Annali d'Italia, vol. 4 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
ANNALI D'ITALIA 4
ANNALI D'ITALIA
DAL PRINCIPIO DELL'ERA VOLGARE SINO ALL'ANNO 1750
COMPILATI
DA L. ANTONIO MURATORI
E CONTINUATI SINO A' GIORNI NOSTRI
Quinta Edizione Veneta
VOLUME QUARTO
VENEZIA DAL PREMIATO STAB. DI G. ANTONELLI ED. 1845
ANNALI D'ITALIA
DAL PRINCIPIO DELL'ERA VOLGARE FINO ALL'ANNO 1500
Anno di CRISTO DCCCCXCIV. Indiz. VII.
GIOVANNI XV papa 10. OTTONE III re di Germania e d'Italia 12.
Cogli affari d'Italia han correlazione quei di Gerberto creato arcivescovo di Rems. Prese la santa Sede la protezione di Arnolfo deposto da quella sedia contro le leggi canoniche, e papa Giovanni XV sospese dai divini uffizii que' vescovi che aveano proferita sentenza contro di lui. Restano tuttavia le invettive d'esso Gerberto, non dirò contro la Chiesa romana, ma contro quei papi che in questi ultimi tempi l'aveano cotanto sporcata, e sì malamente governata; di Gerberto, dico, il quale da qui a non molto ci comparirà salito sul medesimo trono pontificio. Ugo Capeto re di Francia spedì al papa le ragioni dell'operato dai vescovi, e il pregò di voler venire in persona fino a Grenoble, per conoscere meglio questa differenza. Non si sentì voglia il pontefice Giovanni di prendersi tanto incomodo, e solamente mandò in Francia Leone abbate del monistero di san Bonifazio per suo legato, per cui opera nell'anno seguente fu in qualche maniera posto fine a quell'imbroglio. Abbiamo da Lupo Protospata[1] e da Romoaldo Salernitano[2] che in questo anno obsessa est Matera a Saracenis tribus mensibus, et quarto capta ab eis. Ne erano allora in possesso i Greci, ma non ebbero forza per poterla sostenere contro la possanza dei Mori. Fino all'anno presente signoreggiò in Salerno Giovanni II appellato di Lamberto[3]. La morte il rapì con restare principe di Salerno suo figliuolo Guaimario, chiamato il terzo, per distinguerlo da altri due principi dello stesso nome, che erano vivuti ne' tempi addietro. Era esso Giovanni tuttavia vivente nel giugno di quest'anno, ciò apparendo da un diploma dato da lui e dal figlio Guaimario, che si legge nelle Antichità italiane[4]. Truovasi ancora in quest'anno Otberto ossia Oberto II marchese, figliuolo di quell'Otberto I che noi già vedemmo marchese e conte del sacro palazzo, e dicemmo progenitore della casa d'Este, il quale tiene un placito nella chiesa di Lavagna, e sentenzia in favore del monistero di san Fruttuoso[5]. L'atto fu scritto anno Incarnationis Domini nostri Jesu Christi nongentesimo nonagesimo quarto, X kalendas februarii, Indictione septima, cioè senza contar gli anni di Ottone III re. Erano potenti in Toscana e Lunigiana i marchesi appellati dipoi di Este, e forse di qui possiamo inferire che il suddetto Otberto II governasse in questi tempi la marca di Genova.
NOTE:
[1] Lupus Protospata, in Chronico.
[2] Romualdus Salernitanus, in Chron.
[3] Peregrinius, Hist. princip. Langobard.
[4] Antiquit. Ital., Dissert. XXXII, pag. 1035.
[5] Antichità Estensi, P. I, cap. 15.
Anno di CRISTO DCCCCXCV. Indiz. VIII.
GIOVANNI XV papa 11. OTTONE III re di Germania e d'Italia 13.
Fu nel presente anno sul principio di giugno tenuto per ordine del papa un concilio in Mosomo, oggidì Mouson vicino alla Mosa, a cui presedette Leone abbate legato pontificio, e fu deciso che la deposizione di Arnolfo arcivescovo di Rems fosse invalida e nulla, e per conseguente contro i canoni entrato in quella chiesa Gerberto monaco, già abbate di Bobbio. Però spossessato di quell'insigne arcivescovato Gerberto, e come abbandonato da Ugo Capeto re di Francia, si ritirò alla corte del re Ottone III, di cui aveva l'onore d'essere stato maestro. Ma Arnolfo, che era in prigione, finchè visse il re Ugo, non ne potè uscire. Abbiamo da Ditmaro[6] e da Ermanno Contratto[7] che ad una dieta tenuta in Maddeburgo intervenne con gli altri principi Arrigo II duca di Baviera e di Carintia, e marchese di Verona, il qual poscia portatosi a Gandersheim, dove Gerberga sua sorella era badessa, quivi cadde gravemente infermo. Però chiamato a sè il figliuolo Arrigo, che fu poi imperadore e santo, gli ordinò di tornarsene in Baviera ad assicurarsi di quel ducato, raccomandandogli di non operare mai contro la fede ed ubbidienza dovuta al re suo signore: massima da lui trascurata negli anni addietro, del che era ben pentito, e pregandolo di ricordarsi del padre, che più non rivedrebbe in questo mondo. Aggiugne l'Annalista Sassone[8]: Hic postquam poenitentia ductus regnum respuit, et Bawariae ducatu donatus est, ita in eo pro componenda pace ultra priores suos effloruit, ut ab illius terrae incolis Henricus pacificus et pater patriae appellaretur. Dopo la morte del padre il giovane Arrigo, Bawariorum electione et auxilio, bona patris et ducatum, rege donante, obtinuit. Abbiamo poi due rilevanti particolarità spettanti a quest'anno negli Annali di Ildeseim[9], copiate dipoi dall'Annalista sassone, cioè, che Ottone III mandò per suoi ambasciatori a Costantinopoli Giovanni vescovo di Piacenza, e Bernuardo vescovo di Virzburgo, per addimandare in moglie d'esso re una principessa del sangue imperiale de' Greci. Tornerà il ragionamento intorno a questo affare andando innanzi. Questo vescovo di Piacenza è quel medesimo Giovanni archimandrita calabrese, di cui abbiam parlato di sopra, e che vedremo antipapa in breve. Il Campi nella Storia ecclesiastica di Piacenza il truova in quella città anche nell'aprile dell'anno presente. L'altra particolarità è che legati apostolicae sedis cum unanimitate Romanorum atque Langobardorum regem Romam invitant. Certo è, che per la lontananza del re erano insorti dei troppo mali umori in Italia, cioè sedizioni di popoli, e soprattutto dai potenti venivano usurpati giornalmente i beni e diritti delle chiese. Abbiam veduto il popolo di Milano in rotta contra del loro arcivescovo Landolfo; obbligato papa Giovanni XV a fuggirsene di Roma per la prepotenza di Crescenzio e di quel senato. Forse questi due fatti occorsero circa questi medesimi tempi. E come avesse mano e balìa nel governo di Roma il suddetto Crescenzio, si può anche intendere da ciò che i vescovi di Francia nella lite già accennata di Arnolfo e Gerberto diceano, o, per dir meglio, facea lor dire lo stesso Gerberto[10]: Regii, ac nostri legati Romam profecti, et epistolas pontifici porrexerunt, et ab eo indigne suscepti sunt. Sed, ut credimus, quia Crescentio nulla munuscula obtulerunt, per triduum a palatio seclusi, nullo responso accepto redierunt: quod peccatis nostris exigentibus provenire, non dubium est, ut romana Ecclesia, quae mater et caput ecclesiarum est, per tyrannidem debilitetur. Ecco lo stato in cui si trovava allora la Sedia apostolica, certo per colpa de' soli Romani. Da un diploma riferito dall'Ughelli[11] siamo assicurati che il re Ottone III si trovava in Magonza III idus novembris anno dominicae Incarnationis DCCCCXCV Indictione VIIII (la qual dovea camminare fino al fine dell'anno presente, secondo il moderno stile) anno tertii Ottonis regnantis XII. Parimente la Cronica del monistero di Volturno[12] ci somministra un placito, tenuto in quest'anno in Valva nel ducato di Spoleti, oppure nella marca di Camerino. Erano presidenti ad esso Atto comes, et Oderisius comes, et Helmepertus episcopus missus domni Ugonis dux et marchio. Queste poche parole confermano quanto s'è accennato di sopra, cioè che per qualche accidente non era più duca di Spoleti e marchese di Camerino Trasmondo, da noi veduto negli anni addietro al governo di que' paesi; e che a lui era succeduto Ugo duca e marchese anche di Toscana.
NOTE:
[6] Ditmarus, in Chron., lib. 4.
[7] Ermannus Contractus, in Chron.
[8] Annalista Saxo. apud Eccardum.
[9] Annales Hildesheim.
[10] Baron., in Annal. Eccles. ad annum 992.
[11] Ughell., Ital. Sacr., tom. 5 in Episc. Veron.
[12] Chron. Vulturnense, P. II, tom. 1 Rer. Ital.
Anno di CRISTO DCCCCXCVI. Indiz. IX.
GREGORIO V papa 1. OTTONE III re 14, imperad. 1.
L'anno fu questo in cui, venuta la primavera, vernali tempore, il giovane Ottone III re calò in Italia, accompagnato dalla guardia di un decoroso esercito. Secondo il Cronografo sassone[13], dominicam resurrectionem Papiae regali more celebravit. Passato a Ravenna, quivi fece una buona posata, e colà gli giunse l'avviso che era mancato di vita Giovanni XV, cioè quel papa che il santo abbate di Fleury Abbone[14] ito a Roma, turpis lucri cupidum, atque in omnibus suis actibus venalem reperit. Seco avea l'imperadore condotto Brunone suo parente, in qualità di cappellano, giovane letterato, ma alquanto per la sua età focoso. Invogliossi Ottone di metterlo sul trono pontifizio, e intesosi coi Romani, lo spedì a Roma, accompagnato da Willigiso arcivescovo di Magonza, e da Adalboldo vescovo di Utrecht, dove innalzato a quella sublime dignità, assunse il nome di Gregorio V. Il Sigonio[15] scrive che Ottone usurpato jure Brunonem Saxonem propinquum suum, XVI kalendas julii pontificem declaravit, ac Romam consecrandum misit. Altrettanto ha Girolamo Rossi[16]; ed amendue riferiscono all'anno precedente l'esaltazione d'esso Gregorio; nè mancano scrittori che credono creato papa Brunone allorchè Ottone III fu giunto a Roma, e adoperò la sua autorità in favore di lui. Ma tanto al Sigonio, quanto al cardinal Baronio[17] mancarono molti lumi, che noi ora abbiamo, e però in molte circostanze si allontana dal vero il loro racconto. La verità si è, che solamente nel presente anno venne Ottone III in Italia; ed in esso mancò di vita Giovanni XV romano pontefice. Stando il re Ottone in Ravenna, raccomandò ai Romani il suddetto Brunone, ed essi concordemente convennero nell'elezione di lui, senza che il re usurpasse i loro diritti. Prese il nome di Gregorio V. Non essendo egli per anche imperadore, ma solo re d'Italia, a nulla era tenuto per lui il clero e popolo romano, e solamente poteano intervenire riguardi di convenienza, che in fatti non mancarono in tal congiuntura. Come succedesse l'affare, l'abbiamo da un autore contemporaneo, cioè dal monaco autore della Vita di santo Adalberto vescovo di Praga presso il padre Mabillone[18]: Rex autem Otto, scrive egli, Alpium nives multo milite transmeans, juxta sacram urbem Ravennam regalia castra metatus est. Ibi in ejus occursum veniunt epistolae cum nuntiis, quos mittunt romani proceres et senatorius ordo: primo illius adventum, velut toto tempore paternae mortis non visum, totis visceribus desiderare, ac debita fidelitate pollicitantur exspectare. Deinde in morte domni Apostolici tam tibi quam illis, non modicam invectam esse partem incommodorum annuntiant, et quam pro eo ponerent, regalem exquirunt sententiam. Pertanto mandò egli a Roma Brunone; e che questi fosse liberamente eletto ed approvato dal clero e popolo romano, l'abbiamo dagli Annali d'Ildeseim[19] e dall'Annalista sassone[20], che scrivono a quest'anno: Johannes papa obiit. Unde imperator in Italia positus, rumore incitatus, praemissis quibusdam principibus, publico consensu et electione, fecit in apostolicam Sedem ordinari suum nepotem domnum Brunonem, Ottonis filium, qui marcham veronensem servabat, imposito nomine Gregorii. Di qui impariamo chi fosse il padre di Gregorio V papa, cioè Ottone duca della Franconia, ed allora marchese ancora della marca di Verona, nato da Liutgarda figliuola di Ottone il Grande imperadore. Ne ho io prodotta la genealogia altrove[21]. Così il Cronografo sassone scrive[22]: Nepotem suum Brunonem virum valde praeclarum, non solum cleri, sed et omnium Romanorum unanimi voto civium pontificem electum subrogari pie consensit. Crede il padre Pagi[23] che sul principio di maggio seguisse l'assunzione al trono pontifizio di Gregorio V.
Allorchè Ottone nel calare in Italia fu a Verona, per attestato del Dandolo[24], Pietro Orseolo II doge di Venezia inviò a fargli riverenza Pietro suo figliuolo, che ebbe l'onore d'essere tenuto alla cresima dal medesimo re: nella quale occasione mutò il suo nome in quello di Ottone, e regalato dal re se ne tornò tutto contento al padre. E quando esso re fu giunto a Ravenna, il suddetto doge gli spedì degli ambasciatori, che riportarono da lui privilegium de portu et mercato tenendo cum tribus locis, cum omni datio et theloneo. Non si può ben intendere in qual sito fosse questo porto e mercato. Immaginò il Sigonio che Ottone III, prima di portarsi a Ravenna, passasse ad assediar Milano, dove aggiustasse le differenze insorte fra Landolfo arcivescovo e il popolo di quella città. Ma appunto l'immaginò. Niuno degli antichi scrittori conobbe questo assedio di Milano, nè sotto Ottone II, nè a' tempi di Ottone III suo figliuolo: però non si può riposar sull'autorità di Landolfo seniore storico milanese, che è solo a narrarlo; e tanto più perchè, già avvertimmo che Arnolfo altro storico milanese, ma più accurato, nulla ne parla, e scrive posto in altra maniera fine alle controversie di Milano. Si può ben credere che in quest'anno, e non già nel seguente, come fu d'avviso Girolamo Rossi[25], riuscisse ad esso Ottone III dimorante in Ravenna d'indurre san Romualdo, monaco ed anacoreta, di santità già conosciuta, ad accettare il governo dei monistero di Classe, come si legge nella vita d'esso santo scritta da san Pier Damiano[26]. Dappoichè fu assunto al pontificato Gregorio V, il re Ottone III mosse da Ravenna alla volta di Roma, dove fu solennemente ricevuto. Ho io rapportato un bel placito, tenuto fuori della stessa Roma dal medesimo re colla assistenza di molti vescovi e principi con queste note[27]: Regnante domno Hottone piissimo rege anno regni pietatis ejus in Italia secundo, primo mense madii, Indictione secunda, foras porta sancti Laurentii, infra palatius domni nostri regis. Non ho finora saputo intendere, perchè si dica anno secondo del regno, se non supponendo che seguisse la sua elezione e coronazione in re d'Italia nell'aprile dell'anno precedente. Ma se Ottone era in Roma, ossia sulla porta di Roma nel dì primo di maggio, si avvalora l'autorità di quegli scrittori che il fanno giunto colà prima che Brunone fosse posto sulla cattedra pontifizia. Ora in esso placito l'abbate di santa Flora d'Arezzo fece querela contra Adelbertus marchio, et Albertus germani, filii quondam Holberti, cioè figliuoli del marchese Oberto I conte del sacro romano palazzo, ed antenati della casa d'Este, per cagione di alcuni beni da loro occupati, e ne riportò il possesso, salva querela, cioè con lasciar vive ad essi marchesi le loro ragioni nel petitorio. Stando in vicinanza di Roma il re Ottone III, finalmente giunse ad ottenere la corona dell'imperio. Siccome abbiamo dalla vita di santo Adalberto[28], magno gaudio omnium imperatorium attigit apicem. Laetantur cum primoribus minores civitatis, cum afflicto paupere exsultant agmina viduarum, quia novus imperator dat jura populis, dat jura novus papa. Queste parole, dice il padre Pagi[29], manifeste ostendunt, Ottonem III sicuti et decessores, supremum dominium in urbe exercuisse; quod usque ad nostra tempora obscurum fuit. Il giorno in cui, secondo gli Annali d'Ildeseim, egli imperator et patricius coronatur, fu quello di Pentecoste, che in quell'anno cadde nel dì 31 di maggio. Ma, per attestato di Ditmaro[30] e dell'Annalista sassone[31], Romam veniens in Ascensione Domini, quae tunc erat XII kalendas junii, anno aetatis suae XV, regni autem XIII, Indictione VIII (ha da essere VIIII) ab eodem unctionem percepit, et advocatus Ecclesiae sancti Petri efficitur. Altrettanto ha il Cronografo sassone, pubblicato dal Leibnizio[32]: il che quando sia vero, la coronazione seguì nel dì 21 di maggio. E questa appunto si dee dire le vera sentenza. Rapporta l'Ughelli[33] un suo diploma, dato in Roma X kalendas junii di quest'anno, Indictione IX, anno tertii Ottonis imperantis I. Ho io parimente pubblicato un diploma[34], da lui dato in favore di Odelrico vescovo di Cremona, obtentu karissimae sororis nostrae Sophiae con queste note: Datum VI kalendas junii anno dominicae Incarnationis DCCCCXCVI, Indictione VIIII, anno vero tercii Ottonis regnantis XIII, imperii autem ejus primo. Actum Romae: il che ci fa conoscere ch'egli era già imperadore nel dì 27 di maggio. E qui non voglio tacere che nel medesimo mese Ardoino conte del palazzo tenne un placito[35] nel distretto di Brescia, dove l'avvocato della chiesa di Cremona ottenne sentenza favorevole contra di Gualberto giudice. L'atto fu scritto anno Incarnationis Domini nostri Jesu Christi DCCCC nonagesimo sexto, XI kalendas junias, Indictione nona: il che è da notare, perchè sempre più conferma quanto io ho detto di sopra; cioè, che quantunque Ottone III fosse eletto re di Italia, e governasse questo regno, pure non erano contati in Italia gli anni del suo regno, perchè egli non era per anche coronato colla corona che chiamiamo ferrea. Altra ragione non so io addurne che questa. Aggiungasi un altro diploma d'esso Augusto, dato VIII kalendas junii dell'anno presente coll'actum Romae, come si legge nel Bollario casinense; di modo che siam certi del dì della sua coronazione.
Creato che fu imperadore Ottone III, cominciò, secondo il rito de' suoi predecessori, a far giustizia in Roma; e fra gli altri fu citato Crescenzio per le insolenze usate a Giovanni XV papa. Habito, dice l'Annalista sassone[36], cum Romanis placito, quemdam Crescentium, quia priorem papam injuriis saepe laceraverat, exsilio statuit deportari; sed ad preces novi Apostolici omnia illi remisit. Di qui ancora s'intende qual fosse l'autorità imperiale di Ottone III in Roma. Sbrigato da questi affari esso Augusto, si trasferì dipoi a Pavia. Ne ho la pruova in un suo diploma[37], confermatorio de' beni e privilegii del monistero delle monache di santa Maria di Teodata, oggidì della Posterla, dato kalendis augusti, anno dominicae Incarnationis DCCCCXCVI Indictione IX, anno tertii Ottonis regnantis XIII, imperii primo. Actum Papiae. Benchè niuno degli antichi storici faccia menzione che Ottone III fosse coronato colla corona del regno d'Italia; pure si può ragionevolmente credere ch'egli o nel suo primo arrivo in Lombardia nella primavera di quest'anno, ovvero nell'essere tornato colà dopo la coronazione romana, ricevesse ancora l'altra del regno italico. Bonincontro Morigia da Monza[38], che fioriva nel secolo decimoquarto, siccome osservai nel mio trattato de Corona Ferrea,[39], scrive ch'egli primo in Modoetia (cioè in Monza) postea in Mediolano italici regni coronam accepit. Anzi, se a lui crediamo, Ottone III fu quegli che costituì la nobil terra di Monza caput Lombardiae et sedem regni illius: il che difficilmente si può credere, perchè quest'era una prerogativa di Pavia, e, se si vuol, anche di Milano. Sappiamo ben di certo, che ne' secoli susseguenti fu e tuttavia si truova custodita la corona del ferro nella basilica di san Giovanni Batista di Monza, e che quivi talvolta furono coronati i re d'Italia. Sull'autunno se ne tornò in Germania il novello Augusto, e per quanto ci assicura il Cronografo sassone, in agrippina colonia, summi imperatoris condigno honore, celebrat natalem diem. Può essere motivo di maraviglia il trovare tanta diversità di pareri intorno all'anno in cui Ugo Capeto re di Francia, primo della sua schiatta, finì di vivere. L'Annalista sassone[40] fa succeduta la di lui morte nell'anno 994; Odoranno ed altri nell'anno 998. Certo è che s'ingannano. Il padre Mabillone e il padre Daniello il credono mancato di vita nell'anno presente 996. Ma il padre Pagi pretende che ciò accadesse nell'anno seguente 997. Tale fu ancora il sentimento di Romoaldo salernitano[41]. Lascerò io disputarli di questo, bastando ricordare ai lettori ch'ebbe per successore Roberto, principe per la sua pietà e per altre virtù lodatissimo, ma poco da noi conosciuto per altre sue azioni Abbiamo poi una gran folla di scrittori che tengono istituiti in quest'anno da papa Gregorio V i sette elettori dell'imperio. Ma in questi ultimi tempi, ben ventilata una tal quistione, è ormai deciso non sussistere l'istituzione d'essi elettori: intorno a che non ispenderò io altra parola.
Prima nondimeno di abbandonar quest'anno, si vuol rammentare uno strepitoso fatto, che si dice accaduto nel contado di Modena, e vien riferito all'anno presente dal Sigonio[42] e da altri. Gotofredo da Viterbo[43] circa l'anno 1190 fu il primo e il solo a spacciar questo racconto. Trovandosi l'imperadrice moglie di Ottone III (chiamata Maria da alcuni) vicino a Modena nella casa del conte, ossia governatore di questa città, chiamata Amola, perdutamente s'invaghì d'esso conte, ed anche sfacciatamente gli palesò le sue fiamme. Egli, fedele a Dio e al suo principe, si mise a fuggire; e perchè l'imperadrice l'aveva afferrato pel mantello a fine di ritenerlo, glielo lasciò nelle mani. Rivelò il conte alla propria moglie quanto gli era accaduto, ben prevedendo la propria rovina. Infatti accusato dall'imperadrice all'Augusto consorte, quasichè egli avesse dato un assalto alla di lei onestà, il credulo Ottone gli fece senz'altro tagliare il capo. Comparve dipoi l'afflitta moglie del conte davanti all'imperadore; e rivelato il fatto, come era, dimandò giustizia, con esibirsi di provar l'innocenza del marito e la calunnia dell'imperadrice col giudizio, come allora diceano, del ferro rovente. Fu ammessa alla pruova, e senza danno alcuno maneggiò quel ferro, o pure passeggiò illesa sopra i vomeri infuocati; perlochè l'imperadrice fu condannata al fuoco. Ma che questa sia una popolar novella, bevuta buonamente da Gotofredo da Viterbo, abbastanza si comprende dal vedere che niuno de' più antichi scrittori ha lasciata menzione di un avvenimento di tanto rilievo, che avrebbe fatto un incredibil rumore dappertutto. E neppure alcun d'essi scrive che Ottone III, giovane di sedici anni, avesse per anche presa moglie; anzi s'è osservato ch'egli nel precedente anno inviò due vescovi a cercarne una in Grecia. Aggiungasi aver noi trovato all'anno 989 Tedaldo, avolo della contessa Matilda, marchese e conte di Modena. Scorgeremo inoltre vivente lo stesso Tedaldo dopo la morte di Ottone III, nè è molto probabile che fosse stato tolto a lui il governo di questa città per darlo ad un altro. Quel solo che potrebbe addursi per sostener qui il racconto di Gotifredo, consiste in immaginare che gli antichi passassero sotto silenzio le nozze e la morte di questa imperadrice, come memoria infame. Oltre di che, Landolfo seniore, storico milanese, non lontano dai tempi di Ottone III lasciò scritto[44], aver egli spedito a Costantinopoli Arnolfo II arcivescovo di Milano a cercargli una moglie, defuncta conjuge, ex qua filium masculum minime genuerat: siccome io prima d'ora osservai nella prefazione alla storia d'esso Landolfo. Però ne creda ciò che vuole il saggio lettore.
NOTE:
[13] Chronograph. Saxo, in Access. Histor. Leibnitii.
[14] Aimonius, in Vita S. Abbonis.
[15] Sigonius, de regno Italiae, lib. 7.
[16] Rubeus, Hist. Ravenn., lib. 5.
[17] Baron., in Annal. Ecclesiast.
[18] Mabill., Saecul. Benedict. V, pag. 860.
[19] Annales Hildesheim.
[20] Annalista Saxo.
[21] Antiq. Ital., Dissert. XLI. Antichità Estensi, P. I, cap. 8.
[22] Chronograph. Saxo apud Leibnitium.
[23] Pagius, Crit. Baron.
[24] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.
[25] Rubeus, Histor. Ravenn., lib. 5.
[26] Petrus Damiani, in Vit. Romualdi., cap. 6.
[27] Antichità Estensi, P. I, cap. 20.
[28] Anonym., in Vit. S. Adalberti Pragens.
[29] Pagius, in Critic. Baron.
[30] Ditmarus, in Chron., lib. 4.
[31] Annalista Saxo.
[32] Chronographus Saxo editus a Leibnitio.
[33] Ughell., Ital. Sacr., t. 5 in Episc. Veronens.
[34] Antiquit. Italic., Dissert. VIII.
[35] Ibidem, Dissert. VII.
[36] Annalista Saxo apud Eccardum.
[37] Antiquit. Ital., Dissert. XVIII.
[38] Bonincontrus Morig. in Chron.
[39] Anecdot. Latin., tom. 2.
[40] Annalista Saxo.
[41] Romualdus Salernitanus, in Chron., tom. 7 Rer. Ital.
[42] Sigonius, de Regno Ital., lib. 7.
[43] Gotifredus Viterbiens., in Panth.
[44] Landulf. Senior, Hist. Mediol., t. 4 Rer. Ital.
Anno di CRISTO DCCCCXCVII. Indiz. X.
GREGORIO V papa 2. OTTONE III re 15, imperad. 2.
Pareva che ormai dovesse il regno d'Italia, e Roma più che le altre città, goder pace e quiete, dacchè c'era un imperador potente che potea farsi rispettare ed ubbidire da tutti. Ma non fu così. Un mal uomo, un uomo acciecato dall'ambizione, conviene dire che fosse Crescenzio console di Roma. Quando si credeva Gregorio V papa di poter esercitare quel temporal dominio in Roma e nel suo ducato che aveano goduto tanti suoi predecessori, e che gli era stato confermato dall'Augusto Ottone III, trovò un troppo gagliardo oppositore in esso Crescenzio. Avvezzo questi a comandare, senza far caso del giuramento di fedeltà prestato al medesimo papa e all'imperadore, dimenticando ancora il perdono dei suoi falli, poco dianzi ottenuto ad intercessione dello stesso pontefice: tanto fece, che obbligò Gregorio V a fuggirsene di Roma, nudus omnium rerum, e a mettere in salvo la vita[45]. Ritirossi egli a Pavia, dove raunato un concilio di vescovi, fulminò la scomunica contra di Crescenzio. Ma questi se ne rise; anzi da lì a non molto passò all'estremo degli eccessi, quasichè non ci fosse più nè Dio nè potenza umana valevole a contrastare con lui. Cioè capitò in questi tempi a Roma quel Giovanni calabrese vescovo ossia arcivescovo di Piacenza, di cui s'è parlato più volte negli anni addietro, e il quale nella vita di san Nilo Egumeno presso il cardinal Baronio porta il nome di Philagathus, già inviato dallo stesso Ottone III a Costantinopoli per trattare del suo maritaggio con una delle figliuole dei greci Augusti. Venivano con esso lui gli ambasciatori spediti all'Augusto Ottone da Basilio e Costantino imperadori, che furono con grande onore ricevuti da Crescenzio. Allora fu che tanto l'ambizioso Crescenzio, quanto il volpone Giovanni tramarono una tela d'infame politica, che abbastanza risulta dalla storia di quei tempi: cioè si accordarono insieme che il governo temporale di Roma restasse a Crescenzio, ma sotto la protezione e sotto la sovranità degl'imperadori greci, e Giovanni fosse creato papa, con contentarsi del governo spirituale della Chiesa di Dio. Parlando Arnolfo milanese[46] di questo Giovanni greco, ha le seguenti parole: De quo dictum est, quod romani decus imperii astute in Graecos transferre tentasset. A me sembra verisimile che anche gli ambasciatori greci avessero mano in questo indegno trattato, che fu immediatamente eseguito, con aver la fazion di Crescenzio eletto e consecrato il suddetto Giovanni, manifesto antipapa, ed usurpatore del trono pontifizio. Fece inoltre Crescenzio mettere in prigione gli altri legati dell'imperadore Ottone che erano tornati da Costantinopoli. Benchè io abbia di sopra dato assai a conoscere chi fosse Giovanni, ora divenuto antipapa, pure ai lettori non sarà discaro di mirarne la pittura che ce ne lasciò il Cronografo sassone[47], appellato dal Pagi, maddeburgense. Hic igitur, dice egli, Johannes natione graecus (di sopra l'avea chiamato Johannem quemdam calabritanum) conditione servus, astu callidissimus imperatorem Augustum Ottonem II sub paupere adiens habitu, ob interventum suae dilectae contectalis Theophanu Augustae, regia primum est alitus stipe. Deinde procurrente tempore, vulpina, qua nimium callebat, versutia praefatum eatenus circumvenit Augustum (veggasi all'anno 982) ut pro loco et tempore satis clementi ab eo gratia donatus, paene inter primos usque ad defunctionem suam clarus haberetur. Post dormitionem vero secundi Ottonis, regnante jam tertio Ottone filio suo, praefatus Johannes ingenita sibi circa illos calluit securius astutia, quo regis infantia et primatum illius permittebatur incuria. Ad haec defuncto placentinae urbis episcopo, vir bonae indolis ei subeligitur. Quo indecenter ejecto, praefatus Johannes, non pastor sed mercenarius, eamdem non regendam, sed devastandam suscepit ecclesiam. Quam quum aliquot annos teneret, avaritiae diabolicae inebriatus veneno, tantum se extulit super se, ut etiam Romae ipsam beati Petri apostoli sedem, antichristi membrum vere effectus, fornicando potius pollueret, quam venerando insederet. Ecco qual fosse il furbo calabrese che s'intruse nella sedia sacrosanta del principe degli Apostoli. Fu egli perciò scomunicato da tutti i vescovi dell'Italia, Germania e Francia.
Crescenzio intanto imperium sibi usurpavit; e perchè papa Gregorio V si azzardò d'inviare i suoi legati a Roma, li fece egli prendere, e cacciolli in prigione. Di tutta questa sacrilega sollevazione andavano di mano in mano gli avvisi all'Augusto Ottone III; ma trovandosi egli in Germania impegnato nella guerra contro gli Slavi, non potè sì presto accudire agl'interessi d'Italia, certo essendo ch'egli fin verso il fine di quest'anno non si mosse dalla Sassonia. Perciò scorretto è da dire un suo diploma da me letto nell'archivio episcopale di Cremona con queste note[48]: Data kalendis maji, anno dominicae Incarnationis nongentesimo nonagesimo septimo, domni autem Ottonis regnantis XV, imperii vero II, Indictione X. Actum Romae. Gli anni del regno e dell'imperio convengono all'anno seguente, e conseguentemente s'ha da scrivere anno DCCCCXCVIII, Indictione XI. S'ingannò eziandio il Sigonio, e poi Girolamo Rossi, allorchè scrissero che Ottone III fu in Ravenna nell'aprile dell'anno presente, dove alle preghiere di Alasia sua sorella donò alcuni stati in Lombardia a Witichindo, a quo illustris Carrettorum familia manavit, come spacciavano i favolosi genealogisti degli ultimi secoli. Se sia poi documento legittimo una bolla di Gregorio V papa, che si pretende conceduta in quest'anno a Giovanni arcivescovo di Ravenna, nonis julii, Indictione X, nelle scritture estensi, per la controversia di Comacchio, è stato abbastanza esaminato. Abbiamo presso il Campi[49] un diploma di Ottone III spedito nell'anno presente XVI kalendas augusti. Actum Eschonowaga, cioè in una terra di Germania. Circa il fine poi dell'anno presente indubitata cosa è che esso imperadore calò di nuovo in Italia, sì perchè sotto quest'anno l'Annalista d'Ildeseim[50] scrive ch'egli, ut Romanorum sentinam purgaret, Italiam perrexit, e sì perchè così persuadono i documenti che citerò all'anno seguente. Basti qui l'accennare un suo diploma, pubblicato dal padre Puccinelli[51], che cel fa vedere in Trento nel dì 13 di dicembre dell'anno presente; e l'Ughelli attesta che il medesimo ne spedì un altro in favore della chiesa di Vercelli, Papiae in palatio XI kalendas januarii anno Incarnat. Domini DCCCCXCVII, Indictione XI, anno regni XIV, imperii autem II. Si aumentò mirabilmente in quest'anno la potenza dei Veneziani[52], perchè nata discordia dopo la morte di Turpimiro re dei Croati Schiavoni, le città marittime della Dalmazia mostrarono genio di darsi sotto il dominio veneto, che in quelle parti non possedeva allora se non la città di Zara. Il saggio dunque e valoroso doge Pietro Orseolo II con una buona armata navale si portò colà, ed ebbe ubbidienti ai suoi cenni Parenzo, Pola, Ausere, Veglia, Arbe, Traù, Spalatro, Curzola, Liesina, Ragusi, ed altre città ed isole; dopo di che trionfalmente restituitosi a Venezia, cominciò ad intitolarsi duca della Dalmazia.
NOTE:
[45] Annales Hildesheim. Annalista Saxo.
[46] Arnulphus, Hist. Mediol. tom. 4 Rer. Ital.
[47] Cronographus Saxo apud Leibnitium.
[48] Antiquit. Italic., Dissert. XI.
[49] Campi, Istor. di Piacenza, tom. 1.
[50] Annales Hildesheim.
[51] Puccinelli, Chron. della Badia Fiorentina, pag. 232.
[52] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.
Anno di CRISTO DCCCCXCVIII. Indiz. XI.
GREGORIO V papa 3. OTTONE III re 16, imperad. 3.
Da uno strumento, da me dato alla luce[53], noi ricaviamo che nel dì 15 di gennaio dell'anno presente domnus Otho dux filius bonae memoriae Cononi comperò da Liutifredo vescovo di Tortona molte castella e beni. Il contratto seguì in Pavia. Questo Ottone duca, figliuolo di Conone, cioè di Corrado duca della Francia orientale, altri non è che il padre di Gregorio V papa. Essendosi ritirato a Pavia esso pontefice a cagione dello scisma introdotto nella Chiesa romana, colà si era portato ancora Ottone suo padre, marchese allora della marca di Verona; oppure vi capitò accompagnando l'Augusto Ottone III, il quale irritato forte contro i perturbatori del suo imperio e della Chiesa romana, sul fine del precedente anno era calato di nuovo in Italia. Il Cronografo sassone[54] ci fa sapere che venerabilis papa Gregorius Papiae obviam factus est all'imperadore. Adunque Ottone III venne a Pavia, e, siccome poco fa osservammo, quivi celebrò la festa del santo Natale. Oltre a ciò, nel dì 5 di gennaio del presente anno egli si truova in quella città, dove diede un diploma in favore del monistero ambrosiano[55]: Nonis januarii anno dominicae Incarnationis DCCCCXCVIII, regni vero domni Ottonis tertii XIV (dee essere XV), imperii ejus II, Indictione XI. Actum Papiae. Di là poi passò l'imperadore a Cremona, e quivi nel dì 29 di gennaio concedette ai canonici di santo Antonino di Piacenza un privilegio[56], dato XIV kalendas februarii anno dominicae Incarnationis DCCCCXCVIII, Indictione XI, anno vero domni Ottonis tertii imperatoris regni ejus XV imperii II. Actum Cremonae. Che esso Augusto nel medesimo giorno dimorasse in Cremona, ne abbiamo un'altra testimonianza in un placito da me pubblicato[57], il cui principio è tale: Dum in Dei nomine civitate Cremona in domo (cioè nel palazzo del vescovo) ipsius civitatis in Laubia majore ipsius domus, ubi domnus Otto gloriosissimus imperator praeesset, in judicio residebat, per ejusdem domni Olderici licentiam (cioè del vescovo di Cremona, perchè non si potea nei luoghi privati senza permission del padrone alzar tribunale di giustizia) Otto dux et missus domni ipsius Ottonis imperatoris (cioè il padre di Gregorio V papa) unicuique justitias faciendas et deliberandas: residentibus cum eo Henricus dux (cioè di Baviera, che fu poi imperadore), ec. In esso placito ottenne Odelrico vescovo di Cremona una favorevol sentenza contra dei cittadini della medesima città usurpatori de' suoi beni. Da Cremona si trasferì Ottone a Ravenna, e quivi[58] V idus februarii, Indictione XI confermò i privilegii ai canonici di Ferrara, con imporre ai trasgressori la pena di cento libbre, da pagarsi medietatem camerae nostrae, et medietatem praedictis canonicis, e non già alla camera pontificia. Dovette in tal congiuntura succedere ciò che narra Andrea Dandolo a questo medesimo anno[59]: cioè che soggiornando Ottone III in Ravenna, s'invogliò di fare una scappata a Venezia, per vedere quella maravigliosa città. Fatta dunque vista di ritirarsi all'antichissimo monistero della Pomposa, per quivi fare un poco di purga, con soli sei compagni e Giovanni Diacono si portò poscia colà incognito. Segretamente avvertito della sua venuta il doge, la notte trattava e cenava lautamente con lui, nel giorno poi il lasciava andare a suo talento visitando le chiese e le altre cose rare della città. Tenne Ottone Augusto al battesimo una figliuola del doge; gli condonò il pallio, che in vigore dei patti pagavano ogni anno i Veneziani al re d'Italia; e soddisfatta la sua curiosità, se ne ritornò a Ravenna. Finalmente in compagnia di papa Gregorio V e con un fioritissimo esercito d'Italiani e di Tedeschi s'incamminò il giovine imperadore alla volta di Roma[60].
In essa si trovarono questi due primi luminari della Cristianità VIII kalendas martii anno dominicae Incarnationis DCCCCXCVIII, Indictione XI, ciò apparendo da un diploma d'esso Augusto in favore dell'insigne monistero di Farfa contra d'Ugo abbate[61], qui sibi imperialis abbatiae monasterii videlicet farfensis, absque nostro assensu regimen usurpaverat inique, et quod deterius est, pretio emerat a romano pontefice. Il bello è che Ottone III lo tolse ad Ugo abbate, por darlo poi in commenda, ossia in benefizio ad Ugo vescovo. Non istette però molto a rimettere in possesso del medesimo monistero il suddetto Ugo abbate, il quale riuscì poi un valentuomo, e faticò non poco in vantaggio del suo monistero. Un altro suo diploma[62], dato in Roma stessa V kalendas martii, si legge nelle Antichità italiane. In esso son confermati tutti i suoi beni ad Antonino vescovo di Pistoia. Non avea già aspettato l'arrivo di papa Gregorio, nè dell'imperadore, l'antipapa Giovanni; ma cautamente travestito, dopo aver tenuta occupata circa dieci mesi la sedia di san Pietro, se n'era fuggito. Poco nondimeno gli valse in questo bisogno l'astuzia sua. Fu scoperto e preso dai Romani stessi, i quali, per attestato di san Pier Damiano[63] e del Cronografo sassone[64], temendo che l'imperadore il lasciasse andar senza pena, gli tagliarono la lingua e il naso, gli cavarono gli occhi, e così malconcio il condussero nelle carceri di Roma. Da lì a qualche tempo postolo a rovescio sopra di un asinello, colla coda d'esso in mano il guidarono per le piazze e contrade della città, forzandolo a cantare: Tale supplicium patitur, qui romanum papam de sua sede pellere nititur. Novella ben graziosa, come se fosse credibile che il misero avesse voglia e forza da cantar questa canzone. E poi s'ha da chiedere a Pier Damiano, come potesse costui cantare, dopo averci detto che gli era stata dianzi tagliata la lingua. Per altro non si mette in dubbio l'obbrobrioso trattamento fatto a questo antipapa; anzi si sa che fu detestato da san Nilo abbate greco, celebre di questi tempi, e fondatore del monistero di Grottaferrata, abitante allora in un monistero presso di Gaeta, la cui Vita si legge negli Annali ecclesiastici del Baronio. Udito che egli ebbe come l'antipapa orbatus oculi, lingua et naso, in carcerem conjectus est, per compassione a questo suo nazionale greco, benchè di patria calabrese, si portò a Roma. Accolto con somma divozione dal papa e dall'imperadore, chiese loro in dono l'infelice Giovanni, qui, diceva egli, utrumque vestrum ex fonte baptismatis suscepit. Veggasi a qual grado di riputazione avesse portato costui la sua ipocrisia, dacchè avea tenuto al sacro fonte due sì eccelsi personaggi. Allora l'imperadore colle lagrime agli occhi (neque enim revera tota res ejus consilio peracta est) gli rispose che gliel concederebbe, purchè esso Nilo volesse fermarsi in Roma a governare il monistero di santo Anastasio dei Greci. Si disponeva il buon servo di Dio ad accettar la proposizione; sed durus ille papa, non contentus malis, quae adversus praedictum Philagathum (così egli nomina Giovanni) patraverat, quum illum adduxisset, et sacerdotales vestes ei dilaniasset, per totam urbem circumduxit, ec. Predisse poi Nilo tanto al papa, quanto all'imperadore l'ira di Dio, perchè niuna misericordia aveano di costui, male corrispondendo a Dio che loro l'avea dato nelle mani.
Non era già fuggito Crescenzio da Roma, perchè confidato nel creduto allora inespugnabile castello di sant'Angelo, quivi si serrò coi suoi partigiani[65]. Dopo la domenica in Albis fece l'imperadore imprendere l'assedio di quella fortezza con quante macchine erano allora in uso; e dati varii assalti e scalate, finalmente riuscì ai suoi di superar quella rocca. A Crescenzio preso e a dodici dei suoi tagliata fu, d'ordine dell'imperadore, la testa, e i lor cadaveri appesi ai merli del castello III kalendas maji, quando Crescentius decollatus suspensus fuit, come si ha da un diploma d'esso imperadore, citato dal padre Mabillone[66]. Ma diversamente contano questo fatto gli storici italiani, cioè Leone Ostiense, san Pier Damiano, Arnolfo e Landolfo seniore storici milanesi, con iscrivere che ingannevolmente, e con promessa e giuramento di aver salva la vita, s'indusse Crescenzio a dare il castello e sè stesso in mano dell'imperadore, il qual poscia con qualche pretesto gli fece tagliare la testa: il che servì ad atterrir chiunque non sapeva allora ubbidire nè al papa nè all'imperadore. Cessò di vivere, o rinunziò alla sua chiesa in quest'anno Giovanni arcivescovo di Ravenna. Trovavasi nella corte dell'imperadore Gerberto monaco franzese, da noi veduto abbate di Bobbio, e poscia arcivescovo di Rems. Cacciato da quella chiesa, si attaccò all'Augusto Ottone III, di cui era stato maestro, e siccome gran faccendiere stava attento ad ogni apertura di avanzare la sua fortuna. Ed appunto egli ottenne di essere promosso all'arcivescovato di Ravenna verso il fine d'aprile dell'anno corrente, e non già nell'anno antecedente, come pensò Girolamo Rossi. Tenne egli, prima che passasse quest'anno, un concilio dei suoi suffraganei in essa città[67]. Occorre qui un punto imbrogliato di storia. Presso l'Olstenio, e nei concilij del Labbe, e nelle giunte ad Agnello Ravennate[68], e nella Cronica di Farfa[69] si legge una riguardevol costituzione di Ottone III Augusto, indirizzata consulibus senatus populique romani, archiepiscopis, abbatibus, marchionibus, comitibus, in Italia constitutes, dove proibisce da lì innanzi ed annulla le alienazioni dei beni delle chiese. Fu fatta e pubblicata questa costituzione XII kalendas otobris Indictione XII (cominciata nel settembre dell'anno presente) anno III pontificatus domni Gregorii V papae, promulgata per manus Gerberti sanctae ravennatis ecclesiae archiepiscopi in ea synodo, in qua mediolanensi episcopo, Arnulfo nomine, papatum oblatum est in basilica beati Petri, quae vocatur ad Coelum aureum, et subscripserant omnes, qui adfuerunt episcopi. Non si sa primieramente il luogo di questo concilio. Se in Ravenna esisteva una basilica di san Pietro ad Coelum aureum, o, come ha un altro testo, ad Cellam auream, quivi sarà stato tenuto il suddetto concilio. Ma più probabile sembra che qui si debba intendere la basilica famosa di questo nome, posta in Pavia, dove riposa il sacro corpo di santo Agostino. Non certo in Roma finchè non apparisca che ivi fosse basilica alcuna così denominata. Secondariamente non si capisce che significhino quelle parole, in qua mediolanensi episcopo, Arnulfo nomine, papatum ablatum est. Qui decide tosto il padre Pagi[70] con dire che l'imperito Cronografo farfense v'aggiunse di suo queste parole et Arnulfum archiepiscopum mediolanensem loco Johannis archiepiscopi piacentini posuit. Ma anche nel testo della Biblioteca estense, ove son le Vite degli arcivescovi di Ravenna, s'incontrano le stesse parole. E poi come aspettare al dì 20 di settembre di quest'anno, e al concilio di Pavia, a levare il papato a Giovanni Calabrese arcivescovo di Piacenza, s'egli già nel dì 2 di marzo era stato deposto e villaneggiato, e forse non si contava più tra i viventi? Giacchè a noi mancano i lumi della storia per rischiarare questo punto, amo meglio di tacere, oppure di solamente proporre un mio sospetto. Cioè morto in quest'anno Landolfo II, arcivescovo di Milano, gli succedesse Arnolfo II, il quale, siccome altri vescovi voleano allora usare il titolo di servus servorum Dei, riserbato oggidì al romano pontefice, così anche egli assumesse il titolo di papa urbis Mediolani, non già per usurparsi il pontificato romano, ma per imitare gli antichi vescovi, i quali erano, al pari del pontefice romano, chiamati papi. Giacchè il costume avea introdotto che ai soli successori nella cattedra di san Pietro si desse questo titolo, papa Gregorio si può immaginare che ne facesse doglianza, e che nel concilio di Pavia fosse decretato che Arnolfo desistesse dal chiamarsi papa. San Gregorio VII pontifice decretò dipoi che questo titolo fosse riserbato ai romani pontefici.
Due diplomi da me pubblicati[71] ci fanno vedere Ottone III Augusto nel territorio di Lucca. Il primo è dato X kalendas septembris anno dominicae Incarnationis DCCCCXCVIII, Indictione VI (ha da essere XI.) Actum in Marlia juxta Lucam. Il secondo fu dato kalendis septembris dello stesso anno. Actum in castello Marlia juxta Lucam. Ch'egli di là passasse a Pavia, l'impariamo da un altro suo diploma in favore del vescovo di Torino[72], dato kalendis septembris anno dominicae Incarnationis DCCCCXCVIII, Indictione XII, anno regni domni Othonis tertii XIV, imperii vero ejus III. Actum palatio Papiae. Ma questo è documento difettoso. Nel primo dì di settembre non potè essere Ottone Augusto nel territorio di Lucca e in Pavia. Perciò in vece di septembris s'ha forse da leggere octobris. Così in vece dell'anno XIV del regno s'ha da scrivere XV. Quivi ancora si legge: Eo quod interventu ob amorem, ec. senza dirsi che intervenisse per impetrar questa grazia. Abbiamo poscia un altro diploma del medesimo Augusto in favor del monistero di Bobbio[73], dove è Actum Papiae anno ab Incarnatione Domini nostri Jesu Christi DCCCCXCVIII, Indictione XI (s'ha da scrivere XII), anno imperii tertii Ottonis III. Datum kalendis octobris: il che ci dà a conoscere che la suddetta costituzion generale fu da lui formata e promulgata in un concilio tenuto in essa città di Pavia, e non altrove. Merita eziandio d'essere qui rammentato un placito[74], tenuto nel dì 16 di settembre dell'anno presente, anno Gregorii summi pontificis III, et anno Ottonis imperatoris III, Indictione XII, civitate Corneliense (cioè in Imola) juxta monasterium sanctae Mariae, quod vocatur in Regula. Tenne questo placito domnus Oldericus subdiaconus et missus domni Ottonis imperatoris, et cum eo domnus Erardus comes. Ivi fu rimesso in possesso d'alcuni beni situati nel territorio di Faenza e d'Imola il monistero di santa Maria, quod vocatur in Palatiolo, posto in Ravenna. Tunc misit domnus Oldericus subdiaconus et missus domni imperatoris cum praedicto domnus Erardus comes bandum, ec., colla pena di cento bisanti d'oro ai trasgressori, da pagarsi medietatem camerae nostrae (cioè dell'imperadore), e l'altra metà al monistero: pruova ancor questa del fisco spettante nelle città dell'esarcato all'imperadore. Ci fa poi intendere Lupo Protospata[75] che in quest'anno venit Busitus Caytus (uffiziale di guerra dei Saraceni) cum praedicto Smaragdo (era questi un Greco o un cittadino di Bari ribello dei Greci) Barum mense octobris, et praedictus Smaragdus eques intravit Barum per vim a porta occidentali, et exiit iterum. Tunc Busitus cognita fraude discessit. Dovea costui aver fatto credere ai Mori di dar loro in mano la città di Bari, signoreggiata allora dai Greci; ma non essendogli venuto fatto di fissare il piede in quella città, il capitano de' Mori temendo di qualche inganno, se ne tornò colle pive nel sacco. A quest'anno, siccome ho nelle Antichità estensi[76] fatto conoscere, si truova nel broglio di Carrara in Lunigiana Oberto II marchese, progenitore de' principi della casa d'Este, che stabilisce un aggiustamento con Gotifredo vescovo di Luni, riconoscendo da lui in livello quattro pievi. Egli è ivi chiamato Otbertus marchio filius quondam item Otberti itemque marchio, qui professus sum ex natione mea lege vivere Longobardorum. Gli stati di questi principi erano allora principalmente nella Lunigiana e per la Toscana. Tenuto fu in quest'anno un insigne placito in Roma davanti a papa Gregorio V e all'imperadore Ottone III[77] anno pontificatus domni Gregorii, summi pontificis et universalis V papae II, imperii autem domni Ottonis imperatoris similiter II, Indictione XI mensis aprilis die IX, davanti alle porte della basilica vaticana, dove Ugo abbate di Farfa vinse una lite di due chiese, quae sunt aedificatae in thermis alexandrinis, cum casis, cryptis, hortis, terris cultis et incultis, etc. sitas Romae regione nona. Fu imposta la pena di dieci libbre d'oro ottimo ai trasgressori, da pagarsi medietatem regi, et medietatem ipsius monasterii (farfensis) rectoribus. Potrebbesi forse anche di qui dedurre il sovrano dominio tuttavia conservato in Roma da Ottone III Augusto: del che ho io addotto altre pruove nella Piena esposizione, ec.
NOTE:
[53] Antiquit. Italic., Dissert. XLI.
[54] Chronographus Saxo apud Leibnitium.
[55] Puricellius Monument. Basil. Ambrosian.
[56] Campi, Istor. di Piacenza, tom. 1.
[57] Antiquit. Ital., Dissert. XXVIII, p. 793.
[58] Ibidem, Dissert. LXII.
[59] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.
[60] Annalista Saxo apud Eccardum.
[61] Chron. Farfense, P. II, tom. 2 Rer. Ital.
[62] Antiquit. Ital., Dissert. XIX, pag. 9.
[63] Petrus Damiani, Epist. II ad Cadalpum.
[64] Cronographus Saxo.
[65] Ditmarus, Chronic., lib. 4. Annalista Saxo. Glaber, Rodulphus lib. 1 cap. 4.
[66] Mabill., Annal. Benedict., ad hunc annum.
[67] Labbe Concil., tom. 9.
[68] Agnell., Vit. Episcopor. Ravenn., P. I tom. 2 Rer. Ital.
[69] Chronic. Farfense, P. II, tom. 2 Rer. Ital.
[70] Pagius, in Crit. ad Annal. Baron.
[71] Antiquit. Ital., Dissert. V.
[72] Guichenon, Bibliotec. Sebus. Centur. I, cap. 87.
[73] Bullar. Casinens., tom. 2, Constit. LXV.
[74] Antiquit. Ital., Dissert. X.
[75] Lupus Protospata, in Chronico.
[76] Antichità Estensi, P. I, cap. 15.
[77] Mabill., Annal. Benedict. Chron. Farfense, P. II, tom. 2 Rer. Italic.
Anno di CRISTO DCCCCXCIX. Indiz. XII.
SILVESTRO II papa 1. OTTONE III re 17, imperad. 4.
Venne a morte in quest'anno nel dì 12 di febbraio, secondochè abbiamo dal suo epitaffio, Gregorio V papa, senza che alcuno degli antichi storici parli più precisamente di questo fatto. Egli era nel più bel fiore della sua gioventù, e probabilmente corse qualche sospetto che la fazion di Crescenzio avesse saputo trovar modo di sbrigarsi di un papa odiato da essi, parente dell'imperadore, e tanto assistito dalla potenza di lui. Leggesi anche oggidì nella basilica vaticana il suo epitaffio, rapportato da Pietro Mallio, dal cardinal Baronio, dall'Aringhi e da altri. Non dovea per anche essere abbastanza appagata l'ambizione di Gerberto coll'arcivescovato di Ravenna, contuttochè allora fosse quella chiesa una delle più riguardevoli e ricche della Cristianità. Venuta la vacanza della santa Sede, s'adoperò egli per ottenerla colla protezione ed autorità dell'imperadore, stato già discepolo suo: se pure lo stesso Ottone III quegli non fu che per avere un pontefice ben affetto e dipendente dai suoi cenni, il promosse a questa eccelsa dignità. Se si vuol prestar fede ad un diploma da me dato alla luce, nel primo dì di gennaio dell'anno presente si trovava esso Augusto in Verona[78], dove concedette ai canonici di Parma per interposizione di Sigefredo vescovo parmigiano curtem de Palationi, quae dicitur sancti Secundi, cum castello et villis. Siccome facilmente si osserva nelle antiche memorie, bene spesso sotto nome di corte era compreso un territorio che avea castello e parrocchia sua particolare. Il diploma fu dato kalendis januarii anno dominicae Incarnationis DCCCCXCIX, Indictione XIII, anno tertii Ottonis regnantis XVII, imperantis IIII. Actum Veronae. Ma queste note tutte convengono non al presente anno, ma bensì al susseguente; e sarà stato adoperato l'anno veneto e fiorentino, che durava nei primi mesi dell'anno millesimo della nostra salute. Comunque sia, era esso Augusto in Roma, allorchè accadde la morte di Gregorio V, oppure accorse egli frettolosamente colà a questo disgustoso avviso. Scrive il Cronografo sassone[79] che nel dì 7 di febbraio di questo anno diede fine alla sua vita Matilda, figliuola di Ottone I Augusto, ed egregia badessa quindilinburgense, alla cui saviezza superiore al suo sesso, avea l'Augusto Ottone III lasciato il governo del regno germanico. Furono spediti ambasciatori per portare all'imperadore questa infausta nuova, i quali Romam pervenientes praefactum imperatorem recenti nepotis sui papae Brunonis, qui romana lingua Gregorius dicebatur, obitu admodum moestum reperiunt. Era egli dunque in Roma, poco dopo la morte del papa, e quivi parimente il truovo nel dì 7 di maggio, ciò apparendo da un suo diploma[80] dato alla chiesa di Vercelli, nonis maii, anno dominicae Incarnationis DCCCCXCVIIII, Indictione XII, anno tertii Ottonis regis XV, imperatoris III. Actum Romae. È considerabile in esso diploma il dirsi: Damus omnia praedia Arduini filii Dodonis, quia hostis publicus adjudicatus episcopum Petrum vercellensem interfecit, et interfectum incendere non expavit. E pure questo Ardoino figliuolo di Dodone, oppur di Oddone, quel medesimo sembra essere stato che da qui a non molto vedremo re d'Italia, con essere caduta la corona del regno d'Italia in un sì crudele ed empio personaggio. Ora i buoni ufizii, oppure l'autorità di Ottone III Augusto, furono cagione che Gerberto, già arcivescovo di Rems, poscia di Ravenna, giugnesse a salire sulla cattedra pontifizia di Roma nel dì due d'aprile, col prendere il nome di Silvestro II. È famoso quel verso, composto da lui, o da altri:
Scandit ab R. Gerbertus ad R. post papa viget R.
Egli ebbe per successore nella cattedra archiepiscopale di Ravenna Leone abbate nonantolano.
Era tuttavia vivente Adelaide, vedova di Ottone il Grande, intenta solo alle limosine e ad altre opere di pietà, per le quali si meritò poi d'essere annoverata fra i santi. Aveva ella, oltre ad altri monisteri, fondato fuor di Pavia l'insigne di san Salvatore. Al medesimo in quest'anno nel dì 13 di aprile, trovandosi ella infra castrum, qui dicitur Asterna, judiciaria, alsasiense, cioè in Alsazia, fece una magnifica donazion di beni, che si legge nello strumento da me dato alla luce[81]. S'era la buona imperadrice portata in Borgogna per mettere la pace fra i sudditi di Rodolfo II re suo nipote, e per visitar quei luoghi santi. Infermatasi finalmente, piena di meriti, passò a miglior vita[82] nel dì 16 di dicembre dell'anno presente, e onorata da Dio con varii miracoli, fu seppellita in Selts. Noi poscia troviamo l'Augusto Ottone nel celebre monistero di Subiaco, dove concede a Pietro monaco licenza di fabbricare una chiesa, con un diploma[83] dato III idus augusti anno dominicae Incarnationis DCCCCXCVIIII, Indictione XII, anno tertii Ottonis regnantis XVI, imperantis IIII. Actum Sublaci in sancto Benedicto. Con altro suo diploma ordinò dipoi che il nobil monistero di Farfa non avesse in avvenire a concedersi in benefizio ossia in commenda ad alcuno. Esso privilegio[84] fu dato V nonas octobris di questo anno, Indictione XII, anno regni XVI, imperii IV. Actum Romae. Son degne in questo diploma le seguenti parole: Nos quadam die Romam exeuntes pro restituenda republica, cum marchione nostro Hugone, et concilia imperii nostri cum venerabili papa Silvestro secundo, et cum aliis nostris optimatibus, ibidem tractavimus. Questo Ugo era il marchese e duca di Toscana, talmente introdotto nella corte di Ottone III Augusto, che gli serviva non solamente di consigliere, ma in certa maniera anche da aio.
Abbiamo poi da Leone ostiense[85] che in quest'anno Laidolfo principe di Capoa, perchè scoperto di aver tenuta mano nell'assassinamento di Landenolfo suo fratello, fu cacciato in esilio dall'imperadore Ottone, e sostituito in suo luogo da Ademario nobile capuano. Da un diploma ancora, rapportato nella Cronica del monistero di santa Sofia[86], si scorge che esso Augusto era in Benevento V idus novembris del presente anno, quivi ben trattato da Pandolfo II principe di quella città. E quando sussista questo documento, facilmente si potrà verificare ch'egli si trovasse prima in quella medesima città VII idus julii, nel qual giorno, scrive Roberto abbate tuiziense[87] che santo Eriberto fu consecrato arcivescovo di Colonia in Benevento, dove era la corte dell'imperadore. Anche il padre Bollando dubitò di questo giorno. Ma Ademario poco godette del suo principato di Capoa; perciocchè, secondo il suddetto Ostiense, paulo post, cioè quattro mesi dappoi, dai cittadini di Capoa fu discacciato, e in luogo suo fu creato principe Landolfo IV da sant'Agata, figliuolo di Landolfo III già principe di Benevento. Tornato che fu Ottone III a Roma, tenne un riguardevol placito, rapportato dal padre Mabillone[88] e nella Cronica del monastero di Farfa[89], anno, Deo propitio, pontificatus domni nostri Silvestri summi pontificis et universalis secundi papae primo, et imperii domni nostri tertii Ottonis, a Deo coronati, magni et pacifici imperatoris anno IIII, Indictione XIII, mense decembris die secunda. Litigavano fra loro l'abbate di Farfa Ugo e Gregorio abbate dei santi Cosma e Damiano, monistero posto Romae trans Tiberim in Mica Aurea, a cagione della cella di santa Maria in Minione. Davanti a papa Gregorio V s'era agitata questa causa, et tunc supradictus domnus Gregorius papa propter pecuniam, quam acceperat a Gregorio abbate, iratus est contra Hugonem abbatem, e il forzò a cedere. Dopo la morte di papa Gregorio reclamò Ugo abbate di Farfa davanti l'imperadore, in Roma nel palazzo imperiale; ed essendo stato più volte citato l'abbate Gregorio, e ricusando di comparire l'imperadore, col consiglio del giudici, diede il possesso di quella cella all'abbate di Farfa, con intimar la pena di cento libbre d'oro puro ai contravventori, da applicarsi, medietatem camerae imperatoris, et medietatem praefato monasterio sanctae Mariae in Pharpha. E ne fu fatto lo strumento praecepto domni imperatoris, et consensu domni apostolici, sive judicum. Circa questi tempi Pietro Orseolo II doge di Venezia, per attestato del Dandolo[90], a requisizione di Basilio e Costantino imperadori d'Oriente, mandò a Costantinopoli Giovanni suo figliuolo, che da loro ricevette molti onori e finezze. Ed allora fu, come scrive Cedreno[91], che Basilio Augusto principi Venetiae nuptum tradidit filiam Argyri, sororem ejus Romani, qui post imperio potitus est, hoc modo gentem sibi devinciens Venetorum. Questo principe di Venezia altro non fu che il suddetto Giovanni, il quale, per attestato del medesimo Dandolo, fu dal popolo eletto doge e collega. Riconobbe lo stesso Dandolo queste nozze celebrate magnificamente in Costantinopoli, e chiama quella principessa Maria (Marta ha un altro testo) nipote di Basilio, perchè nata da sua sorella maritata con Argiro. Furono coronati gli sposi con diadema d'oro, e Giovanni onorato col titolo di patrizio, e regalato col corpo di santa Barbara, ch'egli portò con seco a Venezia. Scrive sotto questo anno Lupo Protospata[92] che descendit Trachamotus catapanus, qui et Gregorius, et obsedit civitatem Gravinam, et comprehendit Theophylactum. Davano i Greci in questi tempi il nome di catapano al governator generale degli stati che possedevano in Calabria e in Puglia: nome che Guglielmo pugliese ed altri stimarono derivato dalla greca favella, ma il Du-Cange[93] ha creduto formato dal latino capitaneus. La quistione non so io dire se sia per anche pienamente decisa. Dall'Ughelli[94] è rapportato un diploma dato alla chiesa di Como da Ottone III colle seguenti note: Data VI kalendas julii, anno dominicae Incarnationis 999, imperii domni Ottonis XVI, Indictione XII. Spropositate affatto son queste note, siccome osservò il Coleti nella nuova edizion dell'Ughelli, ed avvertì anche il diligentissimo Gotifredo abbate gotwicense[95], il quale osserva qui ed altrove molte simili storture dei documenti recati da esso Ughelli.
NOTE:
[78] Antiquit. Ital., Dissert. LXVI.
[79] Chronographus Saxo apud Leibnitium.
[80] Antiquit. Italic., Dissert. LXXIII.
[81] Antiquit. Ital., Dissert. XXI, pag. 171.
[82] Odilo in Vit. S. Adelheidis.
[83] Antiq. Italic., Dissert. LXVII.
[84] Chronic. Farfense, P. II, tom. 2 Rer. Ital.
[85] Leo Ostiensis, Chron., lib. 2, cap 15.
[86] Ughell., tom. 8 Ital. Sacr., in Appendic.
[87] Rupertus Tuitiensis, in Vita S. Heriberti.
[88] Mabillon., Annal. Benedict.
[89] Chronic. Farfens., P. II, tom. 2 Rer. Ital.
[90] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.
[91] Cedrenus, in Hist., ad hunc annum.
[92] Lupus Protospata, in Chron.
[93] Du-Cange, in Not. ad Alexiad. et in Glossar. Latin.
[94] Ughell., Ital. Sacr., in Episcop. Comens.
[95] Chron. Gotwicense, pag. 223.
Anno di CRISTO M. Indizione XIII.
SILVESTRO II papa 2. OTTONE III re 18, imperad. 5.
Erano mancate ad Ottone III Augusto le tre principali colonne sue, cioè Gregorio V papa, la santa avola Adelaide, e la piissima e savia zia Matilda badessa: però per regolare gli affari del regno germanico s'inviò colà nella primavera di quest'anno. Specialmente era condotto in Germania dal pio desiderio di visitare in Gnesna città della Polonia il sacro corpo di santo Adalberto vescovo di Praga, ultimamente martirizzato per la Fede di Gesù Cristo dai Prussiani, avendo inteso che al suo sepolcro si faceano dei frequenti miracoli. Portossi colà con somma divozione, e a piè nudi entrato nella città, fece le sue orazioni in quel sacro tempio. Celebrò dipoi la Pasqua in Sassonia, e di là passando ad Aquisgrana, quivi solennizzò la festa della Pentecoste. Mosso da una giovanil curiosità, volle vedere dove riposasse il corpo di Carlo Magno[96]. E segretamente fatto rompere il pavimento, tanto si cercò sotterra, che si trovò la camera, dove era il deposito di quel glorioso monarca, la cui descrizione abbiamo da varii antichi storici, ma specialmente da Ademaro[97] monaco, scrittore vicino a questi tempi. Non altro prese Ottone che la croce d'oro che gli pendeva dal collo, e parte delle vesti non putrefatte; e il resto lasciò come era. Perchè ciò fu creduto contra disciplinam ecclesiasticam perciò corse voce; che Carlo Magno era apparuto ad Ottone III, con predirgli che morrebbe senza eredi. Le storie di questi tempi son piene di simili visioni e sogni. A tutto allora si prestava fede, e non pochi erano gl'inventori di tali novità. Lo stesso Ademaro scrive che Otto imperator per somnium monitus est, ut levaret corpus Caroli Magni. Dimorava in Aquisgrana l'Augusto Ottone, allorchè Olderico, ossia Odelrico vescovo di Cremona ottenne da lui la conferma di due corti, con diploma dato[98] V idus maii, anno dominicae Incarnationis millesimo, Indictione XIII, anno tertii Ottonis regnantis XVI (dee essere XVII), imperii V (ha da essere IV). Actum Aquisgrani in palatio. Sbrigato dagli affari della Germania, se ne tornò Ottone in Italia; e, se vogliamo credere ad un suo diploma, pubblicato dal Margarino[99], era egli in Pavia nel dì 6 di luglio del presente anno, avendo quivi confermate al monistero di san Salvatore tutte le sue tenute ed esenzioni, con diploma dato II nonas julii, anno dominicae Incarnationis M, Indictione XIII, anno tertii Ottonis regni XVII, imperii anno V. Actum in papiensi palatio. Da un altro diploma presso l'Ughelli[100] abbiamo ch'egli dimorava in Roma nella festa dell'Ognissanti di quest'anno, avendo ivi conceduto a Leone vescovo di Vercelli un privilegio kalendis novembris, anno dominicae Incarnationis M, Indictione XIV, anno tertii Ottonis regnantis XVI, imperii vero V. Actum Romae in palatio monasterio. È scorretta questa ultima parola, e secondo un esemplare del padre Mabillone[101], s'ha da leggere Montis. Finalmente l'autore degli Annali d'Ildeseim[102] scrive che imperator Natalem Christi Romae celebravit.
Questo è quel poco che si sa delle azioni di Ottone III nel presente anno. Potrebbe essere ch'egli in questo medesimo, come scrive l'Ostiense[103], andasse per divozione al monte Gargano, e poscia a Benevento; ma certo non succedette, come pensò il padre Mabillone, la di lui venuta a Ravenna, nè la sua permanenza nel monistero di Classe, dovendosi ciò riferire all'anno seguente. Non so da quale documento, o storia si prendesse il Sigonio[104] la seguente notizia, di cui si può dubitare, cioè che papa Silvestro II andò ad Orvieto, et rempublicam ejus civitatis multis salutaribus legibus vinxit. Aggiunge che esso pontefice assediò in quest'anno Cesena. E così fu, scrivendo san Pier Damiano[105] che papa Gerbertus juxta Caesenam castra metatus erat, ejusque oppidum circumfusi exercitus obsidione vallabat. Per qual motivo s'inducesse a tale assedio il pontefice, non apparisce. Finalmente scrive il medesimo Sigonio che i Saraceni con grosso esercito in quest'anno fecero un'irruzione nella Campania, et Capuam ejus provinciae caput ceperunt. Ma questo avvenimento qual credenza possa meritare nol veggo, non ne parlando alcuno degli antichi storici. Se fosse riuscito un sì gran colpo ai Mori, troppo strepito avrebbe fatto in Italia; ed è quasi impossibile che alcuno degli antichi non ne avesse lasciata memoria. Scorgesi ancora che il Sigonio si servì qui di poco buoni documenti, perchè scrive che Ottone III, intesa questa disavventura del Cristianesimo, con tanta prestezza tornò dalla Sassonia in Italia, e che nel dì 25 di marzo dell'anno seguente 1001 arrivò a Ravenna. Ma noi giù abbiamo veduto ch'egli di buon'ora comparve in Italia nell'anno presente. Non altro ha Lupo Protospata[106] sotto quest'anno, se non che anno millesimo, Indictione XIII captus est Smaragdus (ribello de' Greci) a Tracamotho (catapano ossia generale d'essi Greci) mense julii XI die. Che s'egli poi soggiugne: Et obiit rex Otho Romae, questo è un doppio errore, non essendo mancato di vita Ottone III nè in quest'anno, nè in Roma. Fu duca di Amalfi circa questi tempi Giovanni Petrella figliuolo del già Mansone duca[107], e portò anch'egli il titolo di patrizio imperiale. Che i Greci in questi tempi avessero stesa di molto la lor signoria nella Puglia, si può dedurre da un diploma di Gregorio[108] protospatario e catapano d'Italia, in cui conferma al monistero di Monte Casino varie tenute poste in Lesina, Ascoli, Canosa, Minervina e Trani, città perciò sottoposte al dominio greco.
NOTE:
[96] Ditmarus, Chron., lib. 4.
[97] Ademarus Monachus, in Chron.
[98] Antiquit. Ital., Dissert. XXXI, pag. 967.
[99] Bullarium Casinens., tom. 2, Constit. LXVIII.
[100] Ughell., Ital. Sacr., tom. 4 in Episcop. Vercellens.
[101] Mabill., in Annal. Benedictin.
[102] Annales Hildesheim.
[103] Leo Ostiensis, Chron., lib. 2.
[104] Sigonius, de Regno Italiae, lib. 7.
[105] Petrus Damian., in Vit. S. Mauri, cap. 3.
[106] Lupus Protospata, in Chronico.
[107] Antiquit. Italic., tom. 1, pag. 120.
[108] Ibidem, Dissert. VI, p. 337.
Anno di CRISTO MI. Indizione XIV.
SILVESTRO II papa 4. OTTONE III re 19, imperad. 6.
Siam giunti al principio del secolo undecimo, secolo che produsse una mutazione insigne di governo e di costumi; e sopra tutto ci farà vedere in rotta il sacerdozio coll'imperio, cioè un'iliade de' gravi scandali e sconcerti non meno in Italia che in Germania. Ma ritornando al filo della storia, noi sappiamo da san Pier Damiano[109] che Ottone III Augusto, perchè si sentiva mordere la coscienza d'aver sotto la fede del giuramento ingannato e fatto decollare Crescenzio console romano nell'anno 998, e ne volea far penitenza, dopo aver confessato il suo fallo a san Romoaldo abbate, per consiglio di lui, nudis pedibus de romana urbe progrediens, sic usque in Garganum montem ad sancti Michaelis perrexit ecclesiam. Leone Ostiense[110] mette questo pellegrinaggio dell'imperadore sotto l'anno precedente 1000, con aggiugnere, che passando per Benevento, fece istanza a que' cittadini d'aver il corpo di san Bartolomeo apostolo, da riporre nella chiesa di santo Adalberto, ch'egli facea fabbricare nell'isola del Tevere in Roma, e sommamente desiderava di arricchir di sante reliquie. Gli accorti Beneventani, giacchè non ardivano di opporsi alla dimanda autorevole dell'imperadore, in vece del corpo dell'Apostolo, gli mostrarono e diedero il corpo di san Paolino vescovo di Nola: con cui egli tutto contento, ma ingannato, se ne andò. Perciò il cardinale Orsino, poscia Benedetto XIII papa, ai dì nostri vigorosamente sostenne il possesso dei Beneventani contra le pretensioni de' Romani, giacchè si attribuisce l'una e l'altra città il corpo di quell'apostolo. E ben prevale l'autorità dell'Ostiense agli autori del secolo susseguente, che diversamente ne scrissero. Seguita poi a dire Leone ostiense, che scoperto l'inganno, s'adirò forte l'imperadore contra de' Beneventani, e perciò sequenti tempore perrexit iterum super Beneventum, et obsedit eam undique per dies multos. Sed nihil adversus eam praevalens, Romam reversus est. Unde vix ad sua reverti disponens, mortus est. La morte di Ottone III cadde nel gennaio dell'anno seguente. Parrebbe perciò che in quest'anno seguisse l'assedio di Benevento. Infatti Romoaldo salernitano[111] scrive che Ottone III obsederat Beneventum anno MI, Indictione IV (vuol dire XIV) et acriter ipsam civitatem expugnans vi caeperat. Contuttociò non pare assai certo quest'assedio, e molto meno è da credere ch'egli prendesse quella città. E quando pur fosse succeduto, difficile è lo stabilirne il tempo, cioè se nel presente o nel precedente anno. Credo bensì che sul principio di quest'anno succedesse l'assedio di Tivoli. Tangmaro prete, scrittore contemporaneo, nella vita di san Bernardo vescovo d'Ildeseim[112], racconta che quel santo prelato, a cagione d'una controversia insorta fra lui e Willigiso arcivescovo di Magonza, arrivò a Roma nel dì 4 di gennaio dell'anno presente, ed espose le sue querele al piissimo papa Silvestro, all'imperadore Ottone, di cui era stato maestro, e ad Arrigo duca di Baviera, che si trovava allora alla corte d'esso imperadore. Fu raunato un concilio, deciso in favore di lui, e spedito in Germania Federigo cardinal della santa romana Chiesa, sassone di nazione, per terminar quella briga con un altro concilio. In quei giorni, seguita a dire Tangmaro, avea l'imperadore Ottone intrapreso l'assedio di Tivoli con tutte le macchine di guerra, e facea gran guerra a quella città. San Pier Damiano scrive che l'origine d'essa venne dall'avere quel popolo ucciso Mazzolino, duca ossia capitano d'esso Augusto Ottone III, e dall'aver anche obbligato lo stesso imperadore a scappare dalla città. Ma Tangmaro assai dà a conoscere che la lite era insorta fra i Romani e quei di Tivoli; e perciocchè Ottone inclinava in favore dei Romani, i Tiburtini si ribellarono, e fu necessitato l'imperadore a prendere l'armi contra di loro, ma con trovare quell'osso più duro di quel che si pensava. Se vogliam credere al medesimo san Pier Damiano[113], si trattava di mettere a fil di spada tutti gli abitanti di quella città; ma buona per loro che capitò in quelle parti san Romoaldo abbate per rinunziare la badia di Classe. S'interpose egli, trattò d'accordo, e fece che l'adirato Augusto si contentò che quel popolo atterrasse una parte delle mura, gli desse degli ostaggi, e in mano l'uccisore del suo uffiziale. Così fu, e il santo ottenne anche dalla madre dell'ucciso la vita dell'uccisore. Come sieno sicuri i racconti di san Pier Damiano, che neppure era nato in que' tempi, si raccoglierà dal confrontarli colla narrativa di Tangmaro prete, il quale con san Bervardo si trovò presente a questo fatto. Nulla scrive egli di san Romualdo, ma bensì, che trovando l'imperadore gran testimonianza negli assediati, e desiderando di uscir di questo impegno senza disonore papa Silvestro e il vescovo Bernardo mossi da ecclesiastico zelo, fecero istanza d'entrare in Tivoli. Vi furono con giubilo accolti, e disposero quel popolo a risottomettersi imperatoris ditioni, con rendersi a discrezione. Il dì seguente uscirono cuncti primarii cives nudi, femoralibus tantum tecti, dextra gladios, laeva scopas (flagelli) ad palatium praetendentes; imperiali jure se subactos; nil pacisci, nec ipsam quidem vitam; quos dignos judicaverit, ense feriat, vel pro misericordia ad palum scopis examinari faciat; si muros urbis ad solum complanari votis ejus suppetat, promtos libenti animo cuncta exsequi, nec jussis ejus majestatis, dum vivant, contradicturos. L'imperatore, alle preghiere del papa e del vescovo, loro perdonò, e restò conchiuso di non distruggere quella città. Notinsi quelle parole de' Tivolesi; imperialis juri se subactos. In tali casi andavano i nobili a chiedere perdono col mettersi la spada al collo, per dichiararsi degni del taglio della testa. Gl'ignobili portavano la corda al collo, per protestarsi degni di essere impiccati.
