Annali d'Italia, vol. 4 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 (part 3 of 5)
Un insigne accrescimento di potenza si fece in questi tempi, per attestato di Dodechino[1676], alla linea germanica degli estensi duchi di Baviera. Cioè in questo, oppure nell'anno precedente, mancò di vita Arrigo il Nero duca di Baviera, il quale s'era ritirato nel monistero di Weingart[1677], con lasciare gli Stati ad Arrigo IV e Guelfo VI suoi figliuoli. Restarono di lui ancora Corrado, che, sprezzato il mondo, morì poi in concetto di santità, e quattro figliuole: fra le quali Giuditta, maritata con _Federigo _ duca di Suevia, fu madre del famoso imperadore Federigo I soprannominato Barbarossa. Ora il suddetto Arrigo IV, che poi venne da alcuni moderni scrittori appellato il Superbo per distinguerlo dagli altri di questo nome, fu considerato dal re Lottario per quel principe che meritasse più degli altri la confidenza ed amore suo, stante la sua potenza, e insieme l'antica nimistà che passava tra la casa de' Guelfi, il cui sangue e la cui eredità era passata in lui, e la casa ghibellina, da cui discesero i tre ultimi Arrighi imperatori, con lasciar eredi anche delle loro gare i due fratelli Federico duca di Suevia e Corrado. Perciò Lottario, affine di maggiormente accrescere la possanza di Arrigo IV duca di Baviera, gli conferì in quest'anno anche il ducato della Sassonia: con che egli potea paragonarsi ai re, se non nel titolo, certamente nell'ampiezza del dominio, perchè allora i nobilissimi ducati della Baviera e Sassonia erano di maggior estensione che oggidì. Un altro riflesso ebbe in ciò il re Lottario, perchè già meditava di dare in moglie ad esso Arrigo l'unica sua figliuola Geltruda. Anzi non mancano scrittori[1678] che credono contemporanee tali nozze, celebrate nell'anno susseguente, coll'investitura del ducato della Sassonia: e forse questo può sembrar più probabile. L'anno presente verisimilmente quel fu in cui Anselmo da Pusterla, novello arcivescovo di Milano, contro la volontà del suo clero e popolo si portò a Roma per trattare del pallio che il papa ricusava di inviargli a Milano[1679]. A questa sua risoluzione si opponevano i Milanesi, pretendendo una novità pregiudiziale alla dignità del loro arcivescovo il dover andare a prendere in Roma quel pallio che i precedenti pontefici per li loro legati aveano inviato in addietro a Milano. Colà giunto Anselmo, ebbe un bell'allegare privilegii e consuetudini favorevoli al suo diritto. Papa Onorio II stette saldo in volere che ricevesse il pallio o dalle sue mani, o sull'altare di san Pietro. Anselmo, chiesto parere a Roberto vescovo d'Alba, che il dissuase dal sottoporsi a questo aggravio e discredito, se ne tornò senza pallio a Milano. Ma non fu ammesso nel palazzo archiepiscopale, se non dopo avere Uberto da Marignano suo cancelliere e il vescovo d'Alba giurato ch'egli non avea acconsentito a pregiudizio alcuno della chiesa milanese. In quest'anno ancora, per attestato di Caffaro[1680], i Genovesi colla lor flotta arrivarono alla bocca d'Arno. Sbarcati, furono alle mani colla fanteria e cavalleria de' Pisani. Passati poscia a Vado, distrussero quasi tutto quel castello, e di nuovo per battaglia s'impadronirono del castello di Piombino, che già si cominciava a rifabbricare. Portatisi di poi in Corsica, presero il castello di san Giovanni, con far prigioni trecento Pisani. Parimente in quest'anno[1681] tornò l'esercito de' Milanesi contra della città di Como, con bloccarla ed occupare le colline d'intorno e la valle di san Martino. Erano coi Milanesi anche i Lodigiani e Cremaschi, coll'aiuto dei quali si renderono padroni della valle di Lugano. Sempre più perciò peggioravano gli affari del popolo comasco.
NOTE:
[1676] Dodechinus, in Chron.
[1677] Chron. Monaster. Weingart.
[1678] Helmoldus, Chron. Slav., lib. 1, cap. 55.
[1679] Landulfus junior, Hist. Mediolan., cap 38.
[1680] Caffari, Annal. Genuens., lib. 1.
[1681] Anonymus Poeta Comensis, tom. 5 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCXXVII. Indizione V.
ONORIO II papa 4. LOTTARIO III re di Germania e d'Italia 3.
Diede fine in quest'anno alla sua vita in Salerno, capitale allora dei duchi di Puglia, nel dì 20 di luglio[1682] Guglielmo duca di Puglia, compiuto di poco l'anno trentesimo di sua vita. Non aveva egli ricavata prole alcuna da sua moglie, figliuola del principe di Capoa, la quale vinta dal dolore, tagliatisi i suoi bei capegli, fra le lagrime e gli urli andò a gittarli sopra il petto del defunto consorte. Concorse ancora tutto il popolo di Salerno a deplorar la morte di questo buon principe, il cui cadavero con reale magnificenza fu seppellito in quella metropolitana. Appena arrivò questa nuova a Ruggieri conte di Sicilia, che non perdè tempo a passar con sette galee presso a Salerno, e di là si studiò d'indurre quel popolo a prenderlo per loro signore, allegando la stretta parentela e la promessa fattagli dallo stesso duca Guglielmo di dichiararlo suo erede in mancanza di figliuoli. Hanno anche scritto alcuni che veramente Guglielmo col suo testamento gli mantenne la parola; ma di ciò non resta alcun buon fondamento. Se creder vogliamo a Falcone Beneventano, per dieci giorni si fermò il conte Ruggieri in nave, cercando pur di trarre alle sue voglie i Salernitani, che trovò molto alieni del darsi a lui, forse perchè riputavano erede più legittimo e prossimo ab intestato Boamondo II principe d'Antiochia, nipote di Roberto Guiscardo, oppure per altri motivi. Ma finalmente chiamati a parlamento quei cittadini col loro arcivescovo Romoaldo, diverso dallo storico, con sì belle parole e promesse di buon trattamento loro parlò, che fatto dipoi generale consiglio, l'accettarono per loro signore. Alessandro, chiamato da altri abbate Celesino, ma che senza dubbio si dee appellar Telesino, perchè abbate di Telesa, scrittore di questi tempi, aggiugne una particolarità cioè:[1683] che i Salernitani, parlando con Sarolo ossia Saroto, messo del conte, esagerarono gli aggravii loro fatti dal duca Guglielmo e da' suoi antecessori, e che, temendo altrettanto dal conte Ruggieri, non gli si voleano sottomettere. E perchè Sarolo rispose loro con qualche villania, se gli avventarono addosso e il privarono di vita. Non ostante sì grave offesa, stette fermo il conte; e dissimulando il suo sdegno, seguitò a trattare, finchè indusse quel popolo a riceverlo per principe, a condizione nondimeno che restasse in lor mano la guardia della torre maggiore, ossia della rocca. Ruggieri, uomo che ben sapea il suo conto, accordò loro tutto, purchè si mettesse in possesso di Salerno. Altrettanto fece con Rainolfo conte di Alife, a cui concedette esorbitanti dimande, per averlo dalla sua nella già incominciata conquista della Puglia. L'esempio di Salerno si tirò dietro gli Amalfitani, che, nel darsi al conte Ruggieri, ottennero anch'essi di ritenere in lor potere le fortezze di quella città. Aggiugne Falcone che il conte Ruggieri ridusse dipoi alla sua ubbidienza anche le città di Troia e di Melfi, ed altre parti della Puglia, e se gli suggellarono alcuni baroni di quelle contrade. Ma giunto a Roma l'avviso di questi progressi del conte Ruggieri, se ne alterò forte papa Onorio II con tutta la sua corte, tra perchè dovea pretendere devoluto il feudo della Puglia alla santa Sede, e perchè non gli dovea piacere l'ingrandimento d'un principe signore della Sicilia, il quale, se diveniva padrone anche della Puglia e Calabria, avrebbe potuto dar la legge a Roma stessa. Però cominciò a far pratiche per impedire gli avanzamenti del conte Ruggieri.
Passò esso papa a tal fine a Benevento, indi alla città di Troia, che gli prestò ubbidienza. Gli avea già il conte Ruggieri spediti ambasciatori con ricchi regali, per impetrar l'investitura del ducato di Puglia e Calabria; e tuttochè esibisse di rilasciare al papa la città di Troia e Montefosco, niun partito si volle ascoltare, essendo insperanzito il pontefice di metter sotto l'immediato suo dominio tutto quel ducato, oppure disegnando d'investirne il giovane Boamondo II principe d'Antiochia, a cui con più ragione appartenevano quegli Stati. Ora veggendo il conte Ruggieri sì mal disposto verso di lui l'animo del papa, comandò a' suoi uffiziali di cominciar le ostilità contro la città di Benevento: il che fu cagione ancora ch'esso papa Onorio si trasferisse colà. Quivi egli fulminò la scomunica contra d'esso conte, e di chiunque gli prestasse aiuto: il che servì a Rainolfo conte d'Alife per abbandonar Ruggieri, e seguitar la parte del romano pontefice. Dimorava tuttavia in Salerno il conte Ruggieri, e di là spedì altri ambasciatori a Benevento, pregando il papa di concedergli il ducato; ma furono ancor questi rimandati con sole dure risposte. Il perchè Ruggieri perduta la pazienza, e conoscendo volerci altro che preghiere e parole per piegare l'animo indurito del pontefice, se ne tornò in Sicilia, risoluto di cercar colla forza ciò che non poteva ottener colle maniere amichevoli di pace; e senza licenza del papa assunse il titolo di duca. Intanto i Milanesi, più che mai ansanti di sottomettere la città di Como[1684], fecero venir da Genova e da Pisa buona copia d'artefici, atti a fabbricar navi, castelli di legno, grosse baliste ed altri ordigni di guerra. Ottennero gagliardi soccorsi da Pavia, Novara, Vercelli, Asti, Alba, Albenga, Piacenza, Parma, Mantova, Ferrara, Bologna, Modena e Vicenza, siccome ancora dal conte di Biandrate, dalla Garfagnana e da altre parti. Dal che vegniamo a conoscere che tutte le suddette città si governavano a repubblica, nè più erano governate dai ministri imperiali. Con questo possente esercito si portarono i Milanesi all'assedio di Como, che fu con vigore sostenuto da' cittadini, finchè ebbero forze. Ma in fine, veggendo vicina la rovina loro, presero la risoluzione d'imbarcar una notte tutte le loro donne e figliuoli col meglio delle sostanze; e fatto nello stesso tempo un grande strepito nella città, e una sortita sopra i nemici, affinchè non inquietassero le preparate navi, anch'essi dipoi imbarcatisi sul lago, navigarono al castello di Vico, con animo di quivi vendere caro la lor libertà e la vita. Entrati la seguente mattina i Milanesi nella città, si avvidero della fuga degli abitatori. Di là passarono al suddetto castello di Vico; ma trovandolo inespugnabile, e necessario gran tempo e spesa per vincere la costanza de' Comaschi, diedero finalmente orecchio alle proposizioni di pace. Fu questa infatti stabilita, conservati i beni ai cittadini, ma condannata la città a perdere le mura ed ogni altra fortezza, e a prestare ubbidienza e tributo da lì innanzi a Milano. Pretesero il Puricelli e il padre Pagi che l'eccidio di Como seguisse nell'anno susseguente 1128, e il signor Sassi[1685] riferisce altri autori del medesimo parere. Ma essendo concordi gli storici milanesi e comaschi e Galvano Fiamma[1686] in riferir questo fatto all'anno presente, non credo che s'abbia da dipartire dalla loro opinione. E massimamente perchè nell'antico Calendario milanese, da me pubblicato[1687], è notato anno Domini MCXXVII capta est civitas Comensium. Forse i primi autori parlano della pace probabilmente conchiusa nell'anno seguente, e gli altri della presa della città accaduta nel presente. Ed ecco come, liberate le città lombarde dal giogo straniero, cominciarono a volgere l'armi l'una contra l'altra; male che mireremo andar crescendo per la matta ambizione da cui chi più può, più degli altri ancora si lascia sovvertire. Celebrò il re Lottario la festa di Pentecoste in Merseburg[1688], ubi decentissimo multorum principum habito conventu unicam et dilectam filiam suam Gertrudem glorioso Bavariae duci Henrico, ducis Heinrici, et Vulfidae, magni ducis natae, filio, cum multa honorificentia in matrimonii honore sociavit. L'Urspergense narra[1689] che in Augusta ne furono celebrate le nozze con rara magnificenza. Io ne fo menzione, perchè fatto spettante alla linea estense di Germania.
NOTE:
[1682] Falco Beneventanus, in Chron.
[1683] Alexander Telesinus, de Gest. Rogerii lib. 1, cap. 5.
[1684] Anonymus Poeta Comensis, tom. 5 Rer. Italic.
[1685] Saxius, in Not. ad Landulfum junior., cap. 37.
[1686] Gualvan. Flamma, Manip. Flor., tom. 11 Rer. Ital.
[1687] Rer. Italic. Par. II, tom. 2.
[1688] Annalista Saxo.
[1689] Urspergens., in Chronic.
Anno di CRISTO MCXXVIII. Indizione VI.
ONORIO II papa 5. LOTTARIO III re di Germania e d'Italia 4.
Nel dì 19 di dicembre dell'anno precedente era mancato di vita Giordano II principe di Capoa[1690], a cui succedette Roberto II suo figliuolo. Per questa cagione, cioè per sostenere i diritti della sua sovranità, si portò papa Onorio nel dì 30 di dicembre a Capoa, quivi accolto con varie finezze da Roberto. Invitati poscia i vescovi ed abbati sul principio di quest'anno con gran pompa ed allegria alla presenza del sommo pontefice, Roberto fu unto principe e prese l'investitura da esso papa. In tal congiuntura papa Onorio nella copiosa assemblea de' prelati e baroni espose le sue doglianze contra di Ruggieri conte di Sicilia per la guerra mossa ai Beneventani, e per l'usurpazione di vari luoghi della Puglia, invitando tutti alla difesa di quegli Stati, siccome dipendenti dalla Chiesa romana, e dando indulgenza plenaria a chiunque morisse in quella spedizione: ripiego strano, che tuttavia comincia a diventare alla moda, con far servire la religione agl'interessi temporali. Roberto principe di Capoa, Rainolfo conte d'Alife, Grimoaldo principe, o, per dir meglio, signore di Bari, Tancredi di Conversano conte di Brindisi, Ruggieri conte d'Oria, ed altri conti e baroni, tutti con promesse magnifiche assunsero la difesa dei diritti pontificii, e si prepararono a sostener la guerra contra del conte Ruggieri. Confermò di nuovo il papa tanto ivi, quanto dipoi in Troia, la scomunica contra d'esso Ruggieri, ed inviò il principe di Capoa col conte Rainolfo all'assedio del castello della Pillosa nel dì 29 di gennaio, e con esso loro più di due mila Beneventani. Ma ossia che l'osso fosse duro, oppure, come fu allora creduto, che quei comandanti non operassero con buona fede, nulla di rilevante fu fatto per impadronirsene; del che concepì tale sdegno il pontefice, dimorante allora in Monte Sarchio, che se ne tornò nel distretto del ducato romano[1691]. Intanto venuta la primavera, il valoroso conte Ruggieri con un poderoso esercito di Siciliani passò lo Stretto; prese e spianò le terre d'Unfredo; se gli renderono Taranto ed Otranto, città di Boamondo iuniore principe d'Antiochia, il quale miseramente poi nell'anno 1130 restò ucciso in Oriente dai Turchi. S'inoltrò il vittorioso Ruggieri, e stretta con vigoroso assedio la città di Brindisi, talmente la battagliò, che la costrinse alla resa. Colla stessa felicità s'impadronì della città di Oria e di molte altre castella. A questi dispiacevoli avvisi tornò papa Onorio II a Benevento, seco conducendo circa trecento soldati a cavallo romani; e ordinato a Roberto principe di Capoa, a Rainolfo conte e agli altri baroni di prendere l'armi, andò con grandi forze per opporsi alle vittoriose schiere del conte Ruggieri. Ma questi unita la sua gente, venne a postarsi al fiume Bradano, e quivi si accampò. Dall'altra parte anche l'esercito pontificio mise le tende, senza osare nè l'una nè l'altra parte di guadare il fiume per cercare il nemico. Alessandro abbate Telesino scrive, essersi trattenuto Ruggieri per riverenza al sommo pontefice. All'incontro Falcone[1692], favorevole ad esso pontefice, scrive che Ruggieri, sentiens Apostolicum cum exercitu valido militum et peditum, et baronibus suis adversus se venientem, in montana secessit, devitans Apostolici virtutem, ne aliquo modo aliquid ei sinistrum contingeret; et sic per quadraginta dies Apostolicus ille ardenti sole mensis julii fatigatus comitem illum obsedit. Tanta inazione, e l'essersi cominciato a scarseggiar di viveri e di paghe nel campo pontificio, cagione fu che disertavano a furia i soldati, e lo stesso principe di Capoa, siccome persona di delicata complessione, non potendo reggere alla sferza del caldo estivo e agli altri disagi, spiantò il suo padiglione per andarsene. Falcone, l'autor della Vita di questo papa[1693], ed altri scrittori incolpano d'infedeltà que' baroni, quasichè cercassero senza ragione motivi di ritirarsi. Comunque sia, il saggio papa, veggendosi esposto a pericolo di disonore e di perdite gravi, segretamente mandò Cencio Frangipane ad offerire al conte Ruggieri l'investitura del ducato, promettendo di dargliela in Benevento. Altro che questo non cercava Ruggieri, e però furono d'accordo. Andossene il papa a Benevento; gli tenne dietro Ruggieri con un buon corpo di sua gente, e andò a postarsi nel monte di san Felice fuori di Benevento. Pretendeva il pontefice che Ruggieri entrasse nella città a ricever quivi l'investitura; ma Ruggieri, principe cauto ed accorto, persiste sempre in dire che fuori e non entro di Benevento avrebbe ricevuto le grazie pontificie. Convenne pertanto che il papa uscisse, e fatto l'abboccamento al ponte maggiore presso il fiume, nell'ottava dell'Assunzion della Vergine, quivi papa Onorio II investì il conte Ruggieri del ducato di Puglia e Calabria nella stessa forma che s'era praticata con Roberto Guiscardo e col suo figliuolo e nipote.
Si lagnarono forte del papa per questo segreto accordo, fatto senza lor participazione, e, senza parola in lor difesa, i baroni e le città che tenevano la parte d'esso pontefice, perchè restavano alla discrezione del nuovo duca Ruggieri. Ma ebbero un bel gridare. Dopo avere il papa in questa maniera assicurato il suo diritto, se ne tornò da lì a non so quanti giorni a Roma. Non v'era ancor giunto, quando una parte de' Beneventani crudelmente uccise Guglielmo governatore pontificio di quella città. Adirato il papa proruppe in molte minaccie, e spedì il cardinale Gherardo a quel governo, che trovò avere i Beneventani formata una specie di comunità, senza però dipartirsi dall'ubbidienza del romano pontefice. Intanto il duca Ruggieri si portò all'assedio di Troia[1694]; ma ritrovandola ben munita, e i cittadini risoluti di difendersi, si ritirò, attendendo poscia ad entrare in possesso di Melfi e d'altre città che gli aveano mandati ambasciatori. Dopo di che, avvicinandosi il verno, andò a Salerno, e di là in Sicilia. In Lombardia parimente fu gran novità in quest'anno. Federigo duca di Suevia e Corrado suo fratello, siccome figliuoli di Agnese sorella dell'ultimo Arrigo Augusto, pretendeano al regno e all'imperio, e perciò dicemmo nata guerra fra loro e il re Lottario in Germania. Pensò Federigo di fare un bel colpo coll'inviare il fratello Corrado in Italia, acciocchè si procacciasse questo regno[1695]. Doveva essere preceduto qualche segreto trattato coi Milanesi, perciocchè appena comparve in Milano, che quella nobiltà col popolo tutto si dichiarò in suo favore. Soggiornava in questi tempi l'arcivescovo Anselmo fuori di città nelle sue castella; fu chiamato per parte del clero e popolo a far la coronazione di Corrado, la quale infatti si eseguì nella festa di san Pietro di giugno in Monza, con dargli l'arcivescovo la corona ferrea nella basilica di san Giovanni Batista, e dichiararlo re d'Italia. Fu da lì a qualche giorno rinnovata questa funzione nella basilica di santo Ambrosio di Milano. Alla prima coronazione si trovò presente lo storico Landolfo da san Paolo, ma per suoi affari mancò alla seconda. Scrive egli dipoi d'esso Corrado: Hunc namque gradientem per comitatus et marchias Lombardiae et Tusciae, comites et marchiones cujuscumque nobilitatis, viri potentes et humiles, cum gaudio susceperunt et amaverunt. Ma coloro che gli fecero resistenza, nè il vollero per loro re, ejus acutissimi gladii fortitudinem senserunt, atque mortem et confusionem, ceu Anselmus marchio del Busco, et illustris... comes, susceperunt. Uno scrittore tedesco s'immaginò che questo conte, di cui s'è perduto il nome, fosse Alberto, o Ingelberto, dichiarato, per quanto egli crede, da papa Onorio marchese della Toscana, con citare un documento da me prodotto[1696], in cui s'incontra Albertus Dei gratia marchio et dux, lege vivens salica, cooperante gratia et beati Petri, et domini papae Honorii ejus vicarii munere, ec. Ma questo non vuol dire ch'egli fosse marchese veramente di Toscana. In questi tempi si truova Corrado, marchese veramente di Toscana, siccome ho osservato altrove[1697], e si truovano documenti che parlano di lui agli anni 1121 e 1129. Quell'Alberto, di cui è fatta menzione nelle Antichità estensi, si vede creato da papa Onorio II marchese e duca dopo la morte dell'ultimo imperadore Arrigo, con dargli l'investitura de' beni e Stati della contessa Matilda; ma senza ch'egli esercitasse dominio alcuno nè in Toscana, nè in Mantova, Ferrara, Modena ed altre città sottoposte una volta a Matilda. A noi dunque basterà di sapere che Corrado incoronato re, per tale fu riconosciuto, non dirò da tutti, bensì da moltissimi in Lombardia e Toscana. Ma che? Il pontefice, che avea approvata per mezzo de' suoi legati l'elezione del re Lottario, mosso da lui, pubblicò contra di Corrado una terribile scomunica[1698], per cui cominciò tosto a scemare il suo credito, e fu in fine annientata in Italia la di lui potenza.
NOTE:
[1690] Falco Beneventanus, in Chron.
[1691] Abbas Telesinus, lib. 1, cap. 12.
[1692] Falco Beneventanus, in Chron.
[1693] Cardinal. de Aragon., in Vit. Honorii II.
[1694] Otto Frisingensis, in Chron., lib. 7, cap. 17.
[1695] Landulfus junior, Hist. Mediolan., cap. 39.
[1696] Antichità Estensi, P. I, cap. 30.
[1697] Antiquit. Italic., Dissert. VI.
[1698] Otto Frisingensis, in Chron., lib. 7, cap. 17.
Anno di CRISTO MCXXIX. Indizione VII.
ONORIO II papa 6. LOTTARIO III re di Germania e d'Italia 5.
Nella Vita di papa Onorio II è scritto che egli[1699] delegavit Petrum presbyterum cardinalem tituli sanctae Anastasiae ad partes Ravennae, qui deposuit aquilejensem et venetum patriarchas. Il cardinal Baronio[1700] non seppe il perchè. Ma Bernardo di Guidone[1701] ne adduce il reato, quia invenit eos schismaticis favorabiles exstitisse. Il Dandolo[1702] scrive, quia schismaticis fuerant fautores. Tolomeo da Lucca[1703] vi aggiugne un forte. Non si può intendere questo dall'antecedente scisma, perchè la pace avea abolito tutti i delitti e processi. Adunque, siccome subodorò il Sigonio[1704], potè piuttosto procedere la loro condanna per aver promosso o abbracciato il partito di Corrado usurpatore della corona d'Italia contro il giuramento prestato al re Lottario, cioè ad un principe approvato dalla santa Sede. Da una lettera scritta in questi tempi dall'arcivescovo di Salisburgo al vescovo di Bamberga, che si legge fra le raccolte da Udalrico[1705], impariamo che fu eletto in luogo di Gherardo, stirpe inutile e piena di vizii, un altro patriarca, che era decano di Bamberga, uomo dabbene, e perciò eliminatam fuisse veterum spurcitiarum, quae longo illic tempore dominata fuerat, foeditatem, quum abjecta indigna satis omni ecclesiastico regimini persona, clerum et populum vidimus tam honeste tamque canonice de alterius substitutione cogitare. Qui nulla si parla di scisma; solamente è accusato quel Gherardo, chiamato Riccardo dall'Ughelli[1706], di inabilità e di vizii. E però le lodi a lui date dal Candido, da esso Ughelli e da altri, si debbono cancellare. Ma eletto che fu il decano suddetto, quel clero il perseguitò in maniera che fu obbligato a fuggire, e noi non sappiamo se quel Pellegrino che gli succedette, sia lo stesso decano. È nondimeno da stupire come tali scrittori parlino della deposizione di que' due patriarchi, e nulla dicano di quanto avvenne ad Anselmo arcivescovo di Milano. Noi certo abbiamo da Landolfo da san Paolo[1707] che Giovanni da Crema cardinale romano, venuto a Pavia, qui raunò un concilio de' vescovi suffraganei della chiesa di Milano per iscomunicare il suddetto arcivescovo, perchè egli avesse coronato ed alzato Corrado al regno contro il legittimo re Lottario. Anselmo, udito questo rumore, spedì colà molti de' suoi per pregarli di non procedere avanti senza ascoltarlo; ma il cardinale e i vescovi, incitati da alcune città che aderivano ad esso re Lottario, niuna dilazione vollero accordargli, e fulminarono contro di lui la scomunica. Dico la scomunica, perchè non parla quello storico di deposizione. Anzi aggiunge che la maggior parte de' Milanesi, finchè visse papa Onorio II, tennero per loro pastore il soprammentovato Anselmo. Quali poi fossero le città costanti nell'ubbidienza al re Lottario, lo spiega il medesimo storico con dire: At papienses, cremonenses, novarienses quoque, et eorum episcopi, et aliarum civitatum, praedicantes hoc regium opus Anselmi contrarium Deo, et magno regi Lothario, nequaquam illius pontificis (cioè di Anselmo) legationem susceperunt, sed ipsum praestante cardinali illo Johanne excommunicaverunt.
Si aggiunse ai motivi di nimicizia fra le suddette città e Milano l'altro della nobil terra di Crema, oggidì città. Era questa sottoposta nello spirituale e temporale a Cremona, e ribellatasi, implorò la protezione de' Milanesi, che volentieri ne convennero, siccome popolo potente e rivolto ad ampliare il dominio e a sottomettere i vicini. Però i Cremonesi collegati con quei di Pavia, di Novara e d'altre città che di mal occhio miravano il soverchio ingrandimento de' Milanesi, loro mossero guerra: guerra che costò poi tanto sangue, e parecchi anni durò. Ma che divenne del suddetto Corrado re? Lo stesso Landolfo narra che fortis manus Honorii papae ipsum resupinavit, atque ad Germaniam, quasi ad sua propria loca redire fecit. V'ha chi crede che la di lui ritirata seguisse nell'anno presente o nel seguente, ma non ne appariscono le pruove; e che ciò avvenisse solamente nell'anno 1132, lo vedremo fra poco. È stato creduto che esso re Corrado soggiornasse tuttavia in Lucca nel dì 4 di settembre, perchè, secondo l'attestato di Francesco Maria Fiorentini[1708], in quel giorno e luogo concedette un privilegio al monistero di san Ponziano. Ma da abbracciar sì fatta opinione dee ritenere ognuno il vedere che egli in detto privilegio è intitolato Conradus divina gratta Ravennatum dux, et Thusciae praeses et marchio. Se si trattasse del già menzionato Corrado, coronato re in Milano, avrebbe egli adoperato il titolo di re. Però marchese di Toscana era in questi tempi un Corrado, diverso da Corrado, fratello di Federigo duca di Suevia; e questo ultimo, se crediamo all'Urspergense[1709], era duca di Franconia. Per conseguente, neppur sussiste che Corrado marchese di Toscana fosse nipote di Arrigo V Augusto, come immaginò il suddetto Fiorentini. Di questo Corrado marchese di Toscana ho io pubblicalo due diplomi[1710], spettanti all'anno 1120 e 1121, i quali ci fan conoscere ch'egli, vivente ancora Arrigo, quarto fra gl'imperadori, governava la Toscana. Ci ha conservato Udalrico da Bamberga[1711] un'altra lettera, scritta da Litifredo vescovo di Novara Lothario Dei gratia Romanorum regi Augusto, in cui leggiamo le seguenti parole: Excellentia vestra pro certo cognoscat, quod Novaria, Papia, Placentia, Cremona, et Brixia, civitates Italiae, firmiter fidelitatem vestram custodiunt, et adventum vestrum unanimiter cupiunt. Cunradus autem Mediolanensium idolum, ab eis tamen relictum, arrepta fuga solum Parmae habet refugium, ubi tam pauper, tamque paucis stipatus viliter moratur, quod ab uno loco ad alium vix fama ejus extenditur. Veggiamo qui che i Milanesi aveano già abbandonato Corrado, e ch'egli poveramente dimorava in Parma. Ciò sembra indicare che anche nell'anno seguente egli si trattenesse in Italia, ma caduto di credito. Nè certamente egli dovea essere Corrado duca di Toscana.
Giunta che fu la primavera[1712], tornato Ruggieri duca di Puglia e conte di Sicilia di qua dallo stretto con un possente esercito, trovò che Tancredi di Conversano si era rimesso in possesso di Brindisi e di altre terre a lui dinanzi tolte. Intraprese l'assedio di quella città; ma trovatala più forte ed ostinata, si ritirò ed attese ad impadronirsi di Montalto, di Rossano e di altre terre, la conquista delle quali cagionò che per timore di tanta potenza molti baroni venissero a prestargli omaggio, e ad onorarlo qual loro sovrano. Fra gli altri non tardò a pacificar seco Rainolfo conte di Alife, marito di una sua sorella, coll'aiuto del quale ridusse dopo pochi giorni d'assedio la città di Troia a sottomettersi ai di lui voleri. Tenuto poscia un parlamento nella città di Melfi, dove chiamò tutti i baroni di Puglia, intimò la pace e concordia fra loro, il mantenimento della giustizia, e il rispetto alle chiese e alle persone sacre. Gli stava poi sul cuore la permissione da lui mal volentieri accordata ai Salernitani di tener essi la guardia della torre maggiore, ossia della fortezza di quella città, parendogli di non essere padrone, se la lasciava in lor mano. Perciò con tutte le sue forze passò sotto Salerno, ed attorniatala da tutte le parti, richiese la cession d'essa torre; e fu d'uopo ubbidirlo. Da quanto poi soggiugne Alessandro abbate telesino, pare che[1713] anche Sergio duca di Napoli fosse allora costretto a giurar suggezione e fedeltà ad esso Ruggieri, se non volle far pruova delle forze di lui. Ma il medesimo storico parla dipoi all'anno seguente della suggezion de' Napolitani. Perciò poco o nulla restò nel paese che ora appelliamo Regno di Napoli e di Sicilia, su cui o immediatamente o mediatamente non signoreggiasse il duca e conte Ruggieri. Avvenne ancora in quest'anno che sedici galee di Genovesi, andando in traccia de' Pisani loro nemici, li trovarono a Messina già scesi in terra[1714]. Attaccarono una zuffa con loro, e tuttochè i Messinesi accorressero in aiuto de' Pisani, furono tutti respinti fino al palazzo del duca dal valore de' Genovesi, i quali occuparono in tal congiuntura una buona somma di danaro, benchè poi, ad istanza del medesimo Ruggieri, la restituissero. Portossi papa Onorio II nell'anno presente a Benevento nel mese d'agosto, e vi consecrò abbate di santa Sofia Francone[1715]. Avendo poi pregato i Beneventani di voler rimettere nella città alcuni nobili da loro esiliati, nol potè ottenere. Di questa loro durezza sdegnato, uscì della città, ed abboccatosi col duca Ruggieri, si fece promettere che nell'anno seguente verrebbe coll'armata a gastigare l'orgoglio di quel popolo. Fece ancora dare il sacco a varii luoghi del loro territorio, e così in collera se ne tornò a Roma.
NOTE:
[1699] Cardinal. de Arag., in Vit. Honorii II, P. I, tom. 3 Rer. Ital.
[1700] Baron., in Annal. Ecclesiast.
[1701] Bernardus Guidon., in Vit. Honori II, P. I, tom. 3 Rer. Ital.
[1702] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.
[1703] Ptolom. Lucens., Histor. Eccl.
[1704] Sigon., de Regno Ital.
[1705] Udalricus Bambergensis, Corp. Hist. Eccardi, tom. 2, pag. 353.
[1706] Ughell., Ital. Sacr., tom. 5.
[1707] Landulfus junior, Hist. Mediol., cap. 39.
[1708] Fiorent., Memor. di Matil., lib. 2, pag. 346.
[1709] Abbas Urspergensis, in Chron.
[1710] Antiq. Italic., Dissert. XVII, pag. 959 et seq.
[1711] Udalricus Bamberg., apud Eccard., tom. 2, pag. 361, Corp. Hist.
[1712] Abbas Talesinus, lib. 1, cap. 16 et seq.
[1713] Abbas Telesinus, lib. 2, cap. 1 et 12.
[1714] Caffari, Annal. Genuens., lib. 1.
[1715] Falco Beneventanus, in Chron.
Anno di CRISTO MCXXX. Indizione VIII.
INNOCENZO II papa 1. LOTTARIO III re di Germania e d'Italia 6.
Nel dì 14 di febbraio dell'anno presente il sommo pontefice Onorio II diede fine ai suoi giorni, e fu seppellito nella basilica lateranense. La morte sua produsse un fiero sconvolgimento nella Chiesa romana. I più buoni e saggi de' cardinali ben conoscevano i maneggi che facea Pietro cardinale di santa Maria in Trastevere, uomo screditato pe' suoi perversi costumi, figliuolo di Pietro, figliuolo di Leone, cioè di un Ebreo fatto cristiano. Anche san Bernardo[1716] dà il titolo di judaica soboles ad esso Pietro cardinale, uomo sommamente ambizioso, e potentissimo in Roma per le aderenze e parentele sue, e per le ricchezze tanto di sua casa, che ammassate colla sua rapacità in varie legazioni. Perciò essi buoni, prima che si pubblicasse la morte di papa Onorio[1717], segretamente elessero papa Gregorio cardinale di sant'Angelo, di nazione romano, personaggio in cui concorrevano le virtù meritevoli di sì alto grado, per confessione d'ognuno, e massimamente di san Bernardo, allora celebre abbate di Chiaravalle. Fece egli quanta resistenza potè, ma in fine accettata l'elezione, assunse il nome d'Innocenzo II. Non istettero molto dopo questa elezione gli altri cardinali della fazion contraria ad eleggere pubblicamente papa e consecrare il suddetto Pietro cardinale, che prese il nome di Anacleto II. Falcone scrive[1718], essere succedute sì fatte elezioni nel giorno stesso che morì il papa. Altri vogliono che Innocenzo restasse eletto nel dì 15 di febbraio, ed Anacleto nel dì seguente. Certo è che precedette quella di Innocenzo, e pare che non fosse per anche seppellito il papa morto: il che tenuto fu per cosa contraria ai sacri canoni. Ma da una lettera scritta dal vescovo di Lucca all'arcivescovo di Mariemburgo[1719] si raccoglie, che celebratis exsequiis, si procedette all'elezione. Certo è altresì, che sebbene si contarono più cardinali dalla parte di Anacleto, pure in maggior riputazione furono i favorevoli ad Innocenzo. Dichiarossi in tale occasione Leon Frangipane con tutta la sua casa in favor d'esso Innocenzo, il quale, non potendosi sostenere nel Laterano, si ritirò nelle forti case de' medesimi; ma Anacleto impadronitosi della basilica vaticana, e spogliatala de' suoi più preziosi arredi, si servì di quel tesoro e dello spoglio d'altre chiese, siccome ancora del ricco erario proprio e di suo fratello, per tirare nel suo partito la maggior parte dei grandi e piccioli di Roma. Assalì poscia di nuovo le case de' Frangipani, che fecero gran resistenza. Ma conoscendo papa Innocenzo che non potea a lungo mantenersi quivi, prese la risoluzione di cedere alla potenza dell'avversario. Imbarcatosi dunque nel Tevere coi cardinali del suo partito[1720], a riserva del vescovo sabinense, che lasciato per suo vicario in Roma, poche faccende ebbe per molto tempo, felicemente navigò fino a Pisa, dove fu con sommo onore ricevuto. Di là ito a Genova[1721], dispiacendogli forte la guerra di quel popolo, tanto operò, che conchiuse fra loro una tregua, da osservarsi finchè egli ritornasse di Francia. Aggiugne Caffaro, scrittore genovese di questi tempi, che il papa suddetto, per maggiormente cattivarsi l'affetto di quel popolo, promise di levare il vescovo Siro di sotto all'arcivescovo di Milano, e di conferirgli la dignità archiepiscopale. Consecrollo anche vescovo, allorchè fu giunto a Sant'Egidio vicino al Rodano. Andossene dunque papa Innocenzo II in Francia, accolto dappertutto come vero papa. Pochi furono in quelle parti coloro che facessero conto delle lettere scritte loro dall'antipapa Anacleto; a cui nondimeno altri popoli e dentro e fuori d'Italia aderirono con somma confusione della Chiesa di Dio.
Fra gli altri procurò Anacleto di guadagnare al suo partito Anselmo arcivescovo di Milano[1722], che già dicemmo scomunicato sotto il predefunto papa Onorio II. Gli mandò dunque il pallio; e perciò il popolo di Milano seguitò quasi tutto la parte di Anacleto e di Corrado re, che furono di accordo in questa congiuntura fra loro. Non potè già Anacleto far lo stesso con Gualtieri arcivescovo di Ravenna, il quale, per la testimonianza del Rossi[1723], e molto più d'una sua lettera scritta all'arcivescovo di Mariemburgo[1724], si sa che fu costante in favorir papa Innocenzo. Ma principalmente ebbe cura Anacleto di assodarsi colla buona corrispondenza di Ruggieri duca di Puglia e Sicilia, del principe di Capoa, e degli altri baroni di quelle contrade. Nè gli fu difficile. Appena ebbe il suddetto Ruggieri slargate cotanto l'ali, che gli nacque o gli fu fatto nascere il pensiero di deporre il titolo ducale, e di assumere quello di re, giacchè tali erano divenute le sue forze, ed ampliato cotanto il suo dominio, che ben si conveniva a lui un titolo più luminoso. Ne trattò coll'antipapa Anacleto[1725], il quale non vi fece difficoltà per timore di non disgustarlo, e decretò Conte cardinale, ossia il cardinale della famiglia de' Conti, per assistere a questa coronazione. Siccome osservò il padre Pagi[1726], han creduto gli storici napoletani che Ruggieri di sua propria autorità, e senza saputa e consenso di Roma, assumesse il titolo e la corona regale; e che poscia, per convenzione seguita con Anacleto, di nuovo si facesse coronare. Ma questa doppia coronazione è priva di buon fondamento. Falcone Beneventano[1727] parla d'una sola, fatta coll'approvazione di Anacleto. Alessandro abbate di Telesa[1728] una sola anch'egli ne riferisce, nè parla punto dell'assenso e della cooperazione dell'antipapa, perchè giudicò meglio di tacere una particolarità che a' suoi dì non facea bel sentire, nè molto onore al re Ruggieri. Ma Pietro diacono scrive che Petrus cardinalis (cioè Anacleto) Rogerio duci Apuliae coronam tribuens, et per privilegium capuanum principatum, et ducatum neapolitanum cum Apulia, Calabria, et Sicilia illi confirmans regemque constituens, ad suam partem attraxit, con eziandio concedergli altri privilegii, che Ruggieri con questo buon vento seppe accortamente chiedere e facilmente ottenere: laonde san Bernardo in una delle sue lettere[1729] ebbe a dire che Anacleto habet ducem Apuliae, sed solum ex principibus, ipsumque usurpatae coronae mercede ridicula comparatum. Tutto ciò fu conchiuso verso il fine di settembre, in cui Anacleto si portò ad Avellino e a Benevento. E perciocchè si credette che Palermo capitale della Sicilia fosse il luogo più proprio per la coronazione di Ruggieri, quivi nel sacro giorno del Natale dell'anno presente si fece questa funzione con quella magnificenza che vien descritta dal suddetto abbate di Telesa: rito che si è dipoi conservato e ravvivato pochi anni sono; cioè che in quella città si piglia la corona anche del regno di Napoli. Vi assistè come legato pontificio il cardinale sopraccennato; e Roberto II principe di Capoa, siccome il più nobile riguardevole de' suoi vassalli, gli mise la corona in capo. Il vedremo ben presto mal ricompensato per questa sua attenzione da Ruggieri. Intanto papa Innocenzo giunto in Francia, vi fu accolto con gran venerazione. Presso di Orleans fu a visitarlo il re Lodovico, che già nel concilio di Estampes l'avea riconosciuto per vero papa. Andò a Sciartres, a Clugnì e ad altri luoghi. Nel novembre tenne un concilio numeroso nella città di Chiaramonte. Per cura massimamente di san Bernardo, non solamente i Francesi, ma anche il re Lottario in Germania e il re Arrigo d'Inghilterra nell'anno seguente prestarono ubbidienza a papa Innocenzo, quantunque non mancassero alcuni in quelle parti, che si dichiararono in favore dell'antipapa Anacleto. In quest'anno restò trucidato dai Turchi in Soria Boamondo II principe d'Antiochia, sicchè in lui finì d'estinguersi la prosapia di Roberto Guiscardo, e il re Ruggieri più francamente potè tenere gli Stati a lui occupati in Italia. Terminò ancora i suoi giorni Domenico Michele[1730] doge di Venezia, e fu alzato a quel trono Pietro Polano. Parimente all'anno presente vengono riferiti i privilegii e le esenzioni accordate da Baldovino re di Gerusalemme, dai patriarchi e dal principe di Antiochia alla nazione veneta in Acon e in altri luoghi d'Oriente.
NOTE:
[1716] Bernardus, Epist. 139. Sugerius, in Vit. Ludovici Gross.
[1717] Arnulf. Sagiens., de Schismat.
[1718] Falco Benevent., in Chron.
[1719] Udalricus Bamberg., tom. 2 Corp. Hist. apud Eccardum.
[1720] Petrus Diaconus, Chron. Casinens., lib. 4, cap. 54.
[1721] Caffari, Annal. Genuens., lib. 1.
[1722] Landulfus junior, Hist. Mediol., cap. 40.
[1723] Rubeus, Histor. Ravenn.
[1724] Udalric. Bamberg., tom. 2 Corp. Hist. apud Eccardum.
[1725] Idem, ibidem.
[1726] Pagius, ad Annal. Baron.
[1727] Falco Beneventanus, in Chron.
[1728] Abbas Telesinus, lib. 2, cap. 1 et seq.
[1729] Bernardus, Epist. 137.
[1730] Dandulus, in Chron., tom. 12 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCXXXI. Indizione IX.
INNOCENZO II papa 2. LOTTARIO III re di Germania e d'Italia 7.
Verso la metà di gennaio del presente anno papa Innocenzo II andò alla città di Sciartres, e colà comparve ancora Arrigo re d'Inghilterra, per tributargli il suo ossequio, siccome scrisse Orderico Vitale[1731]. Nel dì 29 di marzo si trovò esso pontefice in Liegi coll'accompagnamento di molti vescovi ed abbati franzesi. Vi concorse ancora Lottario re di Germania e d'Italia con buona parte dei prelati tedeschi[1732], e quivi sì egli, come la regina Richenza sua moglie furono solennemente coronati da esso papa. Promise in tal occasione Lottario di venir nell'anno seguente in Italia per liberar la Chiesa romana dallo scisma, e rimettere in possesso di Roma il legittimo pontefice Innocenzo. Venuto poscia a Parigi esso papa, quivi celebrò con incredibil magnificenza e divozion di quel popolo la settimana santa e la Pasqua del Signore. Visitò dipoi altre città della Francia, ed avendo intimato un gran concilio nella città di Rems[1733], lo tenne nel dì 19 di ottobre coll'intervento di tredici arcivescovi e di dugento sessantatrè vescovi (se non è scorretto il testo dell'Urspergense[1734]), e colla presenza dello stesso re e regina di Francia. In esso fu solennemente pubblicata la scomunica contra dell'antipapa Anacleto[1735] e di chiunque il favoriva; e non solamente il re de' Romani Lottario ed Arrigo re d'Inghilterra mandarono colà a confermar la loro aderenza al papa, ma anche i re d'Aragona e di Castiglia. Sul principio di quest'anno, per quanto ci assicura Falcone Beneventano[1736], il suddetto Anacleto, non potendo sofferire la comunità stabilita dal popolo di Benevento, cioè una specie di repubblica, ossia un'unione da lor fatta per resistere, occorrendo, agli ordini del papa loro sovrano, chiamato in aiuto suo con un buon corpo di milizie Roberto principe di Capoa, fece imprigionare i più potenti ed arditi di quella città, in guisa che ridusse quel popolo a dismettere la comunità, e a prestare una piena ubbidienza a' suoi voleri. Andò poscia a Salerno, e di là passò a Roma. Allorchè il popolo d'Amalfi, siccome di sopra è detto, si sottomise a Ruggieri, dichiarato poscia re di Sicilia e Puglia[1737], ritenne in suo potere le fortezze di quella città. Lo scaltro Ruggieri dissimulò allora il suo sdegno per questa lor pretensione. Ora che se la vide bella, spedita per mare una flotta sotto il comando di Giovanni suo ammiraglio, e raunato un forte esercito per terra, mise l'assedio a quella città. Dopo aver preso loro le terre di Guallo, Capri e Trivento, assediò anche Ravello, e talmente colle petriere flagellò la torre di quel castello, che già minacciava rovina. Allora fu che non solamente il popolo di Ravello, ma quello eziandio della città d'Amalfi mandarono a trattare di pace, nei cui capitoli diede il re Ruggieri quella legge ch'ei volle ai sudditi suoi. Dopo di ciò, tornò Ruggieri a Salerno, e quivi soggiornando, si vide comparir davanti Sergio duca di Napoli, che consigliato dal timore dell'ambizione e potenza d'esso re, senza voler aspettare la forza, andò a sottomettersi a lui, amando meglio di conservare il suo dominio come vassallo, che di perderlo affatto col voler fare resistenza. Da ciò pare che si deduca avere bensì Ruggieri ottenuto dall'antipapa Anacleto un non so qual diritto sopra Napoli nell'anno precedente, ma averne egli solamente nel presente acquistata la sovranità per la volontaria dedizione di Sergio. Come poi potesse pretendere Roma diritto sopra quella nobilissima città, che per più secoli si era mantenuta indipendente dall'imperio occidentale, con riconoscere per sovrani i soli imperadori d'Oriente in varii tempi; io lascerò indagarlo ad altri. Non so ben dire se in quest'anno oppure nel seguente succedesse quanto viene scritto da Falcone Beneventano e dall'Anonimo Casinense[1738]. Cioè, che essendo fuggita a Salerno, oppure chiamata dal re Ruggieri a Salerno Matilda sua sorella moglie di Rainolfo valoroso conte di Alife, col figliuolo d'esso conte, insorse nemicizia fra loro. Altri baroni ancora, fra i quali Tancredi di Conversano conte di Brindisi, Grimoaldo principe di Bari e Goffredo conte di Andria, si collegarono insieme, veggendo che Ruggieri tendeva a mettere il piede sul collo a tutti. L'Abbate Telesino, siccome parzial di Ruggieri, sopra d'essi baroni rigetta la colpa dei movimenti di guerra che sopravvennero, e de' quali parleremo all'anno seguente. Sarebbe stato da desiderare che questo istorico avesse registrato sotto i suoi precisi anni le imprese di Ruggieri. Ma egli lo trascurò. E ne' testi di Falcone e dell'Anonimo Casinense non v'ha sempre tutta l'esattezza necessaria della cronologia. Era nel precedente anno cominciala la guerra fra i Milanesi dall'una parte, e i Pavesi, Cremonesi e Novaresi dall'altra; e questa durò nel presente e nel susseguente anno. Abbiamo un testimonio autentico, cioè Landolfo da san Paolo[1739], che ci assicura essere stati vincitori in essa tenzone i Milanesi. E secondo Galvano Fiamma[1740], in quest'anno si venne ad una battaglia campale fra i Milanesi e Pavesi presso Macognago, nella quale quasi tutto l'esercito pavese restò sbaragliato, preso, e condotto nelle prigioni di Milano. Ebbe principio ancora in quest'anno la divisione fra i popoli di Modena e di Bologna[1741]. Bollivano liti fra il comune di Modena per cagione d'acque, di giurisdizioni e d'altre occorrenze, e l'insigne e ricchissimo monistero di Nonantola, situato nel territorio di Modena. Prevalendosi di questo litigio, i Bolognesi segretamente indussero quell'abbate Ildebrando a mettersi sotto la lor protezione, anzi a sottoporre quella terra al loro comune con varie vantaggiose condizioni: il che riuscì una grave ferita al cuore del popolo modenese.
NOTE:
[1731] Ordericus Vital., Hist. Eccles., lib. 13.
[1732] Vit. S. Godeardi. Ægid. Aureae Vallis, Hist. Leod.
[1733] Ordericus Vital., ibidem.
[1734] Urspergensis, in Chron.
[1735] Dodechinus, in Chron.
[1736] Falco Beneventanus, in Chron.
[1737] Alexander Abbas Telesinus, lib. 1, cap. 7.
[1738] Anonymus Casinensis, apud Peregrinium
[1739] Landulfus junior, Histor. Mediol., cap. 40.
[1740] Gualvan. Flamma, Manipul. Flor., c. 166.
[1741] Annales Mutinens., tom. 11 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCXXXII. Indizione X.
INNOCENZO II papa 3. LOTTARIO III re di Germania e d'Italia 8.
Per qualche mese ancora si trattenne papa Innocenzo in Francia con aggravio non piccolo di quelle chiese, come scrive Orderico[1742], perchè egli non avea altra maniera da mantenersi. Nel febbraio fu al monistero di Clugnì e a Lione, da dove passò a Valenza e a Sant'Egidio. Finalmente per montem Genuae (Genevae crede il padre Pagi[1743] che si debba leggere; Jacopo da Varagine[1744] scrive che Innocenzo II nel suo ritorno fu in Genova) fines Lombardiae intravit, atque apud Astam solemnitate Resurrectionis dominicae celebrata (nel dì 4 di aprile) venit Placentiam. Quivi celebrò il terzo suo concilio coi vescovi di Lombardia, della Romagna, Emilia e marca d'Ancona. Convien dire che egli lungo tempo si fermasse in quelle parti per aspettar l'arrivo del re Lottario, il quale, secondo il concerto, dovea venire in Italia. Vedesi una di lui bolla[1745], data in Cremona II idus julii dell'anno presente, in favore dei monaci di san Sisto di Piacenza. E in Brescia IV kalendas augusti un'altra. Portano esse bolle l'uso dell'anno pisano. Abbiamo dall'Annalista Sassone[1746] e dagli Annali d'Ildeseim[1747] che il re Lottario celebrò la festa dell'Assunzion della Vergine in Virtzburg, e di là poi mosse alla volta d'Italia, ma con un'armata assai tenue rispetto al suo decoro. Però solamente circa il principio di settembre arrivò per la via di Trento ai prati di Roncaglia sul Piacentino, dove soleano adunarsi i principi, vescovi, baroni e legati delle città di questo regno, allorchè il nuovo re veniva. Colà si portò ancora il papa per abboccarsi con lui, e stabilir le cose occorrenti per liberar dalle mani dell'antipapa la città di Roma, e conferir la corona dell'imperio ad esso re Lottario. Ma con poco suo onore fu Lottarlo ricevuto; perciocchè, secondo l'asserzione di Alberico monaco dei tre Fonti[1748], in multis locis tam amore Conradi, quam respectu paucitatis suae, ab incolis terrae subsannatus et despectus fuit. Verum paulo ante Conradus, qui a Mediolanensibus constitutus rex fuerat, paene omnibus suis amissis, periculose ad patriam repatriavit. Questo paulo ante ci fa scorgere insussistente l'opinione di chi credette partito d'Italia Corrado nell'anno 1129. Quivi dovette egli dimorare fino all'anno presente, finchè udita la mossa del re Lottario, non credendosi più sicuro in Italia, se ne fuggì non senza pericoli in Germania. Ora il pontefice dopo il suddetto abboccamento dovette venire sul Modenese al monistero di Nonantola, per cui erano insorte liti fra i popoli di Modena e Bologna. Ho io pubblicata una sua bolla data in quel monistero[1749] IV idus octobris coll'anno pisano 1133, che è il volgare 1132. Da tal bolla apparisce l'opulenza d'esso monistero. Dopo ciò, il pontefice, passando per monte Bardone, cioè per la strada di Pontremoli, andò a fermarsi in Pisa. Colà chiamati gli ambasciadori de' Genovesi, trattò fra essi e i Pisani la pace: e per gratificare amendue que' popoli, da' quali avea ricevuti più servigi, levò Siro vescovo di Genova dalla suggezione dell'arcivescovo di Milano, col conferirgli la dignità archiepiscopale[1750], e sottomettere a lui i vescovati di Bobbio e di Brugneto, e tre altri in Corsica. Dichiarò eziandio primate della Sardegna l'arcivescovo di Pisa, e a lui sottomise inoltre il vescovato di Populonia, e tre altri nella Corsica suddetta, con che contentò amendue quei popoli. Caffaro scrive[1751] che in Corneto fu stabilito l'ingrandimento di questi due arcivescovi. Se ciò è, appartiene il fatto all'anno seguente. Ma forse in Corneto furono solamente spedite le bolle di quanto in Pisa era stato accordato. Abbiamo dagli Annali d'Ildeseim[1752] e dal Cronografo Sassone che il re Lottario celebrò la festa del santo Natale nella terra di Medicina, sul Bolognese, e non già Modoetiae, ossia Monza, come sospettò il Leibnizio, per poca conoscenza di quella terra. Egli era nel luogo di Fontana sul Piacentino, allorchè concedette, in non so qual giorno, ai canonici di Cremona un privilegio[1753], notato coll'anno pisano.
Una gran rivolta di baroni di Puglia era seguita contra Ruggieri re di Sicilia. Verisimilmente sperando la venuta del re Lottario e di papa Innocenzo, si animarono tutti contra di chi faceva a tutti paura. Ma Ruggieri, appena comparsa la primavera, con potente esercito passato lo Stretto[1754], si portò a Taranto, e di là passò all'assedio di Brindisi, che era di Tancredi di Conversano, con obbligar quella città alla resa. Ritenne prigione Goffredo conte di Andria, che fu astretto a cedergli buona parte delle sue terre. Quindi portò la guerra contra della città di Bari, e in tre settimane indusse quei cittadini a capitolare la resa, e a dargli in mano Grimoaldo principe di quella città, che fu mandato prigione in Sicilia. Venuti poi ad aperta rottura contra di Ruggieri il principe di Capoa Roberto II e Rainolfo conte d'Alife cognato del re medesimo, unirono un'armata, se crediamo a Falcone, di tre mila cavalli e quaranta mila fanti (numero che ha dell'eccessivo). Riuscì all'accorto re Ruggieri, di guadagnar Crescenzio, cardinale dell'antipapa Anacleto, che governava allora Benevento, con indurre parte di quel popolo e Landolfo arcivescovo a giurare la neutralità in que' torbidi di guerra. Ma sparsasi voce che Crescenzio volea dare in poter di Ruggieri essa città di Benevento, quel popolo andò nelle furie; e sollecitato dipoi dal principe di Capoa e da' suoi aderenti, abbracciò il partito di papa Innocenzo II. Portossi il re all'assedio di Nocera, per soccorrere la quale s'affrettò il principe di Capoa, sicchè all'Atripalda, o, come scrive l'Abbate Telesino, al fiume Sarno, in luogo chiamato Scafato, nel dì 24 di luglio si venne ad una battaglia campale. Al primo incontro riuscì a Ruggieri di far piegare e prender la fuga all'ala sinistra comandata dal principe di Capoa; ma il valoroso conte Rainolfo, che guidava l'ala destra, con tal bravura si spinse addosso all'armata del re, che in fine la sbaragliò, ed ottenne piena la vittoria coll'acquisto di un ricco bottino, ma non senza grande spargimento di sangue da ambedue le parti. Vedesi descritta questa vittoria in una lettera del vescovo agatense presso Udalrico da Bamberga[1755]. Non era avvezzo a simili colpi il re Ruggieri: questo servì ad umiliare alquanto la di lui ambizione ed alterigia. Ritirossi egli più che in fretta a Salerno, con volto nondimeno allegro e costanza tale d'animo, come se nulla gli fosse accaduto. Ma questa sua disavventura incoraggì forte tutti i suoi nemici, di modo che i baroni già abbassati ripigliarono l'armi contra di lui. Era dietro a far lo stesso anche il popolo di Bari; ma comparso colà Ruggieri, frenò i loro movimenti colle buone, e coll'accordare a que' cittadini quanto seppero addimandare. Poscia, dopo aver dato un terribil sacco al territorio di Benevento, venuto il dicembre, se n'andò in Sicilia a preparar nuove forze, per poter resistere, anzi per potere dar legge a tanti che s'erano ribellati contra di lui.
NOTE:
[1742] Ordericus Vital., Hist. Ecclesiast., lib. 13.
[1743] Pagius, Crit. ad Annal. Baron.
[1744] Jacob. de Varagine, in Chron.
[1745] Campi, Istor. di Piacenza, nell'Append.
[1746] Annalista Saxo.
[1747] Annales Hildesheim.
[1748] Alberic. Monachus, apud Leibnitium.
[1749] Antiquit. Italic., Dissert. LXV.
[1750] Cardin. de Aragonia, in Vita Innocentii II. Gualvanus Flamma, Manip. Flor., cap. 167.
[1751] Caffari, Annal. Genuens., lib. I.
[1752] Annal. Hildesheim. Chronogr. Saxo, apud Lebnitium.
[1753] Antiquit. Italic, Dissert. LXII.
[1754] Falco Beneventanus, in Chron. Alexander Telesinus, lib. I.
[1755] Udalricus Bamberg., tom. 2 Corp. Histor., p. 366, apud Eccardum.
Anno di CRISTO MCXXXIII. Indizione XI.
INNOCENZO II papa 4. LOTTARIO III re 9, imper. 1.
Addolcito alquanto il verno, passò in Toscana il re Lottario, e a Calcinaia nel territorio di Pisa si abboccò di nuovo con papa Innocenzo[1756]. Marciò dipoi per la strada regale fino a Viterbo, dove arrivato ancora per la Marittima il pontefice, s'inviarono poscia unitamente per Orta, e pel territorio della Sabina e di Farfa sino a Roma. Dacchè furono vicini a Roma, si accamparono presso a Santa Agnese, e in quel luogo ebbero una visita da Teobaldo prefetto di Roma, da Pietro Latrone (e non Leone, come ha il testo del Baronio) e da altri nobili romani del loro partito. Entrati finalmente in Roma sul fine d'aprile, papa Innocenzo II liberamente prese alloggio nel palazzo lateranense, e Lottario colle sue genti sul Monte Aventino. Buona parte allora de' Romani si dichiarò in favore del legittimo pontefice; ma non lasciò per questo l'antipapa Anacleto coi suoi aderenti di tener saldo castello Sant'Angelo colla basilica vaticana, ed altri siti forti di quella città, coll'andare intanto inviando ambasciatori al re Lottario, pregandolo di voler dar luogo senza guerra ad un esame canonico delle sue ragioni e di quelle d'Innocenzo, con esibire ancora ostaggi e fortezze in deposito. Ma i fatti non corrispondevano alle parole. Nè Lottario avea condotto tali forze da poter metter costui a dovere. Non più di due mila cavalli, scrivono alcuni ch'egli avesse di seguito[1757]. Vennero bensì in aiuto del papa con otto galee i Genovesi[1758]; con altre ancora vi accorsero i Pisani, e presero Cività Vecchia con altri piccioli luoghi, ma neppur questo bastava a snidar l'antipapa ben fortificato ed assistito da molti nobili romani suoi aderenti. Veggendosi adunque mal disposte le cose[1759], fu risoluto di dar come si potea la corona imperiale al re Lottario: al qual fine fu scelta la basilica lateranense, giacchè non si potea far la funzione nella vaticana. Pertanto nel dì 4 di giugno, giorno di domenica, dalla mano di papa Innocenzo II ricevette Lottario la corona e il titolo d'imperadore. Ora egli si truova chiamato Lottario III in quanto era re d'Italia, e Lottario II come imperadore. Da lì a pochi giorni si compose la differenza durata fin qui fra la santa Sede ed Arrigo V imperadore e Lottario suo successore[1760], per l'eredità dei beni allodiali della contessa Matilda. Fu preso questo mezzo termine, che il pontefice ne investisse esso Lottario, e dopo lui Arrigo IV duca di Baviera e Sassonia, genero dello stesso imperadore, con che egli giurasse omaggio e fedeltà per esse terre al pontefice romano. Ne rapporta il cardinal Baronio la bolla pontificia. Abbiam veduto di sopra che la linea estense di Germania, ossia dei duchi di Baviera, per le nozze del duca Guelfo V colla suddetta contessa Matilda, pretese la di lei eredità. Restarono esaudite in quest'anno le sue pretensioni, di modo che il duca Arrigo, il più potente de' principi della Germania, e che riteneva in Italia la porzione sua negli antichi Stati della casa d'Este, maggiormente stese la sua possanza ancora in queste parti colla giunta di quelli della contessa Matilda. Vennero a Roma in tal congiuntura Roberto principe di Capoa e Rainolfo conte di Alife con circa trecento cavalli[1761], sperando di concertar le maniere di difendersi da Ruggieri re di Sicilia; ma gittarono i passi; perchè troppo smilze erano le forze dell'Augusto Lottario, e meno poteva papa Innocenzo, perchè in mano dell'antipapa restavano quasi tutte le torri e fortezze di Roma.
Approssimandosi intanto i caldi perniciosi della state, l'imperador Lottario, con rimettere a tempo più propizio il totale ristabilimento di papa Innocenzo, sen venne alla volta di Lombardia. Era egli nel campo di san Leonardo sul Mantovano nel dì 30 di luglio[1762], quando confermò al popolo di Mantova tutti i suoi privilegii, con facoltà di trasferire il palazzo imperiale dal borgo di San Giovanni al monistero di là dal fiume Mincio. Abbiamo dagli Annali d'Ildeseim[1763], che giunto l'Augusto Lottario alla chiusa sull'Adige, nell'andare da Verona a Roveredo, essendogli negato il passaggio dagli abitanti di quel paese, egli mirabilmente s'impadronì della città situata in cima al monte (ben difficile è a credere che ivi fosse una città), fece prigione il padron d'essa, e felicemente passò in Germania, con celebrar la Natività della Vergine in Virtzburg, dove fu gran concorso di principi ecclesiastici e secolari. Dimorò per qualche tempo ancora papa Innocenzo in Roma nel palazzo lateranense; ma trovandosi continuamente infestato dall'antipapa e mal sicuro, ne uscì, e nel mese di settembre andò a ricoverarsi in Pisa, dove con grande onore ed amore accolto, trovò quel popolo costantissimo nel suo servigio. Mentre era in Roma l'imperador Lottario, certificato il re Ruggieri che nulla v'era da temere di lui, con un'armata più poderosa delle passate venne dalla Sicilia in Puglia[1764], pieno di veleno contra de' baroni ribelli e mancatori del giuramento a lui prestato. Ciò udito da Roberto principe di Capoa, veggendo egli fallite le sue speranze di ottener soccorso dai Tedeschi, d'ordine del papa, nel dì 24 di giugno se ne andò per mare a Pisa, dove gli riuscì d'impetrar allora alquanto di gente, con cui se ne ritornò a casa, portando seco la promessa d'un aiuto di cento legni nel marzo prossimo venturo. Fece anche un trattato co' Genovesi, senza de' quali non si vollero impegnare i Pisani. Intanto il re Ruggieri, come un folgore, piombò sopra le terre de' baroni ribelli a lui contrarii[1765]. Prese Venosa, Nardò, Baroli, Binerbino ed altre città, commettendo tali crudeltà sopra d'esse e sopra gli abitanti, che peggio non avrebbono fatto i Turchi e Saraceni nemici di Cristo. Tentò indarno coll'assedio Brindisi, che fu bravamente difeso. Ma con felicità occupò le terre di Alessandro conte di Matera, il quale si salvò colla fuga in Dalmazia. Goffredo conte di Andria fatto prigione, fu inviato in Sicilia a far penitenza di sua fellonia. Non fu più propizia la sorte a Tancredi di Conversano, che si accinse alla difesa di Montepiloso. Assediata quella terra da Ruggieri, benchè forte di sito e guernita di coraggiosi difensori, pure dovette cedere alla forza ed industria d'esso Ruggieri, che condannò alle prigioni di Sicilia il conte caduto nelle sue mani. Con barbarie inaudita fece Ruggieri tagliare a pezzi tutti gli abitanti di quella terra, senza riguardo alcuno nè a donne nè a fanciulli. Si credette il popolo della città di Troia, allorchè intese incamminato il re alla lor volta, di placarlo; e però gli uscirono incontro con una divota processione e colle reliquie de' santi. Ma l'inumano re con occhi torvi guatata la misera genie, non volle ascoltarla, di maniera che chi qua e chi là presero la fuga. Fece egli mettere ne' ferri molti di quei cittadini, e dare il fuoco alle lor case e beni. Un egual trattamento provò poscia la città di Melfi. Con questo rapido corso di vittorie e di crudeltà s'impadronì egli di Bisseglia, di Trani, d'Ascoli, di Santa Agata e di altre terre. Intanto il conte Rainolfo, temendo che il temporale andasse a scaricarsi sopra le sue contrade, ricorse a Sergio duca di Napoli, il quale avea parimente cangiato mantello; e da lui e dal popolo d'Aversa ottenne promessa di un gagliardo aiuto. Ma per allora cessò il bisogno, perchè il re Ruggieri nell'ottobre passò in Sicilia con molti navigli carichi d'oro e d'argento e d'altre spoglie delle misere terre ch'egli avea non conquistate, ma ridotte all'ultima rovina. Altro da soggiogare non gli restava, se non Roberto principe di Capoa, Rainolfo suo cognato conte d'Alife, e Sergio duca di Napoli. Secondo il padre Pagi[1766], passò nel dì 3 di dicembre dell'anno presente a miglior vita san Bernardo vescovo di Parma, la cui Vita, scritta da un autore contemporaneo, è passata fino a' nostri tempi. Sappiamo di certo ch'egli avea accompagnato a Roma nell'anno presente l'Augusto Lottario.
NOTE:
[1756] Cardinal. de Aragonia, in Vita Innocentii II, P. I, tom. 3 Rer. Ital.
[1757] Falco Beneventanus, in Chron.
[1758] Caffari, Annal. Genuens., lib. 1.
[1759] Otto Frisingensis, in Chron., lib. 7, cap. 18. Annalista Saxo.
[1760] Baronius, in Annal. Eccles. ad hunc annum.
[1761] Falco Beneventanus, in Chron.
[1762] Antiquit. Italic., Dissert. XIII.
[1763] Annales Hildesheim. Annalista Saxo.
[1764] Alexander Telesinus, lib. 2, cap. 36.
[1765] Falco Beneventan., in Chron. Romualdus Salernitanus, in Chron.
[1766] Pagius, ad Annal. Baron.
Anno di CRISTO MCXXXIV. Indizione XII.
INNOCENZO II papa 5. LOTTARIO III re 10, imper. 2.
Tenne in quest'anno nel dì 30 di maggio papa Innocenzo II un concilio[1767] generale nella città di Pisa, eletta da lui per suo domicilio, finchè Dio provvedesse allo scisma di Anacleto. Sono periti gli atti di quell'insigne sacra adunanza, a cui concorsero i vescovi ed abbati, non solamente dell'Italia, ma anche della Francia e Germania. Fra gli altri v'intervenne san Bernardo abbate di Chiaravalle, gran luminare allora della Chiesa di Dio. Sappiamo che in esso concilio fu confermata la scomunica contro il suddetto antipapa e contro tutti i suoi aderenti e protettori[1768]. Furono ivi deposti Pietro vescovo di Tortona, Uberto vescovo di Lucca, e i vescovi di Bergamo, Boiano ed Arezzo, forse perchè fautori dell'antipapa Anacleto. Osservò il cardinal Baronio[1769], che nel ritornare da questo concilio varii vescovi ed abbati franzesi, furono essi presi ed incarcerati nella Lunigiana e in Pontremoli. Ne parla Pietro abbate di Clugnì in una lettera a papa Innocenzo[1770]; ma senza specificare chi fosse l'autore di tale iniquità, cioè se i partigiani dell'antipapa, oppure alcun padrone di quelle terre. Dalle memorie accennate dal Fiorentini[1771] abbiamo che nel 26 di novembre dell'anno 1131 si trovava nel distretto di Volterra_ Ramprettus divino munere Thusciae praeses et marchio_. Questo suo diploma l'ho io divolgato altrove[1772]. Leggesi poi negli Annali pisani, all'anno 1135 pisano, cioè nel 1134 nostro volgare, che[1773] III kalendas junii Pisis est celebratum concilium per papam Innocentium, et alios praelatos. In quo concilio Ingilbertus de marchia Tusciae investitus est. Qui postea defensus a Pisanis, et a Lucensibus ubique offensus, et victus apud Ficecchium in campo, Pisas cum lacrymis fugiens, a Pisanis vindicatus est. Chi desse l'investitura della Toscana a questo Ingelberto, non apparisce. Potrebbe credersi che il papa colle pretensioni dell'eredità della contessa Matilda, la desse. Ma questi non potea conferire ad altrui le provincie dell'imperio escluse dall'eredità d'essa Matilda. E se egli le avesse pretese come allodio, già abbiamo veduto che ne aveva investito Arrigo duca di Baviera. All'anno 1137 si scorgerà che l'imperadore mandò soccorso allo stesso Ingelberto; e però dovea questi essere suo vassallo per la Toscana. Ma non volendo i Lucchesi che loro comandasse, quindi nacque la guerra contra di questo marchese. Non è facile a me il determinare se in questo, oppure nel precedente anno fosse dai Milanesi rigettato e deposto Anselmo arcivescovo di Milano, dianzi scomunicato, per aver coronato re d'Italia Corrado. Ne era anche provenuto gran danno alla chiesa di Milano, come attesta san Bernardo in una sua lettera ai Milanesi[1774]; perchè papa Innocenzo II l'avea spogliata della dignità di metropoli ecclesiastica, e a lei sottratti i suoi suffraganei, e fra gli altri costituito arcivescovo il già vescovo di Genova sottoposto a Milano. Nega il padre Pagi questo fatto; ma paiono assai chiare le parole di san Bernardo al popolo milanese, dove dice: Quid contulit tibi vetus tua rebellio? Agnosce potius, in qua potestate, gloria, et honore suffraganeorum tuorum tamdiu privata exstitisti, con quel che segue. Non era forestiera in questi tempi una tal pena, e l'abbiam anche veduta usata contro la chiesa di Ravenna. Racconta Landolfo da San Paolo[1775] che i Milanesi, clero e popolo, si sollevarono contra d'esso Anselmo, oramai pentiti d'aver favorito l'antipapa Anacleto e lo spurio re Corrado. Però si arrogarono l'autorità di dichiararlo decaduto, in guisa che egli fu costretto a ritirarsi nelle castella della chiesa milanese. Fu poi confermata, ossia autenticata nel concilio di Pisa la deposizione d'Anselmo dal pontefice Innocenzo. Ma prima d'esso concilio aveano i Milanesi invitato alla loro città san Bernardo, la cui santità ed autorità facea in questi tempi gran rumore dappertutto, acciocchè colla sua presenza e destrezza mettesse fine allo scisma della loro città, e li riconciliasse con papa Innocenzo II e coll'imperadore Lottario. Se ne scusò il santo abbate allora, perchè chiamato a Pisa. Ma appena terminato quel concilio, il pontefice l'inviò colà con Guido, non già arcivescovo di Pisa, ma bensì cardinale di nascita Pisano, col vescovo d'Albano Matteo, personaggio di rare virtù, e con Goffredo vescovo di Sciartres[1776]. La divozione con cui il popolo di Milano venne all'incontro di quel celebre abbate, fu incredibile. Il riceverono come angelo di Dio, baciandogli i piedi, e pelandogli il mantello, con dispiacere nondimeno della sua profonda umiltà. Colla mediazione di questi legati apostolici e di san Bernardo abiurò tutto quel popolo non meno l'antipapa che il re Corrado, sottomettendosi al vero papa e all'Augusto Lottario. E perciocchè era vacante per le addotte cagioni la chiesa ambrosiana, universale fu il desiderio di quel popolo per ottenere in loro arcivescovo il santo abbate di Chiaravalle, per la cui intercessione succederono allora molte miracolose guarigioni in Milano. Corsero in folla alla chiesa di san Lorenzo, nella cui canonica era egli alloggiato, richiedendolo per loro pastore; ma il buon santo, che teneva sotto i piedi tutte le grandezze umane, nel dì seguente colla fuga deluse tutte le loro speranze. Altrettanto avea fatto a Genova. Allora fu che alcuni suoi discepoli restati in Milano si accinsero colla raccolta delle limosine a fondare il monistero de' Cisterciensi di Chiaravalle fuori di Milano. Andò poscia san Bernardo a Pavia, e quindi a Cremona, per troncare il corso alla guerra, che quei popoli tuttavia manteneano contra di Milano. Pare che i Pavesi si quetassero alle vigorose insinuazioni di lui, ma non già i Cremonesi, tuttochè vedessero ritornata all'ubbidienza de' varii suoi superiori la città di Milano, come si raccoglie da una lettera d'esso san Bernardo a papa Innocenzo[1777].
