Annali d'Italia, vol. 3 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Nota del Trascrittore
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ANNALI D'ITALIA 3
ANNALI D'ITALIA
DAL PRINCIPIO DELL'ERA VOLGARE SINO ALL'ANNO 1750
COMPILATI
DA L. ANTONIO MURATORI
E CONTINUATI SINO A' GIORNI NOSTRI
Quinta Edizione Veneta
VOLUME TERZO
VENEZIA DAL PREMIATO STAB. DI G. ANTONELLI ED. 1845
ANNALI D'ITALIA
DAL PRINCIPIO DELL'ERA VOLGARE FINO ALL'ANNO 1500
Anno di CRISTO DCLXIII. Indizione VI.
VITALIANO papa 7. COSTANTINO, detto COSTANTE, imperadore 23. GRIMOALDO re 2.
Al presente anno rapportò il cardinal Baronio[1], e dopo lui Camillo Pellegrino[2], il principio del regno di Grimoaldo. Ma sapendo noi da Paolo Diacono[3], che succedette l'assedio di Benevento prima che l'imperador Costante venisse a Roma, ed essendo egli arrivato a Roma nel dì cinque di luglio di quest'anno, correndo l'indizione sesta, dopo essere stato presso Benevento, come troviamo asserito anche da Anastasio[4]: per conseguente bisogna supporre che Grimoaldo nel precedente anno 662 dopo il mese di luglio occupasse il regno dei Longobardi (al che occorse non poco tempo), e che nel presente poi venisse da Pavia in soccorso dell'assediata suddetta città di Benevento. Convien dunque sapere che l'imperador Costante, uscito di Costantinopoli nell'anno addietro, al comparire della primavera proseguì la sua navigazione sino ad Atene, e di là poi venne a Taranto. Quivi inteso come Grimoaldo con essersi portato a Pavia avea lasciato con poche forze Benevento, e al suo governo Romoaldo, giovane poco pratico nel mestier della guerra, s'avvisò che questo fosse il tempo propizio per iscacciar di colà i Longobardi. Perciò colle truppe che seco avea condotto, e coi presidii di varie città marittime a lui sottoposte, e con quanti soldati potè trarre dalla Sicilia, determinò di passare all'assedio di Benevento. Prima di farlo, narra Paolo Diacono[5] ch'egli volle consultare intorno a questa impresa un santo romito che era in concetto di predir le cose avvenire. Parlò con lui, dimandandogli se gli riuscirebbe di abbattere i Longobardi. Prese tempo il buon servo di Dio per far prima orazione, e la seguente mattina gli rispose, che per ora la gente longobardica non potea essere vinta, perchè una regina venuta da straniero paese (cioè Teodelinda) avea nel regno longobardico fabbricata una basilica in onore di san Giovanni Battista, il quale continuamente colla sua intercession presso Dio proteggeva la nazion longobarda. Ma che verrebbe un dì che i Longobardi non farebbono più conto di quel sacro luogo, ed allora arriverebbe la rovina di quella nazione. Il che, soggiugne esso Paolo Diacono, s'è in fatti verificato a' miei giorni, perchè avanti che succedesse l'estinzione del regno de' Longobardi, coi miei occhi ho veduto quella stessa basilica, esistente in Monza, data in preda a vili persone, e posti al governo d'essa sacerdoti indegni e adulteri, perchè non più a gente di merito, ma solamente a chi più danaro spendeva, era conferito quel venerabil luogo. Ora l'imperador Costante con tutto il suo sforzo uscito di Taranto, ostilmente entrò nel ducato beneventano, e prese quante città de' Longobardi incontrò per cammino. Trovò resistenza a Luceria (oggidì Nocera), città ricchissima della Puglia in que' tempi; però convenne a forza di armi e d'assedio espugnarla. Impadronitosene sfogò il suo sdegno contra d'essa con guastarla sino ai fondamenti. Intraprese anche l'assedio di Acheronzia (oggidì Acerenza), ma per la forte situazione non potè sottometterla. Passò di là sotto Benevento, ed assediollo con tutto il suo esercito. Ai primi movimenti del nemico imperadore, Romoaldo, figliuolo del re Grimoaldo, già da lui dichiarato duca di Benevento, inviò a Pavia Sesualdo suo balio a pregare il padre, che il più sollecitamente che potesse accorresse in aiuto di lui e de' suoi Beneventani. Non perdè tempo Grimoaldo, e raunata tosto una potente armata, si mise in viaggio alla volta di Benevento. Ma per istrada moltissimi de' Longobardi desertarono e se ne tornarono alle lor case, persuadendosi che Grimoaldo, con avere spogliato il regal palazzo di Pavia, più non fosse per ritornare in quelle contrade.
In questo mentre l'imperadore con tutte le macchine da guerra continuava vigorosamente l'assedio intrapreso; ma il duca Romoaldo, tuttochè giovinetto, faceva una gagliarda difesa. Non era tale la guarnigione ch'egli potesse azzardarsi ad uscire in campo per tentar la sorte d'una battaglia; contuttociò in compagnia de' più bravi giovani facea delle frequenti sortite, uccidendo non pochi de' nemici, e tenendoli in un quasi continuo allarme. Allorchè Grimoaldo suo padre, camminando a gran giornate, cominciò ad accostarsi ai confini del ducato beneventano, spedì innanzi il suddetto balio di suo figliuolo, acciocchè cautamente penetrando nella città assediata, incoraggisse i difensori colla sicurezza dell'imminente soccorso. Ma Sesualdo sfortunatamente cadde in mano de' Greci, che da lui seppero come il re Grimoaldo veniva a far loro una visita. Di più non ci volle, perchè l'imperador Costante trattasse subito aggiustamento col duca Romoaldo, per potersi ritirar con vantaggio da quell'impresa. Fu fatta la capitolazione, e data a Costante per ostaggio una sorella d'esso duca per nome Gisa (Gisela o Gisla, credo io, nome usato fra' Longobardi), la qual poscia non potè più rivedere i suoi, essendo mancata di vita nel venire dalla Sicilia, o nell'andarvi. Non esprime Paolo Diacono che patti seguissero; ma sembra che si ricavi dalla vita di san Barbato vescovo di quella città, rapportata dall'Ughelli[6], che fosse pagata da Romoaldo a Costante una buona somma d'oro e d'argento e di pietre preziose. Certo la sorella data in ostaggio può far conghietturare, che fu accordata qualche somma di danaro ad esso imperadore, di pagarsi con un respiro di tempo. Aggiugne successivamente Paolo Diacono che l'imperadore fece condurre sotto le mura il suddetto Sesualdo, con intimargli di far sapere agli assediati che Grimoaldo non potea venire in lor aiuto; cosa ch'egli promise d'eseguire. Dimandò egli di parlare con Romoaldo che in fretta comparve sulle mura. Allora Sesualdo gli disse che tenesse forte, nè avesse paura, perchè s'avvicinava il poderoso soccorso del padre già pervenuto al fiume Sangro; e che solamente gli raccomandava di aver cura e compassione di sua moglie e de' suoi figliuoli, ben sapendo che la perfida nazione de' Greci nol lascerebbe sopravvivere. Tanto in fatti avvenne. Non sì tosto ebbe finito di dir queste parole, che, per ordine dell'imperadore, tagliato gli fu il capo, e questo con una petriera gittato nella città. Un principe magnanimo non avrebbe operato così. Portata essa testa al duca Romoaldo, con calde lagrime e baci fu da lui ricevuta, e in un degno sepolcro dipoi riposta. Non si sa ben intendere come seguisse questo fatto. Perchè se, prima di conchiuder la pace, Sesualdo parlò con Romoaldo, questi non avea bisogno di far capitolazioni, nè di comperare con sì grave pagamento e coll'ostaggio della sorella la liberazion della città. Se poi dappoichè era seguita la pace, non vi era bisogno di far credere a Romoaldo ch'egli non dovea sperare soccorso. Non volendo poi l'imperadore aspettar l'arrivo del re Grimoaldo, levato il campo, s'inviò alla volta di Napoli; ma nel passaggio del fiume Calore, gli fu addosso con un distaccamento Mittola, ossia Micola conte di Capua, che gli diede una buona pelata in un luogo appellato tuttavia a' tempi di Paolo Diacono la Pugna, ossia la Battaglia. Ma se era seguita pace, come poi seguitavano le ostilità? Il dirsi poi dallo storico che fosse allora conte, cioè governatore di Capua, quel Mittola, quando all'anno precedente vedemmo Trasimondo conte di quella città, ci chiama ad avvertire ciò che il medesimo Paolo narra più di sotto, con dire che, dacchè Grimoaldo ebbe liberato Benevento dai Greci, prima di tornarsene a Pavia, dichiarò duca di Spoleti Trasimondo, dianzi conte di Capua, in premio d'averlo ben servito ad acquistare il regno, giacchè per la morte di Attone era restato vacante quel ducato. E per maggiormente obbligarselo, gli diede per moglie un'altra sua figliuola, di cui non sappiamo il nome. Però a quest'anno appartiene questo nuovo duca di Spoleti; e forse Paolo per anticipazione appellò Mittola conte di Capua.
Abbiamo poi dal medesimo storico[7] che, posta in sicuro la persona dell'imperadore in Napoli, allora uno de' suoi grandi, appellato Saburro, dimandò la grazia ad esso Augusto di poter andare a combattere col duca Romoaldo, promettendosi una sicura vittoria di lui. Fu esaudito, e andò. Ancor questo può far sospettare che non sussista la pace suddetta. A questo avviso il re Grimoaldo volle in persona uscire colla sua armata a provare il valore dei Greci; ma il duca Romoaldo tanto il pregò che lasciasse a lui l'impresa, che l'ottenne. E presa seco parte dell'armata paterna, con tutti i suoi andò ad attaccar la zuffa, la quale fu con vigore sostenuta lungamente da ambe le parti. Ma avendo uno de' Longobardi, appellato Amalongo, che portava il Conto, cioè lo stendardo regale, con quello a due mani percosso un Greco, levatolo di sella, ed alzatolo con esso sopra il suo capo, il terrore a questa vista saltò addosso ai Greci, i quali presero incontanente la fuga, e d'essi fu fatta una grande strage. Se ne ritornò Saburro svergognato all'imperadore, e Romoaldo tutto lieto e glorioso al re suo padre. Ma il racconto di questa battaglia e vittoria è accompagnato da Paolo Diacono con un ut fertur: segno che non n'era ben certo. E veramente par cosa da non digerire sì facilmente quella galanteria di alzare in aria quel povero greco, o vivo o morto ch'ei fosse. Certamente il buon Paolo non è avaro di lodi alla nazion sua longobarda. Qui poi non si dee tacere quel che abbiamo dalla vita poco fa mentovata di san Barbato vescovo di Benevento. Professavano bene i Longobardi beneventani la legge di Cristo, e prendevano il sacro battesimo, ma ritenevano tuttavia dei riti gentileschi, come lungamente ancora fecero i popoli franchi: cioè aveano in uso di adorar la vipera, di cui ciascuno tenea l'immagine in casa sua. Regnava eziandio fra loro una superstizione consistente in riguardare per cosa sacra un albero, a cui pare che facessero dei sagrifizii o de' voti. Attaccavano anche ai suoi rami un pezzo di cuoio, e correndo a briglia sciolta a cavallo, gittavano all'indietro dei dardi a quel cuoio; e beato chi ne poteva staccare un pezzetto: egli sel manicava con gran divozione. Barbato, non per anche vescovo, predicò più volte contro di queste superstizioni, ma predicò indarno. Venne poi l'assedio di Benevento: allora più che mai san Barbato si scaldò in questo affare, di maniera che il duca Romoaldo promise di estirparle, se Dio gli facea grazia di salvare la città da quel pericolo, del che si fece mallevadore Barbato. Perciò appena fu sciolto l'assedio, che il servo di Dio, presa una accetta, corse a tagliar l'albero sacrilego fin dalle radici, e coprì il sito di terra. Fu poi creato san Barbato vescovo di Benevento, e saputo che il duca in un suo gabinetto seguitava a tener l'idolo della vipera, aspettò ch'egli andasse alla caccia, e portatosi a Teodelinda moglie di esso duca, principessa veramente cattolica e pia, tanto disse, che si fece consegnar quell'idolo d'oro, ed immediatamente rottolo, ne fece un calice e una patena di mirabil grandezza, e placò dipoi miracolosamente il duca pel furto piamente a lui fatto. S'ha nella stessa vita che san Barbato ricusò il dono di molti poderi, esibitogli dal duca Romoaldo, e solamente gli dimandò che fosse sottoposta ed unita alla Chiesa di Benevento quella di Siponto coll'insigne grotta di san Michele nel monte Gargano, che si trovavano in questi tempi deserte, verisimilmente perchè saccheggiate dai Greci: il che gli fu accordato. E di questa unione si truovano sicure memorie da lì innanzi. Ma non è già sicuro documento di ciò una bolla di Vitaliano papa, pubblicata dall'Ughelli[8], ed indrizzata reverendissimo domino carissimo beneventanae ecclesiae episcopo, che così non hanno mai parlato i papi scrivendo ai vescovi. Dicesi anche data III kal. februarii, pontificatus anno primo, Indictione XI. Questa indizione denota l'anno 668, nel quale indubitata cosa è che non correva l'anno primo del pontificato di papa Vitaliano: nè allora i papi lasciavano nella penna gli anni dell'imperadore, come ivi si osserva.
Passò di poi l'imperador Costante da Napoli a Roma, e sappiamo da Anastasio[9] che arrivò colà nel mercordì, giorno quinto di luglio. Gli andò incontro papa Vitaliano col clero sei miglia fuori della città, e fatte le accoglienze, il condusse nel giorno stesso a san Pietro, dove fece orazione e lasciò un dono. Nel sabbato appresso si portò a santa Maria Maggiore, dove pratico lo stesso. Nella domenica seguente processionalmente con tutto l'esercito suo tornò al Vaticano, essendogli uscito incontro tutto il clero con doppieri accesi. In quella sacra basilica si cantò messa solenne, e l'imperadore fece l'oblazione di un pallio tessuto d'oro e di seta. Nel sabbato susseguente si trasferì alla patriarcale lateranense, e quivi pranzò nella basilica di Giulio. Dopo dodici dì di permanenza in Roma, Costante Augusto si congedò dal papa, e misesi in viaggio alla volta di Napoli, con aver prima levata da quella regina delle città tutti i bronzi che le servivano d'ornamento, e tolte infino le tegole di bronzo, onde era coperta la chiesa di santa Maria ai Martiri, cioè la Rotonda. Passò a Napoli, e quindi per terra fino a Reggio di Calabria. Prima che terminasse l'anno mise piedi in Sicilia, e prese ad abitare nella città di Siracusa. Poche parole ha sotto quest'anno Teofane[10]; ma ci danno abbastanza a conoscere di grandi sciagure accadute in Oriente al romano imperio, perchè gli Arabi, cioè i Saraceni devastarono molte provincie cristiane, e condussero in ischiavitù un'immensa quantità di persone. Se crediamo al Sigonio[11], Agone, creato duca del Friuli nell'anno 661, terminò la sua vita nell'anno presente, e fu conceduto quel ducato a Lupo. Ma il Sigonio si fece tal cronologia sulle dita, poichè per conto del tempo nulla si ricava da Paolo Diacono. Sembra più verisimile che Agone molto prima avesse quel governo, e fors'anche ebbe Lupo per successore prima dell'anno presente.
NOTE:
[1] Baron., Annal. Eccl. ad hunc ann.
[2] Peregrinus de Finib. Ducat. Benevent.
[3] Paulus Diacon. lib. 5, cap. 11.
[4] Anastas. Bibliothec., in Vitalian.
[5] Paulus Diaconus, lib. 5, cap. 6.
[6] Ughell. Ital. Sacr. tom. 4, in Archiepiscop. Benevent.
[7] Paulus Diaconus, lib. 5, cap. 10.
[8] Ughell. Ital. Sacr. tom. 4 in Episc. Benevent.
[9] Anast., in Vitalian. Paul. Diac., lib. 5, c. 11.
[10] Theoph., in Chronogr.
[11] Sigon., de Regno Italiae.
Anno di CRISTO DCLXIV. Indizione VII.
VITALIANO papa 9. COSTANTINO, detto COSTANTE, imperadore 24. GRIMOALDO re 3.
Tornato che fu il re Grimoaldo a Pavia, ebbe finalmente notizia che il fuggito re Bertarido s'era rifugiato nella Pannonia, ossia nell'Ungheria presso di Cacano, cioè presso il re degli Unni Avari, signore di quelle contrade. Spedì tosto colà ambasciatori per far sapere ad esso Cacano, che s'egli pensava di voler ritenere Bertarido nel suo regno, dichiarava spirata la pace fra lui e i Longobardi. Doveano allora portare gl'interessi di Cacano che non fosse bene di romperla con Grimoaldo: però, chiamato Bertarido, gl'intimò che andasse dovunque gli piacesse, perchè a cagione di lui non voleva nimicizia nè guerra coi Longobardi; e bisognò che Bertarido sloggiasse. Adriano Valesio e poscia il padre Mabillone scoprirono una particolarità di questo fatto, che merita ben d'esser ancor qui registrata. Siccome s'ha dalla vita di san Vilfrido, arcivescovo di Yorch, scritta da Eddio Stefano autore contemporaneo, stampata dal suddetto Mabillone[12], quel prelato cacciato di casa, volendo venire a Roma nell'anno 679, passò per Francia, ed arrivò ad Berchterum regem Campaniae, virum humilem et quietum, et trementem sermones Dei. Acutamente avvertirono que' valentuomini, per le cose che seguitano, parlarsi qui di Bercterit, ossia Bertarido re dei Longobardi, dappoichè egli ebbe ricuperato il regno, siccome vedremo; nè saprei dire, perchè chiamato re della Campania, se forse non fosse perchè egli comandava nella gran pianura e campagna della Lombardia. Ora il buon re Bertarido disse al santo arcivescovo che erano venute persone apposta dalla gran Bretagna con esibirgli de' grossi regali, s'egli il faceva prigione, ed impediva che non andasse a Roma. Ma che egli, udita sì iniqua domanda, loro avea risposto: In mia gioventù anch'io cacciato dalla mia patria andai ramingo, e cercai e trovai ricovero presso un certo re degli Unni di setta pagano, il quale, con giuramento fatto al suo falso dio, si obbligò di non darmi giammai in mano de' miei nemici, nè di tradirmi. Dopo qualche tempo vennero i messi de' miei nemici, e promisero con giuramento di dare a quel re un moggio pieno di soldi d'oro se metteva me in loro potere, per levarmi poi la vita. Al che il re rispose: Mi aspetterei tosto la morte dagli dii, se commettessi questa iniquità, e calpestassi il giuramento fatto alle mie deità. Ora quanto più io, che conosco e venero il vero Dio, debbo star lungi da tal misfatto? Io non darei l'anima mia per guadagnar tutto il mondo. Così un re longobardo, il quale fece dipoi mille carezze al piissimo arcivescovo, e con buona scorta il fece accompagnar fino a Roma. Ciò succedette nell'anno 679. Tornando ora a Bertarido, che era stato licenziato dal re Cacano, non sapendo egli dove volgere i passi per assicurarsi la vita, prese una strana risoluzione[13], e fu di venire a mettersi in mano dello stesso suo nemico, cioè del re Grimoaldo, giacchè la fama portava ch'egli fosse un principe clementissimo, avvisandosi che gli permetterebbe di passar il resto de' suoi giorni con qualche convenevol comodità in vita privata. Arrivato a Lodi, mandò innanzi Onolfo, suo fidatissimo servitore, per far sapere a Grimoaldo la sua venuta, e aver da lui le necessarie sicurezze. Lieto Grimoaldo per questa nuova, generosamente rispose che venisse pure, promettendogli, in parola di re, che niun male gli farebbe. Venne Bertarido, volle inginocchiarsi, ma Grimoaldo abbracciatolo come fratello il baciò: e con giuramento lo assicurò che sarebbe da lì innanzi salvo, e ben trattato da lui. Gli fu assegnato un palagio e tutto quel che gli occorreva per un signor il trattamento. Ma seppesi appena nella città l'arrivo di Bertarido, che i cittadini continuarono a folla a fargli delle visite; nè mancarono poi persone maligne che rappresentarono a Grimoaldo, come egli era alla vigilia di perdere il regno, se più lungamente lasciava in vita Bertarido. Non cadde in terra il consiglio.
Grimoaldo in quella stessa sera mandò delle regalate vivande e de' preziosi vini a Bertarido, acciocchè facendo banchetto, e largamente bevendo, si ubbriacasse, con pensiero poi di fargli qualche brutta festa, dappoichè fosse ito a dormire. Ma Bertarido, destramente avvertito da un suo famiglio di quel che si manipolava, mostrando di bere spessissimo del vino alla salute del re, non bevve se non acqua, portatagli in un bicchiero d'argento. Ritiratosi poi in camera, e notificato quanto occorreva ad Onolfo e al suo guardarobiere, uomini fidatissimi, si consigliarono di quel che s'aveva a fare in sì brutto frangente. Quand'ecco arrivar le guardie del re che cinsero tutto il palagio. Onolfo allora, avendo fatto vestir Bertarido in abito da schiavo, e messogli sulle spalle un materasso coi panni da letto e una pelle d'orso, sel mandò innanzi, ingiuriandolo e regalandolo anche di bastonate. Arrivato alle guardie, che gli dimandarono che musica era quella? Eh, rispose, questo mascalzone m'avea preparato da dormire in camera di quell'ubbriacone di Bertarido, che ronfa là annegato nel vino. Io non vo' star più con quel pazzo. A casa mia, a casa mia. Il lasciarono andare: ed egli condotto il padrone al muro della città dalla parte del Ticino, con una fune calò giù lui ed alcuno de' suoi famigli. Bertarido con quella compagnia, avendo trovato dei cavalli alla pastura, su quelli montato, colla maggior fretta possibile marciò alla città d'Asti, dove avea di molti amici; di là poi passò a Torino, e poscia felicemente arrivò nel paese della Francia. Dappoichè fu uscito Bertarido della sua camera, vi si chiuse dentro il guardarobiere. Mandò il re Grimoaldo a dire alle guardie che gli conducessero al palazzo Bertarido, e però picchiarono all'uscito. Rispose di dentro il guardarobiere, raccomandandosi che per carità lasciassero dormire anche un poco il padrone, perchè era sì cotto dal vino, che non si sarebbe potuto reggere in piedi. Portata al re questa risposta, replicò che non tardassero ad eseguir gli ordini; e però, veggendo che il guardarobiere andava temporeggiando per non aprire, forzarono essi la porta, e cominciarono a cercare per tutti i buchi, dove fosse Bertarido. Non trovandolo, in fine il guardarobiere fu obbligato a scoprire ch'era fuggito. Furibondi allora i soldati se gli avventarono, e presolo pe' capelli il trassero alla presenza del re Grimoaldo, come consapevole di quella fuga, e degnissimo di morte. Grimoaldo, dopo avere ordinato che il lasciassero, volle da lui intendere la maniera tenuta da Bertarido per iscappare. E saputala, si rivolse ai suoi, chiedendo loro cosa si meritava un uomo tale che avea servito a deludere gli ordini suoi. Mille tormenti e la morte, risposero tutti. Ma Grimoaldo, principe magnanimo, allora replicò: Per Dio, che costui merita premio, perchè non ha avuto difficoltà di espor la sua vita per salvare il padrone. Ed in fatti lo arrolò tosto fra i suoi guardarobieri, avvertendolo di avere pel nuovo padrone quella stessa fedeltà che aveva avuto per Bertarido, e promettendogli perciò di molti comodi. Volle poi sapere che fosse divenuto di Onolfo, e gli fu detto che s'era ritirato in sacrato nella basilica di san Michele Arcangelo. Affidatolo sulla sua parola, il fece venire a palazzo, ed inteso da lui tutto il filo della fuga, il commendò forte, e non solamente il mise in libertà, ma gli concedette ancora il godimento di quanti beni a lui si appartenevano. Nulla dimeno poco tempo passò che capitato Onolfo in corte, il re gli dimandò come se la passava? Candidamente rispose, che amerebbe più di morire con Bertarido, che di vivere altrove in mezzo alle delizie. Chiamato allora il guardarobiere, volle udire di che sentimento egli fosse. Rispose anche egli del medesimo tenore. Grimoaldo con gran benignità gli ascoltò, e poscia ordinò ad Onolfo che prendesse quanto gli piaceva de' suoi servi, cavalli e masserizie, e che gli permetteva di andarsene. Diede la stessa licenza al guardarobiere: ed amendue, fatto un buon bagaglio, ed avute buone scorte dal re, allegramente se ne andaron in Francia a trovare il loro amatissimo padrone Bertarido. Per queste azioni gloriose, degne di essere paragonate a quelle de' più illustri Romani è da lodar Grimoaldo, se non che egli portava seco la macchia di avere proditoriamente usurpato il regno altrui.
NOTE:
[12] Mabill., Annal. Bened., tom. 4, P. I, p. 691.
[13] Paulus Diacon. lib. 5, cap. 2.
Anno di CRISTO DCLXV. Indizione VIII.
VITALIANO papa 9. COSTANTINO, detto COSTANTE, imperadore 25. GRIMOALDO re 4.
Raccogliesi da Beda[14] che nel presente anno infierì molto la pestilenza in Italia, e per questo malore l'ambasciatore del re d'Inghilterra con quasi tutti i suoi domestici lasciò la vita in Roma. A questo medesimo anno par che si possa riferire la guerra mossa dai re franchi al re Grimoaldo. Dovette Bertarido, fuggito in Francia, così ben perorare la causa sua presso di Clotario III re di Parigi e della Borgogna, con esporre la usurpazione ingiusta a lui fatta da Grimoaldo, e la facilità che vi sarebbe di rimetterlo sul trono, stante il gran numero de' suoi partigiani, qualora esso Clotario prendesse la sua protezione, e spedisse un esercito in Italia, che quel re s'indusse a muover guerra a Grimoaldo. Entrò l'armata francese per la parte della Provenza nel Piemonte, ed arrivò fin presso alla città d'Asti. L'accorto Grimoaldo, uscito anch'egli in campagna colla sua armata, fermò i nemici in quel territorio, e quivi si accampò. Era principe sagace, e sapea le furberie della guerra. Un dopo pranzo, fingendo un panico terrore, levò all'improvviso il campo, e ritirossi con lasciar indietro le tende e buona parte del bagaglio, e specialmente una quantità prodigiosa di cibi e vini di buon polso. Caddero i Franzesi nella rete. Accortisi della di lui fuga, diedero sacco al campo, e trovato sì buon preparamento di mangiare e bere, fecero gran gozzoviglia, e si abboracchiarono in maniera, che quasi tutti ubbriachi si diedero in preda al sonno. Ma non fu sì tosto passata la mezza notte, che Grimoaldo voltata faccia, quando men sel credeano, venne a far loro pagar lo scotto. Tanta strage ne fece, che a pochi riuscì di portar salva la pelle alle loro case. Il luogo dove seguì questo macello dei Franchi, Paolo Diacono scrive che a' suoi dì si appellava Rio, ed era poco lungi della città d'Asti. Stava intanto l'imperadore Costante in Siracusa. S'erano a tutta prima immaginati i Siciliani che la buona ventura fosse venuta a trovarli in mirando piantata la sedia imperiale nella lor isola. Si disingannarono ben tosto. Io non so se perchè questo principe era d'inclinazion troppo cattiva, oppure perchè la necessità l'astrignesse, per non poter tirare da Costantinopoli e dall'Oriente alcun danaro e sussidio pel grandioso suo mantenimento, egli si desse a far delle insopportabili avanie a quei popoli. Sì Anastasio[15] che Paolo Diacono[16] ci assicurano aver egli talmente afflitti gli abitanti e possessori dei beni nelle provincie di Calabria, Sicilia, Sardegna ed Africa con gabelle, capitazioni e viaggi di navi, che non s'era, a memoria d'uomini, simil flagello giammai patito. Restavano separate le mogli dai mariti, i figliuoli dai genitori; in una parola, arrivarono tanto oltre i malanni, che non restava più speranza di poter vivere alla gente. Nè già andarono i luoghi sacri esenti da questa tempesta, perchè egli spogliò tutte le chiese de' loro sacri vasi e dei loro tesori. Teofane[17], tuttochè autor greco, nota anch'egli, forse sotto l'anno precedente, tanti essere stati gli aggravii de' poveri Siciliani, che molti disperati scappando andarono a fissar la loro abitazione a Damasco: il che a taluno potrebbe sembrar cosa strana perchè i Saraceni signoreggiavano in quella città. Ma quei popoli non si attentavano più a dimorar in paese, dove comandasse un sì scellerato non imperadore, ma tiranno.
NOTE:
[14] Beda, Hist. Angl., lib. 5, cap. 1.
[15] Anast., in Vitalian.
[16] Paulus Diaconus, lib. 5, cap. 11.
[17] Theoph., in Chronogr.
Anno di CRISTO DCLXVI. Indizione IX.
VITALIANO papa 10. COSTANTINO, detto COSTANTE, imperadore 26. GRIMOALDO re 5.
Giacchè non si sa a qual anno precisamente si abbiano a riportare i fatti del Friuli, riferiti da Paolo Diacono[18] circa questi tempi, mi prendo la libertà di farne qui menzione. Morto che fu nei tempi addietro Agone duca del Friuli la cui abitazione in Cividal di Friuli tuttavia a' tempi di Paolo Diacono esisteva, chiamata la Casa di Agone, fu conferito siccome dicemmo, quel ducato a Lupo, uomo di pessimo talento. Costui un giorno all'improvviso con un corpo di cavalleria fece una sorpresa all'isola di Grado, poco lontana da Aquileia, passando per una strada fatta a mano, che dalla terra ferma arrivava colà, la quale par ben difficile a credersi, come notò il padre de Rubeis[19]. Era quell'isola sottoposta all'imperadore, ed ivi dimorava il patriarca cattolico d'Aquileia, appellato gradense. Diede Lupo il sacco a quella chiesa, e ne portò via tutto il tesoro. Allorchè poi dovette Grimoaldo portarsi al soccorso di Benevento assediato, lasciò in Pavia come vicerè e comandante questo Lupo, i cui fatti egregiamente corrispondevano al nome, e gli raccomandò il suo palagio. Commise Lupo in tal congiuntura non poche insolenze in quella città, perchè si lusingava che Grimoaldo non avesse più a tornare; ma s'ingannò. Tornò Grimoaldo, e Lupo temendo il gastigo de' suoi reati, si ritirò nel Friuli, dove diede principio ad una ribellione contro del suo sovrano. Crede il suddetto padre de Rubeis accaduto ciò nell'anno 664. Grimoaldo, che non amava molto d'intraprendere una guerra civile di Longobardi contra Longobardi, perchè non si fidava del popolo suo, segretamente mosse Cacano re degli Unni Avari, affinchè venisse dall'Ungheria a gastigare costui. A man baciate abbracciò Cacano l'assunto, e con un formidabil esercito giunse ad un luogo appellato Fiume, intorno al quale lascerò che disputino gli eruditi furlani. Quivi se gli fece arditamente incontro il duca Lupo, e, per quanto raccontarono a Paolo Diacono[20] alcuni vecchi che s'erano trovati presenti a quella tragedia, operò di molte prodezze contro di que' Barbari, coi quali per tre volte attaccò battaglia con esito felice. Nella prima li sconfisse, con restar solamente feriti alcuni dei suoi. Nella seconda furono alquanti dei suoi feriti e morti, ma con assaissima strage degli Avari. Nella terza, ancorchè molti Longobardi restassero feriti e morti, pur diede la rotta all'immenso esercito di Cacano, e ne riportò un ricco bottino. Ma raccoltisi i Barbari, vennero nel quarto giorno sì sterminatamente addosso a Lupo, che la sua gente diede alle gambe, ed egli, amando piuttosto di morir che di fuggire, dopo aver date quante prove potè del suo valore, lasciò sul campo la vita. I fuggitivi furlani si ritirarono nelle castella più forti per quivi far difesa, con abbandonar la campagna alla discrezion degli Avari, i quali diedero il sacco a tutto il paese, e parecchi luoghi consumarono col fuoco.
