Annali d'Italia, vol. 4 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 (part 4 of 5)
Ora papa Lucio incamminatosi per la Toscana[2352], passò per Lucca, e, siccome abbiamo dalle Croniche di Bologna, in quest'anno die octava julii intravit Bononiam, et consecravit ecclesiam sancti Petri majoris[2353]. Poscia, secondo gli Annali vecchi di Modena[2354], nel dì 12 del medesimo mese di luglio con dieci cardinali e molti arcivescovi e vescovi arrivato a Modena, alle preghiere di _Gherardo arcivescovo_di Ravenna, di Ardicione vescovo di Modena, de' consoli della città e dei rettori della Lombardia, marca di Verona e Romagnuola, consecrò la cattedrale nel dì seguente, e fece vedere al popolo il sacro corpo di san Geminiano vescovo e protettore d'essa città. Uscendo poi della città nel dì 14 dello stesso mese per la porta di Cittanuova, rivolto ad essa, la benedisse con dire: Benedicta sit haec civitas ab omnipotenti Deo Patre, Filio, et Spiritu Sancto, et a beata Maria semper Virgine, et a beato Petro Apostolo, et a beato Geminiano. Augeat eam Dominus Deus, et crescere et multiplicare eam faciat. Di questa dedicazione si fa tuttavia l'anniversario in Modena. Passò dipoi il pontefice a Verona, dove era concertato il congresso con Federigo imperadore. Ne abbiamo l'attestato da Sicardo vescovo di Cremona, di cui sono le seguenti parole: Anno Domini MCLXXXIV papa Lucius Veronam venit, qui me anno praecedenti subdiaconus ordinaverat, et pro hoc adventu ad imperatorem direxerat[2355]. Nella Cronica veronese di Parisio da Cereta si legge: Anno MCLXXXIII dominus Lucius papa, et dominus Fredericus imperator ultimo die julii fuerunt Veronam, et hilariter recepti et honorifice pertractati[2356]. Ma il testo è fallato, e si dee scrivere anno MCLXXXIV. Aggiugne il medesimo storico che nel principio di gennaio dello stesso anno maxima pars alae arenae Veronae cecidit, terraemotu magno per prius facto, videlicet ala exterior. In Verona tenne il papa un concilio nell'anno presente, piuttosto che nel susseguente, a cui intervenne lo stesso imperadore, e in esso fulminò la condanna e scomunica contra gli eretici catari, paterini, umiliati, poveri di Lione, passagini, giuseppini ed altri, tutti specie di manichei sotto diversi nomi. Scomunicò ancora gli arnaldisti e i Romani disubbidienti e ribelli alla temporale autorità del papa. Quivi parimente si trattò del soccorso di Terra santa, il cui pericolo ogni dì più cresceva per la potenza e per le vittorie di Saladino sultano dell'Egitto. Abbiamo inoltre da Arnoldo da Lubeca[2357] che si dibatterono poscia in privato varii punti particolari fra il papa e l'imperadore, e massimamente quello del patrimonio della contessa Matilda. Ne era in possesso Federigo, e il papa ne faceva istanza, come di beni donati alla Chiesa romana. Si disputò lungamente, furono prodotti varii strumenti, ma in fine la controversia restò nell'essere di prima. Neppure s'accordarono il papa e l'imperadore nel punto di varii prelati scismatici, o eletti in discordia. Mosse anche Federigo la pretensione che il papa concedesse la corona dell'imperio al re Arrigo suo figliuolo: al che il pontefice non acconsentì, con dire che non era più in uso l'aver due imperadori nello stesso tempo, nè poter egli dar la corona al figliuolo, se prima il padre non la deponeva. In somma, mal soddisfatti l'uno dell'altro, in fine si separarono. Restò papa Lucio in Verona, e Federigo andò a visitar l'altre città di Lombardia. Noi abbiamo una bolla del medesimo papa in favore dell'insigne monistero delle monache di santa Giulia in Brescia, data Veronae XV kalendas septembris, Indictione II, Incarnationis dominicae MCLXXXIV, pontificatus vero domni Lucii papae III anno IV[2358]. Un'altra sua bolla spedita similmente in essa città X kalendas decembris viene riferita dall'Ughelli[2359]. Ho io finalmente dato alla luce lo strumento, da cui apparisce che anno dominicae Nativitatis MCLXXXIV, die Veneris, qui est tertiodecimo exeunte mense octobris, Indictione secunda, quum Federicus Romanorum imperator apud Veronam in palatio sancti Zenonis cum maxima curia esset, quivi egli investì marchionem Obizonem de Hest de marchia Genuae, et de marchia Mediolani, et de omni eo, quod marchio Azzo (suo avolo) habuit et tenuit ab imperio[2360]. Questo rilevante atto, quantunque fosse solamente a titolo d'onore, perchè già Milano e Genova godevano la lor libertà, nè più erano sottoposte ai marchesi, tuttavia è di singolar gloria per la nobilissima casa d'Este, perchè da esso risulta che i di lei maggiori doveano essere stati marchesi di Milano e di Genova, e Federigo volle conservar loro il titolo, giacchè non poteva il possesso, per le mutazioni delle cose. Altri esempli simili di Stati non più posseduti si truovano in questi tempi, ed anche oggidì si mirano nelle investiture date dagli imperadori a varii principi di Germania, e alla stessa casa d'Este. E da ciò ancora vien confermato l'abboccamento seguito in quest'anno in Verona fra il papa e il medesimo imperadore.
NOTE:
[2344] Arnold. Lubec., Chron., lib. 3, cap. 9.
[2345] Godefridus Monachus, in Chron.
[2346] Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.
[2347] Rodulph. de Diceto, Imag. Histor. ad hunc annum. Sigonius, Rubeus, Panvinius, etc.
[2348] Johann. de Ceccano, Chron. Fossaenovae.
[2349] Chron. Acquicinctinum.
[2350] Guillelm. Nang., in Chron.
[2351] Franciscus Pipin., Chron., tom. 9 Rer. Ital.
[2352] Ptolom. Lucensis, in Annalib. brevib., tom. 11 Rer. Italic.
[2353] Matth. de Griffon., Memorial. Historic., tom. 18 Rer. Ital.
[2354] Annal. Veter. Mutinenses, tom. 11 Rer. Italic.
[2355] Sicard., in Chron., tom. 7 Rer. Ital.
[2356] Parisius de Cereta, Chron. Veron., tom. 8 Rer. Ital.
[2357] Arnold. Lubecensis, lib. 3, cap. 10.
[2358] Bullar. Casinens., tom. 2, Constit. CCII.
[2359] Ughell., Ital. Sacr., tom. 5 in Episcop. Veron.
[2360] Antichità Estensi, P. I, cap. 6.
Anno di CRISTO MCLXXXV. Indizione III.
URBANO III papa 1. FEDERIGO I re 34, imper. 31.
Continuò papa Lucio il suo soggiorno in Verona, e l'Ughelli rapporta una sua bolla data Veronae idibus junii, Indictione III, Incarnationis dominicae anno MCLXXXV, pontificatus vero domni Lucii III papae anno quarto[2361]. Trattenevasi tuttavia in Italia anche l'imperador Federigo, se pure non aveva egli fatta una scappata in Germania. E però il papa dovette persister ivi per continuare i negoziati scabrosi con esso Augusto. Rapporta il Margarino un diploma di esso Federigo, dato apud Veronam V nonas januarii, anno dominicae Incarnationis MCLXXXV[2362]. Trovossi poi il medesimo Augusto in Reggio III idus februarii, cioè nel dì 11 di febbraio del presente anno, e quivi confermò i privilegii al popolo milanese, con estensione di molte grazie, tutte probabilmente ben pagate. Il Puricelli[2363] rapporta l'intero diploma, degno ben di considerazione, perchè in esso restituisce a' Milanesi le antiche loro giurisdizioni dalla parte d'occidente e settentrione, e tutte l'altre dalla parte di levante, con obbligarsi di rimettere in piedi la terra di Crema: il che servì ad alterar sommamente gli animi de' Cremonesi, i quali, dopo tante spese e dopo tanto sangue e fatiche, vedeano sè stessi spogliati delle lor conquiste, e premiato chi sì lungamente avea sostenuta la guerra contra di esso Federigo. All'incontro i Milanesi si obbligano di aiutar l'imperadore, di ritenere e ricuperare tutti i diritti dell'imperio in Italia, e nominatamente i beni della contessa Matilda. Fra i testimoni si veggono nominati, Conradus dux Spoleti, e Conradus marchio anconitanus, cioè che allora governava la marca d'Ancona, benchè non apparisca se la stessa città d'Ancona allora ubbidisse a lui. Un altro diploma d'esso Federigo, spedito in Milano IV nonas maii, in favore del monistero di santo Ambrosio, si legge presso il suddetto Puricelli. Però non dovrebbe sussistere lo scriversi dal Sigonio[2364] che Federigo, partitosi da Reggio, arrivò a Bologna nel dì primo di aprile, e di là passò alla visita delle città della Romagna. Aggiugne il medesimo Sigonio che dalla Romagna andò in Toscana nel mese di luglio, e che tolse a tutte quelle città le regalie, fuorchè a Pisa e a Pistoia, con privarle della libertà, e sottometterle agli uffiziali da lui destinati; e ciò perchè nelle guerre passate aveano tenuto colla Chiesa contra di lui. Prese queste notizie il Sigonio da Giovanni Villani[2365], che le racconta all'anno 1184, anticipando d'un anno il tempo. Concorrono nella stessa narrativa gli Annali antichi di Siena[2366], con asserire sotto il presente anno l'arrivo in Toscana dell'imperador suddetto. Già cominciavano nelle città a pullulare i semi ascosi delle fazioni guelfa e ghibellina. Teneano i nobili la parte dell'imperadore, per difendere le lor castella e i lor feudi, che dianzi erano esenti dalla giurisdizione delle città. All'incontro il popolo, che volea, non solo godere della libertà, ma rimettere ancora sotto il suo dominio tutti i luoghi che anticamente erano del suo distretto, e forzava i nobili ad ubbidire, ripugnava all'autorità dell'imperadore. Per questa cagione in Faenza s'accese la discordia fra il popolo e i nobili. Inferiori di forze gli ultimi ricorsero a Federigo[2367], il quale ordinò a Bertoldo suo cancelliere di assediar quella città colle forze della Romagna. Dopo una gagliarda difesa i Faentini in fine furono costretti a sottomettersi alla volontà dell'imperadore.
S'era poi cangiato l'animo de' Cremonesi, sì caldo negli anni addietro in favor d'esso Augusto, dacchè videro che egli avea confermata Crema al popolo di Milano; e non essendo ignota a Federigo questa loro alienazione d'affetto, ne fece vendetta con ordinare che si rifabbricasse quell'abbattuta terra. Così ne scrive Sicardo[2368]: Anno Domini MCLXXXV, imperator in Italiam rediens, Cremam in odium Cremonensium reaedificavit. Quo anno ego Sicardus, praesentis operis compilator et scriba, Cremonae, licet indigne, electus sum ad episcopale officium. Trattenevasi tuttavia in Verona il buon papa Lucio III, quando Iddio volle chiamarlo a sè. Concordano gli storici in asserire[2369] che la sua morte accadde verso il fine di novembre, e data gli fu sepoltura nel dì 25 di quel mese. Era stato eletto in questo medesimo anno arcivescovo di Milano Uberto Crivello chiamato Lamberto con errore da altri. Tale dovea essere il di lui merito, che il collegio de' cardinali appena dopo le esequie del defunto papa Lucio s'accordarono in eleggerlo sommo pontefice. Prese egli il nome di Urbano III, e continuò a governar come arcivescovo la chiesa di Milano per tutto il tempo del suo pontificato, siccome han già concludentemente provato il p. Pagi[2370] e il signor Sassi[2371]. Un de' motivi, per li quali l'imperador Federigo andava rondando per l'Italia, quello era eziandio di trattare il matrimonio di Costanza figliuola postuma del fu re Ruggieri avolo di Guglielmo II re di Sicilia, col re Arrigo suo primogenito. Vedeva egli quel re senza successione, e bramoso di unire il fioritissimo regno della Sicilia, che abbracciava ancora la Puglia, la Calabria, Napoli e il principato di Capoa, si diede a far maneggi nella corte di Sicilia per ottenere il suo intento. Vi si trovarono delle difficoltà, ripugnando i consiglieri del re Guglielmo all'unione di quegli Stati coll'imperio, e alla signoria de' Tedeschi, il governo de' quali era assai screditato ne' tempi d'allora. Più ancora par verisimile che segretamente si opponesse il romano pontefice, per non trovarsi un dì fra le forbici e senza l'appoggio dei re di Sicilia, stati in addietro difensori della Chiesa romana. Ma ebbe maniera Federigo di guadagnar il punto. Abbiamo dall'Anonimo Casinense[2372] che in questo anno fu conchiusa la pace fra esso Augusto e il re Guglielmo. Fra i patti di quella pace vi dovette entrare il matrimonio suddetto, di cui parleremo nell'anno prossimo seguente. Abbiamo anche dal suddetto storico, da Niceta Coniate[2373], da Sicardo[2374] e dalla Cronica di Fossanuova[2375] che il predetto Guglielmo II re di Sicilia, per vendicarsi dei Greci che l'aveano molto prima beffato nel trattato di matrimonio con una figliuola di Manuello Comneno loro imperadore, e per la loro barbarie contro de' Latini, animato ancora da Alessio Comneno, che era ricorso a lui, spedì nel dì 11 di giugno una potentissima flotta a' danni di Andronico (tiranno allora regnante sul trono di Costantinopoli) sotto il comando del conte Tancredi suo cugino. S'impadronì questa armata nel dì 24 di giugno della città di Durazzo, e nella festa di san Bartolommeo d'agosto, dell'insigne città di Tessalonica, ossia di Salonichi. Conquistò molte altre città, castella e rocche, le quali tutte giurarono fedeltà al re siciliano, le cui genti commisero ogni sorta di crudeltà e sacrilegii in tale occasione. Ucciso in questo mentre Andronico, succedutogli Isacco Angelo nell'imperio, non tardò ad inviare una poderosa flotta per fermar questi progressi; e non finì la faccenda, che ebbero una rotta i Siciliani per terra; e dipoi s'intavolò una pace fra loro, ma con frode, perchè gli uffiziali del re Guglielmo traditi, furono condotti prigioni a Costantinopoli. Li fece ben rilasciare Isacco; ma a buon conto egli ricuperò tutto il perduto, e la flotta siciliana molto confusa se ne tornò a' suoi porti.
NOTE:
[2361] Ughell., Ital. Sacr., tom. 5 in Episcop. Veronens.
[2362] Bullar. Casinens., tom. 2, Constit. CIII.
[2363] Puricell., Monum. Basilic. Ambr.
[2364] Sigonius, de Regno Ital. lib. 15.
[2365] Villani, Istor. lib. 5, cap. 12.
[2366] Annales Senens., tom. 15 Rer. Ital.
[2367] Hieronymus Rubeus, Hist. Ravenn., lib. 6.
[2368] Sicard., in Chron., tom. 7 Rer. Ital.
[2369] Martin. Polonus, in Chron. Radulph. de Diceto et alii.
[2370] Pagius, in Crit. Baron.
[2371] Saxius, in Notis ad Sigon., de Regno Ital., lib. 6.
[2372] Anonymus Casinens., in Chron., tom. 5 Rer. Ital.
[2373] Niceta Choniates, in Histor.
[2374] Sicard., in Chron.
[2375] Johann. de Ceccano, Chron. Fossaenovae.
Anno di CRISTO MCLXXXVI. Indizione IV.
URBANO III papa 2. FEDERIGO I re 35, imper. 32. ARRIGO VI re d'Italia 1.
Continuò anche Urbano III papa la sua dimora in Verona: il che si raccoglie dalle di lui lettere scritte in quella città nel dì 12 di gennaio dell'anno presente, pubblicate dal cardinal Baronio[2376], e da due bolle che si leggono nel Bollario casinense[2377]. Venne a Milano il re Arrigo primogenito dell'imperador Federigo, e colà parimente fu condotta Costanza zia di Guglielmo II re di Sicilia, che si trovava allora in età d'anni trentuno; nè mai fu monaca, come chiaramente dimostrò il suddetto cardinal Baronio. Per attestato di Gotifredo da Viterbo[2378], che con questo racconto dà fine alla sua Cronica, furono celebrate le nozze di questi principi presso Milano nel palazzo contiguo alla basilica di santo Ambrosio, con incredibil magnificenza e concorso di nobiltà, e coll'assistenza dell'imperador Federigo nel dì 27 di gennaio. Gotifredo, monaco di san Pantaleone, lasciò scritto che esso Augusto celebrò il santo Natale in Milano, e che in octava Epiphaniae nuptias filii sui opulentissime cum magna poene cunctorum procerum frequentia apud Ticinum agit[2379]. Ma merita qui più fede il suddetto Gotifredo da Viterbo, perchè italiano, e perchè scrittore di cose da sè vedute, che ciò riferisce avvenuto in Milano. Anche Sicardo contemporaneo[2380], oltre ad Ottone da san Biagio[2381] e a Galvano Fiamma[2382], asserisce lo stesso. E però molto meno è da ascoltare Arnoldo da Lubeca, dove scrive che la solennità di quelle nozze fu data in confinio Papiensium et Mantuanorum[2383]: che è un evidente errore a chiunque sa che Pavia non confina con Mantova. Frate Francesco Pipino dell'ordine dei predicatori aggiugne una particolarità, cioè che l'imperador Federigo nel precedente anno mense julio cum aliquot Theutonicis et Lombardis perrexit Apuliam, accepturus filiam regis Willielmi (dee dire Rogerii) Constantiam nomine, Henrico filio suo in uxorem[2384]. Però probabile è che Federigo nell'anno addietro dalla Toscana passasse ai confini del regno, detto oggidì di Napoli, per trattar più da vicino della pace e delle nozze di Costanza col re Guglielmo. Soggiugne il Pipino: Pro cujus dote recepit ultra centum quinquaginta somarios, auro, argento, palliis et aliis pretiosis jocalibus onustos. Praefatam igitur Constantiam hyeme sequenti, de mense scilicet februarii (januarii) anno Incarnationis dominicae MCLXXXVI, idem Henricus cum maximis solemnitatibus desponsavit uxorem, et ambos idem imperator coronis regalibus insignivit. Lo stesso vien confermato dalla Cronica di Piacenza, sì per l'andata di Federigo verso la Puglia, come ancora per la dote. Et habuit ex ea plusquam CL equos oneratos auro et argento, et samitorum, et palliorum, et grixiorum, et variorum, et aliarum bonarum rerum[2385]. Attesta anch'egli che Costanza passò per Piacenza, eundo Mediolanum, ubi dicto anno desponsata fuit per dominum Henricum regem, et ipsi jugales ibi coronati fuerunt. Il medesimo abbiam dalla Cronica di Parma[2386]. E perciocchè i Cremonesi non intervennero a quella suntuosa funzione, l'ebbe sì forte a male Federigo, che, trovati dei pretesti, li mise al bando dell'imperio. Il Sigonio[2387], seguitando un po' troppo confidentemente Galvano Fiamma[2388], scrisse che nell'anno 1184 il re Arrigo ricevette la corona ferrea in santo Ambrosio di Milano. Lo stesso Fiamma altrove, cioè nella Cronica maggiore manoscritta, ci vien dicendo che Arrigo e Costanza fuerunt coronati in sancto Ambrosio et in Modoetia. All'incontro il cardinal Baronio[2389] e il Puricelli[2390] credono seguita cotal coronazione nell'anno 1185. Ma s'imbrogliano poi tali ed altri scrittori in assegnare l'arcivescovo di Milano che gli desse la corona, adducendo alcuni Algisio, altri Uberto, ed altri Milone.
La verità si è, che il re Arrigo e Costanza sua moglie furono coronati in quest'anno correndo il mese di gennaio, come si ricava dai sopra allegati autori. Ascoltisi Rodolfo da Diceto[2391]: Inter Henricum, dice egli, regem teutonicum et Constantiam filiam Rogeri siculi regis, amitam vero Guillielmi regis siculi, generi regis Anglorum, matrimonium celebratum est: sexto kalendas februarii viennensis archiepiscopus Fredericum imperatorem romanum Mediolani coronavit: cioè colla corona del regno di Borgogna. Eodem in die aquilejensis patriarcha coronavit (cioè colla corona del regno d'Italia) Henricum regem teutonicum, et ab ea die vocatus est Caesar. Quidam episcopus teutonicus coronavit Constantiam, amitam Willelmi regis siculi (cioè come regina della Germania). Haec acta sunt in monasterio sancti Ambrosii, e non già in Monza. All'arcivescovo di Milano apparteneva il dar la corona ferrea al nuovo re d'Italia. E perciocchè allora papa Urbano III riteneva tuttavia come arcivescovo quella chiesa, nè volle, per dissapori già insorti tra lui e l'imperadore, intervenir a quella funzione, Gotifredo patriarca di Aquileia, uomo arditissimo, e persona assai mondana, senza riguardo al papa si usurpò quel diritto, e conferì al re Arrigo la corona del regno d'Italia. Per questa sua prosunzione fu sì egli, come gli altri vescovi assistenti a quella coronazione, sospeso dai divini uffizii da papa Urbano. Ne abbiamo l'attestato presso l'autor della Cronica acquicintina, che narrando le dissensioni nuovamente nate fra papa Urbano e Federigo Augusto, così ne parla: Praecipue quod patriarcha aquilejensis, et quidam episcopi interfuerunt, absque consensu papae, coronationi Henrici regis die quadam solemni in Italia: quos omnes papa a divino suspendit officio[2392]. Ci ha conservati Arnoldo da Lubeca[2393] gli altri capi delle querele di papa Urbano contra di Federigo imperadore. Lamentavasi in primo luogo ch'egli indebitamente occupasse il patrimonio della contessa Matilda, da lei donato alla Chiesa romana. Poscia che l'imperadore, venendo a morte qualche vescovo, entrasse in possesso de' beni di quelle chiese, con fare lo spoglio in danno intollerabile dei vescovi successori. In terzo luogo, che, col pretesto di toglier le badesse scandalose, occupasse le rendite de' monisteri, e non ne sostituisse altre di miglior professione. Eravi anche lite per cagione del nuovo arcivescovo di Treveri, e per le decime possedute od usurpate dai laici. Di più non ne dico per non diffondermi troppo; ma si può ben credere che una delle cose che maggiormente amareggiava l'animo del pontefice e de' cardinali, fossero le nozze di Costanza col re Arrigo, ben conoscendo essi le mire di Federigo sopra un regno spettante alla Chiesa romana, senza averne egli ricercato l'assenso del sommo pontefice, e prevedendo i guai che ne poteano venire, e che vennero in fatti all'Italia per questa alleanza.
Lo sdegno conceputo dall'imperador Federigo contra de' Cremonesi, e maggiormente fomentato dai Milanesi, il condusse quest'anno ai loro danni. Con tutte dunque le forze d'essi Milanesi, de' Piacentini, Bresciani ed altri popoli, ostilmente passò nel territorio di Cremona sul principio di giugno, prese varie terre e castella; e trovato Castel-Manfredo, poco dianzi fabbricato da' Cremonesi, che facea resistenza, ne intraprese l'assedio, e superatolo colla forza, lo distrusse. Fu in tale occasione ch'egli concedette ai Milanesi varie castella poste fra i fiumi Adda ed Oglio, cioè Rivolta, Casirate, Agnanello ed altri. Il diploma di tal concessione, da me dato alla luce, si vede scritto in quest'anno in territorio cremonensi, in destructione castri Meimfredi, quinto idus junii[2394]. Veggendosi perciò a mal partito i Cremonesi, cominciarono a trattar d'accordo, e a questo fine spedirono all'imperadore un personaggio a lui noto, cioè Sicardo loro vescovo, il quale così efficacemente si adoperò, che rimise in grazia di lui il suo popolo. Così ne parla nella sua Cronica lo stesso Sicardo: Anno Domini MCLXXXVI imperator quoddam castrum Cremonensium, quod Manfredi nomine vocabatur, omnino destruxit. Sed auctore Domino per meum ministerium facta est inter imperatorem et cives meos reconciliatio[2395]. Si truova dipoi Federigo nel dì 22 di giugno in Varese, nobil terra del Milanese, dove concedette un privilegio alla badia del Mezzano, pubblicato dal Campi[2396]. Dopo queste imprese Federigo se ne tornò in Germania, e fece tosto conoscere il suo mal talento contra di papa Urbano[2397] con far serrar tutte le vie dell'Alpi, acciocchè niuno dalla Germania potesse venire in Italia alla santa Sede. Aveva egli anche lasciato al figliuolo Arrigo il governo dell'Italia, e speditolo coll'esercito alla volta di Roma, per maggiormente angustiare il papa, sulla speranza di ridurlo ai suoi voleri. Per quanto vo io conghietturando, andava Arrigo d'accordo col senato romano; laonde portò la guerra unito con essi Romani alle terre che tuttavia si mantenevano sotto l'ubbidienza del romano pontefice. Ed ecco quanto breve durata ebbe la pace di Venezia. Scrive Giovanni da Ceccano[2398] che esso re in quest'anno soggiogò tutta la Campania, cioè quella che apparteneva al romano pontefice, fuorchè la rocca di Fumone; e assediò castello Ferentino per nove giorni. Altri gran danni recò l'armata sua a quelle parti; ed egli restituì Ceperano a Riccardo Reberi. Aggiugne, che i Romani sul principio di dicembre passarono nella stessa Campania, diedero alle fiamme Monte Lungo, e dopo varii saccheggi se ne tornarono a casa. Che il re Arrigo facesse delle altre ostilità in quelle parti, lo raccolgo da uno strumento altrove da me pubblicato[2399]. Abbiamo anche dalla Cronica acquicintina[2400], che incontratosi il re Arrigo in un famiglio del papa che portava a Verona una buona somma di oro e d'argento, gli tolse tutto, e fecegli anche tagliare il naso in disprezzo del papa. Intanto non bastò ai Cremonesi di aver acconciati i loro interessi coll'imperador Federigo; vollero similmente assicurarsi del sole nascente, cioè del medesimo re Arrigo. Speditagli adunque una ambasceria, ottennero anche da lui pace. Lo strumento fu scritto in quest'anno, qui fuit sextus intrante mense julii. Actum sub temptorio regis Henrici feliciter, quando erat in obsidione Urbis Veteris. Fra i testimoni si conta Otto Frangenspanem praefectus Romae. Altri deciderà se qui si parli dell'assedio d'Orvieto, oppure di Civita vecchia. Il Sigonio dice Orvieto, e a lui mi attengo anch'io. Accennai di sopra che le appellazioni della marca di Verona furono appoggiate ad Obizzo marchese d'Este. In confermazione di ciò ho prodotto altrove[2401] due sentenze date dal medesimo marchese, l'una in quest'anno die Mercurii, qui fuit quarto idus decembris, dove si truova marchio Opizo, commissis nobis per imperatorem appellationibus totius Paduae, atque ejus districtus, ec.; e l'altra nell'anno seguente 1187, proferita in Este, nella quale si legge: Ego Opizo marchio de Hest, vicarius et nuncius domni imperatoris Federici, ad audiendas causas appellationum Veronae, et ejus districtus, ec. In passando il re Arrigo nel mese di giugno di quest'anno per la Toscana, avea ricevuto in sua grazia i Sanesi, ma con rigorose condizioni, come apparisce dallo strumento da me dato alla luce[2402]. Ma dovette quel popolo ingegnarsi, e verisimilmente con quel segreto che ha tanta forza nel mondo, per ricuperare i perduti diritti; e però sul fine d'ottobre, mentre esso re dimorava in Cesena, VIII kalendas novembris, Indictione V, ottennero da lui un diploma grazioso, che si può leggere nelle mie Antichità italiane[2403].
NOTE:
[2376] Baron., in Annal. Ecclesiast.
[2377] Bullar. Casin., tom. 2, Constit. CCIV et CCV.
[2378] Godefridus Viterbiensis, in Chron.
[2379] Godefridus Monachus S. Pantal., in Annal.
[2380] Sicard., in Chron., tom. 7 Rer. Ital.
[2381] Otto de S. Blasio, in Chron.
[2382] Gualvanus Flamm., in Manipul. Flor.
[2383] Arnol. Lubec., lib. 3, cap. 14.
[2384] Pipinus, Chron., cap. 2, tom. 9 Rer. Ital.
[2385] Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.
[2386] Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.
[2387] Sigon., de Regno Ital., lib. 15.
[2388] Gualvanus Flamma, in Manipul. Flor.
[2389] Baron., in Annal. Ecclesiast.
[2390] Puricell., Monum. Basilic. Ambros., n. 596.
[2391] Radulphus de Diceto, Imag. Histor.
[2392] Chron. Acquicinct. apud Pagium ad hunc annum.
[2393] Arnold. Lubec., Chron., lib. 3, cap. 16.
[2394] Antiquit. Italic., Dissert. XLVII.
[2395] Sicard., in Chron., tom. 7 Rer. Ital.
[2396] Campi, Istor. di Piacenza.
[2397] Arnoldus Lubecensis, lib. 3, cap. 17.
[2398] Johann. de Ceccano, Chron. Fossaenovae.
[2399] Antiquit. Ital., Dissert. L.
[2400] Chron. Acquicinct. apud Pag.
[2401] Antichità Estensi, P. I.
[2402] Antiquit. Ital., Dissert. L.
[2403] Ibidem.
Anno di CRISTO MCLXXXVII. Indizione V.
GREGORIO VIII papa 1. CLEMENTE III papa 1. FEDERIGO I re 36, imper. 33. ARRIGO VI re d'Italia 2.
Fu segnato il presente infelicissimo anno colle lagrime di tutta la cristianità. La santa città di Gerusalemme, che avrebbe dovuto ispirare in tutti i suoi abitanti cristiani la divozione e il timore di Dio, già era divenuta il teatro dell'ambizione, della incontinenza e degli altri vizii che accompagnano il libertinaggio; e questi si miravano baldanzosi fra quella gente. Però Dio volle finirla. Insorsero fra i principi delle dissensioni a cagione del regno; e perchè non si mantenea la fede a Saladino potentissimo sultano di Babilonia e dell'Egitto, nè agli altri vicini[2404], esso Saladino con ismisurato esercito marciò alla volta della Palestina. Rimasero sconfitti i Cristiani (e fu creduto per tradimento di Rinaldo principe di Montereale, e di Raimondo conte di Tripoli) con istrage di molti, e colla prigionia del re Guido, e di moltissimi altri nobili, fra' quali si abbattè il vecchio Guglielmo marchese del Monferrato, che era andato alla visita de' luoghi santi, ed anche per assistere al picciolo suo nipote. Cotal disgrazia si tirò dietro la perdita di molte città. Dopo di che Saladino condusse l'armata terrestre e marittima sopra l'importante città di Tiro, e ne formò l'assedio. Era perduta quella nobil città, se per avventura Corrado figliuolo del suddetto marchese Guglielmo, venendo da Costantinopoli per andare ai luoghi santi, intesa la perdita di Tiberiade, ossia di Accon, voltata vela, non fosse qualche tempo prima approdato ad essa città di Tiro, dove da quel popolo ricevuto come angelo di Dio, fu eletto per loro signore. Guidò Saladino sotto quella città il vecchio marchese suo prigione, esibendone la libertà a Corrado, se gli rendeva la terra: altrimente minacciandone la morte, se non accettava l'offerta. Nulla si mosse il marchese Corrado; anzi rispose ch'egli sarebbe il primo a saettare il padre, se Saladino l'avesse esposto per impedir la difesa. La costanza di questo principe fece mutar pensiero a Saladino, che niun danno per questo inferì al vecchio marchese. Non amando poi egli di consumare il tempo sotto una città sì dura, con perdere il frutto della vittoria, rivolse l'armata contro le città circonvicine a Gerusalemme; e impadronitosene, obbligò infine alla resa la santa città nel dì 2 di ottobre: colpo che riempiè d'incredibil dolore tutti quanti i fedeli. Tornò poscia il vittorioso Saladino all'assedio di Tiro nel mese di novembre. Avea il valoroso marchese Corrado nei giorni addietro coll'aiuto de' Pisani battuta due volte la flotta nemica, prese ancora alcune lor galee e navi nel porto di Accon, provveduta la città di viveri, e fabbricato un forte barbacane. Caddero, il dì innanzi che arrivasse Saladino, quaranta braccia di questo muro: il che atterrì sommamente il popolo cristiano, ma non già l'intrepido marchese Corrado, che, impiegati uomini e donne, riparò in un dì quel danno. Fatte poi vestire da uomo le donne, e messele sulle mura, inviò i Pisani di nuovo ad Accon, da dove condussero due navi cariche di vettovaglie. E questi medesimi da lì a non molto presero cinque altre galee nemiche piene di gente e di viveri. Per queste perdite arrabbiato Saladino, fece dei mirabili sforzi contra del barbacane, adoperando assalti e quante macchine di guerra erano allora in uso, con gran perdita de' suoi, e lieve degli assediati. E perciocchè ai Pisani venne fatto, inseguendo nove galee della flotta infedele, di pressarle di maniera che i Barbari attaccarono ad esse il fuoco, Saladino, che avea perduta molta gente, trovandosi anche sprovveduto di aiuto per mare, finalmente nell'ultimo giorno di decembre, oppure nel dì primo del seguente gennaio, dopo aver bruciate tutte le macchine, si ritirò pieno di dispetto dalla città di Tiro. In segno ancora del suo dolore fece tagliar la coda al proprio cavallo, per incitare in questa maniera i suoi alla vendetta. Di qui probabilmente ebbe principio il rito de' Turchi di appendere allo stendardo loro la coda del cavallo per segno di guerra. Distesamente parla di questi fatti Bernardo Tesoriere, la cui Storia ho dato alla luce, oltre a molti altri scrittori, che un lacrimevol racconto lasciarono di questi infelici successi de' Latini in Oriente. Di tante conquiste tre sole città restarono in lor potere, cioè Antiochia, Tiro e Tripoli.
Andavano intanto maggiormente crescendo i dissapori fra papa Urbano III e l'imperador Federigo; e quantunque il pontefice, il quale nel dì 4 di giugno, stando in essa città di Verona, diede una bolla in favor delle monache di santa Eufemia di Modena[2405], si vedesse in molte strettezze, perchè dall'un canto Federigo avea serrati i passi fra la Germania e l'Italia, e teneva come in pugno tutta la Lombardia e la Romagna, e dell'altro gli Stati della Chiesa romana erano malmenati dal giovane re Arrigo; tuttavia, come personaggio di gran cuore e zelo, prese la risoluzione di usar l'armi spirituali contra di Federigo[2406]. Citollo nelle debite forme; ma quando fu per fulminare la scomunica, i Veronesi, con rappresentargli che erano servi ed amici dell'imperadore, il pregarono di non voler nella loro città far questo passo, che avrebbe fatto grande strepito, e cagionato loro dei gravi disturbi. Il perchè Urbano si partì di Verona, ed incamminossi alla volta di Ferrara, con pensiero d'effettuar ivi il suo disegno. Gervasio Tiberiense[2407] all'incontro scrive che s'era intavolato, anzi sottoscritto un accordo fra esso papa e Federigo: dopo di che Urbano sen venne a Ferrara. Lo stesso abbiamo dal Cronografo Sassone. Comunque sia, appena giunto il pontefice in quella città, quivi caduto infermo, passò a miglior vita nel dì 19 d'ottobre. Dopo avergli per sette giorni il popolo ferrarese fatte solenni esequie, gli diede sepoltura nella cattedrale. Buona parte degli storici[2408], copiando l'un l'altro, lasciarono scritto che il buon pontefice Urbano, pervenutagli la dolorosa nuova della perdita di Gerusalemme, non potendo reggere all'afflizione, mancò di vita. Difficile è ben da credere che in sì poco tempo fosse portato a Ferrara quel funestissimo avviso. Se egli morì d'affanno, come vien preteso, dovette piuttosto essere per la notizia ricevuta della rotta precedentemente data da Saladino ai cristiani, e della presa di varie città, e dell'assedio di Tiro. Dopo la sepoltura del defunto papa Urbano, fu in suo luogo assunto al pontificato Alberto cardinale di san Lorenzo in Lucina, cancelliere della santa romana Chiesa, che prese il nome di Gregorio VIII. Non tardò questo pontefice, lodatissimo da tutti gli scrittori, a spedir lettere circolari a tutta la cristianità, che si leggono presso Ruggieri Hovedeno[2409], e son anche riferite dal cardinal Baronio[2410]. In esse caldamente esorta tutti i fedeli al soccorso di Terra santa, con prescrivere ancora digiuni e preghiere per placare l'ira di Dio. Una lettera di questo pontefice ad Arrigo, regi electo Romanorum imperatori, pubblicata dal Leibnizio[2411], per provare usato fin allora il titolo d'imperadore eletto, non può stare, perchè contraria all'uso di que' tempi. Leggonsi ancora presso l'Ughelli[2412] i privilegii e le esenzioni concedute nell'ottobre dell'anno presente da Corrado marchese, che s'intitola figliuolo del marchese di Monferrato, ai Pisani, pel soccorso a lui dato nella difesa di Tiro. Per attestato degli Annali Genovesi[2413], scrisse il medesimo Corrado lettere all'imperadore, e ai re di Francia, Inghilterra e Sicilia, implorando aiuto per gli urgenti bisogni della cristianità in Levante. Verisimilmente venne nel dì 10 di dicembre a Pisa il nuovo papa Gregorio VIII, appunto per muovere quel popolo e i Genovesi a far maggiori sforzi per sostenere la cadente fortuna de' cristiani latini in Levante. Ma Iddio dispose altrimenti; imperciocchè questo pontefice, degnissimo di lunga vita per le sue rare virtù, infermatosi in essa città di Pisa, fu chiamato da Dio ad un miglior paese nel dì 17 del mese suddetto, e fu seppellito il sacro suo corpo in quella cattedrale. Che vacasse la cattedra di san Pietro venti giorni, onde solamente nel gennaio dell'anno seguente fosse eletto il di lui successore, lo credettero il Sigonio, il Panvinio, il Baronio ed altri. Ma, secondo le pruove recate dal padre Pagi[2414], l'elezione di un altro pontefice seguì nel dì 19 del suddetto dicembre. Nelle Croniche Pisane[2415] è scritto: XIV kalendas ejusdem mensis cardinalis Paulus praenestinus episcopus in eadem Ecclesia majori pontifex summus est electus, levatus ab hospitio sancti Pauli de Ripa Arni, et largiente Domino Clemens III vocatus est. Sicchè fu eletto papa e consecrato Paolo cardinale e vescovo di Palestrina, di nazione Romano, che si fece chiamare Clemente III.
Ho detto di sopra che l'ottimo papa Gregorio VIII si portò a Pisa per incitar non meno quel popolo che l'altro di Genova all'aiuto di Terra santa; ma ho detto poco. Fu di mestieri il mettere prima pace fra quelle due nazioni, giacchè di nuovo s'era accesa la guerra fra esse. Abbiamo dai continuatori degli Annali Genovesi di Caffaro[2416] che in quest'anno i Pisani, contravvenendo ai trattati e giuramenti della pace, con un'armata passarono in Sardegna, dove spogliarono e cacciarono da tutto il giudicato di Cagliari quanti mercatanti genovesi trovarono in quelle parti. All'avviso della rotta pace, allestirono immediatamente i Genovesi un potente esercito per passare a Porto Pisano, quand'ecco comparire a Genova una lettera del re Arrigo, che i Pisani aveano segretamente procacciata al bisogno. In essa pregava il re i Genovesi di desistere per amor suo dall'offesa de' Pisani; e però si disarmò la preparata flotta, a riserva di dieci galee, che, passate in Sardegna, infestarono non poco i Pisani, e preso il castello di Bonifazio, fabbricato da essi Pisani, lo distrussero da' fondamenti. Bernardo di Guidone[2417] ed altri scrivono che la pace fra questi due popoli fu maneggiata e conchiusa dal suddetto papa Gregorio VIII. Ma di ciò nulla ha il continuatore de' suddetti Annali di Genova, che pur era contemporaneo. Sul fine di quest'anno, o sul principio del seguente, come ha dimostrato il signor Sassi[2418], arcivescovo di Milano fu eletto Milone da Cardano vescovo di Torino, e Milanese di patria. E, se vogliam credere a Galvano Fiamma[2419], l'anno fu questo, in cui il popolo di Milano elesse per suo primo podestà Uberto de' Visconti di Piacenza. Nè vo' lasciar di dire una particolarità a noi conservata da Bernardo Tesoriere[2420]: cioè che alcune migliaia di cristiani cacciati da Gerusalemme pervennero ad Alessandria d'Egitto, e quivi svernarono sino al marzo dell'anno seguente, trattati con assai carità ed ospitalità da que' Saraceni. Arrivarono in quel mese trentasei navi di Pisani, Genovesi e Veneziani, che imbarcarono quanti cristiani poteano pagare il nolo. Essendo restato in terra un migliaio di essi, il governator saraceno volle saperne la cagione, e inteso che era perchè non aveano di che pagare, fece una severa parlata a que' capitani di navi per la poca lor carità verso de' cristiani loro fratelli, con vergogna del nome cristiano, quando Saladino ed egli stesso gli aveano trattati tutti con tanta amorevolezza e clemenza. E perchè non perisse quella povera gente, e non divenisse schiava, volle che la ricevessero nelle navi, e la trasportassero in Italia, con dar loro di sua borsa tanto biscotto ed acqua dolce, quanto potea bastare pel viaggio. Tutti raccontano che Saladino più de' cristiani medesimi era misericordioso verso de' poveri cristiani. Sicchè i più de' nostri non per motivo alcuno di religione, ma per sete di guadagno, e per vivere più liberamente, usavano in quei tempi di andare in Terra santa. Nè si vuol tacere che l'ingrandimento e la ricchezza de' Pisani e Genovesi s'ha in parte da attribuire alle caravane de' pellegrini che le lor navi conducevano e riconducevano da que' paesi, con ricavarne un buon nolo, ed occupar la roba di chi moriva nel viaggio. Molti privilegii, esenzioni e diritti accordati circa questi tempi al popolo pisano dai re di Gerusalemme, dal principe d'Antiochia, dal conte di Tripoli, dal principe di Tiro e da altri principi cristiani di Levante si possono leggere nelle mie Antichità italiane[2421].
NOTE:
[2404] Sicard., Chron., tom. 7 Rer. Italic. Bernard. Thesaurar., Histor., tom. 7 Rer. Ital. Guillelm. Nangius, in Chron. Chron. Acquicinct. apud Pagium. Chron. Reicherspergense.
[2405] Antiquit. Italic., Dissert. XXVI.
[2406] Arnold. Lubec., lib. 3, cap. 18.
[2407] Gervas. Tiberiens., in Chron.
[2408] Hugo Antissiodor. Ptolomaeus Lucensis, Neubrig. et alii.
[2409] Rogerius Hovedenus, in Annalib.
[2410] Baron., in Annal. Eccl.
[2411] Leibnitius, Prodr. ad Cod. Jur. Gent.
[2412] Ughell., Ital. Sacr., tom. 3 in Episcop. Pisan.
[2413] Annal. Genuens., lib. 5, tom. 6 Rer. Ital.
[2414] Pagius, in Critic. ad Annal. Baron.
[2415] Chron. Pisan., apud Ughellium, tom. 3 Ital. Sacr.
[2416] Annal. Genuens., lib. 3.
[2417] Bernardus Guidonis, P. I, tom. 3 Rer. Ital.
[2418] Saxius, in Not. ad Sigon. de Regno Ital.
[2419] Gualvanus Fiamma, in Manip. Fior.
[2420] Bernard. Thesaurar., Chron., cap. 165.
[2421] Antiquit. Ital., Dissert. XXX, p. 907 et seq.
Anno di CRISTO MCLXXXVIII. Indiz. VI.
CLEMENTE III papa 2. FEDERIGO I re 37, imper. 34. ARRIGO VI re d'Italia 3.
Le calamità di Terra santa quelle furono che quetarono in questi tempi le differenze pullulate di nuovo fra i sommi pontefici e l'imperador Federigo. Cessarono le ostilità per molti anni continuate fra il re d'Ungheria e i Veneziani a cagion della Dalmazia. Si fece anche pace fra i re di Francia e d'Inghilterra. In somma la religione, che tante volte s'è veduta sotto i piedi dell'ambizione dei principi, questa volta restò in molti paesi al disopra: tanto rimasero sbalorditi e compunti i sovrani d'allora per la miserabil perdita di Gerusalemme, e per gli immensi progressi di Saladino. D'altro allora non si parlava se non di queste disavventure, e del loro rimedio. Aveva il pontefice Clemente III, siccome quegli a cui più che ad ogni altro stava a cuore il sussidio di Terra santa, spediti alle corti di tutti i principi della cristianità varii cardinali legati per promuovere questo importante affare[2422]. Comparvero due d'essi alla dieta generale tenuta dall'imperador Federigo in Magonza verso la metà della quaresima; e perorarono così forte a nome del papa, che lo stesso Federigo Augusto prese la risoluzione di andar egli in persona alla testa di una armata in Levante. Già la pace regnava in Italia e Germania; lieve non era la soma de' peccati di questo imperadore, de' quali bramava egli di far penitenza con sagrificare il resto de' cadenti suoi giorni alla difesa del cristianesimo. Vi entrò anche il desiderio della gloria, perchè egli andando si teneva in pugno la liberazion di Terra santa. Però prese la croce egli, e coll'esempio suo trasse alla risoluzion medesima Federigo duca di Suevia suo figliuolo, e una gran quantità di vescovi e principi. Fu dunque intimata la spedizione nell'anno prossimo venturo, e che intanto ognun si preparasse. Grandi guerre addietro erano state tra Filippo re di Francia ed Arrigo re d'Inghilterra. Guglielmo arcivescovo di Tiro, spedito dal papa, ed altri legati pontificii non solamente condussero que' due monarchi alla pace, ma gl'indussero ancora a prender la croce, e a promettere di passare in persona colle lor forze in Terra santa. Predicata parimente la crociata per tutte le altre provincie della cristianità, commosse i popoli alla sacra impresa. I primi a portar colà dei soccorsi furono gl'Italiani, chiamati dall'Abbate Urspergense homines bellicosi, discreti, et regula sobrietatis modesti, prodigalitatis expertes, parcentes expensis, quum necessitas non incubuerit, et qui inter omnes gentes soli scripta legum sanctione reguntur. Sotto nome d'Italiani sono qui compresi i Veneziani, i Lombardi, i Toscani e gli altri popoli di qua dal regno di Napoli. Imperciocchè quanto a Guglielmo II re di Sicilia e di Puglia, spedì egli una flotta di dugento vele in soccorso della città di Tiro[2423], che unita a quella di Corrado marchese di Monferrato liberò Tripoli dall'assedio di Saladino. Ma Sicardo[2424] con poca lode parla de' Siciliani. Essendo stato in questo mentre rimesso in libertà Guido re di Gerusalemme da Saladino con varii nobili dianzi suoi prigionieri, egli si animò a nuove imprese, giacchè gli giunse in soccorso una flotta numerosa di Veneziani, sopra la quale era anche l'arcivescovo di Ravenna Gherardo col vescovo di Faenza. A questo, secondo alcuni, s'unì l'altra de' Pisani, che era condotta dal loro arcivescovo Ubaldo. Imperocchè allo zelantissimo papa Clemente III riuscì in questo anno, col mezzo di due cardinali deputati, di rimettere la pace fra essi Pisani e i Genovesi, come costa da una sua bolla pubblicala dal Tronci[2425].
Ora il re Guido con questo possente rinforzo deliberò di far l'assedio di Tolemaide, ossia di Accon, importante città marittima. Non giunse però la flotta pisana, secondo il suddetto Sicardo, alla città di Tiro, se non nell'anno seguente. In questo sì, trovandosi Tiro senza vettovaglie, l'indefesso marchese Corrado inviò la sua flotta navale ad Azoto. Presa fu quella terra dai cristiani, fatto prigione l'ammiraglio di Saladino con cinquecento soldati, liberati molti fedeli dalla schiavitù. Ricco bottino e abbondanza di viveri fu riportata da quelle vittoriose navi a Tiro, e Corrado col cambio di quell'ammiraglio riebbe in libertà il marchese Guglielmo suo padre. Perchè il mio argomento nol richiede, non mi stenderò io molto a narrar quelle strepitose avventure, bastandomi di solamente accennarle. A chi più ne desidera, non mancano libri che diffusamente trattano dalla guerra sacra. Mandò intanto l'imperadore Federigo in Levante a Saladino il conte Arrigo di Dedi con lettere, nelle quali gl'intimava la restituzion di Gerusalemme[2426]: altrimenti lo sfidava. Saladino se ne rise, e seguitò a fare il fatto suo, con impadronirsi in quest'anno di varie altre città. Con tutte le disgrazie di Terra santa non si calmarono in quest'anno le discordie tra i Piacentini e Parmigiani[2427]. Vennero questi due popoli ad un fatto d'armi, in cui restarono sconfitti i Parmigiani col marchese Maroello Malaspina in valle di Taro. Ma rinforzati dipoi i Parmigiani dai Cremonesi, Modenesi e Reggiani, andarono all'assedio della torre di Seno e di Castelnuovo, e dopo tre giorni impadronitisi di quelle castella, le diruparono. Mosse intanto parola di pace col senato romano il pontefice Clemente; e siccome egli era lor concittadino, e i guai del cristianesimo venivano allora uditi come una gran predica dell'ira di Dio; così trovò quel popolo disposto all'accordo. Leggesi presso il cardinal Baronio[2428], e più compiuto nelle mie Antichità italiche[2429], lo strumento della concordia stabilita fra esso papa e i Romani nell'ultimo dì di maggio, ove si veggono restituite al pontefice romano tutte le regalie, ma con aver egli sacrificato allo sdegno implacabile de' Romani la città di Tuscolo troppo vicina a Roma, ed anche Tivoli, con aver conservato il medesimo senato, e accordate ad esso varie prerogative. Nulladimeno prima del suddetto strumento papa Clemente era venuto a Roma, ricavandosi ciò da una sua lettera scritta a Guglielmo re di Scozia, e riferita dallo stesso Baronio, come data Laterani tertio idus martii, pontificatus nostri anno primo. Una sua bolla ancora s'ha nel Bollario Casinense, data XVI calendas junii, Indictione VI, pontificatus anno primo[2430]. Era stato spedito in Germania dai Cremonesi Sicardo lor vescovo[2431] per impetrare la licenza di rifabbricare Castel-Manfredo. Senza poterla ottenere se ne ritornò. In sua vece i Cremonesi fondarono Castel-Leone, ossia Castiglione.
NOTE:
[2422] Abbas Urspergens., in Chron. Otto de Sancto Blasio, in Chron. Chronograph. Saxo, Godefrid. Monachus et alii.
[2423] Sicard., in Chron., tom. 7 Rer. Ital.
[2424] Bernard. Thesaurar., Hist., cap. 170.
[2425] Tronci, Annal. Pisan.
[2426] Roger. Hovedenus, in Chron.
[2427] Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.
[2428] Baron., in Annalib. ad hunc annum.
[2429] Antiquit. Ital., Dissert. XLII, pag. 783.
[2430] Bullar. Casinens., tom. 2, Constit. CCVII.
[2431] Sicard., in Chron.
Anno di CRISTO MCLXXXIX. Indiz. VII.
CLEMENTE III papa 3. FEDERIGO I re 38, imper. 35. ARRIGO VI re d'Italia 4.
Nella festa di san Giorgio di questo anno, cioè nel dì 23 d'aprile, Federigo imperadore diede principio alla sua spedizion verso Oriente, conducendo seco il suo figlio Federigo (e non già Corrado, come pensò il padre Pagi) duca di Suevia, con assaissimi altri principi, e circa trenta mila cavalli, oltre alla fanteria. Arnoldo da Lubeca[2432] fa qui una sparata grande, con dire, che giunto Federigo al fine dell'Ungheria, si trovò avere un esercito di cinquanta mila cavalli, e di altri cento mila combattenti. Sicardo[2433] non gli dà se non novanta mila soldati, fra' quali dodici mila cavalli. Passò Federigo per l'Ungheria, ben accolto da quel re e dalla regina sua moglie, e sofferti molti incomodi per la Bulgheria, poi s'inoltrò verso la Romania. Avendo conceputo dei sinistri sospetti di questa poderosa armata Isacco Angelo imperador de' Greci, fra il quale ancora, se vogliam credere ad alcuni autori, e Saladino sultano de' Saraceni passava stretta intelligenza ed amicizia, trattenne e maltrattò il vescovo di Munster e il conte di Nassau, ambasciatori a lui inviati; e spedì soldatesche per impedire il passaggio di Federigo Augusto, il cui figliuolo Federigo, principe di raro valore, sbaragliò chiunque se gli oppose. Diede per questo l'armata tedesca il sacco dovunque passò; ma finalmente lasciati in libertà gli ambasciatori, e dati dal greco imperadore gli ostaggi richiesti, si quetò il rumore. Furono nondimeno cagione cotali sconcerti che l'armata imperiale dovette svernare in Grecia, ma senza mai fidarsi de' Greci, che sotto mano manipolavano la rovina de' Latini. Se lo imperador Federigo non veniva dissuaso da' suoi principi, voleva ben egli farne vendetta con mettere l'assedio a Costantinopoli. Erasi intanto riaccesa la guerra tra Filippo re di Francia ed Arrigo re di Inghilterra[2434]. Tanto si adoperarono allora Giovanni da Anagni cardinale legato della santa Sede, e varii arcivescovi e vescovi, che in fine si ristabilì nella vigilia di san Pietro la pace fra loro: laonde cominciarono a prepararsi per compiere il voto di Terra santa. Ma venuto a morte da lì a poco il re Arrigo, a lui succedette nel regno Riccardo già duca d'Aquitania, suo primogenito, il qual poscia prese l'impegno d'eseguir ciò che il re suo padre, prevenuto dalla morte, avea lasciato imperfetto. Essendo già concorsa a Tiro da tutte le parti d'Italia una tal copia di combattenti, che non potea più capire in Tiro, e nascendo ogni dì dei disordini, Guido re di Gerusalemme condusse questo popolo all'assedio di Tolemaide, ossia di Accon, o di Acri, a cui fu dato principio nel mese d'agosto. Sicardo scrive che v'intervenne coi Pisani il loro arcivescovo, legato apostolico, e vi arrivò anche una grossissima nave fabbricata dai Cremonesi, e ben armata di loro gente. Giunservi ancora molti legni de' Genovesi[2435] con buona copia di combattenti, desiderosi di segnalarsi in quelle contrade per la fede cristiana. Ma non andò molto che l'esercito de' fedeli mutò faccia, perchè di assediante divenne assediato. Colà accorse Saladino con una formidabil armata, e piantò il campo contra de' cristiani, i quali perciò si trovarono ristretti fra la città e il nemico esercito, e in un miserabile stato. Evidente si scorgeva il pericolo di restar quivi tutti vittima delle sciable nemiche: sì picciolo era il numero loro in confronto dell'innumerabil oste de' Saraceni[2436], se non che all'improvviso comparvero dalla Frisia e dalla Danimarca cinquanta vascelli, e trentasette dalla Fiandra, che sbarcarono un buon rinforzo di gente e di viveri, e rincorarono a maraviglia il campo cristiano, il quale seguitò costantemente a tenere il suo posto, ancorchè ogni dì convenisse aver l'armi in mano, e difendere dagli assalti nemici le linee e i trincieramenti, coi quali s'erano fortificati.
Perchè intanto durava in Lombardia la guerra fra i Piacentini e Parmigiani[2437], Pietro e Siffredo cardinali legati della santa Sede s'interposero, e fecero seguir pace tra loro, compresovi il marchese Malaspina. Una terribil mutazione di cose accadde nel presente anno in Sicilia, che riuscì anche di sommo danno all'Italia tutta e all'armi cristiane in Levante. Nel dì 16 di novembre[2438] venne a morte Guglielmo II re di Sicilia, soprannominato il Buono, in età di soli trentasei anni, principe pio, principe glorioso, e padre de' suoi popoli, i quali perciò in dirotti pianti si sciolsero, non tanto per la perdita del bene presente, quanto per la previsione de' mali avvenire, perch'egli non lasciava dopo di sè prole alcuna. Secondo le promesse e i patti del matrimonio di Costanza con Arrigo VI re di Germania e d'Italia, dovea succedere nel regno essa Costanza. Scrive ancora il Cronografo Acquicintino[2439] che Guglielmo prima di morire dichiarò suo figliuolo ed erede il medesimo re Arrigo. Ma si sa dall'Anonimo Casinense[2440] ch'egli morì senza far testamento. Certo non è da mettere in dubbio che Costanza fosse stata dinanzi riconosciuta per erede presuntiva di quella corona, mentre sappiamo che lo stesso Tancredi, a cui toccò il regno, avea con altri giurata fedeltà alla medesima regina Costanza. Ma i Siciliani abborrivano di andar sotto di principe straniero, che, per cagion degli altri suoi Stati, poteva trasportare altrove la corte. Apprendevano ancora come duro e barbarico il governo dei Tedeschi d'allora; nè s'ingannavano. Però somma fu la confusione di que' vescovi, conti e ministri in tal congiuntura. Scrive il suddetto Anonimo che dopo la morte del re vennero alle mani i cristiani coi Saraceni abitanti in Palermo (e ve n'era ben qualche migliaio), in guisa che degli ultimi fu fatta grande strage, e il resto venne obbligato a ritirarsi ad abitar nelle montagne. Il perchè non si sa. Trovavasi in grave perplessità quella corte, e convocato il parlamento de' baroni, Gualtieri arcivescovo di Palermo, per cui opera erano seguite le nozze di Costanza con Arrigo, sostenne il loro partito[2441]. Ma il gran cancelliere Matteo da Salerno prevalse coll'altro, il quale, giacchè vi restava un rampollo maschio de' principi normanni, a questo credea dovuta la corona, per benefizio ancora del regno. Vi si aggiunse ancora l'autorità e il maneggio, se non palese, almeno segreto della corte di Roma, affinchè non si unissero quegli Stati in chi era re d'Italia e doveva essere imperadore; e tanto più vi s'interessò il pontefice, dacchè senza riguardo della sua sovranità altri volea disporre di quel regno. Fu dunque spedita gente a Lecce a chiamar Tancredi conte di quel paese, col notificargli la risoluzione presa di volerlo per re. Era Tancredi figliuolo di Ruggieri duca di Puglia, cioè del primogenito del re Ruggieri, ma nato fuor di matrimonio da una nobil donzella, che molti nondimeno crederono sposata da lui. Sotto il re Guglielmo fu detenuto prigione. Fuggitone si ricoverò in Costantinopoli. Dopo la morte d'esso re zio se ne tornò in Puglia, ben veduto dal re Guglielmo II suo cugino, la cui morte aprì a lui l'adito alla corona. E n'era degno per le sue belle qualità, perchè signore d'animo sublime e di molta prudenza[2442], e che alle virtù politiche accoppiava ancora un amor distinto alle lettere, e sapeva anche le matematiche, l'astronomia e la musica: cosa rara in questi tempi. Ma al di lui merito mal corrispose la fortuna, siccome vedremo.
NOTE:
[2432] Arnold. Lubec., lib. 3, cap. 29. Chron. Reicherspergense.
[2433] Sicard., in Chron., tom. 7 Rer. Ital.
[2434] Radulph. de Diceto, Imag. Histor.
[2435] Caffari, Annal. Genuens., lib. 3, tom. 6 Rer. Ital.
[2436] Bernardus Thesaur., Hist., cap. 171.
[2437] Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.
[2438] Richardus de S. Germano.
[2439] Chron. Acquicinctinum apud Pag.
[2440] Anonymus Casinens., in Chron., tom. 5 Rer. Italic.
[2441] Johann. de Ceccano, Chron. Fossaenovae.
[2442] Hugo Falcandus, in Chron.
Anno di CRISTO MCXC. Indizione VIII.
CLEMENTE III papa 4. ARRIGO VI re di Germania e d'Italia 5.
Venuta la primavera, l'imperador Federigo rimise in viaggio l'esercito suo, ed arrivato a Gallipoli[2443], trovò quivi un'immensa quantità di legni piccioli e grandi, preparati, affinchè potesse passar l'Ellesponto, dall'imperador greco, premuroso di levarsi d'addosso un'armata sì potente, che il teneva in continue gelosie e timori. Verso il fine di marzo valicò essa armata lo stretto in cinque giorni. Tenne la vanguardia Federigo duca di Suevia, la retroguardia l'Augusto Federigo suo padre. Di gravi incomodi cominciò a patire questo esercito; passato che fu in Asia, per le segrete mine dei Greci; ma peggio avvenne, allorchè giunse nelle terre de' Turchi e del sultano d'Iconio, perchè mancavano i viveri per gli uomini e per li cavalli; e scopertasi nemica quella gente, non passava giorno che non si avesse a combattere. Arrivarono ad Iconio, nè potendo aver per danari vettovaglia, ordinò Federigo che si espugnasse quella città: il che fu eseguito con incredibil bravura e strage de' Turchi. Rifugiossi il sultano nel castello, e si ridusse allora a dar dei viveri, benchè a caro prezzo. Di là passò l'imperadore in Armenia, dove trovò buona accoglienza e miglior mercato. Arrivato poscia al fiume Salef, che scorre per deliziose campagne, essendo il caldo grande, volle Federigo bagnarsi in quell'acque, ma in esse sventuratamente lasciò la vita, chi dice, perchè annegato nuotando, e chi perchè il soverchio freddo dell'acqua l'intirizzì laonde dopo poche ore mancò di vita. Succedette la morte sua nel dì 10 di giugno. Altri scrivono nel dì 12, ma senza fondamento, perchè fu in domenica, e questa cadde nel dì 10 suddetto. Non può negarsi: uno de' più gloriosi principi che abbiano governato l'imperio romano fu Federigo I Barbarossa, alle cui lodi, espresse da varii autori, nulla ho io da aggiugnere. Non mancarono già fra molte sue virtù moltissimi vizii e difetti considerabili, tali ancora che la memoria di lui resterà sempre in abbominazione presso degli Italiani. Ma non si può negare, egli almeno coll'ultima sua piissima risoluzione compiè la carriera del suo vivere gloriosamente, e con dispiacere universale, perchè niuno era più a proposito di lui per umiliar la fortuna di Saladino: tanto era il suo valore e il suo credito anche in Oriente. Il duca Federigo suo figliuolo, valorosissimo principe[2444], prese il comando dell'armata rimasta in una grave costernazione; la condusse fino ad Antiochia, dove per l'intemperanza del vivere quasi tutta perì, in maniera che egli giunse con pochi all'assedio di Accon, ed ivi terminò anch'egli la vita nel principio dell'anno seguente. Seguitava intanto l'assedio di Accon, assedio de' più famosi che mai si sieno intesi, e vi succederono varii fatti d'armi, tutti degni di storia, ma non convenevoli alla mia, che ha altra mira. A me basterà di accennare qualmente in una giornata campale, che i cristiani vollero azzardare, restarono sconfitti dall'esercito di Saladino; e che ciò non ostante continuarono essi a ristringere quella città, tuttochè bloccati da Saladino. Entrata la carestia nel campo cristiano, cagione fu che ne perissero ben sette mila. Giunse anche una flotta saracena nel porto di Accon, che ridusse a maggiori angustie l'accampamento de' cristiani; ma il valoroso marchese di Monferrato Corrado, portatosi a Tiro, e tornato con uno stuolo di navi, prese i legni nemici carichi di vettovaglie, che servirono al bisogno de' cristiani. Tuttavia disperati pareano questi affari, quando nell'anno seguente giunsero colà i re di Francia e d'Inghilterra, che fecero mutar faccia alle cose, siccome diremo.
Intanto è da sapere che questi due monarchi avendo preparata cadauno una gran flotta, coll'accompagnamento d'assaissimi principi, fecero vela verso l'Oriente. Abbiamo dal continuatore di Caffaro[2445] che Filippo Augusto re di Francia arrivò nel dì primo d'agosto in Genova. Colà parimente nel dì 13 d'esso mese giunse Riccardo re d'Inghilterra, il quale, dopo essersi abboccato col re Filippo, continuò tosto il suo viaggio. Sul fine d'esso mese approdarono amendue a Messina, dove con grandi finezze e regali furono accolti da Tancredi, che nel gennaio di quest'anno era stato coronato re di Sicilia col consenso del romano pontefice. Dopo la sua esaltazione avea atteso Tancredi ad assicurarsi della Puglia[2446], dove non mancavano baroni e città, o malcontenti per invidia della di lui fortuna, o aderenti alla regina Costanza, fra' quali specialmente Ruggieri conte d'Andria. Diede il comando dell'armi a Riccardo conte di Acerra suo cognato; e questi parte colla dolcezza, parte colla forza tirò all'ubbidienza di Tancredi quasi tutta la Puglia e Terra di Lavoro. Intanto Arrigo VI re di Germania e d'Italia si disponeva per far valere le ragioni della regina Costanza sua moglie, ma non con quella fretta che avrebbono desiderato i suoi parziali. Mandò ben egli Arrigo Testa suo maresciallo con un corpo d'armata che, unitosi col conte d'Andria, prese molti luoghi in Puglia, lasciando dappertutto segni di crudeltà per li continui saccheggi. Ma ingrossato l'esercito del re Tancredi, ed entrate le malattie e la penuria de' viveri nel nemico esercito, il comandante tedesco si ritirò, lasciando in ballo il conte d'Andria, che si rifugiò in Ascoli. Ad assediarlo in quella città venne il conte d'Acerra, e un dì sotto buona fede chiamato fuor delle porte esso conte d'Andria, proditoriamente il fece prendere, e poi tagliargli la testa. Col tempo anche la città di Capua, dianzi favorevole alla regina Costanza, abbracciò il partito del re Tancredi: con che poco o nulla restò che nol riconoscesse per suo sovrano. Ma un più pericoloso affare ebbe Tancredi in casa propria. Appena fu giunto al porto di Messina il re inglese Riccardo, che mosse varie pretensioni contra d'esso Tancredi; cioè che gli desse cento navi promesse dal re Guglielmo al re Arrigo di lui padre, per valersene nel passaggio di Terra santa. Pretese eziandio che gli fosse rimandata la regina Giovanna sua sorella e vedova del re Guglielmo II, e insieme o restituita la dote, o assegnato per essa un stato competente. Perchè si tardava a soddisfarlo, Riccardo principe ferocissimo mise mano all'armi, e colla forza s'impossessò di due fortezze situate fuor di Messina. Ciò veduto da' Messinesi, non tardarono a cacciar fuori di città quanti Inglesi vi si trovarono. E ne sarebbe seguito peggio, se, frappostosi il re di Francia, ch'era approdato anch'egli a Messina, non avesse calmata l'ira di Riccardo, e trattato di aggiustamento. Ma non andò molto che, portata a lui una falsa nuova che i Messinesi macchinavano contra di lui, alla testa dei suoi egli ostilmente prese una porta di quella città[2447]; fece macello di quanti cittadini gli vennero all'incontro, e piantò le sue bandiere sopra le mura. O perchè si smorzasse la sua collera, o perchè prevalesse il parere de' suoi consiglieri, uscì della città. Venne poscia ad accordo con Tancredi, il quale si obbligò di pagare venti mila oncie d'oro per la dote della vedova regina, e di provvedere a Riccardo alquante navi pel viaggio di Terra santa. Restò ancora conchiuso che Tancredi darebbe una sua figliuola in moglie ad Arturo duca di Bretagna, nipote d'esso re Riccardo, con dote di ventimila oncie d'oro. Nè mancaron motivi di discordia fra gli stessi due re di Francia e d'Inghilterra; ma il franzese, più moderato e saggio dell'altro, sopportò tutto per non disturbare il piissimo suo disegno di soccorrere i cristiani in Terra santa. Fu in questa occasione che, ad istanza del re Riccardo, fu chiamato a Messina Gioachino abbate cisterciense del monistero florense, tenuto allora in gran concetto di probità, e di profetizzar l'avvenire[2448]. Interrogato egli se si libererebbe Gerusalemme, rispose che non era per anche giunto il tempo di questa consolazione. Hanno combattuto e combattono tuttavia gli scrittori, chi trattando esso abbate Gioachino da impostore, e fin da eretico, e chi tenendolo per uomo d'esemplarissima vita, di buona credenza e santo. Veggasi il padre Pagi a quest'anno. A me nulla appartiene l'entrare in sì fatto litigio. In quest'anno i Genovesi elessero per loro primo podestà Manigoldo nobile bresciano, che diede principio con vigore al suo governo in quella troppo disunita e tumultuante città[2449]. Per quanto s'ha dalla Cronica Estense[2450], nell'anno presente guerra fu fra i Ferraresi e Mantovani, e si venne alle mani nella terra di Massa, distretto ferrarese. Toccò ai Mantovani il voltare le spalle.
NOTE:
[2443] Niceta Choniates. Godefridus Monachus. Chron. Reichersperg. Sicardus, in Chron.
[2444] Abbas Urspergensis, in Chron.
[2445] Caffari, Annal. Genuens., lib. 3.
[2446] Richardus de S. Germano, in Chron. Anonymus Casinens.
[2447] Hovedenus, in Chron.
[2448] Idem, in Annalib.
[2449] Caffari, Annal. Genuens., tom. 6 Rer. Ital.
[2450] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCXCI. Indizione IX.
CELESTINO III papa 1. ARRIGO VI re 6, imperad. 1.
Diede fine al corso di sua vita il sommo pontefice Clemente III verso il fine di marzo nel corrente anno[2451], e gli fu data sepoltura nel dì 28 di marzo. Da lì a due giorni fu eletto papa Giacinto cardinale di santa Maria in Cosmedin, in età di circa ottantacinque anni, che prese il nome di Celestino III. Doveva egli, secondo il rito, essere consecrato nella seguente domenica; ma intendendo che venisse alla volta di Roma Arrigo VI re di Germania e d'Italia, con gran baldanza, per ricevere la corona dell'imperio, volle differir la propria consecrazione, per ritardar quella di Arrigo, e guadagnar tempo, tanto che si concertassero gli affari con decoro della santa Chiesa romana. Si dovettero concordar tutti i punti; e Arnoldo da Lubeca scrive[2452] che i Romani segretamente s'accordarono con esso Arrigo, e poi pregarono il papa di dargli la corona. Però il novello pontefice ricevette la propria consecrazione nel dì 14 d'aprile, giorno solenne di Pasqua. Nel dì seguente poi il re Arrigo, che scortato da un copioso esercito era giunto nelle vicinanze della basilica vaticana colla moglie Costanza, ma senza entrare in Roma, le cui porte, se crediamo a Ruggieri Hovedeno[2453], furono ben chiuse e guardate dal popolo romano, senza lasciarvi entrare i Tedeschi: venne incontro al papa, che dal Laterano si trasferì al Vaticano. Sopra la scalinata di san Pietro prestò il giuramento consueto, e poscia nella basilica introdotto, fu solennemente coronato imperadore. Racconta il suddetto Hovedeno che Celestino sedebat in cathedra pontificali tenens coronam auream imperialem inter pedes suos, et imperator inclinato capite recepit coronam, et imperatrix similiter de pedibus domini papae. Dominus autem papa statim percussit cum pede suo coronam imperatoris, el dejecit eam in terram, significans, quod ipse potestatem ejiciendi cum ab imperio habet, si ille demeruerit. Sed cardinales statim arripientes coronam, imposuerunt eam capiti imperatoris. Questo racconto vien preso dal cardinal Baronio come moneta contante. Ma niuno de' lettori ha obbligo di creder vero un fatto che più conviene alla scena che al sacro tempio, e troppo disdice ad un vicario di Cristo, ed è contra il rituale di tutti i tempi, e si conosce sommamente obbrobrioso a questo imperadore. Tale non era egli da sofferire in faccia del suo esercito e di Roma un insulto e strapazzo sì fatto. Però quanto più si esaminerà questo racconto, tanto più si scorgerà inverisimile. Nella Cronica Reicherspergense è scritto che Arrigo fu ab ipso Caelestino papa consecratus honorabiliter Romae, et coronatus[2454]. Fra i patti accordati fra esso Augusto Arrigo e i Romani prima della sua coronazione[2455], il primario fu ch'egli cederebbe loro la città di Tuscolo, entro la quale era stato posto presidio imperiale. Abbiamo veduto che anche papa Clemente III aveva abbandonata quella città al volere del popolo romano. E Ruggieri Hovedeno scrive che anche papa Celestino ne fece istanza ad Arrigo: altrimenti non volea coronarlo. Perciò la guarnigion cesarea d'ordine del novello imperadore, appresso ne diede la tenuta ai Romani, senza avvertirne i cittadini. Pretende il cardinal Baronio che i Romani infierissero solamente contro le mura e le case, nè maltrattassero gli abitanti. L'Abbate Urspergense, che vivea in questi tempi, così parla del presidio imperiale: Hi accepta legatione imperatoris, incautam civitatem Romanis tradiderunt, qui multos peremerunt de civibus, et fere omnes sive pedibus sive manibus, seu aliis membris mutilaverunt. Pro qua re imperatori improperatum est a multis. Lo stesso vien confermato da Gotifredo Monaco[2456]. E Sicardo vescovo allora di Cremona scrive[2457]: Imperator Apostolico dedit Tusculanum, et Apostolicus Romanis. Romani vero civitatem destruxerunt et arcem, Tusculanos alios excaecantes, et alios deformiter mutilantes. Però neppur il papa dovette andar esente da biasimo per tali crudeltà, degne de' barbari tempi che allora correvano. Non restò pietra sopra pietra della misera città, e questa mai più non risorse. Dicono che gli abitanti rimasti in vita si fabbricarono in quei contorni capanne con frasche, dal che prese poi il nome la città di Frascati d'oggidì.