Torniamo ora a san Pier Damiano, il quale ci fa sapere che Ottone III venne a Ravenna nell'anno presente, ed ivi attese a far penitenza dei suoi falli nel monistero di Classe. Ecco le sue parole[114]: Per totam etiam quadragesimam in classense monasterio beati Apollinaris, paucis sibi adhaerentibus, mansit. Ubi jejunio et psalmodiae, prout valebat, intentus, cilicio ad carnem indutus, aurata desuper purpura tegebatur. Lecto etiam fulgentibus palliis strato, ipse in florea de papyris confecta tenera delicati corporis membra terebat. Promisit itaque Romualdo, quod imperium relinquens, monachicum susciperet habitum, ec. Che Ottone III fosse in Ravenna nel dì 20 di aprile, si può anche intendere da un suo diploma confermatorio dei privilegii del monistero delle monache della Posterla di Pavia, a petizione di Pietro vescovo di Como ed arcicancelliere e di Ottone conte del palazzo, nipote d'esso vescovo. Fu dato quel diploma[115] II kalendas mai, anno dominicae Incarnationis millesimo primo, Indictione XIIII, anno tercii Ottonis regnantis XVII, imperii V. Actum Ravennae. Pendeva tuttavia da esso diploma il sigillo di piombo coll'immagine e nome dell'imperadore. Ma io non osservai bene, se in vece di regnantis XVII, fosse ivi scritto XVIII, perchè ciò essendo, converrebbe ammettere due epoche diverse del regno. Altri simili esempli nondimeno abbiam veduto di sopra. Ho io parimente prodotta una lettera scritta[116] da papa Silvestro II al suddetto imperadore, in cui raccomanda alla cura di Guido vescovo di Pavia l'antichissimo monistero delle monache del Senatore. Vidi pendente la Bolla pontifizia di piombo; e pure v'ha la seguente data: Actum hoc anno dominicae Incarnationis millesimo primo. Indictione tertiadecima, anno vero pontificatus Silvestri universalis papae quarto. Ma in questo anno correa l'indizione XIV, e l'anno quarto di papa Silvestro II cominciava solamente a correre nell'anno seguente. Che anche verso il fine di novembre tuttavia esso imperadore soggiornasse in Ravenna, si raccoglie da un altro diploma, spedito in favore del monistero delle monache di san Felice di Pavia[117], dato X kalendas decembris, anno dominicae Incarnationis millesimo primo, Indictione XV, anno tertii Ottonis regnantis XVII, imperii VI. Actum Ravennae. Si osservi ancor qui l'anno XVII, del regno, e non già il XVIII, come dovrebbe essere secondo l'epoca ordinaria di questo imperadore. Ma quivi è cosa strana che sottoscriva Heribertus Cancellarius vice Willigisi archiepiscopi, quando Pietro vescovo di Como era tuttavia arcicancelliere. Apparteneva in questi tempi la nobil terra di Carpi, oggidì città, al contado di Reggio; e quivi[118] anno imperii tercii domni Ottoni, Deo propitio, sexto, pridie kalendas octobris, Indictione quintadecima, cioè nell'anno presente, Tedaldo marchese e conte del contado di Reggio, avolo della gran contessa Matilda, tenne un placito, in cui si trovò in persona Berta badessa del monistero di santa Giulia di Brescia, e vinse una lite di terreni. A qual marca presedesse Tedaldo, io nol so dire. Circa questi tempi Leone arcivescovo di Ravenna, caduto in mala sanità, rinunziò la sua Chiesa, ed in luogo suo entrò il soprammentovato Federigo cardinale della santa romana Chiesa. Non so io concertare con quanto abbiam veduto di sopra intorno alla permanenza di Ottone III Augusto in Ravenna per tutta la quaresima, il dirsi dal Cronografo sassone[119] ch'egli Romam proficiscens sacrosanctum dominicae Resurrectionis festum debita ibi veneratione celebrare instituit. Credo io piuttosto che in vece della Pasqua egli volesse dire il Natale del Signore. Nè si dee tralasciare che questo imperadore da Ravenna fece una scappata a Pavia verso il fine di giugno, ciò costando da un suo diploma, dato in favore di Pietro vescovo di Novara[120] X kalendas julii, anno dominicae Incarnationi millesimo primo, Indictione XIV, anno tertii Ottonis regni XVII, imperii V. Dee essere VI. Tornato poscia a Ravenna, sentendo sul fine dell'anno che v'erano dai torbidi in Roma, s'inviò a quella volta. Trovò più di quel che s'immaginava. Abbiamo da Ditmaro[121] che fra gli altri potenti romani, Gregorio, personaggio assai caro al medesimo Augusto, gli tendeva delle insidie per prenderlo. Un giorno infatti divampò una sollevazion dei Romani contra di lui, per la quale fu astretto a fuggirsene per una porta fuori di Roma con lasciar molti de' suoi nella città rinchiusi. Il Cronografo sassone[122] scrive, che quanti ne furono trovati, tutti restarono trucidati. Ma Ditmaro narra che i Romani ravveduti del loro fallo, li lasciarono in libertà, ed inviarono messi all'imperadore, chiedendo perdono e pace. Ottone, nulla fidandosi delle loro belle parole, attese a raunar quante soldatesche potè, e tutti i suoi vassalli; e chi dice ch'egli esercitò varie ostilità contra dei Romani, e chi, solamente che si preparò a vendicarsi del ricevuto affronto. Fra quelli che specialmente assisterono in questo brutto frangente all'imperadore, per mettersi in salvo, si contò Ugo duca e marchese di Toscana; ma egli stette poco a terminare i suoi giorni. Se vogliam badare a san Pier Damiano[123], scrittore che, credulo più degli altri, imbottì l'opere sue di visioni, sogni e miracoli strani, racconta che un vescovo, di cui avea dimenticato il nome, vide in un tizzone di fuoco scritte queste parole: Hugo marchio quinquaginta annis vixit: indizio della vicina sua morte. Ma se è vero, come avvertii di sopra all'anno 961, che già Ugo fosse marchese di Toscana in quell'anno, non si potrà già credere ch'egli mancasse di vita in età solo d'anni cinquanta.
Seguita a dire san Pier Damiano, che l'imperadore Ottone, udita la morte del marchese Ugo, o perchè poco si fidasse di lui, o perchè non gli piacesse la troppa di lui potenza, proruppe in queste parole del salmo[124]: Laqueus contritus est, et nos liberati sumus. Ma ebbe poco a rallegrarsi e a gloriarsene Ottone III, perciocchè anch'egli paulo post, eodem scilicet anno, et ipse defunctus est. Sembrano queste parole indicare che la morte d'Ugo accadesse sul principio di gennaio dell'anno seguente; perchè da lì a non molto in quello stesso mese diede fine al suo vivere anche lo stesso imperadore. Ma don Placido Puccinelli, che con istile romanzesco compilò la vita di questo celebre e potente principe, e il saggio Cosimo della Rena[125] pretendono che la sua morte accadesse nel dì 21 di dicembre dell'anno presente; giorno in cui i monaci benedettini della badia di Firenze celebrano il di lui anniversario. Che il luogo, dove egli finì sua vita, fosse o Pistoia, o Firenze, li credo io sogni dei moderni scrittori. Certo è poi, per attestato del suddetto san Pier Damiano, che questo principe, figliuolo d'Uberto, e nipote d'Ugo re d'Italia obtinuit utramque monarchiam (egli avrà scritto marchiam) et quam Tyrrhenum videlicet, et quam mare Adriaticum alluit: cioè fu duca non meno della Toscana che di Spoleti. Sed quam perpenderet, quia propter improbitatem injuste viventium strenue regere utramque non posset, ultroneae renuntiationis arbitrio cessit imperatori marchiam Camerini cum Spoletano ducatu, juri vero proprio Tusciam reservavit. Se non si disotterrano altre memorie, non è facile il conoscere in qual tempo succedesse questa rinunzia del ducato di Spoleti e della marca di Camerino; anzi può anche nascere dubbio intorno alla medesima. Abbiam veduto all'anno 995 un Ugo duca di Spoleti e marchese di Camerino. Aggiungo ora, credersi da me lo stesso che Ugo marchese di Toscana. Perciocchè fra le epistole di Gerberto una se ne legge scritta a lui, già divenuto papa, con questo titolo[126]: Reverentissimo papae Gerberto Otto gratia Dei imperator augustus, dove dice, che trovando nociva l'aria d'Italia alla sua sanità, vuol mutare paese; ma che in aiuto di esso papa egli lascia primores Italiae, e massimamente Hugonem tuscum vobis per omnia fidum S. (forse scilicet) comitem, Spoletinis et Camerinis praefectum, cui octo comitatus, qui sub lite sunt, vestrum ob amorem contulimus, nostrumque legatum eis ad praesens praefecimus, ut populi rectorem habeant, et vobis ejus opera debita servitia exhibeant. Circa questi tempi si conosce scritta questa lettera, e dalla medesima impariamo che Ugo marchese di Toscana comandava anche a Spoleti e a Camerino. Dove è dunque la cessione di quei principati a noi narrata da Pier Damiano? Anzi il marchese Ugo, in vece di rinunziare in questi tempi ciò ch'egli godeva, cercava ancora di goderne di più secondo il costume ordinario dei gran signori, che mai non si saziano d'accrescere i loro stati. Di qui appunto abbiamo ch'egli acquistò otto contadi, non goduti prima. E un contado allora per lo più significava una città col suo distretto. Non lasciò dopo di sè il marchese Ugo alcun figliuolo maschio, e resta tuttavia involto nelle tenebre chi fosse l'erede degli immensi suoi allodiali. Gran sospetto ho io che per qualche sua figliuola, o sorella, o zia, passata nei marchesi progenitori della casa d'Este, a loro devenisse Rovigo, Este, la badia della Vangadizza con altri Stati situati fra Padova e Ferrara; perciocchè gli Estensi, prima potenti nella Lunigiana e Toscana, si cominciano da qui innanzi a trovar signori anche di questi altri stati; e si vede ricreato in essi il nome di Ugo[127], essendo anche allora non men che oggidì, vigoroso il costume di rinnovar nei nipoti i nomi degli avoli o parenti si paterni che materni. Andando innanzi, vedremo chi succedesse al marchese Ugo nel ducato della Toscana, e in quello ancora di Spoleti e di Camerino.
Tornando ora ad Ottone III Augusto, uscito ch'egli fu di Roma, e raccolti che ebbe tutti i suoi vassalli e soldati, mostrava ben grande ilarità nel volto; ma riflettendo ai varii trascorsi della sua giovanile età, internamente nondimeno stava malinconico, ed attendeva a farne penitenza[128] colle lagrime, orazioni e limosine. Secondo gli Annali d'Ildeseim[129], egli solennizzò la festa del santo Natale in Todi in compagnia di papa Silvestro. Poscia Salernum oppidum adiit, sta scritto nei suddetti Annali; ma con errore, dovendo dire Paternum oppidum. Quel che è più strano, e lo racconta Ditmaro, in questi medesimi tempi, senza che ne sappiam la cagione, in Germania molti duchi e conti, con participazione ancora dei vescovi, macchinavano delle novità contra dello stesso Ottone III, e ricorsero per questo ad Arrigo duca di Baviera. Ma perchè il ritrovarono ricordevole degli avvertimenti lasciati a lui dal duca Arrigo suo padre, di osservare religiosamente la fedeltà dovuta al sovrano, non andò più innanzi la loro mena. Scrivono alcuni che esso duca Arrigo si trovava coll'imperadore, allorchè questi fu forzato a scappare di Roma. Ciò ch'io rapporterò all'anno seguente, ci darà abbastanza a conoscere che Arrigo dimorava sul fine di quest'anno in Germania. Ma s'io ho da confessare il vero, temo forte che Ditmaro e i suoi copiatori non sieno stati informati di questi sconcerti. Tangmaro prete[130], che, come dissi, ci diede la vita di san Bervardo, e fu non solo scrittore contemporaneo, ma testimonio di vista di tali avvenimenti, lasciò scritto, che terminato l'assedio di Tivoli (assedio succeduto nei primi mesi dell'anno presente), col perdono dato a quei cittadini, il popolo romano, il quale volea pur disfatta quella città, e atterrato quel popolo per una gara che vedremo continuata anche dipoi, la prese contra dell'imperadore, serrò le porte di Roma, negò ad esso Augusto, non che ai suoi, l'entrarvi, ed arrivò anche ad uccidere alcuni dei fedeli del medesimo imperadore. Si venne perciò all'armi, ma Dio volle che i Romani si ravvidero, implorarono ed ottennero la pace; eglino stessi levarono la vita a due capi della sedizione, e tutto restò quieto. Pacem petunt, sacramenta innovant, fidem se imperatori perpetuo servaturos promittunt. Sul principio dell'anno tutto questo accadde. Tornò in Germania san Bervardo, e perchè con tutto l'appoggio del papa e dell'imperadore non potè ottener giustizia dall'arcivescovo Wittigiso, rispedì verso il fine dell'anno il suddetto Tangmaro in Italia. Questi imperatorem in spoletanis partibus reperit; vi arrivò anche il papa, ed amendue Tudertinae Natalem Domini celebrarunt. In essa città fu poi tenuto nel dì seguente un concilio di molti vescovi di Italia, e di tre tedeschi, nel quale Tangmaro espose le doglianze del suo vescovo, e ne riportò buon provvedimento. Licenziato dipoi con assai regali, si partì alla volta della Germania nel dì 11 di gennaio, con aggiugnere che l'imperadore poco appresso, cioè X kalendas februarii, per una febbre già incominciata terminò i suoi giorni. Però non so vedere come regga quella guerra contra dei Romani, e quella vendetta che ci vien raccontata da Ditmaro. Tutto era in pace, ed anche papa Silvestro in buona armonia coi Romani pacificamente celebrò quel concilio in Todi. Ma prima di terminare gli avvenimenti di quest'anno, dee farsi menzione d'uno, che altronde non s'ha se non da due storici milanesi del secolo di cui parliamo, cioè da Arnolfo[131] e da Landolfo seniore[132]. Stando fermo Ottone III di volere per moglie una principessa dell'imperial corte di Grecia, giacchè indarno l'avea chiesta con una precedente ambasceria, spedì colà, per quanto si può conghietturare, nell'anno presente, Arnolfo II arcivescovo di Milano. V'andò egli con superbissimo accompagnamento, ricevette insigni onori da Basilio e Costantino Augusti, ed ottenne quanto dimandò. Ma inutile riuscì il suo viaggio e trattato, perchè tornato in Italia, trovò Ottone III chiamato da Dio all'altra vita. Il suddetto Landolfo seniore, scrittore talvolta parabolano, lasciò scritto, che oltre a molti altri regali riportati da quella corte, esso Arnolfo serpentem aeneum, quem Moyses in deserto divino imperio exaltaverat, imperatori requisivit, et habere meruit; et veniens in ecclesia sancti Ambrosii ipsum exaltavit. Mirasi tuttavia nella basilica ambrosiana di Milano un serpente di bronzo sopra una colonna di marmo, creduto il medesimo di cui parla Landolfo; e sopra di questa insigne reliquia è mirabile il vedere quanto abbiano scritto varii scrittori milanesi, senza accorgersi che questa è una delle grossolane semplicità dei secoli barbarici. Sembra a me d'aver prodotta altrove[133] la vera origine di questo serpente di bronzo, conservato in essa basilica; e però altro non ne soggiungo.
NOTE:
[109] Petrus Damiani, Vit. S. Romualdi, cap. 25.
[110] Leo Ostiens., in Chron.
[111] Romualdus Salern., Chron., tom. 7 Rer. Ital.
[112] Tangmarus, in Vita, S. Berwardi. tom. 1 Scriptor. Brunsvicens. Leibnitii.
[113] Petrus Damian., in Vit. S. Romualdi.
[114] Petrus Damian., in Vita S. Romuald., cap. 25.
[115] Antiq. Ital., Dissert. VII.
[116] Ibidem, Dissert. LXX.
[117] Ibidem, Dissert. LXVI.
[118] Antiquit. Ital., Dissert. VIII.
[119] Cronograph. Saxo apud Leibnitium.
[120] Baron., Ann. Eccl. ad hunc annum.
[121] Ditmarus, Chron., lib. 4.
[122] Chronograph. Saxo.
[123] Petrus Damiani, lib. 7, Epist. 12, seu Opuscul. 57.
[124] Psalm. 123.
[125] Cosimo della Rena, Serie de' duchi di Toscana.
[126] Gerbert., Epist. 158, tom. 2 Rer. Franc. Du-Chesne.
[127] Antichità Estensi, P. I, cap. 11 e 12.
[128] Annal. Saxo. Ditmar., Chron., lib. 4.
[129] Annal. Hildesheim.
[130] Tangmarus, in Vita S. Bervvardi.
[131] Arnulf., Hist. Mediolan., lib. 1, cap. 13.
[132] Landulfus Senior., lib. 2, cap. 18.
[133] Antiquit. Italic., Dissert. LIX.
Anno di CRISTO MII. Indizione XV.
SILVESTRO II papa 4. ARDOINO re d'Italia 1.
Dimorava l'Augusto Ottone III nella terra di Paterno con poca sanità, intento agli esercizii di penitenza. Questa terra di Paterno, Cosimo della Rena[134] la crede situata nel contado di Perugia, distante una giornata da Todi. Leone ostiense[135] chiaramente scrive che Ottone si ritirò apud oppidum, quod nuncupatur Paternum, non longe a civitate, quae dicitur Castellana. Nelle Tavole del Magini tuttavia si osserva Paterno del contado di Città Castellana; e però non occorre senza testimonianza degli antichi cercare altro sito che questo. Stando in essa terra Ottone, che s'intitola Servus Apostolorum, diede un diploma[136] in favore della badia di Firenze VI idus januarii, anno dominicae Incarnationis MII, Indictione XV, anno tertii Othonis regni XVIII, imperii VI. Datum in Paterno. Si osservi ancor qui l'anno del regno XVIII, che, secondo l'epoca ordinaria dovrebbe essere il XIX, e però indica un'epoca diversa dall'altra. Forse è presa dall'anno 884, dappoichè colla cessione del duca Arrigo egli fu ristabilito sul trono. Poscia nel dì 11 del medesimo mese ne spedì un altro in confermazione dei beni del monistero di santa Maria di Prataglia[137], III idus januarii, anno dominicae Incarnationis MII, Indictione XV, anno autem domni Ottonis inclitissimi tertii imperatoris, regnantis quidem XVIII, imperantis VI. Actum in Paterno. Ma da lì a pochi dì la morte rapì questo giovane imperadore, della cui nobilissima indole maravigliose doti d'animo e sapere, non si saziano di parlare gli storici antichi della Germania. La morte sua negli Annali d'Ildeseim[138] e da Ermanno Contratto[139] vien registrata nel dì 23 di gennaio del presente anno. Ditmaro, che la mette nel dì 24, forse volle intendere della sepoltura. Se ad alcuni scrittori tedeschi s'ha da credere, Ottone III fu portato all'altra vita da una febbre petecchiale. Ma Leone ostiense, Landolfo seniore, Roberto tuiziense, Radolfo glabro ed altri tutti concordemente asseriscono che mancò di vita per veleno datogli da Stefania, già moglie di quel Crescenzio ch'egli avea fatto decapitare, benchè sieno discordi nella maniera, ed abbiamo infrascato di molte dicerie popolari questo avvenimento. L'incauto principe s'avea presa per concubina questa donna, laonde fu a lei facile il far vendetta dell'ucciso marito. Che Ottone l'avesse presa per moglie, come hanno asserito alcuni, e poi la ripudiasse, son favole, a mio credere, nate nell'immaginazione della buona gente. Fors'anche è una favola quel concubinato, che non s'accorda colla penitenza a cui egli attendeva in questi tempi. Fu incredibile il dolore e pianto di tutti i suoi per l'immatura morte di questo da loro amatissimo principe. La tennero essi celata finchè si raunassero le soldatesche sparse per le castella, e poi si misero in viaggio per riportarne il corpo ad Aquisgrana, dove egli desiderò di essere seppellito. Ditmaro[140] e l'Annalista[141] e il Cronografo sassone[142] scrivono, che divulgata la morte di Ottone III, e che veniva trasportato in Germania il cadavero suo, i Romani (se pure non voglion dire gli Italiani) barbaramente si scatenarono contro la picciola armata dei Tedeschi; ed ora in aguati, ed ora a campagna aperta l'assalirono, con essere specialmente succedute tre battaglie, nelle quali ebbero la peggio i Romani. In somma per sette giorni continui bisognò marciar quasi sempre combattendo; nè si trovarono mai sicuri, finchè ad Bernam perveniunt civitatem. Ma in vece di Berna si ha a mio credere da scrivere Beronam, cioè Verona, in cui era marchese Ottone duca di Carintia. In fatti nella vita di santo Arrigo imperadore[143] si legge: Cum maxima difficultate et periculis pluribus per Veronam, per Bavariam, cadaver ipsius reportabant. Furono poi accolti ad una corte del vescovo d'Augusta da Arrigo III duca di Baviera, il quale cominciò di buon'ora a fare i suoi negoziati, per essere eletto re, giacchè il defunto Augusto non avea lasciato dopo di sè prole alcuna maschile. Era esso Arrigo figliuolo di Arrigo duca, e nipote di un altro Arrigo duca, già da noi veduto fratello di Ottone il Grande Augusto; e per conseguente, se era mancata la linea d'esso Ottone, durava nondimeno in lui l'altra in guisa ch'egli pretendeva come per diritto ereditario la corona. Però per forza occupò lo scettro, la corona, il pomo e gli altri ornamenti imperiali. E perchè il santo arcivescovo di Colonia Eriberto avea mandata innanzi la lancia, il fece arrestare, nè il rilasciò senza sigurtà che gliel'avrebbe inviata. Fu poi data sepoltura al corpo del defunto imperadore in Aquisgrana.
In questo mentre, cioè appena intesa la morte di Ottone III Augusto senza successione, i principi, vescovi, ed altri primati d'Italia furono in gran moto. Ai più pareva che fosse risorta la lor libertà per poter eleggere quel re che fosse loro più in grado; e tanto per amore della propria nazione, quanto perchè non erano molto soddisfatti del governo dei monarchi tedeschi, si accordarono assaissimi d'essi nella dieta tenuta in Pavia di eleggere un re italiano. Ardoino marchese d'Ivrea, principe per accortezza e per ardire, ma non già per le virtù cristiane, superiore a molti, quegli fu che guadagnò i voti degli altri, e si fece eleggere e coronare re nella basilica di san Michele di Pavia. _Episcopicida _ il chiama Ditmaro, e ne abbiam veduta la ragione di sopra all'anno 999. Favole io reputo quelle che racconta Valeriano Castiglione[144], spacciando che in una dieta di Lodi seguisse l'elezion di Ardoino. Arnolfo milanese chiaramente scrive: Papiae eligitur. Nella Cronichetta dei re d'Italia[145], da me data alla luce, si legge che dopo la morte di Ottone III fuit tunc regnum sine rege XXIV dies. Die qui fuit dominico, et fuit XV mensis februarii in civitate Papia inter basilicam sancti Michaelis fuit coronatus Ardoinus rex. Cadde appunto il dì XV di febbraio dell'anno presente in domenica; e di qui ancora si apprende, contando i dì 24 del regno vacante, che Ottone finì di vivere nel dì 23 di gennaio. Ardoino, chiamato da Ditmaro Hardwigus ed Hardwicus, e da Arnolfo storico milanese di questo secolo[146] nobilis Ipporegiae marchio, era figliuolo di Dodone ossia Doddone, come si ha da un suo diploma, dato[147] anno dominicae Incarnationis MXI, tertio kalendas aprilis, Indictione IX. Actum Bobii in episcopali palatio. Questo contiene una donazione fatta a san Siro di Pavia pro anima patris nostris Doddonis, et pro anima patrui nostri domni Adalberti, rogante domno Wilelmo marchione carissimo consobrino germano nostro. Nè dà egli il titolo di marchese al padre, nè allo zio. Da altri il padre d'Ardoino sembra appellato Oddone, cioè Ottone; ed avendo Ardoino avuto un figliuolo nomato Ottone[148], pare che non sia senza fondamento un tal nome. Per quanto ancora ho osservato nelle Antichità estensi[149], non è inverisimile che Odelrico Magnifredo ossia Manfredi, marchese celebre di Susa, e fratello di Alrico vescovo d'Asti, fosse suo zio paterno. Comunque sia, Ardoino diede principio al suo governo col confermare i privilegii di varie chiese. Uno dei suoi diplomi pel monistero di san Salvatore di Pavia si vede spedito[150] X kalendas martii, anno dominicae Incarnationis MII, anno domni Arduini regis I. Actum in papiensi palatio. Il Margarino ha dimenticata l'indizione. Due altri dati nello stesso giorno per la chiesa di Como si leggono presso il padre Tatti[151] colle seguenti note: VIII kalendas aprilis anno dominicae Incarnationis millesimo secundo, Indictione quintadecima, anno vero domni Ardoini regis regnantis primo. Actum Castro Montigio. Così passavano gli affari d'Italia, ed intanto si disputava in Germania per l'elezione del nuovo re. I due principali concorrenti, oltre ad Ecchicardo marchese di Turingia, erano Erimanno duca di Alemagna e d'Alsazia, figliuolo di Udone duca (morto nella sconfitta data dai Saraceni in Calabria ad Ottone II) e il soprammentovato Arrigo III, duca di Baviera. Prevalse in fine, ma dopo molti movimenti d'armi, coi suoi aderenti esso duca Arrigo, il quale in Magonza, per attestato di Ditmaro[152], VII idus junii in regem eligitur, acclamatur, et a Willigiso praesule benedicitur et coronatur. Adelboldo[153] scrive octavo idus junii: cioè sarà stato eletto nel dì 25 di maggio, e coronato nel dì 26: e n'era ben degno; tante virtù d'animo concorrevano in lui, e massimamente la religione e la pietà, per cui si meritò poscia il titolo di santo. Claudus, cioè zoppo, fra gli Arrighi vien appellato da alcuni, perchè zoppicava di un piede. Avea per moglie Cunegonda, figliuola di Sigefredo conte di Lucemburgo, che con lui gareggiava nel possesso ed esercizio delle più rare virtù, e per cagion d'esse arrivò anche ella ad essere registrata nel catalogo dei celesti cittadini[154]. Ricevette anch'essa dipoi la corona regale nel giorno di san Lorenzo in Paderbona. Sotto il presente anno Lupo protospata[155] racconta che obsedit Saphi caytus (cioè il generale dei Saraceni ossia dei Mori africani, padroni della Sicilia) Barum a die II maii usque ad sanctum Lucam mense octobris. Tunc liberata est per Petrum ducem Veneticorum. Questo fatto glorioso di Pietro Orseolo II doge di Venezia non fu ignoto all'accuratissimo cronista di Venezia Andrea Dandolo[156], di cui sono le seguenti parole: Iste dux etiam contra Saracenos, qui barensem urbem Apuliae obsessam delinebant, cum navali stolo perrexit, et urbem intravit, et victualibus muniit. Et cum Gregorio catapano imperiali ex urbe exiens, de Saracenis victoria habuit, et liberata urbe ab obsidione Venetias rediit. Il Sigonio differì questa impresa fino all'anno 1005.
Non fu l'assunzione del re Arrigo al trono germanico senza contrasti, e massimamente dalla parte del suddetto Erimanno duca d'Alemagna, o vogliam dire di Suevia. Tuttavia, giacchè chiunque de' baroni a tutta prima non aveva acconsentito alla di lui elezione, di mano in mano veniva a rendergli ubbidienza, Erimanno anch'egli, preso miglior consiglio, sul principio d'ottobre di quest'anno, e non già nel seguente, come hanno gli Annali d'Ildeseim, andò a gittarsegli a' piedi, e a giurargli fedeltà. Di questi prosperosi successi del re Arrigo informato il re Ardoino, già andava prevedendo che non tarderebbe molto il re germanico a portar la guerra in Italia[157], ma in questo mentre si fabbricava egli la sua rovina col trattar aspramente que' medesimi principi d'Italia che l'aveano messo sul trono. Fra gli altri, perchè il vescovo di Brescia gli disse alcune spiacevoli parole, il prese pel ciuffo, e il cacciò vituperosamente in terra, come se fosse stato un bifolco. Questa sua sfrenata collera fu cagione che molti dei principi italiani, pentiti d'averlo innalzato, segretamente spedirono o messi o lettere ad invitare in Italia il buon re Arrigo[158]. Era, come ho detto di sopra, in questi tempi duca di Carintia e marchese della marca di Verona, ossia di Trivigi, Ottone, quel medesimo che vedemmo padre di Gregorio V papa, il cui padre fu Corrado duca di Franconia, la madre Liutgarda figliuola di Ottone I Augusto. Il discender egli dal sangue di esso imperadore, congiunto col credito di una rara probità e saviezza, parvero tali prerogative allo stesso Arrigo, non per anche re, che gli mandò ad offerire il regno. Ma egli con umiltà si sottrasse a questo onore e peso, e, per quanto potè, cooperò dipoi all'esaltazione d'Arrigo. Dalla Germania, ove era ito esso Ottone, ebbe ordine di tornarsene in Italia con un piccolo corpo di armata. Ardoino, che teneva di buone spie, non solo penetrò la di lui venuta, ma seppe ancora, che calato esso in Italia, erano per unire con lui le forze loro Federigo arcivescovo di Ravenna e Teodolfo marchese. Così ha il testo di Ditmaro, e quello eziandio dell'Annalista sassone[159]; ma senza dubbio in vece di Teodolfo, s'ha quivi da leggere Teodaldo, ossia Tedaldo marchese, avolo della gloriosa contessa Matilda. Tieboldus è nominato da Adelboldo[160]. Però Ardoino frettolosamente con tutte le sue forze accorse alle Chiuse d'Italia, che fin qui erano state guardate dagli uomini del vescovo di Verona, e per forza le prese. S'avanzò anche fino a Trento, credendo che colà fossero già calati i Tedeschi; ma non avendoli trovati, se ne tornò in fretta alla campagna di Verona. Celebrava egli la festa del santo Natale in un castello, quando giunto il duca Ottone alla Chiusa dell'Adige, e trovato serrato quel passo, mandò al re Ardoino pregandolo della licenza di poter passare. Trattenne Ardoino i messi sino alla mattina seguente, e nella notte raunate le sue truppe, sul far del giorno in ordinanza di battaglia portossi ad assalire i nemici. Calda fu quell'azione, molto sangue costò all'una e all'altra parte; ma in fine restarono sconfitti i Tedeschi, e pochi se ne salvarono coll'aiuto delle gambe. Narra il Sigonio questo fatto sotto l'anno 1003; ma assai chiaramente si raccoglie da Ditmaro che ciò seguì sul termine dell'anno presente. Non errò già egli, come pretende il padre Pagi[161], in raccontare una tal battaglia e vittoria, essendo cosa indubitata, perchè asserita da Ditmaro[162] e da Adelboldo[163] scrittori di questi tempi. Parimente Arnolfo storico del presente secolo scrive[164] che il re Arrigo per consiglio de' principi d'Italia segretamente a lui favorevoli, direxit in Italiam suum cum exercitu ducem. Cui occurrens viriliter Ardoinus, facta congressione in campo Fabricae, quamplures stravit, ceteros extra fines regni fugavit. Curiosa cosa è il vedere un contrasto seguito in quest'anno fra Conone, ossia Corrado, vescovo di Perugia, e l'abbate del monistero di san Pietro di Perugia[165], praesidente domno Sylvestro II Romanae sedis pontifice in synodo habita in palatio sacrosancto lateranensi, anno quarto ordinationis suae, mense Decembris die tertia, Indictione prima, cominciata nel settembre. Pretendeva il vescovo superiorità sopra quel monistero; pretendeva il papa che fosse esente ed immediatamente sottoposto alla santa sede in vigore di un privilegio pontificio. Rispondeva il vescovo: Privilegia haec non reprobo, sed sine consensu antecessoris mei, cujus temporibus illud primum privilegium factum est, factum fuisse dico. Si solum viderem consensum, haberem inde aeternum silentium. Gli fu mostrata la lettera del suo predecessore col consenso, anzi con preghiera che fosse privilegiato quel monistero; laonde convenne al vescovo di cedere. Così i vescovi d'allora consentivano alla diminuzione della loro giurisdizione. E di qui si scorge che si esigeva questo loro consenso. Ma andando innanzi, fu creduto in Roma superfluo il chiederlo, e si privilegiarono tutti quanti i monisteri, secondochè piaceva ai romani pontefici.
NOTE:
[134] Cosimo della Rena, Serie de' Duchi di Toscana.
[135] Leo Ostiensis, Chron., lib. 2, cap. 24.
[136] Puccinelli, Cronica della Badia Fiorent.
[137] Idem, ibidem, pag. 209.
[138] Annal. Hildesheim.
[139] Hermannus Contrac., in Chronic.
[140] Ditmarus, lib. 4.
[141] Annalista Saxo.
[142] Chronographus Saxo apud Leibnitium.
[143] Adelboldus in Vita S. Henrici imperat.
[144] Castiglione, nelle Annotaz. al regno d'Italia del Tesauro.
[145] Anecdot. Latin, tom. 2, pag. 204.
[146] Arnulf. Histor. Mediolanens. lib. 1.
[147] Guichenon Bibliothec. Sebus., Centur. II, cap. 10.
[148] Idem, Ibidem, cap. 3.
[149] Antichità Estensi, P. I, cap. 13.
[150] Bullar. Casinens., tom. 2, Constit. LXXI.
[151] Tatti, Istor. della Chiesa di Como, tom. 2.
[152] Ditmarus, Chron., lib. 5.
[153] Atelboldus, in Vit. S. Henrici.
[154] Annales Hildesheim.
[155] Lupus Protospata, in Chronico.
[156] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.
[157] Ditmarus, Chronic., lib. 5.
[158] Adelboldus, in Vita S. Henrici.
[159] Annalista Saxo apud Eccardum.
[160] Adelboldus, in Vita S. Henrici.
[161] Pagius, Crit. ad Annal. Baron. ad ann. 1004.
[162] Ditmaro, Chron., lib. 5.
[163] Adeboldus, in Vita S. Henrici.
[164] Arnulf., Hist. Mediol., lib. 1, c. 15.
[165] Ughell., Ital. Sacr., tom. 9, pag. 918.
Anno di CRISTO MIII. Indizione I.
GIOVANNI XVII papa 1. GIOVANNI XVIII papa 1. ARDOINO re d'Italia 2.
Circa il dì 11 di maggio dell'anno presente diede fine alla sua carriera Silvestro II papa, prima chiamato Gerberto. Se si volesse credere all'Annalista sassone[166], quella medesima Stefania, già moglie di Crescenzio console decapitato, che attossicò Ottone III Augusto, malamente conciò anche il suddetto pontefice. Veneficio ejusdem mulieris etiam papa Romanus gravatus asseritur, ita ut loquendi usum amiserit. Non si può dire quante ciarle si spargessero dipoi in discredito di esso Silvestro: cioè fu spacciato per negromante, e che per patto segreto del diavolo egli arrivasse al pontificato, e poco mancò che miseramente poi tra le griffe di lui non ispirasse l'anima. Stomacose calunnie son queste, o inventate, o spacciate da Bennone, cardinale scismatico a' tempi di papa Gregorio VII, nell'infame sua invettiva contra della corte romana[167]. Sigeberto, Martino Polacco, Tolomeo da Lucca ed altri da questa puzzolente scrittura trassero la favola indegna del merito raro di questo pontefice. Perciocchè, per consentimento degli antichi e migliori storici, Gerberto ossia Silvestro II, se si eccettua la sua ambizione, fu uno dei più insigni personaggi di questi tempi: tanto era il suo sapere, non disgiunto dalla pietà, per cui parve a que' secoli ignoranti ch'egli più che umanamente possedesse le arti e le scienze. A lui anzi ha grande obbligazione l'Italia, potendosi in certa maniera dire, che dall'aver egli aperta scuola nel monistero di Bobbio, cominciò fra noi il risorgimento delle buone lettere; e così in Germania e in Francia, dove egli coll'esempio suo infervorò allo studio i dormigliosi ingegni. Di lui perciò si dilettava forte Ottone III imperadore, e soprattutto, perchè egli era assai istruito delle arti matematiche. Quelle linee e quei triangoli, cose allora troppo forestiere, probabilmente gli acquistarono il titolo di mago presso il goffo popolaccio. Optime, scriveva Ditmaro[168], callebat astrorum cursus discernere, et contemporales suos variae artis notitia superare. In Magdaburg horologium fecit, illud recte constituens, considerata per fistulam quadam stella, nautarum duce. Anche prima dell'invenzione del cannocchiale, si servivano gli astronomi di un tubo per mirar le stelle, ma senza giungere a saper adoperare e congegnar lenti ed obbiettivi di vetro, che oggidì cotanto ingrandiscono e rendon visibili gli oggetti lontani. Il padre Pez diede alla luce la Geometria d'esso Gerberto[169]. Altre sue operette, oltre alle epistole, scritte con assai vivacità, sono rammentate dagli scrittori della storia letteraria. Ora a Silvestro II succedette nella cattedra di san Pietro un Giovanni, soprannominato Siccone o Secco, il quale, secondo la cronologia pontificia, dovrebbe essere appellato Giovanni XVI, e pure si truova nomato da alcuni Giovanni XVII, perchè quantunque Giovanni calabrese, che occupò la sedia a Gregorio V nell'anno 997, non meriti luogo tra i romani pontefici, pure altro sentimento dovettero avere i Romani d'allora, giacchè troviamo che il successore di questo Giovanni Secco venne sempre chiamato negli Atti pubblici Giovanni XVII. Così il chiamò anche Mariano Scoto e l'Annalista sassone; e che così si abbia a chiamare saggiamente lo pretese il padre Pagi[170]. Ma questo Giovanni XVII, dopo aver tenuta la cattedra pontificia appena sei mesi, colla sua morte fece luogo ad un altro Giovanni XVIII, che fu soprannominato Fasano. Crede il suddetto padre Pagi seguita la di lui ordinazione nel dì di santo Stefano, 26 di dicembre dell'anno corrente.
In quest'anno ancora mi sia lecito il riferire quali principi d'Italia tenessero in favore del re Arrigo, secretamente nondimeno; credendo io che il solo Ottone marchese di Verona e duca di Carintia si dichiarasse apertamente contra di Ardoino. Trovavasi tuttavia in viaggio, tornando dall'ambasciata di Costantinopoli, Arnolfo II arcivescovo di Milano, allorchè venne a morte Ottone III Augusto, e seguì l'elezione e coronazione d'esso Ardoino. Dovette egli aversi a male che senza di lui, primo fra' principi della Lombardia, e in possesso di coronare i re d'Italia, si fosse dato il regno e conferita la corona al marchese d'Ivrea. Perciò Ardoino, secondochè s'ha da Arnolfo storico[171], cognito jam dicti praesulis reditu, occurrit in itinere obvius, securitate, quanta valuit, sibi illum applicare procurans. Gli diede, a mio credere, il prelato delle buone parole, ma internamente seguitò ad essergli contrario. Anzi, se si volesse credere a Landolfo seniore[172], da lì a pochi giorni questo arcivescovo in Rochalia cum omnibus Italiae primatibus colloquium habuit, ubi quum diverse de regni negotiis tractassent, Arduini spreto dominio, quod malis artibus usurpaverat, Henricum I theutonicum scientia illustrem, armis fortissimum militumque copiis abundantem, et divitiis affluentem elegit. Ma non presti qui fede il lettore a Landolfo, autore solito a vendere delle fanfaluche. Non è credibile questa dieta tenuta in Roncaglia (io non so come il Sigonio la metta in Lodi), allorchè Ardoino era tuttavia forte, nè avea competitore in Italia. Arnolfo, storico di maggior credito, sotto l'antecedente anno scrive con più apparenza di verità, che insorta la lite del regno fra Arrigo e Ardoino, in medio principes regni (italici) fraudulenter incedentes, Ardoino palam militabant, Henrico latenter favebant, avaritiae lucra sectantes. Adelboldo[173], autore contemporaneo, ci viene annoverando quai fossero i fautori del re Arrigo in Italia, che nell'anno precedente l'invitarono in Italia. In voluntate hujusmodi, dice egli, aliqui manifesti, aliqui erant occulti. Tieboldus namque marchio et archiepiscopus ravennas, et episcopus mutinensis, veronensis, et vercellensis, aperte in regis Henrici fidelitate manebant. Archiepiscopus autem mediolanensis, et episcopi cremonensis, placentinus, papiensis, brixiensis, comensis, quod volebant, manifestabant. Omnes tamen in commune regem Henricum desiderabant, precibus per legatos et literas invitabant. Fra quei che camminavano con più riguardo, v'era l'arcivescovo di Milano. Veggasi dunque se regga la sparata di Landolfo storico milanese. Quel Tieboldo marchese, siccome già accennai, altro non è che Teodaldo o Tedaldo, avolo della contessa Matilda, e figliuolo di quell'Adalberto Azzo conte, oppure marchese, da noi veduto a' tempi di Ottone I Augusto. Di esso Tedaldo parla anche Benzone vescovo d'Alba in quel suo scomunicato panegirico di Arrigo III fra gl'imperadori, con dire[174]: De Tadone vero, qui propter metum Ardoini pedester legatus marchionis Teodaldi, atque episcopi Leonis (di Vercelli) quid fecit venerabilis clementia magni Henrici serenissimi imperatoris? Certe uni filio ejus dedit Veronae episcopatum; alteri comitatum; patri vero Gardam, et totum Benacum. Volle il padre Pagi[175] darci informazione di questo principe, con dire ch'egli sposò Willa ossia Guilla, sorella di Ugo duca e marchese di Toscana. Certo che una Willa fu moglie di esso Tedaldo; ma un sogno è del padre Pagi, perchè senza pruova alcuna dell'antichità, il darle per fratello il marchese Ugo. Soggiugne francamente che Tedaldo succedette al marchese Ugo nel ducato della Toscana: il che hanno creduto alcuni moderni, ed inclinò a crederlo anche l'accuratissimo Francesco Maria Fiorentini[176]. Per provarlo, adduce esso Pagi la fondazione da lui fatta del monistero di Polirone, dove s'intitola: Ego in Dei nomine Teudaldus marchio, filius quondam Adelberti itemque marchio. Stima eziandio che Adalberto suo padre sia stato marchese di Toscana. Ma è da dire che la storia della Toscana per questi tempi è involta in molte tenebre. Per conto di Adalberto, tale è l'error del Pagi, che non occorre confutarlo. Abbiam già veduto a cui finora sia stato appoggiato il governo della Toscana. Che poi Tedaldo suo figliuolo succedesse ad Ugo marchese, nulla serve a provarlo il titolo di marchese. Altri v'erano in que' tempi di questo titolo decorati, e fra gli altri anche gli antenati della casa d'Este, senza che si possa dire che governassero la Toscana. Nè perchè si truovi in Toscana un marchese, ci è lecito il tosto inferirne che egli fosse ancora marchese di Toscana. Altrimenti con più ragione si avrebbe ad asserire marchese di quella contrada[177] Adalberto marchese, figliuolo di Oberto marchese e nipote di Oberto marchese, uno degli antenati della suddetta casa d'Este, che poco più di due mesi dopo la morte di Ugo, potente marchese di Toscana, fa una vendita di beni[178] anno ab Incarnatione millesimo secundo, et tertio idus martii, Indictione XV, infra Burgo de Luca prope portam sancti Fridiani. Ma io non mi sono arrischiato per questo solo documento a crederlo e chiamarlo marchese di Toscana. Tornando dunque al marchese Tedaldo suddetto, altro io non so dire, se non che egli era conte di Reggio e di Modena, come altrove ho provato. Di lui scrisse ancora Donizone Monaco[179] nella vita della contessa Matilda sua nipote, che il papa l'investì di Ferrara.
Regibus exsistit carus, notissimus illis, Romanus papa quem sincere peramabat, Et sibi concessit, quod ei Ferrarea servit.
Inclino parimente a credere ch'egli governasse Mantova, perchè nel seguente anno truovo Bonifazio suo figliuolo con titolo di marchese in quella città. Ed ancorchè non sappia io ben dire se il soprammentovato monistero di Polirone fosse allora situato nel contado di Mantova, oppure di Reggio; pure di qui ancora scorgiamo che la potenza di Tedaldo marchese si stendeva per queste parti, senza che resti memoria alcuna comprovante ch'egli fosse marchese di Toscana. Perchè Arrigo re di Germania niun possesso e dominio godeva per anche in Italia, potrebbe sembrare alquanto strano un suo diploma riferito dall'Ughelli[180], dato II kalendas martii, anno Incarnationis Domini MIII, Indictione I, anno vero domni Henrici regis primo. Actum Noviomagi, in cui esso re Arrigo, interventu nostri fidelis Teodaldi marchionis (così abbiamo veduto che era appellato dai Tedeschi il suddetto Tedaldo), concede a Sigefredo vescovo di Parma la pingue badia di Nonantola sul modenese: parendo poco verisimile che Tedaldo marchese e il vescovo si portassero a Nimega, senza timore d'incontrar la disgrazia del regnante Ardoino. Ma questo broglio e l'aggraffamento di questa insigne badia sarà seguito per lettere e raccomandazioni segrete. E il buon re Arrigo non avea allora scrupolo a guadagnarsi de' partigiani in Italia, facendo il liberale coi beni ancora della chiesa. Quatenus (Sigefredus) firmatus in fide acriter deserviret nobis, lo dice chiaramente lo stesso Arrigo. Nè vo' lasciare di dire avere Lupo Protospata[181] scritto sotto quest'anno: Sarraceni obsederunt montem Scaviosum mense martii, sed nihil profecerunt.
NOTE:
[166] Annalista Saxo, ad ann. 1001.
[167] Menchenius, Scriptor. Rer. German., tom. 1.
[168] Ditmarus, Chronic. sub finem lib. 6.
[169] Pez, Thesaur. Anecdotor., P. II, tom. 3.
[170] Pagius, Crit. ad Annales Baron.
[171] Arnulf., Hist. Mediol., lib. 1, cap. 19.
[172] Landulf. Senior, Hist. Mediol., lib. 2, cap. 14.
[173] Abelboldus, in Vita S. Henrici.
[174] Benzo, Panegyr. lib. 1, cap. 16. tom. 1 Rer. German. Menchen.
[175] Pagius, in Crit. Baron. ad ann. 1002.
[176] Fiorentini, Memor. di Matilde, lib. 3.
[177] Antichità Estensi, P. I, cap. 21.
[178] Fiorentini, Memorie di Matilde, lib. 3.
[179] Donizo, in Vita Mathild., lib. 1, cap. 3.
[180] Ughell., Ital. Sacr., tom. 4 in Episcop. Parmens.
[181] Lupus Protospata, in Chron.
Anno di CRISTO MIV. Indizione II.
GIOVANNI XVIII papa 2. ARDOINO re d'Italia 3. ARRIGO II re di Germania 3, d'Italia 1.
Fin qui era durato il regno di Ardoino in Italia senza essere turbato, per quanto si sappia, da guerre interne, ma colla fede vacillante di molti principi che inclinavano al re Arrigo, o erano da lui mossi colla speranza di maggiori vantaggi. Ho io pubblicato[182] un placito tenuto da Adelelmo qui et Azo, missus domni Arduini regis in Cremona, anno regni domni Arduini regis tercio. Quinto kalendas marcii, Indictione II, cioè nel febbraio nell'anno presente. Ma non andò molto che arrivò in Italia chi gli rovesciò il suo trono. Arrigo II, re di Germania, tra perchè gli stava a cuore l'Italia, e perchè da' suoi parziali gli veniva dipinta per assai facile la conquista di questo regno, sbrigato che fu da alcune guerre civili, e creato che ebbe duca di Baviera Arrigo fratello dell'Augusta Cunegonda, s'incamminò con un possente esercito a questa volta, e nel dì delle palme arrivò a Trento. Se crediamo all'Annalista sassone[183], già erano iti a trovarlo fino in Germania il vescovo di Verona, et alii quidam italici primores regni cum regiis muneribus. Secondochè scrive Ditmaro,[184], la venuta d'esso Arrigo in Italia accadde nell'anno seguente 1005, consummata millenarii linea numeri et in quinto cardinalis ordinis loco. Però il cardinal Baronio[185], e dopo di lui il padre Pagi[186], rifiutando gli Annali d'Ildeseim[187] che la mettono nell'anno presente, scrive: Henrici expeditionem italicam in annum sequentem MV, differt Ditmarus libro sexto, eique standum existimo. Ma il padre Pagi non colpì nel segno. Il testo di Ditmaro quivi è scorretto, e in vece di quinto vi si ha da scrivere quarto. L'Annalista sassone e il Cronografo sassone[188], copiatori di esso Ditmaro, chiaramente scrivono che nell'anno presente il re Arrigo calò in Italia. Così ha Ermanno Contratto[189] con altri. E questa verità vien chiaramente confermata da Adelboldo[190], scrittore contemporaneo, e dai documenti che accennerò. Arrivato dunque a Trento il re germanico coll'esercito suo, trovò prese e ben fortificate da Ardoino le Chiuse dell'Adige, in maniera che gli era impossibile lo sforzare quel passo. Per consiglio de' suoi, rivolse le sue speranze al popolo della Carintia, il quale portossi ad occupare un'altra Chiusa verso la Brenta, non so se sul Vicentino o sul Trivisano, che non era custodita con tanta gelosia. Presa questa, Arrigo col fiore della sua armata per monti scoscesi e dirupi tanto fece, che da quella parte scese al piano d'Italia in vicinanza d'esso fiume Brenta. Quivi riposò le stanche soldatesche, e celebrò la santa Pasqua, che venne in quest'anno nel dì 17 d'aprile. Degno di considerazione è uno strumento dato alla luce dal padre Bacchini[191], in cui Bonifacio Marchio filius domni Teudaldi itemque Marchio, qui professus sum ex natione mea lege vivere Longobardorum, fa un donativo di terre al monistero di Polirone. Tali sono le note di quella carta: Henricus gratia Dei rex, anno regni ejus, Deo propitio, hic in Italia primo, mense martius, Indictione secunda. Actum in civitate Mantuae. Credette esso padre Bacchini spettante all'anno seguente 1005 questa donazione, non so se così persuaso dal padre Pagi, che ad esso anno mette la venuta del re Arrigo in Italia. Ma è fuor di dubbio che appartiene all'anno presente, dimostrandolo l'indizione seconda, corrente in quest'anno. Sicchè vegniamo ad intendere che Bonifazio marchese, padre della contessa Matilda, vivente ancora il marchese Tedaldo suo padre, portò il titolo di marchese, e signoreggiava in Mantova. Di esso Bonifacio appunto scrive Donizone:
Cui juravere, patre tunc vivente fideles Servi prudentes proceres, comites pariterque.
Intendiamo inoltre che esso marchese Bonifazio, appena udita la mossa del re Arrigo verso l'Italia, senza neppure aspettare ch'egli valicasse i monti, il riconobbe per re d'Italia, e cominciò a contare l'anno primo del suo regno. Si dovea egli fidar molto della fortezza di Mantova, siccome suo padre della rocca di Canossa. Nella terza festa di Pasqua passò il re Arrigo la Brenta, ed accampossi per ispiare gli andamenti d'esso Ardoino. Ma da lì a poco gli giunse il lieto avviso che l'armata d'esso Ardoino s'era sciolta, e chi l'una via e chi l'altra avea preso. Arnolfo milanese[192] così racconta il fatto: Ex adverso Ardoinus fidens viribus, nec minus armis instructus, non tantum defendere, quantum super eum (Heinricum) paratus insurgere, occurrit illi Veronae. Sed deceptus perfidia principum, majori militum parte destituitur. Quumque cessisset invitus, regnum Heinricus ingreditur. Non avea saputo Ardoino cattivarsi l'amore de' principi; abbondava anche di vizii, oltre al sapersi che il pescare nel torbido è mestiere non ignorato dai grandi; nè mancava allora in Italia chi credea di poter vantaggiare gl'interessi suoi sotto i re tedeschi e lontani. In somma il re Arrigo, esentato da ogni contrasto, fu ben tosto ricevuto in Verona con sommo applauso, e quivi se gli presentò Tedaldo marchese col suddetto Bonifazio marchese suo figliuolo, e cogli altri parziali che s'erano cavata la maschera[193]. Con pari lietissimo incontro fu accolto in Brescia da que' cittadini e dal loro vescovo, per quanto pare, appellato Adalberone da Ditmaro, sebbene l'Ughelli mette allora vescovo di quella città Landolfo. Ibi, soggiugne Adelboldo, archiepiscopus ravennas cum suis et sibi finitimis ei obviam venit, et manus nondum dominio adulterino pollutas, seniori diu exspectato reddit: parole significanti che Federico arcivescovo di Ravenna co' popoli dell'esarcato non avea voluto riconoscere per re in addietro Ardoino, e che egli giurò fedeltà ad Arrigo, come a suo signore. Dal che resta sempre più avverato che in que' tempi l'esarcato di Ravenna era parte del regno d'Italia, e non ne godevano i papi alcun temporale dominio. Ma poco più dovette sopravvivere esso arcivescovo di Ravenna, siccome apparirà da quanto diremo all'anno 1014. Andossene dipoi Arrigo a Bergamo, e colà venuto l'arcivescovo di Milano Arnolfo II, prestò ad esso re il giuramento di fedeltà. Giunto finalmente a Pavia, fu eletto ed acclamato re d'Italia dalla maggior parte dei principi, e coronato nella chiesa di san Michele. Nella prima delle Cronichette dei re d'Italia, da me date alla luce[194], si legge: In die dominico, qui fuit die.... mensis madii inter basilicam sancti Michaelis, quae dicitur Majore; fuit electus Henricus, et coronatus in secundo die, qui fuit die Lunae. XII die mensis madi. Nell'altra Cronichetta abbiamo: Deinde venit Anricus rex. Fuit coronatus in regem in Papia tertio die ante festivitatem sancte Xiri, quae fuit in mense madio. Nel dì 17 di maggio in Pavia si celebra la traslazione di san Siro. Tre giorni prima, cioè nel dì 14 d'esso mese, correndo allora la domenica, dovette seguir l'elezione del re Arrigo, e la sua coronazione nel lunedì seguente, giorno 15 d'esso mese. Però in vece di die Lunae XII die mensis madii, vo io credendo s'abbia a leggere XV.
Ma queste allegrezze restarono funestate da un terribilissimo accidente. Nello stesso giorno della coronazione del re, verso la sera, insorse lite fra i Pavesi e i Tedeschi che erano in Pavia. Gli storici tedeschi, da' quali soli vien con qualche particolarità esposto il fatto, attribuiscono l'origine della discordia all'ubbriachezza de' cittadini (il lettore più facilmente la immaginerà dei Tedeschi), e a qualche fazionario (il che può essere) di Ardoino che incitò il popolo all'armi. Presero i Pavesi le mura, e crescendo la loro furia, s'inviarono al palazzo dove era Arrigo. Eriberto arcivescovo di Colonia, per placare il rumore, s'affacciò ad una finestra; ma i sassi e le saette il fecero ritirare ben tosto. Intanto s'attrupparono quanti Tedeschi si trovavano nella città, e cominciò la mischia, che durò tutta la notte fino al giorno chiaro, in cui accorsi gli altri soldati ch'erano fuori della città, ridussero a mal punto i cittadini. Ma perciocchè dalle case venivano pietre, legni e verrettoni, i Tedeschi si avvisarono di attaccar fuoco in varii siti della città; e questo crebbe a tal segno, che tutta quella nobil città restò preda delle fiamme insieme col palazzo regale. Restarono vittime delle spade o del fuoco non pochi dei Pavesi; e ciò che non consumò il fuoco, andò miseramente a sacco. Ritirossi il re Arrigo fuori della città nel monistero di san Pietro in Coelo aureo, fece cessare, ma molto tardi, la guerra; e intanto, come scrive Arnolfo[195], quum non ad votum sibi obtemperasset, uno totam Papiam concremavit incendio. I saggi imperadori tedeschi, per evitare simili tragedie, amavano di aver fuori delle città i loro palagi. Ugo flaviniacense[196] scrive che Arrigo obbligò i Pavesi a rifare il palazzo regale. Noi non possiam ben sapere il netto di questi fatti, perchè non gli abbiamo se non da storici tedeschi, i quali ce ne danno notizia, e li dipingono come lor torna meglio. Ma si può ben credere che una sì barbarica vendetta non fece gran credito al re Arrigo, e meno alla gente sua, e sparse l'orrore per tutta l'Italia. Perciò stimò bene esso re di non fermarsi molto in un paese, dove lasciava segni tanto vivi di bestial furore per colpa de' suoi. Pare nondimeno ch'egli tuttavia dimorasse in Pavia nel dì 25 del mese di maggio, avendo io pubblicato un suo diploma[197] in favore di Guinizone abbate di san Salvatore di Monte Amiata, dato VIII kalendas junii, anno dominicae Incarnationis millesimo quarto, Indictione II, anno vero domni Henrici regis II. Actum Papiae. Non parrà a taluno molto credibile che il re Arrigo si fermasse tanto in una città interamente bruciata, e in mezzo a cittadini che l'odiavano a morte. Quel che è certo, da Pavia se ne andò a Pontelungo, dove ricevette molti deputati di città e luoghi che vennero a sottomettersi. Poscia visitò Milano. Inde Chromo perveniens Pentecostem sanctam pia animi devotione celebravit. Che luogo sia questo, nol so. Grommo è chiamato dall'Annalista sassone[198]. Parmi di aver veduto Gromello nelle vecchie carte, ma mi è ignoto il suo sito, e per conseguente non posso discernere se convenga a questo racconto. Diede un egli amplissimo privilegio a Sigefredo vescovo di Parma[199], II kalendas junii, anno dominicae Incarnationis MIIII, Indictione II, anno vero domni Henrici regis II. Actum in Rodo. Abbiam qui l'epoca del regno di Germania, ma dovrebbe essere l'anno III. Il luogo poi è Rhò, terra del contado di Milano. Un altro diploma dal Tatti[200] e dall'Ughelli si dice dato ad Everardo vescovo di Como nello stesso giorno, cioè II idus junii, anno vero dominicae Incarnationis MIIII, Indictione II, anno vero domni Henrici secundi regis tertio. Actum in Lacunavara. Si osservi il nome di Henricus (si soleva scrivere Heinricus) e il titolo Francorum pariterque Longobardorum rex, ch'è cosa rara. Aggiugne Adelboldo[201], che nel partirsi Arrigo da Crommo, Tusci ei occurrunt, et manus per ordinem singuli reddunt. Se la Toscana avesse riconosciuto per re Ardoino, nol so dire. Certo di qui impariamo che quei popoli si diedero al re Arrigo; e non vedendosi parola del loro marchese, nasce sospetto che in questi tempi niuno essa ne avesse. Pare eziandio che vada per terra l'opinion di coloro che tennero Tedaldo, avolo della contessa Matilda, per marchese di Toscana. Se tal fosse stato, non si tardi quella provincia avrebbe accettato per re Arrigo, sapendosi che Tedaldo era de' suoi più parziali. Sbrigato così dagli affari d'Italia il regnante Arrigo, s'inviò alla volta dell'Alemagna, e celebrò in Argentina la festa di san Giovanni Batista. Quindi attese alla guerra contra di Boleslao usurpatore della Boemia. Che il Sigonio non abbia conosciuto la venuta in quest'anno di Arrigo in Italia, e gli altri atti suddetti, non è da maravigliarsene. Mancavano a lui molti lumi che noi ora abbiamo. Piuttosto si può chiedere, come abbondando di questi lumi Burcardo Struvio[202], scrivesse che Arrigo fu coronato re d'Italia in Pavia nell'anno 1005. Ma anch'egli senza altro esame dovette tener dietro al Pagi.
Ho io pubblicata una donazione[203] che Bonifacius gloriosus marchio (non so se sia il padre della contessa Matilda) fece al monistero di san Salvatore anno Deo propitius, pontificatus domni Johannis summi pontificis, ec. secundo, sicque regnante domno Heinrico piissimo rege in Italia anno tertio, die XXIII mensis septembris, Indictione septima. Fontana Tanoni. Gli anni del papa e del re indicano l'anno presente. Ma l'indizione è scorretta, e dovrebbe essere o secunda o tertia. Se sapessi dove fosse il luogo di Fontana Tanoni, saprei anche dire perchè entrino qui gli anni del romano pontefice. Negli Annali pisani[204] si legge sotto questo anno: Fecerunt bellum Pisani cum Lucensibus in Aqualonga, et vicerunt illos. Questo è il primo fatto d'armi e la prima guerra d'una città italiana contra dell'altra, che ci somministri la storia d'Italia. Fin qui le città di questo regno erano state governate ognuna dal suo conte. I conti delle varie provincie erano subordinati a qualche marchese o duca, cioè al governatore della provincia. E i duchi e marchesi all'imperadore ossia al re di Italia. Così ognuno vivea in pace, e nascendo discordie fra l'un popolo e l'altro, o i duchi e marchesi, oppure gli uffiziali e messi imperiali tosto le sopivano. Abbiam solamente veduta fin qui una discordia civile in Milano. Se è vera la guerra suddetta, già cominciamo a scorgere che le città d'Italia alzano la testa, e si attribuiscono ovvero si usurpano il diritto regale di far guerra. Vedremo andar crescendo questa musica, la quale si tirò dietro col tempo una gran mutazione di cose in Italia. Ancor questo potrebbe parere indizio che allora la Toscana fosse senza un capo, cioè senza un marchese, la cui autorità tenesse a freno o troncasse somiglianti discordie. Nota appunto il Sigonio[205] sotto il presente anno che Pisa, Genova e Firenze cominciarono a far figura e ad acquistarsi gran nome; perciocchè, coll'esempio de' Veneziani, si diedero alla mercatura ed all'armi, e fecero flotte navali. Delle due prime città possiamo accordarci con lui; ma per conto di Firenze, cominciò ella più tardi a salir in potenza e ricchezza, e a segnalarsi nell'armi. Per altro conviene andar ritenuto in credere tutto ciò che narrano i suddetti Annali, e, dopo di essi, il Tronci[206], di tante prodezze dei Pisani coi lor vicini in questi tempi. Altri d'essi Annali raccontano all'anno 1002 la suddetta sconfitta de' Lucchesi ad Acqualunga. Poscia all'anno presente narrano che Lucani cum magno exercitu Lombardorum venerunt usque ad Pappianam, et Pisani eos fugaverunt usque ad Ripam Fractam. Non è sì facilmente da credere una tale armata de' Lucchesi, perchè non per anche i popoli d'Italia aveano scosso il giogo, nè soleano far tanto i bravi l'un contra l'altro. Secondochè osservò il cardinal Baronio, in quest'anno la peste infierì non poco in Roma. Confermò ancora il re Arrigo tutti i suoi beni e privilegii alla chiesa di Cremona con un diploma dato[207] VII idus octubris, Indictione II, anno ab Incarnatione Domini MIIII, anno vero domni Henrici secundi regis II. Datum in Agidburgo. A Giovanni Petrella duca di Amalfi succedette in questo anno Sergio suo figliuolo, il quale avendo dichiarato suo collega nel governo Giovanni suo figliuolo, dopo tredici anni fu scacciato dal popolo, mal soddisfatto di lui[208]. Nell'anno poscia 1019 lo stesso Giovanni juniore fu di nuovo proclamato duca, e regnò tredici anni.
NOTE:
[182] Antiq. Ital., Dissert. XXXI, pag. 965.
[183] Annalista Saxo apud Eccardum.
[184] Ditmarus, Chron., lib. 6.
[185] Baron., in Annal. Ecclesiast.
[186] Pagius, in Critic. Baronii.
[187] Annales Hildesheim.
[188] Chronographus Saxo apud Leibnitium.
[189] Hermannus Contractus, in Chron.
[190] Adelboldus in Vita S. Henrici.
[191] Bacchini, Istoria del monistero di Polirone, Append., pag. 20.
[192] Arnulfus, Hist. Mediolan., lib. 1, cap. 16.
[193] Adelboldus, in Vit. S. Henrici, §. 48.
[194] Chronic. Regum Ital. tom. 1 Anecdot. Latin.
[195] Arnulfus, Hist. Mediolanens., lib. 1.
[196] Ugo Flaviniacens., in Chron.
[197] Antiquit. Ital., Dissert. LXXI.
[198] Annalista Saxo.
[199] Antiquit. Italic., Dissert. LXXI.
[200] Tatti, Istor. della Chiesa di Como, tom. 2.
[201] Adelboldus, in Vita S. Henrici.
[202] Struv., Corp. Hist. German., in Henrico II.
[203] Antiquit. Ital., Dissert. VI.
[204] Annal. Pisani, tom. 6 Rer. Ital.
[205] Sigonius, de Regno Ital., lib. 8.
[206] Tronci, Annal. Pisan.
[207] Antiquit. Italic., Dissert. LXXI.
[208] Ibid., tom. 1, pag. 120.
Anno di CRISTO MV. Indizione III.
GIOVANNI XVIII papa 3. ARDOINO re d'Italia 4. ARRIGO II re di Germania 4, d'Italia 2.
Qualor si voglia prestar fede agli Annali pisani, fuit capta Pisa a Saracenis[209]. Il Tronci, storico di quella città, narra che i Pisani colla lor armata navale passarono in Calabria contra de' Saraceni, e trovatili rifugiati nella città di Reggio, vi posero l'assedio, e datale aspra battaglia, se ne impadronirono, con mettere a fil di spada tutti quegl'infedeli, e dare il sacco alle lor case. Aggiugne che Musetto re saraceno, divenuto padrone della Sardegna, inteso che la città di Pisa si trovava allora sprovveduta di combattenti, per essere eglino andati in corso, venne con grossa armata, prese quella città, la saccheggiò, e ne bruciò quella parte che si chiamò poi Chinsica, perchè una donna chiamata Chinsica Gismondi, vedendo il pericolo della città, andò gridando al palazzo de' rettori della repubblica, e fece dar campana a martello; per la qual cosa i Barbari si diedero alla fuga. Fu poi alzata una statua a questa donna, e dato il nome di lei alla parte abbrugiata di essa città. V'ha delle contraddizioni in quel racconto, e, quanto a me, io il credo in parte favoloso. Forse il nome di Chinsica venne dalla lingua arabica a quella parte di Pisa, perchè ivi soleano abitare i mercatanti arabi ossia saraceni che venivano a trafficare in Pisa. Abbiamo dal Dandolo[210] che nell'anno XV di Pietro Orseolo II, doge di Venezia, il quale dovrebbe coincidere coll'anno presente o col susseguente, una terribil carestia e moria fu non solamente in Venezia, ma per tutto il mondo, in guisa che innumerabil gente perì. Fra gli altri che restarono preda di questo malore, si contò Giovanni figliuolo d'esso doge e suo collega nel ducato. E da lì a sedici dì soggiacque al medesimo funesto influsso anche Maria sua moglie, quella stessa ch'egli avea condotta da Costantinopoli, sorella di Romano, poscia imperadore de' Greci, come di sopra vedemmo all'anno 999. Di questa donna s'ha da intendere ciò che scrive san Pier Damiano colle seguenti parole[211]: Dux Venetiarum constantipolitanae urbis civem habebat uxorem, quae nimirum tam tenere, tam delicate vivebat, et non modo superstitiosa, ut ita loquar, se se jucunditate mulcebat, ut etiam communibus se aquis dedignaretur abluere; sed ejus servi rorem coeli satagebant undecumque colligere, ex quo sibi laboriosum satis balneum procurarent (lo creda chi vuole). Cibos quoque suos manibus non tangebat, sed ab eunuchis ejus alimenta quaeque minutius concidebantur in frusta; quae mox illa quibusdam fuscinulis aureis atque bidentibus ori suo liguriens adhibebat. Ejus porro cubiculum tot thymiamatum aromatumque generibus redundabat, ut et nobis narrare tantum dedecus foeteat, et auditor forte non credat. Seguita poscia a dire che Dio colpì la vanità e superbia di questa donna, perchè corpus ejus omne computruit, ita ut membra corporis undique cuncta marcescerent, totumque cubiculum intolerabili prorsus foetore complerent. In tale stato, fuggita da tutti, terminò la sua vita questa vanissima principessa. Si ingannò il Dandolo, riferendo parte di queste parole di san Pier Damiano a' tempi di Domenico Silvio che fu eletto doge di Venezia nell'anno 1071. A questi tempi appartiene un tal fatto. Ma perciocchè l'abbate urspergense[212] mette la fame sotto l'anno precedente, nel quale parimente accadde la peste, per testimonianza del cardinal Baronio[213], potrebbe taluno credere che a quell'anno si avesse da riferire l'avvenimento suddetto. Parla Ermanno Contratto[214] di questa carestia all'anno presente. All'incontro Sigeberto[215] e gli Annali d'Ildeseim[216] la mettono nell'anno seguente. Attese in questo anno il re Arrigo a domar Boleslao occupator della Boemia, e il ridusse a capitolar con giubilo di tutti i popoli. Stando in Utrecht confermò i privilegii del monistero ambrosiano con diploma[217] dato anno dominicae Incarnationis MV Indictione III, anno vero domni Heinrici II, regis III, data VI nonas maii. Actum Trajectum.
NOTE:
[209] Annal. Pisan., tom. 6 Rer. Ital.
[210] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.
[211] Petrus Damian., Opuscul. de Instit. Monial. cap. 11.
[212] Urspergensis, in Chronico.
[213] Baron., in Annal. Ecclesiast.
[214] Ermannus Contract., in Chronic.
[215] Sigebertus, in Chron.
[216] Annales Hildesheim.
[217] Puricellius Monument. Basil. Ambrosian.
Anno di CRISTO MVI. Indizione IV.
GIOVANNI XVIII papa 4. ARDOINO re d'Italia 5. ARRIGO II re di Germania 5, d'Italia 3.
Forse perchè nell'anno presente fu l'Italia, anzi l'Europa tutta, afflitta dalla carestia e pestilenza, di cui s'è fatta menzione nel precedente anno, la storia è assai digiuna di fatti, e massimamente l'italiana. Della Germania altro non sappiamo, se non che Baldovino conte di Fiandra, per avere occupata la città di Valenciennes, appartenente alla marca della Lorena, e sottoposta allora al regno germanico, obbligò il re Arrigo ad impugnar l'armi contra di lui, ma con poco profitto. Però fu riserbata all'anno venturo la maniera più propria di metterlo in dovere. Grande affetto avea preso il buon re Arrigo alla chiesa di Bamberga, con desiderare specialmente di farne un vescovato. Però ne cominciò con vigore in quest'anno il negoziato, ma ritrovando renitente Arrigo vescovo di Virtzburg, ossia d'Erbipoli, per lo smembramento che si voleva far della sua diocesi[218], solamente nell'anno seguente ebbe compimento la di lui premura. Negli Annali pisani[219] abbiamo sotto il presente anno, che fecerunt Pisani bellum cum Saracenis ad Rhegium, et gratia Dei vicerunt illos in die sancti Sixti. Questa è la vittoria riferita dal Tronci all'anno precedente. Ma altro è l'avere sconfitti i Saraceni ad Rhegium, altro l'essersi impadroniti, come vuole esso Tronci, di quella città, perchè di ciò non resta vestigio. Leggesi presso l'Ughelli[220] un placito tenuto anno Incarnationis Domini MVI, Indictione IV, quarto nonas aprilis dal re Arrigo in Germania, dove fu agitata una lite fra Arialdo vescovo di Chiusi in Toscana, e Guinizone abbate del monistero di san Salvatore di Monte Amiato, e Bosone abbate di santo Antimo. Il suo principio è questo: Dum resideret domnus Henricus rex in caminata in Castello hereditatis suae, quod dicitur Novum Burgum (Neoburgo) alla presenza di alcuni vescovi ed abbati. Fra gl'Italiani v'intervennero Olderico vescovo di Trento e lo stesso vescovo di Chiusi, Ivizone abbate leonense sul Bresciano, Ugo abbate di Farfa, Buono abbate di Ravenna, Ildeberto abbate di Siena, Giovanni abbate forse di Lucca, Ildebrando, Rinieri e Ardingo conti, probabilmente di Toscana, Pietro Traversario da Ravenna, e i messi dei vescovi di Arezzo e di Siena. Ecco come gl'Italiani frequentavano in questi tempi la corte del re Arrigo, e massimamente gli abbati, tutti per loro negozii, e per impetrar privilegii, o beni, o giustizia, giacchè non mancavano mai prepotenti che usurpavano ai monisteri gli stabili con quella stessa facilità con cui i monaci gli acquistavano.
NOTE:
[218] Acta Sanctor. Bollandi ad diem 14 julii.
[219] Annal. Pisani, tom. 6 Rer. Ital.
[220] Ughell., Ital. Sacr., tom. 3 in Episcop. Clusin.
Anno di CRISTO MVII. Indizione V.
GIOVANNI XVIII papa 5. ARDOINO re d'Italia 6. ARRIGO II re di Germania 6, d'Italia 4.
