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Annali d'Italia, vol. 4 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 (part 5 of 5)

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Annali d'Italia, vol. 4 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 (part 5 of 5)

Che il novello pontefice onoratamente desiderasse la concordia e la pace, si raccoglie dalla spedizione da lui fatta a Federigo (anche prima ch'egli inviasse a Roma i suoi ambasciatori, se è vero ciò che narra Pietro da Curbio[3162]) di tre nunzii apostolici, cioè di Pietro da Collemezzo arcivescovo di Roano, di Guglielmo già vescovo di Modena, celebre per le sue missioni in Livonia e in altri settentrionali paesi, e dell'abbate di San Facondo, spedito in Italia da Ferdinando re di Castiglia per lavorare all'unione della Chiesa e dell'imperio: i quai tre suggetti furono nell'anno appresso promossi al cardinalato da papa Innocenzo. Pietro da Curbio stranamente cambia i nomi di questi nunzii. Conteneva l'istruzione loro data, che il pontefice sospirava la pace; che Federigo rimettesse in libertà il restante de' prelati e laici fatti prigioni nelle galee; che pensasse alla maniera di soddisfare intorno ai punti per li quali era stato scomunicato; che anche la Chiesa, se mai qualche ingiuria avesse a lui fatta, era pronta a ripararla, esibendosi di rimettere l'esame di tutto in principi secolari ed ecclesiastici; e finalmente che voleva inclusi nella pace tutti gli aderenti alla Chiesa romana. Ciò che precisamente rispondesse Federigo, non è ben chiaro; se non che da una lettera del papa apparisce ch'egli mise in campo varie querele e doglianze contra del papa, le quali si leggono negli Annali Ecclesiastici, e a tutte saviamente rispose papa Innocenzo. In somma andarono in fascio tutte le speranze della pace, e si tornò a fare preparamenti di guerra. Di grandi vessazioni ebbe in Roma il pontefice Innocenzo dai mercatanti romani, che aveano prestate al defunto papa Gregorio IX sessanta mila marche d'argento, e voleano essere soddisfatti. Continuava intanto la guerra nella marca di Trivigi, ossia di Verona[3163]. Ricciardo conte di San Bonifazio coi Mantovani conquistò Gazo, Villapitta e San Michele, castella de' Veronesi. Ma Eccelino co' Padovani, Vicentini e Veronesi venne all'assedio del castello di San Bonifazio, spettante ad esso conte[3164]. Vi era dentro il di lui figliuolo Leonisio fanciullo, nipote dello stesso Eccelino. S'interposero persone religiose ed amici comuni per l'accordo, e fu conchiuso di rilasciar quel castello ad Eccelino, e che Leonisio con tutti i suoi se ne uscisse libero: il che fu eseguito. Fece Eccelino di molte carezze e regali al giovinetto, che era suo nipote, e lasciollo ire con sicurezza dove gli piacque. Sotto mendicati pretesti in quest'anno esso Eccelino nel dì 4 di giugno nella pubblica piazza di Padova fece decapitare Bonifazio conte di Panego, nobile veronese di gran riguardo: il che fu di gran dolore e terrore al popolo padovano, persuaso che il tiranno avesse levato di vita un innocente. Parimente in Verona per ordine suo[3165] furono atterrate le case e torri di varii nobili, che egli chiamava traditori; ed alcuni ne fece anche morir ne' tormenti, prendendo con ciò maggior baldanza contra de' nobili e plebei. Perchè i Bolognesi non osservarono i patti giurati nel precedente anno col non rilasciare i prigioni di Parma[3166], anche i Parmigiani ritennero i prigioni bolognesi, e li serrarono in uno steccato di legno fatto presso le mura della città, con farli stare a cielo sereno. Entrò in quest'anno ostilmente nel territorio di Milano[3167] Arrigo, ossia Enzo re di Sardegna, figliuolo naturale di Federigo imperadore, per impedire che il comune di Milano non fabbricasse la Motta di Marignano, che era un'alzata di terra fatta a mano per fabbricarvi sopra un castello. Accampossi in Sairano. Allora con tutte le forze loro vennero i Milanesi, e il costrinsero a ritirarsi con poco gusto e molta vergogna. In lor soccorso avea spedito il popolo di Piacenza secento cavalieri, che stettero a Lodi vecchio. Per questa ragione Enzo coi Pavesi, passato il Po sopra un ponte fabbricato ad Arena, calò addosso al Piacentino, e vi bruciò molti luoghi. Fiera carestia afflisse in quest'anno la Lombardia, di modo che i poveri si ridussero a mangiar erbe. Innocenzo IV circa questi tempi concedette a Piacenza il privilegio dello Studio generale. Crebbe ancora in questo anno il partito della Chiesa, perchè la città di Vercelli[3168] per maneggio di Bonifazio marchese di Monferrato, staccatasi da Federigo, entrò nella lega di Lombardia. L'esempio suo servì ad indurre il comune di Novara a fare altrettanto. Con grosso esercito andarono intanto i Genovesi a mettere l'assedio alla tuttavia ribelle città di Savona, e cominciarono a tormentarla coi mangani e trabucchi. Si raccomandarono con calde lettere i Savonesi al re Enzo, e spedirono anche all'imperador Federigo, che si trovava allora nelle parti di Pisa, implorando soccorso. Mise Enzo insieme un'armata di Pavesi, Alessandrini, Tortonesi ed altri popoli, e marciò fino alla città di Acqui; ma inteso che i Genovesi non solamente non moveano piede, ma ogni dì più rinforzavano il loro esercito, non passò oltre, e licenziò l'armamento, contuttochè avesse ordine da Federigo di fare ogni sforzo per soccorrere Savona. Anche i Pisani, ad istanza d'esso imperadore, uscirono in mare con ottanta galee, vantandosi voler fare di molte prodezze. A questo avviso i Genovesi, lasciato l'assedio di Savona, se ne tornarono alla lor città, per quivi preparare un potente stuolo di galee da opporre agli sforzi nemici. Fecero i Pisani bella mostra da lungi delle lor forze; ma, al primo comparir della flotta genovese, voltarono le prore, contenti d'aver salvata Savona.

NOTE:

[3155] Mattheus Paris, Hist. Angl.

[3156] Richardus de S. Germano, in Chron.

[3157] Raynaldus, in Annal. Eccl.

[3158] Caffari, Annal. Genuens., lib. 6, tom. 6 Rer. Italic.

[3159] Ricordano Malaspina, cap. 132. Gualvaneus Flamma, in Manip. Flor.

[3160] Matth. Paris, Hist. Angl.

[3161] Richardus de S. Germano, in Chron.

[3162] Petrus de Curbio, in Vita Innocentii IV, P. I, tom. 3 Rer. Italic.

[3163] Paris de Cereta, Chron. Veron., tom. 8 Rer. Ital.

[3164] Roland., lib. 5, cap. 11.

[3165] Monach. Patavinus, in Chron.

[3166] Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.

[3167] Chron. Placentin., tom. 16 Rer. Ital. Annales Mediol., tom. 16 Rer. Ital. Gualvaneus Flamma, in Manip. Flor.

[3168] Caffari, Annal. Genuens., tom. 6 Rer. Ital.

Anno di CRISTO MCCXLIV. Indizione II.

INNOCENZO IV papa 2. FEDERIGO II imperadore 25.

Ah maladetta discordia! Che fiere calamità soffrisse in questi tempi la cristianità per quella che bolliva tra l'imperadore e la Chiesa, non si può abbastanza dire. Orrendi e indicibili furono i danni recati dai Tartari Comani alla Polonia, Stiria, Ungheria, ed altre provincie cristiane, senza che niun potesse mettere freno all'empito e alla barbarie di quegl'infedeli. Gravissimi altri malanni patì la cristianità d'Oriente, perchè le fu di nuovo tolta la santa città di Gerusalemme con istrage d'infiniti cristiani. La città d'Accon, ossa d'Acri, che dianzi s'era ribellata all'imperador Federigo, cominciò a provar le scorrerie de' Maomettani fino alle sue porte. L'imperio de' Latini in Costantinopoli era già ridotto al verde; e in Lombardia s'andava dilatando l'eresia de' Paterini, e crescevano le guerre con tutti i lor funesti effetti. Per sostenere intanto i suoi impegni, il papa, con ispedir collettori, voleva danari, e non pochi, da tutte le chiese della cristianità, e bisognava darne. Più spietatamente Federigo anch'egli scannava i suoi popoli, e massimamente gli ecclesiastici, con imposte e gravezze continue. Perciò una gran mormorazione dappertutto fra i cristiani s'udiva, specialmente contra d'esso Federigo, il quale, invece d'impiegar le sue forze (al che era tenuto) contra de' nemici del nome cristiano, le rivolgeva contro la Chiesa sua madre. E qui la gente s'empieva la bocca de' suoi perversi costumi[3169]: che egli non ascoltava mai messa (eppure uno de' suoi delitti fu l'aver forzato dopo la scomunica i preti a dirla in sua presenza); che non avea venerazione alcuna per le persone ecclesiastiche; parlava poco sanamente della religion cristiana; teneva per sue concubine donne saracene, con altri reati, i quali, se non tutti, per la maggior parte almeno erano fondati sul vero. All'incontro Federigo rigettava la colpa del non potere accudire ai bisogni della cristianità sulla corte di Roma, che gli facea quanta guerra potea, e tuttodì andava sottraendo all'ubbidienza di lui le città d'Italia, ansiosa solamente della di lei rovina; nè poter egli accorrere altrove colle armi, da che per la sua andata in Oriente poco era mancato che il papa non gli avesse occupati i suoi Stati d'Italia. Pare nulladimeno che in quest'anno venisse un buon raggio di saviezza a calmare il di lui turbolento animo. Mentr'egli era ad Acquapendente[3170], gli spedì papa Innocenzo IV Ottone cardinale vescovo di Porto, suo amico, per indurlo alla pace. Gliel aveva anche inviato l'anno innanzi, allorchè egli facea l'assedio di Viterbo. Federigo, mostrando pur voglia d'accordo, inviò anche egli a Roma il conte di Tolosa, Pietro dalle Vigne e Taddeo da Sessa con plenipotenza per lo sospirato da tutti aggiustamento colla Chiesa. Matteo Paris[3171] rapporta l'intero atto di tutto quello ch'egli accordava sì per la soddisfazion della Chiesa, come pel perdono e per le sicurezze da darsi a tutte le città aderenti al papa, e per la restituzion degli Stati della Chiesa. Si metteva già per fatta la pace; perchè nel giovedì santo nella piazza del Laterano i suoi ambasciatori giurarono alla presenza del papa, de' cardinali, di Baldovino imperador di Costantinopoli venuto a Roma, e di tutto il senato e popolo romano, i capitoli del suddetto accordo. Ma che? Partiti gli ambasciatori, insorse subito un puntiglio. Voleva il papa ch'egli restituisse tosto le città della Chiesa, e desse la libertà ai prigioni: il che fatto, riceverebbe l'assoluzion dalla scomunica. Pretendeva all'incontro Federigo II che dovesse precedere l'assoluzione; nè volendo Roma accordar questo punto, ecco lo spirito della superbia invadere di nuovo il cuor di Federigo, e farlo receder dal già conchiuso accordo. Studiossi egli di guadagnar sotto mano il pontefice con ricercare una di lui nipote per moglie del re Corrado suo figlio[3172]; ma Innocenzo, che preferiva al suo proprio onore e vantaggio quel della Chiesa, mostrò di non disprezzare l'offerta, ma si tenne forte in sostenere gli interessi del pontificato, e in guardarsi dagl'impegni e dalle insidie di un imperadore, di cui la sperienza troppo avea mostrato quanto poco si dovea fidare.

Essendo ridotto a sì scarso numero il collegio de' cardinali, papa Innocenzo ne creò dodici nel sabbato fra l'ottava della Pentecoste. Poscia nel dì 7 di giugno, uscito di Roma, andò a Cività Castellana, e di là a Sutri. Non si vedeva egli sicuro nè in Roma nè fuor di Roma, perchè la maggior parte delle città della Chiesa erano occupate da Federigo, ed avea che fare con un nemico, le cui arti e il cui cattivo umore davano da sospettare o temere a tutti. Conosceva inoltre che senza essere in paese di libertà, non si potrebbe mai domare l'alterigia di Federigo. Per questo spedì segretamente a Genova[3173] un frate minore ad Obizzo del Fiesco suo fratello, e a Filippo Visdomino da Piacenza podestà di quella città, rappresentando loro i pericoli ne' quali si trovava, e pregandoli di venire a prenderlo con una squadra di galee. Ne armarono tosto i Genovesi ventidue, oltre ad altri legni, e sopra d'esse imbarcatosi lo stesso podestà Alberto, Jacopo ed Ugo nipoti del medesimo papa, nel dì 27 di giugno arrivò a Cività Vecchia. Fattolo tosto sapere al pontefice, egli nella notte seguente con pochi familiari, consapevoli della sua intenzione, salito a cavallo, per disastrose strade e per boschi si condusse sano e salvo a Cività Vecchia nel dì seguente; e poscia nella festa de' santi Pietro e Paolo entrato in nave col solo cardinal Guglielmo suo nipote, ed altri pochi di sua famiglia, fece sciogliere le vele al vento, e nel dì 7 di luglio felicemente pervenne a Genova, dove con incredibil festa e magnificenza d'apparato fu accolto da' suoi nazionali. Gli altri cardinali, a riserva di quattro, il seguitarono per terra, e andarono ad aspettarlo a Susa. Udita questa inaspettata partenza del papa, Federigo, che soggiornava allora in Pisa, rimase estatico; e scorgendo bene dove andava a parare la determinazion del pontefice, allora fu che spedì di nuovo il conte di Tolosa con lettere, nelle quali si maravigliava forte della risoluzione da lui presa, con esibirsi nondimeno prontissimo a far quanto egli voleva. Il conte, andato a Savona, di là significò il tutto a papa Innocenzo; ma senza frutto, perchè il pontefice, tante volte deluso dalle promesse e parole di Federigo, volle continuar il suo viaggio alla volta di Lione, dove avea già determinato di fermarsi. Infermatosi il pontefice in Genova, appena alquanto si riebbe, che neppure giudicandosi sicuro nella patria, dove stavano i Mascherati fazionari dell'imperadore, fattosi portare in letto, passò a Varragine[3174], ed indi a Stella, dove Manfredi marchese del Carretto l'accolse con una copiosa mano d'armati per maggior sua sicurezza, perchè non mancavano insidie e nemici in quelle parti. Cadde quivi di nuovo malato, e si dubitò di sua vita; migliorato e scortato dal marchese di Monferrato, arrivò ad Asti nel dì 6 di novembre, e vi trovò le porte chiuse, perchè quel popolo teneva per l'imperadore; ma non passò molto che vennero a dimandargli perdono di quest'ingiuria. Giunto nel dì 12 del suddetto mese a Susa, ebbe la consolazione di trovar otto cardinali, che quivi l'aspettavano; e con essi non senza gravi incomodi valicate l'Alpi, felicemente nel dì 2 di dicembre giunse a Lione, ricevuto onorevolmente da quel popolo. In essa città piantò la sua corte, alla quale cominciò a concorrere una infinità di gente da tutte le parti. Pieno intanto di rabbia Federigo fece chiudere i passi, affinchè non passassero uomini e danari dall'Italia in Francia: il che servì a maggiormente screditarlo, qual manifesto persecutor della Chiesa. Scrive Matteo Paris[3175] una particolarità, della cui verità si può forte dubitare. Cioè che per li maneggi del papa, de' Milanesi, e d'altri Italiani e Tedeschi, fu proposto in Germania d'eleggere in re il langravio di Turingia. Penetratasi questa mena da Federigo, occultamente si trasferì egli in Germania, ed abboccatosi con esso langravio, e regalatolo ben bene, il fece tutto suo, e poi segretamente se ne ritornò in Italia. Lo creda chi vuole. Di ciò riparleremo anche nell'anno seguente. Certo bensì è che si staccarono in questo anno da esso Federigo le città d'Asti e di Alessandria, ed altri luoghi, con aderire alla lega di Lombardia, tutta impegnata a favorire il papa. Nel passaggio ancora che fece papa Innocenzo per gli Stati di Amedeo conte di Savoia, tirò nel suo partito quel principe, con dargli in moglie una sua nipote, e concedergli in dote le castella di Rivoli e di Vigliana colla valle di Susa, che erano del vescovato di Torino, e dichiararlo suo vicario sopra tutta la Lombardia. Così scrive l'autore anonimo degli Annali Milanesi[3176], con cui va concorde Galvano Fiamma[3177]. Tutto ciò nondimeno merita esame, dacchè il Guichenon[3178] non riconosce che questo principe prendesse in moglie alcuna nipote del papa. Forse gli fu solamente promessa, ed altro non ne seguì dipoi: oppure si parla di Tommaso conte di Savoia, che poi nel 1251 sposò veramente una nipote d'esso papa. Intanto noi sappiamo di certo che papa Innocenzo passò molto tranquillamente nell'anno presente per la Moriena, e per altri paesi del conte di Savoia: il che ci porge sufficiente indizio dell'esser egli entrato nel partito del papa. Ciò non conobbe il Guichenon, il quale, appoggiandosi in gran copia di racconti a degli storici moderni, non può sovente appagar in tutto l'animo dei lettori desiderosi di più sodi fondamenti. Riuscì in questo anno a Riccardo conte di San Bonifazio, ad Azzo VII marchese d'Este, ed al popolo di Mantova[3179], dopo lungo assedio, di prendere e dirupare il castello d'Ostiglia, che era de' Veronesi, castello riguardevole, perchè munito di belle e forti mura, di alte torri e grandi fosse, e difeso da un lato dal Po. Fece varii tentativi Eccelino da Romano per disturbar quell'assedio, o per soccorrere quella terra; ma non potè impedirne la perdita e rovina.

NOTE:

[3169] Matth. Paris, Hist. Angl.

[3170] Petrus de Curbio, Vita Innocent. IV, cap. 9.

[3171] Matth. Paris, Hist. Angl.

[3172] Vita Innocentii IV, cap. 11 P. I, tom. 3 Rer. Italic.

[3173] Caffari, Annal. Genuens., lib. 6, tom. 6 Rer. Ital.

[3174] Petrus de Curbio, Vita Innocent. IV, cap. 15, P. I, tom. 3 Rerum Ital.

[3175] Matth. Paris, Hist. Angl.

[3176] Annales Mediol., tom. 16 Rer. Ital.

[3177] Gualvaneus Flamma, in Manipul. Flor., cap. 278.

[3178] Guichenon, Histoire de la Mais. de Savoye, tom. 1.

[3179] Roland., lib. 5, cap. 12. Paris de Cereta, Annal. Veron., tom. 8 Rer. Ital.

Anno di CRISTO MCCXLV. Indizione III.

INNOCENZO IV papa 3. FEDERIGO II imperadore 26.

Dimorando in Lione Innocenzo sommo pontefice, avea nel Natale dell'anno precedente intimato il concilio generale da tenersi in essa città nella festa di san Giovanni Batista dell'anno presente[3180]: al qual fine spedì le lettere d'invito per tutta la cristianità, con aver citato l'imperador Federigo a comparirvi in persona o per mezzo de' suoi procuratori. Arrivò poscia a Lione il patriarca d'Antiochia inviato da esso Federigo con altri suoi uffiziali, mostrando premura di ripigliare il trattato di pace. I documenti prodotti dal Rinaldo[3181] ci assicurano che Innocenzo IV con animo paterno condiscese, purchè Federigo prima del concilio restituisse la libertà ai prigionieri, e rendesse le terre della Chiesa, e si facesse compromesso nel papa stesso per le differenze dei Lombardi con esso imperadore. Tornossene il patriarca a Federigo per informarlo del negoziato. Ma bisogna ben dire che questo principe fosse invasato da una cieca alterigia; e con una strana politica conducesse i proprii affari. Niuna risposta fu data al papa, e si giunse finalmente senza conclusione alcuna al general concilio di Lione; se non che egli prima spedì colà l'arcivescovo di Palermo e Taddeo da Sessa suo avvocato, acciocchè sostenessero le ragioni sue. Che v'inviasse anche Pietro dalle Vigne, lo scrive Rolandino[3182], da cui parimente intendiamo che sul fine di maggio esso imperadore venne a Verona, ed ivi tenne un gran parlamento, al quale intervennero l'imperador di Costantinopoli, il duca d'Austria, e i duchi di Carintia e Moravia. Dopo molti ragionamenti e consulti continuati per più dì, niuna risoluzione fu presa; se non che Federigo, mostrando intenzione di trovarsi personalmente al concilio di Lione, con questa apparenza andò fino in Piemonte. Nelle prime sessioni del concilio, composto di più di centoquaranta tra patriarchi, arcivescovi e vescovi, furono proposti dal papa i reati di Federigo; nè mancò Taddeo da Sessa di addurre, per quanto seppe, le giustificazioni del suo padrone, rispondendo a capo per capo. Il vescovo di Carinola, oppure di Catania, come ha la Cronica di Cesena[3183], e un arcivescovo spagnuolo fecero un ampio racconto dei costumi e della vita di Federigo, conchiudendo ch'egli era un eretico, un epicureo, un ateista: al che Taddeo rispose con forza, pretendendole tutte calunnie[3184]; e in oltre chiese una dilazione per l'avviso pervenutogli che l'imperadore intendeva di venire in persona al concilio per giustificarsi; oppure perchè il medesimo Taddeo si lusingava di farlo venire. Si stentò ad ottenere dal papa la dilazion di due settimane; ma Federigo non comparve mai, forse credendo l'andata sua o pericolosa alla sua dignità o superflua, ovvero perchè lo spirito dell'umiliazione non era mai entrato nè sapeva entrare in quel cuore. Non imitò già l'avolo suo Federigo, perchè non albergava in lui quella religione nè quel senno che l'altro mostrò. Per ciò nel dì 17 di luglio papa Innocenzo[3185] nel concilio, dopo aver premesso i delitti principali di Federigo, proferì la sentenza di scomunica contra di lui, e il dichiarò decaduto dallo imperio e da tutti i regni, con assolvere i sudditi dal giuramento di fedeltà. Taddeo da Sessa cogli altri procuratori suoi compagni, che già avea protestato contra di tal sentenza, ed appellato al futuro concilio, se n'andò tosto a portar la nuova a Federigo, il quale, secondo Matteo Paris, fremendo di sdegno e di rabbia, scoppiò in alcune ridicolose sparate, e dopo non molto scrisse dappertutto atroci e velenose lettere contra del papa, le quali maggiormente servirono a fargli perdere il concetto di vero cristiano. Rivolse poscia il suo sdegno contra de' Milanesi, perchè informato qualmente il pontefice movea tutte le suste in Germania per far eleggere un nuovo re, e già convenivano i voti di molti di que' principi, disgustati di Federigo, nella persona di Arrigo langravio di Turingia; seppe ancora che essi Milanesi con gli altri della lega di Lombardia aveano spedito i lor deputati ad animare quel principe a prendere la corona colla promessa di assisterlo con tutte le loro forze.

