Annali d'Italia, vol. 4 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 (part 2 of 5)
Intanto dopo la conquista della Calabria il valoroso conte Ruggieri mirava con occhio di cupidigia ed insieme di compassione la vicina misera Sicilia posta sotto il giogo degli empii Saraceni, e cominciò a meditarne la conquista[860]. La buona fortuna portò che si rifuggì presso di lui in Reggio Benhumena, ammiraglio saraceno della Sicilia, maltrattato e perseguitato da Bennameto, uno de' principi di quell'isola. Questi gli fece conoscere assai facili i progressi in Sicilia, dacchè essa era divisa fra varii signorotti mori, ed offerì il suo aiuto per l'impresa. Ruggieri adunque sul fine del carnovale dell'anno presente con soli centosessanta cavalli passò il Faro per ispiar le forze de' Mori nell'isola, diede una rotta ai Messinesi, fece gran bottino verso Melazzo e Rameta; poi felicemente si ricondusse in Calabria, dove per tutto il mese di marzo e d'aprile attese a far preparamenti per portare la guerra in Sicilia. A questa danza invitato il duca Roberto Guiscardo suo fratello[861], colà si portò con buon nerbo di cavalleria, ed anche con un'armata navale. Presentivano veramente i Mori la disposizione dei due fratelli normanni, e però accorsero da Palermo con una flotta assai più numerosa per impedire il loro passaggio. Ma l'ardito Ruggieri con cento cinquanta cavalli per altro sito passò lo Stretto, e trovata Messina con poca gente, perchè i più erano iti nelle navi moresche, se ne impadronì: il che fece ritirar le navi nemiche, e lasciò aperto il passaggio a quelle di Roberto Guiscardo, il quale colà sbarcò colle sue soldatesche. Nel testo di Gaufrido ossia Goffredo Malaterra questa sì gloriosa conquista per cui dopo 230 anni si rialberò la croce nella città di Messina, si vide riferita all'anno precedente 1060. Ma io credo fallato quell'anno, portando la serie del racconto che la presa di Messina accadesse nell'anno presente. Venne poi un grosso esercito di Mori e Siciliani, raunato da Bennameto, ad assalire il picciolo de' Normanni, ma restò da essi sbaragliato colla morte di diecimila di quegl'infedeli. Non è già vietato il credere assai meno. Diedero il sacco dipoi i due fratelli principi normanni a varie castella e contrade di quell'isola sino a Girgenti, colla presa di Traina, finchè, venuto il verno, si ritirarono a' quartieri. Se crediamo a Lupo Protospata[862], in quest'anno ancora Roberto Guiscardo s'insignorì d'Acerenza. Ma probabilmente ciò avvenne l'anno antecedente, al vedere che questo scrittore mette all'anno seguente l'innalzamento al pontificato di Alessandro II, che pure appartiene all'anno presente.
NOTE:
[852] Leo Ostiensis., lib. 3, cap. 21.
[853] Continuator Hermanni Contracti, in Chron.
[854] Petrus Damianus, Opuscul. 4.
[855] Leo Ostiensis, lib. 3, cap. 21.
[856] Baron., Annal. Ecclesiast.
[857] Cardinal. de Aragon., Vit. Alexandr. II, P. II, tom. 3 Rer. Ital.
[858] Menckenius, Rer. Germanicar., tom. 1.
[859] Galvaneus Flamma, in Politia MSta.
[860] Gaufridus Malaterra, lib. 2, cap. 1. Noweirius, in Hist. Arab. Siciliae apud Pagium.
[861] Malaterra, lib. 2, cap. 8.
[862] Lupus Protospata, in Chronico.
Anno di CRISTO MLXII. Indizione XV.
ALESSANDRO II papa 2. ARRIGO IV re di Germania e d'Italia 7.
Null'altro avea fatto nel verno di quest'anno l'antipapa Cadaloo che ammassar gente armata e danaro per passare a Roma con disegno di cacciarne il legittimo successor di san Pietro, e di farsi consecrare, se crediamo al continuator d'Ermanno Contratto[863]. Alcuni il pretendono già ordinato papa, perchè vescovo egli era, e che avesse assunto il nome di Onorio II, ma ne mancano le prove. E s'egli non mutò nome, segno è che neppur fu colle cerimonie ordinato pontefice. Con tali forze arrivò Cadaloo a Roma nel dì 14 di aprile (Benzone scrive che vi giunse VIII kalendas aprilis), e si accampò coll'esercito suo nei prati di Nerone. Nella Vita di papa Alessandro II, a noi conservata dal cardinal d'Aragona[864], troviamo che molti capitani e nobili romani guadagnati coll'oro si dichiararono del partito di Cadaloo; ciò vien confermato da Leone Ostiense[865] e dall'autore di un'altra Vita di esso papa Alessandro[866], da cui impariamo che molti giorni dopo la esaltazion di esso papa, Romani, quorum mala consuetudo semper fuit, eum odio habere coeperunt, e furono essi gl'incitatori della venuta di Cadaloo. Uno de' principali, ma volpe vecchia, era Pietro di Leone, la cui famiglia fece anche dipoi gran figura in Roma. Da Benzone[867] è chiamato Giudeo: il che probabilmente vuol dire che era nato tale, ma poi fatto cristiano. Non mancavano in Roma a papa Alessandro degli aderenti ed affezionati, e verisimilmente aveva egli anche procurato degli aiuti da Riccardo principe di Capua. Si venne dunque ad una battaglia, che riuscì sanguinosa, e finì colla peggio della fazione del legittimo papa. Poco nondimeno durò l'allegrezza di Cadaloo, perchè chiamato a Roma Gotifredo duca di Toscana, comparve colà in aiuto del pontefice Alessandro con sì numerose squadre e forze tali, che restò come assediato l'antipapa; e se volle uscirne salvo, gli convenne adoperar preghiere e grossi regali col duca, il quale si contentò di lasciargli aperta la porta per tornarsene libero, ma spogliato e colla testa bassa, a Parma. Benzone descrive a lungo questi fatti, ma se con fedeltà, nol saprei dire. Certamente da san Pier Damiano vien sospettato che il duca Gotifredo non operasse con tutta lealtà ed onoratezza o in questa o nelle seguenti congiunture. All'incontro Benzone scrive che il medesimo duca fece venire i Normanni a Roma a difesa del papa; Camerinum et Spoletum invasit (il che è degno d'attenzione), plures Comitatus juxta mare tyrannice usurpavit. Per totam Italiam, quos voluit, ad regis inimicitias incitavit. Aggiugne inoltre, essere egli stato quegli che mosse Annone arcivescovo di Colonia a rapire il giovinetto re Arrigo. E Lamberto da Scafnaburgo[868] osserva, come fosse scandaloso il vedere che laddove anticamente si fuggivano i vescovati, ora si faceano battaglie, e si spargeva il sangue cristiano per conseguirli: e vuol dire del papato. Ho detto che Annone rapì Arrigo IV. Intorno a che si ha da sapere che fin qui esso re era stato sotto il governo dell'imperadrice Agnese, la quale regolava gli affari unicamente coi consigli di Arrigo vescovo di Augusta, personaggio ben accorto, che, ad esclusion degli altri pretendenti, avea saputo introdursi nella grazia di lei. Era savia, era pia principessa Agnese: tuttavia non potè schivar la maldicenza degli altri principi invidiosi della fortuna del vescovo augustano, perchè sparsero voce d'illecita familiarità fra lei e quel prelato. Il perchè Annone arcivescovo di Colonia, col consenso di molti altri principi, tolse all'Augusta madre il giovinetto Arrigo, ed assunse colla di lui tutela il governo degli Stati. La maniera da lui tenuta per far questo colpo la sapremo fra poco, richiedendo ora la voce sparsa contro l'onor dell'imperadrice Agnese, che io premunisca i lettori con avvertirli della malvagità che allora più che mai era in voga. Facile è l'osservare che i tempi di guerra son tempi di bugie; ma non si può dire abbastanza, quanto larga briglia si lasciasse in queste e nelle seguenti discordie fra il sacerdozio e l'imperio, alla bugia, alla satira, alla calunnia. Le più nere iniquità s'inventarono e sparsero dei papi, de' cardinali, de' vescovi da chi era loro contrario; ed altre vicendevolmente si spacciarono dai mal affetti contra di Arrigo IV e di tutti i suoi aderenti. Però sta ai prudenti lettori il camminar qui con gran riguardo, prestando solamente fede a ciò che si trova patentemente avverato dalla misera costituzion d'allora.
Nè già si può fallare in credendo che Arrigo IV si scoprì col tempo principe d'indole cattiva, incostante e violento, e che tutti i vizii presero in lui gran piede per qualche difetto della madre, ma più per l'educazion seguente; e che la vendita de' vescovati, delle abbazie e dell'altre chiese, cioè la simonia, era un mercato ordinario di que' sì sconcertati tempi, per colpa specialmente della corte regale di Germania, in cui più potea l'amore dell'oro che della religione, e troppo regnava l'abuso, non però nato allora, di uguagliar lo spirituale al temporale. Ora, o sia che i maneggi segreti della corte di Roma, o quei del duca Gotifredo disponessero in Germania un ripiego per liberar la Chiesa dalla vessazione dell'indegno Cadaloo; oppure che il suddetto Annone arcivescovo, prelato tenuto in concetto di santa vita, con altri principi lo trovasse ed eseguisse, per mettere fine allo scisma: certo è, che in quest'anno, essendo ito esso arcivescovo pel Reno a visitare il re Arrigo, giovane allora di circa tredici anni, dopo il desinare l'invitò a veder la nave suntuosissima che l'avea condotto colà. Vi andò, di nulla sospettando il semplice giovanetto, ed entrato che fu, si diede tosto di mano ai remi. Sorpreso da quest'atto il picciolo re, temendo che il conducessero a morire, si gettò nel fiume; ma fu salvato dal conte Ecberto, che saltò anche esso nell'acqua. Su quella nave adunque pacificato con carezze fu condotto a Colonia, dove restò sotto il governo di quel saggio prelato, al quale dai principi ne fu accordata la tutela. L'imperadrice Agnese, trafitta da questo inaspettato colpo, e ravveduta de' falli commessi in patrocinar l'antipapa, determinò di dare un calcio al mondo, e passando dipoi a Roma, accettò la penitenza che le fu data da papa Alessandro II. Per testimonianza di san Pier Damiano[869], non tardò l'arcivescovo di Colonia Annone a dare, per quanto era in sua mano, la pace alla Chiesa; perciocchè, raunato un concilio in Osbor, dove intervennero lo stesso re Arrigo e una gran copia di vescovi oltramontani ed italiani, nello stesso dì 28 di ottobre, in cui Cadaloo era stato nell'anno precedente eletto contro i canoni papa, fu egli anche deposto, o, per dir meglio, riprovato e condannato. Avea precedentemente il medesimo Pier Damiano scritta una lettera di fuoco al predetto Cadaloo, chiudendola con alcuni versi, e dicendo in fine[870]: Diligenter igitur intende, quod dico:
Fumea vita volat, mors improvisa propinquat, Imminet expleti praepes tibi terminus aevi. Non ego te fallo: caepto morieris in anno.
Visse anche dopo l'anno predetto Cadaloo. Pier Damiano, veggendo che non avea colto nella predizione, cercò uno scampo, con dire ch'egli s'era inteso della morte civile, cioè della di lui deposizione, e non già della morte naturale. Se i suoi versi ammettano tale scappata, non tocca a me il giudicarne. Certo confessa egli che per questo gli fecero le risa dietro i suoi avversarii. Levò ancora esso arcivescovo Annone il posto di cancelliere d'Italia a Guiberto, che parimente col tempo divenne arcivescovo di Ravenna ed antipapa, e lo diede a Gregorio vescovo di Vercelli, uomo nondimeno macchiato anch'esso di vizii: il che fa conoscere che il re Arrigo, benchè non per anche coronato in Italia, pur ci era riconosciuto per padrone.
Non so io già se in questi tempi sia ben regolata la cronologia di Lupo Protospata. Ben so aver egli scritto[871] che Roberto Guiscardo duca s'impadronì in quest'anno della città d'Oria, e di nuovo prese Brindisi, e lo stesso miriarca (forse il suo governatore). È da vedere ancora, se appartenga all'anno presente, come ha il testo di Gaufrido Malaterra[872] la discordia insorta fra esso duca Roberto e il conte Ruggieri. Benchè Roberto promesso avesse ad esso suo fratello di cedergli la metà della Calabria, pure non si veniva mai a questa sospirata cessione. A riserva di Melito, che era in man di Ruggieri, in tutto il resto delle conquiste l'ambizioso ed insaziabil Roberto la facea da signore. Però Ruggieri, presa occasione dal recente suo matrimonio, fece istanza a Roberto per l'esecuzion delle promesse, affine di poter dotare decentemente la nuova sua sposa Erimberga, chiamata da altri Delizia, o Giuditta. Ricavandone solo parole, e non fatti, si ritirò forte in collera da lui, e gli intimò la guerra, se in termine di quaranta giorni nol soddisfacea. La risposta che gli diede Roberto, fu di portarsi coll'armata ad assediarlo in Melito. Ma con tutte le prodezze fatte dall'una e dall'altra parte, nulla profittò Roberto. Anzi Ruggieri, uscito una notte di Melito, gli occupò la città di Gierace per trattato fatto con quei cittadini. Allora Roberto tutto fumante d'ira corse all'assedio di Gierace; e siccome personaggio d'incredibile ardire, una notte ben incappucciato (che già era in uso il cappuccio anche fra i secolari) segretamente fu introdotto nella città da uno di questi potenti cittadini per nome Basilio. Per sua disavventura restò scoperto, e preso a furia di popolo; vide poco di poi trucidato Basilio, impalata sua moglie, e si credeva anch'egli spedito. Con belle parole gli riuscì di fermar la furia del popolo, e fu cacciato in prigione. Ne andò la nuova all'esercito suo; ma non sapendo che si fare i suoi capitani per liberarlo, miglior consiglio non seppero trovare che di spedirne incontanente l'avviso al conte Ruggieri, scongiurandolo che accorresse per salvare il fratello. Non si fece pregare il magnanimo Ruggieri; corse tosto co' suoi a Gierace, e chiamati fuor della città i capi, tanto disse colle buone e colle minaccie, che fece rimettere in libertà il fratello. Questo accidente e la costanza di Ruggieri produsse buon effetto, perchè dopo qualche tempo Roberto gli accordò il dominio della metà della Calabria. Passò dipoi Ruggieri in Sicilia, dove essendosi ribellato da lui il popolo di Traina, fece delle maraviglie di patimenti e di bravure contra di quei cittadini e dei Saraceni accorsi in loro aiuto, tantochè ne riacquistò veramente la signoria. Crede Camillo Pellegrini[873] che Riccardo I conte di Aversa, figliuolo di Ascilittino normanno, e non già fratello di Roberto Guiscardo duca, come immaginarono il Sigonio e il padre Pagi all'anno 1074, occupasse fin l'anno 1058 il principato di Capoa, citando sopra di ciò l'Ostiense[874]. A quell'anno ancora nella Cronichetta amalfitana[875] è scritto che Riccardo fu creato principe di Capoa insieme con suo figlio Giordano. Certo è bensì che Niccolò II papa nell'anno 1059, gli concedette l'investitura di quel principato, ma non apparisce che ne fosse allora totalmente in possesso. Imperciocchè è da sapere che, secondo il suddetto Ostiense, invogliatosi tempo fa Riccardo di quella bella contrada, messo l'assedio a Capoa, vi fabbricò tre bastie all'intorno. Ma Pandolfo V principe, che v'era dentro, collo sborso di settemila scudi d'oro l'indusse a ritirarsene. Mancato poi di vita esso Pandolfo (non so in qual anno), e succedutogli Landolfo V suo figliuolo, eccoti di nuovo Riccardo colle sue armi sotto Capoa. Tanto la strinse, che si venne nell'anno presente ad una capitolazione, per cui Landolfo se n'andò via ramingo, e i cittadini riceverono per loro principe Riccardo, ma con ritenere in lor potere le porte e le torri della città. Dissimulò per allora l'accorto Riccardo, e contentossi di questo. Poi rivolte le sue armi all'acquisto delle città e castella di quel principato, gli riuscì nello spazio di quasi tre mesi d'insignorirsi di tutto. Ciò fatto, intimò a' Capuani la consegna delle torri e porte, e perchè gliela negarono, strettamente assediò quella città. Spedirono bensì i Capuani al re Arrigo in Germania il loro arcivescovo per ottener soccorso; ma non avendo egli riportato se non parole, furono dalla fame astretti a far le voglie di Riccardo, anno dominicae Incarnationis MLXII quum jam per decem circiter annorum curricula Normannis viriliter repugnassent. Però, quantunque esistano più diplomi di questo principe, da' quali costa aver egli assunto fin dall'anno 1058, o 1059, il titolo di principe di Capoa, con associar ancora Giordano I suo figliuolo al dominio; nientedimeno solamente in quest'anno egli ottenne la piena e libera signoria di quel principato. Così cessò di regnare anche ivi la schiatta de' principi longobardi, e sempre più crebbe la potenza de' principi normanni. Da lì a poco, attaccatosi una notte il fuoco alla città di Tiano, probabilmente con premeditato consiglio, v'accorse nel mattino seguente Riccardo, e colla fuga di que' conti se ne impossessò. Parimente scrive Romoaldo Salernitano[876] che in quest'anno esso principe intravit terram Campaniae, obseditque Ceperanum, et usque Soram devastando pervenit. Ci ha conservata l'autore della Cronichetta amalfitana[877] una notizia; cioè che, per ordine dell'imperadore, Gotifredo marchese e duca di Toscana col suo esercito venne contra di Riccardo, e che seguirono fra loro varii fatti d'armi presso di Aquino, in guisa tale che fu obbligato Gotifredo a tornarsene indietro con poco suo gusto e men guadagno.
NOTE:
[863] Continuator Hermanni Contracti, in Chron.
[864] Card. de Aragon., Vit. Alexandri II, P. I, tom. 3 Rer. Ital.
[865] Leo Ostiensis, lib. 3, cap. 21.
[866] Vit. Alexandri II, P. II, tom. 3 Rer. Ital.
[867] Benzo, in Panegyric. Henrici IV, tom. 1 Rer. Germ., Menchenii.
[868] Lambertus Schafnaburgensis, in Chron.
[869] Petrus Damian., Opusc. 4 et in Opusc. 18.
[870] Petrus Damian., lib. 1, Epist. 20, et in Opusc. 18.
[871] Lupus Protospata, in Cronico.
[872] Gaufrid. Malaterra, lib. 2, cap. 21.
[873] Camillus Peregrinius, Hist. Princip. Langobard.
[874] Leo Ostiensis, Chron., lib. 3, cap. 16.
[875] Antiquit. Ital., tom. 1, pag. 213.
[876] Romualdus Salernitanus, Chron., tom. 7 Rer. Ital.
[877] Antiquit. Ital., tom. 1, pag. 213.
Anno di CRISTO MLXIII. Indizione I.
ALESSANDRO II papa 3. ARRIGO IV re di Germania e d'Italia 8.
Fioriva in questi tempi Giovanni Gualberto abbate, istitutore de' monaci di Vallombrosa[878], personaggio di sommo credito per la santità de' suoi costumi, non meno entro che fuori della Toscana. Era stato creato vescovo di Firenze Pietro di nazione pavese; e perciocchè allora dappertutto faceva grande strepito il vizio della simonia, i monaci vallombrosani, sospettando ch'egli fosse entrato nella sedia episcopale mediante il danaro, cominciarono a diffamarlo per simoniaco, e mossero un gran tumulto nel popolo di quella città. Andrea monaco genovese[879] lasciò scritto, che portatosi da Roma a Firenze Teuzone Mezzabarba per visitare il vescovo suo figliuolo, i furbi Fiorentini con interrogazion suggestiva gli dimandarono, quanto avesse pagato per ottener la mitra a Pietro; e che il buon Lombardo confessasse di avere speso tremila libbre in regalo al re Arrigo IV per sortire il suo intento. Ma avendo questo monaco scritta quella vita nell'anno 1419, siccome osservò il padre Guglielmo Cupero della compagnia di Gesù, e nulla di questa importante particolarità parlando gli autori più antichi, si può ben sospenderne la credenza. Era dubbiosa la simonia di quel vescovo, e tale non sarebbe stata se si fosse potuto allegar la confession di suo padre. Certo è che i monaci suscitarono fieramente il popolo contra del vescovo, e andarono sì innanzi, che san Pier Damiano mosso dal suo zelo impugnò la penna contra di loro. Anche il duca Gotifredo sosteneva il vescovo e minacciava di far ammazzare e monaci e cherici che contrariassero a quel prelato, e gli levassero l'ubbidienza. Fu inviato appunto colà dal pontefice Alessandro esso santo Pier Damiano per procurar di estinguere un sì pericoloso incendio. In vece di pacificar gli animi di quella gente, diede ansa a que' monaci di sparlare anche di lui, quasichè fosse fautore de' simoniaci, e specialmente gli tagliò i panni addosso uno dei più arditi di loro per nome Teuzone, ubbriaco di uno zelo indiscreto. Ma qui non finì la faccenda, siccome vedremo. Benchè in Germania fosse stato riprovato l'antipapa Cadaloo, pure costui non si arrendeva in Italia. Anzi nell'anno presente, raunata nuova gente e dei buoni contanti, spalleggiato dai vescovi allora sregolati della Lombardia, si avviò di nuovo alla volta di Roma, sperando maggior fortuna che nell'anno precedente[880]. Ci fu sospetto che Gotifredo duca di Toscana segretamente il favorisse. Certo è che non gli mancarono assistenze in Roma stessa, perchè molti de' nobili romani si dichiararono per lui. Gli fu dunque aperto l'adito nella città leonina; anzi dicono che gli fu consegnata anche la fortezza di Castel Sant'Angelo. Tempore post alio quorumdam ex urbe ope et Consilio Romam, quam novam perhibent, ingressus, conscendit arcem Crescentii: così ancora Arnolfo storico milanese[881], che allora scriveva le storie sue. Ma ciò pare che succedesse in altra forma, siccome dirò. Sappiamo bensì ch'egli s'impadronì al suo arrivo della basilica vaticana, ma non già resta notizia ch'egli vi prendesse colle cerimonie il manto papale, secondo il costume; perchè appena s'udì in Roma come egli v'era entrato, che la mattina seguente diede alle armi il popolo romano, e corso colà in furia, tal terrore cacciò in corpo ai soldati di lui, che presero vilmente la fuga, e lasciarono il loro idolo solo soletto. Sarebbe caduto Cadaloo in mano de' Romani, se non fosse stato Cencio figliuolo del prefetto di Roma, uomo di perduta coscienza, che allora l'accolse nella fortezza di Crescenzio, cioè in Castello Sant'Angelo, e gli promise assistenza. Quivi restò l'antipapa assediato dai Romani per ben due anni, con sofferirvi stenti ed affanni incredibili: degno pagamento della smoderata ed empia sua ambizione. Un concilio di cento vescovi fu in quest'anno tenuto da papa Alessandro II, dove furono fatti varii decreti contra de' simoniaci e de' preti concubinarii. Ne esistono alcuni atti presso il cardinal Baronio[882] e nelle raccolte de' concilii.
Intanto in Germania crescevano gli abusi, profittando ogni prepotente dell'età immatura del re Arrigo IV[883]. L'educazione di lui fu sul principio appoggiata agli arcivescovi di Colonia e Magonza, cioè ad Annone e Sigefredo. Ma loro tolse la mano Adelberto arcivescovo di Brema, che coll'arte dell'adulazione si rendè arbitro del giovanetto re, ed occupò in tal maniera due delle migliori abbazie di Germania. Per far poi tacere gli altri, due ancora ne diede all'arcivescovo di Colonia, che non si fece scrupolo di questo, ed una a quel di Magonza, ed altre ai duchi di Baviera e di Suevia, cioè ad Ottone e Ridolfo. Così mal allevato il re, non è maraviglia se andò crescendo in que' vizii che tanto diedero poi da sospirare ai buoni. Secondochè abbiamo da Lupo Protospata[884], in quest'anno Roberto Guiscardo duca di Puglia e Calabria tolse ai Greci la città di Taranto. Ma neppure stava in ozio il valoroso conte Ruggieri di lui fratello in Sicilia. Per attestato del Malaterra[885], in questo medesimo anno formarono i Musulmani mori e i Siciliani un potente esercito, e vennero ad accamparsi presso al fiume Ceramo. Erano circa trenta cinque mila, e il conte non avea che cento trenta sei cavalli, ossieno pedoni, da opporre a sì gran piena di gente. Contuttociò, implorato l'aiuto di Dio e spedito innanzi Serlone suo nipote, diede loro addosso, e in poco d'ora mise in iscompiglio e fuga quegl'infedeli. Fu detto che comparve un uomo di rilucenti armi guernito sopra bianco cavallo, con bandiera bianca sopra d'un'asta, che si cacciò dove erano più folte le schiere de' nemici, e fu creduto san Giorgio. Quindici mila di coloro rimasero estinti sul campo; nel dì seguente volarono i Cristiani alla caccia di venti mila pedoni, che s'erano salvati colla fuga nelle montagne e nelle rupi, e per la maggior parte gli uccisero. Si può ben temere che Gaufrido Malaterra monaco, il quale solamente per relazione altrui scrisse queste cose dopo molti anni, si lasciasse vendere delle favole popolari in formar questo racconto che ha troppo dell'incredibile, ed egli perciò se volle concepirlo, fu obbligato a ricorrere ai miracoli. La vittoria nondimeno è fuor di dubbio; le spoglie de' nemici furono senza misura; e il conte avendo trovato fra esse quattro cammelli, li mandò in dono a papa Alessandro, il quale si rallegrò assaissimo di così prosperosi avvenimenti contra de' nemici della croce, e spedì anch'egli a Ruggieri la bandiera di san Pietro, per maggiormente animarlo a proseguir quell'impresa. Trafficavano in questi tempi i mercatanti pisani in Sicilia, massimamente in Palermo, città capitale, piena allora di ricchezze. Avendo essi ricevute varie ingiurie da que' Mori, raunarono una possente flotta per farne vendetta, ed esibirono la loro alleanza al conte Ruggieri per assediar Palermo, essi per mare, ed egli per terra. Ma perciocchè non potè così presto Ruggieri accudire a quell'impresa, a vele gonfie andarono ed urtar nella catena che serrava il porto di Palermo, e la ruppero. Entrati nel porto, se crediamo agli Annali pisasi[886], Civitatem ipsam ceperunt. Ma ciò non sussiste. Il Malaterra ci assicura essere accorsa tanta moltitudine di Musulmani e cittadini per difesa della città, che i Pisani, contenti di portar via, come in trionfo, la catena spezzata, se ne tornarono a casa. Egli è bensì fuor di dubbio ch'essi, trovate in quel porto sei navi di ricco carico, cinque ne diedero alle fiamme, e la più ricca seco menarono a Pisa, del cui immenso tesoro si servirono dipoi per dar principio alla magnifica fabbrica del loro duomo. Di questa gloriosa impresa resta tuttavia la memoria in versi, incisa in marmo nella facciata di quel maestoso tempio, che si legge stampata presso molti scrittori. Nè quivi si parla della presa della città di Palermo, ma sì ben delle navi bruciate, e della ricchissima menata via: con aggiugnere, che sbarcati dipoi i Pisani fuor di Palermo, vennero alle mani coll'armata de' Saraceni, e ne fecero un gran macello; dopo di che, alzate le ancore, se ne tornarono tutti festeggianti a Pisa. Andò poscia il conte Ruggieri con dugento soldati, ossieno cavalli, a bottinare verso la provincia di Grigenti: che questo era il suo mestiere, per poter pagare ed alimentar la sua gente. Parte dei suoi cadde in un'imboscata di settecento Mori, che loro tolse la preda, e li mise in fuga. Ma sopraggiunto Ruggieri, sbaragliò i nemici, e ricuperata la preda, allegramente la condusse a Traina. Dovette in quest'anno Riccardo, principe normanno di Capoa, insignorirsi ancora della città di Gaeta, perchè da lì innanzi egli e Giordano suo figliuolo nei diplomi si veggono intitolati duchi di Gaeta.
NOTE:
[878] Andreas Parmensis, in Vit. S. Johann. Gualberti. Acta Sanctorum Bolland. ad diem 12 Julii.
[879] Andreas Januensis, in Vit. S. Johaan. Gualberti.
[880] Cardinal. de Aragon., in Vita Alexand. II, P. I, tom. 3 Rer. Ital. Leo Ostiensis, Chron., lib. 3, cap. 20.
[881] Arnulf., Hist. Mediolanensis., lib. 3, c. 17.
[882] Baron., Annal. Eccl.
[883] Lambertus Schafnaburgensis, in Chron.
[884] Lupus Protospata, in Chronico.
[885] Annal. Pisani, tom. 6 Rer. Ital., pag. 168.
[886] Gaufrid. Malaterra, lib. 2, cap. 33.
Anno di CRISTO MLXIV. Indizione II.
ALESSANDRO II papa 4. ARRIGO IV re di Germania e d'Italia 9.
Fu creduto in addietro che correndo quest'anno, Annone arcivescovo di Colonia fosse spedito a Roma per terminare lo scisma, e che susseguentemente fosse tenuto il famoso concilio di Mantova, in cui seguì la total depressione di Cadaloo. Ma Francesco Maria Fiorentini[887], e poscia più profondatamente il padre Pagi[888], han dimostrato doversi riferire all'anno 1067 tali fatti. Perchè nulladimeno Lamberto da Scafnaburgo[889] parla sotto quest'anno dell'andata di esso Annone a Roma, fu il Pagi d'avviso che due volte egli imprendesse tal viaggio, l'una in questo e l'altra nell'anno suddetto. Ma il racconto di Lamberto, se si avesse da attendere, porterebbe che Annone fosse venuto molto prima di questo anno, dacchè egli successivamente narra che Cadaloo, dopo la partenza di Annone in Italia, tentò la sua fortuna colle armi contra di papa Alessandro. Nè ci resta vestigio di azione alcuna fatta in questa prima pretesa venuta di Annone. Però, quanto a me, credo che questo scrittore imbrogliasse qui il suo racconto, e che non s'abbia a credere se non un sol viaggio di lui, del quale, parleremo all'anno 1067. E tanto più perchè tuttavia seguitarono in quest'anno i Romani a tener bloccato e ristretto Cadaloo in Castello Sant'Angelo. Se fosse venuto a Roma Annone con commissioni del re, avrebbe messo fine a quella gara. Per le notizie che accenna il suddetto Fiorentini, veniamo in cognizione che papa Alessandro, il quale, imitando gli ultimi suoi predecessori, riteneva tuttavia il vescovato di Lucca, si portò nel presente anno a visitar quella chiesa, e quivi si fermò per più mesi. Tolomeo lucchese, vescovo di Torcello[890], racconta una particolarità degna d'osservazione: cioè che questo papa per maggior sua sicurezza si ritirò in tempi tali a Lucca, con accordar varii privilegii alla medesima città. Nam primo tribuit ei bullam plumbeam pro sigillo communitatis, ut habet dux Venetorum (l'usavano anticamente anche altri principi). Ecclesiam sancti Martini (cattedrale di Lucca) speciali decorat gratia, ut canonicos dictae Ecclesiae mitratos habeat in processione regulari, et sicut cardinales incedant, sicut Ravennae, et ecclesiae sancti Jacobi, quae Compostellana vocatur. Ampliò Benedetto XIII papa in questi ultimi tempi la dignità di quella chiesa con dare il titolo di arcivescovo al suo sacro pastore. In quest'anno ancora Domenico Contareno, intitolato Dei gratia Venetiae Dalmatiaeque dux, imperialis magister[891], insieme con Giovanni abbate del monistero dei santi Ilario e Benedetto, situato in territorio olivolensi super flumen, quod dicitur Hune, concede l'avvocazia di quel sacro luogo ad Umberto da Fontannive. Dal che si raccoglie che Olivolo, città una volta episcopale, era in terra ferma. In quest'anno ancora Adelasia ossia Adelaide marchesana di Susa, e vedova di Oddone ossia Ottone marchese, fondò il monistero di santa Maria di Pinerolo per l'anima sua[892], et Manfredi marchionis genitoris mei, et Adalrici episcopi Barbani mei, et Bertae genitricis meae, et anima domni Oddonis marchionis viri mei, cujus exitus sit mihi luctus, ec. Lo strumento fu stipulato anno Domini nostri Jesu Christi MLXIV, octavo die mensis septembris nella città di Torino. Perchè non avea per anche Arrigo IV re ricevuta la corona, perciò di lui non si fa memoria nè in questo documento, nè in molti altri d'Italia. Abbiamo poi da Lupo Protospata[893] che in quest'anno la città di Matera venne alle mani del duca Roberto Guiscardo nel mese d'aprile. Passò egli dipoi con alquante soldatesche in Sicilia in aiuto del conte Ruggieri suo fratello. Uniti amendue scorsero senza contrasto l'isola depredando il paese, e piantarono l'assedio a Palermo. Gran guerra fecero alla lor gente le tarantole, e dopo aver consumato tre mesi inutilmente sotto quella città, si ritirarono, ma ricchi assai di bottino.
NOTE:
[887] Fiorentini, Memorie di Matilde, lib. 1.
[888] Pagius, Crit. ad Annal. Baron.
[889] Lambertus Schafnaburgensis, in Chron.
[890] Ptolomaeus Lucensis, Annal. et Hist. Eccl., lib. 19, tom. II Rer. Ital.
[891] Antiquit. Italic., Dissert. LXIII.
[892] Guichenon, Hist. Eccl.
[893] Lupus Protospata, in Chron.
Anno di CRISTO MLXV. Indizione III.
ALESSANDRO II papa 5. ARRIGO IV re di Germania e d'Italia 10.
Dopo aver sofferto l'antipapa Cadaloo infiniti incomodi ed affanni per due anni nel Castello di Sant'Angelo, perchè ivi assediato sempre o bloccato dai Romani, forse perchè si slargò il blocco, o altra via per fuggire se gli aprì, cercò nell'anno presente di mettersi in libertà[894]. Ma gli convenne comperarla con trecento libbre d'argento da quel medesimo Cencio figliuolo del prefetto di Roma, che fin allora lo avea salvato dalle mani del popolo romano con ricoverarlo in quella fortezza. Però svergognato segretamente ne uscì; e malconcio di sanità e senza soldi con un semplice ronzino e un solo famiglio, tanto cavalcò, che arrivò a Berceto sul Parmigiano, nè più gli venne voglia di veder le acque del Tevere. Racconta Leone Ostiense[895] che circa questi tempi Barasone uno dei re della Sardegna fece istanza a Desiderio cardinale ed abbate di Monte Casino, per aver dei monaci da fondare un monistero nelle sue contrade. Lo zelantissimo abbate sopra una nave di Gaeta v'inviò dodici dei suoi religiosi con un abbate, ben provveduti di sacri arnesi, di libri, di reliquie e d'altre suppellettili. Ma i Pisani, maxima Sardorum invidia ducti, presero e bruciarono quella nave, e tutto tolsero ai poveri monaci. Ci fa ben vedere questo fatto che i Pisani non per anche signoreggiavano in Sardegna. Barasone ne dimandò, e n'ebbe soddisfazion da loro; dopo di che ottenne due altri monaci da Monte Casino, co' quali fondò un monistero. Altrettanto fece un altro re di quell'isola chiamato Torchitorio, colla fondazione di un altro monistero. Poscia il papa e il duca Gotifredo tanto operarono, che i Pisani soddisfecero al monistero casinense, e gli promisero in avvenire rispetto ed amicizia. L'aver taluno creduto che solamente nel secolo seguente i giudici della Sardegna prendessero il titolo di re, viene smentito da questi atti e da altre pruove da me recate nelle Antichità italiane[896]. Un altro fatto vien raccontato da esso Ostiense che ci servirà a far conoscere la diversità delle cose umane. Perchè erano nati degli sconcerti nel monistero dell'isola di Tremiti, dipendente dal nobilissimo di Monte Casino, il saggio e santo abbate Desiderio ne levò via Adamo abbate, e diede quell'abbazia a Trasmondo figliuolo di Oderisio conte di Marsi. Furono imputati quattro monaci tremitensi dai lor compagni di aver tentata la ribellion di quell'isola. Di più non ci volle perchè il giovane Trasmondo abbate facesse cavar gli occhi a tre d'essi, e tagliar ad uno la lingua. Al cuore dell'abbate casinense Desiderio, uomo pieno di mansuetudine e di carità, fu una ferita la nuova di questo eccesso, sì per la disgrazia di chi avea patito, come per la crudeltà di chi avea dato quell'ordine, e principalmente poi per l'infamia di quel sacro luogo. Però frettolosamente accorse colà, mise sotto aspra penitenza Trasmondo, e poscia il cacciò di colà. Ma quel che è da stupire, diverso fu il sentimento d'Ildebrando cardinale ed arcidiacono allora della santa romana Chiesa, che fu poi papa Gregorio VII. Sostenne egli che Trasmondo aveva operato non da crudele, ma da uomo di petto, non aver trattato, come sel meritavano, que' maligni; e gli conferì anche in premio una migliore abbazia, cioè la casauriense; anzi da lì a non molto il fece ancora vescovo di Balva. Era allora il cardinale Ildebrando il mobile principale della corte pontificia. Nulla si facea senza di lui, anzi pareva che tutto fosse fatto da lui: tanto era il suo senno, l'attività e zelo, con cui operava, benchè fosse assai piccolo di statura, e l'apparenza del corpo non rispondesse alla grandezza dell'animo. Giacchè il cardinal Baronio[897] non ebbe difficoltà a produrre alcuni acuti versi di san Pier Damiano, neppur io l'avrò per qui replicarli. Così egli scriveva al medesimo Ildebrando, suo singolare amico:
Papam rite colo, sed te prostatus adoro. Tu facis hunc Dominum: Te facit ille Deum.
In un altro distico, anche più pungente, dice dello stesso Ildebrando.
Vivere vis Romae? clara depromito voce: Plus Domino, papae, quam domno pareo papae.
Il che ci fa conoscere, chi fosse allora il padrone di nome, e chi di fatti in Roma.
Fu in quest'anno fatto cavaliere il re Arrigo IV[898], cioè ricevette egli l'armi militari dalle mani dell'arcivescovo di Brema con quella solennità che era da molti secoli in uso, e durò molti altri dappoi. E fin d'allora si scoprì il suo mal talento contra di Annone arcivescovo di Colonia, perchè gli stava sempre davanti gli occhi il pericolo corso, allorchè quel prelato il rapì alla madre. Ma per buona fortuna essa sua madre, cioè l'imperadrice Agnese, avendo fatta una scappata da Roma in Germania, quetò per allora l'animo vendicativo del figliuolo. Attesero nell'anno presente[899] i due fratelli normanni Roberto duca e Ruggieri conte ad espugnare qualche castello che tuttavia si sottraeva al loro dominio nella Calabria. Costò loro quattro mesi l'assedio del solo di Argel, e convenne in fine ammettere quegli abitanti ad una discreta capitolazione. In questi tempi il sopraddetto insigne abbate di Monte Casino e cardinale Desiderio attese indefessamente a fabbricar una suntuosa basilica in quel sacro luogo[900]: al quale fine chiamò dalla Lombardia, da Amalfi e da altri paesi, e fin da Costantinopoli, dei valenti artefici di musaici, di marmi, d'oro, di argento, di ferro, di legno, di gesso, di avorio e d'altri lavorieri: il che servì ancora ad introdurre o a propagar queste arti in Italia. Troviamo eziandio che nell'anno presente seguitava la città di Napoli a riconoscere la sovranità dei greci Augusti, ciò apparendo da una concession di beni[901] fatta da Giovanni II arcivescovo di quella città, e da Sergio V, il quale si vede intitolato eminentissimus cousul et dux, atque Domini gratia magister militum. Lo strumento fu stipulato imperante domino nostro duce Constantino magno imperatore, anno quinto, die XXII mensis julii, Indictione tertia, Neapolis. Se tali note non son fallate, prima di quel che credette il padre Pagi[902], Costantino duca ascese sul trono di Costantinopoli. A quest'anno ancora appartiene un placito pubblicato dal Campi[903], e tenuto nel dì primo di luglio in Piacenza nella corte propria di Rinaldo messo del signor re, dove in judicio residebat domnus Dionisius episcopus sanctae placentinae ecclesiae, et comes vius comitatu placentino, sive missus domni regis una cum domnus Cuniberto episcopus sanctae taurinensis ecclesiae, ec. Serva ancora questo atto a comprovare il dominio del re Arrigo, tuttochè non per anche coronato, in Italia; e che anche il vescovo di Piacenza, al pari di tanti altri prelati, era divenuto conte, cioè governatore della sua città.
NOTE:
[894] Cardinal. de Aragon., in Vit. Alexandri II.
[895] Leo Ostiensis, Chron., lib. 3, cap. 23.
[896] Antiquit. Italic., Dissert. V et XXXII.
[897] Baron., Annal. Eccles. ad ann. 1061.
[898] Lambertus Schafnaburgensis, in Chron.
[899] Gaufridus Malaterra, lib. 2, cap. 37.
[900] Leo Ostiensis, Chron., lib. 3, cap. 18 et seq.
[901] Antiquit. Italic., Disset. V.
[902] Pagius, ad Annal. Baron.
[903] Campi, Istor. di Piacenza, tom. 1 Append.
Anno di CRISTO MLXVI. Indizione IV.
ALESSANDRO II papa 6. ARRIGO IV re di Germania e d'Italia 11.
Dimenticossi ben presto Riccardo principe di Capoa d'essere vassallo della santa Sede, e di aver giurata fedeltà ad essa sotto papa Niccolò II. Egli, a guisa degli altri principi normanni, che mai non si quetarono finchè non aveano assorbito chi stava loro vicino, e dopo ciò pensavano ad ingoiar gli altri, a' quali s'erano appressati: veggendo che tutto gli andava a seconda, cominciò anche a stendere le sue conquiste sopra le terre immediatamente sottoposte nel ducato romano ai papi. E Lupo Protospata scrive[904] ch'esso Riccardo intravit terram Campaniae, obseditque Ceperanum, et comprehendit eum, et devastando usque Romam pervenit. Accostato che si fu a Roma[905], pretese d'essere dichiarato patrizio, cioè avvocato della Chiesa romana: dignità fino da' tempi di Pipino re di Francia conservata sempre negl'imperadori, e dignità che portava seco primato, o almeno gran considerazione nell'elezione de' romani pontefici. Di questa mena fu avvertito il re Arrigo IV, e per abbatterla, ed insieme con disegno di levar dalle mani rapaci de' Normanni le terre di san Pietro, e di prendere in tal occasione la corona dell'imperio dalle mani del papa, unì insieme una forte armata, e giunse fino ad Augusta, risoluto di calare in Italia. Il costume era che il marchese di Toscana, allorchè il re germanico era per venire in queste parti, andasse ad incontrarlo colle sue milizie. Aspettò Arrigo per qualche tempo che il duca Gotifredo comparisse; ma non veggendolo mai venire, anzi avvisato ch'egli era ben lontano di là, tra il dispetto a cagione di questa mancanza, e forse anche per qualche sospetto della fede di lui, desistè dalla sua spedizione, e se ne tornò indietro. Intanto esso duca con possente esercito era corso a Roma per reprimere l'insolenza di Riccardo e de' suoi Normanni. Tale era il credito del duca Goffredo, tali le forze sue, che i Normanni sbigottiti si ritirarono più che di fretta, abbandonando la Campania romana; se non che Giordano figliuolo del suddetto Riccardo con un buon corpo di gente si fortificò in Aquino per far testa all'armata nemica. Presentossi Goffredo co' suoi circa la metà di maggio sotto quella città, accompagnato in quella spedizione dallo stesso papa e dai cardinali, e per diciotto giorni stette accampato intorno alla medesima, con essere succedute varie prodezze sì dall'una parte come dall'altra. Ma per accortezza di Guglielmo Testardita, che andò innanzi indietro, si conchiuse un abboccamento fra esso duca Goffredo e Riccardo principe al ponte già rotto di sant'Angelo di Todici. Fama corse che il duca più da una grossa somma di danaro, che dalle parole di Riccardo si lasciasse ammansare; e però da lì a poco piegate le tende, se ne tornò colla sua gente in Toscana. Si lasciò vedere in quegli stessi giorni una gran cometa, di cui fanno menzione altri storici sotto il presente anno, e mostrò la sua lunga coda per più di venti giorni. Romoaldo Salernitano[906], che sotto questo medesimo anno parla del predetto fenomeno, aggiugne che Roberto Guiscardo circa gli stessi giorni cepit civitatem Vestis, apprehenditque ibi catapanum nomine Kuriacum (cioè Ciriaco). Nella Cronichetta amalfitana[907] l'acquisto della città del Vasto è trasportato nell'anno seguente, e quel catapano vien ivi chiamato Bennato. Abbiamo da Gaufrido Malaterra[908] che in questi tempi il conte Ruggieri facea continue scorrerie in Sicilia addosso ai Mori, con riportarne quasi sempre buon bottino, e con tale speditezza, che non potea esser mai colto da loro. Fabbricò eziandio la fortezza di Petrelia con torri e bastioni: fortificazione che servì a lui non poco per conquistare il resto della Sicilia.
Fin qui avea tenuto saldo contra del clero concubinario di Milano e contra de' simoniaci Arialdo diacono di quella chiesa, non già fratello di un marchese, ma bensì di chi portava il soprannome di Marchese; ecclesiastico pieno di zelo per la disciplina ecclesiastica, e che insieme con Erlembaldo nobile laico commoveva il popolo contra de' cherici scandalosi, e contra dello stesso arcivescovo Guido. Passò Arialdo a Roma, e tali doglianze e pruove dovette portare contra d'esso arcivescovo, fautore de' preti concubinarii, e creduto simoniaco, che il pontefice Alessandro II fulminò la scomunica contra di lui. Tornato Arialdo a Milano, e divulgate le censure, gran tumulto ne succedette nel dì della Pentecoste, perchè ito alla chiesa l'arcivescovo, sollevossi contra di lui, oppur prese l'armi in favore d'Arialdo quella plebe che teneva il di lui partito, e dopo aver bastonato l'arcivescovo, e lasciatolo come morto, corsero tutti a dare il sacco al di lui palazzo[909]. Questo accidente svegliò non poca commozione ne' vassalli ed altri aderenti dell'arcivescovo i quali, risolverono di farne vendetta sopra Arialdo. Non veggendosi egli sicuro, travestito se ne fuggì, ma non potè lungo tempo sottrarsi alle ricerche de' suoi persecutori. Tradito da un prete, presso il quale s'era rifuggito, fu messo in mano dei soldati dell'arcivescovo, che condotto sul Lago maggiore, quivi crudelmente gli levarono la vita nel dì 28, oppure, come altri vogliono, nel dì 27 di giugno dell'anno presente. Non mancarono miracoli in attestazione della gloria ch'egli conseguì in cielo, e fu poco dipoi registrato fra i santi martiri dalla Sede apostolica. Abbiamo la sua vita scritta dal beato Andrea Vallombrosano suo discepolo; e il Puricelli[910], scrittore accuratissimo e benemerito della storia di Milano, diede tutto alla luce, ed illustrò i fatti sì d'esso Arialdo che di Erlembaldo. Veggansi ancora gli Atti de' Santi bollandiani[911]. Arnolfo e Landolfo seniore, storici milanesi di questi tempi, svantaggiosamente parlarono d'esso Arialdo, perchè avversarii di lui, e protettori del clero, allora troppo scostumato. In quest'anno ancora passò alla gloria de' beati san Teobaldo romito franzese della schiatta nobile dei conti di Sciampagna. Succedette la sua morte nel luogo di Solaniga presso a Vicenza, dove per più anni egli era dimorato, menando una vita austera in orazioni e digiuni. Il sacro suo corpo fu rapito dai Vicentini; ma nell'anno 1074 furtivamente tolto, fu portato al monistero della Vangadizza presso l'Adicetto, dove è oggidì la terra della Badia. Abbiamo la sua vita[912] scritta da Pietro abbate di quel sacro luogo, e persona contemporanea, che assistè alla di lui morte. Ne parla anche Sigeberto[913], oltre a molti altri. In quest'anno ancora non potendo più sofferire i vescovi e principi della Germania[914] che Adelberto arcivescovo di Brema, uomo pien d'alterigia, si abusasse dell'ascendente preso sopra il giovane re Arrigo coll'operar tutto di cose che gli tirarono addosso l'odio di tutti: congiurati in Triburia, intimarono ad Arrigo o di depor la corona, o di licenziare da sè Adelberto. Perchè egli volle fuggire, gli misero le guardie intorno, e poi vituperosamente cacciarono l'arcivescovo bremense, e fu consegnato il re sotto il governo di Annone arcivescovo di Colonia, e di Sigefredo arcivescovo di Magonza[915]. Annone attese ad innalzar tutti i suoi parenti ed amici alle prime dignità, e fra gli altri promosse alla chiesa archiepiscopale di Treveri, che venne a vacare in questo anno, Conone, cioè Corrado suo parente, e gli fece dar l'anello e il baston pastorale dal re Arrigo, con inviarlo poscia a Treveri, per esser ivi intronizzato. Restò talmente disgustato ed irritato il clero e popolo di quella città, per vedersi privato dell'antico suo diritto d'eleggere il proprio pastore, che diede nelle smanie, e ne avvenne poi che, arrivato colà Conone, Teoderico conte e maggiordomo della chiesa di Treveri gli fu addosso con una mano d'armati, e, dopo qualche mese di prigionia, il fece precipitar giù da un'alta montagna, dove lasciò la vita. Fu questi, non so come, riguardato dipoi qual martire; e Lamberto scrive che alla sua tomba succedeano moltissimi miracoli. Ma non dovette far grande onore all'arcivescovo Annone, che fu poi anch'egli venerato per santo, una promozion tale, perchè ingiuriosa a quel popolo e contraria ai sacri canoni.
NOTE:
[904] Lupus Protospata, in Chron.
[905] Leo Ostiensis, Chron., lib. 3, cap. 25.
[906] Romualdus Salernit., Chron., tom. 7 Rer. Italic.
[907] Antiquit. Italic., tom. 1, pag. 253.
[908] Gaufrid. Malaterra, lib. 2, cap. 38.
[909] Arnulfus Hist., Mediol., lib. 3, cap. 18.
[910] Puricellius, de SS. Arialdo et Herlembaldo.
[911] Acta Sanctorum Bollandi, ad diem 27 Junii.
[912] Mabill., Saecul. Benedict., VI, P. II.
[913] Sigebertus, in Chron.
[914] Lambertus Schafnaburgensis, in Chron.
[915] Adam Bremensis, Hist., lib. 3, cap. 37.
Anno di CRISTO MLXVII. Indizione V.
ALESSANDRO II papa 7. ARRIGO IV re di Germania e d'Italia 12.
Non men che Milano era in confusione la città di Firenze in questi giorni a cagion de' monaci vallombrosani, che sosteneano aver Pietro da Pavia vescovo conseguita quella chiesa coll'aiuto della regina pecunia. Per mettere fine a sì lunga dissensione che avea già partorito varii scandali, ebbero le parti ricorso a san Giovanni Gualberto. Fece egli quanto fu in sua mano per indurre il vescovo a confessare il suo fallo; ma indarno. Propose dunque la sperienza ossia il giudizio del fuoco: che allora simili modi di tentar Dio non erano vietati, anzi parea talvolta che Dio gli autenticasse coi miracoli. Questa sregolata pruova nondimeno non avea voluto concedere nell'anno antecedente papa Alessandro II in occasione di visitar la Toscana. Comandò dunque l'abbate san Giovanni Gualberto che un suo monaco dabbene, appellato Giovanni, passasse pel fuoco, e con tal pruova chiarisse se Pietro era simoniaco sì o no. A due cataste di legna preparate per tal funzione fu attaccato il fuoco, ed allorchè era ben formato ed alto il fuoco, animosamente vi passò per mezzo il monaco Giovanni, co' piedi nudi senza nocumento alcuno, e senza che neppur restasse bruciato un pelo del suo corpo. Il fatto prodigioso si vede descritto del popolo fiorentino in una lettera[916] a papa Alessandro, riferita anche dal cardinal Baronio[917], il quale giudicollo accaduto nell'anno 1063. Ma il padre Mabillone[918] scoprì con altre memorie che tal pruova accadde nel mese di febbraio nel mercordì della prima settimana di quaresima dell'anno presente, in cui la Pasqua cadde nel dì 8 di aprile. Il vescovo Pietro si sa che, preso l'abito monastico, in quello piamente terminò i suoi giorni; e che il monaco Giovanni fu dipoi creato cardinale e vescovo d'Albano, appellato da lì innanzi Giovanni igneo, quasi uomo di fuoco, e adoperato dalla santa Sede in ambascerie di grande importanza.
Tuttavia durava l'ostinazion dell'antipapa Cadaloo, e se non potea far più guerra coll'armi al legittimo pontefice Alessandro II, gliela facea colla disunione delle chiese, seguitando alcuni vescovi, spezialmente Arrigo arcivescovo di Ravenna, a sostenere la di lui fazione. Per terminare questa abbominevol gara, e per salvare con qualche apparenza il decoro della corte germanica, fu data l'incumbenza ad Annone arcivescovo di Colonia di venire in Italia[919]. Passò egli por Lombardia e Toscana a Roma senza fermarsi, e quivi ammesso all'udienza del papa, in presenza de' cardinali, con aria mansueta e modesta disse: Come mai, o confratello Alessandro, avete voi ricevuto il papato senza ordine e consentimento del re mio signore? Lungo tempo è che tale licenza s'ottiene dai re e principi. E qui cominciando dai patrizii dei Romani e dagl'imperadori, alcuni ne nominò, per ordine e consenso de' quali erano saliti gli eletti sulla sedia di san Pietro. Allora saltò su il cardinal Ildebrando arcidiacono coi vescovi e cardinali, e disse all'arcivescovo, che, secondo i canoni, non era permesso ai re d'aver mano nell'elezione de' romani pontefici, e addusse molti testi dei santi Padri, e massimamente l'ultimo decreto di papa Niccolò II sottoscritto da cento tredici vescovi, di maniera che l'arcivescovo restò, o mostrò di restar soddisfatto: benchè veramente neppur fosse stato osservato il decreto d'esso Niccolò pontefice. Dopo di che pregò il papa di voler tenere per questa causa un concilio in Lombardia, per quivi giustificar pienamente l'elezione sua. Il che, quantunque paresse contro il costume, e contrario al decoro d'un romano pontefice, tuttavia, considerata la cattiva costituzion de' tempi, e per desiderio di dar la pace alla Chiesa, fu accordata e scelta la città di Mantova per celebrarvi il concilio. Che in quest'anno fosse il medesimo celebrato, e non già nel 1064, come altri ha creduto, l'hanno già dimostrato Francesco Maria Fiorentini[920] e il padre Pagi[921] coll'autorità di Sigeberto e di Landolfo juniore storico milanese. Egli è da dolersi che non sieno giunti fino a' dì nostri gli atti di quel concilio. Pure sappiamo che v'intervennero tutti i vescovi di Lombardia, eccettochè Cadaloo, il quale, benchè ne avesse ordine dall'arcivescovo di Colonia, non ardì di presentarsi a quella sacra assemblea, dove il pontefice Alessandro II talmente provò la legittimità della sua elezione e rispose alle calunnie inventate dai malevoli contra di lui, che i vescovi di Lombardia, di suoi avversari che erano prima, gli diventarono amici ed ubbidienti. Fra le altre cose, quei che veramente in Lombardia erano rei di simonia, aveano opposto il medesimo vizio all'elezione di lui. Lo attesta anche Landolfo seniore[922], ma con una man di favole, che non occorre confutare, perchè smentite dall'evidenza. Il papa, secondo il costume dei suoi predecessori, si purgò di questa taccia col giuramento; e bisogno neppur ve n'era, perchè egli fu papa di somma virtù e di raro zelo contro la simonia, ed eletto spezialmente per cura del cardinale Ildebrando, cioè del maggior nemico che si avesse mai quell'esecrabil vizio. Restò dunque atterrato Cadaloo, il quale nondimeno, per testimonianza di Lamberto[923], finchè visse, non volle mai cedere all'empie sue pretensioni.
Da Mantova passò papa Alessandro alla sua patria Milano, dove si studiò di riformar gli abusi per quanto potè, e di metter pace fra il clero e popolo. A tal fine quivi lasciò, oppure mandò due cardinali[924], cioè Mainardo vescovo di Selva Candida e Giovanni, che fecero nel dì primo d'agosto alcune utili e savie costituzioni contra de' simoniaci e cherici concubinarii, e promossero la pace e concordia fra i cittadini. Leggonsi tali costituzioni negli Annali del cardinal Baronio e nelle annotazioni alla storia di Arnolfo milanese[925]. La pace nondimeno prese piede in Milano. Erlembardo Cotta, uomo nobile e potente, assistito dal braccio di Roma, seguitò a far aspra guerra all'arcivescovo Guido, con pretenderlo simoniaco ed illegittimo pastore: il che continuò gli sconcerti, descritti da Arnolfo e da Landolfo seniore, storici milanesi di questi tempi, ma parziali, come già abbiam detto, de' preti concubinarii, e massimamente il secondo, ne' cui scritti la bugia e l'insolenza trionfano. Questi fra l'altre cose scrive[926] che Erlembaldo sibimet vexillum, milites (cavalleria) et pedites, exinde qui scalas ad capiendas domos, machinasque diversas ordinavit; praeterea balistas ac fundibularios, ec. Questi avvenimenti ci fanno assai conoscere che allora Milano non dovea lasciarsi regolare da ministro alcuno del re, e che a poco a poco il popolo s'incamminava a quella libertà che vedremo andar crescendo negli anni seguenti. Nella vita di papa Alessandro II, a noi conservata da Niccolò cardinale d'Aragona[927], si legge che dopo il concilio di Mantova esso pontefice se ne ritornò tutto lieto a Roma, e che nello stesso tempo i Normanni occuparono la città di Capoa, e che Ildebrando cardinale chiamò in aiuto Goffredo duca di Toscana, il quale accorso con un immenso esercito, e colla contessa Matilda sua figliastra, ricuperò essa città di Capoa, e la restituì alla Chiesa romana. Potrebbe ciò far credere tenuto il concilio di Mantova prima dell'anno presente, giacchè abbiam veduto succeduta nel presente anno la guerra della Campania. Ma non è sicuro in questo il racconto di quello scrittore, dacchè egli fa ricuperata Capoa, quando è fuor di dubbio che Riccardo principe di quelle contrade seguitò ivi a tener sua signoria; nè l'Ostiense, scrittore di questi tempi, dà alcun segno che Capoa venisse in potere della Chiesa romana. Forse vuol dire che Riccardo di nuovo si accordò col papa, e gli giurò omaggio anche per la città di Capoa. In fatti si legge una bolla d'esso papa in favore di Alfano arcivescovo di Salerno, pubblicata dall'Ughelli[928], e data Capuae IV idus octobris, per manus Petri sanctae romanae Ecclesiae subdiaconi et bibliothecarii, anno VII pontificatus domni Alexandri papae, Indictione VII. Credette il Sigonio che tal documento appartenesse all'anno seguente 1068, ma io lo credo scritto nell'ottobre dell'anno presente. Ora da esso apparisce che il papa entrò in Capoa, e pacificamente vi dimorò; ma quivi continuò anche Riccardo il suo dominio. La guerra fatta dal duca Gotifredo in terra di Lavoro, abbiam veduto di sopra che è riferita nella Cronichetta amalfitana all'anno 1058. Fin qui la città di Bari, capitale della Puglia, anzi degli Stati che aveano già in Italia gl'imperadori d'Oriente, città forte e città piena di ricchezze, avea fuggito il giogo de' Normanni. Ma da gran tempo vi facea l'amore Roberto Guiscardo duca, e l'anno fu questo ch'egli ne determinò la conquista. Però con un copioso esercito per terra e con una flotta navale per mare si portò ad assediarla. Non concordano gli autori nell'assegnar l'anno in cui egli diede principio a quest'assedio. Lupo Protospata[929] e l'Anonimo barense[930] di ciò parlano all'anno seguente, e per quello che andremo vedendo, dee preponderare l'asserzion loro a quella di Gaufredo Malaterra[931] e di Romoaldo salernitano[932], che lo mettono in quest'anno. Leone ostiense[933] scrive che Roberto prima di mettersi a così difficile impresa, s'era impadronito della città d'Otranto. Si risero a tutta prima i Baritani della venuta dell'esercito nemico; e con ingiurie e col far mostra delle lor cose più preziose si faceano beffe dei Normanni. Ma Roberto, senza curarsene punto, attendeva a preparar tutto quanto parea più spediente per vincere una sì orgogliosa città. In quest'anno[934] il re Arrigo IV celebrò le sue nozze in Triburia con Berta figliuola del già Oddone e della celebre Adelaide marchesi di Susa. Pietro marchese, fratello d'essa Berta, per quanto s'ha da un documento rapportato dal Guichenon[935], tenne un placito nell'anno 1064 nella villa di Cambiana. Ma riuscì ben infelice il matrimonio suddetto, perchè troppo era già alterato da' vizii l'animo di questo re.
NOTE:
[916] Epistol. Populi Florentini ad Alexandr. Papam, in Vita S. Johannis Gualberti.
[917] Baron., in Annal. Eccl.
[918] Mabill., Annal. Benedict. ad hunc annum.
[919] Nicol. Cardinal. de Aragon., in Vita Alexandri II, Part. I, tom. 3 Rer. Italicar.
[920] Fiorentini, Memor. di Matilde, lib. 1.
[921] Pagius, in Crit. ad Annal. Baron.
[922] Landulphus Senior, Histor. Mediolan., lib. 3, cap. 18.
[923] Lambertus Schafnaburgensis, in Chronico.
[924] Arnulf., Hist. Mediol., lib. 3, cap. 19.
[925] Rer. Ital. tom. 4, pag. 32.
[926] Landulf. Senior., Hist. Mediolan., lib. 3, cap. 29.
[927] Rerum Italicar., P. I., tom. 3.
[928] Ughell., Ital. Sacr., tom. 7 in Archiepisc. Salernit.
[929] Lupus Protospata, in Chronico.
[930] Anonymus Barensis, in Chron.
[931] Malaterra, lib. 2, cap. 40.
[932] Romualdus Salern., tom. 7 Rer. Ital.
[933] Leo Ostiensis, lib. 2, cap. 16.
[934] Annal. Saxon. Berthold. Constantinensis. Alber. Monan. et alii.
[935] Guichenon, Histor. Genealog. de la Maison de Savoye, tom. 3.
Anno di CRISTO MLXVIII. Indizione VI.
ALESSANDRO II papa 8. ARRIGO IV re di Germania e d'Italia 13.
Non avea di buona voglia il re Arrigo presa per moglie la regina Berta, e ne cominciò ben presto a far conoscere a lei, anzi al pubblico tutto, l'avversione. Se si ha a credere a Brunone scrittore della guerra sassonica[936], autore contemporaneo, ma nemico d'esso re e parziale de' Sassoni, da cui non discorda Bertoldo da Costanza[937], già Arrigo era arrivato ad una strana sfrenatezza di costumi, e perduto nella libidine, senza curarsi più della moglie, tuttochè giovane, bella e savia, e cercando in tutt'altre parti pastura alle sue voglie impudiche. Cominciò pertanto a desiderare di liberarsi da questo legame, e gli cadde in pensiero di far tentare da un suo confidente l'onestà di essa regina. Con tale audacia e costanza costui ne parlò a Berta, ch'ella s'avvide non poter egli senza consentimento del marito tenerle di sì fatti ragionamenti. Mostrò dunque d'arrendersi, e concertò di ammetterlo nel buio della notte. Ciò riferito ad Arrigo, all'ora prefissa venne con costui o per sorprendere la moglie ed aver legittimo motivo di separarsene, ovvero con pensier di levarle la vita. Per paura che appena introdotto nella camera il compagno, si serrasse l'uscio, volle egli essere il primo ad entrare, e fu ben riconosciuto da Berta, che tosto diede il catenaccio alla porta ed escluse l'altro, infingendosi di non conoscere il marito. Erano preparate tutte le sue damigelle con bastoni e scanni, che se gli avventarono addosso, gridando la regina: Ah figliuolo di rea femmina, come hai avuto tanto ardire di entrar qua? Fioccavano le bastonate; e benchè egli dicesse d'essere il re, Berta replicava ch'egli mentiva, perchè suo marito non aveva bisogno di cercar furtivamente ciò che gli era dovuto di ragione. Insomma tante gliene diedero, che il lasciarono mezzo morto: ed egli senza palesare ad alcuno questo accidente, e fingendone altra cagione, per un mese attese a guarire in letto. Così operava, o almen si dicea che operasse lo sconsigliato re, il quale, oltre gli eccessi della sua libidine, commetteva ancora di quando in quando delle crudeltà, e fece quanto potè per disgustar i popoli della Turingia e Sassonia: il che fu principio d'aspre guerre in quelle contrade. Ciò nondimeno che maggiormente dispiaceva al romano pontefice e a tutti i buoni, era il vender egli pubblicamente i vescovati e le badie a chi più offeriva, e più a d'uno lo stesso benefizio, e a gente anche per altro indegna del sacro ministero.
Attesta il Fiorentini, fondato su molte carte esistenti nell'archivio archiepiscopale di Lucca[938], che il pontefice Alessandro II si trattenne in Lucca, cioè nell'antico suo diletto vescovato, che egli tuttavia governava, sul principio di luglio fino al principio di dicembre. In un continuo allarme erano in questi tempi i Saraceni e i popoli restati loro sudditi in Sicilia, perchè l'indefesso conte Ruggieri ora in questa ora in quella parte faceva delle scorrerie, e metteva tutto il paese in contribuzione. Non sapendo essi come più vivere in mezzo a tanti affanni, secondochè lasciò scritto Gaufredo Malaterra[939], misero insieme un grosso esercito, ed in quest'anno allorchè Ruggieri comparve verso Palermo a bottinare, gli furono addosso all'improvviso nel luogo di Michelmir, e il serrarono da tutte le parti. Alla vista di costoro, il conte, animata con breve ragionamento e schierata la sua picciola armata, la spinse contro ai nemici, e tal macello ne fece, che (se pur si ha in ciò da credere alla esagerazione di quello storico) non vi restò chi potesse portarne la nuova a Palermo. Trovaronsi fra il bottino dei colombi chiusi in alcune sportelle, e Ruggeri chiestone conto, venne a sapere, essere uso de' Mori il portar seco tali uccelli, per potere, allorchè il bisogno lo richiedeva, informar la città degli avvenimenti, con legare al collo o sotto l'ali d'essi un polizzino, e dar loro la libertà. Dura tuttavia quest'uso in alcune parti del Levante, e celebre fu fra i Romani nell'assedio di Modena. Fece il conte scrivere in arabico in un poco di carta il successo infelice de' Mori, e i colombi sciolti ne portarono tosto a Palermo la nuova, che empiè di terrore e pianto tutta quella cittadinanza. Abbiamo da Lupo Protospata[940] che Roberto Guiscardo duca di Puglia in quest'anno assediò la città di Montepeloso, e veggendo che indarno vi spendeva il tempo, andò con pochi sotto Obbiano ossia Ojano, e l'ebbe in suo potere. Romoaldo Salernitano[941] lo chiama Ariano. Poscia per tradimento di un certo Gotifredo s'impadronì da lì a non molto anche di Montepeloso. Osserva il Malaterra[942] che quella città era di Goffredo da Conversano, nipote dello stesso Roberto, perchè figliuolo di una sua sorella, il quale valorosamente l'avea con altre castella conquistato senza aiuto del duca, e però non si credeva obbligato a servirgli, come il duca esigeva. Ma l'ambizion di Roberto non solea guardare in faccia nè a parenti nè ad amici, e però gli tolse quella città, benchè dipoi gliela rendesse con giuramento di omaggio. Si può nondimeno dubitare che per conto del tempo si sia ingannato il Protospata; imperocchè tanto il Malaterra quanto Guglielmo Pugliese[943] rapportano questo fatto prima che Roberto imprenda l'assedio di Bari, a cui, siccome abbiam veduto, egli diede principio nell'anno precedente, e continuollo ancora nel presente. Tuttavia anche Romoaldo salernitano sotto quest'anno riferisce la presa di Montepeloso nel dì 6 di febbraio, correndo l'indizione sesta.
NOTE:
[936] Hist. Belli Saxon. apud Freherum.
[937] Bertholdus Constantinensis, in Chron.
[938] Fiorentini, Memor. di Matilde, lib. 1.
[939] Malaterra, Hist., lib. 2, cap. 41.
[940] Lupus Protospata, in Chronico.
[941] Romualdus Salern., tom. 7 Rer. Ital.
[942] Gaufrid. Malaterra, lib. 2, cap. 39.
[943] Guillelmus Apulus, lib. 3.
Anno di CRISTO MLXIX. Indizione VII.
ALESSANDRO II papa 9. ARRIGO IV re di Germania e d'Italia 14.
Arrivò in quest'anno il giovanil furore e l'avversione conceputa dal re Arrigo contra di Berta sua moglie[944], a trattare di ripudiarla; al qual fine adescò con varie promesse Sigefredo arcivescovo di Magonza, per averlo favorevole in questo affare. Perchè non v'era legittimo alcun fondamento di divorzio, s'inorridirono a tal proposizione gli altri vescovi e magnati. Pertanto si determinò di tenere un concilio in Magonza, nella settimana dopo la festa di san Michele, dove si risolverebbe ciò che fosse di dovere. Avvisato intanto papa Alessandro II di questo mostruoso disegno del re, per impedirlo, spedì suo legato in Germania san Pier Damiano, che benchè oppresso dagli anni, ed anche mal soddisfatto della corte di Roma, pure non ricusò di assumere questo faticoso viaggio ed impiego. L'arrivo del legato mise in costernazione il re, e guastò i disegni del concilio e tutte le misure dell'arcivescovo di Magonza. In Francofort diede Arrigo udienza al legato apostolico, che gli espose gli ordini del papa di guardarsi da sì scandalosa azione, troppo riprovata dai sacri canoni, e obbrobriosa alla gloria di sua maestà. A tenore del legato parlarono ancora quasi tutti i principi di quell'assemblea, in guisa che per necessità e vergogna, ma sempre di mal cuore, Arrigo smontò dalla sua pretensione, dicendo che avrebbe fatto forza a sè stesso per portare quel peso, giacchè non avea la maniera di sgravarsene. Che da lì innanzi passasse buona armonia fra esso re e la moglie Berta, si può riconoscere dall'avergli ella partorito figliuoli, e dall'averlo costantemente seguitato ne' suoi viaggi. Continuava intanto l'assedio di Bari, che con gran vigore veniva difeso dai cittadini e da Stefano Paterano uffiziale speditovi da Costantinopoli, ed uomo di molta probità e valore. Ma neppur cessava Roberto per mare e per terra, con quante macchine da guerra erano allora in uso, di tormentare la città, adoperando anche larghe promesse e fiere minacce, tutto nondimeno senza far frutto. Veggendo i Baritani e il loro governatore tanta ostinazione in Roberto, e che la vettovaglia andava scemando di troppo, s'avvisarono di liberarsi in altra maniera da questo pertinace nemico. Trovavasi in Bari un sicario, uomo di non ordinario ardimento, che prese l'assunto di tendere insidie al duca Roberto, e di levargli la vita[945]. Altro non era il padiglione d'esso Roberto che una baracca o capanna formata di travicelli, e circondata da rami d'alberi fronzuti. Essendosi l'assassino finto uno dei suoi, verso la sera mentre il duca era per andare a cena, di dietro ad essa capanna gli tirò una saetta avvelenata, che gli toccò bensì le vesti, ma non già il corpo, ed ebbe quell'assassino la fortuna di salvarsi colla fuga nella città. Servì questo accidente per aprir gli occhi a Roberto e a' suoi, i quali tosto chiamati i muratori gli fecero fabbricare una casa, dove egli potesse dimorar con sicurezza.
A quest'anno il Sigonio[946] riferisce un concilio, tenuto da papa Alessandro in Salerno, al quale, oltre a molti vescovi ed abbati, intervennero anche Gisolfo principe di quella città, Roberto Guiscardo duca, e il conte Ruggieri suo fratello. Ma nè in quest'anno, nè in quel luogo fu celebrato un tal concilio, se è vero, come io credo, il documento recato dall'Ughelli[947], che è l'unico testimonio a noi restato di questa sacra adunanza. Parla ivi il pontefice del sinodo, quae sexto pontificatus nostri anno apud Melphim celebrata est in ecclesia beati Petri Apostolorum principis, quae est ejusdem civitatis sedes episcopatus, die calendarum augustarum, a cui furono presenti i suddetti principi. L'anno sesto di papa Alessandro correa nel dì primo d'agosto dell'anno 1067, se pur egli contò gli anni dal dì della sua intronizzazione. E in Melfi, e non già in Salerno, si dice tenuto quel concilio. In questi tempi si vivea scomunicato dal papa Arrigo arcivescovo di Ravenna, per la cui riconciliazione inutilmente aveva adoperato i suoi buoni uffizii san Pier Damiano appresso il romano pontefice. Peggio anche passava in Milano a Guido arcivescovo, perchè Erlembaldo Cotta, nobile zelantissimo, dopo aver ricevuto da Roma la bandiera di san Pietro, colle armi temporali gli facea guerra: del che parlano gli storici milanesi Arnolfo e Landolfo seniore. Ora, siccome osservò il Puricelli[948], nell'anno presente accadde, che trovandosi quel prelato, siccome persona creduta simoniaca, angustiato da tanti affanni, ed oramai per le malattie e per la vecchiaia in pessimo stato, s'indusse a rinunziar la chiesa a Gotifredo suddiacono, uno degli ordinarii, cioè de' canonici della metropolitana, il quale, inviato l'anello e il pastorale in Germania, mediante lo sborso di buona somma di danaro, fu approvato per arcivescovo di Milano dal re Arrigo, ma non già dalla Sede apostolica, la quale fulminò contra di lui le sacre censure, e neppur fu accettato dal popolo milanese. Era seguita fra lui e Guido una convenzione verisimilmente di pagare al vecchio una ragionevol pensione. Ma avendo Erlembaldo mosse l'armi anche contra di questo simoniaco successore della cattedra ambrosiana, e mancando a lui i mezzi da soddisfare al convenuto, Guido accordatosi con Erlembaldo, tentò di ripigliare l'arcivescovato, e se ne tornò a Milano, dove burlato miseramente terminò poscia i suoi giorni nell'anno 1071. Essendo morto senza prole Erberto conte e principe del Maine in Francia, s'impadronì di quella provincia Guglielmo il Conquistatore, duca di Normandia, e poi re d'Inghilterra. Ma quei popoli, malcontenti di avere un tal padrone, chiamarono alla signoria di quegli Stati il marchese Alberto Azzo II progenitore de' principi estensi. S'ha dunque a sapere, per testimonianza di Orderico Vitale[949], che scrivea le sue storie circa l'anno 1130, che esso Erberto ebbe tre sorelle. Una earum data est Azzoni marchisio Liguriae, cioè al suddetto marchese Azzo. Il suo nome fu Garsenda, siccome ho dimostrato altrove[950]. Dal primo matrimonio con Cunegonda dei Guelfi avea questo principe avuto un figliuolo, cioè Guelfo IV, che vedremo in breve creato duca di Baviera, ascendente della real casa di Brunswich. Da questo altro matrimonio colla principessa del Maine ricavò due maschi, cioè Ugo e Folco, dal secondo de' quali viene la ducal casa d'Este. Abbiamo dunque dalle Vite de' vescovi, date alla luce dal padre Mabillone[951], che forse circa questi tempi i primati del Maine mittentes in Italiam, Athonem quemdam marchisium cum uxore et filio, qui vocabatur Hugo venire fecerunt, seque et civitatem, et totam simul regionem eidem marchisio tradiderunt. Andò il marchese Azzo, s'impadronì di tutto il Maine, e vi lasciò signore il figliuolo Ugo. Ma nel 1072 di nuovo s'impadronì di quel principato il suddetto re d'Inghilterra Guglielmo. Di ciò ho io parlato più diffusamente nelle Antichità estensi[952]. A Giovanni duca di Amalfi[953] succedette nell'anno presente Sergio suo figliuolo.