Esige ben la storia d'Italia che a quest'anno si faccia menzione di Fulberto creato circa questi tempi, come comunemente vien creduto, vescovo di Sciartres (Carnutum) in Francia. Siccome osservò il padre Mabillone[221], fondamento c'è di tenerlo per nato in Italia. Bassi ben furono i natali suoi, ma passato in Francia, per l'elevatezza dell'ingegno e saper suo, meritò d'essere innalzato a quella cattedra. Aveva avuto in Rems per maestro Gerberto, che fu poi papa Silvestro II. Aprì anch'egli scuola, e la continuò anche dopo essere salito al vescovato; e dalla medesima uscirono poi eccellenti discepoli. Più celebre scuola di questa non v'era allora tra i Franzesi. Le opere di così insigne prelato sono assai note nella storia letteraria. Già avea Tedaldo marchese, filius quondam Adalberti itemque marchio, avolo della celebre contessa Matilda, ridotto a perfezione il magnifico monistero di san Benedetto, situato tra il Po e il fiumicello Larione, oggidì appellato di Polirone. Al medesimo fece egli un'amplissima donazione di beni in quest'anno. Presso il padre Bacchini[222] si legge lo strumento stipulato infra Rocca Canossa, con queste note: Henricus Dei gratia rex, anno regni ejus, Deo propitio, hic in Italia quarto, mense junii, Indictione V. Dal che impariamo che in Italia si usava l'epoca particolare del regno italico diversa da quella del germanico. Un'altra donazione parimente da lui fatta al monistero medesimo si vede scritta anno millesimo septimo, Indictione quinta, secundo die intrante mense aprilis, senza apporvi gli anni del re. Comunemente si crede ch'esso marchese Tedaldo desse fine in quest'anno ai suoi giorni. Io non ne sono abbastanza persuaso, siccome dirò qui sotto all'anno 1012. Nel presente riuscì al re Arrigo di appagar le sue piissime voglie con ergere in vescovato e dotare magnificamente la chiesa di Bamberga, e sottoporla al solo romano pontefice. Fu confermato quest'atto con sua bolla particolare data in quest'anno da Giovanni XVIII papa, come si legge presso l'Hofmanno[223] ed altri scrittori[224]. Con gagliardo esercito passò circa questi tempi il medesimo re Arrigo la Schelda contro di Baldovino conte di Fiandra, il quale veggendo di non potere resistere, si gittò alla misericordia di lui, e ne ottenne buona capitolazione. Si riaccese anche la guerra fra esso re Arrigo e Boleslao duca di Polonia e degli Sclavi. Questo è poi l'anno in cui venne alla luce in Ravenna Pietro Damiano, grande ornamento del secolo presente[225]. Fu il suo nome Pietro di Damiano, cioè Pietro fratello di Damiano. Confessa egli in più di un luogo che attese allo studio delle lettere prima in Faenza, poscia in Parma; il che ci dà a conoscere che le lettere a poco a poco risorgeano anche in Italia. Terminò il corso di sua vita in quest'anno Landolfo IV principe di Capua[226], soprannominato da santa Agata, nel dì 24 di luglio, e lasciò successore nel principato Pandolfo IV. Andavano di male in peggio gli affari della Chiesa di Cremona. Non fu sì presto uscito del mondo Odelrico ossia Olderico vescovo di quella Chiesa, che i beni d'essa patirono non lieve detrimento. Gli succedette Landolfo cappellano del re Arrigo, il quale nell'anno presente ottenne da esso re un diploma di protezione per la sua Chiesa[227], anno dominicae Incarnationis MVII, Indictione V, anno regni domni Heinrici regis secundi regnantis VI (questa è l'epoca del regno germanico). Actum Polede. In Milano Fulcoino figliuolo di Bernardo, vivente secondo la legge salica, fondò in quest'anno la collegiata di santa Maria, oggidì appellata Folcorina. Lo strumento ha queste note: Henricus gratia Dei rex, anno regni ejus quarto, VIII die mensis octobris, Indictione ingrediente sexta. Ancor qui abbiamo l'epoca del regno d'Italia del re Arrigo.
NOTE:
[221] Mabill., Annal. Benedict., ad ann. 992.
[222] Bacchini, Istor. di Poliron. nell'Appendice.
[223] Hofmannus, Annal. Bambergens.
[224] Apud Ludewig, tom. 1. Scriptor. Bamberg.
[225] Petrus Damian., Opuscul. 67, cap. 5.
[226] Camillus Peregrinius, Histor. Princip. Langobard.
[227] Antiquit. Italic., Dissert. LXI.
Anno di CRISTO MVIII. Indizione VI.
GIOVANNI XVIII papa 6. ARDOINO re d'Italia 7. ARRIGO II re di Germania 7, d'Italia 5.
Ebbe in quest'anno degli aspri affari il re Arrigo per cagione di uno dei fratelli della imperadrice Cunigonda sua moglie, chiamato Adalberone. Essendo vacata l'archiepiscopale chiesa di Treveri, fu egli eletto, benchè mal volentieri, da quel clero e popolo per arcivescovo. Ma non vi consentì il re Arrigo, da cui fu data quella chiesa a Megingaudo, camerario di Willigiso arcivescovo di Magonza[228]. Per questa cagione insorse guerra fra esso re e lo stesso Adalberone, al quale furono in aiuto Teodorico vescovo di Metz, Arrigo duca di Baviera, suoi fratelli. Li soggiogò il re Arrigo, e tolse poi il ducato al cognato Arrigo. Intorno a che si possono leggere gli Annali di Treveri del Browero[229]. Gl'imperadori greci possedevano in questi tempi quasi tutta la Puglia, cominciando da Ascoli, e seguitando la costa dell'Adriatico, a riserva di Siponto e del monte Gargano, dipendenti dal principato di Benevento. Erano anche in possesso della maggior parte della Calabria, con ritenere ancora qualche sovranità o autorità almeno nei ducati di Napoli, Amalfi e Gaeta. Soleano chiamar Longobardia quegli Stati e mandarvi un governator generale col nome di catapano, come già accennammo. Abbiamo da Lupo Protospata[230] che nell'anno 1006 Xifea catapano era venuto a quel governo. Ma essendo egli mancato di vita nell'anno appresso, in quest'anno descendit Curcua patricius mense maii, cioè fu inviato per governatore d'essa minor Lombardia. Pare che in quest'anno il re Arrigo confermasse i suoi privilegii e beni al monistero delle monache di san Sisto di Piacenza con un diploma[231], dato anno dominicae Incarnationis millesimo octavo, Indictione V, anno vero domni Heinrici secundi regis, regnantis VI. Actum in Ingelheim. Ma qui v'ha errore, o nell'anno, e si dee scrivere millesimo septimo, ovvero nell'indizione, e si dee leggere Indictione VI. Ed è considerabile che nè in questo, nè nell'altro diploma, accennato all'anno precedente, non comparisce il giorno, nè il mese, contro il costume delle regali cancellerie. Anche il padre Mabillone[232] osservò questo rito o difetto in altri diplomi d'esso re Arrigo. Nell'archivio del monistero di Subiaco si legge una bolla o strumento con queste note: Anno, Deo propitio, pontificatus domni Johanni summi pontifici XVIII papae in sacratissima sede beati Petri Apostoli V, Indictione VI, mense junii die VI, cioè nell'anno presente. Vo io tuttavia contando gli anni del re Ardoino; perciocchè sebbene ha creduto più d'uno scrittore che egli dopo la venuta in Italia del re Arrigo, e dopo la di lui coronazione, decadesse affatto dal soglio reale, pure è certo che egli ritenne circa nove anni ancora non solamente il titolo di re, ma anche ne esercitò l'autorità in molti luoghi. Allorchè gli convenne cedere al re Arrigo, egli si ritirò nelle fortezze del Piemonte in salvo. Ma non sì tosto uscì Arrigo d'Italia, che Ardoino tornò ad alzare la testa, e trovando specialmente inviperito il popolo di Pavia contro dei Tedeschi per l'immenso danno recato colla spada e col fuoco alla lor città, si può facilmente credere che fu quivi di nuovo riconosciuto per re. Porta il Guichenon[233] una donazione fatta alla cattedrale di Pavia da Ottone conte, chiamato ivi filius serenissimi domini, et metuendissimi patris mei domini Ardoini regis. Lo strumento ha queste note: Ardoinus divina tribuente gratia piissimus rex, anno regni ejus propitio septimo, Indictione VII. Manca il mese e il giorno, con restare incerto se fosse fatta quell'offerta negli ultimi quattro mesi dell'anno corrente, o nei due primi del seguente. Lo strumento è sottoscritto dallo stesso re Ardoino, e vi si legge: Actum apud Papiam in palatio juxta ecclesiam sancti Michaelis. Sicchè abbiam qualche fondamento di credere ritornato questo re al suo comando in Pavia.
NOTE:
[228] Hermannus Contractus, in Chron.
[229] Browerus, Annal. Trevirens.
[230] Lupus Protospata, in Chron.
[231] Antiquit. Ital., Dissert. LXX.
[232] Mabillon., de Re Diplomatica.
[233] Guichenon Bibliot. Sebus Centur. II, cap. 3.
Anno di CRISTO MIX. Indizione VII.
SERGIO IV papa 1. ARDOINO re d'Italia 8. ARRIGO II re di Germania 8, d'Italia 6.
Giunse al fine di sua vita in quest'anno, senza sapersene il più preciso tempo, Giovanni XVIII papa, che da Ditmaro è chiamato Phasan[234], e dall'Annalista sassone[235] Phasianus, idest Gallus cioè fagiano. Uno strumento si legge nel monistero di Subbiaco, che porta le seguenti note: Anno, Deo propitio, pontificatus domni Johanni summi pontifici et universali XVIII papae in sacratissima sede beati Petri Apostoli sexto, Indictione septima, mensis januarii die XI, cioè nel presente anno. Rapporta il cardinal Baronio[236] un epitaffio, che era nella basilica vaticana, attribuito da Motteo Veggio a questo papa. Lo riferisce ancora Pietro Manlio[237], ma con dirlo cujusdam Johannis papae. Non oserei io crederlo sepolcro di questo papa. Ivi si legge:
NAM GRAIOS SVPERANS, EOIS PARTIBVS VNAM, SCHISMATA PELLENDO, REDDIDIT ECCLESIAM.
Non è probabile che di questa gloriosa azione niuno avesse lasciata qualche menzione nella Storia ecclesiastica d'Oriente o d'Occidente. Egli è chiamato ancora
AVGVSTIS CARVS, GENTIBUS, ET TRIBVBVS.
Più convien questo titolo a qualche papa Giovanni, vivuto allorchè i greci Augusti signoreggiavano in Roma. Successore di questo pontefice fu Sergio IV, il quale, per attestato di Ditmaro[238], vocabatur Bucca Porci. Erano forse in voga ancora in quei tempi i soprannomi, molti dei quali, tuttochè fossero imposti più per vituperio che per onore, tuttavia passarono dipoi in cognomi di famiglia, siccome ho osservato altrove[239]. Negò il cardinal Baronio che questo papa portasse un tal soprannome, perchè dal suo epitaffio si scorge che prima del pontificato era chiamato Pietro.
SERGIUS EX PETRO SIC VOCITATVS ERAT.
Ma questo a nulla serve. Pietro fu il suo nome battesimale; ma per soprannome, secondo il costume d'allora, egli dovette essere chiamato Bocca di Porco, siccome il suo predecessore Giovanni fu soprannominato fasano, ossia fagiano. Per attestato del Dandolo[240], in quest'anno pagò il tributo della natura Pietro Orseolo II doge di Venezia, principe glorioso per avere assaissimo ampliato il dominio veneto, sconfitti i Saraceni, e governati con somma prudenza e dolcezza i suoi popoli. Gli succedette circa il mese di marzo Ottone Orseolo suo figliuolo, dianzi creato suo collega, non inferiore nella religione e giustizia al padre, e ricchissimo di beni di fortuna. Ebbe egli per moglie una figliuola di Geiza duca di Ungheria, e sorella di santo Stefano, primo re regnante allora in quelle contrade, la quale gareggiava nelle virtù col fratello. Era, per testimonianza di Camillo Pellegrino[241], in questi tempi principe di Capua Pandolfo IV. Prese egli per suo collega in quel principato Pandolfo II principe di Benevento, suo zio paterno. Non ne veggiamo assegnato il motivo; ma probabilmente fu, perchè mancandogli successione maschile, volle assicurare nei parenti suoi il principato. Abbiamo sotto questo anno da Lupo Protospata[242] che cecidit maxima nix, ex qua siccaverunt arbores olivae, et pisces et volatilia mortua sunt. Poscia aggiugne: Mense maii incoepta est rebellio: il che io intendo de' Pugliesi che cominciarono a ribellarsi ai Greci Et mense augusti apprehenderunt Saraceni civitatem Cosentiam (metropoli della Calabria) rupto foedere nominae Cayti Sati, cioè del generale dei Mori. Ancorchè Ardoino re avesse ripigliate le forze, e signoreggiasse, a mio credere, in Pavia, pure la maggior parte delle città del regno stava costante nella divozione e fedeltà giurata al re Arrigo, e fra queste Milano, Piacenza, Cremona. Landolfo vescovo appunto di Cremona ottenne in quest'anno da Arrigo un divieto a Lamberto, abate del monistero di san Lorenzo, situato presso a Cremona, di non poter alienare, livellare o contrattare in altre guise i beni di qual sacro luogo senza la licenza del vescovo suddetto, il quale poscia se ne abusò. Il diploma si dice dato[243] VII idus octobris, anno ab Incarnatione Domini MVIIII, anno vero domni Henrici primi (scrivi secundi) regis VII. Actum Maideburg. Dovrebbe essere l'anno VIII, se pure non appartiene all'anno precedente: il che non si può comprendere per la mancanza dell'indizione. Ho veduta un'autentica donazione fatta in Correggio alla chiesa di san Michele, oggidì di san Quirino, con queste note: Enricus gratia Dei rex ic in Italia quinto, die quinto de mense octubris, Indictione octava, che appartiene all'anno presente. Sotto quest'anno ancora abbiamo dal Bollario casinense[244] e dall'Ughelli[245] una donazione fatta alla badia di santa Maria di Firenze, anno ab Incarnatione Domini nono post mille, pridie idus augusti, Indictione settima. Il suo principio è questo: Ego quidem Bonifatius inclitus marchio, filio domni Alberti, qui fuit comes, qui professus sum legem vivere Ribuariorum. Lo strumento fu stipulato in loco Palanoro territorio motinense. Dove fosse questo Planoro del contado di Modena, nol saprei dire. Pianoro si trova sulle montagne di Bologna, Pianorso in quelle di Modena. Meno poi so di qual contrada fosse marchese questo Bonifazio. Cosimo della Rena nella seconda parte, a noi promessa, ma non mai data, della Serie dei duchi di Toscana, pare che inclinasse a crederlo duca di Toscana. Non c'è fondamento alcuno per sì fatta opinione. I duchi, marchesi, conti e signori grandi per lo più possedeano allora dei beni in varie parti d'Italia; nè basta una donazione di beni privati, fatta da alcun di essi in qualche territorio, per argomentare il dominio principesco di questo Bonifazio marchese, vivente secondo la legge ripuaria, ho io trattato altrove[246], con crederlo discendente da quel Bonifazio che già vedemmo duca di Spoleti e marchese di Camerino, e da Teobaldo parimente duca e marchese di quelle contrade nel secolo precedente. Ma non apparisce punto se questo giovane Bonifazio governasse marca alcuna: e certamente egli fu personaggio diverso da Bonifazio, marchese padre della gran contessa Matilda.
NOTE:
[234] Ditmarus, in fine, lib. 6.
[235] Annalista Saxo.
[236] Baron., in Annal. Eccles.
[237] Manlius tom. 7 Junii Act. Sanctor. Bolland.
[238] Ditmarus, in Chron., lib. 6.
[239] Antiquit. Ital., Dissert. XLI.
[240] Dandul., in Chron. tom. 12 Rer. Italic.
[241] Camillus Peregrinius, Histor. Princip. Langobard.
[242] Lupus Protospata, in Chronico.
[243] Ughell., Ital. Sacr., tom. 4 in Episcop. Cremonens.
[244] Bullarium Casinens., tom. 2, Constit. LXXV.
[245] Ughell., Ital. Sacr., tom. 3.
[246] Antiquit. Ital., Dissert. XXII.
Anno di CRISTO MX. Indizione VIII.
SERGIO IV papa 2. ARDOINO re d'Italia 9. ARRIGO II re di Germania 9, d'Italia 7.
Se vogliam qui prestar fede a Giovanni Villani[247] che, narrando avvenimenti lontani dai suoi tempi, ci conta bene spesso delle favole, oppure con favolose particolarità sconcia i fatti veri, in quest'anno i Fiorentini, mirando da gran tempo di mal occhio la vicina città di Fiesole, con inganno finalmente se ne fecero padroni. Nel dì solenne di san Romolo, protettore dei Fiesolani, mentre quel popolo era intento alla festa, spedirono i Fiorentini colà una mano de' loro giovani segretamente armati, che presero le porte, e diedero campo all'esercito d'essi Fiorentini d'impadronirsi di quella città, con ismantellarla poi tutta, e ridurre quel popolo a Firenze. Questo racconto passò dipoi in tutte le storie fiorentine, non mancando nondimeno altri scrittori moderni che tengono succeduto un tal fatto nell'anno 1024. Credane il lettor ciò che vuole. Quanto a me, vo assai lento a persuadermi cotali bravure in questi tempi, nei quali le città d'Italia non aveano per anche nè facoltà nè uso di muover l'armi da sè, nè di distruggersi l'una l'altra. Molto meno credo che in questi tempi, come vuole Scipione Ammirati[248] con altri, fosse duca di Toscana Bonifazio marchese, padre della contessa Matilda. Niuna pruova di questo viene addotta; e senza pruove l'asserir cose antiche, non è diverso dal fabbricar nelle nuvole. Leggesi sotto quest'anno una magnifica donazione fatta ai canonici di Ferrara da Ingone, vescovo di quella città, con uno strumento scritto[249], pontificatus domni nostri Sergii summi pontificis et universalis papae in apostolica sacratissima beati Petri sede anno primo, regnante vero domno Enrico rege a Deo coronato, pacifico, magno, in Italia septimo (dovrebbe essere sexto) die tertia mensis februarii, Indictione octava. Ferrariae. Si osservi come in Ferrara sono contati gli anni di Arrigo re d'Italia. In questi tempi, per la Toscana specialmente e pel ducato di Spoleti, san Romoaldo abbate spargeva odore di gran santità, edificava monisteri, e dilatava l'ordine religioso che si chiamò camaldolese, e fu una riforma del benedettino in Italia. Abbiamo da Lupo Protospata[250] nell'anno presente, che Curcua patrizio, governatore degli Stati posseduti dai Greci in Italia, diede fine a' suoi giorni, e in luogo suo venne a quel governo Basilio catapano nel mese di marzo con un corpo di milizie tratte dalla Macedonia. Aggiugne questo scrittore che Syllistus incendit multos homines in civitate Trani. Da un altro testo si ha che Langobardia (così chiamavano i Greci, come già si accennò, gli Stati loro in Italia) rebellavit a Caesare (cioè dal greco Augusto) opera Melo ducis. Isque accurrens praeliatus est Barum contra Barenses, ubi ipsi obierunt. Questo Melo di nazion longobarda, siccome c'insegna Leone ostiense[251], barensium civium, immo totius Apuliae primus, et clarior erat, strenuissimus valde ac prudentissimus vir. Sed quum superbiam, insolentiamque, ac nequitiam Graecorum, qui non multo antea, tempore scilicet primi Octonis, Apuliam sibi Calabriamque, sociatis in auxilium suum Danis, Russis, et Gualanis, vindicaverunt, Apuli ferre non possent, cum eodem Melo, et cum Datto quodam aeque nobilissimo, ipsiusque Meli cognato, tamdem rebellant. Che strepitose conseguenze si tirasse seco questa ribellion dei Pugliesi, l'andremo a poco a poco scorgendo. Abbiamo da Ademaro[252] e da Glabro[253] che circa questi tempi i Saraceni infierirono sotto varii pretesti contra dei Cristiani abitanti in Gerusalemme, con ucciderne assaissimi, e forzarli ad abiurare la fede di Cristo. Diroccarono eziandio la basilica del santo Sepolcro con varie altre chiese. Era allora Gerusalemme sottoposta al califa ossia al sultano dell'Egitto, e non già ai Turchi. Fecero ancora i Saraceni dimoranti in Italia, oppure in Sicilia, una battaglia, per attestato del suddetto protospata, coi Greci a Monte Peloso, non lungi dal distretto di Bari, unde peremptus est dux, senza sapersi se dei Greci o dei Mori.
NOTE:
[247] Giovanni Villani, Istor., lib. 4, cap. 5.
[248] Ammirati, Istor. Fiorent.
[249] Antiquit. Ital., Dissert. LXV.
[250] Lupus Protospata, in Chronico.
[251] Leo Ostiensis, Chron., lib. 2, cap. 37.
[252] Ademarus, in Chron. apud Labbe.
[253] Glaber Rodulfus, in Chronico.
Anno di CRISTO MXI. Indizione IX.
SERGIO IV papa 3. ARDOINO re d'Italia 10. ARRIGO II re di Germania 10, d'Italia 8.
Già ho accennata la ribellione dei Pugliesi, capo de' quali era Melo, con essersi sottratti al dominio dei Greci. Scrive Romualdo salernitano[254]: Anno MXI, Indictione IX, fames validam Italiam obtinuit. Quo tempore Mel catipanus cum Normannis Apuliam impugnabat. Ecco il catipanus o catapanus, adoperato invece di capitanus, o capitaneus. Ma questo storico anticipa di troppo la venuta dei Normanni a guerreggiare in Puglia. Potrebbe ben essere che nell'anno presente seguisse l'assedio di Bari fatto da Basilio generale dei Greci, ed accennato da Leone ostiense. In un testo di Lupo Protospata[255] pare che tale assedio sia narrato all'anno precedente. In un altro è posto sotto l'anno 1013. Forse anche la ribellione dei Pugliesi non divampò se non in quest'anno, oppure nel seguente, perchè lo storico greco Curopalata[256] mette nei primi mesi dell'anno presente alcune disgrazie che servirono di preludio. Comunque sia, abbiamo dall'Ostiense[257], che ancorchè entro essa città di Bari assistesse Melo alla difesa, pure quel popolo vilmente sosteneva il peso degli assalti; e però dopo un mese d'assedio trattarono di rendersi e di dar lo stesso Melo in mano de' Greci. Ebbe Melo conoscenza di questa trama, e la fortuna di salvarsi segretamente in compagnia di Datto, con rifugiarsi in Ascoli, città che s'era anch'essa ribellata. Quivi fu di nuovo assediato, laonde una notte gli convenne fuggire anche di là insieme con Datto, e ritirarsi a Benevento. Poscia andò a Salerno, indi a Capoa, meditando sempre le maniere di liberar la sua patria dalla tirannia de' Greci, e studiandosi di muovere que' principi in aiuto suo. Ebbe nuova guerra in quest'anno il re Arrigo con Boleslao duca di Polonia[258]. Con gran solennità fece il re Arrigo[259] dedicare anche nel presente anno (se pure non fu piuttosto nel seguente) la chiesa di Bamberga. Giovanni patriarca d'Aquileia con più di trenta vescovi fece quella sacra funzione. Ci somministra a quest'anno il Guichenon[260] una donazione fatta dal re Ardoino a san Siro, cioè alla cattedrale di Pavia, pro anima patris nostri Doddonis, et pro anima patrui nostri domni Adalberti, rogante domno Willelmo marchione carissimo consobrino germano nostro. Tale atto fu scritto anno dominicae Incarnationis MXI, tertio kalendas aprilis, Indictione IX. Actum Bobii in episcopali palatio. È osservabile che non compariscono qui gli anni del suo regno. Scorgiamo poi che il dominio di esso re Ardoino si stendeva anche nella città di Bobbio, situata sulla Trebbia, ventiquattro miglia sopra di Piacenza. Se è vero questo documento, converrà dire che prima dell'anno 1014, cioè prima di quel che pensasse l'Ughelli[261], fosse creato il primo vescovo di Bobbio. Ma Ditmaro[262], storico di questi tempi, ci assicura che quel vescovo fu istituito nell'anno 1014, e però fondamento giusto ci è di dubitare della legittimità di questo documento. Qualora poi si potesse provare, come pensò il suddetto Guichenon[263], che Berengario II re d'Italia avesse avuto un figliuolo chiamato Doddone ossia Oddone, noi potremmo dedurre dal documento suddetto, che il re Ardoino fosse nipote di lui, e per pretensioni ereditarie avesse conseguito la corona d'Italia. Perciocchè in tal caso Adalberto, zio paterno d'esso Ardoino, sarebbe quel medesimo che abbiam veduto re d'Italia, scacciato da Ottone il Grande. E Guglielmo marchese, qui nominato, sarebbe Otton Guglielmo figliuolo di esso re Adalberto, che in questi tempi tuttavia vivente era conte ossia duca di Borgogna. Ma io non so che Berengario II avesse se non tre figliuoli, cioè Adalberto, Conone, ossia Corrado, e Guido; e qui poi si tratta di un documento che non è affatto sicuro. Per testimonianza del padre Mabillone[264], in quest'anno, undecima die decembris, anno Sergii papae tertio, tenuto fu un placito in Roma davanti a Giovanni patrizio, e a Crescenzio prefetto della città, in cui Guido abbate del monistero di Farfa vinse una casa di ragione del suo monistero. Resta a noi ignoto come allora si regolasse il governo di Roma. Era in questi tempi console e duca di Napoli Sergio IV mentovato da Leone ostiense, e in un documento da me dato alla luce[265].
NOTE:
[254] Romualdus Salern., in Chron. l. 6 Rer. Ital.
[255] Lupus Protospata, in Chronico.
[256] Curopalata.
[257] Leo Ostiensis, Chron., lib. 2, cap. 37.
[258] Annalista Saxo. Hermannus Contractus, in Chron.
[259] Marianus Scotus, in Chron. Ditmar., Chron., lib. 6.
[260] Guichenon, Bibliothec. Sebus Centur. II, cap. 10.
[261] Ughell. Ital. Sacr., tom. 4 in Episcop. Bobiens.
[262] Ditmarus, Chron., lib. 7.
[263] Guichenon, Histoire de la Maison de Savoye, tom. 2.
[264] Mabillonius, Annal. Benedict. ad hunc annum.
[265] Antiquit. Italic., Disser. V, pag. 195.
Anno di CRISTO MXII. Indizione X.
BENEDETTO VIII papa 1. ARDOINO re d'Italia 11. ARRIGO II re di Germania 11, di Italia 9.
Scrive Ermanno Contratto[266] che in quest'anno fu chiamato da Dio all'altra vita Corrado duca di Carintia. Questi era figliuolo di Ottone, duca parimente di Carintia e marchese della marca di Verona, da noi menzionato di sopra, e fratello di Brunone, cioè del già papa Gregorio V. Lasciò dopo di sè un figliuolo appellato anch'esso Corrado. Ma il re Arrigo, forse perchè questo principe si trovava in età non per anche capace da governar popoli, conferì il ducato suddetto della Carintia ad Adalberone, giacchè non erano per anche stabilite le leggi feudali usate oggidì. Ho io prodotto un placito[267] tenuto nell'anno seguente fuori di Verona da esso Adalberone, chiamato ivi Adalperio dux istius marchiae. Se Ottone fu nello stesso tempo duca di Carintia e marchese di Verona, e tale veggiamo ancora che fu il suddetto Adalberone, per conseguenza intendiamo che anche Corrado duca di Carintia, morto in quest'anno, dovette essere marchese di Verona. Andavano allora congiunti questi due governi. Fra i documenti pubblicati dal padre Bacchini[268] nella Storia del monistero di Polirone abbiamo una donazione fatta ad esso monistero da Bonifazio marchese, padre della contessa Matilda, esistente in Pigognaga, oggidì terra del Mantovano. Le note son queste: Henricus gratia Dei rex, anno regni ejus Leo propitio, in Italia nono, VIII kalendas augustus, Indictione decima, cioè nell'anno presente. Egli s'intitola nella seguente forma: Ego in Dei nomine Bonifacius marchio, filius domni Theudaldi itemque marchio qui professo sum ex natione mea lege vivere Langobardorum. Han creduto il Sigonio, il Fiorentini ed altri moderni che Tedaldo marchese, padre d'esso Bonifazio, cessasse di vivere nell'anno 1007. Ma non trovandosi qui segno alcuno che Tedaldo fosse morto, cioè non comparendo il quondam, usitata parola per tale effetto; ed essendo simile questa formola all'altra che abbiam veduto nella donazione fatta dal medesimo marchese Bonifazio nell'anno 1004, quanto a me, sospendo la credenza della di lui morte in quell'anno. Per altro abbiam già osservato introdotto il costume, che vivente ancora il padre marchese, i figliuoli talvolta venivano decorati del medesimo titolo per concessione, credo io, degli imperadori ossia dei re d'Italia. Abbiamo nella Cronica del monistero di Volturno[269] una bolla data da papa Sergio IV in favor di quell'insigne monistero, con queste note: Data V kalendas martii, anno Deo propitio, pontificatus domni nostri Sergii sanctissimi quarti papae, sedente anno tertio, Indictione supradicta decima, cioè nell'anno presente. Altri atti del medesimo papa spettanti al marzo e all'aprile di quest'anno son citati dal padre Mabillone, ed uno del dì 16 di giugno del cardinal Baronio. Però ragionevolmente dopo il padre Papebrochio pensò il padre Pagi, che questo pontefice passasse a miglior vita prima dell'agosto dell'anno presente, e che immediatamente gli succedesse Benedetto VIII, il quale in fatti si truova papa nel dì 2 d'esso mese d'agosto. Ciò costa da una carta d'accordo seguito fra Guido abbate di Farfa[270] et inter Johannem. Domini gratia, ducem atque marchionem, necnon et Crescentium, Dei nutu, honorabilem comitem germanum ipsius, de curte, quae vocatur sancti Getulii. Fu stipulato quello strumento nello stesso monistero di Farfa, anno Deo, propitio, pontificatus domni nostri Benedicti summi et universalis octavi papae primo, Indictione X, mense augusto, die XXII. La moglie di Crescenzio conte viene appellata Hitta illustrissima ducatrice.
Non sappiam bene se il monistero di Farfa posto nella Sabina, il quale nei tempi addietro era compreso nel ducato di Spoleti, fosse in questi tempi suggetto al temporal dominio dei papi. Ne ho io sospetto, al vedere mentovati nei cataloghi anteposti alla cronica di Farfa Leo dux sabinensis, Rayno dux sabinensis, e Joseph dux sabinensis, con trovarsi poi degli altri che altro non portano se non il titolo di comes sabinensis. I primi paiono ministri del papa, gli altri dell'imperadore, ossia del re d'Italia. Per altro, essendosi finora osservato che il dux et marchio soleva indicare chi era duca di Spoleti e marchese di Camerino, inclinerei a credere che quel Johannes dux et marchio avesse goduto amendue quei governi, succeduto forse ad Ugo già marchese di Toscana. Leggesi poi nel Bollario casinense[271] un diploma del re Arrigo, dato pridie idus maij, anno dominicae Incarnationis MXII, Indictione decima, domni vero Henrici regis secundi regnantis X. Actum Pavenberg, cioè in Bamberga. Conferma egli alla badia di Firenze le corti, quas quondam Bonifacius marchio per chartulas offersionis eidem tradidit monisterio, cioè donate, come di sopra vedemmo nell'anno 1009, da Bonifazio marchese figliuolo di Adalberto conte, vivente secondo la legge ripuaria, e differente dal padre della contessa Matilda. Siccome ho io con chiari documenti provato[272], da Oberto I marchese e conte del sacro palazzo, progenitore dei principi della casa d'Este, nacque Oberto II marchese; e questi ebbe due figliuoli, cioè Adalberto, ossia Alberto Azzo I, ed Ugo, amendue marchesi, vivente ancora il padre. Truovansi questi in Casal maggiore, terra di lor dominio, in quest'anno, dove fanno una donazione al vescovato di Cremona. Sono ivi appellati: Nos in Dei nomine Azzo et Ugo germanis, et filii Auberti marchio, qui professi sumus ex natione nostra lege vivere Longobardorum. Ipso namque genitor noster nobis consentiente, ec. Si sottoscrivono Azo, Ugo marchio, Otbertus marchio, cioè il loro vivente padre. Lo strumento si vede scritto: Enricus gratia dei rex, anno regni ejus, Deo propitio, hic in Italia octavo, VI kalendas martii, Indictione decima, cioè nell'anno presente. In un altro strumento parimente di quest'anno, scritto IX kalendas martii, sono chiamati Azo et Ugo germanis, et filii Uberti marchio. In un altro documento dell'anno 1011, sexto die mensis madii, Indictione IX, Adelaide, ossia Adela comitissa et conjux Azoni marchio, compera varii beni. La stessa in un altro, stipulato sesto die mensis septembris dell'anno presente, dona beni posti in comitatu Auciense (oggidì lo Stato pallavicino tra Parma e Piacenza) al vescovato di Cremona. Quivi è appellata Adela comitissa, Conjus Azoni marchio, ec. ipso namque jugale et Mundoaldo meo mihi consentiente, et mihi cui supra Azoni praedictus, Otbertus genitor meus, similiter mihi consentiente. Col lume di sì fatti documenti andremo vedendo la continuazione dei principi appellati poscia marchesi d'Este. Ma papa Benedetto VIII poco di quiete potè godere nella sedia pontificia. Ditmaro[273] ci fa sapere che egli nell'elezione ebbe per concorrente un certo Gregorio, il quale restò bensì allora inferiore nei voti, ma da lì a non molto divenne superiore nella forza, in maniera che papa Benedetto fu costretto ad uscire di Roma. Andossene egli in Germania a trovare il re Arrigo per raccomandarsi, alla di lui protezione, e celebrò con esso lui in Palithi il santo Natale. Allora fu che si concertò di creare imperadore Arrigo. Ne ardeva egli di voglia, e il papa conosceva anch'egli la necessità di mettere un Augusto sulle teste troppo allora caparbie e sediziose de' Romani. Quando e come tornasse il papa in Roma, prima che vi giugnesse Arrigo, non è a noi ben noto.
NOTE:
[266] Ermannus Contractus, in Chron.
[267] Antichità Estensi, P. I, cap. 11.
[268] Bacchini, Istor. del Monist. di Polirone nell'Append.
[269] Chronic. Vulturn., P. II, tom. 1. Rer. Ital.
[270] Chronic. Farfense, P. II, tom. 2 Rer. Ital.
[271] Bullar. Casinens., tom. 2, Constit. LXXVI.
[272] Antichità Estensi, P. I, cap. 14 e 15.
[273] Ditmarus, Chronic., lib. 6, in fin.
Anno di CRISTO MXIII. Indizione XI.
BENEDETTO VIII papa 2. ARDUINO re d'Italia 12. ARRIGO II re di Germania 12, d'Italia 10.
Già si è veduto che ARDOINO re d'Italia avea ripigliato il dominio di Pavia e d'altre città, e si può credere che il Piemonte tutto aderisse a lui. Non abbiamo storia d'Italia che ci dia lume per gli avvenimenti d'allora. Contuttociò è facile ed insieme giusto l'immaginare che durasse molto la guerra fra Ardoino e quei della sua fazione dall'una parte, e le città aderenti al re Arrigo dall'altra. Il solo Arnolfo, storico milanese di questo secolo[274], ci ha lasciato due parole bastanti a farci conghietturare il resto. Così egli scrive: Verumtamen reassumtis interim viribus Ardoinus juxta posse ultionem exercet in perfidos. Siquidem postea Vercellensium urbem cepit, Novariam obsedit, Cumas invasit, multaque alia demolitus est loca sibi contraria. Siccome vedremo, pare che ciò avvenisse nell'anno seguente, come ancora osservò il Sigonio[275], quantunque Arrigo allora fosse venuto in Italia, e fosse creato imperadore. Puossi ben conghietturare da questo che non dovettero godere gran calma le città aderenti in Lombardia ad Arrigo prima della di lui seconda venuta in Italia. Ora qui due importanti punti cominciano a trasparire nella storia d'Italia. L'uno è parer verisimile che da questi torbidi avesse principio la gara e l'odio implacabile che andrem da qui innanzi osservando fra le due nobilissime città di Milano e Pavia; giacchè la prima teneva per Arrigo, e l'altra per Ardoino: gara facile e familiare fra le città vicine, e massimamente se potenti, ma accresciuta fra queste due per la suddetta discordia, e per le pensioni dure che tengono dietro alla guerra. L'altro è che i popoli della Lombardia per questa occasione e necessità cominciarono ad imparare a maneggiar le armi da sè stessi, o per offendere altrui, o per difendere le proprie cose; il che loro inspirò animi più grandi, ed anche dell'orgoglio, di modo che presto li vedremo alzar la testa sin contro i sovrani, e tendere a gran passi alla libertà, e conseguirla in fine con un considerabile cambiamento di governi in Italia. Ma prima di narrar la seconda venuta del re Arrigo, raccoglieremo alcune altre poche notizie che riguardano l'anno presente. Leggesi una donazione fatta da papa Benedetto VIII a Guido abbate di Farfa[276] anno, Deo propitio, pontificatus domni Benedicti summi pontificis et universalis papae VIII in sacratissima sede beati Petri primo, Indictione XI, mense junio, die II. In quest'anno parimente die quinto mense madio, Indictione XI, Adalberone duca di Carintia, e marchese della marca di Verona, tenne un placito[277] in comitatu veronense in loco et fundo monasterii sancti Zenonis, non longe prope muros civitatis Veronense, dove fu decisa una causa in favore del nobilissimo monistero di san Zacheria di Venezia. Perchè quivi si trattava di una corte posta nel territorio di Monselice, di cui erano padroni allora i marchesi Alberto Azzo I ed Ugo fratelli, antenati della casa d'Este, perciò anch'essi v'assisterono, e il notaio scrisse la carta ex jussione domni Azoni et Ugoni marchionis. Abbiamo, oltre a ciò, un altro placito, tenuto dai suddetti due marchesi in Monselice (segno del loro dominio in quella riguardevol terra), anno domni Henrici regis hic in Italia decimo die mense madio, Indictione XI. Il suo principio è questo: Dum in Dei nomine in comitatu patavensi et in judiciaria montisillicana in praedicto loco Montesilice in mansione publica resideret domnus Azo et Ugo germanis marchiones, ec. Nelle sottoscrizioni si legge Adelbertus, qui Azo vocatur, ec. Ugo marchio, ec. Però cominciamo a scorgere in que' paesi i principi progenitori della casa d'Este, forse per eredità loro pervenuta da Ugo marchese di Toscana. Ed è ben verisimile che già possedessero Este, Rovigo, ed altre terre e castella che troveremo, andando innanzi, di loro giurisdizione. Dopo avere il re Arrigo dato buon sesto agli affari della Germania, e stabilita qualche concordia con Boleslao duca di Polonia, determinò di tornare per la seconda volta in Italia. Doveano essere frequenti e caldi gl'inviti che venivano dalle città di Lombardia, travagliate dalle armi del re Ardoino. Ma quel che più stava a cuore al re Arrigo, era la protezione impresa di papa Benedetto VIII, e la brama di vedersi in capo la corona imperiale. Però sul finir dell'autunno[278] colla regal consorte Cunegonda e con un possente esercito, al dispetto delle piogge dirotte e delle inondazioni dei fiumi, comparve in Italia; ed arrivato a Pavia, quivi Natale Domini honorifice celebravit. Girolamo Rossi[279] scrive, che esso re in quest'anno fu in Ravenna, dove confermò abbate del monistero di santo Adalberto vicino al Po san Romoaldo, sommamente da lui venerato per la sua santità. Ho io pena a credere succeduto nell'anno presente un tal fatto. Contuttociò si vegga all'anno seguente. L'ingresso poi d'esso Arrigo in Pavia, senza che gli scrittori facciano menzione di opposizione alcuna, porge a noi motivo di credere che i Pavesi atterriti dalle forze di Arrigo tornassero, prima che egli arrivasse, alla di lui divozione senza farsi pregare, ed ottenessero il perdono.
NOTE:
[274] Arnulphus, Hist. Mediol., lib. 1, cap. 16.
[275] Sigonius, de Regno Ital., lib. 8.
[276] Antiquit. Ital., Dissert. LVI.
[277] Antichità Estensi, P. I, cap. 11.
[278] Annalista Saxo, et Annales Hildesheim.
[279] Rubeus, Hist. Ravenn., lib. 5.
Anno di CRISTO MXIV. Indizione XII.
BENEDETTO VIII papa 3. ARRIGO II re di Germania 13, imperadore 1. ARDOINO re d'Italia 13.
Da Pavia, non ostante il verno, passò il re Arrigo a Ravenna, dove, per attestato dell'Annalista sassone[280], raunato un concilio, fece eleggere arcivescovo (se pur non era prima eletto) Arnoldo ossia Arnaldo suo fratello. Dacchè in quella città mancò di vita Federigo arcivescovo (probabilmente nell'anno 1004), un certo Adelberto avea senza legittima elezione e con male arti occupata quella sedia archiepiscopale, e detenuta finora. Poscia in Roma fece il re Arrigo consacrare da papa Benedetto VIII questo suo fratello[281]. Volle anche far degradare il suddetto Adalberto; ma alle preghiere di molte persone pie alteri praefecit ecclesiae, nomine Aricia. L'Annalista sassone dice: Arecinae praefecit ecclesiae. Crede il padre Mabillone ch'egli fosse creato vescovo d'Arezzo, ma presso l'Ughelli nulla si trova di lui. Sarebbe mai qui mentovata la Riccia, che in questi tempi godesse l'onore del vescovato? Poscia continuò il re Arrigo alla volta di Roma il suo viaggio. Secondo la testimonianza di Glabro Rodolfo[282], papa Benedetto VIII gli venne incontro: il che ci fa intendere che esso papa era già rimesso sul trono pontifizio. Ditmaro scrive che il papa l'aspettò a san Pietro: e questo era il costume. Abbiamo poi nei testi d'esso Ditmaro e dell'Annalista sassone che si fece la solenne coronazione imperiale di Arrigo e di Cunegonda sua moglie VI kalendas martii, cioè nel dì 24 di febbraio, die dominica. Ma non essendo caduto quel dì in domenica nell'anno presente, il padre Pagi con ragione pretende[283] che la magnifica funzione si facesse XVI kalendas martii, cioè nel dì 14 di febbraio, giorno veramente di domenica. Abbiamo da Ditmaro che in quella solennità l'Augusto Arrigo, secondo fra i re, e primo fra gl'imperadori, comparve a senatoribus duodecim vallatus, quorum sex rasi barba, alii prolixa, mystice incedebant cum baculis. Prima di entrar nella basilica vaticana, secondo il costume, fu interrogato se voleva essere avvocato e difensore della Chiesa romana, e fedele al papa e ai suoi successori. Rispose con gran divozione di sì. Dopo di che ricevette colla moglie l'unzione e la corona imperiale. Nota il medesimo Ditmaro, e dopo lui l'Annalista sassone, che Giovanni figliuolo di Crescenzio, apostolicae sedis destructor, muneribus suis et promissionibus phaleratis regem palam honoravit; sed imperatoriae dignitatis fastigium eum ascendere multum timuit, omnimodisque id prohibere clam tentavit. Abbiam trovato di sopra all'anno 1012 a Giovanni duca e marchese, sospettato da me duca di Spoleti, fratello di Crescenzio conte. Forse qui si parla di lui. Non amavano i Romani in que' tempi di avere sopra di sè un imperadore, perchè senza questo freno faceano ballare i papi come loro piaceva. Ed è anche da osservare ciò che il suddetto Ditmaro scrive[284]: Rex Henricus a papa Benedicto, qui tunc prae ceteris antecessoribus suis maxime dominabatur, mense februario in urbe Rumulea cum ineffabili honore suscipitur. A mio credere, vuol dire che i Romani aveano per molti anni addietro ritagliata di molto l'autorità temporale dei papi in Roma. Ma dacchè papa Benedetto ebbe fatto ricorso al re Arrigo, e se ne tornò a Roma, per paura d'esso re i potenti romani dovettero cedergli, in guisa che egli esercitava più di molti suoi antecessori la temporal signoria. Oppure gli Ottoni Augusti, e massimamente (per quanto vo io sospettando) il terzo, aveano accorciato non poco il temporale dominio dei romani pontefici, con averlo poi ricuperato il suddetto papa Benedetto VIII dal piissimo imperadore Arrigo regnante. A quest'anno rapporta il cardinal Baronio[285] il diploma che si pretende dato dall'Augusto Arrigo alla Chiesa romana, per confermare ad essa i suoi Stati temporali; e veramente ad altro anno che a questo non dee appartenere. Ma esso è una copia informe senza l'anno in cui fu dato, e senza gli anni del regno dell'imperio. Contiene eziandio varie notizie che patiscono difficoltà, siccome prima d'ora ho io altrove accennato[286]. Conviene aggiugnere qui ciò che osservò il padre Mabillone colle seguenti parole[287]: Baronius ad hoc tempus revocat privilegium romanae Ecclesiae ab eodem imperatore concessum. At subscriptiones quaedam satis ostendunt, hoc esse posterioris temporis, quippe cui subscribit Richardus abbas fuldensis, qui vix ante annum MXXII hanc praefecturam iniit. Così colla sua solita modestia quell'insigne letterato, volendo anch'egli significare che il privilegio suddetto è finto, oppure interpolato.
Nell'ottavo giorno dopo la coronazione insorse una strepitosa rissa fra i Romani e Tedeschi sul ponte del Tevere, e molti caddero estinti dall'una parte e dall'altra. Si trovò essere stati autori di tale sconcerto germani tres, Hug, Hecil, Ecilin, non so se tre Tedeschi o tre fratelli. Furono presi, incarcerati, e poi condotti fra le catene in Germania. Che anche Arrigo, primo di questo nome fra gl'imperadori, godesse al pari de' suoi predecessori la sovranità in Roma, si raccoglie dal suo nome, enunziato con quello de' papi nelle monete e negli atti pubblici di Roma, e dall'avere anch'egli amministrata pubblicamente giustizia in essa città. Pubblicò il padre Mabillone[288] un insigne placito del medesimo Augusto, in cui per ordine suo fu decretato il possesso del castello di Bucciniano ad Ugo abate di Farfa. Igitur (quivi si legge) quum memoratus Heinricus Romam venisset, et intra basilicam beati Petri apostoli resideret ad legem et justitiam faciendam, ec. Da Roma s'incamminò l'Augusto Arrigo alla volta di Pavia. Ch'egli venisse per la Toscana, lo raccolgo da due diplomi da me pubblicati[289], e dati nel medesimo luogo del contado di Pisa, il primo in favore del monistero antichissimo delle monache oggidì appellate di santa Giustina di Lucca, e l'altro in favore de' canonici d'Arezzo. Le note cronologiche son queste: Datum anno dominicae Incarnat. MXV, Indictione XII, anno domni Heinrici imperatoris Augusti regnorum XII, imperii ejus I. Actum in comitatu pisano in villa, quae dicitur Fasiano. Io, nel pubblicar tali diplomi, li rapportai all'anno 1015, senza esaminare se in quell'anno Arrigo potesse soggiornare in Toscana. Ora veggo che appartengono al presente anno, ed essere quivi usato l'anno pisano, che nove mesi prima del nostro ha il suo principio. Dalla Toscana passò Arrigo a Ravenna, dove lasciò il fratello, cioè Arnolfo arcivescovo, il quale[290] quartodecimo anno post millesimum divinitus mortalitatis assumtae, sub imperio clementissimi Augusti domni Henrici in tertio (si dee scrivere primo) anno, pridie kalendarum majarum, tenne un concilio provinciale in Ravenna, in cui annullò varii atti dell'usurpatore Adalberto. In passando poi per Piacenza l'imperadore confermò i suoi beni alla badia di Tolla con un diploma[291], dato_ anno dominicae Incarnationis MXIV, indictione XII, anno vero domni Heinrici regni ejus XIII, imperii autem primo. Actum Placentiae_. Ancor qui, come in tanti altri d'esso Arrigo, manca il giorno e il mese. Giunto a Pavia, celebrò ivi la santa Pasqua, e diede un diploma in favore del monistero di san Salvatore. Actum Papiae[292]. Quivi ancora, septimo die mensis madii, davanti a lui tenne un placito Ottone conte del palazzo, da me dato alla luce[293] coll'intervento di Oberto ed Anselmo fratelli marchesi. Poscia s'inviò verso la Germania, e passando per Verona, confermò i suoi privilegii alle monache di santa Giulia di Brescia[294]. Lo stesso fece in favore della badia di san Zenone di Verona con diploma dato XII kalendas junii (si osservi qui il giorno e mese) anno dominicae Incarnationis MXIIII, Indictione XII, anno domni Heinrici imperatoris Augusti regnantis XII, imperii vero ejus I. Actum Veronae. Un altro suo diploma[295] in favore del monistero veronese di santa Maria all'Organo è dato VIIII kalendas junii, Indictione XII, ec. Actum Liciana. Leggesi parimente un placito tenuto in quest'anno[296], quarto die mensis madii, in Pavia da Ottone conte del palazzo. Papa Benedetto VIII anch'egli in questo anno confermò al monistero di Farfa il castello di Bucciniano con bolla data[297] XV kalendas augusti, anno domni Benedicti papae octavi tertio, imperante domno Henrico, anno ejus primo. Se così era nell'originale, abbiamo di qui che questo pontefice dovette ottenere il papato prima del dì 18 di luglio dell'anno 1012. Ma non è cosa certa, perchè di sopra si legge scriptum in mense augusti. In fatti tenne questo papa un bel placito nel dì 2 di agosto dell'anno presente, per ricuperare il castello suddetto; e tal documento si legge presso il padre Mabillone e nella suddetta Cronica di Farfa. Ci somministra ancora la medesima Cronica un placito senza data, ma probabilmente circa quest'anno tenuto da Rainerius marchio, et dux in turri de Corgnito. Il trovarsi intorno a questi tempi Rinieri marchese di Toscana, fa ch'io il creda il medesimo enunciato in quella carta.
Arrivò felicemente l'Augusto Arrigo a Bamberga, e vi celebrò la festa di Pentecoste. Ma appena aveva egli messo il piede fuori d'Italia, che il re Ardoino più feroce che mai ripigliò l'armi, e ricominciò la guerra. È da sapere, per testimonianza di Ditmaro[298], che esso Ardoino, all'avviso che Arrigo con gran potenza calava di nuovo in Italia, ben conoscendo di non poter cozzare con un re sì poderoso, gli spedì incontro degli ambasciatori, con esibirsi pronto a rinunziare la corona, purchè gli concedesse un certo contado. Il buon re, lasciatosi condurre da alcuni suoi consiglieri, rigettò l'offerta; ma egli ad magnum suis familiaribus provenire damnum id postea persensit. Racconta dipoi lo stesso storico, che uscito d'Italia l'imperadore, Ardoino, che dianzi era stato ritirato in un forte castello, vercellensem invasit civitatem, Leone ejusdem episcopo vix effugiente. Omnem quoque hanc civitatem comprehendens, iterum superbire coepit. Abbiam veduto di sopra, colla testimonianza di Arnolfo storico, ch'egli non solamente prese Vercelli, ma assediò anche Novara, Cumas invasit, multaque alia demolitus est loca sibi contraria. Prestarono aiuto in questa mossa d'armi ad Ardoino anche i marchesi, progenitori della casa d'Este, forse perchè parenti suoi, sapendo noi che Berta figliuola del marchese Oberto II fu maritata[299] con Odelrico Manfredi, marchese celebre di Susa, il qual, forse era della casa del re Ardoino. Dei danni inferiti da questa guerra ne toccò la sua parte alla chiesa di Pavia, quam ipsi in suis pertinentiis igne et rapinis vehementer devastaverunt; perciò quel vescovo o clero in quest'anno ricorse all'Augusto Arrigo in Germania, chiedendo giustizia e compenso. Egli dunque con suo diploma, dato anno Incarnationis dominicae MXIIII, Indictione XII, anno vero domni Henrici imperatoris Augusti regni XIII, imperii vero primo. Actum Solega (non so che luogo sia questo), dopo avere esposto, Ubertum comitem filium Hildeprandi, Otbertum marchionem et filios ejus, et Albertum nepotem illius, postquam nos in regem et imperatorem elegerunt, et post manus nobis datas, et sacramenta nobis facta, cum Dei nostroque inimico Arduino regnum nostrum invasisse, rapinas, praedas, devastationes ubique fecisse, ec.: erano secondo le leggi incorsi nella pena della vita, e tutti i lor beni devoluti al fisco: assegna perciò alla chiesa di Pavia una tenuta di beni spettanti ad essi marchesi in San Martino in Strada e in altri siti. Succedette di più, benchè io non sappia se in questo oppure in alcuno dei susseguenti anni, cioè che[300] l'Augusto Arrigo marchiones Italiae quatuor, Ugonem, Azonem Adelbertum, et Obizonem captione una constrinxit. Nè dice già esso Arnolfo, come scrisse trecento anni dipoi Gualvano Fiamma[301], ch'egli facesse anche tagliar loro la testa. Solamente scrive che gli ebbe prigioni. Ma che per la sua innata clemenza lor poscia rendesse non solamente la libertà, ma anche gli Stati, l'abbiam di certo dal veder da lì innanzi fiorire in Italia questi medesimi principi, come costa dai documenti da me dati alla luce nella Antichità estensi. E ne resta inoltre la positiva asserzione dell'autore della Cronica novaliciense[302], che scrisse in questo secolo, laddove parlando di Arrigo primo imperadore, così favella: Marchiones autem italici regni sua calliditate capiens, et in custodia ponens, quorum nonnulli fuga lapsi, alios vero post correctionem ditatos muneribus dimisit. Si noti quest'ultima particolarità. Già abbiam veduto che i marchesi Ugo ed Alberto Azzo I erano figliuoli di Oberto II marchese, ed Alberto (lo stesso è che Adalberto) Azzo II fu figliuolo di Azzo I, tutti principi della casa d'Este, ma non per anche chiamati marchesi d'Este, quantunque anche allora possedessero la nobil terra d'Este, che negli antichi tempi fu città.
In quest'anno 1014 e poi nel 1016 in due strumenti di Rodolfo re di Borgogna, si comincia a vedere un Bertoldo conte, chiamato da altri Beroldo, da cui il Guichenone e gli altri storici del Piemonte fanno discendere la real casa di Savoia. Allora i conti, siccome perpetui governatori di qualche città, entravano nel ruolo dei principi. Però nel regno di Borgogna, ossia Arelatense, si hanno a cercare gli antenati del medesimo Bertoldo. Truovasi dipoi in quelle parti Umberto ossia Uberto conte, e questi è asserito figlio d'esso Beroldo. Dal medesimo Umberto discende la suddetta real famiglia. E questa, dappoichè con istendere ampiamente il suo dominio in Italia, qui da tanti secoli gloriosamente regna, ed ora maggiormente risplende per la saviezza e valore del regnante Carlo Emanuello re di Sardegna, duca di Savoia, e principe del Piemonte, meriterebbe bene che penna più sicura di quella del Guichenone diradasse le tenebre che tuttavia restano nella genealogia dei primi discendenti da esso conte Beroldo, e più accuratamente ne cercasse gli ascendenti, e mostrasse il vero tempo in cui passarono in essa gli ampii Stati della celebre casa dei marchesi di Susa. Si può certamente con ragion presumere che la nobiltà d'esso conte si stendesse anche nei secoli addietro, e non avesse già si corti principii, come ha preteso il tedesco Eccardo.
NOTE:
[280] Annalista Saxo.
[281] Ditmarus, Chronic. lib. 7.
[282] Glaber, Hist. lib. 1, in fine.
[283] Pagius, in Crit. Baron.
[284] Ditmarus, lib. 6, in fine.
[285] Baron., Annal. Eccles.
[286] Piena Esposizione per la Controversia di Comacchio.
[287] Mabill., Annal. Benedict. ad ann. 1014.
[288] Idem, ibidem.
[289] Antiquit. Italic., Dissert. XVIII et LXII.
[290] Ughell., Ital. Sacr., tom. 2 in Archiepiscop. Ravenn.
[291] Campi, Istor. di Piacenza, tom. 1.
[292] Bullar. Casinense, tom. 2, Constit. LXXVIII.
[293] Antichità Estensi, P. I, cap. 14.
[294] Antiquit. Italic., Dissert. XXVIII.
[295] Antiq. Italic., Dissert. XIX.
[296] Ibidem, Dissert. VIII.
[297] Chron. Farfense, P. II, tom. 2 Rer. Ital.
[298] Ditmarus, Chronic., lib. 6 et seq.
[299] Antichità Estensi, P. I, cap. 13.
[300] Arnulfus., Hist. Mediolanens., lib. 1, c. 18.
[301] Flamma, in Manipulo Flor.
[302] Chron. Novalic., P. II, tom. 2 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MXV. Indizione XIII.
BENEDETTO VIII papa 4. ARRIGO II re di Germania 14, imperadore 2.
Terminarono in quest'anno tutte le bravure e le sconsigliate speranze del re Ardoino, non già come immaginò Gualvano Fiamma, e dopo lui il Sigonio[303], perchè l'arcivescovo di Milano Arnolfo con un gagliardo esercito assediasse Asti, ed obbligasse Ardoino disperato a farsi monaco; ma perchè cadde gravemente infermo, e dovette finalmente intendere quanto sieno caduchi i regni della terra. Ad ultimum (scrive di lui Arnolfo storico milanese di questo secolo[304]) labore confectus, et morbo, privatus regno, solo contentus est monasterio nomine Fructeria (ossia Fructuaria nella diocesi allora di Ivrea) ibique depositis regalibus super altare, sumtoque habitu paupere, suo dormivit in tempore. Ma una tal risoluzione fu da lui presa solamente allorchè ebbe perduta la speranza di poter più vivere: che così usavano allora anche i gran signori sul fine dei loro giorni, per comparire davanti a Dio diversi da quello che erano stati in vita. Il tempo della sua morte fu a noi conservato dall'Annalista sassone[305] con queste parole all'anno presente: Interim Hardwigus, nomine tantum rex, perdita urbe Vercelli, quam expulso Leone episcopo diu injuste tenuerat, infirmatur, radensque barbam (che tutti i secolari solevano allora portare) et monachus factus, tertio kalendas novembris obiit, sepultus in monasterio, cioè di Fruttuaria. Il padre Mabillone[306] avvertì che la morte di Ardoino vien registrata nel Necrologio di Dijon XIX kalendas januarii. Così restò libero da questo impaccio in Italia l'imperadore Arrigo, fra il quale e Boleslao duca di Polonia durava intanto la discordia e la guerra in Germania. Tenuto fu un bel placito in questo anno da papa Benedetto VIII in Roma, di cui ci arricchì il medesimo padre Mabillone. Ha le seguenti note[307]: Pontificatus domni nostri Benedicti summi pontificis et universalis octavi papae, ec. quarto, imperante domno nostro Heinrico piissimo imperatore Augusto, ec. anno II, Indictione XIV, quarto die decembris. La lite era di beni fra Ugo abbate di Farfa, et domnum Romanum consulem et ducem, et omnium Romanorum senatorem, atque germanum praenominati domni pontificis. Si veggono mentovati in esso placito Johannes domini gratia urbis Romae praefectus, Albericus consul germanus praedicti praesulis, ec. La dignità di prefetto della città di Roma, sì cospicua negli antichi secoli, pare che si rimettesse in piedi sotto gl'imperadori Ottoni. Anche a' tempi di Pippino e Carlo Magno patrizii di Roma la medesima illustre dignità ivi si osserva. Geroo proposto reicherspergense, scrittore del secolo susseguente[308], in una lettera scritta ad Henricum presbyterum cardinalem, ci avvertì che dai senatori romani si conoscevano le cause civili solamente, e che grandiora urbis et orbis negotia longe superexcedunt eorum judicia, spectantque ad romanum pontificem, sive illius vicarios, Lino et Cleto consimiles; itemque ad romanum imperatorem, sive illius vicarium URBIS PRAEFECTUM, qui de sua dignitate respicit utrumque, videlicet domnum papam, cui facit hominium, et domnum imperatorem, a quo accipit suae potestatis insigne, scilicet exertum gladium. Sicut enim hi, quorum interest exercitum campo ductare, congrue investiuntur per vexillum, sic non indecenter ex longo usu praefectus urbis ab imperatoribus cognoscitur investitus per gladium contra malefactores urbis exertum. Praefectus vero urbis desuper sibi dato gladio tunc legitime utitur ad vindictam malorum, laudem vero bonorum, quando exinde tam domno papae, quam domno imperatori ad honorificandum sacerdotium et imperium famulatur, promissa vel jurata utrique fidelitate, ec. Tale era in quei tempi il governo di Roma e del suo ducato. Ho io pubblicato un bel placito[309], che ci fa conoscere che Bonifazio marchese, padre della celebre contessa Matilda, non meno che del fu marchese Tedaldo suo padre, signoreggiava in Ferrara. Fu esso tenuto, pontificatus domni nostri Benedicti summi pontificis anno quarto, regni vero Henrici regis, qui antea regnabat, quam coronam imperii suscepisset, undecimo (questa è l'epoca del regno di Italia), sed postquam coronam imperii suscepisset, secundo, in Dei nomine, die XIV mensis decembris, Indictione XIV. Ferrariae. La lite era fra Martino abbate del monistero di san Genesio di Brescello ed Ugo vescovo di Ferrara, a cagione del monistero di san Michele Arcangelo, posto in essa città di Ferrara. Secondo l'abuso di quei tempi, si venne all'esibizion del duello, ma in fine il vescovo si diede per vinto.
NOTE:
[303] Sigonius, de Regno Italiae, lib. 8.
[304] Arnolf., Hist. Mediolan., lib. 1. cap. 16.
[305] Annalista Saxo.
[306] Mabill., Annal. Benedict., ad hunc ann.
[307] Chronic. Farfense, P. II, tom. 2 Rer. Ital.
[308] Apud Balozium, Miscellan., lib. 5, pag. 64.
[309] Rer. Ital. P. II, tom. 1, pag. 11.
Anno di CRISTO MXVI. Indizione XIV.
BENEDETTO VIII papa 5. ARRIGO II re di Germania 15, imperadore 3.
Perchè l'anno preciso in cui succedette un movimento d'armi in Lombardia, resta incognito, mi fo lecito di riferirlo qui. L'abbiamo da Arnolfo storico milanese[310]. Narra egli che il vescovo d'Asti, perchè favorì le parti del re Ardoino, cadde in disgrazia dell'Augusto Arrigo, e però venuto a Milano, quivi sino alla morte stette ascoso: Dederat imperator, vivente ipso, et abjecto, episcopatum cuidam Olderico fratri Mainfredi marchionis eximii, cioè di Manfredi marchese di Susa, marito di Berta, figliuola del marchese Oberto II progenitore dei marchesi d'Este. Arnolfo arcivescovo di Milano, non parendo a lui giusta la deposizione del predetto vescovo, conseguentemente ricusò di consecrare Olderico, chiamato in alcuni documenti Alrico. Ma questi confidando nella potenza sua e del marchese Manfredi suo fratello, se n'andò a Roma, dove con false rappresentanze ottenne dal papa la consecrazione, che apparteneva di diritto all'arcivescovo di Milano. Irritato da tali atti Arnolfo arcivescovo, scomunicò in un concilio esso Olderico. Poscia, raunato un numeroso esercito, andò, insieme co' suoi vassalli, a mettere l'assedio alla città di Asti, e vi colse dentro non meno Olderico, che il marchese suo fratello. Si osservi come in Lombardia si cominciano a raunare eserciti e a far guerra, senza dipendere dall'imperadore, nè dai suoi ministri. Strinse egli tanto quella città, che furono costretti gli assediati a capitolare come volle l'arcivescovo. E fu ben dura la capitolazione: cioè tre miglia lungi da Milano, nudis incedendo vestigiis episcopus codicem, marchio canem bajulans, ante fores ecclesiae beati Ambrosii reatus proprios devotissime sunt confessi. Per attestato di Ottone frisingense[311], se qualche nobile commettea tal fallo che meritasse la morte, secondo l'antica consuetudine dei Franzesi e Suevi, ad confusionis suae ignominiam, canem dei comitatu in proximum comitatum gestare cogebatur. Depose Olderico il baston pastorale e l'anello sopra l'altare di sant'Ambrosio, che gli furono poi restituiti. E il marchese Manfredi offerì alla chiesa una buona somma d'oro. Ciò fatto, coi piedi nudi per mezzo alla città andarono alla metropolitana, dove ebbero pace dall'arcivescovo, clero e popolo. Se crediamo all'Ughelli[312], Odelrico, ossia Olderico, fu intruso nell'anno 1008, e nel seguente legittimamente eletto, laddove Tristano Calco, il Sigonio e il Puricelli fanno succeduta questa scena chi nell'anno 1014, e chi nel 1015 o nel 1016. Il Guichenon[313] porta un diploma del regnante Arrigo Augusto, dato in favore del monistero di Fruttuaria nell'anno 1014, in cui fra le altre cose conferma, quae dederunt Manfredus marchio, et Berta ejus uxor, et fratres ejusdem Manfredi, idest Alricus epicopus, ec. Adunque Alrico ossia Olderico godea nell'anno 1014 pacificamente il vescovato d'Asti. Contuttociò sembra a me tuttavia scuro il tempo di tale avvenimento. Perchè, come mai nell'anno 1008, tempo in cui era tuttavia vivente e in forze il re Ardoino, decadde il vescovo d'Asti che il favoriva; e come potè il re Arrigo lontano mettere un altro vescovo in quella città? Arnolfo inoltre dice che l'imperadore diede quella chiesa ad Olderico. Arrigo non prese la corona romana se non nell'anno 1014. E però altri han creduto che non già Arrigo, ma Ardoino promovesse Olderico a quella chiesa. Nè il diploma del Guichenon è documento esente da difficoltà, mancandovi l'anno dell'imperio e il luogo, e venendo chiamato Everardo archicappellano, che negli altri diplomi è detto archicancelliere. Intorno a ciò nulla io decido, bastando a noi di tenere la sostanza del fatto. Ho io rapportato un placito[314], tenuto anno ab Incarnatione Domini nostri Jesu Christi millesimo sexto decimo, anno vero imperii domni Henrici imperatoris tertius, mense hoctubri, Indictione quartadecima. Il suo principio è questo: Dum Raginerius marchio et dux tuscanus placitum celebraret in civitate Aretina cum Hugone comite ipsius comitatus, etc. Or vengano moderni scrittori a volerci persuadere che alcuni anni prima Bonifazio marchese, padre della contessa Matilda, era stato creato duca e marchese della Toscana. Basta questo documento per farci conoscere che in ciò s'ingannarono. Noi troviam qui chi in questi tempi governava la Toscana coi titoli di duca e di marchese, cioè Rinieri, da noi anche veduto di sopra. Nè si toglievano i loro governi ai duchi, marchesi e conti senza qualche grave delitto. Vedremo a suo tempo, quando probabilmente il marchese Bonifazio ottenne la signoria ossia il governo della Toscana. Egli in tanto signoreggiava nelle parti della Lombardia, e specialmente in Mantova, dove il trovò con Richilda, di lui moglie, san Simeone romito[315], che da qualche tempo s'era fermato nel monistero di Polirone, scuola allora di grande esemplarità, in tempo che uno di quei lioni, quos principes magnificentissimo alebat sumtu ac pompa, era fuggito dal serraglio con gran terrore dei cittadini, e fu da quel servo del Signore ricondotto al suo luogo. Ed appunto nell'anno presente, come si ha dall'autore contemporaneo della di lui Vita, esso Simeone passò al regno dei beati anno dominicae Incarnationis MXVI, Indictione XIV, septimo kalendas augusti, romani imperii monarchiam obtinente Henrico primo Augusto, ducatus quoque principatum triumphante (parola, a mio credere, scorretta) Bonifazio glorioso duce ac principe. Trattossi poi in Roma della di lui canonizzazione, e resta tuttavia intorno a ciò una lettera scritta da papa Benedetto VIII Bonifacio gratia Dei marchioni inclyto.
E per conto d'esso papa, di lui si racconta un fatto strepitoso accaduto in quest'anno, la cui memoria fu a noi conservata da Ditmaro[316]. Vennero i Saraceni con un grande stuolo di navi alla città di Luni, che allora era della provincia della Toscana, e la presero, essendone fuggito il vescovo. Quivi s'annidarono, scorrendo poi tutto il vicinato, e svergognando le donne di quei contorni. Ciò udito, papa Benedetto non perdè tempo a mettere in armi quanti popoli potè per terra e per mare, affin di cacciarli. Spedì un'armata navale davanti a Luni, affinchè quegli infedeli non potessero scappare coi loro legni. Ebbe nondimeno la fortuna di salvarsi a tempo in una barchetta il re loro, che probabilmente era Mugetto, occupator della isola di Sardegna. Gran difesa, grande strage dei Cristiani fecero per tre dì quei Barbari; ma finalmente rimasero rotti, e fu sì ben compiuta la festa, che neppur un d'essi vi restò che la potesse contare. Alla loro regina, che fu ivi presa, neppure si perdonò. La sua conciatura da testa, ricca d'oro e di gemme, che ben valeva mille lire, fu inviata in dono all'imperadore Arrigo dal papa. Il padre Pagi[317], dopo aver anch'egli contato questo avvenimento, aggiugne una cosa che potrebbe farci maravigliare, se non sapessimo che non v'ha scrittore, per grande che sia, il quale non sia soggetto a prendere dei granchi, ed anche a grossolanamente ingannarsi: cioè scrive: Luna autem, hodie Luca appellata, civitas libera, a qua aliquot loca pendent. Sa ogni Italiano pratico alquanto di storia, o di geografia, che la città di Luni, da alcuni secoli scaduta alla sboccatura della Magra, nulla ha che fare con Lucca, ed esserci tuttavia il vescovo di Luni, abitante nella città di Sarzana, con bella diocesi, diversa dal lucchese. L'impresa suddetta d'essa città di Luni la credo io accennata negli Annali pisani colle seguenti parole[318]: Anno MXVI Pisani et Januenses fecerunt bellum cum Mugeto, et vicerunt illum. Negli altri Annali, ove è scritto sotto quest'anno: Pisani et Januenses devicerunt Sardineam, v'ha dell'errore; e si conosce da quel che siegue, perciocchè solamente nell'anno seguente i Pisani e Genovesi andarono in Sardegna. Alle cose dette di sopra aggiugne Ditmaro che il re dei Mori, da me creduto Mugetto, irritato per la perdita suddetta, inviò al papa un sacco di castagne, volendo significare che altrettanti soldati (sarebbono stati ben pochi) nella state ventura avrebbe spedito contra dei Cristiani. Il pontefice in contraccambio gli mandò un sacchetto di miglio, per fargli conoscere che non era figliuol di paura. Nè voglio tacere che il soprammentovato marchese Bonifazio e Richilda sua moglie (figliuola di Giselberto conte del sacro palazzo in Italia, e non già di Giselberto fratello di Cunegonda allora imperadrice), tutti e due gran cacciatori di beni e Stati, ricorsero in quest'anno all'imperadore Arrigo per ottenere la metà della corte di Trecenta, oggidì sul Ferrarese, colla metà del castello e sue dipendenze, sicut a Berengario et Hugone filiis Sigefredi comitis, nostro imperio rebellantibus hactenus visa sunt possideri. Li donò Arrigo ad essa Richilda con un diploma dato[319] anno dominicae Incarnationis millesimo decimo sexto, Indictione XIIII anno domni Henrici regni XIII, imperii ejus III. Actum Panvembero (ossia Pavemberg, cioè, come voglio credere, in Bamberga). Fu di parere il Sigonio[320] che le nozze di Richilda col marchese Bonifazio seguissero nell'anno 1021. Ecco quanto prima era contratto il lor matrimonio. Nè già in occasion d'esse nozze si fece quella battaglia che viene accennata da Donizone, come si pensò il suddetto Sigonio, ma in qualche altra congiuntura, siccome diremo. Nell'anno presente sì, per attestato dell'Annalista sassone[321], l'Augusto Arrigo tenne una gran dieta in Argentina, dove anche si trovò Rodolfo re di Borgogna, con sottoporre il suo regno all'imperio romano. Vo io pensando che allora si stabilissero quelle tre leggi d'esso Arrigo che si leggono fra le longobardiche[322]; giacchè nella prefazione si dice che furono fatte in civitate Argentina, quae vulgari nomine Straburge appellatur, coll'intervento degli arcivescovi di Milano e di Ravenna, dei vescovi d'Argentina, Piacenza, Como, ec., ed anche dei marchesi e conti d'Italia. Abbiamo inoltre da Lupo Protospata[323] che in quest'anno civitas Salernum obsessa est a Saracenis per mare et per terram, et nihil profecerunt. Se si ha a credere a Leone Ostiense[324], fu in questa occasione che i Normanni, dei quali parleremo all'anno seguente, capitando dal viaggio di Terra santa a Salerno, furono in aiuto di Guaimario III principe di quella terra, e colla loro prodezza obbligarono que' Barbari a levare l'assedio. Ma Guglielmo pugliese, siccome vedremo, diversamente ne parla.
NOTE:
[310] Arnulfus, Histor. Mediolanens lib. 1, cap. 18.
[311] Otto Frisingensis, lib. I, cap. 28 de Reb. Gest. Frider.
[312] Ughell., Ital. Sacr., tom. 4 in Episcop. Astens.
[313] Guichenon, Bibliot. Sebus., Centur. II, cap. 39.
[314] Antiquit. Ital., Dissert. VI.
[315] Vita S. Symeonis, apud Mabill., Saecul. VI, Benedict., Par. I.
[316] Ditmarus, Chron., lib. 7.
[317] Pagius, in Critic., Baron.
[318] Annal. Pisani, tom. 4 Rer. Ital., pag. 107 et 167.
[319] Antiquit. Ital., Dissert. XIX.
[320] Sigonius, de Regno Italiae, lib. 8.
[321] Annalista Saxo.
[322] Rer. Ital., P. II, tom. 1.
[323] Lupus Protospata, in Chronico.
[324] Leo Ostiensis, Chron., lib. 2, cap 37.
Anno di CRISTO MXVII. Indizione XV.
BENEDETTO VIII papa 6. ARRIGO II re di Germania 16, imperadore 4.
Il Tronci ne' suoi Annali pisani, non so su qual fondamento, scrisse che i Pisani, fatta nell'anno 1014 una grossa armata, sbarcarono nella Sardegna, vennero alle mani coll'esercito de' Mori, il misero in rotta, e s'impadronirono di quell'isola, dopo esserne fuggito il re di que' Barbari Mugetto. Meritano ben più fede gli antichi Annali di Pisa[325], che sotto il presente anno raccontano quell'impresa. Se n'era tornato in Sardegna Mugetto, fortunatamente scampato da Luni, tutto nelle furie contra de' Cristiani di quell'isola, molti de' quali fece barbaramente crocifiggere. Erasi anche messo in pensiero di fabbricar in quell'isola una forte città. BENEDETTO PAPA intanto, che l'avea cominciata bene, volle finirla meglio. Spedì per suo legato a Pisa il vescovo d'Ostia, per animare quel popolo a cacciar fuori di Sardegna Mugetto. Lo stesso probabilmente fece a Genova, dacchè confessano gli stessi Annali di Pisa che anche i Genovesi concorsero a quell'impresa. Passarono infatti in Sardegna questi due popoli con tutte le lor forze, obbligarono Mugetto a salvarsi colla fuga in Africa, e presero il possesso di quell'isola. Soggiungono quegli Annali che il papa investì d'essa Sardegna i Pisani. Ma non tardò a nascere discordia fra gli stessi conquistatori, perchè il buon boccone faceva gola a tutti. Si sforzarono i Genovesi di cacciarne i Pisani; ma i Pisani, che in questi tempi erano più forti, li spinsero fuori di tutta l'isola, e ne restarono padroni. Tale principio ebbe la potenza della città di Pisa, tuttochè non apparisca ch'essa per anche avesse acquistata la libertà, perchè era tuttavia suggetta ai duchi, ossia ai marchesi della Toscana. Cominciò anche in Puglia per questi tempi una bella danza, che parve cosa da nulla sul principio, ma ebbe col tempo delle mirabili conseguenze. Era venuto, per testimonianza di Guglielmo pugliese[326], nell'anno precedente dalla Normandia un pugno di quella gente per sua divozione al monte Gargano, dove san Michele Arcangelo era in gran venerazione. Quivi per accidente trovatosi Melo, quel potente e savio cittadino di Bari che s'era ribellato a' Greci, appena ebbe egli adocchiati questi uomini, bella e nerboruta gente, che tenuto con esso loro discorso della bellezza di quel paese, della dappocaggine de' Greci, e della facilità di vincerli e di farsi gran signori, gl'invogliò di seco imprendere guerra in quelle parti contra del dominio greco. Presero essi tempo, tanto che tornassero alle lor case ed invitassero altri compagni all'impresa. Venuti in quest'anno senz'armi, ne furono ben forniti da Melo, e dopo aver preso riposo, portarono la guerra addosso ai Greci. Era allora generale de' Greci in quelle contrade Turnichio, appellato da altri Andronico, che senza dimora uscito in campagna colle sue forze, mense maii, come ha Lupo Protospata[327], fecit praelium cum Melo et Nortmannis. Questa prima battaglia pare che fosse favorevole a Melo. Si tornò a combattere nel dì 22 di luglio, e, secondo il testo d'esso Lupo Protospata, benchè restasse morto nel conflitto Leone Paziano, che in luogo del catapano Turnichio comandava l'armata de' Greci, pure vi restò sconfitto Melo co' Normanni. Ma forse quel testo è guasto. Guglielmo pugliese, autore di maggior credito in questo, attesta che Melo e i Normanni ne uscirono vincitori, senza raccontar altro che un solo fatto d'armi. Gran credito che s'acquistarono con ciò que' pochi, ma valentissimi Normanni; gran bottino che fecero. Anche l'Anonimo casinense[328], ossia Alberico monaco, scrive sotto il presente anno: Normanni Melo duce coeperunt expugnare Apuliam.
