Gli eretici d'Italia, vol. III (part 3 of 5)
Quando Torino fu restituita al duca, questi vi trovò molti Ugonotti; laonde istituì nell'Università una cattedra di teologia per ispiegarvi le epistole di san Paolo, nel che ebbe grand'ajuto dal gesuita Achille Gagliardi, dal teologo Lodovico Codretto e dal padre Giovanni Martini, che scorsero predicando le valli valdesi.
Narrano pure che a Vercelli un cortigiano calvinista, perdendo al giuoco, entrò furioso nella cattedrale, e percosse di schiaffo un'effigie marmorea della Madonna. Vi restò l'impronta della mano e del sangue che ne sprizzò, e il duca Carlo volle che il reo, benchè appartenente alla Corte, fosse impiccato.
È parimenti narrato che nel castello di Ciamberì, il 4 dicembre 1532, la sacra sindone, lenzuolo entro cui si crede fosse avvolto Cristo morto, restasse preservata da un incendio sì forte, che fuse il metallo della cassa in cui era contenuta: a verificare il qual miracolo, Clemente VII spedì il cardinal Gorrovedo. Più tardi, cioè nel 1578, quel sacro lenzuolo fu tolto da Ciamberì perchè correa pericolo d'esser violato dagli eretici, e portato a Torino dove ottiene costante venerazione[391].
I Valdesi aveano preso baldanza dai subbugli del paese e dagli incrementi de' loro religionarj di Svizzera e di Francia, onde il duca da Nizza pubblicò un editto per frenarne il proselitismo. Furonvi poi spediti l'inquisitore Tommaso Giacomelli e missionarj, fra cui il Possevino.
Il Possevino era nato a Mantova nel 1534 da gente nobile ma povera, ed entrato educatore in casa del cardinale Ercole Gonzaga, vi conobbe quanto di meglio fioriva in Italia, e ne ottenne la stima. Posto abbate di Fossano, vedevasi aperta innanzi una splendida carriera, ma vi preferì la faticosa di gesuita, e fu de' più operosi in quella operosissima società. Non abbiamo qui a raccontare le sue legazioni in Isvezia, in Polonia, in Ungheria, a Mosca, paesi de' quali diede si può dire i primi ragguagli; fondò collegi in Piemonte, in Savoja, in Francia.
E in mezzo a terre di Francia giaceva il contado d'Avignone, che atteneasi all'Italia come dominio dei papi, i quali lunga dimora vi aveano fatto durante quella che si disse schiavitù babilonese: e da poi vi mantenevano un legato pel governo civile, il quale presto ebbe ad occuparsi d'escluderne l'eresia. Perocchè gli Ugonotti vi eccitavano tumulti, onde averne pretesto per sottrarre il paese alla signoria del pontefice, di cui distrussero fin i palazzi. Pio IV vi mandò suo cugino Fabrizio Serbelloni, fratello del famoso Gabriele, il quale, col titolo di generale poi di governatore e con poteri straordinarj, sostenne i Cattolici, onde i Protestanti gli diedero taccia di enormi crudeltà; fatto è che riuscì a domarli, ne sbandì duemila, e ripristinò la messa.
Scoppiate poi le guerre civili di Francia, quel contado ebbe molto a soffrirne, e la stessa città fu nottetempo assalita, ma una fiaccola miracolosa fece il giro delle mura svegliando le scolte; sicchè la sorpresa fallì. Dappoi fu confortata dalle armi di Torquato Conti e dalle prediche di Feliciano Capitoni di Narni.
Colà era stato mandato il Possevino come prefetto del collegio gesuitico: ma nel 1569 essendo venuto a Roma, quando tornò bucinossi ch'egli vi fosse andato a denunciare molti eretici al papa; e che questi volesse introdurvi l'Inquisizione alla spagnuola, e abolire le confraternite dei Disciplini. In tempi sommossi nulla sì facile come il far credere anche le men probabili baje. Gl'inveleniti inveleniscono; la città si solleva contro il Possevino; il magistrato è costretto calmar quelle furie con colpire di severo editto i Gesuiti: ma il papa scrive smentendo i fatti; le ire sbollono; tutto ritorna alla quiete.
Del Possevino conserviamo un curioso racconto della sua missione tra i Valdesi[392], nella quale adunò un'assemblea generale in Chivasso, ma senza frutto. Insieme con gravi comminatorie di galera e di forca si vietarono l'esercizio pubblico del culto, e le prediche dei barbi; sicchè Scipione Lentulo, napoletano di molta dottrina[393], e Simone Fiorillo, che v'erano rifuggiti, trasferironsi a predicare in Valtellina, dove gli abbiamo trovati. Altri pure abbandonarono quel ricovero: poi crescendo i rigori, i Valdesi posero in disputa se fosse lecito resistere colle armi. Alcuni barbi sosteneano, «Non si deve al principe opporsi, neppure a difesa della vita, massime qui dove coi nostri averi possiamo ritirarci in monti più reconditi»; altri: «Sì; avete autorità d'usar le armi, non essendo contra il principe ma contra il papa». Quali seguono il primo parere; quali avventansi ad aperta ribellione. Per chetarli il duca propose un colloquio; ma al papa spiaceva che, nell'Italia stessa e sotto i suoi occhi, si mettesse in controversia la indisputabile sua autorità: se a quei popoli facea bisogno d'istruzione, manderebbe teologi e un legato con plenaria autorità di assolverli: sebbene di poca speranza si lusingasse, conscio della pertinacia degli eretici, che ogni passo a persuaderli interpretano per impotenza a costringerli.
I duchi di Savoja pubblicarono molti editti per sistemare o per comprimer i Valdesi; v'andavano spesso inquisitori e missionarj, e vi si adoperarono le arti della persuasione e della preghiera. Le sventure del paese, cui l'ambizione irrequieta di Carlo III avea tirata addosso la dominazione francese, davano impulso anche a movimenti antireligiosi, finchè Emanuele Filiberto (1553-1580), a servizio dell'imperatore acquistata rinomanza guerresca colle vittorie di Gravelina e San Quintino, in compenso ricuperò gli aviti dominj nella pace di Castel Cambrese. Cercò rendersi indipendente da Francia e robusto col fare armi, col togliere le rappresentanze paesane e gravare i sudditi d'imposte, mentre li scioglieva dai vincoli di servigi personali e di manomorta. Capì esso come gl'interessi di sua casa dovessero trasportarsi in Italia, e qui stabilì la sua capitale; ma non per questo abbandonava le idee avite, e fantasticava un regno allobrogo, confinato dalla Provenza e dal Delfinato, dal Lionese e dalla Bresse, dalla Svizzera francese e dalle provincie subalpine. A ciò l'infervorava il senatore Joly d'Allery nel 1561 in uno scritto, che, come gli opuscoli di Napoleone III, diffuso a migliaja di copie, doveva o creare o ingannare o scandagliare l'opinione pubblica. Ma per aver fautori a tal pensiero, suggerivagli di conciliarsi gli Ugonotti di Francia e i principi e Cantoni protestanti coll'abbracciarne la dottrina, come avea fatto egli stesso, il senatore Joly, che avea stabilito una Chiesa evangelica a Ciamberì.
La proposizione dovea far orrore, e venne processato; ed egli confessò che l'ingrandimento della Savoja era ambito da tutti i sudditi; quanto alla religione non desiderava di meglio che di veder pubblicato, non le dottrine di Calvino o di Farel, ma il vangelo. Condannato a lievissima pena, presto fu rintegrato dal duca, di cui avea carezzato le ambizioni.
Certamente coll'apostasia Emanuele Filiberto avrebbe rimosso l'opposizione che ai suoi incrementi facevano il Lesdiguières, Ginevra, Berna, e attirato a sè gli Ugonotti di Francia, i quali, badando più alla religione che alla nazionalità, come tendeano la mano all'Inghilterra e all'Olanda, così sarebbonsi messi col capo de' Valdesi.
Ma fra il bisogno che avea di Spagna e del papa, tra la particolare pietà[394] e il desiderio d'aver ne' sudditi l'unità di credenza, preferì le armi, mestier suo, e tanto più che accorreano molti Francesi in quelle valli per ajutare i loro religionarj, ond'egli temeva non rimettessero in pericolo la nazionale indipendenza. Spedì dunque truppe, che nella difficile guerra di montagna recarono e soffersero gravi strazj. Vedendo la difficoltà dell'esito e l'inopportunità dei mezzi, avendo anche settemila uomini di Savoja toccato una grave sconfitta a San Germano, con grande rincoramento degli insorti, il duca calò ad accordi; concesse a' Valdesi perdono, e di tener congreghe e prediche in determinati luoghi; negli altri soltanto consolar gl'infermi, e far certi riti; i profughi rientrassero; potesse il duca escluder i predicanti che non gli aggradivano, ma essi eleggerne altri: però non trapassassero i loro confini, e non escludessero i riti dei Cattolici (5 giugno 1560). Il borgo di Torre, smantellato dal Caracciolo, venne munito di nuovo, e diventò sede del governator della valle.
Con ciò Emanuele Filiberto gratificossi la Corte di Roma[395], che s'interpose onde fargli cedere dalla Francia le fortezze che teneva di qua dell'Alpi. Ma il duca, che pure ajutò la Francia contro gli Ugonotti[396], restò in mala fama presso i novatori, sì per questi provvedimenti, sì pei processi contro eretici. Il 20 giugno 1556, in piazza Castello a Torino era stato ucciso Bartolomeo Actor, côlto mentre da Ginevra portava lettere e libri eterodossi nella val San Martino; altre condanne negli anni seguenti; e il Mainardi scriveva da Chiavenna il 7 maggio 1563 a Fabrizio Montano: «Da coloro che vengono qui dal Piemonte ci è riferito che il duca di Savoja fu fatto dal papa capitano della Chiesa, o confaloniere; e riceve ogni anno sessantamila scudi di paga». E il Vergerio al duca Alberto il 5 aprile 1562: Cum natus fuerit filius ill. Sabaudiæ duci, ille non modo antichristum, sed quinque pagos Helveticos acerbissimos purioris evangelii hostes ascivit sibi in susceptores, seu compatres, quod non obscuram dat significationem quod adversum nos aliquid moliatur.
Fabrizio Ferrari, residente a Milano pel granduca di Toscana, ai 5 febbrajo 1566 scriveva: «Di Piemonte s'intende che ogni dì si scoprano diversi umori di Ugonotti, e che il duca ha molta difficoltà di provedere, temendosi massime che la moglie e quasi tutti i ministri di sua eccellenza siano del medesimo umore. Piaccia al Signore Dio di porvi la mano, perchè, ogni poco di fomento che venisse dato a que' popoli, che restano in generale malissimo soddisfatti, dico gli Ugonotti e gli altri del duca, si teme che darebbe occasione di accender un'altra volta il fuoco in queste parti»[397].
Di rimpatto il padre Laderchi, al 1568, insinua che Margherita di Valois, figlia di Francesco I e sorella d'Enrico II, avesse bevuto gli errori dalla famosa Margherita di Navarra, protetto il Carnesecchi che le raccomandò il Flaminio; e venendo moglie a Filiberto di Savoja, seco menasse letterati ed eruditi infetti di calvinismo, e per se stessa e coll'ajuto di quelli abbia subillato il marito a reluttare contro l'autorità pontifizia, alla quale esso, come i suoi avi, era stato docilissimo. Agli abitanti di Verna e d'altri luoghi spettanti alla chiesa d'Asti, aveano i ministri del duca imposto di pagar una parte di tributo, e dare soldati, e comprar del proprio certe armi. Questa diminuzione di franchigie parve ingiusta al papa; rimostrò al duca come ne patisse il suo nome, e l'esortava a ritirar gli ordini, o se credesse avervi ragioni, gliele facesse conoscere. Gravi rimproveri indirizzò il papa al vescovo d'Asti Gaspare Caprio, che aveva assentito a tali insolite imposizioni, ond'egli andava a portarne richiamo al duca, quando cascò da una scala e morì. Essendo costui stato pigro nel perseguitar gli eretici, che in occasione della guerra erano venuti numerosi in quella diocesi, molto lasciò da faticare al successor suo frà Domenico Della Rovere, già inquisitore. Il quale colla fermezza seppe indurre il duca a desistere da varie usurpazioni, che avea cominciate contro le immunità ecclesiastiche.
A Onorato di Savoja conte di Tenda, omnium hæreticorum hostem acerrimum, Pio V scriveva il 30 dicembre 1569 perchè arrestasse quell'Antonio Planca, segator di legna, che su mentovammo, e che era ricaduto nell'eresia dopo ritrattato: Innocenzo Guino detto Umeta, ed altri di cui gli trasmetteva i nomi: con gran diligenza e secretezza li consegnasse al vescovo di Ventimiglia. Anche ad Emanuele Filiberto esso papa domandava il 21 aprile 1570, consegnasse al Sant'Uffizio Giovanni Toma, eretico e apostata, che giaceva nelle carceri di Torino; e da cui sperava trar notizie de' complici. In quegli anni ricordansi editti, condanne, riazioni, sì in queste valli sì nel Delfinato, e distruzione di chiese e uccisioni di parroci, attribuiti dagli uni ai Valdesi, da altri agli Ugonotti, raccoltisi in val di Pragelato. Frà Tommaso Giacomello da Pinerolo, morto il 1569, inquisitor generale a Torino poi vescovo di Tolone e autore di due trattati De auctoritate papæ, e Contra Valdenses, preso il capo de' Barbetti, lo diede al braccio secolare.
Insignemente procurò per la conversione de' Valdesi san Francesco di Sales (1567-1622). Era egli stato scolaro del Panciroli all'Università di Padova, ove fu dottorato il 5 settembre 1591; e durante gli studj aveva conosciuto il pio e dolce gesuita Possevino: e presolo direttore della sua coscienza, forse ne trasse quella dolcezza, che divenne suo carattere. Special devozione professava alla Beata Vergine, e la spiegò principalmente nella visita alla santa casa di Loreto. A Roma non trovò che santità dove Lutero non avea visto che abominazione: e fattosi prete, si pose tutto a convertire eretici, e divenne vescovo di Annecy, poi di Ginevra. Recandosi a Milano a venerare il corpo di san Carlo, e nel viaggio avuto contezza della congregazione de' Barnabiti, da poco istituita, alloggiò presso di essi nelle camere già usate da quel santo quando andava a farvi gli esercizj spirituali, e li pregò a venir a reggere il collegio di Annecy, istituito da Eustachio Chappuy, ch'era stato ai servigi di Carlo V. Col consenso di Federico Borromeo vi andò infatti il padre Giusto Guerin, che poi succedette al santo nel vescovado di Ginevra, e che vi istituì i preti della missione.
Era sottentrato duca di Savoja Carlo Emanuele (1580-1630), detto il grande perchè irreposato nel mestare in tutte le brighe d'allora, e perchè cercò ingrandir il Piemonte col pretesto di unificare l'Italia e di sbrattarla da' forestieri, mentre vi adoprava mezzi che ve li attiravano. Egli mandò a pregar san Francesco venisse a Torino, per divisare i modi di tornar alla via retta il Sciablese; e il santo, persuaso che del traviamento fosse stata causa principale il non conoscer la vera religione, propose vi si spedissero missionarj zelanti, capaci di dissipare le prevenzioni e confutare le calunnie; si escludessero dalla Savoja i ministri calvinisti; ai libri ereticali se ne surrogassero di buoni; s'introducessero i Gesuiti per educare i giovani e sostenere le controversie. Però fra i ministri stessi di Carlo non pochi inclinavano alle novità; e san Francesco ebbe troppo ad esercitare la modesta sua maestà e la dolce persuasione per rinnovare i riti cattolici nella Savoja, donde alfine i Calvinisti rimasero esclusi.
Il duca cooperava col santo nel convertire i Savojardi; li traeva al suo castello di Thonon, e accoltili con cortesia, esponeva loro gli argomenti più efficaci a dimostrare l'unità della fede e della Chiesa. Molti risposero alle sue premure, e quand'egli usciva, la gente faceasegli attorno gridando: «Viva sua altezza reale! Viva la Chiesa romana! Viva il papa!»[398].
Cristina di Francia, venuta sposa al principe di Piemonte, volle avere Francesco per limosiniere, ed egli sol dopo lunghe istanze accettò, a patto di non dovere staccarsi dalla sua residenza. Essa gli regalò un bel diamante, e presto il santo lo vendè; gliene diede allora un altro, ma poichè egli facevale intendere non gli era possibile conservare preziosità finchè poveri ci fossero, essa lo pregò di nol vendere, ma impegnarlo, ed ella medesima lo riscatterebbe. Ecco il comunismo dei santi.
Carlo Emanuele, nell'irrequieta ambizione d'ingrandirsi, sperò profittare, come di tutto, così delle guerre religiose di Francia, ed alleatosi con Filippo II, col suo appoggio tolse Saluzzo ai Francesi, assicurando lo faceva per sottrar quel paese al pericolo di cascare in mano degli Ugonotti (1588). E atteggiandosi campione del cattolicismo, chiama tutta l'Europa a soccorrerlo, assale la Provenza, tenta aver Marsiglia, adopra a vicenda maneggi e violenze, finchè stancato, Enrico IV gli dichiarò guerra.
Il Lesdiguières prese la capitananza dei Protestanti del Delfinato, che allora si diffusero nel marchesato di Saluzzo, in San Germano, a Pramollo; e con essi nel 1592 espugnò i castelli di Perosa, Cavour, Bricherasio ed altri, onde fu soprannomato Schiumatore delle Alpi. Il forte di Santa Caterina che dai confini della Savoja sempre minacciava Ginevra, fu dato a questa città, togliendolo al duca, il quale nella pace cedette i paesi attorno al lago Lemano, ma si assicurò Saluzzo.
Carlo Emanuele, disposto a voltar casacca qualunque volta gli giovasse, si accostò ai Protestanti tedeschi, per mezzo del conte Ernesto di Mansfeld e di Cristiano d'Anhalt, offrendo soccorrerli nella guerra dei Trent'anni: col che sperò perfino ottener l'impero; ma l'intento non gli successe[399]. Legò intelligenze anche col connestabile di Lesdiguières, al quale avea sempre fatto guerra come a capo degli Ugonotti, e concertava seco di conquistar il Milanese, il Monferrato, la Corsica e il Genovesato, del quale cederebbe la città e la riviera di levante a Francia, affinchè avesse libero passo all'Italia. Scontento del mal esito qui e della vergognosa sua spedizione contro Ginevra, e rovinato il paese suo per acquistar l'altrui, morì di crepacuore.
In un memoriale che al duca sporsero nel 1585, i Valdesi diceano che il loro culto da alcune centinaja d'anni professavasi secretamente, e da trent'anni palesemente; vantavano diritti a tolleranza; voleano patteggiar coi proprj sovrani, e mandavano ambasciatori ai sovrani esteri. Nel 1593, quando Enrico IV stava per abjurare, gli scrissero: «Sire, Dio vi ha reso padrone della Gallia transalpina; la cisalpina pure sarà vostra, appena lo vogliate. Il marchesato di Saluzzo tornerà a voi, e Milano anche. Le valli di Luserna, Perosa, San Martino son già vostre, e al Delfinato vostro serviranno di bastioni, costruiti dal supremo Fattore, ed elevati fin al cielo. Ciò è molto, ma non tutto, perchè con queste muraglie altissime e merlate voi avrete mura e fortezze vive. Son i popoli vostri, o sire, che abitano le viscere di queste valli, combattenti per natura insuperabili, e rinomati per antichità, consacrati ora e sempre al servizio di vostra maestà. Ad essa fecer oblazione de' loro beni, sagrificarono sull'altare di essa i corpi e le vite; essi e i figli loro vissero per vivere e morire sotto la vostra corona. Insomma essi son vostri»[400].
Non è dunque vero quel che tanto si ripetè or ora, che Enrico IV volesse ingrandire la casa di Savoja in Italia: anzi è notevole che, nel famoso suo Piano di repubblica cristiana, metteva capo della federazione italiana il pontefice, e non tollerava in Italia che la religione cattolica[401].
In quelle sue tresche col Lesdiguières, lasciossi da questo indurre a concedere ai Valdesi un editto di grazia nel 1617. Per questo i fedelissimi ed umilissimi sudditi e servitori di sua altezza, che fanno professione della religione riformata secondo l'evangelo di Gesù Cristo nelle valli di Luserna, Perosa, San Martino, Roccapiatta, San Bartolomeo, Taluco, Meana, Matti e marchesato di Saluzzo», ebbero lunga pace. Della quale giovandosi, ripassarono il Pellice, confine prescritto, si diffusero nelle valli di Susa e di Saluzzo, fabbricarono tempj, celebrarono solenni pasque con sì grande affluenza, che il vescovo di Saluzzo vi si portò nella medesima settimana affine di rimettere in qualche splendore la sua chiesa abbandonata[402]. Commisero anche profanazioni di chiese e cimiteri, e delitti che la storia riceve con gran precauzione, conscia delle calunnie che i partiti sogliono rimbalzarsi.
Carlo Emanuele al 24 gennajo 1624 ordinava si demolissero sei nuovi tempj, si mandasse via un maestro; e mandava ai Valdesi editti, somiglianti a pastorali; vietava trattassero in chiesa d'altre cose che del culto; ne frenava i bizzarri umori con castelli; spediva Cappuccini e Gesuiti, che teneano anche pubbliche dispute. Una ne fu il 1598 a San Germano fra il cappuccino Filippo Ribotti di Pancalieri e il ministro Davide Rostagno, dietro alla quale abbracciarono il cattolicismo varj capitani; nel 1602 l'arcivescovo di Torino dava un salvocondotto a' barbi perchè venissero a discutere seco in Perosa.
Nel 1596 l'arcivescovo Broglia visitava le valli Valdesi, a capo di missionarj cappuccini e gesuiti, e grandi frutti di conversioni raccolse, cominciando da minacce, poi ricevendo con tutta carità i ravveduti. Solo a Festeona, presso Demonte, gli eretici durarono insolenti e contumaci, sinchè vennero anche quivi all'obbedienza, eccetto tre che furono esigliati. Vi tornò poi nel 1601, e potè purgare Luserna: quei di Bibiana vollero che il loro barba Agostino, frate italiano, ivi rifuggito e ammogliato, potesse disputare sulla verità della Messa; ma sì questo, sì altri, quand'erano serrati dalle argomentazioni, volgeano la cosa in riso. Tenea poi sempre colà missioni, principalmente di Cappuccini, e largheggiava in limosine. E nel 1620 il padre Girolamo da Mondovì ristorò la chiesa a Perrero e la casa parrocchiale; il padre Ambrogio da Moncalieri alla domenica radunava i fedeli per ispiegar la dottrina; e negli anni seguenti il padre Stefano da Torino rialzava le distrutte cappelle, istruiva, soccorreva. Il padre Giantommaso di Brà fondava in Perosa un ginnasio: il padre Girolamo da Pamparato nel 1648 vi tornò più volte per impedire che il fisco carpisse i beni destinati a quelle missioni. Nel 1623 l'arcivescovo Chiglietti facendo la visita alla valle di Pragelato, suddita a Francia, non vi trovava più vestigio di cattoliche consuetudini.
Marcaurelio Rorenco, consignore della valle di Luserna e gran priore di San Rocco a Torino, adoprò assai a convertire i Valdesi, secondato da sua madre, e fu considerato, a detta del Léger, come il più diligente, sottile ed efficace stromento contro di essi. Nel 1632 stampò una «Narrazione dell'introduzione delle eresie nelle valli di Piemonte», e nel 1649 «Memorie storiche dell'introduzione delle eresie, dedicate al duca di Savoja» esprimendo nel proemio: «Voi fate e dite, e vivono persone che si ricordano che i vostri padri facevano e dicevano altrimenti».
Quando, pel trattato di Cherasco del 1633 il duca di Savoja Vittorio Amedeo recuperava gli aviti possedimenti, si ripeterono gli editti antichi, allontanando i Valdesi da Pinerolo, pena di morte l'abitar fuori de' confini assegnati.
Ma rottesi nuove guerre, Carlo Emanuele II nella pace dovè ceder ancora ai Francesi Pinerolo e la val di Perosa; dove Luigi XIV, il 4 agosto 1654, vietava l'esercizio del culto valdese, e richiamava in vigore gli editti dei duchi. Cambiata allora la pazienza in furore, i Valdesi, radunatisi in forza tra le valli della Dora di Pragelato, sotto la presidenza di Giovanni Léger, consacrato ministro di Prali, San Germano e Rodoreto nel 1639, s'avventano nella val del Po saccheggiando; di incendj a monasteri e chiese sono imputati i ministri e le loro mogli; e d'assassinj, come quel del parroco di Fenile, il cui uccisore Berru confessò averne commissione da Antonio Léger e da altri barbi.
Anche il duca, usciti vani i ripetuti editti, e nuove concessioni e rigori per restringere i Barbetti fra i designati confini, manda il marchese di Pianezza ad accamparsi in mezzo a loro, e occuparne i castelli e gli abituri. Corsero allora fiere battaglie, e in una dell'11 marzo 1655 a Bobbio perirono censessanta Valdesi e altrettanti Cattolici, cencinquanta per parte a Villar; e dicesi duemila in tutto. Nell'aprile l'intera valle di Luserna era devastata d'incendj e morti. Condotti da Léger, Gianavello e Jayer, che uccidevano quanti Cattolici cogliessero, i Valdesi si raccolsero sulle rive dell'Angrogna, verso le cime più erte; e alla Vaccheria e al Prato del Forno si munirono insuperabilmente, mentre invocavano l'ajuto de' correligionarj di tutta Europa.
Ribaditi nelle loro credenze dal trovarle perseguitate, tennero nota giornale d'ogni lor avvenimento; e le fughe, le vittorie, l'esiglio narrarono con quella passione, che, se scema fede, cresce interesse. E se oggi pure ha tanta attrattiva per noi lontani, noi dissenzienti, che doveva essere allora, e tra religionarj? Giovanni Léger, che gli aveva inveleniti contro i Piemontesi, poi al sinodo di Boissel determinati all'insurrezione, descrivendo e (speriamo) esagerando le persecuzioni da loro sofferte, massime nella Storia delle chiese evangeliche nelle valli del Piemonte (Leida, 1669) eccitava l'indignazione de' Riformati di tutta Europa, narrando di vergini stuprate, di madri impalate, di fanciulli sfracellati contro le roccie, d'uomini attaccati agli alberi col petto aperto e strappatone il cuore e i polmoni, d'altri scorticati vivi, di sangue scorrente a rigagni, del paese sparso d'incendj dal Pianezza, infellonito da' frati; v'aggiunse l'allettativo de' disegni di que' martirj. Da questo Tacito della sètta i successivi ritrassero i fatti e l'ira, onde non solo fra i coetanei Carlo Emanuele II passò per un Nerone, e rimasero esecrate le pasque piemontesi. Rimostranze fioccarono dall'Olanda e dalla Svizzera; Cromwell, protettore in Inghilterra, mandava lamentarsene, e Carlo Emanuele rispondeva, sentirgli di strano il qualificar di barbarie castighi paterni inflitti a sudditi ribelli, cui nessun sovrano avrebbe potuto tollerare; pure egli esser disposto a perdonare per deferenza al serenissimo protettore. Da tutte parti vennero collette per soccorso de' Valdesi; due milioni di lire dall'Inghilterra; secenquaranta mila fiorini dall'Olanda; Cromwell assegnò dodicimila sterline l'anno a soccorso delle chiese de' Valdesi, ai quali offrì asilo e terre in Irlanda.
Avendo Alessandro VII disapprovate le piemontesi crudeltà, molto il lodarono le gazzette olandesi di quel tempo[403]. Alfine interpostasi la Francia, a Torino il 31 luglio 1655 fu ristabilita la pace con perdonanza generale e colle concessioni di prima; le terre che i Valdesi possedeano fuor de' confini eran loro compensate con altre fra il Pellice e il Chisone.
Non è vinto un nemico che si lascia intatto di forze; e ben presto nuovi tumulti attirarono nuove armi e guerre su quella «terra maledetta, senza monaci nè madonne». Attizzavano le ire i molti che, sdegnando il perdono, s'erano fissati in Isvizzera, e che, come tutti i fuorusciti, sommoveano la patria più per vendetta che per desiderio di recuperarla; il Léger, ch'era stato condannato a morte in contumacia, non cessava d'accannire imbrunendo ogni atto del governo, portando lamenti ai principi protestanti, accumulando calunnie, armi, denari con soscrizioni; non placabile mai finchè non morì ministro a Leyda. Ne seguivano sevizie d'ambe le parti[404]; a Torino faceansi processi e condanne, nelle valli insurrezioni, massime nel 1663 con molte uccisioni; poi l'anno appresso, per interposto delle potenze cattoliche, si rifà la pace, e Carlo Emanuele concede perdono «malgrado le qualità e le circostanze delle offese, i danni ricevuti da fedeli sudditi, da noi e dalla giustizia, e l'esser ritornati a delitti sempre maggiori».
Poco dopo (1685), Luigi XIV rivocava l'editto di Nantes, pel quale Enrico IV avea concesso libero culto in Francia ai Calvinisti. A questo re papa, a questo re Dio, che non avea più sudditi ma adoratori: che da Bossuet n'era felicitato colle parole indirizzate dai vescovi in concilio all'imperatore Costantino; che era riuscito (come vantavano i suoi adulatori) a far cambiar religione a un milione di sudditi, e ridurre tutto il regno ad unità di credenza, fu dato a intendere che i religionarj profughi di Francia trovasser ricovero nelle valli subalpine per sottrarsi al carcere e alle dragonate. Per mezzo del suo ambasciadore marchese d'Arcy chiese dunque, il 12 ottobre 1685, che, volendo egli convertire le valli soggette al suo dominio, anche il duca di Savoja spegnesse quel focolajo d'eresia e di ribellione sulle sue frontiere, e spedì truppe per indurlo ed ajutarlo a cacciarli. Vittorio Amedeo II, allora giovinetto, sebbene mostrasse quanto il fatto era difficile, dopo sì lunga consuetudine, e averlo tentato invano i suoi predecessori, ch'erano nel pieno loro diritto, non credette poter contraddirgli, e intimò che fra due mesi tutti i Protestanti del marchesato di Saluzzo si rendessero cattolici, se no morte e confisca. Pertanto di quelli sparsi nei Comuni di Paesana, Brondello, Crissolo, non uno rimase: anche nelle valli privilegiate ne interdisse il culto fino in case private; fossero demoliti i tempj, espulsi i barbi; i bambini si allevassero cattolici; se no, cinque anni di galera ai padri e sferzate alle madri: gli eretici stranieri uscissero, vendendo i loro beni, che altrimenti sarebbero compri dal fisco.
Per eseguire l'intollerante decreto bisognò un esercito, e lo comandò Vittorio Amedeo in persona, forse per farlo men sanguinario; Louvois, ministro della guerra del gran re, unì ai Savojardi quattromila soldati: grosso esercito contro montanari inermi, comandato dal francese Catinat e dal savojardo Gabriel. Gli uomini presi e legati mandavansi a Torino: restavano donne, fanciulli, vecchi, esposti alla brutalità de' soldati, che li straziavano per farli abjurare.
Gli Svizzeri impetrarono da Vittorio Amedeo che i Valdesi potessero migrare: e «Voi potete ancora (diceano a questi) uscir da paese sì caro e sì funesto; potete condur con voi le vostre famiglie, conservare la religione vostra, evitare nuovo sangue: in nome del cielo non ostinatevi a inutile resistenza». Pure nell'assemblea di Roccapiatta l'aprile 1686 decisero di resistere fin alla morte; scannarono e salarono il bestiame, e rifuggirono fra le Alpi meno accessibili, mentre i robusti s'accingeano a respingere risolutamente le truppe.
Chi, conoscendo la potenza del gran re e il valore del maresciallo Catinat, mal sapesse persuadersi che un pugno di Valdesi resistesse con effetto, mostrerebbe non conoscere la possa di gente che difende la patria e le credenze; nè l'insuperabile natura delle posizioni di Balsilla, di Serra il Crudele e d'altre, ove due possono respingerne mille, e i sassi sepellire cavalleria e cannoni. Ma la disciplina del nemico e più la fame peggioravano la situazione de' Barbetti, che, quando fossero côlti, come rei di lesa maestà venivano uccisi, o mandati alle carceri, alle galere. Ridotti a piccol numero, ricoverarono sul suolo elvetico: ma di là ribramavano la patria; e alcuni per forza vollero ricuperarla, e una colonna di novecento, sollecitata e condotta dal vecchio Gianavello, imbarcatisi sul lago di Ginevra, per la Moriana valicarono il Moncenisio, e sceser dalla val della Dora in Pragelato, e dalla Balsilla respinsero dodicimila Francesi e diecimila Piemontesi; ma il Catinat molti ne colse ed appiccò.
Fra tali eventi, il duca di Savoja trovò che gli tornava conto guastarsi colla Francia ed unirsi all'Austria. Allora, per ingrazianir l'Inghilterra, amica di questa, ripristinò ne' loro diritti i Valdesi, rilasciò quei che tenea prigionieri a Torino, e giunse fin a permettere tornassero al culto paterno quei che l'aveano abbandonato per paura o fini umani. L'Inquisizione romana cassò queste disposizioni come enormi, empie, detestabili, e il duca proibì si pubblicasse il decreto di essa, e chiese ne' suoi Stati l'abolizione del Sant'Uffizio; e papa Innocenzo riconobbe che si era ecceduto.
I Valdesi ricambiarono la tolleranza del duca col fortemente ajutarlo nella guerra alla Francia, servendo d'antiguardo al principe Eugenio di Savoja; e unitisi in reggimenti colla divisa La pazienza stancata divien furore, gravemente danneggiarono il Delfinato e le truppe di Luigi XIV. Poco andava, e Vittorio Amedeo trovava utile di ricomporsi in pace col gran re, ricuperando Pinerolo e la val di Perosa, da sessantasei anni obbedienti alla Francia. Per patto con questa si obbligò ad espellerne i Valdesi; i quali in numero di duemila cinquecento uscirono allora dal Piemonte per ricoverarsi in Isvizzera, nella Prussia, nell'Assia, nella contea d'Isemberg, nel Baden-Durlach: da Eberardo Ludovico duca di Würtenberg, con diploma del 1699 ottennero terre fra Maulbronn e Knittlingen, dove eressero casali che, rinnovando i nomi alpini, chiamarono Villar, Pinasca, Luserna, Mentoulles.
I rimasti abitarono poi sempre con più o men pace in quegli antichi ricoveri della libertà e delle credenze loro, silenziosi obbedendo, ed anche amando il loro principe e oppressore. Non mancarono mai zelanti che procurarono convertirli, e il beato Valfrè, di Verduno diocesi d'Alba, molto adoperossi nel 1686 per istabilir fra loro parroci cattolici. Questo pio frate oratoriano rincresceasi grandemente che Vittorio Amedeo II fosse venuto a cozzo colla santa sede; e allorchè il re andò a visitarlo moribondo, gli raccomandò di risparmiare i mali della guerra ai sudditi, e di tenersi sempre unito col vicario di Gesù Cristo, se vuole che Dio feliciti lui e la reale famiglia e il suo Stato. Nel 1637 la duchessa Maria Giovanna Battista, reggente, fondò in Torino un ricovero pei catecumeni, affidandone la direzione ai cavalieri dei ss. Maurizio e Lazaro, e doveano avervi vitto e vestito, come usavasi nell'Albergo di Virtù; i giovani fosser istruiti nella fede e in qualche arte: i vecchi vi trovassero riposo; una dote le nubende. Così continuò fino al 1740, ma le guerre e i dissidj aveano mandato a male l'istituzione e cumulato debiti, sicchè bisognò riformarlo. Carlo Emanuele III nel 1754 ergeva in Pinerolo un magnifico ospizio pei catecumeni: ma questo nel 1800 fu dato ai Protestanti dalla Commissione esecutiva che governava il Piemonte dopo l'occupazione de' Francesi. I quali gli accarezzavano, e Napoleone imperatore riconobbe l'organamento che si erano dato in chiese concistoriali a Torre, Prarostino e Villa Secca, considerando i loro tempj come edifizj pubblici a carico dello Stato: e ai ministri assegnando mille franchi in terre e ducento di supplemento. Più tardi quell'ospizio fu riaperto dallo zelante vescovo Charvaz[405], che fu il primo cattolico che, dopo Bossuet, scrivesse sui Valdesi.
Restituito nel 1814 il Piemonte agli antichi regnanti, nel farnetico di rintegrar il passato si richiamarono gli antichi decreti, e si diede qualche inquietudine ai Valdesi: ma i governi di Prussia e d'Inghilterra s'interposero a loro favore, e vi ottennero il permesso d'esercitar molte professioni civili, di conservar i beni che avessero comprato fuor de' limiti prescritti, e si provide al sostentamento de' loro pastori. Il parlar che se ne fece mosse molti, massime inglesi, a visitarli e soccorrerli, e scriverne la storia e le difese[406], e nel 1825, massime per opera del Gilly, s'istituì a Londra un comitato per proteggerne gl'interessi. Contavano essi allora quindici chiese, ciascuna con un ministro che dev'essere suddito sardo, stipendiato dagli abitanti, ai quali per tal uopo accordasi una diminuzione sull'imposta. Dirige queste chiese un sinodo, in cui ogni cinque anni si raccolgono tutti i pastori e deputati laici. La Tavola, magistratura di tre ecclesiastici e due laici, governa negl'intervalli fra un sinodo e l'altro, è rieletta ad ogni sinodo, risolve le controversie, ripartisce le limosine. Ogni chiesa ha un concistoro proprio, composto del pastore, degli anziani, dell'economo, del procuratore, che cura l'amministrazione spirituale e temporale, i buoni costumi, i poveri, le scuole, nelle quali, come nel culto, s'adottò la lingua italiana. A tempi determinati il ministro va a cercare le popolazioni isolate fra le Alpi, per recarvi il ristoro della religione. Allora da tutte le praterie, da tutti i vertici accorrono i mandriani sui passi di esso; e l'eco delle vallate ripete le lodi del Signore e i salmi della fede e della consolazione. Il ministro dispensa consigli, conforti, rimproveri, compone dissidj, concilia matrimonj, sradica scandali; poi a tutti insieme infrange dalla cattedra il pane della parola, e raccomanda loro di vigilare, pregare, star in fede.
Nel 1603 aveano pubblicata la loro professione di fede, consentanea alle Chiese riformate; la ripeterono nel manifesto del 1655, e conserva forza legale. Metodisti vi furono da Ginevra introdotti dopo il 1821, e benchè combattuti, fecero proseliti; osservano rigorosi la domenica, astenendosi da feste o danze, e tengono adunate vespertine, obbedendo solo alla ispirazione dello Spirito Santo.
In Torre, capo del mandamento, nel 1844 fu consacrata la Chiesa e inaugurato il convito per circa novecento cattolici che v'abitano; pei duemilatrecento Valdesi serve il tempio, aperto solennemente nel 1852, con architettura semigotica e l'iscrizione: La vera vita consiste nel creder in Dio e in Gesù Cristo suo figliuolo. È vicina la casa del pastore e de' ministri, che attendono al culto e all'istruzione; e in essa si tengono adunanze e si custodiscono gli atti della loro scuola, alla quale, composta di laici e ministri, spetta l'amministrazione suprema degli interessi de' religionarj. Nel 1825 la propaganda inglese contribuiva venti mila sterline per fondare il collegio, assegnava dieci borse, da cento franchi l'una, a favore degli allievi, oltre mantenere tre giovani in Inghilterra che potessero poi venire a farvi da maestri; altri sussidj per scuole femminili. Instancabile ad ottenere soccorsi, il Gilly da un solo anonimo ebbe cinque mila sterline: e con simili collette un ospedale vi fu fondato nel 1827. Una biblioteca di opere altrove assai rare fu promossa principalmente dal colonello Beckwith, che spese da ducenmila franchi per difondere l'istruzione fra i Valdesi, e quando nel 1842 i maestri delle valli si raccolsero a festa in cima d'un monte, nello scendere portava ciascuno un ramoscello di rododendri, e giunti a Torre ne staccarono ciascuno un fiore, e lo presentarono al Beckwith.
Poteano i Valdesi possedere ed anche fare da notaj, architetti, chirurghi, procuratori, speziali, amministratori del Comune; ma solo entro i loro confini. Tali restrizioni cessarono al 17 febbrajo 1848, quando, ridotto costituzionale il regno sardo, furono pareggiati a tutti gli altri cittadini. Nel luglio 1849 i Protestanti di Torino chiesero di congiungersi con la chiesa Valdese, laonde quella congregazione fu proclamata parrocchia Valdese: nel 1853 si aperse in questa città un tempio nuovo; e favoriti da circostanze e da rancori politici, anche altrove erigono chiese, stampano giornali[407], fanno proseliti ed ispirano paure e speranze. Dopo il 1856 cominciarono alcuni a migrare in America, e nella Repubblica Orientale dell'Uraguai fondarono una colonia, detta del Rosario, che finora prospera per laboriosità e morale.
NOTE
[369] Ein grosser Liebhaber der wahren Religion und Gottseligkeit. LUTERI epp. 401.
[370] In un itinerario manuscritto d'un anonimo milanese, citato dall'Argelati, p. 1721, e che è del 1515 leggesi: «Da Milano a Boffalora, a Novara, a Vercelle, Santo Germano, Ciliano. Chivasso è terra murata e grande come Abiategrasso. Turino è città grande come Pavia, ed è metropoli del Pe di Monti, et ci è il senato del duca di Savoja, et ci è uno studio ma poco bono, et ha uno castellucio non troppo forte».
[371] Hist. des variations, lib. XI.
[372] Cum omnes aliæ sectæ immanitate blasphemiarum in Deum audientibus horrorem inducant, hæc magnam habet speciem pietatis, eo quod coram hominibus juste vivant, et bene omnia de Deo credant, et omnes articulos qui in symbolo continentur observent; solummodo romanam ecclesiam blasphemant et clerum. Claudio di Seysel arcivescovo di Torino, dichiarò irreprovevole la loro vita: locchè a Bossuet pare una nuova seduzione del demonio.
[373] Vedi la nota 21 del nostro Discorso XXXVIII.
[374] MANSI, Concil. Collectio, T. XXII, p. 492.
[375] Præsertim tibi auctoritate mandantes quatenus hæreticos valdenses et omnes, qui in taurinensi diœcesi zizaniam seminant falsitatis, et fidem catholicam alicujus erroris seu pravitatis doctrina impugnant, a toto taurinensi episcopatu imperiali auctoritate expellas: licentiam enim, auctoritatem omnimodam et plenam tibi conferimus potestatem, ut, per tuæ studium sollicitudinis, taurinensis episcopatus area ventiletur, et omnis gravitas quæ fidei catholicæ contradicit, pœnitus expurgetur. Gioffredo, Storia delle Alpi Marittime al 1209.
[376] Chron. Corradi Uspergensis al 1212.
[377] RORENGO, Memorie storiche della introduzione delle eresie nelle valli di Lucerna, marchesato di Saluzzo, ecc. Torino 1649.
[378] La vita del Cambiano fu scritta dal teologo Carlo Marco Arnaud di Lagnasco. Il Cambiano col Pavoni fu beatificato nel 1856.
[379] Lettera data da Ginevra il 17 dicembre 1403: e prosegue esponendo alcune superstizioni di questa città, dove festeggiavasi sant'Oriente; e di Losanna ove i campagnuoli veneravano (dic'egli) il Sole, ogni mattina dirigendogli voti e preghiere.
[380] Il processo esiste nell'archivio arcivescovile di Torino, Protocollo 19, fol. XLVI.
[381] SEMERIA, Storia della chiesa di Torino, lib. I, pag. 678.
[382] Monum. Hisioriæ patriæ: Scriptores, vol. IV, pag. 1445 e seg.
[383] CLAUDII SEISSELLI, archiep. taurinensis, adversus errores et sectam Valdensium disputationes. Parigi 1520, pag. 55, 56.
[384] PIERRE GILLES, Hist. eccles. des églises vaudoises.
[385] Lib. I, pag. 23 al 1536, pag. 35, 36 al 1544 ecc.
[386] Ciò sostiene anche il protestante J. J. Herzog (De origine et pristino statu Waldensium secundum antiquissima eorum scripta cum libris catholicorum ejusdem ævi collata, Alla 1849), il quale analizzò tutti i manuscritti valdesi delle biblioteche di Ginevra, Lione, Parigi, Cambridge, Dublino. Egli stesso pubblicò a Alla, nel 1853, Die romanischen Waldenser, ihre vorrefermatorichen Zustände und Lehren, ihre Reformation im sechszehenten Jahrhundert, und die Rückwirkungen derselben, nach ihren eignen Schriften dargestellt. Tuttochè protestante, vuol provare che le credenze dei Valdesi modificaronsi assai, via via allontanandosi dalla Chiesa cattolica, e accogliendo le opinioni degli Ussiti.
Anche A. W. Dieckhoff (Die Waldenser in Mittelalter, zwei historische Untersuchungen. Gottinga 1851) tende a provare che i varj scritti, i quali si sogliono riferire ai cominciamenti dei Valdesi, sono mera imitazione degli Ussiti. Questi scritti sarebbero: L'Anticristo, Aiço es la causa del nostro despartiment de la Glesia romana, colla data del 1120; e la Nobla Leizon, del 1100. Ad ogni modo sarebbero troppo posteriori all'età apostolica, cui taluno farebbe risalire quelle credenze: ma la buona critica non riconosce tanta antichità alla prima d'esse opere, dove è citato Agostino Trionfo, che morì nel 1328, e forse non è che traduzione di un lavoro de' Fratelli Boemi, portante il titolo stesso. La Nobla Leizon non può collocarsi che alla fine del XII secolo.
Vedi CHARVAZ, Ricerche storiche sulla origine dei Valdesi, e carattere delle primitive loro dottrine. Parigi 1836.
È strano che frà Paolo Sarpi, al principio della sua Storia del Concilio di Trento, dopo detto che tutto il mondo era all'obbedienza della Chiesa romana, soggiunge: «Solo in una piccola parte, cioè in quel tratto di monti che congiungono le Alpi con li Pirenei, vi erano alcune reliquie degli antichi Valdesi, ovvero Albigesi. Nelle quali però era tanta semplicità e ignoranza delle buone lettere, che non erano atti a comunicar la loro dottrina ad altre persone, oltrechè erano posti in così sinistro concetto di empietà e oscenità appresso i vicini, che non vi era pericolo che la contagione potesse passare in altri».
[387] Ann. evangelii rennovati. Decad. 2, an. 1530. Vedi anche RUCHAT, Histoire de la reformation en Suisse, vol. VII.
[388] BEZA, Hist. des églises reformées, tom. I, p. 36. PERRIN, Histoire des Vaudois, pag. 161.
[389] GILLES, Hist. générale des Eglises vaudoises, c. X.
[390] BOVERIO, Annales M. Capuccinorum ad 1555.
[391] Giovanna de Jussie savojarda, monaca francescana in Santa Chiara di Ginevra, visti i disordini della Riforma, ricoverossi ad Annecy, ed ivi stampò nel 1535 Le Levain du Calvinisme, narrandone i sacrilegj e i mali.
[392] È edito dallo Zaccaria, Iter literarium per Italiam, parte II, op. XIII.
[393] Questi descrisse minutamente le circostanze di quella guerra in lettere ai ministri di Ginevra, e sono date dal Léger, tom. II, pag. 687-96.
[394] Il Boldù, ambasciatore veneto, racconta che, essendo per partire coll'esercito sotto Hesdin in Fiandra, Emanuel Filiberto uscì sulla bruna con un solo servo, e chi lo vide credeva andasse da qualche amica a congedarsi. Invece andò al monastero di San Paolo, vi vegliò tutta la notte, la mattina si confessò e comunicò, e raccomandatosi a Dio, tornò a' suoi doveri di generale.
[395] Al 13 giugno 1560 san Carlo scriveva a monsignor di Collegno, ministro del duca di Savoja, che il papa avea «depositati ventimila scudi in mano del signor Tommaso de' Marini a Milano, che hanno da servire per defensione de li Cantoni cattolici contro gli altri Cantoni eretici che volessero offendere li detti Cattolici: e da questi ventimila scudi Sua altezza (il duca) ne caverà questa comodità, che, stando li Cantoni luterani impediti nella guerra contro i cattolici, non potranno andar in soccorso di Ginevra, quando S. A. anderà ad assaltarla. Oltre di ciò, Sua santità offerisce che, quando il signor duca anderà adosso a Ginevra, l'ajuterà d'altri ventimila scudi in contanti in tre mesi. E di più manderà la sua cancelleria, pagata a sue spese, quale abbi a servire S. A. mentre durerà questa impresa di Ginevra. Sua santità per mantenimento di questa guerra, quando avesse a durare più di quel che speriamo, si contenterà di concedere qualche decime, ed ancora la crociata, se bisognerà. Sua santità fa ricordare a S. A., che non è al proposito di dar nome a questa guerra che sia contra Luterani, ma solamente contra suoi ribelli, per ricuperar quella città ch'è sua. Pure in questo se ne rimette al buon giudizio di S. A.». Archivj del Regno.
È alle stampe l'istruzione che la Corte di Roma dava al padre Corona il 28 luglio 1621, mandandolo alla Corte di Torino e di Francia, specialmente per indurre ad un'impresa sopra Ginevra, città che, non avendo territorio o dignità propria, nè merito guerresco o scientifico, non ha ragione d'esistere indipendente; mentre è una sentina di mali per l'Italia: e dovrebbe appartenere al duca di Savoja, salvo jure episcopatus. Il duca aveva intenzione di occuparla, ma ne l'impedì la guerra, che esaurì i suoi mezzi. Ora sarebbe propizio il momento, ma bisognerebbe far capo dell'impresa il papa, acciocchè non si accusasse l'ambizione del duca di Savoja. A questo però conviene rivolgersi prima, e se nicchiasse, andare al re di Francia; indotto il quale, certo il duca non esiterebbe. Al re bisogna mostrare quanto il papa desideri il riacquisto di Sedan, della Rochelle, di Oranges ecc., e sopratutto di Ginevra: non potersi dire ch'esso re osteggi di buona fede gli Ugonotti se poi protegge Ginevra, ch'è la loro Roma: il tempo essere a proposito, mentre Svizzeri e Grigioni sono occupati per la Valtellina: nè si può temere dell'Inghilterra o dei Bernesi: Friburgo vedrebbe volentieri la vicina Ginevra restituita ai Cattolici: tanto più l'arciduca Alberto per l'Alsazia e il Tirolo: l'imperatore godrebbe degl'incrementi d'un vicario dell'impero: i principi italiani non v'hanno interesse, e il re di Spagna si sovverrà di quanto Filippo II fece per servire a tal uopo il duca di Savoja. Anche i Bernesi vedrebbero Ginevra più volontieri nelle mani di questo che non del re di Francia, il quale potrebbero essi temere se ne valesse per metter la briglia alla Svizzera e alla Savoja.
[396] Il cardinale d'Este, da Parigi scrive al cardinale Borromeo a Roma, aprile 1562: «Il signor duca di Savoja ha mandato qua a fare una onorata ed amorevole offerta a questa maestà, presentandogli a questa occorrenza diecimila fanti italiani e seicento cavalli, e la sua persona medesima se sarà bisogno, con voler pagare la terza parte per sei mesi alle sue spese: la quale offerta è stata molto cara a questi signori, e gli n'hanno un grande obbligo». Manuscritto nella Bibliot. di Parma.
Beza (nel Réveille-matin des Français. Introduction, p. 12), oppone a Carlo IX la tolleranza di Emanuele Filiberto. Vous pourriez imiter l'exemple de monseigneur de Savoie, tout aussi catholique que vous, et qui entretient les pasteurs et ministres de notre réligion aux dépens des trop gras révenus des trois baillages de Thonon, Gex et Ternier, où il ne souffre nullement d'être dit une seule méchante petite messe basse: étant au reste si bien obéi d'eux, qu'il n'a nuls de ses sujets desquels il se puisse mieux assurer que de ceux-ci et de ceux de val d'Angrogne, auxquels il donne presque une semblable liberté.
Pure nel 1568 l'avvocato generale della Savoja significò ai pastori protestanti il divieto di combattere o riprendere ne' loro sermoni la religione romana, attestando che l'eresia sarebbe bentosto estirpata (CLAPARED et NOEFF, Hist. du pays de Gex). L'Ordine de' santi Maurizio e Lazzaro fu istituito o riordinato per proteggere la religione cattolica, e Gregorio XIII nel 1575 lo arricchiva de' beni ecclesiastici de' baliaggi occupati dai Protestanti, soggiungendo che «quando gli abitanti di que' paesi venissero alla luce del vero, i loro vescovi stabilirebbero bastanti parrocchie, prendendo all'uopo sui beni ceduti ai cavalieri di san Maurizio e Lazzaro una rendita di cinquanta ducati per cura».
[397] Carteggio Mediceo nell'Archivio diplomatico di Firenze.
[398] HAMON, Vie de saint-François de Sales, 1854.
A san Francesco di Sales re Carlalberto fece erigere una statua nella basilica vaticana, opera di Adamo Tadolini, che costò lire trentamila. Carlalberto fece istanza presso Gregorio XVI acciocchè riconoscesse il culto che da immemorabile si prestava al beato Umberto, al beato Bonifacio arcivescovo di Cantorbery, alla beata Lodovica, tutti de' conti di Savoja; aggiunti a questi la venerabile Clotilde moglie di re Carlo Emanuele IV, e il beato Amedeo IX e la beata Margherita terziaria domenicana. Se ne fece una relazione dalla sacra Congregazione de' riti, tale che Gregorio XVI esclamò: «Ma questa è una casa di santi».
Nel 1631 fu pubblicata a Ciamberì un'Apologia per la serenissima Casa di Savoja contro le scandalose invettive intitolate Première et seconde savoysienne. Toglie essa a negare che i duchi di Savoja abbiano usurpato terre alla Francia o all'Impero, nè recato gravi offese alla Chiesa, asserendo che «la santa sede e la Chiesa non hanno mai avuto figli più obbedienti dei Reali di Savoja, che i sovrani pontefici in riconoscenza del loro zelo, onorarono dei più grandi elogi».
Della costante devozione di Casa di Savoja, così movea lamento la Revue des Deux Mondes il novembre 1866: Il n'est pas de race royale plus constamment soumise. Sa devotion portée jusqu'aux minuties du cloître, lui donne un physionomie à part, où les traits de l'ascète et du moine se mêlent souvent à ceux du politique et du guerrier... Ils se font volontiers moines, évéques, cardinaux et papes. Rome les canonise; elle ne sait rien refuser à ces saints; et TANDIS QU'ELLE NE LAISSE AUCUN POUVOIR ÉTRANGER PRENDRE PIED SUR LE SOL ITALIEN, elle se montre conciliante envers celui-ci, elle en vient avec lui aux accomodements et aux concordats.
[399] Una sua memoria al Mansfeld è stampata nell'Archivium unito-protestanticum del 1628, e illustrata da B. Erdmannsdörfer, Herzog C. Emmanuel von Savoyen und die deutsche Kaiserwal von 1619. Lipsia 1862.
[400] Capefigue (Hist. de la refor. et de la Ligue, tom. VI, p. 310) reca questa lettera, tolta dalla Biblioteca Imperiale.
[401] Vedi la nota 21 del Discorso XXXIX.
Del resto è noto che, quando Enrico III, reduce o profugo dalla Polonia, passò dalla Savoja, gli si chiesero, in ricompensa d'una colezione, le città di Pinerolo e di Savigliano, ed egli la consentì al duca: il quale poco dopo, vedendo Enrico III impigliato nella guerra civile, invase il marchesato di Saluzzo, protestando glielo renderebbe, ma intanto deponendo tutti gli uffiziali di Francia, e facendo battere una medaglia con un centauro che calpesta una corona, e il motto opportune, per indicare che avea saputo cogliere il tempo. Altri luoghi della Provenza occupò dopo ucciso Enrico III, talchè Enrico IV per frenarlo occupò la Savoja, e fe battere una medaglia con un Ercole che prostrava il centauro, e col motto opportunius. Questi fatti sono ricordati nella Première et seconde savoisienne, libercoli pubblicati quando Enrico IV obbligò il duca di Savoja a cedergli il marchesato di Saluzzo. Solo Clemente VIII riuscì a calmare Enrico, che da tutti i politici, e massime dal cardinale d'Ossat, era consigliato a ritenersi la Savoja e tutto il Piemonte, per punire l'infido duca, e serbarsi aperto il passo all'Italia: ed Enrico, più generoso che prudente, restituì ogni cosa a Carlo Emanuele.
[402] MUSTON.
[403] Vedi BAYLE in Chigi., e qui sopra a pag. 314.
[404] Di quel tempo rechiamo le seguenti note, somministrateci da monsignor Bernardi.
«Faccio fede, et attesto io sottoscritto Lorenzo Bernardi, podestà di Bubbiana (Bibiana) hauer il giorno, e festa di san Lorenzo hor scorso, che fu li dieci d'agosto dell'anno hora scorso, proceduto alla visita e recognitione de' cadaueri vccisi dalli ribelli Religionarj, venuti la mattina d'esso giorno nel presente luogo, et hauerne ritrouato il seguente numero tutti del presente luogo. Et primo il nob. M. Matteo Barbero, huomo di conditione, carico di otto figliuoli, d'età d'anni cinquantacinque, Maria Bonauda d'età d'anni ottanta circa, donna pouera et miserabile mendica, Andriano et Anna figliuoli del fu Marcellino Sebraro d'età d'anni, cioè detto Andriano di quattordici, e detta Anna di tredici, lauoratore di campagna, Cattarina et Maria figliuole di Giovanni Domenico Porta, d'età d'anni, cioè detta Cattarina di sedici, et detta Maria di venti, miserabili, e d'honorate qualità, Antonio Buffo servo di Gerolamo Cocho, d'età d'anni quindici circa, miserabile, Catterino e Giouannina giugali de' Borghi, d'età d'anni venti circa caduno, lauoratori di campagna, Gabrielle Alloa, d'età d'anni quaranta circa, carico di due figliuoli piccoli, lauoratore di campagna, Andrea Chiaberto, d'età d'anni venticinque, lauoratore di campagna, Giouanna Bertotta, d'età d'anni settanta circa, mendica, Giacomo Antonio figliuolo di Bartolomeo Barone, d'età d'anni quattordici, lauoratore di campagna, Madalena figliuola di Bernardo Richa e moglie di Giouanni Pietro Sebraro, gravida a punto di partorire, d'età d'anni venti, di campagna, Giouanni Francesco Smoriglio, chierico della Motta, qual faceua sua douzena in questo luogo per la scuola, d'età d'anni quindici circa, d'onorate qualità, Madalena e Lorenzo madre e figliuolo de' Veroni, d'età d'anni, cioè detta Madalena di sessanta, e detto Lorenzo di quindici circa, persone pouere e di trauaglio, che in tutto sono cadaueri diecisette, come dal detto atto di visita, et informationi di recognitione di quelli appare, de' quali mi offerisco farne fede ad ogni richiesta. In fede del che ho fatto la presente, et mi sono manualmente sottoscritto. Bubbiana, li otto genaro dell'anno mille seicento sessantaquattro.
BERNARDI, podestà».
«Faccio fede io sottoscritto Lorenzo Bernardi nodaro, et podestà di Bubbiana, siccome alla venuta che hanno fatto li ribelli religionarj della valle di Luserna nel presente luogo, il giorno et festa di san Lorenzo hor scorsa, che fu li dieci d'agosto, sono entrati nelle seguenti chiese e case de' particolari, e quelle saccheggiate come segue: E primo sendo entrati nel conuento e chiesa de' RR. padri Missionarj del presente luogo hanno rotto la porta, esportato la piscide, calice, messo a pezzi l'imagine della Madonna, e tutte le paramente, cioè pianete, mantili et altre, come dalle informationi da noi tolte a pieno risulta. Più nella chiesa de' Disciplinanti del presente luogo, rotto le sedie, esportate le vesti di essi, et le paramente del sacerdote, et altare, come anche il calice e diverse altre cose come da dette informationi appare. Più hanno saccheggiato la casa del signor Pietro Moreno, come dalle informationi transmesse all'eccellentissimo signor marchese di Pianezza si vede. Più la casa del signor capitano Tommaso Barbero, la casa di Andrea Bonino, la casa di madonna Simonda Moresca vedoua, la casa di M. Andrea Buffa, la casa di Bartolomeo Castella, la casa di Francesco Bonino, la casa di Giacomo Antonio Orcello, la casa del signor luogotenente Giovanni Geraudo, la casa di Matteo Borgo, la casa di M. Francesco Falco, la casa di Marcellino Paolo, et la casa di M. Matteo Barbero, hauendo rotte le porte, e condotti via caualli, bestiami bouini, aperto i coffani, et esportate moltissime lingierie, denari et effetti, come parimente resulta dalle suddette informationi, et a noi infrascritto podestà dopo hauerli ributtati dalla mia porta, quali con colpi di massa metteuano a basso, hanno rotto le porte d'una mia cassina poco discosta dal presente luogo, e mi hanno preso vna caualla di prezzo di doppie sei, come ne consta da informatione ricevuta dal detto signor Pietro Morello nodaro et compodestà del presente luogo. In fede mi sono manualmente sottoscritto. Dat. in Bubbiana, li 13 genaro 1664.
BERNARDI, podestà».
[405] Vedi BERNARDI, Ospizio de' Catecumeni in Pinerolo. Pinerolo 1864.
[406] Oltre i già citati, notiamo:
RORENGO, Memorie historiche della introdutione delle heresie.
Autentic detail of the Valdenses in Piemont and other countries, with abridged translations of L'histoire des Vaudois par Bresse, and La rentrée glorieuse d'Henri Armand; with the ancient Valdesian catechism; to which is subjoined original letters, written during a residence among the Vaudois of Piemont and Wurtemberg in 1825. Londra.
GILLY, Narrative of an excursion to the mountains of Piemont in the year 1825, and researches among the Vaudois or Waldenses protestants, inhabitants of the Cottien alpes. With maps. Ivi 1820.
JONES, the history of the Christian Church, including the very interesting acount of the Waldenses and Albigenses. 2 vol.
LOWTHEC'S, Brief observations on the present state of the Waldenses. 1825.
ACLAND, A brief sketch of the history and present situation of the Vaudois. 1826.
ALLIX, Some remarks upon the ecclesiastical history of the ancient churches of Piedmont.
PEYRUN, Notice sur l'état actuel des églises vaudoises. Parigi, 1822, li sostiene coevi del cristianesimo.
A. MUSTON, Hist. des Vaudois des vallées du Piémont. 1834.
L'Israel des Alpes, ou les martyrs vaudois li fa oriundi da Leone, che nel IV secolo si separò da papa Silvestro, quando questi accettò beni temporali da Costantino.
[407] L'Eco delle valli, La Buona novella, Le serate valdesi, ecc. Ne riparliamo nel Discorso LVI.
DISCORSO LII.
SECOLO XVIII. GIANSENISMO. FILOSOFISTI. FRANCHIMURATORI. CAGLIOSTRO.
Con tre avversarj, oltre i consueti, ebbe a lottare la Chiesa nel secolo XVIII: i Giansenisti, i Franchimuratori e i Filosofisti.
Allorchè un uomo delibera sopra il fare od ommettere un'azione, sente di potere decidersi in un senso o nell'opposto: ma l'azione e la deliberazione presente dipende da anteriori, in guisa da parerne quasi inevitabile conseguenza. Ciò non significa che l'uomo sia legato alla fatalità; bensì che egli non opera a caso, e che la libertà sua non vien mai esercitata così bene, come quando si conforma alla legge morale, insita in esso. Prescinde egli da questa? Se n'accorge, e confessa, «Volendo avrei potuto fare altrimenti».
La volontà dunque ha bisogno di appoggi estrinseci, quali l'esempio, i conforti, l'amicizia, l'approvazione o disapprovazione, la preghiera, la coazione morale e fisica. Ma oltre quest'esterna si dà un'azione interiore, che tutti sentono, che nessuno spiega. Il negare quest'azione, i diversi tentativi di ragionarla[408] e di misurarne la relativa importanza danno origine a variissimi sistemi, che collegansi con quelli che concernono l'altro arcano dell'origine del male.
Fin dai primi secoli, Pelagio, per sostenere il libero arbitrio, attenuava l'efficacia divina, cioè la Grazia, ponendo che le forze naturali bastino per adempiere la legge. L'uomo, a dir suo, fu creato mortale; nè il peccato ne deteriorò punto la prisca condizione. I bambini nascono nel medesimo stato in cui fu posto Adamo, e gli uomini sono liberi come erano nel paradiso terrestre. Ognuno può dunque serbarsi immune da peccato e osservare la legge; sebbene non possa raggiungere la perfezione. Che se vuolsi ammettere la Grazia divina, questa consiste appunto nella libera volontà di non peccare; tutt'al più è una ulteriore facoltà, concessaci da Dio per poter più facilmente compire quel ch'egli ci comanda: il libero arbitrio consiste nell'equilibrio fra il bene e il male, nella piena libertà di fare questo o quello.
Sant'Agostino, il primo de' Padri latini che riducesse a forma sistematica la dottrina evangelica, molto occupossi di questo dogma capitale della vita cristiana; e combattendo Pelagio, sosteneva che l'uomo, dopo la colpa d'origine, cessò di potere per sè evitare il peccato ed osservare la legge: la grazia di operare il bene non può venirgli che da Dio, il quale la concede a chi e in qual grado vuole. Per lo peccato originale i bambini non partecipi della redenzione, van perduti irremissibilmente; e in alcune anime predestinate alla gloria, la Grazia si manifesta in modo indeclinabile e insuperabile. Queste frasi, comparandole ad altre dello stesso santo, da san Fulgenzio e dai teologi sono chiarite in modo di stabilire che col peccato originale l'uomo perdette la Grazia santificante, divenne soggetto alla morte; il libero arbitrio fu in lui non annichilato, ma indebolito; nè è dalla concupiscenza trascinato inevitabilmente al peccato; nè portato irresistibilmente al bene dalla Grazia, acquistata pel sangue di Cristo, e mediante la quale riceve la facoltà di far bene. Questa Grazia interiore deve prevenire la volontà, ed elevarla di sopra delle forze sue naturali; nè da noi la meritiamo, ma ci è data gratuitamente: senza di essa l'uomo non può fare opere meritorie; anche con essa non può restare immune da qualche venialità.
È dunque atto creativo la predestinazione, per la quale la creatura riesce quel che è; e una libertà finita non potrebbe limitare la infinita del Creatore; il quale non sarebbe perfettamente libero se la libertà finita non potesse determinare altrimenti che sforzandola. Però la Grazia non viola il libero arbitrio nè potrebbe violarlo, poichè è essa medesima che lo crea. Ma in che consista l'azione di Dio sulle creature libere, in che modo producasi quell'effetto, si disputa.
Mentre alcuni, attribuendo tutto alla Grazia, pensavano che Dio abbia irrevocabilmente prestabilita la sorte di ciascuno, Cassiano riconosceva insufficiente la volontà umana, e necessario un sussidio esterno, per operare il progressivo santificamento, ma negava l'azione gratuita e preveniente, immediata e speciale di Dio sull'anima per muoverla a cominciare il bene: anzi in un certo senso l'uomo colle forze naturali può tutto, in quanto che i meriti di Cristo apersero a tutti indistintamente un tesoro di grazie, ove ciascuno, mediante il desiderio suo naturale di procacciarsi la salute, può attingerli quando e quanto vuole (Semipelagianismo).
La quistione tocca a punti supremi di filosofia, di politica, di religione; e per quanto il secolo possa deriderla, essa ancora sopravvive ne' filosofi, che tutto attribuiscono all'energia umana, escludendo ogni influenza superna sulle azioni e perciò ogni bisogno di preghiera; e ne' pubblicisti che indagano se v'abbia una filosofia della storia, cioè quanto l'azione della Provvidenza si combini con quella dell'uomo nell'attuamento della società. Che se nella grossolana sua manifestazione primitiva di Pelagio soccombette alle condanne della Chiesa, modificata s'aggirò nelle scuole teologiche, dibattuta contraddittoriamente dai seguaci di san Tommaso e da quelli di Duncano Scoto (Tomisti e Scotisti): la vedemmo ridesta dai Protestanti, e non risoluta pienamente dal Concilio di Trento, il quale, come non avea determinato le precise relazioni della Chiesa collo Stato, così lasciò indecise e la supremazia papale e la questione della natura della Grazia, enigma della religione come della ragione, di cui Dio riserva a sè il segreto.
Bensì avea pronunziato che la giustificazione si fa pei meriti di Cristo, pe' quali l'uomo, liberamente consentendo e cooperando, riceve e la remissione de' peccati e una carità inerente all'anima. La Grazia è gratuita, ed è necessaria non solo per far opere meritorie, ma fino per concepire il desiderio di farle. Col peccato, all'uomo restò indebolita la libertà naturale, e Cristo non gli restituì l'innocenza. Iddio concede a tutti quanta grazia è sufficiente all'eterna salute; ad alcuni, che predilige per fini imperscrutabili, dà una grazia efficace, che li stabilisce irremovibilmente nel bene. Tutti dunque son liberi di fare il bene, alcuni non sono liberi di fare il male.
Qualche luce in questo mistero venne portata allorchè fu condannato Bajo. Il quale, o i suoi seguaci, insegnano che il predominio della carità o della cupidine toglie la libertà di operare differentemente dall'affetto predominante; mentre i Cattolici credono che all'uomo rimane sempre il libero arbitrio a necessitate, non solo per le opere proprie allo stato in cui trovasi attualmente, ma anche per quelle dello stato contrario, cioè verso il male finch'è in istato di grazia, e reciprocamente. Bajo fa che l'uomo dominato da cupidità abituale non può fare azioni buone, sicchè tutte le opere degli infedeli e de' malvagi sono peccato; mentre i Cattolici tengono che l'uomo signoreggiato dalla cupidità può, in virtù d'un soccorso attuale, operar bene in ordine al debito fine, benchè l'azione non possa esser meritoria, mancandovi la giustizia abituale. Secondo Bajo, ogni azione non diretta al debito fine da un abito oltranaturale è intrinsecamente viziosa; mentre i Cattolici credono tale azione possa esser buona nella sostanza, benchè non lodevole in ogni parte: e questo indirizzo al debito fine può darsi anche nell'infedele e nel peccatore per opera della sola Grazia attuale: tali azioni possono esser buone in sè, ma non bene fiunt.
I teologi sono lontani dall'andare d'accordo nell'esposizione; e i Domenicani sopra l'opinione di san Tommaso compilarono il catechismo romano: i Gesuiti propendettero a Duncano Scoto, che asseriva l'uomo essere capace di qualche movimento verso il bene, fondandosi sulla bontà del Padre e la misericordia del Figlio; ond'erano tacciati di semipelagiani.
Maggiore efficacia all'arbitrio volle attribuire lo spagnuolo Luigi Molina, supponendo che l'uomo, senza il soccorso della Grazia, possa produr opere moralmente buone, resistere alle tentazioni, elevarsi da sè ad atti di fede, speranza, carità, contrizione; giunto a questo, Iddio gli concede la Grazia pei meriti di Gesù Cristo, per la quale prova gli effetti soprannaturali della santificazione: ma l'arbitrio rimane sempre indifferente anche sotto l'azione della Grazia, la quale esso può render efficace o no. In somma l'opera buona la giustificazione vengono dal cooperare della volontà e della Grazia; Iddio prevede, ma non determina l'azione, bensì vede qual sarà la deliberazione della volontà.
Piacque tale sistema, che nella sua chiarezza pareva conciliare l'azione della Grazia col libero arbitrio; ma viva guerra gli mossero i Domenicani come a liberalismo razionalista e superficiale. Per avere una precisa decisione sarebbe bisognato prima definir la natura della Grazia efficace, e la Chiesa non lo fece mai. Clemente VIII ne affidò l'esame a una congregazione De auxiliis divinæ gratiæ, ma questa si sciolse prima di nulla decidere: e si disse che ciò siasi fatto per non condannare un Ordine tanto benemerito come i Gesuiti.
Imposto silenzio su tale materia, non altro rimaneva più che di usare strettamente le parole della Chiesa e di sant'Agostino. Ma sant'Agostino insegnò egli appunto la dottrina adottata dalla Chiesa? Se poi il principio della giustificazione sta nella volontà e libertà dell'uomo, in modo che possa di per sè cominciare il suo rigeneramento e meritare per moto spontaneo della sua buona volontà, egli non è caduto irreparabilmente, nè in conseguenza è indispensabile la redenzione sempre vivente per opera di Gesù Cristo.
Questo opponevano gli avversarj ai Gesuiti, i quali, sostenendo l'opinione più larga e ampliando il benefizio della redenzione, parve portassero un rilassamento nella morale, un pericoloso tranquillamento delle coscienze e una sciagurata facilità d'assoluzione, tappezzando di velluto la via del paradiso. Per riazione altri teologi s'accinsero a ripristinare, come diceano, la vera scienza interiore dei sacramenti e della penitenza; e a tale intento Giansenio, vescovo d'Ipri, espose il sistema di sant'Agostino in modo da combattere i Semipelagiani, ed egli intendeva i Molinisti. Quell'opera rattizzò le controversie cui pretendeva sopire, e in essa si ripescarono cinque proposizioni repugnanti ai dettati della Chiesa e che Innocenzo X condannò; ma il litigio si prolungò fra equivoci e sottigliezze, che fu menato coll'entusiasmo e colla furberia, colle bajonette, e le caricature, e di cui si scandalizzò e si divertì il secolo di Luigi XIV in Francia. Il giansenismo confondeva nel primo uomo la natura e la grazia, la ragione e la rivelazione, sicchè in lui non v'era nè il fine soprannaturale detto la gloria, nè il mezzo soprannaturale detto la Grazia, ma fine e mezzi puramente naturali ad esso. Nell'uomo caduto e redento la Grazia non era che il restauramento della natura, la rivelazione non era che il restauramento della ragione naturale.
