Annali d'Italia, vol. 3 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 (part 5 of 5)
Fu questo l'ultimo anno della vita del vecchio Ottone imperadore. Trovavasi egli in Germania; avea celebrato il santo Natale dell'anno addietro in Francfort, la Pasqua del presente in Quintileburg[2404], dove ricevette le ambascerie dei Boemi, Greci, Beneventani, Ungheri, Bulgari, Danesi e Slavi. Quivi ancora dimorando confermò i privilegii alla chiesa di Cremona con diploma[2405] dato V kalendas aprilis, anno dominicae Incarnationis DCCCCLXXIII, Indictione I, Imperii domni Ottonis XII, item Ottonis VI. Actum Quintileburg. La morte di Erimanno insigne duca di Sassonia l'attristò non poco. Passò a Merseburg, lasciando dappertutto segni della rara pietà. Giunto a Miminleve, quivi sorpreso o da accidente apopletico, o da altro frettoloso malore, dopo aver ricreata l'anima coi santi sacramenti, la rendè al suo Creatore nel dì 7 di maggio. Principe terror dei Barbari, che per le sue grandi imprese in guerra, per l'amore e propagazion della religione, per lo zelo della giustizia, e per altre luminose virtù, giustamente dopo Carlo Magno si acquistò il titolo di Grande. Fu portato il suo corpo alla sepoltura in Maddeburgo. Ancorchè Ottone II suo figliuolo già fosse coronato re di Germania e d'Italia, e solennemente creato imperadore de' Romani dal papa; contuttociò i principi della Germania confermarono di nuovo l'elezione sua. Questi, soprannominato il Rosso, nei primi suoi anni lasciossi alquanto trasportare alla via lubrica de' vizii, ma non tardò a rimettersi sul buon cammino. Abbondava allora la Germania di vescovi e di abbati santi che coll'esempio loro ispiravano l'amore delle virtù. Era anche una scuola di santità la stessa sua casa paterna, in cui l'avola Matilde, e la madre Adelaide meritarono d'essere riposte nel catalogo delle principesse sante, per nulla dire del piissimo suo genitore, di Brunone arcivescovo di Colonia suo zio paterno, di Guglielmo arcivescovo di Magonza suo fratello, e d'altri di quella regal famiglia, tutti per la singolare lor pietà e per molte altre virtù commendati nella storia di questi tempi. Godeva nell'anno presente l'Italia un'invidiabil pace. Rapporta Girolamo Rossi[2406] gli atti assai logori di un concilio tenuto nel dì 7 di settembre dell'anno presente da Onesto arcivescovo di Ravenna con alcuni vescovi suoi suffraganei e molti nobili nella terra di Marzaglia del contado di Modena vicino al fiume Secchia. Anche il Sigonio[2407] ne fa menzione sotto questo anno, citandone gli atti esistenti nell'archivio de' canonici di Modena, i quali diversi da quei del Rossi furono poi dati alla luce dal vescovo Sillingardi[2408]. Tali sono le note cronologiche presso il Rossi: Temporibus domni Benedicti apostolici..... ejus in Dei nomine anno primo, imperante domno Othone piissimo anno VI, die nono septembris, Indictione II. Actum in loco, ubi dicitur Martialia, territorio mutinensi. Di qui e da altri atti apparisce che gli anni de' papi, anche fuor degli Stati della Chiesa, si contavano per venerazione al sommo pontificato. Presso al Sillingardi si leggono queste altre note: Anno dominicae Incarnationis DCCCCLXXIII, apostolatus domni Benedicti primo, imperii vero domni Othonis octavo, pontificatus domni Honesti ravennatis metropolitani tertio. In loco Marsaglia. Ma qui v'ha qualche sbaglio. In uno strumento del monistero di Subiaco s'incontrano queste note: Deo propitio, pontificatus domni Benedicti summi pontificis et universalis papae primo, imperantibus imperatoribus Ottone majori anno XII, et Othone minori ejus filio anno sexto, Indictione I, mense februario, die nona. Camminano ben queste note, perchè non era per anche mancato di Vita Ottone il Grande. Negli atti del Sillingardi litigava Adalberto vescovo di Bologna per alcuni beni pretesi della sua chiesa, e goduti da Uberto vescovo di Parma. In quei del Rossi alcuni nobili ravegnani pretendevano alcuni beni, come lor propri, esistenti nel Bolognese e in altri luoghi della Romagna; e il suddetto vescovo di Parma li sosteneva come a sè spettanti ex investituris magni Othonis imperatoris: il che fa intendere il dominio di Ottone I imperadore nell'esarcato. Uberto per essere stato arcicancelliere di esso Ottone ne dovea aver ben profittato. Morto che fu Ottone, chi si credea gravato gridò. Veggonsi ancora presenti a quel concilio alcuni conti dell'esarcato. Tali soleano denominarsi i governatori delle città del regno d'Italia. Nel suddetto archivio di Subiaco si conserva un'altra bolla con queste note: Data VI kalendas december, per manum Johannis Deo amabilis primicerei summe apostolice sedis, anno, Deo propitio, pontificatus domni Benedicti summi pontifici et universali pape in sacratissima sede beati Petri apostoli primo, imperante domno nostro Ottone piissimo P. P. Augusto, a Deo coronato pacifico imperatore, Indictione II. Se questa indizione ha avuto principio nel settembre, abbiam qui l'anno presente 973, e da tale documento risulta che Benedetto VI avea dato principio al suo pontificato o sul fine del precedente anno, o sul principio di questo. Può essere poi che a questo medesimo anno appartenga ciò che viene raccontato dall'Anonimo salernitano[2409], cioè che Pandolfo Capodiferro, principe di Benevento, a cui non uscivano di mente i danni recati dai Napoletani al distretto di Capoa, unito insieme un esercito di Beneventani e Spoletini, andò a devastare il territorio di Napoli. Pensava anche di fare il medesimo giuoco a quel di Salerno; ma eccoti venire Gisolfo I principe di quella contrada con una buona armata de' suoi, e postarsi ad un luogo appellato Fiumicello, dove erano delle buone fosse, anticamente fatte, aspettando a piè fermo i Beneventani. Ciò veduto, Pandolfo se ne tornò a casa, senza recar altra molestia ai Salernitani.
NOTE:
[2404] Witichindus, Ditmarus, Annalista Saxo et alii.
[2405] Antiquit. Ital., Dissert. LXXI.
[2406] Rubeus, Histor. Ravenn., lib. 5.
[2407] Sigonius, de Regno Italiae, lib. 7.
[2408] Sillingardus, Catalog. Episc. Mutinens.
[2409] Anonymus Salern., P. I. tom. 2 Rer. Italic.
Anno di CRISTO DCCCCLXXIV. Indiz. II.
DONO II papa 1. OTTONE II imperadore 8 e 2.
Duravano tuttavia i mali umori in Roma. Ad alcuni potenti non piaceva punto la dipendenza dall'imperador dei Romani, siccome avvezzi, prima che Ottone il Grande mettesse loro la briglia, ad una sregolata licenza in quell'augusta città. Pertanto, cessato che fu il timore d'esso imperadore Ottone per la sua morte accaduta nell'anno addietro, eglino senza mettersi pensiero del regnante imperadore di lui figliuolo, perchè lontano e giovane, passarono ad un'orrida iniquità. Bonifazio soprannominato Francone, figliuolo di Ferruccio, di nazione romano e cardinal diacono, ma uomo scelleratissimo, mise le mani addosso a papa Benedetto VI, cacciollo in prigione, e quivi crudelmente il fece dopo qualche tempo strangolare. Quindi non per legittima elezione, ma colla violenza, vivente anche lo stesso vero papa, occupò il pontificato romano, rendendosi perciò immeritevole d'essere annoverato fra i legittimi papi. Ma questo pseudo-pontefice e tiranno poco godè il frutto delle sue scelleraggini; perciocchè, secondo Ermanno Contratto[2410], post unum mensem expulsus, Constantinopolim postea petiit. Secondo lui, fu Crescenzio figliuolo di Teodota che fece imprigionar Benedetto. Dal Sigonio[2411] è chiamato Cencio, siccome ancora nella cronica del Volturno. Aggiugne il cardinal Baronio[2412] che Bonifazio prima di abbandonare Roma, spogliò del suo tesoro e di tutti i sacri arredi la basilica vaticana, e tutto portò con seco a Costantinopoli, coronando con questo gli altri suoi sacrilegii. Di questo fatto abbiamo anche menzione presso il Dandolo[2413]. E tali enormità commettevano e commisero anche prima e dipoi i Romani d'allora, contra dei quali sarebbono state più a proposito le doglianze del cardinal Baronio, che contro i principi di que' tempi infelici. Cacciato via l'usurpatore, se crediamo a Sigeberto[2414], a Mariano Scoto[2415], a Martino Polacco[2416] e ad altri scrittori, fu alzato al trono pontificale Dono II, delle cui azioni nulla ci ha conservato l'antica storia, la quale anzi è confusissima nell'assegnare il tempo e la successione de' papi d'allora. Abbiamo dal suddetto Dandolo che in quest'anno Ottone II Augusto existens Verhelae (oggidì Verla nella Vestfalia, se pure non è Verda ossia Verden) privilegium concessit Audoino capellano et nuntio Vitalis gradensis patriarchae, confirmans gradensem ecclesiam metropolitanam, exemtiones et immunitates et libertates, quas Otto I eidem ecclesiae concesserat, per privilegium renovavit. Crede lo Struvio[2417] che nell'anno presente venisse in Italia il suddetto Ottone II, e andasse fino in Calabria, con allegare intorno a ciò l'autorità di Leone Ostiense[2418], il quale scrive: Sequenti anno, defuncto primo Ottone, Otto secundus imperator filius ejus cognomento Rufus, venit Capuam, et abiit Tarentum ac Metapontum, et deinde Calabriam: unde prospere ad sua reversus. Ma è certo che questo imperadore non si mosse di Germania nell'anno presente, perchè quivi impegnato per la guerra insorta fra lui ed Arrigo II il Rissoso, duca di Baviera, suo cugino[2419]. Il sequenti anno dell'Ostiense riguarda la succession degli arcivescovi di Capoa, nè altro vuol indicare se non l'anno 980, in cui, siccome vedremo, Ottone II arrivò fino in Calabria. Secondo i conti di Camillo Pellegrino, qui convien riferire una rivoluzione accaduta nel principato di Salerno, e narrata dall'Anonimo salernitano[2420]. Avea Gisolfo I principe di Salerno non solamente accolto, ma eziandio colmato di beni e d'altri benefizii Landolfo figliuolo di Atenolfo II principe di Benevento e suo cugino. Costui con esecrabil ingratitudine, sul fine dell'anno precedente, una notte con assai congiurati fece prigione il suo benefattor Gisolfo e la principessa Gemma di lui moglie, con varii loro attinenti, ed usurpossi il principato di Salerno. Marino duca di Napoli, Monsone duca di Amalfi teneano con esso Landolfo. Ne era afflittissimo il popolo di Salerno, perchè non poco amava il suo principe Gisolfo. Riuscì in quest'anno ad alcuni parenti del principe medesimo di muovere Pandolfo principe di Benevento in aiuto di lui, giacchè esso Pandolfo non avea caro che Landolfo suo parente alzasse la testa. Ed in fatti portatosi egli con un potente esercito sotto Salerno, talmente strinse quella città, che l'usurpatore coi suoi fu necessitato a capitolare. Fu rimesso in libertà Gisolfo, e riebbe il dominio suo. Per ricompensa di sì rilevante servigio recatogli da Pandolfo, giacchè non aveva figliuoli suoi proprii, adottò per suo figliuolo Pandolfo ossia Paldolfo, secondogenito del medesimo principe Pandolfo.
NOTE:
[2410] Hermannus Contract., in Chron., edition. Canis.
[2411] Sigonius, de Regno Italiae, lib. 7.
[2412] Baron., in Annal. Eccles.
[2413] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.
[2414] Sigebertus, in Chron.
[2415] Marian. Scottus, in Chron.
[2416] Martinus Polonus, in Chron.
[2417] Struv., Corp. Hist. Germ.
[2418] Leo Ostiensis, Chron., lib. 2, cap. 9.
[2419] Sigebertus, in Chronico.
[2420] Anonym. Salern., P. I, tom. 2 Rer. Ital.
Anno di CRISTO DCCCCLXXV. Indiz. III.
BENEDETTO VII papa 1. OTTONE II imperadore 9 e 3.
Diede fine alla sua vita e al suo pontificato in quest'anno, oppure sul fine del precedente, Dono II papa, senza che apparisca notizia alcuna delle azioni sue, e col non essere ancora ben certo il tempo del suo pontificato. Ben si sa da alcune bolle che fu eletto papa in questo anno, se non prima. Benedetto VII, nipote di Alberico già principe o tiranno di Roma e vescovo di Sutri, giacchè più non si faceva conto de' canoni che vietavano ai vescovi il passaggio da una chiesa all'altra. Che egli entrasse nella sedia di san Pietro prima dell'aprile del presente anno, lo pruova il p. Pagi[2421], e possono anche persuaderlo altre memorie che citerò qui sotto all'anno 978. Che v'intervenisse ancora l'assenso e l'approvazione di Ottone II Augusto, asserita da alcuni scrittori, si può dedurre dalla vita di san Majolo abbate di Clugnì, là dove scrive[2422] che esso imperadore unitamente con sant'Adelaide sua madre fece quanto potè per indurre il santo abbate ad accettar questo sublime impiego per rimediare agli scandali del disunito ed ambizioso popolo romano. Ma egli che cercava d'essere umiliato e non esaltato, tanto si seppe scusare, che si sottrasse alle loro istanze e preghiere: Non longo post tempore, scrive quell'autore, romana sede proprio viduata pastore, idem Dei famulus (Maiolo abbate) Ottonis secundi juncta cum matre prece, Italiam repetere a partibus est coactus Galliae. A matre tunc et filio honore susceptus dignissimo, ad culmen apostolicae dignitatis precibus impelli coepit continuatis, con quel che segue. Ora non essendo loro riuscito questo intento, fu poi eletto ed intronizzato il suddetto Benedetto VII, il quale non tardò a raunare un concilio, e a fulminar la scomunica contra del vivente e fuggito antipapa Bonifazio. Gerberto arcivescovo di Rems, e poi pontefice romano, negli atti del concilio di Rems, pubblicati dal cardinal Baronio[2423] così ne parla: Succedit Romae in pontificatu horrendum monstrum Malefacius (così nomina egli l'iniquo Bonifazio), cunctos mortales nequitia superans, etiam prioris pontificis sanguine cruentus. Sed hic etiam fugatus, et in magna synodo damnatus est. Possono tali parole lasciar qualche dubbio che Benedetto VII immediatamente dopo l'espulsione dell'iniquo Bonifazio e non già Dono II, fosse alzato al pontificato. Ma senza miglior lume non si può decidere una tal quistione.
Non s'accordano gli storici tedeschi nell'assegnar l'anno in cui Arrigo II duca di Baviera fu colla forza astretto ad umiliare il capo all'Augusto Ottone II suo cugino. Lamberto da Scafnaburgo[2424] parla di ciò sotto l'anno precedente, Sigeberto[2425] sotto il presente, ed Ermanno Contratto[2426] più tardi. Oltre a ciò, secondo l'Annalista sassone[2427], fece questo imperadore guerra con gran valore e fortuna ai Danesi. Sigeberto ciò riferisce all'anno susseguente. Credesi che presente terminasse il corso di sua vita Arnolfo arcivescovo di Milano, il quale ebbe per successore Gotifredo. Questi, per attestato di Arnolfo storico milanese[2428], nipote del suddetto Arnolfo, a tutta prima fu rigettato dal clero e popolo, perchè non era nè prete, nè diacono, ma solamente suddiacono. Finalmente superò tutti gli ostacoli regiae fidelitatis gratia, perchè o era stato promosso da Ottone II Augusto, o per interposizione di lui si placarono gli oppositori. Questi poi ebbe guerra, come di sopra fu accennato, con Corrado ed Adalberto figliuoli del fu re Berengario, che tuttavia viveano e teneano vive le lor pretensioni. Si quietò Corrado per via d'accordo; ma Adalberto, finchè ebbe fiato, tenne l'armi in mano; tutti fatti, come si può credere, succeduti in Lombardia. Sotto quest'anno ancora notò Lupo Protospata[2429] che Ismael (sarà un capitano dei Saraceni) interfectus est, et Zacherias (sarà un generale de' Greci) Botuntum cepit, cioè la città di Bitonto, in cui forse prima dominava Pandolfo principe di Benevento: notizie troppo scure per poter conoscere la storia di que' paesi. E il Sigonio[2430] parimente nota che Bononienses, orientibus in urbe seditionibus, turres privatas condere; Urbevetani consules creare coeperunt. Ma il Sigonio avrà ciò preso da qualche storia degli ultimi tempi, non punto valevole ad informarci di questi tenebrosi tempi. Che si potesse allora dar principio alle torri private de' nobili nelle città d'Italia, non avrei difficoltà a crederlo. Ma tengo ben certo che niuna per anche delle città d'Italia avea introdotto l'uso de' consoli coll'autorità e balìa che troveremo ne' due secoli susseguenti.
NOTE:
[2421] Baron., Ecclesiast. ad ann. 992.
[2422] Pagius, in Crit. ad Annal. Baron.
[2423] Syrus, in Vit. S. Majoli apud Mabillon.
[2424] Lambertus Schafnaburgensis, in Chron.
[2425] Sigebertus, in Chron.
[2426] Hermannus Contractus, in Chron.
[2427] Annalista Saxo, apud Eccardum.
[2428] Arnulf., Hist. Mediolanens., lib. 1, cap. 8.
[2429] Lupus Protospata, in Chronic.
[2430] Sigonius, de Regno Ital. lib. 7.
Anno di CRISTO DCCCCLXXVI. Indiz. IV.
BENEDETTO VII papa 2. OTTONE II imperadore 10 e 4.