Ora avendo abbastanza operato a tenore dei desiderii del re Grimoaldo, questi fece loro intendere che oramai cessassero di guastar quella provincia, e se n'andassero con Dio. Ma quegl'infedeli non l'intendeano così. La risposta, che spedirono per i loro ambasciatori a Grimoaldo, fu che aveano preso il Friuli a forza d'armi, e che sel voleano ritenere per loro. S'accorse allora Grimoaldo d'essersi tirata la serpe in seno; tuttavia siccome principe animoso adunò in fretta quanti combattenti potè, per cacciar coloro dal Friuli colle cattive, giacchè colle buone più non si poteva; e andò ad accamparsi a fronte de' nemici. Vennero per parlare con lui altri ambasciatori di Cacano, ed egli seppe ben prevalersi della lor venuta. Era picciolo l'esercito longobardo; ma l'accorto re, tenendo a bada con parole per varii giorni quegli ambasciatori, ogni dì dava la mostra alle sue genti, e facendo prendere varii abiti e diverse armi alle truppe già vedute, quasichè ogni dì sopraggiugnessero dei nuovi reggimenti, più volte fece mirare a que' Barbari sotto diversi aspetti le medesime milizie, in guisa che coloro rimasero convinti della innumerabile armata de' Longobardi. Allora Grimoaldo, fatti venire a sè gli ambasciatori: Or bene, disse, riferite a Cacano, che se non la sbriga di tornarsene a casa, con tutta questa gran moltitudine che voi co' vostri occhi avete veduto, io verrò tosto ad insegnargli la strada. Di più non occorse. Cacano, avvertito del pericolo in cui si trovava, decampò, e tornossene al suo paese. Tentò dipoi Varnefrido, figliuolo di Lupo, di succedere in luogo del padre nel ducato del Friuli; ma conoscendo di non aver forze da contrastare col re Grimoaldo, ricorse agli Sclavi, o vogliam dire Schiavoni nella Carintia, ed ebbe tal rinforzo da quella gente, che si figurava già di poter ottenere il suo intento. Ma pervenuto al castello di Nemaso poco lontano da Cividale, quivi dal forte esercito de' Furlani perdè colla speranza del ducato anche la vita. Fu dunque creato duca del Friuli Vettari, oriondo della città di Vicenza, uomo di grande benignità, che soavemente governò dipoi quel paese.
Prima di questi tempi cominciò, e spezialmente prese vigore nell'anno presente, lo scisma della Chiesa di Ravenna. Abbiam veduto con quanta sommessione e prontezza Mauro arcivescovo di quella città intervenne per mezzo de' suoi deputati al concilio lateranense sotto san Martino papa nell'anno 649. Ma questo uomo, accecato dall'ambizione, cominciò da lì innanzi a negare l'ubbidienza dovuta ai sommi pontefici, e praticata da tutti i suoi antecessori[21]. La permanenza degli esarchi d'Italia in Ravenna, quasichè quella fosse divenuta capo dell'Italia, servì ad esaltar la superbia di questo prelato, ed a cercar la autocefalia, ossia l'indipendenza da qualsivoglia Chiesa superiore, con trasgression manifesta dei canoni del da tutti venerato concilio primo ecumenico niceno. Racconta Agnello[22], che scrisse circa l'anno di Cristo 840, le vite de' vescovi ravennati, autore per altro malaffetto verso la Sede apostolica romana, che il papa (senza fallo Vitaliano) mandò a Ravenna dei legati per intimare a Mauro arcivescovo la sommessione, alla quale egli era tenuto verso il romano pontefice. Rispose Mauro insolentemente di maravigliarsi di questo, perchè era seguito accordo fra loro di non inquietare l'un l'altro, e di aver egli sopra ciò una scrittura sottoscritta dal medesimo papa. Rapportata al pontefice questa risposta, scrisse a Mauro, che se quanto prima non veniva a Roma, lo scomunicava. Diede allora nelle smanie l'iniquo arcivescovo, e presa la penna scrisse una lettera simile, in cui anch'egli scomunicava il papa. Fu portata a Roma questa insolentissima lettera, e lettala, il pontefice in collera la gittò per terra, e poi la fece raccogliere. Quindi portò le sue doglianze all'imperador Costante, pregandolo di ridurre al dovere il temerario arcivescovo. Ma nello stesso tempo scrisse anche Mauro all'imperadore, implorando il di lui patrocinio alle sue pretensioni. Costante, che altre vie non seppe mai battere, se non quelle dell'iniquità, piuttosto che soddisfare alle giuste domande del papa, volle sostener l'eccesso scandaloso dell'arcivescovo. Resta tuttavia il diploma da lui scritto ad esso Mauro, cavato da un codice manuscritto della bibblioteca estense, dove gli significa di aver dato degli ordini in favore di lui a Gregorio suo esarco: il che ci fa conoscere che a Teodoro Calliopa ora succeduto questo nuovo esarco Gregorio. Poscia dichiara e determina che la Chiesa ravennate sia esente in avvenire da ogni superiore ecclesiastico, e specialmente dall'autorità del patriarca di Roma antica, di modo che goda il privilegio dell'autocefalia. Il diploma è dato kalend. Mart. Syracusa. Imperantibus dominis nostris pissimis perpetuis Augustis, Costantino majore imperatore (il che fa sempre più conoscere che il suo nome vero era Costantino benchè l'uso abbia ottenuto di chiamarlo Costante) anno XXV (che tuttavia correa nel marzo del presente anno), et post consulatum ejus anno XIIII (si ha da scrivere XXIII) atque novo Constantino, Heraclio, et Tiberio, a Deo con servatis filiis Constantini quidem anno XIIII Heraclio autem, et Tiberio anno VII. Concorrono tutti questi caratteri ad indicar l'anno presente, e sempre più convincono i lettori essersi ancor qui troppo sconciamente abusato della sua autorità l'imperador Costante, non appartenendo a lui il mutar l'ordine della gerarchia ecclesiastica stabilito dagli Apostoli e regolato dai concilii generali della Chiesa di Dio. Ma di che non era capace questo empio ed infelice Augusto?
NOTE:
[18] Paulus Diaconus, lib. 5, cap. 17.
[19] De Rubeis, Monument. Eccl. Aquilejens. cap. 31.
[20] Paulus Diaconus, lib. 5, cap. 19.
[21] Agnell., in Vita Mauri, tom. 2. Rer. Ital. Rubeus. Hist. Ravennat., lib. 4.
[22] Agnell., tom. 2 Rer. Ital.
Anno di CRISTO DCLXVII. Indizione X.
VITALIANO papa 11. COSTANTINO, detto COSTANTE, imperadore 27. GRIMOALDO re 6.
Circa questi tempi il re Grimoaldo diede per moglie a Romoaldo duca di Benevento, suo figliuolo, Teoderada figliuola di Lupo già duca del Friuli[23], che gli partorì poi tre figliuoli, cioè Grimoaldo II e Gisolfo (amenduni col tempo furono duchi di Benevento), ed Arichi, ossia Arigiso. Vendicossi ancora di tutti coloro che, nell'andare ad esso Benevento in soccorso del figliuolo, lo avevano abbandonato. Ma soprattutto barbarica fu la sua vendetta contro la città del Foro di Popilio, oggidì Forlimpopoli, perchè quel popolo, sottoposto all'esarco di Ravenna avea fatto degl'insulti non solamente a lui nel viaggio alla volta di Benevento, ma molte altre fiate ai suoi messi nell'andare e venire da Benevento. Per l'Alpe di Bardone, cioè per la via di Pontremoli, senza che se ne accorgessero i Ravennati, condusse egli le sue truppe in Toscana in tempo di quaresima, e poi nel sabbato santo piombò addosso a quella misera città, nel tempo appunto, che, secondo l'uso d'allora, si faceva il solenne battesimo de' fanciulli nella chiesa maggiore. A pochi, o a niuno perdonò la inumanità di quei soldati, con aver fino svenati i diaconi che battezzavano i fanciulli. Tale in somma fu la strage di quel popolo e il guasto della città, che pochissimi abitatori vi restavano a' tempi di Paolo Diacono: crudeltà degna di eterna infamia. Portava per altro il re Grimoaldo sommo odio ai Greci e sudditi dell'imperadore, perchè contro la buona fede avessero tradito ed ucciso i suoi due fratelli Tasone duca del Friuli, e Cacone. E questa fu la cagione che, quantunque la città di Opitergio, oggidì appellata Oderzo, fosse già ridotta sotto il dominio de' Longobardi, pure perchè ivi era succeduta la morte de' suoi fratelli suddetti, la fece distruggere dai fondamenti, e partì poi quel territorio, assegnandone una parte a Cividal di Friuli, un'altra a Trivigi, e la terza a Ceneda.
NOTE:
[23] Paulus Diaconus, lib. 5, cap. 25.
Anno di CRISTO DCLXVIII. Indizione XI.
VITALIANO papa 12. COSTANTINO Pogonato imp. 1. GRIMOALDO re 7.
Fu questo l'ultimo anno della vita di Costantino, che noi sogliamo appellare Costante imperadore. L'odio universale dei popoli, ch'egli s'era guadagnato colle immense sue estorsioni ed angherie lor fatte, e il discredito in cui era per le sue empie azioni, diedero moto ed animo ad una congiura contro di lui. Però sul fine di settembre dell'anno presente, essendo già incorso l'indizione XII, come abbiamo da Anastasio bibliotecario[24], da Paolo Diacono[25] e da Teofane[26], trovandosi egli nel bagno in Siracusa, fu quivi da un Andrea figliuolo di Troilo ucciso. Entrati gli uomini della sua corte, il trovarono senza vita, e diedero sepoltura al suo corpo. Dopo di che un certo Mizizio (così lo chiama Teofane), oppur Mecezio (come ha Paolo Diacono) si fece proclamar imperadore. Teofane scrive ch'egli fu forzato a prendere l'imperio essendo giovane di bellissimo aspetto e di nazione armeno; eppure confessa ch'egli era de' congiurati. Giunta a Costantinopoli la nuova di questo successo, Costantino suo primogenito, dichiarato già imperadore dal padre nell'anno 654, prese le redini del governo. Era egli assai giovinetto, ma perciocchè dopo l'impresa di Sicilia tornò a Costantinopoli colla barba che gli spuntava sul volto[27], perciò ebbe il soprannome di Pogonato cioè barbato. Diedesi in quest'anno esso giovane Augusto a far quanti preparamenti poteva, sì per vendicar la morte del padre, che per liberar l'imperio del tiranno Mecezio, e nell'anno vegnente, siccome vedremo, gli riuscì felicemente l'impresa. Fu questo principe di religione e di costumi diverso dal padre. In quest'anno ancora il re Grimoaldo fece una giunta di alcune leggi a quelle del re Rotari. Dal prologo[28] si veggono pubblicate anno Deo propitio regni mei sexto, mense julio, indictione XI, e per conseguente in quest'anno. Dovea già aver preso un gran possesso fra i Longobardi l'empio abuso dei duelli, non già per bestiale appetito di vendetta o per puntigli, come si usava negli ultimi secoli addietro, ma per indagare con questa barbara invenzione il giudizio di Dio intorno alla verità o falsità dei delitti, o alla giustizia od ingiustizia delle pretensioni. Qualche freno vi mise il re Grimoaldo, con ordinare che se constava che un uomo libero per trent'anni fosse vivuto in istato tale, non potesse alcuno sfidarlo al duello in vigore di qualche pretensione che costui fosse suo servo, cioè schiavo. Però bastava che questo uomo adducesse davanti ai giudici i testimonii del possesso della libertà durante lo spazio di essi trent'anni, per esentarsi da ogni altra molestia. Lo stesso fu decretato in favore di chi provava di aver posseduto per lo suddetto spazio di tempo case, servi e terre. All'incontro, alle mogli accusate d'aver operato contro l'onore e la vita de' mariti, era permesso di giustificarsi col giuramento, oppur col combattimento: nel qual caso la donna sceglieva un campione ossia combattente per la parte sua. Non parlo delle altre leggi, nelle quali è prescritto che dee pagarsi dai padroni per gli delitti de' servi, e qual pena si desse a chi, lasciata la moglie sua, un'altra ne prendeva: oppure alle donne che prendevano per marito chi avea già moglie, tuttochè informate dello stato di quell'uomo. In quest'anno Teodoro monaco greco, poscia arcivescovo dorovernense, ossia di Cantorberi fu inviato in Inghilterra da papa Vitaliano[29], ed è quel medesimo che compilò dipoi ed accrebbe i canoni penitenziali, mise in credito le lettere latine e greche in que' paesi ed allevò dei valenti discepoli, con istabilire ancora il canto ecclesiastico in quelle chiese. Probabilmente si prevalse degli sconcerti accaduti in Sicilia Romoaldo duca di Benevento, per vendicarsi del già ucciso Costante Augusto, e rendergli la pariglia dell'insulto già fatto a Benevento. Noi sappiamo da Paolo Diacono[30] ch'egli, raunata una buona armata, si portò all'assedio della città di Taranto, e cotanto la combattè, che la forzò alla resa. Altrettanto fece di quella di Brindisi: con che aggiunse tutti quei contorni, cioè un buon tratto di paese, al suo ducato beneventano.
NOTE:
[24] Anastas., in Vitalian.
[25] Paulus Diaconus, lib. 1, cap. 11.
[26] Teoph., in Chronogr.
[27] Zonar., in Annal.
[28] Leges Langobard., tom. 2 Rer. Ital.
[29] Beda, Hist., Agnel. lib. 4, cap. 1.
[30] Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 1.
Anno di CRISTO DCLXIX. Indizione XII.
VITALIANO papa 13. COSTANTINO Pogonato imp. 2. GRIMOALDO re 8.
Premendo all'imperador Costantino Pogonato il fuoco nato in Sicilia per la tirannia di Mecezio, ammassò quanta gente potè[31], facendone venire dall'Istria, dall'Italia, dalla Sardegna e dall'Africa perchè essa durava tuttavia alla divozion dell'imperio. Venne lo stesso giovane Augusto in persona a questa impresa con una poderosa flotta. Fu dunque presa Siracusa, trucidato il tiranno Mecezio, e il suo capo, con quelli di molti altri, portato a Costantinopoli. In questa maniera restò estinto il fuoco che si era acceso in queste parti, senza che si legga che i Longobardi continuassero a prevalersene maggiormente in loro vantaggio. Ciò fatto, l'imperadore se ne tornò lieto alla sua residenza di Costantinopoli. Ma probabilmente Mecezio, prima che gli arrivasse addosso sì gran tempesta, avea fatto ricorso per aiuto ai Saraceni. Benchè costoro non venissero a tempo per soccorrerlo, pure si sa da Anastasio[32] e da Paolo Diacono[33], che all'improvviso con molte navi arrivarono in Sicilia, entrarono in Siracusa, e misero a fil di spada quell'infelice popolo con essersene salvati pochi col favor della fuga. Pare eziandio che scorressero pel resto dell'isola, commettendo gli atti della medesima crudeltà dappertutto: ma questo non è certo. Per attestato ancora del cardinal Baronio[34] e del padre Mabillone[35], non son sicuri documenti di un tale eccidio una lettera scritta dai monaci benedettini di Messina ai monaci romani abitanti nel Laterano, nè una lettera di papa Vitaliano ai medesimi monaci messinesi: della prima delle quali vien detto che Messina e novantotto altre città e ville della Sicilia erano state saccheggiate e date alle fiamme dai Saraceni. Asportarono in quell'occasione i Barbari tutti i bronzi che l'imperadore Costante avea rubato ai Romani, e se ne tornarono ad Alessandria. Abbiamo da Teofane[36] che in questo medesimo anno l'imperador Costantino diede il titolo d'Augusti e dichiarò suoi colleghi nell'imperio i due suoi fratelli Eraclio e Tiberio. Privò di vita Giustiniano patrizio padre di Germano, che fu poi patriarca di Costantinopoli, e fece entrare lo stesso Germano nel ruolo degli eunuchi. Il perchè non lo dice la storia.
NOTE:
[31] Paulus Diaconus, lib. 5, cap. 12.
[32] Anastas. in Adeodat.
[33] Paulus Diaconus, lib. 5, cap. 13.
[34] Baron., Annal. Eccl.
[35] Mabil., Annal. Benedict., lib. 15 in fine.
[36] Paulus Diacon. lib. 5 cap. 23.
Anno di CRISTO DCLXX. Indizione XIII.
VITALIANO papa 14. COSTANTINO Pogonato imp. 3. GRIMOALDO re 9.
Giacchè Paolo Diacono narra buona parte degli avvenimenti, senza specificarne l'anno, perchè neppur egli dovea saperlo, si può riferire qui un fatto di Vettari duca del Friuli[37]. Avendo gli Schiavoni dominanti nella vicina Carintia inteso ch'egli era andato a Pavia, raunata un gran moltitudine di gente, vennero fin presso a Cividal di Friuli, e si accamparono in un luogo chiamato Brossa. Per buona ventura accadde che Vettari sbrigatosi in poco tempo da Pavia, quando niun se l'aspettava, arrivò la sera innanzi a Cividale. Nè sì tosto ebbe intesa la venuta degli Schiavoni, che presi seco venticinque cavalli, andò a riconoscerli: ed arrivato al ponte del fiume Natisone, oltre al quale s'erano attendati i Barbari, fu da loro osservato; e perchè era con sì pochi compagni, motteggiato con dire: Vedete là il patriarca che vien contra di noi coi suoi cherici. Il duca allora levatosi l'elmo di capo, e facendo vedere ai Barbari chi egli era (e ben lo conoscevano), mise tal terrore in costoro, che essendo corso il suo nome per tutto il campo, quasichè egli fosse per assalirli con un formidabile esercito, si diedero a una precipitosa fuga. E fin qui si può menar buono il suo racconto al buon Paolo. Ma egli ci vuol far ridere con una slargata romanzesca, che dipoi soggiugne, con dire che Vettari con que' pochi compagni si scagliò loro addosso, e ne fece una tal beccheria, che di cinquemila uomini, appena pochi col favor delle gambe portarono alle lor case la trista nuova di tanta disgrazia. Tiene il padre Pagi che in questo anno Clotario III re de' Franchi nella Neustria e Borgogna giugnesse all'ultimo de' suoi giorni. Per poco tempo regnò dopo lui Teoderico II, il quale per forza prese la chericale tonsura. Childerico fratello di Clotario divenne padrone di tutta la monarchia franzese. Ma da lì a non molto non solo a lui tolto fu il regno, ma anche la vita. Allora il deposto Teoderico ripigliò il regno. La storia dei Franchi scarseggia molto di notizie in questi tempi. Ma se all'italiana non restassero que' pochi lumi che ha raccolto Paolo Diacono, noi resteremmo anche più de' Franzesi al buio, mancando a noi le vite de' santi, de' vescovi e degli ultimi monaci italiani d'allora, laddove non poche de' loro paesi ne scrissero essi Franchi e gl'Inglesi, non già perchè allora anche l'Italia non nudrisse dei buoni prelati e molti servi di Dio, ma perchè l'ignoranza avea qui preso troppo piede, oppure perchè le guerre nostre civili han fatto perdere gran copia di antiche memorie. Abbiamo poi da Teofane che circa questi tempi i Saraceni fecero una incursione nelle provincie dell'Africa tuttavia sottoposte al romano imperio; e corse voce che avessero condotte in ischiavitù ottantamila persone. Aveva bensì, come abbiam detto, l'imperador Costantino conferito il titolo imperiale ai due suoi fratelli Eraclio e Tiberio; ma, per quanto si può conoscere, consisteva nella sola apparenza la lor dignità, perciocchè l'autorità e il comando risedeva tutto in esso Costantino. Nell'esercito a Crisopoli vi furono più persone che pubblicamente gridarono: Noi crediamo nelle tre Persone della Trinità: andiamo anche a coronar tre imperadori; segno che la coronazione era il più importante requisito per esercitar coi fatti l'imperiale autorità. Giunsero queste parole all'orecchio di Costantino, che forte se ne turbò. Fatti perciò venire i capi di costoro a Costantinopoli sotto pretesto di voler soddisfare ai loro desiderii, li fece pendere tutti dalle forche, ed insegnò agli altri il rispetto dovuto ai sovrani. Perchè nondimeno si seppe, o solamente corse il sospetto che dai suddetti suoi fratelli avesse avuto origine quel sedizioso progetto, fece ad amendue tagliare il naso. Ma quest'ultima barbara azione non sembra appartenere all'anno presente; perchè, siccome lo stesso Teofane racconta all'anno 13 di Costantino, allora egli solamente rimosse i fratelli dall'imperio; nè sembra molto probabile che se in quest'anno avesse lor fatto un sì brutto sfregio, eglino avessero tuttavia continuato nell'onore primiero.
Circa questi tempi, per relazione di Paolo Diacono[38], Alzeco, ossia Alzecone, duca de' Bulgari, senza sapersene il perchè, uscito colla gente a lui suggetta dal suo paese confinante al Danubio, venne con tutta pace a trovare il re Grimoaldo, esibendosi al suo servigio, e pregandolo di dargli qualche contrada, dove potesse abitar coi suoi. Grimoaldo l'inviò al figliuolo Romoaldo duca di Benevento, incaricandolo di trovargli sito a proposito. Egli in fatti diede a lui ed ai suoi per luogo d'abitazione il paese fino allora deserto di Supino, Boiano ed Isernia, ed altre città coi lor territorii, e con giurisdizione signorile in esse, dipendente nondimeno dal duca di Benevento: con avergli mutato il nome di duca in quello di gastaldo, equivalente a quello di governatore o conte, acciocchè non sembrasse eguale col nome di duca al duca suo sovrano. Paolo Diacono racconta che a' suoi dì, cioè cento anni dopo, quella nazione, tuttochè sapesse parlare la lingua volgare di quel paese, pure non avea per anche dismesso l'uso della natia lingua bulgara. Teofane[39] nell'anno XI di Costantino Pogonato, e Niceforo[40] toccano questo punto anch'essi, dicendo, che regnando l'imperador Costante, Crovato re de' Bulgari lasciò dopo di sè cinque figliuoli, con ordine che stessero uniti insieme. Ma non andò molto che si divisero, e chi in questa, chi in quella parte andò colla sua gente. Il picciolo di quei fratelli venne in Italia nella Pentapoli, e passato a Ravenna, rimase suggetto all'imperio de' Cristiani, e pagava tributo ai Romani. Potrebbe essere che Alzeco prima si presentasse all'esarco di Ravenna con offerirsi ai di lui servigii; ma che non trovandosi dove dar ricetto a tanta gente, egli s'indirizzasse al re Grimoaldo, che l'inviò al figliuolo Romoaldo. Certamente a Paolo qui è dovuta maggior credenza che agli storici greci. Scrive poi il medesimo Paolo che in questi tempi (non sappiamo se nel presente o nel seguente anno) il regno dei Franchi venne in mano di Dagoberto II, il quale, dopo essere stato per più anni esule e in grandi miserie, confinato in Irlanda per l'iniquità di Grimoaldo franzese suo maggiordomo, finalmente richiamato dai suoi, ricuperò il perduto regno. Non fu pigro il re Grimoaldo a spedirgli degli ambasciatori per congratularsi seco, e in tale occasione fu giurata da ambedue le parti una buona amistà e pace. Trovavasi allora in Francia in bassa fortuna il già fuggito re de' Longobardi Bertarido, e temendo degli andamenti di quegli ambasciatori, perchè ben consapevole dell'accortezza del re Grimoaldo, che gli teneva continuamente gli occhi addosso e spie d'intorno, non gli parendo più buon'aria quella di Francia, prese segretamente la risoluzione di ritirarsene e di scappare nella gran Bretagna, per cercar quivi ricovero presso il re degli Anglosassoni. Gran disputa è stata fra gli eruditi franzesi intorno all'anno in cui Dagoberto II ricuperò il regno. Ne han trattato Adriano Valesio, il Coinzio, e i padri Mabillone, Enschenio e Pagi. Sostiene l'ultimo di questi, che quel principe nell'anno 673 tornò in Francia; e perchè il Mabillone si serve del racconto già riferito da Paolo Diacono, il quale ci fa vedere esso Dagoberto regnante in Francia prima della morte del re Grimoaldo succeduta nell'anno seguente 671, tiene il Pagi che in ciò si sia ingannato lo storico italiano, come mal informato degli affari stranieri della Francia. Ma non par già che quel critico porti sì sode pruove da atterrar qui l'autorità di Paolo, il quale solamente cento anni dopo scrisse questi avvenimenti; e massimamente confessando tutti i letterati restare la storia di Francia in questi tempi involta in molte tenebre. Sembra non improbabile che mancato di vita Clotario III re in quest'anno senza prole, ed essendo insorti dei gravi torbidi per la successione, Dagoberto corresse al rumore, ed ottenesse una parte della monarchia. Ermanno Contratto[41] mette la morte di questo Dagoberto nell'anno 674, e però va d'accordo con Paolo Diacono. Fosse nondimeno quello o altro re dei Franchi, con cui il re Grimoaldo stringesse una buona lega, a noi basta di sapere che Bertarido non si trovando sicuro in Francia, s'inviò alla volta dell'Inghilterra.
NOTE:
[37] Theoph., in Chronogr.
[38] Paulus Diacon., lib. 5, cap. 29.
[39] Theoph., in Chronogr.
[40] Niceph., in Chron.
[41] Hermannus Contractus in Chron. edit Urstis.
Anno di CRISTO DCLXXI. Indizione XIV.
VITALIANO papa 15. COSTANTINO Pogonato imp. 4. BERTARIDO re 1.
S'avea fatto alleggerir la vena il re Grimoaldo in quest'anno[42]. Da lì a nove giorni stando nel suo palazzo, e tirando l'arco con quanta forza potea, volendo colpire una colomba, se gli riaprì malamente la vena, e questa ferita bastò a levarlo di vita dopo nove anni di regno. Corse voce che fossero adoperati medicamenti avvelenati in curarlo, e che in tal maniera il mandassero per le poste all'altro mondo. Fu principe temuto da tutti, gagliardo di corpo, arditissimo nelle imprese, calvo di capo; nudriva una bella barba, e in avvedutezza ebbe pochi pari. Tiensi ch'egli seguitasse la religion cattolica, e gli scrittori bergamaschi attribuiscono a Giovanni vescovo santo di quella città la di lui conversione al Cattolicismo, ma senza addurne pruova alcuna cavata dall'antichità. Quello ch'è certo per testimonianza di Paolo Diacono, egli fabbricò in Pavia la basilica di sant'Ambrosio: dal che fondatamente deduce il cardinal Baronio che egli dovette essere buon cattolico; altrimenti non avrebbe onorato in questa forma santo Ambrosio, impugnatore perpetuo degli Ariani. Restò di lui e della figliuola del re Ariberto, già presa per moglie, un figliuolo appellato Garibaldo, in età puerile. Questi fu proclamato re de' Longobardi. Torniamo ora a Bertarido, da noi poco fa veduto fuggitivo, per cercare ricovero in Inghilterra. S'era egli imbarcato sulle coste di Francia, ad appena sciolte le vele, s'era alquanto slargata in mare la nave, quando una persona dal lido ad alta voce dimandò, se quivi era Bertarido? Fu risposto di sì. Allora replicò quel tale: Fategli sapere che se ne torni a casa sua, perchè ha tre giorni che Grimoaldo ha finito di vivere. Balzò il cuore in petto a Bertarido all'udir questa nuova, e ordinò tosto che il legno approdasse di nuovo al lido, per trovar la persona che avea gridato, ed informarsi meglio di questo favorevol avviso. Ma quando fu in terra, non vide persona alcuna. Però immaginando essere quella stata una voce di Dio, e non degli uomini, determinò di venirsene senz'altro in Italia. Mandò innanzi persona che spiasse lo stato delle cose, e fosse poi ad incontrarlo in luogo determinato ai confini dell'Italia, per quivi prendere le sue misure. Ma giunto Bertarido colà, vi trovò non solamente il suo messo, ma eziandio tutti gli uffiziali della regal corte e l'apparato convenevole per ricevimento di un re, ed accorsa gran moltitudine di Longobardi, che tutti con lagrime e festa incredibile accolsero l'antico loro signore, dopo nove anni d'esilio felicemente tornato alla patria e al regno. E non è da maravigliarsene. Non fu mai ben voluto Grimoaldo dai Longobardi, sì perchè usurpatore dell'altrui corona, e sì perchè uomo vendicativo, e che col rigore più che coll'amore s'era sempre mantenuto sul trono. All'incontro, per attestato di Paolo Diacono, Bertarido era principe amorevolissimo, buon cattolico, dotato di rara pietà, osservantissimo della giustizia, e soprattutto limosiniere ed amator de' poveri. Le sue disgrazie aveano contribuito non poco a renderlo misericordioso ed umile: virtù che di raro s'imparano nella sola sublime felicità e fortuna. S'accorda questo elogio a noi lasciato da Paolo con quanto abbiamo inteso di sopra all'anno 664 dalla vita di san Vilfrido arcivescovo di Yorch, scritta da Eddio Stefano. Pertanto tre mesi dopo la morte di Grimoaldo, Bertarido ossia Pertarito, figliuolo del re Ariberto, d'origine bavarese, per consenso de' Longobardi risalì sul trono; ed immediatamente spediti messi a Benevento, fece di colà tornare a Pavia la regina Rodelinda sua moglie col figliuolo Cuniberto, che furono senza difficoltà rilasciati dal duca Romoaldo. Del fanciullo Garibaldo, lasciato re dal re Grimoaldo suo padre, altro non sappiamo, se non che fu deposto; ma è ben da credere che non mancasse un buon trattamento da lì innanzi nè a lui nè a sua madre, se vivea tuttavia, perchè questa infine era sorella ed egli nipote di Bertarido. Si potrebbe credere che il picciolo principe fosse mandato a Benevento; ma più verisimile e più conforme alla politica pare che meglio si giudicasse il custodirlo in qualche fortezza. Altra memoria non resta di lui.
NOTE:
[42] Paulus Diaconus, lib. 5, cap. 33.
Anno di CRISTO DCLXXII. Indizione XV.
ADEODATO papa 1. COSTANTINO Pogonato imp. 5. BERTARIDO re 2.
