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Gli eretici d'Italia, vol. III (part 1 of 5)

Part 1 of 5 · Cantù, Cesare · Public domain text

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GLI ERETICI D'ITALIA

DISCORSI STORICI DI CESARE CANTÙ

Qui cathedram Petri, super quam fondata est Ecclesia, deserit, in Ecclesia non est: qui vero Ecclesiæ unitatem non tenet, nec fidem habet.

S. CIPRIANO, De Unitate Ecclesiæ.

VOLUME TERZO

TORINO UNIONE TIPOGRAFICO-EDITRICE Via Carlo Alberto, casa Pomba, Nº 33 1866

DISCORSO XXXIX.

GREGORIO XIII. SISTO V. EPISODIO FRANCESE.

Per la solita altalena, a Pio V fu dato successore Ugo Buoncompagni bolognese, che volle chiamarsi Gregorio XIII. Arrendevole e clemente fin a scapito della giustizia, le inclinazioni sue mondane dovette reprimere a fronte della riforma morale, e a fatica potè favorire un proprio figliuolo, niente i nipoti; esatto del resto ai doveri di capo dei fedeli, ad elevare alla mitra i migliori, a diffondere l'istruzione. Secondo i decreti tridentini stabilì una Congregazione della visita, che sopravedesse a quella di tutte le diocesi, e mandava visitatori apostolici che si faceano rendere i conti delle chiese, de' luoghi pii, delle fraternite, per quanto eccitassero scontentezze. Prescrisse che ogni cattedrale avesse un teologo (1573). Spendendo quanto Leon X, per riparare ai guasti cagionati da questo fondò e dotò ben ventitrè collegi, tra cui quello di tutte le nazioni, alla apertura del quale si pronunziarono discorsi in venticinque favelle; rifondò il Germanico, palestra di futuri atleti; uno pei Greci, che vi erano allevati al modo e col linguaggio e il rito patrio; uno Ungarico, uno Illirico a Loreto, uno pei Maroniti, uno per gl'Inglesi; rifabbricò il Collegio romano, istituì quello de' Neofiti, poi ne seminò per tutta Germania e Francia, e fin tre nel Giappone. Spese due milioni di scudi in fare studiare giovani poveri, e un milione in dotare zitelle[1]. A suggerimento di lui, il cardinale Ferdinando Medici aprì stamperia di cinquanta lingue orientali, spedì in Etiopia, ad Alessandria, in Antiochia eruditi viaggiatori, massime Giambattista e Girolamo Vecchietti fiorentini, che ne recarono codici.

Gregorio teneva una lista di quante persone fossero acconce al vescovado in tutta la cristianità; e così trovavasi informato all'occorrenza. Deputò il vescovo di Como agli Svizzeri per mantenerli in fede, e impedire s'unissero coi Protestanti: e il vescovo di Cremona Bonomo ad emendarvi il clero, nel che trovò grandi contrasti. Giovanni Delfino il 6 e 26 luglio 1572 scriveva al cardinal di Como Tolomeo Gallio, che a Vienna i diecimila italiani erano pervertiti da apostati, venienti dalla Savoja e dal Veneto; ma per ordine dell'imperatore dovettero partire.

Il decantato tipografo Frobenio, venuto a Roma, si finse cattolico, tantochè il papa l'accolse con grandi cortesie, ed esortavalo a rimanere; partendo, ebbe raccomandazioni da prelati, e istituì una tipografia cattolica a Friburgo; speculazione, come fu poi lo stampar tante opere in senso contrario a Basilea: dove il papa diede opera non si pubblicasse il Talmud.

Gregorio immortalò il suo pontificato colla riforma del calendario. Giulio Cesare l'avea corretto, fissando l'equinozio di primavera ai 25 marzo, e l'anno di trecensessantacinque giorni e sei ore; lo che è 11′ 42″ più del vero: laonde in cenventinove anni l'equinozio si anticipava d'un giorno. La Chiesa dovette prendersene cura, attesochè la pasqua cade nel plenilunio succedente all'equinozio di primavera. Il concilio Niceno del 325 già s'accorgeva che questo anticipavasi al 23 marzo, ma non si seppe indovinarne la ragione. Nel 1257 la precessione era di undici giorni; e fin d'allora si parlò d'una riforma, spesso tentata, non mai riuscita. La famosa Dieta d'Augusta non volle confessare tale anticipazione dell'equinozio, denunziandola per un lacciuolo della politica romana[2]. Come in tutti i Concilj, così nel Tridentino se ne discorse; poi a tal uopo Gregorio XIII convocò a Roma i personaggi meglio versati, e singolarmente il perugino Ignazio Danti domenicano e il gesuita Clavio di Bamberga, ma la formola vera fu rinvenuta da Luigi Lilio medico calabrese, e compita da suo fratello Antonio.

Il papa nel 1577 ne mandò copia a tutti i principi, le repubbliche, le accademie cattoliche; e avutane l'approvazione, nel 1582 pubblicò il nuovo calendario, sopprimendo dieci giorni fra il 5 e il 15 ottobre. L'anno vi è fissato di trecensessantacinque giorni, cinque ore, quarantanove minuti e dodici secondi; e che ogni quattro anni secolari, uno solo sia bisestile. La correzione è tanto prossima al vero (365g 5o 48′ 55″), che sol dopo quattromila ducentrentotto anni i minuti residui costituiranno un giorno. Per verità sarebbesi potuto, invece del ciclo di quattrocento anni, adottarne uno di trecencinquantacinque, che avrebbe dato l'errore non di ventisette secondi, ma soltanto di un decimo di secondo sull'effettiva durata dell'anno: sarebbesi potuto far coincindere il cominciamento dell'anno col solstizio, e di ciascun mese coll'entrar del sole ne' varj segni dello zodiaco, e assegnare trentun giorno a quelli fra l'equinozio di primavera e l'autunnale, trenta agli altri, e scemo il dicembre. Questi difetti s'apposero in fatti, ma ben più spiaceva ai Protestanti che il papa comandasse, fosse pure in fatto di calendario; vi vedeano un attentato alla libertà dei principi, un'usurpamento sull'indipendenza delle nazioni, un'arroganza di questa razza italiana; esclamavano ne andasse dell'onore e della dignità dell'impero germanico, si compromettesser le libertà gallicane, fosse un'ordita de' Gesuiti; un primo passo, che chi sa dove menerebbe! Com'è stile dell'opposizione parlamentare, se non altro voleasi mettervi qualche restrizione; e i Grigioni proponevano di levar cinque giorni, invece di dieci. E lenti furono i principi ad accettarlo; solo nel 1699 vi s'acconciarono i Protestanti di Germania, nel 1700 l'Olanda, la Danimarca, la Svizzera, nel 1752 l'Inghilterra, nel seguente la Svezia, e non ancora i Russi nè i Greci, che perciò trovansi in ritardo di tredici giorni sul calendario nostro; locchè deve chiamarsi indipendenza.

Di Sisto V succeduto papa resta una fama romanzesca, causata da dicerie popolari e da storie ciarlatanesche, fra cui quella di Gregorio Leti, veramente degna di servir di fonte alle empiamente fantastiche dei nostri contemporanei. Qui noi non abbiamo a provare nè a confutare, limitandoci solo alle cose che concernono il nostro assunto. Era Felice Peretti, nato umilmente il 15 dicembre 1521 a Montalto presso Ascoli, ove attendeva alla pastorizia finchè uno zio frate il tirò a Roma, lo fe studiare, e vestir francescano, nel qual Ordine ottenne tutte le dignità. Mentre predicava il 1552 ai Santi Apostoli in Roma fra generale ammirazione, gli arriva una lettera, che ripiglia i punti delle prediche di esso, e massime quelle che trattano della predestinazione, e a canto a ciascuno, Mentisci. Egli mandò la lettera al grande inquisitore ch'era Michele Ghislieri; ed ecco questo comparir nella cella di lui, e freddo, inesorabile, esaminarlo su tutti quei punti. Sisto V ricordossi sempre della terribile impressione causatagli da tale visita, ma rispose così appunto, che il Ghislieri ne pianse di tenerezza, e gli divenne amico e protettore. Unitosi al partito che avea tolto a riformar moralmente la Chiesa, il Peretti fu amico di sant'Ignazio, san Felice, san Filippo e d'altri; e zelando il giusto e il vero anche a fronte di persone autorevoli, riusciva poco amato. Fatto inquisitor della fede pel dominio veneto, due volte in Venezia corse pericolo per la gelosia di quel governo, e fuggendo disse: «Ho fatto voto di diventar papa, sicchè non potevo lasciarmi appiccare da costoro».

Pio IV lo pose teologo al Concilio di Trento; fu spedito legato in Ispagna pel processo dell'arcivescovo Caranza, de' cui scritti notò i varj passi di Protestanti che aveva ammessi. Divenne vescovo di Sant'Agata de' Goti, poi cardinale nel 1570; ma salito papa Gregorio XIII, al quale era poco gradito, si ritirò, stampò le opere di sant'Ambrogio, meglio de' precedenti e di Erasmo, e mostrossi smanioso di fabbricare più che nol comportassero i suoi mezzi.

Nessun più crede alla diceria che nel conclave comparisse come cascante e curvo sul bastoncello, per dar a sperare ai cardinali che presto morrebbe; poi appena eletto buttasse via la mazza e si raddrizzasse. Noi sappiamo che la sua candidatura era favorita e desiderata, come fu applaudita da poi[3]. Fatto papa, volle esserlo nella grandezza che le convinzioni sue gli attribuivano; e poichè i pontefici aveano perduto in potere quanto aveano acquistato in rispetto, egli volle recuperare anche il potere, spiegando una passione di giustizia, d'autorità, d'unità, sostenuta dal vigore d'un'anima ardente e d'un genio esteso, sicchè fu detto a Dio piacesse meglio la severità di Sisto che la santità di Pio.

Una storia di Sisto V in senso affatto opposto alla buffoneria del Leti, compilò il Novaes, nella quale, oltre il resto, son indicate le premure di esso papa per le manifatture della lana e della seta. A dir solo di quest'ultima, ordinò che per tutto lo Stato si piantassero almeno cinque gelsi ogni rubbio di terreno; al qual uopo somministrava quindici mila scudi dall'erario; onde si esteser anche le piantonaje, che poterono spacciarsi utilmente di fuori: nella sua villa, che poi divenne dei Massimi, molto propagò la coltura de' bachi, e volea stabilirvi fiere franche: in case attorno alla piazza di Termini fe porre filatoj e torcitoj. Avendo l'ebreo Magino di Gabriele veneto promesso un segreto per aver due ricolti l'anno, il papa gliene diede privilegio per sessant'anni, e di abitar colla sua famiglia fuori del ghetto, e il cinque per cento de' guadagni che la Camera apostolica trarrebbe da tale innovazione, più un'oncia ogni libbra di seta. Ma il trovato non riuscì.

Sisto eresse anche grandi edifizj, concepiti in senso religioso: protestò demolirebbe il Campidoglio se il popolo si ostinava a tenervi le statue che v'avea messo di Giove tonante fra Minerva e Apollo; e se lasciò Minerva, le sostituì alla lancia la croce; rizzò l'obelisco famoso in piazza del Vaticano, ma vi pose la croce e reliquie di santi: compiè la cupola di San Pietro, condusse l'acqua Marzia, congiunse con ampie vie le basiliche antiche.

Dopo gli ingenti dispendj di Leon X, Adriano VI avea trovato l'erario esausto, impegnate le gioje; ed essendosi egli proposto di non impor nuove gabelle nè centrar debiti, dovette parere spilorcio, e lasciò nel tesoro appena tremila scudi: pure avea mandato quarantamila ducati in Ungheria e tre navi ai cavalieri di Rodi per resistere ai Turchi. Clemente VII, il quale vide il maggior disastro che a Roma fosse mai tocco, introdusse nuove imposizioni, istituì prestiti, fra cui notevole il Monte della Fede per soccorrere Carlo V contro gl'irrompenti Musulmani. A Paolo III si attribuisce la prima ordinata imposizione sopra tutto lo Stato, qual fu il sussidio triennale, ma ed egli e i successori usarono sempre con grande riguardo delle gabelle e delle taglie. Spese immense sostenne Pio V nell'interno, oltre le quali, ebbe la campagna di Levante, coronata dalla battaglia di Lepanto; diede ajuto alla Francia, agli Inglesi cattolici, alla regina di Scozia; distribuì due milioni di scudi d'oro ai poveri, ne lasciò un milione nel tesoro, e cinquecentomila che maturavano fra tre mesi: e nella propria camera tredicimila scudi, destinati a limosine manuali, e centomila presso il mastro di casa.

Sisto V non introdusse un buon sistema: e chi lo conosceva allora? ma si fisse in mente che bisognava avere assai denaro per poter assai; onde, dopo avere speso secentomila scudi nella guerra de' Turchi, e cinquantamila per gli obelischi, ducentomila per l'Acqua Felice, ottocentomila per l'abbondanza, oltre le magnifiche fabbriche, ripose un tesoro di quattro milioni di scudi, che siamo meravigliati di trovare menzionato ancora ai giorni nostri nel trattato di Tolentino.

Non affatto scevro del nepotismo, fece cardinale suo nipote Alessandro Peretti di quattordici o quindici anni, con ricchi benefizj e pingui abbazie; ma questi ne fece ottimo uso; dotava cento zitelle l'anno, e oltre le limosine a mano, dispensò più d'un milione di scudi d'oro.

Memorabilissimo è l'aver Sisto V, alle sette congregazioni dell'Indice, dell'Inquisizione, dell'esecuzione e interpretazione del Concilio, de' vescovi, de' regolari, della segnatura, della consulta, cresciuto importanza e ordine, e aggiuntene altre otto; una per fondar vescovadi nuovi, una sopra i riti, le altre per ispacciare le cause temporali portate alla Santa Sede, a questa riservando le più gravi. Poco poi, nella Congregazione de propaganda fide, dovuta a Gregorio XV e a suo nipote Lodovico Lodovisi, tredici cardinali, tre prelati, un secretario furono destinati a diffondere la religione e dirigere i missionarj; che con portentosa attività dall'Alpi alle Ande, dal Tibet alla Scandinavia, dall'Irlanda alla Cina si spargono a convertire Protestanti, Maomettani, Buddisti, Nestoriani, Idolatri. E mentre la civiltà non portava ai selvaggi che acquavite per ubriacar sè, ed armi per uccider altri, era un portento l'aprire mondi interi senza violenza, e non soltanto recarvi un libro, ma fargliene applicare i dogmi, e ottenere sommessione all'autorità, abnegazione degli istinti, attuando il carattere della cattolicità, cioè la potenza di unificar l'umanità nel Cristo redentore. I prodigi dell'apostolato, coll'eroismo più disinteressato e coi miracoli più insigni si rinnovavano specialmente nelle missioni delle due Indie, sicchè di tante perdite in Europa i papi erano consolati ricevendo ambasciatori dall'Abissinia, dal Giappone, dalla Persia, dagli antichi imperi d'Oriente e dai nuovi d'America, dove s'istituivano vescovadi e conventi, scuole e spedali. Di poi Urbano VIII nel Seminario Apostolico preparò un vivajo di missionarj e un rifugio pei prelati che la Riforma spogliava: il cardinale Antonio Barberino vi istituì dodici posti pei Georgiani, Persi, Nestoriani, Giacobiti, Melchiti, Copti, sette per Indiani o Armeni.

Rinnovando la gran politica de' maggiori papi, Sisto divisava abbatter l'impero turco mediante un'alleanza colla Persia e la Polonia; conquistare l'Egitto, e congiunger il Mediterraneo col Mar Rosso per restituire il primato all'Italia; conquistare il Santo Sepolcro, di cui allora il Tasso cantava la liberazione; coi potentati d'Italia non seguir la politica del Macchiavelli, vagheggiata da' predecessori, ma la fermezza del cattolicismo; proponendosi unico voto la propagazione della fede, eccita Filippo II a conquistare l'Inghilterra e vendicare Maria Stuarda; medita una crociata contro Elisabetta regina e Ginevra; sostiene la Lega in Francia; osteggia Enrico IV, benchè poi si sentisse allettato dal genio di questo in modo, che la pubblica opinione propalò inclinasse alle idee protestanti, e che in ciò obbedisse al diavolo, col quale avea stretto un patto, e che se ne portò l'anima quando morì dopo soli cinque anni di operosissimo papato[4].

Questi ricordi ci portano a dar un'occhiata alle vicende della Riforma in Francia, alle quali si annettono molti personaggi italiani, e principalmente Caterina de' Medici di Firenze. Vedemmo come suo zio Clemente VII le ottenesse la mano di Enrico, secondogenito del cavalleresco Francesco I; il quale celebrò quelle nozze col supplizio di varj Luterani, e con editti rigorosissimi contro di questi. Tal era la scuola, alla quale veniva questa italiana a portare (come pretendono i Francesi) i vizj, l'intolleranza, la machiavellica del nostro paese, mentre scrive Chateaubriand che la debauche et la cruauté sont les deux caractères distinctifs de l'êre des Valois, e troppo il provano Brantôme e gli altri cronisti.

Essendo morto il Delfino, Caterina si trovò sui gradini del trono, ma fra la duchessa d'Etampe[5] amante del suocero, e Diana di Poitiers amante del marito; costretta a dissimulare ed ecclissarsi. Ma ecco Francesco muore, logoro dai piaceri, il 31 marzo 1547, e Caterina diventa regina, ma pur sempre avvilita dall'insultante presenza d'una rivale, che sebbene invecchiata, conservava sopra Enrico un predominio, che i contemporanei non seppero attribuire che a fatuchierie. Il re volle sua moglie venisse coronata il 10 giugno 1549, con feste splendidissime e un torneo quale soleasi in quel regno, che fu sopra gli altri reputato per tali spettacoli; e pensò rendere compiuta la festa col far bruciare quattro eretici. Ma uno di essi, col quale aveva egli medesimo più volte disputato, lo fissò con tal misto di dolore e di coraggio, che il re ne raccapricciò, e fece proponimento di più mai non esporsi a simile cimento.

La Francia era paese robustamente sistemato, sicchè respinse costantemente le novità, quando più prevalevano nella Germania e nell'Inghilterra, sbranate fra l'aristocrazia; e tutte le memorie attestano come la maggioranza del popolo restasse avversissima ai novatori, e guardasse in sinistro ogni concessione che a questi si facesse. Li favorivano invece i principi del sangue e i grandi vassalli e guerrieri, come i reali di Navarra e l'ammiraglio di Coligny. Ne derivava per tutto il regno uno scompiglio, ben più grave che all'Italia non fosse sorto dalla lotta fra il papato e l'impero: e Caterina trovossene in preda allorchè, nel 1560 ucciso suo marito in un torneo, ebbe ad assumer la reggenza pel fanciullo Francesco II, poi per l'altro Carlo IX. Nipote di due gran papi, vedova d'un re, madre d'una fanciulla che sposò Filippo II, e di due figli che successivamente regnarono; bella, colta, maestosa, magnifica allo spender e al fabbricare giusta l'esempio della sua famiglia, nel vigor degli anni, istruita dalle sventure de' suoi e dalle proprie, inasprita dall'aver dovuto lunghi anni rassegnarsi a un'oltraggiosa rivalità e tenersi rimossa dagli affari, si vide d'un tratto a capo del regno, fra il vortice di poderose fazioni, che sbranavansi nella parte più vitale, la religiosa. Le imprecazioni, troppo consuete in tempi di partiti, e quando la parte che soccombe è la più attuosa in parole e scritture, perseguitarono questa donna, rea sopratutto d'esser forestiera: e la storia servile la copiò, esibendola come il tipo dell'astuzia e della fierezza italiana, d'una politica egoista da Machiavello, d'una fredda crudeltà; e testè Michelet la chiamava «un verme sbucato dal cimitero d'Italia». Realmente essa, ancor giovane e avvenente, più non depose il bruno; de' rotti costumi suoi non cianciano che i romanzieri[6], quantunque per politica tollerasse gli altrui; amante de' figliuoli, sebbene li trattasse da assoluta: operosa così, che fin venti lettere scriveva in un dopo pranzo: d'abilità insigne diè prova, dedotta da quel sentimento d'una grande responsabilità, che si eleva di sopra alle considerazioni secondarie e alle calunnie di fazione: inarrivabile nell'affascinar chi l'avvicinasse, tenea la corte più splendida d'Europa, ricreata da feste, balletti, amori; e mentre la imputavano di cumular tesori, alla morte non le si riconobbero che debiti. Chi conoscesse anche solo i miserabili tempi in cui viviamo, saprebbe quante difficoltà porti il regolarsi in età di passioni violente, dove la medesima condotta produce applauso o esecrazione, anzi dà alternamente l'uno e l'altra. Quest'è ben certo che la politica di Caterina fu eminentemente francese, e mentre gli Ugonotti avrebbero venduto la patria agli Inglesi o chiamato a devastarla i raitri tedeschi, ella si staccò dall'alleanza di Spagna, cercata dai partigiani; e nel volere conservar se stessa in dominio conservò la Francia che minacciava o andar a brani o cascar nella tirannide. Con ciò siamo a gran pezza dal voler giustificare tutti i suoi atti, ispirati, come gli altri del tempo, dalla politica di cui si fe' dettatore quel Machiavello, che merita le apoteosi de' nostri contemporanei perchè insegnò che «la fraude fu sempre necessaria a coloro che da piccoli principj vogliono a sublimi gradi salire; la quale è meno vituperevole quanto è più coperta»[7].

Coi Riformati tentò ella dapprincipio la conciliazione, e fu per sua opera che si tenne un colloquio a Passy. Per ottenerlo essa avea scritto a Pio IV, esponendo, le opinioni in Francia esser propense alla Riforma, come sempre verso ciò che è nuovo e che fiede l'autorità; quelli staccatisi dalla Chiesa sommare a tanti, da non potersi più reprimere con leggi e coll'armi, comprendendo magistrati e nobili, uniti e formidabili, ma non trovarsi fra loro nè anabattisti, nè libertini, nè d'altre opinioni mostruose, tutti ammettendo il simbolo apostolico. Perciò taluni pensano si deva tollerarli, benchè deviino in altri punti; sperando che Iddio dissiperà le tenebre, e farà sfavillare a tutti la luce e la verità. Qualora il papa volesse aspettar le decisioni del Concilio[8], bisognerebbe al male pressante trovar rimedj particolari per richiamare i traviati e ritenere i fedeli. Pei primi, il miglior mezzo sarebbe l'istruzione; pacifiche conferenze tra quei delle due parti che possedano maggior scienza e amore di pace; ne' vescovi zelo di predicare, d'avvertire, d'esortar alla carità, alla concordia; astenersi da diverbj e da termini ingiuriosi. A quelli rimasti in grembo della Chiesa, ma con dubbiezze e difficoltà e travagli di spirito, vorrebbesi toglier ogni occasione di scandalo; sbandire l'adorazione delle immagini e la recente festa del Corpus Domini: nell'amministrazione del battesimo ommettere gli esorcismi e la saliva e le preghiere estranie all'istituzione del sacramento. Vorrebbesi anche ammettere tutti alla sacra mensa sotto le due specie; non comunioni nè messa in privato, ma tutti insieme, e dopo la confessione generale de' peccati, e cantato i salmi, e facendo preghiere pel re, pei signori, per gli ecclesiastici, pei frutti della terra, per gli afflitti; tutto in vulgare anzichè in latino, acciocchè i fedeli possano scientemente esclamare Così sia. Indicava altre pretese aberrazioni del culto; e finiva esortando il santo padre a immolar se stesso, assicurandolo che le persone savie e moderate non attentavano all'autorità di lui, nè presumeano innovare il dogma.

Solite illusioni, dalle quali prestamente ella fu riscossa per forza. Pio IV a quel colloquio deputò il cardinale di Ferrara, nato dalla famosa Lucrezia Borgia. Fu ricevuto senza le onoranze consuete, e subito i libellisti sparpagliarono ch'era nipote d'Alessandro VI, del quale si pubblicò la storia scandalosa, e gli aizzarono il popolo in guisa, che a fischi inseguiva il crocifero quando uscisse sulla mula a croce alzata. Nella villa di Passy l'agosto 1561 fu tenuto il colloquio, e Teodoro Beza, che veniva campione del suo amico Calvino, volle aver per appoggio Pietro Martire, come dicemmo (vol. II, pag. 76). Quivi undici ministri e ventidue inviati delle principali chiese riformate di Francia combatterono il cardinal di Lorena, alla presenza della Corte e di gran savj; Pietro Martire, che parlava italiano per compiacere a Caterina, vi spiegò grand'erudizione e aspirazioni moderate; si compilò la famosa formola intorno alla Santa Cena, transazione che i nostri teologi repudiarono come capziosa ed ereticale; onde il colloquio si sciolse, inutile come tutti quelli fra due partiti estremi.

Al colloquio assisteva un altro prelato italiano, Giovanni Antonio Caracciolo. Era nato a Melfi, terzo figlio di Sergianni Caracciolo principe di Melfi e duca d'Ascoli, e gran siniscalco del regno, che passato in Francia dopo le vittorie del Lautrech, come maresciallo avea guerreggiato i Valdesi della val di Luserna, e fatti smantellare i castelli di Torre, Bobbio, Bricherasio, Luserna. Cresciuto alla Corte di Francesco I, presto se ne annojò, e ritirossi al deserto della Sainte-Baume in Provenza; poi reduce a Parigi, si fe certosino, indi canonico di San Vittore (1538), lo che non tolse che abbracciasse la milizia, finchè Francesco I per tenerlo alla religione lo costituì abbate di quell'insigne monastero. Come irrequieto nelle speranze, così era scandaloso ne' costumi, vestiva da laico, blandiva cortigianescamente, e con tal mezzo nel 1551 ottenne il vescovado di Troyes, colla licenza di conservare la lunga barba. Quivi inclinò alle dottrine de' Riformati, partecipò alle loro cerimonie, a cui la sua posizione aggiungeva molta autorità; Enrico II gli proibì di predicare; la Santa Inquisizione a Roma lo processò; ma egli ritrattossi pubblicamente, e si recò a' piedi del pontefice. Forse sperava il cappello cardinalizio, e non l'ottenendo, passò per Ginevra, e affiatatosi con Beza e con Calvino, adottò le loro confessioni: al colloquio di Passy cercò spedienti di conciliazione, ma dopo di quello professò apertamente la Riforma; chiamò alla sua città Pietro Martire e in man di esso abjurò, e unì una comunione protestante, pur conservando il titolo di vescovo, aggiunto a quello di ministro del Vangelo[9], ed i Calvinisti, distruttori della gerarchia, pur continuarono a osservarlo come vescovo. Morì del 1569, e non è certo s'ammogliasse. Scrisse il Miroir de la vraie religion (Parigi 1541), e nelle Lettere di principi a principi n'è una sua del 14 luglio 1559 per giustificare il Montgomery dell'uccisione di Enrico II.

Tra ciò il calvinismo si diffondeva, e Pietro Paolo Vergerio, all'elettor di Sassonia scrivendo nel 1560 e 61, gratulavasi continuamente che le loro cose in Francia prosperassero; che essendo governatore il nuovo re di Navarra, zelante evangelico, sperava s'andrebbe in meglio, e si ridurrebbe a patteggi il papa. Il Barbaro, ambasciadore veneto a Parigi, alla morte di Francesco I calcolava che un terzo del regno fossero eretici: il Michiel, ambasciadore nel 1561, li portava a tre quarti, sebben l'altro ambasciadore Soriano l'anno stesso li restringesse a un decimo: e nel 1569 il Correr asseriva che, al tempo della maggior possa, gli Ugonotti erano un trentesimo del popolo, e un terzo della nobiltà[10]. Bayle, scrittore disaffezionato della religione cattolica quanto ognun sa, scrive che «stette a ben poco che i Protestanti non guadagnasser il sopravento al principio di Carlo IX, e se vi riuscivano, sa Dio che sarebbe divenuta la religione persecutrice. Se il re di Navarra, dichiaratosi per essi, avesse avuto la forza di conoscer il laccio che l'altro partito gli tendeva (massimamente nel promettergli il regno di Sardegna), sarebbe rimasto saldo nella loro comunione. Tanto bastava per assicurare la vittoria, essendo egli luogotenente del regno, nè era difficile far abbracciar la professione della chiesa riformata a Caterina de' Medici».

Questa speranza nutrirono molti[11], e più da che, coll'editto del gennajo 1562, ella ebbe proclamato la tolleranza religiosa; ma poichè ciò fu causa della prima guerra civile, ella s'avvide come coll'unità della religione perirebbe l'unità del regno: e favorì i Cattolici, ricevette i primi Cappuccini, condotti da frà Domenico da San Gervaso, e assegnò loro un convento in Parigi nel 1571. Ma già le discordie erano scoppiate da per tutto; gli Ugonotti saccheggiavano le sacristie, i Cattolici distruggevano le cappelle; dagli insulti passavasi al sangue: martiri vantavansi da tutte le parti[12]; la guerra civile infuriava; i principi della casa reale erano divisi, gli uni appigliandosi pertinacemente al passato, gli altri agognando al nuovo. Giovanni Correr, dipingendo quelle miserie de' Francesi, conchiudeva: «Gli ho sentiti più volte esclamare: Oh se i miei beni fossero nel veneto! E mi domandavano se la Repubblica accettasse danari a prestito; voleano depor alla nostra zecca grandi somme, credendovele sicure. Venezia era per loro il luogo più sicuro, il paese ove non si conosce che un Dio solo, non si pratica che un solo culto, s'obbedisce a un principe solo, e tutti possono vivere senza paura, e godere il proprio bene in pace».

Dacchè in Iscozia spossessavasi Maria Stuarda, la riverenza pei regnanti era scossa, e i Riformati aveano proposto pure in Francia di impadronirsi del re e del cardinale di Lorena; ma non riescirono che ad esasperarli. In realtà gli Ugonotti aspiravano a repubblica e a spezzar la Francia in provincie confederate: Calvino avea dichiarato che il re, il quale non ajuta la Riforma, si abdica da re e da uomo, onde perde il diritto di farsi obbedire, e merita gli si sputi in faccia, come a tutti i re cattolici. I suoi seguaci formavano quasi una potente massoneria: aveano fatto molte parziali uccisioni; le insurrezioni succedeano contemporanee, come allorchè son effetto di intelligenze segrete: levarono uomini e denari; e nel 1563 settantadue ministri calvinisti aveano sporto al re una petizione acciocchè prevenisse le eresie e gli scismi e le turbolenze che ne derivano, punendo severamente gli eretici, cioè chi dissentiva dalla loro confessione. Pare ancora che il famoso grancancelliere L'Hopital e il cancelliere Ferrier, protestante celato che stava ambasciadore a Venezia, e molto stretto con frà Paolo Sarpi, tramassero per istaccare il re dal papa, e indurlo a costituire una chiesa nazionale. E già i risoluti allestivansi a guerra rotta; gli Ugonotti, capitanati dal Condè, non esitarono a ceder all'Inghilterra le fortezze francesi; e coll'assassinio liberaronsi del duca di Guisa, capo de' Cattolici. Caterina, più fida al partito nazionale, malgrado i consigli di Filippo II e del duca d'Alba, credendo suo primo dovere l'evitar la guerra intestina, sopportava persino le sommosse parziali, le uccisioni, l'aperta resistenza; cercava tempo dal tempo; dicono gli uni per debolezza, dicono gli altri per ambizione: l'avrebbero esecrata come sanguinaria se reprimeva i primi eccessi: l'esecrarono quando di passo in passo lasciolli crescere fin alla spaventosa catastrofe di San Bartolomeo.

Il granduca di Toscana avea cercato insinuare di perdere i nemici di Francia piuttosto in pace che in guerra. «Consideri la santità sua che, nel travagliare quel regno con l'armi, si fanno ogni dì nemici al re ed alla religione cattolica, nè può con tutti li ajuti che gli porga rimediarvi sua beatitudine; anzi, che i tristi si valeranno a suscitar le genti contra il principe loro naturale con il nome del papa, siccome si è veduto per il passato; dove che nella pace e quiete del regno sarà in potere di quelle maestà spegnere quei capi facinorosi e seduttori, e di questa maniera ridurre il restante a poco a poco e con facilità al gremio della Chiesa romana»[13].

Pio V, udendo la desolazione della Francia e i pericoli in cui gli Ugonotti metteano que' regnanti, risolse soccorrerli d'armi e denaro. Quelle affidò a Lodovico Gonzaga, duca di Nevers; ma di denari mancava, tutto avendo dato all'imperatore, a Venezia, ai Cavalieri di Malta per la guerra contro i Turchi; e durando nel proposito di non aggravare di più i sudditi. Uscì dunque con raccomandazioni, e subito vi risposero tutti i paesi d'Italia; il senato romano con centomila zecchini, altrettanto gli ecclesiastici, altrettanto lo Stato: molto i duchi di Savoja, parenti e vicini ai reali di Francia, ed Emanuele Filiberto impose ducento mila zecchini ai sudditi: centomila il duca di Toscana, altrettanti Venezia, ricevendo in pegno sette diamanti della corona: ducencinquantamila ne votò il clero cattolico. Dove ci pajon notevoli e la spontaneità di quelle offerte, che attestano come una tal guerra fosse popolare: e il dispiacere che il papa mostrava di esser costretto a cercare.

Caterina si era indotta, nel 1568, a concedere l'editto di pacificazione di San Germano, col quale veniva a riconoscere gli Ugonotti e la pubblicità del loro culto; e impalmò una sua figliuola ad Enrico re di Navarra, capo di questi. Il Parlamento negò registrare quell'editto; il popolo indignavasi del matrimonio, e viepiù quando i seguaci di esso re ricusarono curvarsi all'effigie della Madonna. Il Correr, ambasciatore veneto nel 1570, scriveva: «In Parigi il popolo è così devoto, levatone un picciol numero, e così nemico degli Ugonotti, che con ragione posso affermare che in dieci città delle maggiori d'Italia non vi sia altrettanta devozione ed altrettanto sdegno contro i nemici della nostra fede, quanto in quelle». Commetteansi eccessi contro di loro, a loro attribuivansi le pubbliche sciagure e inumani delitti, come un tempo agli Ebrei; ai loro supplizj accorreasi come a una festa, piacendosi d'atroci mutilazioni.

Crebbe l'ira contro gli Ugonotti dacchè le armi cattoliche di Spagna, di Venezia e del papa ebber rotta a Lepanto la flotta turca, e salvato da un'invasione musulmana l'Italia e l'Europa; mal soffrendo che una così segnalata vittoria si fosse riportata senza che la Francia vi concorresse. Il nuovo duca di Guisa, caporione del partito cattolico, viepiù se ne esaltò, e indispettivasi che la decretata tolleranza scemasse la sua onnipotenza, e fosse rimesso in onore l'ammiraglio di Coligny, ch'egli credeva autore dell'assassinio di suo padre. Invano Carlo IX, rinnovato l'editto di pacificazione, volle che i due emuli giurassero dimenticar le ingiurie. Il Guisa pensò ripagar l'assassinio coll'assassinio, spedienti allora pur troppo consueti[14]; e il Coligny fu colpito, non ucciso. Se la tigre assapora il sangue chi più la frena? e le fazioni son tigri. Quinci e quindi preparavasi una strage universale; il papa stesso la prevedeva, e ne dava avviso[15]: non restava che a decidere chi primo. E primi furono i Cattolici, che la notte di san Bartolomeo del 1572 assassinarono molti Ugonotti, sul cui numero corre grandissima diversità. L'esecrazione per quel fatto non potrà esser menomata da ragionamenti; ma i fatti provano che Carlo IX e Caterina ne erano innocenti, se non ignari; che dovettero consentire a quel che imponeva o il furor della vendetta o il pericolo di rimanerne vittima.

Di questi successi noi abbiamo narratore Enrico Caterino Davila (1576-1631), i cui nomi derivano dal re e dalla regina, benefattori di suo padre dopo che i Turchi l'ebbero espulso da Cipro dond'era connestabile. Nacque a Padova, fu lungamente in Francia, della quale potè veder dappresso gli scompigli e prendervi anche parte. Fedele alla bandiera cattolica, meno per credenza che per politica, sostiene continuo la fazione regia; minuzioso come chi è abituato alle anticamere, pure con occhio arguto scerne le ipocrisie de' partiti, vagheggia la buona riuscita ottenuta dai furbi o dai forti, e la strage del san Bartolomeo disapprova solo perchè non raggiunse lo scopo.

Ma che quella fosse una lunga premeditazione ogni carta che si scopre o che meglio si legge lo smentisce. Se Caterina pensò realmente toglier di mezzo il Coligny, e il misfatto crebbe a inaspettate proporzioni, ella non sarebbe men colpevole, ma in modo diverso dal vulgato. Ciò che sgomenta si è che quell'esecrabile delitto venne festeggiato, quanto vedemmo ai dì nostri alcuni altri assassinj, fin giustificati teoricamente: a Roma una medaglia fu coniata per rammemorarlo; il Vasari lo dipinse; il famoso milanese Francesco Panigarola, predicando in San Tommaso del Louvre, in presenza a tutta la Corte, congratulava il re che, dopo aver tanto pazientato, ed esposto l'onor del regno e la dignità propria a pericoli evidenti, avesse alfine restituito il manto cilestro e i gigli d'oro alla bella Francia, dianzi abbrunata; ristabilito la vera religione cristiana nel paese cristianissimo, purgato dall'infezione dell'eresia quanto è fra la Garonna e i Pirenei, fra il Reno e il Mare[16]. Il Tasso, e tutti gli scrittori del tempo magnificano quel fatto. Il Requesens, governatore di Milano, aveva scritto al granduca: De Francia tengo casi los mismos. Y me pesa mucho que non se proceda contra los hereses con el rigor que se començo, y convenia. Plazera a Dios que el rey cristianissimo tenga el fin que publica, y a su tiempo tome la occasio. Poi come ebbe notizia della strage, al 3 settembre rallegravasi seco de lo subcesso en la corte de Francia a los 24 del passado, pues la muerte del Amirante, y de las mascabeças de Luteranos, que fueron muertos a quel dia por los Catolicos. Sarà tanta falta a los Ugonotes, y abierto camino al rey cristianissimo para que, con el buen zelo que tiene, pueda allanar su regno, y asentar las cossas de la religion como convenga demas delo que esto ymportara para asentar las cossas de Flandes ecc.

E al 10 settembre: Espantome que entonces no tuniesse v. e. el aviso de la muerte del Almirante, y de los demas hereses de Francia. De que con el ordinario passado me alegre con v. e., come me alegro agora de nuevo, con la qual cessara lo de la armada de Estrozi: pues se occupara en cobrar la Rochela, y todos lo demas umores que v. e. dize que se sospechava que andavan levantandose.

E il 14: Y es con muy gran razon alegrarse v. e. con migo del buen subceso de Francia, pues siendo aquel tan en servicio de la christianidad, y occasion para que el rey christianissimo pueda asentar las cossas delle como le conviene en su regno. Me avia de caber tanta parte de contentamiento despues a ca estan estas fronteras quietas, y nos ôtros mas Plega a Dios dellevallo adelante pues lo que mas conviene es la paz entre los principes christianos, y atender solo contra los infieles, ecc.

Anche altre lettere trovammo negli archivj, di congratulazione per quel fatto, pel quale furono ordinate feste di ringraziamento in tutta Toscana e altrove, considerandola come un gran pericolo isfuggito.

Effetto immediato della strage in Francia fu il prorompere più violenta la guerra civile, la quale con variatissimi successi continuò lungo tempo[17]. Caterina, mescolata per trent'anni a que' fatti, subì giudizj affatto diversi, certo ebbe molto talento, molta ambizione, molta abilità, poca morale, badando solo al fine, qual era di salvare il trono dei Valois.

Sisto V, coll'altissimo sentimento che avea dell'autorità, dovea condannare i re eretici di Francia, ma al tempo stesso riprovare la Lega che erasi formata contro di loro. Pertanto non volle continuare i soccorsi che Gregorio XIII avea dato alla Lega, e quando la Spagna lo eccitò a mantener le promesse del predecessore, all'ambasciadore che dicea volergliene far l'intimazione a nome della cristianità egli rispose: «Se voi mi fate l'intimazione, io vi fo tagliar la testa». Insieme però nel settembre 1585 avventava la scomunica a Enrico di Navarra ed Enrico di Condè, rimasti caporioni del partito ugonotto. Il parlamento di Parigi ricusò registrar la bolla; il re di Navarra fece affiggere in Roma una protesta, ove lo chiamava falso papa ed eretico, e che lo proverebbe in un Concilio legittimamente radunato.

Sisto s'inviperì di tale atto, poi meravigliandosi che alcuno avesse tanto osato, malgrado il terrore che ispirava, prese buon concetto di quel principe; mentre d'Enrico III, altro figlio di Caterina, prevedeva che il suo carattere lo condurrebbe al punto di dover gittarsi in braccio agli Ugonotti. Così fu, e questo re che già s'era disonorato in Polonia, trovò un fanatico che l'uccise in nome della religione cattolica, come in nome della protestante era stato assassinato il Guisa.

Toccava allora la corona di Francia al re di Navarra col nome di Enrico IV, ma era costretto conquistarsela. Sono vicende famose per istorie e poemi, dove noi tocchiam soltanto di volo ciò che appartiene all'Italia. La Lega formata dai Cattolici per respinger il re ugonotto, ebbe ajuti da Filippo II di Spagna, che vi mandò Alessandro Farnese duca di Parma[18] uno de' migliori generali del mondo, e che allora guerreggiava i Protestanti ribellati nelle Fiandre. Uom positivo quanto valente capitano, non ambiva la gloria, ma la riuscita; nulla abbandonava al caso, ma colla lentezza assicuravasi i successi. Se Enrico IV gli facea dire da un araldo «Uscite dal vostro coviglio, e venite ad affrontarmi in campo aperto», egli rispondeva: «Non ho fatto tanto viaggio per venir a prender consiglio da un nemico». In fatto con sapiente inazione riuscì a vittovagliare l'assediata Parigi: come un'altra volta, accorso in ajuto del circondato Mayenne, a Caudebec ne salvò tutto l'esercito, sotto gli occhi d'Enrico.

In questi successi volea vedersi direttamente la mano di Dio. Per sostener il coraggio degli assediati, il papa avea spedito legato il cardinale Cajetano, a cui si accompagnò il milanese padre Panigarola. Questi era stato in patria scolaro di Primo Conti e d'Aonio Paleario: dotato di prodigiosa ritentiva, a soli tredici anni fu mandato a Pavia a studiar leggi, ed è bello udirgli dipingere la dissipazione degli studenti d'allora. «A poco a poco (narra egli di sè) così sviato divenne, che questione e rissa non si facea, dove egli non intervenisse, e notte non passava, nella quale armato non uscisse di casa. Accettò di più d'esser cavaliero e capo della sua nazione, che è uffizio turbolentissimo, e amicatosi con uomini faziosi di Pavia, più forma aveva ormai di soldato che di scolare. Nè però mancava di sentire in alcun giorno li suoi maestri,... de' quali, sebbene poco studiava le lezioni, le asseguiva nondimeno colla felicità dell'ingegno, e le scriveva; e quando andava talora a Milano, così buon conto ne rendeva al padre, che levava il credito alle parole di quelli, che per isviato l'aveano dipinto. Si trovò egli con occasione di queste brighe molte volte a Pavia in grandissimi pericoli della vita; e fra gli altri trovandosi presso San Francesco in una zuffa fra Piacentini e Milanesi ove fu morto un fratello del cardinale Della Chiesa, da molte archibugiate si salvò collo schermo solo d'una colonna, ove pur anche ne restano impressi i segni»[19]. Dopo gioventù così dissipata andò francescano, e preso a modello il famoso oratore Cornelio Musso, salse anch'egli in gran celebrità; dove arrivava era accolto a battimani, e spesso costretto recitare un discorso prima di riposarsi.

A istanza di Pio V ito a Parigi, fu festeggiato, massime da Caterina regina. Tornato in Italia il 1573, continuò i trionfi, e venne fatto vescovo d'Asti nel 1587. Per verità egli non mostra conoscere nè la teologia abbastanza, nè il cuore umano; ma parla vigoroso, e forse più vigoroso declamava; donde quei grandi effetti. Da Sisto V rispedito in Francia il 1589, dal pulpito esaltava gli avvenimenti coi paragoni di Betulia liberata e di Senacherib: sul testo Ecce motus magnus factus est in mari, ita ut navicula operiretur fluctibus, confortava i Parigini a sostener que' patimenti, assomigliati a quelli di Cristo; prometteva a nome del papa un giubileo speciale: esortava a respinger la milizia inglese, «le cui crudeltà sono scritte con il sangue nei sobborghi vostri», e vendicarsi de' Politici e del re di Navarra, raffigurato in Acabbo.

Ma il Farnese morì, ed Enrico IV calcolò che il regno di Francia poteva anche comprarsi con una messa[20]. Cercò dunque riconciliarsi col pontefice; fece l'abjura: e alfine fu ricevuto all'assoluzione, imponendogli di ristabilire il culto cattolico in tutto il Bearn; pubblicare in Francia il Concilio di Trento, salvo certe modificazioni; restituire al clero cattolico tutti i beni, escludere i Protestanti da ogni pubblica carica; a lui personalmente imponevasi di sentir messa conventuale tutte le domeniche, e messa privata ogni giorno, dire il rosario tutte le domeniche, le litanie tutti i mercoledì, digiunare tutti i venerdì, confessarsi e comunicarsi almen quattro volte l'anno.

Il 15 novembre 1595 si fe la cerimonia, che pel papato riusciva un insigne trionfo dopo tante umiliazioni. In San Pietro, ornato colla massima pompa, il pontefice Clemente VIII nell'arredo più splendido sedeva sul trono, circondato da' cardinali e dalle cariche di palazzo: e con dodici penitenzieri portanti la bacchetta. I cardinali D'Ossat e Du Perron, incaricati di rappresentare il re, lessero la professione di fede, e promisero le condizioni imposte. Intonossi il Miserere, durante il quale il papa con una verga batteva or l'uno or l'altro dei due messi, e dichiarò assolto il re, e tornogli il titolo di cristianissimo. Allora proruppero i canti del gaudio, accompagnati da organi, campane, cannoni: e il papa abbracciando i due procuratori disse: «Mi reputo felice di aver aperto al vostro signore le porte della Chiesa militante». Du Perron soggiunse: «Accerto vostra beatitudine che, colla fede e colle opere buone, egli aprirà a se stesso le porte della trionfante».

Il papa anche nell'interesse mondano aveva di che esultare, poichè da quell'istante cessava di esser protetto soltanto dalla Spagna, sincera e convinta cattolica, ma dura e imperiosa, e trovava un nuovo appoggio in questa Francia bizzarra e generosa. Enrico, che pur non s'intendeva molto di libertà religiosa, meritò da Clemente VIII quell'elogio: nihil sibi de religione adsumens. E quando fu ucciso[21], Paolo V disse al cardinal d'Ossat: «Voi avete perduto un buon padrone, io il mio braccio destro»; e scrisse alla vedova Maria de' Medici una lettera di cui trovammo la bozza al Nº 4029 dell'Archivio Mediceo: «La morte del re Enrico, che sia in gloria, essendo caso così grave e acerbo che eccede ogni esempio, dovrà credere la maestà vostra che sia altrettanto grave ed acerbo e con ogni eccesso d'amore il dispiacere con che sentiamo ancor noi questa disgrazia, la quale tanto più punge e ferisce l'animo nostro, quanto che partecipandone così gran parte, non conosciamo che questo rispetto possa diminuire in lei il suo dolore ecc.»[22].

Noi ci limiteremo a riflettere come Caterina proclamasse la tolleranza religiosa, e i Cattolici vi si opposero fino a proromperne la guerra civile: Carlo IX rinnovò l'editto di pacificazione, e vi rispose la micidiale notte di san Bartolomeo: Enrico III non vi riuscì per opposizione della Lega: Enrico IV potè stabilirla mediante l'editto di Nantes, che però fu revocato da quel che i Francesi chiamano il gran re. Se ne argomenti qual concetto s'avesse della tolleranza religiosa.

NOTE

[1] Il P. Theiner occupa tre volumi in-folio sol per narrare di questo pontificato.

[2] DE THOU, L. LXXIX.

[3] Nel carteggio de' Medici a Firenze, filza 255, si vede quanto fosse approvata e festeggiata l'elezione del cardinal Montalto.

[4] Vedi sopra a pag. 386 il volume precedente. Anche il marchese Muti scriveva al duca di Savoja che, mentre Sisto V era malato, gli comparve in camera un frate vestito di bianco, ch'era il diavolo, e gli rammentò come fosse scaduto il tempo pattuito, e bisognava andarsene con lui: che il papa non volle confessarsi: e morto che fu, un uccellaccio volò attorno alla sua finestra, e il cielo da sereno si fe bujo; scoppiarono fulmini, e uno colpì lo stemma papale sul ghetto degli Ebrei.

E sopra relazioni siffatte tessono le loro storie l'arguto Petrucelli ed altri.

Vedasi J. LORENTZ, Sixtus V und seine Zeit. Magonza 1832.

[5] Questa ottenne a suo zio Antonio l'abazia di Fleury, il vescovado d'Orleans, il cappello rosso, l'arcivescovado di Tolosa: a Carlo suo fratello l'abazia di Bourgueil e il vescovado di Condom; a Francesco altro fratello l'abazia di San Cornelio di Compiègne e il vescovado di Amiens; all'altro di nome Guglielmo il vescovado di Pamiers; due sorelle furono abadesse l'una a Maubuisson; l'altra a San Paolo in Beauvoisis.

[6] Brantome, suo nimicissimo, non ne intacca la costumatezza. Enrico IV, pur suo nemico, diceva al presidente Claudio Groulard: «Affedidio, cosa poteva fare una povera donna, rimasta vedova con cinque figliuoli sulle braccia e le due famiglie di Navarra e di Guisa anelanti alla corona? Strane parti doveva ella sostenere per ingannar gli uni e gli altri, eppure salvar, come fece, i suoi figliuoli, che regnarono successivamente per la savia condotta di donna tanto accorta. Mi meraviglio che non abbia fatto di peggio». Mém. de Groulard, nel vol. II della collezione di Petitot, pag. 384.

[7] Discorsi, lib. II, c. 13.

[8] Il 7 gennajo 1559 da Blois Niccolò Capponi, per man del Tornabuoni ambasciador fiorentino, mandava al granduca notizie di Francia, soprattutto lagnandosi che molti colà sostenessero allora le dottrine luterane, mentre a Ginevra le calviniche; e si leggessero i libri di Melantone e «di Pietro Martire fiorentino che ne tengono conto»; cerca si dissuada il papa dal fare il Concilio, asserendo che «se si vien al Concilio, al certo hanno ragione, perchè si fonderanno in su una cosa ove si fonda la Chiesa romana anche lei; e se vengono alle mani, la risoluzione sarà che o non si farà nulla o con poca reputazione».

[9] HAAG, France protestante, al nome. Il cardinale Commendone al cardinale Borromeo scriveva nel dicembre del 1561. «Del vescovo di Troye in Campagne mi hanno detto per cosa certa come, già pochi giorni, egli ha solennemente renunziato il vescovado e l'Ordine, e presa manuum impositionem dalli ministri calviniani con queste solenni parole: Abrenuntio manuum impositionem papisticæ sathanicæ: e che avea voluto predicare nella chiesa di San Giovanni di Troye come ministro calviniano; ma che gli fu proibito dal conte d'Eo governatore della provincia, per paura che non si levasse tumulto nella città. Questo vescovo, ora ministro del demonio, fu figliuolo del principe di Melfi, fuoruscito di Napoli, di casa Caracciolo, stato soldato, frate, abbate, vescovo; e nel 1556 fu a Roma, dove fu accusato d'eresia, e che avesse, come veramente aveva, contaminato lui stesso gran parte della sua diocesi. Ora dicono ch'egli è in Parigi con gli altri ministri: dove vivono con somma licenza, poichè già si predica in più case dentro della città..... e con tanta insolenza che, già pochi dì, sonandosi le campane di San Medardo, dove vicino abita il Beza, egli mandò a comandare che non si sonasse, e non volendo colui che sonava obbedire, fu ammazzato insieme con altri preti». Nell'Archivio Vaticano.

[10] Si dice che i Riformati fossero due milioni. Sarebbero il sesto della popolazione, giacchè il primo censimento, fatto il 1702, dopo tante annessioni, diede 19 milioni d'abitanti: nè poteano esser più di 12 milioni al tempo della Riforma. Eran però pensatori e proprietarj, sicchè quella era veramente una rivolta politica contro la monarchia.

[11] Di Caterina stavano molto in sospetto i Cattolici; e il cardinale Commendone ai 12 ottobre 1561 scriveva al cardinale Borromeo: «Monsignor di Granuela....... m'ha detto come la regina non vuole udir consiglio, nè conoscere il pericolo nel quale si ritrova, nè ammettere l'offerte del re cattolico e delli duchi di Savoja e di Lorena a stabilimento suo e de' figliuoli, e che ogni dì va perdendo autorità, ed all'incontro la casa di Vendome l'acquista..... Appresso mi ha detto che frà Pietro Martire (Vermiglio) ha di continuo adito aperto alla regina, e sebbene non dubita della buona mente di S. M., teme nondimeno ciò portare gran pregiudizio alla causa, sgomentando li Cattolici, e dando ardire agli Eretici. Similmente ha mostrato maraviglia e dispiacere assai che il reverendo legato (il cardinale di Ferrara) dimostri molta amorevolezza e confidenza con la casa di Vendome, usando molti rispetti verso gli eretici». Arch. Vaticano.

In una relazione di Francia al duca di Toscana 13 maggio 1563, filza 4012, dopo la pace, si scrive:

«Il cardinale privato di Sciattliglion avea scritto alla regina che saria andato presto a trovare sua maestà e saria andato in abito di gentiluomo e cavaliero, avendo lasciato la impurità della veste romana, per dir quelle parole ch'egli temerariamente e insolentemente usa».

Tra i famigliari di Caterina de' Medici fu Giacomo Corbinelli, d'illustre famiglia fiorentina e di bella coltura, e che pel primo pubblicò il libro di Dante del Vulgare Eloquio. Lo storico De Thou dice di lui: «Non sapevasi di qual religione fosse: era d'una religione politica alla fiorentina, ma era uomo di buoni costumi».

Cosmo Ruggeri fiorentino s'introdusse alla Corte di Caterina de' Medici; e pien di talento e di sfacciataggine, ottenne onori e soldi. Tirò l'oroscopo de' signori della Corte: cominciò a far almanacchi ogni anno, sparsi di sentenze d'autori latini. Venuto in fin di morte, ed esortato a pensar a Dio, prese in burla il curato e i Cappuccini, protestando aver sempre creduto non v'abbia altro Dio se non i re e principi che possono farci del bene, nè altri diavoli sè non i nemici che ci tormentano in questo mondo. Morto in tali sentimenti, il suo cadavere fu strascinato ove si sepelliscono le bestie. Molto s'applicò alla magia, fu accusato di sortilegj contro Carlo IX ed Enrico IV.

[12] A proposito di martiri d'eretici va citata un'opera di Feliciano Niguarda, oratore nel Concilio di Trento, poi vescovo di Como, Assertio fidei catholicæ adversus articulos utriusque confessionis fidei Annæ Burgensis juris doctoris, et in academia aurelianensi olim professoris, ac postremo parlamenti parisini senatoris: quam ipse eidem parlamento obtulit cum, propter hæresim diu in carcere inclusus, paucis post diebus ad supplicium esset deducendus: nec non adversus pleraque id genus alia. Præterea contra ejusdem mortis historiam, quæ martyrium inscribitur, Lutetiæ editum; deque hæreticorum miraculis specialis additur articulus. Venezia 1563.

[13] Lettera del 6 ottobre 1570 a Nofri Camajani ambasciadore a Roma, nell'Archivio centrale di Firenze, Carteggio di Roma, app. LXXXII.

Delle cose di Francia abbiam parlato nel vol. II, pag. 408.

[14] Sull'assassinio politico abbiam noi raccolto bizzarre particolarità, e pubblicate nelle Spigolature degli archivj di Firenze.

[15] Il 27 giugno 1566 Pio V scriveva a Caterina lamentandosi che, sotto il nome della pace, crescesse di tanto l'ardire de' Riformati, e da ciò prendesser ansa anche altri. Non est quod quisquam istos Dei et vestros rebelles atque hostes patiendo, tollerando, dissimulando ad sanitatem redituros esse speret; et nescio quam temporis maturitatem expectandam censeat, et illo pacificationis edicto paci regni consuli existimet. Crescit eorum in dies furor, augetur animus; quo lenius cum illis agitur, eo magis eorum corroboratur audacia. Non solum matris Ecclesiæ obedientiam abjecerunt, sed in primis regiæ potestatis jugum excutere, et legum ac judiciorum metu abjecto, se se in libertatem asserere et rapinarum sacrilegiorum, scelerum et flagitiorum omnium licentiam assequi student. Quo circa majestatem tuam hortamur, monemus et per omnipotentem Deum obstestamur ut, cum videat jam nihil cunctando et patiendo perfici, tantum incendium, antequam latius serpeat, extinguere conetur: si enim hæreticorum sectas alias ex aliis in isto regno in dies exoriri, et multiplicari permiserit, tum volet illud extinguere cum minime poterit. Utinam non eveniant ea quæ eventura prædicimus!

[16] Sermoni del Panigarola, Parigi 1599, in 8º, p. 318.

Oltre i già conosciuti documenti, fu ultimamente dal Theiner Ann. Eccles. pubblicata la corrispondenza del nunzio Salviati, che conferma viepiù quel che Ranke, Raumer, Mackintosch ed altri protestanti sostennero, essere quello un delitto politico, non un delitto religioso. Vivissima era l'ira del duca di Guisa contro l'ammiraglio Coligny, cui attribuiva l'assassinio di suo padre. Coligny entrò in Parigi alla testa di trecento gentiluomini, quando trattavasi del matrimonio di Enrico di Navarra con Margherita di Valois: e acquistò le buone grazie di Carlo IX, che così parea sottrarsi alla dipendenza di Caterina de' Medici e del duca d'Anjou, e che forse andava a romper guerra a Filippo II per cacciarlo dai Paesi Bassi. Ciò spiaceva immensamente a quei due, onde risolsero di uccider l'ammiraglio, ispirati anche da Filippo II. Per l'uccisione di lui avvenne il massacro.

Il nunzio Salviati sapea solo che si attentava alla vita del Coligny: nel riferire il fatto dice: «Quand'io scriveva i giorni passati che l'ammiraglio procedeva troppo, e gli si darebbe sulle mani, ero convinto che non si voleva più sopportarlo: ero confermato in tal opinione quando scrissi che speravo dar ben presto a sua santità qualche buona notizia, ma non credevo alla decima parte di quel che ora vedo co' miei occhi... Se l'ammiraglio fosse morto del colpo d'archibugio che gli fu tirato, non credo sarebbero perite tante persone». (Lett. 24 agosto).

Carlo IX avea prevenuto il Salviati, spedendo assicurare il papa che il fatto riuscirebbe a pro della religione; ma in quel momento di stupore, le spiegazioni che gli stessi reali ne diedero eran differenti, secondo le persone e le circostanze. In fatto, messo mano a un primo delitto, i soliti ladri e assassini che compajono in ogni rivoluzione ne profittarono; si disse che uccideano gli Ugonotti perchè questi aveano tramato d'uccidere i Cattolici: Caterina fu contenta di poter palliare sotto un delitto universale il delitto particolare. «Quelli che si vantano d'aver colpito l'ammiraglio son tanti, che piazza Navona non basterebbe a capirli (dice lo spaccio 22 settembre)..... Tutto quanto scrissi riguardo all'ammiraglio si conferma. La reggente lo fece colpire senza che il re lo sapesse, ma con partecipazione del duca d'Anjou, della signora di Nemours e del duca di Guisa. Se Coligny fosse morto al primo colpo, gli altri non sarieno stati trucidati. Ma sopravvivendo alle ferite, gli autori dell'attentato temettero che il delitto fallito non attirasse maggiori pericoli, e s'intesero col re, e risolsero di buttar ogni vergogna, e sterminare quei del suo partito».

L'Adriani, nella Storia Fiorentina, e il Davila Guerre Civili, asseriscono un concerto fra il re di Francia e quello di Spagna, fatto a Bajonna. Questa asserzione adottata dagli storici più letti, è vittoriosamente confutata dai documenti. Ponno vedersi l'italiano Alberi, Vita di Caterina De Medici, e il tedesco G. Goldan, La Francia e la San Bartolomeo; ed, oltre quel che ne abbiamo noi recato nella Storia Universale, libro XV, una pienissima dissertazione di Giorgio Gandy nella Revue des questions historiques, vol. I, pag. 1866.

Un autore tedesco prese a dimostrare che fu un'ordita di Caterina col re di Navarra per distruggere i Cattolici. W. VON SCHUZ Die aufgehelte Bartolomæusnacht. Lipsia 1845. Non dico che abbia ragione, dico che anche questo punto fu sostenuto con buone ragioni.

Da Bossuet gli accusatori copiarono che il legato pontifizio venne a Parigi a congratularsi con Carlo IX d'«un'esecuzione lungamente e saviamente meditata». Ma Bossuet donde ha tolta quest'asserzione? Eppur divenne la base de' racconti, poi della tragedia di Chenier, degli Ugonotti di Scribe, e d'altri.

Su tutti questi fatti si consultino in senso contrario:

DE FELICE, Histoire des Protestants de France, 1850. COQUEREL, Précis de l'histoire des Eglises reformées, 1862. DABGAUD, Histoire de la liberté religieuse. MONAGHAN, _L'Eglise et la Reforme, Bulletin de la Société de l'histoire du protestantisme français_.

Dopo tant'altre storie di Caterina vedasi Debts et creanciers de la reyne mère Cathérine de' Medicis; documents publiés pour la première fois d'après les archives de Chenonceau, avec une introduction par M. L'ABBÈ C. CHEVALIER. Parigi 1862.

[17] Delle questioni religiose di Francia, come d'ogni altra cosa dove ci fosse a far rumore volle impacciarsi il gran ciarlatano Giovanni Battista Marini. E nella Sferza, invettiva a quattro ministri dell'iniquità (Napoli 1626) flagella quattro autori di un'opera eretico-democratica; sostiene che i Calvinisti sono nemici dei re; e conchiude, questa volta senza metafore, che «al fuoco dannare si devono tutti coloro, insieme con quei libri ove tali dottrine si contengono: deonsi punire gl'impressori e i venditori di essi: deonsi spianare le loro cattedre, e diroccare le loro chiese».

[18] Il gesuita Guglielmo Dondini descrisse le imprese del duca di Parma a soccorso della Lega. Vedi Bibliotheca romana di Prospero Mandosio.

[19] Sono a stampa varie sue scritture polemiche, fra cui le Lezioni Calviniche, recitate d'ordine del duca di Savoja in Torino il 1582, per opporsi ai novatori che tuttodì cresceano. Ivi loda il congiungere la predicazione colla teologia; questa gl'insegnò a fare più sicure le lezioni. Una sua apologia per negare la voce sparsasi, ch'egli si fosse fatto predicatore evangelico a Ginevra, è manuscritta nella libreria Soranzo a Venezia. Scrisse pure De Parisiensium obsidione (Roma, senza data). Ne' manuscritti della Magliabecchiana VII, 346 è quell'epigramma, probabilmente di Vincenzo Giliani, in lode del Panigarola.

Religionis honos et gloria magna, clerique Seraphici summum, Panicarola, decus.... Ut nautæ occludant mundi a sirenibus aures Quo valeat tuta sistere prora sinu, Vitandumque mones Scillam, infestumque Caribdim.... Doctrinamque piam, sinceraque dogmata sectans E scopulis navim litora ad alma vehis.

Nella classe XXXIV, cod. 17 de' manuscritti della Magliabecchiana è un Breve compendio della dottrina di Platone in quello ch'ella è conforme alla fede nostra, composto da un tal Verino, il quale dedicandolo a Giovanna d'Austria granduchessa di Toscana, dice: «Perlocchè l'A. V. S. con gran prudenza attende a sì bella notizia qual è quella de' movimenti de' cieli, servendosi dell'eccellentissimo astronomo Egnatio Danti... io stimo che vorrà sentire la non meno salutifera che gioconda dottrina della cristiana teologia del padre F. Panigarola».

[20] Negli Archivj Medicei è una lettera del 26 aprile 1593, che Enrico IV scrive al granduca ringraziandolo d'avergli mandato il cardinale Gondi a consigliarlo di farsi cattolico ed «Ho voluto e voglio promettervi, com'io fo in fede e parola di re, per la presente, scritta e segnata dì mia mano, di far dichiarazione e professione pubblica della religione cattolica secondo le costituzioni della Chiesa, come hanno fatto i re di Francia miei predecessori, nel termine di due mesi». Accetta l'offerta fattagli di mille Svizzeri pagati per un anno, e del soldo per sei mesi di altri mille: gli fa comprendere di mancar affatto di denaro, e gli chiede a prestito altri ducento mila scudi contanti, coi quali mezzi potrà ridur in breve tempo la città di Parigi, sicchè a lui ne sarà debitore, e promette restituirglieli e restargliene obbligatissimo.

[21] Frà Serafino Banchi, domenicano fiorentino, rivelò a Enrico IV la trama che Pietro La Barrière avea fatta per ucciderlo: onde costui fu preso e appiccato. Il Santo Uffizio di Roma credette avesse con ciò violato il secreto sacramentale, e perciò lo chiese al priore di Parigi, ma Enrico lo protesse, e lo fe giunger a Firenze, ove il granduca lo tenne salvo, finchè, nella riconciliazione di Enrico IV, si stipulò la salvezza del Banchi. Storia segreta di Enrico IV, Tom. III.

Lo stesso partito che inventava Dante precursore dell'unità regia d'Italia, volle attribuir a Enrico IV l'idea d'ingrandir la Casa di Savoja sopra l'Italia tutta. La famosa sua Repubblica Cristiana, che al fin de' conti non era più che un progetto, mirava a metter de' limiti alle grandi potenze, tali che non aspirassero a sorpassarli, o se il volessero, fossero impedite da tutte le altre. Era insomma un intervento generale; unico modo invero che finora siasi divisato per prevenire le guerre. In essa Repubblica Cristiana doveano esservi quindici signorie: cioè cinque elettive, il papa, l'imperatore, i re di Polonia, Ungheria, Boemia: sei ereditarie, Francia, Spagna, Inghilterra, Danimarca, Svezia, Lombardia: quattro repubbliche sovrane; prima la veneta; la seconda composta dei ducati di Genova, Firenze, Modena, Parma, Mantova, e i piccoli Stati di Lucca, Mirandola, Finale, Monaco, Sabbioneta, Correggio e simili; la terza gli Svizzeri, la quarta delle diciassette provincie de' Paesi Bassi. A capo della Repubblica Cristiana doveva stare il papa.

[22] Quando Maria De Medici partì per Francia, santa Maddalena de' Pazzi, ch'essa visitò più volte in Santa Maria degli Angeli in Firenze, le predisse avrebbe molti figliuoli, purchè avesse procurato presso il marito, Iº che i Gesuiti fossero rimessi nel regno, IIº che cercasse la distruzione degli eretici, IIIº che tenesse in ispeciale affezione i poveri.

DISCORSO XL.

ERETICI A NAPOLI.

Degli eterodossi nel Napoletano largamente discorremmo, parlando del Valdes e di Galeazzo Caracciolo, e più nel Discorso XXXII sopra l'Inquisizione: non ci resta dunque che spigolar alcune cose ommesse.

I primi semi della dottrina luterana diconsi sparsi dai soldati che aveano menata a orribile strazio Roma, e che colà passarono per iscacciarne il Lautrec e i Francesi. Nel 1536 Carlo V vi pubblicò un rigoroso editto che vietava ogni pratica coi Luterani, pena la vita e la confisca[23]: e già all'uopo stesso nel 1533 vi si erano stabiliti i Teatini, i quali vedemmo attenti sopra le dottrine sparse dal Valdes. Pure nel 1536 vi predicò l'Ochino in San Giovanni Maggiore, sentito con grand'attenzione da esso imperatore. Ma partito questo, il governatore Toledo, al quale esso avea raccomandato di badare non si propagasse l'eresia, non lasciogli continuar le prediche se prima non dichiarasse in pulpito chiaramente le sue opinioni circa i punti controversi. Il frate seppe schermagliar di modo, che potè continuare il quaresimale, e partendo lasciò molti imbevuti delle sue dottrine «i quali poi con la mutazione della vita furono detti spiritati»[24], o piuttosto spirituali, titolo che spesso vediam loro attribuito.

In occasione d'un grave tremuoto al 7 agosto, il popolo gridò fosse castigo di Dio contra gli eretici, onde molti furono detenuti dalla Corte dell'arcivescovado. Pure nel 1539 tornò a predicarvi l'Ochino nel duomo[25], e il Castaldo dice che «le sue prediche diedero campo e ragione a molti di parlare della santa scrittura, di studiare gli evangeli, e disputare intorno la giustificazione, la fede e le opere, la potestà pontificia, il purgatorio e simili altre difficili questioni, che sono de' teologi grandi, e non da esser trattate da' laici, e massime di poca dottrina e di minime lettere. Ed io dirò cosa che parrà incredibile ed è pur verissima, che insino ad alcuni coriari della conceria al Mercato era venuta questa licenza di parlare e discorrere dell'epistole di san Paolo e dei passi difficultosi di quelle, e come in ogni parte d'Italia dove avea predicato, così anche in Napoli lasciò partendo alcuni fedeli discepoli».

«Nella invasione che sopportò l'Italia degli eretici luterani sotto il Borbone, dice il Bernino[26], ritrovavasi già o infetto o dispostissimo alla infezione il regno di Napoli quando colà giunse Giovanni Valdes... sovversore miserabile di quel popolo. Conciossiachè egli profondamente eretico luterano, ma altrettanto bello d'aspetto[27], grato di maniere e, ciò che rende più attrattiva la bellezza, fornito di vaga erudizione di lingue, pronto di risposte e studioso della sacra scrittura, annidatosi in quella metropoli, ebbe uditori in copia e seguaci in fede».

Anche nella vita di Galeazzo Caracciolo (Ginevra 1587) è detto che il Valdes, «avendo qualche conoscenza dell'evangelica verità, e sopratutto della dottrina della giustificazione, aveva cominciato a trarre alcuni nobili, coi quali conversava, dalle dense tenebre, rifiutando le false opinioni della propria giustizia e dei meriti delle buone opere, e per conseguente dimostrando molte superstizioni». Giosia Simler protestante scrive pure che il Valdes «guadagnò moltissimi e massimamente dei nobili, a Cristo, e vi fu in quel tempo nella città di Napoli una comunità non ispregevole d'uomini pii».

Contano fra i pervertitori di que' paesi Marcantonio Flaminio, che, secondo il Bernino «si diè alla predicazione della vita spirituale pel territorio di Sessa e di Caserta», oltre il Carnesecchi e il Vermiglio, che a Napoli era abate degli Agostiniani in San Pietro ad Aram: il Giannone aggiunge che esso Vermiglio ebbe tanto credito e concorso di gente, che, chi non v'andava, era riputato mal cristiano[28]. Tra' costui auditori e settarj memorano Francesco Caserta, che poi trassesi dietro il marchese Caracciolo; Benedetto Gusano da Vercelli: Giovanni Montalcino «gran lettore delle epistole di san Paolo»[29], Lorenzo Romano siciliano.

Per cura de' governanti le conventicole cessarono, anche prima che il Valdes morisse circa il 1540. In quest'anno il Carnesecchi avea già letto il libro del Benefizio di Cristo, forse ancora manoscritto, e che certamente era stampato nel 1543 a Venezia, e molto fu diffuso nel reame. Allora racconta il biografo di Galeazzo Caracciolo che infestavano il regno di Napoli alcuni Ariani e Anabattisti, «i quali, veduto che Galeazzo non aveva ancor raggiunto la piena cognizione delle Scritture, non tralasciarono nulla per insinuargli i loro dogmi falsissimi». Ma egli conversò quotidianamente coi discepoli del Valdes «che in Napoli erano numerosissimi, e che nella cognizione della verità cristiana non erano progrediti oltre l'intelligenza dell'articolo della giustificazione e lo schivare alcuni abusi del papismo: per altro usavano alle chiese, udivano messa, partecipavano alle consuete idolatrie». Esso li seguì alcun tempo, e ciò l'avrebbe certamente rovinato, come altri rovinò, i quali arrestati per motivo di religione, mancando de' primarj fondamenti si ritrattarono, come avvenne al Caserta ch'era stato il principale stromento della conversione del Caracciolo.

Allora furono proibiti varj libri che prima eransi stampati liberamente, quali esso Benefizio di Cristo, il Sommario della Scrittura, opera di Melantone; e nel largo davanti la porta dell'arcivescovado furono bruciati, dopo una predica del domenicano Ambrogio de' Bagnoli. Il Castaldo che lo racconta, assicura che dopo d'allora non s'intese che alcun più li tenesse, e chi parlava della santa scrittura lo facea con più modestia e sobrietà. Poi una nuova prammatica del 1545 sulla censura de' libri, e la soppressione di alcune accademie fecero svanire lo studio di quelle curiosità[30].

Al Caracciolo avvenne altrimenti, perchè, venuto in Germania per gl'incarichi suoi, prese ad operare più intrepidamente che non i Nicodemiti che avea lasciati in Italia, e principalmente gli giovò Pietro Martire Vermiglio, che allora dettava in Argentina. Istrutto da costoro, tornò a Napoli, ove ai seguaci del Valdes predicò l'obbligo d'astenersi dall'idolatria, ma non gli diedero ascolto, non approvando essi la dottrina che promette afflizioni, persecuzioni, perdita di beni e di onori, abbandono della casa, della patria, della famiglia per servir Dio[31].

Che cosa di lui seguisse il vedemmo: qui riferimmo tali rimproveri del Balbani per indizio dello stato delle chiese eterodosse nel reame. E anche il Vergerio dice che il Valdes lasciò «molti discepoli, uomini di corte: che se una parte di essi è riuscita netta e calda, l'altra è restata con alcune macchie, fredda e paurosa. Dio la scaldi e la faccia monda».

Contro i triumviri della repubblica satanica (come Antonio Caracciolo qualifica il Valdes, Pietro Martire ch'è dice Cacomartire e l'Ochino) avventossi san Gaetano; andava o mandava ad ascoltarli, e non potendo più dubitare de' lori errori, li denunziò al cardinale Teatino; rivelò ai Napoletani la ipocrisia di costoro, che in veste d'agnelli aveano contaminato la Campania, e le indegnità commesse nelle loro conventicole, dove andavano mescolati uomini e donne; onde i capi fuggirono. Forse era tra questi il marchese Gianbernardino Bonifazio d'Oria, del quale raccontammo a p. 327 del volume II, e al quale a Danzica sul Baltico fu posta una lapide che narrava qualmente in medio hispanicæ inquisitionis furore[32], agnita ex scriptis Melanchtonis evangelii luce, paulo post exuli voluntario, ac primo Venetias, dein ob irati pontificis insidias per Helvetiam in Germaniam et ad wormatiense colloquium delato, morì ottagenario nel 1597, Bonifaciorum ultimus.