Mentre coi lassi militavano cattolici di santità e scienza segnalata, anche i rigoristi onoravansi dei nomi di Nicole, di Pascal, di Racine, di Arnauld, di Sacy, di Tillemont, insigni per scienza, e che la Chiesa non disgiunse mai dalla nostra carità. Non ebbero questi umiltà bastante per sottoporsi alla decisione del papa: non voleano però staccarsene: onde sostennero da prima che le proposizioni condannate non si trovano proprio in Giansenio; poi, che il papa non aveva intenzione di condannarle; indi che questo non è infallibile se non quando decida colla Chiesa riunita. Ma se la promessa di Cristo dee limitarsi ai Concilj ecumenici, la Chiesa non avrebbe più sufficienti mezzi per arrestare il progresso dell'errore ogniqualvolta essa non potesse adunarsi. Restringete con condizioni arbitrarie le promesse divine e indistinte, e si troverà sempre il modo di eluderle. Se la Chiesa può ingannarsi una volta, il potrà sempre. In somma il Giansenismo era ancora l'ostilità contro il papa, ma disciplinata; misurando i diritti della Chiesa e de' Concilj; disubbidendo, mentre si protestava obbedire. Pure se que' settarj negavano d'aver emessi, e sostenuti gli errori a loro attribuiti, non valea meglio prenderli in parola? Ma ne' partiti si vuol che l'avversario si dichiari nel torto, non già che si scusi o si giustifichi; e i nemici dei Giansenisti aveano preso anch'essi tal questione come personale, e la spinsero all'estremo. Tacciavano essi Giansenio di rinnovare Calvino, il quale avea detto che «i comandamenti di Dio sono sempre superiori agli sforzi dei giusti». Posto un Dio austero, men padre amoroso che esattore inesorabile, il quale impone una legge superiore alle forze e non concede i mezzi per adempirla: con un gelo razionale assideravano il germe della vita cristiana, approfondavano l'abisso fra Dio e l'uomo, sostituendo il fatalismo e la necessità del male alla fiducia nella Grazia; rinserravano fra la disperazione e l'incredulità. Straordinarj in conseguenza doveano essere i rimedj: onde, torcendo contro l'uomo la virtù sua stessa, e perdendolo pel desiderio di perfezione, i sacramenti venivano posti tant'alto da restare quasi inacessibili, da esser piuttosto la difficile ricompensa che non il mezzo del santificamento; la confessione rendeasi tanto più severa, quanto censuravansi i Gesuiti d'averla resa comoda mediante il probabilismo.
Dicono probabile quella opinione che, senza aver la forza e il carattere della certezza, pure determina a credere che un'azione sia permessa o vietata. Alcuno ha per probabile un'opinione quando ad affermarla si hanno maggiori ragioni che a negarla. Per altri a considerarla tale basta sia stata sostenuta da qualche teologo. Ad ogni modo il probabilismo non può cadere su nulla che osti alla morale o ai precetti divini ed ecclesiastici: nè su opinamenti intorno a cui la Chiesa abbia pronunziato. La volontà dell'uomo può spingersi fin dove Iddio non le pose limiti. Se legge v'è, l'uomo dee conformarvisi; ma una legge dubbia non toglie la libertà. Or questi dubbj sono appunto il campo del probabilismo: diviene però vizioso quando tenda a scusare i disordini, e mettere una maschera di onestà a ciò che la offende.
La morale evangelica suggerisce sempre il partito più umano, il più generoso; ma messa a cozzo colla natura depravata, e cogli interessi personali, non può non adagiarsi a consigli d'opportunità. Il confessore che dee dirigere le coscienze e risolvere i dubbj particolari, è sottoposto a terribile responsabilità, potendo o suggerire o non impedire un atto peccaminoso. Peccato che l'uomo abbia, la Chiesa non vuol gettarlo nella disperazione, ma lo chiama a pentire e soddisfare. Pure la soddisfazione non sempre è possibile, non sempre può determinarsene il preciso grado. Inoltre, sussisteva l'Inquisizione che puniva corporalmente; ed il peccatore lasciato un anno senza assoluzione e perciò senza i sacramenti, trovavasi esposto ai rigori di quella.
Si studiarono dunque ripieghi e compensi che, salvando il diritto della coscienza, non disperassero della salute, nè però allettassero colla soverchia indulgenza.
Maggiori dubbiezze porgevano la veridicità e le obbligazioni derivanti da promessa. Con quanti sofismi l'interesse non cerca di sottrarsi a carichi assunti! quanto transigere fra la legge dello spirito e quella della carne! Moralisti epicurei, della scuola del Machiavello, insegnarono a scientemente mentire, sicchè è insania il dire che i Gesuiti ciò inventarono perchè industriaronsi a conciliare l'onestà colle necessità della politica e la corruttela del mondo, e a salvar almeno la coscienza fra la crescente depravazione.
Di tale tolleranza erano essi imputati: e, vero o falso, ciò che d'uno si dice ha forza più di quel che è e fa veramente. Non cerchiamo dunque quanto di realtà ci avesse in accuse, mosse forse da quelli stessi che ruggivano contro la intolleranza della Chiesa: fatto è che quella società, nel secolo precedente denunziata come frenetica contro i miscredenti, allora fu tacciata di connivenza mondana, di avversione ai Cattolici austeri; e per una delle solite contraddizioni di partito, quei che avrebbero giudicato tirannide il proibire teatri, danze, lusso, dichiaravano lassismo il trovarvi scuse. Gran rigorista il domenicano Daniele Concina friulano (1687-1756) calde controversie agitò contro i Gesuiti, massime pel digiuno quaresimale e pei teatri; ristampò con aggiunte i casi di coscienza del Pontas; fe una Disciplina monastica, la Storia del probabilismo e del rigorismo (1743): la Teologia cristiana dogmatica-morale, le Lettere teologiche-morali relative ai casi riservati, la Quaresima appellante dal fôro contenzioso di alcuni recenti casisti al tribunale del buon senso: scrisse pure della Religione rivelata (1754) contro atei, deisti e materialisti; e gli integerrimi suoi costumi e la saldissima persuasione possono solo scusarlo dell'accannimento contro degli avversarj e dei moltissimi contraddittori, i quali avranno avuto la loro parte di ragione e di torto, come in ogni contesa umana[409].
Contro il gesuita Jacobo Sanvitali parmigiano il domenicano Vincenzo Patuzzi veronese agitò le quistioni del lassismo e del rigorismo col pseudonimo di Eusebio Eraniste. Altro campione del Concina, il padre Fassini di Racconigi combattè valorosamente il Freret intorno all'autenticità dell'Apocalisse.
Passarono per rigoristi il Rotigni di Trescorre, detto il priore di Brescia; il milanese don Celso Migliavacca ( — 1755) ed altri, contro dei quali sarebbe facile trovare violenti libelli d'imputazioni ingiuriose. Che se tali quistioni or pajono solo da sacristia, appassionavano tutti in tempo che tutti si confessavano, persino Voltaire. Viepiù le complicavano le gelosie fra gli Ordini religiosi, l'inestinguibile odio contro i Gesuiti e le arroganze principesche. Perocchè i re, se aveano un momento incensato ai pontefici quando si trovarono di fronte la rivoluzione, nemico comune, presto ripigliarono le pretensioni giurisdizionali, quasi restasse sminuita la regia dignità da cotesto papato che volea farsi credere un potere e un diritto. Cercavano pertanto restringere l'ingerenza de' nunzj[410], sottraendone le cause matrimoniali, ed escludendoli dai processi per delitti comuni; limitare le nomine riservate a Roma; pubblicare editti concernenti materie religiose; sindacare l'amministrazione de' beni ecclesiastici e fin le comunicazioni tra le chiese particolari e la romana; ridur la Chiesa ad una funzione dello Stato, e riformarla non a vantaggio del popolo o della nazionalità, ma nell'interesse del principe. Li secondava l'opinione, ch'è così facilmente abbagliata dalla forza o raggirata dall'intrigo.
Per imitare Luigi XIV di Francia, che avea fatto ammirare il despotismo amministrativo, e proclamata l'onnipotenza del re sottomettendovi anche la Chiesa e collocando il trono più alto che l'altare, si ridestarono le libertà gallicane. Queste erano restrizioni che, non già la Chiesa di Francia, ma alcuni dottori francesi aveano poste a Roma quando pareva ella invadesse il diritto civile e nazionale; e poco a poco crebbero a segno da escluder Roma da ogni ingerenza nella Chiesa e nello Stato francese, pur rimanendo nel cattolicismo. Con ciò non temperavano l'autorità pontifizia a favore della libertà popolare, bensì la libertà sottoponeano al re, facendolo indipendente. Da trentaquattro fra i centrenta vescovi di Francia, mandato regio congregati nell'assemblea del 1682 per (come dice Fleury) «mortificar il papa, e soddisfare il lor proprio risentimento», furono proclamati quattro articoli, la cui sostanza è: 1º che i papi nulla possano in generale o in particolare su quanto concerne interessi temporali ne' paesi sottoposti all'obbedienza del re di Francia; se il fanno, nessun suddito, sebbene ecclesiastico, è tenuto obbedirgli; 2º il papa ha sovranità nelle cose spirituali, ma pure in Francia la potestà sua è limitata dai canoni e decreti degli antichi Concilj della Chiesa. Se ne deduce l'assoluta dipendenza dei vescovi dal re; non devono uscir dal regno senza suo consenso; non vanno esenti da imposte, o dal fôro comune; non si conferiscono benefizj a chi non sia nazionale; tocca al re nominare o confermare le elezioni. Sono dunque libertà di re, il quale resta vero capo della Chiesa, come giudici ne sono le assemblee nazionali: gli ecclesiastici, non appoggiati più ad un potere lontano e indipendente, rimangono al pieno arbitrio dell'autorità civile, niente meno che gl'impiegati[411].
Così, invece della libertà della Chiesa universale zelavansi privilegi d'una particolare: ma sotto il nome di Chiesa gallicana celavasi qualcosa di più durevole ed effettivo, la paura di una autorità, inerme e perciò non domabile colle bajonette, che si estende sopra ducento milioni di Cattolici, e che alcuni per venerazione, altri per dispetto dichiaravano onnipotente. Vi si applaudiva anche fuori, per la pendenza allora cominciata di centralizzare le amministrazioni, sull'esempio di Francia; e per la scossa che il libero pensare dava al sentimento dell'autorità, il quale avea dettato i regolamenti del medioevo. Che se nel secolo precedente la gran protesta contro la Chiesa avea diviso gli eterodossi dai cattolici, ora in seno di questi sottraeva l'obbedienza al pontefice, per attribuirla ai re; salvo nel secolo successivo a negarla anche a questi[412].
I Romanisti dicono: La Chiesa è una monarchia che il papa governa per mezzo dei vescovi; successore di san Pietro principe degli apostoli, egli nomina i vescovi o da solo o in accordo coi governi: i vescovi, col concorso dei sacerdoti da essi ordinati e da loro dipendenti, amministrano i sacramenti, insegnano; sotto la vicaria paternità del papa esercitano tutti i poteri spirituali, eccetto la suprema determinazione della fede, che ricevono da esso, e che trasmettono ai laici. Il papa, in cui risiede l'autorità cattolica, pronunzia dalla cattedra come infallibile; i vescovi da lui istituiti, e i preti che da questi dipendono formano il legame della Chiesa[413].
Invece di ammettere questo prezioso accordo di monarchia, aristocrazia, democrazia, attuato nella repubblica cristiana, i Giansenisti, traendo in mal senso parole che buono l'aveano, sostennero che sant'Agostino, col dire che le chiavi non homo unus sed unitas accepit Ecclesiæ, ponevano l'università de' fedeli al disopra del pontefice; per modo che vera sovrana sia la generalità de' credenti, e loro ministri o delegati i vescovi e il papa, a cui obbediscono solo quando e in quanto vogliano[414].
I vescovi sono tutti successori degli apostoli, i quali furono scelti da Cristo al par di Pietro, la cui primazia non fu nulla più che una presidenza. Adunque la podestà dei vescovi non emana dal papa ma da Cristo stesso, per l'intermezzo degli apostoli e per la non interrotta successione. Ogni vescovo sia scelto dai fedeli della sua diocesi, e istituito dai vescovi della provincia, i quali all'occasione diventano tribunale per proteggere i preti contro il vescovo: esercitano tutti i poteri spirituali, e pronunziano sul dogma, sotto la presidenza del papa. Il papa è successore di san Pietro, non perchè vescovo di Roma, ma perchè papa, cioè scelto dagli altri a preside; come scelsero il vescovo della metropoli del mondo, potrebbero designarne un altro: e papa è quel ch'essi tengono per tale. Il Concilio di Costanza proferì decaduti i due papi e ne nominò un altro: e volle che dall'elezione derivino tutti gli impieghi e le dignità; e ogni dieci anni abbia a convocarsi il Concilio, nel quale risiede l'autorità cattolica. Nessun Concilio vale se non preseduto dal papa, ma la parola del papa non vale se non perchè promulga ciò che il Concilio ha deciso; e ciò che ha deciso questo non diviene irreformabile se non quando l'abbia accettato la Chiesa. Il papa ha la presidenza della Chiesa: il Concilio ecumenico ne ha l'autorità: l'assemblea intera de' fedeli, preti o laici, è infallibile. Tale, dicono, era la costituzione primitiva, alterata per circostanze che la storia registrò.
E intorno all'infallibilità del papa fanno riserve, prima sull'oggetto de' giudizj, sottraendo al papa il proferire in materia ch'essi dichiarano non interessare la religione e la disciplina; secondo, sul soggetto che dee proferire i giudizj, dichiarando indefettibile la sede, non il sedente: infallibile non il papa, non la Chiesa dispersa, ma raccolta in Concilio universale, e i cui decreti siano accettati all'unanimità; terzo, sulla modalità dei giudizj. Con ciò mascherano la reluttanza, ma quando sieno serrati, son dialetticamente costretti a pronunziare che i pastori insegnano l'errore; e s'appoggiano non all'autorità pontifizia, ma ad un esame storico critico; distinguono il corpo visibile della Chiesa dall'autorità spirituale di essa: quella infallibile, questa soggetta ad errore. Con senso privato esaminano dunque la tradizione, e all'antichità si appellano dalle decisioni della Chiesa contemporanea. Mentre il protestantismo, col criterio supremo della coscienza individuale, arrogava a ciascuno il diritto di interpretare a suo senso la Bibbia, il giansenismo accettava la condanna che ne pronunziò il sinodo tridentino; ma si riservava d'interpretare la Chiesa stessa, distinguendo la nuova dalla vecchia. Or qual cosa più facile che confondere la Chiesa coi documenti che ne esprimono la fede, e le parole e la storia spiegare in senso privato? Così prendeano un mezzo termine fra l'obbedienza in astratto e l'obbedienza in concreto; l'indocilità verso l'autorità viva della Chiesa coprendo colle attestazioni di rispetto ad un'antichità della Chiesa, foggiata a lor modo: quelli obbligano il credente a studj filologici, questi a indagine di archivj per trovare frasi e fatti, repudiando la legittima interprete vivente e perpetua delle tradizioni.
E appunto il richiamo verso i tempi primitivi è consueto ai Giansenisti. Con ciò rinnegano il progresso e lo svolgimento; perocchè non bisogna ritornare al passato per isciogliere il gran problema del presente; bensì volgersi all'avvenire colla coscienza del passato, coscienza di principj che stanno, mentre le forme si cangiano. Pure, anche guardando al passato, fin dai primordj i santi padri deplorarono gli abusi derivati dall'eleggersi popolarmente le dignità ecclesiastiche. Cristo elesse i proprj apostoli; questi elessero i loro successori, e così continuossi sempre. I Padri del sinodo di Trento, non che introdurre verun elemento democratico, anzi con lunghi ragionamenti ne mostrarono la sconvenienza, solo affidando ai capitoli delle cattedrali l'elezione dei vescovi: e fu condannata la dottrina del Richerio che mettea nel popolo il primo possesso della sovranità.
Mentre poi erano democratici in chiesa, fuori i Giansenisti mostravansi monarchici, come aveano fatto nel medioevo i Fraticelli; la riforma della Chiesa voleano ottener da altri che dalla Chiesa; e come Calvino avea detto «Non c'è altra giustizia in Dio che la volontà di Dio», i Giansenisti dissero «Nella società civile non v'è altra giustizia che la volontà del principe»; così esagerando l'autorità regia, fecero nascere la rivolta popolare.
Prima d'indicare lo svolgersi di queste dottrine in Italia accenneremo come eresie di più franca faccia s'introducessero, o si trasformassero le precedenti coll'innestarvi il razionalismo, venuto di moda fra i pensatori dopo la rivoluzione d'Inghilterra. Locke, nel Cristianesimo ragionevole, la questione ch'era da Cattolici con Protestanti trasporta a razionalisti con credenti, da chi accetta la parola rivelata a chi la ricusa. La Bibbia non ripudia egli, ma Cristo riduce a un essere umano, i misteri a verità di mera ragione, e conchiude che chiunque crede al Messia è fedele, per quanto differisca d'opinamenti; non è eretico nè scismatico chi pensa a modo proprio, ma solo chi pretende fare chiesa da sè: per credere a una vita fuor del corpo volersi dati positivi, nè questi poter darli che la rivelazione; i dogmi ricavati dalla Scrittura giova crederli, ma non mena a dannazione il fare altrimenti.
Questo deismo fu ridotto a sistema da Eduardo Herbert, da Collins che ripudia la resurrezione de' corpi, e sostiene che il mosaismo non ammette speranze postume: da Carlo Blount negli Oracoli della ragione; da Bury nel Vangelo nudo, da Shaftsbury che, armatosi d'epigrammi, vuol che della Chiesa non si parli che bernescamente: da Mandeville che mostra il vizio come causa di tutti i fatti grandi, di tutti i progressi sociali: da Toland che nel Cristianesimo senza misteri impugna i miracoli, poi anche la personalità di Cristo; gli apostoli aver copiato gli Egiziani, e il loro ascetismo dover cedere al culto della natura e dell'istinto; e nei Destini di Roma pronosticava imminente la caduta dei papi: da altri che ergevano la religione naturale sulle ruine della rivelata, alla fede surrogando la supremazia della ragione, dalla quale doveano essere garantite anche le verità religiose.
Il conte Lorenzo Magalotti, pur inclinato a quella filosofia spiritosa, gioviale, tutta mondo, scrisse Lettere famigliari contro questi spiriti forti, ove descrive un conte vissuto fra galanterie. «Entrate a tavola in gran compagnia: ecco il discorso della religione in campagna. Sentite un brutale discorrerne con poco rispetto; un altro che ci fa del libertino, portar con derisione un luogo oscuro della Scrittura; applaudire quello che ci fa il filosofo, e farne spiccare l'implicanza colla corrotta ragione naturale. Voi ridete ed applaudite, e piacendovi tutto quello che tornerebbe comodo alle esigenze del cuor vostro, la compiacenza a poco a poco senz'avvedervene vi tien luogo di persuasione... Entrate in letto; per conciliarvi il sonno leggete un capitolo del Trattato teologico-politico o del Leviatan, dite subito che hanno ragione... Dormite sino a mezzogiorno; andate in chiesa per vedere il bel mondo, affettate sopra tutto l'irriverenza, perchè questa vi pare che rialzi il concetto del vostro spirito, della vostra galanteria, della vostra bravura, e in questo caso vi rallegrate che vi sia religione al mondo per far gala di non farne caso. Questi sono i fondamenti del vostro ateismo».
Tali abitudini crebbero assai col difondersi della filosofia francese, perocchè il filosofismo, dall'Inghilterra propagato alla Francia, vi prestò quel ch'essa ha d'attraente e di contagioso nel carattere e nella lingua. Prima sparpagliò dubbj, poi si fece ateo, deista, sopratutto materialista, e beffardo al punto da isterilire fin il bene che predicava a titolo di filantropia; affettava scienza sapendo ben poco; dalle confutazioni sguizzava collo scherzo; vantava di riformare e non sapeva che distruggere, e non inventò nulla, neppur un errore.
Ma errori e verità pare non si diffondano per l'Europa se non attraversando la Francia, e in fatti da questa si propagò agli altri paesi come al nostro l'incredulità galante, non più sotto abito monacale e con gergo teologico, ma lepida, caustica, ironica, negando il fallo primo e la necessaria riparazione; il culto e tutta l'attuazione esterna della religione qualificando astuzia di preti, tradizione di gabbamondo; appellando al senso comune, ragionacchiando senza nè storia nè autorità, sentenziando senza aver mai studiato di materie nelle quali esitano coloro che vi logorarono la vita intera, abbattendo senza riedificare, facendo una gaja abbaruffata contro il papato, quasi il repudiarlo fosse necessario al progresso; professando con Bolingbroke che dove il mistero comincia finisce la ragione, intitolando pregiudizio tutto ciò che non rispondesse all'arida ragione, e follia ciò che non produce egoistici piaceri; riducendo la filosofia a puro sensismo che esclude tutto quanto non si brancica; la politica giudicando dalla riuscita; sofisticando o deridendo le verità che meglio consolano il cuore, e tranquillano lo spirito; coi frizzi, cogli aneddoti, colle cene, colla sensibilità volendo spegnere il desiderio dell'immortalità, e le aspirazioni al soprasensibile. A dritto dunque il costoro patriarca Voltaire potè vantarsi d'aver fatto ben più che Lutero e Calvino. Questo cortigiano della fortuna e del piacere, che vantavasi ciambellano dei re e trafficava di Negri; che applaudì agli sbranatori della Polonia e sputacchiò Giovanna d'Arco; che scrisse un infame poema e osceni romanzi, mentre vantavasi rigeneratore della filosofia e della religione, sicchè potè dire De Maistre, «Non v'è nel giardino dell'intelligenza un sol fiore che questo verme non abbia contaminato», meritò le imprecazioni di quanti v'ha pensatori o patrioti. Ed oggi l'Italia redenta soscrive per erigergli un monumento, e le autorità ne danno l'esempio, e i maestri spingono gli scolari all'infame sacrilegio. Ed han ragione, perocchè egli proclamò la dottrina che oggi è più applicata: «Calunniate, calunniate; qualcosa ne resta sempre».
E ben que' maestri dovrebbero dire ai loro allievi che la menzogna fu il costui distintivo. Egli smentiva sfacciatamente i proprj scritti, chiamandoli persino abominevoli e infami; dedicava la sua Merope al nostro Maffei, dal quale l'avea desunta, e nel tempo stesso gli lanciava una villana critica sotto il nome di abate Lalandelle: a Benedetto XIV dedica la sua tragedia Maometto, chiamandolo decus et pater orbis e baciandogli i sacri piedi[415], al tempo stesso che diceva: «Mia parte è di buffonchiare Roma e farla servire alle mie piccole voglie»; e «Verrà tempo che metteremo sulla scena i papi, come i Greci metteano Tieste e Atreo per renderli odiosi»[416]. Al vescovo di Mirepoix scriveva: «Grazie a Dio, la religione m'insegna quel che bisogna soffrire. Il Dio che l'ha fondata, dacchè degnò farsi uomo, fu il più perseguitato di tutti; dopo un tale esempio è quasi un delitto il lamentarsi. Davanti a Dio che mi ascolta posso asserire d'essere buon cittadino e vero cattolico; e lo dico perchè sempre l'ebbi in cuore. I miei nemici mi rinfacciano non so quali Lettere Filosofiche: la più parte di quelle stampate sotto il mio nome non sono mie; avevo lette al cardinale Fleury quelle che falsificarono così indegnamente» (ottobre 1743): e intanto a Formont scriveva: «Ebbi cura nel leggergliele, di tacer tutto che potesse sgomentare sua divota eminenza: egli trovò piacevole quel che restava, ma il poveretto non sa quanto ha perduto».
E cotesto vero cattolico insinuava a tutti: «Schiacciate la infame», cioè la religione; a Dannilaville: «Vorrei che schiacciaste la infame: qui sta il punto: bisogna ridurla qual è in Inghilterra»; e a Thiérot: «Non si può assalir la infame ogni otto giorni con scritture ragionate, ma si può andare per domos a spargere il buon seme»: e «Il primo dei doveri è annichilar la infame»: ed «È vero che c'è de' preti alla Bastiglia? bell'occasione per ischiacciare la infame»; e «Appena ho un momento di posa, medito portar l'ultimo colpo alla infame. Credo che il miglior modo di piombare sulla infame è il mostrare di non aver voglia d'attaccarla»[417]. Eppure intanto carteggiava col papa, teneva un confessore, assisteva alla messa, riceveva i sacramenti, dichiarando voler vivere e morire nella religione cattolica apostolica romana; piccole facezie, com'esso le chiama, alle quali assoggettavasi perchè non avea ducentomila uomini a' suoi comandi.
Colla costui ispirazione e cogli esempj inglesi erasi formata una scuola, che, professando fede sconfinata nell'umanità e nessuna in Dio, volea smuovere il mondo senza aver un punto d'appoggio; riformarlo coll'eguaglianza, la libertà, la fraternità senza comprendere che questi sono sentimenti e canoni cristiani, senza volerli come parte della giustizia e della carità evangelica; predicavano l'amor del bene come frase, sebben in alcuni sincera; una virtù generica, che non s'impone alla vita pratica; una cittadinanza del mondo, che assolvea dai doveri di patria e di famiglia. E poichè l'opinione non è ascoltata se non si fa accusatrice, denigravasi e denunziavasi tutto il passato, e principalmente l'istituzione più conservatrice dell'autorità.
Dal riso sardonico di Voltaire e dalla biliosa sentimentalità di Rousseau i nostri imparavano che tutto il passato era un male; bisognava dimenticarlo, e assumere abitudini, credenze, sentimenti, leggi, non secondo la tradizione e l'esperienza, ma secondo canoni filosofici prestabiliti, eguali per ogni tempo e luogo; sono i grandi uomini che innovano le nazioni; bastano leggi e decreti per conseguire quel che si vuole: e perchè quei decreti siano buoni ed eseguiti richiedesi governo libero, cioè che non trovi impedimenti di nobiltà, di corporazioni, di clero. I più begli atti, i migliori sentimenti, questo spettacolo dell'umanità che progredisce faticosamente migliorando, sono calcolo, furberia, secrezione, accidente. Dio non v'è, o così alto che non bada alle azioni di quest'essere che egli gettò sulla terra per un giorno.
Tolta l'idea d'un'origine comune, d'un fallo primitivo e della conseguente espiazione, l'uomo non deesi credere nato che per se stesso e per godere; e maledetti gli uomini e le leggi che ne l'impedissero. Quindi la cura di cercare il ben essere proprio e l'altrui, la quale da carità cristiana mutavasi in filantropia filosofica, non operante per Dio ma per gli uomini, amando questi senza abborrire il peccato, nè riconoscere altri doveri che quelli degli onesti uomini, altra sanzione che la stima de' concittadini.
L'espressione più significante della filosofia d'allora fu l'Enciclopedia, immensa opera dove gl'ingegni più belli e più paradossali s'accordarono a formar l'inventario dell'umano sapere per gloriarlo delle conquiste fatte; inventario dove si confondono il sublime e il buffo, l'errore e la verità, lo scetticismo e l'intolleranza; sempre eliminando l'anima dalla natura, il creatore dalla creazione facendo astrazione dall'uomo, dalle idee sue, dai suoi bisogni, fin dai dogmi della scienza che per l'uomo solo sussiste: e storie, viaggi, matematiche, scienze naturali strascinando a cospirare contro Dio[418]. Gli enciclopedisti ignoravano ancora il mondo orientale, e i simboli primitivi, scopertisi dappoi: della religione non consideravano che l'abito esterno, talchè s'attaccavano a qualche forma di culto, a qualche colpa di preti, ne traevano risa ed epigrammi e la persuasione che tutto fosse impostura di re e di sacerdoti per usufruttare un popolo tenuto nell'ignoranza, nella superstizione e nella miseria. Tutto asserivasi col furore del fanatismo; e scossi tutti i principj, andavasi dritto alla materialità, ora proclamata sfrontatamente, ora sottilmente dedotta con sofismi epigrammatici, adulando il male e cercando abolire le coscienze.
I nostri, avvezzi a cercare nella letteratura francese le voluttà dello spirito e la norma del pensare, si ispiravano a quella, e non credeasi assicurato un posto nel tempio della gloria chi non avesse ottenuto un applauso dai filosofisti, non fosse penetrato ne' loro circoli, alle loro cene: i regnanti stessi ne chiedeano il parere, ne sollecitavano le lodi, mentre dagli amari sarcasmi e dal tono dispotico di loro restavano paralizzate le penne che osassero esporre la verità. Un Piattoli, avvocato di Modena, avea scritto un Saggio intorno al luogo ove seppellire. Un ministro del duca gliene scrivea congratulazioni; e «Piace al serenissimo il di lei coraggio per l'erudito opuscolo, di cui per altro gli resta qualche vaghezza di udire cosa ne sentano i Francesi, e segnatamente M. Dalembert». Uno degli uomini più tranquilli, direi sino infingardi, fu Cesare Beccaria. Eppure quand'ebbe pubblicato il suo libretto sui Delitti e le Pene, del quale era ben lontano di supporre l'importanza, e ancor meno il rumore che desterebbe, nulla gli parve sì beato come il riceverne congratulazioni dall'abate Morellet, adepto ed organo de' filosofisti. E gli rispondeva: «Io debbo tutto ai libri francesi: essi hanno risvegliato nell'animo mio i sentimenti d'umanità, ch'erano stati soffocati da otto anni d'educazione fanatica... Dalembert, Diderot, Elvezio, Buffon, Hume, nomi insigni che nessuno ode senza sentirsi commuovere, le vostre immortali opere sono mia lettura continua, ed oggetto delle mie occupazioni nel giorno, delle mie meditazioni nel silenzio della notte... Da soli cinque anni data la mia conversione alla filosofia, e ne vo debitore alle Lettere Persiane. La seconda opera che compì la rivoluzione della mia mente è quella d'Elvezio».
Ma questo abate Morellet trovava giusto che fra noi fosse lodato lo Spirito di Elvezio «car de tous les Européens ceux qui estiment moins l'humanité sont sans contredit les Italiens».
Brillò tra' que' filosofi Luigi Antonio de' Caraccioli, parigino ma di origine italiana, oratoriano, e che vuolsi qui nominare perchè autore delle Lettere di papa Ganganelli; opera migliore dell'altre sue, onde taluno le credette genuine e tradotte dall'italiano, ma l'originale neppur di una si trovò, quand'anche i sentimenti non ne rivelassero l'impostura, che può sfuggire soltanto agli occhi lippi di qualche moderno. Il Caracciolo avea pur fatto «il Cristiano moderno svergognato dai Cristiani de' primi tempi»: poi cessatagli una pensione che traeva dalla Polonia e una dall'Austria, morì poverissimo nel 1803.
Ai cenacoli degli Enciclopedisti e delle loro amiche acquistò pur fama colle arguzie originali e coll'empietà l'abate Ferdinando Galiani napoletano, i cui dialoghi da Voltaire erano trovati «dilettevoli quanto i migliori romanzi, istruttivi quanto i migliori libri serj». E venne di moda in quella città, ad assennate disquisizioni mescolando il paradosso, e di paradosso dando aria alla stessa verità, tanto per isfavillare di spirito ed esser nominato. Da quei convegni trasse il disprezzo degli uomini e d'ogni entusiasmo, fin della gloria quando non frutti denaro: ma negli ultimi giorni si ricoverò alla religione de' suoi padri.
A Venezia la libertà sfogavasi col mal costume e col dir male della Chiesa: il governo restrinse a questa la facoltà di possedere, e il mandar denari a Roma; impose taglie sui beni ecclesiastici; altri provedimenti fece, pei quali Clemente XIV la ammonì colla mansuetudine che i tempi esigevano, e n'ebbe risposta altera, come i tempi suggerivano. Colà uscì nel 1766 Del celibato, ovvero riforma del clero romano, trattato teologico-politico del C. C. S. R., e a Venezia, o almeno colla data di Venezia si stampavano le opere più ostili a Roma e alla Chiesa.
Carlantonio de' Pilati, nato a Tassullo in Val di Non il 1733, insegnò giurisprudenza a Gottinga, poi a Trento, indi lasciò la cattedra per viaggiare Francia, Olanda, Germania, Danimarca, insinuandosi nell'alta società fin a dare pareri a Giuseppe II e Leopoldo II. Quando il Tirolo fu invaso dai Francesi, egli vi tornò presidente al consiglio supremo del Tirolo meridionale, e morì il 27 ottobre 1802.
Oltre varj libri di affettata giurisprudenza, dettò Dei mezzi di riformare i più cattivi costumi e le più perniciose leggi d'Italia; giacchè il moderar gli eccessi e riformare gli abusi fu sempre il pretesto onde distruggere l'autorità. Dapprima egli non domandava a Clemente XIII che di abolire la mendicità ed altri parziali rimedj, ma nelle successive edizioni invelenì, scagliandosi contro preti, frati, papi con idee più protestanti che giansenistiche; domandando che i principi traessero a sè ogni azione; istituissero collegi, dai quali togliere poi gl'impiegati dello Stato, infondendo così a tutti le idee che il principe vuole. Talora introduce apologhi di mal gusto e anche scurrili, a imitazione di Voltaire.
E imitazione di Rousseau sono le Riflessioni di un italiano sopra la Chiesa in generale, sopra il clero sì regolare che secolare, e sopra i vescovi ed i pontefici romani, e sopra i diritti ecclesiastici de' principi, precedute dalla relazione del regno di Cumba e di riflessioni sulla medesima, stampate a Borgofrancone, cioè Venezia il 1768, che da alcuni si attribuiscono a Giuseppe Pujati, ma i più le assegnano al Pilati. Comincia da un allegorico racconto dei mali che recò a un'isola l'introdurvisi di missionarj, che spacciando per miracolo la loro scienza, svogliano dalla primitiva semplicità, insegnano a fabbricare, aprono scuole, empiono il paese di letterati, mentre la campagna si rende deserta e sentesi la fame: le belle arti si difondono, mentre camminasi alla miseria. I missionarj allora predicano dottrine che prima aveano dissimulate; la supremazia del papa; i meriti del celibato, l'utilità delle opere pie, l'indissolubità del matrimonio, la difficoltà del salvarsi, le indulgenze. Da qui un cumulo di vizj, e la necessità di repressioni vigorose e di tribunali, ove i missionarj riescono a impiantare il diritto canonico, a tal fine uccidendo il re per surrogarne un ligio. Poi i frati cominciano a disputare fra sè e massime contro i Gesuiti, tacciati di insegnare il regicidio.
Ognun vi riconosce il tema allora messo di moda da Rousseau, da Raynal, da Bernardino di Saint-Pierre, d'accusare de' vizj sociali la civiltà, applicandolo specialmente alla religione. E l'autore ne deduce quanto di peggio mai s'argomentò contro le corporazioni religiose, tessendone a suo modo la storia, dando come regola o consuetudine gli abusi, come dottrina cattolica le sentenze di qualche canonista, e sempre protestando che la sola verità lo costringe a parer calunniatore. Non credano i principi che basti distruggere i Gesuiti: gli altri frati faranno altrettanto e peggio; arriveranno fino a ricorrere alla santa sede contro i loro principi, e a ribellare i popoli. Bisogna levare ai frati l'istruzione della gioventù, il confessare, predicare, catechizzare, le loro feste particolari, gli oratorj, e ridurli sotto l'obbedienza dei vescovi. Prima però di distruggere i frati bisogna riformare il clero secolare pei seminarj, pei benefizj; e «lasciar che il papa protesti com'ei vuole, e ch'egli mandi quante bolle gli piace; quella Corte già sa che sono passati i tempi degli Arrighi, e che il lanciare in questi giorni una scomunica contro ad un sovrano, altro effetto non produce che lo sdegno degli uni e le beffe degli altri».
Deplora che gli Italiani siano ormai soli a subire il giogo della Corte romana, la quale «da più secoli ha precipitata la verità in fondo a un abisso, dov'essa viene da millantamila Cerberi di color rosso e pavonazzo e nero e scuro e bianco e bigio e cenerognolo, per siffatta maniera guardata e custodita, che, se taluno mostra di volersi soltanto dalla lunga a lei approssimare, cotesti mostri incontanente se gli avventano addosso, e l'afferrano e mordonlo e laceranlo, e fannolo miseramente in mille brani». E qui protestando esser cattolico, e perciò astenersi da molte verità, s'avventa contro la religione, mostrando che ne' suoi primordj non correa distinzione fra il popolo e il clero, e svolgendo la disciplina, asserisce l'intera dipendenza della Chiesa dallo Stato, fin a dire: «Chi potrebbe dar torto a' nostri principi s'essi venissero nella risoluzione di non voler più soffrire ne' loro Stati la religione cristiana con alcuni di que' suoi principj, con cui è stata praticata finora, e che però essi ci proponessero di abbandonare o cotesti principj o le loro terre?» Molto male si può far ne' Concilj, e perciò niuno si dee poter tenerne senza commissari del principe. E via sulle orme del Böhmer, del Lounoy, del Dupin, del Barbeyrac arroga allo Stato il pieno dominio sulla Chiesa, la quale non è che un collegio di fedeli; le toglie il diritto di possesso; le immunità considera come usurpazioni, al par della primazia di Roma; e gli abusi delle indulgenze e gli sbagli delle Decretali, e le trascendenze del fôro ecclesiastico compulsa con molte cognizioni legali e sfoggio di storia a suo modo, desunta da fonti ben conosciute.
Venuto un tempo ove si rimescola ogni fango, anche quell'opera si ristampò a Torino nel 1852.
Suo pur credo il libro Di una riforma in Italia, stampato a Villafranca, cioè Venezia, il 1767, poi ancora il 1770, indi il 1786 colla data di Londra (Lugano) assai cresciuta e coll'aggiunta di venti novelle.
«Io protesto (dice) che sono amico della nostra fede, ma nemico degli abusi che danno il guasto alla nostra Italia. Laonde non temo di poter essere incolpato d'eresia veruna, se non che da qualche ignorante chiericuzzo o da qualche stordito frate, o da qualche maligno spirito». E il capo I che tratta del pontefice e delle leggi canoniche comincia: «Io non intraprendo qui d'attaccare i legittimi diritti del papa, nè di scemare l'autorità delle leggi ecclesiastiche, che alla giustizia, al decoro e allo spirito della vera Chiesa sono conformi. Essendo io cattolico, non voglio scrivere nè consigliare cose che a persona cattolica non si convengano».
Tratta poi della tolleranza religiosa, del clero, dei monasteri, del culto de' santi, delle loro vite, de' libri ascetici; dell'uso de' santi padri; della teologia, degli studj di storia ecclesiastica e diritto canonico; della religione; dei beni ecclesiastici; di mezzi generali per intraprendere una certa riforma. Soggiunge un'umilissima supplica del popolo romano al sommo pontefice pel ristabilimento dell'agricoltura, delle arti, del commercio, delle leggi civili[419].
Un altro libro conosciamo della risma stessa, intitolato: All'Italia nelle tenebre l'Aurora porta la luce. Riflessioni filosofiche e morali. Documenti ed avvisi all'Italia. Sistema nuovo mai trattato pria, tanto dagli antichi che dai moderni scrittori. Milano, 1796. È senza nome d'autore, ma in fine delle trecennovantuna pagine è firmato Enrico marchese l'Aurora[420]. Vi si produce un nuovo sistema di creazione, con sette cieli abitati da angeli, dotati di maggiore o minor grado di perfezione, vigilanti alle vicende del mondo, poi la creazione dell'uomo a cui Dio impone tre soli precetti. Sostiene che il feto non riceve l'anima che al momento di nascere. Propone una pace universale, col solito ordigno del congresso, e la distribuzione dell'Italia in otto dipartimenti, sotto un presidente; riformando la religione, abolendo i preti e i frati minori di 40, e le monache di 30 anni, pensionandoli a vita, e il doppio se si maritano.
Il cittadino Spanzotti nei Disordini morali e politici della Corte di Roma esposti a nome de' zelanti dell'ecclesiastica libertà, alla santità di Pio VI, (II edizione, Torino anno IX) ripone questi disordini nel dominio temporale, nella monarchia papale e nel ridicolo vanto dell'infallibilità; donde vennero le pessime conseguenze che l'autorità de' vescovi derivi dal papa, che il papa possa esercitare autorità nella diocesi altrui, che possa riservarsi le cause maggiori, e conferire benefizj esistenti nel territorio de' vescovi, esigere annate, ricevere appellazioni, assoggettar tutte le chiese alla disciplina romana, esser superiore al Concilio, poter dispensare dalle leggi universali, accordare indulgenze, canonizzare i santi. Per fomentare tali disordini esso si valse de' cardinali, de' preti, de' regolari, della cattedra di canoni nell'Università di Bologna, della proibizione de' libri, dell'inquisizione ecclesiastica e della scomunica. Ne derivarono corruzion di costumi e il rovescio del regime ecclesiastico nelle diocesi: nè Roma volle rimediarvi colla convocazione e la libertà dei Concilj. Propone di sciogliere le corporazioni religiose; togliere le ricchezze e il dominio temporale ai papi, riformare la disciplina ecclesiastica, anche coll'autorità del governo civile; senza badare se Roma ci dichiara scismatici o ci scomunica.
Il marchese Giuseppe Gorani milanese nel 1770 pubblicò anonimo il Trattato del despotismo, violento attacco ai governi stabiliti: poi uscito di patria, andava cercando col fuscellino lo scandalo in ogni atto de' principi o de' preti: affigliato alle società segrete, denunziava all'opinione pubblica il despotismo sacerdotale, regio, ministeriale, aristocratico, con giudizj all'avventata, e rimedj da pazzo. Scoppiata la Rivoluzione, Bailly domandò per costui la cittadinanza francese, che avea meritata con violenti articoli nel Moniteur e con lettere ai re contro Luigi XVI. Venuto nella Svizzera per eccitare tumulti nella Lombardia, l'ambasciadore austriaco lo fe cacciare. Quando il regno del terrore cascò, egli ritirossi a Ginevra, dove povero e ignoto morì nel 1819 di sessantacinque anni[421].
Altri potremmo indicare di siffatti, che proruppero principalmente allorchè i Francesi repubblicani calarono in Italia.
A difonder quelle idee razionaliste e sovversive, condite di sentimentalismo filantropico, adopravasi la società segreta de' Massoni o Franchimuratori, moda venuta anch'essa d'Inghilterra; nè sarà fuor d'opera il dire alcun che dell'organamento suo e dei misteri, tra cui avvolgeva la dottrina dell'uguaglianza fra gli uomini.
Le origini della Massoneria colloca alcuno fino nel paradiso terrestre, dove uno degli eloim mescolatosi con Eva, generò Caino, mentre Adonai, altro degli eloim, creò Adamo che da Eva generò Abele. Fra le due stirpi rimase eterna sconcordia, e i figli di Caino inventarono le arti: Adonhiran fu chiamato da Salomone a fabbricare il suo tempio, durante la quale impresa fu da un gigante ucciso e trascinato nell'abisso del fuoco. Ma quivi glorificato, tornò a compire l'opera. Salomone per gelosia lo fe uccidere; ma nove maestri ne trovarono il cadavere, assassinarono gli assassini, e in mezzo a un triangolo di fuoco ascosero il nome del Grande Architetto Dell'Universo, che fu custodito con gran segreto da alcuni eletti. I più moderati deducono la massoneria dai Templari, e che Giacomo Molay, ultimo costoro granmaestro, prima d'esser bruciato istituisse tre loggie, una delle quali a Napoli.
Il più probabile è che nascesse intorno al Mille, quando, rassicurati che il mondo non finirebbe al compiersi dei dieci secoli, venne una smania di fabbricar chiese, donde consociazioni di mastri da muro. Erano o monaci, o diretti da spirito religioso: ond'ebbero voti, giuramenti, forme d'iniziazione: i capannoni che ergeano attorno alle fabbriche, dissero loggie: custodivano in segreto i procedimenti delle costruzioni, e tra loro chiamavansi fratelli; aveano gerarchia di capi, nè venivano ammessi che dopo confessati e colla benedizione del vescovo. Dapprima i Franchimuratori non erano diretti che a ciò, ma quando furono distrutti i Templari, essi ne adottarono i riti e le credenze, che dai processi apparvero inchinare alle gnostiche e manichee.
Certo i muratori nel medioevo costituivano corporazioni, come quella de' Magistri Comacini, ricordata nelle leggi longobarde; ma principalmente in Germania; fra esse tramandavansi arcanamente le regole migliori per le fabbriche; e da queste traevano il nome ed anche i simboli, ch'erano l'archipenzolo, la squadra, il martello, il grembiule, la cazzuola e così i gradi. Una riforma ebbero tali società nel capitolo generale che, il giorno di san Giovanni Battista del 1307 radunossi da Aumont e Harris fratelli militari, e da Pietro di Bologna fratello ecclesiastico.
Pretendesi abbiano contribuito alla Riforma religiosa, ma noi non ne trovammo indizio di sorta. Ben taluno asserì inventasse queste società Lelio Soccino a Venezia nel 1546; ma in contrario è noto che nel 1535 pubblicossi una circolare a tutte le loggie, ove negavasi che loro scopo fosse vendicare Molay, e ripristinare i Templari, nè introdur nuovi scismi; fin là aveano creduto bene tacere e celarsi, ma allora trovavano opportuno far pubblico l'antichissimo loro essere e l'intento loro, ch'è la vera morale impressa nei cuori, e difonder la felicità e il regno della luce; non avere altro di secreto che la beneficenza.
Senza discutere quanto v'abbia d'autentico in quelle pretensioni d'antichità, certo è che durante la rivoluzione d'Inghilterra i Franchimuratori presero altri assunti politici e religiosi; poi, fuori dell'isola si diffusero dopo il 1719, principalmente nella Germania, inclinata ai concetti mistici, e dove il culto restringendosi a prediche, facilmente si passa dai sistemi all'errore, dall'errore alle sètte. A Parigi la prima loggia fu aperta nel 1725, ove abbandonato il carattere severo degli isolani, la massoneria divenne gaja e benevola. A tutti i Franchimuratori della nazione presedeva un grand'oriente; a ciascuna loggia un venerabile, e sotto di lui il vigilante; il fratello terribile riceveva i neofiti, ai quali erano date le istruzioni dal maestro delle cerimonie; il grand'esperto teneva i sermoni; un tesoriere, un elemosiniere, un secretario aveano gli uffizj indicati dal loro nome. Nella camera dell'adunanza vedeansi quadri emblematici, motti geroglifici, il settangolo, il triangolo, la cazzuola, la squadra, il compasso, il martello, il teschio da morto, la pietra cubica o triangolare o rozza, i ponti da fabbrica, la scala di Giacobbe, la fenice, il globo, il tempio, la lavagna co' motti Lucem meruere labore — Odi profanum vulgus et arceo — Petite et accipietis — Pulsate et aperietur vobis — O vincere o morire — In constanti labore spes. Attorno a un letto a bruno colla croce e l'ulivo stavano i fratelli in tunica, con emblemi di spade e squadre; sparsi qua e là cazzuole, martelli, il tamburro di pelle d'agnello, fazzoletti chiazzati di sangue, ossa, teschi, stili, e altri apparati da colpir la fantasia, e il cui linguaggio trisense è difficile e incerto.
Diversi erano i gradi, e a proporzione di questi la comunicazione del secreto. I più non doveano vedervi altro scopo che di riunirsi a far cene e discorsi, ajutarsi a vicenda, riconoscersi anche in paesi lontani mediante certi segni e toccamenti, offrire l'ideale della società a cui si aspirava, dove nessun divario di religione, di nazione, di grado; levate tutte le distinzioni sociali; insomma quella fraternità umana che corregge gl'inconvenienti inevitabili in ogni società civile. Ma gl'intriganti utilizzavano a loro profitto quella misteriosa solennità di forme, che copriva e simulava le istituzioni del fanatismo per realizzare la religione filosofica, I gradi esterni e simbolici non sono che l'ombra degli interni: la parte esoterica, non solo tollerata, ma alcune volte favorita dai Governi, è solo il peristilio d'un tempio, inaccessibile a' profani[422].
Quanto alla religione, ammetteano Dio uno e trino, ma varj loro atti, mentre s'intitolano in nome della Santissima Trinità, chiudonsi professando: «Salute al Dio eterno. Noi possediamo il bene di trovarci nella maggior possibile unità dei numeri sacri». Quanto a Cristo, fu un savio, di eminente moralità, e benemerito dell'uman genere. La Bibbia è parola di Dio, in quanto ogni parola vera uscente da labbro umano ha l'impronta della divinità. Del resto alla rivelazione deve surrogarsi dapertutto la ragione. Questa farà ammettere tutte le religioni, e distruggere la superstizione, l'ignoranza, il fanatismo, coi quali nomi dinotano il cristianesimo e più specialmente il cattolicismo, che esprime assassino, assassinio, assassinato. Quest'assunto appare principalmente nell'iniziazione del cavaliere kadosc, che è il trentesimo dei 33 gradi. Ivi al neofito si mette in mano un pugnale, ai piedi il Crocifisso, e gli si intima di calpestarlo. Se nol fa, è lodato, ma gli si taciono i grandi arcani: se lo fracassa, seguono fiere rappresentazioni, e fin simulata uccisione di tre persone, che simboleggiano la superstizione, il re, il papa.
Questi mistici novatori son dunque una società religiosa, morale, sociale, e almen nello svolgimento successivo, vi riconosciamo il razionalismo puro, applicato alle credenze, agli atti, alla società. Che fede? che tradizioni? nulla v'è di superiore all'intelligenza umana: le religioni non sono che le varie forme con cui l'uomo intende Dio; sicchè tutte sono buone del pari, buoni tutti i culti, eccetto quello che pretende esser unico vero. Per ciò, e per abbagliare i vulghi, da tutti i misteri di antiche società ricavarono simboli e segni; le abraxe dei Gnostici, le dodici tribù, le tavole, la colomba de' riti mosaici e talmudici; la teogonia egizia cogli angeli di due sessi; il sabeismo de' Parsi; sincretismo, che dee condurre alla indifferenza: adottarono fin l'I. N. R. I. de' Cristiani, interpretandolo per Igne Natura Renovatur Integra, oppure Igne Nitrum Roris Invenitur, oppure Jamin Nour Rouch Jebeschal, acqua, fuoco, vento, terra. Perocchè la grande eguaglianza, cui aspira la massoneria, deve demolire le religioni, i governi, le autonomie; non spettando essa a verun paese, non ha nazionalità; son raggi diversi d'azione, ma unico il centro.
Di qui trapelava l'intento politico: ma la massoneria assunse il carattere odierno dopo che al suo teosofismo s'innestò l'illuminismo del bavarese Adamo Weishaupt, professore dell'Università d'Ingolstadt, il quale ebbe l'arte di combinare queste permanenti cospirazioni in modo uniforme, e tutte convergerle a un fine, ch'era insomma la distruzione e la ricostituzione dell'intero organamento sociale. Era il tempo che ispirava sgomento la potenza dei Gesuiti, ed esso che gli avea conosciuti, pensò surrogarvi quest'altra società gerarchica, altrettanto vigorosa ma scevra di religione, e che assumea per dogmi quelli appunto che bugiardamente apponevansi ai Gesuiti. Al 1 maggio 1776 Weishaupt costituiva la sua setta, alla quale innestò ben presto le altre di Germania e le loggie massoniche, ma durò solo fino al 1785. Tutto era disposto gerarchicamente, in modo che ne' gradi inferiori neppur trapelasse ciò ch'era l'intento dei gradi superiori; e poichè l'obbedienza doveva essere assoluta, gl'infimi compirebbero atti, in apparenza innocui o virtuosi, ma pur sempre diretti al fine de' superiori; nè a questi poteva essere promosso quando non avesse procacciato due proseliti. E insegnava: «L'arte di rendere infallibile una rivoluzione è illuminare i popoli, insensibilmente conducendo l'opinione pubblica a desiderare cambiamenti, che sono l'oggetto indeterminato d'una prestabilita rivoluzione. Se l'oggetto di questo desiderio non potesse manifestarsi senza pericolo di chi lo concepì, se ne propagherà l'aspirazione nell'intimità delle sette segrete. Se l'oggetto sia una rivoluzione universale, tutti i membri della società devono cooperarvi, cercando dominare invisibilmente, senza apparenti violenze, e sovra gli uomini di qualsiasi condizione, gente o religione, tutti dirizzandoli alla meta stessa. Conquistato così l'impero dell'opinione mediante l'accordo e la moltitudine degli adepti, sottentri la forza; si leghino le mani a chiunque resiste; si soffoghi il male nel suo germe, cioè si opprimano quelli che non si giunse a persuadere»[423].
In un famoso congresso di Franchimuratori, uno de' capi, dopo fatti immensi elogi del Weishaupt, conchiudeva: «Bisogna perpetuare i modi ch'egli ci ha lasciati in eredità, e continuarli instancabilmente fino alla mirifica attuazione, che farà stupire l'universo colla più terribile, ma più felice metamorfosi, soddisfacendo nella tomba questo saggio nemico dei re».
Tali intenti venivano nascosti sotto formole di iniziazione, fra drammatiche e paurose, varie secondo i paesi e i tempi. Tiriamo un velo sull'adozione femminina, sulle misteriose gioje dell'isola della felicità, del fratello sentimento, della sorella discrezione. Ne' loro matrimonj, fatti dal venerabile, si dichiara che l'indissolubilità è contro la natura, giacchè più volte trovansi unite persone, che riconosconsi assolutamente incompatibili; è contro la ragione perchè si vuol eterno l'amore, ch'è il più capriccioso e involontario de' sentimenti.
Quei che li temeano dicevano che gli Illuminati erano Gesuiti mascherati; e Weishaupt chiamavano il Lojola della filosofia, versando così nuovo odio sopra quell'Ordine, il cui nome pare trascelto sempre a indicare ciò che vuol farsi odiare[424].
E Illuminati e Massoni tendevano del pari ad abbattere: e tutte queste demolizioni (che nella storia aveano poi a costituire la rivoluzione) doveano portare a edificar una nuova Gerusalemme coi frantumi dell'antica, per opera del gran sacerdote apocaliptico, il quale compare vestito come la donna mistica dell'Apocalissi, con dodici stelle attorno al capo. È la deificazione dell'umanità, perocchè gli uomini, pervenuti alla massonica purità, sono Dei della terra. Allora non vi sarà più teologia, ma una religione, consistente nel vivere da onest'uomini, credendo ognuno quel che vuole, poichè ogni opinione è per se stessa giustificata dal diritto della libertà e della contraddizione: fossero anche le stravaganze del socialismo e le iniquità del comunismo; fosse la negazione d'ogni soprannaturale, d'ogni gerarchia umana; fossero i mezzi con cui la rivoluzione sovverte ogni cosa.
I quali mezzi suggeriti sono: accarezzare i principi col mostrar d'ingagliardirli, rimovendo gli ostacoli che pone alla podestà loro l'autorità religiosa: distrugger pure gli ostacoli delle corporazioni, degli stati, delle università, sicchè l'uomo si trovi isolato a fronte d'un poderosissimo organamento d'impieghi e di eserciti: staccare la scuola dalla Chiesa, riducendola a semplice istruzione; poi ai re sovrapporre la responsalità dei ministri e le onnipotenti risoluzioni dei parlamenti, appoggiati dalla libera stampa e dalla giustizia sottomessa all'opinamento dei giurati; costituendo così un diritto tutto positivo, di fatti compiuti, di opportunità; riducendo l'Europa a pochi grandi Stati che assorbano i piccoli, in nome di nazionalità geografiche: e di tal passo, col nome di libertà si riesca a rendere l'individuo interamente servo allo Stato.
Quando il neofito vede tutte le spade appuntate contro il suo petto, il venerabile lo rassicura dicendogli: «Non temere. Esse non minacciano che allo spergiuro. Se fedele alla massoneria, esse saranno disposte a difenderti. Ma se tu fallissi, nessun luogo della terra ti assicurerebbe contro l'armi vendicatrici».
E il neofito, in nome del Grande Architetto Dell'Universo, giura non rivelar mai i segreti della massoneria: «Se manco, mi siano bruciate le labbra con ferro rovente; tronche le mani, strappata la lingua, segata la gola; il mio cadavere sia sospeso in una loggia durante l'iniziazione d'un altro fratello, per terrore di tutti: poi sia bruciato e le ceneri disperse al vento, sicchè non rimanga memoria del traditore».
Con ciò la compagnia arrogavasi il diritto punitivo, proprio della società civile, e da eseguirsi coll'assassinio: fatto che basterebbe a riprovarla.
Come quest'associazione tenebrosa penetrasse in Italia non è chiaro; ma nel 1733 già esisteva una loggia a Firenze, perocchè fra i cimelj della massoneria sta una medaglia, ivi coniata quell'anno al granmaestro duca di Middlesex. Nel 39 fu introdotta in Savoja, nel Piemonte, in Sardegna, tre paesi aventi un solo granmaestro provinciale, nominato dalla loggia principale d'Inghilterra. A Roma, convegno di tanti forestieri, ve n'avea nel 1742, quando decretarono una medaglia a Martino Folkes presidente della società reale di Londra, ma rimasero secrete fino all'89.
La loggia degli Amici Sinceri alla Trinità de' Monti fu fondata il 6 novembre 1787 da cinque Francesi, un Americano e un Polacco, che appartenendo a loggie estere, gemeano di viver in mezzo alle tenebre: vi furono ricevute persone d'ogni condizione, e dipendeva dalla loggia madre di Parigi, con cui teneasi in continua corrispondenza; ogni settimana se ne ricevea la parola d'ordine o di passo, e ogni anno vi si mandava un dono: come ogni anno per elezione si rinnovavano i gradi di venerabile, vigilante, fratello terribile, cerimoniere, tesoriere, limosiniere, segretario, grand'esperto ossia oratore. Il neofito era da un fratello in maschera introdotto nella camera delle riflessioni, parata a nero, illuminata da una candela di cera gialla, e con un tavolino, su cui un teschio. Il fratello terribile lo avvertiva di meditare seriamente, e rispondere a tre quesiti che davansegli in iscritto, concernenti i suoi doveri, e ai quali esso rispondea pure in iscritto: talvolta dovea far la sua confessione ad un finto frate. Il fratello in maschera portava poi queste risposte nella camera superiore, detta il tempio, e le presentava al venerabile. Sceso, intimava al neofito di deporre oriuolo, spada, fibbie, ogni metallo, abbassar la calza della gamba sinistra, snudare la spalla e il braccio destro. Così ad occhi bendati era condotto nel tempio, dove inginocchiato al venerabile, dichiarava il nome e le qualità sue e gl'intenti che lo moveano ad aggregarsi. Condotto in giro fra strani e spaventosi rumori, toccando i Vangeli e la spada d'onore giurava il secreto e cieca obbedienza. Levatagli la benda, trovavasi in mezzo a molti fratelli colle spade appuntate contro di lui, pronte a difenderlo se fedele, a ucciderlo se sleale. Allora riceveva l'abbraccio, il grembiule, i guanti; gli si insegnavano i toccamenti e le parole, e finivasi con un banchetto a spese del novizio. Altre cerimonie accompagnavano i gradi seguenti, sempre con teschi e cataletti e finti cadaveri. Alla domanda se obbedirebbe a qualunque comando ancorchè contrario alla religione e alla sovranità, uno esitò; e subito fu rassicurato che nè di religione nè di sovranità mai non trattavasi nella loggia.
La loggia dapprima fu indipendente, poi si fece instituire regolarmente dal grand'oriente di Francia: componeasi di francesi e tedeschi; n'era venerabile un tal Bello; e s'affratellò a molte loggie, quali la Perfetta Eguaglianza di Liegi, l'Armonia di Malta, la Concordia di Milano, il Consiglio degli Eletti di Carcassona, il Patriotismo di Lione, la Perfetta Unione di Napoli. Sui suoi diplomi era disegnato a mano il triangolo inscritto nel circolo, e avente nel centro la lupa lattante.
Varie loggie ebbe Napoli, le quali poi nel 1756 si legarono in una nazionale, che corrispondeva colla Germania: nel 1767 un moribondo per iscrupolo, e un cavaliere, cui la società avea sospeso i larghi sussidj, ne rivelarono l'esistenza e il granpriore di quel regno, ch'era il duca di San Severo. Arrestato questo, immediatamente al suo palazzo fu messo fuoco, ma il popolo lo estinse, talchè poteronsi avere i carteggi. Esso duca non negò nulla, espose il fine e i mezzi, e accertò che da sessantaquattro mila massoni contavansi nella sola Napoli, mentre a milioni erano gli adepti. Secondo un ragguaglio steso allora e colle incertezze inerenti a società secrete, la massoneria rimontava a censettancinque anni indietro, quando il vescovo inglese Cromwel fondò una camera di quattro segretarj e sette assessori, uno per nazione; ciascuna nazione suddivisa in cinque provincie, con un assessore per provincia.
Questo secretume dovea recare sospetto non men che al clero, ai principi, i quali vollero ripararvi ma colla fiacchezza caratteristica di tutti gli atti di quel secolo. Nel 1737 il granduca (imitando l'Olanda e la Francia) avea proibito le adunanze muratorie. Carlo III di Sicilia vi applicò le ordinanze contro i perturbatori della pubblica tranquillità; e il Tanucci, che pur era propenso alle novità, le proibì affatto, massime in occasione che una iniziata restò colpita dalle cerimonie in modo, che cadde malata e morì, onde il pubblico ne levò rumore. Carolina regina le fece ripristinare, onde ne' banchetti brindavasi alla salute di quest'austriaca, che fra poco doveano esecrare.
A Venezia si aprirono loggie fin dai loro cominciamenti, ma nel 1686 se ne ordinò la chiusura. Ve le ripiantò un Sessa napoletano, e vi erano affigliati nobili, abati, negozianti. Quegli oculatissimi inquisitori di Stato n'ebbero conoscenza da un rotolo di carte, che Girolamo Zulian dimenticò in gondola. Subito invasa, mentre nessun v'era, la loggia presso San Simon Grande, se ne asportò quel mistico e burlesco corredo di teschi, pentagoni, seste, tamburri, cazzuole, grembiuli, e si bruciarono al cospetto del popolo, che li credette stregherie. Allora vengono proibite le loggie, anche quelle aperte a Vicenza e Padova, senza però castigare gli aggregati, che forse erano troppi di numero e di potenza, e che non tardarono a rannodarsi e a cospirare per la distruzione della repubblica.
Anche fra loro v'avea protestanti, che faceansi Illuminati o rosacroce, oppure a forza di evocazioni teurgiche e speranze febbrili, diventavano cattolici, come avviene degli odierni spiritisti.
Nella lista dei primi Illuminati avanti il 1776 trovo di italiani, Brutus che era il conte Savioli, Coriolano che era Troponero, Diomede che era marchese di Costanzo, tutti consiglieri a Monaco. Quest'ultimo napoletano costituì società filiali in Roma e a Napoli; ed essendo andato a Berlino per servigi della setta, Federico II ne prese sospetto, e avvisò l'elettor di Baviera, che sequestrò le carte di questi settarj e le pubblicò.
Giuseppe II piaggiatore dell'opinione, a' suoi governanti diramava una circolare del 1 dicembre 1785, professando nulla conoscere della massoneria (e certo se nella massoneria v'avea secreti, sarebbero appunto i re che non li conoscerebbero), ma sapere che fa del bene, soccorre poveri, incoraggia le dottrine; onde cassa la proibizione fattane da sua madre, e la prende in protezione, a patto che nelle città primarie non abbia più di tre loggie, e facciansi conoscere i loro membri, e i giorni e i luoghi delle adunanze[425].
Meglio ne avvisarono la natura i pontefici, e come il fine reale ne fosse di togliere via le differenze che la religione pose fra gli uomini, e d'accogliere chiunque deserta da qualsiasi fede positiva. Laonde sin dal 28 aprile 1738 Clemente XII denunziava i pericoli di queste accolte di persone d'ogni fede; del segretume che ne proteggeva i riti e gl'intenti; dell'opposizione alle leggi e canoniche e civili. «Vario ne corre il grido (diceva il papa): ma se volgonsi a scopi onesti, perchè tanti arcani?» Laonde ammoniva i fedeli ad astenersene, e non favorirle in verun modo, sotto pena di scomunica, la quale non potesse sciogliersi che dal sommo pontefice, salvo che in articolo di morte. Inoltre agli inquisitori ingiungeva di procedere come contra gravemente sospetti di eresia, invocando, ov'uopo fosse, il braccio secolare.
Con ciò la Chiesa non faceva che mostrare il carattere solito di tutrice della libertà, non compatendo vi fossero persone che giuravano obbedire ciecamente ad un capo. A molti bastò quest'avviso per ritrarsene, ma essi (dice il Muratori negli Annali d'Italia) allora pubblicarono le regole loro, dalle quali risultava «terminare la massoneria in una invenzione di darsi bel tempo con riti ridicolosi, ma sostenuti con gran gravità; nè altra maggior deformità vi comparve se non quella del giuramento del segreto, preso sul Vangelo, per occultare siffatte inezie».
E molti in fatto non ci vedevano che un legame di benevolenza universale, una scuola di pensare spregiudicato; al più un'arte degli astuti per acquistare influenza, distinzioni, denari, in funzioni per le quali nessuno studio occorre. E poichè alle scomuniche attaccavasi ancora qualche importanza, quando morì il papa dissero che la condanna da lui proferita cessava con lui, non avendola il successore confermata. Benedetto XIV stimò dunque bene ripeterla, lodandola in tutto, ed esortando i principi a ricordarsi che furono eletti da Dio a difensori della fede e protettori della Chiesa.
Questa eresia galante dovette dar a fare alle Inquisizioni d'Italia, ed è ricantatissimo fra le vittime di essa il Cagliostro.
Dove è a premettere come, cadute le dottrine sane e pure, in Germania e in Francia grandeggiasse la superstizione, per quell'aspirare alle realtà ideali, così proprio alla natura dell'uomo, che, piuttosto di rinunziare alla speranza, ultima dea, buttasi nella tenebra delle scienze occulte. Nacquero dunque nuovi taumaturghi: e presa in beffa la metafisica, e tronchi gli slanci legittimi, non appagandosi d'una filosofia senza ideale, si prestò fede a ciarlatani, o si ricorse al meraviglioso per sottrarsi alle severe lezioni della verità. Alcuni di essi erano mistici, come Swedenburg, Lavater, Saint Martin; altri rivoluzionarj, come Weishaupt, Knigge, Bode; altri giocolieri e furbi, come Giangiorgio Schröpfer, garzone d'osteria, che arrivò ad affascinare ministri, diplomatici, principi con operazioni taumaturgiche, finchè scoperto di vere truffe, s'uccise. Pochi secoli furono così goffamente creduli e la gran città de' filosofi fu piena di diavoli, vampiri, silfi, come il XVIII, che s'intitola forte pensatore; convulsionarj, magnetici, cabalastici, Rosacroce, Massoni, evocatori, elisir di lunga vita[426]. Il marchese di San Germano, di tenace e vasta memoria, trattava i grandi, i dotti, la società colla massima confidenza, e spacciava bizzarri racconti, asserendosi testimonio oculare di eventi lontanissimi, aver conosciuto David, assistito alle nozze di Cana, cacciato con Carlo Magno, trincato con Lutero; e i Parigini gli credeano. Pare fosse figlio del principe Rakosky di Transilvania, e molto fu anche in Italia, prima dicendosi marchese di Monferrato, poi conte di Bellamare a Venezia, cavaliere Schöning a Pisa, cavaliere Weldone a Milano, conte Soltikof a Genova; spesso ricordava avventure sue in Italia e in Ispagna; e fu molto protetto dall'ultimo granduca di Toscana che lo avea fatto istruire.
Di costoro invidiò le glorie Giuseppe Balsamo, nato a Palermo l'8 giugno 1743 da Pietro Balsamo e Felicia Braconieri. Dapprima aggregato ai Fatebenefratelli di Caltagirone, dove imparò un poco di chimica e medicina, ne uscì per iscapestrarsi fra begli umori, tagliacantoni, attrici, duelli, bische, falsificazioni di cedole e di istromenti. Per una truffa costretto a spatriare, associossi al greco Altotas, che pretendeva essere l'ultimo depositario delle scienze occulte, e che morì poi per esalazioni di suoi preparati: con esso girò la Grecia, l'Egitto, Malta, dove rubò i secreti d'un famoso chimico Pinto: e valeasi della scienza di Kircher e Robertson, maneggiando gli specchi magici, usando la radomanzia, confezionando profumi inebbrianti, fabbricando drappi di lino che pareano seta, colorando stampe che spacciava per aquarelli, e indagando il grande segreto. Conosceva gli uomini costui, sicchè contava sulla loro dabbenaggine. Variò nome secondo l'opportunità, conte Harat, conte Fenice, marchese dei Pellegrini, Belmonte, Melissa, infine prevalse quello di conte di Cagliostro: a chi volesse contezza dell'esser suo, rispondea Sum qui sum; pure talvolta narrava d'aver conosciuto Abramo, assistito al supplizio di Cristo; oppure discendere da Carlo Martello; essere generato da un granmaestro di Malta in una principessa di Trebisonda, e altre baje ch'erano credute dal secolo, il quale non credeva più ai vangeli. Se si chiedeva la base del suo sapere diceva: In verbis, in herbis, in lapidibus. Sposata una romana, la pose sulla mala via, sicchè, oltre guadagnare del proprio corpo, essa lo secondava abilmente vendendo polveri panurgiche, vin d'Egitto per rinvigorire i nervi, pomate ringiovanenti; ed egli le diceva: «Io volto le teste a costoro, tu fa il resto».
Con ciò e col falsificare biglietti in complicità con un marchese Agliata suo compatriota che poi finì sulla forca, arricchì; a vicenda impoverì perchè imprigionato ed espulso, o derubato da suoi complici, o pel suntuoso vestire e il lauto banchettare e viaggiare per posta con molte carrozze e ricche livree. A chi stupisse di tanto denaro confidava che, a forza di calcoli, indovinava i numeri del lotto; noi sappiamo ch'era espertissimo nel plasmare gemme e nel falsare monete e cedole; che signori sfibrati e donne avvizzite pagano lautamente chi promette rinvigorirli e rinfiorirle, e che il mondo retribuisce largamente i ciarlatani. Così acquistò fama nella Spagna; poi in Inghilterra, ove processato più volte, seppe sgabellarsene: poi in Russia ove le famigliarità di sua moglie col Potemkin eccitarono la gelosia di Caterina II, che lo regalò riccamente perchè partisse.
Crebbe di celebrità col legarsi ai Franchimuratori; e avutone del buon denaro per andar a costituire nuove loggie, cessò d'essere un ciurmadore volgare, per darsi grand'aria, vuol genealogia, vuol miracoli, vuol mistero e ammirazione, e al pari della moglie aspira a successi straordinarj. Non contento della solita società massonica, istituì una riforma di essa, detta degli Egiziani, ammettendovi solo chi fosse già appartenuto ad altre loggie; e sotto emblemi e simboli e con lunghi digiuni e diete esaltanti vi s'insegnava che tutte le religioni sono buone egualmente purchè riconoscano Dio e l'immortalità dell'anima; egli intitolavasi gran cofto; ai fratelli assegnava i nomi dei profeti, alle sorelle quei delle sibille, e prometteva condurli alla perfezione mediante il rigeneramento fisico e il morale; cioè trovando la pietra filosofica e l'elisir dell'immortalità, e procacciando un pentagono con cifre scritte dagli angeli, per la cui interpretazione si arrivava alla originale innocenza.
A Strasburgo, dove aveva ottenuto onori il Borro che tanto a lui somiglia, lungamente indugiossi nel 1780, accolto da chi con ammirazione, da chi con sbigottimento, da chi con devozione; poichè, fra tanti altri programmi, dicea venire a convertire gl'increduli e rialzare il cattolicismo, e che a tal fine Iddio gli avea conferito il dono de' miracoli e la visione beatifica, e realmente fece moltissime guarigioni, e n'ebbe benedizioni infinite. Servivasi per intermedio di fanciulli e bambine, colombe sue, che comunicavano cogli spiriti per mezzo d'una tazza: e per tre anni vi fu festeggiato, riverito, benedetto. Raccomandato dai signori di Segur, di Miromesnil, di Vergennes visitò Bordeaux e Lione, finchè si credette famoso quanto bastasse per affrontare la pubblicità della gran Babilonia, e profittarvi della credulità de' celebri increduli.