In quest'anno (fors'anche nel precedente) cominciarono le tribolazioni di Costantinopoli, perchè i Saraceni, che già divoravano coi desiderii tutto l'imperio romano, secondo Teofane[43], prepararono una poderosa armata navale con risoluzione di tentar l'acquisto di quella regal città: avuta la quale, sarebbe venuto meno tutto l'imperio cristiano dell'Oriente. Non mancavano loro cristiani rinegati che maggiormente gli animavano all'impresa, come per disgrazia nostra neppur mancano oggidì al gran Turco. Svernarono nella Cilicia per essere pronti ad inoltrarsi nella primavera ventura. Intanto l'imperador Costantino, a cui non era ignoto il disegno di quella perfida gente, attese anch'egli a premunirsi contra de' loro sforzi, con adunar gente, fabbricar navi e macchine, e disporre tutto quel che occorreva per la difesa. In quest'anno, per quanto crede il padre Pagi, nel dì 27 di gennaro diede fine al suo pontificato e alla sua vita il sommo pontefice Vitaliano, dopo aver governata la Chiesa di Dio per quattordici anni e mezzo con molta lode. Nel dì poscia 22 di aprile ebbe per successore nella cattedra di san Pietro Adeodato, di nazione romano, già monaco nel monistero di sant'Erasmo nel monte Celio. Nell'anno 615 noi vedemmo Deusdedit, il cui nome in sostanza non è diverso da quest'altro. Tuttavia non ho osato di chiamarlo secondo. In questo anno ancora, o nel precedente, malamente compiè il corso di sua vita Mauro arcivescovo di Ravenna, perchè morì scismatico e scomunicato dalla Sede apostolica. Lasciò scritto Agnello storico ravennate[44] che questo ambizioso prelato prima di morire adunati i suoi preti, piangendo dimandò loro perdono. Crederà il lettore per gli misfatti della sua superbia: ma non è così. Seguitò poscia a dire ch'egli era vicino a pagare il tributo della natura, e che gli esortava di non tornare sotto il giogo de' Romani. Che però si eleggessero un pastore, e il facessero consacrare dai vescovi della provincia, e poscia dimandassero all'imperadore il pallio: quasichè il diritto di darlo, riserbato al romano pontefice, fosse passato negl'imperadori. Con questi scismatici sentimenti finì di vivere l'arcivescovo Mauro, a cui fu data sepoltura in un'arca, davanti alla quale era una tavola di porfido, al dire d'Agnello, lucidissimo nella superficie a guisa di uno specchio, in maniera che chi mirava in quel marmo, vi poteva vedere gli uomini, animali e uccelli che vi fossero passati dinanzi. Come ciò possa essere del porfido, lascerò considerarlo ai periti. Aggiugne lo stesso storico che a' suoi dì passando Lotario imperador per Ravenna (forse nell'anno 824), ordinò che quella tavola levata di là e bene stivata con lana in una cassa di legno, fosse mandata in Francia, per servire di mensa all'altare di san Sebastiano. Ebbe commissione lo stesso Agnello da Petronace arcivescovo di andar colà, e di assistere acciocchè i muratori balordamente lavorando non la rompessero. Ma egli per dolore e rabbia di vedere spogliar la sua patria delle cose preziose, se ne andò in tutt'altra parte. A Mauro succedette Reparato, monaco prima nel monistero di santo Apollinare, poscia abbate, e quindi vicedomino della Chiesa ravennate: uomo che si fece consecrar da tre vescovi senza il beneplacito della santa Sede, e tenne saldo lo scisma, per quanto potè; ma in fine, siccome diremo, si umiliò all'ubbidienza del sommo pontefice.
NOTE:
[43] Teoph., in Chronogr.
[44] Agnell. Vit. Ep. Ravennat. tom. 2 Rer. Ital.
Anno di CRISTO DCLXXIII. Indizione I.
ADEODATO papa 2. COSTANTINO Pogonato imp. 6. BERTARIDO re 3.
Finalmente in quest'anno, correndo il mese di aprile, il formidabile stuolo de' Saraceni si presentò davanti a Costantinopoli, e ne formò l'assedio. L'imperador Costantino[45] s'accinse con tutto vigore alla difesa, nè passava giorno che non seguisse qualche baruffa fra le sue navi e quelle dei nemici. Aveva egli delle galeotte che portavano caldaie di pece, e d'altri bitumi ardenti, e sifoni, co' quali si gettava fuoco ne' legni infedeli. Seguirono questi combattimenti sino al settembre, nel quale i Saraceni, poco avendo profittato con tutti i loro sforzi, levarono l'ancore per andare a svernare in pace altrove. Pervenuti alla città di Cizico, e presala, quivi passarono il verno. In quest'anno Childeberto re dei Franchi, a noi noto solamente per le sue biasimevoli azioni, essendo caduto in odio de' suoi, alla caccia fu da uno d'essi privato di vita. Restò del pari trucidata la regina Bilichilde sua moglie. Può essere eziandio che in questi medesimi tempi nel mese di marzo si mirasse in cielo quell'iride ossia arco celeste che viene accennata dai suddetti storici e dall'autore della Miscella[46], e recò tal terrore, che si cominciò a temere il fine del mondo. Ma come? da quando in qua l'arco baleno fa paura alle genti? Ma quello non fu già il naturale ed usitato. Fu una specie di terribile e disusata cometa; e però indusse la costernazione ne' popoli. Raccontano ancora gli scrittori che provossi una fiera mortalità in quest'anno nell'Egitto; ma non è da maravigliarsene, perchè quel regno anche oggidì è facilmente suggetto a così fiero flagello. E di là per lo più soleva a' precedenti secoli passare in Italia quel malore, e passerebbe anche oggidì, se non avessero finalmente aperti gli occhi gl'Italiani, ed inventate precauzioni e saggi rigori per custodirsi illesi.
NOTE:
[45] Teoph., in Chronogr. Cedren., in Annal.
[46] Hist. Miscell. lib. 19.
Anno di CRISTO DCLXXIV. Indizione II.
ADEODATO papa 3. COSTANTINO Pogonato imp. 7. BERTARIDO re 4.
Nulla ci somministra di nuovo in questi tempi la storia d'Italia; ma il suo stesso silenzio ci fa intendere la mirabil quiete e felicità che godevano allora sotto il pacifico governo del buon re Bertarido i popoli italiani. Lasciava egli in pace i Romani nè attendeva che a reggere con giustizia e soavità i suoi sudditi, e a dar loro nuovi esempli di pietà, siccome principe cattolico e rinomato pel timore di Dio. Abbiam fondamento di credere che sotto di lui il resto de' Longobardi ariani si riducesse al grembo della vera Chiesa. E tanto più dee dirsi felice allora ed invidiabile lo stato dell'Italia, perchè gli altri paesi dell'Europa provavano dei fieri disastri. Tornarono nell'aprile di quest'anno i Saraceni con tutte le loro forze all'assedio di Costantinopoli, e quivi stettero anche tutta la state, con dare dei frequenti assalti o alle mura o alle navi cristiane; per lo che tutto l'imperio orientale si trovava in grandi angustie e guai. Peggio stava la monarchia franzese, perchè caduta in mano di re o neghittosi o viziosi, e piena di guerre civili, e per conseguente d'iniquità e di prepotenza. Ciò fu cagione che molte provincie dell'Austrasia, come la Baviera, l'Alemagna, la Turingia, ed altri paesi si sottraessero dall'ubbidienza dei re franchi, e crebbe in esse l'idolatria con altri disordini. Il regno delle Spagne, tuttochè governato da Vamba re piissimo e cattolico de' Goti, ebbe nella Gallia narbonense, ossia nella Linguadoca, tuttavia sottoposta in questi tempi ad essi Goti, de' gravi sconvolgimenti, per gli tiranni ivi insorti e spalleggiati dai vicini Franchi. Fu astretto il buon re Vamba a far guerra, ed assistito dal cielo, riportò varie vittorie narrate da Giuliano da Toledo[47]. La sola Italia godeva in essi tempi un cielo sereno mercè dell'ottimo re che ne aveva il governo, e tutto faceva per guadagnarsi l'amore di Dio e dei suoi popoli.
NOTE:
[47] Julian. Toletanus, in Chronico.
Anno di CRISTO DCLXXV. Indizione III.
ADEODATO papa 4. COSTANTINO Pogonato imp. 8. BERTARIDO re 5.
Circa questi tempi il piissimo re dei Longobardi Bertarido, fabbricò in Pavia un monistero di sacre vergini da quella parte del fiume Ticino[48], dove egli calato per le mura, ebbe la sorte di fuggir l'ira e il mal pensiero del re Grimoaldo. Può essere che la sua fuga succedesse nel giorno festivo di sant'Agata, oppur nella sua vigilia, come credono gli scrittori pavesi, e però dedicò quel sacro luogo a Dio suo liberatore in onore di quella santa vergine e martire. Esiste tuttavia esso monistero, appellato Nuovo, e Monistero regio, per più secoli, ed oggidì monastero di sant'Agata in Monte, abitato già da monache benedettine, ed ora dalle conventuali di santa Chiara. Nel presente anno ancora tornarono i Saraceni all'assedio di Costantinopoli, ed ostinatamente quivi si fermarono fino al settembre, tuttochè nulla profittassero, anzi riportassero più percosse dalla bravura de' Greci. Forse ancora appartiene a questi tempi la battaglia navale che il buon Vamba re de' Goti in Ispagna fece con un'altra armata navale di dugento e settanta navi di Saraceni, passati ad infestar la Spagna[49]. Meritò la sua pietà di riportarne vittoria colla total disfatta e rovina della flotta nemica. Dalla vita di sant'Audoeno vescovo di Roano, scritta da Fridegodo[50], noi impariamo quanta fosse la divozione de' popoli anche più lontani al sepolcro dei santi apostoli Pietro e Paolo e degli altri martiri in Roma. Volle il santo vescovo venire in quest'anno alla visita di que' celebri santuarii; nè sì tosto fu risaputo questo suo disegno, che moltissima gente pia concorse a lui, portandogli non pochi pesi d'oro e d'argento, con pregarlo di offerirgli al corpo de' santi Apostoli e Martiri pel riscatto de' loro peccati, e di dispensarne anche ai poveri una parte colle sue proprie mani, affine d'avvalorare le loro preghiere presso Dio. Eseguì puntualmente il piissimo pastore le lor commissioni, giunto che fu a Roma, dove lasciò un gran concetto della sua rara pietà e pia munificenza. Era in questi tempi una gran rendita alle chiese di Roma il concorso de' pellegrini e le loro oblazioni.
NOTE:
[48] Paulus Diaconus, lib. 5, cap. 34.
[49] Lucas Tudensis, in Chron.
[50] Fridegodus, in Vita S. Audoen.
Anno di CRISTO DCLXXVI. Indizione IV.
DONO papa 1. COSTANTINO Pogonato imp. 9. BERTARIDO re 6.
Nel dì 26 di giugno terminò la carriera de' suoi giorni papa Adeodato, pontefice benignissimo, pieno di umiltà, caritativo massimamente verso i poveri e liberale verso il clero, al quale diede la roga, cioè il regalo solito a darsi dai suoi predecessori; ma con averne accresciuta di molto la misura. Nota Anastasio[51] che dopo la sua morte vennero tante piogge e caddero tanti fulmini, che niun si ricordava d'aver mai provato un somigliante flagello; perchè durarono tanto, che non si poteva battere il grano; e i legumi tornarono a nascere nelle campagne, e restarono morti degli uomini e delle bestie dai fulmini. Fuor di sito fece menzione Paolo Diacono[52] di questa medesima sciagura, e, quel che è peggio, guastolla con una spropositata giunta, se pure a lui si dee attribuire; perciocchè scrive che innumerabili migliaja di uomini e di animali furono uccisi dai fulmini. Avea tanto senno Paolo Diacono da non credere nè vero nè verisimile un sì terribil macello venuto dai fulmini; e però usiamogli la carità di credere fatta da altri questa giunta al testo suo. Vien riportata una bolla del suddetto papa Adeodato[53] in favore del monistero di san Martino di Turs, in cui lo esenta dalla giurisdizione dei vescovi, con protestar nondimeno che l'uso e la tradizione della sede apostolica era di non sottrarre i monisteri dall'ubbidienza e dal governo de' vescovi, e che intanto si è indotto a concedere questo privilegio, in quanto ha conosciuto che lo stesso vescovo di Turs Crodeberto ha accordato la libertà ed esenzione ad esso monistero: parole che son da notare, per giudicare della legittimità d'altri privilegii che si dicono conceduti in questi tempi. Il saggio cardinal Baronio, facendo menzione del suddetto documento, osserva che per isperienza si doveva essere conosciuto che questa indipendenza de' monaci noceva piuttosto alla disciplina ed osservanza monastica; e che san Bernardo disapprovò l'usanza introdotta di esentare i monaci dall'ubbidire ai vescovi, e che neppur piacque a san Francesco d'Assisi una tale indipendenza de' suoi frati; ma che fu guasto il suo disegno da frate Elia, personaggio condotto dallo spirito non di Dio, ma della carne. Intorno a questo privilegio di papa Adeodato insorsero negli anni addietro contese fra i letterati francesi, che io tralascio, e certo v'ha gran ragione di dubitare della legittimità del medesimo. Ad Adeodato succedette nella cattedra pontificia Dono di nazione romano. Dal padre Pagi vien creduto che la sua consecrazione seguisse nel dì primo di novembre dell'anno presente, nel quale i Saraceni continuarono i loro sforzi contra la città di Costantinopoli, ma senza guadagnar terreno.
NOTE:
[51] Anastas., in Adeodat.
[52] Paulus Diaconus, lib. 5, cap. 34.
[53] Labbe, Concilior., tom. 4.
Anno di CRISTO DCLXXVII. Indizione V.
DONO papa 2. COSTANTINO Pogonato imp. 10. BERTARIDO re 7.
Mal soffrendo il pontefice Dono che la chiesa di Ravenna si fosse sottratta dalla ubbidienza della Sede apostolica, in quest'anno finalmente ottenne l'intento suo, con ridurre al dovere quell'arcivescovo Reparato. Ne siamo assicurati da Anastasio bibliotecario[54], che scrive essere tornata quella Chiesa a riconoscere la superiorità del papa, dopo aver nudrito negli anni precedenti delle pretensioni di primato. Si dee credere che il sommo pontefice ricorresse per questo affare all'imperador Costantino, il quale, siccome principe veramente cattolico e di buone massime, forzò l'arcivescovo a chinar l'ambiziosa testa. E qui è da notare ciò che lasciò scritto Agnello ravennate nella vita di questo arcivescovo[55]: cioè ch'egli andò alla corte imperiale di Costantinopoli, ed impetrò quanto seppe dimandare dall'imperador Costantino, e spezialmente l'esenzione del suo clero dalle contribuzioni e gabelle; e che tutti i contadini che lavoravano le terre della sua chiesa e i suoi muratori e il suo crocifero fossero esenti dalla podestà de' giudici secolari e degli esattori pubblici, e sottoposti solamente all'arcivescovo. Fu eziandio decretato che l'arcivescovo eletto di Ravenna, portandosi a Roma per essere quivi consecrato non fosse tenuto a dimorar colà più di otto giorni, segno che dianzi si dovevano stiracchiar le consecrazioni di quegli arcivescovi in Roma. Questo parlare d'Agnello fa chiaramente comprendere l'aggiustamento suddetto, e dee essere un errore del suo testo il soggiugnere appresso, che Reparato non si sottomise all'autorità del papa, mentre le parole suddette pruovano tutto il contrario. Aggiugne Anastasio che poco dopo questo aggiustamento il suddetto Reparato diede fine ai suoi giorni. Ebbe per successore Teodoro, il quale, perchè si fece consecrare in Roma, come per più secoli s'era costumato in addietro, incorse nell'odio del suo clero. Agnello stesso dice molte parole in suo vituperio, benchè si serva d'altri pretesti per iscreditarlo. Anastasio notò[56] che questo Teodoro si presentò davanti a papa Agatone verisimilmente nell'anno seguente. Mi sia lecito il rapportare al presente la fabbrica di un nuovo tempio fatto della regina Rodelinda moglie del re Bertarido fuori di Pavia. Opera maravigliosa, dice Paolo Diacono[57], e nobilitata da stupendi ornamenti. Fu chiamata basilica di santa Maria alle Pertiche; e tal denominazione venne a quel sacro luogo, per attestato del medesimo storico, perchè quivi era un insigne cemeterio, dove i nobili longobardi amavano per divozione d'essere seppelliti. Che se accadeva che taluno de' suoi morisse in guerra, o in altra parte, alzavano delle pertiche, cioè delle travi sopra que' sepolcri, con una colomba di legno in cima, tenente il becco rivolto a quella parte, dove il suo parente od amico era morto. Con qualche segno od iscrizione si distinguevano quei sepolcri, acciocchè ognun potesse riconoscere il suo. Lo Spelta, storico pavese di questi ultimi secoli, pretende che quel tempio fosse fabbricato prima della venuta del Signor nostro Gesù Cristo, e servisse agl'idoli. Tutti sogni. Paolo chiaramente scrive che Rodelinda lo fabbricò di pianta; nè presso il padre Romoaldo[58] veggo bastanti ragioni per farci credere che quella regina edificasse una chiesa col monistero, posseduto oggidì dalle monache cisterciensi.
In quest'anno crede Camillo Pellegrino[59] che finisse di vivere Romoaldo duca di Benevento, dopo aver governato per lo spazio di sedici anni quel ducato[60]. Egli ebbe, siccome dicemmo altrove, per moglie Teoderada, la quale fuori della città di Benevento fabbricò la basilica di san Pietro apostolo, ed unitamente un insigne monistero di sacre vergini. Lasciò Romoaldo dopo di sè tre figliuoli maschi, cioè Grimoaldo II, Gisolfo ed Arichi, ossia Arigiso. Il primo di essi fu duca di Benevento immediatamente dopo la morte del padre, ed ebbe per moglie Vigilinda, ossia Vinilinda, figliuola del re Bertarido e sorella di Cuniberto, che fu re anch'esso: segno che era seguita buona pace fra esso re Bertarido e il duca di Benevento. Ma vedremo all'anno 702 che questa cronologia non si accorda con Anastasio bibliotecario. Seguitando intanto qui dietro alle pedate di Paolo Diacono[61], dico che circa questi tempi succedette il trasporto in Francia dei sacri corpi di san Benedetto e di santa Scolastica. Era rimasto il monistero di Monte Casino, ai primi tempi della venuta de' Longobardi nella Campania, preda del loro furore. Se vi abitasse più alcun monaco non si sa. Ben sappiamo che mal custoditi, se non anche negletti, restavano in quella solitudine i lor sepolcri. Servì la negligenza de' monaci italiani per far animo e voglia ai monaci francesi di venir a cercare que' sacri depositi. Dicono che Agiolfo monaco del monistero floriacense, ossia di Fleury, con alcuni compagni fu spedito per questo in Italia; e che andato a Monte Casino sotto pretesto di far quivi orazione, la notte estrasse da quelle rovine i due sacri corpi, e se li portò in Francia, con ritenere quel di san Benedetto in Fleury, e ripor quello di santa Scolastica nella città del Mans. Abbiamo varie antiche relazioni di tal traslazione, ma non contemporanee, e vi son raccontati vari miracoli, non senza delle contrarietà e circostanze, le quali non siam tenuti a credere per vere, ed anzi sembrano far poco onore alla fedeltà de' monaci d'allora. Comunque sia, chi degl'Italiani ha voluto negar questo fatto, ha contra di sè la chiara testimonianza di Paolo Diacono, che visse e scrisse solamente nel secolo dopo. Quanto al tempo, il cardinal Baronio ne parla all'anno 664. Il Coinzio, franzese, crede accaduto il trasporto molto più tardi, cioè nell'anno 673. Ma i padri Mabillone e Pagi lo riferiscono ai tempi di Clodoveo II, e però all'anno 653 oppure al susseguente. Ma in fine il punto più sostanziale si è di sapere se nel secolo susseguente fossero o non fossero restituite a monte Casino quelle sacre reliquie; del che hanno acremente disputato i Benedettini casinensi coi franzesi, palliando sì fattamente le cose, che non si sa a qual parte credere. Di ciò diremo qualche altra cosa a suo tempo. Seguitò poi ancora per quest'anno la guerra de' Saraceni contro la città di Costantinopoli, che fu col solito valore preservata e difesa.
NOTE:
[54] Anastas., in Vit. Don.
[55] Agnell., Vit. Episcopor. Ravennat. tom 2 Rer. Ital.
[56] Anastas., in Vita Agathonis.
[57] Paulus Diaconus, lib. 5, cap. 34.
[58] Romualdus, Papia Sacra, pag. 104.
[59] Peregrin., Hist. Princip. Long., tom. 2, Rer. Ital.
[60] Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 1.
[61] Idem., ibid., cap. 2.
Anno di CRISTO DCLXXVIII. Indizione VI.
AGATONE papa 1. COSTANTINO Pogonato imp. 11. BERTARIDO re 8. CUNIBERTO re 1.
Fino a questi tempi, cioè per sette anni, era durata la guerra e persecuzion fatta alla città di Costantinopoli dai Saraceni, e sostenuta con immortal bravura dai Cristiani. Da sì ostinata gara altro non riportarono que' Barbari, se non una gran perdita della lor gente e delle lor navi, con aver la divina protezione assistito sempre ai suoi fedeli, ed obbligati finalmente in quest'anno gl'infedeli a ritirarsi. Cominciò ad usarsi in questa occasione dai Cristiani il fuoco greco[62], che si gittava nei legni nemici, nè si poteva smorzare coll'acqua. Portata loro ne fu l'invenzione da un certo Callinico, che desertò da Eliopoli città dell'Egitto, uomo di mirabile industria in manipolar simili fuochi. Cedreno scrive[63] che ai suoi dì vivea Lampro, discendente da esso Callinico, e valentissimo fochista anch'egli. Con questo micidial fuoco riuscì a' Cristiani di bruciar molte navi nemiche e gli uomini vivi che in esse si trovavano. Partita da Costantinopoli con vergogna la flotta de' Saraceni, fu sorpresa verso il Sileo da una formidabil tempesta di mare, che parte sommerse di quelle navi, e parte ne condusse a fracassarsi negli scogli. Fu similmente attaccata battaglia in terra dai capitani cesarei Floro, Petrona e Cipriano; e vi restarono estinti sul campo trentamila di quegl'infedeli. Queste percosse, e la sollevazione de' maroniti cristiani, che, creato un principe, occuparono il monte Libano con tutti i suoi contorni, e fecero felicemente alcuni fatti d'armi coi Saraceni, obbligarono in fine Muavia lor califa, ossia principe, a trattar di pace coll'imperador Costantino. Spedito dunque da esso Augusto a tale effetto in Soria Giovanni patrizio per soprannome, Pitsiguade, o Pizzicoda, personaggio di rara destrezza e sperienza negli affari politici, conchiuse coi Saraceni una pace gloriosa e vantaggiosa all'imperio romano per anni trenta, con essersi obbligati que' Maomettani a pagare annualmente all'imperadore tremila libbre d'oro, restituire cinquanta schiavi, e dare cinquanta generosi cavalli. Cagion fu questa pace che Cacano re degli Avari signore dell'Ungheria, e tutti gli altri Barbari situati all'occidente e settentrione di Costantinopoli, si affrettassero a mandare ambasciatori all'imperador Costantino, sotto colore di rallegrarsi della buona riuscita delle sue imprese, ma in fatti per confermar cadauno con lui la pace: tutti frutti del credito ch'egli s'era acquistato nella guerra de' Saraceni. I soli Bulgari, popoli della Palude Meotide, che s'erano ne' tempi addietro venuti a piantar di qua dal Danubio nel paese oggidì chiamato la Bulgaria, seguitavano ad inquietare la Tracia, e bisognò comperar da essi la pace, con promettere loro un annuo regalo. Dopo ciò il buon imperadore s'applicò ardentemente a procurar anche la pace della Chiesa sconvolta dagli errori e fautori del monotelismo; e ben conoscendo il rispetto che si doveva alla prima sede e al romano pontefice capo visibile della Chiesa santa, scrisse una lettera a papa Dono, per seco concertare un general concilio da tenersi in Costantinopoli. Ma questa lettera non trovò più vivo questo piissimo pontefice, che nel dì undicesimo di aprile fu chiamato da Dio a miglior vita. In suo luogo succedette papa Agatone, già monaco, di nazion siciliano, il quale con un riguardevol treno di virtù salì sul trono pontificio. Questi, essendo venuto a Roma san Vilfrido arcivescovo di Jorch[64], cacciato dalla sua sedia, raunò nel presente anno un concilio nella basilica lateranense, e proposta la sua causa, decretò che dovesse riaver la sua chiesa. E fu appunto in tale occasione che quel santo arcivescovo per la persecuzione a lui mossa in andando a Roma, fu sì onoratamente accolto dal re Bertarido in Pavia, siccome osservammo all'anno 664. Era questo l'ottavo anno, in cui esso re Bertarido pacificamente regnava sopra i Longobardi, quando pensò di assicurare il regno a Cuniberto suo figliuolo[65]. Però, convocata la dieta generale, quivi, col consenso de' popoli, dichiarò re e suo collega esso suo figliuolo. A me nondimeno dà fastidio uno strumento fatto in Lucca, e da me riportato altrove con queste note:[66] Sub die tertiodecimo kalendar. februariarum sub Indictione tertiadecima, regnante domnis nostris Pertharit, et Cunipert, viris excellentissimis regibus, anno felicissimi regni eorum tertiodecimo, et quinto: cioè nell'anno 685. Se tali note fossero sicure, in quest'anno Cuniberto non avrebbe cominciato ad essere re, nè camminerebbe ben la cronologia di Bertarido. Ma discordando questo documento da un altro, che accennerò all'anno 688, vo credendo corso errore nell'indizione, e che si abbia a leggere Indictione undecima, errore provenuto dalla vicinanza di die tertiodecimo. Circa questi tempi a Vettari duca del Friuli succedette nel ducato Laudari, di cui Paolo Diacono[67] non rapporta azione alcuna; ma, dopo averne fatta menzione, immediatamente soggiugne, ch'essendo egli, non si sa quando, mancato di vita, fu creato duca del Friuli Rodoaldo. A quest'anno il Pagi riferisce la morte di Dagoberto II re dei Franchi ucciso per congiura di Ebroino già maggiordomo e di alcuni vescovi. La porzione a lui spettante del regno pervenne al re Teoderico III. Ma Ermanno Contratto, siccome accennammo di sopra, mette il fine di esso Dagoberto all'anno 674.
NOTE:
[62] Teoph., in Chronogr.
[63] Cedren., in Annal.
[64] Eddius Stephanus, in Vita S. Wilfridi.
[65] Paulus Diacon., de Gest. Langobard. lib. 5, cap. 35.
[66] Antiq. Italic. Dissert. XLV.
[67] Paulus Diaconus, lib. 5, cap. 24.
Anno di CRISTO DCLXXIX. Indizione VII.
AGATONE papa 2. COSTANTINO Pogonato imp. 12. BERTARIDO re 9. CUNIBERTO re 2.
Essendo già stabilito che si tenesse un concilio generale in Oriente per mettere fine alla discordia originata dagli errori dei monoteliti, i vescovi occidentali, che per la troppa lontananza non vi poteano intervenire in persona senza lor grave incomodo, si studiarono d'intervenirvi coi loro voti. Perciò da Mansueto arcivescovo santo di Milano fu celebrato un concilio provinciale, dove intervennero i suoi suffraganei, e quivi fu dichiarata la sentenza della Chiesa cattolica intorno alle due volontà in Cristo. Leggesi tuttavia negli atti del concilio sesto generale[68] la lettera scritta da esso santo arcivescovo all'imperador Costantino a nome del sinodo, quae in hac magna regia urbe convenit, cioè in Milano, e quivi meritano attenzione le seguenti parole: Nos autem omnes, qui sub felicissimis, et christianissimis, et a Deo custodiendis principibus nostri dominis Pertharit, et Cunibert, praecellentissimis regibus, christianae religionis amatoribus (vivimus) una cum eorum sancta devotione, ec. Di qui intendiamo che già Cuniberto era stato proclamato re, e che egli, non meno che Bertarido suo padre, professava la religion cattolica, ed anche zelo per la custodia della medesima. Paolo Diacono[69], facendo menzione nel concilio sesto ecumenico, scrive che Damiano vescovo di Pavia sotto nome di Mansueto arcivescovo di Milano scrisse una lettera molto utile, di cui fu fatto gran conto dal suddetto concilio. Osservò il cardinal Baronio[70], che essendo intervenuto Anastasio vescovo di Pavia in quest'anno al concilio romano, di cui parleremo, non potè per conseguente esser allora Damiano vescovo di Pavia. Saggiamente rispose a questa difficoltà il Pagi, che quella lettera dovette essere scritta da Damiano tuttavia prete. Ma perciocchè egli da lì a non molto succedette ad Anastasio nella cattedra di Pavia, però con un lecito anacronismo potè Paolo appellarlo vescovo di Pavia. Furono anche celebrati dei concilii in Francia e in Inghilterra per questa medesima cagione. Ma il più celebre e numeroso fu il tenuto in Roma da papa Agatone nel martedì di Pasqua a dì 5 di aprile dell'anno corrente, in cui furono destinati i legati della santa Sede al concilio sesto ecumenico, che s'avea da tenere in Costantinopoli. Esiste negli atti del medesimo concilio generale la prolissa lettera del papa a Costantino maggiore imperadore, e ad Eraclio e Tiberio Augusti di lui fratelli, in cui è sposta la credenza della Sede apostolica e di tutte le Chiese dell'Occidente intorno alle due nature unite, ma non confuse, in Cristo, e alle due volontà distinte, ma non discordi. Ed è specialmente da notare che il papa fa scusa per aver mandato dei legati, quali, secondo il difetto di questi tempi e la qualità di una provincia servile, s'erano potuti trovare, cioè Abondanzio vescovo di Paterno, Giovanni vescovo di Porto, e Giovanni vescovo di Reggio in Calabria, legati del concilio romano, e Teodoro e Giorgio preti, e Giovanni diacono, legati del medesimo papa. Imperocchè (dice esso pontefice) qual piena scienza delle divine Scritture si può ritrovar in persone poste in medio gentium, e che colla fatica delle lor mani sono astrette a procacciarsi il pane giornaliero? Il che ci fa intendere l'ignoranza e la depression delle buone lettere, già introdotta in Italia per l'occupazione fattane dai Longobardi. Ma non segue per questo che mancasse nelle Chiese di Italia, e massimamente nella romana, maestra delle altre, la scienza della vera dottrina di Cristo. Perciocchè, siccome soggiugne il santo pontefice, la Sede apostolica e le altre Chiese sapevano e tenevano salda la tradizione; e se non erano gran dottori per disputare e parlar con eloquenza e pura latinità, pure studiavano ed imparavano ciò che già i santi Padri aveano scritto intorno ai dogmi della fede; il che solo è sempre bastato e basterà per impedir le nascenti eresie e per atterrar le già nate: benchè sia sempre da desiderare che nella Chiesa di Dio abbondi insieme colla eloquenza e colla erudizione quella teologia, che può rendere ragione dei dogmi, di cui furono sì ben provveduti i santi Padri. In fatti la lettera sinodale, scritta dal papa e dal concilio, contiene un nobile e vasto apparato in quel che avevano dianzi scritto i santi Padri intorno alla quistione delle due volontà; e questa principalmente servì a condannare nel general concilio il monotelismo.