Dall'Annalista sassone[2431] sotto il presente anno abbiamo che Arrigo II duca di Baviera, appellato da' moderni il Rissoso, fu posto, come oggidì diciamo, al bando dell'imperio, e privato del ducato, ed anche scomunicato per la sua ribellione all'imperador suo cugino. Ritirossi egli in Boemia, mettendosi sotto l'ali di Boleslao II duca di quel paese. Prese motivo di qui l'imperador Ottone di far guerra alla Boemia, ma con poca fortuna la fece. Sorpreso dai Boemi un corpo di Bavaresi ch'erano venuti al servigio di Ottone, fu per la maggior parte tagliato a pezzi. A questo avviso, se ne tornò indietro assai confuso l'imperadore, ma pieno di rabbia e di desiderio di vendicarsene. Per testimonianza del Dandolo[2432], una fiera tragedia accadde in quest'anno in Venezia. Avea Pietro Candiano IV doge di Venezia sotto varii pretesti ripudiata sua moglie, con obbligarla a farsi monaca nel nobilissimo monistero di san Zaccheria. Quindi passò ad accasarsi con Gualdrada, sorella di Ugo duca e marchese di Toscana, che gli portò in dote assaissimi poderi, servi e serve, verisimilmente verso i confini del Ferrarese. Per difesa di questi beni che erano fuori del dominio veneto, egli assoldò molti soldati italiani: il che accrebbe la sua baldanza in maniera, che cominciò a trattar con troppo rigore il popolo di Venezia, ed attaccar facilmente brighe coi vicini. Dicono ch'egli ferrariensis castelli populum debellavit; opiterginum quoque castrum igne comsumtum devastari jussit; nonnullaque alia se objurgantibus aspera intulit. Ma finì male l'alterigia sua. Venuto egli in odio a tutto il popolo, e formata una congiura contra di lui, questa scoppiò nell'anno presente. L'assalirono un dì, e perchè non poteano espugnare il palazzo, dov'egli si difendeva con alquanti soldati, seguitando lo sconsigliato parere di Pietro Orseolo, vi attaccarono il fuoco. Le fiamme non solamente distrussero il palazzo, ma anche le chiese di san Marco, di san Teodoro e di santa Maria Zobenigo, e più di trecento case. Pietro doge nel fuggire fu preso, e unitamente con Pietro suo figliuolo infante trucidato dai principali della città. Nel dì 12 d'agosto fu eletto doge il suddetto Pietro Orseolo, personaggio di rara pietà e di costumi veramente cristiani, il quale s'applicò tosto a rifare il palazzo ducale e il tempio di san Marco, e a governare con singolare carità e giustizia il popolo suo. Da san Pier Damiano[2433], che narra questo avvenimento, tali notizie prese lo stesso Dandolo. E merita d'essere notato dirsi dal medesimo san Pier Damiano che Pietro Orseolo dalmatici regni adeptus est principatum, ovvero, ch'egli dalmatici ducatus gubernabat habenas; il che potrebbe far credere che i Veneziani già fossero in possesso della Dalmazia. Ma noi vedremo che molto più tardi la Dalmazia venne sotto il dominio dei Veneziani. Il Damiano per anticipazione parlò così, perchè a' suoi giorni la Dalmazia ubbidiva a quell'inclita repubblica. Veggasi qui sotto all'anno 997. All'anno presente notò Lupo protospata[2434] che obsederunt Saraceni Gravinam, sed irrito conatu; e che Giovanni Zimisce imperador glorioso de' Greci diede fine alla sua vita, con succedergli Basilio e Costantino, figliuoli di Romano juniore già imperadore: il che viene attestato anche da altri scrittori delle cose greche: nè si dee tralasciare che nell'anno presente stabilì pace e lega Sicardo conte, e tutto il popolo della città di Giustinopoli, oggidì Capodistria, col suddetto Pietro Orseolo, appellato ivi gloriosissimus Venetiarum dux. Lo strumento rapportato dal Dandolo ha le seguenti note: Imperante domino nostro domino Ottone serenissimo imperatore anno quarto (coll'epoca incominciata dopo la morte del padre) XII mensis octobris, Indictione V, cominciata nel settembre; e perciò nell'anno presente, e non già nell'anno secondo, come pensò il Dandolo, perchè sussiste che egli fosse creato doge nel presente. Di qui poi abbiamo che l'Istria tuttavia riconosceva l'imperador d'Occidente per suo sovrano.
NOTE:
[2431] Annalista Saxo, apud Eccardum.
[2432] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.
[2433] Petrus Damian., in Vita Sancti Romualdi.
[2434] Lupus Protospata, in Chronico.
Anno di CRISTO DCCCCLXXVII. Indiz. V.
BENEDETTO VII papa 3. OTTONE II imperadore 11 e 5.
Cominciarono almeno in quest'anno, e continuarono nel seguente, le discordie fra Ottone II Augusto e Lottario re di Francia, a cagion del ducato della Lorena. Non sono concordi gli antichi storici, cioè Ermanno Contratto, Sigeberto, l'Annalista sassone ed altri, in assegnare i tempi di quelle militari imprese. L'Annalista suddetto[2435] racconta sotto il presente anno, ed altri sotto il seguente, ciò ch'io sono ora per dire. Perchè Lottario avea data la Lorena a Carlo suo fratello, e questi s'era collegato coll'imperadore, Lottario in collera portò l'armi sue in Lorena, e dato il sacco al palazzo di Aquisgrana, sedia del regno, e ad altri luoghi, se ne tornò indietro. Ottone irritato forte da queste violenze del re suo cognato, per attestato di Sigeberto[2436], cum inestimabili exercitu prosecutus, condicto die, scilicet kalendis octobris Franciam intravit, quam usque ad kalendas decembris pervagatus, fines Remensium, Laudunensium, Suessionum, et Parisiensium, diversa caede vastavit, ecclesiis tantum Dei omnium immunitate concessa. L'Annalista sassone scrive ch'egli usque Parisius nullo sibi obsistente pervenit. Ma nel tornare indietro, allorchè ebbe da valicare il fiume Assona, colto dall'armata di Lottario, vi perdè buona parte del bagaglio e della preda. Lascerò ch'altri decida, se questa guerra appartenga al presente o al susseguente anno. Secondochè scrive il suddetto Annalista, prima che seguisse questa rottura fra l'imperadore e il re Lottario, il deposto duca di Baviera Arrigo II occupò la città di Passavia. Vi accorse Ottone Augusto, assediò lui nella medesima, e in fine l'obbligò a sottomettersi al suo volere. E Lupo protospata[2437] lasciò scritto a questo medesimo anno: Incenderunt Agareni civitatem Oriae, et cunctum vulgus in Siciliam deduxerunt. Altri tengono succeduto più tardi questo fatto. Vien rapportato dal Margarino[2438] un diploma di Ottone II Augusto, come spettante all'anno presente, colle seguenti note: Datum IV nonas aprilis anno dominicae Incarnationis DCCCCLXXVII, Indictione V, regni vero domni Ottonis XVI, imperii XI. In esso dichiara egli conte di Bobbio l'abbate di quell'insigne monistero, come erano stati in addietro altri abbati. Ma altrove[2439] ho io dubitato della legittimità di questo diploma, al vedere sì anticamente investito l'abbate per annulum aureum de jam dicto comitatu, e al trovar qui l'anno XI dell'imperio, il quale cominciava a decorrere solamente nel Natale dell'anno presente. Però l'Ughelli tralasciò l'anno di esso imperio, ed aggiunse:[2440] Actum Noviomaga in palatio imperatoris. Sono ivi citati per testimonii l'arcivescovo di Magonza, Rinaldo vescovo di Pavia, Giovanni vescovo di Piacenza, ed altri. Non si solevano allora registrar ne' diplomi imperiali i nobili testimonii. Tal costume fu introdotto più tardi. Vescovo era allora di Piacenza Sigolfo e non Giovanni, come s'ha dalle carte accennate dal Campi[2441], il quale stranamente si studia d'accordare con esse l'anacronismo di questo diploma. Comunque sia, quivi s'incontrano le seguenti parole: Quaecumque igitur Adalbertus vel Opizo marchiones, vel eorum sequaces, in praefato comitatu, et ejus pertinentiis agere vel facere praesumpserunt, nisi de expressa licentia et libera voluntate comitis memorati, volumus irrita fieri atque cassa. Abbiamo veduto all'anno 972 provato con un autentico strumento, ed io ho prima d'ora con altre pruove nelle Antichità estensi dimostrato, che fiorivano in questi tempi Adalberto ed Oberto II marchesi, figliuoli del marchese Oberto I, dal secondo dei quali discende la nobilissima casa d'Este. E in una pergamena lucchese dell'anno 1011 s'incontra[2442] Adalbertus marchio filio bonae memoriae Oberti, qui Oppitio: del che fo io menzione, acciocchè si sappia che il medesimo Oberto II era anche appellato Obizzo. Nella stessa maniera s'incontrerà Adalbertus, qui et Azzo, ed altri simili esempli si truovano nelle memorie di quei tempi. Però Azzo ed Obizzo divennero poi nomi de' principi estensi susseguenti, e andarono a poco a poco in disuso quei di Oberto e di Adalberto, che è lo stesso che Alberto.
NOTE:
[2435] Annalista Saxo, apud Leibnitium et Eccardum.
[2436] Sigebertus, in Chron. ad ann. 978.
[2437] Lupus Protospata, in Chronico.
[2438] Margarin., Bullar. Casinens., tom. 2, Constit. LVIII.
[2439] Antichità Estensi. P. I, cap. 21.
[2440] Ughell., Ital. Sacr., 4 in Episcop. Bobiens.
[2441] Campi, Istor. di Piacenza, tom. 1.
[2442] Antichità Estensi, P. I. cap. 16.
Anno di CRISTO DCCCCLXXVIII. Indiz. VI.
BENEDETTO VII papa 4. OTTONE II imperadore 12 e 6.
Agli anni precedenti e a parte ancora di questo appartiene un racconto di Andrea Dandolo[2443]. Scrive egli che Vitale patriarca di Grado, figliuolo dell'ucciso doge Pietro Candiano IV, per consiglio di alcuni Veneziani, Saxoniam ad Imperatorem properans, de occisione sui genitoris quaerelam exposuit, et remedium imploravit. Quem imperator devote suscipiens sibi condoluit, et eum secum manere rogavit. Aggiugne appresso che anche Gualdrada già moglie d'esso doge ucciso, e sorella di Ugo duca e marchese di Toscana, lege salica desponsata, perchè veramente discendente da padre ed avolo franzesi, fece anch'ella ricorso con buone raccomandazioni alla imperadrice Adelaide, per inquietare il doge novello e i Veneziani. Ma Pietro Orseolo doge destramente trattò con essa imperadrice, e per via d'una composizione quietationem obtinuit subsequenter, per imperatricem approbatam Placentiae, Dominico Carimano Venetorum nuntio procurante. Abbiamo dall'Annalista sassone[2444] che in quest'anno Adelheidis imperatrix cum filia Athelheide abbatissa in Italiam profecta est propter quasdam discordias inter se et filium factas. Però si può credere che in questi tempi seguisse l'accordo suddetto approvato in Piacenza dalla suddetta Augusta. Noi abbiamo da Siro monaco[2445] che Ottone II Augusto concepì tanta alterazion d'animo contra della piissima imperadrice sua madre, quasi in rei publicae dilapidatricem, forse perch'ella spendeva molto in limosine, e in ornare o dotar le chiese. Ma Odilone abbate di Clugnì[2446] nella vita di questa santa imperadrice scrive, che non mancando alla corte chi la metteva in disgrazia del figliuolo Augusto (e fra queste si può sospettare, per quanto dirò altrove, che vi entrasse la nuora Teofania), essa Adelaide non in Italia si ritirò, ma bensì nel paterno regno della Borgogna, ubi a fratre scilicet Chuonrado (re di quella contrada), et nobilissima Mathilde ejus conjuge, fu ben ricevuta. E perciò tristabatur de absentia ejus Germania; laetabatur in adventu ejus tota Burgundia; exultabat Lugdunum, quondam philosophiae mater et nutrix: necnon et Vienna nobilis sedes regis. Da ciò inferisce il padre Mabillone che s'ingannasse l'Annalista suddetto sì nel raccontar la venuta in Italia di santa Adelaide, come ancora nell'anno, pretendendo egli che ciò seguisse solamente nell'anno 980, in cui san Maiolo abbate riconciliò l'Augusta madre col figlio. Ma avendo noi qui l'asserzione dello storico sassone, e inoltre quella del Dandolo, che dovette prendere la notizia dell'accordo seguito fra Gualdrada e Pietro Orseolo doge dallo strumento fatto in Piacenza coll'interposizione dell'imperadrice, abbiamo assai fondamento di credere quell'Augusta venuta di Germania in Italia, da dove poi dovette passare a Vienna di Francia.
Dal Dandolo suddetto vien susseguentemente scritto, e più diffusamente esposto da san Pier Damiano[2447] e da altri che hanno scritta la vita di san Pietro Orseolo, cioè del soprallodato doge, attendendo egli alle opere di pietà, siccome uomo di santa vita, ma conoscendo d'aver dei nemici che macchinavano contro di lui, e provando anche i rimorsi per l'uccisione del suo antecessore: capitò a Venezia Guarino abbate di san Michele di Cusano in Guascogna, che non difficilmente persuase al buon doge di dare un calcio al mondo, e di abbracciar la vita monastica. In fatti nella notte del dì primo di settembre dell'anno presente Pietro Orseolo, senza far parola di ciò nè colla moglie Felicita, nè con Pietro suo figliuolo, nè con alcuno de' suoi domestici, uscì segretamente di Venezia, accompagnato da Giovanni Gradenigo e da Giovanni Morosino suo genero, personaggi anch'essi di rara pietà, e da Romoaldo celebre monaco di Ravenna, e poi santo institutore dell'ordine camaldolense, e da Marino insigne anacoreta, s'inviò in Francia, e quivi nel monistero suddetto di san Michele prese l'abito monastico, e passò quivi diciannove anni, crescendo di virtù in virtù; di modo che dopo morte, risplendendo anche per varii miracoli, fu in quel monistero ed in Venezia onorato qual santo. A Pietro Orseolo succedette in quest'anno nel ducato di Venezia Vitale Candiano, fratello dell'ucciso Pietro IV doge. A questo avviso tornò a Venezia Vitale patriarca di Grado suo nipote, che dianzi dimorava nella marca di Verona. E perciocchè questo prelato avea sommamente screditato i Veneziani presso l'imperadore Ottone II, fu spedito dallo stesso suo zio doge in Germania per rimetterli in grazia: il che egli felicemente eseguì. Mancò di vita nell'anno presente Gisolfo I principe di Salerno[2448], e succedette a lui in quel principato Pandolfo, secondogenito di Pandolfo Capodiferro principe di Benevento e Capua, adottato per figliuolo da esso Gisolfo nell'anno 974. Ma Pandolfo assunse anch'egli il titolo di principe di Salerno, e volle governar quegli stati insieme col figliuolo; in guisa che possedendo i principati di Benevento, Capoa e Salerno, e reggendo inoltre il vasto allora ducato di Spoleti e la marca di Camerino, quasi la metà dell'Italia stava sotto il dominio suo, ed egli era senza comparazione il più potente principe d'Italia. Nè si dee tralasciare che tutti quei principi erano di nazion longobarda, e s'intitolavano Langobardorum gentis principes.
Tali ancora furono i due marchesi Oberti progenitori della casa d'Este, e i lor successori si gloriavano d'essa nazione. Tali parimente furono gli antenati della celebre contessa Matilda. Fioriva tuttavia in questi tempi Adalberto ossia Alberto Azzo, conte di Modena e di Reggio, e bisavolo della stessa contessa. Si truova egli vivente anche nell'anno 981, come si ha da un suo contratto riferito nel Bollario casinense[2449]. Aveva egli due figliuoli, cioè Tedaldo, che fu successore ne' suoi beni e stati, e Gotifredo che fu vescovo di Brescia, vivente anche il padre. Moglie d'esso Alberto Azzo era Ildegarde, donna piissima, la quale, per attestato di Donizone[2450], fabbricò il monistero di san Genesio di Brescello, oggidì ridotto in commenda. Fortificò egli maggiormente la Rocca di Canossa, vi fondò ed arricchì la chiesa di santo Apollonio, in cui stabilì una collegiata di canonici, mutata dipoi in un monistero di Benedettini, anch'esso passato dipoi in commenda. In alcuni strumenti di Tedaldo marchese suo figliuolo si truova anche lo stesso Alberto intitolato marchese. Leggesi ivi[2451] Theudaldus marchio, filio quondam Adelberti itemque marchio, qui professo sum ex natione mea lege vivere Longobardorum. Ma ci è ignoto di qual marca sì l'uno che l'altro fossero investiti. Al presente anno Ermanno Contratto[2452], Lamberto da Scafnaburgo[2453] ed altri rapportano la guerra seguita fra Ottone II Augusto, e Lottario re di Francia, siccome ancora la depressione di Arrigo II duca di Baviera. Sono di esso Ermanno queste parole: Heinricus dux Bajoariae, et alius dux, augustensis quoque episcopus Heinricus, rebellantes imperatori, capti et exsilio mancipati sunt. Ducatumque Bajoariae Otto dux Suevorum cepit. Era questo Ottone figliuolo di Litolfo, da noi già veduto primogenito di Ottone il Grande imperadore. Confermò l'Augusto Ottone in quest'anno i beni e privilegii della chiesa di Cremona con un diploma[2454] dato XIV kalendas majas, anno dominicae Incarnationis DCCCCLXXVIII, regni vero domni Ottonis imperatoris Augusti XVIII, imperii vero XI, Indictione VII. Actum corte, quae Altestet dicitur. L'indizione ha da essere sesta.
Girolamo Rossi[2455] sotto l'anno presente, come egli crede, rapporta così imbrogliate e scure alcune notizie spettanti a Ravenna, che non se ne può ben comprendere il senso. Cita egli uno strumento, in cui Uberto vescovo di Forlì ed alcuni arcipreti concedono ad Onesto arcivescovo di Ravenna viginti manentes (erano contadini obbligati con una specie di servitù al servigio de' lor padroni) con tutte lor le vigne e beni, eo ordine, condicioneque, ut si per apostolicos sanctae romanae Ecclesiae, aut per Othonem imperatorem, media pars de districtione urbis Ravennae, et comitatus decimani, quem ipse (Hubertus) cum Lamberto fratre, Honesto (archiepiscopo) dederat, subtracta fuisset, nec restituere intra sex menses ipse, neque Lambertus posset, Honesto fas esset manentes, qui supra scripti sunt, bonaque, quae ad Hubertum et Lambertum ibidem pertinerent, omnia tenere, possidereque. Lo strumento fu scritto anno pontificatus domni Benedicti summi pontificis sexto, sicque imperante domno Othone, a Deo coronato in Italia anno XI, die II mensis octobris, Indictione VI, in loco, qui dicitur Conversito, territorio ariminensi. Non si sa intendere come nel dì 2 di ottobre dell'anno presente potesse correre l'anno sesto di Benedetto VII papa. Altre memorie abbiamo che indicano lui creato papa nell'anno 975; e però come mai può convenire all'anno presente l'anno VI del suo pontificato? Nell'archivio del monistero di Subiaco si legge uno strumento, scritto anno, Deo propitio, pontificatus domni Benedicti summi pontifici, et universali VII, papae IV, imperante domno Ottone a Deo coronato pacificus imperator anno XI, Indictione VI mensis martii die sexta, cioè nell'anno presente. Un altro fu scritto anno pontificatus domni Benedicti summi pontifici et universali VII papae in sacratissima Sede beati Petri II, imperatoriis domni Ottoni pissimi et perpetuo Augusto a Deo coronati, anno nono, Indictione IV, mensis januarii die X, cioè nell'anno 976. Ritornando ora alle parole dello strumento accennato dal Rossi, è considerabile il dirsi, che se dal papa o dall'imperadore fosse tolta all'arcivescovo Onesto media pars de districtione Ravennae, et comitatus decimani (ceduto all'arcivescovo Onesto dal vescovo Uberto, e da Lamberto suo fratello), in tal caso esso arcivescovo resti padrone degli uomini e beni soprannotati. Può essere che fosse in disputa la signoria di Ravenna fra il romano pontefice e l'imperadore. Ma giacchè abbiam rapportato dei documenti spettanti alla cronologia pontifizia, non vo' finirla senza avvertire, che nell'archivio poco fa menzionato del monistero insigne di Subiaco si trova un'altra bolla con queste note: Anno, Deo propitio, pontificatus domni Benedicti summi pontifici, et universali septimi papae in sacratissima Sede beati Petri Apostoli tertio, imperii domni Ottonis magni imperatori anno decimo, Indictione V, mense aprilis die XXVIII, cioè nell'anno 977. Ora, dai suddetti documenti risulta che Benedetto VII fu assunto al pontificato o sul fine dell'anno 974, o sul principio del 975. All'incontro in Ravenna si truova esso papa promosso al pontificato un anno o due prima. Il padre don Pier Paolo Ginanni abbate benedettino, diligentissimo raccoglitore delle memorie antiche di Ravenna, ha scoperto due strumenti, l'uno scritto anno pontificatus domni Benedicti decimo, imperante Ottone in Italia anno XV, die XXIV decembris, Indictione X. Ravennae, che indica l'anno 982, regnante Ottone II Augusto. L'altro fu scritto anno pontificatus domni Benedicti octavo, die XI aprilis, per Indictionem VIII, cioè nell'anno 980, da' quali strumenti veggiamo anticipato d'uno o di due anni il principio del di lui pontificato. Che è qui da dire? Altro io non so immaginare, se non un ripiego, che io nondimeno sono il primo a confessar poco verisimile. Cioè che i Ravegnani confondessero insieme i due Benedetti, cioè il sesto e il settimo, con credere che il primo uscito di carcere avesse continuato a sedere nella cattedra di san Pietro, e che perciò attribuissero all'uno anche gli anni dell'altro, mentre succedettero sì da vicino l'uno all'altro. Fors'anche tali carte potrebbono far dubitare che Benedetto, da noi chiamato sesto, non fosse strangolato, ma risorgesse.