Il biografo di san Gaetano racconta che questi «co' suoi ebbe grande omaggio dai pii, e concorsero a San Paolo, chiesa de' Teatini, innumerabil quantità de' principali nobili e del popolo, acciocchè quivi ricevessero i sacramenti della penitenza e dell'eucaristia, e udissero Gaetano e Giovanni Marinone che a vicenda predicavano sulle cose celesti, senza pompa di parole ma con egregio profitto di virtù».

Non è però a credere che ogni seme dell'errore fosse divelto nel regno. Già nominammo (vol. II, pag. 329) Francesco Romano che v'avea partecipato, ed era fuggito da Napoli ove gl'inquisitori lo citavano: a Roma presentossi al cardinale Teatino, denunziandogli gli eterodossi del napoletano, fra cui persone qualificate: indi fece pubblica abjura a Napoli e a Caserta.

Come la inquisizione spagnuola fosse respinta dai Napoletani[33] vedemmo nel Discorso XXXII, ove d'altri miscredenti s'è parlato.

Il marzo 1564 a Napoli, in piazza del Mercato furono decapitati, poi arsi i nobili Gianfrancesco d'Aloisio di Caserta, e Gianbernardino di Gargàno di Aversa come luterani; e «spediti dal vicario dell'arcivescovo editti ad altri di cattivo nome, i quali andamenti della corte tanto temporale quanto spirituale posero la città quasi in rivolta, e così stette molti dì e mesi»[34].

Fu allora che il vicerè Parafan de Ribera scrisse a re Filippo il 7 marzo 1564:

«Ho ricevuto la lettera che vostra maestà si degnò scrivermi di sua mano il 24 gennajo, e la premura sua che le cose della religione vadano come conviensi al servigio di nostro signore, è conveniente a sì gran principe e sì gran cattolico qual è vostra maestà, e alle grazie che da esso ha ricevuto. Io farò gli uffizj che vostra maestà comanda a Roma, benchè molto non sia da profittarne. Il rimedio vero è l'attenzione che vostra maestà adopera. In una lettera che vien per mano del segretario Vargas, scrivo a vostra maestà come furono suppliziati nella piazza pubblica di questa città un cavaliere e un gentiluomo per luterani. Un d'essi è quel che fece il principal danno in questa terra tutta: e la gente nobile e il popolo han mostrato gran contentezza, benchè mai non abbiano veduto giustiziar nessuno per causa siffatta. Parvemi d'avvisar vostra maestà di quel che, per sua confessione, s'intende d'alcuni prelati di questo regno, acciocchè vostra maestà sia avvertito nelle occasioni che possono presentarsi. Supplico la maestà vostra con tutto l'interesse che posso, che, essendo pericoloso il trattare di ciò, degnisi che nessuna persona ne sappia[35]. Guardi il Signore la real persona vostra».

«Dalla deposizione di Giovanni Francesco di Aloysio, detto altrimenti Caserta, si fan le seguenti confessioni.

«Dell'arcivescovo d'Otranto, dice che dal 1540 fin al 1547 quando furono i tumulti a Napoli, parlò con esso molte volte, e dichiarò che teneva e credeva la dottrina luterana, e si trovò presente quando con grandissima veemenza e autorità, parlando con altri, discorreva, predicava e insegnava la dottrina luterana; e in quel tempo a Napoli era tenuto dai Luterani per un de' caporioni della setta. Deposero contro tal confessione altre persone, e quando si cercasse di passar avanti nell'esame della sua vita vi si troveriano cose più brutte: ma ci vorrebbe espressa commissione di sua santità[36].

«Del vescovo di La Cava San Felice[37] dice il Caserta che nel 48 e 49 stando in Trento, avea avuto disputa con un altro del suo uffizio perchè contraddiceva la giustificazione per la sola fede; la qual opinione egli tenea per verissima: e che così per avere detto ciò, come per esser discepolo d'altro luterano, esso lo ha tenuto per un della setta.

«Dal vescovo di Catania[38] dice che, poco prima dei tumulti di Napoli, fu a visitarlo con un altro compagno suo luterano, e parlando delle cose della Scrittura, dichiarò che teneva e credeva le opinioni luterane, e mostrò possedere i Sermoni di frà Bernardino da Siena e il Benefizio di Cristo, e altri scritti di man del Valdes eresiarca, dei quali lessero alcune parti in sua presenza.

«Dice il Caserta del vescovo di Ana (?) coadjutore di Urbino che, quando frà Marco di Tursi eresiarca stava in Sant'Agostino di Napoli, era molto suo amico: e parlando con esso, alcune volte dissegli che teneva e credeva il punto della giustificazione come lo teneva il Valdes, cioè che l'uomo si giustifica per la sola fede, e che per le opere non merita se non in quanto son come frutto della fede.

«Dell'arcivescovo di Sorrento[39] dice il Caserta avergli detto che teneva le opinioni luterane e che quel cammino di Lutero era il vero, e che lodò molto un libro che possedeva, intitolato Summario della Scrittura, che se lo fece comprare.

«Del vescovo di Isola Fascitelli[40] dice che l'abate di Tursi gli disse era delle medesime opinioni luterane.

«Del vescovo di Cajazo[41] gli disse Geronimo Scanapeco che avea le stesse opinioni luterane.

«Del vescovo di Nola[42] che, prima che gli dessero l'uffizio presente, teneva un libro luterano intitolato Il Benefizio di Cristo, e molto se ne piaceva.

«Del vescovo di Civita di Penna[43] dice il Caserta avergli detto don Apollonio Merenda eresiarca ch'era delle stesse sue opinioni, e credeva e teneva quelle di Lutero.

«Del vescovo di Policastro[44] dice che, avendolo un giorno invitato per esaminarlo sopra certa causa, gli mostrò una composizione che avea fatta sopra il punto della giustificazione, nella quale si dichiarava e insegnava conforme all'opinione del Valdes; e che udì da un Luterano, ora morto, che, leggendo le epistole di san Paolo, aveva insegnato e predicato della predestinazione quel che opinano i Luterani.

«Dell'arcivescovo di Reggio[45] dice il Caserta, e così il Gargano, che, prima che gli si conferisse la presente dignità, stando nel suo convento, lo visitarono essi ed altri Luterani, e che dichiarò teneva e credeva le opinioni luterane, e che una volta nel sermone trattò della giustificazione, e conchiuse si debba tener e credere al modo che insegnava Martin Lutero; e che volendo un giorno uscir fuori, cavò le pantofole che aveva in piede, e si pose le scarpe, dicendo: «Lasciatemi prender la giustificazione de' miei piedi» e gli mostrò alcuni libri luterani che possedeva».

In Calabria, oltre i Valdesi di cui discorremmo a pag. 329, dicesi serpeggiasse il luteranesimo, e ne fossero presi molti monaci e alcuni famigliari dell'arcivescovo di Reggio Agostino Gonzaga. Ma non ne venne notizia al Governo che dalle fiere nimicizie tra i Monsolino e i Malgeri di Reggio, scoppiate nel 1561 in vera guerra civile, ove i Monsolini riusciti superiori, trucidarono i nemici. Gli uni rimbalzavano agli altri la taccia di luterani, con tale ostinazione che il vicerè nel 1562 spedì in Calabria Pietro Antonio Pansa, uomo di inflessibile rigore, che molti convinti d'eresia condannò al rogo. Contansi in essi quattro cittadini di Reggio, undici di San Lorenzo, fra cui sette erano frati cappuccini. A quelli che abjurarono fu dal Pansa ordinato portassero sul petto e sulle spalle un panno giallo, attraversato da una croce rossa.

NOTE

[23] GREGORIO ROSSO, Hist. delle cose di Napoli sotto l'imperio di Carlo V. Napoli 1635. L. 1, p. 133.

[24] Così Antonino Castaldo, che morì verso il 1560, e che spesso fu copiato dal Giannone. Vedi Raccolta de' più rinomati scrittori dell'istoria generale del regno di Napoli. Napoli 1769.

[25] Forse all'advento, perchè la quaresima vedemmo predicava a Venezia.

[26] Storia delle eresie. T. IV, 447.

[27] Ciò potrebbe provare che Giovanni fosse altro da Alfonso, osteggiato dal Castiglione, che dice: «La malignità ancora, senza parlare vi si vede dipinta nella pallidezza di quel volto pestilente».

[28] Il Giannone in tutto il ragionare degli eretici è inesattissimo. Sponde, nella continuazione degli Annali del Baronio, dice che il Vermigli Neapoli nactus nonnulla Erasmi, Zuinglii et Buceri scriptis, et conversatione Joannis Valdesii j. p. hispani, ex Germania illuc delati, atque lutheranesimo imbuti, corruptior factus, una cum ipso, spiritu et conatu rem agens, clam cœtum quemdam tam virorum quam fœminarum, primæ etiam nobilitatis collegerunt, quibus ipse concionabatur.

[29] CASTALDO, c. 5.

[30] Questo passo è copiato ad literam dal Giannone, che invece di summario scrive seminario.

[31] In fatto il Valdes nel Mercurio, da un'anima pia fa dire che non credeva necessarj i pellegrinaggi, pure lodava la buona intenzione con cui alcuni vi si moveano: e che, mirando essa coi giubilei e le indulgenze a procurar di seguire la dottrina di Cristo, se altri gliene facesse rimprovero, rispondeva: «Fratelli, prendete il cammino che vi par migliore, e a me lasciate pigliar quello che voglio, poichè non è cattivo».

[32] L'inquisizione spagnuola non v'era a Napoli, come dicemmo. L'epitafio fu pubblicato nel 1859 a Königsberg nel giornale Neue Preussiche Provinzialblätter, tom. IV, pag. 215.

[33] Si ha manuscritto un papel sobre poner la inquisicion en Napoles, ove a Carlo V si fa dire: «Amo meglio il regno senza inquisizione, che l'inquisizione senza regno».

[34] SUMMONTE, Storia di Napoli. L. X, c. 4.

[35] La lista era scritta con tanta gelosia, che le persone non sono indicate che per numeri, poi dichiarati in cedola a parte. Il documento in spagnuolo fu prodotto dal sig. Edwardo Böhmer in calce alle Centodieci divine considerazioni di Giovanni Valdesse. Alla di Sassonia 1860.

[36] Il Bernino, appoggiandosi al manuscritto del Caracciolo, dice che «in terra d'Otranto vi fu Ladislao, auditor del vescovo d'Otranto, e l'istesso arcivescovo fu gravemente processato, e si disse che aveva mandato Lodovico Manna a leggere alla sua chiesa d'Otranto pubblicamente, e che avea commercio di lettere con Martino Bucer, e che fu amico del Valdes, leggeva i suoi libri, e che tenne gran tempo in casa il Giannetto, eretico marcio che se ne fuggì poi a Ginevra. A questo arcivescovo impedì il cappello il cardinale Caraffa». L'arcivescovo era Pietro Antonio da Capua, lodato dall'Ughelli per gran dottrina, erudizione e probità; onorato assai nel Concilio di Trento, ove spesso orò.

[37] Giovanni Tommaso Sanfelice, che al Concilio fu rimproverato dal vescovo di Chironia, poi privato dell'uffizio di commissario, espulso dal Concilio, e a Roma al tempo di papa Paolo incarcerato insieme col cardinal Morone, come si disse nel Discorso XXVIII.

[38] Nicolò Maria Caracciolo; persona di grande autorità presso i papi e i governanti.

[39] Giulio Pavesi bresciano, de' Predicatori, commissario del Sant'Uffizio.

[40] Onorato Fascitello d'Isernia, cassinese, lodato per letteratura dal Casa, dal Bembo, dal Flaminio. Fu al Concilio di Trento.

[41] Fabio Mirto.

[42] Antonio Scarampi piemontese, de' conti di Cannella. Fu al Concilio.

[43] Giacomo Guidi, nobile di Volterra, scolaro di Francesco Guicciardini. Fu pure al Concilio.

[44] Nicola Francesco Missanelli. Contro di lui nel 1567 fu pronunziata sentenza, qualmente fosse caduto in sospetto perchè molti eretici adoperavansi palesemente nella sua diocesi, onde venne sospeso per dieci anni, togliendogli metà della prebenda.

[45] Gaspare Fossa calabrese, de' Minimi, inaugurò con un suo sermone il Concilio di Trento nel 1562, e vi era molto ascoltato.

DISCORSO XLI.

ERETICI IN LOMBARDIA.

Nella città dove lo spirito guelfo fu lungamente alimentato dalle nimicizie contro gl'imperatori; dove nell'età moderna questa medesima avversione si espresse colla predilezione mostrata al principio religioso nazionale, fino a sorgervi gli antesignani del partito neo-guelfo, è notevole come spesso siasi pronunziata la antipatia al primato romano, e dietro ad essa lo spirito acattolico. Il ricordo di tempi quando Milano fu città non seconda che a Roma vi dovette contribuire non meno che la pinguedine del territorio e l'indole degli intelletti; e così il trovarsi essa abbondevole di ricchezze, e un de' principali centri della politica italiana. L'importanza ch'ebbe nel IV secolo sant'Ambrogio e l'esser rimasti capi di un rito particolare pareva attribuire ai successori di quello un'autorità e una rappresentanza eccezionale, viepiù da che divennero anche capi del governo secolare e primarj nelle assemblee del regno. Ma queste cure secolari distrassero talvolta gli arcivescovi dall'attendere alle ecclesiastiche, e vedemmo come a Milano si dilatassero le sêtte dei Patarini, della Guglielmina, de' Nicolaiti, e con quanto stento Pier Damiani e sant'Anselmo inducessero questa diocesi al celibato sacerdotale e alla soggezione a Roma.

Indizj che non trascurammo rivelano come di quelle sêtte non fosse mai divelta affatto la radice. Gli studj umanistici, che quivi prosperarono sotto la protezione de' Visconti, dovettero fomentarvi quello spirito d'esame e di scherno che accompagnò la rinascenza, sicchè presto vi ottennero ascolto le dottrine predicate in Germania. Fin dal 1521, correvano a Milano versi in lode di Lutero, e che finivano:

Macte igitur virtute, pater celebrande Luthere, Communis cujus pendet ab ore salus; Gratia cui ablatis debetur maxima monstris, Alcidis potuit quæ metuisse manus[46].

Il rozzo cronista Burigozzo parla come nel 1534 «venne a predicare in domo un frate de Santo Augustino eremitano; e questo fu una dominica a dì 25 januario, e predicò tutta la settimana seguente. E la dominica, primo febraro, annunziò un perdono, con certe bolle de assolvere dei casi; e fu messo per la cittade le cedole in stampa, qual se contenevano in ditta bolla; ditto perdono fu messo fôra el dì de santa Maria delle Candele; e fu fatto procession dal clero. Circondorno la ecclesia del domo de dentro, e riportorno ditto perdono a loco suo, sempre col ditto frate e commissario de ditta indulgenzia, e con certi confessionali, sì per li vivi che per li morti; et ognuno che volea ditta indulgenzia (dando li danari ch'erano d'accordo), gli davano la ditta carta, e li metteva suso il nome de colui che pagava, overo de suoi morti; durò questo circa a otto giorni. Et in questo termino assai homeni mormoravano, vedendo questa indulgenzia così larga; dondechè fu trovato questa cosa essere una ribalderia, et essere false le bolle; et a questo fu preso dicto frate et il commissario; e furono messi in prigion in casa del capitano de justizia; e gli fu data la corda e tormenti. Al fine disseno che era vero; e furno reponuti fin a che da Roma venisse la risposta di quello che di lor far se dovesse; et a questo passò qualche giorni: al fine fu concluso che fusseno mandati in galea.....»

Egli stesso all'anno seguente ricorda un processo contro sospetti Luterani, e che gl'imputati, fra cui un prete, dopo lettane la condanna, furono in duomo riconciliati dall'inquisitore e dall'arcivescovo, obbligandoli per alcune domeniche a starsi alla porta maggiore, vestiti di sacco, e con una disciplina flagellarsi dal principio della messa fino all'elevazione.

Nel 1536 trovandosi a Milano il cardinale Morone, Paolo III con breve 26 giugno gli ordinò di vigilare che si svellessero alcuni errori, che in quella città andavansi disseminando[47].

Il senato mandò legati ai Grigioni per impedire si eseguisse in Valtellina il decreto che partecipava ai predicanti i benefizj delle chiese cattoliche. Venuto nel 1555 governatore il duca d'Alba, famoso persecutore di Luterani in Ispagna e nel Belgio, esacerbò i rigori, e il grigione Federico Salis, colle esagerazioni e colla credulità consueta in tempi faziosi, scriveva al Bullinger aver quello promesso al papa di sterminare gli eretici dalla Lombardia. Il Fabrizio soggiungeva aver costui bruciato due Cristiani, un de' quali frate di non sa qual Ordine, come non ne sa bene la storia; che fu bruciato un sellajo, e appena passa settimana che non si veda qualche esempio[48]. Frasi da giornalista, vaghe, nè appoggiate che alla diceria.

Ben è certo che nel 1556 Paolo IV lagnavasi col Morone sudetto, milanese, che a Milano si fossero scoperte conventicole di persone ragguardevoli d'ambo i sessi, professanti gli errori di frà Battista da Crema[49]. Nel registro dei giustiziati, tenuto dalla confraternita di San Giovanni alle Case Rotte, sotto il 23 luglio 1569 trovo abbruciati «un frate di Brera e Giorgio Filatore (degli Umiliati) quali erano luterani»: e un Giulio Pallavicino della Pieve d'Incino eretico, che «fu messo sul palco in duomo l'anno 1555 e 1573; poi il 1 ottobre 1587 fu morto, dopo essersi confessato e comunicato.

Fra le Prediche di teologi illustri pubblicate da Tommaso Porcacchi ne sta una di frate Angelo Castiglione da Genova, recitata nel duomo di Milano il 1553, per consolare alcuni i quali doveano, subito dopo la predica, abjurare l'eresia.

Milanese era frà Giulio Terenziano o di san Terenzio, che imprigionato a Venezia, potè fuggire oltremonti, e stampò opere ereticali col pseudonimo di Girolamo Savonese. Il Gerdesio (pag. 280) mal lo confonde con Giulio da Milano, agostiniano apostata, che predicò fra' Grigioni, e, da Poschiavo apostolava la Valtellina e l'Engadina, in Isvizzera pubblicò la prima e seconda parte delle prediche da lui recitate in San Cassiano di Venezia nel 1541, dov'egli stesso narra aver fatto ventidue prediche, le quali furono condannate. Di lui conosciamo una «Esortazione al martirio; vi son aggiunte molte cose necessarie di sapere a' nostri tempi, come vedrai nel voltar del foglio;

«Se a cristiano è lecito fuggire la persecutione per causa della fede;

«La passione di Fannio martire;

«Epistola a li Farisei ampliati;

«Epistola contro gli Anabaptisti, scritta a una sorella d'Italia;

«Una pia meditazione sopra del Pater noster[50]».

Morì vecchissimo nel 1571, nè sappiamo di che casato fosse.

Anche frà Girolamo da Milano fe da pastore a Livigno in Valtellina, dove introdusse dottrine antitrinitarie.

Di connivenza alle massime nuove è prova l'essersi a Milano tenuto gran tempo per maestro Aonio Paleario, benchè tacciato di disseminarne. E nella Biblioteca Ambrosiana abbiamo lettere sue, dove ringrazia il senato perchè neppure in tempo di gran carestia non lo lasciò mancar di nulla.

Anche Celio Curione, del quale divisammo nel discorso XXIX, sottrattosi all'Inquisizione piemontese, ricoverò a Milano, v'ottenne una cattedra e ospitalità dalla famiglia Isacchi, colla quale villeggiava a Barzago in Brianza, e della quale sposò una fanciulla: e sebbene il papa insistesse perchè il senato milanese nol tollerasse, i giovani studenti lo difendeano così, che non si osava porgli addosso le mani; e sol dopo tre anni ritirossi a Venezia.

Il tante volte citato Caracciolo sa che «a Milano v'erano molti preti e frati e secolari eretici; capo di questi fu un don Celso canonico regolare, eretico marcio, e quel che fu peggio, era valente predicatore e favorito tanto dai nobili e dalla città, che il povero inquisitore, ancorchè in fin dal principio s'accorgesse delle sue proposizioni eretiche, tuttavia si ritenne dal processarlo. Costui infettò particolarmente il castellano suo grande amico. L'esito fu che alla fine, vedendosi processato dal Muzio per ordine del Sant'Uffizio di Roma, se ne fuggì a Ginevra, e di là mandava lettere ed avvisi a' suoi amici».

Intende Celso Martinenghi, bresciano, del quale tocchiamo altrove: ma in paese nè di lui trovammo menzione, nè di altri. Che però la diffusione dell'eresia fosse temuta ce l'attesta questa provisione dell'arcivescovo Arcimboldi, che sedette dal 1550 al 55.

Volendo il reverendissimo ed illust. signor Giovanni Angelo Arcimboldo, per grazia di Dio e della santa sedia apostolica arcivescovo di Milano e cesareo senatore, e il molto reverendo signore Bonaventura Castiglione prevosto di Sant'Ambrogio di Milano, commissario generale apostolico contro la eretica pravità in tutto il dominio di Milano, provedere che non seguino inconvenienti e scandali contro la santa fede cattolica ed apostolica nella città e diocesi di Milano; anzi volendo a suo potere provedere alla salute delle anime d'ogni fedele cristiano, e levare ogni errore e inconveniente che puotesse occorrere: per tenor delle presenti, ancora con partecipazione e consenso dell'illustrissimo ed eccelentissimo Senato Cesareo di Milano, ordinano e comandano che nell'avvenire, nessuno, sia di qual grado e religione si vegli, nè prete o altra persona ecclesiastica o laica, non ardisca nella città nè diocesi di Milano in alcuna chiesa o luogo di qual condizione o sorte si voglia, ancora fosse nelle loro proprie chiese o case, predicare, o leggere altrui la Sacra Scrittura, senza speciale licenza in scritto delli prelati monsignori, proibendo a qualunque prepositi, priori, rettori, guardiani e ministri delle chiese della città e diocesi di Milano, che non ammettano alcuno a predicare, nè leggere senza licenzia, come di sopra, sotto le medesime pene. Ancora non recedendo dagli altri ordini e cride fatte in questa materia de' libri proibiti, ordinano e comandano che non sia persona alcuna, di qual stato, grado o condizione si voglia, la qual presuma condurre, vendere, nè far vendere, nè donare in modo alcuno libri latini nè volgari, di qual sorte si voglia, nelli quali si tratta della Sacra Scrittura, se avanti siano condotti, non presentano alli prefati monsignori, o a chi sarà da loro a questo deputato, la nota sine descriptione di tali libri, sotto pena di escomunicazione latæ sententiæ, e di scudi cento per cadauna volta e per cadauno contrafaciente, la terza parte da esser applicata all'officio de l'Inquisizione, un'altra terza parte alla Cesarea Camera, e l'altra terza parte all'accusatore, il quale sarà tenuto secreto, e se gli darà fede con uno testimonio degno di fede. In le quali pene incorreranno, e così fin adesso si declara essere incorsi li conduttori scienti, o compratori di tali libri, ancora che li libri fossero ascosti in altre robe o mercanzie.

Ancora ordinano e comandano, che tutti li librari e ligatori di libri, condottieri o venditori, fra due mesi prossimi avvenire debbano avere fatto inventario di qualunque sorte di libri, così latini quanto volgari, quali si ritroveranno avere presso di sè e in suo potere, tanto nelle stanze, quanto nelle botteghe loro, e presentare l'inventario sottoscritto di loro mani all'officio delli prefati monsignori, sotto pena di escomunicazione e scudi cento per cadauno, per la terza da essere applicata all'officio dell'Inquisizione, un altra terza parte alla Cesarea Camera, e l'altra terza parte all'accusatore: e nello avvenire non possino tenere in bottega, nè in casa propria, nè ad altri vendere nè donare nè comprare alcuni libri che non siano descritti nelle liste e inventarj presentati all'officio delli suddetti monsignori. E se si trovasse alcuno, che avesse venduto o donato o altramente dato alcuno libro, che non si trovasse scritto nelle dette liste e inventario, ipso jure et facto s'intenda essere incorsi, ed incorrano nella pena di escomunicazione, e di scudi dieci per cadauno libro, e qualunque volta; da essere applicati nelli modi e forme come di sopra; si tenerà secreto l'accusatore, al quale si crederà con uno testimonio degno di fede, acciocchè per l'avarizia non si abbiano per librari o mercanti di libri a non propalare e presentare li libri eretici e proibiti, che per l'Officio dell'Inquisizione se gli fa sapere, che presentando loro all'Officio dell'Inquisizione se gli provederà acciò non restino in danno, mentre la presentazione si faccia fra dieci giorni prossimi.

Ancora ordinano e comandano a tutti quelli, li quali hanno presso di sè alcuni libri o scritture, di qual sorte voglia, li quali siano eretici, o che non si ammettano dalla santa Chiesa cattolica e apostolica, e siano di qua in dietro per alcun arcivescovo, inquisitore, sive commissario, proibiti, e massime gli infrascritti qua di sotto annotati, che, nel termine di mese uno prossimo, li vogliano avere consegnati nelle mani delli prefati monsignori, da' quali saranno assolti da tutte le censure e pene, nelle quali fossero incorsi: e passato detto termine, non si ammettono più, anzi contra di loro si procederà irremissibilmente non solo alla pena, nella quale saranno incorsi, ma ancora in maggiore pena, secondo la qualità delle persone, all'arbitrio delli monsignori: e chi accuserà sarà tenuto secreto, avrà la terza delle pene pecuniarie come di sopra.

Ancora ammoniscano ogni e qualunque fedele dell'uno e dell'altro sesso, o di qualunque stato, grado o condizione e dignità, che, sotto pena di escomunicazione latae sententiæ e di scudi cinquanta d'oro, da essere applicati per uno terzo all'ufficio de l'Inquisizione, un altro terzo alla Cesarea Camera, e un altro terzo all'accusatore, qual sarà tenuto secreto, infra giorni trenta dopo la pubblicazione delli presenti, cioè dieci per il primo, dieci per il terzo e perentorio termine e monizione canonica, che debbano avere denunciato, revelato e notificato se hanno conosciuto o udito alcuno eretico, o suspetto, o diffamato d'eresia in la città o diocesi di Milano. Similmente avere notificato per nome e cognome tutti quelli, li quali straparlano delli articoli della fede, delli sacramenti della Chiesa, delle ceremonie, della autorità del Sommo Pontefice, e delle altre cose pertinenti alla fede cattolica e sacramenti ecclesiastici. Similmente quelli che dimandano o pregano li demonj, o che loro sacrificano, o che li fanno sive prestano altri divini onori, e chi dà ajuto alli Luterani o altra sorte d'eretici o sospetti d'eresia. Rendendo sicuro caduno e qualunque che avesse in premisse cose, o alcuna di loro errato, che comparendo personalmente innanzi alli sudetti monsignori nel termine d'uno mese prossimo, si accetteranno a penitenza secreta, e si libereranno ed assolveranno gratis e senza spesa alcuna.

E più se alcuno Luterano, o altramente eretico, spontaneamente comparesse e accettasse la penitenza, o non interrogato denunciasse alcuno complice, esso notificante sarà tenuto secreto, e guadagnerà il quarto delle pene pecuniarie, e beni che si potessero esigere e conseguire giustamente, secondo i termini della ragione di tali complici e delinquenti.

Declarando che, se alcuno contravenisse in alcuna delle sopradette cose, e da se stesso si notificasse e denunciasse li complici, che si assolverà dell'escomunicazione e pene, nelle quali fosse incorso, e se gli darà la terza parte della pena pecuniaria, che si esigerà dalli complici.

Certificando ogni persona, che le licenze e altre cose, che si faranno e si concederanno in tutti li premessi casi, si faranno e concederanno gratis e senza pagamento alcuno, ancora inerendo alle determinazioni della santa Madre Chiesa, la quale non immeritamente ha statuito e ordinato per la salute di tutte le anime, che ogni fidele cristiano dell'uno e l'altro sesso, dopo che saranno pervenuti alla età della discrezione, ogni e qualunque suo peccato, almeno una volta l'anno abbiano a confessarsi al proprio confessore; ingiuntali la penitenza, per le proprie forze studiino adempirla, pigliando riverentemente almeno ad ogni pasqua di risurrezione del nostro Signore, il santissimo sacramento della Eucaristia, salvo se per caso di consiglio del proprio sacerdote, per qualche giusta e ragionevole causa, si ordinasse che dovesse astenersene; altramente vivendo, non si ammetta nell'ingresso della Chiesa, e morendo non gli sia concesso la cristiana sepoltura.

Oltra di questo, esso monsignor reverendissimo arcivescovo, inerendo alle determinazioni della santa Madre Chiesa ordina, che tutti i fedeli cristiani dell'uno e l'altro sesso, vogliano in qualunque festa di pasqua della resurrezione del nostro Signore, o almeno per tutta l'ottava d'essa pasqua, confessare i suoi peccati al sacerdote, e pigliare il santissimo sacramento della Eucaristia, secondo la predetta determinazione della santa madre Chiesa: altramente, non rispettando qualità nè grado di persona alcuna, si scomunicheranno per nomi e cognomi, e saranno cacciati fuora delle chiese con gran vitupero: e morendo in tale errore e pertinacia, se sepelliranno al terragio: e a quelli che per due anni continui non si saranno confessati nè comunicati gli se procederà contra, e saranno puniti nelle pene di ragione e delli sacri canoni; etiam, se sarà spediente, con intervento del cesareo fisco.

Ed acciocchè non si possa pretessere ignoranza, nè pigliare scusa alcuna, per tenor delli presenti esso monsignore ammonisce per il primo, secondo, terzo e perentorio termine tutti i prepositi, rettori, vicerettori, capellani, curati, sacerdoti e altri ministri delle chiese della città e diocesi di Milano, che in cadauna e tutte le domeniche della quadragesima di qualunque anno, alle loro Messe, nelle ore che si troverà congregato maggiore popolo, sotto pena di escomunicazione e di scudi vinticinque per cadauno contrafaciente o meno osservatore della presente ordinazione, da essere applicati alla fabbrica della chiesa maggiore di Milano, vogliano avvisare ed ammonire tutti li fideli cristiani, che nella solennità di pasqua scorrente, o almeno per tutta l'ottava della pasqua, si confessino, e si comunichino come di sopra, altramente si pubblicheranno per escomunicati. E affine che le presenti ammonizioni e comandamenti pervenghino a comune utilità di tutti, dopo la pubblicazione fatta nel cospetto del popolo, li sudetti monsignori reverendissimo e illustrissimo e molto reverendo Comissario Generale comettono e mandano, che siano affisse, inchiodate alle porte della chiesa maggiore di Milano, e della chiesa di Santo Ambrogio maggiore, e della Scala di essa città. Nelle altre città del dominio manda il sudetto Generale Comissario siano affisse alle chiese loro maggiori, acciocchè da tutti possan essere vedute, lette, ed alla giornata pubblicate, nè rimanga iscusazione d'ignoranza di non avere inteso quello che si è patentemente pubblicato. Dato in Milano, l'anno 1551.

Ben presto, a capo dell'arcidiocesi milanese venne uno de' più zelanti promotori della riforma cattolica, Carlo Borromeo. E in relazione a quanto accennammo da principio, è notevole l'avversar che fecero i Milanesi a un santo, il quale, a tacer la pietà, fu ammirato per una splendidissima carità e per insigni istituzioni, tanto che, in un tempo dei più esorbitanti, fu presentato all'imitazione come modello di ottimo patriota[51]. L'emendazione ch'egli volle fare dei frati Umiliati gli concitò l'inimicizia di questi, spinta fino a tirargli una fucilata. I gran savj milanesi poi mormoravano che il Borromeo volesse far troppo; pretendesse al monopolio della carità, anzichè lasciar che tutti la applicassero come più voleano; criticavano quel che facea, suggerivano quel che avrebbe dovuto fare; asserivano che il tanto suo adoprarsi venisse per ambizione d'esser nominato, per fare scomparire gli altri, per acquistarsi l'aura popolare. Ai pensatori s'insinuava come le tante sue riforme fossero puerili, da sacristia, come volesse sostituire in man de' nobili il rosario alle spade, i confratelli ai bravi, i tridui ai duelli, invilendo così la nazione milanese. Alla plebe si insinuava com'egli co' suoi divieti contro le profanazioni della festa, contro il prolungamento delle gazzarre carnovalesche, diminuisse i divertimenti, che pur sono la ricreazione del povero popolo e un giusto sollievo dopo tante fatiche. Poi, sempre per patriotismo, s'insinuava all'autorità ch'egli voleva far prevalere la sua giurisdizione, a scapito della secolare; che invadeva le competenze del municipio o del governo; che, durante la peste, quando i governatori erano fuggiti ed egli era rimasto a dividere ed alleviare i patimenti, aveva sin fatto decreti ed esecuzioni, represso i ribaldi, e altri atti, che son devoluti solo ai magistrati.

E coi magistrati sostenne lotte durissime; e i cittadini si piacquero di trarne occasione di scandali; e il capitolo di Santa Maria della Scala arrivò fin a chiudergli in faccia la porta della Chiesa: dalla stessa autorità municipale accusato al papa e al re come trascendente in fatto di giurisdizione, Carlo più d'una volta dovette interrompere le sante sue sollecitudini per andar a Roma o spedire a Madrid, onde scagionarsi. E se non vorremmo sostenere ch'egli avesse sempre ragione nella quantità e nei modi, nessun ci contraddirà se asseriamo che sempre era mosso da rettissime intenzioni.

Ciò sia di conforto a' suoi successori; e in simili contrarietà pensino come la giustizia soglia rendersi anche qui dopo la morte.

Restano, ed hanno vigore ancora moltissimi atti del suo episcopato, ma pochissimi si riferiscono ad eretici di quel paese. Giulio Poggiano, di Suna nel novarese, uno de' più belli scrittori latini di quel tempo, adoprato come secretario di molti cardinali, della Congregazione del Concilio Tridentino e di san Carlo, in lettera al cardinale Sirleto descrive la venuta di quest'arcivescovo a Milano nel 1565, e come «cantò messa nel duomo, dove fu il principe e il senato con tutti li magistrati..... È ferma opinione che fossero alla messa più di venticinque mila persone. Un canonico fece una orazione al cardinale assai impertinente e lunga, nihil boni præter vocem et latera. Il cardinale a mezza messa fece un sermone, nel quale parlò della giustificazione, a proposito del vangelo Plantavit vineam. Della materia se n'era informato dal padre Benedetto Palmio....»

Da qui appare che il santo toccava anche nelle prediche ai punti fondamentali della dottrina. Il Poggiano aggiunge: «Ho inteso che, oltre all'Aonio, qui sono due o tre letterati, ma perchè, non so per qual disgrazia o maledizione loro, si mormora che sono infetti di opinioni poco cattoliche, son risoluto di non parlargli, nè vederne alcuno»[52].

La vicinanza della Lombardia al Piemonte pose Filippo II in paura non ne contraesse le nuove credenze, sicchè insistette presso Pio IV onde potervi istituire l'Inquisizione alla spagnuola, cioè indipendente dal vescovo e dai magistrati. Portata la domanda in concistoro, molti cardinali vi repugnavano; nè il papa inclinava a far questo infausto dono a' suoi concittadini: pure alfine vi consentì nel 1563. Sbigottissene il paese, fioccarono i reclami; il governatore Cordova mandò procurando dissuaderne il re. Al quale la città deputò Cesare Taverna e Princivalle Besozzi, ma non conosciamo nè le commissioni date loro nè l'esito. Bensì nell'archivio diplomatico stanno le commissioni, che furono date ad altri, che al tempo stesso e per lo stesso effetto erano inviati a Roma. Eccole:

Istruzione di quanto avranno a dir e negoziar in nome di questa città l'illustre signor conte Sforza Morone e molto magnifico signor Gotardo Reina, vicario di provisione, oratori in nome di questa città appresso a sua santità nostro signore.

L'illustri e molto magnifici signori sessanta, rappresentanti il consiglio generale della città di Milano, hanno fatto elezione delle persone de v. s. quale vadino a Roma con la maggior celerità sia possibile, e prima ricorreranno dalli illustrissimi signori don Aloisio de Avila commendatore maggiore, e ambasciatore Vargas, e baciatogli le mani in nome di questa città, gli presentaranno le lettere credenziali che se gli danno, e gli esporranno che, essendo avvisata e certificata questa città come si tratta di porre costì una Inquisizione molto più rigorosa del solito, il che ha fatto stupire, e restar piena di meraviglia tutta la città e Stato, vedendo che tutte le novità aggravano e danno infinita discontentezza alli popoli, e eterno aggravio appresso a tutta Italia e cristianità. Perciocchè essendo stata questa città delle prime del mondo, che ricevettero la santissima fede del nostro Signore Gesù Cristo, sino al tempo di San Barnaba apostolo, e così per mille cinquecento e venti anni e più sempre è perseverata nella santissima fede cattolica romana, nè mai ha deviato in cosa alcuna. Questa città fu la principale che scacciò li Ariani, e sotto li imperatori Greci, che favorivano le eresie più presto si lasciò quasi distruggere e desolare, che mai consentirgli. Furono a Milano a migliaja de questi cittadini fatti martiri per non voler consentire ad adorare li falsi Dei, siccome gli comandavano Diocleziano e Massimiliano Erculeo imperatori, quale Massimiliano allora abitava in questa città, e qui depose l'impero, e più sotto Valerio Maximino suo successore: e come altro Massimiano inondò la nostra città del sangue de martiri, e molto più sotto l'imperio del terzo Massimiano erede del tirannico furore del primo e secondo suoi predecessori, si numerano più martiri milanesi, fatti per la fede del nostro Signore Gesù Cristo, che non sono di quattro altre città delle prime. Non si ritrova che da molti e molti anni in qua a l'ufficio della santissima Inquisizione sia mai stato, non che condannato, ma anche accusato alcun milanese; come sua santità potrà venirne in cognizione ordinando che gli sia fatta relazione delli processi fatti alla santissima Inquisizione, ovvero mandato li libri. E se alcuni sono stati accusati e condannati, quali abitavano in questa città, non sono milanesi, onde non accade la medicina dove il corpo è sano, nè la pena rigorosissima e il proceder simile dove mai non fu delitto nè superstizione. Poichè questa nuova istituzione non è mai stata introdotta nè in questa città, nè in questo Stato nè in alcuna parte delle nostre regioni, e così siamo perseverati per più di mille cinquecento venti anni continui, nè ora è accaduto, ovvero accade cosa, per la quale si abbi di caricar le città dello stato d'una sì insolita ed infamatoria novità, stando la città e Stato caricata e colma d'ogni sorta di carichi, nè per soprasomma se gli dovrebbe aggiungere questa sì universalmente mala contentezza di tutto lo Stato, il quale presuppone che questo gli sia peggio, che se tutto fosse distrutto e desolato. E sebbene alcuni delli vicini sono macchiati della maledetta, e scellerata eresia, non è però da temere che un popolo, nè alcuno del popolo tanto cattolico, tanto pio e tanto confirmato nella nostra religione si debba mai partir o separarsi dall'unione della santa madre Chiesa Romana, nella quale per tante e tante centinaja d'anni è perseverato e persevera, il che apertamente dimostrano tanti ospitali, tanti luoghi pii, tanti monasteri, tante chiese, tante congregazioni, che si mantengono con le elemosine si fanno, e si edificano ogni giorno, e si esercitano in questa città, ed il concorso universale che si fa da tutti e continuamente alli divini officj, e sagramenti e all'udir le sacre prediche, e a pigliar le santissime Indulgenze, alle quali tutte concorre indistintamente e a gara tutto il popolo. Chi potrebbe tener le lagrime veggendo in tutte le chiese parrocchiali di questa città, quali sono infinite, in un medesimo tempo pubblicamente esposto il santissimo corpo di nostro Signor Gesù Cristo, avanti il quale, giorno e notte senza intermissione ogni sorta di gente umilissimamente con singulti e pianti, misti con grandissimi prieghi e supplicazioni, e con ogni sorta di voti supplicano la divina clemenza, ragionando tutti i tempi delle divine litanie, e d'ogni sorta di salmi e orazioni, che si degni infondere e inspirare la grazia dello santissimo Spirito nelli cuori di sua beatitudine, suo vero vicario in terra, e di S. M. che sono in mani sue, quello che sia per onore della santissima sua Chiesa e che convenga alla religione e pietà nostra antichissima, acciocchè dove meritiamo lodi non siamo infamati appresso tutta la cristianità senza colpa nostra, il che parerebbe troppo duro a questa città tanto ubbediente, affezionata e schiava a sua santità e sua maestà, di vedersi con questa innovazione senza sua colpa quasi infamare. Il che risulterebbe in non poco dissertivo a S. M. perchè essendo il nervo di questa città le mercanzie e arti che qua si esercitano, tanto dispiace questa cosa a tutti, che sarebbe fargli abbandonare per una gran parte, e trasportar le merci e arti altrove, donde ne patiranno assai li dazj e entrate di S. M. perchè la città, e così la patria di sua santità, si verrebbe a despopolare, il che si comincia a fare sin ad ora, perchè non si ritrova chi voglia per prezzo ancorchè vile comprar alcuna cosa di stabile; impauriti come sono della fama di questa innovazione.

E se rispondesse che questo si fa per conservar pura e chiara questa città, atteso l'incendio e il fuoco che arde nelli vicini nostri, e per la contrattazione che si fa tra essi e noi, si può rispondere come di sopra, che al corpo sano e alla virtù continuamente esperimentata non si ha da adoperare più forte medicina, ovver maggior freno del solito, anzi il dar medicina ad un sano gli porta spasmo e repentina morte. Ma quello, che non meno importa sarebbe questo ungere la piaga di contrario liquore, perchè essendo a questa città alcuni delli vicini eretici veri nemici a noi, per essere noi cattolici e essi scismatici, veggendo il modo rigoroso della Inquisizione, dubita che, acciecati dall'odio ed ardenti dal furore, somministrarono falsi testimonj contro di noi cattolici per infamarne e distruggerne. E se è bastato l'animo ad un eretico ammazzar il principe di Ghisa, generale di un tanto re, circondato e amato da un tanto esercito, e macchinar nella propria vita del re cristianissimo per esser cristiano, che cosa faranno potendone rovinar nell'onore, nella vita e nella roba con falsi testimonj? E per le sacre istorie si vede esser così stato fatto per li eretici alli cattolici e sovente, e ne bastino alcuni esempj di Eustachio episcopo d'Antiochia, che per esser cattolico, li Ariani colla falsa deposizione d'una donna, alla quale allora per il rigore si credeva, ingiustamente fu detenuto, e poi scoperto ma tardo, fu restituito all'episcopato: e san Atanasio illustre e santissimo uomo episcopo de Alessandria, dalli Ariani sotto Costantino imperatore cristianissimo fu per simili vie ancora nel Concilio Niceno tanto travagliato e per tanti modi, che si può dir ebbe infiniti martirj. L'altro delle persecuzioni per testimonj falsi fatte a san Gerolamo dalli eretici sono notissime. Nè una legge conviene a tutti li popoli, siccome nè un rimedio ad ogni infermo, e manco alli sani. E qua vi sono bonissimi ordini sopra la santissima Inquisizione, i quali si servano. Egli è un tribunale della santissima Inquisizione, osservato con antichissima consuetudine, nel quale, conforme alli sacri canoni, intervengono molti teologi di tutte le religioni, molti ecclesiastici, per assessori molti dottori del collegio di Milano e un senatore: al qual tribunale non gli manca alcuna sorte di braccio e ajuto, chiamandolo, e dal principe, e dal senato, e hanno ogni autorità opportuna, e l'illustrissimo e invitto principe di Sessa più e più fiate si è offerto in pubblico di prender con le proprie mani li eretici, e consegnarli all'Inquisitore e ne ha mandato a prender dalla sua guardia tanto da piedi, quanto da cavallo. Nè manca al Sant'Officio d'ogni ajuto l'eccellentissimo senato, e questo è notorio.

E perciò si supplica sua santità sia contenta non dar credenza alle false lingue, nè a chi, forse sotto specie di bene, non cessa seminar zizzania. E se per tanto tempo alcuni delli vicini eretici non hanno mai potuto infettare questa città, il che si ha da tener per certo, non riuscirà nell'avvenire con l'ajuto del nostro Signore Iddio. E se altrimenti è stato persuaso sua santità ovvero a sua maestà, è proceduto da persone o male informate, o malevole, e poco amorevoli al beneficio di sua maestà, e di questa città.

E perciò le signorie vostre diranno esser venute in nome di questa città da sua santità per supplicare come a vicario del sommo Iddio in terra, e trattandosi di cose della fede, e per essere sua santità della nostra patria, e nostro vero padre e protettore, alla cui santità è notissima la nostra religione, e sincera e vera fede con le opere verso l'onnipotente nostro Signore Iddio, acciò sua santità non solo non venga in questa opinione de innovare cosa alcuna in questa causa, ma ancora ne ajuti e favorisca appresso la serenissima cattolica maestà del re n. s., che per le suddette cagioni si contenti fare il medesimo, e ne tenga in quell'opinione, che convien esser tenuti sì buoni, sì veri e sì antichi cristiani, e amorevoli e fedeli soggetti a S. M., come noi siamo, e devoti alla sedia apostolica, e che di questo ne faccia piena fede a sua santità e di ciò ne resteremo tutti, e in universale e in particolare obbligati alli predetti signori, e che per questo la nostra città non ha ancora inviato oratori da sua maestà.

Poi le signorie vostre andaranno a baciar le mani all'illustrissimo e reverendissimo cardinale Borromeo, nostro arcivescovo e pastore, supplicandolo in nome di questa città di favore e ajuto presso sua santità, sì per essere di questa comune patria, sì per trattarsi dell'interesse de sua signoria illustrissima, non solo come nobilissimo membro di questa patria, ma come pastore e arcivescovo, al quale appartiene ordinariamente la cura e cognizione della fede e della Inquisizione, e dell'onore del suo gregge: onde parerebbe, che per trascuraggine de suoi agenti fosse bisogno di nuovo ordine e più rigoroso tribunale: sì per essere e per sangue, e per dignità e per valore sua signoria ill. tanto grata a sua santità, e perciò sia contento aggiustar il negozio, e introdurre le signorie vostre da sua santità[53].

E così ancora le signorie vostre procureranno il medesimo con l'illustrissimo e reverendissimo cardinale San Giorgio, e reverendissimo signor Castellano di Sant'Angelo, e col reverendissimo Datario, e altri nostri cittadini, e con tutti li illustrissimi, e reverendissimi cardinali in Roma, e con ispecie con li illustrissimi e reverendissimi cardinali Santa Croce, Ferrara e Castelli, quali s'intende averne favoriti, ringraziandoli sommamente e supplicandoli di consiglio e favore, che tutti insieme gli siam perpetuamente obbligati, dando a ciascuno le lettere credenziali, che se gli danno: ed allo reverendissimo Alessandrino dandogli le lettere, e pregando ne voglia aggiustare. E poi fatti tutti questi e altri caldi officj, quali meglio pareranno alle signorie vostre circa questo negozio, le signorie vostre procureranno quanto più presto baciar li santissimi piedi di sua santità, supplicandola come di sopra, presentando a sua santità le lettere di credenza che se gli danno.

Da questa nota, così stranamente mista di rozzezza e pretensione, appare quanto fosser temuti dai Milanesi da un lato la reputazione di eretici, dall'altro i danni che ridonderebbero dall'Inquisizione fin ai loro commercj e ai possessi.

Contemporaneamente Brivio Sforza era spedito allo stesso fine al Concilio di Trento; ed è riferito dagli storici che esso e un altro ambasciadore supplicarono i prelati e cardinali della Lombardia ad aver pietà della patria comune, la quale, se ai tanti mali s'aggiungesse questo gravissimo, vedrebbe molti cittadini migrare. Che se quelli che esercitano il Sant'Uffizio in Ispagna, sotto gli occhi proprj del re, abusavano tanto, e rigidamente pesavano sui compatrioti, che non farebbero nel milanese, lontano e non amato? I prelati lombardi del Concilio, uniti scrissero al papa e al cardinale Borromeo, come quello a cui viemmeglio spettava la tutela della patria, e mostravano come qui non militassero le ragioni che l'aveano fatto istituire in Spagna; che, oltre portare sicura rovina nella Lombardia, avrebbe avviato a istituirla anche nel regno di Napoli, con diminuzione dell'autorità della santa sede, giacchè i prelati si sarebbero conservati devoti non ad essa, ma al principe.

Anzi i Padri domandavano che nei decreti del Concilio si mettesse qualche espressione, che esentasse e assicurasse i vescovi dal Sant'Uffizio spagnuolo, e stabilisse il modo delle procedure. Il cardinale Morone, presidente al Concilio, dava qualche promessa di ciò, ma non ne fu fatto nulla; pure l'incidente tenne turbato e sospeso quel sinodo finchè non si seppe che il governatore duca di Sessa, vedendo pericolo che i Milanesi imitassero i Fiamminghi e si facessero protestanti, sospese il decreto, che poi fu lasciato in dimenticanza.

In una relazione dello Stato di Milano di quel tempo, deposta nella biblioteca Trivulzio, leggiamo: «Essendo il re di Spagna e per sua propria volontà e per varj suoi rispetti principe veramente cattolico, di sua volontà e comandamento nello Stato di Milano sono gravemente perseguitati gli eretici, e novamente ha comandato sua maestà che tutti i fuggitivi degli altri Stati d'Italia per la religione, non siano tollerati nel detto Stato, per provvedere che non infettino gli altri. E di più si suppone che al presente sua maestà disegni d'introdurvi l'Inquisizione al modo di Spagna: mossa a ciò non tanto da zelo delle cose della religione, quanto da molti sospetti in che sono entrati gli Spagnuoli del suo consiglio, a suggestione di quelli che sono in Milano, circa alla devozione verso lei de' sudditi di quello Stato; vedendo gli Spagnuoli che niuna cosa possa maggiormente tener in freno i suoi vassalli, che la severità di questo Ufficio. La quale essendo grandemente abborrita dai Milanesi per il sospetto che hanno che, con questa via, abbiano ad essere spogliati di tutti i loro beni, si fa giudizio che abbiano a rendersi molto difficili in accettarla».

Segue riferendo che, al 29 agosto 1564, pubblicavasi dal governatore De la Cueva una grida, per la quale «informata, l'enissa mente di sua maestà essere che tutti i Regni e Stati, e massime lo Stato di Milano siano preservati da ogni pravità eretica....... in nome di sua eccellenza si fa pubblica grida..... che niuno il quale sia eretico dannato nominatamente, o fuggito di mano dell'Offizio della Santa Inquisizione, o scacciato dal suo paese e da' suoi signori per causa d'eresia, o partito da qualsivoglia parte e luogo, e andato in altra parte e luogo ovver paese, dove e acciò possa vivere liberamente in eresia, ardisca di stare, praticare, nè vivere nel detto Stato di Milano, sotto pena della disgrazia di sua maestà cattolica, e di essere punito dall'Offizio della Santa Inquisizione secondo le sacre leggi. Item sua eccellenza ordina e comanda che, capitando alcuno il quale si sappia esser tale, come di sopra, nel detto Stato di Milano ad ostaria, che gli osti e padroni de li luoghi prefati, barcaroli e portinari siano tenuti subito a dar notizia di tali eretici e ut supra alli prefati inquisitori, e prestargli ogni ajuto e favore perchè detti eretici e ut supra siano presi e consegnati all'Offizio predetto della Santa Inquisizione, sotto la pena sopradetta» con quel che siegue.

S'interessarono i Cantoni Svizzeri, e con calore grandissimo Zurigo per far togliere il pregiudizievole generale divieto; ma pei novatori dinotati dal Sant'Uffizio, e pei fuggiaschi d'Italia fu mantenuto, come dal dispaccio in ispagnuolo 17 dicembre 1565 dello stesso governatore Gabriele della Cueva. Finalmente per interposizione dei deputati di Lucerna, Uri ed Untervaldo, recatisi espressamente a Milano, alli 13 gennajo del 1579 si ebbe dal marchese d'Ayamonte nuovo governatore l'esplicita dichiarazione che i Locarnesi emigranti, fatti cittadini in Zurigo e Basilea, eccettuato il solo evangelista Zanino, potessero, venire in questo Stato «e anco a Milano e contrattare; con che, per quanto spetta a la religione, stiano molto riservati, non parlando nè facendo cosa che sia in offesa di essa, nè meno usino cibi proibiti, nè vi portino libri reprobati. Li processati però per l'Offizio della Santa Inquisizione, e che si sono assentati e fatti fuggitivi da questo Stato non possino rientrar in esso; meno sarà lecito che entrino quelli, che avendo abjurato, sono tornati a reincidere, così in questo Stato come fuori. Sarà parimenti proibito a li dottori ed altri che non sono della vera fede cattolica.... e che non averanno contrattazione e non saranno artefici, di entrar e fermarsi nel Stato, se non dieci giorni per volta, e in quel tempo averanno da servare il contenuto ne li suddetti Capitoli. Averanno però da avvertire che, sopra tutto i detti Locarnesi, se vogliono praticar qui, e non essere molestati dal Santo Offizio, conviene che servino i detti Capitoli inviolabilmente».

Gli eretici credeansi nemici pubblici, e quindi lecita ogni rappresaglia contro di essi, fin sequestrarne le merci, come si fece a robe dei Pelizzari e dei Lumaga di Chiavenna, massime se libri: Beatrice Fiamenga, nobile bresciana, per simile titolo si separò da suo marito Geremia Vertemate di Piuro: a Vicenza trovavansi arrestati quaranta protestanti, la più parte Grigioni; e tanto era il sospetto, che i Cattolici provenienti dai Grigioni munivansi di bollette dei parroci loro. Un Teodoro da Chieri, figlio del ministro di Tirano nel 1583, e Lorenzo Soncino da Chiavenna nel 1588 furono consegnati all'Inquisizione di Milano[54].

Nel 1594, frà Diodato da Genova inquisitore generale a Milano promulgava un nuovo editto, ove agli eretici proibivasi d'entrare nel ducato milanese, nè di farvi commercio; a Svizzeri e Grigioni sia concesso alloggiare o presso case private o all'albergo, purchè al venire e al partire notifichino i loro nomi all'inquisitore, non parlino di religione, non vadano in chiesa, se pur non sia per udir la predica. Nel 1598 fu ripetuto l'editto, con divieto ai mercanti di trafficare con eretici, eccetto sempre gli Svizzeri e Grigioni, e non si aprano le balle se non in presenza d'alcuno dell'Inquisizione. Son le sevizie che il secolo della libertà stabilì poi regolarmente, in nome della polizia e del buon governo.

Nato a Milano e discepolo di Romolo Amaseo, Ortensio Laudi variò spesso di nome, talchè l'Indice de' libri, dal Concilio di Trento proibiti in prima classe, lo nomina Hortensius Tranquillus, alias Jeremias, alias Landus. Non occorre rovistarne le colpe ne' molti suoi nemici, abbastanza egli stesso dipingendosi sinistramente, come piccinacolo, losco, sordo, macilento, color cenerognolo, membra brutte, favella e accento lombardo, pazzerone, superbo, impaziente ne' desiderj, collerico sin alla frenesia, composto non di quattro elementi come gli altri uomini, ma di ira, sdegno, collera, alterigia. Finiti gli studj e passato medico, cominciò a ronzare, e col conte di Pitigliano venuto a Lione nel 1534, vi fu incontrato da Giovan Angelo Odone suo condiscepolo, il quale lo descrive come «gran nemico della religione, del greco e delle scienze: in Italia (soggiunge) non osava palesare i suoi sentimenti, ma a Lione l'udii assicurare che stimava unicamente Gesù Cristo e Cicerone; ma di possedere questo non mostra ne' libri; se quello abbia nel cuore, Dio lo sa. Scampando d'Italia, portò, come sue consolazioni, non il Vecchio e Nuovo Testamento, ma le epistole di Cicerone a' famigliari»[55]. Da lui stesso sappiamo ch'era bandito d'Italia, e nascondeva il proprio nome: eppure prima di quel tempo avea servito al Caracciolo vescovo di Catania, assistente di sua santità, e al Madruzzi vescovo di Trento; presso il quale tornò poi quando si aperse il Concilio.

Questa tolleranza non è la men bizzarra rivelazione di quel secolo, avvegnachè costui si fosse mostrato sempre e paradossale ed empio. Come coloro che vogliono acquistarsi fama dal pubblico collo schiaffeggiarlo, sputacchia tutti gli idoli del giorno; chiama animalaccio Aristotele; il Boccaccio incolto, ruffianesco, spregevolissimo; e dice amar meglio il parlar milanese o bergamasco che il boccaccevole, e vitupera i Toscani perchè pretendono parlar bene. Nelle Cose notabili e mostruose d'Italia (1548) scrive di Milano: «La seconda Roma, chi ora la vedesse avendola prima veduta, direbbe: questo per certo non è Milano: egli non è desso: non vi è stata città in Europa già molti anni sono tanto flagellata....... Quivi s'è ritrovato una donna, a guisa di lupa affamata divorare i fanciulli: un fratello giacersi carnalmente con tre sorelle, e tre fratelli goder una sorella; il figliuolo la madre, il zio la nipote, il cognato la cognata. Quivi si son trovati uomini sì crudeli, che da niuna ingiuria mossi, sol per esser l'un guelfo e e l'altro ghibellino, vivi gli hanno arrostiti, e mangiatoli del fegato, e dentro il corpo messo del fieno e dell'orzo, e adoperato i corpi umani per mangiatoja de' cavalli. Quivi sonosi trovati uomini che hanno ammazzato nella propria chiesa i religiosi mentre cantavano li divini ufficj, e Iddio lodavano; nè una sola volta questo è accaduto. S'è trovato uno, di furore tanto accecato, che non si vergognava di dire impudentemente ch'egli volesse far un lago di sangue ghibellino. Non si sono vergognati uomini per nobiltà di sangue ragguardevoli molto, di starsi al bosco, e assassinare indifferentemente chiunque gli capitava alle mani..... È una setta, da una gran femina retta, la qual si sforza di ridur i suoi seguaci alla battesimale purità e innocenza, e del tutto mortificarli, e per quanto m'è stato riferito da persone degne di fede, per far prova della mortificazione fa coricare in un medesimo letto un giovane di prima barba e una giovane, e fra loro vi pone il crocifisso[56]; certo per mio consiglio meglio farebbe ella se vi ponesse un gran fascio di spine ed ortiche».

Il Landi encomia l'infedeltà conjugale, il libertinaggio, i pregiudizj; alla guisa del Doni e dell'Aretino, scombichera libri sopra materie le più disparate; flagella gli scrittori antichi e moderni e le scienze stesse, null'altro cercando che il brillante. «Fastidito de' costumi italiani» e desideroso di «patria libera, ben accostumata e alieno del tutto dall'ambizione», passò in Isvizzera e ne' Grigioni, ma il Dialogo lepidissimo pel funerale di Erasmo di cui parlammo (Vol. I, pag. 345), gli eccitò contro la città di Basilea. Fuggitone, visitò Francia; a Parigi penetrò nella Corte; e a Lione stampò i Paradossi, empio e licenzioso imbratto, pel quale dovette mutar paese: corse la Germania, finì a Venezia, dove aveva per amici il Muzio e l'Aretino. Parrebbero a cercarsi le sue opinioni ereticali nei «Quattro libri de' dubbj con le soluzioni a ciascun dubbio accomodate» (Venezia, 1552); un de' quali libri è di dubbj religiosi; ma non sono che frivolezze e grossolanità. Ha pure un dialogo «nel quale si ragiona della consolazione e utilità che si riporta leggendo la sacra scrittura, e si tratta eziandio dell'ordine da tenersi nel leggerla, mostrandosi essere le sacre lettere di vera eloquenza, di vera dottrina alle pagane superiori» (Venezia, 1552), e ribocca di proposizioni erronee, che lo mostrano più ignorante che ardito.

Ma se della sua religione non può dirsi che male, non sembra professasse la nuova; e chi lo asserì lo ha probabilmente confuso con Geremia Landi di Piacenza, ch'egli introduce nel dialogo Cicero relegatus, e che, disfattosi da agostiniano, fuggì in Germania, apostatò, e scrisse Oratio adversus cœlibatum; Explicatio symboli apostolorum, orationis dominicæ et decalogi; Disquisitiones in selectiora loca Scripturæ.

Di Ortensio pajono le Forcianæ quæstiones, dove si espongono i varj umori de' varj paesi d'Italia, e che alcuno male assegna ad Aonio Paleario. A lui pure è attribuito il Sermone di Rodolfo Castravilla contro Dante, ma lo credo piuttosto di Belisario Bulgarini da Siena.

Più tardi l'imitò nella sguajataggine un altro milanese, Gregorio Leti (1630-1701). Dissipato in viaggi ogni aver suo, s'attaccò ai Riformati, e speculatore d'esiglio e di libertà, professò il calvinismo a Losanna, insegnò a Ginevra, dove ottenne la cittadinanza per rimerito delle sue scritture contro Roma e la Chiesa cattolica. Le quali son numerosissime, e tali che nemmanco i titoli può la creanza lasciar ripetere, bastando accennare il Parlatorio delle monache, i Precipizj della sede apostolica, la Strage dei Riformati innocenti, il Sindacato di Alessandro VII col suo viaggio all'altro mondo, il Nepotismo romano, l'Ambasciata di Romolo ai Romani; il Vaticano languente dopo la morte di Clemente X, con i rimedj preparati da Pasquino e Marforio per guarirlo. Si vantava di sempre aver tre opere sul telajo; e quando per l'una gli mancasse ordito, si applicava all'altra. In fatto però gli doveano costare ben poco, giacchè affastellava baje insulse; raccoglieva di qua, di là senza critica, non pensando che ad impinguare i volumi e moltiplicare dedicatorie, come lo accusa il Bayle. Per toccar solo di quelle che s'accostano all'argomento nostro, l'Italia regnante è un viaggio in quattro volumi (Valenza 1675) dove accumula anche aneddoti scandalosi, con notizie affatto inesatte[57]. Nella Historia ginevrina narra con insipida prolissità di Mario Miroglio canonico di Casale, il quale, rimproverato dal suo vescovo perchè viveva scandalosamente, fuggì a Ginevra, vi si fe catechizzare dal ministro Diodati, menò moglie e lasciò figliuoli, morendo nel 1665 (Parte IV, lib. 3). Il Livello politico, ossia la giusta bilancia nella quale si pesano tutte le massime di Roma ed azioni dei cardinali viventi, stampate a Ginevra il 1678, non è forse altro che plagio d'opera colà comparsa il 1650, col titolo di Giusta stadera de' porporati.

Adulatore quanto soglion essere i maldicenti, non trova parole sufficienti per esaltare Luigi XIV, «l'invincibile tra' guerrieri, l'eroe tra' Cesari, l'augusto tra' monarchi, il prudente tra' politici, il pianeta illustrato dell'universo» (La fama gelosa della fortuna). E lodi e vituperi distribuisce a man salva a Carlo V, al duca d'Ossuna, al presidente Aresi, talvolta in seconde edizioni conculcando codardamente quei che aveva codardamente esaltati nella prima.

Eppure, mentre rinega continuo la critica e il buon senso, non sa tampoco imbellirsi collo stile e coll'ingegno; negletto e pretenzioso, grottescamente iperbolico, prolisso, nessun sosterrebbe la noja del leggerlo, se non vi fossero solleticate le basse passioni dallo sputacchiare Roma e violare il pudore. Che, come avviene dei libercoli di partito, queste parodie dilavate dell'Aretino fossero esaltate allora e tradotte, non fa meraviglia a chi conosce gl'intrugli di certe glorie: ben fa da piangere che, ai dì nostri, siasi voluto ridestarne la memoria e ripubblicarne alcune, fra cui la Vita di Sisto V, lurido romanzo, degno di quanto scrissero di peggio i nostri contemporanei.

Chiesto dalla Delfina se fossero vere le mille sciagurataggini che asserì di quel papa, come di Filippo II e d'Elisabetta regina, rispose che una cosa ben immaginata piace quanto e più che la verità. Andato in Inghilterra, vide dallo scisma d'Enrico VIII «nate tante disgrazie a quell'isola e a quei popoli, che si può dire che da quel tempo in poi non hanno avuto momento di riposo i carnefici, essendo un miracolo che la Tamisa si navighi sopra acqua e non sovra sangue»[58]. Da re Carlo II ebbe accoglienza e mille scudi, coll'incarico di scrivere la Storia della Grande Brittania; e la fece in modo, che dovette andarsene se non volea di peggio; allora ingiuriando quelli che dianzi aveva blanditi[59]. Il famoso erudito Clerc, per consenso religioso e per amor d'una figlia di esso il fece accogliere e crear istoriografo di Amsterdam, ove improvviso morì.

A dir suo, Paolo IV vide il libro di Calvino contro Serveto ove sostiene jure gladii hæreticos esse coercendos, e ne pigliò fidanza a istituire il Sant'Uffizio, come egli stesso ebbe a dire in concistoro; notizia che il Leti ricava da un libro a me ignoto, MENDI, le rivoluzioni di Roma contro al tribunale dell'inquisizione. «Una inquisizione più orribile di quella di Roma» a Ginevra sentenziò alle fiamme il Livello politico, l'Itinerario, il Vaticano languente, opere del Leti in cui trovava proposizioni repugnanti alla fede, ai costumi, allo Stato, ed egli fu cancellato di cittadino.

Di Girolamo Cardano da Gallarate, scienziato non vulgare, autore di varie scoperte, eppure teosofista, astrologo e ciarlatano sfacciato, in altro luogo divisammo (Vol. II, pag. 372). Qui badando solo alle sue opinioni religiose diremo come a principio nel De Uno sostenesse l'unicità dell'intelligenza secondo Averroé: di poi la negò nel De Consolatione; infine nel Theonoston volle conciliar le due opinioni, col dire che l'intelligenza può considerarsi nella esistenza eterna ed assoluta, oppure nella fenomenica nel tempo; è unica nella sorgente, è molteplice nelle manifestazioni; soluzione che molti aggradiranno: ma Giulio Cesare Scaligero, suo gran nemico, l'accusa sempre di averroista. Più viene al caso nostro il passo De subtilitate, dove fa argomentare un contro dell'altro un Cristiano, un Musulmano, un Ebreo, un Gentile, e non tira alcuna conclusione, lasciando perfin sospeso il periodo.

I Gonzaga di Mantova tenevano per l'imperatore, e perciò avversavano il papa; Ferrante Gonzaga era generale nell'esercito cesareo quando saccheggiò Roma; Giulia Gonzaga era stata scolara del Valdes; Guglielmo Gonzaga ricusò mandar a Roma alcuni, citati per eresia. Di ciò indignato, e perchè Mantova fosse un nido d'eretici (BZOVIUS), il papa voleva assalirlo colle armi nel 1566, ma gli altri principi s'interposero. Pio V, a reprimer gli eretici, spedì a Mantova Camillo Campeggi teologo del Concilio, il quale carcerò molti e processò, e otto condannò a fare pubblica abjura in San Domenico. I costoro parenti cercarono levar il popolo a rumore, affine d'impedire quell'atto, e non riuscendo, insidiarono la vita dell'inquisitore, e ferirono due Domenicani la notte di Natale. Il duca Guglielmo, dopo professatosi ligio al Sant'Uffizio sino a offrirgli il proprio braccio se occorresse, pubblicò severo bando contro que' riottosi, ma insieme domandò al papa rimovesse il Campeggi (1568). Il papa, zelantissimo de' diritti ecclesiastici, non v'acconsentì; anzi di que' disordini imputò la tepidezza del duca. Questi era legato col Cellario, che conosceremo, e prese sdegno dell'arresto e della morte di questo: e tutto il pubblico n'era così irritato, che Pio risolse pubblicar la severissima bolla del 1569. E spedì colà san Carlo col cardinale Commendone, sicchè fu infervorata l'Inquisizione, e gravissime procedure si fecero e abjure pubbliche, non senza supplizj. Anche quelli che di là si erano dispersi pel resto d'Italia perseguitò alacremente il Borromeo, finchè tutti gli ebbe in mano.

Da Mantova era fuggito il canonico Strancario, che trovammo predicatore antitrinitario in Polonia, ed Alfonso Corrado che in un commento sull'Apocalisse scagliasi violentissimo contro i pontefici.

Il benedettino Giambattista Folengo, fratello di Merlin Coccajo autore delle Macheronee, pubblicò commenti sulle Epistole e sui Salmi, che i Protestanti trovarono nel loro senso, e vollero indurne ch'e' fosse del loro pensare; vennero messi all'Indice, ma l'autore li corresse, e Paolo IV non esitò a mandarlo in Ispagna, visitatore del suo Ordine.

Como, essendo contiguo a paesi settentrionali, soleva servire di passaggio a uomini e cose infette, e da Germania vi si mandavano balle di libri ereticali, come si scoprì poi nel 1549 per mezzo del Sant'Uffizio di Roma[60]. Doveva fomentarvi le nuove idee la vicinanza degli Svizzeri e de' Grigioni; pure, sebbene con cura speciale abbiam indagato gli archivj di quella curia, dov'erano nelle visite indicati tutti i miscredenti o sospetti, non trovammo alcun comasco personalmente indicato, oltre il Minicio e il Gamba che già mentovammo. Questo è detto bresciano dal Vergerio; certo fu morto a Como, e della prigionia e morte di esso un minuto ragguaglio si ha in lettere scritte a un fratello di esso da un comasco, e che furono ripubblicate dal De Porta[61].

Vedemmo come vi fosse trattato l'inquisitore Michele Ghislieri (VOL. II, PAG. 430), il quale, mentre dal monastero di San Giovanni entrava in città, fu preso a sassate dai ragazzi, sicchè a fatica ricoverò in casa dell'Odescalchi, principal fautore del Sant'Uffizio: il governatore gli comandò tornasse a Milano per quiete della città; ed egli il fece per distorte vie, temendo incontrar la sorte di Pietro Martire. I canonici comaschi andarono allora a portar discolpe a Roma: v'andò pure il Ghislieri, e fu la prima volta ch'ei vide la città, ove poi dovea seder pontefice. Vescovo di Como era allora Bernardino Della Croce, tenuto però lontano da Carlo V come amico di Paolo III e de' Farnesi.

Gl'interpreti del Concilio di Trento nel maggio 1567 querelavano il vescovo di Como perchè non avesse ancora stabilito il seminario nella sua diocesi, esigendo la tassa stabilita su tutti i frutti che si riscuotono nel vescovado, e la mezza decima su tutti i benefizj; gli raccomandano di collocarvi di preferenza i figliuoli de' paesi infetti di eresia; e questi paesi egli visiti di frequente e vi abbia occhio[62].

Da Cremona nel 1528 fuggì per religione Bartolomeo Maturo, priore de' Domenicani, che predicò a Vicosoprano fino al 1547, e morì a Tomiliasca nell'Engadina, ove predicò pure Bartolomeo Silvio suo conterraneo. Di là migrarono anche Giovanni Torriano, Agostino Mainardi, celebre ministro a Chiavenna, Paolo Gaddi, un frate Angelo e Gian Paolo Nazzari domenicani; Gajo Lorenzo minorita, Daniele Puerari, due Offredi, un Torso, un Cambiaghi, un Fogliata, un Pelizzari. Paolo Orlandini, in una satira contro gli astrologi, deride senza nominarlo un cremonese che avea scritto intorno all'anticristo, alla riforma della Chiesa e alla fine del mondo pel 1530.

Fra le lettere manuscritte nella biblioteca di Zurigo ve n'ha due di Alfonso Roncadello, padre di famiglia, il quale narra al ministro di Zurigo le persecuzioni che soffre, chiedendogli consolazioni. «Questi poveri membri cristiani, afflitti ed aggravati da questa intollerabile tirannide di anticristo, vi pregano caldamente che, insieme con tutta la santa Giesa, pregate il Signor per noi ne dia tanta fede, che ne liberarà da questa captività acciò potiamo offerire i corpi e l'anime nostre come bene sia piaciuto a Dio».

Non è detto donde egli sia, ma lo crediamo tutt'uno con Alessandro Roncadello cremonese, il quale morendo a Ginevra, legò trentotto corone l'anno per li pii ch'erano fuorusciti d'Italia[63].

Di rimpatto in Cremona mostravansi zelanti contro gli eterodossi Angelo Zampi domenicano, autore d'un'opera De veritate purgatorj; divenuto inquisitor generale del ducato di Milano, colle multe imposte ad eretici comprò fondi e case a favore del Sant'Uffizio, come diceva il suo epitafio nel convento de' Domenicani a Milano. E quanto rigoroso operasse il Sant'Uffizio di Cremona ci apparve già nel decorso di quest'opera.

Isidoro Isolano milanese (1480-1550), domenicano, fu de' più zelanti a repulsare Lutero, come avea ribattuto gli Averroisti e sostenuta l'immortalità dell'anima secondo i filosofi. Contano fra i milanesi Pietro Galesino, benchè nato ad Ancona, perchè lunghissima dimora fece tra essi, e fu opportuno sussidio a san Carlo, pel quale compilò gli atti o i sinodi, e l'ajutò nella restituzione dei riti, materia dov'era versatissimo. Oltre moltissime opere ecclesiastiche e vite di santi, accenna aver composto un volume Contra Hæreticorum historiam, che però non abbiamo; confutò il Platina.

Magno Valeriano, nato in Milano il 1587 di illustre casa, resosi cappuccino, andò in Germania, dove fu caro e onorato dall'imperatore e dai principi; e fatto prefetto di quelle missioni, molti convertì, fra' quali il margravio di Hermannstadt. Ciò inimicogli molti, anche cattolici, e secondo un artifizio conosciuto, cercarono perderlo col tacciar d'ereticale un'opera sua stampata a Praga. Facilmente dissipò l'accusa; soffrì percosse, carcere, calunnie, e dopo sostenute onorevoli ambascerie, morì il 1661, e fu sepolto con un epitafio di quasi ducento linee, ove, in mezzo ad altre gonfiezze, si dice che la porpora cardinalizia vergognossi di coprir col suo ostro lui, cui già di più nobil ostro avea coperto il sangue versato per la fede cattolica. Molte opere scrisse, polemiche e apologetiche, e quella De Catholicorum regula credendi (Praga 1628, Vienna 1641) gli attirò molte confutazioni di acattolici e di socciniani.

NOTE

[46] SCHOELHORN, Amœnitates ecclesiasticæ.

[47] POLI Epistolæ vol. III, diatr. p. 262.