NOTE:
[944] Lambertus Schafnaburgensis, in Chron.
[945] Guillelmus Apulus, lib. 2. Gaufrid. Malaterra, lib. 2, cap. 11.
[946] Sigonius, de Regno Ital., lib. 9.
[947] Ughell., Ital. Sacr., tom. 7 in Archiepisc. Salernit.
[948] Puricellius, in Vita S. Herlembaldi, cap. 28.
[949] Ordericus Vitalis, Hist. Eccl., lib. 4.
[950] Antichità Estensi, P. I, cap. 3.
[951] Mabill., Analect., tom. 3, cap. 33.
[952] Antichità Estensi, P. I, cap. 27.
[953] Antiquit. Ital., tom. 1, pag. 211.
Anno di CRISTO MLXX. Indizione VIII.
ALESSANDRO II papa 10. ARRIGO IV re di Germania e d'Italia 15.
Mancò di vita Gotifredo Barbato duca di Lorena e Toscana; ma non è sì facile l'accordar gli scrittori intorno all'anno della sua morte. Bertoldo da Costanza[954] la mette nell'anno 1069, succeduta nella vigilia del santo Natale: nel che è seguitato dal Fiorentini nelle Memorie di Matilda[955], e dal padre Mabillone[956]. Ma Lamberto da Scafnaburgo[957], Sigeberto[958], l'Annalista sassone[959] ed altri, ai quali aderì il cardinal Baronio[960] col padre Pagi[961] la riferiscono all'anno presente. E se si potesse con franchezza riposare sopra una memoria informe recata dallo stesso Fiorentini, si dovrebbe credere veramente passato all'altra vita nell'anno presente. Ma non sembra finora ben deciso questo punto. Anche la breve Cronica di san Vincenzo di Metz[962] all'anno 1069 riferisce la di lui morte. Vo io credendo derivata questa sconcordanza degli storici dall'anno che terminava colla vigilia del santo Natale, cominciando il nuovo nel dì seguente. Dovette mancare questo principe nella notte che divideva l'uno anno dall'altro. Presso gli storici suddetti egli si truova ornato di molti elogi, e fu da taluno appellato Gotifredo il Grande, a distinzione degli altri duchi di Lorena di questo nome. Morì appunto in Lorena, ed ebbe sepoltura in Verdun, con lasciar vedova per la seconda volta Beatrice duchessa di Toscana, e un figliuolo di lui nato dalle prime nozze, per nome Gozelone, ossia Gotifredo, giovine di gran talento, ma gobbo: il che servì a lui di soprannome per distinzione dagli altri. Ossia che vivente il padre, o che dopo la sua morte si conchiudesse l'affare, certo è che fra questo giovane principe, cioè Gotifredo il Gobbo e la contessa Matilda, unica figliuola di Bonifazio già duca e marchese di Toscana e della suddetta Beatrice, seguì matrimonio; e noi vedremo in breve questo principe, già succeduto al padre nel ducato della Lorena, esercitar anche in Italia l'autorità di duca di Toscana per ragione di Matilda sua moglie. Non erano per anche divenuti ereditarii i ducati e gli altri governi d'Italia, talmente che le donne ancora vi succedessero; ma la potenza e la costituzion de' tempi avea già introdotto questo costume. L'abbiamo parimente osservato in Adelaide marchesana di Susa, principessa d'animo virile. Vien creduto dal Guichenon[963], che a questa Adelaide appartenga una Memoria riferita dall'Ughelli[964], ed estratta dalla Cronica del monistero di Fruttuaria, cioè la seguente: Anno Domini MLXX, mense majo capta fuit et incensa civitas astensis ab Alaxia comitissa astensi: nella quale occasione il suddetto Ughelli fu d'avviso che Adelaide facesse ricevere a quel popolo per suo vescovo Girlemo, fin qui rigettato dagli Astigiani. Leggesi una simil Memoria nelle Croniche d'Asti[965], ma con diversità, dicendosi ivi che la città d'Asti fu presa in quest'anno, nono kalendas maii a comitissa Alaxia; et ab ea tota succensa fuit de anno MXCI decimo quinto kalendas aprilis; et eodem anno dicta comitissa obiit. Alassia e Adelaide sono lo stesso nome; ma se è vero questo incendio, non dovette già questo entrare nel catalogo de' suoi elogi. In quest'anno ancora diede fine a' suoi giorni Odelrico duca e marchese di Carintia[966]. Soleva in addietro andare unito col governo della Carintia quello ancora della Marca di Verona; ma non so dire s'egli godesse nello stesso tempo di questa, nè chi fosse ora presidente d'essa Marca. Ebbe per successore Bertoldo ossia Bertolfo. Nè si dee tacere, per gloria dell'Italia, che in quest'anno da Guglielmo re d'Inghilterra e duca di Normandia, soprannominato il Conquistatore, fu creato arcivescovo di Cantorberì e primate dell'Inghilterra il beato Lanfranco di nazione pavese, personaggio celebre nella storia ecclesiastica non meno per la sua letteratura, che per le sue gloriose azioni. Appoggiato il Sigonio[967] alle Croniche moderne di Pisa, scrisse che in quest'anno i Pisani portarono la guerra in Corsica: del che offesi i Genovesi, con dodici galere andarono a bloccar la bocca di Arno; ma usciti in armi i Pisani, ne presero sette nel dì di san Sisto d'agosto. Non sono indubitate cotali notizie. Gli antichi Annali di Pisa[968] altro non dicono, se non che sorse gran guerra fra i Pisani e Genovesi. L'avidità del commercio diede moto all'invidia, all'odio, e poscia alle guerre fra queste due nazioni; e andando innanzi, ne vedremo de' lagrimevoli effetti. Neppur lasciò passare l'anno presente papa Alessandro senza rivedere la sua diletta chiesa di Lucca, dove, secondo le memorie allegate da Francesco Maria Fiorentini[969], nel dì 6 di ottobre solennemente consecrò la cattedrale di san Martino, nuovamente fabbricata in quella città, e confermò i privilegii a quel vescovato.
V'ha chi crede che in quest'anno giugnesse Roberto Guiscardo duca ad insignorirsi della capital della Puglia, cioè di Bari[970]. Già cominciava ad assottigliarsi forte la vettovaglia in quella città, e Roberto più che mai si mostrava risoluto di forzarla a cedere. Spedirono perciò que' cittadini un messo a Costantinopoli con lettere compassionevoli a Romano Diogene imperadore, per implorare soccorso. Nè lo chiesero in vano. Romano, messa insieme una buona flotta di navi con soldatesche e viveri, ne diede il comando a Gocelino normanno, che disgustato e ribello del duca Roberto, era alcuni anni prima passato alla corte imperiale d'Oriente, ed avea fatta ivi gran fortuna colla sua bravura. Tornato il messo a Bari, e segretamente entrato, riempiè di allegrezza quel prima disperato popolo coll'avviso del vicino aiuto, e loro ordinò di stare attenti per far dei fuochi la notte, allorchè si vedesse avvicinare la flotta de' Greci. Ma s'affrettarono essi di troppo. La stessa notte cominciarono ad accendere de' fuochi nelle torri e in altri siti della città: il che osservato dai Normanni, servì loro d'indizio, che aspettassero in breve qualche aiuto per mare. Per buona ventura il conte Ruggieri alle premurose istanze del fratello Roberto era anch'egli dalla Sicilia venuto a quell'assedio, menando seco un poderoso naviglio. Fu a lui data commission di vegliare dalla banda del mare, nè passò molto che si videro da lungi molti fanali, segni indubitati di navi che venivano alla volta di Bari. Allora l'intrepido Ruggeri, imbarcata la gente sua, con leonina ferocia volò incontro ai Greci, i quali credendo che i Baritani per l'allegrezza venissero a riceverli, non si prepararono alla difesa. Andarono i Normanni a urtar sì forte ne' legni nemici, che una delle navi normanne, dove erano cento cinquanta corazzieri, si rovesciò, e restò cogli uomini preda dell'onde. Ma il valoroso Ruggieri adocchiata la capitana, perchè portava due fanali, andò a dirittura ad investirla, e la sottomise con far prigione il generale Gocelino, che poi lungamente macerato in una prigione, quivi miseramente morì. Questa presa, e l'avere affondata un'altra nave de' Greci, mise in rotta e fuga tutto il rimanente con gloria singolare de' Normanni, che in addietro non s'erano mai avvisati di esser atti a battaglie navali, e cominciarono allora ad imparare il mestiere. Nè di più vi volle perchè i cittadini di Bari trattassero e concludessero la resa della città al duca Roberto, che trattò amorevolmente non solo essi, ma anche la guarnigion greca, e il lor generale Stefano, con rimandar poi tutti essi Greci liberi al loro paese. Se veramente in quest'anno, oppure nel seguente, Roberto Guiscardo facesse così importante conquista, si è disputato fra gli eruditi. Chiaramente scrive Lupo Protospata[971] ch'egli entrò vittorioso in Bari nel dì 15 d'aprile dell'anno 1071; e a lui si attiene il padre Pagi[972], con osservare, che, per testimonianza di Guglielmo Pugliese, durò tre anni quell'assedio, e che, per conseguente, esso dovette aver principio nell'anno 1068. Gaufredo Malaterra[973] all'incontro scrive che Bari venne alle mani di Roberto nell'anno presente 1070, e Camillo Pellegrini[974] si sottoscrisse a tale opinione. Stimò il padre Pagi poco sicura la cronologia del Malaterra, senza osservare che non è di miglior tempera quella di Lupo Protospata, dacchè troviamo da esso storico posticipata di un anno la caduta dal trono di Romano Diogene Augusto. Anche Romoaldo Salernitano nella Cronica sua[975], siccome ancora la Cronichetta amalfitana[976] mettono sotto quest'anno la presa di Bari. Tuttavia l'autorità dell'Ostiense[977] sembra bastante a decidere questo punto; cioè a persuaderci che veramente nell'anno seguente il vittorioso Roberto, dopo un assedio di circa quattro anni, mettesse il piede in Bari. Vedremo in breve ciò ch'egli ne dice. Vennero in questo anno a Roma, per attestato di Lamberto[978], gli arcivescovi di Magonza e Colonia Sigefredo ed Annone, ed Ermanno vescovo di Bamberga. Probabilmente ci conta favole quello storico con dire che Ermanno accusato di simonia, con preziosi regali placò il papa. Alessandro, pontefice di rara virtù, non era personaggio da lasciarsi in tal guisa sovvertire. Aggiugne quello storico che a tutti e tre poi fece esso pontefice un'acerba riprensione, perchè simoniacamente vendessero gli ordini sacri. Non dovea per anche Annone arcivescovo essere giunto a quella santità, di cui parlano gli storici dei secoli susseguenti. Era in questi tempi un gran faccendiere Gregorio vescovo di Vercelli, e cancelliere di Arrigo IV re di Germania e d'Italia. Da lui ottenne egli nell'anno presente varii casali posti nel contado di Vercelli per la sua chiesa[979], con esser ivi espresso donato ancora servitium, quod pertinet ad comitatum: il che fa intendere che si andava sempre più pelando e sminuendo l'autorità e il provento spettante ai conti governatori delle città, di modo che a poco a poco si ridusse quasi in nulla il distretto di esse città, e la signoria de' conti urbani. Ma dacchè si misero in libertà le stesse città, colla forza, siccome vedremo, ripigliarono e sottomisero al loro dominio non meno i conti territoriali ed altri nobili possidenti castella indipendenti dalla lor giurisdizione, ma stesero le mani anche alle castella possedute dalle chiese.
NOTE:
[954] Bertold. Constantiensis, in Chron.
[955] Fiorentini, Memor. di Matild., lib. 1.
[956] Mabill., Annal. Benedict.
[957] Lambertus Schafnaburgensis, in Chron.
[958] Sigebertus, in Chron.
[959] Annalista Saxo apud Eccardum, tom. 1 Corp. Hist.
[960] Baron., in Annal. Ecclesiast.
[961] Pagius, ad Annal. Baron.
[962] Labbe, Nova Bibliot., tom. 1, pag. 345.
[963] Guichenon, Histoire de la Maison de Savoye, tom. 1.
[964] Ughell., Ital. Sacr., tom. 4, in Episc. Astens.
[965] Chron. Astens., tom. 9 Rer. Ital.
[966] Lambertus Schafnaburgensis, in Chron. Annalista Saxo apud Eccardum, tom. 1 Corp. Histor.
[967] Sigionius, de Regno Ital., lib. 4.
[968] Annales Pisani, tom. 6 Rer. Ital.
[969] Fiorentini, Memorie di Matilde, lib. 1.
[970] Gaufrid. Malaterra, lib. 2, cap. 43. Guillelm. Apulus, lib. 3.
[971] Lupus Protospata, in Chronico.
[972] Pagius, in Crit. ad Annal. Baron.
[973] Malaterra, lib. 2, cap. 43.
[974] Peregrin., Hist. Princip. Langobard.
[975] Romualdus Salernitanus, Chron., tom. 7 Rer. Ital.
[976] Antiquit. Ital., tom. 1, pag. 213.
[977] Leo Ostiensis, lib. 3, cap. 30.
[978] Lambertus Schafnaburgensis, in Chron.
[979] Antiquit. Italic., Dissert. XIII, pag. 738.
Anno di CRISTO MLXXI. Indizione IX.
ALESSANDRO II papa 11. ARRIGO IV re di Germania e d'Italia 16.
L'intruso e simoniaco arcivescovo di Milano Gotifredo, giacchè era stato rigettato dal popolo[980] con molti suoi fazionarii, andò a ritirarsi in Castiglione, castello, pel sito montuoso, per le mura e torri, e per altre fortificazioni, creduto allora inespugnabile, circa venti miglia lungi da Milano. Ne usciva spesso la sua gente a provvedersi di viveri alle spese dei confinanti, col commettere ancora non pochi ammazzamenti. Non volendo il popolo di Milano tollerar più questo aggravio, misero insieme un esercito, e con tutto il bisognevole passarono ad assediar quella rocca, risoluti di liberarsi da quella vessazione. Mentre durava un tale assedio, o accidentalmente, o per opera di qualche scellerato, si attaccò il fuoco in Milano in tempo appunto che soffiava un gagliardissimo vento, nel dì 19 di marzo dell'anno presente. Fece un terribil guasto l'incendio, riducendo in un mucchio di pietre una quantità immensa di case, ed anche di sacri templi, fra i quali soprattutto fu deplorabile la rovina della basilica di san Lorenzo, una delle più belle d'Italia, di maniera che Arnolfo storico esclamò con dire: O templum, cui nullum in mundo simile! Nelle storie milanesi questo orribile incendio si vede appellato il fuoco di Castiglione. All'avviso di sì fiera calamità, la maggior parte dei Milanesi che erano all'assedio di Castiglione, corse alla città per visitar le sue povere famiglie: del che accortisi gli assediati, e cercato qualche rinforzo di amici, dopo Pasqua fecero una vigorosa sortita addosso ai pochi rimasti a quello assedio. Ma Erlembaldo con tal valore sostenne gli assalti, che furono obbligati a retrocedere. Dopo di che Gotifredo non veggendosi più sicuro, si fece condurre altrove: con che cessò la guerra contra di quel castello. Essendo poi mancato di vita il vecchio arcivescovo Guido, Erlembaldo andò disponendo le cose per far eleggere un successore, dopo aver fatto giurare il popolo di non mai accettare il simoniaco Gotifredo; e procurò che da Roma venisse un legato, per dar maggior peso a tale elezione. Avea l'infaticabil abbate di Monte Cassino Desiderio già compiuta la fabbrica della sua magnifica basilica[981]; e desiderando di consecrarla con ispecial onore, invitò a tal funzione il buon papa Alessandro, che non mancò d'andarvi. Incredibile fu il concorso de' popoli a quella divota solennità. Fra gli altri vi si contarono dieci arcivescovi, quaranta quattro vescovi, Riccardo principe di Capua, con Giordano suo figlio e Rainolfo suo fratello, Gisolfo principe di Salerno co' suoi fratelli, Landolfo principe di Benevento, Sergio duca di Napoli e Sergio duca di Sorrento. Nam dux Robertus Panormum eo tempore oppugnabat, ideoque tantae solemnitati interesse non potuit, come scrive l'Ostiense. Seguì la suddetta consecrazione nel primo giorno di ottobre; e però questo passo dell'Ostiense ci dee convincere che nell'anno presente, e non già nel precedente 1070, si arrendè al duca Roberto la doviziosa ed importante città di Bari, e che, per conseguente, sono scorretti i testi del Malaterra e di Romoaldo salernitano.
Hassi dunque a sapere, che appena si fu impadronito il duca suddetto di quella città nell'aprile del presente anno, ed ebbe dato sesto a quel governo, che per le istanze del conte Ruggieri suo fratello, a cui era principalmente dovuta la gloria di una tal conquista, egli si dispose a passare in Sicilia, per formare l'assedio di Palermo, capitale di quell'isola insigne. Le dissensioni e guerre civili fra gli stessi Mori, che aveano in addietro facilitato a Ruggieri il conquistar ivi non poco paese, animarono maggiormente i due normanni eroi a tentar così bella impresa, per accrescere in uno stesso tempo il loro dominio, e liberar dal giogo saracenico quell'antichissima ed illustre città. Lo stesso Malaterra[982], da cui non discorda Guglielmo pugliese[983], attesta che Roberto dopo la presa di Bari, brevi iterum expeditionem versus Salernum summovet; e che essendo dimorato ne' mesi di giugno e luglio in Otranto per fare i preparamenti della nuova guerra, si portò dipoi a Reggio di Calabria, e indi passò in Sicilia, fingendo di voler andare contro l'isola di Malta. A tal fine sbarcò a Catania, dove si trovava il conte Ruggieri, città che, secondo l'Ostiense[984], fu da loro sottomessa in quest'anno; ma poi con tutte le forze di terra e di mare eccolo piombare addosso alla città di Palermo, assediandola da tutte le parti. Anche la Cronichetta amalfitana ha, che il Guiscardo, dopo aver preso Bari, inde movens exercitum in Siciliam ire preparavit (forse properavit) obseditque Panormum. L'anno fu questo in cui la nobilissima casa appellata poi d'Este vide uno de' suoi principi stabilito in uno de' primi gradi d'onore e di potenza in Germania. Già dicemmo all'anno 1055 che Guelfo IV, figliuolo del marchese Alberto Azzo II e di Cunegonda de' Guelfi, fu chiamato in Suevia a prendere l'ampia eredità de' principi guelfi[985], missis in Italiam legatis da Imiza avola sua materna. Accadde, per testimonianza di Bertoldo da Costanza,[986] di Lamberto[987] e d'altri scrittori, che Ottone duca di Baviera nell'anno precedente si ribellò contra al re Arrigo, e per questa cagione si espose ad un'aspra guerra. Avea Guelfo IV sposata una figliuola di esso duca; però coll'armi, e in quante altre maniere potè, aiutò per un pezzo il suocero. Ma allorchè vide andare a precipizio gli affari di lui, pensò ai casi proprii, nè risparmiò oro, argento e beni allodiali affine di ottenere dal re quell'insigne ducato, maggiore allora di gran lunga che oggidì. Infatti, per valermi delle parole del suddetto Lamberto e dell'Annalista sassone[988], per interposizione di Rodolfo duca di Suevia, cognato del re Arrigo, Welf vir illustris, acer, et bellicosus, filius Azzonis marchionis Italorum, ducatum Bavariae suscepit. Da questo principe, che fece tanta figura, e cotanto si segnalò nelle guerre di questi tempi, viene a dirittura la linea estense guelfa dei duchi di Brunswich, Luneburgo e Wulfembettel, che all'elettorato germanico oggi unisce la corona del regno della gran Bretagna. Così il marchese Alberto Azzo II tuttavia vivente vide stabilita ed innalzata in Germania la discendenza sua, la quale pur tuttavia gloriosamente si mantiene e fiorisce anche in Italia nell'altra linea de' marchesi di Este duchi di Modena, ec., discendente da Folco marchese, fratello del medesimo duca Guelfo. Oltre a quest'anno non arrivò la vita di Domenico Contareno doge di Venezia[989], ed in suo luogo fu alzato al trono ducale Domenico Silvio, e col confalone dato gli fu il possesso della dignità.
NOTE:
[980] Arnulf., Hist. Mediolan., lib. 3, cap. 21.
[981] Leo Ostiensis, lib. 3, cap. 30.
[982] Malaterra, lib. 2, cap. 43.
[983] Guillelmus Apulus, lib. 3.
[984] Leo Ostiens., lib. 3, cap. 16.
[985] Abbas Urspergensis, in Chron.
[986] Bertoldus Constantiensis, in Chron.
[987] Lambertus Schafnaburgensis, in Chron.
[988] Annalista Saxo apud Eccardum, tom, 1 Corp. Hist.
[989] Dandul. in Chron., tom. 12. Rer. Ital.
Anno di CRISTO MLXXII. Indizione X.
ALESSANDRO II papa 12. ARRIGO IV re di Germania e d'Italia 17.
Portò opinione Girolamo Rossi[990], seguitato anche in ciò dall'Ughelli[991], che Arrigo arcivescovo di Ravenna desse fine alla sua vita nell'anno 1070: il cardinal Baronio[992] credette che nell'anno presente. Ma più probabile a me sembra che prima di quest'anno egli sloggiasse dal mondo; perciocchè sappiamo, che essendo morto scomunicato esso Arrigo[993], e trovandosi il popolo di Ravenna incorso in molte censure, papa Alessandro giudicò bene d'inviar colà san Pier Damiano ravennate di patria, tuttochè avanzato forte nella vecchiaia, per dar sesto a quella sì sconcertata chiesa. V'andò il santo uomo, fu con grande allegria ricevuto, riconciliò tutto quel popolo, e, dopo aver trattato d'altri affari, si rimise in cammino. Ma appena giunto ad un monistero posto fuori della porta di Faenza, quivi fu preso dalla febbre che, ogni dì più invigorendosi, il fece passare a miglior vita nel dì 22 di febbraio dell'anno presente[994]. Questi viaggi ed azioni, esigendo tutti del tempo, a me fanno credere che almeno nell'anno precedente lo scomunicato Arrigo cessasse di vivere. Fu poi sustituito in suo luogo, per elezione del re Arrigo, Guiberto dianzi suo cancelliere in Italia, uomo pieno d'ambizione, e nato per flagello della Chiesa di Dio. Papa Alessandro, che assai ne conosceva lo spirito turbolento, mal volentieri condiscese a consecrarlo; ma, secondochè sta scritto nella Vita d'esso pontefice[995] gli predisse che dalla santa Sede riceverebbe il gastigo delle sue voglie ambiziose. Ho detto che Dio chiamò a sè san Pier Damiano: debbo ora aggiugnere che mancò in lui un gran lume ed ornamento della Cristianità, mercè della scienza e del raro zelo che in tutte le azioni sue si osservò, e tuttavia si osserva ne' libri suoi, vivi testimoni ancora di un felicissimo e piissimo ingegno, nei quali solamente si può desiderare più parsimonia nelle allegorie, e più cautela in credere e spacciar tante visioni e miracoli, alcuni de' quali possono anche far dubitare dei veri. Abbiamo da Arnolfo, storico milanese[996] di questi tempi, che nel presente anno per cura di Erlembaldo, capo in Milano della fazione opposta alla simonia e all'incontinenza del clero, alla presenza di Bernardo legato della Sedia apostolica, e nel dì dell'Epifania, fece eleggere dai suoi parziali arcivescovo di Milano Attone, ossia Azzo, tantummodo clericum, ac tenera aetate juvenculum, invito clero, et multis ex populo. Perchè questo novello arcivescovo venne poi approvato da papa Gregorio VII, il Puricelli fu d'avviso ch'egli non potesse avere sì poca età, come suppone Arnolfo, il qual pure era allora vivente, e scriveva di questi fatti. Ma oltre al potersi dire che juvenculus non vuol dire età che escluda il vescovato, le scabrose congiunture d'allora dovettero giustificare l'aver eletto arcivescovo chi si potea; perchè i più saggi ed attempati verisimilmente fuggirono una dignità accompagnata dai pericoli di disgustare il re, e d'incontrar la persecuzione della fazion parziale del re medesimo. Infatti poco durò l'allegrezza di Attone. Mentre egli passava co' suoi ad un lauto convito, con cui si voleva solennizzare l'acquisto di sì riguardevole mitra, fu in armi la fazione contraria, ed entrata nel palazzo mise tutto sossopra. Si nascose Attone a questo rumore, ma scoperto e preso, fu indegnamente trattato anche con delle percosse. E se volle salvar la vita, gli convenne salire in pulpito nella chiesa, e con alta voce rinunziare all'elezione fatta di lui. Si nascosero tutti i suoi fautori; il legato apostolico anch'egli corse gran pericolo, perchè gli furono stracciate le vesti, laonde malconcio si sottrasse alla furia del popolo. In tal confusione era la città di Milano. Gotifredo ed Attone fuori di Milano non consecrati, e senza goder le rendite della chiesa, gran tempo stettero campando del proprio, e chiusi nelle lor case di campagna. Intanto si tenne in Roma un concilio, in cui venne approvata l'elezione di Attone, e scomunicato Gotifredo.
Nell'agosto dell'anno precedente fu, siccome dicemmo, intrapreso l'assedio di Palermo dagl'invitti due fratelli normanni Roberto e Ruggieri. Seguirono molti assalti e fatti d'armi sotto quella città. Venne anche in soccorso de' Palermitani un grosso rinforzo di Mori[997]; ma non attentandosi coloro di assalire per terra l'esercito cristiano, vollero tentar la loro fortuna per mare. Gl'intrepidi Normanni accettarono la sfida, e nella battaglia navale menarono così ben le mani, che riuscì loro di prendere alcune delle navi moresche, altre ne affondarono, e il restante di esse fu costretto alla fuga. Dopo cinque mesi dunque di faticoso assedio, Roberto fece dare un dì due furiosi ma finti assalti da due parti alla città nuova posta nella penisola; ed egli allorchè vide ben impegnati i cittadini nella difesa di que' due siti, diede co' suoi una scalata ad un altro sito, e fortunatamente v'entrò colla sua gente. Ritiraronsi perciò i Palermitani e Mori nella vecchia città, e conoscendo che non v'era più speranza di resistere a questo torrente, la mattina seguente i primati dimandarono di capitolare: cioè esibirono la resa della città, purchè ai Musulmani (e tali doveano essere quasi tutti allora quei cittadini o Siciliani o Mori) fosse permesso di vivere liberamente nella loro legge maomettana. A braccia aperte fu accettata la loro esibizione colla condizione suddetta; laonde il duca e il conte vittoriosi presero il possesso di quella nobil città, non già nel mese di giugno, come ha il testo scorretto di Lupo Protospata[998], ma bensì nel dì 10 di gennaio dell'anno presente, e dopo soli cinque mesi d'assedio, come ha l'Anonimo barense[999], con cui va d'accordo Romoaldo salernitano[1000]. Diede dipoi Roberto Guiscardo, secondochè lasciò scritto Leone ostiense[1001], l'investitura di tutta la Sicilia al conte Ruggieri suo fratello, ritenendo nondimeno in suo potere la metà di Palermo e di Messina. Ma per quanto osservò l'abate Carusi[1002], nobile storico delle cose di Sicilia, in questo ultimo punto non si appose al vero l'Ostiense, perchè Roberto si riservò il pieno dominio delle suddette due città, e il resto concedette al fratello. La Cronichetta amalfitana[1003], che all'anno seguente riferisce la conquista di quella città, aggiugne che il Guiscardo di colà portò a Troia varie porte di ferro e molte colonne di marmo co' lor capitelli in segno della sua vittoria. Ci accertano le memorie citate dal Fiorentini[1004] che in quest'anno ancora papa Alessandro soggiornò in Lucca nel mese d'agosto e nei tre seguenti. Vedesi parimente un placito[1005] tenuto da Beatrice duchessa di Toscana, e da Matilda sua figliuola nel territorio di Chiusi: anno dominicae Incarnationis millesimo septuagesimo secundo, septimo idus junii, indictione decima, al quale intervennero i due conti di Chiusi Rinieri e Bernardo coi vescovi di Chiusi e di Siena. Finì di vivere in quest'anno[1006] Adalberto arcivescovo di Brema, che fin qui era stato primo ministro del re Arrigo IV; persona già in odio a tutti, perchè o complice o autore di molte iniquità da esso re commesse. Fu uomo di rigida continenza, e celebrava la messa con gran compunzione e lagrime; ma senza avvedersi che la molta sua alterigia, vanità ed altri vizii offuscavano di troppo e guastavano le sue poche virtù. Tanto il re Arrigo pregò Annone arcivescovo di Colonia, prelato di rara probità, che volesse assumere il medesimo grado, che quantunque non poco egli ricusasse, pure v'acconsentì. E in effetto cominciò il pubblico governo sotto questo insigne prelato a prendere miglior faccia colla retta amministrazione della giustizia, col castigo dei cattivi, e con altri ottimi regolamenti. Ma durò ben poco questo sereno. Troppo violento, troppo avvezzato al mal fare era il re Arrigo. Fugli ancora supposto che Ridolfo duca di Suevia suo cognato macchinasse contro la sua corona, ed era per vedersi una scena eguale a quella della Baviera. Ma avendo Ridolfo fatto venire in Germania l'imperadrice Agnese sua suocera, questa così efficacemente s'interpose tra il figliuolo e il genero, che ne seguì per ora la pace.
NOTE:
[990] Rubeus, Hist. Ravenn., lib. 5.
[991] Ughell., Ital. Sacr., tom. 2 in Archiepisc. Ravenn.
[992] Baron., in Annales Ecclesiast.
[993] Acta Sanct. Bolland., ad diem 23 februarii.
[994] Bertold. Constantiensis, in Chron.
[995] Nicol. Card. de Aragon., in Vita Alex. II Papae.
[996] Arnulf., Hist. Mediolanens., lib. 3, cap. 23.
[997] Guillelm. Apulus, lib. 3. Malaterra, lib. 2, cap. 45.
[998] Lupus Protospata, in Chron.
[999] Anonymus Barensis, apud Peregrin.
[1000] Romualdus Salernit., tom. 7 Rer. Ital.
[1001] Leo Ostiensis, lib. 3, cap. 16.
[1002] Carusi, Stor. di Sicil., P. II.
[1003] Antiquit. Ital., tom. 1, pag. 213.
[1004] Fiorentini, Memorie di Matilde, lib. 1.
[1005] Antiquit. Italic., Dissert. XXXI.
[1006] Lambertus Schafnaburgensis, in Chron.
Anno di CRISTO MLXXIII. Indizione XI.
GREGORIO VII papa 1. ARRIGO IV re di Germania e d'Italia 18.
Non potè molto durarla Annone arcivescovo di Colonia alla corte del re Arrigo[1007]. Egli edificava con una mano, e il re distruggeva con tutte e due. Però non potendo più sopportare le sregolatezze del re, facendo valere la scusa della sua avanzata età, tanto disse, che ottenne di potersi liberar dalla corte, e di ritirarsi alla sua chiesa. Allora fu che Arrigo, vedendosi come tolto di sotto all'aio, lasciò la briglia a tutte le sue passioni, dandosi maggiormente in preda alle lascivie, e nulla curandosi, se riduceva alla disperazione i popoli della Turingia e Sassonia, con fabbricar tutto dì delle rocche in quel paese, con permettere alle guarnigioni di prendere colla forza il sostentamento dai poveri villani, e con proteggere le pretensioni dell'arcivescovo di Magonza, che volea contro il costume esigere le decime da que' popoli. Andarono perciò delle gravi doglianze a Roma contra di Arrigo, ed esposte furono tutte le di lui infamie, e spezialmente la vendita delle chiese: il che soprattutto dispiaceva al romano pontefice. Quindi cominciarono i Sassoni a ribellarsi, voltando l'armi loro contra delle fortezze fabbricate in lor pregiudizio dal re. Si aggiunse che Ridolfo duca di Suevia, Bertolfo duca di Carintia, e il novello duca di Baviera Guelfo IV[1008], veggendo sprezzato alla corte il savio ed onorato lor parere, se ne ritirarono. In somma l'indomito cervello e furor giovanile di Arrigo tutto andava facendo per perdere l'amore non men dei grandi che dei piccoli, e per mettere la confusione in Germania: il che pur troppo gli venne fatto. Intanto papa Alessandro, se dobbiamo credere all'Urspergense[1009], spedì lettere ad esso re, vocantes eum ad satisfaciendum pro simoniaca haeresi, aliisque nonnullis emendatione dignis, quae de ipso Romae fuerant audita. Ma non potè il buon pontefice Alessandro proseguir più oltre questi disegni, perchè Dio il chiamò a sè nel dì 21 d'aprile: pontefice per la sua pietà, umiltà, eloquenza e zelo, non inferiore ai migliori[1010]. Si raccontano ancora varii miracoli operati da Dio per intercessione di lui. Appena fu nel giorno seguente data sepoltura al defunto papa, che i cardinali con tutto il clero e popolo concordemente acclamarono papa il cardinale Ildebrando che prese il nome di Gregorio VII, e si rendè poi celebre a tutti i secoli avvenire. Resistè egli finchè potè, ma bisognò darla vinta al quasi furor del popolo, che non ammise dilazione. Nè ci volea di meno in questi tempi sì sconcertati della Chiesa di Dio, che il petto forte di questo virtuoso, dotto ed incorrotto pontefice, per correggere spezialmente gli abusi delle simonie e dell'incontinenza del clero, che troppo piede aveano preso dappertutto. Non volle ommettere il saggio eletto tutti i riguardi dovuti al re Arrigo, per procurare, se mai era possibile, di mantener la concordia, e per eseguir in parte anche il decreto di papa Niccolò II, nel quale anch'egli aveva avuta mano. Cioè spedì tosto i suoi messi in Germania coll'avviso al re della sua elezione, e per quanto si ha dalla Vita di lui, a noi conservata da Niccolò cardinal d'Aragona[1011], pregandolo, come avea fatto anche san Gregorio il Grande, di non prestar l'assenso a tale elezione. Quod si non faceret, certum sibi esset, quod graviores et manifestos ipsius excessus impunitos nullatenus toleraret. Se è vera la parlata di questo tenore (del che potrà talun dubitare), bisogna ben dire che il re Arrigo dovette qui fare un grande sforzo al suo mal talento per consentire, siccome è certo che consentì, ma non così tosto. Lamberto da Schafnaburgo[1012], senza parlare dei messi suddetti, e dopo avere esaltato l'integrità e l'altre virtù che concorrevano in questo pontefice, scrive che il di lui inflessibile zelo ed ingegno acre fece paura ai vescovi che si trovarono allora alla corte, ben consapevoli di varii lor mancamenti, dei quali poteva egli un giorno chiedere conto. Perciò esortarono Arrigo di dichiarar nulla l'elezione di lui, giacchè fatta senza conoscenza ed ordine suo. Ma dovette prevalere il parer dei più saggi, e il re si contentò d'inviare a Roma il conte Eberardo con ordine di conoscere come era passato il fatto; e se trovasse già consecrato il papa novello, di protestare di nullità qualunque atto fatto. Andò questo uffiziale, fu cortesemente accolto, dimandò conto dell'operato, e l'eletto pontefice rispose, che contro sua volontà, non ostante l'opposizione sua, era stato eletto dal clero e popolo; ma che non s'era lasciato sforzare a prender anche l'ordinazione, volendo prima essere assicurato che il re e i principi germanici avessero prestato l'assenso all'elezione sua. Questa umile risposta, rapportata al re Arrigo, il soddisfece, e però diede tosto ordine che fosse consecrato. Et statim Gregorium Vercellensem episcopum italici regni cancellarium ad urbem transmisit, quatenus autoritate regia electionem ipsam confirmaret, et consecrationi ejus interesse studeret. Lamberto scrive ch'egli fu consecrato nell'anno seguente nel giorno della Purificazione di santa Maria. Ma è un errore, a mio credere, de' suoi copisti. Tanto dalla Vita di lui conservata dal cardinal d'Aragona, quanto dal registro delle lettere del medesimo papa[1013], chiaramente costa che fu celebrata la di lui consecrazione nella festa de' principi degli Apostoli, cioè nel dì 29 di giugno dell'anno presente.
Già aveano prese l'armi i popoli della Sassonia e Turingia, perchè niuna giustizia poteano ottenere dal re. Ed egli inviperito volea procedere colla forza; ma gli arcivescovi di Colonia e Magonza, i vescovi d'Argentina e Vormazia, e i duchi di Baviera, di Suevia, dell'una e dell'altra Lorena e di Carintia ricusarono di somministrar gente, non parendo loro convenevole di andare all'oppressione di popoli innocenti. Non istette per questo Arrigo di marciare armato contra di que' popoli; ma più di quel che credeva li trovò forti e risoluti di vincere o di morire. E intanto fra vari principi della Germania, stomacati di tanti vizii di Arrigo, si cominciarono delle segrete pratiche per liberare il regno da un re che tendeva alla sua distruzione. Nel precedente anno era venuto in Italia Gozelone, ossia Gotifredo il Gobbo, duca di Lorena, tra il quale e Matilda, contessa e insieme duchessa insigne di Toscana, già dicemmo contratto matrimonio. Si disputa da varii scrittori se fra essi si conservò il celibato: quistione difficile a risolversi senza chiare testimonianze degli antichi, da chi è troppo lontano da que' tempi. In questi governavano la Toscana e gli altri Stati del fu marchese Bonifazio la duchessa Beatrice, e la suddetta contessa Matilda sua figliuola. Ora che Matilda, morto che fu il padrigno Goffredo, cominciasse ad esercitare o sola o colla madre Beatrice la suddetta autorità, lo deduco da un placito tenuto dalla medesima in quest'anno[1014], sexto idus februarii, Indictione undecima, extra muros lucensis civitatis, in burgo, qui vocatur Sancti Fridiani. Ivi essa è intitolata domna Mactilda marchionissa, hac ducatrix, filia bonae memoriae Bonefatii marchionis. È osservabile in quel documento che Flaiperto giudice vien chiamato missus domini imperatoris: eppure Arrigo IV non era giunto per anche alla corona dell'imperio, nè s'intitolava imperadore. Il notaio, usato a questa antica formola, non dovette badar molto al titolario d'allora. Un altro placito tenne in quest'anno la duchessa Beatrice[1015] in civitate Florentia infra palatium de domo Sancti Johanni, cioè nel palazzo del vescovo. La carta è scritta anno Domini nostri Jesu Christi septuagesimo secundo post mille, quinto kalendas martii, Indictione undecima. Qui è adoperata l'epoca fiorentina, che comincia l'anno nuovo nel dì 25 di marzo, e l'indizione XI fa conoscere che si parla dell'anno presente 1075, il quale, secondo lo stile fiorentino, era tuttavia anno 1072. In esso documento si vede intimato il bando domni regis, e non già dell'imperadore. Troviamo poi la duchessa Beatrice[1016] cum praeclara filia mea Mathilda nell'anno presente, Indictione XI, in die sabbati, quod est quarto idus augusti, in festivitate sancti Laurentii martyris, che fa una donazione al monistero di san Zenone di Verona. Lo strumento fu stipulato in monasterio sancti Zenonis in refectorio. Dissi venuto in Italia Gotifredo il Gobbo prima dell'anno presente. Ne fa fede un altro placito riferito dal Fiorentini[1017], e tenuto dalla duchessa Beatrice in civitate pisense in palatio domni regis, una cum Gotifredo duce et marchione, XVI calendas februarii, Indictione XI. E di qui ancora impariamo che il giovine Gotifredo in vigore del suo matrimonio colla contessa Matilda fu anch'egli ammesso al governo della Toscana e degli altri Stati. Leggesi poi una lettera[1018] a lui scritta dal nuovo papa Gregorio eletto, in cui gli significa la sua elezione e il buon animo ed affetto paterno ch'egli tuttavia conservava verso del re Arrigo. Pruova il cardinal Baronio[1019] che in quest'anno esso papa andò a Benevento, dove Landolfo VI principe di quella città gli prestò giuramento di fedeltà e vassallaggio. Passò anche a Capua, dove Riccardo I principe fece un atto simile per riconoscere suo sovrano il romano pontefice.
NOTE:
[1007] Lambertus Schafnaburgensis, in Chron.
[1008] Bertholdus Constantiniensis, in Chron.
[1009] Abbas Urspergens., in Chron.
[1010] Marianus Scotus, in Chronico. Donizo. Paul. Benried., in Vit. Gregorii VII et alii.
[1011] Card. de Aragon., in Vit. Gregor. VII, ibid.
[1012] Lambertus Schafnaburgensis, in Chron.
[1013] Tom. 10. Concilior. Labbe.
[1014] Antiquit. Italic., Dissert. X.
[1015] Ibid., Dissert. VI.
[1016] Antiquit. Italic., Dissert. XI.
[1017] Fiorent., App. Memor. di Matil., pag. 150.
[1018] Gregor. VII, lib. 1, Ep. 4.
[1019] Baron., in Annal. Eccl.
Anno di CRISTO MLXXIV. Indizione XII.
GREGORIO VII papa 2. ARRIGO IV re di Germania e d'Italia 19.
Abbiamo dalla Vita di san Gregorio VII nella raccolta di Niccolò cardinale d'Aragona[1020], ch'esso pontefice spedì in Germania l'imperatrice, non già B, ma A, cioè Agnese madre del re Arrigo, con Gherardo vescovo d'Ostia, Uberto vescovo di Palestrina, Rinaldo vescovo di Como, e col vescovo di Coira. Tale spedizione, per attestato di Bertoldo da Costanza[1021] e di Lamberto da Scafnaburgo[1022], appartiene all'anno presente. Furono questi legati ben accolti dal re dopo Pasqua in Nuremberga; esposero le paterne ammonizioni di papa Gregorio; ottennero che fossero cacciati di corte cinque nobili cortigiani già scomunicati; ma poc'altro di sostanza. Diede ben buone parole il re, e promise d'emendarsi; poscia li rispedì con tutto onore e ben regalati. Contra de' Sassoni seguitava intanto il maltalento del feroce re, i cui atti ed avvenimenti si veggono diffusamente scritti dal suddetto Lamberto. E benchè il papa si fosse esibito mediatore per comporre quelle rabbiose differenze, e s'affaticassero anche varii principi della Germania per indurlo a placarsi, egli non la sapeva intendere. Perchè le forze allora gli mancarono, infine come tirato pel capestro acconsentì alla pace, e con delle condizioni di suo poco onore, essendosi stabilito in quell'accordo che si smantellerebbono tutte le fortezze da lui fabbricate in pregiudizio di quei popoli. Mosse anche una furiosa lite al santo arcivescovo di Colonia Annone, e pochi erano que' principi ch'egli non credesse suoi nemici, o non facesse tutto il possibile per inimicarseli. Tenne in quest'anno il pontefice Gregorio VII un gran concilio in Roma, al quale intervennero assaissimi vescovi, ed inoltre, come s'ha da Cencio camerario presso il Baronio, e dal cardinal d'Aragona[1023], egregia comitissa Mathildis, Aczo marchio, et Gisulfus salernitanus princeps non defuere. Parlasi qui del famoso marchese Alberto Azzo II progenitore delle due linee de' principi di Brunswich e di Este. Anche il papa suddetto scrisse in questo anno[1024] a Beatrice duchessa di Toscana che il marchese Azzo avea promesso al papa nel sinodo di rendere conto del suo matrimonio con Matilda sorella di Guglielmo vescovo di Pavia, e vedova del marchese Guido, diversa da Matilda la gran contessa e duchessa di Toscana. Secondo le mie conghietture, doveva essere premorta a questo principe la contessa Garsenda sua seconda moglie, ed egli volle prenderne la terza, cioè la suddetta Matilda[1025]. Ma riputandosi eglino parenti, ne fu portata la denunzia a Roma. Fece il suo dovere il papa; ma non sappiamo qual fine avesse un tal affare. Certo è aver fallato alcuni scrittori della vita della gran contessa Matilda, in credere che di lei parlasse il papa in quella lettera. Ora in esso concilio[1026] fu pubblicata la deposizione de' preti concubinarii; decretato che niuno potesse ascendere agli ordini sacri, se non prometteva la continenza; e fulminata di nuovo con terribili anatemi la simonia. Portati in Germania questi decreti, gran rumore ne fece il clero dissoluto di quelle contrade; e pertinaci in voler sostenere l'inveterato abuso, eccitarono anche dei fieri tumulti contra di que' vescovi, che si accinsero a pubblicarli e a farli accettare. Parimente sappiamo che in questo concilio il pontefice Gregorio pubblicò la scomunica[1027] contra di Roberto Guiscardo duca di Puglia, non già, come suppose il cardinal Baronio, perchè egli dopo la presa di Salerno avesse portata la guerra contro la Campania, e messo l'assedio a Benevento, essendo più tardi succedute tali imprese. Vo io sospettando piuttosto, che citato Roberto Guiscardo a rinnovare il giuramento di fedeltà, e a prendere l'investitura de' suoi Stati, come aveano fatto i principi di Benevento e di Capoa, nè comparendo, si tirasse addosso le censure della Sede apostolica. In una lettera scritta a Beatrice e a Matilda nell'ottobre seguente, lo stesso papa Gregorio significa loro che Roberto prometteva di prestare il suddetto giuramento.
Era tornato il duca Roberto dopo la presa di Palermo, portando seco un gran tesoro in Puglia, alla città di Melfi[1028], dove i baroni tutti concorsero a baciar quell'invitta mano e a congratularsi. Ma fra essi non comparve Pietro normanno, che dominava in Trani ed in altre terre, nè avea dianzi voluto condur le sue genti all'impresa di Palermo, spacciandosi indipendente dal duca. Ma Roberto non potea sofferire chi in quelle parti non piegava il capo ai suoi voleri, e nol riconosceva per padrone. Fece dunque l'assedio di Trani, e l'obbligò alla resa[1029]. L'esempio di questa città fu seguitato da Giovenazzo, da Bussiglia e da altre terre. Tuttavia fatto in una baruffa prigione esso Pietro, sperimentò che la magnanimità non era l'ultima delle virtù di Roberto, perchè riebbe la libertà, ed anche le sue terre, a riserva di Trani, con obbligo di riconoscerle in vassallaggio dal duca. Anche Ruggieri conte di Sicilia[1030], ansiosissimo di aggiugnere alle sue conquiste l'importante castello di san Giovanni, con fortificare un vicino castello, cominciò a strignerlo, ben persuaso, che l'acquisto di quella fortezza gli faciliterebbe quello del rimanente della Sicilia. Intanto i corsari tunesini sbarcati a Nicotera nella notte della vigilia di san Pietro, parte di quei cittadini uccisero, parte colle donne e coi figliuoli condussero schiavi. Era stato nell'anno precedente conferito il vescovato di Lucca ad Anselmo nipote del defunto papa Alessandro II, e di patria senza dubbio milanese, uomo di santa vita e di sì eminente prudenza, che papa Gregorio VII il deputò poscia per consigliere della contessa Matilda, e il dichiarò suo vicario in Lombardia. Merita ben questo illustre personaggio che se ne faccia menzione. Sua cura tosto fu di volere riformar gli abusi introdotti fra i canonici della cattedrale di Lucca, come s'ha dalla di lui vita[1031] scritta da un autore contemporaneo, cioè dal suo penitenziere: abusi che erano in questi tempi assai familiari anche nell'altre chiese d'Italia; ma per quante esortazioni e minacce adoperasse, nulla potè ottener da essi. A qual precipizio si conducessero quegli ecclesiastici per questo affare, lo vedremo a suo luogo. Credette il cardinal Baronio[1032] che in questo anno fossero eglino citati al concilio romano, ma ciò avvenne molto più tardi. È anche degno d'osservazione, che stranamente prosperando i Turchi nell'imperio cristiano d'Oriente, Gregorio VII volle commuovere i principi e i re d'Occidente a formare un'armata da spedire colà per opporsi ai progressi di que' Barbari[1033]; ma niun successo ebbero le di lui premure. Questa è la prima volta che si cominciò a parlar di crociate contro gl'infedeli d'Oriente. Scrisse ancora papa Gregorio delle lettere fulminanti contro Filippo re di Francia a cagione di molti suoi eccessi, fra' quali entrò quello d'aver estorte immense somme di danaro ai mercatanti italiani che trovò iti a una fiera di Francia. Durava tuttavia la pia frenesia di rubare i corpi de' santi, ansando tutti di aver presso di sè que' sacri depositi. In quest'anno appunto riuscì ai monaci della Vangadizza sull'Adigetto di rubare ai Vicentini il corpo di san Teobaldo romito, che già dicemmo morto nell'anno 1066. Portato il sacro pegno al loro monistero, siccome costa dalla storia della sua traslazione[1034], fu esso onorato da Dio con assai miracoli, con essersi anche trovato ad essi presente il marchese Alberto Azzo II progenitore della casa d'Este. Contigit, illustrem virum Azonem marchionem, illius videlicet monasterii possessorem, advenire, et sicut ante gesta solo auditu, sic eadem visu cognoscere. Da lì a qualche tempo arrivò alla Vangadizza Rodolfo fratello del medesimo santo per ottenerne delle reliquie, e ne fece premurose istanze al marchese Azzo. Ma questi rispondea, se nolle tanti pretii thesauro regionem suam depauperare, et alienam ditare. Finalmente gliene concedette una parte. Nel diploma, con cui Arrigo IV nell'anno 1077 confermò gli Stati ad esso marchese Azzo, ed a Ugo e a Folco suoi figliuoli, siccome io altrove[1035] osservai, si vede il monistero della Vangadizza, oggidì bella terra appellata la Badia, posseduto allora dalla casa d'Este. Ma io non avvertii, che anche questo bel passo egregiamente compruova la verità d'esso diploma, perchè quel buon principe sommamente si rallegrò di avere ottenuto il sacro corpo di san Teobaldo, quod se suaeque ditionis populum in adventu beati et omni laude celebrandi, confessoris Teobaldi visitaverit. Ed ecco dove era allora il principal soggiorno del marchese Azzo estense. Le premure di papa Gregorio VII fecero che in quest'anno nel mese di settembre Domenico Silvio doge di Venezia e duca della Dalmazia fece un assegno di beni alla chiesa patriarcale di Grado. Il diploma, sottoscritto dai vescovi suffraganei, fu da me dato alla luce[1036].
NOTE:
[1020] Rerum Italicar., P. I, tom. 3.
[1021] Bertholdus Constantiensis, in Chron.
[1022] Lambertus Schafnaburgensis, in Chron.
[1023] Cardinal. de Aragon., in Vit. Gregorii, VII.
[1024] Gregor. VII, lib. 2, Ep. 9.
[1025] Antichità Estensi, P. I, cap. 4.
[1026] Lambertus Schafnaburgensis, in Chronico.
[1027] Card. de Aragon., in Vit. Gregor. VII.
[1028] Guillelmus Apulus, lib. 3.
[1029] Chron. Amalfitan., tom. 1 Antiquit. Ital., pag. 213.
[1030] Gaufridus Malaterra, lib. 3, cap. 7.
[1031] Acta Sanctorum Bolland., ad diem 18 mart.
[1032] Baron., Annal. Ecclesiast.
[1033] Gregor. VII, lib. 2, Epist. 31 et 37.
[1034] Mabill., Saecul. Benedict. VI P. II.
[1035] Antichità Estensi, P. I, cap. 7.
[1036] Antiquit. Ital., Dissert, V.
Anno di CRISTO MLXXV. Indizione XIII.
GREGORIO VII papa 3. ARRIGO IV re di Germania e d'Italia 20.
Un altro insigne concilio romano nel fine di febbraio fu in quest'anno celebrato da papa Gregorio VII[1037], in cui lo zelantissimo pontefice per la prima volta pubblicamente proibì sotto pena di scomunica le investiture de' vescovati e delle abbazie che i re davano agli ecclesiastici, con porgere loro il pastorale e l'anello. S'era da molti anni introdotta questa novità, e coll'essere divenuta dipendente dalla volontà dei sovrani temporali, che in que' tempi erano di coscienza guasta, la collazion delle chiese e dignità ecclesiastiche, s'era aperta una larga porta alla simonia. Infatti si conferivano queste dai re a chi le comperava colla lunga servitù alle corti, o colle adulazioni, e più sovente a chi più largamente offeriva regali e danaro. Venivano con ciò a cader bene spesso le chiese in mano di chi meno le meritava, restando neglette le persone degne. Furono anche in esso concilio confermati i decreti contra de' cherici concubinarii. Di nuovo eziandio fu scomunicato Roberto Guiscardo, il quale in questi tempi tenea segrete pratiche col re Arrigo, e nello stesso tempo dava buone parole al papa di volersi suggettare a tutti i di lui voleri. Ora il decreto suddetto intorno alle investiture, siccome parea che sminuisse di troppo l'autorità già usurpata dai monarchi, così fu la scintilla che accese dipoi la funesta guerra fra il sacerdozio e l'imperio. Sulle prime non ne fece doglianza o risentimento alcuno il re Arrigo, perchè incerto dell'esito della guerra da lui impresa contra de' Sassoni; anzi scrivea lettere di tutta sommessione e buona volontà al papa. Appena ne uscì egli vittorioso, che cominciò i suoi strepiti contro la Sede apostolica. Mosse egli dunque nell'anno presente le sue armi contro i popoli della Sassonia e Turingia[1038], dopo aver tanto operato colle lusinghe e promesse, che avea tirato nel suo partito i primi principi della Germania, cioè Ridolfo duca di Suevia, Guelfo duca di Baviera, Goffredo il Gobbo duca di Lorena, e Bertoldo duca di Carintia, i quali accorsero tutti colle lor genti a secondarlo in quell'impresa. Verso la metà di luglio seguì una sanguinosa battaglia fra l'esercito di Arrigo e quel de' Sassoni, e fu disputata un pezzo la vittoria; ma in fine andarono rotti i Sassoni, con essere nondimeno costato caro questo trionfo all'armata regale, in cui perì molta nobiltà, specialmente della Baviera e Suevia. Fama fu che restassero sul campo circa ventimila persone. Furono, siccome dissi, cagione questi fortunati successi che il re Arrigo, dianzi cotanto mansueto col romano pontefice, prendesse un'altr'aria, e cominciasse a farla da sprezzante, con ammetter anche alla sua corte e familiarità que' ministri che dianzi erano stati scomunicati dalla Sede apostolica. Intanto i Sassoni non lasciavano intentato mezzo alcuno per ottener pace e grazia dal re, il quale sempre più infellonito contra d'essi, e gonfio per la passata fortuna, nulla meno macchinava che l'intera loro schiavitù e rovina. Però affine di esterminarli intimò una nuova spedizion contra di loro, ed era con lui Goffredo duca di Lorena con sì grosso corpo di gente scelta, che uguagliava il resto dell'esercito del re[1039]. Ma gli altri duchi, Radulfus scilicet dux Suevorum, Welf dux Bajoariorum, Bertholdus dux Carentinorum, regi auxilium suum petenti denegaverunt: poenitentes, ut ajebant, superiori expeditione in irritum fusi tanti sanguinis, offensi etiam regis immiti atque implacabili ingenio, cujus iracundiae incendium nec lacrymae Saxonum, nec inundantes campis Thuringiae rivi sanguinis restinguere potuissent. Ciò non ostante, s'interposero tanti per la pace, che i Sassoni s'arrenderono alla volontà del re, il quale cacciò in esilio la maggior parte dei lor capi e baroni, e trattò il resto alla peggio.
Succedette in quest'anno nel martedì santo, giorno 30 di marzo, un nuovo terribile incendio nella città di Milano, descritto da Arnolfo milanese[1040], scrittore di vista. E fu come cosa miracolosa, perchè insorto nell'aria un vapore che vomitava fiamme, attaccò il fuoco alle case che si erano salvate nel precedente incendio, e alle già rifabbricate: con divario nondimeno dall'altro, perchè questo distrusse più chiese, a fra l'altre le due basiliche metropolitane, cioè la mirabil estiva di santa Tecla, e l'invernale di santa Maria, con quelle di san Nazario e di santo Stefano. Il danno di quella città fu incredibile. Non ostante sì terribil disgrazia, Erlembaldo seguitava a far guerra al clero incontinente di quella città, ed impedì anche nell'anno presente il battesimo solenne che si solea fare in tutte le cattedrali nel sabbato santo. Irritati per questo i nobili, e guadagnata parte della plebe, vennero alle mani colla gente di Erlembaldo, ed egli in quella zuffa restò morto, e fu poi riguardato qual martire e riconosciuto per santo, avendo anche Iddio con varii miracoli onorata la di lui sepoltura. Il Puricelli ne scrisse la vita. Dopo ciò il popolo di Milano, il quale, esaminati ben questi fatti, pare che già avesse assunta qualche forma di repubblica, ma con riconoscere tuttavia il comando e l'autorità del re Arrigo, unito col clero, spedì un'ambasciata al re medesimo per avere un arcivescovo[1041]. Giacchè egli era pentito di aver dato per arcivescovo ai Milanesi Goffredo, fu da lui eletto Tedaldo suddiacono milanese, che era suo cappellano, e il mandò a Milano, dove trovò buona accoglienza non men presso il clero, che presso il popolo, avido sempre di cose nuove. Si videro allora in un medesimo tempo, e non senza scandalo, tre arcivescovi di Milano, cioè Gotifredo consecrato, ma esiliato; Attone sostenuto e consecrato da papa Gregorio VII, e vivente in Roma, e Tedaldo ultimamente sopraeletto agli altri due. Fece quanto potè il papa per impedire la consecrazion di Tedaldo; ma i vescovi suffraganei attaccati al re Arrigo, ad onta di lui, il consecrarono. Corse in quest'anno un gran pericolo lo stesso pontefice Gregorio[1042]. Aveva egli pubblicata la scomunica contra di Cencio figliuolo di Stefano già prefetto di Roma, ma non già, a mio credere, prefetto anche egli d'essa città, uomo prepotente sì per la sua dignità e nascita, come per le sue grandi ricchezze, usurpator de' beni delle chiese, ed amico del duca di Puglia Roberto Guiscardo. Istigato costui dalle segrete insinuazioni di Guiberto arcivescovo di Ravenna, che già aspirava al papato, allorchè papa Gregorio nella notte del santo Natale di questo, e non già del seguente anno, celebrava la messa a santa Maria Maggiore, entrato con gente armata, il prese, e staccatolo dal sacro altare, seco il trasse ad una sua torre. Paolo benriedense[1043] aggiunge che esso papa riportò una ferita in quella funesta occasione. Si sparse tosto per la città la nuova di tanta empietà, a cui tutti inorridirono; e il popolo romano, dato di piglio all'armi, fatto il giorno, in furia corse alla torre di Cencio, e quivi con fuoco, con catapulte e con altri ingegni di guerra cominciò a batterla sì forte, che Cencio prevedendo in breve la propria rovina, si gettò a' piedi del papa, implorando, non che misericordia, aiuto per salvarsi. Allora il clementissimo pontefice affacciatosi ad una finestra, fece fermar gli assalti e l'ira del popolo; e tratto dalla torre, se ne tornò fra le acclamazioni di tutti a terminar la messa a santa Maria Maggiore; segno o che non era ferito, o che la ferita dovette essere ben leggera.
Furono poi dal popolo devastati e confiscati tutti i beni dell'empio insieme e pazzo Cencio che ebbe la fortuna di poter fuggire colla moglie e co' figliuoli. Gli aveva il papa imposto la penitenza di fare il viaggio di Gerusalemme. Arnolfo milanese[1044], scrittore di questi tempi, ci assicura, non essere passato l'anno, che costui morì soffocato da un'ulcera nella gola. Lo attesta anche Bertoldo da Costanza[1045], con dire che Cencio nei primi mesi dell'anno 1077 andò a Pavia menando prigione Rainaldo vescovo di Como, per essere ricompensato dal re Arrigo, e che quivi morendo all'improvviso, trovò quel guiderdone che meritavano le di lui scelleratezze. Approdarono inaspettatamente in quest'anno i Mori in Sicilia alla città di Mazzara[1046], e trovando i cittadini mal preparati a questa visita, entrarono per forza nella città. Posero anche l'assedio al castello situato nella pianura della città e vi stettero sotto ben otto giorni. Informato di ciò il conte Ruggieri, entrò di notte con uno stuolo d'armati in esso castello, e la seguente mattina uscì addosso ai nemici. Moltissimi di coloro restarono sul campo, gli altri incalzati, come poterono il meglio, si salvarono alle navi. Se si ha a prestar fede agli Annali pisani[1047], nella festa di san Sisto di agosto dell'anno presente presero i Pisani la città di Almadia, ed obbligarono Firmino re d'essa a pagar tributo da lì innanzi a Pisa, et coronam romano imperatori assignaverunt. Possiam fidarci poco d'essi Annali, ne' quali all'anno 1077 si torna a dire che i Pisani presero Almadia in Africa, e ciò parimente nel dì di S. Sisto. Ed altri Annali pisani riferiscono questo fatto all'anno 1088, dove ne tornerò io a parlare. Trovavasi nell'anno presente Beatrice duchessa di Toscana in San Cesario, distretto di Modena, dove nel dì 8 di giugno[1048] compose una differenza insorta fra Eriberto vescovo di Modena ed Alberto di Bazovara per la canonica di Cittanuova. Leggesi parimente un placito tenuto da essa Beatrice[1049], appellata gloriosissima comitissa, e da Matilda sua figliuola in civitate Florentia in via prope ecclesia sancti Salvatoris juxta palatio de domni sancti Battista, anno ab Incarnatione Domini nostri Jesu Christi septuagesimo quinto post mille, nonas martii, Indictione tertiadecima. Qui è l'anno fiorentino. Se s'ha da credere alla Cronichetta amalfitana[1050], nell'anno presente Roberto Guiscardo s'impadronì della città di santa Severina in Calabria.
NOTE:
[1037] Concil. Labbe tom. 9.
[1038] Lambertus Schafnaburgensis, in Chr. Bertholdus Constatiens., in Chron.
[1039] Lambertus Schafnaburgensis, in Chron.
[1040] Arnuf., Hist. Mediolan., lib. 4. cap. 8.
[1041] Idem, lib. 5, cap. 5.
[1042] Pandulfus Pisanus, et Cardinal. de Aragon., in Vit. Greg. VII. Lambertus Schafnaburg., in Chron.
[1043] Paulus Benriedens., in Vit. S. Greg. VII P. I, tom. 3 Rer. Ital.
[1044] Arnulf. Hist. Mediolanens., lib. 5, cap. 6.
[1045] Berthold. Constantiensis in Chron.
[1046] Gaufrid. Malaterra lib. 3, cap. 9.
[1047] Annal. Pisani, tom. 6 Rer. Ital.
[1048] Antiquit. Italic., Dissert. V.
[1049] Ibid., Dissert. XVII.
[1050] Chron. Amalfitan., tom. 1. Antiq. Ital., pag. 214.
Anno di CRISTO MLXXVI. Indizione XIV.
GREGORIO VII papa 4. ARRIGO IV re di Germania e d'Italia 21.
Fu sopra gli altri funesto l'anno presente, perchè principio dell'abbominevol guerra fra il sacerdozio e l'imperio. Fin qui avea il pontefice Gregorio usate tutte le maniere più efficaci, ma insieme dolci, per impedir la rottura, saldo nondimeno in voler abolita l'empia usanza di vendere i vescovati, ed eseguito il decreto formato contra le investiture delle chiese date dai principi laici. Ma il re Arrigo, insuperbito per li buoni successi della guerra di Sassonia, più che mai continuava il commercio simoniaco, e comunicava cogli scomunicati dalla santa Sede. In una lettera scritta il dì 8 di gennaio dell'anno presente[1051], con esso lui si doleva il papa, perchè avesse dato contro le promesse l'arcivescovato di Milano a Tedaldo, ed inoltre conferite le chiese di Fermo e di Spoleti a persone incognite al medesimo papa: segno che il ducato di Spoleti e la marca, appellata già di Camerino e talvolta di Fermo o d'Ancona, erano ritornati, dopo la morte di Goffredo Barbato duca di Lorena e Toscana, all'ubbidienza del re Arrigo. Ora il pontefice Gregorio, siccome personaggio di cuore intrepido, non mancò di scrivergli delle lettere più vigorose delle passate, e di avvertirlo, che s'egli non mutava registro, sarebbe forzata la santa Sede ad escluderlo dalla comunion de' fedeli. A questo fine gl'inviò nuovamente dei legati, che furono accolti con disprezzo. Fece l'infuriato re tenere una gran dieta in Vormazia nella domenica di settuagesima, dove intervennero tutti i vescovi ed abbati mal intenzionati verso il papa. Sopraggiunse ancora Ugone il Bianco cardinale, che di nuovo ribellatosi dalla Chiesa romana, comparve colà con lettere finte del senato romano, de' cardinali e d'altri vescovi, che richiedevano la deposizion di Gregorio VII e l'elezione di un nuovo papa. Di più non occorse, perchè il re Arrigo in essa dieta coi vescovi suddetti formassero un decreto, in cui dichiararono illegittimo pontefice e scomunicato papa Gregorio. Dopo di che[1052] spedì Arrigo i suoi messi con lettere in Lombardia e nella marca di Fermo per significare a tutti la risoluzion presa, e per sommuovere ciascuno contra di lui. Fu eziandio data ad un Rolando cherico di Parma l'imcumbenza di portare alla Chiesa romana una lettera fulminante e un ordine spedito in qualità di patrizio a papa Gregorio di scendere dal trono pontifizio, per dar luogo all'elezione di un altro papa. Arrivò questo Rolando a Roma in tempo che si celebrava un concilio numeroso nella basilica lateranense[1053], ed entrato nella sacra assemblea arditamente, dopo aver presentate al papa le lettere, con alta voce gl'intimò di lasciare in quel punto la cattedra pontificia, e al clero romano di portarsi per la Pentecoste alla corte, per ricevere dalle mani del re un vero papa, perchè il presente era un lupo. Alzossi allora Giovanni vescovo di Porto, gridando che fosse preso quel temeriario; e il prefetto di Roma colla milizia, sguainate le spade, corsero sopra di lui per levarlo di vita; e l'avrebbono fatto, se, interpostosi il papa, non lo avesse salvato dalle loro mani. Ventilata dipoi nel concilio la causa, ed animato il pontefice dall'assistenza della duchessa Beatrice e della contessa Matilde, che stendevano la lor possanza sopra buona parte d'Italia, e dalla disposizione in cui sapea che erano i più riguardevoli principi della Germania, dichiarò scomunicato e decaduto dal regno Arrigo IV, con assolvere tutti i di lui sudditi dal giuramento di fedeltà: risoluzione che, quantunque non praticata da alcuno de' suoi predecessori, pure fu creduta giusta e necessaria in questa congiuntura.
Morì nell'anno presente sul fine di febbraio, e di morte violenta, Gozelone ossia Goffredo il Gobbo, duca di Lorena e Toscana, da noi veduto marito della contessa Matilde[1054]. Ito egli una notte al luogo adattato pei bisogni del corpo, che dovea ben essere fabbricato alla balorda, da un uomo che stava in agguato (fu detto per ordine di Roberto conte di Fiandra) di sotto con una freccia fu sì mortalmente ferito nelle natiche, che, secondo Lamberto, da lì a sette giorni, o, secondo Bertoldo, la stessa notte gli convenne morire, ed anche senza i sacramenti, se si ha a credere a Brunone scrittor della guerra di Sassonia. Per la sua bravura e prudenza vien lodato non poco da esso Lamberto. Fu gran partigiano del re Arrigo IV, e però sospetto e poco caro a papa Gregorio VII, e a Beatrice e Matilde. Ma potea ben risparmiare il Fiorentini[1055] di farlo anche autore della nera congiura ed insolenza di Cencio romano contra la sacra persona di papa Gregorio, perchè nessun giusto fondamento di questa taccia a noi porge l'antica storia. Essendo egli morto senza prole, Arrigo investì del ducato della Lorena Corrado suo proprio figliuolo, e diede la marca d'Anversa a Gotifredo figliuolo del conte Eustachio, e cugino del defunto Gotifredo, il quale col tempo divenne re di Gerusalemme. Restò con ciò senza marito la contessa Matilde, e non andò molto ch'ella si vide tolta anche la madre. Terminò il corso di sua vita la duchessa Beatrice nel dì 18 di aprile nella città di Pisa, come consta dai versi di Donizone[1056]:
Octo decemque dies aprilis dum sinit ire Christi post ortum vera de Virgine corpus Anno milleno bis terno septuageno.
Principessa di gran pietà, di egual prudenza e d'animo virile, che si tenne sempre attaccata alla santa Sede, ma senza perdere il rispetto al re Arrigo, anzi con essere mediatrice di concordia e pace fra lui e il pontefice Gregorio. La maggior gloria nondimeno di Beatrice fu l'aver messa al mondo, e mirabilmente educata in tutte le virtù e nella cognizion delle varie lingue, la contessa Matilde, la quale rimasta sola al governo della Toscana e degli altri aviti suoi Stati, cominciò a far conoscere i suoi rari pregi nelle fiere rivoluzioni che andrò da qui innanzi accennando. Nè si dee tacere che il monaco Donizone s'adirò contra di Pisa, perchè quivi, e non in Canossa, fu seppellita la duchessa Beatrice. I suoi versi ci faran conoscere conoscere, come allora fosse mercantile la città di Pisa[1057]:
..... Dolor heic me funditus urit, Quum tenet urbs illam, qua non est tam bene digna. Qui pergit Pisas, videt illic monstra marina, Haec urbs Paganis, Turchis, Libycis quoque, Parthis, Sordida. Chaldaei sua lustrunt littora tetri. Sordibus a cunctis sum munda Canossa, sepulcri Atque locus pulcher mecum. Non expedit urbes Quaerere perjuras, patrantes crimina plura.
Che voglia dire con queste ultime parole Donizone, non si può ben intendere. Ma ben si capisce che Pisa era in questi tempi un famoso emporio e porto franco, dove erano ammessi gl'infedeli orientali ed africani: il che parve a Donizone un'indegnità, e perciò più meritevole la sua patria Canossa, per cagione della sua purità in materia di religione.
Le determinazioni prese in Roma contro del re Arrigo, quelle furono che finirono di determinare i primi principi della Germania a ritirarsi dal re Arrigo scomunicato, e a seriamente divisare dei mezzi di rimettere la quiete in quelle contrade[1058]. E giacchè vedeano più che mai ostinato il re nelle sue violenze e in altri vizii, passarono a liberar sè stessi e i popoli da un principe nato solamente per rendere infelici i suoi sudditi. I primarii dunque che l'abbandonarono, furono Ridolfo duca di Suevia, Bertoldo duca di Carintia e Guelfo duca di Baviera, il cui padre, cioè il marchese Alberto Azzo II, signore d'Este, di Rovigo e di altri Stati in Italia, parzialissimo fu sempre anch'egli della santa Sede, e dovea ben promuovere gl'interessi d'essa presso il figliuolo duca. Andò a dismisura crescendo il loro partito, e v'entrarono moltissimi vescovi. In una dieta da essi tenuta in Tribuna dopo la metà d'ottobre, dove intervennero anche i legati della santa Sede, fu progettato di creare un nuovo re. Arrigo venuto alla villa di Oppeneim, fra cui e Tribuna scorreva il Reno, affine di schivar l'imminente nembo, spediva di tanto in tanto legati, con promettere emendazion di vita, soddisfazioni, benefizii; e perchè niun si fidava di un principe che tante volte avea mancato alle promesse, e venivano rigettate le di lui belle parole, non lasciò egli indietro sommissione e preghiera alcuna per placarli. Finalmente gli fu accordato del tempo, e conchiuso che al romano pontefice sarebbe rimesso questo affare, e che esso papa sarebbe pregato di trovarsi in Augusta per la Purificazione di santa Maria; ed esaminate le ragioni dell'una e dell'altra parte, si starebbe al giudicato di sua Santità, con altre condizioni da eseguirsi al presente, che io tralascio. Non così fecero i più dei vescovi di Lombardia[1059]. Erano stati eglino scomunicati insieme con Guiberto arcivescovo di Ravenna nell'ultimo concilio romano, e da papa Gregorio. Però esso Guiberto, e Tedaldo arcivescovo di Milano con altri vescovi scismatici, raunato un conciliabulo in Pavia, scomunicarono anch'essi lo stesso papa Gregorio. Questo partito a sè favorevole in Italia fece risolvere il re Arrigo di non aspettare in Germania la venuta del pontefice romano, ma di portarsi egli a dirittura ad implorare la di lui misericordia di qua dall'Alpi. E tanto più credette migliore questo spediente, perchè temeva di soccombere nella dieta germanica alla folla di tanti accusatori delle sue enormità, delle quali ben sapeva di non avere scusa; e che gli riuscirebbe più facile lungi da tanti suoi avversarii di guadagnare il romano pontefice. Ma perciocchè i duchi di Baviera, Suevia e Carintia aveano chiuso con gente armata i passi per i quali si cala in Italia, egli colla moglie Berta e col piccolo figliuolo Corrado, accompagnato da pochi, prese il cammino della Borgogna[1060], e celebrò il santo Natale in Besanzone. Continuando poscia il viaggio, quum in locum, qui Civis dicitur, venisset, obviam habuit socrum suam (cioè Adelaide marchesana di Susa) filiumque ejus Amedeum nomine, quorum in illis regionibus et autoritas clarissima et possessiones amplissimae, et nomen celeberrimum erat. Non saprei dire se qui si parli della terra di Civasco. Fu onorevolmente ricevuto da essi Arrigo IV; ma se volle continuare il viaggio, gli convenne conceder loro cinque vescovati d'Italia contigui ai loro Stati: senza di che non voleano lasciarlo passare. Parve ciò duro al re, ma i suoi interessi più premurosi il fecero cedere a tali istanze. Il Guichenone[1061] pretende che questi vescovati fossero in Borgogna, e forse il Bugey. Ma Lamberto chiaramente scrive quinque Italiae episcopatus. Talmente era in questi tempi cresciuta la fama e potenza di Roberto Guiscardo duca di Puglia, Calabria e Sicilia, che Michele Duca imperadore d'Oriente concertò di avere una di lui figliuola per moglie di Costantino Duca Porfirogenito Augusto suo figliuolo e collega nell'imperio. Giovanni Zonara attesta[1062] che la figliuola fu condotta a Costantinopoli, e, secondo l'uso de' Greci, le fu posto il nome di Elena. Lupo Protospata[1063] nota anch'egli sotto l'anno presente le suddette nozze. Ed aggiugne che Ruggieri conte di Sicilia e fratello d'esso Roberto fece prigione un nipote del re d'Africa, che era venuto in Sicilia a Mazzara comandante di cento cinquanta legni. Ma questa sarà l'impresa medesima che il Malaterra[1064] mette sotto l'anno precedente, e, per conseguente, potrebbe anche essere accaduto il matrimonio nobilissimo della figliuola di Roberto Guiscardo in esso anno. Resto io in dubbio se in questi tempi il medesimo Roberto facesse l'impresa di Salerno, come vuole Romoaldo salernitano[1065], oppure nel seguente, dove ne parleremo. In Sicilia avea lasciato esso conte Ruggieri per suo luogotenente Ugo di Gircea, marito di una sua figliuola bastarda. Questi, voglioso di segnalarsi con qualche bella impresa, benchè ne avesse un divieto dal conte, insieme con Giordano, figliuolo anch'esso illegittimo d'esso Ruggieri, diede addosso a Benavert saraceno governatore di Siracusa. Ma caduto in una imboscata, vi lasciò la vita co' suoi, e Giordano appena si salvò con pochi. Affrettò per questa disavventura il conte Ruggieri il suo ritorno in Sicilia, e fece per allora quella vendetta che potè, con dare il sacco a qualche castello e paese de' Mori vicini.
NOTE:
[1051] Gregor. VII, lib. 1, Epist. 10.
[1052] Bertholdus Constantiensis, in Chron.
[1053] Paulus Benriedens., in Vit. Gregor. VII, cap. 69.