Intanto Tancredi re di Sicilia[2458] avea conchiuso un trattato di matrimonio fra Irene figliuola di Isacco Angelo imperador de' Greci, e Ruggieri suo primogenito, già dichiarato duca di Puglia. E perchè questa principessa era in viaggio alla volta d'Italia, egli passò di qua dal Faro, per esser pronto a riceverla. Dopo aver dunque ridotti al loro dovere alcuni popoli dell'Abruzzo, che teneano col conte Rinaldo suo ribello, si portò a Brindisi, dove accolse la regal sua nuora, le cui nozze furono con singolar magnificenza celebrate. Quivi ancora diede il titolo di re allo stesso figliuolo, e fece coronarlo: dopo di che con gloria e trionfo se ne tornò in Sicilia. Strano è il vedere che l'Anonimo Casinense[2459] metta la solennità di queste nozze nell'anno 1193. Si dee credere scorretto il suo testo. Pareva con ciò stabilita, non men la fortuna di Tancredi, che la pace del suo regno; ma poco andò che alzossi una terribil tempesta di guai, che recò a lui la rovina e la desolazione a tutto quel fioritissimo regno. Sul fine d'aprile, o sul principio di maggio, l'imperadore Arrigo ostilmente entrò nella Puglia[2460], ancorchè il pontefice Celestino se l'avesse forte a male, e facesse quanto potesse per ritenerlo. Mise l'assedio alla terra d'Arce, difesa da Matteo Burello; nè giovò che il dì seguente que' cittadini si rendessero amichevolmente. Egli, ciò non ostante, diede quella terra alle fiamme: esecuzione, da cui restarono atterriti i popoli vicini, che senza voler aspettare la chiamata, nonchè la forza, si diedero a lui, cioè l'abbate di Monte Casino, i conti di Fondi e di Molise, e le città di San Germano, Sora, Arpino, Capoa, Teano, Aversa, ed altre terre. Di là passò coll'esercito a Napoli, e trovata quella nobil città preparata alla difesa, ne imprese l'assedio. V'era dentro un buon corpo di gente comandato da Riccardo conte d'Acerra, cognato del re Tancredi, e risoluto di far fronte a tutti i tentativi dei nemici. Molti furono gli assalti, molte le prove per vincere la forte città: tutto nondimeno senza frutto, perchè i difensori, che aveano aperto il mare, e nulla loro mancava di gente e di viveri, di tutti gli sforzi ostili si rideano. Intanto l'importante città di Salerno si rendè all'imperadore. Erano venuti i Pisani con istuolo di navi, per secondar l'impresa d'Arrigo sotto Napoli, quando eccoti giugnere la flotta del re di Sicilia, composta di settantadue galee, condotta dall'ammiraglio Margaritone, uomo famoso, che assediò i Pisani in Castellamare. Si studiò ancora l'Augusto Arrigo di aver dalla sua i Genovesi in questo bisogno: al qual fine spedì a Genova l'arcivescovo di Ravenna, chiamato Ottone dal continuatore di Caffaro[2461]. Per testimonianza del Rossi[2462], tenea quella chiesa allora Guglielmo arcivescovo. S'egli non avea due nomi, l'uno di questi autori ha sbagliato. Quel che è più, l'arcivescovo di Ravenna era passato in Oriente, e quivi ancora sotto Accon lasciò la vita. Il Rossi di ciò non parla. Ora per guadagnare il popolo di Genova, Arrigo gli confermò tutti i privilegii, assegnogli Monaco e Gavi, e si obbligò di concedergli la città di Siracusa, con altri vantaggi, se alle sue mani veniva la Sicilia: promesse ch'egli non voleva poi mantenere. Misero dunque alla vela con trentatrè galee ben armate i Genovesi sotto il comando di due de' loro consoli, e tirarono verso Napoli; ma vi trovarono mutato l'aspetto delle cose. La stagione bollente e l'aria poco salubre di quei tempi cominciò a far guerra all'armata tedesca, di maniera che una fiera epidemia ne cacciò sotterra alquante migliaia, senza perdonare agli stessi principi[2463], fra' quali mancò di vita Filippo arcivescovo di Colonia, e Ottone duca di Boemia. Cadde gravemente infermo lo stesso Arrigo imperadore, fino ad essere corsa voce che avea cessato di vivere. Fecero queste disavventure risolvere Arrigo tuttavia malato di ritirarsi dall'assedio di Napoli nel mese di settembre. Lasciato pertanto alla guardia di Capoa Corrado per soprannome chiamato Moscaincervello, e l'imperadrice Costanza a Salerno, conducendo seco Roffredo abbate di Monte Casino, sen venne a Genova, dove con ricche promosse di parole impegnò quel popolo a sostenere i suoi disegni sopra la Sicilia, e di là poscia passò in Germania. Ebbero i Pisani la fortuna di sottrarsi colla fuga all'ammiraglio di Sicilia, il quale, data anche la caccia ai Genovesi, gli obbligò a tornarsene al loro paese. Appena fu slontanato dalla Campania l'Augusto Arrigo, che uscito di Napoli il conte di Acerra con quante soldatesche potè unire, venne a dirittura a Capoa, che se gli diede[2464]. Ritiratosi nel castello il Moscaincervello, per mancanza di viveri capitolò in breve, e se n'andò con Dio. Tornarono all'ubbidienza del re Tancredi Aversa, Teano, San Germano, ed altre terre.
Allora i Salernitani, che erano stati de' più spasimati a darsi all'imperadore, e presso i quali si credea sicurissima l'imperadrice Costanza, veggendo la mutazion degli affari, per riacquistare la grazia del re Tancredi, condussero a Palermo e gli diedero nelle mani l'imperadrice stessa. L'Anonimo Casinense scrive che Arrigo, prima d'uscire di Terra di Lavoro, mandò a prendere Costanza; ma restò questa tradita dai Salernitani. Con gran piacere accolse Tancredi una sì rilevante preda, e non lasciò di trattarla con tutta onorevolezza. L'Augusto Arrigo all'incontro, risaputa la disgrazia della moglie, con lettere calde tempestò papa Celestino per riaverla col mezzo suo. Infatti indusse questo pontefice il re Tancredi a rimetterla in libertà, e a rimandarla in Germania nell'anno seguente. Non si sa ch'egli la cedesse con patto alcuno di suo vantaggio. Solamente sappiamo che, dopo averla generosamente regalata, la rimandò. Vero è che il concerto era ch'essa Augusta passasse per Roma, dove il pontefice pensava di trattar di concordia; ma essa gli scappò dalle mani, e in vece d'arrivare a Roma, voltò strada, e se ne andò a Spoleti. Se i principi d'oggidì, trovandosi in una situazione tale, fossero per privarsi con tanta facilità, e senza alcuna propria utilità, di una principessa che seco portava il diritto sopra la Sicilia, lascerò io che i saggi lettori lo decidano. Ben fu ingrato dipoi Arrigo, che niuna riconoscenza ebbe di sì gran dono. Per conto di Terra santa[2465], giunto sotto Accon, ossia Acri, Filippo re di Francia, trovò che la fame e la peste aveano fatto gran macello della gente cristiana che assediava quella città, con essere anch'essa ristretta dal campo di Saladino. L'arrivo suo rimise in buono stato quegli affari, di maniera che da lì cominciò daddovero a tormentar colle macchine l'assediata città. Intanto Riccardo re d'Inghilterra, giunto in Cipri, ebbe o cercò delle ragioni per muover guerra ad Isacco, ossia Chirsacco, signore o tiranno greco di quell'amenissima isola, il quale si facea chiamare imperador de' Greci. Il mise in fuga, e assediatolo poscia in un castello, l'ebbe in sua mano con un immenso tesoro. Venne in potere di lui ogni città e terra di quell'isola, ch'egli spogliò di tutte le sue ricchezze, e poscia per venticinque mila marche d'argento la vendè ai cavalieri templari, e toltala in fine ai medesimi, la rivendè per ventisei mila bisanti a Guido Lusignano, già re di Gerusalemme, i cui discendenti gran tempo dipoi ne furono possessori. Arrivò sotto Accon questo feroce re, ma entrò ben tosto anche l'invidia e la discordia fra lui e il re di Francia. Bastava che l'uno volesse una cosa, perchè l'altro la disapprovasse. Contuttociò le larghe breccie fatte nelle mura di quella città, che fin qui era costata la vita d'innumerabili cristiani, e di moltissimi principi, obbligarono i Saraceni a renderla con sommo giubilo della cristianità nel dì 12, oppure nel 13 di luglio dell'anno presente. L'immensa preda fu divisa fra gl'Inglesi e Francesi, con grave doglianza delle altre nazioni, che più d'essi aveano faticato e patito in quell'assedio, e nulla guadagnarono.
Allora Saladino si ritirò in fretta; e perchè non volle approvar le proposizioni di render Gerusalemme, il re Riccardo con inudita barbarie fece levar di vita cinque mila prigioni saraceni. Le torbide passioni che mantenevano la discordia fra i due re crebbero maggiormente da lì innanzi, e furono cagione che non si prendesse la santa città: il che era facile allora. Il re Filippo, principe saggio, tra perchè non gli piacea di star più lungamente in quella dimestica guerra, e perchè si trovava oppresso da una grave malattia, se ne tornò in Italia, e dopo aver presa in Roma la benedizione da papa Celestino, ripatriò. Il re Riccardo restò in Sicilia. Nè si dee tacere, che essendo morta nell'assedio di Accon Sibilia regina di Gerusalemme, moglie di Guido Lusignano, succedendo in quel diritto Isabella sua sorella, figliuola del già re Aimerico, fu dichiarato nullo il matrimonio d'essa con Unfredo signore di Monreale, e questa data a Corrado marchese di Monferrato, il più prode ed accreditato fra que' principi cristiani, il quale perciò potè aspirare al titolo di re. Erasi accesa o riaccesa guerra in quest'anno tra i Bresciani e Bergamaschi. In aiuto degli ultimi accorsero i Cremonesi[2466]; ma sopraffatti dai Bresciani, o, come altri scrivono, atterriti dalla voce sparsa che venivano anche i Milanesi[2467], ne riportarono una fiera sconfitta, di cui durò un pezzo la memoria col nome di mala morte; perciocchè incalzati, moltissimi di loro s'annegarono nel fiume Oglio, altri furono presi, ed altri tagliati a pezzi, colla perdita del loro carroccio, che trionfalmente fu condotto a Brescia. Jacopo Malvezzi[2468] scrive a lungo questa vittoria. Ritornando poi l'imperadore Arrigo di Puglia, fece rilasciar loro i prigioni, e con suo privilegio concedè la terra di Crema al popolo di Cremona: il che essendo contrario a quanto avea stabilito l'imperador Federigo suo padre in favore dei Milanesi, alienò forte l'animo di questi dall'amore d'esso Augusto, e fu seme di nuove guerre fra le emule città suddette. Secondo le Croniche d'Asti[2469], in questo anno nel dì 19 di giugno gli Astigiani vicino a Montiglio ebbero battaglia con Bonifazio marchese di Monferrato, e ne riportarono una rotta sì fiera, che circa due mila d'essi furono condotti prigionieri nelle carceri dei Monferrato, dove penarono per più di tre anni, finchè si riscattarono. Durò questa guerra dipoi per quindici anni, con farsi ora pace ed ora tregua, male osservate sempre da esso marchese, e dal marchese Guglielmo suo figliuolo. Finalmente nell'anno 1206 seguì fra esso Guglielmo e gli Astigiani una vera pace, in cui gli ultimi guadagnarono Loreto e la contea delle Castagnole.
NOTE:
[2451] Chron. Reicherspergens. Anonymus Casinens. Necrolog. Casinense.
[2452] Arnold. Lubecensis, lib. 4, cap. 4.
[2453] Rogerius Hovedenus, in Annal.
[2454] Chron. Reicherspergens.
[2455] Abbas Urspergens., in Chron.
[2456] Godefridus Monachus, in Chron.
[2457] Sicard., in Chron., tom. 7 Rer. Ital.
[2458] Ricardus de S. Germano.
[2459] Anonymus Casinens., in Chron.
[2460] Arnold. Lubec., lib. 4, cap. 5.
[2461] Caffari, Annal. Genuens., lib. 3, tom. 6, Rer. Ital.
[2462] Rubeus, Hist. Ravenn., lib. 6.
[2463] Arnold. Lubec., lib. 4, cap. 6.
[2464] Richardus, de S. Germano.
[2465] Sicard., in Chron. Arnoldus Lubecens. Abbas Urspergens. Godefridus Monachus. Bernard. Thesaur. et alii.
[2466] Sicard., in Chron., tom. 7 Rer. Ital.
[2467] Gualvanus Flamm., in Manipul. Flor.
[2468] Jacopus Malveccius, in Chron. Brixian., tom. 14 Rer. Ital. Annales Placentini, tom. 16 Rer. Italic.
[2469] Chron. Astense, tom. 11 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCXCII. Indizione X.
CELESTINO III papa 2. ARRIGO VI re 7, imperad. 2.
Avea l'imperadore Arrigo lasciato per castellano della rocca d'Arce Diopoldo suo uffiziale[2470]. Costui nel mese di gennaio messa insieme un'armata di Tedeschi, e delle terre della Campania e di Roma, assediata la città di San Germano, la costrinse alla resa, e diede il sacco non meno ad essa, che ad altre terre da lui conquistate, facendo dappertutto quanto male gli suggeriva la sua crudeltà ed avarizia. Da ciò mosso il re Tancredi, giudicò meglio di venire egli in persona ad assistere a' suoi interessi di qua dal Faro. Giunse fino a Pescara, e riuscitogli di riporre sotto la sua ubbidienza buona parte del paese, e di mettere a dovere Riccardo conte di Celano, se ne tornò poscia in Sicilia. Fu assediato dalle sue truppe San Germano, ma inutilmente, perchè difeso da Arnolfo monaco, decano di Monte Casino. Rimandò poscia l'imperadore in Italia con un corpo d'armati Roffredo abbate di quell'insigne monistero, il quale tutto s'era dato a lui, con ordine a Bertoldo conte di marciare con quanta gente potea in compagnia di esso abbate verso Terra di Lavoro. Riccardo da San Germano[2471] ciò riferisce all'anno seguente. Fermossi Bertoldo in Toscana, e diede la gente all'abbate, che fece molta guerra in quelle parti, e con Diopoldo s'impadronì d'Aquino, e stese le sue scorrerie fino a Sessa. Lo stesso Bertoldo nel mese di novembre anch'egli comparve, ed acquistò Amiterno e Valva, ed occupò i contadi di Molise e di Venafro. Perchè il re Tancredi e il conte di Acerra suo cognato non si opponessero agli avanzamenti di questi uffiziali cesarei, la storia nol dice. Abbiamo dal Malvezzi[2472] che in quest'anno l'imperadore Arrigo, dimorando in Germania, confermò ed aumentò i privilegii al comune di Brescia. Leggesi presso quello storico il cesareo diploma, in cui si veggono obbligati i Bresciani ad aiutar l'imperadore a mantener l'imperio in Lombardia, Marchia, Romandiola, et specialiter terram quondam comitissae Mathildis. Di grandi prodezze fece in quest'anno Riccardo re d'Inghilterra, tuttavia dimorante in Oriente, benchè con poco frutto di quella cristianità. Fra l'altre imprese, non essendo giunto a tempo per soccorrere la città di Jafet vinta per assedio da Saladino, ebbe l'ardire d'entrarvi dentro con pochi dei suoi, dove fece strage di quegl'infedeli, finchè, seguitato da tutti i suoi, interamente la ricuperò. Rifabbricò varie città, diede anche una rotta all'immenso esercito di Saladino. Era così temuto nelle contrade dei Saraceni il nome di questo re per le sue bravure[2473], che le donne saracene, per far paura ai piccioli figliuoli, lor diceano: Viene il re Riccardo. Un grand'eroe sarebbe stato, se a tanta bravura avesse aggiunto la moderazion dell'animo, che in lui difficilmente si trovava. Ma gli sconcerti del suo regno il richiamavano a casa. Propose dunque che si creasse un generale dell'armata cristiana, che portasse anche il titolo di re[2474]. Concorrevano alcuni in Guido già re di Gerusalemme, altri in Arrigo conte di Sciampagna; ma i più si dichiararono in favore di Corrado marchese di Monferrato e signore di Tiro, di cui ci fanno questa dipintura Corrado abbate Urspergense e Bernardo il Tesoriere: Fuit autem idem marchio Conradus armis strenuus; ingenio et scientia sagacissimus; animo et facto amabilis; cunctis mundanis virtutibus praeditus; in omni Consilio supremus, spes blanda suorum; hostium fulmen ignitum; simulator et dissimulator in omni re; omnibus linguis instructus; respectu cujus facundissimi reputabantur elingues. Era solamente tacciato per aver tolta in moglie la principessa Isabella, vivente ancora Unfredo suo marito, stante il non credersi legittima la dissoluzion del loro matrimonio. Ma che? Trovavasi in Tiro questo sì illustre principe nel dì 24 di aprile, quando gli furono presentate le lettere coll'avviso della sua assunzione; e in quello stesso giorno, secondochè abbiam da Sicardo, tolta gli fu da due sicarii con varie coltellate la vita. Si divulgò l'atroce caso. Chi l'imputava al suddetto Unfredo; altri ne faceano autore il re Riccardo, che veramente lo ebbe sempre in odio, perchè dichiarato parziale di Filippo re di Francia[2475]; e questa voce corse per tutto l'Occidente. Altri scrittori poi convengono in credere che il vecchio della montagna, signore di un tratto di paese chiamato degli Assassini, i cui sudditi mirabilmente eseguivano tutti i di lui ordini senza far conto della lor vita (onde poscia venne il nome d'assassino in Italia per denotare un sicario), lo avesse fatto proditoriamente levare dal mondo in vendetta d'aver Corrado tolta ad alcuni mercatanti d'esso vecchio una gran somma di danaro senza volerla restituire. Appena udita la morte del valoroso marchese, il re Riccardo, entrato in nave, corse a Tiro, e tre giorni dopo quella brutta scena obbligò la regina Isabella, benchè fosse gravida, e benchè contra sua voglia, a sposare il suddetto conte di Sciampagna Arrigo, nipote del medesimo Riccardo, a cui conferì anche il titolo di re: cose tutte che servirono a maggiormente accrescere i sospetti della morte di Corrado contra dello stesso re Riccardo. Stabilita poi con Saladino una tregua di cinque anni s'imbarcò Riccardo, e, dato l'ultimo addio alla Palestina e Soria, sciolse le vele verso l'Occidente[2476]. Battuto da una fiera tempesta, fu spinto per l'Adriatico verso Aquileia, dove sbarcato con pochi, prese quella via che potè. Ebbe difficoltà di scampare dagli uomini del conte di Gorizia, che gli presero alcuni de' suoi. Passando poi per le terre di Leopoldo duca d'Austria, benchè travestito, venne per sua mala fortuna, o per tradimento d'alcuno de' suoi famigli, riconosciuto all'osteria da chi lo avea veduto in Oriente, e ne fu portato l'avviso al duca, il quale spedì tosto nel dì 20 di dicembre gente armata a prenderlo, e il confinò in una sicura prigione. Non era già Leopoldo della gloriosa famiglia austriaca, la quale dopo la morte dell'ottimo Carlo VI imperador de' Romani, torna a rifiorire in Maria Teresa regina d'Ungheria e Boemia, sua figlia. Era egli poc'anzi tornato da Accon, dopo avere bravamente militato in quelle parti, ed avea, al pari di tant'altri, in quella occasione ricevuti non pochi strapazzi dal violento re inglese, principe che in alterigia e in isprezzar tutti sopravanzava chiunque si fosse. Venne il tempo di farne vendetta, benchè ciò fosse contro i privilegii della crociata; e parve che Dio permettesse questo accidente per umiliarlo, ed anche per punirlo, se pur egli fu reo della morte del marchese Corrado. Gran rumore cagionò ancor questo fatto per tutta la cristianità; e chi l'approvò, e chi sommamente lo disapprovò, perchè egli infine era benemerito della crociata, e vi aveva impiegato gente e tesori non pochi. Diede fine nell'anno precedente ai pensieri secolareschi Aureo, ossia Orio Mastropetro doge di Venezia[2477], con ritirarsi nel monistero di santa Croce a far vita monastica. In quest'anno nel dì primo di gennaio in luogo suo fu eletto doge Arrigo Dandolo, personaggio de' più illustri e benefici che s'abbia mai avuto quell'inclita repubblica.
NOTE:
[2470] Anonymus Casinens., Chron., tom. 5 Rer. Ital. Johan. de Ceccano, Chron. Fossaenovae.
[2471] Richardus de S. Germano, in Chron.
[2472] Malveccius, in Chron. Brixian.
[2473] Bernardus Thesaurar., Hist., cap. 177.
[2474] Sicard., in Chron.
[2475] Alberic. Monachus, in Chron. Godefridus Monachus, in Chron.
[2476] Pipinus, Chron., lib. 2, cap. 26, tom. 9 Rer. Italic.
[2477] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCXCIII. Indizione XI.
CELESTINO III papa 3. ARRIGO VI re 8, imperad. 3.
Continuò ancora in quest'anno la confusione in Puglia e in Terra di Lavoro[2478]. Bertoldo generale dell'imperadore cogli altri uffiziali cesarei, coll'abbate di Monte Casino, che, dimentico dei canoni, era divenuto guerriero, e coi conti di Fondi e di Caserta, prese varie castella. Ingrossò l'armata con tutti coloro che teneano la parte dell'imperadore, di modo che quantunque venisse di qua del Faro il re Tancredi con un grosso esercito, non lasciò di tener la campagna, anzi di andar a fronte dell'armata nemica a Monte Fuscolo. Erano inferiori molto di forze i cesarei; eppure si astenne Tancredi di venire a battaglia, perchè i suoi gli rappresentarono andarvi del suo onore, s'egli, essendo re, si cimentava con chi non era par suo. Assediò Bertoldo il castello di Monte Rodone. Una grossa pietra scagliata da un mangano lo stritolò. Nel generalato succedette a lui Corrado Moscaincervello, che, impadronitosi di quel castello, non lasciò vivo alcuno degli abitanti. All'incontro il re Tancredi riacquistò la rocca di sant'Agata, Aversa, Caserta ed altre terre; e sentendosi poi aggravato da febbri, si ridusse verso il fine dell'anno in Sicilia, dove restò trafitto da inesplicabil dolore per la morte che gli rubò sul fior degli anni il primogenito suo, cioè il re Ruggieri. Questo colpo quel fu che sul principio dell'anno seguente fece tracollar la sanità dell'infelice Tancredi, il qual tenne dietro al figliuolo, e riempiè di pianto la Sicilia tutta, ben prevedendo ognuno le sinistre conseguenze di perdite cotanto inaspettate. Lasciò egli sotto la tutela della regina Sibilla sua moglie il secondogenito suo, cioè Guglielmo III, erede piuttosto di lagrimevoli disavventure, che della corona reale e di un bellissimo regno. Miracolo è che, secondo l'uso dei fallaci umani giudizii, niuno susurrò che questi principi fossero stati aiutati a sloggiare dal mondo. Siccome osserva il cardinal Baronio[2479], incitato papa Celestino III in quest'anno da replicate forti lettere della regina d'Inghilterra Eleonora, madre del re Riccardo, che era prigione in Germania, finalmente s'indusse a minacciar le censure contra Leopoldo duca d'Austria, e contra dello stesso imperadore Arrigo, se non mettevano in libertà il fatto prigioniere, con trasgredire i capitoli e giuramenti della crociata. Ho detto anche Arrigo Augusto, perchè anche egli volle essere a parte di quella preda, con aver fissata la massima di ricavarne un grossissimo riscatto. Adduceva egli quella gran ragione, che un re non dovea star nelle carceri di un duca, e però o colle minacce o colle promesse di parte del guadagno, fatte al duca medesimo, gliel trasse di mano, con divenir egli principale in quest'affare, e con accusare dipoi Riccardo di varii insussistenti reati, fra i quali entrò il preteso assassinamento del marchese Corrado. Fu dunque proposto a Riccardo, se bramava la libertà, un enorme pagamento di danaro. A queste disavventure del re inglese una più dolorosa si aggiunse, perchè Filippo re di Francia, sentiti in tal occasione più vigorosi i consigli dell'interesse che dell'onore, uscì armato in campagna, e cominciò ad occupar gli Stati che Riccardo possedeva di qua del mare.
Abbiamo dalla Cronica Cremonese[2480] che fu guerra in quest'anno fra i Milanesi e Lodigiani. Aveano questi tirata una fossa dalla lor città sino al Lambro. Dovette ciò dispiacere ai Milanesi, i quali perciò venuti coll'esercito sul Lodigiano, la spianarono, bruciarono un tratto di paese, e condussero prigioni molti Lodigiani. Galvano Fiamma[2481] di ciò parla all'anno precedente, ma il Malvezzi[2482] ne scrive sotto il presente. Secondo questi autori, i Cremonesi collegati coi Lodigiani, e accampati nel territorio d'essi, si diedero a far delle scorrerie nel distretto di Milano. Uscirono in campagna anche i Milanesi, e diedero loro battaglia. Nel conflitto si sparse voce che venivano i Bresciani: laonde i Cremonesi pensarono più a fuggire che a combattere. Restò in mano de' Milanesi il loro carroccio. Ma son da ricevere con gran riguardo tali notizie, perchè Galvano Fiamma troppe altre cose narra o favolose, o accresciute oltre al dovere. Era stato podestà di Bologna nell'anno precedente Gherardo degli Scannabecchi vescovo di quella città[2483], e con lode aveva esercitato quel principesco uffizio. Continuò anche nel presente; ma più non piacendo il governo suo, furono ivi di nuovo creati i consoli; e perchè il vescovo non volea dimettere il comando, si fece una sollevazione contra di lui, per la quale fu assediato il palazzo episcopale, colla morte di molti. Il vescovo, fuggito per una cloaca travestito, ebbe la fortuna di mettersi in salvo. Genova anch'essa provò i mali effetti della discordia civile[2484]. Tutto dì vi si commettevano omicidii e ruberie; e l'una famiglia dalla sua torre facea guerra all'altra. Durò questo infelice stato di cose fino all'anno seguente, in cui, fatto venir da Pavia Oberto da Olevano per loro podestà, questi, siccome persona di gran cuore e prudenza, diede buon sesto a tanti disordini. Era incorso nella disgrazia dell'imperadore Arrigo, e posto anche al bando dell'imperio, il popolo di Reggio di Lombardia, perchè avea costretto molti castellani dipendenti dall'imperio a giurar fedeltà e ubbidienza al loro comune: cosa praticata in questi tempi anche da altre città. Li rimise Arrigo in sua grazia nell'anno presente con diploma[2485] dato Wirceburc XIV kalendas novembris, Indictione XI (indizione che non si doveva mutare nel settembre); ma con aver prima i Reggiani assoluto da' giuramenti que' vassalli imperiali, e restituiti i luoghi occupati. Passavano delle differenze fra i Bolognesi e Ferraresi. Furono in questo anno composte nel dì 10 di marzo nella villa di Dugliuolo, come costa dallo strumento da me pubblicato altrove[2486].
NOTE:
[2478] Richardus de S. German., in Chron. Anonymus Casinensis, in Chron.
[2479] Baron., in Annal. Ecclesiast.
[2480] Chron. Cremonense, tom. 7 Rer. Ital.
[2481] Gualv. Flamma, in Manipul. Flor., cap. 225.
[2482] Malveccius, Chron. Brixian., c. 71, tom. 14 Rer. Ital.
[2483] Matth. de Griffonibus, Annal. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital.
[2484] Caffari, Annal. Genuens., lib. 3, tom. 6 Rer. Ital.
[2485] Antiquit. Italic., Dissert. L.
[2486] Ibidem, Dissert. XLIX.
Anno di CRISTO MCXCIV. Indizione XII.
CELESTINO III papa 4. ARRIGO VI re 9, imperad. 4.
Dopo sì lunga prigionia, finalmente sul principio di febbraio di quest'anno fu rimesso in libertà Riccardo re d'Inghilterra[2487]. Gli convenne pagare cento mila marche ossia libbre d'argento, e promettere altra somma all'imperadore Arrigo, che la terza parte ne diede a Leopoldo duca d'Austria. In Inghilterra, per mettere insieme questo tesoro, che sembra quasi incredibile, furono venduti fino i calici sacri: laonde per tale avania Arrigo si tirò addosso il biasimo e la indignazione universale. Intanto giunse la nuova d'essere mancato di vita il re Tancredi col figliuolo maggiore, e rimasto il regno di Sicilia in mano d'un re fanciullo, e sotto il governo di una donna, cioè della regina Sibilia, o Sibilla, sua madre. Che tempo propizio fosse questo per conquistare quegli Stati, più degli altri l'intese Arrigo Augusto; e trovandosi egli anche ben provveduto d'oro, gran requisito per chi vuol far guerra, s'affrettò a mettere insieme un possente esercito per la spedizion di Sicilia. Nel mese di giugno calò in Italia, e premendogli di aver sufficienti forze per mare alla meditata impresa, personalmente si trasferì a Genova, dove con larga mano regalò quel popolo di promesse in loro vantaggio. Si per vos, disse egli[2488], post Deum, regnum Siciliae acquisiero, meus erit honor, proficuum erit vestrum. Ego enim in eo cum Teutonicis meis manere non debeo; sed vos et posteri vestri in eo manebitis. Erit utique illud regnum non meum, sed vestrum. Con degli ampli privilegii ancora, ben sigillati, confermò loro questi monti d'oro. Non è dunque da stupire se i Genovesi fecero un grande sforzo di gente e di navi per secondare i disegni dell'imperadore. Portossi Arrigo anche a Pisa verso la metà di luglio, ed impetrò da quel popolo un altro stuolo di navi. Ho io dato alla luce un suo diploma[2489], emanato nell'anno precedente, in cui, oltre al confermare tutte le lor giurisdizioni e varii privilegii, concede anche loro in feudo la metà di Palermo, di Messina, di Salerno e Napoli, e tutta Gaeta, Mazara e Trapani: tutte belle promesse per deludere quei popoli poco accorti, ed averne buon servigio. In Pisa si trovarono i deputati di Napoli, che gli promisero di rendersi al primo arrivo dell'imperiale armata. Con questa dunque s'inviò egli per la Toscana alla volta della Puglia e di Terra di Lavoro[2490]. Piuttosto verso il principio che sul fine d'agosto arrivato colà, le più delle città corsero ad arrendersi. Atinio e Rocca di Guglielmo tennero forte. Capoa ed Aversa nè si renderono, nè furono assediate. Se si vuol credere ad Ottone da San Biagio[2491], che con errore ciò riferisce all'anno 1193, Arrigo, fatto dare il sacco a tutte le città della Campania e della Puglia, le distrusse, e massimamente Salerno, Barletta e Bari, con asportarne un immenso bottino. Ma della sovversione di tante città non parlando nè l'Anonimo Casinense, nè Riccardo da San Germano, benchè si potesse sospettare che tacessero per paura di chi allora comandava in Sicilia, pure non è credibile tutto quanto narra quello scrittore, specialmente stendendo egli queste crudeltà a tutte le città di quelle contrade. Fuor di dubbio è che Arrigo fece assediar Gaeta, e che colà nello stesso tempo arrivò la flotta de' Genovesi. Non volle quella città far lunga resistenza all'armi cesaree, e si rendè a Marquardo siniscalco dell'imperadore, a Guglielmo marchese di Monferrato, e ad Oberto da Olevano podestà e generale de' Genovesi. Passò dipoi l'esercito e la flotta nella vigilia di san Bartolommeo a Napoli, città che si rendè tosto all'imperadore, e gli giurò fedeltà, siccome ancora Ischia, ed altre isole e terre. La rabbia maggiore dell'Augusto Arrigo intanto era contra de' Salernitani, per aver essi tradita l'imperadrice Costanza sua moglie. E però inviò il suddetto Guglielmo marchese ad assediar quella ricca e nobil città[2492]. Tuttochè quei cittadini facessero una valorosa difesa, pure non poterono lungamente resistere agli assalti del marchese, il quale poscia, per ordine di Arrigo, infierì contra d'essi, con levar la vita a moltissimi, permettere il disonor delle donne, imprigionare e tormentar altri, e bandire i restanti. Tutto fu messo a sacco, e poscia senza perdonare alle chiese, restò interamente smantellata la città che da lì innanzi non potè più risorgere all'antico splendore. Per la Calabria s'inoltrò l'esercito cesareo, e, passato il Faro, giunse a Messina, che tosto se gli diede. Che ciò accadesse sul fine di agosto si può argomentar dagli Annali di Genova, che dicono arrivata a Messina la lor flotta nel dì primo di settembre; tempo in cui quella città era già pervenuta alle mani dell'imperadore.
Questi vittoriosi progressi furono allora turbati da un accidente occorso fra i Genovesi e i Pisani. L'odio fra queste due emule nazioni, originato dalla gara dell'ambizione, e più da quella dell'interesse, era passato in eredità; e si potea ben con tregue e paci frenare, ma per poco tornava a divampare in maggiori incendii. Appena si trovarono le lor flotte a Messina, che vennero alle mani, e nel lungo conflitto molti dei Pisani vi restarono o morti o feriti. Per questo gli altri Pisani, che erano nella città, corsero al fondaco de' Genovesi, e gli diedero il sacco, con asportarne molto danaro. Altrettanto fecero alle case dove si trovarono de' Genovesi, molti ancora de' quali furono fatti prigioni. Ciò inteso dai Genovesi, che stavano nelle navi, infuriati corsero a farne vendetta sopra le galee pisane, e tredici ne presero, con tagliare a pezzi molti de' Pisani. S'interpose Marquardo imperial siniscalco, e riportò dalle parti giuramento di restituire il maltolto, e di non più offendersi. Eseguirono la promessa i Genovesi. Poco o nulla ne fecero i Pisani, che godeano miglior aura alla corte; anzi fecero nuovi insulti per le strade ai Genovesi, e presero una lor ricca nave che veniva di Ceuta. Per tali affronti e danni morì di passione il podestà e generale de' Genovesi Oberto da Olevano. Allorchè si seppe in Palermo la resa di Messina, la regina Sibilla si fortificò nel palazzo reale, e il fanciullo re Guglielmo si ritirò nel forte castello di Calatabillotta. Allora i Palermitani spedirono all'imperadore Arrigo, invitandolo alla lor città. Così l'Anonimo Casinense. Ma, secondo gli Annali Genovesi, pare che i Palermitani resistessero un tempo, e si facessero pregare per ammetterlo. Intanto i Genovesi accorsero in aiuto di Catania, che s'era data all'imperadore, e trovavasi allora assediata dai Saraceni abitanti in Sicilia, siccome fautori della fazion di Tancredi, e la liberarono. Presero poi per forza la città di Siracusa. Tengo io per fermo che l'Anonimo Casinense e Riccardo da San Germano per politica parlarono pochissimo di questi affari, che pur furono sì strepitosi, mettendo un velo sopra molte iniquità e crudeltà di Arrigo. Non mancò egli di addormentare con graziosissime promesse i Palermitani[2493]. Il magnifico di lui ingresso in quella città ci vien descritto da Ottone da San Biagio[2494]. Ma perchè conobbe dura impresa l'impadronirsi del regal palazzo, e del castello di Calatabillotta, mandò alcuni suoi ministri a trattare colla regina Sibilla, con cui, secondo il suo costume, fu liberalissimo di promesse: cioè impegnò la sua parola di concedere a Guglielmo di lei figliuolo la contea di Lecce, e di aggiugnervi il principato di Taranto; condizioni che furono da lei abbracciate, perchè già vedea disperato il caso di potersi sostenere. Diede dunque sè stessa e il figliuolo in mano di Arrigo, il quale non sì tosto fu padrone del palazzo regale, che lo spogliò di tutte le cose preziose, e lasciò il sacco del resto ai soldati. Secondo gli scrittori moderni siciliani, Arrigo si fece coronare re di Sicilia nella cattedral di Palermo. Non truovo io di ciò vestigio alcuno presso l'Anonimo Casinense, nè presso Riccardo da San Germano. Ne parla bensì Radolfo da Diceto, che il dice coronato nel dì 23 di ottobre. Rocco Pirro rapporta un suo diploma, dato Panormi III idus januarii, Indictione XIII, anno MCXCV[2495], dove, parlando della chiesa di Palermo, dice: In qua ipsius regni coronam primo portavimus. Ma falla esso Pirro in iscrivere che tal coronazione seguì nel dì 30 di novembre dell'anno 1195. Se il diploma da lui poco fa accennato, e dato nel dì 11 di gennaio dell'anno 1195, la suppone già fatta, come differirla al novembre dell'anno medesimo? Oltre di che, nel novembre del 1195 Arrigo non era più in Sicilia. Sicchè egli dovette esser coronato in Palermo o nell'ottobre o nel novembre del presente anno 1194. Neppure sussiste il dirsi da Rocco Pirro che l'imperadrice Costanza ricevette anche essa la corona in tale occasione. Abbiamo da Riccardo da San Germano che in quest'anno imperatrix Exii civitate Marchie filium peperit nomine Fredericum mense decembri in festo sancti Stephani. Non era ella dunque giunta per anche in Sicilia, e da Jesi non si potè partir così presto, come ognun comprende.
E qui si noti la nascita di questo principe, che fu poi Federigo II imperadore, della cui nascita, e del luogo dove Costanza Augusta il partorì molte favole si leggono presso gli storici lontani da questi tempi. V'ha anche disputa intorno all'anno della sua nascita. Ma, oltre al suddetto Riccardo, l'Anonimo Casinense[2496] e Alberto Stadense[2497], il fanno nato nel fine dell'anno presente, perchè il loro anno 1195, cominciato nel dì della Natività del Signore, abbraccia la festa di santo Stefano di quest'anno 1194. Finalmente nella vita d'Innocenzo III papa[2498] troviamo che i principi in Germania nell'anno 1196 elessero re Federigo II puerum vix duorum annorum, et nondum sacri baptismatis unda renatum: il che ci assicura doversi riferire all'anno presente la nascita d'esso Federigo. Qual fosse la coscienza ed onoratezza dell'imperadore Arrigo VI lo scorgeremo ora. Dopo aver tanto speso e faticato per lui i Genovesi, richiesero il guiderdone loro promesso, cioè il possesso di Siracusa e della valle di Noto[2499]. Andò Arrigo per qualche tempo allegando varie scuse, e pascendo quel popolo di varie speranze. La conclusione finalmente fu, che non solamente nulla diede loro del pattuito, ma levò ad essi ancora tutti i diritti e privilegii goduti da loro sotto i re precedenti in Sicilia, Calabria, Puglia, e in altri luoghi. Proibì sotto pena della vita ai Genovesi il dar nome di console ad alcuno in quelle parti. Anzi minacciò d'impedir loro l'andar per mare, e giunse fino a dire che distruggerebbe Genova. Il continuatore di Caffaro non potè contenersi dal chiamarlo un nuovo Nerone, per così orrida mancanza di fede. Certo è che neppure i Pisani riportarono un palmo di terra in Sicilia, e sparvero agli occhi ancora di questi gli ampli Stati che si leggono promessi loro nel diploma di sopra accennato. E pur poco fu questo. Nel giorno santo di Natale tenne un solenne parlamento di tutto il regno in Palermo, e quivi cacciò fuori delle lettere, credute dai più di sua invenzione, dalle quali appariva una cospirazione formata contra di lui da alcuni baroni del regno. Dopo di che fece mettere le mani addosso a moltissimi vescovi, conti e nobili, e cacciar in prigione anche la stessa vedova regina Sibilla, ossia Sibilia, e il figliuolo Guglielmo, fintamente da lui proclamato conte di Lecce e principe di Taranto, dimenticando il bell'atto del re Tancredi, che gli avea restituita la moglie Costanza, e mettendosi sotto i piedi la fede e le promesse date alla regina e al figliuolo. Alcuni d'essi baroni furono accecati, altri impiccati, altri fatti morir nelle fiamme, e il resto mandato e condotto in Germania in esilio. Anche Ottone da San Biagio fa menzione di queste crudeltà, accennate parimente da Giovanni da Ceccano e da Innocenzo III papa in una sua lettera, prevedute ancora da Ugo Falcando sul principio della sua Storia, che dovettero fare un grande strepito per tutta l'Europa. Fece fino aprire il sepolcro di Tancredi e del figliuolo Ruggieri, e strappar loro di capo la corona regale. Sicardo, vescovo allora di Cremona, e parziale d'Arrigo, scrive che i Siciliani se la meritarono, per aver tese insidie allo imperadore. Ma sarebbe convenuto accertarsi prima se sussisteva la congiura; poichè per conto dell'aver eglino preferito Tancredi a Costanza contra del loro giuramento, non aveano essi operato ciò senza l'approvazione del romano pontefice, al quale apparteneva il disporre di quel regno, come di feudo della santa Sede. Vuole il padre di Pagi che non sussista tanta barbarie dell'Augusto Arrigo in Sicilia, citando in pruova di ciò Giovanni da Ceccano. Ma questo medesimo autore è buon testimonio dell'inumanità d'Arrigo VI.
NOTE:
[2487] Roger. Hovedenus, Guillelm. Neubrig., Abbas Urspergens. et alii.
[2488] Caffari, Annal. Genuens., lib. 3, tom. 6 Rer. Ital.
[2489] Antiquit. Ital., Dissert. L.
[2490] Richardus de S. Germano. Anonymus Casinens. Johann. de Ceccano, Chron.
[2491] Otto de S. Blasio.
[2492] Radulph. de Diceto, Imag. Histor.
[2493] Johann. de Ceccano, Richardus de S. Germano.
[2494] Otto de S. Blasio, in Chron.
[2495] Pyrrhus, Chronolog. Reg. Sicil. et in Notit. Ecclesiast. Panor.
[2496] Anonymus Casinens., in Chron.
[2497] Albert. Stadens., in Chron.
[2498] Vita Innocentii III, num. 19.
[2499] Caffari, Annal. Genuens., lib. 3.
Anno di CRISTO MCXCV. Indizione XIII.
CELESTINO III papa 5. ARRIGO VI re 10, imperad. 5.
Dopo avere Arrigo Augusto sfogato in parte il suo crudel talento contra gli aderenti del fu re Tancredi, venne in Puglia, dove tenne un gran parlamento di baroni. Trovavasi nella corte di Sicilia Irene vedova del giovane re Ruggieri figliuolo di Tancredi. La trovò assai avvenente Filippo fratello dell'imperadore; e forse pensando egli che questa principessa potesse anche portar seco dei diritti d'importanza, per essere figliuola d'un greco imperadore, la prese per moglie[2500] di consentimento di Arrigo, che allora gli diede a godere il ducato della Toscana, e i beni della fu contessa Matilda. Vedesi presso il Margarino[2501] un diploma d'esso Filippo coi titoli suddetti, spedito in san Benedetto di Polirone nel dì 31 di luglio, trovandosi egli in quel monistero. Dopo aver tenuto in Puglia il parlamento suddetto, ed inviata l'imperadrice in Sicilia, prese Arrigo la strada di terra, per tornarsene in Germania. Convengono tutti gli scrittori in dire ch'egli per mare e per terra mandò in Germania innumerabili ricchezze; tutte spoglie de' miseri Siciliani e del regale palazzo di Palermo. Arnoldo da Lubeca scrive[2502] ch'egli reperit thesauros absconditos, et omnem lapidum pretiosorum et gemmarum gloriam, ita ut oneratis centum sexaginta somariis (cavalli o muli da soma) auro et argento, lapidibus pretiosis, et vestibus sericis, gloriose ad terram suam redierit. Bella gloria al certo guadagnata con tanti spergiuri, coll'ingratitudine, colla barbarie, e con lasciare in Sicilia un incredibil odio e mormorazione contra della sua persona. Oltre ad assaissimi baroni prigionieri, ed oltre agli ostaggi di varie città, fra' quali fu l'arcivescovo di Salerno, seco egli menò la sfortunata regina Sibilla con tre figliuole e col figliuolo Guglielmo, e li tenne poi sotto buona guardia chiusi in una fortezza. Crede il padre Pagi[2503] che Arrigo solamente nel Natale dell'anno presente imperversasse contra de' Siciliani, e poscia se ne tornasse in Germania. Ma Giovanni da Ceccano[2504] parla del Natale dell'anno precedente. Ed Arrigo in quest'anno venne a Pavia, e di là passò in Germania, come si ha dagli Annali genovesi[2505] e da altri autori. Girolamo Rossi[2506] cita un suo diploma dato in Vormazia IV kalendas decembris, Indictione XIIII, anno Domini MCXCV. L'indizione è quivi mutata nel settembre. Anche il Sigonio accenna un suo diploma, dato VII kalendas junias apud burgum sancti Donnini, anno MCXCV, regni Siciliae primo[2507]. Lasciò esso Arrigo per suo vicario, ossia per vicerè nel regno di Sicilia il vescovo d'Ildeseim già suo maestro, che fra tanti suoi studii non dimenticò quello di far danaro per quanto potè. In quest'anno il celebre Arrigo Leone, già duca di Sassonia e Baviera, della linea estense di Germania, terminò i suoi giorni in Brunsvic, città restata a lui con altre adiacenti dopo il terribil naufragio di sua grandezza. Ma in questo medesimo anno essendo morto Corrado conte palatino del Reno, zio paterno dell'Augusto Arrigo, succedette ne' di lui Stati Arrigo, uno de' figliuoli di esso Arrigo Leone, perchè marito dell'unica figliuola del medesimo Corrado: sicchè in qualche maniera tornò a rifiorire in Germania la potenza de' principi estensi-guelfi. Nè si dee tacere che l'imperadore Arrigo suddetto in quest'anno creò e confermò duca di Spoleti Corrado Moscaincervello, e dichiarò duca di Ravenna e marchese d'Ancona Marquardo. È considerabile lo strumento di concordia seguita fra lui e il popolo di Ravenna, di cui Girolamo Rossi ci ha conservato la memoria. Da esso apparisce che anche Ravenna si governava in repubblica, ed avea il suo podestà, e giurisdizione, e rendite; ma doveano al duca restar salve le regalie, quas imperator, et ipse Marchoaldus in civitate Ravennae et ejus districtu habere consuevit. La terza parte di Cervia apparteneva ad esso Marquardo o Marcoaldo, un'altra all'arcivescovo, e un'altra al comune di Ravenna, che partivano insieme le intrate massimamente del sale.
Racconta il continuatore di Caffaro che i Pisani, trovandosi in favorevole stato alla corte imperiale, seguitarono in questi tempi a recar insulti, danni e ingiurie ai Genovesi, e rifabbricarono anche, ad onta di essi, il castello di Bonifazio in Corsica, che divenne un nido di corsari, fingendo di non esserne eglino padroni. Non potendo più reggere a tali strapazzi il popolo genovese, spedì in Corsica con varii legni un corpo di combattenti, che a forza d'armi entrarono in Bonifazio, e vi si fortificarono. Presero dipoi varie navi pisane, ed altri danni inferirono a quella nemica nazione, della quale in questi tempi ci manca l'antica istoria. Spedirono anche i Genovesi Bonifazio loro arcivescovo, e Jacopo Manieri lor podestà a Pavia all'imperadore, che prima di passare in Germania soggiornava nel monistero di San Salvatore fuori della città, per ricordargli le promesse lor fatte e confermate con un solenne diploma. Si accorsero in fine, nulla essere da sperare da un principe che niun conto faceva della sua fede. Dissi già che esso Augusto avea conceduto Crema al popolo cremonese. Anche nell'anno presente a dì 6 di giugno[2508] lo stesso imperadore Arrigo confermò ai medesimi Cremonesi col gonfalone l'investitura di tutti i loro Stati, fra' quali anche la terra di Crema era compresa. Ma perchè di questa erano in possesso i Milanesi per concessione e diploma di Federigo I Augusto padre del regnante, nè si sentivano essi voglia di cedere una sì riguardevol terra, restò fin qui ineffettuata la concessione d'Arrigo. Probabilmente cadde ancora in quest'anno un altro documento, da me dato alla luce[2509] colle note guaste, da cui apparisce che avendo Giovanni Lilò d'Hassia, messo e camerlengo dello imperadore Arrigo, mandato a prendere la tenuta d'essa Crema, non era stato ammesso il suo deputato, e però egli mette al bando dell'imperio i Cremaschi, Milanesi e Bresciani per tal disubbidienza. Quell'atto fu fatto in Cremona anno ab Incarnatione Domini nostri Jesu Christi MCXC, Indictione XIII, die Mercurii tertiodecimo intrante junio. Ma conviene all'anno presente, in cui correa la INDIZIONE XIII; se non che il dì 13 di giugno non era in mercordi. Dalla Cronichetta Cremonese[2510] abbiamo che in quest'anno fu qualche guerra fra essi Milanesi e Cremonesi, e che restarono prigioni alquanti degli ultimi.
NOTE:
[2500] Conrad. Abbas Urspergens., in Chron.
[2501] Bullar. Casinens., tom. 2, Const. CCXVIII.
[2502] Arnol. Lubec, lib. 4, cap. 20.
[2503] Pagius, in Critic. Baron. ad hunc annum.
[2504] Johann., de Ceccano, Chron. Fossaenovae.
[2505] Caffari, Annal. Genuens., lib. 3, tom 6 Rer. Italic.
[2506] Rubeus, Hist. Ravenn., lib. 6.
[2507] Sigon., de Regno Ital., lib. 15.
[2508] Antiquit. Italic., Dissert. XI, pag. 621.
[2509] Ibidem, Dissert. L.
[2510] Chron. Cremonense, tom. 7 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCXCVI. Indizione XIV.
CELESTINO III papa 6. ARRIGO VI re 11, imperad. 6.
Per le crudeltà loro usate dall'imperadore Arrigo andavano tutto di i Siciliani e Pugliesi, massimamente di nazione normanna, meditando rivoluzioni; e verisimilmente accaddero non poche sollevazioni e sconcerti in quelle contrade, delle quali ci dan qualche barlume, ma non già una chiara notizia, gli antichi storici. A tali avvisi lo spietato Arrigo (ne è incerto il tempo) fece cavar gli occhi agi' innocenti ostaggi che erano in Germania, fuorchè a Niccolò arcivescovo di Salerno. Or mentre si trovava esso Arrigo in Germania, fu gagliardamente sollecitato da papa Celestino III a portare soccorsi in Terra santa. Ci è permesso di credere che si prevalesse egli di questa occasione per muovere i popoli della Germania a prendere l'armi, col fine di valersene egli prima a gastigare i popoli di Sicilia e Puglia, siccome avea fatto nell'anno 1194, in cui sappiamo ch'egli si servì d'alcune migliaia di pellegrini crociati, che erano in viaggio verso la Soria, per conquistar la Puglia e Sicilia. Infatti raunò una possente armata. Ma prima di muoversi alla volta d'Italia, tenne una general dieta[2511], in cui tanto si adoperò, che indusse que' principi ad eleggere re de' Romani e di Germania il suo figliuolo Federigo II, ancorchè appena giunto all'età di due anni, e non per anche battezzato. Ciò fatto, venne in Italia. Egli si truova in Milano secundo idus augusti, come consta da un suo diploma, dato, nell'anno presente, presso il Puricelli[2512]. Poscia il vediamo in Piacenza VI idus septembris, ciò apparendo da un altro suo diploma pubblicato dal Campi[2513]. Da tre altri, che si leggono nel Bollario Casinense[2514], impariamo ch'egli era in Monte Fiascone XIII kalendas novembris, e in Tivoli XVI kalendas decembris. Per attestato di Giovanni da Ceccano[2515], nell'ultimo giorno di novembre arrivò a Ferentino, e vi dimorò sette giorni, mostrando, secondo il suo finto animo, pensieri di pace e di equità. Se n'andò poscia a Capoa, nelle cui prigioni trovò il valoroso, ma sfortunato Riccardo conte di Acerra, che poco prima, nel voler fuggire per prevenir l'arrivo d'esso Augusto, tradito da un monaco bianco, cadde nelle mani di Diopoldo uffiziale cesareo[2516]. Il fece giudicare, e poi tirare a coda di cavallo pel fango di tutte le piazze, e finalmente impiccar per li piedi, finchè morisse; nè il suo cadavero fu rimosso dalla forca, se non dappoichè giunse la nuova della morte d'esso Augusto nell'anno seguente. Dopo la festa del Natale s'incamminò verso la Sicilia. Essendo in questo mentre mancato di vita senza figliuoli Corrado suo fratello duca di Alemagna, ossia di Suevia[2517], diede quel ducato all'altro suo fratello Filippo, dianzi dichiarato duca di Toscana, e mandollo a prenderne il possesso: il che fu da lui volentieri eseguito, con tener una corte solenne in Augusta nell'agosto dell'anno presente. Abbiamo ancora da Riccardo di San Germano che Arrigo, prima di giugnere in quelle contrade, anzi stando in Germania, avea spedito il vescovo di Vormacia per suo legato in Italia. Andò questo prelato a Napoli col guerriero abbate di Monte Casino, e con molte squadre di soldati italiani e tedeschi, et imperiale implens mandatum, Neapolis muros et Capuae funditus fecit everti. Per assicurarsi di quel regno, altro ripiego non volle adoperar questo Augusto, che quello del rigore e terrore, duri maestri del ben operare. Coi benefizii e non colla crudeltà si guadagnano i cuori de' popoli.
Ebbero in quest'anno i Genovesi per loro podestà Drudo Marcellino[2518], uomo di petto, che con vigore esercitò la sua balia, non la perdonando a malfattore alcuno, e gastigando tutta la gente inquieta; talchè rimise in buono stato quella sì discorde città. Fra l'altre sue prodezze, perchè molti cittadini contro i pubblici divieti aveano fabbricate torri altissime, delle quali poi si servivano a far guerra ai lor vicini nemici, intrepidamente le fece abbassare, riducendole tutte alla misura d'ottanta piedi d'altezza. La continuata dissensione e guerra che in questi tempi bolliva fra essi Genovesi e Pisani, dispiacendo al paterno cuore di papa Celestino III, cagion fu ch'egli inviasse a Genova per suo legato Pandolfo cardinale della basilica de' dodici Apostoli, per trattar di pace. Fra i deputati dell'una e dell'altra città alla presenza di lui si tenne un congresso in Lerice sul principio d'aprile. Questo, per cagion della vicina Pasqua, si sciolse senza frutto, e fu rimesso ad altro tempo. Prevalendosi di tal dilazione i Pisani, segretamente spedirono in Corsica uno stuolo di navi, credendosi di poter levare il castello di Bonifazio ai Genovesi, ma lo ritrovarono ben guernito. A questo rumore accorsero ancora i Genovesi con una bella armata di mare, e andarono a sbarcare e a postarsi in Sardegna nel giudicato di Cagliari, di cui era allora padrone il marchese Guglielmo (di qual casa, io non so dire). Raunò questo marchese un esercito di Sardi, Catalani e Pisani, per isloggiare i Genovesi; ma ne riuscì tutto il contrario. Fu messo in fuga coi suoi, e la sua bravura gli costò l'incendio del suo palagio e d'altri ancora. Dopo di che i Genovesi se ne tornarono a Bonifazio. Tentarono un'altra volta i Pisani d'assediar quel castello, ma indarno. Vennero anche a battaglia le flotte pisana e genovese, ma con poco divario nella perdita. A quest'anno il Sigonio[2519] e il Rossi[2520] riferiscono il matrimonio di Azzo V, figliuolo di Obizzo marchese di Este con Marchesella degli Adelardi. Ho io provato[2521] che molto prima di questi tempi dovettero accader queste nozze: nozze di somma importanza per la linea estense d'Italia, perchè aprirono alla nobilissima casa dei marchesi estensi la porta per signoreggiare in Ferrara[2522]. Abbiam veduto di sopra all'anno 1174 qual fosse la potenza e riputazione di Guglielmo Adelardi, soprannominato della Marchesella, per cui valore fu liberata Ancona dall'assedio. Egli era principe della fazion guelfa in Ferrara; giacchè erano nate e andavano crescendo le fazioni de' Guelfi e de' Ghibellini. Salinguerra figliuolo di Taurello, ossia Torello, era il capo dell'altra fazione. Morto egli, e mancato parimente di vita Adelardo suo fratello, e rimasta erede dell'immensa loro eredità Marchesella figliuola di Adelardo, fu questa sposata al suddetto Azzo estense, acciocchè egli sostenesse il partito de' Guelfi in quella città. Da lì innanzi i marchesi d'Este, signori del Polesine di Rovigo, di Este, Montagnana, Badia, e d'altre nobili terre, cominciarono ad aver abitazione in Ferrara, e a far figura di capi della fazion guelfa non solo in essa città, ma anche per tutta la marca di Verona, di modo che lo stesso era dire la parte marchesana, che la parte guelfa.
NOTE:
[2511] Godefridus Monachus, in Chron.
[2512] Puricellius, Monument. Basilic. Ambros.
[2513] Campi, Istor. di Piacenza, tom. 2.
[2514] Bullar. Casinens,, Constit. CCXX, et seq.
[2515] Johannes de Cercano, Chron. Fossaenovae.
[2516] Richardus de S. Germano, in Chron.
[2517] Otto de S. Blasio, in Chron.
[2518] Caffari, Annal. Genuens., lib. 3, tom. 6 Rer. Ital.
[2519] Sigonius, de Regno Ital., lib. 15.
[2520] Rubeus, Histor. Ravenn., lib. 6.
[2521] Antichità Estensi, P. I, cap. 36.
[2522] Richobald., in Pomario.
Anno di CRISTO MCXCVII. Indizione XV.
CELESTINO III papa 7. ARRIGO VI re 12, imperad. 7.
Le più strepitose avventure dell'anno presente furono in Sicilia; ma per disavventura non han voluto raccontarle per qualche politico riguardo gli antichi scrittori italiani di quelle parti, che erano sudditi di Federigo II Augusto, figliuolo di Arrigo VI imperadore. Più ne han parlato gli scrittori inglesi e tedeschi, ma non senza mio timore ch'essi lontani ingannati dalle dicerie, possano ingannare ancor noi. Scrive adunque Arnoldo da Lubeca[2523] che, giunto in Sicilia l'Augusto Arrigo, vi fu occupato da molte traversie e battaglie, perciocchè constava del tradimento dell'imperadrice Costanza sua moglie, e degli altri nobili di quelle contrade. Perciò, raunata gran gente a forza di danaro, d'essi congiurati ben si vendicò, dopo averli fatti prigioni. A colui che era stato creato re contra di lui, fece conficcare in capo una corona con acutissimi chiodi; altri nobili condannò alla forca, al fuoco e ad altri supplizii. Poscia in un pubblico parlamento perdonò a chiunque aveva avuta mano in quella cospirazione, e talibus alloquiis multam gratiam illius regni invenit, et de cetero terra quevit. Che l'imperadrice Costanza mirasse di mal occhio le crudeltà del marito contra de' poveri siciliani, e massimamente del sangue normanno, si può senza fatica credere, perchè era nata in Sicilia, e Normanna di nazione, e si riconosceva anche obbligata alla famiglia di Tancredi, perchè sì generosamente rimessa da lui in libertà. Finalmente suo era quel regno, e non del marito, nè potea piacerle ch'egli lo distruggesse col macello di tanta nobiltà, e con votarlo di tutte le ricchezze per portarle in Germania. Ma non è mai credibile che, avendo ella un figliuolo, potesse consentire che altri si mettesse in testa quella corona. Par dunque più probabile che l'imperadrice fosse in sospetto al marito Augusto d'aver parte in quelle sollevazioni, ma non già ch'ella ne restasse convinta. E però convien sospendere la credenza in parte di quello che scrive Ruggieri Hovedeno[2524], storico inglese, e perciò nemico d'Arrigo, con dire che Arrigo prese i magnati della Sicilia, e parte ne imprigionò, parte dopo varii tormenti fece morire. Aveva dianzi dato il ducato di Durazzo e il principato di Taranto a Margarito, ossia Morgaritone, grande ammiraglio. Questa volta il fece abbacinare ed eunucare. Per le quali inumanità l'imperadrice Costanza fece lega colla sua gente contra dell'Augusto consorte; e, venuta a Palermo, prese i tesori dei re suoi antenati; dal che incoraggiti i Palermitani, uccisero gran copia di Tedeschi. L'imperadore fuggendo si racchiuse in una fortezza, con pensiero di ripatriare, se gli veniva fatto; ma i suoi nemici gli aveano serrati i passi. Credane ciò che vuole il lettore. Sicardo storico italiano[2525], e allora vivente, scrive che Margaritone fu accecato da Arrigo nell'anno 1194, e non già nel presente. Che in Sicilia fossero e congiure e rumori o nel precedente, o nel corrente anno, ammettiamolo pure. Ma che Arrigo, ito colà con un'armata di sessanta mila combattenti fosse ridotto in quello stato, non ha molto di verisimile. Meno ne ha che la imperadrice a visiera calata impugnasse il marito. Riceva dunque il lettore come meglio fondato il racconto di Gotifredo monaco, di cui sono le seguenti parole all'anno presente: Imperator in Apulia moratur. Ibi quosdam principes, qui in necem ejus conspirasse dicebantur, diversis poenis occidit. Rumor etiam de eo ac de imperatrice Constantia varia seminat, scilicet quod ipse in variis eventibus praeventus, etiam in vitae periculo saepe constitutus sit; quod imperatricis voluntate semper fieri vulgabatur[2526]. Quetati i rumori della Sicilia, e riconciliato l'imperadore Arrigo colla moglie, allora egli permise che la gran flotta de' pellegrini, desiderosi di segnalarsi in Terra santa, sciogliesse le vele, con aggiugnervi egli alcune delle sue squadre, e dar loro per condottiere Corrado vescovo di Wirtzburgo suo cancelliere. Andarono, fecero alquante prodezze in quelle parti; più ancora n'avrebbono fatto, se non fosse giunta la morte dell'imperadore, che sbandò tutti i principi tedeschi, volendo ciascuno correre a casa, per intervenire all'elezion del nuovo Augusto. Succedette essa morte nella seguente forma, che si ha da Riccardo da San Germano[2527]. Fece Arrigo venire a sè l'imperadrice Costanza sua moglie, e mentre essa era nel palazzo di Palermo, Guglielmo castellano di Castro-Giovanni si ribellò all'imperadore. Portossi in persona Arrigo all'assedio di quella fortezza, e, quivi stando, fu preso da una malattia, a cagion della quale condotto (per quanto s'ha da Giovanni da Ceccano[2528] e dall'Hovedeno[2529]), a Messina, quivi terminò i suoi giorni nella vigilia di san Michele, cioè nel dì 28 di settembre. Altri dicono nella festa di san Michiele, altri nel dì quinto d'ottobre, e negli Annali Genovesi[2530] la sua morte è riferita nell'ultimo dì di settembre.
Voce corse ch'egli morisse attossicato dalla moglie, a cui si attribuiscono tutte le traversie patite dal marito; ma Corrado abbate Urspergense la giustifica di tal taccia con dire: Quod tamen non est verisimile. Et qui cum ipso (Augusto) eo tempore erant familiarissimi, hoc inficiabantur. Audivi ego id ipsum a domno Conrado, qui postmodum fuit abbas praemonstratensis, et tunc in saeculari habitu constitutus, in camera imperatoris exstitit familiarissimus[2531]. Non so io qual fede meriti l'Hovedeno, allorchè scrive che Arrigo morì scomunicato da papa Celestino III per non avere restituito il danaro indebitamente estorto a Riccardo re d'Inghilterra, e perciò proibì il papa che se gli desse sepoltura in luogo sacro, tuttochè l'arcivescovo di Messina molto si adoperasse per ottenerlo. Aggiugne che lo stesso arcivescovo venne da Roma per questo, e di tre cose fece istanza. La prima, che fosse permesso il seppellire esso Augusto: al che rispose papa Celestino di non poterlo concedere senza consentimento del re d'Inghilterra, e restituito prima il maltolto. La seconda, che facesse ritirare i Romani che aveano assediato Marquardo nella marca di Guarnieri, cioè d'Ancona: il che dovette succedere dopo la morte dell'imperadore. E la terza, che permettesse la coronazione del piccolo Federigo in re di Sicilia. Sono sospetti gli scrittori inglesi in parlando di questo imperadore. Nondimeno anche Galvano Fiamma[2532] lasciò scritto che egli morì scomunicato. Quel ch'è più, vedremo che anche papa Innocenzo III il pretese scomunicato da esso papa Celestino. Forse implicitamente si pretendea incorso Arrigo nella scomunica per la violenza usata al re d'Inghilterra; ma che espressamente fossero fulminate contra di lui le censure, non si truova in altre memorie d'allora. All'incontro Ottone da san Biagio, dopo aver notata la morte d'Arrigo in Messina, soggiugne: Ibidem cum maximo totius exercitus lamento cultu regio sepelitur[2533]. Sono ancora di Sicardo storico e vescovo, allora vivente, le seguenti parole: Anno Domini MCXVCII reversus imperator in Italiam, in Sicilia mortuus est et sepultus[2534]. E l'Abbate Urspergense discorda bensì nel luogo della sepoltura, ma questa ce la dà per certa, scrivendo[2535]: Henricus imperator obiit in Sicilia, et in ecclesia panormitana magnifice est sepultus; nè alcun di essi parla di scomunica. Comunque sia, la morte di questo Augusto fu sommamente compianta dai Tedeschi, che l'esaltano forte, per avere stesi i confini dell'imperio, e portati dalla Sicilia in Germania immensi tesori; ma all'incontro essa riempiè d'allegrezza tutti i popoli della Sicilia, e d'altri paesi d'Italia, che l'aveano provato principe crudele e sanguinario, nè gli davano altro nome che di tiranno. Odasi Giovanni da Ceccano[2536]:
Omnia cum papa gaudent de morte tyranni. Mors necat, et cuncti gaudent de morte sepulti, Apulus, et Calaber, Siculus, Tuscusque, Ligurque.
Certo è che la morte di questo principe portò una somma confusione nella Germania, e si tirò dietro un fiero sconvolgimento e una gran mutazione di cose anche in Italia, siccome andremo vedendo. Per lume intanto di quel che poscia avvenne, considerabile è una notizia a noi conservata dall'autore della vita di Innocenzo III papa[2537]. Scrive egli che dopo la rotta data, siccome vedremo, nell'anno 1200 a Marquardo marchese di Ancona, si trovò fra' suoi scrigni il testamento del suddetto imperadore Arrigo VI, con bolla d'oro, che ora si legge stampato da me e da altri. In esso ordinava egli che Federigo Ruggieri suo figliuolo riconoscesse dal papa il regno di Sicilia; e mancando la moglie e il figliuolo senza erede, esso regno tornasse alla Chiesa romana. Che se il papa confermasse al figliuolo Federigo l'imperio, in ricompensa si restituisse alla Chiesa stessa tutta la terra della contessa Matilda, a riserva di Medicina e di Argelata sul Bolognese. Ordinò ancora a Marquardo, ut ducatum ravennatem, terram Brictinori, marchiam Anconae recipiat a domino papa, et romana Ecclesia, et recognoscat etiam ab eis Medisinam et Argelata. E mancando egli senza eredi, vuole che quegli Stati restino in dominio della suddetta Chiesa. Una parola non vi si legge del ducato di Spoleti. Solamente vi si dice che sia restituita al papa tutta la terra da Monte Paile sino a Ceperano, siccome ancora Monte Fiascone. Secondochè abbiamo da Parisio da Cereta[2538], i Veronesi in questo anno attaccarono battaglia coi Padovani, assistiti da Eccelino da Romano, e da Azzo marchese d'Este, e li sconfissero colla morte di molti. Questo Eccelino, per soprannome il Monaco, fu padre del crudele Eccelino da Romano. Di questo fatto parla ancora Gherardo Maurisio[2539], con dire che i Vicentini dopo una gran rotta loro data dai Padovani e dal suddetto Eccelino, per cui restarono prigionieri più di due mila d'essi, ricorsero per aiuto ai Veronesi, i quali con sì formidabil armata entrarono nel Padovano, guastando e bruciando sino alle porte di Padova, che atterriti i Padovani, altro ripiego non ebbero per liberarsi da questo turbine, che di restituire tutti i prigioni: il che fatto, ebbe fine la guerra. Ma questo avvenimento da Rolandino vien riferito all'anno seguente, e in altri testi all'anno 1199. Un documento da me prodotto nelle Antichità italiane forse ci fa vedere tuttavia duca di Toscana Filippo fratello dell'imperadore Arrigo. Esso fu scritto nell'anno 1196 nel dì 30 d'agosto, correndo l'Indizione XV. Ma perchè tale indizione spetta all'anno presente, però, o ivi dovette essere l'anno 1197, ovvero s'ha da scrivere Indictione XIV, e sarà veramente l'anno 1196.
NOTE:
[2523] Arnold. Lubec, Chron., lib. 5, cap. 2.
[2524] Rogerius Hovedenus, Annal.
[2525] Sicard., in Chron., tom. 7 Rer. Ital.
[2526] Godefridus Monachus, in Chron.
[2527] Richardus de S. Germano, in Chron.
[2528] Johann, de Ceccano, Chron. Fossaenovae.
[2529] Rogerius Hovedenus.
[2530] Caffari, Annal. Genuens., lib. 4.
[2531] Abbas Urspergensis, in Chron.
[2532] Gualvanus Flamma, in Manipul. Flor.
[2533] Otto de S. Blasio, in Chron.
[2534] Sicard., in Chron.
[2535] Abbas Urspergens., in Chron.
[2536] Johann, de Ceccano, Chron. Fossaenovae.
[2537] Vita Innocentii III, P. I, tom. 3 Rer. Italic.
[2538] Paris. de Cereta, Chron. Veron., tom. 8 Rer. Ital.
[2539] Mauris., Hist., tom. 8 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCXCVIII. Indizione I.
INNOCENZO III papa 1. Vacante l'imperio.
Venne a morte papa Celestino III nel dì 8 di gennaio, VI idus januarii dell'anno presente, e fu seppellito il corpo suo nella basilica lateranense. A lui succedette nella cattedra di san Pietro Lottario, figliuolo di Trasmondo conte di Segna, cardinale de' santi Sergio e Bacco, che prese il nome d'Innocenzo III, e riuscì uno de' più insigni e gloriosi pontefici che s'abbia mai avuto la Chiesa di Dio; e al quale eterne obbligazioni professa specialmente la romana, al cui ingrandimento non meno nel temporale che nello spirituale egli assaissimo contribuì mercè delle prospere congiunture, e più ancora dell'elevatezza dell'ingegno suo[2540]. Era egli allora in età di soli trentasette anni, ma maturo di senno e ornato delle scienze, studiate in Roma, in Parigi e in Bologna. Nella di lui vita è scritto che fu eletto nel dì 8 di gennaio, sexto idus januarii. Ma, o papa Celestino dovette morire un giorno prima, o egli esser eletto un giorno dopo; perciocchè sappiamo che non si veniva all'elezione se non dappoichè era stata data sepoltura all'antecessore; e questo pio cardinale apud basilicam constantinianam voluit decessoris exequiis interesse. Fu poi consecrato papa nella festa della cattedra di san Pietro, cioè nel dì 22 di febbraio. Trovò egli smantellato il patrimonio della Chiesa romana, perchè il poco fa defunto imperadore Arrigo avea occupato tutto quasi fino alle porte di Roma, a riserva della Campania, in cui nondimeno era esso Augusto più temuto che il papa. Trovò ancora che niun ostacolo restava alla sua autorità dalla parte degl'imperadori per le ragioni che addurrò fra poco. Una delle sue prime imprese dopo la consecrazione fu questa: Petrum urbis praefectum ad ligiam fidelitatem recepit, et per mantum, quod illi donavit, de praefectura eum publice investivit, qui usque ad id tempus juramento fidelitatis imperatori fuerat obligatus, et ab eo praefecturae tenebat honorem. Leggesi il di lui giuramento fra le lettere d'esso papa Innocenzo[2541]: notizia degna di osservazione per la conoscenza de' tempi addietro e di quelli che succederono, perchè spirò qui l'ultimo fiato l'autorità degli Augusti in Roma, e da lì innanzi i prefetti di Roma, il senato e gli altri magistrati giurarono fedeltà al solo romano pontefice.
Non tardò il generoso papa, giacchè più non v'era ostacolo, a ripigliare il dominio della Marca d'Ancona, nulla badando alle offerte, preghiere e larghe promesse che fece fargli Marquardo, già investito di quelle contrade dal predefunto Arrigo. A riserva d'Ascoli, vennero alle di lui mani Ancona, Fermo, Osimo, Camerino, Fano, Jesi, Sinigaglia e Pesaro: il che ci fa intendere di quale estensione fosse allora la marca d'Ancona, chiamata in altri tempi, ora di Camerino ed ora di Fermo. In breve ancora ricuperò dalle mani di Corrado Suevo, dianzi duca di Spoleti e conte d'Assisi, tutte quelle contrade; cioè il ducato di Spoleti, che abbracciava le città di Rieti, Spoleti, Assisi, Foligno e Nocera. E poscia tornarono in suo potere le città di Perugia, Gubbio, Todi e Città di Castello. Tentò ancora di ridurre sotto il suo dominio l'esarcato di Ravenna, Bertinoro e la terra del conte Cavalcaconte, con ispedir colà lettere e legati; ma non gli venne fatto, perchè l'arcivescovo di Ravenna tenne forte, allegando e mostrando le investiture imperiali, da lungo tempo addietro date di quel paese a' suoi antecessori e alla chiesa sua: il che fermò i passi alle pretensioni del papa. Nè lasciò indietro papa Innocenzo la ricerca e la ricuperazione dei beni della contessa Matilda; nel che provò non pochi intoppi e contraddizioni. Erano da un gran tempo malcontente degl'imperadori suevi le città della Toscana, cioè Firenze, Lucca, Pistoia, Siena ed altre; perchè laddove tante altre città di Lombardia godevano una piena libertà, nè sopra di loro aveano marchese o duca che esercitasse giurisdizione, elleno sole si trovavano maltrattate, prima da Federigo Barbarossa, poi da Arrigo suo figliuolo, ed ultimamente da Filippo già dichiarato duca di Toscana, figliuolo anche esso del medesimo Federigo. Però, giacchè il vento era propizio coll'essere mancato l'imperadore Arrigo, la cui crudeltà e potenza facea star tutti col capo chino, si misero al forte, per non voler più sopra di loro ministro alcuno imperiale, senza pregiudizio nondimeno della sovranità cesarea. Strinsero dunque una lega collo stesso pontefice Innocenzo per sostenersi colle forze unite contro chiunque in avvenire volesse pregiudicare alla lor libertà. Simile era questa alla lega di Lombardia. I Pisani, siccome quei soli che in Toscana godevano di tutte le regalie, nè poteano guadagnar di più, essendo già attaccatissimi agl'imperadori, non vollero entrare in essa lega, che noi riguarderemo da qui innanzi per lega guelfa. Imperciocchè questo nome di Guelfi e Ghibellini originato, siccome accennai di sopra, dalle gare continue della casa de' duchi ed imperadori di Suevia discendenti dalla casa ghibellina degli Arrighi Augusti per via di donne, colla casa degli Estensi di Germania, duchi di Sassonia e Baviera, discendenti per via di donne dagli antichi Guelfi; questo nome, dissi, cominciò a prendere gran voga in Italia. Chi era aderente de' papi, per custodire la sua libertà, nè essere più conculcato dagli uffiziali cesarei, si dicea seguitar la parte o fazione guelfa. E chi aderiva all'imperadore, si chiamava di parte o fazion ghibellina. In quest'ultima si contavano per lo più que' marchesi, conti, castellani, ed altri nobili, che godeano feudi dell'imperio, per mantenersi liberi dal giogo delle città libere, le quali tuttodì cercavano di sottomettersi alla lor giurisdizione. Vi entravano ancora alcune città, che, oltre all'essere ben trattate dagli Augusti, aveano bisogno della lor protezione, per non essere ingoiate dalle vicine più potenti città. Tali furono Pavia, Cremona, Pisa ed altre. E massimamente presero piede, siccome andremo vedendo, queste due fazioni negli anni susseguenti, perchè risvegliossi più che mai la discordia fra le case suddette de' Guelfi e Ghibellini in Germania, a cagione dei due re che vedremo fra poco eletti, cioè di Filippo duca di Suevia di sangue ghibellino, e di Ottone IV procedente dai Guelfi. Ai quali poi succedette Federigo II figliuolo di Arrigo VI, e perciò d'origine ghibellina, fra i quali e i romani pontefici e varie città d'Italia passarono sanguinose discordie; e chiunque a lui si oppose si gloriava d'essere del partito de' Guelfi. Che sconcerti, che guerre civili, che rovine producessero col tempo queste lagrimevoli e diaboliche fazioni, l'andrò accennando nella continuazion della storia: giacchè penetrò a poco a poco questo veleno nel cuore delle stesse città, rompendo la concordia de' cittadini e delle famiglie; dal che derivarono infiniti mali.