Preconizzato da affissi apocaliptici e dai giornali, arrivò a Parigi, prese suntuoso alloggio con magnifica sala, nella quale ben presto affluì quanto v'avea di ricco, di bello, di dotto, di potente. Per un pezzo la gran città, dove ogni novità o stravaganza è certa d'avere un momento d'entusiasmo, non parlò che di lui. Era il tempo che la ragione, ribellatasi a Dio, strisciava dinanzi ai Rosacroce: che negavansi i miracoli, ma s'accettavano le evocazioni di spiriti di Gassner, gli scongiuri di Cazotte, le potenze invisibili di Lavater: che Giacomo Böhme e Martinez aveano discepoli non solo nelle reggie ma negli episcopj. Principalmente Mesmer agli animi annojati della fredda ragione e bisognosi di sensazioni variate avea preparato pascolo di fantasia e preoccupazione delle cose del mondo soprasensibile col magnetismo animale, colla bacchetta, colla vasca. Il secolo nostro non ha più ragione di riderne, come non arrivò a spiegarlo, giacchè l'ipotesi del fluido elettrico nè del fluido animale non corrispondono agli effetti, e a quest'azione della volontà sopra lo spirito altrui[427]. Cagliostro accingeasi all'opere stesse, e ne fece sperienza in Russia, in Polonia, in Germania, le quali se non riuscissero ne dava colpa alla mancanza di fede, o ai peccati de' soggetti. Egli non adoperava nè vasca nè bacchetta nè manipolazioni, bensì il solo tocco: e non cercava guadagno dalle guarigioni, anzi sollecitava i poveri a venire cercargliene, ed esibiva cinquantamila scudi per fondare un ospedale egiziano. Neppure esponeva la sua scienza all'esame degli accademici come Mesmer, ma imponeva coll'audacia, colla bella presenza, colla bizzarra magnificenza del vestire, colla pompa abbagliante. Nelle vetrine non solo, ma sui ventagli, negli anelli, in medaglioni ripeteasi la sua effigie, come ora quella di Garibaldi, e incisioni e busti e bronzi ornarono i palazzi coll'iscrizione Divo Cagliostro: gran personaggi facevangli visita: in Curlandia esibirongli il trono: Bordes nelle lettere sulla Svizzera non rifina d'ammirarlo: «Il suo aspetto rivela il genio: i suoi occhi di fuoco leggono in fondo alle anime. Sa quasi tutte le lingue d'Europa e d'Asia; la sua eloquenza stordisce; strascina anche in quelle che meno conosce». Eppur sappiamo che ebbe guardatura torva e spaventata e corpo deforme, carattere collerico, superbo, prepotente; senza civiltà di modi nè grazia o correzione di favella.
«Iniziato nell'arte cabalistica (dice un altro contemporaneo), in quella parte che fa comunicare coi popoli elementari, coi morti e gli assenti, è Rosacroce; possiede tutte le scienze umane; è esperto a trasmutare i metalli, e principalmente in oro; è un silfo benefico, che medica i poveri gratuitamente, vende per poco l'immortalità ai ricchi; con corse vagabonde racchiude immensi spazj nel giro di poche ore»[428].
E di fatto ci appare or ventriloquo, or alchimista come gli antichi, or elettricista come i magnetizzatori del suo tempo, or come quelli del nostro; muove le tavole, comunica coi medium, produce il sonnambolismo e l'ipnotismo; valeasi pure della necromanzia, tanto che Figuier lo considera come «una prodigiosa personificazione della taumaturgia moderna, nel quale splendeva congiunta la magia orientale colla occidentale»[429]. Certo egli interveniva a convegni nella via della Sourdrière, ove martinisti e swedenburgiani evocavano morti: tanto, allora come oggi, il sincretismo irreligioso accumula tutte le superstizioni onde combattere la fede. E quando, per conciliare allo stesso fine le varie sette dei rosacroce, dei necromanti, dei cabalisti, degli illuminati, degli umanitarj si raccolse il gran congresso a Wilhelmsbade, poi nelle loggie degli Amici riuniti, col Saint Martin, col Mesmer, col Saint Germain vi figurava Cagliostro[430].
Simili ciarlatanerie ci farebbero compassione, se altro sentimento non eccitasse il vederle riprodotte con pochi cambiamenti dalla nostra età, che alla precedente disputa il titolo d'illuminata. Anche sua moglie esercitavasi attorno al vassojo mesmeriano, e propose dare un corso di magia naturale se trovasse tre dozzine di discepole, che contribuissero cento luigi ciascuna: e prima di sera le ebbe; tutte gran dame, e doveano giurare fede e secreto. Crebbe Cagliostro di fama per avere guarito il duca di Soubise: e più per aver tenuto mano nella tanto famosa baratteria della collana. Per chi nol ricordasse basti accennare come al cardinale di Rohan, invaghito della regina Antonietta, fu fatto credere che essa gli accondiscenderebbe se le donasse una ricca collana di diamanti, che Luigi XVI avea ricusato comprarle. Una finta lettera e un notturno convegno con una donna che le somigliava alquanto, ingannarono il principe; la collana fu compra, ma sparve nelle mani di truffatori. Erettosi processo contro costoro, si sospettò complice Cagliostro, ma egli riuscì a camparne: e poichè quella società corrotta e gaudente applaudiva allo scandalo, l'accolse in trionfo quando uscì di prigione, per fare izza alla Corte.
Ebbe però lo sfratto; ma ecco la popolazione affollarsi alla sua casa ed a Passy, disposta fino ad un'insurrezione per difenderlo e trattenerlo: personaggi di Corte fecero alternata guardia alla sua porta sinchè partì: alla nave a Boulogne più di cinquemila persone l'accompagnarono, alle quali diede, come soleva, la sua benedizione.
Passato a Londra, gridò a voce e a stampa contro i soprusi usatigli alla Bastiglia, e le preziosità involategli: pubblicò un libello violento contro il re e il governo francese, esortando a scuoterne il giogo, e a valersi per ciò della massoneria (20 giugno 1786); stampò anche una memoria stesa da un abilissimo avvocato, ove ripulsa l'asserzione della La Motte, rivela alcun che delle sue avventure, invoca la testimonianza de' personaggi più illustri che dice aver praticati, e de' banchieri che gli somministrarono denari, non indicando però donde li traesse. Vi era anteposta la sua vita, preceduta da magnifico ritratto coll'epigrafe: «Ecco le fattezze dell'amico degli uomini. Tutti i suoi giorni son segnati da nuovi benefizj. Egli prolunga la vita, soccorre l'indigenza; unica ricompensa sua è l'esser utile».
Ma se vi era accolto in trionfo dalla ciurma, la buona società ne fu presto stomacata, viepiù dacchè, Morand, redattore della Gazzetta d'Europa tolse implacabilmente a smascherarlo e deriderlo, tanto che dovette andarsene. Neppure in Svizzera fece fortuna; la tentò a Torino, ma il re gli intimò di partire, come fece il vescovo principe di Trento, dove fu pubblicato un Liber Memorialis de Caleostro dum esset Roboreti ove con frasi scritturali Clementino Vannetti raccontava le costui ciurmerie. A Venezia ingannò un mercante promettendogli cambiare la canapa in seta e il mercurio in oro. Respinto ormai d'ogni parte, lusingossi trovare più gonzi a Roma, spintovi anche dalla moglie, desiderosa di rimpatriare e cambiare vita. Egli stesso si finse convertito, ma ivi trovò pochissima adesione, neppure fra quelli che già erano ascritti alla massoneria ordinaria, e per quanto moltiplicasse segni, tocchi, parole, gerghi, e brandire la spada, e battere tre volte la terra col piede, e applicare le dita al fronte, e alitare in faccia. Egli, che aveva sì bene illuso la giustizia di Parigi, qui, sebbene prevenuto, lasciossi cogliere dal Sant'Uffizio il 27 dicembre 1789 con tutte le carte e i simboli e i libri: e avendo giudici e carcerieri incorruttibili, si trovò isolato dall'immensa sua dipendenza: sicchè non credette restargli altro partito che svelare ogni cosa, mescolandovi certamente vanterie, degne di Benvenuto Cellini o di Pietro Aretino, e fingendo circostanze, che ad un tribunale ecclesiastico attenuassero le sue colpe. Nel lungo processo confessò che molte v'ha sette massoniche, ma le più frequenti sono quella della pretta osservanza a cui appartengono gl'Illuminati, e quella dell'alta osservanza: la prima col titolo di vendicare il granmaestro de' Templari, mira alla distruzione della religione cattolica e delle monarchie: l'altra cerca la pietra filosofale e gli arcani ermetici. A quest'ultima fu egli ascritto a Londra, passando pei gradi di alunno, compagno e maestro, e n'ebbe le insegne: e sua moglie un nastro, su cui era recamato Unione, Silenzio, Virtù, e quella notte dovea tenerlo cinto alla coscia. Avuti poi certi manuscritti, su quelli confezionò il nuovo rito della massoneria egiziana, eliminandone le superstizioni e la magia, dirigendola a ottenere la perfezione mediante la rigenerazione fisica e morale. I riti e le cerimonie sono i soliti; un giocoliere aveva suggerite a Cagliostro i sacri nomi di Helion, Melion, Tetragrammaton; ma il gran cofto, cioè il fondatore, pareggiavasi a Dio, gli si faceano adorazioni, gli si cantavano parodie del Te Deum, del Veni Creator, dei salmi, e credeasi comandasse agli angeli. Ogni religione v'è ammessa, e il grado supremo è per gli uomini quel di profeta, di sibille per le donne. Nelle massonerie ordinarie, all'iniziato si danno due paja di guanti, uno per sè, l'altro per la donna che più stima: qui vi s'univa una ciocca di capelli, che la donna dovea regalare all'uomo che predilige. Oltre la festa del Battista, comune a tutti, questo rito avea quella di san Giovanni evangelista, per la somiglianza che l'Apocalissi ha coi lavori d'esso rito. Fra questi citeremo come, nell'ammettere una alunna, la maestra le soffia dalla fronte al mento, proferendo: «Questo soffio farà germogliare nel vostro cuore le verità che noi possediamo: e fortificare in voi la parte spirituale, e confermare nella fede dei vostri fratelli. D'ora in poi voi siete per sempre femmina massona e libera».
Quando uno è elevato a maestro, prendesi una fanciulla, a cui dal venerabile è comunicato il potere che avrebbe avuto prima del peccato originale, e particolarmente quello di comandare ai puri spiriti. Pregasi Dio che permetta l'esercizio del potere che ha concesso al gran cofto, e alla pupilla o colomba di servire di medio fra lui e gli spiriti. Vestita di bianco con fascia turchina e rossa, vien chiusa in un tabernacolo, in cui stanno uno sgabello e una tavola con tre candele accese. Allora il venerabile evoca gli spiriti a comparire alla pupilla, dalla quale fa domandare a un di essi se il candidato sia degno. Più complicata è l'iniziazione delle maestre, con serti e vesti benedette dagli spiriti e da Mosè.
Per ottenere la perfezione morale e la fisica si prescrive un ritiro di quaranta giorni, e una cura corporea. Il primo si fa sopra un monte che s'intitola Sinai, con un padiglione a tre piani, e camere ritualmente formate e con nomi biblici, e sono prescritti indeclinabilmente i lavori di ciascun'ora. I primi sei giorni si occupano al riposo e alla riflessione; poi tre alla preghiera e all'offrire se stesso all'Eterno; nove alle sacre operazioni del preparare carta vergine e consacrare altri istromenti: gli ultimi alla conversazione e a restaurare le forze. Dopo il trentesimoterzo giorno, i rinchiusi cominciano a comunicare cogli angeli primitivi, e ne conoscono gli emblemi e la cifra, che da quelli vengono impressi su carta vergine. Compiti i quaranta giorni, ognuno ne gode il frutto col ricevere per sè il pentagono, cioè quella carta impressa, per cui il suo spirito è riempito di fuoco divino, il suo corpo diviene puro quanto quel d'un fanciullo, smisurata l'intelligenza e la potenza; nè ad altro aspirerà che al perfetto riposo per giungere all'immortalità e a dire Sum qui sum. Di sette altri pentagoni, ove è impresso il sigillo di un solo spirito, possono disporre a favore di chi vogliono; e chi li possiede comanda a un angelo solo, e in nome del maestro.
La perfezione fisica, per cui uno può o prolungare la sanità finchè a Dio piaccia trarlo a sè, o giungere alla spiritualità di cinquemila cinquecencinquantacinque anni, s'ottiene ritirandosi ogni cinquant'anni, nel plenilunio di maggio, in campagna con un amico, e per quaranta giorni serbare dieta rigorosa, cacciar sangue, prendere certe goccie bianche, e infine il grano di materia prima, che è quella che Dio creò per rendere immortale l'uomo, e di cui questi perdette la cognizione per lo peccato, nè può recuperarla che per grazia speciale e pe' lavori massonici. Resta allora in sopore e convulsione per tre ore, dopo di che viene ristorato con buon manzo; nei dì seguenti altri grani gli producono febbre e delirio, perdita della pelle, de' capelli, dei denti: poi mediante nuovi cibi, tutto rinasce e rigermoglia, e buoni bagni e balsami lo rendono ringiovanito alla società.
La visione beatificante la spiegava per un'assistenza spirituale, angelica, che Dio concede a chi gli piace, o facendosegli visibile come ai patriarchi; o coll'apparizione degli angeli, o con impulsi interni. Tale grazia si ottiene stando sempre unito a Dio, alla Chiesa, alla fede cattolica, e avendo la carità e la fede. Con queste premesse, basta domandarla a Dio con fervore; e se non oggi, vien giorno che la concede. Fu con tali operazioni che ottenne il maggior numero de' suoi adepti.
Cagliostro andò egli propagando queste pratiche nell'intento (dic'egli) di provare l'esistenza di Dio e l'immortalità dell'anima, e distruggere quanto han di superstizioso gli altri sistemi massonici. Dall'Olanda passò a Venezia, poi a Pietroburgo, traversando le varie città di Germania, accolto dapertutto dai Franchimuratori, e dapertutto predicando, profetizzando, guarendo, procurando visioni or di vivi or di morti, e istituendo loggie. A Francoforte sul Meno gli fu mostrato il codice gelosamente custodito, contenente i nomi di tutti i capi e il giuramento di distruggere il presente ordine sociale, prima in Francia, poi in Italia e particolarmente a Roma: e seppe esservi ventimila loggie: e che centottantamila massoni pagavano ogni anno cinque luigi l'uno; col qual denaro manteneansi i capi e gli emissarj, e soddisfaceasi ai bisogni e agli intenti della società.
A Lione istituì la loggia primaria, col titolo di Sapienza Trionfante, consacrandola con riti simili agli ecclesiastici e v'ammise anche personaggi d'alto stato[431], che stordì coi portentosi apparimenti e colle visioni del pupillo. Una volta però invece di angeli apparvero scimmie: un'altra fu veduto egli nelle nuvole fra Enoch ed Elia. Sperò fino, coll'ajuto della Corte, far approvare questo rito dal pontefice, come già il teutonico, ai soliti voti aggiungendo quello di convertire i Protestanti senza violenza.
Quanto ai principi, or suggeriva la subordinazione, or la rivolta, secondo il genio degli uditori; del pontefice e della gerarchia ecclesiastica sempre diceva il peggio; molti testimonj, e principalmente la moglie confermarono o smentirono le sue asserzioni, e che non riuscì mai se non convertire i cattolici in miscredenti, gli atei in deisti con quelle ridicole sue prediche sui dogmi, in un gergo fra siciliano e francese, senz'ordine nè scienza. Gl'inquisitori vollero averne qualche saggio, onde escussolo sopra una temeraria allocuzione di lui sulla redenzione, scrissero fedelmente la sua difesa che diceva: «Rispondo che tutto è falso, perchè nel mio sistema primitivo, in tutte le mie operazioni fo gran caso del serpe col pomo in bocca, che è la mia cifra, che denota la causa del peccato originale e di tutte le nostre disgrazie per cotesto: e che la redenzione di nostro signor Gesù Cristo è stata quella che l'ha traffitto, come noi dobbiamo sempre avere avanti agli occhi e nel cuore costui, come gli occhi ed il cuore sono lo specchio dell'anima; e che tutt'uomo deve essere sempre in guardia contro tutte le tentazioni diaboliche, ed in conseguenza credo tutto questo, e la redenzione di nostro signor Gesù Cristo ed avendo sempre fatto osservare questa, non è possibile che io abbia parlato come sopra, perchè sarei andato a disdire tutto quello che ho detto dapertutto».
Interrogato sul catechismo, se ne palesò affatto ignaro. Chiesto se l'uomo abbia potenza sugli spiriti celesti, rispose: «Io credo che, colla permissione di Dio, l'uomo può comandarli, perchè Dio benedetto avanti la sua morte ha lasciata a noi la visione beatificante e divina[432], e perchè l'uomo è stato creato a similitudine di Dio, e gli angeli non sono stati creati come l'uomo, ma divinamente».
Eppure molti andavano inebbriati de' suoi discorsi: li conservavano a mente, li ripetevano: lo considerarono come qualcosa più che umana: nelle lettere era chiamato coi titoli che si profondono oggi a Garibaldi; baciargli la mano, prostrarsegli chiedendo la benedizione. Mio maestro; dopo l'Eterno, mio tutto — Mi getto ai vostri piedi consegnandovi il mio cuore. — Qualunque possano essere li vostri ordini sovrani, o mio maestro, gli adempirò collo zelo che dovete aspettarvi da un suddito che vi ha giurato l'obbedienza più cieca. — Nessuna cosa uguaglia i vostri benefizj, se non la felicità che ci procurano, son frasi delle lettere trovategli, ed egli sapeva colla condiscendenza o col rigore coltivare quell'entusiasmo, asserendo gli atti suoi esser effetto d'ispirazione superna. Lasciamo via i suoi miracoli e le profezie; le rivelazioni delle pupille talvolta erano artificiosamente preparate; d'altre neppure la moglie dava altra ragione se non l'arte diabolica; e il gazzettiere Morand, suo implacabile nemico, non volle vedervi che maestria da giocoliere. Cagliostro protestava non aver mai operato coi diavoli, ma «non ne ho mai capito nè capisco il costrutto». E davvero que' dialoghi delle pupille ci pareano da pazzi quando le leggevamo in nostra gioventù, lontanissimi dal supporre che, come tant'altri errori e scelleraggini e ridicolezze, che credevamo cadute per sempre, dovessero rinascere a mortificazione della nostra vanità[433].
Roma che avea svelato le imposture del Gabrielli e dell'Oliva, di Cordano e di Gabrino di Pietro d'Abano, del Borri, dissipò le costui. Stretto da argomenti, rimandava di non capire più se stesso; non sapere più cosa dire: «compiango il mio stato infelice: domando solo soccorso per l'anima» e chiedeva di ritrattarsi «in faccia a un milione di suoi seguaci». Poi ricadeva negli errori, e ad inveire contro gli esaminatori, contro la corte di Francia che, dopo il processo della collana, per rovinarlo avea corrotto fin sua moglie.
Finita l'inquisizione, accettò per suo difensore il conte Bernardini avvocato de' rei al Sant'Uffizio, al quale volle aggiungersi monsignor Costantini avvocato de' poveri. Udito a che punto si trovasse, chiese ajuti e istruzioni spirituali, e mostrossi ravveduto e pentito. Atteso ciò, gli venne risparmiato d'essere consegnato al braccio secolare, che volea dire alla morte; e fu condannato a carcere perpetuo in fortezza: fatta abjura delle sue eresie, venga assolto dalle censure; resti solennemente riprovato il suo manuscritto Maçonnerie Egyptienne, e bruciato pubblicamente cogli arnesi della setta; si proibirà di nuovo la società de' Liberi Muratori, con particolare menzione del rito egiziano e di quella degli Illuminati, comminandovi le più gravi pene temporali (7 aprile 1791).
Chiuso nel forte di San Leo, posto in cima d'un monte isolato, entro una camera scarpellata nel sasso, dove si scende per una scala a piuoli, e illuminata solo poche ore da un pertugio, non potè più fare miracoli; chiese di confessarsi, e tentò strozzare il Cappuccino per ciò mandatogli, sperando uscire colla tonaca di questo: onde custodito a maggior rigore, più non se ne intese parlare. I Giacobini lo contarono fra i martiri dell'Inquisizione, e m'aspetto che da oggi a domani venga santificato tra le vittime della tirannide romana[434].
A tale irruzione d'errori e di superstizioni in nome della ragione e dei lumi, esclamavano gli spiriti retti. Il buon latinista Jacopo Facciolati dice che al tempo suo, delle cose religiose disputavasi fin nei caffè (viatica): molti preti professavano quel che non credevano: duolsi che gli studj teologici fosser poco coltivati in Italia, nessun orientalista in Venezia, e che i principi lascino migrare da noi ai Sarmati il sapere (Lettere). E per verità il secolo XVIII fu compassionevole anche perchè, fra tanti attacchi così funestamente frivoli, non comparivano difese abbastanza efficaci: alcuni non faceano che scomunicare, sempre in aria dell'angelo Michele che schiaccia il perverso; altri declamavano retoricamente, come il vescovo Adeodato Turchi; passioncelle da sacristia e l'abbaruffata giansenistica di cui parleremo, occupavano o distraevano il clero, per non dir nulla degli abati galanti, come il Frugoni, il Parini e purtroppo il Casti. Ma non v'è forse scrittore italiano di grido che non movesse querela di tal corruzione. A tacere il buon Metastasio[435], il Parini rinfacciava ai giovani signori suoi contemporanei, di trar a quella malsana bevanda[436]. Lo Zola cantava:
Zendrin, quanti del Nord empi e superbi Dottor sorser ben vedi Ch'han di vana scïenza un nome vano; Vedi quanti il bell'italo terreno Senza schermo o riparo Di dolce metafisico veleno Libri sparsi inondaro, Che a poco a poco nelle menti inferme Fan sì profonda piaga Onde ancor muoja della fede il germe; Nè si bella più in lor splenda e riluca, Nè più di vita i bei frutti produca. Ah, se non che, pur frema Il superbo aquilon, l'urti e la scuote Qual rupe in mar, fino agli estremi giorni Fia di Cristo la fe salda ed immota. Ahi quanto a lei sovrasta Grave danno e periglio! Non pare che le orrende Tenebre ricondotte Sien dell'antica notte, E il nero antico caos non ancor torni?
Persin Vittorio Alfieri lanciava una satira all'antireligioneria:
Or di Cristo vediam se la severa Dottrina, a lato all'indottrina tua Debba, o Voltero, dirsi una chimera. In poppa ha il vento, e spinta pur la prua Non ha della tua frale nave al lido Colui che più ne' dogmi tuoi s'intua. Ci vuol altro a cacciar Cristo di nido, Che dir che ella è una favola; fa duopo Favola ordir di non minore grido. Sani precetti ed a sublime scopo Dà norma l'evangelica morale, Nè meglio mai fu detto, nè anzi nè dopo. Stanco il mondo d'un culto irrazionale E stomacato da schifosi altari, Su cui sempre scorrea sangue animale: Di un sol Dio maestoso e appien dispari Da' suoi fin là mal inventati Dei, I non fetidi templi ebbe più cari. Certo in un Dio fatt'uom creder vorrei A salvar l'uman genere, piuttosto Che in Giove fatt'un tauro a furti rei.
Non mancarono serj campioni della verità, ma poco letti. Francesco Manzoni pubblicò «Cinquanta motivi per indur gli eretici a venir alla Chiesa» ed ebbero l'onore d'essere bruciati a Londra. Era milanese, come Taddeo Caloschi, che fece un Esame del protestantismo, e Nicola Gavardi, che confutò la Concordia del sacerdozio e l'impero di Pier Della Marca, Giovanni Trombelli ( — 1784) bolognese scrisse sapientemente De Cultu sanctorum, e lo difese contro il Kiesling di Lipsia con tale urbanità, che questi il chiese amico. Contro lo Schœlhorn campeggiò il cardinale Quirini, valendosi di molti documenti, non accessibili ad altri, per difendere i cardinali Contarini e Morone, Paolo IV ed altri.
Costantino Roncaglia (1677-1737), oltre una teologia, descrisse le variazioni delle chiese protestanti e gli effetti delle riforme di Lutero e Calvino e del giansenismo. Vincenzo Lodovico Gotti bolognese domenicano (1674-1742), dappoi cardinale, nell'opera De vera Christi ecclesia confutò Jacobo Picenino ministro a Coira, che nell'Apologia della religione riformata e nel Trionfo della vera religione avea malmenato la Chiesa nostra; come confutò un trattatello di Le Clerc sulla religione cattolica.
Contro il Picenino stesso difese il culto delle immagini Luigi Andruzzi ciprioto, e l'infallibilità del papa nelle decisioni di fede. Cesare Amedeo Bonaventura calabrese diede una voluminosa confutazione di tutte le eresie. Monsignor Giovanni Marchetti da Empoli confutò il Fleury, e scrisse La Religione vittoriosa e Interesse della religione cattolica. Aggiungiamo i lavori del Mansi sui Concilj, dell'Orsi sulla storia ecclesiastica; Gaetano Travasa bassanese che diè la storia critica della vita degli eresiarchi; il Massini da Cesena che fece le Vite dei santi, Antonio Sandini vicentino quelle di varj papi; Vito Coco dei Siciliani: Mittarelli e Costadoni veneti gli Annali de' Camaldolesi; Benedetto Trombini quelli di Certosini, Mamachi le origini e antichità cristiane; Flaminio Corner la storia ecclesiastica di Venezia. Giuseppe Bianchini veronese diede molte edizioni de' santi padri, e nelle Vindiciæ canonicarum scripturarum vulgatæ latinæ editionis porge la storia de' codici più rari e delle versioni della Bibbia e l'evangelario nella traduzione italica.
Il pio prevosto Lodovico Muratori, nelle opere per le quali è detto padre della storia italiana, ebbe frequenti occasioni di difendere la Chiesa, ma non favorì le pretensioni temporali del papato, anzi sostenne l'imperatore e i principi d'Este nelle ragioni che allegavano sopra Cervia e il Ferrarese ed altri possessi, contro la santa sede. Varie delle opere sue sono specialmente religiose. Nella Liturgia romana antica, stampando tre sacramentarj di san Leone, Gelasio papa e l'antico Gregoriano, pose in chiaro i riti primitivi di Roma a confronto di quelli d'altre chiese. Nel libro De ingeniorum moderatione in religionis negotio porge buoni canoni di critica in fatto di controversie religiose e sul contegno de' censori. Contro Giovanni Le Clerc difese sant'Agostino; opera molto difusa e ristampata, ma in un'edizione parigina essendosi alterate alcune frasi, in modo da far parere che l'autore aderisse alle opinioni gallicane, egli se ne dolse, protestando ammettere assolutamente l'infallibilità del papa. L'immacolata concezione di Maria era già asserita dai più; anzi in Sicilia una compagnia professava il voto sanguinario, cioè di sostenere quell'opinione anche col sangue. Il Muratori disapprovò tale eccesso; del che gli si sollevarono incontro molti, e principalmente il siciliano gesuita Francesco Burgio, col nome di Candido Partenotimo. Il Muratori si difese nel libro De superstitione vitanda col pseudonimo di Antonio Lampridio, ma non che sopire, invelenì la quistione. Anche il libro Della regolata devozione gli suscitò molti oppositori, tra' quali il cardinale Quirini: fin dal pulpito si predicò contro di esso, e fu denunziato alla Congregazione dell'Indice: ma questa, dopo morto l'autore, lo dichiarò immune da censura, e la dottrina di esso pia e cattolica[437].
La morale cristiana (De actibus humanis) di Giovanni Antonio Ghio, professore a Torino, fu forse la sola che gl'Inglesi traducessero in loro lingua dopo separati da noi.
Alfonso De Liguori napoletano, da avvocato messosi prete, predicava semplice e chiaro; e austero a sè, mansueto ai peccatori, tutto opere di santificazione e carità, tornò in credito l'educazione popolare, che aveano cessato di dare gli Oratoriani, ed ajutato dal cardinale Sersale, arcivescovo, estese le cappelle serotine sicchè da cento n'avea la sola Napoli con forse trecento uditori ciascuna, ove, terminate le opere del giorno, ai giovinetti impartivasi istruzione morale da maestri laici, secondo un antichissima consuetudine napoletana[438], che il secolo nostro osteggia inesorabilmente. Il Liguori lasciò un corso di teologia morale, che divenne classico, procurando l'esatta osservanza de' precetti della Chiesa e di Dio, senz'aggiungere altri obblighi. Fu esaltata forse di là dal merito perchè venne opportunissima a contrapporsi al rigorismo dei Giansenisti, e perchè raccoglie e coordina tutte le leggi ecclesiastiche positive, riuscendo comodissima a quelli che non vogliano faticarsi nel trovare, contentandosi d'applicare. Realmente copia affatto il Busembaum, aggiungendovi qualche erudizione e molte nozioni pratiche per la guida delle coscienze. L'appuntano poi di mancare di chiarezza, di deduzione logica e di sistematica coerenza; nelle controversie non coglie il nodo della quistione, nè sempre mostrarsi esattissimo, p. e. intorno alle restrizioni mentali, all'intenzione morale, al giuramento. Ha pure una storia delle eresie, ma piuttosto a edificazione che ad istruzione; e meglio giova l'Opera dogmatica contro gli eretici pretesi riformati, dove espone ciò che, sovra i singoli punti, fu definito dal sinodo tridentino.
Giuseppe Guerrieri di Cremona, essendogli proibito di amministrare frequentissimo la comunione ad alcune devote durante la messa, ostinasi che questo fosse inviolabile diritto de' fedeli; il vescovo gli impone perpetuo silenzio, ed egli tergiversa, cerca adesioni, fa firmare ricorsi: in fine il papa lo trasferì canonico a Busseto, ma nella enciclica Certiores dichiarò che all'integrazione della messa non era necessario comunicar i fedeli, bensì lodevole lo facciano qualora non si sturbino altri atti di pietà. Altri ci verranno nominati parlando de' Giansenisti.
Tra i filosofi poco abbiamo a gloriarci, lo Scarella bresciano combattè e gli scolastici e gli scettici, conciliando i principj della contraddizione e della ragion sufficiente. Ermenegildo Pino milanese professò rivelata la parola. Antonio Genovesi napoletano (1712-69) aderì alle dottrine materiali, ma dagli eccessi lo rattenne l'esser abate; e la Corte vietò di recargli disturbi, benchè un consesso di teologi l'appuntasse di proposizioni eterodosse. Prevedeva che, «andando tanti beni a ingrassar le budella de' frati, ben tosto questi ingojerebbero tutti i possessi, e ridurrebbero i baroni a servi della gleba!»
Il padre somasco Francesco Soave di Lugano colle migliori intenzioni del mondo appestò le scuole di vulgare sensismo, parte traducendo, parte rimpastando le miserie di Locke e di Condillac.
Appiano Bonafede, non abbastanza ponderato autore della Storia ed indole d'ogni filosofia, batte sempre le dottrine machiavelliche e irreligiose, e i moralisti della materia organizzata, recalcitranti contro i missionarj del vero; e compassionando i «vagabondi smarriti per le selve del caso e per li deserti del nulla», proclama che «senza l'ordine del cielo non ci fu e non ci sarà mai ordine in terra».
Distinto ricordo merita Vincenzo Miceli (1733-81) di Monreale, che da Leibniz e Wolf cavò un nuovo sistema metafisico[439]. L'ente per lui è una forza viva interiormente ed esteriormente, che agisce in perpetua novità, e comprende la trinità di onnipotenza, sapienza, carità. In esso trovasi ogni cosa: la sua continua azione si termina sempre in nuovo esternamento dell'onnipotenza, quasi veste di cui Dio s'adorna. Le anime sono modi della cognizione sperimentale della sapienza. Tutto in sè è buono: il peccato si riferisce all'ordine che è fatto dai limiti dell'onnipotenza, onde non può redimerlo che l'onnipotenza stessa.
Vi riconoscete il fondo delle dottrine di Giordano Bruno. Ma a differenza di questo, nega che il mondo sia Dio, perchè non è onnipotenza, sapienza, carità; il suo Dio può star senza il mondo, che n'è solo il vestimento; e Dio è personale, libero, perfettissimo. In somma ripudia il panteismo, ma vi giunge per conseguenza: se non che il suo panteismo viene dal considerare come nulle le cose a petto a Dio, temendo che il darvi sostanza ne faccia tanti enti, sussistenti per sè. Non dilegua l'essere di Dio, bensì l'essere del mondo: sicchè sarebbe un tentativo di innestare lo spinosismo colle dottrine cattoliche, nelle quali esso professavasi irremovibile[440].
Vincenzo Tommaso Moneglia fiorentino (1680-1767) entrato ne' domenicani di San Marco, lasciossi indurre a fuggire a Londra, ma poi reduce e pentito, lavorò dai pulpiti e in biblioteche, sebben sempre cinico e stravagante; sostenne, contro i Bollandisti, che la devozione del rosario è dovuta a san Domenico; contro i fatalisti, difese l'opinione di san Tommaso sulla libertà umana; ribattè i materialisti, e principalmente l'Esprit di Elvezio.
Contro i filosofisti e il diritto acattolico, scrissero Marco Zaguri vescovo di Vicenza un Piano per dar regolato sistema al moderno spirito filosofico: il vescovo di Crema Antonio Gandini Le verità di teologia naturale e le verità cattoliche; Alessandro Tassoni di Collalto in Sabina (-1818) la Religione dimostrata e difesa: Antonio Valsecchi, il padre Roberti di Bassano, Troilo Malipiero in quattro Notti in verso, e il conte Giovanni de Cattaneo nella Uranide batterono atei e macchiavellisti. Il più ingegnoso, dotto e profondo avversario dei filosofisti del XVIII secolo, Sigismondo Gerdil (-1802), nato fra le alpi savojarde ora strappate all'Italia, ma educato italianamente, e che in italiano non inelegante scrisse le principali sue opere. Nell'Introduzione allo studio della religione toglie a provare che i maggiori ingegni fiorirono senza la vantata libertà del pensare: contro gli empirici difende la scuola di Pitagora; contro Locke l'immortalità dell'anima e delle idee; contro Raynal la religione; contro Hobbes la immaterialità dell'essere pensante; contro Rousseau le buone pratiche d'educazione; contro i pregiudizj aristocratici combatte il duello, contro i pregiudizj filosofici la libertà e l'eguaglianza.
Monsignor Alfonso Muzzarelli ferrarese (1749-1813), soppressi i Gesuiti a cui s'era aggregato, s'applicò tutto agli studj, prese la direzione del collegio de' nobili a Modena, poi Pio VII lo fece penitenziere, e l'ebbe seco nella prigionia. Confutò il Contratto sociale, fece l'Emilio disingannato: meriterebbe esser riprodotto il suo Buon uso della logica in materia di religione, ove mostra che il cristianesimo è tutt'altro che opposto al bene della società[441].
Che però mal si scegliessero i difensori appare dall'esser Nicolò Spedalieri di Bronte (1741-95) eletto a combattere i filosofi, come il rispondere sopra la nunciatura si era affidato al cardinale Campanelli, nulla più che formalista e legulejo. Lo Spedalieri, nel libro dei Diritti dell'uomo, per confutare i nemici ricorre alle loro armi, transigendo colle idee di moda; accetta modificandola la teorica di Rousseau d'un contratto sociale, patto non fatto, a pruova del quale strascina i passi biblici; mette scopo della società civile la felicità, sebbene conchiuda ch'essa non può trovarsi senza una religione, non solo naturale ma rivelata. Così accetta il diritto pubblico protestante, benchè ne impugni le conseguenze, e scalza l'idea d'autorità mentre vuol consolidarla. Ai Giansenisti avventa tutte le infande accuse che sogliono i partiti; essi framassoni, essi atei, o se v'ha di peggio.
Molte opinioni di lui ribattè Vincenzo Palmieri nell'Analisi ragionata de' sistemi e dei fondamenti dell'ateismo e dell'incredulità.
Dall'istesso concetto di cavare l'antidoto dalla vipera nacque il pensiero di tradurre a Lucca l'Enciclopedia, mettendovi delle note che tranquillassero gli scrupoli; e l'arcivescovo Mansi aveva assunto di correggere così gli articoli di scienze sacre; appunto come chi credesse neutralizzare l'arsenico con una presa di zuccaro.
Meglio l'abate Zorzi veneziano avea divisato un Enciclopedia italiana da opporre alla francese, e mandò fuori per programma un albero delle scienze, diverso dal baconiano, con due articoli di capitale importanza, sulla libertà e sul peccato originale; chiese a collaboratori i migliori ingegni d'allora, ma la sua morte mandò a vuoto un'impresa, ove l'Italia sarebbe potuta mostrarsi meglio che nel tenue assunto, cui troppo spesso si rassegna, di compendiare e tradurre.
NOTE
[408] Sul modo come opera la Grazia si conoscono sette principali sistemi; quello de' Tomisti; quello del Molina; quello de' Congruisti; del Tommassino; degli Agostiniani; del padre Berti; dei cardinali De Noris e Tournely, seguìto dal Liguori.
I Tomisti oltre la Grazia sufficiente, che all'uomo dà il poter fare il bene, ammettono la Grazia per sè efficace, la quale dà il farlo effettivamente: e considerano questa necessaria ad ogni opera buona, sia nello stato di natura innocente, sia di corrotta; la predeterminazione fisica ad ogni opera buona essendo indispensabile ad ogni atto della creatura, giacchè Dio è causa prima e primo motore degli atti delle volontà create.
Il padre Molina non ammette Grazia per sè efficace, giacchè questa toglierebbe la libertà dell'uomo; ma vuol che, ogni Grazia attuale provenendo da Dio, sufficientemente conferisca alla nostra volontà la forza d'operare attualmente, coll'arbitrio di valersene o no; valendosene la rende efficace; se no quella rimane inefficace.
I Congruisti ripongono l'efficacia della Grazia nella congruità delle circostanze in cui essa vien data alla persona che deve operare: poste le tali circostanze, Dio prevede che l'attrattiva della sua Grazia farà effetto sull'anima di quella persona, la quale se ne lascerà vincere e farà il bene: se no, non opererà.
Il padre Tommassino pone l'efficacia della Grazia nel concorso di molti ajuti estrinseci e intrinseci, coi quali essa circonda la volontà dell'uomo, in modo di determinarne il consenso moralmente, non fisicamente.
Gli Agostiniani dicono che, nello stato d'innocenza, la Grazia fu versatile, determinandosi dal consenso dell'uomo; ma nello stato di natura decaduta è necessaria la Grazia per sè efficace, acciocchè l'uomo possa far il bene, attesa la debolezza venuta dal peccato originale. L'efficacia della Grazia consiste nella dilettazione assolutamente vincitrice, per la quale non fisicamente, ma moralmente la volontà è determinata.
Giansenio porrebbe l'efficacia della Grazia anche nella dilettazione relativamente vincitrice; se la celeste supera la terrena, vince; no se al contrario. Ma il padre Berti sostiene che la dilettazione maggiore vince sempre, pure non necessita al consenso. Così pure il Noris.
Il Liguori mette bensì che, per operare il bene e adempiere i precetti, non basta la Grazia sufficiente, ma vi bisogna la efficace, la quale determina la volontà umana a operar il bene; e la determina le più volte per la dilettazione vincitrice, e talvolta per motivi diversi, speranza, timore ecc.; ma la Grazia sufficiente dà a ciascuno l'attività di pregare se vuole; e colla preghiera si ottiene la Grazia efficace.
[409] Nel 1755 stampossi in Cairoan per Sidam Bouvé, un Dialogo fra san Domenico e sant'Ignazio sopra il probabilismo, versi di poco valore, ove san Domenico si duole dei Gesuiti per
Quella che mossero Colaggiù in terra Al più probabile Ingiusta guerra;
e sant'Ignazio conviene che dal probabilismo deriva l'ateismo, che con esso si rende lecito ogni atto, giusto ogni contratto.
A donna nobile Si porge un'esca Che non concedesi Alla fantesca. Con quella zucchero S'adopra e miele, Con questa assenzio E amaro fiele. Teatri e veglie E l'aer bruno Nuocer non sogliono: Nuoce il digiuno;
e recita le parole ch'e' disse morendo a' suoi, raccomandando
Dunque si solchino Le vie più pure, Le più probabili, Le più sicure. E per non perdere Il ver cammino Guidar lasciatevi Dal Sol d'Aquino.
[410] Grandi contese ebbe Roma, massime coi principi tedeschi, per la residenza e giurisdizione de' nunzj e legati, la libera loro comunicazione col papa, le cause territoriali, beneficiali, giudiziarie di loro competenza; ben vedendo i settarj che il rimuovere i rappresentanti della santa sede equivaleva a respingere il potere, la voce, l'azione di essa, relegandola in Vaticano. A tale scopo i cortigiani adulavano i principi ecclesiastici di Magonza, Treveri, Colonia, Salisburgo; i quali talvolta protestavansi a Roma fedeli, mentre esortavano Cesare ad abbatterla. Nel conciliabolo di Ems l'agosto 1786 stesero un progetto, nel quale formulavano le usurpazioni da far sopra Roma, sottraendo alle nunziature i giudizj, le dispense, le appellazioni, e costituendo il despotismo de' vescovi principi. Pochi anni dopo, la Rivoluzione soffiava via tutti questi ambizioselli.
La quistione è ben esposta in AUDISIO, Diplomazia ecclesiastica, pag. 35 e seg., ove pruova come le nunciature fossero un gran mezzo, 1º per fondar la società cristiana, 2º per conservarla, 3º per restaurarla.
[411] Vedi qui sopra, a pag. 316. Alla assemblea del 1682 di Francia e alle quattro proposizioni fu opposto il Regale sacerdotium romano pontifici assertum, et quatuor propositionibus explicatum, auctore EUGENIO LOMBARDO sacræ theologiæ et juris utriusque doctore, 1686. È opera di Celestino Sfondrato, e se non fosse il modo alquanto pretenzioso e l'essere scritto in latino, non iscapiterebbe punto a fronte della Difesa di Bossuet.
[412] Il siciliano avvocato Brusoni stampava l'Epitome dei diritti dell'uomo, ove cerca che i principi usurpino tutta la podestà della Chiesa; quindi la podestà del principe sia usurpata dal popolo; finalmente nel torbido popolare noi soli ripescheremo l'uno e l'altro potere.
[413] Vedasi ciò che dicemmo a proposito del De Dominis, nel Discorso XLVI, p. 191.
[414] Sant'Agostino, in quello stesso sermone 295, soggiunge: Pene ubique solus Petrus totius Ecclesiæ personam meruit gestare. E nel sermone 13: Petrus Ecclesiæ figuram portans, apostolatus principatum tenens. E nel trattato 124: Petrus apostolus, propter apostolatus sui primatum, Ecclesiæ gerebat, figurata quadam generalitate, personam.
[415] La dedica a Benedetto XIV era siffatta: «vostra santità vorrà perdonarmi la libertà che prende uno de' più umili, uno de' più grandi ammiratori della virtù, di consacrar al capo della vera religione uno scritto contro il fondatore d'una religione fallace, barbara. A chi potrei più convenevolmente dirigere la satira della crudeltà e degli errori d'un falso profeta che al vicario e all'imitatore del Dio della pace e della verità? vostra santità degni permettere ch'io metta a' suoi piedi il libro e l'autore. Oso domandarle la sua protezione per l'uno e per l'altro. Coi sentimenti della più profonda venerazione mi prostro e bacio i vostri sacri piedi».
[416] Lettere 24 giugno 1761, 28 febbrajo 1764.
[417] Lettere 23 giugno 1760, 18 luglio 1760, 20 aprile 1761, 4 marzo 1764, 1 giugno 1764.
[418] Joly de Fleury, primo avvocato generale, nel 1759 domandando la proibizione dell'Enciclopedia, diceva: «Qual giudizio porteranno i secoli avvenire del nostro, guardando alle opere che produce! quanto non è penoso alla religione che dal suo grembo esca una setta di pretesi filosofi, i quali, abusando del talento più capace di degradare l'umanità, divisarono l'infame concetto di riformare, o a dir più giusto, svellere le prime verità scolpite ne' nostri cuori dalla mano del Creatore, distruggere i dogmi dal divin Riparatore insegnati, abolirne il culto, proscriverne i ministri, stabilire infine il deismo, il materialismo, lo scetticismo, il panteismo».
Un testimonio non dubbio, Eugenio Sue, riprova questa école dont Voltaire était le chef: école stupide ou menteuse, qui attaquait le Christ et sa religion au nom du peuple et de la liberté... le Christ dont l'œuvre tout entière se résumait par ces deux mots, LIBERTÉ, CHARITÉ... le Christ qui était mort pour le peuple... le Christ qui faisait tomber les chaînes des esclaves... le Christ enfin qui substituait l'avenir au néant, l'espérance au désespoir, l'amour à la haine, la communion à la personalité: e si meraviglia di coloro che fanno l'apothéose à Voltaire, à celui qui a insulté la France dans la gloire la plus pure et la plus chaste; à celui qui s'est roué, en écumant, sur Jeanne d'Arc comme ces libertins ignobles et impuissants, qui injurient ce qui ils n'ont pu deshonorer. Vigie de Koat-ven. L. III, c. 7, lib. VII, c. 7.
All'occasione della statua che si propose d'erigerli, fra altri scritti va distinto quello di C. F. Chevé.
L'Enciclopedia (Lausanne, 1779), che occupa trentadue colonne alla voce Hermafrodite e appena sei a Hérésie e Hérétiques, riflette bene che la voce Eresia, da ἅιρεω scelgo, equivale a classe, sètta, e non ebbe dapprincipio verun senso cattivo; san Paolo, per propria difesa, dice ch'egli apparteneva alla sètta farisea, la più stimata; eresia cristiana si disse dapprincipio la nostra; e le prime sètte che vi nacquero non teneansi offese dal nome d'eresia, ch'era cattivo solo in vista degli errori che proclamasse.
[419] Voltaire, in lettera del 1768 al marchese di Villevieille dice: «L'Italiano che ha scritto La Riforma in Italia non prese cura d'andar a presentarla al papa, ma il suo libro ha fatto un effetto prodigioso».
[420] Neppure il Melzi dà il nome di questo autore: solo reca un libro intitolato Aurora della libertà, commedia dedicata ai veri piemontesi democratici (Eridania, anno IX, cioè Torino 1802) che attribuisce al conte Caisotti di Chiusano.
[421] Opere sue: Elogi filosofici di due celebri fiorentini Sallustio Antonio Bandini e dottor Redi.
Piano d'istruzione pubblica.
Trattato dell'imposta.
Ricerche sulla scienza del Governo (trad. in francese da Guilloton. Beaulieu 1795).
Mémoires sécrets et critiques des Cours, des Gouvernements et des mœurs des principaux Etats de l'Italie. Paris 1793.
In queste racconta che il cardinale Orsini parait persuadé que le pape pourrait, en se restreignant à la possession d'une partie de l'Italie, former avec les autres souverains qui la composent un pact fédératif, dont le resultat serait une république, infiniment supérieure à celles qui ont existé jusqu'ici, et surtout à l'Empire que l'on s'obstine à appeller romain... C'est dans le developpement de ce système qu'Orsini deploie son éloquence verbeuse.
Il Botta, che sceglie senza critica le autorità, ripete questo disegno di suprema importanza per l'Italia. Ognuno vi ravvisa il progetto che poi volle attuarsi nella pace di Zurigo, e che si perdette nell'unità.
[422] In un famoso discorso recitato a Brema alla loggia del Ramo d'olivo nel 1849, Draeske ebbe a dire: «V'è qualche massone che non giugnerà mai a conoscere il nostro segreto, nemmen per mezzo delle logge, e qualunque siane il grado. Egli resta un profano, fosse anche assiso all'oriente del tempio, foss'anche decorato delle insegne di granmaestro».
Il Barruel, che nella Storia del Giacobinismo rivelò prima e meglio di tutti l'efficienza politica di questa società, si fa premura di scusar ogni tratto la buona fede di coloro che non vi vedeano se non un'associazione di beneficenza e di cortesia. Uno dei loro li qualificò «i babbei dell'ordine». Mirabeau, che vide in Germania il gran movimento delle società secrete, nel 1788 scriveva: «Vedete in Germania tanti principi, ebri della speranza e dell'aspettazione de' mezzi soprannaturali di potenza, evocare gli spiriti, esplorar l'avvenire, tentar di scoprire la medicina universale, e di fare la grand'opera e i suoi secreti, e per ispegnere la sete insaziabile di dominazione e di tesori, strisciare alla voce dei loro taumaturgi, diretti da uno scettro sconosciuto. Vedete i ministri protestanti, dimenticando i motivi che li separano dal cattolicismo, loro antagonista eterno, lodare, predicare, difondere libri di religione, imbevuti di tutta la misticità del XVI secolo; essi medesimi pubblicare scritti per proclamare i riti del cattolicismo, ricevere gli Ordini sacri, pur restando ministri protestanti, o almeno esserne accusati pubblicamente senza potersene difendere ricisamente e senza ambagi: vedete tutto ciò, e tremate sui pericoli delle associazioni secrete..... Forse, finchè le associazioni scerete dureranno con un'importanza pari a quella che hanno oggidì, le buone teste e i cuori generosi devono entrarvi, anzi cercare d'esercitarvi una parte attiva. È il mezzo più sicuro di sventarne le sotterranee macchinazioni, di mandarne a vuoto gl'infami complotti, e anche di distruggerle. — Io non saprei operare là dove non sono — disse un uom virtuoso, profondamente versato in questa materia». De la Monarchie Prussienne, v. 86.
[423] Discorso sopra i misteri.
[424] Vedi BONNEVILLE, Les Jesuites chassés de la maçonnerie, et leur poignard brisé par les maçon. Londra 1788.
Un Essai sur la secte des Illuminés, 1789, senza data nè nome d'autore, avversissimo alle sètte ma non meno ai Gesuiti, dice che le même fanatisme qui les conservait (i Gesuiti) a ressuscité depuis trente ans l'ordre de francs maçons languissant et gardant sans peine un secret que personne ne s'empressait de savoir. Ha un capitolo intero Du jésuitisme comme source première du système théosophique. Egli stesso trova strano il ravvicinamento fra' Gesuiti che han per base lo studio, e gli Illuminati che fan professione d'ignoranza: quelli si estendono da un polo all'altro, questi s'appiattano: quelli difendono la fede, questi la combattono: quelli non faceano voti indissolubili che a trentatrè anni, s'educavano attentissimamente, aveano costumi severissimi, poche pratiche religiose, non cercavano dignità, non voleano abbattere i troni, ma divenirne i gerofanti, annunciavano la gloria de' loro protettori: mentre i Massoni sono il preciso contrario. Ma da' Gesuiti appresero l'obbedienza cieca a un capo, la perfetta eguaglianza di tutti sotto di lui, lo spirito di corpo, il soccorrersi a vicenda.
Dice che «l'Italie s'est sauvée de pareille illusion», cioè dalle sètte arcane, e solo «Naples conserve encore quelques adeptes nés du sang des martyrs; on n'aperçoit leur influence ni sur l'administration, ni sur les sciences». È curioso come Napoli fosse considerato per la terra maledetta dagli Illuminati, perocchè nella loro iniziazione diceasi: «Voi siete prosciolto da ogni giuramento fatto alla patria e alle leggi... Onorate l'acqua toffana come mezzo sicuro, pronto, necessario di purgare il mondo... Fuggite la Spagna e Napoli, fuggite ogni terra maledetta».
L'autore per combattere gli Illuminati propone di meglio sostenere la massoneria. Saint-René Taillandier nella Revue des Deux mondes del febbrajo 1866, crede ancora all'ingerenza de' Gesuiti nella massoneria.
[425] «La Framassoneria è talmente diffusa ne' miei Stati, che non v'ha quasi città per piccola dove non abbia logge: ond'è necessario stabilirvi un certo ordine. Non conosco i loro misteri e non ebbi mai curiosità di penetrarvi: ma il sapere che fa qualche bene, sostiene i poveri, coltiva e protegge le lettere, mi basta per voler fare per essa qualcosa più che gli altri paesi. La ragion di Stato però ed il buon ordine domandano di non lasciar costoro affatto a se stessi, e senza particolare sorveglianza: onde penso prenderli sotto la mia protezione, e accordar loro la mia grazia speciale, se si conducono bene, sotto queste condizioni:
1. «Non vi sarà nella città capitale che una o due loggie, al più tre. Nelle città dove siede un governo si permetterà pure una o due o tre loggie. Son proibite nelle città di provincia: e chi permettesse assemblee in sua casa, sarà punito come chi tiene giuochi proibiti.
2. «Le liste di tutte le loggie coi loro membri saranno mandate al governo, e i giorni delle adunanze, e ogni tre mesi si manderà la distinta de' membri entrati o usciti, senza annunziare i titoli o gradi che hanno nella loggia.
3. «Ogni anno si notificherà il direttore delle loggie.
«In compenso il governo accorda ai Franchimuratori recezione, protezione, libertà: lascia affatto alla loro direzione l'interno delle loggie e la loro costituzione, e non farà mai indagini curiose. Così l'ordine della massoneria, composto di molte persone oneste a me conosciute, può divenir utile allo Stato. GIUSEPPE».
Nell'Archivio generale di Milano esiste parte del processo che Gabriele Verri, avvocato fiscale, avea fatto al conte Alari e ad altri per framassoneria.
Anche la letteratura s'insegnò contro questa invasione.
I Liberi Muratori, commedia di Fersing Isac Crens fratello operajo della loggia di Danzica, dedicata al celebre ed illustre Aldinoro Clog, autore comico prestantissimo. Libertinopoli, l'anno dell'era volgare 1754 e della restaurazione della loggia 152 (Intendi Francesco Grisellini, Carlo Goldoni, Roveredo).
I Liberi Muratori schiacciati. Origine, dottrina ed avanzamento della sètta. Assisi 1791. È traduzione da M.r Peton, fatta da Pietro Mogas ex-gesuita, e con note di Pietro Saverio Casseda.
[426] L'autore dell'Essai sur la secte des Illuminés, di cui parlammo qui sopra, dice che a Parigi: «il existe une foule de petits partis antiphylosophiques, composés de femmes savantes, d'abbés théologiens, et de quelques pretendus sages. Chaque parti a sa croyance, ses prodiges, son hiérophante, ses missionaires, ses adeptes, ses détracteurs. Ainsi Paris, le centre de toutes les charlataneries comme des toutes les lumières, offre des visionnaires de tout genre: chacun tende à expliquer la Bible en faveur de son système, à fonder sa réligion, à remplir son temple, à multiplier ses cathécumenes. Ici Jesus Christ joue un grand ròle; là c'est le diable; ailleur c'est la nature; plus loin c'est la foi. Barbarin sonnambulise: Cagliostro guérit: Lavater console: Saint-Martin instruit... tous emploient l'erreur pour arriver à une réputation utile».
[427] Di questa azione della volontà sopra altri abbiamo già cenno in Marsilio Ficino, il quale dice che «l'anima, affetta da desiderj passionati, può operar non solo sul proprio corpo, ma anche s'un altro vicino, massime se questo è più debole.» (De vita cœlitus comparanda, c. 20), e nel Pomponazio che scrive esservi uomini che hanno proprietà salutari e poderose, le quali si esaltano mercè la forza dell'immaginazione e del desiderio; sono spinte al di fuori per l'evaporazione, e producono effetti singolari sui corpi che le ricevono (De naturalium effectuum admirandorum causis, seu de incantationibus, pag. 44).
[428] Tableau mouvant de Paris, tom. II, pag. 307.
[429] Hist. du merveilleux. Vol. IV, c. XVIII.
[430] Vedansi BARRUEL e GYR, La Franc maçonnerie en elle méme. Liegi 1859, e Mém. autentiques pour servir à l'histoire de Cagliostro.
[431] La cerimonia della consacrazione eragli descritta da' fratelli in lettera che fu unita al suo processo. «... Mai non vide Europa cerimonia più augusta e più santa... I nostri compagni hanno mostrato un fervore, una pietà nobile e sostenuta, che formò l'edificazione de' due fratelli che aveano avuto la gloria di rappresentarvi... Nel momento in cui domandammo all'Eterno ci facesse conoscere che i nostri voti gli erano accetti, e mentre il nostro maestro era in mezzo dell'aria, è comparso senz'esser evocato il primo filosofo del Nuovo Testamento, e ci ha benedetti dopo essersi prosternato avanti alla nuvola azzurra, della quale abbiam ottenuto l'apparizione; e sopra quella si è elevato. I due gran profeti e il legislatore di Israele ci han dato segni sensibili di loro bontà, e dell'obbedienza ai vostri ordini».
Pretendesi che Cagliostro avesse inventato la cifra L. P. D., adottata allora dai massoni, e significasse Lilia Pedibus Destrue, cioè la ruina dei re di Francia.
[432] Ego claritatem quam dedisti mihi, dedi eis.
[433] Chi assistette a sedute magnetiche o spiritiste non trova niente di strano in questa operazione «tenuta nella L=L sabato dodicesimo giorno del secondo mese dell'anno tremila cinquecencinquantotto, diretto dalla venerabile Saba II.
«Dopo le dimande consuete, li sette angeli con le loro cifre stanno davanti al pupillo:
D. Di loro che un amico del maestro N. essendo passato di qui, e dovendo rivenire domani, ha attestato al nostro compagno venerabile Alessandro II, il desiderio di vedere le nostre operazioni di loggia: che abbiamo ricevuto a quell'oggetto gli ordini del nostro maestro, li quali non essendo abbastanza chiari, noi gli domandiamo se esso possa chiarirceli, e se a quest'effetto dobbiamo pregare il G. C. (Gran Cofto) istesso di favorirci della sua presenza.
R. Io vedo venire la morte del G. C.; egli ne scende: viene accanto a me, io gli ho baciato la mano; ho ancora la sua cifra sul petto.
D. Che la maestra scenda dal trono e lo saluti in suo nome, e di tutta la L=L ringraziandolo della grazia che si compiace farci.
R. Saluta ancora colla sua spada, fa un circolo nell'aria, pronuncia la parola Eloim, e mette la punta della sua spada in terra.
D. Digli rispettosamente che il suo amico ecc. Lo preghiamo volerci prescrivere quello abbiamo da fare.
R. Potete farlo entrare nella L=L, tenergli un discorso, poi far lavorare Alessandro. Ecco tutto...
D. Se dobbiamo farlo operare nella caraffa o entrare nel tabernacolo...
R. Meglio farlo operare come sin ora; altrimenti potrebbe andar male...
D. Tutta la L=L desidera che tutto sia riuscito a sua intera soddisfazione.
R. Saluta con la spada...
D. Se vi sono ancora ordini o consigli da darci...
R. No.
D. Andiamo pregarlo di darci la sua benedizione.
R. Stende la mano e la dà di tutto cuore.
D. Ringraziatelo. E voi, fratelli e sorelle, ricevetela. Gli angeli sono ancora con te?
R. Sì.
D. Mettiti a ginocchio, e di' loro di far l'adorazione con noi, e raccomanda loro la L=L.
[434] Vedansi Confessions du comte de Cagliostro, avec l'histoire de ses voyages. Parigi 1748.
Mémoires authentiques pour servir à l'histoire du comte de Cagliostro. Strasburgo 1786.
Compendio della vita e delle gesta di G. Balsamo denominato il conte Cagliostro, che si è estratto dal processo contro di lui formato in Roma l'anno 1790, e che può servire di scorta per conoscere l'indole della sètta de' Liberi Muratori. Roma 1791.
N'è quasi traduzione la Vie de J. Balsamo, extraite de la procédure instruite contre lui à Rome. Parigi 1791.
SAINT-FELIX, Aventures de Cagliostro. Parigi 1856.
FIGUIER, Histoire du merveilleux, tomo V. Parigi 1860.
L'abate Fiard nella Francia ingannata dai maghi e dai demonolatri fa del Cagliostro un vero spirito infernale, come Mesmer, Comus, Pinotti.
Il famoso Mirabeau ha una Lettre sur mm. Cagliostro et Lavater, ove li tratta da ciarlatani; mostra i pericoli a cui si espone la società coll'esaltare le immaginazioni: e poichè si ciancia di tolleranza, conchiude: «Tollerate Cagliostro, tollerate Lavater, ma tollerate pure quelli che li denunziano come insensati perchè ripugna il dichiararli birbi».
[435] Vedi una sua lettera del 1761.
[436]
Vedrò, vedrò dalle malnate fonti Che di solfo e d'impura Fiamma, e di nebbia oscura Scendon l'Italia ad infettar dai monti, Vedrò la gioventude I labbri torcer disdegnosi e schivi ecc.
[437] Vedi il nostro Discorso XXXI, nota 8. Che conto si facesse del medioevo lo indica uno de' più ingegnosi e dotti francesi, il presidente De Brosses. Nelle lettere che scriveva durante il suo viaggio in Italia del 1740, narra aver veduto nella biblioteca di Modena il Muratori. «Trovammo questo buon vecchio, co' suoi quattro capelli bianchi e la testa calva, che lavorava, malgrado il rigido freddo, senza fuoco e a capo scoperto in quella galleria glaciale, in mezzo d'un cumulo di antichità, o piuttosto di vecchiaggini italiane; chè davvero io non so risolvermi a chiamare antichità ciò che riguarda que' villani secoli d'ignoranza. Non mi immagino che, fuor della teologia polemica, v'abbia cosa più stomachevole di questo studio. È fortuna che v'abbia alcuni che vi si buttano come Curzio nella voragine: ma io sarei poco voglioso d'imitarli».
[438] Già il Summonte (Istoria della città e regno di Napoli, lib. I, c. XI) scrive che oltre le parrocchie... sono in Napoli più di cento cappelle, edificate da cittadini presso le loro case, servite da preti secolari, tra le quali, dodici ne sono sotto il governo di diverse comunità de' forestieri, come Spagnuoli, Catalani ecc.».
[439] Dopo che Tommaso Campailla avea formato un poema sulle idee di Cartesio, Tommaso Natale ne fece un altro sulle idee di Leibniz, e che fu proibito dal Sant'Uffizio.
[440] Anche ai giorni nostri Göschel, Weis, Bromis, Fichte juniore, Rust ed altri tedeschi cercano conciliare l'hegelianismo col cristianesimo, introducendovi la personalità di Dio e l'immortalità dell'anima.
[441] Opere sue principali sono:
Ricerche sulle ricchezze del clero. Ferrara 1776.
Emilio disingannato. Siena 1783.
Del buon uso della logica in materia di religione. Foligno 1787. Son 3 volumi che contengono 37 dissertazioni.
G. G. Rousseau accusatore de' nuovi filosofi. Asisi 1798.
Dell'autorità del pontefice ne' Concilj generali. Gand 1815.
DISCORSO LIII.
PREVALENZA DE' GOVERNI LAICI. ABOLIZIONE DELL'INQUISIZIONE E DEI GESUITI.
Erano di origine differente e differente intendimento Giansenisti e Filosofisti; quelli dediti alle austerità, questi all'epicureismo; quelli appoggiantisi all'autorità, questi sagrificando ogni fede alla pura ragione; quelli accinti a ricondur la religione alla ascetica semplicità de' primi secoli, e dicendo «Ciò ch'è antico è divino, ciò ch'è nuovo è diabolico»: questi tempestandola di dubbj, d'epigrammi, d'insulti, e rimbalzandosi per parola d'ordine «Guerreggiar la infame». Eppure accordavansi nello scalzare la sede romana, e preparare una rivoluzione nella Chiesa. Ma poichè rivoluzione è il cessare dallo sviluppo regolare per gettarsi alla ventura di fatti improvisi e imprevisti, mentre forse i caporioni ne speravano guadagno di libertà popolare, i principi conobbero potrebbero giovarsene per ingrandire la propria podestà, sostituendo alla teologia l'avvocheria, rendendo dispotico il governo nelle cose sacre come aveano fatto i Protestanti, e separandolo, non ancora dalla Chiesa, come fu proposto solo jeri, ma dal pontefice. Col furore d'una moda, in tutte le Corti passò il farnetico d'imitare Luigi XIV; e in Italia, dove unica restava questa grandezza, la supremazia papale fu contrastata dalle case regnanti, tentate allo scisma dalla seduzione del despotismo. Tutto ciò sotto il manto della filantropia, tanto che direbbesi, non volendo più forzare ad obbedire alla giustizia, volessero mostrar giusto l'obbedire alla forza: invece di fortificare la giustizia, giustificar la forza.
Noi non dobbiamo qui riprodurre fatti che altrove particolareggiammo[442], indicando come i re si facessero proseliti della ribellione contro l'autorità. Già nel Discorso LI mentovammo gli intendimenti della Casa di Savoja. Tuttora in dipendenza dall'Impero ed in pericoloso contatto colla Francia, aspirando a divenir italiana dopo che invano avea tentato impinguarsi a danno della Svizzera e della Francia, dovea tenersi amici i pontefici, sì perchè la devozione a questi era popolare e nazionale in Italia, sì perchè della loro potenza potea farsi un appoggio contro le insidie altrui, intanto che per la piccolezza e per la lontananza non ne eccitava le gelosie. E mentre per le ragioni opposte i re di Sicilia furono sempre a cozzo coi papi, i duchi di Savoja crebbero mediante favori continui della Chiesa; le diedero molti santi; a capo della magistratura e nelle ambasciate posero quasi sempre persone religiose: il Conte Verde fra ventitrè membri di cui componeva l'alto consiglio, ne voleva otto ecclesiastici; il clero tenea il primo posto negli stati generali; gran cancelliere degli ordini cavallereschi era sempre o l'arcivescovo di Torino od altro prelato; tanto ampia la giurisdizione del Foro ecclesiastico, da assorbire una metà dei processi; i beni e i feudi ecclesiastici rimanevano immuni; fin i malfattori restavano franchi per quindici giorni quando andassero a venerare la santa sindone. Dopo il 1560 risedeva a Torino un nunzio con ampie autorità, e gelosissimo di riservare a Roma le cause più importanti[443].
Ma Vittorio Amedeo II, che sossoprava l'Italia per ismania di conseguire il titolo di re, ruppe a duri conflitti col papa pretendendo eleggere egli stesso i vescovi nel suo paese, per (dicevangli gl'adulatori) «non mancare alla sua dignità». Peggio operò allorchè ottenne la Sicilia col titolo di regno. Questo, per antichissimo canone, rilevava dalla suprema signoria del papa; e avendo il duca ricusato di riconoscerla, il papa ordinò a' vescovi di colà di non riconoscerlo, sicchè molti uscirono dall'isola. Risoluto di vendicarsene, Vittorio Amedeo cominciò a sopprimere l'Inquisizione, avocando ai tribunali le cause a quella devolute[444]; impose tasse sui beni e sulle persone ecclesiastiche; puniva atrocemente chi tenesse conto dell'interdetto, mandò truppe protestanti su terre del papa, mentre fra' sudditi di questo facea reclute. Clemente XI minacciò più volte scomunicarlo, e sempre sospese; solo ordinò che in tutte le chiese di Roma si esponesse il Venerabile, onde supplicare Iddio a toccar il cuore del duca. Allora avvenne un miserabile strazio delle coscienze, massime nella Sicilia; il senato di Nizza obbligò i popolani di Roccasterone a riconoscere un parroco, benchè scomunicato e rimosso dal nunzio[445]: a ribattere le pretensioni romane aguzzavansi legulej piemontesi, il Pensabene, il D'Aguirre, il Degubernatis: Vittorio Amedeo fece raccogliere materiali da Girolamo Settimo e Giambattista Caruso, e li mandò ad Elia Du Pin, che ne formò la Défense de la monarchie de Sicile contre les entreprises de la Cour de Rome (Amsterdam 1716).
Non lasciarono sfuggire quest'occasione i Protestanti e gli spiriti forti per veder di guadagnare il duca. Alberto Radicati, conte di Passerano e di Cocconato da Casale, fu de' più ferventi oppositori alle pretensioni curiali e negava ogni supremazia del papa sui vescovi; la gerarchia ecclesiastica esser una corruzione della dottrina evangelica, donde passava a voltare in burla i dogmi e i misteri.
L'Inquisizione lo cita tre volte; non risponde; in contumacia è condannato ad esser bruciato vivo, ed egli trionfa in Torino: ma ecco un bel giorno gli è intimato che Vittorio Amedeo lo chiama. Egli ci va con esitanza, e si sgomenta davvero quando nell'anticamera scorge il padre inquisitore e il procuratore fiscale. Pure Vittorio l'accolse graziosamente; l'avvertì che potenti nemici teneano l'occhio sopra di esso, e l'accusavano d'ateismo: avesse cura di parlare più temperato; del resto egli eragli riconoscente dello zelo che mostrava per gl'interessi della Corona.
— Se il re mi approva, non curo la disapprovazione di chicchessia: (rispose l'accorto cortigiano) se il re mi biasimasse, tacerei».
Vittorio l'assicurò della sua protezione: tornasse domani. E al domani lo interrogò se conoscesse a fondo i diritti delle due podestà. Il Radicati rispose averne fatto lo studio di tutta la sua vita: e se tutti ne sapessero altrettanto, nessun principe accetterebbe nel suo Stato altra podestà fuor della propria.
— Ma se così operassero, che diventerebbe l'autorità della Chiesa?» dimandò il principe.
— Diventerebbe una chimera qual è veramente».
— Comprendete voi tutto il peso delle vostre parole quando trattate di chimera l'autorità che i papi tengono da Dio?»
— Maestà sì, la conosco, e mi darebbe il cuore di mostrarle che tale autorità, non che venire da Dio, è repugnante al Vangelo».
— Ma diminuendo questa autorità, non si correrebbe rischio di turbare la tranquillità pubblica?»
— Mi permetta vostra maestà di non crederlo, qualora l'impresa fosse assunta da principe saggio quanto Vittorio Amedeo. Il senato di Venezia ha pur potuto mettere freno alle esorbitanze del clero, malgrado i dispareri che nascono nelle assemblee numerose. Quanto più sarebbe agevole a principe, che non dee consultare se non la propria volontà?»
Pochi giorni appresso, il re tornava a chiamarlo, e gli disse come le sue ragioni avessergli fatto colpo, ma per restarne meglio convinto occorreagli di vederle rinfiancate con altre; ed esposte in iscritto per pesarle ad agio: il facesse, e mettesse cura di non asserire cosa senza provarla.
E il Radicati si pose all'opera, e già avevala ben avanzata quando si sparse voce di accordi fra Torino e Roma; al Radicati parve che il re nol ricevesse più colla cordialità di prima, nè in udienze private: credea che i magnati della Corte stessero seco sul grave, che frati e preti ridessero di lui, come già sovrastasse il giorno delle vendette. Son fantasie, con cui si piacciono alcuni di mostrarsi perseguitati: fatto è che, non tenendosi più sicuro, uscì di Piemonte e passò in Inghilterra. Il marchese d'Aix, che colà stava ambasciadore del re, gli fece sapere come avesse avuto torto di abbandonare il Piemonte, che nulla a temere v'aveva, nè il re cesserebbe di tenerlo in protezione. Pertanto deliberò rimpatriare: ma giunsegli ordine di indugiare finchè al re non avesse presentato il libro, del quale tanto si parlava, ancor prima che comparisse. E il Radicati, datovi l'ultima mano, lo spedì a Torino.
Ma ecco il ministro intimargli che sua maestà era indignata gli avesse spedito uno scritto siffatto, e che non potrebbe più conservare seco relazione: i beni suoi, come di nobile migrato senza consenso regio, furono confiscati.
Il libro è intitolato Receuil de pièces curieuses sur les matières les plus intéressantes (Rotterdam 1736), e sostiene dodici proposizioni: 1º Il principe dee aver libera la collazione degli arcivescovadi, vescovadi, badie, parrocchie, e disporne a suo talento come i re di Francia: nominare inoltre i provinciali, priori, superiori degli Ordini religiosi, o rimuoverli. 2º Determini egli il numero de' preti, frati, di ciascun Ordine, monastero, collegio. 3º Incameri tutti i beni e le rendite della Chiesa e degli Ordini religiosi, dando al clero sufficienti provigioni. 4º Vieti ai sudditi di donare mobili o stabili a Chiese o a corpi religiosi. 5º Proibisca ai Gesuiti o frati qualunque d'insegnare pubblicamente o privatamente, ma stabilisca scuole laicali nelle città e nelle borgate. 6º Proibisca al clero di ricevere mercede per la celebrazione di messe, punendo come simoniaco chi ne accetta. 7º Tenga per ribelli i confessori o ecclesiastici che ne' penitenti o ne' fedeli eccitano odio contro il sovrano. 8º Abolisca l'asilo delle chiese; pigli le terre del papa che si trovino nello Stato, come sono i feudi pontifizj in Piemonte. 9º Abolisca il Sant'Uffizio 10º e le confraternite del Rosario, del Monte Carmelo, della Cintura di sant'Agostino, del Cordone di san Francesco, dello Spirito Santo. 11º Diminuisca il numero delle feste, riducendole alle domeniche, pasqua, natale, capo d'anno, natività della Beata Vergine, tanto per distinguere i Cattolici dai Protestanti. 12º I beni del clero scomparta fra i nobili ed i Comuni; e poichè cesserebbero d'esser immuni dal tributo, diminuisca d'altrettanto le gravezze pubbliche.
Avanti procedere a tali riforme bisognava fondare l'Università e l'insegnamento laicale, togliendo ai Gesuiti l'istruzione: stampare un'istruzione popolare sulla distinzione fra l'autorità spirituale e la temporale; e difondere gli scritti di frà Paolo Sarpi.
L'opera alla quale precede il racconto dei fatti che su riferimmo, nella stampa fu dedicata a Carlo III Borbone delle Due Sicilie; e poichè confidava diventerebbe re di tutta Italia rifacendo la nazione, gli offriva questi pensieri come conducenti a tal fine. È scritta con vivacità e acrimonia, attaccando anche l'autorità spirituale, e proponendo a modello Enrico VIII e il czar. Suggerisce però ai principi si mostrino zelanti della religione per ingannare il popolo, e averlo favorevole nella lotta contro gli ecclesiastici: non tocchino il dogma per non offendere gli altri sovrani.