NOTE:
[2443] Dandul., in Chronico, tom. 12 Rer. Ital.
[2444] Annalista Saxo, apud Eccardum.
[2445] Syrus, in Vit. S. Majoli apud Mabill.
[2446] Odilo, in Vit. S. Adelheidis.
[2447] Petrus Damian., in Vit. S. Romualdi.
[2448] Camill. Peregr., Hist. Princip. Langob., P. I, tom. 2 Rer. Ital.
[2449] Bullarium Casinens., tom. 2, Constit. LXI.
[2450] Donizo, in Vita Mathild., lib. 1, cap. 1.
[2451] Bacchini, Istoria del Monistero di Polirone, Append.
[2452] Hermannus Contractus, in Chronico, edition. Canis.
[2453] Lambertus Schafnaburgensis, in Chron.
[2454] Antiquit. Ital., Dissert. XVIII.
[2455] Rubeus, Histor. Ravenn., lib. 5.
Anno di CRISTO DCCCCLXXIX. Indiz. VII.
BENEDETTO VII papa 5. OTTONE II imperadore 13, 7.
Per attestato del Dandolo[2456], Vitale Candiano, creato doge di Venezia nell'anno precedente, dopo aver passato solamente un anno e due mesi nel governo colla sanità sempre languente ed afflitta da varii malori, infermossi gravemente; e però quattro giorni prima di morire, fattosi portare al monistero di sant'Ilario, quivi preso l'abito monastico, e fatta la professione, passò a miglior vita. Tale era allora il pio costume di molti, persuasi di assicurarsi in tal maniera l'eterna loro salute. E resta tuttavia qualche vestigio di quest'uso nell'abito religioso, con cui molti, e non men de' buoni che de' cattivi, si fanno portare alla sepoltura, eleggendo allora alcuni ciò che forse sprezzarono e derisero in loro vita. Fu in luogo di Vitale proclamato doge di Venezia Tribuno Memmo, persona assai facoltosa, sotto il quale per poca sua cura accaddero varii scandali e sconcerti in quella nobil città. Perciocchè nata nimicizia fra i Caloprini e Morosini, potenti famiglie di Venezia, i primi un giorno, spalleggiati dal medesimo doge, presero l'armi contra degli altri, che ebbero la fortuna di salvarsi, fuorchè Domenico Morosino, che restò vittima del furor de' nemici. Io non so onde abbia tratto il Sigonio[2457] ciò che egli racconta sotto l'anno presente. Cioè che insorse una gran guerra in Italia, quippe Basilius et Constantinus imperatores turpe rati, se vetere tot annorum Apuliae, Calabriaeque fuisse possessione dejectos, Sarracenis, quos nuper Creta exegerant (abbiam veduto che l'isola di Candia fu ritolta ai Saraceni l'anno 961 sotto Romano juniore imperadore) magna mercede conductis, Italiam invaserunt, et Barrio, ac Matera expugnatis, Apuliam primum, deinde, nemine prohibente, Calabriam receperunt. Ma a chi ritolsero i Greci quelle contrade? Se i Saraceni erano in loro aiuto, dalle mani di chi le avran ricuperate i Greci? A me non è venuto sotto gli occhi antico scrittore alcuno, che parli di sì fatto avvenimento. E noi vedremo in breve i Saraceni potenti in Calabria. Lupo Protospata sotto quest'anno scrive[2458]: Occidit Porphyrius Protospata Andream episcopum oriensem mense augusti. Altra avventura di conseguenza non dovette egli sapere. E poscia all'anno 982 nota che la città di Bari fu consegnata ai Greci: come dunque se ne impadronirono in quest'anno? Per altro è certo che pochi anni prima aveano i Greci perduta la città di Bari, e seco, come si può credere, la Puglia. Cedreno l'attesta[2459], favellando di Basilio e Costantino Augusti greci: In Italia, dice egli, quidam, vir potens, unus de iis, qui Barim incolebant, nomine Meles, concitatis Longobardis, contra Romanos (tal nome attribuivano a sè stessi i Greci) movit. Quumque imperator adversus hunc misisset Basilium Argyrum Sami, et Contoleonem Cephalleniae praefectos, Meles illustri eos praelio vicit, multis caesis, haud paucis captis, reliquis turpi fuga vitam tutatis. È da stupire come Lupo Protospata nulla parli di questo fatto, quando sia vero. Tanto l'Ughelli[2460], quanto il Bordoni[2461] rapportano a quest'anno un privilegio conceduto a Sigefredo vescovo di Parma con queste note: Data nonis aprilis, anno dominicae Incarnationis DCCCCLXXIX, Indictione VII, anno tertii Othonis regni regnante sexto. Actum Quitelemburgi: senza punto badar essi che Ottone terzo non era per anche nato in quest'anno, e che allora regnava Ottone secondo imperadore, e non già suo figliuolo, e che l'indizione VII non s'accorda coll'anno VI di Ottone III. Sarà forse un diploma vero, ma alterato dai copisti ignoranti. Mansone imperiale patrizio ed antipato, cioè proconsole, si truova duca di Amalfi[2462]. Questi nell'anno 892 fu degradato da Oferio suo fratello, il quale, dopo avere regnato un anno e nove mesi, mancò di vita, e diede adito al suddetto Mansone di riassumere il governo di Amalfi.
NOTE:
[2456] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.
[2457] Sigonius, de Regno Ital., lib. 7.
[2458] Lupus Protospata, in Chron.
[2459] Cedrenus, in Annal.
[2460] Ughell., Ital. Sacr., tom. 2.
[2461] Bordon., Thesaur. Eccles. Parmens.
[2462] Antiq. Ital., tom. 1, pag. 210.
Anno di CRISTO DCCCCLXXX. Indiz. VIII.
BENEDETTO VII papa 6. OTTONE II imperadore 14 e 8.
Era fin qui durata la nimicizia di Ottone II imperatore con Lottario re di Francia, a cagione della Lorena, provincia allora di grande estensione fra la Germania e la Gallia. In quest'anno ebbe fine. Seguì un abboccamento fra loro, e, per attestato di Ditmaro[2463], Lutharius rex cum filio suimet, ac muneribus magnificis ad Ottonem venit, et sibi satis faciens, amicitiam ejus firmiter acquisivit. Così hanno altri scrittori[2464]. E Sigeberto aggiugne[2465], che rex Lotharius Lotharingiam abjurat. Ma il continuatore di Frodoardo[2466] scrive che Ottone Augusto riconobbe quel paese in feudo dal re di Francia: Lotharius rex Francorum contra voluntatem principum regni sui Remis pacificatus est cum Othone imperatore, deditque Othoni in beneficium Lotharingiae ducatum: quod magis corda praedictorum principum contristavit. Lascerò io disputare intorno a questo punto gli eruditi franzesi e tedeschi; perchè quel continuatore non è di tale antichità da potersi riposar sul suo detto. In questa maniera avendo l'Augusto Ottone assicurata la quiete della Germania, rivolse i suoi pensieri all'Italia. Stavagli ai fianchi l'imperadrice Teofania sua moglie, che gli andava mettendo in capo delle pretensioni sopra gli stati posseduti dai greci Augusti in Italia, per esser ella figliuola d'un greco imperatore: con che s'invogliò il marito di tentare la conquista. Se si ha da credere ad un continuatore della Cronica di Frodoardo[2467] presso il Du-Chesne, fu egli in oltre chiamato in Italia dal papa, per provvedere ai mali umori che più che mai serpeggiavano in Roma: Evocatus a papa, ut Ecclesiae succurreret, in Italiam, ubi Apuliam et Calabriam Italiae provincias ad jus imperii Graecorum appendentes, ad imperium romanum conatus transferre. In quest'anno, per testimonianza dell'Annalista sassone[2468], la suddetta imperadrice Teofania partorì all'Augusto marito un figliuolo, appellato Ottone III, che fu poi re ed imperatore. Calò dunque in Italia Ottone II imperadore nell'autunno dell'anno corrente, e, giunto a Pavia, quivi si pacificò colla santa imperadrice Adelaide sua madre. Non van d'accordo su questo punto santo Odilone abbate[2469] di Clugnì, e Siro monaco abbate d'esso monistero[2470] prima di Odilone. Secondo il suddetto Odilone, pentito l'imperadore dei disgusti dati alla madre, spedì a Corrado re di Borgogna e a san Maiolo dei messi, con pregarli d'interporsi per la riconciliazione, e di condurre Adelaide a Pavia. Venne ella in fatti a quella città, abboccossi col figliuolo, ed amendue non senza lagrime si pacificarono. Siro all'incontro scrive che non attentandosi alcuno dei buoni cortigiani di aprir bocca in favor d'Adelaide, sollecitato san Majolo da molti, si portò alla corte, e con generosa franchezza talmente ne parlò all'imperadore, ch'egli si diede per vinto, e andò a gittarsi a' piedi della madre. Nelle annotazioni alle leggi longobardiche[2471] ho io scritto che questa riconciliazione seguì in Verona nell'anno 983. Ma essa è indubitatamente da riferirsi all'anno presente. Da Pavia passò l'Augusto Ottone a Ravenna, dove, per relazione dell'Annalista sassone, celebrò il santo Natale. Della sua permanenza in quella città ne abbiamo anche la testimonianza in un diploma[2472] da me dato alla luce, in cui egli confermò ai canonici di Parma interventu ac petitione dominae nostrae matris Adelaidae, (già riconciliata con lui) tutti i loro privilegii, V kalendas januarii, anno dominicae Incarnationis DCCCCLXXX, Indictione nona, regni vero domni Ottonis XXII (dovrebbe essere XX) imperii autem ejus XIII (dee essere XIIII, facile errore del copista). Actum Ravennae. Vuole il Sigonio[2473] che Ottone, appena arrivato in Italia, tenesse nel mese d'agosto una solennissima dieta dei principi italiani in Roncaglia sul Piacentino, dove si fece giustizia di chi avea mosse sedizioni in Italia, e furono conferiti feudi a varie persone, e fra le altre a Lanfranco Bracciforte piacentino. Aggiugne che Tedaldo, figliuolo di Alberto Azzo conte ed avolo della contessa Matilde, fu dichiarato marchese di Mantova. Ma nulla di ciò sussiste. Nel dì 7 di ottobre era tuttavia di là da' monti l'imperadore Ottone II, come con un suo diploma pruova il padre Mabillone[2474]. In que' tempi non v'era marchese di Mantova. Senza dubbio Tedaldo portò il titolo di marchese, ma con restare tuttavia ignoto onde a lui venisse questa denominazione. Ed è una favola quella del Bracciforte.
NOTE:
[2463] Ditmarus, in Chron., lib. 3.
[2464] Annales Hildeshemenses. Annalista Saxo.
[2465] Sigebert., in Chron.
[2466] Continuator Frodoardi, apud Du-Chesne, tom. 2 Rer. Franc.
[2467] Idem, Ibidem.
[2468] Annalista Saxo, apud Eccardum.
[2469] Odilo, in Vita S. Adelheidis.
[2470] Syrus, in Vita S. Majoli.
[2471] Rer. Ital., P. II, tom. 1.
[2472] Antiquit. Ital., Dissert. XVIII.
[2473] Sigonius, de Regno Ital., lib. 7.
[2474] Mabill., Annal. Benedict., ad ann. 980.
Anno di CRISTO DCCCCLXXXI. Indiz. IX.
BENEDETTO VII papa 7. OTTONE II imperadore 15 e 9.
Era tuttavia in Ravenna l'Augusto Ottone II nel dì 15 di gennaio, citando il Rossi[2475] un suo diploma, dato XVIII kalendas februarii anno dominicae Incarnationis DCCCCLXXXI, Indictione IX, regni XX, imperii XIV. Ravennae. Passò dipoi a Roma per attestato dell'Annalista sassone[2476], in compagnia delle Auguste, cioè di Adelaide sua madre e di Teofania moglie, e vi solennizzò la Pasqua. Confermò all'insigne monistero di Farfa i suoi privilegii con un diploma[2477] dato III nonas maii, anno dominicae Incarnatione DCCCCLXXXI, Indictione VIII (scrivi VIIII), imperii autem ejus XIV. Actum Romae. Un altro suo diploma in favor del monistero di Casauria fu spedito XIV kalendas maii nell'anno suddetto, Indictione nona, regni vero domni Ottonis secundi vicesimo primo, imperii autem ejus decimoquarto. Actum Romae in palatio juxta ecclesiam beati Petri Apostoli, cioè fuor di Roma, dove soleano abitar gli imperadori, allorchè andavano a quella augusta città. Lo stesso pure praticavano in Ravenna, in Milano ed in altre città, abitando fuori d'essa, credo io, per loro maggior sicurezza, e quiete ancora dei cittadini. Susseguentemente nel mese d'agosto confermò tutti i privilegii e beni al celebratissimo monistero di Monte Casino. Il suo diploma, che tuttavia originale col suo sigillo di cera si conserva nell'archivio casinense, dato alla luce dal padre abbate Gattola[2478], si vede spedito VIII idus augusti anno dominicae Incarnationis DCCCCLXXXI, imperii vero domni secundi Ottonis imperatoris Augusti quartodecimo Indictione nona. Actum Cevice. Quivi è degno d'attenzione ciò che dice quest'imperadore in confermare ad Aligerno abbate tutte le tenute del monistero casinense in ambobus ducatibus nostris spoletino atque firmano, seu infra omnes fines nostri regni italici. Il ducato di Fermo, appellato anche Marca di Fermo, altro non è che il ducato ossia la Marca di Camerino. Or di qua si vegga, se possa sussistere che i due Ottoni primo e secondo avessero donato, ossia confermato, alla santa Chiesa romana cunctum ducatum spoletinum, seu beneventanum. Ognun sa, per conto del beneventano, che esso era in questi tempi de' suoi proprii principi, i quali riconoscevano ora i greci, ora i latini imperadori per loro sovrani, senza che mai niuno de' papi se ne lamentasse, o vi pretendesse. Così i due ducati ossia le due marche di Spoleti e di Camerino dipendevano dai soli imperadori d'Occidente, ed erano parti del regno d'Italia; e i re e gl'imperadori vi mettevano al governo i duchi di mano in mano; il che appunto succedette nell'anno presente, imperciocchè venne a morte Pandolfo Capodiferro, potentissimo principe di Benevento e Capua, che per molti anni era anche stato duca di Spoleti e marchese di Camerino. Dopo l'aprile, e prima del mese di giugno di quest'anno egli terminò i suoi giorni, e fu seppellito in Capua. A Landolfo IV suo primogenito toccò il principato di Benevento e Capua; a Pandolfo ossia Paldolfo secondogenito restò il principato di Salerno. Per conto di Spoleti e di Camerino, siccome vedremo, questo pervenne a Trasmondo duca e marchese, nominato nelle croniche di Farfa e del Volturno. Trovavasi in Capua l'Augusto Ottone nell'ultimo dì di settembre, allorchè confermò una gran copia di beni donati al nobil monistero di san Salvatore di Pavia dall'imperadrice Adelaide sua madre, piissima fondatrice di quel sacro luogo. Il diploma fu dato[2479] pridie kalendas octobris anno dominicae Incarnationis DCCCCLXXXI, Indictione X, regni domni secundi Ottonis XXIV, imperii quoque XIV. Actum Capuae. Gli anni del regno sono scorretti, nè si accorda questo diploma colla dotazione fatta più tardi di esso monistero dall'Augusta Adelaide. Attese in questi tempi l'imperadore Ottone ad ammassar gente, e a far tutti i preparativi per cominciar la guerra coi Greci. Ma perchè Pandolfo principe di Salerno doveva essere ora dipendente da essi, Ottone, per attestato di Romoaldo salernitano[2480], assediò quella città, e la prese: Veniens Salernum obsedit, cepitque illam expugnans: sono parole di quello storico. Ed Ermanno Contratto[2481] scrive a quest'anno: Otto imperator peragrata Italia, Campaniam, calabrosque fines cum exercitu ingreditur. Lasciò scritto Lupo Protospata[2482] sotto quest'anno, che fecit praelium Otho rex cum Saracenis in Calabria in civitate Cotruna, et mortui sunt ibi quadraginta millia Poenorum (enorme slargata di bocca) cum rege eorum, nomine Bulcassimus. Ma questa notizia è fuor di sito, conoscendosi che appartiene all'anno seguente; ed è anche alterata di molto. Così egli narra all'anno 982 la morte di Ottone II, la quale pure accadde solamente nel 983.
Ci vien poi dicendo Gotifredo da Viterbo[2483], che prima che Ottone II tornasse in Italia, erano qui insorte fra i popoli, e massimamente in Roma, varie sedizioni. Arrivato ch'egli fu a Roma in collera, sentì le doglianze de' popoli, notò i rei; ed un giorno, fatto un solenne convito, in cui si trovarono tutti i principi e baroni, e circondato il luogo dalle sue guardie, mentre erano sul più bello dell'allegria, intimò il silenzio a tutti. Quindi ordinò che si leggesse il processo dei delinquenti, a cadaun dei quali immediatamente fu spiccato il capo dal busto:
Qui meruit, damnatur ibi poena capitali. Sanguine nobilium jam mensa potest maculari. Otho sibi capita vult quasi fercula dari. Humani capitis dum mensa cruore medescit. Non minus ante datis Rex imperat undique vesci.