Intanto è da dire che Filippo duca di Suevia nell'anno precedente fu chiamato in Italia dall'imperadore Arrigo suo fratello, con disegno ch'egli conducesse in Germania il picciolo Federigo II, eletto già dai principi tedeschi re de' Romani, per farlo coronare[2542]. Arrivò Filippo sino a Monte Fiascone, e non già a Falcone, vicino a Viterbo, dove ricevette l'avviso dell'immatura morte del fratello Augusto. Allora, senza più mettersi pensiero del nipote Federigo, ed unicamente ruminando i proprii vantaggi, voltò strada per tornarsene in Germania. Talmente erano esacerbati gli animi degl'Italiani contra de' Tedeschi pel governo barbarico di Federigo I e di Arrigo VI suo figliuolo, che dovunque passò Filippo, sia per la Toscana, sia per le altre città, fu maltrattato e in pericolo della vita, e restarono uccisi anche alcuni de' suoi cortigiani. Giunto in Germania, cominciò i suoi maneggi per essere eletto re, e gli venne fatto. Il buon uso del danaro e delle promesse, e la protezione di Filippo re di Francia operarono che moltissimi principi della Germania, niun caso facendo del giuramento prestato nell'elezione del fanciullo Federigo, il proclamassero re. Dopo di che fu egli coronato non già in Aquisgrana, ma in Magonza; nè dall'arcivescovo di Colonia, ma da quello di Tarantasia; cose tutte contro il rituale. All'incontro Riccardo re d'Inghilterra, entrato anch'egli in questa briga, si studiò di promuovere Ottone, figliuolo del già duca di Sassonia e Baviera Arrigo Leone, estense-guelfo, e di Matilda sua sorella, che era allora duca di Aquitania e conte del Poitù. Confessa Arnoldo da Lubeca che Riccardo impiegò, per vincere il punto, settanta mila marche d'argento, troppo dispiacendogli l'esaltazione di Filippo, fratello di chi con tanta indegnità avea fatto mercato della di lui persona. In somma da Adolfo arcivescovo di Colonia e da' suoi suffraganei, da Arrigo duca di Lorena, dal vescovo d'Argentina, e da alcuni altri vescovi, abbati e conti, di numero nondimeno inferiore agli elettori dell'altro, fu esso Ottone IV eletto re de' Romani, e coronato dipoi in Aquisgrana. Arnoldo da Lubeca e Ottone da San Biagio scrivono che a questa elezione intervenne anche Arrigo conte palatino del Reno, fratello maggiore di esso Ottone, tornato in fretta da Terra santa. Ma Ruggieri Hovedeno[2543] e Federigo monaco[2544] raccontano ch'egli arrivò dipoi, e sostenne gl'interessi del fratello, con essersi ad Ottone uniti i vescovi di Cambray, Paderbona ed altri, e i duchi di Lovanio e Limburgo, e il landgravio di Turingia ed altri. Ebbe anche mano nell'elezion di Ottone IV Innocenzo III papa, perchè egli era di una casa stata sempre divota della santa Sede, e casa che, per la sua parzialità verso i papi, avea perduti i ducati di Baviera e Sassonia. Il perchè egli favorì la di lui elezione, e riprovò quella di Filippo Suevo, allegando che questi era stato scomunicato da papa Celestino III per varie usurpazioni fatte dianzi degli Stati della Chiesa romana, e rammentando gli eccessi commessi dal padre e dal fratello suo. Lo scisma di questi due re si tirò dietro in Germania di molte guerre, turbolenze e danni infiniti, de' quali parlano gli storici tedeschi.
Intanto, dacchè si videro i Siciliani liberi dall'odiato imperadore Arrigo VI per l'inaspettata sua morte, si diedero a sfogar la rabbia loro contra de' Tedeschi che erano in quell'isola. Il che vedendo l'imperadrice Costanza, che aveva assunto il governo di quel regno e la tutela del figliuolo Federigo Ruggieri, con farlo venire da Jesi (dove era stato lasciato sotto la cura de' conti di Celano e di Copersano[2545], ovvero, come altri scrive, della duchessa di Spoleti), e con farlo coronare dipoi, ordinò che uscissero di Sicilia le truppe straniere: risoluzione che per allora mise in calma gli animi alterati di quei popoli. E tanto più perchè ella, scoperte le trame e le mire di Marquardo, già duca di Ravenna e marchese d'Ancona, il dichiarò nemico del re e del regno, e volle che tutti il trattassero come tale. Inviò poscia ambasciatori a papa Innocenzo[2546], per ottenere l'investitura pontificia degli Stati al fanciullo Federigo. Tentò allora la corte di Roma di profittar di questa occasione per abbattere quella che oggidì si chiama la monarchia di Sicilia, benchè si creda che Adriano e Clemente papi avessero conceduti que' privilegii. Su questo si disputò lungamente. Mossesi l'imperadrice a spedire anche Anselmo arcivescovo di Napoli a Roma, sperando miglior mercato dalla di lui eloquenza. Ma più di lui sapeano parlare i ministri pontificii; e però convenne accettar l'investitura (cosa di troppa premura in quelle circostanze) con quelle leggi che piacquero al papa, cioè capitulis illis omnino remotis, e con obbligazione di ricevere nella corte di Sicilia Ottaviano vescovo e cardinale ostiense, come legato della santa Sede. Ma questa investitura arrivò in Sicilia in tempo che l'imperadrice era passata all'altra vita. Certo è che la medesima finì di vivere nel dì 27 di novembre, dopo aver dichiarato balio ossia tutore del re suo figliuolo papa Innocenzo III, ed ordinato che durante la di lui minorità si pagassero ogni anno trenta mila tarì per tal cura ad esso pontefice, oltre a quelli ch'egli spendesse per difesa del regno. L'educazione del re fanciullo fu lasciata agli arcivescovi di Palermo, Monreale e Capoa. Non mancò in questi tempi papa Innocenzo di procurare con vigorosi e caritativi uffizii la liberazione di Sibilia, già moglie di Tancredi re di Sicilia, detenuta prigione in Germania colle figliuole. Posta in libertà, oppure aiutata a fuggire, si rifuggì essa in Francia, dove maritò la sua primogenita con Gualtieri conte di Brenna, di cui avremo a parlare andando innanzi. V'ha chi crede che Guglielmo suo figliuolo, già dichiarato re dal padre, fosse morto. Nè si può negare che l'autor della vita di Innocenzo III e Giovanni da Ceccano lo scrivono. Se con certezza, nol so. Imperocchè Ottone da San Biagio racconta che Arrigo, dopo averlo fatto accecare (altri hanno scritto che solamente il fece eunucare), il condannò ad una perpetua prigionia in una fortezza de' Grigioni. Qui ubi ad virilem aetatem pervenit, de transitoriis desperans, bonis operibus, ut fertur, aeterna quaesivit. Nam de activa translatus coacte, contemplativae studuit, utinam meritorie. In questo anno i Milanesi stabilirono pace col popolo di Lodi. Lo strumento d'essa, da me dato alla luce, fu[2547] scritto in civitate Laude, anno dominicae Incarnationis millesimo centesimo nonagesimo nono, die lunae V calendas januarii, Indictione secunda. Il dì 28 di dicembre dell'anno presente cadde in lunedì; e però scorgiamo che in Lodi si cominciava l'anno nuovo nel Natale, oppure nel dì 25 del precedente marzo alla maniera pisana; e che l'indizione si mutava nel settembre. Abbiamo da Rolandino[2548] che in quest'anno i Padovani coll'aiuto di Azzo VI marchese d'Este loro collegato andarono all'assedio della terra di Carmignano, una delle migliori del Vicentino, e a forza d'armi se ne fecero padroni. Antonio Godio[2549] mette questo fatto sotto l'anno seguente. Altri testi lo riferiscono al precedente. Dopo di che i Veronesi venuti in soccorso de' Vicentini, fecero gran danno e paura ai Padovani, siccome ho detto nell'anno antecedente.
NOTE:
[2540] In Vita Innocentii III, num. 5.
[2541] Innocent. III, lib. 1, Epist. 577.
[2542] Otto da S. Blasio. Abbas Urspergens. Godefridus Monachus. Arnoldus Lubecensis.
[2543] Rogerius Hovedenus.
[2544] Fridericus Monach.
[2545] Richardus de S. Germano, in Chron.
[2546] Vita Innocentii III, P. I, tom. 3 Rer. Ital.
[2547] Antiquit. Ital., Dissert. XLIX.
[2548] Rolandin., Histor., lib. 1, cap. 8.
[2549] Godius, in Histor., tom. 8 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCXCIX. Indizione II.
INNOCENZO III papa 2. Vacante l'imperio.
Benchè molti odiassero in Sicilia, Puglia e Calabria il picciolo re Federigo II, prole di chi avea spogliato quel regno di tante vite e di tanti tesori; pure s'erano essi quetati al riflettere che loro tornava meglio l'avere un re proprio, e massimamente dappoichè pareva ch'egli non potesse aspirare alla Germania, del cui dominio disputavano allora Filippo ed Ottone. Ciò non ostante, sopravvennero a quel regno altri non pensati guai, che l'afflissero molto e per lungo tempo[2550]. Marquardo, cacciato dalla marca d'Ancona, si ridusse in Puglia, nè sì tosto ebbe intesa la morte dell'imperadrice Costanza, che, raunato un esercito di Tedeschi e d'altri suoi aderenti e scapestrati, sfoderò la sua pretensione di voler assumere il baliato, cioè la tutela del fanciullo Federigo, a lui lasciata dall'imperadore Arrigo VI nell'ultimo suo testamento. Era costui anche animato e spronato con occulta intelligenza dal re Filippo zio paterno di Federigo. Passò dunque, dopo aver prese alcune castella, ad assediare la città di San Germano sul principio di quest'anno, e impadronitosene, l'abbandonò al sacco de' suoi, per animarli a maggiori imprese. La guarnigione dei soldati con buona parte de' cittadini ebbe la fortuna di potersi ritirare a Monte Casino[2551]. Fu per otto dì assediato quel sacro luogo dal Marquardo, e forse giugnea costui a compiere le sue sacrileghe voglie, se la mano di Dio non rompeva i suoi disegni. Era nel dì 15 di gennaio, festa di san Mauro abbate, sereno il cielo. Sorse all'improvviso un fiero temporale, misto di vento, gragnuola e pioggia, che rovesciò tutte le tende degli assedianti, i quali, forzati a cercare scampo colla fuga, lasciarono indietro tutto lo equipaggio, e inseguiti perderono anche molta gente. Papa Innocenzo III, attentissimo a questi affari, siccome quegli che era risoluto di difendere il re Federigo alla sua cura commesso, mise anch'egli insieme un buon esercito, per distornare i progressi di Marquardo, che mostrò di pentirsi, e tanto seppe fare, che indusse il papa ad assolverlo dalle censure, nè stette poi molto a tradirlo. O prima o dopo questa simulata concordia fece costui varie scorrerie per la Puglia; mise a sacco la città d'Isernia; prese, o tentò d'occupar varie altre terre; e si ridusse infine a Salerno, città affezionata al suo partito. Aveva egli con precedente trattato indotti i Pisani a fornirlo di una buona flotta di legni, e questi appunto li trovò preparati in Salerno, quantunque papa Innocenzo, con iscrivere a Pisa più lettere, si fosse studiato di divertire quel popolo dall'aiutar questo perfido. Imbarcatosi dunque esso Marquardo su questa armata, fece vela alla volta della Sicilia, dove era desiderato e aspettato dai Saraceni, abitanti tuttavia con libertà di coscienza e di rito in quell'isola, per timore che il papa si servisse di questa favorevol congiuntura per iscacciarli fuori del regno. L'avea ben preveduta questa lor ribellione Innocenzo, e ne avea scritto anche ad essi per tenerli in dovere; ma a nulla servì. Che l'andata di Marquardo in Sicilia succedesse nel novembre di quest'anno, lo raccolgo da una lettera d'esso pontefice[2552], scritta a tutti i conti e baroni di Sicilia VIII kalendas decembris. E però non sussiste ciò che scrive Odorico Rinaldi[2553], con dire che riuscì in quest'anno a Marquardo di occupar Palermo col palazzo regale, mediante una composizione seguita col conte Gentile di Palear, lasciato ivi custode del re Federigo da Gualtieri gran cancelliere del regno. Vero è che ciò si legge nella Cronica di Riccardo da San Germano; ma ciò è detto fuor di sito, e forse questa è una giunta fatta da qualche ignorante alla sua Cronica. Tale fors'anche è il leggersi quivi poco innanzi che Diopoldo conte, cioè la man destra di Marquardo, a Guilielmo Casertae comite captus est, et quamdiu vixit, eum tenuit vinculatum. Sed, eo mortuo, Guilielmus filius ejus, accepta filia ejus in uxorem, liberum dimisit illum. Bisognerà ben dire che quel conte di Caserta mancasse presto di vita, perchè noi troviam da lì a poco lo stesso Diopoldo in armi. Ciò che veramente succedette in Sicilia, lo diremo all'anno seguente.
Più non ci essendo chi tenesse in briglia le emule città di Lombardia, ed ita per terra la dianzi forte lega de' Lombardi, ripigliarono esse più che prima le armi l'una contro dell'altra. Fra i Parmigiani e Piacentini gran discordia era insorta a cagione di Borgo San Donnino. Apparteneva quella nobil terra, non so ben dire se alla città di Parma, oppure ai marchesi Pelavicini (oggidì Pallavicini) in questi tempi. Arrigo VI Augusto ultimamente l'aveva impegnata ai Piacentini per due mila lire imperiali. Guerra ne venne per questo. Abbiamo da Sicardo vescovo di Cremona[2554], allora vivente, che nel presente anno, e fu di maggio, con grande sforzo di gente si portarono essi Piacentini all'assedio del borgo suddetto. Negli Annali Piacentini[2555] e Bresciani[2556] ciò è riferito all'anno precedente. Ma è più sicuro l'attenersi a Sicardo, con cui va d'accordo la Cronica di Parma[2557]. In aiuto de' Piacentini accorsero i Milanesi, Bresciani, Comaschi, Vercellini, Astigiani, Novaresi ed Alessandrini. Ebbero i Parmigiani dalla loro parte le forze de' Cremonesi, Reggiani e Modenesi. Il Malvezzi nella Cronica di Brescia scrive[2558] che anche i Pavesi e i Bergamaschi inviarono gente in favore di Parma. Per alquanti giorni durarono le offese dei collegati contra di Borgo San Donnino; ma indarno, perchè stava alla difesa di quella terra un buon corpo di animosi combattenti: il che indusse i Piacentini e collegati e battere la ritirata. Allora i Parmigiani in armi coi lor confederati diedero alla coda dell'armata nimica, e la fecero camminar di buon trotto sino ai confini di Piacenza. Quivi i Piacentini e Milanesi, voltata faccia, s'affrontarono con chi gl'incalzava. Duro fu il combattimento, da cui si sbrigarono con gran perdita i primi; e maggiore ancora sarebbe stato il danno, se non giugnevano a tempo i Bresciani in loro aiuto. Circa dugento cavalieri piacentini rimasero prigioni, e furono condotti nelle carceri di Parma. Scrivono ancora gli antichi storici che i Piacentini uniti ai Milanesi andarono coll'oste a Castelnuovo di bocca d'Adda, e v'ebbero cattivo mercato. Se questo sia un fatto diverso dall'altro, nol so dire. Negli Annali di Piacenza è riferito sotto un differente anno. Credo ben falso che di quel castello s'impadronissero, come lasciò scritto Galvano Fiamma[2559]. Sicardo e i suddetti Annali di Piacenza dicono il contrario. Abbiamo inoltre dal medesimo Sicardo che in quest'anno Veronenses Mantuanos discumfecerunt, ex eis innumeram multitudinem captivantes. Il che vien confermato da Parisio da Cereta[2560], il quale notò il luogo del conflitto, cioè in capite pontis Molendinorum de Mantua, oggidì Ponte Molino. E questi aggiugne che nell'anno presente andarono gli stessi Veronesi a fabbricare il castello d'Ostiglia sul Po. Nè si dee tralasciare che papa Innocenzo III, avvertito della rabbiosa gara che passava fra i Piacentini e Parmigiani a cagion di Borgo San Donnino, scrisse lettere all'abbate di Lucedio, V kalendas maii[2561], incaricandolo di unirsi coll'arcivescovo di Milano e coi vescovi di Vercelli, Bergamo, Lodi, ec., per indurre a concordia questi popoli, con adoperar le scomuniche contra de' renitenti. Da essa lettera apparisce che i medesimi popoli universam Lombardiam commoverunt ad arma, et alteri cum universis fautoribus suis, alteris et omnibus eorum complicibus generale proelium indixerunt. Secondochè scrive Ottone da San Biagio[2562], passarono in quest'anno dall'Italia in Germania, venendo da Terra santa, Corrado arcivescovo di Magonza e Bonifazio marchese di Monferrato, con commessione avuta dal papa di trovar ripiego allo sconvolgimento della Germania per l'elezione e guerra dei due re Filippo ed Ottone. Riuscirono inutili i lor negoziati, perchè Ottone troppo abborriva il depor le insegne regali.
NOTE:
[2550] Innocentius III, lib. I, Epist. 557 et seq.
[2551] Johann. de Ceccano, Chron. Fossaenovae. Richardus de S. Germano.
[2552] Innocentius III, lib. 2, Epist. 221.
[2553] Raynaldus, in Annal. Eccl. ad hunc annum.
[2554] Sicard., in Chron., tom. 7 Rer. Ital.
[2555] Annales Placentini, tom. 16 Rer. Ital.
[2556] Chron. Brixianum, tom. 14 Rer. Ital.
[2557] Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.
[2558] Malvecius, Chron. Brixian., tom. 14 Rer. Italic.
[2559] Gualvan. Flamm., in Manip. Flor., cap. 235.
[2560] Parisius de Cereta, Chron. Veron., tom. 8 Rer. Ital.
[2561] Innocent. III, lib. 2, Epist. 39.
[2562] Otto de S. Blasio, in Chron.
Anno di CRISTO MCC. Indizione III.
INNOCENZO III papa 3. Vacante l'imperio.
Dopo aver prese varie terre e città in Sicilia, Marquardo coll'esercito suo si portò all'assedio di Palermo, dove trovò difensori ben animati alla difesa. Intanto papa Innocenzo III avea spedito Jacopo suo cugino per maresciallo, e il cardinale di San Lorenzo in Lucina con dugento cavalli verso la Sicilia. Di un sì smilzo aiuto parla il testo della Vita di papa Innocenzo[2563], qui forse difettoso. Che altre forze inviasse colà il papa, si può argomentare da quanto avvenne dipoi. Lo stesso Innocenzo, scrivendo al re Federigo, in una lettera rapportata in essa Vita, dice di aver inviato Jacopo suo cugino cum exercitu nostro in favore di lui. Riccardo da San Germano anch'egli narra che il papa spedì in aiuto del pupillo Federigo re di Sicilia il suddetto Jacopo cum militari exercitu[2564]. Dugento cavalli non formano un esercito. Arrivò felicemente quest'armata a Messina, e quivi, inteso il tentativo di Marquardo sopra Palermo, dopo aver fatta massa di quanti soldati erano in favore di Federigo, si mise in marcia alla volta dell'assediata città. Giunta che fu colà, non si dimenticò l'astuto Marquardo di far pruova se potea addormentarli con far proposizioni di pace; e si fu sull'orlo di conchiuderla. Ma, osservato che il papa onninamente vietava il venire ad accordo alcuno con chi s'era già fatto sì palesemente conoscere mancator di parola, fu presa la risoluzion di deciderla colle spade. Nella pianura adunque posta fra Palermo e Monreale si venne nel mese di luglio ad una sanguinosa battaglia, in cui interamente restò disfatto l'esercito di Marquardo, colla strage di moltissimi dei suoi, e colla perdita dell'equipaggio, in cui fu ritrovato il testamento dell'imperadore Arrigo VI. Uscito ancora di città il conte Gentile colla guarnigione, diede addosso a cinquecento Pisani, che con una gran moltitudine di Saraceni custodivano varii siti in quelle montagne, e ne fece un fiero macello. Per questa vittoria poi papa Innocenzo, riconoscendola spezialmente da Jacopo suo cugino e maresciallo, che mercè della sua buona condotta e valore corrispose in quel dì all'espettazion d'esso papa, procurò che in ricompensa gli fosse conceduta dal re Federigo e dal suo consiglio la contea d'Andria. Questa vittoria avrebbe dovuto tirarsi dietro dei considerabili vantaggi per la quiete della Sicilia: pure ad altro non servì che a liberar per allora Palermo dagli artigli di Marquardo. Mancando i danari per pagare l'esercito, fu questi obbligato a ripassare il mare: il che servì a far tornare in auge l'abbattuto Marquardo, che si rinvigorì di forze, e colle minacce e coi maneggi tornò a cercare di mettere il piede nella corte di Palermo[2565]. E gli venne fatto. Gualtieri vescovo di Troia, allora gran cancelliere del regno, uomo di sfrenata ambizione, essendo morto l'arcivescovo di Palermo, ebbe maniera di farsi eleggere suo successore, ma senza poter ottenerne l'approvazione del papa, il quale ben conosceva di che tempra fosse questo arnese. Costui non solamente alzò sopra gli affari Gentile conte di Monopello suo fratello, ma si diede anche a trattar di concordia con Marquardo, tanto che l'introdusse in corte, con dividersi poi amendue fra loro il governo del regno. Sommamente dispiacque al pontefice Innocenzo questa cabala, siccome quella che escludeva lui dal baliato del regno e dalla tutela di Federigo; e allora fu che si sparsero delle gravi diffidenze e ciarle. Mostrava Roma di credere più che mai che Marquardo aspirasse al regno colla depressione del picciolo Federigo. E all'incontro il gran cancelliere andava spacciando che papa Innocenzo macchinava delle novità pregiudiziali al regno, coll'aver fatto venire Gualtieri conte di Brenna, di cui favelleremo fra poco, per farne un re nuovo, ad esclusione di Federigo. Così con tutto il padrocinio di papa Innocenzo, il quale sopra ciò scrisse lettere risentite, dettate nulladimeno da gran prudenza, peggioravano gli affari della Sicilia.
S'è nominato poco fa Gualtieri conte di Brenna: quello stesso egli è che avea sposata la primogenita del re Tancredi, fuggita dalle carceri di Germania in Francia colla regina Sibilia sua madre. Povero cavaliere egli era, ma valoroso e di rara nobiltà, parente ancora dei re di Francia e d'Inghilterra. Volle egli far valere le pretensioni della moglie, e venuto a Roma colla suocera e colla moglie, trovò buon accesso presso di papa Innocenzo, a cui non dispiacque di avere un personaggio tale dipendente da sè, non solamente per opporlo allora agli uffiziali tedeschi, che malmettevano il regno di Sicilia e di Puglia, ma forse anche per farlo salire più alto, caso che fosse accaduta la morte del fanciullo Federigo. Si adoperò dunque egli con vigore, acciocchè ad esso conte di Brenna e a sua moglie fosse conceduta la contea di Lecce col principato di Taranto: al che s'era obbligato Arrigo VI imperadore, allorchè la regina Sibilia a lui si arrendè sotto questa condizione, con aver nondimeno ricavata promessa dallo stesso conte di non pretendere di più, e di far guerra ai nemici del picciolo re Federigo[2566]. Tornò il conte in Francia per condurre in suo aiuto qualche squadra di combattenti in Italia. Ed eccolo comparir di nuovo a Roma con pochi sì, ma scelti uomini d'armi. Con questi intrepidamente entrò in Puglia, e tuttochè tanti fossero gli avversarii che si credeva doverne restare ingoiato, pure, venuto a battaglia col conte Diopoldo presso a Capoa, gli diede una rotta con istupore de' Capoani, che saltarono fuori a spogliare il campo. Aiutò poscia il conte di Celano ad acquistar la contea di Molise; e quindi, passato in Puglia, s'impadronì del castello di Lecce, e poscia d'alcune città del principato di Taranto, cioè di Matera, Otranto, Brindisi, Melfi, Barolo, Montepiloso e d'altri luoghi; e si mise a far guerra a quei di Monopoli e di Taranto, che non si volevano sottomettere al di lui dominio. Non furono minori in questi tempi gli sconcerti in Lombardia, divorandosi l'una coll'altra quelle sfrenate città. Narra Sicardo[2567] che i Milanesi e Bresciani impresero l'assedio di Soncino, appartenente ai Cremonesi, e con poco onore se ne partirono. Essendosi poi affrontati essi Milanesi coi Pavesi a Rosate, rimasero sconfitti. Vennero anche alle mani i Cremonesi coi Piacentini a Sant'Andrea vicino a Busseto, e li sbaragliarono. Secondo gli Annali di Piacenza[2568], restarono prigionieri più di secento sessanta Piacentini col loro podestà Guido da Mandello Milanese. Seguì ancora un'altra battaglia al castello di san Lorenzo fra i Piacentini dall'una parte, e i Cremonesi e Parmigiani dall'altra, colla peggio de' primi. Per lo contrario fu conchiusa pace in quest'anno fra i Cremonesi e Mantovani, dopo essere per alcuni anni durata la discordia e guerra fra loro. Trovavansi assaissimi Mantovani prigioni in Cremona: per questo motivo giovò il venire ad un accordo. Fin qui s'era mantenuta la buona armonia del popolo di Brescia, ma si sconcertò nell'anno presente, perchè la plebe si sollevò contro la nobiltà: disgrazia che verso questi tempi cominciò a propagarsi per altre città. Jacopo Malvezzi[2569] attribuisce la cagione della domestica rottura dei Bresciani all'aver alcuni voluto unirsi coi Milanesi ai danni de' Bergamaschi: al che altri s'opposero. Il fine della dissensione fu, che toccò ai nobili l'uscir di città, e questi, ricorsi ai Cremonesi, coll'aiuto loro si diedero a far guerra alla fazion popolare dominante, alla quale fu posto il nome di Bruzella. D'altri vantaggi riportati dai Cremonesi sopra i Bresciani parla la Cronichetta Cremonese[2570]. Cercavano anche i Romani di dilatare il loro distretto; e però con tutte le loro forze e bandiere spiegate andarono in quest'anno addosso a Viterbo, e talmente strinsero e combatterono quella città, che fu astretta a sottomettersi alla lor signoria, ossia a quella del papa. All'anno presente scrive Galvano dalla Fiamma[2571] che nel dì 4 di settembre i Milanesi col carroccio entrarono nella Lomellina dei Pavesi, e vi presero Mortara con venticinque altre castella. Girolamo Rossi[2572] e il Sigonio[2573] riferiscono che Salinguerra figliuolo di Torello, capo della fazion ghibellina in Ferrara, all'improvviso ostilmente assalì coll'esercito ferrarese la terra d'Argenta, e, dopo averla presa, la mise a sacco. Accorsa una mano di Ravegnani per dar soccorso a quella guarnigione, restarono prigioni, e, condotti nelle carceri di Ferrara, quivi miseramente finirono i lor giorni. Per questa disgrazia, e per timore di peggio, furono obbligati i Ravegnani a fare una pace svantaggiosa coi Ferraresi, i capitoli della quale si leggono da me dati alla luce[2574]. Tolta parimente fu ad esso popolo di Ravenna la città di Cervia da quei di Forlì.
NOTE:
[2563] Vita Innocentii III, num. 17, P. I, tom. 3 Rer. Ital.
[2564] Richardus de S. Germano, in Chron.
[2565] Vita Innocentii III, num. 33.
[2566] Vita Innocentii III, num. 31, P. I, tom. 3 Rer. Ital.
[2567] Sicard., in Chron., tom. 7 Rer. Ital.
[2568] Annal. Placentini, tom. 16 Rer. Ital.
[2569] Malvecius, Chron. Brixian., tom. 14 Rer. Italic.
[2570] Chron. Cremonense, tom. 7 Rer. Ital.
[2571] Gualv. Flamma, in Manipul. Flor., cap. 233.
[2572] Rubeus, Hist. Ravenn., lib. 6.
[2573] Sigon., de Regno Ital., lib. 15.
[2574] Antiquit. Ital., Dissert. XLIX.
Anno di CRISTO MCCI. Indizione IV.
INNOCENZO III papa 4. Vacante l'imperio.
Arrivò in questi tempi al sommo l'ambizione e prepotenza di _Gualtieri vescovo _ di Troia, eletto arcivescovo di Palermo, e gran cancelliere del regno di Sicilia[2575]. Oltre all'aver tirato in corte il perfido Marquardo, cominciò a farla da re, dando e levando le contee a sua voglia, creando nuovi uffiziali, vendendo o impegnando le dogane e l'altre rendite regali, e soprattutto sparlando di papa Innocenzo III, a cagione del conte di Brenna, da lui oltremodo odiato. Tanto ancora operò, che il legato apostolico si levò di Sicilia. Non potè più lungamente il pontefice sofferir questi eccessi, ridondanti in dispregio della sacra sua persona, e del baliato a lui commesso nel regno di Sicilia. Adunque lo scomunicò e privò d'amendue le chiese, e fece ordinar altri vescovi in suo luogo. Di più non occorse perchè, scoppiando l'odio d'ognuno contra di costui, egli restasse abbandonato da tutti; laonde si vide in necessità di fuggirsene dalla corte. Venuto poi in Puglia, ed unitosi col conte Diopoldo, attese da lì innanzi a far quanto di male poteva al sommo pontefice. E, quantunque trattasse dipoi di riconciliarsi con Pietro vescovo di Porto, legato del papa in Puglia, pure, ostinato in non voler promettere di non opporsi al conte di Brenna, meglio amò di persistere nella sua contumacia, che di ottenere il perdono offertogli. Intanto Marquardo divenne onnipotente in Sicilia. Aveva in suo potere il re Federigo col palazzo, e già pendeva da' suoi voleri tutta la Sicilia, a riserva di Messina e di qualche altro luogo. Opinione corse che costui avrebbe usurpata la corona, se non l'avesse ritenuto il timore del conte di Brenna, a cui, dopo la morte di Federigo, perveniva quel regno. Ma non andò molto che colei, la quale scompiglia tanti disegni de' mortali, pose fine anche ai suoi. Era egli tormentato da asprissimi dolori di pietra, ed avendo voluto farsi tagliare (giacchè ancora in que' tempi erano in uso i tagliatori di pietra), così sinistramente andò l'operazione, che nell'atto stesso egli spirò l'anima. Fecesi allora avanti Guglielmo Capperone, di nascita anch'egli Tedesco, ed, occupato il palazzo reale colla persona del re Federigo, sotto il titolo di capitan generale del regno si arrogò tale autorità, che superò quella dello stesso Marquardo. Riccardo da San Germano[2576] rapporta all'anno seguente la morte d'esso Marquardo, e forse convien differirla sino a quel tempo. Vivente ancora costui, il conte di Brenna riportò un'altra vittoria in Puglia. Quivi egli trovavasi presso al famoso luogo di Canne, e con poche squadre di combattenti, quando comparve a fronte di lui il conte Diopoldo con un esercito superiore di lunga mano al suo. Al vedersi così alle strette, e tanto più perchè il legato apostolico provvide alla sua sicurezza con una pronta ritirata, restò pieno d'affanno. Tuttavia, rivolgendo le sue speranze a Dio, invocato ad alta voce il nome di san Pietro, procedette alla battaglia, che fu ben dura. Ma infine i pochi rimasero superiori ai molti. Fece il conte alcuni riguardevoli prigioni; e dopo questi felici avvenimenti papa Innocenzo III pensava a spedirlo in Sicilia, colla speranza ch'egli avesse da liberare quel regno, e la corte da chi l'opprimeva. In quest'anno ancora i Cremonesi[2577] riportarono un'insigne vittoria. Per sostenere il partito de' nobili cacciati da Brescia, uscirono armati in campo contro la plebe bresciana; e seguì un fiero conflitto fra loro nelle vicinanze di Calcinato, in cui restò sconfitto l'esercito dei Bresciani. Il loro carroccio preso trionfalmente fu condotto a Cremona. Jacopo Malvezzi racconta[2578] che intervennero a questo fatto d'armi i Bergamaschi e Mantovani in favor di Cremona; che i Veronesi, chiamati in aiuto del popolo di Brescia, erano in viaggio colle lor forze, ma non giunsero a tempo. Aggiugne che la battaglia si diede nel dì 9 d'agosto, e vi fu grande strage dall'una e dall'altra parte; ma tace la perdita del campo e del carroccio, asserita dal vescovo Sicardo allora vivente. Servirono poi questi malanni a produrre un bene; perciocchè, interpostisi gli ambasciatori spediti da Bologna, nel mese di novembre fu ristabilita la pace fra i Cremonesi, Bergamaschi, Comaschi e Bresciani, per cui tornò in Brescia la nobiltà dianzi bandita, ma con serbare in suo cuore un odio implacabile verso la plebe.
Anche nell'anno presente con gagliardo esercito entrarono i Milanesi in Lomellina de' Pavesi, e vi diedero il guasto. Assediarono poscia l'importante castello di Vigevano, tentato già due altre volte indarno, e nel dì 4 di giugno se ne impadronirono, con farvi prigioni mille e dugento Pavesi. Il nome di Vigevano è scorretto nel testo di Sicardo e d'altri autori. Se crediamo a Galvano Fiamma[2579], ipso armo de mense angusti Papienses in manibus Philippi archiepiscopi juraverunt perpetuo obedire mandatis civitatis Mediolani. S'egli vuol dire che seguì pace fra loro, si può credere; ma non già che i Pavesi per allora si riducessero a giurare ubbidienza e suggezione alla città di Milano. Prima nondimeno della perdita di Vigevano ebbero un'altra scossa i Pavesi, raccontata nella Cronica Piacentina[2580]: cioè presso al castello di Nigrino si azzuffò l'esercito loro con quello dei Piacentini e Milanesi, e restò rotto, con lasciar prigionieri de' vincitori quattro cavalieri e trecento trentadue fanti. Disfecero poscia i Piacentini la torre di Santo Andrea, e ridussero in ottimo stato le fosse della loro città. A cagion dell'acque del fiume Secchia, che corre fra i Modenesi e i Reggiani, a parte delle quali volevano essere i Reggiani, quando i Modenesi pretendeano d'averne una piena padronanza, erano state negli anni addietro varie liti e rumori fra questi due popoli. Nell'anno presente si diede mano all'armi daddovero. Venuti i Reggiani coll'esercito loro fin verso Formigine di qua da Secchia, attaccarono battaglia co' Modenesi, e li misero in rotta[2581], inseguendo i fuggitivi sino al Prato della Tenzone, creduto da me quello in cui, secondo i costumi delle città d'Italia d'allora, s'esercitavano nell'armi specialmente i giovani ne' giorni di festa. Vi restarono prigionieri più di cento cavalieri col podestà di Modena, che era allora Alberto da Lendenara, nobile veronese. In queste guerre de' Lombardi è da notare che d'ordinario non si perdeva la memoria dell'umanità. Si dava quartiere a tutti, mettendo i popoli la loro gloria non già nell'uccidere, ma nel prendere il più che poteano de' loro nemici. Nell'anno presente conculcati i Faentini dal popolo di Forlì, implorarono l'aiuto de' Bolognesi, i quali con possente esercito e col carroccio andarono a campo a Forlì. Scrive il Sigonio[2582] che diedero una rotta ai Forlivesi. Di ciò non parlano le storie bolognesi da me date alla luce. Nè si dee tacere che, quantunque gli affari del re Ottone IV fossero in poco buona positura in Germania, e superiori senza paragone fossero le forze del re Filippo, pure papa Innocenzo nell'anno presente[2583], con ispedire a Colonia Guido cardinale vescovo di Palestrina, solennemente confermò l'elezione di esso re Ottone, e fulminò le scomuniche contra del re Filippo: il che fu occasione a molti di sparlare d'esso pontefice. Le di lui ragioni e giustificazioni si leggono negli Annali ecclesiastici del Rinaldi[2584]. Fece sul fine di quest'anno lega il comune di Modena con quello di Mantova, siccome costa dallo strumento da me dato alla luce[2585].
NOTE:
[2575] Vita Innocentii III, num. 32 et seq.
[2576] Richardus de S. Germano, in Chron.
[2577] Sicard., in Chron. Cremonens., tom. 7 Rer. Italic.
[2578] Malvecius, in Chron. Brixian., tom. 14 Rer. Ital.
[2579] Gualvan. Flam., in Manip. Flor.
[2580] Annal. Piacentini, tom. 16 Rer. Ital.
[2581] Memoriale Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Ital. Annal. Veter. Mutin., tom. 9 Rer. Ital. Chron. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital.
[2582] Sigonius, de Regno Ital., lib. 15.
[2583] Godefridus Monachus, in Chron.
[2584] Raynaldus, in Annalib. Eccles. ad hunc ann.
[2585] Antiquit. Italic., Dissert. XLIX.
Anno di CRISTO MCCII. Indizione V.
INNOCENZO III papa 5. Vacante l'imperio.
Furono in quest'anno rivolti gli occhi di tutti gl'Italiani alla ragguardevol crociata che s'incamminava verso Oriente per liberar la Terra santa. Erano già tre anni che in Francia e in Fiandra e in altri paesi oltramontani si predicava questo riguardevol impiego della pietà cristiana per que' sacri luoghi, e non poco calore diede a tale impresa lo zelo di papa Innocenzo. Capo dell'esercito dei crociati era stato scelto il conte di Sciampagna; ma, venuto questi a morte, fu proposto il bastone del comando ad Eude duca di Borgogna, e a Tebaldo conte di Bar, che se ne scusarono. Grande era anche di là da' monti il credito di Bonifazio marchese di Monferrato, fratello di quel valoroso marchese Corrado, che vedemmo principe di Tiro, e proclamato in fine re di Gerusalemme[2586]. Concorsero que' principi nel desiderio d'averlo per generale, ed avendo spedito messi in Italia a questo fine, il trovarono prontissimo ad assumere così nobil peso. Andò egli in Francia, prese la croce, e concertò con que' principi la maniera dell'esecuzione. Sei deputati vennero in Italia, e, trovato più comodo il dar principio al viaggio per Venezia, colà s'inviarono alcuni deputati per trattarne con Arrigo Dandolo, insigne doge di quella repubblica. Infine tu risoluto che i Veneziani somministrerebbono una flotta di tanti legni che fosse capace di condurre quattro mila e cinquecento uomini a cavallo, nove mila scudieri e venti mila fanti con viveri per nove mesi: il tutto col pagamento di ottantacinque mila marche d'argento. Par credibile che in più volte, e non in una sola, si avesse a far lo trasporto per mare di tanta gente e cavalli. Ne fu scritto al pontefice Innocenzo[2587], che lodò bensì questo pio movimento dei cristiani, ma rispose che l'approverebbe con un patto ed obbligazione, cioè che non fosse loro permesso di nuocere ai cristiani, se non in caso che volessero frastornare il loro passaggio. Non piacque ai Veneziani questa condizione, perchè già andavano meditando di valersi in lor pro di questa spedizione. Comparvero dunque nell'anno presente a Venezia in folla principi, vescovi e nobili di Francia, di Fiandra, di Borgogna e d'altre contrade, e a migliaia i crociati, tutti vogliosi di far prodezze in Oriente per la fede. Molti Italiani vi concorsero, e fra gli altri Sicardo vescovo di Cremona, il quale per conseguente nella sua Storia, da me data alla luce, può parlar di quegli avvenimenti con fondamento. Ma con tutte le pratiche fatte dal pontefice Innocenzo per pacificar insieme i Genovesi e Pisani, affinchè poi secondassero colle lor forze l'impresa meditata di Terra santa, nulla si potè ottener da loro, prevalendo più in lor cuore l'odio particolare, che il bene universale della cristianità. Fra questi apparati della guerra sacra venne a frammischiarsi un altro affare di tal rilievo, che in breve lo vedremo d'accessorio divenir principale. Ad Isacco Angelo imperador dei Greci aveva Alessio suo fratello levato nell'anno 1495 gli occhi e il trono, e tenuto fin qui in istretta prigione Alessio suo nipote, figliuolo del suddetto[2588]. Ebbe questo giovane principe la fortuna di salvarsi; e, venuto a Roma, si presentò ai piedi di papa Innocenzo III, implorando giustizia contro il tiranno suo zio. Se ne andò poscia in Germania a trovar la regina Irene moglie del re Filippo, sorella sua. Filippo, veggendo già disposto il passaggio de' crociati in Levante, caldamente raccomandò a Bonifazio marchese di Monferrato la persona e gl'interessi di questo suo cognato.
Avevano intanto i Veneziani allestita la gran flotta promessa pel trasporto del preparato esercito; ma a muoverla s'incontrarono varie difficoltà, la maggior delle quali era, che mancava molto a compiere il pagamento accordato dai principi crociati. Il ripiego che si trovò, fu di obbligarsi i Franzesi e i Fiamminghi di dar mano ai Veneziani per ricuperare la città di Zara, loro occupata negli anni addietro dal re d'Ungheria. Fece dunque vela nel dì 8 di ottobre da Venezia l'armata navale, in cui s'imbarcò lo stesso doge Dandolo, benchè vecchio, e benchè quasi cieco; ed arrivò nel dì 10 di novembre a Zara. Cercarono quegli abitanti di rendersi, ma per mala intelligenza fu presa quella città e messa a sacco, con dividersi le ricche spoglie d'essa fra i conquistatori. Ne furono poi atterrate tutte le mura e fortificazioni, per levare ai cittadini la comodità di ribellarsi in avvenire. La troppo avanzata stagione consigliò l'armata a passare il verno in quelle parti. Sommamente dispiacque al pontefice Innocenzo questa prima impresa de' crociati, perchè fatta contra di Arrigo re d'Ungheria, il quale aveva anche esso con Andrea suo fratello presa la croce, e perchè eseguita contro la precedente proibizione del medesimo papa, al cui giudizio s'erano rimessi gli Zaratini. Ne scrisse perciò delle gravi doglianze all'esercito de' crocesignati[2589], trattandoli come scomunicati, e loro comandando la restituzione di quella città. Ma Bonifazio marchese di Monferrato giudicò meglio di non lasciar correre la lettera pontificia, per timore che si sciogliesse in fumo tutta la spedizione. Essendo morto in quest'anno, oppure nel precedente, Marquardo arbitro della Sicilia, ed avendo prese le redini del governo Guglielmo Capperone, siccome dicemmo, ad onta dal papa, si formò contra di lui una fazione degli aderenti dello stesso Marquardo. Non lasciò Gualtieri gran cancelliere, già vescovo di Troia, di pescare in questo torbido. Maneggiossi egli colla corte di Roma, e, prestato giuramento di ubbidire ai comandamenti del pontefice, impetrò l'assoluzione della scomunica. Dopo di che passò in Sicilia, ed unissi cogli avversarii del Capperone, mostrandosi tutto attaccato alla santa Sede, quantunque non potesse più riavere le mitre perdute. Lo strepito della crociata fu cagione che in quest'anno si osservasse tregua dal più delle città. Contuttociò i Modenesi, non potendo digerire la vergogna della battaglia perduta nel precedente anno coi Reggiani, nel presente, chiamati in aiuto i Ferraresi e Veronesi coi lor carrocci (il che portava seco il maggior nerbo della gente di quelle città), passarono ostilmente all'assedio di Rubiera di là dal fiume Secchia; e coi mangani cominciarono a tormentar quella terra, e dare il guasto al paese, senza che potessero i Reggiani col soccorso dei Bolognesi impedir questi danni. Secondo le Croniche di Bologna[2590], Rubiera fu presa. Dell'assedio bensì, ma non dell'acquisto parlano gli Annali di Modena[2591]. E quei di Reggio[2592] scrivono che non fecero danno alcuno a quel castello. Cerio è che s'interposero Lupo marchese, podestà allora di Parma, e Guarizone ed Aimerico, amendue podestà di Cremona, per condurre a pace questi popoli sì animati l'un contra dell'altro. La pace fu conchiusa nella ghiara di Secchia nel dì 6 d'agosto, e giurata da Manfredi Pico podestà di Modena, e da Gherardo figliuolo di Rolandino bolognese, podestà di Reggio. Fu divisa l'acqua di Secchia, e rilasciati i prigioni. Lo strumento si vede da me dato alla luce[2593]. Abbiamo anche dalla Cronica Piacentina[2594] che in questo anno i Cremonesi e Parmigiani andarono all'assedio di Fiorenzuola, nobil terra de' Piacentini, senza sapersene l'esito.
NOTE:
[2586] Vita Innocent. III. P. I, tom. 3 Rer. Ital. Albericus Monachus. Sicard., in Chron., tom. 7 Rer. Ital. Bernardus Thesaur., tom. 7 Rer. Ital.
[2587] Vita Innocentii III, num. 83.
[2588] Villharduinus, Sicard., in Chron. Dandul., in Chron. Niceta, in Chron. Abbas Urspergens., in Chron. Vita Innocentii III.
[2589] Innocentius III, lib, 5, Epist. 161.
[2590] Chron. Bononiens., tom. 18 Rer. Italic.
[2591] Annales Veteres Mutinens.
[2592] Memorial. Potestat. Regiens., tom. 8 Rer. Italic.
[2593] Antiquit. Italic., Dissert. XLIX.
[2594] Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCIII. Indizione VI.
INNOCENZO III papa 6. Vacante l'imperio.
Strepitose furono le imprese fatte dai Latini in quest'anno, non già in servigio di Terra santa, come richiedeva l'impegno da lor preso, ma in favore del giovane Alessio, figliuolo del deposto imperadore Isacco Angelo[2595]. Passò a Zara il predetto principe Alessio, dove fu con onore accolto dal Dandolo doge di Venezia, e dal marchese di Monferrato; e loro fatte varie promesse, qualora l'aiutassero a ricuperare il perduto imperio, e con parte della flotta, essendo l'altra incamminata innanzi, dirizzò le prore verso l'Epiro. La città di Durazzo il ricevette come suo principe. Sbarcarono in Corfù, e quegl'isolani promisero di suggettarsi a lui, dappoichè avesse conquistata la città di Costantinopoli. Tale appunto in fine fu il disegno di que' principi per favorire quel fuggiasco principe, mossi dalle raccomandazioni del re Filippo di Germania, e dalla parentela del re di Francia, contratta coi greci Augusti, mercè delle nozze di Agnese figliuola di Lodovico re con Alessio Comneno; ma più per isperanza di ricavar danari e viveri, senza i quali non vedeano la maniera di arrivare in Soria o in Egitto, secondo il primo loro concerto. Vero è che il papa Innocenzo, informato delle mire d'essi, proibì loro per varie ragioni d'invadere gli Stati del greco Augusto; ma essi, figurandosi forse ch'egli così scrivesse per politica, e che internamente avrebbe caro il lor pensiero, seguitarono il lor viaggio fino a Costantinopoli. Ciò che ivi operassero, s'io volessi prendere a raccontarlo, mi dilungherei troppo dall'assunto mio. In brevi parole dirò, che fatta la chiamata ad Alessio Angelo, occupatore del trono imperiale, nè volendo egli cedere, ruppero i Latini la catena del porto: con che liberamente in quel porto entrarono tutte le lor navi. Per terra e per mare impiegarono sette giorni per espugnar la città. Nell'ottavo uscì Alessio fuori con trenta mila cavalli e infiniti pedoni, disposto a dar battaglia ai Latini; ma, veduta la lor fermezza, fece vista di differire al dì seguente il fatto d'armi; ma, venuta la notte, segretamente presa la fuga, si ritirò ad Andrinopoli. Rinforzò allora l'esercito latino gli assalti, ed entrò per forza in Costantinopoli, con molta strage de' Greci, e saccheggio dei loro averi. Cavato dalle carceri il cieco Isacco Angelo, fu riposto sul trono; e proclamato imperatore anche Alessio suo figliuolo, per cui la festa era fatta, nel mese di luglio solennemente ricevette la corona nel gran tempio di santa Sofia. Marciò poscia coll'esercito contra del fuggitivo Alessio suo zio ad Andrinopoli; lo sconfisse, e l'obbligò a cercarsi un più lontano ricovero. Non so io se prima o dopo quest'ultima azione succedesse ciò che sono per dire. Ossia che i Greci per l'antico odio, o per le fresche perdite, non sapendo soffrire i Latini, ne andassero di quando in quando uccidendo, come scrive Sicardo, oppure, come altri ha scritto, perchè una mano di Fiaminghi i Pisani volle dare il sacco alle case e alle moschee de' Saraceni abitanti di Costantinopoli: diedesi principio un dì ad una fiera mischia fra i Latini e Greci. Attaccato il fuoco ad alcune case, perchè soffiava forte il vento, si dilatò ampiamente per la città, e fece un orrido scempio d'innumerabili chiese, palagi e case. Gran bottino riportarono ancora i Latini da questo fiero accidente. Il resto lo accennerò all'anno seguente.
Sembra che nel presente anno per qualche disgusto ricevuto dai Romani, non mai quieti, papa Innocenzo uscisse di Roma, e si ritirasse a Ferentino. Nonis maji, scrive Giovanni da Ceccano, indignatione Romanorum dominus papa venit Ferentinum[2596]. Lettere sue quivi scritte si leggono. Andò ad Anagni, dove, colto da una grave infermità, diede motivo alla voce ch'egli fosse morto[2597]. Fu questo un colpo mortale a Gualtieri conte di Brenna, perchè su tali dicerie alcune città se gli ribellarono, e fra le altre Matera, Brindisi ed Otranto. Anche Baroli si sottrasse all'ubbidienza di Jacopo, cugino del papa, il quale ricuperò poi le città di Andria e di Minerbio. Inviò papa Innocenzo in Sicilia per suo legato Gherardo cardinale di Santo Adriano suo nipote, con isperanza di dar pace a quegli affari, dappoichè Gualtieri gran cancelliere, e il Capperone, benchè nemici, si mostravano dispostissimi a voler quel solo che piacesse ad esso papa. Non corrisposero gli effetti alle parole. Il cardinale, dopo essere stato alquanti giorni in Palermo, si ritirò a Messina, per quivi aspettar le risoluzioni del pontefice zio. Prosperarono in quest'anno gli affari del re Ottone in Germania[2598] con singolar piacere del papa che il proteggeva. Ma in Brescia si riaccese la pazza discordia[2599]. Dopo avere per qualche tempo i nobili covato il lor odio contro la plebe, e meditata vendetta per gli affronti e danni patiti in addietro, la eseguirono nel gennaio dell'anno presente, dimenticando i giuramenti della precedente pace. Tutti dunque in armi assalirono il basso popolo, che fece quella resistenza che potè. Ne uccisero molti, e più ne costrinsero a cercar colla fuga l'esilio. Racconta il Sigonio[2600] sotto quest'anno un gran movimento de' Bolognesi, incitati dalla ambizione, figliuola della potenza e grassezza, per islargare il lor territorio, con danno dei Modenesi; ma senza poter trarre alla loro lega i Cremonesi e Parmigiani collegati di Modena. Anzi, per evitare questa guerra, spedirono i Parmigiani a Bologna Matteo da Correggio lor podestà, e i Cremonesi i lor ambasciadori per pregare e consigliare il popolo di Bologna che si degnasse di rimettere in loro la cognizion di tali differenze. Rispose Guglielmo, podestà di Bologna, di non volere compromettersi nè in loro, nè in persone religiose. Il male è vecchio. Chi ha più forza, dee anche aver più ragione. Leggesi quest'atto nelle mie Antichità Italiane[2601].
NOTE:
[2595] Sicard., in Chron., tom. 7 Rer. Ital. Villharduinus. Godefridus Monach. Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.
[2596] Johann. de Ceccano, Chron. Fossaenovae.
[2597] Vita Innocentii III, P. I, tom. 3 Rer. Ital.
[2598] Godefridus Monachus, in Chron.
[2599] Malvecius, in Chron. Brixian., tom. 14 Rer. Italic.
[2600] Sigonius, de Regno Ital., lib. 15.
[2601] Antiquit. Ital., Dissert. XLIX.
Anno di CRISTO MCCIV. Indizione VII.
INNOCENZO III papa 7. Vacante l'imperio.
Gran mutazione di cose succedette in Costantinopoli nell'anno presente. Non sapeano i Greci mirar di buon occhio il nuovo loro imperador Alessio[2602], perchè s'era servito de' Latini a salire sul soglio con tanto loro obbrobrio e danno. Insorse ancora lite fra esso Alessio e i Latini a cagion delle paghe promesse ai medesimi, il compimento delle quali si andava troppo differendo. Perciò la nobiltà greca elesse imperadore un certo Costantino, e il popolo ne elesse un altro, cioè Alessio soprannominato Murzulfo; nè solamente l'elesse, ma il fece anche coronare Augusto. Questo crudele mise tosto le mani addosso al giovane Alessio Augusto; e cacciatolo in prigione, o col veleno, o in altra guisa il levò dal mondo. Poco stette a tenergli dietro Isacco Angelo suo padre, vinto dal dolore, oppure aiutato da altri ad uscire di questi guai. Questi avvenimenti funesti quei furono che fecero prendere allora, se pur non vi pensavano prima, una risoluzione all'armata latina d'impadronirsi di Costantinopoli, e di piantarvi il loro dominio. Il Continuatore di Caffaro[2603] vorrebbe farci credere che finto fu il disegno di que' principi cristiani di passare in Terra santa; e il vero essere stato fin sul principio quello di sottomettere al loro comando l'imperio de' Greci. Assalirono dunque con battaglia di terra e di mare quella regal città. Murzulfo dopo qualche difesa, considerando la bravura altrui e il pericolo proprio, si ritirò in salvo fuori della città; laonde in fine i cittadini capitolarono la resa nel mese di marzo, la quale non si sa intendere perchè fosse seguitata dal sacco di quell'augusta città, per cui tutti i soldati arricchirono, e da altri eccessi e disordini, di cui è capace in tali congiunture la sfrenata licenza della gente di guerra. Quetati i rumori, fu proposto nel consiglio di que' vittoriosi principi di eleggere un imperador latino, e il più degno fu creduto Baldovino conte di Fiandra. Poscia, secondo i patti, fu fatta la division dell'imperio. Ai Veneziani toccò la quarta parte, consistente in varie provincie, isole e città, specificate tutte ne' documenti aggiunti alla Cronica di Andrea Dandolo[2604], e inoltre la facoltà di eleggere il patriarca latino di Costantinopoli. Questo onore toccò per quella volta a Tommaso Morosino. A Bonifazio marchese di Monferrato in sua parte fu confermato il regno di Tessalonica, ossia di Salonichi, coll'isola di Candia. Agli altri signori furono concedute in feudo altre provincie e terre. Prima di questi sì strepitosi avvenimenti il pontefice Innocenzo III, o prevedendo, o sapendo cosa andassero macchinando i principi crociati, avea con varie lettere e minaccie cercato di rimuoverli dal danneggiare l'imperio greco, perchè di cristiani. Mostrossi anche in collera per tale conquista; ma da saggio se la lasciò passare ben tosto, perchè sotto di lui era accaduto un sì gran cambiamento di cose, vantaggioso non poco alla santa Sede e alla Chiesa latina, con cui, volere o non volere, non tardarono ad accordarsi i Greci, da che Dio avea cotanto umiliato la loro superbia.
In quest'anno Gualtieri conte di Brenna, collegato con Jacopo conte di Tricarico e con Ruggieri conte di Chieti, prese Terracina. Assediato poi dal conte Diopoldo e dai Salernitani, e ferito da una saetta, restò privo d'un occhio; ma al soccorso di lui si affrettarono i due conti suddetti, e il liberarono. Tutto ciò abbiamo da Riccardo da San Germano[2605], il quale aggiugne che il soprascritto Diopoldo fu ignominiosamente coi suoi cacciato di Salerno. Profittando i Pisani delle discordie che bollivano in Sicilia, trovarono maniera d'impossessarsi della città di Siracusa, con obbligare a ritirarsi molti di que' cittadini, e fin lo stesso vescovo e i di lui fratelli[2606]. Ciò udito da' Genovesi, tra per l'odio antico contra de' Pisani, e perchè da Arrigo VI Augusto era stata loro assegnata in dominio quella città, vennero in parere di levarla ai Pisani. Unitesi dunque varie loro navi ed armatori nell'isola di Candia, si portarono a Malta, e tirarono con esso loro in lega Arrigo conte di quell'isola, valoroso signore, che in persona con varie galee e colla sua gente accorse alla meditata impresa. Nel dì 6 d'agosto arrivarono sotto Siracusa, e cominciarono le offese contra dei difensori, e dopo sette giorni a forza d'armi v'entrarono, con tagliare a pezzi assaissimi Pisani, e rimettere in casa il vescovo co' suoi fratelli. Ritennero per sè quella città, e il lasciarono un governatore che la reggesse a nome della repubblica di Genova, se pur non gliela diedero in feudo. Ma in Genova una fiera tempesta di mare affondò varie loro navi mercantili, con gravissimo danno di merci e danari. Vi fu anche una sedizione d'alcuni cittadini contro del podestà, che, colla mediazione di persone religiose e d'altri savii, si sopì ben presto. Anche in Piacenza la divisione entrò fra gli ecclesiastici e laici di quella città[2607], e toccò ai primi, siccome inferiori di forze, col loro vescovo Grimerio di abbandonare la città; e tuttochè papa Innocenzo fulminasse le censure contro gli autori di tali eccessi, per tre anni e mezzo stettero quegli ecclesiastici esclusi dalla città. Era stato in addietro lo studio delle città libere quello di sottomettere al loro imperio i castellani e nobili che godeano feudi indipendenti dalle città, con ampliare il loro distretto per quanto poterono. Si rivolsero poi contra de' vescovi, abbati ed altri ecclesiastici, parendo loro che possedessero troppe giurisdizioni e beni in pregiudizio del comune: e, senza rispettare i sacri canoni, gli andarono spogliando di molte terre e di varii diritti, e mettendo talvolta anche delle taglie sopra i loro stabili. Ciò che fece Piacenza, si truova in altri anni praticato da altre città; perciocchè l'esempio è un efficace maestro del mal fare. La nuova della presa di Costantinopoli sparsa per Italia cagione fu che circa mille Cremonesi[2608] presero il viaggio verso colà, sulla speranza d'arricchire anch'essi alle spese de' Greci. Erano già vicini i Bolognesi e i Modenesi a romperla[2609]; e bisogna ben credere che il popolo di Modena si sentisse debole di polso; imperocchè sul principio di gennaio giunse a compromettere le differenze che vertivano cogli avversarli, nello stesso podestà di Bologna, ch'era Uberto Visconte. Ciò che doveva aspettarsene, avvenne. Nel dì 9 di maggio proferì egli il laudo, che stendea i confini del Bolognese sino alla Muzza, con patente ingiustizia. Se ne lagnarono forte i Modenesi; ma, per non potere di più, chinarono la testa, e sofferirono i colpi della contraria fortuna. Noi vedremo ritrattato lo stesso laudo da Federigo II Augusto all'anno 1226. Cercarono poi essi di rifarsi contra de' capitani e castellani del Frignano, viventi in libertà in quelle montagne che dai Liguri Friniati presero il nome: il che diede motivo ai Parmigiani di accorrere col loro carroccio alla difesa di que' popoli. Crema in quest'anno[2610] restò tutta consumata dal fuoco. Non si era per anche ammogliato Azzo VI marchese d'Este. L'anno fu questo, in cui egli solennizzò le sue nozze con Alisia, figliuola di Rinaldo principe d'Antiochia, che portò nella famiglia estense il nome di Rinaldo, una ricca dote e un nobilissimo parentado. Imperciocchè una sorella fu maritata[2611] in Manuello Comneno imperador de' Greci, e un'altra, per nome Agnese, divenne moglie di Bela re d'Ungheria. Di questo matrimonio, siccome ancora d'altri atti spettanti ad esso marchese, ho io parlato nelle Antichità Estensi[2612].
NOTE:
[2602] Pipinus, in Chron. Bononiens., tom, 9 Rer. Ital. Sicard., in Chron. Godefridus Monachus, in Chron.
[2603] Caffari, Annal. Genuens., tom. 6 Rer. Italic.
[2604] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.
[2605] Richardus de S. Germano, in Chron.
[2606] Caffari, Annal. Genuens., lib. 4.
[2607] Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.
[2608] Chron. Cremonense, tom. 7 Rer. Ital.
[2609] Annales Veteres, Mutinens., tom. 11, Rer. Ital.
[2610] Gualvan. Flamma, in Manipul. Flor.
[2611] Alberic. Monachus, Trium Font., in Chron.
[2612] Antichità Estensi, P. I, cap. 39.
Anno di CRISTO MCCV. Indizione VIII.
INNOCENZO III papa 8. Vacante l'imperio.
Terminò in quest'anno Gualtieri conte di Brenna la carriera del suo vivere[2613]. Passava il suo valore in temerità. Essendo consigliato da chi gli volea bene di aver più guardia a sè stesso, diede una risposta da Guascone, con dire prosuntuosamente che i Tedeschi armati non oserebbono di assalire Franzesi disarmati. Non andò molto che ne fece la pruova. Aveva egli messo l'assedio al castello di Sarno, entro cui rinserrò il conte Diopoldo, e se ne stava con poca guardia. Accortosene Diopoldo, una mattina per tempo co' suoi in armi andò a fargli una visita, ma non da amico; e trovato lui co' suoi, che nudi agiatamente dormivano fra le morbide piume, ne fece un macello. Il conte ferito da più saette e lancie, condotto prigione nel castello, da lì a pochi giorni spirò l'anima, lasciando gravida la moglie sua, chiamata da Rocco Pirro Alteria, o Albiria, figliuola del già re Tancredi, la quale, dopo aver partorito un figliuolo, in cui fu ricreato il nome del padre, passò alle seconde nozze con Jacopo conte di Tricarico. Giovanni conte di Brenna suo fratello fu dipoi creato re di Gerusalemme. Sbrigatosi Diopoldo da questo bravo avversario, e tornatosene vittorioso a Salerno, dove teneva in suo potere la torre maggiore, prese molti Salernitani, e come traditori li punì a suo talento. Infausto riuscì l'anno presente anche ai Latini signoreggianti in Costantinopoli[2614]. Portatosi lo imperador Baldovino all'assedio di Andrinopoli, fu quivi preso vivo dai Bulgari, e poi barbaramente ucciso. In luogo suo fu alzato al trono Arrigo suo fratello. Per attestato del Continuatore di Caffaro[2615], Bonifazio marchese di Monferrato e re di Tessaglia, ossia di Salonichi, si portò all'assedio di Napoli di Malvasia e di Corinto, dove tuttavia signoreggiava quell'Alessio che tirannicamente aveva usurpata la corona del greco imperio. Il fece prigione colla moglie e col figliuolo, e li mandò in una nave di Porto Venere sino a Genova. Di ciò avvisato Guglielmo marchese suo figliuolo, corse immantenente a Genova, e, presi questi illustri prigionieri, seco li condusse in Monferrato. Confessa nulladimeno Sicardo vescovo di Cremona che in quest'anno il suddetto marchese Bonifazio a Graecis et Blachis (Bulgari erano costoro) multa passus est; e che la fortuna nell'anno presente favorevole fu ai Greci, contraria ai Latini. In quest'anno ancora, conoscendo il suddetto marchese di non poter tenere l'isola di Candia, ne fece vendita ai Veneziani per mille marche d'argento, e tanti poderi, che rendessero dieci mila perperi di entrata ogni anno. Lo strumento si legge presso Benevento da San Giorgio[2616]. Si rodevano intanto i Pisani per cagion di Siracusa, tolta loro da' Genovesi, e per ansietà di ricuperarla, fecero in quest'anno un grande armamento, ed ebbero soccorso dal conte Rinieri e da altri Toscani. Con queste forze andarono a mettere l'assedio a Siracusa, e la strinsero per tre mesi e mezzo. Mossesi allora Arrigo conte di Malta con quattro galee ben armate, e, venuto a Messina, vi trovò alcune navi de' Genovesi, ed altre ne unì per soccorrere quella città. Dichiarato generale di quella flotta, da Messina passò alla volta di Siracusa. Gli vennero incontro i Pisani con dodici galee ed altri legni, ed attaccarono battaglia, ma con lor danno; perchè, a riserva di cinque galee di Lombardi che presero la fuga, l'altre vennero in potere de' Genovesi. Uscito anche di Siracusa Alemanno conte di quella città, diede addosso ai Pisani ch'erano in terra, e li mise in rotta, con prendere le bandiere, tende e bagaglio del campo loro. Succedette questo fatto nel lunedì avanti alla Natività del Signore.
Molte altre prodezze e prese di ricche navi mercantili veneziane fatte da esso Arrigo conte di Malta, e l'aiuto da lui prestato al conte di Tripoli, si leggono negli Annali Genovesi. In questi tempi la pirateria, ossia il fare il corsaro, era un mestiere che non dispiaceva neppure a molti cristiani; e questo conte non era l'ultimo a praticarlo. All'udire i Genovesi, erano corsari i Pisani, e lo stesso nome veniva dato da altri ai Genovesi. Riuscì in quest'anno al popolo di Modena[2617] di ridurre con amichevol trattato i capitani, cioè i nobili padroni di terre e castella nel Frignano, a sottomettersi alla loro comunità, con divenir cittadini di Modena, promettere di abitar in essa città qualche mese dell'anno, e di militare, secondo le occorrenze, in aiuto del comune. Così il distretto di Modena ripigliò gli antichi suoi confini, e così andavano anche facendo le altre città libere d'Italia. Abbiamo da Gerardo Maurisio che in quest'anno venit studium scholarium in civitate Vicentiae, et duravit usque ad potestariam domini Drudi[2618], cioè sino all'anno 1209. Antonio Godio[2619] anche gli attesta che nell'anno presente studium generale fuit in civitate Vicentiae, doctores que in contrata sancti Viti manebant. I primi ad istituire lo studio delle leggi nel secolo undecimo o duodecimo furono i Bolognesi, e in quella sola città durò per molti anni questo ornamento, con essersi a poco a poco aggiunti anche i lettori di lettere umane, di filosofia e medicina. Mirando poi gli altri popoli quanto onore e vantaggio venisse a Bologna dal gran concorso degli scolari, s'invogliarono di nobilitar le loro città con somigliante studio. Ciò specialmente fecero anche i Modenesi e i Padovani: del quale argomento ho io trattato altrove[2620]. Era in questi tempi capo della fazion ghibellina in Ferrara Salinguerra figliuolo di Torello. Capo della guelfa tanto in quella città, che per tutta la marca di Verona, era Azzo VI marchese d'Este. Fra sì contrarii genii ed impegni troppo era difficile che lungamente durasse la concordia. In fatti, secondo la Cronica di Bologna[2621], nell'anno presente il marchese Azzo, non gli piacendo che Salinguerra avesse fortificata la Fratta, castello ne' confini dei suoi Stati, gliel prese e lo dirupò: il che fu principio delle tante dissensioni che seguirono poscia fra loro. La Cronica Estense[2622] parla di questo fatto all'anno 1189; ma fuor di sito, a mio credere, perchè solamente nell'anno seguente fra questi due emuli si accese la guerra. Essendo mancato di vita in Costantinopoli l'insigne doge di Venezia Arrigo Dandolo nel dì primo di giugno, portatane la funesta nuova a Venezia, si venne nel dì 5 d'agosto all'elezione d'un nuovo doge, e questa cadde nella persona di Pietro Ziano[2623] conte d'Arbe, figliuolo del già doge Sebastiano.
NOTE:
[2613] Richardus de S. Germano, in Chron. Vita Innocentii III, P. I, tom. 3 Rer. Ital.
[2614] Sicard., in Chron., tom. 7 Rer. Ital. Nicetas et alii.
[2615] Caffari, Annal. Genuens., tom 6 Rer. Ital.
[2616] Benvenuto da S. Giorgio, Storia del Monferrato.
[2617] Annales Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Ital.
[2618] Maurisius, Hist., tom. 8 Rer. Ital.
[2619] Godius, in Chron., tom. 8 Rer. Ital.
[2620] Antiquit. Italic., Dissert. XLIV.
[2621] Chron. Bononiense, tom. 17 Rer. Ital.
[2622] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.
[2623] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCVI. Indizione IX.
INNOCENZO III papa 9. Vacante l'imperio.
Dopo tanta opposizione fatta fin qui da Diopoldo conte tedesco a papa Innocenzo III in Puglia, costui finalmente cercò di rimettersi in grazia d'esso pontefice[2624], con promettergli una totale ubbidienza e sommissione, e specialmente per gli affari del governo del regno di Sicilia. Fu dunque chiamato a Roma, ed ottenuta che ebbe l'assoluzion dalle scomuniche, con licenza del sommo pontefice se ne tornò a Salerno. Sperava Innocenzo col braccio di questo ministro di ristabilir la pace, e insieme la sua autorità nella corte reale di Palermo. Passò infatti Diopoldo, secondo l'Anonimo Casinense[2625], in quest'anno, oppure, come ha Riccardo da san Germano, nell'anno seguente in Sicilia; e tanto si adoperò con Guglielmo Capperone, che l'indusse a consegnare il giovinetto re Federigo nelle mani del cardinale legato. Ma Diopoldo si trovò ben presto tradito. Fu sparsa voce ch'egli con sì belle apparenze era dietro ad impossessarsi del re, e ad atterrare lo stesso Capperone e Gualtieri gran cancelliere, che cozzavano da gran tempo fra loro. Fondata, o immaginata che si fosse dai malevoli una tal diceria, la verità è che, avendo Diopoldo preparato un convito per solennizzare la pace fatta, contra di lui fu svegliata una sedizione, in cui preso, egli andò a far delle meditazioni in prigione. Ma non vi si fermò molto, perchè ebbe chi Io aiutò a fuggire; e fortunatamente uscito di Palermo, si ricoverò di nuovo a Salerno. Allora il gran cancelliere giunse ad aver in suo potere il re Federigo. Circa questi tempi Bonifazio marchese di Monferrato fu coronato re di Tessalia; ed abbiamo dal Continuatore di Caffaro[2626] che in Genova furono armate quattro galee per condurre a Costantinopoli una figliuola d'esso marchese, destinata in moglie ad Arrigo di Fiandra, nuovo imperador latino in quelle parti. Proseguiva con calore l'astio e la guerra fra i due competitori nel regno germanico, cioè tra Filippo di Suevia e Ottone estense-guelfo[2627]. Ebbe una rotta in quest'anno il re Ottone: il che indusse il popolo di Colonia ad accomodarsi col re Filippo. Trovossi allora Ottone a mal termine, e, portatosi a Brunsvich, dopo aver dato buon sesto a' suoi affari, passò in Inghilterra a chiedere soccorso al re Giovanni suo zio, e vi fu ricevuto con grande onore sì dal re, come da tutti i baroni. Dopo esservisi trattenuto per qualche tempo, se ne tornò in Germania, portando seco un gagliardo rinforzo di danaro. Verso questi tempi i nobili, che soli governavano Brescia[2628], vennero fra loro alle mani, e si sparse molto sangue: il che fu cagione che fu richiamata in città quella plebe che n'era stata cacciata. Ma poca durata in quella sconvolta città ebbe la pace. Sorse Alberto conte di Casalalto, che aspirava al comando sopra gli altri, e si venne all'armi. Coi suoi aderenti fu forzato a fuggirsene dalla città, e continuò dipoi la guerra civile. Essendo mancato di vita in questo anno Filippo arcivescovo di Milano, in luogo suo venne eletto Uberto da Pirovano, il quale, secondo le pruove addotte dal signor Sassi[2629], fu insieme cardinale della santa romana Chiesa. Terminò ancora i suoi giorni Alberto arcivescovo di Ravenna, ed ebbe per successore Egidio vescovo di Modena[2630]. Entrò in quest'anno la discordia anche nella città di Verona. Bonifazio conte, figliuolo di Sauro conte di San Bonifazio, che era chiamato conte di Verona, non già perchè la governasse allora, ma perchè era discendente dagli antichi conti, o, vogliam dire, governatori perpetui di quella città, siccome del partito de' Guelfi, ebbe controversie[2631] coi Monticoli, ossia Montecchi, potenti cittadini di Verona, di partito contrario. Nel di 14 di maggio venute alle mani queste due fazioni, seguì un fiero conflitto; e soccombendo i Monticoli, si sottrassero colla fuga al pericolo di peggio. Furono in questa occasione bruciate le case loro, le botteghe de' mercatanti e le case dei nobili dalla Carcere e di Lendenara.
NOTE:
[2624] Richardus de S. Germano.
[2625] Anonymus Casinens., in Chron.
[2626] Caffari, Annal. Genuens., lib. 4, tom. 6 Rer. Ital.
[2627] Godefridus Monachus, in Chron. Alberic. Monachus, in Chron.
[2628] Malvecius, Chron. Brixian., tom. 14 Rer. Italic.
[2629] Saxius, in Not. ad Sigon., de Regno Ital.
[2630] Annal. Veter. Mutin., tom, 11 Rer. Ital. Rubens, Hist. Ravenn., lib. 6.
[2631] Paris. de Cereta, Chron. Veronense, tom. 8 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCVII. Indizione X.
INNOCENZO III papa 10. Vacante l'imperio.
Era in grande auge di gloria e di potenza Bonifazio marchese di Monferrato, perchè re di un bel regno, cioè di Salonichi e della Tessalia. All'udire[2632] che i Saraceni aveano assediata Satalia, benchè non di sua giurisdizione, non potè contenersi il suo valore dall'accorrere in aiuto de' cristiani. Ma, venuto a battaglia con quegl'infedeli, ferito da una saetta avvelenata, diede gloriosamente fine alla sua vita. Restarono di lui due figliuoli maschi, Guglielmo, che fu marchese di Monferrato, e Demetrio, a cui toccò la corona del regno tessalico. Soggiornava in Salerno il conte Diopoldo[2633], mal soddisfatto de' suoi emuli che governavano la Sicilia, e probabilmente anche della corte di Roma. Insorsero dissapori fra lui e i Napoletani, e si venne a decidere col ferro la loro contesa. Rimasero disfatti i Napoletani, con gravissima loro perdita di gente. Fra gli altri prigioni vi restò Giffredo da Montefuscolo, che era loro generale. Essendo prevaluta in Verona la fazione de' Guelfi, per fortificarla maggiormente si studiarono essi di avere per loro podestà in quest'anno Azzo VI marchese d'Este: uffizio ben volentieri accettato da lui, perchè l'andare per podestà nelle città libere d'allora si chiamava andare in signoria, cioè andar a fare il principe in quelle città[2634]. Unitosi dunque col conte Bonifazio da San Bonifazio, nobile e potente signore tanto in Verona che nel suo distretto, cominciò il marchese ad esercitar con vigore il suo governo. Ma i Montecchi esiliati, ai quali troppo dispiaceva la patita depressione, collegatisi col marchese Bonifazio d Este, zio d'esso Azzo, e alieno da lui per liti civili, e con Eccelino da Onara, padre del crudele Eccelino, e non già del conte Bonifazio da San Bonifazio, come per qualche errore de' copisti si legge nella Cronica di Parisio da Cereta[2635], furtivamente introdotti una notte in Verona, costrinsero il marchese Azzo ad abbandonar la città. Allora fu che anche Salinguerra, capo de' Ghibellini in Ferrara, scopertosi intrinseco amico di Eccelino, cacciò da quella città tutti gli aderenti del marchese Azzo, e senza lasciar più luogo a lui, cominciò a farla da signore di Ferrara. Ma che non andasse impunita l'insolenza di costoro, lo vedremo all'anno seguente. Ritirossi il marchese alla terra della Badia, e negli altri suoi Stati, dove attese a far gente. Parla di questo fatto anche la Cronica Estense[2636], con aggiugnere che Salinguerra prese in quest'anno ai Ravennati la grossa terra d'Argenta, e, consegnatala alle fiamme, se ne tornò trionfalmente a Ferrara con assaissimi prigioni. Fin l'anno addietro papa Innocenzo III, che vedea in gran declinazione gli affari del re Ottone in Germania, ricevute che ebbe lettere di gran sommessione dal re Filippo[2637], siccome personaggio provveduto di una buona bussola per sapere con vantaggio navigare secondo i venti, cominciò a parlar dolce con esso Filippo; e, spediti in quest'anno in Germania due cardinali legati, diede ordine che si trattasse di pace. V'ha chi scrive[2638] essersi questa conchiusa con obbligarsi il re Filippo di dare una sua figliuola per moglie al re Ottone col ducato della Suevia. Altri niegano che seguisse accordo alcuno; e giacchè non si potè ottener altro, i legati stabilirono una tregua d'un anno, e fecero depor l'armi a Filippo. Ciò non ostante[2639], papa Innocenzo diede mano ad un accomodamento proprio con Filippo, disposto a dargli la corona dell'imperio, tuttochè avesse già riconosciuto Ottone per legittimo re de' Romani. Racconta Corrado abbate Urspergense d'avere inteso da persone veridiche che Filippo si guadagnò l'animo del pontefice colla promessa di concedere in moglie a Riccardo fratello d'esso papa, già fatto conte, una sua figliuola, e di dargli in dote la Toscana, Spoleti e la marca d'Ancona. Probabilmente queste furono dicerie de' fautori del re Ottone, oppure di coloro che facilmente fanno gl'interpreti de' gabinetti de' principi. Per altro non dimenticò mai questo pontefice, in mezzo ai pubblici affari, i privati della propria casa. Sparsasi poi per l'Italia la nuova del favorevol ascendente del re Filippo, non perde tempo _Azzo VI marchese _ d'Este ad inviar deputati in Germania, per ottener la conferma delle appellazioni della marca di Verona, cioè di Verona, Vicenza, Padova, Trivigi, Trento, Feltre e Belluno, e l'investitura di cinque ville poste nel territorio di Vicenza, per sè e per la principessa Alisia sua moglie. Leggonsi questi due diplomi, spediti in Argentina XIV kalendas julii, nelle Antichità Estensi[2640]. Un altro diploma, con cui Filippo concede in feudo a Tommaso conte di Savoia nel dì primo di giugno alcune castella, mentre stava in Basilea, si legge presso il Guichenon[2641].