[1054] Lambertus Schafnaburgensis, in Chronico. Bertholdus Constantiensis, in Chronico. Bruno, de Bell. Saxon.
[1055] Fiorentini, Memorie di Matilde, lib. 1.
[1056] Donizo, in Vit. Mathildis, lib. 1, cap. 20.
[1057] Donizo, in Vit. Mathildis, lib. 1, cap. 20.
[1058] Lambertus Schafnaburgensis, in Chron. Berthold. Constant., in Chron.
[1059] Cardin. de Aragon., Vit. Greg. VII.
[1060] Lambertus Schafnaburgensis, in Chron.
[1061] Guichenon, de la Maison de Savoye, tom. 1.
[1062] Zonaras, Annal., tom. 2, pag. 288. Guillelm. Apulus, cap. 3. Malaterra, lib. 3, cap. 13.
[1063] Lupus Protospata, in Chron.
[1064] Malaterra, lib. 3, cap. 10.
[1065] Romualdus Salernitanus, Chron., tom. 7. Rer. Ital. Malaterra, lib. 3, cap. 10.
Anno di CRISTO MLXXVII. Indizione XV.
GREGORIO VII papa 5. ARRIGO IV re di Germania e d'Italia 22.
Secondo il concerto, s'era messo in viaggio il pontefice Gregorio con disegno d'andare alla dieta già intimata da tenersi in Augusta nel principio di febbraio di quest'anno[1066]. Uno dei più atroci verni che mai sieno stati, si provava allora in Lombardia. Contuttociò l'animoso pontefice si mise in viaggio, e, scortato dalla contessa Matilde, arrivò fino a Vercelli: quando eccoti nuova che il re Arrigo era giunto in Piemonte. Infatti dopo incredibili patimenti aveva egli valicate le Alpi piene di ghiacci e nevi, e corso più volte pericolo della vita colla moglie e col figliuolo; ma per timore che passasse l'anno dopo la scomunica contra di lui fulminata, egli si espose ad ogni rischio e fatica, tantochè pervenne in Italia. Sparsasi la fama del suo arrivo, corsero a visitarlo ed onorarlo i vescovi simoniaci di Lombardia e i conti; ed in breve si vide alla sua corte un conflusso innumerabil di gente. Ora non sapendo il papa se Arrigo venisse o con buona o con cattiva intenzione, tenuto consiglio, giudicò bene di retrocedere e di ritirarsi colla contessa Matilda alla di lui inespugnabil rocca di Canossa sul Reggiano. Colà comparvero molti vescovi e laici di Germania, venuti per disastrose ed inusitate strade a chieder l'assoluzion della scomunica, e dopo qualche giorno di penitenza l'ottennero. Vi comparve ancor il re Arrigo, e fatta chiamar la contessa Matilde ad un abboccamento, eam precibus ac promissionibus oneratam ad papam transmisit, et cum ea socrum suam (Adelaide marchesana di Susa) filiumque ejus (Amedeo) Azzonem etiam marchionem (dal quale abbiam detto che discende la real casa di Brunswich e la ducale d'Este) et abbatem cluniacensem (Ugo), et alios nonnullos ex primis Italiae Principibus, quorum auctoritatem magni apud eum momenti esse non ambigebat, obsecrans, ut excomunicatione absolveretur, ne principibus teutonicis, qui ad accusandum eum stimulo invidiae magis quam zelo justitiae exarsissent, temere fides haberetur. Somma fatica si durò da tutti per muovere il papa a commiserazione ed accordo. Lasciossi in fine piegare, purchè Arrigo deponesse le regali insegne, e desse veri segni di pentimento. Seguì pertanto quella scena, che fece allora e dipoi grande strepito, e farallo anche nei secoli avvenire: cioè fu ammesso Arrigo entro la seconda cinta di muro di quella rocca, che tre ne avea. Quivi accompagnato da tutti, senza alcun segno dell'esser suo di re, con veste di lana, co' piè nudi, mentre un eccessivo freddo regnava sopra la terra, restò un giorno, e poi l'altro, ed anche il terzo, con farlo ivi digiunare sino alla sera. Tempo viene talvolta che la superbia, primo mobile dei regnanti, cede il trono all'interesse. Dopo i tre dì, e come scrive Donizone[1067]:
Ante dies septem, quam finem Janus haberet, Ante suam faciem concessit papa venire Regem, cum plantis nudis a frigore captis.
Cioè nel dì 25 di gennaio diede il papa udienza ad Arrigo, che prostrato a' suoi piedi, dimandò misericordia de' suoi falli. Celebrò il pontefice la messa, e presa la sacra ostia nelle mani, perchè i suoi nemici lo spacciavano per simoniacamente asceso al papato, si purgò da questa calunnia. Esibì ad Arrigo di fare altrettanto, s'egli si credeva innocente, e non reo di tante accuse prodotte contra di lui. Ma egli con varie scuse se ne guardò. Fu poscia al pranzo col pontefice, il quale lo avea ben assoluto della scomunica, ma con lasciare in sospeso l'affare del regno, e rimettere ai principi germanici e ad una dieta il decidere s'egli dovesse deporre la corona, oppure ritenerla. Dopo ciò il papa venne a Reggio, dove si trovava Guiberto arcivescovo di Ravenna, il più maligno degli avversarii del papa, con gli altri vescovi simoniaci, aspettando il compimento delle promesse di Arrigo.
Convien ora sapere, essersi appena inteso in Lombardia come era passato il congresso del re col papa in Canossa[1068], che infinite mormorazioni ed insolenze si sparsero non men contra dello stesso pontefice, trattandolo da tiranno, da omicida, da simoniaco, quanto contra d'Arrigo, perchè sì vilmente si fosse suggettato ad un sì indegno trattamento. Fu proposto di creare Corrado figliuolo di Arrigo, benchè di tenera età, re: tutti fuggivano, o vilipendevano Arrigo, e le città gli serravano le porte in faccia. Ora tra per questo, e perchè non già di buon cuore, ma per necessità de' suoi affari, egli avea fatta quella concordia col papa, se ne pentì egli ben presto. Gli stava a' fianchi il suddetto Guiberto con altri vescovi scomunicati, a' quali non fu difficile il fargli ritrattare il fatto, e ricominciar lo sprezzo delle condizioni già accettate, e la nemicizia col papa. In questa maniera ricuperò Arrigo a poco a poco la buona grazia de' vescovi e dei popoli della Lombardia[1069]. Ma non potè ottenere dal papa la licenza d'essere coronato re d'Italia colla corona ferrea in Monza. Riassunse nondimeno le insegne di re, benchè si fosse obbligato col papa di vivere in maniera privata, finchè in Germania fosse decisa la di lui causa. Un suo diploma da me pubblicato[1070] cel fa vedere in Pavia nel dì 3 d'aprile dell'anno presente. Se s'ha a credere a Donizone[1071], egli tentò ancora di tirare il papa ad una conferenza, con disegno di prenderlo. Ma avvertitane la contessa Matilde, fece sventare la mina e condusse il papa alle montagne. Fece Arrigo prendere anche Geraldo vescovo d'Ostia, mandato dal papa per suo legato a Milano. Di tutto questo andò avviso in Germania. Non volle poi Arrigo portarsi alla dieta intimata a Forcheim, come avea data parola. Vi si trovarono bensì i legati del papa, e quivi i duchi Ridolfo, Guelfo e Bertoldo, gli arcivescovi di Magonza e di Maddeburgo, e i vescovi di Virtzburg, di Metz e di altre chiese, i quali trattarono della maniera di restituir la pace, come essi credevano, o almen desideravano, alla Germania; e fu risoluto di creare un nuovo re[1072]. Fu dunque eletto Ridolfo duca di Suevia, tuttochè egli resistesse un pezzo ad accettar questa pericolosa dignità. A buon conto nello stesso giorno della sua consecrazione, che fu il dì 26 di marzo dell'anno presente[1073], si sollevò contra di lui una sedizione in Magonza. Quel che è più strano, apparisce dalle lettere di papa Gregorio[1074] che esso pontefice non approvò l'elezion di Ridolfo, e si riserbò la conoscenza di tal causa, per decidere a chi de' due contendenti fosse dovuta la corona; del che poi fece gravi doglianze la fazione d'esso Ridolfo, scrivendone al medesimo papa. Ricorse in questi tempi Arrigo al medesimo pontefice, implorando il suo aiuto contra di Ridolfo usurpatore della corona. Ebbe per risposta, che non si potea soddisfarlo, mentre esso Arrigo teneva tuttavia prigione s. Pietro nel suo legato Geraldo, il quale poi diede fine alle sue miserie, chiamato da Dio a miglior vita sul principio di dicembre dell'anno presente. Ora il pontefice, dopo essersi fermato per tutto giugno in Bibianello, Carpineto e Carpi, terre del Reggiano, allora della contessa Matilde, e in Figheruolo sul Po; chiarito abbastanza che l'animo di Arrigo, lungi dall'essersi mutato, era disposto a far peggio, s'incamminò per la Toscana alla volta di Roma. Il re Arrigo anch'egli seppe trovar via di penetrare in Germania, dove raunato un picciolo esercito, cominciò la guerra contra del nuovo re Ridolfo[1075]. Morì nel dì 14 di dicembre in quest'anno l'imperadrice Agnese sua madre in Roma, lasciando dopo di sè il concetto di molta pietà e prudenza. Mancarono anche in questo anno di vita Sigeardo patriarca d'Aquileia (a cui fu surrogato Arrigo canonico d'Augusta) ed Imbricone vescovo d'Augusta, fautore di Arrigo. Ma quel che dovette far più rumore, fu la morte di Gregorio vescovo di Vercelli, cancelliere in Italia d'esso re. Aveva egli intimata una dieta del regno da tenersi ne' prati di Roncaglia circa il dì primo di maggio dell'anno avvenire, con disegno, se mai potea, di deporre il papa; ma una morte improvvisa prima di quel dì troncò le sue trame, e senza lasciargli tempo di penitenza.
Secondo Lupo Protospata[1076], in quest'anno Roberto Guiscardo duca di Puglia fece l'acquisto importante della città e del principato di Salerno. Ma per conto dell'anno è da maravigliarsi come cotanto discordino fra loro gli scrittori. L'anonimo casinense[1077] accenna questo fatto all'anno 1075; Romoaldo salernitano[1078] all'anno 1076. Quantunque io non vegga stabili nella lor cronologia questi autori, forse per difetto de' loro testi alterati dai copisti, pure stimo più verisimile che all'anno presente s'abbiano da riferir tali avvenimenti, per le ragioni che andremo adducendo. Erano in questi tempi gli Amalfitani sotto Gisolfo principe di Salerno[1079], ed aggravati da lui oltre il dovere e costume con dei tributi. Ricorsero essi a Roberto Guiscardo, che a bocca aperta stava aspettando l'opportunità e uno specioso pretesto per insignorirsi di quel nobile paese. Avendo egli presa ben volentieri la lor protezione, fece con ambasciata sapere a Gisolfo suo cognato che trattasse più umanamente quel popolo. Sdegnosamente gli rispose Gisolfo. Allora Roberto, che avea delle nimicizie con Riccardo I principe di Capoa, stabilì con esso lui pace, e fra le condizioni gl'impose di aiutarlo nell'impresa di Salerno. Infatti amendue colle lor forze e colle macchine militari posero l'assedio a Salerno per terra e per mare. Abbiamo da Pietro diacono[1080] continuator dell'Ostiense, che presentita questa guerra papa Gregorio, che amava non poco Gisolfo, gli spedì Desiderio abbate di Monte Casino per esortarlo a trattar di pace; ma che Gisolfo neppur gli volle dare risposta. Dappoichè fu intrapreso l'assedio, tornò l'abbate casinense, e fatto abboccar Riccardo principe di Capoa con Gisolfo, gli consigliarono tutti di venire a concordia col duca Roberto. Egli più che mai pertinace nulla si curò del loro parere. Crebbe la fame nell'assediata città a tal segno, che il povero popolo si ridusse a cibarsi delle carni più immonde; e non potendo più reggere, aprirono le porte ai Normanni octavi tempore mensis. Ritirossi il principe Gisolfo nella torre o rocca fortissima, fabbricata sulla cima del monte. Stretto ancor ivi, finalmente fu forzato a rendersi a patti di buona guerra, ed ebbe la libertà d'andarsene. Soggiunge Pietro diacono che papa Gregorio il fece governatore della Campania. Dopo la presa di questa città, ch'era allora delle più belle e deliziose d'Italia, e celebre spezialmente per la scuola della medicina, colà per questo concorrendo anche gli oltramontani bisognosi di guarigione, il duce Roberto vi fece fabbricar nella pianura un castello inespugnabile. Anche nella Cronichetta amalfitana[1081] l'acquisto di Salerno è attribuito all'anno presente. Diedesi ad esso duca anche Amalfi, città allora mercantile al sommo, piena d'oro, piena di popolo e di navi. Di essa così scrive Guglielmo pugliese[1082]:
Huc et Alexandri diversa feruntur ab urbe Regis et Antiochi. Haec (ratibus) freta plurima transit. Hic (an heic?) Arabes, Indi, Siculi noscuntur et Afri: Haec gens est totum prope nobilitata per orbem, Et mercanda ferens, et amans mercata referre.
Gaufredo Malaterra[1083] aggiugne che nel tempo medesimo dell'assedio di Salerno il duca Roberto entrò in possesso d'Amalfi, ed ebbe al suo servigio parte degli stessi Amalfitani contra di Salerno. Meritano ben più fede tali autori, che la Cronichetta amalfitana, in cui all'anno 1074 è riferita la presa di Amalfi, con dirsi ivi ancora, che essendo morto Sergio duca di quella città, gli succedette Giovanni suo figlio, ma per poco tempo, perchè ne fu spogliato da Roberto Guiscardo.
Abbiamo ancora dal suddetto Malaterra che in quest'anno il conte Ruggieri assediò per mare e per terra in Sicilia la città di Trapani, e la forzò alla resa. Veggonsi varii atti di Arrigo IV e dei suoi ministri, prima ch'egli tornasse in Germania. Cioè confermò egli al monistero di san Salvatore di Pavia i suoi beni[1084], III nonas aprilis anno ab Incarnatione Domini nostri Jesu Christi MLXXVII, Indictione XV, anno autem ordinationis quidem domni Henrici quarti regis XXVI, regni vero XXIV. Actum Papiae. Trovavasi egli in Piacenza XIII kalendas martii, dove tenne un placito[1085], e giudicò in favore di quella cattedrale. Probabile è ancora che appartenga a quest'anno il diploma da me dato alla luce[1086], in cui conferma Ugoni et Fulchoni germanis, Aczonis marchionis filiis, cioè del marchese Azzo II progenitore dei principi estensi, i loro Stati posti nei contadi di Gavello, Padova, Vicenza, Verona, Brescia, Cremona, Parma, Lunigiana, Arezzo, Lucca, Pisa, Piacenza, Modena e Tortona; fra' quali specialmente vengono annoverati Este, Rovigo, Montagnana, Casal Maggiore del Cremonese, Pontremoli della Lunigiana, e la terra Obertenga in Toscana, de' quali Stati ho io abbastanza favellato nelle Antichità estensi. Tre placiti ancora tenuti dai suoi ministri in Verona e in Padova si trovano da me pubblicati nelle Antichità italiche[1087]. Ma quel che è più glorioso per la nobilissima casa d'Este, in quest'anno (s'io ben mi appongo) Roberto Guiscardo duca, dopo aver maritata, come già accennammo, una figliuola nell'imperador d'Oriente, un'altra ne diede ad Ugo figliuolo del sopraddetto marchese Azzo. Ne fa menzione Guglielmo pugliese[1088] con dire che dopo la presa di Salerno venne il duca alla città di Troia, e che fermatosi ivi,
Nobilis advenit lombardus Marchio quidam, Nobilibus patriae multis comitantibus illum; Axo vocatus erat. Secum deduxit Hugonem Illustrem natum. Ducis ut filia detur Exigit, in sponsam. Comites, proceresque vocari Quoque facit super his dux consulturus ab urbe. Horum consiliis Roberti filia nato Traditur Axonis, ec.
Poscia aggiugne che si fecero di gran feste e conviti per quelle nozze, e che Roberto sollecitò tutti i suoi baroni a regalar gli sposi: il che non essendo stato praticato nelle nozze della precedente figliuola, rattristò quei nobili. Tuttavia contribuirono tutti, e molto più fece egli.
Iis generum donans, addens sua, classe parata Ad sua cum magno, patremque remisit honore.
In qual credito fosse allora la casa di Este, si può abbastanza dedurre anche da questo. Cessò di vivere nel novembre di quest'anno Landolfo VI principe di Benevento[1089]; laonde Roberto Guiscardo duca, voglioso anche di questa conquista, si portò all'assedio di quella città. Se poi meritano fede gl'imbrogliati Annali pisani[1090], quel popolo unito co' Genovesi, passato in Africa, vi prese duas magnificas civitates Almadiam et Sibiliam in die sancti Sixti. Io so bene che una Siviglia è in Ispagna. Che un'altra ne fosse in Africa, non l'ho per anche letto. Il Tronci[1091] ne parla all'anno 1087, e dice che presero le città di Damiato e di Libia: tutte notizie che mancano di sicuri fondamenti. Veggasi l'anno 1088, al quale si dee riferire sì fatta impresa.
NOTE:
[1066] Lambert. Schafnaburgensis, in Chronico. Cardinal. de Arag., in Vita Gregorii VII.
[1067] Donizo, in Vita Mathild., lib. 2, cap. 1.
[1068] Lambertus Schafnaburgensis, in Chron.
[1069] Paulus Benried., in Vita Greg. VII, c. 86.
[1070] Antiquit. Italic., Dissert. XXXI, pag. 948.
[1071] Donizo, lib. 2, cap. 1.
[1072] Bruno, Histor., Bell. Saxon.
[1073] Bertholdus, Constantiensis, in Chron.
[1074] Gregor. VII, lib. 4, Epistol. 23, 24, 28.
[1075] Bertholdus, Constantiensis, in Chron.
[1076] Lupus Protospata, in Chron.
[1077] Anonymus Casinens., in Chron.
[1078] Romualdus Salernit., in Chron.
[1079] Guillelmus Apulus, lib. 3.
[1080] Petrus Diaconus, Chron. Casin., tom. 3, cap. 45.
[1081] Antiquit. Ital., tom. 1, pag. 214.
[1082] Guillelmus Apulus, lib. 3.
[1083] Gaufridus Malaterra, lib. 3, cap. 3.
[1084] Bullar. Casinense, tom. 2, Constit. CXIV.
[1085] Campi, Istor. di Piacenza, tom. 1, Append.
[1086] Antichità Estensi, P. I, cap. 7.
[1087] Antiquit. Ital., Dissert. IX et XXXI.
[1088] Guillelmus Apulus, lib. 3 Poemat.
[1089] Chronic. S. Sophiae apud Peregrinium.
[1090] Annali Pisani, tom. 6 Rer. Ital.
[1091] Tronci, Annali Pisani.
Anno di CRISTO MLXXVIII. Indizione I.
GREGORIO VII papa 6. ARRIGO IV re di Germania e d'Italia 23.
Tanto il re Arrigo quanto il nuovo re Ridolfo si studiavano di aver favorevole nella loro terribil gara il romano pontefice, e a questo fine gli spedirono i loro legati[1092]. Papa Gregorio perciò tenne un concilio in Roma nella prima settimana di quaresima, dove essendo concorsi circa cento tra arcivescovi e vescovi, fu stabilito di spedire in Germania i legati apostolici per conoscere da qual parte fosse la ragione e il torto. Quivi furono ancora di nuovo scomunicati Tedaldo, appellato da alcuni Tebaldo, arcivescovo di Milano, Guiberto arcivescovo di Ravenna, Ugo Bianco cardinale ribello della Chiesa romana, con altri vescovi. Degno di osservazione si è ciò che seguitano a dire quegli Atti[1093]: Excommunicamus omnes Northmannos, qui invadere terram sancti Petri laborant, videlicet marchiam firmanam, ducatum spoletanum, et eos, qui Beneventum obsident, et qui invadere et depraedari nituntur Campaniam, et maritima, atque Sabinos, necnon et qui tentant urbem romanam confundere. Di qui può apparire che la marca di Fermo, ossia di Camerino o d'Ancona, il ducato di Spoleti, erano o posseduti dalla Chiesa romana, o almen pretesi di sua ragione dal papa: il che, come fosse succeduto, non l'ho potuto finora conoscere. Debbonsi ancora notar quelle parole: et eos, qui Beneventum obsident. Intorno a che convien ora dire, che sbrigato dalla conquista di Salerno il duca Roberto, mal soddisfatto del romano pontefice, che dianzi l'avea scomunicato, cominciò nell'anno precedente la guerra contra le terre della Chiesa nella Campania[1094]. Fu perciò di nuovo pubblicata la scomunica contra di lui e del suddetto Riccardo, e papa Gregorio, collecto exercitu, super eos ire disponit, come s'ha da Pietro Diacono. Ciò riferito al duca Roberto, si ritirò in fretta col principe Riccardo a Capoa, e andò a mettere l'assedio a Benevento, nel mentre che Riccardo principe di Capoa imprese quello di Napoli. Tutto ciò avvenne nell'anno antecedente. Continuò Riccardo l'assedio di Napoli per molti mesi, ed avea anche ridotta quella città a mal partito[1095], quando sopraggiuntagli la morte nel dì 15 d'aprile, liberò i Napoletani dalle sue branche. Fu principe, per attestato della Cronichetta amalfitana[1096], alto di statura, di bell'aspetto, di gran coraggio ed avvedutezza, benigno coi fedeli, terribile contro i perfidi ribelli. Ebbe per successore nel principato di Capoa Giordano I suo figliuolo. Ci fa assai intendere il suddetto concilio che nel principio della quaresima tuttavia durava l'assedio di Benevento, fatto dal duca Roberto: perlochè fu di nuovo fulminata contra di lui la scomunica. Ma appena Giordano fu succeduto al padre, che insorse la discordia fra il duca Roberto e lui. Abbracciò esso Giordano la difesa delle terre della Chiesa e dei Beneventani[1097], da' quali ebbe un regalo di quattromila e cinquecento bisanti, o vogliam dire scudi d'oro. Uscito perciò in campagna, secondochè s'ha da Pietro Diacono, fece ribellare molti de' conti e vassalli contra di Roberto, arrivò sotto Benevento, e distrusse tutte le fortificazioni fatte dal duca per prendere quella città. Bari con Trani ed altre città si ribellarono al Guiscardo. Abailardo suo nipote, perchè figliuolo di Unfredo, al quale avea Roberto occupata tutta l'eredità, fu uno de' più vigorosi congiurati contra dello zio Guiscardo. Seguirono perciò varii incontri d'armati, e varii assedii raccontati da Guglielmo pugliese[1098], dopo i quali finalmente fu fatta pace tra esso Roberto e Giordano. Servì questa concordia per abbattere tutte le speranze del nipote Abailardo, il quale se ne fuggì a Costantinopoli, e quivi diede fine alla vita. Ricuperò Roberto Bari, Trani, Santa Severina, e l'altre terre[1099] che s'erano ribellate. Ascoli, Monte di Vico ed Ariano ritornarono alle mani sue; ed era per fare altri progressi, quando Desiderio abbate di Monte Casino s'interpose, e trattò di pace fra il pontefice e lui. Abbiamo dalla Vita di Gregorio VII papa, a noi tramandata da Niccolò cardinale d'Aragona[1100], che venerabilis pontifex receptis nuntiis Roberti Guiscardi egregii Normannorum ducis, versus Apuliam post octavas Pentecostes iter arripuit, et cum ipso apud Aquinum colloquium habuit. Congrua itaque ab eo satisfactione suscepta, prius a vinculo excommunicationis eum absolvit, et consequenter fidelitatem et homagium ejus recepit. Postmodum vero jam assumtum in specialem beati Petri militem, de totius Apuliae et Calabriae ducatu per vexillum Sedis apostolicae investivit. Guglielmo pugliese scrive che questo abboccamento e concordia seguì in Benevento, e non già in Aquino; ed essere corsa voce che il papa, per impegnar meglio nella sua difesa Roberto Guiscardo, gli fece sperare la corona del regno d'Italia[1101]:
Romani regni sibi promisisse coronam Papa ferebatur.
Parimente Riccardo cluniacense[1102] conferma questa voce con asserire che papa Gregorio aveva intenzione di crear imperadore esso Roberto, o Boamondo suo figliuolo. Tornava il conto ad esso pontefice, nel pericoloso cimento, in cui egli si trovava per la nemicizia del re Arrigo, non solo di non aver nemico il potentissimo ed invitto duca di Puglia, ma anche di averlo amico e difensore ne' bisogni. Il tempo fece vedere che senza questo appoggio minacciava rovina il suo pontificato.
Ma non tutti questi avvenimenti si compierono nell'anno precedente e nel presente. Siccome vedremo, parte d'essi appartiene all'anno seguente 1079. Certamente si allontanò dal vero il cardinal Baronio[1103], allorchè pose l'assedio suddetto di Benevento nell'anno 1074. Già abbiam veduto che nel concilio romano dell'anno presente si fa menzione del medesimo assedio, non per anche sciolto. Ma neppure il padre Pagi[1104] colpì nel segno, allorchè pretese che nell'anno 1077 Roberto duca si abboccasse col papa, e ne riportasse l'assoluzione. Papa Gregorio per tutto il giugno del 1077 si trattenne nelle montagne del Reggiano, siccome costa dalle lettere d'esso pontefice. Nel dì 15 d'agosto era in Firenze, e nel primo giorno di settembre in Siena. Ma abbiam veduto che papa Gregorio si mosse di Roma post octavas Pentecostes, per andare ad Aquino a trattar di pace con Roberto. Essendo venuta l'ottava della Pentecoste nell'anno 1077 prima della metà di giugno, come potè egli mai passar da Roma ad Aquino in quel tempo, se, siccome abbiam detto, egli per tutto giugno si fermò in Lombardia? Adunque la riconciliazion di Roberto dee essere succeduta più tardi, e vedremo che non s'ingannò il Baronio in differirla sino all'anno 1080. Oltre di che, Lupo Protospata[1105] all'anno 1078 scrive: Robertus dux obsedit Beneventum, sed ejus obsidio dissipata est a Rodulpho Pipino comite, (cioè, come stimò il Pellegrini[1106], da Rainolfo zio del principe di Capoa Giordano) et hoc anno obiit Richardus princeps, mentre assediava Napoli. Anche Romoaldo salernitano[1107] e l'autore della Cronichetta amalfitana[1108] attestano che Riccardo morì durante quell'assedio Indictione prima, cioè nell'anno presente. E che anno primo, postquam cepit Salernum, Robertus dux Beneventum obsedit. Certo è che nello stesso tempo furono fatti que' due assedii, e però nell'anno presente. Il che vien ancora confermato dall'antica Cronichetta di santa Sofia, pubblicata dal suddetto Pellegrini[1109], dove si legge: Robertus dux obsedit Beneventum XIV kalendas januarii, usque VI idus aprilis, unde expulsus est cum omnibus suis Indictione I. L'indizione prima correa nell'anno presente. Ora essendo fuori di dubbio l'aggiustamento del papa con Roberto Guiscardo, seguito dappoichè fu sciolto l'assedio di Benevento, per conseguente non nell'anno 1077, come immaginò il padre Pagi, ma molto più tardi si dee credere succeduto. Finalmente si noti che l'autore della Vita di san Gregorio VII[1110] ci somministra il filo per accertarci dell'anno, in cui seguì l'accordo suddetto. Cioè scrive egli che fra i due re contendenti Arrigo IV e Ridolfo, horribili bello acriter utrimque commisso, caesa sunt multa millia hominum hinc inde. Soggiugne appresso: Et iterum peccatis exigentibus inter eosdem reges horribiliter est pugnatum, ubi maxima virorum fortium multitudo cecidit. Spedì papa Gregorio i suoi legati in Germania per quetar, se mai era possibile, così atroce tempesta. Ma i due re vennero alla terza battaglia. Iterum inter eosdem reges acriter est pugnatum, et multa millia hominum, maxime Bohemorum, caesa sunt.
Dopo questi tragici avvenimenti continua quell'autore a dire che papa Gregorio, portatosi ad Aquino, fece l'accordo con Roberto Guiscardo. Non essendo succedute tali battaglie se non nell'anno presente e nel 1080, nel quale ancora furono spediti in Germania i suddetti legati, vegniamo in fine a conoscere che nell'anno stesso 1080, come volle il Baronio, Roberto Guiscardo tornò all'ubbidienza del romano pontefice. Abbiam detto che succederono sanguinosissimi fatti d'armi fra Arrigo e Ridolfo in Germania. Nel primo, per testimonianza di Bertoldo[1111], restò vincitore e padrone del campo Ridolfo; e nel secondo, accaduto nel dì 17 d'agosto di quest'anno, la vittoria restò incerta, essendo costata la vita a più migliaia di persone. Fra gli altri vi fu ucciso Wernero arcivescovo di Maddeburgo, e presi Bernardo arcidiacono della Chiesa romana, Sigifredo arcivescovo di Magonza, e Adalberto vescovo di Vormazia: il che non si può mai intendere senza orrore, non essendo le guerre e le battaglie un mestier convenevole a persone ecclesiastiche. L'autore della Cronica di Maddeburgo presso il Meibomio[1112] e l'Annalista sassone[1113] pretendono che questa seconda battaglia riuscisse molto più favorevole ai Sassoni e a Ridolfo, che ad Arrigo. Verso l'Ognissanti esso re Arrigo, rinforzato di gente, portò la guerra negli Stati di Guelfo duca di Baviera, e di Bertoldo duca di Carintia, tutti e due fedeli fautori del papa e del re Ridolfo[1114]. Nel qual tempo venne a morte esso duca Bertoldo con grave danno del suo partito. In questo anno poi Ruggieri conte di Sicilia per terra e per mare bloccò[1115] la città di Taormina, e dopo molte fatiche se ne impadronì. Tenuto fu un altro concilio in Roma da papa Gregorio dopo la metà di novembre, in cui troviamo fulminate molte scomuniche, e nominatamente contra Niceforo Botoniata imperador di Costantinopoli, che avea usurpato quel trono a Michele e a Costantino Porfirogenito, genero del duca Roberto, la cui figliuola fu rimandata al padre. Per questi sì frequenti concilii di papa Gregorio doveano poco attendere alle lor gregge i sacri pastori. Intervennero a quest'ultimo i legati de' due re contendenti, promettendo amendue di fare una dieta, dove si deciderebbe la lor controversia.
NOTE:
[1092] Paulus Benriedens., in Vit. Greg. VII.
[1093] Concilior. Labbe, tom. 10.
[1094] Petrus Diac., lib. 3 Chron., cap. 45.
[1095] Camillus Peregr., in Not. ad Protos.
[1096] Antiquit. Italic., tom. 1.
[1097] Petrus Diacon., Chron., lib. 3, cap. 45.
[1098] Guillelmus Apulus, Poem., lib. 3.
[1099] Petrus Diac., Chron. lib. 3, cap. 45.
[1100] Cardinalis de Aragonia, in Vit. Greg. VII.
[1101] Guillelmus Apulus, lib. 3.
[1102] Richardus Cluniacensis, in Chron., in Antiq. Ital.
[1103] Baron., in Annal. Ecclesiast.
[1104] Pagius, Crit. ad Annal. Baron.
[1105] Lupus Protospata, in Chronico.
[1106] Peregrin., in Notis ad Protospatam.
[1107] Romuald. Salern., in Chron., tom. 8 Rer. Ital.
[1108] Antiquit. Italic, tom. 1.
[1109] Peregrin., Hist. Princ. Langobard.
[1110] Card. de Aragon., P. I, tom. 3 Rer. Ital.
[1111] Bertholdus Constantiensis, Chron. August., tom. 1 Freheri.
[1112] Chronic. Magdeburg., tom. 2, apud Meibomium.
[1113] Annalista Saxo, apud Eccardum.
[1114] Bertholdus Constantiensis, in Chron.
[1115] Gaufrid. Malaterra, lib. 3, cap. 15.
Anno di CRISTO MLXXIX. Indizione II.
GREGORIO VII papa 7. ARRIGO IV re di Germania e d'Italia 24.
In quest'anno ancora papa Gregorio celebrò nel mese di febbraio un numerosissimo concilio in Roma[1116], dove intervenne l'eresiarca Berengario, e ritrattò le perverse sue dottrine intorno al sacramento dell'altare. Furono confermate le sacre censure contra Tedaldo arcivescovo di Milano, Sigefredo vescovo di Bologna, Rolando vescovo di Trevigi, e contra i vescovi di Fermo e Camerino. Trovossi alla medesima sacra assemblea Arrigo novello patriarca di Aquileia, il quale, quantunque promosso a quella chiesa da Arrigo IV, pure umilmente si suggettò alla Sede apostolica, e promise di non aver comunione con gente scomunicata. Si dolsero in quel sinodo del re Arrigo i legati del re Ridolfo, a cagion delle guerre e violenze ch'egli promoveva in Germania[1117]. Perlochè il pontefice Gregorio destinò per suoi legati al congresso, da tenersi in Germania, Pietro Igneo cardinale e vescovo d'Albano, Odelrico vescovo di Padova (Paolo Benriedense scrive[1118] che fu Alemano vescovo di Passavia) e il suddetto patriarca d'Aquileia. Andarono essi; ma perchè non vollero alle istanze di Arrigo scomunicare il re Ridolfo, senza frutto se ne tornarono a Roma, con riferire al papa la disubbidienza d'esso Arrigo e l'ubbidienza del re Ridolfo. Era intenzione del pontefice di trasferirsi egli in persona in Germania, per decidere quello spaventoso litigio; ma il re Arrigo, troppo diffidando di lui, a questo non volle dar mano. Continuò in quest'anno la guerra fra essi re[1119]. Ridolfo andò contro la Vestfalia, e costrinse que' popoli alla sua ubbidienza. Arrigo portò la guerra nella Suevia contra di Ridolfo. Aggiugne il Cronografo sassone[1120] che bellum fit iterum inter Rodulphum et Henricum hyeme nimis aspera, ubi in primo congressu Saxones (uniti con Ridolfo) terga vertunt. Ma uno squadron d'essi Sassoni, mentre gli altri erano occupati nella mischia, diede il sacco agli alloggiamenti del re Arrigo. In questa maniera si andava desolando la misera Germania per l'arrabbiata contesa di quei due regnanti. Per altro non dovette succedere alcun fatto strepitoso, al vedere che Bertoldo da Costanza non ne parla. Gli Annali pisani[1121], che non meritano, a mio credere, gran fede nelle cose antiche, mettono sotto quest'anno la guerra fra i pisani e i Genovesi. Dai primi fu abbruciata la terra di Rapallo, ed incontratesi le lor flotte nel dì 13 di maggio, la genovese si salvò colla fuga. In quest'anno ancora Lupo Protospata[1122] scrive che intravit Petronus (Pietro vien chiamato da Guglielmo pugliese) in Tranum. Et Barum rebellavit, ejecto exinde praeside ducis. Et Bajalardus filius Umfredae comprehendit Asculum. Però se fosse stabile l'asserzione di questo istorico, noi avremmo che parte di que' fatti che ho riferito nell'anno precedente, presi da Pietro Diacono, sarebbono da attribuire all'anno presente. Ma all'osservare ch'esso Lupo racconta come succeduta in questo medesimo anno la caduta di Michele Duca dal trono di Costantinopoli, e l'usurpazione di Niceforo Botoniata, che pur si crede creato imperador d'Oriente nell'anno precedente, si potrebbe restar dubbioso intorno al tempo di tali fatti. Ma l'Anonimo barense[1123] presso Camillo Pellegrini, dopo aver narrata all'anno 1078 l'assunzione al trono del Botoniata, anch'egli nel presente 1079 scrive che mense februarii die III stante rebellavit Bari ab ipso duce, et dirutum castello de Portanova. Nella stessa guisa l'autore di un'antica Cronichetta normannica, da me data alla luce[1124], parla di que' fatti. Anno MLXXIX Petronius comes intravit iterum Barim. Abagilardus comes (nipote di Roberto Guiscardo) ivit super Trojam, et fugavit Boamundum filium Roberti ducis, et obsedit, et cepit Asculum. Et iterum Robertus recuperavit eum. Postea factum est praelium ibidem, et fugatus est Abagilardus cum militibus suis, et fugit in Constantinopolim, et ibi mortuus est inimicus duci Roberto. Ecco dunque che gli avvenimenti raccontati tutti in un fiato da Pietro Diacono, continuatore della Cronica casinense, succederono in parte nell'anno presente, e fra questi la ribellione di Bari. Ancora al conte Ruggieri si ribellarono in Sicilia le terre di Jato e Cenisi[1125]. Le assediò egli amendue nello stesso tempo; e costrinse quegli abitanti ad implorare il perdono, che non fu loro negato.
Confermò in quest'anno il re Arrigo i suoi privilegii alla chiesa di Padova e al vescovo Olderico con un diploma[1126] dato X kalendas augusti, Indictione II, anno dominicae Incarnationis MLXXVIIII, anno autem regni domni regis Henrici quarti XXIII. Actum Ratispone. Nella copia, di cui mi son servito, si leggeva D. Paduanae ecclesiae episcopus. Ma si dee scrivere Uld., cioè Uldericus. E di qui può apparire che esso Olderico non fu spedito per suo legato dal pontefice Gregorio. Ho io parimente pubblicata una convenzione seguita nel dì 31 di maggio[1127] inter marchionem Azonem, et Ugonem et Fulconem germanos, filios ejusdem marchionis Azonis, e il capitolo dei canonici di Verona, in vigore di cui essi canonici diedero a livello al marchese e a' suoi figliuoli la corte di Lusia, villa di grande estensione. Si vede che il marchese Azzo estense pensava a bene stabilire ed ingrandire in Italia i figliuoli del secondo matrimonio, giacchè Guelfo IV figlio del primo letto e duca di Baviera era giunto ad una riguardevol potenza in Germania. Questo Ugo è il medesimo che avea sposata la figliuola del duca di Puglia Roberto. Raccogliesi poi da una lettera scritta da papa Gregorio a Desiderio abbate di monte Casino[1128], che Arrigo IV anch'egli si maneggiò per ottenere una figliuola d'esso Roberto Guiscardo duca in moglie di Corrado suo primogenito, con esibirsi d'investire Roberto della marca di Fermo, et rex duci marchiam tribuat. Ma il saggio papa dovette fare in maniera che questo trattato andò per terra. Nè si dee tacere che (probabilmente in quest'anno) esso duca Roberto maritò un'altra figliuola con Raimondo II conte potentissimo di Barcellona e di altre città. Ne parla, oltre ad altri autori, Guglielmo pugliese[1129] come di un fatto accaduto prima che seguisse la concordia fra il papa ed esso duca:
Partibus Esperiae, quem Barcilona tremebat, Venerat insignis comes hanc Raymundus ad urbem; Ut nuptura ducis detur sibi filia, poscit.
Il padre Pagi[1130] credette contratto questo matrimonio prima dell'anno 1077. Ma se son ben concertati i tempi di quei fatti presso il suddetto storico, tali nozze debbono appartenere all'anno presente.
NOTE:
[1116] Concil. Labbe, tom. 10.
[1117] Cardinal. de Aragon., in Vita Gregor. VII.
[1118] Paulus Benriedens., in Vita Gregor. VII.
[1119] Annalista Saxo, apud Eccardum.
[1120] Chronographus Saxo, apud Leibnitium.
[1121] Annal. Pisani, tom. 6 Rer. Ital.
[1122] Lupus Protospata, in Chron.
[1123] Rerum Italicarum, tom. 5.
[1124] Ibid., tom. 5, pag. 278.
[1125] Ganfrid. Malaterra, lib. 3, cap. 20.
[1126] Antiquit. Italic., Dissert. XIX.
[1127] Antichità Estensi, P. I, cap. 7.
[1128] Gregor. VII, Epist. 11, lib. 9.
[1129] Guillelmus Apulus, lib. 4. Anonym., de Gest. Comit. Barcin. apud Baluz.
[1130] Pagius, in Critic. ad Annal. Baron.
Anno di CRISTO MLXXX. Indizione III.
GREGORIO VII papa 8. ARRIGO IV re di Germania e d'Italia 25.
Crebbero in quest'anno gli affanni alla Germania e all'Italia per la funestissima guerra insorta fra il sacerdozio e fra i due emuli re Arrigo e Ridolfo. Il primo, figurandosi di trovar a dormire i Sassoni, nel dì 27 di gennaio dell'anno presente andò colla sua armata ad assalirli[1131]. Si fece un sanguinoso fatto d'armi, in cui (che che ne dica la Cronica augustana) fu obbligato ad una vergognosa fuga Arrigo con tutti i suoi. Ridolfo ne spedì per mezzo dei suoi legati a Roma la lieta nuova, ed insieme fece esporre le doglianze sue contra di Arrigo, che sempre più sconvolgeva e desolava la Germania, e mostravasi disubbidiente al romano pontefice. Diedero motivo tali avvisi e lamenti a papa Gregorio di apertamente dichiararsi in favore del re Ridolfo. Perciò nel concilio VII tenuto in Roma nel dì 9 di marzo, dopo avere rinnovate le scomuniche contra gli arcivescovi di Milano e di Ravenna, dichiarò legittimo re del regno germanico Ridolfo, e fulminò la scomunica e la sentenza di deposizione contra di Arrigo, usando le più forti espressioni, per esprimere in ciò l'autorità dei sommi pontefici, e colla stessa franchezza dicendo: Ipse autem Henricus cum suis fautoribus in omni congressione belli nullas vires, nullamque in vita sua victoriam obtineat. Mandò esso papa a Ridolfo una corona d'oro, dove si leggeva questa iscrizione:
PETRA DEDIT PETRO, PETRVS DIADEMA RODVLPHO.
Essendo volata in Germania la nuova di questa risoluzione[1132], crebbe a dismisura la rabbia del re Arrigo, nè mancarono perversi consiglieri che il trassero all'ultimo degli eccessi. Fece egli pertanto raunare un conciliabolo di trenta vescovi scismatici, e di molti signori sì di Germania che d'Italia, suoi fautori, in Brixen, o sia Bressanone sul Tirolo, e gl'indusse con empia ed affatto irregolar procedura a dichiarar deposto Gregorio VII dal papato, e ad eleggere in suo luogo Guiberto arcivescovo di Ravenna, già più volte scomunicato, il quale assunse dipoi il nome di Clemente III. Era costui cittadino di Parma di gran nobiltà, e da molti vien creduto della nobil casa di Correggio. Scrive Donizone[1133] che di tre figliuoli di Sigefredo lucchese, ascendente della contessa Matilde,
Fiunt Parmenses duo fratres, ambo potentes. Dat Guibertinam minimus, primus Baratinam, Progenies ambas grandes, et honore micantes.
Da essa schiatta gibertina sembra che discendesse il suddetto antipapa. Aspirava da gran tempo alla cattedra di san Pietro esso Guiberto, uomo, quanto privo dello spirito ecclesiastico, altrettanto provveduto di mondana politica. Il primo de' suoi pensieri era l'ambizione, l'ultimo il timore di Dio. L'esaltazione di questo mal uomo succedette nel dì 25 di giugno. Nel decreto di tale elezione, rapportato dall'abbate urspergense[1134], si spacciarono non poche stomachevoli calunnie contra di papa Gregorio, suggerite da Ugo il Bianco cardinale scomunicato, e che si leggono anche nell'empia diceria delle scismatico Bennone. Scrisse dipoi Arrigo allo stesso Gregorio pontefice e al popolo romano lettere infami per avvisarli dell'idolo ch'egli avea introdotto nella casa di Dio. Fu inoltre spedito in Italia il novello antipapa, per tirare nel suo partito tutti i simoniaci e i nemici del vero papa; nè a lui fu difficile di trovarne molti e di mettere insieme un'armata.
Il presentimento di questo colpo, e gli avvisi di quel che andava succedendo in Germania, quegli sproni dovettero essere che finalmente indussero e ad affrettarono papa Gregorio a rilasciare la sua severità contra di Roberto Guiscardo duca di Puglia, Calabria e Sicilia, ed accordarsi con lui. Roberto anch'egli si trovava in qualche disordine per le molte città che gli s'erano ribellate, e gli era utile l'accomodarsi ai voleri del papa. Però il pontefice post octavas Pentecostes, circa il dì 7 di giugno, siccome abbiamo detto di sopra, andossene ad Aquino[1135], accompagnato da Giordano principe di Capoa, e quivi riconciliatosi con Roberto, l'assolvè dalle censure, e diedegli l'investitura di tutti quegli Stati che gli erano stati conceduti da Niccolò II e da Alessandro II pontefici predecessori, con aggiugnere: De illa autem terra, quam injuste tenes, sicut est Salernus, et Amalfia, et pars Marchiae Firmanae, nunc te patienter sustineo in confidentia Dei omnipotentis et tuae bonitatis, ec. Probabilmente questo era stato il punto principale che avea fin qui ritardata la pace fra loro. Giurò all'incontro fedeltà ed omaggio al papa il duca Roberto, con promettere ancora di pagar ogni anno alla Chiesa romana dodici denari di moneta pavese per ogni paio di buoi di tutti i suoi Stati. Già s'è, a mio credere, assai dimostrato di sopra all'anno 1078 non sussistere l'opinione del padre Pagi, che tal riconciliazione seguisse nell'anno 1077, e star forte quella del Sigonio e del cardinal Baronio, da' quali fu riferita al presente anno 1080. Aggiungo ora, che gli atti d'essa investitura e del giuramento di Roberto son posti fra le lettere del libro ottavo di Gregorio VII, che riguardano gli affari di quest'anno. E nella lettera settima d'esso libro il pontefice dà avviso a tutti i fedeli di aver parlato cum duce Roberto et Jordane, ceterisque potentioribus Nortmannorum principibus, che gli aveano promesso soccorso contra di ognuno in difesa della Chiesa romana, con palesar eziandio la risoluzione presa di marciare con un'armata contra di Ravenna, per liberar quella chiesa e città dalle mani dell'empio Guiberto, già alzato dalla perfidia al sacrilego grado di antipapa. Finalmente abbiamo dalla Cronichetta normannica da me pubblicata[1136], che anno MLXXX Robertus dux amicatus est cum Gregorio papa in mense junio, et confirmata fuit ab illo omnis terra, quam habebat Robertus dux in Apulia, Calabria et Sicilia. Guglielmo pugliese anch'egli narra[1137] sotto il presente anno la concordia suddetta; anzi la fa succeduta dopo la morte del re Ridolfo: nel che egli s'inganna. Dalla stessa Cronichetta abbiamo che il duca Roberto nell'aprile di quest'anno ricuperò la città di Taranto e Castellaneta. Presentossi ancora coll'esercito sotto Bari, e colla fuga di Petronio conte tornò ad impadronirsene. Fece anche lo stesso della città di Trani. Notizie tutte confermate da Lupo Protospata[1138] e dall'Anonimo barense[1139]. Era già stato, siccome accennai, da Niceforo Botoniata precipitato dal trono imperiale d'Oriente Michele Parapinacio con Costantino suo figliuolo, e genero del duca Roberto, ed obbligato a prendere l'abito di monaco. Una curiosa scena avvenne in quest'anno. Eccoti comparire in Puglia davanti il duca Roberto un uomo vilmente vestito, che si spaccia per Michele imperator deposto, e chiede aiuto contro l'occupator dell'imperio, spezialmente rappresentando che la sua rovina era proceduta dalla parentela contratta con esso Roberto, principe troppo odiato da' Greci. Fu accolto con grande onore, vestito di abiti imperiali, e trionfalmente condotto per la città. Credette, o mostrò di credere il duca Roberto che costui veramente fosse il deposto Michele. Anna Comnena[1140] sostiene nella sua Storia che questa fu una finzione, procurata da Roberto stesso, principe che in astuzie politiche non avea pari, per prendere da ciò pretesto di assalire la monarchia dei Greci. Gaufredo Malaterra[1141], tuttochè Normanno, pure anch'egli inclina a credere che questo Michele fosse un tiro di politica e una fantasima atta a commuovere i popoli alle imprese che Roberto, sbrigato dalle guerre civili, andava già macchinando, e alle quali cominciò nell'anno presente a prepararsi. Da una lettera di papa Gregorio[1142] si scorge che anche a lui fu fatta credere la venuta in Italia dell'Augusto Michele. Il Malaterra suddetto mette la comparsa di questo fantoccio nell'anno 1077, ma i più nell'anno presente 1080, nel quale comparve in Sicilia Raimondo conte di Provenza a chiedere per moglie Matilda figliuola primogenita del conte Ruggieri. Furono con gioiosa solennità celebrate quelle nozze, e lo sposo contento condusse la moglie alle sue contrade. Ebbero maniera i Saraceni di rientrare in questo anno nella città di Catania per tradimento di Bencimino governator d'essa, musulmano di professione, ma creduto di gran fede da Ruggieri. Udita questa dispiacevol nuova, non perdè tempo Giordano figliuolo del conte Ruggieri ad accorrere colà con un piccolo corpo di cavalleria. Trovò schierati i Saraceni sotto quella città, gli assalì con incredibil valore, e talmente li riempiè di terrore, che, non credendosi sicuri neppure nella città, l'abbandonarono con ritirarsi in Siracusa.
Intanto in Germania avvenne una terribile mutazion di cose[1143]. Nel dì 15 di ottobre seguì la quarta battaglia campale fra i due re Arrigo e Ridolfo. Gran varietà si truova fra gli scrittori nella descrizion di essa, chi sostenendo che furono messi in fuga i Sassoni, e chi essersi dichiarata la vittoria per loro. Quel che è certo, in quel conflitto restò mortalmente ferito, e di lì a non molto morì il re Ridolfo. L'autore della Vita di Arrigo IV presso il Reubero[1144] pretende ch'egli fosse ucciso da' suoi medesimi soldati, guadagnati con danaro del re Arrigo. Questo colpo sconcertò sommamente gli affari della lega cattolica non solo in Germania, ma anche in Italia, ed espose alle dicerie de' nemici il pontefice Gregorio VII. Se merita fede Sigeberto[1145], avea predetto esso papa che in quest'anno sarebbe morto il falso re, intendendo di Arrigo, ma in vece sua finì di vivere il re Ridolfo. Potrebbe essere una favola; ma certo egli, scrivendo a tutti i fedeli[1146], avea fatto loro sperare, nefandorum perturbationem merita ruina cito sedandam, et sanctae Ecclesiae pacem et securitatem (sicut de divina clementia confidentes promittimus) proxime stabiliendam. Si raccoglie lo stesso da altre sue lettere. Però fecero grande schiamazzo i partigiani di Arrigo per l'avvenimento tutto contrario alle promesse o speranze pontificie. Loro ha già risposto il cardinal Baronio[1147], e meritano intorno a ciò d'esser lette anche le riflessioni dell'abbate Fleury[1148]. A questo infausto accidente un altro se ne aggiunse in Italia. Risoluta la celebre contessa Matilda di sostener gl'interessi del romano pontefice, e di tentare, secondo il concerto fatto, di cacciar da Ravenna l'antipapa Guiberto, avea raunate le sue forze nel territorio di Mantova, città allora a lei ubbidiente. Ma fu anche in armi quasi tutta la Lombardia in aiuto di Arrigo, e con un potente esercito si portò alla Volta, luogo del Mantovano[1149]. Quivi vennero alle mani le due armate, e a quella della contessa toccò la rotta nel dì 15 di ottobre, cioè nel giorno stesso in cui seguì l'altro infelice conflitto della Germania, dove il re Ridolfo perdè la vita. Leggesi parimente nella Vita di Gregorio VII[1150], che dopo la morte di Ridolfo evolutis paucis diebus, Henricus filius ejus (di Arrigo IV) cum exercitu llustris comitissae Mathildis pugnavit. Et quia, sicut fieri solet, varius est eventus belli, victoriam habuit. Che Enrico, ossia Arrigo, sia questo figliuolo del re Arrigo IV, non truovo io scrittore che me l'additi. Forse quello (dice il Fiorentini[1151]), che senza nome presso Donizone morì poi nell'assedio di Montebello. Certamente non fu Arrigo V, poscia imperadore, perchè si crede nato solamente nell'anno seguente. A me è ignoto se Arrigo IV avesse de' figliuoli bastardi. Nondimeno improbabil cosa non sarebbe che ne avesse avuto. Fece in quest'anno la suddetta contessa Matilde una donazione al monistero di san Prospero, oggidì di san Pietro, dei Benedettini di Reggio. La carta fu scritta[1152] anno ab Incarnatione Domini nostri Jesu Christi millesimo octuagesimo, die IX mensis decembris, Indictione tertia. L'indizione corre qui sino al fine dell'anno; ma potrebbe dubitarsi che fosse qui adoperato l'anno pisano, e che lo strumento appartenesse all'anno precedente, nel cui settembre cominciò a correre l'Indizione III. Tenne inoltre essa contessa un placito in Corneto, terra del contado di Toscanella[1153], VII kalendas aprilis, Indictione III, dove decise la lite d'una chiesa in favore di Berardo abbate di Farfa.
NOTE:
[1131] Bertholdus Constant., in Chron. Bruno, Hist. Bell. Saxon.
[1132] Marianus Scotus, in Chron. Otto Frisigen., in Cron. Sigebertus, in Chron. et alii.
[1133] Donizo, in Vit. Mathild., lib. 1, cap. 1.
[1134] Urspergensis, in Chron.
[1135] Cardinal de Aragon., in Vit. Gregor. VII.
[1136] Chron. Normann., tom. 5 Rer. Ital., p. 278.
[1137] Guillelm. Apulus, Poemat., lib. 4.
[1138] Lupus Protospata, in Chron.
[1139] Anonymus Barensis, apud Peregrin.
[1140] Anna Comnena, in Alexiad., lib. 1.
[1141] Gaufrid. Malaterra, lib. 3, cap. 13.
[1142] Gregor. VII, lib. 8, Epist. 6.
[1143] Marianus Scotus, in Chron. Bertholdus Constant., in Chron. Bruno, Hist. Bell. Saxon. et alii.
[1144] Auctor. Vit. Henrici IV, apud Reuberum.
[1145] Sigebertus, in Chron.
[1146] Gregor. VII, lib. 8, Epist. 7 et 9.
[1147] Baron., in Annal. Ecclesiast.
[1148] Fleury, Hist. Eccl., tom. 13, dans la Pref.
[1149] Bertold. Constantiensis, in Chron.
[1150] Cardinal. de Aragon., Vit. Gregor. VII, part. I, tom. 3 Rer. Italic.
[1151] Fiorentini, Memor. di Matild., lib. 1.
[1152] Antiquit. Italic., Dissert. XXII.
[1153] Mabill., Annal. Benedict.
Anno di CRISTO MLXXXI. Indizione IV.
GREGORIO VII papa 9. ARRIGO IV re di Germania e d'Italia 26.
Insuperbito il re Arrigo per le felicità nel precedente anno occorse all'armi sue, calò nel presente con molte forze in Italia[1154]; e siccome uomo infaticabile e fervido nel mestier della guerra, dopo aver celebrata la Pasqua in Verona, s'inviò a Ravenna, dove si preparò per passare a Roma, fingendo di voler pace, ma consigliatamente per tentare, se potea, d'intronizzar nella sedia di san Pietro lo scomunicato Guiberto. Confessò in una sua lettera Gregorio VII[1155] che la maggior parte de' suoi, atterriti dalle prosperità d'Arrigo, il consigliava di far pace, e massimamente perchè Arrigo prometteva di gran cose. Eravi anche apparenza che la contessa Matilda, quasi unico antemurale della parte cattolica in Italia, per difetto non già di volontà, ma di forze, avesse da cedere alla potenza d'Arrigo. Contuttociò mirabil fu la costanza ed intrepidezza di Gregorio; nè si lasciò egli mai piegare ad alcuna viltà. Animo a lui fra i mezzi umani faceva la speranza di essere soccorso da Roberto Guiscardo, e il vedere i Romani concordi per sostenerlo. Se si ha a credere agli storici fiorentini, Arrigo assediò inutilmente Firenze dall'aprile fino al dì 21 di luglio. Il Villani[1156] scrive che nel dì 12 d'aprile terminò quell'assedio. Comunque sia, certo è che comparve circa la Pentecoste coll'esercito e coll'antipapa a Roma il re Arrigo[1157]. Trovò quella città ben disposta alla difesa, e fu non men egli che Guiberto onorato di quanti ingiuriosi titoli e villanie seppe inventare la satirica facondia di quel popolo. Accampossi nel prato di Nerone, aspettando pure di far qualche bel colpo; ma inutilmente tutto, perchè odiato da' Romani tutti. Intanto gli aderenti suoi di Lombardia faceano guerra alle terre della contessa Matilda, devastando paesi, assediando castella, ma con ritrovar dappertutto nelle di lei genti il coraggio della medesima principessa. Ne fa menzion Donizone[1158], ma con tacerne una a lui svantaggiosa, discoperta nondimeno dall'avveduto Fiorentini[1159]. Cioè, che in questi tempi cotanto prevalse in Lucca la fazione degli scismatici, istigata principalmente da alcuni scapestrati del clero, che quella città si ribellò alla contessa Matilda e si diede ad Arrigo. Ciò si ricava dai diplomi di esso re, dati in quest'anno a que' cittadini, e alle chiese di essa città, de' quali fa anche menzione Tolomeo da Lucca[1160]. Di questa ribellione eziandio siamo assicurati dall'autore della Vita di santo Anselmo vescovo di Lucca, il quale in tal congiuntura fu cacciato dalla sua sedia, e si ricoverò sotto la protezion di Matilde, senza più potere ricuperar quella chiesa, in cui fu intruso al dispetto dei sacri canoni un Pietro diacono, fiero fomentatore del partito del re. Intanto i Sassoni e varii principi e vescovi di Germania, co' quali Arrigo aveva indarno trattato di tregua, per potere con più sicurezza far guerra a papa Gregorio, tennero una solenne dieta[1161], con eleggere in essa un re nuovo, cioè Ermanno di Lucemburgo Lorenese, nella vigilia di san Lorenzo. Non è in questo luogo da seguitare il Baronio nè il p. Pagi, che fidatisi di Mariano Scoto, della Cronica d'Ildeseim, e di qualche altro minore storico, differirono sino all'anno seguente la promozione di Ermanno. Bertoldo da Costanza, uno dei migliori scrittori di questi avvenimenti, ci assicura ch'egli fu promosso alla corona in quest'anno. Così ha anche Sigeberto[1162], così la Cronica di Augusta[1163]; e, quel che più importa, Brunone storico contemporaneo della guerra di Sassonia[1164], e che ne termina la descrizione in quest'anno, scrive che in natali sancti Stephani protomartyris, a Sigefredo moguntinae sedis archiepiscopo Hermannus in regem venerabiliter est unctus, quum jam MLXXXII annus Incarnationis dominicae fuisset inceptus. Cominciavano i Tedeschi nel Natale del Signore l'anno nuovo. Perciò alcuni autori mettono il principio del suo regno nell'anno seguente, perchè egli fu coronato nella festa di santo Stefano. Mariano Scoto negli ultimi tre anni della sua Cronica ha degli anacronismi che non si possono salvare. E forse quella è una giunta fatta da qualche penna posteriore; eppure egli si scuopre mal informato.
Ora per disturbar la dieta e l'elezione suddetta che dissi fatta nella vigilia di san Lorenzo di quest'anno, erano accorsi i principi fedeli ad Arrigo con assaissime squadre d'armati. L'esercito loro di molto superava in numero quello di Ermanno. Contuttociò, passata la festa di san Lorenzo, il novello re insieme con Guelfo duca di Baviera all'improvviso andò ad assalirli nel luogo di Hoctet, celebre per una gran giornata campale de' nostri giorni, e gli sconfisse. Assediò dipoi Augusta, e, non potendola vincere, si rivolse ad altre parti della Germania. Finalmente ben accolto dai Sassoni, nella festa di santo Stefano di quest'anno, siccome dissi, da Sigefredo arcivescovo di Magonza ricevette la corona e la consecrazion regale. Mentre se ne stava attendato l'esercito di Arrigo intorno alla città leonina, valorosamente difesa dai Romani, cominciò l'aria, anche allora malsana di quei contorni, a far guerra a lui e a' suoi soldati. Non poche migliaia vi lasciarono per le infermità la vita; laonde, non potendo egli reggere a questa persecuzione, giudicò meglio di levare il campo e di ritornarsene in Toscana. Dalle memorie del Fiorentini suddetto costa ch'egli tuttavia dimorava all'assedio di Roma nel dì 23 di giugno. Poscia si truova in Lucca nel dì 25 di luglio. Un suo diploma, da me dato alla luce nelle Antichità italiane[1165], cel fa vedere ivi nel dì 19 d'esso mese di luglio. Di là, se vogliamo stare all'asserzione di Girolamo Rossi[1166], si ridusse a Ravenna, e in quelle parti svernò. Fu in questi tempi ch'egli tentò di tirar dalla sua Roberto Guiscardo duca di Puglia, con proporre il matrimonio di Corrado suo figlio con una figliuola del medesimo Roberto. Ma il duca stette forte nell'unione col papa. Niuno aiuto nondimeno, benchè richiesto, potè o volle dare allo stesso papa, perchè allora ad altro non miravano le sue vaste idee che a stendere le sue conquiste nell'imperio de' Greci, forse con isperanza di farsi imperadore d'Oriente. A questo fine fece un gran preparamento di navi e di gente in Brindisi e in Otranto, e con questa poderosa armata, dopo aver dichiarato principe di Puglia e Sicilia e suo erede il figlio Ruggieri, mosse contra de' Greci, menando seco il suo creduto finto imperadore Michele. S'impadronì dell'isola di Corfù, prese Botontrò e la Vallona, e s'inviò per mettere l'assedio alla forte città di Durazzo. Anna Comnena nella sua Alessiade scrive[1167], che la di lui armata navale patì una fiera burrasca, e che vi perì gran copia di gente e di navi; ma che nulla potendo atterrire il cuore intrepido di Roberto, egli continuò il suo viaggio contra di Durazzo. Seco era Boamondo, a lui nato dalla prima moglie, che nel valore e nella maestria della guerra, benchè giovane, compariva veterano, eletto perciò generale dell'armata dal padre. Fu dunque dato principio all'assedio di quella città. In questo medesimo anno avendo Alessio Comneno guadagnato in suo favore l'esercito greco, fu proclamato imperadore nel dì primo d'aprile in Andrinopoli[1168], e passato a Costantinopoli, quivi si fece solennemente imporre la corona imperiale. Trovavasi allora gravemente oppresso l'imperio orientale dai Turchi, che aveano eletta per lor capitale Nicea, e vivamente era minacciato da Roberto Guiscardo nella Dalmazia.
Fece egli perciò pace co' Turchi; e per resistere al Guiscardo, spedì lettere e ambasciatori al papa, al re Arrigo, ed anche a quasi tutti i principi d'Occidente, senza che alcuno volesse alzare un dito contro ai Normanni. I soli Veneziani, sempre fin qui uniti co' Greci, in aiuto di lui concorsero con un'armata navale. Guglielmo pugliese[1169] ci fa conoscere con un superbo elogio, come già fosse cresciuta fin d'allora la potenza veneta, con dire d'essa flotta:
..... Illam populosa Venetia misit, Imperii prece, dives opum, divesque virorum, Qua sinus Adriacis interlitus ultimus undis Subjacet Arcturo. Sunt hujus moenia gentis Circumspecta mari nec ab aedibus alter ad aedes Alterius transire potest, nisi lintre vehatur. Semper aquis habitant. Gens nulla valentior ista Æquoreis bellis, ratiumque per aequora ductu.
Colla bravura e sperienza di questa gente non era da mettere a fronte l'armata marittima de' Normanni; però non è da maravigliarsi se da essi assalita ne restò sconfitta, e fu in pericolo di lasciarvi la vita lo stesso Boamondo figliuol di Roberto. Buon soccorso di vettovaglie recarono i veneti vincitori all'assediata città. Ma non per questo il duca Roberto punto si smarri; nè perchè la peste entrata ne' cavalli della sua armata ne facesse strage, desistè punto dall'impresa. Fece fabbricar nuovi legni, fece venir nuove genti, e più che mai con torri e macchine militari tornò a tempestare la città di Durazzo. Ma eccoti nel mese d'ottobre lo stesso imperador Alessio in persona con una formidabile armata di Greci, Turchi ed altre nazioni venire al soccorso. V'ha degli autori[1170] che fanno ascendere fino a cento settanta mila l'esercito de' Greci. Quel cento vi è di più. Il Malaterra[1171] infatti parla di soli settanta mila. Non più di quindici mila ne aveva Roberto, ed altri scrivono anche molto meno. Si venne ad una terribil battaglia; vi fecero i Normanni delle prodezze inudite, talmente che Anna Comnena figliuola del suddetto Alessio, tuttochè cotanto sparli della nascita e delle azioni del duca Roberto, pure non potè di meno di non riconoscere in lui le virtù de' bellicosi eroi. Sbaragliarono i Romani l'armata greca, e nel conflitto perirono circa cinque o sei mila persone dalla parte di Alessio, e fra questi il giovane Costantino, genero del medesimo Roberto, dianzi dallo scaltro Alessio restituito a' primieri onori. Restovvi morto ancora il finto imperadore Michele. Innumerabile e ricchissima preda toccò ai vincitori; ed Alessio, che in una terra vicina stava aspettando l'avviso della rotta di Roberto, tenendosela come in pugno, avvertito dell'esito contrario, diede di sproni alla volta di Costantinopoli. Dopo questa felice impresa tornò il duca Roberto a mettere l'interrotto assedio a Durazzo, ridendosi di que' cittadini che vantavano posto quel nome alla loro città, perchè era piazza dura ed inespugnabile[1172], ed anch'egli scherzando dicea d'aver nome Durando, e che se s'accorgerebbono i Durazzesi, perchè farebbe durar quell'assedio finchè gli avesse ammolliti e domi. Sotto quella città passò egli tutto il seguente verno. Lupo Protospata[1173] mette questa campal battaglia sotto l'anno seguente, perchè incomincia l'anno in settembre; e questa succedette nel giorno di san Luca nel mese d'ottobre. Intanto il conte Ruggieri[1174] in Sicilia, essendosi a lui ribellata la città di Geraci, colla forza costrinse quel popolo a tornare all'ubbidienza sua. Vedesi dato in questo anno dal re Arrigo un diploma in favore del monistero di santo Eugenio posto nel contado di Siena[1175], Indictione quarta, III nonas junii. Actum Romae: il che ci porge motivo giusto di credere che anche Siena seguitasse l'esempio di Lucca, con ribellarsi alla contessa Matilde e darsi al medesimo Arrigo. Anche Giugurta Tomasi[1176] è di parere che i Sanesi seguitassero il partito d'esso re Arrigo. Scrive più d'uno storico che in questo anno la regina Berta partorì ad Arrigo il secondogenito, che fu poi Arrigo V fra i re, e il IV fra gl'imperadori. Erasi già impadronito d'Ascoli il duca Roberto. Qualche tumulto o sedizione dovette nell'anno presente succedere in quella città, perciocchè sappiamo da Romoaldo salernitano[1177], che accorso il principe Ruggieri, figliuolo d'esso duca, fece smantellar le mura di quella città, e diede il fuoco alle case. Sotto quest'anno ancora narra Alberico monaco de' tre Fonti[1178] che Matilda marchesana di Toscana concedette al vescovo di Verdun la badia delle monache di Guisa, a lei, come si può credere, pervenuta per eredità della duchessa Beatrice sua madre. Certamente ella possedeva di là da' monti beni e Stati di ragione d'essa sua genitrice.
NOTE:
[1154] Berthold. Constantiensis, in Chron. Annalista Saxo.
[1155] Gregor. VII, lib. 9, Ep. 3.
[1156] Giovanni Villani, lib. 4, cap. 23. Ammirati, Istor. di Firenze, cap. 1.
[1157] Cardinal. de Aragonia, in Vita Gregor. VII.
[1158] Donizo, in Vit. Mathild., lib. 2, cap. 1.
[1159] Fiorentini, Memor. di Matild., lib. 1.
[1160] Ptolom. Lucens., Annal., tom. 1 Rerum Ital.
[1161] Bertholdus Constantiensis, in Chron.
[1162] Sigebertus, in Chron.
[1163] Chron. Augustan.
[1164] Bruno, Hist. Bell. Saxon.
[1165] Antiquitat. Italic., Dissert. XXXI, pag. 949.
[1166] Rubeus, Hist. Ravenn. lib. 5.
[1167] Anna Comnena, Alexiad., lib. 1. Malaterra, lib. 3, cap. 24.
[1168] Zonar., in Annal. Anna Comnena, Alex., lib. 3.
[1169] Guilielm. Apulus, lib. 4.
[1170] Petrus Diacon., Chron. Casinen., lib. 3, cap. 49.
[1171] Malaterra, lib. 3, cap. 27.
[1172] Alberic. Monachus, in Chronico.
[1173] Lupus Protospata, in Chron.
[1174] Anonymus Barensis apud Peregrinum.
[1175] Antiquit. Italic., Dissert. LXXII.
[1176] Tomasi, Istor. di Siena lib. 3.
[1177] Romualdus Salernitanus, in Chron., tom. 7 Rer. Ital.
[1178] Alberic. Monachus, Chron. apud Leibnit.
Anno di CRISTO MLXXXII. Indizione V.
GREGORIO VII papa 10. ARRIGO IV re di Germania e d'Italia 27.
Verso il principio della primavera di quest'anno tornò di nuovo il re Arrigo col suo antipapa a Roma, e strinse un'altra volta d'assedio, o piuttosto con un blocco, la città leonina, premendogli forte di poter mettere il piede nella basilica vaticana. Poco fastidio a lui recava in Germania il competitore Ermanno dichiarato re, perchè, per testimonianza dell'Annalista sassone[1179] e del Cronografo sassone[1180], esso Ermanno tam suis, quam alienis coepit in brevi despectus haberi; nè si sa ch'egli facesse impresa alcuna nell'anno presente. Ma neppure Arrigo riportò frutto alcuno da questo nuovo tentativo[1181]. Fece ben egli da un traditore attaccar fuoco alla basilica vaticana, sperando che i Romani, accorrendo all'incendio, abbandonerebbono la guardia delle mura. Ma avvertitone papa Gregorio, ordinò tosto che maggiormente si armassero i posti; e, confidato nell'aiuto di Dio e nella protezion di san Pietro, fece il segno della croce sopra le fiamme, e queste cessarono. Abbiamo dalla Cronica di Farfa[1182] che nel dì 17 di marzo esso Arrigo andò a visitare il celebre monistero di essa Farfa, ricevuto ivi con tutto onore da que' monaci, i quali punto non badavano alle scomuniche pontificie, e tennero sempre con esso re, perchè quello era monistero regale ossia imperiale. Fu dai medesimi ammesso alla confraternita e alla participazion delle loro orazioni: rito antichissimo dell'ordine benedettino. Assediò egli il castello di Fara, e lo restituì all'abbate Berardo. Fece dipoi prigione Bonizone vescovo di Sutri, personaggio celebre non men per le sue disavventure che per la sua letteratura, restando tuttavia alcuni opuscoli suoi manuscritti, uno de' quali, cioè de Ecclesiasticis Sacramentis, è stato da me dato alla luce[1183]. Fu egli dipoi creato vescovo di Piacenza; ma dagli scismatici restò un giorno barbaramente trucidato. In quest'anno ancora il timore dell'aria malsana dei contorni di Roma fece dopo Pasqua tornare Arrigo con pochi verso la Lombardia[1184]. Lasciò nondimeno l'antipapa Guiberto in Tivoli coll'esercito, acciocchè continuasse il blocco di Roma, con farlo divenire di falso papa vero generale d'armata. Ostinatamente intanto proseguì il duca Roberto Guiscardo anche nel verno l'assedio di Durazzo nell'Albania[1185]. Accadde che un certo Domenico nobile veneziano ebbe dei disgusti in quella città, difesa allora dal valoroso stuolo de' Veneziani. Questi perciò cominciò una trama col Guiscardo per renderlo padrone della città, con farsi prima accordare in moglie una nipote del duca, ed altre vantaggiose condizioni. Andò sì felicemente innanzi il trattato[1186], che nella notte del dì 8 di febbraio dell'anno presente, scalate le mura, i Normanni furono introdotti nella città. Restò prigione il figliuolo del doge di Venezia con altri molti veneti, e con assai loro navi, e tutto il circonvicino paese in potere di Roberto.
Ora Alessio Augusto, non sapendo più che argine mettere al torrente impetuoso di questo conquistatore[1187], spedì un'ambasceria con ricchi regali al re Arrigo, per impegnarlo a fare una diversione con portare la guerra in Puglia, rappresentandogli la facilità delle conquiste, mentre le forze di Roberto erano oltre mare, e promettendogli mari e monti per questo benefizio. Ossia che Arrigo accettasse la offerta, o che Alessio facesse spargerne la voce con politica finzione, ne fu ben tosto spedito l'avviso al duca Roberto. Egli allora, conoscendo necessaria la sua presenza in Italia, lasciato al figliuolo Boamondo il comando dell'esercito, tornossene in Puglia, ed attese a raunar gente per tutti i bisogni. Prima della sua venuta, pare che accadesse quanto vien narrato da Guglielmo Pugliese[1188], cioè che il popolo di Troia, dove si trovava il principe Ruggieri figliuolo del duca, si ribellò, e costrinse il principe a rifuggirsi nella rocca, alla quale tosto fu messo l'assedio. In aiuto ancora de' Troiani accorse il popolo d'Ascoli, irritato forte per l'aspro trattamento fatto nel precedente anno da esso Ruggieri alla loro città. Ma venuto da più parti soccorso, il principe fece una sì vigorosa sortita dalla rocca, che gli riuscì di dispergere quella ribellione. Costò la vita ad assaissimi di quelle due città l'ardito ed infelice tentativo. Aveva intanto Ruggieri conte di Sicilia[1189] raccomandato il governo delle sue conquiste in quell'isola a Giordano suo figlio bastardo, perchè pressanti affari il richiamavano in Calabria. Lasciatosi l'ambizioso giovane pervertire dai consigli degli adulatori, si mise in possesso d'alcune castella, e tentò di occupar Traina, dove era il tesoro del padre; ma questo ultimo non gli riuscì. All'avviso di tal novità ritornò frettolosamente Ruggieri in Sicilia; invitò al perdono il mal consigliato figliuolo; e fatti abbacinare dodici de' più colpevoli, lasciò il governo della Sicilia a più fidata persona. Tornato che fu in Lombardia il re Arrigo, per testimonianza di Donizone[1190] e di Lupo Protospata[1191], si diede a far guerra alla contessa Matilda, principale sostegno della parte pontificia in Italia. Aveva ella, per così dire, una selva di fortezze nelle montagne di Modena e Reggio, Canossa, Bibianello, Carpineta, Monte Baranzone, Montebello ed altri simili luoghi montuosi di sua ragione aveano rocche fortissime, delle quali resta tuttavia qualche vestigio
Insuperabilia loca sunt sibi plurima fixa:
così scrive Donizone. Con tale attenzione e valore accudiva a tutto l'eroina contessa che potè ben egli dare il guasto al paese, e formar degli assedii, ma senza che gli venisse fatto di conquistare alcuno de' suoi forti castelli. Soccorreva ella nel medesimo tempo con danari papa Gregorio, che troppo ne abbisognava, per sostenersi contro l'esercito dell'antipapa. E fu in questa occasione e nell'anno presente, che essa contessa con Anselmo vescovo di Lucca, scacciato dalla sua chiesa, e vicario del papa in Lombardia, richiesero al monistero di Canossa il suo tesoro per li bisogni della Chiesa romana[1192]. Non ebbe difficoltà l'abbate Gherardo coi monaci a concederlo. Consistè esso in settecento libbre d'argento, e in nove libbre d'oro, che furono inviate a Roma. Ma la pia contessa non mancò di dar qualche compenso a quel monistero, con assegnargli alcune chiese, e fargli poscia altri benefizii. Facilmente i principi del secolo metteano le mani sopra i tesori delle chiese; ma pochi imitavano Matilda nell'indennizzarle in altra guisa.