Venuto dunque da Torino l'imperadore a Pavia, uscì in campagna contra d'essi Milanesi, e da un'altra parte li fece assalire anche dal re Enzo suo figliuolo. Se vogliam prestar fede a Matteo Paris, succedette una fiera e sanguinosa battaglia fra l'armata d'Enzo e quella de' Milanesi, e dall'una e dall'altra parte perì innumerabil gente, colla peggio nondimeno de' secondi. Non la raccontano così gli storici di Milano[3186], e si può credere che favoloso sia in parte ciò che narra il suddetto storico inglese. Secondo i Milanesi, mosse Federigo l'esercito da Pavia, ed entrato nel territorio di Milano, distrusse il monistero di Morimondo. Nel dì 21 d'ottobre si accampò ad Abbiate sulla riva del Ticino, volendo pur passare quel fiume; ma venutagli incontro sull'opposta riva l'armata de' Milanesi, quivi stettero per ventun giorno i campi nemici senza alcuna azione. Tentò eziandio Federigo di passare il Ticinello a Buffalora; ma gliel impedirono i Milanesi, co' quali era Gregorio da Montelungo legato pontificio. Lo stesso gli avvenne a Casteno. In questo mentre con altro esercito, cioè coi Bergamaschi e Cremonesi, il re Enzo passò all'improvviso il fiume Adda vicino a Cassano, ed arrivò a Gorgonzuola. Accorsero a quella parte due delle porte di Milano sotto il comando di Simone da Locarno, e vennero alle mani col re Enzo, nè solamente sbaragliarono il di lui esercito, ma fecero anche lui prigione, benchè il suddetto Simone, dopo averne ricavato il giuramento di non mai più entrare nel distretto milanese, il rimettesse in libertà. Perciò Federigo si ritirò a Pavia, e andossene poi a passare il verno in Toscana a Grosseto. Avrei creduta mischiata qualche favola in questo ultimo racconto, se l'antica Cronica di Reggio non me ne avesse accertato colle seguenti parole: Enzus imperatoris filius supra Taleatam Addae cum Reginis, Cremonensibus, et Parmensibus ivit. Et ceperunt Gorgunzolam, ad cujus assedium captus fuit rex, et recuperatus per populum reginum et parmensem[3187]. Ascoltiamo ora il Continuatore di Caffaro, autore allora vivente[3188]. Narra egli che Federigo nella primavera venuto da Pisa a Parma, andò poscia a Verona, e spedì un gagliardo esercito contra de' Piacentini, nel territorio de' quali si fermò più d'un mese, dando il guasto dappertutto, senza che quel popolo si movesse punto dalla fedeltà verso la Chiesa. Fingendo poscia di voler passare al concilio di Lione, venne a Cremona e a Pavia, e di là ad Alessandria. Gli portarono gli Alessandrini le chiavi della città, e gli sottoposero tutte le loro castella. Di là passò a Tortona: del che ingelositi i Genovesi, inviarono tosto delle buone guarnigioni alle loro castella di Gavi, Palodi e Ottaggio di qua dall'Apennino. Anderarono ad incontrar Federigo i marchesi di Monferrato, di Ceva e del Caretto, con ritirarsi dalla lega di Lombardia e far lega con lui. Galvano Fiamma aggiugne[3189], avere altrettanto fatto il conte di Savoia. Nel mese poscia di ottobre con potente esercito uscì ai danni de' Milanesi, i quali con grandi forze il fermarono virilmente al Ticinello, nè il lasciarono mai passare. In aiuto d'essi Milanesi il comune di Genova inviò cinquecento balestrieri. Perciò, veggendo Federigo inutili i suoi sforzi, nel dì 12 di novembre congedò l'armata, e se n'andò a Grosseto. Di niuna considerabile e sanguinosa battaglia in essi Annali Genovesi e in altri si truova menzione; e però dovette la sopraddetta essere cosa di poco momento. Abbiamo dalla Cronica Piacentina[3190] che il comune di Piacenza spedì ducento cavalieri in soccorso dei Milanesi al Ticinello; e che, entrato il re Enzo coi Cremonesi ed altri popoli sul Piacentino, arrivò fin presso alla città, e bruciò lo spedale di Santo Spirito, e portò via la campana di San Lazzaro. In questo anno ancora dalla città di Parma Federigo fece scacciare Bernardo della nobile casa de' Rossi, perchè parente del papa, con distrugger anche le di lui case. In tal congiuntura[3191] uscirono parimente di Parma le nobili famiglie de Lupi e dei Correggieschi, perchè erano di fazione guelfa, ed imparentati anch'essi colla casa de' conti Fieschi. Impadronissi in quest'anno[3192] Eccelino da Romano delle castella di Anoale e di Mestre, e vi fece fabbricar dei gironi, specie di fortezze usate in que' tempi. Le tolse ai Trivisani, a' quali ancora sul finire dell'anno fu occupato Castelfranco da Guglielmo da Compo San Piero. Anche dalla città di Reggio[3193], per ordine del re Enzo, furono cacciati e banditi i Roberti, quei da Fogliano, i Lupisini, i Bonifazii, quei da Palude, ed altri di fazione guelfa, insieme coi Parmigiani, che s'erano ritirati in quella città. Vedremo che anche Tommaso da Fogliano Reggiano era nipote di papa Innocenzo IV. Aggiungono gli Annali vecchi di Modena[3194] che in Reggio ne' primi giorni dell'anno vennero all'armi i Guelfi e i Ghibellini, e che nel dì 3 dì luglio si tornò a combattere; ma entrato Simone de' Manfredi e Marione de' Bonici con gran gente, ed uniti col popolo, cacciarono fuori i Roberti e gli altri Guelfi. Parimente da Verona furono forzati ad uscire quei che vi restavano di fazione guelfa, e questi si ricoverarono a Bologna. In essi Annali finalmente si legge che anche la città di Firenze si mosse a rumore, e toccò ai Guelfi di abbandonar la patria: tutto per opera e maneggio di Federigo. Secondo Ricordano Malaspina[3195], questa novità di Firenze pare succeduta solamente nell'anno 1248. Tolomeo da Lucca[3196] di ciò parla all'anno 1247, e va con lui d'accordo la Cronica di Siena[3197]. Ma è da preferire Ricordano, del cui parere sono ancora altre storie. L'Ammirato differisce fino ai 1249 l'uscita de' Guelfi da quella città.

NOTE:

[3180] Petrus de Curbio, Vita Innocent. IV, P. I, tom. 3 Rer. Ital.

[3181] Raynald., in Annal. Eccl.

[3182] Roland., lib. 5, cap. 13.

[3183] Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.

[3184] Matth. Paris, Hist. Anglic.

[3185] Raynaldus, in Annal. Eccl. Caffari, Annal. Genuens., lib. 6, tom. 6 Rer. Italic.

[3186] Annal. Mediolan., tom. 16 Rer. Ital. Gualv. Flamm., in Manipul. Flor.

[3187] Memor. Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.

[3188] Caffari, Annal. Genuens., lib. 6.

[3189] Gualvan. Flamma, cap. 279.

[3190] Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.

[3191] Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.

[3192] Roland., lib. 5, cap. 15.

[3193] Memorial. Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Italic.

[3194] Annal. Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Ital.

[3195] Ricordano Malaspina, Storia Fiorent., cap. 137.

[3196] Ptolom. Lucens., in Annal. brev.

[3197] Chronic. Senense, tom. 15 Rer. Ital.

Anno di CRISTO MCCXLVI. Indizione IV.

INNOCENZO IV papa 4. FEDERIGO II imperadore 27.

Di gran maneggi avea già fatto il pontefice Innocenzo coi principi della Germania, affinchè si venisse all'elezione d'un nuovo re, senza neppure avere riguardo a Corrado figliuolo di Federigo, che non era nè scomunicato nè deposto. Alieni da questa risoluzione essendosi trovati il re di Boemia, i duchi di Baviera, Sassonia, Brunsvich e Brabante, e i marchesi di Misnia e di Brandeburgo[3198]: ne scrisse loro il papa lettere efficaci. Tanto innanzi andò l'affare, che finalmente fu eletto re Arrigo langravio di Turingia dagli arcivescovi di Magonza, di Colonia e di Treveri, e da alcuni altri principi[3199]: nuova che sommamente rallegrò il papa per la conceputa speranza che col braccio di questo principe egli schianterebbe Federigo e tutta la sua casa. Mandò Filippo vescovo di Ferrara per suo legato in Germania con un buon rinforzo di danari al re novello, e con ordine di forzar tutti gli ecclesiastici a riconoscerlo per tale. Scrisse parimente ai principi secolari, pregandoli ed esortandoli a far lo stesso, con dispensar loro per questo l'indulgenza plenaria di tutti i loro peccati. Volle inoltre che i soldati del nuovo re prendessero la croce, e godessero di tutte le indulgenze ed immunità, come se andassero a militare contro ai Turchi e agli altri infedeli: il che servì di cattivo esempio per li tempi susseguenti, con vedersi la religione servire alla politica. Intanto il re Corrado figliuolo di Federigo, alla cui rovina ancora tendeva tutta questa novità, raunato un forte esercito, marciò alla volta di Francoforte per disturbar la dieta che ivi dovea tenere il langravio[3200]. Venuto alle mani coll'armata del nemico re, ne restò totalmente disfatto, di maniera che si giudicava come ridotto a fuggirsene in Italia, se il duca di Baviera non avesse imbracciato lo scudo per lui. Furono creati nello stesso tempo dal pontefice due cardinali legati, acciocchè facessero un'armata, e commovessero la Puglia e Sicilia contra di Federigo[3201]. E perciocchè occorrevano di grandi spese per sostenere sì strepitosi impegni, s'imposero alle chiese di Francia, Italia, Inghilterra e d'altri paesi non poche gravezze, per cagione delle quali uscirono poi molte doglianze degl'Inglesi, riferite da Matteo Paris[3202], essendo ben probabile che anche gli ecclesiastici degli altri paesi si lamentassero forte che il loro danaro avesse da servire in uso tale. Infatti si cominciarono varie congiure contra di Federigo nella Puglia. Ne erano autori Teobaldo Francesco, Pandolfo Riccardo, la casa de' conti di San Severino, ed altri non pochi baroni. Per attestato del Continuatore di Caffaro[3203], la volevano anche contra la vita d'esso imperadore. Fu in questi tempi, oppure molto più tardi, come altri vogliono, i quali sembrano più veritieri, che anche Pietro dalle Vigne, gran cancelliere di Federigo e suo favorito in addietro, cadde dalla sua grazia. Chi scrisse, perchè trovato che avesse parte nelle suddette congiure; chi perchè nel concilio di Lione non articolasse parola in favore del suo padrone; chi perchè lo avesse voluto avvelenare: del che fu convinto. Dei segreti dei principi ognun vuol dire la sua. Quel che è certo, Federigo il fece abbacinare, lo spogliò di tutti i suoi beni, e confinollo in una prigione, dove dicono che da lì a tre anni egli stesso disperato, con dar della testa nel muro, si abbreviò le miserie e insieme la vita. Abbiamo da Matteo Paris, che trovandosi Federigo assediato da tanti turbini da tutte le parti, ricorse al santo re di Francia Lodovico IX, acciocchè s'interponesse col papa per la concordia, con esibirsi di passare in Terra santa colle sue forze per ricuperare quel regno, e quivi terminare i suoi giorni, purchè fosso rimesso in grazia della Chiesa. Lodovico, perchè avea già presa la croce, voglioso d'impiegar le sue armi in Oriente in pro della cristianità, parendogli questa un'offerta di sommo rilievo, per poter unitamente con Federigo promuovere gli interessi di Terra santa, e perchè conosceva che, durante la discordia fra la Chiesa e l'imperio, nulla di bene potea sperare in Oriente; cercò di abboccarsi col sommo pontefice, e l'abboccamento seguì nel monistero di Clugnì. Per quanto si affaticasse il re a far gustare al papa questa proposizione, nulla potè mai ottenere, persistendo Innocenzo IV in dire che non si dovea più fidar di Federigo, principe tante volte provato mancator di parola. Poco aggustato se ne tornò il re Lodovico alla sua residenza. Del suo ardore per questa pace ne siamo anche assicurati dal Rinaldi annalista pontificio.

Oltre a ciò, per dar animo ai ribelli di Puglia, si fece correr voce che Federigo era morto in Toscana; ma Federigo, accorso colà, dissipò non solamente questa diceria, ma eziandio i sollevati colla prigionia d'alcuni; contra de' quali poscia, e contra de' parenti, e infine contra chiunque fu o provato o sospettato complice egli poscia con atrocissimi tormenti infierì. In una sua lettera scritta al re di Inghilterra nel dì 15 d'aprile del presente anno, parla egli de' congiurati depressi, con aggiugnere[3204] che nel dì ultimo di marzo essendo venuto il cardinal Rinieri col popolo di Perugia e d'Assisi per assalire Marino da Ebolo suo capitano nel ducato di Spoleti, questi gli avea data una rotta; e che, oltre agli uccisi, da cinque mila n'erano restati prigionieri. C'è licenza di credere molto meno. Negli Annali vecchi di Modena si leggono queste parole: Eodem anno 1246 Perusini conflicti fuerunt a Federico imperatore[3205]. Da una lettera poi di Guglielmo da Ocra abbiamo che Federigo fece in quest'anno pace coi Romani e i Veneziani. Niuna menzione di ciò s'ha dalla Cronica del Dandolo[3206] da cui bensì sappiamo che circa questi tempi tornò sotto la signoria di Venezia la città di Zara. Non parlano le Croniche di fatto alcuno riguardevole accaduto in quest'anno in Lombardia. Ricavasi solamente da quelle di Piacenza[3207] che il re Enzo venne colle genti di Parma e Cremona sul Piacentino ad istanza di Alberto da Fontana, che gli avea promesso di dargli la città. Seguì ancora un conflitto fra lui e i Piacentini. Colle mani vote se ne tornò il re Enzo a Cremona. In Parma[3208] i ministri dell'imperadore occuparono il palazzo e la torre del vescovo, e tutte le rendite del vescovato, con imporre eziandio delle gravissime taglie e contribuzioni a tutti i beni della Chiesa: mestiere nello stesso tempo praticato da Federigo in Puglia, e negli altri paesi posti sotto il suo giogo. Obizzo e Corrado marchesi Malaspina si dichiararono in quest'anno per la lega di Lombardia[3209]; ma, secondo l'uso de' marchesi di quelle parti, Corrado da lì a non poco tornò ad abbracciar il partito di Federigo. Prosperarono in quest'anno gli affari di Eccelino da Romano[3210], coll'essere venuti alle sue mani Castelfranco, Triville e Campreto, castella de' Trivisani. Ebbe anche per forza il castello di Mussolento. Costui in Verona fece morire i nobili da Lendenara, e molti altri in Padova per sospetti di congiura, che si dicea tramata contra di lui. Negli Annali Veronesi[3211], i quali in questi tempi si trovano mancanti e i confusi, vien riferita una battaglia accaduta di là dal Mincio fra Eccelino e i Veronesi dall'una parte, e il conte Ricciardo da San Bonifazio coi Mantovani e fuorusciti veronesi, ed Azzo VII marchese d'Este coi Ferraresi, dall'altra. Niuno restò vincitore, ma molti furono i morti e prigioni, e non pochi cavalli pel troppo caldo vi rimasero soffocati. A qual anno appartenga tal combattimento nol so dire: probabilmente all'anno seguente, come osservò il Sigonio.

NOTE:

[3198] Raynald., in Annal. Eccles.

[3199] Albert. Stadens., in Chron.

[3200] Monach. Patavin., in Chron., tom. 8 Rer. Ital.

[3201] Raynald., in Annal. Eccl.

[3202] Matth. Paris, Hist. Angl.

[3203] Caffari, Annal. Genuens., lib. 6, tom. 6 Rer. Ital.

[3204] Matth. Paris, Hist. Angl.

[3205] Annales Veteres Mutinenses, tom, 11 Rer. Ital.

[3206] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.

[3207] Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.

[3208] Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.

[3209] Caffari, Annal. Genuens., lib. 6. tom. 6, Rer. Ital.

[3210] Roland., lib. 3, cap. 16.

[3211] Paris de Cereta, Chron. Veronens., tom. 8 Rer. Ital.

Anno di CRISTO MCCXLVII. Indizione V.

INNOCENZO IV papa 5 FEDERIGO II imperadore 28.

Non so io qual fede meriti Matteo Paris in un fatto, di cui non apparisce vestigio presso gli storici tedeschi, benchè, per vero dire, la Germania non ha in questi tempi storico alcuno che ci dia sicuro lume dei suoi avvenimenti. Scrive egli adunque[3212], che mentre l'eletto re Arrigo langravio di Turingia si disponeva per ricevere solennemente la corona germanica, il re Corrado figliuolo di Federigo con quindici mila combattenti si mise in agguato, e, venuto a battaglia con lui, sbaragliò la di lui gente con istrage di moltissimi, e prigionia di molti più, e colla presa di tutto il tesoro inviatogli dal papa. Per questo colpo caduto Arrigo in una grave malinconia, s'infermò e diede fine a' suoi giorni. Scrive il Sigonio[3213] ch'egli ictu sagittae saucius fugam arripere coactus, haud ita multo post dolore confectus interiit. Avrà egli presa tale notizia da Tritemio[3214], o dal Nauclero, che scrivono ciò succeduto nell'assedio d'Ulma. Gli altri storici dicono che esso re Arrigo morì nel suo letto cristianamente per disenteria. Quante ciarle mai si saranno fatte per tal morte in tempi sì sconvolti, tempi sì pieni di bugie, di falsi giudizii e di strabocchevoli passioni, interpretando ognuno a suo talento i naturali avvenimenti delle cose, come ancora si dovette fare a' tempi di papa Gregorio VII per simili avvenimenti. Non si perdè d'animo per questo il pontefice Innocenzo, ma, spedito in Germania il cardinal Pietro Capoccio nel dì 4 d'ottobre dell'anno presente[3215], fece eleggere re di Germania Guglielmo conte d'Olanda, giovane prode e generoso in età di circa venti anni, il qual poi essendosi colla forza impadronito di Aquisgrana nell'anno seguente, quivi nella festa d'Ognisanti fu solennemente coronato da Guglielmo cardinale vescovo sabinense. Gli mandò tosto il papa un rinforzo di trenta mila marche d'argento, che felicemente arrivò alle di lui mani. Ma non ebbe già questa felicità la spedizione di quattordici altre mila marche d'argento, che il papa, stando tuttavia in Lione avea consegnato ad Ottaviano cardinale di Santa Maria in Via lata, insieme con un corpo di soldatesche per soccorso dei Milanesi e degli altri collegati di Lombardia. Il Continuatore di Caffaro scrive[3216] che erano mille e cinquecento cavalli che il papa avea fatto assoldare in Lione. Amedeo conte di Savoia[3217], perchè amico di Federigo, benchè si mostrasse parziale del papa, trovò tante scuse, che il cardinale per quasi tre mesi fu costretto a fermarsi e a consumare il danaro nel soldo di quegli armati, i quali in fine licenziati se ne tornarono alle lor case; ed egli, se volle passar in Italia, dovette colla sola sua famiglia guadagnarsi il transito per vie inospite e dirupate. Quetati i rumori della Puglia, venne in quest'anno Federigo a Pisa, e di là in Lombardia, senza commettere ostilità veruna. Portossi dipoi a Torino, se crediamo a Matteo Paris, per andare alla volta di Lione cum innumerabili exercitu, con timore de' buoni ch'egli pensasse a far qualche brutto scherzo al papa e ai cardinali soggiornanti in quella città. Ma questo esercito, ed esercito innumerabile, è una frottola spacciata dal buon Paris. Particolarità di tanto rilievo non l'avrebbe omessa nella vita di papa Innocenzo IV Pietro da Curbio, che si trovava allora in Lione. Altro non dice questo autore, se non che Federigo venne a Torino, ubi cum comite Sabaudiae, et aliis quibusdam baronibus sibi adhaerentibus nequiter machinans contra summum pontificem, ipsum Lugduni circumvenire fraudulentissime procurabat. Profittò di questa congiuntura il conte di Savoia per farsi consegnare da Federigo il castello di Rivoli. Secondo il suddetto autore, si teneva in Lione che Federigo fosse venuto per ingannar con qualche frode, e non già per opprimere colla forza dell'armi il pontefice. Per lo contrario, Federigo in una lettera, rapportata dallo annalista Rinaldi scrisse che la risoluzione da lui presa di portarsi a Lione gli era venuta da Dio, affine di terminar le discordie, e giustificarsi appresso il papa e i Franzesi, per quanto io vo credendo, dell'imputazione datagli d'essere un eretico e miscredente. Se fosse vera o finta questa sua intenzione, non saprei dirlo io: ben so che non sarebbe mai convenuta a lui una protesta sì fatta, quando egli avesse condotto seco un esercito smisurato, capace di accusarlo presso d'ognuno, non già di pacifici, ma bensì di perniciosi disegni. Così dall'Annalista di Genova impariamo ch'egli venne in Lombardia mansueto come un agnello, e diceva di voler ubbidire agli ordini del papa, e dar pace al mondo; e ciò ad istanza del re di Francia. Comunque sia, eccoti disturbati i di lui o buoni o perversi disegni dall'avviso d'una novità, che il fece smaniar per la collera, e tornare ben tosto indietro.

I parenti di papa Innocenzo scacciati da Parma[3218], cioè i Rossi, i Correggeschi, i Lupi ed altri, tenendo buona intelligenza in quella città, nel dì 16 di giugno, giorno di domenica, con grosso corpo d'armati vennero alla volta di Parma. Arrigo Testa da Arezzo, che quivi era podestà per l'imperadore, ciò presentito, andò loro incontro fino al fiume Taro colla milizia di Parma, e venne con loro a battaglia. O così portasse la fortuna dell'armi, oppure perchè il popolo di Parma facesse due diverse figure, restò egli morto in quell'azione, i suoi sbandati se ne tornarono alla città, dove entrarono anche i nobili fuorusciti col seguito loro. Gherardo da Correggio a voce di popolo fu immantinente proclamato podestà, furono prese le torri e il palazzo del comune, con iscacciarne gli uffiziali e soldati dell'imperadore. Trovavasi allora il re Enzo all'assedio di Quinzano, castello de' Bresciani[3219]. Appena ebbe intesa questa nuova, che, senza perdere un momento di tempo, venne coll'armata sua a portarsi alle rive del Taro, per impedire i soccorsi a Parma. Non per questo rimasero i Milanesi di spedirvi mille uomini d'armi, ciascuno de' quali, secondo gli Annali di Milano[3220], avea quattro cavalli. Secento ancora (forse ducento, secondo la Cronica di Piacenza) ne mandarono i Piacentini[3221]. Fu condotta questa brigata per la montagna da Gregorio di Montelungo legato apostolico, e da Bernardo figliuolo d'Orlando Rosso, e felicemente arrivò in Parma con somma consolazione di quel popolo. Essendo volata anche a Torino questa novità, Federigo, ben conoscente delle conseguenze che seco portava, perchè a lui tagliava la comunicazione con Reggio e Modena, città a lui fedeli, e colla Toscana, precipitosamente venne alla volta di Parma, e in vicinanza d'essa cominciò a trincierarsi. Attesero anche i Parmigiani a far fossi, e a fabbricar palancati e bitifredi per lor difesa. Ordinò Federigo al comune di Reggio di far prigioni quanti Parmigiani si trovavano in quella città; e fu ubbidito. Un pari comandamento andò a Modena, e quivi fu presa la cinquantina de' cavalieri di Parma, già venuta in soccorso di Modena, acciocchè i Bolognesi non impedissero il raccolto de' grani; e tutti inoltre gli scolari di Parma, che erano allo studio delle leggi in Modena, città anche allora provveduta di buoni lettori per la lor gara col popolo di Bologna. Furono tutti condotti a Federigo, ed incarcerati. Fu anche sconfitta dal re Enzo la cavalleria di Parma verso Montecchio, con restarvi molti di essi prigioni. Tra questi ed altri presi in diversi luoghi, ebbe Federigo da mille prigioni parmigiani, de' quali barbaramente cominciò a farne morir quattro in un giorno in faccia alla città, e due nel dì seguente; ed era per seguitar questa barbarie, se il popolo di Pavia mosso a compassione non avesse chiesta in dono la loro vita, facendogli conoscere che la loro morte nulla serviva a prendere la città, e solamente potea rendere lui odioso a tutto il mondo. Il solo Colorno si tenne saldo in quelle congiunture; tutto il resto del distretto ebbe il guasto, e venne in potere di Federigo, il quale a quell'assedio avea ben dieci mila cavalli, e una quantità innumerabile di fanteria di varie città, con alcune migliaia di Saraceni balestrieri. Distruggevano costoro tutte le case, e ne asportavano al campo imperiale tutti i mattoni e i coppi, co' quali, d'ordine di Federigo, si andò fabbricando una città verso l'occidente in faccia a Parma, con fosse, steccati, bitifredi, baltresche, ponti levatori e mulini. Le fu posto il nome di Vittoria, per far buon augurio all'imperadore, risoluto di non muoversi di là senza aver presa la nemica città. Della nuova sua fece egli il disegno[3222], dopo aver fatto prendere da' suoi strologhi l'ascendente più favorevole; e fu da essi ben servito, siccome vedremo.