Sugli eretici che serpeggiavano allora in Lombardia e in tutta la regione transpadana, portano luce due lettere del Vida, che il cavaliere Ronchini trasse, la prima dalla Biblioteca Palatina di Parma, l'altra dall'Archivio governativo d'essa città, o che sono cosifatte:

Al reverendissimo signor mio osservandissimo il signor cardinale Contareno.

Cum vidissem in tota fere transpadana regione antiquissimam Psallianorum [Degli Psallj o Precatores parla il Macri nello Hierolexicon] hæresim, improborum quorumdam scelere nostris temporibus repetitam, suscitari, literis statim Paulum III Pont. Max. admonendum duxi; si forte, dum malum adhuc est recens, occurrere vellet. Quod autem hic audio tibi, Contarene pater amplissime, curæ esse, ut, quæ spectant ad rem sacram, omnia e religione fiant dicanturve, neu quis quippiam contra sanctorum patrum placita moliatur, teque huic negotio in primis summi pontificis decreto de ejus sacri senatus sententia præfectum fuisse, tibi literarum ipsarum exemplum transmittimus, ut videas an ea, quæ scribimus, sint alicujus momenti, et tanti pontificis animadversione digna. Leges igitur prius tu quicquid id est; et, si quid ad rem facere videris, literas reddendas curabis. Quia vero etiam fortasse pluribus verbis egi quam par erat in re adeo clara; si tibi longiuscula epistola videbitur, judicaverisque habendam rationem pontificis ætatis jam, ut videor videre, in gravescentis, brevi tu coram rem explicabis. Deinde mihi ut quam primum rescribatur operam dari velim, simulque abs te mihi ignosci, quod, non multa mihi tecum familiaritate intercedente, ad te, ista gravitate, dignitate ac doctrina virum, tam familiariter scribere ausus sim: quod ut boni consulas te etiam atque etiam rogo. Vale, et Vidam tui observantissimum dilige. Cremonæ, calendis febr. MDXXXVIII.

Tui observantissimus famulus Hier. Vida, Albæ episcopus.

Al molto reverendo signor mio osservandissimo, il signor Marcello secretario secreto di Nostro Signore.

[Marcello Cervino, che fu poi papa.]

In queste parti et in Lombardia gli errori de' moderni heretici vanno molto hora dilatandosi: non parlo già della diocesi mia, che, per Dio gratia et per uno gagliardo Breve a me da nostro signore per sua benignità el suo prim'anno concesso contra tanto esenti quanto non, è assai ben netta. Dico la cosa esser in colmo; e, se non se li provede, vedo l'impendente total ruina. A questi giorni trovandomi in Asti per vedere il signor marchese del Vasto, et ivi ragionando sopra questa mala influentia, per alcuni predicatori, i quali in diversi lochi hanno havuto ardire predicare perniciosa dottrina contra il pubblico consenso d'antichi Padri, in molto pregiudicio de l'anime de' fedeli christiani, ritrovandosi a questi parlamenti il signor Giovanni Battista Speciano senatore di Milano et capitano generale di justitia, huomo molto da bene et catholico, mi promise volere alla fiata, anchor che sia occupatissimo, ire alle prediche, per potere obviare a tali inconvenienti: il che facendo, son certissimo sarà di molto freno a queste pesti, per la suprema autorità e potestà che tiene. Vero è che in la mente li resta qualche scrupolo, imperocchè essendo materia mera ecclesiastica, accasca spesse fiate fare qualche dimostrazione contra detti heretici; ma, dandoli poi da essere giudicati al giudice ecclesiastico, si vede che subito senza altra animadversione sono rilassati, sotto pretesto che siano pentiti et emendati, e che non siano relapsi. Io poi ritornato alla mia Chiesa, e facendo molta consideratione sopra questa cosa, et vedendo che questa setta di heretici non è per errore, ma per espressa malitia, e che non solamente fanno questo perchè così sentano, ma tutto procedere perchè attendono alla destruttione del vivere christiano, e sitiscono il sangue dei catholici, macchinando etiandio con l'arme in la vita nostra, e che non fu mai setta tanto pernitiosa, mi parerebbe se li dovesse precedere contra con maggiore severità, e non darli occasione di far peggio, perdonandoli sotto pretesto di falso pentimento. Questi falsamente repentiti (io ne ho veduto l'esperienza molte volte) fanno come gli uccelli, i quali sono stati in la rete una volta: non mutano il costume suo, ma sono assai più cauti, temendo di non cascare in la rete un'altra fiata, e con astutia serpentina al coperto spargono tutto il veneno, et fanno peggio assai che prima. Per obviare a tanto male, si serva pratica in Francia di condennare alla morte et al focho chi è represo, nè si aspetta che la seconda volta incappino; e, per questo, in quelle contrate capitano rarissimi heretici. Quando tal pratica si servasse in Italia, non sarebbe tanto dannoso, nè si dilaterebbe tanto questo male, il quale ogni dì va serpendo per summa impunità e licentia di delinquire. Nè mi parerìa fuori di proposito che hor si facesse una severa costitutione contra gli heretici, come al tempo d'Innocentio IIII in Concilio Lugdunense fu fatta contra quelli i quali commettevano homicidio per mezzo degli assassini; dove el detto pontefice volle che, constando che alcuno avesse commesso tal delitto, come inimico della religione christiana fusse diffidato da tutto il populo christiano, et ciascuno potente senza altra sententia lo potesse punire della vita. A questa impresa mi pare saria molto a proposito l'animo di nostro signore, come anche sua santità nel suo pontificato ha fatto altre imprese honorevolissime, intentate dagli altri pontefici suoi predecessori. Se pur sua beatitudine non volesse fare una cosa pubblica e generale, me parerìa molto a proposito ch'ella facesse electione d'alcuni signori seculari in Italia, persone di buona fama et catholici, alli quali desse piena libertà di potere executivamente punire tutti gli heretici convicti (o fusseron relapsi, o non), con partecipatione del vescovo di quella diocesi per riverenza. Se nè ancho questo piacesse a sua beatitudine fare in ogni loco, certo almeno sarìa necessario in Lombardia et in queste contrate di Piemonte. E, piacendole, non potrebbe trovare huomo più a proposito in queste parti di quello, del quale di sopra è fatta mentione, essendo dottore e dotto senatore, et capitano generale di justitia, di molta autorità. De l'integrità et virtù sua, sua beatitudine potrebbe far pigliare informatione dal reverendissimo cardinale di Veruli, havendo sua signoria reverendissima praticato molto tempo nel ducato di Milano. Tal facoltà ho inteso fu data altre volte al marchese di Saluzzo, e fu di tanto spavento in queste parti, che, poichè n'ebbe punito due o tre, mai più nel tenimento suo non si vide pur un heretico, ancorchè li circumvicini paesi ne fusseron pieni. Se tal facultà se fusse havuta, un mastro Agostino dell'Ordine de' Servi (credo sia aretino) [Dovrebb'essere maestro Agostino Bonucci da Arezzo, che nel 1542 fu generale dei Serviti, e del quale trattano gli Annali dei Servi di Maria al tom. II, pag. 131 dell'edizione lucchese del 1721], il quale or fa l'anno predicò gagliardamente in Cremona mille heresie, non sarìa partito impunito. Quest'anno poi predicando in Genova, non fu già tollerato dai Genovesi, ma scacciato con vergogna anti mezza quaresima; provisione certo non bastante, imperocchè un altro anno andarà a seminare queste male sementi altrove. Costui, oltra le bestemmie ch'ebbe ardimento predicare in Cremona contra Dio e li santi, tutto incumbeva a demolire la potestà ecclesiastica e del sommo pontefice. Venne a tanto, che seditiosamente tentò di persuadere al populo che fusse lecito ire a casa di prelati ecclesiastici, e popularmente depredarli, levando li grani e robe quanto se poteva. Per soddisfare al debito mio mi è parso non poter far di meno, che non procurassi per qualche via queste cose tanto periculose pervenissero a notitia di nostro signore, acciò vi facesse opportuna provisione come li paresse. Piacerà dunche alla signoria vostra, comunicando prima il tutto col reverendissimo et illustrissimo signore padron nostro (il cardinale Farnese), la cui signoria intendo già essersi applicata alle faccende, parlarne opportunamente con sua beatitudine. E s'ella non potesse comodamente fare che non li dicesse l'autore da chi ha queste cose, lo dica con tal destrezza, che sua santità non mi tenga nè presuntuoso, nè in tutto inetto, ch'io mi sia arrogato prescrivere quale modo s'habbia tenere circa cose di tanta importanza. Il zelo della fede et il studio ch'io ho sempre havuto a quella sacrosanta sede, m'hanno spinto a ciò fare.

Baso il piede di sua santità, le mani allo reverendissimo et illustrissimo signor padrone, et me raccomando alla signoria vostra.

In Alba alli XXVII di maggio MDXXXIX.

Se nostro signore ordinasse che 'l Breve fosse fatto al signor Giovanni Battista Spetiano, vostra signoria lo facci dare al mio agente. E perchè ho nuove fresche che monsignor illustrissimo e reverendissimo dovrà ire in Ispagna, in absentia sua insinui pur queste cose a sua beatitudine.

Di vostra signoria

servitore Hier. Vida, vescovo d'Alba.

Segue la bozza d'un Breve, che il Vida proponeva alla Corte di Roma.

Paulus PP. III. Dilecto fili, salutem et apostolicam benedictionem.

Cum, sicut ad nostrum displicenter pervenit auditum, in partibus Lombardiæ ac totius fere Galliæ Cisalpinæ, scelere et culpa quorundam diversorum ordinum verbi Dei prædicationis officium sibi assumentium, magis ac magis recentium hæreticorum hæreses quotidie invalescant, multique eorum exemplo non pertimescant serere ac spargere perniciosa in suarum et aliorum Christi fidelium animarum periculum, atque in Dei et ejus sanctorum, nec non hujus sacrosanctæ sedis nostræ contemptum, sacros canones et sanctorum Patrum constitutiones ludibrio habentes, nitunturque in populo christiano, quantum possunt, seditiones commovere, ac totis viribus simplicium atque imperitæ multitudinis animos contra dictam sedem concitare non desinant; nos, ad quos ex commisso nobis desuper pastoralis officii debito pertinet in talibus debitam diligentiam adhibere, præmissis, ne deteriora parturiant, congruentibus remediis occurrere desiderantes, tibi, de quo in iis et aliis specialem in Domino fiduciam habemus, quique, ut accepimus, in ducatu Mediolani, atque in dictæ Galliæ Cisalpinæ plerisque regionibus potestate tibi a Cæsare contra delinquentes puniendos tradita plurimum polles, fideique catholicæ propugnator ac vindex strenuus semper extitisti, ac devotione quadam præcipua erga dictam sedem nostram teneris, per præsentes, auctoritate apostolica, motu proprio et ex certa scientia committimus et mandamus quatenus omnes et singulos utriusque sexus tam laicos et seculares, quam ecclesiasticos et quorumvis Ordinum regulares, cujuscumque dignitatis, status et conditionis, ac quovis exemptionis privilegio muniti fuerint, in præmissis culpabiles, hæresis videlicet labe aspersos, seu suspectos, eisve auxilium, consilium et favorem quomodolibet præstantes, nemine irrequisito, persequi, capere, ac detineri facere possis ac debeas, eosque deinde, ad Dei laudem et honorum exaltationem et perversorum exemplum, juxta canonicas sanctiones debilis pœnis compescere auctoritate nostra procures, requisito tamen ac tecum talibus examinandis ac condemnandis adhibito loci illius episcopo, seu ejus vicario, ubi talia contigerit perpetrari. Quia vero propter nimiam levitatem, qua judices ecclesiastici agere solent contra hujusmodi deprensos, sæpius contingit improbis majorem delinquendi causam atque occasionem præberi, cum quisque malus, spe facilis veniæ, confidentius ad malum invitetur, sæpiusque contingit hujusmodi perversos, prætextu falsæ pœnitentiæ, quam ecclesiæ constitutionibus illudentes preseferunt, ut mortem, atque alias pœnas evadant, pejores ac magis perditos fieri, magisque perniciosa audere, atque moliri, eadem auctoritate committimus ac mandamus ut, si eos, qui in hujusmodi crimine deprehensi fuerint, tu una cum dicto diocesano tales esse inveneritis, quod sine periculo eis parci nos possit, quod scilicet non tantum hæretica labe inquinati sint, sed insuper factiosi et seditiosi in populo christiano catholicorum ac bonorum sanguinem sitientes, ac dictæ sedis nostræ ruinam inhiantes quotidie nova moliantur, non expectes donec iterum deprehendantur, sed tu eos tunc primum etiam juxta legum imperialium severitatem, tamquam religionis hostes, a toto populo christiano diffidatos, digna animadversione punias; mandantes in virtuto sanctæ obedientiæ venerabilibus fratribus nostris archiepiscopis, episcopis, ac aliis ecclesiarum prælatis ut, quoties in præmissis in eorum diocesibus a te requisiti fuerint, operam et interventum suum non denegent, sed etiam auxilium, consilium, favorem opportune præbeant, non obstantibus præmissis ac quibusvis apostolicis, nec non in provincialibus et sinodalibus conciliis editis generalibus vel specialibus constitutionibus et ordinationibus, privilegiis quomodocumque indultis, et literis apostolicis etiam in forma Brevis, etiam motu simili, et ex certa scientia, ac de apostolicæ sedis potestatis plenitudine, etiam super exemptione et alias quomodolibet concessis, approbatis et innovatis, quæ adversus præmissa nullatenus suffragari posse, sed eis omnino derogari ac derogatum esse volumus, ac si de eis cxpressa mentio de verbo ad verbum hic facta foret, ceterisque contrariis quibuscumque. Datum Romæ etc.

A tergo. Dilecto filio Jo. Baptistæ Spetiano cæsareo senatori, ac justitiæ in ducatu Mediolani capitaneo generali.

Nota, tutta di pugno del Vida: — Si è facto questo schizzo per instrutione: uno pratico lo metterà poi in forma.

[48] Lettere al Bullinger, 10 giugno, 15 agosto, 22 agosto 1558, 29 luglio 1559.

[49] RAYNALDI Ad ann.

[50] Conoscesi un'altra Esortazione al martirio, colla Dottrina vecchia e nuova: e il Vergerio la dice opera di Urban Reggius (nato ad Argalonga (?), morto il 1541), «il quale quasi tra i primi hanno nominato e condannato; e anche in questa si vede la loro crudeltà, per ciò che vogliono ogni giorno affliggere e perseguitare, cacciare in prigione, metter in galera, mandare in bando, privare della dignità e della roba questo o quello, e non vogliono pure che egli abbia dove consolarsi».

[51] Intendo un panegirico al tempo della Repubblica Cisalpina.

[52] JULII POGGIANI Epistolæ, vol. II, pag. X.

[53] Carlo Borromeo come Pio IV erano milanesi, e qui per la Spagna governava a Milano in que' giorni don Gonsalvo Ferrante di Cordova, duca di Sessa.

[54] ROSCIO DE PORTA III, 10.

[55] Lettera del 29 ottobre 1535 a Gilberto Cousin (Cognato), nelle opere di questo. Tom. I, pag. 313.

[56] Certe cronache esistenti nella Biblioteca Ambrosiana attribuiscono siffatte prove alla duchessa di Guastalla, istitutrice delle Angeliche di San Paolo.

[57] Dà a Milano 250 mila abitanti; cento piazze da vendita, e in Europa non si trova città più abbondante di quella di cose da mangiare, come ancora di orefici, armaruoli, tessitori di panni di seta ecc. Il castello può assomigliare ad una mediocre città, mentre vi si trovano contrade, piazze, palazzi, botteghe d'ogni sorta d'artefici.

[58] Vita di Sisto V.

[59] Nella prefazione alla sua Vita di Cromuel si legge: «Può dirsi che le opere date in luce dal sig. Leti sino a quest'anno 1692 giungano al numero di ottanta, senza comprendere il P...nesimo moderno, il Conclave delle P..., il P...nesimo di Roma, il Parlatorio delle Monache, il Ruf... del gobbo di Rialto; delle quali opere vogliono autore il sig. Leti, che però da lui si nega; ed a' suoi confidenti, allorchè l'interrogano sopra tal materia, suol rispondere: Delicta juventutis meæ et ignorantias meas ne memineris, Domine... In italiano ha ancora fatto stampare molti epitalamj, come il Letto fiorito, il Trasporto d'amore, la Rôcca assediata, il Vicino avvicinato, l'Oriuolo sonoro ed altri versi».

[60] Lo dice il Caracciolo, e vedasi il nostro Vol. II, PAG. 347.

[61] P. II, p. 258.

[62] JULII POGGIANI, Ep. vol. I, p. 417, e di nuovo alla 428 e 435.

[63] ROSCIO DE PORTA, vol. II, pag. 53.

DISCORSO XLII.

CLEMENTE VIII. I FILOSOFI NUOVI. BRUNO. CAMPANELLA. VANINO. FERRANTE PALLAVICINO.

Tre papi si succedettero in pochi mesi del 1590 e 91: Urbano VII, Gregorio XIV, Innocenzo IX: poi Clemente VIII, insediato il 1592, finiva il 1605. Questi, prodigiosamente operoso, perseverante, circospetto senza doppiezza nè nulla d'abjetto; esperto amministratore e geloso di governar da sè, colla prudenza, la destrezza e l'aspettare compieva ciò che non potesse di primo impeto; si oppose all'ambizione dei Medici come alle pretendenze di Spagna, e riuscì a rimetter questa in armonia colla Francia, staccare Enrico IV dall'Inghilterra e dall'Olanda, ricuperare alla santa sede il ducato di Ferrara, preparare una grande spedizione contro la Turchia. Ebbe la consolazione di ricevere deputati dal patriarca d'Alessandria, che abjurava l'eutichianismo, e dai Greci di Polonia, che passavano dalla chiesa rutena alla romana (1595): studiò indefesso nella inesauribile disputa della Grazia, e vi pose un freno: personalmente e con benevolenza trattava cogli eretici e co' filosofi: tenne presso di sè il naturalista Cesalpino, benchè in fama di ateo, e gli diè licenza di legger i libri botanici de' Protestanti: chiamò a Roma il Patrizio, filosofo indipendente. Vero è che, avanzando in età, mostrossi più severo; obbligò quest'ultimo a ritrattarsi, pose all'Indice le opere di Telesio.

Nella bolla 25 luglio 1596 metteva: «Abbiam saputo con immenso rammarico che molti fedeli, uscendo da varie parti d'Italia lor patrie, dove la vera e santa cattolica apostolica religione è in vigore e pubblicamente predicata, vanno in lontani luoghi, dove non solo serpeggia impunemente l'eresia, ma è interdetto il pubblico esercizio della religione cattolica, talchè colà anche le persone fedeli restano prive della messa e dei sacramenti. Desiderando quanto possiamo ovviare a questi ed altri mali, ordiniamo che nessun italiano, mercante o di qualsiasi condizione, sotto nessun titolo o pretesto abiti o si stanzii in luogo dove non v'abbia chiesa con parroco o sacerdote cattolico, e dove liberamente e senza pericolo possano pubblicamente celebrarsi la messa e i divini uffizj: essi italiani si astengano da nozze con donne eretiche, da sepolture d'eretici, dal far levare al battesimo i loro figli da eretici, nè valersi di medici loro, per quanto possono. Quando poi rientrino in patria, si notifichino al vescovo e agli inquisitori, dai quali saranno ammoniti seriamente ad osservare anche le pratiche della Chiesa, e a sfuggire gli erranti; e attestino d'essersi almen una volta l'anno confessati e comunicati, se no vengano puniti dagli inquisitori».

La bolla fu confermata da Gregorio XV, che ne promulgò un'altra contro gli eretici che dimoravano in Italia, e chi li favorisse.

Nel pontificato di Clemente VIII restò famoso il processo di Giordano Bruno. Nelle teorie del pensiero si era rotta la venerazione scolastica, sia seguendo i Platonici teisti e i Neoplatonici panteisti, alcuni de' quali vantavano l'unità di Plotino, alcuni la trinità razionale, alcuni il risolversi delle cose in Dio: sia emancipandosi dall'autorità, e tentando coll'esperienza e coll'induzione piantare teoriche nuove, con quelle eccentricità, che taluni considerano come genio. Bernardino Telesio di Cosenza (1509-88) ammetteva tre principj: due incorporei, calore e freddo; uno corporeo, la materia, e li faceva non soltanto attivi ma intelligenti, percependo i proprj atti e le mutue impressioni: e dalle loro combinazioni esser nate le cose. Le sue opere dicemmo proibite da Clemente VIII, nè a torto, se insegnava quod animal universum ab unica animæ substantia gubernetur. In fatti al panteismo vergeano tutte le teoriche d'allora, o non traendone le conseguenze, come Marsilio Ficino che diceva Deus fieri nititur, eppure si mostra tutt'altro che panteista; oppure intendendolo in un senso che non vorremo giustificare, ma esplicare.

Qualche fisiologo o tassonomico riconosce che tutti gli enti, a qualunque appartengano dei tre regni fittizj, sono animati: i minerali hanno una vita latente di continuità; i vegetali una vita di eccitazione; gli animali una vita istintiva; onde soli questi ultimi sono non solo animati, ma animali. La cristallizzazione, cogli stupendi suoi accidenti, attesta nelle molecole minerali una forza propria d'informarsi e individuarsi, analoga alla forza plastica de' germi vegetali; cioè il principio vitale, avente come forza sussidiaria indispensabile l'etere, che però non tende a plasmare, sibbene a dissolvere. In tal senso, secondo una dottrina ora abbandonata, il Fusinieri asseriva che «tutto l'universo sensibile è in combustione». In fatti ogni atto vitale cade su oggetto materiale: quest'azione importa lavoro; il lavoro importa combinazione o decomposizione chimica, e perciò combustione; sicchè può dirsi che tutto l'universo è in combustione, o, secondo le teoriche moderne, è in moto; e da per tutto e in tutto v'è l'alito della vita. Ciò forse intendeva il Bruno.

Intorno a Giordano Bruno ci valemmo di alcuni fra i documenti che esistono nell'Archivio di Venezia. Altri ci erano stati formalmente promessi, poi ci si mancò. Ora il signor Domenico Berti pubblica s'un giornale di Firenze una notizia, appoggiata a que' documenti, secondo la quale potremmo modificare qualche cosa nel nostro racconto.

Il Bruno nacque in Nola il 1548 da Giovanni e da Fraulissa Savolina, e fu battezzato col nome di Giovanni, che cambiò in Giordano quando si monacò. Della patria e dell'infanzia sua ragiona egli spesso con passione. Entrò ne' Domenicani di Napoli a quindici anni, ma una volta diede via tutte le immagini de' santi, sol ritenendo quelle di Cristo; e ad un frate, che leggeva le sette allegrezze della Madonna, disse: «Non trarresti maggior frutto dalle vite de' santi padri?» Già di qui trapelano le sue idee, che poi spiegò dopo fatto sacerdote il 1572, e che tenevano delle ariane; onde venne processato. Fuggì dunque di là a Roma: ma vagheggiando una religione filosofica da opporre a tutte le positive, e sperando «verrà un nuovo e desiderato secolo, in cui i numi saranno confinati nell'Orco, e cesserà la paura delle pene eterne», presto fu accusato di nuovo, sinchè, per cansare il pericolo e «non esser costretto di assoggettarsi ad un culto superstizioso», gettò l'abito, ricoverò in Genova, poi in Piemonte e altrove; indi pel Cenisio nel 1576 uscì d'Italia, ecc.

In Inghilterra sta tre anni in casa di Michele Castelnau ambasciadore di Enrico VIII.

Consta che a Ginevra non dimorò che due mesi.

A Praga dedica cinquanta tesi di geometria a Rodolfo II, che lo rimunera con cinquecento talleri.

Dopo che avea professato a Brunswick, a Helmstadt, a Francoforte, Giovanni Mocenigo per imparar da esso i segreti della memoria, lo invitava a tornar in Italia, per mezzo di Battista Crotti librajo che si recava alla fiera di Francoforte sul Meno, ove il Bruno dimorava allora nel convento dei Carmelitani, i quali comprendeano lui essere un bell'ingegno e uomo universale, ma non aver religione alcuna.

Liberamente venuto a Venezia, si pose ad educare il Mocenigo, che allora avea trentaquattro anni e abitava in calle San Samuele, e che vano e fantastico, presto si disgustò del Bruno, cui diceva indemoniato: e infine lo consegnò al Sant'Uffizio il 22 maggio 1592. Apertosi il processo coll'assistenza dei savj dell'eresia, furono citati quei che l'aveano conosciuto e praticato a Francoforte o a Venezia. Il Bruno, oltre narrare tutta la sua vita, confessò che la sua filosofia repugnava indirettamente alla fede, come quelle d'Aristotele e di Platone, ma ciò esser comune a moltissime altre scuole; non aver egli però insegnato o scritto cosa che direttamente vi contradicesse: ammetter egli un universo, infinito per grandezza e per moltitudine di mondi, ove tutto vive e si muove: dubitare dell'incarnazione del Verbo, cioè dell'Intelletto; tenere lo spirito divino come anima dell'universo; ciò peraltro come filosofo; del resto credere quel che la Chiesa, e dolersi di non averne osservato i precetti, o parlatone con leggerezza; detesta e abborre i suoi errori, e vuole nel seno della Chiesa cercare i rimedj opportuni alla sua salute.

Chi vorrà tener conto di ritrattazioni e pentimenti espressi in tal posizione? Nessuna sentenza pronunziò il tribunale veneto contro di lui, ma col consenso del senato, che riconobbe «esser le costui colpe gravissime in proposito d'eresia, sebbene uno de' più eccellenti e rari ingegni, e di esquisita dottrina e sapere», fu consegnato nelle carceri di Roma il gennajo 1593.

Il Bruno supponeva dovervi essere una filosofia e una teologia nuova, dacchè v'era una fisica e un'astronomia nuova, diversa da quella che suole andar congiunta con la cattolica teologia, e che si crede meglio accomodata alla pietà e semplicità cristiana.

Grand'ammiratore de' Tedeschi, che preconizza saranno Dei, non uomini, e cultori della filosofia, esalta Lutero, nuovo Ercole che atterrò le porte adamantine dell'inferno, e penetrò nella città superando la triplice mura e i nove giri dello Stige; altrettanto vitupera il papa, e forse da ciò fu detto che fece il panegirico di Satana, che in qualche luogo chiama di fatti quel dabben uomo di diavolo.

Il signor Berti sostiene vero il supplizio del Bruno. Pure nè dal Ciacconio, nè dal Sandini, nè da altri scrittori di storia ecclesiastica se ne parla, nè dall'Alfani o da Marco Manno nella Storia degli Anni Santi, nè dal cardinal d'Ossat, di cui si hanno le lettere di quell'anno; neppure dal martirologio de' Protestanti. L'Archivio del Vaticano contiene il processo, non la condanna e l'esecuzione.

Al 6 dicembre 1611, frà Paolo, che pur conobbe il Bruno a Venezia, scrive al Leschasserio di due supplizj avvenuti a Roma. Uno di Guglielmo Rebaul, che abjurata la religione riformata, visse a Roma scrivendo contro ai Protestanti e al re d'Inghilterra: arrestato per avere scritto contro un ministro di Francia, gli si trovò un libro violento contro il papa, onde fu decapitato. L'abate Du Bois che avea scritto contro i Gesuiti, poi n'era stato guadagnato, domandò di poter andare a Roma e n'ebbe licenza, ma preso, fu strozzato in Campo di Fiora, adducendosi che dall'Inquisizione nessuna autorità può esimere. Et tamen sicut is non est primus, deceptus fide romana, ita nec ultimus decipiendus. Il Sarpi sparla assai dello Scioppio, e dice che vorrebbe punirsi majoribus remediis quam cartaceo igne. Sarebbe stato il luogo di mentovare il supplizio del Bruno.

J. E. Erdmann nel 1864 stampò a Berlino una lezione popolare sopra il Bruno e il Campanella, col titolo Zwei Martyrer der Wissenschaft.

Alle Opere di Giordano Bruno, ora per la prima volta raccolte e pubblicate da ADOLFO WAGNER (vol. 2, Lipsia 1830) precede una costui vita, dove son mentovati tutti quelli che prima n'aveano scritto, e mostrasi quanto mal lo facessero. Non si sa quando nacque: posto che cominciasse a scrivere a vent'anni, e avendo scritto, al più, per tredici anni, poi passatene sette in prigione, dovea esser giovane allorchè morì nel 1600. Col repudiare le dottrine peripatetiche si fe molti nemici, per sottrarsi ai quali gittò l'abito di domenicano, ed uscì d'Italia come il figliuol prodigo, dic'egli, per poi tornarvi. Arrivava a Ginevra quando vi moriva Francesco da Porto; ma coi discepoli del defunto Calvino e con Beza non aveva comune se non l'avversione a Roma: e risoluto a sciogliere colle proprie forze i problemi che tormentano l'umanità, non potè reggere all'intolleranza religiosa, che diveniva anche intolleranza filosofica a favore di Aristotele. A Tolosa, che titolavasi la Roma della Garonna, egli eccita rumore colle sue dottrine: ond'entra in Parigi nel 1579, e partecipa a quei Galliæ tumultus suscitato per motivi religiosi. Ad Enrico III profonde lodi servili; e così alla Sorbona, ove dà lezioni pubbliche e private, e in disputa solenne proclama un suo sistema di logica universale, somigliante all'Arte di Raimondo Lullo[64].

Migliori accoglienze ottiene in Inghilterra, dove stampa gran parte dell'opere sue. Vi regnava allora Elisabetta, e le prosperità politiche del costei regno distesero un velo sovra le persecuzioni di cui essa lo macchiò, ben più cupe e calcolate che quelle d'Enrico VIII, il quale, per abolire la diversità d'opinioni, avea moltiplicato i casi di Stato, accumulando le pene di tradimento a quelle d'eresia. L'aver il papa ricusato di riconoscer il divorzio di questo facea che Elisabetta venisse considerata come bastarda, donde un'ira personale contro del pontefice e de' Cattolici. È però falso che il papa ne irritasse gli sdegni, anzi Pio IV cercò ogni via di calmarla, e mandò Vincenzo Parpaglia, uom d'ingegno, favorevolmente conosciuto alla regina per esser dimorato in Inghilterra sotto il regno precedente; il quale dovea portar una lettera tutta affetto, promettendole non solo tutto quanto potesse contribuire alla salute dell'anima sua, ma pur quanto ella desiderasse per assodare la sua dignità regia, conforme al ministero affidatogli da Dio. «Se ritornate in sen della Chiesa, come desideriamo e speriamo, saremo pronti a ricevervi coll'amore e la gioja onde il padre del Vangelo accolse il reduce figliuolo: tanto più che voi ricondurreste tutto il popolo inglese».

Il legato non potè tampoco arrivare in Inghilterra; Cecil e gli altri consiglieri di Elisabetta ne aizzarono i rancori, ne sbigottirono l'ambizione, e proruppe una persecuzione, ove eroicamente sepper resistere alcuni Cattolici, che formano una nuova serie di martiri[65]. Re e parlamento sancirono leggi d'un'intolleranza, qual mai non si era veduta ne' paesi cattolici, e che è bene ricordare quando colà sono abolite, mentre s'impiantano o s'invocano in paesi cattolici, a nome della negazione e d'una bugiarda libertà. A qualunque ecclesiastico usi altro rituale che l'anglicano, carcere a vita, come a chi assista a preghiere o riceva sacramenti con rito diverso: la morte de' traditori e la confisca a chi sostenga la giurisdizione spirituale d'alcun prelato straniero: incapacità d'ogni officio a chi non giuri la supremazia spirituale del re: chi dalla anglicana trae taluno alla Chiesa romana è reo di tradimento; di complicità chi non le rivela. L'assistere alla messa porta la multa di ducento marchi e dodici mesi di prigione. Chiunque, compiti i sedici anni, non interviene all'uffiziatura anglicana, paghi venti sterline per mese: ducento se persiste, e la prigione: anzi dappoi vi si aggiunsero l'esiglio e la confisca. Qualunque prete entri nel regno, s'abbia per traditore e mandisi a morte. La dichiarazione contro il papismo sia mandata a tutti i papisti, e devano sottoscriverla, pena il bando o la prigione a vita. Cento lire sterline di premio a chi arresta un prete o vescovo papista, o lo convince d'aver detto messa, o fatto altro atto di quel culto[66].

Alla memoria di Elisabetta o della sua gran nemica e vittima Maria Stuarda annettesi quella di David Rizio. Questo torinese, ito a Edimburgo col conte della Moretta rappresentante della Casa di Savoja presso la regina Maria Stuarda, acquistò le grazie di questa, e la serviva da segretario, confortandola a perseverar nella religione cattolica. In conseguenza dava uggia al partito protestante, che desiderava la dominazione dell'Inghilterra su tutta l'Isola; e volendo perderlo cominciò, dal calunniarlo, dicendo fosse amante della regina. Lo credesse o no, Enrico Darnley, marito di essa e d'accordo cogli acattolici, lasciò che il duca di Rothsay e Ruthwen lo pugnalassero, invan rifuggito dietro alla regina, gravida. Si moltiplicarono romanzi e tragedie sugli adulterj della infelice Stuarda: essa la più bella regina d'Europa, il Rizio piccinacolo e contraffatto: lo stesso Ruthwen le dichiarò averlo ucciso perchè fautore dei Cattolici[67]. Così col corrompere l'opinione preparavasi l'assassinio legale che della Stuarda fece la superba Elisabetta.

A questa Elisabetta retoriche adulazioni prodiga Giordano Bruno, chiamandola «unica Diana, qual è tra noi quel che tra gli astri il sole». Ad Oxford egli sostenne l'immutabilità dell'anima e il moto della terra, che allora era rifiutato dalla patria di Newton; ma quella Università avversava pur essa i liberi lanci dell'immaginazione, talchè il Bruno non potè durarvi. Recatosi in Germania, s'indugiò a Wittemberg, già palestra di Lutero e di Melancton, il quale vi avea tornato in onore Aristotele. Il Bruno loda la tolleranza di que' professori anche ver lui, benchè diverso di fede[68]; e sfrenatamente esalta Lutero. «Il vicario del tiranno dell'inferno, volpe e leone, armato delle chiavi e della spada, di astuzia e di forza, di finezza e violenza, di ipocrisia e ferocia, aveva infetto l'universo d'un culto superstizioso e d'ignoranza brutale, sotto il titolo di sapienza divina, di semplicità cara a Dio. Nessuno osava opporsi a questa belva vorace, quando un novello Alcide si levò per riformar il secolo indegno, l'Europa depravata a stato più puro e più felice; Alcide superiore all'antico perchè più grandi cose compì con minori sforzi, uccise un mostro più potente e pericoloso degli antichi: e sua clava fu la penna. E donde venne questo eroe se non dalle fiorenti rive dell'Elba? Qui il cerbero da tre teste, cioè dal triregno, fu tratto dal tenebroso orco, costretto a guardar il sole, e vomitar il suo veleno.... Tu vedesti la luce, o Lutero, tu intendesti lo spirito divino che ti chiamava, e gli obbedisti, e corresti, debole e senz'armi, contro allo spaventevole nemico de' grandi e dei re; e coperto delle sue spoglie, salisti al cielo»[69].

Questi vanti a Lutero non significano gran cosa per chi abbia letto le putide lodi che il Bruno sparpagliò lungo tutto il suo viaggio. Pur la leggenda popolare ritenne che a Wittemberg egli avesse fatto l'elogio del diavolo, e patteggiato con esso. Aveva in fatti parlato spesso del diavolo con una famigliarità, che dovea scandolezzare quando tutti il temevano; chiamatolo uom da bene; trovatolo accorto perchè mostrò i regni della terra non dall'antro di Trofonio, ma dal vertice d'una montagna; e sperare che anche i demonj sarebbero salvati, non potendo nè Dio restar eternamente implacabile, nè essi aver luogo in un mondo perfetto[70]: e chi sa che non abbia voluto di sottilità dialettica e oratoria far prova coll'elogio del diavolo? Mal conchiusero si fosse fatto luterano, perchè nella Oratio consolatoria habita in ill. Academia Julia di Helmstedt accenna essere stato ad reformationis ritus exhortatus.

In realtà, con ardore d'apostolo predicò nelle varie Università e Corti d'Europa la teoria di Lullo, il sistema mondiale di Pitagora, il panteismo eleatico, vestito di forme neoplatoniche; or applaudito ora scomunicato; non rassegnandosi alle dottrine legali, sempre irrequieto e in battaglia cogli emuli, coi Calvinisti a Ginevra, coi Cattolici a Tolosa e Parigi; sempre geloso della libertà del filosofare, nella quale non conosce punti di fermata; sempre guidato da una superbia fin ridicola[71]. Vantavasi d'esser esule dalla patria per gli onesti argomenti e studj suoi sulla verità, pei quali di rimpatto trovavasi cittadino tra gli stranieri; ivi esposto alla vorace gola del lupo romano, qua libero; ivi morto dalla violenza de' tiranni, qua vivo per la giustizia e cortesia d'ottimi principi. E spesso si lagna, come han dovuto far tutti gli Italiani, di persecuzioni e invidie patrie. «Bisognava che fosse un animo veramente eroico per non dimettere le braccia, disperarsi e darsi vinto a sì rapido torrente di criminali imposture, con quali a tutta possa m'ha fatto impeto l'invidia d'ignoranti, la persecuzione di sofisti, la detrazione di malevoli, la mormorazione di servitori, li sussurri di mercenarj, le contraddizioni di domestici, le suspizioni di stupidi, gli scrupoli di riportatori, gli zeli d'ipocriti, gli odj di barbari, le furie di plebei, furori di popolari, lamenti di ripercossi, e voci di castigati».

In fondo di quella dottrina, rispondente all'indole ontologica del pensiero italiano, egli era assolutamente panteista, facendo il mondo animato da un'intelligenza onnipotente, causa prima non già della materia, ma delle forme tutte che la materia può assumere, e che vivono in tutte le cose, anche quando non sembrino vivere.

La sua dottrina appare specialmente dalla Cena delle Ceneri, e nei libri della Causa, principio ed uno, dell'Infinito, universo e mondi. Il suo primo reale è un'unità infinita eterna, sottoposta al multuplo e al visibile, identità degli opposti come coincidenza del tutto, e fuor della quale non può darsi nulla. Nell'uno van confusi finito e infinito, spirito e materia: l'unità è Dio, essenza di tutte le cose: tra l'uno minimo e il massimo è tutto indifferentemente: Dio si fa tutto; è tutto quello che può essere, universo, mondi, monade, numero, figura[72]; è potenza di tutte le potenze, atto di tutti gli atti, vita di tutte le vite, anima di tutte le anime, essere di tutto l'essere. S'egli manifestasi nella pluralità è il mondo, sicchè il mondo è Dio, animale santo, sacro, venerabile[73]. La natura è Dio che si estrinseca, ed eternamente ritorna in sè; talchè natura naturata e natura naturante son tutt'uno, e ogni cosa ha in sè latente la divinità, la quale può in una sfera infinita amplificarsi. Nell'essere non manca mai nulla: tutto è buono in sè: la morte è tramutazione: il male è apparenza soltanto.

Come si concilii il finito coll'infinito, l'ideale col reale, la libertà colla necessità, è l'indagine sua, e proponeasi quello cui non riuscì, cioè di non volatilizzar la materia ed intirizzire lo spirito, ma verificar la natura, e non dividere colla ragione ciò ch'è indiviso secondo natura e verità. L'atto assolutissimo e l'assolutissima potenza non possono intendersi se non per modo di negazione; e a conoscer i misteri della natura occorre indagare il massimo e il minimo, le opposizioni e le repugnanze, attesochè la differenza nasce dall'unità e a quella ritorna. Per mantener dunque quest'intima unità della natura e della mente, eliminò quanto vi era di finito nel concetto dell'infinito; quello a cui non s'attaglino nè tempo, nè spazio, nè moto, nè quiete, se non in quanto tali categorie s'identifichino nell'universo ed uno. E l'universo è uno, infinito, immobile, essendovi una sola potenza assoluta, un solo atto assoluto, una sola anima del mondo, una materia sola, una sola sostanza; che è l'altissimo ed ottimo, incomprensibile, indeterminabile, senza limiti nè fine, non generabile, non distruttibile. Esso non è materia, perchè non ha forma determinata; non è forma, perchè non costituisce una sostanza particolare; non è composto di parti, perchè è il tutto e l'uno. Nell'universo, tutto è centro, e il centro è dapertutto, e in niun luogo la circonferenza, e così viceversa.

La sostanza prima e suprema non è cognoscibile, bensì l'anima del mondo, che il Bruno chiama artefice interno, ed è il formale costitutivo dell'universo e di quanto vi si contiene. Sua prima e reale facoltà è l'intelletto universale.

Tre sorta d'intelletto si danno; il divino che è tutto; il mondano che è fatto; i particolari che si fanno tutto, e questa è la vera causa efficiente, non solo estrinseca ma anche intrinseca.

Nella natura vi ha due generi di sostanza: una ch'è forma, l'altra ch'è materia, potenza e soggetto: nell'una è la facoltà del fare, nell'altra la facoltà d'esser fatto. Nella natura, per quanto si varii in infinito, la forma è una materia medesima; come si succedono seme, erba, spica, pane, chilo, sangue, seme, terra, pietra ecc. Sole le forme esteriori si cambiano ed anche s'annullano, perchè non sono sostanze, ma accidenti di queste. Ogni cosa è in ogni cosa, poichè in tutte essendo l'anima o la forma universale, da tutto si può produr tutto. Secondo la sostanza, il tutto è uno. Nessuna cosa è costante, eterna, eccetto la materia, unico principio sostanziale, che sempre rimane.

Questo principio, detto materia, può esser considerato come potenza e come soggetto. In quanto potenza, non v'è cosa in cui non possa trovarsi, come attiva o come passiva. La passiva può considerarsi o assolutamente, cioè quel che è, può essere; e allora risponde alla potenza attiva in modo che l'una non è senza l'altra. Ognuno la attribuisce al primo principio naturale, che è tutto ciò che può essere; e che non sarebbe tutto se non potesse esser tutto; onde in lui la potenza e l'atto son tutt'uno. L'universo è tutto quel che può essere per le specie medesime, e contiene tutta la materia; ma non è tutto quel che può essere per le differenze, i modi e le proprietà individuali. Non è dunque che un'ombra del primo atto e della prima potenza, e in lui l'atto e la potenza non sono la cosa stessa. Nell'anima del mondo, che è forza e potenza del tutto, le cose son tutt'uno; e scopo d'ogni filosofia è appunto il conoscer l'uno nel tutto, il tutto nell'uno.

Il senso non cape l'infinito. La verità trovasi nell'oggetto sensibile come in uno specchio; nella ragione a modo di argomentazione; nell'intelletto a modo di principio e di conclusione; nella mente colla propria forma.

Ma se il mondo fosse finito, e fuor del mondo non v'è nulla, esso saria qualche cosa di irreperibile. Se fuor della superficie non v'è nulla, questo nulla è un vuoto, più difficile a immaginare che non l'universo infinito. Se è bene che il mondo esista, è bene che quel vuoto sia riempiuto, e perciò i mondi saranno innumerevoli, innumerevoli questi individui, grandi animali, di cui uno è la nostra terra. La divina potenza non può rimanere oziosa.

Mentre ciascuno dei mondi infiniti è finito, perchè ciascuna sua parte è finita, Dio è tutto infinito perchè esclude ogni termine, ed è anche totalmente infinito perchè è tutto in tutto il mondo e in ciascuna parte. Chi nega l'effetto infinito nega l'infinita potenza. Essendo l'universo infinito e immobile, non bisogna cercare estrinseco il motore di esso: perocchè gl'infiniti mondi contenuti in quello si muovono per principio interno, per anima propria.

I principj attivi di moto sono due: l'uno finito, com'è finito il soggetto; l'altro infinito come l'anima del mondo. L'infinito è immobile; onde l'infinito moto e l'infinita quiete equivalgono. Corpi determinati han determinato moto. Uno è il cielo, continente universale, in cui tutto si muove e scorre; gl'infiniti astri non vi sono affissi, ma si muovono e si reggono; e per esempio la nostra terra ha quattro moti; l'animale del centro, il diurno, l'emisferico, il polare.

Così cercando le relazioni tra il finito e l'infinito, e come riducansi all'unità, anzichè riconoscer una causa creatrice il Bruno vuol mostrare che nell'infinito le contraddizioni cessano, i contradditorj s'identificano. Come tutti gli altri panteisti, pretende combatter il panteismo, e il suo sistema esser l'unico mezzo di evitarlo, perchè «conforme alla vera teologia»[74]. E soggiunge: «Così siam promossi a scoprire l'infinito effetto dell'infinita causa, il vero e vivo vestigio dell'infinito vigore, ed abbiamo dottrina di non cercare la divinità rimota da noi, se l'abbiam a presso, anzi dentro, più che noi medesimi non siam dentro a noi».

Il suo «Spaccio della bestia trionfante, proposto da Giove, effettuato dal consiglio, rivelato da Mercurio, recitato da Sofia, udito da Saulino, registrato da Nolano» (Parigi 1594) vien creduto da taluni un'opera spaventevole contro Roma, mentre è solo una stravagante allegoria per introduzione alla morale. Nel Candelajo porgesi grossolanamente osceno. Nella Cena delle Ceneri accenna a due altre opere sue, l'Arca di Noè, dedicata a Pio V, e il Purgatorio dell'Inferno.

Intollerante, sarcastico, esalta se stesso quanto dispregia gli altri; espone dogmaticamente ciò ch'è più che contestato; manca di gravità ne' problemi più serj, ripetendo le celie che correano sulle cose sacre, e nominando il Dio degli Ebrei e i Galilei: attacca l'immacolata concezione e la transustanziazione, la quale riusciva logicamente incompatibile colla sua idea della sostanza una: ogni volta che trova contrasto fra la religione e la ragione, s'appiglia a questa: molte volte le più strane opinioni mette in bocca d'interlocutori, poi si dimentica di confutarle; e si propone di «spegner il terror vano e puerile della morte»; atteso che «la nostra filosofia toglie il fosco velo del pazzo sentimento circa l'Orco e l'avaro Caronte, onde il più dolce della nostra vita ne si rape ed avelena»[75].

Fra le stravaganze ha veri meriti filosofici, che lo fecero paragonare allo Schelling nel padroneggiare coll'astrazione le meraviglie visibili e invisibili nel punto ove si confondono il creato e l'increato. Realmente fu razionalista due secoli prima di Hegel, al quale diede la formola, cioè la concordia dei contraddicentisi[76]; e lo lodano d'aver voluto rivendicare i diritti della ragione, smaniosa di emanciparsi. Ma quelli non erano tempi ove si sapesse distinguere il fallo morale dal civile. Chi conosce il cuor umano e la storia non prenderà meraviglia che il Bruno, dopo sì patente apostasia, osasse ritornar in Italia. Stette tranquillo due anni a Padova in mezzo ad illustri aristotelici, egli loro avversario; ito poi a Venezia, vi si tenne ignoto, finchè un suo confidente lo palesò a quel Governo, che lo colse il 23 maggio 1592, e pose nelle carceri. A nome del cardinale di Santa Severina, l'inquisitore venne a domandarlo «perchè imputato non solo di eretico, ma anco di eresiarca: compose varj libri dove loda la regina d'Inghilterra e altri principi eretici: scrisse varie cose concernenti la religione che non convenivano, benchè parlasse filosoficamente; è apostato, essendo uscito dai Domenicani; visse a lungo a Ginevra, e in Inghilterra; fu per la stessa imputazione inquisito a Napoli e altrove»[77]. Non si volle consegnarglielo, e fu tenuto in carcere sei anni, durante i quali non possiamo che immaginare quanto soffrisse. Due sono i processi ivi fattigli, e sebbene possa attribuirsi importanza colà dov'egli spiega le sue idee, troppo ci è noto come, in tali frangenti, uno le modifichi e temperi per difesa; nè gl'inquisitori veneti poteano esser arguti accademici, da seguire il filo dei suoi ragionamenti. Basti dunque soggiungere che il senato non potè, secondo il diritto internazionale d'allora, negarlo a nuove richieste, e lo consegnò all'Inquisizione romana.

Viveva allora a Roma Gaspare Scioppio, famoso erudito tedesco, nato il 1576 a Neumark nel Palatinato; da Clemente VIII tratto a Roma, e attaccato al cardinal Madruzzi, dove abjurò il protestantismo, dicendosi convinto dalla lettura degli Annali del Baronio. Scrisse opuscoli sulle indulgenze, sul giubileo, sulla supremazia papale ecc., e controversie cogli abbandonati suoi correligionarj, sempre litigioso, talvolta paradossale; difese il Machiavello: accusò Leone Alazio di aver distratto i migliori libri della biblioteca di Heidelberg, acquistata dal papa: e fu creduto autore dei Monita secreta Jesuitarum.

Era egli sui ventiquattr'anni quando il Bruno fu condannato, e raccontandolo a Corrado Rittershausen rettore dell'Università di Altorf, gli dà la sua parola d'onore che nella gran città nessun luterano o calvinista è punito di morte, nè tampoco corre pericolo, purchè non sia recidivo o scandaloso: essendo proposito di sua santità che ognuno viaggi liberamente, e ottenga benevolenza e cortesia. Aggiunge d'un Sassone, che un anno era vissuto familiarmente col Beza, eppure fu umanissimamente accolto dal cardinal Baronio, confessore del papa, e affidato, purchè non desse scandalo. Qui prosegue a narrare come il Bruno venisse sottoposto a processo. Molti teologi recaronsi per convincerlo, e il Bellarmino, il cardinale inquisitore, forse il papa stesso: egli or nicchiava, or asseriva, cercava tirar in lungo, sperando negli eventi. Finalmente il 9 febbrajo 1600 condotto avanti al palazzo dell'Inquisizione, in presenza di teologi, consultori, persone onorevoli per senno, età e cognizioni di diritto e teologia, e del magistrato pubblico, a ginocchio udì la propria sentenza, motivata specificatamente sulle azioni di tutta la sua vita: e non volendo ritrattarsi, ebbe condanna, meritata a parer dello Scioppio, perchè ateo e apostolo di dottrine assurde (nugae).

«Se voi cristiani foste in Italia (dice lo Scioppio) udreste generalmente che fu bruciato un Luterano. Ma sappiate che gl'Italiani non vanno molto per la sottile nel discernere gli eretici, e chiaman tutti luterani. Del resto Lutero, questo quinto evangelista, questo terzo Elia, sarebbe stato trattato dai Romani come adesso il Bruno. Questi due mostri non insegnarono lo stesso genere di errori o d'orrori, ma ciò che insegnarono è del pari falso e abominevole. Lutero sarebbe stato arso pei pretesi dogmi e oracoli suoi: Bruno il fu per aver sostenuto tutte le abominazioni che mai ponessero innanzi i falsi pagani, e gli eretici antichi o moderni. L'uno il fu, l'altro il sarebbe stato, perchè non è permesso a ciascuno di credere e professare ciò che vuole.

«L'Inquisizione non gli imputa le credenze luterane; ma d'aver assomigliato lo Spirito Santo all'anima del mondo; l'ispirazione sacra alla vita dell'universo: paragonati Mosè, i profeti, gli apostoli, Cristo ai magi, agli jerofanti, ai legislatori politeisti, levando ogni barriera fra il popolo santo e gli etnici; ammetteva molti Adami come molti Ercoli; credeva, o almeno (poichè amator del paradosso) sosteneva la magia, e per mezzo di essa aver operato Mosè e Cristo. Che se egli per magia intendea forse la cognizione delle leggi naturali, l'Inquisizione non avea torto di dire che, elevandola così, turbavasi l'intera società, riconosceasi a Belial il potere di sovvertir tutta la Chiesa, attaccavasi la religione nelle coscienze».

Molte asserzioni fisiche del Bruno parvero tanto assurde, che l'Inquisizione neppur si badò di confutarle: come quelle sugli atomi, sulle monadi, sulle macchie del sole; la pluralità dei mondi infiniti parve bestemmia, e l'udirgli parlare di «miriadi di mondi, un concilio di astri, un concistoro di stelle, un conclave di Soli, un tempio dell'universo, un libro aperto dall'oriente all'occidente, e in tutte le lingue del creato». Udendo che la terra non dipende dalla Provvidenza, ma da leggi impreteribili; che la nostra specie, redenta da Cristo, non è lo scopo della creazione, ma abita un de' mille pianeti, il quale non è centro del sistema, ma lanciato nello spazio come gli altri, sgomentavasi l'angusta religione; scandolezzavasi quando il Bruno sosteneva che il sistema di Tolomeo, «piccolo come il cervello d'un peripatetico», restringe l'immensità di Dio, pel quale vuolsi un universo «senza margine»; il cielo non esser diverso dalla terra; noi abitanti, d'un pianeta, siam nel cielo.

Ciò significava che la Chiesa non era più unica interprete della natura, e che le leggi di questa son impreteribili più de' suoi pensamenti; e poichè la ragione ha la potenza e il diritto d'interpretar i fenomeni della natura, potrà criticar pure le opinioni che la Chiesa se ne formò, e che trae dalla sacra scrittura. Questa è un codice di leggi morali e religiose, non un'esposizione di filosofia naturale; parlando a uomini semplici, essa adoprò il linguaggio vulgare, e parlò delle apparenze, non della realtà. E qui ad Aristotele e a Tolomeo, ai dettati della Scuola e all'illusioni degli occhi opponeva Pitagora, Platone, il cardinale Cusa che annunziò il moto della terra; Paolo III che accettò la dedica di Copernico; e più di tutti l'intelletto, dal quale soltanto, e non dai sensi, può esser afferrato l'infinito.

Quanto la cosmologia, altrettanto restava ampliata l'azione di Dio, non più ristretto nella «tragedia cabalistica» ch'è la teologia del medioevo, ma con azione viva e libera, prodotta dallo studio vero della creazione. Eppure per tale asserzione unica il Bruno veniva dichiarato ateo, quasi, facendo governar il mondo da leggi stabili, escludesse il bisogno di Dio. Del che l'Inquisizione non verrà troppo incolpata da chi veda, nel secolo successivo, fuor delle passioni del momento e fin delle convinzioni religiose, l'erudito più spregiudicato, il filosofo più scettico, sentenziare che «l'ipotesi di Bruno è nel fondo quella di Spinosa: entrambi unitarj esagerati: fra questi due atei la sola differenza consiste nel metodo: Bruno adoprando quel de' retori, Spinosa quel de' geometri. Bruno non ridusse l'ateismo in sistema, non ne fece un corpo di dottrina legato e intessuto al modo de' geometri: non si brigò della precisione; si servì d'un linguaggio figurato che sottrae spesso le idee giuste. L'ipotesi d'entrambi sorpassa il cumulo di tutte le stravaganze possibili a dirsi; è la più mostruosa ipotesi che uom possa immaginare; la più assurda, la più diametralmente opposta alle nozioni più evidenti del nostro spirito»[78].

Dall'Inquisizione dato al braccio secolare ut quam clementissime et citra sanguinis effusionem puniretur, fu condannato ad esser arso in Campo di Fiore. Udendo la sentenza esclamò: «Avete più paura voi nel proferirla che io nel riceverla». Narrano che, offertogli il Crocifisso, ricusasse baciarlo: che ripetesse le parole di Plotino: «Fo un estremo sforzo per ricondurre ciò che v'ha in me di divino a ciò che v'ha di divino nell'universo»[79]. Forse sosteneva la sua costanza il pensare quel che altrove scrisse, «Il morir in un secolo fa vivo in tutti gli altri». E bruciò il 17 febbrajo; le ceneri ne furono disperse al vento.

Dopo così circostanziato racconto parrà strano che v'abbia chi asserisce che sol la sua immagine fosse bruciata[80]; esser finzione la lettera dello Scioppio, arguto grammatico ma furioso intollerante. Noi lo brameremmo, e buon argomento ce ne darebbe il non trovare il suo supplizio mentovato da altri. Vedemmo e vedremo come i residenti in Roma riferissero alle loro Corti gli accidenti della gran città, nè mai tacevano queste esecuzioni d'eretici. Ebbene, noi, per cercare, non udimmo accennarsi del supplizio del Bruno, neppure dal ministro veneto, che pur v'avea maggior interesse. Ma come è stranissimo che si dubitasse del supplizio inflitto a un tal uomo, in mezzo a Roma, con formale e lungo processo, così ci parve un fatto notevole che lo Scioppio, virulento difensore di Roma, credesse onorarla col narrare quel supplizio, e insultare coi sarcasmi alla vittima.

Tre anni dopo, le sue opere tutte furono poste all'Indice. Nessuno al suo tempo vi pose attenzione, ma ai dì nostri parvero precorritrici degli ardimenti della scuola tedesca, come ad esso aveano precorso Parmenide e Anassagora. E per verità carattere del Bruno è l'esame individuale, che per unico criterio accetta l'evidenza: fu il primo che contemplasse il mondo da puro metafisico, ricercando, come oggi dicesi, l'assoluto; senza curarsi dell'esperienza, indagò le cause de' fenomeni non nella materia stessa, bensì nel lume interno, nella ragion naturale, nell'altezza dell'intelletto, avventurandosi a divinazioni talora anche fortunate sopra i moti delle stelle fisse, la natura planetaria delle comete, l'imperfetta sfericità della terra, mentre altrove divaga negli spazj infiniti, pieni di mondi splendenti di luce propria, sognando anime del mondo, e relazioni dell'intelligenze superne coll'universo, per istabilire l'armonia di tutte le cose fra loro. Come Schelling coll'astrazione padroneggia le meraviglie visibili e invisibili, dove si confondono il creato e l'increato: ma negando però l'intuizione dell'assoluto, differisce da Schelling, il quale afferma che l'assoluto viene nel nostro intelletto alla coscienza di sè: laonde vuol trovare la certezza nell'unità dell'essere colla scienza, cioè nell'identità di tutte le cose e di tutte le idee in sè e fra loro. Mentre il Bruno non volle far che un sistema ontologico, Schelling lo accetta, ma pretende identificarlo col pensiero, in modo che la coscienza attesti l'identità di tutti i contrarj nell'assoluto.

Mente solitaria e passionata, il Bruno ha pensieri suoi come suo stile, mescolato di sublime e triviale, d'inni e d'improperj. Ingegno vago, paradossale, grande e strano, coltivando la filosofia come una religione, combattendo la Scuola che confondea colla Chiesa, bello, melanconico, bollente come il patrio Vesuvio, non sapea bene quel che volesse, mancava del sentimento della realità, che fa sagrificar le forme al fondo e non volea nascondere o temperar la propria opinione, comunque repugnante dalla universale. Ma quando il vediamo voler fondare una filosofia nolana, e prometter di svolgere tutto purchè ci abbia tempo, siamo condotti a relegarlo fra coloro che abbandonano le leggi universali del pensiero e le armonie di esso colla realità, per gittarsi a quelle del senso e dell'amor proprio.

Va unito al Bruno Elia Astorini di Cosenza carmelitano, il quale dagli aristotelici passò ai filosofi nuovi, fu inquisito come eretico e mago, onde fuggì a Zurigo, poi a Basilea e in varj paesi di Germania, cercato a maestro e riverito. Aderì alla protesta, ma come vide que' gran maestri di teologia osteggiarsi e scomunicarsi fra loro, si persuase non poter trovare riposo che nell'unità cattolica. Pertanto si diede a combatter Luterani e Calvinisti con erudizione e solidi ragionamenti; e assolto, fu mandato predicar a Firenze e a Pisa, poi a Roma; infine stanco delle contraddizioni, si raccolse tutto a vita studiosa.

Tommaso Campanella, nato a Stilo nell'estrema Calabria il 1568, e vestitosi domenicano, udendo una disputa in Santa Maria la Nuova a Napoli, vi piglia parte, e vince tutti: donde cominciarono le malevolenze, cresciute allorchè comparve poeta, mago, astrologo. Perseguitato nel regno perchè difende Telesio, va a Padova dove ottien poca fortuna; e avendovi sostenuto disputa con un ebraizzante, a Roma è inquisito per non averlo denunziato.

Arditissimo pensatore ma disordinato, mal distingue le proprie illusioni dalle intuizioni, e cambia facilmente secondo la passione[81]. Fissosi a sottrarsi alle possibilità di Lullo e alle formole della scolastica, divaga nella speculazione di principj supremi organici per riordinare tutto il sapere e l'operare umano, e stabilir sopra l'esperienza una filosofia nuova della natura. Volendo però combinarla colla rivelazione, non potendo esser vero in filosofia ciò che sia falso in teologia, evita d'affrontare con indipendenza il problema fondamentale della metafisica, e intanto trascende i limiti teologici, per raffigurar la rinnovazione dell'uomo mediante la scienza.

Agli scettici vorrebbe opporre un dogmatismo filosofico, atteso che la ragione sente necessità di raggiungere il vero, a segno, che, per impugnarlo, anche lo scettico ha mestieri di certi postulati. Al qual vero egli suppone che l'umanità arrivi per una scala, la quale ricorda l'educazione progressiva del Lessing. Perocchè mette che Iddio, dalla prima antichità, parlò agli uomini mediante le varie religioni, rivelandosi agli Assiri cogli astri, ai Greci cogli oracoli, ai Romani cogli auspicj, agli Ebrei co' profeti, ai Cristiani coi Concilj, ai Cattolici coi papi, dilatando la cerchia delle sue rivelazioni man mano che lo scetticismo e l'incredulità corrompevano i popoli. Le scoperte moderne sono l'ultimo termine di questa tradizione divina, che sempre superiore alle operazioni deplorabili e alla gretta politica degli uomini, finirà col congiungere tutti in una sola credenza, in quell'unità del genere umano che Augusto intravide, e che la ragione esige affinchè cessino i flagelli naturali, e le regioni più diverse ricambiino fra sè tutti i beni.

Non vi pare questa una pagina de' Sansimoniani?

I suoi concetti filosofici e politici atteggiò nella Città del Sole, specie di utopia, dove il frate non sa dimenticar la gerarchia e le regole claustrali, ma che previene di due secoli i falansteri e le fraternite de' nostri contemporanei. Vinta l'imprevidenza dell'uomo, l'antagonismo degli Stati, sin la fatalità della natura, si formerà una società felice, dove (tacendo il resto) un nuovo culto senza misteri raccoglierà nel tempio medesimo le immagini di Pitagora, di Cristo, di Zamolxi, dei dodici apostoli.

Eppure il Campanella era un intollerante. Coi novatori non vuole si stia a disputar su minutezze di parole sacre; ma si domandi, «Chi v'ha mandato a predicare? Dio o il demonio?» Se Dio, lo mostrino coi miracoli: se no, bruciali se puoi, o gl'infama. In nessun modo si facciano discussioni di grammatica o di logica umana, ma sol di divina, e non moltiplicare parole o allungar il diverbio, lo che è una specie di trionfo a chi sostiene il torto. Bisogna dannarli al fuoco secondo le leggi imperiali, perchè tolgono fama e roba a persone autorizzate da Dio con lunga successione, quali sono il papa e i religiosi. Il primo errore che s'è commesso fu il lasciar vivo Lutero nelle diete di Worms e d'Augusta; e se Carlo V il fece (come dicono) per tener il papa in apprensione, e così obbligarlo a soccorrere esso Carlo di danari e indulgenze nelle aspirazioni verso la monarchia universale, operò contro ogni ragion di Stato, perchè snervando il papa s'indebolisce tutto il cristianesimo, e i popoli si ribellano col pretesto della libertà di coscienza[82]. Sulla Spagna riconosceva il marchio della predilezione divina perchè cattolica, e destinata ad abbattere l'islam e l'eresia, e assicurare il trionfo della Chiesa vera, quando, restaurata l'unità del mondo, rifabbricherà il tempio di Gerusalemme. Consiglia a quel re di remunerare i più dotti teologi; «ne' consigli supremi aver sempre due o tre religiosi, Gesuiti, Domenicani, Francescani, per cattivarsi gli ecclesiastici e fare che i suoi ufficiali sieno più accorti in non errare e più autorevoli nelle loro determinazioni: e in tutte le guerre ogni capitano deve avere un consigliere religioso, perchè i soldati riveriranno più i precetti loro, e non si tratterà cosa senza saputa loro, e massime le paghe che si danno a' poveri soldati debbano per mano di religiosi passare»[83].

«Quella medesima costellazione che trasse fetidi effluvj dalle cadaveriche menti degli eretici, valse a produrre balsamiche esalazioni dalle rette intelligenze di quelli che fondarono le religioni de' Gesuiti, de' Minimi, de' Cappuccini»[84].

I dominj (a dir suo) sono costituiti da Dio, dalla prudenza, dall'occasione. La parte che vi ha Dio, mantiene il sacerdozio: i sacerdoti riconoscono le cose che si devono fare; i governanti le comandano; soldati e artefici le eseguiscono. «Il sacerdozio non devesi far vulgare, perchè perde dignità e credenza; ed è ignoranza dei Calvinisti il creder che tutti siano sacerdoti»[85].

Altrove attacca quel «tedesco luterano, che nega l'opre ed afferma la fede»[86]: e ripetutamente combatte Lutero e Calvino, insegnatori di dottrine avverse alla politica naturale. «La setta luterana e calviniana che nega la libertà dell'arbitrio e di far bene o male, non si deve mantener in repubblica, perchè i popoli ponno rispondere al predicante della legge che essi peccano per fato, e possono osservare che non sono liberi in questo. Oggi gli oltremontani, negata l'autorità del papa, negarono l'opera della fede che se gli predicò; poi negarono la libertà di far bene e male; poi negarono i santi e il peccato, e si fecero libertini, poi negarono la providenza, poi l'immortalità, come in Transilvania. Molti finalmente negarono Iddio e fecero un libro abbominevole de tribus impostoribus»[87]. E nelle Lettere professando esatta ortodossia, dice che il dogma della predestinazione «fa li principi cattivi, li popoli sediziosi, e li teologi traditori».

S'inganna chiunque dice che il papa non ha se non il gladio spirituale e non il temporale, perchè la monarchia sua sarebbe diminuita mancando di questo; e Cristo Dio legislatore sarebbe diminuito; cosa imprudente ed eretica ad affermarsi. La religione, nella quale il sommo sacerdote non regna con le armi, non può capire più principati, se non saranno sêtte di eresie; e però i Persiani, i Turchi, i Tartari e quelli di Fez, mori sotto il sacerdozio di Macone disarmato, vivono ognuno con l'eresia propria senza da un capo pendere; imperò ivi fa eresia. Ma sotto il papato, sacerdozio cristiano armato, vi è il re Gallo, lo Spagnuolo, il Germano, il Veneziano, potentissimi signori sotto la medesima religione senza far eresie. La maggioranza del papa giova ai principi cristiani temperati di signoria, perchè agguaglia le loro differenze; è arbitro della pace e guerra giusta, e inclina colle arme alla parte che ha ragione, ed astringe a cedere chi ha il torto, o li unisce contro li nemici del cristianesimo, o li disunisce dai nimici; e contro ai buoni o tristi regnatori accomoda le cose loro e del cristianesimo.... Nè può sfrenar le sue voglie un principe che vive sotto una religione, la quale ha il sommo sacerdote armato che tenga maggioranza sopra lui.... Dunque la monarchia cristiana va declinando sempre, finchè arriva in man del papa.»

Per mantenere la monarchia in questa religione, altri si sono dichiarati del tutto ministri del papa e liberatori, come Carlo Magno e Costantino; «ma i figli inimicandosi col papa mancaro. Altri vollero fare il papa senz'armi temporali, e fecero rovina più che acquisto, e nacquero Ghibellini e Guelfi, Papali e Imperiali; altri fecero eresia di Ario e di Lutero, come Arrigo VIII, ma tutti rovinaro come Jeroboamo e Acab. Giuliano tornò alla gentile e rovinò col vecchiume»[88].

Le stesse idee ribadisce nei Discorsi politici ai principi d'Italia: «Aggrandire ed esaltare il papato è il vero rimedio di rassicurarci di non esser preda del re di Spagna e di sostenere insieme la gloria d'Italia e del cristianesimo.... Talchè, per assicurarsi dal re di Spagna, devono gl'Italiani solo attendere ad autorizzare il papato con fatti e scritti e parole, perchè in questo sta la sicurtà loro... Per la sicurezza dei Stati e contra interni principi, è necessario il papato ricco e potente. Dippiù il papato non è principato peculiare d'alcuno, ma di tutto il cristianesimo; e quanto possiede la Chiesa è a tutti comune, e quel che donano i principi e le persone pie ai religiosi non è dare, poichè essi e i figli loro ponno diventar padroni di quel dato; ma è un mettere in comune e far tesoro per il bene pubblico. Il papato dunque è il tesoro del cristianesimo; talchè gl'Italiani devono sempre fomentar le ricchezze dei religiosi, perchè quelle sono del comune, e fanno mancar la forza agli emuli loro.....

Ma questo principato è più proprio d'Italiani, perchè li papi e cardinali sono per lo più italiani, e fomentano sempre la sicurtà. Pertanto io dico che i principi italiani, non aspirando a monarchia, tutti devono far la Chiesa romana erede de' Stati loro quando mancasse la linea legittima di loro progenie, e con questa maniera, con successo di tempo s'anderia acquistando la monarchia italiana e la gloria ancora, e le repubbliche devrieno far una legge che, venendo esse in mano di tiranno, s'intenda la signoria loro esser devoluta alla Chiesa romana; e certo se amano il ben d'Italia questo devono fare... Intanto dovrebbe farsi a Roma un senato cristiano, dove tutti i principi avesser voce per mezzo di loro agenti: il papa vi presedesse per mezzo d'un collaterale: vi si risolvesse a pluralità di voti sulla guerra agl'infedeli ed eretici, sulle differenze tra principi, obbligando colla guerra qual vi si rifiutasse».

Esorta l'Italia a tenersi stretta agli Spagnuoli perchè cattolici, mentre gli altri forestieri, essendo eretici «le torrebbero l'unica gloria rimastale, il papato». E gran rispetto si deve al papa che «solo con la venerazione difende più gli Stati suoi, che gli altri principi coll'armi: e quando è travagliato, li principi tutti si muovono ad ajutarlo, altri per religione, altri per ragioni di Stato[89].»

Oh come un tal uomo vuol citarsi tuttodì come una vittima della intolleranza cattolica e un martire della Inquisizione romana? Niente a meravigliarsene quando si sappia che gli storici sempre scrivono a passione, e la più parte ripetono il detto, senza vagliarlo. Il Campanella, studiando i filosofi a paragone del senno eterno, cioè della natura, trovò che la legge di Cristo, a fronte di tutte le altre e delle filosofie, è identica a quella della natura, ma avvalorata dalla Grazia e dai sacramenti. Ben nella Chiesa cristiana trovava mal osservati i precetti divini: Lutero e Calvino però erangli l'anticristo, Aristotele la causa del disordine scientifico, Machiavello del morale e politico[90]. Pertanto mirava a una riforma, a un rinnovamento del secolo, intorno al quale disponeasi a dissertare nell'anno del giubileo: la conversione delle nazioni, profetata da santa Brigida, da Dionisio Cartusiano, dall'abate Gioachino, da san Vincenzo Ferreri, da don Serafino da Fermo, da santa Caterina, la quale predisse che i fratelli di san Domenico porteranno l'ulivo della pace ai Turchi[91].

Con tali idee tornato nella Calabria il 1598, vi trovava soffogate ma non estinte le idee dei Valdesi; bollenti le contese di giurisdizione ecclesiastica cogli Spagnuoli, e il vescovo Montario n'era fuggito, lanciando l'interdetto sulla città di Nicastro. «Tutte le città principali (scrive egli stesso) oltre le discordie tra gli ecclesiastici e i regj, erano divise in fazioni; e tutti i conventi erano pieni di banditi, e il vescovo li dava da mangiare per zelo della giurisdizione, mentre erano assediati dagli sbirri in sostegno delle attribuzioni regie». Il Campanella s'intromise di pace fra il vescovo e la città; ascoltato, dice il Naudè, come un oracolo; ma con ciò spiacque a coloro cui le risse giovavano e la scomunica non facea paura; e viepiù quando sostenne le pretensioni ecclesiastiche contro il Governo. Straordinarie inondazioni, tremuoti, eruzioni di vulcani lo persuasero che il rinnovamento fosse vicino: e doverne essere stromento lui, che sentivasi capace «d'insegnar in un solo anno la filosofia naturale, la morale, la politica, la medicina, la retorica, la poesia, l'astrologia, la cosmografia e ogni altra scienza», e di render abile ogni «mediocre ingegno a convincere in una sola disputa tutti gli eretici»: e che cantava:

Io nacqui a debellar tre mali estremi, Tirannide, sofisma, ipocrisia: Stavano tutti al bujo, io accesi il lume[92].

La fede può tutto: nulla è impossibile al credente, pensava egli: e più l'animavano i delirj astrologici, perocchè dic'egli stesso; «degli astrologi un tempo fui nimicissimo, e in gioventù scrissi contro di loro, ma dalle mie sventure imparai che molte verità scoprono essi»[93]. Computando sulle nuove scoperte celesti, avea veduto come certe grandi innovazioni succedono nel mondo ogni ottocento anni. Una fu al tempo di Cristo; e ora stavano per compiersi la seconda volta gli ottocent'anni[94], sicchè si attuerebbe una civiltà religiosa, che fosse il regno della ragione eterna nella vita dell'umanità.

Con tali persuasioni è facil credere che tentasse qualche novità: più facile che ne venisse sospettato; novità diretta a sovvertire la dominazione spagnuola in Calabria, benchè dappoi fosse lodatore esagerato degli Spagnuoli: e traendo divinazioni dagli astri, dall'Apocalissi, da varj santi, insinuava che nel 1600 accadrebbero grandi rivolture nel regno di Napoli. Fosse egli motore o stromento, si formò infatti una cospirazione di trecento frati e quattro vescovi. Faceano la propaganda delle sue speranze frà Giambattista di Pizzoli, frà Pietro di Stilo, frà Domenico Petroli di Strignano e altri venticinque Domenicani del convento di Pizzoli, fra cui principalmente frà Dionigi Ponzio, che smaniava di levar tumulto per ammazzare certi frati che aveano fatto ammazzar suo zio: e che valeasi delle parole del Campanella; poi preso, riuscì a fuggire, e si fe turco.

Costoro trovarono ascolto ne' casali e tra le famiglie di Catanzaro, di Squillace, di Nicastro, di Cerifalco, di Taverna, di Tropea, di Reggio, di Cassano, di Castrovillaro, di Sant'Agata, di Cosenza, di Terranova, di Satriano, insomma in quasi tutta Calabria. Già milleottocento banditi eransi raccolti, e ogni giorno se ne ragomitolavano di nuovi; tenevansi intelligenze colla flottiglia turca del bascià Cicala. Trucidati i Gesuiti e i frati che non aderissero, liberate le monache, bruciati i libri, fatto statuti nuovi, doveano fondar una repubblica, cui centro sarebbe Stilo, patria del Campanella; appoggiati, come sempre i sommovitori dell'Italia, dai Francesi.