Al romano concilio intervennero cento e venticinque vescovi d'Italia e Sicilia, e fra questi i metropolitani di Milano, Ravenna e Grado. Era allora arcivescovo di Ravenna Teodoro, di cui sparla forte nella di lui vita Agnello ravennate, con dire[71] ch'egli tolse al suo clero la quarta della Chiesa, cioè la quarta parte di tutte le rendite della Chiesa di Ravenna, destinate, secondo i canoni, al mantenimento dei sacri ministri, inducendoli a contentarsi d'un annuo regalo. Abolì ancora le consuetudini dell'arcivescovo Ecclesio, e fraudolentemente abbruciò tutte le carte che ne parlavano. Irritato il clero da questo mal trattamento, nella vigilia del Natale segretamente passò tutto a Classe con pensiero di celebrar ivi i sacri uffizii, e di non voler più riconoscere per pastore chi da loro era creduto un lupo. La mattina per tempo mandò l'arcivescovo ad invitare il clero, perchè intervenisse alla cappella che si dovea tenere nella gran festa. Niuno se ne trovò. Udito che s'erano ritirati a Classe nella basilica di sant'Apollinare, spedì colà dei nobili per placarli e ricondurli. Proruppe il clero in lamenti e lagrime, e stette saldo nel suo proposito. Disperato l'arcivescovo per questo scabroso avvenimento, ricorse a Teodoro patrizio ed esarco, pregandolo d'interporsi per la pace. Mandò egli a Classe a tal effetto alcuni de' suoi uffiziali, ma inutilmente v'andarono. Il clero più risoluto che mai si lasciò intendere, che se fino a nona sant'Apollinare non provvedeva, voleano ricorrere a Roma. Portata questa nuova all'arcivescovo Teodoro, tanto più crebbe la sua paura, e quasi buttatosi a' piedi dell'esarco, lo scongiurò di voler egli in persona portarsi a Classe per ammansare il clero e ridurlo alla città. Fece tosto l'esarco insellare i cavalli, e ito a Classe, con sì buone parole e promesse di correggere gli abusi loro parlò, che gl'indusse a ritornare in Ravenna, dove si cantò la messa e il vespro. Nel giorno seguente poi tanto si adoperò, che convinto l'arcivescovo rilasciò al suo clero tutte le rendite, onori e dignità loro spettanti fin da' tempi antichi, e si stabilirono varii capitoli di concordia, che durarono sotto ancora gli arcivescovi susseguenti. Aggiugne il medesimo storico, che dopo l'arcivescovo Teodoro fu chiamato a Roma dal pontefice Agatone per assistere al concilio romano, e ch'egli rinunziò alla pretensione dell'Autocefalia, e che con papa Leone successor d'Agatone fece un accordo, per cui restava dichiarato che gli arcivescovi di Ravenna non si fermassero più di otto giorni in Roma al tempo della loro consecrazione, nè avessero altra obbligazione d'andar altre volte a Roma, bastando che mandassero ogni anno colà ad inchinare il sommo pontefice, e a riconoscere la santa Sede, uno de' sacerdoti. Agnello storico, pieno di fiele contro la superiorità dei papi, va lacerando la memoria di questo arcivescovo Teodoro: ma forse egli non ebbe altro reato che quello d'aver adempiuto il suo dovere verso la Sede apostolica, e rinunciato alla matta pretensione dello scismatico Mauro suo antecessore. Già abbiam veduto di sopra all'anno 666 che Gregorio esarco d'Italia era succeduto a Teodoro Calliopa in quell'impiego. Girolamo Rossi[72], che non avvertì nella serie degli esarchi il suddetto Gregorio, avendo poi trovato che nell'anno precedente Teodoro esarco acquetò la sollevazion del clero di Ravenna contra del loro arcivescovo, s'immaginò ch'esso Teodoro Calliopa continuasse nel governo fino a questi giorni. Ma questo Teodoro fu diverso da Calliopa, e non già empio come il Calliopa. Confessa lo storico Agnello che egli edificò in Ravenna il monistero di san Teodoro vicino alla chiesa di san Martino confessore, chiamata Coelum aureum, e già fabbricata dal re Teoderico. Donò tre calici d'oro alla cattedrale. Alzò unitamente coll'arcivescovo Teodoro la chiesa di san Paolo, che era divenuta sinagoga de' Giudei. Pose sopra l'altare di santa Maria alle Blacherne un padiglione di porpora preziosissima, dove si mirava effigiata la creazione del mondo. Aveva egli in uso ogni dì di visitar questa chiesa, ed in essa fu dipoi seppellito insieme con Agata sua consorte. Sotto questo esarco, per attestato del medesimo Agnello, cominciò a farsi conoscere in Ravenna Giovanniccio, così chiamato per la picciola sua statura. Morì all'esarco Teodoro il suo segretario, ed essendo egli perciò in affanno, perchè non sapeva dove trovar persona eguale atta a scrivere le lettere imperiali, gli fu da alcuni Ravennati indicato e sommamente lodato questo Giovanniccio, come uomo di gran sapere, di rara onoratezza e prudenza, nobile di nascita, e che aveva un bel carattere. Sel fece venir davanti; ma guatata la di lui picciolezza e la sparutezza del volto, se ne rise in cuore, e disse a que' nobili ravennati che lo avevano introdotto: È questi il suggetto che m'avete proposto per la carica di segretario? Ne ha pur la poca cera. Gli risposero che ne facesse la pruova. Fece portare una lettera a lui scritta in greco dall'imperadore; e Giovanniccio, fattagli una profonda riverenza, gli domandò se comandava che la leggesse in greco, o in latino, perchè egualmente possedeva l'una e l'altra lingua. Allora l'esarco si fece dare una scrittura latina, e gli disse che la leggesse in greco. Ed egli prontamente eseguì il comando. Fu dunque preso al suo servigio dall'esarco Teodoro. Dopo tre anni venne allo stesso esarco un ordine di inviar alla corte colui che gli scriveva le lettere; e l'esarco vi mandò Giovanniccio, il quale, dato saggio del suo ammirabil sapere, non tardò ad avere una delle prime dignità d'essa corte imperiale.
NOTE:
[68] Labbe, Concilior., tom. 6.
[69] Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 4.
[70] Baron., in Martyrologio.
[71] Agnell. Vit. Episc. Ravenn. tom. 2 Rer. Italic.
[72] Hieronymus Rubeus, Histor. Ravenn. lib. 4.
Anno di CRISTO DCLXXX. Indizione VIII.
AGATONE papa 3. COSTANTINO Pogonato imp. 13. BERTARIDO re 10. CUNIBERTO re 3.
Fu in quest'anno a dì 5 di novembre aperto il sacro ecumenico concilio sesto, tenuto in Costantinopoli nella sacristia del sacro palazzo in Trullo, cioè sotto la cupola maestosa che era in quell'edifizio. Furono nelle prime sessioni prodotte le lettere di papa Agatone e del concilio romano in pruova delle due volontà in Cristo, e Macario patriarca di Antiochia produsse anch'egli i passi dei santi Padri creduti favorevoli ai monoteliti. Cinque sessioni si fecero, e con esse si terminò l'anno, ma non già il concilio, le cui sessioni furono differite sino al prossimo venturo febbraio. In quest'anno, per attestato di Anastasio bibliotecario[73], un'orrida pestilenza afflisse di molto la città di Roma e si provò il flagello medesimo anche in Pavia. E perciocchè chiunque potè se ne fuggì alla campagna e ai monti, nelle piazze della spopolata città di Pavia si vide crescere l'erba. Fu rivelato ad una persona che non cesserebbe quella micidial malattia finchè non fosse posto nella basilica di san Pietro ad Vincula un altare a san Sebastiano. Furono in fatti dalla città di Roma portate le reliquie di san Sebastiano, ed alzatogli un altare nella suddetta basilica di san Pietro: ed allora cessò la peste. Così Paolo Diacono[74], le cui parole han data occasione ad una disputa, pretendendo il Sigonio[75] e il cardinal Baronio[76] che nella basilica romana di san Pietro ad Vincula si ergesse quell'altare; e all'incontro gli scrittori pavesi, che ciò succedesse nella chiesa parrocchiale tuttavia esistente in Pavia di san Pietro ad Vincula. E veramente i testi di Paolo dicono che le reliquie di san Sebastiano furono portate ab urbe Roma, e non già ad urbem Romam, come immaginò il cardinal Baronio che s'abbia quivi a scrivere. Potrebbe essere che circa questi tempi accadesse ciò che narra il suddetto Paolo[77], di Alachi ossia Alachiso duca di Trento. Governava il buon re Bertarido col re Cuniberto suo figliuolo il regno longobardico con tutta amorevolezza e giustizia, facendo godere ad ognuno un'invidiabil pace e tranquillità, quando il suddetto Alachi turbò questo sereno con accendere da lì innanzi un grande incendio, che costò la vita ad assaissima gente. Nacquero contese fra lui e il conte, ossia governatore della Baviera, la cui giurisdizione si stendeva allora pel Tirolo fino alla terra di Bolzano. Si venne all'armi e riuscì ad Alachi di dare una gran rotta ai Bavaresi. Per questa fortunata azione salì forte costui in superbia, di maniera che cominciò a cozzare col proprio re, e ribellatosi contra di lui, si fortificò in Trento. Portossi in persona il re Bertarido con armata mano per gastigare l'insolenza e fellonia di costui, e lo assediò in Trento. Ma uscito un dì all'improvviso fuor della città Alachi con tutta la sua guarnigione, sì furiosamente si scagliò sopra l'esercito regale, che obbligò lo stesso re a menar ben le gambe. Era Alachi amato non poco dal re Cuniberto, a cagion massimamente del suo valore; e ciò gli giovò non poco, che frappostosi il medesimo figlio appresso il re suo padre, tanto fece, che gli ottenne il perdono e rimiselo in sua grazia; cosa nondimeno mal volentieri fatta da Bertarido, perchè ben conosceva il mal umore ed inquieto genio di costui, e desiderava di risparmiare al figliuolo e ai popoli qualche gran malanno, siccome col tempo avvenne. Fu più volte perciò in pensiero di ucciderlo; ma Cuniberto, che si figurava in Alachi una soda fedeltà per l'avvenire, sempre gl'impedì il farlo; anzi non rifinì mai di supplicare per lui, finchè gli ottenne anche il ducato, ossia governo di Brescia, contuttochè reclamasse il padre, con dire al figliuolo che egli andava cercando il proprio malanno, e di aggiugnere lena ad un nemico e traditore. In fatti, dice Paolo, la città di Brescia conteneva e sempre ha contenuto nel suo seno una gran moltitudine di nobili longobardi. E Bertarido, siccome principe vecchio e di molta sperienza, scorgeva, che vedendosi sempre più potente Alachi, potrebbe un giorno costar caro al figliuolo questo accrescimento di potenza. Vedremo a suo tempo ch'egli non s'ingannò ne' suoi timori. Fabbricò in questi tempi esso re Bertarido nella città di Pavia la porta vicina al palazzo, chiamata Platinense o Palatinense, opera di sontuosa e mirabile struttura, per quanto comportava il sapere di questi tempi, che era troppo declinato dal buon gusto de' saggi romani. Secondo i conti di Camillo Pellegrino, diede fine ai suoi giorni in quest'anno Grimoaldo II duca di Benevento, e a lui succedette in quel ducato Gisolfo suo minor fratello, il qual ebbe per moglie Viniberta, ossia Guiniberta, che gli partorì Romoaldo II. Scrive in fatti Paolo Diacono[78], ch'egli tenne quel ducato solamente tre anni. Ma discordando questa cronologia da Anastasio bibliotecario, ne parleremo all'anno 702.
NOTE:
[73] Anast., in Agathone.
[74] Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 5.
[75] Sigon., de Regn. Italiae, lib. 2.
[76] Baron., Annal. Eccl.
[77] Paulus Diacon., lib. 5, cap. 36.
[78] Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 2.
Anno di CRISTO DCLXXXI. Indizione IX.
AGATONE papa 4. COSTANTINO Pogonato imp. 14. BERTARIDO re 11. CUNIBERTO re 4.
Furono ripigliate nel dì 12 di febbraio del presente anno le sessioni del concilio sesto generale in Costantinopoli[79]. Macario patriarca d'Antiochia era il principal sostegno del partito de' monoteliti. Costui avea prodotto una gran filza di passi presi dai santi Padri per provare una sola volontà in Cristo nostro Signore. Ma avendo reclamato i legati di papa Agatone, cioè Teodoro e Giorgio preti, e Giovanni diacono, con dire che que' passi o erano adulterati, o mal intesi, perchè staccati da altre necessarie parole, oppur detti della volontà competente alla Trinità santissima, ma non già al Figliuolo di Dio incarnato; veramente alle pruove comparve che così era. Fu dipoi prodotta la lettera di papa Agatone, e trovati i passi de' santi Padri in essa addotti per chiaramente comprovanti le due volontà in Cristo; e però Giorgio patriarca di Costantinopoli, che dianzi era in lega con gli eretici, ravvedutosi a questa luce, con tutti i suoi suffraganei si dichiarò per la dottrina della santa romana Chiesa. Macario antiocheno stette fermo e pertinace nella credenza de' monoteliti: e però fu deposto. Quindi passarono i padri a condannare anche i defunti vescovi che aveano sostenuto il monotelismo, e questi furono Ciro patriarca d'Alessandria, Sergio, Pirro, Pietro e Paolo patriarchi di Costantinopoli. Negli atti che abbiamo di questo concilio, ed in altre antiche memorie, si truova ancora condannato papa Onorio, che mancò di vita, siccome vedemmo, nell'anno 658. Intorno a questo punto, cioè se sia vera una tal condanna, o se sieno stati alterati i testi, oppure perchè fosse mischiata in essa sentenza la memoria di questo per altro sì riguardevol papa, hanno disputato non poco i cardinali Baronio e Bellarmino, e varii letterati franzesi, fra' quali ultimamente il Pagi e monsignor Bossuet vescovo di Meaux. Non è del presente mio istituto d'entrare in sì fatte quistioni. A noi basti di sapere, che se il nome di papa Onorio entrò in quella sentenza, certo non fu perchè egli veramente insegnasse o tenesse l'eresia dei monoteliti, ma solamente perchè, usando di troppa connivenza, non la riprovò, nè s'ingegnò di strozzarla sui principii, avendo certamente questa sua maniera d'operare dato un gran coraggio ai fautori di quegli errori.
In questo medesimo anno abbiamo da Teofane[80], che scoperta da Costantino imperadore qualche trama d'Eraclio e Tiberio suoi fratelli per far delle novità in pregiudizio della sua autorità, li degradò. Fin qui nelle date degli atti pubblici si veggono registrati dopo gli anni d'esso Costantino quelli ancora de' suddetti suoi fratelli. Da qui innanzi non vi s'incontra più il loro nome. Godevano bensì del titolo di Augusti, ma non doveano impacciarsi nel governo. Il solo Costantino era considerato come imperador maggiore, ed essi probabilmente non erano contenti di questa misura d'onore. Abbiam veduto all'anno 670 che questo imperadore, per certa cospirazione scoperta in favore di questi due suoi fratelli, fece loro tagliar il naso. A me si rende verisimile che solamente in quest'anno succedesse la cospirazione e lo sfregio fatto al loro volto e insieme la lor deposizione. Dopo di che l'imperador Costantino dichiarò Augusto e suo collega nell'imperio Giustiniano II suo figliuol primogenito. Abbiamo poi da Anastasio bibliotecario[81] un atto lodevolissimo di questo cattolico imperadore in favor della Chiesa romana. Fin dai tempi dei re goti fu introdotto l'abuso che il papa nuovo eletto, prima d'essere consecrato, pagasse una somma di danaro al re e imperadore. Forse erano tremila soldi d'oro. Giustiniano e gli altri imperadori greci trovarono introdotta questa utile iniquità, e la continuarono sotto varii colori, che mai non mancano. Ma il pio imperadore Costantino Barbato quegli fu che da questa indebita avania esentò la santa Sede romana, con tener saldo nondimeno, per attestato del medesimo Anastasio, che morendo un papa, fosse ben lecito al clero, nobili e popolo romano di eleggere il successore, ma questi non potesse essere consecrato senza l'approvazione in iscritto dell'imperadore, secondochè portava l'antica consuetudine. Crede il padre Pagi che per qualche tempo addietro gli esarchi godessero l'autorità di confermar l'elezione del nuovo papa senza ricorrere alla corte. Di ciò io non ho veduto buone pruove per i tempi addietro.
NOTE:
[79] Labbe, Concilior., tom. 4.
[80] Theoph., in Chronogr.
[81] Anastas., in Agathone.
Anno di CRISTO DCLXXXII. Indizione X.
LEONE II papa 1. COSTANTINO Pogonato imp. 15. BERTARIDO re 12. CUNIBERTO re 5.
Fu quest'anno l'ultimo della vita di papa Agatone, sapendosi ch'egli fu chiamato da Dio ne' primi giorni di gennaio. Le sue virtù e i benefizii prestati alla Chiesa di Dio meritarono ch'egli fosse messo nel ruolo de' santi. Per più mesi stette vacante la cattedra apostolica, e finalmente Leone II, di nazion siciliano, personaggio di non minori doti ornato, fu consecrato papa, per quanto crede il Pagi, nel dì 17 di agosto. Il cardinal Baronio, il padre Papebrochio ed altri hanno stimato più tardi. Ma io mi soglio qui attenere all'esame, fatto il meglio che s'è potuto, della cronologia pontificia dal suddetto padre Pagi. Nota Anastasio bibliotecario[82] che egli fu consecrato da tre vescovi, cioè da Andrea ostiense, Giovanni portuense e Piacentino di Veletri, perchè vacava allora la Chiesa d'Albano. Queste parole di Anastasio diedero ansa al Sigonio[83] di credere che in addietro l'uso fosse che il solo vescovo d'Ostia consecrasse il papa novello. Ma il padre Mabillone ed altri han dimostrato che anche i precedenti papi furono consecrati da tre vescovi. E sapendo noi che tre vescovi intervenivano alla consecrazione de' metropolitani, quanto più dee ciò credersi del romano pontefice? Convien ora udire l'elogio lasciatoci da Anastasio di esso papa Leone. Era, dice egli, uomo eloquentissimo e sufficientemente istruito nelle divine Scritture; egualmente perito della latina che della greca lingua; ben addottrinato nel canto ecclesiastico e nella salmodia; sottile interprete dei sensi delle sacre lettere; che con grazia e pulizia di dire e con gran fervore esponeva al popolo la parola di Dio, esortava tutti all'amore e alla pratica delle buone opere; amatore de' poveri, al soccorso de' quali con sollecita cura continuamente attendeva. Abbiam già parlato di sopra di Teodoro arcivescovo di Ravenna (chiamato per errore Teodosio dall'Ughelli), e come egli sotto papa Leone II compose le differenze insorte colla Sede apostolica per la vana pretensione dell'autocefalia, ossia della indipendenza dal romano pontefice. Ora il suddetto Anastasio nella vita d'esso papa Leone anch'egli osserva che a' tempi di lui, in vigore d'un ordine e decreto del clementissimo principe Costantino Augusto, fu restituita sotto l'ordinazione del romano pontefice la Chiesa di Ravenna, di modo che ogni nuovo arcivescovo in quella Chiesa eletto avesse da passare a Roma per essere ivi consecrato secondo l'antica consuetudine. Ma perchè vi doveva esser introdotta un'altra consuetudine che dispiaceva ai Ravennati, cioè che il loro novello arcivescovo pagava una somma di danaro in Roma per ottenere il pallio, dal santo pontefice Leone con un decreto, posto nell'archivio della Chiesa romana, restò abolito quest'uso, od abuso. Ordinò poscia il saggio papa che nella Chiesa di Ravenna non si potesse celebrare anniversario, nè messa da morto per l'arcivescovo Mauro, siccome persona che pertinace nello scisma era passato all'altro mondo; e per tagliar la radice agli scandali in avvenire, volle che fosse restituito e lacerato l'iniquo diploma dell'autocefalia, che esso Mauro avea carpito all'imperador Costantino, detto Costante, nimico della santa Sede.
NOTE:
[82] Anastas., in Leone II.
[83] Sigon. de Regno Italiae.
Anno di CRISTO DCLXXXIII. Indizione XI.
Sede vacante. COSTANTINO Pogonato imp. 16. BERTARIDO re 13. CUNIBERTO re 6.
Secondo le prove addotte dal p. Pagi, sul principio di luglio del presente anno giunse al fine dei suoi giorni Leone II papa. Intorno al principio e fine di questo pontefice hanno disputato non poco i letterati. Quel che è certo, ebbe ben corta durata il suo pontificato; ma tali e tante dovettero essere le di lui virtù, che meritò d'essere aggregato al catalogo dei santi. Si celebra nella Chiesa di Dio la sua festa nel dì 28 di giugno. Ma questo giorno, se vogliam credere al suddetto Pagi, non è quel della sua morte, credendolo egli passato alla gloria de' beati nel dì 5 di luglio. Stette poi vacante la cattedra di s. Pietro undici mesi e ventidue giorni, per quanto abbiam da varii testi d'Anastasio[84]: però all'anno susseguente appartiene la consecrazion del suo successore. Benchè sia attorniata da molte tenebre l'origine dell'insigne monistero di santa Maria di Farfa nella Sabina, compreso una volta nel ducato di Spoleti, e però sottoposto ai principi longobardi, tuttavia dopo il padre Mabillone[85] sarà lecito anche a me il parlarne in questo sito. Credesi per un'oscura tradizione che fin prima della venuta dei Longobardi in Italia quel sacro luogo fosse edificato e poscia distrutto, quando giunsero in quelle parti i nuovi ospiti longobardi, spiranti allora solamente crudeltà. Verso questi tempi poi capitato colà Tommaso prete di Morienna, uomo di gran santità, si sentì incoraggito da Dio a rimettere in piedi quell'abbandonato monistero. Ma forse più tardi accadde la sua restaurazione, dacchè sappiamo che Faroaldo II duca di Spoleti, il quale governò da lì a qualche tempo quel ducato, fu il principal protettore di questa fabbrica, e vi contribuì con varii doni e spese. L'antica cronica[86] di quell'insigne monistero fu da me pubblicata nella Raccolta degli scrittori delle cose d'Italia. A questi medesimi tempi si può similmente riferire un abbozzo della fondazione d'un altro non men celebre monistero nel ducato di Benevento e nella provincia del Sannio, appellato di s. Vincenzo di Volturno. Tuttavia la fabbrica ancora di questo pare che appartenga al principio del secolo susseguente, come si può ricavare dalla cronica d'esso monistero da me parimente data alla luce[87]. Se non tutti, almeno la maggior parte de' Longobardi, abiurato l'arianesimo e l'idolatria, avevano abbracciata la religion cattolica; e però cominciò il monachismo a rimettersi nel primiero vigore in Italia con lo ristabilimento degli antichi monasteri, e colla fondazion di nuovi, ne' quali si rimiravano luminosi fanali di pietà e santità cristiana. Fioriva in questi tempi la disciplina monastica nella Francia, nell'Inghilterra e nell'Irlanda. Servirono quegli esempli a rinnovarla in Italia.
NOTE:
[84] Anastas., in Leone II.
[85] Mabill., Annal. Benedict., lib. 17, cap. 20.
[86] Chronic. Farfense, part. II, tom. 2 Rer. Italic.
[87] Chronic. Vulturnense, part. II, tom. 1. Rer. Italic.
Anno di CRISTO DCLXXXIV. Indiz. XII.
BENEDETTO papa 1. COSTANTINO Pogonato imp. 17. BERTARIDO re 14. CUNIBERTO re 7.
Era stato eletto sommo pontefice Benedetto II prete di nazione romano, persona veterana nella milizia ecclesiastica, e studioso delle divine Scritture, amatore dei poveri, umile, mansueto, paziente e liberale. Si crede ch'egli fosse consecrato nel dì 26 di giugno dell'anno corrente. Abbiamo da Anastasio bibliotecario[88] che l'imperador Costantino mandò a Roma i malloni (parola che tuttavia dura nel dialetto modenese), cioè le ciocche de' capelli de' suoi figliuoli Giustiniano ed Eraclio, che furono accolti con gran solennità dal clero e dall'esercito romano. Fondatamente stima il cardinal Baronio che ciò significasse l'offerire essi principi in figliuoli adottivi al romano pontefice: degnazione convenevole a quel piissimo imperadore. Ed infatti più sotto vedremo che Paolo Diacono abbastanza ci fa intendere il rito di questa figliuolanza praticato in questi tempi. Potrebbe ancora significar quest'atto sommessione e ubbidienza che que' principi protestavano verso i successori di s. Pietro, a guisa de' servi, a' quali si tagliavano i capelli. Anche i Gentili costumavano di tagliarsi la chioma e di offerirla ai loro falsi dii, dichiarandosi in tal maniera loro servi. Lo stesso Anastasio altrove[89], scrive, tanta essere stata la divozione del re de' Bulgari verso la santa Chiesa romana, che un giorno tagliatisi i capelli, e datigli ai messi del romano pontefice, si dichiarò da lì innanzi servo dopo Dio del beato Pietro e del suo vicario. Di questa adozion d'onore è da vedere una dissertazione del Du-Cange[90]. Diede il medesimo imperador Costantino un altro nobil contrassegno della sua pietà e della sua venerazione alla Chiesa Romana. Riusciva troppo gravoso a quel clero il dover aspettare da Costantinopoli, come abbiamo osservato di sopra, la licenza di consecrare il nuovo papa eletto, restando con ciò per più mesi vacante la cattedra romana, tuttochè l'eletto papa esercitasse in quel tempo ancora non lieve autorità nel governo della Chiesa. Spedì il buon imperadore una bella patente al venerabil clero, al popolo e al felicissimo esercito romano, per cui concedeva che il nuovo pontefice eletto si potesse immediatamente consecrare, il che recò somma consolazione a quella gran città.
NOTE:
[88] Anastas., in Benedicto II.
[89] Anastas., in Praefat. ad Concil. VIII.
[90] Du-Cange, Dissertat. XXII ad Jouvill.
Anno di CRISTO DCLXXXV. Indiz. XIII.
GIOVANNI V papa 1. GIUSTINIANO II imperadore 1. BERTARIDO re 15. CUNIBERTO re 8.
Lagrimevole riuscì quest'anno per la morte del piissimo imperador Costantino Pogonato, ossia barbato, succeduta nel principio di settembre, e tanto più fu essa deplorabile, perchè lasciò successore dell'imperio, ma non delle sue virtù, Giustiniano II suo primogenito, già dichiarato Augusto negli anni addietro. Era questo principe appena entrato nel sedicesimo anno della sua età; e però, inesperto nel governo de' popoli, tardò poco a sconvolgere il buon ordine lasciato dal padre, e a tirare addosso a sè e a' suoi sudditi delle calamità sonore. Diede parimente fine alla breve carriera del suo pontificato papa Benedetto II nel dì 7 di maggio del presente anno, e i suoi meriti il fecero registrare nel ruolo de' santi. Dopo due mesi e quindici giorni di sede vacante fu a lui sostituito nella cattedra di san Pietro Giovanni V, nato in Soria, uomo di petto, scienziato e moderatissimo in tutte le sue azioni[91]. Egli è quel medesimo Giovanni diacono che fu mandato da papa Agatone per uno de' suoi legati al concilio sesto ecumenico, e portò seco a Roma gli atti del medesimo concilio, ed inoltre gli ordini pressanti dell'imperador Costantino Pogonato, perchè fossero restituiti o conservati alla Chiesa romana i varii patrimonii che ad essa appartenevano nella Sicilia e Calabria, se pur non vuol dire lo storico ch'esso Augusto esentò quei patrimonii da un'indebita contribuzion di grano ad essi imposta dai ministri cesarei. Secondo i conti di Camillo Pellegrino[92], in quest'anno Gisolfo duca di Benevento mosse guerra alla Campania romana. Ma ne parleremo di sotto all'anno 702.
NOTE:
[91] Anastas. Bibliothec., in Johann. V.
[92] Peregrinus, Histor. Princip. Longobard., tom. 2 Rer. Italic.
Anno di CRISTO DCLXXXVI. Indiz. XIV.
CONONE papa 1. GIUSTINIANO II imperadore 2. BERTARIDO re 16. CUNIBERTO re 9.
Condusse papa Giovanni V la sua vita fino al dì 2 di agosto di quest'anno, in cui passò a miglior vita. Essendo assai vecchio, e per la maggior parte del suo pontificato stato infermo, non potè produrre tutti que' frutti che prometteva la di lui rara abilità. Stette vacante la sedia di san Pietro per due mesi e diciotto giorni, perchè il nuovo imperador Giustiniano dovette rivocar la concessione fatta al clero romano dal padre Augusto di poter tosto dopo l'elezione consecrare il nuovo papa senza dover aspettarne l'approvazione e licenza della corte imperiale. Permise egli nondimeno che dall'esarco di Ravenna si potesse approvare l'elezion del novello pontefice, per non perdere tanto tempo. In fatti ne vedremo delle pruove andando innanzi, e l'avvertì anche il cardinal Baronio. Praticavasi in questi tempi che non meno il clero che il popolo e i militi, ossia l'ordine nobile e militare, concorressero tanto in Roma che nelle altre città alla elezione del loro sacro pastore. Dovendosi eleggere il nuovo papa, insorse qualche divisione fra gli elettori. Inclinava il clero nella persona di Pietro arciprete, l'esercito in quella di Teodoro prete. Avevano i militi poste le guardie alle porte della basilica lateranense, perchè il clero non v'entrasse, ed essi intanto nella basilica di santo Stefano faceano la lor raunanza. E perciocchè l'una delle parti non volea cedere all'altra, dopo essere andati innanzi e indietro varii pacieri, ma inutilmente, fu proposto di eleggere un terzo, ed entrato il clero nella patriarcale, diede i suoi voti a Conone prete, nato nella Tracia, allevato nella Sicilia, vecchio di venerando aspetto, la cui vita era stata sempre religiosa e lontana dalle brighe secolaresche, la cui lingua accompagnava il cuore, persona di un'aurea semplicità e di quieti costumi. Risaputasi questa elezione, concorsero tosto i magistrati del popolo e la nobiltà a venerarlo. Questa unione del clero e del popolo indusse da lì a pochi giorni tutto ancora l'esercito a consentire in esso Conone, e a sottoscrivere il decreto della elezion sua: dopo di che tanto essi che il clero e il popolo ne spedirono l'avviso coi loro messi a Teodoro esarco di Italia, residente in Ravenna, secondo il costume. Siccome apparirà da uno strumento dell'archivio archiepiscopale di Lucca, che accennerò all'anno 688, in questi tempi si truova in essa città di Lucca un Allonisino duca, il quale verisimilmente era solamente governatore di quella città, e non già della Toscana, come pretende il Fiorentini[93].
