari; favorì l'opera pia a tal uopo istituita a Lione, e morendo lasciò scudi diciasette mila alla Congregazione di Propaganda, e i suoi libri al Collegio Urbano che aveva affidato ai Gesuiti. Ventidue nuovi vicariati istituì Pio IX, massime nella Cina e Cocincina, e nel Bengala e in altre parti dell'India e dell'Africa: ristabilì la gerarchia in Inghilterra; la rinnovò in Olanda; la rintegrò nella Spagna riconciliata.

La Propaganda nel 1860 contava settantun vicarj apostolici, nove prefetti apostolici, tremila ducensessantasette missioni, con sei milioni seicento sessantaduemila e ottantaquattro fedeli; ed oggi annovera centuno vicariati e cenventisette prefetture. In appoggio di questa immortal gloria e gioja del pontificato, moltissimi collegi di Roma educano i Germanici, gli Ungaresi, i Greci, i Ruteni, gl'Irlandesi, i Belgi ecc., oltre quelli di varie congregazioni religiose, massime di Gesuiti, di Redentoristi, di Lazaristi. Il collegio Urbano, ubertoso semenzajo di missionarj, fu coadjuvato dalle pie società delle missioni (1854), dal collegio ecclesiastico Pio inglese (1852), dal Seminario francese (1853), dall'Americano (1858), e da altri fondati a Parigi, a Lione, in Irlanda, a Genova, a Milano, a Torino; i cui alunni accorrono dovunque i trattati schiudono un nuovo paese, spesso li prevengono; onde dalle Montagne Rocciose fino al Gange, dalla Cina al capo di Buona Speranza apronsi chiese, si consacrano sacerdoti, e le mazze colle quali i selvaggi spaccavano la testa de' nemici si convertono in croci, nel cui segno tutti divengono fratelli.

Così, oltre essere cattolica per l'imperturbabile stabilità de' suoi dogmi, come quando restringeasi fra dodici nel cenacolo di Gerusalemme, la Chiesa si rifà delle molte jatture con tante conversioni, le quali sono specialmente notevoli in Inghilterra[627].

Le istituzioni pie e caritatevoli, ricchezza delle età precedenti, che tanto aveano deteriorato nella rivoluzione, si diede opera a restaurarle, meglio conformandole all'indole del secolo. Gli Ordini religiosi, che dapertutto erano stati spenti, vennero ridesti almeno in parte, e fra essi, «annuendo alle pressanti suppliche di vescovi e di personaggi altissimi», anche quello dei Gesuiti, carico dei meriti e delle maledizioni di tre secoli. Coi Gesuiti furono confusi i Liguoriani da coloro che di quel marchio infamano chi mostra dottrina e zelo più dell'ordinario. Fra' nuovi Ordini introdotti rammenteremo gli Oblati della Beata Vergine senza speciali voti; i sacerdoti della Carità dell'abate Rosmini, diretti a perfezionare il sacerdozio: e le Figlie della Carità, istituite in Francia sotto la direzione di san Vincenzo di Paolo, ed ora moltiplicate in Italia e in molte guise imitate, principalmente da Maria Maddalena di Canossa veronese nell'intento di servir ai poveri e perfezionarsi nell'amor di Dio e del prossimo, ed esser sorelle di quei che non hanno sorelle.

Nuove opere di carità si propagarono; come a Milano la Pia unione, benedetta dal popolo e beffeggiata dai gaudenti col titolo di Società del biscottino per le chicche onde ricreava i poveri malati dell'ospedale, mentre ai sani compartiva sussidj, lavoro, educazione, ricreazioni, rifugi di pericolanti e pericolate; a Firenze il ricovero delle traviate aperto dalla Frescobaldi Capponi; a Imola l'unione di San Lorenzo; a Bologna la pia opera de' vergognosi; a Modena lo stabilimento di sant'Orsola per l'educazione di fanciulli poveri; ad Ancona, a Cremona, a Napoli, a Torino, a Venezia, a Brescia, a Bergamo, a Novara, larghe e molteplici beneficenze del Baroni, del Manini, della Ciceri, della contessa Barolo, del Massa, del Cottolengo, dei Cavanis, dei conti Passi, della Rosa Govona, della contessa Bellini. L'Olivieri, e il padre Lodovico da Casoria riscattavano bambini mori; il Botta e il Moriondi somaschi prendeano cura di fanciulli discoli; l'Assarotti e il Fabriani dei sordomuti, speciale attenzione delle Suore della carità.

Non so se agli eretici possa darsi miglior confutazione che la santità di queste opere, che sono derise dai fortunati, e dagli statolatri attraversate nell'esercizio del bene e nella libertà del sagrifizio.

In quest'ordine pratico non mancarono eccessi ed illusioni. Nel disastro di tutte le credenze v'è sempre anime amorose e passionate, che si vendicano dell'ateismo e dello scetticismo non solo col ristabilir la fede religiosa, ma inabissandosi in Dio col misticismo, che, quando invade, più non conosce freno, repudia l'autorità, tramuta la tradizione in simboli, e tutto assorbe nell'oggetto del suo amore. Di sue aberrazioni s'ha un testimonio nella Vera idea dei così detti millennarj cattolici, lettera d'un prete cittadino (Luigi Giudici) ad un parroco campestre (Lugano 1816), seguìta da un'Esposizione e dilucidazione; poi dal Nodo della quistione del giorno, e dalla Risposta ad alcuni dubbj; sempre in lettere, di cui l'ottava è Vera idea dell'errore millennario: e la sesta, Giudizio sull'opera del padre Giuseppe M. Pujati toccante il sistema millennario cattolico lambertiano.

Anche Agnese Maria Firrao, monaca di Santa Chiara a Roma e istitutrice d'una riforma del terz'ordine, acquistò reputazione di santità, ebbe estasi, rivelazioni, poi convinta di frode si ritirò a penitenza.

Francesco Antonio Grignaschi, parroco di Cimamulera in Valdossola, nel maggio 1843 pretendeva aver saputo in confessione esistere una setta adoratrice del diavolo, ne' cui ritrovi compivansi inaudite nefandità, usavansi le cose sacre ad atti impudichi, trafiggeasi con pugnali l'ostia consacrata; costoro aver tramato di uccidere Carlalberto mentre in Alessandria assisteva alla coronazione dell'immagine di Maria. Corse egli per rivelarlo al re, e nol trovò; al vescovo di Novara, e nol trovò; onde recossi a Roma per chiedere al Sant'Uffizio di poter denunziare le persone rivelategli in confessione. Tale facoltà niun vescovo, neppure il papa avrebbe potuto concedergli; ma a suo modo egli espose il fatto al conte Broglia ministro sardo, e questi alla Corte, e mandò la lista de' cospiratori che comprendeva anche alti impiegati e cittadini onorevolissimi, i quali, a sentir lui, aveano patto espresso col demonio, da cui riceveano denaro, erano trasportati all'adunanza mensile, dove, oltre le nefandità, si divisavano i modi d'abbattere la religione e i troni[628].

Queste rivelazioni occuparono il Sant'Uffizio non men che la diplomazia e il Governo sardo; ma pajono delirj d'un pazzo, forse al pari delle dottrine da lui foggiate, e dove supponeva d'esser un nuovo Cristo, venuto a rigenerare il mondo pervertito, e recare una nuova rivelazione. Fin dal 1842 cercò accreditare nella sua parrocchia un santuario, a cui s'accorresse da tutte le parti, e vi s'adoperava col pretendere di conservar le tradizioni della Chiesa, e col circondarsi di meraviglioso che colpisse le immaginazioni. Pertanto insinuava ch'egli avesse rivelazioni: una tal Giovannona, che fe passare come prediletta della Madonna, e che parlasse con questa, e ne recasse i comandi a lui curato, l'assicurava che avrebbe a patire quanto il Verbo umanato; sarebbe crocifisso, sepolto, e risorgerebbe a compier l'opera della redenzione. Morta costei il 1846 nel fior dell'età, nell'uffizio di ricever rivelazioni e far miracoli egli le surrogò Domenica Lana, che arrivò a spacciare esser la stessa Maria Vergine sposa di Dio.

Nel libro Crux de Cruce, tolto da quanto il Grignaschi dettò ad uno de' suoi e pubblicato da Giuseppe Provana, si spiegano errori inescusabili: la Chiesa di Cristo sarà distrutta, per venir poi riedificata colla cruenta riproduzione del sacrifizio della croce: sarà mondata colla verità dalla confusione degli errori che la infestano: non le furono rivelati ancora tutti i secreti di Dio: per la redenzione il peccato fu vinto, ma non distrutto[629].

Chi ci ha letti sa i modi e le conseguenze di tali opinioni. Il magistrato volle reprimere quelle eccentricità scandalose; mancando però l'esplicita dichiarazione de' fatti imputati, non si venne a condanna. Il cessar della persecuzione crebbe gli spiriti al Grignaschi; pie signore, fin sacerdoti lo appoggiarono, quasi fosse vittima delle ostilità che allora si cominciavano al clero e alla fede: quel che anche una vulgare prudenza bastava a prevedere, cioè i disastri del 1849, parvero profezie; tanto che il Grignaschi si avventurò ad asserire d'esser vero Cristo, incarnato per purgare il mondo dall'iniquità, e piantare una nuova religione. Ai parroci vicini e a varie persone a Casale, a Domodossola, a Vercelli, e principalmente ai Franchini e a Viarigi fe tali asserzioni, dapprima coll'allettativa del segreto, poi coi vanti delle solennità con cui era ricevuto, e della folla che traeva alle sue prediche. D'allora le stesse immondezze divenivano merito, siccome comunicazione del corpo di Cristo: distinguevasi il sentire dall'acconsentire, al modo de' Quietisti, lo spirito assorto nella contemplazione e la carne concupiscente. I proseliti egli ricevea con riti e giuramenti di secreto; fra loro costituiva gradi e cariche; e se ne serviva di stromenti per conoscere i fatti altrui e mostrarsene indovino. Vi univa il lacchezzo politico, promettendo Pio IX convertito, l'Italia unita sotto un solo vessillo; mentre agli scontenti prediceva il ripristino degli ordini antichi.

Molti gli credettero, e n'erano spinti ad atti di virtù, a limosine, a sacrifizj: interi villaggi, massime Viarigi e i Franchini, n'erano agitati: finchè il magistrato arrestò questi turbatori della quiete, e li processò. L'avvocato fiscale Minghelli asseriva che e lo Statuto e il Codice impongono al Governo di vigilare che nel regno non s'introducano altre religioni fuori della cattolica dominante e delle tollerate, per evitare il disordine della società[630]; sicchè il professare principj che intaccano o menomano la forza della religione cattolica dev'esser represso e punito, perchè colpisce la società nel punto più vulnerabile.

Colla consueta passione tolse a difenderlo l'avvocato Brofferio, come un infelice, spogliato delle insegne sacerdotali, rejetto dalla sede pontificia, denunciato dalla cattedra episcopale, e asseriva che una condanna non chiuderebbe al Grignaschi l'avvenire «che a lui incontestabilmente appartiene».

Il Grignaschi in una lunga difesa dicea press'a poco che, se Cristo può discendere nell'ostia e transustanziarla, lo può anche in un uomo. Il prete Marrone, che era uno de' più costanti proseliti, in un lunghissimo discorso sostenne la divina missione del Grignaschi, accumulandone le prove[631]: il che fece anche il Ferraris, adducendo fatti proprj, guarigione da mali, scoperta di secretissimi suoi pensieri, apparizioni, rivelazioni, che non lasciavano dubitare essere volontà di Dio si credesse quel ch'esse attestavano; giacchè egli non era «uomo di pregiudizj, nè di superstizioni, nè di panico timore, neppur troppo corrivo a credere lo straordinario e il nuovo». Luigia Fracchia ex-monaca, una delle più infervorate alla nuova credenza, e strumento del Grignaschi, da molti miracoli e rivelazioni che ebbe, parevale attestato «il medesimo, che trovasi nella Eucaristia, trovarsi pure sotto le spoglie di quel sacerdote», ond'essa corse a lui riconoscendolo per vero Cristo, e adorandolo.

Il 15 luglio 1850 fu proferita la condanna di relegazione per dieci anni contro il Grignaschi, oltre l'emenda pubblica: minor pena agli altri; la Fracchia a due anni d'ergastolo.