Il Governo n'ebbe notizia, e li fece arrestare, impiccare, affogare, squartare dalle galee. Il Campanella, ch'erasi ascoso in un pagliajo, fu denunziato, e consegnato al nobile Carlo Spinelli, eletto commissario speciale. I frati reclamarono il privilegio del fòro, onde salvi dalla forca, vennero dati al Sant'Uffizio. A questo spettava pure processare il Campanella, ma si volle far prevalere il delitto di Stato, e il fiscale Sanchez personalmente recossi a Roma onde ottenere che potesse venir tormentato per quarantott'ore con funicelli sino alle ossa, stirato sulla corda colle braccia arrovesciate, e spenzolando sopra un legno acuto, e tagliatagli carne, del che stette poi lunghissimo tempo malato. «Come s'arresterebbe il libero procedere dell'uman genere (esclama il Campanella) quando quarantott'ore di tortura non poterono piegare la volontà d'un povero filosofo, e strappargli neppur una parola che non volesse?».

Tale è la leggenda. Persone, che consideravano come delitto l'apostasia e la cospirazione, cercarono scusare il Campanella[95]: altri che giudicavale eroismo, sostenne l'opposto[96]. Il servile Parrino, e dietro a lui il Giannone, poi il Botta copiandoli, il fan reo di aver cospirato contro la monarchia spagnuola con frati e vescovi. Fatto è che si è tuttora incertissimi sul costui processo, e tre differenti ne esistono; uno che mostra volesse ribellar il Regno per sottoporlo al papa; uno per darlo al Turco; uno per ridurlo a repubblica eretica; poi nel Sant'Uffizio se ne costruì un nuovo, dove i testimonj delle predette accuse si ritrattarono. Forse alcuni, raccogliendo parole sparse e avventate, lo denunziarono come cospiratore: lanciata una accusa, ogni scaltrito sa come sostenerla e darle apparenza di vero, al che singolarmente s'adoprò il fiscale Luigi Xarava, che essendo stato scomunicato, avea preso vendetta col far un processo di Clemente VIII e dei vescovi. L'assecondarono quei molti che sempre avversano chi ha ingegno distinto e opinioni non comuni; e difensore del Campanella fu sempre il papa. Il Giannone (L. XXXV, 1) sempre ricalcando il Parrino, dice che il Campanella aveva in Roma sostenuto lunga prigionia «per la sua vita poco esemplare, e anche per sospetto di miscredenza», dopo di che fu rimandato al suo convento di Stilo. Nulla di ciò risulta; e il nunzio pontifizio, dandone ragguaglio l'11 febbrajo 1600, non ne fa cenno: bensì che a quella sua azione non avea mai voluto dar nome di ribellione, «ma detto che volea fare repubblica la Calabria per mezzo delle armi e delle prediche, quando però seguissero i garbugli d'Italia, che lui si era presupposto». E in fatti, se macchinò, non dovea mirare a sovvertimento, bensì a organar il paese al modo della sua Città del Sole, ricongiungendo la legge di natura colla cristiana.

Chiuso in prigione, senza libri, senza comunicazione, scrisse varie opere, lodate perchè d'un martire come l'intitolarono, ma dove la vanità è pari all'immensa inopportunità. Per riguardo al re lodava la Spagna: per riguardo al papa protestava della sua ortodossia; prometteva, se lo lasciasser libero, comporre libri che convertirebbero i Gentili delle Indie, i Luterani, gli Ebrei, i Maomettani: e in prova dice aver fatto un'esposizione del Capo VIII dell'epistola ai Romani, della quale moltissimo si giovano Calvinisti e Luterani.

Lettere sue ultimamente pubblicate, se nulla aggiungono alla cognizione del suo intelletto, attestano un esaltamento che tocca alla pazzia, se non vogliasi perdonarlo alla sua smania di liberazione, stando «dentro una fossa puzzolente dove non vedo giorno, sempre inferrato e morto di fame e di mille afflizioni fra cinquanta leopardi che mi guardano.... Son accusato per ribello ed eretico, per lo che otto anni cominciano che sto sepolto.... Sono stato preso io e molti frati per ribello, quasi volessimo ribellar il regno a favor del papa, in tempo che molti officiali e baroni del regno erano scomunicati, e perseverano, e la città di Nicastro interdetta, e in tutte queste cose io mi trovai, e fu gridato in Seminaro Viva il papa dal clero, che armata manu liberò un chierico dalle carceri secolari. Furo necessitati gli amici di dire che ribellavano per far eresie, e non per il papa: altrimenti morivano tutti de facto inconsulto pontifice».

Così scrive al cardinal Farnese[97] e proseguendo, dà in delirj astrologici, promette mari e monti a migliorar il regno di Napoli, fabbricar al re una città mirabile, salubre, inespugnabile, che sol mirandola s'imparino tutte le scienze storicamente; far vascelli che senza remi navighino anche senza vento, quando gli altri stanno in calma, con magistero facile; far camminare le carra per terra col vento; far che i soldati a cavallo adoprino ambe le mani senza tener briglia, e guida in bene il cavallo; e far libri contro i machiavellisti e la dottrina greca, zizania del Vangelo, e persuadere all'unità, convertire principi di Germania e screditare Calvino. Conchiude firmandosi frà Tommaso Campanella spia delle opere di Dio.

Sul tenore stesso va una lettera latina al papa e cardinali. Post Lutherum triginta annos expectatur antichristus magnus, ut prophetavit Joachinus abbas, qui etiam Lutheri adventum prædixit, et astipulantur Ubertinus et Joannes Parisiensis, et d. Seraphinus Firmanus et alii multi; jam præsens est, vel anno 1630 revelabitur: et hoc tempore luna convertetur in sanguinem etc.... Dixit Dominus ad divam Catherinam nostram, renovationem Ecclesiæ mox futuram, de qua D. Vincentius, et B. Joannes episcopus, et B. Egidius et Savonarola, et B. Brigida et B. Raymondus et magister Caterinus expectant, et alii innumeri, et ille Firmanos vir prudens et spiritualis: et addidit se facturum flagellum de funiculis creaturarum malarum ad purgandam Ecclesiam ab ementibus et vendentibus. Quis autem non vidit illud? In Græcia invaluit, in Germania convaluit, in Italia præsto est. Ego natus sum contra scholas anticristi, contra Aristotelem qui dixit mundum æternum, et æquinotia et stellas et motus semper eodem ordine et situ et modo fieri. Et ego ostendam quod non perseverant sicut ab initio, et quod verum est quod dicit D. Seraphinus, quod Aristoteles et Averroes sunt unum de septem capitibus Antichristi, et phiala iræ Dei.... Machiavellus dogmatisavit cum eo quod religio sit inventio sacerdotum et illusio populorum: et ubi Macometus et Lutherus non habent potestatem (hoc est in Italia et Hispania) regnant Machiavellus et Politici.

E la tira innanzi lunghissima ed irta di citazioni; e raccomanda allo Scioppio di presentarla: Si porrigas pontifici literas, non malum puto. Si de miraculis quæ policeor riserit, dicito me habere fidem, quantum sinapis granum.

Di simil tenore scrive al re di Spagna, all'Imperatore, agli arciduchi d'Austria, quoniam reipublicæ christianæ salus omnis in invictissima, piissimaque familia vestra versatur.

Ad esso Scioppio dicea: Videant me non modo hæreticum non esse, sed etiam a Deo excitum ad omnes hæreses eliminandas præcipue vero philosophorum et astronomorum et latentium machiavellistarum, quorum opera evangelium latet. E lo esorta a persuader il pontefice ch'egli non opera per magia o strologamenti, ma per vera fede, e crede che miracoli evidenti accadranno per convertire i Tedeschi e far unire contro i Turchi: confida che, coll'ajuto di Dio, svellerà dalla mano dei Luterani san Paolo: con un solo argomento insegnerà anche agli illetterati a sterminar tutte le eresie... «S'io dirò ai Luterani, passiamo pel fuoco, e chi sarà abbrucciato non è da Dio, credi che l'oseranno? ma io sì. Così il padre mio Domenico e san Francesco sedarono le eresie: perchè non gl'imiterei?».

E miracoli proponeva, appellandosi a Pio V contro le testimonianze false di suoi compatrioti, che erano premiati e decorati se lo avversavano, sospettati se lo difendevano; laonde invoca d'esser tratto a Roma. Accenna bensì che fu accusato d'eresia, ma dice la inventarono i frati per sottrarlo al giudizio secolare di ribellione; mentre invece i ministri del re l'accusavano di voler rivoltare il paese a vantaggio del papa. Egli stesso avere chiesto di far rivelazioni al vescovo di Caserta e al nunzio: ai quali mostrò come avesse tolto a paragonar la legge di Cristo colla pitagorica, stoica, epicurea, peripatetica, telesiana, e tutte le sêtte antiche e moderne e le leggi, e assicuratosi che la pura legge di natura è la legge di Cristo: saper ribattere le difficoltà che nascono sul nuovo mondo, e sull'incarnazione, sulle profezie e i miracoli. Il vescovo trovò che aveva poca umiltà, e che avendo vagato per tante sêtte, non era troppo ossequioso a Cristo. Se anche ciò fosse, egli dichiara non essersi mai ostinato; altrimenti sarebbe uscito d'Italia: e giura esser saldissimo nella fede[98].

Dotti e principi presero interesse pel Campanella; Paolo V spedì lo Scioppio a Napoli per trattar della sua scarcerazione: e questi, se non altro, gli ottenne di poter leggere e scrivere e carteggiare. Urbano VIII riuscì alfine a trarlo a Roma, col pretesto che al Sant'Uffizio competesse il giudicarlo perchè avea professato profezia: e avutolo, il pose in libertà. Allora il Campanella passò in Francia, ove trovò applausi come vittima della Spagna, e pensione e onoreficenze, finchè morì il 21 maggio 1639.

Napoletano e prete fu pure Lucilio Vanini, nato a Taurisano in Terra d'Otranto il 1586 da Giambattista intendente di Francesco di Castro, vicerè di Napoli, e da Beatrice Lopez di Moguera. Studiò a Padova, divenne canonico lateranense; viaggiò Europa sotto diversi nomi, e principalmente quel di Giulio Cesare, con alquanti compagni predicando tutt'altro che il vangelo, dicendo il diavolo esser più forte di Dio, giacchè tuttodì intervengono cose che non potè volerle Iddio; professandosi scolaro del Pomponazio, del Cardano, di Averroè, di Aristotele «dio dei filosofi, dittatore dell'umana sapienza, sommo pontefice de' sapienti». E di ridestare Averroè egli si propone, ma non ne conosce se non le divulgate empietà, e bugiardamente ne riferisce gli aneddoti.

«Confesso che l'immortalità dell'anima non può dimostrarsi con principj naturali. Per articolo di fede crediamo la resurrezione della carne: ma il corpo non risorgerà senza l'anima, e come vi sarebbe l'anima se non ci fosse? Io di nome cristiano, di cognome cattolico, se non fossi istruito dalla Chiesa che è certissimamente e infallibilmente maestra di verità, a stento crederei esser immortale l'anima nostra. E non mi vergogno dirlo, anzi me ne glorio, giacchè adempio il precetto di Paolo, rendendo schiavo l'intelletto in ossequio della fede» (Amphit., pag. 164).

Se dice, «L'atto dipende affatto dalla nostra volontà; Dio opera fuor di noi per produr fatti simultaneamente contrarj», soggiunge: «Sempre salve le credenze cattoliche».

I martiri sono persone d'immaginazione esaltata, ipocondriaci, Cristo un ipocrita, Mosè impostore, e parlato delle profezie prorompe: «Ma lasciam da banda queste baje».

Nega la creazione; tratta i culti di menzogne e spauracchi inventati dai principi per tener i sudditi, o dai sacerdoti per aver onori e ricchezze; confermati poi dalla Bibbia, della quale nessuno vide l'originale; e che cita miracoli, promette ricompense e castighi nella vita futura, donde nessuno mai tornò a smentirla.

Non essendovi distanza fra il soggetto conoscente e l'oggetto conosciuto, sono eguali fra loro, e tutti due han la medesima volontà, uno spirito solo, e fanno un solo, Dio è la natura, la quale è il principio del movimento (Dialoghi, lib. VI).

Tutto è perfettibile, anche Dio, ma più di Dio è potente il diavolo, perchè fece prevaricare Adamo, tormentò Giobbe, perdette due terzi del genere umano, e domina quattro quinti della terra, contro la volontà di Dio.

Non crede finirà il mondo. Il cielo, finito di grandezza e podestà, s'ha a dire per durata infinito, perchè Dio non potè far Dio, e l'avrebbe fatto se l'avesse fatto infinito per podestà: onde lo fece infinito per durata, perchè questa sola perfezione poteva appropriarsi al creato. Ma (dice) ragioniam più sottilmente. Il primo principio non potè fare cosa che fosse simile o dissimile a sè. Non simile, perchè ciò che è fatto soffre: non dissimile, perchè l'azione e l'agente non differiscono. Quindi Dio essendo uno, il mondo fu uno e non uno: essendo tutto, fu tutto e non tutto: essendo eterno, il mondo fu eterno e non eterno. Perchè uno, è eterno, non avendo pari o contrario: perchè non uno, non è eterno: giacchè è composto di parti contrarie, avversantesi per mutua corruzione: onde la sua eternità è nella sua composizione, l'unità nella continuazione (De arcan. naturæ Dial.).

Nell'Amphitheatrum æternæ providentiæ divino-magicum, christiano-physicum, nec non astrologo-catholicum adversus veteres philosophos, atheos, epicureos, peripateticos et stoicos, pone in sodo l'esistenza di Dio, che «è tutto, sopra di tutto, fuor di tutto, in tutto, a fianco a tutto, avanti tutto, dopo tutto, tutto intero», e la Providenza, il libero arbitrio, l'immortalità dell'anima, perchè la risurrezione de' corpi è asserita dalla Scrittura: ma tutto in modo equivoco, non provando, pure non negando la religione, confutando i cattivi sistemi allora correnti, ma nel mostrar ribattere Cardano e gli atei, ne mette in risalto gli argomenti; le prove della Providenza riduce agli oracoli, alle Sibille, ai miracoli, cui descrive dal lato debole con un'aria d'ingenuità che non può far illusione.

Poi più francamente nei sessanta dialoghi De admirandis naturæ reginæ deæque mortalium arcanis, fondasi su due punti. Primo: l'intelligenza non può muover la materia, nè l'anima il corpo: anzi è la materia che dà impulso all'intelligenza, il corpo all'anima: in conseguenza, autor del mondo non è Dio. L'uomo deriva dalla putrefazione e dal successivo perfezionarsi della specie: anche in forza talora è esso sopravanzato dagli animali, onde (quest'è il secondo punto) non può dirsi a questi superiore in destinazione, e il meglio che può fare si è vivere e godere: «Perduto è il tempo che in amar non si spende»; nè la morale ha fondamento che nelle leggi. Così predica uno scetticismo immorale, un materialismo sfacciato: ipocrito senza dignità, le maggiori bestemmie finiva col dire, Ceterum sacrosanctæ romanæ Ecclesiæ me subjicio. Un interlocutore gli domanda che pensi dell'immortalità, ed egli risponde: «Ho fatto voto a Dio di non trattar questo punto finch'io non sia vecchio, ricco e tedesco». Un'altra volta l'interlocutore ammirandolo, esclama: «Se tu non fossi Vanini, saresti Dio», ed egli con aria altezzosa risponde: «Io sono Vanini». Violente critiche del cristianesimo pone in bocca al terzo o al quarto, fingendosi inorridito all'udirle; come si finge encomiatore de' Gesuiti, apologista del Concilio di Trento, e accannito contro Lutero, egli che pur al cristianesimo muove guerra or da filosofo, ora da fisico.

Questo libro chiamò subito l'attenzione, e Gramondo presidente al parlamento di Tolosa diceva: «Agli altri pare eretico, a me pare ateo». In fatti è a vicenda panteista e materialista. Il Rossetto nell'Histoire tragique dice che fa rivivere l'abominevole libro dei Tre impostori.

Traversata col duca d'Amalfi la Germania, praticando Protestanti, procedette nella Boemia, semenzajo delle dottrine che cagionarono la guerra dei Trent'anni; ivi discusse con un Anabattista, il quale tacciava i Cristiani di disputare di lana caprina; con un ateo ad Amsterdam; a Ginevra coi Riformati, dai quali sentendosi mal sicuro, passò a Lione; per paura del rogo si volse a Londra, e quivi «si attirò la persecuzione de' Protestanti, tenuto prigione quarantanove giorni, preparato a ricevere la corona del martirio, alla quale aspirava con indicibile ardore»[99]. Scarcerato, viene in Italia, e a Genova apre scuola molto frequentata; ma le sue dottrine ben presto scandolezzano sì, che deve rifuggir a Lione; in Guascogna si veste monaco, edifica colle prediche, col confessare, colla devozione, finchè scoperto di brutti vizj, viene espulso. A Parigi lo ricoverò il nunzio Roberto Ubaldini, e gli aprì la sua ricca biblioteca, donde egli stillava il peggio, e lo diffondeva tra i giovani medici e poeti, sicchè il padre Mersenne, a lui avversissimo, assicura che cinquantamila atei contavansi in quella città.

Nel 1616 v'avea stampati con privilegio del re, e dedicati al maresciallo di Bassompière, di cui era cappellano, i dialoghi De admirandis naturæ arcanis, e la Sorbona li riprovò pei dubbj sulla rivelazione, e perchè altra legge non riconosce fuor quella che natura pose nel cuor dell'uomo. Piantatosi a Tolosa, vi teneva arcane conventicole, apostolava i giovani, ed educava i figli del primo presidente di quel parlamento. Ma poichè a quelle dottrine cresceva pericolo il fermentare delle guerre di religione, un Francon gentiluomo lo denunziò nel 1618 al parlamento d'aver negato l'esistenza di Dio: altri l'attestarono, e crebbe i sospetti l'esserglisi rinvenuto un grosso rospo chiuso in un'ampolla. Venne dunque condannato al taglio della lingua e al fuoco per mago e per ateo; accuse per verità repugnanti. Durante il processo, aveva professato le migliori credenze; condannato, si chiarì empio, ricusò i conforti della religione, si vantò più intrepido del Cristo, il quale aveva sudato d'ambascia, e fu giustiziato il 19 febbrajo 1618. Leibniz dice che il Vanini meritava d'esser tenuto rinchiuso fin a tanto che divenisse assennato, invece di trattarlo con ributtante crudeltà. Vittore Cousin, che fece una memoria sul Vanini, prova che restò condannato dal parlamento di Tolosa perchè nè egli nè gli amici suoi poterono ottenere fosse demandato al tribunale ecclesiastico dell'Inquisizione, dal quale non avrebbe avuto che una pena disciplinare[100].

Anche Ferrante Pallavicino, primogenito d'insigne casa piacentina, canonico regolare a Milano e lodato per dottrina, avvoltolatosi in amori, onde averne comodità finse viaggiare, e ritiratosi a Venezia, dirigeva agli amici lettere colla falsa data di Lione, di Parigi, d'altrove, narrando apocrifi viaggi, che lo posero di moda quando ricomparve. Come cappellano del duca d'Amalfi ito in Germania, vide messo alla ruota un Calvinista, col quale entrato in disputa sulle cose dell'anima, se ne lasciò convincere, e d'indi in poi menò a strappazzo le cose e le persone sacre. Acciabattava libri, storie sacre e profane, novelle, panegirici, epitalamj, talvolta ascetico, sempre ampolloso, rinvolto, bujo e mescolandovi descrizioni lascive. Per esempio, nel trattato spirituale delle Bellezze dell'anima, al cap. XIII discorre della bellezza del seno: pari contaminazioni mette nella Susanna, nel Giuseppe, nel Sansone, nella Bersabea. Il suo Divorzio celeste cagionato dalle dissolutezze della sposa romana, e consacrato alla semplicità de' scrupolosi (1643) fu tradotto in varie lingue dai Protestanti, e continuato probabilmente da Gregorio Leti, dividendolo in tre libri, I costumi dissoluti dell'adultera, Il processo de' bastardi di quella, Il concorso di varie chiese allo sposalizio di Cristo (1679). Nel Corriere svaligiato spettorò d'ogni genere calunnie contro il papa, i cardinali, i gesuiti, tutti i governi e i letterati, soluccherandole di lubricità. Lo stampò alla macchia, onde la signoria di Venezia il fece carcerare; uscitone, infierì peggio di prima contro de' principi, di papa Urbano VIII e del buon costume, e oltre La Buccinata per le api Barberine[101] e il Dialogo tra due soldati del duca di Parma, scrisse la Giustizia schernita, e la Retorica delle p.... dedicata all'università delle cortigiane più celebri.

Un Carlo De Brèche che a Venezia faceasi chiamare Morone, figlio d'un librajo parigino, dicono assoldato dai Barberini con 3000 pistole, fintosegli amico, lo persuase a ridursi in Francia, dove protetto dal Richelieu, potrebbe stampare altre opere irreligiose; e così lo menò ad Avignone terra di papa, ove arrestato e messo sotto processo, dopo quattordici mesi fu decapitato, avendo ventisei anni (1618-44). La sua fine gli attirò una compassione che poco meritava. Dicono che il suo traditore fosse poco dopo assassinato da un italiano, al quale il Mazzarino fece grazia. Subito comparvero due dialoghi intitolati L'anima di Ferrante Pallavicino, opera forse di Gianfrancesco Loredano suo amico, ove sono malmenati alla peggio il papa, i prelati, i letterati, i costumi[102].

NOTE

[64] De compendiosa architectura et complemento artis Lulli, 1580. È noto che Raimondo Lullo di Majorca, nell'Ars magna, volle ridurre l'intelligenza ad una specie di meccanica, che applicasse a qualsiasi soggetto alcuni predicati. Questi raccolse in classi, distinte con lettere dell'alfabeto, e le dispose in circoli concentrici, per modo che ciascuna lettera indicasse un attributo. La I componevasi di nove predicati assoluti: bontà, grandezza, durata, potenza, saggezza, volontà, virtù, verità, gloria; la II de' predicati relativi: differenza_, concordia, opposizione, principio, mezzo, fine, maggiorità, coequazione, minoramenti_; la III di domande: se? che? di che? perchè? di qual grandezza? di che qualità? quando? ove? come e con chi? la IV de' nove soggetti più universali: Dio, angelo, cielo, uomo, immaginativo, sensitivo, vegetativo, elementativo, stromentativo; la V de' nove predicati dell'accidentale: quantità, qualità, relazione, azione, passione, abito, sito, tempo, luogo; la VI delle nove moralità: giustizia, prudenza, coraggio, sobrietà, fede, speranza, carità, pazienza, pietà; e in contrario invidia, collera, incostanza, menzogna, avarizia, gola, lussuria, orgoglio, accidia. Tutti questi concetti, per mezzo di quattro circoli e de' triangoli iscritti, producevano certe combinazioni di predicati; per es. la bontà è grande, durevole, potente, concorde, mediante, finiente, aumentante, decrescente. Così da ciascuna delle trentasei caselle deduconsi dodici proposizioni, dodici mezzi, ventiquattro quistioni, e le specie della corrispondente. Credea con ciò trovato uno stromento universale della scienza che risolve tutte le quistioni mai immaginabili; ma in fatto non porgeva che parole per discorrere su tutte.

[65] Nella chiesa di San Pancrazio a Firenze sta il ricordo d'un'altra vittima delle persecuzioni di Enrico VIII, Anna Sotwel, duchessa di Nortumbre, che quivi rifuggita morì. Il suo epitafio porta:

D. O. M.

Petis scire quid moliar? resolvor donec redeam. Appetis quid fui? Anna Dudlea anglo danoque Regali stigmate sata. Expetis quæ labilis vitæ Comites? pulcritudo, virginitas, virtus, religio. O mortalis caducitas! Letho relictis laribus Rubertus Dudleus et Elisabeth Southuel Nortumbrotum Warvicensiumque duces Hoc mæstissimi parentes anno MDCXXIX Mihi et filiæ dulcissimæ posuere Disce timeque ergo viator Forma charis virtus abi nunc Nortumbria princeps Virgo sub hac secum condidit Anna petra.

[66] Sono gli statuti 1548, 1551, 1558, 1563, 1581, 1585, 1595, 1688, 1700 dello Statute-Book; sul quale vedansi i commenti del Blackstone, Lib. IV, c. 8, e le applicazioni in tutte le storie inglesi.

[67] Uno de' più fanatici scrittori del nostro tempo, J. M. Dargaud (Hist. de M. Stuart, Paris 1850) confessa che l'assassinio del Rizio fu meditato perchè si sentiva qu'il annullait la reine et ses alliés, les catholiques et le catholicisme, en même temps qu'il allait redonner vigueur à la reforme en cimentant l'alliance anglaise: e la dice une entreprise qui devait être le triomphe cruel de la réforme sur l'Eglise, du parti protestant sur le parti catholique, de Knox et du Nord, sur le pape et sur le Midi. Knox era l'apostolo della Chiesa scozzese, e Dargaud assicura che, consultato dai congiurati sull'assassino, il rassura leur consciences déjà si hardies. L'esprit du rigide docteur souffla sur eux, non pour le détourner du crime, mais pour les y précipiter. Il les y prépara comme à une sainte entreprise par la prière et par le jeûne... il mît de sa main d'apótre à l'assassinat le sceau religieux de son caractère et de son nom.

[68] Non vestræ religionis dogmate probatum. De lampade combinatoria.

[69] Oratio valedictoria.

[70] BARTHOLMESS, J. Bruno I, 161.

[71] Vedasi il suo indirizzo all'accademia d'Oxford.

[72]

Monas tota intima et extima tota Omnia substentans graditur super omnia, nempe Sola ipsa in toto, et totum consistit in ipsa.

[73] De immenso et innumerabili, lib. I, c. 13. Del Principio, causa et uno. Dial. III. Est animal sacrum, sanctum et venerabile mundus. De immenso, lib. V.

[74] Proem. epist. alla Cena delle Ceneri.

[75] La Cena delle Ceneri, dedicatoria.

[76] «Quel che altrove è contrario ed opposito, in Dio è uno e medesimo, e ogni cosa in lui è medesima». Della causa, principio ed uno. Dial. III.

[77] Nota del 28 settembre 1592 negli Archivj di Venezia. Alcuni Documenti tratti dall'Archivio veneto intorno al Bruno furono pubblicati dal Fulin a Venezia il 1864 in occasione di nozze.

[78] BAYLE, Dictionnaire in Bruno e Spinosa.

È difficile accumular tante inesattezze quante in queste linee di Voltaire, su J. Rabelais: Les Italiens alors ressemblaient aux anciens Romains, qui se mouquaient impunément de leurs dieux, mais qui ne troublèrent jamais le culte reçu. Il n'y eut que G. Bruno, qui ayant bravé l'inquisiteur à Vénise, et s'étant fait un ennemi irréconciliable d'un homme si puissant et si dangéreux, fut recherché pour son livre Della bestia trionfante; on le fit périr par le supplice du feu, supplice inventé parmi les Chrétiens contre les héretiques. Ce livre est pis qu'hérétique: l'auteur n'admet que la loi des patriarches, la loi naturelle; il fut composé et imprimé à Londre chez le lord Philippe Sidney, l'un des plus grands hommes d'Angleterre, favori de la reine Elisabeth.

Il Giannone, copiando al solito il Capasso e il Parrino, e al solito triviale, scrive nel libro XXXIV, c. 8: «Discreditarono l'onorata impresa (d'innovar la filosofia) due frati domenicani, li quali, non tenendo nè legge nè misura, oltrepassando le giuste mete (!), siccome maggiormente accreditarono gli errori delle scuole, così posero in discredito coloro che volevano allontanarsene, ecc.».

E il Botta, lib. XV: «Non fermerommi a parlare del Bruno, perchè, avendo insegnato che i soli Ebrei erano discendenti di Adamo, che Mosè era un impostore ed un mago, che le sacre scritture sentivano del favoloso, ed altre bestemmie ancora peggiori di queste, fu arso a Roma al modo di Roma; rimedio abominevole contro opinioni pazze».

[79] Πειρᾶσθαι τὸ ἐν ἡμῖν θεῖον ἀνάγνειν πρὸς τὸ ἐν τῳ παντὶ αθειον. PORFIRIO, Vita Plotini.

[80] Quali il Quadrio e Hayn, oltre il Bayle che dubita di tutto, e che conchiude: il n'y a pas loin de l'incertitude à la fausseté dans des faits de cette nature.

La lettera dello Scioppio fu stampata nel 1621, venti anni dopo il fatto che narra, ma ventinove prima della morte di esso Scioppio, che non la smentì. Alcuni moderni vollero negare fosse dello Scioppio, ma Cristiano Bartholmess non esita a considerarla autentica, come non esitò Vittore Cousin, recandone i passi principali nei Fragmens de philosophie cartesienne. Fu ristampata nel 1705 a Jena da Struve, Act. liter. T. I, fasc. V p. 64-74, assai lunga, e noi ne caviamo solo quanto concerne il Bruno.

Corrado Rittershusio suo Gaspar Schoppius Fr. S.

«Quas ad nuperam tuam expostulatoriam epistolam rescripsi, non jam dubito quin tibi sint redditæ, quibus me tibi de vulgato responso meo satis purgatum confido. Ut vero nunc etiam scriberem, hodierna ipsa dies me instigat, qua Jordanus Brunus propter hæresim vivas publice in Campo Floræ ante theatrum Pompeji est combustus. Existimo enim et hoc ad extremam impressæ epistolæ meæ partem, qua de hæreticorum pœna egi, pertinere. Si enim nunc Romæ esses, ex perisque Italis audires lutheranum esse combustum, et ita non mediocriter in opinione tua de sevitia nostra confirmaveris.

«At semel scire debes, mi Rittershusi, Italos nostros inter hæreticos alba linea non signare, neque discernere novisse: sed quicquid est hæreticum, illud lutheranum esse putant. In qua simplicitate ut Deus illos conservet precor, ne sciant unquam quid hæresis alia ab aliis discrepet: vereor enim ne alioquin ista discernendi scientia nimis cara ipsis constet. Ut autem veritatem ipsam ex me accipias, narro tibi, idque ita esse fidem do testem, nullum prorsus lutheranum aut calvinianum, nisi relapsum vel publice scandalosum, ullo modo periclitari, nedum ut morte puniatur. Hæc sanctissimi domini nostri mens est, ut omnibus Lutheranis Romam pateat liber commeatus, utque a cardinalibus et prælatis curiæ nostræ omnis generis benevolentiam et humanitatem experiantur. Atque utinam hic esses! Scio fore ut rumores vulgatos mendacii damnes. Fuit superiore mense Saxo quidam nobilis hic apud nos, qui annum ipsum domi Bezæ vixerat. Is multis Catholicis innotuit; ipsi etiam confessario pontificis cardinali Baronio, qui eum humanissime excepit, et de religione nihil prorsus cura eo egit, nisi quod obiter eum adhortatus est ad veritatem investigandam. De periculo jussit eum fide sua esse securissimum, dum ne quod publice scandalum præberet. Ac mansisset ille nobiscum diutius, nisi sparso rumore de Anglis quibusdam in palatium Inquisitionis deductis, perterritus sibi metuisset. At Angli illi non erant, quod vulgo ab Italis dicuntur, lutherani, sed puritani, et de sacrilega verberibus sacramenti percussione Anglis usitata suspecti.

«Similiter forsan et ipse rumori vulgari crederem Brunum istum fuisse ob lutheranismum combustum, nisi Sanctæ Inquisitionis Officio interfuissem, dum sententia contra eum lata est, et sic scirem quamnam ille hæresim professus fuerit. Fuit enim Brunus ille patria nolanus, ex regno Neapolitano, professione dominicanus: qui eum jam annis abhinc octodecim de transubstantiatione (rationi nimium, ut Chrysostomus docet, repugnante) dubitare, imo eam prorsos negare, et statim virginitatem B. Mariæ (quam idem Chrysostomus omnibus cherubin et seraphin puriorem ait) in dubium vocare coepisset, Genevam abiit, et biennium istic commoratus, tandemque, quod calvinismum per omnia non probaret, inde ejectus, Lugdunum, inde Tholosam, hinc Parisios devenit, ibique extraordinarium professorem egit, cum videret ordinarios cogi missæ sacro interesse. Postea Londinum profectus, libellum illic edidit de Bestia triumphante, hoc est, papa, quem vestri, honoris causa, bestiam appellare solent. Inde Wittenbergam abiit ibique publicæ professus est biennium, nisi fallor. Hinc Pragam delatus, librum edidit de Immenso et Infinito, itemque de Innumerabilibus (si titulum sat recte memini, nam, libros ipsos Pragæ habui) et rursus alium de Umbris et Ideis; in quibus horrenda prorsus absurdissima docet, v. g. mundos esse innumerabiles; animam de corpore in corpus, imo et alium in mundum migrare: unam animam bina corpora informare posse, magiam esse rem bonam et licitam; Spiritum Sanctum esse nihil aliud nisi animam mundi, et hoc voluisse Moysem dum scribit eum fovisse aquas: mundum esse ab æterno, Moysem miracula sua per magiam operatum esse, in qua plus profecerat quam reliqui Ægyptii, eum leges suas confinxisse, sacras litteras esse somnium, diabolum salvatum iri; solos Hebræos ab Adamo et Eva originem ducere, reliquos ab iis duobus Deus pridie fecerat; Christum non esse Deum, sed fuisse magum insignem et hominibus illusisse, ac propterea merito suspensum (Italice impiccato), non crucifixum esse; prophetas et apostolos fuisse homines nequam, magos, et plerosque suspensos. Denique infinitum foret omnia ejus portenta recensere, quæ ipse et libris et viva voce asseruit. Uno verbo ut dicam, quicquid unquam ab ethnicorum philosophis, vel a nostris antiquis et recentioribus hæreticis est assertum, id omne ipse propugnavit. Pragam Brunsvigam et Helmstadium pervenit et ibi aliquandiu professus dicitur. Inde Francofortum, librum editurus adiit, tandemque Venetiis in Inquisitionis manus pervenit, ubi diu satis cum fuisset, Romam missus, et sæpius a Sancto Officio, quod vocant Inquisitionis, examinatus, et a summis theologis convictus, modo quadraginta dies obtinuit quibus deliberaret, modo promisit palinodiam, modo denuo suas nugas defendit, modo alios quadraginta dies impetravit. Sed tandem nihil egit aliud, nisi ut Pontificem et Inquisitionem deluderet. Fere igitur biennio postquam hinc in Inquisitionem devenit, nupera die nona februarj in supremi Inquisitoris palatio, præsentibus illustrissimis cardinalibus Sancti Officii Inquisitionis (qui et senio et rerum usu et theologiæ jurisque scientia reliquis præstant) et consultoribus theologis, et seculari magistratu urbis gubernatore, fuit Brunus ille in locum Inquisitionis introductus, ibique genubus flexis sententiam contra se pronuntiari audiit. Ea autem fuit hujusmodi. Narrata fuit ejus vita, studia et dogmata, et qualem Inquisitio diligentiam in convertendo illo fraterne adhibuerit, qualemque ille pertinaciam et impietatem ostenderit; inde eum degradarunt, ut dicimus, prorsusque excomunicarunt et sæculari magistratui tradiderunt puniendum, rogantes ut quam clementissime et sine sanguinis profusione puniretur. Hæc cum ita essent peracta, nihil ille respondit aliud, nisi minabundus: «Majori forsan cum timore sententiam in me dicitis, quam ego accipiam». Sic a lictoribus gubernatoris in carcerem deductus, ibique octiduo asservatus fuit, si vel nunc errores suos revocare vellet. Sed frustra. Hodie igitur ad rogum sive pyram deductus est. Cum Salvatoris crucifixi imago ei jamjam morituro ostenderetur, torvo eam vultu aspernatus, rejecit. Sicque ustulatus misere periit, renunciaturus credo in reliquis illis quos finxit mundis quonam pacto homines blasphemi et impii a Romanis tractari solent».

«Hic itaque, mi Rittershusi, modus est quo contra homines, imo contra monstra hujusmodi procedi a nobis solet. Scire nunc ex te studeam an iste modus tibi probetur: an vero velis licere unicuique quidvis et credere et profiteri. Equidem existimo te non posse eum probare. Sed illud addendum forte putabis: Lutheranos talia non docere neque credere, ac proinde aliter tractandos esse. Assentimur ergo tibi, et nullum prorsus Lutheranum comburimus. Sed de ipso vestro Luthero aliam forte rationem inierimus. Quid enim dices si asseram, et probare tibi possim Lutherum non eadem quidem quæ Brunus, sed vel absurdiora magisque horrenda, non dico in Convivialibus, sed in iis quos vivus edidit libris, tanquam sententias, dogmata et oracula docuisse? Mone, quæso, si nondum satis novisti, eum qui veritatem tot seculis sepultam nobis eruit, et faciam ipsa tibi loca in quibus succum quincti istius evangelii deprehendas, quamvis istic Anatomiam Lutheri a Pistorio habere possitis. Nunc si et Lutherus Brunus est, quid de eo lieri debero censes? Nimirum tardipedi Deo dandum infelicibus ustulandum lignis; quid illis postea qui eum pro evangelista, propheta, tertio Elia habent? Hoc tibi cogitandum potius relinquo. Tantum ut hoc mihi credas, Romanos non ea severitate erga hæreticos experiri qua creduntur, et qua debebant forte erga illos, qui scientes, volentes pereunt.

Romæ, a. d. 17 februar. 1600».

[81] Allo Scioppio scrive: Mens mea subito in id quod cupit immutatur.

[82] Città del Sole, cap. XXVII. Della Monarchia Spagnuola, c. 27.

[83] Aforismi politici 75, 78, 81, 83.

[84] Afor. 70.

[85] Della Monarchia Spagnuola, c. 6.

[86] Poesie, pag. 100.

[87] Aforismi 84, 87. Quando dicemmo non esister il libro De tribus impostoribus, intendevamo l'antico. Il nostro Campanella, nell'Atheismus triumphatus, dice fu stampato trent'anni prima della sua nascita, il che lo porterebbe al 1538: e un'indicazione così precisa, e in lavoro polemico, farebbe credere l'avesse realmente veduto. Quel che ora conosciamo col titolo di De tribus impostoribus magnis liber, sebbene supposto del 1598, è di Cristiano Kortholt, stampato ad Amburgo il 1701 in-4º. A Yverdun, nel 1768, fu stampato un Traité des trois imposteurs, che si finge tradotto, ma in realtà è tutt'altr'opera.

[88] Aforismi 70, 88, 89, 90, 91.

[89] Discorso II del papato.

[90] Utinam non serperet interius hujusmodi pestis, quam Machiavellus seminavit, docens religionem esse artem politicam ad populos in officio, spe paradisi et timore infernorum, retinendis. Ateismo trionfante.

[91] Sue parole in una relazione sincrona della congiura, pubblicata nel 1845 dal Capialbi.

[92] Poesie filosofiche, pag. 26, 141, 116.

[93] De sensu rerum et magia, IV, 20.

[94] Conjunctiones magnœ in quolibet trigono perseverant annis fere ducentis, et possunt in subditis: mox transeunt ad subsequens, et subvertitur omnium circulus in 800; et tum in rebus dura mutatio. Ib.

[95] Vedansi VITO CAPIALBI, Documenti inediti circa la voluta ribellione di Tommaso Campanella, Napoli 1840, e MICHELE BALDACCHINI, Vita di T. Campanella, Napoli 1840, e con molte variazioni nel 1847.

[96] Vedi SALVATOR DE RENZI, La cospirazione di Calabria del 1599.

[97] Archivio storico del 1866.

[98] Lettera 13 agosto 1606 nell'Archivio storico del 1866. Di maggiore pazzia fa segno un'altra lettera di 20 giorni più tardi, ove dice aver interrogato il demonio, e saputo che nel 1607 la podestà pontifizia soffrirebbe gran danno, e nel 25 v'avrebbe due papi, e altri avvisi e profezie «che non basteria sei fogli di carta»: e dopo rovinato il papato, sorgerà un papa divino (l'antico sogno del papa Angelico), ed altri che avran lo Spirito Santo manifesto, e trarranno alla fede Turchi e Settentrionali. Si badi ai flagelli onde son percosse la Germania e Venezia. Non tengasi fede ai principi, che non aspirano se non alle entrate della Chiesa. Per riparare vuolsi la penitenza; impedir che i principi gittino a terra i canoni, e alzino le loro costituzioni, e neghino al papa il gladio materiale.

[99] Amphiteatrum, pag. 118.

[100] Vedasi La vie et les sentiments de Lucilio Vanini. Rotterdam 1717. Gli è avversissimo ma ancor peggio P. Garasse, il quale, nella Doctrine curieuse des beaux esprits de notre temps, comincia a parlarne con queste frasi: Les deux plus nobles exécutions qui se soient faites de nos jours, montrent évidement que la fin des athéistes dogmatizans est toujours accompagnée d'une particulière malédiction de Dieu et des hommes. La premiére fut à Tholose en la personne de L. Vaninus, homme d'un courage dé sespérè... homme de néant... mechant bellistre, e dopo infinite altre ingiurie dice che, chiesto di far emenda onorevole a Dio, al re, alla giustizia, rispose: «A Dio non credo: il re non offesi: per la giustizia, i diavoli la portino, se pur diavoli c'è». Nella Apologia pro J. C. Vanino, stampata a Rotterdam 1712, si risponde ai diciotto capi d'accusa che si davano contro di lui da un anonimo che lo diceva ateo.

Il presidente Gramond, nella Historia Galliæ ab excessu Henrici IV, l. 3, narra a disteso il supplizio del Vanino come testimonio oculare. Espostene le colpe, e l'ipocrisia in carcere e il sopraggiunto furore, dice: «Non avea però ragione di dire che moriva intrepido. Io l'ho visto abbattuto, con aspetto orribile, spirito inquieto... Prima di mettere fuoco al rogo gli si ordinò di presentare la lingua per tagliargliela. Ricusò: e il boja non potè averla che con tenaglie. Mai non fu udito un grido più spaventevole: l'avreste creduto il muggito d'un bue. Il resto del suo corpo fu consumato dal fuoco, e le ceneri gettate al vento».

Il Vanini, dove annovera le varie ipotesi sull'origine della razza umana, pone anche quella che la fa derivare dalle scimmie; ma quidam mitiores athei solos ætiopes ex simiarum genere et semine prodiisse attestantur, quia et color idem in utrisque conspicitur: e che i primi uomini andavano a quattro zampe, e solo per un'educazione particolare cambiarono un uso, che ritorna nella vecchiaja. Vedasi pure SCHRAMM ecc.

Vedansi P. GARASSE, Doctrine serieuse.

G. M. SCHRAMM, De vita et scriptis famosi athei J. C. Vanini. Custrin 1799.

P. F. ARPE, Apologia pro J. C. Vanino. Rotterdam 1712.

J. G. OLEARIUS, De vita et factis J. C. Vanini. Jena 1708.

FUHRMANN, Leben des Vanini. Lipsia 1800.

EMILE VAISSE, Lucilio Vanini, sa vie, sa doctrine, sa mort: nelle Memorie dell'Accademia di Tolosa.

Œuvres philosophiques de Vanini, traduites pour la première fois par ROUSSELOT. Parigi 1842.

[101] In testa alla Buccinata v'era un Crocifisso coronato d'uno sciame d'api (stemma dei Barberini), colla scritta Circumdederunt me sicut apes et exarserunt sicut ignis in spinis.

[102] Di Ferrante Pallavicino l'Indice de' libri proibiti registra: Lettere amorose. — La pudicizia schernita. — La rete di Vulcano. — Il Corriero svaligiato. — Il Divorzio celeste. — Le Bellezze dell'anima. — La Bersabea. — Il Giuseppe. — Panegirici, epitalamj, discorsi accademici, novelle. — Il Principe Ermafrodito. — Il Sansone. — La Scena retorica. — La Susanna. — La Taliclea.

Nel 1655 si fece un'edizione a Venezia delle sue opere permesse, in quattro volumi: ma la cercata è quella delle Opere scelte, fatta a Ginevra colla data di Villafranca 1660, e le peggiori furono anche tradotte. Il Brusoni, ch'era amico del Pallavicino, ne pubblicò la vita e il catalogo delle opere, copiato dal Marchand in nota all'articolo Pallavicino. Il titolo di Corriere svaligiato fu poi dato da Mirabeau a un suo libello politico. A disteso parla del Pallavicino il Poggiali nelle Memorie per la storia letteraria di Piacenza, n, 170.

DISCORSO XLIII.

ITALIANI NELLA SVIZZERA E NELLE CITTÀ LIBERE. LA MESOLCINA. GINEVRA.

La Svizzera doveva la sua civiltà ai monaci, che la popolarono di conventi e santuarj, attorno ai quali crebbero molti villaggi col nome di santi, e le città di Sangallo, Appenzell (Abatis cella), Glaris (Ecclesia Ilarii), Feldkirch, Einsidlen, ecc. E alla Chiesa andavano a servire i suoi soldati, onde Giulio II intitolò gli Svizzeri «Difensori dell'ecclesiastica libertà», e regalò loro lo stocco e il berrettone, che furono collocati a Zurigo; due bandiere, che si posero nella Madonna di Einsidlen, e a ciascun Cantone un'insegna particolare con misteri della passione; a portar la quale fu destinato un banderajo che teneva il primo luogo nelle battaglie.

Come cappellano di questi soldati era venuto in Italia il curato Zuinglio, che predicò la Riforma al tempo stesso di Lutero, con maggior metodo e più risoluta negazione, e maggiormente letto perchè scriveva in latino. Lutero lo osteggiò; tutti i Cantoni presero parte o con lui o contro di lui: Friburgo, ch'era stato ammesso nella Lega Elvetica il 1481 con Soletta, fece alleanza con Lucerna, Uri, Svitto, Unterwald, Zug, e radunati cinquemila combattenti, assalirono Zurigo, e il 10 ottobre 1531 vennero ad aperta battaglia a Cappel, nella quale Zuinglio combattendo restò ucciso[103].

I Cantoni restarono divisi in cattolici, riformati e misti. Cattolici si conservarono Uri, Svitto, Unterwald, Lucerna, Zug, Soletta, Friburgo; misti Appenzell, Glaris, Sangallo, Vaud, Argovia, Turgovia, oltre i Grigioni confederati; protestanti Berna, Zurigo, Basilea, Sciaffusa, Neufchatel. I sette cantoni cattolici mandarono al Concilio di Trento i loro deputati (20 marzo 1562) protestando la devozione filiale alla Santa Sede e il desiderio d'ajutarla come aveano fatto sotto Giulio II e Leone X: nella guerra contro i Protestanti e nell'uccisione di Zuinglio, del quale incenerirono e dispersero il cadavere, avere dato prova d'essere irreconciliabili coi Cantoni eretici; e posti ai confini d'Italia come antemurale, baderebbero che in questa l'errore non penetrasse.

In Isvizzera risedeva un nunzio apostolico, tenuto di grand'importanza per l'opporsi che faceva all'eresie: ma costava assai, sì pei molti viaggi cui era obbligato, sì pei donativi con cui tutto s'otteneva colà, e per pranzi che duravano anche cinque ore, anzi fin dieci, in occasione della Dieta.

Ne' Cantoni riformati ebbero ricovero molti Italiani. Basilea, entrata nella confederazione il 1501, era l'Atene svizzera, e testè uno spiritoso scrittore rifletteva come il Cinquecento ne fosse l'età più splendida per arti, lettere, scienze, ma che gli insigni furono cattolici, o almeno nati tali, e sotto al dogma refrigerante del protestantesimo conservavano il pensiero ideale e il fecondo succhio del cattolicismo. Il miglior quadro di Holbein è la Madonna di Dresda, col borgomastro di Basilea inginocchiatole avanti: di quel tempo è la elegante fontana di Alberto Durer; dell'età cattolica l'altra fontana colla guglia gotica, e il palazzo di città, e la stupenda porta del sobborgo di Spalen, le cui statue di santi vennero rispettate, mentre furono distrutti gli altari e i tabernacoli del Duomo, davanti a cui eransi prostrati gli avi, conservando però l'elegante pulpito del 1486. Ivi Opporino stampò settecencinquanta opere dal 1539 al 1568: lo seguì Pietro Perna, e quando lo storico De Thou lo visitò nel 1579 lo trovò vecchio che lavorava ancora con ardore di giovane.

A Basilea Calvino incontrò il vecchio Erasmo che esclamò: «Vedo una gran peste nascer nella Chiesa contro la Chiesa». Ivi stampò l'Istituzione cristiana nel 1536, dove, a imitazione dei Valdesi, sosteneva che nella Cena non v'è la presenza reale e locale del corpo e sangue di Cristo; che non dev'essere nella Chiesa nè capo visibile, nè gerarchia, nè vescovi o preti, nè messe o feste o immagini o croci o benedizioni o invocazione di santi, nè nulla di ciò che, pei sensi passando all'anima, la eleva per mezzo delle cose visibili al Dio invisibile.

Ivi si stabilì una Chiesa italiana, della quale fu conservata notizia da Giovanni Toniola[104].

A Zurigo, che nella Ufnau in mezzo al lago ha la sepoltura di Ulrico di Hutten, Carlo Magno avea fondato una scuola, che Zuinglio resuscitò, e da cui uscirono gli illustri Corrado Gessner, Gasparo Wolfio, Giosia Simler, Enrico Bullinger. Molti riformati italiani vedremo cercarvi rifugio. Colà erasi ricoverato Jacobo Aconzio, valoroso giureconsulto di Trento, il quale nell'opera De Methodo, sive recta investigandarum tradendarumque scientiarum ratione (Basilea 1558) aveva ripudiata la dialettica ordinaria, proponendo un nuovo metodo di giungere al vero collo scomporre e ricomporre più volte la cosa, ed esaminarla sotto aspetti diversi, passando dal noto all'ignoto. Alla divina Elisabetta regina d'Inghilterra, da cui ebbe ripetute attestazioni di stima, dedicò gli Stratagemmi di Satana in fatto di religione (Basilea 1565), libro allora molto acclamato, e tradotto in varie lingue, ov'egli studia di ridurre a pochissimi i dogmi essenziali del cristianesimo, nello scopo d'indurre le sêtte a vicendevole tolleranza.

Aveva avuto per compagno Francesco Betti romano, che al marchese di Pescara, al cui servizio stava, scrisse una «Lettera nella quale dà conto a sua eccellenza de la cagione perchè licenziato si sia dal suo servizio» (Zurigo 1557). Figlio dell'amministratore dei beni del marchese, era molto in favore e in isperanza d'avanzamenti, quando lo smosse l'amor della divina fede. Descrive a lungo la lotta coi riguardi e coll'amor verso i superiori e i parenti. L'uccisione d'un fratello nella persecuzione del 1555 gli diè spinta a fuggire. Professa non voler entrare in materie teologiche che non conosce. Sa che i Luterani son guardati in Italia come i Turchi, ma assicura che quelli che così vengono chiamati dagli inimici aspirano solo ad esser cristiani, e qui espone i principali articoli della loro fede, massime sulla soddisfazione di Cristo per noi: ammette soli due sacramenti, e nella Cena vede una solenne commemorazione della passion e morte del nostro Salvatore, istituita da esso. Il matrimonio non è sacramento, ma i magistrati sono stabiliti da Dio e bisogna rispettarli e obbedirli.

A lui colla solita iracondia il Muzio buttò in viso le Mentite Bettiniane; molti assunsero di richiamarlo all'ovile; ma egli continuò a Zurigo, a Strasburgo, altrove: e nel 1587 già vecchissimo stampò a Basilea la traduzione di Galeno.

Nella biblioteca di Zurigo trovaronsi recentemente trattati dell'Ochino, di Scipione Calandrino e di altri, e ce ne valiamo nel nostro lavoro.

Strasburgo, capitale dell'Alsazia, città libera cioè imperiale, era una delle principali del medioevo, con quella cattedrale che nello stile gotico primeggia come San Pietro nel romano; con immenso commercio di libri, poi con un operoso ricambio di dispute teologiche, avendovi portato i loro dogmi Calvinisti e Luterani, Zuingliani e Anabattisti, applauditi a vicenda ed espulsi[105]. Aveva essa cacciato il vescovo e il capitolo nel 1529, abjurando il cattolicismo, che poi vi fu ripristinato nel 1681 quando si sottopose a Luigi XIV.

Fra altri italiani ivi si ricoverò il bergamasco canonico Zanchi, il quale non era così accannito contro il cattolicismo quanto i predicanti di quella città. Dal rettore Giovanni Sturm invitato a pranzo, si trovò con Marbach, Herlin, Dasypodio, Sapido; e caduti a discorrere del papa, Marbach sostenne non v'era speranza che mai conoscesse la verità, sicchè non doveasi più pregare per esso. Lo Zanchi rispose doveasi cessar di pregare solo per quelli che constasse avere peccato contro lo Spirito Santo; ciò non poteva dirsi del papa, sol perchè papa, e finchè non si fosse certi avesse commesso tal peccato, esser dovere di cristiano pregare per esso. Se ne scandalezzarono Marbach e gli altri, che teneano come articolo di fede il papa esser figlio di perdizione e anticristo.

Tra i seguaci dello Zanchi a Strasburgo troviamo Giovanni Angelo Odone, dotto veneziano, amico di Ortensio Lando, e che sin dal 1534 era in corrispondenza col Bullinger.

Una parte della Svizzera è affatto o a metà italiana; vogliam dire i paesi che or formano il Cantone Ticino e parte di quel de' Grigioni. In quest'ultimo si comprendono cinque valli di favella italiana; ciò sono la Calanca e la Mesolcina o val della Moesa, protendentisi entro il Canton Ticino; il Munsterthal presso all'eccelsa montagna dello Stelvio, formato dal bacino del fiume Ram che sfocia nell'Adige, ed ora ha tre parrocchie protestanti, di cui principale quella di Monastero che dà nome alla valle, con badia un tempo signora del paese e che vuolsi fondata da Carlo Magno: inoltre la val Bregaglia o della Mera che riesce a Chiavenna, e la val di Poschiavo che finisce in Valtellina alla Madonna di Tirano. Quel paese divenne poi padrone della Valtellina, e di questa e di esso ragioneremo a lungo più innanzi.

Quel che adesso è Canton Ticino, esteso dalle falde del Sangotardo e del Sanbernardino fino ai laghi di Lugano e Maggiore, era stato tolto al ducato di Milano, e fatto suddito degli Svizzeri. I tre Cantoni primitivi di Uri, Svitto, Unterwald aveano occupato i baliaggi di Bellinzona, Blenio e Riviera, stendentisi dal Lago Maggiore alle vette del Sangotardo: tutti i dodici Cantoni insieme tennero i baliaggi di Lugano, Locarno, Mendrisio, Valmaggia, attorno ai laghi Ceresio e Verbano.

Dai Cantoni dominanti venivano balii biennali a governare queste podestarie cisalpine, comprando quella carica a denaro, e rifacendosene col rivender la giustizia; e secondo che essi Cantoni ed i balii erano cattolici o protestanti, davano persecuzione o favore agli apostati. Singolarmente a questi avea giovato Jacobo Werdmuller, caldo evangelico. I soldati che uscivano dall'interno della Svizzera in occasione della guerra di Musso, propagarono non tanto le dottrine nuove quanto il disprezzo delle antiche, e un Baldassare Fontana carmelitano vi spiegava le epistole di san Paolo, e di là scriveva alle Chiese svizzere fedeli a Gesù Cristo perchè pensassero al Lazzaro del Vangelo, che desiderava nutrirsi delle bricciole cadute dalla mensa del Signore; mossi dalle lacrime e supplicazioni di lui, mandassero «le opere del divino Zuinglio, dell'illustre Lutero, dell'ingegnoso Melantone, dell'accurato Ecolampadio»: e dessero opera perchè «la nostra Lombardia, schiava di Babilonia, acquistasse quella libertà che il vangelo impartisce». Giovanni Orelli di Locarno, famigliare e perpetuo commensale di Gian Galeazzo Sforza, ebbe relazioni col Savonarola e con altri trascendenti, e introdusse nella sua famiglia l'uso di argomentare sulle cose religiose. Suo figlio Luigi militò sotto il connestabile di Borbone nell'impresa contro Roma, vi praticò molti Luterani e nominatamente il Freundsperg, e dal famoso saccheggio riportò diciottomila settecennovantuno zecchini, ventisette libbre d'oro colato, cenquindici d'argento, dodici vasi d'oro, quarantotto dorati, trentuno d'argento, nove di cristallo, una borsa di anelli. Anche l'altro figlio Francesco servì sotto Carlo V, ed entrambi col padre favorivano a Locarno chi professasse le massime nuove.

Giovanni Muralto medico, loro compatrioto, inviato dal duca Sforza a Ginevra, vi conobbe il Serveto e alcuni profughi d'Italia, ne sorbì le idee, e le recò in patria, dove le partecipò agli Orelli e ad alcuni italiani rifuggiti, tra' quali il conte Martinengo di Brescia, Guarniero Castiglioni da Castiglione Varesotto, un Camozzi, un Visconti. Tutti trovavano ospitalità presso gli Orelli, ed alcuni ottennero il diritto di possedere e la cittadinanza. Uno speziale, che legava anche libri, ne ebbe alcuni di senso protestante, e cominciò a parlarne con persone per bene: poi un Piotta insegnò apertamente l'eterodossia, e divulgò gli scritti di Serveto.

Fra i profughi nostri, che, allettati dalla vicinanza, dal clima, dalla lingua, dai costumi ancora italiani, si fermavano nei baliaggi, primeggiava il prete Giovanni Beccaria, nobile milanese, che ebbe possessi e cittadinanza a Locarno. A Roma avea conosciuti l'Ochino, il Carnesecchi, il Vermigli, e tornato a Locarno il 1534, vi diffuse gl'insegnamenti di questi sotto il manto di una scuola di letteratura: anzi l'arciprete, che nol sospettava, l'invitò a fare alcuni sermoni, che piacquero assai. Legò amicizia cogli Orelli, con Giovanni e Martino Muralti, con Lodovico Ronco, e crebbe di proseliti, massime dopo tornato nel 1540 d'un viaggio in Francia, e fu secondato da Benedetto da Locarno, minor conventuale, rinomato predicatore, da Cornelio di Nicosia dell'Ordine stesso, succeduto di Sicilia il 1546, e dal commissario protestante Gioachino Baldi di Glarona. Ma succeduto balio il cattolico Nicola Wirz nel 1548, impedì il propagarsi delle dottrine eterodosse, ordinò si osservassero le feste, i digiuni e le altre pratiche ecclesiastiche: poi volle si tenesse una pubblica disputa. Il 9 agosto 1549 presentaronsi a discuter per la Chiesa cristiana locarnese, il Beccaria, Martin Muralto giureconsulto, Taddeo Duni medico, Lodovico Ronco, Andrea Girolamo Camuzzi; contro all'arciprete Galeazzo Muralto, al cappellano della Madonna del Sasso, a frà Lorenzo domenicano, all'arciprete Morosini di Lugano. Fra gran concorso di popolo, per quattro ore si disputò sul testo evangelico Tu es Petrus et super hanc petram ædificabo ecclesiam, poi sulla confessione auricolare, sul merito delle opere buone, e il commissario che vi presedeva, indignato delle risposte ambigue, finì coll'ordinare che il Beccaria fosse tratto prigione. Ma trenta giovani suoi devoti nel cavarono a forza; ed egli reputò prudenza ricoverare nella Mesolcina, valle italiana sottoposta ai Grigioni; dove ammogliatosi, tenne a educazione figliuoli d'Italiani, che li volessero allevati nella Riforma.

A Locarno dalla disputa pubblica presero animo i novatori, e vi predicarono Leonardo Bodetto, già francescano a Cremona, che vi sposò Caterina Appiani, egli ed ella applicandosi a fare scuola; ed altri chiamativi da Chiavenna.

Tale prossimità turbava i sonni del papa e del re di Spagna come duca di Milano. Pertanto Carlo Borromeo, che già aveva istituito il collegio Elvetico a Milano onde preparare pastori a questi paesi, penetrato nella Svizzera in qualità di legato pontifizio, vi esercitò anche giurisdizione di sangue contro maliardi ed eretici. A sua istanza i Cantoni cattolici posero argine a quel dilatarsi dell'eresia in Italia, e malgrado l'ostare dei Cantoni riformati, stanziarono severi divieti (1552) e pena dieci scudi a chi tenesse libri o scritti contro la fede cattolica; si minacciò fin di morte chi bestemmiasse le cose sacre, la Pasqua del 1554 si ordinò che ogni persona dovesse effettivamente e vocalmente confessarsi e comunicarsi; chi moriva senza confessione restasse escluso dalla sepoltura sacra. Pure i novatori non desistevano; adunavansi principalmente nelle case dei Muralti, dei Duno, degli Orelli e del costoro cognato Francesco Bellò di Gavirate, e domandarono d'avere un pastore riconosciuto e chiesa propria; e Anton Mario Besozzi scriveva al Bullinger come, nel 1554, in presenza dei sindacatori usciti a Bellinzona, si fossero battezzati fanciulli coi riti acattolici, e predicato in pubblica chiesa.

Venuto poi commissario il zurichese Räuchlin, crebbero d'audacia, e un catalogo del luglio 1554 novera ottantasei famiglie riformate, composte di centrentacinque membri, oltre i fanciulli e oltre i timidi e vulgari, che non son catalogati. L'Orelli, il Muralto, il Duno recaronsi a Zurigo a chieder protezione dai Cantoni riformati, formolando la lor professione di fede, per cui accettavano il Credo, faceano Cristo unico mediator nostro, due sacramenti; il battesimo da conferire senza le cerimonie papistiche; la Cena in cui è cibo e bevanda il corpo di Cristo.

Ma insistendo i Cantoni cattolici, il sindacato raccoltosi in Locarno decretò che i novatori dovessero abjurare, o venir multati ne' beni e nella vita. Se n'appellarono alla Dieta generale, dove la cosa fu compromessa ne' Cantoni misti d'Appenzell e Glarona, e questi decisero che tornassero alla fede materna, o spatriassero coi loro averi.

Il 1 gennajo 1555 la popolazione di Locarno fu convocata nel castello del Commissario per annunziarle questa sentenza, ed esortare i novatori a ricredersi. Poi sul fine di febbrajo ecco i rappresentanti dei sette Cantoni cattolici, dinanzi ai quali processionalmente, in abito festivo e coi figliuoli alla mano, comparvero i dissidenti in numero di cenventicinque, non contando varj assenti e i ragazzi[106], e avendo dichiarato di restare fedeli alla loro credenza, ebbero intimazione che pel 3 marzo si disponessero a spatriare.

Ottaviano Riperta vescovo di Terracina, nunzio apostolico, venuto colà a salutare in nome del santo padre gli ambasciadori svizzeri, non lasciò alcuna via intentata a convertir gli eretici, ma con poco frutto, e le stesse donne Barbara Muralto, Caterina Rosalina, Lucia Bellò, Chiara Toma sostenner dispute con esso. Vuolsi ch'egli insistesse per più severo castigo; ottenne l'estremo contro il calzolajo Nicolò Greco bestemmiatore, e che fosser arrestati i più riottosi. Barbara Muralto doveva essere fra questi; ma la sua casa attigua al lago, in tempo delle fazioni era stata fabbricata in modo da poterne fuggire per una porta cieca. Comparso dunque il satellizio, ella, alzatasi di letto, chiese d'andar a vestirsi, e fuggì. Gli altri dovettero disporsi ad abbandonare la patria coi beni e le famiglie. Congedatisi dai lor cari e fin dai più stretti parenti e dalle mogli, censettantatre persone d'ogni età ai 3 di marzo varcarono il Sanbernardino, indugiandosi alcun tempo a Rovereto nella Mesolcina finchè prendessero accordo cogli Svizzeri. I Grigioni offerser loro libero ricetto, e in fatti l'accettarono un Besozzi, Leonardo Bodetto, Giovan Antonio Viscardi colle loro famiglie. I più si stabilirono a Zurigo, tam hilares, tam læti ac si ad nuptias aut festum aliquod properarent, dice il Duno. Questo locarnese vi si segnalò come medico, godette l'amicizia del famoso naturalista Gessner, stampò varie opere, e tradusse in latino alcune dell'Ochino e dello Stancario.

Altri ne giunsero colà quando il senato di Milano, informato che alcuni sudditi svizzeri, banditi da Locarno per causa di religione, si erano ridotti ad abitare nel dominio milanese, ordinò fra tre giorni dovessero abbandonarlo, sotto pena della vita.

I Zuricani fecero partecipi i poveri delle limosine pubbliche; permisero erigesser una chiesa italiana nel tempio di San Pietro, con proprio pastore, che fu Giovanni Beccaria, il quale si conformasse ai riti e ai dogmi del Cantone, giurasse obbedienza al magistrato e al sinodo: provedendolo di cinquanta zecchini, cenquindici brente di vino, diciotto moggia di grano e due di avena; pel quale servizio mandavansi da Berna duemila cinquantanove fiorini, censessanta da Basilea, trentatre e mezzo da Bienne, altri da Losanna.

Pure il loro modo di vestire e il linguaggio e il vivere strano li facea ridicoli al vulgo. Poi presto gittossi zizzania fra il Beccaria e il Bullinger, onde quello cessò da pastore, e sottentrogli l'Ochino, che, a poco andare, come eretico ne fu cacciato. Anche Anton Maria Besozzi nel 64 fu posto in carcere per aver enunciato dogmi contrarj ai dominanti. Nè i Locarnesi ebbero più ministro proprio, e dovettero pagar la decima di tutte le eredità, contro quanto erasi prima stipulato.

Sobborgo degli Italiani fu detto quello dove prese stanza la comunità di Locarno in Zurigo, gli atti della quale erano tenuti da Lodovico Ronco. A Locarno per qualche tempo nessun voleva comprare la seta, raccolta sui poderi di questi eretici: onde Francesco Orelli ne mandò di molta, invece di denaro, al fratello Luigi. Il quale ne aprì magazzino a Zurigo, e introdusse telaj e stoffe non più vedute colà: donde cominciarono il prosperamento di tale arte e le piantagioni dei gelsi. Le case dei Duni, degli Orelli, dei Muralti, de' Pestalozzi produssero poi personaggi benemeriti della scienza e dell'umanità.

Che la pieve di Locarno non restasse affatto mondata ce lo pruova il vedere che, attorno al 1580, il papa trovò bisogno di commetterla alla particolare ispezione del vescovo di Novara Speziano. San Carlo volea fabbricarvi un seminario, e desistette solo perchè Bartolomeo Papio d'Ascona lasciò venticinquemila scudi d'oro, in cartelle s'un Monte di Roma, che ne fruttavano milleducento l'anno, acciocchè in Ascona si erigesse un collegio, dove allevar alcuni figliuoli poveri del paese; collegio ch'egli nel 1582 ponea sotto la tutela di Gregorio XIII, il quale nominò suo rappresentante l'arcivescovo Borromeo[107].

Nella val Mesolcina, dov'era già stata sparsa da Giovanni Fabrizio Montano, capo di tutta la chiesa retica, il Beccaria avea fatto grand'opera onde stabilire la nuova fede. Fermatovisi poco, era passato, come dicemmo, a Zurigo coi Locarnesi, ma allorchè questi preser a capo l'Ochino, tornò a Mesocco, sotto il nome di Kanesgen. I Cattolici di questa valle cercarono ogni modo di sturbarlo, ed egli scriveva al Bullinger: «Le cose della religione qui son tollerabili, grazie a Dio, benchè i papisti non cessino di tumultuare. Dai quali però io non credo dovere temer nulla, perchè son certo d'essere curato da quello, senza la cui volontà non si torce un capello. Quanto ai buoni, ne fui accolto umanissimamente. Sovra tutti mi colma di cortesie il signor Antonio Sonvico eletto console, che non immemore delle vostre esortazioni, s'adopera a propagar l'evangelo di Gesù Cristo. Così Dio lo prosperi! Me e la chiesa mia vogli raccomandar a Dio. Finora sono molto più coloro che avversano il Vangelo, benchè abbiansi a dir piuttosto atei che di alcuna religione. Potente è Iddio ad aprir i loro cuori. Mesocco, 17 maggio 1559».

A Rovereto si era messo Giovanni Antonio Viscato, detto il Trontano dalla patria, e vi piantò una chiesa. Se ne conturbarono i Cattolici: e i cinque Cantoni, temendo la propagazione dell'eresia, e che i Locarnesi rimasti in patria non prendessero coraggio a rianimar la loro fazione, instavano presso i Grigioni affinchè fossero sbanditi. Vinse la parte contraria, e l'aprile 1560 fu legalmente permesso al Beccaria di restar a Mesocco, e istruir fanciulli. Crebbero così quelli che, abbandonata la messa, adunavansi in case private per udir la predica; poi pretesero due delle cinque chiese che eran nella valle, e le ottennero dalla Dieta. Ma i cinque Cantoni insistettero a segno, che si diede libertà ai Comuni della Mesolcina di ritenere o rimandare il Beccaria: e in questi adunati prevalse il voto di congedarlo, con arbitrio però d'elegger altro ministro. Allora il Beccaria andossene a Chiavenna, e ne scriveva a Fabrizio Montano: «Dopo lunga e grave disputa con questi nemici di Cristo, vinse la parte di mandarmi via, patto però che i fratelli possano aver un altro predicante. A dirti il vero, vedendo in che stato erano le cose nostre e quanta l'ingratitudine dei più, mi rallegro che Dio m'abbia offerto occasione d'andarmene, prima che mi vi costringessero il bisogno e la miseria. Dopo la morte del magnifico Antonio e del commissario suo fratello, questa Chiesa restava talmente sprovvista d'uomini e mezzi, che a stento v'era da mantener il pastore... Ho dunque per benefizio del Signore che m'abbia liberato da tale trambusto e dalla misera colluvie del popolo... Mia moglie già da sei mesi sta a Locarno, dove fu costretta recarsi per la perduta salute: in breve tornerà, per dir addio a questo gratissimo popolo» (15 novembre 1561). Il Beccaria per altro di tempo in tempo rivedeva Mesocco, finchè per forza ne fu cacciato a istanza di san Carlo nel 1571.

Questo santo addoloravasi del progresso dell'eresia in paesi contigui alla sua diocesi; onde fattosi a Roma nel 1582, n'ebbe titolo di visitatore pei paesi svizzeri e grigioni, anche sottoposti all'ordinario di Como. Non fu autorità a cui non avess'egli ricorso per ajuto in questa legazione: ai re di Spagna e d'Inghilterra, a Rodolfo imperatore, ai Cantoni cattolici, al vescovo di Coira, al duca di Savoja, ai Veneziani. Era il tempo che più ferveva la nimistà fra Cattolici e Riformati in Francia e in Inghilterra; a Parigi prevaleva la Lega che cacciò il re, e ch'era sostenuta dalla Spagna; per mezzo della quale il duca di Savoja sperava in quell'occasione recuperare Ginevra e i paesi toltigli dai Bernesi, come tentò; ma non si potè impedire che gli Svizzeri facessero alleanza colla Francia, e vi si unissero i Grigioni, a gran dispiacere de' Cattolici. Pertanto il Borromeo, scrivendo al Castelli vescovo di Rimini nunzio pontifizio in Francia, perchè intercedesse da re Enrico sicurezza e libertà a lui ed ai preti, «Fate però (gli diceva), che i Grigioni non sentano che io ci vado qual legato del papa; questo sol nome ogni cosa perderebbe. Si dica un privato mio viaggio; col qual titolo, senza scemare il frutto, consolerò quei popoli. Ben i Cattolici mi desiderano, e gli eretici stessi mi mostrano qualche deferenza ed amore; onde nutro speranza non mi si attraversino impedimenti; solo ho paura che i profughi dall'Italia non mi guastino ogni cosa. Son costoro sentina di vizj, nè solo eretici, ma molti apostati, e del resto facinorosi e perduti, che appena udranno trattasi di sostenere la religione cattolica e vedranno maturare i primi felici semi, temendo essere sterminati, daranno in furore, metteranno fuoco ne' capi per ritardarmi o impedirmi ogni buon effetto.... Principalmente sarebbe a curare che dall'intollerabile giogo degli eretici venissero sollevati i Cattolici di qua dall'Alpi. Poichè, quando sortiscono magistrati eretici, se anche non facciano ad essi aperta violenza, pure mostransi vogliosi di svellere la religione; danno pessimi esempj come scellerati ministri del diavolo, non lasciano la libertà di cercare o ritenere probi e religiosi sacerdoti, che avviino sul calle della salute: vietano agli esteri, tuttochè ottimi, d'andar colà, mentre fanno arbitrio di rimanervi a uomini empj e perduti. Poichè il re può tanto presso i Reti, gioverebbe che, senza far mostra d'essere da me officiato, vi s'adoprasse; e la signoria vostra potrebbe suggerire ad Enrico uno scrupolo che pungesse e lui ed i Grigioni: mostrare cioè qual danno potrebbe uscirne se mai tanti, oppressi dalle calamità e stancati dal giogo, macchinassero alcuna cosa e si ribellassero»[108].

Con Francesco Panigarola francescano, famoso predicatore, e col gesuita Achille Gagliardo riassunta la visita, il Borromeo fu di nuovo a Lugano, poi a Tesserete, consolato dalla pietà di quei terrazzani, ove di cinquecento confessati, neppur uno trovossi in colpa mortale[109]; per Bellinzona si condusse a Rovereto nella Mesolcina.

In questa valle trovò abbondare scolari del Vergerio e di Pietro Martire Vermiglio, ed esservi (scriveva al cardinale Sabello) il nome di cattolici, non i costumi, nè la credenza. V'aveano tenuto casa i novatori Trontano e Kanesgen, pseudonimo del Beccaria; poc'anzi v'era morto Lodovico Besozio, scolaro del Trontano migliore del maestro: era frequentissimo il contatto colla val del Reno, tutta già calvinista. Singolarmente vi si segnalavano per odio ai cattolici Francesco Luino, che da trent'anni era colà: un figlio del Trontano[110] e due o tre altri, «le cui mogli sono veri mostri d'inferno». Stava a capo delle cose sacre un frate, disertore dell'Ordine e della religione, che seco traeva una femminaccia e quattro suoi figliuoli: poco di meglio erano gli altri preti. Il Borromeo coll'amorevolezza, coll'Inquisizione, coll'insegnamento, col largheggiare, si conciliò gli animi: e Dio ne prosperava le fatiche.

La riverenza verso quel gran santo non ci terrà dal narrare come ivi scoprisse moltissime streghe. Istituitone processo, ben centrenta abjurarono: quelle che non vollero ravvedersi furono condannate, e prima quattro, poi altrettante, poi tre, indi più altre vennero arse. Il prevosto di quella terra Domenico Quattrino da undici testimonj era stato visto, nella tregenda coi demonj, menar danze oscene in paramenti da messa, e recando il santo crisma[111]: onde fu dannato al fuoco.