In quest'anno, per attestato di Teofane[94] e di Anastasio[95], seguì una pace di dieci anni fra l'imperadore Giustiniano e Abimelec califa ossia principe de' Saraceni. Abbiamo da Elmacino[96] che in questi tempi bollivano delle dissensioni e guerre civili fra quella nazione. Si aggiunse ancora la continua vessazione che loro dava il forte popolo dei cristiani mardaiti, che si credono i Maroniti, abitanti nel monte Libano e nei contorni. Erano questi divenuti formidabili ai Saraceni per le molte botte lor date e per le incursioni che continuamente faceano nei loro paesi. Perciò Abimelec trattò di pace coll'imperadore, e la ottenne, con obbligarsi di pagargli ogni anno mille soldi d'oro, un cavallo, e uno schiavo; e che ugualmente per l'avvenire si dividessero fra esso imperadore e il principe de' Saraceni le gabelle di Cipri, dell'Armenia e dell'Iberia, perchè tuttavia in quelle provincie avevano i Saraceni un gran piede. Parve questo un bel guadagno dalla parte imperiale; ma una condizion troppo svantaggiosa, che recò poi incredibili danni all'imperio cristiano, entrò in quella pace; e fu che l'imperadore mettesse un buon freno ai Maroniti, affinchè più non inquietassero l'imperio saracenico. Giustiniano, per soddisfare a questo impegno, levò dal Libano dodicimila de' più valenti Maroniti colle lor famiglie, e li trasportò in Armenia, con incredibil pregiudizio dei suoi stati; perciocchè, laddove prima questo feroce popolo teneva in continuo terrore i Saraceni, e colle scorrerie avea ridotte in gran povertà e come disabitate moltissime città saraceniche da Mopsuestia sino alla quarta Armenia, da lì innanzi la potenza dei Saraceni non avendo più ostacolo, nè opposizione in quelle parti, si scaricò sopra l'altre provincie del romano imperio. Aggiugne Anastasio bibliotecario[97] ed anche Paolo Diacono[98], che, in vigore di questa pace, Giustiniano ricuperò anche quella parte d'Africa che i Saraceni avevano usurpato al romano imperio. Di ciò non parla Teofane. Soggiugne egli bensì che Giustiniano, operando da giovane imprudente, e volendo senza il consiglio dei vecchi governar egli da sè solo, passò ad altre risoluzioni, che ridondarono appresso in sommo danno dell'imperio. Erasi ribellata la Persia ad Abimelec, e ne aveva occupata la signoria un certo Mucaro. Anche in Damasco era seguita una rivolta. Giustiniano, al vedere così imbrogliati i Saraceni, non volle più stare alla pace fatta. Pertanto spedì Leonzio suo generale con un'armata, il quale uccise quanti Arabi trovò nell'Armenia, ricuperò quella provincia, prese anche l'Iberia, l'Albania, la Bulcacia e la Media; e raunata una gran copia di tributi da quelle provincie, mandò un immenso tesoro all'imperadore. Tutti doveano dire: Oh bello! Ma col tempo s'avvidero della imprudente condotta del principe loro.
NOTE:
[93] Fiorentini, Vit. di Matilde, lib. 3.
[94] Theoph., in Chronogr.
[95] Anastas., in Johann. V.
[96] Elmacinus, Hist. Sarac.
[97] Anast., in Joan. V.
[98] Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 11.
Anno di CRISTO DCLXXXVII. Indiz. XV.
SERGIO papa 1. GIUSTINIANO II imperadore 3. BERTARIDO re 17. CUNIBERTO re 10.
Non più che undici mesi governò Conone papa la Chiesa di Dio, essendo anch'egli oppresso dalla vecchiaia, e per lo più infermo. Mancò di vita nel dì 21 di settembre. Un'imprudenza viene attribuita a questo papa da Anastasio bibliotecario[99], per non essersi voluto consigliare col clero romano. Cioè, per quando crede il cardinal Baronio, essendo morto Teofane patriarca d'Antiochia, esso papa col parere di persone cattive ordinò in suo luogo Costantino diacono della Chiesa siracusana, e rettore allora del patrimonio della Chiesa romana in Sicilia, con inviargli a tal effetto il pallio. Ma essendosi questi trovato uomo rissoso ed atto solamente a far nascere e a fomentar delle discordie fu cacciato in prigione dai ministri dell'imperadore che governavano la Sicilia. Il cardinal Baronio ha seguitato qui un testo guasto di Anastasio. Non ha quello storico scritto ex immissione malorum hominum Antiochiae ecclesiasticorum, ma sì bene et antipathia ecclesiasticorum. Non apparteneva allora ai papi l'ordinare i patriarchi di Antiochia. Nè altro dice Anastasio, se non che Conone costituì rettore del patrimonio della Chiesa romana in Sicilia quel Costantino che fece poi sì poca riuscita con disonore di chi l'aveva eletto di sua testa, senza prender consiglio dal clero. In quest'anno ancora essendo mancato di vita in Ravenna Teodoro esarco e quivi seppellito, siccome di sopra ci fece sapere Agnello, antichissimo storico delle vite degli arcivescovi ravennati, l'imperador Giustiniano mandò ad esercitar quella carica Giovanni patrizio per soprannome Platyn. Arrivò egli a Ravenna, vivente ancora papa Conone. Trovavasi infermo questo pontefice, e Pasquale arcidiacono, che ansava dietro al papato[100], spinto dalla cieca sua ambizione, inviò incontanente persona segreta a questo nuovo esarco, per averlo favorevole nell'elezione, con adoperar anche il possente incanto dell'oro, maledetto per altro in sì fatte occasioni. Non ci volle di più perchè lo esarco mandasse ordine agli uffiziali da lui deputati al governo di Roma, affinchè dopo la morte del papa esso arcidiacono venisse eletto. Pertanto essendosi raunato il clero e popolo per eleggere un nuovo pontefice, i voti di una parte concorsero nella persona di Pasquale, ma quelli d'un'altra voleano papa Teodoro arciprete. Quindi nacque un gagliardo scisma. Fu più diligente Teodoro, ed occupò la parte interiore del palazzo patriarcale lateranense: Pasquale si fece forte nella parte esteriore, e cadaun partito cercava la maniera di prevalere all'altro. Allora i più saggi fra i Romani, cioè i principali pubblici ministri ed uffiziali della milizia, e la maggior parte del clero con una copiosa moltitudine di cittadini mal soffrendo questa scandalosa divisione e gara, unitisi insieme se n'andarono al sacro palazzo, e quivi lungamente consultarono intorno alla maniera di provvedervi; e la risoluzione fu di eleggere un terzo.
Però tutti d'accordo elessero Sergio, oriondo da Antiochia, e nato in Palermo, allora prete e parroco di santa Susanna alle due Case; e presolo di mezzo al popolo, il menarono nell'oratorio di san Cesario martire, che era in esso sacro palazzo, e di là con grandi acclamazioni per forza l'introdussero nel palazzo del Laterano. Appena fu egli entrato, che Teodoro arciprete si quietò, e corse a fargli riverenza ed a baciarlo. Non così Pasquale arcidiacono. Resistè quanto potè, e per forza in fine pieno di confusione andò a riconoscerlo per suo signore. Ma intanto egli aveva spedito segretamente avviso di quanto succedeva all'esarco Giovanni, scongiurandolo di venire a Roma, perchè si lusingava di poter carpire, coll'aiuto di lui, quella dignità, di cui, per le macchine simoniache, era più che indegno. Andò in fatti l'esarco a Roma, e così celatamente, che la milizia romana non ebbe tempo d'andarlo ad incontrare al luogo solito, ed appena uscita da Roma, il vide comparire. Vedendo l'esarco di non potere smuovere il consenso di tutti gli ordini nella persona di Sergio, ne restò non poco amareggiato, perchè perdeva cento libbre d'oro che gli erano state promesse dall'arcidiacono Pasquale. Tuttavia il tristo ritrovò presto il ripiego di non voler approvare l'elezione, se non gli si pagava la detta somma. E benchè Sergio gridasse che non si dovea questo pagamento, pure bisognò prendere i candellieri e le corone che pendevano al sepolcro di san Pietro, e impegnarle, e saziar colle cento libbre d'oro la sacrilega avarizia di questo imperial ministro. L'arcidiacono Pasquale fu poi da lì a non molto tempo processato per alcuni incantesimi e sortilegii, e deposto e confinato in un monistero, dove dopo cinque anni impenitente morì. In questo anno l'imperador Giustiniano portatosi nell'Armenia, quivi accolse i Maroniti, levati dal monte Libano, senza accorgersi d'aver privato del più forte baluardo le frontiere del suo imperio contra dei Saraceni. Poscia l'una dietro all'altre moltiplicando le imprudenze, ruppe la pace stabilita da suo padre co' Bulgari. Si figurava il baldanzoso giovane principe di poter con facilità sottomettere quel popolo, e del pari i confinanti Schiavoni; e a questo fine fece dei gagliardi preparamenti per l'anno venturo. Se alle sue idee corrispondessero gli effetti, in breve ce ne chiariremo. Provossi nell'anno presente una sì fiera carestia nella Soria, che moltissimi di quella gente vennero a rifugiarsi nelle contrade del romano impero per non morire di fame. In quest'anno parimente Pippino chiamato il Grosso, oppur d'Eristallo, dopo una gran rotta data a Teoderico II re de' Franchi, s'impadronì della monarchia francese sotto titolo di maggiordomo, cioè lasciando ai re il nome e l'apparenza regale, e ritenendo per sè tutto il comando. Cominciò dunque a tener continuamente delle guardie ai re della schiatta merovingica, affinchè non si prendessero autorità di sorta alcuna; e durò questa usurpazione, finchè un altro Pippino, nipote di questo Pippino, passò dall'essere maggiordomo al trono regale della Francia, siccome vedremo.
NOTE:
[99] Anastas., in Conone.
[100] Anastas., in Conone.
Anno di CRISTO DCLXXXVIII. Indiz. I.
SERGIO papa 2. GIUSTINIANO II imperadore 4. CUNIBERTO re 11.
Benchè Paolo Diacono[101] scriva che Bertarido re de' Longobardi regnasse dieciotto anni, parte solo e parte col figliuolo Cuniberto; pure egli stesso avea prima detto che questo principe regnò solo per sette anni, e che nell'ottavo prese per collega nel regno esso Cuniberto, e con esso lui regnò dieci anni. Per conseguente, diecisette pare che sieno stati gli anni del suo regno, e dovrebbe egli essere giunto a morte in questo anno 688. Pertanto io la metto qui per non discordare da esso storico; e tanto più, perchè se tal morte succedette prima, si viene ad imbrogliar la cronologia dei re susseguenti. E pure gran cagione c'è di dubitarne. Imperciocchè in Lucca si conserva un diploma del re Cuniberto suo figliuolo in favore del monistero di san Frediano, accennato dal Fiorentini[102], e distesamente portato dal padre Mabillone[103] colle seguenti note: Datum Ticini in palatio nona die mensis novembris, anno felicissimi regni nostri nono per Indictione quintadecima. Nel novembre dell'anno 686 correva l'Indictione XV cominciata nel settembre. Non è mai da credere che se Bertarido fosse stato vivo in quel tempo, il figlio Cuniberto avesse fatto un diploma senza mettervi in fronte il nome del padre, che tale era il costume, e così conveniva, per essere Bertarido il vero regnante. Per ciò par quasi certo che esso re Bertarido prima del novembre dell'anno 686 fosse mancato di vita. Aggiungasi che nell'antichissima cronichetta dei re Longobardi, da me data alla luce[104], e composta circa l'anno 885, si legge che Bertari regnò anni XVI, e non già diecisette, o dieciotto, come hanno i testi di Paolo Diacono; e conseguentemente viene a cader la morte di lui nel suddetto anno 686. Comunque sia, certamente credo io fuor di strada il Pagi che la mette nell'anno 691. Lasciando io intanto al lettore di scegliere quello che gli par meglio, dico che Bertarido morì, e gli fu data sepoltura nella basilica del Salvatore, fondata fuori di Pavia dal re Ariberto suo padre. Lasciò questo re una memoria onorevole di sè stesso a' posteri, per aver fatto sedere con seco sul trono il timore di Dio, la mansuetudine e l'umiltà. In fatti sotto di lui goderono i popoli un'invidiabil calma e tranquillità. Era di bella statura e di corpo pieno. Rimase solo al governo del regno Cuniberto suo figliuolo, già dichiarato re fin dall'anno 678, che in bontà e benignità d'animo riuscì non inferiore al padre, se non che sembra che fosse troppo amatore del vino. Egli prese per moglie Ermelinda figliuola d'uno dei re anglo-sassoni dominanti nell'Inghilterra. La feroce nazione de' Bulgari, uscita della Tartaria, Unni anch'essi, perchè così erano chiamati tutti i Tartari, avea, siccome accennai di sopra, occupata quella parte di paese ch'era abitata dagli Schiavoni fra la Pannonia e la Tracia di qua dal Danubio; e tale si provò la sua possanza, che Costantino Pogonato Augusto fu astretto a comperar da essi la pace con promettere un annuo donativo da pagarsi loro da lì innanzi. Ora l'imperador Giustiniano, pieno di spiriti giovanili, ma non iscortato dalla prudenza, virtù rara ne' giovani, volle stuzzicar questo vespaio[105]. Pertanto con un poderoso esercito marciò contro alla Bulgaria nel presente anno. Sigeberto[106], seguitato dal padre Pagi[107], riferisce questa impresa all'anno seguente. Se gli fecero incontro quei Barbari, e furono ripulsati. Continuò l'imperadore il suo viaggio fino a Salonichi, con raccorre e ridurre in suo potere un immenso numero di Schiavoni, prima della venuta de' Bulgari dominanti in quel paese. Parte colla forza furono presi, parte se gli diedero spontaneamente, non amando il giogo dei Bulgari. Inviò Giustiniano tutta questa gente ad abitare nell'Asia di là dall'Ellesponto nella Troade. Ma i Bulgari, che non osavano combattere in campagna aperta, aspettarono ai passi stretti delle montagne che l'imperador tornasse indietro, e quivi assalito l'esercito cesareo colla morte e colle ferite d'assaissimi l'angustiarono talmente, che lo stesso Augusto stentò non poco ad uscir salvo da quel pericolo. Tornò in quest'anno la Persia sotto il dominio di Abimelec, principe dei Saraceni.
NOTE:
[101] Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 37.
[102] Fiorentini, Memor. di Matilde, lib. 3, p. 4.
[103] Mabill., Annal. Benedict., tom. 1, pag. 70.
[104] Antiq. Italic., tom. 4, pag. 943.
[105] Theoph., in Chronogr.
[106] Sigebertus, in Chron.
[107] Pagius, Crit. Baron.
Anno di CRISTO DCLXXXIX. Indizione II.
SERGIO papa 3. GIUSTINIANO II imperadore 5. CUNIBERTO re 12.
Venne in questi tempi a Roma Ceadvalla re degli Anglo-Sassoni nell'Inghilterra, risoluto di abbandonare il culto degl'idoli e d'abbracciare la santa religione di Cristo. Per attestato di Paolo Diacono[108], egli passò per la Lombardia, e fu con somma magnificenza accolto dal re Cuniberto. Già dicemmo che Ermelinda figliuola d'uno dei re anglosassoni era maritata in Cuniberto. Non è probabile ch'essa avesse per padre questo re sassone, perchè Cuniberto principe cattolico e pio non avrebbe preso in moglie la figliuola d'un re idolatra; se pure quel matrimonio non seguì dopo la venuta di Ceadvalla. Viene incolpato Paolo dal Pagi, perchè chiamasse Teodaldo questo re Ceadvalla. Ma s'ingannò il Pagi per non aver ben consultato i migliori testi di Paolo, dove quel re è appellato Cedoaldus. Beda[109] il chiama Ceduald, e nel suo epitafio è detto Ceadual, e più sotto Cedoald, che è lo stesso nome datogli da Paolo, latinamente espresso. Ora questo buon re, arrivato che fu a Roma, ricevette il sacro battesimo dalle mani di papa Sergio nel sabbato santo, e gli fu posto il nome di Pietro. Ma infermatosi poco dappoi, prima della domenica in albis, nel dì 20 d'aprile, fu chiamato a godere del premio della sua gloriosa conversione. Paolo ne rapporta l'epitafio.
NOTE:
[108] Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 15.
[109] Beda, Histor., lib 5, cap. 7.
Anno di CRISTO DCXC. Indizione III.
SERGIO papa 4. GIUSTINIANO II imperadore 6. CUNIBERTO re 13.
Si può rapportare a quest'anno la ribellione di Alachi duca di Trento e di Brescia, narrata da Paolo Diacono[110]. Costui, mostro d'ingratitudine, perchè dimentico de' segnalati benefizii a lui fatti dal re Cuniberto, e nulla curante del giuramento di fedeltà a lui prestato, era gran tempo che macchinava di occupare il trono regale. Congiurato perciò con Aldone e Grausone, due de' più potenti cittadini di Brescia, e con altri Longobardi aspettò che Cuniberto fosse fuori di Pavia, e all'improvviso s'impadronì del palazzo regale e di quella città, con assumere il titolo di re. Portata questa nuova a Cuniberto, altro ripiego non ebbe per allora che di rifugiarsi nell'isola del lago di Como, che in questi tempi era una delle migliori fortezze, e quivi attese a fortificarsi. Grande fu l'afflizione di chiunque amava Cuniberto, ma specialmente di tutte le persone ecclesiastiche assai informate dell'odio che Alachi portava al clero. Governava in questi tempi la Chiesa di Pavia Damiano vescovo, insigne per la santità dei suoi costumi, e sufficientemente ornato dell'arti liberali: pregio allora assai raro in Italia. Questi dacchè intese occupata dal tiranno la reggia, affinchè per sua trascuraggine non venisse danno alla sua Chiesa, spedì a fargli riverenza Tommaso suo diacono, uomo saggio e buon religioso, mandandogli nello stesso tempo la benedizione della sua santa Chiesa, cioè l'eulogia, ossia il pan benedetto. Dura questo nome di benedizione nel suddetto significato nella Garfagnana, provincia del duca di Modena, di là dall'Apennino, e dura anche in Modena, ma corrotto e mutato in quello di bendesón. Saputo che ebbe Alachi essere nell'anticamera il diacono, siccome uomo pieno di mal talento verso i preti e cherici, gli mandò a fare una sporca interrogazione, a cui saviamente rispose il diacono. Finalmente fattolo entrare, dopo avergli parlato con asprezza di parole e motti ingiuriosi, il licenziò. Si sparse per tutto il clero la nuova di questo indegno trattamento, e in tutti sorse il terrore e la paura del tiranno, e crebbe il desiderio che tornasse sul trono il buon re Cuniberto. In fatti non permise Iddio che lungo tempo durasse questo crudele usurpatore sul trono. Adunque un giorno contando Alachi sopra una tavola dei soldi d'oro, gli cadde in terra un terzo di soldo. Fu presto il figliuolo di Aldone sopraddetto, fanciullo di tenera età, e probabilmente paggio di corte, a raccoglierlo, e glielo restituì. Scappò allora detto ad Alachi verso il fanciullo: Oh tuo padre ne ha ben parecchi di questi, e volendo Iddio, non andrà molto che me li darà. Tornato la sera il fanciullo a casa, interrogato dal padre che parole avesse detto in quel giorno il re, gli riferì il motto suddetto, che bastò ad un buono intenditore per cercar riparo alle intenzioni malvage dell'ingrato tiranno. Comunicato l'affare a Grausone suo fratello, ne concertarono la maniera con gli amici, e fu questa. Andati a trovar Alachi, gli rappresentarono che la città era assai quieta, e il popolo tutto fedele, nè v'essere da temere di quell'ubbriacone di Cuniberto, abbandonato da ognuno; e però poter egli oramai uscir fuori alla caccia per divertirsi un poco insieme co' suoi giovani: che intanto essi con gli altri suoi fedeli farebbono buona guardia alla città, con promettergli anche di dargli in breve la testa di Cuniberto. Tesa non fu la rete indarno.
Alachi uscito di Pavia, se n'andò alla vastissima selva del fiume, o del castello, appellata Urba, oggidì Orba, e quivi cominciò a darsi bel tempo. Intanto Aldone e Grausone travestiti andarono al lago di Como, e, presa una barca, si presentarono nell'isola davanti al re Cuniberto, e prostrati a' suoi piedi accusarono il loro fallo, ne espressero il pentimento, e dopo avergli raccontato quanto aveva il tiranno macchinato per la loro rovina gli rivelarono il disegno formato per rimetterlo sul trono. Pertanto obbligatisi con forti giuramenti, destinarono il giorno in cui Cuniberto avesse da comparire a Pavia, dove gli sarebbono aperte le porte. Così fu fatto. Cuniberto vi fu senza difficoltà accolto, e portossi a dirittura al suo palazzo. Si sparse, per dir così, in un batter d'occhio per tutta la città la nuova: e i cittadini a folla, e massimamente il vescovo e i sacerdoti e cherici, giovani e vecchi, a gara tutti volarono colà, tutti pieni di lagrime e d'inestimabil allegrezza, senza saziarsi d'abbracciarlo e di ringraziar Dio pel suo ritorno. Li consolò, e baciò i principali il buon re Cuniberto. Non tardò ad arrivare ad Alachi l'avviso che Aldone e Grausone aveano mantenuta la parola, con aver portato non la testa sola, ma anche tutto il corpo di Cuniberto a Pavia, e ch'esso era nel palazzo. Allora Alachi saltò nelle furie contra Aldone e Grausone, e senza perder tempo, venne a Piacenza, e di là se ne tornò nell'Austria e non già nell'Istria, come hanno alcuni testi di Paolo, guasti dai poco pratici degli usi di questi tempi. Perciocchè la parte del regno longobardico posta fra settentrione e levante era chiamata allora Austria, a differenza della parti occidentale della Lombardia, che si chiamava Neustria: nella qual guisa appunto anche i Franchi appellarono Neustria ed Austria, ossia Austrasia due parti del vasto loro regno, cioè l'occidentale e l'orientale. Però nelle leggi de' Longobardi[111] noi troviamo la Neustria e l'Austria, siccome anch'io ho dianzi fatto vedere nelle annotazioni alle medesime leggi.
Arrivato Alachi nell'Austria longobardica, parte colle lusinghe e parte colla forza trasse nel suo partito le città per dove passava. I Vicentini a tutta prima se gli opposero, ma coll'armi fece lor mutare pensiero, e gli unì seco in lega. Giunse a Trivigi, e così all'altre città di quelle contrade, e tutte le ebbe a' suoi voleri. Quindi si diede a raunare un esercito per andar contra Cuniberto; e perchè seppe che quei di Cividale di Friuli s'erano mossi per essere in aiuto d'esso Cuniberto, portatosi al ponte della Livenza, distante quarantotto miglia da Cividale, di mano in mano che arrivava quella gente, la forzava a giurare d'essere in aiuto suo, senza permettere che alcuno tornasse indietro, e potesse avvisar gli altri che venivano di questa frode. In una parola Alachi con tutta l'armata dell'Austria longobarda s'incamminò alla volta di Pavia: ma passato il fiume Adda, trovò Cuniberto che gli veniva incontro coll'esercito suo; e però nelle campagne di Coronata amendue le armate, l'una in faccia all'altra, si accamparono. Quel sito era verso Como, e non già presso Pavia, come han creduto alcuni scrittori pavesi, ed oggidì ancora si chiama Cornà. Cuniberto, che voleva risparmiare il sangue dei suoi, mandò a sfidare Alachi ad un duello fra lor due soli. Ma Alachi non vi consentì. E perchè saltò su uno dei suoi di nazione toscano, che disse di maravigliarsi come un signore sì bellicoso e forte ricusasse di battersi con Cuniberto, Alachi rispose: essere ben Cuniberto un ubbriacone e scimunito; ma che nondimeno si ricordava, quando amendue erano giovanetti, che nel palazzo di Pavia si trovavano dei castrati di straordinaria grandezza, i quali Cuniberto prendendoli per la lana della schiena con una mano, gli alzava in alto: cosa che non poteva far esso Alachi. Ciò udito, il toscano gli disse, che s'egli non voleva battersi con Cuniberto, neppur egli intendeva di combattere per lui; e detto fatto se ne scappò, e andò a trovar Cuniberto, a cui narrò quanto era avvenuto. Andata la sfida della general battaglia, si prepararono le due armate per affrontarsi. Ma, prima di venire all'assalto, Zenone diacono della Chiesa di Pavia, custode della basilica di san Giovanni Battista, fabbricata dalla regina Gundiberga, siccome persona che amava teneramente il re Cuniberto, e temeva che restasse morto in quella campal giornata, gli disse, che essendo riposta la vita di tutti nella salute d'esso re, ed avendosi giusto timore che s'egli per disgrazia perisse, il crudel tiranno dopo mille strazii leverebbe a tutti la vita: perciò il consigliava di cedere a lui le armi e la sopravvesta sua; perchè morendo un par suo, nulla si perderebbe, e campando, ne verrebbe a lui più gloria per aver vinto col mezzo d'un suo servo. Abborriva Cuniberto di accettar questo consiglio, ma cotanto fu scongiurato dalle lagrime e preghiere de' suoi più fidi, che si arrendè, e consegnò tutte le sue armi al diacono, il quale, dimentico del suo grado, e affascinato da una imprudente carità, comparve alla testa dell'esercito, e perchè era della stessa statura del re, fu creduto Cuniberto da tutti. Si attaccò dunque la battaglia con gran valore dall'una e dall'altra parte. Alachi, ben conoscendo la certezza della vittoria se gli riusciva di abbattere Cuniberto, scopertolo, con tanto sforzo dei suoi l'assalì, che lo stese morto a terra; ma nel fargli levar l'elmo, per tagliargli il capo ed alzarlo sopra una picca, trovò d'aver ucciso non Cuniberto, ma un cherico; e indiavolato sclamò: Ah che nulla abbiam fatto finora; ma se Dio mi dà vittoria, fo voto d'empiere un pozzo di nasi ed orecchie di cherici. Questa cautela di far prendere l'armi regali ad una privata persona, allorchè si andava ai combattimenti, fu poi praticata da alcuni re di Sicilia. La voce sparsa della morte di Cuniberto fece che l'armata sua cominciò a ritirarsi, ed era già in procinto di prendere la fuga, quando Cuniberto, alzatasi la visiera, si fece conoscere al suo popolo, e gli rimise in petto il coraggio. S'era arrestato anche l'esercito contrario, perchè convinto di nulla aver guadagnato. Tornaronsi dunque ad ordinar le schiere dall'una parte e dall'altra, e già erano in punto per menar le mani, quando Cuniberto mandò di nuovo a dire ad Alachi, che non permettesse la morte di tanta gente, e volesse piuttosto combattere con lui a corpo a corpo. Esortavano i suoi il tiranno ad accettar la sfida; ma egli rispose che mirava negli stendardi di Cuniberto l'immagine di san Michele arcangelo, davanti alla quale gli avea prestato giuramento di fedeltà. Allora arditamente gli rispose uno de' suoi: Signore, voi per paura mirate quello stendardo: ma tempo non è più di far queste riflessioni. Si ripigliò dunque la battaglia, e grande fu il macello da ambedue le parti. Ma finalmente il crudel tiranno Alachi trafitto da più colpi, stramazzò morto a terra; e l'esercito suo per questo si diede alla fuga, con poco utile nondimeno, perchè quei che avanzarono alle spade, trovarono la morte nel fiume Adda. A questa giornata dice Paolo Diacono, per onor della sua patria, che non si trovarono le truppe di Cividal di Friuli, perchè avendo per forza prestato il giuramento ad Alachi, non vollero essere nè in aiuto di lui nè di Cuniberto; ed allorchè si attaccò la mischia, se ne andarono a casa. Ora dopo la felice vittoria il re Cuniberto se ne tornò tutto lieto e con trionfo a Pavia, dove fece fabbricare un suntuoso sepolcro al corpo del diacono Zenone, davanti alla porta della basilica di san Giovanni Battista.
NOTE:
[110] Paulus Diaconus, lib. 5, cap. 38 et seq.
[111] Leges Longobard. part. 1. tom. 1. Rer. Italic.
Anno di CRISTO DCXCI. Indizione IV.
SERGIO papa 5. GIUSTINIANO II imperadore 7. CUNIBERTO re 14.
Cominciò in quest'anno l'imperador Giustiniano col suo leggier cervello a cercar pretesti per guastar la pace già stabilita con onore e vantaggio del romano imperio coi Saraceni. Abimelec loro califa, ossia principe, per attestato di Teofane[112], avea già atterrati tutti i suoi ribelli; ed abbiamo da Elmacino[113] che nell'ottobre dell'anno precedente egli si era anche impadronito della Mecca, città dell'Arabia Felice, dove, se crediamo al padre Pagi[114], si vede il sepolcro di Maometto. Ma il Pagi qui si lasciò trasportar dalle opinioni del volgo, essendo certo, per relazion dei migliori, che quel famoso impostore nacque bensì nella Mecca: motivo, per cui quella città è in tanta venerazione presso i Monsulmani; ma fu poi seppellito in Medina, altra città dell'Arabia, e non già in cassa di ferro, sostenuta in aria dalla calamita, come han le favole di certi viaggiatori. Ora Abimelec inclinava a conservar la pace: ma il giovane imperadore volea pur romperla. Avendogli Abimelec inviato il tributo pattuito in danari di nuova zecca, e diversi nel conio dai precedenti, Giustiniano ricusò di riceverli. Il furbo califa, mostrando paura, si raccomandava, perchè la pace durasse e fosse accettato quell'oro; e l'imperadore sempre più alzava la testa, credendo quelle preghiere figliuole di debolezza. Prese anche un'altra risoluzione, non meno stolta delle altre. Perchè i popoli dell'isola di Cipri erano troppo esposti alle incursioni de' Saraceni, gli venne in pensiero di trasportarli tutti altrove. Una gran copia di essi perì per naufragio, o per malattie; altri coi loro vescovi furono posti nella provincia dell'Ellesponto, ed alcuni fuggendo se ne tornarono alle lor case, restando con ciò quella felicissima isola alla discrezion de' nemici del nome cristiano. Si tiene che in quest'anno terminasse i giorni del suo vivere Teodoro arcivescovo di Ravenna, che ebbe successore Damiano, il quale fu consacrato in Roma. Agnello, scrittore ravennate[115], novecento anni sono, cel descrive per uomo di grande umiltà, mansuetudine, e sì dabbene, che essendo morto un fanciullo infermo, a lui portato dalla madre, perchè il cresimasse, pregò sì istantemente Dio, che il resuscitò per tanto tempo, che potè dargli la cresima. E in questi giorni tornò a Ravenna quel Giovanniccio, di cui parlammo di sopra all'anno 679, che era salito ai primi posti nella segretaria imperiale, e fece ancora risplendere la sua sapienza per tutta l'Italia. Cessò parimente di vivere in quest'anno Teoderico III re de' Franchi di nome, perchè la regale autorità era occupata da Pippino il Grosso, suo maggiordomo. Probabilmente in questo anno fu dai Greci tenuto in Costantinopoli il concilio trullano, perchè celebrato nella sala della cupola dell'imperial palazzo, dove furono fatti molti canoni e decreti riguardanti la disciplina ecclesiastica, in supplemento, diceano essi, dei concilii generali quinto e sesto, ne' quali niun canone fu pubblicato intorno alla disciplina. Non apparisce che il romano pontefice mandasse legati apposta ben istruiti per intervenire a quel concilio; e quantunque Anastasio[116] scriva che i legati della Sede apostolica v'intervennero, e ingannati sottoscrissero; tuttavia fondatamente si crede che sotto nome di legati intenda Anastasio gli ordinarii apocrisarii, responsali, o nunzii vogliam dire, che ogni pontefice solea tenere alla corte imperiale per gli affari della sua Chiesa, che non aveano l'autorità di rappresentar ne' concilii la persona del capo visibile della Chiesa di Dio, cioè del romano pontefice. Comunque sia, cosa indubitata è, che inviati a Roma per ordine dell'imperadore que' canoni, con essere stato lasciato nella carta il sito voto dopo la sottoscrizion dell'imperadore, acciocchè il papa li sottoscrivesse in primo luogo e avanti alle sottoscrizioni già fatte dai patriarchi d'Oriente, papa Sergio, pontefice zelantissimo, ricusò di accettarli, e si protestò piuttosto pronto a dar la vita, che ad approvarli. E ciò perchè alcuni di que' canoni eran contrari alla pura disciplina della Chiesa romana, e principalmente quelli di permettere di ritener le mogli e l'uso loro a chi era ordinato prete, e il proibire il digiuno del sabbato, con altre simili determinazioni, che i Greci dipoi sostennero, ma non ebbero luogo nelle Chiese d'Occidente. Sopra di che è da vedere quanto lasciò scritto il cardinal Baronio[117]. Certo può dirsi strana cosa, che non si sappia ben l'anno di quel concilio, e che gli atti d'esso neppure anticamente si trovassero negli archivii delle Chiese patriarcali, di maniera che a' tempi di Anastasio bibliotecario[118] si dubitava infino, se veramente tutti i patriarchi d'Oriente vi fossero intervenuti; e par certo difficile di quello di Alessandria, ch'era allora sotto il giogo dei Saraceni.