Tanti casi sopraggiunsero, che quel processo, cagione di tanto rumore, fu dimenticato a segno, che ben poco potemmo noi raccogliere dalle memorie, e a fatica ne trovammo i documenti[632]. Eppure non ci parve superfluo il richiamarlo a memoria, perchè vogliano i lettori confrontarlo con altri che ci vengono qua e là indicati, valersi del presente per ispiegare il passato, e, non foss'altro, divenir meno superbi di quello, e più indulgenti verso di questo. Soggiungeremo che il Grignaschi trovò credenti ed apostoli non pochi nelle diocesi d'Asti, Novara, Casale, anche probi e colti, da' quali fu tenuto in reputazione di santità anche dopo che le sue dottrine andarono condannate; e oggi stesso non mancano veneratori al Profeta e al suo mistero.

Alcuni seguaci ebbe pure il polacco Adamo Mickiewic[633], e più Andrea Towianski, il quale, dalla Svizzera tornando spesso a Torino, guadagnò proseliti a quella che intitola l'Opera di Dio; persuadendo che dalla presente corruzione non si possa uscire se non accettando il soccorso del Signore, il quale ora appunto dà la sua misericordia alla Chiesa e alle nazioni. Tutta la luce del Towianski riposa in questa unità, d'adempiere la volontà di Dio mediante i sagrifizj di Gesù Cristo; e crede che Dio nella sua misericordia permetta oggi d'estendere l'azione salutare della Chiesa chiamando l'uomo a conoscer meglio que' sagrifizj, ed applicarli alla vita privata e pubblica. Non proclama egli dunque una dottrina nuova, ma la grazia e la vita che riconciliano con Dio e col prossimo, e credesi eletto per ricevere il pensiero di Dio e trasmetterlo a quest'età. Un libro suo intitolato il Banchetto (Biesada) lo fece perseguitar a Parigi come a Roma, ma dichiarò non esser che una improvida raccolta di conversazioni intorno all'epoca superiore della via e del regno di Gesù Cristo. Quei che gli credettero esercitano l'amore con zelo e calma, quasi donati di particolar luce cristiana dalla misericordia divina[634], ma i Cattolici domandano donde egli deduca la sua missione.

È ben notevole come, fra tanto mareggiare nel dubbio e tanto fremere d'anime nate all'odio, s'incontrino ancora esempj d'allegrezza esultante o di profonda tristezza nel contemplare ciò ch'è fuori di questa valle di lacrime, astraendosi dalle presenti materialità per affissare in Dio il pensiero, la volontà, il sentimento, e abbandonandosi alla carità, talvolta sin al peccato, e sin a dare un carattere sensuale all'amor divino. Una nostra leggenda racconta d'un artista che dipingeva una Madonna Assunta sopra una cupola altissima. Per osservar l'effetto d'una mano tesa verso la terra, egli piegossi indietro senza avvertire che il palco finiva, e ne precipitava a sicura morte. Ma in quell'atto stese la sua alla mano ch'egli stesso avea dipinta, e quella il prese e lo sostenne, sicchè fu salvo dalla credenza nell'opera propria.

In un secolo di tanti errori, le opere e le istituzioni non sarieno bastate senza il sussidio della scienza; nè questa mancò. La teologia si tenne sempre all'altezza che le è propria, singolarmente in Roma come scienza della Chiesa cattolica, immobile nelle verità dogmatiche, progressiva nello scoprir le relazioni fra i termini. Perocchè la Chiesa, oltre il pensiero immutabile, eterno come Dio, ne ha uno sottomesso all'andar del tempo e de' luoghi; quello è il dogma rivelato, questo è scienza umana delle opinioni che al dogma s'innestano, e perciò partecipa della maggiore o minor cultura, e dee progredire colle dottrine e la civiltà, non solo pareggiandole nello sviluppo, ma sovrastandovi in estensione, profondità, eccellenza[635]. Come Napoleone quando vagiva ad Ajaccio non era quello che vinceva ad Austerliz, così la teologia è diversa in sant'Agostino e in san Tommaso, negli scolastici e nel Bellarmino. L'unità e l'uniformità sono due cose distinte, e un Padre notò che la veste di Cristo era inconsutile, ma quella della Chiesa ha diversi colori; ed oggi è mutato il modo di studiare il sovrintelligibile e di ridurlo coll'intelligibile a una concordia che il vulgo crede impossibile. Nell'esaminare la dottrina, gli effetti della dottrina, i titoli della dottrina, deve la teologia procedere sinteticamente, giacchè la dogmatica cattolica è il più compatto sistema che sia e la maggior unità, dove ogni dogma è tutta la scienza, nè l'uno può dall'altro disgregarsi senza intaccare l'integrità; a differenza dell'eresia che s'industria nell'analisi spicciolata, disgiungendo il fedele dalla Chiesa, il cristiano da Cristo, la fede dalla carità. Pei Cattolici la rivelazione è perenne nella Chiesa, come il sagrifizio; e non rivela o ispira cose nuove, ma tien perennemente viva la ispirazione originale, e fa che l'umano pensiero e la società cristiana viepiù s'addentri nelle verità rivelate. Quest'opera immanente e continua attribuì Cristo allo Spirito Santo che avrebbe mandato dal cielo dopo compiuta la redenzione. «Io (diceva) v'ho parlato stando presso di voi, ma fuori di voi: v'ho messo innanzi il corpo della verità; ma queste cose lo spirito Paracleto ve le suggerirà dentro; e sarà con voi in perpetuo, e voi lo conoscerete perchè sarà dentro di voi: egli è spirito di verità, e tutta ve la insegnerà: renderà testimonianza di me; mi glorificherà, perchè procede dal Padre come me, e da me stesso procede, e attinge dalla mia fonte, e riverserà a voi»[636]. Onde non v'è pericolo che l'insegnamento interiore discordi mai dall'esteriore, poichè sono due forme della stessa verità. Di qui la Chiesa trasse la preghiera con cui domanda lo Spirito che illuminandola la introduca in tutta la verità[637].

Le dispute fra probabilisti e tuzioristi non ci riguardano, e più volentieri diremo come la polemica applicò cognizioni complesse a sventare le ipotesi e i paradossi che i moderni aggiunsero agli antichi, discutendo le profezie, i miracoli, le testimonianze.

Il padre Pianciani nella Cosmogonia naturale comparata col Genesi difende il Pentateuco dagli attacchi de' naturalisti, come già avea fatto a Roma il Wiseman nelle famose Conferenze, abbandonando quei timidi che s'affiggono a interpretazioni troppo materiali, eppure astenendosi da affermazioni premature e compromettenti. Così il Ballerini, il Nardi, il Detorri, il Regis, il Gaude, il Pacifico, il padre Secondo Franco, il Ghiringhello... la teologia rinfrancarono colle scienze umane, e richiamarono le menti all'austera scienza dei dottori in quella ampiezza che comprende l'intelligenza come la sensitività, l'esame come la certezza naturale, la libera speculazione e l'autorità, l'indagine dei fatti interiori e la rigorosa deduzione de' principj. Tale affacciasi la teologia in san Tommaso, sulle cui orme vanno il padre Liberatore, il Capecelatro, l'Alimonda, il De Crescenzio (De intellectu philosophiæ 1863). Voghera discusse sulla podestà e infallibilità del papa e della Chiesa. Fin trenta edizioni ebbero le Istituzioni del padre Perrone, autore di opere insigni pei più dotti e per le scuole, come d'altre popolari, quali l'Apostolato cattolico e il proselitismo protestante; il Protestantismo e la regola di fede; il Piccolo catechismo intorno ai Barbetti e Valdesi; il Catechismo intorno alla Chiesa cattolica; il San Pietro a Roma; Lucilla disingannata, ove confutava un tristo libro del Monod.

L'Audisio, dopo educata l'eloquenza sacra, ragiona del diritto pubblico della Chiesa; come l'Avogadro, il conte Solaro della Margherita, i vescovi d'Imola, d'Ivrea, di Mondovì[638] ed altri dibattono le quistioni sociali e civili: e non è per difetto di maestri se sì mal le conosce quella turba che più crede sapere quanto ha meno studiato. Essa rinfaccia che non vi sono più i Tommasi, i Bellarmino: quasi gli Ariosti, i Galilei, i Raffaelli abbondino nella presente universale decadenza. Ben è a dire che la discussione è difficile quando l'oppositore ignora i principj, come non si può convincere dell'assurdità del moto perpetuo chi non sa gli elementi della meccanica.

In concorrenza con imprese forestiere, le compilazioni della Biblioteca Ecclesiastica, della Biblioteca dei padri e dottori latini diffusero studj di cui troppo era bisogno.

Alle produzioni dell'esegesi tedesca, e del razionalismo contro l'ispirazione e la canonicità delle Scritture non abbastanza si opposero studj d'ermeneutica sacra, e di patristica[639], e quell'alta teologia che eleva la critica ad invenzione; pure possiamo compiacerci del Secchi, di Bernardo Rossi, del Maj, del Patrizj, del Cavedoni; l'Ungarelli e il Vercellone compirono sul testo sacro lavori da non iscomparir a petto di qualunque straniero, e mostrare che l'intelletto umano sa rivendicar la sua indipendenza sempre, e lanciarsi all'esercizio individuale anche commentando.

Le bestemmie mistagogiche del Renan eccitarono a risposte il Passaglia, il Capecelatro, il Ghiringhello, l'Isola, il De Riso, il Delitala, il Grimaldi, l'Arnaldi, il Vitrioli e molti altri; dopo i quali la semplice lettura de' vangeli basta a convincerci che, al sommar de' conti, il nostro Cristo è migliore che non tutte coteste invenzioni.

Del resto la teologia ha una storia come l'altre scienze, ed è nobile esercizio dell'attività intellettuale il seguitarne le fasi; in che guisa gli atti della ragione umana s'applicarono al divino oggetto della rivelazione; con qual metodo queste verità furono esposte, spiegate, provate, combattute; qual nuova filosofia di Dio e dell'uomo ne origina: qual parte ha esercitato nell'incivilimento umano e nel progresso della società. Ma se si tornerà al bisogno del vero per altre vie, bisognerà bene che la teologia si atteggi al nuovo arringo, giustificando i fatti su cui fonda la sua autorità, a norma delle presenti condizioni dello spirito umano e delle profonde modificazioni che la controversia religiosa ora subì: alleandosi intrepidamente alla scienza per arrivare alla grande unione della fede, del raziocinio, dell'esperienza.

La predicazione si fece più austera che non avesse cominciato col Barbieri; e se possiamo citare pochi oratori che accoppiino familiarità e decoro, logica rigorosa ed eloquenza passionata, è consolante che in molti luoghi si tengono conferenze (Bausa, Franco, Perrone, ecc.) per trattare dottrinalmente i punti che gli avversarj gettano in pubblico. Si estesero le missioni, in cui pare che il sopravvenire d'un prete straniero a predicare e confessare ridesti le coscienze, assopite alla voce del parroco consueto.

Dalle altezze della filosofia come s'inizia l'errore così è necessario proceda e si rinfranchi la difesa della verità. Nè qui ci mancarono sommi ingegni.

Già al vulgare sensismo di Locke e di Condillac[640] eransi opposti fra di noi il cardinale Gerdil, che sostenne non poter l'idea dell'ente derivare dai sensi, e neppure esser idea formata: il Falletti, che al canone della sensazione surrogò il leibniziano della ragione sufficiente e la generale idea dell'essere, dedotta dal pensante; Ermenegildo Pino, che il principio d'una scienza universale trova nella natura divina, sorgente della ragione umana. Pure non tolsero che le inezie sensiste fossero propagate fra noi, senza malizia dal padre Soave e con arte dal Lalebasque (Pasquale Borelli) e dagli ex-preti Compagnoni, che tradusse il Tracy, e Melchior Gioja, il quale della morale faceva un ramo dell'economia politica e una scienza della felicità, sicchè ponea fra i delitti punibili il digiunare, il celibato, il mortificar la carne. Verso la verità e la natura si tentò ritornare o per via dell'ecclettismo coi Francesi, o del senso comune cogli Scozzesi, cercando conoscere la natura dell'uomo e la sua finale destinazione. Le dottrine di Kant, che toglievano la coscienza all'intelletto relegandola nella sensibilità, non ebbero molto seguito fra noi, dove furono limpidamente esposte e oppugnate da Pasquale Galluppi.