L'assedio di Parma commosse ben tosto al soccorso i circonvicini collegati della Chiesa. Ricciardo conte di San Bonifazio v'entrò con una squadra d'armati. I Mantovani si scagliarono addosso ai Cremonesi, saccheggiando e bruciando tutto sino a Casalmaggiore. Azzo VII marchese d'Este coi Ferraresi, i fuorusciti di Reggio, Bianchino da Camino, e infin Alberico da Romano, fratello di Eccelino, con una mano di Trivisani, accorsero all'aiuto dell'assediata città. Anche i Genovesi v'inviarono quattrocento cinquanta balestrieri, e trecento i conti di Lavagna nipoti del papa. Fece all'incontro Federigo venire alla sua armata Eccelino da Romano co' Padovani, Vicentini e Veronesi. Allorchè egli giunse alla villa di Gazoldo, passando pel Mantovano, il marchese d'Este coi Mantovani nel mese di giugno assalitolo, diedero una spelazzata alla sua gente, e massimamente ai Veronesi, che aveano la retroguardia. Fu anche spedito dal papa il cardinale Ottaviano degli Ubaldini, il quale coi Milanesi, Bresciani, Mantovani, Veneziani e Ferraresi si accampò nella Tagliata di Parma. Cresceva intanto ogni dì più la fame in Parma per la mancanza de' viveri. Fecero i Mantovani e Ferraresi venire una gran copia di barche per Po; e perciocchè al loro passaggio si opponeva un ponte fabbricato dal re Enzo su quel fiume, i collegati della Chiesa lo sforzarono e vinsero[3223]: dopo di che introdussero animosamente in Parma una gran quantità di frumento, melica, spelta, orzo, sale ed altre vettovaglie, delle quali abbisognava l'afflitta città. Non istettero oziosi in questo tempo i Bolognesi, profittando della lontananza de' Modenesi, iti al campo imperiale[3224]. Oltre all'aver anch'essi inviato all'armata della Chiesa in difesa di Parma mille e quattrocento soldati, a tradimento, cioè per via di danari, tolsero nel mese di luglio ai Modenesi[3225] il castello di Bazzano. Diversamente scrive il Sigonio[3226], che quel popolo si arrendè a patti di buona guerra. In aiuto de' Modenesi accorse allora Eccelino da Romano; e però andarono ad accamparsi vicino a Bazzano a fronte del campo bolognese, con aspettar anche un rinforzo d'uomini d'armi dal re Enzo. Vennero poscia alle mani coi Bolognesi nel dì 23 di luglio, e vi fu molta perdita di gente dall'una parte e dall'altra, colla peggio nondimeno del campo bolognese. Ancor qui il Sigonio discorda dai nostri Annali. Contuttociò essi Bolognesi s'impadronirono dipoi anche di Montalto, di Savignano, e d'altri luoghi del Modenese. Jacopino, e Guglielmo suo nipote, de' Rangoni da Modena, erano dianzi passati al servigio del re Enzo con venticinque uomini d'armi. Senza licenza dell'imperadore si partirono dall'assedio di Parma, e però furono banditi da Modena con tutta la fazione guelfa, appellata degli Aigoni. Loro diedero i Bolognesi il castello di Savignano da abitare. In quest'anno i popoli della Lunigiana e Garfagnana si ribellarono all'imperadore[3227], ed imprigionarono il di lui vicario nel castello di Groppo San Pietro. Allora Obizzo marchese Malaspina ricuperò le sue terre di Lunigiana. Vennero anche alla divozion de' Genovesi molte terre, che dianzi si erano rivoltate, ma non già Savona, città ostinata nella sua ribellione. Presero essi Genovesi una galea di Federigo vegnente in Puglia, che conduceva tre nobili milanesi della casa Pietrasanta, destinati da esso imperadore a far cambio con dei prigioni bergamaschi detenuti in Milano. Fecero in essa galea prigioni ducento uomini con Rubaconte, uno de' principali bergamaschi. Per attestato di Matteo Paris[3228], in quest'anno l'imperador Federigo diede una sua figlia per moglie a Tommaso della casa di Savoia, già conte di Fiandra, fratello di Amedeo IV, conte di Savoia, di Guglielmo arcivescovo di Cantorberì, e d'altri degni personaggi di quella nobilissima casa. Gli assegnò in dote Torino e Vercelli colle adiacenze, affinchè impedisse il passo al papa e agli aderenti di lui per quelle. Questo matrimonio è negato dal Guichenon[3229], e non senza ragione, perchè lo stesso Paris afferma che il papa nel 1251 maritò con lui una sua nipote. Chi sa che non si trovasse qualche fondamento allora per disciogliere il matrimonio contratto con una figliuola d'un imperadore scomunicato e morto? Intanto questo patto di Matteo Paris viene a mettere in dubbio il dirsi dal suddetto Guichenone, che la città di Torino nel 1245 riconobbe per suo signore Amedeo conte di Savoia.

NOTE:

[3212] Matth. Paris, Hist. Angl.

[3213] Sigonius, de Regno Ital., lib. 18.

[3214] Trithemius, Annal. Hirsang.

[3215] Raynaldus, in Annal. Ecclesiast. Albertus Stadens., in Chron. Petrus de Curbio, Vita Innocentii IV, P. I, tom. 3 Rer. Ital.

[3216] Caffari, Annal. Genuens., lib. 6, tom. 6 Rer. Ital.

[3217] Matth. Paris. Hist. Angl., Petrus de Curbio, in Vita Innocentii IV, cap. 23.

[3218] Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.

[3219] Annales Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Italic.

[3220] Annales Mediol., tom. 16 Rer. Ital.

[3221] Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.

[3222] Rolandinus, lib. 5, cap. 21.

[3223] Annales Veronens., tom. 8 Rer. Ital.

[3224] Chron. Bononiense, tom. 18 Rer. Ital.

[3225] Annales Veter. Mutinens., tom. 11 Rer. Italic.

[3226] Sigonius, de Regno Ital., lib. 18.

[3227] Caffari, Annal. Genuens., lib. 6, tom. 6 Rer. Italic.

[3228] Matth. Paris, Hist. Angl.

[3229] Guichenon, Hist. de la Maison de Savoye, tom. 1.

Anno di CRISTO MCCXLVIII. Indizione VI.

INNOCENZO IV papa 6. FEDERIGO II imperadore 29.

Memorabile fu quest'anno per la gloriosa liberazion di Parma. Avea la rigida stagion del verno fatto ritirare ai quartieri buona parte degli eserciti pontificio e cesareo, esistenti sotto Parma[3230], Federigo nondimeno stette costante all'assedio nella sua città di Vittoria. Nel gennaio dell'anno presente la cavalleria de' Parmigiani a Collecchio restò sconfitta dai fuorusciti di Parma. Perchè restò preso nella zuffa Bernardo de' Rossi, fu poscia da essi iniquamente ucciso, ma ne fecero lo stesso dì un'esecranda vendetta i Parmigiani col dar morte a quattro de' più nobili della fazione imperiale. Ebbero essi un'altra disavventura. Erano venuti i Mantovani con sette grosse navi incastellate su per Po, per vietare a' Cremonesi la fabbrica d'un ponte su quel fiume. Passarono al dispetto de' Cremonesi; ma venuto loro addosso il re Enzo, abbandonarono quelle navi, e si diedero alla fuga, restandovi molti d'essi prigioni. Federigo, gran vantatore delle cose prospere, e solito ad impicciolir le contrarie (costume nondimeno familiare di tutti i tempi), in una sua lettera[3231] scrisse che erano state prese cento navi tra grandi e picciole in questa occasione. Tali perdite furono in breve ben compensate. Passata la metà di febbraio in un giorno di martedì, cioè nel dì 18 di quel mese, per quanto io vo conghietturando (la Cronica di Reggio[3232] dice XII exeunte februario che in quell'anno bissestile vien ad essere il dì 18), un soldato milanese, secondochè vien raccontato da Rolandino[3233], per nome Basalupo, persuase al legato pontificio Gregorio da Montelungo, a Filippo Visdomini Piacentino podestà di Parma, e agli altri baroni difensori di Parma, che s'avea da assalire la città Vittoria dell'imperadore, avendo egli osservato che ne era molto sminuita la guarnigione, e che Federigo ogni dì di buon tempo ne usciva per sollazzarsi alla caccia del falcone, suo favorito esercizio[3234]. Fu risoluta l'impresa, ed uscito l'esercito collegato andò vigorosamente a dar l'assalto alla nemica città. Se ne stavano sbadigliando gl'imperiali, non mai imaginandosi una tal visita; e quantunque fossero superiori di numero e ben fortificati, pure talmente s'invilirono, che dopo qualche contrasto presero la fuga. Entrati i vittoriosi pontificii, fecero man bassa contra dei Pugliesi, e principalmente contra de' Saraceni; a moltissimi de' Lombardi diedero quartiere. Vi restò fra gli altri ucciso Taddeo da Sessa, quello stesso che nel concilio avea fatto da avvocato di Federigo. Lasciovvi anche la vita il marchese Lancia. Il tesoro trovato nella camera imperiale in danaro, gioielli, vasi d'oro, d'argento, corone, ed altre cose preziose, fu inestimabile. Circa duemila si contarono di uccisi, più di tremila furono i prigioni. Preso anche il carroccio de' Cremonesi tenuto per gioia di gran prezzo, trionfalmente fu condotto a Parma. Berta era il nome d'esso carroccio. Federigo, che si trovava alla caccia tre miglia lungi di là, ragguagliato del fatto, senza pensarvi molto, spronò coi suoi alla volta di Borgo San Donnino, e di là senza fermarsi passò a Cremona, portando seco non so se più di rabbia, oppure di malinconia. Furono i fuggitivi inseguiti sino al Taro, e molti ancora dei Parmigiani per due miglia di là andarono facendo de' prigioni. La città Vittoria data alle fiamme, col suo falò terminò il trionfo de' Parmigiani, che poi non vi lasciarono pietra sopra pietra. Grande strepito fece per tutta Italia e ne' paesi oltramontani questo glorioso successo della parte pontificia, e ne venne un gran crollo agli affari di Federigo in Italia.

Era tornato a Padova sul principio di quest'anno Eccelino da Romano[3235]; e giacchè era andata a male l'impresa di Parma, pensò egli a far delle nuove conquiste. Nelle città di Feltre e Belluno signoreggiava Bianchino da Camino aderente alla parte guelfa. Eccelino nel mese di maggio, presi seco i Padovani e i Vicentini, ostilmente s'inviò verso Feltre. Nel viaggio una gazza venne a posarsi sopra la bandiera di Eccelino, e fu sì piacevole, che si lasciò prendere. Parve questo ad Eccelino un buon augurio, e ordinò che fosse da lì innanzi la buona gazza delicatamente nudrita in Padova. Feltre non fece molta resistenza; ed Eccelino passò anche sotto Belluno; ma ritrovatovi del duro, riserbò ad altro tempo l'impresa. Nella Cronica eziandio di Verona si legge[3236] che esso Eccelino, venuto l'ottobre dell'anno presente, coi popoli di Verona, Padova, Vicenza, Feltre e Belluno (secondo Rolandino, non per anche Belluno era sua), passò sul mantovano, e per lo spazio d'un mese diede il guasto a quelle campagne, e menò via molti prigioni. Fu in quest'anno[3237], che papa Innocenzo fulminò la scomunica contra di quel tiranno, cioè contra del crudele Eccelino. Ricuperarono i Parmigiani[3238] nell'anno presente le castella di Bianello, Cuvriaco, Guardasone e Rivalta. Nè si dee tacere che al conte Ricciardo da San Bonifazio, il quale tanto si segnalò nella difesa della lor città, donarono il palazzo dell'imperadore che era posto nell'Arena. Erasi staccata la città di Vercelli da Federigo; la fece egli in quest'anno ritornare all'ubbidienza sua. Ma Novara, secondo la Cronica Piacentina[3239], si diede in quest'anno al legato del papa e ai Milanesi. I Bresciani[3240] anch'essi ritolsero ai Cremonesi il castello di Pontevico. Nuovi guai recò ancora la potenza de' Bolognesi al comune di Modena con torgli Nonantola, San Cesario e Panzano. Dagli Annali di Genova[3241] abbiamo che i Pisani e il marchese Oberto Pelavicino aveano fatto un grande armamento per muover guerra ai Genovesi, i quali si prepararono per ben riceverli. La rotta degl'imperiali sotto Parma fece lor calare l'orgoglio. Aggiungono che Federigo venne sino ad Asti, e spedì suoi messi a Lodovico re di Francia, il quale era già in procinto di passare il mare contra degl'infedeli, con esibir di nuovo sè stesso e tutte le sue forze per la medesima sacra spedizione, purchè gl'impetrasse l'assoluzione della scomunica e deposizione. Ma nulla di ciò fu fatto, e Federigo si fermò tutto il verno in Lombardia senza recare offesa alcuna ai Crocesignati, o ad altri popoli. Succederono bensì molte novità nella Romagna[3242]. Spedito colà il cardinale Ottaviano degli Ubaldini, prese seco tutta la milizia di Bologna, e nel mese di maggio andò a mettere l'assedio a Forlì, che dopo pochi giorni capitolò la resa. Altrettanto amichevolmente fecero le città di Forlimpopoli, Cervia, Cesena, Imola e Ravenna. Con questi popoli poi passò nel mese di giugno ad assediar Faenza, che tuttavia era in potere di Tommaso dalla Marca, creato conte della Romagna da Federigo. Tenne forte quella città per quindici giorni, dopo i quali si diede al cardinale. Anche Malatestino (si comincia ora ad udir questa famiglia, che col tempo salì ben alto) fece ribellare Rimini all'imperadore. Crede Girolamo Rossi[3243], che queste città venissero sotto la signoria della Chiesa, e che il pontefice dichiarasse allora Ugolino de' Rossi suo nipote conte della Romagna. Più probabile a me sembra, che fossero prese a nome di Guglielmo re di Germania e de' Romani, creatura del papa, per le ragioni che andando innanzi accennerò. Il Ghirardacci[3244] altro non conobbe, se non che que' popoli giurarono di stare ai comandamenti del papa e de' Bolognesi, conservando la libertà delle loro città. Tal guerra fu fatta in quest'anno in Germania da Guglielmo nuovo re coronato in Aquisgrana, al re Corrado figliuolo di Federigo, che fu costretto a ritirarsi in Italia presso il padre. Non farei io sigurtà della verità di questo racconto che è di Matteo Paris[3245], perchè della venuta di esso Corrado in Puglia non v'ha menomo vestigio in altre storie di questi tempi.

NOTE:

[3230] Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.

[3231] Raynald., in Annal., Eccl.

[3232] Memor. Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.

[3233] Roland., in Chron., lib. 5, cap. 22.

[3234] Monach. Patavinus, in Chron., tom. 8 Rer. Italic. Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital. Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital. Petrus de Curbio, Vita Innocentii IV, P. I, tom. 3 Rer. Italic.

[3235] Roland., lib. 5, cap. 23.

[3236] Paris de Creta, Chron. Veron., tom. 8 Rer. Ital.

[3237] Raynaldus, in Annal. Eccl.

[3238] Memor. Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.

[3239] Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.

[3240] Malvecius, Chron. Brixian., tom. 14 Rer. Ital.

[3241] Caffari, Annal. Genuens., lib. 6, tom. 6 Rer. Italic.

[3242] Chron. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital. Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.

[3243] Rubeus, Hist. Ravenn., lib. 6.

[3244] Ghirardacci, Istor. di Bologna, tom. 1.

[3245] Matth. Paris, Hist. Angl.

Anno di CRISTO MCCXLIX. Indizione VII.

INNOCENZO IV papa 7. FEDERIGO II imperadore 30.

Si accinse nell'anno precedente il santo re di Francia Lodovico IX a compiere il suo voto di Terra santa[3246], e raunato un possente esercito si mise in viaggio, accompagnato da Roberto conte di Artois e da Carlo conte d'Angiò e di Provenza, suoi fratelli, e da molti vescovi e baroni di Francia. Gli fornirono i Genovesi[3247] un copioso stuolo di galee e di navi da trasporto a nolo. Seco era Ottone cardinale, vescovo tuscolano legato apostolico. Imbarcatosi coi suoi arrivò felicemente all'isola di Cipri, dove passò il verno. Venuta la primavera, il piissimo re sciolse le vele verso l'Egitto, e prosperosi furono i principii della sua spedizione, perchè giunto colà verso la festa dell'Ascension del Signore, s'impadronì dell'importante città di Damiata, dove si trovò gran copia d'armi, vettovaglie e ricchezze. Per la solita inondazione del Nilo gli convenne far pausa tutta la state. Poscia nel novembre uscì coll'armata in campagna, e più di una volta ruppe i Saraceni, che ardirono d'azzuffarsi con lui. Per questi progressi del re Cristianissimo, grandi speranze concepì tutta la cristianità; ma dove andassero queste a finire, lo vedremo all'anno seguente. Passò in questo anno in Puglia Federigo, nè si sa ch'egli facesse impresa militare in alcun paese. Abbiamo bensì da Matteo Paris[3248], che mentre Marcellino vescovo di Arezzo nelle parti d'Ancona per ordine del pontefice facea guerra a Federigo e ai Ghibellini suoi aderenti, cadde nelle mani de' Saraceni, posti da esso imperadore alle guardie di quelle contrade. Dopo tre mesi e più di prigionia, d'ordine di Federigo fu pubblicamente impiccato; sacrilega crudeltà, che fece orrore a tutti i buoni, ed accrebbe il discredito ed odio comune contra di Federigo. Scrive ancora Pietro da Curbio[3249], cappellano del papa, ch'egli, detestando l'opere buone del santo re di Francia, chiuse i passi e i porti del suo regno, perchè egli non passasse di là, nè fossero portate vettovaglie all'armata navale di lui e de' Crocesignati. Ma che dobbiamo noi credere alla storia tanto discorde ed appassionata di questi tempi? Tutto il contrario scrive Matteo Paris, con dire che san Lodovico, dimorando in Cipri, spedì a Venezia per aver soccorso di viveri. Gli spedirono i Veneziani sei navi cariche di grano, vino e di altri commestibili, e un corpo ancora di combattenti. Lo stesso fecero altre città ed isole: hoc Frederico non tantum permittente, sed propitius persuadente. Similiter et ipse Fredericus, ne aliis inferior videretur, maximum eidem victualium diversorum transmisit adminiculum. Aggiugne che il santo re per questo rinforzo scrisse al papa, ut reciperet ipsum Fredericum in gratiam suam, nec amplius tantum Ecclesiae amicum ac benefactorem impugnaret vel diffamaret, per quem ipse et totus exercitus christianus, ab imminenti famis discrimine respiravit. Anche la regina Bianca madre del re ne scrisse con premura al papa; ma questi non si potè mai piegare, e più che mai seguitò ad impugnar Federigo. Abbiamo infine una lettera di Federigo scritta a san Lodovico[3250], in occasione d'inviargli de' viveri e dei cavalli, dove esprime il desiderio di andare a trovarlo in persona alla crociata: dal che si truova impedito per la guerra che gli faceva il papa. Eppure Pietro da Curbio non ebbe scrupolo di scrivere tutto al rovescio. Che poi il cardinal Capoccio in questi tempi, spedito per legato dal pontefice verso la Puglia, facesse ribellar varie terre e baroni al medesimo Federigo, lo abbiamo dallo stesso Paris. Era restato in Lombardia vicario del padre il re Enzo. Fumava egli di collera contra dei Parmigiani per l'antecedente rotta, e contra de' Bolognesi a cagion de' danni inferiti a' Modenesi e alla Romagna, per opera loro ribellata a suo padre. Fecero in quest'anno i Parmigiani[3251], uniti coi Mantovani, uno sforzo alla volta di Brescello, che era stato rovinato insieme con Guastalla da Eccelino, durante l'assedio di Parma. Rifabbricarono essi quel castello, e vi misero buona guarnigione. Assicurato così il passo del Po, condussero alla lor città grani, sale ed altre vettovaglie, delle quali penuriavano. Ma un giorno all'improvviso eccoti comparire il re Enzo coi Cremonesi fino alle porte di Parma. Matteo Paris scrive che entrarono anche in Parma le sue genti, e dopo aver fatta gran copia di prigioni se ne andarono. Non è cosa sì facile da credere. Venne poscia a Modena, menando seco una bell'armata di Cremonesi, Tedeschi, ed altri popoli, a' quali si aggiunsero i Modenesi. Erano venuti i Bolognesi[3252] con poderoso esercito fino alla Fossalta, circa due miglia lungi da Modena. La Cronica di Brescia[3253] ha che i Bresciani ed altri collegati lombardi furono in aiuto di essi Bolognesi, i quali aveano allora per podestà Filippo degli Ugoni bresciano. Le città ancora della Romagna loro spedirono rinforzi di gente. Nel mercoledì 26 di maggio si venne ad una terribil battaglia, in cui dopo gran mortalità di gente l'animoso re Enzo non solamente restò sconfitto, ma ancora con assaissimi dei suoi, e con Buoso da Dovara, capo de' Cremonesi, fu fatto prigione dai Bolognesi, i quali trionfalmente il condussero alla lor città, e confinaronlo nelle lor carceri. In esse sopravvisse egli per più di ventidue anni, trattato nondimeno con assai onore e civiltà da quel comune. Per quante lettere scrivesse dipoi Federigo suo padre, e per quante esibizioni di riscatto facesse ai Bolognesi per riavere in libertà il figliuolo, nulla potè mai ottenere, riputando gran gloria quel popolo l'avere un riguardevol prigione, re e figliuolo, se ben bastardo, d'un imperadore. Quando non sia scorretto il testo di Pietro da Curbio, è da stupire com'egli abbia scritto[3254] che questa vittoria dei Bolognesi accadde XII kalendas januarii, anno quo capta est Victoria.

Costernati intanto i Modenesi per così grave disgrazia, si ritirarono alla lor città, attendendo a ben provvederla e fortificarla, perchè già miravano da lungi qual tempesta loro sovrastasse. Infatti nel mese di settembre si presentò sotto Modena il cardinale Ottaviano con tutte le forze de' Bolognesi e degli Aigoni[3255], cioè della fazione fuoruscita di Modena, e la strinse di assedio. Se vigorosa fu l'offesa, minore non fu la difesa. Gittarono un dì gli assedianti con una briccola, ossia macchina da lanciar pietre, un asino morto con ferri d'argento entro la città con altra carogna. Da questa ignominia irritato il generoso popolo modenese, fece una sortita con tal empito, che tolse ai Bolognesi la briccola, e la mise in pezzi. Essendosi dunque ostinatamente sostenuti i Modenesi per più di tre mesi, nè veggendo speranza di soccorso, diedero orecchio ad un trattato di pace offertogli dal cardinale[3256]. Si stabilì esso nel dì 15 di dicembre. Nè già sussiste ciò che narra il Monaco Padovano[3257], cioè che Modena si sottomettesse ai Bolognesi. Restarono essi nella lor libertà, obbligati nondimeno di star fedeli alla parte pontificia, e di ricevere ne' bisogni guardie nella loro città. Si leggono i capitoli d'essa pace presso il Sigonio[3258]. Tornarono allora alla patria i Rangoni cogli altri fuorusciti di Modena, e fu levato alla città l'interdetto, a cui in questi tempi erano sottoposte tutte le città aderenti a Federigo. Ad esso imperadore fu attribuito a delitto il non averne permesso l'osservanza nelle città della Puglia. Ora nello stesso tempo che l'armi pontificie erano addosso ai Modenesi, anche i Parmigiani coi fuorusciti reggiani fecero oste contro la città di Reggio, e distrussero alcuno dei suoi borghi. Secondo la Cronica antica di Reggio[3259], nel giugno, Simone de' Manfredi bandito da Reggio, occupò ad essi Reggiani le castella di Novi, Arola e Santo Stefano. Il Sigonio aggiugne, che i Reggiani col re Enzo ad Arola vi fecero prigione tutta la guarnigione, e inoltre ducento cavalieri parmigiani, che venivano per guardia a quel castello. Volle poi Enzo far uccidere questi prigionieri in faccia a Parma; e l'avrebbe fatto il crudele, se avvertito che i Parmigiani poteano con usura rendergli la pariglia, non fosse desistito da questo inumano disegno[3260]. In quest'anno i Manfredi Faentini, famiglia che comincia ora a farsi udire nella storia, occuparono la città di Faenza, mettendo in fuga la guardia che v'era de' Bolognesi[3261]. E, secondo gli Annali di Cesena[3262], i conti di Bagnacavallo coi loro partigiani s'impadronirono della città di Ravenna, con iscacciarne Guido da Polenta e la fazione guelfa, siccome osservò ancora Girolamo Rossi[3263]. Perciò dal cardinale Ottaviano furono i Ravegnani dichiarati nemici e ribelli della Chiesa romana, del re Guglielmo e de' Bolognesi. Così tornarono di nuovo ad imbrogliarsi gli affari della Romagna.

E, a proposito del re Guglielmo[3264], ho io altrove prodotto un suo documento nell'anno 1249, con cui a dì 2 d'ottobre dà in feudo a Tommaso da Fogliano nobile reggiano, nipote e maresciallo di papa Innocenzo IV, i diritti che, ratione imperii, a lui competevano in civitate, districtu et episcopatu cerviensi, et in Bertonoro, et territorio, et districtu suo, ec. Da gran tempo la Chiesa romana non avea più dominio in quella provincia, anzi neppur vi pretendeva. Spettava essa all'imperio; e per chiarirsene meglio, si osservi che il papa stesso quegli fu che impetrò questo dono al nipote dal re Guglielmo, e nella bolla di confermazione confessa il medesimo papa che quei sono Stati dell'imperio. Perciò si legge bensì nella sentenza proferita contra di Federigo nel concilio di Lione dell'anno 1245 per uno de' suoi reati l'aver egli occupata la marca d'Ancona, il ducato di Spoleti e Benevento; ma non si fa già doglianza, perch'egli facesse il padrone nella Romagna. Finalmente si noti presso l'Ughelli[3265] una concessione fatta dal suddetto Tommaso da Fogliano, come conte della Romagna, di alcune castella al vescovo di Sarsina nel dì 18 agosto del 1259, dove chiaramente dice, esser quelli di giurisdizione imperiale. Andiamo ora a Padova. Da che Eccelino seppe la prigionia del re Enzo, considerando che anche Federigo suo padre era in Puglia e mal sano[3266], cominciò a formar pensieri di stabilir meglio la sua fortuna, e con indipendenza ancora da esso imperadore. S'impadronì dunque nell'anno presente della città di Belluno, che era dei signori da Camino. Poscia occupò con frode la forte terra e rocca di Monselice, togliendola agli ufficiali e soldati di Federigo. Levò poi dal mondo sotto varii pretesti alcuni che gli faceano ombra in Padova. Era egli avanzato in età: contuttociò menò moglie nel settembre di quest'anno Beatrice, figliuola di Buontraverso da Castelnuovo. E senza pur condurla a casa, nello stesso mese mosse l'armata de' Padovani, Vicentini e Veronesi, e andò sino a Porto e a Legnago[3267]. Poi segretamente fatta una contromarcia, la notte della vigilia di san Matteo si presentò alla nobil terra di Este, dove un traditore per nome Vitaliano da Arolda gli diede una porta. Il popolo sorpreso da questa inaspettata novità, se ne fuggì chi qua e chi là[3268]. Fu data a sacco la terra, ed incontanente formato l'assedio della rocca con belfredi ossia bitifredi, cioè torri di legno, petriere e trabucchi, che continuamente dì e notte flagellavano le mura, le torri e il palazzo del marchese. Alcuna di quelle macchine dicono che rotava per aria pietre pesanti più di mille e ducento libbre; il che ai nostri dì potrebbe parer cosa incredibile. Fece anche venir colà dalla Carintia dei minatori, che gli promisero di far delle stupende mine. Dopo un mese d'assedio gli assediati diedero la fortezza ad Eccelino con onesta capitolazione. Impadronissi dipoi di Vighizuolo e di Vescovana, luoghi tutti del marchese, e fece distruggerli. Non tentò per allora Cerro e Calaone, perchè fortezze di buon polso, e solamente gli bastò di bloccarle, acciocchè non v'entrassero viveri. Dopo un anno ancor queste vennero in suo potere. Tale fu il danno che nell'anno presente ebbe Azzo VII, marchese d'Este, trovandosi egli in Ferrara per podestà, senza che apparisca alcun suo movimento in soccorso di quelle sue terre. Dopo avere Jacopo Tiepolo doge di Venezia rinunziata la sua dignità a cagion della vecchiaia, terminò i suoi giorni nel dì 9 di luglio dell'anno presente[3269]. In suo luogo fu sostituito Marino Morosino.