In Inghilterra si amicò a Collins, a Tyndal ed altri spiriti forti, e per secondarli avventò contro la Chiesa una finta lettera all'imperatore Trajano, ove si pongono a parallelo Maometto e Sosem cioè Mosè. Fece pure una Storia succinta della professione sacerdotale antica, dedicata all'illustre e celebratissima setta degli spiriti forti da un libero pensatore (freethinker) cristiano nazareno; e il Racconto fedele e comico della religione dei canibali moderni, di Zelim Moslem, in cui l'autore dichiara i motivi che ebbe di rinunziare a tal idolatria abominevole. Ivi numera le cause che pervertirono i costumi dei Cristiani, i mali che la moltiplicità de' templi e degli ecclesiastici causò alla repubblica cristiana, e i modi con cui si formò e si mantenne la monarchia papale; mentre l'autorità sacra come la civile spetta di diritto al sovrano.
Dappoi nella Dissertazione sulla morte (1733) sostenne la fatalità degli atti e giustificò il suicidio; essendo l'uomo semplice materia, ch'ebbe la vita per essere felice, può rinunziarvi quando manchi lo scopo. Per questo libro processato insieme collo stampatore, dall'Inghilterra dovette uscire, e vagò in Olanda, in Francia, impugnando anche le verità bibliche, massime nel libro La religione maomettana comparata colla pagana dell'Indostan da Ali-Ebn-Omar-Moslem, e in un sermone che fingea predicato nell'assemblea de' Quacqueri di Londra dal famoso fratello Elvell (1737).
Si sa che Vittorio Amedeo abdicò, ma volendo intrigarsi ancora d'affari, e forse ripigliare la corona, fu dal figlio fatto arrestare. Di questo fatto vergognoso le invereconde e spietate circostanze furono tenute occultissime; e poichè allora non v'avea giornali onde far propagare la bugia, il marchese d'Ormea ministro finse che una relazione di quei fatti fosse diramata alle legazioni, e la fece arrivare agli ambasciadori stranieri residenti in Torino quasi provenisse da infedeltà d'un impiegato. L'ebbe pure il Radicati, e tradottala in inglese, offrì al ministro di Piemonte a Londra cavalier d'Ossono di cedergliela, sperando così amicarsi Carlo Emanuele III, e ottenerne il rimpatrio. Non gli si badò: ond'egli, fingendo gli fosse mandata in forma di lettera da Torino, e aggiuntevi altre notizie, la pubblicò: più volte ristampata, fu una delle scritture più lette di quel tempo, e gli storici ne adottarono le favolose circostanze, come troppo spesso confondendo il proibito col vero. Dicono che il Radicati, morendo in man di ministri protestanti, abjurasse gli errori contro il cristianesimo.
Nelle controversie stesse s'agitò Pietro Giannone d'Ischitella (1696-1758), uno de' più pertinaci sostenitori dell'onnipotenza regia. A tacere varie scritture polemiche, fe la Storia civile del Regno (1723), quasi unicamente diretta ad abbattere le opposizioni che i feudatarj o i Comuni o la Chiesa mettevano agli arbitrj de' regnanti, sempre appellando alla legalità ch'e' confonde colla giustizia; tornando al sistema pagano che non v'abbia diritto se non quel che è promulgato, nè alcun diritto contro ciò che fu promulgato: e la dedicò all'austriaco Carlo VI, «del cui felicissimo regno il maggior pregio è l'aver col decoro dell'imperiale maestà sostenuto tra noi le sue alte e supreme regalie». Quanto devoto ai re, è avverso ai papi, sui quali e sulle cose sacre versa facezie indecenti, intento ad opprimere l'autorità spirituale sotto ai pronunziati del diritto romano, e dare la società all'arbitrio dei giureconsulti; con durezza ed acrimonia piuttosto da curiale che da storico, e talvolta travisando il testo[446]. Secondo lui, la Chiesa da principio era nell'Impero; gl'imperatori anche battezzati chiamavansi pontifices maximi, episcopi ab extra; e quelle della Chiesa sono usurpazioni, continuate per secoli con un freddo calcolo, per cui la repubblica invisibile del sacerdozio soverchiò ogni repubblica politica.
Il suo odierno panegirista dice ch'e' fa la storia del diritto contro la Chiesa, coi soli dati dell'esperienza, come se Dio non fosse; e contro «le critiche tradizionali della scuola storica, e la falsa superiorità della scienza municipale di chi prende a censurare gli storici passati»: e non solo il difende, ma non dubita affermare che la Storia Civile sovrasta «al tanto celebrato Discorso sulla storia universale di Bossuet, nel quale non si trova nè filosofia nè storia», mentre il Giannone è fondatore della filosofia della storia.
A tale vanto non assentirà chi veda come le epoche sue il Giannone deduca non da idee, ma da fatti, cioè da conquiste, da regnanti; osservi le leggi fatte in ciascun'epoca, non i loro motivi e intenti; non induca la legittimità delle tante e sempre facili conquiste dalle aspirazioni e soddisfazioni popolari: nonchè sciogliere, neppure ravvisi i grandi problemi della «contraddizione tra la follia del papato e il costante suo elevarsi» (FERRARI): dell'antagonismo fra la Sicilia e la terraferma, della rispondenza o contrarietà cogli avvenimenti dell'alta Italia; della predilezione federativa dapprima, poi della centralizzazione imposta dalla più popolosa città. Protervia d'uomini, malvagità di natura, volontà di principi sono le spiegazioni ch'egli reca, anzichè disegnare il gran moto della civiltà e della religione. Teme il progresso, teme la stampa, e se crede usurpazione la censura affidata alla Chiesa, dice «ai principi importa che lo Stato non si corrompa, che i suoi sudditi s'imbevino (sic) d'opinioni che ripugnino col buon governo: nel che ora più che mai è bisogno che veglino per le tante nuove dottrine introdotte, contrarie alle antiche ed ai loro interessi e supreme regalie, poichè da quelle ne nascono le opinioni, le quali cagionano le parzialità che terminano poi in fazioni e in asprissime guerre»[447]: si rallegra delle restrizioni messe nel regno ai vescovi di stampar senza licenza neppure i calendarj, «ciò che poi si è inviolabilmente osservato sempre che ministri del re han voluto adempire alla loro obbligazione, ed aver zelo del servizio del loro signore».
Per difendere i Longobardi che, nel vulgare sogno d'un'unità regia in Italia, assalivano il pontefice, sostiene che non erano stranieri, perocchè non aveano altro dominio fuori d'Italia; ragione che varrebbe anche pel Turco in Grecia, e che egli applica ai Saraceni, i quali dice «erano omai fatti siciliani»[448] perchè da un secolo tiranneggiavano la Sicilia.
Tutto re, nulla aspettando dal popolo, fu dal popolo preso in sinistro a segno, che il presidente Argento, valentissimo giureconsulto napoletano, diceagli: «Vi siete messo in capo una corona, ma di spine»; e il vicerè cardinale Altan lo consigliò di ricoverarsi in Austria. Insultato a Barletta, a Manfredonia, non trovò pace che arrivando a Trieste e Lubiana, donde a Vienna, dove undici anni godette una pensione di mille fiorini assegnatagli da Carlo VI, che allora teneva il trono delle Due Sicilie. Di là il Giannone chiese dall'arcivescovo di Napoli e dal sant'Uffizio l'assoluzione per la sua storia e l'ebbe, onde fu sopito il processo. Nè per questo desisteva dal sostenere i diritti regj contro la curia, e contrastar «le vittorie riportate dalla prevalente astuzia del vero», come dice il suo panegirista. Ma quando l'italica indipendenza si trovò quasi compiuta, e Carlo VI perdè la dominazione della Sicilia, Vienna cessò di careggiare i fuorusciti, e sospese la pensione al nostro storico. Il quale allora stabilì ritornare in patria ad offrire i suoi servigi a re Carlo III. E prima errò per varj paesi, trovando contraddittori alle falsità e nemici alla mordacità della sua storia: a Venezia il senatore Pisani ben l'accoglie; il senato gli offre cattedra di pandette a Padova, ma egli allega non aver l'uso del latino; cerca gli si agevoli il ritorno in patria, ma Carlo III nol vuole: si offre alla Corte di Torino per servirla nelle controversie allora vive con Roma, ma è politamente ricusato (1735).
Per questi oggetti egli trattava coi ministri esteri, e poichè ai senatori e a chi stesse in lor casa era proibito parlare con rappresentanti stranieri, gl'inquisitor di Stato, cui già era accusato d'appartenere ad una società di ottanta gentiluomini che si burlavano del papa, delle preghiere, dei miracoli, lo fecero arrestare, mettere in una barca, e deporre a Crespino terra di papa. Non vi fu scoperto, e passò a Modena, indi dai Trivulzj a Milano, città che per un momento si trovava sotto al Piemonte, poco contenta d'un re di dubbia indipendenza, di soldati che invadevano i vescovadi, di professori scomunicati. Tornò allora offrirsi al re sardo mediante il conte Pettiti e il marchese D'Ormea, promettendo che «con tutto lo spirito avrebbe in suo servizio sagrificato tutto il rimanente della sua vita, in qualunque occasione la sua opera e la sua penna potesse essergli di gradimento». Ma un ordine preciso del re gl'intimò d'uscire di Lombardia. Traversò il Piemonte nel novembre 1735, e poichè Roma mostrava desiderio fosse arrestato, onde, fissatosi in paese d'eretici, non portasse danno, il marchese d'Ormea le dava contezza che, saputo come si dirigesse a Ginevra, avea spiccato l'ordine d'arrestarlo. E al cardinale ministro Albani scriveva il 13 dicembre 1735: «Vostra eccellenza avrà inteso che, sulla notizia datami dal grancancelliere di Milano delle intenzioni di Pietro Giannone di voler passare a Ginevra, s'erano date disposizioni necessarie per farlo arrestare. Or devo aggiungerle che, essendosi trovato partito da Milano, ne feci far qui le più esatte diligenze, e finalmente scoprii, non senza grande stento, stante che qui s'era nominato per Pepe Anello, che non avea fatto che qui pernottare la notte del 27 caduto, essendo partito la mattina del 28. Spedii subito l'ordine sulla rotta (strada) ma essendo già passati alcuni giorni dacchè era in viaggio, più non si potè cogliere. Se sua santità avesse da principio lasciata intendere la sua intenzione che fosse arrestato, non sarebbe certamente mancato il colpo, e se fosse riuscito dopo che qui se ne era presa spontaneamente la risoluzione, avevo risoluto di mandarlo legato al papa sino dentro Roma, scortato da un distaccamento di dragoni. Desidero sinceramente che le attenzioni incaricate novamente al signor conte Piccone (governatore della Savoja) sortiscano il loro effetto; perchè in tal caso sua santità potrà conoscere che, se nelle cose temporali la disgrazia ha voluto che non si sono potute incontrare in cotesta Corte le dovute convenienze, nelle spirituali non v'è chi superi sua maestà nella sua devozione ed ossequio verso la santa sede e la persona di sua santità, ne chi più vivamente s'interessi per il sostegno e vantaggio della nostra santa fede».
E fu allora che venne ordito un infame tranello, d'accordo col governatore Piccone. Giuseppe Guastaldi, gabelliere a Vesenà, villaggio sardo vicin di Ginevra, finse interesse per la sorte del Giannone e d'un figlio naturale che menava seco, e volerlo riconciliare colla Corte. A tal uopo gioverebbe mostrasse non esser vero che avesse apostatato, nè altra cosa il proverebbe meglio che il far pasqua; andasse seco a riceverla nel vicino villaggio savojardo. E il Giannone vi andò il 24 marzo 1736, ma v'erano disposti birri regj, incaricati d'arrestarlo «con destrezza e piacevolezza»[449] come fecero. Roma attestò al re «simili ingegni turbolenti dover celeremente essere sconcertati e allontanati dal consorzio degli uomini»: il re significò al governatore Piccone l'agrément très-distingué avec lequel il avait reçu la nouvelle de l'emprisonnement de Giannone: il marchese d'Ormea sollecitò perchè se ne raccogliessero i manuscritti, se ne esplorassero le intenzioni, e se avesse apostatato o ci pensasse: voleva anche farlo tradur a Roma, ma la clemenza del re s'accontentò di gettarlo nella rócca di Miolans poi a Torino, sottoponendolo per dodici anni a una prigionia brutalmente severa e vessatoria. L'Ormea assicurò Roma che mai, per qual fosse ragione non sarebbe liberato: il padre Prever fu mandato per convertirlo, pur dichiarandogli che, qualunque fosse l'esito della sua missione, non isperasse libertà, e soltanto pensasse all'anima sua: ond'egli fece la più ampia ritrattazione; desiderare che della sua Storia perisse fin la ricordanza; ringraziare Dio e il re e suoi ministri che, col tenerlo prigione, l'aveano campato da altri errori[450].
Quest'atto a nulla gli valse; non lo sporgere istanze; non il rammentare quanto fosse stato devoto alla Casa di Savoja, e che dall'arcivescovo di Napoli e dal Sant'Uffizio era stato assolto; la durezza de' ministri e l'avidità de' castellani peggiorava la sua miseria, nella quale lasciavasegli fino ignorare che ne fosse del suo figlio e della madre di questo, a spogliare i quali s'erano affrettati i parenti.
Che avesse rinnegato la religione de' suoi padri non appare. La sacra Congregazione proibì la Storia di lui per «dottrine false, temerarie, scandalose, sediziose, ingiuriose a tutti gli ordini della Chiesa, erronee, scismatiche, empie, e che a dir poco sanno d'eresia (hæreses ut minimum sapientes)» non però veramente ereticali. Ma oltre di quella avea scritto il Triregno, opera che non fu stampata, e neppure compita, ma della quale fra' manuscritti del prigioniero trovossi una copia dall'abate Palazzi di Selve bibliotecario dell'Università di Torino, incaricato dall'Ormea di esaminarli, e da lui trasmessa alla sacra Congregazione dove si conserva. Un'altra copia era a Ginevra in mano del ministro calvinista Isacco Vernet, che la cedette a un librajo olandese, e questi a un abate Bentivoglio, il quale la vendette al papa. D'un'altro esemplare, rimasto al suo figliuolo, diede estratti e indici il Panzini, tanto da poter ricomporre anche le parti che mancano.
E ciò tolse a fare un'ingegnoso quanto dotto nostro contemporaneo, il quale, per esaltarlo davanti a un uditorio prevenuto, vi legge «riflessioni senza che vi siano», vi suppone uno scopo, una connessione ideale, mettendo il pensiero scettico d'oggi al posto della quistione avvocatesca d'allora.
Sull'orme dei filosofi inglesi e francesi che rompevano guerra alla tradizione religiosa, il Giannone combatte la Chiesa, cercando le leggi della storia in quelle della mente umana. Secondo la sua teorica, il pontefice dichiara che scopo della vita terrena è conquistare il regno del Cielo. Chi gliel'ha rivelato? chi intese la voce di Dio? e al mondo chi diè principio? Nessuno; è eterno; ha vita inerente alla materia, e produttrice di tutti i viventi; immutabili sono le sue leggi. Essa produsse anche l'uomo, se pur non è eterno: e in lui nulla parla di Dio; dalle bestie non differisce che per maggior grado d'immaginazione e d'esperienza, pei vizj, per la facoltà di errare, e di adorare gli Dei, formati dalla nostra immaginazione.
Una di queste creazioni della fantasia è il Dio di Mosè, ma questi non parlò di vita futura, e solo di prosperità o tribulazioni mondane, accompagnate anche da miracoli, nulla però accennando a retribuzioni postume; nè gli Ebrei, nelle varie età della loro storia ebbero altro concetto che di un regno terreno. Queste dottrine di Mosè concordano con quelle degli Egizj, de' Fenici, dei Greci, e non ne sono punto superiori. Meglio ancora i Romani vagheggiavano la grandezza terrena: e la discrepanza dei profani dai sacri sta solo nelle forme, nelle metafore; concordando del resto nel credere che uno spirito animasse tutto l'universo, una vita sola desse moto agli animali tutti; colla morte, quell'alito ritorna al principio da cui derivò. La vita spirituale e immortale è invenzione de' pontefici, nè tampoco conosciuta a Tertulliano e a Lattanzio.
Insomma il Giannone riduce tutto all'anima del mondo di Gassendi e agli atomi d'Epicuro, repudiando fin Cartesio che discerne il nostro essere in anima e corpo, in sostanza estesa e sostanza cogitante.
Ma prosegue il Giannone, le austere tradizioni egizie, conformi alla natura, cioè materialiste, vennero guaste dalle fantasie de' filosofi e poeti greci, onde la filosofia tramutavasi in mitologia, la verità in favola, e ne nacque tutta l'ontologia degli Ebrei negli ultimi tempi, come de' popoli classici. Sempre togliendo per suo bersaglio il pontefice, il Giannone gli chiede se i dogmi suoi concordino con quelli degli ultimi Ebrei, cioè di Cristo. Nel regno annunziato da questo trova tutt'altro che il paradiso, e sempre affacciando nuovi dubbj, sventa i mezzi proposti per acquistare il regno promesso. I primi Cristiani, persuasi che il mondo fosse per finire onde dar luogo a un nuovo, popolato dai morti resuscitati, sprezzavano i beni temporali, viveano in comune, aveano soli sacramenti il battesimo e la cena, senza significazioni magiche o soprannaturali. La risurrezione de' morti era il dogma fondamentale, il motore di tutte le azioni de' primi Cristiani: la punizione o il premio delle azioni susseguono alla risurrezione[451].
Questo dogma vacillò quando si vide tardare la venuta del regno di Dio: poi Basilide ed altri eresiarchi l'impugnano: nel confutarli, i Padri trascendono, ammettono un regno de' cieli, vi collocano i martiri e i santi: ne deriva un culto, e comincia la mitologia de' papi con Gregorio Magno, cioè la credenza che le anime salgano al cielo direttamente senza aspettare la resurrezione e il giudizio universale, e subito fruiscano della beatitudine eterna: sicchè riesce inutile il giudizio universale mentre s'inventano il cumulo delle opere sante, e i suffragi pei morti e le immagini devote, e le feste, e il culto di Maria e delle varie fasi della sua vita, l'annunciazione dapprima, poi la purificazione, la natività, la morte, l'assunzione, la concezione, indi la visitazione, i sette dolori, il rosario, lo scapolare, il matrimonio, le varie immagini, la casa, i tanti patrocinj; l'invocarla al principio di tutte le prediche, siccome introdusse san Vincenzo Ferreri; il ricorrere a Cristo per mediazione di lei; il farsela regina come gli Ungheresi.
Le tante chiese consolidano il governo ecclesiastico, nel tempo stesso che fanno moltiplicare i santi, talvolta annoverando di quelli che da secoli son morti. Mentre prima i vescovi lagnavansi perchè il popolo imponea loro la venerazione di certe persone, dappoi i papi trassero a sè il santificare, col che elevarono grandemente la propria potenza, combattendo l'eresia come la superstizione e l'indipendenza dei re. Fra i celesti si stabilisce una gerarchia di santi, beati, venerabili: e il Giannone descrive il paradiso parodiando Dante, e beffando que' varj spartimenti, dedotti da visioni o rivelazioni. Perchè poi il cielo dei papi non discordasse da quello di san Giovanni, nè fossero superflui la risurrezione e il giudizio finale dacchè le anime erano sentenziate subito dopo la morte, il Concilio di Firenze aggiunse che allora anche i corpi verrebbero glorificati, e dalla semplice visione beatifica si passerà al pieno possesso.
Qui ha luogo lo stato intermedio del purgatorio, colle indulgenze e i giubilei e le espiazioni e la loro riversibilità indefinita.
Dipinto l'inferno, il Giannone conchiude il regno celeste coll'asserire che la Chiesa riprodusse il gentilesimo, con minore genio, minor libertà e umanità; e una morale ridotta a pratiche, a genuflessioni, a pellegrinaggi.
Veniva ultimo il regno papale, cioè il governo della Chiesa, ma o nol fece o andò perduto: da tutta la Storia sua però e dai manuscritti si può argomentare come voleva mostrar il sacerdozio quale una continua usurpazione sopra i diritti del principato, in dieci periodi. Addita in Roma tutte le superstizioni di cui è incriminato il medioevo, e mostrando come i grandi fossero divenuti tali collo sprezzarle o servirsene, vorrebbe indurre a far altrettanto colla religione nuova. Per incoraggiare la Casa di Savoja nella lotta contro il papa, scrisse discorsi sulle Deche di Tito Livio, imitando non tanto il Macchiavello quanto il Toland, che poc'anzi vi avea cercato il culto della natura e la religione degli istinti.
Il suo panegirista conchiude che il Triregno è «la sola opera nella quale la religione sia apertamente assalita nel dogma, scandagliata nelle origini, analizzata nelle conseguenze: Giannone è l'unico scrittore col quale l'Italia si associa al moto europeo della scienza contro la fede». E appunto perchè «unico italiano contro la fede»; perchè all'Italia «non mancasse una delle categorie della ragione nazionale», il signor Ferrario tolse a illustrarlo e farlo rivivere dai brani dell'opera sua. Ciò proverebbe che non a torto era temuto e perseguitato; e la turpitudine di quella persecuzione gli attirò un vanto di liberalismo, che mal gli si compete. Ma per ciò stesso noi ci credemmo obbligati a badarci a lungo su di esso, ben lontani dall'attribuirgli nè il merito nè l'importanza che il suo lodatore. Noi ed altri ne abbiam appuntati gli errori e i plagi[452]. In fondo egli copia gl'Inglesi, principalmente il Burnet, massime nell'assumere come concetti delle tre grandi epoche la mortalità delle anime, la resurrezione de' morti, l'assunzione degli spiriti al cielo, e a queste trasformazioni subordinare tutta la storia. In carcere scrisse varie opere, in una delle quali vanta i teologi scolastici fin a disapprovare i santi padri, desiderando «manifestare al mondo (dice) i miei religiosi, sinceri e cattolici sentimenti, ne' quali vivo e persisto,... a riguardo dell'eminenza e superiorità della Chiesa di Roma sopra tutte l'altre del mondo cattolico, non ho tralasciato le prove più forti ed efficaci... che ben dovrebbe essere studio e somma cura di tutti gl'italici ingegni bene stabilirla, non essendo nella nostra Italia rimasto oggi pregio maggiore e cotanto illustre ed insigne che questo»[453]. I re di Sardegna non propendeano a dargli ascolto, benchè egli lodasse sguajatamente il suo carceriere come avea lodato l'austriaco suo stipendiatore; sicchè quest'infelice, punito nella parte morale ben peggio che colla tortura e la galera, moriva il 7 marzo 1748 dopo dodici anni di patimenti[454]. Al Guastaldi, suo giuda, furono riffatte le cinquantacinque lire spese per ingannarlo, e dato il grado d'ajutante di campo del duca. Al figlio di Giannone il re di Sardegna diede, dopo lunghi indugi, ottantasette ducati per libri tolti al suo padre e posti nella Biblioteca; ma il re di Napoli gli assegnò sui proprj fondi trecento ducati l'anno, in memoria «dell'uomo più grande, più utile allo Stato, più ingiustamente perseguitato che il Regno abbia prodotto in questo secolo».
Ancora l'esagerazione fin nella giustizia. Perocchè, se a costituire un grand'uomo bastasse l'avversare la costituzione ecclesiastica, il vanto toccherebbe agli Austriaci che qui dominavano, e ai Tedeschi di cui qui trapiantavano gl'insegnamenti.
Giovanni Nicola de Hontheim, suffraganeo al vescovo di Treveri (1701-90) e cancelliere di quell'Università, colle debite approvazioni di Vienna e col pseudonimo di Giustino Febronio pubblicò De statu præsenti Ecclesiæ et legitima potestate romani pontificis liber singularis, ad reuniendos dissidentes in religione christiana compositus (Bouillon, 1763), e subito fu levato a cielo, come sogliono i libri di partito, quasi pareggiasse i gran maestri di diritto. Tal fama non regge all'esame, ma che importa? Il Febronio, colle ignoranze sue e le palpabili contraddizioni dottrinali divenne bandiera del partito antipapale. Perocchè, proponendosi di mettere in accordo i dissidenti, non potea giungervi che abolendo il primato del papa; e in fatto si svelenisce contro di questo, esponendolo alla gelosia de' prelati, racimolando quanto n'aveano già detto i controversisti francesi e i nemici degli Ordini religiosi; e conchiude l'opera di conciliazione coll'insegnare il modo di formare uno scisma. Alla costituzione della Chiesa trova non convenire nè la monarchia, nè l'aristocrazia, nè la democrazia, sibbene un collegio che abbia forza coattiva; sublima l'autorità de' vescovi, sopra i quali i papi usurparono le riserve, i tribunali de' nunzj, le congregazioni romane, l'appello ed altri abusi derivati dalle false decretali; la infallibilità non spetta ai singoli vescovi, bensì l'autorità di condannare le eresie, e di esaminare le decisioni del pontefice: al quale insomma lascia solo una generale ispezione e sollecitudine, non autorità infallibile nè monarchica, nella misura che gli è attribuita da' Concilj e da' vescovi. Sta all'imperatore il convocare i Concilj generali, informandone gli altri principi.
Il libro giungeva opportuno, e perciò venne echeggiato dai tanti adoratori dei governi forti, e i principi se ne trovarono incoraggiati a levarsi dattorno ciò che solo ne impediva gli arbitrj. Illusi! scassinato il principio dell'autorità, essi sagrificatori oggi, sarebbero vittime domani.
Una delle parti dell'amministrazione, che i governi doveano specialmente adoprarsi di concentrare in sè era la giustizia, e come la toglievano ai feudatarj, così doveano voler toglierla anche agli ecclesiastici e principalmente al Sant'Uffizio. Questo in Roma dava appena segno di sè, e il presidente De Brosses che vi stette nel 1740, diceva: «La libertà del pensare in fatto di religione, e talvolta anche di parlare, v'è maggiore che in qualsiasi città ch'io conosca; non si creda che il Sant'Uffizio sia così nero come si dice: io non ho mai inteso che alcuno sia stato messo all'Inquisizione e trattato con rigore»[455].
Questa in Toscana era continuata con bastante placidezza, più che delle eresie curandosi dei costumi, non solo ne' chiostri, ma fin nelle case; e un Domenicano scorreva ogni anno il granducato, poi riferiva al principe le riforme necessarie. Per accennare qualche cosa, nel 1686 una vecchia, alquanto brilla, s'introdusse sulla bruna in una casa, e si posò accanto al focolare. Tardi ritornando i padroni la credettero una strega, calatasi per la gola del camino; chiamarono gente, fu presa, e sì malmenata, che al domani trovossi morta, e il suo cadavere sepolto fuor di luogo sacro. L'arcivescovo Morigia, meglio esaminato il caso, ne fece far riparazione. Il 27 febbrajo 1695, Jacobo Balestri, nato e educato bassamente, ma abile a tessere sete, fu imputato di molte eresie benchè non sapesse leggere nè scrivere, onde fu obbligato a pubblica abjura, e per dieci anni tenuto prigione, come ateo. Alessandro Martini nobile fiorentino dovette egli pure al 13 maggio 1690, abjurare, essendo accusato di confessione rivelata, e d'abusare di passi scritturali per sedurre incauti a difondere le massime di Molinos; condannato a carcere perpetuo vi morì dopo dieci anni. D'altri errori veniva imputato il Vanni, canonico della basilica Laurenziana, ma il suo libro intitolato Barlumi, esaminato dal Sant'Uffizio, n'ebbe assoluzione, ma dopo lunga prigionia.
Levò maggior rumore il caso di Tommaso Crudeli (1703-45) discreto poeta lepido, che mettea ne' discorsi più fuoco e ne' versi più idee che non si solessero, ma che fu lodato oltremodo perchè perseguitato. Encomiò il senatore Filippo Buonarroti perchè «frenar solea il tempestoso procellar del clero»; di che nimicatigli i preti, fu mandato al Sant'Uffizio il maggio 1739. Il processo è stampato colle esagerazioni che si adoprano quando si è deliberati di ruinar una causa: la bontà amichevole che gli mostrava il vicario dovea dirsi ipocrisia e artifizio per esplorare; doveano comparirvi tutte le tergiversazioni del puntiglio nell'accusarlo e volerlo reo. Era imputato d'appartener ai Franchimuratori, de' quali diceasi esistere trentamila in Toscana, aver assistito ai costoro convegni in casa del prussiano barone di Stoch; come avviene nei processi scoprironsi altre sue colpe che sariano passate inavvertite; celiare sulla Madonna dell'Impruneta e su San Cresci; legger libri proibiti, quali il Marchetti, il Sarpi, la vita di Sisto V; dir la scolastica una scienza chimerica; invece della messa alla festa andare alla caccia del paretajo; non inginocchiarsi al suon dell'avemaria alla sera o al mezzogiorno; aver detto che l'eucaristia non era che una cialda. La sacra Congregazione di Roma ordinò al sant'Uffizio di consegnarlo al governo secolare, che lo pose in fortezza, e la sera del 20 agosto 1740 in San Pier Scheraggio davanti all'Inquisitore e a magistrati fu sentenziato a rimaner nella sua casa in Poppi, e dire i sette salmi penitenziali per un anno una volta il mese.
Anche un frà Cimino napoletano, cancelliere del sant'Uffizio in Siena, avea fatto cogliere e battere un cittadino, si disse per togliersi da' piedi l'impaccio ad una sua tresca. Il capitano di giustizia lo pose in carcere: e perchè riuscì a fuggire, vennero condannati i suoi complici, e convenuto di non ammettere più al sant'Uffizio che nazionali. Già nel 1738 erasi proibito ai famigli del sant'Uffizio di portar le armi, e stabilita la censura de' libri indipendentemente da esso. Questo se ne lagnò come fa sempre chi perde un potere, e dichiarò proibito ogni libro che non avesse il suo visto; induceva gli editori a sottoporgli le stampe; e il governo arrestò questi libraj, tanto più perchè il clero aveva anche in istampa avversato la tassa sul macino[456].
Il conte Emanuele di Richecourt, capo della reggenza di Toscana, veduti i casi del Crudeli e di frà Cimino, nel 1744 fece schiudere le carceri dell'Inquisizione e sospenderne d'esercizio: poi si concordò con Roma di ristabilirla, però al modo di Venezia, cioè coll'assistenza di alcuni laici, e specificando i casi, che fossero di sua competenza. Infine Pietro Leopoldo la abolì il 15 luglio 1782 «usando dei mezzi che la podestà suprema ci somministra per mantenere e difendere la nostra santa religione nella sua purità»; con l'obbligo di consegnar gli archivj, e le carte ai vescovi «che soli hanno ricevuto da Dio il sacro deposito della fede».
Anche a Napoli l'Inquisizione romana non cessò d'operare per mezzo dei vescovi, che dichiarava suoi delegati, finchè sotto Carlo d'Austria ne fu spento ogni vestigio, volendo che in avvenire «nelle cause di fede si proceda dagli ordinarj per la via ordinaria, conforme si procede negli altri delitti comuni, e sta disposto ne' sacri canoni»[457].
Malta può riguardarsi come isola italiana sì per la lingua che v'è comune, sì per la dipendenza che ebbe dal regno di Napoli. Come in questo, v'era stata introdotta l'Inquisizione, contro gli abusi della quale nel 1760 reclamò presso la santa sede il granmaestro don Emanuele de Pinto, e principalmente contro i molti che, col titolo di famigliari del Sant'Uffizio, otteneano patenti di portar armi e restar immuni dalla giurisdizione ordinaria. Pertanto il pontefice, con bolla del 31 luglio 1760, restrinse que' patentati a soli sessantotto, e che dovessero venir notificati al governo. Il re di Napoli, come signor supremo di quell'isola, pretese dovesse togliersi affatto al nunzio il diritto di dar tali patenti, solo al re spettando il difendere la podestà feudale, da Carlo V concessa al granmaestro; ma Clemente XIII raccomodò quel disenso.
Nell'isola di Sardegna, dominata dalla Spagna, era stata con poca difficoltà stabilita l'Inquisizione, dipendente dalla suprema. Abbiamo memoria d'un processo che nel 1725 fece a Pietro Palla di Castelvecchio, che perdendo al giuoco, bestemmiò Cristo; nel 1719 a un Battioli, che dicea messa senza esser sacerdote, e fu appiccato: nel 1729 un forestiero che avea proferito non esservi altro inferno se non questo mondo ove si soffre tanto, e altre insanie sull'annunciazione di Maria, sulla natura di Cristo, fu condannato ai pazzarelli. Nell'anno stesso un letterato che teneva libri proibiti, fu condannato a dieci anni di prigionia, così altri per bestemmie, per peccati contro natura, per sollecitazione in confessionale.
È notevole che il paese donde mosse la persecuzione contro i Gesuiti, cioè la Spagna, rimaneva tuttora esposto alle procedure più severe dell'Inquisizione. Attenendoci a cose patrie, accenneremo Giovanni del Turco fiorentino, viaggiatore e letterato, che in Madrid fu inquisito per avere manifestato sentimenti eterodossi intorno ai sistemi filosofici: e dovette la sua salvezza alla protezione di Maria Luisa di Borbone granduchessa di Toscana, figlia di Carlo III.
Anche il colonnello Malaspina, pur di Firenze, percorsi per tre anni mari ignoti, spedì il ragguaglio de' suoi viaggi alla Corte, ma certe opinioni ivi espresse su fatti fisici, lo fecero sottomettere all'Inquisizione.
Più famoso è Gabriele Malacrida, nato il 1689 a Menaggio nel Comasco[458] da un valente medico, padre di undici figli, de' quali uno professò teologia a Roma, uno fu canonico in patria, uno si stabilì in Germania. Gabriele, dedito alla pietà dalla prima fanciullezza, educato dai Somaschi nel collegio Gallio, poi nel seminario di Milano, si fe gesuita, e fu destinato alle missioni nel Maranham, allora appartenente al Brasile, già benedette dal martirio d'altri Gesuiti. Oltre dirigere il collegio e la colonia, il Malacrida si spinse fra i selvaggi del Para, e con zelo instancabile e intrepida carità ottenne frutti stupendi, affrontando gli stenti, le malattie, la morte, più fiate minacciatagli, sicchè va contato fra i più insigni di quegli eroi, che la storia dovrebbe esaltare ben più che gli uccisori d'eserciti e soggiogatori di popoli: e le terre di Bahia, di Pernambuco, dei Tupinambi, dei Barbadi ne conservarono la memoria, finchè non divenne vanto moderno conculcare tutto il passato[459]. Non si mancò di circondar di miracoli le sue azioni.
Dopo dodici anni di stupende fatiche venne a Lisbona il 1749 per invocare la protezione e l'assistenza del re sul seminario e il convento che colà avea fondati, e quivi pure moltiplicavasi a servigio delle anime. Ma a Giovanni V che lo venerava successe Giuseppe, datosi affatto in balìa del marchese di Pombal, devoto alle fantasie de' filosofisti e odiatore de' Gesuiti. Il Malacrida, reduce da un nuovo viaggio in America nel 1754, incontrò l'ira del Pombal per le ragioni che non mancano mai fra due spiriti diretti su via opposta, e massime contro di chi ottiene la popolarità, ambita invano dai prepotenti. In occasione del tremuoto, sciaguratamente famoso, che sovvertì Lisbona l'ognisanti del 1755, il Malacrida spiegò uno zelo e un coraggio, che furono giudicati indiscreti dal Pombal, e tanto più l'aver quegli, in un opuscolo, attribuito quel disastro a punizione del cielo, mentre il Pombal volea non vi si vedesse che mera conseguenza di cause naturali; dal nunzio apostolico Acciajuoli lo fece esiliare a Setubal, ma colà lo seguivano i devoti, per fare sotto lui gli esercizj.
Addensavasi intanto la procella contro i Gesuiti, che furono sbanditi dalla Corte, tacciati di stabilir in America repubbliche comuniste, nelle quali invece dei soldati adopravansi i missionarj, invece delle carceri i conventi, invece delle verghe i cantici, invece della forca le penitenze. Quel turpe maneggio è noto, nè speciale al nostro intento, come si sa che re Giuseppe una sera fu assaltato per ucciderlo. Eretto processo per questo attentato, uno degl'imputati nominò per complice il padre Malacrida. Qual bella occasione di vendicarsi di questo e di denigrare tutta la società di Gesù! Cercatane la casa, fra le carte di lui si trovò una lettera, diretta al re, a cui annunziava sovrastargli un gran pericolo. Il Malacrida disse averne avuto rivelazione o ispirazione, come in altre predizioni[460]; ma la giustizia volle vedervi una complicità, e arrestatolo (1759) il condannò. Ma per accusa tanto assurda non si ardì mandarlo al supplizio, onde con un'arte pur troppo non disimparata, si pensò infamarlo[461]. Il Pombal, vantato filosofo, pensò valersi a tal fine del Sant'Uffizio, a cui capo avea posto suo fratello; dopo due anni di prigione vi denunziò come impostore, blasfemo, eresiarca il Malacrida, allora di settantatre anni, facendo sentire esser desiderio del re che fosse condannato, e a tal uopo allontanandone quei che l'avrebbero salvato.
L'accusa poggiavasi principalmente sopra due libri, che diceasi avesse composto in prigione, uno Tractatus de vita et imperio antichristi, l'altro Vita mirabile della gloriosa sant'Anna madre di Maria Santissima, dettato dalla medesima santa coll'assistenza, approvazione e concorso della medesima sovranissima signora e del suo santissimo Figliuolo. In essi parrebbe s'abbandonasse a fantasie mistiche, pretendendo aver visioni, colloqui, rivelazioni dal Padre, dal Figlio, dallo Spirito Santo, con voce chiara e distinta; essergli soprannaturalmente annunciato vi sarebbero tre anticristi, padre, figlio, nipote; quest'ultimo nascerebbe a Milano il 1920 da un frate e una monaca; sposerebbe Proserpina, furia infernale; e altri delirj. Asseriva pure che sant'Anna fu santificata ancora in seno alla madre, e colà intendeva, conosceva, serviva Dio, avea fatto i tre voti monastici, al Padre di povertà, d'obbedienza al Figlio, di castità allo Spirito Santo: piangeva, e per compassione faceva piangere i cherubini e serafini che le teneano compagnia. In vita poi essa fu la più innocente delle creature, pregava Dio pei cherubini, acciocchè più sempre gl'infervorisse a servire la sua divina maestà. Il Malacrida vi raccontava tante particolarità della vita di Anna e della Beata Vergine, della quale Dio aveagli ordinato di esaltare la grandezza usque ad excelsum et ultra, nè esitasse a comunicarle gli attributi del medesimo Dio. Aggiungeva che i Gesuiti fonderebbero un nuovo impero di Cristo, scoprendo infinite nazioni d'Indiani. Quelle dottrine proferì e scrisse e difese davanti al tribunale del Sant'Offizio, a cui erano state presentate le due opere, ch'egli riconobbe per sue.
All'eresia volle aggiungersi l'infamia del vizio, accusando questo vecchio settuagenario, rotto nelle fatiche delle missioni, d'abbandonarsi in carcere a oscene abitudini. Il Sant'Uffizio, dopo lungo processo fondato su queste assurdità, lo dichiarò «reo d'eresia, di bestemmia, di false profezie, d'empietà orribili, d'aver abusato della parola di Dio: d'aver oltraggiato la maestà divina insegnando una morale infame e scandalosa, scandolezzato col sostenere fin all'ultimo momento le pretese sue rivelazioni ed eresie»; pertanto lo consegnava con morso e berrettone e col cartello d'eresiarca alla giustizia secolare, chiedendo usasse con esso pietosamente, e non procedesse a pena di morte. E il 21 settembre 1761 a Lisbona con cinquantadue imputati di simili delitti, fu strozzato poi arso, secondo gli ordini del filosofo Pombal e cogli applausi di Voltaire.
L'accusa è tanto specificata, la sentenza tanto motivata, che il dubitarne parrebbe insensatezza se non fossimo in un tempo, ove tuttodì s'accettano le asserzioni de' nemici, comunque assurde, purchè stampate, purchè spacciate francamente. Il Malacrida era gesuita: e però il filantropo Voltaire esclamava: «Corre voce sia stato arrestato il reverendo padre Malacrida. Ne sia benedetto Iddio... Queste sì son notizie che consolano»[462]. Ma il buon senso non era stato ancora spento affatto dal filosofismo, e altra volta egli diceva che l'eccesso del ridicolo e dell'assurdità s'aggiunse all'eccesso dell'orrore in quella condanna. Il noto Giuseppe Baretti, che allora, restituendosi dall'Inghilterra al patrio Piemonte, attraversò il Portogallo e la Spagna, descrisse quel supplizio coll'indignazione d'onest'uomo contro l'ingiustizia e la barbarie, e tanto bastò perchè gli fosse proibito di continuare la stampa delle sue Lettere famigliari, e corresse per le bocche coll'orribile taccia di gesuitante.
Se il Malacrida avesse veramente scritto quelle stravaganze, sarebbe bisognato crederlo pazzo o rimbambito, e avea ragione Luigi XV quando, al leggere quella sentenza, proruppe: «Sarebbe come se io volessi far inrotare quel povero matto che crede esser il padre eterno»[463].
Ma non par tampoco fosse pazzo: tutti i Gesuiti che ancora restavano ne celebrarono le esequie come di santo: Clemente XIII esclamò: «Ecco un martire di più nella Chiesa di Gesù Cristo»; ne fu difusa l'efigie con un'iscrizione che lo dichiarava vitæ sanctitate, rebus gestis miraculisque clarissimus... summis infimisque semper mire gratus ac venerabilis; soli invisus dœmoni ejusque fautoribus et ministris... religionis lege damnatus inter bonorum lacrymas et præconia, publico tamen omnium judicio absolutus. Il padre Mattia Rodriguez ne scrisse in latino la vita nel 1762, sopra quanto sapeva direttamente, o raccoglieva da testimonj fededegni, e de' quali riferisce i nomi. Il celebre latinista Cordara scrisse Il buon raziocinio, o siano saggi critico-apologetici sul famoso processo e tragica fine del fu padre Gabriele Malacrida (1782). Il padre Homem, perseguitato esso pure dal Pombal e liberato allorchè questi cadde, stampò De tribus in lusitanos Jesu socios publicis judiciis dissertatio (Norimberga 1793), ove asserisce che l'opera sull'Anticristo era stata composta dall'abate Platel, famoso col nome di cappuccino Norberto, per infamare i Gesuiti; aver il Malacrida scritto bensì una vita di sant'Anna, ma tutt'altra dalla allegata. Su tali documenti una nuova vita, o piuttosto apologia fu stampata testè[464], dove ci parve strano mancasse il documento più importante e più diffuso, cioè l'atto d'accusa e di condanna.
Ma allora quel fantasma spaventevole che dal calamajo sorge col titolo di pubblica opinione, volle fare la prova decisiva dell'onnipotenza sua contro la verità e il buon senso col recare i principi a cacciare, e il papa ad abolire i Gesuiti.
Realmente la fazione filosofistica e massonica che occulta serpeggiava nelle Corti, nelle accademie, ne' presbiterj, voleva attuare quel che fu sistema di tutto quel secolo, di negare l'autorità del papa, eppur pretendere che a tutto intervenisse. Cospiravano coi pensatori i forti: e chi s'è indispettito di veder la Chiesa potente, or può consolarsi di veder porle il piede sul collo i re borbonici ed austriaci, e i loro ministri.
Perocchè i re omai voleano far tutto, spegnendo l'iniziativa e l'attività individuale. Giuseppe II in Lombardia schiaffeggiava la Chiesa ridendo: proibiva ai predicatori di trattar punti dogmatici, agli scrittori di discutere pro o contro le proposizioni giansenistiche, nè d'impugnare alcuna opera stampata negli Stati austriaci, cioè quelle più avverse alla giurisdizione ecclesiastica; disfaceva e rifaceva corporazioni e confraternite religiose; scemò parrocchie[465]: non processioni, non doni votivi nelle chiese; fissata l'ora di aprirle e di chiuderle, e di sonare le campane; e ad un vescovo che gli chiedeva istruzioni sul come contenersi fra ordini così moltiplicati, rispose: «L'istruzione è che voglio esser obbedito». Sottrasse i seminarj lombardi agli ordinarj per costituirne uno solo a Pavia dove s'insegnasse la libertà dei re: lo aperse nel 1786, e in margine al rapporto fattogliene dal ministro Kaunitz, scriveva: «Il punto starà nel trovare un buon rettore e vicerettore che s'accordino per dirigere questi giovani e mantenere il buon ordine», e ne fu chiesto uno dagli Oblati, che allora reggevano nella diocesi milanese sei seminarj [466].
Lo imitava suo fratello Pietro Leopoldo di Toscana, come avremo a divisare. L'arciduchessa Chiara d'Austria, nel 1665 alla morte di Carlo Gonzaga essendo divenuta reggente del ducato di Mantova, diè gran favore agli Ebrei, che col commercio arricchivano quella città, dove fino ad oggi ebbero sempre grand'entratura. Il genovese frà Giacinto Granara, allora inquisitore, pretendeva costringere gli Ebrei, come sempre aveano fatto, a intervenire un dato giorno alla predica in San Domenico, potendo la Chiesa non costringerli a forza, ma adoprare tutti i mezzi per vincerne l'ignoranza. Essi ricusarono, la duchessa gli appoggiò fin coi soldati, e l'inquisitore proferì la scomunica. Si intentò processo contro di loro, ma la duchessa stette ferma, e per buon tempo non si parlò d'altro che della quistione mantovana. Interpostasi la Corte di Vienna, fu conciliato col restituire in uffizio l'inquisitore e assolvere i censurati.
Le libertà siciliane, cioè il diritto che là vanta la monarchia di non dipendere da Roma, vi fecero estendere il giansenismo più che altrove: ai vescovi mancava ogni autorità, essendo concentrata nel tribunale della monarchia, dal quale dovea venire fin l'exequatur per la nomina d'un priore dei frati, o la licenza a questi di portarsi a Roma; proteggeva coloro che professavano le massime regaliste, alle quali inclinavano gli scrittori [467]. Tra questi però faceano bella eccezione Spedalieri, Barcellona, Saitta. Colà pure, come a Napoli e come ora nel regno d'Italia, si affidò la direzione degli ospizj e delle pie opere a secolari, il che le mandò preda d'ingordi o d'ignoranti, mentre spegneva lo spirito delle famiglie e l'obbligo tradizionale della carità cristiana: alla libera azione religiosa del clero si sottrassero i ricoveri della povertà, le carceri, i varj luoghi di misericordia per sostituirvi o la venale sorveglianza o la fastosa burocrazia. Bernardo Tanucci, ministro di Carlo III di Napoli, e amico a questo anzichè al paese, scarso d'intelletto e d'educazione, turbava il clero con minute insolenze curialesche, scriveva al papa con villana alterigia. Dopo che, per l'abdicazione di Carlo III, rimase arbitro del fanciullo re Ferdinando, gli fece proibire la costituzione Apostolicam, colla pena di trecento scudi a chi la tenesse, per ciò moltiplicando visite, perquisizioni, arresti; e fatte esaminare le costituzioni de' Gesuiti, se mai contenessero nulla di repugnante al poter regio, indusse il re ad usare «dell'autorità suprema indipendente che tiene immediatamente da Dio, inseparabilmente unita per l'onnipotenza di lui alla sovranità»; ed espellerli colla forza e con umiliazione [468].
Il francese Du Tillot, ministro del duca di Parma, aizzò questo contro Roma, trattandola d'autorità straniera; a preti e a frati menò la guerra in cui sogliono pompeggiare di coraggio quei che non ne hanno altrove; e finalmente fe cacciare i Gesuiti. Nel 1765 fece erigere una real giunta di giurisdizione per difesa dei diritti della sovranità «che sono quei soli raggi che rendono luminosa la corona», e dovea soprattutto badare che i vescovi non avessero alcun secolare nei loro tribunali, non stamperia propria: non affiggessero carte senza licenza del Governo; non traessero laici al loro Foro; non pubblicassero atti procedenti da Roma senza il beneplacito di essa giunta: questa accettasse i reclami contro le curie ecclesiastiche; potesse chiedere ai corpi ecclesiastici le fondiarie e informarsi de' loro beni e dell'uso che ne faceano; invigilasse sui conventi e i monasteri e le loro adunanze; restringesse le doti e le spese che si faceano per monache; potesse commentare le opere; traesse al Foro civile le cause per decime, nè all'ecclesiastico lasciasse portare causa alcuna dal giudice civile senza suo ordine: procurasse diminuir il numero de' cherici; e in tutto procedesse senza formalità di giudizj, ma in via economica.
Francesco III di Modena l'imitò, abolendo le riunioni ecclesiastiche, e molte corporazioni religiose. E principi, e repubbliche chiarivansi contro Roma, sino a far colpa di Stato il ricorrere ad essa, e si facevano gloria di questi trionfi contro un passato ormai impotente a difendersi; e il bel mondo si scandolezzava che il papa ignorasse il vivere del mondo al segno, d'osar dire no, quando i governi pretendevano dicesse sì.
Di quelle invasioni consolavasi Pietro Tamburini, quasi «il Signore avesse suscitato in Israele dei buoni, e zelanti principi, che mossi dagli abusi grandissimi che, coll'essersi moltiplicati e dilatati, aveano piantate profonde radici, prestavano tutta l'opera loro per la necessaria riforma. Nelle varie parti di Europa alcuni vescovi illuminati e probi corrispondevano con tutto lo zelo alle savie mire de' principi. Dotti maestri nelle varie Università del mondo cattolico spargevano i giusti principj della dottrina, che servivano a consolidare la esecuzione delle diverse provvidenze de' sovrani sugli articoli dell'ecclesiastica disciplina. La Toscana sotto gli auspicj dell'immortale Leopoldo apriva il più bello, e giocondo prospetto della desiderata riforma agli occhi dei giusti estimatori delle cose, ed ai veri amatori del bene della Chiesa. Nella Lombardia austriaca e nella vasta Germania le providenze, principiate da Maria Teresa e continuate da Giuseppe II, consolavano le speranze de' buoni, ed annunziavano vicino il compimento della riforma ecclesiastica. I seminarj generali aperti, le Università ristorate, i varj abusi soppressi, il progresso de' buoni studj, la unità delle massime, i varj capi di disciplina ristabiliti, tutto prometteva il felice ritorno dei più bei giorni della Chiesa di Gesù Cristo. Se dappertutto non trionfava la verità, a fronte degli inveterati pregiudizj ancora dominanti, dappertutto almeno respirava dalla dura schiavitù, in cui si era tenuta nei secoli antecedenti dai nemici di ogni bene e dai carnali figliuoli della Chiesa. L'appoggio che essa avea per divina misericordia trovato ne' principi, rendeva sicura la difesa della medesima, e prometteva in un breve giro d'anni la più felice rivoluzione nelle menti degli uomini. In questo apparato di cose ognuno riconosceva il dito del Signore e la voce di Gesù Cristo, che facendo cessar la procella portava la calma, ed annunziava alla sua sposa giorni lieti e sereni» [469].
Qualcheduno vorrà certo ricordarsi dove siano oggi tutte queste dinastie, che prendevano gelosia della Chiesa, e conculcavano l'autorità del papa. La meno rea fu certo la savojarda, che, sbollite le ire di Vittorio Amedeo II, tessè varj accordi. Che se colle istruzioni 20 giugno 1755 fu vietata la lezione propria di Gregorio VII, «con altri infiniti libri maligni e sediziosi non meno di quelli che tentano di rendere al papa soggetta la podestà temporale de' principi, insegnando che i medesimi, quando sono scomunicati, non si possa obbedire di coscienza, o che al papa spetti il deporli, o sciogliere, i popoli dal giuramento di fedeltà»[470]; è a ricordare come si concordò sarebbero liberi i vescovi di tenere sinodi, promulgare costituzioni, andare a Roma quando volessero, erigere benefizj, riservare e modificare i titoli di patronato; le curie vescovili tenessero uscieri proprj e notaj con attribuzioni eguali ai notaj regj, e proprie prigioni; e giudicassero i reati di bestemmia, eresia, furto di vasi e arredi sacri, poligamia, profanazione delle feste; ammesse le appellazioni alla santa sede in tutti i casi dal diritto canonico indicati; al regio exequatur fossero solamente soggetti i documenti che provenissero da paesi forestieri, mentre i prelati dello Stato rimanevano indipendenti da ogni censura e revisione; eccettuate fossero dal regio exequatur le bolle dogmatiche, le bolle ed i brevi morali, o relativi ad indulgenze e giubilei, e quelli della sacra penitenzieria e le lettere informative della congregazione dei cardinali. Anzi Vittorio Amedeo III vietava di scrivere nè pro nè contro la bolla Unigenitus e le quattro proposizioni gallicane, nè lasciava andare i suoi giovani alla giansenistica Università di Pavia.
Ormai dunque contro il pontefice non sorgeano più individui ereticali, bensì i re medesimi, lo Stato; il pensiero riottoso erasi annicchiato nelle secreterie; con uscieri e gendarmi lottavasi più che con teologi; la riforma non toccava il dogma, ma sbizzarriva sulla morale, sulla disciplina, sulle leggi: nè trattavasi della libertà delle coscienze o dei popoli, sibbene della libertà dei re.
Non vorrete però, o lettori, contare fra i secoli più infelici della Chiesa quello che incomincia colla pietà di Benedetto XIII e si chiude col martirio di Pio VI e tra altri insigni pontefici annovera il generoso Benedetto XIV e il pio Clemente XIII. Ma v'è tempi dove gli avvenimenti incalzano per modo, che si direbbe parimenti nuocere e il resistervi e il secondarli.
Clemente XI, Benedetto XIII e Clemente XIII vollero far fronte alle novità, traendo forza dalla natura e dai mezzi del papato, e non soffrendo la degradazione cui volevasi ridurlo. Clemente XI, che fu detto aliis non sibi clemens, serbò sul trono il modesto trattamento e gli studj: parenti non volle a Corte: spedì missionarj in Persia e in Abissinia, e potè riunir alla nostra Chiesa molti Armeni, e Greci: e a tacere tante fondazioni e fabbriche sue, citeremo il carcere penitenziario che pose a San Michele a Ripa, con celle distinte e morale e artiera educazione, modello dei moderni. Benedetto XIII conservò in Vaticano le abitudini del chiostro; umile cameruccia con scranne di paglia, immagini di carta, crocifisso di legno; non soffriva che i preti gli si inginocchiassero davanti; ed egli baciava la mano al superiore del suo convento. Passò dapprincipio per un altro Pio V spirituale e temporale, e i letterati temevano in lui un persecutore, i preti un rigorista, i positivi un irremovibile; ma le cose di Stato abbandonò a chi meglio le intendeva; rinunziò alle pretensioni sulla monarchia di Sicilia, e fece un concordato con Vittorio Amedeo: proibì il lotto, non arricchì parenti, canonizzò Gregorio VII, e nel 1725 tenne in Laterano un concilio per riformare i costumi ecclesiastici.
Clemente XIII parve, in un secolo di beffarda incredulità, rinnovare Gregorio VII; condannò l'Enciclopedia, «quell'oceano ove stillato ogni velen si bee»; e figliuolo di mercanti, osò resistere ai re ed ai filosofanti, principalmente nelle ostilità loro ai Gesuiti. Che il calunniare e francamente spacciare fatti falsi, e ripeterli e divulgarli sia l'arte di preparare ogni rivoluzione, i miei contemporanei lo san meglio d'altri. E già Calvino avea detto: «I Gesuiti bisogna ammazzarli, e se ne manchi il comodo, espellerli o per lo meno opprimerli sotto la menzogna e le calunnie» [471]. Fra i loro stessi compagni trovarono accusatori violenti, nè qui è il luogo di difenderli o denigrarli. Ma istituiti principalmente per combattere, non mai col rigore [472], ma col ragionamento gli errori che, dopo la protesta, metteano in iscompiglio la Chiesa e la società civile, aveano ostato anche alla giansenistica e alla filosofica. Noi però dovremmo registrarli fra i peggio eresiarchi, atteso che il parlamento di Parigi dichiarò che erano notoriamente colpevoli di aver insegnato in tutti i tempi e perseverantemente, con approvazione de' loro superiori e generali, la simonia, la bestemmia, il sacrilegio, il malefizio, l'astrologia, l'irreligione, l'idolatria, la superstizione, l'impudicizia, lo spergiuro, il falso testimonio, la prevaricazione de' giudici, il furto, il parricidio, l'omicidio, il suicidio, il regicidio; d'aver favoreggiato l'arianesimo, il soccinismo, il sabellianismo, il nestorianismo, i Luterani, i Calvinisti ed altri novatori del XVI secolo; di riprodur le eresie di Wicleff, di Fichonio, di Pelagio, di Cassiano, di Fausto, de' Marsigliesi, de' Semipelagiani; di cadere nell'empietà dei Montanisti e insegnare una dottrina ingiuriosa ai santi padri, agli apostoli, ad Abramo!
Esaminare e discutere la pubblica opinione sarebbe lesione del buon gusto: onde le accuse, spinte fin dove può arrivare la pubblica stupidità, accettate con leggerezza erano ripetute con asseveranza, senza badare se sia possibile che una società qualunque si proponga di sovvertire le leggi più elementari della morale, ed erigere in dogma la menzogna, il furto, l'impudicizia. Ma ribaldi così fatti, qual nazione potea tollerarli? La Spagna e il Portogallo li presero rinfusamente, e stivati in vascelli li gettarono sulle coste d'Italia, come un tempo aveano fatto coi Marrani; il papa dovette soccorrerli di vitto, e molti si resero celebri anche adoperando la lingua nostra e cose nostre illustrando, quali l'Arteaga, il Dell'Isla, autore del romanzo Frà Gerundio, ingegnoso quanto il Don Chisciotte, il Lampillas, l'Eximeni, il Requeno, l'Hervas, il Clavigero, l'Azevedo, il Tentori, il Serano, lo Scherlok [473]. Fra i Gesuiti italiani molti n'aveva allora di gran virtù e gran dottrina in ogni ramo dell'albero enciclopedico; potrebbe anzi dirsi appartenesse a quella società ciò che di meglio fioriva nelle lettere e nelle scienze.
Son note abbastanza le ragioni che li facevano temere e le arti con cui venivano indicati all'odio; eresia, gallicanismo, giansenismo, filosofismo cospirarono contro di loro: paventavasi soprattutto la loro efficacia sul popolo: asserivasi che essi corrompevano la Chiesa, e si assicurava che, tolto via questo scandalo, la sposa di Cristo tornerebbe pura, efficace, venerata e cara come ne' migliori suoi tempi; i laici invece d'osteggiarla ne diverrebbero passionati; la morale regnerebbe, riconcilierebbonsi principi e popoli dacchè fosse con loro abolita la dottrina del regicidio. Maria Teresa li difendeva: ma fu assicurata che il padre Parchammer suo confessore avea rivelato esser ella pentita d'avere cooperato allo sbrano della Polonia; del che indignata, accondiscese alla loro distruzione. Le Corti borboniche, alleate a quest'intento, non temeano certo la dottrina del tirannicidio, comune del resto anche ai Domenicani; non la sopreminenza dei papi, quand'erano così fiaccati: non la prevalenza di quest'Ordine, mentre aveva ostili tutti gli altri; non che s'impedisse l'incamerazione dei beni ecclesiastici, che Clemente era disposto a consentire: bensì temettero che l'Italia, asfisiata nelle dinastie, sorgesse a indipendenza, mentre essi Borboni fantasticavano farne un regno per la loro stirpe. Si asserisce che il Ricci di Macerata, generale de' Gesuiti, palesasse tale divisamento al papa, il quale scappò a dire: «Voi siete matto». Rispose: «Anche il duca di Ferrara dicea matto al Tasso».
D'accordo co' Borboni di Francia e Spagna, i Borboni di Napoli e di Parma chiesero al papa abolisse i Gesuiti, e desse in lor mano esso Ricci e il cardinale Torrigiani loro protettore. Clemente non solo non obbedì, ma osò lodare i Gesuiti e riconfermarli; onde i re indispettiti occuparono i paesi di esso, minacciarono bloccare Roma, ammutinando il popolo contro di esso. Ed egli esclamava: «Avessimo anche forza da opporre, ci asterremmo, non volendo, padre comune, aver guerra con verun principe cristiano, e tanto meno con cattolici. Spero che i sovrani non faranno cadere il loro scontento sopra i miei sudditi, incolpevoli di questo affare: se sono irritati con me, e pensano snidarmi come altri miei predecessori, subirò l'esiglio, anzichè mancare alla causa della religione o della Chiesa».
Queste generose voci doveano replicarsi per un secolo intero di umiliazioni inflitte dai forti, e sostenute generosamente dai deboli.
I papi succedutigli parvero convinti che il naufragio era inevitabile, e conveniva almeno camparne qualche cosa col riformare e sistemare. Mentre dunque i loro predecessori aveano ispirato il mondo, essi lasciaronsi dal mondo ispirare; invece d'un papato onnipotente, assoluto, iniziatore, ne accettavano uno illuminato, socievole, conformantesi a ciò che pareva si domandasse dal popolo, il quale dal baciar i piedi dei papi passava a stringersi fra le braccia dei re, coll'idea di redimersi dalla tirannia ecclesiastica.
Benedetto XIV (Prospero Lambertini) coll'opera De servorum Dei beatificatione dissipava le calunnie de' Protestanti contro la soverchia facilità della Chiesa nel riconoscere i meriti de' santi e i miracoli; profondo conoscitore di liturgia e storia sacra e Concilj, promosse quelli che coltivavano tali studj; pubblicò il Bollario, il Martirologio espurgato coll'opera del cremonese padre Ricchini; riformò l'Indice dei libri proibiti, e diede sapienti norme a quella sacra Congregazione: una ne istituì per esaminare i vescovi: condannò il duello; istituì quattro accademie per le antichità romane e per le cristiane, per la storia della Chiesa e dei Concilj, pel diritto canonico e la liturgia: abbellì chiese: aggiunse alla Vaticana la biblioteca del cardinale Ottoboni, fe misurare due gradi del meridiano. Nella bolla del 1721, ove approva i frati dell'abate De la Salle, diceva: Ignorantia, omnium origo malorum, præsertim in eis qui fabrili operæ dediti sunt. Ecco indicato il bisogno d'istruir principalmente gli operai, un secolo prima de' filantropi odierni.
Ma se zelava la disciplina, i diritti pontifizj era disposto sagrificare al bene della pace. Per isviare la coalizione de' potentati contro la Chiesa, volle questa ringiovanire e farla conforme ai tempi per intelligenza e ragione e governo; e diceva: «Viviamo in tempo ove bisogna tirarsi da banda. Dopo aver tanto gridato contro i quattro articoli gallicani, fortunati noi se possiamo indur i popoli a limitarsi a quelli!» Pertanto restrinse il numero delle feste; teneasi in corrispondenza col Muratori e col Maffei, non meno che con Voltaire e con Federico II: lasciò dibattersi indiscretamente Giansenisti e Molinisti, enciclopedici e parlamento; non vietò s'imponessero tasse al clero. Quando morì, il conte di Rivera piemontese scriveva: «Meraviglia inaudita! il popolo non sparla del papa morto; neppure Pasquino».
Il fatto supremo d'allora era la guerra rotta che le Corti borboniche aveano intimata ai Gesuiti; per indurre il papa a distruggerli, la Francia minacciava torgli Avignone, il re di Napoli Pontecorvo e Benevento. Questa domanda si ripeteva durante il conclave, mentre più positivo il popolo, al nuovo eletto gridava: «La benedizione, santo padre, e pagnotte grosse».
Accidente segnalato di quel conclave fu il comparirvi Giuseppe II, venuto a filosoficamente beffarsi di tutto. Visitando i Gesuiti, al generale chiedeva: «Quando deporrete cotesta tonaca?» e vedendo la statua d'argento di sant'Ignazio: «Che ricchezza! guadagni dell'India, eh?» Il buon popolo raccontava in solucchero: «E' s'è gettato boccone davanti alla tomba de' santi apostoli — Ha udito due messe a ginocchio in Gesù Maria. — S'è confessato da frà Martino. — S'è comunicato con tutti i fedeli. — Alla Trinità de' Monti disse le ore delle tenebre in coro coi frati. — A san Pietro stette in coro col rituale in mano. — Fece la scala santa».
I signori raccontavano ch'e' si divertiva a guardare i tavolini di giuoco; che s'accostava a tutte le dame, anche le vecchie; che alla cena dai Corsini spiegò il tovagliuolo, e spartì il pane, e ne offrì a una signora; che non prendea mai rinfreschi; che a' suoi pranzi spendeva cinquecento scudi il giorno, che danzò all'incantevole ballo mascherato del palazzo di Venezia.
Di più ne diceano i prelati e i loro camerieri; e di quando addomandò di fare cinque soli passi entro la clausura del conclave, e vi penetrò col fratello; e di quel che disse a ciascun cardinale e di ciascun cardinale; delle domande, che affollava, e a cui non attendea risposta. E il vulgo povero e il ricco, sempre curvo agli idoli del giorno, gli gridava: «Viva l'imperatore. Siete in casa vostra. Il padrone siete voi».
Lorenzo Ganganelli, che allora succedette col nome di Clemente XIV, fu sfigurato da amici e da nemici; dagli uni come intrepido distruttore de' campioni della santa sede; dagli altri come vittima dell'intrigo e delle paure. Degli scrittori di moda dicea: «Col combattere il cristianesimo ne mostreranno la necessità»; di Voltaire: «Non bersaglia sì spesso la religione se non perchè essa lo importuna»; dell'autore del Sistema della natura: «È un insensato il quale crede che, cacciato il padrone della casa, potrà assettarla come gli garba».
Vedendo i re minare il trono papale d'accordo coi nemici loro stessi, dicea: «La santa sede non perirà, perchè è la base e il centro dell'unità, ma ritoglierassi ai papi quanto a loro fu dato»; e in tal persuasione lasciava che i re lentassero più sempre i vincoli che stringevano le nazioni a Roma. Se i vescovi faceano rimostranze contro le regie prepotenze, egli si rimetteva alla loro prudenza; facessero in modo che non v'apparisse istigazione del papa[474]. Cessò di promulgare la bolla In Cœna Domini, sperando colle condiscendenze indurre i principi a desistere dal chiedere l'abolizione dei Gesuiti; ma per quanto pregasse, blandisse, si tenesse invisibile, si mettesse malato, minacciasse abdicare, i Borboni non gli concedeano tregua, nè rispondeangli se non «Abolite i Gesuiti». E dovette farlo per amor della pace della Chiesa, e sant'Alfonso di Liguori, esclamava: «Povero papa! cosa poteva fare?». Il Ricci loro generale fu chiuso in Castel sant'Angelo perchè denunziasse le smisurate ricchezze che la Società dovea possedere, e che non apparvero nè allora nè poi. Ai membri di quella Compagnia impose obbligo di non difendersi; onde i persecutori ebbero bel campo a insultarli; i filosofi, tripudianti di questa condiscendenza come sintomo della totale rovina della Chiesa, a questa rinfacciavano di rinnovare contro poveri religiosi le persecuzioni dell'Inquisizione. Erasi assicurato che, col distruggere i Gesuiti, si restituiva la primitiva purezza alla religione, e la riconciliava coi progressi del secolo: fra venticinque anni fu dichiarato non solo abolito il cattolicismo, ma Dio. Si era detto che cessava la scellerata dottrina del regicidio; e mai non fu, come dopo d'allora, praticato non solo ma giustificato[475]. I principi credettero aver dimostrato che ormai poteano ogni loro volere: ma invece la demagogia si sentì trionfante quando vide la tutrice dell'autorità ridotta a dar soddisfazione alle grida tumultuarie delle piazze, e alle non meno ignobili de' gabinetti[476].
Più tardi un pontefice, per domanda unanime delle potenze, ripristinò quella Compagnia, che per unanime domanda delle potenze era stata distrutta: e che, anche nelle tanto cangiate forme, infonde ire e paure; e sulla quale si disse e si scrisse tanto, che l'uomo rimane indeciso se abbia più giovato o più nociuto alla civiltà e alla Chiesa.
Ma allora, come altre volte, il titolo di gesuita si applicava a chiunque mostrasse maggior dottrina e zelo per la verità e le tradizioni; e tolti via que' campioni, le armi si diressero contro le altre corporazioni religiose, poi contro tutto il clero. Questo, sbigottito dalla vulgare opinione, armata di pubblicità, di concordia, d'ingiurie, di riso, perdeva il coraggio; e se la pietà dominava nel maggior numero, e conservavasi anche nei dotti, mancava lo zelo della persuasione e la franchezza d'affrontare il rispetto umano. Pertanto non disputavano di peccato ma di vizio; non di precetti divini ma di morale filosofica, e schivando di citare la Scrittura, foggiavano le prediche secondo il raziocinio e il buon senso, vestendole col linguaggio pulito del tempo, e cercando, non di sbigottire come in una missione divina, ma di convincere come in un'arringa, escludendo non soltanto il mistero, ma fin il sublime della rivelazione, restringendola a porgere motivi alla morale.
Il nuovo pontefice Pio VI nell'enciclica sua prima professava che «uno sfrenato filosofismo scioglie i vincoli sociali degli uomini fra loro e coi sovrani, ripetendo che essi son liberi, che è stupidità in curvarsi alle leggi, che la concordia del sacerdozio coll'impero è una barbara cospirazione contro le libertà naturali»; ma sentì troppo ch'era omai vano e il resistere e il cedere. Bell'uomo, e compiacendosene, di maestoso portamento, di modi graziosi, tutto decoro ne' ricevimenti, nelle funzioni, nelle benedizioni; gran tempo consumava all'abbigliatojo e alla digestione: crebbe il museo Pio Clementino, migliorò il porto d'Ancona e gli acquedotti di Terracina; ma con iscrizioni pompose volea rammentati i suoi benefizj, tra i quali fu insigne il prosciugamento degli stagni ferraresi e delle Paludi Pontine; irritavasi facilmente alle contraddizioni, e di gravissime gliene vennero in un tempo ove l'autorità pontifizia era subìta piuttosto che accettata.
Sbigottito alle incondite innovazioni di Giuseppe II, gli scrisse una lettera con riverenti riflessi, e poichè non vi si badò, mosse egli stesso, pellegrino apostolico, per Vienna. Rallegratevi, o Italiani! il vostro papa va supplichevole a Vienna, mentre un tempo Gregorio VII intimava all'imperatore di Germania di venire a' suoi piedi. E nulla potè conchiudere, e mortificato da un vano cerimoniale e da una ipocrita venerazione, tornò a Roma a deplorare le usurpazioni de' re e l'imminenza della rivoluzione[477].
Così davasi il crollo ad una società, dove erano costituzioni dispotiche ma pratiche libere, leggi cattive ma consuetudini buone o almeno opportune. I principi non s'avvidero del precipizio se non quando la belva, abbeverata del sangue francese, ustolava l'italiano; e diedero indietro, ma tardi e sconsigliatamente. Pio VI propose quel che altri suoi predecessori e successori, una federazione degli Stati italiani, ma i potentati ebbero paura di questa difesa; come i rivoluzionarj sbuffarono allorchè Pio VI ospitò le vittime d'una rivoluzione che germogliava dall'empietà proclamata, e lanciò la scomunica contro que' demagoghi, i quali, in punizione della pietà e della giustizia, scesero fra gli applausi nostri a toglierli lo Stato, e lo strascinarono prigioniero a Valenza, ove morì, ultimo, dicevano essi, dei papi.
NOTE
[442] Storia degli Italiani, lib. XV.
[443] Tal sarebbe quella contro il Vizia vescovo di Vercelli, accusato di voler tradire alcuni castelli al duca di Mantova, onde fu incarcerato. Il nunzio ne mosse querela, e dubitavasi che il duca l'avesse fatto arrestare per rivalità amorosa. Esso duca scriveva di proprio pugno all'ambasciatore come il vescovo avesse «tentato persone rinchiuse ne' monasteri..., usato cibi proibiti la quadragesima..., dato mal esempio con orrende bestemmie, oltre le passate familiari conversazioni con eretici ministri... Nè si è lontani di scoprire alcune simonie». In fatto Roma tolse il vescovado e la libertà a monsignor Vizia.
Vedasi PIER CARLO BOGGIO, La Chiesa e lo Stato in Piemonte, sposizione storico-critica dei rapporti fra la Santa Sede e la corte di Sardegna dal 1000 al 1851, compilata su documenti inediti. Torino 1854. È a vedervi come possa snaturarsi la storia quando si guardi solo a quella d'un paese: e paese di cui vuolsi ad ogni costo lodare il governo. Giuseppe La Farina, in un articolo critico, gli appone che «a forza di voler essere imparziale, divien parziale della Chiesa». Sarebbe la più bella lode: e soggiunge che «non ci furono principi al di qua o al di là dei monti, che più si lasciarono dominare e soggiogare dalla Corte romana de' principi di Savoja». Così italianamente scrivono e pensano questi italianissimi.
[444] Dallo spirito medesimo è informato il decreto 4 dicembre 1808, con cui Napoleone dichiarava in Ispagna «il tribunale dell'Inquisizione è abolito, come attentatorio alla sovranità e all'autorità civile».
[445] CARUTTI, Storia del regno di Carlo Emanuele III, tom. I, pag. 135.
[446] Non credasi però che in Savoja vigessero le usurpazioni regie della Francia, come pretesero quelli che ne vollero toglier pretesto per introdurle in Piemonte, p. e. il godimento dei frutti de' benefizj vacanti. Il cardinale Billiet, arcivescovo di Ciamberì, interrogato in proposito, il 2 novembre 1866 rispondeva: «Il n'a jamais été question de l'usage de la regale en Savoie. J'ai parcorru moi mème les archives du sénat du 1542 à 1783: il n'en est pas fait mention: nous ne connaissons aucun concordat en Savoie que ceux qui ont été imprimés en Piémont. En parlant des fruits des bénéfices vacants, le président Favre dit que ceux qui ne sont pas nécessaires à l'entretien des bâtiments, appartiennent aux successeurs... Je crois pouvoir assurer qu'il n'a jamais été question en Savoie ni de le régale, ni de l'administration du revenu des bénéfices par l'autorité civile».