Il siciliano padre Gioachino Ventura (1792-1861), fermo a innestare la filosofia sulla rivelazione, ripudia l'intuito delle idee eterne; e staccato dal tradizionalismo di Bonald e di Lamennais, ricusanti ogni certezza fuor della parola di Dio, s'attenne a san Tommaso, il quale insegna che come la Grazia suppone la natura, così la fede suppone la ragione. Pertanto dalla prima opera sua De modo philosophandi modificossi assai. Dietro a quella sì cara illusione dell'alleanza della libertà politica colla religione cattolica, lasciossi trarre nel turbine rivoluzionario; ma lo svolgersi degli avvenimenti, che sono la logica delle idee, gli portò quella rettificazione de' proprj concetti che è la ricompensa delle intelligenze sincere. Le sue lettere a una protestante sono calzanti; come belle le ultime prove di temperar colla fede così la libertà civile come l'autorità sovrana, di librare la ragion filosofica colla cattolica; al qual uopo portò anche sul pergamo l'esposizione dottrinale del dogma.

Mentre i razionalisti dicono «La ragione è tutto», e i tradizionalisti «La ragione è nulla», noi diciamo «La fede e la ragione si scontrano nella verità» e su ciò fondasi la dottrina di Antonio Rosmini roveretano (1797-1855) che vuol elevare il mondo della scienza e della verità sulle ruine della sofistica e della menzogna. Pose egli innata l'idea dell'essere possibile, che poi accostò all'ente reale, svolgendola in tutta la comprensione e le forme, e repudiando quelli che trascurano i vincoli, per cui tutti gli enti sono connessi fra loro. Teologo al tempo stesso che argutissimo dialettico ed eminente filosofo, trattò le quistioni più scabrose e sottili, e se per quelle della coscienza fu denunziato alla Congregazione dell'Indice, ebbe la gloria d'uscirne senza taccia, a gran conforto della numerosa schiera de' suoi seguaci[641]. La sua Teosofia comparsa postuma fu giudicata l'opera più poderosa che si leggesse dopo san Tommaso. Di specchiata virtù e sincera fede, dalle eminenti speculazioni scendeva alle più minute pratiche della vita e della pietà; istituì i sacerdoti della Carità per l'esercizio d'ogni opera utile al prossimo, e le suore della Provvidenza per istruire fanciulle. In giorni procellosi pubblicò le Cinque Piaghe della Chiesa, ch'erano, la separazione del popolo dal clero nel pubblico culto, l'insufficiente educazione del clero inferiore, la disunione dei vescovi, la nomina di questi lasciata al poter laicale, la servitù de' beni ecclesiastici. L'acerbità di qualche espressione e la inopportunità coi tempi fecero censurare quest'opera, e l'autore vi si sottopose docilmente.

Non così piegossi il Gioberti, del quale ripetutamente avemmo a discorrere, e che rifacendo con metodo sintetico, ed esponendo con stile retorico la filosofia cattolica tradizionale dell'ente, già con finissima analisi esposta dal Rosmini, la esagerò sino alla formola L'Ente crea l'esistente: ponendo così fra sè e l'autore del Nuovo Saggio un inutile dissenso. Con forza irresistibile abbatte psicologi e soggettivisti, peccando però nel giudicar tali alcuni che nol sono.

Nè vuolsi dissimulare che i più dei filosofi nominati sono ecclesiastici, smentendo anche in ciò coloro che appajano chierica e ignoranza[642]. Si schierano essi sotto que' due campioni, Rosmini e Gioberti, pure mirando a qualche novità; e come la teologia li rattiene da teorie esiziali alla morale e al diritto, nella metafisica sostengono generalmente l'elemento intellettuale objettivo, l'intuizione immediata del primo vero, pertinenza divina, respingendo così lo scetticismo.

Il Saggio teoretico del diritto del gesuita Tapparelli sverta, come le dottrine sensiste del Locke e del Condillac, così le cesariane del Burlamacchi e del Romagnosi; subordina il diritto alla morale, senza però confondere il giusto coll'onesto, esterno quello, interno questo, quello obbligatorio, questo spontaneo.

Il padre Bonfiglio Mora e il Sanseverino (Philosophia christiana cum antiqua, et nova comparata 1862) posero la filosofia cristiana a riscontro della moderna.

Augusto Conti cerca il metodo compositivo, fondato sulla coscienza dell'uomo, non già solitario, ma con tutte le sue relazioni, le quali bisogna riconoscere quali sono: onde in una comprensione universale riunisce gli aspetti particolari del soggetto filosofico, per arrivare alla rigenerazione morale della coscienza.

Il Bertini nella Idea d'una filosofia della vita combatte l'antropomorfismo, cioè l'umanesimo esagerato, che supponendo originalmente buono l'uomo, deve immaginare un Dio nient'altro che clemente, la cui giustizia vendicativa è mera finzione andromorfica: e pensa che la filosofia critica, la quale, per dimostrare la veracità dell'umana intelligenza si vale soltanto dell'intelligenza, non può arrivare ad alcuna ferma conclusione. Sgomentato dall'assalto mossogli da Ausonio Franchi nella Filosofia delle Scuole italiane, scivolò cogli scettici, e ne' Dialoghi sulla questione religiosa (1861) pose a colloquio un teologo inetto, con un filosofo arguto, il quale argomenta che la certezza della fede non deriva da motivi religiosi, ma da atto della volontà: e che ogni religione, la quale faccia dipendere la salute dell'anima da certe credenze, è di necessità intollerante.

E sia pur vero che la ragione naturale non possa generare una fede sopranaturale; ma ciò non importa ch'essa non arrivi a generar una certezza naturale e piena. Ripudiamo poi affatto quel suo distinguere il dio teologico dal dio filosofico, del quale non importa tanto accertare l'esistenza, quanto formarsi un giusto concetto della sua natura; giacchè, si affermi o si neghi l'esistenza sua, egli se ne compiace del pari, purchè ciò venga da convinzione.

Come non deploreremmo tante avventatezze e fantasie buttate fuori col titolo di filosofia della storia? la quale non potrebbe essere che un connettere gli avvenimenti positivi a un piano divino, sicchè dall'avvenuto può argomentarsi quel che avverrà. Ma perduta la fede perdesi anche la ragione; laonde i sistemi nuovi son immaginazioni o ciarlatanesimo per annebbiar le menti giovanili nelle scuole imposte dal governo, in modo che neppur conoscano i fatti. Perocchè già vedemmo come da Cartesio, passando per Spinosa e Kant, s'arrivasse alla completa dissoluzione con Hegel: moda tedesca che vuolsi impiantare in Italia dopo che i suoi la repudiarono. Il dubbio di Kant è la fonte de' traviamenti moderni, e bisogna guarirne tornando all'esperienza e al buon senso. Ma l'esperienza deve estendersi a tutti i fatti, non restringersi a qualche applicazione, come fa quando esclude il sentimento, quando ama e odia, e le opinioni proclama come principj, e dal regno materiale deduce le leggi dello spirito, più nella novità confidando che nella verità, allettando col bizzarro anzichè col semplice e naturale, più ch'altro temendo la disapprovazione de' giornali e l'obblio de' contemporanei. Così pretendesi andar alla conquista della verità spogliandosi di parte delle armi che si possedono: a forza di sottigliezze si trae un codice di obbligazioni da un principio che non le racchiude: adopransi a turbare la ragione maggiori sforzi che non se ne vorrebbero a trarre dal buon senso facili regole, e revocare gli spiriti a se stessi, cioè al bene. Iddio ha dato all'uomo pensiero, libertà, amore, diverse e stupende realtà, colle quali mira alla realtà infinita; a Dio che è luce alla ragione, oggetto all'amore, scopo alla volontà, che egli fece, ma che non costringe.

Principio della filosofia è, la ragione esser capace di discerner il vero nell'ordine morale, e quel complesso di massime che costituiscono la religione naturale. La religione riconosce questa forza alla ragione: sol nega che essa sia sovrana: onde può benissimo associarsi colla filosofia, purchè questa convincasi che la religione è divina, che non si compone di tesi discutibili una a una, ma d'un accordo di dogmi rivelati dalla verità eterna in un libro sacro, affidato a un'autorità viva e infallibile. La filosofia erra quando le sue conclusioni contraddicono al dogma: ma possono allearsi mediante un atto reciproco. Per parte della religione, esso sta nelle decisioni dogmatiche della Chiesa: resta che la filosofia pronunzii il suo: e forse essa non potrà progredire se non ammettendo qual postulato la coesione del finito coll'infinito, della libertà colla necessità, della creatura col creatore; invocando la fede ad attestare la permanenza del me, e dare alla verità una sanzione superiore alla filosofica.

Al cristianesimo, la cui direzione è essenzialmente tradizionale, conferisce non poco la storia. Che se ella era stata, come alcuno definì, una vasta congiura contro la verità; se, non collocando gli uomini al loro tempo, facea piuttosto romanzi, e supponeva agli uomini e al tempo propositi che non ebbero perchè non aveano ragione di averli, e calunniava la verità nel passato per opprimerla nel presente; alcuni la revocarono a migliori uffizj, e istrutti dall'urtar in tante ruine di cose che credeansi immortali, esaminarono il vario indirizzo che via via presero il pensiero e l'attività degli uomini: col che i fatti non appajono più come fenomeni accidentali, ma sviluppo, seguito, effetto di precedenti, causa di susseguenti. Tale ci pare trovarla nei lavori del padre Tosti, del Capecelatro, del Balbo[643], del Troya, del Cantù, del Mozzoni. E ben della storia fatta seriamente e con un pensiero calmo e imparziale fa bisogno tra le passioni e i pregiudizj, e quando la critica è sì morta da lasciar credere a tutto ciò che venga asserito ne' libelli; i Congregandisti, i Calderari, i Gesuiti avvelenatori ed assassini, i Paolotti cospiratori, le monache prostitute, l'accordo fra clericali e borbonici, a Roma il brigantaggio pagato col denaro di san Pietro, la cuffia del silenzio a Napoli, e tant'altre menzogne elevate fino all'assurdità; quando un'ignoranza prodigiosa presta alla Chiesa dottrine di fantasia, assolutamente diverse, talvolta opposte alle sue.

Le storie contemporanee son tutte ossesse dalle passioni, e servili all'opinione decretata e adulatrice: pure alcune potranno leggersi non senza profitto, come il Farini e il Ravitti.

Non abbiamo una storia ecclesiastica, e fu tradotta persino una, che in grandissima parte non era se non traduzione dell'Orsi. Le vite dei papi ricevemmo da stranieri, e se le Memorie del cardinale Pacca ci introdussero ai dolori di Pio VII, quelle del cardinale Consalvi dovemmo aspettare da Francia.

Il padre Brunengo nelle Origini della sovranità temporale dei papi, e il Theiner nel Codex diplomaticus dominii temporalis sanctæ sedis, hanno raccolto tutti i documenti che chiariscono l'origine e i progressi del principato pontifizio; questo principato esposto ogni tratto ad assalti cui sembra dover inevitabilmente soccombere e che poi ne risorge, perchè dietro ad esso stanno la libertà e l'indipendenza della Chiesa.

E ripetiamo come la restaurazione e la difesa della verità cattolica sia stata assunta da molti laici. Ed «è bene (come disse un di noi in parlamento) che la protesta venga da chi dai frati, dai preti, dai vescovi, non ha nulla a chiedere, nulla a sperare nè per sè nè pe' suoi; nulla, se non che all'estremo giorno lo mandino confortato nella fiducia del perdono».

In ajuto della verità venne anche l'archeologia, frugando le catacombe, e traendone fin un'iscrizione del 71 di Cristo, affreschi del primo secolo, vasi di vetro, sculture del II, III, IV, musaici del IV, illustrati dal Marchi, dal Garrucci, da G. B. Rossi, che danno risposta senza replica alle negazioni di protestanti e razionalisti.