NOTE:
[1179] Annalista Saxo.
[1180] Chronographus Saxo.
[1181] Bertholdus Constantiensis, in Chron.
[1182] Chron. Farfense, P. II, tom. 2 Rer. Ital.
[1183] Antiquit. Ital., Dissert. V.
[1184] Card. de Aragon., in Vit. Greg. VII.
[1185] Gaufrid. Malaterra, lib. 3, cap. 28. Guilielm. Apulus, lib. 4.
[1186] Anonymus Barensis, apud Peregrinum.
[1187] Anna Comnena, Alexiad., lib. 3.
[1188] Guillelmus Apulus, lib. 4.
[1189] Gaufrid. Malaterra, lib. 3, cap. 30.
[1190] Donizo, Vit. Mathild., lib. 2, cap. 1.
[1191] Lupus Protospata, in Chronico.
[1192] Rerum Italicar., tom. 5, pag. 385.
Anno di CRISTO MLXXXIII. Indizione VI.
GREGORIO VII papa 11. ARRIGO IV re di Germania e d'Italia 28.
In quest'anno ancora per la terza volta ritornò il re Arrigo sotto Roma con isperanza d'entrarvi un giorno colla forza, o almeno con intenzione di stancare i Romani e d'indurli a qualche capitolazione[1193]. Fece alzare un castello in faccia alla città leonina, che infestava molto i Romani difensori d'essa città. Certamente s'ingannò Bertoldo da Costanza, autore per altro assai esatto di questi tempi, in credere che l'antipapa Guiberto fosse consecrato papa ed intronizzato nel presente anno. Ciò avvenne nell'anno seguente. Quand'anche Arrigo in questo anno si fosse impadronito del Vaticano, certamente non mise piede nella basilica lateranense, necessaria per intronizzare un papa. Vero è bensì ch'egli cominciò de' trattati segreti coi nobili romani, impiegando cogli uni l'oro, e l'ingorde promesse cogli altri, in maniera che, a riserva di Gisolfo principe di Salerno, essi convennero di far tenere al papa nel mese di novembre venturo un concilio, dove si dibattesse la causa del regno controverso, ed ognun si acquetasse alla determinazion di quella sacra assemblea. Promise Arrigo di lasciar libero a tutti il cammino per intervenirvi. Tornossene perciò egli in Lombardia, e fece venire a Ravenna il suo antipapa. Ma non mantenne poi la parola, perciocchè fece prigioni i legati de' principi tedeschi suoi nemici; trattenne inoltre Ottone vescovo di Ostia, legato della santa Sede, e molti altri; impedì ancora che Ugo arcivescovo di Lione, Anselmo vescovo di Lucca e Rinaldo vescovo di Como non potessero intervenire al concilio suddetto. Fu nondimeno celebrato esso concilio[1194] nel dì 20 di novembre, e da tanti fu pregato il pontefice Gregorio, che s'astenne dallo scomunicar di nuovo Arrigo; ma con tal forza parlò della fede e morale cristiana, e della costanza necessaria nella persecuzione presente, che cavò le lagrime dagli occhi di tutti. Scomunicò soltanto chi aveva impedito quei che venivano a Roma[1195]. Molte istanze fecero i Romani, acciocchè egli accogliesse Arrigo senza esigere soddisfazione. Ma egli saldissimo negò di farlo, quando Arrigo non soddisfacesse per le offese fatte a Dio e alla Chiesa. Si venne allora in cognizione che essi Romani aveano nella state precedente contratta obbligazione con giuramento di fare in maniera che il papa gli desse la corona; e non volendola dare, ch'essi eleggerebbono un altro che gliela desse, con discacciare lo stesso Gregorio papa. Nè egli, nè i suoi familiari aveano fin qui potuto discoprir quest'arcano. Si ricorse dunque ad un sottil ripiego: cioè, che non avendo i Romani promesso di dare ad Arrigo la corona con solennità, poteano rispondere di esser pronti a fargliela dare dal papa, qualora il re desse segni di vero pentimento; se no, il pontefice con una fune gliene manderebbe giù una da castello Sant'Angelo. Nè l'uno, nè l'altro piacque ad Arrigo; e però i Romani protestarono di essere assoluti dalla lor promessa, e dal giuramento a lui fatto, e si unirono di nuovo a sostener papa Gregorio. In questi infelici tempi restarono pochissimi vescovi uniti al partito d'esso pontefice, e questi ancora, per la maggior parte cacciati dalle lor chiese. Il rifugio di tutti era allora la contessa Matilda. Arrigo tornato dipoi sotto Roma, celebrò il santo Natale apud sanctum Petrum, come ha l'Urspergense[1196].
Abbiamo da Pietro Diacono[1197] che esso Arrigo, dopo aver preso e distrutto il portico di san Pietro, scrisse a Desiderio insigne abbate di Monte Casino, perchè venisse a trovarlo. Non sapendo l'abbate che titolo dargli, non gli rispose. Un'altra lettera più forte e minacciosa gli scrisse Arrigo, comandandogli di presentarsi a lui in Farfa. Rispose allora Desiderio assai cautamente, con addurre per sua scusa i pericoli del viaggio per cagion de' Normanni; e intanto significò a papa Gregorio quanto gli accadeva, per sapere come si avesse a regolare; ma Gregorio niuna risposta gli diede. Sopravvenute poi altre lettere più formidabili di Arrigo, che minacciavano la rovina del monistero, Desiderio andò fino ad Albano, e trattò con Giordano principe di Capoa, ma stando sempre saldo in non voler giurar fedeltà ad Arrigo, e ricevere dalle mani di lui la badia, benchè badia imperiale. Se Giordano non avesse smorzata l'ira di Arrigo, era questa per iscoppiare in danno del monistero. Ma mise egli sì buone parole, che Desiderio fu ammesso all'udienza del re. Alla istanza di prendere da lui il baston pastorale rispose, che quando la maestà sua avesse ricevuta la corona imperiale, allora esso abbate risolverebbe o di ricevere da lui la badia, o di rinunziarla. Ed essendosi fermato più giorni in corte, ebbe di gravi dispute coll'antipapa, e collo stesso vescovo d'Ostia ritenuto da Arrigo, intorno al valore del decreto di papa Niccolò II, ch'essi voleano far valere, ed egli lo sosteneva per cosa ingiusta e pazzamente fatta, benchè fatta da un papa e da un numeroso concilio. Non finì la faccenda che Desiderio ottenne da Arrigo il diploma confermatorio dei beni del suo monistero con bolla d'oro, ed impetrata licenza, se ne tornò al suo monistero. Avrei volentieri veduto questo diploma per conoscere a qual anno veramente appartenga questo fatto. Ma o esso è perito, o il padre Gattola non giudicò bene di darlo alla luce nella Storia sua del monistero casinense. Erasi ribellata a Roberto Guiscardo duca la città di Canne. Sono concordi Guglielmo Pugliese[1198], Lupo Protospata[1199], l'Anonimo Barense[1200] e Romoaldo Salernitano[1201] in scrivere che Roberto nel maggio dell'anno presente vi mise l'assedio. Presa poi nel mese di giugno, oppure nel dì 10 di luglio, quella terra, la distrusse affatto. Aggiugne esso Anonimo che il duca suddetto afflisse non poco il popolo di Bari con una esorbitante contribuzione loro imposta, e col carcerar molti di que' cittadini. E Lupo scrive che i Romani erano in procinto di darsi al re Arrigo: il che saputo da Roberto, inviò a Roma trentamila scudi d'oro, e coll'applicazione di questo rimedio tenne quell'anime venali attaccate al partito del papa e suo. Temeva egli, che prevalendo l'armi d'Arrigo, si volgessero poi contra delle sue conquiste. Nè si dee tacere che per testimonianza di Pietro Diacono, Giordano principe di Capoa provvide anch'egli a' suoi interessi con prendere dal re Arrigo l'investitura di quel principato, mediante lo sborso di gran quantità di danaro, adattandosi alle scabrose congiunture di questi tempi. Ma il monistero di Monte Casino, spettante al distretto del principato medesimo, fu riserbato sotto il dominio, ossia sotto la protezione degli imperadori. Era restato in Albania al comando dell'armata normannica Boamondo, prode figliuolo primogenito di Roberto Guiscardo. Anna Comnena scrive[1202] che egli occupò e fortificò la città di Giovannina. Venne l'imperador greco Alessio nel mese di maggio per opporsi ai di lui progressi, ma in due battaglie restò sconfitto. Avendo poi fatto calare in aiuto suo un possente corpo di Turchi, gli riuscì di sconfiggere i Romani che assediavano Larissa. Ricuperò anche la città di Castoria dianzi presa da Boamondo. In quest'anno, per attestato di Sicardo[1203], la contessa Matilda assediò Nonantola nel contado di Modena. È da credere che questo insigne monistero, per essere imperiale, seguitasse le parti del re Arrigo.
NOTE:
[1193] Berthold. Constantiensis, in Chron.
[1194] Labbe, Concil., tom. 10.
[1195] Card. de Aragon., in Vit. Gregor. VII.
[1196] Urspergensis, in Chron.
[1197] Petrus Diacon., Chron. Casinens. lib. 3, cap. 30.
[1198] Guillelmus Apulus, lib. 4.
[1199] Lupus Protospata, in Chronico.
[1200] Anonymus Barensis, apud Peregrin.
[1201] Romualdus Salernit., Chron., tom. 7 Rer. Italic.
[1202] Anna Comnena, lib. 5 Alexiad.
[1203] Sicard., Chron., tom. 7 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MLXXXIV. Indizione VII.
GREGORIO VII papa 12. ARRIGO IV re 29, imperad. 1.
Secondochè abbiamo da Anna Comnena[1204], il greco imperadore Alessio suo padre avea inviato al re Arrigo cento quaranta quattro mila scudi d'oro, e cento pezze di scarlatto, per indurlo a muovere guerra al duca Roberto. Ma, per quanto scrisse Bertoldo da Costanza[1205], Arrigo si servì di tutto quest'oro per abbagliare e guadagnare il basso popolo romano in suo favore. Vero è raccontarsi dall'Annalista Sassone[1206], ch'egli sul principio di febbraio entrò nella Campania, e prese gran parte della Puglia. Ma di ciò niun altro storico parla. Poscia fu dagli ambasciatori romani invitato ad entrar pacificamente in Roma. Gli fu infatti aperta la porta lateranense nel giovedì prima delle palme, cioè nel dì 21 di marzo di quest'anno: con che egli si mise in possesso del palazzo lateranense e di tutti i ponti, e presso a poco d'ogni luogo forte di Roma. Ebbe tempo il pontefice Gregorio di salvarsi in castello Sant'Angelo. E perciocchè la maggior parte dei nobili teneva pel papa, volle Arrigo da essi cinquanta ostaggi. Nel dì seguente, come lasciò scritto l'abbate Urspergense[1207], fece accettare dal popolo il suo antipapa Guiberto; e questi nella seguente domenica delle Palme fu poi consecrato, non già dai vescovi d'Ostia, di Porto e d'Albano, a' quali appartiene, ma bensì dai vescovi di Modena e di Arezzo, come ha Bertoldo da Costanza, oppure da quei di Bologna, Modena e Cervia, come s'ha dalla Vita d'esso papa Gregorio[1208], conservata a noi dal cardinale d'Aragona. Altri danno questo brutto onore a quel di Cremona, in vece di quello di Cervia. Guiberto, se non prima, assunse allora il nomo di Clemente III. Venuto il giorno santo di Pasqua, cioè nel dì 31 di marzo, l'antipapa ed Arrigo s'incamminarono alla volta di San Pietro; ma si trovò una squadra di gente fedele al papa che volle impedire il lor passaggio, ed uccise o ferì quaranta degli Enriciani. Contuttociò nella basilica vaticana ricevette Arrigo dalle mani del sacrilego antipapa la corona imperiale e il titolo d'imperadore Augusto. Tale il chiamerò anch'io, come han fatto tanti altri, quantunque illegittimo imperadore, perchè unto e coronato da un usurpatore del romano pontificato; giacchè neppure i Romani poteano privare di questo diritto il papa legittimo tuttavia vivente. Ascese poscia Arrigo nel Campidoglio, atterrò tutte le case de' Corsi, cominciò ad abitare in Roma, come in sua propria casa. Vi restava ancora il Septisolio, creduto da alcuni di Septizonio, antico e maestevol mausoleo, dove s'era fatto forte Rustico nipote di papa Gregorio. A questo sito mise Arrigo l'assedio, e cominciò con varie macchine a batterlo; ma eccoti una nuova che gli fece mutar pensiero. Allorchè vide il pontefice Gregorio quanto poco egli si potesse fidare del popolo romano, e fu astretto a ricoverarsi in castello Sant'Angelo, immantenente scrisse e spedì messi al duca Roberto Guiscardo, ricordandogli l'obbligo, le promesse e la congiuntura pressante di recargli soccorso. Questo bastò perchè Roberto, il quale si trovava allora in Puglia, e non già in Albania, allestisse un copioso esercito, capace di soccorrere il papa. Dopo di che si mise animosamente in viaggio alla volta di Roma. Informato di questa spedizione[1209] Desiderio abbate di Monte Casino, ne spedì tosto l'avviso segretamente a papa Gregorio per fargli conoscere vicina la sua liberazione, ed anche segretamente all'Augusto Arrigo, acciocchè egli prendesse la risoluzione che infatti prese. Non si può negare[1210]: quasi tutto il popolo romano era per esso Arrigo, ed aveva assediato il papa in castello Santo Angelo, con alzarvi un muro incontro, acciocchè niuno potesse entrarvi od uscirne. Contuttociò neppure fidandosi Arrigo di una città chiamata venale dallo stesso autore della Vita di Gregorio VII, e trovandosi ivi con poca guarnigione delle sue genti, determinò di sloggiare. Veniva[1211] Roberto con grande sforzo di milizie, cioè con sei mila cavalli, e trenta mila fanti, ed oltre a ciò, il solo suo nome e la riputazione d'invitto capitano valeva un mezzo esercito: laonde non parve bene ad Arrigo di aspettarlo. Tre giorni dunque prima che Roberto arrivasse, fece una bella allocuzione a tutti i Romani, con espor loro la necessità di venire per suoi affari in Lombardia, pregandoli di aver cura della città, e promettendo di far per loro delle maravigliose cose in ritornando. Quindi si ridusse coll'antipapa a Cività Castellana, e di là s'inviò verso Siena.
Non mancavano a papa Gregorio aderenti in Roma, specialmente fra la nobiltà. Scrivono alcuni che, per concerto precedentemente fatto, e suggerito da Cencio console de' Romani, fu attaccato in più luoghi della città il fuoco; e mentre il popolo si trovava impegnato per estinguere l'incendio, Roberto fu messo entro la città per la porta Flaminia. Altri dicono che, dopo esser egli entrato, i Romani presero l'armi contra di lui, ma senza potergli nuocere. Ed egli, all'incontro, diede alle fiamme e distrusse affatto tutta la parte di Roma, dove son le chiese di san Silvestro e di san Lorenzo in Lucina, oppure tutto il rione del Laterano fino al Colisseo. Anzi, secondo Bertoldo da Costanza[1212], diede il sacco a tutta la città, e la maggior parte d'essa ridusse in mucchi di sassi, con isvergognar le donne e le monache stesse, e commettere tutti gli altri eccessi che accompagnano un saccheggio militare. Landolfo Seniore, storico milanese di questi tempi[1213], ci lasciò un orrido ritratto di questo fatto: e non è da maravigliarsene, perchè Roberto menò seco una gran quantità di Saraceni a quell'impresa, nemici del cristianesimo, e nati per esterminar ogni cosa. Romoaldo Salernitano scrisse[1214] ch'egli incendiò Roma dal palazzo lateranense fino a castello Sant'Angelo: il che forse non merita molta credenza. Nè tardò Roberto a presentarsi davanti ad esso castello, e a liberare il papa con rimetterlo nel Laterano. Goffredo Malaterra notò[1215] che Roberto con una scalata entrò in Roma, liberò il papa, e condusselo al Laterano. Da lì a tre dì i Romani presero l'armi contra de' Normanni. Roberto allora gridò fuoco, e perciò la maggior parte della città restò incendiata, e i Romani per forza si acconciarono col papa. Fermossi dipoi per alquanti giorni in quella città Roberto; nel qual tempo fece schiavi assaissimi di que' perfidi cittadini, ed altri ne castigò con varie pene. Lo stesso papa tenne l'ultimo de' suoi concilii romani, dove fulminò di nuovo la scomunica contra di Guiberto e di Arrigo. Partissi finalmente di Roma il Guiscardo, e, secondo l'autore della Vita di papa Gregorio[1216], lasciò esso pontefice nel palazzo lateranense. Ma più peso ha qui da avere l'asserzione di Pietro Diacono, di Pandolfo Pisano, di Lupo Protospata e d'altri, che ci assicurano che il pontefice non credendosi sicuro fra gli incostanti ed infedeli Romani, irritati ancora dall'aspro trattamento fatto in questa congiuntura a loro e alla città, se ne andò con esso Roberto a Monte Casino, e di là alla forte città di Salerno. Non potè di meno lo stesso Malaterra di non alzar la voce contra di Roma, allora sì ingrata ad un pontefice di virtù cotanto eminenti, con dire fra l'altre cose[1217]:
Leges tuae depravatae plenae falsitatibus. In te cuncta prava vigente luxus, avaritia, Fides nulla, nullus ordo. Pestis simoniaca Gravat omnes fines tuos. Cuncta sunt venalia. Per te ruit sacer ordo, a qua primum prodiit. Non sufficit papa unus: binis gaudes infulis. Fides tua solidatur sumptibus exhibitis. Dum stat iste, pulsas illum; hoc cessante revocas; Illo istum minitaris. Sic imples marsupias.
In questi medesimi tempi non istavano in ozio i partigiani d'Arrigo in Lombardia, paese dove pochi si contavano aderenti al papa. Sosteneva nondimeno questo altro partito vigorosamente la contessa Matilda, principessa nell'amor della religione a niuno seconda, e superiore al suo sesso nella politica e nella conoscenza dell'arte militare. Un fatto avvenne che recò a lei gran gloria, e rincorò chiunque manteneva buon cuore per la parte pontificia. Donizone[1218] pare che lo riferisca ad alcuno degli anni seguenti. Ma Bertoldo da Costanza[1219] e l'autore della Vita di santo Anselmo ne parlano all'anno presente. Cioè non fu sì tosto giunto in Lombardia Arrigo IV, che ordinò ai vescovi e marchesi di mettere insieme un buon esercito con voce (finta o vera, non so) di voler tornare alla volta di Roma. I fatti furono diversi. Mosse egli nuova guerra alla contessa Matilda, e spedì quell'esercito sul Modenese, da cui fu impreso l'assedio del castello di Sorbara. Benchè la contessa tanta gente non avesse da potersi cimentare con sì poderosa armata, tuttavia, avendo dalle spie inteso che quegli assedianti, senza curarsi di guardie, se ne stavano alla balorda nel loro campo sotto Sorbara, una notte, quando men se l'aspettavano, mandò le sue milizie ad assalirli. Ne riportò (forse nel mese di luglio) un'insigne vittoria, fece prigione Eberardo vescovo di Parma con cento dei migliori soldati, sei capitani, più di cinquecento cavalli, assaissime armature, e l'equipaggio del campo de' nemici. Il marchese Oberto generale di quell'armi con assai ferite si diede alla fuga; e Gandolfo vescovo di Reggio, scappato nudo, per tre dì stette nascoso in uno spinaio. In quest'anno ancora Guelfo duca di Baviera, presa la città d'Augusta, e cacciatone Sigefredo vescovo scismatico, pose in quella sedia Wigoldo pastore legittimo. Ma Arrigo, che era nel dì 19 di giugno in Verona, ed ivi confermò i privilegii a que' canonici[1220], ad avea nel dì 17 confermati i suoi beni al monistero di san Zenone[1221], essendo passato sul principio d'agosto in Germania, ed avendo assediata la medesima città di Augusta, la costrinse anch'egli alla resa. Dacchè fu sbrigato dagli affari pontificii Roberto Guiscardo[1222], venne a trovarlo Boamondo suo figliuolo, per ottener soccorso di gente e di danaro, perchè l'esercito di lui lasciato in Albania, non correndo le paghe, minacciava di rivoltarsi, e l'imperadore Alessio segretamente avea fatto offerir loro di soddisfarli. Era in collera Roberto contra di Giordano principe di Capoa[1223], perchè avesse ricevuta da Arrigo l'investitura degli Stati, e gli mosse guerra per questo, con dare a ferro e fuoco parte del di lui paese. Forse passò l'affare di concerto fra loro, acciocchè Giordano avesse un apparente motivo di rinunziare all'aderenza dell'imperadore, e di riunirsi con papa Gregorio, siccome in effetto seguì. Goffredo Malaterra scrive che questa mossa di Roberto contra di Giordano accadde molto prima ch'egli andasse a liberar il papa dall'assedio di Roma. Fece Roberto consecrare da esso pontefice la magnifica chiesa ch'egli avea fabbricata in Salerno; e ciò fatto, attese ad una strepitosa spedizione in Albania contra del greco Augusto. Sul principio dunque dell'autunno, seco conducendo anche Ruggieri altro suo figliuolo, con una poderosa armata navale di gente e di cavalli passò il mare[1224]. Nel mese di novembre venne a battaglia colla flotta de' Greci e Veneti con tanto vigore, che la sbaragliò; prese alcune delle loro navi; due cogli uomini ne affondò, da due mila n'ebbe prigionieri, ed alcuni migliaia d'uomini dalla parte d'essi Greci e Veneziani vi perirono. Anna Comnena scrive che due vittorie contro i Normanni aveano prima riportate in quest'anno i Veneziani: del che niuna menzione vien fatta dagli altri storici. Confessa dipoi essa istorica la terribil rotta suddetta, loro data dal Guiscardo, la qual fu cagione che si sciogliesse l'assedio di Corfù, già incominciato dai Greci. Svernò in quelle parti Roberto, macchinando sempre maggiori imprese contra del greco Augusto. Abbiamo dal Dandolo[1225] che Vitale Faledro, con prevalersi della disgrazia succeduta alla flotta veneta spedita in favore de' Greci, suscitò l'odio del popolo veneto contra di Domenico Silvio loro doge; ed aggiunti poi donativi e promesse, tanto fece che esso Domenico fu deposto. Dopo di che fu egli sostituito nella medesima dignità. Appresso scrive, avere Vitale inviati a Costantinopoli i suoi legati che gli ottenessero dall'Augusto Alessio il titolo di protosebasto: perlochè da lì innanzi il doge veneto cominciò ad intitolarsi dux Dalmatiae et Croatiae, et imperialis protosevastos. Confermò in quest'anno Arrigo imperadore tutti i suoi privilegii e beni al monistero di Farfa, come costa dal suo diploma inserito nella Cronica farfense[1226]. Que' monaci riconosceano allora per papa Guiberto, e tenevano saldo il partito d'Arrigo.
NOTE:
[1204] Anna Comnena, lib. 3.
[1205] Bertholdus, Constantiensis, in Chron.
[1206] Annalista Saxo, apud Ecchardum.
[1207] Urspergensis, in Chron.
[1208] Cardinal. de Aragon., in Vit. Gregor. VII.
[1209] Petrus Diaconus, Chron. Casin., lib. 3.
[1210] Pandulfus Pisan., in Vit. Gregor. VII, P. I, tom. 3 Rer. Italic.
[1211] Guillelmus Apulus, lib. 4 Poemat.
[1212] Bertholdus, Constantiensis, in Chron.
[1213] Landulfus Senior, Histor. Mediolan., lib. 4, cap. 3.
[1214] Romualdus Salernitanus, in Chron., tom. 7 Rerum Italicarum.
[1215] Gaufrid. Malaterra, Hist., lib. 3, cap. 37.
[1216] Cardin. de Aragon., in Vit. Gregor. VII.
[1217] Malaterra, lib. 3, cap. 38.
[1218] Donizo, in Vit. Mathild., lib. 2, cap. 3.
[1219] Bertholdus Constantiensis, in Chron.
[1220] Ughell., Ital. Sacr., tom. 5 in Episcop. Veronens.
[1221] Antiquit. Italic., Dissert. XIII.
[1222] Anna Comnena, Alexiad., lib. 5.
[1223] Guillelmus Apulus, lib. 5.
[1224] Idem, lib. 4.
[1225] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.
[1226] Chron. Farfense, P. II, tom. 2 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MLXXXV. Indizione VIII.
GREGORIO VII papa 13. ARRIGO IV re 30, imperad. 2.
Dimorava tuttavia in Salerno papa Gregorio, quando volle Iddio liberarlo dalle tribulazioni del mondo cattivo, e chiamarlo a miglior vita[1227]. Cadde egli infermo nel mese di maggio; ed interrogato chi egli designasse per suo successore in tempi tanto turbati della Chiesa, tre ne nominò, cioè Desiderio cardinale ed abbate di Monte Casino, Ottone vescovo d'Ostia ed Ugo arcivescovo di Lione. Perchè i due ultimi erano fuori d'Italia, consigliò di eleggere Desiderio. Fattagli istanza di dar l'assoluzione e benedizione agli scomunicati, rispose che, a riserva di Arrigo e dell'antipapa Guiberto, e dei principali fomentatori di quello scisma, la concedeva agli altri tutti. Però vien creduto falso il dirsi da Sigeberto[1228] ch'egli rimettesse in sua grazia Arrigo. L'ultime sue parole furono: Dilexi justitiam, et odovi iniquitatem: propterea morior in exsilio. Nel dì 25 di maggio passò egli alla gloria de' beati: pontefice onorato da Dio in vita e dopo da morte varii miracoli, e perciò registrato nel catalogo dei santi. Innumerabili contradittori ebbe egli vivente, altri non pochi ne ha avuti anche a' dì nostri. Quel che è certo tante calunnie divolgate contra di lui sono patentemente smentite dalla vita incorrotta che egli sempre menò, e dal suo zelo per la purità della disciplina ecclesiastica. Se poi i mezzi da lui adoperati per ottenere questo lodevol fine sieno anch'essi tutti degni di lode, alla venerazion mia verso i capi della Chiesa non conviene esaminarlo, nè alla mia tenuità di volere decidere. Fu data sepoltura al sacro corpo del defunto pontefice nella chiesa di san Matteo di Salerno, e i cardinali, conoscendo il bisogno della Chiesa, tutti rivolsero gli occhi sopra il suddetto abbate casinese Desiderio[1229], uomo incomparabile per la sua saviezza e purità di costumi, ed amico di tutti i principi. Ma ritrovando in lui ripugnanza indicibile a questo peso, ancorchè avessero implorato l'aiuto di Giordano principe di Capoa e d'altri signori, passò il resto dell'anno senza che si desse un nuovo pastore alla Chiesa romana. Nello stesso dì 25 di maggio cessò ancora di vivere Tedaldo ossia Tebaldo arcivescovo di Milano, capo e colonna maestra degli scismatici di Lombardia[1230], mentre era in Arona, terra della sua chiesa sul Verbano, cioè sul Lago Maggiore, e non già posta fra Como e Bergamo, come immaginarono i padri Papebrochio e Pagi. Ebbe per successore Anselmo da Rho. Nega esso padre Pagi[1231] che questo nuovo arcivescovo fosse eletto dall'imperadore Arrigo; o se pur fu eletto dal clero e popolo milanese, prendesse da Arrigo l'investitura, con allegare Bertoldo da Costanza laddove scrive che dopo la morte d'esso Tedaldo la chiesa di Milano erigere caput coepit, excussoque e cervicibus jugo schismaticorum, catholicum sibi delegit antistitem, Anselmum ejus nominis tertium. Ma queste son parole del cardinal Baronio[1232], e non già di Bertoldo. All'incontro Landolfo juniore[1233], siccome osservò il signor Sassi[1234], chiaramente scrive che Anselmo fu investito da Arrigo. Vedremo ben poi lo stesso arcivescovo abbracciare fra qualche tempo il partito de' cattolici; ma questo non fa che egli sulle prime non ricevesse dalle mani dell'imperadore il baston pastorale. Mancarono ancora di vita i vescovi scismatici di Parma, di Reggio, di Modena e di Pistoia; e perchè in questi tempi la contessa Matilda ricuperò non poco della sua autorità, furono provvedute le tre ultime chiese di pastori cattolici.
Stava intanto Roberto Guiscardo duca di Puglia facendo maravigliosi preparamenti di navi e di gente colla vasta idea di portar la guerra nel cuore del greco imperio, e di mettere almeno in contribuzione i luoghi marittimi di quella monarchia; ma abortì ogni suo disegno, perchè passato in Cefalonia per prendere la città di quell'isola, infermatosi quivi terminò i suoi giorni nel dì 17 di luglio. Con che venne meno uno de' principi più memorabili della storia normannica ed italiana, che da picciolo gentiluomo era pervenuto ad essere come un re col suo infaticabil valore, colla sua accortezza e con altre eroiche doti, mischiate nondimeno con una smoderata ambizione, e cogli altri vizii de' conquistatori che passano per virtù negli occhi del mondo, ma non già in quelli di Dio. Post multorum pauperum et divitum oppressionem, cujus avaritiae nec Sicilia nec Calabria suffecit, finì egli di vivere, come scrisse Bertoldo da Costanza[1235]. Secondo l'uso dei secoli barbari, non mancò chi attribuì la sua morte al veleno, fattogli dare o dall'imperadore Alessio, o da Sichelgaita duchessa sua moglie[1236]. Resta questa voce distrutta da Guglielmo Pugliese[1237], da Romoaldo Salernitano[1238] e da altri, che cel rappresentano mancato di morte comune. Trovaronsi alla morte di lui presenti la stessa duchessa con Ruggieri suo figliuolo, e Boamondo nato a Roberto dal primo matrimonio. Avea Sichelgaita già fatto dichiarar principe ed erede degli Stati il suo figlio Ruggieri, soprannominato Borsa: pure, temendo che i popoli, udita la morte del marito, tumultuassero, oppure che Boamondo disputasse la successione ad esso suo figlio, siccome infatti avvenne, frettolosamente ripassò in Italia sopra la miglior galea di quell'armata, con riportar seco il cadavero del defunto consorte. Prima nondimeno di partirsi dalla Cefalonia, esso principe Ruggieri parlò all'esercito, e trovò tutti disposti alla fedeltà verso di lui. Ma non fu sì tosto egli allontanato, che quasi fosse caduto il mondo nella persona di Roberto Guiscardo, tutta quell'armata sorpresa da panico spavento, lasciando armi e bagaglio, corse alle navi, e, come potè il meglio, se ne venne alla volta d'Otranto. Già toccavano i lidi della Puglia, quando insorta una fiera tempesta, ingoiò molte di quelle barche e gran quantità di gente. Ruppesi la stessa galea che portava il cadavero del Guiscardo; e questo andò in mare, da dove con fatica ricuperato, fu poi seppellito nella città di Venosa. Durazzo e l'altro paese già conquistato da Roberto non tardò a rimettersi sotto il dominio del greco Augusto. Fu proclamato duca Ruggieri in Puglia, Calabria e Salerno; ma Boamondo, suo fratello maggiore di età, non potendo sofferire di vedersi così escluso dall'eredità, benchè primogenito, appena fu anch'egli tornato in Italia, che si diede a far gente e movimenti contro del fratello. In Germania, dove si trovavano l'imperadore Arrigo e il re Ermanno, nulla seguì di memorabile nell'anno presente. Tenuto fu un concilio in Quintilineburgo dal già liberato vescovo di Ostia nella settimana di Pasqua[1239], ed in esso proferita la scomunica contra di alcuni simoniaci, con altri ordini spettanti all'ecclesiastica disciplina. V'intervenne lo stesso re Ermanno co' principi suoi seguaci. Raunarono dipoi i partigiani di Arrigo anch'essi un conciliabolo in Magonza, e ritorsero le censure contro la parte contraria. Ebbe maniera in questo anno esso Arrigo di tirar dalla sua buona parte de' Sassoni: così belle furono le promesse che loro diede di un buon trattamento. Ma quello sconsigliato principe tardò poco a far conoscere che la volpe muta il pelo, e non il vezzo; e però fu in breve rigettato e cacciato da chi gli avea prestata ubbidienza. Era in Ratisbona esso Arrigo nel dì 9 di novembre dell'anno presente, se vogliam credere al diploma con cui egli confermò i privilegii delle monache di santa Giulia di Brescia[1240], dato V idus novembris anno dominicae Incarnationis MLXXXV, Indictione VII, anno autem domni Henrici regis quarti, imperatoris tertii, ordinationis ejus XXXI, regnantis quidem XXIX, imperii vero III. Actum Ratisponae. Ma c'è battaglia fra queste cronologiche note, e l'ultime indicano l'anno seguente 1086. Bensì Liutaldo duca tenne un placito in Padova nel dì 3 di marzo[1241], in cui Milone vescovo di quella città ottenne sentenza favorevole per alcuni beni della sua chiesa. Fu, siccome vedremo, Liutaldo duca di Carintia, e che fosse ancora marchese della marca di Verona in questi tempi, può risultare dall'alto sopraddetto. Oltre a Bertoldo di Costanza, gli Annali pisani fanno menzione[1242] di una terribile carestia che, unita colla peste, nell'anno presente popolò di cadaveri le sepolture.
NOTE:
[1227] Paulus Benried., in Vit. Greg. VII.
[1228] Sigebertus, in Chronico.
[1229] Petrus Diac., Chron. Casin., lib. 3, cap. 65.
[1230] Berthold. Constantiensis, in Chron.
[1231] Pagius, Chrit. ad Annal. Baron.
[1232] Baron., in Annal. Ecclesiast.
[1233] Landulf. Junior, Hist. Mediolan., cap. 9, tom. 5 Rer. Ital.
[1234] Saxius, in Notis ad Landulfum Junior.
[1235] Berthold. Constantiensis, in Chron.
[1236] Olderic. Vitalis, lib. 7 Hist. Alber. Monachus, in Chron.
[1237] Guillelmus Apulus, lib. 5.
[1238] Romualdus Salernit., in Chron., tom. 7 Rer. Ital.
[1239] Berthold. Constantiensis, in Chron. Annalista Saxo.
[1240] Bullar. Casinense, tom. 2, Constit. CXVII.
[1241] Antiquit. Italic. Dissertat. XXVIII.
[1242] Annales Pisani, tom. 6 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MLXXXVI. Indizione IX.
VITTORE III papa 1. ARRIGO IV re 31, imperad. 3.
Conoscevasi molto pregiudiziale alla Chiesa cattolica, e più a Roma, la oramai troppo lunga vacanza della Sede apostolica. Però i vescovi e cardinali della santa Chiesa romana si unirono verso la festa di Pasqua[1243], e fecero sapere a Desiderio abbate di Monte Casino e cardinale di venire a Roma unito agli altri cardinali che con esso lui dimoravano, e con Gisolfo già principe di Salerno. Credendo egli che più non si pensasse a lui, andò colà nella vigilia della Pentecoste. Sulla sera furono a trovarlo e vescovi e cardinali e laici fedeli di san Pietro, per indurlo ad accettare il papato; ma egli protestò di voler piuttosto andar pellegrinando, che di condiscendere ai loro voleri; e caso che gli facessero qualche violenza, se ne tornerebbe tosto a Monte Casino tal quale era, ed essi commetterebbono con ciò un'azione ridicola. Nel dì seguente si congregarono tutti, e diedero a Desiderio la facoltà di nominar chi dovesse empiere la sedia di san Pietro; ed egli, col parere di Cencio console dei Romani, nominò Ottone vescovo di Ostia. Erano tutti in procinto di proclamar papa esso vescovo, quando uno dei cardinali si ostinò a non volerlo, con allegare i canoni, da' quali si proibiva la traslazione da un vescovato all'altro, quantunque tali canoni fossero oramai troppo andati in disuso. Questo accidente fu cagione che i vescovi e cardinali col clero e popolo risolvessero in fine di crear papa per forza Desiderio. Presolo dunque, l'elessero, violentemente gli misero addosso la cappa rossa, ma non poterono già vestirlo colla bianca, tanta fu la di lui resistenza, e gl'imposero il nome di Vittore III. Il prefetto dell'imperadore, che, lasciato in libertà dal duca Ruggieri, era tornato a Roma, e in Campidoglio esercitava la sua autorità, adirato perchè i vescovi e cardinali, ad istanza di Gisolfo già principe di Salerno, non aveano voluto consecrare l'eletto arcivescovo salernitano, cominciò notte e dì a perseguitarli, acciocchè non seguisse la consecrazione dall'eletto papa. Dovendosi questa fare nella basilica vaticana, non poterono essi aver libertà per celebrarvi sì gran funzione. Però dopo quattro giorni esso Desiderio uscì di Roma, ed arrivato a Terracina, quivi depose la croce, il manto e l'altre insegne pontificali, risoluto di voler piuttosto andarsene pel mondo, che di sottomettere le sue spalle al peso del pontificato, e se ne tornò a Monte Casino. Per quante preghiere e lagrime i cardinali e i vescovi adoperassero, rappresentandogli il bisogno e il danno della Chiesa, nol poterono rimuovere. E tuttochè facessero venire al monistero Giordano principe di Capoa con un grande esercito, non riuscì ad alcuno d'indurre Desiderio a lasciarsi consecrare. In così fluttuante stato passò ancora l'anno presente.
Dominava tuttavia in Mantova la contessa Matilda, e seco si trovava l'illustre servo di Dio Anselmo, di nazione milanese, vescovo di Lucca, già dalla sua chiesa scacciato, e vicario del papa in Lombardia. Ammalatosi egli in essa città, passò a miglior vita nel dì 18 di marzo[1244], e alla sua tomba succederono non poche miracolose guarigioni: per le quali, ma più per le sue insigni virtù, fu annoverato fra i santi. Scrisse molti libri, e ne restano due composti in difesa di papa Gregorio VII contra dell'antipapa Guiberto. Leggesi anche la sua Vita, scritta dal suo penitenziere, cioè da un autore contemporaneo. Eransi negli anni addietro ribellati i principali della Baviera a Guelfo IV loro duca, ed aveano abbracciato il partito dell'imperadore Arrigo[1245]. Nella Pasqua dell'anno presente si riconciliarono con Guelfo, ed abbandonarono il partito imperiale. Unitisi poscia essi Baveresi coi Suevi e Sassoni, si portarono ad assediare la città di Virtzburg. Portossi colà Arrigo con un esercito di venti mila persone tra fanti e cavalli, per liberarla dall'assedio. Seguì dunque una fiera battaglia fra quelle due armate nel dì 11 d'agosto. Rotto Arrigo, si salvò colla fuga, e de' suoi rimasero sul campo più di quattro mila, e pochissimi dei cattolici, a' quali poi non fu difficile l'avere in lor balia quella città, e l'intronizzarvi il vescovo cattolico Adalberone. Ma non passò molto che Arrigo tornò sotto quella città, per quanto scrive l'Urspergense[1246], dove fu di nuovo posto in sedia il vescovo scismatico. Essendosi poi portato esso Augusto vicino alla festa del santo Natale all'assedio di un castello in Baviera, Guelfo duca di quelle contrade e Bertoldo duca di Suevia gli furono addosso, e talmente lo strinsero, che, se volle uscirne, gli convenne promettere di tenere una dieta, dove si terminasse la discordia del regno.
NOTE:
[1243] Petrus Diacon., Chron. Casinens., lib. 3, cap. 66 et seq.
[1244] Vita S. Anselmi Lucensis, in Act. Sanctor. Bulland. ad diem 18 martii.
[1245] Berthold. Constantiensis, in Chron. Sigebertus, in Chron. Annalista Saxo et alii.
[1246] Urspergensis, in Chron.
Anno di CRISTO MLXXXVII. Indizione X.
VITTORE III papa 2. ARRIGO IV re 32, imperad. 4.
Verso la metà di quaresima dell'anno presente si raunarono molti vescovi e cardinali nella città di Capoa, e vi tennero un concilio, al quale presedette Desiderio già eletto papa[1247], ed intervennero Cencio console colla maggior parte della nobiltà romana, Giordano principe di quella città, e Ruggieri duca di Puglia. Vinto ivi Desiderio dalle tante loro preghiere, e, come io vo credendo, anche dalle promesse a lui fatte da que' principi e dai Romani di assisterlo con braccio forte contra dell'usurpatore antipapa, ripigliò la croce e la porpora; e tornato nel dì delle Palme a Monte Casino, quivi solennizzò la Pasqua. Poscia passò con essi principi e colla loro armata verso Roma; e benchè fosse sorpreso da una languidezza di forze, si accampò fuori della porta di san Pietro. Dianzi avea l'antipapa occupata la basilica vaticana, e la difendea con una mano d'armati. Fu essa in fine ricuperata dalle armi collegate; e però il novello papa Vittore III venne quivi consecrato nella domenica dopo l'Ascensione dai vescovi d'Ostia, di Tuscolo, di Porto e di Albano, con gran concorso del popolo romano. Dopo otto giorni se ne tornò egli coi suddetti principi a Monte Casino. Ma perchè la contessa Matilda col suo esercito era giunta a Roma, egli notificò l'ardente sua brama d'abboccarsi con lui, per mare si restituì colà, e si fermò in san Pietro per otto giorni, e nel dì di san Barnaba coll'aiuto di Matilda, passato il Tevere, entrò in Roma, accolto da gran folla del popolo e dalla maggior parte della nobiltà. Così tornò in suo potere tutta quella città con castello Sant'Angelo, San Pietro, e le due città di Porto e d'Ostia. Prese egli abitazione nell'isola del Tevere. Ma nella vigilia di san Pietro eccoti comparire un messo, che si finse spedito da Arrigo, il quale intimò ai consoli, senatori e popolo romano la disgrazia dell'imperadore, se non abbandonavano papa Vittore. Allora i volubili Romani congiunti colle soldatesche dell'antipapa cacciarono di Roma tutti i soldati del papa, che si ritirarono in castello Sant'Angelo. Presero anche tutti i contorni della basilica vaticana, ma non poterono già entrare in essa basilica, in maniera che l'antipapa, che sperava di celebrar ivi messa nella festa di san Pietro, fu costretto a celebrarla nella chiesa di santa Maria nelle torri contigue alla vaticana. Nella sera poi ne uscì la guarnigion pontificia, e Guiberto nel dì seguente vi celebrò; ma ritiratisi i suoi, nel giorno appresso ritornò quella basilica alle mani di papa Vittore. Era ben compassionevole lo stato di Roma in tempi di tanta turbolenza. Restituitosi a Monte Casino esso pontefice, passò poi nell'agosto a Benevento, dove tenne un concilio, condannò le investiture date agli ecclesiastici, rinnovò le scomuniche contra dell'antipapa Guiberto, e le medesime censure fulminò contra di Ugo arcivescovo di Lione e di Riccardo abbate di Marsiglia, perchè oppostisi all'esaltazion d'esso papa, s'erano dianzi separati dalla comunion della Chiesa romana. Non potè già accadere senza scandalo il vedere che questo arcivescovo, proposto dallo stesso papa Gregorio VII come persona degna di succedere a lui nel pontificato, mosso poi da ambizione e invidia, si rivoltasse contra d'esso papa Vittore, e ne sparlasse senza ritegno alcuno. Resta tuttavia una di lui lettera scritta alla contessa Matilda[1248], dove tratta Desiderio per uomo dominato dall'ambizione, vanaglorioso, astuto, con chiamar nefande le di lui azioni; per le quali cagioni aveva esso arcivescovo impugnata la consecrazione del medesimo, con esigere ch'egli prima evacuasse alcuni reati. Tale nondimeno era stata in addietro la vita di Desiderio, tale la sua pietà e il suo zelo per la religione, che non si dee prestar fede alle dicerie di quell'arcivescovo, il quale ben si scopriva che moriva di voglia del pontificato romano, nè potea sofferire che altri l'avesse preoccupato. Mentre si celebrava il suddetto concilio, peggiorò di sanità papa Vittore, per cagione d'una gagliarda dissenteria, e però si affrettò di tornare a Monte Casino, dove presentò ai vescovi e cardinali Ottone vescovo di Ostia, consigliandoli di eleggerlo per suo successore. Dopo tre giorni, cioè nel dì 16 di settembre, passò a godere in cielo il premio delle sue fatiche, con lasciar fama di santità presso i buoni, non già presso gli scismatici, che scaricarono contra di lui non poche calunnie, come aveano fatto di Gregorio VII, le quali si leggono nella Cronica d'Augusta[1249]. Nè mancano scrittori che il dicono[1250] morto di veleno a lui dato nel sacro calice; ma questa probabilmente fu una di quelle immaginazioni che facilmente nasceano e si dilatavano in secoli di tante turbolenze. Papa Vittore III si acquistò credito anche fra i letterati con tre libri di dialoghi sacri, i quali sono alla luce. Fu in quest'anno sul principio d'agosto tenuta una gran dieta dai principi tedeschi delle due fazioni nella città di Spira[1251]. V'intervenne anche l'Augusto Arrigo. Quei del partito a lui contrario si esibirono di riconoscerlo per re, purchè egli impetrasse l'assoluzion dalle scomuniche. Ma persistendo egli in protestarsi non iscomunicato, andarono in fumo tutte le speranze di quell'assemblea, ed ognun dal suo canto si rivolse a preparar armi per la guerra. Arrigo colle sue armi tornò addosso ai Sassoni, ma gli convenne fuggire, inseguito sì da vicino dal re Ermanno, che se non era Egberto conte che per sua malizia il lasciò scampare, egli cadeva nelle mani de' Sassoni.
NOTE:
[1247] Petrus Diacon., Chron. Casinens., lib. 3, cap. 68.
[1248] Concilior. Labbe, tom. 10. Chronicon Virdunens., apud Labb.
[1249] Chron. Augustan., apud Freherum, tom. 1.
[1250] Dandulus, in Chronico, tom. 12 Rer. Ital. Martinus Polonus, in Chron. et alii.
[1251] Berthold. Constant., in Chron.
Anno di CRISTO MLXXXVIII. Indizione XI.
URBANO II papa 1. ARRIGO IV re 33, imperad. 5.
Sino al dì 8 di marzo dell'anno presente restò vacante la Sede apostolica[1252]. Tante furono le istanze de' cattolici romani, e massimamente della contessa Matilda, che da varie parti dell'Italia, ed anche di Oltramonti, si raunò un concilio in Terracina, e nel suddetto giorno i vescovi e cardinali col resto del clero e popolo con voti concordi si unirono ad eleggere papa il vescovo d'Ostia Ottone, di nazion francese, della diocesi di Rems, al quale imposero il nome di Urbano II. Era questi personaggio di gran vaglia per la sua letteratura, mirabile per l'attività, e di zelo incorrotto per la religione e per la disciplina ecclesiastica. Fu prima canonico di Rems, poi monaco di Clugnì, poi vescovo d'Ostia, ed infine romano pontefice. Nel 12 di marzo prese egli il possesso del trono pontificale con plauso di tutti i buoni, e dalla maggior parte dell'Europa accettato e riverito. Tutto ciò abbiamo da Pietro Diacono, il quale parimente racconta[1253] che papa Vittore III, prima di passare a miglior vita, ardendo di desiderio di veder gastigata la baldanza de' Saraceni africani, che con frequenti piraterie infestavano le coste d'Italia, e, sapendo quanta fosse la bravura e potenza de' Pisani e Genovesi in mare, commosse questi due popoli ed altri non pochi dell'Italia a formare una poderosa armata navale contra di que' Barbari. Adunque dopo la sua morte, e nell'anno presente fecero essi cristiani l'impresa contra del re di Tunisi, ed espugnarono una città con tagliare a pezzi cento mila Mori; e, quel che fu più mirabile, nello stesso giorno che succedette la loro vittoria, se n'ebbe e se ne sparse la nuova in Italia. Non han bisogno i lettori ch'io loro dica che la strage di tanti Mori è un ingrandimento della fama, facilmente bugiarda in simili casi. Anche Bertoldo da Costanza[1254] parla di questo fatto, con dire che i Pisani e Genovesi ed altri molti Italiani ostilmente assalirono il re d'Africa, e, dato il sacco alla di lui terra, il costrinsero a rifugiarsi in una fortezza, e a rendersi tributario della santa Sede. Gli Annali pisani medesimamente[1255] gonfiano le trombe con farci sapere sotto l'anno presente che fecerunt Pisani et Januenses stolum in Africam, et ceperunt duas munitissimas civitates (Almadiam è scritto di sopra) et Sibiliam in die sancti Sixti. In quo bello Ugo vicecomes filius Ugonis vicecomitis mortuus est. Ex quibus civitatibus, Saracenis fere omnibus interfectis, maximam praedam auri et argenti, palliorum et ornamentorum abstraxerunt. De qua praeda thesauros pisanae ecclesiae diversis ornamentis mirabiliter amplificaverunt, et ecclesiam beati Sixti in Curte Veteri aedificaverunt. Però s'han da correggere gli altri Annali pisani che mettono questa impresa all'anno 1075, oppure al 1077. Credono alcuni che in Africa fosse la città di Meadia, chiamata in questi Annali Almadia, e per errore Dalmazia. Ma che i Cristiani prendessero allora Siviglia, città che non si sa che sia mai stata in Africa, o Siviglia città di Spagna, non è punto credibile. Pietro Diacono parla d'una sola città. Goffredo Malaterra[1256] fa anch'egli menzione di quella spedizione, narrando che Pisani apud Africam negotiando proficiscebantur. Quasdam injurias passi, exercitu congregato, urbem regiam regis Tunicii oppugnantes, usque ad majorem turrim, qua rex defendebatur, capiunt. Adunque lo sforzo de' Pisani fu contra Tunisi. Se essi inoltre espugnassero Meadia, o Almadia, resta incerto, quando per avventura Tunisi e Almadia non fossero la stessa città. Aggiugne dipoi, che i Pisani non avendo forze per mantener Tunisi in loro potere, spedirono a Ruggieri conte di Sicilia, con esibirgli il possesso di quella città. Ma Ruggieri, fra cui e il re di Tunisi passava buona amicizia, non volle romperla per questo, o piuttosto perchè conosceva troppo difficile il sostenere le conquiste nell'Africa. Però il re di Tunisi, per liberarsi dai Pisani, diede loro una gran somma di danaro, promise di non più corseggiare sopra le terre d'Italia, e rilasciò lutti gli schiavi cristiani. Un tal racconto a me sembra il più credibile di tutti.
Ora ci vien dicendo il Malaterra che in questi medesimi tempi il suddetto conte Ruggieri fece l'impresa di Siracusa. Sembra scorretto il suo testo, allorchè mette questi fatti sotto l'anno 1085. Anche Lupo Protospata[1257] e Romoaldo Salernitano[1258] riferiscono al presente anno 1088 la presa di Siracusa, la quale, per testimonianza d'esso Malaterra, accadde nella forma seguente. Mentre si trovava in Puglia o in Calabria il conte Ruggieri per calmare le dissensioni insorte fra il duca Ruggieri e Boamondo suoi nipoti, Benavert saraceno comandante di Siracusa con una squadra di navi avea dato un gran guasto alla marina di Reggio e d'altri luoghi della Calabria, con profanare le chiese, e condurre in ischiavitù le monache e gli altri abitanti. Perciò Ruggieri, allestita nel verno una numerosa flotta, nel maggio dirizzò le prore alla volta di Siracusa, e per terra spedì Giordano suo figliuolo colla cavalleria. Uscitogli incontro Benavert con tutte le sue forze di mare, si venne ad una sanguinosa battaglia. Saltò Ruggieri nella capitana nemica, e volendo Benavert passare in un'altra nave, cadde armato in mare, e vi si affogò. Ebbe con ciò fine il combattimento. Moltissimi legni di que' Mori vennero in potere del conte. Dopo di che egli strinse d'assedio Siracusa, e vi stette intorno ben quattro mesi. Per la mancanza de' viveri a tale venne la fame di quel popolo ostinato nella difesa, che alcuni si cibarono di cadaveri umani. Finalmente veggendo la moglie del morto Benavert disperato il caso, imbarcatasi col figliuolo e co' principali Saraceni in due navi, fece vela e si salvò nella marina di Noto: con che quella nobil città venne in potere del conte Ruggieri. Fece egli ribenedire i sacri templi già occupati dai Musulmani, e concedette il dominio d'essa città al figliuolo Giordano. Se crediamo al testo di Lupo Protospata, cominciò, siccome ho già detto, in quest'anno la guerra fra il duca di Puglia Ruggieri e Boamondo suo fratello maggiore. A me sembra più verisimile che se le desse principio molto prima. Certo è, per attestato del Malaterra, che Boamondo s'era insignorito della città d'Oria, e fatta gran massa di gente, infestava tutte le contrade di Taranto e d'Otranto. Romoaldo Salernitano scrive, ch'egli in quest'anno all'improvviso comparve a Farnito nel territorio di Benevento, ed attaccò battaglia coll'armata del duca suo fratello; e fu mirabile cosa, che quantunque restassero prigionieri molti soldati d'esso Boamondo, pure, a riserva d'un solo, niuno morì in quella zuffa. Ora il conte di Sicilia Ruggieri s'interpose fra i nipoti, e trattò di pace. Seguì infatti un accordo fra loro, per cui il duca cedette a Boamondo la suddetta città d'Oria con Otranto, Gallipoli, Taranto ed altre terre. Ma di questa discordia seppe profittare anche il conte Ruggieri loro zio, perchè, in premio d'aver presa la difesa del duca Ruggieri, ottenne da lui l'intera signoria della Calabria. Roberto Guiscardo non gli avea ceduto se non la metà del dominio nelle terre di quella provincia. In qual anno poi precisamente si stabilisse una tale concordia fra i due fratelli, non possiamo accertatamente saperlo. Mancò di vita in quest'anno[1259] l'imperadrice Berta, e trasportato fu il suo cadavere alla città di Spira. E i Sassoni abbracciarono il partito dell'imperadore Arrigo: il che fu cagione che il re Ermanno si ritirasse in Lorena. Poco nondimeno questi sopravvisse, perchè essendo all'assedio di un castello, colpito da un sasso nella testa, lasciò quivi la vita. Alcuni mettono la di lui morte nell'anno 1086, oppure nel 1087; ma più fede meritano gli allegati scrittori. Riuscì ancora a Guelfo duca di Baviera di prendere in quest'anno nella seconda festa di Pasqua la città d'Augusta, e di farvi prigione Sigefredo vescovo scismatico. Poco poi stettero i Sassoni, a persuasione di Egberto marchese, a ribellarsi di nuovo ad Arrigo; anzi lui stesso assediarono, e se volle liberarsi, fu costretto a promettere molto, ma senza ch'egli si credesse poi tenuto ad osservar la parola. Io non so bene se nell'anno seguente, come ha l'Annalista sassone, oppure sul fine del corrente, dal cui Natale Bertoldo incomincia il suo anno, seguisse la rotta data in Sassonia dal marchese Egberto al suddetto Arrigo. Certo è che in quel conflitto restò morto lo scismatico vescovo di Losanna, e preso Liemaro arcivescovo di Brema. Ebbe fatica a salvarsi Arrigo. Nella vigilia appunto di Natale succedette questa battaglia.
NOTE:
[1252] Petrus Diacon., Chron. Casinens., lib. 4, cap. 2.
[1253] Petrus Diacon., Chron. Casinens., lib. 3, cap. 71.
[1254] Berthold. Constantiensis, in Chron.
[1255] Annal. Pisani., tom. 6 Rer. Ital.
[1256] Gaufrid. Malaterra., lib. 4, cap. 3.
[1257] Lupus Protospata, in Chron.
[1258] Romoaldus Salernitanus, Chronic., tom. 7 Rer. Ital.
[1259] Bertholdus Constantiensis, in Chron. Annalista Saxo, Chron. Augustan.
Anno di CRISTO MLXXXIX. Indizione XII.
URBANO II papa 2. ARRIGO IV re 34, imperad. 6.
Secondochè s'ha da Bertoldo da Costanza[1260], tenne in quest'anno papa Urbano un concilio di cento quindici vescovi in Roma, dove furono confermati i decreti de' pontefici predecessori contra de' simoniaci, contra del clero incontinente e di Guiberto antipapa. Costui tuttavia si teneva fortificato in qualche sito di Roma. Tornati in sè i Romani, ed animati da questo coraggioso papa, l'assediarono, e a tali strettezze fu ridotto l'ambizioso Guiberto, che se volle uscirne, gli convenne promettere con giuramento di non occupar in avvenire la Sedia apostolica. Anche in Germania si trattò di pace fra le due fazioni. S'abboccarono i duchi e principi cattolici collo stesso Arrigo IV, offerendosi pronti a ristabilirlo pienamente nel regno, s'egli abbandonava l'antipapa. Non era egli lontano dal farlo; ma riserbandosi di aver l'assenso de' principi suoi aderenti, trovò tale schiamazzo nei vescovi scismatici del suo partito, persuasi della lor caduta, se questa concordia aveva effetto, che andò per terra tutto quel trattato. In questo medesimo anno[1261] esso Augusto Arrigo passò ad un secondo matrimonio con Adelaide (chiamata _Prassede _ da Bertoldo) vedova di Utone marchese di Brandeburgo, e figliuola del re della Russia. Le nozze furono celebrate in Colonia. In un grande ascendente si vede in questi tempi la nobilissima casa d'Este. Aveva il marchese Alberto Azzo II in Germania il suo primogenito Guelfo IV, principe bellicoso, e forte sostegno del partito cattolico, in possesso dell'insigne ducato della Baviera. Si studiò egli d'ingrandir maggiormente la di lui linea con un cospicuo ed utilissimo matrimonio, e trattò con papa Urbano II di dar per marito alla celebre contessa Matilde Guelfo V figliuolo d'esso Guelfo IV. Fu la proposizione molto accetta al pontefice, e però indusse la contessa ad acconsentirvi, tam pro incontinentia, dice Bertoldo da Costanza[1262], quam pro romani Pontificis obedientia, videlicet ut tanto virilius sanctae romanae Ecclesiae contra scismaticos posset subvenire[1263]. Sappiamo da Alberico monaco dei tre Fonti[1264], che nell'anno precedente Roberto primogenito di Guglielmo il Conquistatore, famosissimo re d'Inghilterra e duca di Normandia, avea tentato di ottenere per moglie la suddetta contessa, ma non gli venne fatto. Gli interessi di questi tempi consigliarono il papa e la contessa ad accordarsi con Guelfo V, perchè così cogli Stati di Baviera in Germania, e con quei della contessa Matilda in Italia e del marchese Azzo estense, avolo paterno del medesimo Guelfo V, si veniva a maggiormente assodare il partito de' Cattolici. Che nei capitoli o nelle promesse di siffatto matrimonio fosse stabilito che gli Stati di Matilda avessero dopo la di lei morte a ricadere in esso Guelfo V, io non ne dubito punto, per quel che diremo all'anno 1095. Venne infatti questo principe in Italia; e ne seguirono le nozze. Perchè dovette con gran segretezza condursi questo affare, l'imperadore Arrigo solamente dopo il fatto venne a saperlo. Ne arrabbiò, ragionevolmente temendo che questo nodo gl'imbrogliasse forte gli affari del regno d'Italia. Però si diede a far preparamenti per calare di nuovo in queste parti. Nè tardarono gli scismatici di Lombardia a prendere tosto l'armi contra dello stesso Guelfo; con poca fortuna nondimeno, perchè furono sì ben ricevuti da lui, che ebbero per grazia di ottenere per mezzo della contessa di lui moglie una tregua fino alla Pasqua prossima ventura. Circa questi tempi ancora si dee riferire un altro avvenimento spettante alla medesima casa d'Este. Era nell'anno 1087 giunto al termine de' suoi giorni il suddetto famosissimo re d'Inghilterra Guglielmo il Conquistatore, con lasciare il solo ducato di Normandia a Roberto suo primogenito, e il regno d'Inghilterra a Guglielmo il Rosso suo secondogenito. Insorsero tosto dissensioni fra i due fratelli, nè mancò un gagliardo partito favorevole a Roberto stesso in Inghilterra. Si prevalsero dunque di tali torbidi i popoli del Maine in Francia per sottrarsi all'ubbidienza del re d'Inghilterra. E perchè conservano tuttavia la divozione ai figliuoli del secondo letto del marchese Azzo estense e di Garsenda contessa, ultimo rampollo di quei principi, li richiamarono per la seconda volta al possesso di quel principato. Gli Atti dei vescovi cenomanensi, dati alla luce dal padre Mabillone[1265], e Orderico Vitale nella sua Storia[1266], scritta in vicinanza di que' tempi, fanno memoria di questo fatto.
Scrive spezialmente Orderico che i Cenomani spedirono in Italia i lor legati ai figliuoli Azzonis marchionis Liguriae, con grande istanza perchè passassero in Francia. Tennero questi consiglio col padre, tuttavia vivente, e cogli amici. Tandem definierunt, ut Fulco, qui natu major erat (il propagatore della linea estense oggidì regnante) patris honorem (cioè gli Stati) in Italia possideret, Hugo autem frater ejus principatum (nel Maine) ex matris hereditate sibi reposceret. Portossi dunque Ugo in Francia, e ritornò in possesso di quel principato. Ma perciocchè era egli bensì nato di casa d'Este, ma non avea ereditato il valore e le virtù degli Estensi, gli mise tale spavento in cuore Elia, signor della Fleche, con esagerargli le forze del re d'Inghilterra, che l'indusse da lì a non molto a vendergli quel principato, e a ritornarsene carico di disonore in Italia. Nè fu questa la sola azione degenerante di esso Ugo. Abbiam veduto ch'egli prese per moglie una figliuola del celebre duca Roberto Guiscardo. Ora ecco ciò che ne scrive il soprallodato Orderico: Hic filiam Roberti Wiscardi conjugem habuit. Sed generosae conjugis magnanimitatem vir ignavus ferre non valens, ipsam repudiavit. Pro qua re papa Urbanus (II) palam eum excommunicavit. Questa ed altre azioni poco lodevoli, che io non tacerò, del medesimo Ugo furono infin cagione che i suoi il cacciarono di là dai monti con inviarlo in Borgogna. Secondo Lupo Protospata[1267], fu celebrato nel mese di settembre di quest'anno in Melfi di Puglia un gran concilio di vescovi, al quale intervennero anche tutti i baroni di quelle parti. Fu in esso accettata e giurata la tregua di Dio per le nemicizie private: del che s'è fatto menzione di sopra. Ancorchè Lupo non parli di papa Urbano, pure sappiamo ch'egli presedette a quel concilio, e lo stesso storico c'insegna ch'esso pontefice si portò dipoi a Bari, ed appresso consecrò la chiesa di Brindisi. Attesta Romoaldo Salernitano[1268] che in quel concilio Ruggieri duca di Puglia giurò vassallaggio al papa, e fu col confalone investito del ducato. Morì in quest'anno Sichelgaita sua madre, e nel medesimo parimente, e non già nell'anno 1086, come ha il testo del Malaterra[1269], da me creduto scorretto, Ruggieri conte di Sicilia mise l'assedio alla città d'Agrigento, oggidì Girgenti. Vi stette sotto da quattro mesi, ed avendola astretta alla resa nel dì 25 di luglio, vi colse dentro i figliuoli e la moglie di Camutto amira de' Saraceni, che furono da lui trattati con molta cortesia, e facilitarono poscia a lui l'acquisto dell'importante fortezza di castello San Giovanni: al che con tanti desiderii e sforzi non era potuto giugnere mai in addietro. Imperocchè impadronitosi di undici terre circonvicine, e mosso poi trattato di concordia col mentovato Camutto, tanto operò, che il Saraceno non solamente abbracciò il partito di Ruggieri, ma anche la religion cristiana. Questo esempio commosse gli altri Mori a far lo stesso, e a consegnare il suddetto castello di San Giovanni al conte. Furono assegnate a Camutto in Calabria molte terre, ed egli finchè visse, non mancò mai alla fedeltà verso i Normanni. Noveiro scrittore arabo mette la conquista fatta da Ruggieri di castello San Giovanni e di Girgenti sotto il precedente anno. Morì certo nel presente Lanfranco di nazion pavese, glorioso arcivescovo di Cantorberì in Inghilterra, con odore di santità, e mancò in lui uno degli insigni personaggi di questo secolo. Fu restitutore delle lettere in Francia, della religione in Inghilterra. In Piacenza era stato accettato per vescovo Bonizone, già vescovo cattolico di Sutri. Non poteano accomodarsi al suo zelo i fazionarii scismatici, e però crudelmente un giorno gli levarono la vita con cavargli prima gli occhi e poi tagliarlo a pezzi; laonde fu riguardato qual martire dalla Chiesa cattolica. Per testimonianza di Sigeberto[1270], cominciò in questi tempi il morbo pestilenziale del fuoco sacro ad affliggere la Lorena, e si sparse dipoi per la Francia e per l'Italia. Consumava a poco a poco le carni del corpo umano, e riduceva a morte i pazienti, facendoli divenir come carboni. Fu per questo celebre col tempo la divozion de' popoli a santo Antonio abbate, venerato in Vienna del Delfinato, dove ricorreva la gente per la guarigione di questo male. E di qui ebbero origine tante chiese di santo Antonio abbate, anche per le città d'Italia, e il dipignere o rappresentare in altra maniera il santo suddetto colle fiamme di fuoco in mano, o da un lato della sua immagine. Questo fuoco nelle antiche sue immagini significava la sua gran carità; il porco a' piedi, la vittoria di tutti gli affetti sensuali. Ma il rozzo popolo interpretò ch'egli avesse particolar virtù contra del fuoco e per la salute dei bestiami. L'ordine de' religiosi istituito sotto il suo nome fu poi soppresso; il morbo per misericordia del Signore col tempo anche esso cessò, ma ne dura tuttavia la memoria col nome di fuoco di sant'Antonio, santo venerato con altra idea a' dì nostri dal volgo, qual protettore e liberatore dagl'incendii cagionati dal fuoco naturale.
NOTE:
[1260] Bertholdus Constantiensis, in Chron.
[1261] Chronographus Saxo. Annalista Saxo.
[1262] Berthold. Constantiensis, in Chron.
[1263] Chron. Weingart. Sigebertus, in Chron.
[1264] Alberic. Monachus, Chron. apud Leibnit.
[1265] Mabill., Analect., tom. 3.
[1266] Orderic. Vitalis, Hist. Eccles., lib. 8.
[1267] Lupus Protospata, in Chronico.
[1268] Romuald. Salern., in Chron., tom. 7 Rer. Ital.
[1269] Gaufrid. Malaterra, lib. 4, cap. 5.
[1270] Sigebertus, in Chron.
Anno di CRISTO MXC. Indizione XIII.
URBANO II papa 5. ARRIGO IV re 35, imperad. 7.
Seguitava bensì in Germania la dissensione e la guerra fra i cattolici e gli scismatici; pure apprendendo l'Augusto Arrigo che l'unione di Guelfo IV colla gran contessa Matilda potesse dare un tracollo a' suoi interessi in Italia, determinò di valicar le Alpi, e di portar loro addosso la guerra. Calò dunque in Italia con un poderoso esercito nel marzo dell'anno presente. Abbiamo da Donizone[1271] che anche prima Arrigo avea danneggiato, per quanto potè, la suddetta contessa, con torle in Lorena tutte le castella e ville a lei pervenute per eredità della duchessa Beatrice sua madre, a riserva del forte e ricco castello Brigerino:
Praeterea villas ac oppida, quae comitissa Haec ultra montes possederat a genitrice, Abstulit omnino, nisi castrum Brigerinum.
Era in possesso la contessa Matilde da gran tempo di Mantova, città signoreggiata anche dal marchese Bonifazio suo padre. Ne imprese il blocco o l'assedio Arrigo, con devastarne intanto il territorio. Ritirossi la contessa alle sue fortezze della montagna reggiana e modenese. Ossia che Arrigo non intraprendesse quell'assedio sì presto, o che non fosse a lui facile l'armar di gente tutto il largo circondario del lago che difende quella città, noi troviamo entro essa importante città il duca Guelfo colla moglie, nel dì 27 di giugno dell'anno presente. Ciò si raccoglie da un loro diploma[1272], dato in Mantova V calendas julii, anno dominicae Incarnationis, millesimo nonagesimo, Indictione tertiadecima, da me veduto e dato alla luce, con cui confermarono ed accrebbero i beni e privilegii al popolo mantovano: dettame di prudente politica per maggiormente impegnarlo ed animarlo alla difesa della patria. Anche il Sigonio ne fece menzione, ma con rappresentarlo scritto nell'indizione XII[1273]. Il Registro, ch'io ho avuto sotto gli occhi, ha l'indizione XIII, che corre nell'anno presente. Quel diploma ha il seguente principio: Guelfo Dei gracia dux et marchio, Mathilda Dei gracia, si quid est. Dovettero poi uscire di Mantova Guelfo e Matilda, e sappiamo da Donizone che la contessa si ritirò alle sue fortezze nelle montagne; e da Bertoldo[1274], che di grandi incendii e danni sofferirono in questi tempi gli Stati del duca Guelfo V, non so bene, se quei della moglie, o dell'avolo marchese Azzo. Ma Guelfo, massimamente per le esortazioni della contessa sempre stette saldo nell'attaccamento alla parte pontificia, e resistè alla forza nemica. Impadronissi nondimeno Arrigo di Rivalta e di Governolo, due luoghi importanti del Mantovano, e seguitò a tener chiusi in città quegli abitanti, a' quali Matilda di tanto in tanto spediva rinfreschi di gente e di viveri. Per attestato di varii storici, morì in quest'anno[1275] Liutaldo duca di Carintia, uno de' più fedeli aderenti di Arrigo. Egli è lo stesso che vedemmo all'anno 1085 col nome di Liutaldo tenere un placito in Padova. Avea questo duca poco innanzi ingiustamente ripudiata la propria moglie, e presane un'altra con licenza dell'antipapa Clemente, che dovea condiscendere a tutte le istanze anche inique de' suoi partigiani per non disgustarli. Dissi esser io di parere ch'egli governasse ancora la marca di Verona, città in questi tempi fedele ad Arrigo. Ne farebbe anche testimonianza un diploma d'esso Augusto, ch'io ho pubblicato come spettante all'anno presente[1276], ma senza esaminare le note cronologiche che sono affatto difettose. Fu esso dato in favore del monistero veronese di san Zenone, anno dominicae Incarnationis millesimo nonagesimo, sexta Indictione, regnante Henrico imperatore III, regni ejus XXXIV, imperii autem VIII. Hoc actum est IV idus aprilis Veronae. Ma, come dissi, non so io ora combinar queste note. Non sarà originale quel diploma, ma un abbozzo mal fatto, quantunque a prima vista autentico a me paresse. Presso Goffredo Malaterra[1277] truovasi così intricata la cronologia di Ruggieri conte di Sicilia, ch'io non oso dare per certo il tempo delle imprese da lui narrate, messa in confronto con altri storici. Racconta egli che di nuovo si riaccese la guerra fra i di lui nipoti, cioè fra Ruggieri duca di Puglia e Boamondo. Accorse in aiuto del primo il conte, e dopo due anni di discordia si riconciliarono. Pare che l'Anonimo Barense[1278] metta il principio di tal rottura nell'anno 1088, con dire che Bari si accordò con Boamondo; e, se ciò fosse, nell'anno presente si sarebbono que' due principi amicati. Soggiugne il Malaterra che nell'anno 1089 esso conte Ruggieri[1279] passò alle terze nozze con Adelaide, nipote di Bonifazio famosissimo marchese d'Italia, cioè, come si crede, marchese del Monferrato. Finalmente scrive che nell'anno presente il popolo della città di Neto si soggettò al di lui dominio: con che niun luogo in Sicilia restò che non riconoscesse la di lui signoria. Eresse egli varii vescovati, fondò chiese e monisteri, promosse in ogni parte il culto del vero Dio, precedendo a tutti coll'esempio della pietà. Restò nondimeno in Sicilia una gran quantità di Saraceni, ai quali fu permesso il vivere e credere secondo la lor legge, purchè osservassero la fedeltà dovuta al sovrano. Passò inoltre il conte Ruggieri coll'armata navale all'isola di Malta nel mese di luglio, e mise l'assedio alla città. Ha creduto più d'uno ch'egli s'impadronisse di quella isola nell'anno presente, ma senza fondamento. Tutto ciò che guadagnò Ruggieri in tale spedizione, come narra Goffredo Malaterra[1280], fu di liberar gli schiavi cristiani, e di costrignere quei Mori a pagargli tributi, e a far seco lega, con obbligo di aiuto ne' bisogni. Secondo i conti di Camillo Pellegrini[1281], diede fine alla sua vita verso il fine di questo anno Giordano I principe di Capoa, lodato non poco da Romoaldo Salernitano. Ma di ciò parleremo all'anno seguente, in cui forse si dee riferir la sua morte.
NOTE:
[1271] Donizo, in Vit. Mathild., lib. 2, cap. 4.
[1272] Antichità Estensi, P. I, cap. 29.
[1273] Sigon., de Regno Italiae, lib. 9.
[1274] Bertholdus Constantiensis, in Chron.
[1275] Bertholdus Constantiensis, in Chron. Annalista Saxo. Chronic., Augustan.
[1276] Antiquit. Italic., Dissert. LXVII.
[1277] Malaterra, lib. 4, cap. 10.
[1278] Anonymus Barensis, tom. 5 Rer. Ital.
[1279] Malaterra, lib. 4 cap. 14.
[1280] Idem, ibid. cap. 16.
[1281] Camillus Peregrin., Hist. Princ. Langobard.
Anno di CRISTO MXCI. Indizione XIV.
URBANO II papa 4. ARRIGO IV re 36, imperad. 8.
Continuò l'imperadore Arrigo ostinatamente per tutto il verno l'assedio, ovvero il blocco di Mantova. Trovò egli in fine il segreto di espugnare una così forte ed importante città con adoperar la potente mediazion dell'oro, e sovvertire il cuore di que' cittadini. Contra d'essi perciò Donizone scaricò la sua bile, chiamandoli traditori. Nè gli mancava ragione, perciocchè provvedendoli il duca Guelfo e la contessa Matilda di mano in mano del bisognevole, avrebbono potuto, volendo, sostener più anni l'assedio, e mantener la promessa fatta di non aderir mai ad Arrigo. Entrarono dunque l'armi tedesche in quella città, non già nel sabbato santo a dì 12 d'aprile, come scrisse taluno, ma nel giorno precedente, come si ricava dal suddetto Donizone, che così parla[1282]:
Nam qua nocte Deum Judas mercator Iesum Tradidit, hac ipsa fuit haec urbs Mantua dicta Tradita.
Ebbe la guarnigion di Matilde tanto tempo che potè, uscendo pel lago in barche, salvar le persone e l'equipaggio. Il cattolico vescovo Ubaldo se ne fuggì anch'egli, ricoverandosi presso la medesima contessa, rifugio allora di tutti i cattolici italiani perseguitati. Arrigo dipoi intronizzò nella chiesa di Mantova Conone, cioè Corrado vescovo scismatico. Stese inoltre le sue conquiste coll'impadronirsi di tutte le terre di là dal Po, dianzi ubbidienti alla suddetta contessa, eccettochè di Piadena, patria nel secolo decimoquinto di Bartolommeo detto il Platina, scrittore celebre; e di Nogara, oggidì terra del Veronese, che tennero forte contra lo sforzo de' Tedeschi. Nella state ancora avendo assediata la forte terra di Manerbio, oggidì posta nel distretto di Brescia, colla fame in fine la costrinse alla resa. Dopo la presa di Mantova, scrive il Sigonio[1283] che la città di Ferrara, situata allora oltre Po, senza aspettar la forza, si sottopose ad Arrigo. Onde s'abbia egli tratta questa notizia non l'ho scoperto finora. Certo è che quella città si levò dalla divozione della contessa Matilda, e a suo tempo vedremo ch'essa valorosamente la ricuperò; e perciò non è improbabile la sua ribellione in quest'anno, favorevole anno assai ad Arrigo. Tenne papa Urbano un concilio nell'anno presente in Benevento, dove stabilì molti punti di disciplina ecclesiastica, e confermò le censure contra dell'antipapa Guiberto. Ma mentre egli dimorava in quelle parti, essendo cresciuta la baldanza degli scismatici per le prosperità d'Arrigo, i Romani, che mutavano facilmente vela ad ogni vento[1284], con frode s'impossessarono della torre di Crescenzio, cioè di castello Sant'Angelo, e venne anche loro in pensiero di diroccarlo. Lasciarono, oltre a ciò, entrare in Roma il suddetto antipapa, che forse questa volta si credette di stabilir ivi per sempre il suo trono, ma gli andò fallita, siccome vedremo. Veggendo intanto Guelfo IV duca di Baviera la cattiva piega che aveano presa in Italia gli interessi di Guelfo V suo figliuolo, e della contessa Matilde, sua nuora, nel mese d'agosto calò in Italia, e trattò di pace verisimilmente per via di mediatori coll'Augusto Arrigo, con condizione che questi abbandonasse l'antipapa, e riconoscesse Urbano II papa legittimo, e restituisse tutti i beni ingiustamente tolti ad esso duca Guelfo suo figliuolo e agli altri aderenti tutti. Arrigo, insuperbito della fortuna presente, rigettò ogni proposizion di accordo, dimodochè il duca se ne tornò in Alemagna; e contuttochè molti di quelle contrade in questi tempi si dichiarassero del partito di Arrigo, pure Guelfo risvegliò molti altri ancora contra di lui, e propose ancora di creare un nuovo re: cosa che non ebbe effetto per la pigrizia e malevolenza d'alcuni.