Tornò sul principio di quest'anno Roberto II principe di Capoa a Pisa, per sollecitare i soccorsi a lui promessi[1778], e sul fine di febbraio comparve in Capoa, menando seco due de' consoli pisani, e circa mille soldati levati da quella città. Sergio duca di Napoli e Rainolfo conte di Alife approvarono il trattato da lui fatto in Pisa[1779], e somministrarono il danaro occorrente per accelerar la venuta della flotta pisana. Intanto eccoti arrivare a Salerno il re Ruggieri con circa sessanta galee, ch'egli immediatamente spedì contra di Napoli. Ma ritrovarono quel popolo che non dormiva, ed accorse valorosamente alla difesa. Però, dopo aver dato il sacco ad alcune castella di que' contorni, se ne ritornarono a Salerno. Quivi raunata una poderosa armata di Siciliani e Pugliesi, e spintala addosso al castello di Prata, tuttochè fosse luogo forte, quasi in un momento se ne impadronì, e lo diede alle fiamme. Nello stesso primo giorno sottomise Altacoda, la Grotta e Summonte: il che sparse il terrore fra i Beneventani, Capoani e Napoletani suoi avversarii. Inoltratosi poi verso il principato di Capoa, prese Palma e Sarno. Intanto il conte Rainolfo animò tutti i suoi aderenti, ed uscì in campagna collo esercito suo per fermare i progressi di Ruggieri. Ma questi, dopo aver munite le rive del fiume Sarno di cavalieri e d'arcieri, per impedire al conte il passaggio, andò a mettere l'assedio a Nocera, città forte del principato di Capoa. V'era dentro Ruggieri da Surriento con buona guarnigione, animoso guerriero, e risoluto di ben difenderla; ma per tradimento d'alcuni gli convenne depor l'armi e rendersi. Passò di là il re Ruggieri contra le terre del conte Rainolfo, e ne conquistò alcune: il che veduto dal conte, per consiglio de' suoi, mandò a trattar di pace. Ruggieri diede allora luogo alla collera contra del cognato, e purchè egli si sottomettesse, accettò la proposizione di restituirgli la moglie e il figliuolo. Presentossi dunque il conte al re, e inginocchiatosi volle baciargli i piedi. Nol consentì Ruggieri, e baciatolo in volto, pacificossi con lui, e ne ricevette il giuramento di fedeltà. Trattò in tale occasione Rainolfo anche della pace con Roberto principe di Capoa; e il re s'indusse a concederla, purchè Roberto prima della metà del mese d'agosto si riconoscesse suo vassallo, e cedesse le terre perdute. Era in questo mentre ito a Pisa Roberto, per implorare il promesso soccorso da papa Innocenzo e dai Pisani. Passato quel termine, il re, veggendo non essere accettata l'esibita pace, s'impossessò di Castello a Mare, e di altre terre d'Ugo conte di Boiano. Andò al monistero di Telesa[1780], dove fu ben accolto da Alessandro abbate, scrittore poi dei fatti del re medesimo; e di là s'inviò alla volta della nobilissima città di Capoa. Niuna difesa volle far quel popolo, con attendere solo a placarlo; e però uscito in processione, con grande onore l'accolse, e con inni e lodi il condusse alla chiesa maggiore e gli giurò fedeltà. Si accigneva appresso il re Ruggieri, dopo essersi impadronito di Aversa e del resto del principato capoano, a passar contra di Napoli; ma Sergio duca di quell'inclita città, giudicando meglio di non aspettar la tempesta, venne in persona a rendersi, cioè a sottoporsi come vassallo alla di lui sovranità. Altrettanto fecero quei della casa di Borello. Presentossi anche Ruggieri sotto Benevento, con obbligar quel popolo a prestargli giuramento di fedeltà, salvo nondimeno l'omaggio dovuto al papa. Però non fu pigro l'antipapa Anacleto a volar colà, e a ripigliarne il possesso, con far poscia demolir le case d'alcuni di que' cittadini che non erano in sua grazia. Così in breve tempo ridusse il re Ruggieri sotto il suo dominio quel vasto e fioritissimo paese. Dopo di che pieno di gloria se ne tornò a Salerno, e di là in Sicilia. Roberto principe di Capoa restò in Pisa presso papa Innocenzo, aspettando amendue con pazienza migliori venti dal settentrione, cioè dall'imperadore Lottario. Scrive Landolfo da san Paolo[1781] che in quest'anno il principe Corrado, cioè lo stesso che dai Milanesi avea conseguita la corona del regno d'Italia, altiori consilio potitus, imperatoris Lotharii vexillifer est factus, cioè si era riconciliato coll'imperadore. Ma raccontando altri scrittori, che questa pace solamente seguì nell'anno prossimo venturo, o Landolfo anticipò il tempo, oppure s'incominciò in quest'anno il trattato della concordia, e poi si compiè nel seguente. Fino a questi tempi menò i suoi giorni Folco marchese d'Este, figliuolo del celebre marchese Azzo II, e progenitore della linea de' marchesi di Este, che fiorisce tuttavia nei duchi di Modena. Ciò apparisce da uno strumento di cession di beni da lui fatta al monistero di san Salvatore della Fratta[1782]. Quanto di vita gli restasse dipoi, non so dire. Ben so, ch'egli giunto al fine dei suoi giorni, lasciò dopo sè quattro figliuoli, cioè Bonifazio, Folco II, Alberto ed Obizo, e fors'anche il quinto, chiamato Azzo. Portarono tutti il titolo di marchesi, siccome costa dai loro strumenti, e signoreggiarono in Este, Rovigo e nelle altre antiche terre della casa di Este.
NOTE:
[1767] Labbe, Concil., tom. 10.
[1768] Cardinal. de Aragon., in Vit. Innocentii II, P. I, tom. 3 Rer. Ital.
[1769] Baron., Annal. Ecclesiast.
[1770] Petrus Cluniacens., lib. 3, Epist. 27.
[1771] Fiorent., Memor. di Matil., lib. 2, pag. 347.
[1772] Antiq. Italic., Dissert. XVII.
[1773] Annal. Pisani, tom. 6 Rer. Ital.
[1774] Bernardus, Epist. 131.
[1775] Landulfus junior, Hist. Mediol., cap. 41.
[1776] In Vit. S. Bernardi, lib. 2, cap. 2.
[1777] Bernardus, Epist. 314.
[1778] Falco Beneventanus, in Chron.
[1779] Alexander Telesinus Abbas, lib. 2, cap. 54.
[1780] Alexander Telesinus Abbas, lib. 2, cap. 65.
[1781] Landulfus junior, Hist. Mediolan., cap. 42.
[1782] Antichità Estensi, P. I, cap. 32.
Anno di CRISTO MCXXXV. Indizione XIII.
INNOCENZO II papa 6. LOTTARIO III re 11, imper. 3.
Quanto le conquiste e vittorie rendeano più orgoglioso il re Ruggieri, altrettanto affliggevano il buon pontefice Innocenzo II, dimorante in Pisa, che sempre più mirava allontanarsi la speranza di rientrare in possesso della città di Roma. Seco ancora si trovava Roberto principe di Capoa dopo la perdita del suo principato[1783]. Però frequenti lettere esso papa andava scrivendo all'imperador Lottario, per muoverlo a soccorrere la Chiesa di Dio, e a reprimere il re Ruggieri nemico dell'imperio. Assicurò in quest'anno l'Augusto suddetto i suoi propri interessi in Germania col dare la pace a varii suoi nemici e ribelli. I più potenti ed ostinati erano finora stati Federigo duca di Suevia e Corrado suo fratello. Fin l'anno precedente Arrigo duca di Baviera e Sassonia, genero dell'imperadore, dopo aver sostenuta con vigore negli anni addietro la guerra contro i due suddetti fratelli, avea tolta loro la città d'Ulma: colpo che sbalordì forte il duca Federigo, di modo che, mentre la imperadrice Richenza si trovava nella badia di Fulda, egli co' piedi nudi comparve alla di lei presenza, per implorar la grazia dell'Augusto suo consorte. Fu accettata la di lui umiliazione, e l'imperadrice dopo averlo fatto assolvere dalla scomunica per mezzo del legato apostolico che si trovava presso di lei[1784], trattò dipoi una piena concordia, a cui ebbe parte anche san Bernardo, che in questi tempi, mercè della sua santità ed eloquenza, era il mediatore di tutti i grandi affari. In quest'anno adunque nel dì 17 di marzo tenne l'Augusto Lottario una solenne dieta di quasi tutti i principi della Germania in Bamberga. Colà arrivò anche il duca Federigo, e gittandosi ai piedi dell'imperadore, umilmente il supplicò della sua grazia, che non gli fu negata, con impegnarsi di accompagnare l'imperadore nella spedizion d'Italia, già risoluta per l'anno seguente. Oltre ai legati del papa, che il sollecitavano a venire, mandò ancora Giovanni Comneno imperador de' Greci i suoi al medesimo Lottario con ricchi presenti, per confermar la pace ed amicizia fra l'uno e l'altro imperio, ed anche per muoverlo contra del re Ruggieri, il cui ingrandimento recava già non lieve gelosia ai Greci stessi. Diede udienza Lottario a questi ambasciatori nella festa dell'Assunzione della Vergine in Mersburg, e li rimandò ben regalati e contenti. Poscia dopo la festa di san Michele di settembre, trovandosi esso imperadore in Mulausen, colà venne Corrado fratello del suddetto duca Federigo, tutto umiliato, ed avendo ottenuta l'assoluzion della scomunica da Corrado arcivescovo di Maddeburgo, fu ammesso all'udienza dell'imperadore, a' cui piedi espresse il suo pentimento per la già usurpata corona d'Italia, ed implorò il perdono di tutti i suoi falli, che l'ottimo Augusto buona volontà gli concedette. Nella festa poi del Natale chiamò Lottario alla città di Spira tutti i principi, e con essi concertò la spedizion d'Italia, tanto sospirata dal romano pontefice. Altre novità succederono in quest'anno in Italia. Dopo il suo ritorno in Sicilia gravemente infermatosi il re Ruggieri, fece temer di sua vita[1785]. Non s'era egli per anche ben riavuto dal male, che la regina Alberia sua moglie fu sorpresa da più gagliarda malattia, che la portò all'altra vita; principessa per la sua religione e per le sue tante limosine di memoria benedetta fra i Siciliani. Tal malinconia ed afflizione per questa perdita assalì il re consorte, che serratosi in camera, come inconsolabile, per più giorni non si lasciò vedere se non da' suoi più intimi familiari. Come suol accadere in simili casi, cominciò a prendere piede, e a volar dappertutto la fama che Ruggieri più non fosse vivo, e che per politica si occultasse la morte sua.
Pertanto pervenuta questa voce a Pisa, Roberto principe di Capoa affrettò il soccorso promesso a lui da' Pisani, e con circa otto mila combattenti e con venti navi di quel popolo[1786] si portò nell'aprile di quest'anno a Napoli, dove sì egli che il duca Sergio alzarono bandiera contra del creduto defunto Ruggieri. Altrettanto fece ancora il conte Rainolfo, figurandosi anch'egli di poter così operare a mano salva, perchè persuaso della morte del sovrano a cui aveva giurata fedeltà. Allora fu che il popolo di Aversa, tuttochè non mancasse chi asseriva molto ben vivo il re, ribellatosi, richiamò l'antico suo principe Roberto. Volevano i Pisani marciare di là addosso a Capoa, sperandone la conquista; ma furono ritenuti da chi sapea esservi un buon presidio, comandato da Guarino, consiglier di Ruggieri, uomo accorto, il quale mandò legata a Salerno la gente più sospetta di quella città, ed uscì ancora in campagna contra dei nemici, portandosi al fiume Chiano. Il non veder comparire alcuno dalla Sicilia, accresceva ogni dì più la credenza della morte del re: quand'ecco arrivare esso re a Salerno nel dì 5 di giugno, e dar subito gli ordini per unir tutte le sue forze. La prima sua impresa fu contro la città di Aversa, da cui essendo fuggita buona parte di que' cittadini per paura a Napoli, non credendosi ivi sicuro il conte Rainolfo, anche egli tenne la medesima via. Restò la dianzi opulenta città alla discrezion di Ruggieri, che, dopo averla abbandonata al sacco, la fece dare alle fiamme. Devastò poscia tutti i contorni di Napoli; e Guarino suo cancelliere inviato contro le terre del suddetto conte, s'impadronì dell'amena città di Alife e di sant'Angelo. Perchè Caiazzo e Sant'Agata fecero resistenza, passò lo stesso Ruggieri all'assedio di esse, e le costrinse alla resa. Di là tornò ad infestar Napoli; ma conoscendo troppo difficile la conquista di quella forte città, se ne ritirò, comandando solamente che si rifabbricasse Cucolo ed Aversa, per ristrignere ed infestare coi loro presidii i Napoletani. Alle calde istanze di Roberto principe di Capoa, e, come si può credere, anche di papa Innocenzo, spedirono i Pisani in questo anno altre venti navi con gente guerriera a Napoli per opporsi agli attentati del re Ruggieri. Trovavasi allora la città di Amalfi senza milizia, perchè impegnati gli abili all'armi dal re parte per mare e parte in terra contra de' suoi nemici. Animaronsi perciò i Pisani ad assalire una mattina quella città, e l'assalirla e il prenderla fu lo stesso. Andò tutta a sacco quella ricchissima città; innumerabile e prezioso fu il bottino che vi fecero e ne asportarono alle lor navi i Pisani. In questa congiuntura, vecchia tradizione fra i Pisani è stata che i lor maggiori, trovato in Amalfi l'antichissimo e rinomato codice delle Pandette pisane, lo portassero colle altre spoglie a Pisa, da dove poi per le disgrazie di quella repubblica passò a Firenze. V'ha uno scrittore del secolo quartodecimo, da me dato alla luce, che lo accenna. Se possa l'asserzion sua bastare, s'è disputato fra due valenti letterati in questi ultimi tempi: intorno a che nulla io oserei di decidere. Ben so che nell'anno presente 1135, chiamato da' Pisani secondo il loro stile 1136, toccò ad Amalfi la disavventura suddetta. Poscia i Pisani fecero lo stesso giuoco[1787] alla Scala, a Revello e ad altri piccioli luoghi. Ma saputosi dal re Ruggieri il guasto dato dall'armi pisane, da Aversa accorse colà colla sua armata, e trovati i Pisani all'assedio della Fratta, diede loro una considerabile spelazzata con ucciderne o farne prigioni circa mille e cinquecento. Fra i prigioni si contarono due de' consoli pisani, e il terzo vi lasciò la vita. Se ne tornarono i restanti alla lor patria colle navi cariche di spoglie, e con esso loro andò ancora il principe Roberto. Ruggieri, dopo essere tornato ai danni dei Napoletani, e fatto tagliar loro gli alberi portanti le viti, andò a Benevento, dove colla bandiera investì del principato di Capoa Anfuso suo terzogenito (nome che è lo stesso che Alfonso), e dichiarò conte di Matera Adamo suo genero. Disposti poi gli affari della Puglia, e creati nel dì del santo Natale cavalieri Ruggieri duca suo primogenito, e Tancredi principe di Bari suo secondogenito, se ne andò dipoi in Sicilia. Per quanto crede il signor Sassi[1788], nel dì 29 di luglio dell'anno presente eletto fu arcivescovo di Milano Robaldo ossia Roboaldo vescovo d'Alba, il quale fu detto che accettasse l'elezione con patto di ritener il primiero suo vescovato[1789]. E circa questi tempi uscirono i Milanesi in campagna contra de' Cremonesi, ma con poca fortuna, perchè furono fatti prigioni cento trenta de' loro soldati a cavallo. Apparisce ancora da una lettera di san Bernardo[1790] che anche i Piacentini ebbero nelle lor prigioni altri Milanesi. Accadde circa questi tempi che il deposto arcivescovo Anselmo, colla speranza di aver soccorso dall'antipapa Anacleto, si mosse per Po alla volta di Roma. Nelle vicinanze di Ferrara fu preso da Goizo de Martinengo, e inviato prigione a Roma nel mese d'agosto. Quivi l'infelice consegnato a Pietro Latrone ministro del papa, nello stesso mese finì i suoi giorni, senza sapersi se di morte naturale. Come poi si arrischiasse il papa a trasmettere un prigione di tanta conseguenza a Roma, dove comandava l'antipapa, non si può intendere, se non supponendo che anche il partito d'esso pontefice ritenesse tuttavia assai vigore e delle fortezze in quella città.
NOTE:
[1783] Annalista Saxo.
[1784] Abbas Urspergensis, in Chron.
[1785] Alexander Telesinus, lib. 3, cap. 1.
[1786] Falco Beneventanus, in Chron.
[1787] Alexander Telesinus, lib. 3, cap. 20.
[1788] Saxius, in Notis ad Hist. Landulfi junior.
[1789] Landulfus junior, Histor. Mediol., cap. 42.
[1790] S. Bernard., Epist. 131.
Anno di CRISTO MCXXXVI. Indizione XIV.
INNOCENZO II papa 7. LOTTARIO III re 12, imper. 4.
Puossi ben credere che se non era amareggiato, era almeno bisognoso di molta pazienza il cuore del pontefice Innocenzo II, al veder crescere ogni dì più le prosperità del re nemico Ruggieri, e non mai muoversi dai suoi paesi l'imperadore Lottario per venire al soccorso d'esso papa e dei suoi alleati. Però sul principio del presente anno spedì allo stesso Augusto per suo legato Gherardo cardinale[1791] con Roberto principe di Capoa e Riccardo fratello del conte Rainolfo, a ricordargli vivamente il bisogno e le promesse di lui. Lottario benignamente gli accolse, li regalò, e li rimandò in Italia con sicurezza che in questo anno egli sarebbe calato con formidabile esercito in Italia. Anche Sergio duca di Napoli passò per mare a Pisa, affine d'implorare al suo pericoloso stato gagliardi soccorsi dal papa e dal popolo pisano. Quante buone parole e promesse egli volle, facilmente ottenne, ma nulla di fatti. Qualche segreto emissario dovea avere il re Ruggieri in quella città, che con regali distornò l'affare: laonde convenne al duca tornarsene, ma assai mal contento, a Napoli, città che già penuriava di viveri, non potendone ricevere nè per terra nè per mare, perchè tutti i contorni e il mare stesso erano infestati dalle genti e dalle galee di Ruggieri. Tuttavia Sergio ebbe maniera di arrivare colà con cinque navi cariche di vettovaglia: il che fu di gran conforto a quel popolo. Ma più si animarono essi coll'avere il duca portata la sicurezza che in quest'anno comparirebbe in Italia l'imperadore Lottario con gran potenza, e verrebbe a liberarli dal tiranno Ruggieri. Quali imprese facesse in quest'anno esso Ruggieri, non è giunto a nostra notizia, perchè la storia di Alessandro abbate di Telesa termina col fine dell'anno precedente; e Falcone altro non scrive, se non che crebbe a tal segno la fame nella città di Napoli, che molti fanciulli, giovani e vecchi cadeano morti per le piazze. Contuttociò era disposto quel popolo a soccombere piuttosto alla morte che di andar sotto il dominio dell'odiatissimo re Ruggieri. Nè Sergio duca mancava dal suo canto di rinvigorirli con far loro conoscere imminente l'arrivo dell'imperadore, colle cui forze si sarebbono liberati da quelle angustie. Tuttavia Falcone non dice una parola, che Ruggieri fosse in persona al blocco di Napoli. Tenne in quest'anno l'Augusto Lottario nella festa dell'Assunzione della Vergine una dieta generale in Wirtzburg[1792], terminata la quale, si mise in marcia con un potente esercito alla volta dell'Italia. Seco erano gli arcivescovi di Colonia, Treveri e Maddeburgo, con assai altri vescovi ed abbati, Arrigo duca di Baviera e Sassonia, e genero di esso Augusto Corrado duca, dianzi efimero re d'Italia, ed altri non pochi principi e baroni. Presso alla città di Trento ritrovò i ponti rotti, e chi s'opponeva al suo passaggio. Presto se ne sbrigò; ed arrivato alla Chiesa dell'Adige, quivi ancora gli fu contrastato il passo; ma colla morte degli abitanti e del loro signore si fece largo, ed arrivò a Verona, dove fu con grande onore accolto. Andò poscia ad accamparsi presso il fiume Mincio, ed essendo comparsi colà in folla i Lombardi, tenne ivi una magnifica corte nella festa di san Maurizio, cioè nel dì 22 di settembre; e però non è da credere, come si figurò il padre Pagi, ch'egli nell'agosto fosse giunto al castello di san Bassano: e molto meno ch'egli fosse nell'aprile dell'anno precedente in Piacenza, come ha un privilegio pubblicato dal Campi[1793], dato alla famiglia de' Bracciforti: documento anche per altre ragioni apocrifo ed insussistente. In tal congiuntura il vescovo di Mantova, che in addietro non s'era voluto sottomettere all'imperadore, fu necessitato ad umiliarsi e ad implorar la sua grazia. Guastalla, chiamata dall'Annalista Sassone oppidum munitissimum Warstal, d'ordine d'esso Augusto (non ne sappiamo il perchè), fu assalita e presa, e posto dipoi l'assedio all'alta sua rocca. Tale era anche allora il costume degl'italiani, e specialmente del re Ruggieri, di fabbricare simili rocche, fortezze, castelli e gironi nelle città, per tenere in freno i cittadini, ed aver un luogo sicuro contra de' nemici. Dubbio nondimeno mi è rimasto, se ivi veramente si parli di Guastalla, perchè sembra parlarsi di luogo posto alla collina, e non al piano, come Guastalla. Nella stessa maniera fu anche presa la città di Garda nel lago Benaco, ossia di Verona: de' quali due luoghi l'imperadore infeudò il suo genero, cioè il duca Arrigo. Ho io dato alla luce[1794] uno strumento difettoso nelle note cronologiche, e che appartiene, forse con errore, all'anno presente, in cui si vede fatta donazione del castello di Cavallilo, posto nel Veronese, al monistero delle Carceri di Este da esso Arrigo duca di Sassonia. Lo strumento è fatto in Este, e il duca dice: Cum ad nostrum dominium spectent multa oppida, castra, atque rura sita in marchia trivisana, et ea, quae in districtu veronensi habemus, ec. Può essere che ad un altro anno, e forse al duca Arrigo Leone appartenga quel documento. Ma comunque sia, di qui ancora risulta il dominio che la linea estense di Germania, cioè dei duchi di Sassonia e Baviera, tuttavia riteneva in Italia sopra la sua parte dell'eredità del marchese Alberto Azzo II progenitore anche dell'altra linea de' marchesi di Este.
Si trovò Cremona ribellante all'imperadore; e pure i Cremonesi erano stati fin qui nemici di Corrado innalzato dai Milanesi, e contrarii all'antipapa. Si sa, che avendo loro ordinato l'imperadore di rilasciar i prigioni milanesi, nol vollero ubbidire, nè consentirono alle proposizioni di pace. Ottone Frisingense scrive[1795], che dibattuta la controversia de' Milanesi coi Cremonesi, fu data ragione ai primi, e messi gli altri al bando dell'imperio. La disputa era per Crema. Perchè Lottario, in passando pel territorio loro, permise il sacco dei loro poderi e il taglio alle loro vigne. Casalam, item Cincellam oppugnavit, cepit, et destruxit, interfectis, et captis pluribus. Qui si parla di Casal Maggiore; ma qual luogo sia Cincella nol so dire. Arrivato poscia l'imperadore a Roncaglia sul Piacentino, bellissima e larga pianura, quivi per molti giorni si riposò, ed alzò tribunale con rendere a tutti giustizia. Vennero colà ben quaranta mila Milanesi ad inchinarlo con somma allegrezza, e in ubbidienza di lui, castrum munitissimum Samassan oppugnantes, ejus tamdem adjutorio ceperunt. Sono scorretti presso l'Annalista Sassone varii nomi di luoghi e di persone italiane. In vece di Samassan credo io che s'abbia a leggere Soncinum, che veramente fu preso con san Bassano, come si ha da Landolfo da san Paolo[1796]. Andò poscia Lottario a mettere il campo nei borghi di Pavia, città che al pari della collegata Cremona nol volle ricevere, anzi gli mandò alcune risposte ingiuriose. Male per quel popolo, perchè prevalendosi dell'occasione i Milanesi, acerbi loro nemici, talmente si diedero all'ingegno, che misero il piede in quella città. Già s'era dato principio agli incendii e alle stragi; ma usciti in processione i cherici e monaci, corsero, chiedendo misericordia, ai piedi dell'imperadore, il quale siccome principe clementissimo loro perdonò, e fece desistere i Milanesi dalle offese. Ma perciocchè nel dì seguente restò ucciso un conte tedesco che insolentemente volea rompere una porta dalla città: fu in armi tutto il campo contra de' Pavesi, minacciando la morte a tutti; ma questi, mostrata la loro innocenza, ottennero il perdono, con restar nondimeno condannati a pagar venti mila talenti. Così dall'Annalista Sassone[1797] narrati ci vengono questi fatti. Ma Landolfo da san Paolo, scrittore di maggior credito in questo, racconta[1798] che Lottario venne a Lardirago sul fiume Olona in vicinanza di Pavia. Usciti in armi i Pavesi, furono rispinti fin sotto le mura dal principe Corrado, e molti ne restarono prigioni. Allora i Pavesi vennero a' piedi dell'imperadore, e dopo aver liberati i prigioni milanesi, ottennero anch'essi la libertà de' suoi. Trovaronsi ancora ribelli all'Augusto Lottario Vercelli, Torino e Gamondo (non so se nome sicuro), e però coll'esercito passò egli colà, e colla forza mise al dovere quelle città, e lo stesso fece con Castello Pandolfo. Post haec ingressus est terram Hamadan principis suae majestati contradicentis, quem destructis innumeris urbibus et locis munitis subjici sibi compulit. Questo principe Hamadan ha gran ciera d'essere Amedeo conte di Morienna, progenitore della real casa di Savoia, che possedeva molti Stati in Italia, ed è chiamato zio del re di Francia da Pietro Cluniacense. Dagli scrittori del Piemonte non è stata conosciuta questa particolarità.
Venne poscia Lottario a Piacenza, anche essa collegata co' Cremonesi e Pavesi, e la espugnò. Da' Parmigiani fu accolto con grande onore, e loro in ricompensa concedette un castello e presidio contra de' Cremonesi loro nemici. Nè si dee lasciar sotto silenzio, che mentre questo imperadore sul principio di novembre tenne la sua magnifica dieta in Roncaglia, pubblicò una legge intorno ai feudi, che si truova fra le longobardiche[1799] e nel Codice de Feudis. Abbiamo ancora dal Dandolo[1800], che trovandosi egli in Correggio Verde sul Parmigiano, confermò i patti e privilegii a Pietro Polano doge di Venezia. Se vogliamo riposar sulla fede di Buonincontro Morigia[1801] e di Galvano Fiamma[1802], scrittori del quartodecimo secolo, l'Augusto Lottario in quest'anno Mediolanum venit, ubi ab Anselmo de Pusterla archiepiscopo mediolanensi primo in Modoetia, secundo in Mediolano coronatus fuit. Postea per Innocentium secundum in Roma coronatus fuit in ecclesia lateranensi. Zoppica di troppo questo racconto. Non era più arcivescovo, anzi neppur vivo in questi tempi Anselmo. E già vedemmo Lottario coronato imperadore in Roma nell'anno 1133. Che se quegli storici si sono intesi dell'anno stesso 1133, allora passava discordia fra esso imperadore e i Milanesi, ed Anselmo arcivescovo era legato dalla scomunica. Verisimil cosa nondimeno sarebbe, che trovandosi Lottario sì vicino a Milano, e così ben ristabilita l'armonia fra lui e quel popolo, si facesse coronare colla corona ferrea del regno d'Italia. Ma nulla dicendo di così importante funzione Landolfo da san Paolo, scrittore presente ai fatti d'allora, non si può far fondamento sull'asserzione de' suddetti storici posteriori, siccome lontani dal medesimo Landolfo[1803], che probabilmente in quest'anno, e prima che calasse in Italia Lottario, seguì un fatto d'armi fra i Milanesi e Pavesi colla sconfitta de' primi. Vexilla Mediolanensium, et eorum agmina capta aut fugata a Papiensibus velut mitissima ovium pecora. Portossi dipoi l'arcivescovo Robaldo a Pisa, dove giurò fedeltà a papa Innocenzo: risoluzione che dispiacque non poco al popolo milanese, quasichè cotale umiliazione sminuisse la dignità e libertà della lor chiesa. Pare nondimeno, secondo l'opinione del Puricelli[1804], che Robaldo sostenesse il suo punto in non volere ricever dalla mano del papa il pallio archiepiscopale, con esigere che gli fosse inviato a Milano, come per tanti secoli s'era praticato in addietro. A questa opinione dà qualche fondamento san Bernardo nella lettera CXXXI; se non che si crede essa scritta nel precedente anno 1135, e però converrebbe rapportare anche l'andata a Pisa di Robaldo a quell'anno. Certo è che questo arcivescovo, allorchè l'imperador Lottario fu in Roncaglia, si portò co' suoi suffraganei a fargli la corte; e che per ordine d'esso Augusto fulminò la scomunica contra de' Cremonesi, ostinati in non voler rendere i prigioni milanesi: scomunica nondimeno non approvata da papa Innocenzo II, il quale in quest'anno, oppure nel seguente, ne mandò l'assoluzione a quel popolo.
NOTE:
[1791] Falco Beneventanus, in Chron.
[1792] Annal. Saxo. Annal. Hildesh. Abbas Ursperg., in Chron.
[1793] Campi, Istor. di Piac., tom. 1 nell'Append.
[1794] Antichità Estensi, P. I, cap. 29.
[1795] Otto Frisingensis, lib. 7, cap. 19.
[1796] Landulfus junior, Hist. Mediolan., cap. 45.
[1797] Annalista Saxo.
[1798] Landulfus junior, Histor. Mediol., cap. 45.
[1799] Leg. Langobard., P. II, tom. 1 Rer. Ital.
[1800] Dandul, in Chron., tom. 12 Rer. Ital.
[1801] Morigia, Annal. Modoet., tom. 12 Rer. Ital.
[1802] Flamma, Manip. Flor., tom. 11 Rer. Ital.
[1803] Landulfus junior., Hist. Mediol., cap. 45.
Anno di CRISTO MCXXXVII. Indiz. XV.
INNOCENZO II papa 8. LOTTARIO III re 15, imper. 5.
Portò grandi mutazioni in Italia l'anno presente. Non apparisce in qual luogo l'Augusto Lottario solennizzasse la festa del santo Natale dell'anno addietro. Abbiamo un suo diploma[1805] dato in Reggio VI. X (cioè sexto decimo) kalendas januarii, anno dominicae Incarnationis MCXXXVI, Indictione XIV, che dovea correre sino al fine dell'anno. Abbiamo inoltre un placito tenuto nella stessa città di Reggio dall'imperadrice Richenza sua moglie[1806] septima die intrante mense novembri dello stesso precedente anno, Indictione XIV: segno che essa Augusta risiedeva in Reggio, mentre l'imperadore girava per la Lombardia. Non sussiste già che l'imperadore co' Cremonesi assediasse Crema in quest'anno, come volle Antonio Campi[1807]. Erano allora i Cremonesi in disgrazia d'esso Augusto. Sappiamo bensì dall'Annalista Sassone[1808] che egli si accampò nelle pianure di Bologna, ed assediò quella città con pensiero di venire anche agli assalti, se non fosse stato il rigoroso freddo di quel verno che lo impedì. Presero nondimeno i suoi un castello fortissimo alla montagna, dove tagliarono a pezzi più di trecento persone. Venne poscia a' voleri di lui essa città di Bologna. Ottone vescovo di Frisinga scrisse[1809] che Bononienses et Æmilienses, qui priori eum expeditione despexerant, supplices, ac multum servitii afferentes, ultro occurrunt. Seguita a dire l'Annalista Sassone che Lottario, capta Bononia, venit Cassan pacifice. Forse vorrà dire Cesena, nel nome suo da lui storpiata, come altri luoghi; e quivi celebrò la festa della Purificazion della Vergine, con essere comparso colà anche il duca di Ravenna a pagare i tributi del suo ossequio. Abbiam veduto all'anno 1129 Corrado duca di Ravenna. In questi tempi presso il Rossi troviamo Pietro duca in Ravenna. Se di alcun d'essi si parli nol saprei dire. Di là spedì Lottario il duca Arrigo suo genero in Toscana con un buon corpo di combattenti, per rimettere nel suo posto Eggelberto marchese cacciato da quei popoli, cioè quel medesimo di cui si è parlato all'anno 1134. Non si sentivano più voglia i Toscani di avere un marchese, cioè un superiore che loro comandasse a nome dell'imperadore, dacchè aveano preso ancora quelle città forma di repubblica. Passò dipoi l'imperador Lottario in vicinanza di Ravenna, dove fu onorato da quell'arcivescovo Gualtieri e da tutto il clero e popolo. Post haec aggressus est Lutizan[1810], quam prioribus satis rebellem et inexpugnabilem imperatoribus, primo impetu cepit. Che città sia questa mi è ignoto. Ben di qui ancora si vede che la Romagna era allora degl'imperadori, e che ne investivano gli arcivescovi di Ravenna. Inde Vanam (Fano), deinde Sinegalla (Sinigaglia) obsedit et expugnavit. Sicque Avennam civitatem adiit. Vuol, credo, dire Ancona. Sono di Otton Frisingense[1811] queste parole: Anconam, Spoletum cum aliis urbibus seu castellis in deditionem accepit. Ciò, secondo il suddetto Annalista, non succedette senza venire alle mani col popolo d'Ancona, e colla morte di due mila d'essi: dopo di che e per mare e per terra assediata quella città, fu costretta a rendersi e a contribuir cento legni al servigio del medesimo Augusto. Ma Buoncompagno, storico di questo secolo ed Italiano[1812], niega che Ancona si rendesse ai voleri dell'Augusto Lottario, il quale l'assediò bensì, ma senza frutto. Gli scrittori tedeschi sapeano per lo più gli affari d'Italia per fama; e la fama ingrandisce facilmente le cose. Se crediamo all'Urspergense, Lottario, passato l'Apennino, andò a Spoleti, senza sapersi perchè quella città facesse resistenza all'imperadore, e massimamente se mettessimo per vero che allora quelle contrade fossero governate da uno de' duchi Guarnieri, vassalli dell'imperio. Sembra nondimeno più probabile che Lottario non valicasse l'Apennino, sapendo noi dall'Annalista Sassone che celebrò la santa Pasqua nella città di Fermo, e di là entrò nella Puglia, impadronendosi a forza d'armi di Castel Pagano, luogo fortissimo, al cui governatore Riccardo fece poscia il re Ruggieri abbacinar gli occhi per non aver fatta la dovuta resistenza. Spedì egli il duca Corrado ad oppugnandum castellum Rigian, i cui abitatori non aspettarono la forza per rendersi. Arrivato esso Corrado a Monte Gargano, l'assediò per tre giorni, finchè giunto anche l'imperadore col grosso dell'armata, quel popolo depose le armi e venne all'ubbidienza. Dopo aver fatte le sue divozioni alla basilica di san Michele Arcangelo, passò Lottario a Troia, Ranne (forse Canne) e Barletta, gli abitatori delle quali città ostilmente uscirono contro al cesareo esercito, non con altro guadagno che di restar molti d'essi o trucidati o prigioni. Non volle fermarsi l'imperadore ad espugnar quei luoghi, e continuato il cammino, fu volentieri ricevuto dai cittadini di Trani, che all'arrivo suo smantellarono la rocca di Ruggieri. Ed essendo comparse ventitrè navi d'esso re con animo di rinforzar quel presidio, otto di esse furono sommerse, e l'altre si salvarono colla fuga. Tentò il re Ruggieri coll'esibizione di una gran copia d'oro di placare e guadagnare l'imperadore Lottario, ma il trovò sordo a questo canto.
Intanto il duca Arrigo passato in Toscana, per rimettere in posto il marchese Eggelberto ossia Ingelberto, nel piano di Mugello vinse il conte Guido ribello d'esso marchese, e col distruggere tre sue castella, l'obbligò a riconciliarsi con lui[1813]. Accompagnato poscia ad esso conte assediò Firenze, e, dopo averla costretta alla resa, vi rimise il vescovo dianzi ingiustamente cacciato dalla città. Da Pistoia, ove non trovò opposizione, andò alle castella di san Genesio e di Vico, che colla forza furono sottomesse. Dopo avere distrutta la torre di Capiano, nido d'assassini, s'inviò alla volta di Lucca con pensiero d'assediarla; ma interpostisi alcuni vescovi col santo abbate di Chiaravalle Bernardo, che chiamato, era prima venuto a trovare il papa, quel popolo, a cui non erano ignoti i maneggi de' lor nemici pisani contra di loro, comperò la pace collo sborso di una buona somma di danaro. Scrive l'Abbate Urspergense[1814] che il duca Arrigo fu investito del ducato di Toscana dall'Augusto suocero, verisimilmente per le ragioni spettanti alla linea estense di Germania sopra gli Stati posseduti dalla contessa Matilda in Italia. Inviatosi poi alla volta di Grosseto, espugnò Hunsiam, forse Siena, e diede alle fiamme i suoi contorni. Alle chiamate di lui risposero con insolenza i Grossetani; ma assediata la loro città, dopo aver preso colle macchine di guerra un fortissimo castello vicino, diede loro tal terrore, che non tardarono ad arrendersi. Trovossi o venne di marzo in quella città il pontefice Innocenzo, ed onorato e scortato dal duca, con esso lui passò a Viterbo. Erano quivi per la maggior parte i cittadini aderenti all'antipapa Anacleto; aveano anche distrutta dianzi la vicina città di San Valentino; ma per le esortazioni del papa e per la paura del duca si arrenderono col pagamento di tre mila talenti, intorno ai quali nacque discordia, pretendendoli il pontefice come padrone della città, e il duca per diritto di guerra. Giunti che furono a Sutri, quivi Innocenzo depose quel vescovo, e ne creò un altro. Da Monte Casino cacciarono il presidio del re Ruggieri. Capoa collo esborso di quattro mila talenti si esentò dall'assedio, ed ivi fu rimesso in possesso di quel principato Roberto oppresso dianzi dal re Ruggieri[1815]. Quindi nel dì 23 maggio passarono il pontefice Innocenzo II e il duca sotto Benevento, dove era una buona guarnigion di Ruggieri e i più de' cittadini fautori giurati dell'antipapa. I maneggi e il timore gl'indussero a rendersi e ad ammettere il legittimo lor sovrano Innocenzo, a cui giurarono fedeltà. Poscia nel dì 25 di maggio esso papa col duca Arrigo andò a ritrovar l'imperadore, che già avea intrapreso l'assedio di Bari; e nel cammino, per attestato di Pietro Diacono, si rendè loro la città di Troia. Con ammirabil onore ed allegrezza fu accolto il papa dall'Augusto Lottario. Senza far resistenza il popolo di Bari si diede ad esso imperadore; ma non già la rocca fortissima, ivi fabbricata dal re Ruggieri, che costò gran tempo, assalti e maneggio di macchine militari per impadronirsene. Fu messa a fil di spada quella guarnigione. La presa di sì importante città fu cagione che Melfi e le altre minori di Puglia e Calabria si sottomettessero. Intanto la flotta de' Pisani composta di cento navi da guerra, pervenuta a Napoli, ebbe ordine dall'imperadore di portarsi contra d'Amalfi, il cui popolo, collo sborso di molto danaro e col rendersi all'imperadore e ai Pisani, schivò l'eccidio. Presero dipoi essi Pisani a forza d'armi Revello, la Scala, la Fratta ed altri luoghi marittimi. Restava la sola città di Salerno, città per copia di popolo, di ricchezze e di fortificazioni allora molto riguardevole, alla divozione del re Ruggieri. Ebbero ordine i Pisani, Sergio duca di Napoli e Roberto principe di Capoa di mettere l'assedio per terra e per mare a quella città; e vi fu spedito anche il duca Arrigo col conte Rainolfo e un corpo di Tedeschi[1816]. Nel dì 18 di luglio si cominciò quell'assedio, al quale intervennero ottanta legni di Genovesi e trecento di Amalfitani, se pur non v'ha errore in sì sfoggiato numero di navi. Gran difesa fece il presidio di Ruggieri, insigni prodezze vi fecero i Pisani, i quali avevano preparato un'altissima e mirabil macchina per espugnar così dura fortezza. Ma venuti il papa e l'imperadore, cominciarono un trattato coi Salernitani, per cui fu loro conceduto l'ingresso e la signoria di quella città; il che inteso da' Pisani, i quali speravano il sacco di essa, talmente s'indispettirono, che abbandonarono ogni offesa, e, bruciata la macchina preparata, misero alla vela per tornarsene a casa, e gran fatica durò il papa per ritenerli. Romoaldo Salernitano[1817] racconta che dai Salernitani fu dato alle fiamme il castello di legno dei Pisani: del che tanto sdegno concepirono essi Pisani contra dell'imperadore per non avergli aiutati, che si accordarono col re Ruggieri. Cagionò nondimeno questa mala intelligenza che non si conquistasse la torre maggiore, ossia la rocca, in cui si rifugiò gran parte della guarnigione del re Ruggieri.
Dopo aver celebrata la festa dell'Assunzion della Vergine in Salerno, il papa e l'imperadore sen vennero ad Avellino, e quivi trattarono di creare un duca di Puglia che per valore e prudenza fosse atto a governare e sostener que' popoli contro la potenza del re Ruggieri. E perciocchè Roberto principe di Capoa per la delicatezza del suo corpo, e per altri difetti d'animo, non parve a proposito per sì rilevante impiego, ne fu creduto più degno il conte Rainolfo, chiamato da altri Rainone e Reginolfo, ma da altri poi con errore Raidolfo e Rainaldo. Qui insorse lite fra il papa e l'imperadore, pretendendo cadaun d'essi la sovranità in quelle parti e il diritto d'investirlo. Era dianzi nata un'altra controversia fra loro a cagione di Salerno[1818], che il papa dicea di suo diritto, e l'imperadore lo sosteneva per città dell'imperio, come s'ha principalmente da Romoaldo Salernitano. Per quasi trenta giorni durò la disputa dell'investitura da darsi al conte Rainolfo, nè altro temperamento trovandosi, finalmente tenendo colle mani amendue, cioè Innocenzo e Lottario, il gonfalone[1819], per mezzo d'esso l'investirono del ducato con infinita allegrezza di que' popoli. Un'altra calda contesa, narrata a lungo da Pietro Diacono, fu ne' medesimi tempi fra questi due supremi principi della Chiesa e dell'imperio, a cagion di Rinaldo eletto abbate di Monte Casino. Perchè ciò era seguito senza consentimento di papa Innocenzo II, e perchè egli pretendea scomunicati que' monaci per avere aderito all'antipapa, non volea ammettere per conto alcuno quell'eletto, e pretendeva che i monaci venuti al campo gli comparissero davanti in abito di penitenza ad implorar l'assoluzione. Si fece una lunga disputa per questo. Lottario sostenne per quanto potè i monaci e la libertà di quell'insigne monistero, siccome camera dell'imperio; ma in fine papa Innocenzo II la vinse. Fu rigettato Rinaldo, e promosso Guibaldo a quella badia. Iti poscia nel dì 4 di settembre a Benevento tanto il papa che l'imperadore, quel popolo per mezzo d'esso papa ottenne dall'Augusto Lottario che fossero levati varii aggravi loro imposti da' vicini conti normanni. Dopo di aver presa Palestrina, asilo allora di assassini, e liberato il monistero di Farfa, vennero poscia amendue alla volta di Roma. Innocenzo, assistito dai Frangipani e da altri nobili, ripigliò il possesso del palazzo lateranense; e Lottario, congedatosi dal papa, s'inviò per ritornare in Germania. Nel cammino prese Narni, domò il popolo di Amelia, e per Orvieto passò ad Arezzo, ed indi per Mugello a Bologna. Quivi congedò l'esercito, lasciando andar cadauno alle loro case. Giunto egli a Trento, e quivi solennizzando con allegria la festa di san Martino, cadde infermo. Ciò non ostante, avendo egli voluto continuare il viaggio, in una vilissima casuccia all'imboccatura dell'Alpi passò all'altra vita, miseram humanae conditionis memoriam relinquens. S'è disputato intorno al giorno della sua morte; ma i più convengono che questa accadesse nel dì 5 di dicembre di questo anno. Non si saziano gli antichi storici di esaltar questo imperadore per la somma sua religione, per l'amore de' poveri, per la gloria militare, per la prudenza e per altre virtù, di modo che non men dagli Italiani che dai Romani fu rinnovato in lui il titolo di Padre della patria. Fu portato il suo cadavero alla sepoltura nel monistero di Luter in Sassonia.
Ed ecco una mirabile scena delle umane instabili grandezze. Ma ne succedette un'altra nello stesso tempo non men considerabile. S'era fin qui ritenuto il re Ruggieri in Sicilia, aspettando miglior volto della fortuna, con applicarsi intanto a raunar milizie, e a preparar l'altre occorrenze di guerra. Saggiamente immaginò egli che non tarderebbe a ritirarsi l'imperadore colla sua possente armata, e che non sarebbe allora difficile il ricuperare il perduto. Così infatti avvenne. Appena era giunto verso Roma l'imperador Lottario, che Ruggieri con tutte le sue forze sbarcò a Salerno; e tra perchè si trovò tuttavia occupata dai suoi la torre maggiore, e per la divozione che gli professava quel popolo, con facilità ne ricuperò il possesso e dominio[1820]. Poi senza perdere tempo prese Nocera, e quindi Alife con tutte le terre proprie del duca Rainolfo. Voltossi appresso alla volta di Capoa con furore, e se ne impadronì; ma con lasciare affatto la briglia alla crudeltà. Fu dato il sacco a quella nobil città, e ne furono asportate immense spoglie e ricchezze, perchè si stese l'insolenza militare anche alle chiese, e fin le monache restarono involte in quella orribil calamità. Di molti Saraceni siciliani avea seco Ruggieri, che accrebbero l'esecrabile sfogo dell'avarizia e della libidine senza rispetto alcun alla religione. Roberto principe di Capoa si ricoverò altrove, e tutta la Terra di Lavoro venne in poter di Ruggieri. Intanto Sergio duca di Napoli, al veder tanta mutazione negli affari, non tardò ad implorar perdono e pace da Ruggieri, che l'obbligò a militar seco in quella campagna. Dopo la presa di Avellino arrivò il re sotto Benevento, dove quel popolo, rinunziando ad ogni difesa, si sottopose tosto a lui e all'antipapa Anacleto verso la metà di ottobre. Monte Sarchio dipoi, Monte Corvino ed altre terre parimente gli si diedero. Ma non si atterrì per questo rovescio il nuovo duca di Puglia Rainolfo, risoluto di morir piuttosto valorosamente, che di cedere con vergogna al re nimico. Aveva egli un corpo di Tedeschi lasciatigli dall'imperador Lottario, e raunati i popoli di Bari, Troia, Trani e Melfi, compose una grossa armata, con cui uscito in campagna, andò a mettersi a fronte di quella di Ruggieri. Erano vicini a venire alle mani, quando il mirabil abbate di Chiaravalle san Bernardo, di consenso o per ordine di papa Innocenzo, arrivò al padiglione di Ruggieri per trattar di pace. Non mancò certo al santo abbate facondia e zelo in tal congiuntura; tuttavia tali dovettero essere le condizioni di accomodamento da lui proposte, che non piacquero al re, e massimamente per sentirsi egli superiore di forze a Rainolfo. Rottosi dunque il trattato di pace, e partitosi il santo abbate secundo die stante mensis octobris, che dovrebbe essere, secondo i conti di Camillo Pellegrino, il dì 30 di ottobre, si venne ad un fatto d'armi appresso Ragnano. Per attestato di Romoaldo Salernitano, la prima schiera de' feritori, comandata da Ruggieri duca di Puglia primogenito del re, sì fieramente urtò nel battaglione, che il mise in rotta e l'inseguì sino a Siponto. Ma il duca Rainolfo, colle altre sue schiere, così animosamente assalì il grosso dell'armata nemica, dove era in persona lo stesso re Ruggieri, che lo sconfisse, e riportò piena vittoria. Restarono sul campo circa tre mila persone, fra le quali Sergio duca di Napoli; moltissimi furono i prigioni, immenso il bottino, per cui tutti quei di Bari, Trani ed altri aderenti se ne tornarono ben ricchi alle lor case. Il re Ruggieri col benefizio di un buon cavallo e degli sproni si salvò, ed arrivato nel dì seguente alla Padula, di là passò a Salerno, dove quel popolo corse ad offerirsi al di lui servigio; e i Beneventani, avendo ottenuto in quella congiuntura un grazioso privilegio da lui, tutti si dichiararono per lui. Dopo la vittoria non istette colle mani alla cintola il duca Rainolfo. Con un buon corpo di gente sottomise a' suoi voleri la città di Troia; obbligò ancora colla forza Ruggieri conte d'Ariano a sottomettersi con tutte le sue terre; e di là nel primo dì di dicembre andò col suo esercito a mettere l'assedio al castello della Padula. Non per questo si mosse di Salerno il re Ruggieri. Nel ragionare con san Bernardo, aveva egli mostrato desiderio che se gli mandassero da papa Innocenzo tre cardinali, ed altrettanti dall'antipapa, per esaminare in un congresso le ragioni dell'una e dell'altra parte. Ancorchè fosse per più capi disdicevole una tal proposizione; pure non ebbe difficoltà il papa di spedir colà a questo fine i cardinali Aimerico cancelliere e Gherardo, e con esso loro san Bernardo. Inviò Anacleto anch'egli i suoi, cioè Matteo cancelliere, Pietro pisano, uomo di raro sapere, e Gregorio, cardinali del suo partito. Per quattro giorni ascoltò Ruggieri con somma attenzione le ragioni de' primi, e poscia per altri quattro giorni quelle de' secondi; ma scaltro che' gli era, volle prender tempo; e col pretesto di non saper egli solo terminar questa gran contesa, fece istanza che andasse con lui uno per parte dei cardinali suddetti in Sicilia, dove pensava di celebrare il santo Natale, affinchè nell'assemblea degli arcivescovi, vescovi ed abbati si facesse la decisione opportuna. Infatti l'accompagnarono colà Guido da Castello cardinale di papa Innocenzo II, ed un altro per parte di Anacleto. A questo si ridusse il buon pontefice per desiderio della pace e di terminare amichevolmente il deplorabile scisma.
NOTE:
[1804] Paricellius, Monument. Basil. Ambrosian., num. 376.
[1805] Ughell., Italia Sacra, tom. 5 Append., pag. 1599 in Episc. Regiens.
[1806] Antiquit. Italic., Dissert. XI, pag. 613.
[1807] Campi, Istor. di Cremon.
[1808] Annalista Saxo.
[1809] Otto Frisingensis, in Chron., lib. 7, cap. 19.
[1810] Annalista Saxo.
[1811] Otto Frisingensis, in Chron., lib. 7, cap. 19.
[1812] Boncompag., de obsidione Anconae, tom. 6 Rer. Ital.
[1813] Annalista Saxo.
[1814] Abbas Urspergensis, in Chron.
[1815] Petrus Diaconus, Chron. Casinens., lib. 4, cap. 105. Falco Beneventanus, in Chron.
[1816] Annalista Saxo.
[1817] Romualdus Salernitan., in Chron., tom. 7 Rer. Ital.
[1818] Petrus Diaconus, Chron. Casinens., lib. 4, cap. 117.
[1819] Otto Frising., Chron., lib. 7, cap. 20. Falco Beneventanus, in Chron.
[1820] Romuald. Salern., in Chron. Falco Benev., in Chron. Petrus Diaconus, in Chron. Cassin.
Anno di CRISTO MCXXXVIII. Indizione I.
INNOCENZO II papa 9. CORRADO III re di Germania e d'Italia 1.
Volle Dio liberare in quest'anno la Chiesa sua dal peso dell'antipapa Anacleto[1821]. Il colpì la morte nel dì 25 di gennaio dell'anno presente, e al cadavero suo non si sa dove fosse data sepoltura da' suoi parenti. Per sì favorevol accidente s'innalzò maggiormente in Roma l'autorità di papa Innocenzo, e parea che dovesse anche mettersi fine allo scisma. Ma i fratelli dell'antipapa, cioè i figliuoli di Pier Leone, e gli altri lor fazionarii significarono al re Ruggieri quanto era accaduto, per sapere se doveano far pace, oppure eleggere un altro antipapa. Ruggieri, per isperanza di vendere più caro la sua concordia, ordinò che passassero all'elezione di un altro antipapa; e però verso la metà di marzo alzarono un nuovo idolo nella Chiesa di Dio, cioè Gregorio cardinale, a cui imposero il nome di Vittore IV. Ma sempre più crescendo il concorso de' Romani a papa Innocenzo II, i figliuoli di Pier Leone, non volendo restar soli ed esposti a gravi pericoli, nell'ottava di Pentecoste, come s'ha da una lettera di san Bernardo[1822], andarono ad umiliarsi al pontefice Innocenzo, e gli giurarono fedeltà ed omaggio. Ci vorrebbe far credere Pietro Diacono[1823] che Innocenzo li guadagnasse con buona somma di danaro; ma probabilmente non merita fede. Trovavasi allora in Roma il suddetto santo abbate Bernardo, tutto intento ai vantaggi della Sede apostolica. Riuscì al credito e zelo suo d'indurre il novello antipapa Vittore a deporre la porpora e la mitra; laonde condottolo ai piedi del pontefice, rinunziò ad ogni sua pretensione, ed implorò misericordia pel suo trascorso. Altrettanto fecero quasi tutti i suoi aderenti, con allegrezza inestimabile di tutta Roma, anzi di tutta la Cristianità. Con ciò venne alle mani di papa Innocenzo ogni fortezza della città di Roma, e quivi tornò a rifiorir la pace e la benedizione di Dio. Ma san Bernardo, che nulla curava le umane grandezze, non tardò, dopo aver veduto il frutto delle tante sue lodevoli fatiche, a ritornarsene accompagnato dalla sua umiltà in Francia. Non si sa ben intendere ciò che narra Falcone Beneventano[1824], con dire che anche il re Ruggieri riconobbe per vero papa Innocenzo, ed ordinò ai Beneventani di sottomettersi a lui: il che fu eseguito; mentre non apparisce seguito fra esso papa e il re accomodamento alcuno; anzi si sa che Innocenzo II continuò la guerra contra di lui, e venne in quest'anno colle sue milizie ad Albano, per andare ad unirsi col duca Rainolfo, e far fronte ad esso Ruggieri; ma sopraggiuntagli un'infermità, gli convenne desistere. Quanto ad esso Rainolfo, seguitò ben egli ad assediare e a tormentar colle macchine militari il castello della Padula; ma scorgendo troppo difficile il superarlo, passò ad Alife, e se ne impadronì. Intanto venuta la primavera, dalla Sicilia comparve in Puglia il re Ruggieri con un possente esercito. Implorato dai Beneventani il suo aiuto, corse colà, e prese alcune castella nemiche di quel popolo. Gli venne contra il duca Rainolfo con una buona armata, cercando di dargli battaglia; ma Ruggieri, addottrinato dal passato, non volle avventurarsi ad un nuovo conflitto, ed accortamente schivando gl'incontri, piombò poscia sopra la città di Alife e la prese. Prima il sacco con tutte le sue crudeli conseguenze, e poscia le fiamme terminarono l'eccidio di quella ricca e bella città. Di là passò all'assedio di Venafro, che parimente gareggiava colle migliori nelle ricchezze e fortificazioni, e con furiosi assalti se ne impadronì. Se gli diedero Presenzano, Rocca Romana e Tocco nel mese di settembre. Nel dì 4 di ottobre fu in Benevento, e poscia prese le castella di Morcone, san Giorgio, Pietra Maggiore, Apice ed altri, ne' quali mise buone guarnigioni per restringere sempre più il duca Rainolfo, il quale custodiva Troia, Bari, Melfi ed altre città da lui dipendenti. Andossene dipoi Ruggieri verso il verno a Salerno per di là passare in Sicilia.
Era intimata in Germania una general dieta in Magonza per la festa della Pentecoste, affin di eleggere il nuovo re[1825]. Ma alcuni de' principi temendo che la corona potesse cadere in Arrigo duca di Baviera e Sassonia, genero del già defunto Lottario, la cui potenza, per signoreggiar egli due così insigni ducati, era oggetto della loro invidia e malevolenza, anticipando quel tempo, adunati nella città di Conflans, promossero al regno il duca Corrado, fratello di Federigo duca di Suevia, cioè quel medesimo che abbiam veduto di sopra momentaneo re d'Italia. A questi principi fece animo Teodoino cardinale e legato pontificio, con promettere loro totius populi romani, urbiumque Italiae assensum. E questa fu la ricompensa delle fatiche fatte dal suddetto duca Arrigo in servigio della sede apostolica. Non solamente restò egli escluso dal regno, ma venne creato re un principe suo nemico, ed anche scomunicato negli anni addietro dal medesimo papa Innocenzo[1826]. Nella domenica terza di quaresima si fece in Aquisgrana la coronazione d'esso Corrado. Da gran tempo regnava la discordia fra la casa di lui, perchè erede degli Augusti Arrighi di sangue ghibellino, e quella del duca Arrigo suddetto, proveniente bensì dal sangue italiano de' principi estensi, ma erede della famiglia dei Guelfi in Germania: il che è da notare, perchè di qua presero origine le fazioni guelfa e ghibellina, che lacerarono dipoi cotanto la misera Italia, siccome abbiamo dallo stesso Ottone da Frinsinga, e meglio si comproverà andando innanzi. Ora il medesimo duca Arrigo e i suoi popoli di Baviera e Sassonia, siccome non concorsi a tale elezione, si opposero al novello re Corrado. Crescendo nulladimeno di giorno in giorno l'autorità e possanza di lui, que' popoli insieme colla vedova imperadrice Richenza, correndo la festa della Pentecoste, il riconobbero per re in Bamberga. Citato per la festa di san Pietro il duca Arrigo a Ratisbona, comparve colà; e perciocchè in mano sua erano tutte le imperiali insegne, cioè la corona, lo scettro e gli altri ornamenti del defunto Augusto, tante belle promesse gli furono fatte, che le cedette al re nuovo. Ma nulla di tante promesse fu a lui attenuto, e Corrado rivolse tutto il suo odio e studio alla rovina di questo principe, con metterlo al bando dell'imperio, e privarlo dei suoi ducati. A Leopoldo iuniore, figliuolo del santo marchese Leopoldo, diede la Baviera, al marchese Adalberto la Sassonia: il che si tirò dietro non poche guerre, e un fiero sconvolgimento di quelle provincie. Restò il duca Arrigo per la maggior parte colla forza spogliato della Baviera; ma i Sassoni, che del suo governo si pregiavano, imbracciarono lo scudo per lui.
NOTE:
[1821] Ordericus Vital., Hist. Ecclesiast., lib. 13. Falco Beneventanus, in Cronico.
[1822] S. Bernard., Epist. ad Godefridum.
[1823] Petrus Diaconus, Chron. Casin., lib. 4, cap. ult.
[1824] Falco Beneventanus, in Chron.
[1825] Otto Frisingensis, in Chron., lib. 7, cap. 22.
[1826] Annalista Saxo.
Anno di CRISTO MCXXXIX. Indizione II.
INNOCENZO II papa 10. CORRADO III re di Germania e d'Italia 2.
Sul principio di aprile tenne papa Innocenzo il concilio II generale lateranense[1827], a cui intervennero circa mille tra arcivescovi, vescovi ed abbati. Furono quivi fatti molti nobili decreti contra dei simoniaci, usurarii, incendiarii, ecclesiastici incontinenti, ed altri delinquenti. Vi ha chi crede che nel concilio da lui tenuto in Chiaramonte nell'anno 1130, oppure in quello di Rems del 1131 si pubblicasse il famoso canone Si quis suadente Diabolo, con cui è intimata la scomunica contra chi mette violentemente le mani addosso agli ecclesiastici, riserbata al sommo pontefice. Certamente questo canone fu pubblicato oppur confermato nel suddetto concilio lateranense; e quivi ancora fulminata fu la medesima censura contra del re Ruggieri, ed annullate tutte le ordinazioni fatte dall'antipapa Anacleto[1828]. Appena era terminato questo concilio, che il valoroso e prudente duca Rainolfo, trovandosi nella città di Troia, sorpreso da un'ardente febbre, nel dì 30 d'aprile diede fine al suo vivere, con incredibil dolore e pianto non solo di quei cittadini, ma di quegli ancora di Bari, Trani, Melfi e Canosa, ridotti all'ultima disperazione, perchè colla morte di lui restavano tutti senza capo, ed esposti al genio crudele e tirannico del re Ruggieri. E a tal nuova all'incontro esultò sommamente esso re, nè tardò a comparire dalla Sicilia a Salerno con assai navi, gente e danaro. Quivi raccolto dalla Puglia, Calabria e Capoa un potente esercito, parte ne diede a Ruggieri duca di Puglia suo figliuolo, e parte ne ritenne per sè. Sottomise egli al suo dominio tutta la provincia di Capitanata, e il duca suo figliuolo si fece rendere ubbidienza da tutte le città della Puglia, fuorchè da Bari capitale di quelle contrade; perchè il principe d'essa vi avea dentro quattrocento uomini a cavallo, e cinquanta mila cittadini atti alle armi: di modo che tentò bensì il duca di soggiogar quella città, ma, conoscendone l'impossibilità, lasciò l'impresa, e andò ad unire il corpo de' suoi combattenti con quello del re suo padre. Trattarono poscia amendue di mettere lo assedio alla città di Troia; ma saputo che v'era dentro un forte e copiosissimo presidio, preso solamente il vicino castello di Bacarezza, quivi lasciarono dugento cavalieri, con ordine di ristrignere ed infestare i Troiani. Assediarono poscia la città di Ariano, ed inutilmente. Alla difesa stavano dugento soldati a cavallo, e copiose schiere di fanti. Però, levato l'assedio, infierirono solamente contro le viti, gli ulivi, alberi e seminati di quel territorio. Con estremo dispiacere sentì anche Innocenzo II la morte del duca Rainolfo; e veggendo in una deplorabil confusione tutta la Puglia, e il re incamminato a sottomettere quell'intero paese, saggiamente si rivolse più di prima a' pensieri di pace, e volle portarsi in persona a trattarne. Uscito dunque di Roma coll'accompagnamento di Roberto principe di Capoa, e di circa mille cavalli, e di gran moltitudine di fanti, giunse alla città di San Germano. Allora il re Ruggieri gli spedì ambasciatori con proposizioni d'amicizia e di pace, che furono amorevolmente accolti dal papa; e il papa anch'egli inviò a lui due cardinali con invitarlo a San Germano. L'invito fu accettato, e Ruggieri col duca Ruggieri suo figliuolo e colla sua armata si portò in quelle vicinanze, e per otto giorni seguirono dei forti maneggi di pace, ma senza potersi accordare fra loro a cagione del principato di Capoa, che il pontefice esigeva per restituirlo a Roberto, e Ruggieri pretendeva devoluto per la di lui pretesa fellonia.
Mentre si faceano tali negoziati, il re prese una parte delle castella de' figliuoli di Borello; e perchè in persona egli era colà, ed era già tramontata la speranza della pace, il papa comandò ai suoi che assalissero e devastassero il castello di Galluzzo. Portata questa nuova al re, a marcie sforzate sen venne egli con tutta l'armata alla volta di San Germano, e si accampò presso a quella città, entro la quale dimorava il pontefice. Non si tenendo esso papa nè i suoi sicuri in quel luogo, sloggiarono ben presto per cercare un sito di maggior sicurezza. Ma il giovine Ruggieri duca, presi con seco circa mille cavalli, e postosi in un'imboscata, dove doveano passare i Romani, all'improvviso fu loro addosso, e li fece dare alle gambe. Salvossi il principe Roberto con Riccardo fratello del defunto Rainolfo, e coi più de' Romani, de' quali nondimeno molti si negarono nel fiume, ed altri rimasero prigioni. Fra questi ultimi per disavventura si contò anche il buon papa Innocenzo, il quale nello stesso giorno, cioè nel dì 22 di luglio, come si ha da Falcone, fu condotto sotto buona guardia alla presenza del re Ruggieri, che gli fece assegnare un padiglione per gli altri cardinali prigioni. Andò a sacco tutto il tesoro e tutti gli arredi del santo padre, a cui e agli altri suoi successori volle Dio dare un nuovo ricordo di quel versetto del salmo: Hi in curribus, et hi in equis: nos autem in nomine Dei nostri invocavimus. Differente nondimeno si vuol confessare il caso presente da quello di san Leone IX papa. Questi andò per combattere, ma pare che Innocenzo II si movesse per cercare la pace, e che per semplice sua scorta camminasse con quegli armati. Fors'anche intervenne qualche iniquità nell'agguato a lui e alla sua gente teso. Che nondimeno seguissero delle ostilità, si raccoglie da Giovanni da Ceccano, di cui son queste parole[1829]: Mense junii venit papa cum Romanis ad expugnandum regem Siciliae, et incensa sunt a Romanis Falvatera, Insula, et Sanctus Angelus in Tudicis. Racconta Romoaldo Salernitano[1830], che rex e vestigio prosequutus domnum papam, ad pedes ejusdem voluit humiliter satis accedere. Sed ipse, utpote vir constans et egregius, eum primo recipere noluit. Ma andando innanzi e indietro proposizioni di pace, il saggio pontefice col consiglio de' cardinali, per sottrarre ai disagi i molti nobili romani, rimasti anch'essi prigioni, segnò in fine l'accordo con legittimare a Ruggieri il titolo di re, conferitogli dall'antipapa Anacleto, ed investire lui del regno di Sicilia, e il figliuolo di Ruggieri del ducato di Puglia. Nel diploma di tale investitura presso il cardinal Baronio[1831] si legge confermato anche a Ruggieri il principato di Capoa; ma niuno parla del ducato di Napoli e Amalfi. Nella festa di san Jacopo di luglio seguì la suddetta concordia, e quanto la mestizia era stata incredibile fra i popoli cristiani por la prigionia del papa, altrettanto fu la consolazione e l'allegrezza per la pace e liberazione di lui. Presentossi dunque con tutta riverenza il re Ruggieri insieme co' suoi figliuoli, cioè col duca Ruggieri e con Anfuso ossia Alfonso principe di Capoa, ai piedi del pontefice[1832]; e dopo aver chiesto perdono, ed ottenuta l'assoluzione, ricevette l'investitura degli Stati suddetti col gonfalone dalle di lui mani. Accompagnò egli dipoi con tutto onore il papa fino a Benevento, nella quale città entrarono amendue nel dì primo d'agosto, dove il pontefice fece atterrare il castello fabbricato in quella città da Rossemanno, già creato arcivescovo da Anacleto, e deposto in questa congiuntura, con sostituirgli Gregorio. Furono cagione i prosperosi successi del re Ruggieri che i Napoletani vennero a Benevento anch'essi a mettersi sotto il suo dominio, con accettar per loro duca Ruggieri primogenito d'esso re. Preso poscia congedo dal papa, marciò Ruggieri coll'esercito alla volta di Troia, i cui cittadini non tardarono a rendersi; ma pregatolo che entrasse in città, rispose loro che non vi metterebbe il piede finchè quel traditore (cioè il defunto duca Rainolfo) dimorasse fra loro. Fu costretto con suo gran rammarico quel popolo a far disotterrare il cadavero fetente d'esso Rainolfo, che da alcuni suoi nemici con una fune legata al collo tratto fu per la città, e gittato fuori d'essa nelle fosse: vendetta orribile e detestata da tutti, e infino dal duca Ruggieri, il quale presentatosi al padre, tante preghiere adoperò, che gli fu conceduto di farlo seppellire. Non entrò per questo il re Ruggieri in Troia, ma a dirittura andò a piantar l'assedio por terra e per mare alla città di Bari. Spedì Innocenzo pontefice il vescovo d'Ostia a que' cittadini con esortazioni paterne di cedere amorevolmente alla forza, per sottrarsi al rigore. Ma quel superbo popolo neppur volle lasciarlo entrare in città, nonchè badare ai di lui consigli.
Tornossene il papa dopo il dì 2 di settembre a Roma, ricevuto con immenso gaudio dai Romani, i quali tentarono bensì d'indurlo a rompere la pace fatta per forza; ma Innocenzo, siccome principe di veterana prudenza, non volle acconsentire al parer di que' bravi, che poco dianzi aveano lasciato sì bei segni del loro coraggio nella precedente zuffa. Continuò il re Ruggieri per tutto l'agosto e il settembre l'assedio di Bari; le sue petriere e torri di legno distrussero parte delle mura e torri della città e non pochi palagi; crebbe anche a dismisura la fame fra quel popolo, sino ad aver per grazia di poter mangiare carne di cavallo e un tozzo di pane, di maniera che finalmente trattarono della resa, che fu loro accordata con oneste capitolazioni. Tutto pareva tranquillo e quieto, quando presentatosi al re Ruggieri uno de' suoi soldati, dimandò giustizia contra di Giacinto principe di Bari, perchè gli avesse fatto cavare un occhio. Diede nelle smanie il re, e fatto fare il processo da' giudici di Troia, Trani e Bari, con pretendere rotta la capitolazione, fece impiccare il suddetto Giacinto con dieci suoi consiglieri, e cavar gli occhi a dieci altri, e imprigionare inoltre e spogliare dei loro beni varii prudenti cittadini di Bari: se con giustizia e buona fede, Dio lo sa. Con questi barbarici passi camminava il re Ruggieri, che poscia sul fine di ottobre se n'andò a Salerno, ed ivi stando pubblicò varii confischi e bandi contra di chi avea impugnate l'armi contra di lui. Finalmente nel dì 5 di novembre imbarcatosi in una nave ben corredata, passò a Palermo. Fece gran guerra in quest'anno re Corrado ad Arrigo estense-guelfo duca di Sassonia e Baviera, in maniera che questo principe[1833], ante potentissimus, et cujus autoritas (ut ipse gloriabatur) a mari usque ad mare, idest a Dania usque in Siciliam extendebatur, in tantam in brevi humilitatem venit, ut paene, omnibus fidelibus et amicis suis in Bajoaria a se deficientibus, clam inde egressus, quatuor tantum comitatus sociis in Saxoniam veniret. Ma in Sassonia, assistito da quei popoli, rendè inutili gli sforzi e disegni di esso re Corrado, siccome ancora quei di Adalberto creato duca di Sassonia. Ma mentre egli con vigore e fortuna attende a difendere e a conservar quegli Stati, e già si dispone a portar la guerra in Baviera per ricuperar quel ducato, eccoti la morte che mette fine alla vita e a tutte le di lui applicazioni terrene. Corse voce di veleno a lui dato. Secondo l'Annalista Sassone[1834], facto colloquio in Quidelingeburch, Heinricus nobilissimus atque probissimus dux Bavariae atque Saxoniae, veneficio ibidem, ut fertur, infectus, XIII kalendas novembris vitam finivit. Il suo corpo trovò riposo e sepoltura nel monistero di Luter in Sassonia alla destra dell'imperador Lottario III suo suocero. Questo principe, eguale un tempo ai re per la sua potenza, che godeva anche in Italia, oltre a tanti altri Stati, la sua porzione nell'eredità del sangue estense, a da cui discende la real casa di Brunswich, vien da' moderni storici contraddistinto dagli altri Arrighi estensi-guelfi col titolo di Superbo, non per altro se non perchè non s'inchinò a pregare i principi dell'imperio affine di conseguir la corona germanica. Per altro le virtù abbondarono in lui, e lasciò dopo di sè una gloriosa memoria, e un solo piccolo figliuolo maschio, nomato Arrigo Leone, che superò anche la gloria del padre; e raccomandato ai Sassoni, fu da essi con somma fedeltà e valore sostenuto contro i tentativi del re e degli altri nemici. Nella Toscana, che era stata ad esso duca Arrigo conceduta in feudo dal suddetto Lottario, da qui innanzi comparisce marchese di quella provincia Udelrico, secondo le memorie accennate dal Fiorentini[1835]. Ma che in questi tempi la Toscana si trovasse in uno stato infelice, si raccoglie da una lettera da Pietro abbate di Clugnì scritta al re Ruggieri, dove scrive[1836] che nelle parti miserabilis et infelicis Tusciae nunc res divinae atque humanae nullo servato ordine confunduntur. Urbes, castra, burgi, villae, stratae publicae, et ipsae Deo consecratae ecclesiae homicidis, sacrilegis, raptoribus exponuntur. Peregrini clerici, monachi, abbates, presbyteri, ipsi supremi ordinis sacerdotes, episcopi, archiepiscopi, primates, vel patriarchae in manus talium traduntur, spoliantur, distrahuntur. Et quid dicam? verberantur, occiduntur. Così circa questi tempi quell'abbate. Le guerre fra i Genovesi, Lucchesi e Pisani doveano aver prodotto sì esecrandi disordini. In quest'anno[1837] essi Genovesi ottennero dal re Corrado la facoltà di battere moneta. Però essi dipoi fin quasi ai nostri giorni usarono di mettere il nome di questo re nelle loro monete. Durava tuttavia la rabbia de' Cremonesi contra de' Milanesi a cagion dell'occupazione di Crema. Si venne perciò nell'anno presente ad un fatto d'armi fra loro, che riuscì infelicissimo ai primi. Però scrisse il loro vescovo Sicardo[1838]: Anno Domini 1139 magna pars Cremonensium a Mediolanensibus apud Cremam capta, carceralibus vinculis est mancipata.
NOTE:
[1827] Labbe, Concilior., tom. 10.
[1828] Falco Benevent., in Chron.
[1829] Johan. de Ceccano, tom. 1 Ital. Sacr. Ughell.
[1830] Romuald. Salern., in Chron., tom. 7 Rer. Ital.
[1831] Baron., Annal. Ecclesiast.
[1832] Falco Beneventanus, in Chron.
[1833] Otto Frisingensis, in Chron., lib. 7, cap. 23.
[1834] Annalista Saxo, apud Eccardum.
[1835] Fiorent., Memor. di Matild., lib. 2.
[1836] Petrus Cluniacens., lib. 5, Epist. XXXIV.
[1837] Caffari, Annal. Genuens. lib. 1.
[1838] Sicard., Chron., tom. 7 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCXL. Indizione III.
INNOCENZO II papa 11. CORRADO III re di Germania e d'Italia 3.
In questi tempi cominciò Arnolfo ossia Arnaldo da Brescia a far gran rumore nella Chiesa di Dio. Costui portatosi in Francia, e messosi sotto la scuola di Pietro Abailardo, seminator di nuove e pericolose dottrine, dopo aver profittato nella malizia, se ne ritornò in Italia, e, presa la veste monastica, si diede in Roma a spacciar le sue false merci[1839]. Grande adulator de' laici, e bel parlatore, prese a tutta prima a censurare spietatamente i costumi corrotti allora in buona parte del clero secolare e regolare; e, secondo l'arte degli altri eresiarchi, passò oltre a condannar generalmente le soverchie ricchezze de' monaci e degli altri ecclesiastici, e massimamente i loro dominii temporali, sostenendo che ciò non si poteva accordar col Vangelo, e che i loro beni erano del principe, e doveano tornare ai laici. Veniva con piacere accolta questa adulatrice e falsa dottrina dalle persone affatto mondane, e prese anche in Roma stessa buone radici. Perciò fu egli scomunicato nell'anno addietro nel concilio lateranense: perlochè, temendo della pelle, si ricoverò circa questi tempi in Francia. Di là cacciato, andò in Germania, spargendo dappertutto il suo veleno. San Bernardo il teneva d'occhio, e scrisse varie lettere per farlo conoscere a chi buonamente gli dava ricetto. Abbiamo da Falcone Beneventano[1840] che nell'anno presente il re Ruggieri inviò Anfuso principe di Capoa suo figliuolo con possente esercito di cavalli e fanti a conquistare la provincia di Pescara, che abbracciava allora quasi tutto l'Abruzzo ulteriore. Non poca fatica e tempo costò al principe suddetto il ridurre all'ubbidienza sua le castella di quella contrada: laonde ebbe ordine dal padre anche Ruggieri duca di Puglia di portarsi colà con un grosso corpo di fanteria e mille cavalli. Perchè tali conquiste si facevano ai confini degli Stati della Chiesa romana, se ne ingelosì e turbò non poco papa Innocenzo II, il quale perciò spedì due cardinali ai principi fratelli, facendo lor sapere di non toccare i confini romani. Risposero essi che il loro disegno era, non già d'occupare l'altrui, ma di ricuperare le terre spettanti ai lor principati. Informato di ciò il re Ruggieri, che non volea liti col romano pontefice, verso la metà di luglio sbarcò a Salerno, venne nelle vicinanze di Benevento, e quivi trattò col cardinal Giovanni governatore di quella città, confermando la risoluzione sua di mantenersi fedele al papa. Andò poi a Capoa e a San Germano; e perchè intese che papa Innocenzo era disgustato de' suoi figliuoli, li richiamò da Pescara. Avrebbe egli voluto abboccarsi con esso pontefice, ma questi con varie scuse se ne sottrasse, di modo che Ruggieri, per troncare il corso alle gelosie, licenziò l'esercito. Nulladimeno abbiamo da Giovanni da Ceccano[1841] che i di lui figliuoli nel mese di luglio presero Sora ed altri luoghi fino a Ceperano. Andò Ruggieri a Monte Casino, e levato a que' monaci Monte Corvo, con pretenderlo suo, diede loro in cambio la rocca di Bantra.