Non saremo noi che loderemo quelli che abusano della pietà con leggende indiscrete, e con idee antiquate, servili, irose convertono la religione in istrumento di riazione. Nè malgrado questo inverecondo abuso saremo noi che condanneremo la libertà della stampa, mercè della quale ci è dato di francamente saettare coloro che la fanno detestabile e i Governi che la depravano. Una stampa gladiatoria che si sostiene col quotidiano stimolante dell'empietà e del sensualismo, in gara d'immoralità grossolane contaminando ed avvilendo gl'intelletti e i cuori, e dando una febbre di bugia e d'esagerazione la quale tratto tratto prorompe in rivoluzioni, parve essere disapprovata dalla Chiesa, ma disapprovate anche certe censure legali, che lasciano la parola soltanto all'errore e alla tirannia. Congratulandoci di aver ottenuto le libertà a cui tutta la vita aspirammo, la libertà di far il nostro dovere, di pretendere il giusto, di dire il vero a tutto nostro rischio e pericolo, gemiamo delle restrizioni che vi domandano persone ignare del giusto, ostili al vero, impaccianti il bene.

Pio IX esortò più volte i Cattolici a ribattere colla stampa la bugia e l'immoralità sotto la guida de' proprj vescovi[644]. E dacchè quel che un tempo le madri, la scuola, il pulpito, oggi lo fanno unicamente gli opuscoli e i giornali, e questi, in gara di paradossi, schizzano ogni giorno il lor veleno a milioni di lettori, ogni giorno ripetendo che il papa è un brigante, i preti ingannatori e riazionarj, Cristo un romanzo; e irresistibilmente tiranneggiando deputati, ministri, popoli, sicchè non osano attaccarli nè il fisco nè la finanza, moralmente costringono gli uni a commetter l'ingiustizia, gli altri a neppur riconoscerla, e sanzionano il male col dichiararlo bene, parve un dovere l'adoprar gli stromenti dell'errore e del delitto a tutela della verità, a salvare gli avanzi del buon senso e della buona creanza. Fra i molti giornali vuol distinta menzione la Civiltà Cattolica, fondata «collo scopo di proclamare la riverenza del suddito alla legittima autorità e del superiore ad ogni diritto dei sudditi, subordinazione della forza alla legge morale, unità di morale sotto l'insegnamento della Chiesa cattolica, unità della Chiesa sotto il governo del vicario di Cristo»; e il santo padre ne perpetuò l'esistenza erigendone la compilazione in collegio gesuitico[645]. Se non che le due parti possono ingannarsi nell'eccesso dell'ammirazione e della denigrazione: e la verità, quando non converte, irrita. Ma chi mira a un grande scopo sacrifica i dissensi secondarj, e in faccia all'urgente pericolo sociale è colpa lo scindersi su quistioni parziali, e l'arrogarsi di decidere che è fuori della Chiesa chi non ne fu legalmente respinto. Le questioni sociali, politiche, economiche, sono da ciascun fedele risolute secondo il Vangelo, che è legge suprema, inappellabile. Ma non sempre si scorge a prima vista il principio morale, secondo cui va sciolta una quistione complessa d'economia sociale; poi i mezzi d'applicazione differiscono secondo gli spiriti e le considerazioni da cui sono dominati. Tale diversità di particolari costituisce la vita; e la carità c'impone di usar tanto più di amorevolezza e tolleranza, quanto meno ne aspettiamo il ricambio.

Queste erano industrie individuali; ma ridesti tutti gli errori delle età passate, proclamatine di nuovi; la Riforma, da analitica e religiosa fattasi sintetica e civile, diretta a corrompere la società tornandola pagana, invadendo tutti gli ordini dialettici e le appartenenze della vita civile, era necessario che la Chiesa v'opponesse i rimedj eroici che usò ne' tempi peggiori. Che se un Concilio è ora difficile, quando la onnipotenza degli Stati ha tolto alla Chiesa quella libertà, colla quale un tempo udiva e ascoltava gli ordini del suo capo, e vedeva i fedeli docili alle sue decisioni, benchè non munite di bajonette, di multe, di carceri; d'altro lato la miracolosa facilità delle comunicazioni fra i più lontani può supplire a quello che una volta non otteneasi che colla riunione. Pio IX pensò dunque raccogliere le molteplici decisioni delle varie chiese intorno all'immacolata concezione di Maria.

Già indicammo per un errore de' più divulgati come de' più funesti il dire che la dommatica cristiana si presentasse dapprima come vaga e imperfetta, nè acquistasse forma determinata e senso evidente che poco a poco. Questo ridurla alla condizione delle opinioni umane, non solo attenua ma distrugge il cristianesimo, gli toglie il carattere divino della fede e la legittima autorità sulle anime. Il Verbo incarnato diede tutta la perfezione alla verità religiosa: nulla potette esservi aggiunto: la Chiesa fu custode del deposito, non impedendo però le investigazioni, e quel che Vincenzo Lerinese chiama i progressi della luce nell'unità dogmatica. Se non si avesse che la parola scritta non si darebbe progresso. Colla tradizione invece, l'albero, rimanendo pur lo stesso, si sviluppa: le generazioni, ereditando la sapienza de' padri, v'aggiungono qualcosa di proprio. Nella costituzione Ineffabilis Deus dell'8 dicembre 1851 il pontefice riconobbe, colle parole d'un antico, che il dogma stesso cresce quanto all'esteriore manifestazione, mediante la virtù educativa della Chiesa, sempre però nel senso medesimo[646].

Il mistero dell'immacolata concezione era un diamante chiuso nella pietra, cavatone poi ma scabro, indi lavorato, alfine messo in isplendida luce. I teologi, anche i più fra i Domenicani che pur n'erano considerati come avversarj, lo riconosceano: veniva festeggiato con particolare solennità; era proibito il disputarne o chiamarlo in dubbio. Già Benedetto XIV avea fatto stendere la bolla per proclamarlo dogmaticamente, poi gli avvenimenti lo rattennero. Ora Pio IX, nei giorni più miserabili del suo esiglio a Gaeta, come se le tempeste politiche in nulla scotessero la nave di Pietro, mandò una circolare ai vescovi, interrogando l'opinione delle loro chiese su quell'asserto, e se gioverebbe definirlo dogmaticamente. Uditone il voto, più di ducento si adunarono col sacro collegio, fra cui più devoti quelli di Francia, quasi ad espiare le senili reluttanze gallicane; nè vollero tampoco discutere i termini dell'apostolica decisione, colla quale il dicembre 1854 fu definito come dogma che Maria Vergine fu concetta senza la macchia originale.

La Chiesa adunque, mediante il suo senso tradizionale, leggeva in modo chiaro e formale il dogma dell'Immacolata Concezione in quel libro confidato alla sua prudenza, ove ad essa «è dato conoscere il mistero del regno di Dio, mentre agli altri è proposto in parabole, sicchè vedendo nol veggano, e udendo nol comprendano»[647]; insieme riconosceasi la fondamentale, eppur negletta fede nel peccato originale, e sublimavasi la dignità della donna, fra la quale e il maligno fu dichiarata dal principio eterna l'inimicizia. Quest'atto ove una concordia e unanimità colla Santa Sede, qual mai non si era veduta ne' secoli precedenti, facea spiccare il senso dell'episcopato disperso nella parola di colui che accentra in sè la vita della Chiesa, recava nuovo consolidamento all'autorità suprema di Pietro[648] che, cosa insolita, definiva un dogma dalla cattedra senza il concorso formale della Chiesa adunata in Concilio. Tutta la cristianità ne fece festa: alcuni pochi reluttarono[649], e i soliti fragorosi vollero condannarlo, senza tampoco intenderne nè il fondo, nè i motivi, nè la portata.

Altro atto segnalato di Pio IX e documento d'alta autorità fu l'enciclica Quanta cura dell'8 dicembre 1864. Il fatto capitale del nostro tempo è il conflitto della rivoluzione colla società: quella trionfa dapertutto fin nelle azioni e nei detti di coloro che la combattono: sola Roma resiste colle lotte aperte dell'intelligenza e le secrete dell'anima. Come tiranno ogni principe, così i ciarlieri chiamano antipatriotico ogni uom religioso; ma non è vero ch'essa osteggi la libertà politica perchè mette l'autorità divina sopra le fantasie del giudizio umano: condanna la libertà che invade le cose certe e inviolabili; non la ricusa nelle contingenti; e aspira solo al governo morale d'un mondo, cui è più vanto lo sprezzare che il comandare. Quistioni le più ardite, affermazioni che sgomentano una società, capace solo di dubitare e negare, si discutono a Roma, perchè si è sicuri di giungere all'evidenza mediante il legittimo uso della ragione. E sebbene Roma abbia sempre repugnato dall'offrirsi come una specie di suprema consulta che dottrinalmente pronunzii sopra punti teorici, senza che dagli avvenimenti siano sottoposti di forza alla sua giurisdizione, in questi ultimi tempi derogò dalla proverbiale sua lentezza nel formulare avvisi intorno a questioni di grave importanza per la dottrina e la condotta.

Nella presente enciclica esponeva il pontefice qualmente gli antecessori suoi, difendendo la religione, la verità, la giustizia, avessero avuto a cuore di svelare e condannar le eresie, contrarie alla fede e all'onestà, e causa delle rivoluzioni che funestano la Chiesa e lo Stato; egli stesso in varj atti aver riprovato i mostruosi errori che oggi recano tanta jattura alle anime e alla civil società; vie più detestabili in quanto mirano a distruggere la salutare forza che la Chiesa Cattolica deve esercitare non meno verso gli individui che verso le nazioni, i popoli, i sovrani, e l'armonia fra il sacerdozio e l'impero; ed applicando allo Stato il principio del naturalismo, insegnano che il progresso civile esige una società costituita e governata senza riguardo alla religione, o senza divario tra la vera e le false; non si reprimano i violatori della cattolica se non lo richieda la pubblica quiete; si proclami in ogni società bene costituita la libertà di coscienza e di culto, e a ciascun cittadino facciasi illimitato arbitrio di manifestare i proprj pensieri a voce o per iscritto.

Rimossa la religione dalla società, si ottenebra la nozione del giusto, e al dritto si sostituisce la forza materiale, onde si annunzia che la volontà del popolo è legge suprema, ad onta d'ogni argomento umano o divino, e diventano diritto i fatti compiuti. Ammesso ciò, la società non ha altro scopo che di procacciarsi ricchezze, altra cupidigia che di comodi e piaceri; si riprovano gli Ordini religiosi; si limita la facoltà di far limosina; non si rispettano i giorni festivi, come ripugnanti alla pubblica economia. Perfin dalle famiglie si vuole svellere la religione, asserendo la società domestica esista solo in forza della legge civile; da questa dipendere i diritti de' genitori e specialmente quello d'istruire ed educare i figliuoli, con ciò allontanando dai giovani non ancora depravati la dottrina cattolica; e a tal uopo sottraendoli al clero, dichiarato nemico al progresso.

Altri impugnano i diritti della Chiesa e della santa sede sulle cose d'ordine esteriore, sottomettendole all'arbitrio dell'autorità civile, sino ad affermare che le leggi ecclesiastiche non obblighino in coscienza nè abbiano vigore se non siano promulgate dalla podestà civile. Per conseguenza non badano alle condanne contro le società secrete e gli usurpatori de' possessi della Chiesa; anzi dicono conforme al diritto pubblico e alla teologia che questi il Governo rivendichi; non essere la podestà ecclesiastica distinta e indipendente dalla civile; potersi negar obbedienza ai decreti della sede apostolica che non riguardino il bene generale della Chiesa, i suoi diritti e la disciplina.

Altre empie dottrine sono disseminate con libri, opuscoli, giornali avversi a verità e giustizia, fino a negare la divinità di Cristo. Pertanto i vescovi raddoppino di zelo per allontanare il gregge dai pascoli insalubri, e mostrare ai fedeli che anche la felicità terrestre dipende dalla religione; che la podestà regia è conferita non pel solo governo del mondo, ma per presidio della Chiesa, e ai principi niuna cosa può recar tanta gloria e vantaggio quanto il lasciare che la Chiesa usi delle sue leggi e della sua libertà.

A ottener tutto ciò il pontefice invocava le preghiere e la penitenza, e perciò bandiva un giubileo.