[447] Storia civile, L. XXVII, 4.
[448] Ibid. L. X.
[449] È nell'Archivio di Corte a Torino la autobiografia del Giannone, ove racconta: «Il mio figliuolo tosto prese sonno, io era per prenderlo, quando non era ancora passata un'ora che intesi un rumore nella camera precedente, e poi urtar con forza la porta, e mezzo sonnacchioso gridando chi era, ecco la vidi aperta, ed entrare con una lanterna più uomini armati, che parevano tanti orsi, così erano ruvidamente vestiti, senza schioppi, ma con forche di ferro, lance e lunghi spiedi, i quali, dando certi urli dissoni o confusi, si avvicinarono al letto, e postoci la punta delle lancie alla gola, mostravano volerci scannare; io, credendoli ladri, gridava che si prendessero ogni cosa, e ci lasciassero nudi, purchè ci salvassero la vita. Il mio figliuolo che profondamente dormiva, svegliato a tanti strepiti, appena aprì gli occhi, vedendosi alla gola la punta delle forche e quelle orrende figure, cominciò dirottamente a piangere, cercando misericordia perchè non l'uccidessero. In questo tra la turba ch'io credeva ladri, raffigurai uno vestito di rosso che li guidava, onde pel dubbio lume non conoscendolo, indirizzai a lui le mie preghiere che li trattenesse, e si prendesse tutto con lasciarci la vita. Allora questi, dando di piglio ai miei abiti, fece che gli altri alzassero le forche e le lancie, e con voce orrida e contraffatta imponeva che si facesse ricerca di tutto, e sopra ogni altro delle scritture o lettere che forse io avessi sopra; nè fin qui lo conobbi, ma dappoi gridando egli che fossimo presi e legati perchè tale era l'ordine del re e del papa, mi accorsi che non erano ladri, ma sbirri, nè però che fosse il Guastaldi stesso che li guidava, ma altri, con sua intelligenza però e tradimento; ma presto mi tolsi di quest'altro errore, poichè facendo ricerca ne' miei abiti, e prendendosi quelle lettere che per caso io mi trovavo indosso, e minacciando con voce contraffatta per darmi maggior terrore, si avvicinò in maniera ch'io finalmente lo ravvisai. Allora con debile ed afflitta voce gli dissi: «Questi frutti adunque, signor Guastaldi, vuol dare la vostra ospitalità ed amicizia ai vostri ospiti ed amici?»
Quel ribaldo fece legar con funi il padre e il figlio, e la mattina seguente li condusse in calesse a Ciamberì. «Fu veramente cosa non men degna di compassione che di riso (prosegue il Giannone) il vedere il Guastaldi alla testa delle sue truppe a cavallo col mio ritratto in mano, secondo si entrava in un villaggio mostrandolo a quei contadini, i quali uomini e donne correvano a truppe allo spettacolo; e come se conducesse preso un re Marcone di Calabria o Rocco Guinart di Barzellona, l'uno famoso bandito del regno di Napoli, l'altro di Catalogna, vantava a quella rozza e credula gente sue prodezze; e mossi alcuni da curiosità dimandandogli ch'io fossi, e qual delitto avea commesso, egli non rispondea altro se non che avea preso un grand'uomo».
È vergognosissimo il carteggio, allora corso fra l'Ormea e il cardinale Albani. Quegli scriveva subito dopo l'arresto: «Alla notizia che con l'altra mia porsi a vostra eminenza circa il seguito arresto del famoso Giannone, aggiungo queste linee confidenziali per dirle che, sebbene io non posso credere che cotesta Corte sia mai per farle istanza perchè gli sia rimesso il suddetto prigioniero, tanto più dopo le sicurezze che se le danno che sarà perpetuamente custodito con cautela nel forte di Miolans in guisa di prigioniero di Stato; tuttavia, ove mai la sbagliassi, ed ella fosse nel caso di scriverne, la prego di non spiegarsi ch'io le abbia già da principio significato che, in caso del suddetto arresto, si sarebbe spedito una compagnia di dragoni a condurlo costì, poichè, a dirle il vero, io ciò le scrissi senza averne presentito le regie intenzioni, e fu un estro mio che ebbi anche in vista della facilità in cui allora si stava, di poter far passare le truppe di sua maestà senza alcun contrasto sino sulli confini dello Stato pontificio. Vostra eminenza ben sa che a nessuno mancano gli emuli, ed a me meno d'ogni altro; onde mi darebbe qualche fastidio una tale circostanza, e col tacerla la cosa sarà finita. Tutto mi comprometto della solita conosciuta generosità di vostra eminenza ecc.».
L'Albani di rimando: «Quando si è qui saputo pubblicamente l'arresto, non potrebbe credere vostra eccellenza quale strepito abbia fatto, vantaggioso alla gloria di sua maestà, e quali e quante lodi ed applausi abbiano tutti i buoni retribuito al zelo eroico della medesima. E per dirle anzi tutto su tale materia, ho qualche lume che qui si discorre di volermi richiedere di scrivere costà se s'inclinasse a far processare da cotesta Inquisizione il detto Giannone, restando però sempre il medesimo in potere di sua maestà, o di far anche modestamente una prova se si volesse consegnare a questa Corte, in quel modo e con quelle condizioni che fossero di maggior piacimento di sua maestà. Ciò solo sia detto a vostra eccellenza per notizia di quanto qui ho inteso vociferare su tal proposito, giacchè sinora non mi è stata fatta istanza di sorte alcuna, e so di certo che non me la faranno quando pensino che possa dispiacere alla sua maestà».
E l'Ormea: «Per quello che vostra eminenza dice del desiderio che ha scoperto costì che il Giannone fosse processato dall'Inquisizione, restando però sempre nelle mani di sua maestà, o eziandio che gli venisse rimesso con le condizioni che piacerebbe alla sua maestà, prendo intanto a far riflettere a vostra eminenza che se la mira di sua santità è di assicurarsi della persona del Giannone, in modo che non abbia più a temersi ch'egli possa nuocere, non ha sua maestà un minor impegno per il bene della religione, di non permettere che quest'uomo ricuperi mai più la libertà. Se poi desiderasse di averlo costà per farne giustizia, appunto non potrebbe a meno la maestà sua che desiderare per condizione che non sia castigato corporalmente. Se finalmente si vuole, per farlo ravvedere de' suoi errori, e procurare di farlo ritrattare, sua maestà già ha pensato anche a questo punto, e pensa di spedire appresso di esso un religioso di probità e dottrina, da cui s'impiegherà ogni diligenza per ottenere il suo ravvedimento, e, se sarà possibile, una ritrattazione de' suoi scritti».
[450] Il Giannone domandò spontaneamente il Sant'Uffizio, stese egli stesso la disapprovazione delle singole opere sue, rifiutando e abjurando gli errori che contenessero, e supplicando perdono dalla santa Madre Chiesa e da tutti i fedeli dello scandalo dato, «pregando tutti a condonare i miei errori e umane debolezze, ed avermi nell'avvenire nel loro concetto per uomo diverso di quello che forse io aveva dato occasione per i miei scritti di farmi credere e riputare, protestandomi di vivere e morire vero figlio obbediente della santa Madre Chiesa».
La sua ritrattazione leggesi nella Storia letteraria dello Zaccaria, vol. VIII, e nella Vita di Pietro Giannone giureconsulto e avvocato napoletano, con la giunta di alcune opere postume finora inedite del medesimo autore. Napoli, Gravie 1770. Quest'ultima opera è un continuo elogio, prolisso e avvocatesco, appoggiato alle lettere scritte all'autore. Ne attribuisce tutte le disgrazie a persecuzione del clero, e principalmente l'impopolarità, per la quale in patria era fin per le strade vilipeso e minacciato. «La vista di lui non gli potea trattenere ed in privato ed in pubblico dallo accendersi d'ira e di mal talento. E fu più d'una volta in gran pericolo di provare i tristi effetti della rabbia popolare... Un dì che traversava in carrozza la piazza della Carità, la calca... sarebbegli corsa addosso per farne scempio, s'egli non si fosse sottratto ecc.».
Questo storico parla a lungo del Triregno, e ne dà l'analisi, e confessa che «il Giannone manifesta in questo libro una totale avversione ai dogmi della Chiesa cattolica romana, ed intorno a quelli specialmente dell'eucaristia, della penitenza, del purgatorio, del culto delle immagini ecc. Circa alla risurrezione dei morti si appiglia al sistema che il dottore Burnet pubblicò nel suo trattato De statu mortuorum et resurgentium... Intorno alla immaterialità dell'anima, all'eternità delle pene ecc. poco disconviene dagli Arminiani, de' quali pare che per tutto egli approvi l'indifferenza in fatto di dogmi e di disciplina».
Al Triregno avea lavorato ne' dodici anni che stette a Vienna, e al principe Trivulzi scrivea da Ginevra nel 1736: «Forse per divina previdenza sarà disposto che que' miei scritti, sopra i quali ho travagliato pei dodici anni che sono dimorato ozioso in Vienna... ne' quali sono dimostrate verità di gran momento ed importanti non meno a' principi cattolici perchè si accorgano delle tante usurpazioni e sorprese fattegli sopra i loro principati, togliendosi loro più della metà dell'impero che Dio sopra i medesimi ha loro conceduto; che a' loro sudditi prosciogliendosi da tante e sì dure catene... le quali mie fatiche aveva io già destinate a' tarli e alle tignuole, poichè sotto cielo ed in terreno italico non avrebbero potuto certamente allignare: forse (dico) avverrà che in altro clima potranno vedere la chiara luce del sole, nascere, farsi grandi e volare dapertutto...»
Ecco l'indice dei Capitoli del Regno Celeste:
Introduzione del Regno Celeste.
PARTE I. Della natura del luogo di questo regno celeste; che debba adoprarsi per farne acquisto e del tempo del suo avvento.
Capo 1. Qual si fosse, ed in qual parte fra gli orbi celesti fosse collocato questo regno. » 2. Dell'errore nel quale furono i Gentili e gli Ebrei perchè ignoravano la natura di questo regno. » 3. Che cosa debba farsi per meritare questo nuovo regno ed esser ammesso nella possessione di quello. I. Dei riti di questa nuova legge. II. Del battesimo. III. Dell'eucaristia. » 4. Del tempo nel quale dovrà arrivare questo regno. I. Ricorso al regno millenario per prolungare il celeste. » 5. De' segni che dovranno precedere all'arrivo di questo regno.
PARTE II. Della resurrezione de' morti.
Capo 1. La risurrezione de' morti fu predetta veramente reale e fisica. I. Cagioni onde cominciossi a dubitare della risurrezione fisica e reale. » 2. Non vi è repugnanza alcuna in fisica di poter ripigliare i medesimi corpi che si lasciarono in morte. I. Intorno alla prima cagione dell'oscurità de' libri. II. Intorno alla seconda cagione del mescolamento della filosofia de' Gentili con la nostra religione. III. Non esservi alcuna ripugnanza in fisica di poter ripigliare i medesimi corpi. » 3. La resurrezione della carne è assolutamente necessaria per poter essere introdotti nel regno celeste, ed essere partecipi della vita eterna. I. Qual sentimento avessero Cristo e gli Ebrei de' suoi tempi intorno alla natura ed immortalità delle anime umane e dello stato delle medesime fuori dei loro corpi. II. Di coloro che risuscitarono alla morte di Cristo s. n. III. Di ciò che si credea in tempo degli apostoli riguardo alla resurrezione. IV. Si risponde agli argomenti avuti dal nuovo Testamento, de' quali alcuni pretesero mostrare il contrario. V. Esservi fra lo stato degli Angeli e delle anime umane notabilissima differenza. » 4. La resurrezione de' corpi è assolutamente necessaria per essere introdotti nel regno celeste, poichè le nude anime non sono capaci senza quelli di azione o passione alcuna. » 5. San Paolo inculcava il punto della resurrezione de' morti, poichè senza risorgere non potevano gli uomini entrare nella possessione del regno celeste. I. Del battesimo a pro de' morti. II. Si risponde ad alcuni passi di san Paolo stesso che si allegano in contrario. » 6. San Giovanni Battista e Simone vescovo di Gerusalemme, che scrissero alla fine del 1º secolo, tennero le medesime credenze. » 7. I padri più insigni del 2º e 3º secolo tennero la stessa dottrina, e reputarono eretici i sostenitori della contraria. » 8. I simboli, ovvero professioni di fede di tutte le chiese, la vita eterna non davano se non dopo la resurrezione della carne.
PAR. III. In cui si dimostrano le cagioni per le quali si anticipò il regno celeste, e variossi la dottrina del suo avvento.
Capo 1. Come e per quali cagioni presso i Cristiani cominciossi nel 4º secolo a contaminarsi la vera dottrina, e ad anticiparsi per le sole anime l'avvento del regno celeste, senza assumersi più la generale resurrezione de' corpi. » 2. Qual parte in questa mutazione vi avesse avuto l'usanza introdotta di pregare per i morti: e come anticipandosi il regno celeste e l'infernale, si fosse poi inventata la distinzione di non doversi pregare per tutti, ma per quelli soltanto che si finsero essere nel purgatorio. » 3. Come tratto tratto a lungo andare si variasse questo rito, onde si venne a maggiori disordini ed a fantasticare anche sopra l'anima stessa de' Pagani. I. Maniera che si tenne da savj teologi per toglier via dalla Chiesa tali e simili errori, che aveano in quella poste sì profonde radici. II. Qual parte in questo cangiamento avesse avuto l'onorare le tombe de' martiri. » 4. Come il costume d'introdurre nelle chiese le immagini de' santi, e poi anche le statue, maggiormente stabilisse nelle menti de' Cristiani la credenza di avere le loro anime visione beatifica in cielo, sicchè promettendosene favori e grazie, l'invocassero ed adorassero. » 5. Qual parte ad un sì strano cangiamento avesse avuto l'introduzione delle feste in onore de' martiri e degli altri santi. I. Feste istituite in onore della Vergine Maria. II. Delle feste istituite in onore degli altri santi che non soffrirono martirio. » 6. Come finalmente, dopo essersi fra' Cristiani introdotti tanti riti, celebrità e feste, si venne nel Concilio di Fiorenza, nel XV secolo, a stabilir canoni intorno alla visione beatifica delle anime dei santi, senza aspettar resurrezione. I. Istoria del Concilio di Fiorenza. » 7. Come si fosse introdotto in Roma il rito delle beatificazioni, canonizzazioni ed istituiti varj gradi di venerabili, beati, santi. I. Altra maniera di crear santi. » 8. Delle capricciose gerarchie de' santi fintesi in cielo, e regolate anche da Roma in terra per mezzo della Congregazione de' Riti. » 9. Per quali cagioni avvenisse che la nuova dottrina del purgatorio e delle indulgenze si fosse con tanto studio inculcata, sicchè agevolmente si facesse poi passare per punto di fede, e per tali vie si agevolasse alle anime l'entrata nel regno celeste. I. Donde il tesoro delle indulgenze, ristretto, in Roma si rendesse inesausto, sicchè dipoi fosse chiamato mare magnum.
PAR. IV. Dell'Inferno, e quanto fossevi sopra favoleggiato da' nostri teologi e casisti, i quali anche si arrogarono il potere di librar le colpe umane, e di qualificarle alcune mortali, altre veniali: sicchè, secondo che essi avran definito, si credono le anime o di esser discese quivi a penare, ovvero essere detenute nel purgatorio.
Capo 1. Quando vi sarà inferno per gli uomini, ed in qual luogo. Della sua natura e gradi. I. Del luogo di questo inferno. II. Della natura del fuoco infernale. III. De' varj gradi e generi di tormenti che si fingono in questo inferno. » 2. Della durata di questo inferno, e se mai vi sia speranza alcuna di potersene i dannati liberare. » 3. Della presunzione de' teologi e casisti in librar le colpe umane, qualificandole a loro talento ora mortali ora veniali; sicchè dalla loro decisione dovesse dipendere la quiete o il rimorso della coscienza degli uomini. » 4. Come da tante e sì nuove dottrine e riti e costumi finalmente la religione cristiana si fosse trasformata in pagana. I. Apoteosi. II. Le dedicazioni e consacrazioni de' tempj ed altari. III. Amuleti, filatterj, ligature ed altre vane superstizioni. IV. I baccanali, i teatri, i lupanari, i bagni, le danze, e simili usi e rilasciatezze.
[451] Uno de' primi scritti di Calvino fu Psicopannychia (1534) contro alcuni Anabattisti, che sostenevano le anime restar assopite fino al giudicio finale. Egli dice: J'ay repris la curiosité folle de ceux qui débattoyent ces questions, lesquelles de fait ne sont autres que torments d'esprit. Anche Lutero definiva noci vuote tali quistioni, trattate già da Melito nell'antica Chiesa.
[452] A confutar la Storia del Giannone si accinse subito il padre San Felice gesuita, che nel 1728 pubblicò Riflessioni morali e teologiche su di essa, col nome di Eusebio Filopatro: opera pesante, e che poco giovò. Il Tria, col pseudonimo di Pietro di Paolo, confutò pure passo passo il Giannone, e meglio il padre Giannantonio Bianchi di Lucca Della potestà e della politica della Chiesa, trattati due contro le nuove opinioni di Pietro Giannone, dedicati al principe degli Apostoli. Roma 1745. Nel primo trattato, in due volumi di 600 pagine ciascuno, confuta la Difesa della dichiarazione di Bossuet. Nel secondo, compreso in 5 volumi in 4º, confuta più direttamente il Giannone. È lavoro dottissimo, dove insiste principalmente sull'indipendenza assoluta della Chiesa che il Giannone attribuisce ai principi; e vorrebbe mostrare che tutti quei teoremi derivano o da ignoranza supina o da perversa malizia.
[453] Manuscritto nell'archivio segreto di Torino. Delle opere inedite del Giannone si era cominciata la stampa dagli editori di questi nostri Discorsi, ma restò interrotta, non per loro colpa. Fra le opere inedite è bizzarra questa. Giannone avea, nella storia (Lib. XIII, c. 1) ribattuto le pretensioni dei Veneziani sulla sovranità del mare Adriatico. Quando si ricoverò a Venezia, non mancò chi glielo rinfacciasse. Allora egli stese una memoria ove dice che, come suddito di Carlo VI imperatore, avea dovuto sostenere i Napoletani a scapito de' Veneziani: ma ora colle ragioni e colla storia dimostra che i Veneziani aveano veramente la sovranità del mare Adriatico, concessa loro da Alessandro III, quando venne per avervi un colloquio col Barbarossa. Su questo fatto egli si estende, e mostra che non sono favole, ma verità evidenti, prodotte e sostenute da frà Paolo e da altri giureconsulti. Su questo punto vedasi quel che noi dicemmo nel Discorso III, vol. I, pag. 74.
[454] Ammalato gravemente nel castello di Ceva, si compose quest'epitafio: Conditorium corporis Petri Janmonis jc. et advocati neapolitani, qui, detectis patriis legum, magistratuum, ordinumque fontibus, totiusque civilis historiæ statut. varios perscrutatus, integra regni jura suo principi ac patriæ asseruit, variis inde jactatus procellis, si aliquid humani passus sincere pœnitens, peccata lacrymis, errores retractatione delevit. Obiit tamen captivus miseris Langarum locis, etc.
Il citato biografo dice che «il cotidiano assegnamento che gli fece il re di Sardegna fu sempre lo stesso. Per questo conto e per altri ancora egli fu liberamente trattato dalla munificenza di quel sovrano, il quale ebbe special cura a farlo restare ben servito e per lo suo vitto e per lo suo vestire in tutti i luoghi ove tenuto fu in arresto»!
Quel bizzarro uomo che fu il conte Ferdinando Del Pozzo, ebbe coraggio di scrivere che il Giannone, in carcere, godeva, per quanto i tempi permettevano, la protezione della Corte di Savoja. Forse intende la protezione che il governo e i prefetti d'oggi esercitano verso tanti vescovi e buoni cittadini, tenendoli in carcere o mandandoli in esiglio per salvarli dall'indignazione del popolo.
[455] T. II, p. 143. E Voltaire, nel Dict. phylosophique, a Saint Pierre e Cour de Rome, dice: «La miglior risposta ai detrattori della santa sede è la mite potenza che i vescovi di Roma esercitano oggi con saviezza, nella diuturna possessione, nel sistema d'equilibrio generale, che è quello di tutte le Corti. Roma non è più sì potente che basti a far guerra, e dalla sua debolezza viene la sua felicità. È l'unico Stato che, dal sacco di Carlo V in poi, abbia goduto le dolcezze della pace».
[456] Vedi il nostro vol. II, pag. 389; e Fatti attinenti all'Inquisizione e sua storia generale e particolare in Toscana. Firenze 1782 anonima, ma è del Crudeli.
Storia dell'Inquisizione, per FRANCESCO BECCATINI. Milano 1797.
Storia dell'Inquisizione di Toscana, di ANTONIO FRANCESCO PAGANI. Firenze 1783, e l'altra di F. RESTELLI.
[457] Carta real de Barcellona, 27 agosto 1709. Gli storici parabolani dell'Inquisizione citano un Munter, il quale dice che questa nella Sicilia fece bruciare 220 individui in persona, 279 in effigie: e circa 3000 condannò ad altre penitenze. Ma per quali delitti? in quanto tempo?
[458] Non so perchè i biografi comaschi lo fanno di Mercallo: la sentenza lo dice nativo del luogo di Minajo, vescovado di Como, ducato di Milano. A Menaggio in fatti fiorì sempre la famiglia Malacrida.
[459] Nel 1863 V. Martin de Moussy pubblicò una descrizione geografica e statistica della Confederazione Argentina, dove crede far atto di coraggio col narrare i grandi vantaggi che a que' paesi aveano recato le colonie presedute da' Gesuiti, e la floridezza cui erano arrivate, e che perdettero non appena questi ne furono espulsi. «Ecco a che son ridotte oggi quelle comunità che furono giudicate così diversamente, e la cui antica celebrità non fu pareggiata che dall'obblio profondo ove oggi sono cadute. Viaggiando quelle contrade sì poco note, abbiam voluto dire senza esagerazione come senza paura che cosa erano state le missioni, e che cosa divennero dopo tolte violentemente ai loro fondatori... Qualunque siano gli eventi su cui ebber influenza i Gesuiti in Europa, qualunque giudizio siasene portato, possiamo asserire che essa fu in America sempre salutare e benefica».
[460] Nell'Anticristo dice che il 29 novembre, anno passato, aveva udito queste parole: Hac nocte uno, idest brevi et inopinato interitu, de medio tollemus principem tam iniquæ criminationis cum adjutoribus et adulatoribus suis.
Confessò che, vedendo l'immenso danno che verrebbe dal togliersi ai Gesuiti le missioni, avea pregato caldamente Iddio, ed ebbe ispirazione d'avvertire il re d'un grave pericolo che gli sovrastava; pericolo ch'egli cercò sviare, facendo anche penitenze e orazioni, per le quali crede che nostro Signore moderasse il castigo. Aver invocato dal tribunale d'esser udito subito, perchè intendeva manifestare il pericolo del re, ch'egli sapeva per rivelazione. E di questa e d'altre sosteneva la verità, e come la Madonna lo avesse assolto dalla colpa e dalla pena; e si lagnava di ottener meno credenza che non tant'altri simili.
[461] Fra le sue carte trovossi pure una tragedia, Amano, ch'egli avea scritto fin quando era maestro in Corsica, ma dove si vollero riconoscere allusioni al ministro Pombal. Dal Pombal diceasi stipendiato l'abate Vanelli, che a Lugano faceva la Gazzetta, allora tenuta per la più liberale. Questo infelice prete, allorchè gli Austriaci si ritiravano dalla Lombardia, fu trucidato dal partito avverso.
[462] Lettera alla contessa Luzelburg.
[463] MURR, Zeitung zur Kunstgeschichte. Questo protestante laboriosamente raccolse quanti documenti potè sopra i Gesuiti dopo la loro abolizione.
Pel processo io mi valsi d'una traduzione italiana, stampata colla falsa data di Lisbona 1761. Gli atti originali conservansi nel tribunale de Correiçao da Corte e casa. Non ho veduto nessun processo del sant'Uffizio, che fosse così brutalmente assurdo come codesto.
Frà Norberto avea scritto contro i Gesuiti, poi col nome di abate Platel servì Pombal, e inveì contro il Malacrida.
Tra le altre gofferie e crudeltà pubblicate all'occasione del supplizio di questo, ho veduto una relazione portoghese, che conchiude «credersi non abbia confessata, morendo, la sua colpa, e preferito morire del supplizio cui era stato condannato dall'Inquisizione, perchè con questo spediente volle togliere al re la soddisfazione di farlo morire come capo della cospirazione contro di lui».
Nella Deduzione cronologica e analitica... data in luce dal dottore Giuseppe de Teabra da Silva, procuratore della Corona di Portogallo, per servire d'istruzione sopra l'indispensabile necessità, ecc. al § 908 e seg., è detto che nel processo per l'assassinio del re vien denunziato che la marchesa de Tavora fondava i suoi progetti di regicidio «nella mistica e ne' consigli di Gabriele Malagrida; che altri della sua famiglia erano ispirati, o piuttosto pervertiti dalle dottrine e massime di lui; e che tutto era diretto dallo spirito e dai consigli del Malagrida». Anche il duca d'Aveiro assicura «del credito e reputazione di santità e di buoni consigli del Malagrida in casa Tavora».
In essa Deduzione si aggiunge che, avendo il re di Portogallo proscritti, snaturalizzati e cacciati dai suoi dominj i Gesuiti, la Provvidenza volle mostrar visibilmente di averli abbandonati. Poichè, mentre essi, fuor di Portogallo, spacciavano per santo il Malagrida, questo mostro per ismentirli scriveva i due abominevoli libri che lo fecero trasportare al Sant'Offizio dell'Inquisizione, che sopra sua confessione lo condannò, e rilasciò alla giustizia di sua maestà.
«Avendo il reo, col mezzo dell'ipocrisia e della più raffinata malizia, conseguìto di esser tenuto per santo e vero profeta da quella gente che, per divina permissione, non considerava i fondamenti sui quali sostentavasi la gran macchina di quella finta santità, si ridusse a divenire un mostro della maggiore iniquità. Mentre, non contento di aver ingannato i popoli ne' dominj di questi regni, da' quali aveva estorto un capitale ben grande con pretesto di devozioni e di opere pie, e con altre finzioni ed inganni, passò a spargere il più atro veleno che aveva in cuore col fomentare discordie e sedizioni, e col profetizzare funesti avvenimenti, ch'egli già sapeva che si stavano ideando e trattando in questa Corte».
[464] Histoire de Gabriel Malagrida de la C. d. J. l'apôtre du Bresil au XVIII siècle, par le p. Paul Mury de la même Compagnie. Paris, Touniol 1865.
[465] Kaunitz, ministro di Maria Teresa e suo, lo disapprovava apertamente, attesochè «i parrochi della Lombardia sono generalmente rispettabili per condotta, e in reputazione di prestare con particolar bontà e sollecitudine assistenza ai malati: sono mediatori nelle frequenti discordie fra cittadini: impediscono le risse, prevengono alterchi e liti colla loro autorità e cogli arbitramenti, vigilando quanto possono alla condotta morale de' loro parrocchiani. Questi reali vantaggi per la società meritavano che non si considerasse inutile il numero de' parrochi, s'anche ecceda il positivo bisogno». Lettera 9 marzo 1786.
Famoso fu nel milanese il prete Carlo Sala, che, credendosi leso da un suo tutore, lo derubò, fuggì in Isvizzera, si fe calvinista, prese moglie, servì a Voltaire da scrivano: poi tornato in Lombardia, girovagava vendendo libri proibiti; e buttatosi al ladro, attentava principalmente alla chiese, delle quali ben trentanove spogliò; presentossi alla sacra Penitenzieria a Roma, e ne ottenne assoluzione; pure continuò i furti, sinchè la giustizia lo colse e condannò alla morte, ch'egli subì con cinica fermezza nel 1775.
[466] Cioè due a Milano, uno ad Arona, uno a Monza, uno a Poleggio, uno a Celana. Fu scelto a rettore Francesco Farina, che fu poi vescovo di Padova; vicerettore il Molo di Bellinzona; ripetitori Mussi, Sozzi, Vanalli, Castelnuovo che fu poi vescovo di Como. L'iscrizione pel seminario diceva: Sacr. ordinis alumnis — eadem studiorum ratione eadem disciplina — ad religionis ministerium in provinciis — reipub. bono instituendis — cæsaris pietas — conspirantibus pontificum insubriæ votis — contubernium constituit — a. s. MDCCLXXXV.
[467] La quistione sulla monarchia di Sicilia fu dibattuta in moltissimi scritti, e il più ampio in contraddizione di essa si stampò a Roma nel 1715, col titolo «L'istoria della pretesa monarchia di Sicilia, divisa in due parti; Parte I dal pontificato di Urbano II sino a quello di Clemente XI; parte II, in cui si mostra l'origine e insussistenza di detta monarchia, con bolle, diplomi ed altre autentiche scritture fino al pontefice Innocenzo XII».
[468] Sul sepolcro del Tannucci la riconoscenza popolare scrisse: CUM PER ANNOS QUADRAGINTA CLAVUM REGNI MODERASSET, NULLUM VECTIGAL IMPOSUIT.
[469] Lettere teol. politiche.
[470] È qualcosa più che ridicola il veder quest'atto riprodotto da Carlalberto nel 1831. A Ciamberì nel 1631 fu stampata «Apologia francese per la serenissima casa di Savoja contro le scandalose invettive intitolate Première et seconde Savoysienne». Questo libello gli accusava, 1º d'avere usurpato parecchi Stati ai re di Francia; 2º di averne usurpato altri agli imperatori; 3º d'avere recato grandi offese alla Chiesa. L'apologista, che è lo storiografo di Savoja, risponde trionfalmente a queste tre accuse, e divide la sua apologia in tre parti: l'Apologia francese, l'Apologia imperiale e l'Apologia romana, e stabilisce che la casa di Savoja «ben lungi dall'usurpare indebitamente gli Stati dell'Impero, vi ha riunito quelli che n'erano distratti, sottomettendo all'obbedienza coloro che si mostravano ribelli. E la santa sede e la Chiesa non hanno mai avuto figli più obbedienti dei reali di Savoja, che i sovrani pontefici in riconoscenza del loro zelo onorarono dei più grandi elogi».
[471] Ap. BECAN, T. V, opusc. 17, aph. 15, De modo propagandi calvinismi. Vedi LUCII CORNELII EUROPAEI Monarchia solipsorum. Venezia 1645, più volte ristampato con operette satiriche di Gaspare Scioppio. Invece di Clemente Scotti, altri ne crede autore il gesuita Melchiorre Inchofer.
N'è una traduzione fatta a Lucca il 1760, e una del 75 fatta a Lugano.
[472] Il Botta, acerrimo contro i Gesuiti, scrive: «In ciò tanto maggior lode meritano quanto non solamente si conservarono immuni da questa peste dell'inquisizione, ma s'ingegnarono anche coi loro consigli e credito di moderarne il furore ne' paesi in cui ella più crudelmente infieriva». Cont. del Guicc., L. IV.
Il più fiero nemico de' Gesuiti, frà Paolo Sarpi il 14 febbrajo 1612 scrive al Leschasserio, non veder come quel capo del Direttorio degli Inquisitori, dove si ordinano i processi secreti, e le condanne da secretamente eseguirsi dai crociati, possono imputarsi ai Gesuiti, cum illi, neque in Hispania, neque in Italia, inquisitioni se immisceant: rogo te perscribas quonam modo in eos accomodaveritis. Pare che il Leschasserio gli avesse detto che l'Inquisizione avea fatto un processo segreto contro esso frà Paolo, e demandata l'esecuzione ai Crociati. Ma il Sarpi dice che essi Crociati sono ben pochi in Italia, nel napoletano non essendovi inquisizione, e nel veneto non può far nulla senza intervento del magistrato secolare, nè aver famiglia armata, nè arrestare. Non ha mai letto la parabola del giuramento di questi Crociali, nè le preci che dicono prima d'andar in guerra, nè mai gli era venuto in mente che di tali formole o preci si facesse uso.
[473] Vedasi l'opera di Navarrette De viris illustribus in Castella veteri soc. Jesu ingressis et in Italia extinctis. Bologna 1797.
[474] Vedasi il Theiner, che pur loda Clemente XIV per coraggio, prudenza, grandezza.
[475] In pochissimi anni noi vedemmo ucciso il duca di Berry, erede del trono di Francia; forse quindici volte attentato alla vita di Luigi Filippo: quattro alla regina d'Inghilterra; al re di Prussia nel 1850, poi nel 61: trafitto l'imperatore d'Austria nel febbrajo 1853; ucciso il duca di Parma nel 54: la regina di Spagna assalita nel 1852 e 1856: colpito il re di Napoli nel 1858: a Napoleone III attentato più volte, e ferocemente dall'Orsini: alla regina di Grecia nel 62: all'imperatore di Russia nel 66 ed ora a Parigi dove correggo questi fogli (giugno 1867): ucciso il presidente degli Stati-Uniti nel 65: a tacer gli attentati d'assassinj, confessati dai proprj autori, contro i re di Piemonte e contro ministri: e l'uccisione di tanti capi di partito, come Kotzehue, Giuseppe Lee, Pellegrino Rossi ecc.
Questo sostituire la ragione individuale alla sociale, accreditato sotto l'impero romano, e che non tolse vi fossero pessimi principi, rivisse al tempo della rivoluzione francese, e non parlavasi, non effigiavansi che pugnali: cento giovani giurarono spargersi per assassinar i sovrani che la convenzione lor designasse: lo stesso Chénier Andrea cantava:
O vertu! le poignard, seul espoir de la terre Est ton arme sacrée alors que le tonnerre Laisse régner le crime et te vend à ses lois.
Il Monti minacciava al re di Napoli, che
il pugnale di Bruto già nudo Gli è sul petto, già chiede ferir:
e lo Zajotti
Cacciagli in seno il punitor coltello, Chè il tiranno fratel non è fratello:
poi si divinizzò l'Orsini, e il dottor Renzi e l'Imbriani fecero l'apologia del Milano.
[476] Nella Correspondence diplomatique di J. De Maistre leggesi: Si disse ai principi, i Gesuiti sono una potenza, e i principi diedero in questa trappola: ma il fatto è che, senza potenza nello Stato, senza corpi, senza società, senza istituzioni forti ben organizzate, il sovrano non può governare, giacchè non ha che una testa e due braccia, s'ammazzerà di fatica, si intrigherà di tutto, avrà appena il tempo di dormire, e tutto andrà male».
[477] Pasquino disse che andò a Vienna a cantare una messa, senza gloria per il papa, senza credo per l'imperatore.
DISCORSO LIV.
SCIPIONE RICCI. PIETRO TAMBURINI. CONCILIO DI PISTOJA. LA RIVOLUZIONE.
De' Gesuiti l'ultimo generale era stato Lorenzo Ricci: e i re, secondando bassamente lo spirito persecutore de' liberalastri, cui non era bastato che abolisse la Compagnia, vollero che il papa tenesse prigione esso Ricci, il quale era reo di averla difesa sino all'estremo, e preferito vederla perire, anzichè consentire a snaturarla.
Restava a Firenze suo fratello Corso, il quale diede il proprio nome, poi la pingue eredità a un suo agnato, ch'è lo Scipione Ricci che tanto fece parlare di sè.
Questi volea dapprima entrare gesuita, allettato da una profezia che correva di san Francesco Borgia, che nessuno di quell'istituto andrebbe a perdizione; dappoi avviatosi per la carriera ecclesiastica, fatto auditore di nunziatura, poi vicario generale dell'arcivescovo Incontri, si condusse a Roma in occasione delle feste per l'elezione del papa Braschi, nella speranza di poter parlare al detenuto generale. Questi comunicava all'esterno coi soliti mezzi di qualche inserviente, e come il seppe giunto, scriveva a Scipione:
«Signor canonico riv. amat.
«Che buon vento l'ha qua portato? quante cose ho a dirle! per ora alcune: il latore del presente è il soldato che mi serve, ecc. ecc.
«Mi sta nel cuore una spina da lungo tempo. Temo che facciano spendere a Lei, a titolo di mia richiesta, mie voglie e mio sollievo, in cose che non chiedo e non mi si danno. Non incolpo veruno, e non so veramente a chi attribuire certi intrighi, ma è necessario ch'ella sia prevenuto... Non creda già ch'io sia un capo di fuorusciti. Sono stato trattato come tale, ma grazie a Dio non lo sono, ecc.».
E in un'altra:
«I miei pensieri, se sarò lasciato in libertà, son questi. Voglio venire a passare gli ultimi giorni miei in Firenze. Se i suoi signori fratelli mi gradiscono, voglio stare in casa loro, come Lei mi ha offerto. Spero che non darò incomodo: se mai questo accadesse, si prenderà partito. Le mie occupazioni saranno, fare un poco di bene per me, giacchè l'età mia mi rende inutile agli altri; e lo farò volentieri; divertirmi con libri di materie sacre, scrittura, teologia, ecc., e conversare con persone pie, savie e dotte...».
E torna ad insistere sul non arrivargli, o decimate, alcune delicature che la famiglia gli trasmetteva.
Gli ex-Gesuiti patrocinavano il nostro Scipione, che però resistette alla tentazione di mettersi a Roma in prelatura. Ebbe udienza da Pio VI, che non gli dissimulò la sua venerazione pel prigioniero: al quale, «per riguardi ai principi», tenuto coi rigori che all'ingiustizia son necessità e punizione, Scipione non potè mai ottenere di far visita: onde quegli scrivevagli il 2 luglio 1775:
«Mi conviene sagrificare il piacere grandissimo che avrei avuto di vederla e che speravo. Sia fatto il santo volere di Dio. Ma Lei potrà convincersi dell'oppressione inumana che mi si fa da' malevoli, con impedire le ottime intenzioni di nostro signore, e senza ragione alcuna, poichè mai ho fatto male a veruno. Il foglio che le ho mandato lo custodisca con molto segreto; acciò non si prenda da quello occasione di nuocermi. Dopo la morte mia desidero che si renda pubblico. Non mi resta altro che ringraziarla e darle il buon viaggio, che le pregherò dal Signore. Lei non mi può dare ciò che desidero umanamente, ed è la libertà: in altre materie non mi manca il bisognevole, ed i miei desiderj sono assai ristretti. Sa come io mi son contenuto, e penso di non passar questi limiti. Se mai pensassi a passarli e mi fosse possibile, glielo farò sapere. Si regoli nel mandare a me, o piuttosto non mandi a me cosa veruna, perchè non mi arriva, o al più arriva solo quello che è guasto e inservibile. Se desidero cosa alcuna, sarebbe solo qualche denaro di volta in volta e non molto, o per soddisfare una voglia che mi venisse d'un libro o simile, o per aggiungere qualche ricompensa all'uomo che mi serve oltre la sua obbligazione. Vi dovrebbe essere del denaro presso il signor cardinale Torrigiani. Il solo desiderio che ho è di molti suffragi dopo la mia morte, poichè la soppressione della mia religione me ne priva di molte migliaja, ecc.».
La carta quivi accennata era una protesta dell'innocenza sua e della sua Compagnia contro le incolpazioni ch'erangli date; ed è scritta tutta di suo pugno, come anche il sunto del processo ch'ebbe a subire, e ch'egli desiderava fosse conosciuto, affinchè il mondo non ne avesse informazioni bugiarde. Vi trovammo inoltre una lettera del laico Giovanni Maria Orlandi, diretta a Scipione da Roma il 1º dicembre 1775, ove lo ragguaglia degli ultimi momenti di quel pio:
«Essendomi toccato la sorte di servire il reverendo padre Lorenzo de Ricci, già fu nostro preposito generale, non manco darle parte come il medesimo mi impose nella sua ultima e penosa malattia di raccomandarlo a sua divina maestà con delle messe... Ha pregato che siano rimunerati tutti quelli che l'hanno servito sì in vita come in morte. Ha pregato che si rimandi quella croce di ebano, la quale gli fu lasciata dal suo signor fratello, desiderando l'abbia lei per sua memoria...
«Non le posso esprimere la rassegnazione e gli atti buoni che faceva. Già subito che si ammalò diceva: — Signore, il vicario di Cristo diceva che m'avrebbe liberato presto e bene: giacchè non l'ha potuto fare lui, fatelo voi presto e bene, acciò non vi abbia più da offendere. — Poi, prima di ricevere il santo viatico, fece una protesta avanti al Santissimo, che fece piangere tutti, della sua innocenza e de' suoi religiosi: questa protesta suppongo che l'averà avuta da altri, onde, per non crescer plico, non gliela mando».
Ci sta pure una nota di quanto il generale, avanti morire, disse a don Giuseppe Nava, e la lista di varj oggetti, de' quali, come appartenenza sua particolare, disponeva in ricordi ad amici.
Tutto ciò noi ricaviamo dalle carte di Scipione Ricci, le quali, benissimo ordinate da lui, in centotto filze furono conservate dalla sua famiglia, poi compre dal granduca Leopoldo II, dal cui gabinetto passarono nell'archivio di Stato di Firenze. Ma prima s'erano lasciate a disposizione del De Potter, vescovo apostata e autore d'una Storia del cristianesimo, nella quale demolì tanto, ch'egli stesso indietreggiò sbigottito[478]. Su quelle carte, e massime sull'autobiografia, il De Potter scrisse una vita di Scipione Ricci, che è piuttosto una diatriba di poco criterio e meno prudenza, diretta a magnificarlo come eresiarca. Noi rivedemmo quell'amplissimo carteggio, e non ci parve che il Ricci, onesta mediocrità, si staccasse mai di cuore dalla Chiesa cattolica, benchè a molti errori lo traesse la smania del figurare e la bassa condiscendenza ad un principe, qual fu Pietro Leopoldo, ligio alle idee antipapali degli Austriaci, e voglioso degli applausi d'un popolo, che s'annojava della sua quieta beatitudine.
I cominciamenti del Ricci, prometteano in lui tutt'altro che la più clamorosa personificazione del giansenismo in Italia. Piissimo, sopratutto zelava il culto della beata Caterina de' Ricci; racconta di grazie ricevute per invocazione del beato Ippolito Galantini, fondatore de' Vanchettoni; e si querela che il digiuno quaresimale, «troppo necessario per soddisfare in qualche modo ai debiti colla divina giustizia», venga negletto, nè la refezione si limiti a fichi secchi e zibibbo[479].
Fatto vescovo di Pistoja, tolse correggere la disciplina che in certi monasteri, sotto la direzione non dei lassi Gesuiti ma degli austeri Domenicani, era degenerata in una licenza appena credibile, cogli errori e le laidezze de' Gnostici, fomentata dalla lettura di Voltaire e Rousseau, mantellata qualche volta da un osceno quietismo, fin a dire che la nostra perfezione consiste nell'unirsi con Dio; e siccome tutti partecipano della natura di Dio, perciò ogni carnale unione fra gli uomini esser vincolo di perfezione e d'unione con Dio.
Non pago a ciò, egli tolse a modificare il culto e i riti; riduceva ad un solo gli altari d'ogni chiesa per togliere la simultanea celebrazione delle messe, «introdotta con molta indecenza contro lo spirito della Chiesa e mantenuta dalla ignoranza, irreligiosità e interesse de' ministri del santuario»: e ne levava le tabelle che li dichiaravano privilegiati, o prometteano liberazione d'anime purganti; processò reliquie ed immagini miracolose, sopprimendo le meno autentiche, tutte proibendo di coprirle con mantelline; abolì le cappelle domestiche e certi giorni festivi: non si recitino panegirici; alla festa i regolari tengano chiuse le loro chiese per non distrarre dalle parocchiali. Avrebbe anche voluto tutte le preci in italiano, per quanto alla religione universale convenga un linguaggio universale, ond'esser in comunicazione con tutti i popoli, e non dover variare coi tempi e coi papi le sue formole, le sue invocazioni, le sue decisioni.
Al tempo stesso favorì l'edizione delle opere di Machiavello, che l'austriaco granduca aveva affidata alle cure dell'abate Tanzini, imbevuto delle dottrine de' regalisti francesi e tedeschi. Queste erano venute allora in moda, e dirigevansi contro l'autorità pontifizia, sia coll'attribuirne gran parte ai vescovi, sia col sovrapporvi la principesca. Come sempre, i colpi maestri dirigevansi alla testa; ed allegavasi come ragione l'averne Roma abusato, coll'usurpare facoltà che non avea da principio. Risalendo ai primordj della Chiesa, se ne esaminavano la disciplina e i riti, e ciò che in que' principj non si trovava, sentenziavasi riprovevole: voleasi tornare il papa alla povertà di Pietro, e il ministro Giani diceva che il clero, quando fosse spogliato dei beni, vedrebbesi costretto ad acquistare meriti reali. È il metodo de' Luterani ortodossi; senonchè i Giansenisti non rinnegavano la papale supremazia; solo la voleano limitare, controbilanciare, press'a poco come i costituzionali in politica, i quali, s'anche trovano follia e assurdo il potere monarchico ereditario, non osano spingersi fino alla sovranità del popolo, e s'arrestano a mezza strada: onde Lacordaire la definiva «eresia sleale, che non osando attaccare la Chiesa in faccia, come un serpente le si ascose in seno».
In tutta quest'opera noi ci siamo proposto, anzichè affrontare gli avversarj, difendere noi e i nostri: se qualche amarezza ne trapelò, se alcuna ingiustizia commettemmo, ci sia di scusa la natura stessa della difesa, la quale suppone che l'autore creda aver ragione, e torto il combattuto. Onestà di modi noi ci sentiamo viepiù obbligati a tenere verso Cattolici, che per alcun dissenso particolare la Chiesa non ha espressamente respinti dalla sua unità.
Bisogna stare a ciò ch'è antico, diceano essi. — Sì, quanto alla fede nella parola di Cristo, com'è scritta dagli agiografi o conservata dalla tradizione; in ciò la Chiesa pretende esser oggi qual era nel cenacolo, e ripudia il concetto d'una successiva formazione dei dogmi, pur ammettendone una successiva esplicazione. Via via che nasceva un errore, la Chiesa lo chiariva, lo definiva, interrogando quel che le varie chiese aveano tenuto sul punto controverso, e definendo secondo era apparso allo Spirito Santo e ad essa.
Uno de' loro punti di dissenso dalla pratica universale de' fedeli è la venerazione verso i santi, e il culto a Maria, venuto, secondo essi, a tale esuberanza da derogare a quello dovuto a Cristo.
Certo gli stranieri che vengono ad ammirare il nostro cielo, le arti nostre, le nostre devozioni, allorchè vedono ad ogni crocicchio santi e madonne, e popolani prostrati a venerarle, e in collo e in petto immagini e scapolari; quando nella chiesa del tal santo, alla festa della tal Madonna si fanno orazioni particolari, si espongono ossa, si baciano reliquie, possono scivolare nella credenza che noi vi prestiamo adorazione, che teniamo presenti i santi più che Dio, che il culto della sua madre ecclissi quello di Cristo.
Ma distinguiamo bene la fede dalla devozione. La fede importa l'obbligo di credere ciò che crede la Chiesa universale. Devozione è l'onore che si tributa agli oggetti della nostra fede. Possiamo credere senza aver devozione, sebbene la devozione non possa stare senza la fede. La fede è sempre la stessa dapertutto e in ogni tempo; nella devozione è lasciata grandissima latitudine all'individuo. Il rito, la forma di un culto non isboccia bell'e formato come Minerva dal cranio di Giove: il Sole in primavera non ha ancora squagliato i ghiacci, fatto schiudere l'erbe e colorire i fiori: eppure è quello stesso che ci arde in luglio. Prima quel culto dovett'essere tributato all'apostolo; vennero poi i martiri, poi altri santi la cui glorificazione erasi manifestata forse maggiormente di alcuni, ben più vicini al Salvatore. Qui si venera il santo che vi nacque, vi morì, vi apostolò, vi operò un prodigio della grazia o della carità: là è la tomba d'un altro, gli stromenti del supplizio d'un martire, un'apparizione, una rivelazione. Son memorie, insite alla natura umana siccome tutto quanto ricorda le geste degli eroi, de' benefattori della patria; c'è la ammirazione pel dottor della Chiesa, c'è la compassione pel martire, c'è la compunzione pel penitente. In ciò tutto v'è qualcosa che decade, v'è qualcosa che sottentra: han luogo l'entusiasmo e il tepore, giacchè tutto quaggiù è vita, è movimento, cioè cangiamento continuo.
Giuseppe, lo sposo di Maria, è un santo che appartiene ancora all'antico e già al nuovo Testamento; fu il più vicino a Cristo; la Chiesa primitiva gli ebbe una venerazione implicita, eppure il suo culto cominciò tardi; cominciato che fu, tutti l'abbracciarono coll'ardore che conveniva allo sposo di Maria.
E Maria? non v'è dubbio che la devozione ad essa fu ampliata assai, dai primi tempi quand'appena trovasi nominata, infin quando Pio IX ne definisce come di fede la immacolata concezione. Il tipo di lei, dai rozzi tentativi delle catacombe sino alle meditate aspirazioni del Minardi si trasforma oh quanto, eppure senza cangiarsi.
Già nella prima scena del mondo, quando il seduttore corrompe l'umanità, è vaticinato che un'altra donna schiaccerà il capo del serpente. E seconda Eva la chiamarono i primi Padri; dottrina rudimentaria, dalla quale si può dedurne la santità, la verginità, l'immacolata concezione, l'efficace patrocinio. Maria non fu madre e nutrice di Cristo? non istette accanto alla sua croce? nol raccolse ucciso? Quanti dolci pensieri, quanti vivi sentimenti non deve eccitare una creatura, messa in così intime attinenze coll'ente divino? la donna elevata fin ad esser madre del Dio umanato? Ma egli rimane sempre il redentore, che ci rigenera continuamente; ella, la madre dataci sulla croce: ha gran potenza, ma affatto indiretta: il Cattolico non abbasserà mai il Creatore fino a questa creatura; nè lei eleverebbe a divinità, col che negherebbe quella di Gesù; il nome di lei nè tampoco si proferisce nell'amministrare i sacramenti; noi la preghiamo che preghi per noi peccatori: a lei portiamo affetto, usiamo famigliarità, appunto perchè somiglia a noi, provò i dolori nostri, eppur è tanto gloriosa[480].
Chiedetene il più semplice credente, e vi risponderà che queste chiese sono la Casa di Dio. Portano lo speciale vocabolo d'un tal santo o d'un tal fatto; vi saranno anche molti altari, dedicati a' varj santi: che monta? il Cristiano li prega come intercessori presso il Dio unico. Giunge la festa di quella chiesa? ognuno accorre al tempio, ognuno vi fa una preghiera, e genuflessioni e inchini e baci in diverso modo: sono altrettante vie per avvicinarsi a Dio.
Certo, come in tutte le dottrine concrete e vitali, è difficile assegnare teoricamente i limiti tra la verità e l'errore, tra il bene e il male. E viepiù quando si tratti d'affetti. Natura di questi è il correre senza ritegni, mirando l'oggetto proprio e null'altro: e sarebbe freddo e inconcludente quel che sapesse serbare tutte le convenienze, misurare tutte le esternazioni. Di che importanza non sono per chi le scrive e per quello cui son dirette le espressioni delle lettere amorose! Fate che un indiscreto le colga, che cadano sotto gli occhi d'un indifferente, che acquistino la pubblicità d'un giornale o d'un giudizio, parranno scempie, o esagerate. Or la fede è il cuore che sente, non la ragione che pruova.
Tanto avviene della devozione, qualora vogliasi anatomizzarla con fredda critica; e atti e parole di supremo affetto per chi le usa, possono, direi devono incontrare la disapprovazione o la beffa di chi le analizza; che se furono adoprate da qualche persona di eminente santità, divengono venerabili al popolino, la cui religione tien sempre qualche cosa di vulgare, sempre qualche mistura di fanatico o di superstizioso.
Non mi dite che appunto il dovere del pastore è di correggerla, appurarla. La snaturereste. I pastori vegliano perchè non trasmodi; ma essi non ne sono gli autori; e se volessero imprimere tutti i moti a misura, la ucciderebbero. La devozione, perchè sia universale, deve abbracciare tutte le intelligenze, tutti i sentimenti; direi che bisogna si pieghi agli istinti per poterli emendare. Gli è perciò che trovansi unite le sublimità del culto con ingenuità, che oserei chiamare puerili, delle pratiche.
Riflessioni simili avrà certamente fatto più d'uno, allorchè il Ricci a certe particolari devozioni particolare guerra movea.
Del cuore, come sede degli affetti, parlano più volte le sacre scritture, anche riferendolo a Dio. Tanto più poteasi applicare a Dio umanato; e non sarebbe difficile trovare negli scrittori sacri allusioni al cuor di Gesù. L'immagine poi, sotto cui ora è presentato, troviamo distintamente indicata da san Francesco di Sales in una lettera del giugno 1611, ove alla beata Francesca di Chantal descrive l'insegna che vorrebbe dare al nuovo Ordine delle Visitandine. «Sta notte Iddio m'ha dato il pensiero che la nostra casa della Visitazione, per la grazia sua è abbastanza nobile per aver il suo blasone. E ho pensato, se voi siete d'accordo, che dobbiam prendere per stemma un cuore trapassato da due freccie, chiuso da una corona di spine, e che sostiene una croce, coi santi nomi di Gesù e Maria».
Solo un secolo dopo, la visitandina Margherita Maria Alacoque manifestò una rivelazione, dove le era imposta la devozione al sacro cuore di Gesù. Le superiore del suo convento di Paray-le-Monial reluttarono gran tempo a darle ascolto: alfine è tenuta come una santa; teologi profondi attingono da lei lumi superni; la devozione del Sacro Cuore si difonde: il padre De la Colombière, uno de' più insigni fra' Gesuiti, la propagò nell'Inghilterra, allora gelosissima contro i Cattolici, mentre nella Francia filosofistica e giansenista era invano combattuta. Subitosi istituirono congregazioni sotto quel nome, e la devozione ne crebbe tanto, che monsignore Belsunce, eroe della peste a Marsiglia, consacrò questa città al Sacro Cuore nel 1720. Vedutone universalizzato il culto, Clemente XIII nel 1763 ne decretò la festa. La nuova devozione s'attribuì a intrighi gesuitici, talchè contro di essa sbraitavano quanti erano ostili a quell'Ordine, e il Ricci con una pastorale del 1781 la interdisse nella sua diocesi.
Quanto il Sacro Cuore dai Gesuiti, tanto dai Francescani era commendata la Via Crucis, e questa pure il Ricci impedì, o almeno ordinò una variazione in cinque delle stazioni, non espressamente indicate nell'evangelico racconto. Ne nacque disputa calorosissima, a cui presero parte il Bettinelli, l'Affò, e principalmente Giovanni Maria Pujati friulano (1733-1824) che per le opinioni sue osteggiato fra' Somaschi, andò benedettino, ma presto da Monte Cassino fu dagli amici richiamato nel Veneto a forbottare in que' garriti teologici. Credo di lui una Nuova maniera di prender la Via Crucis, dedicata al Ricci: operetta arida e senza unzione, e per nulla addatta a devozione popolare.
Insieme il Ricci difondeva i libri di suo sentimento, fortunatamente ignorati fin allora alla Toscana e opuscoli di quell'erudizione triviale e incompleta, che illude gli spiriti frivoli; favorì una stamperia in Pistoja «per isvelare le ingiuste pretese di questa Babilonia spirituale che sovverse e snaturò tutta l'economia della gerarchia ecclesiastica, della comunione de' santi, dell'indipendenza de' principi»; e di là uscivano gli opuscoli giansenistici. Egli stesso mandò a tutti i parroci le Riflessioni morali di Quesnel, dichiarandolo libro d'oro; parlava continuo contro «le pretensioni ildebrandesche, il regno fratino e romanesco[481], la pertinacia de' preti e frati nel vendicarsi dei torti non solo, ma d'ogni opposizione», e così o seminava o inveleniva questioni fin allora o ignorate o non curate fra noi.
In somma venivano messi in accusa il papa e gli ecclesiastici; e il sacerdozio stesso divertivasi a screditare il sacerdozio, come si fosse «diffuso negli ultimi secoli un generale offuscamento delle verità più importanti della religione, le quali sono la base della fede e della morale di Gesù Cristo».
Davvero, allorchè la scuola di Voltaire sottominava la Chiesa, è doloroso che il clero italiano parteggiasse in capiglie interne; allorchè Cristo era deriso, si venisse a misurare l'autorità del papa; allorchè a visiera alzata dichiaravasi guerra alla Infame, si diventasse nemici per un rito, per la pluralità degli altari, la Via Crucis, il Sacro Cuore, o la Grazia efficace e la sufficiente.
Conforme alle idee dispotiche allora in moda, Giuseppe II avea tolto i seminarj diocesani, e costituito un portico teologico a Pavia, la quale divenne il quartiere generale di quella guerra da sacristia. Nella libreria Comino le opere che si spacciavano erano le Conferenze del Duguet, le Istituzioni ecclesiastiche di Dannenmayer, la Bibbia del Sacy, le opere di Arnauld, le Provinciali di Pascal, i Discorsi famigliari del Thiebaut, la Verità della religione del Dupin, e gli altri raccomandati dal Ricci. Dettava in quel portico Pietro Tamburini bresciano, che nella lunghissima vita (1736-1827) campeggiò continuo contro la primazia papale, pubblicando principalmente l'Analisi del libro delle Prescrizioni di Tertulliano, la Vera idea della santa sede e delle Congregazioni di Roma[482], e De summa catholicæ de Gratia Christi doctrinæ prestantia vel necessitate; opera tradotta in molte lingue[483].
Lo secondava e difendeva Giuseppe Zola, nato a Concesio di Brescia il 28 agosto 1739, e morto colà il 5 novembre 1806.
Brescia fioriva allora di buoni studj e di felici ingegni, quali il latinista Barzani, il poeta Colpani, i letterati Lazzarini, Capelli, Torriceni, Gradenighi, Baitelli, Duranti, Roncalli, lo Zamboni, il Rodella, il Rozzi, il matematico Scarella, i teologi Almici, Verdura, Rotigni, il canonico Bocca, il bibliotecario Doneda; merito de' vescovi Quirini, Barbarigo, Morosini, dell'abate Garbelli, del canonico Gagliardi, del conte Mazzucchelli, che gli studiosi favorivano ed ajutavano. La città affidò la biblioteca Quiriniana al giovane Zola, il quale professò teologia nel seminario, e pubblicò de Fontibus theologiæ moralis, volendo richiamare dal molinismo. Quel che diceasi partito gesuitico riuscì a far destituire e lui e il Tamburini. Ma ecco Clemente XIV gl'invita a Roma a dirigere tre collegi, ove il Tamburini fondò un'accademia teologica in cui lesse sull'Apologia di san Giustino, sulle opere d'Origene contro Celso, sulle Prescrizioni di Tertulliano: difendea la chiesa scismatica di Utrecht: consigliava gli Inglesi cattolici a prestare il giuramento prescritto. Al Ganganelli succeduto Pio VI, i due bresciani dovettero partirne dopo sei anni; ma i duchi austriaci li chiamarono professori a Pavia. Lo Sperges, referente per gli affari d'Italia a Vienna, fece dare a ciascuno quaranta zecchini per le opere che aveano presentate al trono, poi quartiere e un assegno nel Collegio Germanico Ungarico, e allo Zola mandò libri opportuni a' suoi studj. Questi nel seminario teologico, che dicemmo da Giuseppe II sostituito ai seminarj diocesani, pubblicò un'orazione del Non dissimular i mali nella storia ecclesiastica, poi i Prolegomeni dove indica le fonti della storia ecclesiastica, con un bel parallelo tra il Fleury e l'Orsi. Ne' Commentarj delle cose cristiane prima di Costantino confuta molti errori de' Protestanti, e specialmente sul piccolo numero de' martiri. Ai varj trattati anteponea sempre dissertazioni storiche, come quella sugli errori intorno alla Grazia; sempre in latino terso, ma pesante. Difese Arnaldo da Brescia, ma avendo il conte Bettoni da Brescia proposto un premio a chi scrivesse novellette ove s'insegnasse la morale, prescindendo non solo dalla religione, ma da Dio, lo Zola il disapprovò in lettera del 15 settembre 1775. I gravi lavori interruppe per sostenere il Tamburini, ed a vicenda si fiancheggiavano, egli con più erudizione, questi con più fuoco, e molto contribuirono a formare una generazione di sacerdoti, ligi all'autorità secolare qualunque volta volesse soperchiare la ecclesiastica.
Nell'Analisi delle prescrizioni di Tertulliano (1781) il Tamburini portava all'eccesso la regola desunta dalla tradizione scritta, mentre attenuava l'autorità della Chiesa viva e parlante, e alla fede surrogava la storia e la critica, rimovendo così l'elemento sopranaturale dell'infallibilità della Chiesa, che non dipende da ragionamenti umani, sibbene dal perenne oracolo dello Spirito Santo.
Capirono i buoni qual portata avesse l'attacco, e s'accinsero d'ogni parte a respingerlo, talchè egli stimò prudente appigliarsi a quistioni più mascherate, e sull'orme degli stranieri dettò la Vera idea della santa Sede. In questa sostiene apertamente che la Chiesa insegnante non si compone solo dei vescovi, ma anche dei preti e diaconi, i quali sono egualmente giudici in materia di fede, e compartecipi al governo; vuol l'unità; accetta l'infallibilità del pontefice, ma quando siavi perfetta concordia fra i membri della Chiesa, fra tutti coloro che non si sono apertamente separati dall'unità di essa.
Aggiunse, sempre ad imitazione de' Francesi, i Caratteri d'un giudizio dogmatico; Cos'è un appellante? le Lettere Piacentine, le cui principali conclusioni sono, che il giudizio dogmatico del papa non è perentorio, quand'anche suffragato dalla pluralità de' vescovi; onde si può da esso appellare; e che unico giudizio perentorio nelle quistioni è la perfetta concordia intera della Chiesa. Ognun vede come questa sia impossibile, giacchè vi mancherà, non foss'altro, il concorso di quelli che la pretendono.
Nel 1783 a Pavia fu stampato Taddæi s. r. i. comitis de Trautmansdorf, i. collegii germanici ticinensis alumni, de tollerantia ecclesiastica et civili. È un'apoteosi del poter regio, sostenendo che «non può dubitarsi del diritto regio nelle cose sacre»: che «il principe come principe ha diritto sulla dottrina pubblica, le cerimonie e i riti, e di stabilir pei comuni suffragi la pubblica religione; i sacerdoti non diferire dagli altri ufficiali dello Stato, onde spetterà all'imperante la loro elezione, e tutta l'amministrazione esterna». Fu creduta opera o dello Zola o del Tamburini, e probabilmente entrambi vi cooperarono, come trapela dalle lodi ch'essi vi diedero, e da queste parole della dedica a Giuseppe II: Illud tacere nequeo, quod, singulari munere tuo nobis concessum est: habere nos scilicet egregios duos viros J. Zolam ac P. Tamburinum celeberrimæ Academiæ professores, quorum suavissima consuetudine summaque doctrina non uti solum, sed et frui mihi fas est. Hi sane stimulos mihi addiderunt, consiliis, monitis, atque opera juverunt sua, ut hunc laborem susciperem et inceptum absolverem.
Il Tamburini la difese colle Riflessioni del teologo piacentino: poi col pseudonimo di Frà Tiburzio svelenivasi contro gli Ambrosiani di Milano, alludendo principalmente all'oblato Locatelli, il quale, nella Esposizione della dottrina cristiana per la diocesi milanese, commentò insignemente le tesi che si proponeano in quel seminario in occasione delle lauree, e che effettivamente erano il sunto del giansenismo. Esso Locatelli forse, od altri anonimi pubblicarono un foglietto di dubbj su quelle tesi, facendone spiccare i sofismi, e sommessamente domandandone schiarimenti[484]. Frà Tiburzio sostenendo le tesi, demoliva l'infallibilità della Chiesa col far infallibili tutti i membri di essa; per modo che anche un piccolo numero potevano promulgare dottrine eterodosse, purchè non si segregassero dalla Chiesa; nè questa potrebbe escluderli se non per unanime suffragio universale.
Militavano con questi campioni i fratelli padre Bonaventura e Viatore da Coccaglio, il curato bergamasco Antonio Tommaso Volpi che nella Vera idea del giansenismo confutò l'ex gesuita Luigi Mozzi, il Caissotti, che in Piemonte pose molte scuole, sciolte da ogni ingerenza religiosa.
[Il padre Viatore da Coccaglio ci ricorda Paolo Lorenzini di Scapezzano nel ducato d'Urbino, che fatto claustrale, ne uscì, abbracciò la religione evangelica a Poschiavo; malato parve convertirsi, ma poi rinnegò, e scrisse in favore de' Protestanti, cercò apostolare a Bormio, e per difendersi pubblicò Brevi schiarimenti della solenne concio-abjura di Paolo Lorenzini professore di sacra teologia, ottenebrata dalle dilucidazioni di frà Viatore da Coccaglio cappuccino: dedicato ai magnifici comuni di Bregallia, delle due Engaddine, di Poschiavo, di Brusio, di Bivio: Scoglio 1761. Con tono violento, rinfiancato da continue citazioni bibliche, difende la propria abjura, sostenendo che pastori della Chiesa sono quei soli che pascono la greggia colla parola lasciata da Cristo; mentre è invenzione il papato, il cardinalato, il semplice presbiterato; non altro riconoscere che il puro vangelo, e questo appunto egli professò nella sua abjura fatta a Poschiavo. Così prosegue i suoi schiarimenti asserendo tutte le eresie intorno alla messa, al papato, alle indulgenze, ai santi, al digiuno, alla distinzione de' peccati in veniali e mortali.
Vanno sullo stesso andare i Brevi avvertimenti sulla solenne concio-abjura di Paolo Lorenzini ecc. dementati da frà Cherubino da Bogliaco cappuccino, dedicati ai veri fedeli di Gesù Cristo. Scoglio, Gadino.
Breve disame della genealogia e integrità di Paolo Lorenzini ecc. denigrata da un iniquo carteggio dei padri Viatore e Bonaventura da Coccaglio cappuccini.]
Giovanni Cadonici veneziano, canonico di Cremona, fece la Sovranità temporale e lo spirito della Chiesa e de' sovrani, stampato a Pavia con prefazione dello Zola, e voleva il clero si sottomettesse incondizionatamente ai principi, e pregasse per loro quand'anche tiranni, giusta formole adottate ne' primi tempi e soppresse nel medioevo, ma conservatesi ne' messali ambrosiano e mozzarabo[485]. Giambattista Guadagnini (1722-1806) parroco di Cividale in Val Camonica, uno de' maggiori campioni del giansenismo, da Molino passato a Giansenio, sostenne in pubbliche dispute contro i Domenicani la dottrina di sant'Agostino, difese il Tamburini, e fece una quantità d'articoli e libretti sulle quistioni d'allora, com'erano Diatriba de antiqua paroeciarum origine; Della pretesa infallibilità de' giudizj di Roma: Difficoltà sopra l'esercizio della Via Crucis; Dello stato de' bambini morti senza battesimo; L'unico vero giansenista scoperto e confutato; Sul celibato ecclesiastico; Diritto della civil podestà sopra il matrimonio; Falsità dell'asserta lega de' teologi antimolinisti e verità della lega dei molinisti coi moderni filosofi. La Vita, o piuttosto apologia di Arnaldo, nella quale tende a difendere se stesso, mostrandolo puro d'eresie, e modello di zelo ardente e fin prudente, è libro senza bellezza nè verità, asserendo fatti falsi, avventurando congetture. Forse erano più ardite le opere che lasciò manuscritte, cioè Riflessioni sopra la caduta del principato temporale del papa, e in conseguenza della così detta corte ecclesiastica di Roma. — Sonata seconda del tamburino sopra il tamburo in proposito del diritto della podestà civile sopra il matrimonio. — Postille al catechismo di Pistoja, contro del quale Francesco Gusta avea scritto la Difesa del Catechismo del venerando cardinal Bellarmino (Venezia 1799). Esso Guadagnini sostenea pure che i casi riservati possono assolversi anche da semplici confessori senza delegazione superiore; teoria pur fiancheggiata da Luigi Litta, da Giorgio Sicardi ed altri; e confutata da Giovanni Battista Locatelli Zuccala De potestate præsbiterorum in administratione sacramenti pænitentiæ, e da Vincenzo Bossi Osservazioni teologiche e critiche sopra la diatriba della validità dell'assoluzione, ecc. Brescia 1793.
Gian Lorenzo Berti di Serravezza agostiniano (1696-1766), professore a Pisa, pubblicò una teologia (De theologicis disciplinis, Roma 1739 e 1745) che dovesse servire di testo nelle scuole degli Agostiniani. Fulgenzio Bellelli, agostiniano di Napoli (-1742), avea pure pubblicato Mens Augustini de statu creaturæ rationalis ante peccatum, e Mens Augustini de modo reparationis creaturæ post lapsum, adversus bajanam et jansenianam hæresim, dove presumeva conciliar la dottrina del vescovo d'Ippona colla bolla Unigenitus. I due teologi parvero puzzare di giansenismo, e Saleon, vescovo di Rhodes poi di Vienne, pubblicò contro di loro il Bajanismus redivivus e Jansenismus redivivus (1745), esortando Benedetto XIV a farli condannare. Ma la congregazione cui il papa ne demandò l'esame, non confermò l'accusa; e all'insistenza del Saleon il Berti oppose Augustinianum systema de gratia, de iniqua bajanismi et jansenismi erroris in simulatione vindicatum (1749). Languet, arcivescovo di Sens, si unì al Saleon per ribattere anche questa opera, fin minacciando il papa se non proibisse quel veleno; il Berti replicò, e la controversia restò a questo punto, non avendo il papa voluto condannarlo. Nel 1769 e 70 stamparonsi tre Lettere d'un dottore della facoltà teologica di Parigi, attribuite al dottor Riballier, dove è esposta la dottrina del Berti e del Bellelli, mostrando che il sistema degli agostiniani d'Italia differisce da quel degli appellanti francesi, i quali pretendeano francheggiarsi del loro voto. D'opinioni variò il Berti anche nella sua Storia ecclesiastica in sette volumi. Uno scritto pei Lucchesi contro alcune pretensioni del papa gli attirò un severo rimprovero, che dissero causasse il colpo d'apoplesia, pel quale languì fin alla morte.
Aggiungeansi i giureconsulti Gaetano Argento, Nicola Capasso, il Conforti, il De Gubernatis, il Melanede, il Pensabene, il Bianchi, il De Marco sistematicamente avversi alla curia romana per emancipare i re, pur protestando non solo riverenza al dogma, ma al papa come depositario dell'inalterabile verità; cavillosi non protestanti. Ne derivò gran turbamento nelle singole chiese: alcuni vescovi riprendeano o sospendeano qualche prete, e questo passava per martire: talvolta uno sospeso continuava l'esercizio del culto e la cura delle anime come nulla fosse: in occasione delle visite pastorali, alcuno non lasciavasi trovare in casa: ogni provedimento dava occasione a dicerie, a libelli, a recriminazioni sui giornali.
Quanti campioni, altrettanti ebbe oppositori la scuola giansenistica, appoggiati dalla condanna che le lanciò Clemente XIII. Tale Giovanni Marchetti da Empoli, autore di note alla storia del Fleury e di Annotazioni pacifiche al vescovo Ricci; Giannantonio Bianchi lucchese, teologo e giurista che confutò passo a passo il Giannone (Vedi nota 11 del Discorso LIII); i padri Lagomarsini, Sangallo, Raimondo Corsi fiorentino, Camillo Almici bresciano[486], i fratelli Ballerini veronesi, che delle decretali di Isidoro mostrarono essere false, esser di poca importanza, e che la frode venne di Germania; il Noghera valtellinese; il gesuita Luigi Mozzi bergamasco (-1813) che diede una storia dello scisma di Utrecht (1785) e delle rivoluzioni della Chiesa (1787); il padre Fortunato Majoni da Brescia, buon filosofo e matematico che fece Jansenii systema de medicinali gratia Christi methodice expositum ac theologice confutatum. L'abate Luigi Cuccagni, rettore del Collegio irlandese, incessantemente impugnò il collega Tamburini, e nelle Lettere pacifiche (19 maggio 1780) lo taccia di scarseggiare d'erudizione, e più se non avesse «l'elemosina del signor Zola». Il cardinale Agostino Orsi (1692-1761), teologo di San Marco in Firenze, diede una Storia ecclesiastica che in ventun volumi arriva appena al 600 di Cristo, confutando Bossuet e Fleury nelle opinioni antipapali: e non è superfluo il notare come la recente storia del Rohrbacher usi moltissimo e spesso copii quella del nostro, tantochè nella versione italiana non si ebbe che a riprodurre il testo dell'Orsi. In molte dissertazioni contraddice spesso i Gesuiti: ed oltre quelle sul Giudizio irreformabile di fede, della Podestà del papa sui Concilj generali, dell'Infallibilità del pontefice, è capitale per documenti e per argomentazioni l'Origine del dominio e sovranità del pontefice. Gian Vincenzo Patuzzi domenicano di Verona (1700-1769) scrisse la Difesa di san Tommaso; dello stato futuro degli empj: la difesa della storia del probabilismo del Concina; la regola delle azioni umane nella scelta delle opinioni, e altre scritture sul probabilismo, sempre combattendo la morale lassa, di cui incolpava anche il Liguori.