Per attestato del medesimo Bertoldo, terminò in quest'anno i suoi giorni Adelaide marchesana di Susa e di Torino, celebre principessa, e già suocera d'Arrigo. Chi succedesse nella ricca eredità de' suoi Stati, lo vedremo all'anno seguente. Benchè il Pellegrini, siccome abbiam detto, metta la morte di Giordano I principe di Capoa verso il fine dell'anno precedente, affidato sull'autorità di Lupo Protospata, essendo assai confusi i testi di quello storico, non sembra assai sicura la di lui asserzione, da che più chiaramente Romoaldo Salernitano scrive che anno MXCI, Indictione XIV, mense februario, Jordanus Capuae defunctus est anno XIII principatus. Quel che è certo, dopo la morte di Giordano i Capuani si ribellarono, e cacciarono fuor di città Riccardo II, primogenito ed erede del defunto principe, con tutti i Normanni. Dal suddetto Bertoldo di Costanza è narrata sotto quest'anno quella ribellione, sembrando perciò che anch'egli differisca all'anno presente la morte di Giordano. Per attestato di Pietro Diacono[1285], si ritirò Riccardo ad Aversa sua città con sua madre Gaitelgrima, sorella di Gisolfo II già principe di Salerno; ed implorato l'aiuto di Ruggieri duca di Puglia, venuta che fu la state, passò con un possente esercito sotto Capoa, mettendo a ferro e fuoco tutta la campagna. Seguita a dire esso Pietro Diacono: Et tamdiu eos expugnavit, usquequo Capuani, necessitate coacti, praedicto Richardo munitiones redderent, eumque recipientes, sibi in principem consecrarent: quasichè in questo medesimo anno Riccardo riacquistasse la signoria di Capoa. Ma quel tamdiu, confrontato colle storie di Lupo Protospata[1286] e di Romoaldo Salernitano[1287], vuol dire che Riccardo seguitò a far guerra a' Capuani, finchè dopo gran tempo, cioè nell'anno 1098, siccome vedremo, li ridusse all'ubbidienza sua. Erasi anche sollevata la città di Cosenza in Calabria contra del duca Ruggieri[1288]. Chiamò questi in suo aiuto Ruggieri conte di Sicilia, che vi accorse con un buon corpo di Saraceni e delle sue vecchie truppe. Fu formato l'assedio, e v'intervenne col duca anche Boamondo suo fratello. Operò tanto colla sua destrezza il conte, che que' cittadini finalmente si riconciliarono col duca, il quale entrato nella città ordinò tosto che nel colle superiore si piantasse una fortezza, per impedir da lì innanzi una simil prosunzione di quegli abitanti. Il conte Ruggieri, che sempre sapea pescare nelle disgrazie del duca suo nipote, ottenne anche questa volta da lui per guiderdone di questa fatica il dominio nella metà di Palermo: il che ci fa conoscere che Roberto Guiscardo in conquistandola, tutta la ritenne in suo potere, nè già ne diede la metà al fratello, come pensò Leone ostiense. Migliorò di poi sì fattamente Palermo per opera del conte Ruggieri, che ne ricavava maggior profitto possedendola solo per metà, che quando interamente ne era signore il duca. Veggasi ancora all'anno 1122, dove si parla di questo. Se fossero ben corrette le Note cronologiche di un documento da me prodotto altrove[1289], noi sapremmo dove in questi tempi dimorasse la contessa Matilda. Nella copia a noi conservata da Pellegrino Prisciani quella carta si dice data anno ab Incarnatione Domini millesimo nonagesimo primo, die mensis madii, Indictione XII, cum esset domna Matilda, gratia Dei ducatrix et comitissa, marchionis Bonifatii filia, in loco sancti Cexarii, cioè in San Cesario, distretto di Modena. Ma quell'Indictione XII non conviene all'anno presente. E trovandosi allora colla contessa Ugo vescovo di Mantova, e Landolfo vescovo di Ferrara, questi due pastori, secondo l'Ughelli, molto dopo il presente anno furono promossi a quelle chiese. Però io nulla so accertare del tempo in cui quella carta fu scritta.
NOTE:
[1282] Donizo, in Vita Mathildis, lib. 2.
[1283] Sigon., de Regno Ital. lib. 9.
[1284] Bertholdus Constantiens., in Chron.
[1285] Pietrus Diacon., Chron. Casinen., lib. 4, cap. 10.
[1286] Lupus Protospata, in Chron.
[1287] Romualdus Salernit., in Chron., tom. 6 Rer. Ital.
[1288] Gaufridus Malaterra, lib. 4, cap. 17.
[1289] Antiquitat. Italic., Dissertat. XI.
Anno di CRISTO MXCII. Indizione XV.
URBANO II papa 5. ARRIGO IV re 37, imperad. 9.
Per quanto potè, seguitò l'Augusto Arrigo a guastar le terre di Guelfo V duca e della contessa Matilda. Ma non mancavano spie alla contessa che di mano in mano la avvertivano di tutti gli andamenti d'Arrigo; e perciocchè ella seppe che nel tempo del verno egli si trovava di là dall'Adige, senza aver seco milizie, spedì a quella volta mille de' suoi combattenti. Gli andò per otto giorni deludendo Arrigo, con ritirarsi or qua or là, tanto che potè raunar le sue truppe; e ciò fatto, andò ad assalire all'improvviso le genti della contessa, che se ne stavano sdraiate nella villa di Tricontai. Molti furono presi, molti uccisi; gli altri si salvarono col favor delle gambe. Donizone[1290] attribuisce questo fatto a tradimento di Ugo lor condottiere, con dire:
Proditor emanso fuit Hugo nobilis alvo; Hanc contra morem sed fecit proditionem, Nam proba nobilitas non turpe scelus patrat umquam.
Non ho io dissimulato nelle Antichità estensi che tal taccia è data ad Ugo figliuolo del marchese Azzo II estense, dovendosi leggere e Manso fuit Hugo. La capitale della provincia del Maine in Francia è appellata le Mans. Perchè Ugo, siccome di sopra osservammo, era stato signore di quel principato, perciò era chiamato Ugo del Manso. Doveva egli militare in favore del duca Guelfo V figliuolo di un suo fratello; e se veramente egli fosse reo di questo, e senza scusa, io nol so dire. Ma se fu, non è da maravigliarsene, dacchè abbiam già veduto come questo principe in altre sue azioni degenerò dalla virtù dei suoi maggiori. Giunta che fu la state, Arrigo colla sua armata essendo venuto di qua dal Po, cominciò la guerra contra le fortezze della contessa Matilda, situate nelle montagne del Modenese, saccheggiando e incendiando tutte queste contrade[1291]. Prese Monte Morello verso Savignano presso il Panaro, siccome ancora Monte Alfredo; indi mise l'assedio a Monte Bello, oggidì Montevìo, allora del contado di Modena, e oggidì del Bolognese. Era forte quel castello, bravi i suoi difensori. L'antipapa Clemente venne in persona per abboccarsi coll'imperadore, e visitar quell'assedio. Intanto perchè andavano male gli affari della contessa, i suoi baroni e cortigiani cominciarono vivamente ad esortarla alla pace, con supporle che anche Arrigo ne fosse voglioso. Tanto la tempestarono, che si contentò di farne la proposizione in una dieta, tenuta per questo nella rocca di Carpineta ad una radunanza di teologi. Eriberto vescovo cattolico di Reggio colla maggior parte furono di sentimento che la contessa dovesse cedere al tempo, e pacificarsi con Arrigo, ma non già per darsi all'antipapa. Ciò sarebbe forse succeduto, se non si fosse alzato Giovanni, probabilmente abbate del monistero di Canossa, il quale tanto perorò contra di un tale aggiustamento con dare speranza alla contessa di qualche vicino soccorso dal cielo, che Matilda non volle più sentirne parlare, risoluta piuttosto di morire che di far patti con Arrigo nemico della Chiesa. Spese intanto esso imperadore tutta la state sotto Monte Bello[1292] senza frutto alcuno: sì gagliarda fu la difesa della guarnigion di Matilda. Restò incendiata una torre, ossia altra macchina militare degli assedianti, ed ucciso anche un figliuolo d'esso Arrigo, di cui niuna menzione fanno gli altri storici. Verisimilmente era suo bastardo. Portato il di lui cadavero a Verona, gli fu fabbricato un superbo sepolcro. Pertanto veggendo Arrigo ch'egli avea che fare con una fortezza inespugnabile, sciolse l'assedio, e si ritirò a Reggio, dove si fermò alquanti giorni. Poscia nel mese d'ottobre, fingendo di passare a Parma, voltò indietro, e andò a San Paolo, per vedere se potea sorprendere l'importante rocca di Canossa, dove nell'anno 1077 abbiam veduto che brutta figura egli avea fatto. Spedì colà immantinente la contessa un buon rinforzo, ed ella si ritirò in Bibianello. Essendo insorta una folta nebbia, allorchè i nemici s'accostarono a Canossa, la gente della contessa fu con esso loro alle mani, e le riuscì di prendere la bandiera imperiale, caduta di pugno al figliuolo del marchese Oberto. Chiarito Arrigo che gittava i suoi passi, marciò al piano, e poi si condusse di là dal Po. Ogni dì s'andava sminuendo la sua armata; e però anche la contessa passò oltre Po, e prima che terminasse l'anno, ricuperò alquante delle sue terre perdute, e fra le altre la torre di Governolo e Rivalta. Per quanto scrive Bertoldo da Costanza, papa Urbano celebrò il santo Natale dell'anno presente fuori di Roma, in vicinanza nondimeno d'essa città, per non aver potuto aver l'ingresso nella basilica di san Pietro; perciocchè presso alla medesima s'era incastellato, cioè ben fortificato l'antipapa Guiberto. Per le memorie che rapporta il cardinal Baronio, apparisce, aver esso pontefice fatto nel presente anno un viaggio a Salerno, dove nel dì 14 di settembre confermò i suoi privilegii a Pietro abbate dell'insigne monistero della Cava.
Accennai di sopra la morte di Adelaide marchesana di Susa e di Torino. Conviene ora aggiugnere ciò che il suddetto Bertoldo autore contemporaneo scrive intorno alla di lei eredità. In Longobardia, dice egli, Conradus filius Henrici regis, bona Adelheidae Taurinensis comitissa invasit, quae ejusdem comitissae nepos, filius Federici comitis habere debuit. E dopo aver detto che questo Federigo conte assaissimo risplendeva per la sua pietà e pel suo costante attaccamento in questi torbidi tempi al partito pontificio, ed aver egli avuto per suoi genitori Lodovico conte e Sofia zia materna della contessa Matilda, ed essere mancato di vita nella festa di san Pietro dell'anno precedente, soggiugne: Hujus ergo filium ex nepte dominae Adelheidae susceptum, Henricus rex cum filio (Corrado) exheredare proposuit; terramque ejus hostiliter invadendo, ac circumquaque devastando, fructuariensi monasterio multa mala intulit. Di qui pertanto nasce un gruppo assai difficile nella storia genealogica della real casa di Savoia, e non sufficientemente sciolto dal Guichenon: laonde è da aspettare qualche altro più sperto scrittore, il quale più esattamente ricerchi e in maggior lume metta i fatti di que' principi che da tanti secoli in qua con gloriosa successione illustrano l'Italia. Per le notizie prodotte dall'Ughelli[1293], si scorge che in quest'anno, mentre papa Urbano dimorava in Anagni, ad istanza della contessa Matilda, eresse in arcivescovato la nobil chiesa di Pisa, in maniera che Daiberto, già vescovo di quella città, fu il primo arcivescovo della medesima, e a lui furono sottoposti i vescovati della Corsica. Di ciò tornerà occasion di parlare all'anno 1118. Avea già concertato l'Augusto Arrigo un abboccamento con Ladislao re d'Ungheria[1294], e già erano vicini ad incontrarsi verso il Natale del Signore, quando Guelfo IV, duca di Baviera, sopraggiungendo con varie squadre d'armati interruppe il loro congresso, e fece tornare vergognosamente indietro Arrigo. Scrive Lupo Protospata[1295] che nell'anno presente per essersi ribellato il popolo della città d'Oria a Boamondo loro signore, questi coll'aiuto de' circonvicini amici mise l'assedio a quella città. Tanto ardire nondimeno e forza ebbero gli Orietani, che il cacciarono di là, e gli presero l'equipaggio e le bandiere. A Ruggieri conte di Sicilia la morte rapì in questo anno Giordano suo figliuolo bastardo[1296], giovine di gran valore, che si credeva destinato alla succession del padre, giacchè egli altro figliuolo non avea allora che questo. Ne fu inconsolabile Ruggieri. Ma volle Dio asciugargli le lagrime con dargli nel presente anno un figliuolo legittimo, a lui partorito da Adelaide sua seconda moglie. Essendosi anche ribellata la città di Peutarga, o Pentarga, che dianzi era sottoposta a Giordano, Ruggieri colla forza la ridusse alla sua ubbidienza: il che costò la vita agli autori di quella sollevazione. Perchè poi l'Augusto Arrigo dominava nella città di Reggio di Lombardia, quivi ancora veniva riconosciuta l'autorità dell'antipapa Guiberto. Resta tuttavia una sua bolla, da me data alla luce[1297], in favore dei canonici reggiani, colle seguenti note: Datum apud Cesenam per manum Berneri vice Petri cancellarii, anno dominicae Incarnationis MXCII, Indictione XV, anno autem pontificatus domni Clementis tertii papae VIIII, idibus junii.
NOTE:
[1290] Donizo, in Vit. Mathild., lib. 2, cap. 6.
[1291] Berthold. Constantiensis, in Chron.
[1292] Donizo, Vit. Mathild., lib. 2, cap. 6.
[1293] Ughellius, Ital. Sacr., tom. 3 in Archiepisc. Pisan.
[1294] Berihold. Constantiensis, in Chron.
[1295] Lupus Protospata, in Chron.
[1296] Gaufridus Malaterra, lib. 4, cap. 18.
[1297] Antiquit. Italic., Dissert. XXI.
Anno di CRISTO MXCIII. Indizione I.
URBANO II papa 6. ARRIGO IV re 38, imperad. 10. CORRADO II re d'Italia 1.
Un gran colpo venne fatto in questo anno ai difensori della parte pontificia, e principalmente, per quanto si può sospettare, v'ebbe mano la contessa Matilda. Cioè riuscì loro d'indurre Corrado, primogenito dell'Augusto Arrigo, a ribellarsi contra del padre: il che succedette all'anno presente, per testimonianza di varii storici[1298], e non già più tardi, come volle Donizone. Gran colpo, dissi, di politica sì, ma che non si può leggere senza qualche orrore, sapendo noi che i figliuoli possono bensì, per non consentire col padre nell'iniquità, separarsi da lui, ma non potersi eglino dispensare dall'onorarlo. Se poi deggia essere loro permesso di levar gli Stati a chi li generò, e d'impugnar l'armi contra di lui, lascerò io che altri ne giudichi. I motivi che fecero rivoltar questo giovane principe contra del padre si veggono riferiti da Dodechino, e son così orridi, che si ha della pena a crederli veri[1299]. Cioè avendo Arrigo conceputo odio e sprezzo di Adelaide (chiamata Prassede da altri) sua moglie, la mise in prigione, diede licenza a molti d'usarle violenza, ed esortò anche il figliuolo Corrado a fare lo stesso. Perchè questi ricusò di commettere questo nefando eccesso, cominciò Arrigo a dire che egli non era suo figliuolo, ma bensì di un certo principe di Suevia, a cui portava somiglianti le fattezze. Ora che Adelaide fosse maltrattata dall'Augusto consorte, non si può controvertere. Ella stessa in due concilii accusò il marito delle violenze a lei fatte. Altresì è fuor di dubbio che Corrado fu principe umile, modesto e pieno di tutta bontà, accordandosi tutti gli scrittori a confessarlo tale; e si può credere ch'egli fosse anche mal soddisfatto del padre. Quando sia vero che Arrigo gli proponesse il suddetto misfatto, si meriterebbe bene un padre tale che il dichiarassimo eziandio pazzo e furioso. Comunque sia, trovavasi Corrado col padre in Italia, e, siccome già dicemmo, era corso in Piemonte a mettersi in possesso degli Stati della contessa Adelaide avola sua. Si servì di questa congiuntura la contessa Matilda, o alcuno de' suoi partigiani per guadagnarlo, con esibirgli di farlo re d'Italia. Un grande incanto ai figliuoli di Adamo è la vista d'una corona. Ma non andò sì segreto il maneggio, che non ne venisse qualche sospetto ad Arrigo suo padre. Perciò, furbescamente chiamato a sè il figliuolo, il mise in prigione. Si sa ch'egli ebbe maniera di fuggirsene, e di ricoverarsi presso la contessa Matilda, la quale l'inviò a papa Urbano per ottener l'assoluzione della scomunica: il che gli fu ben facile. Fece gran rumore dappertutto, ma specialmente in Lombardia, questo ritirarsi da Arrigo un figliuolo ornato di sì belle doti; ed essendosi ancora sparse le sopra accennate voci contra d'esso imperadore, stomacati non pochi abbracciarono il partito de' cattolici. Quel che più importa, le città di Milano, Cremona, Lodi e Piacenza, abbandonato Arrigo, fecero contra di lui una lega per venti anni avvenire col duca Guelfo e colla contessa Matilda sua moglie: il che diede un gran tracollo agli interessi e all'estimazione d'esso Augusto. Abbiam già veduto che Milano, Lodi e Pavia aveano presa qualche forma di repubblica, ossia di città libera, governata da' suoi cittadini, e non più dai ministri imperiali. Vo io credendo che maggiormente quelle città in tempi sì sconcerti stabilissero il proprio governo, e cominciassero a reggersi co' proprii uffiziali, riconoscendo nondimeno la sovrana autorità di chi era re d'Italia. L'esempio d'esse a poco a poco indusse dipoi l'altre città d'Italia a mettersi in libertà.
Fu poi mandato Corrado a Milano, dove per le mani d'Anselmo vescovo cattolico di quella città ricevette la corona del regno d'Italia tanto in Monza, quanto nella basilica milanese di santo Ambrosio. Ne fa menzione anche Landolfo iuniore[1300], cognominato da san Paolo, storico milanese di questi tempi, della cui Storia cominceremo a valerci, con iscrivere: Cono quoque rex (Conone e Corrado, torno io qui a ripeterlo, è lo stesso nome) qui dum pater ejus Henricus viveret, per contractationem Mathildis comitissae, et officium hujus Anselmi de Rode fuit coronatus Modoetiae, et in ecclesia sancti Ambrosii regali more. Scrive ancora Bertoldo da Costanza[1301] che questa coronazione si fece annuente Welphone duce Italiae, et Mathilda ejus carissima conjuge. Appresso egli soggiugne che Guelfo IV duca di Baviera, padre d'esso Guelfo V, poco dappoi venne in Italia a visitar questo re novello, e ad offerirsi suo fedele aderente insieme col figliuolo. Per questo inaspettato accidente restò sì depresso e sbalordito l'imperadore Arrigo, che si ritirò in una fortezza, e quivi gran tempo si trattenne come persona privata e senza la dignità regale. Anzi fama corse, esser egli stato preso da tanta afflizione, che si volle dar la morte, e l'avrebbe fatto, se i suoi non l'avessero impedito. Ma in quest'anno terminò i suoi giorni il suddetto Anselmo III arcivescovo di Milano; e perciocchè in questi tempi le fazioni contrarie facilmente faceano gl'interpreti de' gabinetti del cielo, probabilmente gli scismatici dovettero attribuire ai giudizii di Dio la di lui morte, per aver sostenuto la ribellion d'un figliuolo contra del padre. Ma ricordar non occorre quanta sia, se non sempre, almen bene spesso, la nostra temerità, allorchè vogliam mettere mano ne' consigli dell'Altissimo, e immaginar cagioni soprannaturali degli avvenimenti naturali. Ebbe Anselmo per successore Arnolfo nobile milanese dalla Porta Orientale, il quale non pare credibile, come alcuni hanno scritto, che prendesse la investitura dall'Augusto Arrigo, perchè Milano allora seguitava la parte del romano pontefice e del re Corrado. Che egli nondimeno avesse delle opposizioni, si può dedurre dall'esser egli stato solamente nell'anno 1095 consecrato. Si dee anche avvertire per gloria dell'Italia che in quest'anno santo Anselmo, grande splendore del monachismo, fu creato arcivescovo di Cantorberì, e primate della Inghilterra. Nato nella città di Aosta, abbracciò nel monistero di Becco in Normandia la vita monastica, fu creato abbate, e poi contra sua volontà dal re Guglielmo II alzato al primo seggio della Chiesa inglese. Provò egli dipoi delle gravissime vessazioni che servirono ad accrescere la di lui gloria in terra, e più nel cielo. Ruggieri duca di Puglia, che avea preso per moglie Adelaide figliuola di Roberto conte di Fiandra, e nipote di Filippo re di Francia, s'infermò gravemente in quest'anno, talmente che si sparse nuova ch'era mancato di vita[1302]. Sollevaronsi dunque contra i di lui Stati e figliuoli, non solamente Boamondo suo fratello, ma ancora altri baroni vassalli suoi. Riavutosi egli da quella malattia, Boamondo si riconciliò tosto con lui; ma Guglielmo di Grantmaniol stando pertinace nella ribellione, obbligò il duca risanato a procedere coll'armi contra di lui. Colle milizie del nipote unì anche Ruggieri conte di Sicilia un buon nerbo di soldati, coi quali fu ridotto Guglielmo a fuggirsene a Costantinopoli colla perdita di tutti i suoi Stati. La maggior parte nondimeno ne riebbe egli dopo qualche tempo dalla clemenza del duca. Prosperò non poco in quest'anno la fede cattolica, non solamente in Italia, ma anche in Germania. Lo stesso papa Urbano potè celebrare in Roma (non so in qual chiesa) con solennità la festa del Natale, quantunque in quella città tuttavia dimorassero non pochi seguaci dell'antipapa. Il saggio pontefice, che abborriva di adoperare il rimedio dell'arme per cacciarli, piuttosto volle sofferirli, che inquietare il popolo; e tanto più perchè castello Sant'Angelo, oltre ad altri siti, restava tuttavia in potere di Guiberto, che vi teneva buona guarnigione. Intanto esso Guiberto dimorava con Arrigo in Verona, fingendosi prontissimo a rinunziare il preteso suo papato, se in altra maniera non si potea dar la pace alla Chiesa. Ho io prodotto, ma colle note cronologiche poco esatte, una donazione fatta in quest'anno da esso Arrigo[1303], dimorante in Mantova, a Conone ossia Corrado vescovo di quella città.
NOTE:
[1298] Berthold. Constantiensis, in Chron. Sigebertus, in Chron. Dodechinus, in Chron.
[1299] Berthold. Constantiensis, in Chron. Sigebertus, in Chron. Dodechinus, in Chron.
[1300] Landulf. Junior, Hist. Mediolan., cap. 1, tom. 5 Rer. Ital.
[1301] Bertholdus Constantiensis, in Chron.
[1302] Gaufrid. Malaterra, lib. 3, cap. 15.
[1303] Antiquit. Italic., Dissert. LXVII.
Anno di CRISTO MXCIV. Indizione II.
URBANO II papa 7. ARRIGO IV re 39, imperad. 11. CORRADO II re d'Italia 2.
Il solo Sigeberto è quello[1304] che accenna una scorsa data in quest'anno dall'imperadore Arrigo nella Gallia, cioè nella Borgogna o Lorena. Servì il suo allontanamento dall'Italia a far crescere smisuratamente la parte pontificia in queste parti, di maniera che moltissime fortezze si ribellarono, e presero l'armi contra di lui. Profittonne anche papa Urbano. Da Bertoldo di Costanza[1305] e da una lettera di Goffredo abbate vindocinense, cioè di Vandomo, ci vien confermato[1306] che in questi tempi l'antipapa teneva tuttavia guarnigione nel palazzo del Laterano, ed era inoltre padrone di castello Sant'Angelo e della basilica vaticana. Abitava all'incontro quasi privatamente papa Urbano nella casa di Giovanni Frangipane, nobile romano, la quale dovea aver sembianza di fortezza. Quindici dì prima di Pasqua venne a trovarlo Ferruccio, lasciato dal suddetto Guiberto per custode d'esso palazzo lateranense, offerendo di dargli quel riguardevol edifizio, purchè gli fosse pagata una buona somma di danari. Era vota la borsa pontificia, e perciò Urbano si raccomandò ai vescovi e cardinali, che poco gli diedero, perchè poveri anche essi a cagion della persecuzione e de' malanni correnti. Trovossi per accidente in Roma il suddetto Goffredo abbate vindocinense, e questi ciò udito, vendè tosto i suoi muli e cavalli, e contribuì tutto quanto l'oro e l'argento che avea; e con ciò si ultimò il mercato con Ferruccio, ed Urbano entrò in possesso della torre e del palazzo lateranense. Col nome di questa torre pensa il padre Pagi[1307] disegnato castello Sant'Angelo. Io non ne son persuaso. Esso abbate Goffredo nella lettera seguente[1308] si pregia di aver tolto a Guiberto lateranense palatium, senza parlar più della torre. Se gli avesse anche tolto castello Sant'Angelo, siccome fortezza di maggior conseguenza, non l'avrebbe egli taciuto. E Bertoldo Costanziense chiaramente asserisce che Guiberto ne era padrone, e che i suoi impedivano il passare per ponte Sant'Angelo. Ma che vo io cercando conghietture? Il suddetto Bertoldo attesta che anche nell'anno 1097 Guiberto tenea presidio in quel castello. Dimorava tuttavia in Roma il pontefice romano nel dì 29 di giugno, in cui confermò i privilegii della badia di Montebello sul Pavese, con bolla data[1309] Romae III kalendas julii, anno Domini millesimo nonagesimo quarto, Indictione secunda, pontificatus domni Urbani II septimo. Abbiamo da Donizone[1310] che, per consiglio della contessa Matilda, esso pontefice determinò di venire in Lombardia, per maggiormente fortificare il partito dei cattolici, e sradicare la gramigna guibertina. Perciò verso il fine dell'anno, per attestato di Bertoldo[1311], celebrò il santo Natale in Toscana, dove fu ad accoglierlo con tutta divozione la contessa Matilda. Se rimase Arrigo sommamente sconcertato per la fuga e ribellione del figliuolo Corrado nell'anno precedente, restò egli in questo anche oltremodo svergognato per la fuga della regina Adelaide, ossia Prassede, sua moglie. La teneva egli imprigionata in Verona[1312], ed avendo essa trovato modo di far sapere le sue miserie alla suddetta contessa Matilda, con raccomandarsi a lei, seppe la contessa così ben menare un segreto trattato, che nel verno di quest'anno la fece fuggir dalle carceri. Rifugiossi ella presso il duca Guelfo V, il quale colla consorte Matilda le fece un trattamento da pari sua; ed allora fu che essa regina diede fuoco a tutte le iniquità e crudeltà commesse contra di lei dal bestiale marito, il cui discredito certamente dovette andar crescendo alla pubblicazione di fatti sì enormi. Essendosi poi tenuto un gran concilio di cattolici tedeschi nella città di Costanza da Gebeardo vescovo, fece la regina suddetta esporre in quella sacra adunanza le sue querele, che mossero a sdegno e compassione chiunque la udì. Intanto in Germania Guelfo IV duca di Baviera conchiuse una pace e lega per tutta la Suevia, Francia teutonica, Alsazia e Baviera, sino ai confini dell'Ungheria: contrade tutte parziali al vero romano pontefice. Scrive sotto quest'anno il Dandolo[1313], che trovandosi l'imperadore Arrigo in Trivigi, Vitale Faledro doge di Venezia gli spedì tre suoi legati, che il trovarono molto favorevole agli interessi de' Veneziani. In segno di che non solamente egli rinnovò i patti antichi col popolo di Venezia, ma ancora alzò dal sacro fonte una figliuola del doge. Scoprissi ancora in Venezia il sacro corpo di San Marco evangelista, essendo gran tempo che s'era smarrita la memoria del sito in cui era seppellito; e di nuovo fu posto in luogo, oggidì affatto ignoto, nella di lui basilica: che così allora si costumava per timore de' ladri pii delle sacre reliquie, che per più secoli non lasciarono riposar le ossa sacre dei santi. Andò anche Arrigo Augusto per sua divozione a visitare in Venezia la basilica suddetta, e dopo aver girata la città, ne commendò molto il sito e il governo, e concedute esenzioni a varii monisteri, se ne tornò in terra ferma. Potrebbe nondimeno essere che prima di questo anno, e in tempo di maggior felicità, Arrigo visitasse Venezia. Abbiamo anche un privilegio fatto in questo medesimo anno dal soprallodato doge Vitale al popolo di Loreo, castello fabbricato e ben fortificato dallo stesso doge.
NOTE:
[1304] Sigebertus, in Chron.
[1305] Berthold. Constantiensis, in Chron.
[1306] Goffrid. Vindocinensis, lib. 1, Epist. 8.
[1307] Pagius, Crit. ad Annal. Baron.
[1308] Goffrid., lib. 1, Epist. 9.
[1309] Campi, Istor. di Piacenza, tom. 1 in Append.
[1310] Donizo, lib. 2, cap. 8.
[1311] Berthold. Constantiensis, in Chron.
[1312] Donizo, lib. 2, cap. 8. Berthold. Constantiensis, in Chron. Annalista Saxo.
[1313] Dandul., in Chron, tom. 12 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MXCV. Indizione III.
URBANO II papa 8. ARRIGO IV re 40, imperad. 12. CORRADO II re d'Italia 3.
Passò dalla Toscana nel febbraio dell'anno presente in Lombardia il buon papa Urbano, e circa il primo dì di marzo celebrò un insigne concilio nella città di Piacenza[1314], dove intervennero dugento vescovi dell'Italia, Borgogna, Francia, Alemagna, Baviera, e d'altre provincie, e quasi quattro mila cherici, con più di trenta mila laici. Sì grande fu il concorso, che non essendovi basilica capace di tanta gente, bisognò tener quella sacra assemblea in piena campagna. Colà comparve la sfortunata regina Adelaide, e si lamentò delle infamie che le avea fatto sofferire l'indegno suo consorte Arrigo. Non avendo ella acconsentito a tali scelleratezze, fu disobbligata dal farne penitenza. Quivi ancora furono stabiliti varii decreti riguardanti la disciplina ecclesiastica, che avea patito di molto in questi sì burrascosi tempi; e solennemente fu rinnovata la scomunica contra dell'antipapa e de' suoi aderenti. Vi comparvero ancora i legati di Alessio Comneno imperadore dei Greci, con esporre le di lui calde preghiere ed istanze per ottener soccorso contra de' Turchi e d'altri infedeli, che già aveano occupata la maggior parte dell'imperio d'Oriente, e colle loro scorrerie si faceano vedere sotto le mura di Costantinopoli. Però papa Urbano ivi cominciò a predicar la crociata[1315], e molti vi furono che con giuramento s'impegnarono al viaggio di oltremare, per militar contro degl'infedeli. Fu in tal congiuntura consecrato Arnolfo arcivescovo di Milano, alla cui elezione tanto tempo prima s'era opposto il legato apostolico. Nel dì 11 di aprile passò il papa a Cremona, e venutogli incontro il giovane re Corrado, umilmente tenne la staffa al pontefice e l'addestrò. Gli prestò inoltre giuramento di fedeltà, cioè di conservargli la vita, le membra e il pontificato romano. Urbano, all'incontro, il ricevette per figliuolo della santa romana Chiesa, con promettergli ogni aiuto e favore per fargli conseguire il regno e la corona imperiale, purchè anch'egli rinunziasse alla pretension delle investiture ecclesiastiche. Inviossi dipoi il papa per mare in Provenza, e venuto a Valenza, di là spedì le lettere circolari per invitare i prelati ad un concilio da tenersi in Chiaramonte nell'ottava di san Martino, oppur ne' giorni seguenti. Fu infatti celebrato quel concilio[1316] al tempo destinato, coll'intervento di tredici arcivescovi e dugento e cinque fra vescovi ed abbati, benchè altri ne contino fin quattrocento. Molti regolamenti si fecero ivi per la disciplina della Chiesa. L'atto nondimeno più famoso di quella insigne assemblea fu la proposizione fatta di nuovo con più fervore dallo zelantissimo papa per la crociata, cioè di un armamento per liberar Gerusalemme dalle mani degl'infedeli. Così celebre è questo avvenimento, così ampiamente trattato da varii scrittori antichi e moderni, che a me basterà di solamente darne un lieve abbozzo per la concatenazione di questa istoria. A sì celebre movimento era già preceduta la predicazione di Pietro romito franzese[1317], il quale, dopo essere stato a visitare i luoghi santi di Palestina, rapportò in Occidente la persecuzion fatta dai Musulmani a' poveri Cristiani in quelle contrade, e come restassero profanate le memorie della nostra redenzione. Portò egli lettere compassionevoli di quel patriarca Simeone al papa e a' principi dell'Occidente; poi per l'Italia, Francia e Germania andò predicando e movendo grandi e piccoli a portar la guerra in Oriente. Questo fu il precursore di papa Urbano, ma potè più di lunga mano l'esortazione infocata d'un capo visibile della Chiesa di Dio per commuovere e principi e popoli a quell'impresa. Adunque corse a gara gran moltitudine di gente dopo il concilio a prendere la croce e ad impegnarsi per la spedizione d'Oriente; nè altro si udiva dappertutto che questa voce: Dio lo vuole, Dio lo vuole. Nè tanta commozion di popoli nacque dalla sola lor divozione; v'intervenne anche un piissimo interesse. Erano allora tuttavia in uso i canoni penitenziali; ad ogni peccato era destinata la sua penitenza; e queste penitenze si stendevano bene spesso ad anni e a centinaia d'anni, a misura della quantità e qualità dei reati. Ora il pontefice, per animar tutti a prendere la croce, concedette indulgenza plenaria (cosa allora rarissima) di tutte le suddette pene canoniche a chiunque pentito e confessato imprendesse le fatiche di un sì lungo e scabroso viaggio a Gerusalemme. Però non è da stupire se allora sì grande fu il concorso di ecclesiastici e laici alla guerra sacra, e se anche tanti principi si infiammarono di zelo per condurre a fine così glorioso disegno. Più di cento mila persone presero allora la croce, e fra questi moltissimi monaci ancora, che con sì bella congiuntura si misero in libertà.
Succedette in quest'anno un grave sconcerto in Italia, a noi narrato da Bertoldo da Costanza con queste parole[1318]: Welpho filius Welphonis ducis Bajoariae, a conjugio dominae Mathildis se penitus sequestravit, asserens illam a se omnino immunem permansisse: quod ipsa in perpetuum reticuisset, si non ipse prior illud satis inconsiderate publicasset. Ho io cercato altrove[1319] i motivi di tal separazione, e mi è sembrato di poter dire che non ispontaneamente nè per sua balordaggine si ritirò Guelfo V dalla contessa Matilda nell'anno presente, ma sì bene per disgusti a lui dati dalla contessa medesima. Finchè ella ebbe bisogno di lui nelle turbolenze passate, non gli fu scarsa di segni di vero amore e stima, tuttochè fra loro non passasse commercio carnale, o perchè ella nol voleva, o perchè con questo patto l'aveva egli sposata. Ma dacchè ella vide depresso in Italia Arrigo IV, cominciò a rincrescerle di aver un compagno nel comando, e però seppe indurre il marito a separarsi da lei. Forse anche si scoprì solamente allora che Matilda nell'anno 1077 avea fatta una donazione solenne di tutto il suo patrimonio alla Chiesa romana; laonde trovandosi Guelfo da tutte le parti burlato per aver presa una ch'era solamente moglie di nome, ed anche senza speranza di godere della di lei eredità, disgustatissimo da lei si congedò. E che nel contratto del di lui matrimonio colla contessa seguisse qualche patto di tal successione, si può raccogliere dal sapere che Guelfo IV duca di Baviera suo padre, udito questo divorzio, volò in Italia tutto ardente di sdegno, e per quanto facesse, non gli riuscì di riconciliar questi due coniugati; nè potendo egli digerir l'inganno fatto alla sua casa dalla contessa, dopo essere per tanti anni stato il principal sostegno della parte cattolica, si gettò nel partito allora fallito dell'imperadore Arrigo. Questa sua risoluzione e lo sdegno da lui mostrato fanno abbastanza intendere che un gran torto gli doveva aver fatto Matilda. Unde (soggiugne esso Bertoldo) pater ipsius (cioè Guelfo IV) in Longobardiam nimis irato animo pervenit, et frustra diu multumque pro hujusmodi reconciliatione laboravit. Ipsum etiam Henricum sibi in adjutorium adscivit contra dominam Macthildam, ut ipsam bona sua filio ejus dare compelleret, quamvis nondum illam in maritali opere cognosceret. È un sogno del Fiorentini il farsi a credere che il vecchio Guelfo prima del divorzio del figliuolo avesse abbracciata la fazione di Arrigo. L'abbracciò per dispetto, dopo essersi trovato sì solennemente beffato dalla contessa Matilda. Se si notassero tutti i vizii degli eroi, per lo più comparirebbono non minori di numero e peso che le loro virtù. Tornarono i due Guelfi, malcontenti della contessa, in Germania, per attestato di Bertoldo, e si affaticarono non poco in favore dell'Augusto Arrigo; tutto nondimeno indarno, perchè il di lui partito era oramai troppo scaduto. È da osservare che Donizone, troppo parziale della contessa, niuna menzione fa mai di Gotifredo, nè di Guelfo, che pur furono mariti di lei, ma da lei in fine rigettati e sprezzati. Fu in questi tempi consigliato Corrado re d'Italia ad ammogliarsi[1320]. Papa Urbano e la contessa Matilda gli proposero Matilda figliuola di Ruggieri conte di Sicilia, principe che potea dare una buona dote, di cui abbisognava forte quel povero re, smunto affatto di danaro. Lo stesso papa ne scrisse al conte Ruggieri, e restò conchiuso il trattato. Spedì egli la figliuola con una flotta e con un ricco tesoro a Pisa, dove si trovò Corrado a riceverla; e quivi con tutta onorevolezza furono celebrate le nozze. Scrive bensì Bertoldo da Costanza che in questi medesimi tempi l'imperadore Arrigo dimorava in Lombardia, paene omni regia dignitate privatus, perchè tutto il nerbo delle sue milizie era passato sotto le bandiere del suddetto suo figliuolo Corrado e della contessa Matilda. Contuttociò io truovo che egli nel dì 31 di maggio tenne un placito nella città di Padova[1321] coll'intervento di Burcardo e Warnerio marchesi, e in esso accordò la sua protezione per alcuni beni al monistero di santa Giustina di Padova. Similmente dimorando egli in Garda sul lago Benaco, nel dì 7 di ottobre confermò i suoi privilegii[1322] al monistero della Pomposa, posto tra Ferrara e Comacchio, con un diploma, le cui note non son pervenute a noi assai esattamente copiate dall'originale. Tentò egli inoltre, secondochè abbiam da Donizone[1323], d'impadronirsi del forte castello di Nogara coll'aiuto dei Veronesi. L'assediò infatti, e l'aveva già ridotto alla estremità per la fame; ma, ciò udito la contessa Matilda,
Mox accersitos Motinenses corpore firmos, Eridanum transit.
E già era in cammino per soccorrere la languente fortezza, quando sorse tal timore nell'armata di Arrigo, che tutti diedero a gambe, con abbandonare armi e bagaglie.
NOTE:
[1314] Labbe, Concil., tom. 10.
[1315] Berthold. Constantiensis, in Chron.
[1316] Labbe, Concilior., tom. 10.
[1317] Guillelm. Tyr., Hist., lib. 1, cap. 11. Bernardus, Thesaur., cap. 6, tom. 7 Rer. Ital.
[1318] Bertholdus Constantiensis, in Chron.
[1319] Antichità Estensi, P. I, cap. 4.
[1320] Gaufridus Malaterra, lib. 4, cap. 23.
[1321] Antiquit. Italic., Dissert. XXXI.
[1322] Ibidem, Dissert. LXX.
[1323] Donizo, in Vit. Mathild., lib. 2, cap. 9.
Anno di CRISTO MXCVI. Indizione IV.
URBANO II papa 9. ARRIGO IV re 41, imper. 13. CORRADO re d'Italia 4.
Parte di quest'anno impiegò l'infaticabile papa Urbano in varii viaggi per le città della Francia, dei quali fa menzione il padre Pagi. Sollecitò dappertutto la crociata, e tenne in quelle contrade due altri concilii nelle città di Tours e di Nismes, per regolar gli affari ecclesiastici. Aveva egli già scomunicato Filippo re di Francia a cagion delle nozze illegittime da lui contratte, vivente la vera moglie. Si ravvide egli, ed ottenuta l'assoluzione, tornò in grazia del papa e della Chiesa. Per attestato di Bertoldo da Costanza[1324], venne poscia nel mese di settembre in Italia, e presso Pavia celebrò la festa dell'Esaltazion della Croce nel dì 14 di esso mese. Pretende il suddetto padre Pagi[1325], non so se con buoni fondamenti, ch'egli calasse più tardi in Lombardia. Gran concorso di vescovi e principi fu ad ossequiare il buon pontefice, che da Pavia passò a Milano, e di là continuò il suo viaggio fino a Roma, dove gloriosamente entrato, celebrò con solennità magnifica il santo Natale. Mercè dell'armi cristiane, che qui sotto accennerò, tutta quella città s'era ridotta ubbidiente ai suoi cenni, a riserva del castello Sant'Angelo, in cui, per attestato del suddetto Bertoldo, dimorava tuttavia la guarnigione dell'antipapa Guiberto. Si mosse in quest'anno un'infinità di cristiani crocesegnati alla volta dell'Oriente, composta della schiuma di tutti i masnadieri e della canaglia della Francia, Germania ed Inghilterra, e con loro andarono femmine da partito senza numero. Un corpo d'essi era condotto dal romito Pietro: la prima prodezza che fecero in Germania, fu di perseguitare, svaligiare, uccidere, oppur forzare quanti Giudei trovarono ad abbracciar la religione di Cristo[1326]. Arrivati costoro in Ungheria e Bulgaria, tante ribalderie e rapine commisero, che que' popoli, prese l'armi, desertarono tutta quell'armata, di maniera che poche migliaia ne poterono giugnere a Costantinopoli limosinando un tozzo di pane. Un altro corpo di questa ciurmaglia penetrò più avanti fino al paese de' Turchi, e fu da essi disfatto. Un altro, condotto da Raimondo conte di sant'Egidio, passò per la Schiavonia. Mossesi poi nell'agosto Gotifredo di Buglione dal suo ducato della Lorena, principe di rara pietà e saviezza e di egual valore, seco conducendo una gran quantità di altri principi e signori della Francia, Fiandra e Lorena, e un'armata di dieci mila cavalli e di settanta mila fanti, tutta gente agguerrita e disciplinata. Con buon ordine per la Germania, e poi coll'avere ottenuto libero il passaggio da Colomanno re per l'Ungheria, marciò questo esercito alla volta di Costantinopoli. Un'altra potentissima armata condotta da Ugo il grande, fratello del re di Francia, da Roberto conte di Fiandra, da Roberto duca di Normandia, da Eustachio di Bologna, fratello del duca Gotifredo, e da altri principi[1327], venne per l'Italia, e passando per la Toscana, trovato in Lucca papa Urbano incamminato verso Roma, presero da lui la benedizione[1328]. In passando per Roma, cacciarono di là l'antipapa Guiberto, e perciò la città, fuorchè castello Sant'Angelo, tornò in potere del papa. Arrivarono questi sul principio del verno in Puglia, e convenne loro prendere quartiere in quelle parti, perchè non era più tempo di mettersi in mare. Ma essendosi azzardato il suddetto principe Ugo di passare a Durazzo, fu quivi fatto prigione dai perfidi Greci, e tosto inviato a Costantinopoli. Buon per lui che da lì a non molto, verso la festa del Natale, giunse in quelle vicinanze il duca Gotifredo col suo prode esercito, che forzò l'imperadore Alessio a rimettere in libertà quel principe, e stabilì poi varie capitolazioni co' Franchi pel libero loro passaggio in Asia.
Accadde in quest'anno che la città di Amalfi si ribellò a Ruggieri duca di Puglia[1329]. Non avea egli forze bastanti per mettere al dovere quella città, e massimamente navi per istrignerla dalla parte del mare. Raccomandossi a Ruggieri conte di Sicilia suo zio per un copioso aiuto; e questi infatti raunato un esercito di ventimila Saraceni suoi sudditi in Sicilia, colla giunta delle sue vecchie truppe e con una buona squadra di navi, accorse, e col nipote mise l'assedio per terra e per mare a quella città. Intanto si sparse la voce della crociata e de' Franchi che venivano verso la Puglia per passare il mare. Trovavasi a quell'assedio anche Boamondo principe di Taranto e fratello del duca Ruggieri. Invogliatosi anch'egli di quella sacra spedizione, e soprattutto spinto dalla speranza di qualche gran conquista in Oriente, prese la croce[1330]. Il gran rumore che faceva allora la commozion di tanti popoli per andare alla conquista di Gerusalemme, e l'esempio suo cagion furono che la maggior parte delle truppe sì del duca che del conte, assedianti Amalfi, cominciassero a gridare: Iddio lo vuole, lo vuole Iddio; laonde s'arrolarono a furia sotto Boamondo per passare in Oriente. Fu questo inaspettato avvenimento la fortuna degli Amalfitani, già ridotti al verde; perchè il conte Ruggieri, veggendo per la maggior parte dileguato l'esercito suo, si ritirò confuso e malcontento in Sicilia; ed altrettanto fece il suo nipote Ruggieri, con ritornarsene in Puglia, lasciando nella ricuperata libertà la città d'Amalfi. Questo a me fa credere che non venti mila Saraceni, come vuole il Protospata, ma assai minor numero di quegl'infedeli fossero condotti a quell'assedio dal conte. Certamente niun d'essi dovette prender la croce; e venti mila di coloro erano un'armata sufficiente per ultimar l'impresa di quella città. Accompagnossi con Boamondo anche Tancredi, che divenne poscia al pari di lui celebre eroe nella guerra sacra, e le cui prodezze si truovano descritte da Radolfo Cadomense. Nella prefazione alla Storia di questo scrittore ho io osservato[1331] che Tancredi ebbe per padre Odone, ossia Otton Buono marchese, e per madre Emma sorella del duca di Puglia Roberto Guiscardo, ed era perciò cugino di Boamondo. Altri il fanno suo nipote, ma senza buon fondamento. Ho eziandio creduto assai probabile che Tancredi fosse di nazione italiana. Nè si dee tacere che anche da tutte le parti dell'Italia concorse innumerabil gente a questa sacra impresa. Folco, uno degli antichi storici della guerra sacra presso il Du-Chesne[1332], fra le genti crocesegnate annovera
Quos Athesis pulcher praeterfluit, Eridanusque, Quos Tyberis, Macra, Vulturnus, Crustumiumque Concurrunt Itali, ec. Pisani ac Veneti propulsant aequora remis.
Soggiunge più sotto:
Qui Ligures, Itali, Tusci, pariterque Sabini, Umbri, Lucani, Calabri simul, atque Sabelli, Aurunci, Volsci, vel qui memorantur Etrusci; Quaeque etiam gentes sparguntur in Apula rura, Queis conferre manus visum est in praelia dura, Sub juga Tancredi et Boamundi corripuere, Et contra fidei refugas patria arma tulere.
Verisimile nondimeno a me sembra che non tutti questi Italiani ad un tempo si movessero nell'anno presente, ma che continuasse la folla anche ne' due seguenti. Passato nell'Epiro Boamondo con Tancredi, ebbe tosto, per attestato di Radolfo Cadomense[1333], a sguainar la spada coi Greci che gli vollero contrastare il passo. Diede loro più d'una rotta, s'impadronì di buon tratto di paese, e tal timore arrecò la di lui venuta alla corte di Costantinopoli, che Alessio imperadore giudicò meglio di procedere colle buone con un principe sì avvezzo alle vittorie. Chiamatolo dunque alla corte, l'indusse a prestargli omaggio, e cercò di sbrigarsene il più presto possibile. Venuto a morte Vitale Faledro doge di Venezia[1334] in questo anno, ebbe per successore Vitale Michele in quella illustre dignità. Per attestato ancora di Jacopo Malvezzo[1335], nell'anno presente un terribile incendio devastò quasi tutta la città di Brescia.
NOTE:
[1324] Berthold. Constantiensis, in Chron.
[1325] Pagius, Crit. ad Annal. Baron.
[1326] Albert. Aqu., lib. 1, cap. 24. Guillelm. Tyr., lib. 1, cap. 17.
[1327] Guibert. Abbas, cap. 11 Hist. Fulcherius Carnotens. et alii.
[1328] Otto Frisingensis, Chron., lib. 7, cap. 6.
[1329] Gaufridus Malaterra, lib. 4, cap. 24. Lupus Protospata, in Chron.
[1330] Guibertus Abbas, in Chronico. Petrus Diac., Chron. Casinens., lib. 4, cap. 11.
[1331] Rerum Italicarum Scriptor., tom. 5.
[1332] Du-Chesne, Rer. Francic., tom. 4.
[1333] Radulphus Cadomensis, cap. 4.
[1334] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.
[1335] Malvicius, Hist. Brix., tom. 14 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MXCVII. Indizione V.
URBANO II papa 10. ARRIGO IV re 42, imperad. 14. CORRADO II re d'Italia 5.
Restò libera in quest'anno l'Italia dall'imperadore Arrigo. Veggendosi egli snervato e screditato affatto in queste parti, e più che mai concorrere i popoli in favore del pontefice e del re Corrado suo figliuolo[1336], meglio stimò di ritornarsene in Germania. Riportò indicibil gloria la contessa Matilda per questo successo, con attribuirsi al di lei valore e prudenza un tale abbassamento di Arrigo. Si trattenne tutta la state esso Augusto in forma assai privata in Ratisbona e Nuremberga, dove avendo a lui fatto ricorso i Giudei, forzati nel precedente anno ad abbracciare la religione di Cristo, restituì loro la libertà della coscienza[1337]. Circa il principio di dicembre tenne una conferenza co' principi tedeschi a motivo di trattar della pace, ma forse principalmente per promuovere al regno Arrigo V suo secondogenito, giacchè troppo odio portava egli al primogenito Corrado. Era già pervenuto all'età di più di cento anni il marchese Alberto Azzo II estense, e conoscendo approssimarsi il termine de' suoi giorni, allora fu che più che in addietro volle esercitar la sua pia liberalità verso le chiese[1338]. Resta tuttavia un'insigne donazione da lui fatta anno ab Incarnatione Domini nostri Jesu Christi MLXXXXVII, tertiodecimo die introeunte mense aprilis, Indictione quinta. Cioè dona ivi cinquanta possessioni, con ispecificare il nome di cadaun lavoratore d'esse, al monistero della Vangadizza sull'Adigetto, luogo di suo giuspatronato, e posto ne' suoi Stati. L'originale da me veduto nell'archivio di essa badia forse passò in mano del nobile veneziano Giam-Batista Recanati. Intervenne a questa pia donazione anche Ugo suo figliuolo, e trovandosi eglino nella nobil terra, oggidì città, di Rovigo, di cui era esso marchese padrone. Ma non andò molto, che il decrepito principe fu chiamato da Dio a miglior vita, con lasciare dopo di sè un glorioso nome sopra la terra. Azzo marchio de Longobardia (son parole di Bertoldo da Costanza, scrittore contemporaneo) pater Welphonis ducis de Bajoaria, jam major centenario, ut ajunt, viam universae terrae arripuit. Restarono di lui tre figliuoli maschi, cioè Guelfo IV duca di Baviera, ed Ugo e Folco; dal primo de' quali, nato da Cunegonda dei Guelfi, convien qui ripetere che discende l'imperiale, reale, elettorale e ducal casa di Brunswich; e da Folco, nato da Garsenda principessa del Maine, i marchesi d'Este, duchi di Ferrara, Modena, Reggio, ec. Ho io rapportato altrove[1339] una convenzione, stabilita nel dì 6 d'aprile dell'anno 1095, tra i due fratelli Ugo e Folco, da cui apparisce che Ugo principe, per quanto abbiamo già veduto, di poco lodevol condotta, vendè a Folco suo fratello tutte le pretensioni sue sopra molti Stati che il marchese Azzo avea con varii strumenti ceduto al medesimo Folco. Contuttociò Folco si contentò di lasciar godere ad esso suo fratello e a' suoi figliuoli maschi legittimi, ma con obbligo di vassallaggio, medietatem castrorum, et terrae, quae Azo marchio genitor noster tenet a Mincio usque ad Veneciam, et illam porcionem ceterorum castrorum de alia terra marchionis Azonis genitoris nostri. Accaduta dunque la morte del marchese Azzo, questi due fratelli entrarono in possesso di tutti gli Stati del padre, cioè di un fioritissimo paese dal fiume Mincio di Mantova sino al mare, che abbracciava fra le altre terre la nobil d'Este, e quella di Rovigo col suo Polesine, Montagnana, la Badia, ec., siccome ancora di tutti gli altri spettanti al padre nella Lunigiana e Toscana, e in varii altri contadi d'Italia specificati nel diploma d'Arrigo IV nell'anno 1077, senza contare quei ch'essi riconoscevano dalle chiese.
Erano questi due principi stati sempre costanti nel partito cattolico del re Corrado contra dell'Augusto Arrigo. Però in questo medesimo anno Folco marchese andò alla corte del re Corrado, che dimorava in borgo San Donnino, e nel dì 20 di agosto impetrò dallo stesso re un privilegio, da me dato alla luce[1340]. Ma non passò gran tempo che Guelfo IV duca di Baviera suscitò contra dei due suddetti suoi fratelli una gran tempesta. Veggendo il marchese Azzo sì ben provveduto in Germania esso Guelfo suo figliuolo del primo letto, avea trasmessi tutti i suoi Stati d'Italia negli altri due suddetti suoi figliuoli, acciocchè con isplendore tirassero innanzi le due loro linee in Italia. Ma non l'intese così il duca Guelfo loro fratello. Pretese anch'egli la sua parte negli Stati paterni, e perchè trovò renitenti a ciò Ugo e Folco, mosse loro guerra nell'anno presente. Dopo aver detto il suddetto Bertoldo che il marchese Azzo mancò di vita, soggiugne: Magnamque guerram suis filiis de rebus suis dereliquit. Nam Welfo dux omnia patris sui bona, utpote matri suae (Cunegonda) donata (il che non merita fede) obtinere voluit. Sed fratres ejus de alia matre (cioè da Garsenda) procreati noluerunt se poenitus exheredari. Si mise in procinto il duca Guelfo di scendere in Italia colle sue forze per sostener gagliardamente le sue pretensioni; ma Ugo e Folco anch'essi furono in armi, et aditum ei ad Longobardiam prohibuerunt, quum iret ad possidendum: il che ci fa intendere, qual fosse la lor potenza, quando era bastante ad impedire ad un duca di Baviera armato il passaggio in Italia. Allora fu che Guelfo si collegò con Arrigo duca di Carintia, e probabilmente ancora marchese della marca di Verona, e col patriarca d'Aquileia, fratello d'esso Arrigo duca e principe, signore del Friuli e della Carniola. Coll'accrescimento di tante forze al duca Guelfo non fu poi difficile il penetrare in Italia, e il portar la guerra contra de' fratelli. Sed filii ejusdem marchionis (aggiugne Bertoldo) de alia conjuge praedicto duci totis viribus resistere. Nulladimeno non potendo essi competere colla potenza di lui e de' suoi collegati, Guelfo hereditatem patris de manibus eorum ex magna parte sibi vendicavit. Ma da lì a non molto ricuperò il marchese Folco gli Stati paterni, e dovette seguire qualche convenzione fra esso Folco e i figliuoli di Guelfo IV, all'osservarsi che la linea estense in Germania possedette dipoi la terza parte di Rovigo, ed esercitò signoria anche nella nobil terra d'Este. Non si sa che divenisse del marchese Ugo. Ho io ben trovato che lasciò figliuoli, a lui nati dalla figliuola di Roberto Guiscardo duca di Puglia. Abbiamo da Goffredo Malaterra[1341] che in questo anno Ruggieri conte di Sicilia maritò una sua figliuola con Colomanno, appellato da alcuni impropriamente Carlo Manno re d'Ungheria. Le nozze furono con singolar pompa celebrate in Buda capitale di quel regno. Fece quanto potè Alessio imperadore de' Greci, principe accortissimo, per liberarsi dagli eserciti de' Franchi giunti in Tracia, che faceano immensi mali anche nei contorni di Costantinopoli. Fra lui e i principi di quelle armate in fine si stabilirono alcune capitolazioni, dopo le quali passati i Cristiani di là dallo Stretto, ed entrati in Asia, in una terribil battaglia nel dì 14 di maggio sconfissero un immenso esercito di Turchi. Si impadronirono appresso della città di Nicea; e continuato il loro viaggio, arrivarono fino alla regal città d'Antiochia, di cui intrapresero l'assedio nel dì 21 di ottobre. Trovandosi Corrado re d'Italia in Cremona nel dì 22 d'esso mese d'ottobre, confermò i suoi privilegii ai canonici di Cremona, siccome consta dal diploma da me dato alla luce[1342], in cui l'anno XIV del regno d'esso Corrado non può sussistere. Terminò il corso di sua vita in quest'anno Arnolfo arcivescovo di Milano, e in luogo suo fu eletto Anselmo di questo nome quarto. Secondo le carte prodotte dal Guichenon[1343], fioriva in questi tempi Umberto ossia Uberto II conte, da cui discende la real casa di Savoia. Truovasi nominato Umbertus comes filius quondam Amedei, ed altrove comes et marchisus. Quel che pare strano, egli professa lege vivere romana, perchè que' principi erano di nazione e legge salica.
NOTE:
[1336] Bertholdus Constantiensis, in Chron.
[1337] Annalista Saxo. Abbas Urspergensis, in Chron.
[1338] Antichità Estensi, P. I, cap. 11.
[1339] Antichità Estensi, P. 1, cap. 27.
[1340] Idem, ibid., cap. 28.
[1341] Gaufrid. Malaterra, lib. 4, cap. 25.
[1342] Antiquit. Italic., Dissert. LXIV.
[1343] Guichenon, de la Maison de Savoye, tom. 3.
Anno di CRISTO MXCVIII. Indizione VI.
URBANO II papa 11. ARRIGO IV re 43, imper. 15. CORRADO II re d'Italia 6.
Fino a quest'anno era durata la ribellion di Capoa contra tutti gli sforzi di Riccardo suo principe, che s'era ritirato in Aversa. Cotanto si raccomandò questo principe normanno a Ruggieri duca di Puglia, che questi, chiamato in aiuto il suo zio Ruggieri duca di Sicilia, s'indusse a formare nell'aprile dell'anno presente l'assedio di quella città[1344]. V'intervennero il duca e il conte con due possenti eserciti; e papa Urbano, affine di trattar pace, ed anche, per quanto si può conghietturare, a motivo di sostenere i diritti della santa Sede sopra quella città, giudicò bene di trasferirsi al medesimo assedio, e si fermò assai tempo in quelle vicinanze. Anche santo Anselmo arcivescovo di Cantorberì in Inghilterra[1345], venuto in Italia a cagione delle violenze del re Guglielmo II, si portò colà per conferire col sommo pontefice, da cui, non meno che dal duca di Puglia, ricevette singolari onori. Si studiò il buon papa d'indurre i Capoani a rendersi amichevolmente; e ritrovandoli ostinati nella rivolta, si ritirò a Benevento. Con tal vigore continuarono poscia i principi normanni a strignere Capoa, che quel popolo[1346] nel mese di giugno fu astretto ad esporre bandiera bianca e capitolar la resa. Dal duca e dal conte fu consegnata quella città a Riccardo II. Nè si vuol tacere che Ruggieri duca di Puglia, non già per magnanimità aiutò Riccardo suo cugino a quell'impresa, ma per interesse; perciocchè princeps caussa auxilii, quod ab ipso sperabat, homo ducis factus fuit. Cioè il duca obbligò Riccardo a riconoscere da lui in feudo la medesima città, benchè non anche presa, e forse tutti gli Stati di lui: alla qual risoluzione non s'era giammai potuto indurre Giordano principe di Capoa, e padre di lui, per quante carezze e minacce avesse adoperato per ottenere questo intento Roberto Guiscardo, padre d'esso duca Ruggieri, e zio materno del medesimo Giordano. Nella Vita di san Brunone[1347] si racconta che durante l'assedio d'essa città, avendo un tal Sergio tramata una congiura contra di Ruggieri conte di Sicilia, san Brunone, che in questi tempi fioriva in Calabria, apparve in sonno al conte, e l'avvertì dell'imminente pericolo; per la qual grazia esso conte fu poi liberalissimo verso de' monaci certosini, istituiti dallo stesso san Brunone in questi tempi. Passarono dopo la conquista di Capoa il duca Ruggieri e il conte Ruggieri a Salerno, città allora, dove solea dimorar la corte dei duchi di Puglia. Colà parimente[1348] da Benevento si portò papa Urbano per abboccarsi col conte prima del suo passaggio in Sicilia. E perciocchè si ritrovò esso conte disgustato per avere il pontefice eletto suo legato in Sicilia Roberto vescovo di Traina, senza precedente notizia e consenso del medesimo conte, affin di placarlo, e perchè ben sapea quanto grande fosse lo zelo della religione in quel principe, dichiarò legato apostolico per tutta la Sicilia esso conte e i suoi eredi con bolla data Salerni per manum Johannis sanctae romanae Ecclesiae diaconi, tertio nonas julii, Indictione VII (si dee scrivere VI) pontificatus domni Urbani secundi XI. Di qui ebbe origine la decantata monarchia di Sicilia (nome veramente strano) così vigorosamente impugnata dal cardinal Baronio nel tomo undecimo della sua Storia ecclesiastica, tomo perciò condannato alle fiamme in Ispagna. Anche a' dì nostri sotto il pontificato di Clemente XI ribollì questa controversia, che susseguentemente ebbe fine colla moderazione di alcuni abusi introdotti nel tribunale di quella monarchia.
Andossene dipoi papa Urbano alla città di Bari, dove nel mese di ottobre tenne un maestoso concilio di cento ottantacinque vescovi[1349]. Comparvero in quella sacra raunanza molti Greci, e con esso loro seguì una calda disputa intorno alla Procession dello Spirito Santo dal Figliuolo. Vi si trovò presente l'arcivescovo santo Anselmo, personaggio il più letterato che si avesse allora la Chiesa latina. Confutò egli l'opinion de' Greci con tal forza di ragioni ed autorità delle divine Scritture, che avrebbono dovuto coloro ammutolirsi. In quest'anno probabilmente accadde ciò che narra Landolfo iuniore storico milanese[1350]. Per attestato di lui, il giovane re Corrado teneva la sua corte in Borgo San Donnino. Avvenne che passò per colà Liprando prete milanese, gran partigiano della parte pontificia, incamminato verso Roma, per presentarsi davanti papa Urbano. Era egli persona famosa, perchè nell'anno 1075 gli scismatici gli aveano tagliato il naso e gli orecchi. Avendo voluto il re vederlo, fra l'altre cose, gli disse: Essendo maestro tu de' Paterini (così erano allora appellati i fautori della parte pontifizia), che sentimento hai tu intorno ai vescovi e sacerdoti, che possedendo tanti beni loro conceduti dai re, nulla poi vogliono contribuire per gli alimenti del re? Probabilmente questo re, più di apparenza che di sostanza, si doveva trovar molto asciutto e bisognoso di moneta per vivere. Liprando con tutta modestia e buon garbo gli rispose, ma senza sapersi ciò che gli rispondesse. Passando egli poi pel Parmigiano, fu preso e spogliato dagli uomini di quel vescovo, e fu obbligato a tornarsene indietro. Corrado fece pagar buona somma di danaro in pena da que' masnadieri. Dopo un faticoso assedio di nove mesi[1351], e dopo aver disfatti varii corpi di Turchi che voleano portar soccorso all'assediata Antiochia, e dopo aver patito quella città una terribil fame e mortalità di gente, riuscì in fine all'esercito de' cristiani crocesignati di entrare per intelligenza di un ricco saraceno in quella vasta città, e di mettere a fil di spada chiunque non potè salvarsi colla fuga. Il principe Boamondo, che da Roberto suo padre, se non altra eredità, quella ebbe almeno dell'accortezza e del valore, quegli fu, che per trattato secreto con un uffiziale turco, cristiano rinnegato, introdusse le armi cristiane in Antiochia, e seppe così ben condurre i propri affari, che tutti gli altri principi accordarono a lui il dominio di quella nobilissima città, in cui egli fondò un illustre principato. Ma poco stette a presentarsi sotto Antiochia Corborano principe dei Turchi con trecento sessanta cinque mila armati (numero forse esagerato), che strettamente assediò i vincitori nella città medesima, e li ridusse, per mancanza di viveri, a cibarsi di carne di cavallo e di asini, e a morir non pochi di fame. Tutto era disperazione, quando eccoti un prete provenzale riferire che per una rivelazione di sant'Andrea si trovava in quella città la lancia, con cui fu aperto il costato al divino nostro Salvatore, e ne indicò il luogo. Fu poi dai più saggi creduta questa un'impostura. Verità nondimeno è, che ritrovata la pretesa lancia (che nulla più facile sarebbe stato, quanto che il porvene e seppellirne una a capriccio), tal compunzione, tal coraggio e risoluzione entrò in cuore dell'esercito cristiano, che fatta una sortita generale contro all'immensa armata nemica, la sbaragliarono e misero in fuga. Incredibil fu la quantità e ricchezza delle spoglie del campo. Sopraggiunse la peste, che fece non poca strage de' Cristiani; vennero anche dissensioni fra Boamondo e Raimondo conte di Tolosa; ma, ciò non ostante, la cotanto diminuita armata de' crociati continuò il suo cammino alla volta di Gerusalemme, con impossessarsi in andando di varie città. Che la contessa Matilda fosse in questi tempi governatrice o signora di Reggio di Lombardia, si può forse dedurre da un atto da me dato alla luce[1352]. Bolliva lite fra i monaci benedettini di quella città e gli uomini delle valli per alcuni beni. Essendo ricorsi gli ultimi ad essa principessa, ordinò ella ad uno dei suoi giudici di ben ventilar quella causa, e d'intimare alle parti che fossero pronte alla pugna, cioè alla pazza maniera di decidere molte controversie che era allora in voga. Entrarono i campioni nello steccato, e gran dire vi fu, perchè quello degli uomini suddetti gittò sopra la testa del campione de' monaci un guanto donnesco ordinato di varii colori, dando con ciò sospetto di malefizio. Tralascio gli altri ridicolosi avvenimenti di quel duello, che non era in questi barbari tempi riconosciuto dai più per una chiarissima tentazione di Dio, e però peccaminosa nel tribunale d'esso Altissimo.
NOTE:
[1344] Gaufrid. Malaterra, lib. 4, cap. 36.
[1345] Eadmerus, in Vita S. Anselmi.
[1346] Lupus Protospata, in Chron.
[1347] Apud Surium ad diem 6 octobr.
[1348] Gaufrid. Malaterra, lib. 4, cap. 29.
[1349] Lupus Protospata, in Chron. Anonymus Barensis, apud Peregrinium.
[1350] Landolfus junior, Hist. Mediolan., cap. 1, tom. 5 Rer. Italic.
[1351] Chronograph. Malleac. Guillelm. Tyr. Bernardus Thesaurarius et alii.
[1352] Antiquit. Italic., Dissert. XXXIX, pag. 647.
Anno di CRISTO MXCIX. Indizione VII.
PASQUALE II papa 1. ARRIGO IV re 44, imperad. 16. CORRADO II re d'Italia 7.
Era tornato a Roma nel precedente anno il buon papa Urbano, e con gran pace avea quivi solennizzato la festa del santo Natale[1353], perchè gli era riuscito di rimettere in suo potere castello Sant'Angelo, fin qui occupato dal presidio dell'antipapa Guiberto. Niun'altra fortezza restava in quella città che non fosse dipendente dai di lui cenni; e coloro che quivi tuttavia si trovavano favorevoli alla fazione scismatica, o colle carezze o colla forza furono ridotti alla dovuta ubbidienza. Intimò egli un concilio da tenersi in Roma nella terza settimana dopo Pasqua, e infatti questo fu celebrato al tempo prefisso coll'intervento di cento cinquanta fra vescovi ed abbati, e col concorso d'innumerabili cherici. Vi fu presente anche il celebre arcivescovo santo Anselmo. Si rinnovò in esso la scomunica contro dell'antipapa e de' suoi parziali; si confermarono le censure contro de' preti concubinarii; e fu fatta gran premura dal pontefice per nuovi aiuti all'impresa di terra santa. Ma da lì a pochi mesi infermatosi Urbano II, passò in miglior paese a godere il frutto delle sue virtù dopo un pontificato insigne e glorioso d'undici anni e cinque mesi. Succedette la morte sua, per attestato di varii scrittori, nel dì 29 di luglio del presente anno. Non andò molto che dal clero e popolo fu sustituito nella cattedra di san Pietro Rinieri di nazione toscano, già monaco cluniacense, e poi prete cardinale del titolo di san Clemente, che assunto il nome di Pasquale II, fu ordinato papa nel dì 14 d'agosto, dopo aver egli fatto gran resistenza, per fuggire così eccelsa dignità. Secondo la combinazione de' tempi, non potè il buon pontefice Urbano prima di chiuder gli occhi aver la consolazione di veder il frutto delle sue apostoliche fatiche, coll'avviso d'essersi impadronita l'armata de' cristiani crocesegnati della santa città di Gerusalemme, dove fecero un gran macello di Saraceni. Cioè fu essa dopo pochi giorni d'assedio presa nel dì 15 di luglio di quest'anno[1354]; ma non potè, dissi, così importante nuova, che riempì di giubilo tutta la cristianità, ritrovar vivo esso Urbano. Raunati nella conquistata città i principi cristiani, dopo otto giorni di comun parere elessero re di Gerusalemme Gotifredo di Buglione duca di Lorena, il più saggio, il più pio, ed anche il più valoroso fra essi. Diede egli nel dì 14 del seguente agosto una terribil rotta all'immenso esercito del soldano d'Egitto presso ad Ascalona, che veniva per soccorrere Gerusalemme: con che restò mirabilmente coronata quella campagna. Ma perciocchè moltissimi di que' Franchi, dopo aver compiuti i lor voti, se ne tornarono appresso in Occidente, restò il novello re appena con trecento cavalli e due mila fanti: il che fu cagione ch'egli implorasse i soccorsi del papa e degli altri principi cristiani. Nè mancò papa Pasquale, informato del felice successo dell'armi cristiane in Oriente, di sollecitare i popoli in aiuto de' Franchi conquistatori. Sembra a me verisimile che, prima della conquista di Gerusalemme, i Pisani, i Veneziani e i Genovesi, cadaun popolo colla sua flotta, si movesse verso quelle parti, quantunque forse vi arrivassero solamente dopo la presa d'essa città. Negli Annali Pisani[1355] è scritto, che di quest'anno restò bruciata tutta Kinsica, cioè una parte della città di Pisa, dove, a mio credere, abitavano i mercatanti mori che venivano a trafficare in quella città. Et stolus pisanus in Hierusalem ivit cum navibus centum viginti. De quo stolo Daibertus ejusdem ecclesiae archiepiscopus fuit ductor et dominus, qui tunc temporis in Hierusalem patriarcha remansit. Poscia all'anno 1100 vien quivi raccontata la presa di Gerusalemme XVIII kalendas augusti. Anticipando i Pisani di nove mesi il principio dell'anno volgare, la presa di Gerusalemme cade molto acconciamente nel dì 15 di luglio dell'anno presente. Ma, secondo quegli Annali, si era molto prima incamminata a quella volta l'armata pisana.
Altri Annali poi attribuiscono principalmente ai Pisani la gloria del conquisto di Gerusalemme: il che non merita credenza, perchè niuno di tanti autori, o contemporanei o vicini a quella rinomata impresa, vi parla de' Pisani. Anzi Guglielmo Tirio[1356] attesta che solamente verso il fine del presente anno arrivò con dei soccorsi Daimberto arcivescovo di Pisa, e legato della Sede apostolica, il quale fu anche eletto patriarca di Gerusalemme. Scrive il Dandolo[1357] che i Veneziani misero insieme uno stuolo di circa dugento legni, dove, sotto il comando di Giovanni Michele figliuolo del doge, s'imbarcarono tutti i crociati, e s'inviarono alla volta della Dalmazia, e poscia svernarono a Rodi. Alessio imperador dei Greci, nemicissimo in segreto della crociata, si adoperò per farli tornare indietro; ma inutili in ciò riuscirono le cabale sue. Venne poscia avviso ai Veneziani che i Pisani con cinquanta galee navigavano contro di loro, gloriandosi di voler entrare in quel porto. Fra queste due flotte seguì una zuffa, e toccò ai Pisani di salvarsi colla fuga. Arrivarono poscia i Veneziani alla città di Mira nella Licia, dove, se loro vogliam credere, trovarono il corpo di san Niccolò vescovo, e l'inviarono a Venezia, quantunque il popolo di Bari pretenda che assai prima quel sacro deposito passasse alla loro città. Scrivono ancora gli storici genovesi, che capitata in questi tempi la flotta genovese alla stessa città di Mira, ne asportò le ceneri di san Giovanni Battista. Un grande emporio di sacre reliquie doveva essere quella città. Lascerò io disputar fra loro questi troppo pii masnadieri, e seguiterò a dire che la flotta veneta giunse nel porto di Joppe, città già conquistata insieme con Gerusalemme dai Franchi. Però è da credere che gli aiuti portati per mare dai popoli italiani giugnessero colà solamente dappoichè Gerusalemme era caduta in potere dei collegati oltramontani. Fece l'imperadore Arrigo IV scoppiare in quest'anno lo sdegno suo contra Corrado suo primogenito, che ribello al padre avea occupata la corona del regno d'Italia. Raunata in Aquisgrana una dieta di principi germanici, quivi propose e fece accettar per suo collega e successore nel regno Arrigo V, suo secondogenito. Ho io pubblicato[1358] un placito tenuto dalla contessa Matilde in Firenze anno dominicae Incarnationis millesimo nonagesimo nono, VI nonas martii, Indictione VIII, in cui Guido Guerra, da cui si crede che discendesse la nobil casa de' conti Guidi, celebre nelle storie, concedette ai canonici della cattedrale di quella città alcune terre. Notai quel placito come tenuto nell'anno presente, senza esaminarne le note cronologiche. Ora mi avveggo appartener esso all'anno susseguente, indicandolo l'indizione VIII. Quivi s'è adoperato l'anno fiorentino; cioè tuttavia in quella città nel dì 5 di marzo continuava l'anno 1099, laddove, secondo l'era volgare, nel dì primo di gennaio avea avuto principio l'anno 1100. Similmente è stata da me prodotta[1359] una donazione fatta da essa contessa al monistero di san Salvatore della Fontana di Taone, e scritta anno ab Incarnatione Domini millesimo nonagesimo nono, regnante imperatore Henricus, octavo idus septembris, Indictione sexta. Se così ha l'originale (il che io non posso affermare), quest'anno 1099 sarà l'anno pisano, e, secondo noi, l'anno 1098. Ma il Fiorentini[1360], accennando questo documento, legge Indict. VIII, cominciata nel medesimo mese di settembre, e però quell'atto è da riferire all'anno presente. Non è certamente lieve imbroglio nella storia questa diversità degli anni e delle indizioni che comparisce nelle carte antiche, ed è facile il prendere degli abbagli, se non si ha molta attenzione ed altri lumi della storia.