Da Gotifredo prese queste notizie il Sigonio[2484], come buona moneta, e le inserì nei suoi Annali. Ma s'ha da tenere per certo che queste son tutte fandonie, almeno per quel che riguarda Ottone II imperadore. Al più al più potrebbe aver dato motivo a questa favola Ottone III suo figliuolo, per l'operato suo in Roma: del che parleremo a suo luogo. E che lo stesso Gotifredo imbrogli qui i fatti del terzo Ottone con quei del secondo, si scorge dal dire egli che Ottone II portò da Benevento il corpo di san Bortolomeo apostolo: il che sappiamo attribuito dai vecchi scrittori ad Ottone III, tuttochè neppur questo sussista. Ora non parlando alcuno degli antichi storici della sopraddetta rigorosa, anzi orrida giustizia, che avrebbe fatto grande strepito nel mondo: non è bastante farcela credere l'autorità di Gotifredo, lontano da questi tempi, e scrittore dell'anno 1190. Abbiamo poi dall'Annalista Sassone[2485] che il suddetto imperadore celebrò la festa del santo Natale in Salerno: il che ci vien sempre più assicurando che in quest'anno egli se ne impadronì colla forza dell'armi. Lamberto da Scafnaburgo[2486] dice ch'egli solennizzò essa festa in Roma. Ma qui non se gli può prestar fede. Nella Cronica del monistero del Volturno[2487] abbiamo un bel placito tenuto ipso die lunae, quinto die intrante mense decembrio, Indictione X super salernitanam civitatem, in qua residebat supradictum imperatorem cum suis honoralibus hostiliter, anni Domini DCCCCLXXXI, imperii vero domni secundi Ottoni XIIII. Cadde appunto in quest'anno il dì quinto di dicembre in lunedì; e però abbiamo che allora l'imperadore era ad oste sotto Salerno, ed avendolo preso prima del Natale, quivi dovette celebrar quella festa. A questo anno parimente dovrebbe appartenere un diploma d'esso Ottone, conceduto ai canonici di Lucca[2488] XII kalendas januarias, anno dominicae Incarnationis DCCCCLXXXII, Indictione X, anno regni secundi Ottonis XXV, imperii quoque ejus XV. Actum justa civitatem Salernum. Sono scorrette queste note. L'anno, per mio avviso, ha da essere DCCCCLXXXI. Quando nulladimeno fosse dato nell'anno susseguente, di qui apprenderemmo che anche nell'anno appresso l'imperadore celebrò il Natale del Signore in Salerno: cosa nondimeno ch'io peno a credere. Nè si dee tralasciare ciò che scrive l'autore della Cronica di Casauria[2489], cioè che nell'anno presente dominus Otto imperator ex romulea egressus urbe, et aedificata sibi regali domo in campo, qui vocatur de Cedici, toto ipso aestivo tempore ibi perendinans mansit. Era questo luogo nel territorio di Marsi, ciò apparendo da un placito, da me aggiunto alla medesima Cronica, tenuto in territorio Marsicano in ipso campo de Cedici, ubi erat ipsa casa domni Ottonis aedificata, ubi residebat in placito Gislebertus venerabilis episcopus (di Bergamo), ec. Esso placito fu celebrato anno ab Incarnatione Domini nostri Jesu Cristi DCCCCLXXXI, anno imperatoris magni Ottonis filii quondam Ottonis imperatoris Augusti XIV, die mensis augusti, Indictione IX Actum in Marsi. Adamo abbate di Casauria vinse quivi una lite di beni. Truovasi ancora nella Cronica del monistero di santa Sofia[2490] un diploma d'esso Augusto, impetrato da Gregorio abbate di quel sacro luogo, e dato XV kalendas novembris, anno dominicae Incarnationis 997, imperii vero domni secundi Ottonis XIV, Indictione X. Actum in civitate beneventana in palatio regio. Ma è grossamente fallato l'anno, e s'ha da scrivere anno DCCCCLXXXI. Ho detto di sopra che il principato di Benevento e di Capua, dopo la morte di Pandolfo Capodiferro, fu governato da Landolfo IV suo figlio. Aggiungo ora che in quest'anno coll'espulsione d'esso Landolfo IV, Benevento pervenne alle mani di Pandolfo II figliuolo di Landolfo III, cioè di un fratello del suddetto Capodiferro. Anche Pandolfo II principe di Salerno[2491] era stato spossessato di quel principato da Mansone duca di Amalfi, il quale con Giovanni I suo figliuolo il tenne per due anni. E quantunque Ottone II assediasse e prendesse quella città, siccome abbiam veduto, pure tanto sapere ebbero, che restarono amendue confermati in quel principato.
NOTE:
[2475] Rubeus, Hist. Ravenn., lib. 5.
[2476] Annalista Saxo, apud Eccardum.
[2477] Chronicon Farfens., P. II, tom. 2 Rer. Ital.
[2478] Gattola, Hist. Monaster. Casinens. P. I.
[2479] Margarinius, Bullar. Casines., tom. 2, Constitut. LX.
[2480] Romuald. Salernit., Chron., tom. 7, Rer. Ital.
[2481] Hermannus Contractus, in Chron.
[2482] Lupus Protospata, in Chronico, tom. 5 Rer. Italic.
[2483] Godefredus Viterbiensis, Panth. de Othone II.
[2484] Sigonius, de Regno Ital., lib. 7.
[2485] Annalista Saxo.
[2486] Lambertus Schafnaburgensis, in Chronico.
[2487] Chron. Vulturnen., P. II, tom. 1 Rer. Ital.
[2488] Antiquit. Italic., Dissert. LXII.
[2489] Chron. Casauriense, P. II, tom. 2 Rer. Ital.
[2490] Ughell., Ital. Sacr., tom. 8.
[2491] Peregrinus, Hist. Princip. Langobard.
Anno di CRISTO DCCCCLXXXII. Indiz. X.
BENEDETTO XII papa 8. OTTONE II imperad. 16 e 10.
Nel catalogo del monistero nonantolano[2492], da me dato alla luce, viene scritto che in quest'anno fu conferita questa insigne badia a Giovanni archimandrita greco, ed è importante la notizia per imparare a conoscer per tempo un volpone che arrivò in fine ad occupar la stessa cattedra di san Pietro, siccome vedremo. S'era questo astuto calabrese mirabilmente introdotto nella confidenza dell'imperadrice Teofania, greca anche essa di nazione. Ed informato che buon boccone fosse quello della badia nonantolana, goduto in addietro da alcuni vescovi, valenti cacciatori de' beni de' monaci, l'impetrò, secondo i perversi costumi d'allora, dall'imperadore. Nella copia del diploma da me veduta e pubblicata mancava la data[2493]; ma è da osservare come sia ivi dipinto questo ipocrita. Dopo aver detto l'imperadore che quel monistero, in comitatu mutinense constructum, quod Nonantula vocatur, omnibus aliis majus, et quod olim exemplar bene vivendi, et sanctae conversationis fuerat reliquis, paene jam annullatum, atque fondo tenus depopulatum iniquorum pravitate hominum eo quod per longa curricula annorum, era stato senza veri abbati, e non essersi trovato fra i monaci alcuno atto a quel governo, soggiugne: Posthac consultu sapientium reduxi oculos meos ad aulicos, inter quos quemdam archimandritem et consecretalem meum, Johannem nomine, reperi, probis moribus ornatum, pudicum, sobrium, docibilem, graeca scientia non ineruditum, totiusque prudentia, et sanctitatis fulgore praeclarum. Quem consilio virorum illustrium, Deumque timentium, et electione fratrum in jam dicto monasterio commanentium, a nostro cubili, et necessariis consiliis abstrahentes, super nominatis fratribus in patrem et rectorem praefecimus. Osservisi come la badia nonantolana vien chiamata la più grande, s'io non erro, di tutte l'altre d'Italia. Ottima fu qui l'intenzione dell'imperadore, ma andando innanzi, scorgeremo che santo uomo fosse questo archimandrita Giovanni. Nel mese di marzo del corrente anno si truova l'imperadore Ottone II in Taranto, dove conferma ad Odelrico vescovo di Cremona i beni della sua chiesa. Le note del diploma son queste[2494]: Datum XVII kalendas aprilis anno dominicae Incarnationis DCCCCLXXXII, Indictione X, regni domni secundi Ottonis XX, imperii autem XIIII (si dee scrivere XVI). Quivi ancora egli dimorava XIV kalendas majas, come si raccoglie da altro suo diploma[2495] in favore di Giovanni vescovo di Salerno da me pubblicato. Scrive Leone Ostiense[2496], che Ottone venit Capuam et abiit Tarentum, ac Metapontum, et deinde Calabriam, unde prospere ad suas reversus. Anno Domini DCCCCLXXXIII iterum magno exercitu congregato cum Saracenis in Calabriam dimicaturus descendit. Ma non v'ha grande esattezza in queste parole, o, per dir meglio, nel testo che abbiamo. L'anno è ivi fallato certo, essendo che nel presente, e non già nel susseguente, seguì la battaglia di cui seguita esso ostiense a parlare.
Romoaldo salernitano racconta[2497], che Ottone II da Salerno per Brixiam (forse Brutios) et Lucaniam in Calabriam perrexit, et apud Stylum Calabriae oppidum cum Saracenis pugnavit, eosque devicit, Rhegium quoque cepit. Anche Lupo Protospata, siccome abbiam veduto all'anno precedente, nota che la battaglia d'esso imperadore coi Saraceni riuscì favorevole ai Cristiani, e che vi restarono sul campo quaranta mila Mori; nel che, siccome dissi, ognun vede ch'egli aprì di troppo la bocca. Ma s'ingannarono questi ed altri autori non meno nel fatto che nel tempo. Non si può staccare dall'anno presente il fatto d'armi succeduto fra Ottone Augusto e i Mori; ed in questo non restò vincitore, ma vinto l'imperador d'Occidente. Abbiamo da Ditmaro[2498], da Ermanno Contratto[2499], da Epidanno[2500], dall'Annalista sassone[2501] e da altri il vero racconto di questo infelice avvenimento. Intorno a che è da sapere che i greci Augusti Basilio e Costantino, dacchè penetrarono l'intenzione dell'imperadore Ottone II, di voler assalire gli Stati da loro posseduti in Puglia e Calabria, gli spedirono ambasciatori per distornarlo da sì fatta impresa. A nulla avendo servito le loro esortazioni e preghiere, si rivolsero per aiuto ai Mori di Sicilia e d'Africa, promettendo loro buon soldo e regali. A questo invito si leccarono le dita i Saraceni, di nulla più vogliosi che di poter mettere liberamente il piede nella Calabria: se pure la guerra di Ottone non fu ancora contra di loro, come possedenti qualche città o fortezza in quelle parti. Pertanto, raunata una possente flotta navale, accorsero a sostenere gl'interessi dei Greci, e fors'anche i loro proprii. Avea l'imperador Ottone anche egli un gagliardo esercito dei suoi Sassoni, accresciuto da un buon rinforzo di Bavaresi ed Alemanni. In persona era venuto Ottone duca di Baviera e di Svevia, figliuolo del già Litolfo suo fratello, a militar sotto il di lui comando. Oltre a ciò, concorsero alla di lui armata i Beneventani, Capuani, Salernitani ed altri popoli dell'Italia. La sua prima impresa fu l'assedio di Taranto, città difesa e tenuta dai Greci: eamque, come dice Ditmaro, viriliter in parvo tempore oppugnatam devicit. Proseguì il viaggio in Calabria per azzuffarsi coi Mori. A tutta prima li mise in fuga, ed obbligò a ritirarsi in una città. Usciti poi costoro con bella ordinanza in campo, si attaccò la crudele battaglia. Gran macello fecero i Cristiani di quegl'infedeli, sbaragliarono i loro squadroni, fecero fuggire i restanti. Ma mentre i Cristiani sbandati son dietro a raccogliere le spoglie del campo, eccoti, a mio credere, comparir di nuovo raccolti e schierati i Saraceni, che senza trovar resistenza, misero a fil di spada quanti dei Cristiani vennero loro alle mani, e restarono padroni del medesimo campo. Perirono in quell'infelice conflitto non già il suddetto Ottone duca di Alemagna e di Baviera, come vuole il Sigonio, perchè egli tornò in Germania, e quivi mancò di vita nel presente anno, ma bensì Arrigo vescovo d'Augusta, Vernero abbate di Fulda, siccome ancora, per attestato di Leone Ostiense, Landolfo principe di Benevento e di Capua, con Atenolfo marchese (forse di Camerino) suo fratello, ed altri principi, vescovi e conti. Altri ancora restarono prigioni, e convenne loro riscattarsi con gran somma d'oro. Quorum unus (scrive Epidanno) erat vercellensis episcopus, carcere diu maceratus apud Alexandriam d'Egitto. Le memorie della chiesa di Vercelli presso l'Ughelli[2502] portano che circa questi tempi Pietro II vescovo di quella chiesa andò per sua divozione ai luoghi santi d'Oriente, e fu preso e tenuto gran tempo in prigione. Tornato poscia a Vercelli, dopo la morte fu aggregato al catalogo dei beati. Ma s'egli per disavventura, secondo gli abusi de' secoli barbari, fosse ito alla guerra, e fra i combattenti avesse voluto far da prode (il che non si può ora chiarire), non sarebbe un tal santo approvato dalla Chiesa di Dio. Succedette questa campale sfortunata battaglia, secondo Ditmaro, III idus julii, e senza fallo in questo anno, come s'ha dai suddetti scrittori.
Indarno pretende il padre Gattola[2503] che Landolfo IV, principe di Benevento fosse tuttavia vivente nel novembre dell'anno presente, e che perciò si debba trasferire la battaglia suddetta, in cui egli perì, all'anno seguente. Dee patire qualche difetto il diploma da lui addotto, ed esso apparterrà all'anno precedente, potendosi raccogliere dai documenti da me pubblicati nella Cronica del monistero di Volturno[2504] che Landenolfo suo fratello dopo il luglio dell'anno presente cominciò a reggere il ducato di Benevento, e che per conseguente era mancato di vita Landolfo IV. Scrisse il Sigonio[2505] che i Romani e Beneventani tenendo davanti agli occhi le crudeltà esercitate in Roma da Ottone II, sul principio di quel fatto d'armi decamparono, lasciando colla lor ritirata esposto il rimanente dell'esercito cesareo alla disgrazia che da lì a poco avvenne; laonde nell'anno seguente Ottone sfogò la sua collera contro di Benevento con assediarlo, prenderlo, diroccarlo e trasportarne il corpo di san Bartolomeo. Ma il Sigonio troppo incautamente seguitò qui Gotifredo da Viterbo[2506], parlante della crudeltà di Ottone, della presa di Benevento, e dell'asportamento del sacro corpo suddetto: che son tutte fole mancanti affatto di verità. Se Landolfo IV principe di Benevento lasciò la vita in quella funesta battaglia, come si può credere che i suoi l'abbandonassero? Anzi Ottone conservò la sua grazia a quella città, contentandosi che Aloara madre d'esso Landolfo governasse da lì innanzi quel ducato unitamente con Landenolfo altro di lei figliuolo, i diplomi dei quali cominciano a comparir da qui innanzi. Ora tornando all'imperador Ottone II, dacchè egli vide sbaragliato e la maggior parte tagliato a pezzi dai Saraceni l'esercito suo, cercò scampo dalla parte del mare[2507], e adocchiata una galea, ossia grossa nave di Greci, venuta a raccogliere i tributi in Calabria, spinse il cavallo nell'acqua, e fu da un soldato schiavone, che il riconobbe, introdotto in essa. Datosi anche a conoscere segretamente al capitan della nave, il pregò ed ottenne che gli lasciasse spedire un messo all'imperadrice Teofania, perch'ella manderebbe montagne di danaro e regali per riscattarlo. Stava essa Augusta nella città di Rossano, patria di quel Giovanni archimandrita, che abbiam già veduto divenuto abbate di Nonantola. E ben informata di quel che avesse ad operare, allorchè comparve la nave greca, fece uscir di Rossano una gran frotta di giumenti tutti carichi di some, credute piene d'oro e di regali preziosi. In alcune barchette, dove erano dei bravi soldati vestiti da marinari, s'accostò alla nave greca Teoderico vescovo di Metz, per conchiudere il negozio e il cambio. Condotto sulla proda l'Augusto Ottone, allorchè si trovò alla vista dei suoi, fidandosi del suo ben saper nuotare, spiccò un salto, e lanciossi in mare, e perchè volle ritenerlo per la veste uno dei Greci, si guadagnò da uno dei soldati tedeschi una stoccata, che il fece cadere indietro, e mise spavento a tutti gli altri, in guisa che l'imperadore nuotando, e seguitato dalle barchette dei suoi, arrivò in salvo al lido. Rimasti i Greci tutti confusi, se n'andarono con Dio, altro non portando seco che un rimprovero alla lor balordaggine. Arnolfo, storico milanese del secolo susseguente, vuole[2508] che i Greci restassero in altra guisa burlati: cioè mostrò Ottone di voler seco la moglie colle sue damigelle, assicurando che porterebbono un'immensa somma d'oro e d'argento con loro. Quumque foret permissum, viros adolescentes muliebriter superindutos, subtus autem accinctos mucronibus cautissime venire mandavit. Ubi vero ingressi sunt navem, illico irruentes in hostes, evaginatis ensibus, indifferenter quosque trucidant. Interim saltu percito prosiliens imperator in pelagus, natando evasit ad littus liber et laetus. Unde terrefacti transiverunt hostes ad propria. L'anonimo scrittore della Cronica della Novalesa[2509] anch'egli parla di questo fatto con alcun'altra circostanza. Giunto poscia l'Augusto Ottone a Capua, per attestato di Leone Ostiense[2510], firmavit principatum relictae Pandulfi (Capodiferro) principis Aloariae, et filio ejus Landenulfo: dal che si può scorgere chi fosse riconosciuto allora per sovrano di quegli Stati. Comparirà all'incontro che dagl'imperadori d'Occidente punto non dipendeva in questi tempi il popolo di Venezia; perciocchè abbiamo la fondazione del nobile monistero di san Giorgio nella città di Venezia, data alla luce dall'Ughelli[2511]. Vedesi scritto quello strumento anno ab Incarnat. Redemptoris nostri DCCCCLXXXII, imperatoribus dominis Vasilio et Constantino fratribus populo romano (questi ed altri simili sbagli son frequenti nell'Italia sacra. Qui s'ha scrivere, come risulta dalla Cronica del Dandolo[2512], fratribus filiis quondam Romani imperatoris) magnis et pacificis imperatoribus, anno autem imperii eorum post obitum Johannis Cimistei (scrivi Zimiski) undecimo die XX decembris, Indictione XI. Rivoalti. Appena ritornato dalla battaglia di Calabria sano e salvo in Germania il sopra mentovato Ottone duca di Baviera, quivi diede fine alla sua vita. Il ducato dell'Alemagna ossia della Suevia toccò a Corrado[2513], e quel della Baviera nell'anno seguente ad Arrigo figliuolo di Bertoldo, essendo tuttavia in prigione il già deposto Arrigo, cugino germano di Ottone II Augusto. Mancò di vita in quest'anno Giovanni duca di Napoli, per quanto s'ha da san Pier Damiano[2514].
NOTE:
[2492] Antiquit. Ital., Dissert. LXVII.
[2493] Ibidem, Dissert. LXIII.
[2494] Antiquit. Ital., Dissert. LXII.
[2495] Ibid., Dissert. V.
[2496] Leo Ostiensis, Chron., lib. 2, cap. 10.
[2497] Romualdus Salernitanus, Chron., tom. 7 Rer. Ital.
[2498] Ditmarus, lib. 3.
[2499] Hermannus Contractus, in Chron.
[2500] Epidannus, in Chron.
[2501] Annalista Saxo.
[2502] Ughell., Ital. Sacr., tom. 4, in Episcop. Vercellens.
[2503] Gattola, Histor. Monaster. Casinens.
[2504] Chronicon. Vulturni., P. II, tom. 1 Rer. Ital.
[2505] Sigonius, de Regno Ital., lib. 7.
[2506] Gotifredus Viterbiens., in Panth.
[2507] Ditmarus, in Chron., lib. 3.
[2508] Arnulf., Hist. Mediolanens. tom. 4 Rer. Ital.
[2509] Chron. Novaliciense, P. II, tom. 1 Rer. Ital.
[2510] Leo Ostiensis, Chron., lib. 2, cap. 9.
[2511] Ughell., Ital. Sacr., t. 5, in Venet. Patriar.
[2512] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.
[2513] Annalista Saxo.
[2514] Petrus Damian., Epist. V., cap. 13.
Anno di CRISTO DCCCCLXXXIII. Indiz. XI.
GIOVANNI XIV papa 1. OTTONE III re di Germania e d'Italia 1.