NOTE:

[3246] Jonvill. Nangius. Vicentius Belluacens.

[3247] Caffari, Annal. Genuens., lib. 6, tom 6 Rer. Italic.

[3248] Matth. Paris, Hist. Anglic.

[3249] Petrus de Curbio, Vita Innocent. IV, P. I, tom. 3 Rer. Ital.

[3250] Petrus de Vineis, lib. 3, epist. 23.

[3251] Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.

[3252] Chron. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital.

[3253] Chron. Brixianum, tom. 12 Rer. Ital. Annales Veronens., tom. 8 Rer. Ital. Annales Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Ital.

[3254] Petrus de Curbio, Vita Innocentii IV, P. I, tom. 3 Rer. Ital.

[3255] Memor. Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.

[3256] Annales Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Ital.

[3257] Monach. Patavin., in Chron. tom. 8 Rer. Ital.

[3258] Sigon., de Regno Ital., lib. 18.

[3259] Memor. Potest. Regiens.

[3260] Se nel 26 maggio fu fatto prigioniero dai Bolognesi, come nel giugno il re Enzo poteva essere ad Arola? L'Ed.

[3261] Matth. de Griffonibus, Hist. tom. 18 Rer. Ital.

[3262] Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.

[3263] Rubeus, Hist. Ravenn., lib. 6.

[3264] Piena Esposizione cap. 9.

[3265] Ughell., Ital. Sacr., tom. 2, in Episcop. Sarsin.

[3266] Roland., lib. 6, cap. 1 et seq.

[3267] Paris. de Cereta, Annal. Veronens., tom. 8 Rer. Ital.

[3268] Monachus Patavinus, in Chron., tom. 8 Rer. Ital.

[3269] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.

Anno di CRISTO MCCL. Indizione VIII.

INNOCENZO IV papa 8. FEDERIGO II imperadore 31.

Non passò l'anno presente senza memorabili avvenimenti. Lagrimevole fu quello della sacra spedizione del santo re di Francia Lodovico IX in Egitto. Già egli era padrone di Damiata; si magnificava dappertutto in quelle parti la sua probità, e il valore delle sue armi per varie rotte date ai Saraceni, talmente che (se pur è mai verisimile ciò che racconta il Joinville[3270]) dopo le disgrazie che fra poco accennerò, avendo que' barbari ucciso il loro Sultano, fu dibattuto non poco fra loro, se doveano proclamar Lodovico re di Francia per loro imperadore. Eransi inoltre coloro ridotti a chieder pace[3271], e ad esibirgli la restituzion di Gerusalemme e degli altri luoghi di Terra santa tolti ai cristiani, purchè rendesse loro la città di Damiata. La superbia, la discordia, l'avarizia de' consiglieri e baroni del re non permisero che si accettasse così vantaggiosa offerta. Inviossi poi l'armata regale alla volta del Cairo, ma fu arrestata in cammino dalla fortezza di Massora. Quivi stando, nè potendo ricevere viveri da Damiata, perchè i Saraceni presero i passi per terra e per acqua, l'esercito per la fame e per le malattie epidemiche insortevi cominciò a venir meno; e calando ogni dì più il numero dei combattenti, il re, anch'egli infermo, determinò di tornarsene a Damiata. Ma nel viaggio assaliti i cristiani dall'immenso esercito di quegl'infedeli, nel dì 5 d'aprile furono sconfitti, ed il santo re co' principi suoi fratelli, e con gran numero di baroni e dodici mila di gente bassa, rimase prigione. Non so se abbia buon fondamento il dirsi da Giovanni Villani[3272] che il re fu messo ne' ceppi: forse fu sui primi giorni. I più antichi scrittori scrivono ch'egli dipoi fu onorevolmente trattato da quei Barbari. Per liberarsi convenne rendere Damiata, e promettere di pagare settanta mila bisanti saraceni: il Villani suddetto dice ducento mila di parigini. Ma i più accertati riscontri sono, che il riscatto suo e di tutti i baroni, e del resto de' prigioni ascendesse ad ottocento mila bisanti d'oro. Fecesi una tregua, che fu mal eseguita da que' perfidi. Doveano rimettere in libertà molte migliaia di prigionieri; neppur mille uscirono dalle lor mani. Continuò poscia il piissimo re, venuto ad Accon ossia Acri, a soggiornare in quelle parti circa due anni, attendendo a fortificar que' pochi luoghi che restavano in poter de' cristiani. Penuriava di viveri la città di Parma. Perchè quella di Reggio tuttavia stava costante nel partito imperiale, si mosse, affine di condurvene con sicurezza, l'esercito de' Bolognesi, Modenesi, Ferraresi e fuorusciti reggiani, e nel dì 8 di giugno, o, per dir meglio, nel dì 15 fino al fiume Crostolo ne condusse una gran quantità[3273], che fu ricevuta dai Parmigiani, e felicemente introdotta nelle lor città. Venuto Ugo dei Sanvitali da Parma alla nobil terra di Carpi, che era allora sotto la giurisdizione di Modena, quell'arciprete gliela consegnò, ed egli cominciò a farvi il padrone. Alterato per questo affare il comune di Modena, mise al bando tutti i Carpigiani, e già si disponeva per procedere ostilmente contro quella terra e distruggerla. Ma i Carpigiani prevennero il colpo con iscacciarne il suddetto Ugo, e allora i Modenesi colà spedirono una buona guarnigione per assicurarsi in avvenire da somiglianti insulti. Anche i Milanesi[3274], per sovvenire al bisogno di Parma, vi spedirono in quest'anno quattro mila moggia di biade; ma nel passare pel Piacentino, quel popolo prese e ritenne per sè tutto quel grano. Diversamente parla di ciò la Cronica di Parma. Ossia che già in Piacenza fossero de' mali umori, e a cagion d'essi venisse fatto questo aggravio ai Milanesi e Parmigiani, che pur erano lor collegati; ovvero che di qua prendesse origine la discordia: certo è che in quest'anno la fazion ghibellina prevalse nella città di Piacenza[3275], e quel popolo, per tanti anni in addietro sì attaccato alla Chiesa, voltò mantello: cotanto erano allora instabili gli animi de' popoli italiani. Ritirossi per questo il cardinale legato del papa da quella città, ed anche i nobili, cedendo alla forza de' popolari, si ridussero alle lor castella.

Aveano i Cremonesi eletto per loro podestà nell'anno presente il marchese Oberto ossia Uberto Pelavicino, signor potente, e Ghibellinissimo, per desiderio specialmente di vendicarsi dell'insopportabile affronto ricevuto dai Parmigiani, che nella vittoria del 1248 aveano preso il loro carroccio. Figurandosi dunque di poter prendere Parma, che scarseggiava allora di vettovaglie, il marchese Oberto, con grosso esercito di essi Cremonesi e dei fuorusciti di Parma, da Borgo San Donnino s'incamminò a quella volta. Arditamente, benchè con forze disuguali, uscì il popolo di Parma[3276] contro i nemici, conducendo il suo carroccio appellato Biancardo, e nel giovedì 18 di agosto in un luogo chiamato Agrola attaccò un fierissimo combattimento. Nel furor della battaglia s'alzò una voce de' fuorusciti: alla città, alla città: il che udito da' Parmigiani, abbandonato il conflitto, furiosamente retrocederono per prevenire il tentativo de' nemici. Tale fu la calca di essi al ponte della città, che questo si ruppe, nè solamente precipitarono e si annegarono nell'acqua della fossa coloro che v'erano sopra, ma assaissimi altri di quei che venivano dietro, incalzati non meno dai suoi che dai Cremonesi. Perì per quell'accidente e per le spade dei nemici gran quantità di cittadini di Parma, e ne restarono prigionieri tre mila pedoni ed assaissimi cavalieri, giacchè era loro tolto l'ingresso nella città. Furono tutti condotti a Cremona in trionfo, trionfo soprattutto, secondo l'opinion d'allora, nobilitato dalla presa ancora del carroccio parmigiano, per cui si fece gran festa da' Cremonesi. Restò in Parma per lungo tempo la memoria di questo infelice giorno, nominato la mala zobia. Scrive il Sigonio[3277] ch'essi prigioni furono dipoi tormentati e ingiuriati, acciocchè si riscattassero; ma, se crediamo ad Antonio Campo[3278], cavate loro le brache per ischerno e vergogna, furono rimessi in libertà. Con questa vittoria tal credito si acquistò il marchese Oberto Pelavicino, che a poco a poco in altissimo stato salì, siccome andremo vedendo. Da lì a tre dì essendo assediato Mozano castello di Parma da Alverio da Palù ossia da Palude, e giunta nuova che i Mantovani venivano in aiuto di Parma, animosamente essi Parmigiani corsero a liberar quel castello, e vi fecero prigioni cento degli assedianti. Anche i Reggiani diedero il guasto a Novi, e presero Campagnola con ducento sessanta uomini. Dal vedere che i Milanesi[3279] in questo anno presero ai Lodigiani le castella di Fissiraga, Brignate e Zimido, si può conghietturare che il comune di Lodi coll'esempio di Piacenza si staccasse dalla lega di Lombardia, ed abbracciasse il partito imperiale. Molti nondimeno de' Milanesi pel soverchio caldo morirono in essa spedizione; laonde quello fu poi chiamato l'esercito della Caldana. Nell'agosto dell'anno precedente[3280] aveva Eccelino da Romano data la podesteria di Padova ad Ansedisio de' Guidotti, figliuolo d'una sua sorella, fatto dalla natura per essere ministro d'un crudele tiranno. Costui nell'anno presente per sua iniquità, ed ordine ancora dell'inumano suo zio, levò di vita molti cittadini di Padova a cagione d'alcuni versi fatti contra di Eccelino, o sotto altri pretesti. Fra questi spezialmente si contò Guglielmo da Campo San Piero, uno de' più cospicui non solo di Padova, ma anche della marca di Ancona.

Passò Federigo imperadore l'anno presente in Puglia, senza che resti memoria d'alcuna sua particolare azione od impresa. Probabilmente pativa egli qualche sconcerto nella sanità. Nondimeno Pietro da Curbio scrive[3281] ch'egli in questi tempi cacciò fuori del regno i frati predicatori e minori, che troppo a lui erano sospetti; alcuni ancora ne fece tormentare e morire. Ma si è di sopra veduto ch'egli non aspettò a quest'anno a bandire i religiosi suddetti. Assalito fu egli da una mortale dissenteria nel castello di Fiorentino in Capitanata di Puglia, e nel dì 13 di dicembre, festa di santa Lucia, per consenso de' migliori autori[3282], cessò di vivere. Le circostanze della sua morte posso ben io riferirle, ma con protesta di non saper che mi credere a quegli storici e tempi che niuna misura ebbero negli odii e nelle passioni, nè si studiavano di depurar la verità dalle dicerie del volgo. Ricordano Malaspina[3283] e il suo copiatore Giovanni Villani[3284], ed anche Saba Malaspina[3285], scrissero che gli era stata predetta la sua morte in Firenze, e però non volle mai entrare nè in Firenze, nè in Faenza, senza avvedersi che in Fiorenzuola (Fiorentino era appellato quel luogo) dovea trovarlo la morte. Questo racconto ha cera d'una fandonia, dedotta forse dal non essere egli entrato per qualche accidente in quelle città. Aggiugne Ricordano che Manfredi suo figliuolo bastardo, per voglia di avere il tesoro di Federigo suo padre e la signoria del regno di Sicilia, con un guanciale postogli sulla bocca l'affogò. Anche questa può essere una ciarla. Niuno degli autori più antichi ne parla; nè è punto ciò verisimile, perciocchè Federigo avea de' figliuoli legittimi, chiamati al regno, nè Manfredi vi potea allora aspirare; e se questi avesse occupato i tesori del padre, ne avrebbe renduto buon conto al re Corrado. Finalmente scrive che Federigo II_ morì scomunicato e senza penitenza_. Lo stesso viene asserito da Pietro da Curbio, cappellano di papa Innocenzo IV, e scrittore della sua Vita[3286], e dal Monaco Padovano[3287]. Eppure Guglielmo dal Poggio, storico di questi tempi[3288], Alberto Stadense[3289], scrittore parimente contemporaneo, e Matteo Paris (non già il suo Continuatore), che scriveva anche egli allora le sue storie[3290], affermano esser egli morto compunto e penitente, con aver ricevuta l'assoluzione de' suoi peccati dall'arcivescovo di Salerno. E lo stesso si vede confermato da una lettera scritta da Manfredi al re Corrado suo fratello, pubblicata dal Baluzio[3291]. Il cattivo concetto, in cui era Federigo, facea che solamente si pensasse e credesse il male di lui. In quest'anno ancora aveva egli spedito al sultano per la liberazione del re di Francia prigioniere. Dai malevoli suoi fu interpretato che la spedizione fosse tutta a fine contrario. Per altro a Federigo non mancarono delle rare doti, accennate da Niccolò da Jamsilla[3292], affezionato partigiano di Manfredi suo figliuolo; cioè gran cuore, grande intendimento ed accortezza, amore delle lettere, ch'egli fu il primo a richiamare e dilatare nel suo regno; amore della giustizia, per cui fece molti bei regolamenti, conoscenza di varie lingue, ed altre prerogative. Ma questi suoi pregi furono di troppo offuscati dalla sfrenata sua ambizione, per cui si mise in pensiero di abbattere la libertà de' Lombardi, senza mai volere ammettere la pace di Costanza, e di abbassare sconciamente anche l'autorità e potenza del romano pontefice e degli altri ecclesiastici. La religione, che in lui era ben poca, veniva perciò bene spesso calpestata dalla sua politica. Quindi le discordie e guerre, e da esse la necessità di scorticare i sudditi, e il pretesto d'affliggere con ismoderate gravezze le persone ecclesiastiche e le chiese. Colla sua crudeltà, colla sua lussuria diede ancora frequenti occasioni di sparlare di lui; e principalmente la doppiezza sua, e il non attener parola, gli tirarono addosso la solita pena, che non gli era creduto neppur quando parlava di cuore e daddovero. Insomma lasciò egli dopo di sè fama e nome piuttosto abbominevole, di cui non si cancellerà sì di leggeri la memoria. Fece testamento, in cui dichiarò suo erede nel regno di Sicilia Corrado re dei Romani e di Germania. V'ha chi scrive, aver egli lasciata la Sicilia e Calabria ad Arrigo fanciullo, a lui partorito da Isabella d'Inghilterra sua terza moglie. Non così parla il suo testamento. Costituì ancora balio ossia governatore del regno in lontananza d'esso Corrado, Manfredi suo figliuolo bastardo, a cui lasciò in retaggio il principato di Taranto con quattro altri contadi. Ordinò che si restituissero alla Chiesa tutti i suoi Stati e diritti, purchè anch'essa restituisse quelli dell'impero. Le altre sue disposizioni si leggono nel suo testamento, pubblicato in questi ultimi tempi da varie persone.

NOTE:

[3270] Joinvill.

[3271] Nangius, Matth. Paris, et alii.

[3272] Giovanni Villani, Istor., lib. 6, cap. 36.

[3273] Annal. Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Ital. Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital. Memor. Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.

[3274] Annales Mediolanenses, tom. 16 Rer. Ital.

[3275] Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.

[3276] Monachus Patavinus, in Chron. Memorial. Potest. Regiens.

[3277] Antonio Campo, Istor. di Cremona.

[3278] Sigon., de Regno Ital., lib. 18.

[3279] Annal. Mediol., tom. 8 Rer. Ital. Gualvan. Flamma, in Manipul. Flor., cap. 284.

[3280] Rolandinus, lib. 6, cap. 3 et seq.

[3281] Petrus de Curbio, Vit. Innocentii IV, P. I, tom. 3 Rer. Ital.

[3282] Caffari, Annal. Genuens. Monach. Patavinus, in Chron., tom. 8 Rer. Ital. Albertus Stadensis. Ricordano Malaspina et alii.

[3283] Ricordano Malaspina, Istor., cap. 147.

[3284] Giovanni Villani, Istor., lib. 6.

[3285] Saba Malaspina, Histor., lib. 1, cap. 2.

[3286] Petrus de Curbio, in Vit. Innocentii IV, cap. 29.

[3287] Monach. Patavinus, in Chron., tom. 8 Rer. Italic.

[3288] Guillelmus de Podio, apud Du-Chesne, cap. 49.

[3289] Albertus Stadensis, in Chron.

[3290] Matth. Paris, Hist. Angl.

[3291] Baluz., tom. 1 Miscellan.

[3292] Nicolaus de Jamsilla, Hist., tom. 8 Rer. Ital.

Anno di CRISTO MCCLI. Indizione IX.

INNOCENZO IV papa 9. Imperio vacante.

Se fosse con disgusto o piacere intesa in Lione da papa Innocenzo la morte di Federigo II, non ha bisogno il lettore che io lo decida. Dirò bensì che egli più che mai non solo si accinse a promuovere in Germania gli affari del re Guglielmo sua creatura, e a deprimere, por quanto gli era possibile, il re Corrado, non meno odiato da lui che il suo padre Federigo, con iscomunicarlo ancora, e dichiararlo decaduto da ogni diritto sopra i regni; ma eziandio più che, mai senza risparmio d'indulgenze plenarie e di crociate[3293], si diede a commuovere i vescovi, baroni e popoli della Germania, Sicilia e Puglia contra di lui. Tutto ciò s'ha dagli Annali Ecclesiastici del Rinaldi e da Matteo Paris. Nè andarono a voto i maneggi del pontefice. Ribellaronsi[3294] le città di Foggia, Andria e Barletta, e, quel che è più, Napoli e Capoa; e questo esempio fu seguitato dai conti di Caserta e Cerra della casa di Aquino, che possedevano allora quasi tutto il paese posto tra il Garigliano e il Volturno. Papa Innocenzo IV promise a tutti dei gran privilegii e gagliarda assistenza di soccorsi. Manfredi, giovane allora d'anni dieciotto, ma savio e grazioso, che avea preso le redini del governo a nome del re Corrado suo fratello, non perdè tempo ad accorrere con quante forze potè contra de' sollevati, e gli riuscì di ridurre alla primiera ubbidienza le tre prime città, e di assicurarsi di quelle di Avellino ed Aversa. Mise poi l'assedio a Napoli, e diede il guasto a quel territorio; ma per quanto egli si studiasse di tirar fuori della città i Napoletani per dar loro battaglia, essi, più accorti di lui, si tennero sempre alla sola difesa delle mura. Una Cronica di Sicilia[3295] aggiugne che anche Messina, Castello San Giovanni ed altri luoghi si ribellarono a Corrado in Sicilia. Intanto il pontefice Innocenzo, omai libero dalla paura di Federigo, per dar più calore alle sollevazioni della Puglia e agli altri affari dell'Italia, dopo Pasqua si mosse da Lione, e, venuto a Marsilia, per la Provenza e per la riviera del mare felicemente arrivò a Genova patria sua[3296]. Trovò quella città in gran festa e magnificenza, non solamente per la venuta sua, ma ancora perchè le città di Albenga e Savona con altri luoghi dianzi ribelli, scorgendo la difficoltà di potersi sostenere, dappoichè era mancata la vita e potenza di Federigo imperadore, erano tornate all'antica ubbidienza del comune di Genova. Quivi scomunicò il re Corrado[3297], i Pavesi, Cremonesi, ed alcuni popoli del partito imperiale. Sciolse dalla scomunica Tommaso di Savoia già conte di Fiandra, e gli diede per moglie una sua nipote con ricca dote. Concorsero alla città di Genova i podestà e gli ambasciatori di tutte le città e dei principi che erano del suo partito, e particolarmente quei di Milano, Brescia, Mantova e Bologna. Diede loro il papa benigna udienza; e perchè desideravano ch'egli passasse per le loro città, determinò di compiacerli. Sul fine dunque di giugno venuto a Gavi e Capriata, fu quivi accolto dalla milizia milanese[3298], e scortato, perchè Vercelli tuttavia seguitava la parte imperiale, e nel dì 7 del mese suddetto entrò in Milano, accoltovi con grandioso e mirabil incontro e somma divozione da quel popolo, e prese alloggio nel monistero di Sant'Ambrosio. E perciocchè era morto in Genova il loro podestà, ne diede loro un nuovo, cioè Gherardo dei Rangoni da Modena. Fermossi poi por varii affari il pontefice in quella città lo spazio di sessantaquattro giorni. È lecito il credere che uno de' più importanti fosse quello di staccare dal partito ghibellino la vicina città di Lodi. Nata in quella città discordia fra due famiglie potenti[3299], cioè fra i Vistarini e gli Averganghi, questi ultimi ricorsi a Cremona, v'introdussero un presidio ghibellino. Mise per questo il papa l'interdetto in quella città, perchè allora si contava per delitto da gastigar coll'armi spirituali il seguitar la fazione imperiale. Ciò udito i Milanesi, senza farsi molto pregar da Sozzo de' Vistarini, mossero il loro esercito, ed entrarono anch'essi in Lodi, e cominciarono a disputarne il possesso ai Cremonesi. V'era anche Eccelino da Romano con Buoso da Doara, se crediamo agli storici di Milano; ma, secondo la Cronica Veronese[3300], v'intervennero solamente gli ambasciatori di quel tiranno, cioè Federigo dalla Scala e Rinieri dalla Isola. E secondo la Cronica di Matteo Griffone[3301], Buoso solamente nell'ottobre di quest'anno fu rilasciato dalle carceri di Bologna. Finalmente i Cremonesi, non potendo resistere alla forza dei Milanesi, voltarono le spalle, e Lodi restò in potere d'essi Milanesi, che ne diedero il dominio per dieci anni a Sozzo de' Vistarini, e vi diruparono il castello dell'imperadore. Scrivono i suddetti storici milanesi che nel mese d'aprile di quest'anno fu stabilita una pace perpetua fra le città di Milano e Pavia. Della verità di questo fatto è da dubitare; imperciocchè Parisio da Cereta asserisce che i Pavesi continuarono nella lega de' Cremonesi ghibellini, e con essi ancora si trovarono all'assedio di Lodi.