Sarebbero gettate le parole ch'io aggiungessi per compiangere che i delirj del secolo prendessero anche anime illuminate e pie. Solo non tacerò che i Grigioni si dolsero e protestarono contro abusi di giurisdizione del Borromeo, ma nei loro atti non trovammo fiato di lamento per queste procedure; tanto parevano regolari secondo i tempi[112]. Il Borromeo nella Mesolcina all'ucciso curato surrogò Giovanni Pietro Stoppano, autore del tractatus de idolatria et magia, che poi fu messo all'Indice. Da poi il santo si mise per la val Calanca, ove conobbe cinquanta famiglie cadute in eresia e ventidue maliarde. Pel Lukmanier andò alla badia di Dissentis a confermar nella fede quell'abate Castelberg, forse l'unico uom distinto che nella Rezia zelasse la restaurazione del cattolicismo nel senso del concilio di Trento.

Personaggio così famoso, che veniva a croce alzata, seguito da molti ecclesiastici di virtù e di saper grande, che era incontrato solennemente dalle autorità, che all'Ospizio dormì sulla paglia, che fe il trasporto delle reliquie dei santi Sigisberto e Placido, dovette lasciar viva impressione sopra quei terrazzani. Era sua mente drizzarsi a Coira, indi nel ritorno visitare Chiavenna e la Valtellina. Per impetrarne licenza mandò Bernardino Mora al beytag dei Grigioni: ma i predicanti andavano spargendo sospetti sul suo conto: lui infine esser nipote di quel Gian Giacomo Medeghino, il cui nome, dopo le acerbe guerre lor recate sul lago e in Valtellina, era fra i Reti rimasto terribile: vedessero quanto aveva operato in val Mesolcina, dove non prima pose piede, che collocatosi in luogo forte, stabilì un inquisitore, e fece ogni suo talento: assai tornerebbe sospetta ai loro alleati Francesi la venuta del cardinale, tutto ligio alla Spagna[113]. E questi susurri trovarono ascolto; onde, non che escluderlo, i predicanti commossero quei della val Pregalia a dare addosso ai missionarj da lui mandati, e metterli a processo[114]. Adunque avvisato voltò per Giornico e il Sangotardo[115] a Bellinzona. Quivi trovò folta ignoranza delle cose di Dio, ed un vivere non punto meglio del credere; matrimonj incestuosi, usure sfacciate, conculcati i diritti del clero, sacerdoti simoniaci e viventi in pubblica disonestà. Ho letto omelie da lui recitate colà, donde può trarsi argomento e dello stato di quel paese e dello zelo che il santo vi adoprò, dimorandovi fino al 15 dicembre; ove eresse anche una prebenda per mantenere un maestro, lasciò un catechismo, compilato a posta dal gesuita Adorno, ridusse a compimento il collegio d'Ascona. Come avea fatto rinviare dal Governo di Bellinzona il Beccaria e il Trontano, sperava fare di Mesocco il punto d'appoggio del rinnovato cattolicismo nella Rezia, dicendo che, essendo questo paese uno Stato sovrano, già feudo dei Trivulzj milanesi, ed or liberamente collegato ai Grigioni, non andava sotto alle leggi di questi. Dovea porvisi una stamperia cattolica, da opporre alla protestante di Poschiavo; e il palazzo dei Trivulzj ridursi a collegio de' Gesuiti.

Fin tra le cure che ponevangli assedio negli ultimi suoi giorni, il Borromeo s'occupava d'ottenere, se non pace, almeno tregua ai Cattolici di colà; e teneva corrispondenza con re Filippo II d'affari sì intimi, che non si affidavano alle carte, ma comunicavansi a voce col Terranova, allora governator del Milanese.

Dal 1578 in poi, un nunzio pontificio risedette sempre nella Svizzera, per quanto se ne adombrassero le potenze alleate: si fondarono scuole di Cappuccini ad Altorf per le classi inferiori, e di Gesuiti per le superiori a Lucerna, ai quali Gregorio XIII assegnò seicento zecchini annui, oltre gli allievi che manteneansi ne' collegi di Milano e di Roma. Anzi, Lega borromea o Lega d'oro fu detta quella che i Cantoni cattolici strinsero col re di Spagna per conservar la Chiesa e la pace; e i membri di essa obbligavansi «di vivere e morire nella sola vera e antica fede cattolica, apostolica, romana, essi e l'eterna loro posterità».

Anche il cardinale Federico Borromeo s'adoprò a tener in fede la Mesolcina, e vi mandava sempre sacerdoti e maestri. Nel 1609 vi erano pretore Simeon De Negri, e cancelliere un Sanvico, i quali, ricordandosi che un tempo vi sedeva un ministro protestante, anche allora lo chiamarono. Il popolo se ne indispettisce, eccitato anche da Antonio Gioerio, e irrompendo ove quello celebrava, abbattono la campana, insozzano il tempio, bruciano i sedili.

Come i Grigioni, così neppur Ginevra era allora membro della Confederazione Elvetica, ma solo confederata. Questo paese formava parte dell'impero germanico ed era spartito, siccome il resto della Svizzera, fra molti baroni, spesso in lotta fra loro e col vescovo; coi conti del Genevese, che allegavano il diritto imperiale; coi duchi della vicina Savoja, che guatavanli colla cupidigia del forte. I vescovi signoreggiavano come principi e vi batteano moneta: ma ne impugnava i diritti la città, che pretendeasi imperiale, cioè libera, e nominava un consiglio e quattro sindaci per amministrare insieme col vescovo. I conti di Savoja tentarono spodestare il vescovo; di che Gregorio XI nel 1370 movea lamento ad Amedeo VI. Amedeo VIII, che fu antipapa col nome di Felice V, tenne in Ginevra la sede del suo pontificato, dove rimasero gli atti di esso, finchè nel 1754 quella repubblica li regalò a Carlo Emanuele III.

Nel 1401 Villars, conte del Genevese, cedette al duca di Savoja questa contea, e con essa i suoi diritti sulla bella città del Lemano, che così trovossi divisa fra tre poteri; il vescovo, il duca, il municipio. Il vescovo, proposto dal popolo, eletto dai canonici, godeva di molte regalie, e giudicava le cause in appello. Il popolo, cioè i capicasa, eleggevano il sindaco e il consiglio, annuali; ricevevano dal vescovo e dal conte il giuramento di conservare le franchigie. Il duca teneva assessori laici per eseguire ciò che i consiglieri avessero deliberato intorno ad affari temporali; col titolo di visdomino giurava fedeltà al vescovo e al Comune; nel suo forte, detto il Gagliardo, faceva giustizia de' condannati dai sindaci, impiccandoli a Champel, terreno del vescovo; teneva le prigioni nel castello dell'Isola, che aveva ricevuta dai vescovi per ipoteca di denaro dovutogli, e più non volle restituire.

E i vescovi erano l'unico ostacolo perchè quella popolazione avveniticcia, mista di Svizzeri, Italiani, Francesi, non cadesse in servaggio dei duchi di Savoja. Questi dunque cercavano metter su quella sede parenti loro, che faceano nominare da Roma, in onta ai privilegi municipali. Tal fu Giovanni, bastardo di Savoja, eletto da Giulio II, e che già aveva cospirato per annettere Ginevra al ducato de' suoi. Tale Pietro de la Beaume, che gli succedette giurando non intaccare le libertà. Ma poichè Carlo III agognava trasformare l'autorità delegata in sovranità assoluta, la lotta fra lui e i borghesi fe nascere i partiti de' Confederati (Eidgenossen donde Ugonotti) e dei Mamelucchi; quelli cercando, questi respingendo l'alleanza con Berna. Prevalsero i primi, e fecero trattato di conborghesia con Friburgo il 6 febbrajo 1518, onde schermirsi dall'usurpatore[116]. Il duca infellonito fa uccidere quanti Ginevrini si trovano a Torino, e sorprende Ginevra; ma non potè impedire che i confederati stringessero lega con Berna il 20 febbrajo 1526. I Bernesi, ch'eransi fatti protestanti, vennero con lance e cannoni, per via spezzando le immagini, e abbeverando i cavalli nelle pile dell'acquasanta; dispersero in Ginevra i tanti monumenti del primiero culto; vinsero i vescovi e i duchi, e per mezzo di Guglielmo Farel introdussero la Riforma. Il gran consiglio della città, sforzatosi invano a conservare il cattolicismo, dovette tollerare i Riformati, che subito prevalsero, e cacciarono i Cattolici e il vescovo, il quale si collocò ad Annecy. Poi al 27 agosto 1535 fu ordinato non ci fossero se non Protestanti, onde i Cattolici migrarono.

Il duca di Savoja ricoverava i perseguitati, e minacciava voler ridurre Ginevra pari a un villaggio di Savoja. Il papa gli consentiva di levar le decime sugli ecclesiastici e gli argenti dalle chiese onde far armi, ed esortava i principi cattolici ad essergli in ajuto. Carlo in fatti si mosse, tenne assediata per un anno Ginevra, ma questa ebbe soccorsi più effettivi dai Bernesi, che, oltre liberarla, tolsero al duca il Sciablese, Gex, il paese di Vaud, e dopo sacrifizj e martirj, lo costrinsero a firmar la pace di San Giuliano, impegnandosi a rispettare i privilegi di Ginevra.

Così Ginevra, spinta alla Riforma per amore della libertà politica, avea fatto due rivoluzioni; coll'una liberandosi dai duchi di Savoja, coll'altra introducendo la Riforma. Questa fu opera di Calvino, siccome dicemmo, il quale, mentre il protestantismo non avea che distrutto, cercò riedificare. Spoglio di poesia e d'entusiasmo, magro, malaticcio, a fronte di Lutero gaudente, beone, beffardo; inasprito anche dall'abitudine della controversia, governava con una logica implacabile e con una rigida pietà, che non perdonava nè a sè nè agli altri; fra quel fervore ragionacchiante, quella abnegazione senza slancio, non piegavasi mai per sensibilità; lontanissimo dalla tolleranza, cioè dal rispettare i diritti dell'anima[117].

Allora dapertutto era considerato come il maggior dei delitti l'eresia: solo variavasi nel giudicare eresia quello ch'era antico o quel ch'era nuovo. Calvino, carattere inflessibile, non potea che considerare come empio chi reclamasse la libertà della coscienza; genio organizzatore, pretendeva l'obbedienza, e trovava legittime le ordinanze pubblicate anteriormente contro l'eresia; nè una penalità che potea spingersi fino al supplizio, repugnava alla sua logica austera[118]. Non si fece egli dunque riguardo d'imprigionare, di espellere, e arrivò più in là con Michele Serveto, medico aragonese, allievo della scuola di Padova, ostinantesi a negare la trinità delle persone divine. L'Aleandro da Ratisbona scriveva al Sanga il 17 aprile 1532, essersi mandato alla Dieta un libro di Michele Serveto De Erroribus Trinitatis, dove «quel traditor con ogni suo ingegno si sforza mostrar che lo Spirito Santo non sit tertia persona in divinis, et che questo nome di Trinità sii cosa falsa e vana, ecc. Ha ventisei anni e grandissimo ingegno, ma la cognizione che mostra della sacra scrittura fa supporre non ci abbia messo di suo che il nome». Esso Aleandro pensa dunque farlo condannare da una congregazione di teologi, e «scriver in Spagna che si faccia proclamo et incendj di quel libro et de la statua dell'eretico al modo di Spagna....... Altro non si potrà far per hora: saria il dover che questi eretici di Germania, dovunque quel Spagnuolo si ritrova, mostrassero impugnarlo, se sono veri cristiani ed evangelici come si gloriano, perchè lui è pur non meno contrario alla profession loro che alli Cattolici, ecc. [119]».

Così fecero: Calvino volle averne il parere de' credenti, e tutte le Chiese elvetiche risposero egualmente che bisognava impedire si propagasse lo scandalo delle empie sue dottrine, e vietare che gli errori e le sette fossero seminate nella Chiesa di Cristo: sicchè lo condannarono alla morte e al fuoco. Il Serveto domandò d'esser rilasciato perchè trattavasi d'eresia, delitto che non appartiene al poter civile, così avendo stabilito anche Costantino a proposito di Ario. Non ebbe ascolto. Calvino, da lui implorato di perdono, glielo negò, consigliandolo a volgersi al Dio, che avea bestemmiato. Dal famoso Farel esortato a disdirsi, e così impetrar misericordia, il morituro rispose: «Non ho meritato la morte, e prego Dio di perdonare a' miei persecutori; ma non ricomprerò la vita con una ritrattazione che ripugna alla mia coscienza». Farel l'accompagnò tutta la via, pregandolo, minacciandolo, blandendolo, insultandolo: sulla deliziosa collina di Champel, tra una folla immensa, che pregava per lui, fu legato a un palo, col libro suo, e in capo una corona di fronde, spolverata di solfo, e messovi il fuoco, l'anima di lui comparve davanti all'Altissimo.

Molti fremettero alla fiera esecuzione, e Calvino li sfolgorava co' termini più bassi, e sosteneva il diritto, anzi il dovere di punire colla spada gli eretici. Par che anche la nostra Renata di Ferrara gliene facesse appunto, ed esso le rispondeva: «Avendovi io allegato che David col suo esempio ci istruisce di odiar i nemici di Dio, voi rispondete che era ancora sotto la legge di rigore. Ma questa glossa, o signora, sovvertirebbe la Scrittura, e perciò bisogna fuggirla come peste..... Per troncar il filo d'ogni disputa contentiamoci che san Paolo applicò a tutti i fedeli quel passo, che lo zelo della casa di Dio ci deve consumare. Laonde Nostro Signor Gesù Cristo riprendendo i suoi discepoli quando il richiesero di far cadere il fulmine su quei che lo ripudiavano, come avea fatto Elia, non allega loro che or non si è più sotto la legge di rigore, ma solo rimostra che non sono mossi da sì viva affezione quale il profeta. Anche san Giovanni, del quale voi riteneste solo la parola di carità, mostra che noi non dobbiamo, sotto ombra dell'amor degli uomini, raffreddarci sopra l'onor di Dio e la conservazione della sua Chiesa, giacchè ci vieta perfino di salutare quelli che ci sviano dalla pura dottrina».

Come del Serveto dicea, Si venerit, modo valeat mea auctoritas, vivum exire non patiar, così d'un nostro rifuggito italiano: J'eusse voulu qu'il fust pourry en quelque fosse, si ce eût été à mon souhait; et sa venue me réjouit autant comme qui m'eust navré le cœur d'un poignart... Et vous assure, s'il ne fust si tost eschappé, que, pour m'acquitter de mon debvoir, il n'eust pas tenu à moy qu'il ne fust passé par le feu.

Trovati alcuni scritti di quel Gruet che avea mandato a morte, li fa bruciare dal boja, e l'autore chiama adhérent d'une secte infecte et plus que diabolique... degorgeant telles exécrations dont les cheveux doibvent dresser en la teste à tous, et qui sont infections si puantes pour rendre un pays mauldict, tellement que toutes gens ayant conscience doibvent réquerir pardon à Dieu de ce que son nom a été ainsi blasphémé entre eux.

Tal era dunque la tolleranza calvinica, alla quale potremmo opporre la benignità del Sadoleto, vescovo di Avignone, benevole anche coi caporioni della Riforma [120]. Allorquando il vicelegato Campeggi menava l'esercito contro dei Valdesi, il Sadoleto li ricoverò nel suo vescovado, scrisse loro una lettera, in cui, dopo riprovate le loro dottrine, aggiungeva in francese: «Desidero il vostro bene, e sarei amareggiato se si venisse a distruggervi, come si cominciò. Perchè meglio intendiate l'amicizia che vi porto, il tal giorno mi troverò presso Cabrières, e là potrete venire pochi o tanti, senza che vi si faccia alcun disturbo, e là vi avvertirò di quel che vi sia di salute e profitto».

Paolo III indicò conferenze a Lione, alle quali convennero il vescovo di Ginevra, il cardinale di Tournon, gli arcivescovi di Lione, di Torino, di Vienne, di Besançon, i vescovi di Langres e di Losanna e il Sadoleto; molto disputarono sui modi di ristabilire il cattolicismo a Ginevra, infine dovettero limitarsi a una lettera che il Sadoleto scriverebbe. L'abbiamo, ed è mentosto una polemica che un'effusione di cuore paterno, dove s'associano l'elevazione del pensiero alla tenerezza morale del vangelo, così diversa dall'aridità a cui Calvino abituava i Ginevrini. Insiste principalmente sul punto che commoveva i distruttori d'allora, la perennità di questa Chiesa, con una sequela di dottori, di martiri, di pontefici, purificata al fuoco della persecuzione, vigile a condurre i fedeli, amorosa a correggerli, inesausta in tesori di perdono. E quando il rigido metodismo non aveva assiderato i cuori dovea far effetto quel suo mostrar quanto i dogmi abbiano di consolante pel cuore, i conforti della preghiera: e lo stesso Beza nella vita di questo confessa che, nisi peregrino sermone scriptæ fuissent, magnum civitati in eorum statu damnum daturæ fuisse videantur.

I caporioni di Ginevra stettero in gran pensiero a chi affidar la risposta, e trovarono non poterla fare se non Calvino, benchè allora fosse allontanato dalla città. La stese egli infatto, tripla di lunghezza, superiore in energia, poco inferiore di eleganza, come retore consumato che era e versato ne' classici; loda la virtù e il sapere di lui, egli sempre così acre contro i suoi avversarj, ma lo imputa di malafede e di trascorrere fino alla villana licenza del calunniare[121].

Principalmente quanto alle tante sette, suscitatesi fra' Riformati, riflette che, se questa fosse colpa, ne andrebbe imputato l'intero cristianesimo fra cui tante ne nacquero; doversi anzi lodar di zelo i Calvinisti che le combatterono mentre i Cattolici dormivano oziosi. Quasi la Chiesa non respingesse le sette coll'autorità sua propria inerrabile; quasi fosse merito combatter l'errore coll'errore! Finisce professando che non vi è bene maggiore dell'unione ecclesiastica, e invocando Cristo a riunir tutti nella società del suo corpo, per modo che, colla sola sua parola e il suo spirito, siam congiunti in un cuore e in un pensiero.

La risposta di Calvino è citata tuttodì come un modello di bellezza e forza di stile; noi cattolici e italiani abbiamo dimentica affatto la lettera del Sadoleto, che in nulla le cede.

Accennammo come fondatore della Chiesa italiana di Ginevra l'Ochino (Vol. II, p. 62). Con esso era fuggito da Siena Latanzio Ragnoni, che venuto a Ginevra nel 1551, fu il primo che vi prese uffizio di catechista; poi morto il Martinengo, a' 24 ottobre 1557 fu fatto ministro di quella Chiesa italiana, e vi morì il 16 febbrajo 1559[122]. Dapprima si adunavano gli Italiani per la preghiera comune nella sala del vecchio collegio. Cresciuti di numero si diedero forma di Chiesa: nel 1552 la dirigeva un pastore; nel 1556 si compose il concistoro, formato del pastore, ch'era il Martinengo, quattro anziani e quattro diaconi; e capo degli anziani fu il marchese Galeazzo Caracciolo per trentun anno, in tal qualità vigilando a quanto accadesse alla Chiesa e prendendo cura de' poveri. Egli provide ad assodarla, e dal magistrato ottenne uno statuto che del ministro determinava venticinque incombenze. La prima era di cominciare l'adunanza coll'invocare l'assistenza di Dio, e finire col rendergli grazie. La seconda, di far tutto con ordine, modestia, semplicità, carità, senza discordia nè contese. Tutti i membri della Chiesa italiana una volta l'anno si univano in generale assemblea per conferire sul regolamento delle famiglie, e sull'accettare nuovi membri: locchè manteneva la moralità, tanto più che non accoglieva alla Cena chi ne fosse immeritevole. I fedeli erano visitati di tempo in tempo dagli anziani, e i figliuoli istruiti accuratamente. Fin dal 1551 a Nicolò Fogliato di Cremona e Amedeo Varro piemontese erasi affidata la cura de' poveri per soccorrerli con somme raccolte. Nel 1555 il magistrato, vedendo ben ordinata quella Chiesa, e attenta ai precetti del Vangelo, concesse a suo uso il tempio della Maddalena, dove amministrar la Cena alle otto di mattina della domenica dopo quella che se n'era valsa la Chiesa francese. Per residenza del pastore fu data un'abitazione nel chiostro di San Pietro.

Alla professione di fede ginevrina troviamo si soscrissero, degli Italiani, Celso e Massimiliano Martinengo bresciani, Galeazzo Caracciolo, Bernardino Ochino, i conti Giulio Stefanelli e Antonio Tiene di Vicenza, Marco Pinelli genovese, Pompeo Avanzi veneziano, G. B. Natan, divenutovi poi predicante, Nicolò Gioffredo di Crema, Cesare Bollani e Pompeo Diodati di Lucca, Onofrio Marini napoletano, Carlo Federici e Paolo Alberti romani, Pietro Muti toscano, Paolo Lazise veronese, Matteo Gribaldi, Giorgio Blandrata e Carlo Alciati milanesi, Bartolomeo Polentani, Agostino Fogliani, Orazio Chiavelli, Santo Mellini, Giacomo Verna, Sigismondo Pigna, Giovanni Fecato, Andrea Cotogni, e molti vulgari; e «preti e frati rifuggiti non per altro in Ginevra se non perchè stracchi del rigore del chiostro e del breviario, e trovando buono di godere il resto de' loro giorni in libertà con una moglie in seno. Almeno così ne scrivono gli autori cattolici, e così ne parlano i Protestanti che vogliono spacciarsi per galantuomini».

Sono parole d'un altro eretico d'età più tarda, Gregorio Leti, il quale, nella Historia ginevrina[123] soggiunge che sette Italiani ricusarono sottoscrivere, e si ritirarono dalla città; fra i quali Andrea Osselani, Marco Pizzi, Valentino Gentile, che poi vi s'indussero; nè però quest'ultimo desistette dal sostenere proposizioni ariane, sinchè fu cacciato. Accenna altri che ricoveravano a Ginevra, tra' quali Margherita Pepoli di Bologna, fuggita con un amante, bastardo de' Bentivoglio, e colà resasi calvinista.

Altrove[124] colla abituale sua prolissità e gonfiezza declama contro l'intolleranza di Ginevra. «Dio ne guardi che pigliasse la fantasia al re di Francia di trattar gl'infelici Ugonotti con una particella di quel rigore, col quale li Ginevrini trattarono nel 1536 li Cattolici a Geneva. Dio ne guardi, dico un'altra volta: almeno il re di Francia sono già tanti anni che li va distruggendo, togliendoli oggidì una cosa, dimane un'altra senza sangue e senza violenza considerabile, e sono stati minacciati prima d'esser ruinati: e se gli è lasciato il tempo pian piano di pensare a' casi loro.... Ma i Ginevrini, subito che si videro in mano il governo, non diedero tempo un momento ai Cattolici: cito, cito, cito: la sentenza e l'esecuzione in un momento, e non voglion dar tempo neanco per l'instruzione».

E qui si scaglia contro gli autori del suo tempo e cattolici e protestanti, perchè non sanno che mentire, inveire, calunniare: e i libri che si vendono non son che controversie e satire, critica della critica, papismo contro papismo, calvinismo di calvinismo, e sempre maledire, criticare, mentire. E pensa che la religione se ne vada, e dice che metà degli uomini sono atei; che come si scandalizzano i Cattolici andando a Roma, così a Ginevra i Protestanti.

In fatto ben provvista di spioni era Ginevra, un de' quali un giorno rapporta ai magistrati: «Ho inteso Caterina moglie di Giacomo Copa, del ducato di Ferrara, dire che Serveto è morto martire, e Calvino fu causa della sua morte perchè era seco in lizza, onde i signori han fatto male a farlo morire; che Gribaldo ha dottrina sua propria, come Paolo Alciato e il Biandrata, e che son perseguitati a torto e per malevolenza: ch'ella vuol andarsene perchè il procedere di questi signori le spiace in quanto condannano chi pensa diverso da loro; e disse molte bestemmie di cui non mi ricordo». Un altro spione rincalzava: «Ella disse che M. Calvino non è d'accordo con Gribaldo perchè questi è più dotto: ch'ella non ha a far se non quello che Gesù Cristo dice: che, se ella persevera e muore qual è venuta a Ginevra, sarà martire del diavolo. Essa tien una lettera di Gribaldo, sottoscritta da Giovanni Paolo e da Valentino».

Arrestata, si seppe ch'ella era venuta a Ginevra per compiacere al suo unico figlio, che non voleva andar alla messa, e restò condannata a domandare mercede a Dio e alla giustizia, e bandita, con ordine di lasciar la città fra ventiquattro ore, o perderebbe la testa[125].

Uno fu condannato perchè possedea le Facezie del Poggio: un altro perchè leggeva l'Amadigi: un muratore perchè stanco esclamò, «Al diavolo l'opera e il padrone».

Questo Gribaldo, che dal Leti vedemmo dato per milanese, ma par piuttosto padovano, era un antitrinitario: fu dal Vergerio chiamato alla Università di Tubinga, e mandò una confessione di fede allo Zanchi, pregando la comunicasse anche a Pietro Martire, ma fu conosciuta eterodossa, e il Beza la disapprovò affatto[126].

I duchi di Savoja non sapeano darsi pace di aver perduto Ginevra, e cercavano ripigliarla, adducendo a pretesto ch'era nido d'eretici. Pio IV incaricava il vescovo di Como della nunziatura agli Svizzeri cattolici, onde persuadere questi a confederarsi col duca di Savoja per recuperare Ginevra[127]. Stanno nell'archivio di Torino un breve di esso papa a Francesco II dell'11 giugno 1560, ove l'esorta ad ajutare di denaro e di truppe il duca per recuperare Ginevra, impresa accettevole a Dio, e utile alla pace del suo regno, disfacendo quel ricovero de' malcontenti di Francia: e un'altra del 13 al re di Spagna nel senso stesso, assicurando che il re cristianissimo dalla Borgogna, esso papa dall'Italia spedirebbero truppe all'uopo. Il giorno stesso, Carlo Borromeo avvertiva il signor Collegno che il santo padre avea deposto ventimila scudi in mano di Tommaso Marino banchiere a Milano per servire ai Cantoni cattolici contro gli eretici che volessero attaccare i fedeli; e per impedire che questi andassero a soccorso di Ginevra quando verrebbe assalita dal duca. Il quale, allorchè muova a quest'impresa, avrà pure ventimila scudi per le spese di un trimestre; il papa manderà la sua cavalleria a proprio costo, acciocchè la guerra compiasi presto, avantichè i Turchi ci molestino. Sua santità trova bene che la guerra non si qualifichi di luterana, ma solo guerra contro di ribelli e d'una città che appartiene al duca Emanuele Filiberto.

Forse la morte di Francesco II interruppe l'impresa, ma il desiderio non ne cessò nei duchi; e Carlo Emanuele meditò sorprendere la città mentre l'assicurava di pace e di buona vicinanza. È famosa la scalata sua, sì ben ordita e sì mal tessuta. Non è mestieri dire che i Cattolici secondavano quest'impresa di lui. Il poeta Vinciolo Vincioli lo incoraggiava

a domar l'antico orgoglio Del barbaro vicin, e di quegli empj, Che fuggendo al tuo scettro, ebber ardire Fabbricar nuova fede e nuova legge;

gli assicurava il favor di Dio che certamente destina

Che debban l'armi tue con breve guerra Vincer tutta la terra, La qual, vinta, che sia, dall'Indo a Tile Sarà solo un pastor, solo un ovile;

lo esortava a far fiorire di qua dall'Alpe la pace,

Mentre di là fiera discordia ognora Tiene in travaglio i popoli, che sono Verso Dio divenuti aspidi e talpe.

Intanto lo sollecitava contro Ginevra, indarno difesa dal lago, dalla palude, dai fiumi, dalle mura:

E già veder il Rodano mi pare Portar il sangue invece d'acque al mare.

Poveri vaticinj de' poeti! Invece, la notte 12 dicembre 1602, già ducento suoi uomini erano penetrati nella città, quando furono scoperti e trucidati; ed egli cacciato non riportò che la vergogna d'aver perfidiato, senza la giustificazione che suol dare la buona riuscita. Carlo tornossene collo scorno, e le canzoni popolari a lungo fecero risonare la sua vergogna, come un annuo digiuno e il canto del salmo 124 perpetuò la memoria dell'essere sfuggita la città al pericolo di diventare serva e cattolica.

Nel 1609 e nel 1611 Casa di Savoja rinnovò que' tentativi, sempre col pretesto di sostenere i pontefici, come altre volte pensò ingrandire col pretesto di abbatterli.

San Francesco di Sales vescovo d'Annecy avea più volte insistito sull'importanza di acquistare quella città, non però coll'armi, e la sua speranza di guadagnarla colla persuasione andò dispersa dacchè il Savojardo divenne esecrabile ai Ginevrini, che, coll'amor della patria, istillarono ai figliuoli l'odio pel duca non solo, ma per tutto ciò che fosse di Savoja.

Ginevra restò sempre la Roma degli Evangelici. La famiglia lucchese dei Turrettino ben ne meritò e diede molti uomini di Stato e scrittori. Tali Benedetto, autore di sermoni e dissertazioni teologiche (1631) e d'una storia della Riforma di Ginevra, rimasta manoscritta: suo figlio Francesco, scolaro di Gassendi e contato fra' più insigni di quella città, che scrisse, oltre il resto, Institutiones theologiæ elenchticæ (1687): Giovanni Alfonso suo figlio, più celebre degli altri (1671-1737). Accolto con onore ne' suoi viaggi, posto a Ginevra fra i pastori, poi in una cattedra di storia ecclesiastica, eretta apposta per esso, tenne corrispondenza estesissima per essere informato di quanto operavasi dai Protestanti, e cercava di mettere pace fra i dissidenti coll'indurli ad attenersi solo a certe credenze fondamentali, e tollerare parziali dissensi, può dirsi riformò un'altra volta Ginevra, cancellando quanto di passionato v'aveva in Calvino; per opera sua il concistoro de' pastori di Ginevra cessò di esigere che tutti i ministri sottoscrivessero il Consensus, formulario intorno alla predestinazione e alla grazia. Le opere di esso furono raccolte in quattro volumi a Leuwarde 1775. Ebbe egli a scrivere che, se tante genti d'Europa, poste sotto cielo felice e dotate di begli ingegni, nulla producono d'insigne, n'è colpa il Sant'Uffizio, o leggi somiglianti a quelle dell'Inquisizione, che frangono ogni vigore d'intelletto, attesochè nessuno voglia promuovere le lettere e cercare la verità o pubblicare i suoi trovati allorquando, invece di lodi, ottenga ingiurie, disonore invece di applausi, pene e supplizj invece di ricompense.

Il pio quanto erudito Lodovico Muratori, che meritò il titolo di padre della storia d'Italia, prese a confutare queste asserzioni nel libro De ingeniorum moderatione in religionis negotio; ove dimostra come fra' Cattolici sia libero il disputare di tutto quanto non intacchi la fede e la moralità, e delle opinioni in fatto di scienze, lettere, arti, qual sarebbe la teorica copernicana: rimanendo intero il diritto di pubblicare la verità. Ma nel sostenerla egli raccomanda si adoperi giustizia, prudenza, carità; non calunniare mai; temperare la mordacità; tenersi moderati sin dove non vada di mezzo la fede; non imputare errori che non siano ben accertati. Simili accorgimenti vorrebbe ne' censori che rivedono libri a stampare; non irritino l'amor proprio degli autori, col che non si ottiene che di esacerbarli; non vi mettano il puntiglio d'opinioni personali, e l'ostinatezza a trovar errori, e la maligna interpretazione delle intenzioni.

Tremelli Emanuele ferrarese stampò a Ginevra per Eugenio Stefano, 1569, la traduzione latina del Nuovo Testamento siriaco. Lo tacciarono d'aver carpita quella di Guido Le Levre, compita già, sebbene stampata solo il 1571 nella Biblia poliglotta di Anversa, ma basta confrontarle per accorgersi della falsità.

Ivi pure Vincenzo Paravicino, nel 1638 stampò Della Comunione con Gesù Cristo nell'eucaristia, contro i cardinali Bellarmino e Du Perron: trattato di Giovanni Mestrezat, tradotto dalla lingua francese.

Per uso della Chiesa italiana furono tradotti in versi i salmi, de' quali conosciamo l'edizione del 1566, con lettera proemiale, firmata Gio. Cal. e la professione di fede: si dice a fatta di comune consentimento da le chiese che sono disperse per la Francia, e s'astengono dalle idolatrie papistiche, con una prefatione la quale contiene la risposta e difensione contro le calunnie che gli sono imputate. Ed è de la stampa di Gio. Batt. Pinerolo a Ginevra.

L'edizione pur di Ginevra del 1592 li dà tradotti da Giulio Cesare Paschali, e dedicati alla regina Elisabetta difenditrice della fede. Spesso invece di Dio dice Giova, deducendolo dall'ebraico Iehova, e assai si diffonde nel difendere tal novità.

Premette un sonetto all'Italia, ove conchiude:

O David degno! o te beata appieno Italia mia, se quel secondi, or volta Da le mondane a le celesti tempre. Ond'io ti sveglio, deh il parlar mio ascolta: Fuor che 'l viver a Dio tutto vien meno, E lui sol celebrar si dee mai sempre.

Vi sono soggiunte rime spirituali, e il primo canto d'un poema «l'Universo, o Creazion di tutto il mondo, origine e progressi in quello della Chiesa del Signore».

In edizione del 1621 essi salmi sono sessanta. Poi, nel 1631, si stamparono I sacri salmi messi in rime italiane da Giovanni Diodati, senza data, ma coll'áncora e il delfino, consueti agli Aldi; e sono cencinquanta. Un'edizione degli antichi sessanta salmi, del 1650, contiene gran numero di orazioni e riti. Poi nel 1683 a Ginevra apparvero Cento salmi di David tradotti in rime volgari italiane secondo la verità del testo hebreo, col cantico di Simeone ed i dieci comandamenti della legge, ogni cosa insieme col canto. Sono gli antichi sessanta, con aggiunta di quaranta, di Giovanni Diodati di benedetta memoria. L'epistola proemiale, colle solite invettive contro ai Cattolici e alla consacrazione, dice aver già pubblicato un libro sulle orazioni da farsi nelle adunanze domenicali, e sui modi di celebrare i sacramenti e santificare il matrimonio. Loda assai gli effetti della musica. Vi sono pure l'orazione dominicale, preghiere pel mangiare, e così per tutte le domeniche, pei giorni della Cena, e in fine una confessione di fede, fatta d'accordo coi fedeli di Francia. Il tutto è in italiano; locchè proverebbe come durasse a Ginevra una chiesa italiana. Nel 1840, dalla società biblica furono stampati i Salmi secondo la versione in prosa del Diodati, con a fronte la versione ên lingua piemonteisa.

Più tardi, nella Bibliothèque Germanique (Amsterdam 1725, pag. 231) leggiamo in data di Ginevra: «Nous avons ici depuis quelque tems, un savant homme nommé M. Ferrari, italien, qui depuis longtems a embrassé la réligion reformée, et c'est établi en Angleterre. Il cherche des mémoires pour un ouvrage qu'il intitulera L'Italie Reformée, et dans lequel il traitera des Italiens savans ou gens de considération, qui ont embrassé la réligion protestante».

Ecco dunque uno che ci avrebbe preceduto d'oltre un secolo. Questi è probabilmente Domenico Antonio Ferrari, giureconsulto napoletano, ajo nella casa del conte di Leicester; quel desso che nel 1744 depose al collegio di San Giovanni a Cambridge la copia della prima edizione del Trattato del Benefizio di Cristo, che fu creduta la sola sopravvivente. Egli stesso nel 1720 aveva mandato un esemplare delle Cento Considerazioni del Valdes a un non sappiamo chi di Neufchâtel, che ne fece annotazione su di esso libro; unica copia arrivataci di quell'opera, e dove il Ferrari è indicato come original de Naples, naturalisé anglais, et docteur en théologie de Cambridge, gouverneur de Mr. Cock gentilhomme anglais. Se è lo stesso, d'entrambe le due opere del Valdes, che levarono tanto rumore allora, poi di nuovo in oggi, la conservazione sarebbe dovuta allo stesso italiano.

Del 1705 possediamo originale questa lettera di un frate Aurelio Ghirardini servita bolognese, in cui al governo di Ginevra offre la propria apostasia.

«Serenissime Princeps, excellentissimi patres,

Fidem vestram tueri cupio, serenissime princeps, excellentissimi presidenteis; sanguinem ad vestram religionem defendendam sum effusurus, et mei ingenii tenebris splendorem ipsius adaugere peropto. Fidem, homini contra fidei dogmata insequuti, præstate. Debito abundant rubore characteres, licet atramenti colore funesto nigrescant; vestram enim pietatem implorant, quæ absque dubio, quamvis in celsitudinem conscendat humanitatis, quamvis maxima sit, tamen adeo grata est, ut absque precum effusione ab omnibus impetretur: in hoc non recedens a solis generositate, qui tam collium celsitudini, quam vallium humilitati lumen suum uberrime impertitur. Vere futuro proximo, vobis annuentibus, hic servitutem, quam verbis profero, operibus confirmabo; dummodo me vobis gratum fore, certiorem reddatis. Hoc temporis curriculum ab hujusce epistolæ exaratione ad discessionem intercedet, ob commoditatum inopiam, ab ærumnis et calamitatibus a me perpessis exortam et genitam. Nullam artem mæchanicam ob natalium modicam claritatem, calleo. Artes tantum liberales humilitate ingenii recolo, et vestram solum humanitatem et æquitatem summe veneror et agnosco. Vos humillime precor, ut non calamo, sed mihi parcatis. Viginti duo anni statis meæ jam evolarunt, et reliquum vitæ et laborum vobis, vestræ fidei consecrabo. Responsum et rescriptionem hujusce epistolæ animo hilari expecto. Ad majorem notitiam simul, et mei delitentiam hic titulum mihi in rescriptione adaptandum subposui. Vobis Cœlum illos tribuat honores, quos æque meritum vestrum appetit. Vobis, vestræ quæ religioni tribuat incrementum; reipublicæ augmentum, nominisque vestri famam æternam. Dum in obsequii mei evidentiam vobis me ipsum consacro.

«Dominationis vestræ serenissimæ et perquam exc.

«Ab urbe Reggio, mensis decembris, anni 1705.

Humill^mus et obsq^mus famulus F. AURELIUS GHIRARDINI, ordinis Servorum».

«Titulus italo idiomate faciendus: _Al p, f. Aurelio Ghirardini servita bolognese della Madonna. A Reggio._

Dopo il 1725 la Chiesa di Ginevra dichiarò che non volea maestri umani, fossero Calvino o Beza; poi nelle conferenze che l'Alleanza Evangelica tenne l'autunno del 1861, molti pastori d'essa Chiesa affermarono non potere aderire ad essa Alleanza perchè aveva adottato una formola dogmatica, cioè Credo nel Padre, nel Figlio e nello Spirito Santo[128].

Mentre fin a ciò si spingeva la negazione, noi stessi vedemmo un singolare ritorcimento, attuato per opera dell'abate Francesco Vuarin savojardo, che fu curato di Ginevra dal 1808 al 1843. Trovati colà appena ottocento Cattolici, diede opera ad aumentarli, cozzando vigorosamente col Governo e coi ministri, scrivendo, divulgando libri, moltiplicando opere benefiche, introducendo le Suore della carità e i Fratelli della dottrina cristiana, che dirigessero un ospedale, una scuola, un orfanotrofio, mentre i Cattolici restavano esclusi dalle molte istituzioni pie di quella città. Fu ajutato da molti, e non solo dai pontefici, ma sin da Alessandro I imperatore di Russia: pubblicò il giubileo del 1825, e vide accorrervi cinquemila Cattolici; diecimila ne lasciò morendo nella sua parrocchia, con scuole libere e riti pubblici e prediche solenni, dalle quali noi fummo assai volte edificati, come dalla devozione degli intervenienti. L'opera sua è insignemente proseguita dal suo successore, monsignore di Mermillod, che testè elevalo a vescovo ausiliario di Ginevra, diceva: «In nome di Pio IX e di Gesù Cristo sono nella città, per la quale Francesco di Sales non potè passare che travestito nè senza pericolo della vita. Ora la percorro con tutta libertà, in abito vescovile: vi sono salutato e riverito, e sul mio cammino benedico fanciulletti, come faceva Gesù Cristo. Ho dodici preti: non ancora seminario nè capitolo, ma spero impiantarveli quando che sia. I Fratelli della dottrina cristiana istruiscono liberamente la gioventù. Le Suore della carità traversano le strade colla modestia della loro innocenza. In questa città, che vantavasi la Roma protestante, nel giorno di Natale contai più di tremila comunioni. Sopra cinquantamila abitanti ha ventimila cattolici: una magnifica cattedrale si sta elevando sopra una delle primarie sue piazze».

APPENDICE IV

Nell'archivio di Ginevra sta un Libro di memorie diverse della Chiesa italiana, raccolte da me Vincenzo Burlamacchi in Geneva, MDCL. Ne caviamo ciò che importa all'assunto nostro.

= In appresso saranno notati li nomi delle persone italiane, le quali sono venute ad abitare in questa città di Geneva, e fatto professione della religione reformata, e di più l'anno del loro arrivo in esso luogo.

1550. — Giuseppe Fogliato di Cremona. Bartolomeo Roncado di Piacenza, con sua moglie.

E qui do notizia che solo sono qui messi i nomi che sono scritti ne' libri; essendo certissimo che solo una parte d'essi è qui registrata. Ciò si prova perchè già l'anno 1551 furono deputati alcuni per la cura de' poveri. Il che mostra che, già allora ed avanti, v'era numero d'Italiani qui. La raunanza per le prediche cominciò nel 1552, che venne Celso Martinengo da Basilea, che fu primo ministro.

1551. — Galeazzo Caracciolo, marchese di Vico nel regno di Napoli (signor marchese), Antonio suo servitore.

Giovanello Connello di Reggio di Calabria. Lattantio Ragnone di Siena nobile sanese. Francesco Tedesco di Messina. Paolo Buonaria. Vincenzo di Roccia. Jacomo Tomasini di Siena, con sua moglie. Lazaro Ragazzo di Cremona, con sua moglie. Francesco Santa di Cremona, con sua moglie. Giuseppe Fossa di Cremona. Paolo Gazo di Cremona. Niccolò Fogliato di Cremona. Ambrogio Varro piemontese. Michele Varro piemontese. Simone Pauli di Fiorenza. Tomaso Pueraro di Cremona, con sua moglie.

1552. — Celso Martinengo, conte bresciano, marzo, primo ministro.

Bernardo Loda di Brescia e suo servitore. Giuseppe Fenasco di Cremona. Alfonso Mulazzano di Ravello. Ludovico Manno di Sicilia. Giovanni Paolo de la Motta. Giovanni Aluigi Paschale. Orsino Roccia di Capua. Francesco Gazino di Dragonesi. Giovan Tommaso Gazino di Dragonesi. Francesco e Sebastiano Sartoris di Chieri fratelli, con due sorelle. Bernardino Susanno di Piacenza, con sua moglie e due figliuoli.

1553. — Francesco Marchiolo di Cremona, con sua moglie e cinque figliuoli. Giovanni Antonio Pellissari di Mussa (moglie e quattro figliuoli). Girolamo da Milano. Silvestro Tellio di Fuligno, con sua moglie. Fabio Tedesco di Reggio in Calabria. Simone Fiorello di Caserta, catechista poi ministro in Tirano (circa 1559). Giovanni Bernardino Ventimiglia. Nicolao Giustiniano. Bottini di Genova, con sua moglie.

1554. — Andrea Rubatto di Cuneo, con sua moglie. Tommaso Portughese, con sua moglie e cinque figliuoli. Jacomo Milanese, ecc. Georgio Miol di Pancabero, con sua moglie e cinque figliuoli. Giovanni Paolo Alciati piemontese. Stefano Rivorio di Cavore. Domenico Fiorentino. Andrea di Verto di Salasco. Nicolao Carignano di Carignano. Bonifacio Morena di Cavorre, con tre figliuoli. Giofredi Morena di Cavorre, con sua moglie e quattro figliuoli. Giovanni Pietro milanese. Antonio Gazzino, piemontese. Costanzo Gazzino, con sua moglie. Giuseppe Bondiolo di Cremona, sua moglie e due figliuoli. Giulio Cesare Paschali di Sicilia, con sua moglie. Antonio del Buono di Novara, sua moglie e cinque figliuoli. Giovanni del Buono di Novara, calzolajo, con sua moglie e cinque figliuoli. Gioannina Cottina di Racconigi con quattro figliuoli. Anselmo Quaglia. Tonino Tommasini. Giofredo Mozino. Hipolito Carignano. Giovanni Battista Guazzone. Giovan Ugali, con sua moglie di Verona. Pietro Cierigino. Giovanni Antonio Merenda. Giorgio Scarparo. =

Seguitando troviamo nel 1555 60 persone fuggite d'Italia a Ginevra, principalmente dalla Calabria. Nel 1556 36, fra cui sette da Lucca, colla famiglia Balbani.

Nel 1557 son 39 gli emigrati, fra cui Gioffredo Varaglia di Bosco. Apollonia Merenda di Cosenza. Giorgio Biandrata ben noto.

Nel 1558 son 35, di cui sette spagnuoli.

Nel 1559 son 47; 19 nel 1560, fra cui Andrea del Ponte, fratello del doge di Venezia; 22 nel 1561; 36 nel 1562, tra' quali il Castelvetro e Fausto Sozzino; nel 1563 son 53: così in trent'anni, circa quattrocento persone ci vennero, la più parte italiani. Torniamo al registro del Burlamacchi[129].

= Si è trovato memoria, come le prime catechisme furono fatte nella sala del Collegio, nel qual si celebrava il battesimo e il mariaggio. E che il numero delli Italiani crescendo giornalmente, il luogo d'essa sala del Collegio non sendo bastante per celebrare la santa Cena, fu, per arresto del Consiglio, alli 13 giugno 1555 ordinato che si predicherebbe e celebrerebbe la santa Cena alla Maddalena, la domenica seguente quella de' Francesi, e nell'ora solita della prima predica.

Nota di coloro che hanno esercitato il santo ministero nella Chiesa italiana, raccolta in questa città di Geneva.

1552. — Il conte Celso Massimiliano Martinengo di Brescia arrivò in questa città nel mese di marzo 1552, e dopo poco fu stabilito ministro nella Chiesa. Morì alli 12 agosto 1557.

1551. — Lattantio Ragnoni di Siena, arrivato qua nel mese di giugno 1551 (prima catechista), fu ricevuto ministro nella Chiesa alli 24 ottobre 1557. Morse alli 16 febbrajo.

1559. — Non potendo ottener Girolamo Zanco, nè appresso M. Emanuelle, dopo lunga ricerca. Niccolò Balbani di Lucca, arrivato qua in luglio 1557, fu ricevuto ministro nella Chiesa, alli 25 maggio 1561. Passò a miglior vita alli 2 agosto 1587.

1577. — Giovan Battista Rota di.... in Piemonte fu ricevuto nella nostra Chiesa, alli 20 agosto 1577, ne fu scaricato alli 20 luglio 1589 per avere lui desiderato ritirarsi in Francia.

1590. — Giovanni Bernardo Bosso, di nazione piemontese, venuto in questa città anno 1578, fu ricevuto ministro nella Chiesa italiana alli 20 del mese di maggio 1590. Esso passò a miglior vita alli 5 decembre 1612.

1612. — Giovanni, Diodati di nazione lucchese, nato qua alli 6 giugno 1576, fu ricevuto ministro nella Chiesa italiana alli 20 decembre 1612. =

Il secolo seguente, nella successione de' pastori italiani troviamo Benedetto Turrettini di Lucca, Giacomo Sartoris, piemontese come Giacomo Leger. Francesco Turrettini. Fabrizio Burlamacchi, Benedetto Calandrini, Michele Turrettini, tutti d'origine lucchese; Antonio Leger, ultimo, durò fin al 1689: dopo di che il parlar francese divenne così comune ai migrati, che più non fu mestieri di Chiesa distinta. Il Burlamacchi dà pure la lista di quei che furono anziani od amministratori de' poveri.

Negli archivj del Consiglio di Stato a Ginevra stessa trovansi quest'altre annotazioni dal registro del concistoro, che va sino al 1612.

1551. — Le marquis Galeace Caracciolo, arrivé ici 1551, travailla avec M. Calvin pour établir l'Eglise et l'ordre de la prédication ordinaire, y ayant dejà grand nombre de familles. Il alla querir a Bâle le comte Celso Massimiliano Martinengo, fameux auparavant pour ses prédications en Italie et compagnon de Martyr a Lucques, qui arriva ici en mars 1552, et y fut etabli ministre des Italiens, etant examiné par la compagnie des pasteurs.

1555. — On precha au commencement, et on fit les catechismes en la sale du Collège vieux: et l'assemblée etant fort accru en 1555, par arrêt du Conseil du 13 juin fut dit qu'on feroit le prêche italienne pour la sainte Cène à la Madaleine, le dimanche suivant la Cène des Français à 8 heures du matin.

1556. — En l'assemblée générale de mars 1556 on établit pour adjoints du pasteur 4 anciens, dont le dite marquis fut le premier, pour la conduite de l'Eglise comme corps de concistoire qu'on appela Collèges, avec 4 diacres pour administrer les aumônes. Les règlements du dite College se trouvent renouvellés le 8 mai 1564. Les dites anciens avoient charge de visiter frequemment les familles, se partageant les quartiers. Item les malades. Il y en avoient toujours deux, etablis sur les differences, pour les accomoder. Un ou deux sur les écoles qu'on dressa.

On etablit pour catechiste dès devant Simon Fiorello, et on expliquait un petit formule, et un plus grand à certaines heures. En 1556 Lattantio Ragnone, noble siennois, faisait aussi des catechismes. Dès le commencement on eut 50 psaumes, qu'on imprima en 1556 augmentés. Tout ceux qui arrivoient d'Italie se présentoit au concistoire, et étant connu de leur instruction, ils étoient incorporés en la communion de l'Eglise, se soumettant à la confession de foi, et à l'ordre de la discipline. Ceux qui n'étoient pas suffisamment instruits, étoient renvoyés aux catechistes.

La congrégation générale se tenoit, dès l'an 1557, après les catechismes italiens, au temple ou auditoire de S. Marie, dont il y eut quelques démélés avec les Anglais pour l'heure et tout fut remis à M. Calvin. Dès cette année on fit la depense du plancher pour la dite auditoire par resolution du 3 mars 1557, et de quelques bancs pour les femmes in novembre 1558, et de plancher les chapelles y mettant des bancs, janvier 1559.

1551. — Dès le commencement de 1551 jusque au fin de 1553, furent élus entre les Italiens pour le soin des pauvres qu'ils assistoient de leurs déniers, Niccolò Fogliato de Cremone et Amedeo Varro piémontois.

1554. — Pour les pauvres en l'assemblée générale du 4 janvier 1554, furent députés Simon Fiorillo et Niccolò Fogliato, et en janvier 1555 leur fut adjoint Jean Paolo Alciati.

1556. — Pour l'entretien des ministres et des pauvres, il y avoit une regle dressée de ceux qui volontairement s'y obligeoit selon leur pouvoir, et depuis ceux de la nation y ont toujours pourvu à ses frais, comme aussi pour les maîtres d'écoles et un chantre à gages. Le chantre pour 8 écus. =

Nell'archivio stesso trovasi questa nota del maggio 1558. «Sur ce qu'on decouvrit que Valentino Gentili, Giovanni Paolo Alciato, Giorgio Biandrata et d'autres soutenaient des discours comme ne sentant pas bien des trois personnes en une seule divinité essentielle, et troubloient la paix de l'Eglise sémant des opinions erronées, par l'avis de M. Calvin et des pasteurs de la ville, et du pasteur et consistoire italien fut dressée une confession de foi special là dessus, étendant ce qui est plus reservé en la confession ordinaire de Genéve, laquelle fu souscrite en une congrégation générale le 18 de mai en presence du quatrième sindyque M. Chevalier (commis au nom de la seigneurie des pasteurs français) par la plus part des membres de l'Eglise, et par le reste en d'autres jours suivants; et le 23 mai par six de ceux qui y faisaient difficulté, Silvestro Teglio, Filippo Rustici, Francesco Porcellino, Nicolò Sardo, Valentino Gentili, Hyppolite Gallo».

NOTE

[103] Della battaglia di Cappel il cardinale Accolti mandava una lunga descrizione al Sadoleto in lettera del 4 dicembre 1531, fra il resto dicendo che ceciderunt quamplurimi sacerdotes qui, abjurato veræ religionis cultu, sese in Satanæ famulatum conjecerant; repertusque est multis vulneribus confectus Zuinglius, qui primus ad Helvetios attulit pestifera Lutheranorum dogmata, eisque, ob singularem qua maxime inter Helveticos florebat opinionem virtutis, doctrinæ et sapientiæ, assidue imperitorum animos imbuebat. J. SADOLETI Ep. lib. VII.

[104] JO. TONIOLAE Cœtus italici qui Basileæ colligitur. Basilea 1661. Del Toniola abbiamo pure Basilea sepulta, retecta, continuata, hoc est tam urbis quam agri basileensis monumenta sepulchralia.

[105] Nel 1860 fu pubblicato a Parigi Mathieu Zell, le premier pasteur évangélique de Strasbourg (1477-1548) et sa femme Catherine Schutz: étude biografique et historique par ERNEST LEHR. E ad Erbelfeld in tedesco: Capiton e Butzer, riformatori di Strasburgo, secondo le loro lettere inedite, gli scritti stampati ed altre fonti contemporanee, per J. G. BAUM.

[106] Eccone la lista:

Muralto nobile signor Martino e Lucia Orella sua moglie con quattro figliuole.

Duni nobile Taddeo, Elisabetta sua moglie e due figliuole, e Giangiacomo fratello.

Ronco nobile Lodovico, Maria sua moglie e tre figli.

Appiano Francesco Michele con una figlia.

Cozolo Battista e Bernardino suo figlio.

Postcollonia Protaso, Franceschina sua moglie e una figlia, e Bartolomeo suo fratello.

Zareto (o Cereto) Giovan Giacomo, Caterina sua moglie con tre figliuoli, e Caterina madre di lui.

Orelli Luigi di Gioaneto; Apollonia sua moglie e tre figli.

Rossalino Giovan Antonio, Elisabetta sua moglie, Girolamo, Lorenzo e tre altri figli.

Toma Pietro di Giovan Maria: Franceschina sua moglie e cinque figli.

Toma Sebastiano, Clara sua moglie con due figlie, Marta sorella: Giovanni.

Raffagno Zannino e Caterina sua moglie.

Raffagno Evangelista, Margherita sua moglie e una figlia.

Raffagno maestro Francesco, e Caterina madre dei Raffagni.

Riva Giovanni Antonio, Maddalena sua moglie, maestro Nicolò, Bernardino e Anna lor figli con tre altri.

Lucia, moglie del signor Francesco di Gavirate.

Cereto Maestro Battista.

Verzasca Francesco, Caterina sua moglie e una figlia.

Verzasca Giovan Antonio e Bartolomeo, due sorelle e tre figlie di queste.

Appiano Filippo con tre figli: Parisio con moglie e quattro figli: Caterina con tre figli: Sebastiano con moglie o due figli.

Appiano Francesco di Nicola con moglie e due figlie. Carlo Appiano suo fratello con moglie.

Fasolo Andrea.

Muralto Giovanni: Barbara sua moglie: Giangiacomo loro figlio e tre figliuole. Andreolo Andreoli con moglie e due figli.

Giambattista de' Baddi con moglie, e Tommaso.

Trovano Alberto con moglie, e Albertino; e Pietro Paolo con moglie e tre figli.

Pairano maestro Giovanni Antonio, Bernardina sua moglie e due figli.

Orello Bartolomeo e Filippo; Francesco di Guffrino Orelli: Margarita sua moglie e una figlia: Francesca sorella.

Orelli Battista di Alessandro con moglie e quattro figli.

Cattaneo Bartolomeo di Orello.

Albrizzi Battista, Giovannina sua moglie e due figli.

Muralto Giovan Antonio, Lucia moglie e Maddalena figlia: Catarina: Anna moglie di Paolo Orelli.

Riva Giovanni di Franceschino.

Francioso Giovanni Luigi e figlio.

Lancelotto Giovanni Angelo: Susanna sua moglie con cinque figli.

Romerio Francesco e sua madre.

Rozzolli Francesco di Antonio.

Gordulino Giovanni.

Taddei Maestro Giovanni Pietro di Giovan Antonio.

Porcio Damiano.

Mercazio Filippo con moglie e figli.

Giovannina moglie di Giovan Battista Rabazotini.

Pebbia Stefano con moglie e tre figli.

Giacobina moglie di Pietro Ragazzi con un figlio.

Albertini maestro Francesco con moglie e quattro figli.

Antonia di Bernardo Benada di Gavirate.

Margherita moglie di Luigino Ronchi, e Lodovica sorella di questo.

[107] Dagli annali di Gregorio XIII pubblicati dal p. Theiner, raccolgo che, al congresso dei signori Svizzeri tenuto a Lugano nel 1584, l'arciprete di San Lorenzo pregava esso papa di concedere a que' preti di dire due messe ne' luoghi di più difficile accesso, siccome già n'aveano avuta la concessione dai vescovi di Como, allora tolta dal visitatore Bonomo.

[108] Ep. apud OLTROCCHI, notæ ad vitam sancti Caroli, lib. VII, c. 4.

[109] Compertum est nullum ferme ex quingentis et amplius, qui labes apud nos suas deposuerunt, lethalis culpæ reum fuisse auditum. Lettera del padre Gagliardo, da cui togliamo la descrizione di questo viaggio.

[110] Samuele, figlio del Trontano, ed un Brocca con tutta la sua famiglia si resero cattolici nel 1584, come abbiamo dai manuscritti del Borromeo.

[111] Vedi OLTROCCHI, ib. 684-694. RIPAMONTI, Hist. Patr., Dec. IV, lib. V, e qui sopra vol. II, pag. 386.

[112] Tobia Eglino racconta con gran dolore questi atti del Borromeo nella Mesolcina, e che colà un frate che da tre anni vi dicea messa, annunziò di farsi evangelico. E narra d'aver lungamente in Roma servito il cardinale Araceli genovese, che venuto a morte, si pentì d'avere scritto molto contro il Vangelo, e confidar della misericordia di Dio; assai cose favellò con lui sulla giustificazione e sul purgatorio, contro le opinioni papistiche, ond'egli pensò uscir da quelle tenebre. Venuto a Milano, cacciò un ghiro nel tabernacolo, acciocchè rodesse il sacro pane, e così corbellare i frati che lo credeano Dio. Quinci pericolo, ma coll'ajuto d'amici cremonesi campato, fuggì in Mesolcina. Ora voler consacrarsi a Cristo, ed esservi molti desiderosi di lasciar la messa ecc. La lettera del 9 giugno 1571 è in HOTTINGER, Helv. Kirch. Gesch., tom. III, pag. 900.

[113] GIUSSANO, Vita ecc.

[114] Erano l'Adorno, il Grattarola, il Boverio. Il Grattarola in una lettera descrive il processo fattogli in un'osteria, presenti quindici giudici insigniti della collana d'oro, i quali alfine dovendogli impor una multa, s'accontentarono che pagasse da cena a tutti.

[115] Il passaggio del Sangotardo era allora une de' più formidabili, pure fin dal 1374 l'abate di Dissentis vi avea posto un piccolo ospizio. Nel suo viaggio san Carlo determinò porvi una fabbrica solida; ma morì prima d'eseguirla, e Federico Borromeo vi collocò nel 1602 un prete con casa. L'ospizio fu poi eretto nel 1683 dall'arcivescovo Visconti, con due frati cappuccini per assistere i viandanti. Si sa come soccombette nella guerra contro il Sunderbund.

[116] Appartiene a quel tempo l'avventura del prigioniero di Chillon, che nei fasti della Casa di Savoja figura come quella del Giannone. Francesco di Bonivard, priore di San Vincenzo a Ginevra, di gran nobiltà savojarda e coltissimo, inchinava a' Riformati, e molto cooperò a spinger Ginevra nell'alleanza con Berna. Perciò dal duca di Savoja era odiato. Volendo egli andar a trovare sua madre ammalata a Seyssel, domandò un salvocondotto, ma nel ritorno fu côlto e gettato nel castello di Chillon, ove stette quattro anni finchè i Bernesi lo liberarono.

[117] Le ultime opere che conosciamo intorno a Calvino sono:

BUNGENER, Calvin, sa vie, ses œuvres et ses écrits. Ginevra 1862.

Geschichte des französichen Calvinismus bis zur national Versammlung in Jahre 1789 von GOTTLOB VON POLENZ. Gotha 1857 e seg.

MAGNIN, Hist. de l'établissement de la réforme à Genève.

CH. CHARRONNET, Les guerres de réligion et la société protestante dans les Hautes Alpes (1560-1789). Gap 1861.

P. CHARPENNE, Hist. de la réforme et des réformateurs de Genève, suivie de la lettre du cardinal Sadolet et de la réponse de Calvin. Avignone 1860: è in senso cattolico.

J. GABEREL, Hist. de l'Eglise de Genève depuis le comencement de la reformation jusqu'en 1815. Ginevra 1855, 1858 e 1862.

[118] Non facea che dar aspetto legale a queste dottrine Rousseau, allorchè sosteneva che tocca al Governo stabilir la religione civile: che il sovrano, senza poter obbligare nessuno a creder gli articoli della fede civile, può bandire chiunque non li crede. Se alcuno, dopo riconosciuti pubblicamente questi dogmi, si conduce come se non li credesse, sia punito di morte. Contrat Social, liv. IV, c. 8.

Giudicando l'opera di Bonnet sopra Calvino, Ernesto Renan parlò lungamente di questo, trovando affatto naturale la sua intolleranza. Ne leviamo alcune linee: «Quella inflessibilità che forma il carattere dell'uomo d'azione, Calvino l'ebbe più d'ogni altro. Non so se si troverebbe un tipo più compiuto dell'ambizioso, geloso di far trionfare il suo pensiero perchè lo crede vero. Niuna cura di ricchezze, di titoli, d'onori: non fasto: vita modesta: apparente umiltà; tutto sagrificato al proposito di formar gli altri a sua similitudine. Solo Ignazio di Lojola potrebbe disputargli la palma: ma il Lojola vi metteva un ardore spagnuolo e un impeto d'immaginazione che hanno la loro bellezza: restò sempre un vecchio leggitor dell'Amadigi, che dopo la cavalleria mondana, seguiva la cavalleria spirituale, mentre Calvino ha tutte le durezze della passione, senza averne l'entusiasmo... Fa meraviglia che un uomo sì poco simpatico, sia stato al suo tempo il centro d'un movimento immenso... e che una delle donne più illustri del suo tempo, la Renata di Francia, nella sua Corte di Ferrara circondata dal fior de' letterati, s'invaghisse di questo maestro austero, e s'avviluppasse per lui in una strada così spinosa...

«Conseguenza inevitabile del carattere e della posizione di Calvino fu l'intolleranza... Pare una contraddizione che Calvino, reclamando focosamente la libertà per sè e suoi, la ricusasse poi agli altri. Eppure ciò va di suo piede: credea diverso dai Cattolici, ma assoluto quant'essi. La libertà di credere, il diritto di formarsi un simbolo da sè, non era apparso ai Protestanti del XVI secolo... Quello zelo violento che trae l'uomo convinto a procurar la salute delle anime con mezzi poderosi e senza badare alla libertà, traspira da tutte le lettere di Calvino... Come i Cattolici, reclama la tolleranza non a nome della libertà, ma della verità. — Le violenze sue contro Serveto, Bossec, Gruet, Gentile ed altri non faceano meraviglia; erano di diritto comune.

«La moderazione e la tolleranza, virtù supreme d'età critiche come la nostra, non istarebbero in un secolo dominato da convinzioni ardenti e assolute. Era la fede che in Ispagna e ne' Paesi Bassi accendeva i roghi, e alzava patiboli: quelle ecatombe offerte alla verità (cioè a quel che credeasi tale) hanno la loro grandezza, e non s'ha da esagerare nel compianger coloro che soccombettero in questa lotta grandiosa, dove ciascuno combatteva pel suo Dio: la fede gli immolò, siccome la fede li sostenne... Come creder a mezzo quello per cui si è perseguitati? Qual fede vacillante non diverrebbe fanatica colla tortura? La gioja di soffrir per la sua fede è talmente grande, che più d'una volta si videro nature passionate abbracciar opinioni pel gusto di sacrificarvisi».

[119] Monumenta Vaticana LXXXIV.

[120] Delle buone relazioni del Sadoleto con Melantone e delle speranze della costui conversione è curioso testimonio una lettera del nunzio Girolamo Rorario al cardinal Verulano, da Pordenone il 21 febbrajo 1539:

«Scrissi alli 17 del presente al reverendo Sadoleto e a vostra signoria illustrissima significandole come don Michele Brazetto mio compatriota, già mesi tre, partì da qui per Vittemberga, dove si è con gran familiarità intrinsecato con Filippo Melantone, di modo che gli ha aperto tutto il cor suo, ed ha fatto conoscere la bona mente sua verso la sede apostolica: e di ciò etiam ne porta testimonio con una sua, scritta al reverendo Sadoleto in risposta d'una di sua santità reverendissima. Ed io ne tengo fermezza grande, fondata sopra un natural presupposito, che essendo lui il più dotto di Germania; e in altri luoghi ancora avendo pochi pari, è da giudicare che lui conosce la via della verità: la qual conoscendo, e ritrovandosi in povertà grande, ed aver un figlio, non è da credere che lui voglia viver povero e dannato, e lasciar il suo figlio in la medesima e maggior dopo lui povertà e dannazione, possendo provveder all'uno e all'altro. E tanto più quanto da chi l'ha conosciuto è stato conosciuto per modestissima persona: e Dio volesse gli altri arrabbiati d'Alemagna fossero stati simili a lui! E io mi ricordo in Augusta all'ultima Dieta, Melanton cercando poner pace e riconciliar la Germania alla sede apostolica, scrisse una sua, ancorchè fosse presente a M. Luca Bonfilio, allor secretario del reverendissimo Campeggio, ricercando gli fosse concesso tre cose: comunicare sub utraque specie; matrimonio de' sacerdoti; del terzo non mi ricordo, ma mi par era cosa più leggiera di ciascuna di queste due: e prometteva che del resto s'aquieteriano, ed io parlandone col reverendo Campeggio, mi rispose in conclusione che conosceva le domande non esser tali che la sede apostolica gliele potesse senza scandalo concedere: ma che li conosceva ghiotti, e che quando avesse concesso questo, non stariano contenti, e domanderiano etiam delle altre cose, persuadendo alli popoli che, così come erano stati gabbati in queste, non altrimenti erano nel resto....» (Archivio vaticano, Nuntiatura Germaniæ, VIII).

[121] Comme ainsi soit que par ton excellente doctrine et grace merveilleuse en parler tu ayes (et à bon droit) mérité qu'entre les gens savans de nostre temps tu sois tenu comme en grande admiration et estime, et principalement des vrais sectateurs des bonnes lettres, il me desplait merveilleusement qu'il faille que, par cette mienne expostulation et complainte qu'à présent pourras ouir, soye contraint publiquement toucher et aucunement blesser icelle tienne bonne renommée et opinion.

Vedasi il nostro vol. III, p. 153, e JOLY, Étude sur Sadolet. Caen 1856.

[122] Registro della Chiesa italiana.

«Bernardino di Seswar, uomo dotto, desidera predicar pubblicamente la parola di Dio in italiano, si risolve di dargli posto nella cappella del cardinale a San Pietro per un po' di tempo, poi potrà esser messo a San Gervaso». Registri, 13 ottobre 1542. Troviamo questo passo in Picot, Istoria di Ginevra, ma noi, alla nota 17 del Discorso XXIII, supponemmo deva dire Bernardino di Siena. L'errore stesso tornerebbe ove Calvino dice: Bernardinus de Seswar, primus pastor ecclesiæ; italicæ, quæ Genevæ, mense octobris 1542, erecta est in gratiam Italorum qui se huc, evangelii causa, receperant; e lo loda per la vigorosa guerra che moveva all'anticristo. Epistola Calvini Vireto.

[123] Amsterdam 1686, parte III, lib. III.

[124] Parte III, lib. I.

[125] Dai registri di Stato copiati da Galiffe, Notices généalogiques.

[126] Fra i tanti libri di colà conosciamo Antithesis Christi et Antichristi, videlicet papæ, versibus ac figuris venustissimis illustrata. Genevæ 1578, in-8º piccolo con 36 figure in legno.

[127] Bolla Dilectum filium, 14 giugno 1560.

[128] Nel 1865 a Uster, canton di Zurigo, il pastore Vögelin scandalizzò gli ortodossi co' suoi ardimenti, sicchè sessanta ministri zuricani gli opposero una dichiarazione pubblica, dove lo accusano di non aver nè predicazione, nè dottrina cristiana evangelica; di scalzare l'autorità della sacra scrittura e il rispetto dei popoli pei documenti sacri della rivelazione; di negar la divinità e santità assoluta di Gesù Cristo e i miracoli; di indegnamente abbassar gli apostoli; di far uso arbitrario delle dichiarazioni del Salvatore; di caratterizzare la dottrina in un modo leggero e irriflessivo, ecc., e invocavano i superiori della Chiesa a frenarne la parola.

Questi superiori sono il Consiglio comunale di Uster, il quale rispose che essi pastori non aveano autorità di dichiarar false le dottrine di Vögelin; usar esso della libertà sua, com'essi della loro: badassero ai doveri del loro ministero, e non a dar consigli.

[129] La lista è stampata, ma con moltissimi errori, nell'opera del Gaberel, vol. I, p, 211 delle note, e va sino al 1612, in cui è notato Giovanni Lodovico Calandrini figlio di Giovanni. Per dire d'alcuni, al 1563 abbiamo Battista Curti del lago di Como, Pietro Casale e Andrea Casale di Gravedona, Giovanni Andrea Rocca di Brescia, Stefano Barbieri di Soncino, Antonio Capellaro di Modena. Nel 1564 molti di Montacuto di Calabria, e varj Piemontesi. Nel 1565 Evangelista Offredi di Cremona, nel 1567 e 68 Pietro Duca d'Alba, Francesco Micheli di Cremona, Gotardo Canale di Conegliano: nel 1573 Nicolò Tiene di Vicenza, Galeazzo Ponzone cremonese: nel 1577 Giacomo Puerari di Cremona: nel 1580 Giuseppe Giussani milanese: nel 1582 Giulio Paravicino pur milanese: nel 1587 Giacomo Antonio di Gardone bresciano: nel 1589 Giovanni Giorgio Pallavicino, Ippolito e Lodovico Sadoleto di Valtellina.

DISCORSO XLIV.

CONFLITTI GIURISDIZIONALI. POLITICA CATTOLICA. IL BELLARMINO. ERESIA SOCIALE.

Oltre i canoni fondamentali, quali la trasmissione del carattere sacerdotale mediante una cerimonia sacra in cui è l'azione divina; la subordinazione a un capo infallibile; l'indissolubilità del matrimonio, e tutto quanto concerne la vita eterna, dove la Chiesa non bada a tempi o a luoghi, sempre identica nell'evangelizzare Cristo e il regno de' Cieli, essa ha una legislazione in ordine alla ragione civile, che tempera all'indole dei popoli e alla loro età morale.

Fra tanta divergenza d'accidenti e di dogmi, unico proposito conforme dei dissidenti era l'abolire le centralità pontifizia, opponendo le nazionalità alla cattolicità, le opinioni individuali alla unità della fede, subordinando la potestà ecclesiastica alla civile, cioè la coscienza al decreto, il diritto al fatto, la libertà alla permissione, il fòro interno all'esteriore.

Aveano tutto il torto?

Che l'autorità deva governare le opere, non già possedere i popoli, di modo che rimangano indipendenti i due poteri nell'ordine della propria competenza, l'aveva mal compreso il medioevo quando il potere, che unico sopravvisse della società, e che unico potea frenare la prepotenza de' Barbari e proteggere il popolo era l'ecclesiastico: onde ne nacque un diritto, assentito anche da quelli cui ponea limiti, e che difendeva i deboli o per podestà immediata e diretta, o per derivata dal pontefice[130]. Questo elevarsi de' pontefici sopra i sovrani anche pel temporale parve trascendesse il precetto del «Rendete a Cesare quel ch'è di Cesare»; i cesaristi non negavano il diritto canonico, bensì discutevano se dovesse essergli subordinato il diritto pubblico: e Dante, un de' monarchici più assoluti, prescriveva che illa reverentia Cæsar utatur ad Petrum, qua primogenitus filius debet uti ad patrem.

Via via però che i governi ripigliarono ordine e vigore, andavasi ritogliendo alla Chiesa quel che la necessità dei tempi v'aveva aggiunto di là dalla sua competenza essenziale divina: ma l'atto effettivo della Riforma consistette nel fare l'opposto, sovrapponendo il temporale allo spirituale fin a dimenticare di render a Dio quel che è di Dio. Le nazioni, cioè quei pochi che arrogansi di parlar in nome d'esse, non volevano più l'unità teocratica; volevano costruire lo Stato indipendentemente dalla Chiesa; e la protesta sembrò un legittimo sforzo per isvolgere l'inviolabilità della coscienza dal diritto ancora oscuro dalla società moderna. L'errore consistette non nell'emanciparsi dai vincoli curiali, bensì nell'istituire Chiese distinte, nazionali, foggiate secondo il bisogno civile. Era un frantendere la gran lite fra la Chiesa e lo Stato; tanto più che non trattavasi d'affrancar l'anima del cittadino, bensì di ridurlo più servo, retrocedendo fin al paganesimo.

Di primo acchito i principi s'accorsero qual partito potessero trarre dalla Riforma, concentrando in sè i poteri della Chiesa, e incamerandone i beni; fra i Luterani restò convenuto dover un paese avere la religione che volesse il principe; Grozio assegna come primario diritto maestatico l'imporla: in arbitrio est summi imperii quænam religio publice exerceatur; idque præcipuum inter majestatis jura ponunt omnes qui politica scripserunt. Ciò importa, secondo il Böhmer, il diritto di costituire i dottori, di prescrivere i riti, di riformar le cose sacre e la disciplina, di dirigere l'insegnamento e la predicazione, di usar nelle cose sacre la giurisdizione criminale e civile e penale, di decider le controversie religiose, di convocare i concilj, di designar le diocesi e le parrocchie. Tirannide la più completa se mai fosse stata applicata nella pienezza delle sue conclusioni e non ristretta dalle costituzioni scritte, alle quali fu duopo ricoverarsi dopo tolto quel supremo custode della verità, della giustizia, del diritto. Così alla monarchia cattolica del medioevo sostituivasi la monarchia politica moderna, coll'unità e universalità del pubblico potere.