Abbiamo da Girolamo Rossi[329] che un riguardevol placito fu in quest'anno tenuto in Ravenna da Pellegrino cancelliere e messo Henrici imperatoris, e da Tadone conte, messo anch'egli del medesimo Augusto, anno Benedicti papae quinto, Henrici imperatoris in Italia anno tertio, die XV februarii, Indictione XV, Harnaldo gratia Dei sanctissimo et coangelico archiepiscopo sanctae ravennatis ecclesiae. In esso placito il suddetto Pellegrino apprehendens manibus virgam, misit eam in manibus suprascripto Harnaldus gratia Dei sanctissimo et coangelico archiepiscopo, et investivit ipsum et ecclesiam ravennatem, ex parte Henrici imperatoris de omni fisco et de omni publicare ravennate, sive ripae aut portae, et de comitatu bononiense et comitatu corneliense (Imola) et comitatu faventino, et comitatu.... et comitatum ficoclense (Cervia) cum omni fisci, et publicis eorum comitatibus, ec. Noi abbiamo bensì presso del cardinal Baronio i diplomi di Lodovico Pio, di Ottone I e del regnante Arrigo I Augusto, ne' quali si veggono confermati alla Chiesa romana l'esarcato di Ravenna, il ducato di Spoleti, il ducato di Benevento con altri paesi. Ma essendosi per disgrazia perduti gl'originali, e non rapportandosi se non le copie, suggette a molte alterazioni, secondo il bisogno e l'interesse delle persone, non porgono esse bastante lume per quetar l'intelletto. E tanto poi meno, se con esse combattono fatti certi e documenti, sui quali non cadano sospetti. Già s'è veduta più d'una pruova che da gran tempo l'esarcato era divenuto parte del regno d'Italia, forse per qualche convenzione seguita fra la santa sede e gl'imperadori. Ne abbiamo ancor qui una pruova chiara. Altrettanto pure s'è osservato del ducato di Spoleti. Per conto poi del ducato di Benevento, neppur convien disputarne. E a comprovare quanto s'è detto della Romagna, servirà anche ciò che scrisse san Pier Damiano[330] circa l'anno 1060. Eo tempore quum adhuc romana Ecclesia spatiosius multo quam NUNC jura protenderet, et inter cetera caesenate oppidum possideret, ec. Adunque a' tempi del Damiano Cesena non apparteneva più al dominio temporale de' papi. Chi ne fosse padrone, l'abbiamo già veduto. Ho io prodotta una carta di livello di un porto, dato dal soprammentovato Arnaldo arcivescovo di Ravenna a Pietro abbate della Pomposa[331], creduta da me spettante all'anno seguente 1018; ma siccome ho poi avvertito per più esatta collazione fatta coll'originale, essa appartiene a quest'anno. Ivi sono le seguenti note: Anno, Deo propitio, pontificatus domni Benedicti summi pontificis, et universalis papae VIII, ec. quinto; sed et imperante domno Heinrico magno imperatore in Italia anno quarto, die XX mensis februarii, Indictione XV. Abbiamo qui l'anno 1017. Adunque Arrigo I fra gl'imperadori avea nell'anno 1014 e nel dì 20 di febbraio già ricevuta la corona imperiale. Di esso Pietro abbate è fatta menzione nella Vita di san Guido abbate della Pomposa[332]. In quest'anno parimente s'incontra un placito[333], che domnus Adelpeyro dux istius marchiae Carentanorum, et Rambaldus comes istius comitatu tervisianense, unitamente tennero in comitatu tervisianense in villa Axilo non multum longe ad castro Axilo, de subtus, in cui contra del monistero di santa Giustina di Padova fu decisa una lite in favore del monistero delle monache di san Zacheria di Venezia. Abbiamo qui che la nobil terra di Asolo era in questi tempi del contado di Trivigi. Leggesi inoltre sotto il presente anno una donazione[334] fatta nel mese di marzo al monistero di Nonantola da Bonifacius Marchio, filius bone memorie Teudaldi, qui fuit itemque marchio, et Richelda conjuge ejus jugalibus, filia bone memorie Giselberti, qui fuit comes palatii, qui professi sumus legem vivere Longobardorum.
NOTE:
[325] Annal. Pisani, pag. 107 et 167, tom. 6 Rer. Ital.
[326] Gullielmus, Apulus, Poem. de Normann., lib. I.
[327] Lupus Protospata, in Chronico.
[328] Anonymus Casinenis, tom. 5, Rer. Ital.
[329] Rubeus, Histor. Ravenn., lib. 5.
[330] Petrus Damian., in Vita S. Mauri Caesen., cap. I.
[331] Antiq. Italic., Dissert. LVI.
[332] Mabillon., Saecul. VI Benedict., P. I.
[333] Antiquit. Italic., Dissert. V.
[334] Antiquit. Ital., Dissertat. XX.
Anno di CRISTO MXVIII. Indizione I.
BENEDETTO VIII papa 7. ARRIGO II re di Germania 17, imperadore 5.
Se vogliamo riposar sulla fede di Girolamo Rossi[335], seguitato dall'Ughelli, Arnaldo arcivescovo di Ravenna, fratello dell'Augusto Arrigo, compiè il corso de' suoi giorni nel 19 di novembre dell'anno seguente, ed ebbe per successore Eriberto. Ma, secondo l'Annalista sassone[336], egli mancò di vita nell'anno presente. Potrebbono le carte pecore dell'archivio di Ravenna mettere in chiaro qual di queste asserzioni sia vera. Ed è da sperarlo, dacchè il padre don Pietro Paolo Ginanni abbate benedettino con infaticabil premura va raccogliendo le antiche memorie di quella città nobilissima. Aveva anche diligentemente osservato il signor Sassi[337] che Arnolfo II arcivescovo di Milano cessò di vivere, non già nell'anno 1019, come si pensò il Sigonio, non già nell'anno 1015, come si ingegnò di provar l'autore delle annotazioni all'Ughelli[338], ma bensì nell'anno presente 1018. Infatti il suddetto Annalista sassone sotto quest'anno medesimo scrive: Mediolanensis archiepiscopus obiit, et praepositus ejusdem ecclesiae Heribertus successit, cioè Eriberto de loco Antimiano, come si ha da' suoi strumenti, arcivescovo famoso fra quei di Milano, che fece, siccome vedremo, sudare il ciuffo all'imperador Corrado. Ch'egli ancora ottenesse in quest'anno la cattedra milanese, si compruova con un placito tenuto in Belasio[339], territorio di Como, da Anselmo messo dell'imperadore Arrigo, anno imperii domni Henrici imperatoris quinto, mense november, Indictione secunda. Produssi io questo documento come scritto nell'anno 1019. Ora m'avveggo che appartiene all'anno presente, perchè l'indizione seconda ebbe principio nel settembre. Quivi domnus Aribertus sanctae mediolanensis ecclesiae archiepiscopus, et Albericus sanctae cumensis ecclesiae episcopus, citati e presenti, cedono alle loro pretensioni sopra certe terre in favore del monistero di sant'Ambrosio di Milano, e del suo abbate Gotifredo. Erano gli Augusti greci adirati non poco contra di Melo ribello del loro imperio, per la guerra da lui mossa in compagnia de' Normanni contro la Puglia di lor giurisdizione. Però, secondochè s'ha da Lupo Protospata[340], spedirono in quest'anno al comando delle lor armi in Italia, ossia per loro catapano o capitano, Basilio soprannominato Bugiano, uomo di gran senno ed attività. Romoaldo salernitano[341] scrive che costui portò seco un gran tesoro, cioè il principal nerbo per ben fare la guerra. Aggiugne dipoi ch'esso Basilio anno MXIII (va scritto MXVIII), Indictione I, fece rifabbricar nella Puglia l'antica città di Ecana (si dee scrivere Eclana), che anticamente ebbe i suoi vescovi, e le impose il nome di Troia. Noi sappiamo da Mario mercatore e da altri antichi scrittori che Giuliano fiero difensor di Pelagio, e confutato nei suoi mirabili libri da santo Agostino, fu vescovo eclanense. Camillo Pellegrino pretese che la moderna città di Frigento sia succeduta all'antichissima Eclana. L'Olstenio e il cardinal Noris[342], crederono che Eclana fosse il luogo appellato poscia Quintodecimo. Sembra ora che si possa con più fondamento aderire alla opinione di Romoaldo salernitano, autore vivuto cinquecento anni prima e pratico di que' paesi, allorchè attesta che la moderna città di Troia fu l'antica Eclana, o vogliam dire Eclano. Oltre a questa città fabbricò il suddetto Basilio Draconaria, Fiorentino, ed altri luoghi forti nella provincia che oggidì si nomina Capitanata. Aggiugne il già citato Protospata che Ligorius Tepotriti (leggo Tepotiriti, cioè conservatore del luogo) fecit praelium Trani, et occisus est ibi Joannatius Protospata. Et Romoald captus est, et in Constantinopolim deportatus est. Sono scure tali notizie, ma bastano a farci comprendere la continuazion della guerra in Puglia fra i Greci e i Pugliesi ribellati. Viene citata sotto il presente anno dal padre Mabillone[343] una donazione fatta da Giovanni duca e console di Gaeta al monistero di san Teodoro di quella città: il che ci fa conoscere chi fosse allora principe di Gaeta.
NOTE:
[335] Rubeus, Histor. Ravenn.
[336] Annalista Saxo.
[337] Saxius, in Notis ad Sigon. de Regno Ital.
[338] Ughell., Ital. Sacr., tom. 4.
[339] Antiquit. Italic., Dissert. LXX.
[340] Lupus Protospata, in Chron.
[341] Romualdus Salern., Chron., tom. 7 Rer. Ital.
[342] Noris., Hist. Pelagian., lib. I, cap. 18.
[343] Mabill., in Annal. Benedictin. ad hunc ann.
Anno di CRISTO MXIX. Indizione II.
BENEDETTO VIII papa 8. ARRIGO II re di Germania 18, imperadore 6.
Sotto il presente anno scrive Ermanno Contratto[344] che Conradus adolescens filius Conradi quondam ducis Carentani (e marchese ancora della marca di Verona) auxiliante patruele suo Conrado, postea imperatore, Adalberonem tunc ducem Carentani apud Ulmam pugna victum fugavit. Abbiam veduto di sopra che questo Adalberone era anch'egli duca di Carintia, e insieme marchese di Verona. L'aveva con lui il giovinetto Corrado, quasichè gli avesse Adalberone rubati quegli Stati che, se non di giustizia, almeno per introdotto costume doveano toccare a lui dopo la morte del padre suo Corrado. È da credere che Adalberone possedesse ancora degli Stati in Germania, e che per cagion d'essi tra lor seguisse il conflitto suddetto. Per attestato di Lupo Protospata[345], Bugiano generale dei Greci venne a battaglia in questo medesimo anno circa il dì primo d'ottobre coll'armata di Melo, e gli diede una rotta tale, che non potè più risorgere. Leone ostiense[346] lasciò scritto che Melo col soccorso de' Normanni avea dinanzi riportate tre vittorie de' Greci primo apud Arenolam, secundo apud civitatem (Marsicum la chiama Angelo della Noce), tertio apud Vaccariciam campestri certamine dimicans, tribus eos vicibus vicit, multosque ex his interficiens, et usque Tianum eos constringens, omnes ex hac parte, quas invaserant, Apuliae civitates et oppida recepit. Quarta demum pugna apud Cannas Romanorum clade famosas, Bojani catapani insidiis et ingeniis (macchine di guerra) superatus, universa, quae facile receperat, facilius perdidit. Appresso racconta, essere stata fama che di dugentocinquanta Normanni, aiutatori di Melo, non ne rimanessero in vita se non dieci, e che la vittoria nondimeno costò ben cara ai Greci. Melo disperato, non sapendo più dove rivolgere le sue speranze, dopo avere raccomandato i pochi Normanni, che gli restavano, a Guaimario III principe di Salerno, e a Pandolfo IV principe di Capua, imprese il viaggio di Germania, o per muovere l'imperadore Arrigo a venire in persona in Italia, o almeno per ottenere da lui un poderoso soccorso di milizie. Ecco come di quest'ultimo fatto d'armi parla Guglielmo pugliese[347].
Vicinus Cannis qua defluit Aufidus amnis, Circiter octobris pugnatur utrimque calendas, Cum modica non gente valens obsistere Melus, Terga dedit magna spoliatus parte suorum, Et puduit victum patria tellure morari. Samnites adiit superatus, ibique moratur, Post Alemannorum petiit suffragia regis Henrici, solito placidus qui more precantem Suscipit, auxilii promittens dona propinqui.
Leggesi una cessione fatta delle decime di quattro pievi al vescovato di Cremona[348] da Bonefacius marchio filius quondam Teotaldi itemque marchio, et Richilda filia quondam Giselberti comitis, nell'anno presente. Bonifazio è il padre della contessa Matilda. Vo io credendo che appartenga ancora all'anno presente un diploma, spedito dall'imperadore Arrigo in favore del monistero di Monte Casino e dell'abbate Atenolfo[349]. Le note son queste: Datum III idus julii, anno dominicae Incarnationis millesimo vigesimo, Indictione secunda, anno domni Heinrici regis decimo septimo, imperii vero ejus quinto. Actum Radesbone. Se crediamo al padre Gattola, il diploma è originale; ma io ho pena a crederlo. La indizione seconda accenna l'anno presente. Come poi sia l'anno MXX, se non ricorriamo all'anno pisano, non si sa capire. E resta poi da mostrare come in Germania avesse luogo l'era pisana. Posto ancora che sia l'anno nostro MXIX, non si accorda con esso l'anno XVII del regno, nè il quinto dell'imperio.
NOTE:
[344] Hermannus Contract., in Chronico, edit. Canis.
[345] Lupus Protospata, in Chronico.
[346] Leo Ostiensis, Chronic., lib. 2, cap. 37.
[347] Guilielmus Apulus, de Norman., lib. 1.
[348] Antiq. Ital., Dissert. VI.
[349] Gattola, Hist. Monast. Casinens. P. I.
Anno di CRISTO MXX. Indiz. III.
BENEDETTO VIII papa 9. ARRIGO II re di Germania 19, imperadore 7.
L'anno fu questo in cui_ papa Benedetto VIII_ andò in Germania a trovar l'imperadore Arrigo, che l'aspettava in Bamberga. Il Sigonio, il Baronio, l'Hoffmanno, e soprattutto il padre Pagi hanno preteso che questa andata del pontefice accadesse nell'anno precedente 1019, e che mal si sieno apposti coloro che la riferiscono all'anno presente, con citare per la loro sentenza Lamberto da Scafnaburgo, Mariano Scoto, gli Annali d'Ildeseim e l'abbate Urspergense. Ma non ha fatta assai riflessione il padre Pagi a questo punto di storia. Mariano Scoto, se ben si guarda, a quest'anno[350] appunto parla del viaggio di papa Benedetto. E si conosce che le stampe hanno alterato i testi di Lamberto e dell'Urspergense, e degli Annali d'Ildeseim. Dico, si conosce, perchè ivi la morte di sant'Eriberto arcivescovo di Colonia si mira nei loro testi stampati all'anno 1020, quando è fuor di dubbio che avvenne nell'anno 1021, come confessa lo stesso padre Pagi. Però gli autori suddetti si dee credere che abbiano posta l'andata del papa nel presente anno 1020, e nel seguente la morte di sant'Eriberto. Che poi veramente il papa in quest'anno si portasse a Bamberga, l'abbiamo da Ermanno Contratto[351] nell'edizion migliore e più copiosa del Canisio, da Sigeberto[352], dall'Annalista sassone[353], dal Cronografo sassone[354], da Alberico monaco dei tre Fonti e da altri storici. Lo stesso si scorge dell'antica Vita dello stesso santo Arrigo[355] pubblicata dal Gretsero e da altri. Quivi è scritto che il papa invitato dall'imperadore, in proximo aprili Alemanniam intravit, omnibusque civitatibus illius regionis peragratis, tempore, quo condixerat, Babengerg locum adire disposuit. Venit ergo V feria majoris hebdomadae, hora sexta, sacris pontificalibus vestimentis indutus, ec. Questo minuto racconto fa conoscere che l'autor d'essa vita prese un tal fatto da buone notizie, e probabilmente da quella che scrisse Adelboldo, giunta a noi troppo mancante. Ma se papa Benedetto entrò d'aprile in Alemagna, ed arrivò nel giovedì santo a Bamberga, adunque nell'anno presente arrivò colà, e non già nel precedente. Perciocchè nell'anno 1019 la Pasqua cadde nel dì 20 di marzo, e in quest'anno si celebrò essa nel dì 17 d'aprile. Nè voglio tacere che viene anche citata la Vita di san Meinwerco vescovo di Paderbona[356], per comprovar l'opinione dei suddetti sostenitori dell'anno 1019. Ma quella Vita, quando anche dicesse ciò che pretendono, essendo scritta nel secolo susseguente, non può chiamarsi un testimonio infallibile di quel che cerchiamo. Oltre di che, fors'anche quella va d'accordo coll'opinione mia, scorgendosi che il medesimo autore all'anno susseguente mette il passaggio a miglior vita del suddetto santo Eriberto, ii qual pure viene stabilito nell'anno 1021. Fra l'altre cose che aggiugne l'autore della Vita suddetta di santo Arrigo imperadore, racconta che nel mattutino di Pasqua il patriarca d'Aquileia recitò la prima lezione, l'arcivescovo di Ravenna la seconda, e il papa la terza. E che poscia il pontefice medesimo VIII kalendas maii basilicam in honore sancti Stephani consecravit; e lo stesso ancora abbiamo dall'autor della Vita di san Meinwerco. Il dì 24 d'aprile qui enunziato più s'accorda colla mia suddetta opinione. Saggiamente osservò il cardinal Baronio che fra i motivi per li quali andò volentieri papa Benedetto, ancor quello vi dovette essere di commuovere l'Augusto Arrigo a condurre o spedire una buona armata per far argine ai progressi dei Greci. Circa il dì primo di ottobre nell'anno precedente era succeduta, come dicemmo, la disfatta del picciolo esercito di Melo. Tutto perciò andava a seconda dei Greci, i quali non solamente ricuperarono quanto aveano perduto, ma eziandio ritirarono nel loro partito Pandolfo II, principe di Capua. Scrive l'Ostiense[357]: Quum capuanus princeps latenter faveret constantinopolitano Basilio, fecit interim fieri claves aureas, et misit ad illum, tam se, quam civitatem capuanam, immo universum principatum ejus per haec imperio contradens.
Davano negli occhi e gran gelosia recavano a papa Benedetto questi maneggi ed avanzamenti de' Greci, che stendevano il loro dominio fino ad Ascoli; e se mettevano il piede anche sopra il principato di Capua, già se li sentiva alle porte di Roma. Nè era già da sperare che i greci Augusti avessero voluto lasciare ai papi, se si fossero impadroniti di Roma, quella signoria che, secondo i patti cogl'imperadori d'Occidente, da più di due secoli godevano. Però dovette il buon papa sollecitare, per quanto potè, l'Augusto Arrigo ad impiegar le sue forze contra di quella nazione, nemica ancora dei Latini, la quale aspirava allora a dei gran voli. Abbiamo anche da Glabro[358] che Rodolfo normanno fuggito da Normandia a Roma con alquanti compagni, andò a trovar papa Benedetto VIII per contargli i suoi guai. Ma il papa coepit ei querelam exponere de Graecorum invasione romani imperii, e indusse que' Normanni a militar contra di loro. Portò intanto la disgrazia che Melo trovandosi in Germania per muovere quella corte contra de' Greci, infermatosi quivi nell'anno presente, cessò di vivere. L'abbiamo da Lupo Protospata[359]; e Guglielmo pugliese[360] l'attesta anch'egli scrivendo d'esso Melo, e dell'onore fattogli alla sepoltura, le seguenti parole:
At Melus regredi praeventus morte nequivit; Henricus sepelit rex hunc, ut regius est mos; Funeris exsequias comitatus ad usque sepulcrum, Carmine regali tumulum decoravit humati.
Nella Cronica del Protospata egli è appellato dux Apuliae, nè senza ragione. Questo titolo gliel diede l'Augusto Arrigo per premio del già operato, e per animarlo ad operare di più: il che è da avvertire per intendere se gli Augusti avessero donato ai papi il ducato di Benevento; e con ciò va concorde il suddetto passo di Glabro col seguente. Abbiamo nella Vita di esso santo imperadore[361], benchè non con tutta l'esattezza, che esso imperadore Apuliam a Graecis diu possessam, romano imperio recuperavit, et eidem provinciae Ismaelem (vuol dire Melo) ducem praefecit, qui postea in babenbergensi loco mortuus, et in capitulo majoris monasterii sepultus requiescit in Domino. Oltre a ciò, sappiamo dal Protospata che in quest'anno i Saraceni assediarono la città di Bisignano, e la sottomisero al loro dominio: sicchè e Greci e Mori malmenavano forte quelle contrade. Specialmente poi in questi tempi si studiavano i principi e gran signori di pelare or soavemente or violentemente le chiese. La maniera soave era quella di prendere i loro beni e castella a livello con promettere un annuo canone, e intanto donar qualche terra in proprietà ad essi luoghi sacri, per indurre i vescovi e gli abbati col picciolo presente vantaggio a livellar essi beni, l'usufrutto dei quali mai più non soleva arrivare a consolidarsi col diretto dominio. Uno dei gran cacciatori di tali beni già ho detto che era il marchese Bonifazio, padre poscia della gloriosa contessa Matilda. Può essere motivo di stupore l'osservare quante castella, corti, chiese, ec. egli carpisse al solo vescovato di Reggio. Ne ho io pubblicata la lista[362]. Altrettanto, o poco meno, dovette egli fare co' vescovi di Modena, Parma, Cremona, Mantova, ed altre città circonvicine. Ed in questo anno appunto egli ottenne a livello da Warino ossia Guarino vescovo di Modena medietatem de monte uno, qui dicitur Barelli, ubi antea castrum edificatum fuit, cum fossatum in parte circumdatum.
NOTE:
[350] Marianus Scotus, in Chron.
[351] Ermannus Contractus, in Chron., edition. Canisii.
[352] Sigebertus, in Chron.
[353] Annalista Saxo.
[354] Chronographus Saxo.
[355] Vita S. Henrici inter Acta Sanctor. Bolland., ad diem 14 julii.
[356] Vita S. Meinwerci apud Leibnitium, tom. 1, Scriptor. Brunswic.
[357] Leo Ostiensis, Chron., lib. 2, cap. 38.
[358] Glaber, Chronic., lib. 3, cap. 1.
[359] Lupus Protospata, in Chronico.
[360] Guilielmus Apulus, lib. i, de Normann.
[361] Vita S. Henrici, cap. 3, in Actis Sanct. ad diem 14 julii.
[362] Antiquit. Ital., Dissert. XXXVI.
Anno di CRISTO MXXI. Indizione IV.
BENEDETTO VIII papa 10. ARRIGO II re di Germania 20, imperadore 8.
Ardevano di voglia i Greci di aver in lor mano Datto, che già dicemmo uno dei principali della Puglia ribellati alla lor signoria, e parente del defunto Melo. Dopo l'infelice battaglia di Canne, per attestato dell'Ostiense[363], s'era egli ritirato colla sua famiglia sotto la protezione di Atenolfo abbate di Monte Casino. Ma poscia papa Benedetto VIII, perchè il conosceva fedele all'imperadore Arrigo, il mise alla custodia della torre del Garigliano, quam idem papa tunc retinebat, con alcuni Normanni. Che fece il catapano greco Boiano (lo stesso è che Bugiano) per averlo? Guadagnò con danari Pandolfo II principe di Capua, acciocchè gli permettesse di prendere il misero Datto. All'improvviso dunque arrivato colle sue soldatesche sotto quella torre, cominciò a tormentarla con assalti e macchine. Per due giorni si difesero quei di dentro, ma in fine colla torre rimasero presi. Alle preghiere dell'abbate Atenolfo, lasciò Bugiano la libertà ai Normanni; ma Datto[364] fra le catene e sopra un asinello condotto a Bari nel dì 15 di giugno, a guisa de' parricidi, chiuso in un sacco di cuoio, fu gittato in mare. Secondo gli Annali di Pisa[365], avea Mugetto re de' Mori, oppure, come io credo, corsaro potente, preso nell'anno precedente castel Giovanni (forse in Sardegna) che era sotto l'arcivescovo di Milano. Nell'anno presente poi con poderosa armata di navi tornò in Sardegna. Allora i Pisani, tirati in lega i Genovesi contra di questo comune nemico, fatto un grande sforzo di navi e di gente, il cacciarono dall'isola, e maggiormente poscia attesero a stabilirsi e fortificarsi in quella vasta isola. Il ricco tesoro d'esso Mugetto, venuto alle lor mani, fu da essi ceduto ai Genovesi in pagamento delle loro spese e fatiche. Il Tronci storico pisano scrive[366] che Mugetto in quest'anno s'impadronì di nuovo della Sardegna, e che nel seguente ne fu cacciato. E qui combattono gli storici di Pisa con quei di Genova, pretendendo i primi che niun diritto acquistassero i Genovesi sopra la Sardegna, e gli altri sostenendo il contrario; intorno a che li lasceremo duellare. Se parimente vogliam credere al Tronci suddetto, i Pisani divisero poi quell'isola in quattro giudicati, che furono dati in governo a quattro nobili pisani, cioè di Cagliari, di Gallura, di Arborea e di Torri, volgarmente detto Sasseri. E tali giudici arrivarono a tanto fasto, che furono anche nominati regi, e le loro mogli regine. Ma temo io forte che non sieno assai sicure tali notizie, dappoichè ho altrove fatto vedere[367] che in questo medesimo secolo vi era in Sardegna la division dei giudicati, e che quei giudici usavano anche liberamente il titolo di re: il che punto non conviene a chi unicamente fosse stato governatore di quelle contrade per la repubblica pisana. Oltre di che, non v'ha negli atti di quei giudici o re menomo vestigio di dipendenza da Pisa. Anzi da un fatto narrato dall'Ostiense[368] circa l'anno 1063 si scorge che i Pisani miravano con invidia i Sardi, ed aveano nemicizia con Barasone re di quell'isola. Però si può sospettare che molto più tardi la potenza dei Pisani fissasse il piede nella Sardegna; o almeno meriterebbe questo punto d'essere più sodamente chiamato ad esame. L'insulto fatto alla torre del Garigliano, colla presa e morte crudele di Datto, dovette far rinforzare le istanze e preghiere di papa Benedetto VIII all'Augusto Arrigo, perchè accorresse alla difesa dell'Italia orientale che era in manifesto pericolo di perdersi. Perchè Arrigo, siccome scrive Leone ostiense[369] reputans secum, fore ut Graeci amissa Apulia ac principatu, Romam quoque maturarent, Italiamque totam simul amitteret, determinò di tornare, e ben armato, in Italia. Comunemente il Sigonio, il Baronio, il padre Pagi ed altri hanno scritto ch'egli venisse solamente nell'anno seguente.
Ma si ha a tenere per certo che la sua calata fu nell'autunno dell'anno presente, sotto il quale Ermanno Contratto[370] racconta che Henricus imperator in Italiam expeditionem movit. E l'Annalista sassone[371] aggiugne ch'egli Natale Domini celebravit in Italia. Abbiamo inoltre documenti che ce ne assicurano. Ho io prodotto un insigne placito[372], da lui stesso tenuto in Verona, anno praedicti Domni Heinrici gloriosissimi imperatoris Deo propicio, hic in Italia, octavo, sexta die mensis decembris, Indictione V, cominciata nel settembre di quest'anno. Degno è d'essere rapportato qui il principio di quell'atto: Dum in Dei nomine foris, et non multum longe urbis veronensis, in solario proprio beatissimi sancti Zenonis confessori Christi, quod est constructum juxta praedictum monasterium sancti Zenonis confessoris Christi, in caminata dormitoria ad regalem imperium in judicio resideret domnus gloriosissimus Heinricus Romanorum imperator Augustus, unicuique justitias faciendas, hac deliberandas, residentibus cum eo domnus Popo sanctae aquilejensis ecclesiae patriarcha. Fermiamoci qui per dire che non meritava censura il Sigonio, per avere scritto che Arrigo passò in Italia cum Piligrino coloniensi, et Poppone aquilejensi praesulibus, con pretendersi che non Poppone patriarca di Aquileia, ma bensì Poppone allora arcivescovo di Treveri, ignorato dal Sigonio, quegli fosse che accompagnò in tale spedizione l'imperadore. Perchè l'Ostiense chiamò arcivescovo questo Poppone, perciò si è creduto che sbagliasse il Sigonio. Il Browero[373] anch'egli (e poscia il padre Mabillone[374]), fondato solamente sopra quella parola dell'Ostiense, quasichè il patriarca d'Aquileia non fosse anch'egli arcivescovo, si figurò che il suo Poppone venisse in Italia, e seco menasse un grosso corpo di truppe. Ma noi qui abbiam chiaramente Poppone patriarca d'Aquileia al corteggio dell'imperadore, e non già l'arcivescovo di Treveri, e però salda saldissima resta l'asserzion del Sigonio. Seguitano le parole del placito: Pelegrinus coloniensis, Eribertus mediolanensis, sanctarum dei ecclesiarum archiepiscopis, Johannes veronensis, Leo vercellensis, Siginfredus placentinus, Henricus parmensis, Arnaldus tervianensis (di Trivigi), Ermingerius cenedensis, Rigizo feltrensis, Ludovicus bellunensis, Ugo marchio, ec. De' marchesi d'Italia non si trovò in tale occasione a corteggiare Arrigo, se non Ugo, uno degli antenati della casa d'Este, di cui tornerà occasion di parlare. Fra i pochi che sottoscrissero, si legge ancora Ugo marchio. Era, come abbiam veduto, l'imperadore in Verona nel dì 6 di dicembre. Io il trovo nel dì 10 d'esso mese in Mantova, ciò constando da un suo diploma, dato da esso Augusto in favore d'Itolfo vescovo di quella città, e da me pubblicato[375], le cui note guaste, da me allora non esaminate, conviene ora raddirizzare. Tali sono esse nella copia ch'io n'ebbi: Data IIII idus decembris, Indictione V, anno dominicae Incarnationis MXX, anno domni Heinrici regnantis XVIII, imperii vero VII. Actum Mantuae in palatio ejusdem episcopi. L'indizione V cominciata nel settembre ci dà a conoscer che nell'originale sarà stato scritto anno dominicae Incarnationis MXXI, ec. regnantis XX, imperii VIII.
NOTE:
[363] Leo Ostiensis, lib. 2, cap. 37 et 38.
[364] Lupus Protospata, in Chronico.
[365] Annal. Pisani, tom. 6 Rer. Ital.
[366] Tronci, Annal. Pisan.
[367] Antiquit. Ital., Dissert. V et XXXII.
[368] Leo Ostiensis, Chron. lib. 3, cap. 23.
[369] Idem, ibidem, lib. 2.
[370] Ermannus Contract., edition. Canisii.
[371] Annalista Saxo apud Eccardum.
[372] Antichità Estensi P. 1, cap. 14.
[373] Brovverus, Annal. Trevirens., tom. I.
[374] Mabillon., in Annal. Benedictin.
[375] Antiquit. Ital., Dissert. LXXIII.
Anno di CRISTO MXXII. Indizione V.
BENEDETTO VIII papa 11. ARRIGO II re di Germania 21, imperadore 9.
Nel gennaio dell'anno presente col suo poderoso esercito continuò l'Augusto Arrigo il suo viaggio alla volta della Puglia[376]. Per la marca di Camerino inviò il patriarca Poppone con quindicimila combattenti contra de' Greci; e per quella di Spoleti e del ducato romano spedì Piligrino, ossia Piligrimo arcivescovo di Colonia, con altri ventimila armati verso Monte Casino e verso Capua, ad oggetto di prendere Atenolfo abbate e il principe di Capua Pandolfo IV suo fratello, amendue proclamati come segreti fautori dei Greci, e che avessero tenuta mano alla morte di Datto. L'abbate non volle aspettar questo turbine, e se ne fuggì ad Otranto con disegno di passare a Costantinopoli. Ma imbarcatosi e colto da una fiera burrasca, lasciò con tutti i suoi la vita in mare. Saputasi dall'arcivescovo la di lui fuga, per timore che Pandolfo principe non gli scappasse dalle mani, con isforzata marcia arrivò sotto Capua, e la cinse d'assedio. Allora Pandolfo, che sapea d'essersi colle sue iniquità comperato l'odio dei Capuani, anzi era informato che macchinavano di tradirlo, la fece da disinvolto; ed affidato si venne a mettere in mano dell'arcivescovo Piligrino, con dire che gli dava l'animo di giustificarsi delle imputazioni disseminate contra di lui. Intanto l'Augusto Arrigo era passato all'assedio di Troia, città che, quantunque non fossero per anche terminate le incominciate fortificazioni, pure tante n'avea, e sì copioso presidio di Greci, che si accinse ad una gagliarda difesa. Sotto a quella città fu a lui presentato il principe di Capua, il quale poco mancò che non vi lasciasse la testa, perchè condannato a morte dal pieno consiglio. Ma cotanto si adoperò l'arcivescovo di Colonia, geloso del salvocondotto a lui dato, che gli guadagnò la vita. Posto nondimeno in catene, fu dipoi menato prigione in Germania. Ma non si dee tralasciare, che prima d'imprendere l'assedio di Troia, l'imperadore Arrigo, per attestato di Lupo Protospata[377], giunse di marzo a Benevento, dove da Landolfo principe, e, come lasciò scritto Epidanno[378], a Beneventanis gratulantibus honorifice ac magnifice suscipitur, e fu riconosciuto ivi per sovrano. Di questo ancora ci restano buone testimonianze ne' documenti di quelle contrade, vedendosi il suo nome nei pubblici contratti d'allora, e trovandosi dei placiti tenuti da lui per l'amministrazione della giustizia in quelle parti. Uno di questi si legge nella Cronica del monistero del Volturno[379], tenuto in territorio beneventano in locum, qui nominatur ad Campum de Petra, ibique in praesentia domni Henrici serenissimi imperatoris, ec. Fu scritto quel giudicato anno ab Incarnatione Domini nostri Jesu Christi sunt MXXII, et imperante domno Henrico serenissimo imperatore Augusto, anno imperii ejus, Deo propitio in Italia octavo, et dies mense februarii per Indiction. IV (scrivi V). Actum in territorio beneventano. Un altro placito tenne nel mese di marzo di quest'anno in Balva domnus Ambrosius, qui est missus et capellanus domni Henrici imperatoris Augusti. Un altro parimente in essa Cronica si legge, tenuto nell'aprile dell'anno presente da Leone vescovo di Vercelli, e da un altro vescovo deputati a praeclara potestate serenissimi Einrici Augusti, in territorio beneventano juxta ecclesiam sancti Petri apostoli, situs propinquo hanc Beneventi civitatem, ec. Ci fa anche vedere un diploma d'esso Augusto in favore del monistero di santa Sofia di Benevento, rapportato dall'Ughelli[380], che il medesimo soggiornava in Benevento VI idus martii. Posesi dunque l'imperadore all'assedio della città di Troia, valorosamente difesa da quei cittadini e dalla guarnigione greca, di modo che per tre mesi convenne tener ivi il campo con gran disagio degli assedianti e non minore degli assediati. Radolfo Glabro[381], storico di questi tempi, descrive un tal assedio. Era tormentata la città dai mangani e da altre macchine di guerra. Uscirono i cittadini, e ne fecero un falò: perlochè montato forte in collera l'imperadore, fece prepararne dell'altre coperte di crudo cuoio, e continuar le offese. Indarno furono invitati i difensori alla resa con buone condizioni: s'ostinarono essi, perchè lor si faceva credere imminente un gagliardo soccorso. Per questo impazientatosi l'imperadore, gli uscì di bocca, che se potea mettere il piede in quella città, volea mandar tutti quanti a fil di spada. Ma non potendo più i cittadini, allora si rivolsero a chiedere misericordia: al qual fine spedirono fuori della città un romito con dietro tutti i lor fanciulli in processione, che gridavano Kyrie, eleyson, cioè, Signore, abbiate pietà. Arrigo colle lagrime agli occhi ordinò che si rimandassero in città. Tornò il dì seguente il romito coi fanciulli e colle stesse voci, ed, uscito l'imperadore dal suo padiglione, non potè reggere a quel tenero spettacolo, e perdonò a quei cittadini, con che abbattessero quella parte delle mura che aveano fatta resistenza alle sue macchine, e che poi le rifacessero. Lasciato dunque ivi presidio, e presi gli ostaggi, se ne venne a Capua, dove, per attestato dell'Ostiense[382], diede quel principato a Pandolfo conte di Tiano, senza che s'oda che papa Benedetto VIII pretendesse ivi giurisdizione alcuna temporale. Creò ancora conti, non si sa di qual luogo, Stefano Melo e Pietro, nipoti del già defunto Melo duca di Puglia, co' quali allogò quei pochi Normanni che erano restati in quelle contrade.
Di là passò in compagnia del romano pontefice al monistero di Monte Casino, dove seguì l'elezione di Teobaldo abbate, consecrato poscia dal papa. Pativa l'imperadore dei gravi dolori, e ne fu guarito per intercessione di san Benedetto; per la qual grazia fece dei ricchi regali a quell'insigne santuario. Rapporta il padre Gattola[383] un diploma, da lui dato allo stesso monistero, con queste note: Anno ab Incarnatione Domini MXXII, Indictione V, anno vero domni Heinrici Romanorum imperatoris Augusti secundi regnantis XXI, imperantis autem nono. Actum in Monte Casino. Non dia fastidio ad alcuni il veder ivi sottoscritto il cancellier Teodorico vice Ebbonis papembergensis episcopi et archicapellani, quando negli altri diplomi questo vescovo di Bamberga porta il nome di Eberardo e di arcicancelliere; perciocchè Ebbone è lo stesso nome di Eberardo; ed egli era anche arcicappellano dell'imperadore, se pure in questi tempi non era lo stesso il grado di arcicancelliere e di arcicappellano. Leggesi inoltre una lettera del medesimo Augusto a papa Benedetto, in cui gli raccomandò efficacemente il monistero imperiale di Monte Casino, sottoscritto colle stesse note cronologiche. Tutti i sopra narrati avvenimenti appartengono all'anno presente; e se il Sigonio li riferì all'anno seguente, non si dee già argomentare che in lui mancasse la diligenza, ma bensì che gli mancarono molte storie e documenti, de' quali noi godiamo ora, disotterrati dagli eruditi. Lo stesso dee dirsi del cardinal Baronio, il quale si figurò che l'imperadore Arrigo si trattenesse sino all'anno seguente in Italia, quando è fuor di dubbio oggidì ch'egli in questo se ne tornò frettolosamente in Germania. Ma prima di accennare il suo viaggio convien qui avvertire, avere scritto Epidanno[384], monaco di san Gallo in questo secolo, che l'Augusto Arrigo Trojam, Capuam, Salernum, Neapolim, urbes imperii sui ad Graecos deficientes ad deditionem coegit. Che anche Guaimario III principe di Salerno, atterrito dall'esempio di Capua, riconoscesse per suo sovrano l'imperadore, niuna difficoltà ho a crederlo. Leggesi tuttavia un diploma[385] d'esso Arrigo, conceduto ad Amato II arcivescovo di Salerno, dove è chiamato fidelis noster, dato pridie kalendas junii, Indictione V, cioè nell'anno presente coll'Actum Troje. Potrebbe solo dubitarsi di Napoli. Ma abbiamo ancora Ermanno Contratto che lo conferma con iscrivere sotto il presente anno[386]: Beneventum intravit, Trojam oppidum oppugnavit et cepit; Neapolim, Capuam, Salernum, aliasque eo locorum civitates in deditionem omnes accepit.
Era già insorta, durante l'assedio di Troia, la peste, oppure una epidemia nell'esercito dell'Augusto, e questo aveva anche servito a lui di maggiore impulso a perdonare a quel popolo, per isbrigarsi da que' contorni. Si mise dunque in viaggio alla volta della Germania, e dovette passare per la Toscana; avendo io pubblicato un suo diploma[387] in favore dei Benedettini di Arezzo, dato X kalendas augusti, anno Incarnationis dominicae MXXII, Indictione V, anno domni Heinrici regnantis secundi XXI, imperii vero VIIII. Actum Privaria in comitatu lucense. Perchè a cagion de' calori d'Italia crebbe nell'armata imperiale l'epidemia, che ne fece grande strage, Arrigo in fretta e con poche guardie Alpium cacumina citato transgreditur cursu, come s'ha dall'Annalista e dal Cronologo Sassoni[388], e, giunto in Germania, raunò un numeroso concilio di vescovi. Crede il padre Solerio della compagnia di Gesù[389] che tal concilio sia stato quello di Salingenstad, pubblicato dal Labbe nel tomo IX de' concilii, e tenuto nel dì 12 d'agosto dell'anno presente. Ma se Arrigo, come abbiam veduto, nel dì 25 di luglio era tuttavia nel territorio di Lucca, resterebbe da esaminare come egli potesse compiere in tempo sì stretto il suo viaggio in Germania, e l'adunamento di tanti prelati a quel concilio. Oltre di che, in Salingenstad non si trovò se non l'arcivescovo di Magonza con cinque suoi suffraganei: laddove quel di Arrigo fu composto di moltissimi vescovi. Nel mese di dicembre dell'anno presente il marchese Bonifazio padre della contessa Matilda, insieme con Richilda contessa sua moglie, prese a livello da Landolfo vescovo di Cremona due corti[390] cum castro inibi habente, e colla lor pieve; ed all'incontro egli cedette al vescovo la corte di Piadena, patria del celebre storico Bartolomeo Platina. Assistè al contratto Tadone conte di Verona. E in questi tempi fiorì nel monistero della Pomposa Guido abbate rinomato per la sua santità, siccome ancora Guido monaco di patria aretino, a cui ha non poche obbligazioni il canto fermo, da lui riformato ed insegnato colle sue regole. Trovasi tuttavia scritto a penna un suo trattato de musica col titolo di Micrologus, di cui ancora fa menzion Donizone nella vita della contessa Matilda.
NOTE:
[376] Leo Ostiensis. Chron., lib. 2, cap. 39.
[377] Lupus Protospata, in Chron.
[378] Hepidannus, Annal. brev. inter Scriptor. Rer. Alem.
[379] Chronic. Vulturn., P. II, tom. 1 Rer. Ital.
[380] Ughell., Ital. Sacr., tom. 8 in Archiepisc. Benev.
[381] Glaber, Hist., lib. 3, cap. 1.
[382] Leo Ostiensis, lib. 2, cap. 42.
[383] Gattola, Hist. Monaster. Casinens. P. I.
[384] Hepidannus, in Annal. brev.
[385] Antiq. Ital., Dissert. V.
[386] Hermannus Contract., in Chron. edit. Canis.
[387] Antiquit. Italic., Dissert. LXIII.
[388] Annalista Saxo. Chronograph. Saxo.
[389] Acta Sanctor. Bollandi ad diem 14 julii.
[390] Antiq. Ital., Dissert. XXXVI.
Anno di CRISTO MXXIII. Indizione VI.
BENEDETTO VIII papa 12. ARRIGO II re di Germania 22, imperadore 10.
Secondochè abbiam dal predetto Donizone[391], ebbe il marchese Bonifazio, padre della poco fa mentovata Matilda, due fratelli. L'uno fu, non Tebaldo, come scrisse il padre Pagi[392], ma Teodaldo ossia Tedaldo, che vescovo di Arezzo vien lodato da quello storico per la sua religione, continenza ed avversione ai simoniaci. Questi nell'anno presente fece una donazione ai Benedettini d'Arezzo[393], mense augusti, Indictione sexta, da me data alla luce. L'altro, cioè Corrado, era giovane di molto fuoco. Cercarono gli emuli di questa famiglia di mettere la discordia fra esso lui e Bonifazio fratello maggiore, ma loro non venne fatto. Non si sa poi nè il tempo nè il perchè si fece una gran raunata di gente ex regno toto contra di questi due fratelli, che venne a trovarli sino a Coviolo, un miglio e mezzo lungi da Reggio. Quivi seguì un sanguinoso fatto d'armi. Bonifazio vi fece di molte prodezze; pure gli convenne ritirarsi, quand'ecco uscire di un bosco il fratello Corrado con cinquecento cavalli, che l'incoraggì a tornare in campo contra de' nemici. Rinforzossi la battaglia, e finalmente dai due fratelli fu messa in rotta l'armata nemica. In quel conflitto riportò Corrado una ferita, che fu bensì curata; ma perchè il giovane non s'ebbe riguardo alcuno da lì innanzi nel giocare e mangiare, da lì a più anni, post plures annos, come si ha da Donizone (e non già in quel fatto d'armi, come scrisse il Sigonio), essa ferita il portò all'altro mondo nel dì 13 di luglio dell'anno 1030.
Anni terdeni tunc Verbi mille sereni.
Ci porta questo a conoscere che oramai i popoli della Lombardia cominciavano a farsi guerra l'uno all'altro, senza dipendere dai ministri imperiali che governavano il regno d'Italia e le particolari città. Il che non vuol dire che i conti e marchesi perdessero la loro autorità sopra de' popoli; ma anch'essi coi lor popoli faceano guerra agli altri, e, come si può credere, senza chiederne licenza all'imperadore: il che in addietro non leggiamo che si praticasse. E di qui avvenne che a poco a poco andò crescendo l'ardimento ne' Lombardi, con giugnere finalmente, siccome vedremo, ad erigere in repubblica le loro città. Confermò in quest'anno l'Augusto Arrigo al monistero di Monte Casino, e a Tebaldo abbate di quel sacro luogo, tutti i suoi privilegii con diploma dato[394] II nonas januarii, anno dominicae Incarnationis MXXIII, anno vero domni Henrici regnantis XXI, imperii vero ejus VIIII, Indictione sexta. Actum Poderbrunnon, cioè in Paderbona. Ci ha anche conservato il registro di Pietro Diacono, esistente in quell'insigne badia, il diploma con cui esso imperadore nonis januarii, Indictione VI, anno Domini MXXIII, concedette principibus inclitis nostris, quidem fidelibus dilectis Pandulfo et Johanni filio ejus, principatum Capuae cum omnibus ad eum pertinentibus, ita videlicet ut avus ejus Pandulfus tenuit, exceptis abbatibus imperialibus sancti Benedicti de Monte Casino et sancti Vincentii. Leggesi ancor questa concessione presso il padre abbate Gattola, ed è degna di attenta considerazione. Nella copia del diploma, con cui lo stesso Arrigo primo tra gli imperadori si dice che nell'anno 1014 confermò alla Chiesa romana i di lei Stati, leggiamo in partibus Campaniae Sora, Arces, Aquinum, Arpinum, Theanum, Capuam, città componenti il principato di Capua. Quando ciò fosse stato, non si può già credere sì privo di memoria, nè sì mancante di religione Arrigo I, imperadore santo, ch'egli avesse dopo investito d'essa Capoa e del suo principato Pandolfo e Giovanni suo figliuolo. E se pur fatto l'avesse, avrebbe reclamato il romano pontefice: del che niun vestigio apparisce. Che dunque si ha da dire della copia del diploma dell'anno 1014 rapportata dal cardinal Baronio? Abbiamo poi da Lupo Protospata[395] che in quest'anno venit Raya (ossia Rayca) cum Saffari Criti Barum mense junii, et obsedit eam uno die. Et amoti exinde comprehenderunt pelagianum oppidum. Et fabricatum est castellum in Motula. Erano questi due assediatori di Bari Pugliesi ribelli ai Greci, e riuscì loro di prendere la terra di Pelagiano, ossia di Corigliano, come ha un altro testo. Sotto quest'anno Poppone, patriarca d'Aquileia, per quanto narra il Dandolo[396], fidatosi nell'appoggio dell'imperadore, mosse lite al patriarca di Grado davanti a papa Benedetto, chiamandolo usurpatore di quel titolo, e pretendendolo soggetto alla sedia sua. Accadde che per dissensioni nate in Venezia fu obbligato Ottone Orseolo doge di ritirarsi in Istria come esiliato in compagnia di Orso patriarca di Grado suo fratello. Si prevalse Poppone di tal congiuntura per entrare coll'armi in Grado, e dopo avere spogliato ed abbattuto più di una chiesa ed alcuni monisteri, quivi lasciò una guarnigione di suoi soldati. A questo colpo si ravvidero i Veneziani, (e forse nell'anno seguente), richiamato il doge col patriarca fratello, passarono con grandi forze a Grado, e ripigliarono quella città ed isola, con iscacciarne le genti del patriarca d'Aquileia.
NOTE:
[391] Donizo, in Vita Comitiss. Mathild., lib. 1, cap. 5 et 6.
[392] Pagius, in Crit. ad Annales Baron.
[393] Antiquit. Italic., Dissert. XXXVI.
[394] Gattola, Hist. Monaster. Casinens., Part. I.
[395] Lupus Protospata, in Chron.
[396] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Italic.
Anno di CRISTO MXXIV. Indizione VII.
GIOVANNI XIX papa 1. CORRADO II re di Germania e d'Italia 1.
Mancarono in quest'anno alla repubblica cristiana i suoi due primi luminari, cioè il papa e l'imperadore. Forse il primo fu papa Benedetto VIII che terminò il suo pontificato, per quanto si crede, nel mese di giugno, come osservò il padre Pagi[397]. Ebbe per successore Giovanni XIX, soprannominato Romano, fratello del predefunto Benedetto, ma papa screditato da Glabro[398] e dal cardinal Baronio[399], perchè di laico ch'egli era coll'intercessione della pecunia guadagnati i voti, salì sul trono pontificio. Uno eodemque die et laicus et pontifex fuit, dice Romoaldo salernitano[400]; il che fu contra gli antichi canoni. Che l'assunzione sua seguisse per la prepotenza dei conti Tuscolani, lo scrive il porporato Annalista, del che io non veggo le pruove. Glabro solamente attesta che fu l'efficace mezzo dell'oro che il portò in alto: e questo dire, se è vero, ferisce chiunque l'elesse. Quanto all'imperadore, abbiamo da Wippone[401], da Ermanno Contratto[402], e da altri antichi storici ch'egli fu chiamato da Dio ad un regno migliore nel dì 13 di luglio dell'anno presente, e gli fu data sepoltura nella sua prediletta città di Bamberga. Imperadore, le cui molte virtù, e massimamente l'insigne pietà, coronata da varie gloriose azioni, meritarono ch'egli fosse scritto nel catalogo de' santi, con celebrarsene anche la festa nel dì 14 d'esso mese, giorno probabilmente della sua sepoltura. Consegnò egli prima di morire ai parenti l'imperadrice Cunegonda sua moglie, vergine, per quanto la fama divulgò, quale l'avea ricevuta; principessa anch'ella dotata di sì luminose virtù, che non men del marito arrivò a conseguir la laurea dei santi. Per gloria di lei, e per documenti delle strane vicende, alle quali sono esposti anche i migliori, non si vuol tacere che così santa principessa[403] fu accusata d'infedeltà all'Augusto suo consorte. Si esibì ella di provare l'innocenza sua colla pruova del fuoco, usata in que' secoli d'ignoranza; e però co' piedi nudi senza lesione alcuna passeggiò sopra dodici ferri roventi. Ma di questo gran fatto, nè della verginità di Cunegonda noi non abbiamo testimonio alcuno contemporaneo che incontrastabilmente ce ne assicuri; ed ella potè senza di questo essere principessa di rara santità. Le vite de' Santi scritte lungo tempo dopo la lor morte son suggette a varii riguardi, perchè la fama, che cresce in andare, aggiugne talvolta quello che non fu.
Venne dunque colla morte di santo Arrigo a vacare l'imperio romano col regno della Germania e dell'Italia. L'essere egli mancato senza prole, aprì il campo alle pretensioni di varii principi, e per conseguente alla discordia. Secondo l'attestato di Wippone, storico di quei medesimi tempi[404], i due principali concorrenti furono due Canoni, cioè due Corradi, i quali per distinzione erano appellati, a cagion dell'età, l'uno il maggiore, l'altro il minore, cugini germani. Era nato il maggiore da Arrigo duca della Franconia, il secondo da Corrado, che vedemmo duca di Carintia e marchese di Verona, amendue fratelli ancora di Gregorio V papa. Ottone avolo dei suddetti due cugini, figliuolo di Liutgarda nata da Ottone il Grande, fu anche egli duca di Franconia. Però questi due principi, siccome discendenti dal sangue di Ottone I Augusto, furono creduti i più propri per succedere; e fra questi due competitori fu amichevolmente conchiuso che quegli sarebbe re, il quale riportasse più voti. Cadde pertanto l'elezione in Corrado il maggiore, figliuolo d'Arrigo, che fu poi appellato per soprannome il Salico. Scrivono che Arrigo Augusto nell'ultima sua infermità consigliò i principi ad eleggere questo, siccome principe di gran valore e senno. E non furono già i sette elettori che diedero il re alla Germania, ma bensì tutti i vescovi, duchi e principi di quel regno che concorsero nella scelta di lui, come attesta il medesimo Wippone. Vi furono invitati anche i principi d'Italia, ma non giunsero a tempo. Nel dì 8 di settembre in Magonza seguì la coronazione germanica di Corrado il Salico; e per allora si tacque il minore Corrado, benchè mal contento d'essergli stato posposto. Ma appena il popolo di Pavia ebbe intesa la morte del santo imperadore Arrigo, che, ravvivando la non mai estinta rabbia per l'atroce danno inferito da lui, o, per dir meglio, dai suoi soldati alla loro città, nè sapendo qual altra vendetta fare, proruppero in una sollevazione, e corsi ad atterrare il palazzo regale, lo ridussero in un monte di pietre. Tunc Papienses in ultionem incensae urbis, regium, quod apud ipsos erat, destruxere palatium: sono parole di Arnolfo storico milanese[405]. Udiamo anche Wippone[406]: Erat, dice egli, in civitate papiensi palatium a Theodorico rege miro opere conditum, ac postea ab imperatore Ottone tertio nimis adornatum. Questo è il palazzo che, secondo Wippone, diruparono i Pavesi. Ne dubito io. Siccome abbiam veduto all'anno 1004 restò incenerito nella sedizione insorta in Pavia il regal palazzo, e i Pavesi furono condannati a rifarlo, oppure a fabbricarne un nuovo. Così di Arrigo scrive Ugo flaviniacense[407]: Papiam veniens, ab eis miri operis palatium sibi construi fecit. Questo dunque, e non già il palazzo di Teoderico, dianzi rovinato, dovette più verisimilmente restar nell'anno presente vittima del furor de' Pavesi. Per altro motivo ancora (bisogna confessarlo) s'indusse quel popolo a tal risoluzione, perciocchè i regali palagi, siccome altrove abbiam detto, solevano essere fuori delle città primarie, affine appunto di schivar gli accidenti funesti che per sua mala sorte provò Pavia; e perciò rincresceva al popolo pavese di vedere il suo piantato nel cuore della loro città. Totumque palatium (seguita a dire Wippone) usque ad imum fundamenti lapidem eruebant, ne quisquam regum ulterius infra civitem illam palatium ponere decrevisset.
NOTE:
[397] Pagius, ad Annal. Baron.
[398] Glaber, Hist. Mediolan., lib. 4, cap. 1.
[399] Baron., in Annal. Ecclesiast.
[400] Romuald. Salern., Chron., tom. 7 Rer. Ital.
[401] Wippo, in Vita Conradi Salici.
[402] Hermannus Contractus, edit. Canis.
[403] Vita S. Cunegund., cap. 2.
[404] Wippo, in Vit. Conradi Salici.
[405] Arnulfus, Hist. Mediol., lib. 2, cap. 1.
[406] Wippo, in Vit. Conradi Salici.
[407] Ugo Flaviniacens., in Chron. ad ann. 1013.
Anno di CRISTO MXXV. Indizione VIII.
GIOVANNI XIX papa 2. CORRADO II re di Germania 2.
Non mancarono principi d'Italia che, concordi nel genio col popolo di Pavia, abborrivano di aver più in Italia re, o imperadori tedeschi, i quali doveano forse parer loro troppo gravosi. Fra questi specialmente ci fu Maginfredo marchese chiarissimo di Susa, con Alrico vescovo d'Asti suo fratello, e i marchesi progenitori della casa d'Este, cioè Ugo ed Alberto Azzo I. Siccome osservò il Beslì[408], si voltarono essi a Roberto re di Francia, esibendo a lui la corona del regno d'Italia; e quando a lui non piacesse, almeno ad Ugo suo figliuolo, già dichiarato collega nel regno. Ma egli non se ne volle impacciare, perchè non gli piaceva di tirarsi addosso una guerra col re Corrado. Glabro[409] scrive, in parlando del medesimo Ugo, che ubique provinciarum percitus peroptabatur a multis, praecipue ab Italis, ut sibi imperaret, in imperium sublimari. E nei versi fatti sopra la morte di lui:
Omnis quem prona proscebat Italia, Caesar ut jura promeret regalia.
Perduta questa speranza, e tanto più perchè esso giovinetto Ugo fu rapito dalla morte in quest'anno nel dì 17 di settembre, passarono que' marchesi a tentare Guglielmo IV duca d'Aquitania, oppure suo figliuolo Guglielmo V. Fulberto vescovo di Chartres così ne scrive a Roberto re di Francia[410]: Guillelmo Pictavorum comes (lo stesso è che il duca d'Aquitania) herus meus loquutus est mihi nuper dicens, quod postquam Itali discesserunt a vobis, diffisi, quod vos regem haberent, petierunt filium suum ad regem. Quibus ille invitus coactusque respondit, tamdem acquiescere se voluntati eorum. Ma per non imbarcarsi male a proposito, fece il duca Guglielmo avvisare per mezzo del conte d'Angiò il re Roberto dell'esibizion fattagli dagli Italiani; e ch'egli l'accetterebbe, qualora il re volesse secondarlo e muovere all'armi i duchi della Lorena contro il re Corrado: al qual fine gli offeriva una buona somma di danaro. Nè questo gli bastò. Volle in persona venir egli in Italia, per meglio scandagliare gli animi e le forze di questi principi. Ma qui non trovando quella concordia che occorreva in un affare di tanta importanza, e non gli piacendo certe condizioni che si dimandavano dai principi italiani, se ne tornò in Guienna, e si diede a disfare la tela ordita. In una lettera[411], da lui scritta a Maginfredo marchese, gli dice: Quod coeptum est de filio meo, non videtur mihi ratum fore, nec utile, neque honestum. Gens enim vestra infida est. Insidiae graves contra nos orientur. Però il prega di rompere con buon garbo questo negozio. Odasi ancora Ademaro, monaco di santo Eparchio, che nella sua Cronica scrive:[412] At vero Langobardi, fine imperatoris (Henrici) gavisi, destruunt palatium imperiale, quod erat Papiae, et jugum imperatorium a se excutere volentes, venerunt multi nobiliores eorum coram pictavam urbem ad Willelmum ducem Aquitanorum, et eum super se regem constituere cupiebant. Qui prudenter cavens cum Willelmo comite Engolismae Langobardorum fines penetravit, et diu placitum tenens cum ducibus Italiae, nec in eis finem (o piuttosto fidem) reperiens, laudem et honorem eorum pro nihilo duxit. Leone, vescovo di Vercelli, uno di quelli fu che si sbracciò non poco per tirare in Italia l'amico suo duca d'Aquitania. Leggesi una lettera faceta del duca ad esso Leone, nella quale venendo poi al serio, scrive[413]: Longobardos non arguo deceptionis, quam in me exercere vellent. Quantum enim in ipsis fuit, partum erat mihi regnum Italiae, si unum facere voluissem, quod nefas judiravi: scilicet, ut ex voluntate eorum episcopos, qui essent Italiae, deponerem, et alios rursus illorum arbitrio elevarem. Sed absit, me rem hujusmodi facere, ec. Ecco quanta fosse la pietà e saviezza di quel principe.
In occasione di questi trattati passò, come vedemmo, in Francia Ugo marchese, uno degli antenati estensi, per indurre il re Roberto ad accettar la corona d'Italia, e, passando per la città di Tours, quivi si fermò per due giorni affin di soddisfare alla divozione sua verso san Martino. Questa notizia ci è somministrata da una carta dell'archivio di quei canonici, dove si legge[414]: Orta est querela canonicorum sancti Martini, circa quosdam marchiones Italiae, Bonifacium videlicet, Albertum, et Aczonem, Otbertum, et Hugonem, propter terras beati Martini de Italia, quas injuste tenebant. Quorum Hugo accidit, ut in terra legationis causa Robertum Francorum regem adiret, et per sanctum beati Martini locum transiret, ec. Siccome ho altrove dimostrato, erano questi principi della famiglia de' marchesi appellati poscia d'Este. Soddisfece il marchese Ugo a que' canonici. Ora il negoziato fin qui esposto de' principi d'Italia per iscuotere il giogo tedesco per la maggior parte fu fatto nel precedente anno, e terminò poi nel presente. Tra perchè abortirono le speranze concepute di avere un re dalla parte della Francia, e perchè l'unire e tener unite tante teste, era cosa più che difficile, Eriberto arcivescovo di Milano, il primo fra' principi di Lombardia, prese il partito suo, e, seguitato da moltissimi altri, andò in Germania a darsi al re Corrado, e a promettergli la corona del regno italico, ogni volta ch'egli calasse in Italia. L'abbiamo da Arnolfo storico milanese[415]. Factum est (scrive egli) ut simul convenientes in commune tractarent de constituendo rege primates. Diversis itaque in diversa trahentibus, non omnium idem fuerat animosus. Interque talia fluctuante Italia, suorum comparium declinans Heribertus consortium, invitis illis ac repugnantibus adiit Germaniam, solus ipse regem electurus teutonicum. Quumque Teutones sibi Chuonradum eligerent, eumdem ipsum laudavit, omniumque in oculis coronavit. Ma non sussiste che Eriberto intervenisse all'elezion germanica, e molto meno che egli coronasse Corrado, nè che v'andasse solo. Un autore meglio informato, che era allora in corte d'esso Corrado, cioè Wippone[416], ci assicura che il suo re, venuto alla città di Costanza, quivi celebrò la Pentecoste, che cadde nel dì 6 di giugno dell'anno presente. Ibi archiepiscopus mediolanensis Heribertus cum ceteris optimatibus italici regni occurrebat, et effectus est suus, fidemque sibi fecit per sacramentum et obsidum pignus, ut quando veniret cum exercitu ad subjiciendam Italiam, ipse eum reciperet, et cum omnibus suis ad dominum et regem publice laudaret, statimque coronaret. Similiter reliqui Langobardi fecerant (fecerunt) propter (praeter) Ticinenses, qui et alio nomine Papienses vocantur, quorum legati aderant cum muneribus et amicis, molientes ut regem pro offensione civium placarent, quamquam id adipisci a rege juxta votum suum nullo modo valerent. Tenevasi offeso il re, perchè i Pavesi avessero demolito il palazzo imperiale. E questi dicevano: Chi abbiamo noi offeso? Finchè l'Augusto Arrigo è vivuto gli siamo stati ubbidienti e fedeli. Morto lui, non avendo noi re, nè obbligo verso chi non era per anche nostro re, abbiamo smantellato un palazzo, su cui niun, fuorchè noi, aveva diritto. Ma Corrado non l'intendeva così, pretendendo che se moriva il re, il regno nondimeno vivo restava; e che quel palazzo era del re d'Italia e non de' Pavesi. Per questo motivo senza pace se ne tornarono indietro gli ambasciatori di Pavia. Reliqui vero Italici amplissimis donis a rege honorati in pace dimissi sunt. Nè già i Pavesi ricusavano di rifabbricare quel palazzo regale che era loro di gloria, ma lo volevano fuor di città. Corrado all'incontro lo voleva dentro, come prima. In ciò consisteva la lor discordanza. In questo anno propriamente, siccome osservò il padre Mabillone[417], ed io ancora[418], ebbe principio il celebre monistero della Cava nel principato di Salerno per cura di Guaimario III principe di quelle contrade. Il suo primo abbate fu santo Adelferio ossia Alferio. Abbiamo ancora da Leone Ostiense[419] e dall'Anonimo casinense, che in quest'anno Pandolfo IV principe di Capua, già condotto prigione in Germania dal defunto Arrigo Augusto, ad intercessione dello stesso Guaimario, ottenne la sua libertà, e tornossene tutto umile e mansueto, secondo le apparenze, in Italia, con accignersi dipoi a ricuperare il perduto principato.
NOTE:
[408] Beslius, de vera orig. Hugon. Reg.
[409] Glaber, lib. 3, cap. 9.
[410] Folbertus, Epistol. 54 et 55.
[411] Fulbertus, Epistol. 58.
[412] Apud Labbe Bibliothec. MSS. tom. I.
[413] Fulbert., Epist. 126.
[414] Martene, Thesaur. nov. Anecdot. tom. I, pag. 51.
[415] Arnulf., Hist. Mediol., lib. 2, cap. 1.
[416] Wippo, in Vita Conradi Salici.
[417] Mabill., Annal. Benedict.
[418] Rer. Ital., tom. VI. Praefat. ad Vit. Abbat. Cavens.
[419] Leo Ostiensis, Chron., lib. 2, cap. 58.
Anno di CRISTO MXXVI. Indizione IX.
GIOVANNI XIX papa 3. CORRADO II re di Germania 3, d'Italia 1.
Ancorchè nell'anno addietro tendessero alla ribellione, e facessero varii movimenti contra del re Corrado, il giovine Corrado duca di Franconia, Ernesto duca di Alemagna, ossia di Suevia, e Guelfo conte suevo, figliastro del medesimo Ernesto, e Federigo duca di Lorena[420] con altri probabilmente mossi da Roberto re di Francia, che già faceva conto di pescare nel torbido: pure, tal fu l'industria e il senno d'esso re Corrado, che seppe quietar questi rumori, e dissipare in gran parte le alleanze tramate contra di lui. Però non sì tosto si vide quieto in Germania, che si accinse a calare in Italia, per prevalersi della buona disposizione che avea trovato ne' principi di Italia e nel romano pontefice in favore di lui. Per attestato di Arnolfo storico[421], l'arcivescovo Eriberto gli avea già guadagnati gli animi di quasi tutti, parte con fatti e parte con isperanze di premii. Per tanto s'incamminò egli alla volta dell'Italia, seco menando un poderoso esercito[422]. Per Verona passò a Pavia, e trovando chiuse le porte di quella città andò a Vercelli, dove celebrò la santa Pasqua nel dì 10 di aprile. In ipsis diebus paschalibus Leo ejusdem civitatis antistes, vir multum sapiens, mundum cum pace reliquit, cui Ardericus mediolanensis canonicus successit. Adunque circa il tempo della quaresima, come vuole Ermanno Contratto, dell'anno presente era allora Leone vescovo di Vercelli; pertanto è da vedere come l'Ughelli[423] metta in questi tempi vescovo di quella città Pietro, tenuto ivi per santo, con dire ch'egli morì nel dì 13 di febbraio di quest'anno 1026. Secondo il suddetto storico Arnolfo, veniens Conradus Italiam, ab Heriberto archiepiscopo, ut moris est, coronatur in regno. Vogliono gli storici milanesi ch'egli fosse coronato nella basilica di santo Ambrosio, allora fuori di Milano. Buonincontro, storico di Monza, aggiugne[424] che questo re ab Henrico archiepiscopo Mediolani, primo in Modoetia, postea Mediolani in sancto Ambrosio coronatur. Neppur sapea questo scrittore che allora sedea nella cattedra di santo Ambrosio Eriberto arcivescovo: laonde neppur noi sappiamo cosa sia da credergli in questo particolare. La verità si è, che la coronazione in re d'Italia si dee tenere per certa; ma, per conto del tempo e del luogo, questo tuttavia resta involto nelle tenebre. Persistendo poi Corrado in non volere dar pace ai Pavesi, fece loro quanta guerra potè nel territorio d'essi, con incendiar le castella e le chiese, e far morire di ferro o di fuoco i poveri contadini rifuggiti in que' sacri luoghi, con tagliar tutte le viti e far altre simili azioni abbominevoli e scellerate per un re cristiano, perchè contro quella parte di popolo che niuna colpa avea nel delitto, benchè il buon Wippone le racconti quasi come gloriose prodezze del re Corrado. Ma non si mise egli a far l'assedio di Pavia, perchè la conobbe città forte e piena di popolo, e però capace di far lunga e vigorosa resistenza. Racconta Guiberto[425] nella Vita di san Leone IX papa, che questi in età di ventitrè anni, chiamato allora Brunone, correndo l'anno 1025, vice sui pontificis Herimanni in expeditione Conradi imperatoris (suo zio) Longobardiam, et maxime super Mediolanum tunc rebellem, est profectus. S'ingannò Guiberto, e volle dir Pavia; perciocchè Milano era tutto allora per Corrado.
Attese esso re per qualche tempo a sottomettere alcuni gran signori, collegati co' Pavesi, cioè Adalberto marchese e Guglielmo, ed altri principi in quei contorni, con desolare un lor castello chiamato Orba verso i confini oggidì dell'Alessandrino. Passò dipoi a Ravenna, e, come scrive il suddetto Wippone, cum magna potestate ibi regnavit: il che sempre più ci assicura che Ravenna col suo esarcato era allora, anzi da gran tempo, compresa nel regno d'Italia. Ma anche in Ravenna si attaccò una zuffa tra que' cittadini e gl'indiscreti Tedeschi, per la quale fu in armi tutta la città, e si combattè alla disperata fra l'una parte e l'altra, e ne seguì una non picciola strage, colla peggio in fine de' Ravennati. Lo stesso re Corrado, udito il rumore, si fece armare, domandò il cavallo, ed uscì fuor del palazzo. Ma veggendo scappare i cittadini, e salvarsi nelle chiese e nei nascondigli, misertus eorum, quia ex utraque parte sui erant, exercitum de persequutione civium revocavit. Nel dì seguente davanti a lui i primi della città co' piedi nudi e colle spade nude in mano, per segno d'essere degni del taglio della testa, comparvero a chiedere il perdono, e l'ottennero. Grandi furono in quest'anno i calori nell'Italia, e molte perciò le malattie. Affine di custodir la sanità, il re ultra Atim fluvium propter opaca loca et aeris temperiem in montana secessit, ibique ab archiepiscopo mediolanensi per duos menses et amplius regalem victum sumtuose habuit. Che fiume sia questo Ati, nol so. Credo guasta la parola. Parrebbe Athesis, cioè l'Adige; ma le spese a lui fatte sì magnificamente da Eriberto arcivescovo m'inclinano piuttosto a crederlo un luogo del Milanese. Celebrò finalmente in Ivrea la festa del santo Natale, e non già in Ravenna, come si pensò il Sigonio. Riportò in quest'anno Ingone vescovo di Modena la conferma de' beni e privilegii della sua chiesa da esso Corrado con un diploma pubblicato, ma non senza scorrezioni, dal Sillingardi[426] e dall'Ughelli[427]. Le note son tali nell'originale: Data XIII kalendas julii anno dominicae Incarnationis MXXVI, Indictione nona, anno vero domni Conradi secundi regnantis primo. Actum Cremonae. L'anno primo del regno d'Italia si vede qui adoperato. Si dee anche correggere un diploma d'esso Corrado, dato in Piacenza in favore del monistero di san Salvatore di Pavia[428], e conceduto in quest'anno, e non già nell'anno MXXIII.
Era mancato di vita dopo cinquanta anni d'imperio Basilio imperadore dei Greci nel precedente anno 1025, ed era restato solo imperadore Costantino suo fratello. Pensò questi nell'anno presente alla conquista della Sicilia, che da tanti anni languiva sotto la tirannia de' Saraceni. La spedizione sua è narrata da Lupo Protospata con queste parole[429]. Despotus Nicus (forse Andronicus) in Italiam descendit cum ingentibus copiis Russorum, Wandalorum, Turcarum, Bulgarorum, Brunchorum, Polonorum, Macedonum, aliarumque nationum ad Siciliam capiendam. Captum est autem Rhegium, et ob civium peccata destructum est a Vulcano catapano, et Basilius imperator obiit anno secundo. Si dee scrivere Constantinus, come osservò Camillo Pellegrini. La morte di questo imperadore, succeduta nell'anno seguente a dì 9 di novembre, e la peste entrata nell'esercito de' Greci mandò a male tutta quell'impresa. Oreste è chiamato da Cedreno il generale de' Greci, spedito, secondo lui, in Sicilia, quand'anche era vivo Basilio Augusto. Sconvolse in quest'anno la discordia la città di Venezia[430]. Perchè Ottone Orseolo doge non volle investire Domenico Gradonico ossia Gradenigo juniore, eletto vescovo di quella città, alzossi contra del doge una potente fazione che il depose, e, tagliatagli la barba, il mandò in esilio a Costantinopoli. Orso patriarca di Grado suo fratello, siccome sospetto, fu anche egli in tal congiuntura cacciato dalla sua sedia. In luogo del bandito Ottone venne eletto Pietro Barbolano ossia Centranico. Ma poca quiete provò egli, parte perchè di tanto in tanto si formavano delle sedizioni contra di lui, e parte perchè Poppone patriarca di Aquileia, assistito dagli aiuti del re Corrado, infestava i confini de' Veneziani. Anzi lo stesso Corrado, senza voler confermare gli antichi patti, si mise anch'egli a perseguitare e danneggiar i Veneziani. Secondo l'Anonimo casinense[431], Pandolfo IV ritornato libero dalle carceri di Germania, e andando dietro alla ricupera del suo principato di Capoa, uniti tutti i suoi seguaci e fautori, ottenne anche un rinforzo considerabile di armati da Boiano ossia Bugiano generale dell'armi greche, e da Guaimario III principe di Salerno, marito di Gaitelgrima sua sorella. Ebbe anche dalla sua Rainulfo e Arnolfo capi de' Normanni, e i conti di Marsi. Con questo sforzo di gente mise l'assedio a Capoa, che durò, chi scrive sei mesi, e chi un anno e mezzo. Pandolfo conte di Tiano, giù creato principe di Capoa da Arrigo I Augusto, finchè ebbe forza, difese la città; ma in fine la necessità il costrinse a renderla. Affidato dal catapano de' Greci, insieme con Giovanni suo figliuolo e con tutti i suoi aderenti fu condotto a Napoli, e lasciato in libertà. Così Pandolfo IV tornò ad essere principe di Capoa, e dichiarò suo collega nel principato Pandolfo V suo figliuolo. Fu chiamato da Dio in quest'anno nel dì 30 di agosto a miglior vita Bononio abbate di Lucedio nella diocesi di Vercelli. Le sue insigni virtù ed azioni di rara pietà, accompagnate da miracoli, indussero Arderico vescovo di Vercelli a riconoscerlo per santo: il che fu anche approvato dal sommo allora pontefice Giovanni XIX. Nacque Bononio in Bologna, e quivi nel monistero di santo Stefano per alquanti anni visse monaco. La Vita di lui, scritta da autore contemporaneo, si legge presso il padre Mabillone[432].
NOTE:
[420] Hermannus Contractus, in Chron.
[421] Arnulf., Histor. Mediolanens., lib. 2, cap. 2.
[422] Wippo, in Vit. Conradi Salici.
[423] Ughell., Ital. Sacr., tom. 4.
[424] Bonincontr., Chronic. Modoet. tom. 12 Rer. Ital.
[425] Wibertus, Vita S. Leonis IX, lib. 1, cap. 7.
[426] Sillingard. Calalog. Episcop. Mutinens.