NOTE:
[112] Teoph., in Chronogr.
[113] Elmacinus, Histor. Saracen.
[114] Pagius, Crit. Baron. ad hunc annum.
[115] Agnell. Vita Episcopor. Ravennat., tom. 2 Rer. Ital.
[116] Anastas., in Vit. Sergii I.
[117] Baron., Annal. Eccl. ad ann. 691.
[118] Anastas., in Praefat. ad Synod. VIII.
Anno di CRISTO DCXCII. Indizione V.
SERGIO papa 6. GIUSTINIANO II imperador 8. CUNIBERTO re 15.
Giustiniano Augusto più che invasato dalla voglia e speranza di tor dalle mani dei Saraceni tante provincie occupate al romano imperio, in quest'anno finalmente la ruppe con loro[119]. Di quegli Schiavoni ch'egli aveva trasportati in Asia, abili all'armi, ne raunò ben trentamila, e con queste ed altre squadre marciò a Sebastopoli con dar principio alla guerra. Mandarono i Saraceni a pregarlo di pace, protestando che Dio vendicherebbe la rottura indebitamente da lui fatta de' trattati; ma trovarono che avea turati gli orecchi. Si venne dunque all'armi. I Saraceni condotti dal loro generale, appellato Maometto, appesero ad una lunga asta la scrittura della pace, e la fecero servir di pennone. Il combattimento fu aspro, e a tutta prima toccò la peggio ai Saraceni (Niceforo[120] scrive il contrario); ma avendo lo scaltro lor generale inviato sotto mano al capitan degli Schiavoni un turcasso pieno di soldi d'oro, con promesse ancora di maggiori vantaggi, lo indusse a disertare con ventimila de' suoi; con che restarono tagliate le ali all'esercito cesareo. Portato intanto a Costantinopoli l'avviso che il romano pontefice[121] avea negato di prestare il suo assenso ai decreti del concilio trullano, e neppur s'era degnato di leggerli, non mancarono i Greci d'attizzar l'imperadore contra del buon papa Sergio, e durarono ben poca fatica, perchè egli era già incamminato sulle pedate dell'avolo cattivo, e non già dall'ottimo padre suo. In dispregio dunque del papa mandò egli a Roma uno de' suoi uffiziali per nome Sergio, che preso Giovanni vescovo di Porto e Bonifazio consigliere della Sede apostolica, quasichè coi lor consigli avessero distolto il papa dall'ubbidire ai cenni imperiali, amendue li condusse a Costantinopoli. Non finì qui la faccenda. Inviò dipoi Zacheria, uno delle sue guardie, che portava ciera di capitano Spavento, con ordine di menar lo stesso papa Sergio alla corte. Ma ossia ch'egli, perchè non si poteva eseguire sì nero disegno senza un forte braccio d'armati, confidasse ad altri l'ordine dell'iniquo autore, o che in altra maniera traspirasse il suo mal talento, Dio volle che si movesse il cuor dei soldati stessi in favore del vicario suo, e che a truppe accorressero fin da Ravenna e dalla Pentapoli, per impedir ogn'insulto che si volesse fargli. Zacheria, al vedere questa inaspettata scena, tutto sgomentato gridava, che si serrassero le porte della città; ma non era ascoltato. Però temendo della pelle, tremante si rifugiò nella camera dello stesso papa, e con lagrime si mise a pregare il santo Padre che avesse pietà di lui, nè permettesse che gli fosse fatto oltraggio. Entrato intanto l'esercito ravennate per la porta di san Pietro, corse al palazzo lateranense, ansante di vedere il papa, perchè era corsa voce che la notte era stato preso e messo in nave per menarlo in Levante. Erano chiuse tutte le porte del palazzo; minacciavano i soldati con alte grida di gettarle per terra, se non si aprivano; e a queste voci lo sgherro Zacheria corse a nascondersi sotto il letto del papa, tenendosi per perduto, se non che il papa gli fece animo, assicurandolo che non gli sarebbe recata molestia alcuna. Aperte le porte, uscì fuori il pontefice, e lasciossi vedere alla milizia e al popolo, che esultarono in rimirarlo libero e sano. E cessò bene la loro ansietà e foga per le buone parole del papa; ma per l'amore e riverenza loro verso la santa Sede e verso l'innocente pontefice non vollero desistere dal far le guardie al palazzo, finchè non videro uscir di Roma quell'empio Zacheria che se n'andò scornato e sonoramente applaudito da mille villanie della plebe. Potrebbe essere che succedesse più tardi questa scena in Roma, cioè o nell'anno seguente, o nell'altro appresso, perchè Anastasio aggiugne che nello stesso tempo per gastigo di Dio l'iniquo imperadore fu privato del regno; del che parleremo fra poco.
NOTE:
[119] Theoph., in Chronogr.
[120] Niceph., in Chron.
[121] Anast., in Sergio I.
Anno di CRISTO DCXCIII. Indizione VI.
SERGIO papa 7. GIUSTINIANO II imperadore 9. CUNIBERTO re 16.
Nella guerra succeduta fra il re Cuniberto e il tiranno Alachi, quantunque il ducato del Friuli vi avesse tanta parte, pure Paolo Diacono non fa menzione alcuna che vi fosse intricato Rodoaldo duca di quella contrada. Abbiamo bensì da lui[122] che dopo quella guerra, trovandosi esso Rodoaldo lontano da Cividal del Friuli sua residenza, Ansfrido del castello Reunia occupò quella città col suo ducato senza licenza del re Cuniberto. Certificato di questa sua disavventura Rodoaldo, se ne fuggì in Istria, e di là per mare passato a Ravenna, andò a Pavia al re Cuniberto, per implorare il suo aiuto. Ansfrido, ossia che si lasciasse consigliar dalla superbia ed ambizione a tentar cose più grandi, o che non volesse arrendersi agli ordini del re, passò ad un'aperta ribellione contra di lui. Ma per buona ventura fu preso in Verona, e condotto a Pavia. Cuniberto gli fece cavar gli occhi, e cacciollo in esilio. Dopo di che diede il governo del ducato del Friuli ad un fratello di Rodoaldo, per nome Adone, ossia Aldone, ma col solo titolo di conservatore del luogo, cioè di luogotenente, senza sapersi perchè Rodoaldo ne restasse escluso. In quest'anno i Saraceni ridussero in lor potere l'Armenia, e però divenuti più orgogliosi e crudeli, seguitarono a far delle scorrerie per le provincie del romano imperio con incredibil danno dei popoli. Circa questi tempi, per attestato del sopra mentovato Paolo Diacono[123], fiorì in Pavia Felice, uomo valente nell'arte grammatica, zio paterno di Flaviano, che fu poi maestro del medesimo Paolo. Era egli tanto in grazia del re Cuniberto, che ne riportò, oltre ad altri riguardevoli doni, anche l'onorevol regalo di un bastone ornato d'oro e di argento. Tenne conto lo storico Paolo di questo fatto, che parrà una minuzia ai nostri tempi; ma in quei tempi della ignoranza anche un solo buon grammatico si teneva per una rarità; e questi tali poi insegnavano non solamente la lingua latina, che sempre più si andava corrompendo presso il popolo e prendeva la forma della volgare italiana; ma eziandio spiegavano i migliori autori latini, e davano lezioni di quelle che appelliamo lettere umane. Arrivò parimente a questi tempi Giovanni vescovo di Bergamo con odore di gran santità. Egli era intervenuto al concilio romano dell'anno 679, e le storie di Bergamo raccontano molte cose di lui, ma senza essere assistite da antichi documenti. Sappiamo bensì dal suddetto Paolo Diacono ch'essendo stato invitato dal re Cuniberto ad un suo convito, gli scappò detta qualche parola, di cui se ne offese il re. Ora dovendo egli tornare a casa, Cuniberto gli fece apprestar un cavallo indomito e feroce, solito a scuotere di sella chiunque ardiva di cavalcarlo. Ma questa bestia, allorchè il vescovo vi fu montato sopra, divenne sì piacevole e mansueta, che, a guisa d'una chinea, placidamente il condusse al suo alloggio. Ciò risaputo dal re, fu cagione che da lì innanzi onorasse maggiormente il santo vescovo, con donargli ancora lo stesso cavallo ammansato dal toccamento della sua sacra persona.
NOTE:
[122] Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 3.
[123] Paulus Diacon., lib. 6, cap. 7 et 8.
Anno di CRISTO DCXCIV. Indizione VII.
SERGIO papa 8. GIUSTINIANO II imperad. 10. CUNIBERTO re 17.
Secondo Teofane[124] e Niceforo[125], in quest'anno fece quanto potè l'imprudente e malvagio imperador Giustiniano per tirarsi addosso l'odio del popolo di Costantinopoli. S'era egli dato a fabbricar nel palazzo, e lo faceva cingere di muraglia a guisa di fortezza. Il soprintendente alla fabbrica era Stefano persiano, presidente del fisco e capo degli eunuchi, uomo sanguinario e sommamente crudele, che adoperava a più non posso le ingiurie e il bastone contra de' poveri operai, e fece lapidarne alcuni ancora de' capi. Questa selvaggia bestia, in tempo che l'imperador era fuori della città, osò di staffilare, come si fa ai ragazzi, la stessa Anastasia Augusta, madre d'esso imperadore. Oltre a ciò, Giustiniano dichiarò suo generale Logoteta, cioè soprintendente all'erario, un certo Teodoto, dianzi monaco, persona parimente impastata di crudeltà, che attese a cavar danari per tutte le vie e sotto varii pretesti dal popolo, martirizzandone molti con attaccarli alla corda, e con paglia accesa di sotto che col fumo li tormentava. Molto tempo prima aveva egli creato un prefetto della città, diligente in far carcerare le persone, con lasciarle poi per più anni marcir nelle prigioni. E perchè Callinico patriarca non consentì alla distruzion d'una chiesa, la prese eziandio contra di lui. Nell'anno presente il generale de' Saraceni Maometto, servendosi degli Schiavoni disertati, ch'erano ben pratici del paese, condusse via una gran quantità di prigioni dalle provincie cristiane, e nella Soria fece un immenso macello di porci, bestie, che i Maomettani hanno in abbominazione, essendo, al pari dei Giudei, loro ancora vietato il mangiarne la carne. Intorno a questi tempi narra Paolo Diacono[126] un fatto accaduto al re Cuniberto. Stava egli trattando nel suo palazzo di Pavia col suo cavallerizzo (Marpais nella lingua germanica longobarda) di tor la vita a Grausone ed Aldone, potenti fratelli bresciani, de' quali ho parlato di sopra, perchè dopo la ribellione d'Alachi non si doveva fidar di loro, oppure perchè avea voglia di farne una sorda vendetta. Quando eccoti venirsi a posar sulla finestra, presso cui la discorrevano, un moscone. Cuniberto preso un coltello, volendolo uccidere, gli tagliò solamente un piede. In questo mentre andavano a corte i due fratelli suddetti, che nulla sapevano di questa trama, e trovandosi vicini alla basilica di s. Romano martire presso al palazzo, s'incontrarono in uno zoppo, a cui mancava un piede, il quale gli avvisò, che se andavano a trovare il re, era sbrigata per la loro vita. Essi perciò immediatamente scapparono pieni di spavento nella suddetta basilica, e si rifugiarono dietro all'altare. Cuniberto, che secondo il solito gli aspettava, non veggendoli comparire ne dimandò conto; e saputo ch'erano corsi in sacrato, cominciò a fare un gran rumore contra del suo cavallerizzo, quasichè egli avesse rivelato il segreto. Ma questo gli rispose che dacchè si cominciò a parlar di quell'affare, non s'era mai mosso di sotto agli occhi suoi, e però non poter sussistere che ne avesse detta parola con alcuno. Allora Cuniberto mandò per sapere da Aldone e Grausone il motivo per cui s'erano ritirati nel luogo sacro. Risposero, perchè loro era stato detto che il re macchinava contro la loro vita. Tornò a mandar per sapere chi avesse lor dato un sì fatto avviso; altrimenti che non isperassero mai la grazia sua. Confessarono d'averlo inteso da uno zoppo che aveva una gamba di legno. Allora il re Cuniberto intese che la mosca, a cui avea tagliato il piede, era uno spirito maligno, ito a spiare i suoi segreti per poi rivelarli. Perciò immantinente inviò a chiamare Aldone e Grausone sotto la sua real parola; palesò loro i sospetti o motivi avuti di far loro del male; e da lì innanzi li tenne per suoi fedeli sudditi. Ho raccontato questo fatto, come sta presso Paolo Diacono, affinchè si conosca la semplicità e credulità, effetti dell'ignoranza di quei tempi. Allora ci volea poco per dare ad intendere, cioè per far credere alla buona gente soprannaturali gli avvenimenti naturali, e, quel che è peggio, cose vere le favole stesse anche men degne di fede. In quest'anno, se vogliam seguitare Camillo Pellegrino, a Gisolfo I duca di Benevento defunto succedette Romoaldo II nel ducato. Il Sigonio, il Bianchi e il Sassi rapportano all'anno 697 la morte di Gisolfo e la creazion di Romoaldo. Io, seguendo Anastasio bibliotecario, ne parlerò più abbasso. Circa questi medesimi tempi, essendo mancato di vita Adone o Aldone luogotenente del ducato del Friuli[127], fu creato duca di quella contrada Ferdolfo, nativo dalle parti della Liguria, uomo altero e di lingua troppo lubrica. Ma forse ciò avvenne nell'anno seguente, restando in troppe tenebre involta la cronologia di quei duchi.
NOTE:
[124] Theoph., in Chronogr.
[125] Nicef., in Chron.
[126] Paulus Diaconus, lib. 5, cap. 6.
[127] Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 24.
Anno di CRISTO DCXCV. Indizione VIII.
SERGIO papa 9. LEONZIO imperadore 1. CUNIBERTO re 18.
La mala condotta di Giustiniano imperadore giunse finalmente in questo anno a produrre de' gravi sconcerti, e quasi la total sua rovina. Se crediamo a Teofane[128], aveva egli ordinato a Stefano patrizio e suo generale, di fare una notte un gran macello della plebe di Costantinopoli, e che cominciasse dal patriarca Callinico. Niceforo[129] nulla dice di questo, e potrebbe essere una voce sparsa dipoi, per procurare di giustificar quanto avvenne. Per tre anni era stato detenuto nelle carceri Leonzio, generale una volta dell'armata d'Oriente, e persona di gran credito. All'improvviso l'imperadore il liberò, e scioccamente nello stesso tempo gli restituì il comando delle armi, con farlo partire nel medesimo giorno verso l'esercito. Si fermò Leonzio la notte a Giulianisio porto di Sofia, dove prese congedo dai suoi amici, che erano accorsi a congratularsi e ad augurargli il buon viaggio. Fra questi erano Paolo di Callistrata e Floro di Cappadocia, amendue monaci, dilettanti più di strologia che di teologia, i quali più volte visitandolo alla prigione, gli aveano predetto che diventerebbe in breve imperadore. A questi rivolto Leonzio dimandò loro, dove fossero terminate le lor predizioni, quando il miravano andar lungi da Costantinopoli a cercar non un trono, ma bensì la morte. Gli risposero che quello era appunto il tempo, e che fattosi coraggio, tenesse lor dietro. Come entrasse in Costantinopoli, se pur ne era fuori, nol dice lo storico. Solamente scrive che Leonzio, presi seco i suoi domestici, coll'armi andò quella notte al pretorio, e bussato alla porta, come se l'imperador venisse per sentenziar alcuno de' carcerati, il prefetto corse in fretta ed aprire: ma appena uscito, restò preso e ben legato dagli uomini di Leonzio. Entrati poi dentro, spalancarono tutte le carceri, dove erano moltissime persone nobili ed avvezze al mestier della guerra, che ivi da sei ed anche otto anni stavano rinchiusi. Con questo numeroso drappello, provveduto in breve d'armi, corse Leonzio alla piazza, gridando al popolo che venisse a santa Sofia, e così fece proclamare per le contrade della città. Corsero a migliaia i cittadini colà, ed intanto Leonzio coi nobili scarcerati fu a trovare il patriarca Callinico, a cui si fece credere il pericolo che gli sovrastava; pregollo di venire al tempio, e che gridasse ad alta voce: Questo è il giorno fatto dal Signore. Tutto fu eseguito. Fu preso Giustiniano, e condotto la mattina nel circo, quivi gli fu reciso il naso, ma non già la lingua, come ha per errore il testo di Teofane; e la pubblica determinazione fu di mandarlo in esilio, confinandolo in Chersona città della Crimea. Teodoro e Stefano, que' due crudeli ministri, de' quali s'è parlato nell'anno precedente, restarono vittima del furor della plebe, e bruciati vivi. Terminò la tragedia con venire acclamato imperadore lo stesso Leonzio promotor del tumulto. Per sentimento del Pagi[130], morì in quest'anno Clodoveo III re de' Franchi, e gli succedette Childeberto III suo fratello, governando intanto la monarchia franzese Pippino d'Eristallo suo maggiordomo.
NOTE:
[128] Theoph., in Chronogr.
[129] Niceph., in Chron.
[130] Pagius, Critic. Baron.
Anno di CRISTO DCXCVI. Indizione IX.
SERGIO papa 10. LEONZIO imperadore 2. CUNIBERTO re 19.
Verisimilmente in quest'anno succedette in Ravenna una funesta avventura, narrata da Agnello storico[131] di quella città, che fioriva circa l'anno 830. Era un costume pazzo di quel popolo ogni domenica e festa di precetto di uscir dopo il pranzo fuori della città dalle varie porte per andare a combattere fra loro. V'andavano giovani, vecchi e fanciulli, ed anche de' nobili, e vi concorrevano ancor delle donne. La battaglia consisteva in tirarsi de' sassi colle frombole. Accadde che un dì si sfidarono quei della porta Tiguriense e quei della Posterla, ossia picciola porta di Sommo Vico. Restarono superiori i primi, e messi in fuga gli avversarii, gli inseguirono con tal furia di sassate, che ne uccisero molti. Arrivati i fuggitivi alla Posterla, la chiusero; ma giuntivi ancora i vincitori, la gittarono per terra, e trionfanti poi si ridussero alle lor case. Nella seguente domenica uscirono parimente da quelle porte i giovani a giocare alla ruzzola; ma tardarono poco a lasciare il giuoco e a venire a battaglia. Adoperarono sassi, bastoni e spade, ed assaissimi dei posterlesi rimasero freddi sul campo; e più ve ne sarebbono restati, se non vi fosse stato l'uso fra loro di dar quartiere a chiunque lo chiedeva. Agnello scrive che quest'uso di lasciar la vita e non dar più percosse a chi supplichevole si raccomandava, durava ancora a' suoi tempi: segno che non s'erano per anche dismesse somiglianti pericolose e spropositate zuffe, delle quali si trovavano pure esempli in altre città, e durarono poi per più secoli. Per queste perdite saltò in cuore ai posterlesi di farne una spaventosa vendetta. Finsero pace ed amicizia, e una domenica, trovandosi il popolo alla chiesa orsiana, allorchè, finite le sacre funzioni, erano tutti per andare a pranzo, cadauno dei posterlesi con belle parole invitò seco a desinare alcuno de' tiguriensi per maggiormente assodar l'amistà fra loro. Vi andarono alla buona i tiguriensi, chi in questa e chi in quella casa, e tutti furono in diverse maniere privati di vita, e i lor cadaveri gittati nelle cloache, o seppelliti sotterra, di modochè si videro mancar tante persone, senza che se ne sapesse il come. Quindi la città si riempiè tutta di gemiti, di grida, e specialmente di terrore, perchè la disavventura di quelli teneva in paura ognuno. Allora il santo arcivescovo Damiano intimò per tre giorni il digiuno e una processione di penitenza, divisa in varii cori. Andava egli coi cherici e monaci, tutti vestiti di sacco, colle teste coperte di cenere e coi piedi nudi. Seguitavano i laici sì vecchi che giovani e fanciulli, vestiti di cilicio e coi capelli scarmigliati: poscia le donne maritate, le vergini e le vedove, tutte senza verun ornamento e in abito positivo. Finalmente i poveri formavano la ultima schiera; e tutti questi cori andavano separati l'uno dall'altro, quanto è un mezzo tiro di pietra, recitando salmi di penitenza e implorando la misericordia di Dio. Servirà questo racconto ai lettori per intendere l'antichità di certi usi lodevoli, che tuttavia durano nella Chiesa cattolica. Dopo i tre giorni furono scoperti i cadaveri de' tiguriensi uccisi, gastigati a dovere i traditori, ed anche le lor mogli e figliuoli, e le case tutte di quel rione atterrate, e posto il nome di rione degli assassini a quel sito, nome conservato fino ai tempi dello storico Agnello. Delle lor masserizie niuno ne volle toccare: di tutte si fece un falò. Sotto Leonzio Augusto si godè in questo anno una tranquilla pace in Oriente. Non minore fu quella in Italia sotto il buon re Cuniberto.
NOTE:
[131] Agnell., Vit. Episc. Ravenn., tom. 2 Rer. Ital.
Anno di CRISTO DCXCVII. Indizione X.
SERGIO papa 11. LEONZIO imperadore 3. CUNIBERTO re 20.
Se si vuol prestar fede ad uno storico arabo, chiamato Noveiri e citato dal padre Pagi, fin l'anno 691 ad Abdulmelic ossia Abimelec, califa de' Saraceni, riuscì per mezzo di Asano suo generale di occupare dopo un fiero assedio Cartagine capitale dell'Africa, le cui mura furono smantellate e il popolo messo crudelmente a filo di spada. Sorse dipoi un'eroina africana, donna nobilissima, che, unito un poderoso corpo d'Africani, ruppe l'esercito saracenico, e costrinse il generale maomettano a ritirarsi nell'Egitto. Costui ivi si fermò per cinque anni, finchè, ricevuto un gagliardissimo rinforzo di gente, tornò in Africa, e superata quell'eroina, di nuovo s'impadronì di Cartagine e della provincia. Ma a noi sia lecito il dubitar della fede di quello storico arabo intorno a questo fatto. Egli visse, per testimonianza del signor d'Erbelot[132], circa l'anno 732 dell'egira, cioè dopo il 1300 dell'epoca nostra, e però molto lontano da questi tempi. Nè Teofane[133], nè Niceforo[134], scrittori più antichi di lui, conobbero invasione alcuna dell'Africa fatta dai Saraceni nell'anno 691, e solamente ne parlano all'anno presente. Pare ancora, per quanto s'è detto, che nell'anno 691 Abimelec non avesse per anche rotta la pace coll'imperio romano. Abbiamo dunque dai due suddetti storici greci, che in quest'anno gli Arabi, cioè i Saraceni, colla forza dell'armi sottomisero al loro imperio Cartagine e l'Africa. Ciò inteso a Costantinopoli, non mancò lo imperador Leonzio di spedire colà Giovanni patrizio, uomo di grande affare, con un poderoso stuolo di navi e d'armati. Andò egli, e valorosamente rotta la catena che serrava il porto di Cartagine, v'entrò dentro, liberò la città e rimise nella primiera libertà tutte l'altre città dell'Africa, avendo o cacciati o trucidati quanti Saraceni trovò in quelle parti. Di così felice successo spedì egli l'avviso all'imperadore, ed aspettando i suoi ordini svernò in quelle parti. Nelle isole, onde è composta l'inclita città di Venezia, era già cresciuta di molto la popolazione per le genti di terra ferma concorse colà. Occorrevano spesso delle controversie coi Longobardi confinanti; però adunatisi Cristoforo, patriarca di Grado, i vescovi suoi suffraganei, il clero, i tribuni, i nobili e la plebe nella città d'Eraclea[135], quivi concordemente crearono il primo duca oggidì appellato Doge; e questi fu Paoluccio, al quale conferirono l'autorità necessaria per convocare il consiglio, costituire tribuni della milizia e giudici per le cause, e far altri atti di governo del loro popolo.
NOTE:
[132] Erbelot, Bibliothec. Oriental.
[133] Theoph., in Chronogr.
[134] Niceph., in Chron.
[135] Dandul., in Chronico, tom. 12 Rer. Italic.
Anno di CRISTO DCXCVIII. Indizione XI.
SERGIO papa 12. TIBERIO Absimero imp. 1. CUNIBERTO re 21.
Tornarono in quest'anno i Saraceni con isforzo maggiore ad assalir l'Africa[136], seco conducendo un formidabile stuolo di navi, e venne lor fatto di cacciare dal porto di Cartagine Giovanni patrizio e la sua flotta, e di assediarlo in angusto luogo. Tanta fu l'industria di Giovanni, che si potè mettere al largo, e ricoverarsi nell'isola di Candia, da dove spedì a chiedere all'imperadore un più vigoroso rinforzo di combattenti e di navi. Ma succedette un gran cangiamento negli affari; ed intanto i Saraceni ebbero l'agio convenevole per torre a man salva al romano imperio tutto il rimanente dell'Africa: perdita lagrimevole anche pel Cristianesimo, che a poco a poco s'andò perdendo in quelle provincie, col radicarvisi la sola falsa dottrina di Maometto, la quale tuttavia vi regna. E qui, per gli poco pratici del mondo passato, voglio ben ricordare che se mai, perchè odono sovente nominare sotto nome di Maomettani i soli Turchi, si facessero a credere che gli Arabi, ossia Saraceni, tante volte finora mentovati, fossero gli stessi Turchi, s'ingannerebbono di molto. Sono i Turchi una nazione di Tartaria, di cui abbiamo anche parlato di sopra, ben diversa da quella degli Arabi Saraceni. Adottarono anch'essi col tempo la setta di Maometto, stesero per vastissimo tratto di paese le loro conquiste, e finalmente distrussero la monarchia de' Saraceni nel secolo decimosesto, coll'impadronirsi dell'Egitto. Ma nel mentre che l'armata di Giovanni patrizio dimorava in Candia, per paura e vergogna di comparire a Costantinopoli davanti all'imperador Leonzio, presero quelle milizie una risoluzione da lui non meritata; cioè crearono un altro imperadore, e questi fu Absimero Drungario (ufficio militare) presso i Curiacati, al quale posero il nome di Tiberio. Faceva allora la peste un gran flagello in Costantinopoli. Davanti a quella città si presentò l'armata navale del nuovo imperadore, e stette gran tempo senza potervi entrare, perchè i cittadini teneano forte per Leonzio. Ma per tradimento di alcuni uffiziali delle soldatesche straniere fu loro aperto il varco. V'entrarono, misero a sacco le case de' cittadini, e preso l'imperador Leonzio, per ordine d'Absimero, dopo avergli tagliato il naso, il relegarono in un monistero della Dalmazia, ossia di un luogo appellato Delmato. Quindi Absimero dichiarò supremo generale dell'armi sue Eraclio suo fratello, e il mandò nella Cappadocia per osservare i moti de' nemici Saraceni, ed opporsi ai loro avanzamenti. Abbiamo detto all'anno 638 che a papa Onorio riuscì di smorzare lo scisma della Chiesa d'Aquileia per cagione dei tre capitoli condannati nel concilio V generale, ma sostenuti da quel patriarca e da molti suoi suffraganei. Ritornarono poi quelle Chiese a ricadere nel sentimento di prima e nella divisione; ma certo è, per attestato di Beda[137] e d'Anastasio[138] e di Paolo Diacono[139], che verso questi tempi si tenne un concilio in Aquileia, nel quale fu abbracciato il sinodo quinto suddetto, avendo operato tanto il saggio papa Sergio con paterne ammonizioni e con istruzioni piene di dottrina, che indusse quel patriarca e i vescovi suoi seguaci a ritornare nell'unità della Chiesa. Con che si pose interamente fine a quello scisma, durando nondimeno in avvenire i due patriarchi, l'uno d'Aquileia e lo altro di Grado. Era in questi tempi patriarca d'Aquileia Pietro, di cui fa menzione Paolo Diacono. Nè vo' lasciar di accennare quanto fosse in questi tempi infelice la condizion delle lettere in Italia, perchè mancante di scuole e di maestri. Solamente qualche ignorante grammatico si trovava nelle città, che insegnava un cattivo latino, e così faceano per lo più i parrochi nelle ville. Noi osserviamo negli strumenti d'allora sollecismi e barbarismi in copia, senza potersi penetrare in che stato allora fosse la lingua volgare de' popoli italiani. Per cagione di tanta ignoranza rarissimi erano allora coloro che scrivessero libri, e per gran tempo niuno ci fu che registrasse gli avvenimenti e la storia del suo secolo, di modo che, se non si fosse conservata quella di Paolo Diacono, in una gran caligine resterebbe la storia italiana di quei tempi.
NOTE:
[136] Theophan., in Chronogr. Nicephor., in Chronico.
[137] Beda, de sex Ætat., lib. 6.
[138] Anastas., in Sergio I.
[139] Paulus Diaconus, lib. 1, cap. 64.
Anno di CRISTO DCXCIX. Indiz. XII.
SERGIO papa 13. TIBERIO Absimero imper. 2. CUNIBERTO re 22.