Quel che i Protestanti avevano conseguito di colpo coll'aperta ribellione, i Cattolici s'ingegnarono ottenere con mezzi termini, accordando la coscienza coll'ambita onnipotenza. Principi che avevano declamato contro gli abusi non sapeano acconciarsi ai rimedj, e contro le decisioni tridentine accampavano le ragioni del principato: onde nuovi dissensi vennero a turbare il seno della Chiesa romana.

Quanto ai dogmi, nessun Cattolico poteva impugnare l'autorità irrefragabile del Concilio; ma v'aveva articoli che toccavano la società secolare. Perocchè i prelati tridentini poco si curarono della parte legittima spettante alla politica, e presero per ribellione a Dio ciò ch'era una riscossa contro l'arbitrio dei poteri umani. Sbigottiti dall'attacco recato all'attribuzione loro più sublime, i papi non pensarono più che a difendersi, tantochè, invece di continuare a capo del progresso come erano stati fin allora, parve si atteggiassero in opposizione o almeno in sospetto di esso, dacchè vedevanlo staccarsi da loro; severità affatto precarie, e volute dalle circostanze, presero l'aria d'una missione sacra e durevole: e l'Italia, nel punto che cessava di essere il centro dell'unità religiosa, scadde da maestra delle civili dottrine.

Ma al primo momento, tratti a sè tutti gli elementi della vita morale e intellettuale, e rifattasi vigorosa col precisare il dogma ed emendare la pratica, e posar come assolute le sue verità, e negando che fuori di queste si dia salute [131], Roma non solo represse nelle genti latine la propensione alla Riforma, ma volle ricondurre alla sua obbedienza i traviati; e ripigliata l'offensiva, parve resuscitare i tempi della sua prevalenza. Anche in questo punto correggendo il paganizzamento della società, avrebbe voluto togliere ogni diversità interna di chiese distinte, di riti nazionali, credendo prova di forza l'esigere di bel nuovo quell'unità assoluta, che dapprincipio aveva salvato la civiltà.

Come le reliquie d'un esercito scompigliato si rannodano allo stato maggiore, così i Cattolici sentirono la necessità di stringersi al papa: e principalmente i Gesuiti, animati dall'alito del ringiovanito cattolicismo, si applicarono a sostenere il solo pastore, attorno a cui dovea formarsi un solo ovile.

La stampa avea mostrato un'inaspettata potenza facendosi aggressiva e dissolvente sotto la bandiera della Riforma per iscassinare i poteri stabiliti, le sovranità riconosciute, e ridurre all'intelligenza comune, le objezioni accumulate da quindici secoli contro il cattolicismo; e mentre prima o morivano coll'uomo che aveale inventate, o restavano fra teologi ed eruditi, allora ottenne che la religione non fosse più sovrana dell'opinione, ma le contraddizioni e gli attacchi, giusti o ingiusti, venissero accreditati ed estesi. I Cattolici vollero da un lato porre un argine a' suoi eccessi, dall'altro adoprarla ad assodare e ricostruire; e stupendi scrittori comparvero anche nel campo nostro, non solo profondi di dottrina, ma anche abili a spiegarla e diffonderla, e nuovo grandioso campo s'aperse alla letteratura teologica e storica nel propugnare l'autorità e le ragioni di Roma. Ma poichè il protestantismo aveva implacabilmente osteggiato la santa sede, gli apologisti si volgevano di preferenza a difenderla. Melchior Cano che pel primo fece un trattato De' luoghi teologici, sostenendo i diritti del sopranaturale e della rivelazione, appoggia la fede sulle profezie e i miracoli: pure anche in esso e nei seguaci suoi trattasi della Chiesa e del papato, più che delle prove e de' caratteri della rivelazione.

Le Decretali si diceano il codice della tirannia papale, a scapito dell'autorità dei vescovi [132]. La severa critica dell'età nostra fe ragione delle tante baje spacciate in proposito delle false, riconoscendo che in fondo esse non istabilirono verun punto il quale già non fosse convenuto; e che dirigevansi a sostenere l'indipendenza de' vescovi, a fronte de' metropoliti; e ciò, non coll'inventare documenti, bensì col raccogliere brani di costituzioni, e di lettere, o regie, o pontificie, che già aveano vigore, e darvi forma di legge.

Pio IV elesse una congregazione che le coreggesse, rintegrando ciò ch'era mutilato, sceverando lo spurio dal sincero, e riassettando la cronologia. Dissipate le false Decretali, l'autorità pontifizia si trovò più solida perchè più misurata, e venne rigenerato il diritto ecclesiastico, il cui corpo si potè pubblicare sotto Gregorio XIII.

La baldanza d'un recente trionfo, o lo sforzo di chi dissimula la sconfitta apparve nel ridestare, in un secolo di dubbio e di negazione, le pretensioni che, in una età organica, aveano accampate Gregorio VII e Innocenzo III, e asserire di nuovo il predominio illimitato della Chiesa sopra lo Stato; il papa superiore a qualunque giudizio, e decaduto il re che uscisse dal grembo cattolico. L'atto formale di queste pretensioni fu la bolla, detta in Cœna Domini perchè doveasi leggere solennemente ogni giovedì santo. Antica e più volte aumentata, ebbe l'ultima mano da Paolo V, e suole citarsi come il massimo dell'arroganza papale. Tralasciando i punti di minor rilievo, e spogliandola delle frasi adatte al tempo e alla curia, essa in ventiquattro paragrafi scomunica gli eretici di qualsia nome, e chi li difende, o legge libri loro, o ne tiene, ne stampa, ne diffonde;

chi appella dal papa al Concilio, o dalle ordinanze del papa o de' commissarj suoi a' tribunali laici;

i pirati e corsari nel Mediterraneo, e chi depreda navi di Cristiani naufragate in qualunque siasi mare;

chi impone nuovi o rincarisce antichi balzelli o tasse o pedaggi a' suoi popoli;

chi somministra ai Turchi cavalli, arme, metalli, o altre munizioni da guerra, o vi dà consigli;

chi offende nella persona i cardinali, patriarchi, vescovi, nunzj, o li caccia dalle proprie terre; o giudici e procuratori deputati sopra cause ecclesiastiche, o vieta di pubblicar le lettere apostoliche o i monitorj;

chi le cause o le persone ecclesiastiche trae al fôro secolare, e fa leggi contro la libertà ecclesiastica, o turba i vescovi nell'esercizio di loro giurisdizione, o mette la mano sopra le entrate della Chiesa e i benefizj, o impone tasse al clero;

chi turba i pellegrini diretti a Roma, o che ivi dimorano o ne tornano;

chi occupa o molesta il territorio della Chiesa, compresevi Sicilia, Corsica, Sardegna; e così le Marche, l'Umbria, il principato di Benevento, Avignone, il contado Venesino, e insomma quanto alla Chiesa spetta di fatto. Estendesi la scomunica ai vasi d'oro e d'argento, vesti, suppellettili, scritture, beni del palazzo apostolico; e non se ne darà l'assoluzione se prima non siasi desistito dal fatto, o cassati gli atti contrarj alla libertà ecclesiastica, distruggendoli dagli archivj e dai libri; nè qualsivoglia privilegio o grazia valga perchè possa uno venirne assolto che in articolo di morte, e anche allora deve dar garanzia di pentimento e soddisfazione. La condanna colpisce pure chi impedisse di pubblicare o attuare la bolla.

Le riazioni trascendono sempre, e in guerra armata o inerme il miglior difendersi è l'attaccare. Se non che a condiscendere trovavansi poco disposti i principi, i quali reluttarono contro il sinodo tridentino, e accettandolo fecero riserva per le consuetudini e le leggi de' loro Stati; e il frangere le barriere, al potere assoluto opposte dall'immunità clericale, e cincischiare la giurisdizione ecclesiastica, divenne l'intento di ciascuno Stato, parendo ai re che, per trovarsi davvero indipendenti, non dovessero lasciar veruna ingerenza ad altri nel proprio paese, nè consentirvi autorità che non fosse accentrata nel Governo. Sino i più cattolici, impuntatisi in tali pretensioni, talvolta sbigottirono i papi col minacciare d'abbandonare la messa per la Cena e pel sermone; e con questi spauracchi li ridussero alla loro volontà. Altri, senza spingersi tanto oltre e rinnegando la logica, procuravano dipendere il meno possibile da Roma, solleticavano le ambizioni nazionali, e a titolo d'indipendenza tendevano ad isolare i sacerdoti dei loro Stati dagli altri, impedire le comunicazioni dirette col capo spirituale, formando speciali Chiese, necessariamente docili al potere locale per cui concessione esistevano, e che un moderno chiamò aborti del protestantismo[133].

La superiorità dei Concilj al papa, pretesa in quelli di Costanza e Basilea, fu ritenuta dai Tedeschi; i Francesi ne fecero il cardine delle libertà gallicane, riconoscendo infallibile il papa sol quando sia unito al consesso della Chiesa[134]. Ma anche nella Chiesa gallicana non disputavasi della libertà individuale, bensì della distinzione delle due potestà e della loro indipendenza; non facendosi cenno della libertà di coscienza. Ora, l'ammettere un'opposizione non è un rinnegare i contendenti; se anche non si riesca ad accordarli, la Chiesa e lo Stato esistono, giacchè si contrastano.

Perchè mancassero appigli alle declamazioni contro l'avidità de' prelati, era stabilito che delle ricchezze loro non ereditassero i parenti, bensì la Chiesa romana; onde il papa mandava collettori per tutto il mondo. Ed ecco derivarne controversie e dispute inestricabili cogli eredi e colle chiese stesse, turbarsi i possessi, e viepiù sotto papi rigorosi come Pio V. Dall'invigilare all'adempimento dei legati pii, i vescovi traevano ragione di voler vedere i testamenti, ma con ciò scoprivansi i secreti di famiglia, e fisicavasi sulle frodi supposte, come poi fecero i governi moderni. La proibizione del concubinato portava a ricorrere alla forza per isciogliere temporarie unioni, e le curie volevano all'uopo valersi di birri e carceri proprie. Tutto ciò parve usurpazione ai Governi, e l'andarono impedendo fin al punto che, quasi il pontefice fosse uno straniero, il quale pretendesse invadere colla sua universale la giurisdizione particolare del principe, si sottoposero gli atti suoi e i suoi decreti a esame, a ordini di esecuzione e di placitazione[135], dopo esaminato se ne rimanessero «salvi i diritti dello Stato».

La bolla poi in Cœna Domini fu ripudiata da alcuni, da altri accettata col proposito di modificarla nell'applicazione; Venezia la ricusò, per quanto il nunzio insistesse; l'Albuquerque governatore di Milano vi negò l'exequatur; a Lucca non si teneano obbligatorj i decreti dei funzionarj papali senza approvazione del magistrato; i duchi di Savoja conferivano benefizj riservati al papa: i vescovi di Toscana lasciavano ammollire nell'applicazione que' tremendi decreti. Ma i frati la zelavano a rigore; guai a parlare di tasse sui beni ecclesiastici! negando l'assoluzione a magistrati, cagionarono tumulti ad Arezzo, a Massa marittima, a Montepulciano, a Cortona. E sparnazzavasi il nome d'eretici, tale considerando chi disobbediva a un ordine papale.

A Genova era proibito tener assemblee presso i Gesuiti, pretestando vi si facessero brogli per le elezioni; l'Inquisizione vi fu sempre tenuta in freno, e dopo il 1669 sottoposta alla giunta di giurisdizione ecclesiastica. Stefano Durazzo arcivescovo, martire della peste del 1556, interminabili dispute sostenne col doge sul posto che gli competesse nel presbitero, e sul titolo d'eminenza; non soddisfatto, negò coronare il doge, e la lotta si prolungò anche dopo che l'arcivescovo ebbe abdicato.

I governatori di Milano alle riforme di Carlo Borromeo opponevano i diritti regj, e quel senato i privilegi della Chiesa milanese; e Pio V scrivendogli gli rammentava che nulla re magis sæcularis potestas stabilitur et augetur, quam amplificatione et autoritate ecclesiasticæ ditionis; quidquid ad spirituale patrimonium firmamenti et virium accedit, eo temporalis status maxime communitur; nam observantia et pietas principum et magistratuum in ecclesiarum antistites, populos ipsis adeo praebet obedientes, ut fatendum sit regnorum ac statuum incolumitatem uno illo ecclesiastici juris præsidio tanquam fundamento contineri, quod utinam contrariis ad multorum exitium exemplis non pateret.

Già dicemmo di san Carlo. Il suo cugino e successore Federico Borromeo due volte per queste dispute dovette viaggiare a Roma; minacciò di censure chi trafficasse con Svizzeri, e Grigioni eretici, e scomunicò il governatore perchè, col proibire le risaje nelle vicinanze delle città, arrogavasi giurisdizione su possessi ecclesiastici[136].

Il regno di Napoli se ne trovava viepiù compromesso, attesa la sua feudale dipendenza dalla Santa Sede. Filippo II re di Spagna con qualche restrizione ricevette i decreti del Concilio tridentino, e il 2 luglio 1564 ordinò al vicerè di Napoli, di pubblicarli perchè fossero osservati anche in questo paese, protestando però non si derogava con essi alle preminenze regali, nè ai patronati regj, od altri diritti della sovranità. Esaminatili, il reggente vi trovò molti punti che pregiudicavano tali diritti. Così il Concilio infligge scomunica e multa a chi stampa libri sacri senza licenza del vescovo; or se alla Chiesa spetta la censura, spetta al principe il consentire o no la stampa. Per certi casi si dà licenza ai vescovi di procedere contro ecclesiastici e secolari colla scomunica non solo, ma collo sfratto e con pene pecuniarie anche forzose: ora l'esecuzione è attributo regio. Ad essi vescovi è pure conferito l'approvare i maestri e professori, e con ciò s'intacca l'autorità del principe e delle Università. Per fondar nuove parrochie o seminarj, il vescovo può imporre decime, oblazioni, collette sul popolo; mentre questo diritto è inerente alla sovranità, e non alla podestà ecclesiastica. Così la visita e amministrazione di tutti i luoghi pii e spedali e confraternite, il rivederne i conti, il commutar la volontà de' testatori, l'imporre pene ai laici e patroni che malversino le rendite e ragioni di loro chiese, il sottrarre ai tribunali secolari i chierici tonsurati, sono atti che assottigliano la giurisdizione civile. In quel regno, per abitudine antica, le censure ingiuste o nulle erano fatte revocare, e ciò il Concilio proibiva; come colpiva di scomunica e fin privazione di dominio i principi che permettessero il duello; ai combattenti e padrini, oltre la censura, infliggeva la confisca dei beni e perpetua infamia.

Pertanto il Concilio fu lasciato divulgare, ma senza pubblicazione solenne, e si tenne in non cale ogni qual volta paresse pregiudicare la regalia; nè bolla o rescritto di Roma valea senza l'exequatur regium, e poichè il papa di ciò si offendeva, Filippo II gli scrisse non volesse porsi all'avventura di veder di che cosa fosse capace un re potente spinto all'estremo.

Nuovi urti cagionò la bolla in Cœna Domini, alla quale il vicerè duca d'Alcala risolutamente si oppose, fino ad arrestare i libraj che la stampassero; fu condannato alle galere uno che aveva pubblicato l'opera del Baronio contro il privilegio d'esenzione, chiamato la Monarchia Siciliana, pel quale al re competevano le divise e i diritti di legato pontifizio [137]. Di rimpatto i vescovi pretendeano giurisdizione sui testamenti, e per qualche tempo tenere i beni di chi moriva intestato, applicandone una parte a suffragio del defunto: nei casi misti, cioè di sacrilegio, usura, concubinato, incesto, spergiuro, bestemmia, sortilegio, potesse procedere il fôro ecclesiastico o il secolare, secondo che all'uno o all'altro fosse prima recata la querela; donde inestricabili altercazioni. Il popolo vi trovava il suo conto, perocchè nel 1582 essendosi messa la gabella d'un ducato ad ogni botte di vino, il cappuccino frà Lupo uscì minacciando di grave castigo celeste quei che la pagassero o la esigessero. Pensate se vi si diede ascolto: tanto che fu dovuta sospendere. Nè pochi vescovi proibivano l'esazione delle gabelle nella loro diocesi, in forza di quella bolla: e la Piazza di Nido a Napoli ricusò un dazio nuovo, perchè non approvato dal papa. E il papa vi dava rinfranco, e minacciava interdire la città; fu respinto dal confessionale e privato del viatico chi, ne' consigli vicereali, aveva opinato in contrario, e il famoso reggente Villani a stento ottenne l'assoluzione in articolo di morte.

Per tal operare i doveri di suddito trovavansi in conflitto con quelli di cristiano, nè vedeasi via di composizione. S'aggiungano a ciò le citazioni che faceansi alla Curia di Roma, e i visitatori apostolici che il papa mandava nel regno per esiger le decime, ed esaminare le alienazioni indebite di beni ecclesiastici, e se adempiti i legati pii; se no, trarli a vantaggio della fabbrica di san Pietro.

Privilegi ecclesiastici consentiti all'autorità secolare rendevano la Sicilia indipendente da Roma, ma la sottomettevano alla Spagna e all'Inquisizione, che quivi potea più che in altro paese d'Italia, elidendo la giurisdizione dei vescovi, oppugnando la resistenza dei vicerè, e alle prepotenze de' baroni opponendo la secreta efficacia de' foristi o famiglia del Sant'Uffizio. Avendo il duca di Terranuova mandato in galera un orefice ladro, di Spagna gli venne ordine di rilasciarlo perchè era forista del Sant'Uffizio, pagargli ducento scudi per indennità, e far pubblica penitenza. Essendo nel 1602 bandito un Mariano Alliata forista, il Sant'Uffizio intimò ai giudici lo ripristinassero; e non obbedito, li scomunicò; e perchè l'arcivescovo gli assolse dalla scomunica, il Sant'Uffizio scomunicò l'arcivescovo. Questi ricorre al vicerè marchese di Feria, il quale manda contro gli Inquisitori due compagnie d'alabardieri col connestabile e il manigoldo; e gli Inquisitori dalle finestre del convento scomunicano costoro e chiunque vi dà ajuto: i soldati sfondano la porta; ma trovando i frati assisi in giro e tranquilli, non osano far violenza; al fine il dissenso è accomodato ritirando l'interdetto e consegnando il delinquente agli Inquisitori[138].

I principi mal tolleravano queste restrizioni alla loro autorità, e che si avessero giudizj non solo, ma armi indipendenti dall'unità di governo che andavano introducendo. Di qui una concatenazione di litigi, che l'età nostra compassiona, ma che in fondo erano le quistioni costituzionali d'allora, dove la libertà compariva sotto le cappe pretesche, come ora in abito di avvocato e di senatore. Anticamente essa libertà non era conosciuta che in forma di privilegi, e questi erano tanti, così varj, così gelosamente protetti dalle corporazioni o dall'energia personale, che costituivano un insieme robusto e bastevole di pubbliche garanzie. La Chiesa era stata la prima ad acquistar e assicurare la sua libertà, e sovente offrì un asilo alle pubbliche o individuali, che mancavano di sicurezza. Quando la monarchia assoluta le assorbì tutte, molti popoli credettero che le immunità della Chiesa, più o meno rispettate, fossero un compenso più o meno sufficiente di quanto i principi aveano tolto, e zelarono le immunità ecclesiastiche.

Taglieggiata da principi, la politica romana parve si voltasse a favorire di preferenza i popoli, perchè ragionava de' loro diritti, e ponea qualcosa di sopra all'onnipotenza dello Stato e dei re. Chi seguì le nostre disquisizioni ha potuto vedere come ella avesse sempre prediletto i governi elettivi, il suffragio popolare, la preminenza dei migliori; sempre all'assolutezza regia opposte la legge di Dio, cioè la giustizia eterna. Sottentrati i secoli princicipeschi, il diritto nuovo vi surrogava i dominj ereditarj, la onnipotenza parlamentare, cioè la supremazia del numero e della forza; e scassinata l'autorità divina, si dovette cercare nuovi fondamenti alle obbligazioni dei privati e delle nazioni.

Fra i pensatori italiani che si staccarono dalla Chiesa già altrove mentovammo Alberico Gentile. Fondator della dottrina del diritto pubblico, separava questo dalla religione, volendo che le differenze di fede e di culto nulla ingerissero sulle relazioni di Stato e sulle ambascerie. Però ne' pubblicisti d'allora sentesi la riazione cattolica sebben sieno protestanti, non ostentando più le sguaiate immoralità di Guicciardini e Machiavello, l'indifferenza tra il bene ed il male, la venerazione per la riuscita qualunque ne siano i mezzi. Molti de' nostri corsero quei campi, senza lasciarvi orme insigni. Scipione Ammirato difende la Corte di Roma, e nega che da essa venga lo sbranamento d'Italia, il quale del resto egli preferisce a una «mal costante e peggio impiastrata unione», la qual non potrebbe ottenersi senza la ruina del paese. Paolo Paruta, adoratore della libertà della sua Venezia, ritrasse la guerra di questa coi Turchi, che è l'epopea della riscossa cattolica, della quale quanto egli stesso risentisse appare nel Soliloquio sopra la propria vita. Giovanni Botero piemontese, segretario di san Carlo e di Federico Borromeo, nella Ragione di Stato, una teorica intera della economia dello Stato fonda sul Vangelo, vale a dire sulla giustizia e l'umanità, in perfetta opposizione al Machiavello, che combatte sempre e non nomina mai[139]. Messo che lo Stato sia «dominio fermo sopra i popoli», giustifica troppo i mezzi di conservarlo; approva la strage del san Bartolomeo, mentre sgradisce la cacciata dei Mori di Spagna, e loda la Francia d'aver concesso libertà di culto ai Protestanti. Da orgoglio e potenza derivano i vizj del clero, che altra autorità non dovrebbe avere se non quella venutagli dalla moderazione e dal disinteresse. Nella Regia Sapientia ammanisce precetti alla condotta dei re, traendoli da passi scritturali, donde forse tolse esempio d'ispirazione Bossuet alla sua Politica tratta dalla santa scrittura.

Ma i liberali protestanti non giungevano che alla negazione, resistendo al despotismo in nome del diritto non del dovere, o zelando quel criticismo inesperto, che vede le piaghe, non la difficoltà del rimedio, e che distruggendo il rispetto, incita alla disobbedienza. Essi tacciavano i Cattolici di legittimare la resistenza agli arbitrj; di voler che anche la Chiesa partecipasse al potere, anzichè concentrarlo tutto ne' principi; di supporre qualcosa di superiore e anteriore ai patti sociali, là dove essi non deducevano le obbligazioni se non dalle leggi; d'insegnare con san Tommaso che l'obbedienza ai re è subordinata all'obbedienza dovuta alla giustizia.

I teologi nostri sostenevano che la papale sovrasta alla prerogativa politica, perchè di diritto divino[140]. Se rispondeasi dover essere divino anche il diritto dei principi, altrimenti qual ne sarebbe il fondamento? essi non esitavano a rispondere, il popolo, sancendo così la sovranità di questo, cioè il diritto che Dio conferì alle società di provedere al proprio governo qualora ne manchino; non però di violare diritti acquistati, nè di sostituire il capriccio della folla alle legittime istituzioni.

Personificazione di tali idee fu Roberto Bellarmino gesuita da Montepulciano (1542-1621). Secondo lui, la podestà civile deriva da Dio; prescindendo dalle forme particolari di monarchia, aristocrazia o democrazia, fondasi sulla natura umana, e non essendo insita ad alcun uomo in particolare, appartiene all'intera società. La società non può esercitarla da se medesima, onde è tenuta trasferirla in alcuno od alcuni, e dal consenso della moltitudine dipende il costituirsi un re o consoli o altri magistrati, come il diritto il cambiarli[141].

Fine diretto e immediato della Chiesa è l'ordine spirituale, del principe il temporale. Se il principe trascende a danno delle anime, la Chiesa dee richiamarlo, e lo può anche esautorare.

La supremazia papale è sottratta da qualsiasi giudizio; essendo il papa anima della società, di cui non è che corpo la potestà temporale[142]. Però negli affari civili non deve egli maneggiarsi, salvo ne' paesi suoi vassalli; anzi è lecito resistergli qualora turbi lo Stato, e impedire che sia obbedito. Deporre i re non può ad arbitrio, se pur non sieno suoi vassalli; ben può mutarne il regno ad altri, ove lo esiga la salute delle anime, e qualora egli pronunzii, una nazione deve cessare d'obbedirgli[143].

Questo sistema giuridico insieme e storico è quel che noi esponemmo dominare ne' tempi ove professavasi regnante Cristo. Alla monarchia pura antepone il Bellarmino quella temperata dall'aristocrazia; e se pur dice che il papa può l'ingiustizia render giustizia, convien ricordarsi che Hobbes attribuiva lo stesso diritto ai re[144].

La sua opera spiacque grandemente a Napoli e a Parigi; neppure gradì a Roma, e Sisto V la pose all'Indice, ma contro il voto della Congregazione, sicchè ben tosto ne fu depennata; e ad attestarne il merito basterebbe sapere che ben ventidue opere uscirono a confutarlo[145], anzi si eressero cattedre a posta per ciò.

Nel 1585 comparve un Avviso piacevole dato alla bella Italia da un giovane nobile francese. Secondo il De Thou è opera di Francesco Peratto, calvinista, che vi costipa quanto di peggio dissero contro del papa i classici nostri, poi altri, e sostiene ch'esso è l'anticristo, e che il ben d'Italia vorrebbe fosse sterminato. Vi rispose il Bellarmino coll'Appendix ad libros de summo pontifice, quæ continet responsionem ad librum quendam anonymum, e vi sostiene che la bellezza d'Italia «in ciò consiste, che non è contaminata da veruna macchia d'eresia nè di scisma».

Eppure com'egli sentisse la necessità di riguardi e transazioni il mostrano certe istruzioni che dirigeva ad un nipote vescovo, tra il resto dicendogli: «Viviamo in un tempo dov'è difficilissimo tutelare le libertà ecclesiastiche senza incorrere nell'indignazione dei poteri secolari. D'altro lato, se noi siamo timidi o negligenti, offendiamo Dio stesso e il glorioso suo vicario. Bisogna col nostro modo di operare mostrar ai principi e ai loro ministri che non cerchiamo occasioni di cozzare con essi, ma che il solo timor di Dio e l'amore del suo nome ci determinano a difendere le libertà della Chiesa. L'esserci avvolti in un combattimento legittimo non ci tolga d'apprezzare la benevolenza de' principi del secolo».

Il Bellarmino, già predicatore cercatissimo a ventidue anni, da san Francesco Borgia spedito all'Università di Lovanio per opporsi all'eresia serpeggiante, vi fu consacrato sacerdote; combattè Bajo che deviava in punto alla Grazia, e continuò a predicare e istruire finchè per titolo di salute si restituì a Roma. Nelle Dispute delle controversie della fede espone prima l'eresia, poi la dottrina della Chiesa e i sentimenti de' teologi, rinfiancandoli non con argomentazioni, ma con testi della Scrittura, dei Padri, de' Concilj e colla pratica; infine confuta gli avversi. Modello d'ordine, di precisione, di chiarezza, scevro dalle aridità e dal formalismo di scuola, se sbaglia talvolta sul conto degli scrittori ecclesiastici, non ancora passati al vaglio d'una critica severa, sa arditamente ripudiare scritti apocrifi; non inveisce contro gli avversarj, ma appoggiato all'autorità di teologi, li ribatte con chiara e precisa verità; e Mosheim, uno dei più accanniti campioni dell'eterodossia, pretende che «il candore e la buona fede di lui lo esposero a' rimbrotti de' teologi cattolici, perchè ebbe cura di raccogliere le prove e le objezioni degli avversarj, e per lo più esporle fedelmente in tutta la loro forza».

Uno de' tanti libelli usciti contro di lui narrava come, straziato dai rimorsi, fossesi condotto alla santa casa di Loreto a confessare sue colpe: ma uditene alcune, il penitenziere lo cacciò come irreparabilmente dannato, sicchè cadde per terra, e fra orribili scontorcimenti perì. Ciò stampavasi mentr'egli viveva in umiltà laboriosa; ammirato per disinteresse e umiltà, in tutt'Europa volava il suo nome e traducevasi il suo catechismo; un Tedesco venne apposta a Roma, con un notajo attese presso la casa dove il Bellarmino abitava finchè questi uscisse, fece rogar atto d'averlo veduto, e di ciò glorioso tornò in patria: il papa lo creava cardinale quia ei non habet parem Ecclesia Dei quoad doctrinam. E morendo santamente, professava non solo tener tutta la fede cattolica, ma nel punto controverso della Grazia pensare come i Gesuiti[146].

Anche l'altro gesuita Santarelli insegnava poter il papa infliggere al re pene temporali, e per giuste cagioni sciogliere i sudditi dalla fedeltà. Invano i suoi confratelli ritirarono tosto quell'opera; il parlamento di Parigi e la Sorbona, cui era stata denunziata, la condannarono ed arsero, obbligando i Gesuiti a far adesione a tale condanna, e dichiarare l'indipendenza dei principi[147].

Per queste opinioni i Gesuiti furono dichiarati nemici ai re, apostoli della democrazia, predicatori del tirannicidio, insomma precursori dell'odierno liberalismo; il quale poi alla sua volta dovea sentenziarli dispotici, oppressori del pensiero, alleati de' tiranni; e allora e adesso senza esame o senza lealtà. Nè dobbiamo tacere come Clemente VIII, in un'istruzione sull'Indice, raccomanda «si abolisca ciò che, dietro alle sentenze, ai costumi, agli esempj gentileschi, favorisce la polizia tirannica, e ne induce una ragion di Stato avversa alla cristiana legge». Ecco da qual lato stesse il sentimento più umano.

Eppure corre opinione che la Riforma partorisse la libertà, e che la Chiesa nostra la esecrasse. Il vero è che, divisa da quel punto l'Europa in cattolica e protestante, cessò la comune azione civilizzatrice, e bisognò congegnare un equilibrio, che d'allora divenne la legge politica. Ridotta impotente alle più elevate attribuzioni sociali, e ristretta ognor più alla vita individuale e al bisogno di conservarsi, la Chiesa alleossi coi re, declinando dalla propensione popolare che l'avea controdistinta nel medioevo; la tirannide uffiziale, che essa avea sempre riprovata, ma che allora veniva introdotta dai principi protestanti, si comunicò pure ai cattolici; e il clero, che non poteva impedirla, pensò tornasse opportuna a frenare i dissensi baldanzosi: mentre i principi, sentendosi minacciati dalla libertà del pensiero, fecero sinonimi eretico e ribelle, e insieme li perseguitarono. Di rimpatto i fautori della Riforma e d'una libertà sfrenata e persecutrice, vedendo la Chiesa cattolica porsi dal lato della resistenza e dei regni assoluti, contro le sorgenti franchigie politiche, la denunziavano come sostegno del despotismo, inducendo quella confusione di cose umane e divine, che il secol nostro si compiace di rinnovare a sterminio della vera libertà.

Mentre dunque dapprima il delitto confondeasi col peccato, il fôro secolare stava a servigio dell'ecclesiastico, alla Chiesa affluivano tributi, tasse, diritti, or tutto cambiava. I papi, spoveriti di mezzi[148], scaduti d'autorità, trovaronsi ben presto soccombenti davanti all'assolutismo organizzato e armato, dovettero rassegnarsi a molte concessioni per salvar l'essenziale, e lasciar che i principi acquistassero passo a passo le attribuzioni ecclesiastiche, che i Protestanti aveano carpite. La sanzione di tali acquisti viene espressa ne' Concordati, che sono il preciso opposto della formola assurda e micidiale, or proclamata da certuni, la separazione della Chiesa dallo Stato. La Chiesa cattolica possiede la verità tutta, la verità pura, e con essa i principj puri della giustizia e della prudenza, talchè anche nell'ordine temporale è la più opportuna alla felicità. Ma se il dominio suo è desiderabile, non sempre è possibile: mentre è necessario v'abbia una potenza spirituale, sicura, indipendente, che eserciti diritti proprj e costanti, conferitile dal divino suo fondatore. Essa riconosce a se sola l'autorità di definire, corregger gli abusi, modificare, riformare la disciplina esteriore, in quanto non si opponga ai dogmi e al gius divino. Perciò, secondando i tempi, più volte consentì privilegi, indulti, dispense, grazie, esenzioni. Finchè concernevano piuttosto il favore concesso che non il vantaggio generale della Chiesa, ebbero la forma ordinaria; ma dacchè trattossi di assicurar l'esercizio dei diritti della religione, e modificavano talune discipline per un'intera nazione, sicchè acquistavano effetto di legge obbligatoria, vestirono forma più solenne, e chiamaronsi Concordati.

Furono sempre promossi dai principi per materie su cui non si estendono le loro facoltà, prendendo l'aspetto di domanda, anzichè d'esigenza; e la santa sede li sanzionò per gravi motivi, quali il libero esercizio della religione cattolica o della giurisdizione episcopale; la libera comunicazione dei fedeli col papa; l'uso dei beni; l'osservanza della disciplina ecclesiastica; la nomina de' vescovi, attribuita ai capitoli o ai principi; la cognizione delle cause ecclesiastiche e l'appello alla santa sede; l'incolumità della fede e dei costumi de' Cattolici viventi fra eterodossi, o simili intenti.

Roma li considerò come liberalità de' pontefici e dovere de' principi: questi riconoscendo l'indipendenza dell'autorità ecclesiastica, quelli dando concessioni per quiete delle coscienze. Non sarebbero patti bilaterali, giacchè la Chiesa riservasi il diritto di interpretare, modificare, abrogare: pure seguono la natura degli altri contratti quanto alla durata e alla soluzione.

Ma oggi, che la Riforma s'è innestata sulla ragion di Stato, una politica, sterminatrice d'ogni personalità giuridica, cassa arbitrariamente gli accordi colla Chiesa, e la vuole segregata affatto dallo Stato, protetta coll'ignorarla, in effetto perseguitata, spoglia della proprietà, dell'associazione, dell'insegnamento, e ridotta alle serene contemplazioni e a giaculatorie. Questa eresia sociale nel linguaggio nuovo adombrasi col nome di Chiesa libera, e serve alle volubili opinioni delle maggioranze politiche: anzichè accettare qual è naturalmente il dualismo umano di anima e corpo, per cui la società, attraverso alle cose mortali, pellegrina verso le eterne.

NOTE

[130] I confini delle due gerarchie sociali delineava insignemente nel XII secolo Ugo da San Vittore. Illa potestas dicitur sæcularis, ista spiritualis nominatur. In utraque potestate diversi sunt gradus et ordines potestatum, sub uno tamen utriusque capite distributi, et velut ab uno principio deducti et ad unum relati. Terrena potestas caput habet regem; spiritualis potestas summum pontificem; ad potestatem regis pertinent quæ terrena sunt, et ad terrenam vitam facta omnia; ad potestatem summi pontificis pertinent quæ sunt spiritualia, et vitæ spirituali attributa universa. De Sacramentis, lib. II, p. 2, c. 4.

[131] Distinguono l'infedeltà in positiva, privativa, negativa. Positiva, di quelli che respingono la cognizione del vangelo: privativa, di quelli che per colpa lo ignorano; negativa, di quelli che non sentirono mai parlare della rivelazione. L'infedeltà positiva e privativa non è scusabile dalla Chiesa; ma la negativa è involontaria, e perciò non colpevole. Gesù Cristo disse: «Se non fossi venuto e non avessi parlato, non avrebbero colpa» (Jo. XV, 22). E san Paolo (ad Rom. X, 14): «Come crederanno a colui di cui non han sentito parlare, e come ne sentiranno parlare se a loro non si predichi?». La Chiesa condannò il dire che: «L'infedeltà, puramente negativa in quelli ai quali non è stato predicato Gesù Cristo, è un peccato».

Quanto alla necessità del battesimo, il Concilio di Trento lo volle in re vel in voto: e il desiderio implicito si può intendere in colui che, pur non avendo conoscenza del battesimo, è nella disposizione di fare tutto ciò che Dio prescrive come mezzo e salute. Vedi GOUSSET, Teologia dogmatica. Trattato della Chiesa, parte I, capo V, art. III, N. 914.

[132] Vedasi sopra, nel Discorso III.

[133] A. VINET, Essai sur la manifestation des convictions religieuses. Parigi 1842.

[134] Il Dumoulin diceva che i decreti del Concilio di Trento «non possono menomamente esser ricevuti senza violare la maestà reale e la sua giustizia senza calpestar l'autorità dei tre Stati di Francia; l'autorità della Corte e del Parlamento e la libertà del popolo cristiano». Conseil sur le fait du Concile.

[135] L'exequatur o placet regio può esser considerato come una notizia che il principe prende delle mutazioni di uffizj o di cose pubbliche, che il potere universale pontifizio introduce nel dominio particolare di esso principe, e fin qui è ispezione modesta e legittima. Diviene usurpazione quando considera il papa come un principe straniero, che non ha giurisdizione sul territorio altrui se non col beneplacito dello Stato. Clemente VIII nel 1596 scriveva all'Olivares vicerè di Napoli, che «è falsa la immemorabile antichità dell'exequatur, anzi ne son notissime le origini e le cagioni». In fatto nacque essa durante il grande scisma, quando Urbano VI nel 1378 ordinò ai vescovi di esaminar le bolle pontifizie prima d'eseguirle, onde accertare se venissero dal papa legittimo o dall'antipapa Clemente VII. I principi usarono l'eguale cautela, ma cessata l'occasione, lasciarono ancora la libera autorità. Chi primo pose restrizione fu il Portogallo verso il 1486, di che fu avvertito seriamente da Sisto IV e da Innocenzo VIII: e i principi e i ministri colsero volentieri quest'esempio per esercitare ingerenza sulle provisioni papali, e legar la Chiesa allo Stato. Benedetto XIV, nel gennajo 1742 dirigeva in tal proposito una istruzione alla Corte di Torino, nella quale dicea tollerar la visione delle bolle e dei brevi, ma senza che vi si apponesse alcun decreto d'esecuzione; e anche dalla visione eccettuava le bolle dogmatiche in materia di fede, le bolle e i brevi che regolano il ben vivere e i santi costumi, quelle di giubilei e indulgenze, della sacra penitenzieria, e le lettere scritte dalle sacre congregazioni ai vescovi o ad altre persone per informazione.

[136] Alcuni ecclesiastici impedivano di far passare le acque sulle loro terre: libertà d'acquedotto ch'è uno de' più utili statuti antichi del Milanese, e causa di tanta prosperità agricola. San Carlo, considerando hac in re non de Ecclesiæ ejusve ministrorum damno, sed de utilitate evidenti agi, comanda di non opporvisi. Editto 21 agosto 1572.

[137] È questa la più rinomata fra le delegazioni fatte dal pontefice a secolari. Urbano II al 5 luglio 1098 avrebbe dato a re Roggero e suoi successori le facoltà di legato a latere, e di eleggere loro vicarj col titolo di giudici della Monarchia; avendo così giurisdizione sopra i vescovi, sino a poter annullare interdetti e scomuniche e le sentenze loro, e sospenderli; annichilar le sentenze e pene pontifizie se non approvate da esso tribunale. Tanto erano esorbitanti tali concessioni, che dubitavasi della autenticità. Esaminato bene l'atto, appare che, ne' diplomi originali con cui Roggero eresse chiese e conventi, esprimeasi sempre «con intesa e per comando di Urbano II»: il Baronio dimostrò la falsità dell'atto del 1098, per lo che l'ultimo volume de' suoi Annali fu escluso dalla Spagna, ed egli stesso ebbe l'esclusione da pontefice nel conclave del 1605. Per quattrocentrenta anni non se ne trova menzione, fin quando al 1513 l'avvocato Giovan Luca Barberio lo pubblicò nel Caput brevium, collezione dei diplomi delle Due Sicilie, non indicando donde l'avesse tratto. Nel 1578 dallo Zurita stampavasi l'Historia Sicula di Gaufrido Malaterra, contemporaneo di Urbano II, nella quale esso breve era introdotto al lib. IV, c. 29, ma potrebbe esservi intruso o alterato. Carlo V se ne giovò, e nel 1526 lo facea sottoscrivere dai consiglieri di Sicilia, e pubblicare nel libro De Monarchia.

Del resto quel breve porta quod omni vitæ tuæ tempore, vel filii tui Simonis, aut alterius, qui legitimus tui hæres extiterit, nullum in terra potestatis vestræ, præter voluntatem aut consilium vestrum, legatum romanæ Ecclesiæ statuemus: quinimmo, quæ per legatum acturi sumus, per vestram industriam legati vice exhiberi volumus, ecc. Valea dunque soltanto per esso Roggero e pel suo primogenito Simone, o per l'altro figlio. Eppure di là vennero interminabili contese, tratto tratto sopite con particolari concessioni di papi; massimamente Clemente XI colla costituzione del 1715 Romanus pontifex provide a reprimere i grandi abusi, e meglio Benedetto XIII fissò i limiti de' poteri della Monarchia. Carlo VI violò subito il concordato, e in appresso i re se ne fecero appoggio onde pretendere come legali quelle invasioni che in Toscana e altrove si faceano sopra l'autorità ecclesiastica, e s'andò via via ampliando, sin a vedersi nel 1860 Garibaldi sedere sul trono, e ricevere l'incensata. Vedi La Sicilia e la Santa Sede. Malta 1865.

[138] Cronaca manuscritta nella biblioteca comunale di Palermo, 2. q. E. 55.

[139] Lo dichiara negli Uffizi del Cardinale, lib. I, p. 64.

[140] Questa teorica fu, ai dì nostri, ravvivata dal Gioberti nel Primato e nei Prolegomeni. Il padre Ventura disse che «il potere politico dev'essere subordinato all'ecclesiastico quanto il domestico al politico». Vedasi anche AUDISIO, Diritto pubblico della Chiesa e delle genti cristiane. Vol. 3. Roma 1863.

[141] De laicis, lib. III, c. 6: Certum est politicam potestatem a Deo esse... Jus divinum nulli homini particulari dedit hanc potestatem; ergo dedit multitudini... Respublica non potest per se ipsam exercere hanc potestatem; ergo tenetur eam transferre in aliquem unum, vel aliquos paucos... Pendet a consensu multitudinis constituere super se regem, vel consules, vel alios magistratus... Sublato jure positivo, non est major ratio cur ex multis æqualibus unus potius quam alius dominetur...

[142] Summus ponfifex simpliciter et absolute est supra Ecclesiam universam et supra Concilium generale, ita ut nullum in terris supra se judicem agnoscat. De Concilii auctoritate, cap. 17.

[143] De romano pontifice capite totius militantis Ecclesiæ, II, 29. Pontifex ut pontifex, etsi non habet ullam mere temporalem potestatem, tamen in ordine ad bonum spirituale habet summam potestatem disponendi de temporalibus rebus omnium Christianorum.

[144] Reges quæ imperent justa facere imperando quæ volent injusta. HOBBES, De cive 112. L'opinione attribuita al Bellarmino si fonda principalmente sul De romano pontifice, lib. IV, c. 5; ma l'ultimo punto suole travisarsi.

[145] L'Antibellarmino di Adamo Scherzer; un altro di Samuele Weber, l'Antibellarmino contratto di Corrado Vorstio; l'Antibellarmino biblico di Giorgio Albrecht; il Collegio antibellarminiano di Amando Polano; le Disputazioni antibellarminiane di Lodovico Crell; il Bellarmino enervato di Guglielmo Amesio; e taciamo altri, fra cui le confutazioni di re Giacomo Stuart. Anche Duplessis-Mornay scrisse il Mistero d'iniquità o storia del papato, per quali progressi salì al colmo; che opposizione gli fece la gente dabbene di tempo in tempo, dove si difendono i diritti degli imperatori, re e principi cristiani contro le asserzioni de cardinali Bellarmino e Baronio. Saumur, 1611.

[146] Dopo altri, Agostino e Luigi De Backer stamparono a Liège, nel 1853 e seguenti, in sette grossi volumi la Bibliothéque des écrivains de la compagnie de Jesus. Il catalogo delle opere del Bellarmino còlle traduzioni e le confutazioni occupa quarantasei colonne. Molte volte furono ristampate le Disputationes de controversiis fidei adversus hujus temporis hæreticos. Il Bellarmino, a istanza del cardinale Tarugi, compose la Dottrina cristiana breve: e per ordine di Clemente VIII la Dichiarazione più copiosa della dottrina cristiana. Fu approvato dai più insigni teologi e dai papi, e dal Concilio romano del 1725: e attaccato dai Giansenisti, massime da G. B. Guadagnini; contro del quale Francesco Gusta scrisse la Difesa del Catechismo del vener. cardinal Bellarmino, Venezia 1799.

[147] A questo concetto del deporre i re da un pezzo rinunziarono i papi. Il 23 giugno 1791 il cardinale Antonelli, prefetto della Propaganda dirigeva una nota ai vescovi d'Irlanda, ove dice: «Bisogna ben distinguere fra i veri diritti della sede apostolica e quel che maliziosamente gl'imputano. La Santa Sede non insegnò mai che si deva ricusare fedeltà a sovrani eretici, e che un giuramento prestato a re fuor della comunione cattolica deva esser violato, o che sia permesso al papa di privarli de' loro diritti temporali».

I vescovi degli Stati Uniti, raccolti nel V concilio di Baltimora, mandarono al papa un indirizzo ove de' loro avversarj dicono: «Sforzansi ispirare sospetti contro i loro fratelli cattolici che versarono il sangue per la libertà di questo paese: pretendono che noi siamo sotto il dominio del papa per le cose civili e politiche, e che così dipendiamo da un sovrano straniero... Molti di noi dichiararono vigorosamente e con giuramento che il papa non esercita verun potere civile; e questa dichiarazione fu benissimo accetta da Gregorio XVI». Vedasi M. AFFRE, Essai sur la suprématie temporelle du pape, 1829. Questi, contro il Lamennais, dimostrò che la bolla di Bonifazio VIII è stata abrogata pochi anni dopo da Clemente V in quanto diceva che la podestà temporale fosse sottomessa alla correzione della potenza spirituale.

Francesco Suarez, al quale il Grozio non sapea trovar l'eguale per acume filosofico e teologico, dimostra che sentimento comune de' giureconsulti e teologi era che il potere dei re vien loro da Dio per mezzo del popolo, e ne sono responsali non solo a Dio, ma anche al popolo. Un predicatore davanti a Filippo II a Madrid, avendo pronunziato che «i sovrani hanno potere assoluto sulla persona e i beni de' sudditi», l'Inquisizione lo processò, condannollo a penitenze e a ritrattarsi dicendo dal pulpito che «i re non hanno sui loro sudditi altri poteri se non quello accordato loro dal diritto divino e dall'umano, e nessuno che proceda dalla loro volontà libera e assoluta». Vedi BALMÈS, Il Protestantismo paragonato al cattolicismo.

Talmente si avea gelosia delle pretendenze papali, che la Gerusalemme conquistata del Tasso fu proibita dal parlamento di Parigi perchè, descrivendo le turbolenze di Francia, vi si dice nel canto XX, 77 del papa che

ei solo il re può dare al regno E 'l regno al re, domi i tiranni e i mostri, E placargli del cielo il grave sdegno.

[148] Il cardinale Sforza Pallavicini volea che la Corte di Roma fosse ricchissima, affine di provvedere non solo allo spirito, ma anche alle utilità secondo la carne, essendo «quell'anima che tiene in unità tanti regni, e costituisce un corpo politico il più formidabile, il più virtuoso, il più letterato, il più felice che sia in terra». Perciò richiede «torrenti di pecunia», e viver pomposo di cardinali, e proporzionato ne' vescovi; e che a Roma concorrano a servizio uomini d'ogni natura, e quei che vivono solo dello spirito, e quei che per soprapiù desiderano i beni mondani, e quei che tali beni antepongono a quelli dell'anima.

DISCORSO XLV.

ERETICI NEL VENETO. ACCADEMIA DI VICENZA. FRANCESCO NEGRI. GIROLAMO ZANCHI. ALTRI.

Fin dal 1248 Venezia avea stabilito si punissero quelli che un concilio di prelati sentenziasse d'empietà; e nella promission ducale di Marino Morosini nel 1249, per la prima volta si legge: Ad honorem Dei et sacrosanctæ matris Ecclesiæ et robur et defensionem fidei catholicæ, studiosi erimus, cum consilio nostrorum consiliariorum vel majoris partis, quod probi et discreti et catholici viri eligantur et constituantur super inquirendis in Veneciis. Et omnes qui illis dati erunt pro hæreticis per dominum patriarcam Gradensem, episcopum Castellanum, vel per alios episcopos provinciæ ducatus Veneciarum, COMBURI FACIEMUS de consilio nostrorum consiliariorum vel majoris partis ipsorum. Il 4 agosto 1289, ad istanza di Nicola IV s'introdusse l'Inquisizione, composta di tre giudici, che erano il vescovo, un domenicano e il nunzio apostolico: però non poteano seder a tribunale senza commissione sottoscritta dal doge: solo dal doge poteano aver ajuto nel loro uffizio: si depositerebbe una somma presso un deputato del Comune, il quale ne farebbe le spese, e ne riceverebbe tutti gli emolumenti e benefizj: vi assisterebbero tre savj dell'eresia, incaricati dal doge per impedire gli abusi e tener informato il Governo delle prese deliberazioni. Procedere doveano unicamente contra l'eresia; non contra Turchi ed Ebrei i quali non sono eretici; non contra Greci, perchè la loro controversia col papa non era ancora stata decisa; non contra i bigami, perchè, il secondo matrimonio essendo nullo, aveano violato le leggi civili, non il sacramento; gli usuraj pure non intaccavano alcun dogma: i bestemmiatori mancavano di riverenza alla religione, non la negavano: nè tampoco fatucchieri e stregoni doveano esser competenza di quel tribunale, salvo che si provasse aveano abusato de' sacramenti. Le ammende ricadevano all'erario, e agli eredi i beni de' condannati.

Essendo denunziato un libro favorevole alle opinioni di Giovanni Huss, la Signoria lo fece ardere, e l'autore mandò attorno colla mitera in capo, indi sei mesi di prigione e nulla di peggio. Viepiù tollerante era verso gli Ebrei, come negoziatori. L'ingegnere Alberghetti nel 1490 ideò un congegno nuovo, e per applicarlo essendosi associato ad alcuni Ebrei, domandò al collegio se l'ordinanza 19 marzo 1414 relativa ai privilegi fosse applicabile anche agli Ebrei. Risposto fu che quella concessione riguardava chiunque inventasse alcuna nobile ed utile opera, non distinguendo veneti o forestieri, cristiani od ebrei, di qual fossero città o setta. Anche più tardi vietossi d'inveir dal pulpito contro gl'Israeliti, nè di obbligarli andar alla predica o portar segni umilianti.

Da una autobiografia di Giovanni Bembo veneziano, scritta nel 1536 e dall'erudito Teodoro Mommsen pubblicata nel 1861, raccogliamo che sua madre Angela Corner, con altre venete matrone, il nome delle quali scomparve in una laceratura del manuscritto, assistevano alla lettura e spiegazione del vangelo in lingua vulgare, fatta da Giovanni Maria da Bologna medico. Questo, denunziato da Francesco Giorgio frate Mendicante, fu posto in carcere, da cui venne liberato dopo molti anni da papa Giulio. Ciò dovette dunque accadere ne' primi anni del secolo, e avanti che di Germania tonassero i riformatori.

Al 26 agosto 1520 presentossi al senato il vicario del patriarca Contarini, esibendo la bolla pontifizia che condannava le opere e le proposizioni di Lutero, e minacciava di scomunica chi le tenesse e le professasse; e domandò di poter mandare i famigli nella libreria del tedesco Giordano, sita a San Maurizio per sequestrar di tali libri, venuti di Germania. Avutone licenza, li fece solennemente bruciare, ma già alcune copie n'erano uscite, e Marin Sanuto, autore di curiosi Diarj, dice averne avuta una, e tenerla nello studio. Il qual Sanuto racconta pure come «sul campo [149] san Stefano fo predicato per messer Andrea da Ferrara, qual ha gran concorso: era il campo pien, e lui stava sul pozuolo [150] della casa del Pontremolo, scrivan all'officio dei Dieci; el disse mal del papa e della Corte romana. Questo seguita la dottrina de frà Martin Lutero, ch'è in Alemagna homo doctissimo, qual seguita san Paolo, ed è contrario al papa molto, ed è sta per il papa scomunicato»[151].

Lamentossi il pontefice, per bocca del suo segretario Bembo, dell'impunità concessa a questo frate, e raccomandò che la Repubblica non permettesse di stampare un'opera di esso, di sentimento luterano: del che venne data sicurezza al legato; e il frate fu lasciato o fatto partire.

Quell'anno stesso Burcardo Scenck, gentiluomo tedesco, scriveva allo Spalatino, cappellano dell'elettore di Sassonia, che Lutero godeva stima a Venezia, e ne correano i libri, malgrado il divieto del patriarca; che il senato penò a permettere vi si pubblicasse la scomunica contro l'eresiarca, e solo dopo uscito di chiesa il popolo. Lutero stesso per lettere [152] felicitavasi che tanti di colà avessero accolto la parola di Dio, e tenea corrispondenza col dotto Giacomo Ziegler che caldamente vi s'adoperava; come di là giungevano esortazioni a Melantone perchè non tentennasse nella fede, nè tradisse l'aspettazione degli Italiani.

Al 21 marzo 1521 il consiglio dei Dieci deliberava intorno ad eretici di Valcamonica, accusati di stregheria, e rammemorando lo zelo sempre spiegato a favor della Chiesa cattolica, soggiungea doversi però in tal materia procedere con cautela e giustizia, e affidarne la procedura a persone di chiara intelligenza, di retto giudizio e superiori a ogni sospetto. Pertanto ne fossero, insieme col padre inquisitore, incaricati uno o due vescovi insigni per dottrina, bontà, integrità, e s'accordassero con due dottori laici nella confezione del processo. Finito questo senza tortura, i rei sarebbero sottoposti a nuovo interrogatorio dai due rettori di Brescia colla corte del podestà e quattro altri dottori, procedendo con ogni diligenza e circospezione prima di passar alla sentenza, e ponendo mente che la cupidigia di denaro non fosse causa di condannare o diffamare alcuno senza colpa[153]. Raccomandavano poi di mandare nella valle predicatori, de' quali que' semplici e ignoranti montesi aveano maggior bisogno che non d'inquisitori.

Monsignor Aleandro scrive al Sanga da Ratisbona il 31 marzo 1532 d'un frà Bartolomeo minorita veneziano, fuggito per sospetto di luterano, e diceva, per malevolenza particolare contro lui di monsignor Teatino. Anguillava costui, chiedendo un breve del papa che lo giustificasse in modo da poter vivere tranquillo in patria, ma al tempo stesso parlava da luterano, e asseriva d'aver buone offerte dagli eretici se si desse con loro. L'Aleandro usava seco or dolci modi or aspri, ma non venendone a capo, gli parea meglio lasciarlo andare fra tante migliaja di Luterani, che non rimetterlo in Venezia, dove «avendo parenti e, per la tristezza de' tempi, molti fautori etiam de summatibus», potrebbe disseminar tristi germi.

Più tardi troviamo costui a Norimberga in mezzo a Luterani, «che cantava di bello contro la Chiesa con parole donde nascea non piccol carico τῶν ἑνετῶν». Ove l'Aleandro soggiunge: «Da Venezia messer Roberto Magio mi stimola con lettere che io vadi colà, che è molto necessario, e grande espettazion di tutti. In una che ebbi jeri mi è scritto, che questi sono tempi da potersi far per me in quella città di buone opere[154]».

Baldassare Altieri d'Aquila, stabilito in Venezia, e agente di molti principi tedeschi, ebbe comodità di diffondervi libri e idee nuove; e tanto crebbero, che nel 1538 Melantone esortava il senato a permettere vi s'istituisse una chiesa: «Voi dovete conceder, particolarmente ai dotti, il diritto d'esternar le loro opinioni e insegnarle. La vostra patria è la sola che posseda un'aristocrazia vera, durata da secoli, e sempre avversa alla tirannia: assicurate dunque alle persone pie la libertà di pensare, e non si incontri costà il despotismo che pesa sugli altri paesi»[155].

La quaresima del 47 predicò in San Barnaba un giovane servita con maggior concorso che altri mai, e parendo avesse trasgredito i modi cattolici, fu detenuto, toltigli i libri e le scritture, dal cui esame apparve «luterano e persona di grande scandalo e degna di castigo»[156].

A Venezia da Enrico di Salz e Tommaso Molk di Königsgratz fu fatta stampare una Bibbia ussita, che or trovasi nella biblioteca di Dresda[157]. Vedemmo che il Bruccioli ivi pubblicò la sua Bibbia vulgare in senso luterano. Nelle case di Giovanni Filadelfo, il 1536 e 37, vi fu stampato il «Commento sull'epistola di san Paolo, compuesto per Juan Valdesio, pio y sincer theologo»; nel 46 da Paolo Gherardo il Beneficio di Cristo, e per Filippo Stagnino Le opinioni di sant'Agostino sulla Grazia e il libero arbitrio nel 1545 da Agostino Fregoso Sostegno. Ivi predicava l'Ochino; a Padova fece lunga dimora Pietro Martire Vermiglio, e tenne scuola lo Spiera di Castelfranco (Vol. II pag. 124): a Treviso si formò un'accolta di novatori; e in una a Venezia tennero conferenze circa quaranta persone, che spingeansi ben oltre i confini dei Protestanti. Di ciò prese ombra Melantone, e nel 1539 scriveva al senato pigliasse precauzioni contro gli Antitrinitarj, nè lui confondesse con essi; finchè n'è tempo ci proveda, perchè è fama che più di quaranta persone nella loro città e campagne ne siano infette, persone nobilissime e d'acuto ingegno[158].

Dicemmo di monsignor Della Casa, ito nunzio papale a Venezia nel 1544, e della parte sua nel processo del Vergerio. Dalle sue lettere appajono le guise che quel Governo teneva coll'autorità ecclesiastica. Al cardinale Farnese il 29 maggio 1546 scrive: «Avendo io fatto mettere prigione un Francesco Strozzi, eretico marcio, il quale si tiene che traducesse in vulgare il Pasquillo in estasi, libro di pessima condizione e pestifero, e sendosegli trovato adosso, quando fu preso, uno epitafio mordacissimo e crudelissimo fatto da lui contro la persona di nostro signore, ed avendo sua santità a Roma con l'oratore di questi signori fatta ogni istanza necessaria, ed io qui non mancato di tutte le diligenze possibili per potere mandare il detto Francesco a Roma, il quale è prete e stato frate dodici anni, non si è potuto avere, e finalmente il serenissimo mi ha dato tanto precisa negativa jeri mattina, che giudico non sia più da tentare questa pratica; fondandosi sopra la conservazione della giurisdizione, e mostrando quanto ciascuno Stato debba sforzarsi di mantenerla».

Il 29 giugno: «Sopra Francesco Strozzi la illus. Signoria mi ha promesso stamattina di darmelo in qualunque prigione io lo vorrò; e come io l'abbia in loco comodo, farò fare quanto richiede la giustizia in caso così atroce[159].

Il 25 agosto: «Qui son molti fautori de' Luterani che spesso spesso levano rumori assai. I quali non avendo modo di ribattere, quantunque questi signori siano prudentissimi, e non diano orecchio così facilmente a ogni cosa, crescono però e si dilatano per tutto».

Il 21 maggio seguente: «Io non ho ancora potuto aver risoluzione di quello ch'io debba fare del frate eretico, del quale io parlai mercoredì passato in Collegio (in senato) bene efficacemente, mostrando a quei signori che i rimedj ordinarj non bastavano a reprimere la malizia di questa setta, come l'esperienza dimostra tuttavia. E perchè lor sublimità furono di varj pareri, non ebbi risoluzione ferma: ed io ho molto riguardo di non pronunziar cosa che non sia poi eseguita da loro, che sarebbe poco onor di questo officio, e darebbe animo alli eretici. Averò la resoluzione lunedì, e sono assai certo che i signori deputati hanno novamente avuto ancora maggior autorità, e sono stati esortati alla severità e al rigore. Per il che io spero bene».

Raccogliamo da altro luogo che quel frate fu degradato in San Marco, in abito secolare condotto nel Forte, condannato in vita; e i suoi libri e la scritture bruciati[160].

L'11 giugno 1547 lo stesso Della Casa scriveva: «Io credo che quello che sua santità ha detto al signor ambasciadore abbia fatto bonissimo frutto nella causa delle eresie, perchè due di quei signori deputati mi hanno ringraziato molto delle buone relazioni che dicono saper che io ho fatte a Roma delle persone loro, mostrando di averne infinito piacere: e la causa in se va molto bene, e spero che, con qualche destrezza necessaria, in effetto in tutta questa negoziazione di qua si sarà, con l'ajuto del santo Dio, fatto assai opportuno rimedio a questa fastidiosa e pericolosa malattia».

E il 3 agosto 1549: «Sopra due eretici di Padova, per aver un poco di querela fondata contra di loro, si è commesso al vicario che faccia un poco di esamine secreto, e si vedrà di farli venir qua».

Infine il 9 novembre all'eletto di Pola a Roma: «Facendo io jermattina instanza in Collegio per aver il braccio secolare per il Grisonio nelle eresie di Conegliano, il principe m'interruppe dicendo, che aveano fatto un'esecuzione molto laudabile contra quei di Digiano ecc. e che si avvertisse che i preti che si poneano in luogo dei contumaci fossero buoni, e sedessero là per sanar e correggere quanto aveano infettato questi ecc.»

Nel 1546 Baldassare Archiew inglese domandava al senato licenza di rimaner in Venezia come residente per la sua nazione, e presentar lettere di cui lo aveano incaricato i principi di Germania. Sul consentirglielo si disputò per molti giorni. Michele Barozzi sostenea che in paese cattolico non poteasi tollerare un residente eretico, per cui favore l'eresia troverebbe modo d'insinuarsi: ma il Pesaro riflettea trattarsi di Stato, non di fede: i Protestanti erano grandi principi, occupavano mezza Europa, si opponevano all'imperatore, di che tornava vantaggio a Venezia: se poi si volesse aver riguardo alla fede, ben altri rigori occorrerebbero per reprimere la simonia. Il Barozzi replicava che la domanda dell'Archiew riguardava appunto la fede, poichè tendeva a procacciarsi stabile e riconosciuto dominio in Venezia, e perciò arbitrio di parlar liberamente, spacciare suoi libri, e scandolezzare i Cattolici coi liberi modi di protestante. Il Trevisan insisteva, i Protestanti non mandare certo a trattar di fede, bensì di Stato: i principi tedeschi non cercare che la conservazione della propria libertà e degli interessi religiosi: solo per questi, dopo ventinove anni che professavano la nuova fede, essersi ora uniti in lega spedendo nunzj alle diverse potenze, fra cui anche a Venezia, dirigendole per mezzo dell'Archiew una lettera alla quale sarebbe scortesia il non rispondere: come sarebbe improvido il non tenersi amica una Lega tanto potente. In fatto la lettera fu ricevuta, e datavi risposta evasiva; e l'Archiew rimase come residente d'Inghilterra. Del che lagnandosi il papa, gli fu risposto esser ciò necessario per le continue comunicazioni con quel regno; del resto sua santità non poter dubitare della devozione della Repubblica.

Nessun però creda che i Veneziani s'allentassero nel perseguitare l'eresia; sì perchè ve li portava l'indole dei tempi, sì perchè essa turbava la quiete pubblica, primario intento di quel Governo. Fin dal 22 aprile 1547 erasi data questa commissione agli assistenti del Sant'Uffizio.

«Nos Franciscus Donato dux Venetiarum, ecc. Conoscendo, niuna cosa esser più degna del Principe Cristiano, che l'essere studioso della Religione e difensore della Fede Cattolica, il che etiam n'è commesso per la promissione nostra ducale, e stato sempre istituito dalli Maggiori nostri; però ad onore della Santa Madre Chiesa avemo eletti in questi tempi col nostro minor Consiglio voi, dilettissimi nobili nostri, Nicolò Tiepolo, dottor Francesco Contarini e Marco Antonio Venier dottore, come quelli che sete probi, discreti e cattolici uomini, e diligenti in tutte le azioni vostre, e massimamente dove conoscete trattarsi dell'onore del Signore Iddio. E vi commettemo, che dobbiate diligentemente inquirere contro gli eretici, che si trovassero in questa nostra città, e etiam ad mettere querele contro alcuno di loro, che fossero date; e essere insieme col reverendissimo Legato e Ministri suoi, col reverendo Patriarca nostro e Ministri suoi, col venerabile Inquisitore dell'eretica pravità, sollecitando cadauno di loro in ogni tempo e in ogni caso che occorrerà, alla formazione de' processi: alla quale etiam sarete assistenti, etiam procurando, che siano fatte le sentenze debite contro quelli, che saranno conosciuti rei. E di tempo in tempo ne avvisarete tutto quello che occorrerà, perchè non vi mancheremo d'ogni ajuto e favore, secondo la formola della promozione nostra ecc.».

Il 21 ottobre 1548 fu presa questa parte, cioè determinazione nel Consiglio dei Dieci:

«In esecution della Promission del serenissimo principe nostro e del capitular di conseglieri, furono da Sua Serenità con il consenso loro deputati tre delli primarj nobili nostri ad inquirir e accettar denunzie contra eretici in questa città e ducato solamente. I quali essendosi ridutti insieme con l'auditor del reverendissimo legato e con l'inquisitor tre fiate alla settimana dal mese di aprile 1547 in qua, hanno fatto quel buon frutto che a cadauno è noto. Imperochè sono cessate le conventicule che prima si facevano in diversi luoghi publici e privati di questa città, e molti immersi in tale diabolica pravità si sono abjurati publicamente; la qual bona opera quando si facesse nelle altre città del Stato nostro, nelle quali vi regna questa detestanda setta, si come da diversi Rettori nostri per molti casi d'importanzia siamo stati ricercati a fare, e anco dal reverendissimo legato apostolico, non ha alcuno che non conosca quanto si faria cosa grata all'onnipotente Dio e Signor nostro Jesù Cristo, però,

«L'anderà parte, che la deliberazion di questo Consiglio del 21 marzo 1521 in materia de strigoni e heretici, sia, quanto spetta ad eretici della fede catolica e di sacramenti della santa Chiesa, riformata, e da novo sia dechiarito che si abbi ad osservar quanto si osserva in questa nostra città, cioè:

«Che li rettori delle infrascritte città, debbano primamente far elezione de dui dottori, over persone intelligenti, catoliche e di bona vita, e poi ridursi in qualche loco commodo con il reverendo vescovo over suffraganeo o vicario suo, e con il venerando inquisitor, e tutti insieme inquirir et accettar denunzie contra cadaun eretico sottoposto alla città, alle castelle e a tutta la diocese sua; assistendo continuamente li rettori e li dui per loro ut sopra eletti al accettar delle querele e alla formazione di processi e non altramente, prestando il consiglio e favor suo fino alla compita formazione di essi: e che per i ditti reverendi ecclesiastici siano fatte le sentenzie contra quelli che sarano conosciuti rei secondo il tenor di sacri Canoni. Al far delle qual sentenzie debba sempre intervenir il Consegio e li dui per loro eletti, si come è ditto di sopra e non altramente, e similmente assister e prestar il loro consegio in ogni cosa pertinente a questa materia. Fatte veramente le sentenzie, debbano li rettori darli la debita esecuzione. E se per qualche justo impedimento non potessero assister ambidue li rettori alle cose sopra ditte, vi debba almeno intervenir uno di loro, insieme con li dui qualificati ut sopra. E ove si attrova uno solo rettor, quello debba assister personalmente, avendo sempre appresso di sè li altri dui a questo deputati da lui. E questo ordine sia posto de cætero nelle commissioni di essi rettori, acciò ch'el sia del tutto osservato.

«Li processi veramente che sin ora fussero sta fatti in questa materia senza la presenzia di rettori nostri, s'intendino nulli, ma ben si possano da novo formar nel modo sopra ditto.

«Sia etiam commesso alli predetti rettori, che, subito receputo il presente ordine nostro, debbano far pubblicamente proclamar nella città a loro commessa e in tutte le castelle sottoposte alla sua jurisdizione, che se alcuno averà libri proibiti dalla santa Chiesa Catolica, possino e debbino presentarli ad essi rettori fra quel termine che li parerà statuirli, senza incorrer in pena alcuna, ma ben i libri siano brusati publicamente. Passato veramente il termine, si procederà contra li inobedienti come parerà alli rettori esser conveniente.

«E da mo sia preso che alli stessi rettori nostri [161] insieme con la deliberazion soprascrita, sia scrito a parte secretamente quanto si contiene ut infra:

«Istruzione secreta.

«Averete veduto quanto vi avemo commesso con il Consegio nostro di Dieci e zonta, in materia di proceder contro eretici con l'assistenzia e consiglio nostro, e di quelle due persone qualificate da esser per voi elette, la quale deliberazion volemo che eseguiate. Ben vi dicemo con l'istesso Consegio e zonta che quando si trattasse de qualche persona dalla quale vi paresse poter provenir qualche scandalo per alcuno rispetto, debbiate, avanti che si devenga a retenzione o sentenzia, dar avviso alli Capi di esso Consegio con dichiarir particolarmente la qualità della persona, li parenti ed aderenti, e facoltà soa, e ogni altra cosa e rispetto che ve paresse degno de considerazione, e il simile servarete avanti l'esecuzion delle sentenzie contra ogni altra persona quando abbia intervenir pena de vita o membro, overo di confiscazion di beni, perchè poi vi si darà commissione di quanto ne parerà convenirse.

«Questo ordine nostro essendo importantissimo, volemo che teniate secretissimo apresso di voi soli, sì che nè alcun ministro vostro nè alcun altro, sia chi esser se vogli, lo possa saper, e consignarete le presenti alli vostri successori in propria mano con la istessa secretezza, i quali facino il medesimo a quelli che si succederanno di tempo in tempo».

Lo stesso Consiglio dei Dieci colla sua Giunta, a' varj rettori delle provincie scriveva:

«Averete veduto il modo col quale s'abbia proceder contro li eretici luterani, dell'esecuzion del quale credemo ve sarà cura diligente. Ben vi dicemo col detto Consegio e zonta, per conveniente rispetto, che quando ve paresse la cosa redutta in termine ch'el se dovesse venir a sentenzia contra alcuno de vita over de membro o de confiscazion de beni, vediate de intervenir, sì che abbia star suspeso il proceder più oltre, e debiate scriver alli Capi di esso Consiglio, mandando il processo formato sotto sigillo e espettando ordine nostro».

Al 29 novembre 1548 il doge Francesco Donato scriveva al rettore di Bergamo:

«Avemo inteso con grandissimo dispiacere nostro, che in questa città si ritrovano alcuni eretici, i quali non solo non vivono cattolicamente, ma pubblicano, disputano e cercano di persuadere agli altri le opinioni luterane, cosa che non volemo comportare per modo alcuno». Ed essendosi il papa doluto che il capitano e podestà di Vicenza lasciassero predicare liberamente l'errore, la Signoria, conforme ai detti ordini severi, cominciò supplizj. Guido Zanetti fu consegnato all'Inquisizione romana; Giulio Ghirlanda trevisano e Francesco di Rovigo condotti a Venezia e di subito strozzati; così Antonio Ricetto vicentino, Francesco Spinola prete milanese e frà Baldo Lupetino: Francesco di Ruego fu affogato nel 1546. Alquanti approfittarono del terribile avviso per fuggire, tra cui Alessandro Trissino con altri riparò a Chiavenna, donde a Leonardo Tiene suo concittadino scrisse, eccitandolo ad abbracciare una volta la Riforma, con tutta la città.

L'Altieri suddetto, il 24 marzo 1549, scriveva al Bullinger da Venezia: «Qui la persecuzione si fa ogni dì più insolente: molti son presi, e condannati alle galere o a carcere perpetuo, alcuni s'inducono a ritrattarsi per timor della pena, talmente ancora è debole Cristo: molti son proscritti colle donne e i figli, altri provedonsi colla fuga. Tra questi il pio e dotto vescovo Vergerio, il quale se viene a voi, accoglietelo bene e favoritelo cortesemente. Io pure sarò ridotto alla condizione stessa, giacchè Dio vuol con queste tentazioni provar la fede de' suoi».

Esso Altieri procurò che i Tedeschi e Svizzeri facessero ritirare il decreto del senato: ne scrisse al duca di Sassonia; andò in Isvizzera: protestava i Veneti esser tutti favorevoli ai Francesi e perciò nemici dell'imperatore, e in conseguenza dovere i principi di Germania tenerli in conto, come opportuni ai loro divisamenti: ma non potè ottenere se non lettere commendatizie, e reduce ebbe intimazione di professar il culto romano, o andarsene. Così in fatto fece, passando per Ferrara a Firenze, poi tornando nel Bresciano, donde scriveva ad esso Bullinger, il novembre 1549, trovarsi in gran molestie e pericoli della vita, nè scorger luogo in Italia ove stare sicuro colla moglie e il figlio: «nè avran posa gli empj finchè non mi assorbano vivo».

Più violento il Vergerio scriveva: «Se sarebbe crudeltà, barbarie ed asineria a voler impedire che fosse restituita la purità e bellezza della lingua volgare, perchè non è da dire che sia infinitamente maggior barbarie, crudeltà, asineria l'aver mandato un Archinto milanese legato in Venezia, il quale non pensa ad altro tutto il dì che di far strascinare in prigione e cacciar in bando gli uomini da bene, solamente perchè si dimostrano bramosi di veder restituita alle Chiese quella purità e bellezza dell'evangelo, che Gesù Cristo venne ad insegnarci, e la quale era stata sconcissimamente contaminata e vituperata?[162]»

E al Dolfin vescovo di Lésina: «La ingiustizia e crudeltà è grandemente cresciuta d'un tempo in qua appresso de' vostri, perciocchè a' tempi nostri i papi fan annegare i nostri fedeli di notte segretamente, senza che possano prima esser le loro difese ascoltate, almen in luogo pubblico, come s'è fatto novamente di que' due santi martiri di Cristo frà Baldo Lupetino d'Albona, di cui fu nipote e discepolo M. Mattia Flacio Illirico, ben conosciuto dal mondo, e M. Bartolomeo Fonzio, tra gli altri dico che di notte furon fatti annegare, nè vogliono i medesimi papi che i rei in questa causa possano essere ascoltati, se non appena da qualche diabolico inquisitor in un cantone Sed tu Domine usquequo?».

Sotto il 24 aprile 1551 racconta: «C'è di nuovo in Italia che i signori Veneziani avean fatto un decreto che niun legato papale nè vescovo nè inquisitore potesse procedere contro alcun suddito, senza la presenzia ed intervento di alcun magistrato laico; ed ora il papa freme, ed ha fulminato una sua bolla, che sotto gravissime pene niun principe secolare possa impacciarsi nè molto nè poco nelle materie degli accusati per conto di religione, e staremo a vedere se i Veneziani vorran obbedire. Buona cosa sarebbe se per questa via entrasse discordia tra loro e l'anticristo»[163].