NOTE:
[2632] Sicard., in Chron., tom. 7 Rer. Ital.
[2633] Anonymus Casinens., in Chron. Richardus de S. Germano.
[2634] Roland., lib. 1, cap. 9. Gerard. Maurisius, tom. 8 Rer. Ital.
[2635] Parisius de Cereta, Chron. Veron., tom. 8 Rer. Italic.
[2636] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.
[2637] Arnold. Lubec., lib. 7, cap. 6.
[2638] Abbas Urspergens., in Chron.
[2639] Arnol. Lubec., Chron., lib. 7, cap. 6. Albert. Stad., ad annum 1207.
[2640] Antichità Estensi, P. I, cap. 39.
[2641] Guichenon, Histoire de la Mais. de Savoye, tom. 3.
Anno di CRISTO MCCVIII. Indizione XI.
INNOCENZO III papa 11. Vacante l'imperio.
Già il tutto era disposto per la riconciliazione ed esaltazione del re Filippo; già avea egli spedito i suoi ambasciatori a PAPA INNOCENZO III per la confermazione dei capitoli accordati coi legati apostolici: quando un funesto accidente scompigliò e rovesciò tutti questi disegni[2642]. Soggiornava il re Filippo in Bamberga, raunando un potente esercito contra del re Ottone, oppur contra di Waldemaro re di Danimarca, collegato d'esso Ottone. Trovandosi alla sua corte Ottone palatino conte di Witelspach, uomo facinoroso, sdegnato con esso Filippo per alcune cagioni, e specialmente per non aver potuto impetrare da lui in moglie Cunigonda di lui figliuola, benchè ne fossero seguiti gli sponsali o le promesse: nel giorno in cui s'era Filippo fatto salassare ad amendue le braccia, chiese udienza per parlargli. Ammesso nella camera del re, sguainato il ferro, con un sol colpo vibrato alla testa, lo stese morto a terra. Sbrigato poi con altri colpi da chi voleva arrestarlo, e salito co' suoi nei preparati cavalli, felicemente si mise in salvo. Quest'orrido eccesso, commesso nel dì 21 di giugno, oppure nel seguente, si tirò dietro la detestazione di tutti, e massimamente del re Ottone, che nulla ebbe che fare nella risoluzion presa da questo assassino. Tornò bensì in vantaggio di esso Ottone l'altrui iniquità; perciocchè, tenuta una dieta ad Alberstad, quivi con unanime consenso dei principi fu di nuovo eletto re de' Romani e di Germania. Poscia in un altro più solenne parlamento congregato in Francoforte nella festa di san Martino, non solamente ricevette le regali insegne, ma conchiuse ancora un altro importante affare, cioè di prendere in moglie Beatrice figliuola dell'ucciso re Filippo, la quale gli portò poi in dote trecento cinquanta castella, e gli altri allodiali della casa di Suevia, quasichè per nulla si contasse allora Federigo II re di Sicilia, nipote d'esso Filippo. Così per tutta la Germania rifiorì la pace e la tranquillità; e papa Innocenzo, dopo aver detestato l'assassinio fatto a Filippo, rivolse tutto il suo studio e le sue carezze in favore del re Ottone. Attese dal suo canto anche Ottone a guadagnarsi gli animi de' principi già suoi avversarii, con rinunziare particolarmente alle pretensioni sue sopra quegl'immensi Stati, de' quali era stato spogliato a' tempi di Federigo Barbarossa il duca Arrigo Leone suo padre.
Per vendicarsi dell'affronto ricevuto nell'anno addietro in Verona dagli emuli suoi, Azzo VI, marchese d'Este[2643] congregò un potente esercito di Lombardi, Romagnuoli e della marca di Verona, e massimamente ebbe in suo aiuto il comune di Mantova. Con queste forze entrato in Verona, s'impadronì di qualche fortezza. In aiuto della fazione contraria dei Montecchi accorse Eccelino da Onara, soprannominato poi il Monaco, con un buon corpo di gente. Vennero anche i Vicentini fino alle porte, per desiderio di metter pace; ma guerra vi fu, e si venne a battaglia nella Braida di Verona, in cui, dopo ostinato combattimento e strage di molti, la vittoria si dichiarò in favore del marchese. Fuggirono i Montecchi, e si fecero forti nelle rocche di Garda e di Peschiera. Le lor torri e case in Verona furono diroccate, e da lì innanzi il marchese Azzo col conte di San Bonifazio signoreggiò, finchè ebbe vita, in quella città. Ho ben io raccontato questo avvenimento sotto l'anno presente colla scorta di Rolandino[2644]. Ma Parisio da Cereta[2645] mi par più degno di fede, perchè scrittor veronese, e non men antico dell'altro. Questi lo riferisce all'anno 1207, e ci assicura che quel conflitto accadde nel dì 29 di settembre, festa di san Michele. Scrive ancora Rolandino che il suddetto Eccelino, padre del crudele Eccelino, restò prigione del marchese, che il trattò con gran cortesia ed onorevolezza, e infine, donatagli la libertà senza riscatto, il fece nobilmente accompagnare fino a Bassano. E quivi Rolandino prorompe in lode di questi tempi, ne' quali sì buon trattamento si faceva ai nemici prigionieri, laddove cinquanta anni dappoi ogni sorta di crudeltà si cominciò a praticar contra di essi. Gherardo Maurisio, scrittore parzialissimo della casa d'Eccelino, scrive ch'egli ebbe la fortuna di salvarsi co' suoi dopo la rotta suddetta; e che avendo poi il marchese Azzo messo l'assedio alla fortezza di Garda, e ridottala a tale, che già alla guarnigione erano mancati i viveri, Eccelino con alcune schiere d'armati raunati in Brescia comparve all'improvviso sotto Garda, e la fornì di vettovaglie per un anno: sicchè fu obbligato il marchese a ritirarsi. All'incontro abbiamo dal poco fa mentovato Parisio che Garda fu presa dal marchese, e condotti prigioni ad Este quei difensori: il che vien anche asserito da Andrea Dandolo[2646].
Qui non si fermò l'attività e il valore del marchese d'Este. Venuto a Ferrara con grande sforzo di genie, ne cacciò Salinguerra capo de' Ghibellini. E allora fu che il popolo di Ferrara, per mettere fine alle interne sue turbolenze, determinò di mettersi nelle braccia d'un solo, e di proclamare per suo signore il marchese. Fu eseguito il pensiero, e data a lui una piena balia sopra quella città e suo distretto con uno strumento che si legge nelle Antichità Estensi[2647]. Di questo suo dominio in Ferrara abbiamo anche la testimonianza di Gherardo Maurisio. Negli Annali antichi di Modena[2648] è scritto che Salinguerra, cacciato da Ferrara, si ricoverò in Modena. E merita riflessione che il predetto marchese Azzo fu il primo, per quanto io sappia, che acquistasse principato in città libere per volere de' cittadini, acciocchè cessassero gli abbominevoli effetti delle fazioni e guerre civili: il che servì poscia d'esempio ad altre per fare lo stesso. Venivano allora così fatti principi considerati come capi delle repubbliche, perchè tuttavia restava il nome e l'autorità d'esse repubbliche. La lega fatta dallo stesso marchese colla città di Cremona, nelle suddette Antichità Estensi si può leggere. E d'un'altra stabilita col popolo di Ravenna parla Girolamo Rossi[2649]. Ricuperò ancora il marchese la fortezza di Peschiera, e quivi caduti nelle sue mani i Montecchi, li mandò nelle carceri d'Este. A quell'assedio intervennero i Veronesi e Mantovani coi loro carrocci. Truovasi poi nei suddetti Annali di Modena che in questo anno il popolo modenese andò in aiuto de' Mantovani, perchè loro si era ribellata Suzara. Secondo la Cronica di Reggio[2650], all'assedio di quella terra furono i Mantovani, il marchese d'Este, i Modenesi e Cremonesi. Ma sopraggiunti i Reggiani coi loro collegati, si sciolse quell'assedio. Quali fossero questi collegati, si raccoglie dagli Annali di Modena, nei quali è scritto sotto il presente anno: Bononienses cum suo carroccio. Imolenses, et Faventini iverunt in servitio Regiensium per burgos civitatis Mutinae. Ed ecco come in questi tempi erano sempre in armi e in moto i popoli della Lombardia, per opprimersi o difendersi l'un l'altro. La lor libertà era un gran bene, ma insieme un gran male la loro ambizione ed inquietudine. Se crediamo agli storici moderni della Sicilia, Inveges, Pirro ed altri, il pontefice Innocenzo III nell'anno presente per mare si portò a Palermo, e vi arrivò nel dì 30 di maggio, per dar sesto agli affari del re Federigo. Sono favole, fondate, a mio credere, sopra una lettera d'esso papa, in cui dice d'essere entrato nel regno. Ma questa sua entrata altro non vuol dire, se non ch'egli andò a Sora, ricuperata con altre terre in quest'anno dalla tirannide degli uffiziali tedeschi, delle quali creò egli conte Riccardo suo fratello. Poscia se n'andò a San Germano e a Monte Casino. Questo è tutto quello che di lui raccontano l'autore anonimo della sua Vita[2651], l'Anonimo Casinense[2652] e Riccardo da San Germano[2653]. Se il pontefice avesse fatto un viaggio fino in Sicilia, siccome avvenimento tanto più considerabile, non l'avrebbono taciuto quegli autori. Aggiungasi che esso Riccardo storico e Giovanni da Ceccano[2654] minutamente descrivono i passi di questo pontefice, con dire ch'egli nel dì 16 di giugno, uscito di Roma, andò ad Anagni, poscia a Piperno, al monistero di Fossanuova, e nel dì 23 d'esso mese a San Germano, dove tenne un parlamento coi baroni del regno per aiuto del re Federigo, e per la pace di quelle contrade. Che luogo dunque resta all'immaginato suo viaggio in Sicilia?
Racconta Galvano Fiamma[2655] che in quest'anno i Milanesi, udita l'esaltazione di Ottone IV re, non più dubbiosa, gli spedirono ambasciatori fino a Colonia, pregandolo di venire a ricevere la corona del regno d'Italia. Duranti le discordie passate fra la nobiltà e la plebe di Brescia, era venuta alle mani de' Cremonesi la terra di Ponte Vico. Vollero i Bresciani ricuperarla, e la strinsero d'assedio. Si mossero bensì i Cremonesi, con avere in aiuto il marchese d'Este; ma sopraggiunti i Milanesi collegati de' Bresciani, misero in rotta il campo cremonese, con far prigionieri quattrocento de' loro uomini a cavallo; e Ponte Vico tornò in potere de' Bresciani. Nella Cronichetta di Cremona[2656] è scritto di Assagito da San Nazario, potestà in quest'anno di Cremona: Hic suo tempore cepit Pontevicum, et suo tempore perdidit. Aveva Arrigo conte di Malta[2657] fiancheggiato dai Genovesi, tolta ai Veneziani l'isola di Creta, ossia di Candia, nell'anno 1206. Inviarono in quest'anno i Veneziani una flotta contra di lui; ma furono rotti, e restò prigione Rinieri Dandolo loro ammiraglio. L'insigne storico veneto Andrea Dandolo[2658] differentemente parla di questi affari: cioè che nell'anno 1206 fu spedito Rinieri Dandolo con una armata di galee trentuna, il quale prese Leone Vetrano corsaro genovese con galee nove di suo seguito; dal che nacque guerra fra i Genovesi e Veneziani. Impadronissi ancora il suddetto Rinieri di Corfù, Modone, Corone, Atene e d'altri luoghi. In questi tempi Arrigo chiamato Pescatore, conte di Malta, colle forze de' Genovesi mise piede in Candia, coll'impadronirsi di molto paese. Nell'anno 1207 l'armata veneta giunta colà, ricuperò la capitale dell'isola, e mise in fuga il Maltese, con prendergli quattro navi. Nell'anno presente, uscito in campagna esso Rinieri Dandolo contra d'alcuni ribelli, ferito da una saetta in un occhio, terminò i suoi dì, e fu seppellito nella città di Candia. Seguitò poi la guerra coi Genovesi; ma pare che l'isola di Candia restasse interamente sotto il dominio veneto. Ebbero anche i Veneziani il possesso di Negroponte e di Cefalonia, ed infeudarono quei paesi per lor minore fastidio ad alcuni nobili.
NOTE:
[2642] Arnold. Lubecensis, lib. 7, cap. 14. Otto de S. Blasio. Abbas Urspergens. Godefridus Monachus.
[2643] Gerardus Maurisius Hist., tono. 8 Rer. Ital.
[2644] Roland., lib. 1, cap. 9.
[2645] Paris. de Cereta, Chron., tom. 8 Rer. Ital.
[2646] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.
[2647] Antichità Estensi, P. I, cap. 39.
[2648] Annal. Veter. Mutinens., tom. 11 Rer. Ital.
[2649] Rubeus, Histor. Ravenn., lib. 6. Parisius de Cereta, in Chron., tom. 8 Rer. Ital.
[2650] Memoriale Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Italic.
[2651] Vita Innocentii III, P. I, tom. 3 Rer. Ital.
[2652] Anonymus Casinensis, in Chron.
[2653] Richardus de S. Germano, in Chron.
[2654] Johann. de Ceccano, Chron. Fossaenovae.
[2655] Gualv. Flamma, in Manipul. Flor., cap. 241.
[2656] Chron. Cremonense, tom. 7 Rer. Ital.
[2657] Caffari, Annal. Genuens., lib. 4, tom. 6 Rer. Ital.
[2658] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCIX. Indizione XII.
INNOCENZO III papa 12. OTTONE IV imperadore 1.
Solennizzò in quest'anno con dispensa pontificia Ottone IV re de' Romani in Wirtzburg le sue nozze con Beatrice figliuola del re Filippo ucciso[2659]. Aveva egli messo al bando dell'imperio Ottone conte palatino di Witelspach uccisore del medesimo, e confiscati i di lui Stati, con distribuirli a varie persone. Questi nell'anno presente colto da Arrigo di Calendin maresciallo, restò con più ferite tolto dal mondo. Inviò in Italia Volchero patriarca d'Aquileia a riconoscere i diritti imperiali, e a disporre le città per la sua venuta. Sopra di che è da leggere il Sigonio. Acconciò egli intanto tutti i suoi affari con papa Innocenzo III, per poter passare a Roma, e ricevere la corona imperiale. Tutto quanto seppe dimandare il pontefice, fu liberalissimamente accordato e promesso da lui, mentre era nella città di Spira, con obbligarsi di restituire alla Chiesa romana tutta la terra di Radicofani sino a Ceperano, la marca d'Ancona, il ducato di Spoleti, la terra della contessa Matilda, la contea di Bertinoro, l'esarcato di Ravenna, la Pentapoli, e tutto quanto era espresso in molti privilegii d'imperadori e re dai tempi di Lodovico Pio. Ciò fatto, Ottone, dopo aver celebrata in Augusta la festa de' santi Apostoli Pietro e Paolo, con forte esercito per la valle di Trento calò in Italia. Passò l'Adige sopra un ponte fabbricato dai Veronesi[2660], da' quali pretese e ricevette la rocca di Garda. Furono a pagargli il tributo de' loro ossequii Azzo VI marchese d'Este, ed Eccelino da Onara, fra' quali passavano nimicizie, ed, altercando insieme, si sfidarono alla presenza d'esso re. Curioso è quanto racconta il Maurisio dell'incontro di questi due emuli, e della cura ch'ebbe Ottone di pacificarli, e de' sospetti poi conceputi di loro. Ne ho parlato nelle Antichità Estensi. Ordinò egli al marchese di rimettere in libertà i prigioni; e fu ubbidito. Venne Ottone verso Modena[2661], e si attendò nel distretto di Spilamberto. Indi, per testimonianza di Ottone da San Biagio[2662], passò a Bologna, dove concorsero tutti i principi e deputati delle città d'Italia, e vi fu fatta gran corte e festa. Di là portossi a Milano, ricevuto con gran pompa ed allegria da quel popolo. In tale occasione gli storici milanesi scrivono[2663] che esso re prese nella basilica di santo Ambrosio la corona del regno d'Italia, nè per tal funzione volle chiedere o ricevere quella contribuzion di danaro che, secondo il costume, si pagava dai popoli. Tristano Calco[2664] differisce all'anno seguente la di lui coronazione italica: il che sembra poco verisimile, l'uso essendo stato che la corona del regno d'Italia precedentemente alla romana si conferisse. Ma certo non sussiste il dirsi da Galvano Fiamma, che Ottone fosse coronato nel sabato santo di quest'anno, perchè egli non era per anche disceso in Italia; e tal asserzione può piuttosto persuaderci l'opinione del Calchi, che riferisce la di lui coronazione in Milano al sacro giorno di Pasqua dell'anno susseguente. Dopo aver quivi dato ordine agli affari del regno d'Italia, si rimise in viaggio il re Ottone, e, passato l'Appennino, per tutta la Toscana fu ben veduto ed accolto. Trovò a Viterbo papa Innocenzo[2665], che l'aspettava; e concertata con lui la coronazione romana, e confermati i giuramenti, continuò il viaggio alla volta di Roma coll'esercito suo, accresciuto di molte migliaia d'Italiani, e andò ad accamparsi nelle vicinanze di san Pietro, cioè della basilica vaticana. In essa poi dalle mani di papa Innocenzo III ricevette l'imperial corona e benedizione. Il giorno di sì solenne funzione è controverso fra gli storici[2666]. Alcuni la scrivono fatta nel dì 27 di settembre, giorno di domenica, altri nella seguente domenica, giorno 4 d'ottobre. Non ho io trovato finora lumi bastanti per decidere questo dubbio, parendomi nulladimeno più probabile la seconda opinione. Accompagnò Ottone colla corona in capo il pontefice sino alla porta di Roma fra la gran calca delle sue truppe, e tornossene dipoi al suo padiglione.
Ma questa gran festa ed allegria mutò ben presto aspetto. Ossia, come vogliono alcuni[2667], che accidentalmente venissero alle mani i Romani coi Tedeschi a cagione di qualche danno o insolenza loro fatta; oppure, secondo altri, che il popolo romano pretendesse quei grossi regali, che da alcuni precedenti Augusti erano stati lor fatti nella coronazione romana, e Ottone ricusasse di soddisfarli; certo è che seguì fra i Romani e Tedeschi una calda baruffa, e la peggio toccò alle genti del novello imperadore. Non sine strage magna suorum, dice Riccardo da San Germano[2668]. Giordano ed Alberico monaco dei tre Fonti[2669] amplificando, a mio credere, questo avvenimento, scrivono: Multi de Teutonicis occisi sunt, et plurimi damnificati, ita quod dictum est postea, in illo bello mille centum equos amisisse imperatorem, praeter homines occisos, et alia damna. Non ci è fondamento bastante di credere così gran perdita. Ma verisimilmente per questo accidente cominciò a turbarsi la buona armonia fra il papa e l'imperadore, il quale, venuto in Toscana, parte quivi e parte in Lombardia passò il verno seguente, con aver licenziata la maggior parte dell'armata sua. Parmi ancora credibile che non tardasse molto l'Augusto Ottone ad occupare o a non restituire alcuni degli Stati della Chiesa romana, non ostante la promessa e il giuramento da lui prestato. La storia è qui molto scarsa, nè ci scuopre le cagioni tutte che produssero dipoi tanti sconcerti fra la santa Sede e il suddetto imperadore. Sappiamo da tutti che papa Innocenzo III accusò di usurpazione e perfidia Ottone; e che, all'incontro, Ottone pretendeva di non operar contro il giuramento fatto in favor del pontefice, con dire ch'egli prima avea nella sua coronazione germanica giurato di conservare e ricuperare gli Stati e i diritti imperiali. Si può credere che mettessero la zampa nel consiglio imperiale i legisti politici, con rappresentare ad Ottone l'esempio de' suoi predecessori, che aveano goduto il dominio di quegli Stati, e date ne aveano le investiture: il che era stato praticato anche da Arrigo I imperadore santo. Forse ancora chiamarono ad esame i diplomi delle concessioni fatte ai papi dagli imperadori fin da' tempi di Lodovico Pio sino a questi, con trovarvi delle difficoltà. Comunque sia, egli è fuor di dubbio che grande strepito fece il pontefice contra di Ottone, l'ammonì per mezzo dell'arcivescovo di Pisa, ma indarno sicchè giunse infine ad atterrarlo, siccome vedremo. Più che mai seguitava intanto il vigilantissimo papa a tenersi ben unito con Federigo II re di Sicilia, considerando il bisogno che potrebbe occorrere di quel principe, qualora le speranze da lui concepute di Ottone IV rimanessero deluse. Fu egli dunque che consigliò a Federigo di accasarsi; fu egli ancora mediatore del matrimonio di lui con Costanza figliuola del re d'Aragona. Nel mese di febbraio del presente anno, essendo stata condotta questa principessa a Palermo, con rara magnificenza se ne celebrarono le nozze. Abbiamo da Gerardo Maurisio[2670] e da altri storici che in quest'anno Salinguerra capo de' Ghibellini in Ferrara, co' suoi aderenti seppe far tanto, che rientrò in Ferrara, spogliò di quel dominio Azzo VI marchese d'Este, e cacciò in esilio tutti i di lui partigiani. Trovavasi allora il marchese collo esercito suo accompagnato dai Veronesi e Vicentini verso la Brenta, per passare alla distruzione della nobil terra di Bassano, dove Eccelino da Onara nemico suo signoreggiava. Erano anche in armi i Trivisani, per dar aiuto ad esso Eccelino. Arrivò al marchese la nuova della perdita di Ferrara: allora precipitosamente levò il campo e tornossene a Vicenza, ubbidiente in questi tempi ai suoi cenni, e fu inseguito da Eccelino sino alle porte di quella città. Non andò più innanzi questa briga, perchè, arrivato il re Ottone, che veniva allora dalla Germania, ad Orsaniga, tanto il marchese che Eccelino dovettero ire alla corte, siccome ho di sopra accennato. In Cremona[2671] ancora nell'anno presente v'entrò la discordia. Il popolo si divise in due fazioni: l'una teneva la città vecchia, e l'altra la nuova, di modo che arrivarono nell'anno seguente cadauna delle parti ad eleggere il suo podestà.
NOTE:
[2659] Abbas Urspergensis, in Chron. Godefridus Monachus, in Chron., et alii.
[2660] Gerard. Maurisius, Hist. tom. 8 Rer. Ital.
[2661] Annales Veteres Mutinens., tom, 11 Rer. Italic.
[2662] Otto de S. Blasio, in Chron.
[2663] Gualvan. Flamm., in Manip. Flor., cap. 244. Corius, Bossius, et alii.
[2664] Tristan. Calcus, Histor. Mediolan.
[2665] Johan. de Ceccano, Chron. Fossaenovae.
[2666] Otto de S. Blasio, in Chron., Arnold. Lubec. Godefridus Monach. Matthaeus Paris. Histor. Angl.
[2667] Abbas Urspergens., in Chron. Jordanus, in Chron.
[2668] Richard. de S. Germ., in Chron.
[2669] Albericus Monachus, in Chronic. Appendix ad Robert. de Monte.
[2670] Gerard. Maurisius, Hist., tom. 8 Rer. Ital. Memor. Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Ital. Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.
[2671] Chron. Cremonens., tom. 7 Rer. Italic.
Anno di CRISTO MCCX. Indizione XIII.
INNOCENZO III papa 13. OTTONE IV imperadore 2.
Trovavasi l'imperadore Ottone tuttavia in Toscana XIII kalendas februarii dell'anno presente, ciò apparendo da un suo diploma dato ad Azzo VI marchese d'Este apud Clusinam civitatem[2672]. Intorno al qual documento è da avvertire che il saggio pontefice Innocenzo negli anni addietro, attento a ricuperar dalle mani de' Tedeschi gli Stati della Chiesa romana, standogli forte a cuore la marca d'Ancona, perchè non avea forze bastevoli per ricuperare e sostener quel paese alla sua divozione, lo concedette con investitura al suddetto marchese d'Este, ben conoscendo di che valore egli fosse dotato. Abbiamo di ciò la sicura testimonianza di Rolandino[2673] storico di questo secolo. Ma avendo l'Augusto Ottone IV preteso che quello Stato appartenesse all'imperio, giudicò meglio il marchese Azzo di prenderne l'investitura anche da esso imperadore, e forse con tacito consenso del pontefice, acciocchè non si annidasse in quel dominio qualche persona mal affetta alla santa Sede. Ottone dunque l'investì di quella marca, che abbracciava allora le città d'Ascoli, Fermo, Camerino, Osimo, Ancona, Umana, Iesi, Sinigaglia, Fano, Pesaro, Fossombrone, Cagli e Sassoferrato. Viene ivi chiamato cognatus noster Azzo marchio estensis da Ottone, perchè amendue discendeano dal marchese Azzo III, comune stipite della linea di Germania e dell'italiana. Un altro diploma d'esso Ottone, dato in Foligno nel dì cinque di gennaio, ho io quivi accennato. Presso l'Ughelli[2674] un altro se ne legge, dato apud Pratum in Toscana VIII idus februarii. Era esso Augusto apud Imolam III calendas aprilis, come costa da un altro suo diploma riferito dal medesimo Ughelli[2675]. Trasferitosi anche a Ferrara, quivi pubblicò un editto contro gli eretici paterini, ossia gazari, mettendoli al bando dell'imperio, coll'intimar pene gravissime contra dei medesimi. Il suo diploma, da me pubblicato[2676], fu dato Ferrariae VIII kalendas aprilis del presente anno. Probabilmente in questa congiuntura ch'egli pacificò insieme il suddetto Azzo VI marchese di Este e Salinguerra competitori nella signoria di Ferrara[2677]. Imperator praedictus venit Ferrariam, et pacem fecit inter marchionem estensem et dominum Salinguerram: così è scritto nella vecchia Cronica Estense. Altrettanto abbiamo dagli antichi Annali di Modena[2678]. Passò dipoi l'imperadore Ottone a Milano, dove furono da lui spediti nel mese d'aprile tre diplomi accennati dal signor Sassi[2679]. Ch'egli si trattenesse in quelle parti, e si trovasse in Piacenza nel mese di giugno, in Cremona, in Alba, in Brescia e in Vercelli, apparisce da altri suoi diplomi. Che parimente egli soggiornasse vicino a Pavia nel dì 17 agosto dell'anno presente, si raccoglie da un altro suo diploma presso il suddetto Ughelli nel catalogo de' vescovi di Parma. Tenne anche un parlamento in essa città di Parma[2680]. Era antico l'odio di Ottone, perchè erede della casa de' Guelfi, contra di Federigo II re di Sicilia, erede della casa ghibellina di Suevia. Crebbe questo alla pubblica notizia ch'esso Federigo aspirava all'imperio, anche prima della coronazion di Ottone. E giacchè s'erano stranamente imbrogliati gli affari fra esso Ottone e papa Innocenzo, che gran parzialità mostrava per Federigo, Ottone, senza voler far caso che il regno di Sicilia da tanto tempo dipendeva dalla sovranità dei soli romani pontefici, sconsigliatamente e contra de' giuramenti si lasciò trasportare a dichiarar la guerra al medesimo Federigo, e ad invadere i di lui Stati di qua dal Faro. Abbiamo da Rigordo[2681] che egli aveva ancora occupato castra et munitiones, quae erant juris beati Petri, Aquapendens, Radicofanum, Sanctum Quiricum, Montem Flasconis, et fere totam Romaniam. Intanto egli ebbe dei segreti negoziati in Puglia col conte Diopoldo tante volte nominato di sopra, e il guadagnò col dargli l'investitura del ducato di Spoleti. Scrive il Sigonio[2682] di averla veduta, data XIII kalendas februarias dell'anno presente.
Tirò eziandio nel suo partito Pietro conte di Celano, potente signore in quelle contrade. Studiossi inoltre di metter pace fra i Genovesi e Pisani[2683], per aver aiuto da loro nella meditata impresa. A questo fine, mentre era in Piacenza, chiamò colà i lor deputati; si fece consegnare i prigioni dell'una e dell'altra parte, e intimò una tregua fra loro dalla vicina festa di san Michele sino a due anni. Ciò fatto, verso il principio di novembre s'incamminò con un possente esercito di Tedeschi, Toscani e Lombardi alla volta della Puglia. Fin qui avea il pontefice Innocenzo III adoperate esortazioni e minaccie per rimettere in buon cammino questo principe; ma nulla avendo operato le parole, e scorgendolo più che mai spinto dalla sua passione a perdere affatto il rispetto alla santa Sede, venne finalmente ai fatti, cioè il dichiarò scomunicato[2684]. L'intrepidezza di questo papa bastante era a fargli prendere sì gagliarda risoluzione; ma non lasciò egli di misurar prima anche le forze temporali, che potevano assisterlo in tal congiuntura. Non lieve odio portavano i Romani ad Ottone: il che assicurava il pontefice della loro aderenza e costanza. Faceva anche gran capitale delle forze di Federigo II re di Sicilia, unitissimo seco di interessi. Nè minore speranza fondava egli su quella di Filippo re di Francia nemico di Ottone, alla cui esaltazione dianzi aveva egli fatto ogni possibil contrasto. Sapeva inoltre papa Innocenzo quanto poteva promettersi di molti de' più possenti principi della Germania; e ne vedremo presto le pruove. Però al prudente e zelante pontefice non mancavano i mezzi umani per sostenere i suoi atti. Ciò non ostante, marciò l'Augusto Ottone in Puglia[2685], e, dalla parte di Rieti entrato, s'avanzò a Marsi e a Comino, con riempiere di terrore quelle contrade. Roffredo abbate di Monte Casino contro il parere de' suoi monaci andò a trovarlo, e benignamente ricevuto ne riportò salvaguardie per li suoi Stati. Celebrata la festa di san Martino vicino a Sora, passò Ottone all'assedio della città d'Aquino, che fu valorosamente difesa da Tommaso, Pandolfo e Roberto conti di quella città. Venne alle sue mani Capoa col suo principato, datagli da Pietro conte di Celano. Salerno gli fu consegnato da Diopoldo creato duca di Spoleti. Oltre ad altre città, anche i Napoletani, per odio che portavano alla città d'Aversa, spontaneamente se gli diedero, con attizzarlo poi a mettere l'assedio a quella città. Durò questo sino alla Natività del Signore, e vedendo Ottone di non poter più sussistere in campagna a cagion della stagione, dopo aver fatta una composizione cogli Aversani, si ritirò ai quartieri di verno in Capoa, dove attese a far fabbricar macchine da espugnar le città. In tale stato erano gli affari di quelle parti. Fu in quest'anno fieramente agitata la città di Cremona[2686] dalle civili fazioni insorte fra il popolo della città nuova e quel della vecchia, e si venne molte volte alle mani. Interpostosi il vescovo Sicardo, restituì loro la pace, ma pace che, secondo il costume di que' tempi sconcertati, ebbe corta durata. Una delle applicazioni del popolo di Modena[2687] in quest'anno fu quella d'indurre l'abbate di Frassinoro, che sulle montagne possedeva molte terre, a sottomettersi alla città per godere del suo patrocinio. Così le città libere d'allora andavano pelando i vescovi ed abbati, con intromettersi nelle loro giurisdizioni, giugnendo in fine a liberarli dalla cura di que' temporali governi, ed accrescendo in questa maniera il proprio distretto. Fabbricarono ancora essi Modenesi il castello di Spilamberto. Vo io credendo che riducessero quella terra in fortezza, poichè anche ne' tempi posteriori se ne truova memoria.
NOTE:
[2672] Antichità Estensi, P. I, cap. 39.
[2673] Roland., Chron., lib. 1, cap. 10.
[2674] Ughel., Ital. Sacr., tom. 3 in Episcop. Pistoriens
[2675] Ughel., Ital. Sacr., tom. 2 in Episcop. Parmens.
[2676] Antiquit. Ital., Dissert. LX.
[2677] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.
[2678] Annal. Veter. Mutinens., tom. 11 Rer. Ital.
[2679] Saxius, in Not. ad Sigonium, de Regn. Italic.
[2680] Chron. Parmense, tom. 11 Rer. Ital.
[2681] Rigord., de Gest. Philip. Reg. Franc.
[2682] Sigon., de Regno Ital., lib. 16.
[2683] Caffari, Annal. Genuens., lib. 4, tom. 6 Rer. Italic.
[2684] Godefr. Monach. Albertus Stad. Richardus de S. Germano. Rigordus. Sicardus et alii.
[2685] Richardus de S. Germano, in Chron. Johan. de Ceccano, Chron. Fossaenovae.
[2686] Chron. Cremonense, tom. 7 Rer. Ital.
[2687] Annales Veteres Mutinens., tom. 6 Rer. Italic.
Anno di CRISTO MCCXI. Indizione XIV.
INNOCENZO III papa 14. OTTONE IV imperadore 3.
Venuta la primavera, continuò l'imperadore Ottone le conquiste nel regno siciliano di qua dal Faro[2688]. Sottomise a' suoi voleri tutta la Puglia, la Terra di Lavoro, e quasi interamente la Calabria, ed arrivò fino a Taranto. Abbiamo dall'Abbate Urspergense[2689] che papa Innocenzo III, desideroso pur d'estinguere questo fiero incendio, avea, durante il verno, mandato innanzi e indietro a Capoa l'abbate di Morimondo, per indurre alla pace, o a qualche aggiustamento, Ottone, contentandosi piuttosto di patir del danno negli Stati, che di permettere la rovina del re Federigo. Ma indarno andarono i messi e le proposizioni d'accordo. Ubbriacato Ottone dalla ridente fortuna, tutto rigettò, perchè persuaso di poter oramai balzare dal trono il giovinetto re[2690]. Infatti i Saraceni di Sicilia segretamente gli fecero sapere che prenderebbono l'armi per lui. Abbiamo anche dagli Annali Pisani[2691] che in aiuto di esso Augusto furono armate in Pisa quaranta galee, le quali andarono fino a Procida, credendo di potere trovar quivi l'imperadore. In somma si disponeva Ottone IV a passare in Sicilia, e pareano in total decadenza gli affari del re Federigo II, quando ecco scoppiare una terribil mina, da Ottone non preveduta. Tanto seppe fare il non dormiglioso papa Innocenzo, col favore ancora di Filippo re di Francia, che indusse molti vescovi della Germania non solamente a pubblicar la scomunica contra di Ottone, e a dichiararlo decaduto, ma ancora a trattar di eleggere in suo luogo re de' Romani Federigo II. In questa lega concorsero Siffredo arcivescovo di Magonza, legato apostolico, l'arcivescovo di Treveri, il lantgravio della Turingia, il re di Boemia, il duca di Baviera, il duca di Zeringhen, ed altri vescovi e principi. Soffiò non poco in questo fuoco anche il suddetto re di Francia Filippo, che, per aver tolta la Normandia al re d'Inghilterra, non potea tollerar le prosperità di Ottone Augusto, parente strettissimo e collegato coll'Inglese. Gotifredo monaco scrive che questi principi si raunarono in Bamberga, e fu proposta l'elezion di Federigo; ma che, non accordandosi fra loro, restò sospeso il colpo. L'arcivescovo di Magonza bensì pubblicò dappertutto le censure contra di Ottone: dal che presero motivo Arrigo conte palatino del Reno, fratello d'esso Ottone, e il duca del Brabante e i nobili della Lorena di dare un terribil guasto al territorio di Magonza. Nella Cronica di Fossanuova[2692], e presso Alberico[2693], Sicardo[2694] ed altri, si legge che seguì di fatto l'elezion di Federigo in Germania. Sembra almen certo che intanto que' principii sollecitassero il pontefice a spignere in Germania il giovinetto Federigo. Quel che è certo, furono cagione questi disgustosi avvisi che Ottone tagliasse il corso alle sue vittorie in Puglia, e ai disegni di portar la guerra in Sicilia, e cominciasse a pensare alla propria casa, a cui era attaccato il fuoco. Congregati dunque i baroni di quelle contrade, raccomandò loro la costanza nella sua fedeltà, virtù per altro poco conosciuta da quegli instabili popoli; e, preso da loro congedo, venne nel mese di novembre in Lombardia per impedire a Federigo il passaggio in Germania. I Pisani[2695], ch'erano iti fino a Napoli in aiuto di lui colle lor quaranta galee, non sentendone più nuova, se ne tornarono, senza far altro, al loro paese. Venuto l'Augusto Ottone in Lombardia[2696], tenne in Lodi un parlamento, per esaminar qual conto egli potesse fare degli animi e de' soccorsi di questi popoli. Trovò che il pontefice avea già preoccupato più d'uno contra di lui. Estensis enim marchio jam cum Papiensibus et Cremonensibus, et Veronensibus consensit summi ponteficis foedus inire contradictionis; sono parole di Sicardo allora vescovo di Cremona. Infatti nè il marchese d'Este, nè i deputati di Pavia, Cremona e Verona vollero intervenire a quella dieta. Ma i Milanesi, siccome quelli che amavano forte la casa estense-guelfa dei duchi di Sassonia, e odiavano la ghibellina dei duchi di Suevia, da cui tanti mali aveano ricevuto, larghe promesse fecero all'Augusto Ottone, e gli altri non mancarono di dargli buone parole[2697]. Avea il pontefice Innocenzo solennemente confermata nel giovedì santo la scomunica contra di lui. Poscia mise l'interdetto a Napoli e a Capoa, perchè aveano comunicato con lui. Scrisse contro i Pisani, i Bolognesi ed altri che favorivano lo scomunicato Augusto. In questi tempi l'indefesso marchese d'Este Azzo VI coll'aiuto de' Cremonesi[2698] ricuperò Ferrara, e ne cacciò Ugo da Guarnasio, lasciato ivi per podestà da esso Ottone. Che anche Salinguerra mutasse aria in tal congiuntura, se non è certo, è almen credibile. Troviamo parimente presso papa Innocenzo menzione della presa di Ferrara, fatta dal marchese d'Este, in una lettera scritta in quest'anno VII idus junii[2699]. In Cremona la parte del popolo di città nuova, non potendo reggere alla forza di quei della città vecchia, restò abbattuta e spogliata de' suoi averi. Tanto ancora si industriò in questi tempi Eccelino da Onara, signor di Bassano, che ottenne dall'imperadore il governo della città di Vicenza[2700]: il che fu il primo gradino, che portò dipoi il crudele Eccelino da Romano suo figliuolo alla potenza che vedremo.
NOTE:
[2688] Johann. de Ceccano, Chron. Fossaenovae.
[2689] Abbas Urspergens., in Chron.
[2690] Godefridus Monachus, in Annal.
[2691] Annal. Pisani, tom. 6 Rer. Ital.
[2692] Johann. de Ceccano, Chron. Fossaenovae.
[2693] Alberic. Monach., in Chron.
[2694] Sicard. in Chron., tom. 7 Rer. Ital. Abbas Urspergens., in Chron.
[2695] Caffari, Annal. Genuens., lib. 4, tom. 6 Rer. Ital.
[2696] Sicard., in Chron.
[2697] Richardus de S. Germano.
[2698] Chron. Cremonens., tom. 7 Rer. Ital. Annales Estenses, tom. 15 Rer. Ital.
[2699] Innocent. III, lib. 14, Epist. 76.
[2700] Maurisius, Histor., tom. 7 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCXII. Indizione XV.
INNOCENZO III papa 15 OTTONE IV imperadore 4.
V'ha degli scrittori[2701] che narrano partito l'imperadore Ottone d'Italia nell'anno precedente, per accudire agl'interessi della Germania, che cominciavano a prendere un cattivo sistema. La verità si è, ch'egli era tuttavia in Milano nel dì 10 di febbraio dell'anno presente, ciò ricavandosi da due suoi decreti, da me dati alla luce[2702], nei quali prende la protezione di certe pretensioni civili che avea Bonifazio marchese d'Este contra del marchese Azzo VI suo nipote. E Riccardo da San Germano[2703] coerentemente lasciò scritto che Ottone regnum (di Puglia) festinus egreditur mense novembri (del precedente anno), et mense martio (del presente) in Alemanniam remeavit. Anche l'Abbate Urspergense[2704] attesta lo stesso. Nel passare per Brescia, secondo il Malvezzi[2705], rimise la pace fra i nobili e la plebe di quella città. Arrivato in Germania, circa la festa della Pentecoste tenne una solenne dieta in Norimberga, dove espose a que' principi, che v'intervennero, i motivi della sua rottura col papa. Fece poi guerra ad Ermanno lantgravio di Turingia, uno di que' principi che se gli erano ribellati, mettendo a ferro e fuoco tutte le di lui contrade. Ma intanto per le replicate instanze de' principi tedeschi del partito di Federigo II re di Sicilia, avvalorate ancora dalle altre di Filippo re di Francia, papa Innocenzo III fece premura a Federigo di passare in Germania, dove la sua presenza recherebbe più calore ed animo ai suoi partigiani. Si oppose forte a tal risoluzione la regina moglie, per timore ch'egli potesse correre troppi pericoli oltra monti; ma in cuore del giovinetto re prevalsero le spinte dell'ambizione e della gloria; e però, lasciata la moglie, che già dato avea alla luce un figliuolo appellato Arrigo, imbarcatosi, venne a Gaeta, e nel dì 17 di marzo di quest'anno, e non già del precedente, come ha il testo di Riccardo da San Germano[2706], entrò in Benevento. Di là poi passò a Roma[2707], dove fu con ogni dimostrazion d'onore accolto dal papa e dai Romani. Dopo pochi giorni per mare si portò a Genova[2708], e quivi ben trattato si fermò quasi tre mesi, concertando intanto le maniere di passare in Germania, giacchè l'imperadore Ottone avea messe guardie dappertutto per impedirgli il passaggio. Nel dì 15 di luglio si mosse da Genova, e andò a Pavia. Erano per lui i Pavesi e il marchese di Monferrato; e però scortato dalla loro armata, arrivò fino al Lambro, dove li aspettavano con tutte le lor forze i Cremonesi ed Azzo VI marchese d'Este, i quali con gran festa il menarono a Cremona. Nel tornarsene addietro, i Pavesi all'improvviso furono assaliti dai Milanesi, e in quel fatto d'armi furono fatti dall'una e dall'altra parte alquanti prigioni.
Come si ha da Rolandino[2709] e da Alberico monaco[2710], il più zelante a scortare verso l'Alemagna il re Federigo fu il suddetto marchese d'Este, che con grande accompagnamento d'armati il menò per disastrose e non praticate strade sicuramente sino a Coira ne' Grigioni. Lo stesso Federigo, siccome costa da una sua lettera[2711] scritta ad Eccelino da Romano molti anni dappoi, riconosceva specialmente da esso marchese il principio della sua esaltazione. Arrivò dunque il giovane Federigo a Costanza tre ore prima di Ottone. Se tardava un poco più, sarebbe stato costretto a tornarsene indietro. Andò poscia a Basilea e per l'altre parti del Reno, dove trovò tutti i principi che si erano dichiarati per lui. Si abboccò con Filippo re di Francia a Valcolore, e stabilì lega con lui. Scrittori non mancano che il dicono eletto in quest'anno re dei Romani e di Germania; anzi gli Annali di Genova, scritti da autori contemporanei, e l'Abbate Urspergense ci assicurano ch'egli fu coronato in Magonza sul principio di dicembre. Godifredo monaco differisce questa coronazione fino all'anno 1215, e la dice fatta in Aquisgrana. Due volte probabilmente dovette egli farsi coronare. Giacchè i Milanesi stavano pertinaci in favorir l'imperadore Ottone, Azzo VI marchese d'Este e d'Ancona strinse, nel dì 25 d'agosto, una lega colle città di Cremona, Brescia, Verona, Ferrara e Pavia, e col conte Bonifazio da San Bonifazio. Se ne legge lo strumento nelle Antichità Estensi[2712]. In quest'anno poi esso marchese coll'esercito e carroccio veronese, e coi rinforzi venuti di Mantova, Cremona, Reggio, Brescia e Pavia, mosse guerra a Vicenza. Dopo aver preso Lunigo, si accostò alla città. Eccelino co' Vicentini e Trivisani il fece ritirar in fretta. Ma questo glorioso principe e il suddetto conte di San Bonifazio nel novembre seguente terminarono i lor giorni nel più bell'ascendente della loro fortuna[2713]. Lasciò il marchese Azzo VI dopo di sè due figliuoli, Aldovrandino ed Azzo VII, principi che ereditarono non solamente gli Stati, ma anche il valore del padre. Restò similmente di lui Beatrice, che per le sue rare virtù meritò poi il titolo di beata, procreata da una figliuola di Tommaso conte di Savoia, moglie d'esso marchese. Videsi in questo anno una novità in Italia. Circa sette mila tra uomini, ragazzi, donne e fanciulle, da pio entusiasmo mossi dalla Germania, con avere per capo un fanciullo nomato Niccolò, arrivarono a Genova sul fine d'agosto[2714], per andare in Terra santa. Ma quivi trovarono un gran fosso da passare, e però si sciolse la loro unione, e chi restò in Genova, e chi andò in altri paesi. Di trenta mila di questi fanciulli, venuti fino a Marsiglia col suddetto spropositato disegno, parlano Alberico monaco dei tre Fonti[2715], e Alberto Stadense[2716], con aggiugnere che furono assassinati dai ribaldi, parte affogati in mare, parte venduti ai Saraceni. Nell'anno precedente era nata guerra fra i Bolognesi e Pistoiesi[2717]; e venuti alle mani, restarono molti de' Bolognesi prigioni. Per vendicarsene, essi Bolognesi in quest'anno, coll'aiuto ancora de' Reggiani[2718], Faentini ed Imolesi, menarono un forte esercito a' danni di Pistoia; e piantato il campo sul monte della Sambuca, ammazzarono molti de' nemici, e molti altri presi li trassero alle carceri di Bologna: con che ricuperarono i lor prigioni. Carestia così grave in quest'anno flagellò la Puglia e Sicilia, paesi per altro soliti ad essere i granai dell'Italia, che, per attestato di Sicardo, vescovo allora di Cremona[2719], le madri giunsero a mangiare i loro figliuoli.
NOTE:
[2701] Godefridus Monachus, in Chron. Sicardus, in Chron. et alii.
[2702] Antichità Estensi, P. I, cap. 40.
[2703] Richardus de S. Germano, in Chron.
[2704] Abbas Urspergens., in Chron.
[2705] Malvecius, Chron. Brixian., tom. 14 Rer. Italic.
[2706] Richardus de S. German., in Chron.
[2707] Johann. de Ceccano, Chron. Fossaenovae.
[2708] Caffari, Annal. Genuens., lib. 4, tom. 6 Rer. Italic.
[2709] Roland., Chron., lib. 1, cap. 11.
[2710] Alberic. Monachus, in Chron.
[2711] Rolandinus, Chron., lib. 4, cap. 8.
[2712] Antichità Estensi, P. I, cap. 40.
[2713] Gerard. Maurisius, Histor. Monachus Patavinus, Chron. Rolandinus, lib. 1, cap. 11.
[2714] Caffari, Annal. Genuens., lib. 4, tom. 6 Rer. Italic.
[2715] Alberic. Monachus, in Chron.
[2716] Alberic. Stadiens., in Chron.
[2717] Matth. de Griffonibus, Histor. Bonon.
[2718] Memorial. Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Italic.
[2719] Sicard., in Chron., tom. 7 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCXIII. Indizione I.
INNOCENZO III papa 16. OTTONE IV imperadore 5.
Svantaggiosa era stata nel precedente anno per li Pavesi la battaglia loro data dai Milanesi fautori di Ottone, nel ritorno che faceano a casa, dopo avere accompagnato il re Federigo sino al Lambro[2720]. Per rifarsi del danno, uscirono questi in campagna con grande sforzo nell'anno presente. Mossero ancora i Cremonesi col loro carroccio, aiutati da trecento cavalieri bresciani, con animo di unirsi coi Pavesi. Erano già pervenuti a Castello Leone, ossia Castiglione, quando all'improvviso nel dì 2 di giugno, giorno di Pentecoste, fu loro addosso l'oste dei Milanesi, forte non solamente per le proprie milizie, ma anche per li cavalieri ed arcieri piacentini, e per la cavalleria e fanteria de' Lodigiani e Comaschi, e per trecento altri cavalieri bresciani del partito contrario. Fiero, lungo ed ostinato fu il combattimento, in cui sulle prime ebbero la peggio i Cremonesi. Ma, rinforzato da questi l'assalto, riuscì loro di mettere in rotta il campo milanese, con far prigioni alcune migliaia d'essi, e con prendere il loro carroccio: segno di piena vittoria e di gran vergogna per chi perdeva. La fama de' Cremonesi per questo illustre fatto si sparse per tutto l'Occidente, come attesta il Monaco Padovano[2721]. Dalla pia gente d'allora fu attribuita questa vittoria a miracolosa assistenza di Dio, perchè i Milanesi teneano saldo per lo scomunicato Ottone; ma si può anche essere pio senza obbligo di credere si fatti miracoli. Scrive inoltre Alberico monaco dei tre Fonti che il popolo di Milano, ripigliate le forze, in questo medesimo anno uscì contro i Pavesi, ed assediò un lor castello. Ma sopravvenuta l'armata de' Pavesi, diedero i Milanesi alle gambe, con abbruciar le loro tende. Furono seguiti dai Pavesi, che fecero quantità di prigioni, e spogliarono il campo loro. Così due rotte ebbe in un sol anno il popolo di Milano. Aggiugne il medesimo Alberico, che essendo stato ucciso l'abbate del monistero di santo Agostino di Pavia da' suoi monaci neri, il legato apostolico diede quel sacro luogo ai canonici regolari di Mortara, che tuttavia ne sono in possesso. Dalle cose fin qui narrate si può comprendere che Galvano Fiamma[2722] cercò di inorpellar le perdite de' Milanesi con dire ch'essi, dopo aver presa gran copia di prigioni, cavalli, carriaggi e tende de' Cremonesi, volendo mettere in salvo tante spoglie, raccomandarono il loro carroccio a pochi Piacentini (il che troppo è inverisimile) a' quali tolto fu dai Cremonesi. Scrive inoltre che i Milanesi nel dì 12 di giugno entrarono armati in Lomellina, distrussero Mortara, Gambalo e Lomello, e misero a sacco tutta quella contrada. Presero anche il castello di Voghera. Tace poi le busse lor date dal popolo pavese: sicchè gran sospetto porge l'adulazione. A questi fatti aggiugne il Sigonio[2723] delle altre particolarità, senza ch'io sappia onde le abbia ricavate. Ben so io ch'egli si servì del Fiamma in questo racconto. Il Continuatore di Caffaro scrive[2724] che quattro mila Milanesi tra fanti e cavalieri rimasero prigionieri in mano de' Cremonesi, e che i popoli d'Alessandria, Tortona, Vercelli, Acqui ed Alba, co' marchesi Guglielmo e Corrado Malaspina, e settecento cavalieri milanesi, entrarono nel Pavese ostilmente, e presero Sala. Usciti anche i Pavesi in campo, diedero una rotta a questi collegati, con farne due mila prigioni. A questi autori pare che si possa credere senza timor di fallare.
Succeduto al marchese Azzo VI suo padre Aldrovandino marchese d'Este e di Ancona, continuò a tenere col conte Riccardo da San Bonifazio il dominio di Verona, dove fu creato podestà nell'anno presente[2725]. Ma egli ebbe di gravissimi contrasti con Salinguerra in Ferrara. In aiuto di lui furono i Modenesi[2726]. Tornando questi a casa col loro podestà, cioè con Baldovino Visdomino da Parma, caddero in un agguato posto dal nipote d'esso Salinguerra, in cui restò morto esso podestà, e fatti prigionieri circa quaranta de' lor soldati. Fabbricarono in quest'anno essi Modenesi il castello del Finale[2727], per avere un antemurale contra de' Ferraresi. Secondo la Cronica Estense[2728], seguì pace fra il suddetto marchese Aldrovandino e Salinguerra, ed io ne ho rapportato altrove lo strumento. Ma più gravi disturbi ebbe esso marchese dai popolo di Padova, che, al pari degli altri, si studiava di dilatare i suoi confini alle spese de' vicini. Era da loro indipendente la nobil terra d'Este. Perchè egli non avea fatta giustizia ad alcuni Padovani, l'assediarono essi in questo anno, ed intervenne a quell'assedio Eccelino da Onara col giovinetto suo figliuolo Eccelino da Romano[2729]. Fu obbligato il marchese a venire ad un accordo, e a prendere la cittadinanza di Padova: la qual violenza fu appresso riprovata da papa Innocenzo III, e col tempo ancora da Federigo II Augusto. Sei anni e due mesi era stata fuori di Verona la fazion ghibellina de' Montecchi, la quale, rifugiata nella terra di Cereta, quivi creava il suo podestà. Interpostosi in quest'anno Marino Zeno podestà di Padova unitamente col comune stesso di Padova[2730], tanto fece, che quel dì Verona lasciò tornarli pacificamente in città. Non così avvenne alla città di Brescia. Poco durò la concordia fra i nobili e il popolo. Nella festa de' santi Faustino e Giovita presero l'armi i popolari, e cacciarono fuor della città tutta la fazion de' nobili; nè ciò loro bastando, infierirono contra le lor torri e case, con atterrarle: crudeltà meritamente detestata dal Malvezzi cronista bresciano[2731]. L'aver essi similmente data la fuga a Tommaso da Torino, lasciato ivi per governatore dall'imperador Ottone, fa intendere che que' popolari aveano abbracciato il partito del re Federigo. Ma probabilmente questo fatto appartiene all'anno precedente, giacchè lo stesso storico scrive che per cura di Alberto da Reggio vescovo della lor città, e prelato di rara virtù, fu nell'ottobre dell'anno presente conchiusa pace fra que' discordi cittadini. Tale fu la fede di cadauno in quel buon vescovo, che a lui diedero anche il politico governo della città. Fecero lega in quest'anno i Bolognesi coi Reggiani obbligandosi di far guerra ai Modenesi ad ogni lor cenno[2732].
NOTE:
[2720] Sicard., in Chron. Alber. Monac., in Chron.
[2721] Monach. Patavinus, in Chron.
[2722] Gualv. Flamm., in Manipul. Flor. cap. 246.
[2723] Sigonius, de Regno Ital., lib. 16.
[2724] Caffari, Annal. Genuens., lib. 4, tom 6 Rer. Ital.
[2725] Paris. de Cereta, Chron. Veron., tom. 8 Rer. Ital.
[2726] Annales Veteres Mutinens., tom. 6 Rer. Italic.
[2727] Antichità Estense, P. I, cap. 41.
[2728] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.
[2729] Roland., lib. 1, cap. 12. Monachus Patavin., in Chron. Antichità Estensi, P. I, cap. 41.
[2730] Chron. Estense, tom 15 Rer. Ital. Gerardus Maurisius, Hist., tom. 8 Rer. Italic.
[2731] Malvecius, in Chron. Brixian., tom. 14 Rer. Italic.
[2732] Memoriale Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Italic.
Anno di CRISTO MCCXIV. Indizione II.
INNOCENZO III papa 17. OTTONE IV imperadore 6.
Succedette in quest'anno una famosa battaglia campale fra l'imperadore Ottone e Filippo re di Francia[2733]. Si trovarono a fronte i due potentissimi eserciti nel dì 27 di luglio a Ponte Bovino, e vennero alle mani. Dalla parte di Ottone militavano le forze del re d'Inghilterra, i duchi del Brabante e di Limburgo, e i conti di Fiandra e di Bologna. Il fiore dei Franzesi col duca di Borgogna era nella altra parte. Lungo tempo durò l'ostinato combattimento, e infine i Franzesi riportarono una piena vittoria, con far moltissimi prigioni di conto, e grosso bottino. Questa disgrazia diede il crollo agl'interessi dell'imperadore Ottone, che da lì innanzi stentò a sostenersi in piedi. Se vogliamo prestar fede a Galvano Fiamma[2734], in quest'anno i Milanesi vogliosi di vendicarsi de' Cremonesi, per la rotta ricevuta nel precedente anno, con potente sforzo andarono sino a Zenevolta. S'incontrarono coi Cremonesi, e menarono così ben le mani, che li sconfissero e presero il loro carroccio. In pruova di ciò il Fiamma cita la Cronica di Sicardo. Ma giusto fondamento c'è di sospettare immaginaria e finta questa rotta de' Cremonesi. Ne' due testi, dei quali mi sono servito per pubblicar la Cronica di Sicardo, nulla di ciò si legge. Nulla nelle Croniche di Cremona, Piacenza, Parma ed altre, che, dopo aver parlato sì chiaramente della vittoria riportata dai Cremonesi all'anno precedente, se questa gran percossa data loro dai Milanesi sussistesse, ne avrebbero anche esse fatta menzione. Aggiugne esso Fiamma che, entrati i Milanesi nella Lomellina de' Pavesi, vi espugnarono varie castella. Questo potrebbe stare. Abbiamo bensì dalla Cronica di Cremona che nell'anno presente i Cremonesi fecero oste sopra i Piacentini, con bruciar molto paese, e prender alcune lor terre. Irritati anche i Modenesi[2735] per l'affronto e danno loro inferito nell'anno precedente da un nipote di Salinguerra, messo insieme un grosso esercito, con cui s'accoppiarono ancora i Parmigiani, Mantovani e Ferraresi del partito di Aldrovandino marchese d'Este, andarono a mettere l'assedio a Ponte Dosolo, ed, impadronitisi di esso nella festa di san Martino, diedero alle fiamme e smantellarono quel castello, con portarne a Modena in segno di vittoria la campana, che fu posta nella torre maggiore, e adoperata dipoi a sonar nona. Somma tranquillità godeva in questi tempi la città di Padova. Accadde che si tenne gran corte, e si preparò un giuoco o spettacolo pubblico nella città di Trivigi, descritto da Rolandino[2736]. V'intervenne da Venezia e da Padova molta nobiltà dell'uno e dell'altro sesso. Nel combattimento che si fece per prendere un finto castello, si appiccò lite fra i Veneziani e Padovani, gareggiando tutti per aver la preminenza del conquisto. Fu nella mischia stracciato un pezzo della bandiera di san Marco portata dai Veneziani, e ne sorse tal rumore, che i presidenti al giuoco lo fecero dismettere. S'ingrossò forte per questo accidente l'odio dei Veneziani contra de' Padovani, in guisa che serrarono tutti i passi delle mercatanzie, e andò poi più innanzi la briga. Le replicate istanze di papa Innocenzo mossero nell'anno presente Aldrovandino marchese d'Este a passare nella marca d'Ancona. N'era egli al pari di suo padre stato investito dalla Sede apostolica. Ma sopraggiunta l'immatura morte del padre, e per varii suoi scabrosi affari trovandosi egli impegnato in Lombardia, i conti di Celano, fautori di Ottone Augusto, s'erano impadroniti di quella contrada. Potè egli solamente ora accudire a quel dominio. Impegnò tutti i suoi allodiali, e lo stesso fratello suo Azzo VII ai prestatori fiorentini per mettere insieme delle grosse somme di danaro da far gente[2737]. Allorchè ebbe in pronto un buon esercito, marciò verso quella marca, dove gli convenne un gran coraggio per le molte opposizioni a lui fatte, parte dai popoli della terra, e parte dai conti suddetti. Tuttavia diede loro varie rotte; ed avea messo in buono stato quella signoria, quando la morte venne a rompere tutte le di lui misure, come dirò all'anno seguente.
NOTE:
[2733] Godefridus Monachus. Alberic. Monachus. Abbas Urspergens.
[2734] Gualvan. Flam., in Manip. Flor., cap. 147.
[2735] Chron. Parmanense, tom. 7 Rer. Ital. Annales Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Ital.
[2736] Roland., Chron., lib. 1, cap. 13.
[2737] Roland., Chron., lib. 1, cap. 15. Monachus Patavinus, in Chron. Antichità Estensi, P. I, cap. 41.
Anno di CRISTO MCCXV. Indizione III.
INNOCENZO III papa 18. OTTONE IV imperadore 7.
L'anno fu questo in cui lo zelantissimo papa Innocenzo III celebrò uno de' più insigni concilii generali che abbia tenuto la Chiesa di Dio, cioè il lateranense quarto[2738]. Nel dì 11 di novembre gli fu dato principio nella basilica lateranense, e v'intervennero più di quattrocento tra patriarchi, arcivescovi e vescovi, e più di ottocento abbati e priori. Furono quivi pubblicati[2739] non pochi decreti spettanti al soccorso di Terra santa, agli eretici di questi tempi, che faceano gran guasto e resistenza nel contado di Tolosa e nelle vicine città; e fu anche trattato della disciplina ecclesiastica, che s'era molto infievolita in sì torbidi tempi. Avendo preso in quel concilio i Milanesi a difendere la parte dell'imperadore Ottone, il marchese di Monferrato, siccome parente di Federigo, aringò forte in favore di lui, ed ebbe maggior fortuna. Fra gli altri delitti di Ottone si contò ancora, ch'egli avea chiamato Federigo il re dei preti. Ora è fuor di dubbio che esso Federigo, per attestato di Gotifredo monaco[2740], fu in quest'anno solennemente coronato re di Germania da Siffredo arcivescovo di Magonza, e legato apostolico in Aquisgrana. Sappiamo altresì che, ad istanza del papa, egli prese la croce, e si obbligò a militare in Terra santa. E perciocchè egli in quest'anno fece proclamar re di Sicilia Arrigo suo figliuolo, non piacendo al pontefice che una sola persona nello stesso tempo fosse imperadore e re di Sicilia, fu astretto a rifare una solenne obbligazione al papa, che qualora egli ottenesse la corona dell'imperio, immediatamente deporrebbe il governo al re figliuolo, il quale lo riconoscerebbe dalla santa Sede. Poteva allora chiedere papa Innocenzo III quanto voleva, che tutto largamente si prometteva, per timore che si facesse giocar l'opposizione dell'emulo. Vedremo a suo tempo qual memoria e cura di queste promesse e giuramenti mostrasse lo stesso Federigo. Non è forse ben chiaro se il papa, che avea barcheggiato finora per osservare dove andassero a terminare gl'impensati accidenti della guerra, veramente in questo anno confermasse l'elezion di Federigo: perciocchè, finchè visse Ottone mai non si volle in Roma far l'ultimo passo di concedere a Federigo la corona imperiale. Ma non mancano autori, e fra gli altri Riccardo da San Germano[2741], che scrivono essersi Innocenzo apertamente dichiarato per l'elezion di Federigo in re de' Romani.
Avea Aldrovandino marchese d'Este colla prudenza, col valore e colla liberalità ridotta quasi tutta in suo potere la marca d'Ancona[2742]. Ma nel più bel fiore dell'età sua la morte il rapì, con essersi creduto che i conti di Celano trovassero la maniera di farlo attossicare. Fu questo un colpo di sommo svantaggio alla casa d'Este, perchè di maschi non restò in essa se non Azzo VII marchese d'Este, che cominciò ad appellarsi anche marchese d'Ancona; ma in tenera età, nè capace per anche di gareggiar co' suoi maggiori nelle imprese che esigono gran cuore e senno. Conservò egli bensì gli Stati suoi aviti di Este, Rovigo e dell'altre terre poste in un felicissimo paese; ma da lì a qualche anno venne meno la sua autorità in Ferrara, perchè troppo vi crebbe quella del ghibellino Salinguerra, siccome dirò a suo tempo. Seppe questo volpone nell'anno presente con sì buone parole e promesse entrare in grazia di papa Innocenzo (probabilmente dopo la morte del marchese Aldrovandino), che ottenne da lui l'investitura delle terre che già furono della contessa Matilda, ne' vescovati di Modena, Reggio, Parma, Bologna ed Imola, con obbligarsi a servire in campagna coll'armi al pontefice. L'atto e giuramento suo, prestato nel dì 7 di settembre, si legge negli Annali ecclesiastici del Rinaldi[2743]. Andando innanzi, vedremo la fedeltà di costui ai sommi pontefici. Fu cagione la discordia insorta fra i Padovani e Veneziani, che i primi in quest'anno[2744] passassero con grandi forze e preparativi verso Chioggia, ed imprendessero l'assedio della torre di Baiba in tempo di autunno. Sopravvennero tali pioggie, che furono obbligati a ritirarsi. Diedero loro alla coda i Chioggiotti e Veneziani, e presero molti uomini, e non poco del loro equipaggio. Assediarono anche i Reggiani coi Cremonesi nell'anno presente il castello di Gonzaga, che era dei Mantovani[2745]. Ricorsero questi all'aiuto de' Veronesi, che non mancarono di uscire in campo con loro. La venuta di questa armata fece risolvere gli assedianti ad una pronta ritirata. Secondochè abbiamo da Ricordano Malaspina[2746], per morte data in Firenze a Buondelmonte de' Buondelmonti, entrò in quella città la divisione, e chi tenne alla parte dei Guelfi, e chi a quella de' Ghibellini. Ricordano fa un catalogo delle nobili famiglie che abbracciarono chi questa e chi quella fazione. Scrive Galvano Fiamma[2747] essere entrati ancora in questo anno i Milanesi ostilmente nella Lomellina de' Pavesi, con prendere per forza Garlasco, e menar via gran quantità di bestie e mobili. Aggiugne, che, avendo essi fatta lega con Tommaso conte di Savoia, il quale personalmente venne con mille cavalli in loro aiuto, si portarono all'assedio di Casale di Sant'Evasio, terra nobile, che, venuta in loro potere nel dì 20 d'agosto, per aderire alle preghiere del popolo di Vercelli, fu da essi disfatta da' fondamenti. Andarono poscia anch'essi in favor d'esso conte nel Piemonte, ed obbligarono il marchese di Pimasio (se pure non è scorretto questo nome) a cercar accordo col conte di Savoia. Scrive il Sigonio[2748] che questo marchese fu quello di Monferrato. Mancò di vita nel giugno dell'anno presente, e non già nel precedente, come lasciò scritto Galvano Fiamma, Sicardo, uno de' più riguardevoli vescovi di Cremona, di cui è restata una Cronica[2749] da me data alla luce.
NOTE:
[2738] Abbas Ursperg., in Chron., Johann. de Ceccano, Chron. Fossaenovae. Richard. de S. Germano, et alii.
[2739] Labbe, Concilior., tom. 11, P. I.
[2740] Godefridus Monachus, in Chron.
[2741] Richardus de S. Germano, in Chron.
[2742] Roland., lib. 4, cap. 15. Monachus Patavinus, in Chron.
[2743] Raynaldus, in Annal. Eccles. ad hunc ann., num. 39.
[2744] Roland., lib. 1, cap. 14.
[2745] Paris. de Cereta, tom. 8 Rer. Ital.
[2746] Ricordano Malaspina, Istor., cap. 104.
[2747] Gualv. Flamma, in Manipul. Flor., cap. 104.
[2748] Sigonius, de Regno Ital., lib. 16.
[2749] Sicard., in Chron., tom. 7 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCXVI. Indizione IV.
ONORIO III papa 1. OTTONE IV imperadore 8.
Le premure d'Innocenzo III papa pel soccorso di Terra santa erano incessanti. Conoscendo egli quanto potesse influire al bene di quegli affari la potenza de' Genovesi e Pisani, provveduti di tanti legni e gente brava specialmente in mare[2750], si doleva forte della discordia e guerra che da tanti anni bolliva fra queste due nazioni. Determinò dunque di portarsi in persona in sito, dove potesse trattar di pace fra loro. Ma pervenuto a Perugia, quivi cadde malato, e l'infermità fu sì grave, che il rapì da questa vita nel dì 6 di luglio dell'anno presente. Mancò in lui uno de' più abili e gloriosi pontefici che sieno seduti nella cattedra di san Pietro: gran giurisconsulto, gran politico, che all'esperienza grande da lui mostrata nel governo spirituale aggiunse l'ingrandimento temporale della Chiesa romana, con procurar nello stesso tempo quello de' suoi parenti. Ma a questo insigne pontefice non mancarono censure, facili ad uscir della penna di chi si consiglia colla propria passione ed interesse. Ai grandi avvenimenti che furono sotto il suo pontificato, tra' quali specialmente è da riporre l'essere caduta in mano de' Latini la città di Costantinopoli con buona parte del greco impero, si dee aggiugnere la nascita di due insigni ordini religiosi, che illustrarono poi e tuttavia illustrano la Chiesa di Dio, cioè de' Predicatori, istituito da San Domenico, e dei Minori, fondato da san Francesco d'Assisi. Ci son di quelli che li credono confermati dal medesimo papa Innocenzo III; il che non mi sembra ben fondato. Nell'universale concilio lateranense IV, tenuto nel precedente anno, fu stabilito così al capo tredicesimo[2751]: Nenimia religionum diversitas gravem in Ecclesia Dei confusionem inducat, firmiter prohibemus, ne quis de cetero novam religionem inveniat. Sed quicumque voluerit ad religionem converti, unam de approbatis assumat. Però è ben vero che sotto Innocenzo ebbe principio l'uno e l'altro di questi due ordini sì benemeriti della Chiesa[2752], ma quello de' Predicatori non ebbe bisogno di conferma, perchè San Domenico scelse la regola de' canonici regolari, e per molto tempo que' religiosi ritennero il nome di canonici, assumendo col tempo quello di Predicatori. L'altro de' Minori, in considerazione della mirabil vita del suo istitutore, e delle sante sue regole, fu veramente approvato da papa Onorio III, del quale ora son per parlare. In luogo dunque del defunto Innocenzo III fu nel seguente giorno eletto sommo pontefice Cencio cardinale de' santi Giovanni e Paolo, di nazione Romano, che, secondo le mie conghietture, quel medesimo fu che ci ha lasciato il libro de' censi della Chiesa romana, da me dato alla luce[2753]. Assunse il nome di Onorio III, pontefice anche egli di gran vaglia[2754], il quale fu poi consecrato nel dì 11 d'agosto. E perciocchè tuttavia durava la guerra de' Milanesi e Piacentini contra de' Pavesi, senza voler ascoltare consigli di pace, esso pontefice, in vigore di un decreto del suddetto concilio lateranense, scomunicò di nuovo i rettori di Milano e Piacenza, e pubblicò l'interdetto in quelle città. Diede ancora in governo al comune di Modena alcune delle terre, delle quali Salinguerra era stato investito dal suo predecessore.
Determinò in quest'anno il re Federigo II di chiamare in Germania l'unico suo figliuolo Arrigo, già dichiarato re di Sicilia, benchè fosse in tenera età, per ottenergli l'amore de' principi tedeschi, e forse anche per sospetto di qualche rivoluzione in Sicilia, durante la sua lontananza. Venne da Palermo questo fanciullo re, accompagnato dall'arcivescovo di Palermo, sino a Gaeta per mare. Ch'egli passasse per la Toscana e per Lucca, si può arguire dagli Atti del comune di Modena da me pubblicati[2755]. Imperciocchè Frogieri podestà di Modena cogli ambasciatori d'essa città, cioè con Gherardo Rangone, Aldeprando Pico ed altri, andò a riceverlo con un corpo d'armati sino allo spedale di San Pellegrino, che era l'ultimo luogo della giurisdizione di Modena, e condottolo per le montagne sino al ponte di Guiligua, il consegnò ivi agli ambasciatori di Reggio e di Parma. Anche la regina Costanza sua madre per altra via s'incamminò verso la Germania. Le Croniche di Bologna[2756] e di Reggio[2757] attestano ch'ella passò per quelle città nell'anno presente. Riccardo da San Germano[2758] differisce l'andata sua sino all'anno 1218. Abbiamo poi da esso Riccardo che in quest'anno Diopoldo duca di Spoleti, volendo passare travestito a cavallo di un asino in Puglia, tradito e scoperto, fu preso in vicinanza del Tevere, e consegnato al senatore di Roma, che il mise in prigione. L'onnipotente forza della pecunia servì poscia a liberarlo. Per quanto s'ha da Galvano Fiamma[2759], in quest'anno i Milanesi irritati per le censure pontificie, pretendendo che fossero nulle od ingiuste, maggiormente esercitarono la rabbia loro contra de' Pavesi. Presero e distrussero varie loro castella; misero l'assedio ad Arena (non già ad Arona, come sta scritto nel testo del Sigonio[2760]), ma non poterono averla. Tornarono anche a spogliar la Lomellina. Tace poi questo autore ciò che si legge nella Cronichetta di Cremona[2761]: cioè che il popolo cremonese, collegato de' Pavesi, neppur egli stette colle mani alla cintola in questi tempi. Col guasto e col fuoco distrusse le terre de' Milanesi e Cremaschi ne' contorni dell'Adda. Lo stesso danno recò a un tratto del Piacentino. Prese e smantellò Ponte Vico: se pure non è scorretto questo nome. Azzuffatosi poi l'esercito loro con quel dei Piacentini presso a Montile fra Ponte Vico e Piacenza, lo sconfisse, e molti prigioni condusse a Cremona. Gelò sì forte in quest'anno il Po, che le carra e le bestie vi passavano sopra, e seccarono perciò le viti. La Cronica di Piacenza[2762] conferma il danno recato da' Piacentini e Milanesi collegati al distretto di Pavia, coll'incendio di molte castella, e soggiugne in fine: Eodem anno fuit praelium de Pontenurio. Questa battaglia di Pontenura è spiegata dalla Cronica di Parma[2763]. Ivi dunque si legge che l'oste parmigiano andò sino a Ponte Nura sul Piacentino, e vi si fece una baruffa colla peggio d'essi Piacentini. Poscia nel dì 30 di settembre ebbero battaglia i Parmigiani con parte de' Piacentini, Lodigiani, Cremaschi e Milanesi vicino al medesimo ponte verso Fontana, e fecero molti prigioni: al qual combattimento intervennero pochi Cremonesi. Nelle Croniche di Bologna[2764], di Reggio[2765] e Cesena[2766] è scritto che in quest'anno nel dì 14 di giugno ebbero i Cesenati dai Riminesi una mala percossa, con lasciare in man loro mille e settecento prigionieri. Implorato l'aiuto dei Bolognesi, due mesi dappoi questi con grande sforzo di gente, rinforzati anche dalla cavalleria e dagli arcieri di Reggio, assediarono il castello di Sant'Arcangelo per sei settimane. La Cronica Bolognese racconta che lo presero per forza, con dare il guasto a tutto il paese intorno. Di questo acquisto non parla la Cronica di Reggio, più antica dell'altra, e neppur gli Annali di Cesena. Quel che è certo, costrinsero i Riminesi a rendere tutti i prigioni. Non par già certo che i Cesenati allora promettessero ubbidienza al comune di Bologna.
NOTE:
[2750] Martin. Polonus, Chron. Pontific.
[2751] Labbe, Concilior., tom. 11.