NOTE:
[1353] Bertholdus Constantiensis, in Chron.
[1354] Guillelmus Tyr., lib. 8, cap. ult.
[1355] Annal. Pisani, tom. 6 Rer. Ital.
[1356] Guilelmus Tyr., lib. 3.
[1357] Dandulus, in Chronico, tom. 12 Rer. Ital.
[1358] Antiquit. Italic., Dissert. XLI.
[1359] Antiquit. Ital., Dissert. VIII.
[1360] Fiorentini, Memor. di Matild., lib. 2.
Anno di CRISTO MC. Indizione VIII.
PASQUALE II papa 2. ARRIGO IV re 45, imperad. 17. CORRADO II re d'Italia 8.
Abbiamo da Pandolfo Pisano[1361] che fu fatta calda istanza dal popolo romano a papa Pasquale perchè venisse cacciato da que' contorni l'antipapa Guiberto, il quale per tanti anni avea travagliata e tenuta in guerra la loro città, con esibire a questo effetto buone somme d'oro e d'argento. Giunsero nello stesso tempo ambasciatori di Ruggieri conte di Sicilia, che ammessi all'udienza del papa, posero ai di lui piedi mille oncie d'oro. Animato da questi impulsi ed aiuti il pontefice, spedì l'esercito contra di Guiberto. Dimorava costui nella città d'Alba, e sostenne per qualche tempo l'assedio d'essa. Veggendo poi disperato il caso, ebbe maniera di scampare, e di ritirarsi in un forte castello; ma quivi all'improvviso la morte il colse, e mancò di vita ostinato nel suo scisma, pentito più volte d'avere assunto il titolo di pontefice romano, senza però mai pentirsi daddovero per riconciliarsi col vero vicario di Cristo, e far penitenza de' suoi enormi eccessi. Colla morte sua restò liberata la Chiesa di Dio da una gran peste, da un terribil nemico. Non restò essa nondimeno immediatamente quieta; imperciocchè i seguaci di esso Guiberto in luogo di lui elessero papa un certo Alberto, che nello stesso giorno fu dispapato. Laonde passarono all'elezion di un certo Teodorico; e questi per più di tre mesi fece fra' suoi aderenti una ridicola figura di sommo pontefice. Ma i Romani, o pure i Normanni misero le mani addosso a que' mostri, e confinarono il primo in san Lorenzo d'Aversa, l'altro nel monistero della Cava presso Salerno. Saltò su col tempo anche il terzo, appellato Maginolfo, che nel dì 2 di novembre fu da' suoi parziali promosso al pontificato e prese il nome di Silvestro IV. Sigeberto nella Cronica sua[1362] secondo l'edizion del Mireo scrive, che essendosi costui ritirato in una fortezza, Berto caput et rector romanae militiae cum expeditione cleri et populi eum inde extraxit, et ad Warnerum principem Anconae in tiburtinam urbem adduxit, dove fu dagli scismatici creato papa, ma per attestato del medesimo scrittore, costui non multo post reprobatur a Romanis, et fama nominis ejus evanuit. Di ciò riparleremo all'anno 1106. Sicchè neppur dopo la morte di Guiberto pervenne ad una intera quiete papa Pasquale. Nè si dee tralasciar senza osservazione che in questi tempi la marca d'Ancona, non diversa da quella che tempo fa era denominata marca di Camerino o di Fermo, ubbidiva allora all'imperadore Arrigo IV. Ne era marchese Guarnieri, da cui probabilmente, o da' suoi discendenti che portarono lo stesso nome, fu quel paese poscia chiamato la marca di Guarnieri; e questi riconosceva per suo signore il suddetto Arrigo, come costa da un pezzo di lettera da lui scritta al medesimo Augusto presso di Sigeberto. Che se questo Guarnieri teneva, siccome abbiam veduto, Tivoli, anch'egli dovea recar delle molestie a Roma e al pontefice Pasquale.
Abbiamo dal soprallodato Pandolfo Pisano che il papa, non so se nell'anno presente, oppure nel susseguente, ricuperò colla forza dell'armi Città Castellana. Mosse anche guerra a Pietro dalla Colonna (il primo che s'incontri di questa nobilissima famiglia nelle storie), perchè aveva occupata la terra di Cavi, spettante alla Chiesa romana. Tolta fu non solamente ad esso Pietro la terra suddetta, ma eziandio Colonna e Zagarolo, che erano di suo diritto: il che ci fa intendere che non cominciava allora la nobiltà di quella casa, ed esserle venuto il cognome dal dominio della terra di Colonna, che fu poi loro restituita. Poco potè godere del suo nuovo regno di Gerusalemme, e delle nuove conquiste da lui fatte, l'inclito e piissimo re Gotifredo di Buglione. Caduto egli infermo nell'anno presente, passò a miglior vita nel dì 18 di luglio, lasciando dopo di sè una memoria piena di benedizioni[1363]. Accorso a Gerusalemme Baldovino suo fratello, fu con universale consentimento eletto re, ed anche solennemente coronato nel dì del santo Natale: funzione da cui s'era astenuto il buon re Gotifredo. Landolfo juniore[1364], storico milanese, scrive che Anselmo IV arcivescovo di Milano predicò la crociata per la Lombardia, facendo cantare una canzone che cominciava Ultreja, forse franzese, e probabilmente significante Oltre già sono iti i Franchi, ec. Unì egli con ciò una grossa armata di Lombardi; e dopo aver creato e lasciato suo vicario in Milano Crisolao (appellato volgarmente Grossolano), che poco prima era stato eletto e consecrato vescovo di Savona, alla testa di quell'esercito s'inviò alla volta di Costantinopoli[1365]. Seco andarono il vescovo di Pavia e Alberto da Biandrate potentissimo Lombardo. Non per mare da Genova passò questa gente, come si pensò Tristano Calco[1366], ma bensì per terra, attestandolo l'Abbate Urspergense[1367] e l'Annalista Sassone[1368] con dire sotto quest'anno: Ex Langobardis cum Mediolanensi et Papiensi Episcopis quinquaginta millia ad Hierosolymitanam profectionem signati, in Bulgariae civitatibus hyemaverunt. Rapporta il padre Bacchini[1369] un'insigne donazione fatta in quest'anno dalla contessa Matilda, mentre era in Guastalla, al monistero di san Benedetto di Gonzaga, e scritta anno ab Incarnatione Domini millesimo centesimo, Indictione decima, kalendis junii. Ma non può convenire a quest'anno l'indizione X, e dal Fiorentini[1370] sappiamo che la contessa dimorava in Toscana nel dì 7 di giugno dell'anno presente. Dimorava anche in Firenze in palatio domus (cioè del duomo) sancti Johannis, dove tenne un placito nel dì 2 di marzo, da me dato alla luce. Però sembra verisimile che quel documento appartenga all'anno 1102, in cui veramente Matilda si trovò in Lombardia. Secondochè scrive Romoaldo Salernitano[1371], in quest'anno Ruggieri duca di Puglia assediò e prese la città di Canosa, ch'egli durante l'assedio avea fatto cignere tutta all'intorno con delle reti. Boamondo principe d'Antiochia suo fratello restò nel presente anno prigione dei Turchi: il che riuscì di grave danno agl'interessi del cristianesimo in Oriente.
NOTE:
[1361] Pandulfus Pisanus, in Vit. Paschal. II, P. I, tom. 3 Rer. Italic.
[1362] Sigebertus, in Chron. edit. Miraei.
[1363] Guillelmus Tyr. Abbas Urspergensis. Fulcherius Carnotens. Bernardus Thesaur. et alii.
[1364] Landulfus de S. Paulo, Histor. Mediolan., tom. 5 Rer. Ital.
[1365] Orderic. Vitalis. Radulfus Cadomens.
[1366] Tristan. Calchus, Hist. Med.
[1367] Abbas Urspergensis, in Chron.
[1368] Annalista Saxo.
[1369] Bacchini, Ist. di Poliron. App., pag. 46.
[1370] Fiorentini, Memorie di Matilda, lib. 2.
[1371] Romualdus Salernit., tom. 7 Rer. Italic.
Anno di CRISTO MCI. Indizione IX.
PASQUALE II papa 3. ARRIGO IV re 46, imper. 18.
Funestato fu l'anno presente dalla morte di due illustri principi nello stesso mese di luglio. L'uno fu Corrado re di Italia, figliuolo di Arrigo IV, e l'altro Ruggieri conte di Sicilia. Quanto a Corrado, non si sazia l'Abbate Urspergense[1372] con altri storici di esaltare le di lui virtù. Niuno gli andava avanti nella pietà, nella mansuetudine, nella continenza, di maniera che pareva un angelo in carne. Eppure questo buon principe provò anch'egli poco buona fortuna presso la contessa Matilda, donna che in questi tempi senza titolo regale faceva volentieri da regina in Italia. Che disgusti ella desse all'ottimo giovane Corrado, non si sa; ma gliene diede. Dappoichè Arrigo suo padre non ebbe più forze in Italia, neppur ella ebbe più bisogno di Corrado. E non seppe tacer Donizone che è pure il panegirista della contessa, questa verità, scrivendo[1373]:
Infra Conradus longobardos comitatus Dum staret, discors a Mathildi fuit ipso Tempore. Duravit modicum discordia talis. Nam petiit partes tuscanas rex. Ibi tamdem Nobilibus quidam facientibus expulit iram.
Che Matilda non solamente signoreggiasse in Toscana e in parte della Lombardia, ma stendesse anche la sua autorità in Milano, si può raccogliere da Landolfo di san Paolo[1374]. Quivi fu eletto arcivescovo Matildis comitissae favore Landolfo da Badagio; decaduto questo, restò eletto consecrato Anselmo IV da Baiso, il quale virgae pastorali per munus Matildis abhatissae (dovrebbe essere comitissae) adhaesit. Collo stendere così le fimbre della sua autorità, dovea Matilda annientar quella del re; forse anche non somministrava quanto occorreva pel decente suo trattamento. Però forte in collera il real giovane si ritirò a Firenze, dove sorpreso da maligna febbre, nel luglio di quest'anno diede fine alla sua vita. Per testimonianza dell'Urspergense corse qualche voce che così immatura morte fosse provenuta da veleno; e forse ne fu dai maligni incolpata la medesima contessa Matilda, scrivendo il soprammentovato Landolfo: Quum pervenisset Florentiam rex ipse prudens et sapiens, atque decorus facie (proh dolor!) adolescens, accepta potione ab Aviano medico Matildis comitissae, vitam finivit. Le virtù di Matilda tali furono, che non può cadere sopra di lei un sì nero sospetto. Per quel che riguarda Ruggieri conte di Sicilia[1375], anch'egli nel medesimo mese fu rapito dalla morte; principe valoroso e glorioso al pari di Roberto Guiscardo suo fratello sopra la terra, ma più di lui religioso, clemente liberale, e specialmente memorabile per aver liberata la Sicilia dal giogo dei Saraceni, e restituito in essa il culto del vero Dio colla fondazione di tanti vescovadi, spedali e templi del Signore. Lasciò dopo di sè due piccioli figliuoli, Simone primogenito, che fu riconosciuto tosto conte di Sicilia e di Calabria, e Ruggieri nato nell'anno 1097, che divenne col tempo re di Sicilia: amendue sotto il governo della contessa Adelaide loro madre, donna che coll'alterigia univa una gran sete del danaro altrui, e però cagione che in que' principii della sua tutela succedessero non poche sedizioni fra i sudditi suoi. Non parlo di un terzo figliuolo appellato Goffredo, probabilmente bastardo, perchè forse era premorto al padre.
In quest'anno sul principio d'aprile Guelfo IV duca di Baviera, per redimer i suoi peccati, imprese il viaggio di terra santa, e si unì con Guglielmo duca d'Aquitania[1376]. Conducevano seco questi due principi un'armata di cento sessanta mila crociati. A questa precedeva l'altra de' Lombardi, che dicemmo incamminata con Anselmo arcivescovo di Milano, il cui disegno fatto sulle dita, per quanto ne correa la voce, era di voler conquistare Babilonia, come se quella fosse una bicocca. Ma tanti castelli in aria andarono ben presto a finire in nulla. Passata che fu sì gran moltitudine di gente nell'Asia[1377], per tradimento dell'imperadore Alessio, che passava d'intelligenza coi Turchi, parte per gli stenti e mancanze de' viveri, parte per le sciable e frecce nemiche, perì quasi tutta. Fra gli altri principi che lasciarono la vita in sì sfortunata spedizione[1378], uno fu il suddetto arcivescovo di Milano, ossia che egli morisse in una zuffa co' Turchi, oppure che ferito fuggisse a Costantinopoli, dove Landolfo da san Paolo scrive che succedette la sua morte. Salvossi dopo la rovina del suo esercito il duca Guelfo, e per mezzo ad infiniti travagli ebbe almen la consolazione di arrivare a Gerusalemme. Soddisfatto ch'ebbe ivi alla sua divozione, se ne tornava questo principe per mare a casa; ma giunto all'isola di Pafo, oppure di Cipri, e colto da una mortale infermità, quivi finì di vivere, e trovò la sua sepoltura o nel presente o nel susseguente anno: principe glorioso per tante sue militari imprese, e massimamente per aver piantata in Germania e lasciata quivi in gran potenza una linea di principi estensi, la qual tuttavia più che mai fiorisce nella insigne casa di Brunswich, Wolfembuttel e Luneburgo, dominanti anche sul trono dell'Inghilterra. Restarono di lui due figliuoli maschi, cioè Guelfo V marito della gran contessa Matilda, ma da lei separato, ed Arrigo, appellato per soprannome il Nero. Succedette Guelfo V nel ducato della Baviera, e questi poi si segnalò colle doti della pietà, del valore e della liberalità, come s'ha dalla Cronica di Weingart. In qual anno egli terminasse i suoi giorni resta tuttavia allo scuro. Certo è, che vivente ancora esso Guelfo, Arrigo suo fratello portò il titolo di duca, e ne vedremo una pruova all'anno 1107. Truovasi nel maggio del presente anno la contessa Matilda in Governolo sul Mantovano[1379], dove restituisce al monistero di san Benedetto di Polirone l'isola di Revere con altri beni. Si accinse ella in questi medesimi tempi a ricuperar la città di Ferrara, che tanti anni prima le si era ribellata; e fatto un gran preparamento di soldatesche, chiamati anche in aiuto i Veneziani[1380] e i Ravennati, che vi accorsero per Po con una squadra di navi, nell'autunno passò all'assedio di quella città.
Contra quam gentes numero sine duxit et enses, Tuscos, Romanos, Longobardos galeatos, Et Ravennates, quorum sunt maxime naves. Circumstant equidem multae maris atque carinae A duce praeclaro trasmissae venetiano.
Son versi di Donizone[1381], che soggiugne, avere i Ferraresi alla vista di tanto sforzo presa la risoluzione di arrendersi: con che senza spargimento di sangue tornò quella città sotto il dominio della contessa.
NOTE:
[1372] Abbas Ursperg., in Chron. Annalista Saxo.
[1373] Donizo, in Vit. Mathild., lib. 2, cap. 13.
[1374] Landulfus junior, Hist. Mediolan. cap. 2.
[1375] Romualdus Salernitanus, in Chron.
[1376] Chron. Weingart. apud Leibnit. Abbas Urspergens., in Chron.
[1377] Radulphus Cadomensis, de gestis Tancredi.
[1378] Landulf. junior, Hist. Mediolan., cap. 2.
[1379] Bacchini, Stor. di Polirone, lib. 3.
[1380] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital. Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.
[1381] Donizo, in Vit. Mathildis, lib. 2, cap. 13.
Anno di CRISTO MCII. Indizione X.
PASQUALE II papa 4. ARRIGO IV re 47, imperad. 19.
Celebrò in quest'anno papa Pasquale un solenne concilio in Roma nella basilica lateranense[1382], in cui rinnovò la scomunica contra dello scismatico imperadore Arrigo IV, e confermò i decreti de' precedenti sommi pontefici intorno alla disciplina ecclesiastica. In Germania esso Arrigo sul principio di quest'anno, o sul fine del precedente, raunati in una dieta i principi di quelle contrade, trattò con essi di levar lo scisma, e di restituir la pace alla Chiesa e ai popoli. Fu consigliato da tutti i saggi di riconoscere il romano pontefice Pasquale, ed egli anche promise di portarsi a Roma, dove in un concilio si esaminasse tanto la sua quanto la causa del papa, e ne seguisse concordia. Ma l'infelice principe non attenne dipoi la parola; anzi si seppe ch'egli andava tuttavia macchinando di creare un nuovo antipapa: il che non gli venne fatto per difetto non già di volontà, ma di potere. Aveva papa Pasquale inviato per suo nunzio e vicario residente presso la contessa Matilda Bernardo cardinale della santa romana Chiesa, ed abbate di Vallombrosa, uomo di rara probità e prudenza. Fra gli altri affari che egli trattò colla contessa, uno de' principali fu l'ottener da essa la rinnovazion della donazione di tutti i suoi beni alla Chiesa romana. Gli aveva essa donati alla medesima Chiesa fin sotto papa Gregorio VII, ma per le gravi turbolenze dipoi insorte s'era smarrito lo strumento della medesima donazione. Però stando essa Matilda nella rocca di Canossa nel dì 17 di novembre dell'anno presente confermò e rinnovò[1383], per manum Bernardi cardinalis et legati ejusdem romanae Ecclesiae, la donazione di tutti i suoi beni, tanto posseduti quanto da possedersi, e tanto di qua quanto di là da' monti, in favore della Chiesa romana. Lo strumento tuttavia esistente si legge in fine del poema di Donizone. Era la medesima contessa in quest'anno nel dì 4 di giugno in loco, qui dicitur Mirandula, e quivi fece un aggiustamento[1384] con Imelda badessa di san Sisto di Piacenza per conto del castello e della corte di Guastalla. Apparteneva quella nobil terra, oggidì città, al monistero suddetto di san Sisto fino dai tempi dell'imperadrice Angilberga fondatrice del medesimo. Dovea Matilda averlo occupato, e gliel restituì nell'anno presente.
Lasciò, come già di sopra accennammo, Anselmo arcivescovo di Milano, allorchè intraprese il viaggio di terra santa, per suo vicario in quella città e diocesi Crisolao, chiamato Grossolano dal popolo, a cui quel nome greco dovette parere alquanto straniero. Egli era vescovo di Savona[1385], uomo assai dotto, sapea predicare al popolo, e nell'esteriore affettava grande mortificazione, sommo sprezzo del mondo, usando vesti grosse e plebee, e cibi vili dopo molta astinenza. Un dì quel prete Liprando, a cui gli scismatici aveano tagliato il naso e gli orecchi, persona di gran credito non meno nella sua patria che in Roma stessa, l'esortò a cavarsi di dosso quel sì orrido mantello, e a prenderne uno più conveniente al suo grado. Gli rispose Grossolano di non aver danaro. Esibitone a lui in prestito, replicò che egli sprezzava il mondo, nè volea mutare registro. Allora Liprando gli disse: In questa città ogni persona civile usa pelli di vaio, di griso, di martora, ed altri ornamenti e cibi preziosi. Con questi vostri grossolani abiti vedendovi i forestieri, ne vien disonore a noi altri: il che si dee osservare come una volta fosse in uso e credito in Italia il vestirsi di preziose pellicce; probabilmente Grossolano era qualche Calabrese che sapea bene il suo conto, ed anche fu intendente della greca favella. Intesasi poi la morte dell'arcivescovo Anselmo, si raunò il clero e popolo di Milano per eleggere il successore. Concorrevano molti in due Landolfi canonici ordinarii della metropolitana. Grossolano si oppose per motivo che fossero lontani, perchè erano iti in terra santa. Allora Arialdo abbate di s. Dionisio con una gran moltitudine della plebe e de' nobili proclamò arcivescovo il medesimo Grossolano, che con tutto il suo sprezzo del mondo corse subito a mettersi nella sedia archiepiscopale. Spedì la parte che non concorreva a tale elezione i suoi messi a Roma per impedire che non fosse accettato per varii motivi. Ma ricorsi i fautori di Grossolano a Bernardo cardinale e vicario del papa in Lombardia, questi ne trattò colla contessa, e fu risoluto di ammettere la persona di Grossolano, il quale alcuni van sospettando (non so se con valevole fondamento) che fosse prima, al pari di Bernardo cardinale, monaco vallombrosano. Però in fretta se n'andò esso Bernardo a Milano, e portò la stola (cioè il pallio), che fu ricevuto da Grossolano fra lo strepitoso plauso del popolo. Salito lo scaltro Grossolano dove egli mirava, allora cominciò ad usar cibi delicati e vesti preziose. Ma poco passò che Liprando cogli altri gli mosse guerra, trattandolo da simoniaco, e perciò da pastore illegittimo. Secondo che si ha dal Catalogo degli abbati di Nonantola[1386], e dal Sigonio, la suddetta contessa, mentre era nel castello di Panzano, allora del distretto di Modena, nel dì 15 di novembre, correndo l'indizione XI, donò al monistero di Nonantola sul Modonese, con licenza di Bernardo cardinale e vicario generale del papa in Lombardia, Castel Tealdo posto in Ferrara colla chiesa di san Giovanni Batista. E ciò in remissione de' suoi peccati, e in ricompensa del tesoro di quel monistero, di cui s'era essa servita ne' bisogni delle passate guerre. Fu questo l'ultimo anno della vita di Vitale Michele doge di Venezia[1387]. Ebbe per successore Ordelafo Faledro.
NOTE:
[1382] Labbe, Concil., tom. 10.
[1383] In Append. ad Donizonem, in Vit. Mathildis.
[1384] Antiquit. Italic., Dissert. LXXI.
[1385] Landulfus junior, Hist. Mediol., cap. 4.
[1386] Catalogus Abbat. Nonantul. Antiquit. Ital., Dissert. LXVII.
[1387] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCIII. Indizione XI.
PASQUALE II papa 5. ARRIGO IV re 48, imper. 20.
Avea celebrato Arrigo IV Augusto la festa del santo Natale in Magonza[1388], e pubblicamente fatto sapere ai principi e al popolo ch'egli avea intenzione di lasciare il governo del regno ad Arrigo V re suo figliuolo, e di voler in persona andare al santo Sepolcro. Questa voce gli guadagnò l'affetto universale de' Tedeschi sì ecclesiastici che laici, e moltissimi si disposero ad accompagnarlo in quel viaggio. Ma il tempo fece vedere ch'egli non dovea aver parlato di cuore, perchè nulla effettuò di quanto avea promesso. Certo è che all'anno presente si dee riferire uno strepitoso avvenimento della città di Milano, diffusamente narrato da Landolfo iuniore[1389], storico di quella città e di questi tempi. Era già stato creato arcivescovo Crisolao ossia Grossolano. Il soprammentovato prete Liprando continuò a sostenere ch'egli simoniacamente era entrato in quella chiesa, e si esibì di provarlo col giudizio del fuoco, che quantunque non mai approvato dalla Chiesa, pure in questi secoli sconcertati non mancava di fautori. Fece istanza Grossolano che Liprando desse le pruove di tale accusa; ma non apparisce che il prete ne producesse alcuna: il che fa conoscere l'irregolarità del suo procedere. Venne egli in fine alla pruova dal fuoco; ed alzata nella piazza di santo Ambrosio una gran catasta di legna, lunga dieci braccia, ed alta e larga quattro braccia più dell'ordinaria statura degli uomini, allorchè essa fu ben accesa, Liprando vi passò per mezzo, e ne uscì salvo, senza che nulla si bruciasse neppur delle vesti sacerdotali ch'egli portò in quella congiuntura, con acclamazione di tutti gli spettatori. Veggendosi Grossolano come vinto, giudicò bene di ritirarsi e di andarsene a Roma, dove fu graziosamente accolto da papa Pasquale. La risoluzion di Liprando era già stata disapprovata da alcuni vescovi suffraganei di Grossolano, che si trovavano allora in Milano; molto più dispiacque alla saggia corte di Roma, che sempre riprovò i giudizii di Dio non canonici, siccome invenzioni umane da tentar Dio. E perciocchè si trovò che essendo restato il prete Liprando leso in una mano e in un piede nella pruova suddetta, benchè si attribuisse ciò ad altre cagioni, pure fu messa in dubbio nella stessa città di Milano la pruova da lui fatta, e ne succedette del tumulto colla morte di molti. Trovossi nel dì 19 di novembre la contessa Matilda in palatio florentino[1390], dove concedette un privilegio ai monaci di Vallombrosa. Circa questi tempi Adelaide vedova di Ruggieri conte di Sicilia, e tutrice di Simone suo figliuolo, veggendo sprezzato da' Siciliani il suo governo[1391], pensò a fortificarlo col chiamare colà dalla Borgogna Roberto, principe non men valoroso che prudente, a cui diede in moglie una sua figliuola. Il dichiarò poscia tutore del figliuolo e governatore dell'isola: il che servì a tenere in briglia le teste calde di quelle contrade.
NOTE:
[1388] Abbas Urspergens., in Chron. Otto Frisingens., Hist., lib. 7, cap. 8.
[1389] Landulfus S. Paulo, Hist. Mediolan., cap. 9 et seq. tom. 5 Rer. Ital.
[1390] Mabill., Annal. Benedictin. ad hunc ann.
[1391] Orderic. Vitalis, Hist. Eccles., lib. 13.
Anno di CRISTO MCIV. Indizione XII.
PASQUALE II papa 6. ARRIGO IV re 49, imper. 21.
Secondochè osservò il padre Pagi[1392], abbiamo dalla Cronica di un anonimo di Treveri[1393] che nel marzo del presente anno papa Pasquale II celebrò in Roma un gran concilio, di cui niun'altra menzione si trova presso gli antichi scrittori. Ma forse non è sicura quella notizia, e si dee riferire all'anno seguente. Solennizzò l'imperadore Arrigo la festa del santo Natale in Magonza[1394], ed allora fu che Arrigo V re, suo figliuolo all'improvviso si ritirò da lui e diede principio alla ribellione contra del padre, che uno o due anni prima lo avea promosso al grado di re. Dieboldo marchese, Berengario conte ed altri furono i consiglieri di tanta iniquità, sub specie religionis, come scrive Ottone da Frisinga[1395]. Han preteso alcuni che egli fosse a ciò mosso da una lettera di papa Pasquale, accennata da un antico storico[1396], in cui era esortato a soccorrere la Chiesa di Dio. Ma non vuol già dir questo che il pontefice l'esortasse anche a ribellarsi contra del padre, e a prendere l'armi contra di lui. Senza questo nero attentato poteva egli cooperare alla retta intenzione del pontefice romano. Può nondimeno essere che di questo pretesto si valessero i nemici di Arrigo per rivoltare contra di lui il figliuolo. Scrive l'Annalista Sassone[1397] che il giovane Arrigo spedì immantinente dopo il Natale a Roma i suoi legati ad abiurare lo scisma, e a chiedere consiglio al papa intorno al giuramento da lui prestato al padre di non mai invadere il regno senza licenza d'esso suo genitore. Il papa gli mandò la benedizione ed assoluzione, purchè egli volesse operare da re giusto, ed essere buon figliuolo della Chiesa; il che bastò all'ambizioso giovane per dare di piglio all'armi contra del padre. Tacendo nondimeno l'Urspergense e l'autore della Vita d'Arrigo IV presso l'Urstisio ed altri questa particolarità, si può dubitar della verità, benchè da essa neppur risulti l'approvazione di quel che succedette dipoi. Avvenne in quest'anno uno scandaloso sconcerto in Parma, riferito da Donizone[1398]. Portossi Bernardo cardinale e vicario del papa in Lombardia a quella città per la festa dell'Assunzione della Vergine, e cantò la messa nella cattedrale. Dopo il vangelo predicò al popolo; ma perchè volle entrare a parlar con grave disprezzo di Arrigo IV, come principe scomunicato, trovandosi in quella udienza moltissimi tuttavia ben affetti al medesimo Augusto, s'irritarono talmente, che dopo la predica, messa mano alle spade, corsero all'altare, e s'avventarono al cardinale, il condussero prigione, e svaligiarono tutta la di lui cappella, cioè tutti i di lui paramenti per la messa. Fu portata questa disgustosa nuova alla contessa Matilda, che si trovava allora nel territorio di Modena. Raunò ella incontanente quelle milizie che potè, e passati appena tre giorni dopo quella brutta scena, marciò alla volta di Parma. Non aspettarono que' cittadini intimoriti ch'essa arrivasse, e consegnarono ai vassalli nobili della medesima il cardinale, colla restituzione ancora di tutti i suoi sacri arredi. Altro male non fece la contessa ai Parmigiani, perchè il piissimo cardinale perorò in loro favore. In quest'anno, secondochè abbiamo da Tolomeo da Lucca[1399], cominciò nell'agosto la guerra fra i Pisani e Lucchesi, e ne seguì una battaglia, in cui i Pisani ebbero la peggio. Presero i Lucchesi il castello di Librafatta, e ne condussero prigioni i castellani alla loro città. Dalle carte riferite dal padre Bacchini[1400] si scorge che la soprallodata contessa Matilda sul fine d'aprile, trovandosi in Nogara sul Veronese, confermò ad Alberico abbate del monistero di san Benedetto di Polirone varii beni. Parimente la medesima, mentre era a Coscogno, villa delle montagne di Modena, nel dì 15 di settembre, donò allo stesso monistero la metà dell'isola di Gorgo con altri beni. A tali donazioni intervenne sempre il consenso del suddetto cardinale Bernardo vicario del papa, trattandosi di disporre di beni donati alla Chiesa romana. Vedesi sotto quest'anno la vendita della corte firminiana, fatta da Ottone eletto arcivescovo di Ravenna a Landolfo vescovo di Ferrara[1401]. Per quanto s'ha dal Rossi[1402], questi dopo la morte dell'antipapa Guiberto fu intruso nella sedia archiepiscopale di Ravenna, e da questo atto si raccoglie ch'egli non avea trovato per anche chi avesse voluto consecrarlo.
NOTE:
[1392] Pagius, in Crit. Baron.
[1393] Anonymus Trevirensis apud Dachery, in Spicileg.
[1394] Abbas Urspergensis, in Chron.
[1395] Otto Frisingens., Hist., lib. 7, cap. 8.
[1396] Hermann. Tornac., apud Dachery, in Spicileg.
[1397] Annalista Saxo.
[1398] Donizo, in Vita Mathild., lib. 2, cap. 14.
[1399] Ptolom. Lucensis, in Annalibus brevib.
[1400] Bacchini, Istor. di Polirone, nell'Append.
[1401] Antiquit. Italic., Dissert. XXVIII.
[1402] Rubeus, Hist. Ravenn.
Anno di CRISTO MCV. Indizione XIII.
PASQUALE II papa 7. ARRIGO IV re 50, imperad. 22.
Fece il pontefice Pasquale atterrar le case della nobil famiglia de' Corsi in Roma, forse perchè ridotte dianzi in forma di fortezza[1403]. Stefano nobil romano, capo di quella casa, se l'ebbe tanto a male, che uscito di Roma, si fece forte nella basilica di san Paolo e nel castello che in questi tempi abbracciava essa basilica. Concorrevano a lui tutti gli sgherri e masnadieri, co' quali poi infestava non solo i contorni di Roma, ma la città medesima. Destramente procurò la corte pontificia intelligenza in esso castello, e di ricavare in cera la forma delle chiavi di quel forte luogo. Formatene poi delle nuove, coll'aiuto d'esse una notte furono introdotte le milizie pontificie, che dopo una vigorosa battaglia s'impadronirono della terra, con essere fuggito Stefano travestito da monaco. Siccome osserva il padre Pagi[1404] coll'autorità di Eadmero[1405], fu celebrato in quest'anno dal pontefice Pasquale II un concilio nella basilica lateranense. Fra le altre materie che vi si trattarono, abbiamo da Landolfo iuniore[1406] che fu quivi agitata la causa di Grossolano arcivescovo di Milano, il quale per la sua dottrina, spezialmente dimostrata in confutare lo scisma de' Greci s'era acquistato non poco onore alla corte pontificia. V'era in confronto di lui il prete Liprando, che non dovette poter provare l'imputazione a lui data di simoniaco. Però, dopo aver Grossolano giurato di non aver forzato Liprando alla pruova del fuoco, riprovata dai Padri di quel concilio, fu assolto e restituito nella sua dignità. Gli cadde in quella occasione di mano il pastorale: sul quale accidente la buona gente d'allora formò varii lunarii. Ma non per questo potè egli entrare in possesso della cattedra sua, nè di castello alcuno spettante al suo arcivescovato: tanta fu la possanza della parte contraria in Milano. Verso il fine dell'anno presente passò papa Pasquale in Toscana[1407]; nè so io ben dire se fu allora, oppure nell'anno susseguente, ch'egli tenne un concilio in Firenze, a motivo che il vescovo di quella città, uomo visionario, sosteneva ch'era già nato l'anticristo. Probabilmente i tremuoti, le inondazioni ed altri sconcerti di questi tempi fecero cadere il buon prelato in questa immaginazione, la quale in varii altri tempi si truova insorta nelle menti delle persone pie e paurose. Si disputò non poco di questo; ma pel gran concorso della gente curiosa, che a cagione della novità fece un grave tumulto, convenne interrompere il concilio e lasciar la quistione indecisa. La decise poi il tempo, e fece conoscere la semplicità del prelato. Per le memorie accennate dal Fiorentini, si vede[1408] che la contessa Matilda si trovò in Toscana in questi medesimi tempi, senza fallo per fare buon trattamento al papa ito colà, il quale, stando in Lucca nel mese di dicembre, confermò i privilegii ai canonici regolari di san Frediano; ed innamoratosi della loro riforma, che era allora in gran credito, la volle introdotta nei canonici della basilica lateranense. Tornossene dipoi il pontefice a Roma. Tenne un placito la suddetta contessa in quest'anno nel dì 25 d'ottobre[1409] in non so qual luogo di Toscana, dove accordò la sua protezione ai canonici di Volterra. Possedeva in Lombardia l'insigne monistero di Monte Casino alcuni beni ad esso lasciati da Giordano da Cuvriago; e trovandosi la soprallodata Matilda sul Modonese in san Cesario nel dì 22 di giugno, Giorgio prete e monaco di quel monistero impetrò da lei il possesso e dominio di quegli stabili.
Dappoichè il giovane Arrigo V re ebbe tirato nel suo partito Guelfo V ed Arrigo il Nero duca di Baviera, e i Sassoni ed altri principi, sentendosi assai forte, cominciò la guerra contra dell'imperadore Arrigo suo padre[1410]. Belle erano le sue proteste, cioè di non aver altra intenzione, se non d'indurre il padre a riconciliarsi colla Chiesa; ma sotto questo pretesto egli era dietro a promuovere gl'interessi proprii colla depressione di chi gli avea dato e vita e regno. Corrado suo fratello abbiam veduto che occupò il regno d'Italia; niuno nondimeno scrive ch'egli portasse l'armi contra del padre. Ma non così operò Arrigo V. Dopo varii fatti, ch'io tralascio, marciò egli colla sua armata sino al fiume Regen, che sbocca nel Danubio vicino a Ratisbona. Dall'altra parte d'esso fiume s'accampò coll'esercito suo l'Augusto Arrigo suo padre, ed erano per venire ad un fatto d'armi. Non si potè qui trattenere Ottone vescovo di Frisinga, storico gravissimo, dal prorompere in sensate esclamazioni contra di un figliuolo tale, la cui risoluzione non si può certo leggere senza orrore, perchè presa contro le leggi della natura, ed anche della religion cristiana: perciocchè fuor di dubbio è che la santa religione di Cristo non approvò mai nè approva cotale inumanità. Ebbe maniera il giovane Arrigo di tirar dalla sua con promesse e lusinghe il duca di Boemia ed altri signori, dimodochè il vecchio Arrigo IV fu forzato a fuggirsene segretamente. Seguì poscia un abboccamento in Elbinga il dì 15 di dicembre fra amendue, e fu determinato di tenere una dieta universale del regno a Magonza per la festa del santo Natale. Ciò che ne risultasse, lo accennerò all'anno venturo. Intorno a questi fatti si truova non lieve discrepanza fra gli antichi scrittori, parlandone cadauno secondo le proprie passioni e fazioni. All'anno presente, oppure allo antecedente appartiene un curioso placito, a noi conservato da Gregorio monaco, autore della Cronica di Farfa[1411]. Disputossi in Roma intorno ad un castello occupato ai monaci da alcuni nobili romani. Allegarono questi ultimi in lor favore il privilegio di Costantino Magno, per cui appariva che quel grande imperadore avea donato alla Chiesa romana tutta l'Italia e tutti i regni d'Occidente. Prese all'incontro l'avvocato dei monaci a mostrare che era falso, o non si doveva intendere così quel privilegio, facendo costare che anche dopo Costantino gli Augusti aveano signoreggiato in Roma e in tutta l'Italia. Però anche tanti secoli prima di Lorenzo Valla la donazion costantiniana si vede impugnata, con essere poi giunta in questi ultimi tempi ad essere anche negli stessi sette Colli riguardata qual solenne impostura de' secoli ignoranti oppur maliziosi. Secondo le memorie recate dal Fiorentini[1412], continuò ancora in quest'anno la guerra fra i Pisani e i Lucchesi, e i primi per due volte restarono sconfitti. Come queste guerre succedessero fra i popoli della Toscana, non si sa ben intendere, perchè era pur quella provincia sotto il dominio della contessa Matilda, e strano sembra ch'ella o permettesse tali sconcerti, o non avesse forza o maniera di calmar sifatte sanguinose gare.
NOTE:
[1403] Pandulfus Pisanus, in Vit. Paschalis II, P. I, tom. 3 Rer. Ital.
[1404] Pagius, Crit. ad Annal. Baron.
[1405] Eadmerus, in Vit. S. Anselmi lib. 4.
[1406] Landulfus de S. Paulo, Hist. Mediolanens., tom. 5 Rer. Ital.
[1407] Landulfus, de S. Paulo, Hist. Mediol., tom. 5 Rer. Ital.
[1408] Fiorentini, Memor. di Matild., lib. 2.
[1409] Antiquit. Italic., Dissert. XVII.
[1410] Abbas Urspergensis. Otto Frisingensis, cap. 8. Annalista Saxo.
[1411] Chron. Farfens., P. II, tom. 2 Rer. Ital., pag. 637.
[1412] Fiorentini, Memor. di Matild. lib. 2.
Anno di CRISTO MCVI. Indizione XIV.
PASQUALE II papa 8. ARRIGO V re di Germania e d'Italia 1.
Un'insigne raunanza di vescovi, abbati, principi, baroni e popoli del regno germanico s'era fatta in Magonza[1413] nel Natale dell'anno precedente, per trattare di concordia fra i due Arrighi padre e figliuolo, e fra gli scismatici e la Chiesa romana. Dovea, dico, intervenirvi il vecchio Arrigo, ma dal figliuolo era trattenuto come prigioniere in un castello. Fece egli istanza per la libertà; ma i principi temendo che il popolo, avvezzo a favorir più lui che il figliuolo, non tumultuasse, ed anche perchè Riccardo vescovo di Albano e Gebeardo vescovo di Costanza, legati apostolici, giunti a quella dieta, aveano confermata la scomunica contra di esso imperadore, non permisero ch'egli venisse a Magonza. Gli andarono essi incontro ad Ingheleim, e tanto gli dissero colle buone e colle brusche, che l'indussero a rinunziare al figliuolo la croce, la lancia, lo scettro e gli altri ornamenti imperiali, ma non già la spada e la corona. Non manca chi scrive essergli state tolte per forza queste divise della sua dignità; scrivono altri che spontaneamente le rassegnò. Si riconobbe Arrigo colpevole dello scisma, e de' mali avvenuti per tal cagione, e pentito ne dimandò l'assoluzione al legato apostolico, il quale giudicò di non aver facoltà bastante per rimetterlo in grazia della Chiesa. Gittossi anche a' piedi del figliuolo[1414], ricordandogli il diritto della natura; ma questi neppure voltò gli occhi verso di lui. Portate a Magonza le insegne regali, fu confermato re il giovane Arrigo V, e spedita una solenne ambasceria di alcuni vescovi e baroni a Roma per comporre tutte le vecchie differenze, ed invitare in Germania il romano pontefice. Ma questi ambasciatori, nel passare pel Trentino, furono assaliti da un certo Adalberto conte[1415], svaligiati e cacciati in prigione, a riserva di Gebeardo vescovo di Costanza, che tenne altro cammino, e fatto scortare dalla contessa Matilda, felicemente arrivò a Roma. Di questa iniquità avvisato Guelfo V duca di Baviera, corse colle sue genti, e sforzate le chiuse, obbligò essi malandrini a rimettere in libertà que' prelati e signori. Intanto il deposto imperadore Arrigo si ritirò a Colonia e a Liegi, dove fu con qualche onore accolto, e di là scrisse lettere compassionevoli a tutti i re cristiani, lagnandosi de' trattamenti a lui fatti dal barbaro figliuolo, e della violenza usatagli per detronizzarlo. Una specialmente se ne vede al re di Francia, che non si può leggere senza ribrezzo. Trovati anche non pochi favorevoli al suo partito, e specialmente Arrigo duca di Lorena, ripigliò il pensiero di far guerra. Ma prevalendo le forze del figliuolo, e trovandosi egli ridotto in istato miserabile, pel crepacuore infermatosi in Liegi, quivi terminò i suoi giorni nel dì 7 d'agosto per comparire al tribunale di Dio a rendere conto di tanti suoi vizii, di sì lunga vessazione data alla Chiesa, e del tanto sangue cristiano sparso pe' suoi capricci e per la ostinazion nello scisma. A lui eziandio si dee attribuire una gran mutazione seguita per sua cagione non meno in Italia che in Germania. Certo è che il regno della Borgogna, unito dall'imperador Corrado I alla corona germanica, patì molte mutazioni duranti le soprarriferite turbolenze. E da questo parimente procedette l'essersi buona parte delle città di Lombardia messa in libertà con formar delle repubbliche, senza più voler ministri del re ossia dell'imperadore al loro governo: del che parleremo andando innanzi. Era stato portato a Ravenna il cadavero dell'antipapa Guiberto, e quivi seppellito. Dovette dipoi Ravenna rimettersi in grazia della Chiesa romana; e però in quest'anno andò ordine colà da papa Pasquale che fosse disotterrato il suo corpo, e gittate l'ossa nel fiume[1416]. Non mancavano persone vane, oppur ben affette alla di lui memoria, che spacciavano come vedute al suo sepolcro delle risplendenti facelle in tempo di notte: il che aggiunto ad esser egli morto scomunicato, diede impulso alla suddetta risoluzione. Aggiungo, affinchè si conosca meglio la cabala e malignità, ed anche la ignoranza di questi tempi, che furono divolgati varii miracoli, come succeduti al sepolcro di questo sovvertitore della Chiesa di Dio. Fra le lettere a noi conservate da Udalrico di Bamberga, e pubblicate dall'Eccardo[1417], una se ne legge, scritta dal vescovo di Poitiers all'imperadore Arrigo, dove tratta de plurimis miraculis, quae divina clementia per merita felicis memoriae domni nostri Clementis papae ad ejus sepulcrum est operata, a Johanne castellano episcopo transmissa. Ma probabilmente sarà venuta non da uno di quei vescovi, ma da qualche impostore quella serie di miracoli, per dar pascolo alla gente corriva. Fu anche data sepoltura in Liegi al corpo del morto imperadore Arrigo, ma da lì a poco per decreto de' vescovi cattolici tolto fu di chiesa, e deposto in luogo non sacro.
Dopo essere stato circa il mese di febbraio a Benevento il pontefice Pasquale II[1418], si mise in viaggio alla volta della Lombardia, ed intimò un concilio da tenersi nella nobil terra di Guastalla verso il fine d'ottobre. Un gran concorso di vescovi, abbati e cherici, massimamente di Germania e d'Italia, e l'ambasceria del novello re di Germania Arrigo V rendè celebre quella sacra assemblea, a cui diede principio nel dì 22 del suddetto mese[1419]. Fra gli altri decreti, per umiliare la Chiesa di Ravenna, furono sottratte dalla suggezione di quell'arcivescovo la chiese di Bologna, Modena, Reggio, Parma e Piacenza, e non già di Mantova, come ha il testo del cardinal Baronio, in vece di Modena. Furono ivi riprovate di nuovo le investiture date da' principi secolari agli ecclesiastici; formati varii decreti intorno al riconciliare alla Chiesa gli scomunicati; e deposti alcuni vescovi simoniaci, oppure ordinati nello scisma. Colà si presentarono i legati de' Parmigiani, che già aveano rinunciato allo scisma, con chiedere per lor vescovo quel medesimo cardinale Bernardo, che due anni prima essi aveano così maltrattato. Aggiunsero preghiere, acciocchè il papa volesse portarsi a consecrare la lor cattedrale; al che egli acconsentì; ed ito colà con gran solennità, consolò quel popolo, e diede loro per vescovo il cardinale suddetto. Anche il popolo di Modena, concorde con Dodone vescovo zelantissimo di questa città, avea nell'anno precedente cominciata una nuova cattedrale, giacchè la vecchia minacciava rovina. Non era per anche terminata questa gran fabbrica, in cui fu impiegata una prodigiosa quantità di marmi[1420], quando l'impaziente popolo desiderò che si trasferisse colà il corpo del santo lor vescovo e protettore Geminiano. A tal funzione e festa, che seguì nel dì 30 d'aprile, intervennero tutti i vescovi circonvicini ed immenso popolo, accorso da varie città, colla stessa contessa Matilda. Nata poi disputa se si dovesse o no aprire l'arca del santo, fu rimessa la decisione alla medesima contessa, la quale consigliò che s'aspettasse la venuta in Lombardia del sommo pontefice, già disposto a far questo viaggio nell'anno presente. Infatti arrivò egli a Modena nel dì 8 di ottobre, predicò al popolo, diede indulgenze, fece aprir l'arca di san Geminiano; e trovato intero il sacro suo corpo, e mostrato al popolo, svegliò una mirabil divozione negl'innumerabili spettatori. Dopo avere papa Pasquale II consecrato l'altare nuovo del santo, accompagnato dalla contessa Matilda, e da una gran frotta di cardinali, vescovi, abbati e cherici, s'inviò alla volta di Guastalla, dove, siccome abbiam detto, tenne un riguardevol concilio. Da Parma passò dipoi il papa a Verona con disegno di continuare il viaggio verso la Germania, dove era inviato[1421]. Ma insorto in quella città un tumulto contra di lui, ed avvertito egli che il nuovo re Arrigo V, siccome giunto a non aver più bisogno del papa, parea poco disposto a rinunziare le investiture degli ecclesiastici, giudicò meglio di passare per la Savoia in Francia, dove in effetto celebrò il santo Natale nel monistero di Clugnì. Finì di vivere in quest'anno, senza lasciar dopo di sè figliuoli maschi, Riccardo II principe di Capoa, ed ebbe per suo successore Roberto I suo fratello minore. Truovasi poi la contessa Matilda sul principio di quest'anno in Quistello[1422], oggidì villa del Mantovano di qua dal Po, dove fece giustizia a Giovanni abbate di san Salvatore di Pavia, che si querelò per le violenze usate dagli uomini di Revere, sudditi d'essa contessa, alla terra di Melara, sottoposta a quel monistero. Era già uscito dalle mani de' Turchi Boamondo principe d'Antiochia, dopo aver comperata la libertà con promesse di una gran somma di danaro. Non sapendo egli dove trovar tanto oro, venne in Italia[1423], e passò in Francia nel marzo dell'anno presente, dove non solamente collo scorrere per varie città di quelle contrade commosse moltissimi a prendere la croce per accompagnarlo nel suo ritorno in Oriente, ma anche prese in moglie Costanza figliuola di Filippo re di Francia, e conchiuse le nozze di Cecilia figliuola naturale di esso re con Tancredi suo cugino, ch'egli avea lasciato governatore di Antiochia.
Di sopra abbiam veduto che in questi tempi Guarnieri governava la marca d'Ancona. Si vede nella Cronica farfense[1424] un ricorso a lui fatto probabilmente nell'anno presente dai monaci di Farfa contra di alcuni occupatori de' beni di quell'insigne monistero; siccome ancora la lettera da esso Guarnieri scritta in loro favore, comandando auctoritate domni imperatoris praesentis serenissimi Henrici, che fosse rispettato quel sacro luogo. Di qui, torno a dirlo, si ricava che Guarnieri reggea quella marca a nome dell'imperadore, benchè la Chiesa romana la pretendesse come Stato di sua ragione. E perciocchè egli s'intitola ed è intitolato Guarnerius Dei gratia dux et marchio, se ne può inferire che non la sola marca d'Ancona, ma anche il ducato di Spoleti fossero a lui sottoposti. Dicemmo di sopra, essere stato questo Guarnieri quegli che promosse al pontificato romano, cioè creò antipapa Maginolfo col nome di Silvestro III. Ciò succedette nell'anno presente, prima che il papa venisse in Lombardia, per attestato dell'Urspergense[1425], di cui sono le seguenti parole: Wernherus quidam ex ordine ministerialium regis, qui marchae, quae in partibus Aquinae (dee dire Anconae) praeerat, quasi haeresim eamdem resuscitaturus, collectis undecumque per Italiam copiis, corruptis quoque multa pecunia Romanis nonnullis, dum domnus apostolicus beneventanis immoratur finibus, quemdam pseudo abbatem de Farfara (vuol dire Farfa, ma senza che si sappia che in questi tempi vi fosse un tale abbate in quel monistero. Forse ne fu monaco) proh nefas! Cathedrae sancti Petri imposuit, et ipsum papam Caesaris sub vocabulo Sylvestri appellari voluit. Qui tamen post paululum turpiter, ut merebatur, a Catholicis eliminatus, vesaniae suae praemium male conquisiti, pejusque dispersi aeris retulit. Nella Cronica di Fossanova[1426] si mette questo fatto sotto l'anno precedente. Marchion (dice quell'autore in vece di marchio, cioè Guarnieri) venit Romam consentientibus quibusdam Romanis, et elegit Adinulfum (tale probabilmente fu il suo nome) in Lapam (cioè in papam) Silvestrum ad sanctam Mariam Rotundam infra octava sancti Martini; sed sine effectu reversus est. Udalrico da Bamberga fra le lettere da lui raccolte, e date alla luce dall'Eccardo[1427], ne porta una scritta in quest'anno da papa Pasquale II a tutti i fedeli della Francia coll'avviso, che mentre esso pontefice stava nel portico di san Pietro fuori di Roma in occasione della dedicazione della basilica vaticana, venit quidam Wernerius, regni teutonici famulus, in romanae urbis vicina; e che questi s'era unito con varii ribelli della Chiesa romana, abitanti fuori ed entro di Roma. Talibus sociis presbyter quidam romanae urbis advena se conjunxit, de quo vel ubi, vel hactenus ordinatus sit, ignoramus. Hanc personam egregiam, nigromanticis, ut dicitur, praestigiis plenam, quum fideles nostri, occasione treguae Dei ab armis omnino desisterent, in lateranensem ecclesiam induxerunt, et congregatis Wibertinae fecis reliquiis, et episcopi nomen perniciosissime indiderunt. Soggiugne: Quum vero intra urbem die altero rediissemus, monstrum illud turpiter ex urbe profugiens, quo transierit ignoramus. Adunque costui non era abbate di Farfa. Abbiamo ancora dal Dandolo[1428] che in quest'anno in poco più di due mesi accaddero in Venezia due furiosissimi incendii che distrussero molte contrade di quella nobil città, perchè di materia combustibile era fabbricata la maggior parte di quelle case. Si aggiunse, che la città di Malamocco fu affatto ingoiata dal mare, laonde il suo vescovato venne dipoi trasportato a Chioggia.
NOTE:
[1413] Abbas Urspergensis, in Chron. Otto Frisingensis, Hist., lib. 7, cap. 11.
[1414] Anonymus, in Vit. Henrici IV.
[1415] Abbas Urspergens. Annalista Saxo.
[1416] Abbas Urspergensis, in Chron. Pandulfus Pisanus, in Vit. Paschal. II.
[1417] Eccard., Scriptor. med. aevi, tom. 2, pag. 194.
[1418] Falco Benevent., in Chronico.
[1419] Labbe, Concilior., tom. 10.
[1420] Transl. S. Geminiani, tom. 6 Rer. Ital.
[1421] Abbas Urspergensis, in Chron.
[1422] Antiquit. Italic., Dissert. LXV.
[1423] Suger., in Vit. Ludovic., cap. 6, apud Du-Chesne.
[1424] Chron. Farfense, P. II, tom. 2 Rer. Ital.
[1425] Abbas Urspergensis, in Chron.
[1426] Chron. Fossae Novae, apud Ughell.
[1427] Eccard., Scriptor. med. aevi, tom. 2, p. 258.
[1428] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCVII. Indizione XV.
PASQUALE II papa 9. ARRIGO V re di Germania e d'Italia 2.
Varii viaggi ed azioni di papa Pasquale in Francia in quest'anno si possono leggere nella Vita di Lodovico il Grosso scritta da Sugerio abbate[1429]. Anche il padre Pagi[1430] ne fa menzione. Io tutto tralascio, bastandomi di accennare che il re Arrigo V spedì una solenne ambasciata in Francia per trattare con esso papa dell'affare delle investiture, perciocchè egli, al pari del padre, volea sostenerle contro i decreti di Roma. Il capo degli ambasciatori era Guelfo V duca di Baviera, uomo corpolento, e che usava un tuono alto di voce. Parevano essi andati più per intimidire il papa, che per trattare amichevolmente di concordia. E niuna concordia infatti ne seguì, ma solamente delle minaccie. Che il pontefice ritornasse in questo medesimo anno in Italia, si raccoglie da una sua bolla[1431] data Mutinae kalendis septembris, Indictione I Incarnationis dominicae anno MCVII, pontificatus autem domni Paschalis II papae nono. Era in Fiesole nel dì 18 di settembre. In quest'anno la contessa Matilda nel dì 10 di febbraio trovandosi nel contado di Volterra, tenne un placito, in cui fece un decreto in favore de' canonici di Volterra. Apparisce ancora da due memorie prodotte dal Fiorentini[1432] che la medesima contessa nel mese di giugno mise l'assedio alla terra di Prato in Toscana, che s'era ribellata a lei, oppure a' Fiorentini. Arrivato in Toscana il suddetto papa Pasquale, ricevette dalla medesima contessa un trattamento convenevole alla dignità dell'uno, e alla somma venerazion dell'altra verso i vicarii di Gesù Cristo. Fecene menzione anche Donizone, ma senza dire ch'ella seco andasse a Roma, come alcuno ha supposto, in quei versi[1433]:
Illic post annum rediit retro pastor amandus. Ejus ad obsequium Mathildis mox reperitur Promta, loquens secum. Romam rediit cito praesul.
Nell'anno presente ancora pare che venisse in Italia Arrigo il Nero, duca di Baviera e fratello del duca Guelfo[1434]. Certamente è scritta come succeduta in quest'anno una donazione da lui fatta al monistero di santa Maria delle Carceri d'Este. Ma essendo discorde dall'anno suddetto l'indizione settima, non si può ben accertare il tempo. Quel che è sicuro, quivi esso principe è intitolato Henricus dux, filius quondam Guelfonis ducis, qui professus sum ex natione mea lege vivere Lombardorum, siccome per tanti altri documenti si scorge che costumarono di professare i principi estensi, dai quali egli discendeva. Fu stipulato quello strumento apud sanctam Theclam de Este: il che fa intendere che la linea estense dei duchi di Baviera riteneva la sua porzion di dominio nella nobil terra d'Este. In questi tempi scrive Landolfo da san Paolo ch'egli era in Milano[1435] consulum epistolarum dictator. La menzione dei consoli già introdotti nel governo di quella città mi obbliga qui di dire, essere ciò una pruova chiara che i Milanesi s'erano già sgravati de' ministri imperiali o regii, ed aveano presa la forma di repubblica e la libertà, con governarsi da sè stessi, solamente riconoscendo la sovranità di chi era imperadore, oppure re d'Italia. S'è veduto di sopra che quel popolo tanti anni prima avea fatta guerra coi Pavesi, e poi s'era esercitato nelle interne fazioni e guerre civili, senza più mostrar ubbidienza e dipendenza dal re, ossia da alcun suo ministro. L'essersi poi sconvolta la Lombardia tutta per cagione d'Arrigo IV, aumentò l'animo di quel popolo a mettersi pienamente a libertà. Cercando essi in qual maniera si avesse a regolar la loro nuova repubblica, poco ci volle a mettersi davanti agli occhi il metodo tenuto dai Romani antichi nel governo di Roma. Perciò crearono due consoli che fossero capi principali della comunità, ed elessero altri ministri della giustizia, della guerra, della economia. Credo io che sui principii l'arcivescovo avesse gran parte nelle loro risoluzioni, e molto d'autorità per regolar le faccende. Formarono il consiglio generale, composto di nobili e di popolo, che ascendeva talvolta a più centinaia di persone, capi di famiglie. Eravi eziandio un consiglio particolare e segreto, ristretto a pochi scelti dal generale, il quale veniva appellato il consiglio di credenza; col qual nome si denotava chi giurava di custodire il segreto de' pubblici affari. Questo consiglio particolare aveva in mano l'ordinario governo politico; ma la risoluzion delle cose importanti, come il far guerra o pace, spedire ambasciatori, far leghe, eleggere i consoli ed altri ministri, era riserbato al consiglio generale.
Tale era allora la forma di queste nascenti repubbliche; e dico repubbliche, perchè nello stesso tempo altre città di Lombardia si misero in libertà, e presero forma di repubblica, come Pavia, Lodi, Cremona, Verona, Genova ed altre. Allorchè s'incontra nelle città d'allora il nome di consoli, subito s'intende che queste erano divenute città libere, le quali nondimeno protestavano di riconoscere per supremo lor padrone l'imperadore ossia il re d'Italia. Nelle Memorie antiche di Pisa e Lucca scorgiamo che circa questi tempi anche quelle città cominciarono a governarsi coi consoli, e s'è veduto che faceano guerra fra loro: il che indica la loro libertà, e l'acquistata o usurpata parte del dominio. Come poi succedessero ad essa altri marchesi di Toscana (cosa che in Lombardia più non si usava), non è sì facile ad intendere. Forse l'autorità dei conti, che più non s'incontra neppure nel governo delle città principali della Toscana, era passato nella comunità di quelle città, restando salva solamente l'autorità marchionale. Probabile è ancora che la contessa Matilda ne' tempi tempestosi delle guerre passate fosse obbligata a cedere per accordo alle città potenti di quella provincia parte delle sue regalie, e tutte quelle de' conti già governatori delle città. Abbiam già veduto che Lucca e Siena s'erano ribellate a lei, e tennero per un tempo il partito di Arrigo IV. Ma appena queste città libere si sentirono colle mani slegate e colla balìa di maneggiar l'armi, che lo spirito dell'ambizione, cioè la sete di accrescere il proprio Stato colla depression de' vicini, ristretto in addietro ne' principi del secolo, occupò ancora il cuore dei repubblichisti. Ed appunto in quest'anno i Milanesi, parte mossi da questo appetito innato negli uomini, ma più vigoroso ne' più potenti, e parte attizzati da antichi odii e gare, dichiararono la guerra alla confinante città di Lodi[1436], e la strinsero con forte assedio. Nè mancava in Lodi stessa chi segretamente teneva la parte di essi Milanesi. Oltre a varii nobili, furono sospettati di dubbiosa fede in que' frangenti Arderico vescovo della medesima città, e Gaiardo suo fratello. Se vogliamo anche prestar fede a Galvano dalla Fiamma[1437], il popolo di Pavia mosse guerra contro di quel di Tortona. Conoscendosi i Tortonesi inferiori di forza a quella potente città, ricorsero per aiuto a' Milanesi, coi quali contrassero lega: il che fu cagione che anche i Pavesi si collegassero co' Lodigiani e Cremonesi. Entrati poi nel Tortonese essi Pavesi, diedero una rotta a quel popolo, misero a sacco il loro territorio, riportarono anche de' vantaggi contra de' Milanesi, e in fine impadronitisi di Tortona, la diedero alle fiamme. Prese tali notizie Galvano dalla Cronica di Sicardo vescovo di Cremona[1438], il quale nondimeno altro non iscrive, se non che incendiarono i borghi di Tortona. Errò parimente Galvano in credere che tuttavia continuasse Corrado figliuolo di Arrigo IV ad essere re d'Italia. Giunto intanto a Roma papa Pasquale II[1439], trovò sconcertati non poco i suoi affari. Stefano Corso, di cui s'è parlato di sopra, avea ribellata tutta la Marittima, e s'era ben fortificato in Ponte Celle e in Montalto, terre della Chiesa romana. Spedì colà il papa il suo esercito, che ripigliò la prima d'esse terre; ma non potendo, a cagion del verno, fermarsi sotto l'altra, dopo di aver saccheggiato il territorio, si ritirò ai quartieri. Abbiamo da Romoaldo Salernitano[1440] che nell'anno presente Ruggieri duca di Puglia assediò la città di Luceria, oggidì Nocera, e la rimise sotto il suo dominio. Finalmente l'Anonimo Barense scrive[1441] che Boamondo principe d'Antiochia tornato in Italia co' crociati franzesi, e fatta adunanza d'altri Italiani nel suo principato di Taranto, con dugento navi, trenta galee, cinque mila cavalli e quaranta mila fanti, dal porto di Brindisi passò di là dall'Adriatico alla Vallona, e la prese. Se una tal flotta di navi fosse bastante a condur tanti uomini e cavalli, lascerò io considerarlo agl'intendenti. Forse passarono in più veleggiate. Assediò dipoi la città di Durazzo; ma ritrovandola ben provveduta di presidio e di viveri, non gli riuscì di mettervi il piede. Il motivo di far questa guerra ad un imperadore cristiano, in vece di portarla in Oriente contra de' Turchi ed altri infedeli, fu perchè esso imperadore Alessio Comneno facea segretamente la guerra a chiunque dei crociati voleva passare per le sue terre in Oriente, dimodochè era egli tenuto per nemico più pericoloso che gli stessi Turchi. Di questo fatto parlano anche Fulcherio nella Storia sacra[1442], e il suddetto Sicardo vescovo di Cremona nella sua Cronica.
NOTE:
[1429] Sugerius, apud Du-Chesne, Script. Rer. Franc.
[1430] Pagius, ad Annales Baron.
[1431] Bacchini, di Polirone, Ist., nell'Append.
[1432] Fiorent., Memor. di Matild., lib. 2.
[1433] Donizo, in Vit. Mathild.
[1434] Antichità Estensi, P. I, cap. 39.
[1435] Landulphus Senior, Hist. Mediolan., cap. 15.
[1436] Landulfus junior, Histor. Mediol., cap. 16.
[1437] Galv. Flamma, Manipul. Flor., tom. 11 Rer. Ital.
[1438] Sicard., Chron., tom. 7 Rer. Ital.
[1439] Pandulfus Pisan., in Vit. Paschal. II, Part. I, tom. 3 Rer. Ital.
[1440] Romualdus Salernitan., Chron., tom. 7 Rer. Ital.
[1441] Anonymus Barens. apud Peregrinium.
[1442] Fulch., Hist. Hierosolym., lib. 2.
Anno di CRISTO MCVIII. Indizione I.
PASQUALE II papa 10. ARRIGO V re di Germania e d'Italia 3.
Non ostante che la presenza del pontefice Pasquale, ritornato a Roma, dovesse restituire la calma a quella tumultuante città, pure, per attestato di Pandolfo Pisano[1443], tutto dì accadevano omicidii, latrocinii e sedizioni. I ribelli di fuori influivano a tenere inquieta la medesima città. Il papa, per non poter di meno, andava pazientando; nè questo il ritenne dall'intraprendere il viaggio di Benevento. Lasciata dunque al vescovo lavicano la cura dello spirituale di Roma, a Pietro di Leone ed a Leon Frangipane quella del politico, e il comando dell'armi a Gualfredo suo nipote, si portò a Benevento, dove nel mese d'ottobre tenne un concilio, i cui atti sono periti[1444]. Visitò in tal occasione il monistero di san Vincenzo del Vulturno, ed era già in viaggio per tornarsene a Roma, quando gli giunse nuova, essere quella città sconvolta per varie sedizioni; formarsene dell'altre verso Anagni, Palestrina e Tuscolo; essersi ribellata la Sabina, e che Tolomeo, nobil romano, di cui dianzi il pontefice assaissimo si fidava, avea voltata casacca, e s'era unito con Pietro dalla Colonna, abbate di Farfa (ma si dee scrivere: e coll'abbate di Farfa, perchè Farfa allora avea per abbate Beraldo), di maniera che non era sicuro il passo per tornare a Roma. Il buon papa, senza punto sbigottirsi, chiamò in aiuto Riccardo dall'Aquila duca di Gaeta, il quale co' suoi uomini lo scortò fino alla città d'Alba, dove fu ricevuto con somma divozione. Di là passato a Roma, attese a ricuperare i beni della Chiesa romana. Continuava Boamondo principe di Taranto e di Antiochia le ostilità contra dell'imperadore Alessio[1445]. Questi non sapendo come levarsi di dosso questo feroce campione, per attestato del Dandolo[1446], chiamò in suo aiuto i Veneziani, i quali con una poderosissima flotta l'assisterono. Ma appigliatosi dipoi a miglior consiglio, trattò di pace, e in fatti la conchiuse, con promettere e giurare sopra le sacre reliquie di far buon trattamento e difesa a chiunque passasse per li suoi Stati alla volta di Terra Santa. Dopo di che Boamondo si quetò, e ritornossene colla sua armata ad Otranto[1447], lasciando in pace le terre del greco Augusto. In questi tempi, se pur sussiste la cronologia di Romoaldo Salernitano[1448], mancò di vita Guido fratello di Ruggieri duca di Puglia, di cui non veggo menzione in altri autori. Morì parimente nell'agosto un figliuolo d'esso duca, appellato Guiscardo. Trovavasi nell'aprile di quest'anno la contessa Matilda in Governolo sul Mantovano, e quivi con pubblico strumento rimise Dodone vescovo di Modena[1449] in possesso di Rocca Santa Maria, posta nelle montagne del Modenese. Non so io dire se all'anno presente oppure all'antecedente appartenga una sua donazione fatta al monistero di san Benedetto di Polirone, e rapportata dal padre Bacchini[1450]. Lo strumento fu scritto anno ab Incarnatione Domini nostri Jesu Christi MCVIII, sexto-decimo die mensis octobris, Indictione prima. Potrebbe essere anno pisano, convenendo più all'ottobre dell'anno antecedente l'indizione prima. Se vogliamo prestar fede a Galvano dalla Fiamma[1451], seguitando la discordia fra i Pavesi e Milanesi, accadde che in quest'anno il vescovo di Pavia con tutto il suo popolo armato marciò alla volta di Milano. Gli vennero incontro i Milanesi in campagna aperta, ed attaccarono battaglia con tal vigore, che, rotto l'esercito pavese, vi restò prigioniero il vescovo colla maggior parte de' suoi, condotti poscia nelle carceri di Milano. Furono di poi rimessi in libertà, ma con obbrobriosa maniera: perchè condotti tutti nella piazza, fu attaccato alla parte deretana d'essi un fascio di paglia, e datogli fuoco, furono così cacciati fuori della città. Torno nondimeno a dire che non ci possiamo assicurar della verità di questi fatti sull'asserzione del solo Galvano, autore non assai esatto, e troppo parziale in favore de' Milanesi. Egli mette in questo tempo arcivescovo di Milano Giordano, che pure solamente nell'anno 1112 ottenne quella sedia.
NOTE:
[1443] Pandulfus Pisanus, in Vit. Paschalis II, Part. II, tom. 3 Rer. Ital.
[1444] Petrus Diaconus, Chron. Casin., lib. 4, cap. 33.
[1445] Fulcher., Hist. Hierosolym., lib. 2. Guillelmus Tyr., Hist., lib. 11, cap. 6.
[1446] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.
[1447] Anonymus Barensis, apud Peregrinium.
[1448] Romualdus Salernitan., in Chron., tom. 7 Rer. Ital.
[1449] Sillingard., Catalog. Episcopor. Mutinens.
[1450] Bacchini, Istor. di Poliron. nell'Append.
[1451] Gualvan. Flamm., Manipul. Flor., tom. 11 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCIX. Indizione II.
PASQUALE II papa 11. ARRIGO V re di Germania e d'Italia 4.
Forse a quest'anno si dee riferire ciò che narra Pandolfo Pisano[1452] nella Vita di papa Pasquale: cioè ch'egli ricuperò molti beni della Chiesa romana, e fra questi la città di Tivoli, il quale acquisto nondimeno costò la vita ad assaissime persone. Ciò fatto, salì nel Campidoglio, e commosse il popolo romano contra di Stefano Corso, occupatore di Montalto e d'altri patrimonii di san Pietro. Assediò dipoi e prese a forza d'armi essa terra di Montalto, le cui torri furono spianate; e tal terrore mise in cuore di que' tirannetti, che tutti restituirono senza l'uso d'altra forza il mal tolto, e diedero ostaggi con promessa di non vendicarsi, e di non usurpare in avvenire i beni di san Pietro e dell'altre chiese. Per gloria dell'Italia non si dee tacere che nel dì 21 d'aprile dell'anno presente fu chiamato a miglior vita pieno di meriti santo Anselmo arcivescovo di Cantorberì e primate dell'Inghilterra, Italiano di nascita[1453]. Mancò in lui un gran lume della Chiesa di Dio, ed uno de' più illustri dotti vescovi di quell'età, ai cui libri di molto è tenuta la teologia scolastica, perchè principalmente da lui fu introdotta, e cominciò da lì innanzi ad essere coltivata con grande applicazione nelle scuole di Parigi e della Francia. Dimorò in questo anno la contessa Matilda in Lombardia, verisimilmente attendendo a premunirsi e a ben provvedere le sue fortezze, perchè già si presentiva che avesse da calare in Italia il re Arrigo V. Egli era giovane, gli bolliva il sangue nelle vene, e non era ignoto ch'egli, al pari del padre, stava forte nella pretension delle investiture ecclesiastiche. Dai documenti rapportati dal padre Bacchini[1454] noi comprendiamo ch'essa si trovò ora in Gonzaga, ora al Ponte del Duca sui confini del Modenese e del Ferrarese, con far delle donazioni al monistero di san Benedetto di Polirone. Ho anch'io pubblicato uno strumento, scritto anno dominicae Nativitatis MCIX, Paschale in apostolatu anno X, regnante Henrico quinto quodam Henrici imperatoris filio, anno tertio, Indictione secunda, da cui apparisce che la medesima contessa[1455], soggiornando sul Modenese in san Cesario, rilasciò molte terre a Landolfo vescovo di Ferrara. E in un altro atto[1456] esentò dalle albergarie Giberto da Gonzaga. Menzionati si truovano in questi tempi i nobili di Gonzaga, da' quali si può credere che discendesse quella casa che nel 1328 cominciò a signoreggiare in Mantova. Aveano i Genovesi prestato non poco aiuto negli anni addietro alla guerra sacra d'Oriente[1457]. Con una flotta di settanta legni assisterono essi con tal vigore nell'anno presente Baldovino re di Gerusalemme, che in mano sua pervenne la città di Tripoli. Altri mettono prima di quest'anno una tale conquista. Da varie carte prodotte dal Guichenon[1458] vegniamo in cognizione che in questi tempi fioriva Amedeo conte di Morienna, progenitore della real casa di Savoia. Egli è appellato Amedeus filius Uberti comitis, e talvolta intitolato morianensis comes et marchio. Ma per mancanza d'antichi storici restano molto allo scuro le azioni di questo principe e de' suoi predecessori. Secondo il Sigonio[1459], in quest'anno succedette la guerra tra i Cremonesi e Bresciani. Io ne parlerò all'anno seguente. Vuole ancora il Campi[1460] che nel presente anno essi Bresciani uniti coi Milanesi s'impadronissero della città di Lodi. Accorsi con grandi forze i Cremonesi collegati de' Lodigiani, gli obbligarono ad abbandonarla. Ma ad assicurarci di tali fatti non basta l'autorità de' moderni scrittori. È solamente fuor di dubbio, asserendolo Landolfo da san Paolo[1461], che i Milanesi seguitarono a far guerra a Lodi, e che in aiuto di questa città furono i Pavesi e i Cremonesi. Aggiugne esso Landolfo che circa questi tempi tornato da Roma Grossolano arcivescovo di Milano, perchè non ricevuto dal popolo, andò a piantarsi in Arona, terra e fortezza della sua chiesa sopra il lago Maggiore. Ma fu consigliato di levarsene e di far piuttosto il viaggio di Terra Santa; ed egli l'intraprese con lasciare suo vicario in Milano Arderico vescovo di Lodi.
NOTE:
[1452] Pandulfus Pisanus, P. I, tom. 3 Rer. Ital.
[1453] Eadmer., in Vita S. Anselmi.
[1454] Bacchini, Istor. di Polirone nell'Append.
[1455] Antiquit. Italic., Dissert. XLI.
[1456] Ibidem, Dissert. XIX.
[1457] Fulcher., Hist. Hierosol., lib. 2. Guillelm. Tyr., lib. 11, cap. 9.
[1458] Guichenon, de la Maison de Savoye, tom. 3.
[1459] Sigon., de Regno Ital., lib. 10.
[1460] Campi, Istor. di Piacenza, lib. 1.
[1461] Landulfus junior, Hist. Mediolan., cap. 17.
Anno di CRISTO MCX. Indizione III.
PASQUALE II papa 12. ARRIGO V re di Germania e d'Italia 5.