[427] Ughell., Ital. Sacr., tom. 2.
[428] Bullar. Casinens.
[429] Lupus Protospata, in Chronico.
[430] Dandulus, in Chronico, tom. 12 Rer. Ital.
[431] Anonymus Casinensis, tom. 5 Rer. Ital. Leo Ostiensis, lib. 2, cap. 58.
[432] Mabill., Saecul. VI Benedict., P. I.
Anno di CRISTO MXXVII. Indizione X.
GIOVANNI XIX papa 4. CORRADO II re di Germania 4, imperadore 1.
Nel febbraio dell'anno presente dovette muoversi il re Corrado alla volta di Roma, dove, secondo i maneggi e il concerto seguito fra loro, papa GIOVANNI XIX era per concedergli la corona imperiale. Un suo diploma[433], dato probabilmente nel febbraio di quest'anno, benchè manchi il mese e il giorno, ci fa vedere in Verona appellato solamente re lo stesso Corrado, cioè non per anche nomato imperadore. Rinieri marchese di Toscana, per quanto ne lasciò scritto Wippone[434], con tutta quella provincia, non avea voluto per anche riconoscerlo per re, e stava forte nella ribellione. A quella volta marciò Corrado colla sua armata, cioè con un possente esorcismo per costrignerlo all'ubbidienza. Infatti Rinieri, dopo essersi tenuto chiuso in Lucca per pochi giorni, vedendo la malparata, venne finalmente ad arrendersi. L'esempio di Lucca e del marchese servì a ridurre in breve la Toscana tutta a suggettarsi. Ci mancano documenti per conoscere se dopo questo fatto seguitasse il marchese Rinieri a reggere la Toscana, oppure s'egli fosse deposto, e in luogo di lui creato duca di Toscana Bonifazio marchese, padre dell'inclita contessa Matilda. Inclino io a credere che Bonifazio profittasse di tal congiuntura. Andossene dipoi Corrado a Roma, e quivi nel mercordì santo con sommo onore e magnificenza fu accolto da papa Giovanni e da tutti i Romani. Poscia in die sancto Paschae, qui eo anno VII calendas apriles terminabatur, a Romanis ad imperatorem electus (doveano dunque concorrere anche i Romani col papa all'elezion dell'imperadore) imperialem benedictionem a papa suscepit,
Caesar et Augustus romano nomine dictus.
Ricevette eziandio la sacra unzione e coronazione la regina Gisela sua moglie, figliuola di Erimanno duca di Alemagna. Fu quella gran funzione onorata dalla presenza di due re, cioè di Rodolfo III re di Borgogna, e di Canuto ossia Cnuto re d'Inghilterra, in mezzo ai quali l'Augusto Corrado se ne tornò al palazzo. Ma anche in Roma succedette il medesimo che era avvenuto in Ravenna. Mi sia permesso il dirlo, doveano ben essere allora indisciplinati, barbarie bestiali i Tedeschi. Per ogni picciolo rumore correvano a far laghi di sangue, e sfoggiavano nella crudeltà: dal che poi venne che si tirarono addosso l'odio degl'Italiani, e ne stancarono la pazienza, siccome vedremo. Per un vil cuoio di bue in un dì di quella settimana nacque contesa fra un Romano e un Tedesco, e vennero ai pugni. Invece di spartirli, diede all'armi tutto l'esercito imperiale, e i Romani anch'essi ricorrendo per difesa alle armi loro, fecero una pazza resistenza; ma in fine convenne loro dar alle gambe, et innumerabiles ex illis perierunt. Nel dì seguente i così maltrattati Romani, ante imperatorem venientes, nudatis pedibus, liberi cum nudis gladiis, servi cum torquibus vimineis circa collum, quasi ad suspensionem praeparati, ut imperator jussit, satisfaciebant. Queste furono le allegrezze e consolazioni de' Romani. Se vogliam credere ad Arnolfo storico milanese di questo secolo[435], accadde in occasione della stessa coronazione anche una rissa fra Eriberto arcivescovo di Milano ed Eriberto arcivescovo di Ravenna. Quest'ultimo arditamente si mise alla destra di Corrado. L'arcivescovo di Milano, ciò veduto, e sentendo che il corteggio de' suoi Milanesi, che era grande, incominciava a fare tumulto, e poteane succedere scandalo, saviamente si ritirò. Accortosene Corrado, fermò il passo e disse, che siccome toccava all'arcivescovo di Milano di dare la corona al re d'Italia, per cui si saliva all'imperio; così convenevol cosa era che quel medesimo presentasse il re al papa per ricevere dalle di lui mani la corona imperiale; e però, tolta la man destra all'arcivescovo di Ravenna, giacchè se ne era ito quel di Milano, per parere del pontefice Giovanni XIX, fece supplire le di lui veci ad Alderico vescovo di Vercelli, suffraganeo dell'arcivescovo. Intanto i Milanesi, altercando co' Ravennati, vennero con essi alle mani, e ne seguirono molte ferite, e crebbe sì fattamente la mischia che lo stesso arcivescovo di Ravenna fu obbligato a mettersi in salvo colla fuga. Da lì poi a pochi giorni in un concilio tenuto dal papa fu deciso che l'arcivescovo di Ravenna avesse da cedere la mano a quel di Milano. Lite nondimeno che non finì, e noi la vedremo risorgere all'anno 1047. Abbiamo un diploma di Corrado Augusto[436], in cui conferma tutti i suoi beni al monistero di Farfa, dato V kalendas martii, anno dominicae Incarnationis MXXVII, anno vero domni Conradi regnantis III, imperii quoque I. Actum Romae: il che maggiormente ci assicura del tempo della sua coronazione. Ch'egli abitasse fuori di Roma in civitate leoniana, si raccoglie da un suo diploma, dato nonis aprilis dell'anno presente, e da me tolto alle tenebre[437].
L'attività di questo imperadore nol lasciò consumare inutilmente il tempo in Roma. Però da lì a poco marciò egli coll'armata a Benevento e a Capoa; ed esse città, coll'altre di quella contrada, sive vi, sive voluntaria deditione, sibi subjugavit. Diede anche licenza ai Normanni che si trovavano in quelle parti, di abitarvi, e difendere i confini dai tentativi de' Greci. Ciò fatto, ritornò a Roma, e si avviò alla volta dell'Alpi. Era egli in Ravenna nel dì 3 di maggio, e in Verona nel dì 24 di esso mese, come consta da due suoi diplomi pubblicati dall'Ughelli[438], e da uno riferito dal padre Celestino nella Storia di Bergamo. Tanto fece, che in questi viaggi ebbe nelle mani Tasselgardo italiano, grande spogliator delle chiese e delle vedove; e colla sua morte sopra un patibolo liberò non so qual provincia dagl'insulti di costui. Filii Taselgardi quondam comitis si veggono nominati all'anno 1029 nella Cronica del monistero di Farfa[439]. In uno strumento ancora da me pubblicato[440], e scritto nell'anno 1045, si trova Tesselgardus comes filius bonae memoriae Tesselgardi comitis ex civitate Beneventi. Sembra che del medesimo personaggio si parli in tali memorie. Mentre queste cose passavano in Italia, Guelfo conte della Suevia, dives in praediis, potens in armis, turbò la quiete della Germania. Impadronitosi della città di Augusta, devastolla, e diede il sacco al tesoro di quel vescovo. Oltre a Corrado duca di Franconia, che faceva di molti preparamenti, anche Ernesto duca d'Alemagna ossia della Suevia, benchè figliastro dell'imperadore, prese l'armi contra di lui. L'arrivo di Corrado ad Augusta dissipò tutti i disegni di que' principi. Guelfo, Ernesto e Corrado vennero all'ubbidienza, e colla prigionia e coll'esilio di qualche tempo pagarono la pena della lor ribellione. Racconta Wippone[441], che Corrado per biennium omnes Ticinenses afflixit, donec omnia quae precepit omni dilatione postposita compleverunt. Però si può credere che i Pavesi in quest'anno, indotti a rifabbricar entro la lor città il palazzo regale, tornassero in grazia dell'Augusto Corrado. Circa questi tempi, per quanto si raccoglie da Arnolfo storico[442], venne a morte il vescovo di Lodi, e quel popolo, secondo l'antico rito, elesse il successore. Ma Eriberto arcivescovo di Milano, che in ricompensa delle tante fatiche e spese fatte per esaltare l'imperador Corrado, e per potere signoreggiar egli sotto l'ombra di lui in Lombardia, avendo fra gli altri privilegii ottenuto da esso Augusto di poter dare a Lodi quel vescovo che gli piacesse, scelse e conservò vescovo di quella città Ambrosio, uno de' suoi cardinali: che allora molte chiese d'Italia, massimamente le maggiori, avevano i lor cardinali al pari della chiesa romana. Sdegnati i Lodigiani per questa novità, che era anche contra de' canoni, gli fecero la testa. Ma il feroce arcivescovo, messa insieme un'armata, lor mosse guerra, prese all'intorno le lor terre e castella, e portò l'assedio alla stessa città di Lodi. Non potendo di meno que' cittadini, cedettero alla forza, accettarono Ambrosio vescovo, il qual poscia fece ottima riuscita; ma di là nacque un odio implacabile de' Lodigiani contra de' Milanesi, il qual poscia partorì immense ruberie, incendii, e stragi per moltissimi anni avvenire. Credesi che in questo anno terminasse i suoi giorni e le sue mirabili fatiche san Romoaldo abbate istitutore dell'ordine camaldolese, in età di cento venti anni, come lasciò scritto san Pier Damiano[443]. V'ha chi crede che il Damiano, autore avvezzo a credere e spacciare il mirabile dappertutto, senza avvedersene abbia accresciuto di troppo gli anni di questo santo. Ma intorno a ciò son da vedere le dissertazioni camaldolesi del padre abbate Grandi, celebre letterato, che dottamente ha esaminato questo punto[444]. S'ebbe a male Pandolfo IV, dopo avere ricuperato il principato di Capoa[445], che Sergio duca di Napoli avesse dato ricovero nella sua città a Pandolfo di Tiano, cioè al vinto emulo. E senza di questo, che non fa il mantice dell'ambizione ne' potenti signori[446]? Quando men Sergio se l'aspettava, eccoti Pandolfo colla sua armata volare all'assedio di Napoli, e strignere talmente quella città, che l'obbligò alla resa. Sergio ebbe maniera di fuggirsene; e Pandolfo di Tiano scappò anch'egli a Roma, dove miseramente terminò i suoi giorni. A niuno de' principi longobardi era mai riuscito nei secoli addietro di mettere il piede in Napoli. Questa fu la prima volta, ma Pandolfo neppur egli potè lungamente sostenere una tal conquista, siccome diremo. Nella Cronica del Volturno[447] si vede che Pandolfo IV e suo figliuolo Pandolfo V contavano nel mese di marzo e di aprile dell'anno seguente 1028 l'anno primo ducatus neapolitani.
NOTE:
[433] Antiquit. Ital., Dissert. XLV.
[434] Wippo, in Vit. Conradi Salici.
[435] Arnulfus, Mediolan. Hist., lib. 2, c. 3.
[436] Chron. Farfense, P. I, tom. 2, Rer. Ital.
[437] Antiquit. Italic., Dissert. LXV.
[438] Ughell., Ital. Sacr., tom. 5 in Episcop. Patav. et Veronens.
[439] Chronic. Farf. P. II, tom. 2 Rer. Ital.
[440] Antiquit. Italic., Dissert. XIX.
[441] Wippo, in Vit. Conradi Salici.
[442] Arnulf., Hist. Mediol., lib. 2, cap. 6.
[443] Petrus Damian., in Vita S. Romualdi.
[444] Grandi, Dissertationes Camaldulenses.
[445] Anonymus Casinensis, tom. 5 Rer. Ital.
[446] Leo Ostiensis, Chron., lib. 2, cap. 58.
[447] Chron. Vulturnense, P. II, tom. 1 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MXXVIII. Indizione XI.
GIOVANNI XIX papa 5. CORRADO II re di Germania 5, imperadore 2.
Avea nell'anno precedente terminato il corso di sua vita Arrigo duca di Baviera[448]; però l'Augusto Corrado scelse per quel ducato la persona più cara ch'egli avesse, cioè il suo stesso figliuolo Arrigo. In quest'anno poscia gli procurò una maggior dosa d'onore, con farlo eleggere re di Germania in età di soli undici anni. La sua coronazione fu solennemente fatta in Aquisgrana nel dì 14 di aprile, cioè nel giorno santo di Pasqua. Abbiam veduto di sopra che Corrado duca di Franconia, ossia di Wormacia, cugino dell'imperadore, restò escluso dal trono imperiale. Da lì innanzi non si quietò giammai, e fece guerra contra d'esso imperadore per più anni, ma con suo grave discapito. Alla perfine l'Augusto Corrado, in riguardo massimamente della parentela, ed anche per compensarlo dei danni a lui recati, perchè gli avea smantellate tutte le sue fortezze, il rimise in sua grazia, gli restituì tutti i suoi stati di Germania; e poi, siccome diremo all'anno 1035, gli fece anche una considerabil giunta e regalo. Chi dopo la morte di Ugo marchese di Toscana, succeduta sul fine dell'anno 1001, succedesse a lui nel governo del ducato di Spoleti e della marca di Camerino, e reggesse quel paese fino a questi dì, non l'ho saputo finora discernere per mancanza di documenti. Nelle giunte da me pubblicate alla Cronica del monistero di Casauria[449], noi troviamo chi in quest'anno fosse duca di Spoleti e marchese di Camerino, cioè un altro Ugo. Veggonsi due placiti, tenuti l'uno nella città di Penna, e l'altro nella città di Marsi, anno ab Incarnatione Domini MXXVIII, et imperante domno Chonrado gratia Dei imperatore Augusto, anno imperii ejus in Italia primo, et die mensis januarii, per Indictionem X. Nell'originale sarà stato Indict. XI. Era presidente ad essi placiti Ugo dux et marchio. La pena imposta ai trasgressori è di mille libbre d'oro ottimo, medietatem ad partem imperatoris, et medietatem ad partem praedicti sancti monasterii di Casauria: parole indicanti il dominio dell'imperadore in quella contrada, e che per conseguente ivi si parla del ducato di Spoleti, oppur della marca di Camerino, ossia di Fermo. Probabilmente questo Ugo ebbe per padre Bonifazio juniore duca di Spoleti, come ho conghietturato altrove[450].
Circa questi tempi succedette quanto lasciò scritto Glabro storico[451], benchè con qualche imbroglio di cronologia. Cioè in un castello, appellato Monforte, nella diocesi d'Asti, pieno di molti nobili, s'era introdotta un'eresia, con rinnovar i riti dei pagani e de' Giudei. Per quel che dirò, furono costoro piuttosto manichei, giacchè questa mala razza s'era di soppiatto molto prima introdotta in Italia e in Francia, e pur troppo in tutti e due questi regni avea sparse di grandi radici coll'andare degli anni. Saepissime tam Mainfredus marchionum prudentissimus, quam frater ejus Alricus, astensis urbis praesul, in cujus scilicet dioecesi locatum habebatur hujusmodi castrum, ceterique marchiones, ac praesules circumcirca creberrimos illis assultus intulerunt. Ciò che avvenisse di quel castello e di quegli eretici, Glabro lo lasciò nella penna. Ma ne parla ben diffusamente Landolfo seniore[452], storico milanese del presente secolo, con dire che Eriberto arcivescovo in questi tempi di Milano, trovandosi in Torino, udì l'eresia degli abitanti del castello di Monforte. Fatto prendere un di coloro, appellato Girardo, volle intendere da lui in che consistesse la setta e credenza di quel popolo. Allegramente espose costui i suoi dommi, e chiaro si scorge che era la eresia de' manichei. Allora Eriberto spedì le sue milizie a quel castello, e fece prendere tutti quanti quegli abitatori, e specialmente la contessa di quel luogo. Fattili condurre a Milano, cercò tutte le vie di ridurli a ravvedimento, ma in vece d'abiurare i loro errori, si misero a sedurre chiunque andava a visitarli. Perciò fu loro intimata la morte, se non ritornavano alla vera fede di Cristo. Alcuni, almeno in apparenza, la abbracciarono; ostinati gli altri vivi furono bruciati. Ma giacchè abbiam parlato qui di Odelrico Magnifredo, ossia Manfredi marchese di Susa, da noi altre volte menzionato, ed onorato da altri scrittori di questi tempi coll'elogio di principe prudentissimo, bene sarà il ricordare ch'egli fondò in quest'anno (come costa da uno strumento presso l'Ughelli[453]) il convento delle monache di santa Maria di Caramania, oggidì nella diocesi di Torino, insieme con Berta contessa sua moglie. Con queste parole si veggono essi enunziati: Nos in Dei nomine Odelricus, qui miseratione Dei Magnifredus marchio scilicet nominatus, filius quondam Magnifredi similiter marchionis, et Berta, auxiliante Deo, jugales, filia quondam Auberti itemque marchionis. Dal che si scorge che Berta sua moglie fu figliuola del marchese Oberto II, progenitore della casa d'Este. Hassi ancora all'anno seguente la fondazione fatta da questi due piissimi consorti, e da Alrico vescovo d'Asti, fratello d'esso marchese, della badia di san Giusto di Susa[454], in cui si vede che Berta avea per fratelli Adalberto marchese, Azzo ed Ugo, che appunto si trovano in questi tempi figliuoli del suddetto marchese Oberto II. Da Azzo vengono i principi estensi.
NOTE:
[448] Annalista Saxo, Hermannus Contractus, in Chron.
[449] Chron. Casaur., P. II, tom. 2 Rer. Ital.
[450] Antiq. Ital. Dissert. VI, pag. 987, et Dissert. XV, pag. 855.
[451] Glaber, Hist., lib. 4, c. 2.
[452] Landulfus senior, Hist. Mediolan. lib. 2, cap. 27.
[453] Ughell., Ital. Sacr., tom. 4.
[454] Antichità Estensi, P. I, cap. 13.
Anno di CRISTO MXXIX. Indizione XII.
GIOVANNI XIX papa 6. CORRADO II re di Germania 6, imperadore 3.
Mordeva il freno Sergio duca di Napoli, perchè cacciato fuori del suo nido da Pandolfo IV principe di Capua, e studiava tutte le vie di rientrare in casa. Dopo due anni e mezzo ch'egli era esule[455], gli venne fatto di ricuperare il suo principato, e per conseguente o sul fine di quest'anno, oppur nell'anno seguente. Probabilmente gli prestarono aiuto per mare i Greci, perchè Napoli fin qui s'era sempre tenuta salda sotto la sovranità degl'imperadori d'Oriente, benchè i suoi duchi, appellati anche maestri de' militi, godessero una piena signoria in quella città e nelle sue dipendenze. Sembra anche certo che a tale impresa concorressero in aiuto suo i Normanni, i quali andavano crescendo in quelle contrade; gente che sapeva pescare nel torbido, e seguitava senza scrupolo ora l'uno, ora l'altro di que' principi, anteponendo sempre chi gli dava o prometteva di più. Nè mancavano a Sergio dei partigiani nella stessa città di Napoli; e però ne tornò felicemente in possesso. Si sa ch'egli donò un delizioso e fertile territorio fra Napoli e Capoa (senza fallo per guiderdone del buon servigio), ai Normanni con crear conte Rainulfo capo de' medesimi, e imparentarsi seco. Allora fu che i Normanni si diedero a fabbricar case in quel sito che a poco a poco divenne una città chiamata Aversa, di cui fu il primo conte il predetto Rainulfo, e che servì di baluardo da lì innanzi contro la potenza de' principi di Capoa. Il trovarsi poi così ben agiati e favoriti in Italia i Normanni, e la fama delle lor delizie portata in Normandia, andava facendo venire di colà nuovi compagni nella Campania a partecipar della fortuna e felicità de' lor nazionali. Abbiamo da Lupo Protospata[456] che in quest'anno fu mandato in Italia per catapano ossia generale de' Greci Cristoforo, e che Bugiano con Oreste se ne tornò a Costantinopoli. Aggiugne il suddetto Cronista che mense julii venit Potho catapanus, fecitque pugnam cum Rayca in Baro. Tanto son corte queste memorie, che non si arriva a distinguere nè le persone, nè le azioni succedute in que' paesi. Tuttavia assai traluce dello Anonimo barense[457], che dopo la morte di Melo questo Rayca si fece capo dei Pugliesi ribelli ai Greci. Abbiamo di nuovo sotto quest'anno memoria di Ugo marchese, uno degli antenati della casa di Este, in uno strumento dato alla luce dal Campi[458] e scritto colle note seguenti: Conradus gratia Dei imperator Augustus, anno imperii ejus, Deo propitio, secundo, X kalendas februarii, Indictione XII, che indicano l'anno presente. Egli è quivi chiamato Ugo marchio filius bonae memoriae Oberti, qui fuit item marchio. È magnifica la compra ch'egli fa di una gran quantità di beni, ascendenti secondo la misura a diecimila iugeri, che, secondo il Campi, danno centoventimila pertiche. Fra questi beni posti ne' territorii di Pavia, Piacenza, Parma e Cremona, si contano varii castelli, rocche, corti e chiese, che si trovano poi confermate nell'anno 1077 da Arrigo III, detto il IV, alla casa d'Este. Così coll'una mano raunava questo principe delle ricchezze, ma coll'altra ne faceva anche parte ai sacri luoghi. Perciocchè in quest'anno appunto, oppure nel 1038, come vuole il Campi, si osserva in un altro suo strumento[459] che egli dona alla cattedrale di Piacenza due porzioni della decima di Portalbero, e la terza alla chiesa di santa Maria de ipso loco Portalbero. Molt'altri effetti della sua pietà e munificenza verso le chiese ci ha nascoso il tempo; ma non ci è ignoto che egli magnificamente arricchì l'antica badia della Pomposa, situata oggidì nel distretto di Ferrara, e governata dal vivente allora Guido abbate, uomo santo, di cui si è parlato di sopra. Arrigo II fra gl'imperadori in un suo diploma, da me dato alla luce nelle Antichità estensi, e scritto nel settembre dell'anno 1045, chiama essa badia ab Ugone marchione magnifice ditatam, e le conferma quidquid sibi junior Ugo marchio filius Uberti dedit. L'anno in cui questo principe mancò di vita, è a noi ignoto. Probabilmente non molto sopravvisse dopo l'anno presente. Ebbe moglie, ma non apparisce ch'egli lasciasse dopo di sè figliuoli: laonde la sua eredità pervenne al marchese Alberto Azzo I suo fratello, se era vivo, oppure al marchese Alberto Azzo II suo nipote, del quale comincieremo a parlar da qui innanzi. Fu di parere l'Ughelli[460], che Eriberto arcivescovo di Ravenna passasse a miglior vita nell'anno 1027. Non ne adduce alcuna pruova. Ben certo è per uno strumento addotto da Girolamo Rossi[461], che si truova in quest'anno, anno quarto Johannis papae, imperante Chuonrado anno tertio, die XI aprilis, Indictione XII, arcivescovo di quella città Gebeardo. In vece di anno quarto, avrà avuto la pergamena anno V, oppure VI, e il Rossi per isbaglio avrà letto anno IV. Egli stesso confessa, che nell'anno seguente 1030 a dì 6 di giugno correva tuttavia l'anno VI di papa Giovanni XIX. In un documento, da me dato alla luce[462], torna a farsi vedere il marchese di Susa Odelrico Magnifredo, ossia Manfredi, il quale si protesta figliuolo di un altro Magnifredo marchese. Di questo principe avremo occasion di parlare in breve.
NOTE:
[455] Anonymus Casinens., tom. 5 Rer. Italic. Leo Ostiensis, lib. 2, cap. 58.
[456] Lupus Protospata, in Chronico.
[457] Anonymus Barensis, Chron., tom. 5 Rer. Italic.
[458] Campi, Istor. di Piacenza, tom. 1 Append.
[459] Antichità Estensi, P. I, cap. 12.
[460] Ughell., Ital. Sacr., tom. 2 in Archiepiscop. Ravenn.
[461] Rubeus, Histor. Ravenn., lib. 5.
[462] Antiquit. Ital., Dissert. VI, pag. 341.
Anno di CRISTO MXXX. Indizione XIII.
GIOVANNI XIX papa 7. CORRADO II re di Germania 7, imperadore 4.
Insorse in quest'anno guerra fra l'imperador Corrado e Stefano primo re d'Ungheria, principe santo, per colpa non già degli Ungheri, ma bensì dei Bavaresi lor confinanti[463]. Mosse Corrado un potente esercito a quella volta, e giunse fino al fiume Rab. Seguirono saccheggi ed incendii sì nell'Ungheria che nella Baviera. Ma il buon re Stefano, a cui non piaceva questa brutta musica, e che si trovava anche inferiore di forze, con una ambasciata spedita al giovinetto re Arrigo dimandò pace; e questi dall'Augusto Corrado suo padre l'ottenne. Circa questi tempi Pandolfo IV principe di Capoa, ingrato ai benefizii a lui compartiti da Dio, tornò ad imperversar come prima contra del nobilissimo monistero di Monte Casino, nulla curando che quel sacro luogo fosse sotto l'immediata signoria e protezion degl'imperadori[464]. Chiamò a Capoa Teobaldo abbate con invito di gran benevolenza, e il forzò a non partirsi da quella città. Si fece giurar fedeltà da tutti i sudditi di quella badia, distribuì ai Normanni, allora suoi aderenti, una parte delle castella dipendenti da esso monistero, e diede l'altra in governo ad un certo Todino, uno de' famigli del monistero, che aspramente cominciò a trattare i poveri monaci. In una parola fu ridotto a tal miseria quel sacro luogo, che un giorno i monaci disperati presero la risoluzione d'andarsene tutti in Germania a' piedi dell'imperadore per implorar aiuto, e si misero in viaggio. Avvisato di ciò il suddetto Todino, corse, e tante preghiere e promesse adoperò, che li fece tornare indietro. Abbiamo dagli Annali pisani[465] che in quest'anno in Nativitate Domini Pisa exusta est. Di simili incendii di città italiane in questi secoli noi ne andremo trovando da qui innanzi non pochi. Non erano allora molte d'esse città fabbricate colla durevolezza e pulizia de' nostri tempi. Molto legname concorreva a farle, e in molti di quegli edifizii duravano ancora i tetti coperti di paglia, siccome ho io altrove accennato[466]. Però non è da stupire, se attaccato il fuoco in un luogo, facilmente si diffondesse la fiamma sino a prendere la maggior parte delle città. Abbiam parlato di sopra con lode di Magnifredo marchese di Susa. Non si vuol ora tacere un fatto narrato dall'autore della Cronica della Novalesa[467]. Secondo gli abusi di questi secoli barbari, avea l'imperador Corrado, stando in Roma, conferita la badia della Novalesa al nipote di santo Odilone abbate di Clugnì, il quale per essere giovinetto, dopo averle recato non lieve danno, la concedette in benefizio (probabilmente per danari) ad Alberico vescovo di Como. Questo prelato ingordo Taurinum veniens, egit arte callida cum marchione Maginfredo, et fratre suo Adelrico praesule (d'Asti), datoque multo pretio, ut abbatem caperent: quod et fecit. Nel dì seguente i cittadini di Torino, che amavano ed apprezzavano forte quell'abbate, fecero una gran raunata per levarglielo dalle mani. Sed praedictus marchio cum turba militare praevaluit, interdicens illis, ne quid offenderent. Può essere che sel meritasse l'abbate. Ne ho io fatta menzione, acciocchè il lettore osservi come in questi tempi la città di Torino dovea essere sotto la giurisdizione del marchese Magnifredo o Manfredi. In quest'anno trovandosi l'imperador Corrado in Ingeleim XVIII kalendas aprilis, anno Chuonradi regnantis sexto, ejusdemque imperii tertio[468], confermò i suoi beni e diritti alla badia di santa Maria di Firenze, con dichiararla badia imperiale e regale.
NOTE:
[463] Annales Hildesheim. Wippo, in Vita Conradi Salici.
[464] Leo Ostiensis, Chron., lib. 2, cap. 58 et seq.
[465] Annali Pisani, tom. 6 Rer. Ital.
[466] Antiq. Ital., Dissert. XXI.
[467] Chron. Novalic., P. II, tom. 2 Rer. Ital., pag. 760.
[468] Bullar. Casinense, tom. 2, Constit. LXXXV.
Anno di CRISTO MXXXI. Indizione XIV.
GIOVANNI XIX papa 8. CORRADO II re di Germania 8, imperadore 5.
Scrive Romoaldo salernitano[469] che anno MXXX, Indictione XIII Johannes princeps Salerni defunctus est anno principatus sui LVII, et successit ei Guaymarius filius ejus. Ma è fallato il testo, e in vece di Johannes avrà scritto Romoaldo Guaymarius, cioè Guaimario III principe di Salerno. Anche l'Anonimo barense presso il Pellegrini mette all'anno 1030 la morte di questo principe. In un testo di Lupo Protospata[470] essa viene riferita all'anno 1029. Ma il suddetto Camillo Pellegrini portò opinione che Guaimario III conducesse la sua vita fino all'anno presente 1031, parendogli che si possa ciò ricavare da alcuni antichi strumenti. Abbiamo inoltre tanto dall'Anonimo barense[471], quanto dal Protospata suddetti, che mense junii comprehenderunt Saraceni Cassianum, cioè la piccola città di Cassano nella Calabria; e che nel dì 3 di luglio Poto catapano de' Greci venne a battaglia con quegli infedeli, e restò sconfitto con lasciarvi egli la vita. Passò alla gloria de' beati in quest'anno san Domenico abbate del monistero di Sora, appellato da Leone ostiense[472] mirabilium patrator innumerum, et caenobiorum fundator multorum. Il Sigonio, e dopo lui Angelo dalla Noce[473] abbate casinese stimarono Domenico Sorano lo stesso che san Domenico Loricato. Ma andarono lungi dal vero. Certo è che furono due persone diverse. Il Loricato volò al cielo nell'anno 1061, come dirittamente osservò il cardinal Baronio[474]. Ossia che si pentissero finalmente i Veneziani dell'aspro trattamento da lor fatto ad Ottone Orseolo lor doge; oppure che s'infastidissero del governo di Pietro Barbolano a lui sustituito nel ducato; oppure, come è più probabile, che prevalesse la fazion degli Orseoli: certo è, per attestato del Dandolo[475], ch'essi preso in questo anno il suddetto Pietro doge, senza saponata gli levarono la barba, e vestitolo da monaco, il mandarono in esilio a Costantinopoli. Quindi inviarono alla stessa città di Costantinopoli Vitale vescovo di Torcello con bello accompagnamento a ricondurre di colà Ottone Orseolo, per rimetterlo sul trono ducale. Intanto diedero il governo della terra ad Orso Orseolo patriarca di Grado, e fratello d'esso Ottone, uomo di gran senno e generosità, il quale per un anno e due mesi fece da vice-duca con molta sua lode.
Due diplomi ho io dato alla luce[476], che in quest'anno ottenne dall'Augusto Corrado Ubaldo vescovo di Cremona, amendue dati III kalendas martii, anno dominicae Incarnationis MXXXI, Indictione XIIII, anno autem domni Chuonradi secundi regnantis VI, imperantis vero IIII. Actum Goslare. In tutti e due questi documenti è notato l'anno sesto del regno, e conseguentemente pare adoperata l'epoca del regno d'Italia. Ma di qui risultando che la coronazione italica di Corrado sarebbe seguita prima del dì 26 di febbraio dell'anno 1026, converrà meglio interpretare Ermanno Contratto[477], allorchè ad esso anno 1026 scrive che Corrado circa tempus quadragesimae cum exercitu Italiam adiit. Diede fine in questo anno in Fiscanno alla sua santa vita Guglielmo abbate di Dijon in Francia[478], celebre nella storia monastica per le sue virtù e per la fondazione di varii monisterii, fra' quali quello di san Benigno di Fruttuaria in Piemonte, e per avere introdotta la riforma in assaissimi monisteri, massimamente di Francia. Glabro Rodolfo[479] suo contemporaneo, nella vita che scrisse di lui, attesta, tale essere stata la fama e stima d'esso Guglielmo abbate, ut cunctas Latii ac Galliarum provincias ipsius amor ac veneratio penetraret. Nam reges ut patrem, pontifices ut magistrum, abbates et monachi ut archangelum, omnes in commune ut Dei amicum, suaeque praeceptorem salutis habebant. Ne ho fatta menzione, perchè egli senza dubbio fu di nascita italiano. Secondo la testimonianza del medesimo Glabro, egli nacque nell'isola di san Giulio della diocesi di Novara, nel tempo stesso che Ottone il Grande assediò Willa moglie di Berengario re d'Italia in quell'isola del lago d'Orta: il che, siccome abbiam veduto, succedette nell'anno 962. Ottone stesso, dopo la presa di quel luogo, il tenne al sacro fonte. Non s'ingannò Glabro in iscrivendo ch'egli morì nell'anno presente 1031, in età d'anni settanta; ma ingannossi bene il padre Mabillone[480], volendo qui correggere Glabro, quasichè Guglielmo avesse dovuto nascere nell'anno 961, perchè molto ben si verifica che egli fosse nato nel 962, e che nel presente 1031 egli fosse entrato nell'anno settantesimo di sua età, benchè sia vero che Berengario morì molto più tardi di quel che suppose Glabro. Se vogliam credere a Sigeberto[481], in quest'anno Robertus et Richardus (nobili normanni) minuendae domo multitudinis caussa, hoc tempore a Normannia digressi, Apuliam expetunt, et Italis inter se dissidentibus, dum alteri contra alterum auxilium praestant, hac opportunitate Italos callide et fortiter debellant, et successus urgendo suos nomen suum dilatant, et futurae prosperitatis sibi viam parant. Se, come io credo, e si raccoglie da altro susseguente luogo, Sigeberto vuole che Roberto Guiscardo nell'anno presente dalla Normandia passasse in Puglia, egli racconta delle favole. Nè in questi tempi fu guerra in Puglia, nè fra i principi di quelle contrade, e noi vedremo a suo tempo quando esso Roberto venne in Italia. Ma forse parla di un diverso Roberto quello storico.
NOTE:
[469] Romuald. Salernit., in Chron., tom. 7 Rer. Ital.
[470] Lupus Protospata, in Chron.
[471] Anonym. Barensis, tom. 5 Rer. Ital.
[472] Leo Ostiensis in Chron., lib. 2, cap. 62.
[473] Angelus de Nuce, in Notis ad Chron. Leonis Ostiensis.
[474] Baron., in Annal. et in Martyrologio.
[475] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.
[476] Antiquit. Italic., Dissert. VIII et XIX.
[477] Ermannus Contractus, in Chron.
[478] Mabillon., in Annal. Benedictin.
[479] Glaber, in Vita Wilielmi Divion. apud Mabillon.
[480] Mabill., Annal. Benedict., ad ann. 987.
[481] Sigebertus in Chron.
Anno di CRISTO MXXXII. Indizione XV.
GIOVANNI XIX papa 9. CORRADO II re di Germania 9, imperadore 6.
Cessò di vivere in quest'anno Rodolfo III re di Borgogna, soprannominato il Dappoco, senza lasciar figliuoli. Aveva egli per cura del santo imperadore Arrigo riconosciuto per dominio dipendente dall'imperio il suo regno[482]; oppure perchè ciò si pretendeva fatto nei tempi insino di Arnolfo re di Germania, egli venne a soggettarlo di nuovo all'imperio. L'imperador Corrado maggiormente strinse questo affare, usando anche della forza, con indurre Rodolfo a promettere di aver per successore in quel regno o lui, o in suo luogo il giovane Arrigo re, con pretenderlo ancora per le ragioni di Gisela o Gisla imperadrice sua moglie, nipote del suddetto Rodolfo[483]. Ed era ben vasto e fiorito quel regno, perchè da Basilea si stendeva fino ad Arles e a Marsilia, con abbracciare la Provenza, Lione, il Delfinato ed altri paesi[484]. Ne fu portata la corona coll'altre regali insegne, e massimamente colla lancia di san Maurizio, all'Augusto Corrado. Ma Odone II conte ossia duca di Sciampagna perchè figliuolo di Berta sorella del defunto re Rodolfo, pretendendo a quella eredità, si prevalse della congiuntura che esso re imperadore si trovava impegnato coll'armi nella Schiavonia, o, per meglio dire, nella Polonia contra di Misicone re oppure duca di quelle contrade; ed entrò in possesso della Borgogna. Perciò Corrado s'andò preparando per fare nell'anno seguente una disgustosa danza nel regno a lui rapito. Abbiamo spettante a quest'anno un documento che ci scuopre chi fosse ne' tempi presenti duca e marchese della Toscana. Pubblicò l'Ughelli[485] la fondazione de' canonicati fatta nella sua chiesa da Jacopo vescovo di Fiesole. Anno dominicae Incarnat. MXXXII, imperii domni Conradi Augusti V, Indictione XV. Dice di far quell'opera per la salute degl'imperadori, e specialmente di Arrigo I fra gli Augusti, che l'avea promosso a quella chiesa. Necnon pro salute Conradi serenissimi imperatoris felicis memoriae (così dicevano altri ancora de' principi viventi) suaeque conjugis Gislae Augustae, et filii ejus II. necnon Bonifacii serenissimi ducis et marchionis Tusciae. Sicchè probabil cosa è che fin nell'anno 1027 Rinieri marchese di Toscana, volendo cozzare col re Corrado, con essere poi necessitato a rendersi, decadesse da quel ducato, e che sulle rovine di lui si alzasse il marchese Bonifazio, padre della gran contessa Matilda. Comunque sia, l'abbiamo duca della Toscana in questi tempi. Tornarono nell'anno presente gli ambasciatori[486], spediti dal popolo di Venezia a Costantinopoli, per ricondurre di colà il già esiliato lor doge Ottone Orseolo, colla nuova ch'egli avea dato fine alla sua vita in quella città. Il perchè Orso patriarca di Grado suo fratello, stato vice-doge per un anno e due mesi, rinunziò il governo. Col favore di poca parte di popolo s'intruse nel ducato Domenico Orseolo, e male per lui, perciocchè non andò molto, che formatasi una potente sollevazione contra di lui, ebbe fatica a salvarsi con ritirarsi a Ravenna, dove lasciò poi le sue ossa. Girolamo Rossi[487] mette la sua fuga e morte nell'anno 1024. Merita ben più fede in questo Andrea Dandolo, diligente scrittore delle cose della patria sua. Fu dunque creato doge di Venezia Domenico Fabianico, che allora si trovava in esilio; con che cessarono tutte le fazioni e discordie de' Veneziani. Questi, soggiugne il Dandolo, a Costantino Augusto protospatarius ordinatus est. Ma dovea dire da Romano Argiro, il quale nell'anno 1028 era succeduto a Costantino nell'imperio d'Oriente. Per attestato di Lupo Protospata[488] e dell'Anonimo Barense[489], in quest'anno il medesimo _Romano imperador _ de' Greci mandò per Catapano, ossia governator generale dei suoi Stati in Italia, Costantino protospata, chiamato ancora Opo.
NOTE:
[482] Ditmarus, Chronic., lib. 7.
[483] Wippo, in Vita Conradi Salici.
[484] Guatherus Ligurio., lib. 5.
[485] Ughell., Ital. Sacr., tom. 3 in Episcop. Faesulan.
[486] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.
[487] Rubeus, Hist. Ravenn., lib. 5.
[488] Lupus Protospata, in Chronico.
[489] Anonym. Barensis, Chron., tom. 5 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MXXXIII. Indizione I.
BENEDETTO IX papa 1. CORRADO II re di Germania 10, imperadore 7.
Oltre a quest'anno non passò la vita di Giovanni XIX. Non ci è noto il giorno e mese in cui egli cessò di vivere. Ben sappiamo che ebbe nel mese di giugno per successore nella cattedra di s. Pietro Benedetto IX. Adunque uno strumento accennato da Girolamo Rossi[490], dove si legge il suo anno terzo nel dì 25 di giugno dell'anno seguente, patisce delle difficoltà. Aggiungo di più, che nel Bollario casinense e negli Annali benedettini del padre Mabillone si truovano documenti, secondo i quali parrebbe che esso Benedetto IX avesse conseguito il pontificato nell'anno precedente, e non già nel presente. Tali nondimeno e tanti sono gli altri che ci assicurano aver egli solamente in quest'anno conseguita la dignità pontificia, che non credo si possa dipartire dall'opinione suddetta. Ora noi troviamo questo pontefice sommamente screditato nella storia ecclesiastica. Egli è appellato da Glabro[491] nepos duorum, Benedicti atque Johannis (romani pontefici), puer ferme decennis, intercedente thesaurorum pecunia, electus a Romanis. Non par notizia sicura ch'egli fosse di età sì tenera. Dicono ancora che si chiamava prima Teofilatto. Anche di questo io dubito, sembrando, per le notizie da me addotte altrove, che non egli, ma Benedetto VIII suo zio portasse questo nome. Ha ben ragione di dar qui nelle smanie il cardinal Baronio[492] contra di questo mostro, con saviamente confutare dipoi i nemici della Chiesa cattolica, che di qui prendono motivo di sparlare della Chiesa romana. Non lasciarono mai, nè lasciano le chiese, e specialmente quella che è capo di tutte, d'essere sacrosante venerabili, ancorchè talvolta ministri indegni ne giungano al governo. Così durò anche allora in tutti i savii cristiani la venerazione dovuta alla Sede apostolica, tuttochè ciascun disapprovasse e l'ingresso e la vita di questo pontefice, che fu veramente esecrabile e sporca. I vizii de' sacri pastori non son già vizii delle loro sedie. Passa anche il cardinale Annalista a riprovare, e meritamente, i principi del secolo, qualor vogliano metter mano nell'elezione de' sommi pontefici. Ma è da vedere se questo fosse il luogo di dar questo ricordo ai principi. Pare piuttosto ch'egli dovesse ricordare ai suoi elettori di aver gli occhi solamente a Dio e al bene della Chiesa, e non già allo splendor dell'oro, nè a' proprii vantaggi. Nella elezione di Benedetto IX niun principe ebbe mano. L'oro fu il principe che fece eleggerlo, e da questo tiranno, e non da violenza di principe alcuno, si lasciarono questa volta abbagliare il clero e popolo romano. Abbiamo da Vittore III papa[493] che questo Benedetto di nome, ma non di fatti, cujusdam Alberici filius (Magi potius Simonis, quam Simonis Petri vestigia sectatus) non parva a patre in populum profligata pecunia, summum sibi sacerdotium vendicavit. Cujus quidem post adeptum sacerdotium vita quam turpis, quam foeda, quam exsecranda exstiterit, horresco referre. Ma allora pur troppo la simonia facea grande strage non in Roma solo, ma per tutta la Cristianità. Ed essa più facilmente ancora mettea le zampe nell'elezion de' papi, perchè a questa interveniva anche il popolo secolare. Lodiamo Dio che questa mal erba, sempre detestata, sempre fulminata dalla Chiesa cattolica, truovò da lì a pochi anni degli zelantissimi papi che seriamente attesero a sradicarla; e lodiamolo, perchè a miglior ordine ridotta la elezion de' romani pontefici, non più si veggono nella sedia di san Pietro personaggi che, in vece di edificare distruggano, nè vescovi nelle altre chiese mancanti affatto di quelle belle doti che san Paolo desidera ed esige in ogni sacro pastore della Chiesa di Dio.
Nel gennaio dell'anno presente si trovava in Basilea l'imperador Corrado, come costa da un suo diploma pubblicato da me[494]. In quello stesso mese, per attestato di Wippone[495], egli mosse l'armata sua verso il regno della Borgogna, per ispossessarne Odone conte ossia duca di Sciampagna. Arrivato nel giorno della Purificazion della Vergine al monistero Paterniaco, quivi da buona parte dei grandi d'esso regno fu riconosciuto per re, e ne ricevette la corona nel giorno stesso. S'accinse ancora all'assedio di alcune castella; ma sì fiero e straordinario fu il freddo in quelle parti, che convenne desistere e ritirarsi. Tornossene dunque indietro, e trovandosi nel castello Turcico, vennero ad inchinarlo la vedova regina di Borgogna Ermengarda, con altri non pochi Borgognoni, i quali aveano fatta la via d'Italia per timor di Odone. Venuta poi la state, l'imperadore, in vece di portar l'armi contro il regno della Borgogna, andò a dirittura a cercar Odone in casa sua, cioè nella Sciampagna, dove sì terribil guasto diede, che Odone per necessità venne a trovar Corrado con tutta umiltà, e a chiedere perdono, con promettere quello che, siccome uomo di mala fede, non voleva eseguire. Contento di questo, se ne tornò in Germania Corrado. Immaginossi il cardinal Baronio[496], per un passo mal inteso di Glabro, ch'esso Augusto calasse in quest'anno in Italia. Ciò è troppo lontano dal vero, come avvertì il padre Pagi[497]. Anche il padre Daniello[498], sinistramente interpretando un altro passo di Glabro, si credette che il popolo di Milano, ribellatosi all'Augusto Corrado, spedisse nell'anno presente ambasciatori ad offerir la corona d'Italia al predetto Odone. Ciò seguì molto più tardi, siccome vedremo. Erano in questi tempi i Milanesi sommamente attaccati e fedeli all'imperadore. Nè si vuol tacere che, per attestato del suddetto Glabro[499], in questo anno cominciò per la prima volta ad udirsi il nome della Tregua di Dio, proposta dai vescovi delle provincie di Arles e di Lione, che poi fu stabilita più tardi, ed anche abbracciata da molti in Italia. Erano allora non meno in Francia che in Italia in uso le guerre private: cioè permettevano le leggi il potersi vendicare dei nemici, dacchè il fallo era patente e conosciuto da' pubblici ministri. Però le discordie e vendette si tramandavano ai figliuoli e nipoti; frequentissimi erano gli ammazzamenti, e i più camminavano coll'armi, pronti sempre alla difesa ed offesa. Fu perciò in questi tempi fatta parola, e poi conchiuso nell'anno 1041, che in alcuni giorni di qualsivoglia settimana[500] per amore di Dio niuno osasse di far danno alla vita o alla roba de' suoi nemici. Fu imposta la scomunica e l'esilio a chi, accettata questa tregua, la trasgredisse dipoi. Susseguentemente fu in alcun luogo abbreviato il termine della tregua con altre regole, delle quali è da vedere il Du-Cange[501]. Ne parla anche Landolfo seniore[502], storico milanese di questo secolo, ma con qualche differenza, scrivendo che a' tempi d'Eriberto arcivescovo, lex sancta, atque mandatum novum et bonum e coelo, ut sancti viri asseruerunt, omnibus Christianis tam fidelibus quam infidelibus data est, dicens: Quatenus omnes homines secure ab hora prima Jovis usque ad primam horam diei lunae, cujuscumque culpae forent, sua negotia agentes permanerent. Et quicumque hanc legem offenderent, videlicet Treguam Dei, quae misericordia Domini nostri Jesu Christi terris noviter apparuit; procul dubio in exsilio damnatus per aliqua tempora poenam patiatur corpoream. At qui eamdem servaverit, ab omnium peccatorum vinculis Dei misericordia absolvatur. Fu saggiamente pensata e introdotta la tregua di Dio dai vescovi di Francia; ma Landolfo ci fa intendere ch'essa era venuta dal cielo, secondo il costume di que' tempi, ne' quali ogni pia istituzione si spacciava come miracolosa e mandata dal cielo con qualche rivelazione. In quest'anno IX kalendas februarii trovandosi l'Augusto Corrado in Basilea, confermò con suo diploma[503] tutti i beni e diritti del monistero pavese di san Pietro in Coelo aureo.
NOTE:
[490] Rubeus, Hist. Ravenn., lib. 5.
[491] Glaber, His., lib. 4, cap. 5.
[492] Baron., in Annal. Eccles.
[493] Victor III papa, Dialog., lib. 3.
[494] Antiquit. Ital., Dissert. XI.
[495] Wippo, in Vita Conradi Salici.
[496] Baron., in Annal. Eccles.
[497] Pagius, in Critic. Baron. ad annum 1038.
[498] Daniel, Histoire de France.
[499] Glaber, Histor., lib. 4, cap 5.
[500] Hugo Flaviniacens., in Chronico.
[501] Du-Cange, in Glossar. Latinit.
[502] Landulfus Senior. Mediol., Hist., lib. 2. cap. 30.
[503] Antiquit. Ital., Dissert. XI.
Anno di CRISTO MXXXIV. Indizione II.
BENEDETTO IX papa 2. CORRADO II re di Germania 11, imperadore 8.
Si credeva l'imperador Corrado di avere in pugno il regno della Borgogna, chiamato anche arelatense, perchè Arles era una delle città primarie d'esso. Ma Odone duca di Sciampagna, mancando alle promesse, seguitò a signoreggiarne una parte, e ad inquietare il rimanente[504]. Videsi dunque l'Augusto Corrado forzato a ripigliar le armi, e per non avervi più a tornare, raunò una potente armata in Germania, e un'altra d'Italiani ordinò che marciasse a quella volta. Exspeditis Teutonicis et Italicis, Burgundiam acute adiit. Teutones ex una parte, ex altera archiepiscopus mediolanensis Heribertus, et ceteri Italici, ductu Huperti comitis de Burgundia, usque Rhodanum fluvium convenerunt. Parla qui nominatamente Wippone di _Eriberto arcivescovo_di Milano, che andò come capitano di quella spedizione secondo gli abusi di questi tempi. A tale impegno si può attribuire l'aver egli in quest'anno mense martii, Indictione II, provveduto a' suoi temporali affari per tutte le disgrazie che potessero avvenire, con fare l'ultimo suo testamento. Leggesi questo dato alla luce dall'Ughelli[505] e dal Puricelli[506], dove egli fece una gran quantità di legati pii alle principali chiese, e a tutti i monisteri di Milano sì di monaci che di monache. Convien ora aggiugnere, che, oltre ad Eriberto, si distinse in quell'impresa Bonifazio duca e marchese di Toscana, padre della contessa Matilda. Arnolfo[507], storico milanese, allora vivente, così ne parla: E vicino autem Italiae cum optimatibus ceteris electi duces incedunt, scilicet praesul Heribertus, et egregius marchio Bonifacius, duo lumina regni. Ducentes Langobardorum exercitum, Jovii montis ardua juga transcendunt, sicque vehementi irruptione terram ingredientes, ad Caesarem usque perveniunt. Si dovea tuttavia preparare per questa spedizione il marchese Bonifazio nel dì 17 di marzo, decimosexto kalendas aprilis dell'anno presente; imperciocchè, stando in Mantova, ivi fece una permuta di varie castella e poderi con un certo Magifredo. Hassi questa nelle Antichità Italiche[508]. Ora l'imperador Corrado con tanto sforzo di gente prese la città di Ginevra, e in essa Geroldo principe di quel paese, siccome ancora Burcardo arcivescovo di Lione, uomo scellerato e sacrilego, se crediamo ad Ermanno Contratto. In somma tal terrore portò in quelle contrade, che non vi restò persona che non si rendesse a lui, o non fosse esterminata da lui, con venire alle sue mani tutto quel regno. Dopo di che per l'Alsazia se ne tornò in Germania. Appartiene all'anno presente un diploma di Corrado Augusto, inserito da Girolamo Rossi nella sua Storia di Ravenna[509], con cui concede alla chiesa di essa città e al suo arcivescovo Gebeardo (andato anche egli, come si può immaginare, colle sue genti alla guerra) comitatum faventinum cum omni districtu suo, et regali placito et judicio, omnibusque publicis functionibus, angariis, ec. hactenus juri regis legaliter attinentibus. Fu esso dato pridie kalendas maii, Indictione II, anno dominicae Incarnationis MXXXIV, anno autem domni Chuonradi secundi, regni decimo, imperii vero octavo. Actum Ratisponae. Era allora in possesso del contado di Faenza Ugo conte di Bologna. Per cagione dunque del privilegio suddetto, esso Ugo conte nel dì 25 di giugno dell'anno presente cedette pubblicamente all'arcivescovo Gebeardo il suddetto intero contado di Faenza, con riceverne poi l'investitura della metà dal medesimo prelato. Questi son segni chiarissimi che l'esarcato di Ravenna era in questi tempi, come anche l'abbiam veduto per tanti anni addietro, sotto il dominio immediato dei re d'Italia, senza che apparisca che più vi avessero dominio o vi pretendessero i romani pontefici. Non meno dell'Augusto suo padre si segnalò il giovanetto re Arrigo, suo figliuolo in quest'anno, con avere riportate due vittorie contro i Boemi, e messo al dovere Olderico duca di quella provincia, ed altri ribelli all'imperador suo padre. Seguì nell'anno presente, oppure nell'antecedente, uno strumento fra Ingone vescovo di Modena[510] e Bonifazio chiaramente appellato marchio et dux Tusciae. il vescovo dà a Bonifazio e a Richilda sua moglie due castella, cioè Clagnano e Savignano, a titolo di livello; e i due consorti cedono al vescovato di Modena le due corti di Bajoaria (oggidì Bazovara) e del fossato del re colle loro castella. Confermò l'Augusto Corrado, non so se in questo o in altro anno, i suoi beni alla badia di Firenze con diploma, pubblicato dal padre Puccinelli[511], e dato II nonas maii, Indictione II, anno dominicae Incarnationis MXXXIV, anno autem domni Chuonradi secundi regnantis X, imperii vero VIII. Actum Radesbonae. Queste note cronologiche sono scorrette.
NOTE:
[504] Wippo, in Vita Conradi Salici. Hermannus Contract., in Chronic. Sigebertus, in Chronico.
[505] Ughell., Ital. Sacr., tom. 6 in Episcop. Mediolanens.
[506] Puricellius, Monument. Basil. Ambrosian.
[507] Arnulf., Hist. Mediolan., lib. 2.
[508] Antiq. Ital., Dissert. XI.
[509] Rubeus, Hist. Ravenn., lib. 5.
[510] Antiquit. Ital., Dissert. 1.
[511] Puccinelli, Cron. della Badia Fiorent.
Anno di CRISTO MXXXV. Indizione III.
BENEDETTO IX papa 3. CORRADO II re di Germania 12, imperadore 9.
Secondochè s'ha da Ermanno Contratto[512], nell'anno presente Adelbero dux Carentani et Histriae (marchese ancora della Marca di Verona) amissa imperatoris gratia, ducatu quoque privatus est. Wippone[513] parla di questo fatto all'anno 1028, e scrive che esso Adalberone fu mandato in esilio. Diede poscia l'imperadore nell'anno seguente, per attestato del medesimo Ermanno Contratto, il ducato di Carintia e d'Istria, e per conseguente anche la Marca veronese, a Corrado duca di Franconia suo cugino, cioè a quel medesimo ch'era stato suo concorrente alla corona, ed avea poscia portate le armi contra di lui. Corrado, padre di questo Corrado, avea anch'egli, per quanto altrove s'è detto, dianzi goduto questi medesimi Stati. Nota inoltre il suddetto Wippone che in questa maniera, cioè colla giunta di un tal regalo, dux Chuno (lo stesso è che Corrado) fidus et bene militans imperatori, et filio ejus Heinrico, regi, quousque vixit permansit. Dagli Annali pisani[514] abbiamo che in questo anno Pisani fecerunt stolum magnum (cioè un'armata navale, onde la voce italiana stuolo), et vicerunt civitatem Bonam in Africa, et coronam regis imperatori dederunt. Scrisse inoltre il Sigonio[515] nell'anno 1050 che dai medesimi Pisani fu fatta una spedizione in Africa, e presa la città di Cartagine, del che si può dubitare, quantunque il Tronci[516] con altri moderni sotto quell'anno parli di tale impresa, con descriverla come s'egli vi si fosse trovato presente. A quest'anno poi il prefatto Tronci racconta che i Pisani ebbero per assedio la città di Lipari, con aver fatto un grosso bottino in quell'isola. Questo nol dovettero sapere i suddetti antichi Annali pisani, perchè neppure una parola ne dicono. Poscia, secondo il medesimo Tronci, accadde nell'anno 1036 la conquista di Bona: il che per conto del tempo non s'accorda co' suddetti Annali pisani, e piuttosto sarebbe da credere che ciò avvenisse nell'anno 1035, perchè i Pisani di nove mesi anticipano l'anno nostro volgare. Del resto Bona, città dell'Africa, è l'antica Hippona, di cui fu vescovo il glorioso sant'Agostino dottore della Chiesa. Si turbò gravemente in quest'anno la quiete della Lombardia. Ermanno Contratto[517] ne parla con queste parole così: In Italia minores milites contra dominos suos insurgentes, et suis legibus vivere, eosque opprimere volentes, validam conjurationem fecere. Medesimamente Wippone scrive che in questi tempi seguì una confusione non prima udita in Italia, perchè congiurarono tutti i valvassori d'Italia e i militi gregarii contra de' loro signori, e tutti i minori contra de' maggiori, col non lasciare senza vendetta, se dai signori veniva lor fatta cosa ch'essi riputassero di loro aggravio; e diceano: Si imperator eorum nollet venire, ipsi per se legem sibimet facerent. Dovette il Sigonio leggere in qualche testo, o autore, regem in vece di legem, perchè scrive, che conjurarunt, se non passuros quemquam regnare, qui aliud, quam quod ipsis luberet, sibi imponeret. È confusa nell'edizion d'Epidanno, fatta del Goldasto, la cronologia di questi tempi, veggendosi ivi posticipati i fatti di sei anni. Però sotto l'anno 1041 egli[518] parla di questa cospirazione de' militi inferiori contra dei lor signori, e de' servi contra de' loro padroni. Ma nell'edizion del Du-Chesne troviamo ciò riferito all'anno presente.
Che significasse il nome di valvassori si raccoglie facilmente dai libri de' Feudi. I più nobili una volta tra i vassalli erano i duchi, marchesi, conti, arcivescovi, vescovi ed abbati, i quali a dirittura riconoscevano dai re ed imperadori i loro feudi e le loro dignità temporali. Questi poi solevano concedere in feudo castella o altri beni ai cospicui nobili privati, per avere alle occorrenze il loro servigio nelle guerre e nelle comparse onorevoli. E a questi nobili si dava il nome di valvassori maggiori e di capitanei. Similmente poi questi nobili infeudavano corti e poderi ad altri men nobili, per aver anche eglino dei seguaci e aderenti ne' lor bisogni. E questi ultimi venivano distinti col nome di valvassori minori, ossia di valvassini. Ora insorsero dissapori, e poscia aperta dissensione e rottura fra i signori e i lor vassalli subordinati, pretendendo gli ultimi d'essere oltre al dovere aggravati dai primi. E tal briga aprì il campo anche ai servi (da noi ora chiamati schiavi) di rivoltarsi contra de' lor padroni, quasichè troppo aspramente fossero da loro trattati. L'origine nondimeno di questi disordini pare che si debba attribuire ad Eriberto arcivescovo di Milano. Non mancavano a lui molte virtù, ma queste si miravano contaminate dalla superbia, talmente che egli puzzava alquanto di tiranno. Tutto voleva a suo modo, nè a lui mettevano freno o paura le leggi. Lo confessa lo stesso Arnolfo[519], storico milanese, che potè forse conoscerlo, con dire che multis prosperatus successibus praesul Heribertus, immoderate paululum dominabatur omnium, suum considerans, non alienum animum. Unde factum est, ut quidam urbis milites, vulgo walvassores nominati, clanculo illius insidiarentur operibus; adversus ipsum assidue conspirantes. Comperta autem occasione, cujusdam potentis beneficio (così tuttavia si nominavano quei che ora appelliamo feudi) privati: subito proruunt in apertam rebellandi audaciam, plures jam facti. Si studiò a tutta prima l'arcivescovo colle buone di quetare l'insorto tumulto; ma nulla con ciò profittando, mise mano alle brusche con dar di piglio alle armi. Seguì entro la stessa città di Milano un conflitto, in cui le genti dell'arcivescovo restarono superiori, e convenne ai vinti di ritirarsi colla testa bassa, ma col cuore pregno d'ira, fuori della città. Allora fu che con costoro si unirono i popoli della Martesana e del Seprio, fecesi anche in altri contadi cospirazione ed unione; ma sopra tutti trasse a questo rumore il popolo di Lodi, troppo esacerbato per la violenza lor fatta dall'arcivescovo stesso in volere dar loro un vescovo, siccome abbiam detto di sopra. Ciò che partorisse una tal discordia lo vedremo fra poco. Crede il Sigonio[520] che l'esempio de' valvassori milanesi servisse di stimolo anche al popolo di Cremona per rivoltarsi in questo anno contra di Landolfo loro vescovo, cacciar lui di città, dirupare il di lui palazzo, che era ridotto in forma di fortezza, e per maltrattare alla peggio i di lui canonici. Ma nulla ebbero che fare coi movimenti de' Milanesi quei di Cremona; erano anzi accaduti molti anni prima; e, se crediamo all'Ughelli[521], il vescovo Landolfo cessò di vivere nell'anno 1030. Di questo Landolfo così scrive Sicardo[522], vescovo anch'egli di Cremona: Temporibus Henrici Claudi, capellanus ejus nomine Landolphus Cremonae fuit episcopus, qui monasterii sancti Laurentii, et cremonensis populi fuit acerrimus persequutor. Quocirca populus ipsum de civitate ejecit, et palatium (non già oppidum, come ha il Sigonio), turribus et duplici muro munitum, destruxit. Proinde licei episcopio multa conquisierit, tamen multa per superbiam, multa per inertiam perdidit. Nomina poscia Sicardo per successore di Landolfo nel vescovato Baldo, cioè Ubaldo, ai tempi di Corrado Augusto, qui quoque monasterium sancti Laurentii persequutus est, et apud Lacum obscurum impugnatus est.
NOTE:
[512] Ermannus Contractus, in Chron. edition. Canisii.
[513] Wippo, in Vit. Conradi Salici.
[514] Annal. Pisani, tom. 6 Rer. Ital.
[515] Sigonius, de Regno Ital., lib. 8.
[516] Tronci, Annal. Pisani.
[517] Hermannus Contractus, in Chron.
[518] Epidannus, in Annal. tom. 1 Rer. Alamann.
[519] Arnulfus, Hist. Mediolan., lib. 2, cap. 10.
[520] Sigonius, de Regno Italiae, lib. 8.
[521] Ughell., Ital. Sacr., tom. 4 in Episcop. Cremonens.
[522] Sicardus, Chron., tom. 7 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MXXXVI. Indizione IV.
BENEDETTO IX papa 4. CORRADO re di Germania 15, imperadore 10.
Bollivano più che mai le dissensioni, anzi le guerre fra Eriberto arcivescovo di Milano e i suoi valvassori ribelli: nella qual briga s'erano mischiati i valvassori di altri vescovi e principi, e il popolo di Lodi mal soddisfatto di Eriberto. Però ad un luogo fra Milano e Lodi appellato la Motta (si chiamavano così le fortezze fabbricate al piano sopra un'alzata di terra fatta a mano), oppure, come abbiamo da Arnolfo storico milanese[523], nel Campo Malo, così anticamente chiamato, si venne fra l'una parte e l'altra ad una campale battaglia, che riuscì molto sanguinosa[524]. Fra gli altri che tennero la parte dell'arcivescovo, non so se per proprio interesse, oppure per far servigio ad esso arcivescovo, si contò Alrico vescovo d'Asti, fratello di Maginfredo marchese di Susa. Nè solo egli intervenne a quel fatto d'armi, ma, come un san Giorgio dovette anch'egli volere far prova del suo valore con iscandalosa risoluzione, vietando i sacri canoni agli ecclesiastici, e massimamente ai vescovi, l'andare alla guerra per combattere. Gli costò nondimeno cara, perchè ne riportò una ferita, per cui da lì a non molto morì. La notte fece fine al furore delle spade. Soffersero molto amendue gli eserciti, ma la peggio fu dalla parte dell'arcivescovo. Questi torbidi di Lombardia tenevano in agitazione l'animo dell'Augusto Corrado: e ossia ch'egli conoscesse troppo necessaria la sua presenza per quetarli, oppure, come vuole Arnolfo, ch'egli ne fosse pregato e sollecitato dall'arcivescovo Eriberto, determinò di tornare in Italia. Pertanto, dopo aver data in moglie al re Arrigo suo figliuolo Cunichilda (Cunelinda è chiamata da Wippone[525], e negli Annali d'Ildeseim[526] Cunichild nomine, in benedictione Cunigund dicta), figliuola di Canuto re d'Inghilterra, con esso re Arrigo verso il fine dell'anno mosse alla volta d'Italia, seco menando una poderosa armata. Giunse a Verona per la festa del santo Natale, e quivi la solennizzò[527]. Era esso imperadore nel dì 5 di luglio in Nimega, quando, a petizione dell'imperadrice Gisla, di Pilegrino arcivescovo di Colonia, ac Bonifatii nostri dilecti marchionis[528], cioè del duca di Toscana, che dovea trovarsi in Germania, confermò i privilegii al monistero delle monache di san Sisto di Piacenza. Parimente l'Ughelli[529] rapporta un diploma d'esso Augusto, dato in favore del monistero di san Salvatore di monte Amiato della diocesi di Chiusi, anno dominicae Incarnationis MXXXVI, regni vero domni Conradi II regnantis tertio, imperii ejus nono, Indictione IV. Actum in civitate Papia. In vece dell'anno III del regno si dee scrivere XIII. Ma che in quest'anno arrivasse l'Augusto Corrado a Pavia, ho io difficoltà a crederlo. Nè sul fine di quest'anno correva l'anno IX dell'imperio, ma bensì l'anno X. Però quel diploma ha bisogno di chi rimetta al suo sito l'ossa alquanto slogate.
Crede il Fiorentini (non so con qual fondamento) che in quest'anno venisse a morte Richilda, moglie del suddetto marchese Bonifazio, donna di gran pietà e liberalità verso i poveri e verso i sacri templi e monisteri[530]. Abbiamo presso il padre Bacchini[531] una donazione da lei fatta nel dì 28 d'aprile dell'anno precedente 1035 alla chiesa di Gonzaga, subtus confirmante donnus Bonefacius marchio jugale et Mundoaldo meo. Sappiamo da Donizone[532] che questa piissima principessa terminò i suoi giorni, senza lasciar figliuoli, in Nogara, terra del Veronese, ed ivi ebbe la sua sepoltura. Potrebbe essere che l'andata del vedovo marchese Bonifazio in Germania servisse a lui per intavolare un secondo matrimonio con Beatrice figliuola di Federigo duca della Lorena superiore, e di Matilda nata da Ermanno duca di Suevia, parente degl'imperadori e dei re di Francia. Credo io tuttavia incerto l'anno in cui seguì un tale accasamento del marchese Bonifazio. Contuttociò, perchè egli avea passato di molto il mezzo del cammino della sua vita, può parer probabile ch'egli non perdesse tempo a cercar altra moglie che l'arricchisse di prole, e che per conseguente si effettuassero in quest'anno le di lui seconde nozze. Veggonsi esse descritte dal suddetto Donizone con tali colori, che, se è vero tutto, convien confessare che era superiore ad ogni altro principe d'Italia la di lui magnificenza e ricchezza. Andò Bonifazio con sontuoso treno a prenderla in Lorena; i suoi cavalli portavano suole d'argento, attaccate con un solo chiodo. Ebbe in dote assai terre e ville in Lorena. Condotta Beatrice in Italia, per tre mesi nel luogo di Marego sul Mantovano si tenne corte bandita. Pel popolo v'erano pozzi di vino; alle tavole piatti e vasi tutti d'oro e d'argento; prodigiosa quantità di strumenti musicali e di mimi a' quali
dedit insignis dux praemia maxima.
Il che ci fa conoscere già introdotto il costume, che durò poi per più secoli, che a simili feste concorrevano in folla tutti i buffoni, giocolieri, cantambanchi e simili, che portavano via de' grossi regali. Di che ragguardevoli doti fosse poi ornata la duchessa Beatrice, l'andremo vedendo nel proseguimento della storia. Io non so se arrivasse in quest'anno, oppure prima, al fine di sua vita Odelrico Maginfredo ossia Manfredi marchese di Susa, da me più volte menzionato di sopra. Aveva egli data in moglie ad Erimanno (lo stesso è che Ermanno) duca di Suevia, ossia di Alemagna, una sua figliuola, cioè Adelaide, che fu poi principessa celebre nella storia. Nè avendo lasciato maschi dopo di sè, Erimanno per le ragioni della moglie pretese quella Marca, e l'ottenne per grazia dall'imperador Corrado. Heremannus dux Alamanniae marcham soceri sui Meginfredi ab imperatore accepit: sono parole di Ermanno Contratto[533].
NOTE:
[523] Arnulf., Hist. Mediol., lib. 2, cap. 10.
[524] Hermannus Contract., in Chron.
[525] Wippo, in Vita Conradi Salici.
[526] Annales Hildesheim.
[527] Epidannus in Annal.
[528] Antiq. Ital., Dissert. LXX.
[529] Ughell., Ital. Sacr., tom. 3 in Episcop. Clusin.
[530] Fiorentini, Memor. di Matilde, lib. 1.
[531] Bacchini, Istoria di Polirone.
[532] Donizo, in Vita Comitiss. Mathild., lib. 1, cap. 8 et seq.
[533] Hermannus Contract., in Chron.
Anno di CRISTO MXXXVII. Indizione V.
BENEDETTO IX papa 5. CORRADO II re di Germania 14, imperadore 11.
Non piccioli furono gli sconvolgimenti della Lombardia in quest'anno. Dopo avere l'Augusto Corrado celebrato in Verona il santo Natale[534], se non prima, certo sul principio di quest'anno, passando per Brescia e Cremona, come scrisse Ermanno Contratto, arrivò a Milano, dove con gran magnificenza l'accolse Eriberto arcivescovo nella chiesa di santo Ambrosio. Nello stesso giorno chiunque si pretendeva aggravato da esso arcivescovo, tumultuosamente comparve colà, chiedendo con alte grida giustizia. Fece lor sapere l'imperadore, che avendosi a tenere in breve una generale dieta in Pavia, quivi udrebbe le lor doglianze e ragioni. Infatti si tenne quella dieta. Un Ugo conte con altri esposero gli aggravi loro inferiti dal suddetto arcivescovo. Corrado, amicissimo di lui, ma più della giustizia, ordinò ch'egli soddisfacesse. Ricusò Eriberto di farlo; anzi, se vogliam prestar fede al Cronografo sassone[535], con alterigia grande rispose, che de' beni trovati nella sua chiesa, o da lui acquistati, non ne rilascerebbe un briciolo per istanza o comandamento di chi che fosse. Avvisato che almeno eccettuasse l'imperadore, tornò a parlare nel medesimo tuono. Allora l'Augusto Corrado s'avvide che dalla durezza di Eriberto erano procedute le sollevazioni dianzi accennate; perciò gli fece mettere le mani addosso. Così raccontano questo sì strepitoso affare gli autori tedeschi, per giustificar la risoluzione presa dall'Augusto Corrado; nè vi manca probabilità, perchè Eriberto era uomo di testa calda e facea volentieri il padrone, senza mettersi pena delle altrui querele. Ma Arnolfo milanese[536], che scrisse prima del fine di questo secolo la storia sua, in altra maniera descrisse questo avvenimento, con dire, che giunto Corrado a Milano, avendo tolto all'arcivescovo il già concedutogli privilegio, per altro abusivo, di dare a Lodi quel vescovo che a lui piaceva, il popolo di Milano con alte grida sparlò contro l'imperadore, che se ne offese non poco. E perciocchè credette autore del tumulto esso Eriberto, aspettò d'averlo in Pavia, cioè lontano dal suo popolo, ed allora il mise sotto le guardie. Questo racconto porta forse più dell'altro tutta l'aria di verisimiglianza, al vedere che dipoi lo stesso popolo di Milano, lasciando andare le precedenti gare, imprese con incredibile zelo la difesa del suo pastore. In effetto seguita a dire esso Arnolfo, che all'avviso della prigionia d'Eriberto, mediolanensis attonita inhorruit civitas, proprio viduata pastore, dolens ac gemens a puero usque ad senem. O quae Domino preces, quantae funduntur et lacrymae! Si adoperarono il clero, la nobiltà e il popolo per liberarlo; si venne anche ad una convenzione, per cui fu promesso dall'imperadore di rilasciarlo, e a questo fine se gli diedero ostaggi; ma, ciò non ostante, continuò Corrado a tenerlo prigione, con determinazione di mandarlo in esilio. Nè di ciò contento, essendo state molto dipoi portate delle accuse contra de' vescovi di Vercelli, Cremona e Piacenza, Corrado fattili prendere, gli esiliò: azione riprovata dallo stesso Wippone, con dire: Quae res displicuit multis, sacerdotes Christi sine judicio damnari. Anzi soggiugne che lo stesso re Arrigo suo figliuolo in segreto detestò la risoluzione presa dal padre contra dell'arcivescovo e dei tre suddetti vescovi, persone tanto venerabili fra i cristiani, e pur condannate e punite senza processo e senza una legale sentenza. Altri autori, che riferirò fra poco, mettono più tardi la disgrazia di questo prelato. Fu dunque consegnato l'arcivescovo Eriberto a Poppone patriarca d'Aquileia e a Corrado duca di Carintia e marchese di Verona, acciocchè ne avessero buona custodia. Il condussero essi a Piacenza, o piuttosto fuori di Piacenza presso al fiume Trebbia sotto buona guardia; e intanto l'imperadore se n'andò a Ravenna, dove celebrò la santa Pasqua nel dì 10 d'aprile, con ispedire i suoi messi a far giustizia per tutto il regno. Nel dì 5 di maggio del presente anno si truova Ermanno arcivescovo di Colonia, che per ordine di esso Augusto tiene un placito[537] nel borgo d'Arbia del contado di Siena. Un altro placito tennero nel dì primo di marzo, per testimonianza di Girolamo Rossi[538], Arrigo ed Ugo messi dell'imperador Corrado nel territorio d'Osimo.
Mentre soggiornava esso augusto in Ravenna, gli venne la disgustosa nuova che Eriberto arcivescovo di Milano era fuggito. Wippone scrive che, postosi uno de' familiari dell'arcivescovo nel di lui letto, ingannò le guardie; e in questo mentre Eriberto, travestito e salito sopra un cavallo, che gli fu condotto, spronò forte finchè fu in sicuro. Il Cronografo sassone[539] attribuisce il colpo ad un monaco che solo era stato lasciato a' servigii d'esso arcivescovo. Ma par bene che più fede in questo si possa prestare a Landolfo seniore, storico milanese di questo secolo. Secondo lui[540], Eriberto, che ben conosceva la ghiottoneria de' Tedeschi, e quanta parzialità avessero pel vino, spedì con buone istruzioni un suo fedele alla badessa di san Sisto di Piacenza, per concertare la maniera di rimettersi in libertà. Inviò essa all'arcivescovo venti some di varie carni e dieci carra di diversi squisiti vini. Può essere che fossero meno, e certo non occorreva tanto al bisogno. Fu fatta una sontuosa cena: tutte le guardie si abboracchiarono ben bene; il sonno col ronfare tenne dietro ai votati bicchieri; e nel più proprio tempo l'arcivescovo se la colse felicemente con trovare in Po una barca preparata che il condusse in salvo. Arrivato a Milano, non si potrebbe esprimere la gioia di quel popolo: segno ch'egli era ben veduto e stimato da tutti. Ma neppur si può dire quanto affanno e rabbia recasse all'Augusto Corrado la fuga d'Eriberto. Tosto immaginò la ribellione di Milano, nè si ingannò. Corse coll'esercito suo ad assediare quella città, città forte di mura e di torri, città ricca di popolo, e popolo risoluto di difendere fino all'estremo il suo pastore. Vedesi ampiamente descritto quell'assedio dal suddetto Landolfo seniore; e sappiamo da Wippone e da Ermanno Contratto, ch'esso durò, non già per tutto quest'anno, nè pel susseguente, come scrisse il Cronografo sassone, e, prima di lui, l'autore degli Annali d'Ildeseim, ma solamente poche settimane. Perciocchè Milano si trovò osso troppo duro, si andò intanto sfogando la rabbia tedesca sopra le castella e ville di quel territorio. La terra di Landriano specialmente rimase un monte di pietre. Nel dì dell'Ascensione fecero una vigorosa sortita i Milanesi, e nel fiero combattimento, per attestato di Arnolfo[541], fra gli altri un nobile tedesco (forse quel nipote dell'imperatore di cui parla il suddetto Landolfo) et Wido italicus marchio, signifer regius, inter media tela confixi sunt. Probabilmente questo Guido marchese era uno degli antenati della casa d'Este, e fratello del marchese Alberto Azzo I progenitore d'essi Estensi, per quanto ho io detto altrove[542]. Di lui si ha memoria in uno strumento dell'anno 1029, accennato dal Guichenon nella Storia genealogica della real casa di Savoia. Ora accadde, che trovandosi l'imperadore Corrado nel sacro dì della Pentecoste all'assedio di Corbetta, castello poco distante da Milano, all'improvviso s'alzò un temporale sì furioso di pioggia, gragnuola e fulmini, che andarono per terra tutte le tende dell'esercito[543], e vi restò, oltre a molti uomini, estinta una prodigiosa quantità di cavalli e di armenti con isbalordimento universale di tutta l'armata. Fu creduto miracoloso un sì funesto accidente, e che santo Ambrosio in questa maniera liberasse la città[544] e l'arcivescovo dall'ingiusta persecuzion di Corrado. Certo di più non ci volle, perchè l'imperadore, veggendo sì conquassata l'armata sua, si ritirasse a Cremona. Io non so bene se prima o dopo l'assedio suddetto, ovvero se esso durante, l'arcivescovo Eriberto facesse una spedizione ad Odone conte ossia duca di Sciampagna, cioè a quel medesimo che avea disputato il regno della Borgogna all'Augusto Corrado.