All'enciclica andava compagno l'indice (Syllabus) di ottanta errori, ch'esso pontefice in diversi tempi avea notati in lettere encicliche o allocuzioni, e che formavano un complesso di dottrine sulla Chiesa e i suoi diritti: sullo Stato e i limiti della sua podestà; sulle ragioni della famiglia; sulla fede e la ragione; insomma su quanto è di vivo ed attuale nell'umanità. Il sillabo li distribuiva sotto dieci capi. Il primo concerneva il panteismo, il naturalismo, il razionalismo assoluto, cioè la negazione della personalità o della providenza divina, della rivelazione, de' miracoli scritturali. Il secondo il razionalismo moderato, che equipara la teologia e la filosofia, e crede possa la ragione per forze proprie giungere alla vera scienza de' dogmi, nè si deva sottomettere la filosofia a veruna autorità, ma trattarne senza alcun riguardo alla rivelazione. Il terzo riguarda gl'indifferenti e i latitudinarj, che non pongono divario fra le religioni; e anche fuori affatto della Chiesa di Cristo poter salvarsi. Nel quarto si combattono il socialismo e comunismo, le società clandestine, le bibliche ed altre che tendono a sfrenare il clero e i fedeli. Nel quinto enumera errori intorno alla Chiesa e a' suoi diritti; cioè quelli che la fanno dipendente dal governo civile, che asseriscono i papi e i Concilj ecumenici avere trasceso i limiti della loro podestà e invaso quella de' principi: avere errato nel definir punti di fede e disciplina; non aver la Chiesa diritto ad alcuna podestà temporale diretta e indiretta; non ad acquistare e possedere; non a dominio temporale; non a immunità o foro privilegiato; non alla direzione dell'insegnamento teologico: il romano pontefice non esser principe libero, operante nella Chiesa universale; il pontificato potersi trasferire in altro vescovo o altra città; istituirsi chiese nazionali, disgiunte dall'autorità papale, e Concilj nazionali, che definiscano assolutamente.

Il sesto gruppo colpisce errori intorno alla società civile in sè e rispetto alla Chiesa; cioè l'ingerenza dello Stato anche nelle cose sacre, come fa coll'exequatur, coll'appellazione d'abuso, coll'annullare i concordati, col giudicare le istruzioni che i pastori della Chiesa pubblicano a regola delle coscienze, e far decreti sopra l'amministrazione dei sacramenti; col dirigere l'istruzione delle scuole pubbliche e fin de' seminarj, e sottrarre al clero l'insegnamento, che così, separato dalla fede, cerchi solo le cose naturali e i vantaggi materiali; coll'impedir che i vescovi e i fedeli comunichino col papa, e voler presentare i vescovi e fin deporli, proibire o limitare la professione monastica, e autorizzare chi la abbandona; sopprimere famiglie religiose e benefizj e occuparne i beni; e proporre che la Chiesa deva segregarsi lo Stato.

Quanto all'etica naturale, riprovava il tener la morale come indipendente dalla sanzione religiosa e dall'autorità divina ed ecclesiastica, l'asserire che uniche forze siano le materiali, nella cui somma consista l'autorità; che i fatti compiti equivalgano a diritto, per quanto ingiusti; che sia obbligo assoluto il non intervento; che si possa ribellarsi al legittimo principe, e per amor di patria mancare al giuramento e trascorrere a iniquità.

Nel capo ottavo appuntavasi il matrimonio civile, dove il sacramento è considerato mero accessorio, sicchè non sia indissolubile, e possano contrarlo anche gli ecclesiastici.

Il nono riguarda il principato civile del pontefice, e l'asserire assolutamente che l'annullarlo gioverebbe alla Chiesa.

Il decimo colpisce quel liberalismo odierno, che non vuol più la cattolica come unica religione dello Stato, ma pretende piena libertà di culti; e vuole che il pontefice non solo possa, ma debba venir a transazioni con siffatto liberalismo.

Il sinodo tridentino aveva raccolto tutti i dettati ereticali e pronunziatone l'anatema, segnando la precisa linea fra la verità e l'errore, senza transazioni nè compromessi. Altrettanto faceva il sillabo in tanta nuova esitanza, combattendo il falso senza serbare alcun legame con esso; colpendo l'eresia intellettuale del razionalismo o panteismo, l'eresia sociale della statolatria, l'eresia religiosa di separare la civiltà dalla rivelazione. Allora negavasi il papato nell'ordine religioso, ora negasi nell'ordine della civiltà, indietreggiando alle dottrine pagane: quello volle ravvivar la pietà e la fede de' credenti, questo richiamar la civiltà cristiana all'autorità, ridurre in armonia la scienza colla fede, la patria colla Chiesa, la libertà colla legge, la vita con Cristo, e con ciò salvare non men la Chiesa che la società, scassinate da quegli errori.

Non c'è vituperio che non siasi lanciato a questa enciclica e al sillabo, più che nel secolo precedente alla bolla Unigenitus. Non teologi, non moralisti, neppur uomini di Stato, ma le persone meno competenti, e più passionate, giovani che non sanno il catechismo e ancor meno perchè credergli, la sentenziarono d'eccessiva, se non altro d'inopportuna; e che valea meglio tacere, e non suscitare nuovi, o irritare vecchi nemici. In Francia i giornali la tradussero con istrane alterazioni, che parevano d'insigne mala fede, sinchè fu dimostrato ch'erano d'ignoranza. Non importa: le loro asserzioni vennero aggradite dalla solita spensieratezza del pubblico, e tanto più che il Governo, il quale ne permetteva la discussione non solo, ma fin l'adulterazione ai giornalisti, vietò ai vescovi di pubblicarla.

In Italia s'accettò quella disapprovazione come tutto quanto arriva di Francia, e senza prender cura neppur di leggerlo[650], si fe dire al papa quel che mai non avea; s'interpretò a capriccio; se ne fece un mostro che atterrisse i deboli e desse ridere ai capameni; e nel frasario plateale restò come una «sfida alla civiltà, alla filosofia, alla ragione».

Delle opportunità è giudice la Chiesa stessa; e se gli avversarj ne tolsero pretesto a molestarla, n'avrebbero côlto un altro o fattolo nascere. Non vedemmo anche nel Cinquecento imputarsi il papa delle inimicizie che si suscitarono a lui, o ch'erano suscitate dall'averlo abbandonato? Ben è notevole che, mentre in Francia fu proibito di pubblicare il sillabo, e condannato per abuso il vescovo che lo sostenesse, nel Belgio, nella Gran Bretagna, nell'America, in Germania fu divulgato liberamente, combattuto, difeso, senza che ne pericolasse lo Stato. E mentre i discorsi che i re pronunziano dal trono sono discussi per un momento, poi dimenticati, questa parola rimase; fu intesa dal mondo tutto, nel mondo tutto combattuta, eppure i secoli non ne cancelleranno una proposizione[651].

Il sillabo non obbliga se non quei che gli credono; non adopra coazione: siete voi così illiberali da impedire a me d'avergli fede? E il papa potè pubblicarlo perchè libero: se fosse suddito poteasi impedirglielo, come vorreste voi; voi abborrenti dalla libertà, mentre dal sillabo nessuna libertà fu tolta in nessun luogo, nè rotta veruna istituzione moderna. A cotesti freddi fanatici vorremmo chiedere se la Chiesa non abbia tanto diritto di difendersi, quanto essi ne pretendono d'assalirla. Tutti i giorni baldanzeggiano oltraggi contro ad essa, al papa, a Cristo; si cospira alla Camera colla parola, alle Università coll'insegnamento, ne' giornali colla sguajataggine, nei caffè colla vulgarità, nei teatri colle rappresentazioni, colle armi fra le bande cui non può frenare nè il ministero nè il re; i Governi non indietreggiano da nessuna odiosità, da nessun ridicolo per regolamentare una Chiesa, di cui o sconoscono o rinnegano le dottrine; fomentano la diserzione del sacerdote e l'apostasia: stipendiano chi dalle cattedre impugni Dio, l'anima, la ragione; dichiari immorale il vangelo, superstizioso ogni culto, scimmia l'uomo, vera soltanto la materia, cancro della religione e della società il pontefice; sono divulgati dalla stampa e usufruttati dagli abili quanti irrompono voti sacrileghi, sentimenti atroci; è applaudito ad ogni follia che si stampi, a ogni dio che si inalzi, a ogni sètta che rinnovi il grandioso libertinaggio dell'antico gnosticismo accoppiando il burlesco e il sublime. Quando mai Cristo fu tanto esposto agli sputacchi della frenesia patrizia, della ricca plebe, della ciurma scrivente? I principi che un tempo tormentavano il papa in secreto, ora l'assalgono apertamente, volendo esser Attila piuttosto che Carlomagno, e gli impongono urlando di benedirli. La nazione più non fa risalir al cielo le sue prosperità e le sue sventure, nè la preghiera attraversa più le lacrime di questa valle per salire a Dio. Non credendo che in sè, bisogna giungere a non obbedire che a sè, non preoccuparsi che de' bisogni fisici, degli appetiti sensuali; non cercar l'intelligenza che per far crescere i bisogni, ed eccitare a nuovi godimenti.

Ebbene! se un cristiano alza la voce, e denunzia questa rinnovata barbarie alla pubblica coscienza, se una libera voce ne avverte i fedeli, perchè dovrebbero esserne maledetti? Perchè scandolezzarsi quando il papa e i vescovi si lagnano di tante ingiustizie; quando proclamano che la società non dev'essere abbandonata all'arbitrio di una persona o d'un parlamento: quando fra tanti disastri fisici compiangono i morali? Presto si arriva a praticare i vizj che si cessa di biasimare, e la Chiesa che ordina i fedeli al vero e al giusto, come può non protestare contro la falsità e l'ingiustizia, contro gli errori del pensiero che possono recar sì gravi disastri? Essa vuole l'inviolabilità del diritto e del giuramento, la riverenza al potere, anzichè la rivoluzione, la quale nasce dall'egoismo che fa preferire la volontà, gl'interessi, la gloria propria all'altrui, e per rivendicarli conculcare i diritti del prossimo. Dottrine contrarie corrompono; la santa sede, guardiana delle massime sociali, non deve premunire? Essa che fa predominare l'idea sopra i fatti, può non condannare la dottrina de' fatti compiuti, la sovranità del fine, l'egoismo del non intervento, la legittimità del pugnale, l'onnipotenza del numero, la ribellione come unico rimedio al despotismo elevato sulla base della democrazia? Questi errori sociali erano già combattuti da economisti, da filosofi, da politici; quanto più lo doveano dalla Chiesa, stato perfetto, ideale normale, che vuole il vero assoluto?

Che tutti siano raccolti «nell'unità della fede e nella conoscenza del Figliuol di Dio»[652] è l'aspirazione della Chiesa: ma ciò le toglie forse di correggere anche, come un padre cui spetta il dovere di garantire i figliuoli dai proprj istinti o dalla seduzione? le toglie di curarsi delle istituzioni civili, di metter le verità divine sopra gli opinamenti umani? L'enciclica e il sillabo non fanno, nè domandano di più: cercano la pace intellettuale e il rinascimento delle convinzioni.

Quando si volle sbandir dalle scuole i classici profani come tarlo della società, prelati e dottori difesero i metodi antichi[653]. Così è della filosofia pagana. V'è chi attenua le forze dell'uomo, o spingendosi coi Luterani fino a negare il libero arbitrio, o fermandosi ad attaccare il valore della ragione individuale, o dando all'atto umano spiegazioni che pajono compromettere la libertà. Chi ammetteva non aver l'uomo cognizioni se non per una rivelazione primitiva (tradizionalisti) non potea riconoscere altra scienza che la divina, e perciò escludere la filosofia. Ma nel 1855 essendo sorta una scuola che annichilava i titoli della ragione, Pio IX proclamava l'accordo della ragione colla fede, entrambi derivanti dalla stessa fonte immutabile di verità che è Dio, e le prove razionali esser valevoli a dimostrarne l'esistenza, la spiritualità dell'anima, il libero arbitrio; l'uso della ragione preceder la fede; bene san Tommaso, san Bonaventura e altri scolastici aver proclamato che la ragione umana è una tal quale partecipazione della ragione divina, e aver messo le prove razionali come preamboli della fede; il raziocinio dell'uomo non creare la verità, ma trovarla: prima d'esser trovata esiste: quando la trovammo ci migliora[654]. Il cristiano non crede prima di ragionare; obbedisce perchè crede, sicchè l'obbedienza è atto di ragione come di fede.

Parimenti nel sillabo è difesa la ragione dai sofismi dell'identità de' contrarj; è frenata quell'esorbitanza che giunge fino all'onnipotente nulla di Feuerbach, fino a negar tutto, anche la fede. Pure molti tennero ancora la filosofia in discredito; riguardando la ragione come non affatto accecata dalla primitiva caduta, ma sì poco veggente che nulla può aspettarsi da ciò ch'ella insegni. I savj non negano la competenza della ragione nelle quistioni di cause prime e cause finali; la rivelazione stessa presuppone una serie di certezze razionali, senza di cui non si può nè stabilir la fede nè renderne conto.