Tenne poscia il re un parlamento in Ariano, dove proibì con rigorose pene lo spendere nel regno suo le romesine, cioè, a mio credere, la moneta battuta in Roma; e ne sustituì dell'altra battuta da lui di lega molto inferiore, a cui diede il nome di ducato; e danari di rame, tre de' quali valeano una romesina: il che recò un incredibil danno a tutto il suo dominio, e fece universalmente desiderare la di lui morte. E perciocchè avea comandato anche ai Beneventani di ricever quella moneta, se ne alterò forte il papa, e loro ordinò di non ubbidirlo. Appresso andò il re a Napoli per la prima volta. Fu con immenso onore incontrato da quella nobiltà e popolo fuori di porta Capuana, e alla porta ricevuto dal clero con bella processione. L'addestrarono varii nobili fino alla chiesa maggiore, dove l'aspettava l'arcivescovo Marino. Non mancò di far carezze e regali a quella nobiltà, di visitar tutta la città, e in una notte fece misurare il circuito della medesima, il quale si trovò allora di due mila e trecento settantatrè passi. Nel dì seguente dimandò ai Napoletani, quanto fosse il giro della lor città, e non sapendolo dire alcuno, lo disse egli con ammirazione di tutti. Sul principio poscia di ottobre se ne tornò in Sicilia, lasciando in Puglia il duca Ruggieri, e in Capoa il principe Anfuso. Ci vien meno qui la narrativa di Falcone Beneventano con grave danno della storia di que' paesi. Intenti i Genovesi, al pari d'altre città libere di Italia, ad ingrandire la lor signoria[1842], nell'anno presente con grande esercito per mare e per terra andarono addosso alla città di Ventimiglia, e costrinsero tanto essa come tutte le castella di quel contado a sottomettersi al loro dominio. Ma non sussiste già ciò che sotto questo anno è scritto negli Annali Pisani[1843], cioè che quel popolo ebbe guerra con Ruggieri re di Sicilia, e tenne in suo potere Napoli per sette anni: favola troppo grossolana. Fu bensì in questi tempi, per attestato del Dandolo[1844], rottura fra il popolo di Fano dall'un canto, e quei di Ravenna, Pesaro e Sinigaglia dall'altro. Non potendo i Fanesi resistere soli a tanti nemici, fecero i loro consoli ricorso ai Veneziani, con promettere fedeltà e censo a Pietro Polano doge, e concedere loro varii privilegii ed esenzioni nella loro città: dal che mossi i Veneziani, con una possente flotta andarono contro ai nemici di quel popolo, e li fecero desistere dalle offese. Intanto non mancava neppure in Germania la guerra. Il duca Guelfo VI, dacchè cessò di vivere Arrigo IV, duca di Baviera e Sassonia suo fratello, mosse le pretensioni sue sopra la Baviera, siccome ducato paterno ed avito, e susseguentemente la guerra a Leopoldo, che n'era stato investito dal re Corrado[1845]. Mentre questi faceva l'assedio di Falea, eccoti all'improvviso comparire il duca Guelfo colle sue schiere, che gli diede una rotta e l'astrinse alla fuga nel dì 3 d'agosto. Ma avendo voluto lo stesso Guelfo dar battaglia anche al re Corrado, che assediava Winsperg, rimase sbaragliato, e dovette fuggire. Questo ho voluto riferire, perchè si tratta d'un principe della linea germanica de' principi estensi, il quale non lasciò dormire per questo esso re Corrado, con successivamente continuar la guerra contra di lui. Confermò in quest'anno esso re ai Piacentini il privilegio di battere moneta, come costa dal suo diploma riferito da Umberto Locati[1846].
NOTE:
[1839] Ligurin., de Gest. Friderici Primi, lib. 3.
[1840] Falco Beneventanus, in Chron.
[1841] Johan. de Ceccano, tom. 1, Ital. Sacr.
[1842] Caffari, Annal. Genuens., lib. 1.
[1843] Annal. Pisani, tom. 6 Rer. Ital.
[1844] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.
[1845] Otto Frisingensis, in Chron., lib. 7, cap. 25. Abbas Urspergensis, in Chron.
[1846] Locatus, de Orig. Placent., Chron. Placent., tom. 16 Rerum Italicarum.
Anno di CRISTO MCXLI. Indizione IV.
INNOCENZO II papa 12. CORRADO III re di Germania e d'Italia 4.
In questi tempi resta quasi affatto al buio la storia d'Italia, per mancanza di scrittori, o, per meglio dire, delle antiche croniche perite. Scrive il cardinal Baronio[1847] che le città d'Italia ostinatamente faceano guerra l'una contro l'altra: Lucenses adversus Pisanos in Tuscia, in Longobardia Patavini adversus Veronenses, Mediolanenses implacabili odio Comenses perdere conabantur. Abbiam veduto già quanti anni prima fosse cessata la guerra fra i Milanesi e Comaschi, col totale abbassamento degli ultimi. La guerra de' Pisani e Lucchesi si ravvivò molto più tardi, siccome vedremo. Crede il cardinale suddetto che a questo anno appartenga quella del popolo romano contra del popolo di Tivoli, narrata da Ottone Frisingense[1848]. Ma, per attestato di Sicardo, succedè essa[1849] nell'anno seguente. Non si sa il perchè la città di Tivoli da gran tempo si manteneva disubbidiente e ribelle al pontefice: forse per gare e discordie insorte a cagion de' confini e d'ingiurie e danni fra quel popolo e i Romani. Non potendo Innocenzo II colle buone ridurli alla conoscenza del loro dovere, avea fulminato molto prima d'ora la scomunica contra d'essi. Jam per multum temporis Tyburtinos excommunicaverat, ac aliis modis presserat; sono parole del suddetto Frisingense. Però non aspettò il papa a quest'anno a scomunicarli, come pretese il Sigonio. Ora i Romani indussero il buon Innocenzo a mettere l'assedio a Tivoli, e v'andarono con grande sforzo, già persuasi di divorar quel popolo. Ma i Romani d'allora erano ben diversi da quelli del tempo antico. Poco dianzi voleano muover guerra di nuovo al re Ruggieri, se il papa più saggio di loro avesse acconsentito. Neppur tennero saldo contra il solo popolo di Tivoli. Uscito questo animosamente della città, ed attaccata la mischia cogli assedianti, li caricò sì forte, che gli astrinse a voltar vergognosamente le spalle, e a lasciare indietro un ricco bottino. Per questo accidente sinistro implacabili divennero i Romani contra di quel popolo. Da gran tempo ancora bolliva discordia fra i Veronesi e Padovani[1850]; e perciocchè i primi aveano divertito dal suo alveo il fiume Adige con pregiudizio degli altri, si venne circa questi medesimi tempi ad una sanguinosa battaglia fra loro. Si dichiarò la fortuna in favore de' Veronesi. Sul campo restò gran copia di Padovani, moltissimi furono i prigioni, ma costò questa vittoria assai caro agli stessi vincitori. Abbiamo dall'Anonimo Casinense[1851], che in quest'anno ancora il re Ruggieri venne in Puglia, e si portò al monistero di Monte Casino; e giacchè Dio avea restituita la pace in tutti i suoi dominii, attese a farvi esercitar la giustizia, e a levarne le prepotenze e gli abusi. Vien ciò asserito da Romoaldo Salernitano colle seguenti parole[1852]: Rex autem Rogerius in regno suo perfectae pacis tranquillitate potitus, pro conservanda pace camerarios et justiciarios per totam terram instituit; malas consuetudines de medio abstulit.
NOTE:
[1847] Baronius, in Annal. Ecclesiast. ad hunc annum.
[1848] Otto Frisingensis, in Chron., lib. 7, cap. 27.
[1849] Sicard. Cremonens., in Chron., tom. 7 Rer. Ital.
[1850] Otto Frisingensis, in Chron.
[1851] Anonymus Casinensis, tom. 5 Rer. Ital.
[1852] Romualdus Salernitan., in Chron., tom. 7 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCXLII. Indizione V.
INNOCENZO II papa 13. CORRADO III re di Germania e d'Italia 5.
Continuando nella lor contumacia i cittadini di Tivoli, per testimonianza di Sicardo[1853], assediò il pontefice in quest'anno coi Romani la loro città. Nulla dice dell'esito di quell'impresa lo storico suddetto, lasciando in dubbio se questo sia l'assedio infelice di cui si è parlato nell'anno precedente, oppure un altro. Abbiamo di certo da Ottone Frisingense che furono forzati a capitolare e sottomettersi, ma non so se nel presente oppure nel susseguente anno. Ho io prodotto il giuramento prestato ad esso pontefice da quel popolo, in cui si legge[1854]: Civitatem tiburtinam, donnicaturas, et regalia, quae romani pontifices ibidem habuerunt, et munitionem Pontis Lucani, Vicovarum, sanctum Polum, castellum Boverani, Cantalupum, Burdellum, Cicilianum, et alia regalia beati Petri, quae habet, adjutor erit ad retinendum, ec. Comitatum quoque et rectoriam ejusdem civitatis tiburtinae in potestatem domni papae Innocentii, et successorum ejus, libere dimittam, ec. Di gravi disordini produsse un tale aggiustamento, siccome vedremo all'anno seguente. Non poteano digerire i Modenesi che la terra e badia di Nonantola, posta nel loro contado, si fosse data ai Bolognesi. Però nel presente andarono a campo sotto quella terra[1855], malmettendo tutti i suoi contorni. A tale avviso, uscì in campagna l'esercito de' Bolognesi; il che fu cagione che i Modenesi, lasciato l'assedio, marciarono contra di essi. In Valle di Reno, oppure in Valle di Lavino s'affrontarono le due armate, e sconfitta rimase la modenese. Gran quantità di prigioni fu condotta a Bologna. Dopo la Pasqua dell'anno presente il re Corrado tenne una gran dieta in Francoforte[1856], dove si trovarono quasi tutti i principi della Germania, e vennero anche i Sassoni ad umiliarsi a lei, che li ricevette in sua grazia. Allora fu ch'egli confermò il ducato della Sassonia al giovinetto duca Arrigo soprannominato Leone estense-guelfo, e indusse la di lui madre Geltruda, figliuola del fu imperador Lottario, a passare alle seconde nozze con Arrigo, fratello del duca Leopoldo; e a questo Arrigo concedè il ducato della Baviera[1857]: il che fu un seminario di discordie. Imperocchè Guelfo VI, duca, zio paterno del suddetto Arrigo Leone, pretendendo indebitamente tolta la Baviera alla sua casa, continuò la guerra contra di questo novello duca, e sugli occhi suoi entrato in quella provincia, le diede un gran guasto. Arrigo il bavaro anche egli per vendicarsi passò a distruggere le ville e fortezze degli aderenti al duca Guelfo; e così andò seguitando per qualche anno la guerra con varie vicende. Stava da lungi osservando questo fuoco il re Ruggieri[1858], e temendo che, cessata tal guerra, il re Corrado potesse calare in Italia armato a' suoi danni, seppe animare il duca Guelfo a continuar la gara, singulisque annis mille marcas se ob hoc daturum juramento confirmavit. Anche il re d'Ungheria, per paura di Corrado, invitò alla sua corte esso duca Guelfo VI, dataque pecunia non modica, ac deinceps omni anno dandam pollicens, ad rebellandum nihilominus instigat. Con tal vigore, senza mai stancarsi, proseguì di poi esso duca Guelfo ad infestare tanto il re, quanto il duca di Baviera, che Corrado non potè mai trovar tempo ed agio per passare in Italia a prendere la corona.
NOTE:
[1853] Sicardus Cremonens., in Chron.
[1854] Antiquit. Italic., Dissert. LXXII.
[1855] Cron. di Bologna, tom. 18 Rer. Ital. Annal. veter. Mutinens., tom. 9 Rer Italic.
[1856] Dodech., Append. ad Marian. Scot.
[1857] Abbas Urspergens., in Chron.
[1858] Godefridus Viterbiensis, in Pantheo.
Anno di CRISTO MCXLIII. Indizione VI.
CELESTINO II papa 1. CORRADO III re di Germania e d'Italia 6.
Ossia che nell'anno precedente, oppure nel presente, il popolo di Tivoli tornasse all'ubbidienza di papa Innocenzo II, certo è che per l'indulgenza usata da lui con essi, il popolo romano diede principio a molte scandalose novità in pregiudizio dell'antichissima signoria ed autorità temporale de' papi. Erano sì fieramente inviperiti i Romani contra dei Tivolesi[1859], che quando si trattò di capitolar con essi, pretesero che il papa non li ricevesse in grazia se non col patto di smantellar le mura della lor città, e di mandare dispersi fuori di essa gli abitanti. A questa irragionevole ed inumana pretensione non potè acconsentire il benignissimo pontefice; perciò i Romani gonfii di superbia rivolsero anche contra del buon pontefice lo sdegno ed odio loro. Fatta dunque una sedizione, e corsi a folla in Campidoglio col pretesto di rinnovar l'antica gloria della città, ristabilirono il senato, che da gran tempo era scaduto, e senza rispetto alcuno al papa loro signore, intimarono di nuovo la guerra a Tivoli. Abbiam più volte veduta menzione del senato romano anche a' tempi di Carlo Magno, e ne' susseguenti secoli; ma senza sapere qual fosse la di lui autorità in quei tempi, nè quando esso fosse dipoi abbattuto dai papi. Non volevano i Romani di questi tempi esser da meno de' lor predecessori. Il male fu, che non guardarono misure, ed assunsero una specie di sovranità. Nulla tralasciò il pontefice di esortazioni e minaccie per fermare i passi a questa specie di ribellione; adoperò anche i regali; ma indarno tutto: sì grande era la foga del popolo, massimamente della nobiltà. Ed ecco germogliar le sementi delle perverse dottrine, lasciate in quella città da Arnaldo da Brescia. È da credere che siffatti sconcerti servissero a conturbare non men l'animo che la sanità di papa Innocenzo II. Infatti, caduto egli infermo, passò nel dì 24 di settembre dell'anno presente a miglior vita, lasciando sulla terra un'immortal memoria delle sue rare doti, e massimamente della sua incomparabile prudenza e benignità, e dell'aver anche procurata la riforma del clero, con sustituire dovunque potè ai canonici secolari i regolari. Furono ancora varie chiese da lui fabbricate o risarcite. Rimise, fra le altre cose, il tetto della basilica lateranense, che era caduto, con avergli il re Ruggieri somministrate le grandiose occorrenti travi. Ebbe sepoltura in essa chiesa in un avello di porfido. In luogo suo da lì a tre giorni fu eletto papa Guido cardinale di san Marco, di nazione Toscano, del castello di Felicità (forse città di Castello), che assunse il nome di Celestino II, secondo il costume di questi tempi, nei quali si richiedeva il nome de' celebri pontefici che fiorirono ne' primi secoli della Chiesa. Questo pontefice, secondo l'attestato di Romoaldo Salernitano[1860], ricusò di confermare la concordia stabilita fra il suo predecessore e il re Ruggieri, e perciò fra loro insorse mala intelligenza. Circa questi tempi, per testimonianza del Dandolo[1861], nacque lite fra i Veneziani e Padovani a cagione di un taglio nel fiume Brenta, fatto non lungi da Sant'Ilario dai secondi con danno dei primi. Spedì Pietro Polano ambasciatori a Padova per chiederne conto. Fu loro data una risposta assai arrogante. Il perchè i Veneziani colle lor forze uscirono a farsi giustizia, ed azzuffatisi coi Padovani alla Tomba, diedero loro una rotta, e condussero circa trecento di que' nobili presi nella battaglia a Venezia. Poscia iti gli ambasciatori de' Padovani, dopo aver protestato che non per far dispiacere o danno al popolo veneziano era seguito quel taglio, si rimise fra loro l'amicizia e concordia primiera. Abbiamo parimente dall'Anonimo Casinense[1862] che il re Ruggieri portatosi in quest'anno al monistero di Monte Casino, la fece alla turchesca, con levare da quel sacro luogo tutto il tesoro, lasciandovi solamente la croce dell'altar maggiore col ciborio, che doveva essere d'argento, e tre tavole da altare. Restano ignoti i pretesti di questa scelleraggine; se non che anticamente erano troppo suggette all'ingordigia e avarizia de' principi le ricchezze delle chiese. S'impadronirono parimente i figliuoli d'esso re della provincia di Marsi, e, per attestato di Giovanni da Ceccano[1863], anche della terra d'Arce: il che probabilmente fu origine de' dissapori insorti fra lui e papa Celestino.
NOTE:
[1859] Otto Frisingens., in Chron., lib. 7, cap. 27.
[1860] Romualdus Salernit., in Chronic., tom. 7 Rer. Ital.
[1861] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.
[1862] Anonymus Casin., tom. 5 Rer. Ital.
[1863] Johann. de Ceccano, tom. 1 Ital. Sacr.
Anno di CRISTO MCXLIV. Indizione VII.
LUCIO II papa 1. CORRADO III re di Germania e d'Italia 7.
Terminò in quest'anno il suo breve pontificato papa Celestino II, non essendo egli giunto a governar la Chiesa di Dio a cinque mesi e mezzo. Nel dì 9 di marzo diede egli fine a' suoi giorni. Venne poscia eletto pontefice nel dì 12 dello stesso mese Gherardo de' Caccianemici, Bolognese di patria, già canonico regolare, e poi cardinale di santa Croce[1864]. Da papa Innocenzo II per la sua abilità era stato costituito cancelliere della santa romana Chiesa. Prese il nome di Lucio II. Scrive Romoaldo Salernitano[1865] che il re Ruggieri fece gran festa per l'esaltazione di questo papa, per esser egli suo compadre e molto amico, sperando perciò di averlo in tutto favorevole. Nè tardò egli a spedire i suoi ambasciatori a prestargli ubbidienza, e a pregarlo di voler venire fino ai confini, cioè a Ceperano, per un comune abboccamento. Andò il papa, e il re venuto per mare a Gaeta, si portò poscia ad incontrarlo a Ceperano. Gran dibattimento seguì fra loro intorno la pace, ed inclinava il papa alla concordia; ma ripugnando i cardinali, si sciolse il congresso senza conclusione alcuna. Ruggieri, bollendo per la collera, se ne tornò in Sicilia; ma pria di muoversi, ordinò a Ruggieri duca di Puglia suo figliuolo di farne risentimento. Fu ubbidito. Entrò questi con un copioso esercito nella Campania romana, ossia in Terra di Lavoro, e diede il sacco a tutte quelle contrade sino a Ferento (ma forse sarà ivi scritto Ferentino); dopo di che se ne tornò in Puglia. Così toccò, come d'ordinario succede, agli infelici popoli il far penitenza de' falli altrui. Abbiamo dall'Anonimo Casinense che il re Ruggieri venne a Monte Casino, e quivi si abboccò col papa, e che se ne partì in discordia, con poscia prendere parte della Campania con Terracina. Assediò anche Veroli. Deinde quodam pacto facto, quod ceperat, reddidit. Sembra dunque che seguisse dipoi fra loro qualche aggiustamento. Morì in quest'anno Anfuso ossia Alfonso principe di Capoa e Napoli, figliuolo secondogenito di Ruggieri re di Sicilia. A lui fu sustituito in que' principati Guglielmo, terzogenito del re medesimo. In questi giorni avanzandosi l'ardire de' Romani, oltre all'erezion del senato, fu anche eletto capo d'esso senato, ossia patrizio, Giordano figliuolo di Pier Leone, fratello, a mio credere, del defunto antipapa Anacleto: il che ci fa intendere, essere senza fondamento ciò che alcuni hanno scritto, che la famiglia di Pier Leone fu sterminata in Roma. Una parte del popolo minore teneva coi senatori, e poco mancava ad una patente ribellione. Abbiamo da Otton Frisingense[1866] (giacchè convien mendicare dagli scrittori stranieri le cose nostre) che in questi tempi la pazza discordia sguazzava per le città d'Italia. Aspirava cadauna di esse alla superiorità, e pareva a ciascuna troppo ristretto il suo dominio, nè restava maniera d'allargarlo, se non con pelare o soggiogare i vicini. Durava tuttavia la gara fra i Veneziani e Ravennati, che vicendevolmente si danneggiavano per terra e per mare. I Veronesi uniti coi Vicentini facevano guerra ai Padovani collegati coi Trivisani; e probabilmente quest'anno fu quello in cui misero a ferro e fuoco le castella e le campagne di Trivigi. Maggiore era l'incendio in Toscana per la guerra che da gran tempo andava ripullulando fra i Pisani e Lucchesi, la quale involse in quell'incendio anche le città circonvicine. Non v'era città libera che in sì fatte turbolenze non facesse delle leghe con altre città, per ottenerne aiuto. E queste facilmente v'entravano, por non veder crescere di troppo una città confinante colla depressione dell'altre.
Erano in lega i Lucchesi coi Sanesi, i Fiorentini coi Pisani. L'oste de' Fiorentini, insieme con Ulrico ossia Ulderico marchese di Toscana, corse fino alle porte di Siena, e ne bruciò i borghi. Trovandosi in tali strettezze i Sanesi, ricorsero per aiuto ai Lucchesi, i quali sì per sovvenire a quella città collegata, come ancora per sostenere il conte Guido Guerra, che era malmenato dagli stessi Fiorentini, si dichiararono contro a Firenze. All'incontro i Pisani, a richiesta de' Fiorentini, uscirono in campagna. Un fiero guasto fu dato da essi e da' Fiorentini alle castella e ville del suddetto conte Guido. I Sanesi, che erano venuti per saccheggiare il contado di Firenze, colti in un'imboscata, quasi tutti vi rimasero prigioni. Più rabbiosa riuscì la guerra fra i Pisani e Lucchesi. Moltissimi dall'una e dall'altra parte vi lasciarono la vita; ma innumerabili furono riserbati alle miserie di una lunghissima prigionia. Lo storico suddetto, cioè Ottone vescovo di Frisinga, attesta di averli veduti da lì a qualche anno così squallidi e macilenti nelle pubbliche carceri, che cavavano le lagrime da chiunque passava per di là: segno che non vi doveva essere cartello di cambio fra loro, o che ebbero la peggio i Lucchesi, nè restò ad essi maniera di redimere i suoi. Dagli Annali pisani[1867] abbiamo che la guerra fra questi due popoli fu per cagione delle due castella di Aginolfo e di Vurno, e d'altre terre che l'una città all'altra avea occupato. Misero i Pisani a fuoco quasi tutto il territorio di Lucca, presero il castello dell'isola di Palude con trecento cittadini lucchesi, e seguitò poi la guerra anche degli anni parecchi. Per testimonianza ancora del Dandolo[1868], crebbe in questi tempi la nemicizia fra i Veneziani e Pisani, e dovunque s'incontrarono per mare, l'una nazione all'altra fece quanti danni ed oltraggi potè. Ma si interpose papa Lucio, e pare che li pacificasse insieme. Erano anche in rotta i Modenesi co' Bolognesi[1869], perchè nell'anno addietro il castello di Savignano per tradimento s'era dato agli ultimi. Se noi avessimo le storie di molte altre città d'Italia, forse ne troveremmo la maggior parte involte in altre guerre per questi tempi. Il re Corrado per conto dell'Italia era come non vi fosse; e però senza verun freno ogni città possente insolentiva contra dell'altre. Ricavasi ancora da una lettera di Pietro abbate di Clugnì[1870], che venendo egli nell'anno seguente (per la via probabilmente di Pontremoli) a Roma per visitar papa Eugenio III, fu nel viaggio svaligiato da un marchese Obizzo (forse Malaspina); ma ricorso egli ai Piacentini, questi colla forza obbligarono quel marchese e tutti i suoi sgherri a dargli soddisfazione, con restituirgli tutto fino a un soldo. E così van le cose del mondo. Pareva un gran dono la libertà ricuperata dai popoli italiani, e pur questa servì a renderli più infelici. Per attestato del Malvezzi[1871], la città di Brescia in questi medesimi tempi patì un furiosissimo incendio, per cui fu fatto un verso:
Plangitur immodicis succensa Brixia flammis.
NOTE:
[1864] Cardin. de Aragon., in Vit. Lucii II.
[1865] Romuald. Salern., in Chron.
[1866] Otto Frisingensis, in Chron., lib. 7, cap. 29.
[1867] Annal. Pisani, tom. 5 Rer. Ital.
[1868] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.
[1869] Annales veteres Mutinens., tom. 9 Rer. Ital.
[1870] Petrus Cluniacens., lib. 6, Epist. 45.
[1871] Malveccius, Chron. Brixian., tom. 14 Rer. Italic.
Anno di CRISTO MCXLV. Indizione VIII.
EUGENIO III papa 1. CORRADO III re di Germania e d'Italia 8.
Ebbe fine in quest'anno la vita e il breve pontificato di Lucio II. Se vogliamo prestar fede all'autore conservato a noi dal cardinale d'Aragona[1872], egli come uomo prudente e coraggioso, dopo aver ben prese le sue misure coi fautori della maestà pontificia, messa insieme una mano d'armati, forzò i nobili romani, che contra il divieto del suo predecessore Innocenzo II aveano istituito il senato, ad uscire del Campidoglio, e ad abiurare la novità da loro fatta. Non la racconta così questa faccenda Gotifredo da Viterbo[1873], storico del presente secolo. Secondo lui, questo papa ascese bensì accompagnato da alquante soldatesche nel Campidoglio, risoluto di cacciar di là vituperosamente i senatori; ma il senato e popolo romano avendo dato all'armi, ripulsarono in un momento il papa con tutti i suoi aderenti. Anzi fu sì esorbitante il tumulto loro, che esso pontefice percosso da più sassate, finchè sopravvisse (il che fu poco), non potè più sedere nella cattedra sua. Ch'egli fosse colpito da un sasso, lo afferma ancora un altro scrittore, accennato dal cardinal Baronio[1874]: laonde dopo pochi giorni infermatosi, dovette soccombere all'imperio della morte. Mancò egli di vita nel dì 25 di febbraio, dopo aver quasi rifabbricata di pianta e arricchita di molto la chiesa di santa Croce in Gerusalemme, di cui era stato titolare. Servì la di lui morte a rendere più che mai orgogliosa quella fazione di nobili romani che s'era rivoltata contra dei sommi pontefici, e che stabilì più fortemente l'unione ed autorità del senato romano in Campidoglio. In mezzo a questi tumulti non trovandosi in piena libertà il sacro collegio dei cardinali, si raunò nella chiesa di san Cesario, e quivi di comune consenso elesse papa nel dì 27 febbraio Bernardo Pisano, abbate cisterciense di santo Anastasio, discepolo negli anni addietro di san Bernardo, uomo di molta bontà di vita. Era questi tenuto per uomo piuttosto semplice, ma per ispezial grazia del cielo riuscì dipoi un eloquente e valoroso pontefice. Prese il nome di Eugenio III[1875], e condotto alla basilica lateranense, fu quivi intronizzato. Si disponeva egli a ricevere nella seguente domenica la consecrazione in san Pietro, secondo l'antica consuetudine; ma inteso che i senatori meditavano d'opporsi e d'impugnare la di lui elezione, qualora ricusasse di confermar coll'autorità apostolica la rinnovazione da lor fatta del senato, in tempo di notte, accompagnato da pochi cardinali, segretamente uscì di Roma, e si ritirò alla rocca di Monticelli. Congregati poscia nel dì seguente gli altri cardinali, che per timore dell'infuriato popolo s'erano qua e là dispersi, se ne andò al celebre monisterio di Farfa nella Sabina, e quivi nel dì 4 di marzo, giorno di domenica, fu solennemente consecrato. Andossene dipoi a Viterbo, dove celebrò la santa Pasqua, e fermossi in quella città per otto mesi. Tornò in questo tempo a Roma l'eresiarca Arnaldo da Brescia, e spargendo con piena libertà il veleno della sua dottrina[1876], aggiunse nuovi sproni alla nobiltà romana per privare della loro autorità i sommi pontefici. Andava costui predicando che si dovea rifabbricare il Campidoglio, rimettere in Roma non solo il senato, ma anche l'ordine equestre, come fu al tempo degli antichi Romani; nè dovere il papa impacciarsi nel governo temporale, ma contentarsi dello spirituale. Tal piede presero questi velenosi insegnamenti, figurandosi coloro di voler vedere di nuovo Roma padrona del mondo, che l'inferocito popolo si diede ad atterrare i magnifici palazzi e le torri non solamente di que' nobili che abborrivano questa sacrilega novità, ma anche de' cardinali, alcuni de' quali inoltre riportarono delle ferite dalla matta plebe che non conosce nei suoi trasporti misura. Abolirono inoltre i Romani[1877] la dignità del prefetto di Roma; obbligarono tutti i nobili cittadini a giurar suggezione al loro patrizio Giordano, figliuolo di Pier Leone, ed incastellarono, cioè ridussero in fortezza la basilica vaticana, con far poscia delle avanie, e dar anche delle ferite ai pellegrini che per divozione colà concorrevano. Il pontefice Eugenio, dopo aver colla pazienza e colle buone tentato invano di frenar la disubbidienza de' Romani, venne alle brusche, con fulminare la scomunica contra di Giordano dichiarato patrizio. Adoperò ancora gli altri rimedii efficaci della forza temporale per metterli in dovere, avendo congiunte le sue armi con quelle del popolo di Tivoli. Non finì dunque l'anno che furono astretti i Romani ad una concordia, per cui si contentò il papa che sussistesse il senato, come era in uso in tanti secoli addietro, ma con obbligare i Romani ad abolire il patrizio, a rimettere la dignità del prefetto di Roma, e a prestare l'ubbidienza dovuta ai pontefici, padroni legittimi di Roma. Ciò fatto, da Viterbo se ne tornò a Roma verso il Natale del Signore con immenso giubilo di quel popolo e clero[1878], che gli fece un solenne incontro, cantando il Benedictus, qui venit in nomine Domini: il che può farci maraviglia, per quel che s'è prima veduto. Andato egli al palazzo lateranense, celebrò dipoi con magnifica solennità e quiete di tutti la festa del Natale. Applicossi parimente in quest'anno il buon pontefice a rimettere la pace fra i Pisani e i Lucchesi: al qual fine fece venire in Italia Pietro abbate di Clugnì, personaggio di gran credito, siccome costa da una lettera di esso abbate citata all'anno precedente. Ma qual effetto producesse un tal negozio, resta a noi ignoto.
NOTE:
[1872] Cardin. de Aragon., in Vit. Lucii II, P. I, tom. 3 Rer. Italic.
[1873] Godefr. Viterbiensis, in Pantheo.
[1874] Baron., in Annal. Ecclesiast.
[1875] Cardin. de Aragon., in Vit. Eugenii III.
[1876] Otto Frisingensis, de Gestis Friderici, lib. 2, cap. 20. Guntherus, in Ligur., lib. 3.
[1877] Otto Frisingensis, in Chron., lib. 7, cap. 31.
[1878] Card. de Aragon., in Vit. Eugenii III, P. I, tom. 3 Rer. Italic.
Anno di CRISTO MCXLVI. Indizione IX.
EUGENIO III papa 2. CORRADO III re di Germania e d'Italia 9.
Poca quiete trovò in Roma il pontefice Eugenio. Troppo erano esacerbati gli animi del popolo romano contra quello di Tivoli[1879]. Accecati da quest'odio, tuttodì il tormentavano, perchè si smantellasse la nemica città; nè potendo egli reggere a tanta petulanza e fastidio, si ritirò di là dal Tevere, forse in castello Sant'Angelo, che era tenuto dagli altri figliuoli di Pier Leone suoi fedeli. L'Anonimo Casinense[1880] sotto all'anno 1145, che è, secondo noi, il 1146, non so come, scrive che papa Eugenio pacem cum Romanis reformans, muros tiburtinae civitatis destrui praecepit. A me non si rende credibile questo fatto, perchè se il pontefice fosse giunto ad accordar questa pretensione ai Romani, non avrebbono essi continuata la guerra ai Tiburtini, nè papa Eugenio avrebbe abbandonata Roma, siccome fece nell'anno presente, per sottrarsi all'indiscretezza e alle violenze de' Romani. Infatti egli si partì assai disgustato da Roma. Il troviamo in Sutri nel dì 25 di aprile[1881]. Per attestato di altri, se ne andò poscia a Viterbo, poscia a Siena, e, secondo le Croniche accennate dal Tronci[1882], di là venne alla sua patria Pisa. Dall'Anonimo Casinense sappiamo[1883] che egli si portò anche a Lucca, probabilmente per istabilir, se potea, la pace fra quelle due repubbliche. Valicato poi l'Apennino, se è vero ciò che scrive il Sigonio, passò alla città di Brescia, dove diede una bolla X kalendas septembris, in cui scrive al popolo di Bologna di avere intimato ai Reggiani e Parmigiani di non porgere aiuto ai Modenesi contra la badia di Nonantola: e perchè non aveano ubbidito, col consentimento de' cardinali, del patriarca d'Aquileia e di molti vescovi, avea privato le loro città della dignità episcopale. Temo io che questa bolla appartenga agli anni posteriori. Dalle Croniche di Piacenza abbiamo ch'egli fu in quella città, e di là s'inviò alla volta di Francia. Non si può ben accertare se vivente papa Lucio II, oppur sotto il presente papa Eugenio III, i nuovi senatori di Roma scrivessero al re Corrado, appellato re de' Romani, una lettera a noi conservata da Ottone da Frisinga[1884]. Gli significavano di avere ristabilito il senato, come era a' tempi di Costantino e di Giustiniano; di essere a lui fedeli, e di faticare indefessamente coll'unica mira di esaltare la di lui dignità e persona, nulla più desiderando che la venuta di lui a prendere la corona imperiale. L'avvisavano che i Frangipani e i figliuoli di Pier Leone (eccetto che il loro fratello Giordano) e Tolomeo con altri erano dichiarati in favore del papa, e tenevano castello Sant'Angelo per impedire la coronazion d'esso Corrado, ma che essi rifabbricavano e fortificavano Ponte Molle in di lui servigio. Aggiunsero che il papa e il re di Sicilia tenevano ad una, andando d'accordo in non volere Corrado in Italia, e molto meno in Roma; ed è ben probabile che Ruggieri anche da questa parte s'ingegnasse di contrariare alla venuta di Corrado, le cui armi poteano rinnovar la scena disgustosa dell'imperadore Lottario. Scriveano essi Romani, oltre a ciò, essere seguita concordia fra il papa e lo stesso Ruggieri (ciò sembra indicare lo accordo fatto da papa Lucio II nell'anno 1144), per cui il pontefice avea conceduto a Ruggieri virgam et annulum, dalmaticam et mitram atque sandalia, et ne ullum mittat in terram suam legatum, nisi quem Siculus petierit: il che viene interpretato dai Siciliani per un indizio della decantata lor monarchia. Et Siculus dedit ei multam pecuniam pro detrimento vestro, et romani imperii. Ma il re Corrado niun conto fece di tale rappresentanza, assai informato del sistema delle cose e del buon cuore del papa; anzi venuti a lui due legati pontificii, l'uno de' quali era Guido Pisano cardinale e cancelliere della santa romana Chiesa, per la rinnovazion degli antichi privilegii, con tutto onore gli accettò, e concedè quanto chiedevano. Si trova nell'anno 1147 cancelliere d'essa romana Chiesa Guido cardinale; ma non so dire se sia lo stesso. Abbiamo dalla Cronica di Fossa Nuova[1885] sotto questo anno che Romani venerunt super Tiburim, et multos ex eis decollaverunt. Anche i Genovesi[1886] fecero pruova del lor valore contro de' Saraceni dominanti in Minorica, e corsari di professione. Armarono ventidue galee, e molte altre navi con assai macchine militari e castelli di legname. Generale di questa flotta fu lo stesso Caffaro, che diede principio agli Annali di Genova. Sbarcati nell'isola Minorica fanti e cavalli, diedero il guasto al paese, fecero molti prigioni, presero la città, e la distrussero, ma dopo averne cavato un ricco bottino. Di là passarono ad Almeria, città marittima della Spagna nel regno di Granata, e postole l'assedio, cominciarono a flagellarla con petriere, gatti, ed altre macchine usate in questi tempi. Veggendosi in mal punto quegl'infedeli, fecero istanza per tregua o pace. Fu per la tregua accordato che pagassero cento tredici mila marabotini, e ne pagarono venticinque mila in quella notte. Stando i Genovesi a vedere e numerare il danaro, ebbe agio il re d'Almeria di salvarsi in due galee col resto della somma accordata. Creò il popolo d'Almeria la seguente mattina un altro re, che ratificò la promessa antecedente; ma perchè non la mantenne nel tempo prescritto, i Genovesi fecero quanto di male poterono al di fuori della città, ed accostandosi il verno, se ne tornarono con trionfo in patria.
Non potea star quieto in questi tempi Ruggieri re di Sicilia, principe agitato dallo spirito de' conquistatori. Giacchè non potea stendersi dalla parte di Roma, per non disgustare il papa; nè verso la marca d'Ancona, per non tirarsi addosso lo sdegno del re Corrado, determinò di portar la guerra addosso ai Mori di Africa. Pertanto con possente flotta sbarcò su quelle coste, assalì la città di Tripoli, nido di corsari; e tuttochè la trovasse forte per sito, per buone mura e torri, pure, dopo aver presa l'isola delle Gerbe, a forza d'armi s'insignorì di quella città, con trucidar quanti v'erano alla difesa, e condurre le lor donne schiave in Sicilia. Il padre Pagi[1887] riferisce questo fatto all'anno presente. Secondo Roberto dal Monte[1888], ed anche per attestato dell'Anonimo Casinense[1889], tal conquista si dovrebbe attribuire all'anno precedente 1145. Altri poi ne parlano all'anno 1147, come ha Noveiro scrittore arabo, citato da esso Pagi; e questa è forse la più verisimil opinione. Veramente per la cronologia della Sicilia in questi tempi a noi mancano lumi sicuri. Pensa il suddetto Pagi che appartenga all'anno 1148 la guerra del re Ruggieri contra di Manuello imperador de' Greci, e a quell'anno veramente ne parla Roberto dal Monte[1890]. Ma non è sicura la cronologia di quell'autore. Mette egli nello stesso anno 1148 la presa d'Almeria in Ispagna, e le conquiste fatte da esso re Ruggieri nelle coste d'Africa; e pur vedremo che tali avventure son da riferire all'anno seguente 1147. Nè potendosi credere che Ruggieri in uno stesso anno guerreggiasse contro i Greci e contro i Mori d'Africa, m'induco io a credere che in questo anno egli ostilmente entrasse nel dominio greco. Con tale opinione meglio si accorda Ottone Frisingense, che narra dipoi fatti accaduti nell'anno 1147. Una Cronica del monistero della Cava[1891] mette essa guerra contro i Greci sotto lo stesso anno 1147; ma quivi ancora sono scorretti i numeri per colpa de' copisti, e si conosce che l'autore avrà scritto 1146, perchè, dopo aver narrata l'assunzione di papa Eugenio nel 1145, racconta al seguente anno la guerra della Grecia. Il motivo d'essa fu che passava da lungo tempo nemicizia fra gli Augusti greci e il re Ruggieri, pretendendo sempre gl'imperadori d'Oriente che i Normanni indebitamente ritenessero in lor potere la Sicilia, ed ingiustamente avessero tolto all'imperio greco molte città di Puglia e Calabria. Tentò Giovanni Comneno imperadore, padre di Manuello, di far lega contra di Ruggieri col re Corrado, siccome abbiamo da Ottone Frisingense[1892]. Pietro Polano doge di Venezia ne era mediatore, e venne anche per questo un'ambasceria de' Greci in Germania. Ruggieri, per quanto scrive Roberto del Monte, mandò anch'egli i suoi ambasciatori a Costantinopoli per ottener la pace; ma questi furono messi in prigione ad onta del diritto delle genti. Da tale affronto irritato forte il re Ruggieri, spedì, a mio credere, nell'anno presente una poderosa flotta nella Dalmazia e nell'Epiro, comandata da valorosi capitani. Sbarcarono essi in Corfù, e con astuzia s'impadronirono di quella città e di tutta l'isola. Lasciato ivi un buon presidio, e continuato il viaggio, saccheggiarono dipoi la Cefalonia, Corinto, Tebe, Atene, Negroponte, ed altri paesi del greco imperio[1893]. Non si può dire l'immensità della preda d'oro, d'argento e di vesti preziose che ne asportarono i vincitori Normanni. Alcune migliaia di Greci, nobili e plebei, donne e fanciulli, ed anche Giudei, furono condotti prigioni in Sicilia, e servirono a popolar molti luoghi che scarseggiavano di gente. Soprattutto notabil fu l'accortezza politica del re Ruggieri, il quale fece prendere tutti quanti gli artefici che lavoravano in quelle parti drapperie di seta, e li fece trasportare a Palermo. Prima non si lavoravano se non in Grecia e in Ispagna gli sciamiti e le stoffe di varii colori di seta, con oro ancora tessute. Costavano un occhio a chi degl'Italiani ne voleva. Da lì innanzi fu introdotta in Sicilia questa bell'arte, che poi col tempo si diffuse per altre parti della nostra Europa, e rendè men caro il prezzo di sì fatte tele. Ugone Falcando[1894], scrittore di questo secolo, ne fa una vaga descrizione, come di cosa rara, nel principio dell'opera sua. E tale fu il guadagno che riportarono i Greci dalla nemicizia col re Ruggieri. Trovavansi in cattiva positura gli affari di Terra Santa in questi tempi, massimamente dappoichè gli infedeli aveano tolto a' Cristiani la nobil città di Edessa in Soria. Ora per la zelante eloquenza di san Bernardo nell'anno presente Lodovico VII re di Francia e Corrado III re di Germania presero la croce, e si obbligarono di marciare nell'anno seguente con grandi forze, e coll'accompagnamento di copiosa nobilità in Levante, a militare contra de' nemici del nome cristiano.
NOTE:
[1879] Otto Frisingensis, lib. 7.
[1880] Anonymus Casinens., tom. 5 Rer. Ital.
[1881] Johann, de Ceccano, Chron.
[1882] Tronci, Memor. Istor. di Pisa.
[1883] Anonymus Casinensis, tom. 5 Rer. Ital.
[1884] Otto Frising., de Gestis Friderici, lib. 1, cap. 28.
[1885] Johann. de Ceccano, tom. 1 Ital. Sacr.
[1886] Caffari, Annal. Genuens., lib. 1.
[1887] Pagius, in Critic. Baron. ad hunc annum.
[1888] Robert. de Monte, Chron.
[1889] Anonymus Casin., tom. 5 Rer. Ital.
[1890] Robert. de Monte, Append. ad Sigebert.
[1891] Chron. Cavense, tom. 7 Rer. Ital.
[1892] Otto Frisingens. lib. 1, cap. 23 de Gestis Federici I.
[1893] Dandulus, in Chron., tom. 12 Rer. Ital.
[1894] Hugo Falcandus, de calamit. Sicul., tom. 7 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCXLVII. Indizione X.
EUGENIO III papa 3. CORRADO III re di Germania e d'Italia 10.
In quest'anno, principalmente per promuovere l'affare importante della crociata, passò in Francia il buon papa Eugenio[1895]. Fu ad incontrarlo il re Lodovico VII a Dijon, e insieme poi celebrarono la santa Pasqua in Parigi. Dopo la Pentecoste esso re andò a prendere alla chiesa di san Dionigi, secondo i riti d'allora, il bordone e la scarsella da pellegrino[1896], e la bandiera appellata Orofiamma, e si mosse con gran comitiva di prelati e baroni, e col suo esercito andò ad imbarcarsi per passare in Oriente. Fra gli altri seco condusse[1897] de Italia Amedeum taurinensem fratremque ejus Guilielmum marchionem de Monte Ferrato avunculos suos. Come fossero fratelli questi due principi, quando si sa che la real casa di Savoia era ben diversa da quella de' marchesi di Monferrato, non si comprende. Probabile è ciò che il Guichenone[1898] immaginò, cioè che fossero fratelli uterini. Sarebbe da desiderare che ci fossero rimaste in maggior copia antiche memorie o notizie di questi tempi, per meglio intendere quali Stati possedessero, e quai personaggi avessero quelle due nobilissime famiglie. E per conto del suddetto Guglielmo marchese di Monferrato, non voglio tacere ch'egli ebbe per moglie una sorella del re Corrado, attestandolo Sicardo vescovo di Cremona[1899], che fiorì sul fine di questo secolo, là dove, parlando del medesimo Corrado, scrive: Cujus soror marchioni Guilielmo de Monte-Ferrato, nomine Julitta, fuit matrimonio copulata, ex qua quinque filios genuit eximiis meritis, hac serie describendos, scilicet Guilielmum, Conradum, Bonifacium, Fredericum, et Raynerium, quorum diversa fuere dona fortunæ. Questa pare la prima volta che i marchesi di Monferrato portarono le loro armi in Oriente per la fede di Gesù Cristo, dove poi si acquistarono tanta gloria e possanza, siccome andremo vedendo. Poco prima il re Corrado s'era messo in arnese per marciare anch'egli in Oriente[1900]. Tenne una general dieta in Francoforte, dove fece dichiarare re il fanciullo Arrigo suo figliuolo. Colà comparve il giovane Arrigo Leone guelfo-estense, duca di Sassonia, con fare istanza d'essere reintegrato nel ducato della Baviera, tolto a suo padre e dato ad Arrigo figliuolo di Leopoldo, con pretenderlo a sè dovuto per diritto di eredità. Con sì buone parole trattò di questo affare il re, che indusse il giovanetto principe a sospendere questo interesse sino al suo ritorno da Terra Santa. Adunque dopo l'Ascensione il re Corrado imprese il viaggio d'Oriente con un immenso esercito. Andarono specialmente in compagnia di lui il suddetto Arrigo duca di Baviera, Ottone vescovo di Frisinga, fratello uterino del medesimo re Corrado, e storico nobilissimo di questi tempi, e Federigo iuniore suo nipote, che fu poi imperadore. Suo padre Federigo duca di Suevia, non avendo che questo figliuolo, per troppo affanno di vederlo condotto via, da lì a non molto diede fine a' suoi giorni. Pacificatosi ancora il duca Guelfo, zio paterno del duca di Sassonia, col re Corrado, e presa la croce, andò anch'egli in questa sacra spedizione. Arrivò il re Corrado col suo innumerabil esercito a Costantinopoli, dove Manuello Comneno, che aveva per moglie una sorella della regina Geltruda, e però suo cognato, gli usò di molte finezze e fece dei gran regali. Ma a chi non è nota la fede de' Greci? Promise assaissimo quell'imperadore, e massimamente dei viveri, ma nulla attenne[1901]. Anzi, dacchè quel terribil nuvolo di crociati fu passato oltre allo Stretto, niuna furberia lasciò intentata per farli perire, mantenendo anche intelligenza coi Turchi. Io non mi fermerò punto nel racconto di queste infelici avventure, perchè nulla spettanti alla storia d'Italia, e lascerò che i lettori consultino sopra ciò gli scrittori della guerra santa. Felice all'incontro fu un'altra crociata di Franzesi e Spagnuoli contra de' Saraceni di Spagna, fatta in quest'anno. Vi accorsero dall'Italia i Pisani, ma principalmente i Genovesi[1902] con una poderosissima flotta. Capitatane in quelle parti anche un'altra che andava in Terra Santa, diede mano a far quelle conquiste. Presero Lisbona, Baeza ed altre città. La mira di quella sacra lega soprattutto era la città di Almeria, perchè infame ricettacolo di corsari. Se crediamo agli Annali di Genova, è dovuta al popolo genovese la gloria dell'espugnazione di quella città, nel cui castello rifugiatisi venti mila Saraceni, si riscattarono a forza d'oro. Ma gli storici spagnuoli[1903] ci assicurano che a quell'impresa intervennero anche Alfonso re di Spagna, il re di Navarra, ed altri popoli di quelle contrade e di Francia. Ottone Frisingense scrive che Almeria e Lisbona erano città in sericorum pannorum opificio praenobilissimæ. In quest'anno ancora il re di Sicilia Ruggieri portò di nuovo la guerra in Africa contra de' Mori. Abbiamo detto che nell'anno precedente egli conquistò Tripoli. Forse in quest'anno ciò avvenne. Nel quale certamente pare ch'egli, continuando le conquiste, come scrive Noveiro storico arabo citato dal padre Pagi[1904], si impadronì di Mahadia, chiamata Africa dall'Anonimo Casinense[1905], di Safaco, di Capsia e d'altre terre in quella costa di Barberia, con renderle tributarie alla sua corona. Secondo le croniche di Bologna, in quest'anno[1906] quella città patì un fierissimo incendio nella settimana santa. Sì nel secolo precedente che nel presente s'ode la medesima disavventura di altre città, specialmente nella Lombardia; segno che molte doveano essere le case con tetto coperto di scindule, cioè di assicelle di legno, usate molto una volta, e facili a comunicar l'una all'altra il fuoco, oltre ad altre case coperte di paglia, siccome ho dimostrato nelle Antichità italiane.
NOTE:
[1895] Anonymus Casin., tom. 5 Rer. Ital.
[1896] Sugerius, in Vita Ludovici.
[1897] Otto Frisingensis, in Chron, lib. 1, cap. 44 de Gestis Frider.
[1898] Guichenon, Histoire de la Maison de Savoye, tom. 1.
[1899] Sicard., Chron., tom. 7 Rer. Ital.
[1900] Otto Frisingens., lib. 1.
[1901] Romualdus Salernit., in Chron., lib. 1.
[1902] Caffari, Annal. Genuens., lib. 1.
[1903] Sandoval., in Vita Alphonsi VII.
[1904] Pagius, ad Annal. Baronii.
[1905] Anonymus Casinensis, in Chron. Hugo Falcandus, Hist.
[1906] Matth. de Griffonibus, tom. 18 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCXLVIII. Indiz. XI.
INNOCENZO III papa 4. CORRADO III re di Germania e d'Italia 11.
Nella quaresima di quest'anno tenne papa Eugenio un gran concilio nella città di Rems[1907], dove furono pubblicati molti canoni spettanti alla disciplina ecclesiastica, e fu chiamata all'esame la dottrina di Guiberto vescovo di Poitiers. Dopo il concilio andò il pontefice a visitar le insigni badie di Cisterzio e di Chiaravalle, e poscia s'inviò di ritorno in Italia. Si truova egli nel dì 7 di luglio in Cremona, dove confermò i privilegii della badia di Tolla, e nel dì 15 di luglio in Brescia, secondochè si ricava da altra sua bolla[1908] e da una sua lettera scritta al clero romano[1909]. Girolamo Rossi[1910] rapporta un suo breve, dato in Pisa nel dì 10 di novembre Indictione XII, Incarnationis dominicæ MCXLIX, pontificatus domini Eugenii papæ III, anno quarto. Qui è l'anno pisano e la nuova Indizione cominciata nel settembre. Però appartenendo quel documento all'anno presente, in cui correva l'anno quarto del suo pontificato, vegniamo in cognizione che esso papa visitò nel viaggio la sua patria Pisa. Un'altra simile bolla da lui data nella stessa città di Pisa XIIII kalendas decembris, Indictione XII, Incarnationis dominicae anno MCXLVIII, ho io pubblicato[1911]. Ma dovrebbe essere lo stesso anno in tutte e due. Nella di lui vita[1912] altro non si legge se non che, terminato il concilio, ad urbem suam, et commissum sibi populum, ductore Domino, incolumis remeavit. Ma o non entrò, oppure non si fermò in Roma. L'Anonimo Casinense[1913] scrive ch'egli venne a Viterbo. E da Romoaldo Salernitano abbiamo che il suo soggiorno fu in Tuscolo ossia Tusculano. Erano tuttavia sconcertati gli affari fra lui e il popolo romano. Intanto dopo la perdita d'innumerabil gente il re Corrado imbarcatosi arrivò nella settimana di Pasqua a Tolemaide, appellata allora Acon. Altri de' suoi pervennero a Tiro e Sidone[1914]. E Lodovico re di Francia anch'egli, dopo avere perduta buona parte de' suoi, verso la metà di quaresima giunse ad Antiochia. Unitisi questi due principi fra le città di Tiro e di Tolemaide, per tre dì assediarono Damasco, ed aveano presa la prima cinta delle mura; ma per frode de' principi cristiani d'Oriente, ossia de' Templari ed Ospitalieri, convenne ritirarsene[1915]. Fu anche risoluto l'assedio di Ascalona, e vi stettero sotto parecchi giorni: senza frutto nondimeno, perchè la città era fortissima, ed entro stava il miglior nerbo de' Saraceni, nè mai vennero le milizie promesse da Gerusalemme. Però, dopo avere i due monarchi infelicemente gittato tempo, danaro e gente, senza alcun profitto della cristianità d'Oriente, troppo discorde, troppo data all'interesse e ai piaceri, ad altro non più pensarono che a ritornarsene alle loro contrade. In questa spedizione caduto infermo Amedeo conte di Morienna, terzo di questo nome presso gli storici della real casa di Savoia, finì di vivere nell'isola di Cipro. Il Guichenon[1916] colla sua solita franchezza rapporta la di lui morte all'anno seguente; ma che questa avvenisse piuttosto nel presente, si raccoglie da Bernardo di Guidone, là dove scrive[1917]: Amedeus comes Marianensis (cioè Maurianensis) in Cypro insula obiit, con raccontare dipoi gli assedii di Damasco e d'Ascalona, certamente succeduti in quest'anno. Ad Amedeo succedette nel dominio Umberto III di lui figliuolo. In quest'anno da Raimondo conte di Barcellona tolta fu ai Mori di Spagna l'importante città di Tortosa; e quantunque sia qui mancante la storia di Caffaro genovese, pure altronde si sa che i Genovesi ebbero mano in quella conquista, e ne riportarono per ricompensa il dominio della terza parte di quella città, oppure il terzo della preda. Per quanto s'ha dagli antichi Annali di Modena[1918], nel primo giorno di luglio tota civitas Mutinae casu combusta fuit.
NOTE:
[1907] Robert. de Monte. Otto Frisingens et alii.
[1908] Campi, Istoria di Piacenza, tom. 1.
[1909] Baron., Annal. ad hunc annum.
[1910] Rubeus, Hist. Ravenn., lib. 5.
[1911] Antiquit. Italic., Dissert. LXX.
[1912] Cardin. de Aragon., in Vita Eugenii III.
[1913] Anonymus Cassinens., tom. 5 Rer. Ital.
[1914] Otto Frisingensis, de Gest. Friderici I, lib. 7, cap. 58.
[1915] Bernard. Thesaur., Chron. cap. 26, tom. 7 Rer. Ital.
[1916] Guichenon, Histoire de la Maison de Savoye, tom. 1.
[1917] Bernard. Guidonis, P. I, tom. 3 Rer. Ital., in Vita Eugenii III.
[1918] Annales Veteres Mutin., tom. 9 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCXLIX. Indizione XII.
EUGENIO III papa 5. CORRADO III re di Germania e d'Italia 12.
Durando tuttavia le controversie dei Romani con papa Eugenio, questi colla forza cercò di metterli in dovere. Roberto del Monte scrive sotto il presente anno, che[1919] papa Eugenius in Italiam regressus, cum Romanis vario eventu confligit. Per attestato di Romoaldo Salernitano[1920], non mancò il re Ruggieri, dacchè ebbe inteso l'arrivo d'esso papa nelle vicinanze di Roma, di spedirgli i suoi ambasciatori per attestargli il suo ossequio ed offerirgli aiuto. Aveva già questo pontefice fatta buona massa di combattenti, e guerreggiava contro i disubbidienti romani. Accettò volentieri il pontefice l'esibizione del re, che non tardò ad inviargli un corpo di soldatesche. Ciò che seguisse in tal guerra le storie che abbiamo nol dicono; se non che l'Anonimo Casinense scrive[1921], che Eugenius papa Tusculanum ingressus, fultus auxilio Rogerii regis, Romanos sibi rebelles expugnat. Intanto i due re Corrado e Lodovico si misero in viaggio per tornare dalla Terra Santa alle lor case, portando con esso loro nulla di gloria e molto di rammarico. Fu anche un gran dire fra i popoli cristiani dell'infelicità di questa spedizione, perchè tanta gente s'era mossa di Francia, Germania, Inghilterra, e altri paesi, che pareano bastanti a subissar tutti gli infedeli di Oriente. Specialmente addosso a san Bernardo si scatenarono le lingue maldicenti del popolo, quasichè egli avesse temerariamente mandate al macello tante migliaia di persone, e si fosse ingannato nelle sue predizioni, con aver promesso vittorie, che poi si convertirono in soli pianti. Non potè contenersi il santo abbate dal fare una savia apologia del suo operato, e la fece ancora per lui Ottone vescovo di Frisinga. Imbarcatosi il re Corrado, arrivò ne' confini dell'Acaia, e della Tessaglia, dove si trovava l'imperador Manuello suo cognato, che cortesemente l'accolse[1922]. I patimenti in addietro fatti, e l'affanno ch'egli seco portava, il fecero cadere gravemente infermo, e gli convenne per forza prendere ivi riposo per qualche tempo. Spedì intanto innanzi Federigo iuniore, nipote suo, acciocchè vegliasse alla quiete dell'imperio, giacchè abbiamo dall'Urspergense, che il duca Guelfo per la Calabria e Puglia ritornato in Germania[1923], stette poco a ricominciar la guerra contro la Baviera. Nel suo passaggio per la Sicilia aveva egli ricevuto, non solo grandi finezze dal re Ruggieri, ma anche delle grosse somme d'oro, acciocchè mantenendo il fuoco della guerra in Germania, non restasse tempo nè voglia al re Corrado di venire in Italia, siccome egli infatti meditava e dovea anche averne concertata l'esecuzione coll'imperador de' Greci. Venne poscia Corrado, ristabilito che fu in salute, per l'Adriatico a Pola e ad Aquileia, e di là passò in Germania.
Il motivo appunto per cui si trovava in Acaia l'augusto Comneno, era per vendicarsi del re Ruggieri che gli avea occupata l'isola di Corfù, e dato il sacco a tante altre città e luoghi del suo dominio. Aveva egli, per testimonianza di Niceta Coniate[1924], fatto venir dall'Asia e da altri luoghi quante legioni aveva, ordinate nuove leve di soldati, allestite le vecchie navi, e fabbricatone gran numero di nuove, dimanierachè compose una formidabil armata di circa mille legni, con isperanza, non solo di far vendetta, ma di riacquistar anche la Sicilia, Calabria e Puglia. Chiamò inoltre i Veneziani in aiuto suo, con accordar loro una bolla d'oro e privilegii maggiori che quei del tempo addietro[1925]. Era allora doge di Venezia Pietro Polano, e questi in persona con quanto sforzo potè di gente e di navi andò a congiungersi colla flotta imperiale. Passò dunque con sì potente apparato di guerra lo stesso Manuello Comneno augusto in persona all'isola di Corfù, e vigorosamente intraprese l'assedio di quella città, dove si trovava un gagliardo presidio del re Ruggieri, a cui non mancava coraggio e voglia di difendersi. Accadde che in questi tempi Lodovico re di Francia sciolse le vele da Terra Santa per ritornarsene al suo regno. Erano indrizzate le prore verso la Sicilia, ma portò la disgrazia, che abbattutosi in parte della flotta greca, la quale andava scorrendo quei mari, fu fatto prigione. Parve questa ai condottieri d'essa flotta una bella preda da ricavarne una grossa ranzone, e già erano in viaggio per condurre e presentare l'infelice re al loro imperadore. Aveva il re Ruggieri messo in mare sessanta galee ben armate, con ordine di scorrere contra de' suoi nemici. Ne era ammiraglio Giorgio, appellato da altri Gregorio, il quale non ardì di andare a cimentarsi colla troppo superiore armata de' Greci, assediante Corfù, ma veleggiò alla volta di Costantinopoli, dove attaccò il fuoco a que' borghi, gittò saette (non già aureas, come ha Roberto del Monte[1926], ma igneas, come scrive il Dandolo) contra del palazzo imperiale, ed, entrato per forza ne' giardini d'esso palazzo, per trofeo ne portò via le frutta. Ora avvenne, che tornando indietro quella flotta siciliana, s'incontrò nel convoglio greco che menava prigioniere il re di Francia Lodovico. Venne alle mani coi Greci, li ruppe, ed ebbe la sorte di rimettere in libertà quel re, per le cui generose preghiere l'ammiraglio siciliano s'indusse a rilasciar dalla prigionia molti Greci presi in tal congiuntura. Che gli storici moderni della Francia vogliano dissimular questa avventura di un loro re, può passare; ma che si mettano a negarla, non ne so veder sufficiente ragione, quando abbiamo storici antichi bastevoli ad assicurarcene. Fu condotto sano e salvo il re franzese forse a Palermo, come vuole Bernardo Tesoriere[1927], ma certamente in Calabria nella città di Potenza, dove si trovava il re Ruggieri. Non lasciò indietro il re siciliano finezza alcuna, per attestare al monarca franzese la sua benevolenza e il suo ossequio. Gli fece molti regali, e onorevolmente il fece condurre e scortare per tutti i suoi Stati. Nel dì 5 d'ottobre arrivò il re Lodovico al monistero di Monte Casino, ricevuto con grande onore da que' monaci, e vi si fermò per tre dì. Continuato poscia il viaggio, trovò papa Eugenio in Tuscolo, il quale, secondochè attesta Romoaldo Salernitano[1928], ricordevole dei favori a lui compartiti in Francia da esso re, eum prout decuit, cum reverentia magna et honore suscepit, dona multa obtulit et in pace ad propria redire permisit. Nè si dee tacere che mentre questo re si trovava nella terra di Ferentino[1929], Gregorio signor di Fumone, andò per fargli riverenza. Ma colto nel viaggio da papa Eugenio, restò spogliato d'esso castello di Fumone.
Con tal vigore intanto il greco Augusto continuò l'assedio di Corfù[1930], che finalmente lo costrinse alla resa, con accordare ai difensori un'onesta capitolazione. Ma il governatore della città siciliano, o perchè maggiormente non si difese, come forse potea, o per altri motivi, temendo l'ira del re Ruggieri, si acconciò coi Greci, nè volle più riveder la Sicilia. Perchè poscia una fiera tempesta scompigliò l'armata navale d'essi Greci, con affondar anche non pochi legni, lo imperador Manuello non credette più tempo di tentar l'impresa di Sicilia, massimamente accostandosi il verno; e però sbarcate le genti alla Vallona, attese a scaricare il suo sdegno contro ai popoli della Servia, che, durante questa guerra, aveano fatte varie scorrerie ne' paesi del suo imperio. Tuttavia non finì questa guerra, senza che la flotta de' Veneziani e dei Greci venisse alle mani con quella del re Ruggieri. Ben calda fu la zuffa, e la peggio toccò ai Siciliani, che lasciarono diciannove galee in potere de' nemici. Pare che non s'accordi colle notizie fin qui addotte la Cronologia di Andrea Dandolo, mentre egli scrive, che Pietro Polano doge di Venezia nell'anno diciottesimo, del suo ducato, cioè nel 1148 dopo aver messa insieme l'armata per andare a Corfù infermatosi, dopo aver dato il comando d'essa flotta a Giovanni suo fratello e a Rinieri suo figliuolo, se ne tornò a Venezia. Finita l'impresa di Corfù si restituì quella flotta vittoriosa alla patria, dove trovò già passato all'altra vita il doge, in cui luogo fu sustituito Domenico Morosino, personaggio di gran bontà e valore, nell'anno stesso 1148. Certo è che nel presente 1149 succedette la guerra e ricuperazion di Corfù. Però converrà intendere che i preparamenti di tale spedizione si facessero nel precedente anno, in cui ancora mancò di vita Pietro Polano, trovato poi morto dai capitani che tornarono da quella felicissima impresa. Abbiamo poi da Romoaldo Salernitano, che, quantunque il re Ruggieri somministrasse aiuti a papa Eugenio III, e mandasse più ambasciatori a lui per istabilir seco una buona pace e concordia, pure nulla potè ottenere. Dio il visitò ancora con un altro flagello in quest'anno; imperocchè per attestato dell'Anonimo Casinense, la morte gli rapì il primogenito suo Ruggieri, duca di Puglia, in età di trent'anni, con infinito cordoglio del re suo padre e di tutti i suoi popoli. Vir speciosus et miles strenuus, pius, benignus, misericors, et a suo populo multum dilectus, vien chiamato da Romoaldo. Lasciò questo principe dopo di sè due piccioli figliuoli, a lui procreati fuori di matrimonio da una nobil dama, figliuola di Roberto conte di Lecce, appellati l'uno Tancredi, che fu poi re di Sicilia, e Guglielmo, de' quali si parlerà a suo tempo. Di cinque legittimi figliuoli, che avea dianzi il re Ruggieri, non restò in vita se non Guglielmo suo quartogenito. Si può credere che papa Eugenio non adoperasse in vano la forza contra de' recalcitranti Romani, al vedere che seguì fra lui ed essi una concordia accennata dall'Anonimo Casinense con queste parole: Eugenius papa pacem (ossia pactum) cum Romanis reformans, Romam reversus est. Anche Romoaldo Salernitano asserisce che questo pontefice, dopo essere dimorato per qualche tempo in Tuscolo, si compose coi Romani, da' quali, non meno che da' senatori tutti, fu con sommo onore qual sovrano accolto. Ma poca sussistenza ebbe una tal pace. Io non so se si possa riposare sulla fede di Girolamo Rossi[1931], che a quest'anno mette la guerra fatta dai Bolognesi e Faentini alla città d'Imola collegata coi Ravennati, con impadronirsi di San Cassiano, e rimettere in piedi il castello appellato d'Imola. Seguì, secondo quell'autore, una battaglia fra i popoli di Ravenna e Forlì dall'un canto, e i Faentini dall'altro con ispargimento di gran sangue da ambedue le parti. Ma nulla di ciò parlando gli Annali di Bologna, più sicuro è il sospenderne la credenza. Abbiamo bensì dalle Croniche di Piacenza[1932], Parma e Cremona, che avendo in quest'anno i Piacentini assediato il castello di Tabiano, accorsi i Parmigiani e Cremonesi, diedero loro una grande sconfitta, di modo che la maggior parte di essi Piacentini restò prigioniera. Giovanni da Bazzano negli Annali di Modena[1933], dopo aver notata la rotta suddetta de' Piacentini, aggiugne che in quest'anno la terra di Nonantola fu distrutta dai Modenesi.
NOTE:
[1919] Robertus de Monte, Append. ad Sigebert.
[1920] Rumualdus Salernit., Chron. tom. 7 Rer. Ital.
[1921] Anonym. Casinens., tom. 5 Rer. Ital.
[1922] Otto Frisingens., lib. 1, cap. 59. de Gestis Friderici I.
[1923] Abbas Urspergens., in Chronico.
[1924] Niceta Chonial., Hist. lib. 7.
[1925] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.
[1926] Robertus de Monte. Bernardus Guidonis, et alii.
[1927] Bernard. Thesaurarius, in Chron. Anonymus Casinensis, in Chronic.
[1928] Romualdus Salernit., in Chron. tom. 7 Rer. Ital.
[1929] Johann. de Ceccano, Chron. Fossae novae.
[1930] Niceta, Histor., lib. 7.
[1931] Rubeus, Histor. Ravenn., lib. 5.
[1932] Annal. Placentini, tom. 16 Rer. Ital.
[1933] Johan. de Bazano, Annal. Mutin., tom. 1, Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCL. Indizione XIII.
EUGENIO III papa 6. CORRADO III re di Germania e d'Italia 13.
Benchè fosse seguita pace fra papa Eugenio e i Romani, pure restando assai torbidi gli animi, nè desistendo il pontefice dalla voglia di abbattere la novità del ristabilito senato, fu egli di nuovo forzato a ritirarsi fuori di Roma, mal contento di quella nobiltà. Abbiamo, ma non so ben dir se in quest'anno, dall'Anonimo Casinense[1934], che Eugenius papa urbe egressus, Campaniae moratus est; e da quello che poi soggiugne, assai si comprende che per disgusti egli passò a Terra di Lavoro. Avea san Bernardo inviato ad esso papa nel precedente anno il primo libro de Consideratione. Gl'inviò nel presente il secondo, e poscia i tre altri di quella bellissima opera. Prima nondimeno ch'egli uscisse di Roma, venne a visitarlo Pietro, celebre abbate di Clugnì, il quale attesta in una lettera scritta a san Bernardo[1935], d'aver ricevuto di grandi onori e segni di benevolenza, non solamente da esso papa, le cui mirabili e savie maniere va descrivendo, ma anche dal senato romano, dai vescovi e dai cardinali. Dacchè il re Ruggieri vide nell'anno addietro tutta la sua prole ridotta in un solo rampollo, cioè in Guglielmo, creato da lui o in questo o in esso precedente anno, duca di Puglia, per desiderio d'avere altri figliuoli a maggior sicurezza del suo regno, avea presa per moglie Sibilla sorella di Odone II duca di Borgogna[1936]; ma questa principessa tolta fu dalla morte all'anno presente, senza ch'ella desse alcun frutto del suo matrimonio. Pensando i Piacentini alla vendetta, e alla maniera di rifarsi del danno e della vergogna lor fatta nell'assedio di Tabiano dai Cremonesi nell'anno precedente[1937], strinsero oppure confermarono lega coi Milanesi, con indurli a mettersi in campagna coll'esercito loro contra d'essi Cremonesi. Così fece il popolo di Milano. In questo mentre i Piacentini voltarono le lor armi e macchine contra il suddetto castello di Tabiano, del quale infine s'impadronirono, e tosto lo spianarono. Ben diverso fu l'esito dell'armata milanese. Venuta alle mani nel dì cinque di luglio coll'armata cremonese a Castelnuovo, fu forzata a voltar le spalle con perdita di molta gente e cavalli. Peggio anche le occorse, perchè restò in mano de' vincitori il carroccio loro. Era questo allora l'uso delle città più forti d'Italia di uscire in campagna con questo carroccio istituito, siccome già dicemmo, da Eriberto arcivescovo di Milano nel secolo precedente. Nè altro esso era che un carro tirato da due o tre paia di buoi ornati di belle gualdrappe. V'era nel mezzo piantata un'antenna, tenente in cima la croce, oppure il Crocefisso colla bandiera sventolante del Comune. Stava sopra d'essa qualche soldato, e intorno marciava di guardia il nerbo dei più robusti e valorosi combattenti. A guisa dell'Arca del Signore condotta in campo dagli Ebrei, era menato questo carro. Al vederlo si rincorava l'esercito. Guai se cadeva in mano de' nemici: allora tutti a gambe. Grande impegno era il non perderlo; grandi maneggi si faceano per ricuperarlo. Circa questi tempi, per attestato del Dandolo[1938], Domenico Morosino doge di Venezia inviò uno stuolo di cinquanta galee ben armate sotto il comando di Domenico suo figliuolo e di Marino Gradenigo contra la città di Pola ed altre dell'Istria, che erano divenute alloggio di corsari, nè più ubbidivano a Venezia. Riuscì di mettere al dovere quella città, poi Rovigno, Parenzo, Umago, Emonia oggidì Città Nuova. Secondo gli Annali Pisani[1939], in quest'anno seguì battaglia fra i popoli di Pisa e Lucca, colla totale disfatta e gran mortalità de' Lucchesi. Ma, non parlando di questo fatto gli storici pisani moderni, non paiono sicure tali notizie; e tanto più che quegli Annali sono di autore poco esatto. Abbiamo ancora dalla Cronica di Fossa Nuova[1940], che papa Eugenio nel mese di ottobre andò a Ferentino, dove consecrò molti arcivescovi e vescovi. Anche Romoaldo Salernitano[1941] attesta, che rex Rogerius archiepiscopos et episcopos terrae suae a papa Eugenio jussit consecrari. Aggiugne l'autore di essa Cronica, che la città di Terracina fu presa nel dì 26 di novembre, ma senza dire da chi. Senza dubbio dal papa, a cui in quelle turbolenze s'era ribellata, o che era stata alienata dai suoi antecessori, come chiaramente attesta l'autore della sua Vita nella Raccolta del cardinale d'Aragona[1942].
NOTE:
[1934] Anonymus Casinensis, in Chron.
[1935] Petrus Cluniacens., lib. 6, Epist. 46.
[1936] Romualdus Salernitan., in Chron.
[1937] Annal. Cremonens., tom 7 Rer. Ital.
[1938] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.
[1939] Annal. Pisani, tom. 6 Rer. Ital.
[1940] Johan. de Ceccano, in Chron. Fossae novae.
[1941] Romualdus Salernitanus, in Chron.
[1942] Cardinal. de Aragon., in Vit. Eugenii III.
Anno di CRISTO MCLI. Indizione XIV.
EUGENIO III papa 7. CORRADO III re di Germania e d'Italia 14.
Verisimilmente in quest'anno il re Ruggieri, voglioso pur di supplir con un nuovo maritaggio alla mancanza di tanti figliuoli a lui rapiti dalla morte, per testimonianza di Romoaldo Salernitano, Beatricem filiam comitis de Reteste in uxorem accepit, de qua filiam habuit, quam Constantiam appellavit. La notizia è d'importanza per le cose che vedremo a suo tempo dopo assaissimi anni, ne' quali questa sua figlia Costanza cagione fu di grandi mutazioni nella Sicilia. Volendo inoltre assicurare il regno a Guglielmo suo figliuolo, in quest'anno[1943] il dichiarò suo collega e re nel mese di maggio, biennio antequam moreretur, dice Romoaldo[1944]; ed essendo morto Ruggieri sul fine di febbraio del 1154, parrebbe che ciò appartenesse all'anno seguente. Ma più sotto egli soggiugne, che Guglielmo cum patre duobus annis et mensibus decem regnaverat. Aggiungono gli storici siciliani, che in questo medesimo anno il re suddetto diede per moglie al figliuolo Guglielmo Margherita figliuola di Garzia re di Navarra[1945]; e vogliono che in questo anno se ne celebrassero solennemente le nozze in Palermo. Probabile è, che nell'anno presente seguisse[1946] la morte di Arrigo, picciolo figliuolo del re Corrado; già eletto re di Germania; e, quantunque sopravvivesse un altro figliuolo d'esso re, appellato Federigo, pure questo accidente aprì la strada a Federigo, figliuolo di suo fratello, per acquistar la corona del regno germanico, siccome diremo fra poco. Cessò in questi tempi la guerra che il duca Guelfo avea ricominciata in Germania contra del re Corrado[1947] per interposizione appunto del medesimo Federigo, nipote di Corrado e d'esso Guelfo, perchè gli fece assegnare alcune rendite del fisco regale colla villa di Merdingen, e con ciò l'indusse a vivere quieto. Così lasciò scritto l'Abate Urspergense, di cui sono ancora le seguenti parole: Reatina civitas post longam obsidionem a Rogerio rege Siciliae destructa est anno Domini MCLI. Quando non vi sia errore di stampa, la città di Rieti, non men che Ascoli, dovea essere allora compresa nella Puglia, signoreggiata da esso re Ruggieri. Scrive ancora Giovanni da Ceccano[1948], che papa Eugenio nel dì 10 di maggio andò a Castro, e vi dedicò la chiesa di santa Croce, e nel dì 27 d'ottobre dedicò la chiesa del monistero di Casemaro, dopo di che tornò a Segna. Per quanto osservò il cardinal Baronio[1949], circa questi tempi vennero a Roma gli arcivescovi di Colonia e di Magonza, contra de' quali bolliva un gran processo, e vennero carichi di danaro, credendosi di comperar la grazia del papa e della sua corte, come nei tempi addietro succedea, e parea più facile allora pel bisogno del pontefice, tuttavia involto nella guerra coi Romani. Ma furono rimandati indietro con tutto il loro tesoro, nova res, dice san Bernardo in iscrivendo ad esso papa[1950]. Quando hactenus aurum Roma refudit? Et nunc Romanorum consilio id usurpatum non credimus. Durando tuttavia la guerra dei Piacentini coi Parmigiani[1951], dai primi fu preso e distrutto Fornovo. Con gran concorso di scolari si spiegavano in questi tempi in Bologna le leggi romane, risuscitate circa il principio di questo secolo. Cadde in pensiero a Graziano monaco benedettino, toscano di patria, perchè nato in Chiusi, abitante allora nel monistero di san Felice di Bologna[1952], di compilare ancora il gius canonico, per metterlo nelle scuole e nelle mani della gioventù studiosa. Intraprese dunque il suo decreto, componendolo di canoni, di concilii, lettere di papi (fra le quali non poche apocrife, perchè provenienti da Isidoro Mercatore) e passi di santi Padri. Prima di lui più d'una di simili raccolte era stata fatta; ma questa portò il vanto, e divenne poi celebre ed usata nelle scuole. Stabilirono in questo anno lega insieme i popoli di Modena e Parma, promettendo i Parmigiani di assistere agli altri a loco Rheni usque ad burgum Florenzolae; et ab Alpibus usque ad flumen Padi[1953]. Lasciarono ai Reggiani il luogo se voleano entrare in questa lega. Ebbe con ciò principio la stretta alleanza, continuata dipoi per anni moltissimi, fra le città di Modena e di Parma.
NOTE:
[1943] Peregrin., in Not. ad Anonym. Casinens.