Ricuperarono i Milanesi in questo anno il castello di Caravaggio, e, in pena della ribellione, lo distrussero. Da Milano passò dipoi papa Innocenzo a Brescia nel mese di settembre, e di là a Bologna, dove nel dì 8 di ottobre consecrò la chiesa di San Domenico. Oltre a Pietro da Curbio[3302], gli Annali vecchi di Modena[3303] mettono il suo cammino per Brescia, Mantova, Ferrara e Bologna, con poscia soggiugnere che passò anche per Modena: il che pare che non ben si accordi. Nella Cronica di Reggio[3304] si ha ch'egli da Mantova venne a San Benedetto di Polirone, poscia a Ferrara e a Bologna. Ricobaldo scrive[3305], che essendo egli fanciullo, il vide predicare al popolo in Ferrara nella festa di san Francesco di ottobre. Andò finalmente il pontefice, passando per la Romagna, a posarsi e a fissare la sua residenza in Perugia, perchè non si fidava di Roma, dove bollivano molle fazioni, nè vi mancavano partigiani dell'imperio. Presero in quest'anno i Cremonesi il castello di Brescello sul Po, che era de' Parmigiani[3306], e ne condussero prigionieri a Cremona i soldati che vi stavano in guardia. Continuò la guerra fra il popolo e i nobili fuorusciti di Piacenza. S'impadronirono questi ultimi della rocca di Bardi, e disfecero un corpo di fanti e cavalli, che colà venivano per soccorso. Unitosi coi popolari di Piacenza il marchese Oberto Pelavicino, e colla milizia cremonese, andò ai danni de' Parmigiani, e prese le castella di Rivalgario e di Raglio, che poi diede alle fiamme: nel qual tempo il popolo di Piacenza distrusse il ponte sul Po per paura di Milano. Tolsero ancora essi popolari piacentini alcune altre castella ai nobili, con isfogare la lor rabbia contra le insensate mura. In questo medesimo anno Eccelino da Romano colla milizia di Verona, Padova, Vicenza e Trento, per venti giorni stette nel distretto di Mantova, spogliando e guastando il paese[3307]. Ma ecco nel mese di ottobre calare in Italia Corrado re di Germania. Bisogna ben credere che si fossero molto rinvigoriti ed assicurati i suoi affari in essa Germania, ed abbassati quei del re Guglielmo d'Olanda, dacchè esso Corrado si potè arrischiare a venirsene di qua dalle Alpi. E veramente Matteo Paris[3308] fa abbastanza intendere che Guglielmo cominciò ad essere in dispregio presso i principi tedeschi. Arrivato che fu Corrado a Verona, ricevè quante dimostrazioni di gioia e rispetto potea mai desiderare da Eccelino. Passò dipoi coll'esercito suo di Tedeschi, e con quello dei Veronesi, Padovani e Vicentini di là dal Mincio, ed accampatosi al castello di Goito, quivi tenne un parlamento coi Cremonesi, Pavesi, Piacentini, ed altri popoli del suo partito. Dopo quindici giorni ritornato a Verona, continuò il suo viaggio con disegno di passar a buona stagione per mare in Puglia. Tanto il Monaco Padovano che Parisio da Cereta ed altri storici[3309] scrivono che in quest'anno il principe Rinaldo figliuolo di Azzo VII marchese d'Este, che già per ostaggio fu mandato in Puglia da Federigo II imperadore, terminò i suoi giorni in quelle contrade. Papa Innocenzo IV in una lettera[3310] scritta nel giugno di quest'anno a Pietro cardinale legato per indurre Manfredi a voler sottomettere e cedere il regno alla Chiesa romana, fra le altre cose gli raccomanda la liberazione del suddetto Rinaldo. Alcuni scrittori tengono che Manfredi o per iniqua sua politica, o per ordine del re Corrado, se ne sbrigasse col veleno. Chi ci può assicurar della verità in tempi di tante dicerie e calunnie? Quel che è certo, restò di lui un picciolo figliuolo, a cui fu posto il nome d'Obizzo. Giacchè le cattive congiunture de' tempi aveano privato il marchese del caro suo figliuolo, si fece egli portare a Ferrara il nipotino, e, riconoscendo in esso le fattezze e lo spirito del defunto figliuolo, il dichiarò poi suo erede; e noi a suo tempo il vedremo padrone di Ferrara e d'altre città. In questi tempi Eccelino da Romano più che mai seguitò ad infierire contra dei Padovani. Le di lui crudeltà minutamente vengono riferite da Rolandino[3311] testimonio di veduta. Sul principio di questo anno nel dì 7 di gennaio il popolo di Firenze[3312], dacchè ebbe intesa la morte di Federigo II, si mosse a rumore; e rimise in città la fazione guelfa fuoruscita, e fece loro far pace coi Ghibellini. Ma poco andò ch'essi Ghibellini furono forzati a ritirarsi fuori di città. Fecero poi oste i Fiorentini nel mese di luglio a Pistoia, che si reggeva in questi tempi a parte ghibellina. I Pistojesi, venuti con loro a battaglia, ne rimasero sconfitti a Monte Robolino. Ebbero i medesimi Fiorentini guerra ancora coi Sanesi[3313], perchè questi ricettarono i lor banditi, ed erano in lega coi Pisani e Pistoiesi di fazion ghibellina. Abbiamo dalla Cronica di Reggio[3314] che gli Alessandrini e Milanesi una tal rotta diedero al popolo di Tortona, che la maggior parte d'esso restò prigioniere.

NOTE:

[3293] Matth. Paris, Hist. Angl.

[3294] Nicolaus de Jamsilla, Hist., tom. 8 Rer. Ital.

[3295] Chronic. Sicil., cap. 26, tom. 10 Rer. Ital.

[3296] Caffari, Annal. Genuens., lib. 6, tom. 6 Rer. Ital.

[3297] Matth. Paris, Hist. Angl.

[3298] Annales Mediol., tom. 14 Rer. Ital.

[3299] Gualvan. Flamma, Manipul. Flor., cap. 285.

[3300] Paris de Cereta, Annal. Veronens., tom. 8 Rer. Ital.

[3301] Matth. de Griffonibus, Memor., tom. 18 Rer. Ital.

[3302] Petrus de Curbio, Vita Innocentii IV, P. I, tom. 3 Rer. Ital.

[3303] Annales Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Italic.

[3304] Memoriale Potest. Regiens., toro. 8 Rer. Italic.

[3305] Richobald., in Pomar., tom. 9 Rer Ital.

[3306] Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.

[3307] Paris de Cereta, Chron. Veron., tom. 8 Rer. Ital.

[3308] Matth. Paris, Hist. Angl.

[3309] Monach. Patavinus, in Chron., tom. 8 Rer. Ital. Paris de Cereta, Annal. Veron, Annal. Mediol. et alii.

[3310] Raynald., in Annal. Eccles.

[3311] Roland., lib. 6, cap. 15.

[3312] Ricordano Malaspina, Istor., cap. 144.

[3313] Chron. Senense, tom. 15 Rer. Ital.

[3314] Memoriale Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Italic.

Anno di CRISTO MCCLII. Indizione X.

INNOCENZO IV papa 10. Imperio vacante.

Abbiamo di certo che il re Corrado nel dì 4 di dicembre dell'anno precedente si partì da Verona, e, fatto il viaggio per Vicenza e Padova, s'imbarcò in mare coll'aiuto di Eccelino, e passò a Porto Naone[3315]. I conti suoi erano di poter giugnere in Puglia per mare in pochi giorni, con risoluzione di tenere in Foggia per la festa del Natale un general parlamento. In qual tempo precisamente vi arrivasse egli, non è ben chiaro. Niccolò da Jamsilla[3316] scrive ch'egli sbarcò a Siponto nell'anno presente senza specificarne il giorno. Altrettanto abbiamo dalla Cronica Cavense[3317]. Non può certamente stare ciò che si legge nel Diario di Matteo Spinelli[3318]: cioè che alli 27 d'agosto 1251 venne lo re Corrado coll'armata de' Veneziani, e sbarcò a Pescara, o alla montagna di Sant'Angelo. Nel tempo suddetto Corrado neppur era giunto in Lombardia. E il Continuatore di Caffaro[3319] scrive ch'egli non già si servì di legni veneziani, ma transiens per Marchiam venit in partibus Istriae et Sclavoniae, ibique sexdecim galeas regni, quae serie paratae erant, ipsum regem cum sua comitiva levaverunt, et ipsum in Apuliam traduxerunt. Giunto questo principe in Puglia, ricevè gli ossequii e il giuramento di fedeltà dai baroni, e specialmente fece buona accoglienza a Manfredi principe di Taranto suo fratello, con lodare la sua condotta, e prendere da lui tutte le necessarie informazioni dello stato presente degli affari. Avendo poscia, o mostrando premura della grazia di papa Innocenzo[3320], che avea già fulminata la scomunica contra di lui e di tutti i suoi aderenti, gli spedì Bartolommeo marchese di Hoemburgo Tedesco, l'arcivescovo di Trani, e Guglielmo da Ocra suo cancelliere, suoi ambasciatori, per ottener l'investitura del regno di Sicilia e Puglia, e la succession nell'imperio, con esibirsi pronto a far quello che avesse il papa ordinato. Furono questi cortesemente accolti; ma nulla fruttarono i lor maneggi, stando saldo il pontefice a pretendere che quel regno, per li reati di Federigo suo padre, fosse decaduto alla Chiesa romana. Da ciò irritato Corrado, non guardò più misura alcuna, ed attese a debellar chiunque s'era ribellato ed avea alzato le bandiere del romano pontefice. Le armi sue adunque, rinforzate dai Saraceni di Nocera e Sicilia, piombarono addosso ai conti d'Aquino, con ispogliarli di tutte le loro terre[3321], e con prendere e saccheggiare Arpino, Sezza, Aquino, Sora, San Germano, ed altri luoghi che prima s'erano dati al papa. Verso la festa di san Martino ostilmente s'inviò l'esercito suo contra di Capoa; ma quella terra senza fare resistenza, e con rendersi, schivò l'eccidio delle persone. Altro non vi restava che la città di Napoli, la quale negasse ubbidienza. Questa, confidata nella sua situazione, nelle forti mura, e nella speranza de' soccorsi del papa, si accinse ad una gagliarda difesa. Passò dunque lo sdegnato re all'assedio di quella città nel dì primo di dicembre, secondochè è scritto nel Diario di Matteo Spinelli[3322], dove nondimeno si truovano slogati gli anni. Egli dice del 1251, ma ha da essere il presente 1252. Nella Cronica Cavense[3323] è scritto che fu dato principio all'assedio di Napoli nel dì 18 di giugno dell'anno seguente. Non può stare. Invece di giugno sarà ivi scritto gennaio. Durò di molti mesi quell'assedio. Ma in questi tempi si raffreddò non poco il re Corrado verso del fratello Manfredi, anzi concepì astio contra di lui, non ben si sa, se per sospetti conceputi in vederlo sì savio ed amato dai popoli, oppure per mali uffizii fatti contra di lui dai malevoli, fra' quali specialmente si distinse Matteo Ruffo, nato nella città di Tropea in Calabria, che di povera fortuna, per la sua abilità, era arrivato sotto l'imperador Federigo II ai primi gradi della corte, e da lui fu lasciato aio del figliuolo Arrigo e vicebalio della Sicilia. Era questi nemico dichiarato di Manfredi. Ma non mancò prudenza a Manfredi per navigare in mezzo a tanti scogli. Destramente rinunziò a Corrado i contadi di Gravina, Tricarico e Montescaglioso. Ed ancorchè il re gli sminuisse anche la giurisdizione nel principato di Taranto, che solo gli restò, e tuttochè Corrado ordinasse che Galvano e Federigo Lancia, e Bonifazio d'Anglone, parenti dal lato materno di Manfredi, uscissero del regno, pure Manfredi non ne mostrò risentimento alcuno, e seguitò con allegria e fedeltà ad aiutare il re suo fratello in tutte le di lui imprese.

Intanto in Lombardia, cessato il timore di Federigo II, che teneva uniti in più città gli animi de' cittadini, e succeduta la troppa libertà, questa cominciò a generar la discordia. Soprattutto in Milano insorsero gare e dissensioni fra il popolo e i nobili. Nel dì 6 di aprile, sabato in albis dell'anno presente[3324], nel venire da Como a Milano fra Pietro da Verona dell'ordine de' Predicatori, inquisitore ed uomo di santa vita, fu da Carino, sicario degli eretici, in vicinanza di Barlassina sacrilegamente ucciso, e poi nel seguente anno canonizzato e posto nel catalogo de' martiri da papa Innocenzo IV. Preso il sicario, e messo nelle mani di Pietro Avvocato da Como, allora podestà di Milano[3325], dopo dieci giorni di prigionia, fu lasciato fuggire. Gran sollevazione per questo sorse in Milano; fu imprigionato il podestà, dato il sacco al suo palazzo, ed appena potè egli ottenere in grazia la vita. Allora i nobili proposero di dare il dominio della città a Leone de Perego arcivescovo. Non solamente si opposero i popolari, ma suscitarono anzi una lor pretensione: cioè, che non ai soli nobili, ma anche a quei dell'ordine popolare si conferissero le dignità e i canonicati della metropolitana. Si venne alla forza; fu cacciato di città l'arcivescovo, svaligiato il suo palazzo, e maggiormente per questo crebbe la rissa fra il popolo e la nobiltà. Capo del popolo fu Martino dalla Torre, e de' nobili Paolo da Soresina. Allora il popolo chiamò per suo capitano il marchese Manfredi Lancia, che venne con mille cavalli al suo servigio. Così gli Annali di Milano[3326]. Ma Galvano Fiamma, differisce fino all'anno 1256 questa perniciosa novità, e ne tornano a parlare allora gli stessi Annali. Gregorio da Montelungo, legato apostolico[3327], in ricompensa de' tanti servigi da lui prestati alla Chiesa romana negli anni addietro, promosso al patriarcato d'Aquileia, nel mese di gennaio andò a prenderne il possesso. Morì all'incontro in Brescia Ricciardo conte di San Bonifazio, lasciando dopo di sè un glorioso nome, e un figliuolo appellato Lodovico, che in prodezza non si lasciò vincere dal padre. Negli Annali di Verona[3328] la sua morte si fa accaduta nel febbraio dell'anno susseguente. Senza inorridire non si possono leggere nelle Storie di Rolandino[3329], del Monaco Padovano e di Parisio da Cereta le crudeltà praticate in questi tempi dal tiranno Eccelino da Romano contra de' cittadini di Verona e di Padova. Fecero nell'anno presente i Parmigiani oste contro il castello di Medesano[3330]; e quantunque Oberto marchese Pelavicino co' fuorusciti di Parma e coi Cremonesi accorresse in aiuto degli assediati, tuttavia s'impadronirono di esso castello, e similmente di quei di Berceto e Miaro. Abbiamo da Matteo Paris[3331] che i Romani elessero per loro senatore per l'anno vegnente Brancaleone di Andalò Bolognese, uomo giusto, di gran petto, ma di non minor rigidezza, il quale ricusò di accettare, se non gli veniva accordata cotal dignità per tre anni, non ostante lo statuto di Roma. Nella Vita di papa Innocenzo[3332] vien dipinto Brancaleone per un gran Ghibellino e nemico del papa. Con questa condizione fu accettato, e ito poscia a Roma, tenne in esercizio le forche e le mannaie per castigar la gente troppo sediziosa, ed avvezza a non rispettar le leggi. In quest'anno poi, secondo il suddetto Paris, oppure nel 1254, secondo Pietro da Curbio (che sembra meritar in ciò maggior credenza), i Romani, disgustati della superbia ed insolenza del popolo di Tivoli, coll'esercito si portarono contro quella città. La presero e diroccarono con fiero esterminio; e se quei cittadini vollero salvar la vita, convenne che andassero scalzi e colle corde al collo a chiedere misericordia in Roma. Per quello nondimeno che vedremo all'anno 1254, non sussiste questa rovina di Tivoli. Guerra grande fu del pari in Toscana[3333] tra i Fiorentini, Lucchesi ed Orvietani Guelfi, e i Sanesi e Pisani Ghibellini. Ebbero gli ultimi una rotta a Montalcino.

NOTE:

[3315] Sigon., de Regn. Ital., lib. 19.

[3316] Nicolaus de Jamsilla, tom. 8 Rer. Ital.

[3317] Chron. Cavense, tom. 7 Rer. Ital.

[3318] Matteo Spinelli, Diario, tom. 7 Rer. Ital.

[3319] Caffari, Annal. Genuens., lib. 6, tom. 6 Rer. Ital.

[3320] Petrus de Curbio, Vita Innocent. IV, P. I, tom. 3 Rer. Ital.

[3321] Nicolaus de Jamsilla, Histor.

[3322] Matteo Spinelli, Diario.

[3323] Chron. Cavense.

[3324] Bolland., in Act. Sanct. ad diem 29 april.

[3325] Gualvan. Flamma, in Manip. Flor., cap. 286.

[3326] Annales Mediolan., tom. 16 Rer. Ital.

[3327] Monachus Patavinus, in Chron., tom. 8 Rer. Italic.

[3328] Paris de Cereta, Annal. Veronens, tom. 8 Rer. Ital.

[3329] Roland., lib. 6, cap. 17 et seq.

[3330] Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.

[3331] Matth. Paris, Hist. Angl.

[3332] Petrus de Curbio, Vit. Innocentii IV, P. I, tom. 3 Rer. Ital.

[3333] Ricord. Malasp., cap. 152. Chron. Senens., tom. 15 Rer. Ital.

Anno di CRISTO MCCLIII. Indizione XI.

INNOCENZO IV papa 11. Imperio vacante.

Continuò il re Corrado con gran vigore l'assedio di Napoli, avendo condotto colà un copioso apparato di quelle macchine[3334], colle quali si faceva allora guerra alle città e fortezze. E perciocchè v'entravano di quando in quando dei rinfreschi per mare, sul principio di maggio serrò ancora quel passo con un possente stuolo di galee, fatto venir di Sicilia[3335]. Volle ben egli che si desse un generale assalto a quella città nel dì 25 d'aprile, con promessa di tre paghe a quella nazione che prima v'entrasse. Ma vi restarono morti da secento Saraceni, e poco men di Tedeschi; laonde non più si pensò a soggiogar Napoli colla forza, ma bensì colla fame. Si ridussero infatti que' cittadini[3336] a nutrirsi ancora co' più vili e laidi cibi; nè più potendo, si renderono infine a discrezione nel fine di settembre, come ha il Diario dello Spinelli, oppure nel dì 10 di ottobre, come si legge nella Cronica Cavense. Alcuni scrivono che a forza di mine fu espugnata quella città, e che, entrato l'esercito tedesco, vi sparse gran sangue degli abitanti. Lo Spinelli anch'egli scrive che Corrado vi fece gran giustizia e grande uccisione. È da stupire come Pietro da Curbio e Saba Malaspina, scrittori pontificii, non parlino di questo macello di gente, che certo non dovea scappare alla lor penna. Ma ne parla bene Bortolomeo da Neocastro[3337], autore di questo secolo; e per questo i Napoletani concepirono un odio implacabile contro la casa di Suevia. La Cronica del monistero cavense ha solamente, che egli mandò in esilio molti de' Napoletani ed è fuor di dubbio che fece abbattere e spianare le belle mura di Napoli e di Capoa, affinchè non venisse più voglia a que' popoli di ribellarsi. Passò dipoi Corrado a Melfi, e quivi, celebrata la festa del santo Natale, tenne un parlamento dei baroni del regno. Queste prosperità di Corrado furono cagione che il pontefice colla sua corte cominciasse in questo anno una tela nuova in rovina della casa di Suevia: cioè spedì in Inghilterra[3338] Alberto da Parma, uno de' suoi familiari, ad offerir la corona di Sicilia a Riccardo conte di Cornovaglia, fratello di quel re Arrigo, e ricco principe. Insorsero delle difficoltà in questo maneggio. Ossia che questo trattato venisse, come vuol Pietro da Curbio[3339], a scoprirsi, e Carlo conte d'Angiò e di Provenza, fratello del re di Francia, si esibisse al papa; oppure che il papa, non trovando buona disposizione in Inghilterra, chiamasse a mercato esso conte d'Angiò: certamente pare che fin d'allora Carlo vi accudisse. Accadde dipoi, che il re Arrigo trattò di ottenere per suo figliuolo Edmondo il regno di Sicilia, promettendo di gran cose. Pietro da Curbio asserisce, che fu conchiuso questo contratto col re inglese, il quale cominciò a far preparamenti per effettuarlo. All'incontro dal Rinaldi[3340] sotto quest'anno sono rapportate le condizioni, colle quali il papa esibiva a Carlo conte d'Angiò il regno di Sicilia, ducato di Puglia e principato di Capoa. Quivi è nominato il suddetto Alberto da Parma, come legato del papa. Così il Rinaldi. Contuttociò tengo io per fermo che quel documento appartenga ai tempi di Urbano IV, e non ai presenti.

Gran premura fecero in quest'anno i Romani a papa Innocenzo IV per farlo ritornare a Roma, e, se vogliam credere a Matteo Paris[3341], minacciarono anche Perugia, se ne impediva, o non ne sollecitava la venuta. Mal volentieri si risolveva il pontefice a compiacerli, ben conoscendo la difficoltà di trovar quiete fra que' torbidi ed instabili cervelli d'allora, avvezzi a comandare e non ad ubbidire. Andò egli ad Assisi[3342] nella domenica in albis, vi dedicò la chiesa di San Francesco, visitò santa Chiara inferma, che nel dì 30 di giugno fu chiamata da Dio alla patria de' giusti, e passò egli la state in quella città. Poscia nel dì 6 di ottobre si mise in viaggio verso Roma, dove dal senatore, dal clero e popolo romano fu incontrato fuori della città, e introdotto con sommo giubilo ed onore. Pietro da Curbio scrive ch'esso senatore, cioè Brancaleone, avea fatto il possibile perchè il papa non venisse, e andò poi macchinando sempre contra di lui. Matteo Paris, per lo contrario, attesta ch'egli fu in suo favore; ed avendo il popolo romano cominciato a muovere pretensioni di grossissimi crediti per le spese da lor fatte a fin di sostenere il pontefice nei tempi di Federigo II, Brancaleone quetò con dolci parole il lor furore, e conservò la pace. Tornò poscia il re Corrado ad inviare a Roma il conte di Monforte suo zio, ed altri ambasciadori per placare il papa, ed impetrar l'investitura del regno. In Lombardia la città di Parma[3343] nell'anno presente fece qualche mutazione, pacificandosi co' Cremonesi e col marchese Oberto Pelavicino capo dei Ghibellini in queste parti. Giberto da Correggio, soprannominato della Gente, prese allora un gran predominio in Parma. Vi entrarono anche i Ghibellini fuorusciti. Altrettanto fu fatto in Reggio, dove furono richiamati i Guelfi. Per l'accordo suddetto il comune di Cremona restituì a Parma il castello di Brescello, e tutti i prigionieri parmigiani che dianzi barbaramente erano trattati nelle carceri cremonesi. Si riaccese in questi tempi la guerra fra i Milanesi e Pavesi. Nel dì 10 di maggio l'esercito di Milano col carroccio[3344], avendo passato il ponte di Vigevano, s'impadronì della terra di Gambalò, e cinse poscia d'assedio Mortara. Ancor questa terra fu presa; ma, facendo gran difesa il castello, venne l'esercito pavese per soccorrerlo. Interpostisi intanto alcuni mediatori fra i due popoli, si rinnovò la pace. Più che mai continuarono in questi tempi le orride crudeltà d'Eccelino in Padova[3345] e negli altri luoghi a lui sottoposti. Papa Innocenzo rinnovò per questo le scomuniche contra di lui, e dichiarollo eretico; ma altro ci voleva che tali esorcismi a vincere uno spirito sì maligno. Monte ed Araldo da Monselice fra gli altri, imputati di tradimento, furono condotti a Padova. Gridando essi ad alta voce di non essere traditori, Eccelino, ch'era a tavola, calò al rumore, nè volle ascoltar ragione. Allora Monte, scagliatosi in furia addosso al tiranno, il rovesciò a terra, e, dopo avere indarno cercatogli addosso se avea qualche coltello, il prese per la gola por soffocarlo, e coi denti e colle unghie gli fece quanto male potè. S'egli trovava armi, in quel dì la terra si sarebbe sgravata del peggiore di tutti gli uomini. Ma accorsi i familiari del tiranno, tanto fecero che, messo in pezzi Monte col fratello, liberarono Eccelino dal pericolo, ma non già dalle ferite, a curar le quali vi vollero molti giorni. Empiè in questi tempi l'iniquissimo tiranno le infernali sue carceri di cittadini padovani e veronesi, sì ecclesiastici che laici. Tutto era terrore, tutto disperazione sotto di questo barbaro, a cui ogni menoma parola od ombra di sospetto serviva di motivo per incarcerare o tormentare o levare di vita le persone.

NOTE:

[3334] Chron. Cavense, tom. 7 Rer. Ital.

[3335] Matteo Spinelli, Diario, tom. 7 Rer. Ital.

[3336] Sabas Malaspina, lib. 1, cap. 3.

[3337] Bartholomaeus de Neocastro, cap. 3, tom. 13 Rer. Ital.

[3338] Matth. Paris, Hist. Angl.

[3339] Petrus de Curbio, Vita Innocen. IV, cap. 31, P. I, tom. 3 Rer. Ital.

[3340] Raynald, in Annal. Eccles.

[3341] Matth. Paris, Hist. Angl.

[3342] Petrus de Curbio, in Vita Innocen. IV, cap. 32 et seq.

[3343] Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.

[3344] Gualv. Flamma, Manip. Flor., cap. 287.

[3345] Roland., lib. 7, cap. 3 et seq. Monachus Patavinus, in Chron., tom. 8 Rerum Ital.

Anno di CRISTO MCCLIV. Indizione XII.

ALESSANDRO IV papa 1. Imperio vacante.