[2752] Antiquit. Ital., Dissert. LXV.
[2753] Antiquit. Ital., Dissert. LXIX.
[2754] Raynaldus, in Annal. Eccl.
[2755] Antiquit. Ital., Dissert. LXVII.
[2756] Chron. Bononiens., tom. 18 Rer. Italic.
[2757] Memor. Potestat. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.
[2758] Richardus de S. Germano, in Chron.
[2759] Gualvan. Flamma, in Manip. Flor., cap. 248.
[2760] Sigon., de Regn. Ital., lib. 16.
[2761] Chron. Cremonense, tom. 7 Rer. Ital.
[2762] Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.
[2763] Chron. Parmens., tom. 9 Rer. Ital.
[2764] Chron. Bononiense, tom. 18 Rer. Ital.
[2765] Memoriale Potest. Regiens., tom. 3 Rer. Italic.
[2766] Annal. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCXVII. Indizione V.
ONORIO III papa 2. OTTONE IV imperadore 9.
Venne in quest'anno a Roma Pietro conte d'Auxerre, pretendente della corona imperiale di Costantinopoli[2767]. Ogni di più andavano prevalendo agli odiati Latini i Greci, che aveano per loro capo Teodoro Comneno. Nel dì 9 d'aprile fu egli con gran gloria e solennità coronato imperadore d'Oriente da papa Onorio III nella chiesa di san Lorenzo. Confermò questo efimero Augusto a Guglielmo marchese di Monferrato, e a Demetrio di lui fratello il regno di Salonichi, tuttavia posseduto da questi principi. Io punto non mi affaticherò a seguitare gl'infelici suoi passi in Oriente. Passò pel Mediterraneo in quest'anno una possente crociata di cristiani incamminata verso l'Egitto; e Andrea re d'Ungheria con altri principi e con un copiosissimo esercito marciò anch'esso a quella volta. Non ommise diligenza veruna in tempi di tanto bisogno papa Onorio per rimettere la pace fra i popoli dell'Italia. A questo fine, per attestato del Continuatore di Caffaro[2768], inviò a Genova Ugolino cardinale e vescovo d'Ostia, che fu poi papa Gregorio IX, personaggio di raffinata prudenza, per condurre quel popolo a far pace coi Pisani. S'obbligarono i Genovesi di stare a quello che avesse decretato il pontefice. Altrettanto fecero i Pisani: il che aprì la strada, dopo tanti anni di guerra, alla concordia fra quelle due emule città. Abbiamo ancora dal medesimo scrittore contemporaneo che in quest'anno, ob multas discordias, quae vertebantur inter civitates Lombardiae, quum multae religiosae personae se intromitterent de pace et concordia componenda, tandem auxilio Dei inter Papiam, Mediolanum, Placentiam, Terdonam et Alexandriam pax firma fuit, et firmata mense junii. Restò bensì viva la guerra fra essi Milanesi e Cremonesi. Leggesi nella Cronica di Cremona[2769] che nell'anno presente i Cremonesi, assistiti di forze dai Parmigiani, Reggiani e Modenesi, andarono a fronte dell'esercito milanese, il quale col rinforzo dei Piacentini, Comaschi, Novaresi, Vercellini ed Alessandrini, era giunto fin presso a Zenevolta. La loro comparsa produsse il mirabil effetto d'indurre i Milanesi a ritirarsi in fretta. Ascoltisi ora Galvano dalla Fiamma là dove scrive[2770] che in quest'anno i Milanesi col carroccio andarono sul Cremonese, s'impadronirono di Ruminengo e di Zenevolta, presero il carroccio de' Cremonesi, fecero anche prigione il vescovo di Cremona con innumerabili Cremonesi. Mandò il podestà di Cremona a minacciarli, ma non osò uscire della città. Dopo altri fatti l'armata milanese passò ai danni de' Parmigiani. E finalmente i Pavesi per la terza volta giurarono di ubbidire ai Milanesi. Noi non siam tenuti a credere tutto a Galvano Fiamma, adulatore non rade volte della patria sua. Merita ben più fede il Cronista Piacentino[2771], il quale, dopo aver detto che i Piacentini coi lor collegati furono a dare il guasto al territorio di Cremona, aggiugne che i Pavesi dall'una parte, e i Milanesi e Piacentini dall'altra fecero compromesso delle lor differenze nel podestà di Piacenza, il quale sentenziò che i Milanesi rilasciassero Vigevano ai Pavesi per dieci anni, e che ai Piacentini restassero alcune ville. Negli Annali vecchi di Modena[2772] è bensì scritto che nell'anno presente riuscì ai Bolognesi di prendere al comune di Modena le castella di Bazzano, San Cesario e Nonantola, e di sottomettere tutta la Romagnuola; ma fuor di sito è una tal memoria, essendo succeduti tal fatti molto più tardi.
Diedero in quest'anno principio i crociati alle lor imprese in Egitto. Gran copia di Veneziani, Genovesi e Pisani, e d'altre città d'Italia intervenne a quella gloriosa impresa. Dalle memorie che rapporta il Rinaldi[2773] si scorge che _Guglielmo marches_e di Massa (e perciò di casa Malaspina) era stato padrone del giudicato di Cagliari in Sardegna. Morto lui, una sua figliuola ereditò quegli Stati, e ne prese il possesso di consenso de' popoli suscepto baculo regali, quod est signum confirmationis in regnum. Da lì a non molto, per mettere fine alle guerre che erano state in addietro fra quel giudicato e l'altro di Arborea, ella sposò il giudice d'essa Arborea, oggidì Oristagni. I Pisani, che pretendevano il dominio della Sardegna, giunti colà un giorno con una squadra di navi, obbligarono la marchesana di Massa e il marito a giurar loro fedeltà, e a prendere da essi l'investitura col gonfalone. Col tempo i Pisani cominciarono ad usurpar quelle giurisdizioni, e a farla quivi da padroni assoluti: per lo che la marchesana fece ricorso a papa Onorio, implorando il suo aiuto. Per attestato del Dandolo[2774], in questo anno il patriarca d'Aquileia, per delegazione del papa, rimise pace fra i Veneziani e Padovani, che erano in rotta per l'accidente occorso nel giuoco di Trivigi. Ma Rolandino[2775] non s'accorda con questa notizia, scrivendo egli che anche nell'anno 1220 durava la nemicizia fra quelle due repubbliche. Siccome costa dalle bolle da me date alla luce[2776], in quest'anno papa Onorio III diede l'investitura della marca di Guarnieri, cioè di Ancona, ad Azzo VII marchese d'Este, benchè giovinetto, coll'annoverare cadauna città di quella marca.
NOTE:
[2767] Johann. de Ceccano, Chron. Fossaenovae. Richard. de S. Germano, in Chron. Raynaldus, Annal. Eccl.
[2768] Caffari, Annal. Genuens., lib. 4, tom. 6 Rer. Ital.
[2769] Chron. Cremonense, tom. 7 Rer. Ital.
[2770] Gualv. Flamma, in Manipul. Flor., cap. 250.
[2771] Chron. Placent., tom. 16 Rer. Italic.
[2772] Annales Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Italic.
[2773] Raynaldus, Annal. Eccles. ad hunc ann.
[2774] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.
[2775] Roland., Chron., lib. 2, cap. 1.
[2776] Antichità Estensi, P. I, cap. 42.
Anno di CRISTO MCCXVIII. Indizione VI.
ONORIO III papa 3. OTTONE IV imperadore 10.
Dopo Pasqua cadde infermo in un suo castello chiamato Hartzburg l'imperadore Ottone IV; ed, aggravandosi il male[2777], con gran compunzione di cuore e molte lagrime chiese l'assoluzione dalla scomunica, la quale, dopo aver egli promesso di stare a quanto gli fosse ordinato dal sommo pontefice, gli fu conceduta dal vescovo d'Ildeseim. Ricevuti poscia i sacramenti con tutta divozione, terminò la sua vita nel dì 19 di maggio. Gotifredo monaco[2778] la mette al dì 15 di quel mese. Il Continuatore di Caffaro[2779] uno die ante Ascensionem Domini, cioè nel dì 23 di maggio. Ma il Meibomio sta per la prima sentenza. Ne dovette ben intendere il re Federigo la morte senza rammarico. Una grande scossa fu questa alla nobilissima linea degli Estensi in Germania, perchè sbrigato da questo competitore esso re Federigo tolse il palatinato del Reno ad Arrigo fratello del defunto Ottone, senza far caso d'un accordo stabilito con lui, nè dell'avergli esso Arrigo consegnate le insegne dello imperio dopo la morte del fratello. Venne perciò a restar quella casa coi soli Stati di Brunsvic, tuttavia da lei posseduti, coll'accrescimento ai nostri giorni d'altri paesi, e della corona della gran Bretagna. Che in questo anno seguisse la pace tra i Genovesi e Pisani, lo raccoglie il Rinaldi[2780] da un diploma pontificio. Di questo parlano gli Annali di Genova solamente all'anno precedente, e sono scritti da autori contemporanei. Abbiamo bensì da essi Annali che in un congresso tenuto in Parma fra i deputati di Venezia e quei di Genova restò conchiusa una pace di dieci anni fra quelle due repubbliche. Lasciò scritto Riccardo da San Germano[2781] che nell'anno presente d'ordine del re Federigo II, Diopoldo duca di Spoleti fu preso da Jacopo da San Severino. Dovettero i non mai quieti Romani inquietare in quest'anno il buon papa Onorio. Nel mese di giugno si portò egli alla villeggiatura di Rieti. Nell'ottobre seguente andò a Viterbo, e di là a Roma, sed quum propter Romanorum molestias esse Romae non posset, coactus est Viterbium remeare.
Non avendo più che temere dalla parte di Pavia i Milanesi, dopo aver unito alle armi sue quelle degli stessi Pavesi, de' Vercellesi, Novaresi, Tortonesi, Comaschi, Alessandrini, Lodigiani e Cremaschi, vennero fino a Borgo San Donnino, con disegno di farne un regalo ai Piacentini[2782]. Trovarono quivi accampato l'esercito dei Cremonesi, Parmigiani, Reggiani e Modenesi; e però, delusi delle loro speranze, voltarono verso il Po. Arrivati verso Ghibello, i Cremonesi coi lor collegati comparvero anche essi colà, e nel dì 6 di giugno presentarono loro la battaglia. Durò questa dalla nona fino alla notte, e vi restarono sconfitti i Milanesi. Molti d'essi furono condotti nelle carceri di Cremona. La Cronica di Parma[2783] ha che questo fatto d'armi seguì nel primo giovedì di giugno, e che i Reggiani non arrivarono a tempo: laonde passò in proverbio il soccorso dei Reggiani. L'autore della Cronica Piacentina altro non dice[2784], se non che seguì fra loro in quest'anno una gran battaglia, e che i Milanesi s'impossessarono di Busseto. Ma il vigilantissimo papa Onorio III, cui troppo dispiacevano gli odii sanguinarii di questi popoli[2785], spedì anche ad essi Ugolino vescovo di Ostia e di Velletri suo cardinale legato. Tale fu la di lui eloquenza e destrezza, che gli venne fatto di metter pace fra i Milanesi e Piacentini dall'una parte, e i Cremonesi e Parmigiani dall'altra. Ascoltiamo ora anche Galvano Fiamma[2786], il quale fuor di sito, cioè all'anno 1219, scrive che, usciti in campagna i Milanesi coi lor collegati, nel dì 6 di giugno presero il castello di Santa Croce. E nel dì 17 di luglio assediarono i Cremonesi, Parmigiani, Reggiani e Modenesi in un luogo inespugnabile appellato Gibello, e si venne ad un fatto d'armi, in cui molti perirono dall'una e dall'altra parte. Nel giorno appresso presero Busseto con trenta e più luoghi de' Cremonesi. Ma alle preghiere degli ambasciatori di Bologna, che erano venuti a far pace, si ritirarono dal Cremonese. Se Cremona possedesse allora tanti luoghi di qua dal Po nol saprei dire. Ma Galvano quasi nulla parla della pace suddetta, e neppur ben conobbe chi la maneggiò. Così si andavano mordendo a guisa di cavalli sfrenati, e consumando le città della Lombardia fra loro; ma il peggio era, quando s'introduceva la matta discordia fra gli stessi abitatori d'una città. In quest'anno appunto, in occasione della guerra suddetta, entrò la divisione fra i nobili e il popolo di Piacenza; e prevalendo, come per lo più succedeva, la forza del popolo, questo vergognosamente cacciò dal suo governo il podestà, che era allora Guido da Busto Milanese[2787]. Peggio ne avvenne dipoi, siccome vedremo. Ci riferiscono gli Annali di Cesena[2788] che in questo anno i Faentini uniti coi Cesenati assediarono Imola. Temo io che agli anni seguenti appartenga questa notizia, giacchè si aggiugne che nell'anno seguente i Bolognesi la presero: il che accadde più tardi. E tanto più perchè il Sigonio[2789] scrive che in quest'anno i Forlivesi fecero guerra più che mai ai Faentini, i quali, veggendosi al disotto, implorarono l'aiuto de' Bolognesi. Vollero questi tentar prima se la loro autorità potea bastare ad estinguere quella guerra senza metter mano all'armi. Spediti dunque ambasciatori a Forlì, fecero istanza che fosse compromessa nel loro podestà ogni contesa di quelle città. E così fu fatto. E il podestà pubblicò tosto una tregua, per conoscere con più agio i motivi delle loro discordie.
NOTE:
[2777] Albert. Stadens., in Chron.
[2778] Godefridus Monachus, in Chron.
[2779] Caffari, Annal. Genuens., lib. 4, tom. 6 Rer. Ital.
[2780] Raynaldus, Annal. Ecclesiast.
[2781] Richardus de S. Germano, in Chron.
[2782] Chronic. Cremonense, tom. 7 Rer. Ital.
[2783] Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.
[2784] Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.
[2785] Chron. Cremonense, tom. 7 Rer. Ital.
[2786] Gualvan. Flam., in Manip. Flor., cap. 252.
[2787] Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.
[2788] Annales Caesen., tom. 14 Rer. Ital.
[2789] Sigon., de Regno Ital., lib. 16.
Anno di CRISTO MCCXIX. Indizione VII.
ONORIO III papa 4. Vacante l'imperio.
L'assedio di Damiata, fortissima ed importante città nell'Egitto, terminato fu in quest'anno dopo immense fatiche col costo d'infinito sangue di popolo battezzato, dall'esercito de' crociati, colla presa di quella città in faccia all'innumerabil esercito di Corradino sultano de' Saraceni nel dì cinque di novembre[2790]. Riempiè questa nuova d'immenso gaudio tutta la cristianità, e un tal acquisto produsse un incredibil tesoro e bottino a tutta quell'armata di cristiani. Racconta Godifredo monaco[2791] una particolarità confermata dall'Urspergense[2792], cioè che il sultano, per non perdere così cara città, aveva esibito ai cristiani di restituir loro il legno della vera croce, tutti i prigionieri, e di somministrar le spese per rimettere in piedi le mura da lui smantellate di Gerusalemme. Insuper regnum hierosolymitanum totaliter restitueret, praeter Craccum, et Montem regalem, pro quibus retinendis tributum obtulit, quamdiu tregua duraret. Ma il legato pontificio, i templari, ed altri rigettarono sì bella esibizione, spacciandola per una illusione e furberia del sultano; e sostenendo che quelle due sole fortezze erano bastanti ad inquietare continuamente Gerusalemme. Insomma stabilirono di voler prima conquistar Damiata, e poscia far trattato col sultano. Damiata fu presa, e niun trattato si fece dipoi. Non lasciava intanto papa Onorio[2793] di sollecitare il re Federigo II ad eseguire il voto della croce da lui presa, per portare soccorso ai cristiani militanti in Egitto. Ed egli colle più belle lettere del mondo rispondeva di essere tutto acceso di voglia d'impiegar colà le sue forze in pro della cristianità, e il buon papa se lo credeva. La vera intenzione di Federigo, siccome col tempo si venne a conoscere era di cavar dalle mani del romano pontefice la corona dell'imperio: al che appunto egli arrivò nell'anno seguente, per quanto si vedrà. Nè voglio tacere che, per testimonianza di Jacopo da Vitry[2794], cardinale e scrittore contemporaneo, il mirabil servo di Dio san Francesco d'Assisi fu all'assedio di Damiata, ed ebbe coraggio di passare all'udienza del sultano, che, deposta la sua fierezza, l'ascoltò predicare della fede di Cristo. Ma veggendo il santo che niun frutto faceano le prediche sue con quegl'indurati Maomettani, se ne tornò in Italia. Crebbe in quest'anno la rottura fra i nobili e il popolo di Piacenza[2795], di maniera che toccò ai primi di uscire dalla città con tutte le loro famiglie. Ritiraronsi essi a Podenzano, dove, creato il loro podestà, cominciarono ad impedire che i contadini del distretto non andassero al mercato di Piacenza.
Fecero pace in quest'anno i Bolognesi[2796] col popolo di Pistoia. È da vedere il Sigonio[2797] che minutamente descrive gli atti di queste due città in occasione di questa pace. Durando ancora le nemicizie de' Faentini contra degl'Imolesi, i primi, assistiti dal popolo di Bologna, ostilmente procederono contro Imola. Mentre davano il guasto al paese, sopravvennero Jacopo vescovo di Torino e Guglielmo marchese di Monferrato, che andavano ambasciatori del re Federigo a Roma. Questi intimarono al podestà di Bologna di non molestar il popolo d'Imola, e di restituire il maltolto. Mostrò il podestà di non credere ch'essi fossero ministri di Federigo, al quale per altro tutto il popolo bolognese professava riverenza. Andò nelle smanie il vescovo, e, dopo aver messa Bologna al bando dell'imperio, in fretta se ne andò con Dio. Furono poi rimesse quelle differenze degl'Imolesi e Faentini nel medesimo podestà di Bologna. Nell'anno seguente capitato ad essa città di Bologna Anselmo da Spira legato di Federigo, avendolo i Bolognesi unto con unguento di mirabil efficacia, furono da lui assoluti. Era il marchese di Monferrato non solamente per vincolo di parentela, ma per affetto e per comunione d'interessi, attaccatissimo al re Federigo. Ed appunto racconta Benvenuto da San Giorgio[2798] che in quest'anno egli ottenne da esso re quattro castella situate sulle rive del Po, con diploma, che vien rapportato dal medesimo storico, dato apud Spiram anno MCCXIX, nono kalendas martii, Indictione VII. Ma forse circa questi tempi una fiera scossa patì l'insigne casa dei marchesi di Monferrato, perchè Demetrio fratello del suddetto Guglielmo marchese, re di Tessalonica, ossia di Salonichi, e della Tessalia, fu dal greco Teodoro Lascari spogliato di quel regno, e gli convenne tornare in Italia, e ricoverarsi nell'avito suo paese. Fra esso marchese Guglielmo e Andrea Delfino conte di Vienna e di Grenoble passarono delle controversie a cagione del castello e borgo di Brianzone. Furono queste nell'anno presente composte con aver data il marchese Beatrice sua figliuola in moglie al Delfino, ed assegnatagli in dote quella terra. Da ciò si può arguire quanto ampiamente si stendesse allora il dominio de' marchesi di Monferrato, da' quali si diramarono senza fallo i marchesi di Saluzzo.
NOTE:
[2790] Memor. Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Ital. Bernardus Thesaurar., tom. 7 Rer. Ital. Monachus Patavinus, et alii.
[2791] Godefridus Monachus, in Chron.
[2792] Abbas Urspergens., in Chron.
[2793] Raynaldus, Annal. Eccl.
[2794] Jacobus de Vitriaco, Hist. Orient.
[2795] Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.
[2796] Chron. Bononiense, tom. 18 Rer. Ital.
[2797] Sigonius, de Regno Ital., lib. 16.
[2798] Benvenut. de S. Giorgio, Stor. del Monferr., tom. 23 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCXX. Indizione VIII.
ONORIO III papa 5. FEDERIGO II imperadore 1.
Con lettere efficacissime andava più che mai papa Onorio spronando il re Federigo alla spedizione di Terra santa, e al compimento del voto suo[2799]; e Federigo, che sapeva, quantunque giovane, tutta la quintessenza dell'astuzia, ne scriveva delle altre al papa le più rispettose, le più affettuose che mai si potessero immaginare, adducendo scuse e promettendo gran cose. Scrisse ancora lettere adulatorie al senato e popolo romano, coll'avvertenza di esortarli alla ubbidienza dovuta al sommo pontefice, al quale già notammo che avevano recato dei disgusti, e data occasione di ritirarsi fuor di Roma. Il ritardo di Federigo in Germania, a cui per altro un'ora parea mille anni di venire in Italia a ricevere la sospirata corona imperiale, proveniva dai maneggi ch'egli andava facendo per l'elezione del re Arrigo suo figliuolo in re de' Romani e di Germania. E li faceva senza farne consapevole il papa, e senza ricercarne il di lui consenso, con aver poi con varie mendicate ragioni scusato il suo procedere. Seguì in fatti l'elezione suddetta, e Federigo fece credere al pontefice d'averne sospesa l'esecuzione, finchè questa venisse approvata dalla santa Sede. Sbrigato da così importante affare mosse Federigo di Germania, e con un fiorito esercito giunse a Verona, da dove nel dì 15 settembre spedì nuove lettere al papa. Se vogliam prestar fede a Galvano Fiamma[2800], fece istanza ai Milanesi per la corona di ferro. Essi gliela negarono. Più probabile è che, conoscendo il lor animo, risparmiasse a sè stesso un tale affronto. Essendo egli in San Leone vicino a Mantova quintodecimo kalendas octobris, diede un diploma in favore di Azzo VII marchese d'Este, comandando al popolo di Padova di non inquietare il marchese nel pacifico possesso e dominio d'Este, Calaone, Montagnana, e degli altri antichi Stati della casa d'Este[2801]. Passato dipoi per Modena e Bologna, di là nel dì 3 d'ottobre scrisse altre lettere al medesimo papa, tutte infiorate delle solite proteste dell'ingrandimento temporale della Chiesa romana, della filiale ubbidienza, e di altre tenerezze, che poco costano alla penna. Il pontefice, a cui forte premeva oltre all'altre cose solite promettersi dai novelli Augusti, che il regno di Sicilia e di Puglia, se si conferiva la corona dell'impero a chi ne era padrone, non venisse ad incorporarsi nello stesso imperio con danno esorbitante della Chiesa romana; ed inoltre sommamente desiderava che il nuovo imperadore impiegasse le forze sue in soccorso della cristianità in Egitto, o in Soria, volle prima assicurarsi di questi due punti. Federigo non vi fece difficoltà veruna. Però, continuato il viaggo, felicemente giunse a Roma, dove nel dì 22 di novembre fu solennemente coronato imperadore insieme con Costanza sua moglie nella basilica di san Pietro per mano di papa Onorio, con gran concorso e pace del popolo romano. Nello stesso giorno il nuovo imperador Federigo[2802] pubblicò nel Vaticano un famoso editto contro gli eretici manichei ossia patarini, che allora quasi per tutte le città di Italia, o pubblicamente o segretamente viveano, e similmente in favore della libertà degli ecclesiastici. Fece dono di qualche Stato alla Chiesa romana, e le restituì i beni della contessa Matilda. Alberico monaco[2803] vi aggiugne una particolarità: cioè ch'egli papam per manum validam Romani introduxit, jam ab ea per septem menses exclusum, et Romanos eidem reconciliavit. Per conto dell'impresa di Terra santa, di nuovo prese la croce dalle mani di Ugolino cardinale vescovo d'Ostia, con obbligarsi di spedire nel prossimo venturo marzo un gagliardo soccorso ai crocesignati, e di passar fra pochi mesi anche egli in Palestina, allegando di non poter farlo allora, perchè avea dei ribelli in Puglia, e i Saraceni in Sicilia da domar prima. Nel dì 26 di novembre si trovava Federigo tuttavia presso Roma, dove confermò i privilegii ad Arrigo vescovo di Bologna, ciò apparendo dal diploma rapportato dal Ghirardacci[2804]. Passò dipoi a San Germano, magnificamente accolto ivi da Pietro abbate di Monte Casino[2805]. Mensam Campsorum, et jus sanguinis, quod usque tunc habuerat concessione imperatoris Henrici ecclesia casinensis, recipit ab eodem. Crede il padre abbate Gattola[2806] che Federigo confermasse questi due diritti all'insigne monistero casinense. Voglia Dio che Riccardo non dica il contrario: cioè che il primo regalo fatto da Federigo II ai Casinensi non fosse quello di levar loro quel gius. Così seguita a scrivere Riccardo, che esso Augusto tolse ed uni al dominio regale Suessa, Teano e la Rocca di Dragone, che godeva il conte Ruggieri dall'Aquila. Poscia s'incamminò a Capoa, dove in un gran parlamento pubblicò le assise, cioè venti costituzioni pel buono stato e governo del regno, e formò la corte capuana.
Abbiamo dai Continuatori di Caffaro[2807] che, saputasi dai Genovesi l'arrivo in Italia di Federigo, gli spedirono Rambertino dei Bonarelli da Bologna lor podestà, con molti nobili, sperando di riportarne molti vantaggi, per le larghe promesse lor fatte con varie lettere da esso principe. Il trovarono fuor di Modena, il seguitarono fino a Castel San Pietro, dove, sfoderati i lor privilegii, il supplicarono per la conferma d'essi. Appena volle egli confermar una parte di quello che apparteneva all'imperio, scusandosi di nulla poter concedere intorno al regno di Sicilia, se non dappoichè fosse giunto colà, e promettendo, secondo il suo solito, di voler far molto: il che come fosse ben eseguito lo vedremo in breve. Voleva che i Genovesi l'accompagnassero alla coronazion romana; ma se ne sottrassero questi con allegare di non poter farlo senza licenza del consiglio di Genova, e di non aver mai usato il loro popolo d'inviare a quella funzione. Così, ottenuto il congedo, malcontenti se ne tornarono a casa. Per la guerra che durava fra i Reggiani e Mantovani, in quest'anno[2808] i primi, avendo in aiuto i Parmigiani e Cremonesi, andarono all'assedio del castello di Gonzaga, tenuto dai Mantovani. In vigor della lega contratta coi Mantovani, in soccorso d'essi volarono i Modenesi. Portò la buona sorte che l'arcivescovo di Maddeburgo, legato dell'Augusto Federigo, arrivò a Modena, dove, chiamati con plenipotenza i deputati di amendue le città, facendo valere la sua autorità, stabilì pace fra loro. Abbiamo parimente dall'antica Cronica di Reggio[2809] che in quest'anno nel dì 16 di giugno uniti insieme i Mantovani, Veronesi, Ferraresi e Modenesi, presero il castello del Bondeno, probabilmente ai Reggiani, il distretto de' quali una volta si stendeva fino colà. Circa questi tempi[2810] il popolo di Trivigi diede il guasto alle diocesi di Ceneda, Feltre e Belluno, ed uccise i vescovi delle due ultime città. Per l'atrocità di questi fatti il pontefice Onorio fulminò le censure contra di loro, e li minacciò di peggio, se nel termine di un mese non riparavano i danni e restituivano l'ingiustamente occupato. Erano que' vescovi padroni delle loro città. A tali notizie una altra ne aggiugne Rolandino[2811] storico padovano: cioè che i Veneziani per timore che i Trivisani si unissero co' Padovani, co' quali seguitava tuttavia la nimicizia, nata nella congiuntura del giuoco di Triviso, fecero lega con essi Trivisani. Ciò saputosi da Bertoldo patriarca d'Aquileia (giacchè anch'egli si sentiva maltrattato da essi Trivisani), per avere un buon appoggio, in quest'anno elesse di farsi cittadino di Padova, e di giurare di far quello che facessero i Padovani: al qual fine mandò a fabbricare a sue spese alcuni bei palagi in Padova. Servì l'esempio suo, perchè i vescovi di Feltre e di Belluno prendessero anch'essi la cittadinanza di Padova. Infatti, avendo il popolo di Trivigi in quest'anno portata la guerra ad alcune terre del patriarca, i Padovani, usciti in campagna coll'esercito loro, si portarono sotto Castelfranco terra di Trivigi: e questo sol movimento bastò a far tornare i Trivisani di galoppo a casa. Andò in quest'anno il popolo di Piacenza[2812] oltre al fiume Trebbia, e bruciò Campo Maldo di sotto, che era de' nobili fuorusciti. S'attrupparono, a tal avviso, i nobili, e raggiunti i popolari vicino alla Trebbia, li misero in isconfitta. Molti se ne affogarono nel fiume; circa seicento fanti rimasti prigioni, furono condotti, parte nelle carceri di Fiorenzuola, parte in quelle di Castello Arquato.
NOTE:
[2799] Raynald., Annal. Eccl.
[2800] Gualvan. Flam., in Manip. Flor., cap. 254.
[2801] Antichità Estensi, P. I, cap. 41.
[2802] Godefr. Monach. Richardus de S. Germano. Monach. Palavinus, Chronicon. Austral et alii.
[2803] Albericus Monachus, in Chronic.
[2804] Ghirardacci, Istor. di Bologna, lib. 5.
[2805] Richardus de S. Germano.
[2806] Gattola, Access. ad Istor. Casinens., P. I.
[2807] Caffari, Annal. Genuens., lib. 5, tom. 6 Rer. Ital.
[2808] Annales Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Italic.
[2809] Memoriale Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Italic.
[2810] Raynald., in Annal. Eccles.
[2811] Roland., Chron., lib. 2, cap. 1.
[2812] Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCXXI. Indizione IX.
ONORIO III papa 6. FEDERIGO II imperadore 2.
Un gran passaggio di cristiani si fece nella primavera di quest'anno alla volta della conquistata Damiata. Per attestato di Jacopo da Vitry[2813], cardinale e vescovo di Accon, ossia di Acri, vi arrivarono fra gli altri Arrigo da Settala arcivescovo di Milano, e i vescovi di Faenza (come ha Bernardo il Tesoriere[2814], e non già di Genova, come il Vitry), di Reggio e di Brescia. Vi giunsero ancora i legati dell'imperador Federigo, portando nuove ch'egli in persona verrebbe. Aderat et Italiae militia copiosa. Noi sappiamo dall'annalista Rinaldi[2815], che papa Onorio III cominciò a far di gravi doglianze contra dell'imperador Federigo, perchè non avesse adempiuta la promessa di mandar un gagliardo soccorso ai cristiani guerreggianti in Egitto. Ma certa cosa è ch'egli con buon animo fin qui soddisfece all'impegno preso col papa; perciocchè spedì colà una flotta di quaranta galee ben armate[2816], sotto il comando di Arrigo conte di Malta, il più bravo e sperimentato capitano di mare che allora ci fosse, accompagnato da Gualtieri di Palear suo gran cancelliere. Non so io dire se in questo stuolo sieno comprese otto galee condotte dal conte Matteo di Puglia, che Jacopo da Vitry e Bernardo Tesoriere scrivono esser giunte di luglio a Damiata, dopo aver preso in viaggio due navi corsare de' Saraceni. Sembra ancora ch'egli somministrasse legni pel trasporto del duca di Baviera, che, affrettato da esso Augusto, con gran copia di nobiltà e di soldatesche della Germania approdò a Damiata. Era già insorta discordia, specialmente per la signoria di Damiata, soffiando l'interesse e l'ambizione nel cuor di molti, più che l'amor della religione, fra Giovanni re di Gerusalemme e Pelagio Portoghese, cardinale, vescovo d'Albano e legato pontificio, uomo testardo, a cui viene da alcuni attribuita la rovina degli affari della cristianità in Oriente. Prese il re alcuni pretesti, e si ritirò ad Accon; e intanto il legato scomunicò i di lui aderenti. Trovandosi poi questo legato con una sì fiorita armata, che Godifredo monaco[2817] fa ascendere a quasi dugento mila persone, ma che di gran lunga minore vien asserita da altri, non volendo stare in ozio, propose di far qualche grande impresa. Trovò che le milizie non si volevano muovere senza avere alla testa un generale di sperienza, cioè il suddetto re Giovanni, parendo loro che un cherico, benchè d'altissima dignità, non fosse atto a maneggiar il baston del comando. Perciò il legato fu costretto a pregare il re che tornasse, promettendo di pagargli cento mila bisanti che gli dovea. Venuto il re, e tenutosi consiglio di guerra, fu egli di parere che si avesse da andare a dirittura a rifabbricar Gerusalemme, e a riacquistar quel regno: cosa allora facile, e che avrebbe potuto agevolar dipoi altre conquiste in Egitto[2818]. Il legato, che si credea miglior mastro di guerra, volle nel mese di luglio che si marciasse alla volta del Cairo, città capitale dell'Egitto. Il sultano non lasciò in questi tempi di far nuove proposizioni di pace, se gli si restituiva Damiata, con offerire la restituzion de' prigioni e del regno di Gerusalemme, a riserva della fortezza del Krach, e di pagar le spese per la riparazion delle smantellate città, e una tregua di trenta anni. Tutta l'armata cristiana acconsentiva; il solo legato Pelagio ruppe il trattato, e volle guerra. Gotifredo monaco e Bernardo Tesoriere ci assicurano di questo fatto. Finiamola con dire, che, inoltratasi l'armata de' crociati, il sultano le tagliò la strada per cui da Damiata aveano da venir le vettovaglie, ed aprì varie bocche del Nilo, che maggiormente ristrinsero i Cristiani, di maniera che affamati, e senza modo di uscire di quel labirinto, necessitati furono a chieder pace al Saraceno. Per ottenerla convenne cedere Damiata colla vicendevol restituzion de' prigioni. Tale esito ebbe l'ostinazion del legato: dopo di che di male in peggio andarono da lì innanzi gli affari di Terra santa. A nulla servì in tal occasione la flotta spedita a Damiata dall'imperador Federigo, ossia perchè, siccome ha il Continuator di Caffaro, non sapendo l'esercito cristiano l'arrivo di essa, non se ne prevalse; oppure perchè i Saraceni le impedirono il poter continuare il viaggio pel Nilo. Quel che è certo (e l'abbiamo da Riccardo da San Germano), il gran cancelliere Gualtieri vescovo di Catania, ed Arrigo conte di Malta, condottieri della medesima, per giusto timore d'essere gastigati dall'Augusto Federigo, l'uno, cioè Gualtieri, se ne fuggì a Venezia, dove poi terminò i suoi giorni; e l'altro, cioè Arrigo, tornato in Sicilia, e preso, restò spogliato della sua contea di Malta. Ma il suddetto Continuatore degli Annali di Genova scrive che egli perdè Malta solamente nell'anno 1223, per sospetti d'intelligenza coi Saraceni di Sicilia ribelli. Oltre di che, il troveremo all'anno 1227 di nuovo in grazia di Federigo.
Attese in quest'anno esso imperadore a vendicarsi di chi in Puglia avea prese l'armi contra di lui, o veniva da lui creduto indebito possessor de' suoi Stati. Levò Sora ed altri luoghi a Riccardo fratello d'Innocenzo III, con pretendere che esso Innocenzo nel tempo della di lui fanciullezza avesse abusato della sua autorità in danno di lui. Non meritava papa Innocenzo un trattamento sì fatto ne' suoi parenti, dopo aver tanto operato per sostener Federigo fanciullo in Sicilia, e per fargli ottenere il regno di Germania: il che fu un sicuro gradino alla corona dell'imperio. Obbligò Federigo parimente Stefano cardinale di Santo Adriano a rilasciar la rocca d'Arce. Spogliò delle lor terre Tommaso conte di Celano e il conte di Molise. Ricuperò Boiano, e, ad istanza de' Tedeschi, rimise in libertà il conte Diopoldo, ma con torgli Alife, Caiazzo ed Acerra. Di quest'ultima città investì Tommaso conte d'Aquino, con dichiararlo ancora gran giustiziere della Puglia. Scrivono inoltre alcuni che fece morir qualche vescovo stato in addietro ribello. Certamente con varie pene li maltrattò. Ora tanti baroni abbassati tutti si riducevano a Roma, con far ivi di gravi doglianze al papa contra di Federigo, il quale all'incontro si lamentava del pontefice[2819], perchè faceva buon accoglimento a chiunque era in disgrazia sua. Il papa infatti cominciò, o pur seguitò maggiormente ad alterarsi contra di lui; ed imputando a lui tutte le disgrazie succedute in Oriente, uscì in questo medesimo anno in minaccie di scomunica, se egli non dava compimento al voto di Terra santa. Dopo aver disposte le cose di Puglia, passò poi Federigo in Sicilia, e tenuto in Messina un general parlamento del regno, pubblicò ivi alcuni regolamenti pel buon governo d'esso. Per far pruova i Genovesi di che metallo fossero le belle promesse lor fatte nell'anno precedente[2820], spedirongli nel presente per loro ambasciatori Oberto da Volta, Sorlaone Pevere e Uberto da Novara. La ricompensa de' tanti servigii a lui prestati, fu, ch'egli tolse loro e al conte alemanno lor vassallo il possesso e il governo di Siracusa; li spogliò del palazzo di Margaritone, già grande ammiraglio, donato ai medesimi tanti anni prima; e gli obbligò a pagare, al par degli altri, tutti i diritti delle dogane per l'introduzione ed estrazione di merci; dimodochè se ne tornarono a Genova, non so se bestemmiando, certo non benedicendo la generosità di questo imperadore. E di questo passo camminava Federigo, chiudendo gli occhi e le orecchie a tutto, purchè ben assodasse la sua potenza in Sicilia, ed impinguasse l'erario suo. Ch'egli in quest'anno venisse a Genova, lo scrisse bensì il Sigonio[2821], ma non colla sua solita accuratezza. Il Continuator di Caffaro parla della di lui venuta a Genova nell'anno 1212, e non già d'un'altra nell'anno presente, in cui egli non si mosse dal regno. Erasi ribellata la città di Ventimiglia ai Genovesi negli anni addietro. Con potente oste procederono essi in questo anno contra di quel popolo, il quale venne bensì all'ubbidienza, ma nel dì seguente si rivoltò. Fecero i Genovesi delle mirabili fortificazioni intorno a quella città; e, lasciatala da ogni intorno bloccata, ridussero a casa l'esercito. L'anno fu questo, in cui, secondo Galvano dalla Fiamma[2822], cominciò la discordia a spargere il suo veleno fra i nobili e popolari della città di Milano. Nascevano tutte queste civili divisioni nelle città libere d'Italia dall'ambizione, ossia dal soverchio desiderio degli onori. Aveano i popolari la lor parte nel governo, nè sapeano sofferire che i nobili ambissero i migliori uffizii, le ambascerie ed altri posti o più onorevoli o più lucrosi. Quindi le doglianze, e infine si dava di piglio all'armi. Non potendo resistere i nobili alla possanza degli avversarii, convenne loro uscir della città colle lor famiglie. Ma non già ne usci l'arcivescovo Arrigo da Settala, come scrive il suddetto Fiamma, perchè noi l'abbiam veduto in questi tempi crocesignato in Damiata.
Per lo contrario il cardinale Ugolino vescovo di Ostia, glorioso per aver procurata pace dovunque arrivava, nel mese di settembre dell'anno presente compose le differenze che passavano fra il popolo e la nobiltà fuoruscita di Piacenza[2823], con fare rimettere in libertà i prigioni popolari: con che i nobili se ne ritornarono in città. Belle erano sì fatte concordie; ma che? se con gran difficoltà si stringevano, con facilità mirabile si discioglievano. Aveva il cardinale posto in Piacenza per podestà generale della città Ottone da Mandello Milanese. Dovette parere al popolo ch'egli avesse della parzialità per li nobili; e però nel mese d'ottobre elesse per suo podestà Guglielmo dell'Andito, che è oggidì la famiglia dei marchesi Landi. Nel seguente novembre il suddetto Ottone da Mandello in tempo di mezza notte coi nobili andò alla casa di Guglielmo Landi per farlo prigione. Trasse a questo rumore il popolo, ed, attaccata battaglia, fece prigione Ottone da Mandello con tutta la sua famiglia. Furono presi anche cento nobili, ma poscia rilasciati. Anche in Ferrara avvennero delle novità[2824]. Azzo VII marchese d'Este e di Ancona, chiamato anche Azzolino ed Azzo Novello, giovinetto spiritoso e insieme prudente, dopo la morte del marchese Aldrovandino suo fratello, abitava spesse volte in Ferrara, siccome capo della fazion guelfa, e possessor quivi di gran copia di beni e di vassalli, uno de' quali era lo stesso Salinguerra, capo de' Ghibellini. Duro pareva agli aderenti del marchese che Salinguerra co' suoi godesse i migliori uffizii della repubblica. Però nel mese d'agosto, prese l'armi, assalirono la parte di Salinguerra, e dopo aspro combattimento la forzarono ad abbandonar la città; e in tal occasione fu dato alle fiamme il palazzo del medesimo Salinguerra. Si dovettero interporre saggi mediatori di pace, perchè da lì a pochi giorni i fuorusciti ritornarono alle lor case. Secondo le Croniche di Bologna[2825], nell'anno presente a dì 23 di luglio in luogo detto il Corneglio seguì un fatto d'armi fra i Bolognesi ed Imolesi. Ai men possenti, cioè agli ultimi, toccò la rotta, e circa mille e cinquecento d'essi rimasero prigionieri. Ma nulla di questo ha il Sigonio, scrittore informatissimo delle cose di Bologna. Scrive egli bensì[2826] che gl'Imolesi irritati contra del castello d'Imola lo distrussero, e tutti quegli abitatori accolsero nella città, come lor veri cittadini. Venne in quest'anno a morte nella città di Bologna[2827] il glorioso servo di Dio san Domenico, institutore dell'ordine dei predicatori, e al corpo suo fu data sepoltura nella chiesa dei suoi religiosi già piantati in quella città. Abbiamo da Girolamo Rossi[2828] che Ugolino di Giuliano conte della Romagna, mentr'era podestà di Ravenna, tagliato fu a pezzi, senza dire da chi. In suo luogo Federigo Augusto creò conte di quella provincia Goffredo conte di Biandrate, con dargli il godimento di tutte le gabelle e de' porti spettanti all'impero, mercè d'un diploma spedito in Messina nel giugno di questo anno. Abbiamo di qui che Federigo, al pari dei suoi predecessori, seguitava a signoreggiar nella Romagna; nè apparisce che il papa ne facesse doglianza. Diede ancora esso imperadore l'investitura degli Stati aviti ad Azzo VII marchese d'Este[2829], con diploma spedito in Brindisi nel marzo del corrente anno.
NOTE:
[2813] Jacobus de Vitriaco, Hist. Orient.
[2814] Bernardus Thesaurar., cap. 204, tom. 7 Rer. Italic.
[2815] Raynald., in Annal. Eccl.
[2816] Richard. de S. Germ. Bernard. Thesaurar., cap. 204. Caffari, Annal. Genuens., lib. 5, tom. 7 Rer. Ital.
[2817] Godefridus Monachus, Annal.
[2818] Alberic. Monachus, in Chron.
[2819] Abbas Urspergens., in Chron.
[2820] Caffari, Annal. Genuens., lib. 5.
[2821] Sigon., de Regno Ital., lib. 17.
[2822] Gualvan. Flam., Manipul. Flor., cap. 254.
[2823] Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.
[2824] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.
[2825] Chron. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital.
[2826] Sigonius, de Regno Ital., lib. 17.
[2827] Bolland., Act. Sanct. ad diem 4 augusti.
[2828] Rubeus, Histor. Ravenn., ad hunc ann.
[2829] Antichità Estensi, P. I, cap. 42.
Anno di CRISTO MCCXXII. Indizione X.
ONORIO III papa 7. FEDERIGO II imperadore 3.
Le disavventure occorse ai cristiani in Egitto, per le quali il buon pontefice Onorio III preso fu da somma afflizione, il tenevano in continui pensieri e cure per riparare il danno sofferto, e mettere in migliore stato il cadente regno dei cristiani in quelle parti[2830]. Pertanto concertò coll'imperador Federigo di fare un solenne congresso in Verona per la festa di san Martino, dove desiderava di trovarsi egli con esso imperadore, col re di Gerusalemme Giovanni e col legato pontificio Pelagio vescovo d'Albano, a' quali scrisse per questo. Il concerto di questo general parlamento fu fatto primieramente in Veroli; perciocchè, per attestato di Riccardo da San Germano[2831], nel mese di febbraio uscito di Roma il pontefice, andò ad Anagni, ed invitò l'Augusto Federigo a venire a trovarlo. Trovaronsi dunque insieme in Veroli, e per quindici dì dimorati in quella terra, ebbero agio di trattar di varii affari. Fu ivi risoluta la suddetta gran corte in Verona, e Federigo s'obbligò in certo termine di tempo di passar come imperadore in sussidio di Terra santa. Ma nulla seguì poi del progettato parlamento, forse per la infermità del papa, il quale, secondo il suddetto Riccardo, patì in quest'anno un grave male in una gamba. I Romani, che per lo più aveano nemicizia coi Viterbesi, fecero esercito nell'anno presente contro la loro città. Neppur mancavano dei fastidii all'imperador Federigo. La rocca di Magenul in Puglia si manteneva ribellata: fece assediarla da Tommaso conte d'Acerra. In Sicilia, i Saraceni quivi abitanti, perchè aggravati di grosse taglie, e maltrattati dai cristiani, s'erano sollevati, con recare immensi danni alla valle di Mazzara, avendo per loro capo un certo Mirabetto. Fu obbligato per questo Federigo a tornarsene in Sicilia, dove, ammassato un buon esercito, marciò contra di coloro. Terminò i suoi giorni nel dì 23 di giugno dell'anno presente in Catania l'imperadrice Costanza di lui moglie, la qual perdita dicono che gli fu molto sensibile. Uscito segretamente dalla rocca di Magenul Tommaso conte di Celano, ebbe maniera di ricuperar la sua terra di Celano, e per ben vittovagliarla scorse tutta la Marsia. Allora il conte d'Acerra, lasciata quanta gente occorreva per tener bloccata la rocca suddetta di Magenul, venne ad assediar Celano. Si rendè poi la rocca predetta, e Federigo diede in Sicilia delle buone percosse ai ribellati Saraceni. In un conflitto vi restò ucciso il loro condottiere Mirabetto.
Fu posto fine in quest'anno alla guerra de' Bolognesi e Faentini contro Imola con ridurre quella città ad accettar la legge che le vollero imporre i due più potenti avversarii. Ne parla a lungo il Sigonio[2832], che su questo diligentemente consultò gli atti pubblici e le storie di Bologna. Solamente accennerò io che con tutte le lor forze il popolo di Bologna e quel di Faenza nell'agosto dell'anno presente ostilmente si portarono sotto essa città d'Imola, e ne impresero l'assedio. Ma eccoti giugnere al campo loro Diotisalvi da Pavia, spedito dall'arcivescovo di Maddeburgo, legato in Lombardia dell'imperador Federigo, coi podestà di Parma e Cremona, e cogli altri ambasciatori di Brescia, Verona, Mantova, Reggio e Modena, per trattar pace e impedir quell'assedio. Contuttochè Diotisalvi a nome dell'arcivescovo, sotto pena di mille marche d'oro, intimasse loro il non molestar quella città, e a questo comandamento aggiugnessero gli altri le più efficaci preghiere; pure gli assedianti, sentendo di avere il vento in poppa, stettero saldi nel loro proposito. Partiti che furono quegli ambasciatori, il popolo d'Imola, per non ridursi agli estremi, inviò i suoi deputati al campo per rendersi. Dure furono le condizioni dell'accordo, Imola restò sotto la guardia ed autorità de' Bolognesi e Faentini; convenne spianar le fosse; e le porte della città furono trionfalmente portate a Bologna, e non già in altro anno, come alcuno ha creduto. Portata questa nuova all'imperador Federigo, ne andò forte in collera; fece anche citare al suo tribunale Giuffredo da Pirovano podestà di Bologna; e da lì innanzi covò sempre un mal animo contra de' Bolognesi. Di cattiva ricordanza fu l'anno presente pel terribil tremuoto che nello stesso dì del santo Natale del Signore si fece sentire in Lombardia, e per due settimane replicò due volte il giorno le scosse. Secondochè scrive Goffredo Monaco[2833], in più luoghi abbattè le case e le chiese, con opprimere gli uomini e i sacerdoti. Fece anche gran male in Genova[2834]. Ma principalmente si scaricò questo flagello sopra la città di Brescia, avendone atterrata la maggior parte colla morte di molto popolo. Tutto ciò vien confermato dallo storico bresciano Jacopo Malvezzi[2835], confessando egli che non solamente innumerabili fabbriche nella città, nelle castella e ville furono rovesciate a terra, ma che vi perì anche una gran quantità di persone, massimamente di pargoletti e di bestiame. E perciocchè seguitò questa calamità lungo tempo dipoi, quasi tutti, abbandonate le loro abitazioni, si ridussero a vivere in mezzo alle campagne.
Tommaso arcidiacono di Spalatro, la cui Storia salonitana fu data alla luce da Giovanni Lucio[2836], scrivendo le cose de' suoi dì, fa menzione di quest'orribil disastro, con aggiugnere che ne ebbe gran danno la Liguria, l'Emilia e la Marca Venetica, cioè di Verona; e che Brescia in gran parte cadde, con rimaner seppellita nelle rovine una moltitudine di uomini, e specialmente di eretici. Nè voglio tacere una bella particolarità, che egli di veduta soggiugne intorno a san Francesco d'assisi: Eodem anno, dice egli, in die Assuntionis Dei Genitricis quum essem Bononiae in studio, vidi sanctum Franciscum praedicantem in platea ante palatium publicum, ubi tota paene civitas convenerat. Fuit autem exordium sermonis ejus angeli, homines, daemones; de his enim tribus spiritibus rationalibus ita bene et discrete proposuit, ut multis literatis, qui aderant, fieret admirationi non modicae sermo hominis idiotae; nec tamen ipse modum praedicantis tenuit; sed quasi concionantis. Tota vero verborum ejus discurrebat materies ad extinguendas inimicitias, et ad pacis foedera reformanda. Sordidus erat habitus, persona contemtibilis, et facies indecora. Sed tantam Deus verbis illius contulit efficaciam, ut multae tribus nobilium, inter quos antiquarum inimicitiarum furor immanis multa sanguinis effusione fuerat debacchatus, ad pacis consilium reduceretur. Erga ipsum vero tam magna erat reverentia hominum et devotio, ut viri et mulieres in eum catervatim ruerent, satagentes vel fimbriam ejus tangere, aut aliquid de pannulis ejus auferre. Prevalse in questo anno nella città di Ferrara la fazione di Salinguerra, capo de' Ghibellini, in guisa che Azzo VII marchese d'Este e d'Ancona con quei del suo partito guelfo fu obbligato ad uscir della città. Per rifarsi di questo affronto[2837] il marchese mise insieme un esercito raccolto da Rovigo, e dagli altri suoi Stati, e dalla Lombardia e marca di Verona, e andò a mettere il campo sotto Ferrara vicino al Po. Salinguerra, volpe vecchia, temendo che si sollevasse il popolo contra di lui, mandò al marchese, con accordargli che entrasse in Ferrara, dove si tratterebbe amichevolmente di concordia fra le parti. Cadde buonamente nella rete il marchese, ed entrò con cento nobili del suo partito nella città. Allora Salinguerra, fatta correr voce che gli entrati con mala maniera prendevano il vivere per sè e per li loro cavalli, e faceano altre insolenze, gridò all'armi, all'armi. Parte degli entrati ebbe la fortuna di salvarsi col marchese, gli altri restarono uccisi, e fra questi Tisolino da Campo San Pietro, nobilissimo cavalier padovano, nel ritirarsi fu fermato dai contadini d'una villa chiamata Girzola, o Guzola. Dopo averne ammazzati alcuni, senza mai volersi rendere, per mano di quella canaglia perdè miseramente la vita, del che fu non lieve dolore e compassione per tutta la marca veronese. Contuttociò neppure per questo imparò il marchese d'Este a conoscere se Salinguerra fosse personaggio da fidarsi di lui. I nobili milanesi fuorusciti[2838] ed Arrigo da Settala arcivescovo, che aveano per loro capo Ottone da Mandello, erano tuttavia in rotta coi popolari padroni della città, governati da Ardigetto Marcellino. Seguirono guasti ed incendii non pochi nel distretto. Finalmente i due nemici eserciti vennero a fronte in campagna, ed ognun si aspettava che si venisse alle mani; quando, essendosi interposte persone savie e zelanti del pubblico bene, segui pace fra loro. Nel mese di marzo del presente anno Sozzo, o Gozzo de' Coleoni da Bergamo, podestà di Cremona, ebbe la gloria di far pace fra i nobili e i popolari di Piacenza[2839], e di pubblicarla nella piazza maggiore di quella città, con determinare che i nobili avessero la metà degli onori e due parti delle ambascerie, e il popolo la metà degli onori e la terza parte delle ambascerie. Ecco i motivi ordinarii delle guerre civili in questi tempi fra la nobiltà e il popolo delle città libere. Ma non passarono molti mesi che i nobili, costretti ad abbandonar la città colle lor famiglie, tornarono alle lor castella, e ricominciarono la guerra contro la città. Riuscì in quest'anno ai Genovesi[2840] dopo un lungo e forte blocco di ridurre all'antica lor suggezione ed ubbidienza la città di Ventimiglia. Ereditario era l'odio e l'emulazione fra essi Genovesi e i Pisani; e, dovunque si trovavano, poco ci voleva ad accendersi lite fra loro, e la lite per lo più si decideva coll'armi. In quest'anno appunto nella città d'Accon, ossia d'Acri, segui una fiera baruffa fra queste due nazioni. Ebbero la peggio i Pisani. La vendetta che ne fecero fu di appiccar fuoco alle case de' Genovesi, per cui non solamente rovinò la lor torre, che era di mirabil bellezza e di grande altezza, ma ne rimase anche la maggior parte di quella città distrutta. Il re Giovanni favoriva i Pisani, e però gran danno n'ebbero i Genovesi.
NOTE:
[2830] Raynaldus, Annal. Eccl. ad hunc ann.
[2831] Richardus de S. Germano, in Chron.
[2832] Sigon. de Regno Ital., lib. 16.
[2833] Godefr. Monachus, in Chron. Rolandin., lib. 2, cap. 3.
[2834] Caffari, Annal. Genuens., lib. 5, tom. 6 Rer. Italic.
[2835] Malvecius, Chron. Brixian., tom. 14 Rer. Italic.
[2836] Thom. Spalatr. apud Johann. Lucium de Reg. Delmat., pag. 338.
[2837] Roland., Chron., lib. 2, cap. 2.
[2838] Gualv. Flamma, in Manip. Flor., cap. 255.
[2839] Chron. Placent., tom. 16 Rer. Italic.
[2840] Caffari, Annal. Genuens., lib. 3, tom. 6 Rer. Italic.
Anno di CRISTO MCCXXIII. Indizione XI.
ONORIO III papa 8. FEDERIGO II imperadore 4.
O era sul fine del precedente anno venuto, o certamente sul principio di questo venne a Roma Giovanni di Brenna re di Gerusalemme, con somma benignità e molte carezze accolto dal pontefice Onorio III. Erano con lui i gran mastri de' cavalieri templarii, ospitalarii e teutonici[2841]. Allora il papa invitò l'imperador Federigo II ad un congresso, che si dovea tenere in San Germano. Non mancò Federigo, mossosi di Sicilia, d'essere colà al tempo prefisso; ma perciocchè il sommo pontefice tuttavia si trovava incomodato dal male della gamba, nè potè fare quel viaggio, Ferentino fu destinato per quell'abboccamento. V'intervennero il papa, l'imperadore, il re di Gerusalemme co' suoi, e molti altri signori, colà invitati dal papa zelantissimo per gli affari di Terra santa. Restò ivi conchiuso, che giacchè duravano le tregue coi Saraceni, e tempo si richiedeva per fare i necessarii preparamenti, l'Augusto Federigo da lì a due anni nella festa di san Giovanni Batista farebbe il passaggio in Levante con tutte le forze sue: al che egli si obbligò con solenne giuramento, sotto pena della scomunica. Fu stabilito inoltre che esso Federigo contraesse allora gli sponsali con Jolanta figliuola unica del suddetto Giovanni re di Gerusalemme, per celebrarne il matrimonio a suo tempo: con che si figurò il saggio pontefice di maggiormente animar Federigo a quell'impresa per la speranza di acquistare un regno, di cui doveva essere erede la suddetta Jolanta. Terminato il congresso, passò il re Giovanni in Francia, in Inghilterra e in Ispagna a cercar de' soccorsi. Onorio papa anch'egli continuò con calde lettere le paterne esortazioni e preghiere sue ai re e principi della cristianità, acciocchè ciascuno dal suo canto porgesse mano ai bisogni di Terra santa. Federigo, preso congedo dal papa, passò per Sora, e andò a Celano, che si trovava allora assediato dalle sue milizie. Era quella forte terra difesa da Tommaso antico conte d'essa. Benchè facesse venire la moglie e il figliuolo del medesimo conte per esortarlo a rendersi, nulla potè ottenere. Incamminossi Federigo verso la Sicilia; e non per anche s'era imbarcato, che, frappostosi il papa, il conte di Celano venne ad un accordo, per cui cedette all'imperadore Celano ed altre sue terre, con obbligo di uscire del regno, e facoltà di condur seco tutte le robe e gli aderenti suoi. Alla moglie di lui fu riserbata la contea di Molise, e datone anche il possesso. Eseguita la capitolazione, fu ordinato agli abitanti di Celano di uscirne coi loro mobili, e poi da' fondamenti fu distrutta quella terra, e gli abitanti furono col tempo trasportati in Malta per popolar quell'isola che oggidì è sì famosa. Passò dunque Federigo in Sicilia per attendere a domare i Saraceni più che mai ostinati nella lor ribellione. Il terribil flagello del tremuoto, che nel Natale dell'anno precedente recò tanta rovina a Brescia, se non apportò gran danno, cagionò ben gran terrore alla città di Piacenza[2842]. Però quei popolari e nobili fuorusciti, prima divisi, compunti ora al vedere l'ira di Dio, spontaneamente conchiusero la pace fra loro; e il popolo, ito ad incontrare la nobiltà, l'introdusse lietamente nella patria comune. Ne' vecchi Annali di Modena[2843] si legge che in quest'anno multae paces compositae fuerunt occasione Carthaginis. Ciò che si voglia dir questo autore, nol so io indovinare con quel nome di Cartagine. E che non paia errore in vece di terremoto, si può dedurre dal soggiugner egli: Eodem anno fuit terraemotus magnus. Altri ancora hanno riferito al presente anno il famoso terremoto dell'anno precedente, perchè accaduto nel Natale del Signore, da cui molte città cominciavano a contare l'anno nuovo. Benvenuto da San Giorgio[2844] accenna sotto questo anno una concession d'alcune castella fatta da Federigo imperadore a Guglielmo marchese di Monferrato con diploma dato nel mese di aprile di quest'anno in obsidione Cetani (Celani, credo io), e fra' testimoni si legge Rainaldus dux Spoleti. Questo medesimo duca di Spoleti il truovo io in altro diploma d'esso Federigo dell'anno 1220 da me dato alla luce[2845], e in altri diplomi riferiti dal suddetto Benvenuto nel 1224, e dal Margarino[2846] nel 1226. È cosa da osservare, perchè in questi tempi il pontefice era in possesso del ducato di Spoleti. Dovea quel Rinaldo portarne solamente il titolo, perchè figliuolo di chi già ne era stato investito.
NOTE:
[2841] Ricard. de S. German., in Chron. Raynald., Annal. Eccl.
[2842] Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.
[2843] Annales Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Italic.
[2844] Benvenuto da S. Giorgio, Storia del Monferrato.
[2845] Antichità Estensi, P. I, cap. 41.
[2846] Bullar. Casinens., tom. 2, Constit. CCXLVI.
Anno di CRISTO MCCXXIV. Indizione XII.
ONORIO III papa 9. FEDERIGO II imperadore 5.
Tanto da Gotifredo Monaco[2847], quanto dalle lettere dello stesso imperador Federigo, rapportate dal Rinaldi[2848], abbiamo che esso augusto per mostrare, oppure per far credere al pontefice l'animo suo risoluto per la liberazion di Terra santa, ed animar con ciò i principi di Germania a dar soccorsi per la sacra impresa, scrisse d'aver quasi in pronto cento galee ne' suoi porti ben armate; e ch'egli inoltre facea fabbricar cinquanta uscieri, ossia grosse navi da trasportar cavalleria: di modo che, secondo i suoi conti, potea condurre in esse sole cinquanta navi duemila cavalieri coi lor cavalli, e inoltre dieci mila fanti. Aveano questi uscieri i lor ponti da gittare in terra, per li quali avrebbono potuto gli uomini uscire a cavallo dalle navi stesse. Oltre a ciò, aspettava assaissimi altri legni da varie parti dell'Italia, capaci di una altra armata. Spedì ancora suoi uffiziali in Germania per far gente, e muovere que' principi, ed anche il re d'Ungheria, alla crociata, offerendo a tutti passaggio e danaro pel suo regno. Insomma pare ch'egli operasse daddovero fin qui per l'esecuzion delle sue promesse. Ma si doleva di saper di certo che niun soccorso si potea sperare dalla Francia ed Inghilterra, ch'erano in guerra fra loro; e fors'anche ricusavano di accudire alla sacra impresa, che finora era costata la vita di tante centinaia di migliaia d'uomini, e tanti tesori ai cristiani, con sì poco frutto in fine della cristianità. Intanto Giovanni re di Gerusalemme, ito in Ispagna, s'indusse a prendere in moglie Berengaria sorella del re di Castiglia. Non dovette già piacere all'Augusto Federigo un tal matrimonio, dacchè per isperanza di ereditare il di lui regno s'era indotto agli sponsali colla figlia del medesimo re Giovanni. E fin qui era durata la guerra in Sicilia contra de' Saraceni ribelli, che, afforzati nelle montagne, mostravano poca paura dell'armi cristiane. Tuttavia nell'anno presente furono così stretti, che finalmente la maggior parte d'essi implorò perdono, che ben volentieri concedette loro l'Augusto Federigo. Ma affinchè non inquietassero in avvenire la Sicilia, e cessasse ancora il pericolo che costoro tirassero un dì dall'Africa dei rinforzi della loro setta, prese Federigo lo spediente di trasportarli in Puglia, lungi dal mare, con dar loro ad abitare nella provincia di Capitanata la città di Nocera disabitata, che da lì innanzi fu appellata Nocera de' Pagani a distinzion d'altre Nocere. Scrive Giovanni Villani[2849] che furono più di venti mila Saraceni da arme condotti colà: il che mi sembra esorbitante numero, considerando le lor famiglie che non sarebbono capite in Nocera. Ebbe anche Federigo la mira, colla fondazion di questa colonia maomettana, di tenere in briglia i Pugliesi. Col tempo ne fece doglianza la corte di Roma. Non mancano scrittori che credono succeduto molti anni dappoi un tal trasporto. Certo è che non finì qui la guerra coi Saraceni, e ne restò almeno in Sicilia un'altra parte di tuttavia contumaci[2850]. Federigo si servì di questo pretesto per chiamare in Sicilia Ruggieri dall'Aquila, Jacopo da San Severino, e il figliuolo del conte di Tricarico, fingendo di volersene valere contra d'essi Saraceni. Andarono que' baroni; furono messi in prigione; e sulle lor terre i regii uffiziali stesero le griffe. Il perchè non viene espresso. Tolse ancora alla contessa di Molise le sue terre, ed impose delle nuove gravezze ai popoli. S'egli fosse lodato per questo non occorre ch'io il dica.
Insorsero in quest'anno ancora delle brighe fra i nobili e popolari di Piacenza a cagion d'un omicidio[2851]; e di nuovo la nobiltà prese la risoluzione di ritirarsi fuori di città. Anche in Modena[2852] cominciò a metter piede la discordia in quest'anno fra i cittadini, e le fazion furono in armi. L'una d'esse prese la torre maggiore di San Geminiano, e vi si afforzò: laonde il podestà fece di molte condanne. Scritto è negli stessi Annali di Modena che Guglielmo marchese di Monferrato con grande accompagnamento di nobili lombardi andò in Alemagna, dove da lì a due anni mori. In vece di Alemanniam, s'ha quivi da scrivere Romaniam. Abbiamo da Benvenuto da San Giorgio[2853] che questo principe, lasciandosi trasportar dalla voglia di ricuperare il regno di Tessalia, che era stato da Teodoro Lascari tolto a Demetrio suo fratello, fece grande ammasso di gente, e specialmente di nobili suoi amici per quella impresa, ch'egli concepiva molto facile. Ma, mancandogli il danaro occorrente per tante spese, passò nell'anno presente in Sicilia affine d'impetrarne dall'imperador Federigo. Ottenne infatti da lui sette mila marche di argento al peso di Colonia, ciascuna delle quali pesava mezz'oncia, ma con dargli in pegno la maggior parte delle sue terre e dei suoi vassalli di Monferrato, tutte e tutti ad un per uno annoverati nello strumento riferito da esso Benvenuto; il che è una prodigiosa quantità. Potrebbe sospettarsi errore in quel sette mila, parendo troppo poco rispetto al pegno. Nè solamente impegnò a Federigo quegli Stati, ma gliene diede il possesso e le rendite da godersi finchè fosse restituita tutta la somma di esso danaro. Lo strumento di tale sborso e pegno fu fatto in Catania nel dì 24 di marzo dell'anno presente. Andò il marchese col fratello Demetrio e con Bonifazio suo figliuolo a Salonichi, e pare che riavesse quella ricca città; ma nel seguente anno vi lasciò la vita attossicato, per quanto fu creduto, dai Greci. Dopo aver perduta quasi tutta la sua armata, suo figliuolo Bonifazio se ne tornò in Italia, e Demetrio suo zio poco stette a venirsene anch'egli, cacciato di nuovo dai Greci. Questo infelice fine ebbe la spedizion del marchese Guglielmo. Come poi Bonifazio suo figliuolo disimpegnasse le terre suddette non l'ho ben saputo discernere.
La frode fatta in Ferrara l'anno 1222 da Salinguerra ad Azzo VII marchese d'Este, e la morte di Tisolino da Campo San Piero, che era de' più cari amici di esso marchese, stavano fitte nel cuore di questo principe[2854]. Egli perciò nell'anno presente, raunato un buon esercito dei suoi Stati, e degli amici di Mantova, Padova e Verona, volendone far vendetta, ritornò all'assedio di Ferrara. Tanto seppe fare e dire con lettere ed ambasciate affettuose l'astuto Salinguerra, che indusse il conte Riccardo da San Bonifazio con una certa quantità d'uomini a cavallo ad entrare in Ferrara, sotto specie di conchiudere un amichevole accordo. Ma, entrato, fu ben tosto fatto prigione con tutti i suoi, e però il marchese d'Este deluso si ritirò da quell'assedio. È da stupire come signori savii, i quali doveano essere abbastanza addottrinati dal precedente inganno, si lasciassero di bel nuovo attrappolare da quel solenne mancator di parola. Adirato per questo successo il marchese Azzo, si portò all'assedio del castello della Fratta, de' più cari che si avesse Salinguerra; e tanto vi stette sotto, che a forza di fame se ne impadronì, con infierir poi barbaramente contra que' difensori ed abitanti. Di ciò scrisse Salinguerra ad Eccelino da Romano suo cognato con amarezza; ed amendue cominciarono più che mai da lì innanzi a studiar le maniere di abbattere la fazion guelfa, di cui capo era il marchese d'Este. Negli Annali vecchi di Modena[2855] si legge che i Veronesi, Mantovani e Ferraresi furono all'assedio del Bondeno, e se ne partirono con poco gusto ed onore. I Ferraresi uniti co' Veronesi dovettero essere i fuorusciti, aderenti al marchese d'Este. Mossero in quest'anno guerra gli Alessandrini ai Genovesi[2856] per cagion della terra di Capriata, pretesa da essi di loro ragione. Ricavati molti aiuti dai Tortonesi, Vercellini e Milanesi, uscirono in campagna contra di quella terra. Non furono lenti ad accorrere alla difesa i Genovesi, alla vista de' quali batterono gli Alessandrini la ritirata. Restò preso ed incendiato Montaldello, castello degli Alessandrini, e Tessaruolo, castello de' Genovesi. Tornaronsi dopo queste baruffe le armate ai lor quartieri. Secondo gli Annali di Bologna[2857], passò in quest'anno per quella città Giovanni di Brenna re di Gerusalemme colla moglie, di ritorno dalla Germania.
NOTE:
[2847] Godefridus Monachus, in Chron.
[2848] Raynaldus, Annal. Eccl.
[2849] Giovanni Villani, Chron., lib. 6, cap. 14.
[2850] Richardus de S. Germano, in Chron.
[2851] Chron. Placent., tom. 16 Rer. Italic.
[2852] Annales Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Italic.
[2853] Benvenuto da San Giorgio, Storia del Monferrato.
[2854] Roland., Chron., lib. 2, cap. 4. Chronicon Estense, tom. 14 Rer. Italic. Monachus Patavinus, in Chron.
[2855] Annales Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Italic.
[2856] Caffari, Annal. Genuens., lib. 6, tom. 6 Rer. Ital.
[2857] Chron. Bononiense, tom. 18 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCXXV. Indizione XIII.
ONORIO III papa 10. FEDERIGO II imperadore 6.
Tali vessazioni ebbe in quest'anno papa Onorio III da Parenzio, senatore di Roma, e dal senato romano, che fu necessitato a partirsi da quella città con passare ad abitare in Tivoli[2858]. Era venuto in questo mentre da oltramonti Giovanni re di Gerusalemme colla moglie Berengaria. Prese stanza in Capoa, ben accolto e trattato d'ordine dell'imperadore. Quivi gli partorì la regina una figliuola. Andò poi a Melfi ad aspettar l'imperadore, il quale in questi tempi chiamò tutti i baroni e vassalli di Puglia, per continuar la guerra ai Saraceni. Ma perciocchè cominciava ad avvicinarsi il tempo de' due anni pattuiti, dopo i quali s'era obbligato a fare il passaggio di Terra santa, nè egli avea gran voglia di passare quel sì gran fosso, inviò il re Giovanni a papa Onorio per ottener nuove dilazioni. Era il pontefice in Rieti; ascoltò benignamente le dimande e scuse di Federigo, e poscia spedì a San Germano Pelagio vescovo d'Albano, e Guala cardinale di San Martino, acciocchè stabilissero con lui una nuova convenzione. Colà comparve ancora Federigo, e fu risoluto che egli nell'agosto dell'anno 1227 irremissibilmente passerebbe in aiuto di Terra santa, e militerebbe per due anni in quelle contrade con mille uomini d'armi da tre cavalli l'uno, e cento legni da trasporto, e cinquanta galee ben armate. In questo mezzo egli darebbe il passaggio a due mila uomini d'armi coi lor famigli. Se non eseguiva, gli era intimata la scomunica papale; ed egli fece giurare Rinaldo duca di Spoleti nell'anima sua, che compierebbe la promessa fatta. Dava non poco da pensare ad esso imperadore il contegno de' Milanesi, che fin qui non lo aveano voluto riconoscere per re, nè per imperadore. Perciò spedì lettere circolari ai principi di Germania e di Lombardia, e ai podestà delle città libere d'Italia, acciocchè comparissero per la Pasqua di Risurrezione dell'anno seguente a Cremona, dove pensava di tenere un gran parlamento. Intanto insorsero delle amarezze fra lui e papa Onorio. Ne fu la cagione l'avere il pontefice provveduto di vescovi le chiese vacanti di Salerno, Capoa, Consa ed Aversa, senza che ne sapesse parola Federigo. Stimò egli questo di grave pregiudizio alla sua corona, e però vietò il possesso di quelle chiese a quei prelati. Venuto poscia il mese di novembre, arrivò felicemente a Brindisi Jolanta figliuola di Giovanni re di Gerusalemme; e in quella città si celebrarono solennemente le di lei nozze con Federigo. Scrisse il Sigonio[2859] con altri che queste nozze furono fatte in Roma, ed aveva il pontefice coronata Jolanta nel Vaticano. Riccardo da San Germano, autore contemporaneo, chiaramente attesta che tal funzione seguì in Brindisi. Circa questi tempi i Milanesi ed altre città di Lombardia cominciarono a rinnovar la lega lombarda, già nata sotto Federigo I Augusto. Vedevano essi che Federigo II era principe che in Sicilia e Puglia aggravati tenea, bassi e in briglia i suoi popoli e baroni, voleva anche comandare a bacchetta per mezzo de' suoi uffiziali in Lombardia; insomma facea paura a tutti, siccome principe di gran potenza, di non minore attività, ambizione ed accortezza, ma di poca fede. Se vogliam credere a Gotifredo Monaco[2860], papa Onorio III, neppur egli fidandosi di Federigo, fu il promotore della rinnovazion della lega di Lombardia. Abbiamo poi da Rolandino[2861], che i rettori di Lombardia (il che vuol dire della lega) tanto si adoperarono, che fecero mettere in libertà Riccardo conte di San Bonifazio con tutti i suoi, fraudolentemente presi nell'anno addietro in Ferrara da Salinguerra. Tornossene egli alla sua città di Verona[2862]; ma pochi mesi passarono che molti nobili e potenti della sua fazione in essa città, corrotti dal danaro di Salinguerra, si unirono coi Montecchi ghibellini della fazione contraria, e il cacciarono da Verona. Allora fu che Eccelino da Romano, il quale unitissimo con Salinguerra tenne mano a questi trattati, corse a Verona in rinforzo de' Montecchi, e incominciò a prendere un po' di dominio in quella città. Si ricoverò il conte Riccardo in Mantova, città che l'amava forte, e sua protettrice fu sempre. Ma dispiacendo queste civili rotture ai rettori della lega lombarda, in tempo ch'era cotanto necessaria l'unione per resistere ai disegni dell'imperador Federigo, impiegarono sì vigorosamente i loro uffizii, che per ora pace seguì, e il conte ritornò a Verona.