Tenuto fu nell'anno presente un riguardevol placito in Roma, da me già dato alla luce[2515], anno pontificatus domni Benedicti summi pontifici et universalis papae VII, anno nono sive domno Ottone II magno imperatore suae coronationis quintodecimo anno, sed et hujus aprilis mensis Indictione XI. In vece di quintodecimo avrebbe da essere scritto sextodecimo, se pur qui si parla, come si avrebbe a parlare, della coronazione romana. Il luogo placito fu in basilica beati Petri Apostolorum principis intro hospitale, in eo usualis est nominati papae dormiendum. Presedeva il pontefice Benedetto con varii vescovi, abbati ed uffiziali della Chiesa romana, coll'intervento di Giriberto vescovo di Tortona, e di Pietro vescovo di Pavia; is enim ambobus (come scrive quell'ignorante notaio) per consensu pontifici, ac jussione imperatoria, cura audiendi veritatem eo missi sunt, stante l'essere il monistero di Subiaco litigante con quel della Cava, sotto la protezion dell'imperadore. Fu ivi sentenziato in favore dei monaci di Subiaco. Intanto abbiamo da Sigeberto[2516], che trovandosi tutti i baroni di Germania e d'Italia afflitti e costernati per la rotta loro data dai Greci e Saraceni in Calabria, sola imperatrix (Theophania) feminea et graeca levitate insultabat eis, quod ab exercitu suae nationis victi essent Romani: ac per hoc caepit primatibus exosa haberi. All'incontro l'Augusto Ottone non capiva in sè stesso per la rabbia e pel dispetto del danno ed affronto recatogli dai suddetti suoi nemici, ed altro non ruminava che le maniere di farne una sonora vendetta[2517]. Venne dunque a Verona con pensiero di metter insieme un più poderoso esercito. A questo fine intimò una dieta generale della Germania e dell'Italia in essa città di Verona. Nel testo di Ditmaro si legge che anno dominicae Incarnationis DCCCCLXXVIII imperator Veronae placitum habuit. Ma si dee scrivere DCCCCLXXXIII. Così ancora ha l'Annalista sassone[2518], che fedelmente va copiando Ditmaro. In essa dieta filius imperatoris (cioè Ottone III fanciullo in età di circa quattro anni) ab omnibus in dominum eligitur. Ma perciocchè egli non ricevette allora la corona del regno d'Italia, però si truovano molti atti pubblici da lì innanzi senza il suo nome. Fu in questa occasione che si fecero e pubblicarono le leggi di Ottone II, aggiunte alle longobardiche; giacchè continuava il costume che i re e gl'imperadori non promulgavano leggi senza saputa e consentimento degli stati. Dalla prefazione d'esse abbiamo[2519] che intervenne a quella dieta cum omnibus Italiae proceribus anche Corrado re di Borgogna, zio materno di esso Ottone II Augusto, chiamato, come si può credere, affinchè egli pure contribuisse soccorsi per la gran guerra che si meditava di fare contra de' Greci e Saraceni. Strane ben compariscono quelle leggi agli occhi nostri oggidì, e s'hanno con tutta ragion da riprovare; ma in que' secoli d'ignoranza e di barbarie sembrano non solo giuste, ma necessarie. Secondo le precedenti leggi, qualora veniva prodotto qualche strumento o testamento comprovante l'acquisto di beni, se mai da contrarii litiganti veniva rigettato come falso, bastava che chi l'allegava in suo favore giurasse, toccati i santi Vangeli, che esso strumento era legittimo e vero, per ottener tosto sentenza favorevole dai giudici: tanta era la venerazione che si aveva al giuramento. Ma in pratica se ne provavano dei pessimi effetti. Abbondavano in que' tempi i falsarii, che imbrogliano anche oggidì il criterio degli eruditi con certe carte e diplomi che restano negli archivii. Abbondavano del pari le persone di buono stomaco, alle quali nulla costava il prendere un giuramento falso. Massiccio dunque era il disordine in pregiudizio dei giusti acquirenti o possessori di beni. Fin l'anno 962 ad Ottone I Augusto ne fu dato richiamo dai principi d'Italia nel concilio romano. Per consiglio d'esso Ottone e del papa, se ne differì il rimedio al concilio che si celebrò nel 967 in Ravenna. Ma neppur ivi si venne a risoluzione alcuna, ob quorumdam principum absentiam: tanto è vero ciò ch'io diceva del necessario lor consenso per le leggi. Nella dieta dunque tenuta in quest'anno in Verona, si rimediò ad un tale sconcerto, ma con un rimedio peggior del male. Cioè fu determinato, che se taluno accusasse altrui di carte, titoli o giuramenti falsi, si decidesse la controversia col duello; senza badare che il duello è un tentar Dio, e un mezzo sproporzionato ed infedele per iscoprir la verità delle cose, e che si dava ai più forti il comodo di occupar facilmente le sostanze dei men forti. Ma non le conoscevano allora queste verità, quantunque alla stessa dieta non mancasse un gran numero di vescovi ed abbati, per la persuasione, in cui erano, che Dio, come protettore della verità e dell'innocenza, la dichiarasse nel duello, chiamato perciò giudizio di Dio.
Il tempo della dieta di Verona dovrebbe essere stato il giugno dell'anno presente, giacchè un diploma di Ottone II Augusto in favore della chiesa di Liegi, rapportato dal padre Martene[2520], e dato XVII kalendas julii, anno dominicae Incarnationis DCCCCLXXXIII, Indictione XI anno vero regni secundi Ottonis XXV, imperii autem XV. Actum Veronae. L'anno dell'imperio ha da essere il XVI; l'anno del regno non so come possa essere il XXV. E ne dubiterò, finchè mi si mostri un'epoca, da me non conosciuta fin qui, ed anche ignota al chiarissimo padre don Gotifredo abbate gotwicense[2521], che diligentemente tratta delle epoche degli Augusti tedeschi. Vero è nondimeno che di sopra ne abbiam veduto due altri simili esempli. Ci farà un altro diploma intendere dove passasse l'imperadore Ottone dopo la dieta di Verona. Questo è confermatorio dei beni del monistero di santa Maria in Palatiolo di Ravenna[2522], e con tale autorità formato, che abbastanza indica il dominio d'esso Augusto in quella città. Fu esso dato pridie idus julii, anno dominicae Incarnationis DCCCCLXXXIII, Indictione XI, regni vero domni secundi Ottonis XXVI, imperii quoque ejus XVIII (dee essere XVI). Actum Ravennae. Ma prima di congedarsi da Verona, svegliò l'Augusto Ottone dei pensieri sdegnosi contra dei Veneziani, a cagion dell'uccisione del loro doge Pietro Candiano. Attesta nondimeno il Dandolo[2523], che avendo spedito Tribuno Memmo doge alcuni ambasciatori a Verona in quest'anno, il placò, e ne riportò la conferma dei patti. Ho io dato alla luce[2524] il diploma d'essi patti, fatto dallo stesso Augusto ad esso Tribuno doge, dove son distinte le terre sottoposte al doge di Venezia da quelle del regno d'Italia. Merita osservazione di dirsi da esso imperadore: Ili sunt ex nostro scilicet jure: Papienses, Mediolanenses, Cremonenses, Ferrarienses, Ravennates, Comaclenses, Ariminenses, Pisaurienses, Cesenatenses, Fanenses, Senogallienses, Anconenses, Humanenses, Firmenses, et Pinnenses, Veronenses, Gavallenses, Vicentinenses, Montesilicenses, Paduanenses, Tervisianenses, Cenetenses, Forojulienses, Istrienses, et cuncti in nostro italico regno. Poi seguita ad annoverare i popoli dipendenti dal doge di Venezia. E perciocchè egli non distingue punto dal resto delle città del regno Ravenna, Ferrara, Comacchio, ec., segno è ch'erano in questi tempi incorporate nel regno di Italia, nè sussistesse che Ottone I Augusto avesse restituito l'esarcato ai papi ed aver egli perciò fabbricato il palazzo regale presso a Ravenna, come s'è veduto di sopra. Ma non andò molto che i Caloprini ed altri nobili veneti, nemici dei Morosini, si portarono a Verona, ed insinuarono ad Ottone Augusto la maniera di sottomettere Venezia all'imperio suo, con esibirgli anche Stefano Caloprino una buona somma d'oro, se il dichiarava poscia doge. Di più non ci volle, perchè l'imperadore, pieno di mal talento contra chiunque dipendeva dai greci Augusti, vietasse con pubblico bando a tutte le terre del suo imperio e regno di portar da lì innanzi vettovaglie a Venezia, e ai Veneziani di metter piede nelle terre dell'imperio. Il popolo ancora di Capodargere si ribellò ad essi Veneziani, e si diede all'imperadore, con riconoscere da lui Loreo ed altri siti. Inoltre il vescovo di Belluno occupò varii beni del veneto dominio. Allora fu che Tribuno doge fece dirupar le case di tutti que' cittadini che erano ricorsi all'imperadore, e mettere in prigione le mogli e i figliuoli loro. Male e peggio sarebbe andata pe' Veneziani, se non succedeva colla morte di Ottone un gran cambiamento di cose. Ma avanti di narrar questa morte, conviene accennare che esso imperadore andò prima a Pavia, dove IX kalendas septembris prope fluvium Ticinum diede un diploma al monistero di Volturno[2525]. Di là passò nei principati di Benevento e Capua. L'autore della Cronica di Casauria scrive[2526] che anno ab Incarnatione Domini DCCCCLXXXIII, Indictione XI, quum domnus Otto secundus imperator in Apuliam profectus, et Ottone filio suo coronato (ma non sì presto) apud Varim (cioè Bari) civitatem maneret, Johannes Pinnensis episcopus, ec. Ma forse v'ha dell'errore. Veggasi il Giudicato nelle giunte alla Cronica suddetta. Ci somministra ancora la Cronica del Volturno due altri diplomi del medesimo Augusto in favore di quel monistero, amendue dati II iduarum novembrium anno dominicae Incarnationis DCCCCLXXXIII, Indictione XI, regni vero domni secundi Ottonis XXVI, imperii quoque ejus XVI. Actum Capuae. Ma forse questi son da riferire all'anno precedente. Ancor qui abbiamo l'anno XXVI del regno. Negli originali talmente sarà stato scritto XXIII, che i copisti l'abbiano, siccome è facile, preso per XXVI. Veggonsi in essa Cronica volturnense altri diplomi che servono alla correzione di questi medesimi documenti. Anzi il cardinal Baronio,[2527] riferendo questo diploma, legge anno XXIII.
Ora tutti questi movimenti di Ottone II Augusto erano per unire un formidabil esercito da condurre specialmente contro de' Saraceni. Pensava infino di andarli a trovare in Sicilia. Disponens (scrive Arnolfo milanese[2528]), aequoreas undas potestative cum omni transmeare Italia, per universum regnum dilatat militandi praeceptum. Altrettanto abbiamo da Leone ostiense[2529]. E lo storico Epidanno[2530] aggiugne una diceria del volgo: cioè ch'egli intendeva di fare un ponte sullo stretto della Sicilia, per passare in quell'isola, come altrove fece Dario (vuol dire Serse) re di Persia per portare la guerra in Grecia. Ma venuto esso imperadore a Roma sul principio di dicembre, quivi infermatosi (chi immagina per afflizion d'animo, e chi per ferita mal curata), diede fine ai suoi giorni. Abbiamo da Ditmaro[2531], ch'egli, sentendo avvicinarsi il suo fine, fece quattro parti del suo tesoro: la prima per le chiese; la seconda ai poveri; la terza a Matilda sua sorella, badessa piissima di Quidelinburg, e la quarta agli afflitti suoi cortigiani: Factaque latialiter (cioè in lingua latina o romana) confessione coram apostolico, ceterisque coepiscopis atque presbyteris, acceptaque ab eis optata remissione, VIII idus decembris ex hac luce subractus est, terraeque commendatus, ubi introitus orientalis paradisi domus sancti Petri cunctis patet fidelibus, et imago dominica honorabiliter formata venientes quosque stans benedicit. Leone ostiense aggiunge che il corpo suo fu seppellito in labro porphyretico, che durava tuttavia a' tempi del cardinal Baronio insieme coll'immagine del Salvatore nell'atrio della basilica vaticana. Questo sepolcro di porfido fu poi levato da Paolo V pontefice a cagion della fabbrica nuova. Così la morte sul più bel fiore dell'età troncò la vita e le imprese meditate da questo principe, che prometteva di uguagliar la gloria del padre, se più lungo fosse stato il corso de' suoi giorni. L'autore della vita di santo Adalberto[2532] gli dà la taccia di molta ambizione e di poco senno. Aveva egli, alquante settimane prima, inviato in Germania l'unico suo figliuolo Ottone III, per quivi ricevere la corona del regno germanico. In fatti, secondo la testimonianza di Ditmaro, in die proximi Natalis Domini ab Johanne archiepiscopo ravennate, et a Willigiso moguntino, in regem consecratur Aquisgrani. È notabile che l'arcivescovo di Ravenna facesse la prima figura in quella solenne funzione. La Cronica d'Ildesheim dice[2533] ch'egli per unctionem Johanni ravennatis archiepiscopi in die natalis Dominis unctus est in regem. Ma appena terminata la gran festa, eccoli arrivar la nuova della morte dell'Augusto suo padre, che tutte sturbò quelle allegrezze. Che in quest'anno ancora giugnesse al fin di sua vita Benedetto VII sommo pontefice, e gli succedesse Giovanni XIV, verisimilmente lo persuaderan le ragioni che addurrò all'anno seguente. Fu discacciato in quest'anno dai Salernitani Mansone lor principe con Giovanni I di lui figliuolo, e in luogo di essi fu creato principe di Salerno Giovanni II, figliuolo di Lamberto, forse della schiatta degli antichi duchi di Spoleti.
NOTE:
[2515] Antiquit. Ital., Dissert. VII.
[2516] Vita S. Adalberti, in Actis Sanct., ad diem 23 aprilis.
[2517] Ditmarus, in Chron.
[2518] Annalista Saxo, apud Eccardum.
[2519] Leges Langobard., P. II, tom. 1 Rer. Ital.
[2520] Marthene, Veter. Scriptor., tom. 1.
[2521] Chron. Gotwicense, tom. 1, lib. 2, cap. 4.
[2522] Bullar. Casinens., lib. 2, Constit. LXII.
[2523] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.
[2524] Piena Esposizione, pag. 125.
[2525] Chronic. Vulturnense, P. II, tom. 1 Rer. Ital.
[2526] Chronic. Casauriense, P. II, tom. 2 Rer. Ital.
[2527] Baron., in Annal. Eccl.
[2528] Arnulf. Mediolan., lib. 1, cap. 9.
[2529] Leo Ostiensis, Chron., lib. 2, cap. 9.
[2530] Epidannus, in Chron.
[2531] Ditmarus, in Chron.
[2532] Vita II S. Adalberti, in Actis Sanctor. ad diem 23 april.
[2533] Annal. Hildeshemenses.
Anno di CRISTO DCCCCLXXXIV. Indiz. XII.
GIOVANNI XIV papa 2. OTTONE III re di Germania e Italia 2.
Fu susseguita la morte di Ottone II imperadore da gravissimi sconcerti nella Germania[2534]. Venne fatto da Arrigo II, già duca di Baviera, figliuolo di Arrigo I, cioè di un fratello di Ottone il Grande, di uscir di prigione, oppure di tornar dall'esilio in cui si trovava. Aveva il defunto Ottone II Augusto raccomandato il suo tenero figliuolo Ottone III alla cura di Guarino arcivescovo di Colonia; ma entrato Arrigo duca in quella città, con pretendere che a lui spettasse, secondo le leggi, la tutela del re fanciullo, glielo levò dalle mani. La mira nondimeno d'esso Arrigo era di occupare per sè la corona del regno germanico: al qual fine si guadagnò con assai regali non pochi principi e grandi di quelle contrade, e quei massimamente che l'imperadrice Teofania colle sue imprudenti doglianze avea disgustato. Non finì la faccenda, che nel dì di Pasqua in Quidilingeburg, dove era concorsa gran folla di baroni, si fece esso Arrigo dai suoi parziali proclamare re di Germania. Dallo Struvio[2535] è chiamato questo Arrigo Henricus Henrici rixosi filius: se con ragione, lascerò deciderlo agli eruditi tedeschi. Dimorava tuttavia in Roma l'Augusta Teofania, afflittissima per la perdita del consorte, quando gli arrivò l'amaro avviso del miserabile stato in cui si trovava anche il re Ottone suo figliuolo. Volò per questo a Pavia a trovar l'imperadrice Adelaide suocera sua, lasciata già dal figliuolo al governo di quella città e della Lombardia. Colle lagrime deplorarono amendue le disavventure della loro augusta casa; poscia senza perdersi d'animo passarono in Germania, dove si misero alla testa di quanti stavano tuttavia fedeli al loro figliuolo e nipote. Dichiararonsi ancora in loro favore[2536] Lottario re di Francia e Corrado re di Borgogna, tuttochè Gisla figliuola di Corrado fosse maritata col suddetto Arrigo duca. Prevalse in fatti il partito di Ottone III, e si venne ad una convenzione, per cui III kalendas julii fu da esso Arrigo consegnato il re fanciullo all'Augusta Teofania sua madre. In questo mentre nel dì 10 di luglio dell'anno presente, se vogliamo riposar sull'asserzione del cardinal Baronio e del padre Pagi, terminò il corso di sua vita Benedetto VII papa, per quanto si ricava dall'epitaffio suo, rapportato da esso cardinale annalista. Fu in suo luogo sustituito Pietro vescovo di Pavia, che assunse il nome di Giovanni XIV. Egli era stato in addietro arcicancelliere dell'imperadore Ottone II, e il suo nome s'incontra nei diplomi di lui, da me accennati negli anni precedenti. Ma a me sembra assai più probabile che nell'anno precedente seguisse la vacanza della Chiesa romana. Vero è che i diplomi del monistero volturnense ci rappresentano nel novembre del 985 Pietro vescovo di Pavia, che fu poi papa Giovanni XIV, tuttavia arcicancelliere di Ottone II. Ma non son documenti per conto delle note cronologiche assai sicuri. E che essi appartengano all'anno 982, ne può fare la spia l'indizione XI, perchè nel novembre dell'anno 983, secondo l'osservazione del cardinal Baronio dovea essere la XII. Per conto poi dell'epitaffio di Benedetto VII converrebbe esaminare, se veramente sia fattura di autore contemporaneo, e non dei tempi posteriori, come io sospetto, e se venga riferita la di lui morte all'indizione XII con sicurezza dal marmo, e non già da qualche copia trovata nei manuscritti. Le ragioni ch'io ho di diversamente credere, son queste. L'Annalista sassone[2537] presso l'Eccardo, e il Cronografo sassone[2538] presso il Leibnizio scrivono all'anno presente 983, che Ottone II dopo la dieta di Verona Romam revertitur, ac domnum apostolicum digno cum honore romanae praefecit Ecclesiae. Questo non si può intendere se non di Pietro vescovo di Pavia, alzato al pontificato col nome di Giovanni XIV. Sembra anche difficilissimo che il clero e popolo romano, liberato dalla soggezione di Ottone II Augusto rapito dalla morte, fosse concorso ad eleggere papa un vescovo straniero; ma ciò fu ben facile, essendo tuttavia vivo e presente in Roma lo stesso Ottone. Aggiungasi, vedersi citata dal cardinal Baronio[2539] una memoria tuttavia esistente in marmo, e scritta tempore Johannis XIIII papae, mense februario, Indictione XII, anno dominicae Incarnationis DCCCCLXXXIIII. Adunque nel febbraio di quest'anno era già creato papa Giovanni XIV, e per conseguente possiam presumere l'assunzione sua al trono pontifizio succeduta nell'anno precedente. Strana cosa è che il cardinal Baronio, lavorando sul supposto, che in quest'anno 984 Benedetto VII morisse, e gli succedesse Giovanni XIV, facesse a questa tavola di marmo la seguente annotazione: Sed mendose nonnihil, ut manifeste appareat, loco anni octogesimi quarti legendum octogesimi quinti, et loco Indictionis duodecimae, legendum decimae tertiae, ut convenire Johannis papae sedis tempori possit. Anzi nulla si ha da mutare, e da questo contemporaneo ed autentico monumento si ha, per lo contrario, da inferire che l'epitaffio di Benedetto VII papa fu composto dai monaci, riconoscenti la fondazione del lor monistero da esso papa, molti anni dappoi, e perciò fallace in assegnar l'anno preciso della sua morte.