Certa è la spedizione, per attestato di Glabro Rodolfo[545], degli Annali d'Ildeseim[546] e d'altri autori. Esibivano questi legati lombardi il regno d'Italia ad esso Odone, il quale intanto volendo profittare della lontananza dell'imperadore, con una possente armata entrò nella Lorena, prese il castello di Bar, e fece un mondo di mali dovunque arrivò. Volle la sua disgrazia che Gozelone duca di Lorena, con forze grandi ito ad incontrarlo, gli diede battaglia, e lo sconfisse, con restar trucidato il medesimo Odone. Stavano aspettando gli ambasciatori italiani l'esito di quella guerra, per far calar esso Odone in Italia: al che si mostrava egli dispostissimo. Ma inteso il suo miserabil fine, e perdute tutte le speranze riposte in lui, se ne tornarono indietro coll'afflizione dipinta ne' loro volti. Peggio ancora ai medesimi avvenne. Imperciocchè, siccome abbiamo dal Cronografo sassone[547] e dall'Annalista sassone[548], socrus Herimanni Suevorum ducis, legatorum conventum rescivit, missisque satellitibus suis, omnes simul comprehensos, reique veritatem confessos, imperatori, ubi in publico conventu, eisdem praenominatis tribus episcopis praesentibus, consederat, transmisit. La suocera di Erimanno duca di Suevia era Berta, vedova del fu Maginfredo marchese di Susa, e sorella dei marchesi Ugo, Alberto Azzo I, e Guido, antenati della casa d'Este, siccome ho dimostrato altrove[549]. I tre vescovi accusati furono, siccome già dissi, quei di Vercelli, Cremona e Piacenza, che perciò ebbero a patire l'esilio in Germania. Ma già s'è veduto coll'autorità di Wippone, il più accreditato storico delle imprese di Corrado Augusto, esser questo già succeduto prima, e che irregolare fu la lor condanna, e dispiacque fino al re Arrigo figliuolo del medesimo imperadore: il quale Augusto, per far dispetto all'arcivescovo Eriberto, diede nell'anno seguente la chiesa di Milano ad un canonico di quella cattedrale per nome Ambrosio, e pare eziandio che il facesse consacrare in Roma. Male nondimeno per questo ambizioso canonico, perchè mai arrivò a sedere in quella cattedra; e i Milanesi, che tennero sempre saldo per Eriberto, devastarono tutti quanti i di lui beni[550]. Venne papa Benedetto a ritrovar Corrado in Cremona. Fu ricevuto con grande onore, e dopo aver trattato de' suoi affari, se ne tornò a Roma, senza che apparisca il motivo di questo suo viaggio, se pur non fu quello che ci additerà Glabro all'anno seguente. Passò l'imperadore la state nelle montagne per ischivare il soverchio caldo di quest'anno, e sul finire d'esso venne a Parma, dove solennizzò la festa del santo Natale. Ma in questa città ancora avvenne la solita calamità, di cui sarà permesso ai Tedeschi di darne la colpa ai cittadini, e a me di credere che provenisse dalla poca disciplina, avidità o bestialità allora dei medesimi lor nazionali. Nello stesso dì del Natale s'attaccò rissa fra essi Tedeschi e i Parmigiani. Vi restò morto Corrado coppiere dell'imperadore. Perciò fu in armi tutto l'imperiale esercito, e col ferro e col fuoco infierì contro della misera città. Volle inoltre l'imperadore, cessato che fu l'incendio, che si smantellasse una gran parte delle mura della città, onde imparassero i popoli italiani a lasciarsi mangiar vivi dagli oltramontani. Con tali notizie non so io accordare ciò che scrive Donizone con dire[551] che l'imperadore Corrado assediò Parma, e che gli furono uccisi alcuni de' suoi più cari. Perciò ordinò a Bonifazio marchese di Toscana di accorrere colle sue truppe, per espugnare l'ostinata città. Appena comparve egli, che cadde il cuore per terra ai Parmigiani, e corsero a buttarsi a' piedi dell'imperadore. Poscia Bonifazio giurò fedeltà ad esso Augusto, il quale ordinò:
.... quod Marchia serviet ipsi.
E all'incontro Corrado anch'egli giurò di conservar la vita e la dignità absque dolo al medesimo Bonifazio: cosa veramente insolita, di modo che lo stesso poeta soggiugne:
Nullus dux unquam meruit tam foedera culta. In charta scriptum jusjurandum fuit istud.
Pare che Donizone avesse sotto gli occhi la carta di un tal atto. Nè si vuol tacere che in questo anno, trovandosi lo stesso imperadore in Canedolo juxta flumen Padi[552], nel dì 31 di marzo confermò i suoi privilegii ad Itolfo vescovo di Mantova. Inoltre fece quella legge spettante ai feudi che si truova fra le longobardiche e nel libro quinto de' Feudi. La data d'essa, da me scoperta, è tale: V kalendas junii, Indictione V, anno dominicae Incarnationis MXXXVIII (così dee scrivere MXXXVII, o qui è adoperato l'anno pisano), anno autem domni Chuonradi regis XIII, imperantis XI. Actum in obsidione Mediolani. Confermò il medesimo Augusto al monistero di san Teonisto del Trivigiano i suoi beni e privilegii con diploma[553] dato II idus julii, anno dominicae Incarnationis MXXXXII, Indictione V, anno autem domni Chuonradi secundi regni XIII, imperii XI. Actum Veronae ad sanctum Zenonem.
NOTE:
[534] Wippo, in Vit. Conradi Salici.
[535] Chronographus Saxo apud Eccardum.
[536] Arnulf., Hist. Mediol., lib. 1, cap. 12.
[537] Antiquit. Ital., Dissert. XXXI.
[538] Rubeus, Histor. Ravenn., lib. 5.
[539] Cronographus Saxo apud Eccardum.
[540] Landulfus Senior., Hist. Mediol., lib. 2, cap. 22 et seq.
[541] Arnulfus., Hist. Mediol., lib. 2, cap. 13.
[542] Antichità Estensi, P. I, cap. 13.
[543] Wippo in Vita Conradi Salici. Chronographus Saxo, Arnulf., Hist. Mediol. Landulfus. Senior, Hist. Mediol.
[544] Sigebertus, in Chronico.
[545] Glaber, Hist., lib. 3, cap. 7.
[546] Annales Hildesheim.
[547] Chronographus Saxo apud Leibnitium.
[548] Annalista Saxo apud Eccardum.
[549] Antichità Estensi, P. I.
[550] Wippo, in Vita Conradi Salici.
[551] Donizo, in Vit. Mathild., lib. 1, cap. 10.
[552] Antiquit. Italic., Dissert. XI.
[553] Ibid., Dissert. XXX.
Anno di CRISTO MXXXVIII. Indizione VI.
BENEDETTO IX papa 6. CORRADO II re di Germania 15, imperadore 12.
Cessato il rigore del verno, marciò nella primavera di quest'anno l'Augusto Corrado per la Toscana alla volta di Roma coll'esercito suo. Se vogliamo credere a Glabro[554], ebbe bisogno della di lui venuta Benedetto IX papa, perchè alcuni de' baroni romani tramavano congiure ed insidie contra la di lui vita. Sed minime valentes, a sede tamen propria expulerunt. Tam pro hac re, quam aliis insolenter patratis, imperator illuc proficiscens, propriae illum sedi restituit. Niun altro autore abbiamo che parli di questa cacciata e restituzione d'esso pontefice. Quivi fece che il papa fulminò la scomunica contra di Eriberto arcivescovo di Milano. Ma altro recipe ci volea che questo per guarire quella cancrena. Eriberto co' Milanesi tranquillamente seguitò a difendersi. Passò dipoi Corrado a Monte Casino[555], dove da que' monaci gli fu rinfrescata la memoria de' tanti aggravii e danni recati al loro imperial monistero da Pandolfo IV principe di Capoa, con disprezzo dell'augusta sua maestà: lamenti anche molto prima portati al di lui trono. Per questo avea già spedito l'imperadore a Capoa i suoi legati, con intimare a quel malvagio principe il risarcimento e la restituzione di tutto ai monaci casinesi. Si trovò indurato l'animo di Pandolfo nell'antica malizia: laonde Corrado, dopo essere stato a Monte Casino, passò colle armi alla volta di Capoa nuova, e v'entrò nella vigilia della Pentecoste, cioè nel dì 15 di maggio. Erasi ritirato Pandolfo nella forte rocca di sant'Agata; ma per tornare in grazia dell'imperadore, gli fece esibir trecento libbre d'oro, e per ostaggi una figliuola e un nipote: offerta che fu accettata. Poco nondimeno stette a scoppiare che Pandolfo tuttavia macchinava delle novità per la voglia e speranza di ricuperar la città, subitochè se ne fosse partito Corrado. Il perchè esso imperadore col parere de' principali di Capoa diede quel principato a Guaimario IV principe di Salerno, cioè ad un principe, a cui non mancassero forze per sostener quell'acquisto. Così tolta la speranza a Pandolfo di rientrare in casa, egli, dopo aver lasciato Pandolfo V suo figliuolo con buona guarnigione nella rocca suddetta, se ne andò a Costantinopoli per implorare dal greco Augusto aiuto o di gente o di danaro. Ma prevenuto Michele, allora imperadore, dai messi spediti da Guaimario, in vece di soccorso, il mandò in esilio, dove stette finchè s'udì la morte dell'imperador Corrado. Ad intercessione ancora d'esso Guaimario, l'Augusto suddetto diede l'investitura del contado di Aversa a Rainolfo normanno. E perchè era andato crescendo il corpo de' Normanni a cagion d'altri che andavano di tanto in tanto sopravvenendo, con esser poi insorte dissensioni fra i vecchi stabiliti in quelle contrade e i nuovi venuti[556], Corrado colla sua autorità le troncò o compose. Ma intanto sopravvenuta la bollente state, entrò la peste, oppure una feroce epidemia nell'esercito imperiale, in maniera che la morte cominciò a mietere senza ritegno le vite de' soldati tedeschi, avvezzi a clima troppo diverso. Questa disavventura fece affrettar i passi dell'imperador Corrado, dappoichè egli ebbe fatta una visita a Benevento, per tornarsene in Germania; ma coll'armata sua marciava del pari il malore con fiera strage dei minori ed anche de' maggiori. Fra questi ultimi specialmente fu compianta da tutti la morte di Cunichilda regina, nuora d'esso Augusto[557], a cui tenne dietro l'altra di Erimanno duca di Suevia, figliastro dell'imperadore, perchè nato in prime nozze dall'imperadrice Gisla. Noi vedemmo questo principe divenuto anche marchese di Susa pel suo matrimonio con una figliuola del già marchese Maginfredo, cioè, secondo tutte le verisimiglianze, con Adelaide principessa di gran senno e ornata di rare virtù, la quale è certo, per testimonianza di san Pier Damiano[558], che ebbe due mariti, e che sotto il dominio d'essa plures episcopabantur antistites. Restò perciò vedova essa Adelaide, e d'essa avremo occasion di riparlare andando innanzi. Nè vo' lasciar di dire che l'imperador Corrado, nell'andare in quest'anno a Roma, si trovò VII kalendas martii ad viam Vinariam (Vivinaia) in comitatu Lucensi, siccome costa da un suo diploma da me dato alla luce[559], e spedito in favore del capitolo de' canonici di Lucca. Vedesi il medesimo Augusto dipoi XIII kalend. aprilis anno dominicae Incarnationis MXXXVIII, Indictione VI, anno domni Chuonradi regni XIIII, imperii XIII (si dee scrivere XI) juxta Perusium in monasterio sancti Petri, come s'ha da un suo diploma da me pubblicato, e confermatorio dei beni del monistero di san Sisto di Piacenza. Stando poscia esso Augusto in Benevento nonis junii di quest'anno, regnantis quartodecimo, imperantis tertiodecimo (dovrebbe essere duodecimo), Indictione sexta, confermò i suoi privilegii al monistero di Monte Casino, come s'ha dalla storia casinese del padre Gattola[560]. Abbiamo ancora un diploma suo dato in favore della badia di Firenze[561] X kalendas augusti dell'anno presente, anno regni XIV, imperii XIII. Vidalianae, cioè in Viadana, oggidì del contado di Mantova. Come ancor qui e come in altri due sopraccennati diplomi, s'incontri l'anno XIII dell'imperio, quando allora correa solamente l'anno XII, lascerò esaminarlo ad altri. Abbiamo inoltre due placiti tenuti in Vivanaia nel contado di Lucca da Cadaloo cancelliere dell'imperadore[562] intus curte domnicata domni Bonifatii marchio et dux per data licentia domni Conradi imperatoris, qui ibi aderat, octavo kalendas martii dell'anno presente. Se dice il vero uno strumento che sono per riferire, mancò di vita in quest'anno Ingone vescovo di Modena, e gli succedette Guiberto, il quale non tardò a fare un contratto con Bonifazio, appellato ivi marchio et dux Tusciae[563], dandogli a livello tre corti, cioè Bazani cum castro et capella sancti Stephani; Liviciani cum castro et capella sanctorum martyrum Adhelberti et Antonini; et sanctae Mariae in castello cum rocha et ecclesia, ec. Dal che sempre più s'intende che le corti anticamente abbracciavano un buon territorio con parrocchia, e sovente con castello. Diede all'incontro il marchese Bonifazio in proprietà e a titolo di donazione al vescovato di Modena tre corti, cioè di Gavello, forse quella che è oggidì sul Mirandolese; di Panzano cum castro et capella, e di Ganaceto colla porzione a lui spettante de castro et capella infra eodem castro in honore sanctorum martyrum Georgii et Resmi (forse Erasmi); e inoltre varii poderi nelle pievi di Pulinago e di rocca Pelago, cum rocca, quae nominatur Flumenalbo, ec, ascendenti alla somma di mille cinquecento iugeri. Le note cronologiche sono queste: Chuonradus gratia dei imperator Augustus, anni imperii ejus hic in Italia duodecimo, XV kalendas octobris, Indictione sexta, continuata sino al fine dell'anno.
Era ne' precedenti anni insorta discordia fra i due fratelli saraceni Abulafar e Abucab, governatori della Sicilia[564]. Si venne all'armi, ed Abulafar superato, ebbe ricorso a Michele imperador greco per ottener soccorso. Prese quell'Augusto pe' capelli questa congiuntura per isperanza di ritorre la Sicilia ai Saraceni, e con una buona armata spedì in Italia, oltre a Michele Duciano e Stefano patrizii, anche Giorgio Maniaco, famoso generale d'armi de' Greci in questi tempi. Costoro unirono al loro esercito quanti Longobardi e Normanni poterono allettare con ingorde promesse a quell'impresa, e passarono in Sicilia. Felice fu il loro ingresso colla presa di Messina, e poi di Siracusa, dove specialmente si distinse Guglielmo figliuolo di Tancredi d'Altavilla, venuto dalla Normandia a cercar fortuna con altri Normanni in Puglia[565]. Le sue prodezze gli acquistarono il soprannome di Ferrodibraccio. Intanto venuto dall'Africa un gran rinforzo di gente, i Saraceni siciliani formarono un'armata di circa cinquanta mila combattenti. Maniaco andò coraggiosamente colla sua gente ad assalire quegl'infedeli al fiume Remata, e diede loro una gran rotta, alla quale tenne dietro la presa di tredici piccole città di quell'isola, colla più bella apparenza del mondo di ridur tutta la Sicilia all'ubbidienza del greco Augusto. L'autore della Vita di san Filareto monaco siciliano, che fiorì in questi tempi, racconta[566], che, oltre alla bravura de' Greci, anche un vento gagliardo che soffiava in faccia a' nemici, servì a mettere i Saraceni in rotta, e che il governator saraceno di Sicilia se ne fuggì ignominiosamente con pochi de' suoi. Aveano coloro sparsa per la campagna gran copia di triangoli acuti di ferro, sperando di rovinar la cavalleria de' Greci; ma erano ferrati in maniera i cavalli greci, che punto loro non nocque l'insidiosa invenzione de' nemici, la quale sappiamo che in altre guerre fece un buon giuoco. Secondo la Cronica casauriense[567], in questi tempi si truova ne' contorni di quel monistero il giovane Trasmondo marchese, il quale, a mio credere, governava allora la marca di Camerino, essendochè in essa marca era compreso quel monistero. Se ciò è vero, dovea essere mancato di vita quell'Ugo duca e marchese che vedemmo all'anno 1028. In una carta dell'anno 1056 da me pubblicata[568] si truova domna Willa inclita comitissa, reclita quondam domni Ugo gloriosissimo, qui fuit dux et marchio. Questa fu sua moglie.
NOTE:
[554] Glaber, Hist., lib. 4, cap. 8.
[555] Leo Ostiensis, lib. 2, cap. 65.
[556] Wippo, in Vit. Conradi Salici.
[557] Hermannus Contractus, in Chron. Annal. Saxo apud Eccard.
[558] Petrus Damian., Opusc. XVIII.
[559] Antiq. Ital., Dissert. XL et XLI.
[560] Gattola, P. I Hist. Casin. Access.
[561] Bullar. Casinense, tom. 2, Constit. LXXXVI.
[562] Antiquit. Italic., Dissert. VI et IX.
[563] Ibidem, Dissert. XXXVI.
[564] Cedren., in Compend. Histor.
[565] Guafrid. Malaterra, Hist., lib. 1. Leo Ostiensis, lib. 2.
[566] Vita S. Philaret., in Act. Sanct. ad diem 6 aprilis.
[567] Chron. Casauriense, P. II, tom. 2 Rer. Ital.
[568] Antiquit. Ital., Dissert. VI.
Anno di CRISTO MXXXIX. Indizione VII.
BENEDETTO IX papa 7. ARRIGO III re di Germania e d'Italia 1.
Fu questo l'ultimo anno della vita dell'imperador Corrado. Aveva egli fatto un viaggio nel regno della Borgogna, dove que' popoli accettarono per loro re l'unico di lui figliuolo Arrigo. Trovandosi poi in Colonia, confermò ed accrebbe i privilegii ad Ingone vescovo di Modena, con cui il crea conte di Modena. Il diploma, già accennato dal Sigonio sotto il presente anno, e da me dato intero alla luce, ha le seguenti note[569]: Datum XVII kalendas aprilis, anno dominicae Incarnationis MXXXVIII, Indictione VII, anno autem domni Chuonradi regni XIIII, imperii XII. Actum Colonia. Ma io truovo qui degl'intoppi. Pare fallato l'anno, e che si deggia scrivere MXXXVIIII; e così l'intese il Sigonio. Ma v'ha anche dell'errore negli anni del regno; e quando si volesse questo diploma riferire all'anno precedente, Corrado allora dimorava in Italia, e non già in Colonia. Oltre di che, quando sussista la carta additata nell'anno precedente, era già succeduto Guiberto ad Ingone nel vescovato di Modena prima dell'anno presente 1039. Però che dee dire di questo diploma il saggio lettore? Ito poscia l'imperadore Corrado ad Utrecht nella Frisia[570], quivi celebrando la festa della Pentecoste, fu sorpreso da dolori, che nel lunedì seguente, cioè nel dì 4 di giugno, il condussero al fine de' suoi giorni. Era dianzi stato eletto e coronato re di Germania il suddetto Arrigo III suo figliuolo, soprannominato il NERO a cagion della barba, e come suo successore fu immediatamente riconosciuto da tutti. Una curiosa novella cominciò ad avere spaccio nel secolo susseguente intorno alla persona d'esso re Arrigo. Gotifredo da Viterbo pare che fosse il primo a darle credito[571]. Eccone, per ricreazion di chi legge, un transunto. Caduto in disgrazia di Corrado Augusto un Lupoldo conte, si ritirò colla moglie a vivere incognito in una capanna in mezzo ad una selva. Questa favola, passata poi in Italia, fu applicata in altri termini ad alcune nobili case dagl'impostori genealogisti. Ora accadde che Corrado, smarrito nella caccia, giunse a quel tugurio una notte, e vi prese riposo. Nello stesso tempo partorì la moglie di Lupoldo un maschio, e Corrado, al sentirlo vagire, intese una voce dal cielo che gli disse: Corrado, questo fanciullo sarà tuo genero ed erede. Levatosi per tempo l'imperadore, ordinò a due suoi famigli di prendere quel bambino e d'ucciderlo. N'ebbero compassione, e il lasciarono vivo sopra di un albero. Passò di là un certo duca, che il prese ed allevò, e veggendolo crescere in bellezza e senno, l'adottò per figliuolo. Dopo alcuni anni guatando l'imperadore questo giovinetto, gli venne sospetto che fosse il medesimo di cui avea comandata la morte, forse perchè seppe come era stato trovato dal duca; e con apparenza di volerlo onorare, l'arrolò fra' suoi cortigiani. Un dì poscia scrisse all'imperadrice Gisla una lettera, in cui gli ordiva di farne immediatamente uccidere il portatore, e la diede al giovinetto Arrigo con ordine di presentarla in mano d'essa Augusta. Andò questi; ma addormentatosi per viaggio in una chiesa, il prete d'essa adocchiata quella lettera, gliela tolse di saccoccia ed aprì. Per compassione il buon prete ne scrisse un'altra con ordine all'imperadrice che, alla comparsa di quel giovane, immantinente gli desse in moglie la comune lor figliuola. Andò il giovane, senza nulla sapere dell'operato dal prete, e presentata la lettera, non tardò a divenir genero dell'imperadore. Bel suggetto per una tragedia, purgato che fosse da varii inverisimili, ma per conto della storia, avvenimento inventato di peso, essendo fuor di dubbio, secondo l'autorità di più scrittori contemporanei, che Arrigo III nacque da Corrado e Gisla Augusti, ed ebbe due mogli l'una Cunichilde morta nell'anno precedente, e poscia nell'anno 1045 Agnese figliuola di Guglielmo duca di Poitiers. Benchè poi non fosse costume di contare in Italia gli anni del regno italico, nè dell'imperio, se non dopo le coronazioni; pure mi prendo io la libertà di cominciar qui l'epoca del di lui regno in Italia, al vedere che una carta riferita dal Campi[572], e scritta in Piacenza, ha queste note: Anno ab Incarnatione Domini MXLIV, anno regni donni Henrici rex hic in Italia quinto, nono kalendas aprilis, Indictione XII, il che fa bastevolmente intendere che almeno i Pavesi ed altri popoli d'Italia, anche senza la coronazione italiana, non tardarono molto a ricevere esso Arrigo III per re. Un'altra carta piacentina nell'anno seguente MXLV ha l'anno sesto del regno d'Arrigo. Così nel Bollario casinense[573] e presso l'Ughelli[574] si truovano diplomi dati da esso re alle chiese d'Italia coll'epoca suddetta. Ho io parimente pubblicata[575] una lettera di Adalgerio, cancellarius et missus gloriosissimi regis Henrici, cujus vice in regno sumus, a tutto il popolo di Cremona, con cui gli ordinava d'intervenire al placito di Ubaldo vescovo di quella città. Contuttociò potrebbe essere che solamente all'anno susseguente si desse principio all'epoca del regno d'Italia, cioè dappoichè Eriberto arcivescovo di Milano, siccome vedremo, andò a riacquistar la grazia del medesimo re Arrigo. Nè mancano documenti italiani di questi tempi, ne' quali niuna menzione è fatta del regno d'esso Arrigo.
Avea l'Augusto Corrado portato con seco in Germania un implacabil odio contra d'esso Eriberto, nè altro potendo fare, avea incaricato i principi d'Italia, cioè i vescovi, marchesi e conti di far aspra guerra a Milano. In fatti alla primavera di quest'anno si raunarono armi ed armati da varie parti per eseguire la di lui volontà e vendetta; ma punto non si sgomentò Eriberto[576]. Preparò egli buona copia di munizione da bocca e da guerra; chiamò in città tutti i distrettuali dal grande fino al picciolo; ed allora fu ch'egli inventò il carroccio; tanto poscia usato e decantato ne' secoli susseguenti in Lombardia. Questo era un carro condotto da buoi con un'antenna alzata che aveva sulla cima un pomo dorato con due stendardi bianchi. Nel mezzo v'era l'immagine del Crocifisso. Uno stuolo de' più forti gli stava alla guardia, e conducendosi questo carro in mezzo all'esercito, colla sua vista accresceva coraggio ai combattenti. Di molte baruffe si fecero in tal congiuntura, ed era per seguirne peggio, quando all'improvviso giunta la nuova della morte di Corrado, tutto l'esercito nimico si levò e sbandò con tal confusione, che ad alcuni costò la vita. Eriberto ne dovette ben cantare il Te Deum. Abbiamo da Ermanno Contratto[577] e da Wippone[578] che in questo anno nel dì 13 d'ottobre parimente mancò di vita Corrado duca di Franconia, di Carintia e d'Istria: con che venne eziandio a vacare la marca di Verona. Avrebbe forse potuto pretendere ad essa Adalberone, che prima di lui l'aveva goduta, e ne fu cacciato; ma anch'egli pagò il suo debito alla natura nell'anno presente. Se ad alcuno fosse ne' sei o sette anni seguenti conferita quella marca, non l'ho potuto finora scoprire. Erano nella più bella positura gli affari de' Greci in Sicilia, e pareva già vicino il fortunato giorno, in cui quell'isola nobilissima restasse libera dal giogo de' Saraceni. Ma la greca avidità e superbia tagliò il corso agli ulteriori progressi, e rovinò anche gli acquisti fatti per la cagione che son per narrare. Gran cosa avea promesso Giorgio Maniaco ai Longobardi e Normanni, suoi ausiliarii a quell'impresa. Quando si fu a partire il bottino, anche essi ne pretesero, come era il dovere, la lor parte. Nulla poterono ottenere. Inviarono Ardoino nobile longobardo a Maniaco per farne nuova istanza; e questi, forse perchè parlò con troppo calore, altro non riportò che strapazzi e bastonate. Voleano i Longobardi e Normanni correre all'armi e farne vendetta; ma il saggio Ardoino, per attestato di Guaifredo Malaterra[579], li consigliò a dissimular lo sdegno; ed accortamente ricavata licenza di poter tornare in Calabria, imbarcatosi con tutti i suoi aderenti, felicemente si ridusse a Reggio di Calabria in terra ferma. Allora fu ch'essi, preso per lor capitano esso Ardoino, si diedero a far vendetta dell'ingratitudine de' Greci, con devastar tutto quanto poterono delle terre possedute da essi Greci in quella provincia. Ma Guglielmo pugliese[580], Cedreno ed altri scrivono, che non da Maniaco in Sicilia, ma da Doceano, ossia Dulchiano, catapano de' Greci in Puglia, fu maltrattato esso Ardoino, il quale era allora suo luogotenente. Di qui ebbe principio la rovina del dominio greco in Italia. Riuscì ancora in quest'anno a Guaimario IV principe di Salerno e di Capoa[581] di sottomettere al suo dominio coll'aiuto dei Normanni il ducato di Amalfi. Lo stesso vien confermato dalla Cronichetta d'Amalfi[582], da cui impariamo, che essendo fuggiti a Napoli Giovanni e Sergio suo figlio, duchi di quella città, Mansone fratello d'esso Giovanni occupò quel principato. Ma essendo da li a quattro anni ritornato esso Giovanni da Napoli, dopo aver preso ed accecato il suddetto Mansone, tornò a comandar le feste; per poco tempo nondimeno, perchè Guaimario s'impadronì di quella allora molto ricca città. La tenne egli per cinque anni e sei mesi, dopo i quali Mansone, tuttochè cieco, ricuperò quel ducato, e regnò dipoi altri nove anni.
NOTE:
[569] Antiquit. Ital., Dissertat. LXXI.
[570] Wippo, in Vita Conradi Salici. Hermannus Contract., in Chron. Annales Hildesheim.
[571] Godefridus Viterbiensis, in Panth.
[572] Campi, Istor. di Piacenza tom. 1 Append.
[573] Bullarium Casinense, Constit. LXXXIX.
[574] Ughellius, Ital. Sacr., tom. 4, in Episcop. Bergam.
[575] Antiquit. Italic., Dissert. LXXI.
[576] Arnulf., Hist. Mediol., lib. 2, cap. 16.
[577] Hermannus Contractus, in Chronico.
[578] Wippo, in Vit. Conradi Salici.
[579] Gaufrid. Malaterra, Hist., lib. 1.
[580] Guillielmus Apulus, Hist. lib. 1.
[581] Leo Ostiensis, Chron., lib. 2, cap. 65.
[582] Antiq. Ital., tom. 1, pag. 211.
Anno di CRISTO MXL. Indizione VIII.
BENEDETTO IX papa 8. ARRIGO III re di Germania e d'Italia 2.
Fondato sopra l'autorità di Galvano Fiamma scrisse il Sigonio[583], che il re Arrigo dopo la morte del padre fu sollecito a spedir ambasciatori in Italia ad Eriberto arcivescovo di Milano, per chiedere la corona del regno italico di presente, e buona amicizia in avvenire. Sembra a me più verisimile che Eriberto cercasse egli la grazia del nuovo regnante, e che il maneggio si terminasse nell'anno presente. Meritano d'essere qui riferite le parole dell'Annalista sassone[584]. Dopo aver egli detto che Arrigo solennizzò la Pasqua in Ingeleim, seguita a scrivere così: Illuc etiam post Pascha metropolitanus mediolanensis adveniens, et de omni sua controversia, quam contra imperatorem Conradum exercuit, satisfaciens, interventu principum gratiam regis promeruit, et iterum juramentis pacem fidemque se servaturum affirmavit: sicque regem Agrippinam prosecutus, inde ad patriam cum pace simul et gratia regis remeavit. Pertanto venne sempre più a stabilirsi in Italia il dominio del re Arrigo III, quantunque non resti memoria della di lui elezione in re d'Italia, la quale è da credere che seguisse in qualche dieta dei principi in Pavia o nel precedente anno o nel presente, Truovasi menzionata anche da Arnolfo[585] la riconciliazione suddetta, e si vede presso il Campi[586] una donazione fatta dal suddetto arcivescovo alla badia di Tolla sul Piacentino, scritta anno MXL domni Henrici regis primo, nostri autem archiepiscopatus XXII, Indictione VIII, Actum in Castro Cassano. Fa egli menzione in quel documento dei passati suoi travagli, e riconosce da Dio e dall'intercessione de' santi la sua liberazione. Ebbe in quest'anno il re Arrigo guerra col duca di Boemia, ma con isvantaggio de' suoi. Seguitarono intanto i Longobardi i Normanni, che s'erano ritirati dalla Sicilia, a prendere terre e a dare il guasto nel dominio de' Greci in Puglia; e perciocchè non aveano alcun sicuro ricovero in quelle parti, dopo aver presa Melfi ossia Melfia nel dì di Pasqua, la fortificarono in maniera da non temere l'orgoglio de' Greci. Leone ostiense[587] scrive che Rainolfo normanno, conte di Aversa, con patto di aver la metà delle conquiste, diede aiuto ad Ardoino nemico d'essi Greci con trecento de' suoi Normanni. Nè qui si fermò la bravura di questa gente. Presero anche Venosa, Ascoli e Lavello. Abbiamo inoltre da Lupo Protospata[588] che nel mese di marzo Arigo, figliuolo di quel Melo che abbiam veduto capo della sollevazion dei Pugliesi contra de' Greci, assediò Bari, e se ne impadronì. Ma se qui andavano male gli affari dei Greci, peggio ancora camminavano in Sicilia[589]. Ripigliate le forze, i Saraceni aveano messa insieme un'armata di terra, con cui sperando di riacquistar le città perdute, si accamparono nella pianura di Dragina. Giorgio Maniaco, valente generale di terra per l'imperadore greco, nulla prezzando costoro, presentò lor la battaglia, con aver prima ordinato a Stefano patrizio, marito d'una sorella dell'imperadrice, e general di mare, di star bea attento colla sua flotta, acciocchè niuno de' Barbari fuggisse: tanto si teneva egli in pugno la vittoria. Infatti mise in rotta il nemico, e ne fece buona strage; ma il general moro ebbe la fortuna di salvarsi con una barchetta per mare. Per questa negligenza di Stefano si trovò sì irritato Maniaco, che il regalò di qualche bastonata, e lo strapazzò, chiamandolo soprattutto uom vile e traditore, Stefano, che stava bene alla corte, scrisse colà che Maniaco macchinava di usurpare per sè la Sicilia; e questo bastò perchè venisse ordine di mandarlo ne' ferri con Basilio patrizio a Costantinopoli: il che fu eseguito, con restare al comando dell'armi il suddetto Stefano. La dappocaggine ed avidità di costui diede campo ai Mori di riaversi e di ricuperare a poco a poco coll'aiuto degli stessi Siciliani le città e fortezze perdute, a riserva di Messina che si sostenne. All'assedio di questa città con tutte le lor forze passarono i Mori. Catalaco Ambusto comandante della piazza, mostrando timore, per tre di niun movimento fece, di maniera che i Mori notte e dì ad altro non pensavano che a sollazzarsi, in bere, in danze e in altre allegrie. Nel dì della Pentecoste Ambusto, animati i suoi alla pugna, diede improvvisamente addosso agli assedianti, colla cavalleria giunse fino al padiglione d'Apolafare, general de' Mori, che, colto colle spade ubbriaco, morì senza saper di morire. Chi de' Saraceni non ebbe buone gambe vi lasciò la vita; e nel bottino si truovò tanta quantità d'oro, d'argento, perle e pietre preziose che, se vogliamo crederlo, si misuravano a moggia. Ma con tutta questa fortuna i Greci, per mancanza del loro generale, nulla più acquistarono, e Stefano se ne fuggì in Calabria. Aggiunse in quest'anno Guaimario IV ai suoi principati di Salerno, di Capoa e d'Amalfi anche il ducato di Sorrento[590]. Quanto al re Arrigo, egli interdisse a Walderico, abbate del monistero cremonese di san Lorenzo, l'alienarne e livellarne i beni senza licenza di Ubaldo vescovo di quella città. Questo era il mestiere di molti abbati cattivi di questi tempi. Fu dato il diploma[591] XVI kalendas februarii, Indictione VII anno MXL in Augusta, per consiglio Kadeloi episcopi atque cancellarii nostri. E però di qui veniamo a conoscere che Cadaloo, famoso per le sue ribalderie nella storia ecclesiastica, dovette conseguire il vescovato di Parma, non già nell'anno 1046, come volle l'Ughelli[592], ma bensì nell'anno precedente 1039.
NOTE:
[583] Sigonius, de Regno Ital., lib. 8.
[584] Annalista Saxo apud Eccardum.
[585] Arnulph., Hist. Mediol. lib. 2, cap. 17.
[586] Campi, Istor. di Piacenza, tom. I, Append.
[587] Leo Ostiensis, Chron., lib. 2, cap. 67.
[588] Lupus Protospata, in Chronico.
[589] Cedren., in Comp. Hist.
[590] Leo Ostiensis, Chron., lib. 2, cap. 65.
[591] Antiquit. Italic., Dissert. LXXII.
[592] Ughell., Ital. Sacr., tom. 2, in Episcop. Parmens.
Anno di CRISTO MXLI. Indizione IX.
BENEDETTO IX papa 9. ARRIGO II re di Germania e d'Italia 3.
Era in questi tempi sconvolta la reggia di Costantinopoli per la prepotenza dell'imperadrice Zoe, che faceva e disfaceva a suo talento gl'imperadori; e però anche le membra dell'imperio greco risentivano i malori del capo. Al governo della Puglia e Calabria[593] era stato inviato Doceano o Dulchiano catapano dell'Augusto Michele Paflagone, che in quest'anno finì i suoi giorni, con avere per successore Michele Calafata, il quale durò ben poco, e lasciò l'impero a Costantino Monomaco. Questo Doceano moriva di rabbia al vedere i progressi dei Normanni nella Puglia[594], e però fece quanto sforzo potè per desiderio di opprimerli e di cacciarli da Melfi. Gli era anche venuto qualche rinforzo di gente dal Levante. Nulla sbigottito per questo Ardoino, capitano allora de' Normanni, adunò anch'egli le sue truppe; e, quantunque troppo inferiore di gente[595], pure intrepidamente venne alle mani coi Greci nel mese di marzo presso al fiume Labento, e toccò la vittoria ai pochi, ma valorosi. Allora i Normanni, per tirar dalla sua gli abitatori di quelle contrade, elessero per loro capo Atenolfo fratello di Pandolfo III principe allora di Benevento, e arditamente nel mese di maggio presso il fiume Ofanto, e, secondo Cedreno, in vicinanza del famoso luogo di Canne, s'azzuffarono coll'esercito greco, e di nuovo lo sbaragliarono. Accadde che quel medesimo fiume, dianzi secco, allorchè i Greci il passarono, all'improvviso si gonfiò d'acque in tal guisa, che dei Greci in volerlo ripassare più ne rimasero ivi affogati, che non erano restati tagliati a pezzi nel campo dalle spade nemiche. Secondo Lupo Protospata, Doceano si salvò in Bari: segno che Argiro avea ricuperata quella città con intelligenza de' Greci, oppure che non la tenne. Gran bottino fecero in tal congiuntura i vittoriosi Normanni. Succedette parimente in quest'anno un'altra considerabile impresa, di cui parlerò all'anno seguente. Ben si può credere che i vincitori dovettero saper profittare della lor fortuna con sottomettere nuove terre in Puglia al loro dominio. Anche in Lombardia cominciò la discordia a scompaginar la buona armonia del popolo di Milano. Mi sia lecito il parlarne sotto quest'anno col Sigonio, tuttochè si possa dubitare che al susseguente appartenga questo funesto avvenimento, scritto da Arnolfo e Landolfo seniore[596], storici milanesi di questo secolo.
Era composta la nobiltà di Milano dei militi che tutti godevano qualche feudo, e si dividevano in capitanei e valvassori, siccome ancora d'altri che non aveano già feudi, ma per grosse tenute di beni, e per dignità ed uffizii erano potenti. Maltrattavano, aggravavano i militi il popolo minore, cioè gli artisti e l'altra plebe; e andò tanto innanzi la loro indiscretezza, che infine il popolo ruppe la pazienza e il rispetto dovuto ai maggiori con tale scissura, che la piaga durò dipoi ne' secoli avvenire, ora aperta, ora cicatrizzata, ma non mai ben saldata. Abbiam veduto all'anno 1035 una simile rottura in Milano, che poi si quetò per allora. Fu un giorno malamente bastonato o ferito da un milite, ossia da un cavaliere, un plebeo. Trasse al rumore altra gente plebea; ne seguì un conflitto, e poscia un'unione giurata di tutto il basso popolo contra de' nobili, da' quali più non si voleva lasciar calpestare. Il peggio fu che Lanzone, uomo nobile, si mise alla lor testa: il che sommamente dispiacque al corpo della nobiltà. La guerra passata avea addestrata all'armi anche la plebe, e però, stando sì l'una come l'altra parte in sospetto e in guardia, un dì per un piccolo rumore tutti corsero all'armi, e si cominciò per le piazze per le strade un'aspra battaglia. Chi all'aperto, e chi dalle finestre e dai tetti combatteva, e a moltissime case fu attaccato il fuoco. Era di troppo superiore il numero dell'inferocito popolo: laonde furono obbligati i nobili a cercare scampo con fuggirsene dalla città insieme colle lor mogli e figliuoli. L'arcivescovo Eriberto, affinchè non si credesse ch'egli favorisse il partito della plebe contra dei nobili, molti de' quali erano suoi vassalli, giudicò bene anch'egli di ritirarsi fuor di Milano. Siccome apparisce da un documento da me dato alla luce[597], in quest'anno si truova nel Bondeno la moglie di Bonifazio duca e marchese di Toscana, Beatrice contessa, la quale è detta filia quondam Frederici, senza specificare, come era il costume, che suo padre fosse duca. Ma benchè quella carta si dica scritta nell'anno ab Incarnatione Domini nostri Jesu Christi millesimo quadragesimo primo, die XIII martii, pure è difettosa, perchè seguita l'indizione decima; e però o l'anno è fallato, e sarà il seguente; ovvero l'indizione dev'essere la nona. Confermò in quest'anno il re Arrigo tutti i diritti e beni della chiesa d'Asti a Pietro vescovo di quella città con diploma[598] dato VII idus februarii anno dominicae Incarnationis MXLI, Indictione VIII (si dee scrivere VIIII) anno domni Henrici tertii regis, ordinationis ejus XIII, regni II. Actum in Aquisgrani palatio. Con altro diploma parimente concedette il contado di Bergamo ad Ambrosio vescovo di quella città[599] nonis aprilis, Indictione IX, anno domni Henrici regnantis II, ordinationis vero ejus XXIII (scrivi XIII). Actum Moguntiae. Così a poco a poco cominciarono i vescovi di Lombardia ad acquistare anche il governo temporale e il dominio delle loro città. Se l'oro faccia tutto oggidì, nol so dire: allora certo aveva questa virtù.
NOTE:
[593] Cedrenus, in Compend. Hist.
[594] Leo Ostiensis, lib. 2, cap. 67.
[595] Lupus Protospata, in Chronico. Guilielmus Apulus, lib. 1.
[596] Arnulf., Histor. Mediolan., lib. 1, cap. 18. Landulf. Senior, Hist. Mediolan., lib. 2, cap. 26.
[597] Antiquit. Italic., Dissert. XLI.
[598] Ughell., Ital. Sacr., tom. 4 in Episcop. Astens.
[599] Ibidem in Episc. Bergomens.
Anno di CRISTO MXLII. Indizione X.
BENEDETTO IX papa 10. ARRIGO III re di Germania e d'Italia 4.
Bolliva più che mai fra i nobili usciti di Milano e il basso popolo, restato padrone della città, l'odio, la discordia e la guerra. Ci assicura Landolfo seniore[600] che l'arcivescovo Eriberto si tenne neutrale in sì fiera congiuntura. Ora i nobili, avendo tirato nella lor fazione i popoli della Martesana e del Seprio, si fortificarono in sei terre all'intorno della città, e ne formarono un blocco, senza permettere che alcuno vi portasse dei viveri; nè giorno passava in cui non seguisse qualche badalucco o combattimento tra la plebe e i fuorusciti, con mortalità continua d'amendue le parti. Guai se talun cadeva nelle mani del nemico; non iscansava la morte, o una prigionia peggior della morte. Aveva il greco Augusto Michele Paflagone prima di morire richiamato dall'Italia Doceano ossia Dulchiano, già catapano, riconosciuto per inutile, anzi dannoso maestro di guerra[601], e in sua vece inviato in Puglia un figliuolo di Bugiano, soprannominato, per quanto s'ha dall'Ostiense, Exaugusto, o Annone, secondo il Malaterra. Costui seco condusse un numeroso stuolo di Greci e di Barbari; ma venuto a battaglia nel precedente anno coi Normanni a' dì 5 di settembre sotto Monte Piloso, o, come vuol Cedreno, in vicinanza di Monopoli, non ebbe miglior fortuna del suo predecessore. Restò ivi con una memorabile sconfitta tagliato a pezzi quasi tutto l'esercito suo. Fu fatto prigione egli stesso, e donato dai Normanni ad Atenolfo lor capitano, il quale ne fece traffico coi Greci, e ne ricavò una buona somma d'oro: azione nondimeno che irritò non poco i Normanni, e fu cagione che gli levarono il baston del comando. Abbiamo dal Protospata, che Argiro barense, figliuolo del celebre Melo, fu in quest'anno dichiarato princeps et dux Italiae, cioè della Puglia e Calabria; ma senza dire chi gli desse questo titolo, cioè se i Greci, o i Normanni. Certo è, per attestato di Guglielmo pugliese[602] e di Leone ostiense, che i Normanni Argiro Meli filium sibi praeficientes, ceteras Apuliae civitates partim vi capiunt, partim sibi tributarias faciunt. Ma non istaremo molto a vedere questo medesimo Argiro e i Normanni uniti coi Greci. Intanto l'imperador Michele Calafata, succeduto a _Michele Paflagone_nell'anno addietro, imputando all'imperizia e dappocaggine de' capitani le fiere percosse date dai Normanni alle armate sue, si avvisò di spedire in Italia Giorgio Maniaco[603], cioè quel medesimo che vedemmo dopo le vittorie riportate in Sicilia mandato in ceppi a Costantinopoli. Costui venne, uomo superbo, uomo oltre ad ogni credere crudele. Appena giunto ad Otranto, trovò che i Normanni erano già divenuti padroni di tutta la Puglia, o l'aveano divisa tra loro[604]. A Guglielmo Bracciodiferro era toccata la città d'Ascoli. Lupo Protospata scrive[605] che Guilielmus electus est comes Materae. A Drogone suo fratello toccò Venosa; ad Arnolino, Lavello; ad Ugo, Monopoli; Trani a Pietro; Civita a Gualtiero; Canne a Ridolfo; a Tristano, Montepiloso; Trigento ad Erveo; Acerenza ad Asclittino; ad un altro Ridolfo, Santo Arcangelo; Minervino a Rainfredo. Anche Ardoino ebbe la parte sua. E Rainolfo conte di Aversa ottenne la città di Siponto col Monte Gargano. Melfi restò comune a tutti, città diversa da Amalfi. Così noi miriamo andar crescendo a gran passi la fortuna e potenza de' Normanni in quelle contrade. Ora Maniaco diede principio alle sue imprese con impadronirsi di Monopoli e di Matera. Fin le donne e i fanciulli furono barbaramente tagliati a pezzi, nè si perdonò a' monaci e preti: tanta era la barbarie di costui. In questo mentre Argiro, preso per generale dai Normanni, s'impossessò di Giovenazzo, e per un mese tenne assediata la città di Trani. Scrive Lupo Protospata che la città di Bari reversa est in manus imperatoris nell'anno presente. Non s'intende bene, per la brevità delle parole di questo scrittore, come passassero quegli affari. Veggasi all'anno seguente, e verrà qualche lume a queste tenebre.
NOTE:
[600] Landulfus Senior, Hist. Mediolan., lib. 2, cap. 26.
[601] Leo Ostiensis, Chron., lib. 2, cap. 67. Lupus Protospata, in Chron.
[602] Guilielmus Apulus, lib. 1.
[603] Cedrenus. Guiliemus Apulus.
[604] Leo Ostiensis, Chron., lib. 2, cap. 67.
[605] Lupus Protospata, in Chron.
Anno di CRISTO MXLIII. Indizione XI.
BENEDETTO IX papa 11. ARRIGO III re di Germania e d'Italia 5.
Da un documento da me pubblicato[606] noi ricaviamo che Adalgerio, cancelliere e messo del re Arrigo, tenne un placito in Pavia nel monistero di san Pietro in coelo aureo, al quale intervennero Eriberto arcivescovo di Milano, Rinaldo vescovo di Pavia, Riuprando vescovo di Novara, Litigerio vescovo di Como e Adelberto conte. Fu scritto quel giudicato anno ab Incarnatione Domini nostri Jesu Christi millesimo quadragesimo tertio, regni vero domini Heinrici regis hic in Italia V, decimotertio kalendas madias, Indictione undecima. Ma dovrebbe essere l'anno IV del regno, prendendo il principio dell'epoca sua dalla morte di Corrado suo padre. Tristano Calco e il Puricelli che, fondati su questo documento, scrissero essere in quest'anno venuto in Italia il re Arrigo, presero un grosso abbaglio. Quivi non è vestigio alcuno di tal venuta, e vi si oppone ancora il silenzio delle storie. Seguitarono in questo anno ancora i nobili fuorusciti milanesi a tenere bloccata la città di Milano, con succedere frequentissimi conflitti fra essi e il popolo di quella città, da cui valorosamente si resisteva ai loro sforzi. Non men crudele danza continuava nella Puglia. Era stato balzato dal trono di Costantinopoli nell'anno addietro Michele Calafata, e in luogo suo innalzato Costantino Monomaco, che prese per moglie l'imperadrice Zoe, cioè la sconvolgitrice di quell'imperio[607]. Passava un'antica nimicizia fra esso Costantino e Giorgio Maniaco generale in Italia dell'armi greche. Prevedendo costui la sua rovina sotto un imperadore sì mal affetto verso di lui, parte per disperazione, parte per gli stimoli dell'ambizione, s'appigliò ad un'arditissima risoluzione con farsi proclamare imperador de' Greci, e prenderne le insegne. Cedreno accenna[608] che per cagion di Romano Duro, suo nemico e prepotente alla corte di Costantinopoli, Maniaco si ribellò. Infatti l'Augusto Monomaco avea spedito in Italia Pardo protospatario con ordine di spogliar Maniaco del comando. Ma lo scaltro Maniaco seppe così bene fare, che spogliò lui della vita e delle gran somme d'oro portate da esso Pardo in Italia, e se ne servì per regalar le truppe, e maggiormente adescarle nel suo partito. Abbiamo poi da Lupo Protospata[609] che Maniaco andò sotto Bari, ma nol potè trarre alla sua devozione. V'era dentro Argiro figliuol di Melo, che nè per minacce, nè per promesse volle indursi a sottomettersi a lui. Tentò anche di guadagnare i Normanni, ma non gli riuscì. Tutto questo pare succeduto nell'anno precedente. L'imperadore Costantino, a cui scottava forte la ribellion di Maniaco, nè trovava mezzi per ismorzar questo fuoco, si rivolse anch'egli ad Argiro e ai Normanni; ed esibite loro delle ingorde condizioni, e massimamente, come si può credere, la conferma delle loro conquiste, li tirò dalla sua. Dall'Anonimo Barense, da me dato alla luce[610], si raccoglie che vennero ad Argiro lettere imperiali Foederatus, et Patriciatus, et Catapani, et Vestatus (forse Sebastatus). Portarono anche i messi imperiali dei magnifici regali per Argiro e per li Normanni. Tutto avrebbe dato il Monomaco per liberarsi da questo competitor dell'imperio. Argiro, ch'era da gran tempo all'assedio di Trani, ed avea fatta fabbricare una mirabil torre di legnami per espugnar la terra, tosto indusse i Normanni a ritirarsene, e a far preparamenti in favore di Costantino Monomaco contra di Maniaco. Scrisse a Rainolfo conte di Aversa per nuovi aiuti; e, raccolta un'armata di settemila persone, tutta gente di somma bravura ed avvezza alle vittorie, con Guglielmo Ferrodibraccio s'inviò in questo anno alla volta di Taranto, dove s'era chiuso Maniaco, non osando tenere la campagna contra de' pochi, ma formidabili Normanni. Taranto era città fortissima; prenderla per assalto si conosceva impossibile; nè i Greci voleano uscire a battaglia. Però dopo qualche tempo se ne tornarono indietro i Normanni. Saputo poi che Maniaco se n'era ito ad Otranto, e che contra di lui era venuta una flotta greca condotta da Teodoro patrizio e catapano, accorsero anch'essi per terra all'assedio di quella città. Maniaco, veggendo la malparata, ebbe la fortuna di potersi salvare per mare e di andarsene a Durazzo. Ma poco durò la sua buona sorte, perchè sorpreso dai soldati dell'Augusto Monomaco, terminò la sua tragedia con restare ucciso in quelle contrade; oppure, come vuol Cedreno, benchè vincitore, morì di una ferita. Il capo suo, portato a Costantinopoli, empiè di consolazione tutta quella corte. Otranto si diede ad Argiro, il quale dopo questa impresa licenziò tutti i Normanni, e se ne tornò glorioso alla città di Bari. In quest'anno ancora, per attestato del Dandolo[611], avendo finiti i suoi giorni Domenico Flabanico doge di Venezia, gli succedette in quel principato Domenico Contareno. Constantinus Augustus hunc ducem magistrali sede decoravit, sono parole d'esso Dandolo, significanti che dal greco augusto fu dichiarato questo doge magister militum, come erano i duchi di Napoli, cioè generale d'armata. Rapporta l'Ughelli[612] la fondazione da lui fatta in quest'anno, insieme con Domenico patriarca di Grado e con Domenico vescovo olivolense, ossia di Venezia, del monistero di san Niccolò in Lido, con ivi ordinare Sergio abbate. Passò in questo anno alle seconde nozze il re Arrigo III, con prendere per moglie, nel dì d'Ognissanti[613], Agnese figliuola di Guglielmo duca di Poitiers. Negli Annali d'Ildeseim[614] si parla all'anno seguente di questo fatto, ma con errore. A tali nozze fu un gran concorso di buffoni, giocolieri e ciarlatani, tutti credendo, come era l'uso di quei secoli, di riportarne de' bei regali. Ma Arrigo, ridendosi di quel ridicolo costume, tutti li lasciò colle mani piene di mosche, e ne dovette riportar molte maledizioni da quella canaglia, ma insieme molte lodi dai buoni e saggi.
NOTE:
[606] Antiquit. Italic., Dissert. LXVI.
[607] Guilielmus Apulus, Hist., lib. 1.
[608] Cedren., in Compend. Histor.
[609] Lupus Protospata, in Chronico.
[610] Antiquit. Ital., Dissert. I.
[611] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.
[612] Ughell., Ital. Sacr., tom. 5 in Venet. Patriarch.
[613] Hermannus Contractus. Lambertus Scafnaburgensis. Chron. Andegavense.
[614] Annales Hildesheim.
Anno di CRISTO MXLIV. Indizione XII.
GREGORIO VI papa 1. ARRIGO III re di Germania e d'Italia 6.
Per tre anni, secondo l'attestato di Arnolfo storico[615], durò il blocco di Milano, già intrapreso dai nobili fuorusciti contro le plebe di quella città. Terminò esso, a mio credere, piuttosto nel presente anno che nel precedente, come si figurò il Sigonio. Eccone la maniera, di cui siam tenuti a Landolfo seniore[616], altro storico milanese di questo secolo. Erasi ridotta per sì lungo contrasto in somme miserie quella nobil città, perchè troppo scemato il popolo a cagion dei tanti combattimenti e delle malattie sofferte, e massimamente perchè un'orrida fame era succeduta alla mancanza dei viveri. Pareano scheletri camminanti quei che erano restati in vita. Ora Lanzone capitan d'esso popolo, allorchè vide tendente al precipizio la fortuna de' suoi, nè rimaner loro speranza di soccorso, preso seco molto oro ed argento, segretamente se ne andò in Germania ad implorar il patrocino del re Arrigo. Il trovò molto adirato contra di Eriberto arcivescovo, perchè il supponeva autore di sì scandalosa division de' Milanesi, e insieme della ribellione, giacchè niuna delle due fazioni ubbidiva più agli ordini d'esso re. Purchè Lanzone si obbligasse di ricevere nella città di Milano quattromila cavalli tedeschi, promise il re Arrigo di aiutar la plebe contra dei nobili, e contra qualunque persona che volesse molestarla. A tutto acconsentì Lanzone, e fu determinato il tempo della spedizion dell'armata. Con queste buone nuove tornato a Milano rimise il cuore in corpo ai macilenti suoi seguaci, con gaudio incredibile di tutti, e con sua gran lode. Ma questo Lanzone, siccome personaggio ben provveduto di senno, ed amante della patria, stette poco a riconoscere a che pericolo si esponesse la città, e non men la fazione contraria che la sua. Fors'anche avea consigliatamente operato tutto per condurre alla pace i nobili ostinati. Perciò segretamente s'abboccò con alquanti nobili fuorusciti; e rappresentato loro quanto a tutti potea avvenire per così fiera disunione, non trovò difficoltà a stabilire una buona pace e concordia: con che rientrarono i nobili in Milano, e deposto ogni spirito di vendetta, attesero sì i grandi che i piccioli a vivere per allora con buona armonia, benchè poco fossero disposti gli animi dell'una parte verso dell'altra. Tal fine ebbe quella scandalosa discordia. Conoscendo Poppone patriarca di Aquileia quanto fosse agevole, nella corruzione in cui si trovava allora la corte romana per cagione di un papa pieno di vizii, l'ottenere quel che si voleva[617], tanto s'adoperò, che ne riportò un decreto, che la chiesa di Grado, benchè da più secoli smembrata, dovesse riconoscere per suo metropolitano il patriarca aquileiense. Negli ultimi mesi adunque dell'anno presente portatosi con gente armata a Grado, diede il sacco a quanto vi era di buono; ed appunto con barbarica crudeltà attaccò il fuoco alle chiese e alla città, e ne fece un falò. Domenico Contareno doge ed Orso patriarca di Grado, commossi da sì empio insulto, ne scrissero lettere assai calde a papa Benedetto, e spedirono apposta a Roma i lor messi per implorar giustizia e ristoro. Furono trovate così buone le lor ragioni, che si venne nel sinodo romano ad abolire il privilegio surrettiziamente ottenuto, con obbligo di restituire il maltolto. Ed allora il doge di Venezia si studiò di rifabbricare l'abbattuta città di Grado. Tornati che furono alle lor case i Normanni dopo la morte di Maniaco, Guaimario IV principe di Salerno e di Capoa, mal sofferendo che Argiro sotto l'ombra del greco imperadore usasse il titolo di principe di Bari e di duca d'Italia, determinò di fargli guerra. Aveva esso Guaimario preso il titolo di duca di Puglia e Calabria, quasichè questo gli somministrasse diritto sopra quelle provincie. Ora avendo egli condotti al suo soldo i Normanni che aveano abbandonato Argiro, portò le sue armi contro della Calabria. Cosa ivi facesse, non si sa. Lupo Protospata[618] solamente nota che Guaimario insieme con Guglielmo Bracciodiferro, capo de' Normanni, vi fabbricò il castello di Squillaci. Guglielmo pugliese aggiugne[619] ch'egli passò con quelle forze sotto Bari, e vi mise l'assedio, con intimarne la resa ad Argiro. Ma Argiro facendo buona guardia alla città, nè volendo cimentarsi a combattimento alcuno, il lasciò minacciar quanto volle. Però veggendo Guaimario di consumare indarno e tempo e danari intorno a quella città, dopo aver saccheggiato tutto il paese, se ne ritornò indietro colle trombe nel sacco.
Patì una fiera confusione e burrasca in quest'anno la Chiesa romana[620]. Erano arrivate al colmo le disonestà, le ruberie e gli ammazzamenti di papa Benedetto IX, in maniera che il popolo romano, non potendo più tollerar questo mostro, il cacciò fuori di Roma, ed elesse papa, canonica parvipendentes decreta, Giovanni vescovo sabinense, che prese il nome di Silvestro III. Questi comandò le feste solamente tre mesi, perchè colla forza de' suoi parenti risorto Benedetto IX, risalì sul trono, scomunicò e cacciò il sustituito Silvestro. Ma continuando nelle sue iniquità Benedetto, e scorgendo più che mai irritati contro di lui i Romani, rinunziò al pontificato, con venderlo simoniacamente a Giovanni chiamato Graziano, arciprete romano, il quale assunse il nome di Gregorio VI. In questo miserabile stato cadde allora la santa Chiesa romana, non per la prepotenza di principe alcuno, ma per la disunione ed avarizia del popolo romano, che avendo mano nell'elezione de' papi, facilmente sturbava chiunque del clero serbava il timore di Dio, ed avrebbe forse saputo canonicamente provvedere al bisogno della santa Sede. Sforzasi il cardinal Baronio[621] di provare che Gregorio VI fu riconosciuto per legittimo papa, e lodato da molti per le sue virtù; nè questo si mette in dubbio. Ma il padre Pagi[622] pruova che Graziano, cioè Gregorio VI comperò anch'egli, cioè simoniacamente acquistò il romano pontificato, e che, per non essere sui principii noto questo peccaminoso ingresso d'amendue que' papi, fu ad essi prestata ubbidienza, nè per questo rimasero esclusi dai cataloghi de' romani pontefici. Comunque sia, noi fra poco vedremo che non tardò Iddio a sovvenir la Chiesa, e a liberarla dagli scandali con darle dei legittimi e buoni pontefici. Gioverà anche alla storia d'Italia l'accennar qui[623], che venuto a morte in quest'anno Gozelone ossia Gotolone, duca della Lorena inferiore lasciò quel ducato a Gozelino suo figliuolo, soprannominato il Dappoco. Ma il re Arrigo, tuttochè gliel'avesse promesso, conferì quel ducato ad un Adalberto. Non seppe digerir questo torto Gotifredo il Barbato, altro figliuolo del suddetto Gozelone, e già duca della Lorena mosellanica ossia superiore, giovane di nobilissima indole, e peritissimo dell'arte militare. Perciò ribellatosi al re Arrigo, fece gran guasto e strage di gente fino al Reno, non salvandosi dal di lui furore se non chi si rifugiò nelle fortezze, o si riscattò con danari. Noi vedremo questo principe in Italia da qui ad alcuni anni operator d'altre imprese. Finì sua vita in quest'anno Gebeardo arcivescovo di Ravenna, mentre dimorava nel monistero della Pomposa[624], godendo ivi della pia conversazione di Guido abbate, uomo di santa vita. Fu occupata quella chiesa da un certo Widgero; ma, siccome vedremo, ne decadde dopo due anni. Nè voglio lasciar di dire, aver Bennone nel zibaldone d'imposture e calunnie caricata la mano sopra il suddetto papa Benedetto IX, e che san Pier Damiano, in vigore d'una delle rivelazioni che anticamente erano alla moda, il cacciò nel profondo dell'inferno. Ma essersi trovato a' dì nostri chi con antichi documenti fa vedere che esso Benedetto IX, a persuasione di san Bartolommeo abbate di Grottaferrata, rinunziò il pontificato, ed avendo vestito l'abito monastico in quel monistero, attese a far penitenza dei suoi falli, finchè Dio il chiamò all'altra vita; e però non meritar fede chi tanto sparla del suo fine, e di penitente ch'ei fu, cel vuole far credere impenitente e dannato. Come poi s'accordino tali notizie colle parole dette da san Leone IX papa, prima di morire, nell'anno 1054, intorno ad esso Benedetto IX, io lascerò che altri lo decida. Resta forte allo scuro la storia italiana e romana in questi tempi.
NOTE:
[615] Arnulf., Hist. Mediol., lib. 2, cap. 19.
[616] Landulfus Senior, Histor. Mediol., lib. 2, cap. 26.
[617] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.
[618] Lupus Protospata, in Chronico.
[619] Guilielmus Apulus, Hist., lib. 2.
[620] Vict. III Papa, Dialog., lib. 3. Hermannnus Contractus, in Chron. Leo Ostiensis, Petrus Damiani, et alii.
[621] Baron., in Annal. Ecclesiast.
[622] Pagius, ad Annal Baron. ad hunc annum.
[623] Hermannus Contractus, in Chron. Annalista Saxo.
[624] Hermannus Contractus, in Chron. Rubeus, Hist., Ravenn. lib. 5.
Anno di CRISTO MXLV. Indizione XIII.
GREGORIO VI papa 9. ARRIGO III re di Germania e d'Italia 7.
Se si ha a prestar fede a Guglielmo malmesburiense[625], papa Gregorio VI trovò sì distratti e desolati per colpa dei suoi antecessori i beni e gli stati della Chiesa romana, che appena gli restava da vivere. Erano sì assediati i cammini dai ladri ed assassini, che niun pellegrino osava più di passare a Roma, se non in buona carovana. Le obblazioni che si facevano alle chiese romane degli Apostoli e Martiri venivano tosto rapite dai potenti scellerati. Il pontefice prima colle buone, poi colle scomuniche cercò di metter fine a tanti abusi ed iniquità. Nulla valse questo rimedio. Unì dunque fanti e cavalli armati, che colle spade sterminarono gran parte di quella mala razza, e per tal via ricuperò molti poderi e città tolte alla Chiesa romana. Aperti ancora ed assicurati i cammini, tornarono i pellegrini a frequentar le chiese di Roma. Ma i Romani, avvezzi a vivere di rapina, non poteano soffrir sì fatti regolamenti, e chiamavano sanguinario il papa, e indegno di dir messa, e in ciò andavano d'accordo col popolo ancora i cardinali. Ma io non so che mi credere di questo racconto del Malmesburiense, al vedere ch'egli vi attacca varie favole intorno alla morte di questo papa, e un lungo ragionamento di lui, che sicuramente è finto, e resta smentito dalla storia. Quel solo che si può credere, si è il miserabile stato delle rendite della santa Sede in questi tempi sì abbondanti d'iniquità. Così li trovò anche il santo papa Leone IX fra quattro anni, siccome vedremo. Sul principio di quest'anno diede fine a' suoi giorni Eriberto arcivescovo di Milano, lodatissimo dagli storici milanesi[626], ma chiamato tiranno da i Tedeschi. Ermanno Contratto[627] il fa morto nell'anno 1044, il Puricelli[628] nel 1046. Ma nel suo epitaffio, che dee meritar più fede, si legge:
OBIIT ANNO DOM. INC. MXLV. XVI. DIE MENSIS IANVARII, INDIC. XIII.
Lo stesso abbiamo da Landolfo seniore, storico milanese di questi tempi. Però nell'ultimo suo testamento, riferito dal suddetto Puricelli, è scritto anno ab Incarnatione Domini millesimo quadragesimo quinto, mense decembris, Indictione XIII, si dee credere adoperata l'era pisana, che anticipa di nove mesi l'anno volgare, oppure l'anno nuovo cominciò nel Natale del Signore. Insomma quel testamento dee appartenere all'anno 1044, ne' cui ultimi mesi correva l'indizione XIII. Ebbe il corpo di Eriberto sepoltura nel monistero di san Dionisio, da lui fabbricato ed arricchito presso alla città di Milano. Venne il clero e popolo di quella città all'elezione del successore, e, per attestato di Landolfo seniore[629], quatuor majores ordinis viros sapientes, optimae vitae bonaeque famae elegerunt, quibus electis universae civitatis ordines ipsos ad imperatorem (non era peranche imperadore) Henricum, qui noviter surrexerat, noviterque populum ipsum a majorum manibus liberaverat, summa cum diligentia direxerunt. Galvano Fiamma[630] nomina questi quattro eletti. Ed ecco la maniera che si teneva in tempi tanto sconcertati dell'Italia, allorchè occorreva l'elezione de' vescovi. Si lasciava al clero e popolo un'ombra dell'antico diritto, con permettere loro di eleggere e nominar quattro personaggi, uno de' quali poi soleva essere prescelto dal re d'Italia, ossia dall'imperadore. Ma talor succedeva che i re ed imperadori, rompendo questo ordine, eleggevano fuor degli eletti chi più era loro in grado. Ciò appunto avvenne in questa congiuntura.
Trovavasi alla real corte in Germania Guido da Velate, villa del Milanese, uomo di bassa lega, per quanto lasciò scritto Arnolfo[631], con dire: Sustulit eum de gregibus, et de post foetantes accepit eum. Come egli si aiutasse, non è ben noto o certo. Sappiam solamente che il re Arrigo, anteponendolo ai quattro eletti, il dichiarò arcivescovo di Milano. Se crediamo al suddetto Fiamma, Guido era stato eletto dalla parte dei nobili di Milano, e ne dà qualche fondamento Landolfo seniore: il che pare che possa giustificar la risoluzione presa dal re Arrigo. Aggiugne di più, che questo Guido era suo segretario; del che si può dubitare. Resta incerto quando egli entrasse in possesso della cattedra ambrosiana. Nel Codice estense di Arnolfo è notato l'anno 1046, ed Ermanno Contratto mette in un anno la morte di Eriberto, e nel susseguente l'elezione di Guido. Non sembra molto probabile questa opinione, perchè quando sussista la morte di Eriberto nel gennaio dell'anno presente, difficilmente potè restare per sì lungo tempo vacante la chiesa di Milano. Venuto in Italia Guido, fu mal ricevuto dal clero della metropolitana, e durò fra essi una gran discordia; ma per paura del re mostrarono di acquetarsi, e l'accettarono per loro pastore. Da questo fatto poi con sicurezza raccogliamo che i Milanesi erano tornati in grazia del re Arrigo, e riconoscevano la di lui autorità e signoria. Concedette esso re in questo anno un privilegio al monistero delle monache di santa Giulia di Brescia, pubblicato dal Margarino[632], e dato anno dominicae Incarnationis MXLV, Indictione XIII, undecimo kalendas augusti, ordinationis vero domni Henrici XIII (dovrebbe essere XVII), regni vero VI (si scriva VII). Actum Trajectula. Parimente con altro suo diploma dato in Augusta,[633] ma senza il giorno e il mese, confermò tutti i beni e diritti della chiesa di Mantova a Marciano vescovo di quella città. Secondo Ermanno Contratto[634], Gotifredo duca di Lorena, veggendo di non poter sostenere la sua ribellione, andò in quest'anno a gittarsi ai piedi del re Arrigo, e per salutar penitenza fu posto in prigione. Sigeberto[635] aggiugne, che con dare per ostaggio il figliuolo, riacquistò la libertà; ma essendo mancato di vita esso suo figliuolo, egli tornò a ribellarsi, e a devastar paesi come prima. L'Annalista sassone[636] mette questo fatto sotto l'anno seguente. Abbiamo anche un'indubitata pruova che s'era ristabilita la buona armonia fra il re Arrigo e il popolo di Milano, perciocchè troviamo al governo di quella città nell'anno presente il ministro imperiale. E questi fu il marchese Alberto Azzo II progenitore de' principi estensi. Ciò costa da due placiti tenuti nel novembre di quest'anno in essa città, e da me dati alla luce[637], ne' quali domnus Azo marchio, et comes istius civitatis rende giustizia con imporre la pena di mille mancosi d'oro da pagarsi medietatem camerae domni regis. Per attestato del Dandolo[638], Salomone re d'Ungheria fece ribellare la città di Zara ai Veneziani. Ma insorta poi guerra civile fra quel re e i suoi fratelli, Domenico Contareno doge di Venezia si servì di tal congiuntura per ricuperar circa questi tempi la suddetta città. Nulladimeno essendo Salomone stato eletto re d'Ungheria molto dipoi, dovrebbe questo avvenimento riferirsi non all'anno secondo di quel doge, ma assai più tardi. Romoaldo salernitano[639] scrive che nell'anno presente Drogone conte dei Normanni prese la città di Bovino, e la mise a sacco. Nell'anno appresso fu essa rifabbricata, ma da lì a poco un incendio la rovinò.
NOTE:
[625] Willielmus Malmesburiensis, de gest. Reg. Angl. lib. 2.
[626] Landulfus, Hist. Mediolan., lib. 2, cap. 32.
[627] Hermannus Contract., in Chron.
[628] Puricellius, Monument. Basil. Ambrosian.
[629] Landulfus Senior, Hist. Mediol., lib. 3, cap. 2.
[630] Gualvaneus Flamma, in Chron. Major. MS., cap. 763.
[631] Arnulf., Hist. Mediol., lib. 3, cap. 1.
[632] Bullar. Casin., tom. 2, Constit. LXXXIX.
[633] Antiquit. Ital., Dissert. LXXIV.
[634] Hermannus Contract., in Chron.
[635] Sigebert., in Chron.
[636] Annalista Saxo.
[637] Antiquit. Ital., Dissert. XLV.
[638] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.
[639] Romuald. Salernit., in Chron., tom. 7 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MXLVI. Indizione XIV.
CLEMENTE II papa 1. ARRIGO III re di Germania 8, imperadore 1.
Abbiamo da Ermanno Contratto[640] che Widgero eletto e non consecrato arcivescovo di Ravenna, dopo aver per due anni incirca occupata quella chiesa e commesse varie crudeltà e cose improprie, chiamato in Germania dal re Arrigo, fu da esso deposto. Celebrò Arrigo la Pentecoste in Aquisgrana, dove se gli presentò Gotifredo duca della Lorena, per chiedergli misericordia de' suoi falli, nè solamente l'ottenne, ma anche il ducato, da cui era decaduto per le già enunziate ribellioni. Sarà cura d'altri il vedere se questa umiliazione di Gotifredo sia diversa dalla narrata nell'anno precedente. Si credeva Arrigo di aver terminate le guerre coll'Ungheria, che gli aveano dato tanto da fare negli anni addietro, e parendogli di lasciar quieta la Germania, determinò sull'autunno di quest'anno la sua venuta in Italia, per dar sesto agli affari di queste contrade, e massimamente di Roma, dove desiderava di prendere la corona dell'imperio. Era per viaggio con un esercito numeroso, quando sentì sconvolto di nuovo il regno dell'Ungheria; ma non istette per questo, e seguitò l'impreso cammino. Arrivato a Pavia, tenne ivi un concilio, oppure una dieta. Verisimile cosa è che in tal congiuntura egli ricevesse in Milano la corona ferrea dalle mani di Guido arcivescovo. Passò dipoi a Piacenza, dove venne a trovarlo Graziano, cioè papa Gregorio VI, che fu accolto con onore, e rimandato con belle parole alla sua residenza. Sul finir di novembre noi troviamo esso re in Lucca, dove fece una donazione[641] VII kalendas decembris, anno dominicae Incarnationis MXLVI, Indictione XIV, anno autem domni Henrici III, ordinationis ejus XVIII, regni vero VIII. Actum Lucae. Giunto Arrigo a Sutri alquanti giorni prima del santo Natale, quivi fece raunare un gran concilio di vescovi, e v'inviò anche papa Gregorio, acciocchè fosse presidente di quella sacra adunanza. Non mancò egli di andarvi, colla speranza che abbattuti gli altri due papi, egli resterebbe solo sul trono. Abbiamo dall'Annalista sassone[642], avere un romito (è molto che non dicessero un angelo) inviato al re Arrigo questo ricordo:
Una Sunamitis nupsit tribus maritis. Rex Henrice, Omnipotentis vice Solve connubium triforme dubium.