Perchè continuavano le discordie fra i cittadini di Modena[2863], il marchese Cavalcabò, podestà d'essa città, fece atterrar tutte le torri de' nobili, per levar loro il comodo di farsi guerra l'uno all'altro dalle medesime torri. Altrettanto si praticò in altre città in varii tempi pel medesimo fine. Per attestato di Galvano Fiamma[2864], cessò in quest'anno la divisione fra i nobili e popolari di Milano. Il suono della vicina venuta dell'imperador Federigo persuase loro la pace ed unione per evitare i pericoli di perdere la lor libertà. Nè si dee tacere, che in questo anno ebbe principio la nimistà fra esso imperadore e il suocero suo Giovanni re di Gerusalemme. Avea Giovanni conseguito il titolo di re per avere sposata la principessa Maria erede del regno gerosolimitano. Da questo matrimonio essendo nata un'unica figliuola, cioè Jolanta, divenuta moglie di Federigo II Augusto, certo è che la medesima portava seco in eredità lo stesso regno; nè Federigo tardò molto ad aggiugnere nei suoi sigilli e diplomi il Rex Hierusalem, e mandò anche uffiziali a prenderne il possesso; cosa che fu mal sentita da tutti. Giovanni, principe per altro di gran valore e senno, che non avea pensato a premunirsi contra di questo colpo, immaginandosi che la figliuola e il genero gli lascerebbono godere, finchè egli vivesse, quel per altro troppo lacerato regno, perchè della maggior parte erano possessori i Saraceni, trovandosi ora deluso, la ruppe con Federigo nell'anno vegnente, e mosse da lì innanzi cielo e terra contra di lui. Le Croniche di Bologna[2865] riferiscono a quest'anno il divieto fatto da Federigo Augusto dello studio generale di Bologna, acciocchè gli scolari andassero a quel di Napoli, istituito veramente da lui nel precedente anno, per testimonianza di Riccardo da San Germano[2866], con invitar colà da tutte le parti insigni professori dell'arti e delle scienze. Più probabile è, che questa percossa arrivasse a Bologna solamente nell'anno seguente: percossa gravissima, se fosse durata a quella città, perchè dall'università degli studii colavano in Bologna immense ricchezze, che poi servivano a renderla sì orgogliosa e manesca contra di tutti i vicini. Vi furono degli anni, nei quali si contarono dieci mila scolari in Bologna. Tutti vi portavano buone somme di denaro. E forse circa questi tempi ebbe principio l'università di Padova pel divieto fatto nell'anno presente, o, per dir meglio, nel seguente, dal suddetto imperador Federigo[2867]. Procurò parimente esso Augusto che il sommo pontefice si interponesse per ridurre al loro dovere i Milanesi ed altri popoli di Lombardia, i quali più che mai si faceano conoscere alieni d'animo dall'imperadore, e gli negavano ubbidienza per antico odio contro la casa di Suevia, e per nuovi sospetti, che Federigo pensasse a mettergli in ischiavitù. Scrisse il papa delle forti lettere ma i Lombardi, o perchè sapevano che non le avea scritte di buon cuore, o perchè queste non furono bastanti ad affidarli, continuarono a far de' preparativi per difendersi dai di lui attentati. Seguitò in quest'anno ancora la guerra fra gli Alessandrini e Tortonesi dall'un canto, e i Genovesi ed Astigiani comperati con danaro dall'altro[2868]. Fecero i Genovesi lega ancora con Tommaso conte di Savoia, che si obbligò di mantenere in lor favore ducento uomini d'armi, cadauno con un donzello armato e due scudieri. Si fece anch'egli ben pagare. I Milanesi, all'incontro, e i Vercellini spedirono dei rinforzi agli Alessandrini. Diedersi i loro eserciti varie spelazzate, ma si guardarono di decider le liti con una giornata campale. Abbiamo nondimeno dalla Cronica d'Asti[2869] che circa la metà di giugno gli Astigiani, ad istanza de' Genovesi, uscirono in campagna, e presso a Quatorda venuti alle mani cogli Alessandrini, voltarono infine le spalle, con lasciarvi circa dugento prigioni. Tornarono poscia in campo, e vicino a Calamandrona, attaccata di nuovo battaglia cogli Alessandrini, nel dì 7 di settembre ne riportarono una rotta più sonora, per cui circa ottocento de' loro soldati rimasti prigionieri stettero nelle carceri di Alessandria con incredibili patimenti per quasi due anni e mezzo, e molti vi morirono. Ebbero gli Astigiani per questa guerra danno per più di ducento mila lire. Di tali svantaggi non si vede parola negli Annali di Genova, secondo il costume degli storici che tacciono o infrascano i sinistri loro avvenimenti, ed ingrandiscono ed esaltano i prosperosi. In Milano, per saggio maneggio di Aveno da Mantova podestà, si formò nuova concordia fra i nobili e popolari. Il Corio[2870] ne rapporta lo strumento colle note cronologiche, poco esattamente, a mio credere, copiate, dove si leggono tutte le condizioni dell'accordo.
NOTE:
[2858] Richardus de S. Germano.
[2859] Sigon., de Regno Ital., lib. 17.
[2860] Godefridus Monachus, in Chron.
[2861] Rolandinus, Chron., lib. 2, cap. 4.
[2862] Monachus Patavinus, in Chron.
[2863] Annales Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Italic.
[2864] Gualv. Flamm., in Manipul. Flor., cap. 258.
[2865] Chron. Bononiens., tom. 18 Rer. Italic.
[2866] Richardus de S. German., in Chron.
[2867] Raynaldus, in Annal. Eccles.
[2868] Caffari, Annal. Genuens., lib. 6, tom. 6 Rer. Italic.
[2869] Chron. Astense, tom. 11 Rer. Ital.
[2870] Corio, Istor. di Milano.
Anno di CRISTO MCCXXVI. Indiz. XIV.
ONORIO III papa 11. FEDERIGO II imperadore 7.
Il minor pensiero, che si avesse in questi tempi l'imperador Federigo, era quello della spedizione in Terra santa. Unicamente gli stava a cuore la Lombardia, in cui collegatisi i Milanesi con altri popoli, davano abbastanza a conoscere di non volere che egli mettesse loro il giogo. Per altro erano in Italia de' cattivi umori in volta. Federigo sospettava che il papa segretamente lavorasse delle mine contra di lui, e tenesse buone corrispondenze coi Lombardi. All'incontro al papa non mancavano dei gravi motivi d'essere disgustato di Federigo, che dispoticamente taglieggiava non meno i laici che gli ecclesiastici del suo regno, per adunar tesori, da impiegare non già in soccorso della cristianità in Levante, ma per opprimere i Lombardi. Taccio altri motivi, nell'esame de' quali io non oso entrare, perchè i gabinetti de' principi son chiusi agli occhi miei. Ma non si può far di meno di non riconoscere che in questi tempi era forte imbrogliata la politica colla religione, e che Federigo II specialmente anteponeva la prima alla seconda. Fuor di dubbio è, che[2871] esso Federigo scrisse con dell'alterigia una mano di doglianze al sommo pontefice, il quale gli rispose in buona forma, tacciandolo d'ingratitudine verso la santa Sede e verso il re Giovanni, di maniera che esso imperadore tornò poi a scrivere delle lettere meglio concertate ed umili, perchè conobbe di quanto pregiudizio gli potesse essere il romperla colla corte di Roma. Abbiamo da Riccardo da San Germano[2872] che sul principio di questo anno Federigo, ben lontano dal voler passare in Levante, e dall'adempiere le promesse e i giuramenti, intimò a tutti i baroni e vassalli di tenersi pronti per la spedizione di Lombardia a Pescara nel dì 6 di marzo. Lasciata poi l'imperadrice in Terracina di Salerno, al divisato giorno fu in Pescara; e di là, mosso l'esercito, venne nel ducato di Spoleti, dove comandò ai popoli di quella contrada di accompagnarlo coll'armi in Lombardia. Ricusarono essi di ubbidirlo senza espresso ordine del papa, di cui erano sudditi. Replicò lettere più vigorose colla minaccia delle pene; e que' popoli le inviarono al papa, il quale risentitamente ne scrisse a lui, lamentandosi di un tale aggravio. Allora fu che corsero innanzi e indietro le querele di sopra accennate. Questo ci fa ben intender quai giusti motivi si avessero allora di sospettare che questo principe fosse dietro a calpestar gl'Italiani, dacchè niun riguardo avea neppure pel sommo pontefice. Come poterono, il meglio vi provvidero i Lombardi, col rinforzar maggiormente la loro lega. Nel dì 2 di marzo nella chiesa di San Zenone nella terra di Mosio, distretto di Mantova, fu stipulato lo strumento di essa lega pubblicato dal Sigonio[2873], in cui i deputati di Milano, Bologna, Piacenza, Verona, Brescia, Faenza, Mantova, Vercelli, Lodi, Bergamo, Torino, Alessandria, Vicenza, Padova e Trivigi, stabilirono fra loro una stretta alleanza di difesa ed offesa per venticinque anni avvenire, in vigore della concession loro fatta da Federigo I Augusto di poter fare e rinnovar leghe per la propria difesa. Dalle lettere di papa Onorio III apprendiamo[2874] che anche il marchese di Monferrato, Crema, Ferrara, i conti di Biandrate, ed altri luoghi e signori furono di questa lega. Da Spoleti si trasferì l'Augusto Federigo II a Ravenna, dove celebrò la santa Pasqua nel dì 19 d'aprile; e perciocchè Bologna e Faenza gli erano contrarie, passò lungi da esse città, e venne a postarsi coll'armata a San Giovanni in Persiceto. Di là portossi ad Imola, e tanto vi si fermò, che, come prima, fu cinta di bastioni e fosse quella città per dispetto de' Bolognesi. Andava egli differendo la sua venuta a Cremona, per tenervi la progettata dieta, sulla speranza che il re Arrigo suo figliuolo, chiamato dalla Germania, coll'esercito tedesco e molti principi di quel regno calassero. Ma questi, secondo l'attestato di Gotifredo Monaco[2875], venuti fino a Trento, per sei settimane furono astretti a fermarsi colà, perchè i Veronesi aveano presa ed armata la Chiusa nella valle dell'Adige, nè lasciavano passar persona che andasse o venisse dalla Germania. Perciò il re Arrigo co' suoi, senza poter vedere l'Augusto suo padre, se ne tornò indietro, con lasciar nondimeno in Trento una trista memoria della sua venuta; perciocchè nella di lui partenza accidentalmente attaccatosi il fuoco a quella città, la ridusse quasi tutta in un mucchio di pietre. Venne poscia l'imperador Federigo sino a Parma, e quivi s'accorse che poche città in Lombardia, oltre a Modena, Reggio, Parma, Cremona, Asti e Pavia, erano per lui. E portatosi di là a Cremona, vi tenne ben la dieta[2876], ma non già col concorso di gente ch'egli sperava, e senza che alcuno v'intervenisse della lega lombarda. Vi spedirono i Genovesi il loro podestà Pecoraio da Verona con una nobil comitiva. I Lucchesi, i Pisani e i marchesi Malaspina si fecero anch'essi conoscere fedeli ad esso Augusto. Amareggiato al sommo Federigo dall'avere scoperto maggiore di quel che credeva il numero dei collegati contra di lui, e tutti preparati a ripulsare coll'armi le offese, sen venne a Borgo San Donnino, dove mise al bando dello imperio e dichiarò ree di lesa maestà le città della lega, cassando i lor privilegii. Fece anche fulminar dal vescovo d'Ildesein la scomunica contra di que' popoli, che ne dovettero ben fare una risata.
Era egli nel mese di giugno in essa terra di Borgo San Donnino, siccome costa da tre suoi diplomi[2877], spediti in favore della città di Modena. Nel primo conferma i suoi privilegii e diritti ad essa città, concedendole ancora la facoltà di batter moneta. Nel secondo annulla l'ingiusto laudo già proferito da Ubertino podestà di Bologna intorno ai confini tra il Modonese e Bolognese, con dichiarare minutamente essi confini con dei nomi, oggidì difficili ad intendersi, ma con apparir chiaramente che la potenza di Bologna col tempo usurpò non poco territorio al popolo di Modena. Il terzo è una conferma della concordia seguita fra i Modonesi e Ferraresi, Costituì l'imperadore suo legato in Italia Tommaso conte di Savoia[2878]; ed avvenne che i popoli di Savona, di Albenga e di altri luoghi della riviera di Ponente, sottrattisi dall'ubbidienza de' Genovesi, si diedero al medesimo conte di Savoia, e gli giurarono fedeltà: il che sommamente turbò il popolo di Genova. Trovato che ebbe l'imperador Federigo sì mal disposti contra di lui gli animi di tante città di Lombardia, e di non aver seco forze da potersi far rispettare e temere, se ne tornò malcontento in Puglia. Quivi, scorgendo che era tempo di trattar soavemente col pontefice Onorio, ammise alle lor chiese gli arcivescovi e vescovi di Salerno, Brindisi, Consa, Aversa ed altri, già creati senza suo consentimento; ed insinuò al medesimo papa di voler lui per arbitro delle differenze che passavano fra la persona sua e le città lombarde. Niuna difficoltà ebbero le stesse città di rimettersi anch'elleno nel sommo pontefice; e però spedirono a Roma i lor deputati[2879]. Federigo del pari inviò colà per suoi plenipotenziarii gli arcivescovi di Reggio, di Calabria e di Tiro; e il gran mastro dell'ordine de' Teutonici. Sentenziò poscia il papa che Federigo concedesse il perdono alle città e persone collegate, e cassasse tutti i processi e le sentenze emanate contra di loro, e nominatamente quella dello Studio e degli scolari di Bologna; e facesse confermar tutto dal re Arrigo suo figliuolo. Obbligò le città collegate a somministrar quattrocento uomini d'armi all'imperadore in sussidio di Terra santa; e che si restituissero tutti i prigioni, e che esse facessero pace colle città aderenti all'imperadore, con altre condizioni ch'io tralascio. Si accomodò a tutto Federigo per non potere allora di meno; ma covando nel medesimo tempo un fiero rancore, da lì innanzi andò ruminando le maniere di vendicarsi. E ben se l'immaginavano i Lombardi: perlochè seguitarono a vegliare e a fortificarsi per tutto quello che potesse occorrere. In questa occasione fu che i Bolognesi fabbricarono ai confini del Modonese[2880] Castelfranco, e i Modonesi all'incontro d'esso castello fabbricarono Castello Leone. Le Croniche di Bologna[2881] mettono la fondazion di questi castelli all'anno seguente. Passò a miglior vita in quest'anno nel dì 4 di ottobre il mirabil servo di Dio san Francesco d'Assisi nella patria sua, con aver veduto in sua vita l'ordine suo già dilatato per tutta quasi la cristianità. Seguì nell'anno presente pace fra i nobili e popolari di Piacenza[2882]. E i Bolognesi mandarono a Mantova in servigio de' collegati lombardi[2883] ducento cinquanta cavalieri e cinquanta balestrieri, forse per sospetti che potesse calar gente di Germania, o per sopire qualche discordia in quella città. Dagli Annali di Asti[2884] abbiamo che in questi tempi cominciarono gli Astigiani a prestare ad usura in Francia e in altri paesi d'oltramonti, e vi fecero dei gran guadagni; ma col tempo di molti guai soffrirono nelle persone e nella roba. Questo iniquo e scandaloso traffico (ed è ben da notare) era in questi tempi il più favorito mestiere d'altri Lombardi; ma sopra gli altri vi si applicavano e in esso s'ingrassavano i prestatori ed usurai fiorentini, ed altri Toscani sparsi per Francia ed Inghilterra. Dal che, a mio credere, ebbe principio la potenza del popolo fiorentino. Di così pestilente costume ho io trattato altrove[2885]. Benvenuto da Imola ne' suoi Commenti sopra Dante[2886] scriveva circa il 1390, che anche a' suoi tempi gli Astigiani erano ricchissimi perchè tutti usurai.
NOTE:
[2871] Raynaldus, Annal. Ecclesiast.
[2872] Richardus de S. Germano, in Chron.
[2873] Sigonius, de Regno Ital., lib. 17.
[2874] Raynaldus, in Annal. Eccles.
[2875] Godefridus Monachus, in Chron.
[2876] Chron. Cremonens., tom. 7 Rer. Ital.
[2877] Antiquit. Italic., Dissert. XXVII, pag. 705, et XLVII, et XLIX.
[2878] Caffari, Annal. Genuens., lib. 6, tom. 6 Rer. Italic.
[2879] Richardus de S. Germano.
[2880] Annales Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Italic.
[2881] Chron. Bononiense, tom. 18 Rer. Ital.
[2882] Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.
[2883] Matth. de Griffonibus, Chron. Bonon., tom. 18 Rer. Ital.
[2884] Chron. Astense, tom. 11 Rer. Ital.
[2885] Antiquit. Ital., Dissert. XVI.
[2886] Benvenut., tom. 1 Antiq. Ital.
Anno di CRISTO MCCXXVII. Indizione XV.
GREGORIO IX papa 1. FEDERIGO II imperadore 8.
Leggesi da me prodotto un diploma[2887], con cui Federigo II Augusto nel dì primo di febbraio in quest'anno 1227 rimette in sua grazia ed assolve da ogni offesa a lui fatta le città di Milano, Piacenza, Bologna, Alessandria, Torino, Lodi, Faenza, Bergamo, Mantova, Verona, Padova, Vicenza, Trivigi, Cremona, il marchese di Monferrato, il conte di Biandrate, ed altri luoghi, affinchè la discordia non pregiudichi al negozio della Terra santa, specialmente cassando la costituzione sua, con cui aveva abolito lo Studio pubblico di Bologna. In Bologna appunto s'era ritirato Giovanni di Brenna re di Gerusalemme, dacchè esso imperador Federigo, facendo valere i diritti di Jolanta figliuola d'esso Giovanni, e moglie sua, l'uvea spogliato di quella parte del regno di Gerusalemme che restava libera dal giogo de' Saraceni. In quella città, secondo le Croniche di Bologna[2888], si fermò per sei mesi, nel qual tempo gli mori una figliuola partoritagli dalla regina Berengaria sua moglie. Parve a tutti, e massimamente al pontefice Onorio III, un'insoffribil crudeltà quella di Federigo, di avere ridotto, per così dire, in camicia un principe di tanto valore e prudenza, di cui più che mai abbisognavano gl'interessi di Terra santa. Ne scrisse con fervore esso papa all'imperador Federigo[2889], esortandolo a qualche accordo, e a trattar meglio un sì degno suocero. Ma l'ambizioso ed interessato Federigo fece le orecchie sorde, nè un soldo, nè un ritaglio di Stati gli volle concedere. Il perchè, mosso a pietà il suddetto pontefice, generosamente diede ad esso re il governo di tutta la terra che è da Radicofani sino a Roma, con escluderne la marca d'Ancona, il ducato di Spoleti, Rieti e la Sabina. Questo tratto di paese abbracciava Acquapendente, Montefiascone, Montalto, Civitavecchia, Corneto, Perugia, Orvieto, Todi, Bagnarea, Viterbo, Narni, Toscanella, Orta, Amelia, ed altre terre e città. Intanto non cessava il buon papa di sollecitare in Lombardia e in Germania i soccorsi di Terra santa, figurandosi pure che Federigo avesse da compiere il voto con cui s'era tante volte obbligato alla spedizione d'Oriente. Ma mentre il buon pontefice è tutto intento a rimettere la pace fra i cristiani, e a promuovere l'impresa di Gerusalemme: eccoti la morte che viene a rapirlo nel dì 18 di marzo dell'anno presente[2890]. In luogo suo succedette Ugolino cardinale e vescovo d'Ostia dei conti di Segna ed Anagni, parente del glorioso pontefice Innocenzo III. Concorrevano in questo personaggio molte delle più eminenti virtù che si possano desiderare nel visibil capo della Chiesa di Dio; e di gran pruove ne aveva egli dato dianzi in varie sue legazioni. Prese egli il nome di Gregorio IX, con giubilo universale del popolo romano, e nel dì 21 del suddetto mese solennemente consecrato andò a prendere il possesso della basilica lateranense. S'applicò egli ben tosto a dar compimento alla pace intavolata dal suo predecessore fra l'imperador Federigo II e le città collegate di Lombardia, e cominciò a sollecitar lo stesso imperadore per l'impresa di Terra santa. Mostravasi disposto Federigo al passaggio, giacchè si avvicinava il termine de' due anni, dopo i quali avea da muoversi[2891]. E per farlo ben credere, gravò di molte contribuzioni i suoi popoli, e non meno gli ecclesiastici. Nel mese di luglio arrivò di Germania Lodovico langravio di Turingia con un esercito di crociati, e passò sino a Brindisi, dove era preparata la flotta per l'imbarco. Venne Federigo ad Otranto, e, lasciata quivi l'imperadrice, si portò a Brindisi, dove erano concorsi tutti i crocesignati sì di Germania e d'Inghilterra, che d'Italia, e fece allestire i vascelli da trasporto. Si trovò che di quell'esercito molti erano periti, ed altri s'erano infermati per li caldi della stagione, a' quali non erano usati i Tedeschi, ed anche per l'aria cattiva di Brindisi. Della lor perdita fu incolpato Federigo. Moltissimi per questo se ne tornarono indietro. Imbarcati i restanti, e mandatili innanzi, lo stesso Federigo col langravio entrò in nave nel dì 8 di settembre, e con esso lui arrivò ad Otranto. Quivi il langravio, caduto infermo, finì di vivere, e l'imperadore, sorpreso anch'egli da malattia, non potè proseguire il viaggio. In Roma fu presa questa per una finzione, e si mormorò forte di Federigo; anzi, come in tali casi avviene, giunsero fino a credere ch'egli col veleno si fosse sbrigato del langravio. Però papa Gregorio pien di sdegno e d'affanno per questi successi, senza commonitorio o citazione alcuna, dichiarò nel dì 29 del suddetto mese Federigo incorso nella scomunica, decretata ne' precedenti trattati.
Di ciò informato Federigo, inviò a Roma gli arcivescovi di Reggio, di Calabria e di Bari, e Rinaldo chiamato duca di Spoleti, e il conte Arrigo di Malta a portar le sue scuse e ragioni, con sostener vera la malattia sopraggiuntagli, con chiamar Dio in testimonio di questo. Dio appunto, scrutatore de' cuori, sa quello che veramente fu. A buon conto, il pontefice, valutate per nulla quelle giustificazioni, rinnovò nel dì di san Martino la pubblicazione della scomunica contra di lui, e ne diede avviso con sue lettere a tutta la cristianità. Federigo anch'egli venuto a Capoa, di là spedi a tutti i principi cristiani un manifesto pungente, in cui si studiava di giustificar la sua condotta[2892], e con varie invettive di far conoscere indebite quelle censure. Nè contento di ciò, mandollo anche a Roma, e lo fece pubblicamente leggere nel Campidoglio, con licenza del senato e popolo romano, a cui cominciò a far di molte carezze. Inviò eziandio delle circolari, con intimare un gran dieta in Ravenna nel marzo dell'anno seguente. Ed affinchè il mondo non credesse che per paura e con inganno egli si fosse ritirato dal passaggio in Levante, pubblicò dappertutto che l'intraprenderebbe nel prossimo venturo maggio. Ma siccome s'era egli di già guadagnato il concetto di principe doppio, non avea corso questa sua moneta se non presso la gente troppo buona. Intanto la scomunica e discordia suddetta apri la porta ad innumerabili disordini e scandali, che per lungo tempo sconvolsero tutta l'Italia. Succedette in quest'anno gran mutazione in Verona. Siccome di sopra accennammo, era diviso quel popolo in due fazioni, l'una aderente a Riccardo conte di San Bonifazio, e chiamavasi la parte del marchese, cioè del marchese di Este, ossia guelfa; e l'altra era la ghibellina de' Montecchi, aderente a Salinguerra di Ferrara e ad Eccelino da Romano[2893]. Se l'intesero i Montecchi con Eccelino, allora abitante in Bassano. Costui, mossa insieme quanta gente potè, con essa marciò per istrade disastrose e non praticate di Valcamonica, per ghiacci e nevi, coll'arrivare all'improvviso a Verona[2894]. Ivi, dato all'armi, fecero prigione il podestà, cioè Guiffredo da Pirovano milanese; restò anche cacciato dalla città il conte Riccardo coi nobili del suo partito i quali si rifugiarono chi a Mantova, chi a Padova e chi a Venezia. Fu creato podestà di Verona il suddetto Eccelino, che non istette molto ad atterrar tutti i palagi e case del conte Riccardo e de' suoi partigiani; ed è quello stesso che poscia per le sue crudeltà divenne sì rinomato in tutta l'Italia. Questo fu il vero principio di quella grandezza, a cui a poco a poco andò egli salendo. Non so io dire se in quest'anno medesimo oppure nel seguente succedesse anche una rivoluzion di governo nella città di Vicenza[2895]. Alberico fratello di Eccelino aveva in quella città la sua fazione, e veggendola maltrattata dal podestà, che era Albrighetto da Faenza, nemico de' fratelli da Romano, ne meditò la vendetta. Comunicato il suo disegno ad Eccelino, questi colle forze dei Veronesi andò diritto a Vicenza, dove, levato rumore, ognun trasse all'armi, e si fece più d'un combattimento nella città. Ancorchè i Padovani venissero in soccorso della parte guelfa, pure, arrivato che fu Eccelino, con grande strage mise in rotta i Padovani, e convenne ch'essi co' Guelfi uscissero di Vicenza. Alberico vi fu fatto podestà; e in questa maniera tanto Verona che Vicenza presero il partito de' Ghibellini, con grave abbassamento della parte del marchese, ossia della guelfa. In quest'anno i Bolognesi, che pur voleano attaccar guerra coi Modenesi[2896], fabbricarono le castella di Crevalcore, di Budrio, di Serravalle, ed altre ai confini del Modenese. Cominciarono anche ad assalir le terre modenesi del Frignano, e vi fu qualche zuffa. Condussero poscia l'esercito sotto il castello di Bazzano spettante a Modena; ma poco vi profittarono. Fecero in quest'anno i Genovesi tutto il loro sforzo d'armi per terra e per mare[2897], affine di ricuperare le ribellate città di Albenga e Savona, animati all'impresa dal saggio lor podestà Lazzaro di Gherardino Giandone da Lucca. Arrivato il loro esercito sotto Savona, con tal empito e bravura superò le fortificazioni esteriori fatte da quel popolo, che fu astretto ad implorar misericordia. Di là fuggi co' suoi Savoiardi Amedeo conte di Savoia, figliuolo del conte Tommaso. Anche Albenga mandò a capitolare. Frappostisi poi gli ambasciatori di Milano per terminar la discordia che restava fra essi Genovesi e gli Astigiani dall'una parte, e gli Alessandrini e i Tortonesi dall'altra, fatto fu compromesso di quelle differenze nel comune di Milano, il qual poi diede il suo laudo, con poco piacere nondimeno de' Genovesi.
NOTE:
[2887] Antiquit. Ital., Dissert. XLVI, pag. 909.
[2888] Chron. Bononiense, tom. 18 Rer. Ital.
[2889] Raynaldus, in Annal. Eccl.
[2890] Richardus de S. Germano. Albert. Stadens. Matthaeus Paris. et alii.
[2891] Richardus de S. Germano, in Chron.
[2892] Abbas Urspergens., in Chron.
[2893] Roland., lib. 2, cap. 8.
[2894] Chronic. Veronense, tom. 8 Rer. Ital
[2895] Gerard. Mauritius, Hist. Antonius Godius, Chronic.
[2896] Annales Vetns. Mutinens., tom. 11 Rer. Ital.
[2897] Caffari, Annal. Genuens., lib. 6, tom. 6 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCXXVIII. Indizione I.
GREGORIO IX papa 2. FEDERIGO II imperadore 9.
Era forte irritato l'imperador Federigo per la scomunica contra di lui fulminata da papa Gregorio, che anche nell'anno presente fu confermata nel giovedì santo, colla giunta di assolvere dal giuramento di fedeltà i di lui sudditi, massimamente quei di Puglia e di Sicilia[2898]. Però studiossi di farne vendetta, e guadagnò sotto mano molti nobili romani, e specialmente i Frangipani, acciocchè fossero per lui contra del papa. Aveano essi per cagion di Viterbo delle liti col medesimo pontefice. Scoppiò la loro congiura nel terzo dì dopo Pasqua, e, sollevatosi il popolo, tali ingiurie ed insolenze commisero, che fu obbligato Gregorio a levarsi di Roma. Andò a Rieti, dove, intendendo che Federigo facea contribuir anche gli ecclesiastici pel passaggio in Terra santa, spedi lettere, con ordine di non pagare un soldo. Passò dipoi a Spoleti, e andò a fissare il suo soggiorno in Perugia. Partorì l'imperadrice Jolanta in quest'anno in Andria di Puglia al marito Augusto un principe maschio, a cui fu posto il nome di Corrado; ma ella stessa morì di quel parto, compianta da tutti. Nell'aprile Federigo, raunati tutti i prelati e i baroni del regno in Baroli, esposta la sua risoluzione di passar oltremare, fece una specie di testamento, in cui dichiarò suo successore ed erede il re Arrigo suo primogenito, e, in mancanza di lui, il secondogenito Corrado. Venuto poscia l'agosto, andò a Brindisi, dove era unita la sua flotta, e quivi si imbarcò, ma non con quell'apparato che conveniva ad un par suo ed era stato da lui promesso; e, sciolte le vele al vento, navigò fino ad Accon, ossia Acri, dove finalmente sbarcò. Aveva egli premesso nell'anno addietro Riccardo suo maresciallo con cinquecento cavalieri, ed inviate lettere al soldano, portale dall'arcivescovo di Palermo; e il soldano gli avea mandato in dono un elefante, alcuni cammelli ed altri preziosi regali. Non senza maraviglia dei lettori scrive il Rinaldi[2899] che papa Gregorio IX spedì messi a Federigo per farlo ravvedere; ma ch'egli, più ostinalo che mai, continuò in mal fare, saldo restando nella disubbidienza. Sicchè si considerò delitto in lui non essere andato otre mare, e delitto ancora l'andarvi. Il pretendere Federigo che vera e non finta fosse la sua infermità, e che perciò ingiusta fosse la scomunica, cagione fu ch'egli dispettosamente serrò gli orecchi alle esortazioni del pontefice, e senza voler chiedere assoluzione, cercò di compiere il suo voto. Ora certo è che egli in quest'anno passò verso Terra santa, e vi passò senza avere ottenuta la liberazion dalla scomunica, con lasciare in Puglia e Sicilia Rinaldo, chiamato duca di Spoleti, balio ossia governatore generale del suo regno, siccome persona di cui molto si fidava. Circa questi tempi il popolo romano[2900], uscito in campagna, diede il guasto al territorio di Viterbo, e s'impadronì del castello di Rispampano. Non lasciarono i Viterbiesi di fare anche essi quel maggior male che poterono ai Romani. Andò papa Gregorio nel mese di luglio da Perugia ad Assisi, dove celebrò la canonizzazione di san Francesco istitutor de' minori, e tornossene dipoi a Perugia, dove la presenza sua servì a quetar le civili discordie di quel popolo. Torna poi lo stesso Riccardo da San Germano a parlar all'anno seguente della medesima canonizzazione, come di funzione allora fatta. A quell'anno ancora ne parlano gli Annali antichi di Modena[2901]. Abbiam dal medesimo storico che, lasciato dall'imperador Federigo per governator generale del regno, essendosi ribellati i signori di Popplito, fece esercito contra di loro, e li spogliò di tutte le lor terre. Quindi, o perchè scoprisse che la corte romana tenea mano a quelle ribellioni, oppure facea preparamenti per invadere la Puglia, ovvero per sua propria malignità, o per ordini segreti di Federigo, il quale per altro sostenne col tempo di non aver ciò comandato, se con verità, Dio lo sa; Rinaldo, dico, dall'un canto entrò coll'armi nella marca d'Ancona, e Bertoldo suo fratello fece un'irruzione su quel di Norcia. Udito ciò, papa Gregorio pubblicò la scomunica contra di Rinaldo; e veggendo ch'egli non desisteva per questo dal far progressi nella Marca, essendo giunte le sue armi fino a Macerata, determinò di ripulsar la forza colla forza, e di metter mano all'armi temporali. Inviò dunque contra di Rinaldo Giovanni re di Gerusalemme, unito al cardinal Giovanni dalla Colonna, con un buon esercito di cavalieri e fanti. E perciocchè non bastava a farlo ritirare dagli Stati della Chiesa, mise insieme un'altra armata, alla testa di cui pose Tommaso da Celano e Ruggieri dall'Aquila, già banditi da Federigo, con disegno di portar la guerra nel cuore del regno. Spedì anche a Milano[2902] e all'altre città di Lombardia per aver soldati. I Milanesi gli mandarono cento cavalieri; trenta i Piacentini. Riuscì in quest'anno ad Eccelino da Romano[2903] di prendere con frode il castello di Fonte, cogliendo in esso anche Guglielmo figliuolo di Jacopo da Campo San Pietro. Fattene doglianze a Padova, quel popolo diede all'armi, e col carroccio e con poderoso esercito andò fin sotto Bassano, avendo per lor podestà e capitano Stefano Badoero Veneziano.
Questa mossa di gente fu cagione che la repubblica di Venezia spedisse ambasciatori per trattar di concordia, e che la lite fosse rimessa nel lor consiglio. Fecero istanza i Padovani per riavere il castello, come era di dovere col fanciullo Guglielmo. Eccelino non volle far altro, e convenne che gli ambasciatori se ne tornassero a Venezia malcontenti. Erasi fatto monaco, e facea una vita da ipocrita, Eccelino da Onara, padre del suddetto Eccelino da Romano e di Alberico, con iscoprirsi infine eretico paterino. Questi scrisse tosto ai figliuoli che si accomodassero, perchè non poteano per anche competere colla possanza de' Padovani. Per questo, e per le esortazioni di varii amici, finalmente s'indusse il superbo giovane Eccelino a rilasciare, ma con aria di dispetto, l'occupato castello. Poco appresso, fatto egli cittadino di Trivigi, seppe commuovere quel popolo contra dei vescovi di Feltre e Belluno, in guisa che occupò ad essi quelle piccole città. I Padovani, de' quali erano raccomandati quei vescovi, spedirono ambascerie per distorre i Trivisani da quella oppressione. Poichè ne riportarono solamente delle arroganti risposte, chiamati in aiuto loro il patriarca d'Aquileia ed Azzo marchese d'Este, e formata una bell'armata, marciarono fin sotto le mura di Trivigi, prendendo e saccheggiando varie terre. Finalmente, per interposizione di Gualla vescovo di Brescia, legato della santa Sede, e dei rettori della lega di Lombardia, tanto si picchiò, che i Trivisani restituirono Feltre e Belluno, e tornò la tranquillità in quelle parti. Non così avvenne ai Modenesi[2904]. Perchè essi tenevano la parte dell'imperador Federigo, i Bolognesi fecero un grosso esercito, con cui si unirono i rinforzi spediti dalle città di Faenza, Imola, Forlì, Rimini, Pesaro, Fano, Milano, Brescia, Piacenza, Forlimpopoli, Cesena, Ravenna, Ferrara, Firenze, e da altre città lombarde[2905]. Assediarono essi Bolognesi il castello di Bazzano, che era de' Modenesi, nel dì 4 di ottobre. Presero il castello di Vignola nel dì 10 d'esso mese. Ma qui si fermò la loro fortuna. Uscirono in campagna anche i Modenesi con tutte le forze de' Parmigiani[2906] e Cremonesi. Forzarono alla resa il castello di Piumazzo, e lo distrussero nel dì 14 del mese suddetto. Dopo avere in faccia de' nemici introdotto in Bazzano un buon rinforzo di gente e di viveri, nel dì 15 diedero il guasto al territorio bolognese sino al fiume Reno. Allora i Bolognesi presso Santa Maria della Strada attaccarono una battaglia, in cui fu molta mortalità dall'una parte e dall'altra. Nella Cronichetta di Cremona[2907] è scritto che i Bolognesi furono rotti, e molti prigioni menati a Cremona. Altrettanto ha la Cronica di Parma, da cui ancora impariamo che in tal congiuntura furono liberati molti prigioni modenesi, ed essere durato il combattimento dalla mattina sino alla notte. Finalmente i Bolognesi nel dì 14 di novembre[2908] abbandonarono l'assedio di Bazzano, con lasciar ivi tutte le lor macchine militari. Venne dipoi l'esercito bolognese sino a Castelvetro, e quivi succedette un altro fatto d'armi in cui di nuovo ebbe la peggio, e i Modenesi condussero molti prigioni alla loro città. In quest'anno[2909] parimente Bonifazio marchese di Monferrato cogli Astigiani fece guerra agli Alessandrini e al popolo di Alba, aiutato con gente e danaro dai Genovesi. Colla mediazione de' Milanesi si quetò quella discordia.
NOTE:
[2898] Vita Gregorii IX, P. I, tom. 3 Rer. Ital. Richardus de S. Germano, in Chron.
[2899] Raynald., Annal. Eccl.
[2900] Richardus de S. Germano, in Chron.
[2901] Annales Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Italic.
[2902] Gualvan. Flam., in Manip. Flor., cap. 261.
[2903] Roland., Chron., lib. 2, cap. 9.
[2904] Annales Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Italic.
[2905] Chron. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital.
[2906] Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.
[2907] Chron. Cremonense, tom. 7 Rer. Ital.
[2908] Memor. Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.
[2909] Caffari, Annal. Genuens., lib. 6, tom. 6 Rer. Italic.
Anno di CRISTO MCCXXIX. Indizione II.
GREGORIO IX papa 3. FEDERIGO II imperadore 10.
Fece in quest'anno gran guerra Giovanni re di Gerusalemme alla Puglia colle forze che gli avea dato papa Gregorio IX. Ne descrive tutte le particolarità Riccardo da San Germano[2910]. A me basterà di darne un breve trasunto. L'esercito pontificio, che si chiamava chiavisegnato, poichè portava per divisa le chiavi della Chiesa, sotto il comando di un sì prode generale, entrato nel mese di marzo in Puglia, dopo la presa di varie terre e castella, arrivò a Gaeta, e, costretta quella città alla resa, vi spianò il castello che l'imperadore con grande spesa vi avea poc'anzi fabbricato. Prese le terre di Monte Casino, il monistero, San Germano ed altri luoghi in que' contorni. Fondi, Arce e Capoa tennero saldo, e i conti d'Aquino, ben provvedute le lor terre, stettero forti nella fedeltà verso di Federigo. Pure Aquino, Sora, a riserva del castello, e le città d'Alife e di Telesa ed Arpino si renderono all'armi pontificie, che passarono ad assediar Caiazzo e Sulmona. Furono in questi tempi, per ordine di Rinaldo duca di Spoleti, cacciati fuor del regno tutti i frati minori, perchè si dicea che portavano lettere papali ai vescovi delle città, esortatorie, acciocchè inducessero gli uomini a rendersi alla Chiesa romana. Sparsero ancora voce che Federigo II era morto. Furono esiliati per questo anche i monaci casinensi. E tale era la guerra che faceva papa Gregorio in Puglia all'imperador Federigo, per la quale implorò soccorsi da tutte le città della lega di Lombardia[2911], mosse la Francia, la Spagna, l'Inghilterra, la Svezia ed altri paesi a mandar danari e gente per questa guerra, ed eccitò anche delle ribellioni in Germania contra d'esso Federigo. Tuttavia minore non fu quell'altra guerra che nello stesso tempo egli fece a Federigo in Levante. Giunto ad Accon, ossia ad Acri, nel settembre dell'anno precedente, esso Augusto fu bensì ricevuto con tutto onore dal patriarca, clero e popolo, ma insieme con protesta di non poter comunicare con lui, se prima non otteneva l'assoluzion della scomunica dal papa. Andò poscia in Cipri, e spedì i suoi ambasciatori al sultano di Egitto, per richiedere amichevolmente il regno di Gerusalemme, come Stato appartenente a suo figliuolo Corrado, perchè nato da Jolanta legittima erede d'esso regno. Prese tempo il sultano a rispondere per mezzo de' suoi ambasciatori. Intanto arrivarono due frati minori con lettere del papa, nelle quali proibiva al patriarca e ai tre gran mastri degli ordini militari, l'ubbidire a Federigo, e comandava di trattarlo da scomunicato. Però, allorchè volle muovere l'esercito per marciare contra de' Saraceni, trovò i cavalieri templarii ed ospitalieri che non voleano militar sotto di lui. Bisognò che Federigo inghiottisse molti strapazzi, e che si accomodasse in fine ai lor voleri, contentandosi che l'impresa si facesse non in nome suo, ma in quello di Dio e della repubblica cristiana. Andò a Joppe, e quivi attese a fortificar quel castello disfatto, rendendolo piazza di gran polso, e lo stesso fece con altre castella sulla via di Gerusalemme. Ma eccoti sul più bello arrivare un sottil naviglio che gli porta l'avviso d'essere tutto in confusione il regno di Puglia per l'invasione dell'armi pontificie. Allora Federigo a nulla più pensò che a sbrigarsi dalla Palestina per accorrere ai bisogni e pericoli del suo regno; e, stringendo, come potè, il trattato di concordia col sultano, accettò quella capitolazione che piacque al Saraceno di dargli. Consistè questa in pochi articoli. Gli cedeva il sultano le città di Gerusalemme, Betlemme, Nazarette, Sidone, con altre castella e casali, e con facoltà di poterle fortificare, e riserbandosi solamente la custodia del tempio di Gerusalemme, ossia il santo Sepolcro, con restar nondimeno libero tanto ai Saraceni che ai Cristiani il farvi le lor divozioni. Stabilissi anche una tregua di dieci anni, e la liberazion di tutti i prigioni. Andò poscia Federigo a prendere il possesso di Gerusalemme: e strana cosa dovette pur parere il ritrovarsi ivi già intimato dal patriarca l'interdetto, se Federigo capitava colà. Contuttociò l'imperador si portò alla visita del santo Sepolcro; e giacchè niuno si attentò a coronarlo, posò egli la corona sul sacro altare, e poi, presala colle sue mani, se la mise in capo. Non potrà di meno di non istringersi nelle spalle chi legge sì fatte vicende. Dopo di che, tornato Federigo al mare con due ben armate galee, frettolosamente e con felicità di viaggio arrivò a Brindisi in Puglia nel maggio dell'anno presente. Divolgatasi la capitolazione da lui fatta col sultano, fu strepitosamente riprovata in corte di Roma, chiamato egli un vile e traditore, perchè avesse lasciato in man dei cani il venerato Sepolcro di Cristo, senza voler far caso che Federigo per necessità avea ricevuta la legge da chi, se avesse voluto, potea negargli tutto; e massimamente perchè il sultano era ben informato di quanto operava il pontefice sì in Puglia che in Palestina contra di Federigo, e sapea la discordia che passava fra esso imperadore e il patriarca e l'esercito cristiano. Ed è per altro certissimo che Gerusalemme restò in mano de' cristiani, e che assaissime migliaia d'essi andarono a piantarvi casa, e pacificamente vi abitarono da lì innanzi sotto il comando degli uffiziali dell'imperadore. Io per me chino qui il capo, nè oso chiamar ad esame la condotta della corte di Roma in tal congiuntura, siccome superiore ai miei riflessi, bastandomi di dire che, secondo l'Abbate Urspergense[2912], fece gran rumore per la cristianità la contradizione praticata dal pontefice all'impresa di Federigo in Levante. Anche Riccardo da San Germano[2913] lasciò scritto: Verisimile videtur, quod si tunc imperator cum gratia ac pace romanae Ecclesiae transisset, longe melius et efficacius prosperatum fuisset negotium Terrae sanctae. Per la partenza poi di Federigo andò anche in malora quel poco ch'egli avea guadagnato in Palestina, e specialmente perchè il patriarca, e gli ospitalieri e templarii, dacchè egli si fu partito, apertamente si rivoltarono contra di lui. Non si può leggere senza patimento la storia di questa maledetta discordia, piena d'invettive e calunnie dall'una parte e dall'altra, e, quel che è peggio, di tanti guai de' popoli e danno della cristianità. Io senza fermarmi passo innanzi.
Giunto che fu in Puglia Federigo, non lasciò di spedire ambasciatori al papa, chiedendo pace, ed esibendosi pronto a far quello ch'egli ordinasse. Nulla poterono essi ottenere. Raunò allora Federigo le sue forze, con valersi ancora dei Tedeschi crociati ritornati di Levante, e di un gran corpo di Saraceni cavati da Nocera. Nel settembre venne a Capoa, e portossi a Napoli per aver soccorso di gente e di danaro. Intanto Giovanni re di Gerusalemme, vedendo venire il mal tempo, lasciato andare l'assedio di Caiazzo, si ritirò a Teano. Federigo ricuperò Alife, Venafro ed altre terre; poscia San Germano, e le terre della giurisdizione di Monte Casino, Presenzano, Teamo, la rocca di Bantra, Arpino ed altri luoghi. Sora, avendo voluto aspettar la forza, fu presa e data alle fiamme nella festa dei santi Simone e Giuda di ottobre. Intanto fra il senato e popolo romano e l'imperadore passavano lettere e messaggeri di buona armonia. Questi prosperosi successi dell'armi di Federigo fecero in fine che il pontefice cominciò a prestar orecchio ad un trattato di concordia, per cui specialmente si adoperava il gran mastro dell'ordine teutonico. Pensarono i Bolognesi in quest'anno di rifarsi delle perdite fatte nell'anno precedente nella guerra coi Modenesi[2914], e, con gli aiuti di varie città loro collegate composto un potente esercito, col carroccio si portarono all'assedio di San Cesario, castello de' Modenesi. Secondo il Sigonio[2915], nol presero; ma le vecchie Croniche dicono di sì, e che lo distrussero. Non erano per anche mossi di là, che si videro a fronte l'esercito de' Modenesi, Parmigiani e Cremonesi, risoluto di menar le mani. Si azzuffarono in fatti le due armate, e durò il combattimento d'avanti il vespro fin quasi a mezza notte a lume di luna. Fecero ogni sforzo i Bolognesi contra il carroccio de' Parmigiani, e poco vi mancò che nol prendessero: il che veniva allora riputato per la più gloriosa di tutte le imprese. Ma i Cremonesi dall'un canto, e dall'altro i Modenesi così vigorosamente gl'incalzarono, che finalmente li misero in rotta, e diedero lor la caccia fin quasi alle porte di Bologna. Restò in potere de' vincitori tutto il loro campo colle tende, carra, buoi e bagaglio. Fu rotto e cacciato in un fosso il loro carroccio, perchè nacque contesa fra i Parmigiani e Modenesi, pretendendolo cadauna delle parti. Una gran copia di prigioni fu condotta a Modena e Parma, e i Parmigiani trassero alla lor città molte manganelle, ossia petriere, prese in tal occasione, e per gloria le posero nella lor cattedrale. Le Croniche di Bologna han creduto bene di accennar la battaglia, ma con tacerne l'esito sinistro per loro. Alberico monaco de' Tre Fonti[2916], storico di questi tempi, ampiamente anch'egli descrive questa battaglia e vittoria. Non contenti di ciò i Modenesi, voltarono con un nuovo alveo il fiume Scultenna, ossia Panaro, addosso alle campagne de' Bolognesi, con lor gravissimo danno. Pertanto dispiacendo al pontefice Gregorio IX gli odii e le gare di queste città, spedì ordine a Niccolò vescovo di Reggio di Lombardia, che in suo nome s'interponesse per la concordia. Non fu egli pigro ad eseguir la commessione, e gli riuscì di stabilire fra i Modenesi e Bolognesi una tregua d'otto anni colla restituzion de' prigioni, ed altre condizioni, che si leggono presso il Sigonio, il quale dagli atti pubblici le estrasse. Godè in quest'anno la marca di Verona un'invidiabil pace. I Piacentini[2917] fecero oste contro la città di Bobbio, venticinque miglia lungi dalla loro città, e fu costretto quel popolo a prestar giuramento di fedeltà a Piacenza Il conte di Provenza nell'anno presente[2918] col braccio d'alcuni traditori s'impadronì della città di Nizza e delle sue fortezze. Resistè un pezzo parte de' cittadini, ed ebbe anche qualche soccorso da' Genovesi; ma in fine dovette soccombere; e il conte restò in pieno potere di quella città. Venne in quest'anno a morte Pietro Ziani doge di Venezia, dopo ventiquattr'anni di governo[2919], Prima che egli morisse, fu eletto doge Jacopo Tiepolo, ed avendo fatta una visita all'infermo predecessore, fu ricevuto con disprezzo, ma colla virtù dissimulò tutto. Abbiamo dal Sigonio[2920] che nel dì 2 di dicembre in Milano fu riconfermata la lega delle città di Lombardia. V'erano presenti i deputati de' Padovani e Veronesi; ma non apparisce che giurassero come gli altri.
NOTE:
[2910] Richardus de S. Germano, in Chron.
[2911] Raynaldus, Annal. Eccles. ad hunc annum, num. 38 et seq. Matthaeus Paris, Hist.
[2912] Abbas Urspergens., in Chron.
[2913] Richardus de S. Germano, in Chron.
[2914] Annales Veter. Mutinens. tom. 11 Rer. Ital. Chronicon Parmense, tom. 9 Rer. Italic. Chron. Cremonense, tom. 7 Rer. Italic. Chronic. Bononiense, tom. 18 Rer. Ital.
[2915] Sigon., de Regn. Ital., lib. 17.
[2916] Alberic. Monachus, in Chron.
[2917] Chron. Placent. tom. 16 Rer. Italic.
[2918] Caffari, Annal. Genuens, lib. 6, tom. 6 Rer. Italic.
[2919] Dandul., in Chronic. tom. 12 Rer. Italic.
[2920] Sigonius, de Regno Ital., lib. 17.
Anno di CRISTO MCCXXX. Indizione III.
GREGORIO IX papa 4. FEDERIGO II imperadore 11.
Nel primo giorno di febbraio del presente anno un'orribile inondazione del Tevere recò immensi danni alla città di Roma e ai contorni[2921]; affogò molte persone e bestie, menò via una prodigiosa quantità di grani, botti di vino e mobili; ed avendo lasciato un lezzo fetente con dei serpenti per le case, ne sorse poi una mortale epidemia nel popolo. Servì questo flagello a far ravvedere il senato e popolo romano degli aggravii ed ingiurie fatte al sommo pontefice Gregorio IX, che per cagion d'esse fin qui s'era fermato in Perugia; e però, spediti a lui il cancelliere e Pandolfo della Saburra con altri nobili, il pregarono di voler tornarsene a Roma. Sul fine dunque di febbraio comparve colà papa Gregorio, accolto con tutta riverenza ed onore da quel senato e popolo. Nella Vita d'esso papa vien riferito questo suo ritorno all'anno seguente. Riccardo lo mette nel novembre del presente. Intanto andava innanzi il trattato già intavolato di pace fra esso pontefice e Federigo, il quale ricuperò in questo mentre varie altre sue terre. Mediatori principali erano Leopoldo duca d'Austria[2922], principe che in questo medesimo anno terminò la sua vita in San Germano nel dì 28 di luglio; e Bernardo duca di Moravia, gli arcivescovi di Salisburgo e Reggio di Calabria, ed Ermanno gran mastro dell'ordine dei Teutonici. Fu per questo tenuto un congresso in San Germano, dove intervennero Giovanni cardinale vescovo sabinense, e Tommaso cardinale di Santa Sabina, legati pontificii, dove si smaltirono molte difficoltà. La principale era la restituzion delle città di Gaeta e Santa Agata, pretese da Federigo, laddove il papa intendea di ritenerle in suo dominio. Finalmente, dopo essere andati innanzi e indietro più volte i pacieri, nel dì 9 di luglio in San Germano fu conchiuso l'accordo, con obbligarsi Federigo di rimettere ogni offesa a chiunque avea prese l'armi contra di lui tanto in Italia che fuori; e di restituire alla Chiesa qualunque Stato che i suoi avessero occupato, ed a varii particolari le lor terre, e da non mettere più taglie ed imposte all'uno e all'altro clero. Doveansi eleggere arbitri per decidere entro d'un anno il punto controverso di Gaeta e di Santa Agata. Fu poi dopo l'esecuzion del trattato assoluto esso imperadore dalle censure nella festa di santo Agostino di agosto, e si fecero dappertutto grandi allegrezze per questa pace. Ed oh si fossero due anni prima avute queste medesime disposizioni, e Federigo con più umiliazione, e il pontefice con più indulgenza si fossero portati l'un verso l'altro: che gli affari di Terra santa sarebbono camminati meglio, e si sarebbe risparmiata un'iliade di molti guai, uno de' quali fra gli altri fu notabilissimo; cioè l'avere in tal congiuntura non già avuta la nascita, ma bensì ricevuto un considerabile accrescimento e un'aperta professione le maledette fazioni de' Guelfi aderenti al papa, e de' Ghibellini parziali dell'imperadore. Abbiamo dalla Vita di papa Gregorio[2923], ch'egli spese in questa guerra cento venti mila scudi, e Federigo si obbligò di rimborsarlo. Altri hanno scritto che assunse di pagargli cento venti mila once d'oro. Più, o meno che fosse, Federigo se ne dimenticò dipoi, nè gli pagò un soldo. Passò il pontefice alla villeggiatura d'Anagni, e colà invitò l'imperadore[2924]. Comparve egli con magnifico accompagnamento, e si attendò fuori della città nel dì primo di settembre. Nel dì seguente incontrato dai cardinali e dalla nobiltà, si portò alla visita del papa; e, deposto il manto, prostrato a' suoi piedi, riverentemente glieli baciò, e, dopo breve colloquio, andò a posare nel palazzo episcopale. Nel giorno appresso il papa, che abitava nel palazzo paterno, l'invitò seco a pranzo, ed amendue con tutta magnificenza assisi alla stessa tavola, deposto ogni rancore, almeno in apparenza, svegliarono nuova allegrezza negli assistenti. Dopo di che tennero fra lor due, colla presenza del solo gran mastro dell'ordine teutonico, un lungo ragionamento intorno a' proprii affari. Nel seguente lunedì, congedatosi Federigo dal pontefice, se ne tornò nel regno, dove non seppe contenersi dal trattar male i popoli di Foggia, Castelnuovo, San Severino, ed altri di Capitanata, che ne' passati torbidi si erano ribellati[2925]. Ma Riccardo da San Germano pare che metta questo fatto prima della pace. All'incontro il papa sbrigato da questa guerra, e tornatosene a Roma, attese a fabbricar palagi e spedali. Era venuto in Italia Milone vescovo di Beauvais Franzese con quello di Chiaramonte, conducendo seco un buon corpo di truppe franzesi in aiuto del papa, le quali, o non giunsero a tempo alla danza o furono rimandate[2926]. Trovavasi per questo sforzo Milone aggravato da grossi debiti. Il sommo pontefice per sollevarlo gli diede il governo del ducato di Spoleti e della marea di Guarnieri, ossia d'Ancona: con che egli in tre anni inpinguò la sua borsa. Ma ritornandosene egli dopo quel tempo in Francia, i vicini Lombardi, informati del ben di Dio ch'egli portava seco, gli tesero delle imboscate, nelle quali perdè più di quel che avea guadagnato. Alberico Monaco è quegli che racconta il fatto.
Cominciò a sconcertarsi in questo anno la marca di Verona[2927]. Essendo stato chiamato per podestà di essa città Matteo de' Giustiniani nobile veneto, richiamò egli tutti i nobili che il suo antecessore avea mandato a' confini. Capo della fazion guelfa era Ricciardo conte di San Bonifazio, che, tornato a Verona, fu ben accolto dal podestà. Ingelosita di ciò la parte ghibellina, appellata de' Montecchi, con intelligenza di Eccelino da Romano e di Salinguerra dominante in Ferrara, un dì fatta sollevazione, mise le mani addosso al conte Ricciardo, e cacciollo in prigione con alquanti de' suoi. Il resto de' suoi amici usci di città; lo stesso Giustiniani podestà ne fu cacciato; e la podesteria fu appoggiata a Salinguerra, che corse colà da Ferrara. Anche Eccelino, udita questa nuova, precipitosamente volò a Verona per accrescer legna al fuoco[2928]. Ridottasi la parte del conte al castello di San Bonifazio, elesse per suo podestà Gherardo Rangone da Modena, personaggio di gran senno e valore. Questi col deposto Giustiniani ricorse a Stefano Badoero podestà di Padova, il quale, raunato il consiglio, ascoltò le loro querele: querele tali, che mossero a compassione tutto il popolo di Padova; di maniera che si prese tosto la risoluzione di aiutar con braccio forte la parte del conte. Inviarono ambasciatori a Verona, che parte con amichevoli, e parte con minacciose parole fecero istanza per la liberazione del conte. Nulla poterono conseguire[2929]. Però usci in campagna nel mese di settembre l'armata padovana col carroccio, con Azzo VII marchese d'Este e coi Vicentini; ed ostilmente entrata nel Veronese, s'impadronì di Porto, di Legnago e del ponte dell'Adige, dai quali luoghi scapparono in fretta Eccelino, Salinguerra e i Veronesi che erano accorsi alla difesa. Diedero poscia i Padovani il guasto al circonvicino paese; distrussero la villa della Tomba, presero Bonadigo, e colla forza costrinsero il castello di Rivalta alla resa. Ciò fatto se ne tornarono a Padova. Neppure per questi danni s'indussero i Veronesi a mettere in libertà il conte Ricciardo. Era circa questi tempi capitato a Padova frate Antonio da Lisbona dell'ordine dei minori, religioso di santa vita, di molta letteratura, mirabil missionario e predicatore della parola di Dio. Gli amici del conte e del marchese d'Este, a' quali più che agli altri stava a cuore la prigionia d'esso conte, si avvisarono d'inviar a Verona questo insigne religioso, sperando che la di lui eloquenza potrebbe ottenere ciò che non era riuscito coll'armi. Andò il santo uomo, impiegò quante ragioni e preghiere potè coi rettori della lega lombarda, con Eccelino, con Salinguerra e coi lor consiglieri; ma sparse le parole al vento, e ritornossene a Padova coll'avviso solo della pertinacia de' Veronesi. La cronica Veronese aggiugne che anche i Mantovani col loro carroccio fecero un'irruzione sul Veronese, presero e distrussero il castello di Cola, diedero il sacco e il fuoco a Travenzolo, alla Motta dell'Abbate, all'isola de' Conti, che or si chiama la isola della Scala, e a molte altre ville del Veronese: il tutto per favorire il conte Ricciardo. Notano gli Annali antichi di Modena[2930] che anche la milizia dei Modenesi andò in soccorso de' Mantovani contra de' Veronesi. Ebbero i Milanesi[2931] guerra in quest'anno col marchese di Monferrato in favore degli Alessandrini, e, se si ha da prestar fede ai loro storici[2932], coll'avere assediato ed anche preso il castello di Bombaruccio nel Monferrato (Mongravio è detto negli Annali di Genova), misero tal paura in cuore a quel marchese, che giurò di star da lì innanzi ai voleri del comune di Milano[2933]. Il che fatto, passarono sul territorio d'Asti, e vi diedero il guasto fino a due miglia lungi da quella città. Anche la Cronica d'Asti[2934] confessa questo gran danno inferito da' Milanesi al territorio astigiano, con aggiugnere che ciò seguì fra la festa di san Giovanni Batista e di san Pietro, e che i Milanesi v'andarono assistiti di gente da ventitrè amiche città. I Genovesi spedirono un buon soccorso ad Asti. Poscia fece il popolo di Milano guerra in Piemonte contra del conte di Savoia e di que' marchesi, e, in onta d'essi, fabbricò il Pizzo di Cunio, dove si ritirarono quei di Saviliano e di San Dalmazio, troppo aggravati dal conte di Savoia. In una scaramuccia restò preso da esso conte, o dai marchesi, Uberto da Ozimo, generale de' Milanesi, che fu poi crudelmente levato di vita. Diede fine ai suoi giorni nel dì 16 di settembre Arrigo da Settala arcivescovo di Milano, in cui luogo fu concordemente eletto Guglielmo da Rozolo nel dì 14 d'ottobre, che fu uomo di gran vaglia.
Negli Annali di Genova è scritto[2935] che in quest'anno gli Alessandrini, stanchi della guerra co' Genovesi, fecero un compromesso, e fu sentenziato che Capriata restasse al comune di Genova. Anche i popoli d'Asti e d'Alba, Arrigo marchese del Carretto, ed altri compromisero le lor differenze nel comune di Genova: il che diede fine alle lor guerre. Si andavano intanto dilatando per le città d'Italia gli eretici paterini, catari, poveri di Lione, passaggini, giuseppini ed altri, che in fine tutti erano schiatte di manichei. Non v'era quasi città dove di costoro non si trovasse qualche brigata. Specialmente in Brescia le storie dicono che la lor setta avea preso gran piede. Roma stessa non ne era esente, nè Napoli. Ora in quest'anno Raimondo Zoccola Bolognese podestà di Piacenza[2936] fece bruciar molti di costoro. Altrettanto si andava facendo in altre città. E nel mese di febbraio in essa città di Piacenza fuit ludus imperatoris, et Papiensium, et Regiensium, et patriarchae in burgo et in platea sancti Antonini. Do ad indovinare ai lettori ciò che significhino queste parole. Quanto a me, vo sospettando che fosse uno spettacolo pubblico, in cui si rappresentava Federigo imperadore coi Pavesi e Reggiani, e col patriarca, suoi aderenti, forse non con molto onore. I Parmigiani in quest'anno[2937] andarono in servigio de' Piacentini a dare il guasto al territorio di San Lorenzo e di Castello Arquato, luoghi detenuti dai nobili fuorusciti di Piacenza. Fecero parimente oste essi Parmigiani a Pontremoli contra dei marchesi Malaspina. Il Guichenon[2938] racconta a quest'anno che il popolo di Torino si sottrasse all'ubbidienza di Tommaso conte di Savoia, e si diede a Bonifazio marchese di Monferrato. Il conte, messa insieme un'armata, si avvicinò a Torino, disfece il soccorso che gli Astigiani conducevano agli assediati; nè parendogli propria la stagione per continuar l'assedio, lasciò bloccata quella città, e se n'andò in Savoia. Questo scrittore, giacchè gli mancavano gli antichi storici, si suol servire di moderni, l'autorità dei quali non di rado è poco sicura. Noi già vedemmo all'anno 1226 che Torino, siccome città libera, entrò nella lega di Lombardia, e fu anche posta coll'altre al bando dell'imperio da Federigo II imperadore, in tempo che Tommaso conte di Savoia era uno de' suoi più favoriti. Nè può stare che gli Astigiani, per quanto s'è veduto di sopra, menassero soccorsi a quella città, quando penavano a difendere sè stessi da' Milanesi. Nè so io credere che Torino venisse in potere del marchese di Monferrato. Nulla ne seppe Benvenuto da San Giorgio. E se fosse caduta nelle mani del marchese, principe sì potente, quella bella preda, avrebbe saputo ben custodirla. Fu anche guerra nell'anno presente in Toscana[2939]. I Fiorentini uniti cogli Aretini, Pistoiesi, Lucchesi, Pratesi ed Urbinati, oppure Orvietani, andarono con possente esercito e col carroccio contro ai Sanesi. Disfecero da venti loro castella, ed arrivarono fino alle porte di Siena, guastando tutto il paese. Nel dì 9 di luglio i Sanesi animosamente uscirono armati alla porta di Camollia, ed attaccarono la zuffa; ma soperchiati dalle troppo superiori forze de' nemici, rimasero sconfitti; e i Fiorentini menarono prigioni circa mille ducento e settanta d'essi. Ricordano Malaspina e Giovanni Villani suo copiatore mettono questo fatto sotto l'anno 1229. Gli altri autori concordemente ne parlano sotto il presente[2940].
NOTE:
[2921] Vita Gregor. IX, P. I, tom. 3 Rer. Italic. Richardus de S. Germano.
[2922] Godefrid. Monachus, in Chronico.
[2923] Card. de Aragon., Vita Greg. IX, P. I, tomi. 3 Rer. Ital.
[2924] Richardus de S. Germano, in Chronic.
[2925] Raynaldus, Annal. Ecclesiast.
[2926] Alberic. Monachus, in Chronic.
[2927] Roland., Chron., lib. 3, cap. 1.
[2928] Monac. Palavinus, in Chron.
[2929] Paris de Cereta, Chron. Veronens., tom. 8 Rer. Ital.
[2930] Annales Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Italic.
[2931] Gualvan. Flamma, in Manip. Flor., cap. 163.
[2932] Annales Mediolan., tom. 16 Rer. Ital.
[2933] Caffari, Annal. Genuens., lib. 6, tom. 6 Rer. Ital.
[2934] Chron. Astense, tom. 11 Rer. Ital.
[2935] Caffari, Annal. Genuens.
[2936] Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.
[2937] Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.
[2938] Guichenon, Histoire de la Mais, de Savoye, tom. 1.
[2939] Chron. Bononiens. Chron. Senense.
[2940] Ptolom. Lucens., in Annal. Eccl.
Anno di CRISTO MCCXXXI. Indiz. IV.
GREGORIO IX papa 5. FEDERIGO II imperadore 12.
Tanto il pontefice Gregorio, quanto l'imperador Federigo[2941], mirando con incredibil dispiacere i progressi che andava facendo l'eresia de' paterini e di altre sette di manichei per l'Italia, pubblicarono rigorosissimi editti contra di questi pestilenti uomini che infestavano la Chiesa cattolica. Circa questi tempi nella città di Perugia[2942], in cui la nobiltà e il popolo per cagion del governo aveano in addietro avute non poche risse e liti fra loro, la discordia tramontò gli argini, e toccò ai nobili l'uscir di città. Si diedero poi questi a far quanto di male potevano al territorio; e il popolo anche egli faceva altrettanto e peggio contra di essi. Con paterno zelo accorse papa Gregorio al bisogno dell'afflitta città, con ispedir colà il cardinal Giovanni dalla Colonna, il quale con tal efficacia si adoperò, che, calmato il furor delle parti, ridusse in città una buona somma di danaro per la riparazion dei danni. In questo anno parimente contro la mente del pontefice i Romani fecero oste a' danni de' Viterbesi nell'aprile e nel maggio, e obbligarono quei di Montefiascone di dar sicurtà di non prestar loro aiuto. Prese dipoi l'imperador Federigo la protezion di Viterbo, e vi spedì Rinaldo da Acquaviva suo capitano con un buon corpo di milizie per difesa di quella città. Dovette essere il papa che fece questo trattato, ed impegnò Federigo in favor de' Viterbesi; imperocchè i Romani, dacchè n'ebbero l'avviso, imposero, in odio del papa, una grave contribuzione di danaro alle chiese di Roma. Cadde in quest'anno dalla grazia di Federigo Rinaldo, appellato duca di Spoleti, quel medesimo che tanto avea fatto per lui in danno della Chiesa romana. Federigo fu de' più accorti e maliziosi principi che mai fossero. Probabilmente gli nacque sospetto che costui tenesse segrete intelligenze colla corte di Roma[2943]; e infatti s'impegnò forte il papa per la sua liberazione. Ora Federigo, preso il pretesto di fargli rendere conto della passata amministrazione del regno, nè potendo Rinaldo trovar cauzione idonea, il fece imprigionare, con ispogliarlo di tutti i suoi beni; dal che prese motivo Bertoldo di lui fratello di ribellarsi e di fortificarsi in Intraduco. In quest'anno ancora pubblicò esso imperadore la determinazion sua di tenere una dieta del regno d'Italia in Ravenna, la qual città era allora governata dall'arcivescovo di Maddeburgo, conte della Romagna, e legato imperiale di tutta la Lombardia. Ora, desiderando egli che v'intervenisse anche il re Arrigo suo figliuolo coi principi della Germania, pregò il pontefice Gregorio d'interporre i suoi uffizii, affinchè le città collegate di Lombardia non impedissero la venuta del figliuolo e dei Tedeschi in Italia. Non lasciò il papa di scrivere per questo; ma sì egli che i Lombardi, assai conoscendo il naturale finto ed ambizioso di Federigo, e poco fidandosi di lui, seguitarono a star cogli occhi aperti, e in buona guardia per tutti gli accidenti che potessero occorrere.
A Roberto imperador latino di Costantinopoli era succeduto Baldovino suo figliuolo in età non per anche atta al governo. Veggendo i principi latini di quell'imperio la necessità di avere un qualche valoroso principe per loro capo da opporre alla potenza de' Greci[2944], che ogni dì più cresceva, presero la risoluzion di dare in moglie al fanciullo Augusto una figliuola di Giovanni di Brenna, già re di Gerusalemme, con dichiarar lui vicario e governator dell'imperio, sua vita natural durante. Gli diedero anche il titolo d'imperadore: il che si ricava dalle lettere di papa Gregorio. Tutto lieto Giovanni per così bell'ascendente, venne a Rieti ad abboccarsi col papa, e ad impetrar il suo aiuto[2945]. Spedì anche a Venezia per aver tanti vascelli da condur seco mille e dugento cavalli e cinquecento uomini d'armi. Preparato il tutto, ed imbarcatosi, e ricuperate nel viaggio alcune provincie, felicemente arrivò a Costantinopoli, dove, per attestato ancora del Dandolo, fu coronato imperadore. Si provò in quest'anno un terribil flagello di locuste in Puglia. Federigo, attentissimo a tutto, dopo avere in questo medesimo anno pubblicate molte sue costituzioni pel buon governo del suo regno, ordinò sotto varie pene che cadauno la mattina prima della levata del sole dovesse prendere quattro tumoli di sì perniciosi insetti, e consegnarli ai ministri del pubblico, che li bruciassero: ripiego utilissimo, e da osservarsi in simili casi, non ignoti a' giorni nostri. Passò nell'anno presente a miglior vita Antonio da Lisbona dell'ordine de' minori[2946], di cui abbiam parlato di sopra. Tornato egli da Verona, si elesse per sua abitazione un luogo deserto nella villa di Campo San Pietro, diocesi di Padova, con essersi fabbricata una capannuccia sopra una noce, dove si pasceva della lettura del vecchio e nuovo Testamento, con pensiero di scrivere molte cose utili al popolo cristiano. Dio il chiamò a sè nel dì 13 di giugno, con restare di lui un tal odore di santità, comprovata da molti miracoli, che nell'anno seguente papa Gregorio IX, trovandosi nella città di Spoleti, l'aggiunse al catalogo de' santi.
A proposito di Spoleti, non si dee ommettere che Milone vescovo di Beauvais, di cui s'è favellato di sopra, costituito governatore di quel ducato dal papa[2947], non fu ricevuto da quel popolo. Il perchè raunato un esercito, si portò a dare il guasto al distretto di Spoleti: il che nondimeno a nulla giovò per far chinare il capo agli Spoletini. Sommamente premeva ai Padovani[2948] e ad Azzo VII marchese d'Este la liberazione del conte Ricciardo da San Bonifazio, e degli amici carcerati in Verona dalla parte ghibellina. Però fu spedito in Lombardia Guiffredo, ossia Giuffredo da Lucino Piacentino podestà di Pavia, a trattarne coi rettori della lega lombarda. Con tal occasione i Padovani confermarono di nuovo essa lega. Ciò fatto, dall'un canto il popolo di Padova col suo carroccio, e i Mantovani anch'essi col loro marciarono sul territorio di Verona. Tra per questo movimento ostile, e per gli efficaci uffizii dei rettori di Lombardia, finalmente s'indussero i Ghibellini veronesi a mettere in libertà il conte Ricciardo cogli altri prigioni: il che ottenuto, se ne tornarono gli eserciti alle loro città. Cotanto ancora si maneggiarono i suddetti rettori, che nel dì 16 di luglio seguì pace fra esso conte e i Montecchi suoi avversarii, nel castello di San Bonifazio: pace nulladimeno simile all'altre di questi tempi, cioè non diverse dalle tele de' ragni. Gli storici di Milano[2949] scrivono, che volendo i Milanesi far vendetta della morte del loro capitano Uberto da Ozino, inviarono l'esercito loro sotto il comando di Ardighetto Marcellino a danni del marchese di Monferrato coi rinforzi loro somministrati dalle città di Piacenza, Alessandria e Novara. Formarono un ponte sul Po, presero il naviglio del marchese, e le castella di Buzzala, Castiglione, Ostia, Ciriale e Civasso. All'assedio di quest'ultima terra, colpito da una saetta il lor capitano, terminò le sue imprese colla morte; e questo bastò perchè si ritirasse a casa l'armata milanese. La venuta dell'imperador Federigo a Ravenna, e l'aver chiamato in Italia il re Arrigo suo figliuolo coll'armata tedesca, ingelosì sì fattamente i popoli collegati di Lombardia, che, raunato un parlamento in Bologna, giudicarono maggior sicurezza della lor libertà l'opporsegli, che il fidarsi delle di lui parole. Ad istanza di Federigo, il sommo pontefice inviò dipoi per suoi legati in Lombardia Jacopo vescovo cardinale di Palestrina, e Ottone cardinale di San Nicolò in Carcere Tulliano, con incombenza di trattar di pace. Non passò quest'anno senza disturbi civili in Piacenza[2950]. Ne fu cacciato Guiffredo da Pirovano Milanese lor podestà. Fu dipoi concordato che la metà degli onori del governo si conferisse ai nobili, e l'altra al popolo; il che fece rinvigorire gli antichi odii fra loro. Abbiamo dai Continuatori di Caffaro[2951] che Federigo con sue lettere fece intendere al comune di Genova la dieta generale del regno ch'egli avea determinato di tenere per la festa d'Ognissanti in Ravenna, con ordinare che vi mandassero i lor deputati. Si trovò l'imperadore prima di novembre in quella città; ma restò differita sino al Natale la dieta per cagione che i Lombardi non permettevano di passare in Italia ai principi dello imperio. Vennero poi alcuni d'essi principi travestiti par istrade non guardate, temendo dappertutto insidie da essi Lombardi. Per attestato di Riccardo da San Germano, tenuta fu la dieta suddetta in Ravenna con gran magnificenza; e la Cronichetta di Cremona ci fa sapere che Federigo vi comparve colla corona in capo. In tal congiuntura fece egli un giorno pubblicare un editto, comandando sotto rigorose pene che niuna delle città fedeli al suo partito potesse prendere podestà dalle città collegate contra di lui. Ebbero un bel dire i Genovesi di avere eletto Pagano da Pietrasanta Milanese per loro podestà, nè poter essi recedere dal giuramento prestato: nulla valsero le loro scuse e ragioni. Tornati poscia a casa i deputati suddetti, vi fu gran dibattimento per questo nel loro consiglio; ma infine vinse il partito di chi voleva quel podestà per l'anno prossimo, e fu anche eseguito. Nè vo' lasciar di riferire ciò che ha il Sigonio[2952], il quale l'avrà preso da qualche vecchia storia. Cioè che Federigo diede un singolare spasso ai popoli in Ravenna, coll'aver condotto seco un lionfante, dei leoni, de' leopardi, de' cammelli, e degli uccelli stranieri, che, siccome cose rare in Italia, furono lo stupore di tutti. Nulla di ciò ha il Rossi nella Storia di Ravenna.
NOTE:
[2941] Raynald., in Annal. Eccles.
[2942] Cardin. de Aragon., in Vita Gregorii IX.
[2943] Raynaldus, in Annal. Eccles.
[2944] Dandul., in Chron., tom. 11 Rer. Ital.
[2945] Richardus de S. Germano, in Chron.
[2946] Rolandin., Chron., lib. 3, cap. 5.
[2947] Richardus de S. Germano, in Chron.
[2948] Roland, lib. 3, cap. 6. Paris de Cereta. Chron. Veron. Monachus Patavinus, et alii.
[2949] Gualv. Flamma, in Manipul. Flor., cap. 264. Annales Mediolanenses, tom. 16, Rer. Ital.
[2950] Chron. Placent., tom. 16 Rer. Italic.
[2951] Caffari, Annal. Genuens., lib. 6, tom. 6 Rer. Ital.
[2952] Sigon., de Regn. Ital., lib. 17.
Anno di CRISTO MCCXXXII. Indizione V.
GREGORIO IX papa 6. FEDERIGO II imperadore 13.