Poi al Bullinger da Tubinga il 6 settembre 1554: «Ho qui con me Gerolamo Donzelino medico, cacciato or ora da Venezia pel Vangelo; uom prudente, che sa molto di ciò che si fa in Italia; e m'afferma che la peste servetana più che mai serpeggia, e ch'egli fu tentato dal Gribaldo per accedere a quella opinione. Certo è che da alcuni di Basilea si fe, con alquanti italiani, una cospirazione che, se non venga compressa, ci partorirà qualche gran male». E negli ultimi suoi giorni (1562) scriveva informando Venetos impios sœvire, quod antea non fecerunt; nec dubium est quin cum papa sint confœderati contra, ut ajunt, Lutheranos. Florentiæ ibidem; imo una vice propter religionem XVIII captos et in carcerem conjectos fuisse. Theologum, qui diversam de Trinitate sententiam pro concionibus defendere voluerit, Genevæ esse decolatum; quod factum non omnes approbant.

Aveasi dunque a Venezia libertà di costumi, non libertà d'opinioni, che spesso con quella è confusa[164]. Vero è che i Tre Savj dell'eresia, istituiti nel 1551, erano uno spediente per vigilar l'azione del Sant'Uffizio. Gli Esecutori sopra la bestemmia doveano approvare le stampe, vigilare sopra gli eretici, i bestemmiatori, i violatori di cose sacre, coloro che celebrassero messa non ordinati.

Ed è pur vero che i papi querelavano la Signoria di troppa mitezza; e segnatamente Giulio III nel 1550 ne mosse vive rimostranze all'oratore Matteo Dandolo[165], anche perchè i laici fossero chiamati a giudicare cogli ecclesiastici in materia di fede; contro la qual pratica esso pontefice pubblicò una bolla.

Fu forse per le instanze del papa che, il 3 novembre 1550, fu emanata questa provigione:

«Franciscus Donato Dei gratia dux Venetiarum etc. Nobilibus et sapientibus viris Francisco Venerio, de suo mandato potestati, et Hieronymo Grimani capitanio Veronæ, et successoribus suis, fidelibus dilectis salutem et dilectionis affectum. Avendo noi esistimato cosa equa e conveniente, che contra li imputati d'eresia da per tutto nella giurisdizione del Dominio nostro si abbi a procedere ad un modo istesso, avemo deliberato nel consilio nostro di Dieci e Zonta, che, nelli casi occorrenti e che occorreranno di essa eresia, si debba osservar la medesima forma di procedere che è statuito si servi in le città nostre di Bressa e di Bergamo, come in le lettere scritte alli rettori di quelle per il ditto Consilio di X con la zonta, sotto li 29 di novembre 1548 si contiene in tutto e pertutto, cioè: che ritrovatevi con quel reverendo Vicario, over con quel reverendo Episcopo se si troverà presente de lì, e l'inquisitore, debbiate insieme con loro e doi dottori delli primarj di quella città, che a voi pareranno prediti di bontà e dottrina, non ostante alcuno altro ordine, formar diligente processo in questa materia: nel qual vi troverete presenti in tutto quello che si opererà; ovvero, se qualche fiata per alcun necessario impedimento non poteste voi intervenire, farete che vi si ritrovi il Vicario di voi Podestà, appresso alli sopradetti, e usarete ogni diligenzia acciò che il processo sia formato di quel modo che si conviene, e noi possiamo intendere con bon fondamento come passano le cose nella prefata importantissima materia, e finito che sarà, lo mandarete alli Capi del Consilio preditto immediate, il quale poi che averemo veduto, vi daremo avviso di quello ch'occorrerà. Pertanto con l'autorità del preditto nostro Consilio di Dieci e Gionta vi commettemmo che debbiate così osservar e far osservare, facendo registrar queste lettere in quella cancellaria vostra per memoria de quelli che di tempo in tempo vi succederanno a effetto di tal osservanzia»[166].

Pio IV nel 1564 si doleva coll'oratore Marco Soranzo perchè la Signoria non operasse abbastanza severa ne' casi d'eresia, che si verificavano a Venezia, Verona, Vicenza. «Bisogna che si mostrino più severi, e che facciano migliori rimedj che non han fatto finora. Lo Stato loro da più bande è vicino ad eretici; è necessario che facciano buona guardia che questa peste non vi entri, e che, quando alcuno vien scoperto d'eresia, lo puniscano acerbamente. Il che non hanno fatto fin adesso in quel modo facea bisogno, e noi sapemo che anco in Padova hanno tollerato delli scolari tedeschi apertamente eretici, li quali hanno infettato degli altri»[167].

In conformità, il Consiglio dei Dieci emanò un'ordinanza, ove professava non potersi fare a Gesù Cristo e a tutti i fedeli cosa più grata, che il cercar tutti i mezzi d'allontanare que' mali uomini, i quali in materia di religione seguono opinioni particolari: pertanto ingiungevano ai rettori di sbandirli da tutte le terre della repubblica fra quindici giorni dalla pubblicazione del decreto, con minaccia che, se tornassero, verrebbero chiusi in prigione sicura, appartata da quella pe' delitti ordinarj, e sottoposti a grave multa.

Ciò non tolse che l'anno medesimo scrivessero a' Grigioni di venir pure a negoziare in Venezia senza paura dell'Inquisizione, sicuri sulle promesse già date anche per tutto lo Stato, purchè vivessero modesti e non recassero scandali.

Sollecitato da Pio V perchè la Signoria applicasse rigorosamente l'Inquisizione, l'ambasciatore veneto Paolo Tiepolo scrive avergli risposto si farebbe, ma guardando «troverebbe che in quel dominio si vive più religiosamente e cattolicamente che forse in qualsivoglia altra parte; e non sapeva dove più si frequentassero le chiese e i divini uffizj che in quella città. Di che rimase alquanto sopra di sè, forse per l'informazione avuta del contrario».

E altra volta: «Venne a trovarmi l'inquisitore di Brescia, e mi disse che il papa l'aveva lungamente esaminato sopra le cose di quella città, e che egli, che conosceva che con sua santità non era bisogno di sperone ma di freno, avea fatto ogni sorta di buon officio, scusando e raddolcendo quelle cose che erano venute alle orecchie della sua santità, affermando che da quei clarissimi rettori gli erano prontamente prestati tutti quegli ajuti e favori che sapea desiderare. Mi soggiunse aver detto a sua santità d'aver sentito che non era ben disposto verso quel serenissimo dominio: ma come devoto della sua santità volea dirle che non sapea Stato che facesse più di quello per la santa sede; che, sebbene in una moltitudine grande si trovasse qualcuno che non avesse mente del tutto retta, non bisognava fare mal concetto di tutta una repubblica così degna e così buona come quella».

Altrove narra come rassicurasse il santo padre che la Signoria vigilava occulatissima sugli eretici, non solo per zelo religioso, ma per la concordia e unione de' cittadini, la quale ne rimarrebbe turbata; e che «le cose erano in buono stato, e forse migliori che in altra parte della cristianità, non ostante che quel dominio avesse per più di trecento miglia continui confini colla Germania, e per questo rispetto convenisse aver molto commercio con Tedeschi». Aggiungeva «che noi usiamo più effetti che dimostrazioni, non fuochi e fiamme, ma far morire segretamente chi merita... Quelle dimostrazioni palesi, più grandi, severe e terribili, portavano maggior danno che utile, e poteano piuttosto confermar quei che seguirono i loro umori che spaventarli: in Francia e ne' paesi di Fiandra si eran fatte ammazzare le decine di migliaja di persone, non solo senza frutto, ma con vedere ogni giorno moltiplicar la gente nell'opinione dei morti; che il Consiglio dei Dieci aveva ultimamente fatto legge, che, chiunque fosse bandito da qualsiasi città per conto di religione, s'intendesse bandito da tutto il dominio, cosa che forse non si avrebbe potuto fare per gli ordinarj termini di giustizia».

Quella terribile frase del Tiepolo «far morire segretamente chi merita» speriamo fosse una di quelle diplomatiche, ove la seconda parte distrugge l'effetto della prima, e che si usano da chi cede nelle forme per conservare il fondo. Chè, se vi furono supplizj segreti, dovettero essere eccezionali, non mai per sistema. Ed anche nel 1588 querelandosi Sisto V de' portamenti della Repubblica, il cardinale Farnese replicò sorridendo: «Padre santo, que' signori governano lo Stato colle regole di Stato non con quelle del Sant'Uffizio; e se devesi aver occhio sincero alla religione, bisogna averlo anche ad altro»[168].

Nelle carte Medicee cogliemmo una lettera del cavaliere Nobili ambasciadore di Toscana, il quale da Madrid scrive, l'8 giugno 1568[169]:

«Io ho ritratto dall'ambasciadore di Venezia, com'egli è qua un Italiano, il quale è stato molti mesi in terra di Svizzeri e Grigioni là al confine di Milano, ed è venuto in notizia di molti vassalli del re, che tengono intelligenza con Luterani di que' paesi; ed è venuto alla Corte per manifestar a sua maestà questi tali infetti d'eretica opinione. E costui medesimo ha parlato con l'ambasciatore di Venezia, dicendogli che nel trattare questo negozio ha trovato molti delle terre de' Veneziani, uomini di qualità, di questa mala intenzione: e che se la Signoria vorrà remunerarlo, andrà là, e darà conto di tutte queste cose con molta giustificazione e verità. Onde l'ambasciadore s'è mosso a scrivere alla Repubblica, esortandola a volerne veder il vero, e castigar severamente chi tenesse queste pratiche nello Stato loro, e massime in Bergamo e Brescia, terre dove costui accenna esser seminata questa infezione».

Poi il 30 luglio: «Sopra quello che per lettera delli 11 aprile passato scrissero il duca mio signore e vostra eccellenza a sua maestà Cattolica del pericolo che sovrastava all'Italia da' Franzesi e dalli eretici quando si fossero volti a tentar questa provincia, sua santità ancora n'ha scritto in conformità, e particolarmente s'ingegna di mostrare in qual sospetto si doveano tenere il duca di Savoja e i Veneziani; l'uno per l'infezione ch'è nello Stato suo di questa peste dell'eresia e per la vicinità con Francia, e questi per tener poco conto come ciascun viva o cattolicamente o altrimenti; e con l'ajuto o pur con la sola permissione di questi duoi pare che possino derivare tutte le turbazioni che altri disegni per Italia: e contro quel duca e quella Repubblica s'è disteso, caricandoli molto appresso sua maestà, come quelli dei quali è molto dubbiosa la volontà in servizio della fede cattolica e di sua maestà».

Jacopo Brocardo veneziano (secondo altri, piemontese) seguì Calvino, e pretese confermare colla santa scrittura le visioni che dicea d'avere: nel 1565 ritiratosi nel Friuli, scrisse di fisica, ma scoperto fu arrestato dai Dieci: rilasciato, andò vagando a Eidelberga, in Inghilterra, in Francia, in Olanda, ove pubblicò libri sostenendo che i profeti aveano vaticinato gli avvenimenti particolari del secolo XVI: e gli applicava ai fatti venturi, a quanto accadrebbe a Filippo, a Elisabetta, al principe d'Orange. Il sinodo di Middelburg disapprovò questa guisa d'interpretar la Bibbia. Segur Pardalliano bretone credette che il personaggio, designato in queste profezie come destinato ad abbatter l'idra papale, fosse Enrico IV, e indusse questo a spedirlo ai principi protestanti per tal oggetto; ma divenne ridicolo quando palesò donde traeva tali persuasioni.

Un commento del Brocardo sulla Genesi fu condannato dal sinodo nazionale della Rocella nel 1581. Ritrattò poi i suoi libri mistici e profetici, pure fu sbandito dall'Olanda, e campò miseramente fin dopo il 1594.

Il modo di procedere in fatto d'eresie a Venezia appare da questa istruzione:

«Modus qui servatur in tribunali nostro in procedendo contra hæreticos.

«Et primo, porrecta querela, sive denuntia contra aliquem per judices ecclesiasticos, videlicet reverendum dominum Auditorem reverendissimi d. Legati apostolici et per patrem inquisitorem hæreticæ pravitatis, cum assistentia clarissimorum dominorum deputatorum contra hæreticos, ex offitio super ea testes assumuntur et examinatur; et si faciunt inditia aut probationes, ita quod deveniri possit ad capturam denunciati, tunc Judices ecclesiastici, accedente consilio prædictorum clarissimorum dominorum deputatorum, dictam capturam decernunt; sin autem, eundem ad comparendum personaliter citari mandant, qui si non comparuerit, proclamatur in scalis publicis, et contra ipsum proceditur, ejus contumacia non obstante. Si vero comparuerit, judices ecclesiastici cum assistentia prædictorum clarissimorum d. deputat. ejus rei recipiunt aut constitutum, et eo recepto, decernunt (accedente consilio ut supra) quod incarceretur aut consignetur in aliquo loco quem ei deputant pro carcere, cum fidejussione de se præsentando et de non recedendo, et successive ad ulteriora proceditur, examinando testes et contestes, et constituendo inquisitum qui confitetur se errasse, et qui se remittit sanctæ matris Ecclesiæ correctioni. Tunc formata abjuratione illa, reus, ore proprio, si scit legere, sin autem notarius reo præsente et omnia in eadem abjuratione confitente, recitat die statuto per judices. Deinde ipsi judices ecclesiastici, habito colloquio de pœna sive pœnitentia, ad quam reus veniat condemnandus, cum prædictis clarissimis dominis deputatis, et citato reo ad audiendiam sententiam, illam in scriptis, accedente consilio ut supra, proferunt et promulgant, et in ipsius sententiæ fine serenissimi principis pro executione ipsius sententiæ brachium humiliter implorant. Si vero reus negaverit delicta, de quibus in inquisitione, perpetrasse, tunc in arctiori carcere detrudi mandatur, ut eo mediante, delicta per se perpetrata confiteatur. Si vero illa confiteri negaverit, tunc et eo casu utatur deductis in processu et attestationibus testium, dummodo videantur esse conformes et sine aliqua inimicitiæ suspicione, ac tales quod in juditio fides eisdem adhiberi possit: et sic ad sententiam condemnatoriam, prout juris fuerit ut supra proceditur. Si vero testes examinati non plene probaverint, ita quod tantummodo inditia fecerint, aut semiplene probaverint, tunc et eo casu proceditur ad torturam, licet hactenus in tribunali nostro hujusmodi non evenerit casus, et ita hactenus fuit servatum et processum, cum assistentia prædictorum clarissimorum domin. deputatorum et eorum accedente consilio decretum et sententiatum».

L'archivio del Sant'Uffizio di Venezia, or riunito agli altri nel convento de' Frari, consta di cencinquanta cartelle. Eccetto un processo del 1541, la serie regolare non comincia che al 1548. Secondo il Romanin, fra quest'anno e il 1550 si fecero sessantatre processi sia nella dominante o nelle provincie; diciannove di essi vennero sospesi: gli altri riuscirono a condanne di multa o bando; alcuni di carcere temporario, uno di galera, uno di morte. Gl'imputati sono preti o artigiani: pochi civili, nessun nobile. Solo alla Marciana[170] esiste la sentenza contro Francesco Barozzi per stregheria, seduzione, apostasia ostinata: egli acconciossi a confessar tutto, purchè gli si lasciasse salva la vita e non confiscati i beni: restò alcun tempo in carcere, pagò cento ducati di cui fare due crocifissi d'argento, e s'obbligò a certe preghiere e a confessarsi regolarmente.

Nè scarseggiarono nel Veneto i processi di streghe; e ne' Diarj di Marin Sanudo ne occorrono varj, coi soliti abusi delle procedure d'allora, e con evidenti prove di superstizione, di delirio, di allucinazioni. Dagli Annali di Brescia, manuscritti alla Quiriniana, raccogliesi che nel 1455 frate Antonio inquisitore invocava il Governo contro eretici nella pieve di Edolo, che ricusavano i sacramenti, immolavano fanciulli, adoravano il diavolo. Nel 1510 a Edolo e Pisogne essersi bruciati da sessanta streghe e stregoni, che confessarono aver ammaliato uomini, donne, animali, seccato prati ed erbe: e menati al fuoco, non si mostravano sbigottiti, nella certezza che il demonio avrebbe fatto miracolo per salvarli. Nel 1518 essersi bruciate da settanta streghe in Valcamonica, togliendone i beni: e di quell'anno stesso una lettera da Orzinovi denunzia come infetti di stregoneria molti preti, che non battezzavano, e che dicevano la messa come Dio vuole.

Il dottor Alessandro Pompejo, in lettera da Brescia del 28 luglio 1518, racconta come sul monte Tonale si raccogliessero fin duemilacinquecento persone alla tregenda: e Carlo Miani patrizio veneto con maggiori particolarità riferisce che, sollecitate dalle madri, le fanciulle fanno una croce in terra, poi la calpestano, e sputacchiano; ed ecco presentarsi loro un cavallo, sul qual montato, subito si trovano sul Tonale alle turpi nozze. Introdotte in magnifica sala tutta a seta, vedono un signore, assiso in tribunale d'oro e gemme, che le fa scompisciar la croce, indi le accoppia a giovincelli bellissimi. Anche sul monte Crocedomini fra la val Sabbia e la Camonica teneansi di tali congreghe, testimonio il Gàmbara nelle note alle sue Geste de' Bresciani durante la Lega di Cambrai.

Per l'Inquisizione de' libri proibiti Venezia volle salve le ragioni del principato, e affidò tal materia al Consiglio dei Dieci, il quale, con decreto del gennajo 1526, comandò non si stampasse nulla senza licenza dei tre capi del Consiglio: poi passò tal cura agli Esecutori contro la bestemmia. L'Indice di Clemente VIII non fu ricevuto che con certe restrizioni, e nel concordato del 1596 si stabilirono nove capitoli: 1º i libri sospesi dal nuovo Indice per doversi espurgare, possano vendersi a chi abbia licenza dal vescovo o dall'inquisitore: 2º se gli stampatori volessero ristamparli, potran essere corretti dal vescovo o dall'inquisitore, senza mandarli a Roma; 3º de' libri nuovi si consegnerà l'originale al segretario de' riformatori dello studio di Padova o al cancelliere del capitano delle altre città; 4º sui libri si stamperà la licenza avuta e il nome di chi gli ha riveduti: 5º non si pongano figure disoneste; 6º i libraj per questa sola volta presentino all'inquisitore l'inventario dei libri che hanno, per espurgare i notati nell'Indice; 7º vescovi e inquisitori possano proibire solo per titolo di eresia o per falsa licenza: 8º non son obbligati gli stampatori a dare il giuramento; 9º gli eredi libraj diano all'inquisitore la nota de' libri proibiti che trovassero nell'eredità.

Siffatti rigori non tolsero che la tipografia fosse una delle principali e nobili industrie di Venezia, segnalata dagli Aldi, dai Baglioni, dai Comini, dagli Zatta: anzi i Baglioni ottenero la nobiltà veneta, e gli Albrizzi la dignità di procuratori di San Marco.

Ogni capoluogo del Veneto aveva il suo tribunal d'Inquisizione, organizzato a immagine di quel di Venezia; e d'accordo coi riformatori dello studio di Padova, facea la revisione de' libri e delle stampe; e la licenza dovea registrarsi dal magistrato degli Esecutori contro la bestemmia. Un consultore ecclesiastico ed uno secolare venivano interrogati nelle differenze fra gli avvedimenti religiosi e i politici; un Revisore dei brevi esaminava tutte le bolle e carte che venissero da Roma.

Quanto dicemmo nel Discorso IX sulla scuola di Padova vuolsi inteso per Venezia, di cui quella città era il ginnasio. Il Caracciolo denunzia Padova come «ricetto di eretici; vi furono per alcun tempo non solo il Vergerio, ma Enrico Scotta, Sigismondo Gelvo, Martin Borrao, il Gribaldo e lo stesso Calvino, quando, fuggito di Picardia, venne in Italia e arrivò sino a Firenze. Chioggia aveva il vescovo molto sospetto d'eresia, sicchè poi al Concilio non fu arrestato sol per la protezione del cardinale di Trento. In universale di tutta questa provincia di Venezia quanto fosse macchiata di eresie, si può scorgere dalla relazione fatta di lei a papa Clemente VII dal vescovo Teatino».

Fra le lettere del Bullinger n'ha una del 30 marzo 1543, dove Osvaldo Miconio parla d'un decano di Padova, il quale parea voler combinare i riti cattolici colle nuove credenze; e d'un altro, non nominato, che in colloquio sosteneva volersi un solo pastore e un solo ovile, si osservasser la quaresima, il digiuno, le feste, l'intercession dei santi, insomma (dice) connettere Cristo e Belial. Accenna pure d'un altro italiano, che cattivossi Calvino in modo, da ottenerne una commendatizia; eppure venuto ad Arovia, palesò di non credere nello Spirito Santo.

Anche Bernardino Tomitano di Padova, che stampò una Esposizione letteraria del testo di Matteo evangelista (Venezia 1547), che probabilmente è tradotta da Erasmo, fu accusato d'eresia, ma se ne scolpò colla «Orazione I e II ai Signori della Sant'Inquisizione di Venezia»; (Padova 1556).

Nell'archivio vaticano si trova una «Scrittura fatta sotto Federico Cornaro vescovo di Padova circa il tollerare o non tollerare la licenza della nazion germanica»[171], dove si muove lamenti perchè anche in questa Università si esiga altrettanto che in quelle d'Inghilterra, di Ginevra, di Germania, «che vogliono che tutti li forestieri dopo tre giorni siano obbligati, lasciando il proprio rito, accomodarsi all'abuso e licenza loro».

L'insegnamento degli Averroisti[172] sopravvisse nella scuola di Padova anche dopo che di quelli la barbara forma era condannata dagli umanisti, e il fondo dai Cattolici. Zabarella, Zimara, Federico Pendasio, Luigi Alberti ed altri proseguirono quella tradizione, benchè repudiassero tutti l'unità dell'intelletto. Francesco Ludovici veneziano, in una delle tante continuazioni del poema dell'Ariosto, intitolata il Trionfo di Carlo Magno, canta di Rinaldo, che penetrato nelle viscere del monte Atlante, si trova nel tempio della Natura, e là vede dar l'esistenza a quanto vegeta e respira; la quale Natura v'è collocata al posto di Dio, come l'intelligenza e la ragione tengono luogo dell'anima. Interrogata da Rinaldo perchè gli uomini abbiano anima più intelligente che le bestie e immortale, la Natura risponde:

Nell'uom ne pon'io più (d'intelletto) ch'è mio volere; E tanto è quel, che d'ogni altro animale Eccede di lontan vostro savere. Quell'altro poi, che in voi dici immortale, Io non lo fo. Se Dio lo fa, sel faccia: Che cosa ella si sia non so, nè quale. Puote esser molto ben che a lui ne piaccia Far, quando i corpi io fo, qualcosa in voi Che torni al vostro fin nelle sue braccia; E questo, se a te par, creder lo puoi.

Ultimo rappresentante di quella scuola ci appare Cesare Creminino da Cento, che professò diciasette anni a Ferrara, poi quaranta a Padova. Le poche cose sue stampate non ne giustificherebbero l'alta reputazione; ma sussistono molte copie de' corsi che spiegava agli scolari. Egli non accetta l'unicità dell'intelligenza: pone per intelletto attivo Dio stesso, distinto dalle potenze dell'anima, sussistente per se stesso, vita dell'universo, il qual universo non è, ma diventa (mundus nunquam est, nascitur semper et moritur). Distingue sempre la verità filosofica dalla teologica, e specialmente nell'aprire il trattato dell'anima dice agli uditori: «Io non pretendo insegnarvi quel che hassi a credere dell'anima, ma solo quel che disse Aristotele. Ora tutto quanto è in Aristotele è contrario alla fede, e i teologi vi han risposto ad esuberanza. Una volta per sempre ne siate avvertiti, acciocchè, se udrete qualche proposizione di mal suono nel mio corso, sappiate ove trovarne la risposta»[173].

Queste e altre precauzioni non tolsero che l'inquisitore di Padova, ai 3 luglio 1619, gli scrivesse per richiamargli il decreto del Concilio Lateranense, che obbliga i professori a confutare seriamente gli errori che espongono[174].

«La santità di nostro signore mi ha ordinato ch'io faccia sapere a vostra signoria che nella sua Apologia non solo non ha sodisfatto alla correzione del primo libro, inscritto Disputatio de Cœlo, secondo la disposizione del Concilio Lateranense, ricogliendo la ragione d'Aristotele, confutandolo, e manifestamente difendendo la fede cattolica, ma d'avantaggio ha di proprio senso inventato certi modi di dichiarazioni e distinzioni, che contengono asserzioni degne di censura, come si può vedere dalle osservazioni che gli ho fatto avere. Per tanto V. S. corregga per se stessa il primo libro, secondo il prescritto del Concilio Lateranense; e essendo questo debito suo e non dei teologi e d'altri, V. S. lo deve fare così per obbligo di coscienza, essendo quel filosofo cristiano e cattolico che dice di essere, come per stimolo di riputazione, volendo esser tenuto dal filosofo cristiano e non etnico. E di più, V. S. levi dall'apologia e rivochi quei modi d'esplicare e di distinguere che di propria mente ha rese per dichiarazione delle propositioni che furono notate e censurate nel primo libro, perchè non soddisfano all'ordine che li fu dato, nè si devono per se stesse tollerare. Per tanto essendo necessario per ovviare a quei mali che la lettura di detti libri può causare, V. S. corregga il primo libro, secondo il prescritto che le fu ordinato in conformità del Concilio Lateranense, e levi e rivochi dal secondo gli errori ed asserzioni degni di censura che V. S. ha scritti di proprio senso, insieme con quei modi che ha tenuti in dichiarare la sua intenzione in dette cose; altrimenti mi scrivono da Roma che si verrà alla proibizione di detti libri; nè in questo negozio si pretende altro che l'onor di Dio e la salute delle anime. In oltre si pone in considerazione a V. S. che la retrattazione in cose concernenti alla fede deve esser chiara e manifesta, e non involuta nè ambigua, ed altri uomini di valore hanno esposto Aristotele in questa Università di Padova; con tutto che tenesse l'anima mortale, provavano non di meno insieme Aristotele essersi ingannato intorno a ciò, e in lumine naturali, e egregiamente confutarono le sue ragioni, in principiis philosophiæ, e tra gli altri il Pendasio a' nostri tempi, uomo di molta dottrina e pietà. Che è quanto mi occorre farli intendere in scrittura, oltre al ragionamento avuto seco a lungo di tal proposito. V. S. dunque mi risponda in scrittura distintamente a quanto io le scrivo, a fine che ne possi dar conto a Roma per venerdì prossimo futuro. Dio la conservi».

Il Cremonino di rimando:

«Ho vista la lettera che mi scrive vostra paternità, nella quale trovo due cose: una è l'avvisarmi, incitarmi e persuadermi a procurar di dar soddisfazione all'osservazioni venute novamente intorno a' miei libri. La ringrazio del buon affetto, e credo che ella sappia ch'io l'altra volta, secondo l'ordine de sua santità, fui prontissimo, e deve credere che ancor ora sono il medesimo ad ogni conveniente richiesta. L'altra cosa è quello che mi propone doversi fare; del che di passo in passo le dirò quello ch'io possa fare. Vedrò poi l'osservazioni più tosto ch'io possa, essendo ora un poco risentito, sì che non posso attender a studio, e farò con vostra paternità per adempimento di quanto occorrerà.

«Quanto a metter mano nel primo libro, non posso farlo assolutamente, perchè, allora che si trattò, fu concluso di ordine di nostro signore, che si facesse con l'occasione dell'Apologia, come s'è fatto; e ciò fu saputo in senato, e si tien per certo, sì che io non ho autorità di metter mano nel libro.

«Quello ch'io posso fare è questo: nell'ultima parte che darò fuori De cœli efficientia, avere riguardo ad ogni cosa che accaderà, e far quanto convenga per farmi cognoscere quel filosofo cattolico e christiano che dico di essere, e che so che vostra paternità sa chi io sono, che qui mi vede ogni dì essa l'esser mio, e non ha a stare a Dio sa quali relazioni. Quanto ai modi d'esplicare che dice, credo questi saranno a parte notati nell'osservazioni; vedrò e sarò con lei. Vedremo anche insieme il Concilio Lateranense, e così farò quello che occorrerà. Ma quanto al mutar il mio modo di dire, non so come poter io promettere di transformar me stesso. Chi ha un modo, chi un altro. Non posso nè voglio ritrattare le esposizioni d'Aristotele, poichè l'intendo così, e son pagato per dichiararlo quanto l'intendo, e nol facendo, sarei obbligato alla restituzione della mercede. Così non voglio ritrattare considerazioni avute circa l'interpretazione ch'abbiate fatte delle lor esplicazioni circa l'onor mio, l'interesse della cattedra, e per tanto del principe. Ma vi è rimedio; ci sia chi scriva il contrario; io tacerò, e non procurerò di respondere altro. Così al Suessano fu fatto scrivere il libro De Immortalitate, contra il Pomponazio.

«Quanto alle cose dell'anima, ora non è tempo; quando farò il commento, mi porterò da buon cattolico, e non inferiore di pietà cristiana ad alcun altro filosofo».

Bisogna dire che, in causa delle sue credenze, nessun disturbo gli venisse, perocchè continuò ad insegnare a Padova. Ma il suo nome restò come tipo della dotta miscredenza, narrandosi che in modo antifilosofico troncasse risolutamente l'accordo tra la fede e la filosofia, dicendo, Intus ut libet, foris ut moris: e che, morto ottuagenario dalla peste del 1631, anche dal sepolcro protestasse contro l'immortalità mediante l'epitafio: Hic jacet Cremoninus totus.

Questo fatto è vero?

Gisberto Voet scrive[175] che antehac ab eruditissimo viro et amico mihi comunicatum erat epitaphium quod dicebatur sibi fecisse, Totus Cremoninus hic jacet: sed postea ab eodem aliunde aliter informato, monitus revocari illud.

Ma il Balzac, raccomandando un M. Drouet, dice: «Son nom est en grosse lettre dans les archives de l'escole de Padoue; et il sortit de la discipline du grand Cremonin, presque aussi grand et aussi savant que luy. Non pas que pour cela il soit partisan aveugle de feu son maistre. Je vous puis asseurer qu'il n'en a espousé que les legitimes opinions, et jamais fidèle ne fut mieux persuadé que luy que le Dieu d'Abram et d'Isac est le Dieu des vivans, et non pas des morts».

E Lorenzo Crasso[176] pronunzia del Cremonino: «È veleno d'animo contagioso l'insegnare che l'anima dell'uomo, soggetta alla corruzione, non differisce nella morte da quella de' bruti, com'egli faceva, ancorchè sagacemente asserisse sostener ciò solamente in sentenza d'Aristotele»; e aggiunge che «fu ben composto di corpo, austero di volto, brieve di sonno, ambizioso di saper molto, finto di costumi, lontano d'ogni religione, avendo, secondo il parere d'alcuni, fatto non pochi allievi, confidenti di questa prava sua dottrina».

Veramente reca meraviglia che il peripatismo scolastico durasse sì tardo in quell'Università, e il Cremonino vi sponesse il trattato della Generazione e Corruzione, e quello del Cielo e del Mondo, mentre Galileo vi spiegava Euclide; il Cremonino che, quando Galileo scoperse i satelliti di giove, non volle guardarli col telescopio perchè quel fatto repugnava ad Aristotele. Ma la ruina di quella scuola non fu tanto dovuta alla scienza seria e sperimentale, quanto al trionfo definitivo dell'ortodossia.

Nella terraferma veneta conosciamo Paolo Lazise veronese, canonico lateranense, che mentre insegnava il latino a San Fridiano di Lucca, udì Pietro Martire, e gustò i dogmi eterodossi, de' quali fece professione nel 1542. Stette alcun tempo professore a Zurigo, poi a Basilea, infine Martino Bucer lo invitò a insegnar greco ed ebraico a Strasburgo.

È famoso nell'ampia schiera de' letterati ciarlatani Giulio Cesare Scaligero, di Verona probabilmente, che sulle prime attaccò Erasmo per le beffe contro i latinisti italiani, e fu sospettato d'aderire alle opinioni nuove: consta che morì da cattolico il 21 ottobre 1558, pure sul suo sepolcro a Agen in Francia scolpirono questa scettica epigrafe: J. C. Scaligeri quod fuit.

Domizio Calderini, di Caldiero presso Verona, autore di varj commenti sopra gli antichi, segretario apostolico a Roma, con una critica presuntuosa si procacciò nemici, i quali dissero schivava la messa, e quando doveva assistervi esclamava: «Andiamo all'error comune»[177]. Ciò basta perchè l'abbiano posto fra i testimonj della verità.

Alessandro Citolini, di Serravalle diocesi di Céneda, oltre un'Arte di ricordare, ove riduceva a certe categorie tutte le cose escogitabili, affine di poter discorrere sopra qualunque soggetto, nel 1561 stampò a Venezia la Topocosmia, o il Mondo ridotto a un luogo solo, miscuglio di tutte le cose intelligibili e materiali; spargendovi per entro gli errori, dai quali s'era lasciato affascinare. Rifuggì a Strasburgo, poi in Inghilterra, e grandemente è lodato dallo Sturm.

Al 13 luglio 1528, Clemente VII dirigeva una bolla al vescovo di Brescia Paolo Zema e all'inquisitore di quella città, congratulandoli perchè essi e tutto il municipio, a non perdere l'ottimo nome lasciato loro da' parenti e antecessori, con ogni diligenza vigilassero acciocchè l'eresia non vi pullulasse, e per estirparla se ve ne fosse. E che, avendo essi saputo come taluni, scuranti della fama e dell'onore, non si fosser vergognati di professare la dottrina luterana, e quel che non osavano in pubblico insegnavano in disparte, molti traviando, avevano eletto tre cittadini, per cui cura l'eresia diabolica luterana fu quasi divelta dalla città e dal territorio, e puniti gli autori e seminatori di essa. Pertanto gli esorta a dar ascolto a questi cittadini, affinchè del tutto sia sradicata la dottrina luterana e gli altri errori nella città e diocesi; e ricordando l'accusa ch'e' mossero contro Giambattista Pallavicino frate carmelitano, che, predicando la quaresima precedente a Brescia, aveva enunciato alcune cose erronee ed avverse alla fede cattolica, scandolezzando i pii, gli autorizza a proferir sentenza, escludendo qualunque appello, foss'anche alla santa sede; obbligar colle censure ecclesiastiche i testimonj che ricusassero; e proceder contro chi tenga, o favorisca, o consigli le massime di frà Martino; dichiara infami e intestabili i pertinaci, e indegni della sepoltura sacra: si ricevano all'abjura i pentiti, e a giurare che mai più non ricadranno: e vengano assolti da ogni inabilità o infamia[178].

Anche del già mentovato bresciano Jacopo Bonfadio, fatto morire dal Governo genovese per delitto nefando, gli scrittori plebei vollero dire che del supplizio fosse promotrice la corte di Roma. Al contrario nell'archivio genovese esiste lettera di monsignor Giambattista Lomellini, scritta da Roma a quel Governo il 1 febbrajo 1551, in cui racconta il cardinal Crescenzio avergli detto come «sua santità restava grandemente scandolezzata di quella Signoria, a cui si era dovuto in poco tempo far richiamo di tre quattro casi esorbitanti, commemorando primo il Bonfadio, il quale ancorchè allegasse esser prete, l'aveano fatto morire senza dargli tempo di provar questo».

Nel processo del Cardinal Morone trovammo inserta questa lettera, di nota difficile e scorretta:

«Al molto dotto predicatore e reverendo vicario generale don Polito Crizola mio osservandissimo. Roma, alla Pace.

«Carissimo fratello, già due mie dopo la prima vi ho scritte; credo averti scritto al mio intento e parere: non dirò altro se non che, da Dio incatenato contro ogni mio volere e determinio, son venuto a Milano, e ho cominciato oggi a predicar: sia fatta la volontà del Signore. Io predicherò con quella diligenza che potrò. Nostro Signore mi guidi. Mai fu mio intento rovinar niuno, dimandando Dio in testimonio che, se la coscienza mi si potesse aquietare, il tutto sarebbe aquietato. Userei di que' rimedj che voi mi scrivete. Son tanto persuaso che la libertà cristiana deva servire alla carità cristiana, che anco questa deva servir alla fede. Maledetta quella libertà cristiana, la quale distrugge la carità, ma più maledetta la carità che distrugge la fede. Che se potessi accozzar queste tre cose, io sarei il più contento uomo del mondo, ma non posso. Io pensavo di trovar il vescovo di Bergamo, che vedesse se mi poteva aquietar. Di grazia vi prego che richiediate il Polo, Morone, patriarca, e vescovo di Bergamo a' quali tutti me raccomanderete. Vedete se potete avere tanto ozio, che mi medichiate dove mi duole. Questo mi consolerebbe. Io desidererei godere i comodi del mondo, onesti però e cristiani, se potessi: nè mai fui tanto in calma quanto ora che so che non mi abbandoneranno. Ma con gran mio piacere ora finirò di predicare. Voi scrivete, ed io scriverò, fra tanto, pregando il comun padre Gesù Cristo il quale del cuore egli solo ne è padrone, veghi che questa è piaga del cuore. Non mancate pregare con tutti i fedeli.

«Da Milano, la prima domenica di quaresima (1552).

«Vostro Celso.

«Salutanvi Ottaviano Pisogno, e Adiodato, che sono qui con esso meco».

Questo Celso Massimiliano, figlio del conte Cesare Martinengo di Brescia, canonico lateranense, eccellente predicatore, chiamato a Lucca dal Vermiglio, con esso venne nell'errore. Racconta il Vergerio che, trovandosi questo eccellente servo di Dio presso Milano, il Muzio mandò soldati con bastoni e spade per arrestarlo, e darlo nelle mani degli scribi e Farisei[179]. Uscito d'Italia, il Martinengo posossi in Valtellina, ma quivi fu sospetto di anabattista e unitario[180]; non ostante divenne pastore della Chiesa italiana a Ginevra, dove fu ricevuto cittadino gratuitamente il 30 gennajo 1556.

Pietro Martire, in una lettera del 1557 entrante, si conduole a Calvino della morte della moglie del Martinengo, che era la inglese Giovanna Strafford vedova Williams, rifuggita a Ginevra e da lui sposata il febbrajo 1556. Egli poi morì nel 57, e gli succedette Lattanzio Ragnoni di Siena. Ci accadrà altrove di discorrerne.

Il tante volte citato Caracciolo riconosce in Bergamo molti eretici, e principalmente il vescovo e il suo vicario prevosto Nicolò Assonico; e che il Ghislieri fu mandato a formarne processo, con gran pericolo, perchè quello era favorito dai rettori e dai principali della città. «Ma essendo alla fine scoperto, e mandato i rettori e il vescovo gente per ritenerlo e per farlo con grande strazio morire, se ne fuggì, avvisato ed ajutato d'alcun fautore della Inquisizione, e fu condotto in sicura parte, e il processo tanto importante (affinchè non corresse pericolo insieme con la persona) fu lasciato in salvo in man d'un frate di San Francesco: non guari dopo, per mano d'amico lo riebbe, e tornossene a Roma con molto onor suo per sì degna opera. Ove citato il vescovo, benchè favorito e difeso da potenti uomini, comparve in persona, e posto in Castel Sant'Angelo e convinto, sottoscrisse a molti capi d'errori eretici e di pessimo esempio, per li quali scorgeasi lui tener modi per infettar tutto il paese, se con l'opera di frà Michele alla ruina di tante anime non si riparava. Il vescovo, privato della chiesa, morì poi in Venezia infelicemente».

Sappiamo in fatti che alla sede di Bergamo era stato preconizzato il famoso Pietro Bembo, il quale mai non vi andò; quindi gli successe nel 1547 Vittore Soranso, che ripetutamente accusato di eresia e condannato, fu alfine cancellato di vescovo[181]. Il suo vicario prevosto Assonico, processato, morì a Venezia.

Nel 1593 Alvise Priuli, rettore di Bergamo, scriveva alla Signoria veneta, «non esservi in quel territorio eretici, ad onta de' molti mercanti tedeschi che vi abitano; che però vivono senza scandalo, e ad onta della frequente pratica de' Bergamaschi nella Valtellina: e ciò perchè que' fedelissimi sudditi, impiegati ne' negozj e traffichi loro, sono lontanissimi dall'ozio, dal quale infine derivano tutti questi mali».

Che però il paese non fosse così mondo ce lo provano il medico Guglielmo Grattarola fuggito ai Protestanti, e Girolamo Zanchi (1516-96) di Alzano. Era egli figliuolo di Francesco e nipote di Paolo, uomo erudito, i cui figli Basilio e Cristoforo segnalaronsi per talento. Basilio, buon poeta e canonico lateranense, studioso di sacre scritture, sotto Paolo IV fu per accusa d'eresia messo in prigione, e vi morì nel 1559. Girolamo, non eremitano, ma canonico regolare, cambiò di fede nell'ascoltare a Lucca Pietro Martire, al quale si conservò poi sempre devoto. Uscito di patria il 1550, a Strasburgo succedette a Gaspare Hedion nello spiegar le lettere sante, continuandovi dal 1553 al 63, e dando anche lezioni sopra Aristotele. Secondo il genio de' nostri italiani, non accettava integralmente la Confessione augustana, ma moderatissimo, riprovava le esagerazioni, non oltraggiava il papa, riconosceva molti pregiudizj ne' Riformati, e cercava conciliare le diverse opinioni. E scriveva allo Sturmio: «Mi muove a sdegno il veder nelle nostre chiese riformate il modo di scrivere di molti, anzi di quasi tutti coloro, che pur vogliono passare per pastori, dottori, colonne della Chiesa. Sovente a bella posta rendiamo oscuro il vero stato della quistione, acciocchè non possa esser bene intesa: abbiam l'impudenza di negare le cose evidenti, e sfacciatamente affermiamo il falso: inculchiamo fortemente ai popoli come principj di fede dottrine apertamente empie, e denunciamo come ereticali opinioni perfettamente ortodosse: mettiamo a tortura le Scritture per ridurle d'accordo colle nostre invenzioni, e ci vantiamo d'esser discepoli dei Padri, mentre ricusiamo seguirne la dottrina. L'inganno, la calunnia, l'ingiuria sono a noi famigliari, nè pensiamo quanto, con simili scritti, nociamo al progresso del Vangelo, quanta rovina portiamo alla Chiesa di Cristo, e come rassodiamo i settarj nelle loro eresie, eccitiamo i tiranni a prender le armi contro di noi, dilatiamo sulla terra il regno del demonio. Sia bene o male, sia vero o falso, poco ci cale, purchè sosteniamo la causa nostra. O tempi, o costumi! Chi mai, vedendo, leggendo, esaminando queste cose, se scintilla conserva di pietà cristiana, non sarà profondamente addolorato ed inquieto, e, non deplorerà amaramente le sciagure de' nostri tempi?»[182].

Ma mentre cercava metter pace, egli stesso versò in continui dissidj. Entrato in quel capitolo di San Tommaso, per le sue divergenze intorno alla predestinazione, alla perseveranza nella santità, all'ubiquità, all'anticristo fu preso in iscrezio, non gli faceano di cappello, non gli dirigevano la parola; sinchè egli, per conservar il posto, segnò un formulario, però con riserve, e modo ortodoxe intelligatur.

Rinunziò poi al canonicato, e a Chiavenna stette dal 63 al 68, fructuose quidem, sed non absque cruce. Avea sposato Violanta, figlia di Celio Curione, e in lettera a Pietro Martire Vermiglio ne descrive la morte: tutta piena di aspirazioni, prelibava il paradiso; struggeasi di veder il Salvatore; incaricava Olimpia Morata di sepellirla: e nell'abbraccio del marito finì esclamando, Al cielo, al cielo[183]. Dapoi egli sposò Livia Lumaca ricca chiavennasca, e n'ebbe molti figliuoli. Dall'elettor palatino Federico III fu domandato a professar teologia ad Eidelberga, e scrisse contro gli Antitrinitarj; ma alla morte di quel suo protettore cangiatesi le credenze del paese, egli trovossene sbalzato con tutti quei che deviavano dal luteranesimo, e ricoverò a Neustadt finchè potesse tornar ad Eidelberg. Di settant'anni e già cieco, stese una professione di fede per sè e la sua famiglia, ove dirigendosi a Ulisse Martinengo, protesta non aver ripudiato tutti i dogmi della Chiesa romana, ma que' soli che non erano conformi agli insegnamenti della Chiesa primitiva; nell'abbandonare la romana, essersi proposto di ritornarvi qualora ella si emendasse; e lo bramava di tutto cuore, poichè il fato più desiderabile è di viver gli ultimi giorni in seno della Chiesa in cui si fu battezzati.

Morto nel 1590, gli fu posto quest'epitaffio:

Hieronymi hic sunt condita ossa Zanchii Itali exulantis Christi amore et patria. Qui theologus quantus fuerit et philosophus Testantur libri editi ab eo plurimi. Testantur hoc quos voce docuit in scholis Quique audiere eum docentem ecclesias. Nunc ergo quamvis hinc migravit spiritu Claro tamen nobis rem auxit nomine.

Le opere sue vennero raccolte in sei volumi, contandone due di Lettere pubblicate a Ginevra il 1619. La più celebre fu De Dei natura et de tribus elohim Patre, Filio et Spiritu Sancto, uno eodemque Jehova, in due parti: nella prima espone la pura dottrina e spiega il mistero della Trinità: nell'altra confuta gli argomenti opposti. Queste scritture lo levarono in tal fama, che lo Sturmio diceva basterebbe egli solo a tener testa a tutti i Padri tridentini; ma se ottennero molte lodi, ebbero pochi lettori, e il Bayle riflette che le si aveano per un nulla, e le compravano men tosto i teologi che i pizzicaruoli.

In non minore rinomanza salì Francesco Negri da Bassano. Per un amore infelice entrò negli Agostiniani[184]; di nuovo l'amore lo trascinò fin ad un assassinio, pel quale ricoverossi in Isvizzera. Legatosi con Zuinglio e adottatone le dottrine, vuolsi l'accompagnasse alla conferenza di Marburgo nel 1529; alla dieta d'Augusta sostenne la piena libertà de' culti, che invece fu limitata alle due Sette principali, e finì cogli Antitrinitarj.

Si annunziò che il suo carteggio fosse, or fa alquanti lustri, trovato in Isvizzera e portato a Bassano, ma per quanto noi ne cercassimo, non trovammo che due lettere, tra quelle onde il Baseggio arricchì quella biblioteca. Una è di nessun interesse: nell'altra da Strasburgo il 5 agosto 1530 al molto reverendo maestro Paolo Rossello di Padova parla del quanto, dopo spatriato, ebbe a soffrire per Cristo; e come la quaresima precedente si fosse recato incognito a Venezia e in altri luoghi d'Italia, ove trovò «diversi fratelli alli quali narrai (dic'egli) diffusamente tutte le cose sì mie quanto dell'Evangelio. Li nomi di essi fratelli sono questi. In Venezia parlai con prè Aloisio dei Fornasieri di Padova, olim in monacato chiamato don Bartolomeo. In Padova parlai con prè Bartolomeo Testa, al quale lasciai el benefizio mio, che al presente è maestro de casa de monsignor Stampa. Deinde in una villa sul Veronese, appresso Lignago tre ovver quattro miglia, il nome della quale al presente non mi soccorre, parlai per due giorni copiosamente con prè Marino Gujoto, qui quondam monachus, dicebatur don Pietro de Padova. Ultimo loco, a Brescia ragionai cum don Vincenzo di Mazi per un giorno continuo. Da questi adunque potrete intender tutto»[185].

Dategli poi le nuove di Germania, conchiude: «Non potiamo se non aspettar qualche gravissima croce. Orandum sine intermissione nobis ac vobis est, ut Dominus ipse negotium suum defendat. In Venezia non potei parlar con frate Alvise, come desiderava, imperciocchè l'era andato a star a Treviso, prout mi disse sua madre. Altro non mi occorre se non instantissimamente pregarvi che vui e gli altri fratelli cristiani preghino enixissime Dio per nui».

Il Negri prese stanza a Chiavenna come maestro, ma non pare vi fosse pastore, giacchè il primo di tal chiesa fu Agostino Mainardi, vissuto fin al 1563, il quale anzi lo scomunicò come socciniano. Il Negri se ne scolpò a Zurigo, poi pubblicò la propria professione di fede, confessando la divinità e incarnazione di Cristo, e l'efficacia del battesimo e dell'eucaristia.

Le molte opere sue lo attestano dotto di greco e d'ebraico e delle quistioni teologiche, ma scarso di gusto e d'eleganza. È notevole quella sulla morte del Fanino di Faenza (non Fanno, come dice il Tiraboschi) e di Domenico Cabianca di Bassano. Quest'ultimo avea militato con Carlo V, e delle dottrine nuove fattosi apostolo, a Piacenza le predicò apertamente, onde arrestato e ricusando ritrattarsi, fu appiccato nel settembre 1550.

Il Negri tradusse in latino il caso di Francesco Spiera da Cittadella. Ma il suo scritto più famoso è la tragedia intitolata Libero arbitrio, stampata il 1546, poi il 1550, poi in latino il 1559. È un atteggiamento drammatico delle controversie religiose; e le invettive contro monsignor della Casa, il Tedeschino, cioè monsignor Tommaso Stella vescovo di Capodistria, il Muzio la fecero dallo Zeno attribuire al Vergerio[186], da altri a Luigi Alamanni o all'Ochino, ma non par dubbio sia del Negri, che certamente si palesa ben addentro nelle quistioni che tratta, nelle eresie di Lutero e Zuinglio, nello svolgimento de' dogmi, nell'introduzione dei riti, nelle leggi canoniche, nelle istituzioni di Ordini.

L'azione accade in Roma, sulla piazza del Vaticano, regnante Paolo III, e dura dal pranzo a sera; con personaggi reali, misti ad allegorie. Fabio da Ostia, pellegrino tornato da Terrasanta, fa la protasi. Monsignor Clero, figliuolo del papa e primo ministro del regno cattolico, simboleggia il pontefice; nel cui palazzo tiensi il Concilio. Diaconato, maestro di casa di monsignor Clero, diplomatico, sostenendo i diritti pontifizj, fa la più fosca dipintura della Corte di Roma. Ammonio e Trifone, cancelliere e notajo della dateria, rivelano gl'intrighi degli ecclesiastici; inoltre compajono Orbilio servo, il cappellano di messer Clero e suo confidente, ipocrita ignorante; l'angelo Rafaele e la Grazia giustificante, mandati in terra a uccidere il Libero Arbitrio, e condannar il papa come anticristo.

Il papa, convocato il Concilio per reprimere la ribellione, sembra sulle prime riesca a conservare la sua illimitata autorità. Fabio da Ostia, reduce da Palestina, imbatte il Discorso Umano, dal quale ode la rivolta de' Settentrionali contro il re Libero Arbitrio; Diaconato sopraggiunto gliene espone le ragioni, e come Libero Arbitrio fosse coronato re dal papa, che gli concesse il regno delle buone opere, gli altri possessi riservando per sè e per l'unigenito suo monsignor Clero, che dotò colla provincia sacramentaria, cui capitale è l'Ordine sacro, paese diviso in molte contrade, in ciascuna delle quali stanzia una gerarchia diversa, fra cui primeggia il concistoro dei cardinali, e ciascun cardinale tien una Corte sontuosa della quale si dipingono i disordini.

Partito il pellegrino, Ermete, interprete del Concilio di Trento, esce a raccontar a Diaconato quai discorsi tennero fra i bicchieri i teologi, banchettati da monsignor Clero: cioè le quistioni intorno alla Riforma, e le decisioni del Concilio, statuenti l'inviolabile volontà del papa e la illimitata sua podestà, condannando chiunque sparge massime contrarie, o interpreta al popolo le divine scritture in modo differente. Felino, spenditor del Concilio, racconta grossolamente gli stravizzi, cui s'abbandonarono i teologi.

Al secondo atto, Libero Arbitrio e i suoi ministri, Discorso Umano segretario e Atto Elicito maestro di casa, cioè i due impulsi dell'animo a operar con libertà, discorrono sopra una lettera dell'imperatore, che gl'istruisce dei progressi della Riforma in Germania. Il re fa cercar nella dateria documenti che provino il loro legittimo possesso; i quali son letti dal notajo, e commentati dal buffone alla guisa che potete immaginare; enumerandosi i varj Ordini religiosi, le ricchezze e le colpe loro, le dignità clericali, le istituzioni di luoghi pii e di congregazioni secolari; poi si discute della confessione, della eucaristia, dell'orazione, della messa, delle limosine, dei suffragi, delle indulgenze; con un incidente drammatico per mostrare che a denaro si ottiene qualunque assoluzione.

Al terzo atto, Discorso Umano, per commissione del re, partecipa a monsignor Clero e a Diaconato che in segreto colloquio esso re e il papa conchiusero di scomunicare e combattere gli eretici tedeschi, emanare severissimi banditi, inacerbire l'Inquisizione: a tal uopo si convochino i cardinali, prescelti alla congregazione del Sant'Uffizio. Diaconato vorrebbe che Felino ritrattasse le calunnie date ai prelati; e poichè questo invece rincarisce le accuse[187], vien interrogato Ermete, il quale mostrando sostenerli, gli appunta d'ignoranza e nequizia: dove espone anche una quistione sorta fra Zuinglio ed Echio, in cui il primo esce vincitore.

Al quarto atto, i santi Pietro e Paolo in arnese da pellegrini presentansi a Bertuccio, cugin di Pasquino, e riconosciutolo propenso alle novità, gli si manifestano, dicendo esser venuti dal cielo a Roma onde chiarirsi quanto ci avesse di vero nelle notizie da Pasquino recate in cielo circa le innovazioni papali contrarie alla divina scrittura. Mentre essi van cercando maniera di penetrar nella Corte, monsignor Clero esce con Felino discorrendo della congregazione di cardinali eletta per inquisire; dove Bertuccio si pone a inveir contro costoro e contro monsignor Della Casa, il Muzio giustinopolitano, il vescovo Stella, ed altri impugnatori della Riforma. I due apostoli, convintisi del traviamento della Corte romana, declamano in modo, che Bertuccio si converte affatto alle dottrine di Lutero e Zuinglio, dei quali sono esposti i dogmi e le discipline.

Al quinto atto, la catastrofe s'avvicina. L'angelo Rafaele e la Grazia Giustificante scesero dal cielo; questa decapita il re Libero Arbitrio: l'angelo racconta il caso ai due apostoli, e il papa esser l'anticristo, e grave giudizio sovrastare alla cattolica potestà. Fra ciò sopraggiunge in trionfo la Grazia Giustificante, e impone all'angelo di divulgare per tutto la sentenza da Dio pronunziata contro l'intruso tiranno, che «l'Anticristo sia, col coltello dello spirito che è la parola di Dio, a poco a poco ucciso»; e ragionando cogli apostoli, mette a parallelo i canoni sacri colle dottrine di Roma, rilievandone le contraddizioni[188].

Come già vedemmo a Treviso e a Modena, così a Vicenza nel 1546 era una adunanza di eletti ingegni, quali Valentino Giulio di Cosenza, il Paruta, il Gribaldo, il Biandrata, Giampaolo Alciato, l'Ochino, Lelio Soccino, che intertenevansi di dispute religiose, e spingeano la critica fino a negare la Trinità. Le persecuzioni allora cominciate gli obbligarono a disperdersi, e andarono pel mondo apostoli di eresia. Giulio Ghirlanda trevisano e Francesco di Ruego, malgrado la nobiltà, la ricchezza e la fama, vennero messi a morte, e dagli Unitarj sono contati fra i loro martiri[189].

È singolare che di quell'accademia, della quale tanto si discorre, nulla si sa, nè tampoco il titolo, o dove s'adunasse, o il decreto che la condannò. La tradizione, forse non fondata che sulla bizzarria della facciata, porterebbe si raccogliesse nella casa Pigafetta o in una nel pianoro vicentino, ove i colli a Lonedo si attaccano alla montagna; e segnasi la via per la quale fuggendo ricoverarono in Germania.

L'eresia dovette essere favorita dal disordine in cui la Chiesa vicentina era abbandonata dal cardinale Ridolfi, tantochè ne fu mosso rimprovero davanti al Concilio dal vescovo di Calaora, ch'era stato mandato colà da Paolo III quando ideava raccoglier il Concilio nella gentile città. Certamente i sopranominati apparvero poi fra gli Antitrinitarj, sicchè possiamo indurne che questa eresia vi fosse comune. Principalmente la famiglia Thiene fu involta in quella persecuzione. Giulio e Brunoro, esigliati nel 1532, si erano ricoverati a Mantova colle mogli, di casa Camposampiero. Quivi Giulio uccise la cognata, sotto pretesto di averla côlta in colpa, ma dissero per trarne a sua moglie l'eredità: questa moglie stessa fu trucidata nel 1553, non sappiamo da chi. Giulio è nominato in una sentenza dell'Inquisizione di Vicenza del 4 aprile 1570, e in una di quella di Cremona del 1580, per le quali era spogliato dei beni, ch'egli però avea già trasferiti ne' figliuoli. Stabilì poi la sua casa in Francia ove si propagò.

Odoardo Thiene, conte di Cicogna, feudo padovano, generoso protettore de' letterati e del Palladio, lasciata la patria del 1557, si pose in Isvizzera, favorendo chi fuorusciva per religione; ricevette la dedica del discorso di Alessandro Trissino, pur vicentino e pastore a Chiavenna, intorno alla Necessità di ritirarsi a vivere nella Chiesa invisibile di Gesù Cristo (1572): morendo nel 1576 lasciò erede principale Giulio, e destinò esecutori testamentarj Teodoro Beza, Nicola Balbani, Prospero Diodati.

Dalla Camposampiero era nato Tiso Thiene, a cui il padre fece dono della sostanza: ma l'Inquisizione di Cremona cassò quell'atto, perchè era tenuto calvinista: e la donazione fruttò ai nipoti, che tornarono al culto degli avi. Dalla Camposampiero nacque pure Antonio, che visse in Francia, ed era signore di Chelles e Tourane nel Delfinato. Il Sant'Uffizio di Cremona non tenne buona la procura che, al 3 giugno 1569, stando in Basilea, fece in Francesco Borroni, il che lo dà a credere eretico; ma dovea discordare dal conte di Cicogna, che lo espunse da' suoi eredi, col pretesto fosse già ricco.

Alessandro Thiene fece testamento l'11 maggio 1566, prima di fuggire da Vicenza: morì nel 1568 in Spira: e i suoi beni furono confiscati dalla Inquisizione di Cremona.

Nicolò, magistrato municipale nel 1558, esulato da Vicenza divenne scudiero di Enrico III e fe testamento nel 1579. Aveva moglie una Leoni di Padova, dalla quale generò Ermes, che anch'egli abbracciò i riti calvinici, e visse a Corcelles. In Francia andò pure, probabilmente per causa di religione, Adriano Thiene, amico del Palladio, che fece testamento nel 1550.

Di questa famiglia era economo Francesco Borroni vicentino, a cui dicemmo ch'essi diedero una procura da Basilea il 3 giugno 1569. Venuto a Cremona per affari de' suoi principali nel feudo di Rivarolo, vi fu preso dall'Inquisizione, che questo feudo confiscò, e lui condannò al fuoco il 3 agosto 1580.

Coi Thiene aveano grand'entratura i Pelizzari, che li seguirono nell'esiglio, e posero banca a Lione.

A Londra si piantò Gaspare Gato mercante di seta, e alla regina Elisabetta regalò un par di calze, fatto con seta nata, filata e tessuta in Inghilterra. Le espressioni de' contemporanei fan credere appartenesse alla società ereticale.

Alcune frasi del testamento del 1575 fecero noverar fra gli aderenti al calvinismo anche Volpe Brunoro.

Una lettera del 7 marzo 1591 di Gabriele Capra narra che i figli di Marcantonio Franceschini tolsero per forza una loro sorella al convento, e la voleano convertire; ma questo non basta per farli credere eretici.

Di Giulio Pace, altrove da noi mentovato, fu quartogenito Giacomo, che tornò cattolico, e stette professore a Padova. Una sentenza del 5 luglio 1570 del tribunale ecclesiastico di Vicenza, firmata da Antonio Rutilio vicario generale e frà Andrea da Materno inquisitore speciale, condannava Francesco Renalda e Giambattista Trento. Quest'ultimo, ricoverato in Inghilterra e postosi ospite del ministro di Stato Francesco Walshingam, protesse i profughi per religione: nel testamento del 2 marzo 1588 beneficava i fratelli Pelizzari suddetti; i suoi libri ed altro lasciava alla chiesa italiana in Londra, nominando esecutore il Walshingam, e volle esser colà sepolto in San Nicolò.

Nel martirologio di Ginevra è notato Ricetto da Vicenza, che il 15 febbrajo 1565 a Venezia fu posto sopra le famose due gondole unite, che poi separandosi lasciavano cadere in mare il condannato. Ivi cercò un mantello perchè sentivasi freddo. «Che freddo? (gli rispose alcuno). Ben maggiore n'avrai ben tosto in fondo al mare. Che non cerchi piuttosto salvar la tua vita? Fin le pulci fuggono la morte» — «Ed io (rispose) fuggo la morte eterna».

In un manuscritto di memorie autografe, or posseduto da monsignor Marasca di Vicenza leggesi: «1559 a dì primo zunio morse ne le preson monsignor Augustin da Cittadella, e dappoi morto fu posto in Campo Marzo, e lì brusado per luterano»[190].

All'11 marzo 1585 Giovanni Strozzi scriveva al granduca di Toscana da Trento: «Qui s'è detto che inverso Lione sono state intercette lettere di Vicentini, che da Vicenza mandavano a quelli di Lione, confortandoli a difendersi costantemente e non dubitare, perchè presto verrebbe tempo che tutti insieme godrebbero della comune vittoria». E al 15: «Essi inteso che a Vicenza sono stati presi, per ordine del consiglio dei Dieci, alcuni gentiluomini per conto d'eresia, forse per occasione di quelle lettere intercette, che per l'altra dissi a vostra eccellenza illustrissima».

Del poeta Gian Giorgio Trissino accennammo altrove le libere critiche contra il clero, ma non v'è ragione di aggregarlo ai miscredenti. Fra i tanti che v'aspiravano, egli fu prescelto a sorreggere lo strascico del manto papale nella coronazione di Carlo V a Bologna. Venuto nel 1542 a lite col figlio Giulio ecclesiastico, lo dipingeva qual luterano, sedotto da Pellegrino Morato e da un prete Salvago, probabilmente vicentino; e che seguisse e favorisse gli eretici, e ne adduce qualche prova.

Carlo Sessi nacque da Gian Lodovico e Caterina Confalonieri a Sandrigo, donde i suoi erano feudatarj, e donde lo menò via il vescovo di Calaora, ch'era al seguito di Carlo V, e gli diè sposa una nipote. Dicemmo come fosse vittima dell'Inquisizione di Spagna l'8 ottobre 1559. I suoi figli rimpatriati, si stabilirono a Verona.

È noto come nel 1560 si trattava di congregar il Concilio generale a Vicenza: ma la Signoria veneta vi renuiva perchè potrebbe nel Turco destar sospetti che, sotto velo di religione, si macchinasse altro; e perciò molestare i sudditi della serenissima.

Grand'avversario degli eretici mostrossi san Gaetano Thiene da Vicenza, il quale vantasi d'averne convertiti molti sul patibolo, come fecero pure i Teatini da lui istituiti, e introdotti in patria nel 1595. Dopo quest'anno era da quel Sant'Uffizio condannato a morte Francesco detto il Tartarello, per eretico relapso; ma un Teatino riuscì a farlo ricredere e salvarsi. Presto vi erano stati introdotti anche i Barnabiti, che vi fondarono l'Opera della missione per ricoverare convertite, e teneano congregazioni di laici per opporle a quelle di eretici. Convien dire fossero benedetti di molti frutti, giacchè nel 1550 i loro avversarj sollevarono una persecuzione contro di essi, tacciandoli di turbolenti e fin di eretici, e riuscendo a farli cacciare.

Sappiamo di altri protestanti che abitavano il paesello di Calvene. A Schio ed Arzignano nel 1562 allignava la setta degli Angelicati, a estirpar la quale fu mandato il padre Pagani. Don Silvestro Cigno prete vicentino, predicator famoso tra il 1541 e 1570, deplorava esistesse colà la setta dei Donatisti e dei Ribattezzatori. Girolamo Massari d'Arzignano, a Strasburgo insegnò medicina. Alcuni tra' suoi amici e settarj, sbigottiti dalla persecuzione, eransi professati cattolici, e lui l'esortavano a far altrettanto, togliersi dalla comunione ereticale, e venir a una conferenza con essi. Egli ricusò, temendo fosse un lacciuolo per catturarlo, ma perchè alcuni gliene davano colpa, scrisse un libro, ove finge che un Eusebio Uranio, prigioniero a Roma, renda conto della sua credenza davanti al papa e all'Inquisizione. Son tre giornate: i giudici parlano pochissimo, troppo l'accusato che esce in lunghe digressioni[191]. Nel 1536 stampò De fide ac operibus veri christiani hominis ad mentem apostolorum, contra evangelii inimicos, nella cui prefazione accenna a molti italiani dimoranti in Basilea. Fe pure una versione latina e parafrasi del trattato d'Ippocrate De natura hominis (Strasburgo, 1564), una grammatica tedesca ed una ebraica, e morì a Strasburgo il 1564.

Domenico Cabianca di Bassano, d'anni trenta, fu condannato a morte dal Sant'Uffizio di Cremona, e alcuni dicono fosse il primo che venisse ucciso a Roma per apostasia: come di martire ne scrisse la vita Francesco Negri.

In Valtellina nel 1594 troviamo profugo a Morbegno Bernardo Passajotto, vicentino. Poi quando que' valligiani uccisero tutti i Protestanti, caddero fra questi Anna Liba di Schio, moglie d'Antonio Crotti, con un bambino alla mammella, e Paola Beretta monaca pur di Schio, che fuggita di convento, avea sposato il frate Carolini. Quest'ultimo, tradotto a Milano, dicono si salvasse abjurando.

Nella biblioteca Silvestriana di Rovigo esistono gli Elogi de' Rodigini di Giovanni Bonifazio, fra' quali è menzionato Domenico Mazzarella, eccellente nella legale e nella poesia, che dettò in italiano un dialogo della filosofia nel 1568, e altri lavori, ma tristi fato has regiones penitus deserere coactus est.

Baldassare Bonifazio, altro biografo, ricorda Teofrasto Mazzarella figlio di Domenico, nato in gran povertà, brutto, guercio, ma di bell'ingegno nelle leggi, nella poesia e nella fisica, che scrisse in italiano un sermone della filosofia: ma poi, quasi fossegli guastato lo spirito dal corpo, mentre la patria prometteasi da lui gran cose, factus pharabuta, perduellis, disertorque fidei, Genevam repente contendit, ubi sumptus inter novatores magister et ecclesiastes, maximos quoque apud hostes catholicæ religionis obtinuit honores, si tamen infamibus viris in ignominioso impiorum asylo ullus esse honor potest. E in nota è soggiunto che fu scomunicato e dichiarato infame in chiesa di San Francesco.

Pare che Domenico e Teofrasto sian una persona sola. Un trattato di massime religiose stampato a Ginevra accenna in fatti «Mazzarella Domenico accademico degli Addormentati in Rovigo: pei rigori dell'Inquisizione abbandonò la patria e si recò a Ginevra ove si fece calvinista: diventò predicante di quella comunità, e cangiò il suo nome in quel di Teofrasto; è fama che morisse assassinato nel letto da un domestico sul finire del secolo XVI». I riscontri che cercammo nella sua patria poco ci soccorrono.

Neppure il Friuli fu mondo di eresie. Nel 1558 il senato veneto deputò commissarj, che uniti a quelli del patriarca d'Aquileja, inquisissero alcuni eretici in Cividale[192]: al tempo stesso che il luogotenente del territorio di Gradisca metteva in avviso il capitolo d'Aquileja contro il suo vicario di Farra, il quale ricusava levare e accompagnar i morti secondo l'antico rito; toglieva le divote immagini, e vietava a' suoi il venerarle[193].

Il Grimani patriarca d'Aquileja fu processato dalla Inquisizione di Roma per opinioni intorno alla predestinazione; laonde nella promozione de' cardinali del 1561 fu escluso, malgrado le istanze della Signoria di Venezia; dovette ritrattarsi a' piedi del papa, e non fu assolto se non dal Concilio Tridentino, ove molti teologi opinarono che le sue sentenze erano quelle di sant'Agostino e de' santi padri.

Nel 1571 il luogotenente della Patria del Friuli, richiesto dal vicario del patriarca e dall'inquisitore, spediva Zanetto Foresto, accusato d'eresia, come da una ducale di quell'anno nell'archivio di Udine[194], ove ha pure un decreto del luogotenente del 1580, che annulla un processo in materia d'eresia, fatto in Gemona dagli Inquisitori senza che vi assistessero il luogotenente e due dottori, a norma delle leggi.

Giorgio Rorario di Pordenone credesi autore delle note marginali alla Bibbia tedesca di Lutero[195].

Col Vergerio avea tenuto corrispondenza Orazio Brunetti di Porcia, militare, istruito nella medicina dallo Zarotto di Capodistria. A Venezia nel 1548 stampò lettere, che abbondano in senso protestante, e combatteva il cattolicismo collo svisarlo in molti opuscoli italiani, nè pregevoli per scienza nè belli per forma, senza lealtà nè convinzione.

È memoria di Bernardino Gorgia, che, sul fine del Cinquecento, fuggito dalle carceri del Sant'Uffizio di Udine, predicò le massime luterane nella parte austriaca del Friuli, insieme con Federico Soriano di San Vito[196].

Jacopo Maracco, vicario del patriarca d'Aquileja, diffuse colà le massime nuove, e non profittando quanto desiderava, si volse a predicarle nella parte veneta del Friuli, dove già la bandivano il Primosio, il Vergerio, Nicola da Treviso, gli anzidetti Gorgia e Soriano.

Nel 1567 col Carnesecchi fu mandato al fuoco un frate di Cividal di Belluno come relapso. Chi era?

Giulio Maresio, essendo di diciotto anni tornato in Belluno dallo studio di Bologna verso il 1541, fu circuito da un Francescano imbevuto delle nuove dottrine, dandogli anche a leggere scritture ereticali. Ma quando nel 1551 ebbe a Padova ottenuto il grado di dottore in teologia e di guardiano nei Conventuali di Belluno, quel frate per invidia lo accusò di eresia al vescovo, il quale mandollo a Venezia all'inquisitore. Poichè questi volea metterlo in carcere, egli fuggì a Roma presso il generale Giacomo di Montefalco: e trovandolo morto, raccomandossi al cardinale Maffeo protettor dell'Ordine, che umanamente lo accolse e lo spedì a Bologna. Quivi il reverendo Giulio Magnano lo chiuse in prigione, minacciandolo della galera e del rogo se non confessasse d'aver dubitato d'alcuni articoli di fede; e fu obbligato leggere una formola di ritrattazione, e condannato a cinque anni di confino in Polonia. Il quarto anno, Florio Maresio suo fratello gli dava buone speranze da parte del generale Magnano; ma altri misero in sospetto l'inquisitore se lo lasciasse rimpatriare. Fu allora che il Lismanino, giunto colà dalla Svizzera, lo persuase a gittar la tonaca, e andare apostolando con lui; lo spedì poi a studiar greco ed ebraico in Isvizzera, dove Lelio Soccino lo tenea ben d'occhio perchè non si restituisse in Italia, come ne mostrava sempre intenzione. In fatto, dolente per la morte di suo padre, e disgustato dell'Ochino, di Pietro Martire, del Soccino, fuggì in Polonia, e ritornò alla Chiesa e al suo convento. Nel 1566 gli fu fatto il processo dalla curia di Belluno, nel quale trovammo lettera sua, dal convento de' Francescani di Cracovia il 1560, in cui ad un suo superiore racconta questi fatti[197]; e potrebbe darsi fosse egli appunto il frate che venne arso col Carnesecchi.

Nella contea di Gorizia penetrarono alcuni luterani della Carniola e della Carintia[198], ma erano poco favoriti; Giovanni Rauscher parroco vigilava perchè non sorgessero eretici, ed erano esigliati dal principe.

Del Lismanin di Corfù, e del Lucar di Candia parliamo altrove. Al 20 febbrajo 1582 il residente veneto a Roma, informava della pubblicazione di diciasette inquisiti dal Sant'Uffizio, tre dei quali furono mandati al fuoco come relapsi, fra i quali Jacobo Paleologo di Scio, famoso eresiarca unitario, che riprovato per eccessivo sin da Fausto Soccino, girò assai per la Germania finchè fu tradotto a Roma. Lo nominammo nei Discorsi XXXII.

Matteo Flach, nato in Albona d'Istria nel 1520, e noto col nome di Flacius Illiriens, studiò belle lettere a Venezia sotto l'Egnazio, e voleva ridursi monaco, ma un suo parente, provinciale de' Cordelieri, lo dissuase; andasse piuttosto in Germania. Questo provinciale era Baldo Lupatino di Albona, che molto adoprò a difondere la riforma nel Veneto, e che preso, fu in Venezia tenuto prigione venti anni, e dopo questi buttato in mare. Il Flacio a Wittenberg si pose scolaro di Lutero e Melantone, che molte accoglienze gli fecero, e cominciò la storia ecclesiastica, famosa sotto il nome di Centurie di Magdeburgo.

Espertissimo nel cavar fuori documenti antichi, fra il resto trovò una Messa de' primissimi tempi del cristianesimo[199]. I Luterani ne menarono vanto come diversissima dagli usi recenti di Roma; ma postavi maggior attenzione, trovaronla sfavorevole ai loro dogmi, e diedero opera a sopprimerne tutte le copie, mentre il cardinale Bona la ristampò al fine de' suoi Liturgici.

Nel Catalogus testium veritatis (Basilea, 1556) il Flacio schierò le persone e scritture che prevennero o sostennero il protestantesimo. Incitatissimo contro il papato, però nelle opinioni non sempre si conformava ai capi, che lo diceano accattabrighe, intollerante: causò disordini, e parea che di questi si giovasse per tener in freno i principi. Mentre Melantone, che all'amor della pace avrebbe sagrificato tanto, scrisse un libro delle cose indifferenti (De adiaphoris), ove vuole non s'abbia a ostinarsi nel ripudiar riti e cerimonie, purchè non inchiudano idolatria, Flacio furibondo urlava si dovrebbero devastar le chiese, minacciar i principi d'insurrezione, piuttosto che tollerare una sola cotta[200]. Sosteneva in tutta forma che il peccato originale è la sostanza dell'uomo decaduto; sublimazione dell'errore, che eccitò moltissimi contraddittori.