Ora in esso concilio fu esaminata la causa di tutti e tre i papi, cioè di Benedetto IX, di Silvestro III e di Giovanni VI, e trovato che con male arti e colla simonia aveano conseguito il pontificato, furono tutti deposti, o, per dir meglio, dichiarato nullo ed illegittimo il loro papato. Il cardinal Baronio, che teneva non già simoniaco, ma vero e legittimo papa Gregorio VI, crede ch'egli spontaneamente rinunziasse, e chiama una detestanda prosunzione quella del re Arrigo, quasichè egli il facesse deporre, perchè senza suo consentimento fosse stato eletto dai Romani. Ma cotal pretensione difficilmente potè avere Arrigo, perchè essendo solamente re, niun diritto aveva egli sopra la città e i fatti di Roma. Quel che più importa, meritano qui ben più d'essere uditi gli antichi storici[643] che dicono convinto di simonia anche il suddetto Gregorio VI. Sopra tutto si legga quello che ne scrive Leone vescovo ostiense[644] e cardinale, informatissimo di quegli affari, il quale non ha difficoltà di dire che il re Arrigo, caelitus inspiratus, de tanta haeresi sedem apostolicam desiderans expurgare, Sutri restitit, et super tanto negotio deliberaturus, universale ibi episcoporum concilium fieri statuit, ec. Nè s'avvide il saggio Baronio ch'egli disavvedutamente dava una mentita ad un insigne e santo papa di questo medesimo secolo, cioè a Vittore III, stato prima abbate di Monte Casino col nome di Desiderio. Questi ne' suoi dialoghi, i quali si veggono pur anche citati da esso porporato Annalista, scrive[645] che Benedetto IX Joanni archipresbytero, non parva ab eo accepta pecunia, summum sacerdotium tradidit. Aggiugne, che Arrigo tres illos, qui injuste apostolicam sedem invaserant, cum consilio et auctoritate totius concilii juste depettere instituit, e che Gregorio VI agnoscens se non posse juste honorem tanti sacerdotii administrare, ex pontificali sella exsiliens, ac semetipsum pontificalia indumenta exuens, postulata venia, summi sacerdotii dignitatem deposuit. Altrettanto si ricava da una bolla di Clemente II papa, successore del medesimo Gregorio, e da Bonizone vescovo di Sutri in questo secolo, le parole dei quali son riferite dal padre Pagi[646]. Ma se giustamente operò Arrigo, e, per confessione dello stesso Baronio, inventum est plane remedium, opportunum, quum metu et reverentia imperatoris cessarint violentae illae intrusiones, crebro, ut vidimus, per comites tusculanos sacrilege iteratae: come mai si viene ad insultare alla memoria di questo re, autore giusto d'un rilevantissimo beneficio? Anche Sigismondo imperadore si sbracciò per far deporre tre papi, e lode, non biasimo conseguì da tutti. Veggansi gli encomii che san Pier Damiano[647] diede per questo allo stesso imperadore Arrigo. Fu poscia condotto in Germania il deposto Gregorio VI, e quivi terminò i suoi giorni, non si sa bene in qual città o monistero. Sappiamo bensì che il celebre Ildebrando, di cui avremo a parlare non poco, il seguitò, ma contra sua voglia, in quell'esilio. Dopo il concilio di Sutri entrò in Roma il re Arrigo, e raunatosi tutto il clero e popolo romano nella basilica vaticana co' vescovi stati al suddetto concilio, restò eletto, per consentimento di tutti, sommo pontefice Suidgero vescovo di Bamberga, personaggio cospicuo per la sua pietà e letteratura, il quale con gran ripugnanza accettò e prese il nome di Clemente II. E ciò, perchè non si trovò nel clero romano chi fosse creduto degno di sì sublime ministero. Crede il cardinal Baronio che questo fosse velamentum fraudis, et adinventus praetextus, quod eligeretur peregrinus, eo quod Romae non reperiretur idoneus: nam quis magis idoneus ipso Gregorio, quem viri sanctissimi atque doctissimi ejus temporis summis laudibus praedicarunt? Ma ne vuol egli il Baronio saper più di Vittore III papa, e di Leone cardinale e vescovo d'Ostia, viventi in questo tempo, e ben informati di quegli affari, ed amendue chiaramente attestanti che non erat tunc talis reperta persona, quae digne posset ad tanti honorem sufficere sacerdotii? Nè d'esso certamente parrà mai degno il suddetto Gregorio, dacchè fu convinto d'essere entrato simoniacamente nella sedia di san Pietro. Lo stesso san Pier Damiano, che sulle prime, per non sapere il mercato fatto, cotanto lodò esso Gregorio, poscia di lui scrisse[648]: Super quibus, praesente Henrico imperatore, quum disceptaret postmodum synodale concilium, quia venalitas intervenerat, depositus est. Che se Martin Polacco ed altri storici lontani da questi tempi scrissero che Clemente II fu invasor apostolicae sedis, non meritano d'essere ascoltati, perchè Clemente fu eletto da tutto il clero e popolo romano. Nel Natale del Signore fu consecrato esso papa Clemente II, e nel giorno medesimo con gran pompa fu acclamato imperador de' Romani Arrigo, terzo fra i re di Germania, e secondo fra gl'imperadori. Ricevette non men egli che l'Augusta sua consorte Agnese l'imperial corona dalle mani del novello pontefice. E così, come erano coronati, insieme col papa[649], e fra i viva e l'accompagnamento del popolo romano e delle altre nazioni, amendue passarono al palazzo del Laterano. Celebratissimo era in questi tempi il monistero della Pomposa, oggidì nel distretto di Ferrara, monistero antichissimo, ma sommamente arricchito da Ugo marchese, uno degli antenati della casa d'Este, ed illustrato in maniera da Guido abbate santo, che Guido aretino monaco, ristoratore del canto fermo, in una sua lettera rapportata dal cardinal Baronio all'anno 1022[650], nominando il monistero pomposiano, ebbe a dire: Quod modo est per Dei gratiam, et reverentissimi Guidonis industriam in Italia primum. Era l'abbate Guido in istima grande presso il re Arrigo e però, siccome costa dalla Vita di lui, scritta da un monaco contemporaneo, e data alla luce dai padri Bollando[651] e Mabillone[652], ebbe ordine da esso re nell'anno presente di andare incontro ai messi reali, spediti in Italia per fare i preparamenti necessarii per la venuta del re medesimo, perchè Arrigo intendeva di valersi in tutto del parere del santo abbate. Andò Guido a Parma, indi a Borgo san Donnino, dove infermatosi passò a miglior vita nel dì 31 di marzo, dopo aver governato per quarantotto anni il suo monistero. Racconta Donizone[653] che Bonifazio duca e marchese di Toscana, e signore di Ferrara, una volta l'anno andava alla Pomposa per farvi la confessione de' suoi peccati, perchè allora era poco in uso il frequentare i confessionarii:
Fratres ac abbas ejus delicta lavabant, Ecclesiae quorum solito dabat optima dona, Rex etenim numquam dedit ullus ibi meliora.
E perciocchè, secondo l'abuso comune di questi tempi corrotti, i re, i principi e i vescovi vendevano, cioè conferivano le chiese per danari, il santo abbate Guido diede al marchese Bonifazio una buona disciplinata, e gli fece promettere di guardarsi in avvenire da questo abbominevole e sacrilego mercato:
Qua de re Guido sacer abbas arguit, immo Hunc Bonifacium, ne venderet amplius, ipsum Ante Dei matris altare flagellat amaris Verberibus nudum, qui deliciis erat usus. Pomposae vovit tunc abbatique Guidoni, Ecclesiam nullam quod per se venderet unquam.
Abbiamo da Lupo Protospata[654] che in quest'anno Argiro figliuol di Melo, patrizio e duca della Puglia, andò a Costantinopoli, dove Guglielmo pugliese[655] attesta che ricevette grandi onori e commissione dal greco Augusto di trovar maniera di scacciare di Puglia i Normanni, che ogni dì più divenivano potenti ed insolenti, e recarono ancora in questi tempi non poche molestie e danni alle castella ed ai beni di Monte Casino. Intanto, secondo il suddetto Protospata, Eustasio, catapano de' Greci in Italia, richiamò tutti i banditi da Bari, e li fece ritornare alla lor patria. E nel dì 8 di maggio, essendo ito coll'esercito suo a Trani per assalire i Normanni, col riportarne una rotta imparò a conoscer meglio e a rispettare quella valorosa nazione. Ma una grande perdita fecero in questo anno anche i Normanni, perchè la morte rubò loro Guglielmo Bracciodiferro, capo de' medesimi, il cui solo nome era terror de' nemici. Drogone suo fratello fu creato conte, ed ebbe tutti i di lui Stati. Non so se a quest'anno, oppure alla prima venuta di Arrigo in Italia, appartenga ciò che narra Donizone[656]. Cioè, che trovandosi esso re in Mantova, Alberto visconte di quella città, cioè vicario in essa del marchese e duca di Toscana Bonifazio, gli donò del suo cento cavalli (cosa non facile a credersi) e dugento astori per la caccia degli uccelli. Di sì sterminato dono si maravigliarono forte il re e la regina, conoscendo da questo che gran signore doveva essere il marchese, quando al suo servigio avea degli uffiziali sì ricchi. Volle l'imperadore tener seco questo Alberto alla sua tavola; ma egli se ne scusò con dire di non aver mai osato di mangiare alla mensa del suo padron Bonifazio. Avendogli nondimeno data licenza Bonifazio, pranzò col re, e ne riportò varii doni di pelliccie, usatissime in questi tempi, le quali poi presentò egli tutte al duca Bonifazio suo signore col cuoio di un cervo ripieno di danari, affine di placarlo. In questo secolo e nei precedenti ogni città aveva il suo conte, cioè il suo governatore, ed ogni conte il suo visconte, cioè il suo vicario: onde poi vennero varie nobili famiglie appellate dei visconti. In questo anno, secondochè si può ricavare dal suddetto Donizone, Beatrice, duchessa di Toscana, partorì al suddetto Bonifazio suo consorte la contessa Matilda, i cui fatti la renderono poi celebre nella storia d'Italia. Avea prima partorito un maschio appellato Federigo, ma egli non sopravvisse molto al padre. Circa questi tempi, per quanto abbiamo dall'autore della Vita di san Severo vescovo di Napoli[657], Giovanni duca di Napoli e della Campania andò ad assediar Pozzuolo, e quivi stette accampato gran tempo, ma senza apparire qual esito avesse quell'assedio.
NOTE:
[640] Hermannus Contract., in Chron.
[641] Antiquit. Ital., Dissert. LVI.
[642] Annalista Saxo.
[643] Chronograph. S. Benigni. Hermannus Contract., in Chron. Pandulfus Pisanus. Arnulfus Hist. Mediol.
[644] Leo Ostiensis, Chron., lib. 2, cap. 79.
[645] Victor III. Dialogor., lib. 3.
[646] Pagius, in Annal. Baron. ad ann. 1044.
[647] Petrus Damian., Opusc. VI, cap. 36.
[648] Petrus Damian., Opuscul. XIX, cap. 11.
[649] Hermannus Contractus, in Chron.
[650] Baron., in Annal. Ecclesiast.
[651] Bolland., in Act. Sanctorum.
[652] Mabill., Saecul. VI Benedict., P. I.
[653] Donizo, in Vit. Mathild., lib. 1, cap. 14.
[654] Lupus Protospata, in Chronico.
[655] Gulielmus Apulus, lib. 2.
[656] Donizo., in Vit. Comitiss. Mathild., lib. 1, cap. 12.
[657] Vita S. Severi Episcop. in Act. Sanctorum Neapol., ad diem 30 aprilis.
Anno di CRISTO MXLVII. Indizione XV.
CLEMENTE II papa 2. ARRIGO III re di Germania 9, imperadore 2.
Il vizio della simonia, siccome abbiamo detto, inondava allora tutta l'Italia. Clemente II papa, animato dal suo zelo e dalle premure dell'imperadore Arrigo, che al pari del pontefice desiderava tolta dalla Chiesa di Dio questa infamia, celebrò un concilio in Roma contra de' simoniaci, di cui fa menzione san Pier Damiano[658]; ma gli atti son periti. È da vedere come da esso san Pier Damiano venga esaltato l'imperadore Arrigo, per la cura che egli si prese di estirpare la simonia nei regni a lui consegnati da Dio, e massimamente in Italia, con recedere affatto dal pessimo esempio de' suoi predecessori. E perciocchè pur troppo i Romani aveano in addietro per amore della pecunia conculcate le leggi di Dio e della Chiesa nelle elezioni dei papi, dal che erano seguiti tanti scandali, e si mirava ridotta in tanta povertà la santa Chiesa romana; esso re obbligò il clero e popolo di Roma che non potesse eleggere e consecrar papa alcuno senza l'approvazione sua. Et quoniam, dice san Pier Damiano, ipse anteriorum tenere regulam noluit, ut aeterni regis praecepta servaret, hoc sibi non ingrata divina dispensatio contulit, quod plerisque decessoribus suis eatenus non concessit: ut videlicet ad ejus nutum sancta romana Ecclesia nunc ordinetur, ac praeter ejus auctoritatem apostolicae sedi nemo prorsus eligat sacerdotem. Anche Glabro Rodolfo ed Ugo flaviniacense attestano questa pia premura dell'Augusto Arrigo contro la simonia; e perciocchè la corruzion del secolo era allora grande, ed esso imperadore, pieno d'ottimi sentimenti, altro non desiderava che il ben della Chiesa, fu allora creduto utile e necessario il ripiego suddetto. Ma perchè ad un padre buono succedette un figliuolo cattivo che cominciò ad abusarsi di questa autorità, e il clero e popolo romano si diede allo studio e alla pratica delle virtù, cessò questo bisogno, e fu giustamente rimessa in piena libertà del clero romano l'elezion de' sommi pontefici, che da molti secoli s'usa, ed è da desiderare che sempre duri, ma che nello stesso tempo cessino le scandalose lunghezze dei conclavi, e le private passioni de' sacri elettori in affare di tanta importanza per la Chiesa di Dio. In esso concilio insorse nuova lite di precedenza fra gli arcivescovi di Ravenna e di Milano, e il patriarca di Aquileia; e la sentenza fu data in favore del ravennate. Di questo fatto altra testimonianza non abbiamo, fuorchè una bolla di papa Clemente II, accennata dal Rossi[659] e pubblicata dall'Ughelli[660], la qual veramente ha tutta l'apparenza di non essere finta, ed avrebbe anche maggior credito se non le mancasse la data. Tuttavia il Puricelli la crede una finzione, e noi abbiamo due storici milanesi di questo secolo, che nulla ne parlano, cioè Arnolfo e Landolfo seniore. Anzi il secondo scrive[661] che in un concilio tenuto (non so se nell'anno 1049, oppure nel 1050) da san Leone IX avvenne la controversia della precedenza fra gli arcivescovi di Milano e di Ravenna, e che, Deo annuente, ecclesia ambrosiana per Guidonem sedem ipsam viriliter devicit, et religiose hodie et semper tenebit. Ed Arnolfo[662] anch'egli attesta che nel concilio romano Guido arcivescovo di Milano fu onorevolmente trattato ab apostolico tunc Nicolao, cujus dextro positus est in praesenti synodo latere: forse nell'anno 1059. Oltre a ciò, Benzone scismatico vescovo d'Alba, che visse sotto il re Arrigo IV, figliuolo di questo imperadore, nel panegirico, ossia nella satira pubblicata dal Menckenio[663], scrive, che quando il re va a prendere la corona imperiale, eum sustentat ex una parte papa romanus, ex altera parte archipontifex ambrosianus. Oltre di che, Domenico patriarca d'Aquileia in una sua lettera, scritta circa l'anno 1054, e pubblicata dal Cotelerio[664], scrive d'essere in possesso di sedere alla destra del papa.
Dimorava tuttavia in Roma l'imperadore Arrigo, allorchè confermò tutti i suoi beni al monistero di san Pietro di Perugia con un diploma[665], dato III nonas januarii, anno dominicae Incarnationis MXLVII, Indictione XV, anno autem domni Heinrici tertii, ordinationis ejus XVIII, regnantis VIII, imperantis autem primo. Actum Romae. Un altro ne diede pel monistero di Casauria[666] kalendis januarii. Actum ad Columna civitatem, onde prese il cognome la nobilissima casa Colonna. Uscito Arrigo di Roma, dopo aver preso nonnulla castella sibi rebellantia, come s'ha da Ermanno Contratto[667], passò a Monte Casino, dove, accolto con grande onore da quei monaci, lasciò molti regali, e con un diploma, portante il sigillo d'oro, confermò tutti i diritti e beni di quell'insigne monistero. Abbiamo questo diploma dal padre Gattola[668], e si vede dato_ tertio nonas februarii, anno dominicae Incarnationis MXLVII, Indictione XV, anno autem domni Heinrici tertii, ordinationis ejus decimo octavo, regnantis quidem octavo, sed imperantis primo. Actum Capuae_. A Capoa appunto da Monte Casino se n'andò l'imperadore. Ossia che Guaimario IV principe di Salerno, il quale dall'Augusto Corrado avea anche ottenuto il principato di Capoa, non fosse molto in grazia dell'Augusto Arrigo; oppure che avesse fatto gran progresso nella corte e nell'animo di lui Pandolfo IV già principe di Capoa, deposto dal suddetto Corrado: egli è fuor di dubbio che Arrigo trattò la restituzion d'esso Pandolfo nel principato di Capoa, e che Guaimario gliel rinunziò con riceverne una buona somma d'oro. Presentaronsi anche all'imperadore i Normanni, cioè Drogone conte di Puglia, e Rainolfo conte di Aversa; e i regali a lui fatti di molti destrieri e danari produssero buon effetto; perciocchè ne riportarono l'imperiale investitura di tutti i loro Stati. Da Capoa s'incamminò alla volta di Benevento; ma, secondo Ermanno Contratto, essendo stata ingiuriata dai Beneventani la suocera dell'imperadore, nel passare per colà in venendo dalla divozione del monte Gargano, i Beneventani temendo lo sdegno d'esso imperadore, nol vollero ricevere, e si ribellarono. Conduceva Arrigo allora poche truppe con seco, per averne rimandate la maggior parte in Germania; e veggendo che gli mancavano le forze per procedere ostilmente contra di quel popolo, altro ripiego non seppe trovare che di farli scomunicare da papa Clemente, suo compagno in quel viaggio. Tenne esso Augusto (ma non si sa in qual giorno) nel contado di Fermo un placito, riferito dall'Ughelli[669]. Intanto l'imperadrice Agnese venuta a Ravenna, quivi gli partorì una figliuola. Inviossi dipoi l'Augusto Arrigo alla volta della Germania, e trovandosi in san Flaviano nel dì 13 di marzo, diede un altro privilegio in favore del monistero di Casa Aurea[670]. Passato dipoi a Mantova nel dì 19 d'aprile, giorno di Pasqua, celebrò con gran solennità la festa. Quivi gravemente s'infermò, ma riavuto si fece venir da Parma il corpo di san Guido abbate della Pomposa, morto nel precedente anno, e glorificato da Dio con molti miracoli, e seco dipoi lo condusse in Germania. Mentre l'imperadore in Mantova si trovò, dovette succedere quanto vien raccontato da Donizone[671]. Era divenuta alquanto sospetta ad esso imperadore la troppa potenza di Bonifazio duca e marchese; e però gli cadde in pensiero di farlo arrestare, allorchè egli veniva all'udienza, con ordinare alle guardie di lasciarlo passare con non più di quattro persone, e di chiudere incontanente le porte. Lo scaltro Bonifazio v'andò coll'accompagnamento di una buona comitiva de' suoi provvisionati, tutti provveduti d'armi sotto i panni. Costoro, a veder le porte serrate dopo Bonifazio, le sforzarono, nè vollero mai perdere di vista il padrone, il quale scusò questa insolenza con dire francamente al re che l'uso di sua casa era d'andar sempre accompagnato dai suoi. Arrigo tentò ancora di sorprenderlo di notte; ma avea che fare con uno che anche dormendo tenea gli occhi aperti, e però se ne andò senza far altro che ringraziarlo del buon trattamento. Nel dì primo di maggio Cadaloo vescovo di Parma ottenne dall'Augusto Arrigo in Mantova il titolo e la dignità di conte di Parma[672]. E nel dì 8 di maggio riportò Alberico abbate del nobil monistero di san Zenone di Verona dall'imperadore un privilegio[673], dato VIII idus maii, anno dominicae Incarnat. MXLVII, Indict. XV, anno autem domni Heinrici tertii, ordinationis ejus XVIII, regnantis VIII, secundi imperatoris primo. Actum Folerni. Era esso Augusto in Trento nel dì 11 di maggio, come apparisce da altro suo diploma dato ai canonici di Padova[674] colle stesse note.
Fin quando si trovava l'imperadore in Roma, cioè o sul fine del precedente o sul principio del presente anno, egli diede per arcivescovo alla chiesa di Ravenna Unfredo suo cancelliere, e il fece consecrare dal papa. Giunto poscia a Spira, dove collocò il corpo del suddetto san Guido abbate, quivi celebrò la festa della Pentecoste, e tenne una dieta de' principi. Allora fu ch'egli conferì il ducato della Carintia e la marca di Verona a Guelfo III conte, di nazione suevo, e di casa nobilissima e rinomata in Germania, figliuolo del fu Guelfo II conte. Non ho io saputo discernere nelle Antichità estensi[675], se in occasion della venuta in Italia di questo principe, oppure molto prima, Alberto Azzo II, marchese e progenitor de' principi estensi, prendesse in moglie Cunegonda, sorella d'esso Guelfo III. Pare che l'Urspergense[676] dica che prima, con iscrivere che Guelfo II genuit et filiam Chunzam (lo stesso è che Cunegonda) nomine, quam Azzoni ditissimo marchioni Italiae dedit in uxorem. Di queste nozze parla eziandio l'antico autore della Cronica di Weingart[677]. Coll'imperadore era ito in Germania anche Clemente II papa, e ritornato poscia per mala sua ventura in Italia, mentre si trovava in romanis partibus sul principio d'ottobre, cadde infermo, e si sbrigò da questa vita. Corse voce, e forse non mal fondata, ch'egli morisse di veleno, fattogli dare da Benedetto IX già papa, ai cui vizii noti non è inverisimile che s'aggiugnesse ancora questa nuova scelleraggine. Mense junii (sono parole di Lupo Protospata[678], ma si dee scrivere octobris) dictus papa Benedictus per poculum veneno occidit papam Clementem. Altrettanto ha Romoaldo salernitano[679]. Nè sussiste l'asserzione di Leone ostiense[680], che questo papa terminasse i suoi giorni ultra montes. Fu ben portato a Bamberga il suo cadavero, ma e romanis finibus, come ha ancora l'autore della Vita di santo Arrigo imperadore[681]. Essendo stato finora ignoto il luogo dove questo pontefice terminasse i suoi giorni, ho io il piacere di poterlo rilevare. Alle mani del padre don Pietro Paolo Ginanni abbate benedettino, diligentissimo ricercatore delle antiche memorie di Ravenna sua patria, capitarono negli anni addietro due bolle originali. La prima è del suddetto papa Clemente II, data VIII calendas octobris, Indictione I, cioè nel dì 24 di settembre dell'anno presente, mentre egli si trovava gravemente infermo nel monistero di san Tommaso apostolo ad Aposellam, vicino a Pesaro. In essa dona egli a Pietro abbate di quel monistero la terra di san Pietro, pro salute animae suae. La seconda bolla è di papa Nicolò II, data nel dì 16 d'aprile dell'anno 1060, in cui per intercessionem domni Petri Damiani hostiensis episcopi, confratris nostri, conferma al predetto abbate la terra di san Pietro, quam domnus papa Clemens, qui ibi obiit, obtulit praedicto monisterio. Resta perciò chiaro in qual parte d'Italia venisse a morte il soprallodato papa Clemente II. Ora il già deposto Benedetto IX papa, udita ch'ebbe la morte di Clemente, col mezzo dei suoi parenti potentissimi in Roma, tanto s'adoperò, che per la terza volta tornò ad occupare la sedia di san Pietro, e la occupò per otto mesi e dieci giorni. Vedesi in quest'anno un placito tenuto in Broni, diocesi di Piacenza, da Rinaldo messo del signor imperadore, al quale intervennero ancora Anselmo ed Azzo marchesi, l'ultimo dei quali, antenato de' marchesi d'Este, già da noi s'è veduto all'anno 1045 conte di Milano. Questo documento si legge presso il Campi[682], ed è autentico. Ma non così un diploma rapportato dal medesimo storico, e attribuito ad Arrigo III re, come dato nell'anno presente. Non può sussistere quell'atto.
NOTE:
[658] Petrus Damian., Opusc. XIX, cap. 27 et 36.
[659] Rubeus, Hist. Ravenn., lib. 5.
[660] Ughell., Ital. Sacr., tom. 2 in Archiepisc. Ravenn.
[661] Landulf. Senior, Histor. Mediol. lib. 3, cap. 3.
[662] Arnulf., Hist. Mediol.
[663] Benzo, cap. 4 Panegyr., tom. 1 Rer. German. Menck.
[664] Coteler, Monument. Graec., tom. 2.
[665] Bullar. Casinens., tom. 1, Constit. XC.
[666] Chron. Casaur., P. II, tom. 2 Rer. Ital.
[667] Ermannus Contract., in Chron. Leo Ostiens., Chron., lib. 1, cap. 80.
[668] Gattola, Hist. Monaster. Casinens., tom. 1. Accession.
[669] Ughell., Ital. Sacr., in Episcop. Asculan.
[670] Chron. Casauriens., P. II, tom. 2 Rer. Ital.
[671] Donizo, in Vita Mathild., lib. 1, cap. 13.
[672] Ughell., Ital. Sacr., tom. 2 in Episcop. Parmens.
[673] Antiq. Ital., Dissert. LXXII.
[674] Ibidem, Dissert. XVIII.
[675] Antichità Estensi, P. I, cap. 2.
[676] Urspergensis, in Chronico.
[677] Apud Leibnitium, Rer. Brunswic., tom. 1.
[678] Lupus Protospata, in Chronico.
[679] Romualdus Salern., tom. 7 Rer. Ital.
[680] Leo Ostiensis, lib. 2, cap. 81.
[681] Acta Sanctor. Bolland. ad diem 14 julii.
[682] Campi, Istor. di Piacenza, tom. 1.
Anno di CRISTO MXLVIII. Indizione I.
DAMASO II papa 1. ARRIGO III re di Germania 10, imperadore 3.
Non mancarono i Romani, per attestato di Lamberto da Scafnaburgo[683], di spedire ambasciatori all'Augusto Arrigo per riferirgli la morte di papa Clemente II, eique successorem postulantes; e questi si trovarono in Palitì, dove esso imperadore celebrò la festa del santo Natale nell'anno precedente. Ma perciocchè Benedetto IX s'era di nuovo intruso nella cattedra pontificia, si dovettero trovar difficoltà a mandare un papa nuovo a Roma. Però solamente nel luglio di questo anno fu eletto per successore del defunto Clemente Poppone vescovo, non già d'Aquileia, come ha l'Annalista sassone, Alberico monaco dei tre Fonti ed altri ma bensì di Brixen ossia di Bressanone nel contado del Tirolo. Egli è chiamato da Ermanno Contratto episcopus brixiensis: il che da alcuni vien creduto error de' copisti, in vece di brixinensis; ma que' cittadini anche presso altri scrittori si veggono appellati brixienses. Prese questi il nome di Damaso II, e, secondo il cardinal Baronio, mandato a Roma dall'imperadore, suffragiis omnium electus et comprobatus, consecratus fuit. Da quali autori prendesse il porporato Annalista tal notizia, non l'ho potuto scorgere; e certo par verisimile che Arrigo, prima d'inviare a Roma esso Poppone, se l'intendesse col clero e popolo romano. Ciò non ostante, non lascio io di sospettare che Arrigo potesse qui prevalersi troppo dell'autorità sua, con lasciare in tal elezione poco arbitrio ai Romani. Ermanno Contratto[684] scrive che Poppo brixiensis (brixinensis) episcopus ab imperatore electus Romam mittitur, et honorifice susceptus. Sospetto io inoltre che cominciassero allora ad alterarsi gli animi de' Romani, perchè gli antichi imperadori greci e franchi, secondo i canoni, aveano lasciata sempre loro in libertà l'elezion de' nuovi papi, con riserbarsene solamente l'approvazione prima di consecrarli. Ma l'Augusto Arrigo neppur lasciò loro libero il diritto dell'elezione, dacchè gli aveva obbligati a non procedere ad essa senza il suo beneplacito. Doveva anche rincrescere loro il veder provveduta la Chiesa romana di pontefici forestieri, senza prenderli dal grembo loro, benchè noi abbiamo osservato molti papi presi dall'Oriente ne' secoli addietro. Veggasi Ottone Frisingense[685], che conferma quanto io vo sospettando. Che sconvolgimenti partorisse dipoi questa mutazione di disciplina, l'andremo vedendo nel proseguimento della storia. Venne dunque il novello papa Damaso II verso Roma nel mese di luglio dell'anno presente, essendosi, come è da credere, ritirato il falso pontefice Benedetto IX. Ma poco potè egli godere della sua dignità, perchè dopo soli 23 giorni di pontificato passò all'altra vita in Palestrina. Questa sì repentina morte fece correre dei sospetti che il veleno anche a quest'altro papa avesse abbreviati i giorni. Restò vacante nel rimanente dell'anno la Chiesa romana.
Seguitava intanto nel regno germanico la ribellione di Gotifredo duca della Lorena superiore. Avvenne che in questo anno Adalberto, già creato duca della Lorena inferiore, venuto a battaglia con esso Gotifredo, restò sconfitto ed ucciso in quel fatto d'armi. Abbiamo poi dal Bollario casinese[686] che l'imperadore Arrigo concedette al monistero delle monache di santa Giulia di Brescia un privilegio, dato VI nonas maii, anno vero dominicae Incarnationis MXLVIII, Indictione I, anno autem domni Heinrici regis tertii, imperatoris secundi, ordinationis ejus XX, regnantis quidem IX, imperantis vero II. Actum Turegum, cioè in Zurigo, oppure in Turgau. Fu più volte in quella terra o città l'imperadore Arrigo, ed in quest'anno ancora vi celebrò l'Ascension del Signore. Certo è, secondochè ho dimostrato nelle Annotazioni alle leggi longobardiche[687], ch'egli in esso luogo tenendo una gran dieta de' principi italiani (in qual anno, nol so), pubblicò tre leggi che si leggono nel corpo d'esse leggi longobardiche. Una specialmente merita attenzione. Sapevasi che molti in questi sì corrotti secoli erano levati dal mondo veneficio, ac diverso furtivae mortis genere, cioè non già con fattucchierie, ma col veleno, e con altre maniere occulte: che questa è la forza della parola veneficium. Ditmaro ed altri storici anch'essi asseriscono che in questi tempi l'Italia era troppo screditata per l'uso del veleno. Perciò fu determinata la pena della morte contra gli operatori di sì orrida iniquità. Rinnovò in quest'anno ancora esso Augusto i suoi privilegii al monistero di san Pietro di Bremido con diploma spedito[688] XIII kalendas maii, anno vero dominicae Incarnationis MXLVIII, Indictione I, anno autem domni Heinrici regis tertii, imperatoris secundi, ordinationis ejus XX, regnantis quidem IX, imperantis vero II. Actum in Ulmo. Sarà la città di Ulma. Truovo io tali sconcerti nei diplomi intorno agli anni dell'ordinazione di Arrigo, che non ho voluto il fastidio di riveder questi conti.
NOTE:
[683] Lambertus Scafnaburgensis, in Chron.
[684] Hermannus Contractus, in Chron.
[685] Otto Frisingensis, lib. 6, cap. 32 Chron.
[686] Bullarium Casinense, tom. 2, Constit. XCI.
[687] Rerum Italic., P. II, tom. 1.
[688] Antiquit. Ital., Dissertat. LXX.
Anno di CRISTO MXLIX. Indizione II.
LEONE IX papa 1. ARRIGO III re di Germania 11, imperadore 4.
Abbiamo dal Cronografo di san Benigno[689] che i Romani innamorati delle doti di Alinardo arcivescovo di Lione, fecero istanza all'imperadore Arrigo per averlo papa. Alinardo, ciò saputo, perchè non gli dovea piacere l'aria di Roma, si guardò di capitare alla corte imperiale, finchè non udì creato un novello pontefice romano. Questi fu Brunone vescovo di Tullo, parente dell'imperadore. Non si potea scegliere personaggio più fatto secondo il cuore di Dio: tanta era la sua pietà, il suo zelo, la sua attività, la prudenza, il sapere[690]. Trovavasi l'imperadore Arrigo in Vormazia nel dicembre dell'anno antecedente, dove tenne una gran dieta di vescovi e principi. Si trattò in essa di provveder di un nuovo pontefice la santa Chiesa romana. Non se l'aspettava Brunone; tutti i voti concorsero in lui, ed egli, colto così all'improvviso, dimandò tempo a pensarvi tre giorni. Dopo i quali ripugnando a tale elezione, con isperanza di schivare questo sì pesante onore, fece in pubblico la confessione de' suoi mancamenti; ma indarno, perchè stettero tutti costanti in volerlo papa. V'erano presenti i legati romani. In fine si arrendè, ma con protestare che non accettava la carica qualora non vi concorresse l'elezione e il consentimento del clero e popolo di Roma, non ignorando egli ciò che in tale proposito aveano ordinato i sacri canoni. Gli furono date le insegne pontificali, e dopo aver celebrate le feste del santo Natale nella sua chiesa di Tullo, con singolare umiltà vestitosi da pellegrino, sul principio dell'anno presente si mise in viaggio verso Roma, avendo in sua compagnia il celebre monaco Ildebrando, che fu poi papa Gregorio VII. Arrivò egli a Roma sul principio della quaresima[691], ed ivi ancora solennemente fu eletto e applaudito dal clero e popolo romano, e consecrato papa, con prendere il nome di Leone IX. Nè perdè tempo ad operare. Dopo la domenica in Albis tenne gran concilio di vescovi in Roma contro de' simoniaci. Poscia, chiesta licenza ai Romani, sen venne a Pavia, e quivi nella settimana dopo la Pentecoste celebrò un altro concilio. Indi passò a trovare l'imperadore in Sassonia per informarlo dello stato d'Italia e de' bisogni della Chiesa. Un altro concilio assai numeroso fu da lui tenuto nella basilica di san Remigio di Rems, e poscia un altro in Magonza, dove si trovò ancora l'imperadore. In questi tempi durando la ribellione di Gotifredo duca di Lorena, con cui aveva unite le sue forze anche Baldovino conte di Fiandra[692], papa Leone, ad istanza dell'imperadore, amendue gli scomunicò. Più che l'armi temporali servirono le spirituali per mettere il cervello a partito di Gotifredo; e però egli sen venne supplichevole ad Aquisgrana a' piedi dell'imperadore, e coll'aiuto del buon papa ottenne il perdono de' suoi falli. Seguitò Baldovino a far guerra, ma dopo aver lasciato dare un gran guasto al suo paese dall'armata imperiale, finalmente trattò di pace, e diede a tal fine gli ostaggi. Dopo queste imprese Leone IX per la città d'Augusta e per la Baviera sul finir dell'anno venne alla volta d'Italia, ed arrivò a celebrar la festa del Natale in Verona. Confermò esso papa in quest'anno i suoi privilegii al monistero di Farfa con sua bolla[693], data in Roma IV kalendas marti, anno pontificatus domni Leonis noni papae primo, Indictione II. E l'imperadore Arrigo concedette a Berardo vescovo di Padova, e a' suoi successori, la licenza di battere moneta[694], secundum pondus veronensis monetae. Il diploma fu dato XVI kalendas maii, anno dominicae Incarnationis MXLVIIII, Indictione II. Anno domni Henrici tertii regis, imperatoris secundi, ordinationis ejus XX, regni quidem X, imperii vero III. Actum Goslariae. Torno a dire che gli anni dell'ordinazion di Arrigo sono confusi in varii diplomi: e però lascerò ad altri la cura di accertar questa epoca e di correggere gli errori. Circa questi tempi ancora abbiamo da Cedreno[695] un avvenimento importantissimo per la storia d'Italia, cioè che i Turchi, gente di nazione unnica, o vogliam dire della gran Tartaria, uscirono dalle porte del Caucaso, e cominciarono le lor terribili conquiste con levare ai Saraceni la Persia, e darsi poscia ad infestar l'imperio de' Greci. Non mi stendo a dirne di più per ora, riserbando quel che occorrerà al resto della storia.
NOTE:
[689] Dachery, Spicileg., tom. 2 nov. edition. Albericus Monach., in Chronico.
[690] Wibert., in Vita S. Leonis IX, lib. 2, cap. 1.
[691] Wibert. Bruno. Leo Ostiensis, in Chron. Anselmus, in Itiner., etc.
[692] Hermannus Contractus, in Chron.
[693] Chronic. Farfense, P. II, tom. 2 Rer. Ital.
[694] Antiquit. Italic., Dissert. XXVII.
[695] Cedren., Compend. Histor.
Anno di CRISTO ML. Indizione III.
LEONE IX papa 2. ARRIGO III re di Germania 12, imperadore 5.
Giunto che fu a Roma il santo pontefice Leone IX, e sbrigato da varii affari, in questo anno (e non già nel precedente, come lasciò scritto Leone ostiense[696]) passò in Puglia, parte per sua divozione[697], parte per quetar le discordie insorte fra i Normanni e i popoli di quelle contrade, che si sentivano gravati non poco da quella gente straniera. Fu nell'aprile a Monte Casino, a san Michele del Monte Gargano, e a Benevento, dove di nuovo scomunicò quel popolo, perchè ribello all'imperadore. Tenne un concilio in Siponto, dove depose due arcivescovi convinti di simonia. Tornato a Roma, sul principio di maggio celebrò un altro concilio nella basilica lateranense, dove furono condannate le perverse dottrine di Berengario franzese intorno al sacramento dell'altare. Fioriva in questi tempi in Normandia nel monistero di Becco il celebre Lanfranco, priore allora d'esso sacro luogo, di nascita italiano, perchè nato di nobili parenti in Pavia. Essendo passata fra lui e il suddetto Berengario qualche lettera, fu egli chiamato in Italia, e tanto in esso concilio lateranense, quanto in quello di Vercelli susseguentemente tenuto nel settembre di questo anno dal medesimo papa, giustificò sè stesso, e restò carissimo a tutta la corte pontificia. Servì questo accidente a maggiormente accrescere la fama della letteratura e pietà di Lanfranco, il quale col tempo divenne abbate di Becco, e poscia arcivescovo santo di Canturberì in Inghilterra. Era insorta qualche contesa fra papa Leone e Unfredo arcivescovo di Ravenna spalleggiato da alcuni della corte imperiale. Però in esso concilio di Vercelli il papa gli sospese il ministro episcopale, oppure, come vuol Wiberto, lo scomunicò. Tornò egli dipoi alla sua Chiesa di Tullo per farvi la traslazione del corpo di san Gerardo, già vescovo di quella città. Passò in questo anno nel dì 12 d'aprile a miglior vita sant'Adalferio ossia Alferio, fondatore e primo abbate dell'insigne monistero della Cava nel principato di Salerno, la cui Vita, insieme con quella di tre altri abbati suoi successori, si legge fra gli scrittori da me raccolti delle cose d'Italia[698]. Se si vuol prestar fede agli Annali pisani, in quest'anno[699] Mugetto, re de' Saraceni africani, con un potente esercito tornò in Sardegna, e cacciatine i Pisani, attese a fabbricarvi delle città, e prese la corona di quel regno. Pisani vero, cum romana Sede firmata concordia cum privilegio et cum vexillo sancti Petri accepto, invaserunt regem, et ceperunt illum et totam terram, et coronam imperatori dederunt. Et Pisa fuit firmata de tota Sardinea a romana Sede. Ma al vedere che de' vari autori di questo secolo, i quali han parlato dei fatti gloriosi di san Leone IX papa, niuno parla di questo, che pur sarebbe tornato cotanto in onore del medesimo; pare che si possa dubitare dell'impresa suddetta, o almeno delle sue circostanze. Nacque nell'anno presente nel dì 12 di novembre all'Augusto Arrigo un figliuolo maschio[700], partoritogli dall'imperadrice Agnese. Fu questi poi Arrigo quarto fra i re, e terzo fra gl'imperadori, per cui cagione vedremo a suo tempo sconvolta tutta l'Italia e la Germania.
Cessò di vivere in questi tempi Pandolfo IV principe di Capoa[701]. Leone ostiense il fa portato via dai diavoli, citando un'apparizione fatta ad un servo di Dio napoletano. Ma, siccome il padre Angelo della Noce osservò, probabilmente questa fu una giunta fatta alla Cronica dell'Ostiense, ed altri ciò scrissero di Pandolfo Capodiferro, tanti anni prima defunto. Nei secoli dell'ignoranza gran voga aveano somiglianti visioni e dicerie. Pandolfo V suo figliuolo restò padrone di quel principato, con avere per collega Landolfo V suo proprio figliuolo. Ho io rapportato altrove un diploma dell'Augusto Arrigo[702], come dato in quest'anno in favore del monistero di san Zenone di Verona. Le note cronologiche sono queste: Data III idus novembris, anno dominicae Incarnationis ML, Indictione IIII, anno domni Heinrici tertii regis, imperatoris autem secundi, ordinationis ejus XXIIII, regni quidem XIII, imperii vero IIII. Actum Veronae. Perchè era tuttavia attaccato alla pergamena il sigillo di cera, e nel novembre dell'anno presente potea correre l'Indictione IV, senza farne altro esame, lo credei documento originale e sicuro. Ma se sta così nella pergamena, nè è succeduto errore in copiarlo, non so io ora accordarlo colla verità della storia. Che l'imperador fosse in Italia in quest'anno, niuno degli antichi lo scrive, ed io lo credo falso. Sono anche discordi fra loro l'anno XIII del regno e il IV dell'imperio. Sarebbe da vedere se potesse riferirsi all'anno 1055 col confronto dell'originale. Siccome apparisce da un documento da me dato alla luce[703], in quest'anno il marchese Alberto Azzo II, progenitore de' principi estensi, si truova conte della Lunigiana. Egli è qui appellato Albertus, qui Aczo vocatur, marchio et comes istius Lunensis comitato, filius bonae memoriae itemque Alberti similiterque Aczo, et marchio et comes. In Lunigiana era il forte de' beni e Stati posseduti dagli antichi marchesi, appellati poscia marchesi d'Este. Sotto quest'anno (seppure non fu nel 1054) si legge una lettera di Argiro duca d'Italia a Berardo abbate di Farfa[704], in cui egli si rallegra d'essere stato ammesso alla confraternità e partecipazion delle orazioni e de' meriti di quei buoni monaci. Il titolo suo molto spezioso e degno d'osservazione è questo: Ego Argiro Dei providentia magister vestis, et dux Italiae, Calabriae, Siciliae, Paflagoniae. Molto più antico è il rito di simili confraternità fra i monaci, ed esso dura tuttavia.
NOTE:
[696] Leo Ostiensis, lib. 2, cap. 81.
[697] Wibertus, in Vita S. Leonis, lib. 2, cap. 4.
[698] Rer. Ital., tom. 6.
[699] Annal. Pisan., tom. 6 Rer. Ital., pag. 167.
[700] Hermannus Contractus, in Chron.
[701] Camillus Peregrin., Hist. Princip. Langobard.
[702] Antiquit. Italic., Dissert. LXIII.
[703] Antichità Estensi, P. I, cap. 11.
[704] Chron. Farfense, P. II, tom. 2 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MLI. Indizione IV.
LEONE IX papa 3. ARRIGO III re di Germania 13, imperadore 6.
Trovaronsi l'infaticabil Leone IX papa e l'imperadore Arrigo in Augusta, dove insieme celebrarono la festa della Purificazione della santa Madre di Dio. In tal occasione, per attestato di Ermanno Contratto[705], l'imperadore rimise in grazia del papa Unfredo arcivescovo di Ravenna. Ma Wiberto[706] aggiugne una particolarità: cioè che Unfredo fu chiamato da Arrigo ad Augusta, e dopo aver restituito al papa alcuni beni ingiustamente occupati, fu forzato a chiedere l'assoluzion delle censure. Inginocchiossi egli a' piedi del santo pontefice, e perchè tutti i prelati assistenti interposero le lor preghiere in favor di lui, Leone con alta voce disse: A misura della sua divozione Dio gli conceda l'assoluzione di tutti i suoi falli. Nel levarsi Unfredo in piedi, fu osservato, che quasi burlandosi del papa, e tuttavia gonfio di superbia, sogghignava. Vennero le lagrime agli occhi al buon pontefice, e con voce bassa disse ad alcuni che gli stavano intorno: Oimè, questo miserabile è morto. Poco stette Unfredo a cader malato, ed appena ricondotto in Italia, diede fine alla vita e all'alterigia sua. Ermanno Contratto lasciò scritto, essere corsa voce ch'egli morisse attossicato, perchè la sua morte fu improvvisa. Ma s'egli morì, come vuole il Rossi, nel dì 22 di agosto, gran tempo corse fra la di lui andata in Germania e la morte sua. Tornato a Roma papa Leone, quivi celebrò dopo Pasqua un nuovo concilio, dove fra l'altre cose scomunicò Gregorio vescovo di Vercelli, imputato d'adulterio con una vedova già sposa di un suo zio. Non si trovava questo vescovo in Roma, e nulla perciò potè rispondere per sè. Ma avvertito della censura contra di lui fulminata, se nel volò a Roma, ed avendo promessa soddisfazione, se ne tornò assoluto e contento a casa. Questo ne' tempi susseguenti fece gran figura negli affari secolareschi d'Italia, siccome vedremo. Andò poscia il santo pontefice all'insigne monistero di Subiaco, da dove essendo fuggito Attone ossia Azzo abbate, a cui dovea rimordere la coscienza, egli diede per abbate a que' monaci Umberto, nato in Francia, e le cui imprese, parte buone e parte cattive, si leggono nella Cronica di Subiaco[707], da me data alla luce. È notabile quanto ivi è scritto: cioè che il papa in quella congiuntura Sublacenses ad se convocavit in monasterio, quorum et requirens instrumenta chartarum, notavit falsissima, et ex magna parte ante se igne cremari fecit. Di queste merci non furono privi una volta altri monisteri e chiese: il che sia detto senza pregiudizio degli innumerabili altri autentici documenti che si trovano nei loro archivii.
Doveano in questi tempi avere i monaci di Farfa chi li perseguitava nella corte pontificia; e probabilmente uno dei lor nemici era Giovanni vescovo della Sabina, che mosse di molte pretensioni contra di quell'insigne monistero. Scrissero i monaci una lettera al buon pontefice con esporgli le prerogative di quel sacro luogo, e pregarlo di non badare ai detrattori. Sumus enim (dicono essi) plus minus quingenti vestri oratores[708]: il che, per mio avviso, si dee intendere non de' soli monaci abitanti in Farfa, ma degli altri ancora che erano ne' monisteri e priorati sottoposti. Nel concilio romano si agitò la lite fra i monaci e il suddetto vescovo. Finalmente papa Leone IX confermò al monistero farfense tutti i suoi privilegii con una bolla, in cui si fa sentire il suo cuore pien di divozione verso la santissima Vergine, data III idus decembris per manus Federici diaconi sanctae romanae Ecclesiae bibliothecarii, vice domni Herimanni archicancellarii, et coloniensis archiepiscopi, anno domni Leonis IX papae tertio, Indictione V, cominciata nel settembre dell'anno presente. Crede il padre Mabillone[709] che Ermanno arcivescovo di Colonia fosse arcicancelliere di papa Leone IX, nelle cui sole bolle si truova questa novità. Era il medesimo Ermanno arcicancelliere dell'imperio in questi giorni. Wiberto scrive[710] che papa Leone diede officium cancellarii sanctae romanae Sedis a lui e ai suoi successori. Confermò parimente il santo pontefice tutti i suoi diritti al monistero casauriense con altra bolla[711], data X kalendas julii, ec. anno domni Leonis IX papae II (dee essere III), Indictione IV. Io tralascio altre bolle dello stesso papa, il quale, per testimonianza dell'Ostiense[712], in quest'anno andò a Capoa, a Benevento e a Salerno. In tal congiuntura è credibile che succedesse ciò che preventivamente aveva asserito il medesimo Ostiense, cioè ch'egli assolvesse dalla scomunica il popolo di Benevento. Tanti passi dell'ottimo pontefice verso quelle parti erano tutti per trovar, se era mai possibile, qualche rimedio o freno all'insolenza, crudeltà ed avidità incredibile de' Normanni, ogni dì più potenti e gravosi alla Puglia e alle vicinanze, e Cristiani più di nome che di fatti. In una lettera[713] scritta da esso papa all'imperador di Costantinopoli gli espone, come costoro ammazzavano, tormentavano que' miseri abitanti, neppur perdonando alle donne e a' fanciulli; spogliavano ancora ed incendiavano le chiese; e che per quante esortazioni e minacce avesse egli adoperato, nulla si mutavano i loro perversi costumi. Però s'era egli abboccato con Argiro catapano de' Greci per reprimere questa mala gente, ed implorava anche il braccio dello stesso Augusto greco. In quest'anno appunto scrive Lupo Protospata[714] che arrivò, cioè da Costantinopoli tornò in Puglia, Argiro figliuolo di Melo e duca di Italia per gli Greci. Volle entrar in Bari, ma gli fu negato da Adralisto, Romoaldo e Pietro fratelli, capi di una fazion contraria. Finalmente il popolo di Bari al dispetto de' contradittori l'ammise in quella città. Se ne fuggì Adralisto; gli altri due fratelli presi, furono inviati in carcere a Costantinopoli. Drogone conte e capo de' Normanni fu in quest'anno ucciso da un suo compare, e succedette Unfredo conte, suo fratello, nel governo di quegli Stati. Noi troviamo battezzato in quest'anno nella città di Colonia il fanciullo Arrigo, figliuolo dell'imperadore Arrigo, e tenuto al sacro fonte da Ugo abbate di Clugnì, uomo santo. Da un documento che io diedi alla luce[715] apparisce che in questi tempi Guaimario IV e Gisolfo II suo figlio erano principi di Salerno, e duchi di Amalfi e Sorriento.
NOTE:
[705] Hermannus Contract., in Chron.
[706] Wibertus, Vit. Leonis IX., lib. 2, cap. 7.
[707] Chron. Sublacense, tom. 24 Rer. Ital.
[708] Chron. Farfens., P. II, tom. 2 Rer. Ital.
[709] Mabillonius, Annal. Benedictin. ad hunc annum.
[710] Wibertus, in Vita Leonis IX, lib. 2, cap. 5.
[711] Chron. Casauriens., P. II, tom. 2 Rer. Ital.
[712] Leo Ostiensis, Chron., lib. 2, cap. 84.
[713] Wibertus, in Vita Leonis IX, lib. 2, cap. 10.
[714] Lupus Protospata, in Chronico.
[715] Antiquit. Italic., Dissert. V, pag. 217.
Anno di CRISTO MLII. Indizione V.
LEONE IX papa 4. ARRIGO III re di Germania 14, imperadore 7.
Era stata in addietro l'Ungheria tributaria dell'imperio germanico; ma essendo insorte liti, e cessato il pagamento, si venne ad un'aspra guerra fra l'imperadore Arrigo ed Andrea re d'Ungheria. Il santo papa Leone, per desiderio di rimettere la concordia fra que' principi cristiani, si portò in quest'anno di nuovo in Germania per trattar di pace. Ermanno Contratto scrive[716] ch'egli vi andò per le istanze del re Andrea; fece desistere l'imperadore dall'assedio di un castello; e trovatolo dispostissimo ad un accordo, già si credeva di avere in pugno la pace. Ma Andrea sconciamente il burlò: laonde il papa fulminò contra di lui la scomunica. Se ciò sussiste, è cosa da stupir come Wiberto conti tutto al rovescio questa faccenda, con dire[717] che gli Ungheri erano pronti a pagare il tributo, purchè ottenessero il perdono dei trascorsi passati. Sed quia factione quorumdam curialium, qui felicibus sancti viri invidebant actibus, sunt Augusti aures obturatae precibus domni apostolici, ideo romana respublica subjectionem regni hungarici perdidit, et adhuc dolet finitima patriae praedis et incendiis devastari. Arrigo vicecancelliere dell'imperadore fu in quest'anno da lui promosso all'arcivescovato di Ravenna; ma, secondo il Rossi[718], non ottenne la conferma e il pallio dal papa, se non nell'anno seguente con bolla data VI idus aprilis, anno pontificatus IV, Indictione VI. Sotto specie d'intronizzar questo novello arcivescovo, fu inviato a Ravenna anche Nizone vescovo di Frisinga, uomo pien di vizii, e che per qualche tempo mostrò di pentirsi e di abbracciar la vita monastica, ma in breve tornò alla vita di prima. Costui, giunto a Ravenna, quivi, colto da morte improvvisa, lasciò le sue ossa. Al suddetto Arrigo arcivescovo scrisse il suo libro ossia opuscolo intitolato Gratissimus san Pier Damiano, o, come si dovrebbe dire, Pietro di Damiano, nato nella città stessa di Ravenna, e gran luminare di santità e letteratura in Italia per questi tempi. Uno ancora dei motivi per gli quali s'indusse a tornare quest'anno in Germania il santo pontefice, fu, secondo l'Ostiense[719], per impetrar degli aiuti dall'imperadore contra de' Normanni di Puglia, le avanie e crudeltà dei quali egli non potea più sofferire. Un diploma, che si legge pubblicato nelle mie Antichità italiane[720], ci fa vedere nel giugno di quest'anno in Zurigo l'imperadore Arrigo, che concede al clero di Volterra, fra gli altri privilegii, quello di poter decidere le liti col duello. Era allora troppo in uso questa barbarica e detestabil usanza, accresciuta dipoi nell'andare innanzi dai cacciatori di puntigli. Per isradicarla molto s'è fatto; ma al mondo non mancheranno mai dei pazzi. Ho io pubblicato un contratto seguito in questo anno fra Bonifazio duca e marchese di Toscana, signore di Mantova, Ferrara ed altre città, e Otta badessa di santa Giulia di Brescia. Fu scritta quella carta[721] anno ab Incarnatione Domini nostri Jesu Christi millesimo quinquagesimo secundo, Enricus gratia Dei imperator Augustus, anno imperii ejus sexto, quarto kalendas aprilis, Indictione quinta. Ma poche settimane dipoi sopravvisse Bonifazio. Mentre egli da Mantova passava a Cremona, per mezzo di un ombroso bosco, fu ferito con una saetta, ossia con un dardo attossicato, e di quel colpo morì. His diebus marchio Bonifacius (son parole di Arnolfo milanese[722] autore contemporaneo) dum nemus transiret opacum, insidiis ex obliquo latentibus, venenato figitur jaculo. Heu senex ac plenus dierum, maturam mortem exiguo praeoccupavit. Il Fiorentini scrive[723] che egli non molto carico d'anni morì; ma non avea veduto Arnolfo, scrittore più informato di lui. E se Bonifazio si truova marchese fin l'anno 1004, convien dire che egli fosse vecchio nell'anno presente. E qui si dee notare che nell'edizione della storia d'esso Arnolfo fatta dal Leibnizio sopra un testo milanese, si legge marchio Montisferrati Bonifacius. Ma il manuscritto estense più antico degli altri non ha Montisferrati; e quella è una giunta di qualche ignorante, siccome già osservai[724] nella prefazione al medesimo Arnolfo.
Abbiamo da Donizone il tempo preciso della morte di questo principe, laddove scrive, ma accortamente tacendo ch'essa fosse violenta[725]:
Ipse die sexta maii post quippe kalendas Deseruit terram, quem Christus ducat ad ethram, Quando defunctus, terrae datus, estque sepultus, Tunc quinquaginta duo tempora mille Dei stant.
Fu seppellito il di lui corpo in Mantova: perlocchè si legge presso il suddetto Donizone una curiosa altercazione fra quella città e la rocca di Canossa, dove pretendeva il buon monaco canossino Donizone che se gli dovesse dar sepoltura presso de' suoi antenati. Da altre memorie ancora da me rapportate nella prefazione al medesimo Donizone apparisce, aver la buona gente creduto che non nascesse erba nel luogo dove Bonifazio fu ferito. Certamente questo principe non era un santo. Anzi egli s'acquistò il brutto nome di tiranno presso i Tedeschi. Ermanno Contratto, vivente allora (se pure al suo testo non fu fatta qualche giunta), scrive sotto quest'anno[726]: Bonifacius ditissimus Italiae marchio, immo tyrannus, insidiis a duobus exceptus militibus, sagittisque vulneratus et mortuus, Mantuae sepelitur. E il Fiorentini osserva[727] che in tre privilegii da Arrigo IV e V e Lottario, susseguenti imperadori, conceduti al popolo di Lucca, si legge: Consuetudines etiam perversas, a tempore Bonifacii marchionis duriter iisdem hominibus impositas, omnino interdicimus, et ne ulterius fiant praecipimus. Lasciò Bonifazio dopo di sè tre figliuoli a lui nati dalla duchessa Beatrice, cioè Federigo (appellato Bonifazio dal continuatore di Ermanno Contratto), Beatrice e Matilda, tutti tre di tenera età, e perciò bisognosi della madre. In questo anno ancora, per testimonianza dell'Ostiense[728] e di Romoaldo salernitano[729], Guaimario IV principe di Salerno, per una congiura fatta contra di lui da alcuni suoi parenti e da altri malcontenti, con più ferite tolto fu di vita; e il suo cadavero obbrobriosamente strascinato lungo il lido del mare. Salerno colla rocca restò in potere de' congiurati; ma Guido duca di Sorrento, e fratello d'esso Guaimario chiamati in aiuto i Normanni, da lì a cinque giorni ricuperò quella città; installò nel principato Gisolfo II figliuolo del trucidato principe, e fece morir quattro di lui parenti con trentasei altri, tutti rei di quel misfatto. Fermossi tutto quest'anno in Germania il santo papa Leone, ed in Vormazia celebrò la festa del Natale in compagnia dell'imperadore. Allora fu, secondo Ermanno Contratto, ch'egli fece istanza perchè fosse restituita sotto il dominio della Chiesa romana la ricca badia di Fulda con altre poste in quelle contrade, le quali ne' tempi addietro furono donate a san Pietro, e pagavano censo a Roma. Altrettanta premura ebbe pel vescovato di Bamberga, di cui Arrigo I Augusto avea fatto un dono alla Chiesa romana, e pagava anch'essa annualmente a Roma un cavallo bianco e cento marche d'argento. L'imperadore all'incontro, mosso da egual brama di poter disporre di quel vescovato e dello suddette badie, propose piuttosto un cambio, e questo fu accettato dal papa: cioè Leone rinunziò ad Arrigo i suoi diritti sopra quelle chiese, ed Arrigo in contraccambio gli cedette molti suoi Stati nelle parti di là da Roma. L'Ostiense scrive[730] che tunc inter ipsum apostolicum et imperatorem facta est commutatio de Benevento et bambergensi episcopio, ma senza dichiarare se fosse ceduta la sola città di Benevento col suo territorio, come gode oggidì la Sede apostolica, oppure anche il principato, di buona parte nondimeno del quale erano stati prima investiti i Normanni: e senza dire con qual titolo e patti cedesse tali Stati. Il Sigonio[731] dice nomine vicariatus. Così egli interpretò le parole dell'Ostiense[732], laddove scrive che Leo nonus papa vicariationis gratia Beneventum ab Heinrico Conradi filio recepit. Da questo cambio poi deduce il padre Pagi[733] che non sussista quanto ha Eutropio prete presso il Goldasto, con dire che Carlo Calvo avea distratto Benevento dall'imperio romano, e concedutolo ai pontefici romani. E si può similmente dedurre che neppure Lodovico Pio, Ottone I ed Arrigo I imperadori avessero mai conceduto loro esso ducato di Benevento.
NOTE:
[716] Hermannus Contractus, in Chronico.
[717] Wibert., Vita S. Leonis IX, lib. 1, cap. 4.
[718] Rubeus, Hist. Ravenn., lib. 5.
[719] Leo Ostiens., Chron. lib. 2, cap. 84.
[720] Antiquit. Italic., Dissert. XXXX, pag. 641.
[721] Antiquit. Ital., Dissertat. LXVI.
[722] Arnulfus, Hist. Mediolan., lib. 3, cap. 3.
[723] Fiorentini, Memor. di Matild., lib. 1.
[724] Rerum Italic. Scriptor., tom. 3.
[725] Donizo, in Vita Mathild., lib. 1.
[726] Hermannus Contractus, in Chronico.
[727] Fiorentini, Memorie di Matilde, lib. 1.
[728] Leo Ostiensis, lib. 2, cap. 85.
[729] Romualdus Salernit., Chron., tom. 7 Rer. Ital.
[730] Leo Ostiensis, lib. 2, cap. 84.
[731] Sigonius, de Regno Italiae, lib. 8.
[732] Leo Ostiensis, lib. 2, cap. 46.
[733] Pagius, in Annal. Baron.
Anno di CRISTO MLIII. Indizione VI.
LEONE IX papa 5. ARRIGO III re di Germania 15, imperadore 8.
Implorò in questi tempi papa Leone più che mai l'assistenza dell'Augusto Arrigo per liberar la Puglia dal giogo dei Normanni, i quali, per quanto scrive Ermanno Contratto[734], viribus adaucti, indigetes bello premere coeperunt, injustum dominatum invadere, haeredibus legitimis castella, praedia, villas, domus, uxores etiam, quibus libuit, vi auferre, res ecclesiarum deripere, postremo divina et humana omnia (prout viribus plus poterant) jura confundere, nec jam apostolico pontifici, nec ipsi imperatori, nisi tantum verbo tenus cedere. Guglielmo pugliese diversamente parla della condotta de' Normanni, e ci vorrebbe far credere che da Argiro duca d'Italia per l'imperadore greco provenissero specialmente tanti lamenti in parte falsi contra de' Normanni, dappoichè non gli era riuscito nè con danari nè con promesse di tirarli fuor d'Italia al servigio de' Greci. Secondo lui[735], la gente di Puglia
. . . . . . varias deferre querelas Coepit, et accusat diverso crimine Gallos. Veris commiscens fallacia nuntia mittit Argirous papae, precibusque frequentibus illum Obsecrat, Italiam quod libertate carentem Liberet, ac populum discedere cogat iniquum.
Ma non era papa Leone uomo da lasciarsi in tal congiuntura ingannare. Egli stesso soggiornava in lor vicinanza, e più volte era stato sul fatto, cioè in quelle contrade medesime, e potea ben sapere se i Normanni fossero sì o no una specie di masnadieri. Vedremo che mai non si quetarono, infinattantochè non ispogliarono i signori di que' paesi de' loro Stati. Guglielmo storico, allorchè i Normanni furono nel colmo della potenza, scrisse per piacere alla stessa nazion dominante; però non par sicura la testimonianza sua. Ora l'imperadore diede alcune delle sue soldatesche al papa; molte altre ne ottenne esso papa da diversi signori; e con queste brigate s'unì una gran ciurma di scellerati e banditi, tutti condotti dall'avidità e speranza di far buon bottino. Nel mese di febbraio con questa gente calò in Italia il buon pontefice, conducendo seco Gotifredo duca di Lorena, e Federigo suo fratello che fu poi papa Stefano X, e molti cherici e laici esercitati nel mestier della guerra, per valersene contro i Normanni[736]. Ma prima di arrivar egli giù dall'Alpi, Gebeardo vescovo allora di Aichstet, di nazion bavarese, avendo fatto ricorso all'imperadore, tanto disse e tanto fece, che il ridusse a richiamare il grosso corpo di truppe imperiali già spedite in aiuto del papa, in maniera che altro non vi restò di quell'esercito che un battaglione di cinquecento persone[737]. Se n'ebbe poscia ben bene da pentire lo stesso Gebeardo, dacchè divenne anch'egli pontefice romano col nome di Vittore II, per le insolenze che, non men di papa Leone IX, dovette sofferir dai Normanni di Puglia, senza poterli reprimere. Giunto a Mantova papa Leone nella quinquagesima, per attestato di Wiberto[738], determinò di tener quivi un concilio. Erano accorsi ad ossequiar il papa varii vescovi di Lombardia, a' quali faceva paura il rigore e zelo del santo pontefice: che ben sapeano di aver de' mancamenti da renderne conto. Però alla lor suggestione fu attribuita una rissa insorta fra i familiari d'essi prelati e quei del papa, in tempo appunto che si celebrava il concilio. Corse alla porta della basilica il santo padre; volavano le saette e i sassi, e fu egli stesso in pericolo della vita per salvare i suoi domestici, che si rifugiavano verso la di lui persona, e senzachè gli aggressori si guardassero dal ferire chi andava a nascondersi sotto le vesti pontificali. Si quetò con difficoltà il tumulto, ma fu esso cagione che si sciolse il concilio; e ciò non ostante il misericordioso pontefice diede nel dì seguente l'assoluzione agli autori di tale iniquità. Andossene a Roma san Leone[739], e dopo Pasqua tenne quivi un nuovo concilio[740], dove fu posto fine alle vecchie liti che bollivano fra i patriarchi di Aquileia e di Grado, chiamato nuova Aquileia; cioè fu deciso che quel di Grado fosse indipendente dall'altro, e vero metropolitano dell'Istria e delle isole di Venezia. Anche il Dandolo[741] ne fa menzione, ma con supporre ciò seguito in un precedente sinodo, mentre aggiugne che papa Leone visitò dipoi Venezia per divozione verso san Marco. Ciò probabilmente accadde nell'ultimo suo ritorno dalla Germania sul principio dell'anno corrente.
Ciò fatto, ardendo pure il santo papa di desiderio di liberar la Puglia dalla crudele ed insaziabil nazione dei Normanni, mosse l'esercito preparato contra di loro. Era questo composto, secondochè abbiamo da Guglielmo pugliese[742], de' pochi Tedeschi ch'egli avea potuto ritenere al suo soldo, cioè di settecento Suevi, oltre alla canaglia de' facinorosi, venuta di Germania, condotti da Guarnieri, che probabilmente fu il primo marchese di questo nome della marca d'Ancona. V'erano inoltre moltissime brigate d'Italiani armati, raccolte da Roma, Spoleti, Camerino, Fermo, Ancona, Capoa, Benevento ed altri luoghi. Non sussiste, a mio credere, che Goffredo o Gotifredo duca di Lorena fosse il generale di questa impresa. Piuttosto è da credere Rodolfo, eletto già principe di Benevento, per quanto s'ha da Leone ostiense[743]. Consisteva poi l'armata de' Normanni, secondo il medesimo autore, in tremila cavalli e poca fanteria, ma tutta gente forte, agguerrita, e che non conosceva paura. I condottieri di questa, divisa in tre squadre, furono Unfredo conte e capo d'essi Normanni, Riccardo conte di Aversa, Roberto soprannominato Guiscardo, cioè Astuto, poco dianzi venuto di Normandia a trovare il fratello Unfredo, cioè quel medesimo Roberto che vedremo a suo tempo padrone di quasi tutto il regno ora di Napoli e di parte della Sicilia. Tralascio altri nominati da esso storico pugliese. Dal medesimo bensì e da Ermanno Contratto[744] abbiamo che i Normanni, veggendo sì grande apparato di guerra contra di loro, e sè di forze troppo disuguali, spedirono ambasciatori al papa, offerendosi umilmente al servigio e all'ubbidienza di lui, e di riconoscere in feudo dalla santa Sede gli Stati da lor posseduti. Ma non fu accettata l'offerta, non già per alterigia del papa pieno d'umiltà e nemico di spargere il sangue cristiano, ma per cagion dei superbi Tedeschi, i quali s'opposero, deridendo la piccola statura de' Normanni, e figurandosi d'averli già vinti col solo terrore. Costoro indussero suo malgrado il papa a comandar loro che, deposte le armi, se ne tornassero al loro paese; altrimente andrebbono tutti a fil di spada. A questa sì aspra risposta non seppero accomodarsi i Normanni, ed abbracciando i consigli della disperazione, risoluti piuttosto di morir cadauno onoratamente coll'armi in mano, che di accettare un così vergognoso partito, si prepararono alla battaglia. Fors'anche furono i primi ad assalire improvvisamente l'oste nemica. Si fece questa giornata campale presso Civitella nella provincia di Capitanata nel dì 18 di giugno[745]. A Riccardo conte di Aversa, che guidava la prima schiera, riuscì facile lo sbrigliare le mal disciplinate milizie italiane, ed inseguirle con loro non picciola strage. S'affrontò Unfredo conte coi Tedeschi, e trovò quivi duro il terreno, in guisa che per la morte di molti de' suoi era vicino a cedere, quando il valoroso Roberto colla sua schiera di riserva accorse in aiuto del fratello, e fece delle mirabili prodezze. Tornato poi Riccardo dalla caccia degli Italiani, finì la festa con la morte di quasi tutti i Tedeschi, i quali vi lasciarono ben la vita, ma la fecero costar cara ai vincitori. Papa Leone, dopo questa disgrazia afflittissimo, si salvò colla fuga in Civitella, che fu ben tosto assediata dai Normanni. Secondo Gaufrido Malaterra, quegli abitanti, per non aver danno da quella feroce nazione, misero il papa fuori della città. Guglielmo Pugliese scrive che non vollero riceverlo nella città, temendo di disgustare i Normanni, di modo ch'egli venne nelle mani de' Normanni stessi. Volle Dio che costoro si ricordassero di esser Cristiani, nè obbliassero il rispetto dovuto al vicario di Cristo. Perciò, lungi dal fargli oltraggio alcuno, corsero a baciargli i piedi, e a chiedergli perdono ed assoluzion delle colpe. Il papa li benedisse, ed ottenne d'esser condotto a Benevento: il che con tutto onore di lui eseguirono. Quivi si fermò egli per molto tempo, cioè per tutto quest'anno e parte del seguente, ma senza essergli permesso di tornarsene indietro. L'Ostiense scrive che entrò in Benevento nel dì 23 di giugno. Non fu lodata dai zelanti cattolici d'allora questa impresa di papa Leone, ed anzi fu creduto che Dio permettesse ciò per insegnare ai capi della Chiesa e agli altri sacri ministri di non intervenire ai sanguinosi spettacoli della guerra. Occulto Dei judicio, dice Ermanno Contratto, sive quia tantum sacerdotem spiritalis potius quam pro caducis rebus pugna decebat; sive quod nefarios homines quam multos ad se ob impunitatem scelerum vel quaestum avarum confluentes, contra itidem scelestos secum ducebat; sive divina justitia alias, quas ipsa novit, ob caussas nostros plectente.
Disapprovò sommamente tal fatto anche san Pier Damiano, con giugnere infino a negare ai papi il diritto di far guerra: perlochè si meritò la censura del cardinal Baronio. Ma son certo che neppur lo stesso Baronio seppe approvar l'andata in persona di questo buon pontefice alla guerra, massimamente contra di gente cristiana. Anche la spada temporale conviene ai sommi pontefici, come principi temporali; ma questa, per sentimento di papa Gregorio IX, pro ecclesia manu saecularis principis eximenda est[746]. E Brunone vescovo di Segna[747] scrive ch'egli andò super Normannos praeliaturus, zelum quidem Dei habens, sed non fortasse scientiam. Utinam ispe per se illuc non ivisset, sed solummodo illuc exercitum pro justitia defendenda misisset! Riposossi di poi il papa in Benevento, come in città sua. Secondo la Cronichetta dei duchi di quella città, pubblicata dal Pellegrini[748], Pandolfo V e Landolfo V principi di Benevento aveano tenuto quel principato, usquedum venit domnus papa Leo in Beneventum mense augusti, Indictione IV, anno Domni MLI, et exsiliati sunt. E ciò avvenne prima del cambio di Benevento con Bamberga. Pare che solamente dopo esso cambio un certo Rodolfo fosse creato dal papa principe di Benevento: il che quando sia certo, abbastanza si conosce che non la sola città, ma anche il principato era stato ceduto a papa Leone IX; il che tuttavia è difficile a credersi, perchè allora i papi non concedevano ai lor vassalli il titolo di principe, significante in questi tempi un signore indipendente, o un figlio di sovrano. Oltre alla battaglia suddetta, abbiamo dall'Anonimo barense[749] che un'altra ne succedette ed anche prima, e forse nell'anno precedente. Ecco le sue parole all'anno 1052, nel quale vien anche riferito il fatto d'armi dell'esercito pontifizio. Argiro (duca l'Italia per l'imperador greco) ibit (in vece d'ivit) in Siponto per mare. Deinde Umfreda (conte e capo dei Normanni) et Petrone cum exercitu Normannorum super eum, et fecerunt bellum, et ceciderunt de Longobardis ibidem. Ipse Argiro semivivus exsiliit plagatus, et ibit incivitate Vesti. Poscia all'anno presente narra che lo stesso Argiro spedì il vescovo di Trani a Costantinopoli per ragguagliar quella corte de' sinistri avvenimenti delle cose d'Italia. Guglielmo pugliese aggiugne[750] che per queste disavventure Argiro cadde dalla grazia del greco imperadore, sospettandolo forse d'intelligenza coi Normanni, oppure riguardandolo come uomo inetto al governo. Fu perciò mandato in esilio, dove, dopo lungo tempo cruciato dalla poca sanità e dalle amarezze dell'animo, diede fine alla sua vita. Abbiamo nondimeno da Leone Ostiense[751] che Argiro tuttavia nell'anno 1058 era Barensium magister, e che solamente in quell'anno egli andò a Costantinopoli, e in tal congiuntura è da credere che restassero liberi i Normanni da questo emulo, che tanto s'era maneggiato per la loro rovina. In quest'anno[752] l'imperadore Arrigo, tenuta una gran dieta in Tribuaria, fece eleggere re di Germania e suo successore il fanciullo Arrigo IV suo figliuolo. E perciocchè Corrado duca di Baviera s'era collegato con Andrea re d'Ungheria nemico del romano imperio, gli tolse quel ducato, e lo diede allo stesso novello re suo figliuolo. Ho io rapportato altrove[753] la conferma de' privilegii fatta dall'Augusto al monistero delle monache del Senatore di Pavia. Il diploma si dice dato XI kalendas maii, anno dominicae Incarnationis MLIIII, Indictione VI, anno autem domni Heinrici tertii regis, imperatoris secundi, ordinationis ejus XXV, regni quidem XIII, imperii vero VII. Actum Turego. Probabilmente l'originale avrà anno dominicae Incarnationis MLIII, perchè veramente l'indizione e l'altre note indicano l'anno presente, se pure non fu quivi adoperato l'anno pisano. Ribellatisi in quest'anno gli Amalfitani al cieco Mansone loro duca[754], l'obbligarono a fuggire, ed allora risorse il deposto Giovanni suo fratello, il quale seguitò poi a governar quel popolo per sedici anni.
NOTE:
[734] Hermannus Contractus, in Chron.
[735] Guillelmus Apulus, lib. 2 Poem.
[736] Lambertus Schafnaburgensis, in Chron.
[737] Leo Ostiensis, Chron., lib. 2, cap. 90.
[738] Wibertus, Vita S. Leonis IX, lib. 2, cap. 4.
[739] Hermannus Contractus, in Chron.
[740] Leo IX, Epistol. II, tom. 9 Concilior. Labbe.
[741] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.
[742] Guillelmus Apulus, lib. 2 Poem. de Normann.
[743] Leo Ostiensis, Chron., lib. 2, cap. 87.
[744] Hermannus Contractus, in Chron.
[745] Gaufrid. Malaterra, Histor., lib. 1, cap. 10.
[746] Gregor. IX, in Epist. ad Germ. Constant.
[747] Bruno Episc., in Vit. Leonis IX.
[748] Apud Peregrin., Hist. Princip. Langobard.
[749] Anonymus Barensis, tom. 5 Rer. Ital.
[750] Guillelmus Apulus, lib. 2 Poem.
[751] Leo Ostiensis, lib. 3, cap. 10.
[752] Hermannus Contractus, in Chron.
[753] Antiquit. Ital., Dissert. LXX.
[754] Ibidem, tom. 1, pag. 211.
Anno di CRISTO MLIV. Indizione VII.
LEONE IX papa 6. ARRIGO III re di Germania 16, imperadore 9.