[1944] Romualdus Salern., in Chron.
[1945] Carusi, P. II, lib. 2, Istor. di Sicilia.
[1946] Otto Frisingens., de Gest. Frider. I, lib. 1, cap. 62.
[1947] Abbas Urspergensis, in Chron.
[1948] Johann. de Ceccano, Chron. Fossae Novae.
[1949] Baron., in Annales Ecclesiast.
[1950] San Bernard. de Consid., lib. 3, cap. 3.
[1951] Annales Placentini, tom. 16 Rer. Ital.
[1952] Ricobaldus, in Pomario.
[1953] Antiquit. Italic., Dissert. LVI.
Anno di CRISTO MCLII. Indizione XV.
EUGENIO III papa 8. FEDERIGO I re di Germania e d'Italia 1.
Nel dì 9 di giugno dell'anno presente era papa Eugenio in Spagna, come costa da una sua bolla data in favore di Richilda badessa dell'insigne monistero di santa Giulia di Brescia, da me data alla luce[1954]. E fin qui era durata la discordia de' Romani con esso pontefice, il quale per lo più a motivo di maggior quiete e sicurezza era dimorato fuori di Roma. San Bernardo scrivendo in questi tempi al medesimo papa il quarto libro de Consideratione, parve che predicesse il fine di questa briga[1955]: Quid tam notum saeculis, dice egli, quam protervia et fastus Romanorum? Gens insueta paci, tumultui assueta; gens immitis et intractabilis usque adhuc, subdi nescia, nisi quum non valet resistere. En plaga: tibi incumbit cura haec, dissimulare non licet. Ridens me forsitan, fore incurabilem persuasus. Noli diffidere. In fatti per attestato dell'Anonimo Casinense[1956], il cui anno 1151 si dee intendere per l'anno presente, papa Eugenio, stabilito un accordo coi Romani, rientrò pacificamente in Roma nel dì 11 d'ottobre. Anche Roberto del Monte[1957] in quest'anno scrive: Eugenius papa cum Romanis pace facta urbem ingreditur, ibique cum eis hoc anno primitus commoratur. Giovanni da Ceccano[1958] aggiugne, ch'egli entrò in Roma nel dì 6 di settembre. Lo stesso abbiamo da Romoaldo Salernitano[1959], il quale attesta che Eugenio fu con sommo onore ricevuto dai senatori e da tutto il popolo romano. Poscia con tante limosine e benefizii si guadagnò il cuore d'esso popolo, che quasi comandava a bacchetta nella maggior parte della città: Et nisi esset mors aemula quae illum cito de medio rapuit, senatores noviter procreatos populi adminiculo usurpata dignitate privasset. Era nell'anno addietro cominciata una gran guerra fra i re dell'Africa. Seppe bene profittarne il re Ruggieri[1960]. Inviò egli colà nel presente anno, se pur non fu nel susseguente, la sua armata navale, a cui venne fatto d'insignorirsi della città d'Ippona, oggidì Bona, e di altre terre in quella costa di Barberia. Ch'egli ancora prendesse Tunisi, lo attesta Roberto del Monte, secondo l'edizione del padre Dachery nello Spicilegio. Ma è da dolersi perchè la storia non ci abbia dato un più distinto ragguaglio di tali imprese. Certo è, che avendo poco prima i Mori Naassamoniti, abitanti verso Fez e Marocco, strangolato il re loro, s'impadronirono delle due Mauritanie: e poscia stendendo le conquiste verso Oriente, distrussero il regno de' Zeridi colla presa della città di Bugia, minacciando con ciò la Sicilia, Puglia e Calabria. Ma fece vedere a costoro il re Ruggieri che non gli metteano paura le loro bravate. Abbiamo dagli Annali Piacentini[1961], che in questo anno il popolo di Piacenza prese a' Parmigiani il castello di Medesana, e lo distrusse: e perciocchè dovette seguir qualche accordo fra loro, in cui ebbero i Cremonesi gran mano, affinchè Parma restituisse i prigioni di Piacenza, in segno di gratitudine i Piacentini cedettero ad essi Cremonesi Castelnuovo di Bocca d'Adda. Un fiero incendio devastò tutto Borgo S. Donnino, a riserva della chiesa maggiore. Maggiori avventure furono quelle della Germania nell'anno presente. Già si preparava il re Corrado per venire in Italia a prendere la corona imperiale[1962], risoluto insieme di far guerra al re Ruggieri in vigor della lega e del concerto fatto coll'imperador de' Greci suo cognato. S'era egli trasferito a Bamberga con pensiero di tenere ivi una gran dieta, quando venne a battere alle sue porte l'inesorabil morte. Mancò egli di vita nel dì 15 di febbraio dell'anno corrente. Scrive Ottone da Frisinga, essere corsa allora voce, ch'egli fosse stato aiutato ad uscire del mondo da alcuni medici del re Ruggieri, che, fingendo d'aver paura di quel re, s'erano rifugiati in Germania. Erano allora veramente in gran credito i medici della scuola di Salerno, e consultati da varie parti. Nè già è inverisimile che l'accorto Ruggieri avesse tentato per questa esecrabil via di liberarsi da un dichiarato nemico, la cui possanza quella sola era che dava a lui una fondata apprensione. Tuttavia in simili casi i sospetti e le dicerie del popolo sono a buon mercato. Allorchè Corrado vide in pericolo la sua vita, trattò coi principi di chi gli dovesse succedere. Gli restava bensì un figliuolo per nome Federigo, ma di età picciola, nè atta al governo. Però saggiamente consigliò che eleggessero Federigo, appellato poscia Barbarossa a cagion del colore della sua barba, figliuolo di Federigo il Guercio duca di Suevia suo fratello; al quale consegnò le insigne reali, e vivamente raccomandò il tenero suo figliuolo. Fu data sepoltura al di lui corpo in Bamberga, vicino alla tomba del santo imperadore Arrigo. Tenutasi poi la gran dieta del regno nel dì 4 di marzo in Francoforte, quivi restò a comuni voti eletto re ed imperadore futuro il suddetto Federigo. Degno è di osservazione, che a tale elezione ebbero parte tutti i principi della Germania, per attestato di Ottone vescovo di Frisinga, che uno fu di que' principi; il che fa conoscere quanto sia mal appoggiata l'opinione di chi pensa tanto prima istituito il collegio de' sette elettori; del che ho parlalo anche io altrove[1963]. Nè a quella dieta mancarono principi e baroni italiani. Non sine quibusdam ex Italia baronibus, scrive il suddetto Frisingense. E Amando[1964] segretario del medesimo Federigo racconta, che multi illustres heroes ex Lombardia, Tuscia, Januensi, et aliis Italiae dominiis, etc. convenerunt in urbe francofurtensi, etc., per eleggere il nuovo re. Più importante ancora è un'altra osservazione fatta dal medesimo Frisingense[1965], zio dello stesso Federigo, cioè che il motivo principale per cui convennero i voti di tutti i principi nella persona di Federigo, fu quello di pacificare ed unire insieme le due potenti e famose famiglie di Germania, cioè la ghibellina e la guelfa. Della prima era erede e capo lo stesso Federigo Barbarossa; dell'altra il duca Guelfo VI, e Arrigo Leone duca di Sassonia, suo nipote.
Era nato Federigo, siccome ho detto, da Federigo duca di Suevia, e da Giuditta figliuola d'Arrigo il Nero estense-guelfo, padre del suddetto Guelfo VI duca: per conseguente veniva ad esser Guelfo zio materno del re Federigo, e il duca di Sassonia Arrigo Leone suo cugino. Unendosi dunque in un solo principe il sangue d'amendue le sopraddette insigni famiglie, si credette che cesserebbe da lì innanzi la nemicizia ed animosità mantenuta fra loro tanti anni addietro. Ecco le parole del Frisingense: Duae in romano orbe apud Galliae Germaniaeve fines famosae familiae hactenus fuere: una Henricorum de Guibelinga, alia Guelforum de Altdorfio: altera imperatores, altera magnos duces producere solita. Istae, ut inter viros magnos, gloriaeque avidos assolet fieri, frequenter se se invicem aemulantes, reipublicae quietem multotiens perturbarunt. Nutu vero Dei, ut creditur, paci populi sui in posterum providentis, sub Henrico V factum est, ut Fridericus dux, pater hujus (di Federigo Barbarossa), qui de altera, idest de regum familia descenderat, de altera, Henrici scilicet Noricorum ducis filiam in uxorem acciperet, ex eaque Fridericum, qui in praesentiarum est et regnat, generaret. Principes ergo non solum industriam, ac saepe dicti juvenis virtutem, sed etiam hoc, quod utriusque sanguinis consors, tamquam angularis lapis, utrorumque horum parietum dissidentiam unire posset, considerantes, caput regni eum constituere adjudicaverunt: plurimum reipublicae profuturum praecogitantes, si tam gravis et diutina inter maximos imperii viros, ob privatum emolumentum simultas, hac demum occasione, Deo cooperante, sopiretur. Ho voluto rapportar intero questo passo, perchè esso è la chiave dell'origine delle famose fazioni ghibellina e guelfa, che recarono ne' secoli susseguenti tanti travagli e guai all'Italia. A questo lume svaniscono varie favole intorno a tale origine, spacciate dai poco informati storici, essendo certo che per le nimistà passate in Germania fra i re ghibellini e la linea dei duchi estense-guelfa di Germania (le quali poi si rinnovarono, siccome vedremo a suo tempo) presero piede in Italia queste maledette fazioni. Adunque il nuovo re Federigo portatosi ad Aquisgrana, nel dì 9 di marzo fu ivi solennemente coronato, e diede principio al suo governo con ispedire i suoi legati a papa Eugenio III e a tutta l'Italia, per notificare ad ognuno la sua elezione, che fu accettata e lodata da tutti. Una delle principali applicazioni ch'egli ebbe in questi principii, fu quella di terminare amichevolmente la lite mossa da Arrigo Leone estense-guelfo duca di Sassonia, che pretendeva il ducato della Baviera, siccome figliuolo ed erede del duca Arrigo il Superbo, contra del re Arrigo figliuolo di san Leopoldo, che ne era in possesso per concessione del fu re Corrado III. Ad amendue fu assegnato il termine per addurre le loro ragioni nel mese d'ottobre in Erbipoli, ossia in Wirtzburg. Presentaronsi ancora a' piedi del novello re con assai lagrime Roberto già principe di Capoa, Andrea conte di Rupecanina, ed altri signori della Puglia, spogliati dal re Ruggieri de' loro Stati, chiedendo giustizia ed aiuto. La determinazione di Federigo fu, che pazientassero finchè egli calasse in Italia per venire a prendere la corona imperiale: spedizione che restò fissata per l'anno 1154, e che, siccome vedremo, diede principio ad infiniti sconcerti e guerre nella misera Italia. Rapporta il cardinal Baronio[1966] la concordia stabilita in questo anno fra papa Eugenio e il re Federigo per mezzo de' lor deputati. Federigo si obbliga di non far pace nè tregua col popolo romano, nè con Ruggieri re di Sicilia, senza il consentimento di esso Eugenio e de' pontefici suoi successori, e di conservare e difendere tutte le regalie di san Pietro; e all'incontro il papa promette di coronarlo imperadore, e di aiutarlo secondo la giustizia. Ho riferito anch'io un diploma d'esso re Federigo in conferma de' privilegii de' canonici di Vercelli[1967], spedito in Wirtzburg XV kalendas novembris anno Domini MCLII, Indictione XV. In quest'anno scrive il Sigonio[1968] che ebbe principio la guerra fra i Parmigiani e Reggiani. Vennero i primi saccheggiando fino al fiume Secchia. Accorsero i Reggiani, ma rimasero sconfitti colla prigionia di molti, che nel dì dell'Assunzion della Vergine furono poi rilasciati in camiciuola con un bastone in mano e uno scopazzone. Passarono appresso i vittoriosi Parmigiani nel settembre fino a Borgo San Donnino, e, presolo, ne fecero un dono alle fiamme. Di questi fatti non veggo parola nei vecchi autori. Ma il Sigonio forse li prese da qualche Cronica manoscritta esistente allora, e smarrita oggidì.
NOTE:
[1954] Antiquit. Ital., Dissert. LXX.
[1955] San Bernard., lib. 4, cap. 2 de Consideratione.
[1956] Anonymus Casin., tom. 5 Rer. Ital.
[1957] Robertus de Monte, Append. ad Sigebert.
[1958] Johann. de Ceccano, Chron. Fossae Novae.
[1959] Romualdus Salern., in Chron.
[1960] Anonymus Casinensis. Robertus de Monte.
[1961] Annal. Placentini, tom. 16 Rer. Ital.
[1962] Otto Frisingensis, de Gestis Friderici I, lib. 1, cap. 63. Dodechinus, in Append.
[1963] Antiquit. Ital., Dissert. III.
[1964] Amand., de prim. Act. Frider.
[1965] Otto Frisingensis, de Gestis Frider., lib. 2, cap. 2.
[1966] Baron., Annal. Ecclesiast., ad hunc annum.
[1967] Antiquit. Ital., Dissert. LXII.
[1968] Sigon., de Regno Ital., lib. 12.
Anno di CRISTO MCLIII. Indizione I.
ANASTASIO IV papa 1. FEDERIGO I re di Germania e d'Italia 2.
Meritava bene il piissimo ed ottimo pontefice Eugenio III di vivere più lungamente. Egli s'era già cattivato colle sue liberalità e dolci maniere il popolo di Roma, di modo che già si trovava in istato di abolire il senato, onde era venuta tanta turbazione a lui e ai tre suoi predecessori. Avea fabbricato un palazzo presso san Pietro e un altro a Segna[1969]; avea ricuperata Terracina, Sezza, Normia e la rocca di Fumone, alienate un pezzo fa dal dominio di San Pietro. Le sue rare virtù il facevano venerabile ed ubbidito dappertutto. Ma Iddio il volle chiamare a sè con immenso dolore di tutto quel clero e popolo. Succedette la morte sua nel dì 7 di luglio del presente anno, mentre egli dimorava in Tivoli, e fu il suo sepolcro nella basilica vaticana onorato da Dio con varie miracolose guarigioni. Da lì a due giorni fu promosso al pontificato Romano Corrado vescovo di Sabina, romano di nazione, che prese il nome di Anastasio IV. In quest'anno ancora l'immortal servo del Signore san Bernardo, fondatore di tanti monisteri, andò a ricevere in cielo il frutto delle insigni sue virtù e gloriose fatiche. Tanto angustiarono in questi tempi i potenti Bolognesi uniti co' Faentini la città d'Imola, troppo inferiore di forze[1970], che, dopo una rotta data a quel popolo, il costrinsero ad una svantaggiosa pace, e a dipendere da lì innanzi dai loro cenni. Scrive ancora il Sigonio[1971] che i Piacentini uniti ai Cremonesi nel dì 26 di giugno vennero alle mani coll'esercito de' Parmigiani a Casalecchio, e restarono sconfitti, e, per la maggior parte presi, furono condotti nelle carceri di Parma. Onde si abbia egli tratte queste notizie nol so io dire. Negli antichi Annali di quella città non ne truovo vestigio. Erano già passati quarantadue anni che la città di Lodi stava sotto il giogo de' Milanesi, trattata non con quella piacevolezza che si cattiva il cuor de' sudditi, ma bensì con quell'asprezza che li fa gemere e sospirar tutto dì mutazion di governo. Accadde che due Lodigiani (siccome abbiamo da Ottone Morena[1972], storico diligente di questi tempi, e nativo di quella città), l'uno appellato Albernando Alamano, e maestro Omobuono, per proprii affari essendo iti alla città di Costanza, vi si trovarono nel tempo stesso che il nuovo re Federigo tenne ivi un parlamento. Osservato che molti sì ricchi che poveri ricorrevano ad esso per giustizia, e la ottenevano, saltò loro in pensiero di fare un passo forte, senza averne commissione e facoltà alcuna dalla loro città. Cioè prese in ispalla oppure in mano due grosse croci di legno (che tale era allora l'uso in Italia di chi aggravato portava le sue querele al trono de' principi), andarono a gittarsi a' piedi di Federigo nel dì 4 di marzo dell'anno presente, chiedendo con assai lagrime misericordia e giustizia contra de' Milanesi, come tiranni della lor patria Lodi, ed esponendo ad uno ad uno tutti gli aspri trattamenti che avea patito e tuttavia pativa questa infelice città.
Fra le rare doti che si univano in Federigo, principe di grande accortezza e mente, di petto forte e di valore impareggiabile, non era l'ultima l'amore della giustizia, ma inflessibile e congiunto, siccome vedremo, con tal severità, che andava al barbarico. Appena ebbe intese tali doglianze, che ordinò tosto al suo cancelliere di scrivere lettera vigorosa ai consoli e al popolo di Milano in favore e sollievo della città di Lodi, e deputò a portarla un uomo di sua corte appellato Sicherio. Tornati i due buoni Lodigiani a Lodi, notificarono ai consoli e al consiglio della Credenza di quella città quanto aveano operato. Siccome altrove ho io dimostrato, il consiglio della Credenza, nelle città libere d'Italia, non era composto della sola plebe, come ha creduto taluno. V'entravano anche i nobili, qualora aveano parte nel governo. Altro in somma non era che il consiglio segreto, a cui chi interveniva, prestava giuramento di non rivelar quello che ivi si trattava. In gran pena furono que' cittadini per tal novità, temendo, e con ragione, il risentimento e furore de' Milanesi; però in vece di ringraziamenti caricarono di villanie que' due semplici cittadini, e serrarono loro in petto queste novelle. Venne Sicherio a Lodi, credendosi di portar via grosso regalo; ma i consoli di Lodi, riprovando l'operato de' due lor cittadini, non altro fecero che scongiurarlo di tornarsene indietro senza presentar la lettera del re ai Milanesi. Ma egli arditamente ito a Milano, sfoderò gli ordini del re, ricevuti con sì mal garbo da que' consoli e dal loro consiglio, che dopo aver gittata in terra e pestata coi piedi la lettera, si avventarono addosso a Sicherio, ch'ebbe fatica a salvarsi; però se ne tornò egli assai brutto in Germania, ed espose al re e a' suoi baroni il grave affronto fattogli e il pericolo da lui corso. Sommo fu lo sdegno di Federigo e dei suoi principi, e se la legò al dito, per farne vendetta a suo tempo. Crebbe indicibilmente lo spavento ne' Lodigiani. Di dì in dì si aspettavano l'ultimo esterminio, minacciato loro da' Milanesi; e per isperanza di schivarlo, segretamente inviarono al re Federigo una chiave tutta d'oro per mezzo di Guglielmo marchese di Monferrato, raccomandandosi caldamente alla di lui protezione. Tornati in sè i Milanesi, per placare la collera del re, anch'essi gli mandarono una coppa d'oro piena di danaro, che non fu punto accettata da Federigo. Nello stesso tempo comparvero alla corte gli ambasciatori di Cremona e di Pavia con ricchi regali, e insieme con ordine d'esporre in segreto colloquio al re la superbia de' Milanesi, siccome quelli che erano dietro ad ingoiar tutti i loro vicini, e di far premure in favore dell'oppressa città di Lodi; e fu ben eseguita la commessione. Niega il padre Pagi la spedizione di questi ambasciatori, e la niega a torto. Ottone Morena ce ne assicura. Nè sussiste, come vuol esso Pagi, che i popoli di Puglia inviassero ambascerie a Federigo. Le doglianze furono fatte, come ho detto, da que' baroni cacciati dal re Ruggieri, che si trovavano in Germania.
O nel fine di quest'anno, o sul principio del seguente, non volendo il re Federigo che restasse un seminario di guerra in Germania, col lasciare indecisa la lite insorta fra Arrigo Leone duca di Sassonia ed Arrigo duca di Baviera, a cagion della stessa Baviera[1973], finalmente diede la sentenza, con aggiudicar quel ducato insigne al suddetto Arrigo Leone, goduto da' suoi maggiori per tanti anni addietro. Si venne poi nell'anno 1156 ad una transazione, per cui restò in dominio dell'altro Arrigo, col titolo di duca, la provincia dell'Austria, oggidì arciducato, che era in addietro parte della Baviera. Oltre a ciò, aveva esso Federigo data già, oppur diede allora al duca Guelfo, zio paterno dello stesso duca Arrigo Leone, e materno d'esso re Federigo[1974], l'investitura della marca di Toscana, del ducato di Spoleti, del principato di Sardegna, e de' beni allodiali della fu celebre contessa Matilda. Che Volderico, dianzi marchese di Toscana, cessasse di godere di quella dignità, si raccoglie da una sua magnifica donazione fatta alla chiesa d'Aquileia nell'anno 1170, che io ho dato alla luce nelle Antichità italiane[1975]. Sicchè possedendo la linea degli Estensi di Germania tali Stati in Italia, e in Germania i vasti e nobilissimi ducati della Sassonia e Baviera con Luneburgo e Brunsvich, anche oggidì esistenti sotto il loro dominio; e signoreggiando l'altra linea de' marchesi estensi una fioritissima porzione di Stati, massimamente nella marca trivisana: la potenza del sangue estense arrivò al sommo in questo tempi. Confermò papa Anastasio IV nell'anno presente i privilegii a Pacifico abbate del monistero di Brescello, fondato da Azzo conte o marchese bisavolo della suddetta Matilda, con bolla data[1976] Laterani V idus decembris, Indictione II, Incarnationis dominicae anno MCLIII, pontificatus vero domni Anastasii quarti papae anno primo.
NOTE:
[1969] Cardinal. de Arag., in Vit. Eugenii III.
[1970] Matth. de Griffonibus, Histor. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital.
[1971] Sigon., de Regno Ital., lib. 12.
[1972] Otto Morena, Hist., tom. 6 Rer. Ital.
[1973] Otto Frisingens., de Gest. Friderici I, lib. 2, cap. II.
[1974] Chron. Weingart apud Lebnitium Scriptor Brunsvich.
[1975] Antiquit. Ital., tom. 3, pag. 1221.
[1976] Antiquit. Ital., Dissert. LXX.
Anno di CRISTO MCLIV. Indizione II.
ADRIANO IV papa 1. FEDERIGO I re di Germania e d'Italia 3.
Fu questo l'ultimo anno della vita di Ruggieri, primo re di Sicilia, rapito dalla morte, secondo Romoaldo Salernitano[1977], nel dì 26 di febbraio in età di cinquantotto anni: principe glorioso per tante imprese, di statura alta, corpulento, con faccia leonina, saggio, provvido, accorto, più inclinato a raccogliere che a spendere il danaro, fiero in pubblico, benigno in privato, verso chi era fedele liberale in premiarli, aspro sino ad essere crudele contra chi gli mancava di fede. Era più temuto che amato dai suoi sudditi; e più ancora dei sudditi aveano paura di lui, perchè lo avean provato, i Greci e Saraceni. Altre sue lodi si possono raccogliere da Ugo Falcando nel principio della sua Storia[1978]. A lui si dee principalmente la fondazione dei due bei regni di Sicilia e di Napoli. Veramente è corso anche a me qualche sospetto che nel precedente anno potesse egli essere mancato di vita. Nel testo di Romoaldo la di lui morte è riferita all'anno 1152, nell'indizione I. Certamente l'anno è fallato, perchè la prima indizione correva solamente nel febbraio del 1153; al che non badò il cardinal Baronio[1979]. Ma, per quel che dirò, e l'anno e l'indizione sono ivi scorretti. Oltre a ciò, nella lettera di Corrado Domenicano[1980] intorno alle cose di Sicilia, e nella Cronica di Roberto del Monte[1981], Ruggieri si fa morto nell'anno 1153. Quel che è più, Ottone Frisingense, scrittore contemporaneo, ed informato degli affari d'allora, scrive che il re Federigo nel mese di settembre spedì ambasciatori a Manuello imperador de' Greci, non solamente per trattare del suo maritaggio, ma ancora[1982] pro Guilielmo Siculo, qui patri suo Rogerio noviter defuncto successerat, utriusque imperii invasore debellando. Tale spedizione, secondo il contesto di quella narrativa, appartiene all'anno 1153. Eppure con più fondamento si dee riferire all'anno presente la morte di Ruggieri, siccome portò opinione Camillo Pellegrino[1983], uno de' più accurati critici dell'Italia, opinione confermata dipoi dal padre Pagi[1984], perchè in essa convengono l'Anonimo Casinense e Ridolfo da Diceto; e il Pellegrino, attesta ciò ricavarsi dagli strumenti e diplomi d'allora. Aggiungo io che nella Cronichetta del monistero della Cava, da me data alla luce[1985], si legge anno 1154, Indictione II, obiit Rogerius rex, et Guilielmus filius ejus substituitur. Altrettanto ha Bernardo di Guidone nella Vita di Atanasio IV[1986]. Quel poi che può decidere tal controversia, si è uno strumento, rapportato da Rocco Pirro[1987], e scritto anno ab Incarnatione Domini nostri Jesu Christi MCLIV, regnante domino nostro Willelmo, Dei gratia sanctissimo et gloriosissimo rege Siciliae, Apuliae et Capuae, principatus anno I, mense vero II post obitum beatissimi Rogerii patris sui, mense aprili, Indictione II. Dopo il qual documento non dovrebbe più restar controversia intorno a questo punto. Al re Ruggieri succedette Guglielmo I suo figliuolo, già dichiarato re, ma non erede delle virtù del padre, che diede principio con qualche lode e plauso al suo governo, ma nel progresso di male in peggio andando, si acquistò co' suoi difetti e vizii il soprannome di Cattivo. Si fece egli coronare in Palermo nella Pasqua dell'anno presente, e non approvando egli i saggi ministri lasciati a lui da suo padre, parte ne licenziò, e parte ne bandì o cacciò in prigione.
Leggesi da una bolla di papa Anastasio IV, da me data alla luce[1988], in favore della badia della Pomposa, che si dice data Laterani XIV kalendas aprilis, Indictione II, Incarnationis dominicae anno MCLIII, pontificatus vero domni Anastasii papae quarti primo. Quando per avventura non fosse qui adoperato l'anno fiorentino e veneto, si dee scrivere anno MCLIV. Un'altra bolla, spedita VIII kalendas maii, vien riferita da Campi[1989]. Continuò questo pontefice la sua vita fino al dì 2 di dicembre dell'anno presente, in cui Dio il chiamò a sè. Succedette a lui nella cattedra pontificia Niccolò, nato in Inghilterra nel castello di Santo Albano già canonico regolare in san Rufo d'Arles, poi vescovo di Albano, che, spedito in Norvegia, confermò nella fede di Gesù Cristo quella barbara nazione, eletto nel dì 3 d'esso dicembre, benchè renitente, da' voti concordi di tutto il sacro collegio[1990]. Assunse egli il nome di Adriano IV, personaggio di esemplarissima vita, di sublime intendimento e fermezza d'animo, tardo alla collera, veloce al perdono, e gran limosiniere. Sotto il pontificato di Eugenio III e d'Anastasio IV era sempre dimorato in Roma l'eretico Arnaldo da Brescia, protetto e sostenuto da alcuni perversi potenti, e massimamente dai senatori contro il divieto de' papi. Non cessava costui di seminare il suo veleno, e benchè scomunicato e, bandito dal novello papa Adriano, non solo si rideva delle censure, ma pubblicamente inveiva contra di lui. Avvenne che il cardinale di santa Podenzana, nell'andare a palazzo, fu insultato da uno di quegli eretici e ferito a morte. Adriano per tali eccessi sottopose all'interdetto tutta Roma, e quivi cessarono i divini uffizii: gastigo non mai per l'addietro provato da quell'augusta città[1991]. All'avviso dell'assunzione di papa Adriano, non tardò il re di Sicilia Guglielmo ad inviargli ambasciatori per attestargli il suo ossequio, e insieme per trattar di pace. Ma ritrovarono ben lontano da questa il nuovo pontefice, che colla venuta del re Federigo sperava di meglio acconciare gl'interessi della Chiesa romana ne' principati di Puglia e di Capoa. Intanto i Milanesi, informati de' mali uffizii fatti contra di loro dal popolo di Pavia, con incitare lo sdegno del re Federigo ai lor danni[1992], marciarono coll'esercito per farne vendetta. Galvano Fiamma scrive[1993], che expulsis Laudensibus et Cremonensibus, super Papiam equitaverunt de mense augusti, eosque in admirabilem servitutem redegerunt. Ma questo autore, fecondo di favole nel raccontar le avventure di questi tempi, troppo dice con quelle parole. Non altro gli autori contemporanei scrivono, se non che ne seguì un gran guasto[1994]. Coi Milanesi andarono in oste i Comaschi, Lodigiani e Cremaschi, nè v'era memoria di un sì grande esercito come fu questo. Nel dì 11 d'agosto a Lardiraga sopra il fiume Olona vennero alle mani coi Pavesi; e nella battaglia, che durò dubbiosa fino al tramontar del sole, furono molti gli uccisi, molti i prigioni dall'una parte e dall'altra. Ma nel giorno seguente i Milanesi, che s'erano accampati, furono per un accidente presi da un sì panico terrore, che se ne tornarono alle lor case, lasciando indietro un ricco bottino d'armi, tende ed arnesi.
Durante questa guerra calò per la valle di Trento in Italia il re Federigo nel mese di ottobre, coll'accompagnamento conveniente al suo grado, cioè con un fioritissimo esercito. Seco fra gli altri era Arrigo IV guelfo estense, soprannominato il lione, duca di Sassonia e Baviera, il qual, per attestato di Ottone Morena, in Lombardiam cum ipso rege fere non cum minori copia equitum, quam ipse rex, venerat. S'attendò il re presso il lago di Garda, per ivi aspettar tutta la sua gente, e nel dì seguente giunse ad accamparsi nei prati di Roncaglia sul Piacentino. Era il costume, che venendo in Italia il re, ossia l'imperadore, andava a posar colà, e vi si dava la revista di tutti i vassalli, cioè feudatarii, sì di quei di Germania che degl'Italiani, obbligati cadauno a concorrere colà per riconoscere il sovrano. Chi mancava senza licenza del re perdeva i suoi feudi. Li perderono appunto in tal congiuntura i vescovi di Brema e di Alberstad, ma solamente lor vita durante, perchè si toglievano alle persone, e non alle chiese. Non si dee qui tralasciare il ritratto che fece allora dell'Italia Ottone vescovo di Frisinga[1995], zio dello stesso Federigo. Confessa che i popoli nulla più riteneano de' barbarici costumi degli antichi Longobardi, e ne' loro costumi e linguaggio compariva molto della pulizia e leggiadria de' vecchi Romani. Talmente si piccavano della libertà, che non voleano esser governati da un solo, eleggendo piuttosto i consoli, scelti dai tre ordini, cioè dai capitani, valvassori e plebe, affinchè niuno d'essi ordini soperchiasse l'altro. Uso era ancora di mutar ogni anno questi consoli. E per maggiormente popolar le città, costrignevano tutti i nobili e signorotti abitanti nelle loro diocesi, ancorchè feudatarii liberi dal lor dominio, di suggettarsi alle città, e di venire ad abitarvi. Ammettevano ancora alla milizia e ai pubblici ufizi gli artigiani più meccanici e vili: il che strano pareva al suddetto Ottone, perchè in Germania non si praticava così, confessando nulladimeno che in tal maniera le città d'Italia in ricchezze e potenza avanzavano tutte l'altre fuori d'Italia. Ma un sì felice stato veniva accompagnato anche dalla superbia e dal pessimo costume di portar poco rispetto al re, vedendolo mal volentieri venire in Italia, e spesso non ubbidendolo, se i di lui comandamenti non erano assistiti dalla forza di un buon esercito. Ma sopra gli altri si facea distinguere l'alterigia del popolo di Milano, che teneva il primato fra queste città, sì per la sua forza e per la copia di uomini bellicosi, come ancora per aver sottoposte al suo dominio le città di Como e di Lodi. Fermossi il re Federigo per cinque o sei giorni in Roncaglia, dove comparvero i consoli di quasi tutte le città a dir le loro ragioni, e tutti a giurargli fedeltà. V'intervenne Guglielmo marchese di Monferrato, signor nobile e grande, e quasi l'unico che si fosse salvato dall'imperio delle città, il quale portò querele contra de' popoli d'Asti e del Cairo. Altrettanto fece degli Astigiani il loro vescovo. Ma più lamentevoli furono le doglianze dei Comaschi e Lodigiani contra de' Milanesi, benchè presenti fossero i consoli stessi di Milano, cioè Oberto dall'Orto e Gherardo Negro. Colà ancora vennero i legati di Genova a venerare il sovrano, a cui presentarono lioni, struzzoli, pappagalli ed altri preziosi regali di Levante. Racconta Caffaro ne' suoi Annali (era egli uno degli ambasciatori) che Federigo[1996] fece loro molto onore e confidenza degli affari del regno, con promesse di onorar sopra l'altre città quella di Genova. Meditava già questo principe di far guerra a Guglielmo re di Sicilia; e però tante carezze dovette fare ai Genovesi, per valersi della lor flotta in quella occorrenza. Non mancarono, come ho detto, i Milanesi d'inviare due de' loro consoli a Roncaglia[1997], per attestare la lor fedeltà a Federigo, con cui ancora s'accordarono di pagargli quattro mila marche d'argento, e di restituire i prigioni ai Pavesi. Ma durò ben poco questo sereno. Volendo Federigo marciare alla volta del Piemonte, prese per condottieri i consoli di Milano, che il menarono per luoghi disabitati, dove non si trovarono tappe, nè mercato per comperarne. I due storici Ottoni credono ciò fatto per frode de' Milanesi, e che di qui avesse principio lo scoppio dell'ira di Federigo contro d'essi. Ma Sire Raul pretende che Federigo cercasse col fuscellino i pretesti di prenderla contro il popolo di Milano, perchè pensò la di lui politica che se metteva al basso i Milanesi, gli altri popoli tutti avrebbono chinata la testa. Dovette essere un accidente quel cammino per paese desertato dalle guerre precedenti. E che non venisse da cabala de' Milanesi, lo fecero essi conoscere, perchè saputa l'ira di Federigo, andarono tosto a dirupar la casa di Gherardo Negro, l'uno di que' consoli, per cui balordaggine si può credere che succedesse quell'inconveniente.
Comunque sia, Federigo incominciò le ostilità contro Milano. Arrivato a Landriano, fece restituire a Pavia i suoi prigioni; ma i milanesi prigioni fece legarli alle code de' cavalli, alcuni de' quali si sottrassero poi colla fuga, ed altri si riscattarono con danaro. Arrivò alla terra di Rosate, dove erano di presidio cinquecento cavalli milanesi; e volendovi entrar per forza i Tedeschi affamati, venne ordine da Milano a quella guarnigione e a tutti gli abitanti di uscirne. Entrativi poscia i Tedeschi, dopo il sacco bruciarono tutta la terra. Passò il Ticino su quel di Novara, e bruciò i ponti che vi aveano fatto fabbricare i Milanesi. Mentre era in Biagrasso, comparvero i deputati di Milano per pagare le quattro mila marche accordate; ma Federigo le rifiutò e strapazzò i messi, con trattare il lor popolo da gente di mala fede ed ingannatrice. Aggiunse di più, che non isperassero da lui accordo alcuno, finchè non avessero rimesse in libertà le città di Como e di Lodi. E per conto di Lodi, aveva egli già inviato un suo cappellano colà per farsi giurare fedeltà. Risposero que' cittadini di non poter farlo senza il beneplacito di Milano, a cui erano sudditi. Spedirono poscia colà a chiederne licenza, e questa non fu negata dai Milanesi. Continuò il suo viaggio Federigo con distruggere da' fondamenti tre terre di giurisdizion di Milano, cioè Galliate, che era dell'arcivescovo, Trecate e Mumma. Sire Raul scrive: Castra et villas de Monti, et Trecate. Trovasi nondimeno presso di lui turris de Mommo. In que' contorni celebrò Federigo la festa del Natale con grande allegria, mentre gl'innocenti abitatori di quelle terre piagneano, detestando la di lui crudeltà. Era col re Federigo calato in Italia anche il duca Guelfo, e sappiamo dalla Cronica di Weingart[1998] che vennero a trovarlo legati de omnibus civitatibus Tusciae, necnon ex omnibus civitatibus Spoleti, munera condigna offerentes, et subjectionem voluntariam promittentes. Prese egli anche possesso di tutte le castella e beni della fu contessa Matilda, nè apparisce che il pontefice ne facesse alcuna querela[1999]. Vennero in quest'anno i Mori mossamuti al castello di Pozzuolo, e gli diedero il sacco; ma ne pagarono la pena, perchè accorsa la flotta del re Guglielmo, ne prese molti, e sterminò il resto colle spade. Chiuderò le presenti notizie con una spettante alla casa d'Este. Per l'eredità del comune stipite, cioè del marchese Alberto Azzo II, erano state fin qui liti ed anche guerra[2000], di cui fa menzione la Cronica di Weingart, fra gli Estensi di Germania duchi di Baviera e Sassonia, e gli Estensi d'Italia marchesi. Per terminar sì fatte differenze, Arrigo il Leone duca di Sassonia, venuto in quest'anno col re Federigo in Italia, trovandosi sul Veronese nella villa di Povegliano nel dì 27 di ottobre, concedette a titolo di feudo tutte le sue ragioni sopra Este, Soresino, Arquada e Merendola ai marchesi Bonifazio, Folco II, Alberto ed Obizzo, dall'ultimo de' quali discende la serenissima casa d'Este, che già ne erano in possesso, facendo lor fine di tutte le offese fatte da essi e dai lor maggiori alla linea de' duchi. Con questa concordia i marchesi tennero da lì innanzi pacificamente quegli Stati. Di Rovigo e d'altri Stati, ch'essi parimente godeano, non si vede parola in questo accordo. Il medesimo accordo fecero dipoi i marchesi con Guelfo duca di Spoleti e marchese della Toscana nell'anno 1160.
NOTE:
[1977] Romualdus Salernit., in Chronic., tom. 7 Rer. Ital.
[1978] Hugo Falcandus, in Histor.
[1979] Baron., in Annal. Ecclesiast.
[1980] Conradi Epist., P. II, tom. 1 Rer. Ital.
[1981] Robert. de Monte, Append. ad Sigebert.
[1982] Otto Frisingens., de Gestis Frider. I, lib. 2, cap. II.
[1983] Peregrinius, in Notis ad Anonym. Casin.
[1984] Pagius, in Critic. ad Annal. Baron.
[1985] Chron. Cavense, tom. 7 Rer. Ital.
[1986] Bernardus Guidonis, in Vit. Anastasii IV, P. I, tom. 3 Rer. Ital.
[1987] Pirrus, Sicil. Sacr., in Episcop. Syracus.
[1988] Antiquit. Italic., Dissert. LXV.
[1989] Campi, Istor. di Piacenza, tom. 2.
[1990] Cardin. de Aragon., in Vit. Adriani IV, P. I, tom. 3 Rer. Italic.
[1991] Romualdus Salernit., in Chron.
[1992] Sire Raul, Histor., tom. 6 Rer. Ital.
[1993] Gualvanus Flamma, Manip. Flor., tom. 11 Rer. Italic.
[1994] Otto Morena, Hist. Laudens., tom. 6 Rer. Italic.
[1995] Otto Frisingensis, de Gest. Frideric. I, lib. 2, cap. 13.
[1996] Caffari, Annal. Genuens., lib. 1, tom. 6 Rer. Ital.
[1997] Otto Morena, Hist. Laud. Otto Frising., de Gest. Frider.
[1998] Chron. Weingart., apud Leibnitium, tom. 1 Scriptorum Brunsvic.
[1999] Robert. de Monte, Append. ad Sigebert.
[2000] Antichità Estensi, p. I, cap. 39.
Anno di CRISTO MCLV. Indizione III.
ADRIANO IV papa 2. FEDERIGO I re 4, imperad. 1.
Verso la quaresima venne Guglielmo re di Sicilia a Salerno: il che pervenuto a notizia di papa Adriano, gli spedì Arrigo cardinale de' santi Nereo ed Achilleo per affari che noi non sappiamo[2001]. Perchè nella lettera a lui scritta non gli diede il papa il titolo di re, ma quello solamente di signor della Sicilia, se l'ebbe tanto a male, che rimandò il legato senza voler trattare con lui: cosa che turbò forte la corte romana. Nè contento di ciò, prima di tornarsene in Sicilia, diede ordine ad Asclintino o Anscotino suo cancelliere, dichiarato governator della Puglia, di muovere guerra allo Stato ecclesiastico. Portossi costui all'assedio di Benevento, e ne devastò i contorni. Trovaronsi ben animati alla difesa que' cittadini, anzi avendo presa diffidenza di Pietro loro arcivescovo, l'uccisero. Fu questo assedio un suono di tromba che eccitò alla ribellione molti de' baroni di Puglia, o perchè gente facile alla rivolta, o perchè sotto mano commossi dalla corte di Roma. Alcuni d'essi accorsero alla difesa di Benevento, altri abbandonarono l'armata del re: il che fece sciogliere quell'assedio. Entrò poscia[2002] il cancelliere nella Campania romana; diede alle fiamme Ceperano, Babuco, Todi e i luoghi vicini; e, nel tornare indietro, fece smantellar le mura d'Aquino, di Pontecorvo e d'altre terre, e cacciò via tutti i monaci, a riserva di dodici. Per queste ostilità papa Adriano fulminò la scomunica contra del re Guglielmo[2003]: il che maggiormente servì ad accrescere la ribellion de' baroni di Puglia. Per le istanze del clero i Romani fecero istanza che si levasse l'interdetto da Roma, promettendo di cacciarne Arnaldo da Brescia. Tornò dunque il papa in Roma, e andò ad abitare al palazzo lateranense. Sul principio di quest'anno marciò il re Federigo coll'esercito suo a Vercelli e a Torino[2004], senza che resti memoria di quanto egli ivi operasse. Passato il Po verso quelle parti, venne alla volta della grossa terra del Cairo e della città d'Asti. Sempre era seco Guglielmo marchese del Monferrato, con inculcar le sue doglianze contra que' popoli per torti a lui fatti. E perciocchè questi non aveano ubbidito ai precetti lor fatti dal re, furono posti al bando come ribelli. Arrivato Federigo al Cairo, trovollo voto di abitatori, ma pieno di vettovaglie. Dopo varii giorni di posata in quel luogo, fece atterrarne le torri, che non erano poche, e tutta la terra diede in preda al fuoco. Eransi anche ritirati gli Astigiani coi lor nobili ad un forte loro castello, creduto Novi dall'Osio, e Anone dal signor Sassi[2005]. Diede Federigo quella città al marchese di Monferrato, che ne fece smantellar molte torri e una parte delle mura. Aggiungono gli Annali di Asti[2006] che quasi tutta quella città fu consegnata alle fiamme. Non cessavano intanto i Pavesi d'incitar Federigo contro la città di Tortona[2007], allegando varii aggravi ricevuti da que' cittadini. Era nondimeno il reato principale de' Tortonesi l'aver eglino lega coi Milanesi, dai quali ancora animati alla difesa ed anche sovvenuti, benchè Federigo li citasse a comparire, non vennero. Egli dunque intraprese l'assedio di quella città nei primi giorni di quaresima, nel dì 13 di febbraio dell'anno presente. Seco era Arrigo estense-guelfo duca di Baviera e Sassonia, che aveva condotto in sua parte un grosso nerbo di cavalleria; e a quella impresa concorsero ancora colla lor gente i Pavesi e Guglielmo marchese di Monferrato. Elegantemente si vede descritto da Ottone vescovo di Frisinga questo lungo assedio sostenuto con vigore da quel popolo, a cui si era unito anche in tale congiuntura Obizzo Malaspina marchese, potente signore in quelle parti e in Lunigiana. I mangani e le petriere, gli archi, le balestre e le mine furono in un continuo esercizio; ma con tutto lo sforzo dei nemici non sarebbe caduta quella forte città, se la penuria dell'acqua e del pane non l'avesse finalmente astretta a capitolare. Federigo, ansioso di non perdere più tempo, perchè gli premeva forte il viaggio di Roma affine di ricevere la corona imperiale, accordò a tutti gli abitanti l'uscita libera con quanto poteano portar seco. Entrò egli dipoi coll'esercito nell'abbandonata città circa il dì 4 d'aprile (Sire Raul[2008] scrive nel dì 18 di quel mese), la quale, dopo un sacco generale, tutta fu data in preda alle fiamme. Se vogliam credere ad esso Sire Raul, avea promesso Federigo di lasciarla intatta nel suo stato; ma non fu mantenuta la parola, perchè prima i Pavesi aveano sborsata gran somma di danaro con patto della distruzion della medesima, se cadeva nelle mani del re. Bruno abbate di Chiaravalle di Bagnolo, che avea trattata la resa con quella promessa, veggendosi burlato, fama fu che pel dolore da lì a tre giorni mancasse di vita. Lasciarono i Pavesi un corpo di lor gente, che altro per otto giorni non fece che rovinar dai fondamenti le case non affatto atterrate dal fuoco.
Nel dì 17 di aprile, giorno di domenica, Federigo invitato da' Pavesi alla lor città, quivi, per attestato di Ottone Frisingense[2009], in ecclesia sancti Michælis, ubi antiquum regum longobardorum palatium fuit, cum multo civium tripudio coronatur. Galvano Flamma, Buonincontro Morigia, ed altri scrittori milanesi lasciarono scritto che Federigo fu coronato in santo Ambrosio di Milano, oppure in Monza, chi dice nell'anno 1154, e chi nel presente 1155. Senza esaminar meglio questa loro opinione, anche io la riferii nel mio trattato de corona ferrea[2010] stampato nell'anno 1698. Ora conosco essere una frottola di questi storici. La nimicizia insorta fra lui e i Milanesi non gli permise di visitar Milano o Monza, e molto meno di ricevere la corona del ferro dalle mani di Uberto arcivescovo. Anzi, siccome osservò il Sigonio[2011], e dopo lui il signor Sassi[2012], neppur si dee credere che seguisse la coronazione ed unzione di lui in Pavia. Il coronatur del Frisingense unicamente vuol dire ch'egli nella basilica di san Michele si fece vedere colla corona in capo e lo scettro in mano. Venne Federigo a Piacenza, città, che dopo avere nel dì 26 d'aprile ricevuto il soccorso della cavalleria e fanteria di due porte di Milano, s'era ben preparata alla difesa. Questo apparato e la fretta di Federigo esentarono da ulteriori molestie quella città. Celebrò Federigo vicino a Bologna la festa della Pentecoste, e il Ghirardacci[2013] rapporta un suo diploma dato III idus maii juxta Rhenum, in cui ordina ai Bolognesi di rifare il castello di Medicina, da essi distrutto. Di là passò in Toscana, dove comandò ai Pisani d'armare la lor flotta contra di Guglielmo re di Sicilia, e diede l'arcivescovato di Ravenna ad Anselmo vescovo di Avelberg, stato suo ambasciatore a Costantinopoli, con investirlo, secondo il solito, dell'esarcato di Ravenna. Camminava a gran giornate egli e l'esercito suo verso Roma, e questa sua fretta diede non poca apprensione a papa Adriano[2014], che per anche non sapeva con qual animo venisse questo principe, e principe a cui costava poco l'eccidio della città. Per consiglio di Pietro prefetto di Roma e di Ottone Frangipane, gli mandò incontro, per concertar prima le cose, tre cardinali, che trovarono Federigo in San Quirico. Fra le altre domande che questi gli fecero, vi fu quella di avere in mano Arnaldo da Brescia, che i visconti o conti di Campania aveano tolto alle genti del papa, e il teneano in un lor castello, onorandolo qual profeta. Non tardò Federigo a spedir gente, che prese uno di quei visconti, il quale, per liberarsi, consegnò quell'eretico ai cardinali. Messo costui nelle forze del prefetto di Roma[2015], fu impiccato e bruciato, e le sue ceneri sparse nel Tevere, acciocchè la stolida plebe non venerasse il corpo di questo infame. Andarono innanzi e indietro ambasciatori, prima che seguisse l'accordo fra il papa e l'imperadore; ma finalmente Federigo promise e giurò di conservar tutti gli onori e stati al pontefice e ai cardinali; e il pontefice, di coronarlo. Giunto Federigo nel territorio di Sutri, si attendò coll'esercito nel Campo grasso. Colà venne da Nepi papa Adriano, incontrato prima da molti principi tedeschi; e quando fu per ismontare al padiglione reale, aspettò indarno che Federigo gli venisse a tenere la staffa. Fu cagione questo accidente che i cardinali spaventati se ne fuggissero a Città Castellana, lasciando con pochi familiari il pontefice, che smontato si mise sul faldistorio preparato. Allora comparve Federigo, e baciatigli i piedi, s'accostava per ricevere il bacio di pace; ma il papa intrepidamente gli rispose, che non avendo esso re usata quella riverenza che i di lui predecessori aveano praticata coi romani pontefici, non volea baciarlo. Era papa Adriano di animo grande e forte in sostenere i suoi diritti. Non la cedeva a lui Federigo, e pretendea di non essere tenuto a questo. Durò il dibattimento di questo punto per tutto il dì seguente. Ma fatto conoscere a Federigo che tale era il cerimoniale e costume con varii esempli, egli si arrendè; e passato a Nepi, dove era la tenda del papa, che gli veniva incontro, sceso da cavallo, andò a tenere la staffa ad esso pontefice, che poi lo ammise al bacio di pace; e di là insieme s'inviarono alla volta di Roma. Di questo litigio ho io rapportato altrove[2016] un documento. Aveano anche i Romani prima spediti a Federigo i loro ambasciatori[2017] per rallegrarsi del suo arrivo, offerirgli la lor suggezione, chiedere la confermazion del senato e di molti pretesi privilegii, e inoltre cinque mila lire per la coronazione; e soprattutto che tornasse il governo temporale di Roma, come era ne' secoli vecchi, con esclusione de' papi. All'alterigia e baldanza con cui parlarono i Romani, non potè stare a segno la sofferenza di Federigo. Rispose loro di maravigliarsi che fossero venuti con pensiero di dar legge a chi siccome principe e sovrano di Roma doveva egli imporle ad essi. Esaltò la potenza e il diritto degl'imperadori franchi e tedeschi, e rigettò le lor proposizioni. Participato poi l'affare al papa, fu consigliato a non fidarsi di quel popolo, e di spedire il più presto possibile ad impossessarsi di San Pietro e della città leonina: parere che tosto fu e con felicità eseguito.
Nella mattina del dì seguente, giorno 18 di giugno, solennemente marciò Federigo a San Pietro, accolto dal papa ai gradini della basilica, e dopo aver prestato i soliti giuramenti, cantata che fu la messa, ricevette dalle mani del pontefice la corona imperiale cogli altri ornamenti, e con alte acclamazioni di tutta l'armata. Ma i Romani, che videro fatta la festa senza di loro, come impazziti per la rabbia, dopo aver tenuto consiglio in Campidoglio, diedero all'armi, e circa il mezzogiorno furiosamente uscirono di città, e cominciarono verso San Pietro a far man bassa contra qualunque Tedesco che incontravano. Corsero anche i Tedeschi all'armi, e si diede principio ad una terribil mischia, cedendo ora gli uni ora gli altri; e questa durò fin verso la notte, ma colla peggio de' Romani, de' quali circa mille rimasero sul campo, innumerabili feriti, dugento prigioni: il resto si salvò nella città. Afflittissimo per questa tragedia il papa, tanto si adoperò colle preghiere, che fece rilasciar i prigioni al prefetto di Roma. Nel dì seguente egli e l'imperadore, giacchè mancava loro la sussistenza de' viveri, ritiratisi a Tivoli, quivi diedero riposo all'esercito; e dipoi, venuta la festa di san Pietro, la celebrarono solennemente a Ponte Lucano. Missam Adriano papa celebrante, imperator coronatur, dice il Frisingense[2018]: cioè vi assistè Federigo colla corona in capo, il qual passo dichiara l'altro sopraddetto di coronatur in Pavia. L'autore della Vita di Adriano IV[2019] scrive che in tal occasione: Pontifex et Augustus ad missarum solemnia in die illa pariter coronati processerunt. Crescendo poscia i caldi e le malattie de' soldati, Federigo, lasciato il papa, come si può credere, assai deluso, dopo avergli lasciato il dominio di Tivoli, salvo in omnibus jure imperiali, si rimise in viaggio alla volta della Lombardia. Giunto a Spoleti, nè potendo ottener vettovaglia nè contribuzione da quel popolo che avea anche ritenuto prigione il conte Guido Guerra, il più ricco fra i baroni della Toscana, già inviato da esso Augusto al re di Sicilia, senza volerlo rendere mosse l'oste contra di loro. Uscirono baldanzosi gli Spoletini ed attaccarono la zuffa; ma furono così ben respinti ed incalzati, che con esso loro alle spalle entrarono nella città anche i Tedeschi vittoriosi. Andò la sconsigliata città a sacco, e poi ne fu fatto un miserabil falò: gastigo barbarico e sempre detestabile di questi tempi. Nella Vita di sant'Ubaldo[2020] vescovo di Gubbio è scritto che Federigo passò per quella città, e benchè istigato dai castellani circonvicini a distruggerla, pure per intercession del santo prelato, nessun male le fece. Potrebbe dubitarsi del suo arrivo colà, sapendosi ch'egli nel viaggio arrivò ad Ancona, città allora dipendente dall'imperador de' Greci, dove dai di lui ambasciatori fu visitato e riccamente regalato. Passò poscia il Po a San Benedetto di Polirone, e pervenne nel distretto di Verona. In quella città pubblicò la sentenza contra de' Milanesi, per aver essi distrutte le città di Como e di Lodi[2021], privandoli del diritto della zecca, con trasferirlo alla città di Cremona sua fedele, siccome ancora di tutte l'altre regalie godute in addietro da esso popolo di Milano. Ebbe poscia nel passaggio dell'Adige a dolersi de' Veronesi pel ponte malamente fatto su quel fiume; e alla Chiusa trovò una man di assassini che gli vietavano il passo, richiedendo regali e pagamento per chiunque volesse passare. Fece Federigo salire una brigata de' suoi sull'erto monte, e faticar tanto con rotolar pietre, che avendo snidati da quelle caverne quei malandrini, gli ebbe nelle mani, e di loro fece far la giustizia che meritavano. Così sano e salvo se ne tornò in Germania l'Augusto Federigo, con aver ottenuta la corona, e nulla operato in favore di chi l'avea coronato.
Finita questa scena, un'altra ne ebbe principio in Puglia. Avrebbe desiderato esso imperadore, allorchè fu in Roma, di portar la guerra in quelle parti; ma l'esercito suo, in cui si vedeano cader malati tanti di loro, troppa ripugnanza ne avea dimostrato. Pertanto i baroni fuorusciti altro far non poterono se non impetrar delle patenti da esso imperadore, come inviati da lui a que' popoli. Ricorsero ancora a papa Adriano, che promise loro ogni aiuto, anzi fu egli il principal promotore di quelle ribellioni, come accennano Romoaldo Salernitano[2022], Guglielmo Tirio[2023] ed altri. Fra i principali che armati congiurarono contra del re Guglielmo, vi fu Roberto già principe di Capoa, Andrea conte di Rupecanina, e Riccardo dall'Aquila. Anche Roberto di Bissavilla conte di Loritello, benchè cugino germano del re Guglielmo, entrò in quella congiura, anzi ne fu il capo, dacchè il perfido ammiraglio Maione, favorito del re, l'avea messo in disgrazia di lui[2024]. Mossero pertanto questi baroni una fiera sollevazione in Puglia contra del re Guglielmo. Al principe Roberto riuscì di ricuperare Capoa col suo principato; all'altro Roberto di prendere Suessa, Tiano e la città di Bari, il cui castello fece egli spianare. Il conte Andrea s'impadronì del contado d'Alife. Aveano essi baroni sul principio tenuto trattato con Manuello imperadore di Costantinopoli, per tirarlo in questa guerra: occasione da lui sospirata molti anni addietro[2025]. Vi entrò egli dunque a braccia aperte, e spedì in Puglia Michele Paleologo, quel medesimo che in Ancona fece l'ambasciata all'imperadore Federigo, con gran somma di danaro al conte Roberto e agli altri baroni, acciocchè assoldassero gente e facessero guerra al re Guglielmo. Mandò inoltre una flotta comandata da un Sebasto, la quale s'impossessò di Brindisi, a riserva del castello. Tutte le altre città marittime s'accordarono coi Greci e col suddetto Roberto conte di Loritello. In somma si sostennero in sì fiera tempesta alla divozione del re Guglielmo solamente Napoli, Amalfi, Surrento, Troia, Melfi, e poche altre città e castella forti. Per accalorar maggiormente questa impresa mosse da Roma papa Adriano[2026], accompagnato da molte schiere d'armati, e circa la festa di san Michele di settembre arrivò a san Germano, dove Roberto, di nuovo principe di Capoa, e gli altri baroni gli giurarono fedeltà ed omaggio. Di là passò a Benevento, e per tutte quelle parti fu riconosciuta la di lui sovranità. Intanto dugento cavalli milanesi con dugento fanti, appena partito da Piacenza Federigo[2027], entrarono nella distrutta città di Tortona, e vi si afforzarono il meglio che poterono. V'accorsero i Pavesi colla loro armata[2028]; ma o perchè non si attentarono, o perchè il marchese di Monferrato per suoi segreti fini li dissuase, se ne tornarono indietro colle pive nel sacco. Ciò udito dai Milanesi, che dianzi aveano richiamato da Tortona quel corpo di gente senza essere stati ubbiditi, sentendosi animati a soccorrere una città che per loro amore s'era sacrificata, nacque in loro gran voglia di rifabbricarla, e a questo fine spedirono colà le genti di Porta Ticinese e Vercellina, che si diedero a rimettere in piedi le mura. Successivamente vi mandarono i soldati di due altre porte. Ma eccoti nel dì 25 di maggio l'esercito pavese venire a trovarli. Uscirono in campagna i Milanesi, e si affrontarono co' nemici; ma infine toccò loro la mala fortuna, e il dare alle gambe, con lasciare in preda de' Pavesi tutto il loro equipaggio, oltre a molti uccisi o presi. In questo fatto d'armi coi Milanesi si trovò lo stesso Ottone Morena istorico. Nel dì seguente diedero i Pavesi un fiero assalto alla città, e v'entrarono anche due bandiere d'essi, ma furono respinti con bravura. Essendo poi tornati a Pavia i nemici, attesero i Milanesi a rifar le mura e le fosse di Tortona, tutte alle loro spese. E questo passava in Italia. Dacchè fu in Germania l'Augusto Federigo[2029], alla metà d'ottobre tenne una gran dieta in Ratisbona, dove diede il possesso della Baviera ad Arrigo Leone estense-guelfo duca di Sassonia, e ammise all'udienza Tebaldo vescovo di Verona, inviato dalla sua città a scusarsi ed umiliarsi. Nè vi andò indarno. In gratiam, dice Ottone da Frisinga, recepta est Verona. Nam et magnam pecuniam dedit ac militiam, quam habere posset, contra Mediolanenses ducere sacramento firmavit.
NOTE:
[2001] Romuald. Salern., in Chron., tom. 7 Rer. Italic.
[2002] Anonymus Casin., tom. 5 Rer. Ital.
[2003] Card. de Aragon., in Vit. Adrian. IV.
[2004] Otto Frisingens., de Gest. Frider. I.
[2005] Saxius, in Notis ad Ottonem Morenam.
[2006] Annal. Astens., tom. 11 Rer. Ital.
[2007] Otto Morena, Hist. Laudens., tom. 6 Rer. Italic.
[2008] Sire Raul, Hist., tom. 6 Rer. Ital.
[2009] Otto Frisingensis, de Gest. Friderici I, lib. 2, cap. 21.
[2010] Anecdot. Latin., tom. 2.
[2011] Sigonius, de Regno Ital., lib. 12.
[2012] Saxius, in Notis ad Sigonium.
[2013] Ghirardacci, Istor. di Bologna, lib. 3.
[2014] Cardin. de Aragon., in Vit. Adriani IV.
[2015] Otto Frisingens., de Gest. Friderici I, lib. 2, cap. 21.
[2016] Antiquit. Ital., Dissert. IV. pag. 117.
[2017] Otto Frisingensis, lib. 2, cap. 22.
[2018] Otto Frisingens., lib. 2, cap. 24.
[2019] Cardinal. de Aragon., in Vit. Adrian. IV.
[2020] Vit. S. Ubaldi, in Actis Sanct., ad diem 16 maii.
[2021] Antiquit. Italic., Dissert. XXVII, pag. 591.
[2022] Romualdus Salern., in Chron.
[2023] Guillelmus Tyrius, lib. 18, cap. 2. Cardin. de Aragon., in Vit. Adrian. IV, P. I, tom. 3 Rer. Ital. Anonym. Casinens., in Chron.
[2024] Hugo Falcandus, in Chron.
[2025] Romualdus Salernit., in Chron., tom. 7 Rer. Ital.
[2026] Cardin. de Aragon., in Vit. Adriani IV.
[2027] Sire Raul, Hist., tom. 6 Rer. Ital.
[2028] Otto Morena, Hist. Landens., tom. 6 Rer. Italic.
[2029] Otto Frisingens., de Gest. Frider. I, lib. 2, cap. 29.
Anno di CRISTO MCLVI. Indizione IV.
ADRIANO IV papa 3. FEDERIGO I re 5, imperad. 2.
Nella primavera di quest'anno l'imperador Federigo celebrò in Wirtzburg le sue nozze con Beatrice figliuola di Rinaldo conte di Borgogna[2030], che gli portò in dote molti Stati. Vennero in questi tempi gli ambasciatori del greco Augusto Manuello Comneno, ma non furono ammessi. Curioso è il motivo che ci vien qui narrato da Ottone Frisingense, per cui svanì tutta la precedente amicizia e confidenza che passava tra i due imperii occidentale ed orientale. Sia verità o bugia, fu rappresentato a Federigo che i Greci, allorchè egli passò da Ancona, aveano destramente colta una lettera sigillata col sigillo d'esso imperador Federigo (quasichè niuna di queste lettere si conservasse nella corte di Costantinopoli), e s'erano serviti di quel sigillo applicato ad altra carta, fingendo che Federigo avesse conceduta al greco Augusto la Campania e la Puglia, per tirar dalla sua i popoli di quelle contrade. Con questa frode e con gran profusione d'oro guadagnati non pochi baroni della Puglia, s'erano fatti padroni di un gran tratto di paese, e specialmente di Bari capital della provincia, dove era morto Michele Paleologo, condottiere di quella impresa. Corse anche voce in Germania che Guglielmo re di Sicilia fosse o mancato di vita o impazzito. E infatti abbiamo da Ugone Falcando[2031] che Guglielmo nell'anno addietro, per artifizio del suo disleale favorito ed ammiraglio Maione, se ne stette come chiuso nelle stanze del suo palazzo in Palermo, senza dar udienza a chi che sia, fuorchè ad esso Maione e ad Ugone arcivescovo di quella città. Ora, benchè Federigo odiasse non poco il re Guglielmo, pure più rabbia in lui cagionava il vedere che i Greci, potenza maggiore e capace di far maggiori progressi in Italia, avessero usurpata la Puglia; e però, chiamandoli traditori, già si disponeva a tornare in Italia per muovere guerra contra di loro. Ma dacchè intese che Guglielmo era vivo e sano di mente, e che altra faccia aveano presa gli affari di Puglia, siccome dirò fra poco, smontò da quel disegno, e solamente rivolse i suoi pensieri contra de' Milanesi, che erano in sua disgrazia, con fare i preparamenti necessarii per tale impresa.
Ora è da sapere che, per attestato del suddetto Ugone Falcando, molte trame furono fatte dal menzionato Maione contra di non pochi baroni della Sicilia, i quali giunsero a ribellarsi con gran confusione di cose in Palermo e in altri luoghi. Servirono tali sconcerti a svegliare l'addormentato Guglielmo, che non arrivò già per questo a conoscere qual mostro egli tenesse appresso nella persona di Maione. Risaputo bensì finalmente il grave sfasciamento de' suoi affari in Puglia, si applicò tosto al riparo. Il suo primo tentativo fu quello di rimettersi, se potea, in grazia di papa Adriano[2032], e tanto più perchè si venne a sapere che l'imperador greco facea proposizioni ingorde di danaro al medesimo pontefice per ottener tre città marittime, con promettere ancora di dargli tali forze di gente e d'oro da poter cacciare Guglielmo dalla Sicilia. Venuto dunque a Salerno, inviò al papa il vescovo eletto di Catania ed altri della sua corte, con plenipotenza di far pace colla Chiesa romana, offerendole il danaro esibito dai Greci, tre terre per li danni dati, omaggio ed ubbidienza, e la libertà delle chiese. Non prestò fede a tutta prima il pontefice Adriano a queste proposizioni, e per chiarirsene inviò a Salerno Ubaldo cardinale di santa Prassede. Accertossi egli tutto essere vero; e il papa, trovandovi del vantaggio, inclinava forte alla concordia, se non che gli si oppose la maggior parte de' cardinali che macinavano nella lor mente delle inusate grandezze, in maniera che disturbarono tutto il negoziato. Ebbero bene a pentirsi della lor ingordigia, e a provare che chi si esalta sarà umiliato, e chi si umilia verrà esaltato. Il re Guglielmo, messo insieme un poderoso esercito per mare e per terra[2033], andò alla volta di Brindisi, occupato da' Greci, da dove si ritirò Roberto conte di Loritello, con venire a Benevento. Si teneva tuttavia il castello pel re. Assediata quella città, i Greci co' Pugliesi uscirono in campo aperto, e diedero battaglia. Durò un pezzo dubbioso il combattimento; ma in fine la vittoria si dichiarò in favore di Guglielmo. Molta nobiltà de' Greci fu ivi presa ed inviata nelle carceri di Palermo; gran bottino di danaro e di navi fu fatto, e riacquistata la città nel dì 28 di maggio. A non pochi ancora de' baroni pugliesi ribelli toccò la disgrazia di cader nelle mani del re. Tolta fu ad alcuni la vita, ad altri la vista. Ciò fatto, marciò alla volta di Bari col vittorioso esercito. Uscirono i cittadini ad incontrarlo senz'armi e in abito di penitenza, chiedendo misericordia. Altro non ottennero al re, troppo sdegnato per lo smantellamento della sua cittadella, se non spazio di due giorni per uscir della città con quanto poteano asportare. Dopo di che spianate prima le mura, fu quella dianzi sì superba, sì popolata e ricca città ridotta in un mucchio di pietre, e diviso il suo popolo in varie ville. Un sì lagrimevole spettacolo fece che non tardarono le altre città della Puglia perdute a rimettersi in grazia e sotto il dominio del re Guglielmo, il quale continuò il viaggio sino a Benevento, dove i più de' baroni suoi ribelli s'erano rifugiati.
Tal paura mise il suo avvicinamento a Roberto principe di Capoa, dimorante in essa città di Benevento, che non credendosi sicuro, prese la fuga. Ma nel passare il Garigliano, tesogli un agguato da Riccardo dell'Aquila conte di Fondi, fu preso e poi consegnato a Guglielmo. Con questo tradimento Riccardo rientrò in grazia del re; e Roberto inviato prigione a Palermo, ed abbacinato, finì poco appresso nelle miserie la sua vita. S'interpose il pontefice Adriano, che si trovava in Benevento anche egli, per salvare Roberto conte di Loritello, Andrea conte di Rupecanina, ed altri baroni che erano presso di lui chiusi in quella città; ed il re si contentò di non molestarli, purchè uscissero fuori del regno: grazia di cui non tardarono a prevalersi. E allora fu che esso pontefice, chiarito delle umane vicende, e pensando al suo stato, mandò egli stesso a ricercar quella pace, per cui pochi mesi prima era stato supplicato. Inviò dunque i cardinali Ubaldo di santa Prassede, Giulio di san Marcello e Rolando di san Marco al re Guglielmo, per avvertirlo da parte di san Pietro di non offendere Benevento, di soddisfare per li danni dati, e di conservare i suoi diritti alla Chiesa romana. Furono essi benignamente accolti dal re, intavolarono il trattato della pace, e dopo molti dibattimenti fu essa conchiusa. Mediatore fra gli altri ne fu Romoaldo arcivescovo di Salerno, quel medesimo che ci ha lasciata la sua Storia, da me data alla luce. Rapporta il cardinal Baronio[2034] il diploma del re Guglielmo, che contiene le condizioni dell'accordo, e con esso s'ha a confrontare ciò che ne scrivono alcuni moderni. Si obbligò il papa di concedere al re l'investitura del regno di Sicilia, del ducato di Puglia, del principato di Capoa, Napoli, Salerno e Melfi, siccome ancora della Marca e dell'altro paese ch'egli dovea avere di qua da Marsi. E il re si obbligò a prestargli omaggio contro ogni persona, e il giurargli fedeltà, con pagare ogni anno il censo di seicento schifati per la Puglia e Calabria, e cinquecento per la Marca: cose tutte eseguite dipoi nella chiesa di san Marciano fuori di Benevento, dove alla presenza di molta nobiltà e popolo diede Guglielmo il giuramento a' piedi del papa, e ricevette l'investitura. Sotto il nome di Marca è da vedere che paese fosse allora disegnato. Forse quella di Chieti, non osando io spiegar ciò della marca di Camerino, che è la stessa con quella d'Ancona e di Fermo. Confermò papa Adriano IV con sua bolla, riferita parimente dal cardinal Baronio, la concordia suddetta; concordia nondimeno che dispiacque ad alcuni de' cardinali, e molto più all'imperador Federigo, che si vedea precluso con ciò l'adito alla meditata guerra di Puglia. Di grandi regali in oro, argento e drappi di seta lasciò il re Guglielmo al papa, ai cardinali e a tutta la corte pontificia[2035], e poi se ne andò. Da Benevento venne il papa alla volta di Roma, con passare per Monte Casino e per le montagne di Marsi. E perciocchè la città d'Orvieto, per lunghissimo tempo sottratta alla giurisdizione della Chiesa romana, era tornata alla sua ubbidienza, volle il buon pontefice consolar quei popoli colla sua presenza. Con singolar onore quivi ricevuto, alla venuta poi del verno passò alla volta dell'ameno e popolato castello di Viterbo, e di là a Roma, dove pacificamente alloggiò nel palazzo lateranense. Nell'anno presente i Milanesi, ricevuto qualche rinforzo di gente da Brescia, continuarono la guerra contro ai Pavesi[2036]. Presero loro varii luoghi, e fra gli altri il forte castello di Ceredano, non avendo osato i Pavesi e Novaresi, benchè usciti in campagna con tutto il loro sforzo, di venire ad alcun fatto d'armi, nè di tentar di soccorrere quella terra, che poi fu spianata. Andarono ancora i Milanesi nella valle di Lugano, e suggettarono circa venti di quelle castella. Seguì ancora un conflitto fra essi e i Pavesi, in cui ebbero la peggio gli ultimi. Studiaronsi in questi tempi i Piacentini[2037] di fortificar la loro città con buone mura, torri e fosse, ben prevedendo i malanni che sovrastavano alla Lombardia per la ribellion de' Milanesi. Intanto diede fine a' suoi giorni Domenico Morosini doge di Venezia[2038], in cui luogo fu sostituito Vitale Michele II, il quale non tardò a far pace coi Pisani. Nell'anno presente ancora, se è da prestar fede alla Cronica di Jacopo Malvezzi[2039], i Bresciani, per cagion delle castella di Volpino e Ceretello, mossero guerra ai Bergamaschi. Vennero alle mani coll'esercito d'essi nel mese di marzo vicino a Palusco, e insigne vittoria ne riportarono col far prigioni due mila e cinquecento Bergamaschi, e prendere il loro principal gonfalone, che, portato nella chiesa de' santi Faustino e Giovita, ogni anno nella gran solennità si spiegava. All'incontro fecero i Genovesi pace e concordia con Guglielmo re di Sicilia[2040], e lor ne venne molto vantaggio ed onore.
NOTE:
[2030] Otto Frisingens., de Gest. Friderici I, lib. 2, cap. 30.
[2031] Hugo Falcandus, in Chron.
[2032] Cardin. de Aragon., in Vita Adriani IV.
[2033] Romualdus Salernit., in Chron. Anonym. Casinens., in Chron. Johann. de Ceccano.
[2034] Baron., Annales, ad hunc annum.
[2035] Cardin. de Aragon., in Vita Eugenii IV.
[2036] Sire Raul, Hist., tom. 6 Rer. Ital.
[2037] Annales Placentini, tom. 16 Rer. Ital.
[2038] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.
[2039] Malveccius, Chron. Brixian., tom. 14 Rer. Italic.
[2040] Caffari, Annal. Genuens., lib. 1, tom. 6 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCLVII. Indizione V.
ADRIANO IV papa 4. FEDERIGO I re 6, imperad. 3.
Dappoichè papa Adriano avea fatte coll'Augusto Federigo tante doglianze di Guglielmo re di Sicilia, ed era restato con lui in concerto di fargli guerra; cosa che Federigo non avea potuto eseguire dopo aver presa la corona imperiale a cagion delle malattie entrate nell'esercito suo; restò forte esacerbato esso imperadore all'udire nell'anno precedente la pace data dal papa a Guglielmo con accordargli il titolo di re, senza participazione alcuna ed assenso suo. Adirato perciò fin da allora, cominciò a far conoscere il suo mal talento contro d'esso Adriano col difficultare agli ecclesiastici del regno germanico di passare alla corte pontificia per ottener benefizii o per altri affari. Mosso da questa non picciola novità Adriano spedì nell'anno presente due cardinali, cioè Rolando cancelliere e Bernardo del titolo di san Clemente, alla corte cesarea[2041]. Correva il mese d'ottobre, e Federigo Augusto s'era portato a Besanzone per farsi riconoscere padrone del regno della Borgogna, siccome in fatti ottenne, avendo in persona o per lettere prestata a lui ubbidienza gli arcivescovi di Lione, Vienna, Arles, i vescovi di Valenza, d'Avignone e d'altre città. Era concorsa a Besanzone gran foresteria per veder l'imperadore, e per affari. V'erano Romani, Pugliesi, Veneziani, Lombardi, Franzesi, Inglesi e Spagnuoli. Furono ricevuti onorevolmente i legati apostolici, i quali presentarono a Federigo una lettera del papa, conceputa con gravi risentimenti, perch'esso imperadore non avesse finora gastigato quegli scellerati di Germania che aveano preso e messo in prigione Esquilo arcivescovo di Lunden in Isvezia (e non già di Londra, come immaginò il Baronio) nel ritorno di Roma, con ricordargli appresso la prontezza con cui esso pontefice gli avea conferita l'imperial corona; del che non era pentito, nè si pentirebbe, quando anche majora beneficia excellentia tua de manu nostra suscepisset. Letta la lettera, e spiegata a chi non sapeva il latino, si alzò un gran bisbiglio nell'assemblea a cagione de' termini forti in essa adoperati, ma principalmente per quella parola di beneficia, che fu presa in senso rigoroso, quasichè adoperata nel senso de' legisti, presso i quali significa feudo, volesse il pontefice far sapere che l'imperadore dalle mani del papa riceveva in feudo l'imperio. Diede motivo a tale interpretazione l'aver veduto in Roma una pittura, rappresentante nel palazzo lateranense l'imperador Lottario ai piedi del papa, con questi due versi sotto:
REX VENIT ANTE FORES, IVRANS PRIVS VRBIS HONORES, POST HOMO FIT PAPAE, SVMIT QVO DANTE CORONAM.
Quell'homo vuol dire vassallo. Ne fu fatta doglianza collo stesso papa Adriano che avea promesso di farlo cancellare. Uscirono parole calde su questo nell'assemblea, e s'aumentò il fuoco, perchè dicono avere risposto uno dei legati: A quo ergo habet, si a domino papa non habet imperium? A tali parole poco mancò che Ottone conte palatino di Baviera, sguainata la spada, non gli tagliasse il capo. Quetò Federigo il tumulto, e poi diede ordine che i legati fossero messi in sicuro, acciocchè nel dì seguente per la più corta se ne tornassero a Roma. Notificò poi esso imperadore quest'avvenimento con sua lettera sparsa per tutta la Germania, lamentandosi del fatto dei legati, e del poco rispetto a lui mostrato dal papa, con aggiugnere essersi trovati presso quei legati non pochi fogli in bianco sigillati, per potere a loro arbitrio scrivervi quel che volevano, per accumular danari e spogliar le chiese del regno. Si vede che tanto il papa, quanto l'imperadore erano inclinati alla rottura. L'avere il papa dalla sua il potente re di Sicilia, il facea parlar alto; ma questa loro concordia quella appunto era che a Federigo maggiormente movea la bile. Nè mancavano i baroni pugliesi rifugiati colà di accenderla vieppiù, con isparlar dappertutto del papa. Ottone da San Biagio[2042] mette l'avvenimento suddetto sotto l'anno 1156, ma Radevico, scrittore di maggior peso, sotto il presente.