Gravina Giuseppe, Maria gesuita di Palermo (1702-1780), scrisse sul probabilismo e contro i Giansenisti, e sul numero degli eletti, che crede molto maggiore che quello dei reprobi, appoggiandosi a rivelazioni apocrife. Quest'opera, messa all'indice, faceva seguito a una dissertazione sul Paradiso di Benedetto Plazza gesuita di Siracusa, il quale confutò la Regolata devozione del Muratori.
Il Traversara di Faenza fece le dottrine del preteso secolo illuminato XVIII intorno la gerarchia e la disciplina ecclesiastica confrontate colle dottrine del tenebroso secolo XIV, alludendo a Marsiglio da Padova che avea conteso non valere i decreti del papa absque concessione legislatoris humani.
Antonio Valsecchi veronese diede I fondamenti della religione, e fonti dell'impietà; La religione vincitrice; La verità della Chiesa cattolica romana. Giovanni Vincenzo Bolgeni di Bergamo (1733-1811), dopo la soppressione de' Gesuiti fatto da Pio VI teologo penitenzierie, scrisse varie opere polemiche[487], impedì una correzione che a Pavia volea farsi al catechismo del Bellarmino; e paragonò i Giansenisti ai Giacobini; ma avendo difeso il giuramento che la repubblica romana esigeva dagli impiegati, eccitò indignazione, e dovette ritrattarsi avanti al conclave raccolto in Venezia[488].
Il domenicano Tommaso Mamachi di Chio, nella propria casa a Roma teneva una specie d'accademia, ove discutere gli argomenti d'attualità, e scrisse sopra molti punti d'erudizione ecclesiastica, fra' quali la Pretesa filosofia dei moderni increduli; Epistola ad J. Febronium de ratione regendæ christianæ reipublicæ, deque legitima romani pontificis auctoritate. Fu maestro del sacro palazzo, e diresse il Giornale Ecclesiastico, cominciato a Roma il 1788 per sostenere i diritti papali in contrapposto alle Novelle ecclesiastiche di Parigi, al Giornale letterario de' confini d'Italia, agli Annali ecclesiastici di Firenze[489].
Fu de' più battaglieri Francesco Zaccaria di Poppi gesuita (1714-95), che girando a predicare, raccolse molti documenti ignoti e li pubblicò; assistette i suoi confratelli nelle polemiche; ai Bollandisti somministrò molte notizie, e più di cento opere lasciò, di cui in Francia bruciaronsi alcune. Quasi intaccassero le libertà gallicane e la fedeltà al sovrano. La sua Storia letteraria d'Italia, specie di giornale, è una delle migliori fonti, benchè giudichi spesso a passione, e gli abbia attirato un'infinità di nemici. Oltre la Storia polemica del Celibato (1774), la Denunzia solenne fatta alla Chiesa, e ai principi cattolici di un anticristiano e impudentissimo scartafaccio stampato in Italia colla falsa data di Londra, e intitolato: «Il dominio spirituale e temporale del papa, o siano Ricerche sul vicario di Gesù Cristo e il principe di Roma» (1782), dobbiamo memorare principalmente il suo Antifebronio [L'Antifebronius dello Zaccaria fu riprodotto testè nel Cours compléte de théologie de l'abbé Migne. T. XXVII] in quattro volumi in italiano (1770) e in latino (1771), poi più ordinato il Febronius abreviatus cum notis, ove dichiara: «Il monarcato del papa sostengo, non dispotico nella Chiesa, non qual lo fingono Febronio e suoi, ma stretto fra certi limiti, quale ce lo mostrano le sacre pagine e la tradizione»[490].
Il secolo nostro men che mai ha diritto di meravigliarsi se intitolavansi liberali quei che fiancheggiavano l'assolutismo dei re, e che trovavano favore principalmente dai principi austriaci di Lombardia e di Toscana. Tali erano in generale i legulej per abitudine antica, i magistrati per desiderio di soperchiare; il bel mondo per ispasso. A gloria d'essi austriaci mancava che anche i vescovi contrafacessero al papa, e in fatto al congresso di Ems i prelati di Germania, sotto la presidenza dei principi elettori del Reno e del primate di Salisburgo, auspice Giuseppe II, clamorosamente contrastarono di giurisdizioni con Pio VI. Volle imitarli l'Italia.
La vicinanza della Toscana agli Stati Pontificj avea moltiplicato i punti di contatto, e in conseguenza di conflitto fra i due Governi; e il liberalismo di que' ministri si pompeggiava nel sottrarre facoltà a Roma per arrogarle ai principi. Fin il debole Gian Gastone, ultimo de' Medici, avea proibito all'arcivescovo Martelli di pubblicare il sinodo diocesano, e intimavagli che «non può ingerirsi che nel mero spirituale, e non vogliamo proceda contro i laici con pene temporali, per qualunque titolo potesse allegare». Francesco di Lorena, ispirato da Giulio Ruccellaj[491] capo della giurisdizione e avversissimo alle pretensioni ecclesiastiche, limitò gli acquisti delle manimorte, tolse al sant'Uffizio la censura dei libri, e ne' processi gli aggiunse due assessori.
Pure al nunzio competevano sempre la giurisdizione ecclesiastica, il conceder alcune indulgenze e dispense per peccati occulti o casi riservati e per mangiare grasso, il commutare voti, legittimare spurj, vendere o livellare beni ecclesiastici, ed altri attributi che pareano incomportabili colle nuove idee del potere principesco. Pietro Leopoldo, aspirando alle lodi dei Giansenisti e de' filosofi, tolse ad imitare suo fratello Giuseppe II, il cui distintivo fu l'avversione al clero[492]: sicchè pose la mano negli ordinamenti della Chiesa con ruvidezza e dispregio; cassò il tribunale di nunziatura e l'immunità de' beni ecclesiastici, gli asili, il mendicare; abolì duemilacinquecento confraternite, tutti gli eremi e molte fraterie, tra cui, con comune dispiacere, i Barnabiti, che applicavansi all'istruzione con gran soddisfazione de' genitori; limitò le monacazioni; vietò i pellegrinaggi e qualunque pubblica devozione non autorata dal Governo, e le esteriorità nelle esequie, e il pubblicare le censure contro chi mancasse al precetto pasquale; modificò le curie vescovili; dispose del patrimonio delle chiese; mutò destinazione a pii lasciti, ne vendè i beni, restrinse le parrocchie, istituì un'amministrazione del patrimonio ecclesiastico, preseduta dal Ricci, al quale pure concesse alcuni conventi, di cui avea soppressi i monaci; regolò le dispense matrimoniali, l'età della monacazione, e i voti e la clausura; ai parroci, eletti tutti per concorso e con una stabile congrua, i vescovi comunicassero le facoltà de' casi riservati; i vicarj generali dovessero ogni tre anni approvarsi dal principe; nessun decreto valesse senza l'exequatur governativo; ne' dubbj come ne' bisogni i vescovi si volgessero a lui, tutto disposto ad esaudirli, ma non prendessero mai ingerenza nel governo.
In queste innovazioni era contrariato dall'arcivescovo di Firenze[493], ma quando leggiamo il tono dimessissimo con cui questi esponeva le sue querele anche in materia di tutta competenza ecclesiastica[494], ci rallegriamo che persecuzioni più apertamente illiberali abbiano restituita oggi al vescovado la dignità, che ipocrite protezioni gli avevano sminuita.
Di rimpatto il granduca era ispirato, o piuttosto secondato dal Ricci vescovo di Pistoja, che finamente adulando, gl'insinuava di far valere l'onnipotenza regia. Dico fina adulazione il rimpianger i tempi di Teodosio, quando il «popolo, meglio inteso de' diritti, o vogliam dire dei doveri di un sovrano verso le cose e le persone ecclesiastiche, lo chiamavano e lo riguardavano come vescovo esteriore. La calamità dei tempi ha fatto scordare questi titoli... e poichè ella vuol regnare più sul cuore che sul corpo dei sudditi, niuna cosa tanto è in cui le bisogni persuaderli, quanto in ciò che appartiene alla religione». E soggiunge: «Quanto alle materie (delle riforme) l'altezza vostra non ci troverà cosa che non sia di sua competenza: o sono canoni proprj della Chiesa, fatti nei generali o particolari Concilj, o sono cose che riguardano la esteriore disciplina. In tutti i casi all'altezza vostra conviene come protettore e difensore della Chiesa il rammentare e proteggerne i canoni, e come sovrano lo stabilire quello che il bene di essa richiede».
Con ciò gli attribuiva anche la potestà di abrogare i canoni, e stabilirne dei nuovi, quando lo richiedesse il bene della Chiese! «Solo dai buoni studj (aggiunge) può sperarsi una felice rivoluzione negli Stati; finchè gli studj saranno fatti secondo il sistema fratino, e secondo le mire della Corte romana, i sudditi saranno ignoranti e superstiziosi, e addetti a Roma... Si è dunque creduto bene l'ingiungere (negli studj) l'obbligo di tenere la massima importantissima della indipendenza della potestà temporale dallo spirituale. Se vostra altezza ha queste, può dire di aver tutto quello che è necessario perchè sia ben ricevuta ogni riforma ecclesiastica».
Allorchè Pio VI si lamentò che il Ricci, nel turpe processo delle monache pistojesi, avesse dato pubblicità a impudicizie, che era carità o prudenza ricoprire, Leopoldo chiamossene offeso, e dal ministro Piccolomini fecegli scrivere, sperava che, «fatte migliori riflessioni, darebbe ad esso prelato qualche contrassegno di propensione, e al granduca qualche motivo di essere meno disgustato dell'avvilimento in cui vede che la Corte romana riduce i vescovi quando non sagrificano col proprio dovere i loro diritti, per lasciare tutta l'estensione a quelli che Roma pretende»[495].
Tale linguaggio al papa cattolico potea tenere allora un arciduca d'Austria, che poi al teologo ducale scriveva essere «Stanca sua altezza reale del mal umore, animosità e contegno molto strano, col quale il santo padre tratta gli affari della Toscana». Tanto bastava per farlo applaudire dai liberalastri. I Punti di vista, da S. A. R. spediti a tutti i vescovi della Toscana sotto il 26 gennajo 1786, sono una specie di pastorale, dove esso ingiunge loro di convocare ogni due anni sinodi diocesani, in cui esaminare varj punti, fra' quali, introdurre migliori libri di devozione, impedire tanti giuramenti, anche ne' tribunali; se espurgare i breviarj dalle legende false o erronee; se amministrare i sacramenti in vulgare; se restituire l'elezione de' parroci al popolo, il quale scelga tre elettori, che coi parroci anziani del distretto presentino al vescovo il soggetto; il clero sia educato uniformemente: si formino molti libri ad uso dei parroci, a' quali raccomandansi la Regolata devozione del Muratori, la Storia ecclesiastica di Bonaventura Racine, noto portorealista; il corso di teologia morale del Tamburini; i Costumi degli Israeliti e de' Cristiani e i Discorsi sulla storia ecclesiastica del Fleury; dove si noterà non trovarsi indicate le Istruzioni di san Carlo. Proponeasi pure che tutti si conformassero alle dottrine di sant'Agostino sopra la Grazia. E perchè non restasse dubbia l'intenzione, il quinto punto esprimeva doversi «rivendicare all'autorità de' vescovi i diritti originarj loro, statigli usurpati dalla Corte romana abusivamente».
Non è da credere che tutti accettassero questi punti colla sbadataggine dei tempi, in cui i caratteri sono snervati; ed oltre i molti opuscoli stampati «in Ferrara, in Assisi, in Roma, non contro il Ricci solo, ma contro il gran duca e la maestà dell'imperatore, e col ministero de' frati divulgati per tutta Italia»[496], nell'archivio Ricci trovammo delle controsservazioni di granpeso (al Nº 28); fra il resto mostrando che sant'Agostino è degno d'ogni venerazione, ma la Chiesa non riconosce l'infallibilità in nessun dottore dopo gli apostoli. I vescovi di Colle e di Chiusi obbedirono, raccogliendo subito i sinodi diocesani, e decretandovi secondo l'ispirazione del granduca; ma quello che il Ricci adunò, segnò gran posto nella storia ecclesiastica col titolo di sinodo di Pistoja. V'invitò quanti in Italia favorivano il partito che diceasi regalista; quali il genovese Eustachio Degola (1761-1826) difensore di frà Paolo, e dappoi amico del famoso vescovo Gregoire e compilatore degli Annali politico ecclesiastici, ove sosteneva la religione esser fondamento della libertà[497]: Vittorio Sopransi milanese carmelitano, critico severo delle omelie del vescovo Turchi; il Pujati suddetto, professore a Brescia e a Padova, autore di moltissimi opuscoli e traduzioni sulle controversie del giorno[498]; i fratelli Cestari, l'orientalista padre Giorgi, il torinese Gautieri filippino, l'astigiano Vallua, Benedetto Solari vescovo di Noli, il Cadonici di Cremona, i bresciani Guadagnini, Zola, Tamburini; Martin Natali professore al portico teologico di Pavia; i toscani abate Tanzini di Firenze, Fabio de Vecchi di Siena, Ricasoli[499] ed altri, ne' cui scritti innumerevoli[500] non mancano le cognizioni teologiche, nè le storiche nè le sociali, bensì l'elevazione interiore e quello spirito di carità e rispetto filiale che si vorrebbe sempre nelle quistioni ecclesiastiche.
Presidente al concilio il Ricci, vicepresidente Giuseppe Paribeni professore dell'Università: il Tamburini, promotore e anima di quel sinodo, disse l'orazione inaugurale, e col Palmieri ebbe l'incarico di redigere i decreti. Si cominciò col recitare i salmi LXVIII Salvum me fac e LXXVIII Deus venerunt gentes; del resto ogni passo fu dato sulle orme degli appellanti francesi. È superfluo dire che ciascun punto vi era discusso con gran varietà, e da taluni con un'audacia che strisciava all'eresia; e si faceano correzioni, variazioni, proteste.
Molto vi si dissertò sopra la natura e gli effetti della Grazia, e furono accettate le dottrine che attribuivansi a sant'Agostino, e la fede esser la prima grazia, proposizione condannata dalla bolla Unigenitus: adottando secondo Bajo e Quesnel, la distinzione dei due stati e due amori, l'impotenza della legge di Mosè, la dilettazione dominante della Grazia e l'onnipotenza sua, e la poca efficacia del timore. L'indulgenza assolve solo da penitenze ecclesiastiche, e il tesoro soprarogatorio de' meriti di Gesù Cristo e la sua applicazione ai defunti son invenzioni degli scolastici: come è baja il limbo de' bambini.
Per la confessione è abolita la riserva de' casi: e la scomunica non ha altra efficacia che esterna.
Intorno all'Eucaristia si fece un'estesa e sviluppatissima professione. «E poichè si è introdotta nel popolo la falsa opinione che quelli che somministrano ad un prete una elemosina colla condizione che questo celebri una messa, percepiscono dal sacrificio un frutto speciale, il sinodo comanda ai parroci d'insegnare al lor gregge che il sagrificio della messa è d'infinito valore, ma che l'applicazione dei frutti di esso dipende da Dio, e che la maniera di parteciparvi maggiormente si è di unirsi con ferma fede e con spirito penitente e acceso di carità col sacerdote nell'offrirlo; che essi avranno il merito dell'elemosina quando l'abbiano fatta per spirito di carità; poichè Dio non riguarda il dono, bensì la pietà del donatore».
Nel matrimonio pregavano il granduca a dichiararlo contratto civile, ma metteano la necessità della benedizione, che conferisce la grazia necessaria a sostenere il peso conjugale. I principi possono stabilirvi impedimenti.
Nelle sette sessioni fu decretato che i vescovi sono vicarj di Cristo, non del papa; e da Cristo immediatamente tengono le facoltà per governare la loro diocesi, onde non si può nè alterarle nè impedirle: anche i semplici preti hanno voce deliberativa nei sinodi diocesani, e al pari del vescovo decidono in materia di fede. La Chiesa non può introdurre dogmi nuovi, nè i suoi decreti sono infallibili se non in quanto conformi alla sacra scrittura e alla tradizione autentica.
Nelle chiese vi abbia un unico altare, non quadri che rappresentino la santissima Trinità in attitudine mondana; non si veneri un simulacro più che l'altro; non il cuore carneo di Cristo; facciasi in vulgare la liturgia e tutta ad alta voce. Ogni fedele deve leggere la sacra scrittura, a tal fine volgarizzata. Proponeasi di ridurre i monaci a un Ordine solo, ed escludere i voti perpetui.
Il capo X versa tutto sul giuramento, ed è notevole come il Ricci, proponendo poi una legge pel granducato dicesse: «Non è parso conveniente introdurre il giuramento di fedeltà de' vescovi. Ogni suddito è astretto a questa fedeltà e soggezione al suo principe anco per dovere di coscienza: l'obbligo è più forte per un vescovo»[501].
Repudia molte definizioni dogmatiche degli ultimi secoli, quali abusi d'autorità che la divina provvidenza ha permessi per tentazione e prova dei suoi servi; sarebbe nuovo abuso dell'autorità il trasportarla oltre i confini della morale e della dottrina, estendendola a cose esteriori, e colla forza esigendo quel che dalla persuasione e dal cuore dipende, attesochè il divino Redentore ha ristretto tutte le facoltà della Chiesa allo spirito. Qualvolta i pastori travalichino questi limiti, perdono il diritto alla assistenza promessa, e le loro determinazioni sarebbero usurpazioni, atte a seminare scandalo e divisione nella società[502].
Si accettavano le quattro proposizioni della Chiesa gallicana, includendole nel decreto De fide, e i dodici articoli del cardinale Noailles: approvaronsi le riforme introdotte dal granduca e dal Ricci, e si prescrisse il catechismo, allora pubblicato dal Montazet arcivescovo di Lione. La professione di fede doveva essere siffatta:
«Io credo e confesso con ferma fede tutti gli articoli del simbolo degli apostoli. Ammetto e abbraccio con tutta fermezza le tradizioni degli apostoli e della Chiesa, con tutte le osservanze, usi e canoni di quella. Ricevo la sacra scrittura secondo il senso che ha sempre tenuto e tiene la nostra santa madre Chiesa, alla quale appartiene il giudizio e le interpretazioni, e giammai non la prenderò nè la esporrò che secondo il comune consenso de' padri. Confesso i santi sacramenti della nuova legge, istituiti da nostro signor Gesù Cristo: ricevo inoltre e ammetto le cerimonie approvate e usate dalla Chiesa nell'amministrazione di questi sacramenti. Io professo che nella santa messa si offerisce a Dio un sagrifizio vero, che è propiziatorio per vivi e per morti; e che nel sacramento dell'Eucaristia sono realmente, veramente e sostanzialmente il corpo, il sangue, coll'anima e divinità del nostro salvatore Gesù Cristo, e che in quello è fatta una conversione di tutta la sostanza del pane nel corpo, e di tutta la sostanza del vino nel sangue; la quale conversione viene chiamata dalla Chiesa transustanzazione. Confesso inoltre che sotto una delle specie si prende e si riceve Gesù Cristo tutto intero, e il suo vero sacramento. Credo che vi ha un purgatorio, e le anime che vi si ritrovano possono essere sollevate dai suffragi e dalle buone opere de' fedeli. Che si debbono invocare i santi e venerare le loro reliquie, e le loro immagini. Confesso che nostro Signore ha lasciato nella sua Chiesa la facoltà di assolvere dai peccati, per enormi che possano essere, e di accordare le indulgenze. Io riconosco la santa Chiesa cattolica apostolica romana essere la padrona e la madre di tutte le chiese, e prometto e giuro obbedienza al pontefice romano, successore di san Pietro principe degli apostoli e vicario di Gesù Cristo. Io faccio professione di tutto quello che è stato determinato dai Concilj generali, e massime dal sacro Concilio di Trento intorno al peccato originale e alla giustificazione. E insieme detesto, riprovo e condanno quanto è contrario a quelli, e generalmente tutte le eresie che furono condannate dalla Chiesa, protestando che io voglio vivere e morire nella fede che abbraccio presentemente mediante la grazia di Dio. Ciò prometto e giuro; e così mi ajuti Iddio e i suoi santi evangelj, che io tocco».
Il granduca, nella circolare 26 gennajo 1786 chiariva di «considerare come suo primo e principale dovere il procurare che l'esercizio della nostra santa religione sia purgato dagli abusi e pregiudizj e da tutto ciò che impedisce che la medesima venga ricondotta alla sua vera e giusta perfezione, semplicità e splendore». Pertanto dalla real villa di Castello seguitava con giornaliera sollecitudine ogni passo del sinodo: allontanò il Marchetti ed «altri imbroglioni» che poteano mettere di mezzo le pretensioni romane: traeva ragione di rallegrarsi dal vedere i più attenersi puntualmente alla sua circolare, e sebbene non mancava chi resistesse, stimò potersi fidare a convocare un Concilio nazionale, cioè di tutta la Toscana, per fissare stabilmente e uniformemente in tutto lo Stato uno piano uniforme di dottrina e di disciplina ecclesiastica. Diffidavano dell'esito le persone meglio avvedute, e nominatamente il senatore Gianni, il più liberale fra' consiglieri del granduca, ma per disporlo lo persuase che nel 1787 chiamasse i tre arcivescovi e quindici vescovi nel palazzo Pitti ad una conferenza preparatoria ove potessero menare consultori e canonisti, purchè non frati[503]. Ivi pure il Ricci propugnava continuo le dottrine giansenistiche, presentava come modello il sinodo scismatico di Utrecht del 1663, ed esortava i vescovi a imitarlo, accettando i curati come giudici, e premuniva contro gli intrighi della Corte di Roma che adoprerà i monaci e il nunzio per mandare l'opera a vuoto, attribuiva ogni autorità al principe, o almeno agguagliavala a quella del sinodo tridentino col professare che si operava «in conformità di quanto ha prescritto quel sinodo, e degli ordini e istruzioni sovrane veglianti nel granducato».
Ma non vi trovò tanta adulazione come a Pistoja, e savj oppositori non lasciarongli attuare i progetti: e il granduca sciogliendo l'assemblea, con severe parole non dissimulò ai vescovi d'andare poco soddisfatto perchè avessero secondato le sue intenzioni.
«Calvino invade l'Italia», diceano i timorati. «Finalmente si vedrà repressa la tracotanza de' papi», diceano i regalisti. Ma da una parte molti ecclesiastici repugnavano al preteso ripristino de' vescovi negli antichi diritti e al nuovo giuramento; dall'altra sulla scena, fra vescovi e cortigiani, intrometteasi un attore nuovo, quel che a vicenda si divinizza col nome di popolo, si vilipende col titolo di vulgo. Nelle Fiandre si era esso furiosamente levato contro le innovazioni religiose, introdotte colà pure da Giuseppe II, oltraggiò i professori del nuovo seminario, ruppe alfine in aperta rivolta. Anche in Toscana, mentre i discoli buffoneggiavano quelle controversie[504], il popolo, affezionato alla religione degli avi, di sinistro occhio avea guardate quelle riforme del Ricci; il quale, gonfiato dall'aura principesca, facea recitare in vulgare i salmi, cambiava il fructus ventris nell'Ave Maria, alle litanie della Beata Vergine sostituiva quelle di Gesù, levava gli ornamenti preziosi dalle chiese, spogliando il culto del suo splendore e interrompendo pratiche care alla pietà, quale la funzione della notte di Natale. Quando si celebrò in italiano, e il prete alla fine si voltò a cantare «Andate, la messa è finita», fu uno scoppio di risate; scoppio d'indignazione nell'udir battezzare «per Dio vero, per Dio santo». I libri di pietà da lui raccomandati, stracciavansi e si gettavano negli immondezzaj: sulle pareti scrivevansi ingiurie, e si trovò appiccicato alla porta del duomo un cartello con Orate pro episcopo nostro eterodoxo.
Il Ricci aggiunge che s'insinuava non apertamente ma sordamente l'insubordinazione contro Leopoldo, quasi camminasse sulle traccie d'Enrico VIII, «il che però non fu chiaramente detto»: che s'attentò fin alla vita del vescovo: insinuazioni solite de' partiti, e che l'onest'uomo disdegna, ma che davano pretesto di ricorrere alla protezione sovrana, e d'ottenere guardie e castighi. Essendosi poi sparso che il vescovo volesse togliere dalla cattedrale di Prato l'altare ove si presta particolare venerazione alla cintola della Beata Vergine, que' plebani tumultuarono, e il 20 maggio dell'87 invasero la chiesa, cantando e sonando nei modi che il Ricci proibiva; arsero il trono e gli stemmi di questo, e i libri portanti novità; riposero in venerazione le reliquie ch'erano state sepolte, e sepellirono invece le pastorali del Ricci; e in onta di lui si diedero a fare processioni e litanie e venerare le immagini.
La popolaglia non si ferma a mezzo nelle sue dimostrazioni; la fiera sollevazione usò sgarbi a chi più si era appassionato nelle novità, e son curiose le lettere ove essi ragguagliano il vescovo degl'insulti che ricevettero. Il granduca, professando «di non aver la minima paura, e che il Governo volea procedere col massimo rigore», represse i riottosi, e ventotto volle puniti in pubblico colla frusta, ventuno condannati alla reclusione e sette alla milizia; esprimendo non facea di peggio per condiscendere al Ricci.
Questi era rimasto immune, ma non convertito; nè il fu dalla bolla dogmatica Auctorem fidei del 28 agosto 1794, ove Pio VI condannava ottantacinque proposizioni di quel sinodo, di cui sette qualificava eretiche. Tali erano: essersi offuscate le dottrine e la fede di Cristo; la podestà esser data alla Chiesa, e dalla Chiesa riceverla i ministri; esser abusi il fôro esterno e il potere giudiziale coattivo della Chiesa; il vescovo ricevere da Dio tutti i diritti occorrenti a reggere la diocesi, a giudicarvi, a riformarne le consuetudini e le esenzioni, nè questi diritti potersi alterare o impedire: le riforme eseguirsi in sinodo dal vescovo e dai parroci con voto deliberativo; essere stato costume de' secoli migliori che i decreti e le definizioni anche de' Concilj non fossero accettate se non coll'approvazione del sinodo diocesano.
Altre proposizioni si notavano come erronee, sovversive della gerarchia ecclesiastica, false, temerarie, capricciose, ingiuriose alla Chiesa e alla sua autorità, conducenti al disprezzo dei sacramenti e delle pratiche sante offensive alla pietà de' fedeli: e a ciascuna proposizione si indica il motivo della riprovazione, o perchè già condannata in Wiclef, in Lutero, in Bajo, in Quesnel, in Giansenio, o perchè opposta ai decreti di Trento, o lesiva dei diritti de' Concilj generali.
Vaglia il vero, se ogni sinodo diocesano si arrogasse di definire sulla podestà, sul dogma, sulla disciplina, ove sarebbe più l'unità ecclesiastica? Coll'esagerare i diritti dell'episcopato, lentavansi i legami gerarchici colla sede romana, e riducevasi il papa a nulla più che «il primo tra i vicarj di Gesù Cristo». Com'è divino, sebben delegato, il ministero de' curati, così asserivasi divina la loro istituzione, e quindi faceansi congiudici nel sinodo.
Tutti i vescovi aderirono alla bolla Auctorem fidei, eccetto due di Toscana e Benedetto Solari di Noli, in cui difesa scrisse un anonimo, confutato poi dal Gerdil. E del Gerdil credeasi lavoro meditatissimo questa bolla. Prima d'emanarla erasi invitato a Roma il Ricci per iscagionarsi; egli non v'andò; pubblicata che fu, denunziolla al Governo toscano come attentatoria ai regj diritti. Perocchè, abbandonato dal popolo, dai pensatori, dagli ecclesiastici, egli s'appoggiava affatto al granduca, al Governo. Fin dal primo tempo che fu accusato di eterodossia, aveva diretta al granduca una difesa «di quelle verità che l'ildebrandismo chiama eresie». Al modo stesso Febronio si professava cattolico: ma quando Roma lo condannò, il 27 febbrajo 1766, oppose che la Corte di Vienna e auliche magistrature l'aveano approvato.
Fallita l'idea del Concilio, il Ricci propose al granduca una legge, nella quale ordinava secondo le idee pistojesi tutto quanto concerne la Chiesa, con arbitrio cesaresco e con sanzioni rigorose, fin a proibire a qualunque stampatore di pubblicare libri o fogli che trattassero di tali materie[505].
Stampò anche un'apologia: il granduca, ormai unico suo sostegno, mandò in esiglio il Marchetti, autore delle Annotazioni pacifiche, e cercò gli autori del Dizionario Ricciano, ove di sarcasmi e celie opprimevasi il vescovo; ad istanza del Ricci fe pubblicare gli atti del sinodo; e anche dopo divenuto imperatore, raccomandava di tenere man forte nella diocesi di Pistoja contro gli emissarj e gli aderenti di Roma, cioè quelli che voleano ancora esercitar le devozioni al modo avito, e sepellire i loro morti con croci e lumi. Fatto è che il Ricci rinunziò, e il suo gregge ne fu lieto[506].
Esso Ricci durava in assidua corrispondenza coi prelati che più mostravansi avversi ai diritti papali: al conte di Bellegarde vescovo, e così al Colloredo arcivescovo di Salisburgo offriva di diffondere le opere in quel senso; col Gregoire consolavasi che «mercè di lui, una sacra filosofia cristiana va a succedere alla superstizione e all'irreligione che afflissero la Chiesa di Gesù Cristo» (10 marzo 1794): e il 14 giugno 1794 in cattivo francese «Il papa è ora alla Certosa di Firenze. La scandalosa condotta de' suoi famigliari contribuisce non poco ad abbattere l'opinione che il popolo ne avea. Dio voglia fargli misericordia! la Corte che lo circonda ha altrettanto orgoglio quanto aveva a Roma», e soggiunge che spende moltissimo, che mangia di grasso in giorno di digiuno: «Nulla m'ha più persuaso del cattivo stato in cui ci tuffava la bolla Auctorem, fatta sotto la scorta dei Gesuiti e del metafisico Gerdil, il gran consigliere del re di Sardegna di cui fu precettore». Vanno sull'egual tono altre lettere allo stesso. All'abate Giudici di Milano largheggia lodi perchè ama e professa la religione senza rinunziare alla ragione e al buon senso; e gli augura lena e vigore per difenderla dagli attacchi de' Saducei e de' Farisei moderni, che sono tanto peggiori quanto più coperti nemici della casta sposa di Gesù Cristo. A Ferdinando Pancieri parroco di San Vitale, nel maggio del 1794 scrive: «Io per me non ho mai dubitato che Roma sia quella Babilonia di cui si parla nell'Apocalisse, in Geremia ecc. Credo che lo spirito tutto carnale di quella curia ci adombri quella prostituta, che opera il male e se ne pavoneggia. Ma quanti secoli sono che questo scandalo regna? Chi ci dice che cesserà?»
Ma i tempi si erano fatti grossi; la rivoluzione francese convelleva dalle radici l'antica società; e la perpetuità cattolica trovossi a fronte coll'idea quotidiana, il vangelo coi giornali. Mentre fin là i principi eransi adombrati del clero come troppo favorevole al popolo, al popolo fu presentato il clero qual sostegno dell'assolutismo; e la rivoluzione, non men dispotica dei re, arruffò le cose religiose, e volle comandare alle coscienze. L'Assemblea Nazionale decretò che ciascun dipartimento di Francia formasse una sola diocesi, e ne assegnò il capoluogo; le divise fra dieci metropoli, cassando le altre; proibì di riconoscere l'autorità d'un vescovo o metropolita, la cui sede fosse in paese straniero; soppresse i capitoli, le collegiate, le abbazie, i priorati, le cappellanie, i benefizj, eccetto i vescovadi e le parrochie; ogni nuovo vescovo non s'indirizzerà al papa per ottenere la conferma, solo scrivendogli come a capo visibile della Chiesa universale; ma la conferma chiederà al suo metropolita o al vescovo anziano della provincia. Stabiliva il modo d'elezione dei vescovi e dei parroci, affidata a un corpo elettorale, abolendo i patronati laicali. Il vescovo e pastore immediato della parrocchia episcopale, con un determinato numero di vicarj che l'amministrino, e formino il consiglio permanente del vescovo, che senza di loro non potrà esercitare verun atto di giurisdizione pel governo della diocesi. Al vescovo e al suo consiglio spetta la nomina de' superiori del seminario, che son membri necessarj del consiglio del vescovo. Al primo od al secondo vicario della chiesa cattedrale spetta il diritto di sostenere le veci del vescovo in sede vacante, sì per le funzioni curiali, sì per gli atti di giurisdizione.
È questa la famosa costituzione civile, che il Thiers dice «opera dei deputati più pii, più sinceri dell'Assemblea, senza di cui i filosofisti avrebbero trattato il cattolicismo come le altre religioni». Così l'avessero trattato! ma questa era un'applicazione del giansenismo, e fu dai Giansenisti proposta e accettata come un mezzo di salvar almeno qualcosa: mentre la libertà qui pure avrebbe prevenuto gl'immensi mali derivati da questa mostruosità di trasformare i preti cattolici in semplici filosofi, che continuassero a dir messa senza creder nè al vangelo nè alla Chiesa, nè alla divinità di Cristo: conservare il culto come pascolo del popolo e salvaguardia della sua moralità; commettere cioè una grande ipocrisia, quasi fossesi conservato il fondo. Così costringendo i preti a giurare d'essere fedeli alla nazione, alla legge, al re, alla costituzione decretata, la Costituente obbligò gli onesti a separarsi dalla rivoluzione, gettò la divisione nelle coscienze e negli atti, e rese necessarie le migliaja di supplizj, che fanno ancora esecrata la memoria di quei tempi.
Il granduca, che era passato imperatore di Germania, trovò allora la necessità d'introdurre rigori anche nella mite Toscana, e di ristabilirvi la pena di morte, che in placidi tempi aveva abolita[507]. Ma poco tardò il torrente a valicare le Alpi, e innondare anche la beata Toscana, sovvertendovi religione, leggi, consuetudini, pensare; il che allora come altre volte s'intitolava liberazione.
Il popolo, colle solite ingiustizie, attribuiva a chi desiderava una novità l'approvazione di tutte le novità; e per lui giansenista equivalse a giacobino. Nicola Spedalieri, nel libro che gli fu fatto scrivere sui diritti dell'uomo intitola un capitolo «Il favore accordato all'ipocrisia del giansenismo è mezzo distruttivo della religione e del principato» e sosteneva che «l'idolo del giansenismo è la democrazia, come nel governo della Chiesa, così nel governo civile».
Il Ricci era propenso alle idee rivoluzionarie; ma sentendone l'eccesso, pubblicò un'istruzione pastorale sopra i doveri dei sudditi, ove dice: «La debolezza in cui nasce l'uomo, e i continui bisogni che in ogni età l'accompagnano, ai quali senza l'altrui ajuto non può soddisfare, sono altrettante voci, che, sempre vive nel fondo del cuore di ciascheduno, lo avvertono incessantemente, e lo convincono essere fatto l'uomo per vivere in società. Ma come mai gl'interessi di tutti gl'individui, che, a motivo delle passioni che agitano l'uomo, gli uni agli altri si oppongono e si urtano assieme, potranno essere diretti allo scopo del pubblico bene senza un capo che da tutti indipendente e superiore a tutti, vegli al buon ordine, alla prosperità ed alla sicurezza del corpo? Da questo così semplice principio con facile raziocinio si ricava, che, siccome Iddio è il creatore dell'uomo, e l'autore di quella dolce tendenza, che ha a vivere in società, così dee essere anco l'autore della podestà dei sovrani, senza la quale la società medesima non potrebbe sussistere. E perciò le loro persone son sacre e inviolabili, a loro si dee rispetto e sommissione, ed alle loro leggi e ordinazioni una esatta ubbidienza. Nè vi lasciate ingannare da qualche preteso filosofo, che sotto il falso pretesto di amore all'umanità, rovescia i fondamenti della società medesima, facendo i sovrani ministri del popolo e non di Dio. Poichè quantunque la forma del governo venga originariamente dalla scelta e dal consenso dei popoli, nondimeno l'autorità del sovrano non viene dal popolo, ma da Dio solo. Perchè ha bensì dato Iddio al popolo la podestà di scegliersi un governo, ma in quella guisa che la scelta di quei che eleggono il vescovo, non è quella che lo fa vescovo, ma fa duopo che l'autorità pastorale di Gesù Cristo gli sia comunicata per mezzo della ordinazione, così non è solo il consenso dei popoli che fa i sovrani legittimi, e dà loro un vero diritto su i sudditi; onde è che l'apostolo non chiama i principi ministri del popolo, ma di Dio, perchè da lui solo riconoscono la loro autorità. Fatta poi una volta la scelta del governo, l'autorità legittima di fare le leggi risiede unicamente, e privatamente nel sovrano che lo amministra. Questo negli Stati successivi non muore giammai, ma perpetuandosi l'esercizio di sua autorità nei legittimi successori, ci obbliga a rispettare sempre in essi la immagine visibile dell'autorità di Dio invisibile. La Religione che, lungi dall'essere alla ragione contraria, anzi tanto la perfeziona quanto ne è superiore, di così sfavillante luce ha rivestito queste verità, e con tanta chiarezza in tutta la loro estensione a tutto il mondo le ha proposte, che ignorarle è colpa, e il tentare di alterarle, e porvi dei limiti non può essere che effetto di una fina malizia».
Pure quando al clero francese fu imposto di dare il giuramento alla costituzione civile, ai vescovi che ribellavansi al papa egli aveva indirizzato una Risposta ai quesiti sullo stato della Chiesa in Francia, propugnando i decreti dell'Assemblea Costituente. Al mutar dunque delle cose egli aderì ai nuovi governanti; e mostrò loro altrettanta devozione quanta agli antichi padroni. Ciò si chiamava civismo allora, italianismo adesso.
Ma ben presto le armi che aveano portato la repubblica militare e l'empietà, portarono il despotismo militare e quella che diceano religione. Il popolo che, come ad ogni novità, dapprima aveva applaudito alle coccarde tricolori, al berretto rosso, agli alberi della libertà, alle municipalità, con altrettanto fervore e senno gli esecrò, e insorse contro i democratici, con una ferocia da mai non aspettarsi in contrade che si qualificano gentili. In Firenze assalse il Ricci, e a fatica il governo costituitosi lo sottrasse dal furore plebeo col farlo arrestare. «Sessagenario (egli si duole) fu tradotto come un vil malfattore per mezzo de' sbirri a piedi, in una sera di piena illuminazione e per le strade le più popolate, alle pubbliche carceri», benchè egli si fosse sempre «fatto un pregio di distinguersi per il particolare attacamento alla Casa d'Austria, e in ispecial modo ai sovrani che hanno governato la Toscana».
E dal carcere, poi da San Marco, infine da una villa in cui fu relegato scrisse varie lettere all'arcivescovo di Firenze, facendo atto d'intera sommessione. «Il Signore mi fece grazia di eccitare nell'animo mio una maggiore e filiale tenerezza verso il papa. Avrei ben di cuore desiderato di presentarmi ad esso quando era in Certosa per confessargli questi miei sinceri sentimenti e la parte che io prendeva alle di lui afflizioni; ma io non potea farlo senza il permesso del Governo». E soggiunge la più ampia professione di fede. Anche al papa che, strascinato fuor di Roma, e a fatica ricevuto alla Certosa di Firenze, alfine era messo prigioniero a Valenza, scrisse il 1º agosto del 99.
Erano i tempi, sempre sciagurati, della riazione; ma presto il ritorno dei Francesi nella Cisalpina e la battaglia di Marengo avvicendarono i tremanti e i minacciosi. Allora il Ricci, al 24 novembre 1800, al Pamieri in lunga lettera segretissima diceva ciò tutto avere scritto per violenza, per sottrarsi alle persecuzioni: «tra gli spaventi di morte e i più ignominiosi trattamenti mi obbligò l'arcivescovo a far una lettera a Pio VI, in cui protestava la mia ortodossia, ecc.». Altrettanto esprimeva al Gregoire nel gennajo seguente. In fatto egli, che avea ricusato accettare la bolla dogmatica «non potendolo secondo le regole della Chiesa», quando fu in carcere dichiarò accettarla «non altrimenti che inerendo alle regole della Chiesa»; cioè con un sottinteso, che spiega poi dicendo: «La pace pubblica della Chiesa e dello Stato esigeva un rispettoso silenzio sulla bolla Auctorem: tanto intesi di promettere nella sommissione, che professai secondo le regole della Chiesa. Io mi credei in dovere di appigliarmi a questo compenso seguitando il sentimento del grande Arnaldo, che fu il fondamento e la base della pace di Clemente IX».
Continuava dunque nello stile de' suoi, non negando l'infallibilità del papa, ma sofisticandone i modi: volendo ch'egli decidesse di concerto con tutta la Chiesa, e con certe regole canoniche[508]; rendendo insomma il suddito giudice degli atti e della coscienza del superiore; e anche dopo la condanna persistette a supporre savj quelli soltanto che aderissero al suo conciliabolo[509].
Tristo a chi si crede costretto a mutare tono colla politica! sciagurate le palinodie! Un nuovo ordine di cose impiantavasi sulle rovine dell'antico; le repubbliche divenivano regni e principati; all'ombra di nuove vittorie adunavasi un conclave, dove il Gerdil, autore della bolla contro il Ricci, sarebbe uscito papa se non metteagli il veto l'Austria[510]; e il nuovo pontefice Pio VII andava in Francia a coronare Napoleone, che, dopo venuto in Italia ad abbattere i troni egli altari, altari e troni avea rialzati. Allorchè, reduce da quell'atto, Pio VII passò da Firenze il 1805, il Ricci gli presentò nuova protesta «di non aver mai avuto altri sentimenti che quelli definiti dalla bolla di Pio VI; non sostenute nè credute le proposizioni enunciate nel senso giustamente condannato nella surriferita bolla, avendo sempre inteso che, se mai qualche parola o parole avessero dato luogo ad equivoco, fossero subito ritrattate e corrette».
Il papa l'accolse amorevolissimo, e anche dappoi il Ricci gliene scrivea ringraziamenti affettuosi: «Rammenterò sempre con filiale tenerezza il giorno felice in cui furono esauditi i miei voti; e nella vita ritirata che meno per attendere al grande affare della mia eterna salute, non cesserò mai di pregare caldamente l'Altissimo perchè conservi lungamente alla sua Chiesa nella santità vostra un pastore illuminato e zelante, e ai suoi figli un padre tenero ed amoroso, ecc.» (Firenze, 20 maggio 1805).
Le lettere che allora diresse agli amici suonano nel senso stesso: e sino al fedele Pancieri dice: «Io nulla tanto desiderava quanto questo, ma non potevo immaginarmi che ciò accadesse nel modo che ella avrà già saputo. Pio VII, superando le mie speranze, ha accolto con tanta amorevolezza i miei sentimenti sinceri di obbedienza e di attaccamento alla sua sacra persona... Dicano quel che vogliono i maligni, non dobbiamo curarli. La dottrina cattolica è salva: noi abbiamo fatto ciò ch'era necessario per l'edificazione de' popoli, mostrando il nostro amore alla unità; abbiamo tolto quello scandalo che taluni prendevano per ignoranza, altri per malizia. Il voler troppo difendere la nostra estimazione non era conforme all'esempio di Gesù Cristo» (15 giugno 1805).
Eppure allora stesso mandava al Targioni: «Ho alzato la voce senza riguardo; ho combattuto a campo aperto, coll'ajuto del Signore, finchè ho creduto volesse questo da me. Adesso il ritiro, il silenzio, la preghiera sono il mio dovere. Il tempo di parlare verrà, ma forse Iddio lo ha riservato ai nostri posteri, quando Babilonia avrà colmo il sacco. Non è per questo che il grido della fede non si senta sempre: ma, voglia Roma o non voglia, pur troppo la Chiesa ha addosso tutte le apparenze di debilitazione e di vecchiaja per l'oscuramento di tante verità che da molti s'ignorano, dai più non s'apprezzano»[511].
L'intolleranza degli scrupolosi non sa vedere nel Ricci che frode e doppiezza. L'intolleranza degli adulatori venali, peggiore che quella degli inquisitori, lo qualificherebbe di vile, giacchè sostengono che rinnegò la propria coscienza per paura. Noi vi vediamo un uomo che errò, se ne pentì, ma non seppe reprimere ogni lampo di umana superbia: lo condanni chi è senza peccato. Ma in lui veramente si veda quanto sia pericoloso il volere novità, che non entrarono nelle consuetudini o nelle idee del popolo, e il cercare appoggio dall'autorità governativa; e quanto a questa è improvido il mescolarsi in materie che spettano unicamente alla Chiesa, dovendo essa limitarsi a impedire che questa esca dalle sue competenze, e nel resto affidarsi alla libertà.
Nella calma degli ultimi giorni il Ricci radunò tutto il suo carteggio, poi compilò la propria vita, conchiudendo: «Qui farò fine a queste Memorie che forse un giorno potranno servire di disinganno e di scuola a chi le vedrà; e quando pure restino sepolte, non sarà poco profitto per me l'aver riandato nel mio ritiro i tratti grandi della divina misericordia sopra un suo servo inutile. Sia dunque lode e gloria al Signore che ha esaudito le mie preghiere, disimpegnandomi da tanti cimenti a cui ero esposto; e disimpegnandomi con modi così inaspettati ed impensati. Voglia pur egli preservarmi da nuovi rischi, e mi dia grazia pei meriti di Gesù Cristo e colla intercessione di Maria Santissima, dell'angelo mio custode e de' santi miei avvocati e di tutti gli eletti, di passare il resto di mia vita in modo, di esser in punto di morte chiamato a godere di quella eterna beatitudine che col prezioso suo sangue ci ha meritato. Fiat, fiat. Amen, amen».
E con tali sentimenti speriamo sia spirato al 27 gennajo 1810.
Altri molti il prevalere della rivoluzione avea richiamati al vero. Spargendosi che i Giansenisti l'avessero preparata colla loro insubordinazione, il Tamburini nelle Lettere teologico-politiche sulla presente situazione delle cose ecclesiastiche (1794) mostra come le riforme che i principi volevano introdurre negli affari ecclesiastici scontentassero il popolo, e scalzassero l'autorità dei Governi. «Moltissimi erano esacerbati dalla distruzione delle abbadie, risguardate utilissime al lustro delle famiglie; altri molti per la soppressione dei chiostri, considerati come opportuni alla comodità spirituale del popolo; altri non pochi per la distruzione delle confraternite, credute attissime a nutrire la pietà de' fedeli. I principi cercarono produrre una rivoluzione nell'opinione degli uomini», ristorando le Università, e facendo pubblicare opere che «alla sovranità temporale vendicassero gli originarj diritti»: ma si confuse il calor della mischia coll'idea della vittoria, e fidandosi nella forza, i principi posero mano alla Riforma nel calor della disputa, e recarono una ferita più acerba sì all'intelletto che alle passioni. Qui riferisce passi de' caporioni della sètta, tutti in favore dell'autorità regia e contro l'origine popolare della sovranità, asserita dal Buchanan e sua scuola: la taccia di Giacobini riversa sui Gesuiti, e la ribellione e il tirannicidio, cioè quel che oggi s'intitola liberalismo.
E appunto da libero cesarista, egli asserisce che tocca allo Stato stabilire l'osservanza dei giorni festivi, gl'impedimenti e le dispense nel matrimonio, nel quale dee separarsi il contratto dal sacramento, nè proibirlo al clero; peccano i pastori che sinceramente non fanno ossequio alle leggi e ai voti de' principi per la restaurazione della disciplina ecclesiastica; esser indecente che i sacerdoti vivano dell'onorario della messa.
Il Bolgeni, che con soda teologia e piana logica facilmente spezzava l'artifiziosa retorica del Tamburini, oppose anche a queste lettere l'opuscolo I Giansenisti son Giacobini? mostrando come essi appoggiassero, non l'autorità, bensì il regalismo. Al venir dei Francesi, il Tamburini ballò cogli altri attorno all'albero, cantando «Viva l'Università, figlia della ragione e madre della libertà»[512], e presentò la sua Introduzione alla filosofia morale all'amministrazione della repubblica cisalpina, professando, come al tempo dei duchi, i diritti sovrani sopra la Chiesa, e che «vescovi e preti non hanno propriamente se non una direzione nel puro ecclesiastico» (pag. 330).
Al tornare degli Austriaci nel 99 il Tamburini sofferse della riazione e dei rigori del vescovo Nani; poi Napoleone lo ricollocò all'Università a dettare la storia delle leggi e della diplomazia. Riguardato come caporione dei Giansenisti, onorato dagli scolari, distinto dagli imperatori, qual direttore della facoltà legale a Pavia visse sino al 1825 senza mai ritrattarsi; e vecchissimo pubblicò la Perfettibilità dell'umana famiglia e alquante poesie, vantandosi carico d'anni e di scomuniche. Ebbe esequie onorevolissime e un monumento nell'Università, ma l'edizione che si cominciò delle opere sue complete non ebbe lo spaccio che speravasi dalla proibizione, e lasciossi in tronco[513].
Il suo amico Zola, col quale studiava una specie di conciliazione tra il filosofismo francese e la fede richiamata ai primordj, avea ricevuto i favori dell'imperatore Giuseppe, che avendo trasportato da Roma a Pavia il collegio romano ungarico, ve lo collocò rettore con lauto trattamento, e gli offerse così un nuovo mezzo di diffondere fra' giovani il rigorismo. Pubblicò allora il Piano d'una riforma ecclesiastica, e per qual modo i principi cattolici possano riuscirvi (1790): ma quando salì imperatore Francesco II, egli fu congedato, assegnandogli, è vero, la pensione di quattrocentrenta zecchini, e gli onori e le insegne del posto, non men che al Tamburini. Al venire de' Francesi fu rimesso in posto, ma essendosi allora soppresso il seminario generale, egli tornò in patria, e sebbene vedesse la nazione bresciana decaduta troppo dalla prisca floridezza, v'accettò la cattedra di eloquenza. Ivi recitò un'orazione nella quale il famoso anatomico Antonio Scarpa lodava «quella filosofica franchezza che pochi in simile argomento avrebbero osato di spiegare nelle presenti circostanze. Come si troveranno piccoli i nostri repubblicani e i nostri legislatori, i quali non sanno nulla di tutto ciò che Zola si propone d'insegnare! Come dovrebbero trovarsi umiliati quelli che a governare credono bastevole l'andar vestiti da ranocchi, con gran pennacchio e gran sciabola».
Al lui vediamo prodigate lodi dagli scolari e dai colleghi, fino a dire,
Nulla ferent talem sæcta futura virum;
ma Germano Jacopo Gussago suo encomiatore parla «delle peripezie ch'egli ebbe a soffrire, sino a spargersi sopra di esso, da' preti, da' frati e da' bigotti, sospetti di libertinaggio e di empietà». Fu sempre appassionato dei romanzi, nel che esortava a non imitarlo.
L'alito del portico teologico di Pavia si sentì lungamente fra il clero lombardo, e proruppe fin nell'opposizione che, nel 1855, qualche prete pavese fece alla dichiarazione dogmatica dell'immacolata concezione. Si sofisticò sul modo della decisione e della promulgazione; si volle, nella bolla dell'8 dicembre 1854, vedere un tentativo del papa di svertare l'episcopato; si poneva in avvertenza il Governo; si sperava che il potere civile proteggerebbe dalle persecuzioni ecclesiastiche: frasi conosciute e ripieghi consueti di quella scuola.
E nella nostra gioventù noi vedevamo ancora, massime in Lombardia, il clero diviso tra papisti e giansenisti: questi ultimi, persone generalmente di austera condotta e di studio, e che facilmente curvaronsi alla servitù francese, impostaci col nome di libertà; ottennero impieghi, onori, vescovadi; pure non vi galleggiò alcun nome, che pareggiasse i tanto illustri di Francia.
E allorchè da questa, con un torrente d'armati ci fu trasmesso un torrente di errori, e della servilità nostra fu sintomo un vomito di opuscoli avversi alla religione e brutte copie di francesi, molti di quelli che aveano osteggiato il pontefice scesero nell'arena a difendere l'autorità, che aveano contribuito a scassinare. Così il Guadagnini negli ultimi suoi giorni dovette farsi apologista contro le diatribe che, all'ombra dell'albero giacobino, buttavano fuori il Ranza[514] e somiglianti.
Il prevosto Reginaldo Tanzini fece amplissima ritrattazione a Pio VII l'agosto 1800, confessandosi autore della Storia dell'Assemblea de' vescovi di Toscana, eccettuatane la prefazione: e d'una edizione di Machiavello, con proemio che lo discolpa. «Un errore d'intelletto, l'impegno travestito ai miei stessi occhi in sembianza di zelo, mi aveano talmente affascinato e deluso, fino a farmi reputare utile servizio alla Chiesa ciò che difatti la offendeva e la turbava»; e conchiudeva: «Ah non vi sia mai alcuno tanto infelice che abbia la deplorata temerità di disprezzare questa augusta religione, la quale, ne' suoi rapporti allo stato di corruzione del genere umano, inesplicabile senza il lume di lei, nelle sue testimonianze autentiche e sovrumane, nelle sue auree e preziose massime dottrinali e morali, porta scoperta ed evidente l'impronta della divinità».
Aveva assistito al sinodo pistojese Vincenzo Palmieri di Genova oratoriano (1753-1820), professore di storia e teologia nel portico pavese, autore d'un Trattato storico-critico-dogmatico delle indulgenze (1788), che fu confutato dal padre Anfossi maestro del sacro palazzo, al quale più tardi egli oppose La perpetuità della fede della Chiesa cattolica concernente i dogmi dell'indulgenza. Mutati i tempi, ritirossi in patria e col Solari, traduttore d'Orazio, col Molinelli, col Degola ed altri preti patrioti mandarono una lettera d'adesione al clero costituzionale di Francia. Dalla loro unione uscì un opuscolo, La libertà e la legge considerati nella libertà delle opinioni e nella tolleranza dei culti. Il Palmieri avea pur fatto una Esposizione ragionata dei sistemi degli increduli, e mentre alcuni dicono che, avanti morire, si ritrattasse di quanto avea scritto contro la santa sede, i suoi amici lo vantano d'impenitenza finale.
Alcuni furono più sfortunati, come Marcello Eusebio Scotti, napoletano, predicatore sospetto, autore d'un catechismo pe' marinaj e della Monarchia universale de' papi (1789)[515], scritta per sostener la quistione della chinea contro i pontefici, dei quali affolla le usurpazioni come causa di tutti i mali della Chiesa. Buttatosi nel vortice della rivoluzione, nel 1799 fu fatto appiccare dai re, de' quali aveva intrepidamente proclamata l'assolutezza.
Anche Giovanni Serrao di Potenza avea stampato degli illustri catechisti al modo di Cicerone De claris oratoribus, dialogo latino fra l'autore, Domenico Malarbi e Girolamo Vecchietti, dando gran lodi a Mesengui e censurando i gesuiti, allora soppressi. Il padre Mamachi criticò assai questo ed altri scritti, onde il papa prima di accettarlo vescovo di Potenza, l'obbligò a dare spiegazioni sui suoi sentimenti: ma il Serrao scrisse al ministero napoletano, eccitandolo a respingere le pretensioni di Roma. In fatti una commissione eletta da questo dichiarò insultante e inaccettabile l'interrogatorio, ed esortava il re a far consacrare il Serrao dal metropolita. La proposta fu accolta col piacere che allora metteasi in tutto ciò che cozzasse con Roma: alfine una congregazione di cardinali suggerì che egli facesse un atto di sommessione alla santa sede senza entrare in particolarità. Credesi suo il libro intitolato La Prammatica di san Luigi proposta ai riformatori della disciplina (1788), dove arroga ai re il diritto di eleggere i vescovi, e dove la sinagoga romana è presentata coi modi più insultanti. Dettò pure un Commentario de rebus gestis Mariæ Theresiæ dedicato alla regina Carolina, alla quale e al re profuse elogi: e quando fu chiesto a dar il giuramento d'obbedienza da vescovo, disse: «Volentieri, ma salvo quella che devo al mio sovrano». Quei re si gloriavano di sudditi così devoti; ma vien la repubblica, ed egli fu di questa caldissimo; nel cader della quale il popolo lo trucidò[516].
NOTE
[478] L'abate Marco Mastrofini fece dei Rilievi sull'opera del signor De Potter, intitolata Spirito della Chiesa, o considerazioni filosofiche e politiche sulla storia dei Concilj e dei Papi, dagli Apostoli fino ai giorni nostri (Roma 1826). Con buona logica e retta teologia ne esamina le dottrine intorno a Dio, alla trinità, al peccato originale, a Cristo, alla Grazia, alla Chiesa, ai Concilj, ai santi padri, all'invariabilità dei dogmi, ai pontefici, mostrandone i gravi errori, le molte ignoranze, le continue contraddizioni; e come non riveli lo spirito della Chiesa, bensì con arguzie e scurrilità i mancamenti e i vizj che la Chiesa deplora e rimprovera.
[479] Il Ricci riflette che, in sua gioventù, era poco frequente il caso d'un indulto generale nella diocesi: e quando accordavasi, era solo per uova e latticinj, esclusine anche sempre i mercoledì, venerdì e sabati, la prima e l'ultima settimana, e le vigilie dell'Annunziata e di san Giuseppe: e mai non si concedeva due anni di seguito. Clemente XIII nel 1767 dispensò anche per l'uso delle carni, dal che venne grave scandalo; poi Pio VI abbondò.
[480] Vedi il nostro vol. I, pag. 89. Il Pusey, che più volte menzionammo, accorderebbe tutto, purchè la Chiesa cattolica ripudii la supremazia del papa e il culto di Maria. Al qual proposito soccorrono parole del nostro padre Ventura: «Non è lontano il tempo che il nome di Maria ricondurrà il suo culto in Londra, e con esso la vera religione del Figlio. Avvenimenti misteriosi e inesplicabili hanno luogo presentemente nella fiera Albione. E l'opera di Dio che riconduce, nelle sue vie ineffabili, quel popolo, mercante dei beni della terra, alla conquista dei beni del cielo, col suo ritorno all'unità della vera fede. Ma questo grande, avvenimento che farà stordir l'universo e lo colmerà di gioja, non avrà il suo effetto salvo che sotto il patronato di Maria, presso la quale i Cattolici inglesi insistono alla lor volta con incessanti preghiere, onde ottener la conversione della grande loro patria».
Vedasi in fatto la magnifica risposta del Manning, della quale ci siamo qui valsi.
[481] Una delle maggiori accuse che Pietro Leopoldo appone a i Minori Osservanti, è che «il lettore pone per principio che il governo della Chiesa è monarchico, e che il romano pontefice ne è veramente il monarca. Questa eresia si fa passare come un articolo di fede.... Tralascio di accennare gli altri spropositi sulla superiorità del papa al Concilio». «Faceva pietà (dice altrove) il legger gli scritti di quei lettori (frati)..... Le Bolle dei papi erano venerate come regola di fede. La loro infallibilità era data per domma». E del suo sinodo dice: «Troppo si temevano le conseguenze dai partigiani della Corte di Roma, che prevedeva l'effetto che potea produrre contro l'antica macchina della monarchia papale un corso di dottrina e disciplina insieme raccolto, e fondalo sul vangelo e sulla tradizione, assortito appunto per battere in dettaglio quella diabolica ed anticristiana invenzione».
[482] 1784, con note del Guadagnini.
[483] 1771. Altre sue opere sono:
De justitia Christiana et de sacramentis. Pavia 1783 e 84.
De ultimo hominis fine, deque virtutibus theologicis et cardinalibus. Pavia 1785.
De Ethica cristiana. Pavia 1785.
De verbo Dei scripto ac tradito. Pavia 1789.
Introduzioni e lezioni di filosofia morale, volumi VII, dal 1802 al 1812.
Saggio di poesie composte oltre l'ottantesimo anno.
S'ha una lettera del Gioberti del 1830, diretta all'avvocato Saleri di Brescia, ove applaude ad un costui Elogio del Tamburrini, effondendosi nelle lodi di questo, siccome grand'osteggiatore di «quella setta potente che, dopo corrotta la morale, corrotti i dogmi e la disciplina, vuol mescere il cielo colla terra, la società civile colla ecclesiastica, il regno spirituale col temporale, perpetuare gli abusi presenti, far rivivere quelli della bassa età, e spenta ogni civiltà moderna, richiamare nella religione e nel mondo l'antica babarie». Esorta il Saleri a raccogliere tutte le lettere del Tamburini; e a procurare un'edizione compiuta delle sue opere a Firenze, dove la censura è più benigna.
[484] Episcopatui romano non ita adnexum dicimus primatum, ut Ecclesia illum in aliam quamcumque cathedram transferre non possit.
Arnaldus Brixiensis nec proprie schismaticus fuit, nec seditiosus, nec turbulentus.
Nullus episcopus, nec romano excepto, potest aliquem excommunicare, nisi de consensu, saltem præsumpto, totius corporis Ecclesiæ.
Hæresis janseniana est inane spectrum, calide confictum ad hostibus veritatis ad suos adversarios opprimendos.
Ecclesia subesse potest errori in definiendo sensu librorum qui canonici non sunt.
Quælibet gratia Christi efficax est.
Romanus pontifex pastorale munus exercere nequit in alterius diœcesi, absque proprii ordinarii facultate.
Episcopi suam a Christo immediate jurisdictionem habent, non a romano pontifice.
Concilia generalia esse supra pontificem propugnamus.
_Ecclesia nullam habet potestatem conferendi indulgentias pro mortuis.
Approbationes confessariorum nec ad loca nec ad tempus limitari possunt.
Romanus pontifex in rebus fidei ac morum, etiam cum Ecclesia sua particulari, judicium pronuncians, subesse potest errori.
Irrefragabilis conciliorum auctoritas minime pendet a confirmatione romani pontificis.
Index librorum prohibitorum congregationis romanæ nequit esse regula pro discernendis bonis libris a malis._
[485] Altre opere sue sono:
Vindiciæ augustinianæ ab imputatione regni millenarii. Cremona 1747.
Dialoghi tre in difesa di quelle (1753). Sostiene che il sermone 259 di sant'Agostino è un centone di passi di quel santo, mal connessi da chi volle farlo autore dell'errore de' millenarj.
D. Aurelii Augustini quæ videtur sententia de beatitate s. patriarcarum, prophetarum etc. ante Christi descensum ad inferos (1762). Gli fu vivamente combattuta dal Mamacchi, contro cui egli diresse una Lettera prima nel 1767. L'anno dopo pubblicò la Dissertazione epistolare se l'anima delle bestie possa dirsi spirituale: poi una spiegazione del testo di sant'Agostino Ecclesiam Christi servituram fuisse sub regibus hujus sæculi; e Delle giornaliere pubbliche preci da ristabilirsi nel rito romano per la salute e prosperità de' sovrani (Pavia 1784).
Lo contraddissero molti discepoli di san Tommaso, e principalmente i padri Mingarelli, Patuzzi, Migliori, e monsignor Giustiniani vescovo di Cerigo.
[486] G. B. Almici di Coccaglio (1717-93) fratello di Camillo, traducendo Puffendorf pretese rettificarlo nella parte eterodossa, come la poligamia, i voti, il suicidio, il duello, le convenzioni di guerra: lo spirito di Elvezio.
[487] Esame della Vera Idea della santa sede. Macerata 1785.
Il critico corretto. 1786.
Fatti dommatici, ossia della infallibilità della Chiesa nel decidere sulla dottrina buona o cattiva de' libri. Brescia 1788.
Della Carità o amor di Dio. Roma 1788.
Il vescovado, ossia della podestà di governare la Chiesa, 1789.
Economia della fede cristiana. Brescia 1790.
Se i Giansenisti sieno Giacobini, 1794.
Il possesso, principio fondamentale per decidere i casi morali. Brescia 1796 e Cremona 1816.
[488] Questo fatto merita particolar menzione, atteso gli odierni incidenti. Avendo i Francesi repubblicani invaso nel 1798 lo Stato pontifizio, v'imposero il giuramento «di odiar la monarchia e l'anarchia». Il papa proibì di giurare se non di «non prender parte a qualsiasi congiura o sedizione pel ristabilimento della monarchia e contro la repubblica; odio all'anarchia; fedeltà alla costituzione, salva la religione cattolica». Prima che l'esplicita decisione arrivasse, alcuni, come avviene in tempi di persecuzione, aveano tentato conciliare colle esigenze del Governo la coscienza cattolica, e il Bolgeni pubblicò Sentimenti sul giuramento prescritto agli instruttori e funzionarj pubblici; dalla cui autorità indotto, monsignor Boni vicegerente pubblicò che ciascuno potesse in ciò seguire la particolare opinione, senza tacciare l'altrui. Se n'autorizzarono i professori della Sapienza e del Collegio Romano a prestare il giuramento, fin quando il papa fe pubblicare la sua decisione.
Eguali sevizie partorirono eguali disturbi di coscienza nella rivoluzione odierna.
[489] Contro il Mamachi, Del diritto della Chiesa di acquistare e di possedere beni temporali, Salvatore Spiriti di Cosenza scrisse il Dialogo de' morti, ossia Trimerone ecclesiastico-politico in dimostrazione dei diritti del principato e del sacerdozio, e la Mamachiana per chi vuol divertirsi (1770), beffa continua, della quale altri fa autore Carlo Pecchio, continuatore della storia del Giannone.
Avendo il Mamachi tacciato d'irreligioso il filosofo Genovesi, questi fu difeso violentemente da un amico.
[490] T. I, pag. XLIII la prima parte è polemica, la seconda è storica, narrando il primato del papa nei primi otto secoli.
[491] Del Rucellaj sono le migliori fra le tante memorie che allora uscirono intorno alla giurisdizione ecclesiastica e regia. Una secreta, spedita a Vienna il 1745, fra le altre cose dice: «La storia delle dispute di giurisdizione fra la Corte romana e il poter civile può ridursi a questo punto: che essa non cessò mai di pretendere suoi i diritti degli altri, per poter poi accordarli per grazia a quelli che devono possederli per giustizia: e che, nojati di quell'eterno conflitto, si contentarono di goderne a qual prezzo si fosse, senza riflettere che questo cambiamento di titolo permetteva al sacerdozio, come non lasciava mai di fare, di rivendicar finalmente per conto proprio quello, su cui pareva aver acquistato un diritto col cederlo».
[492] Esistono negli archivj, e presto saranno pubblicate dal signor Kervyn de Lettenhove nel Belgio, lettere di Maria Teresa, che rimprovera a suo figlio il farnetico delle innovazioni ecclesiastiche.
[493] Era Gaetano Incontri (-1781) di cui lodaronsi grandemente la spiegazione sopra la celebrazione delle feste. Il suo Trattato teologico sulle azioni umane, denunziato alla sacra Congregazione, non fu trovato riprovevole.
[494] «Molti invero sono i pregiudizj che dalla libertà di pensare, di parlare, di leggere ho riconosciuto esser derivati alla nostra santa religione da qualche tempo in questa nostra città, e che hanno aperto più libero il campo al libertinaggio, dappoichè le podestà ecclesiastiche non hanno potuto usare dell'autorità loro; ed essendone da più parti giunta la notizia alla santa sede, ho ricevuto dei forti eccitamenti dal sommo pontefice per riparare agli abusi onde l'ho supplicato a confortarmi col suo ajuto nell'adempimento del mio ministero. All'occasione, nelle maniere più proprie, ho pensato alle volte, affine di non mancare verso il popolo alle mie cure spirituali confidato, d'istruirlo con degli avvertimenti pastorali, e mi è stato impedito come è noto; me ne sono rispettosamente rammaricato; ho fatto sovra a varj punti appartenenti alla religione ed al costume, siccome sopra altre materie concernenti l'ecclesiastica disciplina, delle umili rappresentanze, e per mio demerito non sono stato esaudito. Vostra eccellenza sa quante volte mi sono dato l'onore d'essere ad ossequiarla per parteciparle le mie più riverenti e fervorose istanze; sicchè confesso che nelle divisate contingenze mi trovo alquanto disanimato. Qualora poi venga assistito nell'esercizio del mio vescovile impiego dalla suprema autorità che vivamente imploro, m'incoraggierei molto, nè avrei più che desiderare. Con tal fiducia pregando V. E. a riprotestare all'imperial consiglio la mia più distinta venerazione mi pregio di rassegnarmi di V. E. ecc.». È del 1752. A proposito dell'abolizione della censura avendo il vescovo di Chiusi mosso alcun richiamo, fu obbligato ritrattarsi, e scriveva: «Sacra Cesarea maestà. Con estremo rammarico e cordoglio dell'anima mia appresi da sua santità le aspre doglianze avanzate dalla maestà vostra contro la mia povera persona, come che abbi avuto il temerario ardimento di offendere la di lei imperiale persona, mio augustissimo sovrano... Mi riconosco in debito di presentarmi ossequioso al trono della c. m. v. ecc.»
[495] Prima memoria del 21 luglio 1781.
[496] Così il Ricci, nell'autobiografia manuscritta.
[497] La sua Justification de frà Paul Sarpi (Parigi 1811) sono lettere a un magistrato (presidente Agier) in difesa dell'indole e dei sentimenti di frà Paolo. Nel 1820 stampò a Lipsia il Catechismo de' Gesuiti, in sei dialoghi fra un avvocato e un Gesuita, imitando, troppo da lontano, le Provinciali di Pascal. Mandò una lettera di adesione alla costituzione civile del clero francese. Col Gregoire viaggiò in Inghilterra, in Olanda, in Germania; separandosi, convennero che, l'ultimo giorno di ogni mese, alle sette del mattino si prostrerebbero innanzi a Dio a pregare uno per l'altro soccorsi spirituali. Quest'accordo saputosi, fu imitato da altri, che sebben lontanissimi e neppure conosciuti, s'associavano ad ora fissa nella preghiera.
[498] Oltre molte opere letterarie, e principalmente versi, e molte traduzioni, fra cui i Principj sull'essenza delle due podestà del La Borde, e quel che dicemmo sopra la Via Crucis e il Sacro Cuore, scrisse sopra la definizione della Chiesa, inserita nel catechismo adottato da quattro vescovi toscani: Annotazioni sopra le annotazioni pacifiche d'un parroco cattolico (era il Marchetti) al vescovo di Pistoja: alle quali fecero sgarbata risposta l'Esame d'un giovane ecclesiastico, che era l'abate Sintich di Veggia, e alcune lettere del canonico Muzzani. Caduto agli Austriaci il Veneto, il Pujati si ritirò nel convento di Praglia, e visse esemplarissimo.
[499] Ricasoli Anton Giuseppe studiò col Ricci sotto il Lami, poi sotto monsignor Filippo Martini; fece tradurre e stampare la Storia ecclesiastica del Racine, poi le opere del Machiavello, sebbene il nunzio Crivelli vi si opponesse invano, perchè l'arcivescovo Incontri (dice il Passerini) era uomo che sapea discernere il bene dal male, e convenne col Ricci sul pregio del Machiavello e sull'utilità di far più popolari le opere sue (Genealogia nella casa Ricasoli, f. 212). Morì del 1783 mancando al Ricci «uno de' più validi ajuti nell'opera di riforma che aveva intrapresa» (ibid.).
[500] Tra la farragine d'opere pubblicate allora, citiamo:
Memorie istorico-ecclesiastiche per servire d'apologia a quanto viene presentemente praticato in differenti corti d'Europa per condurre la disciplina ecclesiastica, e specialmente regolare (per quanto sia possibile) nel primiero suo istituto, opera d'un italiano; colla falsa data di Conisberga 1782, e l'avviso che si vende dal librajo Bindi a Siena.
La Monaca ammaestrata del diritto che ha il principe sopra la clausura, e della libertà che le rimane di tornarsene al secolo, soppresso il monistero e l'istituto, 1783.
Della monarchia universale de' papi, 1789.
Necessità e utilità del matrimonio degli ecclesiastici, in cui si dimostra che il papa può dispensare quelli che chieggono, 1770.
Piano ecclesiastico per un regolamento da tentare nelle circostanze dei tempi presenti. Venezia 1767.
Raccolta di opuscoli interessanti la religione. Pistoja, stamperia Bracali 1786, e avanti: 17 vol.
Ragionamento intorno ai beni temporali posseduti dalle chiese, dagli ecclesiastici e da tutti quelli che si dicono Manimorte. Venezia 1766.
Rendete a Cesare ciò ch'è di Cesare.
Sonetti contro le opinioni di Michele Bajo, di Giansenio iprense, del Belelli, del padre Berti agostiniano, del Viatore, del Rotigni, del Migliavacca (proibiti nel 1762).
Gesù Cristo sotto l'anatema e sotto la scomunica, ovvero Riflessioni sul mistero di Gesù Cristo rigettato, condannato e scomunicato dal gran sacerdote e dal corpo dei pastori del popolo di Dio; per istruzione e consolazione di quelli che, nel seno della Chiesa provano un simile trattamento. Pistoja 1786.
Nel 1769 viaggiò in Italia Agostino Gian Carlo Clement di Auxerre, uno de' più ferventi missionarj delle opinioni giansenistiche, e vi incalorì i suoi partigiani; tra i quali Foggini, Bottari, Del Mare, Palmieri, Tamburini, Zola, Alpruni, Pujati, Nanneroni, Simioli conservaronsi seco in carteggio, e se ne hanno lettere nei 24 volumi che ne restano. Descrisse questo suo Viaggio in Italia e in Ispagna (1802, 3 vol.) in modo goffo e vanitoso.