Ma dopo nove mesi di pontificato finì sua vita papa Giovanni XIV, e dall'epitaffio, rapportato dal cardinal Baronio (se pure ricavato fu dal marmo e non dai manoscritti), si raccoglie che la sua morte avvenne nel dì XX d'agosto. Ma se quest'epitaffio era in san Pietro, chieggo io, perchè nol rapportasse Pietro Mallio[2540], il quale tanti secoli prima raccolse le memorie della basilica vaticana, e nol conobbe punto e nol riferì? Secondo i conti d'esso Baronio, questo papa Giovanni morì nell'anno susseguente; secondo i miei nel presente. L'autore della Cronica del Volturno[2541], cioè Giovanni monaco, il quale fiorì nel secolo susseguente, scrive così nel catalogo posto avanti alla sua Cronica: Johannes XIV papiensis annos (scrivi menses) IX. Iste in castello sancti Angeli retrusus, famis crudelitate necatus est anno DCCCCLXXXIV, Indictione XII. Ermanno Contratto[2542] racconta così orrenda iniquità di questi tempi colle seguenti parole: Anno 984. Romae Johannes XIV, qui et Petrus Papiae prius episcopus, sedit mensibus VIII, eumque Bonifacius Verrucii (o Ferrucii) filius, prius relegato Benedicto, male ordinatus, de Constantinopoli quo fugerat, reversus, comprehendit, et in castellum sancti Angeli relegatum fame, et ut perhibent, veneno enecuit, atque sedem invasit. Però da quest'anno non s'avrebbe da rimuovere la morte di Giovanni XIV. Già abbiamo veduto all'anno 974, che Bonifazio figliuolo di Ferruccio, mostro d'iniquità, dopo avere a forza di sacrilegii e di crudeltà occupata la cattedra di san Pietro, costretto a fuggirsene, ricoverossi in Costantinopoli, seco portando il tesoro di san Pietro. Appena costui ebbe intesa la morte di Ottone II che il teneva in briglia, celatamente sen venne a Roma, e colla fazione de' suoi parziali preso papa Giovanni XIV, il fece più che barbaramente morir di fame o di veleno in castello sant'Angelo, ed esporre il suo cadavere alla vista del popolo, deploratore di sì indegno spettacolo. Poscia questo tiranno di nuovo si assise sul trono pontifizio. Ma non vi durò, secondo i codici vaticani, più di quattro mesi, oppure di undici, per quanto ha Ermanno Contratto e la Cronica del Volturno, co' quali va d'accordo Romoaldo Salernitano. Mi attengo io a questo ultimo, perchè vedremo questo empio usurpatore del pontificato, tuttavia vivente nel marzo dell'anno venturo. Nella Cronica suddetta del Volturno si legge uno strumento di livello conceduto da Rofredo abbate del monistero volturnense ad Attone ossia Azzo conte, con queste note: Ab Incarnatione Domini nostri Jesu Christi sunt anni DCCCCLXXXIV, temporibus domni Transemundi dux et marchio, et ducatus ejus secundo, et dies mense october, per Indictione XIII. Actum Capuae. Fu ben fatto lo strumento in Capua; ma perchè si trattava di un conte del ducato spoletino, e di beni posti nel territorio di Penna compreso nel medesimo ducato, perciò non si contano gli anni di Landolfo principe di Capua, ma bensì quei di Trasmondo duca di Spoleti, e marchese di Camerino, ossia di Fermo. Di qui dunque apprendiamo che nell'anno antecedente 983, oppure sul fine dell'anno 982, Trasmondo fu creato duca e marchese da Ottone II Augusto, senza apparire che altri dopo la morte di Pandolfo Capodiferro ottenesse que' due ducati, ossia quelle marche. Perchè non ho fatto menzione in addietro di ciò che scrive Lupo Protospata[2543], ora qui la farò. Anno (scrive egli,) DCCCCXXXII tradita est civitas Barii in manus Chalechyri patricii, qui et Delphina, a duobus fratribus Sergio et Theophylacto mense junii XI die. Et Otho rex obiit Romae. Ma essendo certo che la morte di Ottone II accadde nell'anno precedente 983, perciò anche il tempo della resa di Bari ai Greci dovrebbe appartenere a quell'anno stesso. Abbiamo veduto di sopra che Ottone II fu in Bari nell'anno 983. Se ciò è vero, non può stare il tempo che qui il Protospata accenna. Anzi a me pare assai probabile che solamente dopo la morte di esso imperadore i cittadini di Bari si dessero all'uffiziale de' Greci, giacchè non aveano più da temere di lui. Aggiugne esso storico: anno DCCCCLXXXIII apprehendit praedictus Delphina patricius civitatem Asculum in mense decembri. Può esser che vi sia errore nel tempo; ma a buon conto impariamo, che dopo essere mancato di vita Ottone II Augusto, i Greci stesero le ali in Puglia, e s'impadronirono fin della città di Ascoli. Pretende l'Ughelli,[2544] che in quest'anno la chiesa di Salerno fosse alzata da papa Benedetto VII al grado archiepiscopale. Solamente cita, ma non rapporta la bolla d'esso papa, come pure era di dovere: e però non si può giudicare intorno al tempo di tale erezione. Quel che è certo, Amato, vivente in questi tempi, fu il primo arcivescovo di quella città, e principe ne era allora Giovanni II.
NOTE:
[2534] Ditmarus, in Chronic., lib. 3. Sigebertus, in Chron. Annales Hildeshemenses.
[2535] Struv., Corp. Hist. German.
[2536] Annalista Saxo.
[2537] Annalista Saxo, apud Eccard.
[2538] Cronographus Saxo, apud Leibnitium, in Accession. Hist.
[2539] Baron., Annal. Ecclesiast. ad ann. 984.
[2540] Petrus Mallius, tom. 7. Junii Act. Sanctor. Bolland.
[2541] Chronic. Vulturnens., P. II, tom. 1 Rer. Ital.
[2542] Hermannus Contractus, in Chronico, edition. Canis.
[2543] Lupus Protospata, in Chron.
[2544] Ughell., Ital. Sacr., tom. 7.
Anno di CRISTO DCCCCLXXXV. Indiz. XIII.
GIOVANNI XV papa 1. OTTONE III re di Germania e d'Italia 3.
Tenea tuttavia nel mese di marzo dell'anno presente il tiranno antipapa Bonifazio, parricida di due pontefici, occupata la sedia di san Pietro, del che ci assicurano gli strumenti accennati da Girolamo Rossi[2545], e scritti in Ravenna anno nongentesimo octogesimo quinto a partu Virginis, qui annus ibiprimus Bonifacii pontificis maximi, Indictione XIII, idibus martii scribitur. Ma non tardò la morte a mettere fine alla vita e alle scelleraggini di questo falso papa. Colto da improvviso accidente, passò a rendere conto di sè al tribunale di Dio. Era costui talmente in odio al popolo romano, che la plebe preso il di lui cadavero, lo strascinò per le strade della città[2546], e trafitto da mille colpi di lancie, lo lasciò insepolto nel campo dove era la statua di Marco Aurelio imperadore. La mattina seguente venuti i cherici, e trovato si vergognoso spettacolo, gli diedero la sepoltura. Truovasi qui più dell'usato imbrogliata e scura la cronologia de' sommi pontefici. Mariano Scoto, Gotifredo da Viterbo, Martino Polacco, l'autore della Cronica del Volturno ed altri mettono per successore di Bonifazio un Giovanni romano, chiamato da alcuni figliuolo di Roberto, convenendo tutti ch'egli sedette quattro mesi nel pontificato. Quel che è strano, a questo figliuol di Roberto fanno dipoi succedere Giovanni di nazione romano, figliuolo di Leone prete, nato nel rione delle Galline bianche. Quest'altro Giovanni, indubitato romano pontefice, si truova poi nelle memorie di questi tempi sempre appellato Giovanni XV. Ma se il precedette un altro Giovanni figliuolo di Roberto, come non assunse egli il nome di Giovanni XV, che osserviamo nel suo successore? Si avvisò il padre Papebrochio[2547] d'aver trovato lo scioglimento di questo gruppo con immaginare che Giovanni figliuolo di Roberto fosse solamente eletto, e non consecrato. Ma chi registra il nome di lui nel catalogo dei romani pontefici, nol distingue dagli altri veri pontefici, anzi gli dà il nome di Giovanni XV. Nè si cominciavano a contar gli anni del pontificato, se non dopo la consecrazione. Perciò altri autori antichi o moderni tralasciano questo Giovanni figlio di Roberto, e così ancora fece il cardinal Baronio. Ma fosse o non fosse papa per quattro mesi esso Giovanni, noi abbiam di certo che circa questi tempi, e, secondo tutte le verisimiglianze, nell'anno presente fu eletto e consecrato papa Giovanni appellato XV, figliuolo di Leone, il quale per molti anni dipoi governò la Chiesa di Dio. Veggasi ancora ciò che dirò qui sotto all'anno 993. Secondo l'Annalista sassone[2548], Arrigo già duca di Baviera, che nell'anno addietro aveva usurpato il regno al piccolo re Ottone III, in quest'anno divino instinctu ad se reversus, et vana exaltatione se dejectum conspiciens, veniente rege (Ottone) in Franconevord, illuc ipse adveniens in cospectu totius populi, complicatis manibus, humilis habitu et actu, vera compunctus poenitentia, regiae se tradidit potestati. Fu ricevuto con tutto onore, e gli fu restituito il grado di duca, e per conseguente il ducato di Baviera. Anzi vedremo ch'egli ebbe per giunta col tempo anche il ducato della Carintia e la marca di Verona; di modo che Ottone III ebbe da lì innanzi tra i suoi più fedeli questo Arrigo, come appunto richiedeva la stretta lor parentela. Fu anche restituito ad esso Ottone III il regno della Lorena da Lottario re di Francia: con che di bene in meglio andavano prosperando i di lui affari. Abbiamo da Lupo protospata[2549] che in questo anno fu mandato dagl'imperadori greci al governo della Puglia Romano patrizio, la cui residenza possiam credere che fosse in Bari.
NOTE:
[2545] Rubeus, Histor. Ravenn., lib. 5.
[2546] Baron., in Annal. ad hunc annum.
[2547] Papebrochius, ad Conat. Chron. Hist.
[2548] Annal. Saxo, apud Eccard.
[2549] Lupus Protospata, in Chron.
Anno di CRISTO DCCCCLXXXVI. Indiz. XIV.
GIOVANNI XV papa 2. OTTONE III re di Germania e d'Italia 4.
Cita il padre Mabillone[2550] una bolla di papa Giovanni XV, con cui conferma tutti i beni e privilegii del monistero di san Pietro in caelo aureo, dove riposa il corpo di sant'Agostino dottore della Chiesa, a Pietro abbate di quel sacro luogo. Fu essa data VIII kalendas februarii per manum Johannis episcopi nepesini, anno primo Johannis XV papae, Indictione XIV. Girolamo Rossi[2551] anch'egli accenna uno strumento scritto in Ravenna anno secundo pontificatus Johannis XV, mense decembri, Indictione XV, cioè nel dicembre dell'anno presente. Ne cita un altro stipulato anno tertio Johannis XV pontificis, Vidus julias, Indictione I. Ravennae, cioè nell'anno 988: notizie tutte che confermano assunto esso Giovanni XV al pontificato prima del dicembre e dopo il luglio dell'anno 985. A questo anno 986 l'Ughelli[2552] e il suddetto padre Mabillone riferiscono una donazione fatta da Adelaide imperadrice, (che per errore di stampa, credo io, è chiamata da esso Ughelli Ottonis III imperatoris uxor) al monistero di san Fruttuoso del contado di Genova. Le note cronologiche son queste: Tertius Otho Dei gratia imperator Augustus, anno imperii ejus, Deo propitio, tertio, prima die aprilis, Indictione XIV. Actum in sancto Fructuoso. Ma Ottone III non era per anche imperadore, nè è mai da credere che in uno strumento pubblico, che si dice sottoscritto dalla piissima Adelaide Augusta, e da Wiligo ossia Wiligiso arcivescovo di Magonza, gli fosse dato il titolo d'imperadore. Dice ivi Adelaide di far quella donazione pro anima praedicti quondam domini Othonis imperatoris viri mei, seu mercede, et pro fomento filii mei Karoli, quem Dominus Deus et Salvator noster Jesus Christus reddidit mihi de fluctibus maris turbidi vivum et sospitem, per merita beatissimi Fructuosi, et per orationes bonorum virorum ibidem Domino famulantium. Niuno per anche ha saputo che l'Augusta Adelaide avesse un figliuolo chiamato Carlo; e se l'avesse avuto, pare impossibile che la storia non ne avesse fatta menzione. Da Lottario re d'Italia ella non ebbe che una figliuola appellata Emma, per testimonianza di santo Odilone[2553], e da Ottone I certamente non ebbe un Carlo. Potrebbe dirsi che in vece di Karoli si ha qui da leggere Ottonis, cioè di Ottone II, che nell'anno 982 vedemmo, che gittatosi in mare, si salvò dai nemici. Ma egli era già mancato di vita. Però che si da ha dire di questo diploma? Venne a morte in quest'anno Lottario re di Francia, a cui succedette Lodovico V suo figliuolo, chiamato nelle storie il Dappoco. La regina Emma, che poco fa dissi figliuola dell'imperadrice Adelaide, passò di gravi affanni dopo la morte del marito Lottario, perchè accusata al figliuolo Lodovico di pratica scandalosa con Adalberone vescovo di Laon: sopra che si veggono due lettere da lei scritte alla madre Adelaide e all'Augusta Teofania fra quelle di Gerberto. Abbiamo da Lupo Protospata[2554] che nell'anno presente i Saraceni fecero un'invasione in Calabria. Comprehenderunt Saraceni sanctam Chiriachi (cioè sanctae Cyriacae) civitatem, et dissipaverunt Calabriam totam. E l'Annalista sassone[2555] racconta che il fanciullo re Ottone III con possente esercito andò contra la Schiavonia occidentale. Colà venne a trovarlo Misecone duca di Polonia con gran seguito di soldatesche, ed oltre all'avergli presentato un cammello con altri regali, se ipsum etiam subdidit potestati illius, cioè si dichiarò suo vassallo; et tunc simul pergentes, devastaverunt totam terram incendiis, et depraedationibus multis. Aveva questo duca per moglie Dobrova, sorella di Bolislao duca di Boemia, principessa cristiana, la quale tanto seppe fare, che indusse il marito ad abiurare il paganesimo, e ad abbracciare la santa religione di Cristo; il che fu cagione che la Polonia cominciò a dar luogo al Cristianesimo. Anche la Russia ossia la Moscovia circa questi tempi abbracciò in parte la religione cristiana.
NOTE:
[2550] Mabillon., Annal Benedict. ad hunc annum.
[2551] Rubeus, Histor. Ravenn., lib. 15.
[2552] Ughell., Ital. Sacr., tom. 4 in Episcop. Genuens.
[2553] Odilo, in Vit. S. Adelheidis.
[2554] Lupus Protospata, in Chronico.
[2555] Annalista Saxo, apud Eccard.
Anno di CRISTO DCCCCLXXXVII. Indiz. XV.
GIOVANNI XV papa 3. OTTONE III re di Germania e d'Italia 5.
Celebre è quest'anno per la morte del giovane Lodovico V re di Francia, già raccomandato alla cura di Ugo Capeto duca di Francia, senza lasciar figliuoli dopo di sè. Della stirpe regale di Carlo Magno ci restava tuttavia Carlo duca di Lorena, zio paterno d'esso Lodovico. Contuttociò esso Ugo Capeto, prevalendosi del mal animo che aveano i primati della Francia contro d'esso Carlo, perchè legato d'interessi col re germanico, si fece proclamar re di Francia, e coronare sul principio di luglio. Da lui per diritta linea maschile discende il cristianissimo regnante re di Francia Luigi XV. Seguitò poi la guerra fra lui e il suddetto Carlo con varia fortuna: del che potrà informarsi chi vuole dalla storia di Francia. In quest'anno portarono di nuovo i Sassoni la guerra nel paese degli Slavi: unde illi compulsi, regis (cioè di Ottone III) ditioni se subdunt, et castella juxta Albiam restaurantur, sono parole dell'Annalista d'Ildeseim[2556] e sassone. Perchè non si sa in qual anno precisamente succedesse la persecuzione fatta in Roma a papa Giovanni XV, chiamato da vari autori XVI, sarà a me lecito il farne qui menzione. Il Sigonio[2557] ne parla all'anno 993; il cardinal Baronio[2558] all'anno 985. Martino Polacco[2559], Tolomeo da Lucca[2560] ed altri narrano che questo papa fu persona molto dotta, e compose alcuni libri. Ma perchè non cessavano in Roma le fazioni, Crescenzio patrizio di quella città, che col titolo di console avea in suo potere castello sant'Angelo, si diede a perseguitarlo, in maniera che fu costretto il buon papa a fuggirsene di Roma, e a ricoverarsi in Toscana, della qual provincia era allora duca e marchese Ugo, figliuolo di Uberto, e nipote d'Ugo già re d'Italia. Di là cominciò Giovanni a sollecitare il giovinetto re Ottone III di calare in Italia, altro mezzo non conoscendo per rimediare alla sfrenata licenza de' Romani, che quella di creare un imperadore. Ciò inteso da Crescenzio, e non essendo smarrita la memoria della giustizia fatta da Ottone il Grande, e fors'anche dal secondo, mandò a pregare il papa che se ne tornasse alla sua sedia. In fatti Giovanni XV si portò a Roma, dove esso Crescenzio col senato fu a dimandargli perdono. Da lì innanzi ebbe quiete il papa dal popolo romano. Per le suddette molestie inferite a questo pontefice si può credere scritto da Romoaldo salernitano[2561] che ai tempi d'esso Giovanni XV Romani capitanei patriciatus sibi tyrannidem vendicavere; cioè usurparono al papa il dominio temporale di Roma. Il cardinal Baronio se la prende spesso contro i principi d'allora, senza mai riconoscere da chi venivano gli sconvolgimenti di Roma e della cattedra pontificia, cioè dai Romani stessi. Aggiugne esso Romoaldo che in quest'anno i Saraceni saccheggiarono la Calabria. Forse racconta egli qui ciò che Lupo protospata scrisse all'anno precedente.
NOTE:
[2556] Annales Hildesheim.
[2557] Sigonius, de Regno Ital.
[2558] Baron., in Annal. Eccles.
[2559] Martinus Polonus, in Chron.
[2560] Ptolomaeus Lucens., de Roman. Pontif.
[2561] Romuald. Salernitanus, Chron., tom. 7 Rer. Ital.