Durando tuttavia la guerra in Lombardia, i Milanesi, fatto un grande sforzo contra dei Pavesi, con qualche aiuto ancora de' Bresciani, e dato il comando dell'armata a Guido conte di Biandrate, nel mese di giugno si portarono alla volta di Vigevano, terra insigne de' Pavesi, alla cui difesa s'erano posti Guglielmo marchese di Monferrato, Obizzo Malaspina marchese, che dovea aver cangiata casacca, ed altri baroni[2043]. Distrussero il castello di Gambalò, assediarono dipoi Vigevano, e tanto lo tennero stretto, che per mancanza di viveri lo strinsero alla resa, e dipoi lo spianarono. Seguì in tal congiuntura un accordo fra i Milanesi e Pavesi, che durò ben poco. Ottone Morena scrive per colpa de' Milanesi, e Sire Raul per mancamento de' Pavesi. Perciò il popolo di Milano, che era tornato a casa, di nuovo uscì in campagna, e passato in Lomellina, fertilissimo paese già tolto dai Pavesi ai nobili conti palatini di Lombardia, si diedero a rifabbricar la terra di Lomello, capitale allora di quella provincia. Nel medesimo tempo maggiormente accalorarono il rifacimento e le fortificazioni di Tortona, di Gagliate, Trecate e d'altri luoghi, fecero di buone fosse a Milano, di maniera che, per attestato di Sire Raul, in tali fatture e nel rimettere dei fortissimi ponti sopra i fiumi Ticino ed Adda, spesero più di cinquanta mila marche di argento purissimo. Si mossero contra di loro in quest'anno i Cremonesi; ma senza alcuna impresa di rilievo se ne ritornarono alla loro città. Intanto gl'infelici Lodigiani, secondo l'asserzione di Ottone Morena, storico contemporaneo di quella città, furono con aggravii nuovi maggiormente afflitti dal popolo di Milano. Non si sa che in quest'anno il re di Sicilia Guglielmo alcuna impresa facesse. Perduto ne' piaceri, e ritirato nel suo palagio di Palermo, lasciava le redini all'indegno Maione suo ammiraglio, il quale gli dovea lodar la vita ritirata e lussuriosa dei sultani turcheschi, per farla egli intanto da re e per continuare in questi tempi la persecuzione contra di qualunque barone siciliano che fosse o paresse contrario ai suoi voleri e disegni. Ma nel mese di novembre Andrea conte di Rupecanina[2044], uno de' baroni di Puglia ribelli, che dianzi era fuggito fuori del regno, vi tornò per voglia massimamente di vendicare il tradimento fatto a Roberto principe di Capoa da Riccardo dall'Aquila conte di Fondi. Unì egli una picciola armata di Romani, Greci e Pugliesi, e con essa entrato nel contado di Fondi, lo prese insieme colla città d'Acquino, e bruciò il traghetto dove tradito fu il suddetto principe di Capoa. Confermò papa Adriano in questo anno IV idus novembris, stando nel palazzo lateranense, i privilegii a Guifredo abbate del monistero di san Dionisio di Milano, come costa da sua bolla da me data alla luce[2045].
NOTE:
[2041] Radevicus, de Gestis Frider. I, lib. 1, cap. 8.
[2042] Otto de Sancto Blasio, in Chron.
[2043] Sire Raul, Hist., tom. 6 Rer. Ital. Otto Morena, Histor. Laudens.
[2044] Anonymus Casinensis, in Chron. Johan. de Ceccano, in Chron. Fossaenovae.
[2045] Antiquit. Italic., Dissert. LXX.
Anno di CRISTO MCLVIII. Indizione VI.
ADRIANO IV papa 5. FEDERIGO I re 7, imperad. 4.
L'anno fu questo in cui Federigo imperadore determinò la seconda sua venuta in Italia, per domare i Milanesi, Bresciani e Piacentini, ribelli alla sua corona. A questo fine mise insieme un potentissimo esercito, e ne fece la massa ne' contorni d'Augusta. Erano già tornati a Roma i due cardinali legati, rimandati indietro dall'imperador Federigo[2046], ed aveano riempiuta la corte pontificia di lamenti per l'affronto lor fatto in Germania. Fu diviso il clero romano: l'una parte accusava di mala condotta i legati, con dar ragione all'imperadore; e l'altra sosteneva il loro operato. Sopra di ciò papa Adriano scrisse una lettera agli arcivescovi e vescovi di Germania, gravida bensì di lamenti per lo strapazzo fatto ai suoi legati, ma con raccomandarsi che placassero e mettessero in miglior sentiero l'imperadore. All'incontro quei prelati gl'inviarono una risposta assai vigorosa in difesa della dignità imperiale, rilevando sopra tutto l'insolenza di que' versi, e di quella dipintura che dicono osservata nel palazzo lateranense, la quale dovea per anche essere stata abolita, toccando anche gli abusi ed aggravii introdotti nelle chiese della Germania dai ministri della curia romana. Perciò il saggio pontefice, udendo che Federigo si preparava per tornare coll'armi in Italia, giudicò meglio di smorzare il nato incendio con inviare in Germania due altri legati più prudenti, cioè Arrigo cardinale de' santi Nereo ed Achilleo, e Giacinto cardinale di santa Maria della scuola greca, che per viaggio furono presi, spogliati e posti in prigione da due conti del Tirolo. Furono poi rilasciati, ed Arrigo il Leone duca di Baviera e Sassonia fece poi un'esemplare vendetta di que' nobili masnadieri. Trovarono questi legati Federigo ne' contorni d'Augusta, ed ammessi all'udienza, gli parlarono con gran riverenza, e presentarongli una lettera mansueta del papa. In essa egli spiegava la parola beneficium, dichiarando di aver non mai preteso che l'imperio fosse un feudo. Bastò questo a calmare l'ira di Federigo; ed avendo egli poscia dato buon sesto ad alcune altre differenze che passavano fra lui e la corte di Roma, fu ristabilita la pace, e i legati contenti e nobilmente regalati se ne ritornarono a Roma. Avea già l'Augusto Federigo spediti in Italia per precursori alla sua venuta Rinaldo suo cancelliere e Ottone conte del palazzo. Questi verso la Chiusa sull'Adige s'impadronirono del castello di Rivola, importante per la sicurezza del passaggio dell'armata. Giunti a Cremona, quivi tennero un gran parlamento, al quale intervennero gli arcivescovi di Milano e di Ravenna, quindici vescovi, e molti marchesi, conti e consoli delle città. Visitarono dipoi l'esarcato di Ravenna, e nell'andare alla volta d'Ancona, scoprirono che i Greci, allora dominanti in quella città, assoldavano gente sotto pretesto di volere far guerra a Guglielmo re di Sicilia, ma infatti con disegno d'impadronirsi di altre città marittime dell'Adriatico. A man larga spendevano costoro, e però vi concorrea popolo da tutte le bande. I legati incontratisi nel cammino con Guglielmo Maltraverser (vuol dire Radevico da Traversara), il più nobile dei Ravennati, gli fecero tal paura, che non pensò più a trattar coi Greci. Arrivati poi nelle vicinanze d'Ancona con un drappello d'armati, ne chiamarono fuori i ministri del greco Augusto, e fecero loro una calda ripassata con varie minaccie, in guisa tale che i medesimi stentarono ad iscusarsi. Dopo ciò, sen vennero que' legati a riposare in Modena. Diviso in varii corpi l'immenso suo esercito, Federigo parte ne inviò in Italia pel Friuli, parte pel Mongivì, altri per Chiavenna e pel lago di Como. Calò egli stesso per la valle di Trento col fiore dell'armata, seco conducendo Uladislao duca di Boemia, a cui poco prima avea conferito le insegne e il titolo di re, Federigo duca di Suevia, figliuolo del re Corrado, Corrado duca palatino del Reno suo fratello, con varii arcivescovi, marchesi e conti.
La prima città, in cui sul principio del mese di luglio si scaricò questo terribil nembo d'armati, fu Brescia. Benchè forte di mura, benchè provveduta di gran copia di forti cittadini[2047], fece ben qualche opposizione sulle prime al re di Boemia, che non tardò a devastare i suoi contorni; ma giunto che fu l'imperadore in persona, e fermatosi circa quindici giorni in quelle parti, con saccheggiare e bruciar molte castella e ville, mandarono i Bresciani a trattare d'accordo, e con dargli sessanta ostaggi e una grossa somma di danaro, si procacciarono il perdono e la pace da Federigo. Se vogliamo prestar fede al racconto dell'Urspergense[2048] pagò quel popolo sessantamila marche d'argento; ma forse quel sessanta cade sopra gli ostaggi, sembrando eccessiva una tal somma, giacchè vedremo in breve quanto meno costò ai Milanesi il loro accordo. Stando sul Bresciano pubblicò l'Augusto Federigo le leggi militari riferite da Radevico[2049], ed intimata la guerra contra di Milano, fu consigliato dai savii e dottori d'allora a citar prima quel popolo, per poter proferire legittimamente la sentenza contra di loro. Comparvero gli avvocati milanesi, sfoderarono leggi e paragrafi con grande eloquenza; ma a nulla servì. Fecero esibizione di molto danaro all'imperadore, si raccomandarono a quanti principi vi erano: tutto indarno. Convenne loro tornarsene colle mani vote, e nel consiglio de' più valenti giurisconsulti d'Italia, chiamati colà, fu proferita contra de' Milanesi la sentenza, e tutti messi al bando dell'imperio. Incamminossi dipoi la formidabil armata alla volta dell'Adda, per passarlo[2050]. Non v'era che il ponte di Cassano per cui si potesse transitare; ma dall'altra parte del ponte v'era un buon corpo di Milanesi con assaissimi villani alla guardia: sicchè si credette disperato il passaggio. Ma venendo il re di Boemia e Corrado duca di Dalmazia all'ingiù dietro il fiume, parve loro di avere scoperto un bel guado; e senza pensarvi più che tanto, spinsero i cavalli nell'acqua. Molti se ne annegarono, ma molti ancora salirono felicemente all'altra riva. Visti costoro di là dal fiume, e portatone l'avviso ai Milanesi che custodivano l'altra testa del ponte: addio, buon pro a chi ebbe migliori le gambe. Allora con tutto suo comodo passò l'imperadore colla nobiltà per quel ponte. Passò anche parte dell'esercito; ma sul più bello una parte d'esso ponte pel troppo peso si ruppe, e precipitarono in acqua molti cavalieri e scudieri. Quei poscia che erano già passati, incalzarono i fuggitivi milanesi, ne uccisero alquanti, e molti ne fecero prigioni. Ingrandì poi la fama talmente questo passaggio, che l'Abbate Urspergense[2051] spacciò essersi accampato Federigo juxta flumen Padum, in vece di dir presso l'Adda; e che mancandogli barca da passare, salito a cavallo di un trave, sostenuto di qua e di là da alcune aste, con pochi passò di là, ed assaliti i nemici, li mise in fuga. Dovea lo storico pesar meglio sì bizzarro avvenimento. Recato a Milano questo inaspettato avviso, quando si credeva che il fiume Adda avesse a fermare i passi dell'armata nemica, riempiè di spavento, di lagrime e d'urli il popolo imbelle, e cominciò a fuggire una gran quantità d'uomini e donne plebee, e fino gl'infermi si faceano portar fuori di città. Assediò Federigo il castello di Trezzo, e l'ebbe in poco tempo a patti di buona guerra. Passò di là su quel di Lodi, ed eccoti comparire alla sua presenza una folla di poveri Lodigiani in abito compassionevole colle croci in mano, chiedendo giustizia contra de' Milanesi che gli aveano cacciati dalle lor case e tolti i loro beni. Era pur troppo la verità. Nell'antecedente gennaio aveano i Milanesi voluto obbligare il popolo di Lodi a prestare un nuovo giuramento di fedeltà. Erano pronti i Lodigiani, ma vi voleano inserire la clausola salva imperatoris fidelitate, stante il giuramento da essi fatto all'imperadore con licenza degli stessi consoli di Milano. Ostinatisi i Milanesi di volere una fedeltà senza eccezion di persone, e minacciando l'esilio e la perdita dei beni, amò piuttosto quasi tutto quell'infelice popolo di abbandonar le lor case e tenute, che di contravvenire al già fatto giuramento; e si ritirò chi a Pizzighettone e chi a Cremona, ma con lasciar molti d'essi la vita in quelle parti per le troppe miserie. Compassionò forte l'imperadore lo stato infelice di quel popolo, e gli assegnò un luogo presso il fiume Adda, appellato Monte Ghezone, per potervi fabbricare la nuova loro città, giacchè il vecchio Lodi, lontano di là quattro miglia, era stato diroccato dai Milanesi.
Mentre si tratteneva l'Augusto Federigo sul Lodigiano[2052], isperanzito il conte Echeberto di Butena di far qualche bel colpo, senza chiederne licenza, si portò con circa mille cavalieri ben armati fin quasi alle porte di Milano. Uscirono i Milanesi per dimandargli colle lance e spade ciò che egli andasse cercando; ed attaccata la zuffa, che fu ben dura e sanguinosa per l'una parte e per l'altra, restò in essa ucciso il conte con Giovanni duca di Traversara, il più nobile dell'esarcato di Ravenna, e con altri. Si salvò con una veloce ritirata il rimanente de' Tedeschi. Federigo condannò la di lui disubbidienza, e provvide per l'avvenire. Aveva esso Augusto preventivamente mandato ordine pel regno d'Italia[2053], che gli atti all'armi venissero all'oste per l'impresa di Milano. Però giunsero colà assaissimi armati dalle città di Parma, Cremona, Pavia, Novara, Asti, Vercelli, Como, Vicenza, Trevigi, Padova, Verona, Ferrara, Ravenna, Bologna, Reggio, Modena e Brescia, e molti altri della Toscana. Erano allora tutte queste città del regno d'Italia. Sire Raul fa conto che ascendessero a quindici mila cavalli, e fosse innumerabile la fanteria. Radevico solamente scrive che l'armata passava i cento mila combattenti. Passò l'imperadore con questo potentissimo esercito all'assedio di Milano, se crediamo a Radevico, nel dì 25 di luglio; ma più meritano fede Ottone Morena, che scrive ciò fatto nel dì 6 d'agosto, e Sire Raul, che lo riferisce al dì 5 d'esso mese. Intorno alla città fu divisa in varii campi e quartieri l'armata. Trovavasi quella nobilissima città guernita di forti mura, di altissime torri, e di una profonda fossa piena d'acqua corrente. Il suo giro, per quanto scrive Radevico, era più di cento stadii; del che io dubiterei. Nulla mancava ai cittadini di valore e di sperienza nell'armi per ben difendersi. Fecero eglino una sortita vigorosa addosso ai Boemi, accampati al monistero di san Dionisio; e vi fu aspro combattimento; ma accorso l'imperadore con altre molte squadre, furono obbligati a retrocedere in fretta. Aveano essi Milanesi posta gente alla difesa dell'Arco romano, che non era già un castello, come immaginò il padre Pagi, ma una fabbrica di quattro archi con torrione di sopra[2054], composta di grossissimi marmi fuori di Porta romana. Vi alloggiavano quaranta soldati, che per otto giorni bravamente vi si mantennero; ma non potendo resistere al continuo tirare dei balestrieri, in fine si renderono. Colà sopra fece poi l'imperadore mettere una petriera che incomodava forte i Milanesi; ma questi, con opporne un'altra, fecero sloggiare di là i Tedeschi. Non pochi altri fatti d'armi succederono, che io tralascio. Cresceva intanto nella città la penuria de' viveri per la gran gente che vi s'era rifugiata. Entrò anche una fiera epidemia in quel popolo, la quale mieteva le vite di molti. La Martesana, il Seprio, anzi tutte le castella e ville del distretto Milanese andavano a sacco, scorrendo dappertutto i Tedeschi, con tagliare anche gli alberi e le viti, ma più de' Tedeschi sfogando i Pavesi e Cremonesi la rabbia loro contro le case e tenute degli emuli Milanesi. In tale stato si trovava la misera città, quando Guido conte di Biandrate, uomo saggio, e che per l'onoratezza sua era egualmente amato e stimato da' Tedeschi che da' Milanesi, entrato in città, con tale facondia perorò, che indusse que' cittadini ad implorare la misericordia dell'Augusto sovrano. Vennero dunque i consoli e primi della città a trovare il re di Boemia e il duca d'Austria, i quali, interpostisi coll'imperadore, ottennero il perdono e la pace colle condizioni che Radevico distesamente riferisce[2055]. Le principali furono di lasciare in libertà Como e Lodi; di pagar nove mila marche d'argento, in oro, argento o altra moneta[2056]; di dare trecento ostaggi; di rilasciare i prigioni; che i consoli sarebbono confermati dall'imperadore; che il comune di Milano dimetterebbe all'imperadore le regalie, come la zecca e le gabelle; che si rimetterebbono i Cremaschi in grazia d'esso Augusto col pagamento di cento venti marche. Sottoscritta che fu dalle parti questa convenzione nel dì 7 di settembre, l'arcivescovo e il clero colle reliquie, i consoli e la nobiltà in veste positiva, co' piedi nudi e colle spade sopra il collo, e la plebe colle corde al collo, vennero nel dì seguente a chiedere perdono al vincitore Augusto[2057], il quale s'era allontanato quasi quattro miglia dalla città per maggior fasto, ed affinchè passassero i supplichevoli per mezzo ai soldati sfilati per tutta la strada. Furono poi rilasciati dai Milanesi i prigioni, fra i quali si contarono mille Pavesi. La bandiera dell'imperadore fu alzata nella torre della metropolitana di Milano, che era la più alta di tutte le fabbriche di Lombardia.
Poscia portatosi l'Augusto Federigo apud Modoicum, sedem regni italici, coronatur, cioè a Monza. Giudicai io[2058] una volta che queste parole di Radevico indicassero conferita allora la corona del regno italico a Federigo; ma, secondo le osservazioni fatte di sopra, altro non vogliono significare se non che egli comparve in pubblico colla corona in capo. In die Nativitatis beatae Mariae Virginis imperiali diademate processit coronatus, dice l'Abbate Urspergense. Avea Turisendo, cittadino veronese, occupato il castello regale di Garda, nè volendolo rendere i Veronesi all'imperadore, giacchè il comandar colle lettere non giovava, andò Federigo colà con un corpo di milizie, e, passato l'Adige, cominciò le ostilità nel loro territorio: il che è da credere gl'inducesse ad ubbidire. Volle poi ostaggi da tutte le città del regno; e tutte gl'inviarono, fuorchè Ferrara. All'improvviso arrivò a quella città Ottone conte palatino di Baviera, e, dopo aver ivi regolate le faccende, seco condusse quaranta Ferraresi per ostaggi. Tenne poi Federigo in Roncaglia per la festa di san Martino la general dieta del regno italico, dove intervennero tutti i vescovi, principe i consoli, e furono anche chiamati gli allora quattro famosi lettori delle leggi nello studio di Bologna, cioè Bulgaro, Martino Gossia, Jacopo ed Ugone da Porta Ravegnana, tutti e quattro discepoli di quell'Irnerio ossia Guarnieri che di sopra vedemmo primo interprete delle leggi in Bologna. Interrogati costoro di chi fossero le regalie, cioè i ducati, i marchesati, le contee, i consolati, le zecche, i dazii, le gabelle, i porti, mulini, le pescagioni ed altri simili proventi: Tutto, tutto, gridarono que' gran dottori, è dell'imperadore. E però niuno vi fu di quei principi e signori, il quale, cedendo alla potenza, non dimettesse le regalie in mano di Federigo. Egli ne rilasciò una parte a quei solamente che con buoni documenti mostrarono di goderle per indulto e concessione degl'imperadori. Fu giudicato il resto del fisco, consistente in una rendita annua di trenta mila talenti. Nè si dee tacere una particolarità, di cui poscia fu fatta strepitosa menzione da molti legisti e storici. Cioè, che cavalcando un dì l'imperador Federigo fra Bulgaro e Martino, due de' suddetti dottori, dimandò loro, s'egli giuridicamente fosse padrone del mondo[2059]. Rispose Bulgaro, che non ne era padrone quanto alla proprietà; ma il testardo Martino disse che sì. Smontato poi l'imperadore, donò ad esso Martino il palafreno su cui era stato: laonde Bulgaro disse poi queste parole: Amisi equum, quia dixi aequum, quod non fuit aequum.
Guadagnò ben Federigo con poca fatica il dominio di tutto il mondo. Sarebbe stato prima da vedere se i Franzesi, Spagnuoli, Inglesi, e molto più se i Greci, Persiani, i Cinesi, ec. l'intendessero così. Ah che l'adulazion sempre è stata e sempre sarà la ben veduta nelle corti dei principi! Pubblicò poscia Federigo alcune leggi per la conservazion della pace, e intorno ai feudi, con proibirne specialmente l'alienazione, e il lasciargli alle chiese; il che operò che non più da lì innanzi agli ecclesiastici, se non difficilmente, pervenissero marchesati, contee, castella ed altri feudi. Portate le doglianze de' Cremonesi dei danni loro inferiti dai Piacentini, contra di questi ultimi, fu proferito il bando imperiale. Per liberarsene, convenne loro pagar grossa somma di danaro, ed atterrare i bastioni fatti nei tre anni addietro alla lor città, siccome ancora le antiche torri delle loro mura. Levò inoltre Federigo Monza dalla suggezion di Milano; ed, accostatosi ai confini del Genovesato, obbligò quel popolo a pagar mille e dugento marche d'argento al suo fisco, e di dismettere la fabbrica delle lor mura. Racconta Caffaro[2060], uno degli ambasciatori spediti a Federigo dai Genovesi, le ragioni addotte in lor favore, per non soggiacere alle rigorose leggi pubblicate allora dal fisco imperiale, allegando massimamente le gravi spese occorrenti a quella città per difendere quelle coste dai nemici dell'imperio: perlochè erano e meritavano d'essere privilegiati. Sì fatte ragioni non furono addotte in vano. Ma nulla dice Caffaro delle mura della città; anzi, secondo lui, queste furono perfezionate nell'anno appresso. Grande imperadore, insigne eroe, gridavano tutti i Tedeschi, allorchè videro con tanta felicità imposto un sì pesante giogo da Federigo agli Italiani; ma fra gl'Italiani coloro ancora che erano amici dell'imperadore, ne' lor cuori ben diversamente parlavano.
Celebrò poi Federigo nella città di Alba il santo Natale; spedì alcuni dei suoi principi a mettere i consoli nelle città. Ed avendo trovato che le rendite dei beni della contessa Matilda erano state disperse e trascurate dal duca Guelfo suo zio, le raccolse e rendè al medesimo duca. Tali furono le imprese di Federigo Barbarossa in quest'anno: principe che s'era messo in pensiero di ridurre l'Italia presso a poco come era al tempo dei Longobardi e de' Franchi, per non dire in ischiavitù, e che cominciò a trovar la fortuna favorevole a così vasti disegni. Neppure la Puglia andò in questi tempi esente da turbolenze[2061]. Andrea conte di Rupecanina, uno de' baroni fuorusciti, di cui parlammo di sopra, dopo aver preso il contado di Fondi ed altri luoghi, fatta l'Epifania di quest'anno, andò alla città di San Germano, e se ne impadronì, con far prigioni circa dugento soldati del re Guglielmo. Essendo fuggito il resto al monistero di Monte Casino, passò colà Andrea, e diede più battaglie a quel luogo. L'Anonimo Casinense scrive che nol potè avere. Giovanni da Ceccano, nella Cronica di Fossanuova, attesta il contrario; ma amendue concordano ch'egli nel seguente marzo, senza sapersene il motivo, abbandonò quelle contrade, e ritirossi in Ancona, ubbidiente allora ai Greci. Intanto Manuello imperador d'essi Greci spedì una formidabil flotta da Costantinopoli[2062], siccome fu creduto, a' danni del re di Sicilia. Aveva il re Guglielmo anche egli allestita una potente flotta, la quale, secondo l'asserzione del Dandolo[2063], inviata in Egitto, diede il sacco alla città di Tani ossia Tanne alla foce del Nilo. Ma, udito il movimento de' Greci[2064], venne Stefano ammiraglio d'essa flotta, e fratello di Maione, in cerca dei nemici; e trovatili nell'Arcipelago, tuttochè inferiore di forze, valorosamente gli assalì, e gloriosamente gli sconfisse, con bruciar molti de' loro legni. Tale era allora il valore e la potenza de' Siciliani. Rimase prigione in tal congiuntura Costantino Angelo generale della greca flotta, e zio dell'imperadore, con Alessio Comneno, Giovanni duca e molt'altra nobiltà e gente, che fu inviata in Sicilia. Scorse poi la vittoriosa armata fino a Negroponte, a cui diede il sacco; e dopo aver fatto altri mali alle contrade dei Greci, se ne tornò trionfante in Sicilia nel mese di settembre. Servì questa sconfitta ad abbassare talmente l'orgoglio dell'Augusto Manuello, che sospirò da lì innanzi di aver pace col re Guglielmo. A questo fine spedì egli ad Ancona Alessio Ausuca, uomo di gran destrezza, che intavolò il trattato, e conchiuse una tregua per trent'anni fra esso Guglielmo e l'Augusto greco: con che si può credere che fossero rilasciati i prigioni fatti nella suddetta sconfitta.
NOTE:
[2046] Radevicus, de Gest. Frider. I, lib. 1, cap. 15.
[2047] Otto Morena, Histor. Laudens.
[2048] Abbas Urspergensis, in Chron.
[2049] Radevicus, de Gest. Friderici I, lib. 1, cap. 26.
[2050] Otto Morena, Sire Raul.
[2051] Abbas Urspergens., in Chronico.
[2052] Rad., lib. 1, cap. 31.
[2053] Caffari, Annal. Genuens., lib. 1, tom. 6 Rer. Ital. Sire Raul, in Histor.
[2054] Radev. Otto Moren.
[2055] Radev., de Gest. Friderici I, lib. 1, cap. 41.
[2056] Caffari, Annal. Genuens., lib. 1, tom. 4 Rer. Italic.
[2057] Abbas Urspergens., in Chron. Otto Morena, Hist. Laud., tom. 6 Rer. Italic.
[2058] Commentar. de Corona Ferrea, tom. 2. Anecdot. Latin.
[2059] Otto Morena, in Histor. Laud., tom. 6 Rer. Italic.
[2060] Caffar., Annal. Genuens., lib. 1.
[2061] Anonymus Casinens., in Chron. Johann. de Ceccano, in Chron. Fossaenovae.
[2062] Nicetas, in Hist.
[2063] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.
[2064] Romualdus Salernitanus, in Chron., tom. 7 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCLIX. Indizione VII.
ALESSANDRO III papa 1. FEDERIGO I re 8, imperad. 5.
Insorsero sul principio di quest'anno principii di nuova discordia fra papa Adriano IV e L'Augusto Federigo. Radevico scrive[2065] che il papa mendicava i pretesti per romperla, senza considerare se fossero giuste o no le doglianze dello stesso pontefice. Lagnavasi Adriano dei messi dell'imperadore, che con somma insolenza esigevano il fodro negli Stati della Chiesa romana, e molto più perchè Federigo avesse coll'aspra legge delle regalie non solamente aggravati i principi e le città d'Italia, ma ancora i vescovi ed abbati. E intorno a ciò gli spedì una lettera, che in apparenza parea amorevole, ma in sostanza era alquanto risentita, per mezzo di una persona bassa, la quale appena l'ebbe presentata, che se la colse. Essendo giovane allora Federigo, l'alterigia si potea chiamare il suo primo mobile; però gli fumò forte questa bravata. Accadde, che morto in questi giorni Anselmo arcivescovo di Ravenna, Guido figliuolo del conte di Biandrate, protetto dall'imperadore, fu eletto con voti concordi dal clero e popolo di Ravenna per loro arcivescovo. Ma essendo egli cardinale suddiacono della Chiesa romana, senza licenza speciale del papa non poteva passare ad altra chiesa. Ne scrisse per questo l'imperadore ad Adriano, il quale rispose con belle parole sì, ma senza volerlo compiacere. Sdegnato Federigo, ordinò al suo cancelliere che da lì innanzi, scrivendo lettere al papa, anteponesse il nome dell'imperadore, come si facea co' semplici vescovi: rituale contrario all'uso di più secoli, e ingiurioso di troppo alla santa Sede. Due lettere che rapporta il Baronio[2066] su questo proposito, copiate dal Nauclero, l'una del papa all'imperadore, e l'altra di Federigo al pontefice, a me sembrano fatture di qualche ozioso dei secoli susseguenti, oppur finte allora da qualche sciocco ingegno. In somma andavano crescendo i semi della discordia, e tanto più perchè corse voce d'essere state intercette lettere del papa che incitava di nuovo alla ribellione i Milanesi. Prese poi maggior fuoco la contesa, perchè Adriano inviò a Federigo quattro cardinali, cioè Ottaviano prete del titolo di santa Cecilia, Arrigo de' santi Nereo ed Achilleo, Guglielmo diacono e Guido da Crema, anch'esso diacono cardinale. Proposero questi varie pretensioni della corte romana, cioè che l'imperadore non avesse a mandare suoi messi a Roma ad amministrar giustizia, senza saputa del romano pontefice, perchè tutte le regalie e i magistrati di Roma sono del papa. Che non si dovessero esigere fodro dai beni patrimoniali della Chiesa romana, se non al tempo della coronazione imperiale. Che i vescovi d'Italia avessero bensì da prestare il giuramento di fedeltà all'imperadore, ma senza omaggio. Che i nunzii dell'imperadore non alloggiassero per forza ne' palagi de' vescovi. Che si avessero a restituire i poderi della Chiesa romana e i tributi di Ferrara, Massa, Figheruolo, e di tutta la terra della contessa Matilda, e di tutta quella che è da Acquapendente sino a Roma, e del ducato di Spoleti, e della Corsica e Sardegna. Rispose Federigo che starebbe di tali pretensioni al giudizio d'uomini saggi, al che i legati pontificii non vollero acconsentire, per non sottomettere il pontefice all'altrui giudizio. All'incontro pretendeva egli che Adriano avesse mancato alla concordia stabilita, per cui era vietato il ricevere senza comune consentimento ambasciatori greci, siciliani e romani; e che non fosse permesso ai cardinali di andare per gli Stati imperiali senza permission dell'imperadore, aggravando essi troppo le chiese; e che si mettesse freno alle ingiuste appellazioni, con altre simili pretensioni e querele. Non si trovò ripiego; e Federigo mostrò specialmente dell'indignazione della prima proposizion dei legati, parendogli di diventare un imperador dei Romani di solo nome e da scena, quando se gli volessero levare ogni potere e dominio in Roma. Intanto assai informato il senato romano di queste dissensioni, prese la palla al balzo per rimettersi in grazia di Federigo, e gli spedì nunzii, che furono ben ricevuti, con isprezzo e sfregio dell'autorità pontificia.
Ma da questi guai ed imbrogli del mondo venne la morte a liberare il papa Adriano IV, il quale, se si ha da credere all'Abbate Urspergense e a Sire Raul, avea giù conchiusa lega coi Milanesi, Piacentini e Cremaschi contra di Federigo, meditando anche di fulminare contra di lui la scomunica. Passò egli a miglior vita per infiammazion di gola nel primo dì di settembre, mentre era alla villeggiatura d'Anagni, con lasciar dopo di sè gran lode di pietà, di prudenza e di zelo, e molte opere della sua pia e principesca liberalità. Ma da ben più gravi malanni fu seguitata la morte sua. Nel dì 4 del mese suddetto, raunatisi i vescovi e cardinali per dare un successore al defunto pontefice, dopo tre giorni di scrutinio convennero nella persona di Rolando da Siena, prete cardinale del titolo di san Callisto, e cancelliere della santa romana Chiesa[2067], che ripugnò forte, e prese in fine il nome di Alessandro III. Univansi in questo personaggio le più eminenti virtù morali, la dottrina e la sperienza del mondo, di maniera che tutti i buoni il riguardarono tosto per un bel regalo fatto alla Chiesa di Dio; ed anche san Bernardo, quando era in vita, ne avea conosciuto ed esaltato il merito singolare. Ma l'ambizione del cardinal Ottaviano quella fu che sconcertò così bella armonia, con dar principio e fomento ad un detestabile scisma. V'ebbe segretamente mano anche Federigo, il quale dacchè si mise in testa di aggirare ad un solo suo cenno tutta l'Italia, conoscendo di qual importanza fosse l'avere amico e non nemico il romano pontefice, si studiò di mettere sulla sedia di san Pietro una persona a lui ben nota e confidente; e dovette preventivamente farne maneggi non solamente allorchè Ottaviano fu alla sua corte, ma anche allorchè i Romani nel precedente anno furono in sua grazia rimessi. Era presente all'elezione suddetta esso Ottaviano cardinale di santa Cecilia, di nazione Romano, ed ebbe anche pel pontificato due miseri voti da Giovanni cardinale di san Martino e da Guido da Crema cardinale di san Callisto. Costui invasato dalla voglia d'essere papa, quando si vide deluso, strappò di dosso ad Alessandro il manto pontificale, e sel mise egli furiosamente addosso; ma toltogli questo da un senatore, se ne fece tosto portare un altro preparato da un suo cappellano, e frettolosamente se ne coprì, ma al rovescio, mettendo al collo ciò che dovea andare da piedi: il che dicono che eccitò le risa di tutti, se pur vi fu chi potesse ridere a così orrida tragedia. Assunse Ottaviano antipapa il nome di Vittore IV, e con guardie d'armati tenne rinserrato il legittimo papa in un sito forte della basilica di san Pietro insieme coi cardinali per molti giorni. Ma il popolo romano, non potendo sofferire tanta iniquità, unito coi Frangipani rimise in libertà Alessandro, il quale ritiratosi fuor di Roma con essi cardinali alla terra di Ninfe, quivi fu consecrato papa dal vescovo d'Ostia nel dì 20 di settembre.
Attese intanto l'antipapa a guadagnar dei voti nel clero e popolo; trasse dalla sua due vescovi, ed anche Jomaro vescovo tuscolano, che prima aveva eletto Alessandro, e da lui nel monistero di Farfa si fece consecrare nella prima domenica di ottobre. Due altri cardinali si veggono nominati per lui in una lettera rapportata dal cardinal Baronio[2068]. Come prendesse questo affare l'imperador Federigo, si accennerà fra poco, esigendo intanto il racconto che si parli prima di una rotta fra lui e i Milanesi[2069]. Mandò egli nel gennaio del presente anno a Milano Rinaldo suo cancelliere, che fu poi arcivescovo di Colonia, e Ottone conte palatino di Baviera, per crear quivi un podestà, ed abolire i consoli: rito che Federigo cominciò ad introdurre nelle città italiane, molte delle quali per forza vi si accomodarono. Erano esacerbati forte i Milanesi contra di questo imperadore, che null'altro cercava tuttodì se non di abbatterli sempre più, e di mettere loro addosso i piedi. Già gli avea spogliati del dominio di Como e di Lodi nella capitolazione; poi contra la capitolazione avea smembrata dal loro contado la nobil terra di Monza, e tutto il Seprio e la Martesana, provincie da lungo tempo sottoposte a Milano. S'aggiunse quest'altra pretensione, di non voler più che potessero eleggere i consoli; il che era chiaramente contrario ai patti riferiti da Radevico, nei quali si legge: Venturi consules a populo eligantur, et ab ipso imperatore confirmentur. Diedero perciò nelle smanie i Milanesi, chiamando Federigo mancator di parola, ed infuriati quasi misero le mani addosso ai ministri imperiali, che si salvarono colla fuga. Il cancelliere Rinaldo mai più loro non la perdonò. Similmente avea Federigo nello stesso mese inviati i suoi messi a Crema, con intimare a quel popolo, suddito o collegato de' Milanesi, che prima della festa della Purificazion della Vergine avessero smantellate le mura e spianate le fosse della lor terra. Ancor questo era contro ai patti; ma i Cremonesi, per guadagnar questo punto, aveano promesso all'imperadore quindici mila marche d'argento. A così inaspettata e dura proposizione i Cremaschi non si poterono contenere; e dato all'armi, poco mancò che non trucidassero i messi cesarei, i quali se ne scapparono a ragguagliar l'imperadore di quanto era loro accaduto.
Federigo per allora dissimulò la sua collera. Ma nel dì 21 di marzo si trovava egli in Luzzara, terra nel distretto di Reggio, dove confermò tutti i suoi privilegii e diritti alla città di Mantova[2070]. Di là venne a Bologna, dove celebrò la santa Pasqua nel dì 12 d'aprile. In questo mentre i Milanesi, credendosi disobbligati dai patti, giacchè il primo a romperli era stato Federigo, e considerando ch'egli amico non macchinava se non la loro totale schiavitù e rovina, determinarono di volerlo piuttosto nemico. Adunque nel sabbato dopo Pasqua andarono coll'esercito loro all'assedio del castello di Trezzo, dove era un buon presidio di Tedeschi. Talmente insisterono all'espugnazion di quel luogo con un castello di legno, con petriere e continui assalti, che v'entrarono vittoriosi. Fu dato il sacco, presa una gran somma di danaro ivi riposta come in sicura fortezza da Federigo; fatti prigioni ed inviati a Milano legati più di dugento Tedeschi con varii villani. Poscia diroccarono da' fondamenti quel castello, se vogliam credere, a Radevico; ma, siccome vedremo all'anno 1167, per testimonianza di Acerbo Morena, quel castello tuttavia sussisteva. Romoaldo Salernitano aggiugne[2071] che nella presa di Trezzo eglino liberarono ancora i loro ostaggi ivi detenuti. Di questo non parla nè il Morena, nè Sire Raul, e noi vedremo fra poco quando tali ostaggi furono ricuperati. Due volte poscia dopo la Pentecoste tentarono i Milanesi di sorprendere la nascente città di Lodi nuovo; ma usciti arditamente i Lodigiani, li costrinsero ad una frettolosa ritirata, con far molti di loro prigioni. Si mossero inoltre i Bresciani, collegati di nuovo co' Milanesi, contra del territorio di Cremona: con loro danno nondimeno, perchè respinti dai Cremonesi che ne uccisero o presero in circa quattrocento. Aggiugne Radevico che i Milanesi inviarono anche un sicario per levar di vita Federigo: il che non gli riuscì; ma poi sinceramente confessa d'aver inteso che costui era un furioso, e che innocentemente fu ucciso. Dopo avere l'Augusto Federigo, stando in Bologna fatto dichiarar nemici della corona i Milanesi, anche prima dell'assedio da lor fatto di Trezzo, ed anche senza citarli, attese a far la guerra al loro distretto. Intanto avea spedito pressanti ordini in Germania per far venire con grande sforzo di soldatesche l'Augusta sua consorte Beatrice, e Arrigo il Leone duca di Baviera e Sassonia suo cugino[2072]. In fatti calarono essi, menando seco una possente armata. Di copiosi rinforzi ancora condusse Guelfo principe di Sardegna, duca di Spoleti, marchese di Toscana e zio d'esso Arrigo. Si stende Radevico nelle lodi di questi due insigni principi, che per brevità tralascio, ma meritano di esser lette da chiunque ama l'onor dell'Italia, giacchè amendue traevano il lor sangue dall'Italia, cioè dalla nobilissima casa d'Este. Allora fu che i Cremonesi coll'offerta di undicimila talenti (forse marche d'argento) indussero l'imperador Federigo all'assedio e alla distruzione di Crema, contra della quale immenso era il loro odio[2073]. A dì 7 di luglio impresero gli stessi Cremonesi l'assedio di quella terra, e colà dopo otto giorni vi comparve ancora l'imperadore colla sua potentissima armata, e si diede principio alle offese.
Confidato il popolo cremasco nelle buone mura e fortificazioni della lor terra, rinforzato ancora da quattrocento fanti e da alquanta cavalleria inviata da Milano, si accinse ad una gagliarda difesa. Venne poi Federigo a Lodi, parte per far curare il male d'una sua gamba, e parte per impedire ai Milanesi di portare soccorso alcuno a Crema. Di concerto con lui i Pavesi entrarono nel distretto di Milano, mettendolo a sacco; ma usciti i Milanesi, diedero loro addosso con farne molti prigioni: quando eccoti, mentre ritornavano vittoriosi, sbucare il medesimo imperadore da un'imboscata, che li mise in fuga; e non solamente ricuperò i Pavesi, ma prese ben trecento cavalieri milanesi, mandati poscia da lui nelle carceri di Lodi, e di là trasportati a Pavia. Diffusamente descrive Ottone Morena il famoso assedio di Crema. A me basterà di dire, che se i Tedeschi, Cremonesi e Pavesi intorno a quella terra fecero di molte prodezze per vincerla, non minori furono quelle degli assediati per difenderla. Le testuggini, le catapulte, i gatti, i mangani o le petriere d'ogni sorta ebbero di gran faccende in tal congiuntura. Più di dugento botti piene di terra portate alla fossa diedero campo ad un altissimo castello di legno, fabbricato dai Cremonesi per avvicinarsi alle mura. Ma i mangani dei Cremaschi fulminavano grosse pietre, che lo misero in evidente pericolo di rompersi. Allora cadde in mente a Federigo una diabolica invenzione, cioè di far legare sopra esso castello gli ostaggi de' Cremaschi, ed alcuni nobili milanesi prigioni, acciocchè, vinti dalla compassione de' figliuoli o parenti, gli assediati cessassero dalla tempesta de' sassi. Ma questi non perciò desisterono, e restaronvi uccisi nove di que' nobili, ed altri storpii: il che indusse Federigo a ritirare i sopravvivuti da quel macello. Ma accortisi i Milanesi e Cremaschi del male fatto contra de' suoi, talmente s'inviperirono, che sulle mura e sugli occhi dell'armata scannarono molti Tedeschi, Cremonesi e Lodigiani loro prigioni. E perchè Federigo fece impiccar per la gola quelli di Crema, i Cremaschi anch'essi praticarono la stessa crudeltà contro quei dell'imperadore. Con tali orride scene procedette l'assedio fino al fine dell'anno, senza che riuscisse agli assedianti di far punto rallentare il valore di chi difendea quella terra. Restò morto in quelle baruffe Guarnieri marchese della marca di Camerino, ossia d'Ancona, venuto colle sue genti alla chiamata dell'imperadore. Intanto papa Alessandro era passato a Terracina, e stava osservando i portamenti di Ottone conte palatino e di Guido conte di Biandrate, già spediti da Federigo a Roma, vivente ancora papa Adriano IV[2074]. Davano questi buone parole al pontefice; ma in fatti, per non dispiacere all'imperador lor padrone, prestavano favore ed aiuto all'antipapa Ottaviano. Per parere anche dei cardinali determinò papa Alessandro d'inviare i suoi nunzi all'Augusto Federigo, per esporgli le sue buone ragioni, e chiarirsi delle di lui intenzioni. Non fossero mai andati. Il trovarono all'assedio di Crema. Non solamente ricusò egli di ricevere le lettere, ma volle, o finse di voler fare impiccare chi le avea portate, se non si fossero opposti i duchi Arrigo il Leone e Guelfo principi che sempre si fecero conoscer divoti della santa Sede apostolica. Così restò deciso che Federigo era tutto per l'antipapa, il quale appunto, perchè confidato nella di lui protezione, aveva osato di usurpare il pontificato in concorrenza di chi era stato sì canonicamente eletto papa. Ma il re Guglielmo non istette punto sospeso a riconoscere per vero papa Alessandro, congiungendosi colla giustizia anche i motivi politici che il facevano andar di accordo con chi non era amico dell'imperadore. In quest'anno terminarono i Genovesi[2075] in quarantatrè giorni con ammirabil fretta e lavoro le mura della loro città, ed era il giro d'esse cinque mila e cinquecento piedi, con mille e settanta merli. Federigo facea paura a tutti; e chiunque potea si premuniva.
NOTE:
[2065] Radevicus, de Gest. Frider. I, lib. 2, cap. 15.
[2066] Baron., in Annal. Ecclesiast.
[2067] Cardinal. de Aragon., in Vit. Alexandri III, P. I, tom. 3 Rer. Italic.
[2068] Baron., in Annal. Ecclesiast.
[2069] Radevicus, lib. 2. cap. 21. Otto Morena, Histor. Laudens., tom. 6 Rer. Ital. Sire Raul.
[2070] Antiquit. Ital., Dissert. XIII, pag. 711.
[2071] Romualdus Salern., in Chron., tom. 7 Rer. Italic.
[2072] Radevicus, de Gest. Friderici I, lib. 2, cap. 38.
[2073] Otto Morena, Hist. Laudens.
[2074] Cardinal. de Aragon., in Vit. Alexandri III, P. I, tom. 3 Rer. Ital.
[2075] Caffari, Annal. Genuens., lib. 1, tom. 6 Rer. Italic.
Anno di CRISTO MCLX. Indizione VIII.
ALESSANDRO III papa 2. FEDERIGO I re 9, imperad. 6.
Continuarono i Cremaschi assediati a fare una valida difesa contra dell'esercito imperiale, ma essendo fuggito da essi nel campo nemico il loro principal ingegnere[2076], e non potendo più reggere a tante vigilie e stenti, ricorsero a Pellegrino patriarca d'Aquileia e ad Arrigo il Leone duca di Baviera, pregandoli di trattar della resa coll'Augusto Federigo. Non altro poterono ottenere, se non che fosse permesso ai Milanesi e Bresciani, che quivi erano, di uscire senz'armi, e che i Cremaschi godessero anch'eglino licenza di uscire con quel che poteano portare addosso. Accettata la dura condizione, tutto quell'infelice popolo colla testa china e colle lagrime sugli occhi, detto l'ultimo addio alla patria, uscì nel giorno 27 di gennaio[2077], chi portando in vece di mobili sulle spalle i teneri figliuolini, chi la moglie, o il marito febbricitante, con ispettacolo grande della miseria umana, e insieme dell'amore e della fede. Fu poi la misera terra saccheggiata, incendiata e da' fondamenti distrutta dagl'irati Cremonesi. Terminata questa tragedia, il duca Guelfo VI se ne tornò in Toscana; tenne un gran parlamento nella terra di San Genesio, dove diede colla bandiera l'investitura di sette contadi ai conti rurali di quelle contrade; alle altre città e castella concedette quel che era di dovere, ed anche ricuperò le rendite a lui dovute. Fu con tutta onorevolezza ricevuto dai popoli di Pisa, Lucca ed altre città. Diede lo stesso ordine al ducato di Spoleti; e giacchè avea risoluto di visitare i suoi Stati di Germania, lasciò al governo di quei d'Italia Guelfo VII suo figliuolo, il quale si comperò l'amore di tutti per la sua rettitudine e buone maniere; ma specialmente perchè occorrendo facea testa alle genti dell'imperadore, che voleano danneggiar quel paese; perlochè talvolta ancora se ne dichiarò offeso lo stesso Federigo. Ciò è da notare per disporsi ad intendere l'origine dei Guelfi e Ghibellini, cioè di quelle fazioni funestissime che a suo tempo (siccome andremo vedendo) formarono un terribil incendio in Italia. Se n'andò poscia l'imperadore Federigo a Pavia, ricevuto ivi come in trionfo, e cominciò a trattar dello scisma. Aveano già i cardinali dell'una parte e dell'altra nel precedente anno inviate lettere circolari riferite, da Radevico[2078], per avvisare i fedeli delle ragioni che loro assistevano. Quei dell'antipapa dicevano d'essere nove cardinali di quel partito, e quattordici quei d'Alessandro. Questi, all'incontro, asserivano che due soli elessero Ottaviano. Quel che è più strano, protestavano quei di Alessandro che l'elezione di lui s'era fatta col consenso del clero e popolo romano; e pure quei di Ottaviano sostenevano anch'essi che egli era stato alzato alla cattedra electione universi cleri, assensu etiam totius fere senatus, et omnium capitaneorum, baronum, nobilium, tam infra urbem, quam extra urbem habitantium. Perchè Ottaviano avea guadagnato gente a forza di danaro, doveano i suoi parlar così. Ora Federigo, mostrandosi zelante della union della Chiesa, pubblicò lettere circolari con esprimere di aver intimato un gran parlamento e concilio da tenersi in Pavia per l'ottava dell'Epifania dell'anno presente, a cui invitava tutti i vescovi ed abbati d'Italia, Germania, Francia, Inghilterra, Spagna ed Ungheria, per decidere, secondo il loro parere, l'insorta controversia del romano pontificato. Ne scrisse anche a papa Alessandro, chiamandolo solamente Rolando cancelliere, e comandandogli da parte di Dio e della Chiesa cattolica di venire a quel parlamento, per udir la sentenza che proferirebbono gli ecclesiastici. Giusto motivo ebbe il pontefice Alessandro di non accettar questo invito[2079], fattogli da chi parlava non come avvocato e difensor della Chiesa, ma come giudice superiore e padrone, e quasi peggio di Teoderico re de' Goti; e massimamente trattandosi di luogo sospetto, e sapendo che già Federigo era dichiarato in favor dell'antipapa. Però ai vescovi di Praga e di Verda, che aveano portata ad Anagni la lettera di Federigo, fu data risposta, essere contro i canoni che l'imperadore senza consenso del papa convocasse un concilio; nè convenire alla dignità del romano pontefice l'andare alla corte dell'imperadore, e l'aspettar da esso lui la sentenza. Non così fece l'antipapa Ottaviano. Furono a trovarlo i due vescovi, l'adorarono, cioè l'inchinarono qual vero papa, ed egli ben volentieri sen venne a Pavia. Seco portò l'attestato de' canonici di san Pietro, di vari abbati e del clero di molte parrocchie di Roma, tutti a sè favorevoli.
Questo, unito al non essere comparso colà papa Alessandro III, e fatto credere ch'egli fosse congiurato coi nemici dell'imperio, bastò perchè que' vescovi ed arcivescovi, parte per adulazione, parte per paura, dichiarassero, nel dì 11 di febbraio, vero papa Ottaviano, e condannassero e scomunicassero come usurpatore Alessandro. Rendè poscia Federigo a questo idolo tutti gli onori, con tenergli la staffa e baciargli i fetenti piedi. All'incontro papa Alessandro, udito ch'ebbe il risultato del conciliabolo di Pavia, nel giovedì santo, mentre celebrava i divini uffizii nella città di Anagni, pubblicamente scomunicò l'imperador Federigo, e rinnovò le censure contra dell'antipapa e di tutti i suoi aderenti. Furono anche scritte varie lettere per mostrare l'insussistenza ed irregolarità di quanto era stato conchiuso per politica in Pavia. Poscia inviò Alessandro varii cardinali per suoi legati in Francia, Inghilterra, Ungheria e a Costantinopoli. In essi regni, siccome ancora in Ispagna, Sicilia e Gerusalemme, fu egli dipoi accettato e venerato come legittimo successore nella sedia di san Pietro. Abbiamo inoltre da Sire Raul[2080] che Giovanni cardinale nativo di Anagni, legato di esso papa Alessandro, tertio kalendas martii, trovandosi in Milano nella chiesa metropolitana insieme coll'arcivescovo di quella città Oberto, dichiarò scomunicato Ottaviano antipapa e Federigo imperadore. Poscia nel dì 12 di marzo ferì colle censure i vescovi di Mantova e di Lodi, il marchese di Monferrato, il conte di Biandrate, e i consoli di Cremona, Pavia, Novara, Vercelli, Lodi, e del Seprio e della Martesana. Oltre a ciò, nel dì 28 di marzo scomunicò Lodovico, che stava nella fortezza di Baradello, cinque miglia lungi da Como. Intanto papa Alessandro, per attestato di Giovanni da Ceccano, acquisivit totam Campaniam, et misit in suo jure[2081]. Perchè tuttavia bolliva la guerra fra l'imperador Federigo e i Milanesi, il primo aiutato da' Pavesi, Cremonesi, Novaresi, Lodigiani e Comaschi, i secondi da' Bresciani e Piacentini[2082], succederono in quest'anno non poche azioni militari. Più d'una volta passarono i Milanesi ai danni de' Lodigiani, ed anche all'assedio di quella città; ma o furono respinti, o per timore de' Cremonesi si ritirarono. Federigo ancora diede il sacco ad alcune parti del distretto di Milano, e vi smantellò qualche luogo. Formarono i Milanesi, coll'aiuto dei Bresciani, l'assedio del castello di Carcano. Vi accorse Federigo colle genti di Pavia, Novara, Vercelli, Como, e di altri luoghi, col marchese di Monferrato e col conte di Biandrate. Avendo egli impedito il trasporto delle vettovaglie ai Milanesi, costretti furono questi nella vigilia di san Lorenzo, cioè nel dì 9 di agosto, a venire ad un fatto d'armi. All'ala comandata dallo stesso imperadore riuscì di sbaragliar le opposte schiere, di giugnere fino al carroccio de' Milanesi, che fu messo in pezzi, uccisi i buoi che lo menavano, e presa la croce indorata che era sull'antenna colla bandiera del comune. Per lo contrario, il nerbo maggiore della cavalleria milanese e bresciana mise in rotta l'altra ala, composta principalmente di Novaresi e Comaschi; ne perseguitò una parte sino a Montorfano, e il marchese di Monferrato sino ad Anghiera. Tornarono dipoi queste vittoriose squadre al campo, dove era restato l'imperadore con poca gente. S'immaginava egli di avere riportata la vittoria. Ma avvertito del pericolo in cui si trovava, perchè già i Milanesi e i Bresciani erano per venire ad un secondo conflitto, non tardò a decampare con lasciar indietro molti padiglioni e prigioni. Spogliarono i Milanesi co' Bresciani il campo e benchè tardi dessero alla coda de' fuggitivi, pure non fu poca la preda che fecero, e i prigioni che guadagnarono. Nel giorno seguente, festa di san Lorenzo, veniva la cavalleria e fanteria de' Cremonesi e Lodigiani per unirsi all'armata dell'imperadore, senza sapere quanto fosse avvenuto nel giorno addietro. Mentre erano fra Cantù e Monte Baradello, i Milanesi e i Bresciani informati del loro arrivo, furono loro addosso, e gli sconfissero, facendone molti prigioni, col cambio dei quali ricuperarono i lor proprii, ed anche gli ostaggi che restavano in mano di Federigo. Continuarono i Milanesi anche per otto dì l'assedio di Carcano; ma perchè fu bruciato il lor castello di legno, nel dì 19 d'agosto se ne tornarono a Milano. Raccontano Ottone Morena e Sire Raul un terribile incendio che nel dì di san Bartolommeo devastò più della terza parte d'essa città di Milano, con essersi dilatato per varii quartieri, ed aver consumata, oltre ad infiniti mobili, gran quantità di vettovaglie. Mandarono i Milanesi cento cavalieri a Crema, la qual di nuovo cominciò ad alzare la testa e ad essere riabitata. Lo stesso arcivescovo Oberto con altrettanti cavalieri s'andò a postare in Varese. Intanto Federigo passò a Pavia; e perchè si trovava assai smilzo di gente, obbligò i vescovi di Novara, Vercelli e d'Asti, e i marchesi di Monferrato, del Bosco e del Guasto, ed Obizzo marchese Malaspina, ed altri principi, a somministrargli de' balestrieri ed arcieri per sua guardia in quella città sino a Pasqua grande dell'anno venturo. Ottone da San Biagio[2083] parla poco esattamente di questi affari all'anno presente, e al suo s'ha certamente da anteporre il racconto degli storici italiani.
Continuando il re di Marocco in questo anno l'assedio per mare e per terra della città di Mahadia nelle coste d'Africa, dove il re Guglielmo teneva un copioso presidio[2084], spedì esso re di Sicilia ordine alla sua flotta, già inviata per far diversione in Ispagna, di portar soccorso all'assediata città. Consisteva essa flotta poco meno che in cento sessanta galee, ed avrebbe questa potuto far di gran cose, se non fosse stata comandata da Gaito Pietro, un degli eunuchi di palazzo, cristiano di nome, saraceno di cuore. Atterrì l'arrivo suo l'armata de' Mori, e gran festa se ne fece da' cristiani di Mahadia, che si aspettavano di vederlo entrare in porto: quando eccoti Gaito Pietro con somma maraviglia di tutti prender la fuga colla capitana, che fu ben tosto seguitata dall'altre vele. Ciò veduto, i Mori, saltati in sessanta loro galee inseguirono i fuggitivi, e presero sette galee siciliane. Romoaldo Salernitano scrive che Gaito Pietro, data battaglia a quei Mori, ne rimase sconfitto colla perdita di molti legni. Comunque sia, la guarnigione cristiana, veggendo già svanita la speranza del soccorso, trattò di rendersi; e benchè ottenesse di potere spedire a Palermo, e di fatto spedisse colà a rappresentare il bisogno, pure per le cabale segrete dell'ammiraglio Maione, niuno aiuto poterono ottenere: dal che furono necessitati alla resa di sì importante città, colla condizione d'essere ricondotti sani e salvi in Sicilia, e la parola fu lor mantenuta. Intanto l'infingardaggine del re Guglielmo, che sì vergognosamente si lasciava menar pel naso da Maione, e le iniquità continue di costui fecero nascer voce che questo mal uomo tramasse di occupare il regno colla morte del re, ed avesse anche tentato sopra ciò papa Alessandro. Vera o falsa che fosse tal voce, servì essa ad accrescere il numero dei malcontenti tanto in Sicilia, quanto in Puglia; laonde si venne in fine a formare contra di costui una congiura, specialmente da Gionata conte di Conza, Riccardo dall'Aquila conte di Fondi, Ruggieri conte di Acerra, Giliberto conte di Gravina, e da altri baroni di Puglia. Vi aderirono anche le città di Melfi e di Salerno. Avvertitone Maione, spedì Matteo Bonello, uno de' principali baroni della Sicilia, già destinato suo genero, in Calabria per tener saldi que' popoli nella union colla corte. Ma ne avvenne tutto il contrario. Tanto fu detto al Bonello intorno alla necessità di rimediare ai disordini del regno, ch'egli stesso prese la risoluzione di divenire il liberator della patria e del re tradito. Tornato dunque in Sicilia, un dì che Maione era ito a visitar l'arcivescovo di Salerno infermo, affrontatolo con varii armati nel ritorno, il trucidò. Fece scempio il popolo del di lui cadavero, e diede il sacco alle case dei di lui parenti ed amici. Svegliossi allora il re Guglielmo dal suo letargo, ed, informato meglio degli affari, non pensò per allora a farne alcuna vendetta, e si calmò ogni movimento de' popoli, con restar egli liberato da un pessimo arnese, tuttochè gli dispiacesse non poco la maniera con cui gli fu prestato questo servigio.
NOTE:
[2076] Otto Morena, Hist. Laudens., tom. 6 Rer. Ital.
[2077] Abbas Urspergensis, in Chron.
[2078] Radevicus, de Gest. Frider. I, lib. 2, c. 52.
[2079] Cardin. de Aragon., in Vita Alexandri III, P. I, tom. 3 Rer. Italic.
[2080] Sire Raul, Histor., tom. 6 Rer. Ital.
[2081] Johann. de Ceccano, Chron. Fossae novae.
[2082] Otto Morena, Hist. Laud., tom. 6 Rer. Italic. Sire Raul, in Histor.
[2083] Otto de S. Blasio, in Chron.
[2084] Hugo Falcandus, in Histor. Romualdus Salernit., in Chron., tom. 7 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCLXI. Indizione IX.
ALESSANDRO III papa 3. FEDERIGO I re 10, imperad. 7.
L'anno fu questo in cui, accordatisi insieme Lodovico VII re di Francia ed Arrigo II re d'Inghilterra, pubblicamente riconobbero per vero pontefice romano Alessandro III. Al qual fine fu celebrato un copioso concilio in Tolosa, dove si decretò, non doversi ammettere se non questo papa. Non avea lasciato l'imperador Federigo di tentare di tirar nel suo partito con varie lettere que' due monarchi[2085], ed intervennero anche i suoi ambasciatori e quei dell'antipapa al suddetto concilio; ma nulla poterono ottenere. Ritornò in quest'anno a Roma papa Alessandro[2086], e solennemente quivi consecrò la chiesa di santa Maria nuova. Ma perciocchè non sapea trovar se non pericoli, e una continua inquietudine in quella stanza a cagione del troppo numero degli scismatici e della potenza dell'antipapa; e perchè inoltre scoprì le male intenzioni di que' Romani che si fingevano tutti suoi, ma segretamente favorivano Ottaviano, si ritirò di nuovo nella Campania. Quivi dimorò sin verso il fine dell'anno. Considerando poi che, a riserva di Orvieto, Terracina, Anagni e qualche altra terra, tutto il resto del patrimonio di San Pietro da Acquapendente sino a Ceperano era stato occupato dai Tedeschi e dagli scismatici, col parere del sacro collegio prese la risoluzione di passare nel regno di Francia, usato rifugio de' papi perseguitati. Concertato dunque l'affare con Guglielmo re di Sicilia, che gli fece allestir quattro ben armate galee, e lasciato prima per suo vicario in Roma Giulio vescovo di Palestrina, era per imbarcarsi in Terracina, quando, insorto all'improvviso un vento rabbioso, disperse que' legni, e poco mancò che non li fracassasse negli scogli. Risarcite le galee suddette, e preparatane alcun'altra, negli ultimi giorni dell'anno s'imbarcò il papa coi cardinali, e per la festa di sant'Agnese pervenne a Genova[2087], dove fu con somma divozione ed allegria accolto da quel popolo, che niun pensiero si mise del suo contravvenire agl'impegni contrarii dell'Augusto Federigo. Nel dì 17 di marzo si portò l'esercito milanese all'assedio di Castiglione[2088], terra situata nel contado di Seprio, e cominciò coi mangani a tempestarla di pietre, e ad accostarsi coll'altre macchine. Erano stretti forte i Castiglionesi; ma ebbero maniera di spedire un messo all'imperadore per chiedergli soccorso. Venuto a Lodi, non perdè egli tempo ad ammassar quante genti potè di Parmigiani, Reggiani, Vercellesi, Novaresi e Pavesi, e di varii principi d'Italia. Con questo esercito andò ad accamparsi sopra il fiume Lambro; nè di più vi volle, perchè i Milanesi, conoscendo la risolutezza di questo principe, dato il fuoco a tutti i mangani, gatti e all'altre macchine di guerra, lasciassero in pace Castiglione, e se ne tornassero a Milano. Diede poi Federigo il guasto a quante biade potè del contado di Milano. Le sue premure intanto portate in Germania per ottener gagliardi rinforzi di gente, affin di domare l'ostinato popolo di Milano, furono cagione che molti principi calassero in Italia con assaissime schiere d'armati. Fra i quali si distinsero Corrado conte palatino del Reno, fratello d'esso imperadore, Federigo duca di Suevia figliuolo del fu re Corrado, il lantgravio cognato d'esso Augusto, il figliuolo del re di Boemia. Rinaldo cancelliere e arcivescovo eletto di Colonia condusse più di cinquecento uomini a cavallo. Altri vescovi, marchesi e conti vennero anche essi ad aumentare l'armata. Con questo gran preparamento sul fine di maggio Federigo marciò alla volta di Milano fin sotto le mura, e fece tagliar ne' contorni per quindici miglia un'infinita quantità di biade, alberi e viti. Di là passò a Lodi, dove nel dì 18 di giugno tenuto fu un conciliabolo dall'antipapa Vittore, e vi intervennero Pellegrino patriarca d'Aquileia, Guido eletto arcivescovo di Ravenna, Rinaldo eletto di Colonia, gli arcivescovi di Treveri e Vienna del Delfinato, e molti vescovi ed abbati. Furono ivi lette le lettere dei re di Danimarca, di Norvegia, Ungheria e Boemia, e di diversi arcivescovi e vescovi, che diceano di voler tenere per papa esso Vittore, e di approvar quanto egli avesse determinato nel conciliabolo suddetto. In essa raunanza fu pubblicata la scomunica contra di Oberto arcivescovo di Milano, e de' vescovi di Piacenza e Brescia, e de' consoli di Milano e di Brescia.
Nel dì 7 di agosto tornò Federigo coll'armata vicino a Milano. Venne avviso al lantgravio, al duca di Boemia e al conte palatino, che i consoli di Milano desideravano d'abboccarsi con loro. Ricevute le sicurezze, vennero i consoli; ma dai soldati dell'eletto arcivescovo di Colonia, che nulla sapeva del concertato, furono presi in viaggio. Portata questa nuova ai Milanesi, disperatamente si mossero per ricuperare i consoli, ed attaccarono battaglia. Saputone il perchè, que' principi, che aveano data la parola, montarono in tanta collera, che se non s'interponeva l'imperadore, aveano risoluto d'ammazzare quell'arcivescovo. Andò innanzi il conflitto, in cui Federigo, dimenticata la sua dignità, la fece da valoroso soldato; gli fu anche morto il cavallo sotto, e ne riportò una leggera ferita. Soperchiati in fine dall'eccessivo numero de' nemici, furono obbligati i Milanesi a retrocedere in fretta, inseguiti sino alle fosse e porte della città, con lasciar molti di loro uccisi sul campo, e prigioni ottanta cavalieri, e dugento sessantasei fanti, che furono menati nelle carceri di Lodi. Finì poscia Federigo di dare il guasto alle biade, agli alberi e alle viti del distretto di Milano, con torre a quel popolo ogni sussistenza. E perciocchè stando in Pavia non avrebbe potuto impedire il trasporlo de' viveri di Piacenza a Milano, determinò di passare il verno in Lodi coll'Augusta Beatrice, col figliuolo del duca Guelfo, e col duca Federigo suo cugino, e diede il congedo a varii altri signori, che tornarono in Germania. Succederono in questo anno altre novità in Sicilia[2089]. Ebbe licenza Matteo Bonello, uccisore del perfido Maione, di ritornarsene a Palermo, dove fu ricevuto con tale applauso ed onore dalla nobiltà e dal popolo, che ne concepì gelosia il re Guglielmo. Si servirono di tal occasione i vecchi amici e le creature di Maione, per accrescere in mente del re i sospetti contra del medesimo Bonello, quasichè le sue linee tendessero ad usurpar la corona. Di ciò avvedutosi il Bonello, formò egli una congiura per veramente deporre dal trono l'incapace re, e di mettere in suo luogo il picciolo di lui figliuolo, cioè il duca Ruggieri. Prima di quel che si voleva, e in tempo che il Bonello era a far de' preparamenti fuor di Palermo, prese fuoco la cospirazione. Sforzarono i congiurati il palazzo, si assicurarono del re Guglielmo, ed esposero il duca Ruggieri alle finestre per farlo acclamare re. Ma si trovò discorde il popolo, i più approvando, ma altri disapprovando l'operato da essi. E massimamente si opposero i vescovi e gli altri ecclesiastici, con ricordare a tutti l'obbligo de' sudditi, e a' vassalli il giuramento prestato. Perciò prevalse il partito di chi volea libero il re, e furono obbligati que' congiurati a rilasciarlo, dopo aver ottenuta la sicurezza di poter uscire liberi fuori della città. Fu così barbaro Guglielmo, se pure è vero ciò che se ne conta, che presentatosegli davanti l'innocente figliuolo Ruggieri, già acclamato re, con un calcio il fece cadere a terra, in guisa che da lì a non molto spirò l'ultimo fiato in braccio della stessa infelice sua madre. Ma Romoaldo Salernitano[2090] ne attribuisce la morte ad una saetta gittata in quel tumulto, che il percosse presso un occhio con ferita mortale. Perseguitò dipoi il re Guglielmo i baroni congiurati; e questi misero sottosopra tutta la Sicilia. Fece cavar gli occhi a Matteo Bonello; assediò Botera, ed, entratovi, tutta la fece diroccare. Intanto essendo rientrato in Puglia Roberto conte di Loritello[2091], mise in rivolta molte di quelle terre e città fino a Taranto. Ma sopravvenuto il re Guglielmo col suo esercito, ripigliò Taranto e tutto il perduto: il che si tirò dietro l'allontanamento dal regno d'esso conte Roberto e d'altri baroni, i quali si rifugiarono presso lo imperador Federigo. Tutte queste scene ed altre, ch'io tralascio, son diffusamente narrate da Ugone Falcando. In questo anno i Genovesi[2092] stabilirono i patti del commercio con Lupo, chiamato da essi re di Spagna, ma che, secondo il Mariana, non fu se non re di Murcia. Altrettanto fecero col re di Marocco, e spedirono a Gerusalemme per ricuperare i loro diritti nelle città di Terra Santa.
NOTE:
[2085] Gerhous Reicherspergens., de investigand. Anticar., lib. 1.
[2086] Cardin. de Aragon., in Vita Alexandri III, P. I, tom. 3 Rer. Italic.
[2087] Caffari, Annal. Genuens., lib. 1, tom. 6 Rer. Italic.
[2088] Otto Morena, Hist. Laudens., tom. 6 Rer. Italic.
[2089] Hugo Falcandus, Histor.
[2090] Romuald. Salernit., in Chron. tom. 7 Rer. Ital.
[2091] Johannes de Ceccano, Chron. Fossaenovae.
[2092] Caffari, Annal. Genuens., lib. 1, tom. 6 Rer. Italic.
Anno di CRISTO MCLXII. Indizione X.
ALESSANDRO III papa 4. FEDERIGO I re 11, imperad. 8.
Famosissimo divenne quest'anno, perchè in esso finalmente venne fatto all'imperador Federigo di vedere a' suoi piedi il popolo di Milano, e di potere sfogare contra della loro città il suo barbarico sdegno[2093]. Il guasto dato a tutti i contorni di Milano avea privato di viveri quel valoroso popolo, nè restava speranza nè maniera di cavarne dai vicini, perchè tutti all'incontro erano lor nemici e collegati per rovina di quell'illustre città. La sola città di Piacenza avrebbe potuto o voluto soccorrere; ma n'era impedita dall'armi di Federigo, acquartierato apposta a Lodi, che facea battere le strade, e tagliar crudelmente la mano destra a chiunque era colto portante vettovaglia a Milano. Però si cominciò stranamente a penuriare in essa città, e alla penuria tenne dietro una grave discordia tra i cittadini, cioè tra i padri e i figliuoli, i mariti e le mogli e i fratelli, gridando alcuni che s'aveva a rendere la città, ed altri sostenendo che no: laonde accadevano continue risse fra loro[2094]. Si aggiunse che i principali formarono una segreta congiura di dar fine a tanti guai, in guisa che prevalse il sentimento accompagnato da minaccie di chi proponeva la resa, e fu preso il partito d'inviare a trattar di pace. Iti gli ambasciatori a Lodi, proposero di spianare per onor dell'imperadore in sei luoghi le mura e le fosse delle città. Federigo col parere de' suoi principi, e de' Pavesi, Cremonesi, Comaschi ed altri popoli nemici di Milano, stette fisso in volerli a sua discrezione senza patto alcuno. Durissima parve tal condizione, ma il timore di peggio indusse i Milanesi ad accomodarsi al fierissimo rovescio della lor fortuna. Pertanto nel primo giorno di marzo vennero a Lodi i consoli di Milano, cioè Ottone Visconte, Amizone da porta Romana, Anselmo da Mandello, Anselmo dall'Orto, con altri; e colle spade nude in mano, siccome nobili, giurarono di fare quello che piacesse all'imperadore, e che lo stesso giuramento si presterebbe da tutto il loro popolo. Nella seguente mattina comparvero trecento soldati a cavallo milanesi, che rassegnarono a Federigo le lor bandiere, e insieme le chiavi della città. Nel martedì vennero circa mille fanti da Milano col carroccio, che giurarono come i precedenti. Volle Federigo quattrocento ostaggi, e spedì sei Tedeschi e sei Lombardi, fra i quali fu Acerbo Morena, allora podestà di Lodi, continuatore della storia cominciata da Ottone suo padre, acciocchè esigessero il giuramento di totale ubbidienza da tutto il popolo milanese. Andò l'imperadore a Pavia con tutta la corte, e nel dì 19 d'esso mese di marzo mandò ordine ai consoli milanesi[2095] che in termine di otto giorni tutti i cittadini maschi e femmine evacuassero la città con quel che poteano portar seco. Spettacolo sommamente lagrimevole fu nel dì 25 il vedere lo sfortunato popolo piangente abbandonar la cara patria co' piccoli lor figliuoli, cogl'infermi e coi lor fardelli, portando quel poco che poterono, e lasciando il resto in preda agli stranieri. Alcuni giorni prima, cioè nel dì 18, se n'era già partito l'arcivescovo Oberto coll'arciprete Milone, Galdino arcidiacono ed Alchisio cimeliarca, ed ito per trovar papa Alessandro che tuttavia dimorava in Genova. Chi potè, se ne andò a Pavia, a Lodi, a Bergamo, a Como, e ad altre città; ma l'infelice plebe si fermò fuori della città ne' monisteri di san Vincenzo, di san Celso, di san Dionisio e di san Vittore, sperando pure che non fosse estinta affatto nel cuore dell'imperadore la clemenza, e ch'egli, soddisfatto dell'ubbidienza, permetterebbe il ritorno alle lor case. Non poteva essere più vana una sì fatta lusinga. Comparve nel dì seguente Federigo accompagnato da tutti i suoi principi e soldati, e da' Cremonesi, Pavesi, Novaresi, Lodigiani e Cremaschi, e da quei del Seprio e della Martesana; ed, entrato in Milano, l'abbandonò all'avidità militare. Nel sacco neppure alcun riguardo s'ebbe alle chiese. Furono asportati i lor tesori, i sacri arredi e le reliquie. Ed allora dicono, che trovati i corpi creduti dei tre re magi, e donati a Rinaldo arcicancelliere ed arcivescovo eletto di Colonia, furono portati alla di lui città, dove di presente la popolar credenza li venera. Scrissero alcuni che anche i corpi dei santi Gervasio e Protasio furono portati a Brisacco; ma il Puricelli e il signor Sassi, bibliotecario dell'Ambrosiana, hanno già convinta di falso una tale opinione. Sire Raul, autore di questi tempi, scrive seguito solamente nell'anno 1164 questo pio ladroneccio.