Quando, dopo la rivoluzione del 1830, a Parigi pubblicavasi con buone intenzioni l'Avenir, che proclamava la libertà dei culti e la segregazione della Chiesa dallo Stato, Roma dichiarò che tali dottrine non possono essere presentate da un cattolico come un bene desiderabile, sebbene in alcune eventualità la prudenza esiga di tollerare pel minor male. Chi applaudirebbe all'indifferentismo delle leggi fra il vero e il falso? l'irresponsabilità morale dell'errore come si concilia colla morale obbligazione di cercar il vero? Pure, se male è l'errore, può non esser male la legge che lo tollera. Il soffrire gli acattolici, come Dio fa levare il sole anche sopra l'empio, è prudenza civile, e Roma vi si conforma. Oggi gli Stati ammettono che ciascuno professi la sua religione con egual libertà, ed ottenga l'egual protezione pel suo culto. Ne deriva maggior unità nel corpo sociale, perchè tutti gli abitanti d'un paese, qualunque ne siano le credenze, son più interamente cittadini della stessa patria; e la religione cattolica, cui virtù prima è la carità, accetta questa condizione, massime dove il dissenso è già entrato, perocchè dove tutti i cittadini fossero unanimi nel vero, neppur bene relativo sarebbe il seminar lo scandalo e la discordia. Altro però è l'ordine civile e temporale, altro lo spirituale e religioso; tutte le credenze religiose restino eguali avanti alla legge, ma non avanti alla verità, e il papa condannando l'indifferentismo, fa distinzione tra la verità dottrinale e la possibilità pratica. Una volta l'infedele, lo scomunicato era un ente maledetto, con cui non doveasi cambiare parola: ora Gregorio XVI ricevette affettuosamente il capo della Chiesa rutena, persecutore accannito della nostra: ma non per questo si deve imporre come norma di civiltà l'anarchia delle intelligenze, nè le necessità relative trasformare in pratiche assolute.

Il dichiarare che uno può giungere a salute in qualunque credenza purchè osservi le leggi morali, e che ogni culto sia buono, è tolleranza che la religione cattolica non può accettare, come il geometra non accetterebbe che un quadrato possa esser il doppio d'un altro, come le accademie repudiano chi propone il moto perpetuo, la quadratura del circolo, la trisezione dell'angolo. L'uomo non ha l'arbitrio di credere quel che vuole, bensì il dovere di credere la verità, e il diritto di giungervi per mezzo della persuasione, non mai della violenza. Non è una strada su cui, partendo da due estremi, si possa incontrarsi a mezzo: la verità è indivisibile, nè si può abbandonarne una parte: suo carattere costitutivo è l'esser una, immutabile, universale, indefettibile, e di generar la certezza. Non può dunque transigere coll'errore, nè riconoscer il diritto di professarlo, o accettare gli acconcimi chimerici e funesti che altri gli propone nel solo scopo d'inimicarle l'opinione plebea. Con ciò la Chiesa non s'arroga di giudicar le coscienze o accorciare la misericordia di Dio: nè esclude dalla salute quelli che stanno incolpabilmente nell'errore, oppure quanto all'arcane disposizioni dell'animo e della Grazia ponno appartenere tuttavia al regno interiore di Dio e alla Chiesa spirituale, che accoglie in seno molti figliuoli non appartenenti alla sua comunione esteriore. Molto meno gli esclude dalla carità, e dalla tolleranza civile che concede l'esercizio di tutti i diritti anche ai seguaci d'altra religione: in ciò la visione del diritto concorda coll'insegnamento evangelico. Il meglio d'una società considerata umanamente può richiedere si lascino praticare varj culti; ma l'impedire per ciò di considerar come religione dello Stato la cattolica, è ciò che il sillabo riprova.

A questo documento applicando le norme più ovvie della buona interpretazione, primamente bisognerà distinguere le proposizioni assolute dalle relative, potendo talvolta esser falso in tesi quel ch'è ammissibile in ipotesi. Alcuna delle proposizioni è condannata qualor si prenda come universale e assoluta. Per esempio, chi «mette come obbligatorio il principio del non intervento», condanna ogni intromissione ne' conflitti altrui, mentre il farlo no, l'accorrer nella casa del vicino quand'esso batte la moglie, il separare due che si accoltellano, il disarmare l'assassino, se anche non fossero obblighi di carità, sono regole di condotta, e questa può esser buona o cattiva, savia o imprudente.

La condanna d'una proposizione falsa non implica necessariamente l'affermazione della contraria, che potrebb'essere ella pure un errore. Il negare che un corpo sia bianco non significa che è nero. Chi dice che non è vero che in aprile piova sempre, non asserisce che faccia sempre sereno. Il non ammettere che sia identico liberale e onest'uomo, non esclude che il liberale possa essere onesto. Il sillabo appunta il dire in forma assoluta che «è permesso ricusar obbedienza ai principi legittimi»: ma non è necessaria illazione che in nessun caso ciò sia permesso.

Talune proposizioni si condannano perchè equivoche o sconfinate, e sol nel senso di chi le dice. Così alla sentenza che «la suprema sociale perfezione e il progresso civile, ætate hac nostra, esigono imperiosamente che la società umana sia costituita e governata senza tener conto della religione, senza metter divario tra la vera e la falsa», chi in tali termini si soscriverebbe? o al dire che nessuna autorità ecclesiastica o civile deve a nessun cittadino restringere la libertà illimitata (omnimoda) di manifestare e dichiarare i proprj concetti, qualunque sieno, colla voce, colla stampa o in qualsiasi altro modo?

È a riflettere inoltre che questo è un indice che dà i titoli, le rubriche delle condanne, o piuttosto delle note, il cui vero tenore esplicito bisogna ricavare dal documento proprio cui si riferisce; e che esso indice nella sua concisione può sembrare esorbitante dove non l'è il testo[655].

La logica impone ancora di pesare i termini delle proposizioni condannate. In un atto sciaguratamente solenne si era detto che il papa può e deve riconciliarsi, transigere colla civiltà moderna. Se lo deve e nol fa, egli manca al suo dovere. Or donde a costoro il diritto di sentenziar che il pontefice vien meno a ciò che deve? Poi transigere vuol dire mutarsi, cedere alquanto del suo per mettersi d'accordo con un altro. Ora la verità non può mutarsi, nè rimetter ombra de' suoi diritti per accordarsi coll'errore. Dicendo papa, intendete non l'uomo o il principe, sibbene la religione. Ma con ciò che la civiltà ha di bene, certo non fa contrasto la religione, nè quindi ha duopo di transigere; dovrebb'ella accordarsi con quel che ha di male? Dicono che essa non camminò collo spirito moderno. Or bene, qual è la verità cattolica che sia divenuta errore, o l'errore che sia divenuto verità? Iddio non dà una legge a ciascun secolo. Se intendete per civiltà strade di ferro, telegrafi, vapori, scienze, arti, Roma non solo non vi ripugna, ma n'è attrice e promotrice. Essa è l'autorità che regola il progresso; ma non per questo vi si incurva, non l'accetta quando presume abbatter tutto il passato, rompere la tradizione della verità, confondere il bene e il male, negar il sopranaturale e il dogma, proporre unico bene il godimento attuale; quel progresso che è l'idolatria dell'io umano. Se intendasi dei governi rappresentativi, delle elezioni popolari, della discussione a voce o per iscritto, queste son forme che la Chiesa praticò prima che i Governi; ma scaltrisce i popoli allorchè, sotto i nomi speciosi di civiltà, di libertà, si mascherano errori religiosi, intellettuali, morali, politici, sociali.

La Chiesa condanna gli abusi delle libertà politiche, e il voler di queste far la regola assoluta di condotta, come condannò le tirannie dispotiche[656]; ma non riprova le costituzioni, anzi le benedice col permettere vi si presti giuramento. Acconciandosi alle necessità del tempo e delle cose in cui vive, fa il ben possibile, pur reclamando il bene desiderabile; irremovibile nei dogmi, cammina colla società quando questa non ricalcitra alle idee, immutabili anch'esse, del diritto, della giustizia e dell'autorità, dell'obbedienza, del vizio, della virtù.

Ora che la voce di libertà è in così varj toni cantata dai cortigiani della folla; che con essa ubriaca le passioni chi vuol salire in alto; salito, trovasi incapace di resistere a nuovi sopraggiunti per la via stessa, talchè trovandosi disarmato in faccia all'anarchia, dall'indipendenza disordinata non sa che rifuggire alla dittatura democratica, la quale, non potendo legittimarsi colle idee, si sorregge colla pura forza, facendone stromento di universale depressione, e sol concedendo l'arbitrio di tutto ciò che contamina il cuore e l'intelletto delle moltitudini: ora che al dominio sfrenato si surroga il dominio corrotto, togliendo ogni stima al Governo, ogni devozione all'autorità, solleticando vergognosamente gl'interessi e l'avidità di godimenti vivi, istantanei, incalzantisi; chiamando bene tutto ciò che serve, male tutto ciò che resiste, la Chiesa sola dovea considerar inerte questo conflitto della libertà che senza autorità è anarchia, e dell'autorità che senza libertà è tirannide?[657]

La ragione, inorgoglita dei progressi che crede aver fatti senza la Chiesa, e che affidò ai Governi, crede bastar da sola a raggiungere qualunque verità, a governare il mondo secolarizzando la scienza, la politica, il lavoro. Pretensioni opposte ha la Chiesa, e queste esprime l'enciclica, che domanda alla ragione umana soltanto di non ribellarsi alla ragione divina; domanda ai popoli non che rimpastino i loro codici, o rineghino i principj decantati, ma solo che lascino la piena libertà del bene, che non concedano all'errore i diritti che competono alla sola verità, che non turbino colle loro ingerenze la famiglia, ultimo ricovero della libertà e dignità morale. Essa protesta contro lo spirito del secolo, tutto spedienti, freddo calcolo di utilità, ingordigia di guadagno, e vuol che non credasi costretta a riconciliarsi coi vantati progressi, bensì che essi si riconciliino col vangelo; che almeno ne' paesi liberi non si imponga alla Chiesa di stare separata dallo Stato; nè che l'autorità derivi dalla maggioranza delle teste, nè che il fine giustifichi i mezzi, che la ingiustizia fortunata abolisca la santità del diritto.

No: il cristianesimo non è un ascetismo, che deva tenersi lontano da quanto si riferisce all'umano consorzio; esso è idea e vita, sistema e spirito; e perciò è ingiustizia il segregarlo dallo Stato. Chi ammetta che la Chiesa possiede essa sola la verità, e con questa i più puri principj di giustizia, di saviezza e di tutte le virtù sociali, deve pur credere che una società diretta da essa sarebbe, anche nell'ordine temporale, la più perfetta e felice, e perciò la più desiderabile, sebben non sempre possibile.

È artifizio della rivoluzione (lo ripetemmo) l'impadronirsi di alcune idee dell'epoca, vantarsene inventrice, e volerle impiantare in onta all'ordine. Così fece la Riforma; così la rivoluzione d'adesso, col gridare alto le idee dell'89, la fratellanza, la libertà, l'eguaglianza in faccia alla legge, i poteri elettivi, i governi parlamentari, i congressi, tutti concetti che la società cristiana possedeva già, e che mai non ha repudiato; essa che ha il vangelo per statuto, l'elezione per applicarlo. Se alcuni si sbigottiscono di questa vertigine del mutare, del sovvertire, del rinnegare il passato, e si angustiano nello scrupoloso ribrezzo d'ogni novità, v'è cattolici che lealmente accettano le istituzioni moderne, che rassegnandosi alla necessità degli scandali, confidano nel progresso providenziale; avendo sempre visto la Chiesa camminar alla testa della civiltà per rialzare tutto, tutto salvare, tutto unire.