Nell'archivio ricciano esiste tutto il carteggio del 1783 fra il Ricci e il granduca.
[501] È quanto io cercava far intendere al parlamento italiano, che allora ripudiò la proposta, mentre l'anno dopo fu attuata dal ministero, ma denunziata oggi come colpa dai liberali, implacabili autori di tirannie.
[502] Numero XIII del Decreto di fede. Ma nel n. X erasi scritto: «Non può temere il fedele che la Chiesa abusi giammai di questa autorità. L'assistenza divina, che la assicura di non errare quando esprime il suo giudizio sulla dottrina e la morale, le assicura per la stessa ragione il privilegio di non abusare. Se tale sicurezza mancasse, saremmo egualmente incerti nella nostra credenza, e potrebbe sempre chiedersi se la Chiesa avesse o no abusato della sua autorità, o si fosse dipartita dalle vere sorgenti, che rendono infallibili le sue decisioni; sicchè le decisioni della Chiesa resterebbero soggette ai capricci e al giudizio d'ogni privato».
[503] Vedi Istoria dell'assemblea degli arcivescovi e vescovi di Toscana. — Punti ecclesiastici, compilati e trasmessi da S. A. R. a tutti gli arcivescovi e vescovi della Toscana e loro rispettive risposte. Firenze 1788. Al frontispizio è una stampa con figure simboliche, e al di sotto un genietto che tiene aperto un libro, sul quale è il titolo, Enciclopedie. All'esposizione di tutte quelle infinite ordinanze, che quasi tutte concernono materie affatto ecclesiastiche, come messali, libri di preghiere, catechismi, massime di teologia morale e fin dogmatica, premette: «Furono ammirati i lumi del principe sopra l'ecclesiastica disciplina, e la di lui moderazione nel sottoporre all'altrui giudizio quello che egli poteva liberamente determinare come di sua piena competenza». Proemio, pag. 4. Fra le carte del Ricci v'è un gazzettino dell'assemblea, manuscritto farcito di pettegolezzi. Inoltre molti scritti di accuse e discolpe per quel che si faceva nel sinodo. Contro del quale, fra tanti altri, scrisse Carlo Borgo di Vicenza gesuita, autore d'un'Arte delle fortificazioni e difesa delle piazze, per cui Federico II lo nominò tenente colonnello. Premio satirico.
[504] L'osceno Casti prese in burla i Giansenisti, in una novella, non so se edita, di cui reco qualche strofa.
Al rimbombo d'on tamburo Che la terra e il cielo assorda E il sereno aere puro D'atre nubi infesta e lorda Si svegliò Giansenio a sorte Dal fatal sonno di morte..... E spiegando il guardo fuore, Vide un certo Tamburino Che faceva gran rumore Ora in tosco, ora in latino, Ed aveva intorno a sè Il Quesnello e il Petit-pied. Con Arnaldo e San Cirano E de' preti in mal arnese Che menavano per mano Il prelato pistojese Eran questi i suoi cotali Santi padri sinodali. Il buon vescovo Giansenio Al veder tutto quel coro Si sentì nascer il genio Di saper chi sien coloro E i motivi tanto forti D'un rumor che sveglia i morti... Disse allor d'Ipri il pastore: Io godea riposo e quiete, Ma svegliommi il gran rumore Del Tambur di questo prete. E così successe a mè, Disse tosto il Petit-pied. Pure anch'io, disse Quesnello, Me ne stava là sdrajato Nel mio cupo e chiuso avello, E costui m'ha qui chiamato Col Tamburo suo sì forte, Risvegliandomi da morte. Ma se è ver che tanta possa Ha un Tambur sì riverito Di chiamar dalla lor fossa Anche ogni uom che è già sbasito, Deh! richiami a questo sole Il Pascal ed il Nicole. Tamburin senza dir altro, Sul Tamburo onnipossente Diè un gran colpo, e l'un e l'altro Lì comparver prontamente, E alternando i loro abbracci Caricavansi di bacci. Il prelato fiorentino Che mirò poter sì strano Nel suo caro Tamburino, Gnaffe, disse in buon toscano, Questo prete, in senso mio, È il Tambur proprio di Dio... Ma Giansenio in grave aspetto A quel prete si rivolse, E, Qual è, disse, l'oggetto Che qui tutti ci raccolse? Tamburino allor sputò Quattro volte, e poi parlò: Monsignor, se vi ho chiamati Tutti in crocchio, o cari amici, È che certi scapestrati Nostri acerrimi nemici Voglion metter a ruina La più pura alma dottrina. Questa gente traviata, Questo ceto nero e tristo Che ha del tutto travisata La moral di Gesù Cristo, Fur Gesuiti un dì chiamati, Che non fur preti nè frati. Dal momento in cui comparve L'Agostin vostro stampato, Quest'inferne orride larve L'hanno tosto criticato, Che la vostra teologia Fu spacciata un'eresia... E spacciandovi issofatto Di Calvino frate vero, Tanto han detto, tanto han fatto, Che la cattedra di Piero Contro voi sentenza disse, E col libro vi proscrisse... Ma per quante proscrizioni Abbia fatte ognor la Chiesa Contro i nobili campioni Che di voi preser difesa, Sempre intrepidi fur visti Contro il papa i Giansenisti... Ma a dir tutto insomma in poco Ci facciam noi giansenisti Delle bolle e papi giuoco, E siam molto ben previsti Di coraggio e di difesa Contro il capo della Chiesa. A tai voci il buon prelato Interruppe il Tamburino, E con volto un po' adirato Disse: Ah corpo d'Appollino! Il parlar vostro è sì strano. Che non sembra da cristiano. Ma, di grazia, rispondete alle mie interrogazioni. Prima ditemi chi siete, E quai dritti, e quai ragioni Voi avete onde in conscienza Fare ai papi resistenza? — Chi son io? son dottore Nella sacra teologia, E son pubblico lettore Nel liceo di Pavia. Chi son io? cospettón, Son bressan, taja cantón... — Caro il mio signor dottore Laureato in teologia, Lei dimostra aver col core Guasta ancor la fantasia, E col papa un gran mal genio Mostra aver, disse Giansenio. Vo' saper da ussignoria Chi di Cristo fa la Chiesa? I dottori in teologia? Questa cosa io non l'ho intesa, Ma ella certo mi dirà Che la forma l'unità. Cioè a dire il corpo intero De' fedeli, regolati Dal legittimo di Piero Successor e da prelati A cui diede Iddio signore Della fe l'almo splendore... Perchè mai disse Gesù Prima a Pier quelle parole Tu le chiavi avrai, sì, tu Del mio ciel ch'è sopra il sole, Cioè il poter che in tutti è uguale Lo dà a Pietro universale... Or perchè, dite o mio prete, Ve la date tanto calda Contro i papi, e ognor tenete Contro lor l'alma sì balda Di difender come fate Mie dottrine condannate? Io ho errato in buona fede Che credea di dir il vero; Ma dacchè la santa sede Fulminò il mio libro intero, Voi col farven difensore Vi addossate ogni mio errore... — Ah! pur troppo, o gran pastore, Disser quelli, abbiam mancato Pur di viver un tenore Abbiam sempre conservato Di virtù, di penitenza Che sperar ci fa indulgenza.. — Siam cristiani e tanto basti, Disse irato il Tamburino, Se i costumi poi son guasti È perchè l'amor divino Non abbiam per gran disgrazia, Ma aspettiamo un dì la grazia... Oh che sinodo è mai quello! Se il leggeste, almo pastore, Voi direste che è assai bello, Io ci ho posto ingegno e core, E qualor vi penso sopra Dico, ho fatto un capo d'opra. Qui del papa non si parla Nè si nomina per niente, Che di lui anzi si sparla, Ma però indirettamente, E si dice alla distesa Ch'ei può nulla nella Chiesa. Questo sinodo è un po' strano Di politica e di fede, Concertato col sovrano, Nulla con la santa sede, Lavorato come va Sulla sacra antichità. Qui si mostra ad evidenza Che la Chiesa in questa età Tutta è piena di licenza, Che perdè la libertà, Perchè i papi ed i pastori D'un tal mal sono fautori. Tutti ciechi che conducono Per sentier di sterpi e dumi, Gli altri ciechi in cui non lucono Della fede i veri lumi, Si è del ver spento il fanale Fin nel ceto episcopale... Certi santi Ildebrandisti Più romani che fedeli, Varj altari e certi Cristi, Certi quadri e certi veli, Imposture mal intese, Si son tolte dalle Chiese. Non si vuol tanta indulgenza Nell'assolver peccatori Se non han per eccellenza D'amor santo accesi i cori: Si detesta l'attrizione, Si vuol sol la contrizione. Non si vogliono più frati, Pochi preti e scarsa messa: Sono i primi scellerati Che nel cuore han Roma impressa; Sol si vogliono romiti D'ordin sacro non muniti... Noi siam soli que' che abbiamo Il deposito di fede, Noi siam quelli che vogliamo Riformar la santa sede, Noi siam dotti, noi siam santi, Tutti gli altri empj, ignoranti. — Ho capito. Io non vo' altro, Disse allor d'Ispri il pastore, Siete un uom maligno e scaltro, Fariseo avete il core: E voi vescovo di Prato Siete un vescovo ingannato. Ahimè, Italia, se tu vanti Tai lettor nelle tue scuole, Manda pur dal ciglio i pianti Che di fe si oscura il sole: Già in te serpe il magistero Di Calvino e di Lutero... Infelice! or che farò? Disse il Ricci al Tamburini, Che sdegnato, — Oh che cojò! Hai nel sen cor sì meschino? Gli rispose, in tua difesa Basto io solo a tanta impresa. Non temer, vattene a Prato Nel tuo vago carrozzino, Ma sta sempre rinserrato E di sera e di mattino, Tal spediente è troppo onesto Lascia a me cura del resto.
[505] Poichè quel documento racchiude tutta la dottrina pratica del Ricci, sostenuta oggi ancora dai democratici illiberali, stimiamo bene qui riprodurlo tralasciando solo i punti inutili o transitorj.
§ I. — Riforma degli Studj.
1. Il male che teme maggiormente la verità è il non essere conosciuta. Quando il popolo non è abbastanza istruito e non ne conosce lo spirito, è troppo facile che venga sedotto dalle apparenze e trasportato alla superstizione. Ma il popolo non sarà istruito giammai come conviene, se gli ecclesiastici non sono essi stessi illuminati. Un pastore che non ha della religione se non che un'idea superficiale e confusa, fomenterà nel suo gregge le frivolezze, e trascurerà i doveri essenziali e i rapporti che dee avere il fedele colla società e colla Chiesa; ed un pastore che sarà imbevuto di false massime e di dottrine poco sicure condurrà seco nell'errore il suo gregge con tanta maggiore facilità, quanto sarà più semplice e meno avvertito.
Importa ancora moltissimo che si mantenga nell'insegnamento la massima uniformità. I partiti e le gare teologiche fanno nelle scuole un danno grandissimo, perchè avvezzano i teologi a quel genio litigioso e sofistico che fa trascurate le massime più importanti e più serie, e producono un male anche maggiore nel popolo. Stancato dalle gare continue che si fomentano sopra alcuni punti che interessano la religione, corre pericolo di dubitare di tutti, oppure adotta per tutti una fredda indifferenza...
Egli è dunque indispensabile arrestare una volta questi disordini. Gli ecclesiastici sappiano la religione, e parlino tutti lo stesso linguaggio.
2. Sarà quindi fissato per massima che in tutte le scuole del Granducato s'insegni costantemente la dottrina cattolica sulla distinzione delle due potestà, non avendo dato Gesù Cristo alla Chiesa che una potestà puramente spirituale [Non avea letto il vangelo, ove a Cristo è data ogni podestà], ed essendo la temporale data da Dio ai sovrani indipendente da essa.
3. Sarà parimente fissata per massima in tutte le scuole teologiche del Granducato la dottrina di sant'Agostino, specialmente in ciò che riguarda la Predestinazione, la Grazia e il Peccato originale [La libertà d'insegnare ciò solo che il governo vuole è predicata dai liberalisti d'oggi. Ecco portata l'autorità del governo fin a decidere tra sant'Agostino e san Tommaso!]. Questa dottrina fu sempre considerata come la dottrina della Chiesa, e fu inoltre fissata concordemente dai nostri arcivescovi e vescovi.
4. Non potrà quindi alcun privato o pubblico professore insegnare altra sentenza, se non per modo d'istoria.
5. Non si ammetterà ai concorsi alle parrocchie o a qualunque altro benefizio che abbia annessa la cura delle anime chiunque non la professi; e sarà impegno dei vescovi esaminare sopra di essa i concorrenti o i presentati in qualunque maniera [Non potrebbe spingersi più là l'intolleranza].
6. Perchè si ottenga la bramata uniformità e si promuova lo studio promovendo una lodevole emulazione, si terranno indispensabilmente nella città e nella diocesi, in tutti i vicariati o pivieri, le solite conferenze dei parrochi, e si stamperanno le decisioni.
7. Non saranno esenti dall'intervenirvi i Regolari, giacchè sopra li studi loro i vescovi avranno tutta l'autorità.
8. I Regolari dovranno essi medesimi seguire la dottrina di sant'Agostino, rinunziando a tutti gl'impegni e a tutte le sentenze private dei loro Ordini rispettivi; ed i vescovi avranno tutta l'attenzione perchè nelle scuole domestiche, finchè sarà creduto espediente il conservarle, si mantenga la uniformità cogli studj della diocesi.
9. Quando sarà sistemato il piano di studj che progettò l'Assemblea degli arcivescovi e vescovi, ed avrà ottenuto la reale nostra approvazione, non sarà lecito ad alcuno dipartirsi da quello, e dovrà essere abbracciato e seguito in tutte le scuole del nostro dominio [Idem].
§ II. — Ordinazioni, vita ed onestà dei chierici.
10. Lo stato ecclesiastico è uno stato di perfezione e di magistero. Nessuno adunque deve essere promosso se non porta seco la raccomandazione di una soda virtù e di una conveniente dottrina. Un ecclesiastico vizioso farebbe troppo disonore alla religione, e l'ordinare un ignorante sarebbe forse un togliere allo Stato un buon padre di famiglia per aggravare la Chiesa di un ministro incapace ed inutile.
La soverchia moltiplicazione degli ecclesiastici ne lascia ancora una gran parte oziosa. Chi non ha zelo sufficiente per applicarsi alla santificazione dei prossimi, dee fissarsi nello stato di laico.
Sarà impegno dei vescovi di avere riguardo a queste massime generali prima di procedere alle ordinazioni.
11. Per cooperare dal canto nostro a quest'oggetto così importante, Noi prescriviamo la esatta osservanza del canone Calcedonese, che proibisce le ordinazioni vaghe e senza titolo. Quindi niuno potrà da qui avanti essere ordinato senza essere addetto a qualche chiesa, al cui attuale servizio sia necessario o utile.
12. E per la più esatta osservanza di questo, nell'adunarsi il sinodo in ciascuna diocesi dovrà farsi la nota degli ecclesiastici necessarj al servizio delle respettive chiese, e sarà questa rimessa a Noi cogli atti del sinodo.
13. Tolte le vaghe ordinazioni, vien tolta egualmente la necessità di fissare il così detto patrimonio per gli ordinandi. Quando la chiesa ne abbia un reale bisogno, dovranno a carico dei respettivi patrimonj ecclesiastici provvedersi della conveniente sussistenza, e questa sarà fissata dal giorno della incardinazione alla chiesa.
14. Prima degli anni quattordici compiti non potrà essere conferita ad alcuno la tonsura.
15. E a nessuno sarà permesso l'abito clericale se non ha la tonsura, fuori che nei seminarj di educazione.
16. Niuno sarà promosso al suddiaconato se prima non avrà dato saggi di sufficiente capacità, e non avrà almeno atteso per il corso di tre anni allo studio della teologia dommatica in qualche università o altra scuola approvata.
17. E niuno potrà essere ordinato sacerdote senza aver perfettamente compiti tutti gli studj necessari ad esercitare con frutto il sacro ministero, e senza aver passato in un'accademia ecclesiastica quel tempo che il vescovo stimerà a proposito.
18. A quest'effetto, oltre il seminario, dovrà essere eretta in ogni diocesi un'accademia ecclesiastica...
19. Non si ammetterà su tutti questi punti dispensa di età senza una precisa necessità.
20. È ancora nostra sovrana intenzione che in ogni diocesi si stabilisca una casa di ritiro, in cui possano raccogliersi tutti i parrochi ed altri ecclesiastici che volessero profittarne...
21. Siccome poi gli ecclesiastici sono chiamati ad un ministero tutto spirituale, che esige una somma attività e diligenza, così è necessario che siano liberi da ogni cura temporale. Niun di essi potrà assumere impieghi secolareschi come di agente, amministratore, esattore, procuratore, sollecitatore ed altri simili esercizj indecenti al loro carattere; intendendosi comprese ancora le amministrazioni o agenzie per gli spedali o altri luoghi pii laicali.
22. Sarà solamente ad essi permesso l'esercizio degl'impieghi principali negli istituti interessanti la pubblica pietà, l'istruzione della gioventù, purchè questo impiego non pregiudichi al servizio che debbono alla Chiesa...
23. Tra i traffici il più vergognoso egli è certamente quello delle messe. I Padri, i pontefici, i Concilj non hanno cessato mai di declamare contro un abuso sì grande che tanto avvilisce la maestà del più augusto sacrificio che possa avere la religione. Ma l'abuso sussisterà sempre finchè sussisterà il così detto onorario della messa. Sarebbe nostra intenzione che questa prestazione, o sia onorario, fosse interamente abolita, e incarichiamo i vescovi di pensare seriamente alla maniera di toglierlo.
24. Per ottenerlo più sollecitamente... vogliamo che nessuno possa più esser promosso a titolo di uffiziature o semplici cappellanie.
25. Ed abroghiamo ancora qualunque privilegio, come l'Eugeniano in Firenze, e in tutte le diocesi dove avesse luogo o questo o altro simile, siccome tendenti a moltiplicare le ordinazioni vaghe ed inutili.
26. Vogliamo altresì che, eccettuati quei pochi chierici che fossero precisamente necessarj alla Chiesa, sia tolto affatto il minuto clero dalle cattedrali o altre chiese.
27. Nè alcuno assolutamente potrà essere ammesso giammai al servizio della Chiesa sullo qualunque pretesto, se non avrà compiuti gli anni diciotto.
28. La vita dell'ecclesiastico dee essere di edificazione al popolo, e perciò non dee avere alcuna cosa che spiri vanità e dissipamento. Sarà perciò premura dei vescovi l'invigilare che sieno osservati i canoni del concilio di Trento sulla vita ed onestà dei chierici.
29. Sopra a tutto sarà ad essi proibito il teatro, feste di ballo, ridotti di pubblico gioco, la caccia viziosa e di strepito e il trattenersi nei caffè o nelle osterie senza una precisa necessità.
30. E nel vestire conserveranno la gravità, la decenza e la modestia, e sfuggiranno tutto ciò che sa di vanità secolaresca, usando sempre in tutte le funzioni di chiesa l'abito talare.
§ III. — Parrochi e loro congrue; Compagnie di Carità in tutte le parrocchie.
31. Il parroco è l'uomo del popolo. Un buon parroco contribuisce moltissimo all'avanzamento della religione e alla felicità dello Stato. Ma per conseguire questi due fini è necessario che goda la stima e la confidenza dei suoi popolani. Un parroco imprudente o ignorante non arriverà giammai ad acquistarne l'affetto. Per esser utile dee sapersi far rispettare, stimare ed amare. Lontano dalle brighe e parzialità deve applicarsi a studiare e conoscere il suo popolo, e deve esser sollecito a prevenirne i bisogni e i disordini e sommamente geloso d'istruirlo nella vera e soda morale cristiana.
32. A quest'effetto mostreranno sempre pronti ad insegnare ai ragazzi leggere e scrivere e la dottrina cristiana in una maniera bensì conveniente al loro stato, ma non così materiale o digiuna, come si è praticato spesso in addietro. Le sode massime della Scrittura e del Vangelo e i grandi principj della morale sono cognizioni necessarie a tutti gli stati, e non può mai essere troppo sollecito un vero pastore... ad istillarle negli anni più teneri, onde servano di scorta in tutte le vicende della vita. La carità sa trovar tempo e luogo, e sa adattarsi alla capacità dei contadini anche più rozzi...
33. Una delle cause principali della freddezza che regna talvolta fra il popolo e il parroco è la necessità di vivere sulle decime o sopra i così detti diritti di stola. Un parroco, il quale dee ricavare il proprio sostentamento da queste ed altre esazioni è spesso in pericolo di essere o di comparire indiscreto e interessato. Un popolano, che mantiene a stento e col proprio sudore la numerosa famiglia, dimentica facilmente il dovere di soddisfare a questi diritti, o almeno li considera come un aggravio.
Riflettendo a questi disordini noi siamo venuti nella disposizione di abolire affatto tutti i diritti di stola, di decime o di altra qualsivoglia prestazione, o incerti parrocchiali...
36. Sarebbe nostra intenzione che tutti i parrochi avessero almeno dugento scudi di annua rendita, comprese però le necessarie spese di chiesa. Un parroco che sente gli stimoli della carità pastorale versa di buon animo nel seno dei poveri quello che può risparmiare al necessario suo mantenimento. Ma ove siano troppo scarse l'entrate, manca di un mezzo per sollevare i suoi popolani, e prevenire spesse volte gravi disordini, ed è all'opposto in una grande tentazione di abusare del suo ministero per vivere...
38. Non intendiamo però di proibire ai popolani comodi l'offerire alla Chiesa quello che stimassero secondo la loro pietà; anzi ve li esortiamo, salve le leggi di ammortizzazione; ma queste oblazioni saranno immediatamente passate alla cassetta dei poveri e distribuite fra i bisognosi della parrochia, a forma delle costituzioni delle compagnie di carità.
39. Perchè il parroco possa con maggiore facilità esser pronto a tutti i bisogni dei suoi popolani, e perchè i popolani non siano per la soverchia distanza troppo spesso impediti dal portarsi alla chiesa, sarà cura dei vescovi di ridurre le parrocchie ad una giusta estensione, riformando i circondari dove fossero troppo vasti e procurando, per quanto è possibile, che la chiesa sia nel centro di tutta la parrochia; e a tenore delle loro proposizioni ci riserbiamo a darne la sovrana nostra approvazione.
42. Finalmente ordiniamo che sieno soppresse immediatamente o trasportate altrove tutte le cure esistenti attualmente nelle chiese di monache o di conservatorj, e incarichiamo i vescovi a provvedervi colla maggiore sollecitudine.
43. Quanto alle compagnie di Carità prescritte da Noi in tutte le cure, avendone coll'esperienza sempre più conosciuto il vantaggio, Noi ne confermiamo le costituzioni e i privilegi esortando i nostri amatissimi sudditi a farsi un dovere di concorrere ad un'opera tanto esemplare.
Vogliamo però che tutte sieno abolite le altre compagnie o confraternite, che ancora sussistessero in qualunque luogo del nostro dominio anche per nostro espresso privilegio, cui intendiamo che sia derogato con questa nostra sovrana determinazione. E le rendite e fondi loro saranno passati nei patrimoni ecclesiastici a vantaggio delle respettive compagnie di Carità, acciocchè con queste sia tolto ai fratelli di esse qualunque obbligo e tassa che avessero per l'avanti pagata per vantaggio dei poveri e a nome della compagnia.
44. La sola compagnia di Misericordia sussisterà provvisionalmente in Firenze, finchè non sieno sistemate le compagnie di Carità...
§ IV. — Vescovi e loro diritti e doveri.
45. Quando il Divin Redentore mandò gli apostoli e negli apostoli i vescovi, dette loro tutta la potestà che era necessaria al grande oggetto di stabilire e governare la Chiesa. Questa potestà, parlando esattamente, non accordava privilegi, ma imponeva obbligazioni. Lo spirito di Dio gli avea destinati a pascere e a governare i fedeli, e le facoltà loro accordate in questa missione non erano che i mezzi necessarj a soddisfare ai doveri di un tal ministero. Nulla dunque s'accordava ad essi in suo vantaggio, ma tutto si accordava ai fedeli, i quali perciò entravano in diritto di profittare di queste facoltà.
Quando si fissarono le diocesi per togliere la confusione non si potè pregiudicare a questi diritti: solo si volle stabilire un ordine per evitare la confusione. Ma i popoli, al governo dei quali furono particolarmente incardinati i vescovi, mantennero sempre i diritti medesimi, come ai vescovi restarono sempre gli stessi doveri.
L'obbligazione rigorosa che hanno tutti i sovrani d'invigilare perchè si custodiscano i canoni della Chiesa, e la essenziale incombenza di conservare ai sudditi i respettivi diritti, non ci permettono di trascurare un punto così importante e tanto strettamente legato col buon ordine e colla tranquillità degli Stati.
Senza fermarci a cercare i gradi o le ragioni per le quali si disimpegnarono nei secoli a noi più vicini dall'esercizio di una parte del loro ministero, egli è certo che questa trascuratezza non poteva dare un diritto stabile a chi suppliva in lor nome. I diritti originari e per costituzione annessi ad una dignità non possono mai alienarsi, specialmente allorquando l'alienazione pregiudica al terzo. I popoli che aveano diritto ad esser governati e diretti dall'immediato e vicino loro pastore, non potevano senza ingiuria esser rimandati ad un pastore lontano, che non poteva conoscere colla esattezza medesima i loro bisogni: anzi eglino stessi non poteano cedervi in pregiudizio de' loro discendenti. Se la infelicità dei secoli rese meno sensibile questo inconveniente, deve allora assolutamente arrestarsi, quando i mali che quindi ne nascono, divengono eccessivi.
Ella è dunque assoluta nostra volontà che venga ristabilita la disciplina sempre venerabile dei primi secoli, e che i vescovi rientrino nell'esercizio degli originarj ed inalienabili loro diritti, che per le circostanze dei tempi furono ad essi usurpati, e che per connivenza dei vescovi trapassarono nella Corte di Roma [È difficile combinar in poche linee tanti errori di fatto e tante falsità di diritto come in queste dell'austriaco].
46. Spetteranno quindi ai vescovi esclusivamente tutte le dispense che si sogliono accordare già da qualche tempo dalla Curia romana...
47. I vescovi permuteranno o trasferiranno gli obblighi che riguardano legati pii, derogando Noi nei casi, ove bisogno sia, alle ultime volontà.
48. Dispenseranno gli ordinandi dai difetti dei natali e vizj corporali, quanto lo richieda il vantaggio della Chiesa ecc.
49. Tutte queste dispense e le altre che potessero occorrere (escluse le matrimoniali, delle quali si parlerà in appresso) saranno dai vescovi, secondo la loro prudenza, date liberamente, in nome proprio, e senza far menzione di avere ottenuta facoltà da chicchessia, avendola essi immediatamente da Cristo e dai canoni.
50. Quindi dichiariamo che non sarà mai accordato il regio exequatur a qualunque siasi bolla o dispensa che non sia fatta dal vescovo in nome proprio e per propria originaria autorità...
52. Una delle canoniche ordinazioni, che l'esperienza mostrò sempre vantaggiosa alla Chiesa, si è la frequenza dei sinodi. Noi vogliamo che anche questa sì lodevole costumanza sia ristabilita in tutto il Granducato; ed ogni vescovo dovrà assolutamente tenere il suo sinodo diocesano almeno ogni due anni, per discutere quivi col suo clero e stabilire concordemente, sull'esempio degli apostoli, quello che sarà creduto espediente per la purità della Fede, per la riforma della disciplina, per la correzione degli abusi.
53. Uniformandoci a quello che hanno stabilito nell'assemblea gli arcivescovi e vescovi, ordiniamo che i parrochi, siccome quelli che più di tutti gli altri ecclesiastici vi hanno diritto, debbano tutti esservi chiamati: ma quando la necessaria assistenza alle cure non permetterà a tutti singolarmente l'intervenirvi, possano sostituire altro sacerdote che intervenga per essi.
54. Tutti gli ecclesiastici che volessero intervenirvi saranno ammessi, essendo troppo conveniente, secondo la massima canonica, che da tutti si tratti in comune quello che tutti interessa [Egli intanto disponeva dispoticamente delle cose ecclesiastiche, senza sentire tutto il clero, e tanto meno tutti i fedeli].
55. Nei sinodi dovrà sempre intervenire un nostro regio commissario; nè saranno pubblicati gli atti, se prima non ne sia accordato il regio exequatur.
56. Nel modo e nelle materie che si tratteranno nel sinodo, avranno più riguardo alle circostanze attuali e ai bisogni delle loro diocesi, che a seguire materialmente le ordinanze e il metodo dei sinodi procedenti.
57. Nè si dipartiranno in quello che interessa la ecclesiastica disciplina da ciò che, come capo sovrano della società e come protettore dei canoni, abbiamo stabilito in questa nostra Normale, che sarà sempre inviolabilmente osservata.
§ V. — Chiese, Funzioni ecclesiastiche ed Oratorj.
61. Il cristiano deve mostrarsi tale in ogni tempo, in ogni luogo, in tutte le sue operazioni, ma in special modo nella chiesa, che propriamente si chiama la casa di Dio. La riflessione, che in essa abita stabilmente il Figliuolo di Dio come in suo trono, dee tutti riempire di un santo orrore e rispetto. Quando la pietà era più fervorosa ed illuminata, quando i fedeli erano più vivamente penetrati dalla filiale apprensione della divina Maestà, non avevano bisogno di alcuno eccitamento sensibile. Le caverne, le prigioni, le solitudini, i cimiteri, tutto egualmente inspirava ad essi sentimenti di religione perchè a tutto suppliva la fermezza della loro fede. Nella tiepidezza dei nostri secoli non si può mai essere abbastanza solleciti intorno a questo gravissimo oggetto.
Importa dunque moltissimo che i vescovi e i parrochi si diano tutta la premura di far concepire ai loro popoli una sincera venerazione alla casa di Dio, ed inspirino in essi una giusta idea della santità degli uffizj che in essa si praticano. Ad ottenere questo fine contribuirà grandemente il mantenere nelle chiese l'ordine, la gravità, la decenza, la semplicità. La confusione distrae; la sordidezza ributta ed il lusso soverchio non fa che richiamare la curiosità, la dissipazione e le idee profane del mondo. Lasciando ai vescovi il pensare alle più minute provvidenze, che possono esigere le particolari circostanze, Noi fisseremo alcune massime generali che dovranno essere esattamente osservate in tutto il Granducato.
62. In conformità della risoluzione degli arcivescovi e vescovi, nella chiesa gli uomini saranno sempre separati dalle donne.
63. Nè sarà a queste permesso l'intervenire alle sacre funzioni con abito e abbigliamenti indecenti, e presentandosi in maniera non conveniente alla santità del luogo, dovranno esser mandate fuori dai sagrestani, senza riguardo alla condizione di persone.
64. E ad effetto che i fedeli non siano importunamente disturbati nei loro atti di religione, sarà proibito assolutamente ai poveri di questuare dentro le chiese; ma solo sarà permesso fuori della porta.
65. La incongrua celebrazione simultanea di molte messe, singolarmente nelle chiese piccole, genera disturbo e confusione e forma una idea poco analoga alla gravità di quel terribile ed augusto mistero e all'unità di quel divino sacrifizio. Quindi non sarà celebrata che una messa per volta, e i parrochi ed i sagrestani avranno tutta l'attenzione perchè le messe sieno distribuite in maniera che possano servire al maggior comodo del popolo, e ve ne siano a tutte l'ore.
66. Attesa la separazione degli uomini dalle donne, sarà necessario che l'altare a cui si celebra sia nel mezzo della chiesa, quando qualche grave ragione non esigesse diversamente. Avranno però i vescovi tutta la premura di togliere dalle chiese gli altari indecenti o superflui...
67. Le immagini sono il libro degl'ignoranti che serve ad eccitare in essi la memoria delle azioni virtuose dei santi che rappresentano. Egli è adunque assolutamente necessario che tutte, niuna eccettuata, si tengano scoperte, fuori del tempo della Passione.
68. Non sarà parimenti lecito tenere nella stessa chiesa più d'un'immagine dell'istesso santo e particolarmente della Vergine Santissima. Le diverse immagini e i diversi titoli hanno suscitato e nudrito mille inconvenienti e mille strane idee nel popolo, come se fosse una diversa persona Maria Santissima, perchè è invocata sotto diversi titoli.
69. Saranno tolti tutti i piccoli quadri, che una interessata e male intesa pietà avea introdotto di tenere esposti sotto la tavola o quadro dell'altare.
70. Tutte le immagini o reliquie che sono sotto la custodia di magistrature o di altri corpi o di qualunque persona privata o costituita in dignità dovranno consegnarsi, unitamente alle chiavi delle medesime, ai vescovi...
71. E dovendo alcuna di esse esporsi solennemente alla venerazione dei fedeli, si farà con tutta la decenza, ma senza apparato straordinario di rogito, contratto ecc.
72. Le reliquie che non hanno una morale certezza di loro autenticità, o sono fondate soltanto sopra vaghe tradizioni popolari, o che per una mal'intesa pietà servono di occasione alla superstizione del popolo, saranno assolutamente tolte via. Non può piacere a Dio un culto che non è fondato sulla verità e non mantiene i giusti confini di una regolata devozione.
73. Sarà nelle chiese proibita assolutamente ogni musica strepitosa, come atta soltanto a fomentare la curiosità e non conveniente alla gravità dei divini misteri. Non sarà permesso che il canto gregoriano, o al più una musica semplicissima, o come si dice comunemente, a cappella.
74. Saranno parimente proibiti nelle chiese sia dei secolari sia dei regolari tutti i panegirici che l'abuso moderno ha ridotto a una profana gara di eloquenza inintelligibile, priva d'alcun vero vantaggio spirituale dei fedeli. Sarà solo permessa una sugosa istruzione morale sopra quelle cristiane virtù, nelle quali più risplendette il santo di cui si abbia la festa da farsi secondo il consueto dal parroco o da chi fa le sue veci essendo esso impedito.
75. Nelle solennità o feste di qualunque santo protettore o titolare ec., si osserverà il decoro e la dignità; ma sarà assolutamente vietato il lusso e la pompa superflua, fuochi artificiali, spettacoli, fiere, corse, le quali cose saranno sempre proibite in occasione di feste di chiese, ma solo potranno permettersi nei giorni susseguenti alle feste, non mai nel giorno festivo per non distrarre il popolo dalle sacre funzioni che devono unicamente occuparlo.
76. Tutte le sacre funzioni saranno terminate prima dell'Avemaria della sera, dovendo in tal tempo assolutamente esser serrate le chiese.
77. E siccome abbiamo osservato che negli anniversarj solenni spesse volte ha più luogo una certa vanità che un vero spirito di religione, e che dall'altra parte le funzioni ecclesiastiche e singolarmente le messe solenni debbono riguardare tutto il cristianesimo, così siamo venuti nella determinazione di abolire, come aboliamo di fatto, tutti i così detti mortori e gli anniversarj particolari, ferma stante la messa di Requiem e le solite preci prescritte secondo il Rituale per ciaschedun defunto in die obitus, e quelle stabilite nel giorno della commemorazione solenne di tutti i defunti, e nel primo di ciascun mese, a tenore delle costituzioni della compagnia di Carità; lasciando a ciascuno la libertà di procurarsi tutti i suffragi che inspirerà loro una soda pietà, eccitando novamente lo zelo dei vescovi e dei parrochi ad istruire i fedeli sulla comunione dei santi e dei modi per suffragare i defunti.
78. Il divin sacrifizio della messa è il mistero più augusto della nostra religione, ed è un pubblico sacrifizio, a cui tutti i fedeli hanno parte. Quando le persecuzioni dei primi secoli o il furore degli eretici non permetteva che si celebrasse pubblicamente nelle chiese, furono permesse le cappelle o sia oratorj privati. Se fuori di queste occasioni si praticò ancora nelle corti dei principi, ciò fu perchè il gran numero dei familiari costituiva quasi un'estesa parrocchia. In tutte le altre circostanze la celebrazione negli oratorj privati fu sempre considerata come un abuso.
I nostri arcivescovi e vescovi credettero di potervi provvedere, se si vietasse la celebrazione in detti oratorj in tutti i giorni festivi. Noi, considerando che questi oratorj, oltre la indecenza della maggior parte, non servono che a distogliere le famiglie dall'intervenire alle funzioni parrocchiali, e che per lo più esistono nelle città e nelle case di persone che hanno tutto il comodo di andare in qualunque tempo o stagione alla chiesa, vogliamo che sia assolutamente vietato il celebrarvi la messa in qualunque giorno, nonostante qualunque breve, privilegio o licenza.
79. Quanto agli oratorj pubblici della campagna, i vescovi, previa la visita dei medesimi, potranno lasciar sussistere quelli solamente che, per essere in qualche lontananza dalla cura, facessero comodo al popolo rendendogli per altro filiali e dipendenti al parroco.
80. Tutti gli altri indecenti o inutili saranno immediatamente tolti e convertiti in altro uso.
81. Gli oratorj delle ville particolari dovran considerarsi come privati, quand'anche avessero il pubblico accesso, e resteranno egualmente compresi nella generale abolizione.
82. Negli altri oratorj che servono unicamente a comodo dei proprietarj ed abitanti delle ville potrà dai vescovi permettersi che vi si celebri la messa, nel tempo che vi stanno i padroni, purchè però non vi si facciano alcune altre funzioni.
83. Finalmente quanto ai sacerdoti di Stati esteri, che non siano impiegati al servizio di qualche chiesa delle diocesi del Granducato, si continuerà l'uso del celebret e di non accordarlo se non colle dovute cautele e per pochi giorni, quando non facessero costare del bisogno di trattenersi in tempo più lungo, nel qual caso assegneranno loro la chiesa, rimettendoli sotto la dipendenza del parroco, acciò debba invigilare sopra la loro condotta.
84. Non intendiamo però che questo abbia luogo per i sudditi conosciuti del Granducato o altri attualmente impiegati nelle diocesi di esso, quando della loro esemplarità non si abbia fondamento di dubitare, essendo la celebrazione della messa un diritto ordinario dei sacerdoti.
§ VI. — Pubbliche preghiere, processioni ecc.
85. Nelle pubbliche preghiere si conserverà, per quanto è possibile, una morale uniformità; ma importa anche più che non vi sia niente di falso, di superstizioso ed erroneo.
86. Abbiamo sentito con particolare soddisfazione il pensiero che si sono dati i nostri arcivescovi e vescovi della riforma del Breviario, appoggiandone l'incombenza ai tre arcivescovi del Granducato. Siamo persuasi che si daranno tutta la premura di corrispondere ad un'impresa così degna e nobile. E perchè colla maggiore celerità ed esattezza possa ridursi al desiderato fine un lavoro sì vasto, sapendo Noi le immense occupazioni dell'episcopato, abbiamo creduto necessario aggiungere ad essi tre teologi che ci riserviamo a nominare, col parere e consiglio dei quali potranno con più facilità corrispondere all'espettazione nostra e di tutta la Chiesa toscana [Fin per la riforma de' breviari volea mettere suoi affidati. E proibiva uffizj ecclesiastici, costui].
87. Fino a tanto però che si aspetta questo lavoro, Noi, sull'esempio di altri governi, proibiamo espressamente in tutto il nostro dominio l'officio di Gregorio VII come contenente massime sediziose ed erronee...
88. Si daranno eguale premura, coll'ajuto degli stessi tre teologi da nominarsi come sopra, di terminare la traduzione del Pontificale e del Rituale in lingua italiana e la compilazione di un manuale, in cui si abbiano gli uffizi tradotti in volgare delle principali feste dell'anno, l'ordinario della messa ecc., onde serva al popolo per farlo entrare nello spirito delle preghiere e dei riti ecclesiastici.
89. Quanto alle pubbliche preghiere da farsi nelle parrocchie, Noi ci rimettiamo fino a nuovo ordine ai Regolamenti già veglianti, raccomandando solo a tutti i vescovi e parrochi di procurare che il popolo entri nello spirito della preghiera e non sia come un tronco arido, proferendo ciò che non può intendere.
90. Mantenendo pertanto quello che riguarda il rito universale della Chiesa nei publici uffizj, procureranno almeno di far sempre recitare al popolo fervorose orazioni, inni o litanie in lingua toscana; e faranno egualmente recitare gli Atti di Fede, Speranza e Carità, il Credo, il Pater noster, e l'Ave Maria in lingua volgare.
91. Le funzioni parrocchiali del dopo pranzo saranno terminate dalla benedizione del Venerabile colla pisside, incaricando i vescovi d'invigilare perchè sia tolto l'abuso dell'eccessiva frequenza nell'esporre solennemente il divin sacramento, specialmente nelle novene o tridui de' Santi o per private ragioni, come di malattie, di particolari ecc.
92. Le funzioni parrocchiali non saranno mai tralasciate e interrotte per qualunque solennità o festa di santo che possa occorrere; e perciò i parrochi non si assenteranno mai nei giorni festivi dalla cura, specialmente in campagna sotto qualsivoglia pretesto senza una vera necessità e molto meno per andare ad altre feste, ville e altrove.
93. Gli sconcerti e i disordini che nascono dagli straordinari concorsi a chiese o santuari lontani e gli altri che nascono dalle processioni e pellegrinaggi sono grandissimi. Per toglierne adunque ogni occasione, Noi proibiamo assolutamente tutti i pellegrinaggi pubblici e in corpo, e specialmente tutte le processioni, escluse quelle di rito universale della Chiesa, come della Purificazione, delle Palme, del Giovedì e Venerdì santo, delle Rogazioni e del Corpus Domini.
94. Nelle processioni interverranno i fratelli della compagnia di Carità della parrocchia; e sarà proibito assolutamente qualunque invito o ammissione dei fratelli delle altre cure anche nella processione del Corpus Domini, eccettuatane quella solenne che si fa nella mattina alle respettive cattedrali. Sarà però sempre vietato l'intervento di persone colla cappa, minori della età prescritta dalle costituzioni.
§ VII. — Feste, digiuni ecc.
95. La soverchia ed incomoda moltiplicazione delle feste ha prima d'ora determinato l'augusto nostro genitore a stabilirne una moderata riduzione, contentandosi di togliere la proibizione delle opere servili, restando in alcune il solo obbligo della messa.
L'esperienza ha fatto conoscere che questo rimedio non è stato bastante. Essendo rimasta una idea di festività a questi giorni, che diconsi di non intiero precetto, si considerano ancora da molti come giorni festivi; e col togliere al popolo l'obbligo della intera santificazione non si è conseguito, quanto bisognava, l'intento di renderlo applicato al lavoro. Spesse volte la necessità di aspettare o di andare in cerca della messa in specie nella campagna somministra il pretesto di passare nell'oziosità tutto il rimanente del giorno. Quindi è che vari sovrani han creduto necessario che fosse tolto affatto questo obbligo della messa, per ottenere così la troppo necessaria applicazione al lavoro.
Entrando Noi nei medesimi sentimenti, e persuasi delle troppo giuste ragioni che vi sono, determiniamo che dai vescovi sia tolta affatto l'obbligazione della messa dai giorni di non intero precetto, restando in piedi le altre feste come sono attualmente [Determina, egli granduca, l'obbligo o no di sentir la messa e di digiunare!].
96. E siccome, tolta la solennità, sembrerebbe fuor di luogo il digiuno che alcune di esse aveano annesso alla vigilia, così seguendo l'esempio di altri sovrani, incarichiamo i vescovi di trasferire all'Avvento questi digiuni, fissandoli cioè stabilmente nella quarta e sesta feria di ciascuna settimana dell'Avvento.
97. Ma se noi abbiamo creduto vantaggiosa al bene dei nostri popoli questa determinazione riguardo alle feste, vogliamo però che i vescovi ed i parrochi si diano tutta la premura perchè quelle che restano siano santificate con maggiore esattezza ed impegno. Seguono norme per l'osservanza delle feste.
§. VIII. Patrimonj ecclesiastici, Benefizj.
104. È troppo importante che i beni dati alle chiese siano distribuiti secondo lo spirito dei donatori, e servano a mantenere utili ministri, non a fomentare l'ozio e la vanità di cherici indisciplinati. È un abuso troppo frequentemente osservato, che, mentre un buono e zelante ecclesiastico, che si confina nelle solitudini e nell'orrore d'un bosco per servizio di una cura, appena ha con che vivere meschinamente, privo talvolta della necessaria abitazione, un benefiziato inutile alla Chiesa e gravoso alla società vive agiatamente e con lusso, senza darsi alcun pensiero degli obblighi che ha radicalmente contratti nell'investitura del benefizio. I beni che si danno agli ecclesiastici debbono servire a mantenere i ministri operosi, e non sono un temporale stabilimento per chi non ha nè capacità nè zelo nè vocazione.
Fissata dunque la massima che sieno tolti affatto i così detti benefizj semplici che non prestano alcun servizio alla Chiesa, e fissata parimente la massima che tutti coloro che saranno promossi all'ordinazione debbano essere incardinati al servizio di qualche chiesa, i vescovi, a misura che anderanno vacando detti benefizj, faranno a Noi le opportune proposizioni, in conformità di quello che vogliamo Noi costantemente osservato.
105. Tutti i benefizj semplici di libera collazione o di padronato ecclesiastico saranno alla prima vacanza aggregati ai respettivi patrimonj ecclesiastici.
106. Saranno parimente abolite tutte le collegiate, dovendo restare le sole cattedrali, e le rendite dei canonicati saranno aggregate ai patrimonj suddetti, a misura che anderanno vacando.
107. Le rendite dei canonicati in tal guisa soppressi resteranno agli attuali possessori, finchè vivono, e sarà premura del vescovo impiegare i predetti canonici in servizio della diocesi.
108. Lo stesso dovrà farsi di tutte le uffiziature o cappellanie, pii legati di messe ecc., che non potessero per mancanza di ministri essere adempite, o per giuste ragioni dovessero essere abolite.
109. Tutti i beni dei conventi dei Regolari soppressi, o che sarà creduto espediente sopprimere in avvenire, saranno aggregati ai patrimonj rispettivi come sopra.
110. Siccome non è conveniente che il parroco debba fare l'esattore, specialmente sopra i suoi popolani, così vogliamo che i canoni, i censi o simili altri diritti di appartenenza delle cure siano uniti ai patrimonj, i quali passeranno al parroco simili frutti e canoni.
111. La distribuzione delle rendite ecclesiastiche, secondo l'antica disciplina e gli esempj apostolici, fu riservata ai vescovi; nell'istessa guisa colle rendite dei patrimonj stabiliti, si penserà dai vescovi, colla reale nostra approvazione, a provvedere all'onesto mantenimento dei parrochi, accrescendone la congrua dove sia necessario, fissando un assegnamento a quei cappellani, curati o ecclesiastici inferiori e cherici, che saranno creduti necessarj al servizio delle chiese, dovendo togliersi l'abuso che fa credere necessaria la celebrazione della messa per vivere coi beni delle chiese, ai quali si serve attualmente. I diaconi ed i ministri inferiori partecipavano egualmente nei primi secoli delle distribuzioni ecclesiastiche come i preti, perchè come i preti essendo addetti al servizio della Chiesa hanno l'istesso diritto di essere mantenuti. L'avere alterato questa disciplina ha moltiplicato eccessivamente i sacerdoti, e non ha fatto considerare gli ordini inferiori se non come gradi per giungere al sacerdozio, che solo dava la sussistenza.
112. Quanto ai soccorsi straordinarj che in casi particolari potessero occorrere nelle respettive diocesi, i vescovi, di concerto coi regj amministratori, ne faranno l'assegnazione compatibilmente alle forze del patrimonio, con obbligo agli stessi amministratori di darcene ogni anno uno speciale ragguaglio.
113. L'erezione di nuove cure, dove saranno credute necessarie, e la restaurazione delle chiese già esistenti o delle abitazioni dei parrochi saranno parimente a carico dei patrimonj, quando non siano di padronato privato.
114. Sistemate in tal guisa le cose, tutti i benefizj si avranno come risedenziali, e tutti i benefiziati dovranno servire alla chiesa a cui saranno aggregati.
115. I canonici saranno soggetti alla stessa legge, siano di libera collazione, siano di padronato anche laico; eccettuato soltanto quegli individui che fossero impiegati attualmente in servizio di qualche parrocchia per commissione del vescovo o nel servizio generale della diocesi, o nelle pubbliche lezioni nei seminari, o accademie ecclesiastiche o nelle università del Granducato.
116. Ridotti così i benefizj a risedenziali, nessuno potrà avere più d'un benefizio; sarà però a carico dei patrimonj ecclesiastici aumentare la prebenda, quando non fosse sufficiente ad un onesto e respettivo mantenimento.
117. Non sarà ammessa alcuna sostituzione o coadjutoria colla speranza della successione, dovendo sempre essere nella scelta dei ministri ecclesiastici una pienissima libertà.
118. Se alcuno per malattia o per l'età o per qualunque altra giusta cagione non potrà più servire alla chiesa, quando la cagione sia permanente, sarà sostituito un altro da chi spetta, lasciando all'impotente benefiziato il titolo e il congruo sostentamento: se la cagione sarà passeggera, quando sia necessario, sarà supplito in qualche maniera, di commissione del vescovo.
119. Quanto ai benefizj di padronato laico, Noi vogliamo che sieno soggetti alle istesse leggi, escluso ciò che interessa il diritto dei patroni.
120. Gradiremmo per altro che i patroni si prestassero a qualche conveniente concordato, per cui, rintegrati in quei temporali diritti ed interessi che potessero avere sul patronato, restasse poi il rimanente al servizio libero della chiesa. Quando qualche patrono si presterà a quell'accomodamento, i vescovi unitamente al patrono ne fisseranno la condizioni per farne in seguito a Noi la proposizione.
121. Questo concordato dovrà però farsi assolutamente quando il benefizio di padronato non darà al benefiziato la congrua sussistenza.
122. Attesi gli sconcerti, i partiti, le simonie che troppo spesso nascono nella collazione di benefizj di data di popolo, e corrispondendo ai desiderj concordi dei nostri arcivescovi e vescovi, aboliamo tutte affatto simili date o nomine, volendo che tutte le parrocchie o cure siano conferite liberamente dai vescovi secondo le forme canoniche e secondo gli ordini veglianti in Toscana, derogando a quest'effetto a tutti gli usi e consuetudini in contrario, e lusingandoci che la prudenza e la vigilanza de vescovi potrà meglio provvedere allo spirituale e temporale vantaggio dei popoli alla loro cura affidati, giacchè i popoli stessi, oltre al non potere avere le necessarie cognizioni, possono troppo facilmente lasciarsi prevenire da mire o interessi particolari.
§ IX. — Sponsali e Matrimonj.
123. Niuna cosa interessa maggiormente la società e lo Stato che il contratto del matrimonio. La pace e la prosperità delle famiglie, la educazione dei figli costituiscono il vero fondamento della pubblica felicità perchè formano i sudditi tranquilli, i cittadini fedeli, gli uomini onesti. Ma d'ordinario non si ottiene nè l'uno nè l'altro fino quando nel matrimonio non si ascolta che la passione, il trasporto, il capriccio. Il divino nostro Redentore, nell'aggiungere la grazia del sacramento al contratto, non solo volle darci una pruova della immensa sua carità, ma volle ancora ammonirci dell'importanza di questo contratto e della difficoltà di bene adempirne i doveri.
Nel conferire però agli sposi la celeste sua grazia, non mutò il sistema della società, nè la natura del contratto, nè arrestò l'influenza che egli ha sulla felicità dello Stato. Il civile contratto restò sempre subordinato alle leggi della società, e il sacramento sempre soggetto all'autorità della Chiesa. Tutti i sovrani si credettero sempre in diritto di regolare e dirigere quello che riguarda il primo, come debitori del buon ordine e della tranquillità dei principati.
124. L'assemblea degli arcivescovi e vescovi del nostro dominio volendo animarci a provvedere ad alcuni inconvenienti, ci rammentò i sovrani nostri diritti sul contratto del matrimonio, che noi non distinguiamo dai precisi nostri doveri. Noi dunque, lasciando alla spirituale autorità della Chiesa quello che riguarda il sacramento, intorno a cui incarichiamo i vescovi d'invigilare attentamente perchè siano esattamente osservate le leggi canoniche, daremo alcune necessarie provvidenze per quello che è di competenza della nostra dignità.
125. Attesi gl'inconvenienti che nascono dalla frequenza delle promesse di matrimonio, alle quali s'induce facilmente la gioventù più per un effetto di passione passeggera che per una ponderata determinazione, vogliamo che in tutti i tribunali del Granducato, ai quali appartiene la cognizione di simili cause, sia negata ogni azione a dette promesse, o sia sponsali per verba de futuro, ma sia soltanto ammessa per il rifacimento di danni e spese.
126. I matrimonj segreti, resi troppo frequenti, non servono che a fomentare il vizio e lo scandalo e a far nascere delle dissensioni nelle famiglie. Restano perciò da qui avanti assolutamente proibiti, dovendosi celebrare tutti pubblicamente colle solite denunzie e formalità. Il matrimonio è un contratto e un sacramento solenne e grande, a cui nessuno dee essere ammesso se non con piena cognizione di causa e di sua spontanea volontà, e di cui nessuno dee arrossire se è fatto come conviene; e che non deve permettersi quando si faccia in maniera da doverne arrossire.
127. Volendo ancora mettere riparo ai matrimonj fatti tumultuariamente e per sorpresa, i quali dovrebbero piuttosto considerarsi come attentati contro il buon ordine pubblico che come contratti legittimi, ordiniamo che in questa parte siano di cognizione dei tribunali criminali, e soggetti a quelle pene, che, secondo le circostanze dei casi, le leggi prescrivono contro le violenze.
128. Quanto ai vaghi, approviamo la determinazione dell'Assemblea, che i parrochi non procedano mai alle denunzie senza la licenza del respettivo nostro regio giusdicente, che si darà tutta la premura di prendere le dovute informazioni intorno allo stato e alla condizione di coloro che si presenteranno per celebrare il matrimonio.
129. Quello però che esige un più efficace rimedio sembra essere la soverchia estensione di alcuni impedimenti, che senza alcun vero vantaggio alla Chiesa, non fanno che arrecare grave inquietudine allo Stato.
La necessità e l'uso di dispensare come per regola da alcuni impedimenti è una dimostrazione che la proibizione divenne inutile. Una legge da cui è dispensato chi vuole, e tutte le volte che vuole, in sostanza non opera alcuno effetto reale. La supplica e lo sborso della somma richiesta formano da molti anni tutta la ragione della dispensa. Interessa troppo lo Stato che la dispensa non si accordi se non vi è giusto motivo; e se vi è giusto motivo interessa parimente lo Stato che siano sgravati i sudditi da questo peso, pagato ad una Corte straniera.
Considerando Noi dunque questi inconvenienti, ed esaminato maturamente quello che poteva convenire al vantaggio dei nostri amatissimi sudditi, abbiamo risoluto di fissare nel contratto del matrimonio un sistema più spedito e più giusto, che favorisca quanto è possibile la libertà dei matrimonj senza favorire una irragionevole licenza.
Quindi facendo uso della incontrastabile nostra sovrana autorità [Son notevoli queste ripetute asserzioni della propria sovranità, quando appunto vien usata in materie incompetenti], vogliamo che gl'impedimenti di pubblica onestà e della cognazione spirituale non ostino in alcuna maniera alla validità del contratto matrimoniale, che da qui avanti non saranno più considerati come irritanti detto contratto, nè potranno pregiudicarvi per qualunque riguardo.
130. Vogliamo egualmente che l'impedimento non meno dell'affinità che della cognazione proveniente da qualunque lecita o illecita congiunzione, sia ristretto al quarto grado a forma della computazione civile, o sia al secondo a forma della computazione canonica.
131. I contratti di matrimonio celebrati secondo questa nostra ordinazione saranno riconosciuti per validi in tutto il Granducato, e ci lusinghiamo che i vescovi si faranno un dovere di secondare le sovrane nostre determinazioni per quello che riguarda il sacramento, intorno a cui ne lasciamo ad essi il pensiero.
132. Reso in tal maniera valido il contratto senza ulteriore bisogno di dispensa nei casi accennati, quando concorrano le altre condizioni necessarie, non potranno i parrochi negare a simili contraenti la benedizione o sia il sacramento.
133. Non trascureranno poi in queste occasioni, secondo l'avvertimento lodevole del Rituale romano, di dare brevi e giudiziose istruzioni intorno alla santità di questo sacramento, ai doveri dello stato matrimoniale e alle disposizioni colle quali deve abbracciarsi.
134. Quando i contraenti mancassero di tali cognizioni, e singolarmente quando ignorassero gli elementi della dottrina cristiana che sono a tutti i fedeli necessari, non si ammetteranno in alcuna maniera al sacramento.
§ X. — Giuramenti.
135. Il giuramento è un atto dei più grandi e solenni dell'augusta nostra religione, e non dee usarsi giammai senza un sommo riguardo e timore. Non abbiamo mai potuto considerare senza un gravissimo rincrescimento l'abuso introdotto da lungo tempo, per cui è divenuto insensibilmente come una formalità forense, che si esige senza necessità e si presta senza riflessione, e quindi espone un gran numero di fedeli o poco religiosi o ignoranti allo spergiuro e alla profanazione del nome venerabile dell'Altissimo.
Volendo dunque rimediare ad un male sì detestabile che porta seco le conseguenze più pericolose allo Stato e alla Chiesa, ordiniamo che siano aboliti tutti affatto i giuramenti che si esigono nei tribunali e nelle curie tanto ecclesiastiche quanto secolari; siccome quelli ancora che si prestano nell'atto dell'ammissione alle cariche, uffizi, università, benefizi e in qualunque atto curiale, compresi ancora i giuramenti suppletorj nelle cause matrimoniali, nelle fedi dello stato libero ecc.
136. S'intendano parimente vietati tutti i giuramenti che si prestavano nei privati o pubblici contratti, nelle promesse ed in qualunque altra sponsione o trattato, in cui fosse introdotto l'uso del giuramento o potesse introdursi in avvenire.
137. Per le istesse ragioni e per altre gravissime sarà assolutamente proibito a tutti gli eletti vescovi del nostro dominio, prima o dopo della loro consacrazione, prestare alcun giuramento a chicchessia, anche al sommo pontefice, e singolarmente quello che si è introdotto negli ultimi tempi dalla curia romana, non solo come contenente espressioni poco decorose al loro grado, e pregiudiciali all'originaria autorità dei vescovi, ma eziandio come lesive dei sovrani nostri diritti e capaci di seminare dissensioni, discordie sospetti.
138. Potranno quindi i vescovi del nostro dominio eletti o da eleggersi in avvenire, promettere al papa, come successore nel primato di san Pietro, la obbedienza canonica, a cui sono egualmente tenuti anche senza promessa; ma verrà considerata come una trasgressione di questa nostra sovrana determinazione qualunque altra promessa o giuramento introdotto per il passato, o che potesse novamente introdursi.
139. Nel caso di trasgressione saranno considerati come incapaci di alcun benefizio in Toscana, e si passerà immediatamente alla elezione di un altro soggetto, considerandosi come decaduto dal diritto di qualunque preventiva nomina ed elezione.
§ XI. — Regolari e Monache.
140. I Regolari non furono ammessi nel clero se non in quanto si credettero utili a cooperare alla santificazione dei prossimi, dipendentemente dai parrochi [Potrebbe dimostrarsi che v'erano monaci prima che parroci]. Il sacerdozio di cui furono nei secoli a noi più vicini rivestiti non potè avere altro oggetto. Tutti i privilegi usi ed esenzioni che gli dispensano da questo dovere saranno considerati come nulli ed abusivi.
Perchè però il servizio che prestar dovranno alle cure produca il desiderato vantaggio, Noi ordiniamo quanto in appresso.
141. I vescovi proporranno il più presto che loro sia possibile una nota del numero dei conventi e degl'individui che credono utili alla loro diocesi tra quelli Ordini che da Noi si stabilirà di conservare.
142. Saranno però esclusi da questo numero tutti i forestieri non naturalizzati, i quali non dovranno più tollerarsi in Toscana.
143. Tutti i Regolari che avranno fatto i loro corsi di studio fuori di Toscana o saranno ammessi alla vestizione o agli ordini, o ai concorsi fuori di Toscana, saranno considerati assolutamente come forestieri e quindi parimente esclusi.
144. Nessuno potrà vestire l'abito regolare di qualunque Ordine sia, prima degli anni ventuno, nè potrà professare prima dei trenta.
145. Essi dipenderanno totalmente dai vescovi diocesani negli studj e nelle ordinazioni come i chierici secolari, ferma stante la dottrina di sant'Agostino e il metodo di cui si è parlato di sopra.
146. I vescovi o in persona o per mezzo di delegati visiteranno frequentemente i loro conventi e s'informeranno esattamente dei loro costumi e dei loro studj.
147. Quando saranno chiamati dai parrochi in servizio delle parrocchie non potranno esentarsi per qualunque motivo dalle domestiche loro osservanze, dovendo precedere il servizio generale del popolo alle private loro regole.
148. Nel tempo delle funzioni parrocchiali, i Regolari dovranno sempre tener chiuse le porte delle loro chiese, nè potranno fare alcuna funzione, sia in città, sia in campagna.
149. I Regolari non potranno mai predicare al popolo anche nelle loro chiese, senza mostrare le loro prediche al vescovo o al parroco, nella cui parrocchia volessero predicare; esclusi però i panegirici, quali debbono essere affatto aboliti, giacchè l'abuso gli ha resi una vana pompa di eloquenza ed un ozioso pascolo di vanità.
150. Potranno fare le feste dei santi del loro ordine, ma non mai nei giorni festivi d'intero precetto.
151. Non saranno mai in alcun caso destinati per confessori di monache anche del loro Ordine.
152. Non eserciteranno cura di anime, se non quelle che si credesse opportuno per ora di lasciare annesse al loro convento.
153. Se fossero richiesti per altre cure, potranno accettare, purchè siano prima dai vescovi secolarizzati, previo il nostro assenso.
154. Quanto agli educatori, che sono presso alcuni Ordini regolari, avendo conosciuto per esperienza che sono piuttosto una specie di noviziato che un vero educatorio; e dall'altra parte non esser verosimile che persone ritirate dalla società e dal mondo per professione possano educare utilmente i giovani alla società di cui per istituto debbono ignorarne affatto le usanze, vogliamo che siano tutti affatto aboliti. Le regole per ben vivere al mondo non si possono facilmente apprendere da chi, dovendo essere staccato dal mondo, è nella felice necessità d'ignorarne i pericoli, i mali e i rimedj.
155. Non vogliamo però che restino inutili i loro desiderj di prestarsi al vantaggio comune. Daranno quindi una nota di quello che spendevano in questi educatorj, acciocchè possa detta somma essere impiegata, in quella maniera che sarà da Noi determinato, nella educazione della gioventù, fissando, per quanto sarà possibile, in tutte le comunità abili maestri, che attendano ad istruirla nelle lettere e nella religione.
156. Invigileranno i vescovi che i Regolari siano restituiti alla più esatta osservanza. Non permetteranno loro di andar soli, nè di pernottare fuori del convento per verun titolo. Che se in qualche caso o per assistere ai malati o per viaggio o per villeggiatura o altra necessità dovranno pernottare fuori del convento, debbono ottenere in iscritto la licenza del loro superiore, ed in questa dovrà essere espresso il tempo e il luogo per cui sarà concessa; e i vescovi invigileranno perchè i respettivi superiori non ne abusino.
157. Finalmente non si ammetteranno in Toscana dispense o privilegi di qualunque sorta che ottenessero i Regolari da Roma per esenzioni, ranghi, titoli nell'Ordine loro, ma tutti dovranno seguitare le proprie costituzioni, e nel caso che convenisse per alcuno individuo qualche esenzione o dispensa, potrà il vescovo diocesano esaminarne i motivi ed accordarla.
158. Le monache, quanto alle funzioni ecclesiastiche, osserveranno l'istesse regole.
159. Dipenderanno in tutto dagli ordinarj, nè potranno avere per superiore o confessore alcun regolare anche del loro Ordine.
160. Nelle loro chiese non si farà alcuna predica o istruzione se non a porte chiuse nel tempo delle funzioni parrocchiali.
161. Non potranno vestir l'abito monacale, se non compiti gli anni ventiquattro, nè faranno voti perpetui fino agli anni quaranta, volendo Noi che in ciò sia pienamente rinnovata la disciplina degli antichi canoni. Se vorranno fare alcun voto prima di questo tempo, non potrà essere che d'anno in anno.
162. Nei monasteri non si ammetteranno ragazze in educazione.
163. Finalmente i vescovi avranno tutta la premura di destinare per direttori o confessori di monasteri uomini di provata virtù.
164. Sopratutto però i vescovi saranno discretamente facili ad accordare alle monache la permissione di portarsi nelle case dei loro parenti, o in villa a mutare aria, o di assentarsi dal monastero per qualunque altro ragionevole motivo e per tempo discreto, assicurandosi però della onestà e illibatezza di coloro, ai quali saranno raccomandate nell'assenza.
165. Riguardo alle doti, vestizioni, regali, esame di vocazione, vita comune ecc., vogliamo che restino pienamente in vigore gli ordini finora emanati che non sono contrarj a queste nostre sovrane determinazioni.
§ XII. — Tribunale della Nunziatura.
166. Avendo Noi risoluto che i vescovi rientrino nell'esercizio dei loro originarj diritti, come esige il bene dei nostri amatissimi sudditi e come era di nostro dovere, il tribunale della Nunziatura che in Toscana esercitava quei diritti che l'abuso avea impedito finora ai vescovi di esercitare, viene ad essere affatto inutile.
La religione, il buon ordine, la tranquillità dello Stato, tutti esigono dalla nostra sovrana vigilanza che niente possa disturbare il sistema attuale, che la più seria ponderazione preceduta da una lunga esperienza ci ha determinato a fissare. Se i vescovi esercitano per se stessi tutto il pastorale ministero e la giurisdizione accordata loro da Cristo, ogni altro tribunale o ministro, è gravoso e non può che alterare la semplicità dei giudizj.
Adunque vogliamo resti interamente ed in tutta la sua estensione abolito e soppresso il detto tribunale della Nunziatura in Toscana, e cessi qualunque giurisdizione che vi esercitava il Nunzio sul clero tanto secolare che regolare.
167. Che il Nunzio pontificio venga a tutti gli effetti considerato unicamente come ambasciatore della Corte di Roma e per i soli affari secolari della medesima, e gli si debbano le sole distinzioni e diritti competenti a tal carattere.
168. Gli cesseranno parimente tutti gli altri privilegi, esenzioni, prerogative, e specialmente qualunque giurisdizione spirituale e facoltà di dare dispense e qualunque autorità sopra i vescovi e regolari in Toscana, ai quali tutti resta vietato per conseguenza il ricorrervi.
169. Nè gli competerà facoltà o dritto alcuno anche sopra i nazionali abitanti in Toscana, estraneo alla qualità di ambasciatore della Corte di Roma, come non compete a qualunque altro ministro estero anche sopra i nazionali.
170. Finalmente le cause tutte che si agitavano nel Tribunale della Nunziatura apparterranno e si devolveranno agli ordinarj del Granducato, come debbono appartenere secondo gli antichi canoni e la costituzione della Chiesa.
171. Che se alcuna volta nascerà qualche caso che spetti al primato, di cui è rivestito il romano pontefice, quando si eleggesse trattarlo per mezzo del nunzio o ambasciatore pontificio, sarà considerato in simili affari come un incaricato straordinario unicamente, non come ordinario ministro della Corte di Roma.
172. Essendo nostra assoluta volontà che si restituisca, per quanto si può, la ecclesiastica disciplina che la venerabile antichità ha consacrato, senz'aver riguardo alle politiche innovazioni di tempi oscuri, l'ordine e il sistema da osservarsi in tutte le cause sarà quello che prescrivono i sacri canoni. In prima istanza la cognizione di tutte le cause puramente spirituali spetterà al rispettivo arcivescovo o vescovo diocesano. Dalle sentenze dei vescovi si darà luogo all'appello ai respettivi arcivescovi metropolitani; da questi al Concilio provinciale, la pratica del quale procureremo con tutta la premura che sia restituita. Dalla sentenza di alcuno dei tre arcivescovi del nostro dominio si darà appello agli altri due arcivescovi in prima istanza, da essi al Concilio provinciale.
173. In questa disposizione è nostra volontà che restino comprese tutte quelle cause di qualunque natura come sopra, che si portavano a Roma, o che venivano delegate ai giudici sinodali, e che spetteranno agli ordinari secondo il sistema fissato.
174. Nel modo di procedere gli arcivescovi e vescovi si uniformeranno esattamente agli ordini veglianti. Seguono norme particolari.
§ XIII. — Giunta ecclesiastica.
178. Alla uniformità degli studj e alla purità della dottrina che tanto è necessaria alla stabilità della religione ed alla felicità dello Stato, pare che possa dirsi abbastanza provveduto colle massime e leggi e determinazioni disegnate finora; ma il vantaggio non sarebbe permanente se non vi fosse altresì un tribunale destinato ad invigilare per la esatta osservanza delle medesime. La natura di tutte le umane ordinazioni, e molto più l'esperienza ci ammaestrano, che sempre e quasi insensibilmente si declina dalle più savie provvidenze, se non vi è chi richiami l'uomo di tanto in tanto alla regola e alla legge. Le nostre premure per la uniformità forse dopo breve giro di anni rimarrebbero infruttuose se non vi fosse chi, continuamente costituito come nel centro, vegliasse ad arrestare gli abusi e le trascuratezze che potessero nascere.
Per ovviare a questi inconvenienti, Noi abbiamo risoluto di stabilire in Firenze una Giunta ecclesiastica o sia tribunale regio censorio, composto di tre soggetti da nominarsi da Noi, che si raduneranno regolarmente due volte la settimana per invigilare e provvedere all'esatta osservanza di quanto è stabilito nella presente legge.
179. E perchè in ogni deliberazione si proceda colla maggiore cautela, ai tre soggetti componenti la detta Giunta regio-ecclesiastica saranno uniti, e da Noi nominati, tre teologi, due dei quali almeno dovranno sempre assistere alle sessioni secondo le istruzioni più dettagliate che ci riserviamo di dare ai membri di detto tribunale intorno a tutte le facoltà ed incombenze che saranno ad esso da noi confidate [Bastava ciò per trarre ogni decisione ai magistrati regj].
180. Importa ancora estremamente che non si spargano pel Granducato libri perniciosi che inspirino la irreligione o la sedizione o la diffidenza verso le più utili provvidenze. Non possiamo ricordare senza rincrescimento grandissimo come, da qualche tempo, per opera di persone inquiete ed animate dallo spirito di ambizione, personalità e vendetta, si procura in tutte le maniere di seminare la disunione, lo spirito di partito, l'odio, l'intolleranza, e sotto il manto di falso zelo ed apparente pietà con massime maligne si fa valere il pretesto di religione per illudere gli spiriti deboli ed ignoranti.
Abbiamo già preso qualche provvidenza intorno a ciò col nostro editto del settembre, proibendo in tutto il Granducato alcuni libri e fogli periodici che s'introducono da qualche tempo, che non hanno altro oggetto che turbare la pubblica tranquillità e rovesciare la religione confondendo la disciplina col domma, e spargendo colle più nere calunnie falsi sospetti sopra le persone e le determinazioni più rispettabili.
Ma quel provvisionale rimedio non potrebbe arrestare tutto il male che durerà forse finchè dureranno i privati interessi e le mire segrete di chi cerca nell'illusione del popolo i propri vantaggi.
Se tutti i fedeli potessero essere al caso di conoscere le frodi e la malignità di somiglianti libercoli, non vi sarebbe alcun pericolo. La religione non teme le insidie e le macchine dei suoi nemici; troppo è ferma e sicura contro tutti gli assalti dei male intenzionati. L'esame è la via ordinaria che conduce alla verità, quando siano trattate le materie colla carità, decenza ed onestà cristiana. Ma chi non ha lumi sufficienti corre pericolo di essere ingannato.
Per ovviare pertanto ad un tal pericolo, e per ottenere una stabile pace ed uniformità di sentimenti, che tanto interessa la religione e lo Stato, rinnoviamo tutte le leggi veglianti intorno agli stampatori e libraj, e vogliamo che da qui avanti non si possa introdurre o stampare alcun libro o foglio sotto qualunque titolo e con qualunque data riguardante materie ecclesiastiche, teologiche, morali, ascetiche, giurisdizionali, se prima non sia esaminato, riveduto e sottoscritto almeno da due dei suddetti tre teologi, destinati per consiglieri ed assessori della Giunta ecclesiastica.
181. Senza quest'approvazione, non sarà lecito a qualunque persona di qualsivoglia grado, stato e condizione, di stampare e ristampare qualunque libro o foglio di qualsivoglia titolo o natura che trattasse di simili materie.
Noi ci lusinghiamo che i nostri amatissimi sudditi considerando in questi ordini le nostre cure paterne per rimuovere o toglier di mezzo tutto quello che può turbare ed alterare quella pace e quella tranquillità che è sempre stata lo scopo dei nostri desiderj, e per far fiorire la purità della santissima nostra religione, che tanto deve interessare ogni principe cristiano, procureranno di uniformarsi con quella esatta obbedienza e fedeltà di cui ci han sempre dato le prove più autentiche e consolanti.