Poscia uscì della bocca imperiale il crudele editto pella total distruzione della città di Milano. Se fosse vero ciò che racconta Romoaldo arcivescovo in questi tempi di Salerno[2096], Federigo nella concordia avea promesso civitatem integram, et cives cum rebus suis permanere illaesos; poi mancò alla parola. Ma non s'accorda questa particolarità con quanto ne scrivono il Morena e Sire Raul, storici più informati di questi fatti. Furono deputati i Cremonesi ad atterrare il sestiere di porta Romana, i Lodigiani a quel di porta Renza, i Pavesi a quel di porta Ticinese, i Novaresi a quel di porta Vercellina, i Comaschi a quel di porta Comacina, e il popolo del Seprio e della Martesana a quello di porta Nuova. L'odio e lo spirito della vendetta animò sì forte questi popoli, che si diedero un'incredibil fretta alla rovina dell'infelice città. Gran somma di danaro aveano anche sborsato a Federigo per ottenerne la permissione. Il fuoco attaccato alle case ne distrusse buona parte; il resto fu diroccato a forza di martelli e picconi, ed anche in pochi giorni si vide smantellata la maggior parte delle mura. Pare che Acerbo Morena si contraddica, perchè, dopo avere scritto, che usque ad dominicam Olivarum tot de moenibus civitatis consternaverunt, quod ab initio a nemine credebatur in duobus mensibus posse dissipari, soggiugne appresso, che remansit tamen fere totus murus civitatem circumdans (forse manca dissipatus), qui adeo bonis et magnis lapidibus confectus fuerat, et quasi centum turribus decoratus, quod, ut existimo, numquam tam bonus fuit visus in Italia. Certo è da credere che, se non prima, lo dirupassero almeno dopo la domenica dell'ulivo, perchè lasciando in piedi un sì forte muro, nulla avrebbono fatto. E Sire Raul scrive che Federigo destruxit domos, et turres, et murum civitatis. Così ha l'Abbate Urspergense[2097], Elmoldo, Gotifredo monaco ed altri. Il campanile della metropolitana, mirabile a vedere per la sua vaghezza ed incredibil altezza, venne per comandamento dell'imperadore abbassato. Ma rovesciato sopra la chiesa, ne atterrò la maggior parte. La fama accrebbe poi questa calamità di Milano, essendo giunti alcuni a scrivere[2098] che Federigo vi fece condurre sopra l'aratro, e la seminò di sale: tutte fandonie. Per attestato di Duodechino[2099] populus expulsus fuit; murus in circuitu dejectus; aedes, exceptis Sanctorum templis, solo tenus destructae. Reservatis tantummodo matrice Ecclesia, et quibusdam aliis, scrive Roberto dal Monte[2100]. Ordine ancora fu dato che mai più non si potesse rifabbricare, nè abitar quella nobilissima città, a spianar le cui fosse concorse quasi tutta la Lombardia. Io qui niuna menzione farò delle favole della Cronica de' conti di Anghiera, mentovate ancora da Galvano Fiamma[2101], perchè il confutarle sarebbe tempo mal impiegato. Nella domenica delle Palme assistè Federigo Augusto ai divini uffizii nella basilica di santo Ambrosio[2102] fuori della desolata città milanese, e prese l'ulivo benedetto; e nello stesso giorno s'inviò a Pavia. Celebrò egli in essa città la santa Pasqua, col concorso della maggior parte dei vescovi, marchesi, conti ed altri baroni d'Italia. Alla messa e dopo la messa, ad un lauto convito, a cui s'assisero i suddetti principi, e i vescovi colla mitra, e i consoli delle città, si fece vedere colla corona in capo, insieme coll'Augusta Beatrice, giacchè due anni innanzi avea fatto proponimento di non portar più corona, se prima non soggiogava il popolo di Milano. Grande fu allora il giubilo e il plauso del popolo di Pavia per le fortune dell'imperadore; e gli scrittori tedeschi si sciolgono in sonori elogi del suo gran valore e della sua costanza, per aver sottomessa una sì riguardevol città. Ma resterebbe da vedere se gloria vera s'abbia a riputare per un monarca cristiano il portare l'eccidio ad un'intera insigne città, con distruggere e seppellir tante belle fabbriche e memorie dell'antichità, che fino a' tempi di Ausonio quivi si conservavano. Che in pena della ribellione si dirocchino tutte le mura ed ogni fortificazione, ciò cammina; ma poi tutto, chi può mai lodarlo, e non attribuirlo piuttosto ad un genio barbarico? A mio credere, i buoni principi fabbricano le città, e i cattivi le distruggono. Certo intanto è che la caduta e rovina di Milano sparse il terrore per tutta l'Italia, ed ognuno tremava al nome di Federigo Barbarossa. Però non è da stupire se i Bresciani spedirono nella seconda domenica dopo Pasqua i loro consoli, accompagnati da molta nobiltà, a Pavia, per sottomettersi ai di lui voleri. Fu accettata la lor sommessione, con patto di dover demolire tutte le torri e mura della lor città, di spianar le fosse, di ricevere un podestà dall'imperadore, di pagar una buona somma di danaro, e di consegnare ad esso Augusto tutte le rocche e fortezze del loro contado, e di militare con lui, occorrendo, anche a Roma e in Puglia. Sapea ben Federigo nella buona ventura mettere i piedi addosso a chiunque gli cadeva sotto le mani.
Vi restavano i soli Piacentini da mettere in dovere. Già si sapeva che era giurato l'assedio della lor città. Ma conoscendo essi la necessità di prevenir la tempesta, trattarono di pace, e colla mediazione di Corrado conte palatino del Reno, fratello dell'imperadore, l'ottennero. Però i lor consoli colle spade nude si presentarono a Federigo nel dì 11 di maggio, mentre egli era a San Salvatore fuori di Pavia, e se gli sottomisero con promessa di pagargli sei mila marche d'argento, di distruggere le mura e le fosse della lor città, di ricevere un podestà, di restituir tutte le regalie, e di cedere tutte quelle castella del lor territorio che volesse l'imperadore; il che era poco men che perdere tutto l'essere di repubblica. Ciò fatto, mandò Federigo per podestà de' Milanesi il vescovo di Liegi; a Brescia Marquardo di Grumbac; a Piacenza Aginolfo, e poscia Arnaldo Barbavara; a Ferrara il conte Corrado di Ballanuce; a Como maestro Pagano; e così ad altre città. Per grazia speciale permise ai Cremonesi, Parmigiani, Lodigiani ed altri popoli fedeli il governarsi co' proprii consoli. Rapporta il Sigonio[2103] l'investitura data ai Cremonesi, molto vantaggiosa per loro. Nel mese di giugno passò Federigo alla volta di Bologna, che era tuttavia restia ai comandamenti di lui. Seguì parimente accordo con quel popolo, obbligato anch'esso a diroccar le mura, a guastar le fosse della città, a fare lo sborso di molta pecunia, e a ricevere pel suo governo il cesareo podestà. Andò poscia ad Imola e Faenza, e ad altri luoghi. In somma non vi restò città dell'Italia di qua da Roma che non piegasse il collo sotto i piedi del formidabil Augusto, a riserva della rocca di Garda, che occupata da Turisendo veronese, e assediata quasi per un anno dal conte Marquardo e da' Bergamaschi, Bresciani, Veronesi e Mantovani, lungo tempo si difese, e finalmente si rendè con onesta capitolazione. Anche i Genovesi, chiamati da Federigo a Pavia, per attestato di Caffaro[2104], vennero all'ubbidienza, ed ottennero buoni patti, con ritener tutte le regalie, perchè s'obbligarono di servire a Federigo nelle spedizioni ch'egli meditava contro il re di Sicilia. Il privilegio conceduto da esso imperadore ai Genovesi può leggersi nelle mie Antichità italiane[2105]. Affinchè restasse memoria della sua crudeltà contra de' Milanesi; quel diploma si vede dato Papiae apud sanctum Salvatorem in palatio imperatoris post destructionem Mediolani, et deditionem Brixiae, et Placentiae, V junii, anno dominicae Incarnationis MCLXII, Indictione X. Altri diplomi segnati in questa forma ci restano. Curiosa cosa è il vedere con che generosità Federigo diede allora in feudo al popolo genovese siracusanam civitatem cum pertinentiis suis, et ducentas quinquaginta caballarias terrae in valle Nothi, ec. et in unaquaque civitate maritima, quae propitia divinitate a nobis capta fuerit, rugam unam (una rua, una contrada) eorum negotiatoribus convenientem cum ecclesia, balneo, fundico, et furno, con altre liberalità. Ma il proverbio dice che il fare i conti sulla pelle dell'orso vivo non sempre riesce.
Nella domenica di passione imbarcatosi di nuovo a Genova papa Alessandro III[2106], di colà passò a Magalona in Francia, e poscia a Mompellieri, dove mandò il re Lodovico VII a visitarlo e a rendergli l'onore dovuto. Nel giugno si inviò a Chiaramonte. Alle glorie dell'Augusto Federigo mancava quella solamente di terminar la lite del pontificato romano a voglia sua. Mostrando egli in apparenza grande zelo per l'unione della Chiesa, subito che intese l'arrivo in Francia di papa Alessandro, scrisse al re Lodovico, proponendo un abboccamento con lui per dar fine a questo importantissimo affare; e che a San Giovanni di Laune, oppure a Besanzone si tenesse un concilio, dove si presentassero i due contendenti, per esser ivi esaminate le ragioni d'ambedue le parti. Covava nondimeno l'astuto imperadore il pensiero di burlar non meno l'odiato Alessandro che l'antipapa Ottaviano. Apud se cogitavit (lo abbiamo dalla vita di papa Alessandro), sicut homo hujus saeculi prudentissimus, sagax, et callidus, qualiter posset Alexandrum, et idolum suum judicio universalis Ecclesiae pariter dejicere, atque personam tertiam in romanum pontificem ordinare. Trovaronsi insieme papa Alessandro e il re Lodovico a Souvignì, e il re, principe che non andava molto alla malizia, volle persuadere al papa di venir al progettato congresso; ma Alessandro tenne il piè fermo, allegando che non conveniva alla dignità della Sede apostolica il sottoporsi a quel giudizio; e che giusto motivo avea di sospettar artifizii e superchierie dalla parte di Federigo, che già era apposta passato in Borgogna. Di grandi negoziati si fecero dipoi; ma volle Dio che scoperti in fine i raggiri d'esso imperadore, il re di Francia si ritirasse dal contratto impegno: perlochè fu quasi per nascere rottura di guerra fra que' due monarchi, se non fosse accorso in aiuto del re Lodovico il re d'Inghilterra: il che mise freno a Federigo, che oramai si credea di potere dar legge a tutti, e pretendea che ai soli vescovi del suo imperio appartenesse il giudicar dell'elezione del romano pontefice. In somma esso Augusto, mal contento di tanti maneggi inutilmente fatti, fu forzato dalla mancanza de' viveri a tornarsene coll'esercito in Germania; e l'antipapa, veggendosi mal ricevuto in quelle parti, se ne tornò in Italia. Rimandò poco dappoi Federigo in Italia l'eletto arcivescovo di Colonia Rinaldo, principal arnese, ma arnese pessimo della sua corte[2107], che fatto un viaggio per la Lombardia, Romagna, marca di Verona e Toscana, si studiò di assodar tutte le città e principi nell'ossequio verso l'imperadore. Intanto il miserabil popolo di Milano[2108] escluso dalla sua patria, senza tetto dove ricoverarsi, fu ripartito dal vescovo di Liegi in quattro siti, alcune miglia lungi dalla città, con permissione di fabbricar ivi de' borghi per loro alloggio. Tornò in Germania quel vescovo, e lasciò al governo d'esso popolo Pietro di Cunin, che cominciò a far delle estorsioni in varie maniere. Terminò in quest'anno il re di Sicilia la guerra di Puglia[2109] colla presa di Taverna e di Monte Arcano; e, passato a Salerno, senza volervi entrare, s'accampò sotto quella città. Era inviperito contra di quel popolo, perchè esso dianzi avea consentito alla congiura che divampò contro di lui. Pretese il re una gran somma di danaro da que' cittadini; nè potendo eglino colla puntualità ricercata soddisfare al pagamento, con questo pretesto minacciò Guglielmo l'ultimo eccidio alla città. Ed era disposto ad eseguir la parola, quando sul bel mezzo giorno e a ciel sereno, insorto un impetuoso turbine, seguitato poi da una furiosa pioggia, schiantò quasi tutte le tende, e specialmente la regale, in maniera che Guglielmo, il quale allora dormiva, corse pericolo di riportarne gran danno. Se ne fuggì egli in una picciola tenda che era rimasta in piedi, con raccomandarsi a san Matteo apostolo, il cui corpo si pretende conservato in quella città. Fu questo in fatti creduto un miracoloso ripiego del santo Apostolo, per liberar da quel rischio il suo popolo; e però impaurito il re, nel dì seguente sciolse le vele verso Palermo, nè altro male fece a quella magnifica città. Insorse in quest'anno discordia fra i Pisani e i Genovesi nella città di Costantinopoli. Avendo prevaluto i primi, diedero il sacco al fondaco dei Genovesi, con asportarne il valore di trenta mila perperi[2110]. Portatene le querele a Genova, il popolo in furia spedì a Pisa, chiedendo soddisfazione, altrimenti intimavano la guerra. Non essendo venuta alcuna buona risposta, i Genovesi con dodici galere volarono a Porto Pisano a farne vendetta. Vi distrussero la torre del porto, e presero molte navi coll'avere e cogli uomini. Accadde che arrivò a Pisa il suddetto Rinaldo arcicancelliere ed arcivescovo eletto in Colonia, che, informato di questa briga, mandò tosto a Genova ordine che cessassero le offese, ed ottenne la liberazion de' prigioni. Ma avendo dipoi i Pisani presi due legni dei Genovesi, si riaccese la guerra che era per andare innanzi, se, interpostosi di nuovo l'arcicancelliere, non avesse rimessa all'imperadore, che era a Torino, la cognizion di questa controversia. Stabilì esso Augusto dipoi una tregua fra loro. Di una tal discordia parlano gli Annali pisani all'anno seguente.
NOTE:
[2093] Acerbus Morena, Hist. Laud., tom. 6 Rer. Italic.
[2094] Sire Raul, Histor., tom. 6 Rer. Ital.
[2095] Acerbus Morena. Sire Raul. Otto de Sancto Blasio.
[2096] Romualdus Salernitanus, in Chron.
[2097] Abbas Urspergensis, in Chron.
[2098] Ptolom. Lucens., in Annalib.
[2099] Dodech., in Append. ad Marian.
[2100] Robert. de Monte, in Append. ad Sigebert.
[2101] Gualvan. Flamma, Manipul. Flor.
[2102] Acerbus Morena, Histor. Laudens., tom. 6 Rer. Ital.
[2103] Sigon., de Regno Ital., lib. 13.
[2104] Caffari, Annal. Genuens., lib. 1, tom. 6 Rer. Italic.
[2105] Antiquit. Ital., Dissert. XLVIII et LXXII.
[2106] Cardin. de Aragon., in Vit. Alexandri III, P. I, tom. 3 Rer. Italic.
[2107] Acerbus Morena, Histor. Lauden., tom. 6 Rer. Ital. Romualdus Salern., in Chron., tom. 7 Rer. Italic.
[2108] Sire Raul, Hist., tom. 6 Rer. Ital.
[2109] Romualdus Salernit., in Chron. Johann de Ceccano, Chron. Fossaenovae.
[2110] Caffari, Annal. Genuens., lib. 1, tom. 6 Rer. Italic.
Anno di CRISTO MCLXIII. Indizione XI.
ALESSANDRO III papa 5. FEDERIGO I re 12, imper. 9.
Dopo avere papa Alessandro celebrata la festa del santo Natale nella città di Tours[2111], venuta la domenica di settuagesima, passò a Parigi per una conferenza con Lodovico VII re di Francia. Gli venne incontro il piissimo re coi baroni e colle sue guardie due leghe lungi dalla città, e alla vista di lui smontato, corse a baciargli i piedi. Dopo di che amendue continuarono il viaggio fino a Parigi, dove la processione del clero col vescovo l'accolse. Dimorò ivi il pontefice per tutta la quaresima, e vi solennizzò la Pasqua. Poscia, avvicinandosi il tempo della celebrazion del concilio da lui intimato nella città di Tours, colà si trasferì. Riguardevole fu quella sacra adunanza, a cui fu dato principio nel dì 19 di maggio, perchè v'intervennero diciassette cardinali, cento ventiquattro vescovi, quattrocento quattordici abbati, e una copiosa moltitudine di clerici e laici. Furono ivi pubblicati varii canoni di disciplina ecclesiastica, da' quali apparisce che era già insorta nelle parti di Tolosa, e si andava dilatando, una setta d'eretici, i quali, siccome accenneremo, infettarono in fine tutte quelle contrade. Era anche passato in Francia lo studio delle leggi civili, e molti monaci e canonici regolari, col pretesto d'insegnarle nelle scuole, oppur di spiegare la fisica, o di praticar la medicina, abbandonavano i loro chiostri. Questo fu proibito, e dichiarate nulle e sacrileghe tutte le ordinazioni fatte e da farsi dall'antipapa e dagli altri scismatici. E perciocchè l'andar girando il papa dovea riuscire di non lieve aggravio alle chiese, gli fu fatto sapere che se volea più lungamente fermarsi in Francia, eleggesse una dimora stabile nella città che più gli fosse in grado: laonde egli scelse la città di Sens, dove si trattenne dal principio d'ottobre fino alla Pasqua dell'anno 1165. Circa questi tempi avendo Ulrico, novello patriarca di Aquileia, fatta un'invasione nell'isola di Grado[2112], vi accorsero i Veneziani con uno stuolo di galee, e il fecero prigione con assai nobili del Friuli nell'ultimo giovedì del carnevale, e tutti li misero nelle carceri di Venezia. Per liberarsi, egli si obbligò di mandare ogni anno da lì innanzi nell'ultimo mercordì del carnevale al doge dodici porci grassi, e dodici pani grossi in memoria della vittoria de' Veneti e della sua liberazione. Allora fu fatto in Venezia uno statuto, che nel giovedì suddetto in avvenire ad un toro e ad altri simili porci nella pubblica piazza si dovesse tagliar la testa, il qual uso per conto del toro dura tuttavia in essa città. Credevasi dalla plebe ciò istituito per denotare che si tagliava il capo al suddetto arcivescovo e a dodici de' suoi canonici; ma i saggi sapeano che pel solo fine suddetto si facea quello spettacolo.
Era in questi tempi straziato l'infelice popolo milanese dai ministri tedeschi, che tutti aveano nell'ossa il morbo dell'avarizia. Tanta era la parte che il loro vice-governatore Pietro di Cunin esigeva dalle rendite de' poderi[2113], che quasi nulla ne restava ai miseri padroni e ai loro rustici. Oltre di che, da que' poderi che aveano i Milanesi sul Lodigiano e Cremasco, nel Seprio, nella Martesana e in altri luoghi, nulla poteano ricavare. Tutto sel divorano gli uffiziali dell'imperadore. Fabbricarono costoro nel borgo di Noseta una gran torre per far quivi la zecca, e guardarvi il danaro dell'imperatore. Ad un magnifico palagio ancora per servigio d'esso Augusto fu dato principio in Monza; e tutto il dì erano in volta gli strapazzati contadini colle lor carra e buoi per condurre i materiali. Altrettanto si facea per la fabbrica del castello di Landriano, e di un palazzo a Vigiantino. Per queste e per altre doglianze della gente, il vescovo di Liegi richiamò il Cunin, e mandò al governo un Federigo cherico, appellato mastro delle scuole: che così era chiamata una dignità nelle cattedrali. La sperienza mostrò che costui avea l'unghie anche più arrampinate che quelle del precedente ministro. Arrivò poi a Lodi nel dì 29 d'agosto, di ritorno dalla Germania l'imperador Federigo coll'augusta sua consorte Beatrice[2114] e con gran comitiva di baroni. Da lì a quattro giorni vi giunse ancora l'antipapa, il quale nel dì 4 di novembre fece la traslazione del corpo di san Bassiano da Lodi vecchio a Lodi nuovo. Lo stesso Ottaviano, ed anche l'imperadore col patriarca d'Aquileia e coll'abbate di Clugnì, ed altri vescovi ed arcivescovi portarono sulle loro spalle la sacra cassa. Nel dì 16 d'esso mese essendosi trasferito a Pavia esso Federigo, allora fu che i Pavesi fecero tante istanze, avvalorate dal rinforzo di una buona somma di danaro, che ottennero di potere smantellar le mura di Tortona, con rappresentare riedificata quella città in obbrobrio dell'imperadore e di Pavia. Corsero dunque all'esecuzion del decreto; nè contenti d'aver diroccato il muro, vi distrussero ancora con fretta incredibile tutte le case, riducendo quella sventurata città in un monte di pietre. Un alto di clemenza esercitò poco appresso l'imperadore coi Milanesi, perchè rimise in libertà i quattrocento loro ostaggi. Passando poi egli da Pavia a Monza nel dì 5 di dicembre, il popolo milanese, confinato in uno dei borghi nuovi, maschi e femmine gli andarono incontro sulla via. Era di notte, e forte piovea. Prostrati a terra in mezzo al fango, gridavano misericordia; e Federigo lasciò ivi Rinaldo arcivescovo eletto di Colonia, acciocchè gli ascoltasse. Questi ordinò che alcuni d'essi nel dì seguente andassero a Monza, dove darebbe loro udienza. Fece anche venir colà dodici di cadaun borgo, e udito che richiedevano la restituzion de' loro poderi più colle lagrime che colla voce, dimandò, cosa offerissero all'imperadore per ricuperarli. Si scusarono essi per la somma loro povertà e per le tante miserie: il che fece montar in collera l'iniquo arcivescovo, e intimar loro di pagare per tutto gennaio prossimo venturo una somma di danaro, e bisognò sborsarla. Nel precedente anno aveano i Pisani inviata un'ambasceria all'imperador Federigo[2115], che ne mostrò molto piacere, e fece di molte carezze ai loro ambasciatori. Nell'anno presente poi investì egli di tutte le regalie quel popolo, che si obbligò di armare sessanta galee in aiuto del medesimo Augusto per la guerra che si andava meditando contro il re di Sicilia. Ma questo lor palese attaccamento a Federigo fu cagione che non si poterono accordare coll'imperador de' Greci Manuello Comneno, pretendente ch'essi rinunziassero all'amicizia di Federigo: al che mai non vollero acconsentire. Ma peggio loro avvenne negli Stati del re di Sicilia, perchè considerandoli il re Guglielmo come nemici della sua corona, benchè avesse pace con loro, pure all'improvviso fece prendere quanti Pisani si trovarono nelle sue contrade, ed occupar tutte le loro mercatanzie. Corse un gran pericolo in quest'anno esso re Guglielmo in Palermo[2116]. Folto era il numero de' prigionieri di Stato in quelle carceri. Ebbero costoro maniera di uscire, ed usciti assalirono il palazzo regale con disegno e gran voglia di trucidare il re. Fecero così bene il loro uffizio le guardie, che andò fallito il colpo, e restarono i più d'essi tagliati a pezzi.
NOTE:
[2111] Cardin. de Aragon., in Vit. Alexandri III, P. I, tom. 3 Rer. Ital.
[2112] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.
[2113] Sire Raul, in Hist., tom. 6 Rer. Ital.
[2114] Acerbus Morena, Histor. Laudens., tom. 6 Rer. Ital.
[2115] Annales Pisani, tom. 6 Rer. Ital.
[2116] Hugo Falcandus, Histor, Sicul.
Anno di CRISTO MCLXIV. Indizione XII.
ALESSANDRO III papa 6. FEDERIGO I re 15, imper. 10.
Continuò papa Alessandro ancora per quest'anno la sua dimora in Francia nella città di Sens, dove ebbe molte faccende per le differenze insorte in questi tempi fra Arrigo re d'Inghilterra e Tommaso arcivescovo di Cantorberì, che fu poi santo martire. Intanto l'ambizioso antipapa Ottaviano, chiamato Vittore III, mentre dimorava in Lucca[2117], fu colto da una mortale infermità, e quivi impenitente passò al tribunale di Dio nel dì 20 d'aprile. Pietro Blesense, che ne parla per esperienza, descrive il di lui fasto e la di lui crudeltà; e pure si fece credere alla buona gente che al suo sepolcro erano succeduti non pochi miracoli: Pro cujus sanctis meritis dicitur, Deum multa miracula ibi fecisse: così scrive Acerbo Morena[2118], uno de' suoi parziali: il che sempre più ci dee rendere cauti a distinguere i veri dai finti o dai creduti miracoli. Restavano tuttavia in vita due soli cardinali scismatici, cioè Giovanni da san Martino e Guido da Crema. Costoro fecero un'adunanza di molti ecclesiastici della lor fazione; e giacchè Arrigo vescovo di Liegi ricusò il falso pontificato, fu questo conferito allo stesso Guido da Crema, il quale senza alcuna osservanza degli antichi riti ricevette la consecrazione dallo stesso vescovo di Liegi, con assumere il nome di Pasquale III. Speditone tosto l'avviso all'Augusto Federigo, in vece di valersi egli di tal congiuntura per estinguere lo scisma, approvò il fatto, e riconobbe costui per legittimo papa. Intanto le città di Lombardia avvezze per assaissimi anni addietro a vivere lautamente col godimento delle regalie e della libertà, con decoro ed autorità principesca, al vedersi ora ridotte ad una vile schiavitù, troppo mal volentieri s'accomodavano a questo insolito giogo. Si aggiunsero le continue avanie che faceano i ministri imperiali, oppressori dei grandi e de' piccioli, intenti solo a smugnere danaro dagli afflitti popoli. Fece tutto ciò perdere a que' popoli la pazienza, e cominciarono a risorgere gli spiriti generosi in alcune città, determinate di non lasciarsi così obbrobriosamente calpestar da li innanzi[2119]. Queste furono le città della marca di Verona, cioè Verona, Vicenza, Padova, Trevigi, ed altre minori, che strinsero una segreta società e lega fra loro. Trovavansi mal soddisfatti anche i Veneziani per aggravii patiti dagli uffiziali dell'imperadore, e però anch'essi entrarono in essa lega; e tutti cominciarono a far testa agli ordini di Federigo e de' suoi ministri. Appena scoppiò questo principio di ribellione, che Federigo, messo insieme l'esercito de' Pavesi, Cremonesi e dell'altre città fedeli, e col poco che gli restava de' suoi Tedeschi, marciò verso Verona. Prese e distrusse alcune castella di quel territorio: quando eccoti uscirgli incontro l'esercito delle città collegate, che animosamente venne ad accamparsi in faccia sua, disposto e preparato a ricevere o dar battaglia. Tra perchè era superiore di forze questa armata, e perchè cominciò Federigo ad accorgersi del poco capitale che potea far de' Lombardi suoi seguaci, ne' quali più non concorreva l'odio, che li rendè sì fieri contra di Milano, e si scorgeva in essi piuttosto del compatimento e dell'inclinazione per chi avea preso l'armi per la sua libertà: restò esso Augusto assai confuso. Giudicò dunque miglior partito il ritirarsi, benchè non senza rabbia e vergogna, che di azzardare ad un troppo dubbioso fatto d'armi la sua dignità e riputazione. Da lì innanzi ebbe sempre in sospetto tutte le città d'Italia, perchè conosciute troppo vogliose e gelose della libertà; e però, giacchè non sapea farsi amare da esse, cercò da indi in poi di farsi temere. Aveva egli dalla sua di certo solamente i marchesi, conti ed altri nobili vassalli, perchè questi abbisognavano del di lui braccio e patrocinio per non essere divorati dalle città. Mise pertanto in tutte le rocche e fortezze presidii e governatori tedeschi, de' quali unicamente si fidava, senza valersi più d'Italiani.
Accade in quest'anno[2120] che Barasone giudice di Turri, ossia di Logodoro in Sardegna, e Pietro giudice di Cagliari, uniti co' Pisani, per vendicarsi di varie ingiurie ricevute da Barasone giudice di Arborea, oggidì Oristagno, gli fecero guerra, con bruciargli il paese e menar via gran copia di prigioni. Allora questo giudice d'Arborea si raccomandò ai Genovesi, perchè l'aiutassero ad impetrare dall'imperador Federigo il titolo di re di tutta la Sardegna. E non già del solo suo giudicato; perciocchè, siccome ho io altrove dimostrato[2121], la Sardegna era divisa in quattro giudicati, e que' giudici ben cento anni prima si truovavano intitolati re, perchè niun superiore riconoscevano. Promise costui di gran cose ai Genovesi, dai quali perciò fu condotto a Pavia e presentato a Federigo. Condiscese ben volentieri l'imperadore alla dimanda, non tanto per acquistar diritto sopra la Sardegna, quanto per godersi quattro mila marche d'argento, che gli furono esibite per questa grazia. Gli Annali di Pisa dicono che l'offerta fu di trenta mila lire di soldi imperiali. Forse le quattro mila marche davano questa somma. Ma si opposero forte gli ambasciatori pisani alle istanze del giudice e alla risoluzion dell'imperadore, pretendendo che la Sardegna fosse di lor giurisdizione. Altrettanto ancora pretendevano i Genovesi. Federigo che non volle perdere l'oro promesso, senza curarsi delle lor brighe, nel dì 5 d'agosto, nella chiesa di san Siro di Pavia, solennemente coronò e dichiarò re della Sardegna esso Barasone. Il bello fu, che quando Federigo si credea di mettere le mani sopra il danaro accordato, si trovò che il re novello non aveva un soldo, e lavorava solo di promesse. Era Federigo in procinto di condurlo seco prigione in Germania, finchè avesse soddisfatto; ma costui tanto si adoperò coi Genovesi, che fecero sigurtà per lui, ed essi effettivamente dopo alquanti giorni sborsarono la somma, con prenderla ad usura da varii cittadini. Non trovandosi poi maniera ch'egli soddisfacesse ai Genovesi, fu detenuto prigione in Genova; e i Pisani cogli altri giudici della Sardegna mossero di nuovo guerra ad Arborea, e distrussero quasi tutto il paese, di modo che la vanità di Barasone andò a terminare in un re da teatro. Fecero di più i Pisani. Passò Federigo nell'anno presente in Germania ad oggetto di metter insieme una buona armata, per maggiormente assodare il piede in Italia. Colà spedirono i Pisani Uguccione, uno dei lor consoli, per cui maneggio Federigo investì col gonfalone la città di Pisa di tutta l'isola di Sardegna; nè andò molto che i Pisani la renderono interamente tributaria alla loro repubblica. L'onnipotenza dell'oro quella fu che fece dimenticar sì presto a Federigo di aver già dichiarato principe della Sardegna il duca Guelfo suo zio, e poco prima re d'essa isola il vanissimo Barasone. Dagli Annali genovesi si sa che i Pisani sborsarono tredicimila lire per ottenere quel privilegio. Diede fine in quest'anno alla sua vita nel dì 20 di luglio Pietro Lombardo, Novarese di patria, già vescovo di Parigi, celebre personaggio, e conosciuto da tutti col nome di mastro delle sentenze. Abbiamo ancora dagli Annali di Bologna[2122] e di Modena[2123] che Bozzo, luogotenente dell'imperadore in Lombardia, fu ucciso nel contado di Bologna, verisimilmente a cagion delle sue angarie. Nè si dee tacere, che, avendo in quest'anno l'Augusto Federigo richiesto aiuto da' Ferraresi pro motione et guerra Venetorumn, Paduanorum, Vicentinorum et Veronensium, quae cornua rebellionis et superbiae contra nos et imperium erexerunt, concedette o confermò loro tutte le regalie con altri privilegii, siccome apparisce dal diploma da me pubblicato[2124], e dato apud sanctum Salvatorem juxta Papiam, VIIII kalendas junii, anno dominicae Incarnationis MCLXIV, Indictione XII. Con altro diploma confermò al popolo di Mantova parimente tutti i suoi privilegii. Ma, ossia per errore, come io credo, ossia perchè fu usato l'anno pisano, quel diploma si dice bensì dato Papiae apud sanctum Salvatorem VI kalendas junii, anno millesimo centesimo sexagesimo quinto, Indictione XII; ma è certo ch'esso appartiene all'anno presente.
NOTE:
[2117] Cardin. de Aragon., in Vit, Alexandri III, P. I, tom. 3 Rer. Ital.
[2118] Acerbo Morena, Histor. Laudens., tom. 6 Rer. Ital.
[2119] Cardin. de Aragon., in Vita Alexandri III. Acerbus Morena, in Histor. Laudens. Sire Raul., tom. 6 Rer. Ital.
[2120] Annal. Pisani, tom. 6 Rer. Ital. Caffari, Annal. Genuens., lib. 1, tom. 6 Rer. Ital. Acerb. Morena, Hist. Laudens., tom. 6 Rer. Ital.
[2121] Antiquit. Italic., Dissert. V et XXXII.
[2122] Matth. de Griffonibus, Annal. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital.
[2123] Annales veteres Mutinens., tom 9 Rer. Ital.
[2124] Antiquit. Ital., Dissert. XLVIII.
Anno di CRISTO MCLXV. Indizione XIII.
ALESSANDRO III papa 7. FEDERIGO I re 14, imper. 11.
Essendo in questi tempi mancato di di vita Giulio vescovo di Palestrina[2125], lasciato da papa Alessandro per suo vicario in Roma, fu sostituito in suo luogo Giovanni cardinale de' santi Giovanni e Paolo, il quale, a forza di danaro e di esortazioni, indusse il popolo romano a giurar la solita fedeltà ad esso pontefice, e regolò ancora a suo volere il senato. Avendo egli inoltre tolta di mano agli scismatici la basilica vaticana e la contea della Sabina, giudicando che fosse oramai tempo di richiamare il papa dalle contrade della Francia, gli spedì a questo fine messi e lettere di molta premura. Per consiglio dunque non solamente de' vescovi e cardinali, ma anche dei re di Francia e d'Inghilterra, si preparò egli al suo ritorno. Partitosi dopo Pasqua dalla città di Sens, e passando per Parigi, dopo la festa di san Pietro arrivò a Mompellieri; e dappoichè furono all'ordine i legni che doveano condurlo, fra l'ottava dell'Assunzion della Vergine s'imbarcò, con alcuni cardinali, in una nave di Narbona, e il rimanente de' cardinali con Oberto arcivescovo di Milano, il quale fu poi creato cardinale di santa Sabina, in un altro più grosso legno che era de' cavalieri ospitalieri, oggidì appellati di Malta. Aveano appena date le vele ai venti, che eccoti comparir la flotta de' Pisani, i quali stavano in agguato. A tal vista la nave, dove era il papa, voltò la prora, e se ne tornò in fretta a Magalona. Circondarono i Pisani quella in cui venivano i più dei cardinali, e non avendo essi trovato fra loro il pontefice, senza far male alcuno, la lasciarono andare al suo viaggio. Il Neobrigense scrive[2126] che questa nave bravamente si difese, e con poco lor gusto fece retrocedere i Pisani. Comunque sia, tornò il papa ad imbarcarsi in un legno più picciolo, ed ancorchè fosse travagliato da alcune tempeste nel cammino, pure felicemente arrivò a Messina[2127]. A questo avviso il re Guglielmo, che era in Palermo, inviò tosto a complimentarlo i suoi ambasciatori con molti regali, e destinò l'arcivescovo di Reggio e di Calabria ed altri baroni, che l'accompagnarono fino a Roma: al qual fine somministrò una forte galea pel papa, e quattro altre per gli cardinali e pel resto della corte pontificia. Pertanto nel mese di novembre mosse papa Alessandro III da Messina, e venne a Salerno, dove fu con grande onore accolto da Romoaldo arcivescovo e da tutto il popolo. Nella festa di santa Cecilia giunse all'imboccatura del Tevere sano e salvo, e riposò per quella notte in Ostia. Nel seguente giorno corsero a venerarlo i senatori romani con gran folla di cherici e laici, e gli prestarono la dovuta ubbidienza. Dopo di che coi rami di ulivo il condussero fino alla porta Lateranense. Quivi era il clero vestito de' sacri ammanti, quivi i Giudei colla sacra Bibbia nelle braccia, e i giudici e le milizie colle loro insegne. Con questa processione e fra gli alti viva del popolo passò il papa alla basilica, ed indi al palazzo del Laterano, con tanta allegria della città, che non v'era memoria d'altra sì lieta giornata in quel popolo.
Giunto in Germania l'imperador Federigo vi trovò accesa la guerra[2128]. Imperocchè avendo Ugo conte palatino di Toingen fatto impiccare due uomini del duca Guelfo juniore, al quale il duca Guelfo seniore avea rinunziato gli Stati della Suevia, per attendere a quei dell'Italia, esso giovane Guelfo, non potendo averne soddisfazione, mise a ferro e fuoco il di lui paese. Ricorse il palatino per aiuto a Federigo duca di Rotemburg, cugino dell'imperadore; e siccome fra la casa di lui, erede della guibellinga, che noi ora diciam ghibellina, e la casa estense-guelfa del duca Guelfo era antica la gara e la nemicizia; così Federigo prese volentieri ad assisterlo. Il giovane Guelfo anch'egli ebbe dalla sua Bertoldo duca di Zeringhen ed altri principi. Nei primi giorni di settembre vennero alle mani i due eserciti, e Guelfo ne andò rotto, con lasciarvi prigioni novecento de' suoi cavalieri. A questa nuova il vecchio duca Guelfo, ardente di collera corse dall'Italia in Germania, assediò ed espugnò varie castella, e vittorioso andò a riposarsi nelle sue terre. Ma il palatino colle forze del duca Federigo avendo congiunto l'armata de' Boemi, gente allora fierissima, rinforzò la guerra, che costò immensi danni e guasti a quelle contrade, essendo venuti i Boemi per la Baviera e Suevia sino al lago di Ginevra, commettendo infiniti disordini. S'interpose l'Augusto Federigo, fece rilasciare i prigioni, e dare nella dieta d'Ulma al duca Guelfo soddisfazione: con che si smorzò quell'incendio. Tenne ancora Federigo in quest'anno[2129] una dieta in Erbipoli, ossia in Wirtzburg, dove circa quaranta vescovi tedeschi giurarono di ubbidire al falso pontefice Pasquale, ossia Guido da Crema. Nell'anno presente ancora, come s'ha dalla Cronica di Fossanuova[2130], Cristiano, eletto, o, per dir meglio, intruso arcivescovo di Magonza, col conte Gotolino e con alcune soldatesche passò nella Campania romana, e fece giurar fedeltà da tutti que' popoli all'antipapa Pasquale, condotto da lui sino a Viterbo, e all'imperadore. Perchè Anagni ricusò di ubbidire, diede il guasto alle sue campagne, ed incendiò Cisterna. Ma non sì tosto furono costoro tornati in Toscana, che Giliberto conte di Gravina e Riccardo da Gaia coll'esercito del re di Sicilia entrarono in essa Campania, ed uniti coi Romani ricuperarono Veroli, Alatri, Ceccano ed altre terre. Si ruppe ancora in quest'anno la tregua fra i Pisani e Genovesi[2131], e cominciò l'un popolo all'altro a far quel male che potea, con prendersi le navi. Riuscì a' Pisani, dopo aver bruciato Capo Corso, di giugnere, nel dì 21 d'agosto, allo improvviso addosso alla città d'Albenga, e di prenderla, con darle poscia il sacco e consegnarla alle fiamme. Passarono essi dipoi alla fiera di Sant'Egidio in Provenza con galee trentuna. Ma i Genovesi, ansiosi di vendicarsi, con maggior numero di galee andarono a cercar colà i nemici, e fidandosi che Raimondo conte di santo Egidio non proteggerebbe i Pisani, attaccarono una battaglia, che fu separata dalla notte. Gli Annali Pisani[2132] dicono, esserne uscita vittoriosa la lor nazione; ma per una fiera tempesta nel ritorno perderono dodici delle lor galee con tutta la gente.
Crebbero in quest'anno i guai delle città di Lombardia. Avea l'Augusto Federigo lasciati dappertutto i suoi uffiziali che raccogliessero i dazii e tributi spettanti al fisco imperiale. Per testimonianza di Acerbo Morena[2133] tuttochè parzialissimo dell'imperadore, questi cani ne esigevano sette volte più del dovere: Plus de septem, quam imperatori de jure deberetur, ab omnibus injuste excutiebant. Il Morena va specificando gli smoderati tributi ed aggravi, che l'avidità loro inventò. Ai Milanesi non si lasciava che un terzo delle loro entrate. Sopra ogni casa, sopra ogni mulino, sopra la pescagione imposero dazii: la caccia tutta per essi: tolto ai nobili, padroni delle castella, il distretto ossia la giurisdizione, benchè goduta per trecento anni addietro. Altre estorsioni di grano, di fieno, legna, polli e d'altri naturali tuttodì si faceano da essi uffiziali, per attestato di Sire Raul[2134]. In somma tutto operavano costoro per ridurre all'ultima disperazione i Lombardi; il che nondimeno si credeva contro l'intenzion di esso imperadore. Teneva intanto il timore di peggio molti di questi popoli in dovere; ma in lor cuore si rallegravano al vedere nella marca di Verona già alzata bandiera per la difesa della libertà, e all'udire che i Veronesi e Padovani aveano tolto di mano ai Tedeschi le due fortissime rocche di Rivoli ed Appendice, e spianatele da' fondamenti.
NOTE:
[2125] Cardin. de Aragon., in Vita Alexandri III, P. I, tom. 3 Rer. Ital.
[2126] Neubrig., lib. 2, cap. 17 Hist.
[2127] Romualdus Salernitan., in Chron., tom. 7 Rer. Ital.
[2128] Otto de S. Blasio, in Chron. Abbas Urspergens. in Chron.
[2129] Chron. Reicherspergense ad hunc annum.
[2130] Johann. de Ceccano, Chron. Fossaenovae.
[2131] Caffari, Annal. Genuens., tom. 6 Rer. Italic.
[2132] Annal. Pisani, tom. 6 Rer. Ital.
[2133] Acerbus Morena, Hist. Laudens., tom. 6, Rer. Ital.
[2134] Sire Raul, tom. 6 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCLXVI. Indizione XIV.
ALESSANDRO III papa 8. FEDERIGO I re 15, imper. 12.
Assalito da grave infermità in questo anno Guglielmo re di Sicilia, stette languente per due mesi[2135], e chiamato a sè Romoaldo arcivescovo di Salerno, che dilettavasi forte della medicina, arte allora di gran credito in quella città, ne ascoltò bene i consigli, ma seguitò poi a regolarsi a modo suo. Veggendosi poscia ridotto all'estremo, fatti chiamare nella sua camera i prelati, i baroni e i ministri della sua corte, dichiarò alla loro presenza per suo successore nel regno Guglielmo II suo maggior figliuolo, al quale, per essere di età tuttavia incapace del governo, diede per tutrice e governatrice del regno la regina Margherita sua moglie e madre del giovinetto re, assegnandole tre consiglieri di Stato. Dichiarò ancora principe di Capoa Arrigo altro suo figliuolo; e dopo avere scusata la sua passata condotta, e pregati tutti della lor fedeltà verso la sua prole, nel mese di maggio cessò di vivere. Septimo die intrantis mensis madii, ha il testo di Romoaldo. Ma nel Necrologio casinense è notata la di lui morte idibus maii. I tanti sconcerti succeduti durante il suo regno per la sua disapplicazione[2136], lasciandosi egli reggere dalla canaglia dei suoi eunuchi, e per la sua crudeltà e mala condotta che gli tirò addosso tante ribellioni, fecero restare il suo nome in abborrimento e maledizione. Si applicò tosto la regina a guadagnarsi l'amore de' sudditi, col far aprire le carceri, richiamar dall'esilio un buon numero di nobili banditi o fuggiti, e minorar le gabelle. Non lasciarono veramente di fare un'irruzione sopra varie terre della Puglia[2137] i vecchi ribelli Andrea conte di Rupecanina e Riccardo dall'Aquila, dappoichè ebbero intesa la morte del re; ma con poco loro profitto, e finì in un fuoco di paglia il lor tentativo. Due giorni dopo la morte del padre, oppure più tardi, come vuole il Falcando, con gran solennità nella cattedral di Palermo fu coronato il nuovo re Guglielmo II, e somma comparve l'allegrezza del popolo, che sperava giorni più lieti sotto di lui; nè cotali speranze andarono fallite. Da lì a qualche tempo restò liberata la Sicilia da un mal arnese, cioè da Gaito Pietro eunuco, principal ministro e camerlengo di quella corte. Costui nato Saraceno, dopo aver preso il sacro battesimo, ritenne sempre in cuore l'antica sua superstizione; e natogli sospetto che gli emuli suoi tramassero contro la di lui vita, imbarcatosi una notte, e seco portando un gran tesoro, se ne fuggì al re di Marocco. Manuello Comneno imperador de' Greci, dacchè seppe assunto al trono Guglielmo II, gli spedì ambasciatori per rinnovare il trattato di pace, e mosse anche parola di dargli per moglie l'unica sua figliuola. Fu ben confermata la pace, e andarono innanzi e indietro ambasciatori e lettere per trattare di quel matrimonio, ma nulla infine si conchiuse di questo per varii politici intoppi. Tornò in quest'anno nel mese di novembre in Italia l'imperador Federigo con un fiorito esercito. Passò per la Val Camonica, perchè i Veronesi doveano aver preso e ben fortificato il passo della Chiusa, e venne ad accamparsi vicino a Brescia. Lo scrittor della vita di papa Alessandro dice[2138], che, quantunque egli avesse conceputo grand'odio contro i Lombardi, nè si fidasse di loro, pure, chiudendo in petto la sua fierezza, si mostrò amorevole e cortese verso chiunque si presentò all'udienza sua. Non così parla Sire Raul[2139], autore più informato di questi affari. Diede Federigo il guasto a molte castella e ville del Bresciano, sino alle fosse della città, e costrinse que' popoli a dargli sessanta ostaggi de' principali e più ricchi, i quali furono inviati a Pavia. Devastò ancora la pianura di Bergamo, e sen venne a Lodi, dove tenne un gran parlamento di Tedeschi e Lombardi. S'erano messi gli afflitti popoli della Lombardia in isperanza di sollievo per l'arrivo dell'Augusto sovrano[2140] e però a folla comparvero colà grandi e piccioli, chi colle croci in mano, e chi senza, chiedendo pietà. Esposero all'imperadore e a' suoi ministri ad una per una tutte le avanie finora patite; e sul principio parve ch'egli se ne condolesse forte, e fosse per farne risentimento. Ma i fatti dimostrarono che nulla curava di tali doglianze. Allora la povera gente scorata affatto, si vide come perduta, nè vi fu chi non credesse che l'imperadore fosse d'accordo con quegl'inumani uffiziali. Si trasferì poi Federigo da Lodi a Pavia, e quivi solennizzò la festa del santo Natale.
Rapporta il cardinal Baronio[2141] una lettera scritta da esso Augusto ai cardinali: tale nondimeno è lo stile e il tenore di essa, che si può, senza timor di fallare, tenere per un'impostura di qualche dottorello, o monachetto scismatico di quell'età. Certo è bensì che il suddetto imperador di Costantinopoli inviò in questo anno a Roma Giordano Sebasto del suo imperio, figliuolo di Roberto già principe di Capoa[2142]. Portò egli dei gran regali a papa Alessandro III, e due proposizioni di grande importanza. Era la prima di riunir le due chiese latina e greca, discordi fra loro da gran tempo. L'altra, che il papa restituisse la corona dell'imperio romano agli Augusti greci, promettendo a questo fine mari e monti; cioè tanto oro ed argento, e tanta copia di truppe da ridurre all'ubbidienza l'Italia tutta. Troppo difficile affare, e degno di gran posatezza parve quest'ultimo al saggio pontefice; tuttavia, non volendo trascurar cosa alcuna, inviò coll'ambasciator suddetto in Levante il vescovo d'Ostia e il cardinale de' santi Giovanni e Paolo, principalmente per trattar della concordia, ed anche per iscorgere che fondamento si potea far de' Greci per l'altro negozio. Più che mai durando la gara tra i Pisani e Genovesi[2143] per cagion della Sardegna, in questo anno ancora accaddero rappresaglie di varie navi, e fecero i Pisani di molti prigioni. Guglielmo marchese di Monferrato, non contento di tante terre e castella che l'Augusto Federigo sottopose alla di lui giurisdizione, mosse guerra anch'egli a Genova, e loro tolse le castella di Palodi e di Otaggio. Spedì per questo il popolo di Genova i suoi inviati all'imperadore Federigo, per rappresentargli l'aggravio lor fatto dal marchese, e ne riportarono poco buone parole. Inoltre davanti ad esso Augusto seguì un'altra fiera altercazione fra essi e quei di Pisa. Imperocchè era dianzi riuscito a Genovesi di rendersi tributarii in Sardegna i due giudicati d'Arborea e di Cagliari: laonde i Pisani, investiti di quell'isola da Federigo, fecero istanza perchè fosse interdetto a' Genovesi di mettervi piede. Reclamarono i Genovesi, pretendendo che la Sardegna appartenesse loro, dacchè ne cacciarono il re Musetto, e che l'imperadore non potesse investirne altri senza far loro torto. Addussero fra l'altre ragioni che costumavano in segno del lor dominio i Gaetani e Napoletani, ogni qual volta nell'andare in Sardegna o per mercatanzia, o per sale, s'incontravano in legni genovesi, di mandar loro uno scudo pieno di pesci, e due vasi di vetro pieni di pesce, e due barili di vino. Fu rimessa la lite alla curia imperiale, e intanto fu ordinato il rilascio de' prigioni genovesi, con grande schiamazzo de' Pisani. Venne a morte nel dì 28 di marzo in quest'anno nella città di Benevento Oberto arcivescovo di Milano e cardinale[2144], e in luogo suo fu consacrato da papa Alessandro nel dì 8 di maggio Galdino già arcidiacono della chiesa milanese, cardinale anch'esso, che per le sue rare virtù meritò poscia d'essere venerato qual santo.
NOTE:
[2135] Romualdus Salern., in Chron., Anonymus. Casinens.
[2136] Hugo Falcandus, in Hist.
[2137] Johann, de Ceccano, Chron. Fossaenovae.
[2138] Cardinal. de Aragon., in Vit. Alexandri III.
[2139] Sire Raul, in Histor.
[2140] Idem, ibidem.
[2141] Acerb. Morena, Hist. Laudens.
[2142] Card. de Aragon., in Vit. Alexandri III.
[2143] Annal. Pisani. Caffar., Annal. Genuens., lib. 2
[2144] Acta S. Galdini apud Bolland. ad diem 18 april.
Anno di CRISTO MCLXVII. Indizione XV.
ALESSANDRO III papa 9. FEDERIGO I re 16, imper. 13.
Celebre e memorando è quest'anno nella Storia d'Italia per le strepitose avventure che succederono. Avea l'imperadore Federigo mandato avanti con un corpo di truppe Rinaldo, eletto arcivescovo di Colonia e arcicancelliere d'Italia, uomo fatto più per gl'imbrogli secolareschi, che per maneggiare il pastorale, affinchè riducesse i contorni di Roma all'ubbidienza dell'antipapa Pasquale[2145]. Tra la forza e i regali ridusse Rinaldo ai suoi voleri molte di quelle terre e città; quelle che fecero resistenza, la pagarono con patire saccheggi, incendii od altre calamità figliuole della guerra. Nè solamente fuori di Roma fece egli de' progressi, ma studiossi con profusione d'oro di guadagnare in Roma stessa partito. E perciocchè, come scrive l'autor della vita di papa Alessandro III, con servirsi di un detto degli antichi, Roma, si inveniret emtorem, se venalem praeberet; non furono pochi i Romani che, adescati dalla pecunia, giurarono fedeltà all'antipapa Guido da Crema e all'imperadore contra di ogni persona. Non mancava il buon papa Alessandro con paterne ammonizioni di esortar tutti alla concordia, alla fedeltà e alla difesa della patria, offerendo ancora il danaro necessario per questo; e davano essi buone parole, ma camminavano con doppiezza, volendo piacere all'una e all'altra parte, infedeli nello stesso tempo a tutte e due. Intanto l'Augusto Federigo nel dì 11 di gennaio si mosse da Lodi colla imperadrice e coll'armata alla volta di Roma[2146]. Arrivò sul Bolognese, dove, in vendetta della morte data già al suo ministro Bozzo, diede il guasto sino alle porte della città, e ridusse quel popolo a dargli cento ostaggi, che furono mandati sotto buona scorta a Parma, e a pagare sei mila lire di moneta di Lucca. Passò dipoi a Imola, Faenza, Forlì e Forlimpopoli, e in quelle contrade si fermò sino a San Pietro, esigendo da que' popoli e dagli altri della Romagna grosse contribuzioni di danaro. Non si sa il motivo perch'egli facesse quivi sì lunga dimora, non accordandosi ciò col costume di un principe sì focoso e diligente. Finalmente sul principio di luglio marciò verso la città di Ancona, e ne intraprese l'assedio. Era questa città in quei tempi ubbidiente e suddita a Manuello imperador de' Greci, e contuttochè gli costasse di molto il mantenere tale acquisto, pure se ne compiaceva, lusingandosi che potesse un dì quel piccolo nido riuscire di gran vantaggio alle mire non mai interrotte sopra l'Italia. Ora i cittadini, sì perchè animati dai Greci, e perchè restava ad essi libero il mare, nè mancavano buone fortificazioni alla lor terra, si accinsero con vigore alla difesa. Fece Federigo fabbricar varie macchine di guerra, e succederono varii conflitti con vicendevoli perdite, usale in simili contrasti.
Intanto dacchè fu partito l'imperadore dalla Lombardia, Arrigo conte di Des, lasciato governatore in Pavia, perchè verisimilmente subodorò i segreti maneggi delle città lombarde, nel mese di marzo dimandò e volle cento ostaggi del popolo milanese, cinquanta de' quattro borghi, e altrettanti de' forensi. Da lì a qualche tempo crescendo i sospetti, ne volle altri dugento, che tutti mise nelle carceri di Pavia, e fece anche istanza di danari. Allora l'infelice popolo milanese giunto ai termini della disperazione, al vedersi si maltrattato ed oppresso, diede ascolto a chi proponeva di unirsi in lega con altre città, per iscuotere l'insoffribil giogo tedesco. Fecesi dunque un congresso, a cui intervennero i Cremonesi, Bergamaschi, Mantovani, Bresciani e Ferraresi; e senza dubbio vi si contò ancora qualche inviato della lega della marca di Verona. Quivi, rammentati gli aggravii e le crudeltà che tuttodì pativano per l'insaziabilità e indiscretezza de' ministri cesarei, determinarono di voler piuttosto morire una volta con onore, se occorresse, che di viver con tanta lor vergogna e miseria sotto chi si dimenticava d'essere lor principe, e principe cristiano. Una lega dunque fu stabilita fra loro, con obbligarsi, sotto forte giuramento, di difendersi l'un popolo l'altro, se l'imperadore o i suoi uffiziali volessero da lì innanzi recar loro ingiuria o danno senza ragione, salva tamen imperatoris fidelitate, clausola nondimeno che nulla dovea significare secondo i bisogni. Fu specialmente convenuto il giorno d'introdurre i dispersi Milanesi nell'abbattuta e abbandonata loro città, e di star ivi finchè quel popolo si fosse messo in istato di potervi sussistere da sè solo. Erano stati finora i Cremonesi de' maggiori nemici che avesse Milano, e de' più fedeli che potesse vantar Federigo. È da credere che si movessero a mutar massima dal vedere, e fors'anche dal provar eglino il duro trattamento e l'alterigia de' ministri imperiali sulle città lombarde, e temere col tempo di una somigliante fortuna. Sicardo, che pochi anni dappoi fu vescovo di Cremona, e scrisse una Cronica da me in buona parte data alla luce[2147], si lagna non poco di questa risoluzion del suo popolo, perchè a' suoi dì i Milanesi divenuti potenti, e dimentichi de' benefizii, angustiavano forte la città di Cremona: quasichè in quest'anno essa città avesse fabbricato un martello che dovea poi schiacciare il capo a lei. Ma anche i saggi provveggono al bisogno d'oggi, come possono il meglio, rimettendo poi alla provvidenza di Dio il resto, giacchè niuno vi è che arrivi con sicurezza a leggere nel libro dell'avvenire.
Erano i Milanesi in una somma costernazione, perchè veniva minacciata la distruzione de' loro borghi, e i Pavesi ne lasciavano correre la voce; laonde per quattro settimane stettero come in agonia tra i pianti e le grida; e chi a Como, e chi a Novara, a Pavia, a Lodi trasportava i suoi pochi mobili, perchè di dì in dì aspettavano l'ultimo eccidio. Quando nel felicissimo dì 27 d'aprile comparvero le milizie bresciane, cremonesi, bergamasche, mantovane e veronesi, che introdussero quel popolo nella desolata città, con immenso gaudio di tutti[2148]. Che menassero tosto le mani per alzar terra, e valersi delle reliquie dell'antico muro, e serrarsi in casa, ben giusto è il crederlo. Riportata questa nuova all'imperador Federigo, benchè altamente se ne cruciasse il suo cuore, pure mostrò di non curarsene punto. Ed allorchè i collegati videro la città ridotta in istato di competente difesa, si ritirarono per attendere a guadagnar Lodi. Sussistendo questa città sì attaccata al servigio dell'imperadore, niuno di quei popoli si vedeva sicuro. Però trattarono di tirarla nella lega: e perchè i Lodigiani a niun patto volevano staccarsi dal servigio imperiale dopo i tanti beneficii ricevuti da Federigo, si venne alla forza. Fu assediata quella città dai Milanesi e dagli altri alleati nel dì 17 di maggio: seguirono varii combattimenti; fu dato il guasto al paese, e adoperate tante minacce, che finalmente s'indusse quel popolo, per non poter di meno, ad entrar nella lega, salva imperatoris fidelitate. Passarono i collegati al castello di Trezzo, fortezza di gran polso, perchè cinta di un muro e di una torre che non avea pari in Lombardia. Quivi era riposto un gran tesoro dell'imperadore, come in luogo di somma sicurezza. Tanto nulladimeno lo strinsero e batterono colle macchine di guerra, che il presidio tedesco, a riserva del governatore, fu astretto alla resa, salva la lor vita e libertà. Messo a sacco quel castello, fu poi consegnato alle fiamme ed interamente distrutto. Tali notizie le abbiamo da Acerbo Morena, autore lodigiano e contemporaneo; il perchè o non sussiste ciò che scrisse Radevico all'anno 1159 della distruzion di quel castello oppure convien immaginare che fosse rifatto dipoi. Portato questo spiacevole avviso all'imperadore, ne provò allora un immenso dispiacere; ma impegnato nella guerra contra d'Ancona e di Roma, altro per allora non potè fare che legarsela al dito.
Avvenne in questo mentre che il popolo romano concepì, o, per dir meglio, rinnovò l'odio antico contra quei di Tuscolo e di Albano, perchè li vedea inclinati o aderenti ai Tedeschi, e renitenti a pagar gli eccessivi tributi loro imposti[2149]. Sul fine dunque di maggio essi Romani con tutto il loro sforzo, ancorchè si opponesse a tal risoluzione il prudentissimo papa Alessandro III, andarono a dare il guasto a tutto il territorio tuscolano, con tagliar le biade, gli alberi e le viti: dopo di che assediarono quella città. Rainone padrone di Tuscolo, non avendo forze da poter resistere, per necessità ricorse all'aiuto dell'imperadore, che assediava Ancona. Ordinò egli tosto a Rinaldo eletto arcivescovo di Colonia, esistente in que' contorni, che con alquante schiere d'armati s'affrettasse al soccorso di Tuscolo. Così fece egli. Ma, se vogliam credere a Ottone da San Biagio[2150], restò Rinaldo rinserrato ed assediato dai Romani in quella città. Ne fu bensì avvisato Federigo, e perchè parve ch'egli non se ne mettesse gran pensiero, Cristiano eletto arcivescovo di Magonza, con Roberto conte di Bassavilla e con altri baroni, prese l'assunto di marciare in aiuto di lui con poco più di mille cavalieri tedeschi e borgognoni, ma i più bravi dell'armata[2151]. Allora i Romani si misero in punto di dar battaglia, confidando nella superiorità delle forze, giacchè si tiene che nel campo loro si contassero tra cavalieri e fanti ben tre mila persone armate. Romoaldo Salernitano scrive[2152] che i Romani, sedotti dalla lor prosunzione e superbia, vollero venire alle mani, ma senza ordine e cautela alcuna. Si azzuffarono dunque nel dì 30 di maggio coi nemici. Sulle prime poco mancò che i Tedeschi, sopraffatti dal troppo numero degli avversarii, non piegassero; ma uscito di Tuscolo l'arcivescovo Rinaldo coi suoi, e dando alle spalle ai Romani, così vigorosamente li caricò, che la lor cavalleria prese la fuga, lasciando alla discrezion de' Tedeschi la fanteria. Non erano i Romani d'allora come gli antichi loro antenati; però da lì innanzi non fu più battaglia, ma solamente una fuga e un macello di que' miseri. Ingrandiscono qui alcuni a dismisura la perdita de' Romani, facendola Ottone da San Biagio ascendere a quindici mila tra morti e prigioni. Lo scrittor della vita di papa Alessandro apre più la bocca, con dire che appena si salvò la terza parte di sì copiosa armata, e che dalla battaglia d'Annibale a Canne in qua non era più succeduta strage sì grande del popolo romano. Sicardo copiò anch'egli questo bell'epifonema. E l'autore della Cronica reicherspergense arrivò a dire che di quaranta mila Romani paucissimi evaserunt, qui non occisi, aut captivati fuerint. Più ancora ne disse Gotifredo monaco nei suoi Annali. Giovanni da Ceccano nella sua cronica di Fossanuova ne fa morti sei mila, e molte altre migliaia di rimasti prigioni. Ma perchè suol più spesso avvenire che la fama e la millanteria de' vincitori faccia in casi tali di troppe frange al vero, meglio sarà l'attenersi qui alla relazione di Acerbo Morena, autor di questi tempi, che dice d'averlo inteso da Romani disappassionati; cioè esservi restati morti più di due mila d'essi Romani, e più di tre mila fatti prigioni, che legati furono condotti alle carceri di Viterbo. L'Anonimo Casinense scrive di mille e cinquecento uccisi, e di mille e settecento prigioni. Meno ancora dice il continuatore degli Annali genovesi di Caffaro.
Non potè contener le lagrime all'avviso di sì funesto successo il buon papa Alessandro. Tuttavia senza avvilirsi attese a premunir la città di Roma, e a procurar degli aiuti dal di fuori. Mosse la regina di Sicilia e il figliuolo Guglielmo II a spedir le loro truppe, che giunte nella campagna di Roma, si diedero ad assediare un forte castello presediato da' Tedeschi. Secondo Acerbo Morena, pare che il giovinetto re venisse in persona a tale impresa; ma è cosa non sì facile da credere. Ora l'avviso della vittoria riportata dalle sue genti sotto Tuscolo, ma più questa mossa delle armi siciliane, furono i motivi che indussero Federigo a dismettere l'assedio d'Ancona a fine di trasferirsi verso Roma. Per mantener nondimeno il decoro, ed acciocchè non paresse che la ritirata venisse da paura, ammise dopo quasi tre settimane d'assedio ad un trattato d'accordo gli Anconitani, i quali si obbligarono di pagargli una gran somma di danaro, e per sicurezza del pagamento gli diedero quindici ostaggi. S'ingannò Ottone da San Biagio con altri, allorchè scrisse che Ancona si rendè all'imperadore. L'impazienza di Federigo era grande, nè volendo aspettare i lenti passi della fanteria, presa seco la cavalleria e l'Augusta sua moglie, a gran giornate marciò verso la Puglia. Alla nuova che si accostava l'imperadore, e sulla credenza ancora che con tutta l'armata egli venisse, si ritirarono ben prestamente dall'assedio del suddetto castello le soldatesche del re di Sicilia. Con tal fretta marciò Federigo, che raggiunse i fuggitivi al passo di un fiume, dove molti ne fece prigioni. Assediò e vinse un castello tolto dal re Guglielmo a Roberto conte di Bassavilla, con restituirlo poi ad esso conte. Arrivò sino al Tronto, mettendo a sacco e fuoco tutte quelle contrade. Sua intenzione pareva di passar più oltre; ma sì vigorose furono le istanze dell'antipapa Pasquale dimorante in Viterbo, per tirarlo a Roma, sì in virtù delle promesse a lui fatte, come anche per la speranza di cacciarne papa Alessandro, che Federigo con tutto l'esercito si mosse a quella volta, e nel dì 24 di luglio giunse a mettere il campo nel monte del Gaudio, appellato monte Malo dallo scrittor della vita di papa Alessandro, che racconta il di lui arrivo colà XIV kalendas augusti. Nulla più sospirava egli che d'impadronirsi della basilica vaticana; nè tardò a superar la cortina e il portico di san Pietro, con ispogliare e dar alle fiamme tutte quelle case. Ma nella vaticana non potè egli entrare, perchè fortificata e ben difesa dalla masnada di san Pietro, cioè dai soldati raccolti dai beni patrimoniali della Chiesa romana. Diedero i Tedeschi varie battaglie al sacro luogo per una continua settimana, sempre inutilmente, finchè riuscì loro di potere attaccar fuoco alla chiesa di santa Maria del Lavoriere, ossia della torre. Essendo questa contigua a san Pietro, poco mancò che le fiamme non penetrassero anche nella basilica. Mise nondimeno quell'incendio tal paura ne' difensori, massimamente veggendo essi di non potere sperar soccorso alcuno dalla città, che dimandarono di capitolare. Fu loro accordato di potersene andar salvi colle persone; e così san Pietro venne in potere di Federigo. Però nella seguente domenica arrivò l'antipapa Pasquale a cantar messa in quella chiesa, nella quale occasione coronò l'imperadore con un cerchio d'oro, insegna del patriziato. Fin dall'anno 1155, siccome abbiam veduto, aveva egli ricevuta la corona imperiale dalle mani di papa Adriano IV. Tuttavia volle (Acerbo Morena, che v'era presente, ce ne assicura) il piacere di riceverla di nuovo da quelle del suo idolo; funzione fatta nel martedì seguente, festa di san Pietro in Vincola. Fu coronata anche l'Augusta Beatrice; anzi che a lei sola fosse imposta l'imperial corona lo scrive l'autor della Cronica Reicherspergense[2153], parendogli molto strano che il già coronato imperadore si facesse coronar di nuovo. Altrettanto ha Gotifredo monaco di san Pantaleone ne' suoi Annali[2154]. Ciò fatto, si studiò l'imperador Federigo di guadagnare i grandi e il popolo di Roma[2155]: e siccome accortissimo principe propose, che se dava lor l'animo di fare che il pontefice Alessandro rinunziasse al papato, astrignerebbe anch'egli il suo papa Pasquale ad imitarlo: con che si verrebbe poi all'elezione di un terzo, ed egli darebbe la pace a tutti, senza più intricarsi nell'elezion de' pontefici. Esibiva eziandio di rilasciar tutti i prigioni. Parve questo un bel partito ai più de' Romani, i quali giunsero fino a dire che il papa era tenuto ad accomodarvisi, e a far anche di più per riscattare e salvare tante sue pecorelle; e il cominciarono a tempestar su questo. Ma Alessandro, dacchè si accorse dei segreti maneggi del popolo co' suoi nemici, dal palazzo lateranense s'era ritirato nelle forti case de' Frangipani, e poscia presso il colosseo, con ispedir quivi le cause spettanti alla Chiesa e allo Stato. Intanto il giovane re Guglielmo, giuntagli la notizia di quanto passava in Roma, mosso dal suo zelo per la salute del papa, spedì due ben corredate galee con gente e danaro assai, ed ordine di condurre in salvo il pontefice. Vennero su pel Tevere le due galee, e fatto sapere l'arrivo loro ad Ottone Frangipane, furono introdotti all'udienza del papa i sopracomiti. Sommamente obbligato si protestò Alessandro III all'amorevol pensiero del re siciliano; prese il denaro inviato; e credendo per allora non necessaria la sua partenza, rimandò le galee indietro con due cardinali, per trattar dei presenti affari colla corte di Sicilia. Poscia distribuì buona parte di quel danaro ai Frangipani e ai figliuoli di Pier Leone, per maggiormente animarli a star seco uniti; e il resto l'inviò ai custodi delle porte. Ma in fine si lasciarono piegare gli incostanti Romani dalle lusinghevoli proposizioni di Federigo, e volendo pur indurre il papa ad acconsentire, questi, accompagnato da alcuni de' cardinali, e travestito, segretamente uscì di Roma, e passando per Terracina, arrivò a Gaeta, dove ripigliò gli abiti pontificali. Di là poi si trasferì a Benevento, dove fu con grande onore accolto da quel popolo.
Eransi interamente dati i Pisani ai servigi dell'imperador Federigo[2156], verisimilmente per que' gran doni e vantaggi che, a guisa dei già conceduti a' Genovesi, dovette compartire anche a quest'altro popolo con un pezzo di pergamena, per l'ansietà di portare in breve la guerra, non solo contra de' Romani, ma anche in Puglia, Calabria e Sicilia; al qual fine abbisognava della loro flotta. Aveano essi Pisani giurata ubbidienza all'antipapa Pasquale. E perchè Villano loro arcivescovo non volle acconsentire a sì fatta abbominazion del santuario, fu costretto a fuggirsene e a ritirarsi nell'isola della Gorgona; e in luogo suo fu intruso in quella chiesa Benincasa canonico sul fine di marzo. Aveano anche prestato aiuto a Rinaldo arcivescovo di Colonia, per prendere Civitavecchia, prima ch'egli passasse a Tuscolo, ossia Tuscolano. Ora Federigo, benchè trattasse di ridurre i Romani a' suoi voleri colle buone, non lasciò per questo di prepararsi per adoperar la forza, se il bisogno lo portava. A questo fine richiese d'aiuto i Pisani, che gli spedirono dodici galee ben armate con due de' loro consoli; e queste dipoi entrate pel Tevere, e salite sino al ponte, infestavano non poco le ville dei Romani, ed impedivano ogni soccorso per quel fiume. Il popolo romano adunque per la maggior parte, tanto per ischivar gli ulteriori danni e pericoli, quanto perchè Federigo confermò il senato romano, ed accordò e quel popolo di molte esenzioni per tutti i suoi Stati, condiscese a quanto egli bramava, con promettere, fra l'altre cose, che justitias suas (cioè dell'imperadore) tam intra urbem, quam extra urbem juvabunt eum retinere; e che terrebbono per papa l'antipapa Pasquale, se pure s'ha in ciò da credere al continuator del Morena; perciocchè da una lettera di Giovanni Sarisberiense fra quelle di san Tommaso Cantuariense si raccoglie che i Romani stettero saldi nell'ubbidienza di papa Alessandro III, nè di Pasquale si parla nel giuramento dei Romani rapportato nella sua Cronica da Gotifredo monaco di san Pantaleone presso il Freero. I Frangipani nondimeno e la casa di Pier Leone con altri nobili non consentirono a questo accordo. Mandò poscia Federigo a ricevere il giuramento di fedeltà da' Romani varii suoi deputati, fra' quali uno fu Acerbo Morena, continuatore della Storia di Ottone suo padre, uomo dabbene ed incorrotto, e diverso da tanti altri dell'armata imperiale, che viveano di sole rapine. Intanto venne Dio a visitare i peccati e l'alterigia dell'imperadore Federigo, principe che nulla meno meditava che di mettere in catene l'Italia tutta, e per politica andava fomentando il deplorabile scisma della Chiesa di Dio. Una improvvisa epidemia cagionata dall'aria di Roma, micidiale anche allora in tempo di state, se pur non fu una vera pestilenza, assalì intanto l'esercito di Federigo, e cominciò a mieterne le centinaia ogni giorno. La mattina erano sani, non arrivava la sera che si trovavano morti, di modo che si penava a seppellir tanta gente[2157]. Nè già sulla sola plebe de' soldati si stese questo flagello, comunemente attribuito alla visibil mano di Dio, ma ancora ai principi e signori più grandi d'essa armata. Vi perirono Rinaldo eletto arcivescovo di Colonia, Federigo duca di Suevia, ossia di Rotemburgo, figliuolo del già re Corrado e cugino germano dell'imperadore, i vescovi di Liegi, di Spira, di Ratisbona, di Verden e d'altre città, con assaissimi altri principi e nobili, fra' quali specialmente è da notare il duca Guelfo iuniore, la cui morte fu compianta anche dagl'Italiani, perchè la di lui perdita fu cagione che si seccasse in lui questa linea di Estensi-guelfi, e che il duca Guelfo suo padre rinunziasse dipoi all'imperadore tutti i suoi Stati in Italia; del che ho assai favellato altrove[2158]. Per questa fiera mortalità di gente anche il suddetto Acerbo Morena istorico, nel tornare a casa portando seco il malore, nel dì 19 d'ottobre mancò di vita nei borghi di Siena, come s'ha dal suo Continuatore.
Atterrito da così tragico avvenimento l'imperador Federigo, frettolosamente decampò col resto dell'armata, e per la Toscana venuto a Pisa e a Lucca, continuò il viaggio alla volta di Lombardia. Ma nel voler valicare l'Apennino, trovò il popolo di Pontremoli ed altri Lombardi che gli vietarono per quelle montagne il passo[2159]. Se non era Obizzo marchese Malaspina che l'affidò per le sue terre della Lunigiana, e gli diede il passaggio, si sarebbe trovato in pericolose angustie. Gran parte nondimeno del suo equipaggio si perdè per istrada. Verso la metà di settembre, e non già di dicembre, come per error de' copisti si legge presso Sire Raul, arrivò egli a Pavia, con avere perduto e ne' contorni di Roma, e nel viaggio per le malattie suddette, oltre a gran copia di soldati, più di due mila nobili, tra vescovi, duchi, marchesi, conti, vassalli e scudieri. Quivi nel dì 21 d'esso mese di quest'anno, e non già del 1168, come ha il testo del continuatore del Morena, mise al bando dell'imperio tutte le città congiurate di Lombardia, riserbando solamente Lodi e Cremona, senza che s'intenda il perchè di quest'ultima, e gittò in aria il guanto in segno di sfida. In vece de' Cremonesi, sospetto io che il continuatore di Acerbo Morena eccettuasse i Comaschi, perchè questi continuarono a tenere il partito di Federigo. Il qual poscia più fiero che mai coi Pavesi, Novaresi, Vercellesi, e coi marchesi Guglielmo di Monferrato ed Obbizzo Malaspina, e col conte di Biandrate cavalcò contro le terre de' Milanesi, con devastar Rosate, Abbiategrasso, Mazzenta, Corbetta ed altri luoghi. Accorsero allora a Milano i Lodigiani, i Bergamaschi e i Bresciani che erano in Lodi, e i Parmigiani e Cremonesi che si trovavano in guardia di Piacenza. Tornossene per questa mossa Federigo a Pavia; ma senza prendere fiato si voltò contra de' Piacentini, alle terre de' quali fece quanto male potè. Ingrossatisi per questo a Piacenza i collegati, erano per affrontarsi con lui, s'egli non si fosse prestamente ritirato a Pavia. Abbiamo nondimeno da una lettera di Giovanni Sarisberiense che seguì fra loro qualche baruffa colla peggio di Federigo, il quale_ in fugam versus est_, come si può vedere fra le lettere di san Tommaso Cantuariense. Nè già sussiste, come scrive il Sigonio, che Federigo andasse sotto Bergamo, e ne bruciasse i borghi. Tante forze egli non aveva. Venuto poscia il verno, si quetò il rumore delle armi in Lombardia.
Durò anche nel presente anno la rabbiosa guerra fra i Pisani e i Genovesi[2160], perseguitandosi i loro legni per mare a tutto potere. Furono fatti progetti di pace, e rimesse le differenze in dieci per parte; ma senza che animi tanto alterati potessero punto accordarsi. Intanto il regno di Sicilia era agitato dalle gare di que' baroni e da varie fazioni[2161], che tutte cercavano di superiorizzare durante la minorità del re Guglielmo II. Le città di Messina e di Palermo tumultuarono, e contribuì ad accendere quel fuoco Giovanni cardinale Napoletano, uomo sol fatto per ismugnere danaro; e per gli suoi vizii biasimato dal Baronio. Queste dissensioni minutamente descritte si leggono nelle storie di Ugone Falcando e di Romoaldo Salernitano. Mi dispenso io dal riferirle per amore della brevità. Si trasferì in quest'anno a Venezia in abito da pellegrino, e di là venne a Milano il novello arcivescovo di quella città Galdino[2162] nel dì 5 di settembre, con infinita consolazion del suo popolo. Portò egli seco il titolo e l'autorità di legato apostolico: il che servì a maggiormente corroborare ed accrescere la lega delle città lombarde contra di Federigo. Infatti ho io pubblicato i patti d'essa lega, stabiliti nel dì primo di dicembre[2163], obbligandosi cadauno di difendere civitatem Venetiarum, Veronam et castrum et suburbia, Vicentiam, Paduam, Trivisium, Ferrariam, Brixiam, Bergamum, Cremonam, Mediolanum, Laudum, Placentiam, Parmam, Mantuam, Mutinam, Bononiam, ec. con varii patti, il più considerabile de' quali è l'obbligarsi alla difesa ed offesa contra omnem hominem, quicumque nobiscum facere voluerit guerram aut malum, contra quod velit nos plus facere, quam fecimus a tempore Henrici regis usque ad introitum imperatoris Friderici. Sotto nome di Arrigo porto io opinione che si debba intendere Arrigo quarto fra i re, terzo fra gl'imperadori, perchè sotto di lui vo credendo incominciata la libertà di molte città di Lombardia, che andò poi crescendo finchè arrivò alla sua pienezza; e questa abbiamo dipoi veduta come annichilata dal terrore e dalla fortuna dell'imperadore Federigo.
NOTE:
[2145] Cardin. de Aragon., in Vita Alexandri III, P. I, tom. 3 Rer. Ital.
[2146] Acerb. Morena, Hist. Laud., tom. 6 Rer. Italic. Sire Raul, tom. 6 Rer. Ital.
[2147] Sicard., Chron., tom. 7 Rer. Ital.