NOTE

[149] Campo dicesi a Venezia quel che altrove piazza o largo.

[150] Terrazzino.

[151] Diarj manuscritti, T. XXIX, pag. 126 e 482.

[152] LUTHEBI, Op. compl. edit. Walch. XXI, pag. 1092.

[153] Ecco la parte, quale sta nella biblioteca di Brera a Milano, fra avanzi di carte tolte a Venezia nelle depredazioni del regno d'Italia.

«E' stà sempre instituto del religiosissimo Stato nostro insectar li heretici et estirpar così detestando crimine, sicome nella Promission del ser. Principe et capitolar di Conseglieri nei primi capituli si legge, dal che sine dubio è processa la protetione che sempre il Sig. Dio ha havuta della Repubblica nostra, come per infinite esperientie di tempo in tempo si è veduto, onde essendo in questa materia dei strigoni et heretici da proceder con gran maturità, però.

«L'anderà parte, che chiamando nel Collegio nostro il reverendissimo legato, intervenendo i Capi di questo Consiglio, gli sia per il Serenissimo Principe nostro, con quelle gravi et accomodate parole pareranno alla sapientia de sua Serenità, dechiarato quanto l'importi che questa materia sia con maturità et giustitia trattata et terminata in forma, che, giusta l'intention et desiderio nostro, tutto passi giuridicamente et con satisfation dell'honor del Signor Dio et della fede cattolica. Et però ne par debbino esser deputati a questa inquisitione uno o doi Reverendissimi Episcopi, insieme con un venerandissimo inquisitor, i quali tutti siano di dottrina, bontà et integrità prestanti ac omni exceptioni maiores, acciò non s'incorri nelli errori vien detto esser seguiti fin questo giorno: et unitamente con doi eccellentissimi dottori di Bressa habbino a formar legitime i processi contra detti strigoni et heretici. Formati veramente i processi, citra tamen torturam, siano portati a Bressa, dove per i predetti, colla presentia et intervento di ambi li Rettori nostri et colla corte del podestà et quattro altri dottori di Bressa della qualità sopra deta, sieno letti essi processi fatti, con aldir etiam i rei et intender se i ratificheranno li loro ditti se i vorranno dir altro: nec non far nove esaminationi et repetitioni et etiam torturar, se così giudicheranno espediente. Le quali cose fatte con ogni diligentia et circonspetione, si procedi poi alla sententia per quelli a chi l'appartien, giusta il Consiglio delli sopra nominati, all'esecution della qual, servatis omnibus praemissis et non aliter, sia dato il brachio seculare. Et questo anche si ha a servar nelli processi formati per avanti, nonostante che le sententie fossero sta fatte sopra di quelli. Praeterea sì efficacemente parlato con ditto Reverendissimo legato et datoli cargo che circa le spese da esser fatte per l'inquisitione, el facci tal limitation che sia conveniente et senza estorsion o manzarie, come si dice esser sta fatte fino al presente, sed imprimis si trovi alcun espediente che l'appetito del denaro non sia causa di far condannar o vergognar alcuno, senza over con minima colpa, sicome vien dimostrato fin hora in molti esser seguito. Et dee cader in consideratione che quelli poveri di Valcamonica sono gente semplice et di pochissimo ingegno, et che hariano non minor bisogno di predicatori con prudenti instrutioni della fede catholica, che di persecutori con severe animadversioni, essendo un tanto numero di anime quante si ritrovano in quelli monti et vallade. Demum sia suaso il Reverendissimo legato alla deputation di alcune persone idonee, quali habbino a riveder et investigar le mancanzie et altre cose malfatte, sindicare et castigar quelli che havessero perpetrati di mancamenti che si divulgano con mormoratione; universale et questo sia fatto de presenti senza interposizion di tempo per bon esempio di tutti. Et ex nunc captum sit che, da poi fatto la presente essecutione con il Reverendissimo legato, si venga a questo Consiglio per deliberar quanto si haverà a scriver alli Rettori nostri de Bressa et altrove, sicome sarà giudicato necessario, et sia etiam preso che tutte le pignoration ordinate et fatte da poi la suspension presa a 12 dicembre pross. praet. in questo Consiglio, siano irrite et nulle, ne haver debbano alcuna essecutione».

[154] Monumenta Vaticana, XCII e XCVIII. In quel tempo v'era famoso predicatore frà Zaccaria da Luni, che nel 1534 ottenne dal senato l'isola di San Secondo, ove molti concorsero sotto la regola di san Domenico. Vedi CODAGLI, Hist. dell'isola e monastero di San Secondo. Questo frà Zaccaria scrisse una Defensio qua tuetur H. Savonarolam, sociosque ab hæresi immunes esse; manuscritto già nel convento di San Marco di Firenze.

[155] Epistolæ, col. 150 e 154, ediz. di Londra.

[156] Vedi Lettere d'uomini illustri conservate in Roma. Parma 1853, p. 181.

[157] Secondo LEBRET, Staatsgescichte von Venedig II, parte II, pag. 1168.

[158] MELANCHTONIS epist., T. I, pag. 100, e vedi ALLWOERDEN, Hist. M. Serveti, p. 34.

[159] Pier Filippo Pandolfini, residente di Toscana a Venezia, ai 17 giugno 1546 scrive d'aver raccomandato al senato M. Francesco Strozzi, e n'ebbe in risposta dal principe che quei signori erano certificati esser lui innocente, e falsamente imputato d'eresia. E in altra del 23 luglio, che lo Strozzi avea detto villanie al legato e minaccie, e con ciò ritardato la decisione. Più tardi annunzia che fu liberato. Lo stesso scrive, ai 7 maggio 1547, che i Signori hanno creato tre uomini dei primi della città, che insieme col nunzio procedano contro a' Luterani. Arch. Dipl. di Firenze.

[160] Lettera di Valerio Amanio, 30 maggio; ibid.

[161] Cioè di Padova, Brescia, Cividal di Belluno, Vicenza, Bergamo, Feltre, Verona, Treviso, Udine, Chioggia, Adria, Capodistria.

[162] Giudizio sopra le lettere di XIII uomini illustri.

[163] Manuscritto nella libreria di Zurigo.

[164] Il Romanin, nel vol. V, pag. 328 della sua Storia di Venezia, rimprovera me dell'aver detto che Venezia fu severa e fino atroce nel punire gli eretici. Parli il fatto. Il Romanin era ebreo, e non poteva intender bene l'organamento cristiano, troppo poco conosciuto anche da' nostri. Egli dunque, a mostrare la mitezza del Governo veneto, cita i molti riguardi usati agli Ebrei. Che ci ha a fare? gli Ebrei non cadeano sotto la giurisdizione dell'Inquisizione o della Chiesa cattolica (lo dicemmo) se non in quanto tentassero fare proseliti.

[165] Questo dispaccio dell'ambasciatore Matteo Dandolo, da Roma, 15 giugno 1550, trovasi nella Biblioteca di Brera.

«Excellentissimi Domini. Lunedì poco dopo vespero, venne a me il reverendo Mignanello, già legato de lì, che è quello che, fuor che di cose di Stato, fa per la santità sua più che alcun altro, e mi disse, che ella me lo avea mandato per farmi intendere che quella mattina in concistoro quattro reverendissimi cardinali de' più vecchi e più gravi gli erano andati alla sedia a far grave querimonia de Luterani, che si trovano per il stato dell'Ecc. vostra, e della poca cura che se gli mette, proponendogli et eccitandola a volerne far lei qualche gagliarda provisione con mandargli un legato a posta per questo, o tutto quello, che gli parrà, per non lasciare andare più innanti in simili luoghi sì propinqui, tanta peste; che lei gli avea promesso e la buona diligenzia di quell'eccellentissimo domino, et ogni provisione necessaria o conveniente, ma che me lo avea voluto mandare a far intendere per lui, pregandomi a scriverne in calda forma, offerendogli l'opera sua, e di mandargli Legato o Prelato a posta, e qual altra cosa se gli saprà dimandare; ricordandogli, per il grande amore che porta a quel Stato, oltra il debito suo servizio al Signor Dio, quanto che gli può nuocere indubitatamente del particolare e temporale, et a non volersi fidare in questo de' suoi cittadini delle sue terre, perchè si può ben dubitare che l'Ecc. vostre non siano amate da tutti. Io per risposta gli dissi di quelle cose che altre fiate a Sua Santità ho detto, e di quel dignissimo Magistrato contro Luterani, e di quanto se gli opera con l'assistenzia de' suoi legali et auditori di essi; che sua signoria che gli è stata, ben lo potea giustificare: che di Venezia io ne ero quasi sicuro, ma di altri luoghi di quel Stato non sapevo altro, salvo che mi pareva di poter prometter, che da quell'amplissimo Magistrato non se gli manchi, nè se gli sia per mancare, sì che non potrà essere bisogno nè di Legato, nè di altro prelato; che l'Ecc. vostre non mancheranno del debito e solito loro verso il Signor Dio e cose sue, ma che io non mancherei di scriverglielo per il primo corriero; del che, se ben me ne avea fatta pressa, mostrò di contentarsi che io non glielo avessi ad espedire altrimenti a posta. Da buona via poi ho inteso, buona parte causa di questo essere stato alcuni frati inquisitori, che qui riferiscono cose grandi di Bressa, e forse anco maggiori di Bergamo; tra le quali di alcuni artesani, che vanno la festa per le ville, e montano sopra i alberi a predicar la setta luterana a popoli e contadini, e dicono esserne un processo da Bergamo già più di un anno mandato all'Ecc. vostra giustificatissimo contra simili, i quali non ne sentendo alcuna contraddizione, non che castigo, si sono invaliditi, e vanno continuando al peggio che ponno..... Nel fine mi disse, che quasi si era scordato di parlarmi di cosa molto importante. E mi entrò in questa, ma con gran dolcezza e dimostrazione di amorevolezza, con dire che gli convenia ben quest'ufficio per l'amor di Dio, ma lo facea anco per amor di quel Stato, pregandolo a voler avvertire in ogni modo, perchè gli ne potrebbe andar assai, e che quando gli vorrebbe provveder poi non potrebbe. Allegando l'Imperatore, che con un segno di croce nel principio si sarebbe potuto provvedere, e con non se ne aver curato, si può dire ne sii venuto a perder l'imperio, ch'el non sa che fare, nè che dire lì ove si attrova, nè come partirsi; che è pur più grande Stato assai quello che gli ubedia, che non è quello dell'Ecc. vostra replicandomi dirlo con non manco amore verso di quelle, che del suo debito verso il Signor Dio. Devenendo ai particolari massime di Bergamo e poi di Bressa, che di essa sa esser noto a quelle. E poi disse anco di Padoa, che quasi non ne può aver pazienzia, che in quel studio, ove sono tanti scolari teneri e nobili, si possono fornire di questa detestanda dottrina; della qual Padova io gli dissi, per haverne molta pratica come privato e in Reggimento che gli son stato, non ne aveva mai sentito parola. Mi disse, Non la trovareste così ora; so ben quel ch'io mi dico, ma per il vero di quel studio qui per molti è diffamato di tal setta un dottor piemontese, conduttovi già non molto tempo a uno de' primarj luoghi di legge. E lei continuando mi disse: Offerite a quei signori se gli paresse, che gli mandassamo o qualche prelato espresso per questo, o qual provisione che vogliano, che non ci sparagnino in quel che potemo, che noi non se gli sparagnaremo punto. Pregateli per l'amor di Dio, in nome nostro, per l'amor di Dio e per l'amor di loro, che sapemo ciò che gli dicemo. E per non mancar di quel tanto che per ora potemo, facevo ritornar il vescovo di Verona, che a nostro servizio stava in Alemagna, a custodire quella terra, che non s'infetti anche essa tra tante tanto infette. — Io laudai la santità sua del paterno e debito affetto alla religione, e la ringraziai di quello che la dimostrava a quell'inclito Stato, replicandogli le cose sopra dette di quel dignissimo Magistrato, e della diligenzia che in quell'alma città si usa, e che io non credevo si mancasse di usarla anco in quelle altre città sue; nondimeno che io non mancherei di scriverglielo diligentemente come la mi commettea, promettendogli diligenzia tale dell'Ecc. vostra che non gli sarebbe bisogno di altro Prelato per questo; ma gli offrirei quelle paternali offerte che la gli facea; e così me ne pregò di novo».

[166] Da carte 139 del vol. I, Parti et decisioni del Consiglio dei X e maggior consiglio, segnato n. LIX del catalogo presente. Altre leggi si hanno sullo stesso argomento, del 29 dicembre 1550, del 13 marzo 1555.

[167] Cod. DCXCVII, classe VII ital. nella Marciana.

[168] Dispaccio da Roma, Cod. MCCLXXIX della Marciana.

[169] Archivio di Stato di Firenze, filza 4898.

[170] Cod. CCCLXVII, Classe VII ital.

[171] Cod. Urbin. 859, fol. 325.

[172] Vedi il nostro vol. I, pag. 176. A Riva di Trento, nel 1560 fu stampato un compendio della logica d'Averroè; molte volte ristampato, rimase classico fra gli Israeliti fino a questi ultimi tempi.

[173] Ecco il preambolo del suo Trattato sull'anima, giusta il manuscritto della Marciana, classe VI, n. 190.

Explicaturi libros Aristotelis de anima, quamvis illis auditoribus eos exponamus, quos a rectæ veritatis tramite, quem aperit christiana religio, deviaturos nec timendum est, nec potest credi, ob sanctas et religiosas institutiones in quibus vivunt, tamen, ob nostrum legendi munus non debemus sine præfatione hujusmodi contemplationem aggredi. Estote igitur admoniti nos in hac pertractatione vobis non dicturos quid sentiendum sit de anima humana, illud enim sanctius me, et vere præscriptum est in sancta Romana Ecclesia: sed solum dicturum quod dixerit Aristotelis. Per sapientiam enim certe insipientiam assequeremur, si magis Aristoteli quam sanctis viris credere vellemus. Aristoteles enim unus est homo, et dicit Scriptura, Omnis homo mendax, Deus veritas; quare veritatem ex Deo ipso et ex sanctis hominibus, qui ex Deo locuti sunt, accipere debemus, atque illam semper et constanter anteponere omnibus aliorum sententiis, quamvis viri qui illas protulerint sint apud mundum in existimatione. Rationes omnes quibus Aristoteles, de anima loquens, videtur esse veritati contrarius solvunt præcipue theologi, ex quibus S. Thomas et alii ipso recentiores. Quare quotiescumque continget ut aliquid dicatur minus consonum veritati, habebitis apud istos quid sit respondendum, et ego illud opportune memorabo, quandoquidem in his libris hanc sum expositionem scripturus, ut nihil dissimulem eorum quæ ab Aristotele dicuntur, et dictorum fundamenta, prout ex ingenio potero, aperiam; quandocumque tamen aliquid accidet, quod a veritate christiana sit remotum, illud admonebo, et quomodo allata fundamenta sint removenda declarabo. Scitote tamen quod non sunt multa in quibus Aristoteles dissentiit a veritate, et illa non sunt ita demonstrata, ut non possint habere demostrationum resolutionem. Hic igitur est modus nostræ expositionis, quam non aliter facere debemus ex sacrorum canonum decreto.

[174] Sta nella biblioteca di Monte Cassino, n. 483.

[175] Selectarum disputationum theologic., vol. I, p. 206.

[176] Elogi d'uomini letterati, T. II, p. 124.

[177] VIVES, De veritate fidei, lib. II, pag. 264.

[178] Bullarium Romanum.

[179] Defensione al serenissimo doge Donato. «Un certo Muzio, la cui professione è dettar cartelli e condurre gli uomini ad ammazzarsi negli steccati, è fatto teologo papesco in tre giorni, e di più bargello de' papisti. E se ne domandi il signor castellano di Milano se è vero che colui avesse preso la corte e la sbirreria, e fosse andato cum fustibus et gladiis per prender quel buon servo di Cristo M. Celso Martinengo, e darlo in man degli Scribi e Farisei». Negli archivj di Ginevra è notato: «Il conte Celso Massimiliano Martinengo di Brescia arrivò in questa città nel mese di marzo 1552, e poco dopo fu stabilito ministro della Chiesa».

[180] Filippo Gallizio scrive al Bullinger da Coira, l'ultimo di febbrajo 1552.

«Celso Martinenghi, passando di qua, mi sostenne che non si può colle scritture canoniche provare la parola di trinità e di persone; e che noi non dobbiamo usar voci non usate da' Padri: che la verginità di Maria dopo il primo parto non ci è accertata dalle Scritture: che il battistero deve escludersi dal tempio... Comander si meraviglia che cosa vogliano: io credo rechino in petto cose che poi oseranno versar fuori..... Dall'Italia s'ode esservi chi non teme dire che Cristo nacque dal seme di Giuseppe, e quel che Matteo e Luca narrano della concezione di Cristo per opera dello Spirito Santo, non è altrimenti appoggiato al vangelo. Quelle teste ambiziose non possono requiare».

E il Comander al Bullinger, 5 aprile 1552: «L'Italia è sbranata dagli Anabatisti, ed anche la nostra Valtellina. Il Martinengo, infetto di questa macchia andò in Inghilterra: mettansi in avvertenza i buoni contro costoro».

[181] Il Morone, interrogato se conoscesse il Soranso, rispose: «Quest'uomo veniva qualche volta da me, e mostrava di esser riformato, e sempre mi parlava delle cose di Cristo. Ed una volta essendo lui stato chiamato a Roma, mi disse ch'era stato accusato in molti articoli, e lo trovai che voleva cavalcare a spasso fuor di Roma, e cominciò a parlare del matrimonio de' sacerdoti, e contendeva che questo si poteva fare, e che il cardinale Sfondrato avea tollerato un prete che avea moglie. Io non potea patir questa impudenza di parlare, e gli diceva che non era vero, e cercava con molte ragioni persuadergli il contrario».

[182] HIERONIMI ZANCHII Responsio ad Jo. Sturmium. Nel tom. VIII delle Oper. Theol., col. 835.

[183] MELCHIOR ADAM, Vitæ Theol. exter., p. 151. Vedi il nostro VOL. II, pag. 206.

[184] Non nei Benedettini, come dice il Carrara nel Nuovo Dizionario istorico, pubblicato in Bassano nel 1796. Oltre quest'esteso articolo, del Negri parlò il Verci nelle Notizie degli scrittori bassanesi. Li contraddisse il grigione Domenico Rosio de Porta, ministro riformato a Soglio nel 1794, dirigendosi al delegato don Fedele di Vertemate Franchi; poi più diligentemente Giambattista Roberti, Notizie storico-critiche della vita e delle opere di Francesco Negri, Bassano 1839. È errore del Quadrio il farlo di Lovere.

[185] Abbiamo desiderato notizie delle persone nominate in questa lettera; ma solo potemmo raccogliere dal sullodato signor Baseggio che il Fornasiero era agostiniano e bassanese, come anche il Testa; fuggirono di patria, nè più se ne seppe; nè si potè raccapezzare la corrispondenza ch'essi tenevano collo Spiera.

[186] Il Vergerio ne fece la prefazione e alcune note nell'edizione del 1550, nella quale leggesi il nome di F. Negri. Se n'ha una traduzione francese anonima del 1559 colla data di Villafranca, cioè Ginevra, e una in latino dell'anno e luogo stesso.

[187]

Esse diu mentitus erat se Papa per orbem Semideumque virum, semivirumque Deum. At vere hunc, retegente Deo, nunc esse videmus Semisatanque virum, semivirumque Satan.

Atto III, sc. 4.

[188] Altri fecero composizioni teatrali intorno alle controversie religiose. Nominatamente Tommaso Kirchmaier (Maogeorgus) di Staubing in Baviera compose Incendia, sive Pyrgopolinices tragædia, nefanda quorumdam papistarum facinora exponens (Wirtenberg 1538): Mercator, seu judicium, in qua (tragædia) in conspectu ponuntur apostolica et papistica doctrina, quantum utraque in conscientiæ certamine valeat et efficiat, et quis utriusque futurus sit exitus, 1539.

Abbiamo anche una «Commedia piacevole della vera, antica, romana, cattolica ed apostolica Chiesa, nella quale dagli interlocutori vengono disputate e spedite tutte le controversie fra i Cattolici romani, Luterani, Zuingliani, Calvinisti, Anabattisti, Svenfeldiani ed altri». Romanopoli 1537.

Si hanno tre medaglie coniate al Negri, e queste opere:

Rhætia, sive de situ et moribus Rhætorum.

De Fanini faventini ac Dominici bassanensis morte, qui nuper ob Christum in Italia romani pontificis jussu impie occisi sunt, brevis historia. Chiavenna 1550.

Historia Francisci Spieræ civitatulani qui, quod susceptam semel evangelicæ veritatis professionem abnegasset, in horrendam incidit desperationem. Tubinga 1555 (probabilmente tradotta dall'italiano del Vergerio).

[189] Lubienecius, nella Hist. reform. polonicæ, 1685, riferisce che nel 1546 si teneano congreghe a Vicenza: che un abate Bucalo fuggì di colà a Tessalonica con quaranta compagni: Giulio Trevisano, Francesco da Ruego, Jacobo da Chiari furono presi: quest'ultimo morì, gli altri furono strangolati a Venezia. L'abate morì a Damasco, e i suoi compagni si sparsero nell'Elvezia, in Moravia ecc.

[190] Quest'onorevole amico ci ha pur comunicato un atto del notaro Bartolomeo Buzato del 29 novembre 1300, con cui il Sant'Uffizio di Vicenza vende a Manfredino quondam Zuanetto alcune case confiscate a Negro Misini: l'ordine dato il 20 ottobre 1227 ai frati di quella provincia di predicar contro i Patarini, giusta la bolla di Gregorio IX; un atto notarile del 4 dicembre 1281 con cui il vicario del vescovo di Vicenza condanna l'usurajo Sclate; e una del 9 febbrajo 1292, con cui l'inquisitore frà Bonagiunta di Mantova condanna Bartolomeo Spezzabraghe di Sandrigo a pagare 200 lire veronesi al Sant'Uffizio per bestemmie proferite contro il corpo di Cristo.

[191] Eusebius captivus, sive modus procedendi in curia romana contra Lutheranos; in quo est epitome præcipuorum capitum doctrinæ christianæ et refutatio pontificiæ sinagogæ; una cum historiis de vitiis aliquot pontificum, quæ ad negotium religionis scitu utiles sunt ac necessariæ. Basilea 1535 e 1597. Prende il nome di Hyeronimus Marius Vicentinus; e falsamente l'opera è attribuita al Curione. Vi è aggiunto un Modus solemnis et autenticus ad inquirendum et inveniendum, et convincendum Lutheranos, valde necessarium ad salutem sanctæ sedis apostolicæ et omnium ecclesiasticorum, anno 1519 compositus in M. Lutheri perditionem, et ejus sequacium: per V. M. S. PRIERATUS ecc. Quest'indicazione d'autore è una falsità.

[192] LIRUTTI, Notizie del Friuli, vol. V fine.

[193] MORELLI, Storia di Gorizia, vol. I, pag. 295.

[194] «Aloysius Mocenico, Dei gratia dux Venetiarum, nobili et sapienti viro Danieli Priolo, de suo mandato locumtenente Patriæ Fori Julii fideli dilecto salutem et dilectionis affectum.»

«Veduto quanto ne scrivete per le vostre dei XXI del presente e le scritture che in esse ci avete mandato in materia della richiesta fattavi dalli reverendi vicario del reverendissimo patriarca d'Aquileja, e dall'Inquisitore, perchè doveste intravenire alla espedizione di Zanetto Foresto di Brescia proclamato d'eresia, Vi dicemo con li capi del Consiglio nostro di Dieci che essendo, come è, che il tribunale del reverendissimo patriarca è solito tenersi in Udine, principal terra di questa Patria; nè essendo conveniente che esso tribunale si levi per andar a giudicar li rei ora in uno ed ora in un altro luogo, voi però debbiate intervenire all'espedizione del prefato reo; acciocchè, servatis servandis, sia spedito quanto prima, come parerà alla giustizia di esso tribunale.»

«Datum in nostro Ducali Palatio, die XXVI januarii. Ind. XV 1571 (Dal Lib. privil. civit. Utini; carte 137).

[195] Monografie Friulane, 1847, pag. 18.

[196] LIRUTTI, Vite de' letterati del Friuli, vol. IV, pag. 395 e 418.

[197] Reverendissime Pater et Domine Clementissime.

Scribit D. Petrus, in priore sua canonica epistola, diabolum, leonis instar, circumire quaerereque quem devoret, unde monet idem Petrus ut ei, fortes in fide facti alacres intrepidique resistamus. Hanc Apostoli divinam sententiam veram esse, luculenter testantur divinae literae, quae tradunt diabolum ipsum suis fallaciis in ipso mundi exordio primis nostris parentibus insidias struxisse, imposuisse, et demum in extremum exitium una cum universa posteritate conjecisse. Hoc ejus vafrum et fallax ingenium adversus humanum genus semper exercuit, quo et Optimi Maximi Dei gloriam obscuraret, et homini, quoad fieri per ejus sedulitatem poterat, incommodaret. Modo excitavit tyrannos, qui corporibus, modo haereticos, qui bonorum et simplicium animis insidiarentur; nec unquam destitit quousque et Christum ipsum Dei Filium calumniis impiorum gravatum, agnum tamen innocentissimum in crucem egit. Cum autem Christus sibi Ecclesiam sanguine suo acquisivisset, et caput teterrimi illius serpentis contrivisset, non cessarunt parenti (?) frustra negotium Ecclesiae Domini adhuc facessere, eam omnibus scalis et machinis admotis diripere, diruere, ac solo aequare voluerunt; sed Dominus praesto semper fuit, et lupos, qui illam invadebant, procul fugavit. Inter alias autem pestes, quas mendacii pater diabolus in Ecclesiam Dei invexit, nulla fuit nocentior Martino Luthero apostata qui ante annos 40, Dei et propriae salutis oblitus, Ecclesiam Domini sponsam deserens, et aliam nescio quam imaginariam sibi fingens, novam doctrinam, nova dogmata, novosque ritus excogitavit, haecque omnia editis in lucem perniciosis libellis orbi christiano obtrusit. In quos et similes cum Dominicus Fortunatus Bellunensis theologus franciscanus, ante annos 30 incidisset, et, ut erat titulo magis quam re theologus, eorum lectione delectatus fuisset, evenit, ut post annos decem me quoque decemocto annorum adolescentem bonarum artium studiosum, e gymnasio bononiensi reducem, ad eorumdem librorum, quos mihi summopere commendabat, lectionem adhortatus fuerit. Ego vero, qui purus simplexque eram, et omnium liberalium artium, praesertim vero theologiae, cognoscendarum cupidus, purus, sic me induxi, ut non exignum hujusmodi librorum numerum emerem, quos per annos aliquod apud me servavi inspexi, legi, animo plane candido nec a sancta catholica Ecclesia vel tantillum alieno.

Accidit vero ut me Patavii strenuam operam literis navante, in patriam Bellunum charissimorum parentum revisendorum gratia revocarer: ubi cum Fortunatus animadvertisset me non contemnendos fecisse in literis progressus, veritus ne paucos post annos illum et dignitate et auctoritate superarem, rationem commodam excogitavit, qua me patria pellere, adeoque pessumdare quandocumque vellet posset. Itaque mihi reditum Patavium adornanti, suasit ut literas ad fratrem meum sacerdotem, Franciscum nomine, virum bonum et Dei timentem, quem ille superstitiosum et hypocritam esse dicebat Patavio darem, et librum insuper aliquem ejus farinae ei relinquerem. Ego imprudens nihil mali hic latere putans, librum, cui titulus erat Postilla Corvini, reliqui; et cum primum Patavium rediissem, epistolam satis quidem juveniliter et imprudenter scriptam ad eumdem fratrem meum dedi, qua illum ad ejus libri lectionem, prudenter tamen, et superstitionem et hypocrisim relinquendam adhortabar. Hanc epistolam Fortunatus proditorie intercepit, et per totos quinque annos suppressit: interim vero amicitiam arctissimam mecum simulavit, et quotannis conscientiam confessione sacramentaria expurgare, et singulis fere diebus divinissimum Salvatoris nostri sacramentum ut alter Judas intra sua viscera recipere non est veritus. Anno vero nostrae salutis supra millesimum et quingentesimum quinquagesimo primo, cum doctor theologiae creatus et guardianus mei conventus electus in patriam rediissem, et sancte ac inculpate vivere instituissem, ille per totos duos menses me ferre non potuit, quandoquidem ad suam tyrannidem et vitam omnino impuram connivere nolebam: iccirco epistolam ipsam in lucem prolatam, reverendissimo episcopo Bellunensi, qui tunc aderat, obtulit; meque, cum sibi duos alios nequam ordinis nostri sacerdotes adjunxisset, haereseos accusavit.

Episcopus judex, in re praeceps et parum aequus, inaudita parte, patrium solum vertere me jubet: minister provinciae guardianatu me privat, et Inquisitori ordinario sisti mandat. Ego male acceptus utrique pareo; libros, quos in agro Tarvisino suspectos habui, ad unum exuro; Venetias proficiscor; Inquisitorem accedo. Ille jubet me Tarvisium reverti, recipitque se revocaturum me esse Venetias post dies XV: expecto unum et alterum mensem; non parvos sumptus facio; et meis illic amicis gravis fio. Generalis quidem Jacobus Montifalchius per literas ministro mandat, ut me in tutum carcerem det, ibique diligenter ad suum usque reditum servet. Inquisitor me Venetias revocat, in carcerem conjecturus: amici consulunt, ne me Inquisitoris illius indocti, mali, et mihi infensi judicio credam, sed potius ut reverendissimum generalem accedam. Illis pareo, deque hoc toto negotio Inquisitorem admoneo, itineri me accingo, et Urbini generalem extinctum invenio. Romam recta propero; meque reverendissimo cardinali Maffeo, ordinis vice-protectori sisto: ille me amanter excipit, et me per literas diligentissime commendavit, ad reverendum Julium Magnanum vicarium generalem Bononiam mittit, is me indignissime acceptum quartana febre laborantem in tetrum carcerem conjicit, ibique totum mensem satis inhumaniter servat; post alterum fere mensem, facta per amicum quemdam meum 200 coronatorum fidejussione, Venetias se sequi jubet. Illic me sumptu meo viventem integrum mensem detinet; territat; deinde triremes, carceres perpetuos, ignes minatur; et tandem vi extorquet a me confessionem, quod circa articulos quosdam dubitaverim, quo apparentem aliquam causam condemnandi me habere videretur. Audet dicere facilius se mihi parsurum esse si hominem occidissem, quam quod scripserim eas literas: tentat subjicere me reverendissimi legati judicio, verum frustra. Discedit tandem, et me Inquisitoris illius nequam, cujus judicium detrectaveram, arbitrio linquit.

Inquisitor praedam nactus, quam dudum optaverat, carnificinam de me instruit, et in quoddam privatum cubiculum venire jussum, quo multos actus publici testes futuros vocaverat, formulam abjurationis nescio quam mihi in manus dat, jubetque ut dare legam. Ego cum prius illam utcumque legendo percurrissem, rei indignitate motus protestor, me non esse reum eorum quae Inquisitor de me concinnaverat, asseroque lecturum me quidem esse Formulam ut scripta erat, quo semel tandem e manibus hominis illius liberarer, quin majora, atrocioraque lecturum, si talia in ipsa Formula continerentur; non tamen fateri propterea me juste puniri, sed Deo oppressorum vindice in testem vocato, affirmo constanter, me injuste opprimi atque damnari. Ad haec Inquisitor nihil respondit, nisi ut jusserat formulam ipsam legerem. Legi itaque, qua lecta ille me absolvit; deinde sententiam quam contra me tulerat, promulgari mandavit. Illam ego cum audivissem injustam adeo atque iniquam, ad Sanctum Tridentinum Concilium appellare decreveram: sed et monitis et precibus reverendi magistri Camini Bellunensis patri mei, qui aderat, mitigatus supersedi. Dicebat enim Deum vindicaturum propediem injurias, quibus afficiebar; sumpturum supplicium de proditoribus et jniquis iudicibus meis, quod sane fecit; et tandem innocentiam meam christiano orbi ostensurum, quod cito futurum spero.

Venio in Poloniam, et hic totum fere quinquennium, quod temporis spatium exilii mei terminus erat, honeste catholiceque vitam duco. Elapso quarto mei exilii anno, reverendus Julius Magnanus generalis bonam mihi spem facit per literas reverendi domini Flori Archipresbyteri Bellunensis fratris mei germani, fore ut me cito in Italiam ab exilio revocet, si quidem meae vitae honeste catholiceque traductae fide dignorum hominum testimonium ante praemittam. Pareo, amplissimumque testimonium omnium meorum fratrum, quibus cum familiariter vixeram, et summi insuper Cracoviensis magistratus ad eum mitto. Ille testimonio accepto, nescio qua causa, revocationem ad generale capitulum, quod postea Brixiae proximo mense junio celebravit, usque prorogat. Illic de meo negotio cum provinciae meae patribus frigide tractat, tandem reverendo magistro Camillo Bellunensi provinciae Sancti Antonii ministro, patruo meo jubet, ut me in Italiam per literas familiariter revocet; promittitque daturum se operam, cum in Italiam venero, ut salva atque incolumi ejus existimatione, libertati et dignitati meae, quoad ejus fieri possit, consulat. Ego ad nova examina et judicia vocari me videns haesito, et quid mihi sit faciendum plane ignoro. Interea ex Italia amici et propinqui certiorem me reddunt, Inquisitorem in meo negotio reverendissimo generali adversari, omnemque movere lapidem ne ego ante absolutum quinquennium in Italiam redeam, minas insuper addit.

Hic vero in Polonia apostata Lismaninus ab relvetiis redux, veluti ex Trophonii antro prodit: quem cum ego semel atque iterum cum aliis fratribus officii causa invisissem, ille, ut callidus est et versipeliis, audito mearum rerum statu, suis artibus ita me fascinavit et irretivit, ut propositis a parte sinistra, quae me manebant in Italia, poenis; a dextra vero praemiis, quae hic promittebat, nolentem me et tergiversantem in suam sententiam me pertrahere facile potuerit. Hoc autem dico quod ad habitum tempus ad deponendum attinet: quandoquidem quod ad fidei et catholicae religionis negotium pertinet, Deus scit me tale quidpiam in animo numquam habuisse. Cessi itaque dolens, cum ut a tyrannide illius Inquisitoris tutus essem, tum ut mutato statu experirer, tantum prosperiore aliqua fortuna uti possem. Cum autem unum et alterum mensem apud illum mansissem, observata ejus et sui similium religione ac vita, reditum ad meos meditari incipio, scriboque non semel ad reverendum commissarium, ut mittat qui me Cracoviam reducant. Lismaninus literas eas intercipit, et me in Helvetiam linguarum graecae et hebraicae addiscendarum causa mittere quamprimum tentat. Ego his angustiis circumseptus quid faciam aut quo me vertam nescio: tandem ejus in hac re consilio acquiesco, atque ad Helvetios, circiter calendis octobris anni 1556, me statim confero, sperans futurum ut illinc in Italiam redeundi aliqua mihi occasio daretur. Ticuro ad patrem scribo, eum de meo statu certiorem reddo; rogoque ut quamprimum potest ad me illinc adducendum ipse properet, aut aliquem e meis fratribus mittat.

Lelius sozzinus Senensis literas eas, quas illi diligentissime commendaveram supprimit, meque et Italiam cito revisendi, et charissimos parentes meos aliquando amplexandi certissima spe privat. Circumventus ab his, qui se falso Fratrum titulis ornant, studio hebreae linguae per annum integrum me totum do; anno sequenti graecas literas salutare incipio, quo tempore literae de morte charissimi parentis mei nuntiae ad me scribuntur. Ego infausto hoc nuntio consternatus, de opera linguis ulterius navanda animum plane despondeo. Ad Lismaninum scribo, illumque supplex rogo, ut in Poloniam reduci me quamprimum curet. Ille cum subolfecisset me per sesquiannum nec artificiosissimis Ochini concionibus, nec praelectionibus doctissimis P. Martyris et aliorum non potuisse trahi in suam de religione sententiam; tantum abest, ut meo desiderio satisfecerit, ut nec minimo quidem responso dignatus me fuerit. Ad Deum tunc me converti, illumque precibus ex intimis cordis recessibus petitis continenter pulsavi, ut me e faucibus luporum ereptum Poloniae et catholicae Ecclesiae restitueret. Annuit statim clementissimus coelestis Pater, et meos labores ac aerumnas miseratus effecit, ut Italus quidam, religione excepta optimus vir mihi, se ultro obtulerit, reducturus secum me in Poloniam honeste et commode, nulloque meo sumptu, si vellem. Conditionem a Deo per hominem tam pie oblatam libens accipio, meque itineri statim accingo. Cracoviam ante biennium bonis avibus tandem redeo, et hic apud meos in Dei et proximi servitio, rugiente diabolo, qui me devorare volebat, catholice honesteque vivo; quod num verum sit, tu, piissime pater, fidelibus testibus, quibus cum familiariter vixi versatusque sum, scire facile poteris. Hic autem historiae hujus finis esto.

Articuli quatuor.

Quoniam vero Inquisitor, qui me judicavit ante annos novem cum ex Epistola mea ad fratrem, tum ex scheda quam a me extorsit vicarius generalis, articulos quatuor excerpsit, quos satis esse putavit ad meam damnationem, operae pretium erit illos huc adscribere, et brevi ac aperta responsione diluere.

Primus est, aberrasse me dubitando aliquoties de purgatorio, justificatione, liberoque arbitrio. Respondeo, me sacrae theologiae studiis nondum initiatum potuisse facile de hisce articulis inter doctos nostri temporis controversis dubitare, cum viderem rationes et auctoritates sanctarum scripturarum, et veteris Ecclesiae sanctorum patrum utrinque adduci; cum autem in ea dubitatione numquam perstiterim, nec super his articulis aliquid unquam certi contra fidem catholicam asseruerim, non video qua ratione hunc articulum tamquam haereticum mihi affixerit, praesertim cum non dubitatio temporaria, sed assertio pertinax haereticum faciat.

Secundus est, aberrasse me retinendo per multos annos nonnullos et varios libros haereticos scienter, quos etiam sciebam esse prohibitos. Respondeo verum quidem esse me libros hujusmodi retinuisse: hos autem libros tenebam et servabam, non ut abuterer illis, sed uterer tantum. Putavi enim abusum tantum verum prohiberi, non autem usum, cum nulla creatura plane sit, qua quis uti vel abuti non possit. Pulcherrima autem cogitatio fuit velle haereticos suis ipsorum gladiis jugulare. Quoniam vere errasse me fateor hos libros contra summi pontificis placitum retinendo, etiamsi non malo, ut dixi, animo; ita constanter assero me propter hunc articulum ab Inquisitore haereseos non potuisse aut debuisse damnari.

Tertius est aberrasse me, quod ejus doctrinae haereticae fautor extiti hortando quemdam germanum meum, ut vacaret, daretque operam ut proficeret in eadem, in commodando et commendando quemdam librum haereticum et suspectum, Corvinum appellatum, promittens eidem illius professionis me alios libros mandare, quando cognoscerem suum profectum et studium in eisdem. Respondeo, meram esse calumniam et mendacium, quod dicit me doctrinae haereticae fautorem extitisse. Totus enim vitae meae transactae cursus ostendebat, me a doctrinae haereticae professione abhorrere. Si haereticus fuissem, poenitentia indulgentiaque anni jubilei quam Julius III omnibus Venetorum ditioni subiectis, qui superiore anno Romam ire non poterant, concesserat, meam conscientiam non purgassem. Quod autem articulum hunc probare contendit, propterea quod ad fratrem meum germanum epistolam illam suspectam scripserim, et librum reliquerim eiusdem farinae, nihil efficit. Ostendi enim supra, quod etiam Romam ad reverendissimum Alex. cardinalem (Alexandrinum?) scripsi, me proditoris suasu epistolam ipsam scripsisse, et librum eidem fratri meo reliquisse. Quando dicit recepisse, me missurum esse fratri meo libros ejusdem professionis alios, quando cognoscerem etc. impudenter mentitur: duo enim illa verba de suo infarsit, quae in meo exemplari numquam visa sunt. Non debui igitur adeo veteratorie mecum agere, et me, cum catholicus essem, etiamsi tunc, ut paulo post evenit, ruptus (?) fuisset haereticum facere.

Quartus est aberrasse, quod parvipendi sacram canonum doctrinam existimans, facere ad hypocrisim, minusque prodesse animabus quam pestilentissimam doctrinam illam in eisdem libris haereticis prohibitisque contentam. Respondeo, et hunc articulum, quem mihi falso affingit, esse impudens mendacium. Ego enim sacram canonum doctrinam numquam parvipendi; immo manifeste apparet, me illam maximi semper fecisse, cum in ea epistola fratrem meum hortarer ad studium eorumdem canonum; quos dicebam, quod etiam in scheda repetii, veram sanctam scripturam interpretandi et veritatem a falsitate cognoscendi regulam esse. Apparet igitur Inquisitorem hunc, non Deum, sed suos tantum privatos affectus ante oculos habuisse, et me injuste, impie, et nihil minus quam christiane condemnasse. His articulis affine est, quod in sententia dicit, me spontaneam istorum articulorum confessionem fecisse, confirmasse, et ratificasse, cum actio ista omnis coacta fuerit ac violenta, ne dicam tyrannica, quemadmodum ipsa protestatio mea prae se tulit.

Videat igitur, post Deum, singularis pietas tua hanc causam meam, et requirat. Itaque cum videas manifestissime, piissime praesul, quid egerim, quid passus fuerim per totos fere decem annos, quantam jacturam fecerim charissimorum parentum, libertatis, existimationis, fortunarum, valetudinis, aliarumque rerum; quam obedienter paruerim sententiae etiam iniquissimae; cum experiaris insuper, me recte de sacra catholica religione sentire, ea omnia, quae hominem christianum et verum catholicum decent, munia obire, in sancta romana Ecclesia constanter vivere ac mori velle, ab omni haeresi et haeretica professione alienissimum esse; per Deum et tuam pietatem te supplex rogo, velis me manu tandem mittere, in pristinam libertatem asserere, Italiae, patriae, propinquis, amicis, existimationique restituere, et ita restituere ne posthac in cujusvis invidi sycophantae arbitrium situm sit me haereseos insimulare aut damnare, atque adeo periculum aliquod vitae, existimationis aut fortunarum mihi creare; quandoquidem, praeterquam rem christiano episcopo dignam fecisse te scies, hominem vere catholicum sublevasse, et tibi etiam devinxisse perpetuo cognosces. Potestatem tibi fecit sanctissimus Pius IV, vivae suae vocis oraculo me absolvendi, liberandi, pristinae libertati et dignitati restituendi. Id ne differas exequi, quod heros tam pius jussit. Bonam meae paternae haereditatis partem jam exhausi; tempus, rem omnium pretiosissimam, inter Polonos et Helvetios frustra trivi discendo et docendo; propter multas causas fieri doctior non potui. Effice nunc, pater amplissime, ut una eademque opera omnia isthaec damna brevi temporis spatio tua singulari pietate sarcire possim. Omnia candide exposui, nihil sciens et prudens celavi. Vides, ex re minima quantas tragoedias per suos satellites excitavit rugiens ille leo diabolus. Privavit vita Deus suo justo judicio intra parvi temporis spatium auctorem mearum calamitatum, Inquisitorem illum iniquum, et tres alios mihi infensissimos hostes; spero, illum de reliquis quoque, qui superstites sunt, supplicium brevi sumpturum. Illis rogo ut pareat, ipsis ut meliorem mentem det. Hunc supplicem libellum, amplissime pater, tumultuarie scriptum, et plus aequo verbosum pro tua ingenuitate boni consule, ac vale.

In nostro Cracoviensi Franciscanorum monasterio. Nonis Augusti MDLX».

Amplitudinis Tuae addictissimus cliens, F. JULIUS MARESIUS BELLUNENSIS.

La Maresia era famiglia cittadina ragguardevole, ma non appartenente al comune o consiglio dei nobili. Florio, figlio di Francesco, fu discepolo di Pierio Valeriano, che gli dedicò il V libro dei suoi Geroglifici, e fu arciprete del capitolo. Bonaventura Maresio, altro Conventuale, fu visitatore del suo Ordine in Polonia nel 1579, assistente e teologo del generale Antonio de' Sapienti al Concilio di Trento, e secondo inquisitore del Santo Ufficio a Belluno per quaranta anni, cominciando dal 1566. Devo tutte queste notizie al don Francesco de' Pellegrini. Il padre Domenico Fortunato, accennato nella lettera, è appunto il primo degli Inquisitori in Belluno, eletto a quell'ufficio nel 1546. Il vescovo del quale il frate si lagna era Giulio Contarini (1542-75) nipote del celebre cardinale Gaspare suo antecessore, al quale pure si raccomanda sul finire della lettera, e che lasciò fama eccellente di pietà e di sapienza.

[198] Primo Trubero, nato nella Schiavonia il 1508, morto il 1586, fu il primo che adoprò la lingua schiavona a scrivere, traducendo il Nuovo Testamento, il Catechismo, la Confessione d'Augusta, e alcuni trattati di Melantone: pei quali la dottrina luterana si estese nella Carniola e Carintia.

[199] Missa latina quæ olim ante romanum circa septingentesimum domini annum in usu fuit, bona fide ex vetusto authenticoque codice descripta a MATHIA FLACIO. Strasburgo 1537.

[200] MELCH. ADAM, in Vitis philosoph., pag. 195.

DISCORSO XLVI.

VENEZIA INTERDETTA. FRÀ PAOLO SARPI. IL DE DOMNIS.

Con quanto iroso disprezzo i rivoluzionarj di settant'anni fa abbatterono l'italiana Venezia perchè antica, con altrettanta ammirevole pietà noi riguardiamo a quella gloriosa repubblica, che sempre ebbe per grido «Italia e indipendenza»: che aspirava all'egemonia di tutta la penisola, cui avrebbe ridotta a repubbliche municipali, invece degl'infausti principati: finchè la Lega di Cambrai, primo delitto della politica nuova, non venne a spezzare quella che gli ambiziosi chiamavano sua ambizione.

I Veneziani erano stati i primi ad accettare il Concilio di Trento, sicchè Pio IV, oltre encomiarli, donò alla Repubblica il magnifico palazzo a Roma che tuttavia si dice di Venezia, con desiderio vi risedesse continuo un loro ambasciadore, siccome fu fatto. La serenissima in ricambio donò per residenza del nunzio in Venezia il maestoso palazzo Gritti. Nè queste cortesie, nè l'attenzione in perseguitare gli eretici, toglievano che i Veneziani si tenessero sempre sulle guardie nel trattare coi pontefici; riservavansi di concedere o ricusare l'erezione di chiese e conventi: di governare gli studj, eccetto i puramente ecclesiastici; di regolare le esteriorità del culto, e proteggerle; di riscontrare gli atti che venivano da Roma, e darne l'exequatur: non volevano impacci di ecclesiastiche immunità nel punire i delitti comuni[201]; anzi spingevano l'ombrosità fino a temere che i preti colla virtù acquistassero influenza sulla plebe. «La ragion di Stato non vuole che i suoi sacerdoti siano esemplari, perchè sarebbero troppo riveriti ed amati dalla plebe»; è scritto nel Discorso aristocratico sopra il governo de' signori Veneziani[202]. Un Gesuita raccoglie i gondolieri ogni festa per istruirli nelle cattoliche verità? la Signoria riflette che i gondolieri praticano con persone d'ogni grado, e quindi possono servire allo spioneggio, e proibisce quella congregazione, ed espelle il Gesuita. Un altro declama contro il carnevale, asserendo che quel denaro si spenderebbe meglio in soccorrere il papa nella guerra contro i Turchi, minacciosi alla Repubblica; e la Signoria lo sbandisce.

Il clero indistintamente era tenuto sottoposto alla giurisdizione dei Dieci ed escluso dagli uffizj civili: qualora si recassero in discussione affari relativi a Roma, venivano rimossi dal Consiglio i papalisti, vale a dire che avessero aderenza con quella Corte, o soltanto parentela negli Stati pontifizj: e il 9 ottobre 1525 i Dieci risolsero, chi avesse figli o nipoti negli Ordini fosse escluso nel trattar qualunque affare concernente Roma. Allegando che il custodire Corfù e Candia, antemurali della cristianità, costava più di cinquecentomila scudi l'anno, Venezia ottenne dal papa un decimo delle rendite ecclesiastiche, non escluse quelle de' cardinali. Alle trentasette sedi vescovili l'investitura era data dal doge stesso, in nome di Dio e di san Marco; ma dopo la lega di Cambrai la curia romana n'avea tratto a sè la collazione, lasciando alla Signoria solo un quarto delle nomine, sebbene le altre non potessero cadere che in sudditi veneti. Quando Innocenzo VIII pretese l'incondizionata elezione dei vescovi di Padova e d'Aquileja, la Signoria si oppose, com'anche alle decime ch'e' voleva levare sopra le istituzioni di beneficenza. Pio IV nomina vescovo di Verona Marcantonio da Mula, allora ambasciatore a Roma; e la Signoria ricusa riceverlo; così fa quando lo elegge cardinale, e ai parenti suoi vieta d'assumere la veste purpurea di seta in segno di festa; e ne manda scuse al papa, scrivendo: «Noi siamo schiavi delle nostre leggi, ed in ciò consiste la nostra libertà». Nè volle che il Vendramin, eletto patriarca, dovesse subire l'esame a Roma; proibì di ricevere o pubblicare la bolla in Cœna Domini.

Gregorio XIII, quando volle ordinar la visita generale delle chiese venete, come erasi fatto di tutta la cristianità, trovò somma opposizione: in nessun tempo essersi ciò praticato nel dominio: ne sarebbero scompigliati i paesi di rito greco o confinanti coi Turchi: si arrivò fin a minacciare di unirsi alla Chiesa greca; e solo con somme precauzioni nel 1581 fu lasciata operare, ma da prelati indigeni[203].

Quando gli ambasciadori veneti andarono a Ferrara a congratularsi con Clemente VIII dell'acquisto di quella città nel 1598, il papa chiese loro, che anche la Repubblica ajutasse a quel ch'egli faceva cogli infedeli convertiti, procurando ad essi modo di vivere, impiegandoli o come palafrenieri e cavalleggieri, o a cavar terra o pietre o altro; che non lasciassero vivere in ghetto gli Ebrei fatti cristiani; che molti vivendo in bigamia, sebben questo reato spettasse al Foro laico, se ne lasciasse il giudizio all'Inquisizione senza ledere la giurisdizione civile; che si procedesse con dolcezza nell'esigere le taglie de' beni ecclesiastici[204].

Della giurisdizione sovra persone ecclesiastiche Venezia era tanto gelosa, che gl'Inquisitori di Stato, avuto spia come in casa del nunzio si discorreva «che l'autorità del principe secolare non si estende a giudicar ecclesiastici se questa facoltà non sia concessa da qualche indulto pontifizio», stabilì che i prelati paesani, i quali tenessero simili discorsi, fossero notati su libro apposito come «poco accetti, e si veda occasione di farne sequestrare le entrate; e se perseverino, si passi agli ultimi rigori, perchè il male incancrenito vuol al fine ferro e fuoco». Quanto ai curiali del nunzio, se tengono di tali propositi fuori della Corte, «sia procurato di farne ammazzar uno, lasciando anche che, senza nome di autore, si vociferi per la città che sia stato ammazzato per ordine nostro, per la causa suddetta»[205].

Nel 1603 il nunzio movea querela perchè l'ambasciadore d'Inghilterra facesse tener pubbliche prediche in sua casa: vero è ch'erano in inglese, ma potrebbe anche presto voler farle in italiano. La Signoria rispose che, trattandosi di re sì grande come l'inglese, e del quale è preziosa l'amicizia, non poteasi impedir al suo ministro d'esercitare il proprio culto; vorrebbero però pregarlo di non ammettere altra gente[206].

Un frate a Orzinovi pubblica un libello contro un magistrato veneto, e questo lo fa arrestare, togliendogli di mano il Santissimo, ch'egli avea preso per garantirsi. Condannato un prete marchigiano, la Signoria manda al patriarca che lo sconsacri; e poichè questi esitava, alcuni in Consiglio propongono di dargliene ordine preciso; altri soggiungono che con ciò s'impiglierebbe in futuro il corso della giustizia, e perciò si mandi al supplizio senza degradazione. Egualmente la Signoria fa carcerare Scipione Saraceno canonico di Vicenza e l'abate Brandolino di Narvesa nel Trevisano, imputati di nefandità, e rinnova l'antico decreto che gli ecclesiastici non possano acquistare beni stabili, e devano vendere quelli che ricevessero per testamento, nè si fondino nuove chiese senza beneplacito del senato.

Se n'adontò Paolo V. Era egli stato Camillo Borghese, e salito papa senza brighe, si credette eletto dallo Spirito Santo per reprimere gli abusi che aveano abbassato la Santa Sede. Di rigorosa virtù, erogava dodicimila scudi l'anno in limosine e doti; censessantamila ne spese in erigere quel maestoso tempio ch'è Sant'Andrea della Valle, e moltissimi in doni a Loreto e ad altre chiese e santuarj. Degli affari decideva egli stesso, anzichè riferirne in concistoro; insistette perchè i vescovi risedessero; voleva istituir una congregazione per istudiare i mezzi di ampliare l'autorità ecclesiastica e mortificar la presunzione de' governi secolari, e ripeteva: «Non può darsi vera pietà senza intera sommessione alla podestà spirituale». Per questa lottò con Malta, con Savoja, col senato di Milano, coi governi di Lucca e Genova non solo, ma con Francia e Spagna, e sempre prosperamente.

Col doge si trovava già in iscrezio per affari di decime, di franchigie, di commercio, di guerra coi Turchi; e guardava di mal occhio questa Potenza, oculatissima ad escluder gli ecclesiastici da ogni maneggio d'affari, a non mantenere pensionarj a Roma, a esiger tasse anche dai beni ecclesiastici, allegando ch'erano un terzo dell'intero territorio; a voler giudicare anche i preti per le colpe ordinarie: e anticipando una qualifica che Federico di Prussia applicò a Giuseppe II, diceva al Contarini: «Signor ambasciatore, con nostro grandissimo dispiacere intendiamo che i signori capi dei Dieci vogliono diventar sagrestani, poichè comandano a' parocchiani che all'Ave Maria serrino le porte delle chiese, e a certe ore non suonino le campane».

Nato quell'aperto «pretesto di spiritualità» che dicemmo, scrisse minaccie al doge, e non ascoltato, radunò un concistoro, nel quale quarantun cardinali, eccetto un solo veneziano, convennero non potersi spingere più oltre la tolleranza: sicchè il papa mandò monitorj il 25 dicembre 1605, poi la scomunica, espressa con una severità che ripugna ai tempi[207]. La Signoria se ne mostrò addolorata, ma non cambiò tenore. Potea facilmente rassettar la cosa col consegnare al Foro ecclesiastico uno dei due arrestati; ma prevalse il puntiglio e il voler braveggiare contro la maggiore autorità; ed avviluppandosi nelle meschinità consuete a chi fa guerra ai preti, intimò guai a chi «lasciasse pubblicare il monitorio»; impose che gli ecclesiastici continuassero le uffiziature pubbliche e ad amministrar i sacramenti: dietro ciò guerricciuole contro chi disobbediva; ai vescovi di Brescia, e di Treviso, al patriarca di Udine minacciar confisca e peggio; si citino l'arcidiacono Benaglio e l'abate Tasso; si puniscano preti e frati d'Orzinovi e il Lana arciprete del duomo di Brescia, renitenti; si obblighi ai divini uffizj l'inquisitore di Brescia, che se ne astiene allegando le sue molte occupazioni: e perchè reluttò, sia bandito; si scarceri il priore dei Domenicani, dacchè promise obbedire al Governo; s'arrestino i commissarj apostolici: lamenti contro i frati di Rodengo, contro i rettori di Verona per renitenze di que' preti: lode ai rettori di Bergamo per aver ingiunto ai cappelletti e soldati côrsi d'impedire a qualsivoglia curato di partirsi dai luoghi, nello spirituale sottoposti all'arcivescovado milanese; suggerir che il conte Martinengo generale di cavalleria, sotto pretesto d'andare a caccia, vada a rinfrancare que' curati nell'obbedienza; i rettori così alla sorda chiamino due o tre per volta i confessori, scandaglino le loro opinioni in materia d'interdetto, e i renitenti puniscano a loro arbitrio; si sorveglino le monache che stavano in carteggio con Roma e non andavano alla messa[208]. Al vicario del vescovo di Padova, che rispose farebbe quanto lo Spirito Santo gl'ispirasse, il podestà soggiunse: «Lo Spirito Santo ispirò ai Dieci di far impiccare chiunque recalcitra».

Bandironsi Gesuiti, Teatini e Cappuccini, i quali, tenendosi obbligati d'obbedire al papa anzichè al principe secolare, andarono via processionalmente dallo Stato, con un crocifisso al collo e una candeletta in mano[209]; e restò proibito di scrivere e ricevere lettere a e da' Gesuiti, pena il bando e la galera come pel lasciare figliuoli ne' loro collegi.

Sarebbe bizzarro e, mutati i costumi, avrebbe riscontro in altri tempi il descrivere le intime dissensioni delle terre e delle famiglie sull'obbedire o no al pontefice; ne' conventi, monache le quali di soppiatto scrivono a Roma: frati che tirano a sorte chi dovrà pubblicare le bolle dell'interdetto; altri che vengono di nascosto a infervorare alla resistenza: e chi a dispetto suona le campane: e chi procura venga celebrata la pasqua[210]: pure la Signoria, più civile e più accorta che alcuni Governi sparnazzanti il preteso progresso, non soffrì venisse insultata la religione, nè calpesta l'autorità, ch'è il fondamento d'ogni viver civile: e quando un Servita in pergamo si permise acerbe parole contro il pontefice, sin a dire che Paolo era divenuto Saulo, essa lo disapprovò.

Tesi, apologie, consulti furono scritti e contro e in favore dai meglio reputati giuristi[211], e singolarmente dal celebre Menocchio, presidente al senato di Milano; i più sostenendo ne' governi il diritto di esaminar i motivi delle scomuniche e delle ordinanze pontifizie. Quel che ne sentissero i libertini ci appare da Gregorio Leti che nella Vita di Sisto V scrive: «I frati veneziani hanno tanto a cuore la riputazione della loro repubblica, che in servizio di questa rinuncierebbero, per maniera di dire, Dio, non che il papa e la religione; ed io trovo che tutti gli altri frati devono fare lo stesso in servizio del loro principe, quantunque si veggano molti esempj contrarj e scandalosi».

Durava ancora il tempo vagheggiato da Giulio II, ove non si mandasse scomunica che sulle punte delle lancie: onde il papa faceva armi; armi facea la repubblica, e al litigio prese parte tutta Europa, in tutta ritrovandosi persone e cause interessate. La Spagna, che, attenta a ribadire il suo predominio in Italia, guatava in sinistro questa republica che gliel contendea, soffiava nel fuoco; rifiutò l'ambasciadore veneto come scomunicato; il duca d'Ossuna diceva a Paolo V che i Veneziani non bisognava contarli per cristiani, giacchè spesso aveano conchiuso trattati coi Turchi, espulso i Gesuiti, cozzato col papa, parteggiato cogli eretici di Francia e d'Olanda. Di rimpatto Enrico IV stimolava i Veneziani a suscitare disordini ne' dominj spagnuoli. Più li favorivano l'Inghilterra, l'Olanda, il conte di Nassau, i Grigioni, avversi al papa, e spinti dai predicanti, che speravano in quei dissidj un'occasione di impiantare la Riforma in Italia, cioè proprio nella sede del cattolicismo.

La franchigia di commercio, per cui Armeni, Turchi, Ebrei v'erano egualmente i ben venuti, favoriva a Venezia l'indifferenza religiosa. L'autore del Discorso aristocratico sopra il governo dei signori Veneziani assicura che, venendo a morte un Luterano o Calvinista, permetteasi fosse sepolto in chiesa, e i parroci non se ne faceano scrupolo; aggiunge però: «Non ho mai conosciuto alcun veneziano seguace di Calvino o di Lutero od altri, bensì d'Epicuro e del Cremonini, già lettore nella prima cattedra di filosofia nello studio di Padova, il quale assicura che l'anima nostra provenga dalla potenza del seme, come le altre dell'animal bruto e per conseguenza sia mortale. Seguaci di questa scelleratezza sono i migliori di questa città, ed in particolare molti che hanno mano nel governo».

La proibizione de' libri rovinava le stamperie, che a Venezia erano in gran fiore. Le idee democratiche, diffuse dalla scuola gesuitica, disturbavano la dominante aristocrazia, che in conseguenza parteggiava pel potere assoluto de' principi, e favoriva i Protestanti contro i Cattolici.

Campione del partito principesco ci si presenta Paolo Sarpi, frate servita, uno de' migliori ingegni di quell'età anche nelle scienze positive. Teologo della Repubblica, in quel litigio fu condotto ad esaminarne i titoli, e con ragioni ed autorità sminuire l'ingerenza del papa ne' civili negozj, e contro le dottrine democratiche de' Gesuiti sostenere che il poter de' principi deriva immediatamente da Dio, e non è sottoposto a nessuno: il papa non aver diritto di esaminare se le azioni d'un Governo siano colpevoli o no, poichè ciò porterebbe a indagini incompatibili colla sovranità principesca. Sebbene scrivesse per comando e «a norma delle pubbliche mire»[212], venne ad infervorarsene per modo, che suo distintivo rimase l'avversione alla santa sede. Stampò allora (se pur è sua) la Consolazione della mente nella tranquillità di coscienza, cavata dal buon modo di vivere nella città di Venezia nel preteso interdetto di papa Paolo V, ove propone tali quistioni: 1º nel pontefice e nella Chiesa v'è autorità di scomunicare? 2º quali persone sono soggette a scomunica, quali le cause di applicarla? 3º la scomunica è appellabile? 4º è superiore il pontefice o il Concilio? 5º per ragion di scomunica il principe legittimo può essere privato de' proprj Stati? 6º per impedire la libertà ecclesiastica s'incorre giustamente nella scomunica? 7º qual è questa libertà? e si estende solamente alla Chiesa, ovvero anche alle persone di questa? 8º il possesso delle cose temporali spettanti alla Chiesa è di diritto divino? 9º una repubblica come un principe libero può restar privata dello Stato per causa di scomunica? 10º il principe secolare ha legittima azione di riscuotere le decime, e legittima potestà d'ordinare ciò che giovi alla repubblica sopra i beni e le persone ecclesiastiche? 11º ha per se stesso autorità di giudicare gli ecclesiastici? 12º quanto si estende l'infallibilità del pontefice?

E rispondeva in somma, che la potestà del santo padre si limita a procurare la pubblica utilità della Chiesa: il Cristiano, non che a quello dover obbedienza cieca, pecca se la presta, ma deve esaminare se il comando è conveniente, legittimo, obbligatorio; e quando il pontefice fulmina scomunica o interdetto per comandi ingiusti e nulli, non s'ha a tenerne conto, essendo abuso di podestà: la scomunica è ingiusta e sacrilega quando lanciata contro la moltitudine; non può sussistere se non s'appoggia a peccato, anticipatamente minacciato di scomunica: il Concilio di Trento, fuoco di Sant'Elmo apparso nelle maggiori burrasche della Chiesa, ingiunge estrema circospezione nell'infliggerla, ma erra quando vuole che, chi vi persevera un anno, sia dato all'Inquisizione come sospetto d'eresia; e quando vieta al magistrato secolare d'impedire al vescovo di pubblicarla: le immunità ecclesiastiche non sono di diritto divino. La Chiesa greca, sempre povera, patì minori scandali che la latina. È patto tra il popolo e i ministri della Chiesa che questi somministrino la parola e i sacramenti, quello il pane corporale. I papi, non che la temporale, neppur sempre ebbero la sopreminenza spirituale, e la usurparono favorendo principi usurpatori. Mentre le cose umane col tempo svigoriscono, nella monarchia ecclesiastica cresce l'autorità, non già la santità e la riverenza. I principi temporali non dipendono che da Dio: nè Cristo poteva trasmettere al suo vicario la potestà temporale ch'egli non esercitò. Il papa non ne ha veruna sui principi, non può punirli temporalmente, non annullarne le leggi, o spogliarli de' dominj. A rincontro gli ecclesiastici non han nulla che resti esente dalla podestà secolare, e il principe esercita sulle persone e i beni altrettanta autorità che sugli altri sudditi.

L'impugnar Roma era prova di tutt'altro che d'eroismo in una repubblica sempre ricalcitrante alle pretensioni curiali; e frà Paolo, sbraveggiando il papa, umiliavasi a Filippo II, preconizzandogli ridurrebbe schiave Europa ed Africa, e muterebbe Parigi in un villaggio; porgevasi sommessissimo ai nobiluomini del suo paese, e blandendo ad essi ed all'opinione interessata, usurpavasi gli onori del coraggio. Come sentisse in fatto di libertà cel dicono certe costituzioni da esso ideate pel suo Ordine, ove non dubita ricorrere fin alla tortura; e l'insinuare alla Repubblica provedimenti tirannici: dai giudizj escludere il dibattimento[213]; tenere ben depressi i nobili poveri; opprimere le colonie levantine; ai Greci, come a belve, limar i denti e gli artigli, umiliarli spesso, toglierne ogni occasione d'agguerrirsi, trattarli a pane e bastonate, serbando l'umanità per altre occasioni; nelle provincie d'Italia industriarsi a spogliar le città dei loro privilegi, fare che gli abitanti impoveriscano, e i loro beni sieno comperati da Veneziani; quei che nei consigli municipali si mostrano animosi, perderli se non si può guadagnarli a qual sia prezzo: se vi si trova alcun capoparte, sterminarlo sotto qualsiasi pretesto, cansando la giustizia ordinaria, e il veleno tenendo come meno odioso e più profittevole che non il carnefice. Suggerisce una legge rigorosa contro le stampe, atteso che «da pochi anni in qua escono quotidianamente a stuolo libri, che insegnano non esser da Dio altro governo che l'ecclesiastico; il secolare esser cosa profana e tirannia, e come una persecuzione contro i buoni da Dio permessa: che il popolo non è obbligato in coscienza obbedire le leggi secolari, nè pagar le gabelle e pubbliche gravezze, e basta che l'uomo sappia far di non essere scoperto: che le imposte e contribuzioni pubbliche per la maggior parte sono inique ed ingiuste, ed i principi, che le impongono scomunicati: insomma i principali magistrati sono rappresentati e posti in concetto dei sudditi per empj, scomunicati ed ingiusti; e se è necessario tenerli per forza, in coscienza è lecita ogni cosa per sottrarsi dalla loro soggezione».

Contro il papa e contro Gesuiti e Cappuccini predicava pure frà Fulgenzio Manfredi minorita, il quale poi andato a Roma con salvocondotto, ottenne ricevimento cortesissimo e l'assoluzione: poi repente fu arrestato dal Sant'Uffizio, e trovatogli libri proibiti, scritture ereticali e carteggi d'intelligenze col re d'Inghilterra, fu appiccato ed arso.

Secondava al Sarpi frà Fulgenzio Micanzio da Passirano presso Brescia, predicando con tale franchezza, che il medico Pietro Asselineau d'Orleans, dimorante in Venezia e caldo in quei maneggi, per cui spesso scriveva consulti invece di frà Paolo, ebbe a dire: «Pare Dio abbia per l'Italia suscitato un altro Melantone o Lutero»[214]. Fece egli il quaresimale nel 1609 «con libertà, verità e gran concorso di nobiltà e popolo, a dispetto del nuncio e delle sue rimostranze», come scriveva Duplessis-Mornay.

Alle scritture che, in occasione dell'interdetto, pubblicavansi contro Roma, esultavano i Protestanti; Melchiorre Goldast, Gaspare Waser, Michele Lingeslemio, Piero Pappo ne esprimevano congratulazioni, faceanle tradurre e divulgare; lo Scaligero viepiù, il quale scriveva: «Il signor Carlo Harlay di Dolot m'ha detto di aver portato libri di Calvino a diversi signori di Venezia, dove già molti hanno la cognizione degli scritti nostri»; e divulgavasi la profezia di Lutero nell'esposizione del salmo XI: «A Venezia sarà ricevuto il vangelo: e i poveri e gli oppressi cristiani liberamente si sostenteranno e nutriranno, sicchè la Chiesa si moltiplichi».

Chi abbia vissuto appena questi ultimi anni, sa come le controversie con Roma o l'avversione ad un papa infondano ardire e lusinghino speranze di rompere colla Chiesa. Chi ciò cercasse non difettava in Venezia, quali Ottavio Menino di San Vito, legale lodato e poeta latino, che molto scrisse in proposito dell'interdetto, ed eccitava il Casaubono a fare altrettanto; Antonio Querini, autore dell'Avviso pernicioso; l'erudito Domenico Molino; Alessandro Malipiero, «uomo d'una pietà senza fuoco e senza superstizioni, che era solito ogni sera accompagnare il Sarpi, a cui portava un amore e venerazione singolare, che era tra loro vicendevole»[215]. Aggiungiamo don Giovanni Marsilio, gesuita napoletano apostato, che colà rifuggito, continuava a celebrar messa, benchè sospeso dal pontefice. «Jeri morì don Giovanni Marsilio, (scriveva frà Paolo, di Venezia il 18 febbrajo 1612). Li medici dicono, che sia morto di veleno; di che io, non sapendo innanzi, altro non dico per ora. Hanno bene alcuni preti fatto ufficio con esso lui che ritrattasse le cose scritte; ed egli è sempre restato costante, dicendo avere scritto per la verità, e voler morire con quella fede. Monsieur Asselineau l'ha molte volte visitato, e potrà scrivere più particolari della sua infirmità, perchè io non ho possuto nè ho voluto per varj rispetti ricercarne il fondo. Credo che, se non fosse per ragion di Stato, si troverebbono diversi, che salterebbono da questo fosso di Roma nella cima della Riforma: ma chi teme una cosa, chi un'altra. Dio però par che goda la più minima parte de' pensieri umani. So ch'ella m'intende senza passar più oltre».

Questi, e Leonardo Donato, Nicola, Pietro, Giacomo Contarini, Leonardo Mocenigo ed altri aveano ritrovi in casa d'Andrea Morosini, ove dibatteano le controversie d'allora circa l'autorità regia e la papale, avversi del pari alle esorbitanze romane come alla prevalenza spagnuola. Vi davano appoggio ed incitamento l'ambasciatore d'Inghilterra ed il famoso Bedell suo cappellano, il quale tradusse da frà Paolo la Storia dell'Interdetto e quella dell'Inquisizione, e studiavasi d'introdurre la Riforma, continuando la pratica anche dopo che Venezia si fu rassettata col papa. Il nunzio Ubaldini nel novembre 1608 avvisava il cardinale Borghese come fossero partiti per Venezia due predicanti ginevrini, sicuri di avervi liete accoglienze da alcuni nobili, ma poi aveano ricevuto ordine di tornar indietro.

Giovanni Diodati, che menzionammo discendente da profughi lucchesi, dalla Chiesa di Ginevra deputato al sinodo di Dordrecht nel 1618, ed eletto, benchè straniero, a redigerne le deliberazioni, avea procurato la versione della Storia del Concilio di Trento di frà Paolo; e a lui di queste intelligenze dando informazione, il Bedell soggiungeva: Ecclesiæ venetæ reformationem speramus, e lo esortava a recarsi colà, dove lo sospiravano l'ambasciator suo e frà Paolo. Fu per tal occasione che il Diodati pubblicò la sua versione italiana della Bibbia, e scriveva: «Non istò senza speranza di farne entrare e volare degli esemplari in Venezia, dove la superstizione ha già ricevuto una breccia, per la quale è entrata la libertà, cui Dio santificherà per la sua verità quando ne sia il tempo». E pochi mesi dopo: «A Venezia ne ho già spedito qualche numero di esemplari, e spero ben tosto maggior commissione. Per suggerimento dell'ambasciatore d'Inghilterra in Venezia, io fo adesso stampare il Nuovo Testamento a parte, in piccola gentilissima forma, perchè serva agli avventurosi principj che Dio vi ha fatti apparire. E forse il meno sarà questo servirli con la penna solamente; poichè bisognerà intraprendere altra cosa più forte ed espressa, e belli e formati sono i progetti, i quali il tempo è vicino molto a metter fuori, siccome io spero in Nostro Signore».

Duplessis-Mornay, detto il papa de' calvinisti francesi, avea fatto il Mistero d'iniquità e la Istituzione, uso e dottrina del santissimo sacramento dell'eucaristia nella chiesa antica; come, quando e per quali gradi la messa s'è introdotta in sua vece (La Rochelle 1598), opera dove i Cattolici verificarono quattrocento false citazioni, su di che si tenne una famosa conferenza a Fontainebleau il 4 maggio 1600, dopo la quale egli ristampò quel libro a Saumur il 1604, con meno infedeltà. Egli zelava la conversione di Venezia, e a lui il Diodati porgeva contezza come già da due anni ne stesse in pratica: da lettere di colà venir reso certo che il paese è rinnovato; liberissimi discorsi tenervisi, massime da frà Paolo, da frà Fulgenzio, dal Bedell, in modo che uno crederebbe esser a Ginevra; il mal umore contro il papa non acchetarsi; e tre quarti de' nobili aver già raggiunta la verità. De Liquez, compagno del Diodati, soggiungeva: «Frà Paolo mi assicura che nel popolo conosce più di dodici o quindicimila persone, le quali alla prima occasione si volterebbero contro la Chiesa romana. Son quelli che da padre in figlio ereditarono la vera cognizione di Dio, o resti degli antichi Valdesi. Nella nobiltà moltissimi hanno conosciuto la verità, ma non amano esser nominati finchè non venga il destro di chiarirsi. E una prova si è che frà Paolo, quantunque scomunicato, ebbe ordine dal senato di continuare a celebrar messa». Aggiunge che, avendo i preti esatto che, prima di ricever l'assoluzione, i loro penitenti promettessero obbedire al papa nel caso d'un nuovo interdetto, il Governo gli ha arrestati, et mis en lieu où depuis ne s'en est oui nouvelles; tellement que, depuis l'accord, ils ont plus fait mourir de prètres et autres ecclésiastiques, qu'il n'avoyent fait en cents ans auparavant. Anche Link, emissario dell'elettor palatino, del quale si legge la relazione negli Archivj storici del professore Lebret, parla di oltre mille persone aspiranti alla Riforma, fra cui trecento distinti patrizj: s'avrebbero dunque trecento voti nel gran consiglio, che di rado eccedeva i seicento; se vi si aggiungano quelli che voterebbero per la costoro influenza, facilmente potevano conseguire la maggiorità, e quindi l'effetto de' loro desiderj.

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