[506] Il 28 maggio 1787 egli scriveva al governatore come le turbolenze sorte per cagion sua l'inducessero a domandare la sua dimissione da vescovo di Pistoja: e insieme chiedeagli due grazie: la prima, perdonasse a quelli compromessi nella sollevazione di Prato; l'altra la pubblicazione del sinodo. «Tutti i miei buoni parrochi, che ne hanno formati e consacrati con me i decreti, desiderano ardentemente di dare al pubblico quest'attestato della loro fede e del loro zelo per la buona disciplina ecc.». Lettera nell'arch. secreto di gabinetto, Affari del vescovo di Pistoja, filza XIII. Il nuovo granduca scriveva al papa, l'aprile 1794: «Quanto erano stati mal ricevuti gli Atti del Concilio pistojese, sorgente di mille scandali, di controversie, di tumulti, con altrettanto applauso è stata accettata dal popolo e dal clero delle due diocesi la pastorale del vescovo Falchi, che ha fatte totalmente abolire le novità che si era tentato d'introdurvi». Archivio ricciano, filza XVI.
[507] Da chi l'aveva inteso da un testimonio, fui assicurato che, quando Leopoldo tornò da Vienna a Firenze, il vescovo Ricci fu a fargli riverenza — i vescovi giansenisti facevano riverenza ai principi anche austriaci per non farla al papa; e Leopoldo l'accolse a cortesia, e lo pregò di mostrargli le lettere che un tempo gli avea scritte, e di cui desiderava rinfrescarsi la memoria. Il Ricci gliele recò: ma dopo d'allora, per quante volte tornasse all'anticamera, non fu più ricevuto: anzi una volta l'imperatore si lasciò sentire a rispondere al ciambellano: «Non ha capito che nol voglio ricevere?» e l'intesero i gentiluomini che stavano in anticamera.
[508] «All'arcivescovo Martini esposi (scrive il Ricci nelle Memorie), che la bolla Auctorem Fidei non fu a me spedita: che doveano essergli noti gli ordini del sovrano perchè nè apertamente nè implicitamente fosse pubblicata: potei anche assicurarla che S. A. R. mi avea fatto dire che su questo affare dovea gittarsi una pietra, nè mai più parlarsene».
[509] «Questo sinodo era commendato dalle persone più probe, più illuminate, più interessate pel bene della Chiesa. Gli avversarj erano tutti i nemici d'ogni buona riforma, gl'ignoranti, i falsi devoti, i fautori delle pretensioni della curia romana, gli avversarj della dottrina di sant'Agostino».
[510] Il diritto d'esclusione arrogatosi dalle Corti di Francia, Spagna e Austria, è d'origine incerta, come d'estensione. Lo suppongono nato fin nel concilio Laterano del 1059, ma allora trattossi non dell'elezione, bensì della coronazione. L'uso abituale non rimonta che al principio del secolo passato, piuttosto per connivenza che per autorizzazione dei papi: i quali pensarono che il capo del mondo cattolico non dovesse venir eletto contro la volontà de' principi cattolici.
È probabile che ora nessuno più lo eserciterà.
[511] Anche il falso Febronio fe la sua ritrattazione in diciasette articoli, riconoscendo che le chiavi della Chiesa furono date a un solo: che quel del papa è primato di giurisdizione e perpetuo: che la Chiesa ha il diritto di determinare il senso e giudicare la dottrina delle proposizioni: che si deve obbedire alla bolla Unigenitus; che nei dubbj sullo stato della Chiesa deve ricorrersi al papa; che il Concilio di Trento operava liberamente, e con saviezza riservò certe dispense al papa, e la canonizzazione de' santi, e l'appellazione delle cause ecclesiastiche: che i vescovi non riconosciuti dal papa sono a riguardare come illegittimi: che esso ha pieno diritto di pronunziare intorno alla fede, ai sacramenti, alla disciplina ecc.
La ritrattazione fu ricevuta con solennità da Pio VI nel natale del 1778, e diffusa per la Germania principalmente. L'autore notificolla alla diocesi di Treveri, protestando averla fatta sincera e libera, e che darebbe fuori una confutazione degli errori in quella enunciati, come fece infatti nello J. Febronii j. c. commentarius in suam retractationem, Pio VI pontifici m. kal. nov. submissam, Francoforte 1781, dove per verità parve alquanto circonvolgersi nelle ritrattazioni. Lo Zaccaria fece una collezione Theotimi Eupistini de doctis catholicis qui cl. Justino Febronio in scriptis suis retractandis ab anno 1580 laudabili exemplo præiverunt. Roma 1791. Ivi può leggersi la ritrattazione del De Dominis.
[512] Termometro politico 5 luglio 1796. E sotto il 25 giugno leggesi: «Nella Lombardia si è contradistinta la scuola del giansenismo. Ognuno sa quanto lo spirito di questo sia analogo allo spirito della repubblica. Ne sono prova evidente le opinioni e più le vicende di Tamburini e di Zola».
E un Mantovani cronista scriveva: «I Giansenisti si unirono ai preti chiaritisi giacobini: alcuni lanciaronsi sfacciatamente in pubblico, ma i più avveduti vi si mischiarono con qualche riserva. Mi pareva di travedere scontrandomi in alcuni di costoro, protetti di là d'ogni lor merito dal cessato Governo, accompagnatisi per istrada con gente screditatissima, parlare dell'arciduca e del Wilzek come di ministri i più ingiusti e dispotici».
[513] Vedi qui sopra la nota 6. L'articolo troppo scarso che lo riguarda nel Dictionnaire de biographie chrétienne del Migne conchiude che egli professait, dit-on, des opinions qui n'étaient point entièrement conformes à celles de la cour de Rome; elle se raprochaient des doctrines gallicanes. Nel 1862 si cominciò a Milano a pubblicare per fascicoli una Storia generale dell'Inquisizione del cavaliere PIETRO TAMBURINI che forma quattro giusti volumi, con moltissime figure intercalate, a gran rinforzo di colori neri e rossi, dove in modo ciarlatanesco son rappresentati tutti i tormenti che mai l'Inquisizione abbia inflitti o potuti infliggere, uomini sull'eculeo, sulla ruota, alla gogna, sul fuoco, sempre con frati che fanno da manigoldi. In una Innocenzo III ordina a Domenico Guzman la strage degli Albigesi: in una Clemente V e Filippo il bello stabiliscono l'eccidio de' Templari; così figuratevi delle altre, e comprenderete come quest'opera aduli bassamente a basse passioni di moda. Vi si legge che «Dante fu accusato d'eresia, più presto per ira sacerdotale che per altro» (II, 138) mentre ognun sa che appunto d'eresia è lodato dai nemici dei preti. Fin Giovanna d'Arco è vittima dell'Inquisizione; tanto più il Porcari, e Don Carlos, e il Savonarola, al cui supplizio assiste un cardinale ridendo. L'autore disapprova tutti gli Ordini religiosi, e il sistema misofisico, anticristiano e antisociale del celibato jeratico, eppure de' Gesuiti non vuol decider se sieno stati utili o nocivi allo Stato e a' costumi; ma non si può dissimulare che la loro istituzione fu infinitamente vantaggiosa al cattolicismo (III, 591).
Vi precede una vita del Tamburini scritta col fiele, massime contro quei ribaldi del temporale, e al fine di essa è detto che negli ultimi suoi anni vergò questa storia dell'Inquisizione, e la confidò al nipote del suo amico Zola.
Che c'è di vero in ciò? quest'opera deve essa pesar sulla memoria del professore bresciano, col cui nome fu ed è annunziata sui muri delle città fra le figure di miseri straziati, e di monaci strazianti?
Alcune frasi che ho citate già fecero sospettare al lettore un alito più recente, se anche non avesse dubitato che un vecchio ottagenario, potesse compiere un lavoro che, a quel tempo, richiedeva, a tacer il resto, una ricerca di libri e documenti, non solita al Tamburini, al quale il corredo storico, per rinfiancare le sue controversie era esibito dallo Zola.
Il Tamburini poi potè errare nella mutilazione d'alcune verità, nell'applicazione d'alcune dottrine, ma queste appartenendo alla scuola che non rinnega il cattolicismo, e tanto meno il cristianesimo; e cui carattere era di disobbedire protestando obbedienza: di spinger all'eccesso il rigor della morale e gli atti di pietà, e assiderar col gelo razionale il calor della vita cristiana, badando più alla giustizia di Dio che alla sua misericordia.
Ora in quest'opera v'è capitoli che si direbbero d'un pio scrittore, ma altre volte, e massime nella conclusione, v'è conculcata affatto la credenza avita, come potrebbe fare qualunque folliculare odierno, con assoluta intelligenza dei tempi ed ostinata mancanza di giudizio; non solo col soffio, ma colla fraseologia di Quinet e Michelet, vi presenta il mostruoso simulacro chiamato il pontefice: ripete le plebee sciatterie contro il papa-re; e vuol perfino vedere nelle streghe un sintomo della continua riconquista che il diavolo fa sopra Dio. E computando tutte le persone che perirono, non già per l'Inquisizione, ma pel cristianesimo conchiude che 17,899,600 furono le vittime della rabbia religiosa cristiana.
Oltre questi sentimenti affatto consoni alle effervescenze d'oggi, molte frasi tengono o del moderno come i profughi tolti delle madri al caro eloquio: o affatto del forastiere come Lancre che menò di galoppo il processo a briglie sciolte (IV, 38). Un modo che caratterizza non solo un autore, ma un tempo, si è l'esposizione drammatica, venuta a noi coi romanzi di Walter Scott. E veri romanzi vi sono inseriti, come quello d'un Rusconi di Como, di Menico e Agnese Sturlini, di Rosalione de' Lambertenghi, probabilmente cavati da alcuno de' romanzi che imbrattano oggi la letteratura. Donde può dedursi che questa storia è una compilazione indigesta di opere, molte delle quali comparvero al fine della vita del Tamburini o dopo la sua morte, per esempio il Lorente.
Ma fin nel compilare costui si dimentica dell'esser proprio e p. e. chiama nostro regno il Napoletano (III, 504, 508, 515): e cita Ferdinando del Pozzo e Carlo Botta (IV, 398) e perfino un breve di Gregorio XVI. Più se ne dimentica ove, descrivendo a minuto e fuor affatto di proposito la biblioteca Ambrosiana, vi indica il monumento del Bossi, opera del Canova, i busti di Byron del Monti, del Pecis, della Paravicini, del Branca, dell'Oriani, fin il pavimento donato dai Litta Modignani.
La mia Storia della Diocesi di Como è di qualche anno posteriore alla morte del Tamburini, eppure mi troverei plagiario, poichè in quest'opera leggesi parola per parola (IV, 38) quanto io narrai delle streghe del Comasco e della Valtellina. Quel processo degli untori di cui tanto parlare si fece in questi anni, lo avea riferito per disteso il Tamburini molti anni prima (IV, 101) e, vedete combinazione, colle identiche mie parole. Se non che io vi soggiungeva alcuni fatti di pretesi avvelenatori, perseguitati a Parigi nel 1835, e il pseudo Tamburini, questa volta ricordandosi d'esser morto assai prima, gli applica (pensate con quali incoerenze) alla febbre gialla di Livorno nel 1800, sempre però colle mie parole.
Manzoni ha pubblicato uno de' più bei lavori apologetici sulla Morale Cattolica, credendo ribattere il Sismondi. S'ingannò. Fu il Tamburini che, per mostrare quanto malo gl'Italiani intendessero la libertà e quanti danni abbia lor recato il cattolicismo, stese due capitoli, che sono ad verbum i due famosi che il Manzoni confutò trionfalmente, supponendoli del Sismondi.
Non occorre di più per indurre ad assolvere il professore bresciano dall'aver commesso un libro degno solo dell'invereconda letteratura di bottega; un libro dettato collo sguajato disprezzo che oggi si usa verso un pubblico abbandonantesi alla credulità, ch'è uno de' più generali effetti delle rivoluzioni.
[514] Esame della confessione auricolare e della vera Chiesa di Gesù Cristo. Anno III.
[515] Della monarchia universale dei papi, discorso umiliato alla maestà di Ferdinando IV, ed a tutti i sovrani del mondo cristiano. Napoli 1789. Alcuno la crede opera del siciliano prevosto Minci, ajutato dallo Scotti, il quale predicando allora nel duomo di Aversa, dovette partirsene perchè credutone autore.
[516] Nel 1862 fu presentata al parlamento italiano una petizione acciocchè si erigesse un monumento al Serrao, «uno di quei pochi generosi che sfidarono i fulmini papali gridando alto la verità contro gli abusi e la corruzione dei preti, minacciando fin d'allora ferire codesta tenebrosa associazione di tristi, che da 1800 anni conculca le leggi del pensiero e i diritti dell'uomo».
DISCORSO LV.
L'ERESIA POLITICA.
La rivoluzione francese, protesta e decisa rivolta contro la tradizione civile e la dottrina teologica, colla smisurata tirannia che è resa possibile dal surrogarsi della forza materiale al corso regolato della forza morale, dapprima obbligò il clero a quell'abominio che s'intitolò costituzione civile, giurata da molti, e in cui conformità molti preti s'ammogliarono senza acquistare la fiducia del popolo, il quale la riserbava a coloro che subirono povertà e martirio. Dappoi montata in frenesia, avea tentato abolire con tutto il passato anche Dio, asserendo doversi ricominciare da capo il corso dell'umanità secondo il tipo che, facendo astrazione dai fatti, le esibivano i filosofisti; e provvidenza, ordine, bene, immortalità dichiarando ipotesi, a cui surrogava le altre di fatalità, male, forza, niente.
Poco appresso riconosceva la necessità d'un Dio; e dopo un secolo di preparazione, dopo svigoriti i caratteri e invigoriti gli ordigni del Governo, la ragione nel suo apogeo inventava una religione, che fu il più stolido dei culti, subito inabissato sotto i fischi universali.
Revellière Lepeaux, uno dei direttori, che aveva inventato questo assurdo culto teofilantropico, scriveva al giovane Buonaparte conquistatore d'Italia, il 21 ottobre 1797: «Bisogna impedire che diasi un successore a Pio VI: profittar della occasione per istabilire a Roma un governo rappresentativo, e liberare l'Europa dalla supremazia papale». Ma Buonaparte, genio dell'ordine e dell'autorità, invece di stancar la pazienza dei preti, come gli si ordinava, nè di secondare le beffarde antipatie de' suoi amici, che rideano d'ogni abito diverso dal loro, trattò col papa, bensì da vincitore, ma con riguardi come se avesse centomila bajonette. Quando egli però fu partito, la repubblica francese mandò Berthier ad occupare la moderna Babilonia, dove fu gridata la repubblica romana, invocando i mani de' Catoni, de' Pompei, de' Bruti, de' Ciceroni, degli Ortensj, e rapissi prigioniero in Francia Pio VI, che vi morì. I filosofi e i soldati esclamarono, «Abbiam sepolto l'ultimo papa»; i Cattolici temeano per lo meno una lunga vacanza; eppure a Venezia, cui non lo stilo della romana curia, ma la democrazia avea carpito l'essere e la libertà, fu raccolto il conclave, ed elettovi Barnaba Chiaramonti che si chiamò Pio VII, e che presto ricomparve a Roma, invocato dal popolo e dagli assennati.
L'esperienza sanguinosa anche in Francia strappava le empie illusioni; gli stessi trionfanti si trovarono spossati dalla vittoria; senza Dio, la natura parve schifosa, ironica la morale, impossibile la società dacchè mancava ogni stabile credenza, che dirigesse gli uomini in un accordo d'atti e d'opinioni; ripullulava il bisogno di fede, di religiosi conforti; tanti fanciulli rimasti orfani, tante donne vedovate, sentivano bisogno di rifuggirsi a Quello che è padre e sposo e immortale; le anime angosciate invocavano i riti ove riconciliarsi col Dio che consola; le amanti imploravano il Cristo che i loro affetti santificasse; i soffrenti, la croce che insegnasse la pazienza, e desse il conforto d'un giudizio, ove saranno rivedute le autorate iniquità dei potenti. Anche il politico disingannato conoscea dover rintracciare un'eguaglianza più reale, una libertà men fallace; il pensatore meditava melanconicamente su quella demolizione del cristianesimo senza sostituirvi una legge generale dell'uomo e del mondo, senza che nulla s'interponesse fra il gran tutto che rapivasi all'umanità, e il nulla in cui la si sobbissava.
Buonaparte, il quale, perchè si sentiva forte, reluttava alla tiranna de' fiacchi, la pubblica ciarla, anche fra gli scoppj di sua collera e le ubbriachezze di sua ambizione mostrò sempre e bisogno e desiderio di riconciliarsi col papa. Pertanto, appena la frenesia di superbia e di sangue diè luogo a qualche lampo di senso comune, si rannodò l'antico col nuovo mediante il Concordato, fatto dalla repubblica col papa nel 1801, dove si ristabilivano reciproche relazioni fra la Chiesa e lo Stato, non secondo astrazioni teoriche, ma in guise positive e pratiche. Non era il re di Roma, sibbene il sovrano spirituale della società delle anime che trattava col Governo della Francia; questo assumeva obblighi affatto materiali, proteggere l'esercizio del culto cattolico, assicurare un trattamento a' vescovi e parroci ecc., mentre la santa sede faceva concessioni tutte spirituali; consentiva al magistrato supremo di proporre i vescovi, e approvare i parroci, ed esigerne il giuramento. Non fu chiesto che la cattolica tornasse ad essere religione dello Stato, bastando ne fosse protetta la libertà. Benchè fossero stati tolti gli Stati ai principi ecclesiastici della Germania, a lui le Legazioni, alla curia i proventi di Francia, il papa rassegnavasi a grandi sagrifizj per recuperare il regno primogenito del cristianesimo. Non istette dunque difficile sui possessi usurpati alle manimorte, le ricchezze non essendo essenziali al clero, e fu riconosciuta l'alienazione di quattrocento milioni di beni nazionalizzati. Chiedeasi il matrimonio dei preti, ma Pio VII, per quanto pien d'amore per la Francia e d'ammirazione per l'uomo che la dirigeva, rispose potersi assolvere quei che l'aveano contratto, non autorizzarlo per massima. Nel 1516 tra Francesco I e Leone X erasi convenuto che il re nominerebbe i vescovi; non volendo nè che, fra la dominante corruzione, la nomina restasse ai Capitoli, nè che fosse privilegio della Corte romana. Ora Pio dovette riconoscere una nuova circoscrizione delle diocesi, uniformata a quella delle provincie, e i vescovi nominati ad esse dal Console: affinchè non rimanessero scoperte le loro sedi sollecitò egli medesimo la rinunzia dei vescovi, profughi per aver ricusato il giuramento; e tutti s'affrettarono ad aderire, colla generosità onde, allo scoppio della Rivoluzione, gli aristocratici aveano rinunziato ai loro titoli e privilegi.
Luciano Buonaparte presentando quell'atto al Corpo Legislativo esclamava: «Avventurata Francia se quest'opera fosse potuta finirsi nel 1789! Chi può calcolare il numero delle vittime che avrebbe risparmiato?»
Il concordato era un atto fra due potenze indipendenti, sicchè riconosceva non solo la sovranità morale della Chiesa come società spirituale visibile, ma anche il principato. Per esso la Chiesa si rialzava, ma non grondante di martirio e colla croce di legno, bensì all'ombra di una spada possente. Come indispettivano gli avvocati e i soldati a tale atto di quel Buonaparte, che veniva intitolato la rivoluzione fatta uomo! Eppure egli non solo ricostituì il cattolicismo col Concordato, ma la supremazia del papa sui re col richiedere da esso la sua consacrazione. In questa egli dovea giurare di mantenere la libertà dei culti. Ne concepirono scrupolo i cardinali e il pontefice; ma il cardinal Fesch, a nome di Buonaparte divenuto Napoleone, scriveva: «La promessa di rispettare e far rispettare la libertà de' culti non è che l'attuazione della tolleranza civile; non implica la tolleranza religiosa teologica, che è l'atto interiore d'approvazione; nè la parità delle altre sette. N'è prova lo stato della persona che deve prestar giuramento. Il senato sa benissimo che l'imperatore è cattolico. Il senato, che lo obbliga a seguir il Concordato, professione di fede di esso imperatore, non volle obbligarlo a un rispetto che implichi la tolleranza teologica, da cui sarebbe distrutta questa medesima fede e per conseguenza non volle esigere se non la tolleranza civile»[517].
Ma poichè la Rivoluzione avea proclamato in Francia l'unica autorità dello Stato, il che nel linguaggio ammodernato s'intitola libertà, la Chiesa veniva rimessa nella legge, ma sotto la legge; non le restava più nè personalità distinta, nè proprietà, nè potenza indipendenti; eppure si mantenevano i sospetti e le esclusioni di cui era stata circondata quando aveva e stato e potenza e proprietà e indipendenza. E stantechè l'Italia si foggia sugli esempj di Francia, neppur qua si riuscì fin adesso a trovarle luogo; riverendola anche, ma come una straniera; proteggendola come una pupilla; stipendiandola come una dipendente.
Finchè qui dominò la Francia or come repubblica or come regno d'Italia, di Napoli, d'Etruria, sulla Chiesa pesò tutta la prepotenza napoleonica, che pretendeva arrolare la volontà e le coscienze sotto i decreti. Il Concordato che venne conchiuso colla Repubblica Italiana non doveva imporre tanti sagrifizj, perocchè non trattavasi di ristabilir la religione, che mai qui non erasi abolita; laonde minori concessioni occorsero, e vi s'inserì la promessa di non fare altre novità se non d'accordo colla Santa Sede. Eppure anche qui si pubblicarono gli articoli organici che Napoleone aveva arbitrariamente soggiunti al Concordato, e che in tanta parte lo snaturavano: e se pei lamenti del papa si finse ritirarli, nei decreti del vicepresidente Melzi e del ministro del culto realmente sussisterono. Mutata quella repubblica in Regno d'Italia, Napoleone vi soppresse molti conventi, poi tutti; scemò le parrocchie; prefinì il numero de' seminaristi, e circondava d'esploratori il Vaticano e i cardinali[518].
Il papa, mansueto e sollecito sopratutto di conservar la religione, blandiva all'imperatore, ma le preghiere del sacerdote mal potevano alzarsi a favore del prepotente, se anche la prudenza ratteneva dal contrariarlo. Il governo pontificio spiaceva non meno ai rivoluzionarj che ai monarchici, perchè serbava ancora le libertà storiche ch'essi detestavano; non avea coscrizione, tributi moderatissimi, piene franchigie municipali; non aspirava ad ampliare i possedimenti; vero tipo d'un governo elettivo, facea vivo contrapposto all'irrequietudine gloriosa e alla democratica tirannia de' governi nuovi. Il Consalvi ministro di Stato ricusava prender parte alle guerre di Napoleone, non meno che alle coalizioni ostili ad esso: ma avendo questi rotto nimicizia al regno di Napoli, i capibanda comparvero nelle montagne limitrofe al reame, eccitando le popolazioni alle armi; in Roma si costituirono due comitati, e coglievasi ogni occasione di palesar odio al prepotente francese. Napoleone se ne lagnava, ed è curioso il veder quanto allora insistesse perchè il papa cacciasse da Roma Vittorio Emanuele, i cui successori vorrebbero ora cacciare da Roma il papa.
Ormai nei concetti del conquistatore più non restava luogo a prudenza o moderazione, più non sapeva arrestarsi sulla curva, che pareva sollevarlo al vertice e lo portava all'abisso. Risoluto d'involger anche le credenze e il culto nel despotismo amministrativo, pensava impossessarsi del restante Stato pontifizio. A chi gli mostrava come un papa senza regno sarebbe di necessità servo ad un re, e in conseguenza repudiato dagli altri. Napoleone rispondeva: «Finchè l'Europa riconobbe diversi signori,» certo non era decente che il papa fosse soggetto a uno in particolare. «Ma ora che l'Europa non riconosce altro signore che me?» Vale a dire che, dimenticando esser il papa capo non della sola Europa, metteva come condizione necessaria della sudditanza di quello la servitù di tutti i popoli[519].
Pure lo sbalzar di seggio un regnante, da cui testè egli aveva chiesta la sacra unzione, produrrebbe impressione sinistra; per ciuffare un piccolo territorio, per sottomettere il più debole e inoffensivo de' principi, rischiava di veder scandolezzate le coscienze cattoliche, dissipato il dogma dell'autorità, ch'egli tanto faticava a ripristinare: e la Chiesa potrebbe colpire ancora di maledizioni la fronte che testè aveva consacrata.
Che importa? più egli non tollera alcuna volontà reluttante alla sua; Pio continui ad essere papa, ma non impacci i grandiosi divisamenti del guerriero; nè Roma neghi all'imperatore quell'obbedienza che gli rendono Milano, Venezia, Firenze, Napoli. «Tutta l'Italia sarà sottoposta a' miei ordini (scriveva soldatescamente al papa). Di Roma voi siete il sovrano, ma l'imperatore ne son io; i miei nemici devono esser nemici vostri. La lentezza di Roma a dar le dispense e ad approvare i miei vescovi, è insopportabile; io non posso trascinar per un anno ciò che deve compiersi in quindici giorni».
Un papa politico avrebbe potuto simulare e dissimulare, guadagnar tempo, condiscendere in qualche parte per assicurare il tutto; ma Pio VII era un buon prete, altamente compreso della divina autorità del pontificato, fedelissimo a quella morale che non capitola colla menzogna, e al dovere di tramandar intatta l'autorità ricevuta in deposito. Consultò il sacro collegio, e i cardinali, già da un pezzo persuasi che, o piegasse o resistesse, Roma sarebbe travolta nel vortice, opinavano pel partito più dignitoso; ricusare l'alleanza colla Francia, poichè essa condurrebbe a guerra con tutta la cristianità, provocherebbe Russi e Inglesi a perseguitare i Cattolici loro sudditi; repugnerebbe all'affezione che il pontefice deve a tutti i credenti.
Napoleone se n'offendeva, come fa sempre il prepotente agli atti di dignità, e presto procedette al segno di spossessare il pontefice, allegando la donazione di Carlomagno, che certo fu non solo più giusto, ma meno barbaro e men inurbano di lui, e trascinarlo prigioniero.
Questi ricusò allora d'investire nuovi vescovi, talchè le sedi rimanevano vacanti, scarmigliate le Chiese, conturbate le coscienze. Napoleone, la più magnifica personificazione di quel potere monarchico, che avea raccolto dal fango e ingloriava di sangue, indignavasi contro questi preti che tengono per sè l'azione sugli spiriti, pretendendo lasciare ai re soltanto il corpo; e tentò rimediarvi col fare dall'alto clero di Parigi dichiarare, che sta a ciascun Capitolo il conferire l'amministrazione della diocesi al vescovo eletto dal principe, senza bisogno dell'istituzione pontifizia. Allora obbliga tutti i Capitoli dell'impero e del regno a rispondere a tal dichiarazione. I più in Italia vi aderirono; tanto pareva impossibile resistere a un così forte: anzi i nostri aggiungevano che il corpo dei vescovi in attività rappresenta la Chiesa; che qualunque istituzione di Roma è affatto estranea alla gerarchia ecclesiastica nel governo della Chiesa; che l'istituzione canonica e la professione di fede e di obbedienza sono restrizioni, messe tardi dai pontefici alla podestà vescovile, la quale è d'origine divina al pari della papale[520].
Coloro che credono tutto novità perchè non vogliono la fatica di guardare ciò che fu jeri, comprendano che, anche vivi noi, bollí quanto oggi quel conflitto, deplorabile ma forse necessario, della potenza materiale colla morale, del sistema politico col religioso, del popolo vero col popolo letterato e officiale.
Forte dell'altrui pusillanimità, Napoleone intima a Parigi un Concilio di tutti i prelati del regno e dell'impero, assumendosi la parte che Costantino imperatore sostenne al Concilio di Nicea. A quell'assemblea fu proposto: «Il papa può, per ragioni temporali, ricusar il suo concorso agli affari spirituali? — Non sarebbe dicevole che il concistoro fosse composto di prelati di tutte le nazioni? — Può il papa rovinar la Chiesa col ricusare l'istituzione ai vescovi? — Come prevenire che il papa non diffonda bolle di scomunica, eccessi repugnanti alla carità cristiana e all'indipendenza dei troni?».
Ma i vescovi congregati ripigliarono quel coraggio che disgiunti aveano perduto, e proposero una questione pregiudiziale; se avessero diritto a radunarsi senza il beneplacito del pontefice. Per tanto elusero le quistioni; spedirono al papa la loro sommessione, e l'imperatore affrettossi a scioglierli. Così fu causato l'imminente pericolo d'uno scisma.
Contro quel caparbio di papa che persisteva nel non è lecito e nell'asserire il diritto, gl'idolatri della forza non rifinivano di declamare, quasi portasse la rovina d'Italia e della religione; essi che applaudirebbero quando il vescovo di Cantorbery a nome del suo clero s'inginocchia alla regina Vittoria per porgerle una supplica, premettendo la professione di credere fermamente la supremazia della Sovrana sulle materie ecclesiastiche. Pio VII, che ricordava sempre la mano che rialzò gli altari, non quella che minacciava schiaffeggiarlo, e che diceva, «Se non fosse dovere pel successore di san Pietro il risedere in Roma, ameremmo fissarci in Francia», rassegnavasi agli oltraggi del forte e dei vili; e «Se bisognerà rinunziare alla tiara, vedano almeno gli avvenire che non ne eravamo indegni. Il mio predecessore ne' giorni prosperi avea l'impeto d'un leone, e morì da agnello: io vissi come un agnello, ma saprò difendermi e morire da leone». E all'imperatore scriveva: «Sovvengavi che Dio è re sopra i re; che non eccettuerà nessuno; che non risparmierà qualsiasi grandezza; si mostrerà, e presto, in forma terribile, e i forti saranno giudicati fortemente». Ai sudditi suoi ne' paesi occupati dichiarava non poter esser lecito qualsiasi atto che direttamente o indirettamente tenda a coadjuvare una usurpazione così notoriamente ingiusta e sacrilega, ed a stabilirne e consolidarne l'esercizio»[521].
Intanto vescovi e cardinali stavano dispersi e relegati, come li vedemmo noi testè. Roma deperiva, vedovata del papa e della Corte, che ne alimentavano la vita: pochi traviarono; la fede produceva la speranza, e «la resistenza di questi pretocoli (scrive Cesare Balbo) fu veramente meravigliosa; fu la sola resistenza italiana di quel tempo».
Invano Napoleone fece pubblicare un catechismo che fosse unico per tutto l'impero, dove l'obbedire a lui e il servirlo nel civile e nel militare veniva posto fra i primarj comandamenti di Dio[522]. Le coscienze restavano turbate; gli onest'uomini vacillavano nell'eseguire gli ordini dello scomunicato; il popolo rabbrividiva e pensava quel che De Maistre diceva alto: «Napoleone se la piglia col papa; la sua ruina è certa».
In fatto lo scontento de' popoli ispirò fidanza ai nemici, che presto spezzarono il colosso. Nel congresso radunatosi nel 1815 per rassettare l'Europa, si considerò come se il papa non fosse mai stato tocco, e gli si restituirono i dominj, salvo alcuni brani pei quali esso protestò. D'immensa letizia giubilarono gl'Italiani pel ritorno del pontefice. Ma la rivoluzione che alla democrazia, alle forze molteplici, alla fede avea sostituito la monarchia, la forza, l'unità materiale, conculcando il municipio, l'autorità, il passato, obbligò ad accettare le novità introdotte da essa, e stabilire un governo centrale, invece d'una confederazione di municipj, quale fin allora era lo Stato pontifizio. Quindi numerosi impiegati, imposte e tutto il resto, eccetto la coscrizione; e del non aver voluto questo tributo di sangue si fece e si fa principal carico ai papi, in un tempo ove gli Stati non ottengono considerazione che pel numero de' soldati. Confondendo l'amministrazione della città collo Stato, concentrando moltissimi affari e tutto il potere esecutivo nella segreteria di Stato, si spense la vita municipale, e si sminuì la partecipazione de' cardinali alla sovranità. Di ciò vediamo le conseguenze.
Nell'ecclesiastico la cura primaria de' pontefici fu restaurare la disciplina, e accordarsi coi principi per regolare le reciproche relazioni della Chiesa collo Stato. Riusciva difficile il combinare coll'inveterata disciplina le nuove pretensioni filosofiche e giansenistiche, adottate dai regalisti; e i principi, che tanto aveano bisogno di assodare l'autorità, la scassinavano col mostrare gelosia di colui che n'è il simbolo e la fonte; e cercavano lode dai liberal-astri coll'abbattere qualche ostacolo che i privilegi ecclesiastici mettesser all'onnipotenza amministrativa.
Negli Stati pontifizj, dove il capo dello Stato è anche capo della Chiesa, e sta in vigore il diritto canonico, non è possibile nasca conflitto fra le due potestà; nè si aveva a pretendervi l'indifferenza religiosa, benchè vi regnasse la tolleranza civile, avendo luoghi di preghiera persino in Roma, non soltanto gli Ebrei, ma i varj culti acattolici.
Negli altri paesi italici si fecero varj concordati con minori o maggiori restrizioni alla podestà ecclesiastica. Più degli altri devoto a questa il Piemonte, conservava le immunità reali e personali del clero, benchè ripudiasse certe antiquate cerimonie; ottenne una nuova circoscrizione delle sedi vescovili sotto i quattro metropoliti di Vercelli, Torino, Genova, Ciambery.
Anche nel concordato col regno di Napoli del 1818, modificato da una convenzione del 1839, lasciossi libertà ai vescovi di convocare sinodi, di pubblicare istruzioni, di giudicare le cause benefiziarie e matrimoniali, di rivedere i processi dei preti condannati a morte.
Ma la libertà della Chiesa non appariva che come una concessione; ad essa toccava l'odiosità di dominante, senza i vantaggi d'essere indipendente, poichè la burocrazia mostravasi gelosa dell'autorità sua, e l'attraversava in ogni modo. «I venti vescovi della Toscana (diceva Neri Corsini) se non sono assiduamente vigilati dal Governo, possono da un giorno all'altro sovvoltare il paese a piacere di Roma. Continua vuol essere la sorveglianza, circospetta, preventiva, onde evitare scandali e clamori, i quali irritano i tanti devoti che credono e non ragionano». E il presidente Peyretti, all'ambasciadore sardo a Roma scriveva: «Tutto quanto è oggetto di speranze in Roma, dev'essere a noi oggetto di timore, e dobbiamo guardarci dal concederlo». Povera sapienza!
Dopo le dolorosissime esperienze di mezzo secolo, Gregorio XVI, il 14 novembre 1833, scriveva al granduca Leopoldo II, mostrandogli gl'inconvenienti che derivavano dalle leggi avverse alla Chiesa, per cui rimanevano turbate le immunità ecclesiastiche, impedito l'episcopato, messa la mano laica nell'insegnamento, e con esso nel deposito della fede; e l'esortava a modificarle pel ben della Chiesa come per la prosperità dei popoli, dovendo egli esser convinto che togliesi al principato un grande sostegno collo screditare il sacerdozio; ed esser «funesta cospirazione de' nemici dell'ordine pubblico l'insinuare ai sovrani de' sentimenti di diffidenza verso la podestà ecclesiastica». Soggiungeva lo seconderebbe a tal opera: e «persuasi doversi dare alcuna cosa a tanta asprezza di tempi, decorreremo ove il meglio lo esige, con quelle facilitazioni, alle quali si prestò sempre questa santa sede, onde rendere regolare colla legittima autorità quel che un abuso di potestà incompetente aveva prodotto di vizioso e d'illegale».
Il granduca rispose che i suoi maggiori aveano creduto far bene; n'erano stati lodati da gran personaggi, e non potrebbe or fare innovazioni che gli renderebbero meno affezionati i popoli. Glielo diceano gli avvocati.
Ne' paesi dominati dall'Austria vigevano le sospettose restrizioni giuseppine; nelle scuole insegnavasi sul Van Espen; si ristampavano le opere del Tamburini e i Commentaria de jure canonico che nel 1788 avea pubblicati Domenico Cavallari per uso delle scuole napoletane: talchè i Cattolici liberali, sentendo tale tirannide pesare sopra la Chiesa, prevedevano che la libertà di questa non sarebbe sperabile finchè libera non fosse l'Italia. «Certo (scriveva il padre Lacordaire) l'elemento rivoluzionario e anticristiano è molto a temere; ma esso s'alimenta principalmente delle generali passioni del patriotismo, e da questa fortezza bisogna cacciarlo con una guerra da potenza a potenza, dove si ha probabilità di vincere il nemico sul campo, o di frenare al tempo stesso lo spirito anticristiano e rivoluzionario..... Presto o tardi l'Italia sarà libera, e raccolta in una confederazione liberale e cristiana. Prima di questo fatto, la Chiesa non ripiglierà il terreno che ha perduto dopo Lutero. L'Italia libera è il papato liberato, per quanto contrarie sieno le apparenze; e senza il papato sciolto dallo straniero, e dall'assolutismo austriaco, non è possibile ricondurre i popoli all'ovile «della fede[523]».
Prima che giungesse quel desiderato momento, il nuovo imperatore d'Austria, istrutto dalle terribili lezioni del 1848, proclamò la libertà della Chiesa, indi la sistemò col concordato del 15 agosto 1855 «per mettere in armonia le relazioni fra lo Stato e la Chiesa colla ben intesa prosperità dell'impero». Era il più ampio che nell'età moderna si formasse, e perciò il più impugnato. Non attribuiva nuovi diritti alla Chiesa, ma le restituiva la libertà di tutti i suoi atti interni, di pubblicare scritti, eleggere vescovi e parroci, erigere o restringere Ordini monastici, comunicare col capo supremo e coi fedeli, statuire di tutto ciò che concerne i sacramenti, la disciplina, i possessi suoi; senza perciò togliere la parità de' cittadini in faccia alla legge, rimanendo l'ecclesiastico passibile de' tribunali ordinarj pei delitti comuni. Attribuivasi ai vescovi l'ispezione sopra la stampa e l'istruzione primaria, e facoltà di proibire ciò che offendesse il costume e il dogma, ma poichè la censura politica preventiva era stata già tolta, anche l'ecclesiastica dovè restringersi in limiti ragionevoli e legittimi, mentre gli scrittori non trascendevano.
Sebbene riconoscessero alcune inopportunità, viepiù in paesi di religione mista, vi applaudirono coloro che capiscono come tutte le libertà si colleghino fra loro: l'arcivescovo di Westminster lo difese e spiegò in quattro conferenze a Londra; l'imperatore de' Francesi solennemente si congratulava coll'Austria, «ringiovinita dai cavallereschi sentimenti del suo leale sovrano»; di rimpatto ne fremeano o ridevano o blasfemavano i fragorosi, che aborrono ogni libertà della Chiesa: e ascrivevano a colpa dell'Austria quel che ad altri n'è parso l'atto suo più savio e popolare[524].
Su quel modello si sarebbero foggiati gli accordi colle altre signorie, se la rivoluzione non avesse di nuovo conculcato le libertà popolari.
Ammirando i prodigi coi quali Iddio manifestamente avea salva la nave di Pietro quand'era parsa più vicina al naufragio, per combattere gli arroganti sofismi degli enciclopedisti e le inumane celie volteriane erasi elevata altrove una falange battagliera, in cui primeggiavano Görres, Adam Müller, Luigi Zaccaria Werner, Federico Schlegel, Carlo Luigi de Haller, il barone d'Ekstein, il conte Stolberg, Boulogne, Frayssinous, Bautain. Giuseppe De Maistre, savojardo e ministro dei reali di Piemonte, spiegava il problema fondamentale della filosofia col supporre una primitiva rivelazione della parola, e delle idee con essa, offuscata poi dal peccato originale, del quale esagerava gli effetti per magnificare la redenzione; e non discutendo ma affermando, calpestava gl'idoli della rivoluzione, ergendo un sistema teosofico, dove i dogmi sono pareggiati agli acquisti della ragion naturale, e la scienza è ridotta a fede. Il mondo è un immenso altare dove, in perpetua espiazione del male causato dalla libertà dell'uomo, s'immola continuamente dal selvaggio come dal civile, il reo come il giusto: la man di Dio regola ogni cosa, talchè la storia terrena è regno immediato e visibile di Dio; e nella sanzione di questo si fonda non solo l'autorità suprema, ma anche l'interna condizione sociale e la distinzione delle classi: opera di Dio sono i re, gli Stati, le costituzioni, e quando l'uomo presume stabilirli da sè, s'appiglia necessariamente al peggio, e non edifica ma ruina. Credere a promesse di re è un mettersi a dormire sull'ale d'un mulino: reprimerli e correggerli non possono bajonette e tribune: è antilogico l'elevar la plebe sopra di essi: il contrappeso del potere dee venir dall'alto; dal papa, sulla cui supremazia appoggiasi l'infallibilità della Chiesa, unico rimedio alla corruzione della razza umana, che vuolsi gagliardamente reprimere. Il filosofismo non ebbe più inesorabile avversario del De Maistre, che lo colpisce coll'opporre alle affermazioni altre imperterrite affermazioni: genio esuberante, che ti lascia dubbio se sia sofista o profeta, e che anche co' suoi paradossi operò potentissimamente sull'avvenire.
Più conosciuti perchè più leggieri erano Chateaubriand, che la religione austera riduce in vaporosa e sentimentale poesia: Bonald che pone la verità fuori dell'uomo; Lamenais il quale spingea la logica fino all'iperbole, lo zelo fin alla procella, proclamando la ragione universale, il senso comune qual criterio unico della verità, il papa qual organo infallibile di questo senso comune; intimava guerra ai classici pagani, confondendo nel medesimo anatema sofisti, protestanti, rivoluzionarj. Il suo Saggio sull'indifferenza in fatto di religione fu tradotto da un insigne scrittore, apologista egli medesimo, e piaceva ripeter con esso che «senza papa non v'è Chiesa cattolica; senza Chiesa non cristianesimo; senza cristianesimo non religione; senza religione non società».
Ebbero qui alquanti proseliti: e in quel senso procedeano fin all'esagerazione le Memorie di Modena e la Voce della verità, dove Cavedoni, Baraldi, Galvani, Schedoni, Rosmini, Canosa, Monaldo Leopardi ed altri non solo difendevano ma assalivano. Come ostrogoti erano costoro denunziati dai volteriani, che presumeano colpirli d'una fittizia impopolarità.
Mentre le matematiche posavano il Dio astratto de' geometri, la chimica colle storte e il microscopio cercava la monade, l'anatomia e la fisiologia rimpastavano il Dio vivente degli Ebrei, erasi cominciata anche la riazione storica nel quadro stupendo e providenziale de' progressi dell'uman genere additando il Dio personale, creatore e redentore de' Cristiani. Allora si chiariva la logica de' fatti, per cui da certe situazioni derivano altre regolarmente non fatalmente. Contro un radicalismo ingrato quanto cieco, mettevansi in luce le opere de' padri, mostrando come le cose ebbero la loro ragione di essere; che non sono le verità fondamentali che variino, e neppur le loro reali applicazioni, bensì il modo d'applicazione in circostanze e condizioni variabili. Allora si cessava di osservare con leggerezza bernesca il passato, e di deriderlo sol perchè passato: si cercava la verità che sta sotto alle legende popolari e alle convenzioni da scuola come i classici sotto ai palimsesti, e si mostravano glorie e imprese italiane, e stupende dottrine, e sante azioni in quel medioevo, che gli accademici cortigiani, perchè ne tornava conto ai re, aveano dipinto come un grande abisso fra la civiltà pagana e la moderna. Insieme ricordavasi come i fedeli, se avanti tutto sono cattolici, appartengono anche ad un'associazione civile, a un popolo, a una patria, per le cui sorti non possono restare indifferenti: anzi sono solidali di quanto le accade, e devono contribuire alla prosperità di essa. Perocchè storia e politica non si scompagnano: la storia è la politica d'un tempo: la politica è la storia d'oggi; onde il soggetto è sempre lo stesso, anche a gran distanza; è l'uomo, è la società odierna: sicchè non fa meraviglia se vi si trovano gli stessi amici a lodare, gli stessi avversarj a combattere.
Di qual peso fosse tale riabilitazione storica apparve dal furore con cui fu assalito chi più vi adoperò alta imparzialità di spirito e sincera indagine del vero. Ma è notevole come il ravviamento di studj buoni provenisse da laici, in testa ai quali collochiamo Alessandro Manzoni, che mentre le poetiche ispirazioni attingeva dalla Bibbia e dalla fede, combatteva invincibilmente le accuse che la dotta plebe lancia alla morale cattolica. Egli si rallegrava che «tra gli orribili rancori che hanno diviso l'Italiano dall'Italiano, almeno non si conosce il religioso; le passioni che ci hanno resi nemici, non hanno almeno potuto nascondersi dietro il velo del santuario»[525]. A quanto diversa scena dovette poi partecipare!
Sfavillò in questa scuola l'abate Vincenzo Gioberti torinese, che comparve dapprima con tutte le armi della scienza, i vezzi dell'arte, i compatimenti della carità, le modestie della fede. Applicatosi alla filosofia dell'ente, impugnava risoluto come causa di tutti i mali il razionalismo, incarnato in Lutero per abbattere l'autorità della Chiesa, in Cartesio l'infallibilità della Bibbia, in Kant la validità della metafisica cristiana; talchè a restaurar la filosofia in Italia trovava necessario il ritorno alle istituzioni cattoliche. Vanno in questo assunto le prime opere sue, che tanto piacquero al giovane clero. Già dal 1840, nell'Introduzione allo studio della filosofia credea vicino a risorgere l'arbitrato del pontefice: «Le divisioni religiose d'Europa, l'eresia, lo scisma e la miscredenza, signoreggianti in una parte notabile di essa, vi rendono impossibile per ora quest'arbitrato: ma potrebbe nascere il caso che gl'Italiani mettesser mano in qualche modo a farlo rivivere. L'Austria intende da grandissimo tempo colle arti di cupa e scellerata politica ad allargar il suo dominio in Italia, ed a ghermire tutti i paesi circonpadani dal Veneto all'Adriatico. Le Legazioni sono la prima preda a cui ella agogna, e su cui si getteranno cupidamente gli artigli imperiali, come prima ne abbiano il destro. Io non credo che i buoni Italiani, qualunque sieno le loro opinioni politiche, possano esitare un solo istante, quando si tratti di scegliere fra un antico governo italico e un nuovo giogo barbarico, fra una monarchia nazionale, e una tirannide oltramontana. La libertà è una bella cosa, ma l'indipendenza nazionale è molto migliore; l'una compie la felicità di un popolo, l'altra gli dà il nome, l'essere, la vita. L'odio politico contro il dominio austriaco ed imperiale è perciò il sentimento in cui si debbono riunire tutte le opinioni; e siccome all'odio si dee contraporre l'amore, qual è il principio che possa stringere ad armonizzare gli animi di tutti gl'Italiani, se non quella dolce e sacra paternità del pontefice romano, tanto antica quanto il cristianesimo, e che malgrado l'empietà, e la freddezza dei tempi, è tuttavia adorata dalle cattoliche popolazioni? Forse il tempo non è lontanissimo in cui chiunque ha sentimento d'uomo dovrà stringersi intorno al venerando pastore, per guardare e difendere dalla rapace e fraudolenta Vienna le belle provincie fra l'Adriatico e l'Apennino, volgendo la morale e religiosa possanza del papato a liberar la penisola dall'oppressione straniera. Imperocchè coloro i quali si confidano che l'uccello grifagno non aspiri a dar di becco su qualche nuovo boccone d'Italia, finchè possa mangiarsela tutta, s'ingannano di gran lunga, e piangeranno un giorno amaramente, ma senza rimedio, la loro stolta fiducia»[526].
Volle poi amplificare uno smodato elogio all'Italia, mostrando come a lei competesse la primazia fra le nazioni, principalmente perchè sede del papato, antica tutela e novella speranza della nazione, centro jeratico e vincolo religioso e morale dell'universo; e dove Roma è «ai dì nostri asilo inviolabile di civile tolleranza e ricetto ospiziale, aperto a tutti gli uomini onorati, specialmente se infelici, qualunque sia la setta a cui appartengono». V'è pagine mirabili di fede e di verità storica, ma innoculava al paese una superbia, che doveva immensamente pregiudicare. Ivi esalta l'efficacia degli Ordini religiosi; ivi ridesta la teoria patristica che la Chiesa è anima delle nazioni e della civiltà, e i papi sono arbitri dei regni; al tempo stesso che il siciliano padre Ventura sosteneva esser il potere politico subordinato all'ecclesiastico, quanto il domestico al politico.
Il Gioberti, quasi avesse paura de' suoi asserti, professava non aver fatto che dedurli dal Balbo, dal Cantù, dal Manzoni, dai quali era nata una scuola che intitolarono Neoguelfa. Nell'indeclinabile conflitto tra la Chiesa e lo Stato, cioè fra il popolo e i governanti, eransi appigliati al partito, per cui giganteggiarono Milano, Firenze, Napoli, Venezia; quello cioè che alla supremazia armata dell'imperatore preferiva l'autorità morale del pontefice; ed, oltre il resto, vi vedeano un mezzo di far prevalere l'idea nazionale alla dominazione forestiera. Nel paese, ritemprato dai lunghi dolori, voleano ristabilire concordia e dignità, surrogare il culto della libertà all'orgia della rivoluzione, far della fede meglio d'una speculazione che tutto vuol conciliare nel vago, e che non è nè un alimento nè un freno; dallo scherno volteriano, o del credere unicamente nel Dio de' galantuomini, ricondur i nostri al Dio vivente, personale, creatore e redentore. Nella storia poi, nella ponderazione del diritto e nella statistica riconoscevano come la libertà fosse stata sempre protetta dai papi, i quali all'universale impero della forza opponendo la comunanza universale delle anime, aveano salvato la civiltà, impedita l'intera sommessione dell'Italia ai Barbari, favorito a tutti i tentativi d'indipendenza. Il progresso non consistere in quella febbre d'attività mercantile che specula sulle passioni della vita sensuale; e non può separarsi dal rispetto al diritto e alla morale. Ad elevare le plebi nessun mezzo riuscire meglio che l'elevare i sacerdoti coll'educazione e colla moralità; e consolidare il concetto dell'autorità, che surroga alla repressione de' gendarmi la vigilanza della coscienza.
Affrontando i gloriosi pericoli dell'impopolarità, i Neoguelfi credevano per tal via ottenere che l'Italia, umiliata dalla violenza straniera e dall'accidia nostra si rialzasse colle memorie e coll'azione di soli italiani, e fantasticavano una lega di cui fosse capo il pontefice, e per la quale lo straniero perderebbe dapprima la superiorità, quindi anche il dominio. Se non che pareva opporvisi la trista opinione invalsa intorno al principato temporale dei papi, denunziati incessantemente come pessimi amministratori, inetti governanti, avversi ai progressi della civiltà moderna.
Ma mentre alcuni la credeano in ritardo, altri in avanzo, parve Dio mandasse l'ora giusta al trionfare della Chiesa a capo della civiltà.
Pio VII, eroe dacchè la persecuzione pose fine alle sue debolezze, ingloriato dal martirio sì ben sostenuto, e appoggiato dal Consalvi, uno de' più insigni ministri, col motu proprio del 6 luglio 1816 diede all'amministrazione pubblica un ordine generale, cercando innestare sulle antiche consuetudini le innovazioni rivoluzionarie; serbò a soli ecclesiastici l'istruzione, la censura, la diplomazia, le supreme magistrature amministrative e giuridiche; rielesse cardinali, santificò varj santi. Leone XII, succedutogli il 28 settembre 1823, continuava le cure pastorali contro «l'irruente empietà e contro la meticolosa politica, invasata dalla paura de' forti e oltrecotante coi deboli»: e aveva divisato riformare le regole de' frati, riducendoli a tre soli Ordini; uno di regolari, poveri, di scienza discreta e tutti cuore, che coadiuvassero ai parroci, servissero al popolo, e si sagrificassero negli ospedali; uno tutto per l'educazione e istruzione della gioventù, e per propugnare gl'interessi della religione e del buon costume; uno di contemplativi che salmeggiassero e predicassero, mirando all'evangelica perfezione. Ripristinò il Sant'Uffizio, estese i privilegi della manomorta, e ai Gesuiti affidò il Collegio Romano col museo e l'osservatorio.
Volle attestare la indipendenza di Roma col pubblicare il giubileo, che più non erasi fatto dopo il 1775: cioè, malgrado le paure dei re e dei politici, invitar i devoti di tutto il mondo a venir a Roma, dove, «oltre i tesori della grazia, vedrà riuniti i più augusti monumenti della religione, tanti preziosi pegni dell'amor che il Signore attestò alle porte di Sion con maggior profusione che a tutti i padiglioni di Giacobbe; affrettinsi al monte dove piacque a Dio d'abitare. O Gerusalemme! voglia Dio che vengano a te colla fronte a terra i figli di coloro che l'hanno umiliato, e che adorino le orme sue quei che ne son fatti i detrattori. A voi specialmente ci volgiamo con tutta l'affezione del cuore apostolico, a voi che, separati dalla vera Chiesa di Cristo, e allontanati dalla via della salute, ci fate gemere sul vostro stato. Consentite al più affettuoso de' padri la sola cosa che manca all'allegrezza generale, cioè che, chiamati dall'ispirazione dello Spirito superno a goder della luce celeste, e rompendo le barriere della separazione, partecipiate ai sentimenti della Chiesa madre nostra comune, fuor della quale non v'è salute. Noi apriremo il cuore alla gioja, vi riceveremo con allegrezza nel nostro seno paterno; benediremo il Dio d'ogni consolazione, che nel più gran trionfo della verità cattolica ci avrà arricchiti di tutti i tesori della sua misericordia».
Noi non siamo costretti a giudicare le ordinanze civili di lui: basti che fu tacciato di far troppo, come di far poco il succedutogli Pio VIII (31 Maggio 1829), più rassegnato che lottante, e che breve durò.
Il dottissimo cardinal Maj, nell'orazione solita recitarsi in conclave de eligendo pontifice, diceva ai cardinali: «Dateci un papa che sia per la fede Pietro, per costanza Cornelio, per felicità Silvestro, per eleganza Damaso; abbia di Leon Magno la nitida eleganza, di Gelasio la dottrina, di Gregorio Magno la pietà, di Simmaco la fortezza, di Adriano l'amicizia de' principi; sia per la concordia delle Chiese Eugenio, pel patrocinio delle lettere Nicolò, per grandezza di pensamenti Giulio, per liberalità Leone, per santità Pio V, per vigor d'animo Sisto: e per non ricorrere solo le prische età, dateci un pontefice cui non manchino nè l'erudizione di Benedetto XIV nè la munificenza del sesto Pio, nè la forza e benignità del settimo, nè la vigilanza di Leone XII, nè la rettitudine di Pio VIII».
Gregorio XVI saliva papa il 2 febbrajo 1831 mentre l'Europa era sommossa da una nuova rivoluzione di Francia, che al ripristinato diritto divino surrogava quello delle moltitudini e della sollevazione. E una scoppiò nelle Romagne nell'interregno, ma ben presto l'Austria tornò all'obbedienza dei duchi e del papa l'Italia media, colla solita necessità di repressioni e la solita sequela di odj. Quanto inesperto delle cose politiche tanto fervoroso per la causa di Dio e la santa maestà del dogma, Gregorio XVI secondò la revivescenza cattolica in Italia e fuori[527]; infervorava ai doveri religiosi; ostava alle eresie ripullulanti; riformò i concordati col Piemonte e con Modena; lottò colla Spagna e colla Svizzera che molestavano la Chiesa; scomunicò i fautori della tratta dei Negri; denunziò alla cristianità il re di Prussia, che a cagione de' matrimonj misti teneva in carcere l'arcivescovo di Colonia; all'imperatore di Russia rinfacciò i maltrattamenti usati ai Polacchi, e additandogli le ruine del palazzo di Nerone diceagli: «Ecco quanto resta de' persecutori de' Cristiani».
Vaglia il vero, non sempre il clero si trovava all'elevatezza della sua missione; molti preti mancavano della scienza necessaria, e molti della ancor più necessaria pietà. Usciti dai seminarj, dove non sempre la vocazione gli avea condotti, tremando dell'impopolarità e dello scherno, pareano attenti a farsi perdonare il loro stato e il loro vestire coll'accostarsi il più possibile al viver mondano: usare ai caffè e ai ritrovi, bazzicare passeggi e fin teatri, educarsi sui giornali a cianciulliare di politica col gergo liberalesco; neppur rifuggire dalle società secrete e dalle cospirazioni; colle romanze del Berchet e i lazzi del Giusti e le declamazioni del Gioberti inebriarsi al prossimo ritornar dell'Italia nel suo legittimo primato; torturavano la Bibbia per trarne eccitamenti e giustificazioni alle loro demolizioni; rideano essi primi degli studj teologici, delle virtù ecclesiastiche, della carità non meno che della devozione, e di coloro che mostrassero o scienza non comune o zelo disinteressato: mentre riponevano il progresso nel trattare leggermente la fede avita, riprovare abusi di cui essi stessi profittavano, e parlar della secolarizzazione degli uffizj ecclesiastici, della abolizione delle fraterie e dell'incameramento dei beni: e dolersi di dover nascondere tanto talento e tanta attività sotto la veste talare. Costoro erano carezzati dai settarj, e lusingati colla speranza d'una rivoluzione civile e sociale, ma che lascerebbe intatto il cattolicismo, cioè i benefizj che godeano e le dignità a cui aspiravano: onde molti bonariamente credeano, o almen diceano che il cattolicismo, postosi a capo delle idee moderne, conquisterebbe l'universo mondo[528].
Chi sa la storia del nostro secolo, conosce che sempre fu regolato da frasi. E la frase proclamata nella rivoluzione del 1831 fu il non intervento. Questo restar indifferenti allo strazio de' nostri vicini repugna alla carità; ma la politica stessa se ne ride; ed oltre ripristinare coll'armi i principotti d'Italia e il pontefice, le Potenze vollero intromettersi dell'assetto interno, fino a pronunziare che lo Stato Pontifizio era mal governato, e dar suggerimenti ufficiali al suo principe. S'aperse con ciò l'èra nuova della rivoluzione, che comparve armata della penna dei diplomatici e delle ambizioni dei re, i quali faceansi alleati e complici delle società segrete istituitesi contro di loro, e subillatori dell'eresia che prima era da essi combattuta. Se l'aveano suggerito i regnanti, ben poteano i Romagnuoli domandare a gran voce la secolarizzazione degli impieghi e l'applicazione di codici stranieri: sicchè il malcontento poteva palliarsi di legalità, e farsene organi or elegiaci or ditirambici anche persone dedite all'idea carbonarica, ma repugnanti dalla Giovane Italia, quali Massimo D'Azeglio o il dottore Farini. A tale manifattura d'anarchia trovavano alleati troppi interessi e passioni; malcontenti che volevano annessi i paesi pontifizj al regno di Napoli o al Piemonte o sin all'Austria; Inglesi che bramavano crollasse il papato; Tedeschi che voleano impiantare il protestantismo nella sede stessa del cattolicesimo; avvocati che agognavano l'occasione di declamare in un parlamento o di regnare in un ministero; rivoluzionarj che erano sicuri di riuscire contro un trono che non vuol difendersi con un esercito, sicchè la minima insurrezione basta ad abbatterlo; napoleonici, che di quel paese farebbero il punto d'appoggio per sollevare tutta Europa. Il governo di Luigi Filippo non poteva reprimere la rivoluzione da cui era nato: e poichè nel paese suo era cominciata nuova guerra contro il ridestato zelo del clero, indicato col nome di Gesuita, si mandò ambasciadore a Roma un antico fuoruscito, il carrarese Pellegrino Rossi. Alla costoro ombra, dalla Francia, da Lugano, dalla inglese Malta avventavansi opuscoli incendiarj in Italia, che versassero aceto sulle piaghe: che, se bersagliavano il Tedesco, più concordemente inviperivano contro Roma. Tutto ciò cresceva gli scontenti negli ultimi anni di Gregorio XVI. E s'egli deplorava tale disorganamento, e vi provvedeva o con ammonizioni o con repressioni, era vituperato come retrogrado e tirannico; denigravansi gli atti suoi migliori; calunniavansi fino i suoi costumi; non occorrevan le prove e neppur la probabilità; bastava l'esser detto; chè in tempo di rivoluzione la credulità è inesauribile[529].
Quell'amministrazione diversa dagli altri regni, quel re prete che dava esempj o raffacci ai re, quella corte di cardinali come potevano piacere ad un'età tutta soldati e ciambellani? Credeasi avvilito un popolo perchè ubbidiva a tonache, anzichè ad uniformi; i sudditi diceano che il papa era uno strumento in man dei principi; i principi lo guardavano bieco come il solo che osasse opporsi alle loro trapotenze.
Aggiungiamo pure che un principe a vita, scelto in grave età, fra una classe aliena per istituto da intrugli temporali, preferito per le virtù che giovano ed onorano la Chiesa universale, deve riuscire men proprio al governo quanto è più austero ed esemplare: onde quivi peggiorano le condizioni di moralità che altrove sarebbero salvezza. Quindi moltiplicate le cospirazioni, finchè una nuova se ne ordì al comparire del suo successore, la cospirazione degli applausi.
Pio IX, avvezzo a lavar le sue mani tra gl'innocenti, pietoso di cuore, ameno di discorsi, buon sacerdote, che molte ore d'ogni giorno riserbava alla preghiera; che nelle dubbiezze gettavasi a' piedi della Madonna, a gran rinforzo di speranze e di lodi venne trasformato in un idolo a capriccio, attribuendogli atti, concetti, divisamenti alieni dal vedere e voler suo: «Viva Pio IX» fu il grido che risonò da un polo all'altro, più alto che a qualunque eroe, e come simbolo di tutte le speranze, non men della Chiesa che dell'Italia. Ai Cattolici parendo risorgesse quel che dopo Lutero non si era veduto più, un pontefice di tal grandezza, da stendere la sua efficacia sul mondo intero, esultando che il movimento venisse appunto di là ove è tradizionale la stabilità.
Ma i figli di Voltaire non riconciliavansi col papa se non foggiandolo sul tipo del loro patriarca; e in quella foga d'applausi, dove l'amore cancellava la riverenza, si tentò staccare il principe dal papa, il papa dall'ordinamento ecclesiastico e dai suoi predecessori, gridando «Viva Pio IX solo». Per quanto egli protestasse contro lo scopo che ognor più si rivelava di farlo scintilla d'incendio politico[530], con preghiere che somigliavano a minaccie se gli chiesero le riforme che i principi aveano suggerite nel 1831, ed egli le concesse; se gli chiese, istituzione di moda, il giornalismo, ed egli il concesse, e vi seguì il nembo delle falsità, l'annunzio di riazioni, di briganti, d'invasioni; in conseguenza gli si chiese la guardia nazionale e un esercito, ed egli concesse: se gli chiese una costituzione, ed egli la concesse; pel qual modo si ebbe in pochi mesi ciò che i più arditi avean appena sperato in un secolo.
Non può toccarsi al principato ecclesiastico senza che tutta l'Italia se ne risenta, anzi l'Europa, come a un interesse dì tutti e di ciascuno. Ben presto Francia scoppiò in nuova rivoluzione repubblicana; l'Europa tutta vi corse dietro, come a tutte le mode di Francia, e a titolo della fraternità universale restò contaminata di assassinj e di ruine. In Italia pure in nome della nazionalità cominciò la conflagrazione, che da venti anni mantiene quell'incertezza ch'è il peggiore dei danni perchè sospende tutte le forze dell'anima, elide il coraggio, differisce le risoluzioni, come di gente sulle mosse, che non ha nè una strada nè una meta.
La commozione erasi iniziata nel nome del papa, e nei concetti de' Neoguelfi di ridurre a concordia lo Stato colla Chiesa, la libertà coll'autorità. Più parve potersi sperarla quando l'assemblea repubblicana francese, proclamando il diritto inviolabile delle coscienze, sciolse i vincoli che un'improvida protezione avea messo alle facoltà della Chiesa, e il parlamento germanico abolì i divieti che le costituzioni particolari ponevano al culto pubblico. Anche in Italia i sacerdoti favorirono gli scotimenti del 1848, benedissero le bandiere e le armi, contribuirono denaro, preci, inni, esortazioni, esempio: il ministero piemontese gl'invitava a render odiosi al popolo gli Austriaci col mostrare come questi avessero sempre incagliata l'azione degli ecclesiastici[531]. Ognuno sa come la rivoluzione si voltasse contro Pio IX, fin a cacciarlo dalla sua sede; onde l'Italia, per la terza volta in cinquant'anni, dovè protestare contro gli oltraggi dell'esiglio del suo padre. Portata la gran lite sul campo della forza, la forza prevalse; lo straniero rioccupò l'Italia, e l'inevitabile riazione inaridì le rigogliose speranze, e divelse le ottenute libertà.
L'unico governo sopravvissuto con forme parlamentari cercò sviare le opposizioni col voltarle sopra il clero. Accennammo quanto il Piemonte concedesse alla giurisdizione ecclesiastica maggior campo che il resto d'Italia, e la Chiesa vi fruisse privilegi che dal principato altrove le erano stati tolti, e che dalla libertà s'invocano ora come diritti comuni. Le curie continuavano a conoscere delle cause relative a riti, a sponsali, a matrimonio, a benefizj, e così della bestemmia e dell'eresia, ed anche de' reati comuni qualora il fôro laico li lasciasse impuniti. Spettava ai vescovi l'ispezione sui pii istituti: ai parroci il registrare gli atti dello stato civile. Le cause d'ecclesiastici, se questi non volessero prevalersi del privilegio di fôro, venivano giudicate dalle corti d'appello, anzichè da tribunali inferiori: invece del giuramento, in giudizio bastava pel vescovo l'asserzione; e i chierici lo davano toccandosi il petto, anzichè gli evangeli. L'ecclesiastico era esente dal servizio militare, dall'obbligo della tutela, dall'esser imprigionato per debiti o privato del necessario: ancorchè minorenne, potea fare i voti e disporre de' proprj beni; se venisse arrestato, doveasi subito parteciparne notizia al vescovo, e tenerlo in carcere separato; non condannarlo mai a lavori forzati: non a morte senza che il processo fosse conosciuto dal vescovo. L'arcivescovo doveva approvar le tesi di laurea, assistere per mezzo d'un delegato agli esami dell'Università, ove si davano esercizj spirituali, uffizj festivi, obbligo di confessione. Per la stampa voleasi il visto d'un censore ecclesiastico: molteplici le congregazioni religiose. L'asilo sacro estendeasi a tutte le chiese dove si conservasse l'eucaristia ed ai sagrati: venivano aggravate le pene quando il delitto fosse commesso contro persone o cose religiose: gli Ebrei dovevano dimorare in un quartiere segregato, esclusi dal possedere e dagli uffizj pubblici e dai gradi universitarj. Neppure i Valdesi poteano possedere fuor dei loro confini.
I Gesuiti, la cui caduta non era bastata a calmarne i nemici, abbondanti non solo tra gl'increduli ma in frati gelosi e in puntigliosi giansenisti, erano rientrati nel regno coll'antica dinastia, e divennero onnipotenti, se crediamo a quel che ce ne dicevano i Piemontesi, che arrivavano ad invidiare la Lombardia, perchè, la dominazione forestiera non ve li tollerava. Che se il buon senso riflettesse che non un solo Gesuita dettava nelle Università; che i loro collegi, affatto liberi, erano popolatissimi, e da famiglie non servili e non ignoranti, gli si imponeva silenzio con quelle asserzioni che arrogansi il luogo di ragioni[532].
Quanta invece avessero potenza i loro avversarj fu chiaro dal caso del Gioberti. Nel Primato d'Italia volendo retoricamente mostrare come la nazione nostra sovrastasse a tutte le altre, l'udimmo magnificare e l'autorità pontifizia, e i sostegni di essa, i Gesuiti. Coloro che adorano un idolo purchè fatto a loro modello, gliene vollero male, e lo punzecchiarono tanto, che egli, supremamente bisognoso dell'aura vulgare, onde purgarsi dalla taccia di gesuitante, «da acqua tepida si convertì in lava», buttò fuori i Prolegomeni, ove cantava la palinodia, poi il Gesuita moderno, ove in cinque grossi volumi rivomitò (come si disse) il vomito di tutti i precedenti, e con menzogne elevate fin all'assurdità tolse a mostrare che i Gesuiti «son anime dure e spietate, anime di ferro; impenetrabili ai sensi più sacri, ai più nobili affetti; cime d'orgoglio di un crudo ed inessicabile egoismo; pronti alla frode, all'impostura, alla calunnia, sforniti di viscere, apostoli d'inferno, ministri di perdizione, insomma il nemico più funesto e terribile che siasi veduto ne' tempi moderni di ogni vivere umano e cristiano». Nominava e infamava persone vere e vive, come erangli denunziate da amici; e sopra denunzie altrui assicurava che nelle scuole gesuitiche «si predica una morale ribalda, che non ha di cristiano che le sembianze; un costume di cui gli onesti Gentili si vergognerebbero; una giustizia che contraddice alle leggi pubbliche, e non può avere altra sanzione che quella degli scherani».
Il secolo critico avrebbe osato revocarlo in dubbio? Ma a chi gli avesse chiesto ragione della diametrale contraddizione, il Gioberti rispondeva averli lodati per far prova di convertirli, ma uscito vano il tentativo (in pochi mesi) aver chiamato il pan pane[533]. L'illustre Pascal, interrogato dalla marchesa di Sablè se delle accuse che lanciava in quelle Provinciali, che furono definite immortali bugiarde, fosse egli ben accertato, rispondeva che l'assicurarsene era dovere di quei che ne lo informavano; a lui non incombeva che di servirsene[534]. Siffatta doveva pur essere l'opinione del Gioberti, che vivendo lontano, non era istruito del paese se non per lettere di pochi preti, come ce ne chiariscono il suo carteggio stampato, e più quel che abbiamo di non istampato[535], e di là trasse tutta quella spazzatura di sacristia, di cui infarcì dettature, nelle quali Iddio lo colpì di mediocrità.
Come ciò si combinasse colla sua devozione quasi idolatrica pel papato lo cerchino quei che pretendono coerenza in coloro che orzeggiano secondo il vento dell'opinione. Ben deplorevole è che ne nascessero baruffe da trivio, e persone oneste e venerande restassero esposte a insulti di piazza, e presto a violenze pubbliche. Perocchè i primi esperimenti della rivoluzione furono dapertutto il cacciare a furia i Gesuiti, nè molto esagererebbe chi dicesse che tutti i preti ne godettero. Ciò fin dall'ore rosee delle riforme. Dappoi che si stabilì il sistema rappresentativo, o per l'insita avversione delle sêtte a quanto sa di Chiesa, cioè d'autorità e di conservazione, o per istornare gli occhi dagli errori e dagli abusi proprj, il governo sardo suscitò garriti religiosi, e minute persecuzioni. Non che abolire la revisione ecclesiastica, alla revisione civile sottopose gli scritti dei vescovi. Protestavano questi contro tale indegnità, e con monsignore Charvaz dicevano: «L'intera libertà noi vogliamo, per la quale coll'errore può diffondersi anche la verità, e la religione parlare senza bavaglio: non vogliamo una mezza libertà, per la quale resti la revisione d'un tribunale non competente in materia religiosa; una mezza libertà, la quale, col pretesto che una parola inceppi il Governo, possa inceppare la libertà religiosa e sociale».
Di tal pretensione si scandolezzarono i liberali, e più quando i vescovi, adunatisi a Villanovetta, pronunziarono che agli ecclesiastici spetta il pieno esercizio de' diritti politici e civili quanto ad ogn'altro cittadino, ma devono astenersi da ogni discussione politica, dai circoli, dalle elezioni, da uffizj pubblici, dal legger abitualmente i giornali, qualora non siano autorizzati dal vescovo: non potersi, a norma dello Statuto, senza l'approvazione ecclesiastica pubblicare Bibbie, catechismi o libri che trattino ex professo di religione; e proponeano una riforma delle curie vescovili, col consenso del pontefice.
In paese libero questa libera unione fu violentemente accusata, e il La Farina la denunzia come «atto di vera ribellione» perchè «non se n'era chiesta l'autorizzazione del principe».
I concordati cambiavano d'indole quando non riferivansi più ad un re, bensì ad un ministero che cangia ogni stagione, ad un parlamento ove la maggioranza d'una sola palla basta a sancire la legge anche iniqua; ove la libertà dello stampare e dell'adunarsi concessa a tutti, rende più ingiusto il negarla agli ecclesiastici, come rendonsi superflui i privilegi di questi dacchè le garanzie volute in essi divengono comuni a tutti.
Ma appunto da questa mutabilità delle leggi e de' Governi vien cresciuta la necessità di vedere assicurata la libertà del capo della Chiesa: eppure contro di questo concentravano gli attacchi le sêtte, le quali, dopo essersi assoggettati lo Stato e il popolo, vogliono serva anche la Chiesa; e parve che d'allora Piemonte significasse rivoluzione, come popolo dovea significare i giornali. I quali, dopo rinnegata l'eguaglianza di tutti in faccia alla legge, sancita dallo Statuto, in nome di questa eguaglianza chiedeano si sopprimesse la giurisdizione eccezionale. Questa era portata dal concordato, sicchè sarebbe bisognato trattarne con Roma; ma i giornali impossessatisi della quistione, com'è loro stile l'avevano incancrenita; «i liberali (son parole del La Farina) generalizzando le accuse, disgustavano della libertà molti ecclesiastici che senza di ciò l'avrebbero amata: entrati una volta in queste vie, il soffermarsi era impossibile, perchè l'ingiuria chiama l'ingiuria; i tristi avvelenano le piaghe e le rendono letali».