Mentre il re Corrado soggiornava in Melfi, Arrigo suo fratello legittimo, nato da Isabella d'Inghilterra, giovinetto di belle doti ornato, fu a visitarlo, e nello stesso tempo infermatosi, cessò di vivere. Voce tosto si sparse che Corrado col veleno avesse tolto dal mondo l'innocente fanciullo; e non lasciò papa Innocenzo di avvalorar questo sospetto, per iscreditar Corrado presso il re d'Inghilterra zio d'Arrigo[3346]. Cercò, all'incontro, Corrado di far credere falsa così nera accusa. Se con fondamento, o no. Dio solo ne può essere il giudice. Fuor di dubbio è bensì che Corrado in questi tempi caricò di contribuzioni e gravezze la Puglia[3347]; e a quelle terre e città che erano pigre al pagamento, andavano addosso o Saraceni o Tedeschi che faceano pagar con usura. Furono in tal congiuntura messe a sacco le città d'Ascoli, Bitonto ed altre: e se Manfredi principe di Taranto con buona maniera non provvedeva, era imminente la distruzion di quelle contrade. Sotto il presente anno parla Matteo Paris di una battaglia seguita fra l'esercito pontificio, comandato da Guglielmo cardinale nipote del papa, e quello di Corrado, colla morte di quattro mila soldati papalini. Forse egli intende di una zuffa di cui parlerò più abbasso, ma che non merita titolo di sanguinosa, molto meno di grande. Fu citato di nuovo Corrado dal pontefice a comparire in Roma, per giustificare, se potea, la sua innocenza[3348]. Spedì egli colà di nuovo il conte di Monforte e Tommaso conte di Savoia a dir le sue ragioni, e ad ottenere una proroga. Ma nel giovedì santo di nuovo si udì confermata e aggravata contra di lui la papale scomunica. Preparavasi egli intanto a ripassare in Germania per far guerra al suo competitore Guglielmo d'Olanda, quando cadde infermo vicino a Lavello, e scomunicato, nel più bel fiore degli anni cedette alla violenza del male nel dì 21 di maggio, nella notte dell'Ascension del Signore[3349]. Autore della sua morte comunemente fu creduto Manfredi, che col mezzo di Giovanni Moro, capitano de' Saraceni e favorito di Corrado, il facesse avvelenare, sì in vendetta degli Stati a lui tolti, come per farsi strada al regno di Sicilia. Ma avendo Corrado un picciolo figliuolo per nome Corradino, a lui partorito in Germania dalla regina Isabella sua moglie nel dì 25 di marzo del 1252, a cui toccava il regno; e l'aver egli lasciato nel suo testamento per governatore della Sicilia Bertoldo marchese di Hoemburch, e non già Manfredi, il quale si mostrò anche alieno da tale impiego, pare che non s'accordi col sopraddetto disegno. Maraviglia fu che anche i nemici della corte di Roma non attribuissero ad esso Manfredi questo colpo, come Matteo Paris asserisce fatto dianzi per altro veleno dato al medesimo Corrado. Conoscendosi l'impossibilità di chiarire in casi tali la verità, a me basta di avere accennato ciò che allora e, molto più, poi si disse, specialmente dagli storici guelfi, nemici di Manfredi[3350]. S'impossessò il nuovo balio e governatore del regno Bertoldo di tutto il tesoro di Corrado; e perciocchè questi nel suo testamento avea raccomandato il figliuolo Corradino alla Sede apostolica, e ordinato al marchese di Hoemburch di fare ogni possibile per metterlo in grazia del papa, affinchè potesse succedere nel regno di Sicilia, furono immediatamente spediti ambasciatori ad esso Innocenzo. Ma niuna apertura si trovò a trattato di pace. Il pontefice saldo in dire ch'egli voleva prima il possesso del regno, e che poi si esaminerebbe se alcun diritto vi avea il fanciullo Corradino, rigettò ogni proposizione d'accordo. Cassò pertanto tutti gli atti e le disposizioni testamentarie di Corrado, citò il marchese Bertoldo balio del regno, come occupatore di uno Stato devoluto alla Chiesa; e per dar più calore a' suoi disegni, celebrata in Assisi la festa della Pentecoste, si mosse colla corte[3351]: e nel viaggio pacificati i popoli di Spoleti e Terni, che erano in rotta fra loro, per Orta e Civita Castellana arrivò alla basilica vaticana. Dopo aver quivi celebrata solenne messa, e predicato con raccomandare ai Romani i presenti affari, andò a posarsi in Anagni, con aver intanto spediti ordini in Lombardia, Genova, Toscana, marca d'Ancona, patrimonio e ducato di Spoleti, per fare copiosa leva di soldati. Comparve ad Anagni Manfredi principe di Taranto con altri baroni a trattar d'accordo, e per quindici dì un gran dibattimento si fece; ma quando era già per sottoscriversi la capitolazione, si ritirò il principe con gli altri. Scopertosi intanto che Pietro Ruffo vicebalio in Sicilia[3352], Riccardo da Montenegro, ed altri baroni guadagnati dal pontefice lavoravano sott'acqua. Bertoldo marchese d'Hoemburch depose il baliato, e tanto fece egli con altri dei partito della casa de' Suevi, che il principe Manfredi accettò, benchè con ripugnanza almeno apparente, quell'uffizio. Attese pertanto Manfredi a raunar un esercito; ma mancandogli il principale ingrediente, cioè il danaro, nè potendone ricavare da Bertoldo, che tutto avea occupato, trovato inoltre che i baroni camminavano con doppiezza, e i popoli, stanchi del barbarico governo de' Tedeschi, inclinavano a mutar padrone: egli fu il primo a sottoporsi all'ubbidienza del pontefice, e a cedere alle contingenze del tempo, salvi nondimeno i diritti del re suo nipote e i suoi proprii. All'esempio suo tennero dietro gli altri baroni; alcuni nondimeno l'aveano preceduto.

Mentre il pontefice tuttavia dimorava in Anagni[3353], i Romani che da gran tempo assediavano Tivoli, venuta lor meno la speranza di forzar quella città alla resa, spedirono ad esso papa, acciocchè trattasse di pace, e non mancò egli di farlo, tuttochè disgustato del senatore, che non lasciava andar viveri ad Anagni, nè prestar danari al papa, nè far leva di gente per lui. Nel dì 8 di ottobre papa Innocenzo arrivò a Ceperano sui confini del regno, e nel dì seguente entrò pel ponte in esso regno, incontrato da Manfredi principe di Taranto, che, accompagnato da molti altri baroni, fu a baciargli i piedi, e l'addestrò per un tratto di strada. Io non so che mi dire del Diario di Matteo Spinelli, che troppo discordia dai migliori scrittori nell'assegnare i tempi. Egli fa giunto il papa a Napoli per la festa di san Pietro, con altre cose che non battono a segno. Passò dipoi il pontefice ad Aquino, a San Germano, a Monte Casino, accolto dappertutto con segni di singolare onore ed affetto. Davanti a lui marciava coll'esercito Guglielmo cardinale di Sant'Eustachio, parente del medesimo papa, il quale da tutti facea prestare giuramento di fedeltà alla Chiesa romana; anzi pretese che Manfredi lo prestasse anch'egli: al che non volle egli mai acconsentire, pretendendo che ciò fosse contro i patti stabiliti col papa. Con questo felice passo camminavano gli affari del sommo pontefice, e già egli si contava per padrone della Puglia, quando un accidente occorse, da cui restò non poco turbata la corte pontificia. Era il papa passato a Teano, dove fu sorpreso da incomodi di sanità, che più non l'abbandonarono[3354]. Quivi trovandosi il principe Manfredi, ebbe delle liti con Borello da Anglone, barone molto favorito nella corte pontificia, per aver egli impetrato dal papa il contado di Lesina, ancorchè appartenente a Monte Sant'Angelo, che era d'esso Manfredi, ed averne anche inviato a prendere il possesso. Ricorse Manfredi al papa; niuna risoluzione fu presa. Si aspettava in que' dì alla corte il marchese Bertoldo. Volle Manfredi andare ad incontrarlo, e, preso commiato dal papa, si mise in cammino. Non molto lungi da Teano ad un passo stretto si trovò il suddetto Borello con una truppa d'uomini armati: fu creduto per insultare il principe nel suo passaggio. Allora i familiari di Manfredi s'inoltrarono per riconoscere che intenzione avessero; e Borello co' suoi prese la fuga verso la città. Inseguito da alcuni del principe (dicono contra volontà di lui), fu ferito e morto da un colpo di lancia nella schiena. Grande strepito si fece per questo nella corte del papa, il quale intanto passò a Capoa. Era giunto Manfredi ad Acerra, con pensiero di portarsi a Capoa per giustificarsi; ma fu consigliato di raccomandar piuttosto la sua causa al marchese Bertoldo. Vi mandò apposta Galvano Lancia suo zio. Bertoldo ne parlò al papa e a' ministri; e la risposta fu, che Manfredi venisse in persona, e si ascolterebbono le sue discolpe. Se veniva, già risoluta era la di lui prigionia. Il perchè Galvano Lancia gli significò che facea brutto tempo per lui, e che si ritirasse ben tosto e con gran cautela verso Lucera, ossia Nocera de' Pagani. Colà infatti, dopo aver passati molti pericoli ed incomodi, senza che alcuno osasse di dargli ricetto, sul principio di novembre arrivò una notte Manfredi. Per buona ventura non vi si trovò Giovanni Moro, governatore di quella città, il più ricco e potente de' Saraceni quivi abitanti. Fatto sapere alle sentinelle che era ivi il principe figliuolo di Federigo imperadore, questi, amantissimi di suo padre, non fidandosi di poter avere le chiavi dal vicegovernatore, determinarono di rompere la porta e d'introdurlo. Detto fatto, tanto si ruppe della porta, che il principe entrò. Fu incredibile la festa che fecero perciò i Saraceni. Il condussero al palazzo, dove si trovarono molti tesori dell'imperador Federigo, del re Corrado, di Oddone marchese fratello del marchese Bertoldo, e quei specialmente di Giovanni Moro, il quale da lì a poco tempo fu ucciso dai suoi Saraceni in Acerenza. Si esibì tutto il popolo di Nocera a' servigi di Manfredi, e giurarono fedeltà al re Corradino e a lui. Allora Manfredi, messa mano ne' suddetti tesori, cominciò ad assoldar gente, e a lui da tutte le parti concorsero i Tedeschi sparsi perla Puglia; di modo che in breve ebbe un gagliardo esercito in piedi, ed usci in campagna alla volta di Foggia, dove era accampato il marchese Oddone con un corpo assai poderoso di gente pontificia. Si diede alla fuga Oddone dopo breve combattimento, e Foggia, presa per forza, fu saccheggiata. Niccolò da Jamsilla fa ben conoscere che questa fu una vittoria, ma non già vittoria di gran rilievo, come vien descritta da Matteo Paris, se pur d'essa parla, come vogliono alcuni scrittori napoletani. La verità nondimeno si è, che questa qualunque si fosse diede tal terrore al grosso esercito pontificio[3355], accampato allora a Troia, che, come se avessero alle reni l'armata di Manfredi, disordinatamente di notte prese la fuga, con lasciar indietro molto del loro equipaggio; nè si credettero in salvo il cardinale legato ed altri, finchè non giunsero a Napoli, dove era allora la corte pontificia.

Ma ritrovarono che già papa Innocenzo IV, sopraffatto dalla malattia, era passato a miglior vita. Il Rinaldi[3356] fa accaduta la sua morte nel dì 7 di dicembre. Il che vien confermato da Pietro da Curbio[3357], che il dice defunto in Napoli nella festa di sant'Ambrosio. Niccolò da Jamsilla e Bernardo di Guidone mettono la sua morte nel dì 13 del mese suddetto; altri nel dì 40; ma si dee stare all'asserzione de' primi. L'infelice successo di Foggia portò al cuore ancora de' cardinali esistenti in Napoli un grave scompiglio, di maniera che, se non era il marchese Bertoldo, che facesse lor animo, già pensavano a ritirarsi verso Roma. Nel dì 21 del suddetto mese di dicembre, secondo il Rinaldi, o piuttosto, siccome scrive chiaramente Pietro da Curbio, nel sabbato giorno 12 del suddetto mese, fu eletto pontefice Rinaldo vescovo d'Ostia da Anagni della nobil famiglia de' conti di Segna, e parente dei predefunti papi Innocenzo III e Gregorio IX. Prese il nome di Alessandro IV, e portò sulla sedia di san Pietro delle prerogative ben degne del sommo pontificato. Buono e mansueto, nè portato a maneggiar le chiavi e la spada con tanto imperio, e con tante gravezze agli ecclesiastici, come avea praticato il suo predecessore, revocat et cassat, quae in gravamen multorum suus constituerat antecessor, son parole di Arrigo Sterone[3358]. Fu guerra in questo anno[3359] fra i Pisani dall'una parte, e i Fiorentini e Lucchesi dall'altra. Sulle prime riportarono i Pisani dei vantaggi, poscia ebbero molte busse e danni, in guisa che vennero in parere di chieder pace. Se ne trattò per parecchi giorni; e convien ben credere che il comune di Pisa si sentisse debole, dacchè per ottenerla fece compromesso delle sue differenze in Guiscardo da Pietrasanta Milanese, podestà di Firenze. Questi poi diede un laudo, condannando i Pisani a restituire a' Lucchesi le castella di Motrone e Monte Topolo; ai Genovesi Ilice e Trebiano, con altre condizioni, per le quali tenendosi aggravato il comune di Pisa, non volle accettar quella sentenza: il che fu cagione di nuova guerra. In questo medesimo anno nel mese di agosto fecero oste i suddetti Fiorentini contra di Volterra[3360], che si reggeva a parte ghibellina. Usciti disordinatamente i Volterrani, furono incalzati, e con esso loro entrarono anche i Fiorentini nella città. Gran cosa fu che si salvarono dal sacco. Ne furono cacciati i Ghibellini, lasciato presidio in quelle fortezze. Anche Poggibonzi, già ribellato, tornò per forza sotto la signoria de' Fiorentini. Fecero guerra in quest'anno i Bolognesi[3361] alla città di Cervia. Se ne impadronirono, e vi misero un podestà che a loro nome la governasse. Di ciò neppure una parola si legge presso Girolamo Rossi nella Storia di Ravenna. Dalle Croniche di Milano[3362] altro non si ricava sotto il presente anno, se non che qualche combattimento seguì fra i nobili e popolari di quella città; e che fu chiamato colà un certo Beno dei Gonzani Bolognese, a cui fu data balia di cavar danari dal popolo. Costui, sapendo ben esercitare il, per altro facile, mestiere di pelare chi non può resistere, inventò nuovi dazii e gabelle, ed introdusse ogni mala usanza in quella città. Come il popolo dominante allora si lasciasse calpestare e spolpare da costui per quattro anni, non si sa intendere. Secondo la Cronica Piacentina[3363], il marchese Oberto Pelavicino, che già signoreggiava in Cremona, seppe così ben maneggiarsi, che dal popolo di Piacenza fu eletto per loro signore perpetuo. Tentò di fare lo stesso anche in Parma coll'aiuto della fazion ghibellina esistente in quella città[3364], e a questo fine passò ad assalir Borgo San Donnino e Colorno. Gli veniva fatto, se, alzatosi un vil sartore parmigiano, e divenuto capo popolo, non avesse costretto i Ghibellini colle minaccie a desistere dal loro proponimento. Perciò il marchese Oberto se ne tornò a Cremona senza far altro. Il Sigonio, che narra questo fatto, l'avrà preso dalla Cronica del Salimbeni, che si è perduta. Era il marchese Pelavicino suddetto gran sostenitore della parte ghibellina, e perciò amico di Eccelino. Alcuni scrittori guelfi cel rappresentano non inferiore al medesimo Eccelino nella crudeltà e fierezza, forse con qualche ingiuria del vero. Abbiamo bensì in quest'anno da Rolandino[3365] e da Parisio da Cereta[3366] una serie d'altri inumani fatti d'esso Eccelino, che ogni dì più peggiorava nella sua tirribil tirannia.

NOTE:

[3346] Matth. Paris, Hist. Angl. Nicolaus de Jamsilla, Hist., tom. 8 Rer. Ital.

[3347] Matteo Spinelli, Diario, tom. 7 Rer. Ital.

[3348] Raynaldus, in Annal. Eccl.

[3349] Nicolaus de Jamsilla, tom. 8 Rer. Ital. Sabas Malaspina. Hist., lib. 1, cap. 4. Caffari, Annal. Genuens., lib. 6, tom. 6 Rer. Ital.

[3350] Ricordano Malaspina, cap. 146.

[3351] Petrus de Curbio, Vita Innocentii IV, P. I, tom. 3 Rer. Ital.

[3352] Nicolaus de Jamsilla, in Hist.

[3353] Petrus de Curbio, cap. 40.

[3354] Nicolaus, de Jamsilla, tom. 8 Rer. Ital.

[3355] Sabas Malaspina, lib. i, cap. 5.

[3356] Raynald., in Annal. Eccl.

[3357] Petrus de Curbio, Vii. Innocent. IV, cap. 42.

[3358] Stero, in Chron. Augustano,

[3359] Caffari, Annal. Genuens., lib. 6, tom. 6 Rer. Italic.

[3360] Ricordano Malaspin., cap. 155. Ptolom. Lucensis, in Annales brev., tom. II Rer. Ital.

[3361] Chron. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital.

[3362] Annal. Mediolan., tom. 19 Rer. Ital. Gualv. Flamm., Manip. Flor.

[3363] Chron. Placent., tom. 1 Rer. Ital.

[3364] Sigon., de Regno Ital., lib. 19.

[3365] Roland., lib. 7, cap. 10.

[3366] Paris de Cereta, Annal. Veronens., tom. 8 Rer. Ital.

Anno di CRISTO MCCLV. Indizione XIII.

ALESSANDRO IV papa 2. Imperio vacante.

Seppe ben prevalersi del prosperoso aspetto di sua fortuna Manfredi principe di Taranto, ed anche nel verno attese a far delle conquiste. La città di Barletta, a riserva del castello, venne alla sua divozione[3367]. Venosa mandò ad offerirgli le chiavi. Trovavasi tuttavia nella corte pontificia Galvano Lancia, zio materno di esso Manfredi, uomo di gran destrezza e prudenza, che facea vista d'essere forte in collera contra del nipote per la sua ribellione. Ma tutto ad un tempo egli si ritirò da Napoli, e passò ad Acerenza con riceverne il possesso a nome di Manfredi: il che fatto, andò a trovare il nipote a Venosa. L'arrivo suo riempiè d'inesplicabil contento Manfredi, che troppo abbisognava del consiglio e braccio di un sì fidato consigliere. Quantunque la città di Rapolla fosse feudo dianzi conceduto ad esso Galvano, pure dimorava ostinata in favor della Chiesa. Andò colà Galvano coll'armata del principe, adoperò in vano le chiamate; colla forza in fine la sottomise, e l'imprudente resistenza di quei cittadini costò la vita a molti, e la desolazione della loro città. Melfi, Trani, Bari ed altri luoghi non vollero rimaner esposti a somigliante pericolo, e si diedero a Manfredi: con che, a riserva delle città della provincia d'Otranto, quasi tutta la Puglia cominciò ad ubbidire ai suoi cenni. Non sapeva digerire il nuovo papa Alessandro IV colla corte pontificia che Manfredi niuno ambasciatiore peranche avesse inviato a prestargli ameno l'ubbidienza dovuta a lui come vicario di Cristo. Se gli fece insinuare da più persone che inviasse con isperanza di riportarne dei vantaggi; ed egli infine vi spedì due suoi segretarii ben istruiti con sufficiente mandato di trattar di concordia. Iti essi a Napoli, ne cominciarono di fatto il trattato. In questo mentre Manfredi collo esercito andò a mettersi in possesso della Guardia de' Lombardi, come luogo spettante al suo contado d'Andria. S'ebbe non poco a male la corte pontificia che, trattandosi di pace, egli seguitasse le ostilità, temendo ch'egli non venisse alla volta di Napoli; laonde egli per compiacerla se ne ritirò, e prese il viaggio verso d'Otranto, per l'avviso giuntogli che Manfredi Lancia suo parente era stato sconfitto dal popolo di Brindisi, il quale avea anche presa e distrutta la città di Nardò. Intanto il papa dichiarò suo legato in Puglia Ottaviano degli Ubaldini cardinale di Santa Maria in Via Lata, con ordine di ammassare un possente esercito contra di Manfredi. Ora dunque, e non prima, come con errore scrisse Saba Malaspina[3368], questo cardinale cominciò a presiedere all'armi del pontefice. Da ciò presero motivo i ministri di Manfredi di rompere il trattato di pace, e se ne tornarono al loro padrone. Passato Manfredi alla volta di Brindisi, saccheggiò quel paese; assediò, ma indarno, quella città; venne a' suoi comandamenti Lecce. Pose anche l'assedio alla città d'Oria, che seppe vigorosamente difendersi. Stando egli quivi, ricevete la buona nuova che Pietro Ruffo Calabrese, conte di Catanzaro, che fin qui aveva esercitato in Sicilia l'uffizio di vicebalio e governatore di quell'isola, uomo palese nemico suo, e che teneva gran filo colla corte del papa, cacciato via dai Messinesi, s'era ritirato in Calabria ai suoi Stati. Gli ordini spediti colà a questo avviso da Manfredi, con un corpo di combattenti, e l'odiosità conceputa anche da Calabresi contra di esso Pietro Ruffo, cagion furono che que' popoli si sollevarono contra di lui, di modo che divenuto ramingo fu infine forzato a cercare rifugio nella corte pontificia.

In quest'anno la città di Trento si levò dall'ubbidienza di Eccelino da Romano[3369], dove quel popolo doveva aver fatta anch'esso pruova di quella crudeltà che egli seguitava ad esercitare in Padova, e nelle altre città a lui sottoposte. Spedì egli a quella volta un gagliardo esercito, a cui solamente riuscì di dare un terribil guasto a molte castella e ville di quel distretto. Oberto marchese Pelavicino, già divenuto signor di Cremona e Piacenza[3370], di volontà de' Piacentini distrusse anch'egli nell'anno presente una mano di castella di quel territorio, che probabilmente appartenevano ai nobili fuorusciti della medesima città. Abbiamo dagli Annali d'Asti[3371], che in questi tempi Tommaso conte di Savoia cominciò la guerra contra degli Astigiani, con levar loro il borgo di Chieri. Ed essendo Guiscardo da Pietrasanta Milanese podestà di Lucca, fece fabbricar due borghi nella Versilia sottoposta a Lucca[3372]. All'uno pose il nome di Campo Maggiore, all'altro di Pietra Santa dal suo cognome. Del che fo io menzione, acciocchè si conosca la falsità del famoso decreto attribuito a Desiderio re de' Longobardi, scolpito in marmo nella città di Viterbo, lodato dal Sigonio, stampato dal Grutero fra l'altre iscrizioni, dove è parlato di Pietrasanta, di cui esso re vien fatto autore. Di tale impostura ho io ragionato altrove[3373]. In Giberto da Correggio, detto della Gente, podestà di Parma, era stato fatto compromesso[3374] dai Modenesi e Bolognesi per le differenze loro intorno alla picciola provincia del Frignano, in buona parte occupata dalla potenza d'essi Bolognesi al popolo di Modena. Chiara cosa era, secondo la giustizia, che se ne dovea fare la restituzione. Abborrivano i Bolognesi la pronunzia del laudo, figurandosi bene qual esser dovesse, e la tirarono sempre a lungo; ma infine Giberto lo proferì con obbligare il popolo di Bologna a dimettere a' Modenesi l'usurpato possesso di quella contrada. Ma perchè non sanno mai i potenti, che in qualche maniera sieno entrati in possesso degli Stati dei meno potenti, persuadersi di avere il torto, e che per loro sia fatta la legge di Dio che obbliga a restituire; i Bolognesi lasciarono cantare il giudice, e seguitarono a ritener quel paese finchè poterono. Mentre questi piccioli affari si faceano in Lombardia, non perdeva oncia di tempo Manfredi per migliorare quei del re Corradino suo nipote[3375], o piuttosto i suoi proprii, in Puglia e Calabria. Eransi i Messinesi, dappoichè si furono sbrigati da Pietro Ruffo, invogliati di reggersi a repubblica, e già col pensiero si fabbricavano un largo dominio tanto in Sicilia che in Calabria alle spese dei vicini. A questo effetto con potente armamento di gente e di navi passarono in Calabria; ma poco durarono i lor castelli in aria, perchè ebbero delle percosse dalle soldatesche di Manfredi, per le quali la città di Reggio con altri luoghi venne alla di lui ubbidienza. Continuava intanto Manfredi l'assedio d'Oria, con averla anche ridotta all'estremità, di modo che se aveva un po' più di pazienza, si arrendeva quel popolo. Ma giuntogli l'avviso che il cardinale legato Ottaviano degli Ubaldini alla testa d'una possente armata, accompagnato dal marchese Bertoldo da Hoemburch, e da Oddone e Lodovico suoi fratelli, i quali, benchè Tedeschi, si erano tutti dati al servigio del papa, entrava in Puglia: Manfredi, rotto ogn'indugio, s'inviò a Nocera. Quivi messo insieme un forte esercito di Saraceni, Tedeschi e Pugliesi, marciò poscia nel dì primo di giugno, per impedire gli avanzamenti del pontificio, pervenuto sino a Frequento, e andò a postarsi fra esso e la Guardia de' Lombardi, dove era di guarnigione un corpo di gente papalina. Stettero per più dì a fronte le due armate; e, per quanto si studiasse Manfredi di tirare ad una campal battaglia i nemici, che pur erano senza alcun paragone superiori di forze, non vollero essi giammai dargli questo piacere.