[2148] Acta S. Galdini, apud Bolland. ad diem 18 april.
[2149] Cardin. de Aragon., in Vit. Alexandri III, P. I, tom. 3 Rer. Ital.
[2150] Otto de S. Blasio in Chron.
[2151] Acerbus Morena, Hist. Laud., tom. 6 Rer. Italic.
[2152] Romuald. Salernit., in Chron., tom. 7 Rer. Ital.
[2153] Chron. Reicherspergens.
[2154] Godefr. Monach., in Annal.
[2155] Cardin. de Aragon., in Vita Alexandri III, P. I, tom. 3 Rer. Italic.
[2156] Annal. Pisani, tom. 6 Rer. Ital.
[2157] Continuator Acerbi Morenae, tom. 6 Rer. Ital. Otto de S. Blasio. Godefrid. Monachus apud Freherum.
[2158] Antichità Estensi, P. I, cap. 31.
[2159] Cardin. de Aragon., in Vita Alexandri III, P. I, tom. 3 Rer. Ital. Continuat. Acerbi Morenae.
[2160] Caffari, Annal. Genuens., lib. 2, tom. 6 Rer. Italic.
[2161] Romuald. Salern., in Chron., tom. 7 Rer. Ital. Hugo Falcandus, Histor. Sicul.
[2162] Continuator Acerbi Morenae, tom. 6 Rer. Ital. Act. S. Galdini apud Bollandist. ad diem 18 april.
[2163] Antiquit. Ital., Dissert. XLVIII.
Anno di CRISTO MCLXVIII. Indizione I.
ALESSANDRO III papa 10. FEDERIGO I re 17, imper. 14.
Abbiamo dal continuatore di Acerbo Morena che l'Augusto Federigo quasi per tutto il verno dell'anno presente andò girando, con dimorare ora nelle parti di Pavia, ora in quelle di Novara, ora di Vercelli, del Monferrato e d'Asti. Ma veggendo sempre più declinare i suoi affari, e trovandosi come chiuso in Pavia, e sempre in sospetto che i pochi rimasti a lui fedeli il tradissero, un dì di marzo all'improvviso segretamente si partì, et in Alemaniam per terram comitis Uberti de Savogia, filii quondam comitis Amadei, qui et comes dicitur de Morienna, iter arripuit: così si legge negli antichi manoscritti. Questo Uberto, chiamato dal Guichenon Umberto, è uno de' progenitori della real casa di Savoia; e quantunque ritenesse il nome di conte di Morienna, pure in varii strumenti ha il titolo ancora di marchese; e di qui parimente si scorge ch'egli era principe di molta potenza, e che per andare in Borgogna si passava per li di lui Stati. Fra le lettere di san Tommaso arcivescovo di Cantuaria[2164], una se ne legge di Giovanni Sarisberiense, riferita anche dal cardinal Baronio[2165], dalla quale si ricavano varie particolarità. Cioè che Federigo non vedendosi sicuro in Pavia, per aver fatto cavar gli occhi ad un nobile di quella città, e sapendo che già i Lombardi mettevano insieme un'armata di venti mila soldati, lasciati in Biandrate trenta degli ostaggi lombardi, passò nel Monferrato, dove, per la fidanza che aveva in Guglielmo marchese di quella contrada, per le di lui castella distribuì gli altri ostaggi. Poscia andò qua e là sempre di sospetto, non osando di pernottare più di due o tre giorni nel medesimo luogo. Frattanto il marchese trattò cum cognato suo comite mauriensi, (leggo mauriennensi), ut imperatorem permitteret egredi, promittens ei non modo restitutionem ablatorum, sed montes aureos, et cum honore et gloria imperii gratiam sempiternam. Poscia raccolti gli ostaggi, e accompagnato da soli trenta uomini a cavallo, andò sino a Santo Ambrosio fra Torino e Susa; e la mattina per tempo rimessosi in viaggio, quando fu presso a Susa barbaramente fece impiccare uno degli ostaggi, nobile bresciano, incolpandolo d'aver maneggiata l'unione dell'esercito che il cacciava dall'Italia. Sire Raul[2166] scrive che Federigo nono die martii suspendit Zilium de Prando obsidem de Brixia juxta Sauricam (forse era scritto Secusiam) dolore et furore repletus, quod Mediolanenses, Brixienses, Laudenses, Novarienses, et Vercellenses obsederant Blandrate, et inde abiit in Alamanniam. Aggiugne, che arrivato a Susa cogli altri ostaggi, i cittadini presero l'armi, e gli tolsero questi ostaggi, mostrando paura di essere rovinati dai Lombardi, se lasciavano condurre per casa loro fuori d'Italia quei nobili, massimamente dopo aver egli tolto poco fa di vita un d'essi, uomo potente e generoso, con tanta crudeltà. Accortosi Federigo del mal tempo che correva per quelle parti, anzi, se è vero ciò che ha Ottone da San Biagio[2167], avvertito dal suo albergatore che que' cittadini meditavano d'ucciderlo, avendo lasciato nel letto suo un Artmanno da Sibeneich che il rassomigliava, travestitosi da famiglio e con altri cinque suoi famigli mostrando di andare innanzi a preparar l'alloggio per un gran signore suo padrone, continuò il viaggio per istrade alpestri e dirupate, finchè giunse in Borgogna, dove di gravi minacce fece a que' popoli; e dipoi passò in Germania, con trovar ivi non poche turbolenze, e molti che l'odiavano. Sarebbe da desiderare che le antiche storie ci avessero lasciate notizie più copiose della real casa di Savoia, perciocchè non bastano le moderne a darci de' sicuri e sufficienti lumi. Abbiam veduto all'anno 1155 che Federigo probabilmente avea tolto degli Stati anche ad Umberto conte di Morienna; ma quali non sappiamo. Nella lettera suddetta del Sarisberiense è scritto che Federigo prometteva ad esso conte restitutionem ablatorum; ma quali Stati fossero a lui tolti non apparisce. Il Guichenon[2168], che dimenticò di parlare all'anno presente, di questo passaggio di Federigo per la Savoia, e dell'avvenimento di Susa, scrive che Federigo irritato contra d'esso Umberto pel suo attaccamento a papa Alessandro III, diede in feudo ai vescovi di Torino, di Morienna, di Tarantasia, di Genova, ec. quelle città. Veggasi ancora l'Ughelli[2169], che rapporta un diploma d'esso Federigo in favore del vescovo di Torino, e le liti poi sopravvenute. Quel che è certo, brutta scena fu quella dell'uscita di Federigo imperadore, dico, al cui cenno dianzi tremavano tutte le città italiane, e che già per decisione dei vanissimi dottori di que' tempi, era stato dichiarato padrone del mondo, si vide in fine ridotto a fuggirsene vergognosamente d'Italia sotto un abito di vil famiglio contra imperatoriam dignitatem, come dice Gotifredo Monaco[2170], tardi conoscendo che più colla clemenza e mansuetudine, che colla crudeltà ed alterigia, si suol far guadagno, e che per voler troppo, bene spesso tutto si perde.
Dopo un vigoroso assedio cadde in potere dei collegati lombardi la terra di Biandrate. Furono ricuperati gli ostaggi quivi detenuti, e tagliati a pezzi quasi tutti i Tedeschi che v'erano di guarnigione[2171]. Dieci d'essi nobilissimi e ricchissimi vennero consegnati alla moglie del nobile Bresciano fatto impiccare da Federigo, acciocchè ne facesse vendetta, o ne ricavasse un grosso riscatto. In questo anno[2172] nel giovedì santo, cioè a dì 28 di marzo, per le istanze di Galdino arcivescovo di Milano, e per paura di mali maggiori, il popolo di Lodi abiurò l'antipapa Pasquale, e ridottosi all'ubbidienza di Alessandro papa, elesse per suo vescovo Alberto proposto della chiesa di Lodi. Intanto cresciuti gli animi dei popoli collegati della Lombardia per la fuga dell'imperador Federigo, si accinsero questi alla guerra contra de' Pavesi e del marchese di Monferrato, che soli in quelle parti restavano più che mai attaccati al partito d'esso Augusto. Per maggiormente angustiare Pavia, venne loro in capo un grandioso pensiero, cioè quello di fabbricar di pianta una nuova città ai confini del Pavese e del Monferrato. Però i Milanesi, Cremonesi e Piacentini nel dì primo di maggio[2173] unitamente si portarono fra Asti e Pavia in una bella e feconda pianura, circondata da tre fiumi, e quivi piantarono le fondamenta della nuova città, obbligando gli abitatori di sette terre di quelle parti, e fra l'altre Gamondio, Marengo, Roveredo, Solera ed Ovilia a portarsi ed abitare colà. Poscia in onore di papa Alessandro III, e dispregio di Federigo, le posero il nome d'Alessandria. Perchè la fretta era grande, e mancavano i materiali al bisogno, furono i tetti di quelle case per la maggior parte coperti di paglia: dal che venne che i Pavesi ed altri emuli cominciarono a chiamarla Alessandria dalla paglia; nome che dura tuttavia. Ottone da San Biagio[2174] mette sotto l'anno 1170 l'origine di questa città, forse perchè non ne dovette sì presto prendere la forma. Ma è scorretta in questi tempi la di lui cronologia. Il continuatore di Caffaro[2175] anche egli ne parla all'anno presente. Lo stesso abbiam da Sicardo e da altri autori. Certo nondimeno è che di buoni bastioni e profonde fosse fu cinta quella nascente città, ed essere stato tale il concorso della gente a piantarvi casa, che da lì a non molto arrivò essa a metter insieme quindici mila persone, parte di cavalleria e parte di fanteria, atte all'armi e bellicose. E nell'anno seguente i consoli della medesima città, portatisi a Benevento, la misero sotto il dominio e protezione de' romani pontefici, con obbligarsi a pagar loro un annuo censo o tributo. Tutto ciò fu di somma gloria a papa Alessandro. Attaccato fin qui era stato Obizzo marchese Malaspina, potente signore in Lunigiana, ed anche possessore di varii Stati in Lombardia, al partito di Federigo. Ma dacchè egli vide tracollati i di lui affari, non fu pigro ad unirsi colla lega lombarda contra di lui. Egli fu che coi Parmigiani e Piacentini nel dì 12 marzo, secondo Sire Raul[2176], introdusse il disperso popolo di Tortona nella desolata loro città, la quale perciò tornò a risorgere. Andò intanto crescendo la lega delle città lombarde, entrandovi or questa or quella, chi per ricuperare la perduta libertà ed autorità, e chi per non esservi astretta dalla forza e potenza dell'altre. Il suddetto Sire Raul nomina le città confederate con quella di Milano, cioè le città della Marca, capo d'esse Verona, Brescia, Mantova, Bergamo, Lodi, Novara, Vercelli, Piacenza, Parma, Reggio, Modena, Bologna, Ferrara. Confessa il continuatore di Caffaro[2177] che anche i Genovesi furono invitati ad entrare in questa lega, ed eziandio spedirono i lor deputati per trattarne, ma senza che tal negoziato avesse effetto.
Ho io dato alla luce[2178] l'atto della concordia seguita nel dì 3 di maggio dell'anno presente fra il suddetto marchese Obizzo e i consoli di Cremona, Milano, Verona, Padova, Mantova, Parma, Piacenza, Brescia, Bergamo, Lodi, Como (degno è di osservazione che ancora i consoli comaschi aveano abbracciata la lega), Novara, Vercelli, Asti, Tortona, Alessandria, nuova città, e Bologna. Leggonsi ivi i patti stabiliti fra loro e i nomi de' deputati di cadauna città. Fu guerra in quest'anno fra i pisani e Lucchesi[2179]. Erano gli ultimi collegati coi Genovesi, e, secondo il concerto fatto con essi, verso la metà di maggio andarono ad assediare il castello di Asciano, e, dategli varie battaglie, se ne impadronirono. Accorsero i Pisani, ma non a tempo, e venuti ad un combattimento, ebbero la peggio, con restarvi molti di loro prigioni, i quali furono mandati dai Lucchesi nelle carceri di Genova: il che venne creduto cosa infame e degna dell'odio di tutti[2180]. Gl'impetrarono i Genovesi per potere col cambio riavere altri loro prigioni detenuti in Pisa. Continuò tuttavia la guerra fra i Pisani e Genovesi, e contuttochè molto si adoperasse Villano arcivescovo di Pisa, che era tornato al possesso della sua chiesa, per metter pace fra queste due sì accanite città, pure non gli venne fatto: tanto predominava in cuor di que' popoli l'ambizione d'essere soli in mare, e soli nel commercio e guadagno. Aveano fin qui i predetti Genovesi tenuto come sequestrato nelle loro città il vanerello re di Sardegna Barisone, sperando ch'egli arrivasse pure a soddisfar pel danaro sborsato a conto di lui. Ma un soldo mai non si vide. Il perchè i Genovesi si contentarono di condurlo in Sardegna, dove diede speranza di pagare. Andarono, e fecero raccolta di danaro; ma perchè molto vi mancò a soddisfare i debiti contratti, ricondussero a Genova quel fantasma di re. In questi tempi i Romani mossero guerra al popolo d'Albano[2181], perchè era stato in favore di Federigo contra di loro, e tanto fecero che distrussero da' fondamenti quella città, ancorchè fosse in quelle parti Cristiano eletto arcivescovo di Magonza, mandatovi da Federigo per sostenervi il suo partito. Rodeva i Romani un pari, anzi maggior desiderio di vendicarsi de' Tuscolani, per cagion de' quali aveano patita sì fiera rotta nell'anno precedente, e recarono loro anche gran danno; ma non consentendo la Chiesa ai loro sforzi, desisterono per allora da tale impresa. Tornò parimente in quest'anno Manuello Comneno imperador de' Greci ad inviare ambasciatori a Benevento, dove era il pontefice Alessandro; e, siccome ben informato delle rotture che passavano fra esso papa e Federigo, si figurò facile di poter ottenere il suo intento: cioè di far privare della corona Federigo, e che questa fosse poi conferita a lui e a' suoi successori. Per ismuovere la corte pontificia, venne cogli ambasciatori un'immensa quantità d'oro. Ma Alessandro, pontefice de' più prudenti che s'abbia avuto la Chiesa di Dio, ringraziò forte il greco Augusto per la sua buona volontà e divozione; ma per conto della corona imperiale fece lor conoscere che troppe difficoltà s'incontravano, nè conveniva a lui il trattarne, per esser uffizio suo il cercare la pace, e non già la guerra. Pertanto rimandò indietro essi ambasciatori colla lor pecunia, e spedì con tale occasione due cardinali alla corte di Costantinopoli. Abbiamo da Giovanni da Ceccano[2182], da Romoaldo Salernitano[2183] e da altri storici che l'antipapa Pasquale III, ossia Guido da Crema, mentre stava nella basilica di san Pietro fuori di Roma, fu chiamato da Dio al rendimento de' conti. Morì egli impenitente nel dì 20 di settembre. Pareva che lo scisma con la morte di costui avesse affatto a cessare, perchè niuno più restava de' cardinali scismatici, e gli antipapi d'allora non soleano crearne dei nuovi, siccome vedremo fatto nel grande scisma del secolo XIV. Tuttavia gli scismatici non si quetarono, e si trovò un Giovanni abbate di Struma, uomo apostata e pieno di vizii, che si fece innanzi ed accettò il falso papato, con assumere il nome di Callisto III. Costui era stato eletto vescovo tuscolano da papa Alessandro, e fece dipoi una miserabil figura fra quei della sua screditata fazione.
NOTE:
[2164] S. Thomas Cantuariensis, lib. 2, ep. 66, edit. Lupi.
[2165] Baron., in Annal. Ecclesiast.
[2166] Sire Raul, in Histor. tom. 6 Rer. Ital.
[2167] Otto de S. Blasio, in Chron.
[2168] Guichenon, Histoire de la Mais. de Savoye, tom. 1.
[2169] Ughell., Ital. Sacr., tom. 4 in Archiepisc. Taurinens.
[2170] Godefridus Monachus, in Chron.
[2171] Johann. Sarisberiensis, in Epist.
[2172] Continuator Acerbi Morenae.
[2173] Cardin. de Aragon., in Vit. Alexandri III, P. I, tom. 3 Rer. Italic.
[2174] Otto de S. Blasio, in Chron.
[2175] Caffari, Annal. Genuens., tom. 6 Rer. Ital.
[2176] Sire Raul, Hist., tom. 6 Rer. Ital.
[2177] Continuat. Caffari, Annal. Genuens., lib. 3, tom. 6 Rer. Ital.
[2178] Antiquit. Ital., Dissert. XLVIII.
[2179] Annal. Pisani, tom. 6 Rer. Italic.
[2180] Caffari, Annal. Genuens., lib. 2.
[2181] Cardinal. de Aragon., in Vit. Alexandri III, P. I, tom. 3 Rer. Italic.
[2182] Johannes de Ceccano, Chron. Fossaenovae.
[2183] Romualdus Salernit., in Chron., tom. 6 Rer. Italic.
Anno di CRISTO MCLXIX. Indizione II.
ALESSANDRO III papa 11. FEDERIGO I re 18, imper. 15.
Spese l'imperador Federigo in Germania l'anno presente in istabilire ed ingrandire i suoi figliuoli[2184]. Nelle feste di Pentecoste tenne una gran dieta in Bamberga, dove comparvero i legati dell'antipapa Callisto. In essa di comune consenso de' principi fece eleggere re di Germania e d'Italia il suo primogenito Arrigo, e coronarlo per mano di Filippo arcivescovo di Colonia. Al secondo de' suoi figliuoli, cioè a Federigo, giacchè era mancato di vita Federigo duca di Suevia, chiamato di Rotimburgo, l'Augusto imperadore diede quel ducato. Rimasto senza eredi il vecchio duca Guelfo della linea estense di Germania, per la morte del figliuolo accaduta nell'anno 1167 in Italia, aveva egli dichiarato suo erede Arrigo il Leone duca di Baviera e Sassonia, suo nipote, di tutti i suoi Stati e beni posti nella Suevia, a condizione di ricavarne una buona somma di danaro. Ma procrastinando il duca Arrigo di pagare, figurandosi che per l'età avanzata dello zio la morte gli risparmierebbe un tale sborso, il duca Guelfo rinunziò tutto a Federigo Augusto, che pagò il danaro pattuito. A Corrado suo terzogenito conferì poi il ducato della Franconia con altri beni. Al quartogenito Ottone diede il regno d'Arles, ossia della Borgogna. L'ultimo suo figliuolo Filippo era allora in fasce. Altri acquisti, annoverati da Ottone da San Biagio, fece Federigo per ben arricchir la sua prole; e in quest'anno ancora s'impadronì dell'arcivescovato di Salisburgo, facendo colare quanti mai potè de' feudi delle chiese in essi suoi figliuoli, e comperando ed acquistando diritti e beni, ovunque poteva. La Sicilia nell'anno presente, correndo il dì 4 di febbraio, soffrì un fierissimo eccidio per un orribile tremuoto che desolò varie città[2185]. Quella sopra tutto di Catania, città allora ricchissima, tutta fu rovesciata a terra colla morte di circa quindici mila persone, e del vescovo (uomo per altro cattivo, e salito in alto colla simonia) e di quasi tutti i monaci, senza che vi restasse una casa in piedi. La stessa disavventura provò la nobil terra di Lentino. Danneggiata di molto restò anche Siracusa con assai altre castella. Negli Annali Pisani[2186] sta scritto che a Catania usque ad Plassa undecim inter civitates et castella et villas cum multis hominibus in via et agro oppressis a dicto terraemotu perierunt. Attesero i Cremonesi a cignere di buone mura la loro città[2187]. Nè riposavano i Milanesi in fabbricar case, e fortificare la rinata loro città. Degno è d'attenzione ciò che ha Niceta Coniate[2188]: cioè che Manuello imperador de' Greci per l'apprensione dell'armi di Federigo Augusto, massimamente dappoichè questi aveva tentato di torgli Ancona, somministrò grossi aiuti, cioè di danaro, ai Milanesi, affinchè rifabbricassero la loro città, e si mettessero in istato di poter far fronte ad un imperadore che meditava la rovina di tutti. Certo è che Manuello era in lega col papa, col re di Sicilia e coi Lombardi contro di Federigo. Abbiamo anche da Galvano Fiamma[2189], che le pie donne di Milano venderono tutti i loro anelli e gioielli, per impiegarne il prezzo nella riedificazione della chiesa metropolitana di santa Maria. Guerra fu in quest'anno nella Romagna[2190]. Aveano i Bolognesi, assistiti da' Ravegnani, assediata la città di Faenza. Ricorsero i Faentini per soccorso, ai Forlivesi, che accorsi ed attaccata battaglia verso il fiume Senio, misero in rotta il campo bolognese, con farvi quattrocento prigioni. Il Ghirardacci rapporta questa sconfitta de' suoi, ma pretende che i Bolognesi fossero iti in aiuto de' Ravegnani lor collegati, a' danni dei quali s'erano portati i Faentini e Forlivesi. Veniva in questi tempi agitata da interne guerre civili la città di Genova[2191]. Tanto si adoperò Ugo arcivescovo unito coi consoli, che si conchiuse concordia e pace fra i cittadini. Seguitando intanto la guerra già incominciata fra i Pisani e Lucchesi, perchè i primi s'erano fatti forti coll'aiuto de' popoli della Garfagnana e Versiglia, richiesero gli altri di aiuto i Genovesi, che non mancarono di accorrere per sostenerli. Si trattò poscia di pace, ma senza che potessero venire ad accordo alcuno. Per questa cagione continuarono i Pisani e Genovesi a farsi guerra gli uni agli altri in mare, prendendo chi potea più legni de' nemici.
NOTE:
[2184] Otto de S. Blasio, in Chron. Chronic. Reichersperg.
[2185] Hugo Falcandus, in Chron. Romualdus Salernitanus, in Chron., tom. 7 Rer. Ital.
[2186] Annal. Pisani, tom. 6 Rer. Ital.
[2187] Sicard., in Chron., tom. 6 Rer. Ital.
[2188] Niceta, Histor., lib. 7.
[2189] Gualvan. Flamma, in Manipul. Flor.
[2190] Rubeus, Histor. Ravenn., lib. 5. Sigonius, de Regno Ital., lib. 14. Ghirardacci, Istor. di Bologna, lib. 3.
[2191] Caffari, Annal. Genuens., lib. 2.
Anno di CRISTO MCLXX. Indizione III.
ALESSANDRO III papa 12. FEDERIGO I re 19, imper. 16.
Tentò in quest'anno l'imperador Federigo d'introdurre trattato di pace con papa Alessandro III dimorante tuttavia in Benevento[2192]. Spedì a questo fine in Italia il vescovo di Bamberga Everardo, con ordine d'abboccarsi col pontefice, ma di non entrare negli Stati del re di Sicilia. Alessandro, che stava all'erta, e per tempo s'avvide ove tendeva l'astuzia di Federigo, cioè a mettere della mala intelligenza fra esso papa e i collegati lombardi, non tardò punto ad avvisarne la lega, acciocchè gli spedissero un deputato per assistere a quanto fosse per riferire il vescovo suddetto. Dappoichè fu questi venuto, si trasferì il pontefice in Campania a Veroli, per quivi dare udienza al legato cesareo. Voleva questi parlargli da solo a solo; il che maggiormente accrebbe i sospetti di qualche furberia. Benchè con ripugnanza, fu ammesso ad una segreta udienza, dove espose essere Federigo disposto ad approvar tutte le ordinazioni da esso pontefice fatte; ma intorno al papato, e all'ubbidienza dovuta al vicario di Cristo, ne parlò egli con molta ambiguità, e senza osare di spiegarsi. Comunicò papa Alessandro cotali proposizioni al sacro collegio e al deputato della lega. La risposta ch'egli poi diede al vescovo Bamberga, fu di maravigliarsi, come egli avesse preso a portare una siffatta ambasciata, che nulla conteneva di quel che più importava. Che quanto ad esso papa, egli era pronto ad onorare sopra tutti i principi Federigo, e ad amarlo, purchè anch'esso mostrasse la filial sua divozione dovuta alla Chiesa sua madre; e con questo il licenziò. Mentre il pontefice dimorava in Veroli, i Romani pieni di rabbia contro l'odiata città di Tuscolo, le faceano aspra guerra. Rainone signore di essa città, veggendosi a mal partito, trattò d'accordo con Giovanni, lasciato prefetto di Roma dall'imperador Federigo, e gli cedette quella città, con riceverne in contraccambio Monte Fiascone e il borgo di San Flaviano, senza farne parola col papa, da cui pure egli riconosceva quella città, e con assolvere dal giuramento i Tuscolani, i quali si crederono col nuovo padrone di esentarsi dalle molestie de' Romani. Ma questi più vigorosamente che mai continuarono la guerra contra di essa città, di maniera che quel popolo, fatto ricorso al papa, si mise sotto il dominio e patrocinio di lui. Alla stessa corte pontificia tardò poco a comparire il suddetto Rainone pentito del contratto, perchè quei di Montefiascone vituperosamente l'aveano cacciato dalla lor terra; ed anch'egli, implorata la misericordia del papa, fece una donazion della terra di Tuscolo alla Chiesa romana: il che la preservò per allora dall'ira e dalle forze del popolo romano. Rapporta il Guichenon[2193] una bolla di papa Alessandro, dato in quest'anno Laterani in favore della badia di Fruttuaria. Non può stare, perchè il papa non fu in questi tempi in Roma. Persistendo tuttavia Manuello imperador de' Greci nel vano pensiero di ricuperar la corona imperiale di Roma, per farsi del partito in quella città, mandò nel presente anno una sua nipote per moglie di Ottone Frangipane[2194], la cui nobilissima famiglia era in questi tempi attaccatissima al pontefice Alessandro. Fu essa condotta con accompagnamento magnifico di vescovi e nobili greci, e con gran somma di danaro a Veroli, dove il papa gli sposò: dopo di che Ottone condusse la novella moglie a Roma. Ardevano i Bolognesi di voglia di vendicarsi della rotta loro data nel precedente anno dai Faentini. Però col maggior loro sforzo e col carroccio, che per la prima volta fu da essi usato, s'inviarono contra della città di Faenza, e l'assediarono. Il Ghirardacci scrive[2195] che sconfissero l'armata de' Faentini. Le vecchie storie di Bologna[2196] parlano solamente dell'assedio; e di più non ne dice Girolamo Rossi[2197], che mette all'anno seguente un tal fatto, ed aggiugne, essersi uniti i Ravegnati ed Imolesi col popolo di Bologna contra di Faenza. Concordano poi tutti gli autori in dire che seguì la pace fra questi popoli, con essersi restituiti i prigioni ai Bolognesi. Accenna il suddetto Rossi una battaglia accaduta in quest'anno fra essi Faentini dall'una parte, e i Forlivesi e i Ravennati dall'altra, colla sconfitta degli ultimi. Ma non s'intende come il popolo di Forlì, ausiliario de' Faentini nel precedente anno fosse già divenuto loro nemico. Oltre di che, non è molto da fidarsi degli storici moderni, qualora mancano le croniche vecchie. Tre ambasciatori del greco imperadore Manuello Comneno approdarono in quest'anno a Genova per trattar di concordia con quel popolo[2198], portando con seco cinquanta sei mila, oppur ventotto mila perperi (monete d'oro dei Greci); ma non fu loro data udienza, se non dappoichè fu ritornato da Costantinopoli Amico da Murta, ambasciatore d'essi Genovesi. Perchè si trovò gran divario fra la esposizion d'Amico e quella de' legati greci, licenziati questi senza accordo, si riportarono indietro i lor danari. Seguitò ancora nell'anno presente la guerra fra i Pisani e i Lucchesi, colla peggio degli ultimi, che rimasero sconfitti presso Motrone, e lasciarono in poter de' Pisani una gran quantità di prigioni[2199]. Nè cessarono le vicendevoli prede fra essi Pisani e i Genovesi per mare. Fra l'altre prede, venne fatto ai Genovesi di prendere una nave, dove era Carone, uno de' consoli pisani.
NOTE:
[2192] Cardin. de Aragon., in Vita Alexandri III.
[2193] Guichenon, Bibliot. Sebus., Centur. II, cap. 35.
[2194] Johann. de Ceccano, Chron. Fossaenovae.
[2195] Ghirardacci, Istor. di Bologna, lib. 3.
[2196] Cron. di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.
[2197] Rubeus, Hist. Ravenn., lib. 6.
[2198] Caffari, Annal. Genuens., lib. 2, tom. 6 Rer. Ital.
[2199] Annal. Pisani, tom. 6 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCLXXI. Indizione IV.
ALESSANDRO III papa 13. FEDERIGO I re 20, imper. 17.
Somma era stata l'occupazion di papa Alessandro negli anni addietro per rimettere in grazia di Arrigo re d'Inghilterra, e nel possesso della sua chiesa Tommaso arcivescovo di Cantorberì, ed aveva avuta la consolazione di veder terminato così scabroso affare. Ma non fu minore il suo affanno nel principio del presente anno, perchè vennero le nuove che al santo prelato era stata da empii sicarii levata la vita nel dì 29 del precedente dicembre: laonde meritò di essere onorato da Dio con varii miracoli, e poi registrato nel catalogo dei martiri. Ebbe perciò il pontefice da faticar tuttavia non poco per eseguir ciò che la disciplina ecclesiastica prescrive in simili casi[2200]. Trovavasi egli in Tuscolo nel dì 25 di marzo, allorchè arrivarono gli ambasciatori del re Arrigo, venuti per discolparlo, e protestare ch'egli non avea avuta mano in quel sacrilego fatto. A tutta prima non li volle il papa vedere; ma dopo qualche maneggio gli ammise, e dipoi spedì in Inghilterra due cardinali per formare il processo, e conoscere se il re era innocente o reo. Continuarono ancora in quest'anno con gran vigore i Milanesi a rialzare l'abbattuta loro città; nè contenti di questo, ne ampliarono con nuove mura il circuito chiudendo in essa le basiliche di santo Ambrosio, di san Lorenzo, di san Nazario e di sant'Eusebio, di maniera che le disgrazie loro servirono a maggiormente nobilitare la per altro nobilissima patria loro. Ne resta tuttavia la memoria in un antico marmo rapportato dal Puricelli[2201], dove ancora si leggono i nomi de' consoli milanesi di quest'anno. Due d'essi specialmente sono da notare, cioè Ardericus de la Turre, Obertus de Orto; il secondo celebre fra i legisti, per la raccolta delle consuetudini feudali; e il primo, perchè da lui verisimilmente discende l'illustre casa della Torre, ossia Torriana, che signoreggiò dipoi in Milano. Pubblicò nell'anno 1708 il famoso Stefano Baluzio la Storia genealogica della casa della Torre d'Alvernia, ossia dei duchi di Buglione, per cui ebbe di molti guai. Sì egli, come altri han creduto una medesima famiglia quella de' Torriani milanesi e l'altra de' franzesi. Quando non si adducano pruove più sicure di tal connessione, difficile sarà il credere sì fatta unione di sangue. Noi qui a buon conto troviamo un Arderico della Torre console in Milano, e perciò buon cittadino di Milano: ma ch'egli, o i suoi maggiori fossero venuti di Francia, non si dee senza buone pruove asserire.
Cercarono i Lucchesi e Genovesi collegati di tirar nella loro alleanza altri popoli, per poter con più fortuna rintuzzare i Pisani. Riuscì loro di guadagnare i Sanesi e Pistoiesi, e al conte Guido signor potente in Toscana. Fu ciò cagione che anche i Pisani stabilirono lega coi Fiorentini per quaranta anni avvenire. Gli Annali pisani, in vece di anticipar di un anno i successi di questi tempi per accomodarsi all'era pisana, che nove mesi prima dell'era volgare comincia l'anno nuovo, li pospongono di un anno: e però non si può stare alla cronologia d'essa storia. Abbiamo gli Annali genovesi in questo più esatti[2202]. Fabbricarono nel presente anno i Lucchesi coll'aiuto de' Genovesi Viareggio al mare. Verso l'autunno arrivò in Lombardia all'improvviso Cristiano arcivescovo eletto di Magonza, inviato dall'imperador Federigo, per assistere agl'interessi dell'Italia, e massimamente della Toscana, che tuttavia teneva il partito imperiale. Passò egli intrepidamente per mezzo le città lombarde nemiche, ma con gran fretta; e valicando il fiume Tanaro presso Alessandria, si trasferì a Genova, dove per rispetto dell'imperadore fu onorevolmente accolto. Se l'ebbero forte a male i collegati lombardi, e però pubblicarono un bando che niuno avesse da condurre grani e altre vettovaglie a Genova: il che cagionò una gran carestia in quella città. Tornarono ancora in quest'anno essi Genovesi a condurre in Sardegna il re Barisone, sequestrato da essi per debiti, e pare che soddisfatti del loro avere, quivi il lasciassero a scorticare i suoi popoli per le colpe della sua vanità. Aveva l'imperadore Manuello Comneno cacciato da Costantinopoli i Pisani. In quest'anno venuto con essi a concordia, restituì loro i fondachi e il maltolto. Obbligossi egli di pagare per quindici anni avvenire al comune di Pisa cinquecento bisanti (monete d'oro) e due pallii, o un pallio ancora all'arcivescovo di Pisa. Vennero gli ambasciatori di lui a Pisa, e nel dì 13 di dicembre furono segnati i capitoli della concordia. Essendo mancato di vita Guido arcivescovo di Ravenna[2203], succedette in quella chiesa Gherardo, il quale, al pari dei suoi antecessori usò il titolo di esarco, cioè di padron temporale di Ravenna e dell'esarcato, per le concessioni loro fatte dagl'imperadori. Papa Alessandro III con sua bolla data in Tuscolo gli confermò la superiorità sopra i vescovati di Bologna e Parma, per li quali forse era stata in que' tempi qualche controversia. Tolte furono ai Veneziani da Stefano re d'Ungheria le città di Spalatro, Sebenico, Zara e Traù[2204]. Il doge Vitale Michele ricuperò Zara. Ma contra de' Veneziani mosse maggior tempesta Manuello imperador de' Greci. Mostrossi egli tutto benevolo verso questa nazione, e l'invitò a passare in Levante colle lor merci, sicchè moltissimi uomini e navigli v'andarono sotto la buona fede. Poscia spediti gli ordini per tutto il suo imperio, nel dì 22 di marzo fece prendere tutti i legni e l'avere de' Veneziani. Portatane la nuova a Venezia, ne' generosi petti di que' cittadini tanto ardore di giusto risentimento s'accese, che in poco più di tre mesi parte prepararono, parte fabbricarono cento galee e venti navi da trasporto per portare la guerra in Grecia. Vi s'imbarcò lo stesso doge, e mossa nel mese di settembre la poderosa flotta, ricuperò per forza Traù, con darle poscia il sacco, e diroccarne una parte. Costrinse Ragusi a sottomettersi al dominio di Venezia. Passò dipoi a Negroponte, e imprese l'assedio di quella capitale. Fu allora dai Greci mossa parola di pace, e il comandante di quella città inviò persone apposta a Costantinopoli col vescovo d'Equilio, pratico della lingua greca, per parte de' Veneziani. Finchè venissero le risposte, portatosi il doge a Scio, s'impadronì di quella città e dell'isola tutta, e quivi determinò di svernare coll'armata: il che gli fu di gravissimo danno, siccome fra poco si dirà.
NOTE:
[2200] Cardin. de Aragon., in Vita Alexandri III, P. I, tom. 3 Rer. Ital.
[2201] Puricell., Monum. Basilic. Ambr.
[2202] Caffari, Annal. Genuens., lib. 2.
[2203] Rubeus, Hist. Ravenn., lib. 6.
[2204] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCLXXII. Indizione V.
ALESSANDRO III papa 14. FEDERIGO I re 21, imper. 18.
Fin qui il pontefice Alessandro era dimorato fuor di Roma, perchè tuttavia il popolo, o, per dir meglio, il senato romano che avea provato il gusto di comandare, gli contrastava l'esercizio della giurisdizione ed autorità temporale dovuta ai sommi pontefici. Erano anche i Romani forte in collera contro del papa per la protezione ch'egli avea preso dei Tuscolani, popolo troppo odiato da essi per la vecchia nemicizia e per la memoria della sanguinosa sconfitta dell'anno 1167. Si trattò in quest'anno d'accordo. Indussero gli astuti Romani il pontefice a contentarsi che si spianassero le mura di Tuscolo[2205], promettendo essi in ricompensa di riguardarlo da lì innanzi come lor padre e signore, e di ubbidire a tutti i suoi comandamenti. Menarono poi le mani per atterrar quelle mura: dopo di che si scoprì la lor frode, con restare burlato il buon papa, perchè non mantennero punto la promessa fatta dal canto loro. Se ne crucciò altamente Alessandro; e giacchè altro non si potea, fece circondar di fossa e muro la torre di Tuscolo, e, lasciata ivi per sicurezza di quel popolo una buona guarnigion di cavalli e fanti, andò a stare ad Anagni, dove poi dimorò molto tempo. Romoaldo Salernitano quegli è che ci ha conservata questa notizia, la quale dal cardinal Baronio vien riferita all'anno 1168, ma verisimilmente fuori di sito. Nella Cronica di Fossanuova si legge[2206]: Anno 1172, Indictione quinta, Alexander fecit finem cum Romanis, qui destruxerunt muros civitatis tusculanae mense novembri. Questo autore lasciò nella penna l'inganno fatto dai Romani al papa; ma ne parla bene l'autor della vita di papa Alessandro, con dire[2207] che i Romani non permisero al papa di entrare in città, e di esercitarvi il suo pastorale uffizio: laonde egli si ritirò in Campagna di Roma, aspettando tempi migliori. Dopo avere ricevuto molte finezze da' Genovesi, passò Cristiano arcivescovo eletto di Magonza, ed arcicancelliere dell'imperadore, a Pisa nel dì 3 di febbraio, ricevuto ivi parimente con molta magnificenza. Poscia convocati tutti i conti, marchesi e consoli delle città da Lucca sino a Roma, tenne un gran parlamento nel borgo di San Genesio, per quanto s'ha dagli Annali Pisani[2208], e quivi propose da parte dell'imperadore la pace fra' Genovesi, Lucchesi e Pisani. Il continuatore di Caffaro scrive[2209] che questo parlamento tenuto fu appresso Siena; ma forse furono due in diversi luoghi, o San Genesio era del Sanese. Sarebbono condiscesi i Pisani ad abbracciar la pace, se loro non fosse paruta troppo dura la condizione di restituir senza compenso alcuno tanti prigioni che aveano de' nemici. Però stando forti su questo, l'arcivescovo in un altro parlamento, certamente tenuto nelle vicinanze di Siena, mise i Pisani al bando dell'imperio, privandoli di tutti i privilegii, e delle regalie, e della Sardegna.
Leggesi negli Annali di Genova la lettera scritta da lui ai Genovesi, con avvisarli che nell'assemblea tenuta presso Siena, in conspectu praefecti urbis Romanorum, et coram marchionibus anconitanis, Conrado marchione de Monteferrato, comite Guidone, comite Aldebrandino, et quamplurimis aliis comitibus, capitaneis, valvasoribus, consulibus, civitatum Tusciae, Marchiae, et vallis spoletanae, et superioris atque inferioris Romaniae, et infinita populi multitudine, avea pubblicato il bando contra de' Pisani, con ordinare ad essi Genovesi di tener pronte cinquanta galee per l'ottava di Pasqua in servigio dell'imperadore. Ho rapportato questo passo, acciocchè il lettore comprenda quai popoli tuttavia aderissero al partito imperiale in Italia per questi tempi. Abbiamo in fatti dall'Abbate Urspergense[2210] che Federigo prima di passare in Germania, quemdam Bideluphum ducem Spoleti effecit, Marchiam quoque Anconae, et principatum Ravennae Cunrado de Luzelinhart contulit, quem Italici Muscamincerebro nominabat, eo quod plerumque quasi demens videretur. Tentarono poscia i Pisani coi Fiorentini di togliere San Miniato al presidio tedesco che ivi dimorava: perlochè l'arcicancelliere fu di pensiero di metter anche il popolo di Firenze al bando dell'imperio. Seguitarono inoltre le offese tra i Genovesi e Pisani. Mentre passava il verno nell'isola di Scio l'armata veneta[2211], aspettando pure risposte decisive di guerra o di pace da Manuello imperador de' Greci, che dava quante buone parole si volevano, ma niuna conclusion del trattato: si cacciò la peste in quella flotta, e cominciò a fare un'orrida strage di gente. Per questo il doge Vital Michele salpò per tornarsene a casa. Ma infierì nel viaggio più che mai la pestilenza, di modo che quella dianzi sì fiorita e possente armata arrivò a Venezia poco men che disfatta; e perchè colla venuta di tanta gente infetta s'introdusse anche nella città lo stesso micidial malore, molto popolo ne perì. Rigettata la colpa di tanti mali sopra il doge, insorse col tempo contra di lui un tumulto, per cui nel ritirarsi dal palagio restò mortalmente ferito; poscia finì di vivere nel dì 27 di marzo, oppur di maggio dell'anno presente, se pur non fu nell'anno seguente. Restò eletto in di lui luogo Sebastiano Ziani. Venne in quest'anno il giovinetto re di Sicilia Guglielmo II in Puglia, e fino a Taranto[2212], credendosi che si avessero ad effettuar le sue nozze concertate con una figliuola del greco imperadore Manuello. Ma restò deluso dai Greci. Assai di ciò disgustato, passò a Capoa e a Salerno, e di là se ne tornò a Palermo, menando seco Arrigo suo minor fratello, già creato dal padre principe di Capoa, il qual diede fine ai suoi giorni in quest'anno nel dì 16 di giugno. Abbiamo anche dalla Cronica di Piacenza[2213] che i Piacentini, Milanesi, Alessandrini, Astigiani, Vercellini e Novaresi fecero un fatto d'armi presso il castello di Mombello col marchese di Monferrato, e lo sbaragliarono, con inseguire per sei miglia i fuggitivi.
NOTE:
[2205] Romuald. Salern., in Chron., tom. 7 Rer. Italic.
[2206] Johann. de Ceccano, Chron. Fossaenovae.
[2207] Cardin. de Aragon., in Vita Alexandri III, P. I, tom. 3 Rer. Italic.
[2208] Annal. Pisani, tom. 6 Rer. Italic.
[2209] Caffari, Annal. Genuens., tom. 6 Rer. Ital.
[2210] Abbas Urspergensis, in Chron.
[2211] Dandul., in Chronic.
[2212] Anonymus Casinens., in Chron. Romualdus Salernitanus, in Chron.
[2213] Chronic. Placent., tom. 16 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCLXXIII. Indizione VI.
ALESSANDRO III papa 15. FEDERIGO I re 22, imper. 19.
Fece in quest'anno papa Alessandro, mentre dimorava in Segna, la canonizzazione di san Tommaso arcivescovo di Cantorberì. Federigo imperadore in Germania andava disponendo sè stesso e quei nazionali per calare di nuovo in Italia con grandi forze, voglioso di domare i Lombardi, e già era intimata la spedizione per l'anno seguente 1174[2214]. Arrivarono circa questi tempi alla corte d'esso Augusto gli ambasciatori del Soldano di Babilonia, che gli presentarono dei rari e preziosi regali, e poi discesero a chiedere una figliuola dell'imperadore per moglie del figliuolo del medesimo Soldano, con esibirsi il Soldano d'abbracciar col figliuolo e con tutto il suo regno la religion cristiana, e di rendere tutti i prigioni cristiani. L'imperadore trattenne per un mezz'anno questi ambasciatori, e loro permise di visitar le città della Germania, e d'informarsi ben dei riti del paese. Credane quel che vuole il lettore. Per me tengo la proposizione attribuita a quei legati per una vana diceria del volgo, al veder in corte uomini di diversa credenza venuti sì di lontano. Non son facili da smuovere i Maomettani; e quand'anche il Sultano avesse avuta tal disposizione, come potea promettersi de' sudditi suoi? La sua testa avrebbe corso troppo pericolo. Sarà ben vero ciò che scrive Romoaldo Salernitano[2215]: cioè che Cristiano arcivescovo di Magonza mandò nell'anno seguente persona apposta a Guglielmo II giovane re di Sicilia, offerendogli in moglie una figliuola del suddetto imperador Federigo, e di stabilir buona pace ed amicizia fra loro. Ma il re Guglielmo (o, per dir meglio, i suoi consiglieri) riflettendo all'arti di Federigo, che si studiava di dividere i collegati, per poterli più facilmente divorar tutti, non potè indursi ad abbandonar papa Alessandro, e diede per risposta che non potea dar mano ad una pace, da cui restassero esclusi i suoi confederati. Informato di ciò Federigo, se l'ebbe molto a male; ma da lì a qualche tempo quella stessa sua figliuola cessò di vivere. Udivansi intanto in Lombardia i gran preparamenti che facea l'imperadore, per calar di nuovo in Italia; il che serviva di continuo stimolo a queste collegate città per ben premunirsi, con istrignere le vecchie alleanze e farne delle nuove[2216]. A questo fine si tenne in Modena nell'anno presente nel dì 10 di ottobre un parlamento, a cui intervennero i cardinali Ildelbrando e Teodino, e il vescovo di Reggio Albericone; nel distinguere i quai nomi non adoperò la solita sua diligenza il Sigonio; mentre, in far menzione di tal atto dice che il papa spedì da Anagni a Modena Hildeprandum Crassum episcopum mutinensem (non era egli più vescovo di questa città) et Albergonum cardinalem utrumque. V'intervennero ancora i consoli di Brescia, Cremona, Parma, Mantova, Piacenza, Milano, Modena, Bologna, e Rimini. Fu ivi confermata la società e lega di Lombardia, con obbligarsi cadauna delle parti di non far trattato nè pace con Federigo imperadore senza il consentimento di tutti, e di non riedificare la terra di Crema senza permissione degli altri collegati. Ho io dato alla luce questo documento, preso dall'archivio della comunità di Modena.
Abbiamo poi dagli Annali Pisani[2217], che avendo i Lucchesi, fiancheggiati da un buon esercito, rimesso in piedi il castello di Motrone, il popolo di Pisa, uscito in campagna, li mise in fuga, e distrusse il nuovo edifizio. Poscia nel dì 27 di giugno Cristiano arcivescovo di Magonza, pentito di averla presa contra de' Pisani, li liberò dal bando. Il che fatto, trasferitosi a Pisa nel primo giorno dì luglio (se pure all'anno presente appartiene questo avvenimento), tenne ivi un parlamento, in cui comandò che cessasse la guerra fra quel popolo e i Fiorentini dall'una parte, e i Lucchesi dall'altra; e che si restituissero i prigioni, con deputar nello stesso tempo persone, le quali si studiassero di terminar tutte le altre differenze, e di stabilir fra que' popoli una buona pace. Furono rilasciati i prigioni; ma iti i consoli di Pisa e gli ambasciatori fiorentini coll'arcivescovo al borgo di San Genesio, quivi, perchè non vollero acconsentire ad alcune proposizioni di poco onore e molto danno delle loro città, l'arcivescovo proditoriamente li fece prendere ed incatenare. Quindi unito coi Lucchesi, Sanesi e Pistoiesi, e col conte Guido, si mise in punto per correre ai danni del territorio pisano. A questo avviso fumanti di collera i Pisani e i Fiorentini uscirono in campagna, e fecero fronte alla meditata irruzione. Passarono anche i Pisani per fare una diversione sul territorio di Lucca, dando il guasto sino a Ponsampieri e a Lunata: il che servì a far correre i Lucchesi alla propria difesa. Ma allorchè questi furono al ponte di Fusso, assaliti dai Pisani nel dì 19 d'agosto, rimasero sconfitti. Seguitò poi l'arcivescovo Cristiano coi Lucchesi a far guerra in Toscana; e i Genovesi nel settembre tolsero a' Pisani il castello dell'isola di Pianosa, e lo smantellarono affatto. Questo fatto negli Annali Genovesi vien riferito al precedente anno[2218]: il che mi fa dubitare se appartenga quanto ho tratto qui dagli Annali Pisani all'anno presente, o pure all'antecedente. Da essi Annali Genovesi altro non si vede registrato sotto quest'anno, se non la guerra incominciata prima da Obizzo marchese Malaspina e da Moroello suo figliuolo, contra de' Genovesi, con aver questi assediato e ricuperato il castello di Passano che s'era ribellato. Anche il Tronci[2219] rapporta all'anno 1172 i suddetti avvenimenti. Seguitavano in questi tempi le città di Lombardia a farsi render ubbidienza dalle terre e castella già concedute in feudo dagl'imperadori a varii nobili, per reintegrare i loro distretti e contadi, che ne' tempi addietro erano rimasti troppo smembrati. Nè da questo loro empito andavano esenti i vescovi e monisterii. Ne abbiamo un esempio nell'anno presente, in cui il popolo di Modena costrinse varie comunità della montagna sottoposta alla badia di Frassinoro[2220] a promettere di pagar tributo a Modena, e di militar sotto ai consoli di essa città in occasion di guerra. Altrettanto faceano anche le altre città, ingrandendo il lor territorio e distretto colle terre e castella loro tolte ne' secoli addietro o dalla forza de' nobili, o dai privilegii dei re ed imperadori.
NOTE:
[2214] Godefridus Monachus, in Chron.
[2215] Romuald. Salernit., in Chron., tom. 7 Rer. Ital.
[2216] Antiquit. Italic., Dissert. XLVIII.
[2217] Annal. Pisani, tom. 6 Rer. Ital.
[2218] Caffari, Annal. Genuens., lib. 2, tom. 6 Rer. Ital.
[2219] Tronci, Annali Pisani.
[2220] Antiquit. Ital., Dissert. XIX.
Anno di CRISTO MCLXXIV. Indizione VII.
ALESSANDRO III papa 16. FEDERIGO I re 23, imper. 20.
Dopo aver l'imperadore Federigo tenuta una solennissima dieta in Ratisbona verso il fine di maggio[2221], nella quale con sacrilega prepotenza fece deporre Adalberto legittimo arcivescovo di Salisburgo, e sostituirne un altro, attese ad unire un potentissimo esercito, con isperanza una volta di conculcar tutte le città della Lombardia. Gli faceano continue premure i Pavesi e il marchese di Monferrato, perchè venisse. Adunque circa la festa di san Michele di settembre, come ha il continuatore di Caffaro[2222], ossia IV calendas octobris, come ha Sire Raul[2223], per la Borgogna e Savoia calò in Italia, seco avendo il re di Boemia, e non pochi altri principi di Germania. Occupò Torino ed altre circonvicine città, che spontaneamente se gli renderono. Arrivato a Susa, da dove è da credere che fossero fuggiti tutti quegli abitanti, sfogò la sua collera contro le loro case[2224], riducendo quella città in un mucchio di pietre; non già perchè que' cittadini, come taluno ha scritto, seguitassero le parti di papa Alessandro, ma perchè nella sua fuga dall'Italia aveano a lui tolti gli ostaggi, e ridotto lui a fuggirsene travestito per timore di peggio. Passò di là alla città d'Asti, e per otto giorni l'assediò[2225]. Quel popolo, contuttochè fosse stato premunito dalla lega con assai gente e buoni ingegneri, pure spaventato chiese ed ottenne buona capitolazione, con rinunziare alla lega lombarda. Riserbava Federigo il suo furore contro la città d'Alessandria, nata ad onta sua, e che avea preso quel nome per far dispetto a lui. Perciò rivolse tutto il suo sforzo contro quella città, spintovi ancora dal marchese di Monferrato, che coi Pavesi accorse a quell'assedio, e ne fece sperar facile la conquista. Nel dì 29 di ottobre si cominciò dunque ad assediarla; si spiegarono tutte le macchine di guerra, nè si lasciò indietro tentativo alcuno per vincere. Ma si trovarono sì risoluti i cittadini alla difesa, che quantunque fosse quella città, per così dire, bambina, e, secondo Gotifredo Monaco[2226], non peranche cinta di mura, ma solamente provveduta di una profonda fossa (il che viene asserito dall'autore della vita d'Alessandro III[2227]), pure nulla vi profittò l'esercito imperiale. Lascerò considerare ad altri che capitale debba farsi dell'Urspergense, allorchè scrive di Alessandria: Erat tamen circumdata fossatis et muris firmissimis. Federigo, principe di costanza mirabile nelle sue imprese, benchè le piogge avessero allagata quella pianura, pure determinò di passare piuttosto il verno sotto quella città nelle tende, che di ritirarsi a più agiati quartieri. Se vogliamo credere al Sigonio[2228], i Milanesi, Piacentini, Bresciani e Veronesi, ciascun popolo col proprio carroccio, vennero in quest'anno a postarsi tra Voghera e Castiggio, per dar soccorso all'assediata città. Alla vista del loro ardire non potendosi contener l'imperadore, venne ad attaccar con esso loro battaglia: Verum acie pulsus vix incolumis Clastidium recepit. Niun fondamento trovo io di questo fatto d'armi e di tal vittoria de' collegati nelle antiche storie, le quali anzi insegnano il contrario. Nè sussiste, come vuole esso Sigonio, che in quest'anno i Cremonesi e Tortonesi si ritirassero dalla lega di Lombardia per paura di Federigo. Molto meno poi si regge in piedi l'opinione del Puricelli[2229], che i Pavesi fossero dianzi entrati in essa lega. Costantissimi furono sempre essi nel partito di Federigo. Nella prefazione all'opuscolo di Buoncompagno, da me dato altrove alla luce[2230], fidatomi al testo di Sicardo vescovo di Cremona che vivea in questi tempi, scrissi che l'assedio d'Ancona seguì nell'anno 1172. Ora meglio disaminato questo punto di storia, credo fallato quel testo, e doversi riferire tale impresa all'anno presente, Romoaldo Salernitano[2231], scrittore contemporaneo, ne parla sotto questi tempi, e gli Annali Pisani[2232] più chiaramente ci additano quest'anno.
Non riconosceva la città d'Ancona, come le circonvicine, per suo signore lo imperador d'Occidente; ma godendo della sua libertà si pregiava d'avere per suo sovrano l'imperador d'Oriente, o almeno di stare sotto il di lui patrocinio. Quivi perciò risiedeva un ministro di Manuello Comneno imperadore, principe che, siccome più d'una volta dicemmo, da gran tempo andava ruminando pensieri di conquiste in Italia. Ma nè all'Augusto Federigo, nè ai suoi ministri piacea questo nido de' Greci nel cuore dell'imperio occidentale. Molto men piaceva esso ai Veneziani, i quali, non solamente erano inaspriti per le cose già dette contra dei Greci, ma eziandio aspiravano ad essere soli nel dominio dell'Adriatico, e nel commercio delle merci in Levante; laonde antica era la gara, e vecchio l'odio fra Venezia ed Ancona. Varie guerre ancora ne erano procedute negli anni addietro fra loro. S'intesero dunque insieme essi Veneziani e l'arcivescovo di Magonza Cristiano, legato e plenipotenziario di Federigo in tutta l'Italia, per sottomettere, anzi per distruggere Ancona. Buoncompagno, autore contemporaneo, che descrisse questo avvenimento, ci fa intendere qual fosse allora la potenza de' Veneziani, con dire[2233] che illius civitatis dux aureum circulum in vertice defert, et propter aquarum dignitatem quaedam regalia insignia obtinere videtur. Vennero dunque i Veneziani con una flotta di quaranta galee e con un galeone di smisurata grandezza a bloccare sì strettamente per mare il porto di quella città, che niuno ne poteva uscire. Per terra ancora ne formò l'arcivescovo maganzese l'assedio con quante milizie tedesche egli potè raccogliere, e con altre in maggior numero venute dalla Toscana, Romagna e Spoleti. Dagli Annali Pisani[2234] abbiamo che quell'assedio durò dal primo giorno d'aprile dell'anno presente sino alla metà d'ottobre: cotanto vigorosa fu la difesa di que' cittadini. Ma, più che gli eserciti nemici, cominciò col tempo la fame a far guerra a quel popolo, di maniera che si ridussero a cibarsi de' più sordidi alimenti; e felice si riputava chi poteva avere in tavola carni di cani e gatti, e cuoio di bestie poco fa uccise. Volea l'arcivescovo a discrezione la città, per mandarla del pari colla città di Milano con altre, secondo la barbarie d'allora; e però mai non volle prestar orecchio ad accordo alcuno, senza pensare che sempre ha fatto e sempre farà brutto vedere un vescovo alla testa di un'armata per ispargere il sangue cristiano, e tanto più se privo di clemenza. Non mancava intanto di confortare alla pazienza ed animare alla difesa quei cittadini il legato del greco Augusto, con impiegare ancora quant'oro ebbe in loro soccorso; ma in fine era disperato il caso: ma eccoti un buon vento di Ponente che rincorò gli assediati, e fece seccar tutte le speranze degli assedianti. Guglielmo degli Adelardi, potentissimo e primario cittadino di Ferrara, unitosi con Aldruda contessa di Bertinoro, donna di gran cuore, della nobil famiglia de' Frangipani di Roma, avea raunato un copiosissimo esercito di Lombardi e Romagnuoli. Con questi venne egli nella vicinanza d'Ancona; e di più non vi volle, perchè nella notte l'arcivescovo di Magonza levasse il campo, e precipitosamente si ritirasse. Restò la città libera, e dipoi abbondantemente provveduta di viveri. Romoaldo Salernitano[2235], dopo aver detto che Guglielmo e la contessa di Bertinoro vennero con grandi forze in soccorso d'Ancona, scrive appresso che l'arcivescovo, recepta ab Anconitanis pecunia, ab obsidione recessit. Credane il lettore quel che vuole. Che per altro quell'arcivescovo fosse un gran cacciatore di danaro, si può facilmente provare. Gotifredo monaco di san Pantaleone[2236], accennando all'anno 1171 le prodezze del suddetto Cristiano arcivescovo fatte in cinque anni di sua dimora in queste parti, non seppe quel che si scriveva, allorchè disse: Anconam civitatem maritimam, expulsis Graecis, imperatori restituit. Differentemente ne parlano gli storici italiani, meglio informati de' nostri affari. Andossene dipoi il glorioso ferrarese Guglielmo alla corte di Costantinopoli, dove fu accolto con onori da principe; e tanti furono i regali di oro e d'argento a lui fatti dall'imperador Manuello, che, tornato in Italia, disimpegnò tosto tutte le sue tenute, sulle quali avea preso grosse somme di danaro per far quell'impresa. Largamente ancor esso Augusto rifece tutti i lor danni a' cittadini d'Ancona. Di questo famoso assedio poco si mostrano consapevoli gli scrittori veneti, quantunque espressa menzione ne faccia il Dandolo[2237]; ma è da vederne la descrizione a noi lasciata dal suddetto Buoncompagno fiorentino, che era in questi tempi pubblico lettore di belle lettere in Bologna. Nè si dee tacere che il suddetto arcivescovo, per attestato di Romoaldo, prima d'imprendere l'assedio d'Ancona, ad ducatum spoletinum, et ad Marchiam veniens, multa castra regionis illius depopulatus est, et cepit. Assisiam civitatem et spoletinam suo dominio subdidit. E scrivendo l'Abbate Urspergense che in quest'anno nel mese di marzo la città di Terni fu distrutta, si può immaginare che questa fosse una delle belle prodezze di quel barbaro prelato. Questi gran movimenti di guerra cagion furono che seguì pace fra Guglielmo II re di Sicilia e i Genovesi[2238], i quali ancora stabilirono una buona concordia col marchese Obizzo Malaspina. Un gran flagello nell'anno presente si fece sentire alla città di Padova[2239]. Attaccatosi il fuoco, o per accidente o per iniquità d'alcuno, nel dì 4 di marzo, vi bruciò più di due mila e seicento case.
NOTE:
[2221] Chron. Reicherspergense.
[2222] Caffari, Annal. Genuens., lib. 2, tom. 6 Rer. Ital.
[2223] Sire Raul, Hist., tom. 6 Rer. Ital.
[2224] Romualdus Salernitan., in Chron., tom. 7 Rer. Ital.
[2225] Cardinal. de Aragon., in Vit. Alexandri III, P. I, tom. 3 Rer. Ital.
[2226] Godefridus Monachus, in Chron.
[2227] Cardin. de Aragon., in Vita Alexandri III.
[2228] Sigon., de Regno Ital., lib. 14.
[2229] Puricell., Monument. Basilic. Ambros.
[2230] Annal. Pisani, tom. 6 Rer. Ital.
[2231] Romualdus Salern., in Chron.
[2232] Annal. Pisani, tom. 6 Rer. Ital.
[2233] Boncompagnus, de obsidione Anconae, tom. 6 Rer. Ital.
[2234] Annales Pisani.
[2235] Romualdus Salern., in Chron.
[2236] Godefridus Monachus, in Chron.
[2237] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.
[2238] Caffari, Annal. Genuens., lib. 3, tom. 6 Rer. Italic.
[2239] Catalog. Consul. Patavinor., tom. 8 Rer. Italic.
Anno di CRISTO MCLXXV. Indizione VIII.
ALESSANDRO III papa 17. FEDERIGO I re 24, imper. 21.
Rigoroso fu il verno di quest'anno, e, ciò non ostante, l'intrepido imperador Federigo non volle muovere un passo di sotto all'assediata città di Alessandria contro il parere di tutti i suoi principi[2240]. Tali e tanti furono i disagi patiti dalla sua armata in quella situazione, che per mancanza di foraggi gli perì gran quantità di cavalli, e si scemò il numero dei combattenti o per le malattie o per le diserzioni, non potendo i soldati reggere alla penuria di tutte le cose necessarie. Non si rallentava per questo l'ardore d'esso Augusto, lusingandosi egli di uscirne presto con riputazione, mercè di un'invenzione che gli prometteva un felice successo dell'impresa. Questa era una mina condotta sì segretamente sotterra verso la città, che gli Alessandrini non se ne avvidero giammai. Per questa sperava Federigo di penetrare all'improvviso nella città. Racconta Gotifredo monaco[2241], che se cadeva nelle sue mani alcuno de' nemici, d'ordinario li faceva impiccare; ma che un dì ne fece pur una degna di lode. Condottigli davanti tre prigioni, ordinò tosto che fossero lor cavati gli occhi. Eseguita la sentenza sopra i due primi, dimandò l'imperadore al terzo, che era un giovinetto, perchè fosse ribello contro l'imperio. Rispose il giovane: Nulla, signore, ho fatto contra di voi o dell'imperio; ma avendo un padrone nella città, ho fedelmente ubbidito a quanto egli mi ha comandato. E s'egli vorrà servire a voi contra de' suoi cittadini, con egual fedeltà a lui servirò; e quando pur mi vogliate privar della vista, così cieco ancora servirò, come potrò, al mio padrone. Da queste parole ammansato l'imperadore, senza fargli altro male, gli ordinò di ricondurre in città gli altri due accecati. Venuto il marzo, cominciava Alessandria a scarseggiar troppo di viveri: del che avvisati i collegati, non tardarono più a mettersi all'ordine, per dar anche battaglia al campo imperiale. S'unì dunque a Piacenza un formidabil esercito di Milanesi, Bresciani, Veronesi, Novaresi, Vercellini, Trevisani, Padovani, Vicentini, Mantuani, Bergamaschi, Piacentini, Parmigiani, Reggiani, Modenesi e Ferraresi[2242], cavalieri e fanti. Coraggiosamente marciando questa sì poderosa oste, dopo aver prese e distrutte le terre di Broni e di San Nazario de' Pavesi, andò a postarsi nella domenica delle Palme, giorno 6 di aprile, vicino a Tortona, dieci miglia lungi dal campo tedesco. Si trovò allora Federigo tra due fuochi, ma non si sgomentò, perchè sperava vicina la caduta di Alessandria: per ottenere il quale intento (conviene ben confessarlo) si servì di una frode non degna di principe onesto, e molto men di principe cristiano: cioè fece intendere agli Alessandrini nel giovedì santo, che concedeva loro tregua per benignità imperiale fino al lunedì di Pasqua. Affidato da queste parole quel popolo, senza credere bisognevole in tempo tale la moltiplicità delle guardie, dopo le divozioni andò al riposo. Verso la mezza notte Federigo, dimentico della fede data, spinse per la mina sotterranea dugento dei più bravi e nerboruti suoi soldati; e figurandosi che questi, sboccando nella città, darebbono campo a lui d'entrar per la porta, messa in armi tutta la sua gente, stette aspettando l'esito dell'affare poco lungi dalla porta suddetta. Ma appena dalle sentinelle fu scoperto essere entrati in città alcuni de' nemici, che gridarono all'armi; alla qual voce il popolo uscito dalle case, a guisa di lioni, affrontò i nemici, e li costrinse a gittarsi giù dai bastioni, oppure a lasciare ivi la vita. Sopra quelli che non erano per anche usciti dalla mina, cadde la terra superiore, e li soffocò. Poscia in quel bollore di sdegno gli Alessandrini, aperte le porte, assalirono il campo nemico non senza molta strage de' Tedeschi. Riuscì a quel popolo eziandio di attaccar fuoco al castello di legno dell'imperadore, in cui stava un buon drappello di soldati, e di bruciar l'uno e gli altri. Quand'anche volesse talun dubitare se vera fosse la frode suddetta, la qual pure vien raccontata dallo scrittor della vita di papa Alessandro III, confermata da Romoaldo Salernitano e da Sire Raul, certo si meritava Federigo un sì infelice successo, dacchè egli avea meditato e procurato in giorni sì santi l'eccidio di un popolo intero seguace di Cristo. Vedendo egli dunque andare a rovescio tutte le speranze sue, attaccato il fuoco alle restanti macchine di guerra, levò il campo, e venne a fronte dell'esercito collegato[2243], per impedirgli l'unione cogli Alessandrini; oppure si mise in viaggio per tornare a Pavia; ma non potendo passare, si fermò nella villa appellata Guignella.
Già pareva imminente una terribil giornata campale, quando in vece di battaglia seguì pace e concordia fra l'imperadore e i Lombardi. Gli storici tedeschi, soliti a far nascere allori in tutti i passi di questo e d'altri Augusti, scrivono[2244] che al comparire dell'esercito cesareo sorpresi i Lombardi da timor panico, mandarono tosto a chieder pace a Federigo, ed ottenutala con aver deposte le armi, s'andarono a gittar colle spade sul collo ai di lui piedi. Ma queste son da credere millanterie. L'autore della vita di papa Alessandro, e Romoaldo Salernitano, scrittor gravissimo di questi tempi, ci assicurano che il timore fu dalla parte di Federigo; nè è da credere altrimenti, perchè egli era molto inferiore di forze ai Lombardi, e i Lombardi sapeano molto bene contra di chi s'erano mossi col loro esercito. Ora nel lunedì di Pasqua, mentre i Lombardi, preparati a menar le mani, erano incerti se dovessero eglino assalire, oppure aspettar l'assalto[2245], alcuni religiosi ed uomini savii, e non sospetti, cominciarono a correre di qua e di là, per consigliar la pace e risparmiare il sangue cristiano. Finalmente acconsentì l'imperadore di rimettere le controversie, e di stare nell'arbitrio d'uomini dabbene, purchè restasse salvo il diritto dell'imperio. E i Lombardi accettarono il partito, purchè si salvasse la lor libertà e quella della Chiesa romana. Gherardo Maurisio[2246] e Galvano dalla Fiamma[2247] scrivono che Eccelino primo, avolo del crudele, ed Anselmo da Doara, padre di Buoso, furono tra i mediatori di questo accordo. E specialmente Eccelino sic humiliter verbis et factis supplicavit eidem imperatori, quod tam sibi quam dictis Lombardis, et Obitioni marchioni estensi suam indignationem remisit. Dovette anche il marchese Obizzo di Este trovarsi nell'esercito collegato contra di Federigo. Insomma sottoscritto e giurato l'accordo con fare il compromesso in Filippo eletto arcivescovo di Colonia, in Guglielmo da Pozasca capitano di Torino, e in un Pavese di San Nazario per parte di Federigo, e per parte de' Milanesi in Gherardo da Pesta milanese, e in Alberto da Gambara bresciano, e in Gezone veronese: non lasciarono i Lombardi di comparire con tutta umiliazione e riverenza davanti all'imperadore, che gli accolse con molta benignità, e si ritirò poscia a Pavia colla moglie e coi figliuoli. E perchè erano ormai sazii i soldati del re di Boemia dei tanti patimenti fatti, ottennero licenza di tornarsene alle loro case: il che sempre più sforzò l'imperadore a dar orecchio a trattati di tregua o pace. Non era egli uomo, se non si fosse veduto in bassa fortuna e in pericolo, da rimettere sì per poco la spada nel fodero. Tornando poscia i Lombardi per Piacenza alle loro città, trovarono per viaggio i Cremonesi che venivano col loro carroccio all'armata[2248]. Non erano saldi nella lega essi Cremonesi per l'amicizia che passava fra loro e i Pavesi, e però consigliatamente tardarono tanto per isperanza d'impedir la mossa degli altri collegati. Saputo poi che senza di loro s'era intavolata la concordia, n'ebbero gran vergogna; e il popolo di Cremona, mosso per questo da bestial furore, ed incolpatine i consoli, andò ad atterrare i loro palagi, e a dare il sacco a tutti i loro beni, con poscia crearne dei nuovi. In quest'anno papa Alessandro diede il primo vescovo alla città d'Alessandria, cioè Arduino suddiacono della Chiesa romana, e privò il vescovo di Pavia della prerogativa del pallio e della croce per cagione del suo attaccamento allo scisma.
Intanto l'Augusto Federigo, facendo credere di voler pace anche nella Chiesa romana, fece sapere a Roma che ne avrebbe volentieri trattato con Ubaldo vescovo d'Ostia, Bernardo vescovo di Porto, e Guglielmo pavese cardinale di san Pietro in Vincola. Vennero tutti e tre a Pavia[2249]; fors'anche più a requisizion de' Lombardi che di Federigo; loro fu fatto grande onore; molte furono le conferenze d'essi coi deputati dell'imperadore e colle città della lega. Ma infine trovandosi esorbitanti in tutto le pretensioni di Federigo per quello che riguardava la libertà tanto della Chiesa quanto de' Lombardi, si sciolse in fumo il trattato, e i legati apostolici se ne tornarono a Roma. Le segrete mire di Federigo erano di guadagnar tempo, tanto che calasse in Italia un nuovo esercito, che s'aspettava di Germania, e non già di ridursi ad accordo alcuno, in cui si avessero a moderar le alte sue pretensioni. Per altro certissimo è che fu fatto in quest'anno nel dì 16 d'aprile, vicino a Mombello, il compromesso dell'imperadore e de' Lombardi. Lo strumento intero, da me tratto dagli antichi registri della comunità di Modena, si legge nelle mie Antichità italiane[2250], ed è di gran luce a questi avvenimenti. Degno è d'osservazione che Uberto conte di Savoia fa la figura di uno dei principali aderenti e confidenti dell'imperador Federigo; e però sembra che sieno favole quelle che ci racconta il Guichenon[2251] intorno a questi tempi della real casa di Savoia. Si conferma eziandio ciò che abbiam detto di sopra di Eccelino primo e di Anselmo da Doara; perchè da quegli atti apparisce che amendue erano rettori di Lombardia, cioè direttori della lega e società delle città lombarde: dignità di sommo credito in questi tempi, e indubitato indizio della lor nobiltà e saviezza. Vedesi inoltre che la lega abbracciava le città della Lombardia, Marca di Verona, Venezia e Romagna, e che Federigo segretamente se la dovea intendere coi Cremonesi, benchè collegati di Milano, perchè in loro è rimessa la decision de' punti che restassero controversi. Tralascio il resto di quell'atto, da cui niun frutto poscia si ricavò.
Abbiamo dalle storie di Bologna[2252] che nel dì 7 di febbraio dell'anno presente quel gran faccendiere di Cristiano arcivescovo di Magonza, usato a maneggiar più l'armi che il pastorale, co' Faentini, co' Forlivesi condotti dal conte Guido Guerra, e colle milizie di Rimini e d'Imola e della Toscana, venne ad assediare il castello di San Cassano, alla cui difesa stavano trecento cavalieri dei migliori di Bologna, che per più di tre settimane bravamente si sostennero. Contuttochè i Bolognesi ottenessero un buon soccorso, cioè da Milano trecento cavalieri, trecento da Brescia, trecento da Piacenza, cento da Bergamo, cinquecento da Cremona, ducento da Reggio, cento da Modena, trecento da Verona, ducento da Padova, con altri della contessa Sofia e della città di Ferrara, e marciassero per liberar quel castello; tuttavia nulla fecero, perchè i difensori ormai stanchi, attaccatovi il fuoco ed usciti, ebbero la fortuna di salvarsi correndo a Bologna. Il Sigonio diversamente narra questo fatto. Impadronissi poscia l'arcivescovo del castello di Medicina, e fece altri mali al contado bolognese, e sconfisse la lor gente presso al castello de' Britti. Mentre dimorava lo imperador Federigo in Pavia, comandò che venissero a trovarlo i deputati di Genova e Pisa con plenipotenza delle loro città[2253]; e venuti che furono, stabilì fra queste due emule nazioni, la pace, con assegnare ai Genovesi la metà della Sardegna (il che rincrebbe forte ai Pisani), e con ordinare la distruzion di Viareggio ai Lucchesi. Proibì ai Pisani il battere moneta ad imitazion del conio lucchese. Secondo gli Annali di Pisa[2254], in quest'anno (se pur non fu nel precedente) Guglielmo II re di Sicilia, desideroso di far qualche prodezza contra de' Saraceni, che ogni dì più faceano progressi in Oriente colla rovina del regno gerosolimitano, sul principio di luglio inviò in Egitto un'armata di cento cinquanta galee e di ducento cinquanta legni da trasporto per la cavalleria; se pure è credibile sì poderosa flotta. Fecero sbarco vicino ad Alessandria, diedero il sacco a que' contorni, nè si sa che riportassero alcun altro vantaggio. Forse per questo niuna menzione fece di tale spedizione Romoaldo arcivescovo di Salerno nella sua Cronica.
NOTE:
[2240] Cardin. de Aragon., in Vit. Alexandri III, P. I, tom. 3 Rer. Ital.
[2241] Godefr. Monach., in Chron.
[2242] Sire Raul, in Histor. tom. 6 Rer. Ital.
[2243] Otto de S. Blasio, in Chron.
[2244] Godefridus Monachus, in Chron. Cronographus Saxo.
[2245] Caffari, Annal. Genuens., lib. 3.
[2246] Gherard. Maurisius, in Chron.
[2247] Gualv. Flamma, in Manipul. Flor., cap. 204.
[2248] Cardin. de Aragon., in Vita Alexandri III.
[2249] Romualdus Salernit., in Chron.
[2250] Antiquit. Italic., Dissert. XLVIII.
[2251] Guichenon, de la Mais. de Savoie, tom. 1.
[2252] Chron. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital.
[2253] Caffari, Annal. Genuens., lib. 3.
[2254] Annal. Pisani, tom. 6 Rer. Ital. Guillelm. Tyrius, Hist. Hierosolymit., lib. 21.
Anno di CRISTO MCLXXVI. Indizione IX.
ALESSANDRO III papa 18. FEDERIGO I re 25, imper. 22.