L'armata di Tiberio Augusto, per relazione di Teofane[140], in quest'anno entrò nelle provincie suddite ai Saraceni, e giunse fino a Samosata, mettendo a sacco tutti que' paesi. Fama fu che uccidessero dugentomila di que' Barbari. Ma se lo storico vuol dire armati, narra un fatto che non si può credere; se poi parla di disarmati, di fanciulli e di donne, racconta una crudeltà indegna di soldati cristiani. Agnello, scrittor delle vite degli arcivescovi di Ravenna[141], dice accaduta circa questi tempi un'avventura ch'io non vo' tacere, acciocchè sempre più s'intenda quanto facili fossero ne' secoli barbari alcuni ad inventar delle favole, e più facili le genti a bersele e crederle verità contanti. Per cagione di certe oppressioni fatte al suo monistero di s. Giovanni, situato tra Cesarea e Classe nel territorio di Ravenna, Giovanni abbate d'esso luogo se n'andò a Costantinopoli; e benchè si fermasse quivi per molti giorni, mai non potè veder la faccia dell'imperadore. Ruminando fra sè varii pensieri, un dì postosi sotto la finestra della camera, dove stava l'imperadore, cominciò a cantare de' versetti de' salmi intorno alla venuta del Signore. Andò una delle guardie per cacciarlo via; ma l'imperadore che prendea piacere in udirlo, fece segno dalla finestra che non gli fosse data molestia. Finito che ebbe di cantare, il chiamò di sopra, ascoltò il motivo della sua venuta, e ordinò che gli fosse fatto un buon diploma per la sicurezza de' beni del suo monistero. Oltre a ciò, l'abbate il supplicò di una lettera in suo favore all'esarco, perchè nel dì seguente scadeva il termine, in cui egli doveva intervenire ad un contraddittorio col suo avversario; e mancando, la sigurtà indotta sarebbe gravata. L'imperador gli fece dar la lettera scritta di buon inchiostro, col mese e giorno, e dell'imperial sigillo munita. Volossene l'abbate tutto lieto sulla sera al porto di Costantinopoli per cercar nave che venisse a Ravenna o almeno in Sicilia. Niuna ne trovò. Rammaricato per questo, passeggiava egli, essendo già venuta la notte sul lido, quand'ecco presentarsegli davanti tre uomini vestiti di nero, che gli dimandarono, onde procedesse quella sua turbazione di volto. Uditone il perchè, risposero che se gli dava l'animo di far quanto gli direbbono, nel dì appresso egli si troverebbe fra' suoi nel suo paese. Acconsentì l'abbate, e quegl'incogniti personaggi gli diedero una verga, dicendogli che con essa disegnasse sulla sabbia una barca colle sue vele, coi remi e nocchieri. Quanto dissero, egli eseguì. Poscia aggiunsero, che si posasse in un materasso sotto la sentina, e che se gli avvenisse di udire fremiti di venti, grida di chi è in pericolo, tempeste e rumori d'acque infuriate, non avesse paura, non parlasse, e neppur si facesse il segno della croce. Posossi in terra l'abbate, e dipoi cominciò a sentire un terribil fracasso di venti, un rompersi di remi, un gridare di marinari più neri del carbone, senza dirsi come li vedesse: ed egli sempre zitto. A mezza notte si trovò egli sopra il tetto del suo monistero, e cominciò a chiamare i monaci, che venissero a levarlo di là. Non si arrischiava alcuno, credendolo un fantasma. Tanto nondimeno disse, che gli fu aperto il luminaruolo del tetto, e con gran festa fu ricevuto da tutti. Ordinò egli, che giacchè era l'ora del mattutino, si battesse la tempella per andare al coro; e dopo il mattutino se n'andò a dormire. Nel dì seguente per la porta Vandalaria entrò in Ravenna, e portossi al palazzo di Teoderico, dove presentò il diploma all'esarco, che con venerazione lo prese; ma osservata poi la data della lettera scritta nel dì innanzi, cominciò a trattarlo da falsario, perchè non v'era persona che in tre mesi potesse andar e tornare da Costantinopoli. Allora l'abbate si esibì pronto a far costare della verità della lettera; per conto poi della maniera della sua venuta, disse che la rivelerebbe al suo vescovo. In fatti andò a trovare l'arcivescovo Damiano, e gli raccontò quanto era a sè accaduto, con soddisfare dipoi alla penitenza che gli fu imposta dal prelato. Avran riso a questa favoletta i lettori; ma non si ridano di me, perchè con essa gli abbia ricreati alquanto, ed anche istruiti della antichità di simili racconti falsissimi di maghi. E se mai udissero chi attribuisse un simil fatto a Pietro d'Abano, creduto mago dalla plebe de' suoi tempi, ed anche de' susseguenti, le cui memorie ha poco fa diligentemente raccolto il conte Gian Maria Mazzucchelli bresciano; imparino a rispondere, che ha più di mille anni che corrono nel volgo tali avventure, inventate da persone sollazzevoli, per fare inarcar le ciglia non alla gente accorta, ma a que' soli che son di grosso legname.
NOTE:
[140] Theoph., in Chronogr.
[141] Agnell., tom. 2 Rer. Ital.
Anno di CRISTO DCC. Indizione XIII.
SERGIO papa 14. TIBERIO Absimero imper. 3. LIUTBERTO re 1.
Scrive Paolo Diacono[142] che Cuniberto re dei Longobardi dopo la morte del padre regnò dodici anni. Per conseguente, se Bertarido suo genitore cessò di vivere nell'anno 688, convien dire che nell'anno presente Cuniberto compiesse la carriera dei suoi giorni. Anche Ermanno Contratto[143] mette sotto quest'anno la morte sua. Paolo in poche parole ne forma un grande elogio, con dire ch'egli era amato da tutti: al che senza molta virtù non arriva principe alcuno. Dal medesimo storico sappiamo che egli era signore di molta leggiadria, di tutta bontà, e di sommo ardire negli affari della guerra, siccome ancora, che egli fabbricò un monastero di monaci in onore di s. Giorgio (e non Gregorio) martire nel campo di Coronata, dove diede battaglia al tiranno Alachi, e ne riportò vittoria. Ha creduto il padre Mabillone[144] che questo monistero di san Giorgio sia quel riguardevole che tuttavia esiste ne' borghi di Ferrara. Ma gli autori ferraresi non hanno mai data questa origine al monistero ferrarese di s. Giorgio, nè Cuniberto avea dominio allora nella città, ossia nel territorio di Ferrara. Oltredichè chiaramente scrive Paolo Diacono che quella battaglia succedette in vicinanza dell'Adda, fiume troppo lontano dal ferrarese. Però, siccome accennai di sopra, il sito di quel conflitto e combattimento conviene al luogo di Cornà, notato nell'Italia del Magino, alquanto distante dalla riva occidentale dell'Adda. Ed essendo vicino a quel sito Clivate, dove anticamente esisteva un monistero, mentovato da Landolfo[145] juniore storico milanese del secolo XII, io avrei sospettato che non fosse diverso da quel di Cornà, se il Corio non avesse avvertito che quel di Clivate era dedicato in onore di s. Pietro apostolo, con farne anche autore Desiderio re de' Longobardi. Un altro monistero posto in Pavia, ma di sacre vergini, dee qui essere rammentato in parlando del re Cuniberto, tuttavia esistente, tuttavia sommamente illustre e riguardevole in quella città. Chiamavasi anticamente il monastero di santa Teodota, o piuttosto di santa Maria di Teodota. Oggidì si appella della Posterla, perchè anticamente quivi era una picciola porta della città. Di quel sacro luogo parla Paolo Diacono[146] nel riferire che fa una debolezza di Cuniberto. Trovavasi al bagno, secondo i costumi d'allora (nei quali forse niuna città mancava di terme, e i bagni erano usati e lodati dai medici) trovavasi, dico, una gentil donzella, di nazione non longobarda; ma nobilissima romana, di singolar bellezza, e coi capelli biondi che le arrivavano fin quasi ai piedi. Le leggi dei Longobardi ci fanno abbastanza intendere che le zitelle in questi tempi si riconoscevano fra le maritate, perchè tutte portavano e nudrivano i lor capelli, e ne faceano pompa; e beata chi gli avea più belli e più lunghi. Intonsae credo io che fossero appellate per questo; e che da questa parola corrotta venisse tosa, nome adoperato dai Milanesi per significar le zitelle. Allorchè le donne andavano a marito, si tosavano, come oggidì si pratica dai Giudei. Ora questa giovane per nome Teodota, stando al bagno, fu adocchiata dalla regina Ermelinda, che dipoi con imprudenza femminile ne commendò forte la bellezza al re Cuniberto suo consorte. Finse egli colla moglie di lasciar cadere per terra questo ragionamento, ma nel suo cuore talmente s'invaghì di questa non veduta bellezza, che non sapea trovar luogo. Laonde prese il partito di portarsi alla caccia nella selva chiamata Urba dal fiume o castello vicino, e seco menò anche la regina. Fatta notte, segretamente se ne tornò a Pavia, e trovata maniera di far venire a palazzo la suddetta fanciulla, l'ebbe alle sue voglie. Ma non tardò a ravvedersi del suo trascorso, e la mise nel sopraddetto monistero, che per ciò cominciò a chiamarsi di Teodota.
Rapporta il padre Romoaldo[147] da santa Maria agostiniano scalzo, un antichissimo epitafio tuttavia esistente in quel sacro luogo, che quantunque abbondi di errori, perchè non copiato coll'esattezza che conveniva, merita nondimeno d'esser maggiormente conosciuto e tramandato ai posteri. Esso è composto in versi ritmici e popolari, imitanti gli esametri latini, ma senza verun metro, servendosi l'autore, per esempio, a formare il dattilo e spondeo sul fine di prosapiam texam, di nimium plures, ec.
CAELICOLAE[148] SIC DEMVM EIVS PROSAPIAM TEXAM MATER VIXIT VIRGINVM PER ANNOS NIMIVM PLVRES, IN GREGE DOMINICO PASCENS OVICVLAS CHRISTO; QVAE FAVENS DOCVIT, ARGVIT, CORREXIT, AMAVIT INVIDVS NE PERDERET EIVS EX OVIBVS QVEMQVAM FRONTEM RVGATAM TENENS ERAT QVIBVS PECTORE PURA; CVIVS ABSTINEBANT A FLAGELLIS PLACIDAE MANVS, IN TRIBVENDO DAPES EGENIS DAPSILES ERANT. MORIBVS ORNATA PRODIENS, FAVTRIX, ATQVE HONESTA, PATIENS, MAGNANIMIS CORDE, DEXTRAQVE PIA. DECEBAT SIC DENIQVE TALI CVM EX STIRPE VENIRET B....OLEO EX NOVILLI[149] CRESCENS VT FLVVIVS FONTE ...EXTRA SAGA GENITORVM EXTITIT MAGNA. SI AD CVRSVS RERVM, ET PRAESENTIS STVDIA SAECLI TENDATVR ORATIO, MVLTA SVNT, QVAE POSSVMVS DICI. PER TE SEMPER VIRGINIS VISITVR PVLCHRVM DELVBRVM, AVFERENS VETVSTA, INSTAVRANS VILIA CVNCTA; NAMQVE DOMICILIA SITA COENVBIO RIDVNT VVLTV INTVENTIVM PRAECELLENTES MOENIA PRISCA. NEC SVNT IN ORBE TALES, PRAETER PALATIA REGVM. NEC SS. ECCLESIAS, QVAE VIBRANT FVNDAMINE CLARO ET PIIS EZEQVANTVR ONI A CVNCTIS COLVNTVR.
(forse Quae Turoni, per significare che son pari alla basilica e monistero di san Martino Turonense)
HOC ERGO THEODOTA ALVMNIS, SVA THEODOTAE, CVI RELIQVISTI NOMEN, DIGNITATEM, CATHEDRAM, NIMIS CVM LACRYMIS AFFLICTO PECTORE DOMNA LAPIDIBVS SARCOPHAGIS ORNANS EXCOLVI PULCHRIS DENOS DVOSQVE CIRCITER ANNOS DEGENS.... EGREGIA VITAE SPIRACVLA CLAVSIT..... D. P. S. II. D. MENSIS APRILIS INDICTIONE TERTIA.
È andato a pescare il padre Romoaldo appresso Beda, che dalle lettere D. P. S. si ricava l'anno 926, quando, secondo lo stile degli antichi, quelle lettere altro non significano se non deposita. Aggiugne, essere la tradizion delle monache che quel sia l'epitafio d'una regina, e però egli la tiene per Teodorata moglie del re Liutprando, il cui nome abbreviato fosse Teodota. Finalmente dice esser qui nominate tre diverse Teodote; la prima mentovata da Paolo Diacono ai tempi del re Cuniberto; la seconda quella a cui fu posto l'epitafio nell'anno 926; la terza quella che pose l'iscrizione stessa, succeduta a lei nel grado di badessa. Tutti sogni. Altro non è, a mio credere, questa iscrizione, se non la sepolcrale posta alla medesima Teodota, di cui fa menzion Paolo Diacono. Non fu fabbricato quel monistero dal re Cuniberto: v'era prima. Paolo altro non dice, se non che la mandò in monasterium, quod de illius nomine intra Ticinum appellatum est. Essa colle ricchezze seco portate magnificamente lo rifabbricò ed accrebbe, ed ivi eresse un bel tempio in onore della Vergine santissima, di maniera che quel monistero gareggiava colle fabbriche più suntuose d'allora. Quivi fu ella badessa annos nimium plures, e finalmente morì nell'indizione terza (forse nell'anno 705, o piuttosto nel 720) con lasciare il suo nome e la dignità di badessa a donna Teodota sua alunna, da cui le fu posta l'iscrizione suddetta. E se veramente quivi si leggesse Romuleo, come ho conghietturato, non resterebbe luogo ad alcun dubbio, perchè Paolo Diacono scrive essere nata Teodota ex nobilissimo Romanorum genere. Ripeto che questo insigne monistero tuttavia con sommo decoro si mantiene in Pavia, col raro privilegio ancora d'aver conservato un tesoro d'antichissimi diplomi, conceduti ad esso da varii imperadori e re, a poter copiare i quali ammesso io dalla gentilezza di quelle nobili religiose, ho poi potuto comunicarli al pubblico per decoro d'esso sacro luogo nelle mie Antichità Italiche. Finì dunque di vivere e di regnare in questo anno il re Cuniberto, e il suo corpo ebbe sepoltura presso alla basilica di san Salvatore fuori della porta occidentale di Pavia, dove parimente Ariberto re suo avolo, fondatore d'essa chiesa, e Bertarido re suo padre furono seppelliti. Diedi io già alla luce[150] un pezzo dell'iscrizion sepolcrale a lui posta, ed esistente tuttavia presso i monaci Benedettini, che per più di settecento anni posseggono quella chiesa e monistero; ma non dispiacerà ai lettori di riceverla ancora qui di nuovo:
AVREO EX FONTE QVIESCVNT IN ORDINE REGES AVVS, PATER, HIC FILIVS HEIVLANDVS TENETVE CVNINGPERT FLORENTISSIMVS ET ROBVSTISSIMVS REX QVEM DOMINVM ITALIA PATREM ATQVE PASTOREM. INDE FLEBILE MARITVM GEME TIAM VIDVATA ALLA DE PARTE SI ORIGINEM QVAERAS, REX FVIT AVVS, MATER GVBERNACVLA TENVIT REGNI, MIRANDVS ERAT FORMA, PIVS, MENS, SI REQVIRAS, MIRANDA....................
Lasciò Cuniberto dopo di sè l'unico suo figliuolo Liutberto in età assai giovanile, che fu proclamato re, e gli diede per tutore Ansprando, personaggio illustre di nascita, e provveduto di somma saviezza. In quest'anno Abdela, generale de' Saraceni, fece una irruzione nelle contrade romane, ed assediò non già Taranto, come ha un testo guasto di Teofane e della storia Miscella, perchè questa città è in Italia, e ubbidiva allora ai duchi longobardi di Benevento, ma bensì la città d'Antarado, come notò Cedreno[151]. Non potendola avere, se ne tornò a Mopsuestia, e quivi con un buon presidio si fortificò.
NOTE:
[142] Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 17.
[143] Hermannus Contractus, in Chr. edition. Canis.
[144] Mabill., Annal. Benedict., lib. 18, cap. 26.
[145] Landulphus Junior, Hist. Mediolan. tom. 5 Rer. Italic.
[146] Paulus Diaconus, lib. 5, cap. 37.
[147] Romualdus Papia, Sacr. part. 1, pag. 121.
[148] Forse Caelicam.
[149] Forse Romuleo ex Ovili.
[150] Antichità Estensi, part. 1, pag. 73.
[151] Cedren., in Annal.
Anno di CRISTO DCCI. Indizione XIV.
GIOVANNI VI papa 1. TIBERIO Absimero imp. 4. RAGIMBERTO re 1. ARIBERTO II re 1.
Fu chiamato in quest'anno da Dio al premio delle sue sante azioni Sergio I papa nel dì 7 di settembre, per quanto crede il padre Pagi[152]. Lasciò egli in Roma varie memorie della sua pia liberalità verso le chiese, che si posson leggere presso Anastasio, e per sua cura si dilatò non poco per la Germania la fede santissima di Gesù Cristo. In somma egli meritò d'essere registrato fra i santi, e la sua memoria si legge nel martirologio romano al dì 9 del mese suddetto. Gli succedette nella cattedra di san Pietro Giovanni, VI di questo nome, greco di nazione, che fu consecrato papa nel dì 28 di ottobre. Noi vedemmo di sopra all'anno 662 che il re Godeberto tradito ed ucciso in Pavia dal re Grimoaldo, lasciò dopo di sè in età assai tenera Ragimberto, ossia Ragumberto che dai fedeli servitori del padre fortunatamente fu messo in salvo e segretamente allevato. Dappoichè il buon re Bertarido fu risalito sul trono, saltò fuori questo suo nipote, e Bertarido il creò duca di Torino. L'ingratitudine, vizio nato nel mondo, entrò in cuore di costui; e quello che non aveva osato di tentare, finchè regnò Cuniberto suo cugino, lo eseguì contra del di lui giovinetto figliuolo Liutberto[153]. Unì dunque Ragimberto un grosso esercito, e venne alla volta di Pavia per detronizzare Liutberto suddetto, pretendendo per le ragioni paterne a sè dovuto il regno. Fu ad incontrarlo nelle vicinanze di Novara con una altra armata Ansprando tutore del giovine re, spalleggiato con tutte le sue forze da Rotari duca di Bergamo. Un fatto di arme decise in parte le loro controversie, perchè Ragimberto essendone uscito vittorioso, s'impadronì di Pavia e della corona del regno longobardico. Per conto di Ansprando e del re Liutberto, essi ebbero la fortuna di salvarsi colla fuga. Ma non godè l'ingrato principe lungamente il frutto della sua vittoria, perchè prima che terminasse l'anno, la morte mise fine al suo vivere. A lui succedette Ariberto II suo figliuolo, che seguitò a disputare del regno col giovinetto Liutberto. Circa questi tempi essendo stato riferito a Tiberio Absimero Augusto[154], che Filippico figliuolo di Niceforo patrizio s'era sognato di diventar imperadore, solamente perchè gli parve di vedere un'acquila che gli svolazzava sopra la testa, gl'insegnò a parlare con più cautela sotto principi ombrosi: cioè per questa gran ragione il cacciò in esilio; e noi vedremo in fatti questo personaggio salire a suo tempo sul trono imperiale.
NOTE:
[152] Pagius, ad Annal. Baron.
[153] Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 18.
[154] Theoph., in Chronogr.
Anno di CRISTO DCCII. Indizione XV.
GIOVANNI VI papa 2. TIBERIO Absimero imper. 5. ARIBERTO II re 2.
Circa questi tempi fu mandato da Tiberio Augusto per esarco in Italia Teofilatto patrizio e gentiluomo della sua camera. Venne costui dalla Sicilia a Roma, ma non sì tosto fu intesa la sua venuta colà, che, per attestato di Anastasio[155] bibliotecario, concorsero a quella volta con gran tumulto le soldatesche imperiali esistenti in Italia, non si sa bene, se perchè uscisse voce che egli fosse inviato per far del male al sommo pontefice, forse non essendo soliti gli esarchi a venire a dirittura a Roma, o pure se per altra cagione. Il buon papa Giovanni immantinente s'interpose, affinchè non gli fosse fatto verun insulto, ed oltre all'aver fatto chiudere le porte di essa città, perchè non entrassero, mandò ancora dei sacerdoti a parlar loro alle fosse d'essa città, dove s'erano attruppati; e tante buone parole eglino usarono, che restò quetato il loro tumulto. Non mancarono in quella occasione delle persone infami, che esibirono ad esso esarco una nota di vari cittadini romani, rappresentandoli rei di cospirazione contra del principe, o rei d'altri finti delitti. Furono gastigati a dovere quegli iniqui calunniatori. Abbiamo poi da Paolo Diacono[156] che Gisolfo II, duca di Benevento ai tempi di papa Giovanni con tutte le sue forze entrò nella Campania romana, prese Sora, Arpino ed Arce; bruciò e saccheggiò molto paese, e menò via molti prigioni, e venne ad accamparsi col suo esercito, a cui niuno faceva opposizione, al luogo chiamato Horrea, cioè i Granai. Noi abbiamo Morrea, luogo notato nelle tavole del Magini; questo nome probabilmente è fallato. Si prese la cura il santo pontefice Giovanni di smorzare ancor questo fuoco, con inviare al duca Gisolfo dei sacerdoti che il regalarono da parte d'esso papa, e riscattarono i prigioni, e indussero quel principe a tornarsene indietro colle sue genti. Camillo Pellegrino[157] portò opinione che questo fatto accadesse sotto papa Giovanni V, nell'anno 685. Ma Anastasio bibliotecario[158] chiaramente attesta che ciò accadde sotto papa Giovanni VI; e benchè non sappiamo se Anastasio pigliasse questo avvenimento da Paolo, oppure Paolo dalle Vite de' papi, tuttavia par più probabile l'ultimo, perchè Anastasio raccolse queste vite scritte da altri, nè già egli le compose tutte. E giacchè abbiam parlato d'esso Gisolfo, non conviene tardar più ad accennar anche la sua morte, il cui anno nondimeno è tuttavia incerto. Crede il suddetto Camillo Pellegrino, che Romoaldo I fosse creato duca di Benevento lo stesso anno che Grimoaldo suo padre occupò il trono de' Longobardi, cioè, secondo lui, nell'anno 661. Ed avendo egli tenuto il ducato sedici anni, la sua morte è da lui posta nell'anno 677. Poscia Grimoaldo II governò quel ducato tre anni, e, per conseguente, morì nell'anno 680. Ed essendo a lui succeduto Gisolfo, che per diciassett'anni stette nel ducato, la sua morte dovrebbe, a suo parere, mettersi nell'anno 694, perchè immagina ch'egli insieme col fratello Grimoaldo II fosse creato duca nell'anno 677. Ora quando sia vero che Gisolfo a' tempi di papa Giovanni VI facesse quella irruzione nella Campania, come vuole Anastasio, bisogna ben dire che i conti del Pellegrino sieno fallati, e che Gisolfo campasse molto di più. E notisi che Giovanni Diacono[158a], il quale fiorì a' tempi del medesimo Anastasio, anche egli sotto questo papa riferisce l'irruzione suddetta. Ha creduto il padre Bollando[159] che i sedici anni del ducato di Romoaldo I si debbano contare dalla morte del re Grimoaldo suo padre, succeduta nell'anno 671. Almeno sembra poco verisimile che Grimoaldo, nel partirsi da Benevento per andare a Pavia, dichiarasse duca il figliuolo, senza sapere se gli riuscirebbe di farsi re. Io per me lascio la quistione come sta, a decider la quale ci occorrerebbe qualche documento di que' medesimi tempi. Quello che è certo, essendo venuto a morte Gisolfo I duca di Benevento[160], gli succedette in quegli stati Romoaldo II suo figliuolo. Il dottor Bianchi, nelle Annotazioni a Paolo Diacono, crede che Romoaldo II succedesse a Gisolfo nell'anno 707. Intanto il giovane re Liutberto col suo aio Ansprando[161] si studiava di ricuperare il regno occupatogli dal re Ariberto II. Ebbe in aiuto Ottone, Tasone e Rotari, duchi di varie città, e con un buon corpo di truppe andò fin sotto a Pavia. Abbiamo dalla vita di san Bonito vescovo di Chiaramonte ossia di Auvergna, scritta da autore contemporaneo, pubblicata dal Surio e dal padre Bollando[162], che passando quel santo uomo a Roma, trovossi in tal congiuntura in Pavia, accolto con particolar divozione dal suddetto re Ariberto nel suo proprio palazzo. Ed allorchè esso re col popolo armato era per andar fuori a dar battaglia, si raccomandò a s. Bonito, che gl'impetrasse da Dio colle sue preghiere la vittoria. Uscì, combattè, e rimasto vincitore, ebbe vivo nelle mani il giovinetto re Liutberto, ma ferito, ch'egli poi fece morire nel bagno. Attribuisce l'autor d'essa vita questa vittoria ai meriti di s. Bonito; ma non è sì facilmente da credere che quel santo impiegasse le sue orazioni per chi aveva usurpato il regno al signore legittimo, ed usò poi tanta crudeltà verso del medesimo, tuttochè suo sì stretto parente. I giudizii di Dio sono cifre per lo più superiori alla nostra comprensione. Ansprando, tutore dell'infelice Liutberto, si ricoverò nella forte isola del lago di Como. All'incontro, Rotari duca di Bergamo, tornato a casa, non solamente persistè nella ribellione, ma assunse ancora il titolo di re. Ariberto con un potente esercito marciò contra di lui, e prese prima la città di Lodi, assediò poi quella di Bergamo, e tanto la tormentò colle macchine da guerra, che la prese, ed in essa anche il falso re Rotari, al quale fece radere il capo e la barba, come si usava con gli schiavi, perchè presso i Longobardi era di grande onore la barba, e per essa credo io che si distinguessero gli uomini liberi dagli schiavi. Mandollo poscia in esilio a Torino, ma da lì a pochi giorni vi spedì anche un ordine di torlo dal mondo, e questo fu eseguito.
NOTE:
[155] Anastas., in Johann. VI.
[156] Paulus Diaconus, lib. 5, cap. 27.
[157] Camill. Peregrinus, de Ann. Ducat. Benevent., tom. 2 Rer. Ital.
[158] Anastas., in Johann. VI.
[158a] Johannes Diaconus, Vit. Episcopor. Neapolit., Part. 1, tom. 1 Rer. Italic.
[159] Bollandus, Act. Sanctor. ad diem 9 februarii.
[160] Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 39.
[161] Idem, ibid, c. 19.
[162] Bollandus, Act. Sanctor. ad diem 15 januarii.
Anno di CRISTO DCCIII. Indizione I.
GIOVANNI VI papa 3. TIBERIO Absimero imp. 6. ARIBERTO II re 3.
A quest'anno pare che sia da riferire la spedizion di un esercito fatta dal re Ariberto contra l'isola posta nel lago di Como, perchè in quella fortezza s'era ricoverato Ansprando già aio dell'ucciso re Liutberto[163]. Ansprando non volle aspettar questa tempesta, e però se ne fuggì a Chiavenna, e di là per Coira città dei Reti (noi diciam de' Grigioni) passò in Baviera, dove fu cortesemente ricevuto da Teodeberto, uno dei duchi di quella contrada, ed uno dei figliuoli di Teodone II. Fin dai tempi della regina Teodelinda si strinse una gran amistà e lega fra i Longobardi e i Bavaresi; e noi abbiam veduto più re longobardi discendenti da un fratello d'essa Teodelinda, però d'origine bavarese. Ma il re Ariberto, uomo portato alla crudeltà, dacchè non potè aver nelle mani Ansprando, sfogò la sua rabbia contra di Sigibrando di lui figliuolo, con fargli cavar gli occhi, e maltrattare chiunque avea qualche attinenza di parentela con lui. Fece anche prendere Teoderanda moglie d'esso Ansprando; e perchè questa s'era vantata che un dì diverrebbe regina, le fece tagliare il naso e le orecchie; e lo stesso vituperoso trattamento fu fatto ad Arona, o Aurona, figliuola del medesimo Ansprando. Ma in mezzo a questo lagrimevole naufragio della famiglia di esso Ansprando, Dio volle che si salvasse Liutprando suo minor figliuolo. Era egli assai giovinetto di età, e parve ad Ariberto persona da non se ne prender fastidio; e però non solamente niun male fece al di lui corpo, ma anche permise che se ne andasse a trovare il padre in Baviera, siccome egli fece: il che fu d'inestimabil contento in tante sue afflizioni all'abbattuto padre. Volle Iddio in questa maniera conservare chi poi doveva un giorno gloriosamente maneggiar lo scettro de' Longobardi. Nel catalogo dei duchi di Spoleti, da me[164] pubblicato nella prefazione alla Cronica di Farfa, si legge che Faroaldo II succedette in quest'anno al duca Transmondo suo padre in quel ducato. Il Sigonio aggiugne ch'egli prese per collega Volchila suo fratello, a cui fu anche dato il titolo di duca. Onde egli abbia questa notizia, nol so. Io per me non ne trovo parola alcuna presso gli antichi.
NOTE:
[163] Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 27.
[164] Chronic. Farfense, part. II, num. 2 Rer. Italic.
Anno di CRISTO DCCIV. Indizione II.
GIOVANNI VI papa 4. TIBERIO Absimero imp. 7. ARIBERTO II re 4.
Esule dimorava tuttavia in Chersona, città della Crimea, Giustiniano II già imperadore, chiamato Rinotmeto, cioè dal naso tagliato, continuamente ruminando le maniere di risorgere. Si lasciò un dì intendere che sperava di rimontare sul trono: parole che increbbero molto a quegli abitanti per paura d'incorrere nella disgrazia del regnante Tiberio Absimero, e però andavano pensando di ammazzarlo o di menarlo a Costantinopoli, per liberarsi da ogni impegno[165]. Penetrata questa mena, Giustiniano all'improvviso scappò, e andò a mettersi nelle mani del Cacano, ossia Cagano, che vuol dire principe dei Cazari, o Gazari, appellati con altro nome Turchi. Da lui fu molto onorato, e prese per moglie una sua figliuola appellata Teodora: nome, credo io, a lei posto dai Greci, soliti, siccome vedremo, a cangiare i nomi degli stranieri. Ma l'imperadore Absimero, dacchè ebbe intesa la fuga e il soggiorno di Giustiniano, senza indugio, spedì ambasciatori al Cacano, con esibirgli una riguardevole ricompensa, se gli mandava Giustiniano vivo, o almen la sua testa. All'ingordo Barbaro non dispiacque l'offerta di sì bel guadagno, e non tardò a mettere le guardie all'ospite e genero suo, sotto pretesto della di lui sicurezza. Da lì a poco diede anche ordine a Papaze governator di Panaguria, dove allora abitava Giustiniano, e a Balgise prefetto del Bosforo, di levargli la vita. La buona fortuna volle che a Teodora sua moglie da un famiglio del padre fu rivelato il secreto, ed ella onoratamente lo confidò al marito, il quale, fatti venire ad un per uno que' due uffiziali in sua camera, con una fune li strangolò. Poi, dopo aver rimandata la moglie alla casa paterna, trovata una barchetta pescareccia, con quella tornò nella Crimea, e mandati segretamente a chiamare alcuni suoi fedeli, con esso loro si incamminò per mare alla volta delle bocche del Danubio. Alzossi in navigando sì fiera fortuna di mare, che tutti si crederono spediti; ed allora fu che Muace, uno de' suoi domestici, gli disse: Signore, voi ci vedete tutti vicini alla morte; fate un voto a Dio, che s'egli ci salva, e voi rimette sul trono, non farete vendetta d'alcuno. Anzi (rispose allora fremendo di collera Giustiniano) s'io perdonerò ad alcuno, che Dio mi faccia ora profondare in queste acque. Così il bestiale Augusto. Passò poi la burrasca, ed arrivati che furono all'imboccatura del Danubio, Giustiniano spedì Stefano suo famigliare a Terbellio, ossia Trebellio, signore della Bulgaria, con pregarlo di dargli ora ricovero, e poscia aiuto sufficiente per poter rimontare sul trono, esibendogli perciò un larghissimo guiderdone. Terbellio, fattolo venire a sè, con graziose accoglienze il ricevè, e poi si applicò a mettere in ordine una poderosa armata di Bulgari e Schiavoni per effettuare il concerto stabilito fra loro.
NOTE:
[165] Theoph., in Chronogr. Niceph., in Chron.
Anno di CRISTO DCCV. Indizione III.