Così stando le cose, arrivò di Germania un maresciallo, spedito al papa e al principe dal duca di Baviera a nome della regina Isabella, madre di Corradino, con proposizioni di pace. Diede moto il suo arrivo ad un trattato di tregua, che fu stabilita, finchè il maresciallo e i messi del principe fossero andati e ritornati dalla corte papale. Ritirossi perciò Manfredi alla marina di Bari; quand'ecco in Trani riceve nuova che il cardinal legato s'era innoltrato verso Foggia col suo esercito, e gli avea tolta la comunicazione con Nocera, sua importante città. Non poteva egli credere un tal tradimento. Ma verissimo fu; e inoltre la città di Sant'Angelo s'era data in tal occasione al legato. Animosamente allora si mosse Manfredi, e, senza mostrar apprensione alcuna de' nemici, passò alla volta di Nocera; ed avendo rinforzato il suo esercito, venne da lì a pochi giorni ad accamparsi in faccia all'armata nemica sei miglia lungi da Foggia, e ricuperò colla forza la suddetta città di Sant'Angelo. Veggendo poi che i nemici niun movimento faceano, attendendo solo a ben trincierarsi con fosse e steccati sotto Foggia, s'avvicinò anche egli a quella città, e quivi formò de' buoni trincieramenti, che l'armata pontificia, la quale dianzi meditava di far l'assedio di Nocera, si trovò come assediata da quella di Manfredi. Bertoldo marchese, ottenuti dal legato ottocento cavalli, passò in questo mentre alla marina di Bari, e tolse al principe le città di Trani, Barletta, e l'altre di quella contrada, eccetto che Andria. Ma questo furbo navigava a due contrarii venti, perciocchè nello stesso tempo trattava segretamente di comporsi col principe Manfredi. Spedì costui al campo del legato, che scarseggiava di viveri, un copiosissimo convoglio. Manfredi, informatone dalle spie, oppur dallo stesso Bertoldo, lo sorprese. Mille e quattrocento uomini della scorta vi restarono uccisi; da quattrocento cinquanta furono i feriti e i prigioni. Tutto quel gran treno venne al campo di Manfredi. Entrata dunque la fame e le malattie nell'esercito pontificio, il cardinale legato propose un accordo, che fu accettato da Manfredi. Con esso si rilasciava al re Corradino e al principe il regno, con obbligo di prenderne l'investitura dal papa, a riserva di Terra di Lavoro, che restava in poter della Chiesa romana. Sottoscritta la capitolazione, il cardinale pregò Manfredi di perdono per chiunque avea prese l'armi contra di lui. A tutti egli rendè la sua grazia, e nominatamente al marchese Bertoldo e a' suoi fratelli. Ma il papa, che intanto avea mosso il re d'Inghilterra alla conquista del regno di Sicilia per Edmondo suo figliuolo, e già ne avea spedita l'investitura, credendo alle larghe promesse di quel re, ricusò di accettar l'accordo fatto dal legato. Gl'Inglesi dipoi non si mossero, e il papa deluso venne a perdere il buon boccone della Terra di Lavoro. Saba Malaspina[3376] non tace la divolgata opinione, che fra il cardinale Ottaviano e il principe Manfredi passassero segrete intelligenze. A buon conto, un temporale gran vantaggio egli avea procurato alla corte pontificia, che sel lasciò fuggir di mano. Mentre che tali cose succedeano in Puglia, Pietro Ruffo con un corpo di soldatesche papaline tornò in Calabria per riacquistar quei paesi. Fu quivi anche predicata la crociata contra di Manfredi, come se si fosse trattato di andar contra ai Turchi ed infedeli. Ma gli uffiziali di Manfredi dissiparono que' turbini, e il Ruffo se ne tornò dolente a Napoli. Non sopravvisse poi molto alle sue disgrazie, perciocchè stando in Terracina fu ucciso da un suo familiare. Saba Malaspina scrive ciò fatto per ordine di Manfredi, e detesta un tale operato; ma quando ciò sia vero, dovette credere Manfredi di aver giusto titolo di trattar così chi s'era mostrato sì ingrato ed infedele all'imperador Federigo e a' suoi successori, da' quali era stato cotanto beneficato, e ch'egli poi sì palesemente tradì. Si ridusse il papa in questo anno colla sua corte a Roma, non trovandosi più sicuro in Napoli, dacchè si era rifiutata la concordia. Nè è da tacere che il pontefice approvò che Corradino s'intitolasse re di Gerusalemme, ma non già di Sicilia, perchè questo regno si pretendeva devoluto alla santa Sede.

NOTE:

[3367] Nicolaus de Jamsilla, Hist., tom. 8 Rer. Ital.

[3368] Sabas Malaspina, lib. 1, cap. 5.

[3369] Chron. Veronens., tom. 8 Rer. Ital. Monachus Patavinus, in Chron., tom. 8 Rer. Ital.

[3370] Chronic. Placent., tom. 16 Rer. Ital.

[3371] Chron. Astens., tom. 11 Rer. Ital.

[3372] Ptolom. Lucens., Annal. brev., tom. 11 Rer. Ital.

[3373] Antiq. Ital., Dissert. XXVII, pag. 665.

[3374] Annal. Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Ital.

[3375] Nicolaus de Jamsilla, Hist., tom. 8 Rer. Ital.

[3376] Sabas Malaspina, lib. 1, cap. 5.

Anno di CRISTO MCCLVI. Indizione XIV.

ALESSANDRO IV papa 3. Imperio vacante.

S'era fin qui assai poco mischiato nelle cose d'Italia Guglielmo d'Olanda, già creato re de' Romani e di Germania[3377]. Di molte guerre aveva egli avuto colla contessa di Fiandra e coi popoli della Frisia. Ma dopo esser giunto nel presente anno a domar questi ultimi, caduto in un agguato a lui teso dai medesimi, miseramente lasciò ivi la vita. Trattossi dunque dai principi tedeschi di eleggere un successore. Papa Alessandro con lettere[3378] assai forti incaricò gli elettori ecclesiastici di non promuovere Corradino figliuolo del re Corrado, con intimar la scomunica contro a chiunque diversamente facesse. Imbrogliaronsi per questo e per altri accidenti que' principi, e andò sì avanti la discordia insorta fra loro, che passò tutto quest'anno senza che potessero convenire in alcuno dei candidati. Tenne Manfredi nella festa della Purificazion della Vergine in Barletta un gran parlamento[3379]. Quivi diede il principato di Salerno a Federigo Lancia, altro suo zio materno. Degradò da tutti i suoi onori Pietro Ruffo; e fatto processo contra Bertoldo marchese e contra dei suoi fratelli, li condannò ad una perpetua prigione, dove finirono i loro giorni. Era già stato spedito in Calabria da Manfredi il suddetto Federigo Lancia suo vicario, acciocchè riducesse la Sicilia alla di lui ubbidienza. Tali ordini con somma destrezza egli eseguì. Per suoi maneggi il popolo di Palermo si ritirò dalla suggezion de' ministri pontificii, e fece prigione frate Ruffino dell'ordine de' Minori, che col titolo di legato apostolico si faceva ubbidire in quelle parti. Crebbe con ciò ogni di più in Sicilia il credito e il partito di Manfredi, e formossi ancora in favore di lui un esercito di Siciliani. Allora Federigo Lancia passò col suo dalla Calabria contro Messina, città che non tardò molto a riconoscere per signore Manfredi. Con che la di lui signoria si stese per quasi tutta la Sicilia e Calabria. Essendo intanto ritornati dalla corte pontificia i suoi ambasciatori coll'avviso dell'accordo rigettato dal papa, veggendosi Manfredi libero, mosse le bandiere verso Terra di Lavoro. Gli vennero incontro i deputati spediti da Napoli con offerirgli la città, e pregarlo di voler dimenticare le ricevute offese. Manfredi era principe benigno ed amorevole; ben sapea che la clemenza si tira dietro lo amore dei popoli, e però, passato a dirittura a Napoli, non solamente perdonò a quel popolo, ma fece di gran bene a quella nobil città. Quivi ancora ricevette i delegati di Capoa, che si sottomisero alla di lui signoria. Altrettanto sospirava di fare il popolo d'Aversa, ma, essendovi dentro un buon presidio papalino, non ardiva di alzare un dito. Passò dunque Manfredi all'assedio di quella città, a cui furono dati varii assalti, ma indarno tutti. La vicinanza nondimeno della sua armata recò tal coraggio a que' cittadini, che, alzato rumore un dì, uccisi non pochi degli stipendiati del papa, e ricevuto soccorso da quei di fuori, venne ancora quella città alle mani di Manfredi. Riccardo da Avella, uomo potente, dopo aver difeso sino agli estremi il castello, volendo poi fuggire, colto, fu messo a pezzi. Furono sì fortunati successi cagione che l'altre città di Terra di Lavoro alzarono le bandiere di Manfredi, fuorchè Sora ed Arce, dove stavano di presidio alcuni Tedeschi postivi dal marchese Bertoldo. Inviossi dipoi l'infaticabil Manfredi a Taranto per desiderio di soggiogare l'ostinata città di Brindisi. Ebbe il contento di veder venire quel popolo ai suoi piedi, e di riceverlo in grazia sua. La sola città d'Ariano, forte per la sua situazione, restava in quelle parti ripugnante al suo dominio. Molti di Nocera, fingendosi banditi da' suoi, s'introdussero colà, e, levato rumore una notte, tal confusione produssero, che gli stessi cittadini scannarono l'un l'altro. Così fu presa la città e distrutta, e il resto degli abitanti distribuito per altri luoghi del regno. L'Aquila, città nuova, perchè negli anni addietro fondata dal re Corrado, era già pervenuta ad una gran popolazione, e fin qui avea tenuta la parte del papa. All'intendere i continuati progressi di Manfredi, giudicò che più non era da indugiare a sottoporsi, e però, a lui spediti suoi ambasciatori, il riconobbe per suo signore. Ma, secondo Saba Malaspina[3380], fino all'anno 1258 questa città si tenne per la Chiesa; e ne abbiamo anche delle pruove dal Rinaldi[3381].

Così procedevano gli affari della Sicilia e della Puglia. Passiamo ora ad un avvenimento della marca di Trivigi, ossia di Verona, che fece grande strepito in quest'anno per tutta Italia. I gemiti dei miseri Padovani per le enormi crudeltà di Eccelino da Romano[3382], le istanze continue di Azzo VII marchese d'Este, e i tanti richiami de' circonvicini e degli esiliati mossero a compassione il buon papa Alessandro IV, e a desiderio di rimediarvi. Dichiarò dunque suo legato nella marca di Trivigi Filippo, eletto arcivescovo di Ravenna, il quale, venuto a Venezia, ed ammassato un esercito di crocesignati, con dichiarar podestà de' fuorusciti padovani Marco Querino, e maresciallo dell'armata Marco Badoero, si disposero ad entrare nel Padovano. Ansedisio podestà di Padova, perchè Eccelino colle forze de' popoli di Padova, Vicenza e Verona era nel mese di maggio passato sul Mantovano, lusingandosi di poter mettere il piede in quella città, prese molte precauzioni per impedir lo ingresso dell'armata nemica; ma per giudizio di Dio esse facilitarono piuttosto la di lui rovina. Sul principio di giugno coraggiosamente entrò il legato apostolico nel territorio di Padova; prese Concadalbero, Causelve e Pieve di Sacco; ed avanzandosi ogni dì più, e crescendo l'armata sua per l'arrivo delle genti spedite per cura del marchese d'Este da Ferrara, Rovigo ed altri luoghi, a dirittura passò fin sotto Padova, e nel dì 19 di giugno s'impadronì, con poco spargimento di sangue, de' borghi di quella città. Nel giorno seguente dato di piglio alle armi, con gran giubilo tutta l'oste crocesignata diede un generale assalto alla città. Fu condotta una vigna, ossia gatto, macchina, sotto la quale speravano gli aggressori di rompere le porte di Ponte Altinate. Tanta quantità di pece, zolfo e di altra materia accesa fu gittata addosso a quella macchina, che il fuoco, attaccatosi ad essa, servì ad accendere e ridurre in cenere la porta stessa. Portatone l'avviso ad Ansedisio, allora gli cadde il cuore per terra; e perchè un buon Padovano il consigliò di capitolare col legato, affinchè la città non andasse a sacco, l'iniquo con una stoccata nel petto, per cui restò morto, gl'insegnò a non dar più dei pareri ai tiranni. Insomma costui pien di spavento, salito a cavallo, per la porta di San Giovanni prese la fuga, nè i suoi furono lenti a tenergli dietro. Entrò dunque l'armata de' crociati vittoriosamente in Padova nel dì 20 di giugno; male nondimeno per gl'innocenti cittadini, che dianzi miseri, maggiormente divennero tali per la sfrenata avidità de' vincitori. Costoro, avendo presa la croce più per isperanza d'arricchire che per voglia di conseguir le indulgenze plenarie, appena furono dentro, che diedero il sacco a quante case e botteghe erano nella città; nè altro fecero per sette giorni che ruberie, lasciando spogliata di tutto l'infelice cittadinanza, non senza biasimo de' comandanti, i quali in tanto tempo niun provvedimento trovarono all'inestimabil danno degli abitanti. Furono allora aperte le orrende carceri di Eccelino che erano in Padova. Essendosi anche renduta la terra di Cittadella, dove Eccelino avea dell'altre diaboliche prigioni, uscì alla luce una gran copia d'infelici, quivi piuttosto seppelliti che rinchiusi. A riserva di pochissimi luoghi, tutte le castella e terre del Padovano si diedero al legato, e tornarono sotto l'ubbidienza della città. Anche il marchese Azzo VII ricuperò la sua terra d'Este colle altre della Scodesia; ma non potè per allora riavere Cerro e Calaone, fortezze quasi inespugnabili per la lor situazione. Fecero poscia i Padovani nell'anno seguente un decreto, da me altrove rapportato[3383], che si dovesse solennizzar da lì innanzi con processione universale la felice liberazione della lor città; la quale funzione si fa anche oggidì.

Dopo avere Eccelino dato il guasto alla maggior parte del Mantovano senza poter nuocere alla città, alla quale impresa[3384] concorse ancora coi Cremonesi il marchese Oberto Pelavicino, decampò per venire a Verona, ed accorrere al soccorso di Padova. Al passaggio del Mincio gli arriva davanti uno tutto sudato ed ansante. Che nuova? disse Eccelino. Ed egli: Cattive. Padova è perduta. Eccelino il fece tosto impiccare. Da lì a poco ne arriva un altro. Che nuove? Rispose che con sua permissione volea parlargli in segreto. Costui ebbe più giudizio, e gli passò bene. Continuò il tiranno la marcia sino a Verona, senza permettere un momento di posata all'esercito stanco; e quivi insospettito de' Padovani che erano seco, tutti li fece imprigionare e spogliare di quanto aveano. Per attestato di Rolandino, erano undici mila persone tra nobili e plebei, ed Eccelino con una crudeltà, di cui mai più non si perderà la memoria, quasi tutti li fece parte uccidere, e il resto morire di stento: non ne tornarono forse ducento a Padova. Potrebbesi nondimeno dubitare di qualche esagerazion di Rolandino in sì gran numero d'infelici Padovani. Intanto il legato apostolico Filippo attese a rinforzare il suo esercito. Era volato a Padova Azzo marchese d'Este. Fece egli venire un buon rinforzo di gente da' suoi Stati e da Ferrara. Vi accorsero tutti i banditi da Verona e Vicenza, e vennero più brigate di Bolognesi, comandate in certa guisa dal famoso fra Giovanni dell'ordine de' Predicatori: il che è da notare per conoscere i costumi di questi tempi. S'ebbero ancora da Venezia e Chioggia assaissimi balestrieri. Premeva al legato di ridurre Vicenza al suo partito, e verso colà mosse l'armata nel dì 30 di luglio, e nel dì primo d'agosto andò ad accamparsi a Longare; e nello stesso tempo vi arrivò anche Alberico da Romano, fratello di Eccelino, con un corpo di Trivisani, facendosi credere fedele alla Chiesa: del che tutti si stupirono, e ne venne grande bisbiglio. Allora fu creato capitan generale dell'esercito il marchese d'Este, con plauso di ognuno. Ma da lì a poco levatosi un susurro, che Eccelino con un formidabil esercito si avvicinava, entrò tal timor panico nell'armata de' crocesignati, che, per quanto facessero il legato ed il marchese, i Bolognesi furono i primi a tornarsene a casa, ed altri di mano in mano a ritirarsi: laonde il legato giudicò meglio di ridurre l'esercito a Padova. Sospetto corse che Alberico da Romano avesse segretamente fatto spargere questo terror nella gente. Per attestato della Cronica di Verona[3385], la terra di Legnago sull'Adige, acclamando in quest'anno il marchese Azzo d'Este, si sottrasse all'ubbidienza di Eccelino e di Verona. Lo stesso fece quella ancora di Cologna. Tirarono poscia i Padovani una gran fossa quasi di tre miglia fuori della città con isteccati, torri di legno e petriere disposte in varii siti, e quivi s'accampò l'esercito pontificio, aspettando il tiranno. Colà fece venire il marchese Azzo tutta la cavalleria di Ferrara, e dovea in breve arrivare anche la fanteria. Gran copia di Mantovani e il patriarca di Aquileia con isforzo numeroso di gente accorsero alla difesa di Padova. Arrivò sul fine d'agosto Eccelino, diede varii assalti alle fortificazioni nemiche, ributtato sempre, tuttochè superiore al doppio di forze ai Padovani: il perchè scornato se ne tornò a Vicenza, dalla qual città con belle parole fece uscire la milizia urbana, facendola stare ne' borghi, e dentro dispose una buona guarnigione di Veronesi e Tedeschi.

Secondo la Cronica di Milano[3386], fu in quest'anno divisione fra i nobili e popolari di Milano. Ognun voleva comandar le feste. Guerra eziandio si fece fra i cittadini e fuorusciti di Piacenza[3387]. Ma in Toscana fu ben più fiera. Uscirono in campagna i Fiorentini, Lucchesi e Genovesi collegati contro ai Pisani[3388]. A tutta prima i Lucchesi rimasero spelazzati; ma, accorsi i Fiorentini, sconfissero l'oste pisana vicino al Serchio; e fu in pericolo la stessa città di Pisa. Tolsero i Genovesi ai Pisani il castello d'Ilice. La debolezza in cui restò allora il popolo pisano il ridusse a chiedere pace. E l'ottennero con restituire ai Lucchesi Motrone, dimettere il castello di Corvara, che fu distrutto, e quello di Massa, che fu restituito al marchese Bonifazio Malaspina. Circa questi tempi cominciò il marchese Oberto Pelavicino[3389], siccome capo de' Ghibellini in Lombardia, ad aver qualche dominio anche in Pavia. Leggiamo poscia nelle Croniche d'Asti[3390] che nell'anno presente, ad istanza e per ordine del papa, tutti gli Astigiani che erano in Francia furono presi dai soldati del santo re Lodovico, e consegnati a Tommaso conte di Savoia, oppur detenuti per lungo tempo nelle carceri di Parigi. Perderono gli Astigiani quanto aveano in Francia, e nella lunga guerra che ebbero col suddetto conte di Savoia, spesero più di ottocento mila lire. L'origine della disgrazia di questo popolo si ha da Matteo Paris[3391], dal Guichenone[3392], e da Antonio poeta astigiano[3393], secondo i quali nel precedente anno cominciò la guerra fra esso Tommaso conte di Savoia e il popolo d'Asti. Occupò il conte Chieri agli Astigiani. Usciti con grande sforzo gli Astigiani, ruppero il popolo di Chieri, e poi presero Moncalieri, dove fecero prigione l'abbate di Susa loro gran nemico. A questa nuova il conte Tommaso, ch'era in Torino, ammassato l'esercito suo, venne a dar battaglia agli Astigiani a Montebruno, ma se ne andò egli sconfitto, e gran copia di Torinesi vi restò prigione. Tornato a Torino, fecesi una matta sollevazione contra di lui, e da quel popolo fu detenuto prigione, con intimazione di non rilasciarlo, se prima non facea restituire i lor cittadini. Matteo Paris ne attribuisce la cagione al suo duro governo. Diedero poscia i Torinesi barbaramente esso conte in mano agli Astigiani, e con ciò liberarono la lor gente. La disavventura di questo illustre principe, già conte ancora di Fiandra, e parente dei re d'Inghilterra e di Francia, fece gran rumori dappertutto. Papa Alessandro IV ne scrisse lettera di condoglianza alla regina d'Inghilterra, rapportata da Matteo Paris, e l'esortò a far prendere tutte le persone e i beni de' Torinesi ed Astigiani, che fossero nel suo dominio. Altrettanto fece il santo re di Francia nel suo, per ordine dello stesso papa. Presero poscia gli Astigiani Fossano ed altre terre del conte, ed arrivarono fino alla valle di Susa, con egual felicità in altri fatti d'armi. Abbiamo da Matteo Paris che venne in Italia l'arcivescovo di Cantorberì per liberare il conte suo fratello. Mosse i Savoiardi a fare l'assedio di Torino, ma senza profitto; e dopo avere inutilmente consumate immense somme di danaro, se ne tornò in Inghilterra, con lasciare tuttavia prigione il fratello. Aggiugne il medesimo storico che nell'anno presente i Romani, stanchi della severità ed inesorabil giustizia di Brancaleone d'Andalò Bolognese lor senatore, il cacciarono in prigione. A lui volea gran male la nobiltà, e più la corte pontificia. Segretamente se ne fuggì sua moglie, e, venuta a Bologna, operò che gli ostaggi de' Romani quivi dimoranti fossero ben custoditi. Ricorsi i Romani al papa, fecero ch'egli scrivesse al comune di Bologna, intimando l'interdetto alla città, se non rendeva gli ostaggi. Sofferirono i Bolognesi piuttosto l'interdetto, ben conoscendo che, qualora gli avessero dati, vi andava la testa del loro concittadino. Questo avvenimento ci fa comprendere con quali costumi si regolassero allora le città italiane, o almen qual precauzione avesse presa Brancaleone, perchè assai conoscente delle instabili leste dei Romani d'allora, i quali presero dipoi per loro senatore Manuello Maggi Bresciano. Potrebbe nondimeno essere che questi ostaggi e l'interdetto suddetto appartenessero all'anno 1260, siccome vedremo.

NOTE:

[3377] Matth. Paris Hist. Anglic. Stero Hist. Augustan.

[3378] Raynald., in Annal. Eccl.

[3379] Nicolaus de Jamsilla, tom. 8 Rer. Ital.

[3380] Sabas Malaspina, Histor., lib. 2, cap. 1.

[3381] Raynaldus, in Annal. Eccl.

[3382] Roland, lib. 8, cap. 1. Monach. Patavinus, in Chron. Chron. Veronense et alii.

[3383] Antiquit. Italic., Dissert. XXIX, pag. 851.

[3384] Paris de Cereta, Annal. Veronens, tom. 8 Rer. Ital. Roland., lib. 9, cap. 7.

[3385] Paris. de Cereta, Chron. Veron., tom. 8 Rer. Ital.

[3386] Chron. Mediolan., tom. 16 Rer. Ital.

[3387] Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.

[3388] Caffari, Annal. Genuens., tom. 6 Rer. Ital., Ptolomeus Lucens., tom. 11 Rer. Ital. Ricord. Malaspina, et alii.

[3389] Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.

[3390] Chron. Astens., tom. 11 Rer. Ital.

[3391] Matth. Paris, Hist. Angl.

[3392] Guichenon, Hist. de la Maison de Savoye.

[3393] Anton. Astens., tom. 14 Rer. Ital.

Anno di CRISTO MCCLVII. Indizione XV.

ALESSANDRO IV papa 4. Imperio vacante.

Finalmente le dissensioni de' principi di Germania, per l'elezione di un nuovo re de' Romani, andarono a terminare in uno scisma[3394]. Verso la metà di gennaio gli arcivescovi di Magonza e Colonia, Lodovico conte Palatino del Reno ed Arrigo suo fratello duca di Baviera elessero Riccardo conte di Cornovaglia, fratello del re d'Inghilterra. Da molti altri principi fu riprovata questa elezione. Però circa la metà di quaresima dell'anno seguente l'arcivescovo di Treveri, il re di Boemia, il duca di Sassonia, il marchese di Brandemburgo e molti altri principi acclamarono re anch'essi Alfonso re di Castiglia e di Leone. Venuto in Germania Riccardo, nel dì dell'Ascension del Signore fu coronato in Aquisgrana[3395]. Il pontefice Alessandro IV stette neutrale in mezzo a questa contesa dei due re, senza aderire ad alcuno. Si agitò la causa nella curia romana, ma non fu mai decisa; e però l'Italia niun pensiero si prese di questi due re, quantunque i medesimi non cessassero di procacciarsi qui dei partigiani. Eccelino da Romano, fra gli altri, si dichiarò in favore del re di Castiglia; e questo re scrisse anche lettere al comune di Padova, per attestato di Rolandino. Lo stesso avrà fatto all'altre città d'Italia; nè Riccardo dovette dimenticare un somigliante uffizio; ma niun d'essi visitò mai queste contrade. Restavano tuttavia in Sicilia[3396] disubbidienti a Manfredi Piazza, Aidona e Castrogiovanni. Federigo Lancia, messo all'ordine un gagliardo corpo d'armata, andò a cignere d'assedio Piazza, città allora assai ricca e popolata. Vi trovò dentro gran copia di difensori, e difensori che non conosceano cosa fosse paura, di maniera che quasi ne parea disperato l'acquisto. Pure, dopo molti sanguinosi assalti, per forza v'entrò, e vi gastigò i principali che s'erano mostrati sì ardenti contro la casa di Suevia. Questo successo indusse la città d'Aidona a sottomettersi volontariamente al conte Federigo, il quale non si attentò di assediar Castrogiovanni, perchè città o castello troppo forte, ma fece ben mettere a sacco e fuoco tutto il suo contado, e la ristrinse con un vigoroso blocco. Questo nulladimeno bastò a far prendere a quel popolo la risoluzione di arrendersi a buoni patti: con che Manfredi, già divenuto padrone di tutto il regno di qua dal Faro, nulla ebbe in Sicilia che più contrastasse al suo volere e dominio. Non seppe trovar posa Azzo VII marchese d'Este, finchè vide le rocche di Monselice e le due sue fortezze di Cerro e Calaone in potere di Eccelino[3397]. Ad esse aveva egli già posto il blocco. Gli riuscì nella primavera di quest'anno di guadagnar, con danari e promesse di molti vantaggi, Gherardo e Profeta capitani del tiranno, che tuttavia difendeano i gironi superiori di Monselice; e in questa maniera liberò quell'importante sito. Nè passò molto, che se gli renderono ancora le castella di Cerro e Calaone: con che nulla restò in quelle parti al tiranno. Dimorava intanto esso Eccelino in Verona[3398], nè più potendo dar pascolo all'inumano suo genio contra dei Padovani, si diede a sfogarlo contra dei nobili e popolari d'essa Verona. Fece egli prendere in quest'anno Federigo e Bonifazio fratelli della Scala, famiglia che comincia ad apparire distinta in quella città, e tutti i loro aderenti, e, incolpatili di voler dare la città di Verona ai Mantovani e al marchese Azzo, li fece nel mese di ottobre strascinar a coda di cavallo, e bruciar poscia vivi. A forza ancora di tormenti fece morire Ansedisio suo nipote, per non aver saputo difendere Padova, permettendo Iddio che questo iniquo ministro delle crudeltà del zio ricevesse da lui stesso il meritato gastigo. In questo medesimo anno nel dì 8 di maggio Alberico da Romano, il quale dominava in Trivigi, essendo, oppure fingendo di essere, nemico di Eccelino suo fratello, e di seguitar le parti della Chiesa, si cavò infine la maschera, e fece non solamente pace, ma anche lega con esso Eccelino, con dargli in ostaggio tre suoi figliuoli. Seguitò dipoi Alberico ad esercitare anch'egli la crudeltà contra de' cittadini di Trivigi, assaissimi de' quali, sbanditi dalla patria, si rifugiarono sotto l'ali de' Padovani e Veneziani.