Nel gennaio dell'anno presente attese l'imperador Federigo in Ravenna a segreti maneggi per domare, se era possibile, le città lombarde confederate contra di lui. Suoi intimi consiglieri furono Eccelino da Romano e Salinguerra da Ferrara, capi de' Ghibellini; nè mancarono essi di attizzarlo contra di Azzo VII marchese d'Este, capo de' Guelfi, il quale non si lasciò già vedere alla corte. Poi dopo la seconda domenica di quaresima s'imbarcò esso Augusto per andare ad Aquileia[2953], e quivi abboccarsi col re suo figliuolo, giacchè questi non s'era voluto arrischiare a passar per la Valle di Trento, dove erano prese le Chiuse. O fosse di sua spontanea volontà, oppure che qualche burrasca di mare l'obbligasse a cangiar cammino, egli passò per Venezia, dove fu magnificamente accolto, e concedè varie esenzioni nel regno di Puglia e di Sicilia a quel popolo. Visitò la basilica di san Marco, e vi lasciò dei superbi regali ornati d'oro e di pietre preziose. Un suo diploma dato in Venezia nel marzo di quest'anno si legge nel Bollario Casinense. Passò dipoi ad Aquileia, dove il re Arrigo suo figliuolo venne a trovarlo con alcuni principi di Germania. E quivi celebrò la santa Pasqua. È da stupire come Ricobaldo storico ferrarese[2954], il quale asserisce d'essere stato presente nell'anno 1293 in Padova alla miracolosa guarigione di un muto nato, alla tomba di santo Antonio, e però fiorì nel secolo presente, scrivesse che nel precedente anno Federigo imprigionò esso suo figliuolo. Altrettanto s'ha dal Monaco Padovano[2955] più antico di Ricobaldo. Noi vedremo che ciò succedette solamente nell'anno 1235. Notano gli storici milanesi[2956] che i legati già spediti dal papa per trattar della pace coi Lombardi andarono per trovar Federigo in Ravenna. Egli, saputa la lor venuta, se n'andò a Venezia. Colà si portarono anch'essi, ed egli, prima che arrivassero, passò ad Aquileia. Perciò, credendosi burlati o sprezzati da lui, se ne tornarono, senza far altro, al papa. Si trasferì dipoi Federigo circa la festa dell'Ascensione per mare in Puglia, e nel cammino prese alcuni corsari che infestavano l'Adriatico. Due cattive nuove gli giunsero in quest'anno. L'una fu, che Giovanni da Baruto occupò in Soria l'importante città d'Accon, ossia d'Acri, che era d'esso imperadore. Il maresciallo Riccardo, lasciato ivi per governarla, andò contra di lui, e restò sconfitto. L'altra fu, che nel mese d'agosto il popolo di Messina, trovandosi angariato da Riccardo da Montenegro giustiziere per l'imperadore, fece nel mese suddetto una sollevazion contra di lui; e l'esempio di questa città servì per far tumultuare anche Siracusa, Catania, Nicosia ed altre terre di Sicilia. Era duro sopra i popoli il governo di Federigo; la voleva d'ordinario contro le loro borse, e per poco si veniva al confisco. Di belle leggi andava egli pubblicando; ma le sue gabelle, dazii, contribuzioni ed angherie faceano gridar tutti. In quest'anno ancora i Romani, più che mai accaniti contro la città di Viterbo, uscirono in campagna, e, dopo aver dato il guasto al paese, se ne tornarono a casa. Ma venne fatto anche ai Viterbesi di prendere per tradimento un castello appellato Vetorchiano, che era de' Romani; ed avuto che l'ebbero, non tardarono a smantellarlo tutto. N'ebbero gran rabbia i Romani; e siccome attribuivano al pontefice Gregorio la colpa di tutto, come quegli che non voleva lasciar distruggere Viterbo; così, mentre egli soggiornava in Rieti, mossero l'armi loro per fargli dispetto, e giunsero sino a Montefortino, con disegno di assalire la Campania romana ubbidiente ad esso papa. Per fermar questo loro attentato, papa Gregorio spedì loro tre cardinali suoi deputati, che conchiusero un accordo con esso popolo romano; e convenne sborsare una buona somma di danaro, acciocchè se ne ritornasse a casa quell'armata sì poco rispettosa al suo legittimo signore. Trattò in quest'anno il papa di pace fra l'imperadore e le città collegate di Lombardia: al qual fine queste ultime inviarono i loro agenti ad esso papa, mentre dimorava in Anagni; ma nulla si dovette conchiudere, per le diffidenze che passavano fra le parti.
Abbiamo da Parisio da Cereta, autore della Cronica antica di Verona[2957], che nel dì 14 d'aprile Eccelino da Romano, soggiornando in Verona, fece prigione Guido da Rho podestà di quella città, e i suoi giudici con tutta la famiglia. Dopo di che mandò a prendere da Ostiglia un uffiziale dell'imperador Federigo, che non mancò di portarsi a quella città. Da lì a pochi giorni comparvero ancora colà il conte del Tirolo e due altri conti con cento cinquanta uomini a cavallo e cento balestrieri, che presero il possesso di Verona a nome dell'imperadore. Ricuperarono poi il castello di Porto, e rifabbricarono quel di Rivalta. Allora i Mantovani, amicissimi della parte del conte Ricciardo da San Bonifazio, e di fazione guelfa, ripresero l'armi contra dei Veronesi, ed usciti in campagna col loro carroccio, presero il castello di Nogarola, bruciarono varie ville del distretto veronese, cioè Ponte Passero, Fragnano, Isolalta, Poverano, l'isola della Scala, ed altre non poche. I partigiani del conte abbandonarono Nogara, con darla alle fiamme. Eccelino da Romano coi Veronesi, avendoli colti nella terra di Opeano, li mise in rotta, e ne fece prigionieri non pochi. Poi circa il fine d'ottobre i Mantovani diedero il sacco alla villa di Cereta. Dall'altra parte i Padovani s'impadronirono di Bonadigo, e totalmente lo distrussero. Altrettanto fecero alla villa della Tomba. Venne anche in lor potere il castello di Rivalta. Temo io che questi fatti nella Cronica di Parisio sieno fuori di sito, perchè somigliano quei che ho narrato all'anno 1230; se non che dalle lettere dell'imperador Federigo si sa che egli si lamentava, perchè quasi sotto i suoi occhi, mentre era in Ravenna, le città lombarde aveano fatta oste contra de' suoi fedeli. Seguita a scrivere Parisio che in quest'anno Azzo VII marchese d'Este, e Ricciardo conte di San Bonifazio, portatisi in aiuto di Biachino e Guezello da Camino, nel dì 27 di luglio attaccarono battaglia col popolo di Trivigi, e il misero in rotta, con far molti prigioni, i quali furono condotti nelle carceri del marchese a Rovigo. Allora si mosse Eccelino con cento uomini d'armi e con cento balestrieri in soccorso de' Trivisani; ma null'altro succedette dipoi. Presero in quest'anno i Sanesi[2958], condotti da Gherardo Rangone da Modena lor podestà, nel dì 28 di ottobre la terra di Montepulciano, e ne disfecero tutte le mura e fortezze. Era quel popolo collegato co' Fiorentini; per la qual cosa essi Fiorentini andarono a oste sopra i Sanesi, con dare il guasto a parte del loro territorio, e prendere a forza d'armi il castello di Querciagrossa, i cui abitanti furono condotti nelle carceri di Firenze. Avendo i Lucchesi[2959] assediata Barga insieme coi Fiorentini, ebbero una spelazzata dai Pisani, Bargheggiani e Cattanei della Garfagnana. Avvertito l'imperador Federigo che i Genovesi[2960], non ostante il divieto lor fatto, aveano preso per lor podestà Pagano da Pietrasanta Milanese, diede ordine che dovunque si trovassero persone e robe di Genovesi, fossero prese: il che fu eseguito. Gran tumulto nacque per ciò in Genova. Chi teneva per l'imperadore, e chi voleva che si entrasse nella lega di Lombardia contra di lui. Ma Federigo, meglio pensando che non gli tornava il conto a disgustare un popolo sì allora potente in mare, dopo qualche tempo ordinò che tutto fosse loro restituito. Grave danno in quest'anno recarono anche in Lombardia le locuste, che divoravano tutte l'erbe delle campagne: flagello continuato anche ne' due seguenti anni. Dalla Cronichetta di Cremona[2961] abbiamo che nel popolo di quella città si rinvigorì la divisione, e fu guerra civile fra loro. Andarono essi Cremonesi in servigio de' Bolognesi: a qual fine, non so. Fecero anche oste contra de' Mantovani, bruciarono parecchi luoghi di quel contado, e presero e distrussero il ponte che i Mantovani tenevano sul Po. In Milano[2962] si crearono sette capitani, cadaun de' quali comandava a mille soldati a cavallo, e giurarono tutti di sostenere la lor libertà contra dell'imperadore, e piuttosto di morire in campo che di fuggire. Mandò in quest'anno il sultano d'Egitto a donare a Federigo Augusto un padiglione di mirabil lavoro[2963], il cui valore si fece ascendere a più di venti mila marche d'argento. Vi si vedeva con ammirabil artificio il corso del sole e della luna, co' suoi determinati spazii, indicanti con sicurezza l'ore del giorno e della notte. Fu esso risposto in Venosa nel tesoro regale. E Federigo poscia nel dì 22 luglio ad un solenne convito invitò gli ambasciatori d'esso sultano e del Vecchio della Montagna, principe de' popoli detti Assassini. Teneva Federigo buona corrispondenza con costui; e voce comune correva che uno de' sudditi d'esso Vecchio, per ordine del medesimo imperadore, avesse nell'anno precedente tolto di vita Lodovico duca di Baviera, caduto in disgrazia d'esso Augusto.
NOTE:
[2953] Godefridus Monachus, in Chron. Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.
[2954] Richobald., in Pomar., tom. 9 Rer. Ital.
[2955] Monachus Patavinus, in Chron.
[2956] Annales Mediol. Gualvanus Flamma, in Manip. Flor. Richardus de S. Germano, in Chron.
[2957] Chron. Veronense, tom. 8 Rer. Ital.
[2958] Chronic. Senense. Ricordano Malaspina, cap. 114 Giovanni Villani.
[2959] Ptolom. Lucensis, in Annal. brev.
[2960] Caffari, Annal. Genuens., lib. 6.
[2961] Chronic. Cremonense, tom. 9 Rer. Italic.
[2962] Annales Mediolanens., tom. 16 Rer. Ital.
[2963] Godefridus Monachus, in Chron.
Anno di CRISTO MCCXXXIII. Indizione VI.
GREGORIO IX papa 7. FEDERIGO II imperadore 14.
Era sconvolta per interne sedizioni la città di Roma in questi tempi, e molti occupavano le terre della Chiesa romana[2964]. Implorò papa Gregorio IX soccorso da Federigo II; ma egli, adducendo la non falsa scusa di dover accorrere in Sicilia, dove gli si erano ribellate alcune città, nulla accudì al bisogni del pontefice. Passò a questo fine in Calabria[2965], dove ammassò un buon esercito, ed intanto ordinò che si fortificassero il più possibile le fortezze di Trani, Bari, Napoli e Brindisi. Volle Dio che nel mese di marzo i Romani, scorgendo essere riposta la lor quiete e il maggiore lor bene nell'avere in Roma il sommo pontefice, s'indussero a spedire il senatore con alcuni nobili ad Anagni, dove facea allora la corte pontificia la sua residenza, per pregare il santo padre di voler tornarsene a Roma. Non mancarono cardinali che il dissuasero e contrariarono a sì fatta risoluzione; ma egli intrepido volle venire, e fu accolto con dimostrazioni di molto giubilo dal popolo romano. Allora fu ch'egli si accinse a calmar gli odii dei Romani e Viterbesi: al qual fine spedì a Viterbo Tommaso cardinale per trattare di un'amichevol concordia. E questa infatti fu da lì a qualche tempo stabilita. Intanto Federigo Augusto, passalo in Sicilia con un vigoroso esercito, ridusse a' suoi voleri Messina, dove alcuni degli autori della sollevazione pagarono il fio del loro misfatto sulla forca, ed altri furono bruciati vivi. Catania, senza far opposizione, tornò alla di lui ubbidienza. Fu assediato il castello di Centoripi, e tuttochè, per la sua forte situazione in un dirupato monte e per la bravura dei difensori, facesse lunga difesa, pure infine fu obbligato alla resa. Da tal resistenza irritato Federigo, lo fece atterrare da' fondamenti, e gli abitanti, passali in un altro sito, fondarono a poco a poco una nuova città, a cui, per ordine dell'imperadore, fu posto il nome d'Augusta. In Puglia finalmente il castello di Introduco, dopo un penoso e lungo assedio, si arrese alle sue armi. Bertoldo e Rinaldo appellato duca di Spoleti, che vi si erano bravamente fin qui difesi, assicurali, uscirono fuori del regno. In questo anno ancora tornò alle mani d'esso imperadore la città di Gaeta, con restar privata delle vecchie sue esenzioni e del diritto di eleggere i suoi consoli, avendovi Federigo messi i suoi uffiziali, e costituita una dogana. Aveva egli promesso di ben trattare quel popolo, ma era principe che mai non perdonava daddovero, e guai a chi avea fallato. Per questo i Lombardi non s'indussero giammai a fidarsi di lui: gastigo ben dovuto a quei principi che non san perdonare, nè mantener la parola.
Per la presa e distruzione di Montepulciano, fatta nell'anno addietro dai Sanesi[2966], il comune di Firenze adirato forte fece in quest'anno un grande sforzo affine di vendicarsene. Ricordano[2967] e Giovanni Villani[2968] ciò riferiscono all'anno seguente; ma Riccardo da San Germano[2969], la Cronica sanese e il Rinaldi[2970] ne parlano all'anno presente. Ora i Fiorentini misero l'assedio a Siena, e in vergogna de' Sanesi con un mangano gittarono entro la città un asino con altra carogna. Tornali poscia a Firenze, nel dì 4 del mese di luglio rifecero oste contra de' medesimi Sanesi; presero e disfecero Asciano, e quarantatrè altre castella e ville di quel territorio, con gravissimo danno d'essi Sanesi. Cagione fu ciò che, compassionando con paterno affetto papa Gregorio lo stato infelice di Siena, s'interpose per la pace, e a questo fine spedì a Firenze fra Giovanni da Vicenza dell'ordine de' Predicatori, uomo eloquentissimo, ed insigne missionario di questi tempi. Dimorava egli allora in Bologna, dove seguitato da innumerabil copia di contadini e cittadini, colle fervorose sue prediche fece infinite paci fra loro, moderò il lusso delle donne, con altri mirabili effetti della parola di Dio. Andò questo buon servo di Dio a Firenze; ma, per quanto facesse e dicesse, non potè smuovere quel comune dall'ostinato suo proposito contra de' Sanesi. Per questo il papa sottopose Firenze all'interdetto, e fece scomunicar i rettori di quella città. Bolliva intanto, anzi ogni dì più andava crescendo la discordia fra le città della marca di Verona. Se non v'ha difetto nella Cronica veronese di Parisio da Cereta[2971], ancora in quest'anno i Mantovani col loro carroccio, e coll'aiuto dei Milanesi, Bolognesi, Faentini e Bresciani, cavalcarono contra de' Veronesi, e bruciarono e guastarono molte lor ville, fra le altre Villafranca, Cona, Gussolengo, Seccacampagna, Piovezano, Palazzuolo ed Isolalta; il che fatto, si ridussero a casa. Ora colà ancora per ordine del sommo pontefice, e per motivo eziandio di spontanea carità, si portò il suddetto buon servo di Dio fra Giovanni da Vicenza. Tale era il concetto della sua virtù e mirabil facondia, che il popolo di Padova[2972] gli andò incontro, nel venire che egli faceva da Monselice, e, messolo sul carroccio, con gran divozione e giubilo l'introdusse in città. Predicò egli quivi e per le ville con indicibil concorso di gente; poscia se ne andò a Trivigi, Feltre e Belluno, e quindi a Vicenza e Verona, dove Eccelino da Romano coi Montecchi giurò di stare a quello che avesse ordinato il papa. Trasferissi inoltre a Mantova, e Brescia, predicando da per tutto la pace, facendo rimettere in libertà i prigioni, e correggendo a modo suo gli statuti delle città. Il che fatto, intimò un giorno, in cui si dovessero adunar tutte quelle città in un luogo determinato per far la pace generale. Scelse egli una campagna presso all'Adige, quattro miglia di sotto da Verona, e il giorno della festa di santo Agostino, cioè il dì 28 di agosto. Fu uno spettacolo mirabile il vedere in quella giornata comparire al sito prefisso i popoli di Verona, Mantova, Brescia, Vicenza, Padova e Trivigi coi lor carrocci. Vi comparvero ancora il patriarca di Aquileia, il marchese di Este, Eccelino e Alberico da Romano, i signori da Camino, e una gran moltitudine d'altre città, cioè di Feltre, Belluno, Bologna, Ferrara, Modena, Reggio e Parma, coi loro vescovi, tutti senz'armi, e la maggior parte a piedi nudi in segno di penitenza. Da tanti secoli non s'era veduta in un sol luogo d'Italia unione di tanta gente. Secondo lo scandaglio di Parisio, vi furono più di quattro cento mila persone. Frate Giovanni da un palco alto quasi sessanta braccia predicò a questa smisurata udienza, udito da tutti, e con esortar tutti a darsi il bacio di pace, e comandandolo anche a nome di Dio e del romano pontefice. Il che fu prontamente eseguito; ed egli appresso pubblicò la scomunica contra chiunque guastasse sì bell'opra; anzi, per maggiormente assodarla, propose il matrimonio del principe Rinaldo, figliuolo di Azzo VII marchese d'Este, capo de' Guelfi, e Adelaide figliuola di Alberico fratello di Eccelino da Romano, capo de' Ghibellini: il che fu approvato e lodato da tutti. Lo strumento di questa pace l'ho io pubblicato nelle mie Antichità Italiane.
Ma quanto durò questa concordia? Non più che cinque o sei giorni. Quel che è più, andò anche per terra il concetto della di lui santità, ch'era ben grande. Gherardo Maurisio scrive di aver co' suoi proprii orecchi inteso predicare i frati minori nella cattedral di Vicenza, che fra Giovanni avea risuscitato dieci morti. Non mancava gente che portava odio a questo sacro banditor della parola di Dio e della pace, perchè era inesorabile contro gli eretici. Nel mese di luglio n'avea fatto bruciar vivi in tre giorni settanta nella piazza di Verona tra maschi e femmine de' migliori cittadini di quella città. Altri poi cominciavano a malignare sopra le di lui intenzioni, pretendendo che tutte le sue mire fossero per abbassar la parte ghibellina, e che questo fosse un segreto concerto della corte di Roma contra di Federigo II imperadore. Ma quello che diede il crollo all'autorità e stima di fra Giovanni, fu ch'egli, ito a Vicenza sua patria, si fece dare dal popolo un'assoluta padronanza della città, tutta ad arbitrio suo: con che vi mise quegli uffiziali che a lui piacquero, e corresse o mutò gli statuti della città, e ne formò de' nuovi. Ito a Verona, anche ivi si fece eleggere signore della città; volle ostaggi per sicurezza di sua persona; volle in sua mano il castello di San Bonifazio, Ilasio, Ostiglia e le fortezze della città. I Padovani, che facevano prima da padroni in Vicenza, corsero colà, e vi accrebbero la lor guarnigione. Tornato frate Giovanni colà, e trovata questa novità, volle far valere la sua autorità contra chi se gli opponeva; ma in furia ritornarono a Vicenza i Padovani, e, dato di piglio all'armi contra di lui e della sua fazione, infine presero lui con tutta la sua famiglia, e il cacciarono in prigione nel dì 3 di settembre. Rilasciato da lì a pochi giorni, se ne tornò a Verona, nè trovò più ubbidienza, di modo che mise in libertà fra poco tempo gli ostaggi, restituì al conte Ricciardo il castello di San Bonifazio, e infine se ne tornò a Bologna, convinto dell'instabilità delle cose umane, e pentito di avere oltrepassato i termini del sacro suo ministero. Così ripullulò la discordia come prima fra quei popoli; anzi parve che si scatenassero le furie per lacerar da lì innanzi tutta la Lombardia. Il credito de' frati predicatori e minori era incredibile in questi tempi per tutte le città. In alcune aveano anche parte ne' governi. Però nell'anno presente desiderando i frati minori di metter fine alle dissensioni vertenti fra i nobili e popolari di Piacenza[2973], così efficacemente si maneggiarono, che le parti fecero compromesso di tutte le lor differenze in fra Leone dell'ordine loro. Questi diede da lì a poco il laudo, assegnando la metà degli onori della repubblica agli uni, e l'altra metà agli altri, e col bacio della pace ordinò che si confermasse la sentenza sua. Anche in Modena[2974], per le prediche del buon servo di Dio fra Gherardo dell'ordine de' Minori, si fecero moltissime paci fra il popolo della città. Ma febbri sì maligne non si sradicavano punto con questi innocenti rimedii. Pochissimo durò la calma in Piacenza, ed alteratisi di nuovo gli animi, la nobiltà si ritirò alle sue castella; con che si riaccese la guerra. Predicando nell'ottobre di quest'anno frate Orlando da Cremona dell'ordine de' Predicatori nella piazza d'essa città di Piacenza, ecco una truppa di eretici dar di piglio a sassi e spade, con ferire mortalmente esso predicatore e un monaco di San Savino. Furono presi costoro ed inviati a Roma. Anche in Milano[2975] quel podestà Oldrado da Lodi cominciò a far bruciare gli eretici. Ne resta tuttavia la memoria in marmo nella piazza del Broletto, ossia de' Mercatanti, leggendosi sotto l'effigie sua fra l'altre parole ancor queste:
CATHAROS, VT DEBVIT, VXIT.
Andò anche a Parma[2976] il suddetto fra Gherardo da Modena, uomo di santa vita, ed assaissima gente indusse alla pace, con emendare eziandio gli statuti della città, e far assolvere tutti gli sbanditi. Colà inoltre comparve fra Corneto dell'ordine de' Predicatori, che colla sua pia eloquenza si tirava dietro tutto il popolo; e tanto i nobili che i plebei, uomini e donne per divozione portavano terra affin di empiere una borra, ossia luogo basso, dove si fermavano l'acque, presso alla chiesa de' Predicatori. Tutto ciò serva a far conoscere i costumi di questi tempi. Il Guichenon[2977] mette la morte di Tommaso conte di Savoia, principe di gran senno e valore, nel dì 20 di gennaio di quest'anno. Io truovo nella Cronica di Alberico Monaco[2978] ch'egli mancò di vita nell'anno precedente, benchè egli ne torni a parlare all'anno 1234. Succedette a lui Amedeo IV suo primogenito. Ho io inoltre creduto che esso Guichenon prendesse abbaglio nel favellare della prima moglie di Azzo VII marchese di Este, la quale senza dubbio figliuola fu di esso conte Tommaso, e madre della beata Beatrice I d'Este[2979]. Ebbe questo principe quindici figliuoli, nove maschi e sei femmine. L'una d'esse fu contessa di Provenza, e madre di Leonora regina d'Inghilterra. Tra i figliuoli Amedeo fu vescovo di Morienna; Guglielmo eletto vescovo di Valenza; Bonifazio eletto vescovo di Bellai, e poscia arcivescovo di Cantorberì; e Filippo eletto arcivescovo di Lione. Tommaso colle nozze di Giovanna contessa di Fiandra acquistò quel principato, ma ne restò dipoi spogliato. I principi carichi di molti figliuoli aveano allora gran cura d'incamminarli per la via ecclesiastica, acciocchè venissero provveduti di nobili e lucrose dignità in questa milizia.
NOTE:
[2964] Raynald., in Annal. Eccles.
[2965] Richardus de S. German., in Chron.
[2966] Chron. Senense, tom. 15 Rer. Ital.
[2967] Ricordanus Malaspina, in Chron.
[2968] Giovanni Villani.
[2969] Richardus de S. Germano.
[2970] Raynaldus, Annal. Ecclesiast.
[2971] Paris de Cereta, Chron. Veron., tom. 8 Rer. Ital.
[2972] Roland., lib. 3, cap. 7. Gherardus Maurisius, Hist. Anton., Chron. Veronense.
[2973] Chron. Placent., tom. 16 Rer. Italic.
[2974] Annales Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Italic.
[2975] Gualvanus Flamma, in Manip. Flor. Corio, Istoria di Milano.
[2976] Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.
[2977] Guichenon, Hist. de la Maison de Savoye, tom. 1.
[2978] Albericus Monachus Trium Fontium, in Chron.
[2979] Antichità Estensi, P. I, cap. 40.
Anno di CRISTO MCCXXXIV. Indizione VII.
GREGORIO IX papa 8. FEDERIGO II imperadore 15.
Non poche vessazioni ebbe in questo anno papa Gregorio dal senato e popolo romano[2980]. Tutto dì andavano questi cercando d'ampliare la loro autorità in pregiudizio di quella del sommo pontefice, con occupare i di lui diritti temporali, e stendere la mano anche agli spirituali, imponendo aggravii agli ecclesiastici, e traendoli al loro foro. Fu astretto di nuovo il pontefice a ritirarsi da Roma a Rieti[2981]; perlocchè, maggiormente saliti in orgoglio i Romani, spedirono nella parte della Toscana suddita del papa e nella Sabina alcuni nobili per farsi giurare fedeltà da que' popoli, ed esigerne i tributi. Tutti questi sconcerti ebbero verisimilmente origine dall'implacabil loro odio contra di Viterbo, che passò contra dello stesso papa, perchè il vedevano contrario ai lor disegni di soggiogare quella città. Diedesi pertanto il pontefice a procacciar que' mezzi che convenivano per reprimere gl'irriverenti e ribelli Romani. Scrisse lettere per tutta la cristianità a principi e vescovi per ottener soccorso di gente e di danaro, e cominciò a raunar quante milizie egli poteva. Informato di questi movimenti Federigo imperadore[2982], venne in Puglia, e all'improvviso nel mese di maggio comparve a Rieti a visitar papa Gregorio, e ad offerirsi pronto al servigio e alla difesa sua; e gli presentò anche il suo secondogenito Corrado, che seco avea condotto. Gradì il pontefice l'esibizione, e concertò con lui le operazioni da farsi. L'autore della Vita d'esso papa tratta da finzioni tutti questi passi di Federigo. Io non entro a giudicar del cuore dei principi, tuttochè assai persuaso che doppio fosse quel di Federigo. Solamente so ch'egli col cardinal Rinieri passò a Viterbo per animar quel popolo; e che poscia, per consiglio del medesimo cardinale, intraprese l'assedio di Respampano, castello ben guernito di gente e di viveri dai Romani, che fece una gagliarda difesa. Vi stette sotto per lo spazio di due mesi; e, veggendo che non v'era apparenza di poterlo nè espugnare nè condur colle buone alla resa, nel settembre se ne tornò in Puglia. Tutto ciò fu attribuito a tradimento e ad intelligenza coi Romani, i quali, udita ch'ebbero la ritirata di Federigo, andarono a rinforzar di viveri quella terra. Intanto papa Gregorio, che era passato a Perugia, avea scritte lettere alle città della lega di Lombardia, affinchè non si formalizzassero, nè s'ingelosissero della sua amicizia con Federigo, perchè così portava il bisogno de' proprii affari senza pregiudizio dei loro. Anzi le esortò a non impedir la calata di truppe tedesche, le quali doveano venire in aiuto suo, consigliando ancora d'inviar deputati per trattar di concordia coll'imperadore. Avvenne dipoi che i Romani, portati dal loro mal talento, uscirono per andare, secondo il lor costume, a dare il guasto al territorio di Viterbo. Erano restati al servigio del papa molti Tedeschi dati dall'imperadore, amatori dell'ecclesiastica libertà, e ben disposti alla difesa di quella città. Godifredo Monaco[2983] scrive che l'imperadore milites in civitate Viterbio collocavit; cosa che non fu osservata dal Rinaldi. Lo stesso vien confermato da Matteo Paris[2984], il qual poi magnifica di troppo la seguente battaglia e vittoria. Costoro, gente brava, avendo incoraggito il popolo di Viterbo, arditamente uscirono contra de' baldanzosi Romani, e diedero loro una buona lezione con isconfiggerli, ucciderne e farne molti prigioni. Nè qui si fermò il corso della vittoria. Passarono anche nella Sabina, e ridussero di nuovo quelle terre all'ubbidienza del sommo pontefice. E pure niun merito di ciò ebbe Federigo, e si continuò a gridare contra di lui. Mentre dimorava in Rieti esso papa Gregorio[2985], canonizzò san Domenico, istitutore dell'ordine de' Predicatori, nel dì 3 di luglio del presente anno. Stando poscia in Perugia, con lettere circolari infiammò i principi e le città della cristianità al soccorso di Terra santa, dove andava sempre più peggiorando lo stato dei cristiani per le discordie di loro stessi. Ne aveva dianzi trattato ancora coll'imperador Federigo, il quale mostrò prontezza a quell'impresa.
Ma insorsero poi nuovi nuvoli che annientarono tutte le buone disposizioni[2986]; imperocchè incominciò ad aversi in Italia sentore che il re Arrigo, figliuolo dell'Augusto Federigo II, dimorante in Germania, macchinava ribellione contra del padre. Godifredo Monaco chiaramente lasciò scritto sotto quest'anno che[2987] rex Heinricus Lombardiae conventum quorumdam principium habuit, ubi a quibusdam nefariis consilium accepit, ut se opponeret imperatori patri suo: quod et fecit: Nam ex tunc coepit solicitare quoscumque potuit minis, prece, et pretio, ut sibi assisterent contra patrem, et multos invenit. Fra quelli che entrarono in questa congiura, non si può mettere in dubbio che non vi fossero i Milanesi colle città confederate contra di esso Federigo, siccome tentati da esso re Arrigo; se pure da essi Milanesi non venne la prima scintilla di questo fuoco. Certo dovettero contribuire ad avviluppare l'incauto giovane colle lor promesse di farlo re d'Italia; laonde egli tirò innanzi la tela, che andò poi a strascinarlo nell'ultimo precipizio. Dagli Annali di Milano[2988], il cui autore mostrò di averne veduto il documento, abbiamo che in quest'anno Manfredi conte di Corte Nuova, podestà di Milano, con due giudici, a nome del comune, juraverunt fidelitatem Henrico regi Romanorum filio Friderici Roglerii imperatoris. Et tunc facta est liga fortis inter ipsum Henricum et Mediolanenses, ad petitionem papae contra imperatorem patrem suum. Et promiserunt ei dare Mediolanenses coronam ferream in Mediolano, quam patri suo dare numquam voluerunt. Anche Galvano Fiamma[2989], facendo menzione di questo fatto all'anno 1231, cioè fuor di sito, scrive che Henricus rex Alamanniae cum Mediolanensibus composuit ad petitionem domini papae. L'autore anonimo della Vita di papa Gregorio IX con tante esagerazioni della perfidia di Federigo contra del pontefice porgerebbe anch'egli motivo di sospettare che esso Gregorio avesse tenuta mano a questo trattato. Ma l'indegnità del fatto e la saviezza dello stesso pontefice abbastanza ci possono persuadere la falsità di tal diceria. Oltre di che, se menomo indizio di ciò avesse trovato l'imperadore, che doglianze, che schiamazzi non avrebbe fatto? egli che sì spesso prorompeva in querele contra dei papi. In fine, siccome diremo, il medesimo papa aiutò Federigo a smorzar questo incendio. Il Monaco Padovano[2990] anche egli, con errore di cronologia, raccontando all'anno 1231 che i Milanesi fecero lega col suddetto re Arrigo contra di suo padre, soggiugne (e questo è più da credere) che lo sconsigliato giovane tramò contra del padre, ideo quia videbatur, quod imperator plus eo puerum Conradum diligeret et foveret. Abbiamo dai suddetti storici milanesi[2991], che avendo l'imperadore inviati in quest'anno a Cremona un lionfante, ed alcuni cammelli e dromedarii in segno del suo amore, saputosi ciò dai Milanesi, Piacentini e Bresciani, uscirono coll'esercito e coi lor carrocci in campagna fino a Zenevolta. Ivi attaccata battaglia coi Cremonesi, li fecero dare alle gambe. Secondo gli Annali di Modena[2992], questo fatto d'armi fu grande, perchè in aiuto de' Cremonesi si trovarono i Parmigiani, Reggiani, Pavesi e Modenesi. La Cronica di Parma[2993] ci assicura che si combattè con gran vigore, ma senza vittoria d'alcuna delle parti; e che nello stesso dì dopo il vespro si fece una tregua fra loro. Presero anche i Milanesi nel mese di luglio i condottieri mandati dall'imperadore con quelle bestie; ma le bestie scamparono, e felicemente giunsero a Cremona. Fecesi anche in Milano una scelta de' più bravi giovani, con appellar quella la Compagnia de' forti, ossia de' gaiardi, che s'impegnò alla difesa del carroccio. Capo ne fu Arrigo da Monza, soprannominato Mettefuogo, uomo di forza smisurata ed eccellente in armi, il quale dicono che fu podestà in varie città, e senatore di Roma.
Eransi collegati i popolari di Piacenza[2994] coi popolari cremonesi contra de' loro nobili fuorusciti. Nel dì dell'Epifania il marchese Pelavicino con cento cavalieri di Cremona e molti balestrieri, unito col popolo piacentino, sconfisse i nobili suddetti, che, congiunti con quei di borgo di Val di Taro, di Castello Arquato e di Fiorenzuola, vennero a battaglia nel luogo di Gravago. Restarono prigionieri quarantacinque uomini d'armi e circa ottanta fanti. Poscia nel mese di giugno il popolo piacentino, assistito dal cremonese, si portò all'assedio del castello di Rivalgario, ma senza potervi mettere il piede. Nell'ottobre seguente si amicarono di nuovo i nobili piacentini coi popolari, e ritornarono in città a goder la metà degli onori del pubblico. La Cronica Veronese di Parisio[2995] nota che nel dì 24 di maggio i Bresciani e Mantovani coi lor carrocci vennero contra de' Veronesi, e diedero alle fiamme Lebeto, Ronco, Opeano, Bovo, la villa della Palude, l'isola Porcaria, Bodolono e la maggior parte di Cereta. Nel dì primo di giugno se ne tornarono trionfalmente per sì belle imprese a casa. Eccelino in quel mese, uscito coll'esercito di Verona, s'impadronì del castello d'Albaredo, e volendo andare a Cologna, trovato per istrada Azzo VII marchese d'Este, che gli veniva incontro coi suoi bene in armi, giudicò meglio di tornarsene a Verona. Tornato poscia in campagna, riprese alcune castella; ma altre ne tolse ai Veronesi Ricciardo conte di San Bonifacio unito co' Mantovani. Secondo gli Annali di Modena[2996], in quest'anno i capitani, ossia Cattanei del Frignano, lasciatisi guadagnare dal danaro, e ribellatisi al comune di Modena, si diedero a quel di Bologna[2997]. Ed ancorchè tregua ci fosse fra queste due città, stabilita per ordine del papa, che dovea durare qualche anno ancora, i Bolognesi iniquamente la ruppero, e venuti coll'esercito e col carroccio a San Cesario del Modenese, diedero quella terra alle fiamme. Ceuta, posseduta da' Mori, fu nell'anno presente assediata dai crocesignati spagnuoli; e perciocchè i genovesi mercatanti[2998] tenevano in quella città molto avere, si vide questa deformità, che, armate dieci delle maggiori e migliori lor navi, furono in soccorso degl'infedeli. Il verno di questo anno fu de' più orridi e rigidi che mai si provassero. Alcune croniche ne parlano all'anno precedente; l'altre, alle quali io m'attengo col Sigonio, al presente. Da Cremona sino a Venezia gelò sì forte il Po, che vi camminavano sopra con sicurezza gli uomini e le carra. Pel freddo morirono varie persone; si seccarono le viti, gli ulivi e le noci; venne appresso la mortalità de' buoi e d'altri utili animali, con varii altri malanni. In vece d'imparare da tanti flagelli, divennero più fieri nelle lor discordie i popoli, e più ostinati nelle loro iniquità. Ottone da Mandello Milanese, persona di gran credito in tutta Lombardia per la sua prudenza e sperienza nell'armi, fu podestà di Padova[2999]. E perciocchè i Trivisani con Alberico da Romano infestavano forte i signori di Camino, cittadini e collegati di Padova, dopo avere il suddetto podestà adoperate in vano preghiere e minaccie colla spedizione d'ambasciatori, uscì con tutte le forze dei Padovani contra d'essi. Diede il guasto alle campagne di Trivigi e delle terre dei fratelli da Romano, con arrivar sino a Bassano, a Mussolneto, a San Zenone, a Romano, e con impadronirsi della terra di Mestre, ma non già del castello. Si quietò così fiero temporale per l'interposizione degli ambasciatori di Venezia e di varie persone religiose, di maniera che tutti se ne tornarono alle lor case, lasciando piagnere chi avea patito danno.
NOTE:
[2980] Cardin. de Aragon., in Vita Gregorii IX, P. I, tom. 3 Rer. Ital.
[2981] Raynald., Annal. Eccl.
[2982] Richardus de S. Germano, in Chron.
[2983] Godefridus Monachus, in Chron.
[2984] Matth. Paris, Hist. Anglic.
[2985] Raynald., Annal. Eccles. Chron. Bononiens.
[2986] Richardus de S. Germano, in Chron.
[2987] Godefridus Monachus, in Chron.
[2988] Annal. Mediol., tom. 16 Rer. Ital.
[2989] Gualvan. Flam., in Manip. Flor., cap. 264.
[2990] Monachus Patavinus, in Chron.
[2991] Annal. Mediol., tom. 16 Rer. Ital.
[2992] Annales Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Italic.
[2993] Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.
[2994] Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.
[2995] Paris, Chron. Veronens., tom. 8 Rer. Ital.
[2996] Annales Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Italic.
[2997] Chron. Bononiense, tom. 18 Rer. Ital.
[2998] Caffari, Annal. Genuens., lib. 6, tom 6 Rer. Italic.
[2999] Roland., lib. 3, cap. 8.
Anno di CRISTO MCCXXXV. Indiz. VIII.
GREGORIO IX papa 9. FEDERIGO II imperadore 16.
Per provvedere alla ribellione del re Arrigo suo figliuolo, imprese l'imperador Federigo in quest'anno il viaggio di Germania insieme col suo secondogenito Corrado[3000]. Dopo Pasqua si mosse di Puglia coll'accompagnamento di tre arcivescovi e d'altri nobili, ch'egli poi, giunto a Fano, licenziò e lasciò ritornare alle lor contrade. Seco portava lettere del sommo pontefice[3001], esortatrici della fedeltà a lui dovuta, indirizzate ai vescovi e principi della Germania. A riserva delle sue guardie, niuna soldatesca condusse egli seco, ben sapendo che a chi ha danaro non manca gente, e che l'oro è il più potente strumento per superar tutte le difficoltà. A questo fine egli andò ben provveduto di tesoro nei suoi bauli. Nel mese di maggio, imbarcatosi a Rimini, passò ad Aquileia, e di là continuò il cammino sino in Germania, dove senza opposizione alcuna arrivò, e fu accolto con tutto onore dai principi e popoli. Allora il giovane re Arrigo, al vedere che niuno alzava un dito in suo favore, prese la risoluzione di andar a gittarsi ai piedi del padre, e chiedergli misericordia. Tritemio, autore assai lontano da quei tempi, scrive[3002] che si presentò a lui nel dì 2 di luglio in Vormazia, e che Federigo, al mirarlo, ardente di sdegno, comandò tosto che fosse cacciato in prigione; nè bastarono le preghiere di quanti erano astanti ad ammollire l'implacabil suo cuore. Per lo contrario da Godifredo Monaco di San Pantaleone, storico contemporaneo, abbiamo[3003] che Arrigo, benchè convinto della congiura suddetta, pure in gratiam patris recipitur. Sed non persolvens, quae promiserat, nec resignans castrum Drivels, quod habuit in sua potestate, jussu patris est custodiae mancipatus. Ch'egli ancora fosse rimesso in grazia del padre, lo attestano le lettere di papa Gregorio IX riferite dal Rinaldi[3004]. Alcuni poscia per questo accusarono di crudeltà Federigo; ed altri credettero ch'egli non si potesse esentare dall'assicurarsi di un figliuolo, sì feroce anche dopo un così nero delitto, e che dava indizii di voler essere un secondo Assalonne. Era vedovo l'imperador Federigo. Conchiuse in questi tempi con dispensa pontificia il matrimonio con Isabella sorella di Arrigo re d'Inghilterra. In Vormazia con gran solennità furono celebrate le nozze. Nota il suddetto Godifredo Monaco[3005] una particolarità degna di osservazione. Cioè che imperator suadet principibus, ne histrionibus dona solito more prodigaliter effundant, judicans maximam dementiam, si quis bona sua mimis vel histrionibus fatue largiatur. Ho io trattato altrove di questa ridicolosa usanza de' secoli barbari[3006]. Non si faceano nozze, o altre feste grandiose di principi tanto in Italia che in Germania, e probabilmente anche in altri paesi, che non vi concorressero le centinaia di buffoni, giocolieri, commedianti, cantambanchi ed altri simili inventori di giuochi e divertimenti della corte e del pubblico. I regali che lor si faceano non solamente dal principe autor della festa, ma dagli altri ancora che vi intervenivano, o di vesti o di danaro, o altre cose di valore, erano immensi. Gli esempli presso gli scrittori sono frequenti. E durò quest'uso od abuso anche nel secolo susseguente 1300. Federigo fece conoscere in tal congiuntura il saggio suo discernimento col non volere scialacquar donativi in gente sì fatta, siccome appunto avea praticato anche l'imperadore Arrigo II nell'anno 1043, allorchè solennizzò le sue nozze con Agnese figliuola di Guglielmo principe del Poitù. Tenne poscia Federigo[3007] una gran dieta in Magonza, dove espose i reati del figliuolo, per giustificar la propria condotta, e insieme per farlo conoscere indegno della corona. Crebbe intanto il suo odio e sdegno contra de' Milanesi e degli altri Lombardi, che sempre più andava egli scoprendo uniti e risoluti di difendere la lor libertà contra il lui mal animo. Ora il pontefice, che ben prevedeva in qual fiera guerra avesse a terminar questa discordia, nell'anno presente ancora si affaticò per estinguerla, se era possibile; e tanto più, perchè ne veniva frastornato il soccorso di Terra santa. Scrisse ai Lombardi, affinchè spedissero i lor deputati a Perugia. Scrisse a tutti i prelati che si trovavano alla corte in Germania, incaricandoli di interporre i loro uffizii per indurre Federigo a far compromesso di quelle differenze nel papa, padre comune. Ne fu contento Federigo, ma prescrisse un corto tempo al laudo, cioè fino al prossimo Natale del Signore.
Sotto il presente anno tanto Rolandino[3008] che il Monaco Padovano[3009] parlano delle nozze di Andrea II re di Ungheria con Beatrice figliuola del defunto Aldrovandino marchese d'Este; e scrivono che essa con grandioso accompagnamento di nobili della marca trivisana, e di Guidotto vescovo di Mantova, fu inviata dal marchese Azzo VII suo zio paterno in Ungheria. Ma lo strumento dotale, dato da me alla luce[3010], ce la fa conoscere già pervenuta nel maggio dell'anno precedente ad Alba Reale. Andrea già avanzato in età, secondo i conti di Alberico Monaco e d'altri, finì di vivere nell'anno presente, con lasciar gravida la moglie. Allora fu che Bela, figliuolo d'esso re di una precedente moglie, il quale di mal occhio avea veduto ammogliato di nuovo il padre, sfogò l'odio suo contro la regina matrigna, e la tenne come in prigione, pascendola del pane di dolore. Beatrice, donna di gran coraggio e d'animo virile, capitati per buona ventura alla corte di Ungheria gli ambasciatori dell'imperador Federigo, se l'intese con loro, e travestita da uomo ebbe la fortuna di salvarsi, e di tornare in Italia alla casa paterna[3011]. Partorì ella, non so se in Germania oppure in Italia, un figliuolo appellato Stefano. Questi poi in età competente prese per moglie una nipote di Pietro Traversara, potente signore in Ravenna, che gli portò l'ampia eredità di quella nobil casa, e passato poi per la morte d'essa alle seconde nozze con Tommasina de' Morosini, nobile veneta, n'ebbe un figliuolo, appellato Andrea III, il quale fu poi re d'Ungheria. Era in questi tempi anche la Romagna tutta sossopra per la guerra che l'una all'altra si facevano quelle città. Girolamo Rossi[3012] ne parla all'anno precedente. Nel presente abbiamo da esso storico e dagli Annali di Cesena[3013] che i popoli di Ravenna, Forlì, Bertinoro e Forlimpopoli ostilmente vennero a dare il guasto al distretto di Cesena. Come se costoro se ne stessero a mietere il grano nelle proprie campagne, niuna guardia faceano. Ma eccoti il popolo di Cesena che armato e ben in ordine arriva loro addosso, ne fa molta strage, e prende il fiore della nemica milizia, che fu condotto nelle carceri di Cesena. Anche i Faentini coll'aiuto di due quartieri di Bologna[3014] fecero una scorreria nel territorio di Forlì, con arrivar sino alle porte di Forlimpopoli, lasciando quivi e poscia nel Ravegnano funesti segni della lor nemicizia. Del pari i Bolognesi[3015] continuarono la guerra co' Modenesi. Aveano già corrotti con danaro i capitani del Frignano, i quali, ribellatisi a Modena, sottomisero al dominio loro ventitrè castella di quelle montagne. Con grandi forze ancora in quest'anno entrarono nelle pianure di Modena con giugnere fino al fiume Secchia, e recar que' danni che erano allora in uso, e poi se ne tornarono indietro. Siccome accennammo di sopra, pensando i Modenesi[3016] d'innondar le campagne de' Bolognesi, fecero a Savignano un taglio del fiume Scultenna, o sia Panaro, e ne rovesciarono l'acque addosso al loro distretto; ma il Cronista di Parma[3017] scrive che questa invenzione tornò piuttosto in utile d'essi Bolognesi. Nè lieve dovette essere quell'impresa, perchè, per attestato della Cronica di Reggio[3018], iverunt Parmenses et Cremonenses, Placentini et Pontremolenses in servitio Mutinae ad cavandum Scultennam super Bononiam. Assediarono anche i Modenesi il castello di Monzone, uno di quelli che loro s'era ribellato nel Frignano, e vi presero dentro sei capitani ribelli.
Per quanto scrive Galvano Fiamma[3019], i Cremonesi appresso Rivaruolo presero ducento cavalieri bresciani nel mese di maggio; ma riuscì poi ai Bresciani di farne prigionieri trecento altri de' Cremonesi. Jacopo Malvezzi[3020], probabilmente descrivendo questi avvenimenti, solamente ci fa sapere, secondo il rito degli storici parziali alla sua patria, che i Bresciani, avendo raggiunti i Cremonesi al ponte d'Alfiano, diedero loro una memorabil rotta, con uccisione d'innumerabili, e con far prigionieri ottanta cavalieri e cinquecento fanti. Tornò in quest'anno il popolo di Piacenza[3021] a cozzare coi nobili di tal maniera, che essi furono forzati ad abbandonar la città. Ad essi nobili ancora fu dai popolari tolta la terra di Fiorenzuola. Erano infievoliti forte i Sanesi[3022], nè poteano tener forte contra la potenza de' Fiorentini: il perchè dimandarono pace, e vi frappose anche i suoi autorevoli uffizii, per commissione del papa, il vescovo di Palestrina. Si conchiuse l'accordo, con restar obbligati i Sanesi[3023] a rifar le mura di Montepulciano, e furono restituiti i prigioni. Studiossi parimente il pontefice Gregorio di ridurre la concordia nella città di Verona[3024]. Per questo inviò colà Niccolò vescovo di Reggio e Tisone vescovo di Trivigi, di cui non truovo menzione presso l'Ughelli. Corrisposero amendue all'espettazione del santo Padre, coll'indurre nel dì 18 d'aprile le due fazioni contrarie, cioè la guelfa del conte Ricciardo da San Bonifazio, e la ghibellina dei Montecchi, a darsi il bacio di pace[3025], e a giurare di star ai comandamenti del papa, a nome del quale misero ivi il podestà. Non piaceva un tale stato di cose ad Eccelino da Romano, e però con lettere e messi[3026] andò sollecitando l'imperador Federigo a calare in Italia con potente esercito, promettendogli dal suo canto di gran cose. Fu eziandio creduto ch'egli in persona si portasse alla città d'Augusta ad aggiugnere sproni a chi già correva. Fu in quest'anno crudelmente ucciso nel monistero di Santo Andrea, in un dì delle Rogazioni, Guidotto da Correggio, vescovo di Mantova, dalla famiglia degli Avvocati[3027]. Levossi per questo a rumore tutto il popolo di Mantova, distrusse le lor case e torri, e gli obbligò ad uscire di città. Si ridussero costoro a Verona da Eccelino, rifugio di tutti gli scellerati.
NOTE:
[3000] Richardus de S. Germano, in Chron. Godefridus Monachus, in Chron.
[3001] Vita Gregorii IX, P. I, tom. 3 Rer. Ital.
[3002] Trithemius, Chron. Hirsaug.
[3003] Godefridus Monachus, in Chron. Alberic. Monachus, in Chron
[3004] Raynaldus, in Annal. Eccl.
[3005] Godefridus Monachus, in Chron.
[3006] Antiquit. Ital., Dissert. XXIX.
[3007] Otto Frisingensis, Chron., lib. 6, cap. 32.
[3008] Roland., lib. 3, cap. 9.
[3009] Monachus Patavinus, in Chron.
[3010] Antichità Estensi, P. I, cap. 41.
[3011] Richobaldus, in Pomario, tom. 9 Rer. Ital.
[3012] Rubeus, Hist. Ravenn., lib. 6.
[3013] Annales Caesen., tom. 14 Rer. Ital.
[3014] Matth. de Griffonibus, Memor. Histor., tom. 18 Rer. Ital.
[3015] Chron. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital.
[3016] Annales Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Ital.
[3017] Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.
[3018] Memor. Potestat. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.
[3019] Gualvaneus Flamma, in Manip. Flor., cap. 268.
[3020] Malvecius, Chron. Brixian., tom. 14 Rer. Ital.
[3021] Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.
[3022] Ricordan. Malaspina, cap. 122.
[3023] Annales Senenses, tom. 15 Rer. Ital.
[3024] Paris, Chron. Veron., tom. 8 Rer. Ital.
[3025] Gerard. Maurisius, Hist., tom. 8 Rer. Ital.
[3026] Rolandinus, lib. 3, cap. 9.
[3027] Monachus Patavinus, in Chron.
Anno di CRISTO MCCXXXVI. Indiz. IX.
GREGORIO IX papa 10. FEDERIGO II imperadore 17.
Nulla potè conchiudere papa Gregorio del progettato accomodamento delle controversie vertenti fra l'imperador Federigo e le città di Lombardia, a cagione della strettezza del tempo a lui prefisso da esso Augusto. Però si diede principio in quest'anno alle tragiche guerre e rivoluzioni che per tanto tempo dappoi afflissero questo sconvolto regno. Qual fosse allora il sistema d'Italia, conviene ora avvertirlo. Non negavano già le città confederate di riconoscere anche esse la superiorità ed autorità dell'imperadore; ma paventavano di molto un imperador tale, quale fu Federigo II. Gelosissime della lor libertà, e ricordevoli di quanto avesse operato Federigo I per abbatterla e sradicarla, non sapeano indursi a credere di poter conservarla sotto Federigo II, principe, la cui mente era grande, ma maggiore l'ambizione, e che avea ereditato i vizii dell'avolo, ma non già le virtù. Sapeano come egli scorticava i suoi sudditi di Sicilia e di Puglia; che il perdonar di cuore a chi l'avea offeso, era cosa straniera nell'animo suo; che egli prendeva le leggi del mantener la fede e parola, non mai dall'onesto, ma solamente dall'utile o dalla necessità. Però, se gli concedevano poco, temevano ch'egli vorrebbe poi tutto. Erano anche assai persuasi che sì interessato e pieno d'ambiziosi e smisurati pensieri, come era, altra mira non avesse che di ridurre l'Italia tutta sotto un obbrobrioso giogo, e di mutar la Lombardia in una nuova Puglia. Di qui venne che le città più forti, come Milano, Brescia, Mantova, Piacenza, Bologna, Padova ed altre minori determinarono piuttosto di avventurar tutto, che di sottomettersi a chi dall'essere di principe troppo facilmente passava a quel di tiranno. Non mancavano altre città che teneano per l'imperadore, come Cremona, Bergamo, Parma, Reggio, Modena ed altre. Il principal motivo di questo attaccamento era il bisogno e la speranza dell'aiuto di lui per mantenersi in libertà, dacchè le più forti città vicine tutto dì si studiavano di assorbire i lor territorii, e di assoggettarle ancora, se veniva lor fatto, al loro dominio. Che non faceano i Bolognesi contra di Modena, i Piacentini contra di Parma, i Milanesi e Bresciani contra di Cremona? Pavia umiliata dal popolo di Milano stava allora col capo chino, mostrandosi ubbidiente ed unita coi Milanesi, che le aveano date tante percosse; ma non sì tosto cessò la paura del flagello, che, cavatasi la maschera, tornò anch'essa ad abbracciare il partito di Cesare. Erano in egual pericolo, e forse in peggiore stato, gli affari del sommo pontefice. Se riusciva a Federigo di mettere il piede sul collo de' Lombardi, e di soggiogar tutta l'Italia, che scampo restava a quella sacra corte contra di un principe, il quale già avea fomentato le usurpazioni del senato e popolo romano in pregiudizio della legittima ed inveterata autorità e sovranità dei papi? Potevasi fondatamente temere, ch'egli ridurrebbe il papa a portare il piviale di bambagina, stante la disordinata sua voglia di signoreggiare; e vieppiù perch'egli era in concetto di fina politica, simulatore e dissimulator mirabile, e, quel che è peggio, di poca, se non anche di niuna, religione: del che, se è vero, sarà Iddio giudice un giorno. Allorchè papa Alessandro III tanta costanza mostrò contra di Federigo I, a lui non mancava un forte appoggio alle spalle, cioè il re di Sicilia e Puglia, della schiatta de' Normanni. Ora che Federigo II possedeva ancora quegli Stati, se cadeva a terra l'opposizion de' Lombardi, restava il romano pontefice Gregorio IX tra le forbici, ed esposto alla discrezione ossia indiscrezione d'un imperadore che avrebbe potuto tutto ciò che avesse voluto. Il perchè papa Gregorio riguardava come suo grande interesse la lega di Lombardia, ben conoscendo che essa sola potea tenere in briglia un Augusto, di cui non permettea la prudenza che alcun si fidasse. All'incontro Federigo II odiava a morte questa lega, benchè solennemente permessa ed approvata dall'avolo suo Federigo I, considerandola come ingiuriosa a' suoi sovrani diritti, e trattava da ribelli i Lombardi, declamando dappertutto, esigere il suo decoro ch'egli passasse a domarli. E perciocchè il papa, spinto dal suo zelo paterno, spediva in tutte le città, siccome abbiam veduto, i frati predicatori e minori a predicar la pace e la concordia, tutto interpretava fatto in danno suo, stante il praticarsi di far giurare i popoli di ubbidire a quanto avesse loro comandato il papa. E maggiormente si risentì egli per quello che avvenne in Piacenza nell'anno presente[3028]. Non mancava in quella città il suo partito a Federigo, sostenuto specialmente dalla nobiltà, di cui capo era Guglielmo de Andito (oggidì quella nobil famiglia è chiamata de' Landi) con Oberto Pelavicino (oggidì Pallavicino) marchese. Ma era tutta sfasciata quella città per l'antica discordia di que' popolari con essi nobili, la maggior parte de' quali fuoruscita facea guerra dalle sue castella alla città. Trattossi in quest'anno di accordar queste fazioni, e da amendue fu fatto compromesso in Jacopo da Pecorara cardinale della Chiesa romana, con esserne dipoi seguita un'amichevol unione, ed aver egli dato per podestà a tutti Rinieri Zeno nobile veneziano. Exinde Placentini, dice la Cronica, imperatori fuerunt rebelles. Et ipse potestas fecit destrui domos dicti domini Guilielmi de Andito, el bannivit eum, et dominum Obertum Pelavicinum, et certos de populo, quia tenebant cum imperatore contra Ecclesiam. Lagnossi forte di quest'operato dal legato pontificio l'imperador Federigo con papa Gregorio, quasichè anch'egli si desse è divedere congiurato coi Lombardi contra di lui. Ciò che gli rispondesse in tal proposito il papa, si può leggere negli Annali ecclesiastici del Rinaldi[3029]. La conchiusione si è, che ogni di più andavano crescendo le differenze del papa e di Federigo, ed ognun lavorava di politica. Arrivò il pontefice a comandargli[3030] che non movesse l'armi contra de' Lombardi, perchè non era per anche spirata la tregua accordata per la spedizione di Terra santa: il che fece maggiormente credere a Federigo che fra il pontefice e i Lombardi vi fossero de' forti legami contra di lui; e perciò, senza badare ad altro, determinò la sua venuta in Italia con una competente armata di Tedeschi. Lasciò ordine[3031] al re di Boemia e al duca di Baviera di far guerra a Federigo duca d'Austria, incolpato di varii delitti; ed essi il servirono bene. Aveva egli già spedito innanzi cinquecento cavalli e cento balestrieri, con ordine di aspettarlo a Verona, città che l'accorto Eccelino da Romano avea già ridotta all'ubbidienza sua con iscacciarne il conte Ricciardo da San Bonifazio e i suoi aderenti[3032]. Giunsero costoro nel dì 16 di maggio, e presero la guardia di Verona a nome dell'imperadore, il quale nel precedente gennaio aveva anche mandato in Italia il figliuolo Arrigo ne' ceppi[3033], con una buona scorta sotto il comando del marchese Lancia. Questo infelice principe condotto in Puglia, e confinato nella rocca di San Felice, e trasportato poscia a quella di Martorano, quivi nell'anno 1242, come s'ha da Riccardo da San Germano, e non già nel presente, come scrisse il Monaco Padovano[3034], terminò fra gli affanni della carcere i suoi giorni: del che mostrò Federigo pubblicamente un sommo dolore, non so se vero o finto. Intanto il conte Ricciardo suddetto, scacciato da Verona, si impossessò della forte rocca di Garda, colla morte del presidio ivi posto da Eccelino. Per lo contrario, venne alle mani d'esso Eccelino l'importante castello di Peschiera, e inoltre gli venne fatto di espugnar quello di Bagolio. Finalmente nel dì 16 d'agosto arrivò l'imperador Federigo a Verona con tre mila cavalli, accolto a braccia aperte e con tutta riverenza dal suo fedel partigiano Eccelino e dai Ghibellini Montecchi rettori della città. Andò poscia coll'esercito a Vacaldo, e vi si fermò ben quindici giorni, concertando intanto le imprese che doveano farsi[3035]. Passato poscia il Mincio, trovò i Cremonesi, Parmigiani, Reggiani e Modenesi che colle lor milizie vennero ad incontrarlo. Rinforzata che ebbe con tali aiuti la sua armata, cominciò a scaricare i primi colpi del suo furore contra il distretto di Mantova, mettendolo a ferro e a fuoco. Prese Marcheria, e dopo il sacco la distrusse; ma poi, conoscendola sito importante pel passaggio del fiume Oglio, ordinò che tosto si rifabbricasse, e la diede in guardia ai Cremonesi. S'impadronì di Ponte Vico e d'altri luoghi, siccome ancora di Mosio sul Bresciano, al qual territorio fece similmente quanto danno potè. Anche il popolo di Gonzaga di qua dal Po si diede ai ministri d'esso imperadore. Passò egli dipoi a Cremona per consolar quella città tanto a sè fedele, e vi si fermò per alquanti giorni.
Secondo gli Annali di Milano[3036], ebbe disegno di passare anche a Pavia, città che segretamente teneva per lui; ma usciti in campagna i Milanesi gl'impedirono l'inoltrarsi. Certo è che vennero sino a Montechiaro con tutte le lor forze, e furono quasi sull'orlo di affrontarsi coll'esercito nemico di Federigo, ma infine giudicarono meglio di star sulla difesa, che di azzardarsi alle offese[3037]. Che Federigo venisse anche a Parma, s'ha dagli Annali vecchi di Modena. Era per questo anno stato eletto podestà e rettore di Vicenza Azzo VII marchese d'Este, il più appassionato di tutti per la parte guelfa e per la lega di Lombardia[3038]. Mandò egli un bando che niuno osasse di nominar l'imperadore, ed avendo esso Augusto inviati a Vicenza i suoi messi con lettere, nè quelli nè queste volle ricevere. Avea il marchese, prima che calasse Federigo in Italia, tentato col conte di San Bonifazio di scacciar da Verona la parte di Eccelino; ma costui più accorto di lui, siccome già accennai, prevenne il colpo, e spinse fuori di Verona il conte coi suoi parziali. Ciò saputosi in Padova, Vicenza e Trivigi, que' popoli in armi diedero un terribil guasto alle terre e ville di Eccelino. Ora mentre l'imperadore dimorava in Cremona, minacciando i Milanesi e Piacentini, non vollero star colle mani alla cintola il marchese d'Este, i Padovani, Trivisani e Vicentini. Col maggior loro sforzo, nel dì 3 di ottobre, che Rolandino[3039] osservò essere stato giorno egiziaco, cioè di mal augurio, si portarono all'assedio di Rivalta, castello dei Veronesi, con fare nello stesso tempo delle scorrerie nel distretto di Verona, e guastare il paese[3040]. Eccelino uscì in campagna con quella gente che potè raunare, e per quindici dì si fermò nella villa della Tomba dall'altra parte dell'Adige, osservando i nemici che poco profitto faceano sotto Rivalta, valorosamente difesa da quel presidio. Tuttavia, veggendo il pericolo del castello, e crescer il guasto del Veronese, scrisse all'imperador caldamente dimandando soccorso. Allora Federigo, montato a cavallo, mosse la sua cavalleria con una marcia sì sforzata, che in un dì e in una notte arrivò da Cremona sin vicino al castello di San Bonifazio. Dato ivi un poco di rinfresco alla gente e ai cavalli, sollecitamente continuò il suo viaggio. L'avviso dell'improvvisa ed inaspettata venuta dell'imperadore mise tale spavento negli assediatori di Rivalta, che se ne ritirarono in fretta, con lasciar ivi parte delle tende e dell'equipaggio, e le macchine da guerra. Lo esercito imperiale venendo per la più corta, prima che arrivasse quel di Padova, giunse alle porte di Vicenza. Non avendo voluto rendersi i Vicentini alla chiamata dell'imperadore, con tal furore, e verisimilmente coll'aiuto di qualche traditore, la sua gente co' Veronesi venne all'assalto: entrati per le mura, ed aperta una porta, diedero immantinente un orrido sacco alla misera città, commettendo, senza perdonare a sesso o grado, tutte quelle crudeltà ed iniquità che in tali occasioni si possono facilmente immaginare. Entrarono in Vicenza gli imperiali nella notte avanti la festa dell'Ognisanti, e tutto il dì seguente si sfogò la lor rabbia, avarizia e libidine nell'infelice città, a cui in fine diedero fuoco.
Considerando poi Federigo che male era anche per li suoi interessi il perdere la popolazione di così nobil città, da lì a pochi giorni perdonò a tutti, rilasciò ad ognuno il possesso de' loro stabili, con ordinare ad Eccelino e al conte Gaboardo di Suevia, suo capitan generale, di trattar bene il popolo di Vicenza. Risoluta la sua partenza, racconta Antonio Godio[3041] che Federigo, il qual sempre seco menava una mano di strologhi, e nulla facea senza il loro consiglio, diede ad indovinare ad uno d'essi, per qual porta egli uscirebbe la seguente mane. Il furbo strologo scrisse un biglietto, e sigillatolo pregò l'imperadore di non aprirlo, se non dappoichè fosse uscito di città. La notte Federigo fece rompere un pezzo del muro della città, e per quella breccia uscì dipoi. Aperto il biglietto, vi trovò queste parole: Il re uscirà per porta nuova. Non ci volle di più, perchè Federigo da lì innanzi si tenesse ben caro questo grande indovino. Passò poi coi suoi armati esso Augusto[3042] sul Padovano, facendo grave danno dovunque passava; distrusse la terra di Carturio; ed arrivato sul Trevisano, si fermò alquanti dì al luogo di Fontanella, sperando che Trivigi se gli rendesse. Ma dentro v'era per podestà Pietro Tiepolo, nobile veneziano, personaggio molto savio, che tenne in concordia il popolo, e massimamente perchè i Padovani aveano inviati dugento cavalieri in aiuto di quella città. Perciò defraudato delle sue speranze Federigo, dopo aver licenziato Eccelino, e lasciata a lui e al conte Gaboardo la maggior parte delle sue truppe, e la custodia di Verona e Vicenza, seguitò frettolosamente il suo viaggio alla volta della Germania, o perchè dubitava che vi si tramasse qualche congiura, di cui sempre incolpava il papa, oppure unicamente per atterrare il duca d'Austria, contra di cui fumava di sdegno. Nella vigilia del santo Natale di quest'anno[3043] Ricciardo conte di San Bonifazio, che s'era ritirato a Mantova, con quel popolo segretamente ito a Marcheria, ricuperò quella terra, con uccidervi molti Cremonesi che vi erano di guarnigione, e condurre il resto prigione a Mantova. I Padovani intanto, riflettendo all'incendio che s'andava appressando alla loro città, tuttodì erano in consiglio per cercarvi riparo, ma senza nulla conchiudere[3044]. Finalmente elessero sedici dei maggiori della città, con dar loro balìa per prendere quegli spedienti che si credessero più proprii. Fecero anche venire il marchese d'Este, al quale, perchè veniva considerato per la maggiore e più nobile persona della marca trivisana, nel pieno parlamento della città diedero il gonfalone, pregandolo di voler essere lo scudo della marca in quelle pericolose contingenze. Secondo gli Annali di Milano[3045], in quest'anno i Pavesi, animati dalla venuta e dalle forze di Federigo Augusto, mettendosi sotto i piedi il giuramento di fedeltà prestato ai Milanesi, si dichiararono aderenti all'imperadore, nè solamente ricusarono di distruggere il ponte di Ticino, ma uscirono ancora in armi contra dei Milanesi, i quali ben presto li misero in fuga. Galvano Fiamma e il Corio nulla dicono di questo. Abbiamo anche da Riccardo da San Germano[3046] che nell'anno presente Pietro Frangipane in Roma, sostenendo il partito dell'imperadore contra del papa e contra del senatore, commosse ad una gran sedizione il popolo di quella città. E intanto moltiplicavano le querele del pontefice e dell'imperadore, lamentandosi l'uno dell'altro, come s'ha dagli Annali Ecclesiastici[3047]. Andarono ostilmente in quest'anno i Faentini ad infestare il territorio di Ravenna fin cinque miglia presso a quella città[3048]. Contra d'essi uscirono i Ravennati con rinforzo di gente ricevuto da Rimini, Forlì, e Bertinoro, credendosi d'ingoiare i nemici; ma ne riportarono una buona rotta, per cui restò prigioniera la maggior parte de' Forlivesi.
NOTE:
[3028] Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.
[3029] Raynald., in Annal. Eccles.
[3030] Cardin. de Aragon., in Vita Gregorii IX.
[3031] Godefrid. Monachus, in Chronico.
[3032] Annales Veronens., tom. 8 Rer. Ital.
[3033] Richardus de S. Germano, in Chron.
[3034] Monac. Patavinus, in Chron.
[3035] Memor. Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Ital. Annal. Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Ital.
[3036] Annales Mediolan., tom. 16 Rer. Ital.
[3037] Mattheus Paris, Histor. Angl.
[3038] Gerard. Maurisius, Histor. Rolandinus, lib. 3, cap. 9. Monachus Patavinus, in Chron. Godius, in Chron.
[3039] Roland., lib. 3, cap. 9.
[3040] Annales Veronens., tom. 8 Rer. Ital.
[3041] Antonius Godius, in Chron.
[3042] Roland., lib. 3, cap. 10.
[3043] Gualvan. Flam., in Manip. Flor., cap. 269. Memor. Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.
[3044] Roland., lib. 3, cap. 11.
[3045] Annales Mediol., tom. 16 Rer. Ital.
[3046] Richardus de S. Germano, in Chron.
[3047] Raynaldus, in Annal. Eccl.
[3048] Annal. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCXXXVII. Indizione X.
GREGORIO IX papa 11. FEDERIGO II imperadore 18.
Gli affanni di papa Gregorio lievi non erano in questi tempi, non tanto per li danni già inferiti alla Lombardia dall'imperador Federigo, quanto per li maggiori che si conoscevano imminenti se continuava la guerra[3049]. Più che mai dunque seguitò a trattar di concordia, facendone istanze a Federigo, e ordinando alle città collegate d'inviare a Mantova i loro plenipotenziarii, con isperanza che l'imperadore darebbe luogo a qualche convenevole aggiustamento[3050]. Spedì esso Augusto nel gennaio del presente anno alla corte pontificia il gran mastro dell'ordine teutonico, e Pietro delle Vigne, famoso suo cancelliere, e, in vece di mostrarsi inclinato ad accordo alcuno, raccomandava al papa di prestargli aiuto e favore per domare i Lombardi ribelli e ricettatori degli eretici[3051]. Trovavasi allora Federigo in gran fasto ed auge di fortuna, perchè avea quasi ridotto agli estremi Federigo duca d'Austria (principe per altro degno di perdere tutto), con avergli portate le chiavi i cittadini della nobil città di Vienna. Gloriavasi pertanto di aver guadagnato all'imperio uno Stato che fruttava ogni anno sessanta mila marche d'argento, cioè l'Austria e la Stiria: vanti nondimeno che durarono ben poco, perchè tornato che fu l'imperadore in Italia, il duca rialzò il capo, e giunse nell'anno seguente a ricuperar tutto il perduto[3052]. Nella suddetta città di Vienna fece Federigo eleggere in quest'anno re de' Romani Corrado suo secondogenito. L'atto d'essa elezione ci è stato conservato da frate Francesco Pipino dell'ordine de' Predicatori[3053], da cui apparisce che non per anche ai soli sette elettori era riserbato il diritto dell'elezione. La città di Padova[3054] in questi tempi, priva di consiglio e di coraggio, non sapeva a qual partito appigliarsi. I sedici di Balìa, creati da quel consiglio, si scoprì che teneano segrete corrispondenze con Eccelino da Romano. Accortosene il podestà, ordinò bene che andassero a' confini a Venezia; ma eglino, senza passar colà, si ribellarono al comune di Padova. Nel febbraio venne a quella città per nuovo podestà Marino Badoero, che inviò tosto dugento cavalieri a Carturio, perchè corse voce che Eccelino e il conte Gaboardo aveano mira sopra Monselice[3055]. Non fu falsa la nuova. Arrivò l'armata imperiale verso il fine di febbraio a Carturio, ed espugnato quel luogo, mise ne' ferri tutta quella guarnigione (e v'erano ben cento nobili padovani), e poscia, passata a Monselice, ebbe a man salva quella nobil terra. Allora fu che Eccelino e il conte Gaboardo fecero venire a Monselice Azzo VII marchese d'Este, per sapere s'egli voleva essere amico o nemico dell'imperadore. Veggendo il marchese che niun capitale potea più farsi di Padova, dove ogni di più s'aumentava il disordine, rispose che sarebbe ai servigi dell'imperadore, purchè niuna angaria s'imponesse alla sua gente nè a' suoi Stati. Ciò fatto, gl'imperiali conobbero d'avere oramai in pugno la città di Padova. Nè andò fallita la loro speranza. Trattarono coi loro corrispondenti padovani, e in fine tra per la paura dell'armi cesaree, e pel desiderio di riavere i loro prigioni, fu conchiuso in Padova di pacificamente ammettere gli uffiziali dell'imperadore. Infatti nel dì 25 di febbraio Eccelino col conte Gaboardo e con un corpo di truppe imperiali fece l'entrata in Padova, e fu osservato che quando egli arrivò alla porta, diede un bacio ad essa: il che dalla gente stolta fu interpretato in bene della città. Ne fu preso il possesso a nome dell'imperadore: il che inteso dal comune di Trivigi, si suggettò anche esso alle di lui arme vittoriose. Eccelino intanto facea lo schivo in Padova, ma niuna determinazione del consiglio valeva, se non veniva da lui approvata. Ricusò ancora l'uffizio di podestà, contentandosi di quel che più importava, cioè d'aver ottenuto da Federigo il vicariato della marca di Trivigi, ossia di Verona. E per isbrigarsi anche del conte Gaboardo, il consigliò di passare in Germania a ragguagliar l'imperadore di questi felici avvenimenti, fra' quali non è da tacere che anche Salinguerra sottomise in questo oppure nel precedente anno a' voleri dell'imperadore la città di Ferrara[3056]. Nè stette molto Eccelino a dar principio alla sua memorabil tirannia in Padova, con richiedere ostaggi e mandar prigioni in Puglia ed altrove coloro che gli erano sospetti, e ch'egli credeva amici del marchese d'Este, trovando continuamente pretesti per accusar esso marchese, come sprezzatore degli ordini dell'imperadore. Poi circa il principio di luglio coll'esercito de' Padovanie Veronesi andò a mettere l'assedio al castello di San Bonifazio, dove fece un gran guasto di case coi mangani e coi trabucchi; ma senza poter far di più, perchè dentro v'era Leonisio figliuolo del conte Ricciardo, a cui, benchè di tenera età, non mancò il coraggio per una gagliarda difesa. Intanto i Lombardi s'erano impadroniti del castello di Peschiera.
Passata la metà d'agosto, arrivò di nuovo in Italia l'imperador Federigo, e fece incontanente dismettere l'assedio di San Bonifazio[3057], por attendere a maggiori imprese, e specialmente perchè cominciò ad intavolarsi un trattato del suddetto conte Ricciardo e de' Mantovani con esso Augusto. Verso il fine d'agosto egli passò il fiume Mincio[3058], e si accampò coll'esercito a Goito, avendo seco i Padovani, Veronesi e Vicentini, due mila cavalli tedeschi e molti Trentini. Quivi si fermò alquanti giorni per unire gli altri soccorsi ch'egli aspettava. Fece venir di Puglia sette mila Saraceni arcieri. Riccardo da San Germano[3059] ne conta dieci mila. I Reggiani e Modenesi colle lor forze accorsero colà. Lo stesso fecero i Cremonesi e i Parmigiani coi lor carrocci[3060]. Stando Federigo in quell'accampamento, a' suoi piedi si presentarono gli ambasciatori di Mantova, che si offerirono ai di lui servigi col conte Ricciardo da San Bonifazio. Gli accolse egli con volto allegro, perdonò loro le passate ingiurie ed offese, e confermò con suo diploma i privilegii e le consuetudini della loro città. Anche il marchese Azzo Estense comparve colà, e fu ben ricevuto da Federigo. Vi si portarono i cardinali legati del papa per avere udienza da lui[3061]. Insuperbito Federigo per l'acquisto di Mantova, neppur volle ascoltarli, di modo che se ne tornarono assai scontenti di lui a Roma. Mossa dipoi la poderosa armata, entrò nel territorio di Brescia, con dare il sacco e il guasto dappertutto, e nel dì 7 di ottobre intraprese l'assedio della forte e ricca terra di Montechiaro. L'aveano i Bresciani eletta per lor antemurale; e però posto ivi un grosso e valoroso presidio, che si difese finchè potè, ma finalmente nel dì 22 del suddetto mese fece istanza di capitolare. Restò prigioniera tutta la guarnigione, e fu inviata a Cremona; ma con grave biasimo di Federigo, perciocchè, per attestato di Rolandino[3062] e di Jacopo Malvezzi[3063], avea loro promessa la libertà, se rendevano la terra, e non osservò loro la fede. Andò tutto l'infelice luogo a ruba, ed appresso fu consegnato alle fiamme. Nel dì 2 di novembre vennero in potere di Federigo[3064] le castella di Gambara, Gotolengo, Prà Alboino e Pavone; di queste ancora fu fatto un falò. Passò dipoi Federigo coll'imperiale armata al castello di Pontevico con disegno di portarsi di là dal fiume Oglio, ma ritrovò l'esercito milanese[3065], rinforzato dagli Alessandrini, Vercellini e Novaresi, accampato nell'opposta riva, e risoluto di contrastargli il passaggio. In questo mentre i Bolognesi[3066], prevalendosi della lontananza de' Modenesi che erano iti all'oste dell'imperadore, occuparono Castel Leone, ossia Castiglione, fabbricato da essi Modenesi in faccia a Castelfranco, e talmente lo distrussero, che appena oggidì ne rimane vestigio. Nelle prigioni di Bologna furono condotti tutti i soldati che quivi si trovarono. Presero anche il ponte di Navicello, e fecero scorrerie per varie ville del Modenese. Per molti giorni stettero le due armate dell'imperadore e de' Milanesi separate dal fiume Oglio, l'una l'altra guardandosi[3067]. Ma o sia che per le pioggie e per gli disagi della stagione i Milanesi fossero forzati a decampare; oppure che prestassero fede ad una voce fatta spargere da Federigo, cioè che tornasse indietro l'esercito cesareo, e veramente alcuni degli ausiliarii erano stati licenziati dal campo; certo è ch'essi Milanesi si misero in viaggio per tornarsene a casa. A questo avviso Federigo ebbe maniera di passare il fiume colle sue milizie, e raggiunse nel dì 27 di novembre a Corte Nuova l'esercito nemico, che con poca disciplina facea viaggio, nè si aspettava d'avere da combattere[3068]. I primi ad assalire l'oste milanese furono i Saraceni, ma ne restarono assaissimi di essi estinti sul campo. Entrato in battaglia il nerbo dell'esercito cesareo, ne seguì un asprissimo combattimento con grande strage dell'una e dell'altra parte. Finalmente piegò e prese la fuga il popolo di Milano; e allora fu che molte migliaia di essi rimasero prigioni.