Anno di CRISTO DCCCCLXXXVIII. Indiz. I.
GIOVANNI XV papa 4. OTTONE III re di Germania e d'Italia 6.
Circa questi tempi, come notò il Dandolo[2562], i Caloprini nobili veneziani, i quali già vedemmo che erano iti con alcuni lor fazionarii a stuzzicar l'imperadore Ottone II contra di Tribuno loro doge, e contro la libertà della lor patria, veggendo per la morte d'esso Augusto svaniti tutti i loro disegni, tanto si raccomandarono all'imperadrice Adelaide, dimorante allora in Pavia, ch'ella interpose la sua autorevole protezione presso il suddetto doge, affinchè potessero con sicurezza tornare a Venezia. L'ottennero essi, con aver il doge mandato quattro persone che giurarono la loro salvezza. Ma da lì a non molto i Morosini lor nemici stettero alla posta, allorchè i tre figliuoli di Stefano Caloprino venivano dal palazzo ducale in una gondola, e li trucidarono. Il doge mostrò di non avervi colpa; ma il popolo credette ciò che volle; e chi fu morto, non resuscitò. Sotto quest'anno racconta Romoaldo Salernitano[2563] che i Saraceni assediarono, presero e distrussero la città di Cosenza. Aveva scritto sotto l'anno precedente Lupo Protospata[2564] che nella città di Bari, suddita allora de' Greci, il popolo sollevatosi contra Sergio protospata (era questa una dignità conferita dalla corte di Costantinopoli, come di primo capitano), l'uccisero nel mese di febbraio. Nell'anno presente, Indictione prima depopulaverunt Saraceni vicos barenses, et viros ac mulieres in Siciliam captivos duxere. Intorno ancora a questi tempi si dilatò forte in Lombardia l'ordine monastico, specialmente per la venuta a Pavia e per gli santi esempli di Majolo abbate di Clugnì. Era allora il monachismo in Italia in somma depressione. Pochi monisteri si contavano, dove fiorisse la regolare disciplina. Nella maggior parte de' monaci, massimamente se i lor monasteri erano piccoli, o se grandi, ridotti in commenda, compariva una deplorabile depravazion di costumi. Trovavansi talvolta dei piissimi abbati e dei religiosissimi monaci; ma noi poco sappiamo delle loro virtù, e meno delle opere loro in servigio e profitto spirituale de' popoli. Si vede bensì dalle memorie che restano, essere stato l'ordinario e comune studio degli abbati e monaci d'allora di acquistar tutto dì dei nuovi stabili, ed anche degli stati, cioè delle castella e ville, che andavan poi a finire nel sic vos non vobis di Virgilio. Ingegnavasi ancora cadauno de' potenti monisteri di avere, per quanto potea, degli altri monisteri subordinati a sè per tutta l'Italia, o almen delle celle, ossia de' priorati nelle varie città, o ne' lor contadi, dove poi teneano un priore, e talvolta alcuni pochi monaci, i quali se ne stavano in gaudeamus, perchè disobbligati dal rigore della disciplina.
Giovò non poco la venuta del santo abbate Majolo, perciocchè, oltre all'aver egli riformato alquanti vecchi monisteri, s'invogliarono molti di fabbricarne dei nuovi, ne' principii de' quali certo è che fioriva la pietà e il buon esempio. Però intorno a questi tempi la santa imperadrice Adelaide aggiunse[2565] un riguardevol monistero all'antichissima chiesa di san Salvatore di Pavia, non sussistendo una antichità di lunga mano maggiore, che da taluno gli viene attribuita. In Parma sorse il monistero di san Giovanni, in Brescello quello di san Genesio, in Milano quello di san Celso, in Genova quello di san Siro, in Firenze la badia di santa Maria, in Reggio quello di san Prospero, oggidì san Pietro; in Padova l'insigne di santa Giustina, per tacer d'altri. In Modena aveva Ildebrando vescovo[2566] conceduta ad un monaco Stefano nell'anno 983 l'antica chiesa di san Pietro, posta allora fuori della città. I monaci nonantolani, che assorbivano un'immensa copia di beni ne' territorii di Modena, Cologna, Ferrara, Verona ed altre città, mirando di mal occhio la disposizion di un nuovo monistero in lor vicinanza, destramente spinsero un loro monaco per nome Pietro, che si unì con esso Stefano alla cura della chiesa suddetta. Quando poi Pietro se la vide bella, rubò all'altro monaco la bolla episcopale, e tentò con danari il soprallodato vescovo per aver egli la metà di quella chiesa; ma il prelato, detestando la furberia del monaco nonantolano, il cacciò via, e confermò[2567] in quest'anno a Stefano il possesso di quella chiesa: il che fu principio del monistero di san Pietro, tuttavia florido in questa città, e fondato nell'anno 996 dal vescovo di Modena Giovanni. Degno è ancora d'osservazione ciò che racconta Arnolfo[2568] monaco di santo Emmerammo: cioè che nella sola Roma si contavano quaranta monisteri di monaci e venti di monache, professanti tutti o quasi tutti la regola di san Benedetto, e sessanta collegiate di canonici; tanto s'era dilatato l'ordine monastico e l'istituto de' canonici. Dall'Ughelli[2569] e dal Tatti[2570] è rapportato un diploma dato da Ottone III in favore di Adelgiso vescovo di Como, con queste note Datum III nonas octobris, anno dominicae Incarnationis DCCCCLXXXVIII, Indictione II, imperii domni Othonis quinto. Actum in palatio Renesbohe. Non avvertì l'Ughelli che questo privilegio non potè mai competere ad Ottone III, il quale non era per anche imperadore. Il Tatti bensì lo riferì all'anno 978, e ad Ottone II Augusto. Ma, siccome osservò il chiarissimo padre Gotifredo abbate gotwicense[2571], neppur così vengono guarite le piaghe di questo documento, in cui è anche da avvertire quel titolo strano: Otho tertius gratia Dei gubernator, seu imperator.
NOTE:
[2562] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.
[2563] Romual. Salern., Chron., tom. 7 Rer. Ital.
[2564] Lupus Protospata, in Chronico.
[2565] Odilo, in Vita S. Adelheidis.
[2566] Sillingardus, Catalog. Episc. Mutinens.
[2567] Antiquit. Ital., Dissert. LXV.
[2568] Mabill., Annal. Benedict., ad ann. 994.
[2569] Ughell., Ital. Sacr., tom. 5.
[2570] Tatti, Annali Eccl. Com.
[2571] Chron. Gotwicense, tom. 1, p. 206.
Anno di CRISTO DCCCCLXXXIX. Indiz. II.
GIOVANNI XV papa 5. OTTONE III re di Germania e d'Italia 7.
Tanto dall'Annalista sassone[2572], quanto da quello d'Ildeseim[2573], abbiamo che in questo anno Theophania imperatrix mater regis (cioè di Ottone III) Romam perrexit, ibique Natalem Domini celebravit, et omnem regionem regi subdidit. Per la tenera età e per la lontananza del re Ottone III, pur troppo aveano cominciato i popoli dell'Italia a calcitrare e a suscitar delle sedizioni, siccome verrò dicendo più innanzi. Ancorchè la santa imperadrice Adelaide, stando in Pavia, comandasse e si studiasse di tener quieti i popoli, pure non era assai temuta e rispettata la di lei autorità. Venne con più polso in Italia l'Augusta Teofania, e di qui impariamo che essa dovette rimettere in miglior sesto gli affari. Ma non si dee tacere che l'archimandrita calabrese Giovanni, da noi veduto di sopra creato abbate del ricchissimo monistero di Nonantola, seppe ben far fruttare in suo favore l'intrinsichezza ch'egli godeva presso la suddetta imperadrice Teofania, siccome uomo intendente della lingua greca, ed originario di Calabria. Passò in questo anno a miglior vita Sigualdo vescovo di Piacenza[2574], e l'accorto Greco colla protezione dell'Augusta fu promosso a quella chiesa, quantunque, per attestato del Cronografo sassone[2575], fosse stato eletto vescovo un uomo degno, ch'egli fece discacciare. Nè di ciò contenta la sua ambizione, giacchè in quel secolo era divenuto alla moda il far dei nuovi arcivescovati, ottenne da papa Giovanni XV che Piacenza fosse eretta in arcivescovato, con levarla di sotto alla giurisdizione del metropolitano di Ravenna. Ha recato maraviglia a taluno, ed è sembrato errore, il trovar questo Giovanni arcivescovo di Piacenza; ma di tal verità non si può dubitare. Leggesi presso il Campi una permuta da lui fatta in Pavia col mastro di quella zecca, in cui esso è appellato domnus Johannes archiepiscopus sancte placentine ecclesie, et abbas monasterii sancti Silvestri, siti Nonantule. Lo strumento fu scritto anno ab Incarnatione Domini nostri Jesu Christi nongentesimo ottuagesimo nono, tertio die mensis genuarii, Indictione secunda. Il non veder qui fatta menzione degli anni del re Ottone III, siccome neppure nello strumento d'Ildebrando vescovo di Modena, citato all'anno precedente, e neppure un altro, accennato da Cosimo della Rena[2576], e in altri della Cronica del Volturno[2577], mi fa restar sospeso in pensare come Ottone III fosse re anche d'Italia, e non entrasse, secondo il costume, il suo nome ne' pubblici documenti. Forse perchè non era stato per anche coronato. Lascerò decidere ad altri questo punto; poichè per altri documenti si vede che Ottone III signoreggiava in questi tempi come re in Italia.
Ma prima di abbandonare il suddetto strumento di Giovanni arcivescovo di Piacenza, si vuol osservare che, in conformità del buon rito che si praticava allora in molti luoghi, affinchè nelle permute non venisse danno alle chiese, furono inviati estimatori pubblici a riconoscere il valore dei beni che s'aveano a permutare. Però quivi si legge: Et ad hanc previdendam commutationem accesserunt super ipsis rebus ad previdendum Ilderadus misso donni Teodaldi marchio, et comes comitatu motinense, et Adelbertus clericus misso eidem donno Johanni archiepiscopo. Perchè il monistero di Nonantola era ed è situato nel territorio di Modena, e qui si trattava di permutar dei suoi beni, perciò, d'ordine del conte ossia del governator perpetuo di Modena, andarono gli estimatori pubblici a raccogliere il valor delle terre da permutarsi. Ma Tedaldo, avolo della celebre contessa Matilda, è inoltre appellato marchio. Di che marca era egli marchese? Così nell'anno 975 (come da strumento[2578] da me pubblicato apparisce) si truovano in Pisa Adalbertus et Obertus (progenitore della casa d'Este) germani marchioni, filii bonae memoriae Oberti marchionis et comitis palatio. A qual marca comandavano questi due marchesi? L'una delle due vo io conghietturando: cioè o che già fossero istituite delle marche minori, e che, per esempio, Modena con altre circonvicine città formasse una marca, da cui Tedaldo prendesse il titolo di marchese; e che la Lunigiana, in cui possedeano tanti stati i maggiori della casa d'Este, siccome vedremo, anch'essa desse il titolo marchionale ai due suddetti Adalberto ed Oberto fratelli: oppure che gl'imperadori conferendo il titolo di marchese ai principi che possedeano molti stati, come terre e castella, gli esentassero con ciò dalla giurisdizione dei marchesi maggiori, concedendo loro l'autorità marchionale sopra i medesimi Stati. Veggiamo in questi tempi ancora introdotti i conti rurali, cioè signori di qualche castello, esentati dalla giurisdizione dei conti delle città. Così a poco a poco s'andarono trinciando le marche e i contadi non meno in Italia che in Germania. Questi son punti scuri; e giacchè ci manca la chiara luce della verità, si debbono ammettere come buona moneta le conietture fondate sopra il verisimile. Scrive Lupo Protospata[2579] sotto questo anno che descendit Johannes patricius (governator greco della Puglia), qui et Ammiropolus, et occidit Leonem Cannatum, et Nicolaum Critis, et Porphyrium: probabilmente dei principali di Bari. In questi tempi noi ritroviamo duca di Spoleti e marchese di Camerino Ugo marchese di Toscana: il che è degno di osservazione. Da quel dominio dovea essere decaduto Trasmondo, oppure egli era solamente marchese di Camerino. Ce ne assicura un placito[2580], pubblicato dal padre Gattola, e tenuto in territorio Apruciense, anno nongentesimo octuagesimo nono, et mense julio, per Indiccio secunda. A quel giudizio presedeva Guglielmus comes missus domni Ugoni dux et marchio. Si sarebbe desiderata più attenzione in Pier Maria Campi, autore per altro benemerito delle lettere per la sua Storia ecclesiastica di Piacenza, allorchè produsse un diploma di Ottone III[2581], con cui crea militi i Bracciforti, cittadini di Piacenza, e dà loro in feudo Vicogiustino con varie esenzioni. La data del privilegio è questa: Datum XV kalendas decembris, anno Incarnationis Domini 989, Indictione prima, anno vero domni Ottonis III, imperii ejus quinto. Actum Placentiae in ecclesia sanctae Brigidae. Testibus praesentibus Getone duce Boemiae, Geufredo duce Bavariae, et Henrico comite de Lauzomonde. Nè si avvide il buon Campi che Ottone III non era per anche imperadore, nè era venuto in Italia per questi tempi, nè correva l'indizione prima nell'anno presente 989, per nulla dire di que' testimoni e d'altre particolarità di quel finto documento.
NOTE:
[2572] Annalista Saxo.
[2573] Annal. Hildesheim.
[2574] Campi, Istor. di Piacenza, T. 1.
[2575] Chronographus Saxo editus a Leibnitio.
[2576] Cosmo della Rena, Serie de' Duchi di Toscana.
[2577] Chronicon Vulturnense, P. II, tom. 2 Rer. Ital.
[2578] Antiq. Ital., Dissert. VII.
[2579] Lupus Protospata, in Chronico.
[2580] Gattola, Hist. Monaster. Casinens., Part. I.
[2581] Campi, Stor. Eccles. di Piacenza, tom 1.
Anno di CRISTO DCCCCXC. Indizione III.
GIOVANNI XV papa 6. OTTONE III re di Germania e d'Italia 8.
Abbiamo detto che l'imperadrice Teofania colla sua venuta in Italia mise o rimise alla divozione del re Ottone III suo figliuolo que' popoli che voleano vivere senza briglia. La Cronica del monistero del Volturno[2582] ci somministra una pruova dell'autorità da lei esercitata in Italia per un diploma suo spedito in protezione d'esso monistero, quarto nonas januarias anno dominicae Incarnationis DCCCCXC, Indictione II, anno vero tertii Ottonis regnantis III. Actum Romae, dove ella avea celebrato il santo Natale. Ma si dee scrivere Indictione III, e per conto degli anni del regno si ha da scrivere anno VII. Tuttavia, siccome fu osservato in alcuni atti accennati di sopra, non si contavano per anche gli anni del regno di Ottone III in Italia. Un altro più importante documento[2583] ho io dato alla luce, cioè un placito tenuto, anno, Deo propitio, pontificatus domni Johannis summi pontificis V, die XIII mense martii, Indictione III, foris civitate Ravenne, in vico, qui dicitur Sablonaria, post tribunal palatii, quod olim construere jussit domnus Hotto imperator. Notabili son queste parole, ma più ancora le seguenti: Dum resideret, Deo annuente, Johannes archiepiscopus sanctae placentine ecclesie in generali placito, simul cum eo Hugo gratia Dei episcopus sancte hansdeburgensis ecclesie jussione domne Theofana imperatris, ec. Un tale atto finisce di chiarire che l'esarcato di Ravenna, non so se per qualche accordo seguito coi romani pontefici, o per altre ragioni, era divenuto parte del regno d'Italia; e che da gran tempo non ne erano più in possesso i romani pontefici. Ottone III non per anche avea conseguito la corona e il diritto degl'imperadori; e pure Teofania sua madre fa da padrona in Ravenna, mandandovi i suoi ministri a tenere pubblicamente giustizia, senza che si sappia che ne facessero doglianza i papi. Ed ora s'intende perchè Ottone il Grande avesse quivi fabbricato di pianta un palazzo regale per sè e per gli suoi successori. Dobbiamo anche al padre Mabillone[2584] la memoria di un diploma d'essa imperadrice, dato in favore del monistero di Farfa, affinchè gli fosse restituita la cella di santa Vittoria, posta nel territorio di Camerino. Fu ottenuto questo diploma interventu Johannis archiepiscopi ravennatis, et Hugonis principis, cioè di Ugo duca e marchese di Toscana e di Spoleti, che faceva la sua corte alla vedova imperadrice. Le note di quel documento, come cosa rara, meritano d'essere qui rammentate. Datum kal. aprilis, anno dominicae Incarnationis DCCCCXC, imperii domnae Theophanu imperatris XVIII, Indictione III, Ravennae. L'epoca di Teofania non è giù presa, come pensò il suddetto padre Mabillone, dall'anno della morte di Ottone II suo consorte, ma bensì, come avverti il dottissimo padre Gotifredo abbate gotwicense[2585], dall'anno delle sue nozze, cioè dal 972. Intanto osserviamo che questa principessa la faceva non da imperadrice, ma da imperadore. Tornossene ella in quest'anno in Germania per assistere al re Ottone III suo figliuolo nel governo degli stati. Secondochè racconta Romoaldo salernitano[2586], anno DCCCCXC stella a parte Septemtrionis apparuit, habens splendorem, qui tenebat contra Meridiem, quasi passum unum. Et post paucos dies iterum apparuit eadem stella a parte Occidentis, et splendor ejus ad Orientem tendebat. Et non post multos dies fuit terraemotus magnus, qui plures evertit domos in Benevento et Capua, multosque homines occidit, et in civitate Ariano multas ecclesias subvertit. Civitas quoque Frequentus paene media cecidit. Civitatem vero Consanam prope mediam cum episcopo subvertit, multosque homines oppressit. Ronsem totam cum ejus hominibus submersit. Viene anche da Leone ostiense[2587] narrata questa disavventura con aggiugnere: In Benevento Viperam dejecit, et subvertit quindecim turres, in quibus centum quinquaginta homines mortui sunt. Angelo della Noce fu di parere che col nome di Vipera sia indicato un castello di questo nome nel territorio di Benevento. Credo io piuttosto che Leone significhi una figura di vipera che tuttavia i Beneventani nella stessa loro città tenessero alzata sopra qualche colonna, o fabbrica alta: superstizione ereditata dagli antichi Longobardi. Simulacrum, quod vulgo Vipera nominatur, cui Langobardi flectebant colla[2588], si legge nella vita di san Barbato vescovo di Benevento. Pare che sino a questi tempi durasse quella superstiziosa statua o figura in essa città. Ma avendo noi veduto all'anno 663 che per opera di quel santo prelato fu atterrata, si può sospettare che almeno il luogo dove essa fu ritenesse quel nome, e in alcuni non fosse ben estinta quella ridicola persuasione che dal mantenimento di quel luogo dipendesse la felicità e salvezza della città, in quella guisa che gli antichi Romani pensarono dell'altare della Vittoria, i Troiani del Palladio, i Fiorentini della statua di Marte, ed altri simili.
NOTE:
[2582] Chronic. Vulturnense, P. II, tom. 2 Rer. Ital.
[2583] Antiq. Ital., Dissertat. XXXI, pag. 959.
[2584] Mabill., in Annal. Benedict. ad hunc annum.
[2585] Chron. Gotwicense, tom. 1, pag. 224.
[2586] Romualdus Salernit., Chron. tom. 7 Rer. Ital.
[2587] Leo Ostiensis, Chron., lib. 2, cap. 11.