Aveva nell'anno addietro il re Arrigo V, per testimonianza dell'Annalista d'Ildeseim[1462], inviati a Roma Federigo arcivescovo di Colonia, Brunone arcivescovo di Treveri ed altri principi suoi ambasciatori a trattare con papa Pasquale II della sua venuta in Italia per ricevere la corona imperiale. Le risposte del papa furono, ch'egli il riceverebbe come padre con tutto amore, purchè il re dal suo canto si mostrasse cattolico, figliuolo e difensor della Chiesa, e amator della giustizia. Non erano i legati suddetti probabilmente partiti peranche da Roma, quando il pontefice nel dì 7 di marzo del presente anno tenne un gran concilio nella basilica lateranense, in cui furono rinnovati i decreti contro le investiture pretese dai re. Furono gli ambasciatori suddetti, nel ripassare per Lombardia, a visitar la contessa Matilda, che li regalò da pari sua[1463]. Intanto il re Arrigo, solennizzando in Ratisbona la festa dell'Epifania[1464], pubblicò alla presenza de' principi germanici la risoluzione sua di calare in Italia affine di prendere dalle mani del sommo pontefice la corona dell'imperio, e di dar buon sesto al regno dell'Italia, dimostrandosi specialmente pronto a far tutto ciò che gli suggeriva il papa per la difesa della Chiesa. Fu da tutti lodato il di lui pensiero; e quantunque una gran cometa apparisse in questi tempi, la cui vista il volgo suol d'ordinario ricevere come preditrice di malanni, pure con allegria si attese per sei mesi a pagar le contribuzioni e a preparar l'armata che dovea scortare il re in questo viaggio. Provvide inoltre il re d'uomini scienziati, ed atti all'amministrazion della giustizia e a sostenere i diritti regali; e fra questi si contò un certo David di nazione Scoto, che scrisse dipoi con limpido stile tutta questa spedizione. L'Abbate Urspergense ebbe sotto gli occhi la di lui Storia, ma questa non è giunta fino a' dì nostri. Adunque circa il mese d'agosto si mosse il re Arrigo alla volta dell'Italia. Con parte del suo potente esercito tenne egli la via della Savoia, e felicemente arrivò ad Ivrea. Nel di 12 d'ottobre egli era in Vercelli, dove confermò a Giovanni abbate del monistero ambrosiano di Milano tutti i suoi privilegii con diploma[1465] dato IV idus octobris Indictione III, regnante Henrico quinto rege Romanorum anno IV, ordinationis ejus X. Pervenuto a Novara, trovando quel popolo resistente a tutto ciò ch'egli pretendeva, diede alle fiamme quell'infelice città, e fece diroccar le sue mura, per mettere con questo spettacolo di crudeltà sui principii terrore a tutti gli altri popoli. Lo stesso trattamento fece alle castella e terre che non furono ben puntuali agli ordini suoi. Scrive il Sigonio[1466] che Arrigo passò a Milano, dove dalle mani di Crisolao, ossia Grossolano arcivescovo fu coronato colla corona ferrea. Si fondò egli qui su quanto scrive Galvano dalla Fiamma[1467] circa l'anno 1335. Egli veramente narra, che venuto Arrigo a Milano, prese ivi la corona del regno d'Italia da Giordano arcivescovo, il quale l'accompagnò fino a Roma. Tutte queste nulladimeno son favole. Niuno degli antichi parla di questa coronazione, ed espressamente la niega Donizone storico de' tempi presenti, con iscrivere che tutte le città della Lombardia mandarono ad Arrigo vasi d'oro e d'argento e danari; e che la sola città di Milano nol volle riconoscere per padrone, nè pagargli contribuzione alcuna[1468]:
Aurea vasa sibi, nec non argentea misit Plurima cum multis urbs omnis denique nummis. Nobilis urbs sola Mediolanum populosa Non servivit ei, nummum neque contulit aeris.
Ecco dunque che non può stare la coronazione suddetta. Nè allora Grossolano soggiornava in Milano, perchè ito in Terra Santa, nè Giordano per anche era stato eletto arcivescovo di Milano. Passato il Po, venne il re Arrigo a Piacenza, dove fu accolto da quei cittadini con allegrezza ed onorato di superbi regali. L'altra parte dell'esercito suo, che era calata in Italia per la valle di Trento, arrivò apud Viruncalia, secondo il concerto, e quivi si unì coll'altra armata e collo stesso re. È scorretto qui il testo dell'Urspergense[1469], e dee dire apud Runchalia, cioè ne' prati di Roncaglia sul Piacentino, dove alla venuta dei re ed imperadori si solea celebrar la dieta generale del regno d'Italia, concorrendovi tutti i principi, baroni, vassalli e ministri delle città. Si dee credere che veramente anche in quella occasione si celebrasse la dieta generale del regno: perchè Arrigo per tre settimane si fermò in quelle parti. Ottone Frisingense scrive[1470] ch'egli diede la mostra al suo esercito presso il Po, e che vi si trovarono trenta mila soldati a cavallo scelti, senza gl'Italiani, concorsi a servirlo. Venne dipoi a Parma. Sprezzava Arrigo tutte le città italiane.
Ma sola Matilda contessa gli dava dell'apprensione, perchè ben consapevole egli era di quanto ella aveva operato contra dell'Augusto Arrigo IV suo padre. Ed ebbe ben la contessa la prudenza di non volersi portare alla corte, nè mettersi a rischio di qualche sgarbo o violenza. Molti principi e baroni oltramontani si portarono a visitarla[1471], per conoscere in lei una persona superiore al suo sesso, e di tanto credito per tutta l'Europa. Trattossi dunque fra essa e il re per internuntios di pace e concordia. Prestò ella ad Arrigo tutti gli ossequii dovuti al sovrano; ed Arrigo a lei confermò tutti gli Stati e diritti ad essa competenti. Mathildam comitissam per internuntios sibi subjectam gratia sua et propriis justitiis donavit: sono parole dell'Urspergense. E Donizone scrive che la contessa, per trattare di questo accomodamento, dalla fortezza di Canossa passò a quella di Bibianello, oggidì Bianello, ed aver ella promesso fedeltà al re contro a tutti, fuorchè contro al romano pontefice. Indi sul principio di dicembre il re Arrigo per la strada di monte Bardone, ossia di Pontremoli, si mosse coll'esercito alla volta della Toscana; e perchè caddero immense pioggie in quel tempo, molta gente e cavalli perirono nel passaggio dell'Apennino. Gli fece resistenza la suddetta terra di Pontremoli, terra forte per la sua situazione e per le altissime sue torri, probabilmente spettante allora ai principi estensi[1472], e non già alla contessa Matilda. Per forza se ne impadronì e la devastò. Giunse finalmente a Firenze. Quivi con ammirabil pompa solennizzò la festa del santo Natale. Tutte le città della Toscana non tardarono a mandargli ambasciatori, regali e contribuzioni. Con che cuore, nol so. Pandolfo Pisano, scrittore di questi tempi, chiama esso Arrigo[1473] exterminatorem terrae, e mandato dall'ira di Dio in Italia; con aggiugnere che egli civitates multas et castra in itinere dolo, pacem ostendendo, subvertit, ecclesias destruere non cessavit; religiosos ac catholicos viros capere, quos invenire poterat, nullo modo desistebat; quos vero habere non poterat, a propriis sedibus pellere non cessabat. Tale era quel principe di cui si servirono i Tedeschi e gl'Italiani per atterrare Arrigo di lui padre, e che peggiore del padre si diede poi a conoscere, siccome maggiormente andremo vedendo. Sembra a me più probabile, per non dir certo, che nell'anno presente, prima che arrivasse in Italia il re Arrigo, succedesse la guerra fra i Cremonesi e Bresciani. La racconta appunto sotto quest'anno Galvano dalla Fiamma, con dire[1474] che riuscì a' Cremonesi di dare una rotta al popolo di Brescia. Ma venuti i Milanesi in soccorso de' Bresciani, sì fattamente incalzarono i Cremonesi vincitori, che li misero in fuga, e per più miglia seguitandoli, fecero d'essi non poca strage, massimamente allorchè furono ridotti al fiume Oglio. La verità di questo fatto è confermata da Sicardo vescovo di Cremona, di cui sono queste parole[1475]: Anno Domni MCX fuit bellum inter Mediolanenses et Cremonenses apud Brixianorium, Cremonensibus perniciosum. E molto più da Landolfo da san Paolo[1476], che scrive essersi rallegrati i Milanesi della ordinazione di cinque loro nobili canonici della cattedrale, fatta nel mese di giugno; e che etiam majori gaudio gavisi sunt, quia in ipso mense susceperunt triumphum de Cremonensibus victis et superatis apud Brixianorii campum. Questo nome di Brixianorium temo io che desse occasione a Galvano dalla Fiamma di credere che i Bresciani avessero parte nel suddetto avvenimento. I due autori suddetti non parlano se non di guerra fra i Milanesi e i Cremonesi. In questo stesso anno papa Pasquale II, saggiamente temendo qualche violenza dal re Arrigo, disposto a calare in Italia, andò nel mese di giugno verso Monte Casino[1477]; e chiamati a sè Ruggieri duca di Puglia e Roberto principe di Capua, con tutti i conti della Puglia, stabilì un trattato con loro, che ognun d'essi prenderebbe l'armi in difesa del pontefice, se venisse il bisogno. Tornato a Roma, fece giurare a tutti i baroni romani di fare altrettanto.
NOTE:
[1462] Annal. Hildesheim, apud Leibnit.
[1463] Donizo, in Vit. Mathild., lib. 2, cap. 18.
[1464] Abbas Ursperg., in Chron.
[1465] Puricell., Monument. Basil. Ambrosian.
[1466] Sigon., de Regno Ital., lib. 10.
[1467] Galvaneus Flamma, Manipul. Flor., cap. 160.
[1468] Donizo, in Vit. Mathildis, lib. 2, cap. 18.
[1469] Abbas Urspergensis, in Chron.
[1470] Otto Frisingens., Hist., lib. 7, cap. 14.
[1471] Donizo, lib. 2, cap. 18.
[1472] Antichità Estensi, P. I, cap. 7.
[1473] Pandulfus Pisanus, in Vit. Paschalis II.
[1474] Gualvanus Flamma, Manip. Flor., tom. 11 Rer. Ital.
[1475] Sicard., in Chron., tom. 7 Rer. Ital.
[1476] Landulfus junior, Hist. Mediol., cap. 17.
[1477] Petrus Diac., Chron. Casin., lib. 4, cap. 35.
Anno di CRISTO MCXI. Indizione IV.
PASQUALE II papa 13. ARRIGO V re 6, imperad. 1.
Abbiamo dagli Annali Pisani[1478] che il re Arrigo V o sul fine del precedente anno, o sul principio del presente, cum magno exercitu Pisas venit, et fecit pacem inter Pisanos et Lucenses; in qua guerra Pisani devicerunt Lucenses ter in campo, et Castellum de Ripafracta recuperaverunt, et Ripam, unde lis fuit, retinuerunt. Passò ad Arezzo, e trovò della discordia fra i cittadini e il clero[1479]. La cattedrale di san Pietro era fuori della città. Il popolo la voleva dentro, secondo l'uso dell'altre città d'Italia, e però la distrussero. Essendo ricorsi i cherici ad Arrigo, prese la loro parte; e forse perchè il popolo non mostrò prontezza ad ubbidire, o perchè fece resistenza, il re barbaro quivi ancora lasciò lagrimevoli segni della sua fierezza, con far abbattere le mura e le torri altissime d'essa città, e spianar buona parte delle case cittadinesche. Con questi bei preparamenti arrivò ad Acquapendente[1480], dove ricevette i suoi ambasciatori tornati da Roma con quei del papa, che portavano buone nuove di concordia. Continuato il viaggio fino a Sutri, giunsero altri legati del papa con regali e proposizioni di concordia, e promesse di dargli l'imperiale diadema. Ma non andò molto che questo bell'aspetto di cose si convertì in una luttuosa e scandalosa scena; nel racconto della quale gli scrittori romani ne attribuiscono la colpa ad Arrigo, e gli storici tedeschi ai medesimi Romani. Una lettera dello stesso Arrigo presso Dodechino[1481], l'Abbate Urspergense[1482], Ottone da Frisinga[1483], Pietro Diacono[1484], Pandolfo Pisano[1485] e gli Atti rapportati dal cardinal Baronio[1486] parlano di questa tragedia, ma non tutti con egual tenore. Quel che è certo, Arrigo si mostrò risoluto di non voler cedere al diritto da lui preteso di dar le investiture agli ecclesiastici, non volendo essere da meno di tanti suoi predecessori. All'incontro il papa, sapendo quanto discapito era provenuto alla Chiesa di Dio dall'uso di tali investiture per le frequenti simonie che si commettevano, non era men forte in volerle abolite. Non si sa intendere come esso pontefice non avesse meglio concertati gli affari, prima che gli arrivasse addosso Arrigo col nerbo di tanti armati. O fu egli mal servito da' suoi legati, o burlato dalle belle parole d'esso re. Comunque sia, veggendo egli sì forte Arrigo nelle sue pretensioni, piuttostochè consentire alle medesime, s'indusse egli ad una strana risoluzione, che, proposta al re, neppure gli parve credibile, e fu nondimeno da lui accettata. Cioè, che il papa con tutti i suoi rinunzierebbe al re tutti gli Stati e tutte le regalie che gli ecclesiastici aveano avuto e riconoscevano dall'imperio e dal regno fino da' tempi di Carlo Magno e di Lodovico Pio e di Arrigo I, con ispecificare le città, i ducati, i comitati, le zecche, le gabelle, i mercati, le avvocazie, le milizie, le corti e castella dell'imperio; giacchè a cagion di queste regalie il re pretendeva di continuar l'uso delle investiture. Ed esso re vicendevolmente rinunzierebbe all'uso d'investire i vescovi e gli abbati. L'accordo fu fatto, dati dall'una e dall'altra parte gli ostaggi. Anche oggidì si ha pena a credere che un pontefice arrivasse a promettere una sì smisurata cessione. Nella domenica adunque della quinquagesima, cioè nel dì 12 di febbraio, si mosse il re Arrigo alla volta della città Leonina, per trovare il papa che l'aspettava coi cardinali fuori della basilica vaticana[1487]. Furono mandati ad incontrarlo sino a Monte Mario gli uffiziali della corte e della milizia colle loro insegne, e un'infinita moltitudine di popolo portante corone di fiori, palme e rami d'albero. Avanti alla porta comparvero i Giudei, e nella porta i Greci che cantavano nel loro linguaggio, e faceano plauso al futuro imperadore. V'intervennero ancora i monaci[1488], e cento monache con lampade o doppieri accesi, e tutto il clero in pianete e dalmatiche. Con questa maestosa processione, spargendo intanto gli uffiziali del re gran copia di danaro alla plebe, arrivò Arrigo alla basilica vaticana[1489]; ma non volle entrare, se prima non fu consegnata alle sue guardie ogni porta e luogo forte della medesima. Prestò Arrigo al papa gli atti di riverenza dovuti; il papa l'abbracciò e baciò; ed amendue entrati per la porta d'argento, arrivati che furono alla ruota del porfido, si misero a sedere nelle sedie preparate.
Allora fu che il pontefice fece istanza ad Arrigo di eseguir le promesse della rinunzia alle investiture. Il re si ritirò coi suoi vescovi e principi nella sagrestia per consultar con essi; ed allora succedette un gran tumulto, reclamando tutti i vescovi che era un'empietà ed eresia il volere spogliar di tanti beni tutte le chiese. Arrigo, nella sua lettera presso Dodechino, pretende che l'esibizione di levar le immense regalie ai pastori delle chiese venisse dal papa, e fosse un tiro politico per ricavare dal re la rinunzia delle investiture, e nello stesso tempo concitare contra di lui l'amplissimo ordine degli ecclesiastici. Pandolfo Pisano ed altri, per lo contrario, scrivono che la proposizione fosse fatta dal re, il quale con questo tiro pensasse a carpir la corona imperiale, ottenuta la quale, era poi facile il continuar le investiture, perchè la repubblica ecclesiastica non vorrebbe mai abbracciare il partito di rilasciar tanti Stati e beni all'imperadore. Ottone da Frisinga scrive, avere Arrigo fatta istanza per l'esecuzion del trattato, alla quale era dispostissimo dal canto suo il papa; ma che non potè quegli eseguirlo per li troppi richiami de' vescovi. Comunque sia, certo è che un grande bisbiglio e furore si sollevò in tutti i vescovi sì italiani che oltramontani all'intendere una cotanto insopportabil condizione di rinunziare gli Stati; laonde fra il pontefice e il re insorse discordia, non volendo il primo coronar l'altro senza la rinunzia delle investiture, nè volendo il re rinunziare, se non gli si manteneva la parola data di restituir tutti i beni regali. Non si sa intendere come niuno allora proponesse, o se fu proposto, come non fosse accettato il ripiego poscia usato, e tuttavia osservato in Germania, cioè di lasciar libere le elezioni de' vescovi e degli abbati, con che restava salva la libertà della Chiesa, obbligando poi gli eietti a prendere l'investitura degli Stati, ma non delle chiese, dall'imperadore, ossia dal re d'Italia. Ora il re Arrigo, veggendo a terra il trattato, e saldo il papa in negargli la corona, andò nelle furie. Nè gli mancarono empii consiglieri, il primo de' quali fu Alberto allora cancelliere, poscia arcivescovo di Magonza, uomo scellerato, che lo spinsero a far prigione il papa contro il giuramento fatto di nulla intentare contra la di lui persona e dignità: il che venne con incredibil tumulto eseguito. Fu consegnato il pontefice ad Ulrico patriarca d'Aquileia, che il custodisse sotto buona guardia. Questa violenza non solamente fu riprovata da tutti i buoni, e massimamente dall'arcivescovo di Salisburgo, con rischio anche della sua vita, ma eziandio irritò sì fattamente il popolo romano, il quale in tal congiuntura si fece conoscere fedelissimo al papa suo signore, che corse a svenare quanti Tedeschi si trovarono nella città. E dopo aver tenuto tutta la notte un gran consiglio, la mattina seguente uscirono essi Romani arditamente coll'armi addosso all'esercito tedesco, alloggiato entro e fuori della città Leonina, che non s'aspettava una visita sì scortese. Quanti ne trovarono, tutti li misero a fil di spada. Assalirono dipoi il quartiere dello stesso re, il quale uscito di letto, e scalzo tuttavia, salito a cavallo, fece di molte prodezze, ma corse gran pericolo della vita, perchè gli ammazzarono il cavallo sotto, e il ferirono anche in faccia. Salvollo Ottone conte di Milano, o, per dir meglio, vicecomes, come Landolfo da san Paolo, più informato di questo, lasciò scritto, con dargli il proprio cavallo; ma fatto egli prigione, e condotto in città, fu quivi messo in brani dall'infuriata plebe. Armatisi intanto i Tedeschi, s'opposero all'empito de' Romani; seguì gran battaglia, grande strage dall'una e dall'altra parte, rinculando ora gli uni, ora gli altri. Penetrarono i Romani fino nel portico di san Pietro; ma perchè si perderono a spogliare i forzieri de' Tedeschi, ebbero da ben pentirsene: perchè raccolti i Tedeschi e Lombardi, li misero in fuga, con restarne assaissimi vittima delle spade, o annegati nel Tevere. L'attesta Donizone, con dire che i Romani quasi furono vincitori dei Tedeschi:
Sed flagrant erga nimis horum quippe zabernas; Insimul ex armis et denariis onerati Plus adamant nummum, quam bellum vincere sumtum.
Venuta la notte, e tenuto consiglio in Roma, fu risoluto di procedere di nuovo nel dì seguente contra de' Tedeschi. Ne venne sentore al re Arrigo, il quale credette meglio fatto di ritirarsi colla sua gente lungi da Roma nella Sabina, ed anche con fretta, lasciando in dietro parte dell'equipaggio della sua armata. Seco condusse l'innocente papa Pasquale prigione, con cui essendo stati presi Bernardo cardinale e vescovo di Parma, e Bonsignore vescovo di Reggio, in lor favore parlò con vigore Ardoino da Palude nobile reggiano, e messo della contessa Matilda, con ricordare ad Arrigo i patti fatti con essa. E non parlò indarno, perchè il re, per amore della medesima contessa, li rimise in libertà. L'Urspergense ci vuol far credere che Arrigo Apostolicum secum duxit, et eo, quo potuit, honore tenuit. Ma Pandolfo Pisano ed altri narrano, ch'egli, custodito sotto stretta guardia, fece non pochi patimenti per sessanta e un giorno, detenuto nel castello di Tribucco con sei cardinali, e che gli altri cardinali furono imprigionati in un altro castello. Ossia, come vuol Pietro Diacono, che Arrigo intimidisse il papa col minacciare a lui e a tutti i prigioni la morte; ovvero, come altri ha voluto[1490], che Arrigo si gittasse a' piedi del papa, e il supplicasse di perdono e di pace; oppure che non veggendo nè il papa, nè i cardinali che seco si trovavano, maniera di acconciar questa esecrabil rottura, finalmente esso papa piegasse l'orecchio ad un aggiustamento: certo è che questo succedette, e quale il volle Arrigo.
Condiscese dunque il pontefice Pasquale II, ma con protesta di farlo violentato, e per liberar tanti prigioni e i Romani da ulteriori vessazioni, che liberamente e senza simonia si dovessero eleggere da lì innanzi i vescovi ed abbati coll'assenso dell'imperadore; e che gli eletti prendessero il pastorale e l'anello, cioè l'investitura da lui, senza la quale non potessero essere consecrati; e che il papa giurasse di non fare vendetta alcuna, nè di adoperar censure per l'ingiuria fatta a lui ed ai suoi; e l'imperadore scambievolmente promettesse di lasciare in libertà tutti i prigioni, e di conservare o restituire tutti i beni occupati alla Chiesa romana, fra' quali, per testimonianza di Pietro Diacono[1491], furono nominatamente espresse la Puglia, la Calabria, la Sicilia e il principato di Capoa. Ottenne inoltre Arrigo che si potesse dar sepoltura in chiesa al corpo di Arrigo IV suo padre, giacchè si fecero venire in campo persone attestanti esser egli morto con atti di vero pentimento. Così seguì la pace, dopo la quale il papa solennemente coronò imperadore Arrigo nella basilica vaticana, con istare intanto serrate le porte di Roma, acciocchè niun de' Romani venisse a disturbare la funzione. Il giorno preciso in cui seguì questa coronazione, fin qui è stato controverso. Donizone, autore di questi tempi, scrive di papa Pasquale[1492]:
Dum festum Paschae venite tribuit sibi pacem, Urbem romuleam sibi subdens, et diadema Ipsius capiti ponens, unguit, benedixit. Ultima lux mensis primi tunc Pascha revexit, Numinis undecimo centum post mille sub anno.
Ci fa vedere qui Donizone tuttavia conservata la sovranità imperiale in Roma; ma, siccome già accennai nelle annotazioni al di lui poema, è da stupire come egli dica caduta in quest'anno la Pasqua nel dì ultimo di marzo, quando è fuor di dubbio ch'essa s'incontrò nel di 2 d'aprile. Per altro anche Rogerio Hovedeno[1493] e Sigeberto[1494] scrivono che nel giorno di Pasqua fu conferita la corona ad Arrigo V. All'incontro, il padre Pagi[1495] pretende ciò fatto nella domenica in Albis, cioè a dì 9 d'aprile, ma senza recarne alcuna soda pruova, e col correggere a suo piacimento gli antichi scrittori. A me sembra, non dirò solo probabile, ma certo, che la funzione suddetta seguisse nel giovedì dopo l'ottava di Pasqua, cioè nel dì 13 d'aprile, giorno delle idi. Chiaramente lo attesta l'autore della Vita di Pasquale II, storico contemporaneo, a noi conservato dal cardinal d'Aragona, il quale scrive[1496]: H_aec, quae passi sumus, et oculis nostris vidimus, et auribus nostris audivimus, mera veritate conscripsimus_. Ora questo scrittore attesta che fu consecrato e coronato idibus aprilis, quinta feria post octavam Paschae. Queste note van d'accordo, nè patiscono eccezione. Vien confermata la stessa verità dall'Annalista Sassone, di cui son queste parole[1497]: Rex Heinricus Pascha, non longe ab urbe in castris suis celebravit, et post octavas Paschae, die scilicet idus aprilis, in ecclesia sancti Petri in imperatorem consecratur. Altrettanto s'ha dal Cronografo Sassone, citato dal padre Mabillone[1498] e dagli Annali d'Ildeseim[1499]. L'Abbate Urspergense[1500], con iscrivere che Arrigo ricevette la corona post octavas Paschae, esclude le due precedenti opinioni, e viene ad accordarsi con questa. Nella messa solenne, e alla comunione, il papa col corpo del Signore in mano ratificò la pace e le promesse. Egli se ne andò libero a Roma, e il re Arrigo, dopo aver fatti suntuosi regali al papa e ai cardinali ch'erano con lui, si mise in viaggio alla volta della Toscana per ritornarsene in Lombardia, e poscia in Germania. Appena fu in Roma il buon papa, che trovò alienati da sè gli animi de' cardinali rimasti ivi, perchè avesse consentito ad una tale concordia, di modo che quasi nacque uno scisma. L'ingiuriarono specialmente i più dotti, e quasi il trattarono da eretico, sostenendo che dovea piuttosto lasciarsi levare la vita, che consentire alle investiture. È un bel fare il bravo lungi dalle battaglie. Se que' zelanti cardinali si fossero trovati per due mesi nelle angustie del papa, e col coltello alla gola, come egli fu, e nel pericolo di veder sacrificati al furore tedesco i porporati prigioni e tanti altri Romani non so se avessero praticato eglino ciò che ora esigevano dal papa. Non potendo reggere a sì fatti insulti il buon pontefice, uscì di Roma e si ritirò a Terracina: nel qual tempo i cardinali con solenne decreto condannarono l'accordo da lui fatto, e diedero un grande esercizio alla pazienza ed umiltà di lui, quasichè qui si trattasse di un punto di fede, e non già di disciplina ecclesiastica, la quale benchè certo patisse nella maniera tenuta allora di dar tali investiture, pure, dacchè se ne voleva esclusa la simonia, si potea in qualche guisa tollerare, Goffredo da Viterbo[1501], Sugerio abbate[1502] ed Idelberto[1503] ci fan conoscere che il buon pontefice depose il manto, si ritirò in una solitudine, e volea rinunziare il papato; ma fu richiamato a Roma da tutti i buoni e saggi.
Per la Toscana calò in Lombardia Arrigo quinto fra i re, quarto fra gl'imperadori, e gran voglia nutrendo di conoscere di vista la celebre contessa Matilda sua parente[1504], giacchè ella non si sentiva voglia d'ire a trovar lui, determinò egli di andare a lei. Dimorava allora la contessa Matilda nella fortezza di Bibianello, ossia Bianello, sul Reggiano. Colà nel dì 6 di maggio fu a visitarla, magnificamente accolto, e per tre dì seco si fermò. Sapeva Matilda fra molte altre lingue anche la tedesca, e però sempre senza interprete teneva i suoi ragionamenti con lui. Talmente restò Arrigo invaghito della prudenza ed onoratezza di questa insigne eroina, che non solamente le confermò i precedenti patti, ma la dichiarò ancora sua vicegerente, ossia viceregina in Lombardia:
Cui liguris regni regimen dedit in vice regis, Nomine quam matris verbis claris vocitavit.
Passò dipoi Arrigo a Verona, dove si riposò per qualche tempo, e ne resta anche una memoria nel diploma da me pubblicato[1505], con cui conferma ai canonici di Cremona i lor privilegii. Esso è dato XIV kalendas junii, Indictione IV, anno dominicae Incarnationis MCXI, regnante Henrico V rege Romanorum anno V, imperante primo, ordinationis ejus XI. Actum Veronae. Un altro parimente ne diede egli XII kalendas junii in quella città in favore di Alberico abbate del monistero di Polirone[1506]. In questa occasione può essere che succedesse ciò che narra il Dandolo[1507]. Bolliva da gran tempo discordia fra i Veneziani e Padovani a cagion de' confini. Collegati i Padovani co' popoli di Trivigi e Ravenna, vennero nel dì 4 di ottobre dell'anno precedente alle mani coll'esercito veneto, e rimasero sconfitti, con restarvi cinquecento e sette d'essi prigioni. Ora giunto che fu a Verona l'imperadore, portarono a lui i Padovani le loro doglianze, siccome al sovrano del regno d'Italia. Ad istanza di esso Augusto, comparvero in quella città gli ambasciatori veneti, e si mise fine alla discordia, coll'essersi aggiustati i confini, liberati i prigioni, e rinnovati i patti d'amicizia fra Venezia dall'un canto, e i Padovani e gli altri sudditi dell'italico regno dall'altro. Ito poscia l'imperadore in Germania, quivi fece dar solenne sepoltura alle ossa del padre. Terminò i suoi giorni nel febbraio di questo anno[1508] Ruggieri duca di Puglia, con lasciare suo successore e duca Guglielmo suo figliuolo. Per questa cagione i Normanni della Puglia niun soccorso poterono prestare al romano pontefice ne' di lui bisogni, ed attesero unicamente a premunirsi in casa, per timore che il nuovo imperadore potesse far qualche tentativo contra di quegli Stati. Preparavasi in Italia Boamondo fratello di esso Ruggieri, e principe di Antiochia e di Taranto, per ripassare in Oriente[1509], quando venne a trovare anche lui la morte nel marzo seguente. Fu seppellito in Canossa. Restò gran fama e un piccolo figliuolo di lui, per nome anche esso Boamondo, erede de' suoi Stati. Appena fu fuori d'Italia, seppur ne era anche uscito l'imperadore[1510], che i Milanesi, dopo avere per quattro anni o con assedio, o con blocco, o con devastar le campagne, stretta e malmenata la città di Lodi, finalmente nel giugno dell'anno presente per forza se ne impadronirono; e lasciata in tal occasione la briglia all'odio e sdegno loro, la spogliarono delle mura, incendiarono le case, ed imposero leggi severe di servitù a quel popolo, dianzi troppo vicino a sì potente città. Ne restano appena le vestigia nel luogo appellato Lodi vecchio, e diverso dal sito in cui ora è Lodi nuovo[1511]. Fu quel popolo compartito in sei borghi, e in tale stato durò il suo abbassamento sino ai tempi di Federigo I imperadore.
NOTE:
[1478] Annal. Pisani, tom. 6 Rer. Ital.
[1479] Otto Frisingens., Chron., lib. 7, cap. 14.
[1480] Abbas Urspergens., in Chron.
[1481] Dodechinus, in Append. ad Marian. Scotum.
[1482] Urspergensis, in Chron.
[1483] Otto Frisingensis, in Chron.
[1484] Petrus Diacon., in Chron. Casinens.
[1485] Pandulfus Pisanus, in Vit. Paschal. II.
[1486] Baronius, in Annal. Eccles.
[1487] Petrus Diaconus, Chron. Casinens., lib. 4, cap. 36.
[1488] Donizo, in Vit. Mathild., lib. 2, cap. 18.
[1489] Pandulfus Pisanus, in Vit. Paschal. II.
[1490] Annalista Saxo.
[1491] Petrus Diaconus, Chron. Casinens.
[1492] Donizo, in Vita Mathildis, lib. 2, cap. 18.
[1493] Hovedenus, Annal., P. I.
[1494] Sigebertus, in Chron.
[1495] Pagius, Crit. Baron.
[1496] Vit. Paschalis II, P. I, tom. 3 Rer. Ital.
[1497] Annalista Saxo.
[1498] Mabill., Annal. Benedictin.
[1499] Annal. Hildesheim.
[1500] Abbas Urspergensis, in Chron.
[1501] Goffrid. Viterbiensis, in Chron.
[1502] Suger., in Vit. Lodovici Gross.
[1503] Hildelb., in Epistol.
[1504] Donizo, in Vit. Mathild., lib. 2.
[1505] Antiquit. Italic., Dissert. XI.
[1506] Bacchini, Istor. di Poliron. nell'Append.
[1507] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.
[1508] Romualdus Salern., in Chron. Falco Benevent., in Chron. Anonymus Barens., apud Peregrin.
[1509] Albert. Aquens., lib. 11, cap. 48. Petrus Diaconus, Chron. Casinens. et alii.
[1510] Landulfus junior, Hist. Mediolan., cap. 18.
[1511] Gualv. Flamma, Manipul. Flor., cap. 163.
Anno di CRISTO MCXII. Indizione V.
PASQUALE II papa 14. ARRIGO V re 7, imperad. 2.
Dacchè fu posto in libertà papa Pasquale II, e sentì tante doglianze del sacro suo senato per la concession delle investiture, mai non negò, anzi sempre riconobbe d'aver dato l'assenso a cosa illecita, ed operato ciò che non dovea. Solamente scusava il fatto coll'intenzione avuta di sottrarre ai pericoli della vita tante persone, e a maggior danno il popolo di Roma e lo stato della Chiesa. Ora in questo anno fu per così scabrosa materia raunato un insigne concilio[1512] di cento venticinque vescovi a dì 18 di marzo nella basilica lateranense. Tutti i prelati esclamarono contro delle investiture ecclesiastiche date da mano laica, come usurpazione dei diritti della Chiesa e seminario di simonie. Il punto difficile era, come il pontefice potesse venire contra del proprio solenne giuramento. Si trovò il ripiego da Gerardo vescovo d'Engulemme, cioè che si ritrattasse bensì e condannasse il privilegio accordato dal papa ad Arrigo, e chiamato pravilegium, e non privilegium; ma che non si scomunicasse la persona d'esso imperadore. Così fu fatto. Tenuto ancora fu in quest'anno nel mese di settembre un concilio in Vienna del Delfinato, e quivi non solamente seguì la condanna delle suddette investiture, ma eziandio fulminarono que' vescovi scomunica contra dell'Augusto Arrigo, chiamato da essi tiranno. Abbiamo da Landolfo da san Paolo[1513], che nel primo dì dell'anno presente il clero della metropolitana di Milano, nonostante che sapesse favorevole a Grossolano arcivescovo il romano pontefice, pure il dichiararono decaduto da quella sedia, e in luogo suo elessero arcivescovo Giordano da Clivi, uomo per altro ignorante e di non molta levatura. Chiamarono dipoi tre suffraganei di quella metropoli per ordinarlo, cioè Landolfo vescovo d'Asti, Arialdo vescovo di Genova e Mamardo, ossia Mainardo, vescovo di Torino. Vennero questi, ma quel d'Asti accortosi che non erano concorsi gli altri suffraganei, e bollire non poca mormorazione nel popolo, tentò di fuggire. Gli veniva fatto, se le genti di Giordano non l'avessero ritenuto per forza, con anche ferire un suo diacono, e bastonare i di lui famigli. Infine Giordano fu da essi consecrato. Portossi poco appresso a Roma Mamardo vescovo di Torino, ed ottenne dal papa il pallio per questo novello arcivescovo, senza che s'intenda come esso pontefice abbandonasse Grossolano, già approvato per legittimo arcivescovo. Ma perchè Mamardo aveva ordine di non dare il pallio a Giordano, s'egli prima non faceva giuramento, non si sa se di fedeltà al romano pontefice, o di non prendere l'investiture dall'imperadore, o di qualche altra obbligazione, e Giordano ricusò di farlo; per sei mesi ne stette senza. Ho detto che per l'esaltazione di Giordano incorse gran mormorazione fra il popolo di Milano. Aggiugne Landolfo, che vi fu ancora delle contese e battaglie, nelle quali ebbero parte Azzo vescovo d'Acqui e Arderico vescovo di Lodi. Infatti fra le lettere raccolte da Ulderico da Bamberga presso l'Eccardo[1514], una se ne legge scritta in tal occasione dal medesimo Azzo vescovo all'imperadore Arrigo, in cui l'avvisa doversi tenere in Roma un sinodo (cioè il lateranense suddetto) in qua asseritur, domnum papam P. (Paschalem) deponi et alterum debere eligi, qui omne consilium pacis, quod cum domno P. firmastis dissolvat, pro eo quod domnus P. non audet vos propter factas inter vos et ipsum securitates excommunicare. Ecco quali nuove corressero allora. Appresso aggiugne che i Milanesi aveano eletto un altro arcivescovo (cioè Giordano), e fattolo consecrar da alcuni suffraganei. Quod ego videns contra imperii vestri honorem fieri, omnino interdixi; et licet ab ipsis multum rogatus, hujusmodi consecrationi interesse, nec assensum praebere volui, immo dedi operam erigendi magnum parietem populi contra populum sub occasione alterius archiepiscopi, quem pars illorum intendit deponere, viri scilicet literatissimi, et ingenio astutissimi, et eloquentissimi, curiae vestrae valde necessarii, cujus partem propter honorem vestrum in tantum auxi, quod medietas populi contra medietatem populi contendit. Parla qui di Grossolano, a cui procura la protezion dell'imperadore, con insieme consigliarlo di venir presto in Italia, e che a ciò non occorreva un grande esercito. Vestra est enim adhuc Langobardia, dum terror, quem ei incussistis, in corde ejus vivit. Forse perchè Grossolano fu in Roma creduto parziale dell'imperadore, o protetto da lui, restò abbandonato, e si lasciò correre l'elezion di Giordano.
Io non so se nell'antecedente o nel presente anno fosse scritta da papa Pasquale un'altra lettera allo stesso imperadore Arrigo, in cui gli notifica di non aver potuto finora riaver varii Stati spettanti alla Chiesa romana[1515]. Licet quidam, dice egli, jussioni vestrae, in his quae beato Petro restitui praecepistis, adhuc noluerunt obedire, incolae videlicet Civitatis Castellanae, Castri Corcolli, Montisalti, Montisacuti et Narnienses: Nos tamen ea, et Comitatus Perusinum, Eugubbinum, Tudertinum, Urbevetum, Balneum Regis, Castellum Felicitatis, Ducatum Spoletanum, Marchiam Ferraniam, et alias beati Petri possessiones per mandati vestri praeceptionem confidimus obtinere. Notisi che il ducato di Spoleti è chiaramente detto di ragione della Chiesa romana. Nomina il papa anche Marchiam Ferraniam, ma si dee scrivere Firmanam, allora occupata da Guarnieri, non osando io leggere Marchiam Ferrariam, perchè Ferrara in questi tempi era in potere della contessa Matilda, che la riconosceva dalla Sedia apostolica. Alessio imperadore d'Oriente, per quanto si ha da Pietro Diacono[1516], avuta notizia dell'indegno trattamento fatto dall'imperadore Arrigo al romano pontefice, spedì ambasciatori a Roma per condolersi con lui, e congratularsi coi Romani dell'opposizione fatta ad esso Arrigo. E sperando egli di profittare di così bella occasione, propose che volessero eleggere imperadore Giovanni Comneno suo figliuolo. Può anche essere che corressero dei regali. Acconsentirono i Romani al trattato, ed elette circa seicento persone, le spedirono a Costantinopoli per condurre in Italia il progettato Augusto. Non è punto credibile che tanta gente fosse spedita colà. E perciocchè non apparisce altro dell'esecuzion di questo disegno, bisogna immaginare ch'esso poco stesse ad andarsene in fascio, perchè non s'arrischiarono i Romani di condurre a fine un negozialo di tanta importanza, che potea tirar loro addosso lo sdegno e le forze di tutta la Germania. Nel dì 13 d'aprile di quest'anno, la contessa Matilda, dimorando nel castello di Massa del distretto di Modena, fece una donazione al suo diletto monistero di san Benedetto di Polirone[1517]. E nel dì 8 di maggio trovandosi al Bondeno de' Roncori, fece donazione della corte Vilzacara col castello, broglio e borgo di san Cesario alla chiesa di san Cesario del contado di Modena. In quest'anno ancora, secondo i conti del Campi[1518] e d'altri storici piacentini, per opera specialmente della suddetta zelantissima contessa furono cacciate le monache dall'insigne monistero di san Sisto di Piacenza, perchè la lor dissolutezza era giunta ad esser incorreggibile. In vece di esse presero i monaci benedettini il governo di quel sacro luogo, cavati dall'allora esemplarissimo monistero di Polirone.
NOTE:
[1512] Labbe, Concil., tom. 10. Baron., in Annal. Ecclesiast.
[1513] Landulfus junior, Hist. Mediol., cap. 21.
[1514] Eccard., Scriptor. med. aevi, tom. 2, p. 266.
[1515] Eccard., Scriptor. med. aevi, tom. 2, p. 274.
[1516] Petrus Diacon., Chron. Casinens., lib. 4, cap. 46.
[1517] Bacchini, Istor. di Poliron. nell'Append.
[1518] Campi, Istor. di Piacenza, tom. 1.
Anno di CRISTO MCXIII. Indizione VI.
PASQUALE II papa 15. ARRIGO V re 8, imperad. 5.
Impariamo da Falcone Beneventano[1519] che essendosi nell'anno precedente fabbricate varie congiure in Benevento per levare quella città di sotto il dominio pontificio, avvertitone papa Pasquale da que' cittadini ch'erano costanti nella fedeltà, si portò colà nel dì 2 di dicembre per rimediare ai disordini. Fermossi in quella città nel tempo del verno, e correndo il mese di febbraio, celebrò ivi un concilio. Poscia, dopo avere scoperti gli autori di quelle trame, e datigli in mano della giustizia, lasciato in quella città per governatore e contestabile Landolfo della Greca, uom di gran coraggio e prudenza, se ne tornò a Roma. Trovavasi affatto sprovveduto di danari Baldovino re di Gerusalemme, e però gli mancava il miglior nerbo per resistere a tanti nemici infedeli che all'intorno gli facevano guerra[1520]. Ebbe sentore che Adelaide contessa di Sicilia, vedova del defunto conte Ruggieri, e madre del piccolo Ruggieri, succeduto a Simone suo fratello nel dominio di quella isola, era principessa a proposito per sovvenire alle di lui indigenze; perchè fama correva ch'essa nel tempo della tutela del figliuolo avesse accumulato grossissime somme d'oro. Però spedì ambasciatori in Sicilia per trattare d'averla in moglie. Poco vi volle a far gustare questa proposizione all'ambiziosa principessa; ma affinchè il figliuolo Ruggieri e i suoi cortigiani non attraversassero a lei il conseguimento della corona, fu proposto e conchiuso, che nascendo figliuoli da Baldovino e Adelaide, succedessero nel regno di Gerusalemme. Ma venendo egli a mancar senza prole, quel regno si devolvesse al figliastro Ruggieri. Portò seco Adelaide una prodigiosa quantità di viveri, d'armi, di cavalli, e, quel che più si sospirava, di denaro; e giunta a Tolemaide, fu con grande solennità sposata. Ma non passarono due anni che Adelaide si trovò delusa e tradita dal re consorte. Egli avea tuttavia vivente un'altra moglie, presa prima di essere re[1521]. Sotto varii pretesti ripudiatala, senza che v'intervenisse alcun giudizio della Chiesa, l'avea forzata ad entrare nel monistero di sant'Anna di Gerusalemme. Fece poi cattivo fine questa donna, per attestato di Bernardo tesoriere, perchè ottenuta licenza di andarsene a visitare i parenti in Costantinopoli, quivi s'abbandonò ad una vita disonesta. Ora gravemente un dì infermatosi Baldovino, e rimordendolo la coscienza dell'ingiuria fatta alla legittima moglie, per consiglio de' baroni, fece voto, se guariva, di ripigliarla. Indi rivelò tutto ad Adelaide, con intimarle il divorzio. S'ella, trovandosi così barbaramente ingannata, prorompesse in pianti ed in amare invettive contra del re e degli ambasciatori predetti, è facile l'immaginarlo. Non tardò molto essa per lo dispetto a tornarsene in Sicilia, ma priva di que' tesori che portò a Gerusalemme, ed accorata per questo tradimento si crede che terminasse la sua vita nell'anno 1118. Una sì nera azione recò non poco nocumento alla riputazione del re Baldovino e agli affari di Terra Santa. Fra gli altri il conte Ruggieri figliuolo di essa Adelaide con tutta la corte de' Siciliani, al vedersi così burlato, concepì tale sdegno contra di Baldovino e de i re di Gerusalemme, che, per attestato di Guglielmo Tirio[1522], solo fra' principi cristiani mai non diede loro soccorso alcuno, nè curò lo stato miserabile, in cui a poco a poco si ridussero le cose dei Cristiani in Palestina e in Soria. La città di Cremona, siccome scrisse Siccardo[1523], da lì a cent'anni vescovo della medesima, patì in questo anno un fierissimo incendio nel dì di san Lorenzo. Abbiamo strumenti di donazioni fatte al monistero di Polirone dalla contessa Matilda, mentre essa dimorava in Pigognaga e nel Bondeno, vicino al Po[1524]. Era ito in Terra Santa Grossolano arcivescovo, di Milano. Tornato in Italia, e inteso come Giordano avea occupata la sua chiesa, eletto già e consecrato arcivescovo determinò di venire a Milano: il che fu cagione che esso Giordano informato di questo prendesse il pallio colle condizioni proposte dal papa[1525]. Venuto poi Grossolano a Milano, coll'aiuto de' suoi parziali s'impadronì delle torri di Porta Romana. Allora prese l'armi la fazion di Giordano, e andò per iscacciarlo. Succederono fra le due parti dei combattimenti, ne' quali restarono non pochi feriti e morti, non solamente della plebe, ma anche della nobiltà. S'interposero pacieri, e proposero di rimettere la decision di tale discordia al concilio davanti al papa. E perchè la borsa di Grossolano restò in breve esausta, gli convenne sloggiare, con fama nondimeno che ricavasse buona somma di danaro da Giordano per ritirarsi. Venne egli perciò a Piacenza, e di là a Roma, per trattar della sua causa nel tribunal pontificio. Diede fine alla sua vita nel dì 6 di gennaio dell'anno presente nel monistero di Pontidio sul Bergamasco Liprando prete, quel medesimo che col giudizio del fuoco avea negli anni addietro fatta guerra ad esso Grossolano, come ad arcivescovo simoniaco[1526]. Morì in concetto di santità (il che era facile allora), e fu detto ch'erano succeduti miracoli alla sua tomba.
NOTE:
[1519] Falco Beneventan., Chron., tom. 5 Rer. Ital.
[1520] Guillelmus Tyr., lib. 11, cap. 21. Ordericus Vital., Hist. Eccles. Bernardus Thesaur., cap. 100, tom. 7 Rer. Ital.
[1521] Idem Bernardus, cap. 92.
[1522] Guillelmus Tyr., Hist. Hierosolym.
[1523] Sicard., in Chron. tom. 7 Rer. Ital.
[1524] Bacchini, Istor. di Poliron. nell'Append.
[1525] Landulf. junior, Hist. Mediolan., cap. 26.
[1526] Landulf. junior, Hist. Mediolan., cap. 24.
Anno di CRISTO MCXIV. Indizione VII.
PASQUALE II papa 16. ARRIGO V re 9, imperad. 4.
Avea, come dissi poc'anzi, lasciato papa Pasquale per suo contestabile e governatore di Benevento Landolfo della Greca[1527]. Contra di lui per invidia Roberto principe di Capoa, ed altri baroni normanni fecero una congiura, e nell'agosto precedente si portarono con poderosa armata all'assedio di quella città. Con poca fortuna nondimeno, perchè il valoroso Landolfo, fatta co' Beneventani una sortita, li mise in fuga, e poco mancò che non prendesse tutto il loro bagaglio. Durò nondimeno la guerra col guasto delle campagne di Benevento; e crebbero poscia i malanni, perchè lo stesso arcivescovo di quella città Landolfo si dichiarò contra del medesimo contestabile, e trasse dalla sua la maggior parte del popolo, di maniera che in fine astrinsero esso contestabile a deporre la carica. Per questa e per altre cagioni papa Pasquale II nell'ottobre tenne un concilio in Ceperano ai confini del ducato romano, o della Puglia, dove concorsero Guglielmo duca di Puglia e Roberto principe di Capoa con circa mille cavalli. Quivi il papa diede l'investitura della Puglia, Calabria e Sicilia al duca Guglielmo. Falcone così scrive, e da ciò si può ricavare che i duchi della Puglia ritenessero diritto d'alto dominio sopra la Sicilia, sovranità nondimeno sottoposta ad un maggiore sovrano, cioè al romano pontefice. Quivi ancora essendo forte il papa in collera contra dell'arcivescovo Landolfo, istituì il giudizio intorno alle accuse dategli, e il depose. Ma egli col tempo, e, se vogliam credere a Romoaldo Salernitano[1528], coll'uso di molti regali, fu restituito nella sua dignità. Di questi regali non parla Falcone. Da Romoaldo è riferito il suddetto concilio all'anno seguente; ma Falcone, storico contemporaneo, merita maggior fede. Glorioso riuscì quest'anno alle armi cristiane per la guerra felicemente fatta ai Mori padroni dell'isole Baleari. L'onore specialmente ne è attribuito ai Pisani. I Mori, dissi, abitanti in quelle isole, cioè in Evizza, Maiorica e Minorica, colle lor piraterie tenevano inquieta e danneggiata tutta la costa di Italia[1529]. Risoluti i Pisani di far quella impresa, ebbero ricorso al buon papa Pasquale per ottenerne la sua approvazione e benedizione. Poscia disposto un terribile armamento per mare, con tutte le lor forze, accompagnati da Bosone cardinale legato della santa Sede e da Pietro loro arcivescovo, marciarono alla volta di que' Barbari. Questa guerra è diffusamente narrata in un poema da Lorenzo Veronese, o da Verna[1530], diacono del medesimo arcivescovo, ed autore di vista. Fu esso poema pubblicato dall'Ughelli, e da me ristampato altrove. Riuscì a questa armata nell'anno presente di conquistar l'isola d'Evizza, e di prendere nel dì di san Lorenzo la città d'essa isola, posta in sito vantaggioso. Ne distrussero i Pisani le mura e il cassaro, cioè la rocca, e seco condussero prigione il governatore saraceno. Passarono poi l'armi vittoriose all'isola di Maiorica, e vi fecero lo sbarco nella festa di san Bartolommeo, con intraprendere l'assedio di quella città. In aiuto de' Pisani concorsero Raimondo conte di Barcellona ed altri conti di Catalogna, di Provenza e Linguadoca.
Nell'anno presente ancora l'imperadore Arrigo V celebrò in Magonza le sue nozze con una figliuola d'Arrigo re d'Inghilterra appellata Matilda[1531]. In quella solennità si presentò davanti ad esso Augusto coi piè nudi Lottario duca di Sassonia, che fu poi imperadore, per chiedere perdono dell'essersi dianzi ribellato. Così scrive Ottone Frisingense[1532]: il che come sussista non so; perchè nell'anno seguente altre storie cel rappresentano coll'armi in mano contra del medesimo Augusto. Erasi, come vedemmo, nell'anno 1090 ribellata la città di Mantova alla contessa Matilda, nè a lei fin qui era venuto fatto di poterla ricuperare[1533]. Questa contentezza fu a lei riserbata per l'anno corrente. Cadde essa gravemente inferma, mentre dimorava a Monte Baranzone sulle montagne di Modena, nel qual luogo si vede una donazione da lei fatta a san Benedetto di Polirone nel dì 14 di giugno[1534]. La fama, solita ad ingrandir le cose, in breve la diede per morta. Allora il popolo di Mantova, siccome libero dal timore d'essa, fece uno sforzo, e mise l'assedio a Ripalta castello della medesima contessa, e tanto lo strinse, che i difensori stanchi capitolarono la resa, ma condizionata, se fosse viva la lor padrona Matilda. Manfredi vescovo di Mantova intanto arrivò alla sua città, e divolgò che Matilda era tuttavia vivente. Gli ebbe a costar la vita un sì dispiacevol avviso per l'infuriato popolo che la desiderava morta. Nè molto stettero i Mantovani che diedero al fuoco l'infelice castello di Ripalta. Questa disgrazia fu per tutto il tempo della malattia di Matilda a lei tenuta nascosa dai suoi. Ma dacchè si fu riavuta, intesone il tenore, pensò a farne vendetta. Raunò quanti combattenti potè, formò eziandio una flotta di navi, e con questo armamento passò all'assedio di Mantova. Sulle prime se ne rise quella forte città; ma scorgendo la risoluta contessa di trarre a fin quell'impresa, que' cittadini s'appigliarono a' consigli di pace; e spediti ambasciatori alla stessa, mentre era in Bondeno, trattarono di rendersi ad onesti patti. Seguì infatti la resa di quella città sul fine di ottobre con gloria grande di Matilda, a cui, dopo aver messa al dovere ne' tempi addietro anche la marca, creduta da me quella di Toscana, nulla restò più delle perdute antiche sue giurisdizioni che non ritornasse alle sue mani. Nel dì 8 di novembre di quest'anno la medesima contessa, essendo nel monistero di san Benedetto di Polirone[1535], esentò dalle albergarie de' soldati tutti i beni di que' monaci. Ho anch'io dato alla luce un laudo proferito alla di lei presenza per lite di persone private[1536], mentre la medesima soggiornava nella rocca di Carpineta nel dì 22 d'aprile dell'anno presente.
NOTE:
[1527] Falco Beneventan., in Chron.
[1528] Romualdus Salernitan., Chron., tom. 7 Rer. Ital.
[1529] Annales Pisani, tom. 6 Rer. Ital.
[1530] Laurent. Veronens., lib. 1 Poem., tom. 6 Rer. Ital.
[1531] Abbas Urspergensis, in Chron. Simeon Hunelmensis.
[1532] Otto Frising., in Chron.
[1533] Donizo, in Vita Mathild., lib. 2, cap. 19.
[1534] Bacchini, Istor. di Polirone.
[1535] Bacchini, Istor. di Polirone.
[1536] Antiquit. Italic., Dissert. XXXI.
Anno di CRISTO MCXV. Indizione VIII.
PASQUALE II papa 17. ARRIGO V re 10, imperad. 5.
Per attestato di Falcone Beneventano[1537], si portò in quest'anno papa Pasquale II alla città di Troia in Puglia, e quivi nel dì 24 d'agosto tenne un concilio coll'intervento di quasi tutti gli arcivescovi, vescovi e baroni di quelle contrade. Vi fu accettata da tutti la tregua di Dio. Andato poscia a Benevento, dedicò la chiesa di san Vincenzo del Volturno, e finalmente nel dì 30 di settembre se ne tornò a Roma. L'anno fu questo in cui la celebre contessa Matilda terminò il corso di sua vita[1538]. Trovandosi ella in Bondeno de' Roncori della diocesi di Reggio, l'assalì una fastidiosa infermità sul principio di quest'anno, in occasione di una visita fattale da Ponzio, superbo abbate di Clugnì, che tornava da Roma. Continuò il suo malore per alcuni mesi ancora: nel qual tempo ella esercitò più che mai la sua pia liberalità verso i monisteri di Polirone[1539] e di Canossa, e verso i canonici regolari di san Cesario sul Modenese. Era assistita da Bonsignore vescovo di Reggio. Passò in fine a miglior vita questa principessa, gloriosa per tante azioni di pietà, di valore e di prudenza, nel dì 24 di luglio, cioè nella vigilia di san Jacopo, di cui era divotissima, e il corpo suo seppellito nella chiesa del monistero di san Benedetto di Polirone, quivi riposò, finchè nell'anno 1655 per cura ed ordine di papa Urbano VIII trasportato a Roma, fu magnificamente collocato nella basilica vaticana in memoria dell'insigne sua beneficenza verso la Chiesa romana. Aveva ella negli anni addietro, siccome dicemmo, lasciata erede di tutti i suoi beni essa Chiesa: eredità nondimeno che fu seminario di nuove lite fra i romani pontefici e gl'imperadori; e per assaissimi anni poi la troviamo tra essi disputata, finchè il tempo, medico di molte malattie politiche, diede fine a quella contesa. Nè tardò a volare in Germania la nuova della morte di questa insigne principessa, di cui scrive l'Urspergense[1540]: Qua foemina sicut nemo nostris in temporibus ditior ac famosior, ita nemo virtutibus et religione sub laica professione reperitur insignior. Arrigo imperadore fu da' suoi ministri mosso, ed anche dai parziali d'Italia con lettere invitato a venire a prendere il possesso di tutti i di lei beni. Per quali titoli, non si vede ben chiaro. Finch'egli pretendesse i regali e feudali, come fu la marca della Toscana, Mantova ed altre città, se ne intende il perchè. Ma egli pretese ancora gli allodiali e patrimoniali, e ne entrò anche in possesso, per quanto si vedrà. Probabilmente non dovette in tal congiuntura tacere la linea degli Estensi di Germania, cioè di Guelfo V ed Arrigo il Nero duchi di Baviera, perchè, secondo i patti del matrimonio d'esso Guelfo colla medesima contessa, al primo doveano pervenire tutti i di lei beni. Certo è che sotto l'imperador Federigo I, come si dirà a suo luogo, fu loro fatta giustizia in questo particolare. Ora l'imperadore Arrigo, a cui stava forte a cuore il cogliere questa pingue eredità, si dispose a calare, subito che gli affari gliel permetteano, in Italia. Continuò ed ebbe fine in quest'anno la guerra de' Pisani contra delle isole Baleari[1541]. Riuscì loro dopo lunghe fatiche e combattimenti, e colla strage di moltissime migliaia di Saraceni, di prendere la città di Maiorica, e di distruggerla, per togliere quel nido ai corsari africani. Pieni poi delle spoglie di quegl'infedeli, e colmi di gloria se ne tornarono alla lor patria. Se anche l'isola e città di Minorica restasse da loro soggiogata e disfatta, nol so io dire di certo. Gli Annali Pisani dicono di sì. Ben so io che Evizza non è Minorica, come si figurò il Tronci[1542] ne' suoi Annali di Pisa. Di sopra all'anno 1097 osservammo che Folco marchese, figliuolo di Azzo II marchese, fu quegli che propagò la linea italiana dei marchesi d'Este. Leggonsi tre atti a lui e all'anno presente spettanti[1543]. Il primo è un placito da lui tenuto nella grossa terra di Montagnana (appellata populosa da Rolandino) nel dì 31 di maggio, in cui veggiamo proferita dal medesimo principe una sentenza in favore del nobilissimo monistero delle monache di san Zacheria di Venezia per beni posti nell'altra insigne terra di Monselice: dal che comprendiamo ch'esso marchese Folco dominava nell'una e nell'altra d'esse terre. Il secondo strumento, stipulato in Montagnana nel dì 10 di giugno di quest'anno, contiene una donazione fatta da esso marchese Folco al monistero di Polirone pro ordinatione testamenti Garsendae genitricis meae, cioè di Garsenda principessa del Maine sua madre, di cui più volte si è parlato di sopra. Un'altra donazione, da lui fatta al monistero della Trinità di Verona nel dì 2 di ottobre dell'anno presente, fu stipulata in Caminata constructa ante ecclesiam beatissimae sanctae Teclae virginis sita in villa, quae est ante castrum Esti. Lo stesso marchese s'intitola habitator in loco, qui dicitur Esti. Non usavano per anche questi principi il titolo di marchesi d'Este, ma erano padroni d'Este, o, per dir meglio, compadroni; perchè vedremo che anche l'altra linea estense dei duchi di Baviera riteneva una terza parte del dominio di quella nobil terra e di Rovigo, e dell'altre sottoposte allora ad essi marchesi. Nell'anno presente Ordelafo Faledro doge di Venezia[1544] con grossa armata navale ricuperò la città di Zara, che pochi anni prima gli era stata tolta da Calomanno re d'Ungheria.
NOTE:
[1537] Falco Benevent., tom. 5 Rer. Ital.
[1538] Donizo, in Vita Mathild., lib. 2, cap. 20.
[1539] Bacchini, Istor. di Polirone.
[1540] Abbas Urspergensis, in Chron.
[1541] Annales Pisani, tom. 6 Rer. Ital.
[1542] Tronci, Annal. Pisani.
[1543] Antichità Estensi, P. I, cap. 32.
[1544] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCXVI. Indizione IX.
PASQUALE II papa 18. ARRIGO V re 11, imperad. 6.
Nel dì 6 di marzo di quest'anno tenne papa Pasquale un concilio nella basilica lateranense[1545], in cui di nuovo riprovò e condannò il privilegio delle investiture da lui contra sua voglia accordato all'imperadore Arrigo. Ma ebbe in tal occasione bisogno della sua pazienza; perchè Brunone vescovo di Segna, tenuto dopo la morte per santo, ebbe ardire di trattar da eretico lo stesso papa, per avere accordato quell'indulto. Gli convenne ancora sofferire che que' vescovi riguardassero come scomunicato esso imperadore senza che egli nondimeno volesse lasciar uscire decreto contra della di lui persona. Fu anche agitata in quel concilio la lite dell'arcivescovato di Milano, pendente fra Grossolano e Giordano, amendue presenti al suddetto concilio. Perchè il primo era passato dalla chiesa di Savona a quella di Milano, e si trovava che tal traslazione, siccome cagion di tumulti e guerre, tornava in danno dell'anime e dei corpi; perciò fu essa riprovata e giudicato in favor di Giordano. Dianzi era stato assoluto Grossolano dalle accuse di simonia, e tenuto fu in Roma per legittimo arcivescovo. Gran concetto si avea della di lui dottrina, avendolo lo stesso papa adoperato per confutare lo scisma de' Greci. Come egli ora cadesse, non se ne sa la vera cagione, perchè il passare da una chiesa all'altra da gran tempo era in uso, nè più si badava agli antichi canoni che lo proibivano. Forse la caduta sua è da attribuire all'essere stato conosciuto uomo intrigante, capriccioso e predominato dall'ambizione, e però poco prudente e molto inquieto. Landolfo da san Paolo[1546], storico contemporaneo, parla di questo concilio, e della deposizion di Grossolano, con aggiugnere che egli non volle tornare a Savona, ma per un anno e quattro mesi seguitò a dimorare in Roma in san Sabba, monistero de' Greci, dove terminò i suoi giorni nell'anno seguente. Tornò a Milano il vittorioso arcivescovo Giordano, e un dì raunato il clero e popolo, salito con Giovanni da Crema cardinale romano sul pulpito della metropolitana, pubblicamente scomunicò l'imperadore Arrigo, a cagion, senza dubbio, dell'aver fatto prigione il papa, ed estorto il privilegio delle investiture. Con questo segreto patto dovea egli aver conseguita la vittoria suddetta. Non volea già il pontefice fulminar le censure contra di esso Augusto, ma non ostava che gli altri le fulminassero, e il sacro collegio lo esigeva. Abbiamo dall'Abbate Urspergense che il suddetto imperadore verso il fine di febbraio[1547] in Italiam se una cum regina, totaque domo sua contulit, ac circa Padum negotiis insistens regni, legatos ad Apostolicum pro componendis caussis, quae iterum regnum et sacerdotium disturbare coeperunt, suppliciter destinavit. Ponzio abbate di Clugnì, come parente del papa, fu principalmente adoperato in questo maneggio. Portossi in tal congiuntura esso Arrigo a visitar la maravigliosa città di Venezia. Ciò chiaramente apparisce da un suo proclama, da me dato alla luce[1548], con cui egli IV idus marcii in regno Veneciarum (si noti questa espressione gloriosa per la repubblica veneta) in palatio ducis, anno ab Incarnatione Domini MCXVI, Indictione VIIII, diede varii ordini in favor delle monache di san Zacheria di Venezia, essendovi presenti Ordelaffus Dei gratia Venetiae dux, et Henricus Welphonis ducis frater, con alcuni vescovi e nobili. Vien confermata la stessa verità dall'accuratissimo Andrea Dandolo, che così scrive[1549]: Mense marcii MCXVI Henricus V imperator Venetias accedens, in ducali palatio hospitatus est, liminaque beati Marci, et alia sanctorum loca cum devotione maxima visitat, et urbis situm, aedificiorumque decorem, et regiminis aequitatem multipliciter commendavit. Curiam etiam suorum principum tenens, pluribus monasteriis immunitatum privilegia de suis possessionibus italici regni concessit, in quibus ducalem provinciam regnum appellat. Per un documento da me pubblicato[1550] si conosce che il medesimo Augusto nel dì 12 di maggio si trovava in Governolo sul Mantovano, dove come persona privata fece donazione di beni al monistero di Polirone, e alla chiesa di Gonzaga pro mercede et remedio animae meae et comitissae Mathildis. Segno è questo che Arrigo s'era messo in possesso della vasta eredità della contessa Matilda. A quell'atto intervenne anche Guarnieri giudice, che noi diciamo ora dottor di legge. In un placito tenuto a dì 6 del suddetto mese di maggio[1551] da esso Augusto nel medesimo luogo di Governolo, e in un altro[1552] spettante a' canonici regolari di Melara, si vede nominato Warnerius bononiensis. Con tali documenti ho io confermato[1553] quanto scrive l'Abbate Urspergense all'anno 1126; cioè[1554]: Eisdem temporibus dominus Wernerius libros legum, qui dudum neglecti fuerant, nec quisquam in eis studuerat, ad petitionem Mathildis comitissae renovavit, ec. Credette il Sigonio che s'ingannasse l'Urspergense nell'attribuir questa gloria alla contessa Matilda, che era già defunta. Ma l'Urspergense, che aveva all'anno 1115 riferita la morte d'essa contessa, ben sapea ch'essa nell'anno 1126 non era in vita. Però volle dire che Guarnieri fioriva in questi tempi, ma che molto prima, ad istanza di Matilda, aveva intrapreso di spiegare i Digesti e l'altre leggi di Giustiniano trascurate ne' secoli addietro, e certamente conosciute prima che i Pisani portassero (se è pur vero) da Amalfi le Pandette appellate pisane, ed oggidì fiorentine. Ora certo è, confessandolo anche gli stessi dotti bolognesi, che questo Warnieri, ossia Guarnieri, chiamato da altri Irnerio, il primo fu che aprisse in Bologna scuola di giurisprudenza romana; e di qui ebbe il suo primo principio, siccome ho altrove osservato[1555], lo studio di Bologna, consistente a tutta prima in un solo lettor di leggi, ma di mano in mano accresciuto di lettori dell'altre scienze ed arti: per la qual diligenza si formò un'università, che portò poi il vanto di primaria fra tutte le italiane: giacchè oggidì si sa anche in Bologna essere un'impostura del secolo susseguente il diploma di Teodosio minore, da cui si dice fondata fin dall'anno di Cristo 431 l'università bolognese.
Benchè patisca qualche difficoltà un altro documento da me prodotto[1556], appartenente ad essa città di Bologna; pure vo io credendo sussistente notizia che quel popolo nel dì 7 di maggio del presente anno, mentre l'imperadore Arrigo dimorava in Governolo, ottenesse da lui la remission delle offese, e una conferma de' privilegii e delle consuetudini di quella città, la quale in questi tempi non men della Romagna riconosceva per suo sovrano l'imperadore ossia il re d'Italia. Dopo aver tenuto il concilio lateranense, papa Pasquale II nello stesso mese di marzo ebbe non poche inquietudini e travagli: se pure questo avvenimento non si dee riferire all'anno precedente[1557]. Mancò di vita il prefetto di Roma. Pietro di Leone faceva una gran figura allora in essa città, e da Benzone vescovo scismatico d'Alba vien chiamato Giudeo, perchè Ebreo fatto Cristiano. Orderico Vitale[1558] all'anno 1119 scrive che un figliuolo d'esso Pietro fu sprezzato da tutti propter odium patris ipsius, quem iniquissimum foeneratorem noverunt. Ora costui attese a far succedere in quella illustre carica un suo figliuolo coll'appoggio del papa. Ciò saputosi dai Romani, non perderono tempo ad eleggere prefetto un figliuolo del prefetto defunto, tuttochè di età non per anche atta ad un tal ministero, perchè fanciullo. Indi il presentarono al papa, acciocchè il confermasse: cosa che egli ricusò di fare, e si dee ben avvertire per conoscere intorno a questo l'autorità del sommo pontefice. Quindi si venne alle minaccie, e poscia alla guerra ne' giorni della settimana santa e di Pasqua fra le genti armate del papa ed esso popolo romano. Tolomeo, uno de' principali Romani, e zio del giovinetto prefetto, benchè sulle prime prendesse la protezion del papa, e ne ottenesse perciò la Riccia, pure non istette molto a rivoltarsi contra di lui. E perchè dalle soldatesche pontificie fu fatto prigione esso nipote di Tolomeo fuori di Roma, lo stesso Tolomeo con un corpo d'armati andò a liberarlo dalle loro mani. Un tal fatto tirò dietro la ribellion di molte terre in quei contorni e della Marittima, e di quasi tutta Roma. Il buon papa, a cui non piaceva il comperarsi la quiete collo spargimento del sangue, amò meglio di ritirarsi fuor di Roma a Sezza. Durante questo contrasto, i Romani scaricarono il lor furore contro le case di Pietro Leone e de' suoi aderenti. Andò poscia a poco a poco calando questo fuoco, in guisa che, secondo Falcone Beneventano, il papa rientrò in Roma e nel palazzo del Laterano. I Romani ribelli a poco a poco tornarono alla di lui divozione ed ubbidienza.
NOTE:
[1545] Abbas Urspergensis, in Chron. Labbe, Concilior., tom. 10.
[1546] Landulfus junior, Hist. Med., cap. 29.
[1547] Abbas Urspergensis, in Chron.
[1548] Antichità Estensi, P. I, cap. 29.
[1549] Dandulus, in Chron., tom. 12 Rer. Ital.
[1550] Antiquit. Ital., Dissert. XI.
[1551] Antiquit. Ital., Dissert. XLIII.
[1552] Ibidem, Dissert. XXXI.
[1553] Ibidem, Dissert. XLIV.
[1554] Abbas Urspergensis, in Chron.
[1555] Antiquit. Italic., Dissert. XLIV.
[1556] Antiq. Ital., Dissert. XI.
[1557] Pandulfus Pisanus, in Vita Paschalis II. Falco Beneventanus, in Chron.
[1558] Orderic. Vital., Hist. Eccles., lib. 12.
Anno di CRISTO MCXVII. Indizione X.
PASQUALE II papa 19. ARRIGO V re 12, imperad. 7.
Funestissimo riuscì quest'anno all'Italia e Germania[1559]. Era tutta sossopra la Germania per le guerre civili che la laceravano, sostenendo alcuni principi il partito dell'imperadore, ed altri usando l'armi, e tutto dì fabbricando congiure contra di lui. Vi si fece anche sentire un terribil tremuoto, di cui simile non restava memoria. Ma questo vieppiù micidiale si provò in Italia. Per attestato dell'Annalista Sassone[1560], Verona civitas Italiae nobilissima aedificiis concussis, multis quoque mortalibus obrutis corruit. Similiter in Parma, et Venetia, aliisque urbibus, oppidis, et castellis non pauca hominum millia interierunt. In Cremona, per attestato di Sicardo[1561], cadde, fra gli altri edifizii, la cattedrale. Cominciò questo flagello sul principio dell'anno, e per quaranta giorni si andarono sentendo varie altre funestissime scosse per universam fere Italiam, come lasciò scritto Pietro Diacono[1562]. Landolfo da san Paolo[1563] anch'egli parla di questo spaventevole tremuoto, qui regnum Longobardorum penitus commovit et quassavit, et me nimirum (ovvero nimium) vigilare fecit. Vidersi ancora nuvoli di color di fuoco e sangue vicini alla terra, e corse anche voce d'altri molti prodigii, prodotti forse piuttosto dall'apprensione, che realmente accaduti, i quali però sparsero il terrore dappertutto. Nel qual tempo Giordano arcivescovo di Milano tenne un concilio, al quale intervennero i suoi suffraganei coi consoli e magistrati di quella città. Ora il rumore di tante calamità e dei divolgati strani prodigii s'accrebbe non poco in quei creduli tempi, con fama ancora di sangue piovuto dal cielo; e servirono tutti questi successi a far più che mai desiderare all'Augusto Arrigo la pace colla Chiesa. Però spedì varii ambasciatori a trattarne col papa, ma senza frutto. Perciocchè confessava bensì il pontefice di non averlo scomunicato, ma che la scomunica fulminata contra di lui dai concilii, vescovi e cardinali, principali membri della Chiesa, non si potea levare se non coll'assenso e consiglio d'essi. Arrigo, mal soddisfatto di tali risposte, credette meglio di passare a Roma stessa per trattar più da vicino i suoi affari col sommo pontefice. E tanto più l'animava a questo viaggio la buona corrispondenza che passava fra lui e la nobiltà romana. Allorchè egli intese nell'anno precedente la discordia insorta fra esso papa e i Romani a cagion di Pietro di Leone, per attestato di Pietro Diacono[1564], xenia imperialia urbis praefecto et Romanis transmisit, adventum suum illis praenuntians affuturum. Infatti, venuta la primavera, l'Augusto Arrigo coll'esercito suo si portò a Roma. Scrive Pandolfo Pisano[1565], che i suoi aderenti e consiglieri furono l'abbate di Farfa, già due o tre volte condannato ad avere la testa recisa dal busto a cagione de' sacrilegii e delle sedizioni sue contra del papa, e Giovanni e Tolomeo nobili romani. Fece egli guerra ad alcune terre e castella fedeli al pontefice: cose bensì di poco momento, ma che nondimeno mossero il popolo e la plebe di Roma ad accoglierlo con plauso e con una specie di trionfo, ma senza che gli venisse incontro niuno de' cardinali, vescovi e clero romano. Poscia cercò di far pace col papa, il quale, al primo sentore della venuta di lui, subito uscì fuori di Roma, e andossene a Monte Casino[1566], ed indi per Capoa a Benevento. Erano i maneggi d'esso pontefice di formare una lega del principe di Capua, del duca di Puglia, e degli altri baroni normanni, per opporsi al vicino Arrigo. Poca disposizione dovette egli trovare in quei principi. Intanto Arrigo, parte con regali, parte con promesse, si guadagnò gli animi de' consoli, senatori e magnati romani. Diede per moglie Berta sua figliuola a Tolomeo console, figliuolo di un altro Tolomeo già console; il quale, se si vuol riposare sull'attestato di Pietro Diacono suo parente, ex Octavia stirpe progenitus erat. Si sarebbe trovato quello storico in uno non lieve imbroglio, se avesse preso a recar pruove di questa gloriosa genealogia. Ma neppure in quei barbari tempi vi era scarsezza di adulatori, e di chi adulava sè stesso. Confermò Arrigo al medesimo Tolomeo tutti i beni e stati a lui provenuti da Gregorio suo avolo.
Saltò poscia in testa ad esso Augusto di farsi coronare di nuovo nella basilica vaticana, e in una magnifica congregazion de' Romani fece di grandi sparate, con esporre la sua ardente inclinazione alla pace; ma gli fu risposto a tuono dagli ecclesiastici, che rovesciarono sopra di lui la colpa delle discordie e dei disordini, senza che in lui apparisse ombra di pentimento. In somma, giacchè in Roma non v'era, nè vi voleva essere papa Pasquale, nel dì di Pasqua fecesi coronare in san Pietro da Burdino, altrimenti appellato Maurizio arcivescovo di Braga, che due anni prima, uscito di Spagna, con grande sfarzo era venuto a Roma a cagion di alcune differenze coll'arcivescovo di Toledo. Costui era allora sì caro a papa Pasquale, che, in occasion della venuta a Roma dell'imperadore Arrigo, lo spedì a lui per trattare della sospirata concordia. Ma lo ambizioso prelato lasciossi talmente guadagnare dalle carezze e promesse d'Arrigo, che s'indusse a dargli la corona: azione procurata con tutto studio dall'imperadore, acciocchè apparisse, che se non la potea avere dal papa, la riceveva almen dalle mani di chi facea la figura di legato apostolico. Ma ciò appena s'intese alla corte pontificia, residente allora in Benevento, che il papa, intimato un concilio nel mese di aprile[1567], scomunicò esso Burdino, anzi il depose, come costa da alcune antiche memorie. Venuta poi la state, e temendo l'Augusto Arrigo l'aria e i caldi di Roma, se no tornò in Lombardia a soggiornare in luoghi di miglior aria e fresco. Verisimilmente Arrigo il Nero duca di Baviera, della linea estense di Germania, dovette in queste congiunture far la sua corte ad esso imperadore[1568]. Noi il troviamo non solamente in Italia, ma anche nella nobil terra d'Este, dove nel dì 4 d'ottobre del presente anno tenne un placito, ed accordò la sua protezione al monistero di santa Maria delle Carceri, coll'imporre la pena di due mila mancosi d'oro ai contravvenienti. Dal che siam condotti a conoscere che anche la linea estense dei duchi di Baviera riteneva almeno la sua parte nel dominio d'Este, e nell'eredità del marchese Azzo II. Dalla Cronica del monistero di Weingart[1569] siamo avvertiti che fra la sua linea e quella de' marchesi estensi durò un pezzo discordia e guerra a cagion di tale eredità. Forse il duca Arrigo, prevalendosi in quest'anno del buon tempo, mentre l'imperadore colla sua armata si trovava in quelle parti, si mise in possesso d'Este. Come poi si componessero queste liti, lo vedremo all'anno 1154. Infestarono nell'anno presente gli Ungheri la Dalmazia, siccome vogliosi di ritorre ai Veneziani la città di Zara[1570]. Con una poderosa flotta di navi, carica di cavalleria e fanteria, passò a quella volta Ordelafo Faledro doge di Venezia. Attaccò battaglia con que' Barbari, ma ebbe la disgrazia di lasciarvi la vita. Fu riportato a Venezia il di lui cadavero, ed eletto doge in sua vece Domenico Michele, benchè vecchio, pieno nondimeno di spiriti guerrieri, di prudenza e di religione. Da un documento, ch'io ho dato alla luce[1571], si raccoglie che in questi tempi Guarnieri era tuttavia duca di Spoleti e marchese di Camerino. Da lui o da un altro dello stesso nome prese poi quella che oggidì si appella marca d'Ancona, la denominazione di Marca di Guarnieri, come ho provato altrove[1572]. Apparisce da un altro documento[1573] che in questi medesimi tempi era marchese di Toscana Rabodo, messo a quel governo dall'imperadore.