Vi restò nondimeno da superare il corpo di battaglia che era alla guardia del carroccio milanese, tutta gioventù forte ed animosa, che, per quanto sforzo facessero gl'imperiali, tenne saldo il suo posto, e rispinse sempre i nemici, finchè arrivò la notte che fece fine alla battaglia. Gran gloria era, come ho già detto di sopra, il prendere il carroccio ai nemici[3069]. Lo stesso Federigo conduceva anch'egli il suo, ma sul dorso d'un elefante col gonfalone in mezzo, con quattro bandiere negli angoli, ed alcuni Saraceni e cristiani ben armati in esso. Dacchè non era riuscito a Federigo di conquistar quel carro trionfale de' Milanesi, ansioso pur di questa gran lode, lasciò bensì riposar nel tempo della notte la gente sua, ma senza che si spogliassero dell'armatura, per essere pronti la seguente mane ad assalir di nuovo gli ostinati difensori del carroccio. Trovò poi, fatto giorno, che i Milanesi s'erano ritirati, lasciando il carroccio spogliato e sfasciato fra la massa dell'altre carrette, giacchè le strade fangose non aveano permesso loro di condurlo in salvo. Federigo, principe sommamente vanaglorioso sparse per tutta Italia ed Oltramonti questa sua insigne vittoria[3070], in cui, secondo i suoi conti, facili in tali casi ad essere alterati, e certamente diversi da quei degli storici di Milano e di Cesena, rimasero circa dieci mila Milanesi tra morti e prigioni. Fra questi ultimi si contarono moltissimi nobili di Milano, Alessandria, Novara e Vercelli; e specialmente Pietro Tiepolo, figliuolo del doge di Venezia, che era allora podestà di Milano. Questi poi con altri nobili condotto in Puglia, fu, per ordine di Federigo, fatto barbaramente e pubblicamente impiccare sulla riva del mare[3071]: la quale onta ed iniquità irritò sì fattamente il popolo di Venezia, che infine si dichiarò apertamente contra di lui. Inoltre perchè passava ottima intelligenza tra Federigo e il popolo romano, il quale anche nel suddetto mese di novembre gli avea spedito degli ambasciatori, mandò esso imperadore fino a Roma lo sguarnito carroccio preso ai Milanesi coll'iscrizione in versi riportata da Ricobaldo[3072] e da altri, acciocchè questo gran trofeo fosse collocato nel più augusto luogo dell'Italia, cioè nel Campidoglio. E a' dì nostri s'è trovata anche memoria di questo in Roma, siccome ho io dimostrato altrove[3073]. Passò dipoi il vittorioso Federigo a Cremona, e di là a Lodi, città che venne alla sua divozione, ed ivi celebrò il santo Natale. Godifredo Monaco[3074] scrive che lo solennizzò in Pavia. Varie furono in quest'anno le vicende di papa Gregorio IX[3075]. Duravano le differenze d'esso pontefice col senato romano. Creato senatore Giovanni da Poli nel mese di maggio, insorse una sedizione contro di lui, che maggiormente si riaccese nel seguente luglio, talmente che fu deposto esso Giovanni, e sostituito in suo luogo Giovanni di Cencio: per la qual cagione si venne alle armi, e ne seguì molto sangue. Poscia nell'ottobre, essendo prevaluta la fazione pontificia contro l'imperiale in Roma, papa Gregorio fu, dopo lungo tempo di lontananza, richiamato. Con grande onore si trovò accolto dai Romani; ma siccome nulla v'era di stabile in tempi sì sconcertati, quando egli si credette in porto, si trovò, siccome prima, in tempesta, perchè non tardò quel senato a fargli provare di nuovi disgusti, massimamente col tenere aperta corrispondenza coll'imperadore[3076]. Si aggiunse che il popolo di Viterbo, dianzi sostenuto e colmato di favori dal papa, dacchè il vide amicato co' Romani, cominciò a voltargli le spalle e ad occupare i diritti della Chiesa. Nè volendo cedere alle ammonizioni, in fine obbligò il pontefice a fulminar contro di loro le sacre censure. Erano antiche le ragioni della Chiesa romana sopra la Sardegna. In quest'anno ancora i giudici, o vogliam dire i regoli di Gallura, di Turri e d'Arborea, cioè di tre parti di quell'isola, prestarono il giuramento di fedeltà al legato di papa Gregorio IX: il che è da avvertire per quello che poscia succedette. Gli atti di questo affare si leggono nelle mie Antichità Italiane.
NOTE:
[3049] Raynaldus, in Annal. Eccl.
[3050] Richardus de S. Germano, in Chron.
[3051] Godefridus Monachus, in Chron.
[3052] Chron. Augustan. apud Freherum.
[3053] Pipinus, Chron., tom. 9 Rer. Ital.
[3054] Roland., lib. 3, cap. 11.
[3055] Gerardus Maurisius, Hist., tom. 8 Rer. Italic.
[3056] Roland., lib. 4, cap. 3.
[3057] Annales Veronens., tom 8 Rer. Ital. Memorial. Potest. Regiens., tom. eodem.
[3058] Roland, lib. 4, cap. 4.
[3059] Richardus de S. Germano, in Chron.
[3060] Annal. Veronens., tono. 8 Rer. Ital. Chron. Placent., tom. 9 Rer. Ital.
[3061] Richardus de S. Germano, in Chron. Card. de Aragon., in Vita Gregorii IX, P. I, tom. 3 Rer. Italic.
[3062] Roland., lib. 4, cap. 4.
[3063] Malvec., Chron. Brixian., cap. 125, tom. 14 Rer. Ital.
[3064] Memorial. Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Italic.
[3065] Caffari, Annal. Genuens., lib. 6, tom. 6 Rer. Italic.
[3066] Chron. Bononiens. tom. 18 Rer. Ital.
[3067] Annales Mediolanenses, tom. 16 Rer. Ital. Gualv. Flamma, in Manipul. Flor. Godefridus Monachus, in Chron.
[3068] Matth. Paris., Hist. Anglic.
[3069] Memor. Potest. Regiens.
[3070] Matth. Paris. Richardus de S. Germano, in Chron.
[3071] Annal. Veronenses, tom. 8 Rer. Italic.
[3072] Richobald., in Pomar., tom. 9 Rer. Ital.
[3073] Antiq. Ital., Dissert. XXVI.
[3074] Godefridus Monachus, in Chron.
[3075] Richardus de S. Germano, in Chron.
[3076] Raynald., in Annal. Eccl.
Anno di CRISTO MCCXXXVIII. Indiz. XI.
GREGORIO IX papa 12. FEDERIGO II imperadore 19.
O per la festa del Natale dell'anno precedente, o nel gennaio presente, Federigo imperadore fu in Pavia. Servì la vicinanza sua ad indurre il popolo di Vercelli a sottomettersi al di lui dominio[3077]. Trovossi egli in essa città di Vercelli nel dì 11 di febbraio. Venne anche alla divozione di lui tutto il paese da Pavia sino a Susa, e cominciò a pagargli tributo. Da tanta prosperità di Federigo mossi i Milanesi, che oramai restavano coi soli Bresciani, Piacentini e Bolognesi esposti all'ira di lui[3078], gli spedirono ambasciatori per essere rimessi in sua grazia, offerendo fedeltà e denaro, e facendo altre esibizioni, quali si giudicarono più grate a lui. Trovaronlo inesorabile; li voleva a discrezione, nè volle intendere di condizione alcuna, pieno solo d'astio e di vendetta, e dimentico affatto della clemenza, una delle virtù più luminose de' principi saggi. Vedremo bene che Dio seppe abbassare e confondere quest'orgoglioso principe, nè lasciò impunita cotanta sua superbia. Il popolo di Milano, udite sì crude risposte, ben conoscendo di che fosse capace l'animo barbarico di un tale Augusto, allora determinò di morir piuttosto colla spada alla mano, che di mettersi nelle forze, cioè nelle prigioni e sotto le mannaie di questo da lor chiamato tiranno. Inoltre, per attestato di Matteo Paris, cagione fu questo suo fiero contegno che molti popoli cominciarono a guardarlo di mal occhio, e a sospirar la sua rovina. Fece dipoi Federigo[3079] nella primavera una scappata in Germania, per trarre di là in Italia un buon rinforzo di soldatesche, ed ordinò al re Corrado suo figliuolo di condurle in persona di qua da' monti. Tornossene di poi a Verona nel mese d'aprile. Ebbe egli, siccome principe libidinoso e poco timoroso di Dio, in uso di tener sempre alla maniera turchesca più concubine, senza curar punto la fede maritale, e però non mancavano a lui bastardi e bastarde. Una di queste appellata Selvaggia[3080] comparve nel presente anno nel dì 22 di maggio a Verona con bella comitiva. Per maggiormente assodare nel suo servigio Eccelino da Romano, sì zelante e profittevol ministro suo, glie la diede in moglie nel dì della Pentecoste, ed egli ne celebrò con gran pompa le nozze. Ebbe ancora Federigo fra gli altri bastardi suoi figliuoli uno, a sè molto caro, che portava il nome d'Arrigo, ma che è già conosciuto nella storia con quello d'Enzio. Gli cercò egli in questo anno buona fortuna, con procurargli in moglie Adelasia, ossia Adelaide, erede in Sardegna dei due giudicati, o vogliam dire principati di Turri e Gallura[3081]. Forse la Sardegna venne per tali nozze a poco a poco tutta in potere di lui. Fuor di dubbio è ch'egli ne fu creato re dal padre, il quale unì quel regno all'imperio, con gravissimi richiami nondimeno della corte romana, che lo pretendeva suo, sostenendo Federigo in contrario, ch'era di antico diritto del romano imperio, ed allegando l'obbligo suo di ricuperare il perduto. Non cessava egli intanto di ammassar gente per l'accesa voglia di soggiogar Milano e Brescia. Molti ne fece venir di Puglia. Il re Corrado suo figliuolo nel mese di luglio[3082] arrivò a Verona con molti principi e un fiorito esercito di Tedeschi. Fino il re d'Inghilterra suo cognato gl'inviò[3083] cento uomini a cavallo, tutti ben montati e guerniti, e, quel ch'è più, colla giunta di una gran somma di danaro in dono. I Reggiani[3084] vi spedirono ducento cavalieri e mille fanti. I Cremonesi con tutte le lor forze, i Bergamaschi, i Pavesi ed altri popoli concorsero ad ingrossar la cesarea armata. Era già egli passato a Goito nel dì 28 di giugno, per quivi far la massa di tutta la gente[3085]. Determinò poscia col consiglio d'Eccelino, giacchè gli restavano due ossi duri, cioè Milano e Brescia, di sbrigarsi da quello che era creduto più facile, cioè da Brescia, per la cui caduta veniva poi Milano a restar bloccato da tutte le parti. E perciò mosse l'esercito alla volta di Brescia, saccheggiando e ardendo dovunque arrivava, e nel dì 3 d'agosto strinse d'assedio quella città.
Fra i popoli d'Italia portarono sempre mai i Bresciani il vanto d'essere uomini di gran valore e costanza, e questa volta ancora ne diedero un illustre saggio. Trattavasi dell'ultimo eccidio della lor patria e di sè stessi; però, dopo aver dianzi ben provveduta la città del bisognevole, senza far caso d'oste sì sterminata, si accinsero animosamente alla difesa, risoluti, se così avesse portato il caso, di vendere almeno caro le loro vite. Fece Federigo mettere in esercizio contra della città tutte le macchine allora usate per espugnar fortezze, cioè torri di legno, mangani, manganelle, trabucchi ed altre specie di petriere. Ma di queste ancora non penuriavano i Bresciani. Per buona ventura aveano essi colto un ingegnere spagnuolo, uomo di gran perizia in fabbricar macchine da guerra, che veniva di Alemagna al servigio dell'imperadore. Scoperto il suo mestiere, ed intimatagli la morte, se non soccorreva esattamente ai bisogni della città, servì loro di tutto punto. Non ignorando Federigo l'esecrabil trovato dell'avolo suo Federigo I all'assedio di Crema, anche egli, fatti venir da Cremona i prigioni bresciani, di mano in mano lifacea legare davanti alle sue macchine, affinchè gli assediati, per pietà de' lor cittadini e parenti, non osassero di tirar contra di quelle per romperle. Non restarono per questo i Bresciani di far giocare le lor macchine, nulla badando se uccidevano i propri attinenti, purchè spezzassero le macchine nemiche, od ammazzassero chi le maneggiava. Nondimeno la Cronica di Reggio[3086], cioè più antica della Bresciana del Malvezzi, ci assicura che niun male fecero a quei miseri lor concittadini; anzi, per rendere la pariglia all'imperadore, anch'essi attaccavano pe' piedi i prigioni cesarei fuori del palancato, esponendogli ai colpi delle macchine tedesche. Nè lasciavano i coraggiosi Bresciani di dare di quando in quando delle sortite con grave danno del campo imperiale. Massimamente nella notte del dì 9 d'ottobre, allorchè men se l'aspettavano i Tedeschi, s'inoltrarono tanto ferendo ed uccidendo, che lo stesso imperadore corse pericolo di restar preso. Durò questo assedio due mesi e sei giorni. Scorgendo finalmente Federigo ch'egli gittava il tempo e le fatiche, dopo aver dato il fuoco a tutte le sue macchine, si ritirò coll'armata a Cremona: avvenimento, che, quanto fu di gloria al popolo bresciano, altrettanto riuscì di vergogna all'imperadore, il cui credito cominciò a calare per questo. Secondo le Croniche di Milano[3087], si fecero nel presente anno i Milanesi rendere conto dai Pavesi della fede rotta con darsi all'imperadore. Uscirono con grandi forze addosso al territorio, guastando e bruciando; di maniera che il comune di Pavia implorò misericordia, e tornò a giurar fedeltà a quel di Milano. Non ci resta alcuna storia antica di Pavia che possa assicurarci di questo fatto. Nè ciò s'accorda con quello che fra poco dirò. Rivolsero poscia i Milanesi i loro sdegni e l'armi contra al distretto di Bergamo, dove diedero un terribil guasto. Non lasciarono di recar quel soccorso che poterono a Brescia. Anche i Piacentini[3088] inviarono mille de' lor cavalieri in aiuto de' Milanesi, e nel distretto di Lodi presero il castello d'Orio, che appresso fu distrutto. Quivi succedette una battaglia svantaggiosa ad esso popolo di Piacenza. Forse è quella che viene accennata da Alberico Monaco[3089], con dire che Guglielmo eletto vescovo di Valenza, e poi di Liegi, trovandosi di presidio in Cremona per parte dell'imperadore, co' suoi Borgognoni diede una sconfitta ai Piacentini, con ucciderne molti, e farne prigioni più di mille. In questo medesimo anno, se pure non fu nel seguente, i Pavesi colle lor milizie, e con quelle di Vercelli, Novara, Tortona ed Asti, e col marchese Lancia, vennero per terra ed acqua al Ponte Nuovo, fabbricato da' Piacentini, per distruggerlo; nel qual tempo anche i Cremonesi co' Bergamaschi si portarono a Lodi, affine, credo io, d'impedire il passo ai Milanesi. Per quanto sforzo facessero que' collegati contra d'esso ponte, avendo anche spinto barche incendiarie alla volta d'esso, a nulla servì, perciocchè i Piacentini con altre barche presero que' brulotti, e ne schivarono il danno: sicchè colle mani vote se ne tornarono i lor nemici a casa. Eransi già accorti i Padovani[3090] che il lupo era venuto alla guardia delle pecore. Eccelino ogni dì facea delle novità, imprigionando or questo or quello, e principalmente gli amici di Azzo VII, marchese d'Este. Perciò tutti i buoni cominciarono a spronar lo stesso marchese che volesse torre di mano ad Eccelino quella città, promettendo di dargli l'entrata per la porta delle Torreselle. Al marchese non fu discaro l'avviso, trovandosi anch'egli maltrattato nei suoi Stati da Eccelino.
Fatto dunque segretamente il preparamento convenevole di gente tanto dei suoi sudditi, quanto dei fuorusciti Padovani, e degli altri suoi amici, nel dì 13 di luglio (Rolandino, forse persuaso di queste inezie, avverte che era giorno egiziaco) all'improvviso arrivò al Prato della valle ne' borghi di Padova, credendo che gli sarebbe, secondo il concerto, aperta la porta. Gran rumore tosto si alzò nella città alla di lui comparsa; tutte le porte furono chiuse, ed Eccelino comandò che tutto il popolo fosse in armi. Intanto le milizie estensi faceano ogni sforzo per atterrar la porta delle Torreselle; ma più possa mostravano que' di dentro a difenderla. Avvisato il marchese da alcuni, che occultamente uscirono di città, qualmente fallita la speranza di corrispondenti nella città, meglio era il retrocedere, e che in essa si dava campana a martello contra di lui, non volle muoversi, e seguitò ad animare la gente all'assalto. Intanto Eccelino co' suoi Tedeschi e col popolo armato venne fuori della città ad assalire i nemici. Non vi fu bisogno di menar le mani. La gente del marchese, senza poterla ritenere, diede tosto alle gambe. Beato chi le avea migliori. Altro partito allora non seppe prendere il marchese, che di raccomandarsi al suo cavallo, il quale bravamente il cavò fuori di pericolo. Molti vi restarono presi, e fra gli altri Jacopo da Carrara, uno de' principali fuorusciti di Padova. Se volle liberarsi, gli convenne cedere il suo castello di Carrara al comune di Padova, ossia ad Eccelino, e riacquistò la sua grazia. Imparò da questa mala condotta, oppure disgrazia, il marchese di Este ad andare più cauto in avvenire. Ma Eccelino, tornato trionfalmente in Padova, ebbe il contento di udire da lì innanzi la gente, chi per timore, chi per adulazione, trattar lui col nome di signore. Per vendicarsi poi del marchese, raunò l'esercito, volendo procedere contra la nobil terra d'Este. Avvertitone dagli amici, esso marchese si ritirò alla sua terra di Rovigo, lasciando tutto in pianti il popolo d'Este. Venne poi Eccelino nel dì 22 di luglio. Se gli arrendè pacificamente la terra senza che ne patissero gli abitanti. Da lì ad alquanti giorni anche la rocca ossia il castello capitolò, e quivi pose in guarnigione un corpo di Saraceni e di Padovani. Colla speranza d'avere a sì buon mercato anche Montagnana, terra del marchese, di non minor popolazione che quella di alcune città, passò colà coll'armata, e vi chiamò anche la milizia di Verona, in cui più confidava che in altri. Virilmente si difesero quegli abitanti, e gli bruciarono anche di bel mezzo giorno il Bilfredo, cioè una torre di legno fatta fabbricare da lui. Sotto v'era egli stesso in quel punto; ma, avvertito, scampò. Gli convenne dunque levar l'assedio; e natogli sospetto che Jacopo da Carrara e l'avvocato di Padova avessero tenuta intelligenza co' nemici, ordinò loro di presentarsi al podestà di Padova: il che allegramente risposero amendue di fare. Ma dacchè si videro in libertà, fuggirono ad Anguillara, che tuttavia teneva la parte del marchese, ed era di Jacopino Pappa-fava, figliuolo di Albertino da Carrara, cioè d'un fratello d'esso Jacopo. Nel mese poi d'agosto il marchese Azzo, tornato ad Este, ricuperò quella terra, ma non già il castello. Ed Eccelino scrisse contra di lui all'imperadore, esortandolo a menar le sue forze addosso a questo principe suo gran nemico, con aggiugnere[3091]: Feriendus est serpens in capite, ut corpus facilius devincatur. La risposta di Federigo, data nel dì 21 di dicembre dell'anno presente, vien riferita da Rolandino. In essa egli si maraviglia, come avendo il marchese Azzo (da noi chiamato il Sesto) a' suoi tempi tanto operato in aiuto suo, di maniera che si potè nominar suo balio ed aio, ora il di lui figliuolo Azzo degeneri sì sconciamente dalle azioni del padre, con promettere poi ad Eccelino la sua venula in quelle parti verso il fine del gennaio seguente. Ribellaronsi in questo anno ai Genovesi[3092] i popoli di Savona, Albenga, Porto Maurizio e Ventimiglia; e però convenne far guerra contra di loro. Comparvero a Genova due ambasciatori dell'imperador Federigo, che fecero istanza del giuramento di fedeltà. La risposta de' Genovesi fu che invierebbono alla corte d'esso Augusto i loro ambasciatori, siccome fecero in effetto, dappoichè videro ritornata Ventimiglia in loro potere. Prestato che questi ebbero il giuramento di fedeltà a Federigo, se ne tornarono a casa. Quando ecco sopraggiunsero a Genova due altri ambasciatori del medesimo Augusto, che presentarono lettere contenenti, come l'imperadore chiedeva giuramento di fedeltà e di dominio. Furono esse lette in un pieno parlamento del popolo, in cui gran rumore fu fatto all'udir quella parola dominio. Il podestà che era Paolo da Soresina, nobile milanese, prese il tempo, e spiegò con bolla descrizione gli aspri trattamenti (e diceva ben la verità) che faceva Federigo dei suoi sudditi in Sicilia e Puglia, e degli altri luoghi dov'egli comandava. Di più non occorse. Gli ambasciatori furono mandati in pace, e i Genovesi intavolarono tosto un trattato con papa Gregorio IX e coi Veneziani contra dell'imperadore, che fu senza gran fatica conchiuso nella corte pontificia. Allora il pontefice prese sotto la sua protezione Venezia e Genova. Faenza fu occupata nel dì 5 di luglio in quest'anno da Acarisio[3093]. A lui dopo un mese fu ritolta da Paolo Traversara potente Ravennate. Ma venula l'armata de' Bolognesi cacciò lui fuori con istrage non lieve de' suoi, e difese anche la medesima città contro gli sforzi del conte Aghinolfo di Modigliana, con farlo prigione, e mettere in fuga quei del suo partito. Ciò accadde nell'anno seguente, secondo altre Croniche. Scrive il Sigonio[3094], avere Federigo imperadore, nello stesso tempo che assediò Brescia, con un'altra parte della sua grande armata fatto l'assedio d'Alessandria, e che questa venne in suo potere. Non ne truovo io parola ne' vecchi storici, anzi veggo in contrario una lettera di papa Gregorio[3095] scritta nel 1240, nel dì 10 di maggio, agli Alessandrini, coi quali si rallegra della lor costanza nella divozion verso la Chiesa contro gli attentati di Federigo. Ma nello stesso 1240, siccome vedremo, si suggellarono poi ad esso imperadore.
NOTE:
[3077] Annales Mediolan., tom. 16 Rer. Ital.
[3078] Matth. Paris, Hist. Angl. Monach. Patavin., in Chron.
[3079] Richardus de S. Germano, in Chron.
[3080] Annales Veronens., tom. 8 Rer. Ital.
[3081] Raynaldus, in Annal. Eccles.
[3082] Richardus de S. Germano, in Chron.
[3083] Matth. Paris, Hist. Angl.
[3084] Memor. Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.
[3085] Malvecius, Chron. Brixian., tom. 14 Rer. Italic.
[3086] Memorial. Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Italic.
[3087] Annales Mediolan., tom. 16 Rer. Ital. Gualvaneus Flamma, in Manip. Flor.
[3088] Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.
[3089] Alberic. Monachus, in Chron.
[3090] Roland., lib. 4, cap. 5. Chron. Veron., tom. 8 Rer. Ital.
[3091] Roland., lib. 4, cap. 7.
[3092] Caffari, Annal. Genuens., lib. 6, tom. 6 Rer. Ital.
[3093] Chron. Caesen., tom. 14 Re. Ital.
[3094] Sigonius, de Regno Ital., lib. 18.
[3095] Raynald., in Annal. Eccles., num. 20 ad ann. 1240.
Anno di CRISTO MCCXXXIX. Indizione XII.
GREGORIO IX papa 13. FEDERIGO II imperadore 20.
Crescevano di dì in dì i motivi per li quali era papa Gregorio scontento dell'imperador Federigo. Gli spedì egli più lettere ed ambasciate, affinchè si correggesse[3096]; il citò ancora; ma vedendo che le parole, preghiere e minaccie erano gettate al vento, rotta la pazienza, venne finalmente ai fatti. O la continuazion della guerra ch'egli faceva ai Lombardi, per la conservazion de' quali era forte impegnato il papa, ovvero l'occupazion della Sardegna, pretesa dalla Chiesa romana come incontrastabil suo diritto, oppure i segreti maneggi di lui per incitare i Romani alla ribellione contra di esso papa legittimo lor sovrano, furono, a mio credere, gl'impulsi più efficaci perchè il pontefice Gregorio fulminasse pubblicamente nel dì delle Palme la scomunica contra di Federigo II, ed assolvesse i sudditi di lui dal giuramento di fedeltà. Altri non pochi reati d'esso imperadore vengono espressi nella bolla di essa scomunica, che si legge nella Storia di Matteo Paris[3097], e presso il Rinaldi ed altri autori. Confermò dipoi papa Gregorio nel Laterano queste censure nel giovedì santo seguente, nè lasciò indietro cosa alcuna per iscreditare e rendere odioso Federigo con tacciarlo insino di pubblico ateista. Diede nelle smanie l'imperadore all'avviso di tal novità; e, fatto stendere da Pietro delle Vigne un manifesto in sua giustificazione, lo spedì a tutte le corti della cristianità, con dolersi acerbamente del papa, e caricarlo di varie ingiustizie, ch'egli pretendea fatte a sè stesso e ad altri. Passò a fiere minaccie contra del medesimo e de' cardinali, con altre scene e querele descritte dal Rinaldi negli Annali Ecclesiastici, e più diffusamente rapportate da Matteo Paris. Scacciò poscia dal regno di Sicilia e di Puglia i frati predicatori e minori non nativi del paese; occupò l'insigne monistero di Monte Casino[3098]; richiamò da Roma tutti i suoi sudditi; impose nuove taglie e contribuzioni agli ecclesiastici: tutto per far onta e dispetto al pontefice, e tutto in varii tempi dell'anno presente. Lodovico IX re di Francia, che fu poi santo, per attestato di Alberico Monaco[3099], inviò i suoi ambasciatori a Roma per mitigar l'animo del papa verso di Federigo; ma il pontefice, uomo di petto forte, nulla si mosse per questo. E neppur volle ascoltare due vescovi inviati a Roma da Federigo. Anzi fece predicar la crociata contra di lui. Vegniamo allo storico Rolandino[3100], da cui abbiamo gli andamenti d'esso Federigo Augusto. Portossi egli sul fine di gennaio con sontuoso accompagnamento di milizie e di nobiltà a Padova. L'incontro magnifico fattogli da tutto il popolo di quella città gli fu cagione di non poco piacere e insieme di maraviglia. Circa due mesi si fermò egli nell'insigne monistero di Santa Giustina, ben corteggiato da Eccelino, divertendosi alla caccia e in far buone passeggiate. Seco era l'imperadrice, che amava piuttosto d'esser chiamata regina. Portossi anche alla visita di Monselice, e vi ordinò alcune fortificazioni. Stando nell'alto di quel monte vagheggiò più volte il bell'aspetto delle terre e castella del marchese di Este, sparse per la ricca sottoposta pianura, e conobbe la di lui potenza. Fece anche venir lo stesso marchese con salvo condotto alla corte, e tenne con lui un segreto colloquio. Era ben contento il popolo di Padova del buon volto e delle carezze dell'imperadore, e dappertutto si mirava allegrezza, e massimamente nel dì di Pasqua, in cui Federigo comparve colla corona in capo. Ma fra pochi giorni così bel sereno si cambiò in un melanconico nuvolo, perchè giunsero le nuove ch'egli era stato scomunicato dal papa. Fece ben Federigo in un gran parlamento esporre da Pietro delle Vigne, uomo dottissimo in questi tempi, le ragioni per le quali teneva per ingiuste e nulle quelle censure: tuttavia nel popolo restò non poco di confusione, e in lui cominciarono a crescere e a lacerarlo le diffidenze e i sospetti. Perciò, fatto venire a Padova Azzo marchese d'Este con tutti coloro che aderivano al di lui partito, gli affidò; e intanto l'iniquo Eccelino mise delle spie per sapere chi dei Padovani trattava col marchese, e tutti i lor nomi ebbe in iscritto. Di frequenti segreti consigli si faceano in Santa Giustina. Non bastò a Federigo d'aver messe guardie in tutte le castella d'esso marchese; volle anche per ostaggio il principe Rinaldo di lui figliuolo, e con belle parole il mandò a stare in Puglia insieme con Adelasia figliuola di Alberico da Romano, con cui Rinaldo avea contratto gli sponsali. Per non poter di meno, il marchese accomodò la sua pazienza a queste avanie, che si stesero appresso ad assaissimi nobili de' principali di Padova suoi amici, i quali chi ad un luogo, chi ad un altro furono mandati a' confini: consigli tutti del maligno Eccelino, nemico dichiarato del marchese.
Ma poco stette Federigo, la cui fortuna già si scopriva retrograda, a provar gli effetti della sua politica troppo tirannica. Era egli dianzi stato a Trivigi, ben accolto ed onorato da quel popolo. Alberico da Romano, fratello d'Eccelino, irritato contra di lui pel cattivo trattamento da lui fatto a sua figliuola Adelasia, e a Rinaldo Estense suo genero, subito che intese come l'imperadore s'era messo in cammino verso la Lombardia, unitosi con Biachino e Guezzelo da Camino, occupò la città di Trivigi, con farvi prigioni tutti gli ufiziali e soldati postivi dall'imperadore, a riserva di Jacopo da Morra Pugliese podestà, che ebbe la buona sorte di fuggirsene. Probabilmente Alberico non fece un passo sì ardito senza consiglio ed intelligenza de' vicini Veneziani. A questo avviso, Federigo, battendo i denti se ne tornò a Padova, e tosto ordinò un grande esercito contra di Trivigi. Nel mese di maggio, dopo aver fatto prendere l'oroscopo a mastro Teodoro suo strologo sulla torre del comune di Padova, mosse l'armata, e andò ad accamparsi intorno a Castelfranco, dove citò i Trivisani a rendersi nel termine di otto giorni. Passato il tempo prefisso senza che venissero a' suoi piedi, fece una donazione al comune di Padova della città di Trivigi con un privilegio munito di un bel sigillone d'oro. In quello stesso giorno andando il marchese d'Este Azzo VII al campo con cento cavalieri, si incontrò in Eccelino, che con circa venti de' suoi veniva a Cittadella. Portavano amendue l'aquila nelle loro bandiere. Vi fu chi crede che quivi avesse a succedere qualche scena fra questi due rivali. Ma avendo il marchese mandato innanzi a pregar cortesemente Eccelino di ritirarsi alla diritta o alla sinistra, egli si ritirò, e non ne fu altro. Essendo poi accaduto nel dì 3 di giugno una grande ecclissi del sole, che durò per due ore, Federigo, benchè ne sapesse la cagione, pure se ne mostrò turbato, e determinò di ritirarsi da Castelfranco per andare in Lombardia; e dopo aver tenuto un colloquio col marchese d'Este, con Eccelino ed altri de' principali della marca trivisana, si mise in viaggio co' suoi Tedeschi e Pugliesi, de' quali maggiormente si fidava. Allorchè pervenne nelle vicinanze del castello di San Bonifazio, dicono che il marchese fu avvertito con cenni da un cortigiano dell'imperadore, amico suo, come si trattava di fargli tagliare il capo. Bastò questo al marchese perchè co' suoi aderenti si mettesse in salvo nel suddetto castello, e quantunque Federigo gli spedisse Pietro dalle Vigne per affidarlo con mille belle promesse, il marchese non si sentì più voglia di dimorar presso d'un principe che punto non si piccava di mantener la parola, e tanto più perchè prevaleva nel suo consiglio il furbo e nemico suo Eccelino. Passato che fu lo imperadore in Lombardia[3101], il marchese d'Este, messa la sua speranza in Dio, e raunato un buon esercito, coraggiosamente nel mese d'agosto andò ad Este. Ricuperò la terra senza fatica; quella rocca e il castello di Baone a forza di armi; quello di Lucio colla fame; l'altro di Calaone col terror de' trabucchi. Assediò dipoi Cerro, dove era un presidio di Saraceni; venne Eccelino per soccorrerlo, ma non si attentò; e però tornò alle mani del marchese, il quale non permise che fosse fatto insulto alcuno a quegli infedeli. Queste sue prosperità tornarono in danno di molti Padovani suoi amici, o creduti tali, perchè Eccelino crudelmente li levò dal mondo.
Nel luglio dell'anno presente tolta fu Ravenna all'imperadore da Paolo Traversara[3102] coll'aiuto de' Bolognesi e Veneziani, che poi la rinforzarono[3103]. Per questa cagione l'imperador Federigo col re Enzio suo figliuolo naturale venne verso il Bolognese, ed imprese coi Modenesi, Reggiani, Parmigiani e Cremonesi l'assedio del castello di Piumazzo, intorno a cui consumò gran tempo. L'ebbe infine per forza, e lo distrusse col fuoco, facendovi prigioni cinquecento persone. Di là passò ad assediar Crevalcuore, e avutolo con grande stento, del pari lo atterrò. Il vedere un sì glorioso imperadore perdersi dietro a tali bicocche[3104], e l'impadronirsene anche con somma difficoltà, gli accrebbe il discredito; e massimamente perchè nello stesso tempo i Bolognesi[3105] vennero fin vicino a Modena, e vi bruciarono il borgo di San Pietro. Presero anche i Modenesi[3106] il castello di Marano di Campiglio, e Monte Tortore nel Frignano. Dopo sì segnalate imprese Federigo, che tenea delle segrete corrispondenze con molti nobili milanesi[3107], rivolse l'armi sue a quella volta. Passò per Merignano, Landriano e Bascapè sino alla Pieve di Locate[3108], saccheggiando e bruciando il paese. Fu disputa in Milano, se si avea da uscire in campagna, oppur da aspettare in città il nemico. Ma prevalse il parere di Gregorio da Montelungo legato pontificio, che fece armare anche cherici e frati; e però venne l'esercito milanese a postarsi a Camporgnano contra di quello di Federigo. Una parte de' nobili passò nel campo dell'imperadore; altrettanto fecero i Comaschi. Ciò non ostante, se s'ha da credere a Galvano dalla Fiamma, l'armata milanese stette a fronte del nemico, rovesciò varie acque addosso al campo imperiale, ed anche in un combattimento prese il carroccio de' Cremonesi, e mise quel popolo e i Pavesi in rotta. I Piacentini anch'essi dal canto loro respinsero gli sforzi dei cesarei. Chiaritosi Federigo che non facea buon vento in quelle parti, se ne venne in Toscana[3109]; fu ben ricevuto dai Lucchesi, e in Pisa celebrò la festa del santo Natale. Aveva egli spedito il figliuolo Arrigo, ossia Enzo re di Sardegna nella Marca d'Ancona, acciocchè incominciasse a far guerra al papa[3110]. Non tardò egli a farvi delle conquiste nel mese d'ottobre. Contra di lui ebbe ordine Giovanni dalla Colonna cardinale di portarsi colla gente che potè adunare. E il pontefice Gregorio IX, dacchè fu ritornato a Roma dalla villeggiatura d'Anagni, ben ricevuto dal popolo, dopo aver nell'ottava di san Martino confermata la scomunica contra di Federigo, alla medesima censura sottomise il suddetto re Enzo con tutti i suoi aderenti per l'invasione fatta nella marca anconitana, spettante alla Chiesa romana. Dappoichè l'imperador Federigo[3111] si fu ritirato dal distretto di Bologna, quel popolo con tutte le sue forze si portò all'assedio di Vignola, forte castello del distretto di Modena; e già con briccole, mangani, gatti ed altre militari macchine aveano atterrata buona parte del muro; quando nel dì 4 d'ottobre sopraggiunsero i Modenesi, Ferraresi e Parmigiani con Simone conte di Chieti Pugliese, e diedero battaglia. Fu sanguinosa e dura, ma infine voltarono le spalle i Bolognesi, ed, oltre ad assaissimi o morti o annegati nel fiume Scultenna, ne restarono, secondo la Cronica di Parma[3112], circa due mila e secento prigioni. Minor numero si legge ne' vecchi Annali di Modena. Strinsero in quest'anno i Veneziani[3113] una forte lega con papa Gregorio ad oggetto di torre, se veniva lor fatto, la Sicilia a Federigo, con obbligarsi al mantenimento di una buona squadra di galee. Non solamente per l'indegna morte del figliuolo del doge Tiepolo erano disgustati i Veneziani dell'imperadore, ma eziandio perchè avea tolte loro quattordici galee, e quattro navi cariche di merci e di frumento, che venivano dalla Puglia nella marca d'Ancona. O per guadagnare, o per tener più unito al suo partito Bonifazio marchese di Monferrato, Federigo Augusto gli fece una cessione di molte sue ragioni e pretensioni, e gli confermò alcune castella con diploma dato nel campo presso Pizzighettone nel dì ultimo d'agosto dell'anno presente, che disteso si legge nella Storia del Monferrato[3114].
NOTE:
[3096] Raynaldus, in Annal. ad hunc annum.
[3097] Matth. Paris, Hist. Anglic.
[3098] Richardus de S. Germano, in Chron.
[3099] Albericus Monachus, in Chron.
[3100] Roland., Chron., lib. 4, cap. 9.
[3101] Rolandinus, lib. 4, cap. 14.
[3102] Rubeus, Hist. Ravenn., lib. 6.
[3103] Richardus de S. Germano, in Chron.
[3104] Memor. Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.
[3105] Chron. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital.
[3106] Annal. Mutinens., tom. 11 Rer. Ital.
[3107] Annales Mediol., tom. 16 Rer. Ital.
[3108] Gualvan. Flamma, in Manipul. Flor.
[3109] Richardus de S. Germano, in Chron.
[3110] Card. de Aragon., in Vit. Greg. IX, P. I, tom. 3 Rer. Ital.
[3111] Chron. Bononiense, tom. 16 Rer. Ital. Annales Veter. Mutinens., tom. 11 Rer. Ital.
[3112] Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.
[3113] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.
[3114] Benvenuto da San Giorgio, Storia del Monferrato.
Anno di CRISTO MCCXL. Indizione XIII.
GREGORIO IX papa 14. FEDERIGO II imperadore 21.
Trovossi in gravissime angustie nell'anno presente il pontefice Gregorio per la prepotenza di Federigo, principe ansante di vendetta contra di chi avea separato lui dalla comunion de' fedeli, e renduti pubblici per la cristianità i suoi reati. Mentre era esso Federigo in Toscana nel verno, per quanto potè, ravvivò ed esaltò dappertutto il partito de' ghibellini, in guisa che pochi erano que' luoghi, ne' quali dove più e dove meno non fosse la fazione sua. Non si vollero già a lui sottomettere i Fiorentini[3115], ma per lui furono i Pisani e i Lucchesi, i quali nel presente anno insieme col marchese Oberto Pelavicino occuparono la Garfagnana. Gli giurarono fedeltà anche i Sanesi, sperando coll'aiuto suo di mantenersi contro la potenza di Firenze. Similmente gli Aretini se gli diedero, perchè travagliati dal possente comune di Perugia, che non potè mai indursi a chinare il capo all'imperadore, e tenne saldo per la Chiesa. Altrettanto avvenne nella marca d'Ancona. Quivi al re Enzo si diedero alcune città, e massimamente Osimo. Nel mese di febbraio entrato Federigo nel ducato di Spoleti, Foligno il ricevette a braccia aperte con altre terre. Ebbe anche Spello[3116], Orla, Città Castellana, Corneto, Sutri, Montefiascone e Toscanella. Ma ciò che più afflisse la corte pontificia, fu che l'ingrato popolo di Viterbo si gettò nelle braccia di Federigo in odio de' Romani suoi antichi nemici. Allora fu che il pontefice, sorpreso da sommi affanni, si sarebbe forse abbandonato, se Dio non l'avesse provveduto di un raro coraggio. Vedevasi già Roma attorniata dalle forze di Federigo al di fuori, al di dentro i nobili e il popolo niuna disposizione mostravano a sostener le fatiche della guerra e della difesa, perchè non mancava a Federigo in essa città il suo partito, guadagnato a forza di regali, di danaro e di promesse. Pertanto papa Gregorio, rivolte tutte le sue speranze a Dio, prese lo spediente d'intimare una general precessione, in cui portò le sacre teste de' santi apostoli Pietro e Paolo, e predicò la crociata contra di Federigo imperadore nemico della Chiesa. Tal compunzione mosse questo pio spettacolo nel popolo romano, che la maggior parte non solo de' laici, ma anche degli ecclesiastici prese la croce e l'armi in difesa del papa e di Roma. Ma guai a que' crocesignati tali che capitarono poi nelle mani di Federigo. Niun d'essi andò esente, dopo varii tormenti, dalla morte. Perduta la speranza di ottenere l'intento suo sotto Roma, Federigo nel mese di marzo passò in Puglia, ed attese a far gente e a smugnere le borse de' suoi sudditi, ma principalmente quelle degli ecclesiastici. Non mancava intanto il papa di muover anche egli e cielo e terra contra di lui: tanto erano esacerbati gli animi dall'una e dall'altre parte. Trattò in Germania, si maneggiò in Francia e in Ispagna, per far eleggere un nuovo imperadore; ma n'ebbe delle risposte di poco suo gusto. Fece raccogliere da' suoi legati in Francia ed Inghilterra grossissime somme di danaro dalle chiese, e in altre guise, che gli servirono non poco in questi bisogni, e sollecitò quanti popoli e principi potè per istaccarli dal partito di Federigo, ed attaccarli al suo. Fra gli altri mosse per mezzo, di Gregorio da Montelungo suo legato i Lombardi, i Bolognesi, i Veneziani e il marchese di Este a formar l'assedio di Ferrara. Vi intervenne in persona Jacopo Tiepolo doge di Venezia e il suddetto marchese, a cui piucchè agli altri premeva tal conquista[3117]. Inoltre i Mantovani, che si erano già sottratti all'ubbidienza di Federigo, col conte Ricciardo da San Bonifazio vi concorsero, e vennevi anche Alberico da Romano coi signori di Camino. Durò l'assedio dal principio di febbraio sino al fine di maggio, oppur sino al dì 3 di giugno. Nè apparenza v'era di forzar quella città alla resa. Si ricorse al ripiego di guadagnar con danari Ugo de' Ramberti ed altri potenti di Ferrara, che dissero di voler pace. Si fecero di bei patti, e Salinguerra venne al campo de' collegati per confermarli; nientedimeno, secondo che narra Ricobaldo[3118], egli fu attrappolato dal legato pontificio, che era solamente notaio, uomo di grande attività, ma di larga coscienza. Detestò, per attestato d'esso Ricobaldo, questa frode il marchese d'Este, allegando l'onore e il giuramento, cui legatus persuasit, ut calcato honesto et juramento, amplecteretur, quod utile sibi foret, ut scilicet urbe potiretur, illo escluso. Così Salinguerra, già ottuagenario, fu condotto prigione a Venezia, dove civilmente trattato finì i suoi giorni in santa pace; e la casa d'Este dopo tanti anni rientrò in Ferrara, e maggiormente vi si stabilì andando innanzi. Per ordine del papa, ad esso marchese Azzo fu in questo medesimo anno consegnata Argenta, terra che gareggiava colle città.
Fece l'imperador Federigo nel mese di maggio dare da' suoi un terribil guasto al territorio pontificio di Benevento[3119]. Poscia nel seguente agosto ne ordinò anche l'assedio; ma quel popolo con vigorosa resistenza gli fece conoscere l'illibata sua fedeltà verso la Chiesa romana. Mossesi poi nell'agosto suddetto con poderosa armata Federigo da Capoa, e il suo disegno era d'entrare nella Campania romana; ma, o sia che vi trovasse più opposizione di quel che credeva, oppure che fosse consigliato a ripigliar piuttosto de' paesi che si potessero pretendere spettanti all'imperio: certo è che sen venne a Ravenna[3120], dove essendo mancato di vita Paolo da Traversara capo de' Guelfi, facile riuscì a lui dopo un breve assedio di rimetterla nel dì 22 d'agosto sotto la sua ubbidienza. Di là passò all'assedio di Faenza, città che vigorosamente si tenne per alquanti mesi. Inviarono i Veneziani nei settembre di quest'anno uno stuolo di galee in Puglia, che diede il guasto a Termoli, al Vasto e ad altre terre di quelle spiagge, con riportarne un ricco bottino. E nel novembre, per ordine di Federigo, furono scacciati dai regno tutti i frati predicatori e minori, a riserva di due nativi del paese per ciascun convento. Il podestà imperiale di Padova[3121] ebbe in quest'anno battaglia con Azzo VII marchese d'Este presso il Ponte Rosso, e riuscì vantaggiosa per lui, con aver fatti prigioni molti soldati d'esso marchese, fra' quali alcuni nobili. Per lo contrario, nel dì 16 di maggio il podestà di Verona con tutta la cavalleria e fanteria di quella città andò verso la Badia, terra del suddetto marchese Azzo, con intenzione di dar soccorso al castello di Gaibo assediato da esso marchese. Ma vergognosamente presero dipoi essi Veronesi la fuga, e quivi lasciarono tutte le lor barche e carra. Vennero allora alle mani del marchese le castella di Gaibo e della Fratta che per ordine suo furono distrutte. Anche i Mantovani fecero oste contra de' Veronesi, e, giunti a Trevenzolo, s'azzuffarono con essi, ma con riportarne la peggio. Vi restò morto fra gli altri il loro podestà, che era Gherardo Rangone da Modena, e il lor capitano Bocca d'asino con assaissimi altri Mantovani fu condotto ne' ceppi a Verona. Gli Alessandrini, stati fin qui uniti colla lega lombarda, si diedero nell'anno presente all'imperadore, con ricevere per loro governatore il marchese Manfredi Lancia[3122]. Questi poi da un lato e il marchese Oberto Pelavicino, vicario dell'imperadore in Lunigiana, da un altro ostilmente entrarono nel Genovesato. Inviarono i Milanesi e i Piacentini dei soccorsi a Genova, il cui popolo virilmente accorse ai bisogni, e fece retrocedere i nemici. Savona ed Albenga persistendo nella ribellione, ebbero un gran gran guasto da essi Genovesi.
NOTE:
[3115] Vita Greg. IX, P. I, tom. 3 Rer. Ital. Ptolom. Lucensis, Annal. brev.
[3116] Richardus de S. Germano, in Chron.
[3117] Roland., lib. 5. cap. 1. Monachus Palavinus, in Chron., tom. 8 Rer. Ital. Annal. Veronens. et alii.
[3118] Richobald., in Pomar., tom. 9 Rer. Ital.
[3119] Richardus de S. German., in Chron.
[3120] Rubeus, Hist. Raven., lib. 6. Paris de Cereta, Annal. Veron. Richardus de S. Germano.
[3121] Annales Veronens., tom. 8 Rerum. Ital. Roland., lib. 5, cap. 3.
[3122] Caffari, Annal. Genuens., lib. 6, tom. 6 Rer. Italic.
Anno di CRISTO MCCXLI. Indizione XIV.
GREGORIO IX papa 15. CELESTINO IV papa 1. FEDERIGO II imperadore 22.
Ostinatamente continuò l'imperador Federigo per tutto il verno l'assedio di Faenza[3123]; e perciocchè gli era mancato il danaro da pagar le truppe, impegnò le sue gioie e vasellamenti d'oro e d'argento. Nè ciò bastando, ricorse al ripiego di far battere moneta di cuoio, facendola prendere come moneta buona, con promessa di pagarne il valore a chi la riportasse al suo tesoriere: siccome poi fece, con cambiarla in agostari d'oro, moneta da lui battuta, cadaun de' quali valeva un fiorino d'oro e un quarto. Finalmente nel dì 14, oppure nel dì 15 d'aprile dell'anno presente, per maneggio di Rinieri conte di Cunio, quella città capitolò la resa, salve le persone e robe. Tenuto fu gran cosa che questo inesorabile imperadore dopo tanta resistenza perdonasse a que' cittadini. Anche Cesena piegò il capo ai voleri d'esso Augusto[3124]; e quel popolo gli consegnò il castello nuovo della città, ch'egli fece diroccar tutto, per farvi una fortezza di pianta secondo il gusto suo. Nello stesso mese d'aprile[3125] dopo avere la città di Benevento, città pontificia, anch'essa sofferto un lungo assedio, fu infine forzata a rendersi all'armi d'esso imperadore. Ne fece egli spianare da' fondamenti le mura, abbassar le torri, e spogliò di tutte le lor armi que' cittadini: colpo che sommamente afflisse la corte romana. Nè di minor molestia fu l'essersi nel gennaio di quest'anno il cardinal Giovanni dalla Colonna, per differenze insorte fra il papa e lui, gittato nel partito dell'imperadore, con aver poscia afforzata in Roma una sua fortezza appellata l'Agosta ossia Lagosta, e fuori di Roma alquante sue castella contra del pontefice. Ma soprattutto trafisse l'animo dello stesso papa e della corte sua, un'altra disavventura che fece grande strepito per la cristianità. Avea papa Gregorio mandate nel precedente anno le lettere circolari coll'intimazione di un concilio generale, da farsi nel presente anno in Roma[3126]. Di questo concilio era in gran pena Federigo II, ben prevedendo che in esso verrebbe confermate contra di lui la sentenza della scomunica, ed anche della deposizione. Però entrato in pensiero di impedirlo, quanti prelati di Italia incamminati a Roma capitarono nelle sue mani, tutti li fece fermare, e colla prigionia e in altre maniere li maltrattò. Una gran frotta di vescovi ed abbati franzesi s'era già messa in viaggio per passare in Italia insieme con Jacopo cardinale vescovo di Palestrina, e Ottone cardinale di San Niccolò in Carcere. Pel trasporto loro con grosso nolo fu preparata in Genova una bella flotta di galee e d'altri legni sottili. Molti de' prelati franzesi venuti fino a Nizza, colla scusa che non bastasse al bisogno e alla sicurezza loro l'armamento di Genova, se ne tornarono indietro. Gli altri più animosi arrivarono nel mese d'aprile a Genova e, colà ancora ne giunsero molti altri d'Italia cogli ambasciatori di Milano, Piacenza e Brescia, tutti per imbarcarsi. Intanto Federigo avea fatto allestire in Sicilia e Puglia quante galee potè, e le inviò col re Enzo suo figliuolo verso Pisa, per opporsi alla venuta di questi prelati. Ordinò parimente ai Pisani suoi aderenti di fare ogni possibile sforzo per mare, ad oggetto di unitamente procedere contro la armata navale de' Genovesi. Non lasciarono i Pisani nel mese di marzo di spedire a Genova i loro ambasciatori, con pregar quel comune di desistere da quella impresa, perchè aveano comandamento da Federigo di far loro opposizione. Stettero saldi nel proposito loro i Genovesi, animati dalle premurose lettere del pontefice, che scrivea non doversi aver paura di chi era in disgrazia di Dio. Furono nello stesso tempo intercette lettere di Federigo, per le quali si scoprì che egli avea guadagnati al suo partito varii nobili di Genova, e nominatamente alcuni della casa Spinola e Doria, la fazion de' quali fu chiamata da lì innanzi de' Mascherati: perlochè il podestà fece prendere l'armi al popolo, e procedette contro i ribelli. Quetato il tumulto, si mosse la flotta genovese coi cardinali e prelati per passare alla volta di Roma; e il temerario capitano, tuttochè consigliato di aspettare il rinforzo d'altre dieci galee, e di tirar verso Corsica, per non incontrarsi co' nemici, volle andar diritto; e infatti gl'incontrò in vicinanza dell'isoletta della Melora. Si venne ad un aspro combattimento; ma siccome d'ordinario i più vincono i meno, così restò sconfitta l'armata genovese, e di ventisette galee sole cinque si salvarono colla fuga. L'altre coi cardinali, portanti dei gran tesori, e col resto de' prelati vennero in potere della flotta cesarea e pisana. In una sua lettera al re d'Inghilterra[3127] Federigo scrive, che oltre alle ventidue galee prese, se ne affondarono tre con circa due mila uomini, e che circa quattro mila Genovesi restarono prigioni coi suddetti cardinali, prelati ed ambasciatori. Succedette questa infelice battaglia[3128] nel dì 3 di maggio, festa della; Croce. Per ordine di Federigo furono poi condotti i cardinali e gli altri prigionieri a Napoli, distribuiti per varie castella di quelle contrade, e inumanamente trattati da lui. Gran doglia che per questo colpo ebbe la corte di Roma! Spedì poi esso Augusto a' danni de' Genovesi una flotta di quaranta galee. Inoltre per terra fece assalirli dal marchese Oberto Pelavicino, e dai Pavesi, Alessandrini, Tortonesi, Vercellini, e da altri popoli della Lombardia, e da' marchesi di Monferrato e del Bosco. Ma il bellicoso popolo di Genova mise tosto in mare una flotta di cinquantadue tra galee e tartane, ossieno altri legni; e per terra fece due altri eserciti, e gloriosamente si difese da tanti nemici.
Nel mese di giugno ito l'imperadore a Fano, imprese l'assedio di quella città. Trovandovi una gagliarda resistenza, dopo aver dato il guasto al distretto passò, a Spoleti, e se ne impadronì con facilità. E perchè un abisso si tira dietro l'altro, fece intanto richiedere in prestito tutti tesori delle chiese di Puglia sì d'oro e d'argento, come di gemme e di sacri preziosi arredi; e convenne darglieli. Bisogna pure ridirlo: ecco dove andavano infine a terminare in que' miseri tempi doni fatti dalla pietà cristiana ai sacri templi. Gran rumore faceva intanto l'avvicinamento all'Ungheria di un formidabile, perchè innumerabile, esercito di Tartari Comani, gente inumana e bestiale; e temevasi che, ingoiato il regno ungarico, passerebbe la tempesta nella Germania. Aveano già devastata la Russia, la Polonia, la Boemia. Entrarono dipoi nell'Ungheria: vi fecero un mondo di mali. Federigo, giacchè capitò alla sua corte, di ritorno dalla Terra santa, Riccardo fratello del re d'Inghilterra e dell'imperadrice sua moglie, lo spedì a Roma con plenipotenza per trattar di pace in quel grave bisogno della cristianità. Secondochè abbiamo da Matteo Paris[3129], scrittore che per lo più sparla di papa Gregorio, e della venalità e rapacità de' ministri pontificii, Riccardo trovò il papa inesorabile. Niuna proposizion d'accordo a lui piacque. Sempre insiste in esigere che Federigo assolutamente si sottomettesse all'arbitrio e volontà di lui: al che non avendo voluto acconsentire Riccardo, tornò al cognato Augusto senza aver fatto nulla. Continuò dunque Federigo la guerra[3130], e nel giugno s'impossessò di Terni, ma non già di Narni, nè di Rieti, che resisterono, e costò loro un grave guasto. Chiamato poi verso Roma dal cardinal Colonna ribello del papa, prese Tivoli, Monte Albano, e varie castella del monistero di Farfa, e si accampò a Grottaferrata. Matteo Paris aggiugne che egli per forza prese e smantellò un castello che il papa avea fatto fabbricare appresso Monforte per li suoi nipoti: il che talmente afflisse il santo vecchio, che se ne morì. Ma non conviene cercar altronde le cagioni della morte di questo pontefice, perchè, se è vero ciò che scrive lo stesso Paris, egli era giunto coll'età fin quasi a cento anni, e pativa di calcoli. Diede dunque fine a' suoi giorni papa Gregorio IX nel dì 21 d'agosto. Più di dieci cardinali non si trovarono allora in Roma, a' quali apparteneva l'elezion del successore. Riccardo scrive che de imperatoris licentia cardinales omnes, qui extra urbem fuerant, pro electione papae facienda ad urbem redeunt. E ch'egli vi lasciasse ancora intervenire i due cardinali da lui detenuti in prigione, con patto poscia di ritornarvi (al qual fine diedero ostaggi), non credo che s'abbia a mettere in dubbio, dacchè lo dice espressamente Matteo Paris, scrittore di questi tempi; e Riccardo attesta che furono condotti a Tivoli, non per altro, come si può giudicare, che per quivi dar loro il giuramento del ritorno dopo l'elezione. Entrò poi la discordia fra que' pochi cardinali, e durò circa quaranta giorni[3131]: ma infine nell'ottobre essendo i voti dei più concorsi nel cardinal Giuffredo, o Goffredo, di patria Milanese, vescovo sabinense, egli veramente fu papa, e prese il nome di Celestino IV. Anche Federigo n'ebbe piacere. Ma essendo egli assai vecchio ed infermiccio, benchè nell'Ognisanti celebrasse solenne messa nella basilica lateranense, ed ordinasse alcuni cardinali e vescovi, non passarono diciassette, oppur dieciotto dì che fu chiamato da Dio a miglior vita, lasciando più che mai desolata la Chiesa e sconvolta l'Italia. Ch'egli non ricevesse il pallio, nè fosse consecrato, lo scrive Pietro da Curbio nella vita di Innocenzo IV[3132]. Secondo Matteo Paris[3133], corse voce di veleno, voce che facilmente in tempi tali era in voga, ma che presso di noi non dee sì di leggieri meritar credenza.
In questo mentre Matteo Ruffo ossia Rosso, già creato senator di Roma da papa Gregorio IX, avendo assediata Lagosta ossia l'Augusta, fortezza del cardinal Colonna, la costrinse alla resa. Pare eziandio che Federigo, dacchè seppe la morte del suddetto pontefice Gregorio, sospendesse le offese contro gli Stati della Chiesa romana; e si sa ch'egli se ne tornò in Puglia, dove ai confini del regno in faccia a Ceperano ordinò che si fabbricasse una città nuova. Quel ch'è strano, racconta Riccardo[3134] che dopo la morte di Celestino IV, prima ancora che gli fosse data sepoltura, de cardinalibus quidam de urbe fugerunt, et contulerunt se Anagniam. C'è luogo di sospettare che in Roma vi fossero non pochi torbidi, nè si trovasse la libertà convenevole per l'elezione del nuovo papa. Forse anche temevano essi della pelle. Infatti vacò poi per gran tempo la santa Sede. Nel dicembre di quest'anno l'imperadrice Isabella, sorella del re d'Inghilterra, dimorando in Foggia, morì di parto, e fu seppellita in Andria. Federigo intanto continuava ad aggravar di nuove imposte e taglie i sudditi suoi. Tentò in questo anno Eccelino da Romano di torre la bella terra d'Este al marchese Azzo per tradimento[3135]. Per buona ventura s'ebbe sentore del suo trattato, e, presi i traditori, che dianzi pareano de' più fedeli della casa d'Este, cessò il pericolo di quella terra. Abbiamo dagli Annali vecchi di Modena[3136] che anche i Bolognesi tramarono con alcuni prigioni modenesi di levar proditoriamente al comune di Modena il castello di Bazzano; e già vi erano entrati alcuni d'essi con armi e vettovaglia. Si scoprì la mena; presi furono que' Bolognesi, e da' Modenesi venne ben rinforzato quel castello. La Cronica di Parma[3137] aggiugne che poscia in questo medesimo anno seguì pace fra essi Bolognesi, Modenesi e Parmigiani: nella qual congiuntura furono rilasciati tutti i prigioni d'amendue le parti. Il marchese Oberto Pelavicino[3138], vicario dell'imperadore in Lunigiana, distrusse la nobil terra di Pontremoli. Si riaccese in quest'anno la lagrimevol discordia civile tra i nobili e popolari della città di Milano[3139]. Capo de' primi era fra Leone da Perego dell'ordine dei Minori, arcivescovo allora di Milano; capo del popolo era Pagano dalla Torre, la cui famiglia, che dicono fosse padrona di Valsasina, cominciò in tali congiunture ad acquistar gran credito in Milano. Infestavano intanto i Pavesi il distretto milanese. Fu proposto nel consiglio di far oste contra di loro; ma, essendo così mal d'accordo fra loro, non si volle muovere il popolo. Uscirono bensì i nobili, e nel dì 11 di maggio ad un luogo appellato Ginestre vennero alle mani coi Pavesi; ma furono sconfitti colla morte e prigionia di molti. A questa funesta nuova Pagano dalla Torre col popolo in armi andò ad assalire i vittoriosi Pavesi, li respinse fino alle porte di Pavia, e tal terrore mise in quella città, che tosto si trattò di pace fra i due popoli rivali. Fu questa conchiusa colla liberazion de' prigionieri. Circa questi tempi i Bresciani[3140] presero le castella di Gavardo, d'Iseo e di Vanzago, togliendole ai Veronesi loro nemici. Pare che Riccardo da San Germano parli di questo all'anno seguente.
NOTE:
[3123] Ricordano Malaspina, cap. 130.
[3124] Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital. Matth. Paris, Hist. Angl.
[3125] Richardus de S. Germano, in Chron.
[3126] Raynaldus, Annal. Eccles. Caffari, Annal. Genuens., lib. 6. Richardus de S. Germano, in Chron. Matth. Paris, Hist. Angl.
[3127] Matth. Paris, Hist. Angl.
[3128] Richardus de S. Germano, in Chron.
[3129] Matth. Paris, Hist. Angl.
[3130] Richardus de S. Germano, in Chron.
[3131] Roland., lib. 5, cap. 6. Monachus Patavinus, in Chron., tom. 8 Rerum Ital.
[3132] Vita Innocentii IV, Part. I, tom. 3 Rer. Ital.
[3133] Matth. Paris, Histor. Angl.
[3134] Richardus de S. Germano, in Chron.
[3135] Roland., lib. 5, cap. 5.
[3136] Annales Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Italic.
[3137] Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.
[3138] Chron. Placent., tom. 16 Rer. Italic.
[3139] Annal. Mediol., tom. 16 Rer. Ital. Gualvaneus Flamma, in Manip. Flor., cap. 274.
[3140] Malvecius, Chron. Brixian., tom. 14 Rer. Italic.
Anno di CRISTO MCCXLII. Indizione XV.
Pontificato vacante. FEDERIGO II imperadore 25.
Trovavasi desolata la Sede apostolica, perchè priva di pontefice, e perchè neppure fra que' pochi cardinali che vi restavano sapeva entrar la concordia. Erano alcuni d'essi usciti di Roma, gli altri cozzavano l'un contra l'altro; tutto andava a finire in lasciar vedova la Chiesa. L'Annalista Pontificio[3141] rigetta la colpa d'ogni disordine sopra del solo Federigo. Ma convien dire che la storia di questi tempi è alterata di troppo dalle passioni, dalle calunnie, dalle dicerie, che non ci lasciano discernere la verità di tutte le magagne d'allora, nè di chi fosse il torto in varii casi di quella maledetta discordia. Erano pubblici, erano maiuscoli i vizii di Federigo, ed egli capace di tutto; ma che dalla parte di Roma sempre si camminasse diritto e senza difetto alcuno, sempre con istrada contraria all'iniquità di Federigo, poco costa il dirlo. A noi mancano storici di allora che abbiano senza parzialità ben esaminati i principii e i progressi di queste tragedie, per poterne ben giudicare. Sappiamo da Matteo Paris[3142] e da Alberto Stadense[3143] che gran discordia si trovava allora fra i cardinali. Se Federigo n'era in colpa, come può stare che egli scrivesse lettere sì obbrobriose ai medesimi, riferite dallo stesso Rinaldi, colle quali fieramente gli accusa e strapazza, appunto perchè non s'accordavano ad eleggere un successore di Pietro, e lasciavano in tanta confusione la Chiesa di Dio? Ma non più. Nel mese di febbraio, per attestato di Riccardo da San Germano[3144], Federigo spedì il gran mastro dell'ordine teutonico, eletto arcivescovo di Bari, con un altro personaggio, ad curiam romanam pro pace. Nulla se ne fece. Per colpa di chi, nol dice la storia. Mandò ancora a Tivoli nel mese d'aprile i due cardinali prigioni: il che può far credere che li lasciasse anche andare per l'elezion del papa, siccome avea permesso nell'anno precedente. Veggendo poi che non era da sperar pace dalla corte di Roma, nel maggio seguente ripigliò le ostilità. Il duca di Spoleti per parte dell'imperadore diede il guasto al territorio di Narni. Altrettanto fecero i Romani a Tivoli, posseduto allora dall'imperadore. Dalle milizie d'esso Augusto assediata la città d'Ascoli, nel mese di giugno cadde sotto il di lui dominio. Nel qual mese venuto egli nella marca d'Ancona, si fermò all'Avenzana sino al luglio, e poscia passò a dare il guasto ai contorni di Roma. Nell'agosto si ridusse in Puglia. Non istava in ozio in questi tempi Eccelino da Romano, signoreggiante sotto l'ombra dell'imperadore in Padova, Vicenza e Verona[3145]. Giacchè non gli era venuto fatto di occupar colla forza la grossa terra di Montagnana, appellata dal Monaco Padovano populosa[3146], che era del marchese d'Este, ricorse ad un altro ripiego. Cioè spedì colà, o quivi guadagnò degl'incendiarii, i quali in una notte del mese di marzo attaccarono il fuoco in più parti a quella terra. Il marchese, stando nella rocca d'Este, di là mirò quest'incendio, e tosto colla sua gente cavalcò colà per soccorrerla. Ma avvertito che veniva, ed era vicino l'esercito di Verona, scorgendo che altri fuochi saltavano su per Montagnana, s'avvide del tradimento. Perciò, fatto mettere il fuoco nel resto, e presi seco quanti uomini e donne e fanciulli potè di quegli abitanti, con esso loro se ne tornò ad Este. S'impossessò di quella terra Eccelino, e ordinò tosto che vi si fabbricasse un castello, o vogliam dire una fortezza. Chiamato poscia in aiuto il conte di Gorizia, si portò Eccelino nel seguente giugno, per far dispetto ad Alberico suo fratello, a dare un fierissimo guasto al territorio di Trivigi. Lo stesso trattamento fece dipoi a quello d'Este; e, tornato a Padova, attese da lì innanzi a far fabbricare in quella città un castello con orride ed infernali prigioni, nelle quali col tempo morì ancora quell'architetto ch'egli avea scelto per farle ben tenebrose e scomode a chi per sua disavventura vi capitava. E ben poco ci voleva sotto quel tiranno a capitarvi. Alcune altre conquiste di castella fatte per Eccelino dalla parte di Vicenza si leggono nella Cronica Vicentina di Antonio Godio[3147], autore che eziandio rapporta le crudeltà commesse da lui in quella città.
Per vendicarsi i Milanesi de' Comaschi, da' quali restarono traditi nell'ultima venuta di Federigo sul Milanese[3148], fecero oste contra di loro, mettendo a ferro e fuoco il loro distretto sino alle porte di Como. Presero e smantellarono le castella di Lucino e di Mendrisio. Si impadronirono di quello di Bellinzona, e gran danno recarono ad altri luoghi. Per attestato di Riccardo da San Germano[3149], avea Federigo in Puglia e Sicilia fatto un armamento di cento cinquanta galee e venti vascelli, da spedire contro ai Veneziani e Genovesi. Per questo i Veneziani[3150] uscirono in mare con settanta galee; ma nulla ebbero da faticare, perchè la flotta imperiale, comandata da Ansaldo Mari Genovese, s'inviò contra de' Genovesi: nel qual tempo anche il marchese Oberto Pelavicino per terra con grande sforzo nel dì 20 di giugno venne sino a Porto Venere, ed imprese poi l'assedio di Levanto[3151]. Aveano gli animosi Genovesi già fatto un preparamento di ottantatrè galee, ed altri legni minori; e, all'avviso de' nemici, tosto imbarcati volarono in traccia d'essi. Fu precipitosamente levato l'assedio di Levanto; la flotta di Federigo sfuggì sempre ogni cimento, qua e là ritirandosi, ma inseguita sempre da' Genovesi; e così terminò l'anno senza vantaggio alcuno delle parti. Ma non lieve guadagno fu per la lega pontificia l'aver indotto nell'anno presente a forza di danaro Bonifazio marchese di Monferrato, Manfredi marchese del Carretto, e i marchesi di Ceva, a far pace e lega coi Genovesi, Milanesi e Piacentini, con obbligarsi que' marchesi nelle mani del legato apostolico di abbandonare la parte dell'imperadore, di difendere a tutto lor potere la santa Chiesa romana, e di far guerra viva ai nemici di essa e dei suddetti comuni. Secondo la Cronica di Piacenza[3152], il re Enzo, figliuolo di Federigo, fece un'irruzione in quest'anno nel Piacentino, assediò quivi il castello di Roncarello, diede alle fiamme Podenzano e molti altri luoghi di quel distretto. Andavasi intanto sempre più insinuando, o aumentando in Lombardia il veleno delle fazioni guelfa e ghibellina. La città di Parma, dianzi felice[3153], cominciò nell'anno presente a provarne i mali effetti, con essere venuta meno la concordia fra i cittadini. Soggiacque al medesimo pernicioso influsso quella di Brescia[3154], dove si formò una fazione appellata da' Malisardi, per colpa de' quali perdè quella città molte castella e nominatamente in quest'anno Pontevico, che que' maligni fazionarii diedero al comune di Cremona.
NOTE:
[3141] Raynald., Annal. Eccl.
[3142] Matth. Paris, Hist. Anglic.
[3143] Albert. Stadens., in Chron.
[3144] Richardus de S. Germano, in Chron.
[3145] Roland., lib. 5, cap. 8.
[3146] Monach. Patavinus, in Chron., tom. 8 Rer. Italic.
[3147] Antonius Godius, in Chron., tom. 8 Rer. Italic.
[3148] Annales Mediolan., tom. 16 Rer. Ital. Gualvaneus Flamma, in Manip. Flor., cap. 276.
[3149] Richardus de S. Germano, in Chron.
[3150] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.
[3151] Caffari, Annal. Genuens., lib. 6, tom. 6 Rer. Italic.
[3152] Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital. Chron. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital.
[3153] Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.
[3154] Malvecius, in Chron. Brixian., tom. 14 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCXLIII. Indizione I.
INNOCENZO IV papa 1. FEDERIGO II imperadore 24.
Abbiamo da Matteo Paris, autore per altro parzialissimo di Federigo imperadore[3155], che esso Augusto fece di gravi istanze, premure e minaccie ai cardinali, perchè più non differissero l'elezione di un nuovo pontefice, perchè la lor discordia tornava in infamia d'esso Augusto, credendo i popoli che per suoi intrighi durasse cotanto la sede vacante. Risposero i cardinali che, se gli premeva tanto la pace e il bene della Chiesa, mettesse in libertà i cardinali e gli altri prelati che teneva in prigione. Liberò Federigo almeno i cardinali e i ministri pontificii, con riportarne promessa ch'essi efficacemente accudirebbono alla creazione d'un novello pontefice, e alla pace fra la Chiesa e l'imperio. Non veggendone egli poi alcun buon effetto, montato in collera, con poderoso esercito si portò verso Roma, e cominciò a dare il guasto ai beni dei cardinali e de' nobili romani. Nella qual congiuntura i Saraceni infedeli presero Albano, e vi commisero le maggiori enormità del mondo, spogliando le chiese, e riducendo tutti quegli abitanti all'ultimo esterminio. Allora i cardinali mandarono a pregar Federigo di desistere, promettendo di provvedere in breve la Chiesa di Dio d'un sacro pastore. Anche i Franzesi mandarono ambasciatori apposta ai cardinali con forti istanze per la creazion d'un sommo pontefice. Tutto ciò da Matteo Paris, il cui racconto non oserei io sostenere per veridico a puntino. Riccardo da San Germano[3156], savio scrittore, la cui Cronica è da dolersi che finisca nel presente anno, altro non dice, se non che nel mese di maggio Federigo cavalcò ai danni de' Romani; e che poscia, alle preghiere de' cardinali, si ritirò dai contorni di Roma; ed aver egli nello stesso mese rimesso in libertà il cardinale vescovo di Palestrina, il quale andò ad unirsi cogli altri cardinali in Anagni. È considerabile che essi cardinali non in Roma, ma in Anagni, si raunarono per far l'elezione del papa: segno che in Roma non doveano godere la libertà necessaria. E certo l'imperadore non disturbò punto la lor unione in Anagni. Ora finalmente[3157] nel dì 24 di giugno, festa di san Giovanni Batista, oppure nel dì 26, come ha il Continuatore di Caffaro[3158] con altri, concorsero i loro voti nella persona di Sinibaldo cardinale di San Lorenzo in Lucina, di nazion Genovese, della nobil famiglia de' conti di Lavagna, ossia de' Fieschi, il quale assunse il nome d'Innocenzo IV. Scrivono[3159] che si fece dai baroni della corte dell'imperadore gran festa per tal elezione, sapendo che fra il loro signore e il nuovo eletto passava molta amicizia; ma che Federigo se ne rattristò, con dire ch'egli avea perduto un amico cardinale, ed acquistato un papa nemico. Narra Matteo Paris[3160] che esso imperadore mise delle guardie per terra e per mare, acciocchè non passassero nel regno le lettere colla nuova dell'esaltazione d'Innocenzo. Più fede è dovuta a Riccardo da San Germano Italiano, da cui sappiamo, che stando Federigo in Melfi, all'avviso del creato pontefice[3161], ubique per regnum laudes jussit Domino decantari, cioè dappertutto ne fece cantare il Te Deum. Inoltre non tardò molto a spedire ad Anagni al papa l'arcivescovo di Palermo, Pietro dalle Vigne e mastro Taddeo da Sessa a congratularsi, e a trattare pro bono pacis. A quo benigne satis recepti sunt, et benignum ad principem retulerunt responsum. La lettera da lui scritta si legge negli Annali Ecclesiastici, e in essa nulla si parla dell'arcivescovo di Palermo. E da un'altra del papa si scorge che questi ambasciatori non furono già ammessi all'udienza del pontefice: del che fece dipoi querela esso Federigo. Nel mese d'agosto segretamente spedito un buon corpo di Romani a Viterbo, quella città ritornò all'ubbidienza del romano pontefice. Entro vi era la guarnigione imperiale sotto il comando del conte Simone di Chieti, il quale con tutti i suoi fu assediato nella fortezza. Benchè il papa avesse ricuperata una città che era sua, pure se l'ebbe a male Federigo, stante l'essere stata fatta cotal novità mentre durava la tregua e si trattava di pace. Il perchè, raunato un copioso esercito, nel mese di settembre personalmente si portò sotto Viterbo, e vi mise l'assedio, sforzandosi colle minaccie e colle macchine militari di vincere la costanza dei difensori. Chiaritosi che nulla v'era da sperare, e tanto più perchè gli furono bruciate le macchine, si contentò di riaver libero il conte Simone co' suoi, e ritirossi in Toscana a Grosseto. Matteo Paris scrive che il conte Simone colla sua brigata fu condotto prigione a Roma. Più è da credere in ciò a Riccardo da San Germano, che a lui. Sul fine d'ottobre papa Innocenzo da Anagni si trasferì a Roma, ricevuto con distinti onori dal senato e popolo romano. Era capitato alla corte dell'imperadore Raimondo conte di Tolosa. S'interpose anche egli per rimettere la buona armonia; e a questo fine andò a Roma nel mese di ottobre a trovare il papa, tractans inter ipsum et imperatorem bonum pacis: colle quali parole Riccardo da San Germano termina la Cronica sua.