Passò il verno in Benevento il santo pontefice Leone IX, ma in mezzo all'afflizione, perchè egli, secondochè scrive Lamberto da Scafnaburgo[755], dappoichè fu liberato dall'assedio de' Normanni, cunctos dies, quibus supervixit tantae calamitati, in luctu et moerore egit. Ed Ermanno Contratto scrive[756] ch'egli ridotto in Benevento, quivi si fermò, nec fuit redire permissus. Non dice chi gl'impedisse il ritorno. Possiamo con tutta ragione sospettare che i Normanni; ma ciò non s'accorderebbe col Malaterra[757] là dove racconta che papa Leone loro non solamente restituì la sua grazia, ma concedette ancora in feudo tutti gli Stati posseduti, e quegli eziandio che potessero acquistare in Calabria e in Sicilia; giacchè la Sicilia tuttavia gemeva sotto il giogo de' Maomettani Saraceni. Spedì il buon papa nel gennaio di quest'anno a Costantinopoli per suoi legati Umberto cardinale, Pietro arcivescovo d'Amalfi, e Federigo diacono cardinale, cancelliere della santa romana Chiesa e fratello di Gotifredo duca di Lorena, a cagione delle liti insorte in questi tempi fra le Chiese latina e greca, le quali andarono a terminare in un deplorabile scisma. Se ne può informare il lettore dagli Annali ecclesiastici del cardinal Baronio, e da altri scrittori di sì fatte materie. Ma le afflizioni dell'animo ridondarono ancora sopra il corpo del buon pontefice[758]. Infermatosi, ebbe nondimeno tanto vigore che celebrò messa pubblicamente nell'anniversario della sua ordinazione, cioè nel dì 12 di febbraio. Crescendo poscia il malore, di colà si partì nel dì 12 di marzo per tornarsene a Roma, e gli prestarono in tal congiuntura buona scorta ed ogni possibil servigio i Normanni. Se crediamo al Malaterra, lo stesso conte Unfredo il condusse con tutto onore fin dove piacque al papa. Leone ostiense lasciò scritto[759] che l'accompagnò fino a Capoa, dove esso pontefice si fermò per dodici giorni, e preso poi seco Richerio abbate di Monte Casino, continuò il suo viaggio fino a Roma. Nè passarono molti giorni che fu chiamato da Dio a godere delle sue rare virtù e gloriose fatiche il premio in cielo nel dì 19 d'aprile dell'anno presente. Dio attestò coi miracoli la santità di questo buon pontefice, il quale benchè poco vivesse e in tempi tanto corrotti, pure gran cose operò, e gareggiò in attività e zelo co' primi pontefici della Chiesa di Dio. Veggansi le Vite di lui scritte da Wiberto e da Brunone vescovo di Segna, e gli Atti de' Padri Bollandisti al dì 19 d'aprile.
Succedette in quest'anno, se pur non fu nel precedente, in Italia un matrimonio che disturbò forte la corte imperiale in Germania, Gotifredo, ossia Goffredo duca di Lorena, che, secondo Lamberto scafnaburgense[760], era già venuto in Italia con papa Leone, oppure, come ha Ermanno Contratto[761], Italiam latenter adiens nell'anno presente, trattò e conchiuse le sue nozze con Beatrice, vedova del fu marchese e duca di Toscana Bonifazio, e, secondochè hanno alcuni conghietturato, concertò anche l'accasamento di Gotifredo il Gobbo suo figliuolo con Matilda figliuola di essa Beatrice, allora di età assai tenera. Lamberto e Sigeberto[762] scrivono effettuato il matrimonio di Beatrice nell'anno precedente. Ermanno Contratto ne parla solamente in questo, terminando con sì fatta notizia e colla morte propria la Cronica sua. Altrettanto ha Bertoldo da Costanza[763]. Per tal via lo scaltro Goffredo (son parole di Lamberto) Beatricem accipiens, marcham (di Toscana) et ceteras ejus possessiones conjugii praetextu sibi vindicavit. A questo avviso s'allarmò non poco l'Augusto Arrigo, primieramente perchè vedeva intaccato di troppo il suo diritto, mentre, secondo le leggi, o secondo le consuetudini, Beatrice per essere donna, ed anche solamente vedova, non potea pretendere di comandare nel ducato della Toscana, e, benchè avesse figliuoli, apparteneva all'imperadore il darne l'investitura al maschio. Secondariamente, perchè Gotifredo, stato finora nemico dell'imperadore, e personaggio di gran senno e maneggio, era creduto capace di sconvolgere tutta l'Italia, e di sottrarla al dominio degli Augusti tedeschi. Vedemmo grande la potenza del marchese Bonifazio anche in Lombardia, dove possedeva tante fortezze e beni: tutto venne in potere di Goffredo, e però non erano ingiusti i sospetti e timori d'Arrigo, il quale fin d'allora pensò a rimediarvi; e noi il vedremo venire nell'anno seguente apposta per questo in Italia. Dopo la vittoria riportata contra dell'esercito pontifizio non istettero punto i Normanni colle mani alla cintola. Per testimonianza di Guglielmo pugliese[764], niuna città restò in Puglia che non si sottomettesse al loro dominio, o non si obbligasse di pagar loro tributo. Unfredo conte e capo d'essi fece allora aspra vendetta degli uccisori di Drogone suo fratello, e forzò all'ubbidienza le città di Troia, Bari, Trani, Venosa, Otranto, Acerenza, ed altre terre. Ma questo storico diede qui negli eccessi, con attribuire tutte queste prodezze e conquiste ad Unfredo. Certamente parte d'esse succedette dipoi. Mandò ancora, per testimonianza di lui, Roberto Guiscardo suo fratello a far delle conquiste in Calabria. Uomo di mirabil accortezza e bravura era Roberto, e perciò seppe ben profittarne. Fors'anche fece più di quel che si aspettava o voleva Unfredo; e quindi nacque lite fra loro, di maniera che un dì, trovandosi insieme a pranzo, Unfredo gli fece mettere le mani addosso, e, sguainata la spada, era in procinto d'ucciderlo, se non fosse stato trattenuto da Gocelino. Restò Roberto in prigione per qualche tempo, finchè, deposto lo sdegno, Unfredo non solamente gli restituì la libertà ed amicizia primiera, ma gli concedette ancora quanto esso Roberto avea acquistato ed era per acquistare in Calabria, con dargli anche un buon soccorso di cavalleria. Di più non vi volle perchè Roberto, parte colle astuzie, parte colla forza, slargasse in quelle contrade i confini del suo dominio. Abbiamo la conferma de' privilegii data dall'Augusto Arrigo a Benedetto vescovo di Adria[765] II idus februarii, anno dominicae Incarnationis MLIIII, Indictione VII. Actum Turegum. Le altre note han bisogno d'essere ritoccate.
NOTE:
[755] Lambertus Schafnaburgensis, in Chron.
[756] Hermannus Contractus, in Chron.
[757] Gaufrid. Malaterra, lib. 1 Hist.
[758] Wibertus, in Vita Papae Leonis IX, lib. 2, cap. 7.
[759] Leo Ostiensis, in Chron., lib. 2, cap. 87.
[760] Lambertus Schafnaburgensis, in Chron.
[761] Hermannus Contractus, in Chron.
[762] Sigebertus, in Chron.
[763] Bertold. Constantinensis, in Chron.
[764] Guillelmus Apulus, lib. 2 Poem.
[765] Antiquit. Italic., Dissert. LXXIII.
Anno di CRISTO MLV. Indizione VIII.
VITTORE II papa 1. ARRIGO III re di Germania 17, imperadore 10.
Per quanto s'ha da Leone ostiense[766], fu spedito in Germania dal clero e popolo romano Ildebrando, allora suddiacono della santa Chiesa romana, acciocchè impetrasse dall'imperadore la libertà di eleggere a nome d'essi Romani un nuovo papa, il creduto da lui più degno, giacchè in Roma dicono che non si trovava persona atta a sì gran ministero. Scelse egli Gebeardo vescovo di Aichstet, prelato di gran prudenza e facoltoso, col consenso degli stessi Romani, e presentollo all'imperadore, il quale non sapeva indursi a concederlo, perchè l'amava assaissimo, e il riputava troppo necessario ne' suoi consigli. Ripugnava anche lo stesso Gebeardo, non so se per umiltà, oppure per paura di sua vita in mezzo agl'Italiani. Arrigo ne propose degli altri; ma Ildebrando stette fisso nell'elezione fatta, e condusse in Italia Gebeardo. Questi, giunto a Roma canonicamente eletto ossia confermato dai Romani, assunse il nome di Vittore II, e fu consecrato papa nel dì 13 d'aprile, cioè dopo essere stata vacante la santa Sede quasi un intero anno. Dacchè seguì il matrimonio fra Gotifredo Barbato, duca di Lorena, e Beatrice duchessa di Toscana, cominciarono a fioccar le lettere alla corte imperiale sì da Roma che da altre parti d'Italia[767], rappresentanti l'esorbitante accrescimento di potenza in Italia d'esso Gotifredo; e che, se non si rimediava per tempo, correa pericolo questo regno di staccarsi da quello della Germania. Non trascurò questi avvisi l'Augusto Arrigo, e sul principio dell'anno presente colla sua armata calò in Italia per dar sesto a questi affari. Egli era in Verona nel dì 7 d'aprile, come consta da un suo diploma pubblicato dal Margarino[768]. E nel dì 16 d'esso mese celebrò la Pasqua in Mantova. Non giudicò bene Gotifredo, siccome principe assai accorto, di presentarsi all'imperadore, ma gli mandò incontro ambasciatori al di lui arrivo in Italia con grandi proteste di fedeltà. Poscia fece tener loro dietro la moglie Beatrice, figurandosi che il di lei sesso e la parentela stretta coll'imperadore l'esenterebbono da ogni insulto e gastigo. In fatti andò essa, ma non senza interni timori; ebbe difficilmente udienza, ed avutala, disse quante ragioni seppe per giustificar sè e il marito. Ma con tutto questo, perchè il matrimonio era seguito senza participazione e consentimento dell'imperadore con principe creduto pubblico nemico dell'imperio, fu essa ritenuta sotto guardia e come ostaggio, senza far caso del salvocondotto ch'ella avea prima procurato ed ottenuto, per quanto ha il Continuatore d'Ermanno Contratto[769]. Fece studio l'imperadore per aver nelle mani anche il piccolo Federigo figliuolo del fu marchese Bonifazio e di Beatrice (chiamato Bonifazio dal suddetto storico) che potea con qualche ragione pretendere alla successione nel ducato della Toscana, affin di levare ogni pretesto al duca Goffredo di amministrare il governo di quegli Stati. Ma mentre chi avea cura di questo piccolo principe va cercando di non esporlo al duro trattamento che provava la duchessa sua madre, egli se ne morì, e liberò Arrigo da questo pensiero. Essendo già premorta Beatrice sua sorella, restò erede di quell'ampio patrimonio l'unica prole rimasta in vita de' figliuoli del marchese Bonifazio e di Beatrice, cioè la celebre contessa Matilda, che allora si trovava in età di otto anni, e verisimilmente si assicurò da ogni violenza con ritirarsi nella sua inespugnabil rocca di Canossa sul Reggiano. Il Fiorentini scrive[770] ch'essa era allora colla madre: il che difficilmente m'induco io a credere. Nel dì 5 di maggio si trovava l'Augusto Arrigo ne' celebri prati di Roncaglia sul Piacentino, dove, secondo il consueto, si raunava, all'arrivo dei re e degl'imperadori, la dieta dei principi d'Italia, siccome costa da un suo placito ivi tenuto, da me dato alla luce[771], che merita attenzione, perchè gli avvocati di Guido vescovo di Luni, avendo una lite pel castello di Aghinolfo con un Gandolfo, volevano deciderla col duello alla presenza dello stesso Augusto e di varii vescovi, se non che amichevolmente si acconciò l'affare. Di questa dieta fa menzione anche Arnolfo storico milanese nel lib. III, cap. 6, con dire che in essa marchionem Adelbertum, de quo nimia fuerat proclamatio, cum aliis flagitiosis, ferreis jubet vinciri nexibus. Non ho potuto chiarire se questo principe fosse della schiatta dei marchesi poscia appellati estensi.
Perchè gl'interessi della Toscana stavano forte a cuore all'Augusto Arrigo, ed anche perchè il novello papa Vittore avea intimato un concilio da tenersi in Firenze, colà s'inviò egli, e trovossi col pontefice in quella città per la festa della Pentecoste[772]. Fu celebrato in Firenze il suddetto concilio, e quivi di nuovo condannata l'eresia di Berengario e la simonia, e vietata l'alienazione dei beni ecclesiastici. Non ci restano gli atti di quella sacra adunanza. Inviò anche lo zelante papa in Francia, o in questo anno, ovvero nel seguente, il celebre Ildebrando, suddiacono allora, siccome dissi, della santa romana Chiesa, per estirpare la simonia, male in questi tempi gravemente radicato per tutta la Cristianità. Vi operò egli delle mirabili cose, che si leggono nella storia ecclesiastica. In quest'anno ancora, per asserzione di Lamberto da Scafnaburgo[773] e d'altri, accadde che dalla mano sacrilega di un suddiacono fu posto del veleno nel calice quando il suddetto pontefice era dietro a celebrar messa. Miracolosamente volle Dio che il buon papa dopo la consecrazione non potesse alzare il calice. Allora egli col popolo in orazione pregò Dio di rivelar la cagione di questa novità: ed eccoti essere preso dal demonio l'empio autore dell'iniquità, che confessò il suo delitto. Fece Vittore chiudere quel calice in un altare col vino attossicato; e rinnovò col popolo le preghiere a Dio, finchè il suddiacono si vide liberato dal demonio. Havvi chi crede essere provenuto un tale attentato da quel tristo di Teofilatto, che dianzi abbiam veduto sotto il nome di Benedetto IX sulla cattedra di san Pietro, il quale già deposto era tuttavia vivente, per quanto consta dalle parole dette dal santo papa Leone IX prima di morire nell'anno precedente[774]. Ma se sussiste ciò che si è detto di sopra all'anno 1044 d'esso Benedetto IX, sopra di lui non dovrebbe cadere un tal sospetto. Che l'Augusto Arrigo fosse in Firenze nel dì 6 di giugno dell'anno presente, possiamo anche provarlo colla conferma de' privilegii de' canonici di Parma, da me pubblicata[775], e data VIII idus junii, anno dominicae Incarnationis MLV, Indictione VIII, anno autem domni Heirici tercii regis, imperatoris autem secundi, ordinationis ejus XXVII, regni quidem XVI, imperii vero VIIII. Actum vero Florentiae. Accadde in quest'anno il ritorno in Italia di Federigo cardinale, cancelliere della Sede apostolica, già spedito a Costantinopoli dal santo papa Leone IX, dove con vigore apostolico sostenne la dottrina della Chiesa romana contra di Michele Cerulario, principale autore di un deplorabile scisma[776]. Fama corse ch'egli portasse da quella corte un gran tesoro, ed avvertitone l'imperadore Arrigo, per sospetto che Federigo, siccome fratello di Gotifredo duca di Lorena, cioè di una persona odiata non poco da esso augusto, avesse tramata col greco imperadore qualche lega in pregiudizio dell'imperio germanico, scrisse al papa di prenderlo e cacciarlo in prigione. Ne fu segretamente avvertito Federigo, e, per sottrarsi alla persecuzione d'Arrigo, corse al monistero di Monte Casino, e quivi si fece monaco. Leone ostiense, autore di questo racconto, avea detto nel capitolo precedente che Federigo in passando pel territorio teatino o sia di Chieti, Trasmondo conte di quella città l'avea spogliato di quanto egli portava seco, lasciandolo poi in libertà, con grave scandalo ed ingiuria della sede apostolica. Aggiugne il suddetto Ostiense[777], che essendo mancato di Vita Richerio abbate di Monte Casino, in suo luogo fu eletto dai monaci un di loro appellato Pietro. Se l'ebbe a male papa Vittore II, il quale per altro amava poco i monaci, e ne fece gran querela, perchè senza sua saputa avessero eletto un abbate. Mandò apposta colà Umberto vescovo e cardinale con ordine di adoperar le scomuniche; ita ad subjugandam sibi violenter abbatiam animum papa intenderat: quum numquam aliquis ante illum romanorum pontificum hoc attemptaverit; sed libera ab initio permanente, abbatis quidem electio monachis, papae vero sacratio tantummodo pertinuerit. Furono perciò in armi i sudditi della badia; ma non finì la faccenda, che Pietro eletto abbate rinunziò a quella dignità nell'anno 1057, siccome vedremo.
Se si ha a credere a Lamberto da Scafnaburgo[778], l'Augusto Arrigo aveva, almeno in apparenza, mostrato di accettar le scuse e proteste d'esso Goffredo, per timore specialmente ch'egli, unendosi coi Normanni, non isconvolgesse tutta l'Italia. Tuttavia essendosi ritirato Goffredo in Lorena, mal soddisfatto al vedere ritenuta dall'imperadore Beatrice sua moglie, concepì Arrigo dei sospetti ch'egli potesse tentar delle nuove ribellioni, ed in quest'anno appunto, secondo Sigeberto[779], Baldovino conte di Fiandra cum Godefrido avunculum suum Fridericum ducem intra Androverpum obsidet. Perciò Arrigo determinò di ritornare in Germania, dappoichè l'Italia restava in una buona calma. Era egli sul Ferrarese verso il fine d'agosto, siccome consta dal diploma da me dato alla luce[780], in cui conferma al popolo di Ferrara i lor privilegii. Le note cronologiche son queste: VIII kalendas septembris, anno dominicae Incarnationis MLV, Indictione VIII, anno autem domni Henrici tertii regis, imperatoris autem secundi, ordinationis ejus XXVII, regni quidem XVII, imperii vero VIIII. Actum ad Pontem: forse il Ponte oggidì appellato di Lagoscuro sul Po. Nel dì 15 d'ottobre si truova lo stesso Augusto in Mantova, dove spedisce un diploma in favore de' canonici di Cremona colle suddette note[781]. Parimente in Verona nel dì 11 di novembre ratificò i privilegii del monistero di san Zenone, posto allora fuori di quella città, con diploma da me pubblicato altrove[782]. Leggonsi ancora tre placiti tenuti in questo anno da Guntero cancelliere e messo dell'imperadore, uno nel contado di Firenze presso il fiume Arno, in loco, qui nominatur Omiclo, nel dì 14 di giugno; il secondo in civitate Mantua in lobia soleriata, quae fuit marchionis Bonifacii, XV kalendas novembris; il terzo nella villa di Volarno del contado di Verona nel dì 15 di novembre. Per la Baviera passò l'Augusto Arrigo a Turgau negli Svizzeri, dove celebrò la festa del santo Natale[783], ibique Othonis marchionis filiam (appellata Berta) aequivoco suo filio desponsavit, cioè ad Arrigo IV, allora fanciullo di pochi anni. Altri non è questo Ottone marchese che il marchese di Susa, cioè il marito di Adelaide celebre marchesana di quelle contrade. Oltre ad altri scrittori, Lamberto scafnaburgense[784] all'anno 1066 fa menzione delle nozze d'esso Arrigo IV et Berthae reginae filiae Ottonis marchionis Italorum. L'Annalista sassone[785] la chiama filiam Ottonis marchionis de Italia, et Adeleidis, quae soror erat comitis, qui agnominatus est de monte Bardonis in Italia. Quest'ultimo è una favola. Appartiene ancora al presente anno un avvenimento di grande importanza per la nobilissima casa d'Este. Nel suddetto diploma dato ai monaci di san Zenone vien mentovato Welpho gloriosus dux, cioè duca della Carintia, e marchese della marca di Verona. L'autore della Cronica di Weingart[786] e l'abbate urspergense[787] raccontano che questo principe essendo ito ad aspettare ne' prati di Roncaglia l'imperadore, che vi si dovea trovare in un giorno determinato, dopo averlo aspettato indarno tre dì, impazientatosi, fece alzar le bandiere colle sue genti, e se ne tornò a casa. E tuttochè per via trovasse l'imperadore che veniva, nè per preghiere, nè per minacce vi fu maniera di farlo tornare indietro. Mise anche l'imperadore Arrigo una esorbitante contribuzion di danaro a' Veronesi, e la riscosse. Sopravvenne il duca Guelfo, e, saputo un sì pesante aggravio imposto a' suoi sudditi, fece tal fuoco presso del medesimo Augusto, che l'obbligò a rifondere quel danaro. Il Continuatore di Ermanno Contratto scrive che Gebeardo vescovo di Ratisbona, et Welphus dux licentiam repatriandi ab Italia impetraverunt, militesque eorum, illis (ut ajunt) ignorantibus, contra imperatorem conjuraverunt. Ma in questo medesimo anno lo stesso duca Guelfo III, giovane di spiriti eccelsi, suis, et omni populo flebili morte praeventus, apud altorfense coenobium sepultus est. In lui ebbe fine la famosa ed antichissima famiglia de' principi guelfi, se non che fors'anche era in vita Cunegonda sua sorella, moglie di Alberto Azzo II marchese, progenitore de' principi estensi. Da questo matrimonio era nato un figliuolo appellato Guelfo IV. E contuttochè i monaci di Weingart, ossia delle vigne, in Altorf, prevalendosi del momento felice della mortal malattia d'esso Guelfo IV, l'avessero indotto a lasciar tutti i suoi Stati e beni della Suevia, che erano di grande estensione, al lor monistero; pure Ermengarda madre di lui, tuttavia vivente, chiamò in Germania il nipote Guelfo IV figliuolo della figliuola e del marchese Azzo e, fatto probabilmente conoscere informe e nullo il testamento del figliuolo, fece passare in esso suo nipote tutta l'ampia eredità della casa de' Guelfi. Ecco le parole dell'Urspergense: Mater ejusdem (di Guelfo III duca) hanc distributionem fieri non permisit; sed potius de Italia revocavit filium praefati Azzonis nepotem suum Welphonem quartum, eumque heredem omnium possessionum ejusdem generis instituit. Altrettanto ha la Cronica di Weingart presso il Leibnizio. È punto importante alla storia dell'Italia e della Germania, perchè il sangue de' principi estensi per mezzo di questo principe si propagò e divenne, siccome diremo, gloriosissimo in Germania, discendendo per diritta linea da esso Guelfo IV la reale ed elettoral casa di Brunsvic, siccome da un altro figlio di esso marchese Azzo la linea de' marchesi d'Este. Quando mancasse di vita la suddetta Cunegonda, moglie del marchese Alberto Azzo, non l'ho potuto scoprire. Ben so che fu seppellita nella badia della Vangadizza presso all'Adigetto, posseduta per più secoli dai monaci camaldolesi; e il suo epitaffio, a me comunicato dal celebre letterato don Guido Grandi camaldolese, fu già da me dato alla luce[788]. Abbiamo dalla Cronica antica di Parma[789], che quella città nel dì di san Lorenzo di quest'anno restò da un terribil incendio in gran parte consumata. Fu anche guerra fra i Pisani e Lucchesi; Pisani vero vicerunt illos, se crediamo agli antichi Annali di Pisa[790]; e la battaglia succedette in un luogo detto Vaccoli presso di Lucca. Scrive ancora il Dandolo[791] che riuscì a Domenico Contareno doge di Venezia di riportare (probabilmente in quest'anno) dall'imperadore Arrigo la conferma de' patti antichi col regno d'Italia.
NOTE:
[766] Leo Ostiensis, lib. 2, cap. 89.
[767] Lambertus Schafnaburgensis, in Chron.
[768] Bullar. Casinense, tom. 2, Constit. XCVI.
[769] Continuator Hermanni Contracti.
[770] Fiorentini, Memor. di Matilde, lib. 1.
[771] Antiquit. Ital., Dissert. XXXIX, pag. 645.
[772] Continuator Hermanni Contracti, in Chron.
[773] Lambert. Schafnaburgensis, in Chronico. Annalista Saxo et alii.
[774] Acta Sanctorum Bolland., in Vita S. Leonis IX.
[775] Antiquit. Italic., Dissert. XXIII.
[776] Leo Ostiensis, Chron., lib. 2, cap. 89.
[777] Idem, ibid., lib. 2, cap. 92 et 94.
[778] Lambertus Schafnaburgensis, in Chron.
[779] Sigebertus, in Chronico.
[780] Antiquit. Italic., Dissert. LXVIII.
[781] Ibidem. Dissertat. IX et XIII.
[782] Antichità Estensi, P. I, cap. 2.
[783] Continuator Hermanni Contracti, in Chron.
[784] Lambertus Schafnaburgensis, in Chronico.
[785] Annalista Saxo apud Eccardum.
[786] Chronic. Weingart., tom. 1 Scriptor. Brunsvicens.
[787] Conradus Abbas Urspergensis, in Chron.
[788] Antiquit. Ital., Dissert. LI.
[789] Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.
[790] Annales Pisani, tom. 6 Rer. Ital.
[791] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MLVI. Indizione IX.
VITTORE II papa 2. ARRIGO IV re di Germania e d'Italia 1.
Desiderò l'imperadore Arrigo che papa Vittore andasse a ritrovarlo in Germania, e questi vi andò, ricevuto con sommo onore in Goslaria[792], dove insieme celebrarono la festa della Natività di santa Maria con pompa mirabile, perchè vi intervennero quasi tutti i principi tedeschi, sì ecclesiastici che secolari, e il patriarca d'Aquileia. Ma quest'anno riuscì ben funesto per varii disastri, cioè per la morte di molti di que' principi, per la carestia che afflisse non poco i popoli, per gli affari della guerra che andavano alla peggio, e per una dissensione col re di Francia. Ne concepì l'Augusto Arrigo non poca malinconia, dopo di che fu assalito da una febbre perniciosa, che in sette giorni il fece passare all'altra vita nel dì 5 di ottobre, assistito specialmente dalla presenza del romano pontefice. Era egli in età di trentanove anni, nè mancò prima di morire di perdonare ad ognuno, di restituire il maltolto, e di chiedere perdono a tutti. Dodechino scrive[793] che egli in jecore cervi mortem comederat. Forse allora corse il sospetto di veleno, facile a nascere nelle morti immature dei regnanti. Raccomandò egli a tutti i principi, ma principalmente al sommo pontefice Vittore, il piccolo suo figliuolo Arrigo IV di età d'anni sei, mettendolo sotto la protezione della Chiesa romana. In fatti contribuì non poco il papa, affinchè il re fanciullo fosse di nuovo eletto e confermato re di Germania. La cura e tutela di lui restò, col consiglio e consentimento de' primati, appoggiata all'imperadrice Agnese, principessa di molto senno e di non minore pietà, che si diede ad allevarlo con saggia e profittevol educazione. Ma convien pure dirlo per tempo: la morte troppo frettolosa di Arrigo III e la minorità del re suo figliuolo furono il principio d'immensi malanni sì in Italia che in Germania, e di un orribile sconvolgimento di cose, con essersi specialmente sciolto il freno alle ingiustizie, alle ribellioni, alle guerre civili. E qui comincia il periodo di avvenimenti, che fecero a poco a poco mutar faccia anche all'Italia, siccome andremo vedendo. Per allora la savia condotta dell'Augusta Agnese impedì che non seguisse tumulto o novità alcuna; ma non andò molto che, tolte a lei le redini del governo, si scatenarono i vizii, nè ci fu ritegno all'inondazion de' mali e allo sconcerto dei regni. Che Arrigo IV, per elezione o precedentemente procurata dal padre, o dopo la di lui morte ottenuta, cominciasse tosto, benchè non coronato, a dominare in Italia, si raccoglie da varii atti di giurisdizione da lui esercitati in queste contrade. Nell'anno presente[794], imperante domnus Enricus filius quondam domni Chonradi imperatoris anno decimo, die quartodecimo mense genuarius, Indictione nona, Willa inclita contessa, relicta quondam domni Ugo gloriosissimo, qui fuit dux et marchio, manomette Clariza figliuola di Uberto da Castel Poderoso. Per quanto io credo, quest'Ugo duca e marchese già defunto era stato duca di Spoleti e marchese della marca di Camerino, siccome accennai all'anno 1028. Rapporta l'Ughelli[795] all'anno presente un diploma dato dal sopraddetto Arrigo imperadore in favor di Bernardo vescovo d'Ascoli, le cui note cronologiche affatto guaste son tali: Datum VI kalendas junii, anno dominicae Incarnationis MLVI, Indictione IX, anno domni Henrici tertii, ordinationis ejus XXVIII, regni vero XVIII, imperii II (oppure XI). Actum Florentiae. Ma quel diploma sarà dato nell'anno precedente sul fine di maggio, allorchè Arrigo fu in Firenze, e a tenore di ciò si debbono acconciar quelle note.
NOTE:
[792] Continuator Hermanni Contracti, in Chron. Sigebertus, in Chronico. Lambertus Schafnaburgensis, in Chron. Marianus Scotus, in Chron.
[793] Dodechinus, in Chron., ann. 1106.
[794] Antiquit. Ital., Dissert. XV.
[795] Ughell., Ital. Sacr., tom. I in Episc. Asculan.
Anno di CRISTO MLVII. Indizione X.
STEFANO IX papa 1. ARRIGO IV re di Germania e d'Italia 2.
Per tutto il verno si fermò il papa Vittore in Germania[796], ed insieme col fanciullo re Arrigo IV solennizzò la festa del santo Natale in Ratisbona. Opera sua fu, per testimonianza di Sigeberto[797], che nel presente anno Baldovino conte di Fiandra e Goffredo duca di Lorena comparissero ad una gran dieta tenuta in Colonia, e quivi fossero rimessi in grazia del re e dell'imperadrice lor madre. In tale occasione Goffredo[798] liberamente riebbe la duchessa Beatrice sua moglie, e con esso lei se ne tornò al governo della Toscana e degli altri Stati d'Italia. Anche il pontefice Vittore II, dopo avere colla sua prudenza messo qualche buon sesto alla quiete della Germania, sen venne in Italia. Da una lettera a lui scritta da san Pier Damiano[799] si raccoglie che esso papa portò seco un'ampia autorità e plenipotenza per regolar gli affari del regno italico, e mantenerlo alla divozione del piccolo re Arrigo. Introduce esso Pier Damiano Cristo Signor nostro a parlargli così: Ego te quasi patrem imperatoris esse constitui, ec. Ego claves totius universalis Ecclesiae meae tuis manibus tradidi, ec. Et si pauca sunt ista, etiam monarchias addidi. Immo sublato rege de medio, totius imperii vacantis tibi jura permisi. Prima ancora, cioè nell'anno precedente, e vivente l'Augusto Arrigo, era ad esso papa raccomandato e commesso il governo d'Italia. In pruova di ciò resta un atto pubblicato dall'Ughelli[800], cioè un placito tenuto da esso papa Vittore II in comitatu aprutiensi ante castrum de la Vitice, ab Incarnatione Domini nostri Jesu Christi anni sunt millesimi quinquagesimi sexti, et dies istius (parola scorretta) et mensis julius per Indictione nona. Quivi egli è chiamato Victorius sedis apostolicae praesul urbis Romae Dei gratia Italiae egregius universali PP. regimine successus, marcam firmanam et ducatum spoletinum. Non furono copiate colla dovuta attenzione queste parole, ma assai trasparisce ch'esso papa avea il governo o di tutta l'Italia, o almeno della marca di Fermo e del ducato di Spoleti. Ed acciocchè si conosca chi fosse tuttavia il sovrano di quegli stati, si osservi che il papa fecit mittere bandum de parte regis Henrici, et de sua parte, ec., ut si qui rebellis aut contemptor extiterit, ec., sciat se compositurum ad partem camerae regis libras quinquaginta, et ad partem camerae suae alias quinquaginta libras, etc. Già si accennò che nell'anno 1055 Federigo fratello del duca Goffredo avea vestito l'abito monastico in Monte Casino. Era venuto papa Vittore a Firenze, colà invitato dal duca; e, per attestato di Leone ostiense[801], Federigo, che più non avea paura del defunto imperadore, si portò anche egli a Firenze, per far le sue doglianze contro di Trasmondo conte di Chieti, da cui era stato empiamente svaligiato nel suo ritorno da Costantinopoli. Trasmondo fu scomunicato dal papa, e, per ottener l'assoluzione, restituì non solo tutto il rapito, ma ancora il castello di Frisa, già lasciato al monistero casinese dalla di lui moglie. Quindi fu mossa lite contra di Pietro eletto abbate d'esso monistero, e spedito colà Umberto cardinale per esaminar l'elezione di lui. Avendo egli rinunziato, i voti dei monaci, probabilmente per insinuazione dello stesso cardinale, si unirono ad eleggere il suddetto Federigo, personaggio per altro degnissimo di quel ministero, perchè dotato di religiosa perfezione e di singolari virtù. Nè mancò il duca Goffredo di procacciargli anche dei più splendidi onori. In effetto il papa nelle quattro tempora di giugno creò esso Federigo cardinale del titolo di san Grisogono, confermando nello stesso tempo a lui il grado di abbate, e alla badia casinese tutti i suoi privilegii con bolla pubblicata dal padre Mabillone[802].
Fra poco si partì alla volta di Roma il novello porporato per quivi prendere il possesso della sua chiesa titolare, quando eccoti, pochi giorni dopo il suo arrivo, colà giugnervi anche Bonifazio, cardinale e vescovo d'Albano, colla nuova che papa Vittore era mancato di vita in Firenze nel dì 28 di giugno. Cominciarono dunque i Romani a trattar dell'elezione del successore, e nel dì 2 d'agosto con voti unanimi del clero e popolo restò eletto il medesimo cardinal Federigo, che assunse il nome di Stefano IX, perchè correva in quel dì la festa di santo Stefano papa e martire. Lamberto da Scafnaburgo[803] notò come cosa considerabile l'unione ed allegria de' Romani in tal congiuntura, con dire: Nec quisquam sane multis retro annis laetioribus suffragiis, majore omnium exspectatione, ad regimen processerat romanae Ecclesiae. Applicossi tosto questo zelantissimo papa alla riforma della disciplina ecclesiastica con tenere più di un concilio, dove condannò i maritaggi de' preti latini, le nozze illecite, le simonie ed altri pubblici e comuni disordini di que' corrotti secoli. Per la festa di santo Andrea si portò a Monte Casino, dove con tutto vigore cercò di svellere l'abuso de' monaci proprietarii. Tornato a Roma, quum romana febre jamdudum langueret, s'aggravò talmente il suo male circa la festa del santo Natale, che credette d'essere giunto al fine de' suoi giorni. Allora fu che, col consiglio dei priori, elesse abbate di Monte Casino Desiderio, uomo incomparabile, ed uno dei più splendidi ornamenti di quel sacro luogo, con dichiararlo anche suo nunzio alla corte dell'imperadore d'Oriente, inviandolo colà insieme con Stefano cardinale e Mainardo, poscia vescovo di Selva Candida. Abbiamo da Romoaldo salernitano[804] che in quest'anno terminò i suoi giorni Goffredo conte de' Normanni, lasciando per suo successore Bagelardo ossia Abailardo suo figliuolo, valoroso milite. Ma Roberto Guiscardo fratello di Goffredo, la cui ambizione non conobbe mai limiti, s'impadronì di tutti i di lui Stati, e ne cacciò il nipote. Questo Goffredo, il cui nome è alterato nel testo di Romoaldo, altro non è che Unfredo conte e capo dei Normanni in Puglia, del quale abbiam favellato più volte in addietro. La sua morte è riferita all'anno precedente da Lupo Protospata[805]. Guglielmo Pugliese aggiugne[806] che Roberto Guiscardo, dopo i funerali del fratello,
Ad Calabros rediit, Cariati protinus urbem Obsidet, hac capta reliquas ut terreret urbes.
Quest'assedio appartiene all'anno seguente. Nel presente[807] cominciarono i baroni della Sassonia, siccome mal soddisfatti del defunto imperadore Arrigo, a macchinare delle novità contra del di lui figliuolo Arrigo. Accolsero con grande ansietà Ottone fratello di Guglielmo marchese, e trattarono infino di alzar lui al trono, e di levar di vita il re fanciullo. Diedesi principio alla sollevazione; ma, rimasto estinto in un incontro il suddetto Ottone, per allora si quetò il tumulto, e continuò nell'animo de' Sassoni la medesima avversione ad Arrigo IV. In quest'anno ancora il nuovo papa Stefano ben conoscente della rara virtù e letteratura di Pier Damiano, dall'eremo il chiamò a Roma, e l'alzò al grado di cardinale e di vescovo d'Ostia[808]. Ripugnò forte ad accettar queste dignità il santo monaco, con resistere finchè potè alle preghiere d'esso papa e di molti vescovi; ma l'intimazione della scomunica, se non ubbidiva, quella fu che in fine l'espugnò. Provvide ancora esso pontefice la Chiesa vacante di Lucca di un vescovo, che poi divenne celebre, cioè di Anselmo da Badagio milanese, il qual poscia nella sedia di san Pietro fu chiamato Alessandro II. Circa quest'anno parimente ebbe cominciamento lo scisma del clero di Milano, di cui parleremo negli anni seguenti. Una bolla del suddetto pontefice, data non già nell'anno 1058, ma bensì nel presente 1057, fu da me pubblicata[809], in cui determina che gli ecclesiastici non sieno tirati al foro secolare, nè sieno loro imposte gravezze dai laici. Le note son queste: Datum Romae per manum Humberti sanctae ecclesiae Silvae Candidae episcopi et bibliothecarii sanctae romanae et apostolicae Sedis, anno pontificatus domni Stephani noni papae primo, XV kalendas novembris, Indictione undecima, cominciata nel settembre. A quest'atto intervennero Anselmo vescovo di Lucca, Benedetto vescovo di Veletri, Bonifazio vescovo d'Albano, Umberto vescovo di Selva Candida, Pietro vescovo lavicano, ed Ildebrando cardinale suddiacono della santa romana Chiesa.
NOTE:
[796] Lambertus Schafnaburgensis, in Chron.
[797] Sigebertus, in Chron.
[798] Albericus Monachus, in Chronico.
[799] Petrus Damian., lib. 1, Epist. 5.
[800] Ughell., Ital. Sacr., tom. 5 Append. Episcop. Ascol.
[801] Leo Ostiensis, lib. 2, cap. 94.
[802] Mabillon., in Annal. Benedictin., tom. 4 in Append.
[803] Lambertus Schafnaburgensis, in Chron.
[804] Romualdus Salern., Chron., tom. 7 Rer. Ital.
[805] Lupus Protospata, in Chronico.
[806] Guilielmus Apulus, lib. 2 Poem.
[807] Lambertus Schafnaburgensis, in Chron.
[808] Johann. Laudensis, in Vit. S. Petri Damian., cap. 6.
[809] Antiquit. Ital., Dissert. LXX.
Anno di CRISTO MLVIII. Indizione XI.
BENEDETTO IX papa 1. ARRIGO IV re di Germania e d'Italia 3.
Se avesse Dio conceduta più lunga vita al pontefice Stefano IX, potevano aspettarsi da lui di grandi imprese non meno di pietà che di politica. Racconta Leone marsicano[810] ch'egli mandò ordine a Monte Casino di portare con gran fretta e di nascosto a Roma tutto il tesoro di quel sacro luogo in oro ed argento, promettendo in breve di rifare il danno e con usura. Il motivo di tale novità era ignoto; ma fu creduto ch'egli fosse dietro a mettere nel capo del duca Goffredo suo fratello le corone del regno d'Italia e del romano imperio. Disponebat autem fratri suo duci Gotifredo apud Tusciam in colloquio jungi, eique, ut ferebatur, imperialem coronam largiri; demum vero ad Normannos Italia expellendos, qui maximo illi odio erant, una cum eo reverti. Ma l'uomo propone e Dio dispone. Non ebbe egli tempo da effettuar questo disegno, il quale, se pure è vero, avrebbe portato una gran taccia al nome suo presso la nazione germanica, ma sarebbe forse stato la salute dell'Italia, con risparmiarle tanti sconcerti che poscia avvennero per cagione di un re fanciullo allora e poi carico di vizii. Fu portato al papa il tesoro casinense, ma ben mal volentieri, dai monaci. Una visione raccontata al papa, e gli scrupoli insorti nella di lui delicata coscienza, furono cagione ch'egli ordinasse che tutto quell'oro ed argento fosse ricondotto al suo monistero. Maggiormente intanto si aggravava la di lui malattia; e però, unito il clero e popolo romano, l'obbligò a promettere che, in caso di sua morte, non passerebbono all'elezione del nuovo papa finchè non fosse tornato di Germania Ildebrando cardinale suddiacono della Chiesa romana, e abbate di san Paolo, chiamato da Lamberto[811] vir et eloquentia et sacrarum literarum eruditione valde admirandus. Era questi stato inviato per comun parere da Roma all'imperadrice Agnese per gli affari e bisogni occorrenti di questi pericolosi tempi. Andossene poi il pontefice Stefano a Firenze in Toscana a trovare il fratello, e vi trovò anche la morte, che il portò a miglior vita nel dì 29 di marzo, assistito nella malattia dal santo abbate di Clugnì Ugo. Dio onorò la sua sepoltura con varii miracoli. A questa nuova il popolo romano, che non s'era mai saputo accomodare ad aver pontefici tedeschi, e specialmente eletti dall'imperadore, tuttochè i cinque ultimi venuti di colà fossero stati personaggi santi, o almeno assai benemeriti della Chiesa romana, fece tosto un gran broglio per creare un papa romano. Gregorio figliuolo d'Alberico, conte tuscolano ossia di Frascati, unito con altri potenti di Roma[812], e guadagnata con danari buona parte del clero e popolo, corse in tempo di notte con assai gente armata alla chiesa, e quivi tumultuariamente fece eleggere papa Giovanni vescovo di Veletri, soprannominato poi Mincio (parola forse tratta dal franzese mince, che significava leggiere e balordo, e potè dar l'origine alla parola oggidì usata di mincione, minchione), il quale assunse il nome di Benedetto X. Era uomo privo affatto di lettere, per attestato di san Pier Damiano. A questa sregolata elezione, contraria ai sacri canoni, e fatta anche senza il consentimento della corte germanica, cioè contra del giuramento intorno a ciò prestato al defunto imperadore Arrigo III, e contra del forte divieto fatto dall'ultimo defunto papa Stefano IX: a questa elezione, dissi, con tutto vigore si oppose il suddetto san Pier Damiano vescovo d'Ostia cogli altri cardinali. Protestarono, intimarono scomuniche; ma indarno tutto. Furono essi astretti a fuggirsene e a nascondersi per timor della vita; e il popolo, giacchè non si potea avere il vescovo ostiense, a cui apparteneva la consecrazione del nuovo pontefice, per forza obbligò l'arciprete d'Ostia, uomo ignorante, a consecrare questo illegittimo e simoniaco papa: cosa anche essa affatto ripugnante alla disciplina della Chiesa.
Giunto in Germania l'avviso della morte del papa, e nello stesso tempo quel della novità commessa in Roma, non tardò l'imperadrice Agnese a rimandare in Italia il cardinale Ildebrando con ordine di andar di concerto col duca Gotifredo per provvedere a questi disordini. Intanto arrivò a quella corte, per attestato di Lamberto, un'ambasceria di que' Romani che non aveano acconsentito all'intrusione di Mincio, rappresentandosi pronti ad osservare verso il re figliuolo quella fedeltà che aveano mantenuta verso l'Augusto suo padre, e pregando caldamente il re di mandar loro quel papa che gli piacesse, perchè ognuno abborriva l'intruso. Si trattò dunque di eleggere un pontefice legittimo, e s'accordarono insieme nella città di Siena, dove fu celebrato un concilio, i primati tanto romani che tedeschi[813], per alzare al trono pontifizio Gherardo vescovo di Firenze, di nascita borgognone, personaggio per senno e per ottimi costumi degno di sì sublime dignità. Si attese nel rimanente dell'anno a preparar la forza, e a far negoziati per atterrar l'usurpatore della cattedra di san Pietro: il che, ebbe compimento nell'anno seguente, siccome diremo. Nel presente, per testimonianza del Malaterra[814], fu nella Calabria una terribil carestia e mortalità. Era già venuto in Italia Ruggieri, minor fratello di Roberto Guiscardo, giovane che per valore, per eloquenza, per accortezza non avea pari. Si diede anch'egli, col consenso del fratello, a far delle conquiste nella Calabria, la metà della qual provincia gli fu o promessa o conceduta da esso Roberto. In quest'anno ancora il medesimo Roberto, vedendosi salito in tanta potenza, sdegnò d'aver più per moglie Alberada, che gli avea partorito un figliuolo appellato Marco, e con altro nome Boamondo, principe che divenne col tempo assai celebre e glorioso. Trovate perciò ragioni o pretesti di parentela, la ripudiò; ed ansioso di nozze più illustri, prese per moglie Sigelgaita figliuola del defunto Guaimario IV principe di Salerno. Ma Guglielmo Pugliese[815] riferisce all'anno seguente queste nozze, alle quali a tutta prima Gisolfo II, allora principe regnante di Salerno, e fratello di Sigelgaita, si mostrò renitente; ma poi condiscese, per non tirarsi addosso la nimicizia di quella fiera nazione, e perchè guadagnò nel contratto alcune castella. In quest'anno V idus junii, Indictione XI, dimorando in Firenze il duca Gotifredo, accordò ai canonici di Arezzo la sua protezione[816]. Diedero unitamente tal privilegio_ Gottifredus divina favente clementia dux et marchio, et Beatrix ejus conjux_. Parimente il medesimo duca XVI kalendas januarii, Indictione XII, cioè ai dì 17 di dicembre dell'anno presente, mentre risedeva in giudizio intus casa, quae est sala de palatio de civitate lucense, confermò ad Anselmo vescovo di Lucca, che fu poi papa Alessandro II, la chiesa di santo Alessandro, et misit bannum domni imperatoris (benchè non per anche Arrigo IV godesse questo titolo) super eodem Anselmo episcopus, per maggior sicurezza di lui.
NOTE:
[810] Leo Ostiensis, lib. 2, cap. 99.
[811] Lambertus Schafnaburgensis, in Chron.
[812] Leo Ostiensis, lib. 2, cap. 101.
[813] Cardinal. Aragon., in Vita Nicolai II, Par. I, tom. 3 Rerum Italicarum.
[814] Gaufrid. Malaterra, Hist., lib. 1, cap. 30.
[815] Guillelmus Apulus, lib. 2 Poem.
[816] Antiquit. Italic., Dissert. XVII.
Anno di CRISTO MLIX. Indizione XII.
NICCOLÒ II papa 1. ARRIGO IV re di Germania e d'Italia 4.
Sul principio di quest'anno il nuovo eletto pontefice, che assunse poscia il nome di Niccolò II, s'inviò da Firenze alla volta di Roma, fiancheggiato dalle milizie di Goffredo duca di Lorena e Toscana, principe allora potentissimo in Italia. Fermossi a Sutri, perchè la possanza de' conti di Tuscolano era grande nella città. Quivi raunò un concilio di vescovi per trattare della deposizion di Mincio, ossia di Benedetto X falso pontefice[817]. Non aspettò Mincio la forza, ma spontaneamente depose le insegne pontificali, e si ritirò alla propria casa. Ciò inteso, l'eletto papa Niccolò, tenuto consiglio coi cardinali, senza accompagnamento di soldatesche e con tutta umiltà entrò in Roma, dove, accolto onorevolmente dal clero e popolo, fu intronizzato: dal qual tempo ha principio l'epoca del suo pontificato. Da lì poscia a pochi giorni si presentò a' suoi piedi Mincio, chiedendo perdono, con allegar per iscusa che gli era stata usata violenza, confessando nondimeno il suo fallo per aver mancato al giuramento. In pena del suo reato restò degradato dall'ordine episcopale e sacerdotale, e confinato in santa Maria Maggiore. Fece poscia papa Niccolò un viaggio nella marca di Camerino sul principio di quaresima, e in tal occasione creò cardinale Desiderio, insigne abbate di Monte Casino. Trovossi il medesimo papa in Spoleti VI nonas martii, e quivi confermò i privilegii al monistero del Volturno[818]. Era egli VIII idus martii in Osimo, dove fece la suddetta grazia a Monte Casino. Raunò un numeroso concilio di cento tredici vescovi nella basilica lateranense[819], correndo il mese d'aprile, in cui fu stabilito un salutevol decreto intorno all'elezione dei romani pontefici, da farsi in Roma principalmente da' cardinali, e poi dal restante clero e popolo, salvo debito honore et reverentia dilecti filii nostri Henrici, qui impraesentiarum rex habetur, et futurus imperator, Deo concedente, speratur, sicut jam concessimus, et successoribus illius, qui ab apostolica Sede personaliter hoc jus impetraverint. Nella Cronica del monistero di Farfa[820], da me data alla luce, si legge questo decreto più copioso che nella raccolta de' concilii, perchè v'ha il catalogo di tutti i cardinali e vescovi assistenti al medesimo concilio. E qui si legge qualche giunta allo suddette parole: cioè sicut jam mediante ejus nuntio Longobardiae cancellario W. concessimus, et successorum illius, qui ab hac apostolica sede personaliter hoc jus impetraverint, ad consensum novae electionis accedant. Quel cancelliere dovrebbe essere Wibertus, cioè Giberto, che fu poi arcivescovo di Ravenna ed antipapa, ma che non era già allora arcivescovo di Ravenna, in guisa che quel Wibertus archiepiscopus, che si legge nelle sottoscrizioni, sarà arcivescovo d'altra chiesa, se pur quel nome non è scorretto. Forse ivi era scritto Wido, cioè Guido arcivescovo di Milano. In questa maniera il papa rimise ne' termini dell'antica consuetudine, da noi per più secoli osservata, l'elezion de' romani pontefici, confermandola ai cardinali e al clero e popolo romano, ma con riserbarne l'approvazione al regnante imperadore, prima di consecrarlo. Prevalendosi inoltre della minorità del re Arrigo, fece diventar questo un privilegio personale, accordato dalla santa sede all'imperadore: il che non s'udì mai in addietro. E i Greci e i Franchi e i Tedeschi Augusti fin qui aveano sostenuto che questa fosse una prerogativa dell'alto loro dominio in Roma, e in concedere gli Stati al romano pontefice si riserbavano per patto questo da lor preteso diritto. Non potea però pretenderlo Arrigo IV, perchè fin qui egli non era imperadore. Vero è che vedremo da qui a non molto che fu rivocato anche questo medesimo decreto di papa Niccolò II. In esso concilio romano Berengario abiurò per la prima volta la sua eresia, e furono proibite non meno le simonie che i matrimonii ossia i concubinati dei preti. Abbiamo dalla Vita di questo pontefice[821], raccolta dal cardinale Niccolò d'Aragona, che i Normanni gli spedirono ambasciatori con pregarlo di venire in Puglia, promettendogli ogni soddisfazione. V'andò in fatti papa Niccolò dopo le feste di Pasqua, e, per attestato di Leone Ostiense[822] e di Guglielmo Pugliese[823], celebrò un concilio nella città di Melfi in Puglia, e non già in Amalfi, come han supposto alcuni,
Praesulibus centum jus ad synodale vocatis. Namque sacerdotes, levitae, clericus omnis Hac regione palam se conjugio sociabant.
Intervenne a quel concilio anche Riccardo I conte d'Aversa, che poi fu principe di Capua coll'espulsione di Landolfo V. Questi era di nazione normanna, e cognato di Roberto Guiscardo mercè del matrimonio contratto con Fridesinna di lui sorella. Passò il papa a Benevento, e fuori di quella città sul principio d'agosto tenne un altro concilio, di cui si vede fatta menzione nella Cronica suddetta del monistero di Volturno. Fra gli altri che vi si trovarono, si conta Ildebrando cardinale suddiacono. Ma dopo questo concilio egli ci comparisce davanti promosso a più alto grado, cioè creato cardinale arcidiacono della santa romana Chiesa. In una bolla spedita dal medesimo papa Niccolò II nel dì 14 di ottobre del presente anno in favore del monistero di s. Pietro di Perugia, e pubblicata dal padre Margarino[824], egli si sottoscrive: Hildebrandus qualiscumque archidiaconus sanctae romanae Ecclesiae.
Dopo questi concilii attese il vigilantissimo papa a stabilire un accomodamento coi Normanni. In vece di volerli nemici, da uomo saggio se li fece amici; e il tempo mostrò i frutti del suo senno, perchè i Normanni divennero lo scudo de' romani pontefici, e li sostennero in più occasioni, e li misero in piena libertà e indipendenza dagl'imperadori. Concedette dunque papa Niccolò in feudo a Roberto Guiscardo gli Stati da lui conquistati in Puglia e Calabria, e il resto che si potesse da lui conquistare non solo in quelle contrade, ma anche in Sicilia, dandogli il titolo di duca di Puglia, Calabria e Sicilia. Guglielmo Pugliese anch'egli scrive:
Robertum donat Nicolaus honore ducali;
notizie nondimeno che è difficile d'accordarle con Leone Ostiense[825], il quale lasciò scritto che Roberto, dopo la presa della città di Reggio in Calabria, ex tunc coepit dux appellari. Anche il Malaterra scrisse lo stesso. Reggio fu presa solamente nell'anno 1060. Comunque sia, vien riferito dal cardinal Baronio[826] il giuramento di fedeltà ch'esso Roberto prestò al suddetto pontefice, con obbligarsi di pagare ogni anno alla santa Sede dodici denari di moneta pavese per ogni paio di buoi. Cercano alcuni con qual titolo papa Nicolao desse tale investitura ai Normanni, che fu la primordiale del regno appellato oggidì di Napoli, e v'aggiugnesse anche la Sicilia, su cui conservavano il lor diritto i greci imperadori. Certo è che in questi tempi si facea molto valere la donazion di Costantino, nata, per quanto si può credere, nel secolo ottavo dell'era nostra volgare. Nè forse per l'ignoranza d'allora alcuno s'accorgeva ch'ella fosse un documento apocrifo, talmente che s. Leone IX papa nella lunga lettera scritta a Michele Cerulario patriarca di Costantinopoli nell'anno 1053[827], cioè pochi anni prima, la produsse quasi tutta, e massimamente quelle parole: Tam palatium nostrum, quam romanam urbem, et omnes Italiae, seu occidentalium regionum provincias, loca et civitates saepefato beatissimo pontifici et patri nostro Silvestro universali papae contradentes atque relinquentes, ei vel successoribus ipsius pontificibus potestatem et ditionem firmam imperiali censura per hanc divalem jussionem et pragmaticum constitutum decernimus desponendo, atque juri sanctae romanae Ecclesiae concedimus permansura. Fece anche gran caso di tal donazione alcuni anni dappoi san Pier Damiano in un suo dialogo[828]. Non c'è ora persona dotta che non sappia essere quella una fattura de' secoli posteriori; ma nol sapeano, nè se n'accorgeano i Romani di questi tempi. Sembra ancora che circa questi medesimi tempi fossero dati fuori con delle giunte i diplomi di Lodovico Pio, di Ottone I e di Arrigo I Augusti in favore della Chiesa romana, dove è parlato di Benevento, della Calabria, della Sicilia e d'altri paesi, coerentemente agl'interessi di questi tempi, ma con discordia da quei de' secoli precedenti. Potrebbesi credere che su tali fondamenti si piantasse il principio dei diritti che da allora fin qua, cioè per tanti secoli, gode la Sede apostolica sopra le due Sicilie, nelle quali ha stabilito una sì autentica e giusta sovranità e prescrizione, contra di cui non si può allegare ragione alcuna. Oltre di che, può anche darsi che non mancassero al pontefice Niccolò II altre più sussistenti ragioni di dedizione spontanea, e di cessione anche dalla parte dell'imperio. Certamente, per attestato del Continuatore di Ermanno Contratto[829], Arrigo II imperadore avea conceduto al santo papa Leone IX pleraque in ultra romanis partibus ad suum jus pertinentia pro cisalpinis in concambium datis. Comunque sia, noi sappiamo da san Pier Damiano[830] che la corte germanica con assai vescovi nel conciliabolo di Basilea, dappoichè passò a miglior vita papa Niccolò II, cassò omnia quae ab eo fuerunt statuta; e perciò resta luogo di dubitare che in Germania fosse disapprovato questo fatto di papa Niccolò. Diede anche lo stesso pontefice l'investitura di Capua e del suo principato a Riccardo I[831] cognato di Roberto Guiscardo, tuttochè non ne fosse per anche in possesso. Ciò fatto, perchè non potea sofferire il magnanimo papa che i capitani e potenti romani, e massimamente i conti di Tuscolo, ossieno Tuscolani, avessero occupato tanti beni patrimoniali e Stati della Chiesa romana, con tener anche in certa guisa come schiavi i pontefici romani[832], cominciò a valersi del flagello de' Normanni stessi per mettere in dovere que' nobili suoi ribelli. Ritornato dunque a Roma, spedì un esercito di quella gente masnadiera addosso a Palestrina, a Tuscolo, ora Frascati, a Nomento, a Galeria. Furono messi a sacco tutti quei luoghi fino a Sutri, e forzati que' nobili all'ubbidienza del papa, e con ciò liberata Roma dalla lor tirannia.
Abbiamo dal Continuatore d'Ermanno Contratto[833] che in quest'anno, orto inter Mediolanenses et Ticinenses bello, multi ex utraque parte ceciderunt. Di questa guerra fece menzione Arnolfo storico milanese[834] de' correnti tempi, con dire che i Pavesi non vollero ricevere un vescovo dato loro dal fanciullo re Arrigo, tuttochè fosse stato anche consecrato dal papa. Altrettanto fecero poco appresso parimente gli Astigiani, con rifiutare un vescovo da loro non eletto. Per interessi ancora civili la discordia avea avvelenato il cuor de' Pavesi e Milanesi. Gran tempo era che fra quelle due città popolatissime e le maggiori del regno di Italia, bolliva una segreta gara ed invidia, ancorchè ognun sapesse che Milano andava innanzi a Pavia. Niuna d'esse volea cedere all'altra: e quindi per essere confinanti, nascevano bene spesso ammazzamenti d'uomini, saccheggi ed incendii. Si venne ad una palese rottura. I Pavesi, conoscendosi inferiori di forze, assoldarono delle truppe forestiere, e diedero il guasto a' confini del Milanese. Uscirono in campo anche i Milanesi, avendo tirati in loro lega i Lodigiani; ed ancorchè parte della loro armata sotto l'arcivescovo Guido guerreggiasse in altre parti, pure vennero ad un fatto d'arme, che riuscì sanguinosissimo per l'una e per l'altra parte, specialmente per la morte d'assaissima nobiltà. Restò il campo in potere de' Milanesi. Il luogo della battaglia si chiamava fin da' vecchi tempi Campo morto. Sicchè noi cominciamo a vedere le città di Lombardia far leghe e guerre, e mettersi in libertà: il che andò a poco a poco crescendo: tutti effetti della minorità, cioè dell'impotenza del re Arrigo IV. Era negli anni addietro nato in Milano un grave scisma, che ogni dì più andava prendendo fuoco; perciocchè principalmente nel clero di quella insigne città s'era introdotto l'abuso che i preti e diaconi assai notoriamente prendevano moglie: il che in buon linguaggio vuol dire che viveano nel concubinato. Questo morbo era familiare per l'Italia, ed aveva infestata anche la stessa città di Roma: colpa per lo più de' vescovi poco attenti alla lor greggia, e talvolta ancora tinti della medesima pece. L'esempio della Chiesa greca facea loro credere lecito l'ammogliarsi, senza volere far caso della disciplina costantemente osservata fin dai primi secoli della Chiesa latina, in cui fu sempre vietato ai preti e diaconi il prendere moglie, o, se prima le aveano, l'uso delle medesime. Contra di questi incontinenti e scandalosi ministri dell'altare, a' quali, benchè impropriamente, si attribuisce l'eresia de' Nicolaiti, alzò bandiera Arialdo diacono, uomo zelantissimo dell'onor di Dio e della sua Chiesa, ed egli fu che commosse il popolo contra di loro. Guido arcivescovo, fautore dei preti, nel concilio di Fontaneto proferì sentenza di scomunica contra di Arialdo e di Landolfo nobile laico suo collega. Ma questo non servì se non ad accrescere il tumulto e l'ira di una parte del popolo. Arnolfo e Landolfo seniore, storici milanesi di questi tempi[835], ed avvocati dell'incontinenza del clero ambrosiano di allora, diffusamente parlano di quella tragedia. Ora l'indefesso papa Niccolò, informato da più parti di così strepitoso disordine, spedì in quest'anno, se pure non fu nel fine del precedente, due suoi legati a Milano per cercarne i rimedii. Questi furono Pier Damiano, santo e celebratissimo cardinale e vescovo d'Ostia, ed Anselmo da Badagio milanese, già creato vescovo di Lucca. Andarono essi anche per isradicare il vizio della simonia, di cui era patentemente reo l'arcivescovo, giacchè egli a niuno conferiva gli ordini ecclesiastici senza farsi pagare. Trovarono essi delle opposizioni, e contra di loro si venne anche ad una sollevazione de' parziali degli ecclesiastici. Pure per la saviezza ed eloquenza del Damiano quetati i rumori, quell'arcivescovo confessò il suo fallo, ed accettò la penitenza impostagli. Così fecero anche gli altri, con restar proibita da lì innanzi la simonia e l'ammogliarsi dei sacri ministri dell'altare. Vien distesamente narrato questo fatto dal medesimo san Pier Damiano in una sua relazione[836], e a lungo ne parlano il cardinal Baronio[837] e il Puricelli[838]. Dopo questo l'arcivescovo Guido andò al concilio romano, dove ebbe buon trattamento dal papa, alla cui destra fu posto, e, giurata a lui ubbidienza, se ne tornò lieto a casa. Ma Pier Damiano in ricompensa delle sue fatiche fu spogliato dal papa de' suoi benefizii, e ricevette altri affronti, per li quali modestamente dimandò licenza di rinunziare al suo vescovato d'Ostia. Nell'anno presente, secondo Guglielmo Pugliese[839], Roberto Guiscardo duca di Puglia s'impadronì delle città di Cariati, Rossano, Cosenza e Geraci nella Calabria. E Gotifredo duca di Lorena e Toscana, intitolato dux et marchio, con Arnaldo vescovo e conte, tenne due placiti nel contado di Arezzo, anno dominicae Incarnationis MLIX, regnante Genrico rege, mense junio, Indictione XIII[840]. Dal che si raccoglie che Gotifredo avea molto bene assunto il governo della Toscana, e il titolo di marchese di quella provincia, e che non ne fosse già semplice amministratore a nome della moglie e di Matilda sua figliuola, come ha creduto taluno. Inoltre ne ricaviamo, ch'egli riconosceva per re d'Italia Arrigo IV. In uno d'essi documenti comparisce Rainerius filius Ugicionis ducis et marchionis, cioè di quell'Uguccione che a' tempi di Corrado I Augusto era stato duca e marchese della Toscana.
NOTE:
[817] Cardinal. Aragon., in Vita Nicolai II, Par. I, tom. 3 Rerum Italicarum.
[818] Chron. Vulturnense, P. II, tom. 1 Rer. Ital.
[819] Tom. 9 Concilior. Labbe, pag. 1099.
[820] Chron. Farfens. P. II, tom. 2 Rer. Ital.
[821] Cardin. de Aragon., P. I, tom. 3 Rer. Ital.
[822] Leo Ostiensis, lib. 3, cap. 13.
[823] Guillelmus Apulus, lib. 2 Poem.
[824] Bullarium Casinense, tom. 2, Constit. CI.
[825] Leo Ostiensis, lib. 3, cap. 16.
[826] Baron., in Annal. ad hunc annum.
[827] Leo IX, Epist. I, tom. 9 Concilior. Labbe.
[828] Petrus Damian., Opusc. 4.
[829] Continuator, Hermanni Contrac., in Chron.
[830] Petrus Damian., Opuscul. 4.
[831] Leo Ostiens., in Chron. lib. 3.
[832] Cardinal. de Aragon., in Vita Nicolai III.
[833] Continuator Hermanni Contracti, in Chron.
[834] Arnulf., Hist. Mediolan., lib. 3, cap. 5 et 6.
[835] Arnulfus et Landulfus Senior, Hist. Mediolan., tom. 6 Rerum Italicar.
[836] Petrus Damian., Opusc. 5.
[837] Baron., Annal. Ecclesiast.
[838] Puricellius, Vita S. Arialdi.
[839] Guillel. Apulus, lib. 2 Poem.
[840] Antiquit. Ital., Dissertat. VI et XVII.
Anno di CRISTO MLX. Indizione XIII.
NICCOLÒ II papa 2. ARRIGO IV re di Germania e d'Italia 5.
Fece il pontefice Niccolò o sul fine del precedente, o sul principio di questo anno, una scappata a Firenze, quando sussista una sua bolla in favor delle monache di santa Felicita VI idus januarii, rapportata dall'Ughelli[841]. Portatosi poi al monistero di Monte Casino, quivi creò cardinal diacono Oderisio figliuolo di Odecrisio conte di Marsi. Depose Angelo vescovo d'Aquino, e in luogo suo ordinò Martino monaco cassinense di nazion fiorentino. Anche Pietro, altro monaco di quel monistero, di nazion ravennate, fu consecrato vescovo di Venafro e d'Isernia. Ed allora fu, secondo Leone Ostiense[842] ch'egli creò duca di Puglia, Calabria e Sicilia Roberto Guiscardo. Nulla altro di rilevante, operato da questo valoroso pontefice nell'anno presente, è giunto a nostra notizia, se non che egli andò al monistero di Farfa, dove nel mese di luglio consecrò varii altari, e diede poi a quel sacro luogo la conferma de' privilegii[843]. Intanto Stefano cardinale, da lui spedito in Francia, tenne un concilio nella città di Tours[844], dove alcuni canoni spettanti alla disciplina ecclesiastica furono pubblicati. Per quanto s'ha da Guglielmo Pugliese[845], si scoprì forse nell'anno presente una congiura di dodici conti contra del suddetto Roberto Guiscardo, ordita spezialmente da Goffredo, Gocelino e Abailardo, normanni nobili, tutti malcontenti di lui, perchè egli tutto volea per sè. Abailardo, fra gli altri, nipote d'esso Roberto, non potea sofferire di vedersi spogliato da esso suo zio degli Stati che erano di Unfredo conte suo padre. De' congiurati chi fu preso, chi si salvò colla fuga. Ma io non accerto che in quest'anno succedesse tale attentato, perchè Guglielmo narra i fatti senza assegnarne il tempo. Sotto l'anno presente bensì racconta il Malaterra[846] che i due fratelli Roberto Guiscardo e Ruggieri, ansanti dietro alla conquista di Reggio, capitale della Calabria, si portarono nel tempo di state all'assedio di quella città. Resisterono un pezzo i Greci padroni, ma in fine a patti di buona guerra si arrenderono, e quel presidio passò a Squillaci. Fu questo castello assediato anch'esso, ed obbligato alla resa da Ruggieri. Nella Cronichetta amalfitana[847] abbiamo di più: cioè che il Guiscardo ridusse in suo potere anche la città di Cosenza, con che tutta la Calabria venne sotto il dominio di lui, ed allora fu ch'egli, secondo il suddetto Malaterra, prese il titolo di duca. Leone Ostiense[848] è del medesimo sentimento, siccome dicemmo, con aggiugnere che il Guiscardo, dopo la presa di Reggio, venne con tutte le sue forze in Puglia addosso la città di Troia, e se ne impadronì. La Cronichetta d'Amalfi mette prima alla presa di Troia, e poi della Calabria. Con questi sì prosperosi successi camminava a gran passi la fortuna e il valore del Guiscardo, e veniva mancando il dominio de' Greci in quelle parti. Giovanni Curopalata[849], autore per altro poco conoscente, onde scendesse Roberto Guiscardo confessa che dopo la perdita di Reggio altro non restava in mano de' Greci che Bari, Idro, Gallipoli, Taranto, Brindisi ed Hora, cioè, a mio credere, Oria, con altri castelletti. La gloria nondimeno di tante conquiste de' Normanni in Calabria è dovuta in parte a Ruggieri di lui fratello, altro eroe di quella nazione e famiglia. Due bolle di papa Niccolò II, date nel mese di maggio dell'anno presente, in conferma de' privilegii dell'insigne monistero delle monache di santa Giulia di Brescia, si leggono nel Bollario casinense[850]. Ho anch'io dato alla luce un documento[851], scritto anno ab Incarnatione Domini MLX, ipso die kalendas decembris, Indictione XIII, da cui apparisce che nella città di Firenze ante praesentia domni Nicolai papa sede sancti Petri romanensis ecclesiae, et Ildibrandus abbas monisterio sancti Pauli, Guglielmo conte soprannominato Bulgarello restituisce alcune castella a Guido vescovo di Volterra. Ma è da vedere, se questa carta appartenesse piuttosto al primo dì di dicembre dell'anno precedente, in cui poteva e soleva anche più ordinariamente correre l'Indizione XIII. Al vedere che Ildebrando è chiamato solamente abbate di san Paolo, potrebbe far sospettare adoperato qui l'anno pisano.
NOTE:
[841] Ughellius, Ital. Sacr., tom. 3.
[842] Leo Ostiensis, Chronic., lib 3, cap. 15.
[843] Antiquit. Ital., Dissert. LXX.
[844] Labbe, Concil., tom. 9.
[845] Guilliel. Apul., lib. 2 Poem.
[846] Gaufrid. Malaterra, lib. 1, cap. 3.
[847] Antiquit. Ital., tom. 1, pag. 213.
[848] Leo Ostiensis, lib. 3, cap. 16.
[849] Curopalata, in Histor.
[850] Bullarium Casinense, Constit. CII et CIII.
[851] Antiquit. Ital., Dissert. LXXII.
Anno di CRISTO MLXI. Indizione XIV.
ALESSANDRO II papa 1. ARRIGO IV re di Germania e d'Italia 6.
In quest'anno ancora il pontefice Niccolò II volle visitar la chiesa di Firenze ch'egli aveva ritenuta e governata anche durante il suo pontificato; ma quivi venne a trovarlo la morte circa il dì 22 di luglio: pontefice benemerito della santa Sede, e degno di maggior vita. Tanto più fu deplorabile la perdita di lui, perchè le tennero dietro de' gravissimi sconcerti, che furono preludii anche d'altre maggiori calamità. Attesta Leone Ostiense[852] che gran dissensione e tumulto insorse in Roma intorno all'elezione di un novello papa; ed è certo che restò vacante la sedia di san Pietro circa tre mesi. V'era un partito che tenea per l'osservanza delle prerogative o pretese accordate al re di Germania Arrigo; ed un altro che escludeva ogni dipendenza da lui. Di quest'ultimo probabilmente era capo l'intrepido cardinale Ildebrando, arcidiacono della santa romana Chiesa, a cui non piacque mai che gl'imperadori avessero ingerenza alcuna nell'approvazione, non che nell'elezione dei sommi pontefici. Capi dell'altro, per quanto ragionevolmente va congetturando il cardinal Baronio, erano i conti di Tuscolo, ossia di Frascati, mal soddisfatti di quanto avea operato contra di loro il defunto papa Niccolò. Se vogliamo ascoltare il Continuatore di Ermanno Contratto[853], dopo la morte d'esso papa, Romani coronam, et alia munera Enrico regi transmiserunt, eumque pro eligendo summo pontifice interpellaverunt. Tale spedizione dovette essere fatta dalla fazione de' suddetti conti Tuscolani. Non mancò il collegio dei cardinali di spedire anch'esso un'ambasciata alla real corte di Germania[854], e fu scelto per tale incumbenza Stefano, uno dei più accreditati fra loro, in cui concorreva
Nobilitas, gravitas, probitas et mentis acumen.
Andò questi, ma per la cabala e malvagità dei cortigiani sette giorni passeggiò l'anticamera del re senza poter vedere la di lui faccia, nè presentargli le lettere credenziali. Veduta ch'egli ebbe questa mala aria, sene tornò indietro a Roma, dove rappresentò l'incivil trattamento che gli era stato fatto. Allora fu che il cardinale Ildebrando, tenuto consiglio cogli altri cardinali e coi nobili romani del suo partito, propose di eleggere papa Anselmo da Badagio, di patria milanese, e vescovo allora di Lucca, uomo di gran bontà e zelo ecclesiastico, e che forse non s'aspettava questa promozione. Chiamato a Roma, venne immediatamente consecrato ed intronizzato col nome di Alessandro II, senza voler aspettare consenso alcuno dal re Arrigo. E qui appunto tornarono i Romani ad esercitare l'intera loro libertà nell'elezion de' sommi pontefici, con ricuperare eziandio l'altra di non aspettar l'assenso degli Augusti per la consecrazione: indipendenza mantenuta poi fino a' dì nostri, quando, per tanti secoli addietro, sotto gl'imperadori greci, franchi e tedeschi, era durato il costume, o diciamo, se così si vuole, l'abuso, che l'elezion bensì restasse libera al clero e popolo romano, ma che non si devenisse alla consecrazione senza il beneplacito e l'approvazione degli Augusti. Avea il solo predefunto Arrigo II fra gl'imperadori oltrepassato i confini de' suoi predecessori, con obbligare i Romani che neppur potessero eleggere il novello papa senza il consentimento suo. Da Niccolò II era stato ultimamente corretto questo eccesso, con tornar le cose al rito antico. Ma i Romani, offesi del poco conto che s'era fatto alla regal corte di Stefano cardinale loro ambasciatore, neppur vollero accomodarsi al decreto d'esso papa Niccolò, decoroso anche pel re Arrigo, perchè risoluti di rompere ogni catena, e di ricuperar la piena lor libertà in fare i papi, praticata sempre mai ne' primi quattro secoli della Chiesa. Nè già operarono senza aver ben preparati i mezzi umani per sostener la loro risoluzione. Era in lor favore Gotifredo duca di Toscana, principe allora potentissimo in Italia. Faceano anche capitale del soccorso de' Normanni, che aveano giurata fedeltà alla Sede apostolica; e più ne faceano di Riccardo principe di Capoa, divenuto anch'esso vassallo della Chiesa romana. Sappiamo da Leone Ostiense[855] che Desiderio abbate di Monte Casino e cardinale se ne andò in tal congiuntura a Roma cum principe. Credette il cardinal Baronio[856] che questo principe fosse Roberto Guiscardo. Ma si dee intendere di Riccardo, nel cui principato era Monte Casino. Roberto s'intitolava allora duca, e non principe.
Ora appena giunse alla corte germanica l'avviso dell'eletto ed intronizzato Alessandro II, che l'imperadrice Agnese ne restò amareggiata, e i suoi ministri diedero nelle smanie, esagerando l'affronto fatto al re col non aver voluto aspettare il suo assenso, e coll'essersi messo sotto i piedi il decreto di papa Niccolò, sul quale unicamente si potea fondare la pretension di Arrigo: giacchè solamente chi era imperadore coronato avea in addietro avuta mano nell'approvazion de' papi eletti, e non già chi era unicamente re d'Italia, come in questi tempi veniva riconosciuto Arrigo IV, benchè non per anche avesse ricevuta la corona di questo regno. Degno nondimeno di osservazione è, che in alcune lettere e diplomi Arrigo IV non per anche imperadore usa il titolo di Romanorum rex: il che vuol significar qualche cosa, nè si truova usato da' suoi predecessori. Accadde in questo mentre che i vescovi di Lombardia dopo la morte di papa Niccolò II fecero broglio fra loro per aver un papa di tempra men rigoroso dei precedenti zelantissimi papi, il quale sapesse un po' più compatire le lor simonie ed incontinenze, e con dire una ridicolosa proposizione, cioè che il papa non si dovea prendere, nisi ex paradiso Italiae, cioè della Lombardia[857]. Spedirono a tal fine in Germania alcuni dell'ordine loro, affinchè si maneggiassero per ottener questo intento. Ora trovandosi un gran caldo in quella corte, e soffiando in quel fuoco Ugo Bianco, già cardinale, e poi ribello della Chiesa romana, non fu loro difficile il proporre e far dichiarare papa, cioè antipapa, contra tutte le regole, nella festa de' santi Simeone e Giuda, Cadaloo, chiamato Cadalo, vescovo di Parma, uomo ricco di facoltà, ma più di vizii, che si dicea condannato in tre concilii a cagion della sua vita troppo contraria al carattere di sacro pastore. Ne fecero perciò gran festa tutti i simoniaci e concubinarii di Lombardia. Le scene occorse dipoi si veggono descritte dalla penna satirica di Benzone, il quale s'intitola vescovo d'Alba nel Monferrato, ma vescovo scismatico, che forse non dovette mai essere ricevuto da quel popolo, e perciò neppure fu conosciuto dall'Ughelli. Era costui gran partigiano dell'antipapa Cadaloo. Il panegirico da lui fatto ad Arrigo IV, che fu dato alla luce dal Menchenio[858], e da me vien creduto la stessa opera che Gualvano Fiamma[859] circa l'anno 1335 citò sotto nome di Chronica Benzonis episcopi albensis, è una stomacosa satira contra di papa Alessandro II e d'Ildebrando cardinale, sostegno in questi tempi della Chiesa romana, da mettersi coll'altra infame e piena di bugie che abbiamo di Bennone falso cardinale, e ribello della Chiesa romana. Narra esso Benzone d'essere stato inviato per ambasciatore del re Arrigo a Roma, per intimare a papa Alessandro la ritirata dal trono pontificio, ma con trovar ivi chi non avea paura. In tale stato eran gli affari della Chiesa romana in questi tempi.