Il sillabo è il documento che continuo si rinfaccia al sommo pontefice, accusandolo di sostenere la verità pura, mentre accusavasi di non badar che al suo dominio temporale; accusandolo di avverso alla società, mentre la difendeva contro gli errori più ad essa perniciosi. Perocchè coloro che testè aveano detto «Crocifiggilo, non vogliam altro re che Cesare», ormai annunziano apertamente, «Fra il tronco cattolico e l'ascia democratica non resta che la corona». I lamenti del papa attestano che non si può chiedergli accordi quando non gli si usano che torti: eppure fra tante prove non mancano consolazioni a quei che si sentono qualche fiamma nel cuore, qualche elevazione nello spirito, e la più insigne è il vedere la concordia di tutti i vescovi del mondo col pontefice: verso il quale, non spinti dall'obbedienza, ma attratti dall'amore accorsero nel 1854 tutti, eccetto gl'italiani che non fossero esuli: e tra le faccie irose e le bocche spumanti degli avversarj, che lo minacciano eppur disperano, egli minacciato eppur sicuro e sereno, ricordarsi che l'Uom Dio fu pure l'uom dei dolori, dell'ingratitudine, delle calunnie, degli insulti, benedire alla intera cristianità, e pregar Dio che non domandi troppo severo conto ai persecutori, nè le pietre del diroccato Vaticano rotolino ad abbattere troni, case, tombe.

Ancor più magnifico fu il vedere, nel 1867, mentre voci autorizzate intimavano che la fede è ita, che nessuno più crede alle storie vecchie, alle vecchie Bibbie, mentre l'ostilità sorda o dichiarata de' Governi scrollava quest'ultimo argine degli arbitrj, e il Governo più vicino sconsacrava le chiese, disperdeva i monaci, carpiva i beni della carità, e intimava a Dio «Vattene dal mio regno; ritirati nel tuo cielo»; a un semplice desiderio di questo così bersagliato pontefice, accorrere da tutte le parti del mondo i vescovi per santificare alcuni martiri del Giappone[658], e celebrare il XVIII centenario del martirio di san Pietro: accorrere su quel lembo di terra che ancor gli rimane, quasi ad attestar novamente non solo la loro sommessione alla suprema autorità, ma il bisogno che vi sia un paese indipendente da nazioni e da partiti, ove la Chiesa non sia tollerata come ospite[659], ma tutte le nazioni possano adunarsi come in casa propria: accorrere a riconoscere che, mentre in diciotto secoli tutto il mondo cambiò, e tutto oggi è sovvertimento e incertezza, sola immobile sta la pietra, sulla quale Cristo edificò la sua Chiesa. Le feste del 29 giugno ricordavano il concorso ai primi giubilei ne' secoli credenti, sicchè parve angusta la basilica vaticana: ma ciò che più colpiva era la serena e fiduciosa maestà del pontefice, che aveva una parola, un consiglio, un conforto per ciascuno dei quattrocento vescovi accorsi, fra cui quelli d'Italia che aveano sofferto, ma creduto, ammirato, sperato; per le innumerevoli compagnie di preti; per le cento città d'Italia che rappresentate da mille cinquecento cittadini, gli offersero ciascuna una raccolta di disegni e cenventi pagine d'indirizzi e una limosina filiale, che esprimessero la stabilità del papato e la devozione degli Italiani per esso. In tutte le lingue si predicò, si orò, si attestò che la fede non è morta, che l'unità non è scomposta, nè lo sarà fin alla consumazione dei secoli; che la società può esser ancora salvata dall'autorità, purchè non la demoliscano coloro che han maggiormente il dovere e il bisogno d'appoggiarvisi. Poichè la grandezza sta nella semplicità, racconteremo come l'ultimo giorno che il Santo Padre diede udienza ai vescovi che gli presentarono l'indirizzo di adesione incondizionata, mentre stava per dar loro la benedizione apostolica, si sentì suonare l'Angelus. E il papa alzatosi, recitò la salutazione angelica, e vi risposero i vescovi. Erano più della metà di quelli di tutto l'orbe cattolico, sicchè mai alla Madre di Dio non era stata offerta così solenne salutazione.

Immenso conforto ne dovette venire al cuore esulcerato del pontefice, il quale ai vescovi congregati diceva: «Con letizia voi circondate i sepolcri gloriosi de' beati apostoli Pietro e Paolo, e con somma devozione li venerate. Siete in Roma, e quasi con un senso di novità fissate lo sguardo nel sacerdote massimo, costituito sopra tutta la casa di Dio, che vedete impavido al suo posto parlar a tutti con fiducia, e tutti esortare all'integrità della fede e ad una inconcussa speranza, sino a che giunga l'aspettato giudizio. Siete in Roma, e tenete in cuore e vedete cogli occhi la solidità di quella pietra sopra la quale Cristo ha edificato la Chiesa. Mentre i progetti dei popoli sono sparsi al vento, i consultori della nequizia o cadono nella stoltezza, o sono sradicati dalla terra; e i superbi capitani colpiti in guerra; e i principi ingannatori confusi, questo edifizio sta fermo non per potenza d'armi e di re; ma nella parola di Dio. Le nazioni ascendono a questa Sionne dall'austro e dall'aquilone, dal mare e dal deserto, perchè questa terra, benchè piccola, può essere abitata senza timore, nè la spada oltrepassa i suoi confini: la pace e la sicurezza custodiscono le porte della Città. Voi gioite pensando che sol per le dovizie della bontà di Dio poteste convenire in questa santa Sionne; voi che poc'anzi vi siete trovati in tante angustie, che avete sostenuto afflizioni, obbrobrj, tribolazioni, carceri, e con pazienza avete sopportato la rapina dei vostri beni, veduto i templi di Dio convertiti in spelonche di ladroni: i tesori della casa di Dio mandati a distruzione e rapina: i sacerdoti rimossi dall'altare e cacciati dalle abitazioni loro, e le sacre vergini gementi e squallide. Ed ora confortate l'amarezza dell'animo con una santa esultanza. A questa partecipando, noi ci rallegriamo con voi, perchè avete ereditato gloria ed onore col patire, ed alle mitre vostre aggiungeste la corona d'oro della fortezza. In mezzo a tanta letizia dell'orbe cattolico, innalzate le preci al Signore che può salvare; state confidenti, nè abbiate paura della moltitudine de' nemici: non è abbreviata la mano del Signore, non è otturato il suo orecchio. Egli esaudirà, ed apparirà vestito di giustizia e di vendetta; snuderà la sua spada, e con essa percoterà le nazioni e i re che ignorarono la giustizia, e i popoli che contristarono il suo Cristo. Allora i giorni della tristezza e del lutto convertiransi in gaudio, e colle vesti delle giocondità canterete un nuovo cantico a colui che ci trasse dalle mani degli inimici; sederete, nella venustà della pace, nei tabernacoli della fiducia e nell'opulenza del riposo». E ai rappresentanti d'Italia rispondea: «Da questo giorno comincia l'ora della misericordia. Han detto ch'io odio l'Italia. Deh se l'amai sempre! ho desiderato la sua felicità, e sallo Iddio quanto pregai e prego per questa infelice nazione. Non è unità quella che si fonda sull'egoismo. Non è benedetta l'unità che distrugge la carità e la giustizia, che conculca i diritti dei ministri di Dio, dei buoni fedeli, di tutti».

Come egli avea mostrato quanta fiducia metta nel voto de' vescovi suoi fratelli col radunarli intrepidamente attorno a sè, una splendida speranza diede alla Chiesa promettendo, ciò che mai non sarebbesi sperato in tanta incertezza di cose e ostilità d'eventi, di congregarli ben presto ad un Concilio generale, quasi la rivista che, alla vigilia d'una campale battaglia, fa chi è risoluto a morire, ma non avvilirsi davanti a nemico. Se più non occorre di fissare o chiarire dogmi, molto resterà a fare, per armar la scienza a lotte nuove contro il razionalismo irruente, che nega non solo la fede ma la ragione a nome del progresso; per vincere collo splendore della tradizione cattolica il conflitto tra ciò che v'ha di più vivo, l'amore o l'odio della libertà: fare dall'unità vivente e parlante in un Concilio accomodar la disciplina alle esigenze nuove; regolare il diritto canonico alle dottrine politiche ed economiche e ai problemi sociali; spiegare gli equivoci innestati dal delirio della stampa, potenza sconosciuta ai tempi addietro; vagliare il buon grano tra la paglia e il loglio delle teorie contemporanee; combinare le nuove relazioni della Chiesa collo Stato, sicchè possano la giustizia e la libertà ottenersi con mezzi giusti e liberali, e richiamarsi alla ragionevolezza, alla tolleranza, ai sentimenti della natura gli spiriti languenti nel dubbio, traviati dall'orgoglio, angustiati dall'egoismo.

NOTE

[626] In tal senso il tentativo più insigne fu l'Eirenicon del Pusey; bell'anima che fra gli Anglicani ridestò il sentimento religioso, rinnovò i riti del battesimo, conseguì che anche l'Inghilterra tollerasse i frati (e primi ad assumervi l'abito furono i Rosminiani); dissipò molte prevenzioni contro la Chiesa cattolica, e v'incamminò molti eletti spiriti, sebben egli non siavi per anco arrivato: onde Pio IX paragona quella scuola alle campane, che chiamano gli altri alla chiesa, esse non v'entrano. Pusey vorrebbe considerar la Chiesa greca, la latina, l'anglicana come tre rami d'uno stesso tronco, tre figlie d'una stessa madre, separate per dissensi non fondamentali, e che per iscambievole vantaggio dovrebbero riunirsi. È memorabile la risposta che vi fece il cardinal Patrizj nel 1865, di cui parlammo nel vol. I pag. 426. Vedi pure qui sopra, a pag. 448 e 489.

Fra i molti libri intorno all'Eirenicon è a raccomandare La pace nella verità del Harper.

Il 25 novembre 1865 fu tenuto un sinodo degli Unionisti inglesi con rappresentanti della Chiesa russa, per divisare come togliere lo scisma colla Chiesa romana. Gli Unionisti vorrebbero si mettesse da banda il dogma, e tutti si accordassero nella preghiera. Ma vi si risponde con sant'Agostino, Lex orandi, lex credendi: poter noi pregare pei, non coi fratelli separati; e l'unità non poter essere generata che dalla verità.

È qui luogo a citare l'opera d'un italiano, che compare adesso a Parigi col titolo La Primauté de Saint-Pierre prouvée par les titres que lui donne l'Église russe dans la liturgie, par le P. C. TONDINI barnabite. Egli mostra ne' libri liturgici, che la Chiesa russa ricevette dalla bisantina, contenersi evidenti prove della supremazia di san Pietro e de' suoi successori; e non solo supremazia d'onore, ma anche di giurisdizione, e allega ben quarantasei passi, che crede potrebbero di molto aumentarsi.

[627] Nel 1860 la Società Piana a Lucerna tenne un'adunanza generale, a cui convennero da cinquecento rappresentanti delle varie sezioni, e vi fu letta la risposta che Pio IX faceva all'indirizzo che cencinquantamila Svizzeri gli aveano spedito per consolarlo delle sue tribolazioni. I Bulgari venivano all'obbedienza, con migliaja di Greci scismatici.

Testè, nel Morning Herald giornale protestante, leggevo: «Il romanismo s'introduce sotto mille sembianze ne' nostri templi, ed è accettato benevolmente da gran parte dell'aristocrazia inglese. I nobili dell'Westend e di Belgrav vanno a confessarsi, e vi mandano i loro figliuoli. Questa perversione allaga la maggior parte della nostra città». E Finch soggiungeva: «Davvero io temo non v'abbia fra l'aristocrazia una sola famiglia esente dall'infezione del papismo».

Si sa quanto ivi proceda il ritualismo anche nella Chiesa legale, talchè si fanno altari stabili e non più solo di legno, si ardono ceri e incensi, si pongono crocifissi ecc. Di rimpatto in questi ultimi tempi la corte des Arches ebbe grandissima importanza per la grave quistione portatavi nel 1851 contro Gotham, ministro della Chiesa officiale, che sosteneva non esser necessario il battesimo: poi testè contro gli autori degli Essays and Reviews, che negavano l'autenticità e divina ispirazione de' libri santi, quindi l'unità della specie umana, la colpa originale, la redenzione, e perciò la personalità di Cristo e dello Spirito Santo ecc. Wilson e Williams furono condannati sopra alcuni punti speciali, ma sull'insieme furono rimandati. Appellaronsi al Consiglio Privato, e questo gli assolse. Tanto quella Chiesa legale è radicalmente impossibilitata a respingere l'eresia.

[628] N. BIANCHI, Storia Documentata ecc.