Era insorta nel precedente anno una fiera discordia rivile fra i Guelfi e Ghibellini di Brescia. Prevalsero gli ultimi, confidati nelle forze di Eccelino e del marchese Oberto Pelavicino, che allora mettevano a sacco il contado di Mantova. Incarcerarono, o fecero fuggire molti degli aderenti alla Chiesa. Ebbero nondimeno tanto giudizio di non ammettere nella lor città il perfido Eccelino, che già era giunto a Montechiaro con isperanza d'entrarvi; ed elessero per loro governatore Griffolino, uomo saggio ed amante della patria. Nell'anno presente Filippo da Fontana Ferrarese, legato apostolico ed eletto di Ravenna, soggiornando in Mantova, spedì colà[3399] frate Everardo dell'ordine de' Predicatori, uomo di molta dottrina e destrezza, il quale con tal facondia si adoperò, che la libertà e i beni furono restituiti ai Guelfi incarcerati e fuorusciti. Questo buon principio diede animo al legato di passare con poco seguito alla stessa città di Brescia, dove riconciliò gli animi alterati di que' cittadini, promettendo tutti di star saldi nell'antica divozione verso la Chiesa romana. Fecesi anche una riguardevole mutazione in Piacenza[3400]. Si reggeva quella città a parte Ghibellina; ne era signore e capo il marchese Oberto Pelavicino. Formata una potente congiura, nel dì 24 di luglio levarono i Guelfi rumore, cacciarono dalla città il suddetto marchese ed Ubertino Landò suo fedel seguace, e spogliarono d'armi e cavalli tutta la gente loro, con eleggere dipoi per loro podestà Alberto da Fontana. Questi fece dipoi guerra agli aderenti de' Landi, col condannarli e bandirli dalla città. Non minore commozione civile fu in questi tempi in Milano[3401]. Continuando Leone da Perego arcivescovo, coll'assistenza de' nobili, a pretendere il governo della città, a questo suo ambizioso disegno ripugnavano forte i popolari, disgustati anche di molto per la prepotenza d'essi nobili, e per un vecchio iniquo statuto, in cui altra pena non s'imponeva ad un nobile che ucciso avesse uno del popolo, se non di pagare sette lire e danari dodici di terzuoli. Essendo appunto in questi tempi stato ammazzato da Guglielmo da Landriano nobile un popolare, per avergli fatta istanza d'esser pagato, il popolo di Milano prese l'armi, si sollevò, e avendo alla lor testa Martino dalla Torre, obbligò l'arcivescovo e la nobiltà ad uscir di città. Si ritirarono questi nel Seprio, e ricevuto dai Comaschi un gagliardo rinforzo di gente, tentarono poi di rientrare in Milano, e più volte vennero alle mani coi popolari, ma sempre colla peggio. Interpostosi poi papa Alessandro coi cardinali, ne seguì pace, e mandati ai confini molti dei nobili, l'arcivescovo col resto se ne tornò in città. Allora fu che Martino dalla Torre prese per moglie una sorella di Paolo da Sorecina podestà de' nobili; e il popolo, chiamato al sindacato Beno de' Gonzani Bolognese allora podestà, che tante angherie avea fatto in addietro in Milano, il condannarono a pagar dodici mila lire. E perciocchè egli non potè o non volle pagare sì grossa somma, l'uccisero, e il suo corpo come di un cane gittarono nelle fosse. Andava in questi tempi a dismisura crescendo la potenza de' Bolognesi. Erano già padroni d'Imola, Cervia e d'altri luoghi. Nell'anno precedente, siccome diffusamente narra il Sigonio[3402], e s'ha ancora dalla Cronica di Bologna[3403], stesero la loro giurisdizione sopra Faenza, Forlì, Forlimpopoli e Bagnacavallo, di maniera che parte della Romagna riceveva da essi podestà, e ubbidiva ai loro comandamenti. Cagione fu questo alto loro stato, ch'essi, ridendosi del laudo proferito da Giberto podestà di Parma, non vollero restituire al comune di Modena le castella del Frignano. Mancava ai Modenesi quel buon recipe che per sì fatti mali occorre; perciò fecero ricorso alle città di Lombardia, acciocchè interponessero i lor buoni uffizii, con far loro costare la forza delle proprie ragioni. Unitamente dunque col podestà di Modena[3404] si portarono a Bologna gli ambasciatori di Milano, Brescia, Mantova, Ferrara, Parma e Reggio; ma, per quante esortazioni e preghiere adoperassero, non si potè espugnare l'avido e superbo cuore de' Bolognesi. Portarono allora i Modenesi le lor doglianze al papa, il quale, per timore che questa città non si gittasse in braccio al partito de' Ghibellini, scrisse nel dì 7 di agosto da Viterbo una lettera, rapportata dal Sigonio, al vescovo di Mantova, dandogli commissione di ordinare ai Bolognesi l'esecuzione del laudo, ma di non sottoporre all'interdetto Bologna senza suo nuovo ordine. Non apparisce che il vescovo facesse più profitto degli altri intercessori. In quest'anno finalmente, secondo il Guichenon[3405], uscì delle prigioni d'Asti Tommaso conte di Savoia; e ciò si può dedurre ancora da Matteo Paris[3406], che nell'anno seguente il dice arrivato in Inghilterra. Il trattato della sua liberazione fu conchiuso in Torino nel dì 18 di febbraio, e in esso il conte, forzato dalla necessità, rinunziò a tutti i suoi diritti sopra la città di Torino e sopra altri suoi luoghi. Dal Continuatore di Caffaro[3407] all'anno 1259 si ricava ch'egli diede agli Astigiani in ostaggio i suoi figliuoli.

NOTE:

[3394] Stero., Annal. Augustan. Matth. Paris., Hist. Angl. Roland., lib. 11, cap. 2.

[3395] Monachus Patavinus, in Chron., tom. 8 Rer. Ital.

[3396] Nicolaus de Jamsilla, Hist., tom. 8 Rer. Ital.

[3397] Roland., lib. 10, cap. 13.

[3398] Paris de Cereta, Chron. Veronens., tom. 8 Rer. Ital.

[3399] Malvecius, Chron. Brix., tom. 14 Rer. Ital.

[3400] Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.

[3401] Annales Mediol., tom. 16 Rer. Ital. Gualvan. Flamma, Manip. Flor., cap. 291.

[3402] Sigonius, de Regno Ital., lib. 19.

[3403] Chron. Veronense, tom. 18 Rer. Ital.

[3404] Annales Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Italic.

[3405] Guichenon, Histoire de la Mais. de Savoye, tom. 1.

[3406] Matth. Paris. Hist. Angl.

[3407] Caffari, Annal. Genuens., tom. 6 Rer. Ital.

Anno di CRISTO MCCLVIII. Indizione I.

ALESSANDRO IV papa 5. Imperio vacante.

Era già il fin qui principe di Taranto Manfredi in pacifico possesso di tutto il regno di Sicilia di qua e di là dal Faro. Non mancavano a lui voglie di maggiore ingrandimento, nè consiglieri che la fomentassero e ne promovessero il compimento. Benchè intorno alle cose di lui non ci restino da qui innanzi, se non istorici guelfi, talvolta sospetti di troppo maliziare, e di alterar la verità secondo le loro passioni; pure non ci mancherà lume per discernere quello che sia più probabilmente da credere negli avvenimenti spettanti a lui. Pensò dunque Manfredi, e vi avea pensato anche molto prima, di assumere il titolo e la dignità di re di Sicilia. A questo fine fece egli sparger voce che Corradino suo nipote in Germania fosse mancato di vita. Niccolò da Jamsilla[3408] pare che ci voglia dare ad intendere che tal fama naturalmente e senza frode sorgesse e prendesse piede; ma non si fallerà giudicando che artificiosamente fosse disseminata, acciocchè, tenuto per estinto il legittimo erede della corona di Sicilia, si facesse apertura alla succession di Manfredi. E ciò poi sarebbe più chiaro del sole, qualora fosse fuor di dubbio quanto vien raccontato da Ricordano[3409], da Giovanni Villani[3410] e da altri Guelfi: cioè che Manfredi mandò suoi ambasciatori in Suevia per avvelenar Corradino, e, credendo essi d'aver fatto il colpo, se ne tornarono in Sicilia vestiti di gramaglia, asserendo la di lui morte. Le credo io favole. Saba Malaspina[3411] altro non dice, se non che si fecero correre certe lettere finte, come scritte da baroni tedeschi, coll'avviso della morte di Corradino, fondate forse anche sopra qualche grave malattia di lui, che diedero da dubitar di sua vita. Bastò questo per indurre, come vuole il Jamsilla, i prelati e baroni del regno a fare istanza a Manfredi di prendere lo scettro del regno. Più verisimile è che dalle segrete insinuazioni dello stesso Manfredi fossero mossi a far questo passo. Comunque sia, nel dì 11 d'agosto nella cattedral di Palermo fu egli solennemente coronato re da tre arcivescovi col concorso e plauso d'innumerabili prelati, baroni e popolo. Ed abbondavano bene in lui, anche per confessione de' suoi avversarii, moltissime di quelle prerogative che rendono l'uomo degno di regnare. Giovane di bell'aspetto, faceva sua gloria la cortesia, l'affabilità e la clemenza, senza avere ereditata la crudeltà de' suoi maggiori. Singolar fu la sua prudenza e l'intendimento superiore di lunga mano all'età; grande il suo amore verso le lettere e i letterati, ed egli stesso ben istruito delle scienze e dell'arti più nobili; ma soprattutto risplendeva in lui la generosità e la gratitudine in premiare chiunque gli prestava servigio. E specialmente nel tempo della coronazione si diffusero le rugiade della sua liberalità e magnificenza con profusione di donativi al popolo, e di contadi, baronie ed altri uffizii, de' quali principalmente furono a parte i suoi zii materni marchesi Lancia, ed altri suoi parenti e molti Lombardi, dei quali, più che d'altri, si fidava. Ch'egli fosse principe di poca fede, di minor pietà, e dedito a' piaceri e alla lussuria, lo dicono gli scrittori pontificii. Certo è che la politica mondana e l'ambizione ebbero il primato nel suo cuore, e fu dai più riprovato l'aver egli occupato il regno dovuto al nipote. Credeva anch'egli non poco alla strologia. Scrive Matteo Paris[3412], essersi nell'anno 1256 venuto a sapere che Manfredi, creduto fin allora bastardo, in una malattia della madre, figliuola del marchese Lancia di Lombardia, era stato legittimato dall'imperador Federigo II suo padre, coll'averla sposata. Queste erano ciance del volgo. Racconta ancora Saba Malaspina[3413], scrittore nimico di Manfredi, che non essendo per anche egli coronato, per parte del re Corradino vennero in Italia due ambasciatori con ordine di trattar col papa di accordo per succedere nel regno di Sicilia. Verso il castello della Molara furono presi, spogliati, e l'un di essi ucciso, l'altro ferito da Raule de' Sordi nobile romano. Autore di questa sceleraggine vien detto Manfredi da esso Malaspina, quasichè allora non si trovassero nel distretto romano e in altri luoghi di que' nobili assassini che andavano a caccia di chi avea cariche le valigie di oro; e non confessasse egli che questo nobile era un solennissimo scialacquatore e malvivente, capace perciò senza gli sproni altrui di così neri attentati. Per lo contrario, abbiamo da Matteo Spinelli[3414] che nel dì 20 di febbraio del 1256 (nel suo testo sono sconcertati tutti gli anni: forse è l'anno 1259) vennero a Barletta gli ambasciatori della regina Isabella, madre del re Corradino, con quei del duca di Baviera suo fratello, a trovare il re Manfredi. Fecero conoscere che Corradino era vivente, e pretesero che si gastigasse chi avea detta la menzogna di sua morte. Manfredi con saggio e bel sermone rispose loro che il regno era già perduto, ed averlo egli, siccome ognun sapeva, conquistato coll'armi e con immense fatiche; nè essere di dovere nè di utilità che lo rinunziasse ad un fanciullo incapace di sostenerlo contra de' papi, implacabili nemici della casa di Suevia. Che per altro avrebbe tenuto il regno sua vita naturale durante, e poi vi sarebbe succeduto Corradino. Con queste belle parole, e con regali magnifici, anche pel duca di Baviera, rispedì gli ambasciatori. Da Palermo ripassato il re Manfredi in Puglia[3415], tenne corte bandita e un gran parlamento in Foggia, dove rallegrò i popoli concorsi da tutte le parti colla solennità di varii spettacoli e giuochi. Indi coll'esercito passò addosso alla città dell'Aquila, che fin qui avea pertinacemente tenute inalberate le bandiere della Chiesa. Danno non venne alle persone e robe degli abitanti, che furono poi costretti ad uscirne, e la città per pena fu data alle fiamme.

In questi tempi avendo il popolo romano trovato colle pruove Mannello dei Maggi[3416], senatore troppo parziale dei nobili, levatosi a rumore, andò colla forza a liberar dalle carceri Brancaleone già senatore, e il rimise nell'uffizio primiero. Allora egli cominciò ad esercitare spietatamente il rigore della giustizia contra de' potenti Romani che calpestavano il popolo, e fece infin presentare alle forche due della nobil casa degli Annibaldeschi. Fu coi suoi fautori scomunicato dal papa: del che non fecero eglino conto, pretendendo di avere un privilegio di non potere essere scomunicato. Tali minaccie poi si lasciarono uscir di bocca contra del pontefice e de' cardinali, che papa Alessandro colla corte, non veggendosi sicuro, si ritirò a Viterbo. Ciò dovette succedere nell'anno precedente, perchè si veggono lettere quivi allora date dal papa. Nel presente anno Brancaleone col popolo romano fu in procinto di portarsi coll'armi a distruggere Anagni, patria dello stesso pontefice. Per placarlo, bisognò che il papa con umili parole mandasse a pregarlo di desistere da così crudele disegno. Durò fatica Brancaleone a frenar il furor del popolo, e da lì innanzi tenne buona corrispondenza col re Manfredi, che gli promise ogni assistenza ed aiuto. Poscia, per abbassare la potenza della nobiltà romana, che colle case ridotte in forma di fortezze commetteva mille insolenze, fece diroccare da cento quaranta loro torri; e in questa maniera tornò la quiete e tranquillità in Roma. Ma non passò l'anno presente, che fu anche lo stesso Brancaleone atterrato dalla morte, e il suo capo, per memoria del suo valore, o, per dir meglio, della sua eccessiva giustizia e crudeltà, posto sopra una colonna entro di un vaso prezioso. Per consiglio di lui, fu eletto senatore Castellano di Andalò Bolognese suo zio dal popolo romano, senza voler dipendere dall'assenso del papa, che fece tutto il possibile per impedirlo. Prosperarono in quest'anno in Lombardia gli affari dell'empio Eccelino da Romano con somma afflizione di tutti i buoni. Guardavansi con occhio bieco in Brescia le due fazioni de' Guelfi e Ghibellini, benchè riconciliate poc'anzi. Eccelino[3417] con segrete lettere soffiava nel fuoco. Tentarono i Ghibellini di cacciar la parte contraria nel dì 29 d'aprile, essendo con loro Griffo ossia Griffolino podestà della città. Si venne all'armi; si combattè tutta la notte; nel dì seguente restarono sconfitti gli amici di Eccelino, Griffo preso con altri, il resto colla fuga si salvò a Verona e Cremona. Già dicemmo uniti in lega Eccelino ed Oberto Pelavicino marchese. Perchè i Bresciani erano venuti all'assedio di Torricella occupata dai lor fuorusciti, mosse il marchese l'esercito de' Cremonesi per dar soccorso agli assediati, e nello stesso tempo sollecitò Eccelino a muoversi dall'altro canto. Allora Eccelino con quante forze potè di Tedeschi, e delle milizie di Verona, Feltre, Vicenza e d'altri luoghi[3418], marciò alla volta del Mincio, e, passatolo in fretta, andò ad unirsi coi Cremonesi. Intanto il legato pontificio Filippo arcivescovo di Ravenna, al primo movimento de' Cremonesi avendo chiamati in aiuto i Mantovani, che v'accorsero colla loro milizia, uscì in campagna coll'esercito bresciano e con tutti i suoi crocesignati, e andò a Corticella presso al fiume Oglio. Ma arrivata nel suo campo la nuova che Eccelino s'era accoppiato coi Cremonesi, ben conoscendo d'essere inferiore di forze, propose di ritirarsi a Gambara, e che s'aspettasse Azzo marchese d'Este, il quale a momenti dovea giugnere collo sforzo dei Ferraresi e dei suoi Stati. Parve a Biachino da Camino e ai principali Bresciani una viltà il retrocedere[3419]. Da lì a poco eccoti si veggono da lungi sventolar le bandiere di Eccelino; All'armi, all'armi. Si diede la battaglia nel dì 28 d'agosto, secondo Rolandino, ma, secondo il Monaco Padovano[3420] e Jacopo Malvezzi[3421], nel dì 30. Atterriti sul principio, in breve sbaragliati rimasero i Bresciani, e preso il legato del papa con Damiano Cossadoca vescovo eletto di Verona, Simone da Fogliano di Reggio podestà di Mantova, e molti altri nobili, e gran quantità di popolo. Nel dì seguente Cavalcante da Sala vescovo, e gli altri cittadini rimasti in Brescia, tutti sbigottiti, credendo di far cosa grata ad Eccelino, liberarono Griffo e gli altri prigioni, ma scioccamente e in propria rovina, perciocchè costoro aprirono le porte della città ad Eccelino, il qual vittorioso col marchese Oberto e Buoso da Doara ne prese il possesso. Il vescovo, i preti e gran copia d'altri cittadini guelfi si sottrassero colla fuga a quel flagello del genere umano. Aveva Eccelino, per attestato di Parisio da Cereta, nel primo dì di febbraio dell'anno presente fatto morir ne' tormenti moltissimi Veronesi, tanto nobili che plebei. Non dimenticò già egli il suo barbarico costume, giunto che fu in Brescia. Ivi ancora le carceri e le mannaie si tennero in esercizio, e le chiese spogliate, e le torri dei principali nobili per ordine suo furono spianate. Doveva essere il dominio di Brescia la metà de' Cremonesi; e infatti sul principio fu divisa la città, e l'una parte d'essa assegnata al marchese Pelavicino e a Buoso da Doara. Ma Eccelino la volea tutta, e ne trovò a suo tempo la maniera. Intanto, a riserva della terra degli Orci, tutto il territorio di Brescia venne in poter del tiranno. Per questa disavventura di Brescia, città di tanto nerbo, fu un gran dire per tutta Italia, e n'ebbe un sommo cordoglio e terrore la parte della Chiesa. Ma i giudizii di Dio sono ben diversi da quelli degli uomini, e ce ne avvedremo all'anno susseguente.

Nel dì 4 d'aprile, dell'anno presente, coll'interposizione del suddetto Filippo legato del papa, s'erano accordati insieme i nobili e popolari di Milano con istabilire una concordia, che fu appellata la pace di Sant'Ambrosio[3422]. Il Corio[3423], che ne vide lo strumento, rapporta distesamente tutte le condizioni d'essa. Ma, secondo il pessimo uso di tempi tali, durò questa ben poco. Nella festa di san Pietro di giugno, Martino dalla Torre capo del popolo cacciò di città Leone da Perego arcivescovo colla fazione de' nobili, i quali si ridussero a Cantù, e poscia andarono in soccorso de' Rusconi, potenti cittadini di Como, i quali voleano abbattere la parte contraria de' Vitani. Ma, accorso in aiuto degli ultimi il suddetto Martino con un possente corpo di Milanesi, toccò ai Rusconi di sloggiare da Como, e i Vitani ne restarono padroni. Ebbe nondimeno un'altra cagion di sospirare nell'anno presente la città di Milano. Suddita de' Milanesi era da gran tempo la nobil terra di Crema[3424]. Entrata anch'ivi la discordia fra i cittadini, i Benzoni, famiglia potente, chiamarono il marchese Oberto Pelavicino, il quale ben volentieri con cinquecento cavalli ne andò a prendere il possesso e dominio, con iscacciarne la contraria fazione. L'emulazione ancora che d'ordinario regnava fra quelle nazioni italiane, che si trovavano allora possenti in mare, e intente alla mercatura, era già passata in aperta guerra tra i Veneziani[3425] e Genovesi per accidente occorso in Accon. Il Continuatore di Caffaro[3426] descrive il principio e progresso della lite, per cui restarono aggravati i Veneziani. E quantunque s'interponesse coi suoi paterni uffizii papa Alessandro IV, e andassero innanzi e indietro lettere ed ambasciatori, pure non ne venne concordia, e continuò il mal animo dell'altra nazione. Fecero lega i Veneziani coi Pisani, Provenzali e Marsiliesi, e con gran flotta navigarono tutti in Oriente. Colà comparvero ancora con possente sforzo di galee e di navi i Genovesi. Nel dì 24 di giugno si affrontarono queste armate navali, e dopo un ostinato combattimento la vittoria si dichiarò in favore de' Veneziani e Pisani[3427], con prendere venticinque galee dei vinti. Restarono perciò i Genovesi in molto abbassamento in quelle parti, e fu distrutta in Accon la lor bellissima torre, e spogliati i lor magazzini. A queste nuove il buon papa Alessandro, considerando il grave pregiudizio che da ciò risultava agl'interessi della cristianità in Soria, rinforzò le sue premure per la pace. Intimò tosto una tregua; ottenne da' Veneziani la libertà de' prigioni, e finalmente stabilì fra questi popoli la concordia, con alcune condizioni nondimeno, che forse furono moleste ai Genovesi. Crescendo anche in Bologna[3428] ogni dì più le discordie civili, che ordinariamente nascevano dalle pazze parzialità e fazioni guelfa e ghibellina, ovvero dall'incontentabil ambizione di soprastare nel comando agli altri, in quest'anno vennero alle mani in essa città i Geremii e i Lambertazzi, famiglie delle più potenti, cadauna delle quali tirava seco il seguito d'altre nobili casate, e ne succedette la morte di molti. Quel solo che potè ottenere con tutti i suoi sforzi il podestà, fu di mettere tregua fra le parti: il che per allora sopì, ma non estinse l'incendio, che continuò poi per anni parecchi.

NOTE:

[3408] Nicolaus de Jamsilla, Hist., tom. 8 Rer. Ital.

[3409] Ricordano Malaspina, Istor., cap. 147.

[3410] Giovanni Villani, et alii.

[3411] Sabas Malaspina, lib. 1.

[3412] Matth. Paris, Hist. Angl. ad ann. 1256.

[3413] Sabas Malaspina, Histor., lib. 1, cap. 5.

[3414] Matteo Spinelli, tom. 7 Rer. Ital.

[3415] Sabas Malaspina, lib. 2, cap. 1.

[3416] Matth. Paris, ad hunc annum.

[3417] Malvecius, Chron. Brixian., tom. 14 Rer. Ital.

[3418] Rolandinus, lib. 11, cap. 9.

[3419] Paris de Cereta, Chron. Veronens., tom. 8 Rer. Ital.

[3420] Monachus Patavinus, in Chron., tom. eod.

[3421] Malvecius, Chron. Brixian., tom. 14 Rer. Italic.

[3422] Annales Mediolanenses, tom. 16 Rer. Ital., Gualvan. Flamma, in Manip. Flor., cap. 292.

[3423] Corio, Istor. di Milano.

[3424] Chronicon Placentinum, tom. 16 Rer. Ital.

[3425] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.

[3426] Caffari, Annal. Genuens., lib. 6, tom 6 Rer. Italic.

[3427] Annales Pisani, tom. 6 Rer. Ital.

[3428] Matth. de Griffonibus, Histor. Bononiens., tom. 18 Rer. Italic.

FINE DEL VOLUME IV.

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come le grafie alternative (Montevio/Montevìo e simili), correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.

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