[2588] Ughell., Ital. Sacr., tom. 8 in episcop. Benevent.
Anno di CRISTO DCCCCXCI. Indizione IV.
GIOVANNI XV papa 7. OTTONE III re di Germania e d'Italia 9.
Abbiamo dall'Annalista sassone[2589], che Ottone III coll'Augusta Teofania sua madre celebrò con solennità ed allegria la santa Pasqua in Quidelingeburg in Sassonia. Intervennero a tal festa Marchio Tuscanorum Hugo, et dux Polonorum Miseco cum pluribus regni princibus, diversa munera ad obsequium imperatoris (non era per anche imperadore) deferentes. Ugo marchese e duca di Toscana con grandi ricchezze e potenza accoppiava una non minore accortezza; e volendosi ben mettere in grazia di Ottone III e di sua madre, non tornò sì tosto in Italia, ma continuò a far la sua corte a que' regnanti, finchè giunsero a Nimega. Quivi infermatasi l'imperadrice Teofania, da morte immatura fu rapita nel dì 16 di giugno dell'anno presente Presso Ditmaro[2590] la sua morte è posta sotto il precedente anno, ma per errore dei copisti. L'Annalista sassone, Ermanno Contratto, Lamberto da Scafnaburgo, che copiavano la Cronica di Ditmaro, dovettero ben vedere che anch'egli sotto il presente anno notò la morte della suddetta imperadrice. Era questa greca principessa donna di spiriti virili, di bella ed onesta conversazione, molto caritativa verso de' poveri e delle chiese; sapeva cattivarsi l'affetto di chi ella voleva, ed insieme tener basso chi alzava la cresta; utilissima perciò nel governo degli stati al figliuolo. Un solo difetto viene in lei riprovato da sant'Odilone[2591]: cioè, che quantunque ella fosse utile ed ottima per gli altri, socrui tamen (cioè a sant'Adelaide) fuit ex parte contraria. Ad postremum vero cujusdam Graeci (probabilmente vuol intendere di Giovanni arcivescovo di Piacenza) aliorumque adulantium consilio fruens, minabatur ei, quasi manu designando, dicens: Si integrum annum supervixero, non dominabitur Adhelhaida in toto mundo, quod non possit circumdari palmo uno. Quam sententiam inconsulte prolatam, divina censura fecit esse veracem. Ante quatuor hebdomadas graeca imperatrix ab hac luce discessit. Augusta Adalhaida superstes, felixque remansit. All'avviso della defunta nuora la piissima imperadrice Adelaide si portò dall'Italia in Germania per consolare l'afflitto nipote Ottone III, e per dare assistenza alla di lui età bisognosa tuttavia di consiglio nel governo del regno. E quivi ille eam matris instar secum tamdiu habuit, quoad usque ipse protervorum consilio juvenum depravatus, tristem illam dimisit. Sicchè ella malcontenta si restituì all'Italia (non so in qual tempo), lasciando il re nipote in balìa ai trasporti della sua gioventù. Fin qui avea Tribuno Memmo doge di Venezia governato il suo popolo senza operar cose che gliene guadagnassero l'affetto[2592]. Gli stava non poco a cuore che Maurizio suo figliuolo succedesse a lui nel governo, e perciò lo spedì a Costantinopoli con isperanza, che ritornando condecorato da quegli Augusti di qualche illustre dignità, più facilmente otterrebbe il suo intento. Ma cadde intanto malato esso doge, e sentendo accostarsi il suo fine, si fece portare al monistero di san Zacheria, e quivi preso l'abito monastico, dopo sei giorni terminò di vivere. Non già il di lui figliuolo, ma bensì Pietro Orseolo II fu creato in suo luogo doge di Venezia. Egli era figliuolo di quel Pietro Orseolo che già vedemmo doge, e poi passato alla vita monastica in Francia, dove per le sue virtù si guadagnò il titolo di beato e di santo. Questi fu principe di gran senno, e talmente attento ai vantaggi della sua patria, che Venezia a' suoi di crebbe sommamente di potenza e decoro. All'anno precedente 990 racconta il Sigonio[2593] le rivoluzioni seguite in Milano fra Landolfo arcivescovo e il popolo di quella città. Il signor Sassi nelle annotazioni[2594] fu di parere ch'esso Landolfo venisse promosso a quell'arcivescovato nell'anno 980, come in fatti è notato nel Codice estense della Storia di Arnolfo milanese[2595]; e che nel 982 succedessero quelle dissensioni, per le quali Ottone II imperadore, secondo lui assediò Milano nell'anno 983. Io non m'arrischio a proporre alcuno di tali fatti, perchè circa il tempo la storia ci lascia nelle tenebre, e mi prendo la libertà di narrar qui le sollevazioni suddette con qualche barlume di verisimiglianza, che trovandosi troppo giovane il re Ottone III, e morta la madre sua, e passata in Germania l'avola sua Adelaide, potesse allora il popolo di Milano prendere l'armi contra del suo arcivescovo. Ora il fatto è in questa maniera narrato da Landolfo seniore[2596] storico milanese.
A' tempi di Ottone I era potentissimo in Milano Bonizone da Carcano. Essendo vacata la chiesa di Milano per la morte di Gotifredo arcivescovo nell'anno 980, costui a forza d'oro procurò quell'arcivescovato dall'imperadore per suo figliuolo Landolfo contro la volontà di tutto il clero e popolo milanese, al quale apparteneva l'elezione. Crebbe perciò di giorno in giorno sempre più l'odio universale contra di lui. Interea Landulphus paucis commoratus annis, patre ejus male mortuo a quodam Tazonis vernula suo in lecto, ad Ottonem imperatorem cursu veloci fugiens tetendit. Istigato l'imperadore (questi era Ottone II) venne all'assedio di Milano. Per una visione ritornò in sè stesso Landolfo, e chiamati dalla città molti nobili, stabilì un infame accordo con essi, concedendo loro in feudo o a livello le dignità della chiesa e le pievi della sua diocesi: con che egli ritornò quieto alla sua cattedra, e l'Augusto Ottone se ne andò in Liguria. Ma nulla parlando Arnolfo milanese, scrittore più esatto e contemporaneo d'esso Landolfo nel secolo susseguente, di un tale assedio, e nulla dicendone gli scrittori tedeschi, che pure van registrando tutte le più riguardevoli azioni di Ottone II, io non so che s'abbia a creder a Landolfo storico per conto d'esso assedio. Però meglio fia l'attenersi qui al racconto d'esso Arnolfo[2597], che con altre circostanze ci rappresenta quegli avvenimenti. Dice adunque, che succeduto Landolfo, nativo del castello di Carcano, a Gotofredo arcivescovo, per la troppa insolenza del padre e del fratello cominciò a tirarsi addosso l'odio del popolo, coll'abusarsi del dominio della città, di cui forse era conte, o vogliam dire governatore. Congiurò contra di lui la plebe, ma i nobili erano in favore di lui. Quibus assidue rixantibus grande commissum est in urbe certamen. Vedendo Landolfo di non potere reggere alla forza del popolo, lasciato nella città il padre suo decrepito, si ritirò fuori coi nobili, ai quali, per tenerli saldi nel suo partito con farli suoi vassalli, distribuì molti benefizii dei cherici e beni della sua Chiesa, Iterum autem collecto ex diversis partibus agmine, conflixit eisdem cum civibus in campo Carbonariae, ubi facta est plurima caedes utrinque: a quo bello aegre divertit hac etiam vice. In civitate autem quaedam (scrivi quidam,) vernula, audita domini sui nece, accurrens, patrem praesulis lecto jacentem cultro transfixit. Ma non andò molto, che frappostesi varie persone sagge, seguì concordia e pace fra Landolfo e il popolo. L'arcivescovo in emenda de' suoi peccati fece fabbricare in Milano il monistero di san Celso, dove poi venendo a morte, volle essere seppellito. Qui non c'è parola nè di Ottone II, nè di assedio da lui fatto di Milano; e però potrebbono essere succeduti cotali sconcerti durante la lontananza e minorità di Ottone III. Circa questi medesimi tempi anche il popolo di Cremona recò non pochi affanni ad Odelrico vescovo di quella città; perciocchè ecclesiae suae terram potestative invaserunt, ac illam (forse illum) devestierunt; atque sub obtentu, seu occasione commendationis atque facticii, clericos illius, ac laicos suo regimini juste et legaliter deditos, ec. injuste depraedantes, eamdem ecclesiam coarctando ac depraedando, multis calamitatibus opprimebant. Tutto ciò si legge in un diploma di Ottone III[2598] dell'anno 996. Fatti tutti che son degni d'attenzione, poichè di qui si scorge il principio della libertà e indipendenza che a poco a poco andarono poi procacciando a sè stessi i popoli d'Italia con una strepitosa mutazion di cose, di cui andremo di mano in mano ravvisando il progresso. Rapporta il Campi[2599] un placito tenuto in civitate Placentia in solario proprio donni archiepiscopi sanctae placentinae ecclesiae, dove in judicio residebat domnus Joannes vir venerabilis archiepiscopus sanctae placentinae ecclesiae, missus donni Ottonis regis. Dal notaio fu scritto anno ab Incarnatione Domini nostri Jesu Christi DCCCCXCI, decimotertio kalendas februarii, Indictione quarta. Noi ancor qui troviamo in uso l'autorità regale di Ottone III in Italia, ma non giù notati negli atti pubblici gli anni del suo regno. Abbiamo da Lupo Protospata[2600] che fecit bellum Asto comes cum Saracenis in Tarento, et ibi cecidit ille cum multis Barensibus. In vece di Asto, un altro codice e l'Anonimo barense hanno Otto comes; ma si dee scrivere Atto comes. Medesimamente in quest'anno Ugo Capeto re di Francia, sdegnato contra di Arnolfo arcivescovo di Rems, il fece deporre dai vescovi in un concilio tenuto in quella città, ma senza che fosse approvata una tal risoluzione dalla santa Sede. In suo luogo fece egli ordinare Gerberto, che noi già vedemmo abbate di Bobbio, in ricompensa di essere stato maestro del re Roberto suo figliuolo, e per la stima della di lui rara letteratura. Vedremo poi fin dove arrivò la fortuna di questo personaggio.
NOTE:
[2589] Annalista Saxo.
[2590] Ditmarus, in Chron., lib. 4.
[2591] Odilo, in Vit. Sanct. Adelheidis.
[2592] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.
[2593] Sigonius, de Regno Ital., lib. 7.
[2594] Saxius, in Adnotation. ad eumdem.
[2595] Arnulf., Hist. Mediol., tom. 4 Rer. Ital.
[2596] Landulf. Senior, Hist. Mediol., tom. 4 Rer. Ital.
[2597] Arnulf., Hist. Mediol., lib. 1, cap. 10.
[2598] Ughell., Ital. Sacr., tom. 4 in Episcop. Cremonens.
[2599] Campi, Istor. di Piacenza, tom. 1.
[2600] Lupus Protospata, in Chron.
Anno di CRISTO DCCCCXCII. Indizione V.
GIOVANNI XV papa 8. OTTONE III re di Germania e d'Italia 10.
Dacchè fu alzato alla dignità ducale in Venezia Pietro Orseolo II, siccome persona di grande attività e senno, spedì tosto a Costantinopoli i suoi legati, ed ottenne dagl'imperadori Basilio e Costantino la bolla d'oro contenente la conferma di tutte le libertà ed esenzioni godute in addietro dal popolo di Venezia per tutto l'imperio d'Oriente. Studiossi ancora di stabilir buona amicizia con tutti i principi de' Saraceni, a' quali per tal effetto mandò ambasciatori. Ma particolarmente ebbe cura di far confermare al re Ottone III i vecchi patti. Si legge nella Cronica del Dandolo[2601] il diploma di tal conferma, conceduta da esso re interventu et petitione nostrae dilectissimae dominae aviae Adelheidae imperatricis Augustae: il che fa conoscere che la santa imperadrice tuttavia dimorava in Germania nella corte del re suo nipote. E il diploma è dato XIV kalendas augusti, anno dominicae Incarnationis DCCCCXCII, Indictione V, anno vero domni Ottonis III regnantis nono. Actum Molinhusen. Asserisce Lupo Protospata[2602] che in quest'anno si provò una terribil carestia per tutta l'Italia. Non già nell'anno 991, come stimò il Sigonio[2603], ma bensì nel fine del presente, diede fine ai suoi giorni Aloara principessa di Capua, già moglie di Pandolfo Capodiferro, la quale fin qui col figliuolo Landenolfo[2604] virilmente avea governato quegli Stati. Siccome osservò il cardinal Baronio[2605], ella avea fatto ammazzare un suo nipote conte, per paura ch'egli col suo credito potesse occupare il principato a' suoi figliuoli: perlochè san Nilo abbate le predisse che mancherebbe la stirpe sua, siccome in fatti da lì a non molto avvenne.
NOTE:
[2601] Dandul., in Chronic., tom. 12 Rer. Ital.
[2602] Lupus Protospata, in Chronico.
[2603] Sigonius, de Regno Ital., lib. 7.
[2604] Leo Ostiensis, Chron., lib. 2, cap. 10.
[2605] Baron., in Annal. Eccles.
Anno di CRISTO DCCCCXCIII. Indiz VI.
GIOVANNI XV papa 9. OTTONE III re di Germania e d'Italia 11.
Nell'archivio dell'insigne monistero di Subiaco sì legge uno strumento scritto anno, Deo propitio, pontificatus domni Johanni summi pontificis et universali XV papae in sacratissima sede beati Petri apostoli septimo, Indictione V, mensis februarii die tertia, cioè nell'anno precedente. Ma questo mese non s'accorda con quanto s'è accennato all'anno 985 intorno al tempo della elezione di questo papa. Più si confà un altro scritto anno octavo, Indictione VI, mensis julii die octava, cioè nell'anno presente. Appena furono passati quattro mesi dopo la morte di Aloara principessa di Capua[2606], che in essa città di Capua nel dì 20 d'aprile di quest'anno scoppiò una congiura di malvagi contra di Landenolfo principe suo figliuolo, per cui egli restò miseramente privato di vita presso la chiesa di san Marcello. Era parente di Landenolfo Trasmondo conte teatino, ossia di Chieti, e marchese, cioè, a mio credere, quel medesimo che di sopra dicemmo duca di Spoleti, o almeno marchese di Camerino. Si accinse questi a vendicar la morte dell'ucciso principe, e dopo due mesi con un competente esercito, accompagnato da Rinaldo ed Oderisio conti di Marsi, pertossi all'assedio di Capua. Vi stette sotto quindici dì, nel qual tempo diede il guasto al territorio, cioè gastigò in vece de' rei gl'innocenti; e senza far altro se ne ritornò a casa. Per attestato della Cronica del Volturno[2607], entrò la peste in Capua con tal furia, che appena restò in vita la terza parte del popolo. Giunta intanto la nuova dell'assassinamento suddetto alla corte di Ottone III in Germania, venne un ordine ad Ugo marchese di Toscana di farne rigorosa vendetta. Adunque Ugo, ammassate le forze sue, ed unitele con quelle di Trasmondo e dei conti suddetti, tornò ad assediare più strettamente Capua, tanto che obbligò quei cittadini a dargli in mano i malfattori, cioè gli uccisori del suddetto Landenolfo[2608]. Sei d'essi ne fece impiccar per la gola; gli altri con varie pene ricevettero il pagamento de' loro misfatti. Restò principe di Capua Laidolfo fratello minore del medesimo Landenolfo.
Attese circa questi tempi Pietro Orseolo II doge egregio di Venezia a ristorare la città di Grado, le cui fabbriche venivano meno per l'antichità[2609]. La cinse di mura dai fondamenti; vi fabbricò il palazzo ducale presso alla torre occidentale, e fece riporre in segreti luoghi sotterra i corpi de' santi di quella cattedrale. E perciocchè Giovanni vescovo di Belluno seguitava ad occupar certi beni e diritti de' Veneziani, e non voleva arrendersi nè alle ambasciate nè alle lettere dello stesso re Ottone, proibì il savio doge ogni commercio del suo popolo colla marca di Trivigi. Bastò questo ripiego per metter in dovere i Bellunesi, i quali non potendo più ricevere sale, nè altre mercatanzie, domandarono pace ai Veneziani, e l'ottennero, allorchè il re Ottone venne in Italia. Credesi che a quest'anno appartenga la dotazione della badia di santa Maria dei Benedettini, fondata in Firenze[2610] da Willa contessa, ivi chiamata filia domni Bonifacii, qui fuit marchio, cioè di Spoleti. Era essa stata moglie di Uberto duca e marchese di Toscana, ed era madre del vivente allora marchese di Toscana Ugo. Le duchesse e marchesane per lo più usavano il solo nome di contesse. Lo strumento fu scritto con queste note: Otho gratia Dei imperator Augustus, filius domni Othonis, anno imperii ejus XI, pridie kalendas junii, Indictione VI, cioè nell'anno presente, secondochè pensò l'Ughelli, e dopo di lui il padre Mabillone[2611]. Ma doveasi por mente che Ottone III non era per anche giunto alla corona imperiale, nè in questi secoli alcun re tedesco portò mai il titolo d'imperadore, se non dopo d'essere stato coronato dal sommo pontefice. Però quello strumento è più antico, e s'ha da riferire all'anno 978, nel cui giugno correva l'anno XI dell'imperio di Ottone II e la Indizione VI. Abbiamo da Leone ostiense[2612] che i monaci di monte Casino fabbricarono varii monisterii in Toscana ex Hugonis marchionis largitione et concessione, fra' quali il suddetto di santa Maria in Firenze. Terminò i suoi giorni in quest'anno[2613] Corrado re di Borgogna, fratello della piissima imperadrice Adelaide, ed ebbe per suo successore Rodolfo suo figliuolo, appellato dagli storici il Dappoco. Tenne parimenti in questi tempi un placito in Verona Arrigo duca, padre di santo Arrigo imperadore, che governava allora non solamente il ducato di Baviera, ma quello ancora della Carintia colla marca di Verona. L'Ughelli[2614] rapporta i suoi titoli scorrettamente, e si dee leggere così: Domnus Henricus dux Bavariorum, seu Karentanensium, atque istius marchiae Veronensium. Fu scritto quel giudicato anno ab Incarnatione Domini nostri Jesu Christi nongentesimo tertio....... de mense novembri, Indictione septima. Pretendeva Ocberto (piuttosto Otberto) vescovo di Verona che gli fossero stati usurpati de' beni a Theodaldo olim marchione, cioè dall'avolo della contessa Matilde, che si vede allora molto ben vivo; nè so perchè v'entri quell'olim, se pur non dee dirsi una delle disattenzioni dell'Ughelli. Perchè Tedaldo marchese citato non comparve, fu decretato il possesso di que' beni al vescovo. Ecco chi era governatore della marca di Verona in questi tempi.
NOTE:
[2606] Leo Ostiensis, Chron., lib. 2, cap. 10.
[2607] Chron. Vulturnens., P. II, tom. 1 Rer. Ital.
[2608] Petrus Damian., Opuscul. 57, cap. 3.
[2609] Dandul., in Chron. tom. 12 Rer. Ital.
[2610] Puccinelli, Vita di Ugo. Ughelli, Ital. Sacr., tom. 3.
[2611] Mabill., Annal. Benedict. ad ann. 989.
[2612] Leo Ostiensis, Chron., lib. 2, cap. 12.
[2613] Hermannus Contract., in Chron., edition. Canis.
[2614] Ughell., Ital. Sacr., tom. 5 in Episcop. Veronens.
FINE DEL VOLUME III.