[629] Pascha Domini et fidelium.

I. Pascha, quod transitum sonat, theologice est transitus Dei ad hominem lapsum, hominisque lapsi ad Deum suum: unde vicissim reconjunctio fit post divisionem inter eos allatam a peccato originali.

Hujusmodi antem reconjunctio unius ad alterum stat et exurgit de mysterio corporis et sanguinis Jesu Christi, mediatoris inter Deum et hominem, qui propterea vinculum est hujus reciprocæ reconjunctionis hinc-inde-et-in se.

Per ipsum enim, et cum ipso et in ipso Creator redit ad creaturam suam, et vicissim creatura ad suum Creatorem; ac restauratur completurque hujusmodi regnum Dei, quod destructum fuit ab origine mundi. Christus est regnum Dei, et vita æterna; per ipsum enim regnat perpetuo Deus in hominem ob assumptam sibi humanitatem, ac perpetuo vivit in homine. Ultro oblatus est in cruce sacrificatus Christus pro peccatis mundi, ut iterum viveret vita æterna; abluit peccatores in sanguine suo, sibique eos adnectit tamquam palmites ad vitem, quod fit per sacramentum baptismatis. Sed sicut palmes diu nequit vivere in vite, neque crescere, nisi ipsa vites eidem tribuat de semetipsa in ejus alimoniam, et palmes sedulo accipiat, ita homo Christo insitus nequit diu vivere Christo, nisi Christus eidem se tradat in alimoniam, et christianus sedulo accipiat et manducet.

Quare Christus fecit ad hoc semetipsum panem ac potum, porrigitque carissimis germinibus, ut edant et inebrientur et crescant in regnum Dei, et vitæ æternæ fructus faciant uberrimos. Ita sane fuit Pascha Domini et fidelium, et hoc stat in mysterio corporis et sanguinis salutaris Dei.

II. Verumtamen Pascha, seu transitus Dei ad regnum in hominem lapsum, et vicissim hominis lapsi ad regnum in Deum, nondum impletum est. Necesse est enim ut ipsa natura humana lapsa assumatur in Christum, Christo unificetur, ac sic regnet in Deum, et Deus in eam. Tunc tantum plene restitutum erit regnum hoc, plenumque fiet Pascha inter Deum et hominem lapsum. Hæc est beata spes quam expectamus, et unde solummodo consummabitur homo in Deum.

Principio nonnisi caro hominis lapsi a verbo assumpta est in semetipsum, qui erat vita æterna. Caro autem hominis lapsi non est humana natura lapsa; et hæc uti talis nondum regnat in Deo. Modo humana lapsa natura non participat et communicat Deo, nisi prout communicat et participat Christo, mediatori inter Deum et homines; participat autem et communicat Christo, prout Christus participat et communicat cum homine lapso. Sed cum non assumpserit Verbum in semetipsum humanam naturam lapsam, bene vero carnem tantum hominis lapsi, patet quod Christus non participat et communicat humanæ lapsæ naturæ, nisi solummodo in ejus similitudine quatenus lapsa est. Licet enim Christus sit verus et realis homo, nullimode tamen de lapsis est, cum sit quidem in similitudinem lapsi hominis factus, sed absque peccato.

Quæ cum ita sint, omnino liquet huc usque hominem lapsum non participare et communicare Deo per Christum nisi per similitudinem, in quam lapsus est. Nondum enim Christus in naturam propriam accepit lapsam naturam humanam ipsam. Quare Pascha hoc Dei impletur in mysterio corporis et sanguinis Christi, quod est ipsum Pascha ac regnum nostrum ac Dei: implebitur autem mysterium corporis et sanguinis Christi cum implebitur ipse Christus: implebitur autem ipse Christus cum in ipso natura humana lapsa recepta fuerit; recipietur autem in Christo humana lapsa natura, cum electum de plebe a Patre ac de semine David Christus susceperit in semetipsum, et quocum unum fiet consummatum.

III. Pascha hoc in corpore et sanguine Christi, unde fiet tantopere desideratum a Deo regnum et expectatum ab hominibus, inceptum per Verbi incarnationem progressive pergit usque ad suum complementum.

Hinc, posito opere primo tamquam fundamento, manducaturus Christus Pascha suum cum discipulis suis, in ultima cœna, sic Lucæ 22 testatus est: «Dico vobis quia ex hoc (puncto temporis) non manducabo illud (Pascha) donec impleatur regnum Dei». Immediate enim ac statim a principio non potuit a Verbo in semetipsum suscipi lapsa humana natura, quæ maculata erat, maledicta et sub servitute peccati. Oportuit ergo ut a Verbo prius susciperetur humana caro simpliciter, et in ea homo factus pateretur, sicque in sanguinis sui pretio hominem lapsum redimeret, ablueret a peccatis et sanctificaret, ac, uno verbo, renovaret in ipso opus Dei. Quod cum perfectum sit, lapsa natura humana ejus qui Christo vivit, susceptibilis facta est in Christi naturam; et cum ipse eam susceperit implebitur Pascha et mysterium regni Dei, seu adveniet regnum Dei plenum.

Ex hisce sequitur quod hoc opus sit complementum Redemptionis a Redemptione exurgens; fit enim in virtute pretii sanguinis Christi, per quem passum et crucifixum, factus est homo lapsus denuo filius Dei, ac proinde susceptibilis in naturam ipsius Dei primogeniti ut fiat unum cum ipso, sicque regnum Dei appareat. Ipse Christus est qui meruit ut humana lapsa natura per semetipsum, cum semetipso, in semetipso uniretur Deo in perpetuum, unum facta in natura cum Christo ipso. Quare opus hoc, quod credimus et testamur perfectum esse his diebus, appellandum est Pascha de Paschate, redemptio de redemptione, crux de cruce.

Pascha quidem de Paschate, quia per transitum primum in Christo Dei in hominem, et hominis in Deum, quo posteriori Paschate hinc semper perfruuntur qui Christo vivunt, ac illud perficiunt in semetipsis magis magisque quo sæpius ac dignius sacramento corporis et sanguinis, ubi stat Pascha hoc, Christi impinguantur: tunc enim fit et completur Christus in multis, ac multi in Christo.

Redemptio de redemptione; quia per redemptionem primam qua Christus redemit hominem a servitute peccati, ac transtulit ad libertatem filiorum Dei, fit hæc secunda redemptio, primæ complementum, unde homo lapsus, ac in sanguine Christi regeneratus, in Christo modo assumitur de maledictione terræ ad regnum in Deum. Homo totus tunc est in Deo per Christum, ac per eumdem gloria et honore coronatur, paulo minus ab angelis imminutus accipit regnum Dei, in universa terra omnia subjiciens sub pedibus suis, dominans in medio inimicorum suorum, confringens reges, et conquassans capita, judicans in nationibus. Deus a dextris suis; propterea cum regnum acceperit in universa terra, de torrente omnipotentiæ ejus in via hac bibet, et exaltabit caput. Ita sane per redemptionem primam, qua homo lapsus in sanguine Christi ereptus est a servitute peccati ad libertatem filiorum Dei, a statu maledictionis ad illum benedictionis, dignus factus fuit qui etiam eriperetur ab exterioribus peccati et maledictionis consequentiis, quæ miseriæ sunt scilicet vitæ hujusmodi labores, dolores, humilatio humanæ dignitatis, mors etc. Quæ cum omnia in Christo victa sint dum homo lapsus in Christi naturam recipitur, ea sic vincit humana natura lapsa in Christo; accipitque in eo jura omnia restituta. Hæc est altera redemptionis victoria, ab illa exurgens et complens regnum Dei expectatum, et in terra revelandum in sua potestate, gloria et majestate. Revelabitur autem regnum hoc sic completum in Christo, cum revelabitur Christus ipse completus in gloria sua, et lætabuntur in rege suo et una cum eo regnum accipient in universa terra, a mari usque ad mare et a termino usque ad terminum orbis terrarum, donec omnia renovaverit et subjecerit sub pedibus suis, et evacuaverit omnem principatum et potestatem, et regnum tandem plenum et perfectum eorum qui scripti sunt in libro vitæ attulerit ad Patrem, reddita unicuique mercede sua.

Crux de cruce, quia, dum per hoc Pascha homo lapsus in Christum et vicissim transit, homo iste consequenter subit ipsam crucifixionem Christi in natura sua. Christi sacrificium in cruce consummatum manet naturaliter semper in hoc mundo, nec præterit; oportet enim illud continuo offerri Deo pro peccatis actualibus post baptismum commissis; ergo manet hic quotidie Christus crucifixus. Crucis hoc sacrificium non deficiet, nisi cum advenerit ævum sanctum, quando erit deleta iniquitas, et finem acceperit peccatum in populo Dei, et cum Christus etiam manebit in hunc mundum solummodo in gloria, in majestate sua, penitus devicta morte. Subiens iste ergo homo Christum in hac vita, ut fiat unum ac idem naturaliter cum eo, necessario subit crucifixum; in illo crucifigitur crucifixione ejus, seu ipsam crucifixionem ejus portat vere et naturaliter. Insuper fit ille qui positus est hic in signum, cui contradicetur: sicque denuo apparet contradictionis signum cui tenebrarum filii necessario contradicunt, et contra illud fremunt. Hinc reapse crux de cruce, unde renovabitur ac perficietur Jerusalem; cum vero hoc Paschatis mysterium revelabitur, videbitur Christus crucifixus se se offerens in sanguine suo citra mortem, cum sit ipse Christus mortuus resurrectus.

IV. Hisce de paschate lapsi hominis in Christum persolutis, modo nobis est inquirendum quomodo hoc mysterium fieri possit quin Christus immutetur, aut homo assumptus destituatur nullomodo. Quare hoc dicimus factum esse per consecrationem, et eodem ferme modo, quo sub speciebus panis et vini constituitur Christus in Missæ sacrificio, licet cum aliqua differentia. Quemadmodum enim, dum verba consecrationis proferuntur, panis et vinum, ut ita dicam, moriuntur et sub illorum speciebus Christus statuitur; ita etiam, proferente Deo eadem verba in homine, ille homo moritur, et ejus loco divina victima statuitur sub ejusdem figura. Non moritur ille homo uti homo, sed moritur uti homo ille, seu cessat esse homo ille qui erat, et reapse amplius non est ille homo qui erat, sed est homo Deus Christus. Caro, sanguis et anima ejus conversa sunt in carnem, sanguinem et animam Christi. In sacramento Eucharistiæ facta est destructio panis et vini substantiæ quæ pertransiit; in hoc autem nulla facta est detractio hominis; sed tantum immutata est per Dei omnipotentiam; adeo ut quæ fuit substantia simplicis hominis ea hominis-Dei facta sit. Nulla ergo hic fit detractio hominis substantiæ, sed natura ejus sic conversa et immutata in Christum adest, et adest meliori modo quam antea, seu eo melius existit quo meliorem eum fecit immutatio. Fecit igitur illum Deus corpus, sanguinem et animam Christi sui in terra viventium; et si ita fecit eum, ita est absque ulla contradictione, et est Jesus Mariæ filius, qui de ea natus est, passus est, atque mortuus resurrectus.

Sed dices: Si in hoc mysterio substantia hominis non destruitur assumpti, tunc esset in Christo duplex anima, et in ipso immixta essent caro et sanguis, quæ de virgine nata non sunt. Hinc immutaretur Christus, quod est absurdum. Anima hominis producta et inspirata fuit ab anima Verbi initio, quod autem e substantia Verbi emissum est non potest denuo ab illo absorbi?... Et hoc est quod evenit quoad animam hominis illius: absorpta est, et non destructa, et subsistit subsistentia Verbi, facta Verbum ipsum. Caro autem et sanguis Christi in ultima ejus ætate num ea fuere precise identice ipsa quæ de Virgine nata sunt? Non sane: quia in tempore substituta fuere ab alia carne et sanguine, quod per cibum efformatum fuit. Nihil ergo efficit quod caro et sanguis alius accedat ad Christum, dummodo substantialiter et in natura ei uniatur. Nam tunc illud carnis et sanguinis, in ejus naturam transactum, est reapse caro et sanguis Christi qui de Virgine natus est.

Assumpsit ergo Christus sibi naturam hominis illius, illamque sibi adjunxit perpetuo in naturam: et ille homo non est amplius homo ille, sed est homo-Deus Christus Jesus. Deo Gratias.

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