Dacchè le alte pretensioni di Federigo fecero svanir tutte le speranze di pace, andò egli infestando gli Alessandrini, ma senza maggiormente stuzzicare il vespaio, dissimulando il suo sdegno finchè arrivassero i soccorsi aspettati dalla Germania, per ottenere i quali avea nell'anno precedente spedite lettere a tutti i principi di quelle contrade. Stavano all'erta per lo contrario anche i Lombardi, a' quali non mancavano spie per sapere ciò che si manipolava oltramonti. Vedesi parimente nel gennaio di questo anno il giuramento di chi era direttore della lega lombarda[2255]. Ora Wichmanno arcivescovo di Maddeburgo, e Filippo arcivescovo di Colonia, con tutti que' vescovi e principi ch'eglino poterono raunare[2256], dopo Pasqua misero in marcia l'esercito preparato, per venire in aiuto dell'Augusto Federigo. Dalla parte dell'Adige non v'era libero il passo, e però per montagne alpestri calarono finalmente verso il lago di Como. Appena udì Federigo essere quella gente in viaggio, che non si potè contenere di andar, ma sconosciuto, a riceverli a Como, ed anche a Bellinzona. Con questa armata e colle forze de' Comaschi suoi fedeli, perchè doveano aver di nuovo aderito al di lui partito, si mise in marcia per Cairate alla volta del Ticino, con pensiero di unirsi coi Pavesi e col marchese di Monferrato, e ricominciar la festa. Non dormivano i Milanesi; e premendo loro che non seguisse l'union di Federigo coll'esercito pavese, sollecitarono tutti i lor collegati per uscire in campagna, ed opporsi al di lui passaggio. Non erano ancor giunte tutte le milizie che s'aspettavano, quando s'udì che l'armata nemica era già pervenuta a Como. Però, senza perdere tempo, le scelte schiere de' Milanesi, Bresciani, Piacentini, Lodigiani, Novaresi e Vercellini mossero col carroccio, e fecero alto fra Borsano e Busto Arsiccio, ossia fra Legnano e il Ticino[2257]. Mandarono innanzi settecento cavalli, per riconoscere qual via tenesse l'esercito tedesco, e questi, appena fatte tre miglia di viaggio, si videro venire all'incontro circa trecento cavalieri tedeschi. Imbracciati gli scudi, e colle lance in resta tutti spronarono, e tosto si attaccò battaglia: battaglia memorabile per tutti i secoli avvenire. Il giorno, in cui essa seguì, dal Panvinio vien detto il dì 26 di maggio; dal Sigonio il dì 30 d'esso mese, correndo la festa de' santi Sisinnio, Martirio ed Alessandro. Il padre Pagi pretende che abbia a prevalere a tutti l'autorità della vita di papa Alessandro III, dove si legge che questo fatto d'armi accadde circa finem mensis junii. Nell'edizion da me fattane è scorretto in essa vita l'anno[2258], leggendosi anno MCLXXV, quando ha da essere MCLXXVI, come si truova negli estratti che ne fece il cardinal Baronio. Tanto poi nell'edizion suddetta, quanto presso il Baronio è difettoso quel circa finem junii. E si conosce dal vedere che si fa incamminato Federigo a Como circa il fine di giugno, con soggiugnere appresso che i Milanesi in primo sabbato mensis junii uscirono in campagna, nè tardarono a venire alle mani. Ma neppur sussiste che nel primo sabbato di giugno succedesse quella campal giornata. Avvenne essa nell'ultimo sabbato di maggio, che era in quell'anno il dì 29 di maggio, ossia il dì IV kalendas junii, correndo veramente allora la festa dei santi suddetti, che fu posta dal Sigonio, sedotto da Galvano Fiamma, III kalendas junii. Sire Raul, autore allora vivente in Milano[2259], chiaramente mette la battaglia suddetta quarto kalendas junii, in die sabbati. Il continuatore di Caffaro scrive[2260] succeduto ciò in hebdomada Pentecostes. E nel Calendario milanese, da me dato alla luce, si legge[2261]: IV kalendas junii, sanctorum Sisinnii, Martyrii, et Alexandri, anno Domini MCLXXVI inter Legnianum et Ticinum Mediolanenses expulerunt de campo imperatorem Federicum cum toto exercitu suo, et infiniti Teutonici capti sunt ibi, et gladio occisi, et fere totus populus Cumanorum ibi remansit. Il suddetto Galvano Fiamma[2262] anch'egli mette questo fatto nella festa de' suddetti santi, benchè per errore nel suo testo sia scritto III kalendas junii. E però in essa festa il popolo di Milano annualmente da lì innanzi continuò a rendere un pubblico ringraziamento alla misericordia di Dio, di maniera che non è più da mettere in dubbio questa verità: cioè nel dì 29 maggio seguì quel famoso conflitto.
Incominciarono dunque la baruffa i settecento cavalieri milanesi incontratisi coi trecento tedeschi, quando sopraggiunse l'imperadore col grosso dell'armata, al cui arrivo non potendo essi reggere, presero la fuga. Con questo buon principio arrivò Federigo dove l'aspettava col carroccio il nerbo maggiore dell'esercito collegato, e con tutto vigore l'assalì. Quivi trovò gran resistenza, e sulle prime vide steso a terra e stritolato dai piedi de' cavalli chi portava l'imperial bandiera. Contuttociò tal fu lo sforzo de' Tedeschi, che piegarono alcune schiere di Bresciani, e presa in fine la fuga, furono inseguite per parecchie miglia. Ma perchè restava un altro gran corpo de' più valorosi collegati alla guardia del carroccio, e parte de' Tedeschi s'era perduta a dar la caccia ai fuggitivi, non solamente non potè Federigo romperli, ma restò rotto egli stesso, massimamente perchè andarono sopravvenendo al campo de' collegati nuovi rinforzi di gente che dianzi era in viaggio[2263]. Fece delle maraviglie di bravura in quel dì Federigo, e fu anche degli ultimi a ritirarsi; ma finalmente rovesciato da cavallo, come potè il meglio si sottrasse al pericolo, e sparì, lasciando i suoi alla discrezione de' vincitori. Restarono moltissimi vittima delle spade de' collegati, o affogati nel Ticino, moltissimi altri rimasero prigioni; ma principalmente toccò la mala ventura alle milizie di Como, che quasi tutte rimasero tagliate a pezzi, o condotte in prigionia. Diedesi poscia il sacco al campo nemico, ed oltre ad una quantità d'armi, di cavalli, d'arnesi e d'equipaggio, fu presa la cassa di guerra, che portava all'imperadore il tesoro raunato in Germania per sostener la guerra in Italia, con altri arredi e robe preziose. In una lettera scritta dai Milanesi a Bologna, e rapportata da Radolfo di Diceto, si legge[2264]: Interfectorum, submersorum, captivorum non est numerus. Scutum imperatoris, vexillum, crucem, et lanceam habemus. Aurum et argentum multum in clitellis ejus reperimus, et spolia hostium accepimus, quorum aestimationem non credimus a quoquam posse definiri. Captus est in praelio dux Bertholdus, et nepos imperatoris, et frater coloniensis archiepiscopi. Aliorum autem infinitas captivorum numerum excludit, qui omnes Mediolano detinentur. Chi non sapesse che i vittoriosi ingrandiscono sempre il valore e la fortuna loro, di qua può impararli. E chi avesse anche da imparare che i vinti sogliono inorpellar le loro perdite, legga qui le storie degli scrittori tedeschi[2265], che scrivono aver avuto i collegati ben cento mila combattenti in quest'azione, quando era di poche migliaia l'armata imperiale. V'ha licenza di credere che superiori di forze fossero i collegati, ma non per questo era sterminato l'esercito loro, come si può raccogliere da Sire Raul. Nè Federigo, principe, che come mastro di guerra sapeva bene il suo conto, ito sarebbe ad attaccare i Lombardi con poche migliaia d'armati. Aggiungono finalmente, che l'imperadore fece una grande strage di essi Lombardi, e che finalmente soperchiato dalle lor forze, si aprì colla spada il passaggio a Pavia. La verità si è[2266] che celatamente fuggito Federigo, fu creduto ucciso in battaglia, e si cercò diligentemente il di lui cadavero. Prese tal piede questa credenza, che la imperadrice restata in Como si vestì da corruccio; e molti giorni si stette in tale ambiguità, senza sapersi dove fosse il fuggitivo imperadore, finchè all'improvviso egli comparve vivo e sano in Pavia. Presso il Malvezzi abbiamo[2267] che Federigo fu fatto prigione dai Bresciani, e condotto a Brescia, da dove fuggì in abito di mendico. Questa favola ci vorrebbe far credere molto poco avveduti i signori Bresciani.
Comparve dunque in Pavia l'imperador Federigo, ma molto umiliato, riconoscendo egli finalmente la mano di Dio sopra di sè, e di meritar anche peggio, per aver sì lungamente fomentata la disunione e lo scandalo nella Chiesa di Dio, e per tante sue crudeltà, prepotenze ed altri suoi peccati. Pertanto ammaestrato dalle disgrazie, e forse più per trovarsi sprovveduto di danaro e di gente, e consigliato da varii suoi principi, cominciò una volta a concepir daddovero pensieri di pace. Però non tardò molto a spedire con plenipotenza Cristiano eletto arcivescovo di Magonza, Guglielmo eletto arcivescovo di Maddeburgo, e Pietro eletto vescovo di Vormazia, per farne l'apertura a papa Alessandro III, che si trovava in Anagni. Ammessi all'udienza, esposero il desiderio di Federigo, ed ebbero per risposta che il papa era prontissimo alla concordia, purchè in essa avessero luogo anche il re di Sicilia, i Lombardi e l'imperador di Costantinopoli: al che acconsentirono gli ambasciatori. Per quindici dì si tennero segrete conferenze, e restò smaltita la controversia spettante alla Chiesa romana, siccome si può vedere dallo strumento pubblicato dal padre Pagi[2268]. Ma per quel che riguardava la lite coi Lombardi, niuna determinazione si potè prendere, e solamente si giudicò bene che il papa in persona venisse verso la Lombardia, per dar più facilità e calore all'aggiustamento. Presentito questo negoziato di pace dai Cremonesi, si credettero eglino o sul fine di questo, o sul principio del seguente anno, di vantaggiare i loro interessi con darsi di buona ora all'imperadore; e però si aggiustarono con lui senza il consenso dei collegati e contro del giuramento. Antonio Campi[2269] ne rapporta lo strumento dato nell'anno presente. Altrettanto fecero dipoi i Tortonesi: passi tutti sommamente detestati dal papa e dagli altri collegati, che li chiamarono traditori, vili ed infami. Per quanto s'ha dall'Anonimo Casinense[2270] e dalla Cronica di Fossanuova[2271], Cristiano arcivescovo di Magonza sul principio di marzo dell'anno presente assediò il castello di Celle ai confini della Puglia. Ruggieri conte di Andria e il conte Roberto, messo insieme un copioso esercito, andarono per isloggiarlo di là. V'ha chi scrive, che venuti a battaglia coll'armata imperiale, ne riportarono vittoria. Tutto il contrario sembra a me di leggere nella Cronica di Fossanuova, dove son queste parole: Comites regni Siciliae cum ingenti exercitu insurrexerunt in eum; et gens quidem Alemannorum fuit super eos; et plerosque cepit; atque in fugam verterunt VI idus martii. Altro non si sa di una tale impresa che questo poco. L'anno poi fu questo in cui Guglielmo II re di Sicilia determinò di ammogliarsi[2272], e a tal fine spedì col titolo di legati in Inghilterra Elia vescovo eletto di Troia, ed Arnolfo vescovo di Capaccio, a chiedere Giovanna figliuola del re Arrigo II in sua moglie[2273]. Conchiuso il parentado per interposizion di papa Alessandro, fu da una squadra di navi inglesi condotta questa principessa sino all'isola di Sant'Egidio in Linguadoca. Colà vennero a levarla Alfano arcivescovo di Capoa, Riccardo vescovo di Siracusa e Roberto conte di Caserta con venticinque galee, e la condussero a Napoli, dove per non poter più essa soffrir gl'incomodi del mare, sbarcò, e celebrò la festa del santo Natale. Continuato poscia il viaggio per Salerno e Calabria, arrivò in fine felicemente a Palermo, e quivi con gran solennità fu sposata e poi coronata nel dì 13 dell'anno seguente. Nel dì 18 d'aprile di quest'anno Galdino arcivescovo di Milano[2274], appena fatta sul pulpito della metropolitana una fervorosa predica contra degli eretici Catari che aveano cominciato ad infettare la città di Milano, colpito da un accidente mortale, rendè l'anima a Dio, e fu poi annoverato fra i santi. Erano i Catari una specie di Manichei, che venuti dalla Bulgaria, a poco a poco s'introdussero in Lombardia, in Francia e in Germania. Nella storia ecclesiastica sotto varii nomi, secondo la diversità de' paesi dove si annidarono, veggonsi nominati. Qui in Italia per lo più venivano chiamati paterini, e durò gran tempo questa peste, senza poterla sradicare. Ne ho parlato ancor io nelle Antichità italiane[2275].
NOTE:
[2255] Antiquit. Ital., Dissert. XLVIII.
[2256] Chronograph. Saxo, apud Leibnitium.
[2257] Sire Raul, Hist., tom. 6 Rer. Ital. Cardin. de Aragon., in Vit. Alexandri III, P. I, tom. 3 Rer. Italic.
[2258] Rerum Italic., P. I, tom. 3.
[2259] Sire Raul, Hist., tom. 6 Rer. Ital.
[2260] Caffari, Annal. Genuens., tom. 6 Rer. Ital.
[2261] Kalend. Mediolan., P. II, tom. 2 Rer. Ital., pag. 1037.
[2262] Gualvanus Flamma, in Manipul. Flor.
[2263] Romuald. Salernit., in Chron., tom. 9 Rer. Italic.
[2264] Radulph. de Diceto, pag. 591.
[2265] Otto de S. Blasio, in Chron. Godefridus Monachus, in Chron. Chronographus Saxo, apud Leibnitium.
[2266] Cardin. de Aragon., in Vita Alexandri III.
[2267] Malvec., in Chron. Brixian., tom. 14 Rer. Italic.
[2268] Pagius, in Crit. Baron., ad hunc annum. Sigonius, de Regno Ital., lib. 14.
[2269] Antonio Campi, Cremon. fedel.
[2270] Anonymus Casinens., in Chron.
[2271] Johann. de Ceccano, Chron. Fossaenovae.
[2272] Romualdus Salernit., in Chron.
[2273] Radulphus de Diceto, pag. 594.
[2274] Acta Sanct. Bolland., ad diem 18 april.
[2275] Antiquit. Ital., Dissert. LX.
Anno di CRISTO MCLXXVII. Indizione X.
ALESSANDRO III papa 19. FEDERIGO I re 26, imper. 23.
Felicissimo fu il presente anno, perchè in esso ebbe fine una volta il deplorabile scisma della Chiesa di Dio, e cominciò la pace a rifiorire in Italia. Erano già state con articoli segreti composte le differenze che passavano fra la Chiesa romana e Federigo imperadore, e restavano tuttavia pendenti quelle de' Lombardi. Per agevolar l'aggiustamento ancora di queste, il pontefice Alessandro, siccome era il concerto, avea da venire a Ravenna o a Bologna[2276]. Prima di muoversi da Anagni, per maggior cautela, volle che lo stesso Federigo autenticasse col giuramento la sicurezza della sua persona, a lui promessa dai plenipotenziarii. Però spedì apposta il vescovo d'Ostia e il cardinale di san Giorgio, i quali dalla Toscana venuti in Lombardia, trovarono Federigo ne' contorni di Modena, e furono accolti onorevolmente e con buon volto. Fece egli confermare col giuramento a nome suo da Corrado figliuolo del marchese di Monferrato il passaporto accordato al pontefice; e lo stesso giuramento prestarono tutti i principi della sua corte. Informato di ciò papa Alessandro III, dopo avere spediti innanzi sei cardinali, che trovarono l'imperadore a Ravenna, s'inviò egli a Benevento, dove dimorò dalla festa del santo Natale sino all'Epifania. Di là per Troia e Siponto passò al Vasto, dove trovò sette galee ben guernite d'armi e di viveri, che il re di Sicilia gli aveva allestite, con ordine a Romoaldo[2277] arcivescovo di Salerno (lo stesso che scrisse la storia di questi fatti) e a Ruggieri conte d'Andria, gran contestabile e giustiziere della Puglia, di accompagnare la Santità sua, e di accudire agl'interessi del suo regno. Perchè il mare fu lungamente in collera, non potè il pontefice imbarcarsi se non il primo dì di quaresima, cioè a dì 9 di marzo. Undici poi furono le galee che il servirono nel viaggio; e con queste e con cinque cardinali nella prima domenica di quaresima arrivò a Zara, e nel dì 20, oppure nel dì 24 d'esso mese felicemente giunto a Venezia, prese riposo nel monistero di san Nicolò al Lido. Nel dì seguente Sebastiano Ziani doge co' patriarchi d'Aquileia e di Grado, coi lor vescovi suffraganei ed immenso popolo, andò a levarlo e il condusse a san Marco, e di là al palazzo del patriarca. Dimorava intanto Federigo Augusto in Cesena, ed udito l'arrivo del papa a Venezia, inviò colà l'arcivescovo di Maddeburgo, il vescovo eletto di Vormazia e il suo protonotaio, a pregarlo di far mutare il luogo del congresso, che già era destinato in Bologna, perchè non si attentava d'inviare a Bologna Cristiano arcivescovo di Magonza suo cancelliere, persona troppo odiata da' Bolognesi, per li danni loro inferiti dal medesimo poco dianzi. Nulla volle conchiudere il saggio pontefice senza il parere e consenso de' collegati; e però scrisse, acciocchè spedissero i lor deputati a Ferrara, dove egli si troverebbe nella domenica di Passione. In Ferrara dunque, dove al determinato giorno comparve con undici galee il santo padre, vennero a rendergli ossequio Algisio novello arcivescovo di Milano, e l'arcivescovo di Ravenna coi lor suffraganei, e i consoli delle città lombarde, e gran copia di abbati e di nobili. Disputossi per molti giorni del luogo del congresso, insistendo i Lombardi per Bologna, e i ministri dell'imperadore per Venezia. Prevalse l'ultimo partito, in maniera che il papa col suo seguito imbarcatosi nel dì 9 di maggio, se ne tornò a Venezia, dove ancora si trasferirono i deputati dell'imperadore, e insieme quei delle città della lega, cioè i vescovi di Torino, Bergamo, Como ed Asti, ed altri dell'ordine secolare, e si diede principio alle conferenze. Empierei quivi di gran carta se volessi minutamente descrivere le pretensioni delle parti e i maneggi di quel trattato. Chi più diffuso ne desidera il racconto, dee consultare la Cronica di Romoaldo Salernitano, e gli atti da me pubblicati nelle Antichità italiane[2278], siccome ancora i prodotti dal Sigonio[2279], avvertendo nulladimeno che esso Sigonio li riferisce all'anno precedente, quando è fuor di dubbio che appartengono al presente.
Dirò in poche parole, avere preteso l'imperadore che i Lombardi eseguissero quanto era stato decretato nella dieta di Roncaglia nell'anno 1158 col consiglio dei dottori bolognesi intorno alla cession delle regalie, oppure che rimettessero le cose nello stato in cui erano, allorchè il vecchio Arrigo, cioè il quarto fra i re e il terzo fra gl'imperadori, venne in Italia. Poca cognizion di storia convien dire che avesse Gerardo Pesta deputato dei Milanesi, allorchè, per attestato di Romoaldo Salernitano, rispose che Arrigo il vecchio fu un tiranno, e ch'egli fece prigione papa Pasquale (quando ciò accadde sotto Arrigo quinto), nè alcuno vivea che si ricordasse degli atti e statuti d'esso Arrigo seniore. E però che essi erano pronti a rendere a Federigo quei doveri, quae antecessores nostri juniori Henrico, Conrado, et Lothario, et ei usque ad haec tempora reddiderunt; e che fossero salve le consuetudini delle città colle lor libertà. Questa, a mio credere, cominciò fin sotto Arrigo seniore; nè vivea allora alcuno che si ricordasse del suo principio, laonde, ab immemorabili erano esse città in possesso dei diritti di eleggersi i lor ministri, e delle regalie. Apparisce poi dagli atti da me prodotti che le città e i luoghi del partito imperiale erano in questi tempi Cremona, Pavia, Genova, Tortona, Asti, Alba, Acqui, Torino, Ivrea, Ventimiglia, Savona, Albenga, Casale di Sant'Evasio, Montevio, Castello Bolognese, Imola, Faenza, Ravenna, Forlì, Forlimpopoli, Cesena, Rimini, Castrocaro, il marchese di Monferrato, i conti di Biandrate, i marchesi del Guasto e del Bosco, e i conti di Lomello. All'incontro nella lega di Lombardia erano Venezia, Trivigi, Padova, Vicenza, Verona, Brescia, Ferrara, Mantova, Bergamo, Lodi, Milano, Como (benchè da noi poco fa veduto aderente di Federigo), Novara, Vercelli, Alessandria, Carsino e Belmonte, Piacenza, Bobbio, Obizzo Malaspina marchese, Parma, Reggio, Modena, Bologna, Doccia, San Cassano ed altri luoghi e persone dell'esarcato e della Lombardia. Le dispute andarono in lungo, e niuna conclusione potè avere il negoziato, non volendo cedere l'una delle parti all'altra. Allora fu che papa Alessandro propose una tregua: il che riferito all'Augusto Federigo, andò nelle smanie. Ciò non ostante, segretamente fece intendere al papa, che si contenterebbe di accordare ai Lombardi una tregua di sei anni, e di quindici al re di Sicilia, purchè il papa permettesse ch'egli per quindici anni godesse le rendite de' beni della famosa contessa Matilda, che erano in sua mano, dopo i quali ne dimetterebbe il possesso alla Chiesa romana. Contentossene il papa, e in questa maniera si stabilì la concordia. Lagnaronsi dipoi non poco i Lombardi del papa[2280], perch'egli avesse acconci i fatti propri, con lasciar essi tuttavia in ballo, quando eglino aveano tutto il peso della guerra con tanto loro dispendio di gente e di roba, per ridur pure Federigo a far pace colla Chiesa. Ma il più ordinario fin delle leghe suol esser questo. Cercano prima i potenti il maggior loro vantaggio, e tocca dipoi ai minori l'accomodarsi al volere degli altri, e ringraziar Dio se non anche restano abbandonati. Non erano ancora bene smaltiti tutti questi punti, quando l'Augusto Federigo venne a Chioggia. Suscitossi allora una gran commozione fra la plebe di Venezia, mostrandosi essa risoluta di andare a condurlo tosto in città: il che fu quasi cagione che il papa e i ministri del re di Sicilia si ritirassero da Venezia; e già ne erano partiti alla volta di Trevigi i deputati de' Lombardi. Ma il doge, uomo savissimo, trovò riparo a questo disordine, e diede tempo che fosse giurata la pace, e concertato l'abboccamento da farsi in Venezia[2281]. Nel giorno adunque 24 di luglio, giorno di domenica, saputosi che Federigo imperadore veniva a Venezia, il papa di buon'ora con gran solennità si trasferì a san Marco, e mandò ad incontrarlo i vescovi d'Ostia, di Porto e di Palestrina, con altri cardinali, che gli diedero l'assoluzion della scomunica; e allora Cristiano arcivescovo di Magonza con gli altri prelati abiurarono Ottaviano, Guido da Crema e Giovanni da Struma antipapi. Andò il doge con gran corteggio di bucentori e barche a levar l'imperadore da san Niccolò del Lido, e processionalmente poi col patriarca di Grado e clero il condusse fin davanti alla basilica di san Marco, dove il papa in abito pontificale con tutti i cardinali, col patriarca d'Aquileia, e molti arcivescovi e vescovi lo stava aspettando. Allora Federigo alla vista del vero vicario di Cristo, venerando in lui Dio, lasciata da parte la dignità imperiale, e gittato via il manto, con tutto il corpo si prostese ai piedi del sommo pontefice, e glieli baciò. Non potè contener le lagrime per la gioia il buon papa Alessandro, e sollevatolo con tutta benignità, gli diede il bacio di pace e la benedizione. Allora fu intonato ad alta voce il Te Deum: e Federigo, apprehensa pontificis dextera, il condusse fino al coro della basilica di san Marco, dove ricevette la benedizione pontificia, e di là passò ad alloggiare nel ducal palagio. Nel giorno seguente, festa di san Jacopo apostolo cantò il papa solenne messa, e predicò al popolo in san Marco. Federigo gli baciò i piedi, fece l'oblazione, e dopo la messa gli tenne la staffa; presa anche la briglia del cavallo pontificio, era in procinto di addestrarlo, se il papa affettuosamente non l'avesse licenziato. Seguirono poi visite, conviti e colloqui, e nel dì primo d'agosto fu solennemente ratificata la pace e tregua, e poscia assoluti gli scismatici. E nella vigilia dell'Assunzion della Vergine tenne il papa un concilio in san Marco, dove scomunicò chiunque rompesse la pace e tregua suddetta. Fece dipoi istanza a Federigo per la restituzion dei beni della Chiesa romana: al che si mostrò pronto l'imperadore, ma con salvare per sè le terre della contessa Matilda e il contado di Bertinoro, che poco fa era vacato per la morte di quel conte accaduta in Venezia, pretendendo quegli Stati, come cosa dell'imperio, ed esibendo di rimetterne la cognizione a tre arbitri per parte. Ne restò amareggiato non poco papa Alessandro, e tanto più perchè il suddetto conte di Bertinoro ne avea fatta una donazione alla Chiesa romana; ma per non disturbare la pace fatta, consentì ai di lui voleri.
Con questo glorioso fine terminò lo scisma della Chiesa; al che specialmente dopo la mano di Dio contribuì assaissimo la prudenza e pazienza del buon papa Alessandro, che sempre si guardò dallo inasprir gli animi coi rigori, e colse in fine il frutto della sua mansuetudine. Il buon esito ancora di sì grande affare è dovuto all'inclita repubblica di Venezia, ne' cui rettori da tanti secoli passa come per eredità la prudenza e saviezza, essendosi mirabilmente adoperati que' nobili, e sopra gli altri il loro doge Ziani, affinchè si eseguisse la tanto sospirata riunione, con aggiungersi ancora questa alle tante glorie della città di Venezia. Alla verità delle cose fin qui narrate fecero poscia i tempi susseguenti varie frange con dire: che Federigo andò nell'anno 1176 coll'esercito suo ad Anagni, perseguitando papa Alessandro, il quale travestito se ne fuggì a Venezia, dove fu riconosciuto ed onorato: che esso Federigo passò fino a Taranto in cerca del papa: che una flotta di settantacinque galee da lui messa in ordine fu disfatta da' Veneziani, con restarvi prigione Ottone figliuolo di esso Augusto: che quando Federigo fu a' piedi del papa, mettendogli Alessandro il piè sulla gola, prorompesse in queste parole: Super aspidem et basiliscum ambulabis, ec., e Federigo rispondesse: Non tibi, sed Petro. Ed è ben vecchio questo racconto. Andrea Dandolo circa l'anno 1340[2282] cita le storie di Venezia (se pur quella non è una giunta fatta a quel savio scrittore) e una leggenda di fra Pietro da Chioggia. Fra Galvano Fiamma[2283], contemporaneo del Dandolo, ne parlò anch'egli, di modo che divenne famosa questa relazione nelle storie de' susseguenti storici. E perciocchè il Sigonio e il cardinal Baronio dichiararono sì fatti racconti favole e solenni imposture; e lo stesso Sabellico prima d'essi avea assai fatto conoscere di tenerli per tali: don Fortunato Olmo monaco benedettino nell'anno 1629 con libro apposta si studiò di giustificarli con dar fuori un pezzo di storia di Obone Ravennate ed altre cronichette, e con addurre varie ragioni. Ma si tratta qui di favole patenti, e sarebbe un perdere il tempo in volerle confutare. Gli autori contemporanei s'hanno da attendere, e qui gli abbiamo, e gravissimi, in guisa tale che niuna fede merita la troppo diversa o contraria narrativa degli scrittorelli lontani da que' tempi. Che non si disse del duro trattamento fatto a Canossa da Gregorio VII al re Arrigo IV? Altrettanto e più sarebbe detto di papa Alessandro III con Federigo I, se fondamento avesse avuto tal diceria. Ma Alessandro fu pontefice moderatissimo, e però, secondo l'attestato del Cronografo Sassone[2284], Federigo dai cardinali honestissime, e dal papa in osculo pacis suscipitur. Per essere gloriosa la città e repubblica di Venezia, non v'ha bisogno di favole, bastando la verità per onor suo, essendo essa stata il teatro di sì memorabil pace, a cui con tanta prudenza, e con ispese e regali sommamente contribuì quel doge con altri nobili. Curioso è bensì un catalogo di tutti i vescovi, principi, abbati e signori che intervennero a quella gran funzione di Venezia colla nota della famiglia di cadauno, pubblicato dal suddetto Fortunato Olmo. Fra gli altri si veggono annoverati Alberto ed Obizzo marchesi da Este con uomini cento ottanta, cioè con accompagnamento superiore a quello della maggior parte degli altri principi che colà concorsero. E questi poi si truovano con altri principi registrati in varii diplomi dell'Augusto Federigo dati in Venezia nell'anno stesso, siccome ho io altrove dimostrato[2285]. Si partì poscia da Venezia Federigo, dopo aver baciati i piedi al sommo pontefice, e dato il bacio di pace a tutti i cardinali, e andossene a Ravenna, e di là a Cesena. Papa Alessandro anch'egli circa la metà di ottobre con quattro galee ottenute dai Veneziani, perchè già s'erano partiti i legati del re di Sicilia colle lor galee, si imbarcò, e giunse nel dì 29 d'esso mese a Siponto e presa la strada di Troia, Benevento e San Germano, con felicità e sanità arrivò ad Anagni verso la metà di dicembre; se non che in Benevento finì i suoi giorni Ugo da Bologna cardinale, in Aversa Guglielmo da Pavia vescovo di Porto, e Manfredi vescovo di Palestrina in Anagni. Per attestato di Sire Raul, nel settembre di quest'anno un orribil diluvio, tale che di un simile non v'era memoria, si provò nelle parti del lago Maggiore, il qual crebbe sino all'altezza di dieciotto braccia (se pure, come io vo credendo, non è scorretto quel testo), e coprì le case di Lesa, con restare allagati dal fiume Ticino tutti i contorni, di maniera che dalla Scrivia s'andava sino a Piacenza in barca.
NOTE:
[2276] Cardin. de Aragon., in Vita Alexandri III.
[2277] Romualdus Salern., in Chron., tom. 7 Rer. Italic.
[2278] Antiquit. Ital., Dissert. XLVIII.
[2279] Sigonius, de Regno Ital.
[2280] Sire Raul, Hist., tom. 6 Rer. Ital.
[2281] Romuald. Salern., in Chron., tom. 7 Rer. Ital. Cardinal. de Aragon., in Vita Alexandri III, P. I, tom. 3 Rer. Ital.
[2282] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.
[2283] Gualvanus Flamm., in Manipul. Flor.
[2284] Chronograph. Saxo apud Leibnitium.
[2285] Antichità Estensi, P. I, cap. 35. Antiquit. Ital., Dissert. XIX.
Anno di CRISTO MCLXXVIII. Indiz. XI.
ALESSANDRO III papa 20. FEDERIGO I re 27, imper. 24.
Incredibil fu l'allegrezza di tutta la Chiesa di Dio per la pace stabilita in Venezia fra il papa e l'imperadore. I Romani ne fecero anch'eglino festa[2286]; e considerando il grave danno che loro era venuto tanto nello spirituale che nel temporale per le passate discordie, e per la lontananza del vero pontefice, cominciarono seriamente a trattare di richiamar papa Alessandro in Roma. Gli spedirono a questo fine un'ambasceria di sette nobili, pregandolo di ritornare alla sua città. Prima di farlo, volle il saggio pontefice che si acconciassero le differenze passate, e deputò Arrigo vescovo d'Ostia, che con due altri cardinali ne trattasse coi senatori; ed egli intanto venne a Tuscolo per essere più vicino ai bisogni del negoziato. Dopo lunghi dibattimenti restò conchiuso che sussisterebbe il senato, ma con obbligazione di giurar fedeltà ed omaggio al papa, e di restituirgli la chiesa di san Pietro e tutte le regalie occupate. Nel giorno adunque 12 di marzo, festa di san Gregorio, con trionfale accoglimento del popolo entrò in Roma, e dopo aver visitata la basilica lateranense, andò a riposarsi nel contiguo palazzo; e celebrò dipoi la santa Pasqua con gran solennità. Nel mese d'agosto passò a villeggiare in Tuscolo, ossia Tuscolano[2287]. Quivi fu che nel dì 29 d'esso mese ebbe la consolazione di veder a' suoi piedi Giovanni abbate di Struma, già antipapa sotto nome di Callisto III. Costui dacchè intese riconciliato l'Augusto Federigo col pontefice, si ritirò a Viterbo, ostinato come prima nel suo proposito. Avvertitone l'imperadore, gli ordinò di ubbidire e di sottomettersi: altrimente l'avrebbe messo al bando dell'imperio. Spaventato da questo tuono, lasciò Viterbo, e si rifugiò in Monte Albano, ricevuto ivi molto cortesemente da Giovanni signore di quel castello, per isperanza di ricavarne molto oro da papa Alessandro. Ma ciò inteso da Cristiano arcivescovo di Magonza, volò ad assediar Monte Albano, con dare il guasto alle viti e alle biade di quel distretto. Lasciata poi quivi gente sufficiente per tenere ristretto quel luogo, andò a prendere il possesso di Viterbo a nome del papa, e trovò il popolo ubbidiente, ma non già i nobili, che, fomentati da Corrado figliuolo del marchese di Monferrato, si opposero coll'armi all'arcivescovo e al popolo; e perchè non poteano resistere alla plebe, implorarono l'aiuto de' senatori e del popolo romano. Nè mancarono questi, siccome gente ben presto dimentica de' suoi giuramenti, di accorrere in aiuto de' nobili; ed era per seguirne grande spargimento di sangue, se il saggio papa non avesse ordinato all'arcivescovo e al popolo di schivar la battaglia. Ma conoscendo l'antipapa Callisto la rovina de' proprii affari, finalmente tutto umiliato andò nel dì 29 di agosto a buttarsi a' piedi di papa Alessandro in Tuscolo, col confessare il suo peccato e chiedere misericordia. Quem Alexander papa, ut erat pius et humilis, non objurgavit et reprehendit, sed secundum sibi innatam mansuetudinem benigne recepit: sono parole di Romoaldo Salernitano, che poscia soggiugne: Alexander papa eum, et in curia et in mensa sua honorifice habuit. Abbiamo inoltre[2288] che il papa eum postea rectorem Beneventi constituit. Basta ciò a far conoscere qual credenza meriti chi inventò l'accoglimento indecente di Federigo Augusto in Venezia. Se il buon papa così amorevolmente trattò costui, che non avrà poi fatto ad un imperadore, e imperadore qual fu Federigo, ed essendo mediatrice la saviezza veneta, a cui stava a cuore anche l'onor d'esso Augusto? E ben pareva a tutti con ciò estinto affatto lo scisma, quando venne in pensiero ad alcuni disperati scismatici delle parti di Roma di far nascere un altro fantoccio col nome di papa. Ecco le parole di Giovanni da Ceccano[2289]: Tertio kalendas octobris quidam de secta schismatica inito concilio Landum Sitinum elegerunt in papam Innocentium III, qui ab eisdem est consecratus. Nella Cronica Acquicintina[2290] è scritto che costui era de progenie illorum, quos Frangipanes Romani vocant: il che difficilmente si può credere di quella così nobile e cattolica famiglia; e che un fratello di Ottaviano già antipapa gli diede ricovero in una sua fortezza in vicinanza di Roma.
Vegnendo ora all'imperador Federigo, appena egli fu giunto nell'anno addietro a Cesena, che si accostò alla terra di Bertinoro[2291], e ai due cardinali, che erano stati già mandati dal papa a prenderne il possesso, fece istanza di prenderlo ed averlo egli, pretendendolo, a mio credere, come dipendenza della Romagna, di cui allora gl'imperadori erano padroni, senza che se ne udissero lamenti o proteste dei papi; ed anche perchè, secondo la legge da lui pubblicata in Roncaglia, non si potevano senza licenza sua lasciar feudi alle chiese. Risposero essi con tutta mansuetudine di non poter farlo senza ordine del papa. Altro non vi volle perchè Federigo intimasse immantinente la guerra, e, raunato l'esercito, si portasse sotto quel castello. Non vollero mettersi in difesa i due cardinali, e massimamente perchè v'erano dentro le fazioni de' Bulgari e de' Mainardi, l'una delle quali teneva per l'imperadore. Sicchè quell'inespugnabil castello (oggidì città episcopale) senza sfoderar la spada venne alle mani di Federigo; e benchè il papa gliene facesse delle doglianze con ammonizioni paterne, nulla si mosse egli dal proponimento suo. Non si sa per altro intendere come tanto l'imperadore che il papa pretendessero sopra Bertinoro, quando esso era della Chiesa di Ravenna, ed io ne ho rapportata l'investitura[2292], data nell'anno 1130 da Gualtieri arcivescovo a Cavalcaconte conte, i cui antecessori similmente ne erano stati investiti da essa Chiesa di Ravenna. Passò dipoi esso Augusto a Spoleti, e di là in Toscana. Truovasi negli Annali de' Genovesi[2293] che nel gennaio di quest'anno egli arrivò a Genova, dove era anche pervenuta nel dì innanzi l'Augusta sua consorte Beatrice, e nel dì seguente comparve il giovinetto re Arrigo lor primogenito. Dopo essersi fermati alquanti giorni in quella città, sontuosamente regalati, se n'andarono. Galvano Fiamma scrive[2294] ch'egli venne a Milano; ma questo autore non è tale da poter noi riposare sulla sua parola ne' tempi lontani da lui. Ora, giacchè la tregua co' Lombardi non permetteva a Federigo di continuar il suo mestiere, che era quel della guerra[2295], determinò di passare in Borgogna. Nè fidandosi degl'Italiani[2296], ordinò a Bertoldo duca di Zeringhen di venir di qua dalle Alpi con un buon corpo di truppe per iscortarlo. Passò dunque pel Monsenisio in Borgogna, e stando in Arles si fece coronare re di quelle contrade. Bernardo di Guidone[2297] mette questa coronazione nel dì III nonas augusti. Tenne poscia il parlamento di quel regno in Besanzone nella festa dell'Assunzion della Vergine. Era egli forte in collera contra di Arrigo il Leone duca di Baviera e Sassonia (ne dirò le cagioni fra poco): e però sotto mano fece che Filippo arcivescovo di Colonia cominciasse a muovergli guerra. Giunto che fu Federigo a Spira, andò il duca a rendergli i suoi rispetti, e a dolersi degli attentati dell'arcivescovo[2298]; ma benchè Federigo dissimulasse, pur fece abbastanza conoscere che covava dei cattivi pensieri contra di lui. Intanto non dormivano i Lombardi. Era ben uscito d'Italia Federigo, era fatta la tregua; contuttociò eglino sempre in sospetto non lasciavano di prendere le misure competenti per la difesa della lor libertà. Da un documento pubblicato dal Puricelli[2299], e scritto nel dì 15 di settembre dell'anno presente, si scorge che i rettori della Lombardia, Marca e Romagna tennero un congresso per loro affari nella città di Parma. I nomi loro son questi: Guillelmus de Ossa de Mediolano, Ardizo confanonerius Brixiae, Amabeus Veronae, Obertus de Bonifacio Placentiae, Guillelmus de Mapello Pergamensis, Eleazarus Laudensis, Guidotus Reginus, Malvelius de Mantua, Pius Manfredi de Mutina, Albericus de Padua, Astulfus de Tarvisio, Rodulfus Bononiensis, Mainfredus de Parma. Servirà ancora questa memoria a farci conoscere che la nobil casa de' Pii, una delle molte de' figliuoli di Manfredi, era di patria modenese. Nella breve Cronica di Cremona, da me data alla luce[2300], si legge che nell'anno 1177 i Cremonesi per la prima volta elessero il loro podestà, che fu Gherardo da Carpineta nobile reggiano, il quale finì ivi i suoi giorni nel 1180. Post illum Manfredus Fantus de filiis Manfredi mutinensis, gener ipsius Girardi fuit potestas electus. Hic suo tempore Castrum Manfredum aedificavit, et illi nomen suum imposuit. Dal che parimente intendiamo che i Pii, i Fanti, Pichi, ed altri de' figliuoli di Manfredi erano di schiatta modenese. Circa questi tempi Guglielmo II re di Sicilia[2301] spedì un'armata di cinquanta galee in soccorso dei cristiani d'Oriente, sommamente afflitti dalle forze di Saladino sultano d'Egitto. L'arrivo d'essa a Tiro con genti e vettovaglie fu la salute d'Antiochia e di Tripoli.
NOTE:
[2286] Cardin. de Aragon., in Vit. Alexandri III, P. I, tom. 3 Rer. Italic.
[2287] Romualdus Salernit., in Chron., tom. 7 Rer. Italic.
[2288] Anonymus Casinensis, tom. 4 Rer. Italic.
[2289] Johan. de Ceccano, in Chron. Fossaenovae.
[2290] Apud Pagium, in Crit. Baron., ad hunc an.
[2291] Cardin. de Aragon., in Vita Alexandri III.
[2292] Antiquit. Ital., Dissert. XI, pag. 633.
[2293] Caffari, Annal. Genuens., lib. 3.
[2294] Gualv. Flamma, in Manipul. Flor.
[2295] Otto de S. Blasio, in Chron.
[2296] Godefridus Monachus, in Chron.
[2297] Bernard. Guidonis, in Vit. Alexandri III.
[2298] Arnold. Lubec., Chron. Slav., cap. 24 aut 29.
[2299] Puricell., Monum. Basilic. Ambr., n. 573.
[2300] Chron. Cremonens., tom. 7 Rer. Ital.
[2301] Anonym., Hist. Hierosolymit.
Anno di CRISTO MCLXXIX. Indizione XI.
ALESSANDRO III papa 21. FEDERIGO I re 28, imper. 25.
Per saldare affatto le piaghe lasciate dal lungo scisma nella Chiesa di Dio, lo zelantissimo papa Alessandro avea intimato un concilio generale nell'anno presente (e non già nel 1180, come alcuno ha creduto) sul principio di marzo nella basilica lateranense[2302], coll'intervento di più di trecento arcivescovi e vescovi, e di una sterminata moltitudine d'altri ecclesiastici e laici. Vi furono fatti ventisette canoni, ne' quali fu riformata la disciplina ecclesiastica; provveduto alla simonia; scomunicati gli eretici albigensi (ancor questi erano manichei), che si andavano sempre più dilatando in Tolosa e ne' suoi contorni; e dato buon sesto a molte chiese che aveano patito non poco durante lo scisma. Al medesimo concilio, secondochè scrisse Roberto dal Monte[2303], intervenne ancora Burgundio pisano, uomo in questi tempi dottissimo non meno nella latina che nella greca lingua. Delle di lui fatiche letterarie accuratamente ha parlato il celebre padre don Guido Grandi abbate camaldolese, e pubblico lettore di Pisa. Due diete in questo anno tenne l'imperador Federigo in Germania, l'una in Wormazia, l'altra in Maddeburgo; e cercando pur le vie di sfogar la sua vendetta contra di Arrigo il Leone duca di Sassonia e di Baviera, invitò quanti principi potè a muovere delle querele, e fino accuse di tradimento dell'imperio contro di lui. Perlochè il citò a rispondere in giudizio[2304]. Il duca, poco fidandosi de' consiglieri e giudici dell'imperadore, non volle comparire. Ottenne da Federigo un'udienza privata, e si studiò di placarlo nella miglior maniera che potè. Gli disse Federigo che il consigliava di pagare cinque mila marche alla sua camera; che in questa maniera il farebbe rientrare nella grazia de' principi. Parve dura al duca una tal dimanda, e senza volerne far altro, se n'andò. Gli costò ben caro il non essersi appigliato a questo consiglio. Tornò l'arcivescovo di Colonia a portar la guerra ne' di lui Stati; e il duca sopportò con pazienza anche questo nuovo insulto senza fargli resistenza. Sono parole di Gotifredo monaco di san Pantaleone a questo anno: Christianus moguntinus episcopus capitur a Marvio Ferrei Montis[2305]. Scorretta è la parola Marvio, e facilmente s'intende che lo storico avrà scritto Marchione. Ma in che luogo e perchè questo arcivescovo fosse preso dal marchese di Monferrato, questo restò nella penna dello scrittore. Roberto dal Monte ne parla fuor di sito, cioè all'anno 1180, se pur egli non usò l'era pisana. Abbiam veduto all'anno precedente che questo guerriero arcivescovo per guadagnarsi l'affetto del papa, contra di cui avea tanto operato in addietro, fece guerra alla nobiltà di Viterbo, che non volea sottomettersi al dominio temporale del papa. Erano sostenuti que' nobili da Corrado figliuolo del marchese di Monferrato, e in lor soccorso venne ancora l'oste de' Romani. Seguitando quella rissa, l'arcivescovo di Magonza dovette restar prigione del suddetto Corrado. Ma per buona ventura Buoncompagno, storico di questi tempi, qui ci somministra lume, con dire[2306] che Conradus Marchio Montisferrati cum praefato cancellario (cioè col suddetto Cristiano arcivescovo) commisit praetium juxta Camerinum, in quo eum super quadam rupe prope arcem, quae dicitur Pioragum, cepit, ipsumque apud Aquampendentem detinuit non modico tempore catenis ferreis religatum. Exivit demum de carcere, et quum consuetam duceret vitam, mors eum Tusculani conclusit. Et tunc illum poenituit de commissis, quum non potuit amplius lascivire. Parleremo a suo tempo della morte di questo scandaloso prelato.
Ma giacchè s'è fatta menzione di un figliuolo del marchese di Monferrato, esige quella nobilissima casa italiana che io qui accenni alcune illustri sue parentele, per le quali si rendè essa tanto celebre non meno in Occidente che in Oriente. Il marchese di Monferrato, di cui s'è più volte udito il nome di sopra, aderente costantissimo di Federigo Augusto, era Guglielmo, principe di gran senno e valore. Questi, per attestato di Sicardo[2307], fu stretto parente d'esso Federigo, perchè ebbe per moglie Giuditta sorella di Corrado III re di Germania e d'Italia, che gli procreò cinque figliuoli maschi, cioè Guglielmo, Corrado, Bonifazio, Federigo e Rinieri. Avvenne, che ito in Terra santa Guglielmo il primogenito, soprannominato Longaspada, Baldovino il Lebbroso re di Gerusalemme, innamorato della di lui gagliardia, bravura ed avvenenza, doti unite ad una grande nobiltà, gli diede per moglie Sibiglia sua sorella, e la contea di Joppe in dote. Da Bernardo Tesoriere[2308] egli vien chiamato Bonefacii illustris marchionis Montisferrati filius, ma con errore. Sicardo ne sapea più di lui. Morì Sibiglia poco più di un anno dipoi, con avergli generato un figliuolo, a cui fu posto il nome di Baldovino. Questi, dopo la morte di esso re Baldovino suo zio materno, fu dichiarato re di Gerusalemme, ma mancò di vita in tenera età. Anche Manuello Comneno imperador di Costantinopoli, pel gran credito in cui era in questi tempi la casa di Monferrato, fece sapere al marchese Guglielmo seniore, che gli mandasse uno de' suoi figliuoli, perchè desiderava di dargli una sua figliuola, cioè cira Maria, ossia donna Maria, per moglie, cioè quella stessa che fu promessa dianzi a Guglielmo II re di Sicilia, ma che egli non potè poi avere, e neppur potè ottenere l'Augusto Federigo per Arrigo suo primogenito. In que' tempi due figliuoli d'esso Guglielmo marchese, cioè Corrado e Bonifacio, erano ammogliati. Federigo vestiva l'abito clericale, e poi fu creato vescovo d'Alba. Colà dunque mandò Guglielmo il minore de' suoi figliuoli, cioè Rinieri, giovane di bellissimo aspetto, a cui l'Augusto greco diede la destinata moglie, e per dote la corona del regno di Tessalonica, ossia di Salonichi, porzione la più nobile di quell'imperio dopo Costantinopoli, perciocchè l'altiera figliuola, per testimonianza di Roberto dal Monte[2309], protestò di non voler marito che non fosse re. Furono celebrate quelle nozze con gran solennità, per attestato di Guglielmo Tirio[2310]. Benchè Roberto ne parli all'anno 1180, si scorge nondimeno appartenere questo fatto all'anno presente, perchè succeduto nell'anno del concilio III lateranense. Benvenuto da san Giorgio scrive[2311] che Giordana, sorella del suddetto Rinieri, fu data in moglie ad Alessio imperadore, figliuolo del suddetto Manuello Comneno imperadore. Ma è contraria alla storia una tal notizia, perchè Alessio in età di tredici anni, e in questo medesimo anno, prese unicamente per moglie Agnese figliuola di Lodovico VII re di Francia, la quale sopravvisse al marito. Del resto le prodezze de' principi della casa di Monferrato in Levante tali furono, che il nome loro con gloria penetrò dappertutto. Nel dì 13 d'aprile dell'anno 1178, secondochè scrive il Dandolo[2312], terminò i suoi giorni Sebastiano Ziani degnissimo doge di Venezia, ed ebbe per successore Aureo, ossia Orio Mastropetro, eletto dai voti concordi del popolo. Ma seguitando a dire il Dandolo che eodem anno Alexander papa lateranense congregavit concilium, ed essendo certo che tenuto fu in quest'anno esso concilio, può nascere sospetto che al presente, e non al precedente anno appartenga la morte dell'un doge e la creazione dell'altro. Se si ha a credere alle storie di Bologna[2313], la città d'Imola in quest'anno fu presa dai Bolognesi, che ne spianarono le fosse, e ne condussero in trionfo le porte a Bologna. Ma ciò non s'accorda nel tempo con altre storie.
NOTE:
[2302] Labbe, Concilior., tom. 10. Baron., in Annal. Eccl. Pagius, in Crit. ad Annal. Baron.
[2303] Robert. de Monte, in Chron.
[2304] Arnold. Lubec., in Chron. Slav., cap. 24 aut 29.
[2305] Godefr. Monach., in Chron.
[2306] Buoncompagn., de obsidione Ancon., cap. 25, tom. 6 Rer. Ital.
[2307] Sicard., Chron., tom. 7 Rer. Ital.
[2308] Bernard. Thesaurar., de acquisit. Terr. sanct., cap. 138.
[2309] Robert. de Monte, in Chron.
[2310] Guillelm. Tyrius, lib. 22, cap. 4.
[2311] Benvenuto da S. Giorgio, Storia del Monferrato, tom. 23 Rer. Ital.
[2312] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.
[2313] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCLXXX. Indizione XIII.
ALESSANDRO III papa 22. FEDERIGO I re 29, imperad. 26.
Peggioravano sempre più gli affari de' cristiani in Oriente per la gran potenza e valore di Saladino sultano dell'Egitto: e però in quest'anno papa Alessandro III scrisse lettere compassionevoli ai re di Francia e d'Inghilterra, e a tutti gli altri principi e vescovi della cristianità per muoverli a recar soccorso a quel regno, maggiormente ancora posto in pericolo per l'infermità della lebbra del valoroso re Baldovino. Rapporta queste lettere il cardinal Baronio[2314]. Mancò di vita in quest'anno Lodovico VII re di Francia, a cui succedette Filippo Augusto. Questo novello re, e parimente Arrigo II re d'Inghilterra, mossi dalle esortazioni del santo padre, s'impegnarono di somministrar de' gagliardi soccorsi a così pio bisogno. L'anno fu questo, in cui la linea germanica degli Estensi da un altissimo stato fu precipitata al basso dall'ira di Federigo imperadore. Uno de' principi più gloriosi dell'Europa era Arrigo il Leone per le tante imprese da lui fatte, che si possono leggere nella Cronica slavica di Elmoldo e di Arnoldo abbate di Lubecca. Tale era la sua potenza, che dopo i re non v'era principe che l'uguagliasse, perchè possessore dei ducati della Sassonia e Baviera, più vasti allora che oggidì, e di Brunswich e Luneburgo, e d'altri paesi che io tralascio. Ma egli incorse nella disgrazia di Federigo, perchè non volle aiutarlo a mettere in catene l'Italia, e a sostenere lo scandalo degli antipapi: il che fu bensì la salute dell'Italia e della Chiesa, ma egli ne pagò il fio, perchè cadde sopra di lui tutta la rovina che era destinata per gl'Italiani. Arnoldo da Lubecca[2315], Ottone da San Biagio[2316], Corrado abbate Urspergense[2317] ed altri raccontano i motivi dello sdegno di Federigo, con qualche diversità bensì, ma nella sostanza convengono che Federigo nell'anno 1175, abbisognando di grossi soccorsi della Germania per vincere pure l'izza sua contra de' Lombardi, fece venire a Chiavenna il duca Arrigo suo cugino, cioè il solo che in questi tempi, non meno per la sua riputazione in fatti di guerra, che per la gran potenza e per le molte ricchezze, potea raddrizzare la sua declinante fortuna. Venne il duca; adoperò Federigo quante persuasioni potè per tirarlo in Italia. Si scusò Arrigo per essere vecchio e consumato dalle fatiche; esibì genti e danaro, ma per la sua persona stette fermo in dire che non potea servirlo. Allora Federigo (tanto gli premeva questo affare), con inginocchiarsegli a' piedi, si figurò di poter espugnare la di lui ripugnanza. Sorpreso e confuso da atto tale il duca, l'alzò tosto di terra, ma neppure per questo s'arrendè ai voleri di lui. Ecco il reato del duca Arrigo, di cui finalmente giunse a Federigo il tempo di farne vendetta.
Gli appose che passasse intelligenza fra esso duca e il papa e i Lombardi, nemici dell'imperio. Mi maraviglio io che non saltasse fuori ancora, esser egli stato guadagnato dall'imperador di Costantinopoli, perchè essendo ito il medesimo duca Arrigo nell'anno 1172, oppure 1173, per sua divozione al santo Sepolcro, ricevette immensi onori dappertutto dove passò, ma specialmente alla corte del greco Augusto. In somma citato più volte, senza ch'egli volesse comparire alla dieta tenuta in Geylinhusen da Federigo verso la metà di quaresima[2318], fu posto al bando dell'imperio, e dichiarato decaduto da tutti i suoi Stati. Diede incontanente l'imperadore il ducato di Baviera ad Ottone conte palatino di Witelspach, da cui discende la nobilissima casa del regnante duca ed elettore di Baviera, oggidì imperador de' Romani. Investì del ducato della Sassonia Bernardo conte di Anhalt, e della Westfalia ed Angria Filippo arcivescovo di Colonia. Si difese poi per quanto potè generosamente il duca Arrigo, ma furono tanti e sì poderosi i suoi nemici, e massimamente dacchè lo stesso Federigo congiunse con loro l'armi sue, che restò interamente spogliato di que' ducati, senza che nè il re d'Inghilterra suocero suo, nè alcun altro principe movessero una mano per aiutarlo. Tuttavia rimasero a lui gli Stati di Brunswich e Luneburgo, oggidì pur anche posseduti da' suoi nobilissimi discendenti, che a' dì nostri seggono ancora sul trono della gran Bretagna. Diede fine alla sua vita nel settembre di quest'anno Manuello Comneno, glorioso imperador de' Greci, ed ebbe per successore Alessio suo figliuolo, principe infelice, perchè nell'anno 1183 da Andronico tiranno fu barbaramente levato dal mondo. Per la morte di Manuello, scrive il Continuatore di Caffaro[2319], Christianitas universa ruinam maximam et detrimentum incurrit. Cominciarono inoltre ad andare di male in peggio gli affari temporali dell'imperio orientale per le iniquità, per le dissensioni e per la debolezza de' successori Augusti. Già dicemmo creato antipapa un certo Landone col nome d'Innocenzo III, dappoichè l'altro antipapa Callisto, ossia Giovanni abbate di Struma, pentito, era ricorso alla misericordia di papa Alessandro III. Abbiamo dall'Anonimo Casinense[2320] che costui nell'anno presente apud Palumbariam cum sociis captus, ad Cavas est in exsilium deportatus. Altrettanto s'ha da Giovanni da Ceccano, che scrive[2321]: Lando Sitinus falso papa dictus, captus ab Alexandro papa, et illaqueatus est, et apud Caveam cum complicibus suis in exsilium ductus est. E nella Cronica Acquicintina si legge[2322] che Alessandro papa comperò dal fratello dell'antipapa Ottaviano la Palombara, dove dimorava Landone, e l'ebbe in questa maniera nelle mani: con che cessarono una volta tutte le reliquie dello scisma. Scrive ancora il suddetto Giovanni da Ceccano, che, traboccato dagli argini il fiume Tevere, inondò non poca parte di Roma: dal che nacque una fiera epidemia che infestò gravemente quella gran città, ed insieme Terra di Lavoro. Roberto dal Monte scrive anch'egli un'importante particolarità sotto il presente anno[2323], ma che, per mio avviso, appartiene al precedente: cioè che il re di Marocco potentissimo principe, perchè signoreggiava tutta la costa dell'Africa sul Mediterraneo, e a lui ubbidivano anche i Saraceni di Spagna, mandava a marito ad un altro re saraceno una sua figliuola. S'incontrarono le navi che la conducevano nella flotta di Guglielmo II re di Sicilia, che, fatta prigione questa principessa, la condusse a Palermo. Una sì riguardevol preda servì per ristabilir la pace fra quei due potentati. Guglielmo restituì al re padre la figliuola; e il re di Marocco a quel di Sicilia le due città di Africa, ossia Mahadia e Siviglia, situate in Africa. Nulla di questo s'ha dalle vecchie storie di Sicilia. Abbiamo bensì dall'Anonimo Casinense che nel seguente anno 1181 Dominus noster rex fecit treguam apud Panormum cum rege Maxamutorum usque ad decem annos, mense augusti.
NOTE:
[2314] Baron., in Annalib. ad hunc annum.
[2315] Arn. Lubec., Chron., lib. 2, cap. 15 aut. 20.
[2316] Otto de S. Blasio, in Chron.
[2317] Abbas Urspergens., in Chron.
[2318] Godefridus Monachus, in Chron. Chron. Reichersperg.
[2319] Caffari, Annal. Genuens., lib. 3, tom. 6 Rer. Ital.
[2320] Anonymus Casinens., in Chron., tom. 5 Rer. Ital.
[2321] Johann. de Ceccano, Chron. Fossaenovae.
[2322] Chron. Acquicinctinum.
[2323] Robert. de Monte, in Chron.
Anno di CRISTO MCLXXXI. Indizione XIV.
LUCIO III papa 1. FEDERIGO I re 30, imper. 27.
Fu chiamato da Dio in quest'anno a miglior vita papa Alessandro III. Accadde la morte sua in Città Castellana nel dì 30 d'agosto, secondo i conti del padre Pagi[2324]. In lui mancò uno de' più insigni successori di san Pietro: tanta era la sua letteratura, tale la sua moderazione e saviezza, per cui gloriosamente si governò in tempi sommamente torbidi, e in fine felicemente arrivò a restituire il sereno alla Chiesa di Dio. Appena gli fu data sepoltura, che raunati i vescovi e cardinali, con voti unanimi concorsero nella persona di Ubaldo vescovo d'Ostia e di Velletri, di nazione Lucchese, personaggio di singolare sperienza e prudenza, perchè adoperato in addietro in tutti i più scabrosi affari della Chiesa romana. Egli, eletto che fu papa, prese il nome di Lucio III, e venne poi coronato nella domenica prima di settembre in Velletri. Abbiamo da Tolomeo da Lucca[2325] sotto questo medesimo anno ch'esso pontefice concessit Lucensibus monetam cudendam, quam civitatem summe commendans, omnibus civitatibus Tusciae, Marchiae, Campaniae, Romagnolae, et Apuliae in moneta praeponit. Ma convien spiegar questa concessione. Noi sappiam di certo, e se ne possono veder le pruove nelle mie Antichità italiane, che Lucca fin dai tempi dei re longobardi godeva il privilegio della zecca, ossia di battere, come diciamo, moneta. Nè altra città in Toscana che Lucca si sa che avesse allora un tal diritto continuato poscia in essa sotto gli Augusti franchi e tedeschi. E questo diritto nelle città del regno d'Italia si otteneva dai soli re od imperadori. Però verisimile a me sembra che la concession di papa Lucio si restrignesse al volere che la moneta lucchese avesse corso negli Stati della Chiesa romana. Aggiugne lo stesso Tolomeo che in quest'anno seguì pace fra i Lucchesi e Pisani, avendo giurato questi di tenere i Lucchesi per cittadini di Pisa, con dar loro la facoltà di mercantare in Pisa al pari degli stessi Pisani. Fin qui era stato detenuto prigione in Acquapendente Cristiano arcivescovo di Magonza da Corrado marchese di Monferrato, senza che s'intenda come esso Corrado figliuolo di Guglielmo marchese, cioè di un principe sì strettamente unito con Federigo Augusto, trattasse così male un arcivescovo primo ministro d'esso imperadore, e che in questi tempi guerreggiava in favore della Chiesa romana. Il sospettare che Federigo, al vederlo divenuto sì parziale del papa, non avesse dispiacere ch'egli fosse maltrattato, potrebbe parere un pensier troppo malizioso. Ora noi abbiamo da Gotifredo monaco[2326] che Cristiano nell'anno presente riacquistò la libertà, dato non modico argento. Scrive Roberto dal Monte[2327], per relazione d'alcuni, che in quest'anno, oppure nel seguente, Giovanna figliuola d'Arrigo II re d'Inghilterra, e moglie di Guglielmo II re di Sicilia, gli partorì un figliuolo, a cui fu posto il nome di Boamondo; ed appena battezzato, fu dichiarato dal padre duca di Puglia. Riccardo da San Germano[2328] lasciò scritto all'incontro, che Dio conclusit uterum consortis illius, ut non pareret, vel conciperet filium. Nè di questo figliuolo ebbero notizia altre istorie de' Siciliani. Però se altronde non viene miglior lume, convien per ora sospenderne la credenza. Negli Annali di Genova[2329] è scritto che il re di Sicilia Guglielmo inviò un potente stuolo di galee e di uscieri (navi da trasporto) sotto il comando di Gualtieri da Moach suo ammiraglio, con disegno di portar la guerra contro l'isola di Minorica. Svernò questa flotta in Vado, nè apparisce che facesse altra impresa.
NOTE:
[2324] Pagius, in Critic. Baron. ad hunc annum.
[2325] Ptolom. Lucens., Annal. brev., tom. 11 Rer. Italic.
[2326] Godefridus Monachus, in Chron.
[2327] Robertus de Monte, in Chron.
[2328] Richardus de S. Germano, in Chron.
[2329] Caffari, Annal. Genuens., lib. 3.
Anno di CRISTO MCLXXXII. Indiz. XV.
LUCIO III papa 2. FEDERIGO I re 31, imper. 28.
Seguitò ancora in quest'anno papa Lucio a far la sua residenza in Velletri: segno che dopo la morte di Alessandro III s'era di nuovo sconcertata l'armonia fra lui e il senato romano: ed egli, ad imitazione dei suoi predecessori, perchè non si trovava nè quieto nè sicuro fra i Romani, meglio amava di starsene in quella città. Nella Cronica di Fossanuova[2330] si legge, che essendo morto Landolfo conte di Ceccano, i suoi figliuoli Castrum reddiderunt papae Lucio. Abbiamo ancora dall'Anonimo Casinense[2331] che per tre giorni fra l'ottava della Epifania spirò un vento sì impetuoso per tutta l'Italia, che uccise molti uomini ed animali, e fece seccar gli alberi. Erano in oltre cinque anni che infieriva la carestia per tutte le contrade dell'Italia, di maniera che in alcune parti neppure con un'oncia d'oro si potea trovare una salma, ossia somma di grano: il perchè assaissimi contadini perirono, null'altro avendo essi da cibarsi che erbe. Di questi guai fa anche menzione Gaufredo priore del monistero vosiense, con inscrivere[2332]: Romae mortalitas populum multum prostravit. Petrus legatus (arcivescovo bituriciense) kalendis augusti apud Ostiam, praesente papa Lucio, decessit. In Germania Arrigo il Leone estense-guelfo, spogliato dei ducati di Sassonia e Baviera[2333], non potendo resistere alle forze di tanti nemici, e dello stesso imperadore, passò in Normandia colla moglie Matilda e co' figliuoli, a vivere presso il re Arrigo d'Inghilterra suocero suo, con isperanza di ricuperar gli Stati coll'appoggio d'esso re. Ma più non venne questo favorevol vento. Secondo i conti di Girolamo Rossi[2334], in quest'anno terminò il corso di sua vita Gherardo arcivescovo di Ravenna, perchè si truova in uno strumento nominato Cappella domni Gerardi archiepiscopi bonae recordationis. Ma questa formola fu anche usata altre volte per le persone viventi; e trovandosi anche da lì innanzi un Gherardo arcivescovo di quella città, verisimile a me sembra che lo stesso arcivescovo, e non già un altro dello stesso nome, continuasse a vivere. Siccome ho io provato nelle Antichità Estensi[2335], la linea italiana de' marchesi estensi, per essere stata finora diramata in varii personaggi, ciascuno dei quali godeva la sua parte di Stati e di beni allodiali, per qualche tempo cessò di far figura nella Storia d'Italia. Ma ridottasi finalmente ne' marchesi Alberto ed Obizzo, e in Bonifazio loro nipote, cominciò di nuovo a risplendere come prima. Impariamo dalle Storie di Padova[2336] che nell'anno 1177, e nel seguente, esso Marchese Obizzo governò la nobilissima città di Padova, eletto e confermato per suo podestà da quel popolo libero. Ed, insorta in quest'anno lite fra essi marchesi e il popolo d'Este, si vede lettera dell'imperador Federigo data in Magonza nel dì 28 d'aprile, con cui conferma la sentenza proferita in favore de' marchesi contra di quel popolo, che avea appellato al tribunale cesareo.
NOTE:
[2330] Johann. de Ceccano, Chron. Fossaenovae.
[2331] Anonymus Casinens., in Chron., tom. 5 Rer. Italic.
[2332] Gaufrid. Vosiens., in Chron. apud Labb.
[2333] Robertus de Monte, in Chron. Godefridus Monachus, in Chron. Arnoldus Lubecensis, in Chron.
[2334] Rubeus, Hist. Ravenn., lib. 6.
[2335] Antichità Estensi, P. I, cap. 35.
[2336] Catalogus Potestatum Patav. post Rolandin.
Anno di CRISTO MCLXXXIII. Indizione I.
LUCIO III papa 3. FEDERIGO I re 32, imper. 29.
Celebre è nella storia d'Italia l'anno presente per la pace finalmente conchiusa fra l'imperador Federigo e le città collegate della Lombardia, Marca e Romagna. Già erano vicini a spirare i sei anni della tregua conchiusa nell'anno 1177 in Venezia. E perciocchè premeva forte al giovane re Arrigo, figliuolo di Federigo, di assicurarsi il regno d'Italia, si crede ch'egli promovesse il trattato della concordia. Ben verisimile nondimeno è che anche i Lombardi ne facessero destramente muover parola alla corte. Trovavasi allora Federigo nella città di Costanza, e, dato orecchio a chi gliene parlava, deputò Guglielmo vescovo d'Asti, il marchese Arrigo soprannominato il Guercio, frate Teoderico e Ridolfo camerlengo, che ne trattassero, dando loro l'opportuna plenipotenza. Ma il popolo di Tortona, senza voler aspettar gli altri della lega, nel dì 4 di febbraio del presente anno fece la pace coll'imperadore, come costa dai documenti da me prodotti nelle Antichità italiane[2337]. Fu dunque intimato il congresso della lega coi deputati cesarei nella città di Piacenza, e in questo, che tenuto fu nel dì 30 aprile, si abbozzò la desiderata concordia. Gli atti preliminari tutti, per quanto ho io potuto, raccolti da varii archivii, si leggono nelle suddette Antichità. Finalmente si conchiuse l'accordo; e portatisi i deputati delle città a Costanza, quivi nel dì 25 di giugno l'Augusto Federigo col re Arrigo suo figliuolo diede la pace all'Italia, confermandola con un suo famoso diploma, che abbiamo ne' testi civili de Pace Constantiae, ma scorretto non poco. Mi son io studiato di levarne gli errori col confronto de' manuscritti. Le città che erano prima contra l'imperadore son queste: Milano, Brescia, Piacenza, Bergamo, Verona, Vicenza, Padova, Trivigi, Mantova, Faenza, Bologna, Modena, Reggio, Parma, Lodi, Novara, Vercelli, ed Obbizzo marchese Malaspina. Le città che tenevano la parte dell'imperadore, ivi enunziate, sono Pavia, Cremona, Como, Tortona, Asti, Alba, Genova e Cesarea. Sotto quest'ultimo nome venne la città d'Alessandria, la quale, siccome da questi atti apparisce, staccatasi nel precedente marzo dalla lega, al pari di Tortona, avea fatta una pace particolare coll'imperadore, ma con obbligazione di deporre il nome primiero, odiato da Federigo, e di chiamarsi Cesarea. Il Sigonio[2338] e il Ghilino[2339] rapportano il diploma e le condizioni della pace degli Alessandrini. Ma se non prima, dappoichè cessò di vivere esso Federigo, quella città ripigliò il nome d'Alessandria, che dura tuttavia. Ne' preliminari si truova fra i principi della parte dell'imperadore comes de Savolia: il che fa conoscere che l'oggidì real casa di Savoia si era molto prima amicata coll'Augusto Federigo. Non furono ammesse a questa pace, probabilmente perchè non inviarono i loro agenti, Imola, il castello di San Cassiano, Bobbio, la Pieve di Gravedena, Feltre, Belluno, Ceneda e Ferrara, alle quali fu riserbata la grazia dell'imperadore, se nel termine di due mesi si accordassero coi Lombardi, oppure coll'imperadore. Ancorchè Venezia fosse dianzi nella lega, pure d'essa non si vede menoma menzione in questi trattati, perchè non era città del regno d'Italia. Non mi fermerò io a specificare i capitoli della pace suddetta, perchè son fra le mani di tutti i letterati. Basterà solamente accennare che le città suddette restarono in possesso della libertà e delle regalie e consuetudini, ossia dei diritti che da gran tempo godevano, con riservare agl'imperadori l'alto dominio, le appellazioni e qualche altro diritto. Che le appellazioni della marca di Verona fossero concedute ad Obizzo marchese d'Este, e ad Azzo VI suo figliuolo, lo vedremo fra poco.
Incredibil fu l'allegrezza di tutta la Lombardia per questa pace, mediante la quale si stabilì coll'approvazione imperiale la forma di repubblica in tante città con governo sì diverso da quello de' precedenti secoli. I Piacentini in loro parte pagarono dieci mila lire imperiali all'imperadore, e mille a' suoi legati[2340]. Verisimilmente sudarono anche le borse dell'altre città. Duravano intanto le controversie fra papa Lucio e i Romani, i quali, non deponendo la memoria dei danni patiti nella guerra contra di Tuscolo, ossia Tuscolano, in quest'anno, conceputa speranza d'impadronirsene, coll'oste loro andarono all'assedio di quella città[2341]. Ma inutile riuscì lo sforzo loro. Trovavasi forse non lungi da quelle parti Cristiano arcivescovo di Magonza, ed avvisato dal pontefice di questo insulto fatto ad una sua terra dai Romani, vi accorse tosto con un'armata di Tedeschi. Non aspettarono già i Romani l'arrivo di lui, e bravamente si ritirarono; ma Cristiano cominciò a devastare il lor territorio, ed era per far peggio, se colpito da una malattia in Tuscolo non fosse passato al tribunale di Dio a rendere conto della sua vita troppo aliena dal sacro suo carattere. Secondo il solito, in casi tali, corse qualche voce che i Romani l'avessero aiutato a far questo viaggio. Certo è che egli si meritò da Roberto dal Monte il seguente elogio[2342]: Anno 1182 (dee essere 1183) Christianus moguntiensis archiepiscopus obiit, qui se non habebat secundum morem clericorum, sed more tyranni, exercitus ducendo, et Brebansones (cioè i soldati borgognoni). Multa mala fecit (prima dell'anno 1177) Ecclesiae romanae, et hominibus sancti Petri, et quibusdam civitatibus Longobardiae, quae erant contrariae Imperatori Alemanniae domino suo. L'Anonimo Casinense scrive che in quest'anno Guglielmo II re di Sicilia nel dì 26 di gennaio venne a Monte Casino, e nel dì seguente a Capoa. Intanto papa Lucio continuava il suo soggiorno in Velletri, e, quivi stando, eresse, non già nell'anno 1182, ma nel presente, in arcivescovato il regal monistero di Monreale in Sicilia[2343], nonis februarii, Indictione I, Incarnationis dominicae anno MCLXXXII. L'indizione prima indica l'anno presente, e quello dee essere anno fiorentino.
NOTE:
[2337] Antiquit. Ital., Dissert. XLVIII.
[2338] Sigonius, de Regno Ital., lib. 15.
[2339] Ghilin., Annal. Alexandrin.
[2340] Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.
[2341] Johann. de Ceccano, Chron. Fossaenovae. Godefridus Monach., in Chron. Anonym. Casinens., in Chron.
[2342] Robert. de Monte, in Chron.
[2343] Bullar. Casin., tom. 2, Constit. CXCV.
Anno di CRISTO MCLXXXIV. Indizione II.
LUCIO III papa 4. FEDERIGO I re 33, imper. 30.
Per testimonianza di Arnoldo da Lubeca[2344], e di Gotifredo monaco[2345], nella Pentecoste di quest'anno tenne l'imperador Federigo in Magonza una delle più superbe e magnifiche corti bandite, che da gran tempo si fossero vedute, perchè v'intervenne, non solamente dalla Germania ed Italia, ma anche da altri regni gran copia di principi ecclesiastici e laici, e infinita moltitudine di persone. Il motivo fu quello di crear cavaliere il giovane re Arrigo suo figliuolo. Ma perchè non era capace la città di quella immensa foresteria, in una vasta pianura contigua d'ordine di Federigo fu fabbricato un vasto palagio di legno, con un'alta cappella, dove si fece la solenne funzione, e sotto i padiglioni alloggiò quella gran frotta di nobili. Ma in uno de' seguenti giorni insorto un fiero temporale, gittò a terra quel grande edificio, e sotto vi restarono morte quindici o venti persone: il che fu creduto un presagio di calamità, che pur troppo vennero. Poscia nel mese d'agosto l'Augusto Federigo calò in Italia per visitar le città già rimesse in sua grazia. Abbiamo dalla Cronica di Piacenza ch'egli primo pacifice intravit Mediolanum, deinde Papiam, postea Cremonam, deinde Veronam ad loquendum cum papa Lucio, qui successerat Alexandro. Postea ivit ad alias civitates, videlicet Paduam, Vicentiam, Bergomum, Laudem et Placentiam[2346]. Con sommo onore fu accolto dappertutto, e si dee anche credere con gravissime spese e regali a lui fatti da que' popoli. Abbiamo da questo scrittore e da altri, che s'abboccarono insieme nell'anno presente il pontefice e l'imperadore in Verona[2347], e non già nel seguente anno, come pare che per errore si legga nella Cronica di Arnoldo da Lubeca, seguitato in ciò dal cardinal Baronio. Sicardo sembra d'accordo con Arnoldo, e Gotifredo monaco chiaramente scrive che quel congresso seguì nel 1185. Ma certo è che fu nel presente. Convien ora spiegare la cagion di questo abboccamento fra i due primi luminari nel mondo cristiano. Più che mai si scoprivano i Romani inviperiti contro la vicina città di Tuscolo, e siccome essi non si prendevano gran suggezione di papa Lucio, così, per attestato di Giovanni da Ceccano[2348] nel mese d'aprile, ripigliate le ostilità, si portarono a dare il guasto a tutto il territorio di quella terra. E, dopo aver anche donato alle fiamme Palliano, Ferrone ed altri luoghi, se ne tornarono a casa. La Cronica Acquicintina[2349] e il Nangio[2350], oltre a questo, raccontano che i Romani, avendo presi alcuni cherici aderenti al papa, cavarono loro gli occhi, a riserva d'uno, acciocchè fosse condottiere degli altri; e messe loro in capo delle mitre per ischerno, gli obbligarono con giuramento a presentarsi davanti al pontefice in quella guisa. Anche frate Francesco Pipino[2351] scrive nella vita di questo papa: Multi ex suis excaecantur, mitrati super asinos aversis vultibus ponuntur, et, uti juraverunt, se papae taliter repraesentant. A tale spettacolo inorridì e sommamente si afflisse il buon pontefice; nè potendo più reggere a dimorar in quelle vicinanze, prese il partito di venire a trovar l'imperadore, non tanto per implorare il suo aiuto, quanto per trattare di altri assai importanti affari. Tutte le suddette Croniche asseriscono ch'egli venne in quest'anno in Lombardia, ed il suddetto Giovanni da Ceccano, non meno che l'Anonimo Casinense attestano che egli lasciò, o piuttosto poscia mandò il conte Bertoldo, legato dell'imperadore, alla difesa della Campania, il quale con uno stratagemma s'impadronì della rocca di Papa, e fece varie scorrerie nel distretto di Roma.