NOTE:
[1559] Abbas Urspergensis, in Chron.
[1560] Annalista Saxo, apud Eccardum.
[1561] Sicard., in Chron.
[1562] Petrus Diaconus, Chron. Casin., lib. 4, cap. 62.
[1563] Landulfus junior, Histor. Mediol., cap. 36.
[1564] Petrus Diaconus, Chron. lib. 4, cap. 60.
[1565] Pandulfus Pisanus, in Vita Paschalis II.
[1566] Petrus Diaconus, Chron. Casin., lib. 4, cap. 60.
[1567] Falco Beneventan., in Chron.
[1568] Antichità Estensi P. I, cap. 29.
[1569] Chron. Weingart., tom. 1 Scriptor. Brunswic. Leibnitii.
[1570] Dandul. in Chron., tom. 12 Rer. Ital.
[1571] Antiquit. Italic., Dissert. V, pag. 173.
[1572] Antichità Estensi, P. I.
[1573] Antiquit. Italic., Dissert. VI, pag. 315.
Anno di CRISTO MCXVIII. Indizione XI.
GELASIO II papa 1. ARRIGO V re 15, imperad. 8.
Abbiamo da Pandolfo Pisano[1574], scrittore contemporaneo della vita di Pasquale II, che questo pontefice nello autunno dell'anno precedente era venuto ad Anagni. Quivi per la vecchiaia e per li patimenti fatti cadde infermo, e si ridusse a tale, che i medici il davano per ispedito. Tuttavia si rimise alquanto in forze, di maniera che potè venire a Palestrina, dove celebrò il santo Natale ed anche l'Epifania, e congedò gli ambasciatori di Alessio Comneno imperadore d'Oriente, il quale finì appunto i suoi giorni in quest'anno, con aver per successore Giovanni suo figliuolo. Ciò fatto, coraggiosamente venne il buon papa con un corpo d'armati alla volta di Roma, et liberaturus beati Petri basilicam, incautis hostibus Romam in porticum venit. Legge il padre Papebrochio in portica, e spiega tal parola in lectica. Ma è da sapere che il portico di san Pietro contiguo alla basilica vaticana, e spesse volte menzionato nelle antiche storie, volgarmente veniva chiamato la portica. Però in portica altro non è ivi che porticum, come ha il testo della biblioteca estense, di cui mi son servito io nell'edizion delle Vite di Pandolfo Pisano. Tal timore arrecò la venuta del pontefice in quel luogo al prefetto di Roma e a Tolomeo, capi de' sediziosi romani, che già pensavano a nascondersi. Ma aggravatasi l'infermità del pontefice, mentre stava preparando le macchine militari per cacciar colla forza da san Pietro i nemici, questa il condusse al fine de' suoi giorni nel dì 21 di gennaio come pruova il padre Pagi[1575]. Piissimo, saggio ed ottimo pontefice, che in tempi sommamente torbidi si seppe regolare con prudenza, carità e mansuetudine; e merita scusa se nella sua prigionia non fece di meglio. Vero è che il cardinal Baronio[1576] non gli sa perdonare, perchè mai non si volesse indurre dipoi a scomunicar Arrigo V, dopo gli strapazzi ricevuti da lui, con dire ch'egli visus est languescere et hebescere, e che per non avere aderito ai cardinali, i quali proferirono essa scomunica, magnam ipse sibi notam inussit, summam vero laudem sibi pepererunt cardinales. Questo papa nondimeno non già biasimo, ma lode riporterà di aver così operato presso chiunque rifletterà che in tal maniera diede egli a conoscere la delicatezza della sua coscienza. Rivocò egli la concession dell'investiture, perchè era obbligato a non approvar quel disordine. Per conto poi di Arrigo, niun ostacolo riteneva i cardinali dallo scomunicarlo; ma il buon papa non conobbe dall'un canto necessarie le censure, e dall'altro gli stava davanti agli occhi l'avere col giuramento chiamato Dio in testimonio della sua promessa di non fulminare contra dell'imperador la scomunica. Secondo il Baronio, non teneva quel giuramento; ma meglio fia il credere ad un papa, ch'esso teneva in quella congiuntura. Almeno poteva esserci dubbio, e il buon pontefice volle eleggere la parte più sicura, con osservar la parola e il giuramento fatto, e lasciar correre intanto la scomunica de' cardinali e d'altri contra d'Arrigo: il che era bastante al bisogno. Fu poi portato nel dì seguente il corpo imbalsamato d'esso Pasquale II alla sepoltura nella basilica lateranense in un mausoleo: al che niuno de' Romani fece opposizione, giacchè si trattava di ammetterlo morto. Tre giorni dopo la morte del papa si raunarono i vescovi e cardinali con alquanti senatori e consoli romani per trattare dell'elezion del successore[1577]. Cadde questa sopra la persona di Giovanni Gaetano, già monaco casinense, poscia cardinale e cancelliere della santa romana Chiesa, vecchio venerando per l'età e più per le sue virtù e per gl'illibati costumi. Abbiamo la sua Vita elegantemente scritta da Pandolfo Pisano, autore contemporaneo, ed illustrata da Costantino Gaetano abbate benedettino. Prese poscia il nome di Gelasio II.
Ma appena si sparse la voce del papa eletto, che Cencio Frangipane, uno dei fazionarii dell'imperadore, con una mano di masnadieri ruppe le porte della chiesa, prese il pontefice eletto per la gola, con pugni e calci il percosse, e a guisa di un ladrone il trasse alla sua casa, e quivi l'imprigionò. All'avviso di questo esecrabil attentato, furono in armi Pietro prefetto di Roma, Pietro di Leone con altri nobili, e dodici rioni della città coi Trasteverini; e saliti in Campidoglio, spedirono tosto istanze e minacce ai Frangipani, perchè rimettessero in libertà il papa. Fu egli in fatti rilasciato, e trionfalmente condotto al palazzo del Laterano, quivi con tutta pace cominciò a dar udienza alla nobiltà romana, che in copia concorreva ad onorarlo. Si andava intanto divisando di aspettar le quattro tempora, nelle quali l'eletto pontefice, che solamente era diacono, si potesse promuovere al presbiterio e consecrar papa: quando eccoti nuova una notte che l'imperadore Arrigo era segretamente arrivato con gente armata nel portico di san Pietro[1578]. Trovavasi egli sul Padovano, o, per dir meglio, ne' contorni del Po verso Torino, come ha Landolfo da san Paolo; e udita appena la morte di papa Pasquale, frettolosamente si mise in viaggio coll'esercito alla volta di Roma, e colà all'improvviso arrivò nel dì 2 di marzo, quando egli avea dianzi fatto sapere a Roma che solamente per Pasqua volea venirvi. Ora all'avviso di così impensato arrivo, spaventato il papa, con tutta la sua corte si ritirò per quella notte in una casa privata, e la seguente mane imbarcatosi con tutti i suoi in due galee, pel Tevere discese al mare. Ma si trovò terribilmente gonfio esso mare con pioggia e tuoni; lo stesso Tevere era in tempesta; però convenne prendere terra. Ugo cardinale d'Alatri, col benefizio della notte, prese il papa sulle sue spalle, e miselo in salvo nel castello d'Ardea, perciocchè già i Tedeschi battevano le rive di quel fiume. Essendo ritornati costoro la mattina a Porto, giurarono i cortigiani del papa che il papa era fuggito; ed essi perciò si ritirarono. Fu ricondotto il pontefice in nave, e dopo varii pericoli nel mare tuttavia grosso, arrivò a Terracina, e di là a Gaeta, patria del medesimo papa, dove con gran solennità si vide accolto. Colà concorsero varii arcivescovi, vescovi ed abbati per onorarlo. Vi spedì anche l'imperadore i suoi messi per pregarlo di ritornare a Roma, a farsi consecrare, e mostrando gran premura di assistere ad una tal funzione, e che questa sarebbe la maniera più facile per ristabilir l'unione. E non facendolo, aggiunse minaccie. Non parve al saggio pontefice sano consiglio il fidarsi di un principe che avea sì sonoramente perduto il rispetto al suo predecessore, con cui anch'egli fu fatto prigione. E per conto del trattato di pace[1579], fece sapergli che vi darebbe volentieri mano in luogo e tempo proprio, cioè in Milano o in Cremona, per la festa di san Luca. Scelse il pontefice queste due potenti città, perchè già divenute libere e divotissime de' sommi pontefici; giacchè egli non si potea fidar de' Romani, gente venale in que' tempi, e tante volte provati da' suoi predecessori e da lui stesso per poco fedeli. Fu egli poscia ordinato prete e vescovo nelle quattro tempora di marzo, alla qual funzione, oltre ad una gran copia di prelati e d'innumerabil popolo, intervennero ancora Guglielmo duca di Puglia e Calabria, Roberto principe di Capoa, e Riccardo dall'Aquila duca di Gaeta, principi che in quella occasione giurarono fedeltà ed omaggio ad esso papa Gelasio, siccome a sovrano temporale de' loro Stati. Accorgendosi intanto l'imperadore Arrigo che non vi restava apparenza di poter condurre a' suoi voleri il papa, passò ad un eccesso troppo indegno di principe cristiano, e di chi voleva essere nominato e creduto difensore della Chiesa romana. Cioè unito con que' pochi o molti nobili romani che stavano attaccati al suo partito, fece dichiarar papa, voglio dire antipapa, Maurizio Burdino (che già vedemmo arcivescovo di Braga, e scomunicato dal medesimo papa Pasquale II), die quadragesimo quarto post electionem nostram, dice papa Gelasio nella lettera scritta ai vescovi e principi della Francia. Per conseguente la promozione di questo mostro dovette succedere circa il dì 9 di marzo: il che vien confermato da Landolfo da san Paolo[1580], che la scrive avvenuta septimo idus martii. Aggiugne questo istorico che Arrigo fece valere presso i Romani la risposta data da Gelasio di discutere la controversia del papato in Milano o in Cremona, e che essi clamaverunt: numquid honorem Romae volunt illi transferre Cremonae? Absit. Però si animarono ad eleggere un altro papa. Oltre a ciò, magister Guarnerius de Bononia, et plures legis periti populum romanum convenerunt, per fargli credere che si potea passare a quella sacrilega elezione e consecrazione. Questo è il medesimo Guarnieri di cui s'è parlato di sopra all'anno 1116. Veggasi che gran sapere e che buona coscienza avesse questo sì decantato restitutore della giurisprudenza romana. Prese l'empio ed ambizioso Burdino il nome di Gregorio VIII, e fu condotto al palazzo del Laterano, dove fece da papa per tre mesi, predicò al popolo, ed anche nel dì 2 di giugno coronò Arrigo nella basilica vaticana.
Da Gaeta passò papa Gelasio a Capoa. S'era avuto qualche sentore in Gaeta della promozione dell'antipapa, in Capoa se n'ebbe la certezza[1581]; e però, secondo Pietro Diacono[1582], il papa insieme coi vescovi e cardinali pubblicamente scomunicò l'imperadore e l'occupatore indegno della sedia di san Pietro con tutti i loro complici. Ciò dovette seguire prima del fine di marzo, quando sussista che Burdino fosse promosso circa il di 9 di quel mese. Celebrò dipoi con solennità magnifica in essa città la santa Pasqua, che in quest'anno cadde nel dì 14 d'aprile. E perciocchè s'intese che l'imperadore aveva assediata la Torricella, castello pontificio, il papa ordinò a Guglielmo duca di Puglia, a Roberto principe di Capoa e agli altri baroni di metter insieme l'armata per procedere contra di Arrigo. Si trasferì dipoi a Monte Casino, dove con sommo onore fu ricevuto da que' monaci; e dopo essersi fermato quivi, vennero a trovarlo i messi dell'imperadore, ma senza sapersi con qual commessione, nè se dessero loro udienza. Se ne tornò dipoi a Capoa; e udito che l'Augusto Arrigo era incamminato alla volta di Lombardia, con lasciare il suo idolo a Roma, determinò di tornarsene anch'egli alla sua residenza. Infatti segretamente entrò coi suoi in Roma, e prese alloggio in una picciola chiesa, posta entro le case di Stefano normanno, di Pandolfo suo fratello e Pietro Latrone nobili romani, dove trattò dipoi con tutti i suoi parziali del clero e della nobiltà intorno al rimedio. Alle istanze di Desiderio cardinale, si arrischiò egli nel dì 21 di luglio di cantar messa nella chiesa di santa Prassede, titolare di esso cardinale: risoluzione che gli costò ben cara. Imperocchè, mentre era dietro a celebrare i divini uffizii, eccoti che i Frangipani con un copioso stuolo d'armati vengono per isforzar quelle case. Loro si opposero i suddetti nobili con Crescenzio nipote del medesimo papa, e si diede principio ad una fiera battaglia, offendendo gli uni, e difendendo gli altri. Intanto il papa sbigottito ebbe maniera di mettersi in salvo: del che accertato Stefano normanno, facilmente indusse i Frangipani a depor le armi e a ritirarsi. Trovossi il papa nella campagna di san Paolo, e quivi, raunati i suoi, pubblicò il suo pensiero di andarsene lungi da Roma, chiamata da lui nuova Babilonia, non già per conto della Chiesa, ma perchè nel temporale tutti vi facevano i padroni, nè pace nè fedeltà vi si potea trovare; laonde egli diceva: Io vorrei piuttosto, se mai fosse possibile, avere un solo imperadore, che tanti in Roma. Decretò pertanto vicario suo in essa città Pietro vescovo di Porto, e governatore di Benevento Ugo cardinale, che seppe dipoi difendere quella città contro de' Normanni, confermò prefetto di Roma Pietro, e dichiarò confaloniere Stefano normanno. Quindi congregate assai navi, ed imbarcatosi con sei cardinali, e molti nobili e cherici, felicemente navigando pervenne a Pisa, dove con immenso onore ed allegrezza accolto nel dì 2 di settembre spedì varii privilegii, rapportati da Costantino Gaetano, e consecrò la chiesa primaziale di quella città. Sul principio d'ottobre passò il pontefice a Genova, dove fece la consecrazione di quella cattedrale; e continuato il viaggio per mare, sbarcò finalmente al monistero di santo Egidio, una lega lungi dal Rodano, e passò alla città di Magalona, e poscia ad Avignone e ad altre città della Francia. Nè si dee tacere, come cosa di rilievo, che Gualtieri arcivescovo di Ravenna, seguendo, non l'esempio di alcuni suoi antecessori scismatici, ma il dovere del suo ministero, fece in questi tempi risplendere la sua divozione verso il vero papa Gelasio II, e con questo meritò ch'esso pontefice rimettesse sotto la metropoli di Ravenna le chiese di Piacenza, Parma, Reggio, Modena e Bologna, a lei tolte da Pasquale II, come costa da sua bolla, rapportata da Girolamo Rossi[1583], data Romae VII idus augusti, Indictione XI, anno dominicae Incarnationis MCXIX, oppure, come ha il testo del cardinal Baronio[1584], kalendis septembris, Indictione XII, anno MCXIX. Comunque sia, spetta all'anno presente quella bolla, essendo ivi adoperato l'anno pisano, incominciato nel dì 23 di marzo. Nell'anno seguente 1119, del mese d'agosto, Gelasio, lungi dall'essere in Roma, neppur era tra i vivi. Fra quegli ecclesiastici che tennero il partito dell'imperadore Arrigo V in queste turbolenze, si contò anche Beraldo abbate dell'insigne monistero di Farfa co' suoi monaci. Però nell'anno presente egli ottenne un magnifico privilegio da esso Augusto, da me dato alla luce[1585] nella Cronica di Farfa, in cui contro il dovere fu sottoposto a quel monistero l'altro al pari riguardevole di san Vincenzo del Volturno: cosa che non ebbe poi effetto veruno. Intanto l'imperadore Arrigo se ne tornò in Lorena, dove attese con carezze e minacce a ricondurre nel suo partito que' popoli che s'erano a lui ribellati. Non mancarono in Germania ed Inghilterra persone che aderirono all'antipapa; ma i più di que' regni e tutta la Francia e quasi l'Italia tennero per legittimo papa Gelasio.
Secondo gli storici pisani, fin dall'anno 1092[1586] era stata eretta in arcivescovato la chiesa di Pisa. Ma forse perchè non ebbe effetto l'autorità di quegli arcivescovi sopra i vescovati della Corsica, noi abbiamo da Pietro Diacono che papa Gelasio II, allorchè fu in Pisa, in ricompensa de' servigi a lui prestati colle lor galee dai Pisani[1587], primus in eadem urbe archiepiscopatum instituit. Alcuni Annali pisani dicono[1588] ch'egli pisanam ecclesiam tam privilegio quam ore proprio in metropolitanam confirmavit sublimitatem. Altri Annali da me pubblicati[1589] hanno: Et dedit archiepiscopum pisanae civitati, quia usque tunc tantum episcopus erat, excepto Daiberto, qui quamvis declaratus, non potuit residere, quia eodem tempore fuit creatus patriarcha civitatis sanctae Hierusalem. Ma secondo gli Atti dell'archivio pisano da me dati alla luce[1590], certa cosa è che Daiberto nell'anno 1094 e nel 1098 s'intitola pisanae civitatis archiepiscopus. Per conseguente, è da credere che sotto Urbano II fosse alzata al grado archiepiscopale la chiesa pisana; ma perciocchè i vescovi della Corsica non vollero dipoi riconoscere per loro arcivescovo il pisano, papa Gelasio in quest'anno con bolla nuova di maggiore efficacia confermò quel diritto alla chiesa di Pisa; e che ciò sortisse il suo effetto, lo vedremo all'anno seguente. La maledetta discordia nel presente svegliò una arrabbiata guerra fra i popoli di Milano e di Como[1591]. Vescovo cattolico di Como era Guido in questi tempi. Landolfo da Carcano nobile milanese, ed uno dei canonici ordinarii di quella metropolitana, per quanto pretende il padre Tatti[1592], era già stato investito di quella chiesa da Arrigo IV fra i re e III fra gl'imperadori. Landolfo da san Paolo aggiunge che questi era anche stato consecrato dal patriarca d'Aquileia suo metropolitano. Ma perchè fu scomunicato da papa Urbano II, non potè entrar allora in possesso di quella chiesa. Ora, dacchè fu creato l'antipapa Burdino, ed Arrigo V venne verso la Lombardia, Landolfo dovette alzar la testa, e tentare il possesso di quel vescovato. Ma riuscì alle genti del vescovo Guido e a' Comaschi di farlo prigione; nella quale occasione venne morto Ottone nipote del medesimo Landolfo, ed egregio capitano de' Milanesi. Se ne fece gran rumore in Milano; e nobili e plebei nel consiglio della città gridavano ad alta voce vendetta contra de' Comaschi. Sopraggiunto l'arcivescovo Giordano, maggiormente accese il fuoco, con far querela per danni recati dal popolo di Como ai beni e agli uomini del suo arcivescovato. Fece di peggio questo arcivescovo, che ben dovea dar poco guasto alla Scrittura; perciocchè, fatte serrar le porte delle chiese, vi negava l'ingresso al popolo di Milano, se non andava coll'armi a spargere il sangue de' Comaschi, e a vendicarsi della lor malignità. Insomma i Milanesi gridarono all'armi, e a bandiere spiegate marciarono contra di Como. Diedero battaglia presso a Monte Baradello al popolo comasco, che, colto all'improvviso e sentendosi inferiore di forze, la notte seguente si fuggì al suddetto monte, e lasciò libera la città al furor dei Milanesi, i quali con saccheggiarla, e poi darla alle fiamme, sfogarono la lor collera, e liberarono il falso vescovo Landolfo dalla prigione. Ma i Comaschi guatando dall'alto del monte l'eccidio della patria, portati dalla disperazione, ecco che all'improvviso arrivano addosso ai nemici, e trovandoli sbandati e intenti solo alla preda, molti ne uccidono, molti ne fan prigioni, e il resto mettono in fuga, con ritornar padroni della propria città. Questo fatto servì a maggiormente inasprire il potente popolo di Milano, il quale continuò dipoi per più anni la guerra contro di Como, tirata in sua lega l'isola ed altri popoli di quel lago; e giunse in fine, siccome vedremo, a dar l'ultimo crollo a quell'infelice città. Vedesi pienamente descritta questa guerra da un poeta comasco contemporaneo[1593]. In questi medesimi tempi si tenne in Milano un'adunanza dal suddetto Giordano[1594] e da' vescovi suffraganei, alla quale concorsero ancora i marchesi e conti di Lombardia, per discolpare l'imperadore Arrigo ed amicarlo con que' prelati. Si sa che molti parvero inclinare alla concordia; ma l'arcivescovo cogli altri prelati sostennero il partito della Chiesa, senza poi sapersi comprendere come i Milanesi cotanto sostenessero contra i Comaschi il suddetto scismatico Landolfo, riprovato dai sommi pontefici. E qui comincia a trasparire qualche principio delle fazioni de' Guelfi e Ghibellini. I marchesi, conti ed altri vassalli dell'imperio tenevano per l'imperadore, i prelati di molte città col popolo gli erano contrarii.
NOTE:
[1574] Pandulfus Pisanus, P. 1, tom. 3 Rer. Ital.
[1575] Pagius, in Crit. Baron.
[1576] Baron., in Annal. Eccles. ad ann. 1112.
[1577] Pandulfus Pisanus, in Vita Gelas. II, P. I, tom. 3 Rer. Italic.
[1578] Falco Beneventanus, in Chron.
[1579] Gelas. II, Epist. apud Wilhelm. Malmesburiensem.
[1580] Landulfus junior, Hist. Mediol., cap. 32, tom. 5 Rer. Ital.
[1581] Pandulfus Pisanus, in Vit. Gelasii II.
[1582] Petrus Diaconus, Chron. Casinens., lib. 4, cap. 64.
[1583] Rubeus, Histor. Ravenn, lib. 5.
[1584] Baron., in Append. tom. 12 Annal. Eccl.
[1585] Chron. Farfense, P. II, tom. 2 Rer. Ital.
[1586] Ughell., Ital. Sacr., tom. 3.
[1587] Petrus Diaconus, Chron. Casinens., lib. 4, cap. 64.
[1588] Annal. Pisani, apud Ughell., Ital. Sacr.
[1589] Rer. Ital., tom. 5.
[1590] Antiquit. Italic., tom. 3.
[1591] Landulfus junior, Hist. Mediolan., cap. 34.
[1592] Tatti, Annal. Com.
[1593] Cuman. Poeta, tom. 5 Rer. Ital.
[1594] Landulf. junior, Hist. Mediolan., cap. 34.
Anno di CRISTO MCXIX. Indizione XII.
CALLISTO II papa 1. ARRIGO V re 14, imperad. 9.
Lasciò scritto Corrado abbate Urspergense[1595] che papa Gelasio II tenne in quest'anno un concilio in Vienna del Delfinato; ma non parlandone Pandolfo Pisano, nè altri contemporanei scrittori, il padre Pagi[1596] dedusse l'insussistenza di un tal concilio, buonamente ammesso dal Baronio, Labbe, Costantino Gaetano, ed altri. Avea bensì il pontefice eletta la città di Rems per celebrarvi il concilio, e trattar ivi dell'importante affare delle investiture; ma Dio non gli concedè tanto di vita da poter eseguire il suo pio disegno. Visitò egli intanto alcune città e chiese; vennero in gran numero prelati ed ambasciatori a venerarlo; e notano gli scrittori, che intesa la di lui povertà, una immensa copia di regali e danari, o spontanei, o comandati, da ogni banda concorse per sollevare i di lui bisogni. Orderico Vitale[1597] nondimeno sparla per questo di lui. Si trasferì il buon pontefice, secondo il cardinale d'Aragona, a Mompellieri, e a Tolosa e nell'Auvergne; per attestato d'altri, a Vienna, poscia a Lione, e di là a Mascone, dove si aggiunse alla gotta, di cui egli pativa, anche un principio di pleuritide. Era egli incamminato alla volta del celebre monistero di Clugnì, e però, benchè infermo, fece affrettare il viaggio, tanto che giunse a quel sospirato sacro luogo. Quivi aggravatosi sempre più il suo male, rendè l'anima al Creatore nel dì 29 di gennaio. In questo preciso giorno concorrono le autorità dei migliori storici, nè merita fede chi il fa morto alcuni giorni prima. Fu data sepoltura nella chiesa del suddetto insigne monistero a questo pontefice, compianto da tutti, siccome personaggio atto a recar gran bene alla Chiesa cattolica, se Dio non l'avesse tolto sì presto. Prima di morire, chiamò egli a sè que' pochi cardinali che erano seco[1598], e volle disegnar suo successore Ottone vescovo di Palestrina; ma questi se ne scusò con allegare la propria debolezza, e il bisogno di spalle migliori per sostenere l'afflitta Chiesa, e consigliò piuttosto di far cadere questa elezione sopra Guido arcivescovo di Vienna. Fu egli infatti chiamato a Clugnì, o, per dir meglio, l'avea lo stesso papa Gelasio, in partendo da Vienna, incaricato di andarlo a trovar colà; ma questi in cammino intese la di lui morte, e, ciò non ostante, continuò il suo viaggio sino al monistero suddetto. Era il suddetto arcivescovo Guido (chiamato non so come Milone dall'Urspergense) figliuolo di Guglielmo Testardita conte di Borgogna, parente degl'imperadori e dei re di Francia ed Inghilterra. Una sua sorella per nome Guilla fu moglie di Umberto II conte di Morienna, progenitore della real casa di Savoia, e da questo matrimonio nacque Adelaide maritata con Lodovico il Grosso re di Francia. Orderico Vitale, scrittore del presente secolo, parlando di esso Lodovico re, ci assicura di questo fatto con dire[1599]: Hic Adelaidem filiam Humberti principis intermontium duxit uxorem. E Sugerio abbate[1600] fa menzione nobilis Adelaide reginae neptis del mentovato arcivescovo: il che sempre più ci fa intender l'alta riputazione in cui era anche allora la nobilissima casa di Savoia. Raunati dunque i sei cardinali coi Romani che erano venuti accompagnando il defunto pontefice, concordemente elessero papa il suddetto arcivescovo Guido, quantunque egli facesse molta resistenza, sì per non credersi degno di sì eccelsa dignità, e sì per timore, come molti si figuravano, che una tale elezione non fosse approvata dal collegio de' cardinali esistenti in Roma. Seguì essa nel dì primo di febbraio, secondo i conti del padre Pagi. Venne il novello pontefice alla volta di Lione, ed Umbaldo arcivescovo di quella città, acconsentendo alla fatta elezione, il riconobbe ed onorò qual papa legittimo. Passò dipoi a Vienna, dove nel giorno della domenica di quinquagesima, cioè nel dì 9 di febbraio, fu consecrato, se vogliam riposare sulla testimonianza della Storia Vezeliacense[1601], e prese il nome di Callisto II. Però dovrebbe essere scorretto il testo di Pandolfo Pisano, allorchè scrive: cessavit episcopatus diebus XV, e si avrà da scrivere diebus XII; trovandosi non di rado il numero II cambiato in V per poca attenzione de' copisti. Ma è da avvertire che non tardarono i cardinali dopo l'elezione a spedirne l'avviso al sacro collegio rimasto in Roma. Avendola Pietro vescovo di Porto vicario quivi, tosto notificata agli altri cardinali e al clero e alla nobiltà romana, tutti, per opera specialmente di Pietro di Leone, il cui figliuolo Pietro cardinale si trovava in Francia, consentirono ed accettarono per papa il suddetto Callisto II. Dalla di lui Vita, scritta dal poco fa mentovato Pandolfo, scrittore sopra gli altri degno qui di fede, siamo assicurati che questo pontefice fu solamente consecrato papa, allorchè[1602] nuncii redeuntes a Roma, viva voce ac literis electionem ipsam canonice, jureque confirmarunt. Tunc papa solemniter a Lamberto ostiensi episcopo et aliis quamplurimis in Dei nomine consecratus fuit. Perciò non può, a mio credere, sussistere l'opinione del padre Pagi, che il vuole consecrato nel dì 9 di febbraio. Di più tempo fu d'uopo perchè i messi andassero e tornassero da Roma colla approvazione del sacro collegio romano.
Leggonsi nel codice di Uldarico da Bamberga, pubblicato dall'Eccardo[1603], e presso i padri Martene e Durand[1604] le lettere scritte da' cardinali residenti in Roma ai cardinali oltramontani, nelle quali confermano l'elezion di Callisto II fatta per necessità oltra monti, senza dissimulare che questa si dovea fare ex romanae Ecclesiae filiis presbyteris, et diaconibus, ed anche infra urbem, si possibile fuerit, vel extra in locis finitimis. Confessano nondimeno di confermar la suddetta elezione, quum ex romano more electionem facere impediamur. Per le quali parole si vede allora assai confuso lo stato di Roma, senza che ben s'intenda come essi cardinali romani non avessero libertà di eleggere un papa nuovo. Forse si dirà, perchè Burdino antipapa e i suoi parziali l'impedivano. E pur si vede che potevano adunarsi per confermare l'eletto, e in Roma comandava il vicario pontificio, cioè il vescovo di Porto, e quivi quietamente soggiornava tanti cardinali opposti al medesimo Burdino. In una d'esse epistole presso l'Eccardo è scritto che i cardinali suddetti in Roma col clero e popolo s'erano congregati in kalendis martii, ed aveano dato il loro assenso per l'esaltazione di Callisto al pontificato romano: il che se è vero, fino al marzo convien differire la di lui consecrazione in papa. Trasferitosi dipoi il nuovo pontefice a Tolosa, tenne ivi un concilio VIII idus junii, secondochè si ha da Bernardo di Guidone[1605]. Ma questo nel codice di Uldarico da Bamberga si dice tenuto VII idus julii; e questo si conferma per altre memorie. Che se alcuni lo mettono nell'anno MCXX, questo avvenne perchè si servirono dell'anno pisano, cominciato nel dì 23 di marzo dell'anno presente volgare. Furono ivi fatti alcuni decreti intorno alla disciplina della Chiesa. Nel dì 20 d'ottobre celebrò egli un altro più insigne e numeroso concilio nella città di Rems[1606], dove intervennero quindici arcivescovi più di ducento vescovi, nel quale scomunicò, bensì con dispiacere, l'imperadore Arrigo e il suo antipapa Burdino. Quando sussista il racconto dell'Abbate Urspergense[1607], esso Arrigo dovea essere tornato in Italia, giacchè egli scrive, che avendo esso Augusto inteso come in un concilio di Colonia era stata proferita la scomunica contra di lui, e intimatone un altro in Virtzburg, con fama di volerlo deporre, efferatus animo, Italiae suis copiis cum regina relictis, germanicis se regionibus nimis insperatus exhibuit. Passò la sua rabbia a desolar varii paesi con saccheggi ed incendii. Ma fioccarono tante lettere e messaggi de' vescovi e principi della Germania, che consentì ad un concilio in Triburia, in cui fu dato sesto a molti de' correnti disordini. Il consigliarono ancora molti d'intervenire al concilio di Rems, per trattar ivi la concordia col sacerdozio: se ne trattò fra lui e i legati del papa; ma egli dopo aver promesso e ripromesso, infine sotto varii pretesti sfuggi ogni accordo e deluse chiunque credea già fatta la pace[1608]. Abbiamo da Falcone Beneventano[1609] che anche Landolfo arcivescovo di Benevento tenne in quest'anno un concilio co' vescovi suoi suffraganei, e coll'intervento di alcuni cardinali romani. Continuò intanto la guerra dei Milanesi contra di Como, descritta dall'anonimo poeta comasco. Degno è di osservazioni il numero delle città che inviarono soldatesche in aiuto di Milano, conoscendosi da ciò che erano divenute libere e si reggeano a repubblica. Dice egli dunque dei Milanesi[1610]:
Mittunt ad cunctas legatos agmina partes Ducere; Cremonae, Papiae mittere curant, Cum quibus et veniunt cum Brixia, Pergama: totas. Ducere jussa suas simul et Liguria gentes. Nec non adveniunt Vercellae, cum quibus Astum Et comitissa suum gestando brachio natum.
Cioè la contessa di Biandrate.
Sponte sua tota cum gente Novaria venit, Aspera cum multis venit et Verona vocata: Docta suas secum duxit Bononia leges.
Parole chiaramente indicanti già instituito in quella città lo studio delle leggi romane.
Attulit inde suas Ferraria nempe sagittas. Mantua cum rigidis nimium studiosa sagittis: Venit et ipsa simul quae Guardastalla vocatur. Parma suos equites conduxit carfanienses.
La Garfagnana, provincia di là dall'Apennino, oggidì suggetta alla serenissima casa d'Este (se pur d'essa si parla qui, come è probabile), doveva allora ubbidire a Parma. Ed ecco quante città collegate contro la misera città di Como, al cui soccorso non si legge che alcuno alzasse un dito. Ciò non ostante bravamente si difesero in quest'anno i Comaschi, ed accostandosi il verno, obbligarono tanti nemici a ritornarsene alle lor case. Abbiamo ancora dagli Annali Pisani[1611] che nell'anno presente ebbe principio la guerra tra i Genovesi e Pisani. Non poteano digerire i primi la autorità conferita dal papa agli arcivescovi di Pisa sopra i vescovi della Corsica, e però sfogarono coll'armi il loro maltalento. Lo storico genovese Caffaro scrive[1612] che i Genovesi usciti con sedici galee presero molti Pisani in Goloccio, e con esso loro una gran somma di danaro.
NOTE:
[1595] Abbas Ursperg., in Chron.
[1596] Pagius, ad Annal. Baron.
[1597] Ordericus Vital., Hist. Eccles., lib. 12.
[1598] Falco Beneventanus, in Chron.
[1599] Ordericus Vital., Hist. Eccles., lib. ii.
[1600] Suger., in Vit. Ludovici Gross.
[1601] Historia Vezeliacensis, in Spicileg. Dachery.
[1602] Pandulfus Pisanus, in Vita Callisti II, P. I, tom. 3 Rer. Italic.
[1603] Eccard., Corp. Hist., tom. 2.
[1604] Martene, Veter. Scriptor. tom. I.
[1605] Bernardus Guidonis, P. II, tom. 3 Rer. Italic.
[1606] Labbe, Concilior., tom. 10.
[1607] Abbas Urspergensis, in Chron.
[1608] Hesso apud Labbe, Concilior., tom. 10.
[1609] Falco Beneventanus, in Chron.
[1610] Anonymus Comensis, Poem., tom. 5 Rer. Italic.
[1611] Annal. Pisani., tom. 6 Rer. Ital.
[1612] Caffarus, Annal. Genuens., tom. 6 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCXX. Indizione XIII.
CALLISTO II papa 2. ARRIGO V re 15, imperad. 10.
Celebrò il pontefice Callisto la festa del santo Natale dell'anno precedente in Autun, e di là poscia tornò al monistero di Clugnì. Andò poscia nel febbraio a Valenza del Delfinato, e nel marzo valicate le Alpi, felicemente arrivò a Santo Ambrosio, borgo vicino a Susa, dove fu gran concorso di popoli lombardi a venerarlo e riconoscerlo per papa[1613]. Discese poscia ad populosas Lombardiae civitates, in quibus non minori honorificentia recipiebatur. Landolfo da san Paolo[1614] scrive ch'egli vide questo pontefice nel palazzo di Tortona nella domenica dell'Ulivo, cioè nel dì 11 di aprile. Seco era Giordano arcivescovo di Milano, contra del quale esso istorico portò le sue querele, per essere stato indebitamente spogliato dalla sua chiesa. Ma Lamberto vescovo d'Ostia il mandò in pace con dirgli che in tempo di verno non si calcano le uve nel torchio; e che essi aveano bisogno dell'arcivescovo, nè volevano contristarlo, nè disgustarlo. Venne il papa a Piacenza, dove solennizzò la santa Pasqua, dopo la quale per Monte Bardone, cioè per la strada di Pontremoli, s'inviò alla volta della Toscana. Nell'avvicinarsi a Lucca, ebbe l'incontro di tutta la milizia ben in ordine, e del clero e popolo di quella città, che con gran festa e plauso il condussero alla cattedrale e al palazzo. Dopo tre dì di riposo passò a Pisa, anche ivi con una magnifica processione incontrato da quel clero e popolo[1615]. Rogatus autem ab ipsis Pisanis, et cum magna instantia postulatus, majorem ecclesiam in honorem beatae Mariae, tota ibidem Tuscia concurrente, dedicavit solemniter. Si è di sopra veduto che questa consecrazione viene attribuita a Gelasio suo predecessore, e però il Tronci[1616] pretende che questo autore, creduto da lui Pandolfo Pisano, s'ingannasse in iscrivere così. E veramente Pietro Diacono[1617], scrittore di questi tempi, s'accorda cogli Annali pisani in riferir questo fatto a papa Gelasio II; di modo che più probabile sembra il sentimento degli storici pisani. Avvicinatosi a Roma il pontefice, mirabil fu la commozione ed allegrezza di quel popolo cattolico, a riserva degli scismatici, che rimasero pieni di confusione e terrore. Lo stesso antipapa Burdino, non tenendosi sicuro in quella città, se ne fuggì, e ritirossi nella città di Sutri, dove attese a fortificarsi, sperando soccorso dall'imperadore. Era Callisto II informato della di lui partenza[1618], perciò a dirittura marciò verso Roma. Vennero ad incontrarlo tutti i fanciulli della città con rami d'ulivo o d'altri alberi, con sonore acclamazioni e lodi; poscia i Greci, i Giudei, il clero, la nobiltà e il popolo di Roma con una sterminata processione, da cui fu nel dì 3, oppure nel dì 9 di giugno, come vuol Falcone[1619], introdotto in Roma, e condotto al palazzo del Laterano. Non s'era da gran tempo veduto entrar papa con tanto plauso e giubilo de' Romani. Per qualche tempo si trattenne egli in Roma in pacifico stato, dando cortese udienza a ciascuno[1620]. Ma bisognando di gente per levarsi di dosso l'antipapa, passò dipoi a Monte Casino, dove dimorò alle spese di quel pingue monistero per quasi due mesi. Trasferissi poscia a Benevento nel dì otto di agosto, accolto con immenso tripudio e magnificenza. Fra gli altri gli Amalfitani, ch'erano ricchi mercatanti, e teneano bottega in moltissime città, ornarono tutte le piazze di tele e drappi di seta, e d'altri preziosi ornamenti, con turiboli d'oro e d'argento collocati di sotto, nei quali si bruciava cannella e varii altri odori.
Colà vennero a rendere i loro ossequii al papa Guglielmo duca di Puglia, Giordano principe di Capoa, ed altri conti e baroni di quelle contrade[1621], che gli prestarono omaggio e fedeltà contra omnes homines, come s'ha da Romoaldo Salernitano[1622]; ed egli loro diede l'investitura col gonfalone. Trovandosi poi i contorni di Roma infestati dagli scismatici che svaligiavano i pellegrini, e faceano altri mali, il pontefice si trattenne pel resto dell'anno in quelle parti. Andò alla città di Troia, dove il suddetto duca Guglielmo con grande onore il ricevette, e addestrollo fino alla cattedrale. La menzione da me fatta di Giordano II principe di Capoa richiede ora che io dica che nell'anno presente a dì 5 di giugno terminò i suoi giorni Roberto I, principe di quella città. Mentre egli era gravemente infermo, i Capoani alzarono al principato Riccardo III di lui figliuolo[1623], e secondo il rito già introdotto dai principi di Benevento, il fecero consecrare dal loro arcivescovo. Ma essendo questi sopravvivuto al padre solamente due giorni, in quel dominio succedette Giordano II di lui zio paterno, che andò, siccome dicemmo, a visitar papa Callisto. Sua moglie fu Gaitelgrima figliuola di Sergio principe di Sorrento. Mancò eziandio di vita nel dì 4 di ottobre di quest'anno Giordano arcivescovo di Milano, e nel dì 12 di novembre in suo luogo fu eletto Olrico, che era vicedominus, ossia visdomino[1624], dignità principale in quell'arcivescovato. Tornarono anche nell'anno presente i Milanesi all'assedio di Como, e seguirono varie battaglie; ma in fine senza frutto furono obbligati a ripatriare. Dopo ciò i Comaschi portarono la guerra addosso alle terre ribelli del lago con saccheggi ed incendii. Continuò parimente la guerra fra i Genovesi e Pisani Abbiamo da Caffaro[1625] che i primi si portarono a Porto Pisano con ottanta galee, trentacinque gatte, ventotto golabi e quattro grosse navi, che portavano tutti le occorrenti macchine da guerra, e ventidue mila combattenti tra fanti e cavalli, fra' quali si contarono cinque mila uomini d'armi con corazza ed elmi ben bruniti. Parrà incredibile a' nostri giorni uno sforzo tale d'una sola città, e massimamente trattandosi di cavalleria, e questa condotta per mare. Ma il trasporto d'essi verisimilmente fu in più volte. Se crediamo agli Annali di Pisa[1626], nel 1119 die sancti Sixti Pisani Januenses vicerunt. Poscia all'anno 1121 pisano, spettante al presente, aggiungono che i Genovesi con ventidue galee vennero all'imboccatura dell'Arno, mentre il papa consecrava alcuni altari di quella cattedrale; e che i Pisani gli assalirono e misero in rotta, con prendere sei loro galee. Non così la discorre Caffaro. Tal terrore diede il poderoso esercito de' Genovesi ai Pisani, stanti colla loro armata in terra, che nel settembre dell'anno presente prestarono orecchio ad un trattato di pace de lite Corsicae. Circa questi tempi credono alcuni storici siciliani[1627] che Ruggieri iuniore conte di Sicilia, giovane di mirabil talento, che fra le altre sue prodezze avea già tentato di occupare l'isola di Malta, prese per moglie Alberia figliuola di Alfonso re di Castiglia. Nè si dee tacere ciò che lasciò scritto Sicardo vescovo di Cremona[1628] sotto quest'anno, cioè: Fuit in Italia inter Cremonenses et Parmenses clades bellica, qua Cremonenses cum Parmensibus in parmensi glarea conflixerunt. E questa fu la prima guerra che ebbero i Cremonesi coi Parmigiani.
NOTE:
[1613] Cardin. de Aragon., in Vit. Callisti II.
[1614] Landulfus junior, Histor. Mediol., cap. 35.
[1615] Vita Callisti II.
[1616] Tronci, Annal. Pisan.
[1617] Petrus Diac., Chron. Casin., lib. 4, cap. 64.
[1618] Eginon., Epist. apud Canisium.
[1619] Falco Beneventanus, in Chron.
[1620] Petrus Diac., Chron. Casin., lib. 4, cap. 68.
[1621] Pandulfus Pisanus, in Vit. Callisti II.
[1622] Romualdus Salernitanus, in Chron.
[1623] Peregrin., in Stemmat. Princip. Langobard.
[1624] Saxius, in Not. ad Landulf. junior., tom. 5 Rer. Ital.
[1625] Caffari, Annal. Genuens., tom. 6 Rer. Ital.
[1626] Annal. Pisani, tom. 6 Rer. Ital.
[1627] Carusi, Istor. di Sicilia, P. II, lib. 1.
[1628] Sicard., Chron., tom. 7 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCXXI. Indizione XIV.
CALLISTO II papa 5. ARRIGO V re 16, imperad. 11.
Trionfale noi troviamo l'anno presente per papa Callisto, pontefice di maravigliosa attività e prudenza. Nè ci volea meno di lui, che alle più belle doti accoppiava un gran credito per la nobiltà della sua nascita, per isbrigare la santa Sede da tutti gl'inconvenienti onde era turbata. Dopo aver egli fatte le convenevoli disposizioni per un gagliardo rinforzo di truppe normanne da valersene alla primavera[1629], tornò a Roma, e quivi celebrò la santa Pasqua. Poscia raccolto un potente esercito di Romani con altre milizie ausiliarie, lo spedì all'assedio di Sutri, sotto il comando di Giovanni da Crema cardinale di san Grisogono; ed egli stesso poco appresso colà si portò per dar calore all'impresa. Quivi rinchiuso era l'antipapa Burdino, adulandosi indarno di ottener soccorsi dall'imperadore, che niun pensiero se ne prendeva. Forte era massimamente pel sito la città, e vi succederono varii assalti e fatti di guerra. Ma in fine i Sutrini o stanchi di questo giuoco, o guadagnati con buone promesse, si rivoltarono contra del falso papa, e nel dì 25 d'aprile, non senza mille maledizioni ed improperii, il diedero in mano all'esercito pontifizio, che postolo a rovescio sopra un cammello colla coda in mano, in quella obbrobriosa forma, non lodata da tutti, fu menato a Roma[1630]. Tunc praeparato sibi camelo pro albo cabalto, et pilosa pelle vervecum pro chlamyde rubea, positus est in transverso super ispum camelum, et in manibus ejus pro freno posita est cauda ipsius cameli. Talibus ergo indumentis ornatus in comitatu pontificis praecedebat, revertens ad urbem cum tanto dedecore, quatenus et ipse in sua confunderetur erubescentia, et aliis exemplum praeberet, ne similia ulterius attentare praesumant. Son parole dell'autor della Vita di questo pontefice, a noi conservata dal cardinal d'Aragona: il che vien confermato da altri storici. Con questo accompagnamento giocoso insieme e tetro il pontefice fra i viva del popolo, e per varii archi trionfali a lui preparati nella via, entrò in Roma, e fu condotto al palazzo del Laterano. Discordano gli autori intorno alla risoluzione presa da Callisto papa per la persona di Burdino. Nella Vita suddetta si legge ch'egli Burdinum fecit in arce Fumonis retrudi, et inde ad monasterium cavense transferri, ubi perseverans in sua rebellione vitam finivit. Pandolfo[1631] solamente scrive che Burdinum in cavensi coenobio trudi praecepit. Altrettanto ha Falcone Beneventano[1632]. Alcuni storici oltramontani il dicono rinchiuso non già nel monistero della Cava, ma bensì in cavea, in una gabbia. E l'Anonimo Casinense[1633] aggiugne che il papa Burdinum de Cava extractum, in Januta custodiendum tradidit. Pietro Diacono anche egli scrive che Burdino fu chiuso nella rocca di Janula, che era monistero casinense, e poscia all'anno 1124 soggiugne[1634], che Onorio II Mauricium haeresiarcham de Janula, in qua eum papa Callixtus exsiliaverat, abstrahens, apud Fumonem exsilio relegavit. Non sembra certo molto probabile che papa Callisto si fidasse di mettere un sì pericoloso animale nel monistero della Cava, monistero vicino a Salerno, e però fuori della sua giurisdizione e balìa. Ha perciò miglior aria di verità quanto scrive Pietro Diacono. Tuttavia Pandolfo, che fu storico di vista, dee qui trattener la decisione, e massimamente veggendosi che Landolfo iuniore[1635], storico anch'egli di questi tempi, e Romoaldo Salernitano[1636] vanno d'accordo con lui. Nè altronde si dee credere nata la menzione di Cavea, creduta gabbia, se non dal monistero della Cava, dove a tutta prima egli dovette essere rinchiuso. Mi è nato sospetto che fosse creduto bene lo spargere una finta voce che Burdino, secondo i canoni, era stato cacciato in un monistero per far penitenza, quando infatti la fece in una fortezza. Racconta il medesimo Pandolfo che il papa processò dipoi i conti di Ceccano ribelli, e gli astrinse a piegar la testa; con che tornò un'invidiabil pace in Roma e in tutti i suoi contorni.
Per attestato dell'Abbate Urspergense[1637], crebbero quest'anno in Germania le sollevazioni de' popoli, e specialmente della Sassonia, contra dell'imperadore Arrigo scomunicato, per opera di Adalberto arcivescovo di Magonza, dichiarato suo legato dalla Sede apostolica. Ne fremeva Arrigo; ma per non poter di meno, cominciò ad ascoltare consigli di pace. Intimata dunque una gran dieta in Virtzburg circa la festa di san Michele di settembre, quivi si trattò seriamente della rinunzia delle investiture, cagione di tanti scandali; e l'Augusto Arrigo vi condiscese. Restava l'impedimento della scomunica, e ciò fu rimesso al sommo pontefice: al qual fine restarono destinati ambasciatori che andassero a trattarne in corte di Roma. All'anno presente verisimilmente appartiene ciò che scrive dipoi il suddetto Pandolfo Pisano. Cioè fece Guglielmo duca di Puglia correr voce del suo matrimonio colla figliuola del fu Alessio imperador di Costantinopoli, il che non si sa intendere; perchè se sussistono i documenti allegati dal Summonte[1638], questo principe avea già per moglie Gaitelgrima figlia di Sergio principe di Sorrento, e questa sopravvisse a lui. Quel che è certo, Guglielmo si mise in viaggio per qualche suo importante affare alla volta di Costantinopoli, e prima di farlo, raccomandò a papa Callisto la protezion de' suoi Stati. Ruggieri iuniore, conte di Sicilia, in cuore di cui già cominciava a bollire lo spirito de' conquistatori, prese questa occasione per tentare d'impadronirsi (non si sa sotto qual pretesto) della Calabria e della Puglia. Assediata che ebbe in Calabria la rocca di Niceforo, il pontefice gl'inviò Ugo, uno de' più cospicui cardinali della Chiesa romana, per farlo desistere da quella violenza. Questi, gittate le parole al vento, se ne tornò a Roma. Allora il papa sdegnato si mosse in persona per trattar di questa briga, e passò in Puglia. Male per lui, perchè a cagione di una pessima influenza, o epidemia, i migliori de' suoi cardinali, e fra gli altri il suddetto Ugo, lasciarono la vita in quelle contrade. Lo stesso pontefice anch'egli v'ebbe a perdere la sua per una simile infermità, di cui seppe ben profittare il conte Ruggieri, perchè portò il papa a far quanto esso bramava. Quantunque poi continuasse ancora in questo anno la guerra in Milano contra di Como, narrata dal Poeta Comasco[1639], pure niuna prodezza si sente de' Milanesi. Solamente si legge che i Comaschi saccheggiarono varie terre del Milanese, come Varese, Binago, Vedano e Trezzo.
NOTE:
[1629] Pandulfas Pisanus, in Vit. Callisti II. Cardin. de Aragonia, in Vit. ejusd. Papae, P. I, tom. 3 Rer. Ital. Falco Beneventanus, in Chronico.
[1630] Card, de Aragon., in Vit. Callisti II. Willelm. Tyr., lib. 12, cap. 8, Falco Benevent., in Chron.
[1631] Pandulfus Pisan., in Vit. Callisti II.
[1632] Falco Benevent., in Chron.
[1633] Anonym. Casinensis, tom. 5 Rer. Ital.
[1634] Petrus Diaconus, Chron. Casinens., lib. 4, cap. 68 et 86.
[1635] Landulpus junior, Hist. Mediolan., cap. 36.
[1636] Romualdus Salernitanus, in Chron.
[1637] Abbas Urspergensis, in Chron.
[1638] Summonte, Istor. di Napoli, tom. 1.
[1639] Poeta Comensis, tom. 5 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCXXII. Indizione XV.
CALLISTO II papa 4. ARRIGO V re 17, imper. 12.
Nel felicissimo presente anno ebbe finalmente fine la troppo lagrimevol discordia fra il sacerdozio e l'imperio per cagion delle investiture. Furono nel precedente anno spediti dalla dieta germanica per ambasciatori a Roma[1640] il vescovo di Spira e l'abbate di Fulda, affin di disporre questo importantissimo affare. Allora papa Callisto, veggendo le cose in buona disposizione, insieme coi suddetti inviò in Germania Lamberto vescovo d'Ostia, Sassone cardinale di santo Stefano in Monte Celio, e Gregorio cardinale diacono di sant'Angelo, per legati apostolici, a darvi l'ultima mano. Tennesi dunque in Vormazia nell'anno presente una numerosissima dieta, dove l'Augusto Arrigo, sentendosi toccato il cuore da Dio, rinunziò in fine alla pretension delle investiture colla consegna dell'anello e del pastorale, giacchè con tale introduzione s'era introdotto nella Chiesa l'esecrabile abuso di vendere i vescovati e le badie. Cioè lasciò Arrigo V in libertà al clero e popolo di cadauna città l'elezione e consecrazione de' loro vescovi, e ai monaci quella de' loro abbati. Promise egli ancora di restituire alla Chiesa romana e a tutte le altre gli stati e i beni ch'egli per avventura o suo padre avessero usurpato, e diede una vera pace a papa Callisto II e alla santa Chiesa romana, e a chiunque era stato del suo partito. All'incontro papa Callisto accordò all'imperadore che le elezioni de' vescovi ed abbati del regno teutonico si facessero in presenza dell'imperadore o de' suoi messi, liberamente, e senza simonia o violenza; e, nascendo discordia, fosse questa rimessa al metropolitano coi vescovi provinciali. L'eletto poi dovea ricevere dall'imperadore l'investitura collo scettro degli Stati e delle regalie spettanti alla sua chiesa, eccettuate le appartenenti alla Chiesa romana. Nell'altre parti dell'imperio, consecrato che fosse l'eletto, nel termine di sei mesi egli prenderebbe l'investitura delle regalie. Nel dì 8 di settembre tenuta fu quella dieta in Vormazia, e il papa nel dì 25 d'esso mese spedì l'approvazione sua. Tutti si partirono colmi di letizia; e l'imperadore spedì poco appresso a Roma i suoi ambasciatori con regali, per confermare la sincerità del pentimento e della concordia sua. Ed ecco il sospirato fine di una sì lunga e deplorabil tragedia: tanto vi volle a sradicare un abuso che insensibilmente avea preso piede nella Chiesa di Dio contro tutti i riti dell'antichità, ne' quali sempre erano state libere le elezioni de' sacri pastori, con gravissimi fulmini emanati contra della simonia. È in uso tuttavia per la Germania l'accordo suddetto, e appartiene ai capitoli l'elezione dei loro vescovi. Che se taluno chiedesse, perchè dopo tante fatiche, sconcerti e guerre, per rimettere anche in Italia questa libertà delle elezioni già fatte dal clero e popolo, di essa non rimanga vestigio fra noi: rimetterò io volentieri al padre Tomasino e ad altri eruditi scrittori il dargli risposta, volendo io continuare l'intrapreso viaggio della presente storia.
Abbiamo da Falcone Beneventano[1641], che ribellatosi Giordano conte d'Ariano a Guglielmo duca di Puglia, questi non si sentendo con assai forze per domarlo, ricorse a Ruggieri iuniore, conte di Sicilia. Per ottenere aiuto, bisognò comperarlo. Medietatem suam palermitanae civitatis et Messanae, et totius Calabriae dux ille eidem comiti concessit, ut ei auxilium largiretur. Avendo noi veduto di sopra all'anno 1088 che al conte Ruggieri seniore di lui padre era stata interamente ceduta la Calabria dal duca Ruggieri figliuolo di Roberto Guiscardo, e padre di esso Guglielmo, non saprei dire chi di quegli autori abbia fallato. Col soccorso dunque di gente e danaro datogli dal conte fece il duca Guglielmo guerra al conte di Ariano. Ebbe anche soccorso da Crescenzio cardinale, governatore di Benevento; laonde colla presa d'alcune castella ridusse il ribello Giordano a venir colla corda al collo a chiedere misericordia. Finì per allora questa guerra; ma convenne ripigliarla da lì a pochi mesi, con varie avventure che io tralascio. Continuò, o si accese di nuovo la gara e guerra tra i Pisani e Genovesi. Racconta Caffaro[1642] che essi Genovesi fecero prigioni ben mille Pisani, e presero due loro galee. Durando poi tuttavia la guerra fra i Milanesi e Comaschi, riuscì ai primi di levar Lugano dalla suggezione ai secondi, i quali non lasciarono per questo di sostener il dominio loro in quel lago. Ma il Sigonio, fondato sopra altri autori, non ammette la presa di Lugano.
NOTE:
[1640] Abbas Urspergensis, in Chron. Pandulfus Pisanus, in Vita Callisti II.
[1641] Falco Beneventan., in Chron.
[1642] Caffari, Annal. Genuens., tom. 6 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCXXIII. Indizione I.
CALLISTO II papa 5. ARRIGO V re 18, imperad. 13.
Secondochè scrisse il Sigonio, e fondatamente provarono i padri Cossart e Pagi, nel dì 18, ovvero 19 di marzo dell'anno presente, e non già del precedente, come pensarono il Panvinio e il cardinal Baronio, fu celebrato il primo general concilio lateranense[1643], coll'intervento di trecento vescovi e di assaissimi abbati. Pandolfo Pisano[1644] scrive che vi furono novecento novanta sette tra vescovi ed abbati: numero che eccede la credenza. Quivi furono fatti varii decreti intorno alla disciplina ecclesiastica; confermato l'accordo seguito fra l'imperadore Arrigo e la santa Sede; data oppure rinnovata l'assoluzion delle censure al medesimo Augusto; riprovate le ordinazioni fatte dall'antipapa Burdino, con altri canoni che si leggono nella Raccolta dei concilii. In questo concilio ancora, per quanto s'ha da Landolfo da san Paolo[1645], che v'era presente, si rinnovò la lite della precedenza tra Olrico arcivescovo di Milano e Gualtieri arcivescovo di Ravenna. Scrive quest'autore, che i due predecessori di Olrico, Grossolano e Giordano, ebbero nei concilii romani la lor sedia alla destra del sommo pontefice, e però anche Olrico con fermezza sostenne il suo punto. Veggendo che gli era contrastato il posto nella prima sessione, non volle comparire nè al concilio nè al palazzo del papa. Sed in quarta feria, dum synodus celebrata fuit, Olricus idem mediolanensis archiepiscopus ad dexteram apostolici Callisti nullo mediante sedit. Per cagione di questi ed altri esempli credono gli scrittori milanesi apocrifa la bolla di papa Clemente II dell'anno 1087, riferita da Girolamo Rossi[1646], in cui stabilisce la precedenza dell'arcivescovo di Ravenna a quel di Milano. Furono finalmente in esso concilio[1647] fatte gravissime doglianze dai vescovi contra dei monaci, perchè già aveano occupate le chiese, le decime, le oblazioni, e ridotti i vescovi quasi al solo pastorale. Ma ebbero un bel dire. Il mondo restò qual era. Così in altri tempi altre querele sono insorte contro i frati mendicanti, ma un bel dire hanno avuto vescovi e parrochi. Crebbero in questi tempi[1648] le ruberie, le sedizioni e le iniquità in Germania, al contrario della città di Roma, in cui il valoroso papa Callisto II pose la pace col mettere freno a tutti i prepotenti. Tale, scrive Falcone[1649], tantumque pacis firmamentum infra romanam urbem temporibus praedicti Apostolici advenisse comperimus, quod nemo civium, vel alienigena arma, sicut consueverat, ferre ausus est. Aggiunge il medesimo storico che in quest'anno ancora esso pontefice si portò a Benevento, dove accusato Roffredo arcivescovo di quella città d'avere simoniacamente conseguita quella chiesa, si tenne giudizio per questo. Ma egli col giuramento suo, e di due vescovi e tre preti, si giustificò, e fece ammutir gli accusatori. Ho io prodotta[1650] una bolla del suddetto papa in favore dei canonici di Cremona, data Laterani II nonas martii. Un'altra parimente scritta Laterani IV kalendas martii dell'anno presente ne ottennero i canonici regolari di san Cesario sul Modenese, per cui fu dichiarato che i monaci di Nonantola niuna giurisdizione aveano sopra la corte di Vilzacara, cioè sopra una parte o sopra il tutto del moderno san Cesario nel distretto di Modena. Si fecero in questo anno ancora varii fatti di guerra nel lago di Lugano tra i Milanesi e Comaschi, descritti dall'anonimo Poeta di Como[1651]. Raunarono molte navi i Milanesi a Porlezza loro castello, e di là passarono all'assedio del castello di san Michele, ma senza potersene impadronire. Ebbero per tradimento Lavena, ma perderono le lor navi prese dai nemici. Abbiamo poi dal Dandolo[1652] che circa questi tempi Domenico Michele doge di Venezia mandò i suoi legati a Costantinopoli, per impetrare la bolla d'oro da Giovanni Comneno imperador de' Greci; ma quell'Augusto, allontanatosi dal rito de' suoi antecessori, non la volle concedere. Nacque perciò guerra fra i Greci e Veneziani. Alle istanze poi di Baldovino re di Gerusalemme, esso doge mise insieme un grosso stuolo di dugento legni, tra galee, barche da trasporto ed altre navi, e passò in Oriente[1653]. Trovata presso Joppe la flotta di Babilonia, composta di sessanta galee e d'altri legni, la mise in rotta. Di questa loro vittoria fa menzione anche Fulcherio Carnotense[1654] che si trovava allora in Terra Santa. Durando tuttavia la discordia fra i Genovesi e Pisani, a cagion dei vescovati della Corsica, suggettati all'arcivescovo di Pisa[1655], il pontefice Callisto II, a cui dispiacea troppo questa rottura fra due popoli che avrebbono potuto impiegar meglio le loro forze in Oriente contra degli infedeli, chiamò gli ambasciatori di questi due popoli al sopra mentovato concilio lateranense. Ne seguì un gran contraddittorio. Fu rimessa la decision dell'affare a dodici arcivescovi e a dodici vescovi, che dibatterono la pendenza, ma non vollero proferir la sentenza. Gualtieri arcivescovo di Ravenna d'accordo cogli altri consigliò il papa di levar quelle chiese di sotto all'arcivescovo di Pisa. Ciò udito dall'arcivescovo di Pisa, cotanto si sdegnò, che gittò a' piedi del pontefice la mitra e l'anello con dirgli che non sarebbe più nè suo arcivescovo, nè vescovo. Azzo dovrebbe essere stato questo arcivescovo, di cui oltre a quest'anno non parla l'Ughelli[1656]. Allora il papa con un piede spinse via la mitra e l'anello, e disse all'arcivescovo: Fratello, hai mal fatto, e te n'avrai a pentire. Nel giorno seguente poi nel pieno concilio ordinò a Gregorio cardinal diacono di sant'Angelo, che fu poi papa Innocenzo II, di leggere il decreto, che da lì innanzi i vescovi della Corsica cessassero d'essere sottoposti alla chiesa pisana. A tutto questo fu presente lo stesso Caffaro istorico, il quale conferma la tenuta del concilio lateranense nell'anno presente. Però, in vece di calmar la dissensione fra i Genovesi e Pisani, questa sentenza maggiormente l'accese.
NOTE:
[1643] Labbe, Concilior., tom. 10.
[1644] Pandulfus Pisanus, in Vita Callisti II.
[1645] Landulfus junior, Histor. Mediol., cap. 36.
[1646] Rubeus, Histor. Ravenn.
[1647] Petrus Diaconus, Chron. Casin., lib. 4.
[1648] Urspergensis, in Chronico.
[1649] Falco Benevent., in Chron.
[1650] Antiquit. Italic., Dissert. LXII.
[1651] Anonymus Poeta Comens., tom. 5 Rer. Ital.
[1652] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.
[1653] Bernardus Thesaur., cap. 117 et seq.
[1654] Fulcher. Carnotens., Histor., lib. 3.
[1655] Caffari, Annal. Genuens., lib. 1, tom. 6 Rer. Ital.
[1656] Ughell., Ital. Sacr., in Archiep. Pisan.
Anno di CRISTO MCXXIV. Indizione II.
ONORIO II papa 1. ARRIGO V re 13, imperad. 14.
Non oltre l'anno presente menò sua vita Callisto II, pontefice d'immortal memoria. Scrive Pandolfo Pisano[1657] ch'egli fece atterrar le torri di Cencio di Donna Bona, che erano una sentina d'iniquità, con ordine di non rifabbricarle mai più. Parla della sua pia liberalità verso le chiese di Roma, e massimamente verso la basilica vaticana, con altre sue gloriose azioni. Meritava ben più lunga vita un pontefice di sì rare qualità. Ma Iddio il volle per sè. Caduto infermo nel mese di dicembre dell'anno presente, prese i santi sacramenti, e fra le lagrime e i gemiti di tutti gli astanti cessò di vivere sopra la terra. Molto si stende il padre Pagi[1658] per accertare il giorno preciso di sua morte, pretendendo ch'egli mancasse di vita nel dì 13 del suddetto mese, e fosse seppellito nel giorno seguente. Resta nulladimeno, a mio credere, tuttavia alquanto dubbioso questo punto. Pandolfo Pisano, che era allora in corte di Roma, gli dice data sepoltura nella basilica lateranense in festivitate sanctae Luciae. E Falcone Beneventano[1659], anch'esso autore di questi tempi, racconta che egli terminò i suoi giorni duodecimo die stante mensis decembris. Probabilmente egli scrisse intrante. Comunque sia, dopo sette giorni di sede vacante fu eletto Lamberto vescovo d'Ostia, nato nel territorio di Bologna, e persona letterata, che prese il nome di Onorio II. Tuttavia l'elezione sua non passò senza discordia e tumulto. I laici principali di Roma erano allora Leone della nobilissima casa de' Frangipani, e Pier Leone ossia Pietro di Leone, cioè figliuolo di un Leone ricchissimo Giudeo che s'era fatto cristiano, come s'ha dalla Cronica mauriniacense[1660], da san Bernardo e da altri. S'accordarono questi[1661] di trattare amichevolmente insieme, con segreto pensiero nondimeno di deludere l'un l'altro nel dare un successore al defunto pontefice. Fece il Frangipane una sera avvertir tutti i cappellani de' cardinali, che nella seguente mattina portassero seco il piviale rosso sotto il mantello, con intenzione di far dichiarare papa il suddetto Lamberto ostiense. Ma, non so come, essendosi nel giorno appresso raunati i vescovi nella chiesa di san Pancrazio presso al Laterano, quivi restò eletto papa Tebaldo Boccadipecora, cardinale di santa Atanasia, col nome di Celestino, consentendovi anche lo stesso vescovo Lamberto; e messogli addosso il piviale rosso, intonarono il Te Deum. Non erano alla metà, che Roberto Frangipane, forse fratello di Leone, con alcuni suoi parziali e con alcuni della corte proclamarono papa il suddetto Lamberto vescovo d'Ostia, e il fecero vedere al popolo, il quale è da credere che anch'esso l'acclamò. Gran disputa dovette succedere; ma in fine prevalendo la potenza de' Frangipani, e cedendo con gloriosa umiltà ai suoi diritti il cardinale Tebaldo, restò papa l'ambizioso Lamberto, cioè Onorio II. Aggiugne poi l'autore della Vita di questo pontefice, a noi conservata dal cardinale d'Aragona[1662], che scorgendo Onorio dubbiosa e poco canonica l'esaltazione sua, dopo sette giorni depose il pontificato, e con una nuova universale elezione abilitato e confermato sanò gli antecedenti difetti. Sed quia electio ipsius Honorii minus canonicae processerat, post septem dies in conspectu fratrum sponte mitram et mantum refutavit atque deposuit. Fratres vero tam episcopi, quam presbyteri et diaconi cardinales, videntes ipsius humilitatem, et prospicientes in posterum, ne in romanam Ecclesiam aliquam inducerent novitatem, quod perperam factum fuerat, in melius reformarunt; et eumdem Honorium denuo advocantes, ad ejus vestigia prociderunt, et tanquam pastori suo et universali papae consuetam sibi obedientiam exhibuere. L'abbate Urspergense[1663] scrive che una parte dei Romani desiderò d'avere per papa Gualtieri arcivescovo di Ravenna, omni religionis testimonio satis commendatum. Più che mai continuò in quest'anno la guerra fra i Genovesi e Pisani. Secondo la testimonianza di Caffaro[1664], venivano dalla Sardegna ventidue navi cariche di molto avere, scortate da nove galee pisane. Contra d'esse a vele gonfie navigarono sette galee genovesi, alla vista delle quali intimoriti i Pisani, si rifugiarono nel porto di Vado, e abbandonarono esse navi. I Genovesi con grande allegrezza condussero a Genova que' legni col loro valsente. Per attestato di Fulcherio Carnotense[1665] e del Dandolo[1666], si segnalarono in quest'anno ancora in Oriente l'armi de' Veneziani, comandate da Domenico Michele loro doge. Cioè cogli altri crociati formarono l'assedio della ricchissima e riguardevol città di Tiro, e tanto la strinsero e battagliarono, che in fine que' cittadini turchi e saraceni furono costretti a capitolar la resa. Due parti d'essa città toccarono a Baldovino re di Gerusalemme, tertia hereditario jure Veneticis tam in urbe, quam in portu: sono parole d'esso Fulcherio. Scrive il Dandolo che fu convenuto con quel re, ut in omni civitate, quam caperent, Veneti unam rugam (vocabolo franzese latinizzato, significante contrada) francam habeant, ecclesiam, balneum, clibanum, mensuras etiam bladi, vini, et olei; quae omnia libera sint, sicut propria regis. Et insuper annuatim CCC bysantia in festo apostolorum Petri et Pauli de funda Tyri habere debent. Molto più scrive Bernardo Tesoriere[1667], con dire che si doveano pagare ogni anno quatuor millia byzantiorum Saracenorum ai Veneziani; e che prendendo Ascalona e Tiro, tertiam partem cum suis pertinentiis regaliter et libere obtinebunt. Tali conquiste mirabilmente servirono alla mercatura e ad altri vantaggi de' Veneziani. Intesosi dipoi che l'imperador di Costantinopoli era dietro a recar danno alle terre d'essi Veneziani, venne la lor flotta a Rodi, e negandole quel popolo rinfreschi di viveri, presero quella città e le diedero il sacco con asportarne di molte ricchezze. Poscia se ne andò quella flotta a Scio, e impadronitasene, quivi passò il verno. Seguitando intanto la guerra fra i Milanesi e Comaschi[1668], l'anno presente ancora vide molti fatti d'armi, favorevoli ora all'una, ora l'altra parte. Assediarono i Comaschi l'isola loro nemica, ma non poterono ridurla alla loro ubbidienza. Impresero poscia i Milanesi l'assedio di Como, ma cotal bravura ritrovarono in quel popolo, che loro convenne tornarsene a casa colle bandiere nel sacco.
NOTE:
[1657] Pandulfus Pisanus, in Vita Callisti II.
[1658] Pagius, ad Annal. Baron.
[1659] Falco Beneventanus, in Chron.
[1660] Chron. Mauriniac.
[1661] Pandulfus Pisanus, in Vita Honorii II.
[1662] Cardinal, de Aragonia, in Vita Honorii II.
[1663] Abbas Urspergensis, in Chron.
[1664] Caffari, Annal. Genuens., lib. 1.
[1665] Fulcher. Carnotens., lib. 3.
[1666] Dandulus, in Chron., tom. 12 Rer. Ital.
[1667] Bernard. Thesaurar., cap. 118, tom. 7 Rer. Italic.
[1668] Anonymus Poeta Comens., tom. 5 Rer. Italic.
Anno di CRISTO MCXXV. Indizione III.
ONORIO II papa 2. LOTTARIO III re di Germania e d'Italia 1.
Fu l'anno presente l'ultimo della vita di Arrigo fra i re quinto e quarto fra gli imperadori[1669]. Concordano in questo fatto troppi storici: laonde non è da ascoltare chi parla di sua morte o nel precedente o nel susseguente anno. Accadde questa nel dì 23, oppure nel 22 del mese di maggio, senza ch'egli lasciasse prole dopo di sè. Trattossi dunque nella dieta de' principi dell'elezion del successore, e fra i candidati si contavano[1670] Lottario duca di Sassonia, Federigo duca di Suevia, Leopoldo marchese d'Austria e Carlo conte di Fiandra. Concorsero i voti della maggior parte in Lottario, terzo fra i re d'Italia, e poi secondo fra gl'imperadori, il quale contro sua voglia eletto nel dì 30 d'agosto, fu coronato re di Germania nel dì 13 di settembre. Erano passate fra questo principe e l'ultimo Arrigo Augusto molte dissensioni e guerre, per le quali Lottario, uomo per altro valorosissimo, era stato una volta assai umiliato, e però conservava egli un mal talento contra tutti i di lui parenti. Tali erano fra gli altri il suddetto Federigo duca di Suevia, e Corrado suo fratello, che l'Urspergense chiama duca di Franconia, perchè figliuoli di Agnese sorella del suddetto Arrigo V ed eredi del medesimo Augusto. Avea lo stesso Federigo condotte seco alla dieta circa trenta migliaia di combattenti, sperando o col terrore o col favore di poter conseguir la corona. Escluso, rivolse l'armi contra del nuovo re; ma per interposizione dei vescovi si quietò per allora, e gli fece poi più guerra ne' seguenti anni per mezzo ancora del suddetto Corrado suo fratello, dopo averlo, coll'aiuto di alcuni principi suoi parziali, creato re di Germania, siccome vedremo andando innanzi. Non so io dire se in questo, oppure nel seguente anno, come vuole il signor Sassi, desse fine a' suoi giorni Olrico arcivescovo di Milano. Ben so che a lui succedette Anselmo da Pusterla[1671]. E perciocchè, oltre ad uno strumento recato dal Puricelli[1672], da cui apparisce che questo Anselmo anche nell'anno 1123 s'intitolava arcivescovo di Milano, s'ha la medesima notizia chiaramente confermata dall'anonimo contemporaneo poeta della guerra di Como[1673]: come ciò possa essere l'hanno cercato eruditi scrittori. Continuo io a credere, siccome conghietturai nella prefazione al suddetto anonimo poeta, che vivente il suddetto Olrico, prima dell'anno 1123 fosse eletto suo coadiutore il medesimo Anselmo, e che in questi tempi colla coadiutoria andasse unito anche il titolo di arcivescovo: del che ho recato un altro esempio di questo secolo nella chiesa milanese. Essendo poi mancato di vita Olrico o nel presente o nel seguente anno, allora Anselmo restò solo ed attuale arcivescovo di Milano.
Non pochi fatti di guerra succederono ancora in questo anno fra i Milanesi e Comaschi con varietà di fortuna. Tornarono i primi all'assedio di Como, ma ne furono valorosamente respinti. Varie battaglie ancora si fecero nel lago Lario, ossia di Como, e senza mai perdersi d'animo tennero forte i Comaschi contro la potenza de' nemici. Ma essendo passato a miglior vita Guido loro vescovo, cominciarono da lì innanzi ad andare i loro affari di male in peggio. Tornò nell'anno presente a Venezia[1674] la vittoriosa flotta del doge di Venezia Domenico Michele. Prima nondimeno essendo seguita rottura coll'imperador di Costantinopoli Giovanni Comneno, gli fecero guerra col prendere e dare a sacco le isole di Samo, Mitilene ed Andro. Venuti parimente in Dalmazia, ricuperarono dalle mani degli Ungheri le città di Spalatro e di Traù. Cacciarono anche dalla marittima terra di Belgrado, diversa da quella che sta al Danubio, gli Ungheri; e quindi ricevuti con grande onore dal popolo di Zara, dove si fece la distribuzion della preda, felicemente e con trionfo si restituirono alla lieta lor patria. Nella state dell'anno presente i Genovesi con dieci galee scorsero il mare di Corsica e Sardegna sino a Porto Pisano[1675], con prender molti Pisani, merci e legni de' medesimi. Trovata ancora una lor cocca, che portava quattrocento uomini e un ricco carico, la perseguitarono per quattro giorni. Per fortuna di mare fu d'uopo lasciarla; ma questa andò poi a rompersi all'imboccatura dell'Arno. Presero dipoi e saccheggiarono Piombino nel mese di settembre, conducendo prigioni a Genova tutti quegli abitanti grandi e piccioli.
NOTE:
[1669] Abbas Urspergens., in Chron. Otto Frisingensis, in Chron. Robertus de Monte et alii.
[1670] Otto Frisingens., lib. 7, cap. 17. Dodechin., in Chron.
[1671] Landulfus junior, Hist. Mediolan., cap. 37.
[1672] Puricell., Monument. Basil. Ambrosian.
[1673] Anonymus Comensis, in Poem., tom. 5 Rer. Ital.
[1674] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital. Sicard., in Chron., tom. 7 Rer. Ital.
[1675] Caffari, Annal. Genuens., lib. 1, tom. 6 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCXXVI. Indizione IV.
ONORIO II papa 3. LOTTARIO III re di Germania e d'Italia 2.