GIOVANNI VII papa 1. GIUSTINIANO II imperadore di nuovo regnante 1. ARIBERTO II re 5.
Arrivò in quest'anno al fine di sua vita il buon papa Giovanni VI, essendo succeduta la sua morte nel 9 di gennaio. Fu[166] eletto in suo luogo, e consecrato nel dì primo di marzo Giovanni VII, Greco di nazione, persona di grande erudizione e di molta eloquenza. Dacchè miriamo tanti Greci posti nella sedia di s. Pietro, possiam ben credere che gli esarchi ed altri uffiziali cesarei facessero dei maneggi gagliardi per far cadere l'elezione in persone della lor nazione: il che nulla nocque all'onore della santa Sede, perchè questi Greci ancora fatti papi sostennero sempre la vera dottrina della Chiesa, nè si lasciarono punto smuovere dal diritto cammino per le minacce de' greci imperadori. Sull'autunno di quest'anno Giustiniano dal naso tagliato, per ricuperare il perduto imperio, passò alla volta di Costantinopoli[167], accompagnato da Terbellio principe dei Bulgari, che seco conduceva una possente armata. Assediò la città, invitò i cittadini alla resa con proporre delle buone condizioni. Per risposta non ebbe se non delle ingiurie. Ma in tanto popolo non mancavano a lui persone parziali, e queste in fatti trovarono la maniera di introdurlo con pochi del suo seguito per un acquedotto della città, e di condurlo al palazzo delle Blacherne, dove ripigliò l'antico comando. Per attestato d'Agnello Ravennate, egli portò da lì innanzi un naso e l'orecchie d'oro. Ed ogni volta che si nettava il naso, segno era che meditava o aveva risoluta la morte d'alcuno. Stabilito che fu sul trono, congedò Terbellio signor de' Bulgari (de' quali nondimeno è da credere che ritenesse una buona guardia) con dei ricchissimi regali, dopo avere stretta con lui una lega difensiva. Ciò fatto, questo mal uomo, in vece d'avere colle buone lezioni d'umiliazione, che Dio gli aveva dato, imparata la mansuetudine e la misericordia, più che mai insuperbì, nè spirò altro che crudeltà e vendetta. Fa orrore l'intendere come egli infierisse ed imperversasse contra chiunque dell'alto e basso popolo fosse creduto complice della passata di lui depressione. Leonzio già imperadore deposto, fu preso. Tiberio Absimero, precedente Augusto, nel fuggire da Apollonia, restò anch'egli colto. Incatenati i miseri, strascinati con dileggi per tutte le contrade della città, furono nel pubblico circo alla vista di tutto il popolo presentati a Giustiniano che coi piedi li calpestò, e poi fece loro mozzare il capo. Eraclio fratello d'Absimero con gli uffiziali della milizia a lui sottoposti, fu impiccato. Callinico patriarca, dopo essergli stati cavati gli occhi, fu relegato a Roma, e sostituito in suo luogo un Ciro monaco rinchiuso, che gli aveva predetto la ricuperazione dell'imperio. Che più? Basta dire che quasi innumerabili furono, sì de' cittadini che de' soldati, quei che questo Augusto carnefice sagrificò alla sua collera, con lasciare un immenso terrore e paura a chiunque restava in vita. Mandò poi nel paese de' Gazari una numerosa flotta, per prendere e condurre a Costantinopoli Teodora sua moglie. Nel viaggio perirono per tempesta moltissimi di que' legni con tutta la gente, di maniera che il Cacano di quei Barbari ebbe a dire: Mirate che pazzo? Non bastavano due o tre navi per mandare a pigliar sua moglie, senza far perire tante persone? Forse che avea da far guerra per riaverla? Avvisò ancora Giustiniano che sua moglie gli avea partorito un figliolo, a cui fu posto il nome di Tiberio. L'uno e l'altra vennero a Costantinopoli, e furono coronati colla corona imperiale. Finì di vivere in questo anno Abimelec, ossia Abdulmeric califa de' Saraceni[168], che dopo la presa di Cartagine avea stese le sue conquiste per tutta la costa dell'Africa sino allo stretto di Gibilterra. Ceuta nondimeno era allora in potere dei Visigoti signori della Spagna, come è anche oggidì degli Spagnuoli. Succedette ad Abimelec nell'imperio il figliuolo Valid, che distrusse la nobilissima chiesa cattedrale dei cristiani in Damasco. Quando poi sieno sicuri documenti una lettera di Faroaldo II duca di Spoleti, e una bolla di Giovanni VII papa, da me pubblicate nella Cronica di Farfa[169], si viene a conoscere che in questi tempi esso Faroaldo comandava in quel ducato. La bolla del papa è data pridie kalendas julii, imperante domino nostro piissimo P. P. Augusto Tiberio anno VIII. P. C. ejus anno VI. sed et Theodosio atque Constantino. Di questi, che credo suoi figliuoli, ho cercata indarno menzione presso gli storici greci.
NOTE:
[166] Anastas., in Johann. VII.
[167] Theoph., in Chronogr. Niceph., in Chron.
[168] Elmacinus, Hist. Sarac., lib. 1, pag. 67.
[169] Chr. Farfense, Part. II, t. 2 Rer. Italic.
Anno di CRISTO DCCVI. Indizione IV.
GIOVANNI VII papa 2. GIUSTINIANO II imperadore di nuovo regnante 2. ARIBERTO II re 6.
Durava tuttavia la dissensione fra la Chiesa romana e greca per cagione de' canoni del concilio trullano, che il santo papa Sergio non avea voluto approvare. In quest'anno comparvero essi canoni a Roma, inviati dall'Augusto Giustiniano Rinotmeto, e portati da due metropolitani con lettera d'esso imperadore a papa Giovanni VII[170], in cui il pregava ed esortava di raunare un concilio e di riprovare in essi canoni ciò che meritasse censura, con accettar quello che si fosse creduto lodevole. Ma il papa, dopo aver tenuto in bilancio questo affare per lungo tempo, finalmente rimandò gli stessi canoni indietro senza attentarsi di correggerli. Si sforza il cardinal Baronio[171] di scusare e giustificare per questa maniera d'operare il pontefice, ma con ragioni che non appagano. A buon conto, Anastasio bibliotecario, cardinale più vecchio del Baronio, non ebbe difficoltà di dire che humana fragilitate timidus non osò emendarli. E il padre Cristiano Lupo[172] osservò che più saggiamente operò dipoi papa Costantino e non meno di lui papa Giovanni VIII, con esaminarli e separare il grano dal loglio, come costa dalla prefazione del medesimo Anastasio al concilio VII generale. Giacchè non sappiamo gli anni precisi dei duchi del Friuli, mi sia lecito di rapportar qui ciò che Paolo Diacono[173] lasciò scritto di Ferdulfo duca di quella contrada, uomo vanaglorioso e di lingua poco ritenuta. Cercava pure costui la gloria di avere almeno una volta vinto i confinanti Schiavoni; e però diede infin dei regali a certuni d'essi, acciocchè movessero guerra al Friuli. Vennero in effetto que' Barbari in gran numero, e mandarono innanzi alcuni saccomanni, che cominciarono a rubar le pecore de' poveri pastori. Lo sculdais, ossia il giusdicente di quella villa, per nome Argaido, uomo nobile e di gran coraggio, uscì contra di loro co' suoi armati, ma non li potè raggiugnere. Nel tornar poi indietro s'incontrò nel duca Ferdolfo, il quale inteso che gli Schiavoni senza danno alcuno se n'erano andati con Dio, in collera gli disse: Si vede bene che voi non siete capace di far prodezza alcuna, da che avete preso il vostro nome da arga. Presso i Longobardi, che si piccavano forte d'esser uomini valorosi e persone di onore, la maggiore ingiuria che si potesse dire ad uno, era quella di arga, significante un poltrone, un pauroso, un uomo da nulla. Come abbiamo dalla legge 384 del re Rotari, era posta pena a chi dicesse arga ad alcuno; e costui dovea disdirsi e pagare. Che se poi avesse voluto sostenere che con ragione avea proferita quella parola, allora la spada e il duello, secondo il pazzo ripiego di que' barbari tempi, decideva la lite. Argaido, udita questa ingiuria, rispose: Piaccia a Dio che nè io, nè voi usciam di questa vita prima di aver fatto conoscere chi di noi due sia più poltrone.
Dopo alquanti giorni sopravvenne lo sforzo degli Schiavoni, che s'andarono ad accampare in cima di una montagna, cioè in luogo difficile, a cui si potessero accostare i Furlani. Ferdolfo duca arrivato col suo esercito, andava rondando per trovar la maniera men difficile d'assalire i nemici; quando se gli accostò il suddetto Argaido con dirgli che si ricordasse di averlo trattato da arga, e che ora era il tempo di far conoscere chi fosse più bravo. Poi soggiunse: E venga l'ira di Dio sopra colui di noi due, che sarà l'ultimo ad assalir gli Schiavoni. Ciò detto, spronò il cavallo alla volta de' Barbari, salendo per la montagna. Ferdolfo, spronato anch'egli da quelle parole, per non esser da meno, il seguitò. Allora i Barbari, che aveano il vantaggio del sito, li riceverono piuttosto con sassi, che con armi, e scavalcando quanti andavano arrivando, ne fecero strage; e più per azzardo che per valore ne riportarono vittoria, con restarci morto lo stesso duca Ferdolfo ed Argaido, ed anche tutta la nobiltà del Friuli, per badare ad un vano puntiglio, e anteporlo ai salutevoli consigli della prudenza. Aggiugne Paolo che il solo Munichi padre di Pietro, il quale fu poi duca di Friuli, e padre di Orso, che fu duca di Ceneda, la fece da valentuomo. Perciocchè gittato da cavallo, essendogli subito saltato addosso uno Schiavone, ed avendogli legate le mani con una fune, egli colle mani così impedite strappò la lancia dalla destra dello Schiavone, e con essa il percosse, e poi con rotolarsi giù per la montagna ebbe la fortuna di salvarsi. Ed è ben da notare che in questi tempi vi fossero duchi di Ceneda, perchè questo è potente indizio che il ducato del Friuli non abbracciasse per anche molte città, e si ristrignesse alla sola città di Forum Julii, chiamata oggidì Cividal di Friuli. Morto Ferdolfo, fu creato duca del Friuli, Corvolo, il quale durò poco tempo in quel ducato, perchè avendo offeso il re (Paolo[174] non dice qual re) gli furono cavati gli occhi colla perdita di quel governo. Dopo lui fu creato duca del Friuli Pemmone, nativo da Belluno, che per una briga avuta nel suo paese era ito ad abitare nel Friuli, cioè in Cividal di Friuli, uomo di ingegno sottile, che riuscì di molta utilità al paese. La promozione sua è riferita all'anno precedente dal dottissimo padre Bernardo Maria de Rubeis[175]. Pemmone aveva una moglie nomata Ratberga, contadina di nascita, e di fattezze di volto ben grossolane, ma sì conoscente di sè stessa, che più volte pregò il marito di lasciarla, e di prendere un'altra moglie che convenisse a un duca par suo: segno che in quei tempi barbarici doveva esservi l'abuso di ripudiare una moglie per passare ad altre nozze. Ma Pemmone da uomo saggio, qual era, più si compiaceva d'aver una moglie sì umile e di costumi sommamente pudichi, che d'averla nobile e bella, e però stette sempre unito con lei. Dal loro matrimonio nacquero col tempo tre figliuoli, cioè Ratchis, Ratcait ed Astolfo, il primo e l'ultimo de' quali col tempo ottennero la corona del regno longobardico, e renderono gloriosa la bassezza della lor madre. Finalmente questo Pemmone vien commendato da Paolo, perchè, raccolti i figliuoli di tutti quei nobili che aveano lasciata la vita nel sopraddetto conflitto, gli allevò insieme co' suoi figliuoli, come se tutti gli avesse egli generati.
NOTE:
[170] Anastas., in Johann. VII.
[171] Baron., in Annal. Eccl.
[172] Lupus, in Notis ad Concil. Trullan.
[173] Paulus Diacon., de Gest. Longobard., lib. 6, cap. 24.
[174] Paulus Diaconus, in Gest. Longobard., lib. 6, cap. 23 et 26.
[175] De Rubeis, Monument. Eccl. Aquilejens., cap. 3.
Anno di CRISTO DCCVII. Indizione V.
GIOVANNI VII papa 3. GIUSTINIANO II imperadore di nuovo regnante 3. ARIBERTO II re 7.
Circa questi tempi, se pure non fu nell'anno precedente, per attestato di Anastasio[176] e di Paolo Diacono[177], il re ARIBERTO fece conoscere la sua venerazione verso la Sede apostolica. Godeva essa ne' vecchi tempi de' patrimonii nelle Alpi Cozie, ma questi erano stati occupati o dai Longobardi, o da altre private persone. Probabilmente altri papi aveano fatta istanza per riaverli, ma senza frutto. Ariberto fu quegli che fece giustizia ai diritti della Chiesa romana, e mandò a papa Giovanni un bel diploma di donazione, ossia di confermazione, o restituzione di quegli stabili, scritto in lettere d'oro. Pensa il cardinal Baronio[178] che la provincia dell'Alpi Cozie appartenesse alla santa Sede; ma chiaramente gli storici suddetti parlano del patrimonio dell'Alpi Cozie; e gli eruditi sanno che patrimonio vuol dire un bene allodiale, come poderi, case, censi, e non un bene signorile e demaniale, come le città, castella, provincie dipendenti dai principi. Di questi patrimonii la Chiesa romana ne possedeva in Sicilia, in Toscana, e per molte altre parti d'Italia, anzi anche in Oriente, come ho dimostrato altrove[179]. Oltre di che, non sussiste, come vuol Paolo Diacono, che la provincia dell'Alpi Cozie abbracciasse allora Tortona, Acqui, Genova e Savona, città al certo che non furono mai in dominio della Chiesa romana. Ciò che si intende per Alpi Cozie, l'hanno già dimostrato eccellenti geografi. Che se il cardinal Baronio cita la lettera di Pietro Oldrado a Carlo Magno, in cui si legge che Liutprando re donationem, quam beato Petro Aripertus rex donaverat, confirmavit, scilicet Alpes Cottias, in quibus Janua est: egli adopera un documento apocrifo, e composto anche da un ignorante. Basta solamente osservare quel donationem, quam donaverat, Anastasio dice donationem patrimonii Alpium Cottiarum, quam Aripertus rex fecerat. Ma Giovanni VII papa nel presente anno a' dì 17 di ottobre fu chiamato da questa vita mortale all'immortale, e la santa Sede restò vacante per tre mesi. Per opera di questo pontefice, come si ha dalle croniche monastiche, l'insigne monistero di Subbiaco nella Campagna di Roma, già abitato da san Benedetto, e rimasto deserto per più di cento anni, cominciò a risorgere, avendo quivi esso papa posto l'abbate Stefano, che rifece la basilica e il chiostro, e lasciovvi altre memorie della sua attenzione e pietà.
NOTE:
[176] Anastas., in Johann. VII.
[177] Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 28.
[178] Baron., Annal. Eccl. ad ann. 704 et 712.
[179] Antiquit. Italic., Dissert. LXIX.
Anno di CRISTO DCCVIII. Indizione VI.
SISINNIO papa 1. COSTANTINO papa 1. GIUSTINIANO II imperadore di nuovo regnante 4. ARIBERTO II re 8.
Fu consecrato papa in quest'anno SISINNIO nativo di Soria, uomo di petto, e che avea gran premura per la difesa e conservazione di Roma; al qual fine, come se fosse stato giovane e sano, fece anche dei preparamenti per rifare le mura di quella augusta città. Ma per la gotta era sì malconcio di corpo, e specialmente delle mani, che gli bisognava farsi imboccare, non potendo farlo da sè stesso. Però non tardò la morte a visitarlo, avendo tenuto il pontificato solamente per venti giorni. Nel dì 25 di marzo a lui succedette Costantino, anch'esso di nazione soriana, pontefice di rara mansuetudine e bontà, ne' cui tempi, dice Anastasio[180], che per tre anni si provò in Roma una fiera carestia, dopo i quali così doviziosa tornò la fertilità delle campagne, che si mandarono in obblio tutti gli stenti passati. In quest'anno mancò di vita Damiano arcivescovo di Ravenna, e in suo luogo fu eletto Felice, uomo di bassa statura, macilente, ma da Agnello[181], scrittore mal affetto alla Chiesa romana, rappresentato per uomo pieno di spirito di sapienza, perchè volle cozzar coi papi, benchè lo stesso Agnello di ciò non faccia menzione. Ne fa bene Anastasio con dire che egli andò a Roma, e fu consecrato vescovo da papa Costantino. Ma allorchè si trattò di mettere in iscritto la sua protesta di essere ubbidiente al romano pontefice, e di rinunziare all'iniqua pretensione dell'autocefalia, ossia indipendenza, così imbeccato dal clero e da' cittadini di Ravenna, non vi si sapeva indurre. Gli parlarono nondimeno sì alto i ministri imperiali di Roma, che per timore stese una dichiarazione, non come egli doveva e portava il costume, ma come gl'insinuò la sua ripugnanza a farla. Questa poi posta dal pontefice nello scrupolo di san Pietro, dicono che fu da lì a qualche giorno trovata offuscata e come passata pel fuoco. Ma Iddio tardò poco a gastigar la superbia di lui e de' Ravennati, siccome vedremo fra poco. In questo anno Giustiniano Augusto, testa leggera e bestiale, dimentico oramai dei servigii a lui prestati dai Bulgari, e della lega fatta con Terbellio principe loro, messa insieme una potente flotta e un gagliardo esercito, si mosse a' loro danni, ma gli andò ben fatta, come si meritava. Coll'armata navale per mare cominciò a travagliare la città d'Anchialo, e lasciò la cavalleria alla campagna. Se ne stava questa sbandata coi cavalli al pascolo senza guardia alcuna, come in paese di pace. I Bulgari, adocchiata dalle colline la poca disciplina dei Greci, serrati in uno squadrone, si scagliarono loro addosso, con ucciderne assaissimi, e molti più farne prigioni, e presero i cavalli e i carriaggi d'essa armata. L'imperadore, che era in terra, fu obbligato alla fuga, e a ritirarsi nella prima fortezza che trovò del suo dominio, dove gli convenne star chiuso per tre giorni, perchè i Bulgari l'aveano incalzato fin là. E non partendosi costoro di sotto alla piazza, il bravo Augusto, tagliati i garretti ai cavalli, e lasciate l'armi, s'imbarcò di notte, e svergognato se ne tornò a Costantinopoli.
NOTE:
[180] Anastas. Biblioth., in Constant.
[181] Agnell., Vit. Episc. Ravenn. tom. 2 Rer. Ital.
Anno di CRISTO DCCIX. Indizione VII.
COSTANTINO papa 2. GIUSTINIANO II imperadore di nuovo regnante 5. ARIBERTO II re 9.
Pensava ogni dì a qualche nuova vendetta l'imperador Giustiniano, e gli vennero in mente i Ravennati, caduti in sua disgrazia, non so se perchè ricordevole che si fossero nell'anno 692 opposti al suo uffiziale Zacheria mandato a Roma per imprigionare Sergio papa, oppure perchè nella sua precedente caduta avessero dati segni d'allegrezza, o certamente non gli fossero stati fedeli. Racconta Anastasio[182] ch'egli mandò Teodoro patrizio e generale dell'esercito di Sicilia con una flotta di navi a Ravenna, il quale prese la città, e tutti i ribelli che ivi trovò mise ne' ceppi e mandolli a Costantinopoli con tutte le loro ricchezze, messe in quella congiuntura a sacco. Aggiugne ch'essi cittadini, per giudizio di Dio e per sentenza del principe degli Apostoli, riportarono il gastigo della loro disubbidienza alla Sede apostolica, essendo stati fatti tutti perire d'amara morte, e, fra gli altri, privato degli occhi il loro arcivescovo Felice, che di poi fu relegato nelle coste del mare Eusino, ossia del Ponto, probabilmente a Chersona, stanza solita degli esiliati. Bisogna ora ascoltare Agnello ravennate[183], che poco più di cento anni dopo descrisse questa tragedia della sua città. Narra egli, nella vita di Felice arcivescovo, che l'uffiziale spedito da Giustiniano fermossi fuor di Ravenna colle navi ancorate al lido. Nel primo dì fece un bellissimo accoglimento ai primarii cittadini, ed invitolli pel dì seguente. Poi fatto addobbar di cortinaggi il tratto di uno stadio sino al mare, e colà concorsa tutta la nobilità di Ravenna, cominciò ad ammettergli a due a due all'udienza. Ma non sì tosto erano dentro, che venivano presi, e con gli sbadacchi in bocca condotti in fondo di una nave. Con tal frode restarono colti tutti i nobili della terra, fra gli altri Felice arcivescovo e Giovanniccio, quel valente ravennate che avea servito nella segretaria del medesimo imperadore. Ciò fatto, i Greci entrarono in Ravenna, diedero il sacco, attaccarono il fuoco in assaissimi luoghi della città, che si riempiè di urli e di pianti, e rimase in un mar di miserie. Poscia diedero le vele al vento, e condussero a Costantinopoli i prigioni. Ed ecco come trattavano i Greci il misero popolo italiano che restava suddito al loro dominio. Quei Longobardi, che non si sogliono senza orrore nominar da taluno, un pacifico e buon governo intanto faceano godere al resto dell'Italia. In quest'anno i Saraceni assediarono Tiana città della Cappadocia. Giustiniano per farli sloggiare vi mandò molte brigate d'armati sotto due generali, che, oltre al non andare d'accordo, attaccarono senz'ordine il nemico, e furono rotti colla perdita di tutto l'equipaggio, e così restò la città preda dei Barbari.
NOTE:
[182] Anast., in Constant.
[183] Agnell., in Vit. Episcopor. Ravennat., tom. 2. Rer. Italic.
Anno di CRISTO DCCX. Indizione VIII.
COSTANTINO papa 3. GIUSTINIANO II imperadore di nuovo regnante 6. ARIBERTO II re 10.
Fra le sue crudeltà e pazzie non lasciò l'imperador Giustiniano di desiderar l'accordo fra la Chiesa romana e greca in ordine ai canoni del concilio trullano. Per ottener questo bene, conoscendo che gioverebbe assai la presenza del romano pontefice, spedì, secondochè attesta Anastasio, ordine a papa Costantino di portarsi a Costantinopoli. Però fece egli preparar delle navi per fare il viaggio di mare, e nel dì 5 di ottobre del presente anno imbarcatosi, sciolse dal porto Romano, conducendo seco Niceta vescovo di Selva Candida, Giorgio vescovo di Porto, e molti altri del clero romano. Arrivò a Napoli, dove fu accolto da Giovanni patrizio ed esarco, soprannomato Rizocopo, il quale era inviato per succedere a Teofilatto esarco. Quindi passato in Sicilia, quivi trovò Teodoro patrizio e generale dell'armi, che gli fece un suntuoso incontro; e con suo vantaggio, perchè venne malato a riceverlo, e se ne tornò indietro guarito. Per Reggio e Crotone s'avanzò fino a Gallipoli, dove morì il vescovo Niceta, e di là andò ad Otranto. In quella città, perchè sopravvenne il verno, bisognò che si fermasse; e colà ancora pervenne lettera dell'imperadore, portante un ordine a tutti i governatori de' luoghi per dove avesse da passare il papa, che usassero verso di lui lo stesso onore che farebbono alla persona del medesimo Augusto. Giunsero in quest'anno a Costantinopoli i prigioni ravennati, e furono menati davanti all'inumano Augusto, il quale era assiso in una sedia coperta d'oro e tempestata di smeraldi, col diadema tessuto d'oro e di perle, e lavorato da Teodora Augusta sua moglie. Comandò egli che tutti fossero messi in carcere, per determinar poscia la maniera della lor morte. In una parola, tutti quei senatori e nobili, chi in una chi in un'altra forma furono crudelmente fatti morire. Aveva anche giurato l'implacabil regnante di tor la vita all'arcivescovo Felice[184]; ma se merita in ciò fede Agnello, la notte dormendo gli apparve un giovane nobilissimo con a canto esso arcivescovo, che disse: Non insanguinar la spada in quest'uomo. Svegliato l'imperadore, raccontò il sogno a' suoi; poscia, per osservare il giuramento, fece portare un bacino di argento infocato, e spargervi sopra dell'aceto, e in quello fatti per forza tener gli occhi fissi a Felice, tanto che si disseccò la pupilla, il lasciò cieco. Tale era l'uso de' Greci, per torre l'uso della vista alle persone, e di là nacque l'italiano abbacinare. Fu dipoi esso arcivescovo mandato in esilio nella Crimea. Sommamente riuscì quest'anno pernicioso e funesto alla Cristianità, perchè gli Arabi, ossia i Saraceni, non contenti del loro vasto imperio, consistente nella Persia, e continuato di là fino allo stretto di Gibilterra, passato anche il Mediterraneo, fecero un'irruzione nella Spagna, dove poscia nell'anno seguente fermarono il piede, e ve lo tennero fino all'anno 1492, in cui Granata fu presa dall'armi de' cattolici monarchi Ferdinando re ed Isabella regina di Castiglia e d'Aragona. Cominciò, dissi, in quest'anno a provarsi in quel regno la potenza de' Monsulmani o Musulmani, voglio dire de' Maomettani, e poi nel seguente continuarono le loro conquiste, con riportar varie vittorie sopra i già valorosi Visigoti cattolici, la gloria de' quali restò quasi interamente estinta, e per colpa principalmente di un Giuliano conte, traditore della patria sua. Fama nondimeno è che in questo anno seguisse un combattimento, rinnovato per otto giorni continui, fra i Cristiani e i Saraceni, e che restassero disfatti i primi colla morte dello stesso cattolico re Rodrigo. Certo è che a poco a poco s'impadronirono quegli infedeli di Malega, Granata, Cordova, Toledo e di altre città e provincie, dove cominciò a trionfare il maomettismo, ancorchè coloro lasciassero poi libero l'uso della religion cristiana cattolica ai popoli soggiogati.
NOTE:
[184] Agnell., in Vit. Felicis.
Anno di CRISTO DCCXI. Indizione IX.
COSTANTINO papa 4. FILIPPICO imperadore 1. ARIBERTO II re 11.
Nella primavera di quest'anno continuò Costantino papa il suo viaggio per mare a Costantinopoli, dopo aver ricevuto grandi onori dovunque egli passava[185]. Ma insigni specialmente furono i fatti a lui, allorchè giunse colà. Sette miglia fuori di quella regal città gli venne incontro Tiberio Augusto figliuolo dell'imperador Giustiniano II, colla primaria nobilità, e Ciro patriarca col suo clero, e una gran folla di popolo. Il papa salito a cavallo con tutti di sua corte, portando il camauro, come fa in Roma stessa, andò ad alloggiare al palazzo di Placidia. Saputa la sua venuta, Giustiniano, che si trovava a Nicea, gli scrisse immantenente una lettera piena di cortesia, con pregarlo di venir sino a Nicomedìa, dove anch'egli si troverebbe. Quivi in fatti seguì il loro abboccamento, e l'imperadore ben conoscente della venerazion dovuta ai successori di san Pietro, colla corona in capo s'inginocchiò e gli baciò i piedi, ed amendue poscia teneramente s'abbracciarono con somma festa di tutti gli astanti. Nella seguente domenica il papa celebrò messa, e comunicò di sua mano l'imperadore, che poi si raccomandò alle di lui preghiere, acciocchè Dio gli perdonasse i suoi peccati, e ne avea ben molti. E dopo avergli confermati tutti i privilegii della Chiesa romana, gli diede licenza di tornarsene in Italia. Punto non racconta Anastasio qual fosse il motivo, per cui il papa venisse chiamato in Levante, nè cosa egli trattasse coll'imperadore. I padri Lupo[186] e Pagi[187] hanno immaginato, e con verisimiglianza, che si parlasse dei canoni del concilio trullano, e che il pontefice confermasse quelli che lo meritavano, con riprovar gli altri ripugnanti alla disciplina ecclesiastica della Chiesa latina. Pare ancora che ciò si possa inferire da alcune parole del medesimo Anastasio nella Vita di papa Gregorio II. Ma non è inverisimile che quel capo sventato di Giustiniano chiamasse colà il papa per far vedere al mondo ch'egli comandava a Roma, e si faceva ubbidire anche dai sommi pontefici: giacchè non apparisce chiaro che ciò fosse per motivo della religione. Comunque sia, partissi il papa da Nicomedia, e benchè da molti incomodi di sanità afflitto, arrivò finalmente al porto di Gaeta, dove trovò buona parte del clero e popolo romano, e nel dì 24 di ottobre entrò in Roma con gran plauso ed allegrezza di tutta la città. Ma nel tempo della sua lontananza accadde bene il contrario in Roma, cioè uno sconcerto che arrecò non poca afflizione a quegli abitanti. Passando per essa città nell'andare a Ravenna il nuovo esarco Giovanni Rizocopo fece prendere Paolo, diacono e vicedomino (cioè il maggiordomo, oppure il mastro di casa del papa), Sergio abbate e prete, Pietro tesoriere (parimente, per quanto pare, del papa) e Sergio ordinatore, e fece loro mozzare il capo. Tace Anastasio i motivi o pretesti di questa carnificina di persone sacre e di alto affare. Soggiugne bensì, che costui, andato a Ravenna, quivi, a cagion della sue iniquità, per giusto giudizio di Dio, vi morì di brutta morte. Questa notizia ci apre l'adito ad attaccare al suo racconto ciò che abbiamo da Agnello scrittore ravennate, mentovato più volte di sopra, la cui storia è arrivata fino ai nostri giorni mercè di un codice manuscritto estense. Ci fa saper questo istorico[188] che il popolo di Ravenna trovandosi in somma costernazione e tristezza, non meno pel sacco patito l'anno addietro, che per la nuova del macello di tanta nobiltà ravennate fatto in Costantinopoli, scosse il giogo dell'indiavolato imperadore. Elessero eglino per loro capo Giorgio, figliuolo di quel Giovanniccio, di cui abbiam parlato di sopra, giovane grazioso d'aspetto, prudente ne' consigli e verace nelle sue parole. In questa ribellione o confederazione concorsero l'altre città dell'esarcato, che da Agnello sono enunziate secondo l'ordine che dovea praticarsi per le guardie, cioè Sarsina, Cervia, Cesena, Forlimpopoli, Forlì, Faenza, Imola e Bologna. Divise Giorgio il popolo di Ravenna in varii reggimenti, denominati dalle bandiere; cioè bandiera o insegna prima, la seconda, la nuova, l'invitta, la costantinopolitana, la stabile, la lieta, la milanese, la veronese, quella di Classe, e la parte dell'arcivescovo coi cherici, con gli onorati e colle chiese sottoposte. Quest'ordine nella milizia ravennate si osservava tuttavia da lì a cento anni allorchè Agnello scrisse la suddetta storia, cioè le vite degli arcivescovi di quella città. Ma ciò che operassero dipoi i Ravennati, non si legge nella storia castrata da gran tempo del medesimo Agnello. Solamente aggiugne che Giovanniccio, quel valente segretario di Giustiniano Augusto, fu in questo anno, per ordine d'esso imperadore, crudelmente tormentato e fatto morire, e che egli chiamò al tribunale di Dio quel crudelissimo principe, con predire che nel dì seguente anch'egli sarebbe ucciso. Agnese figliuola d'esso Giovanniccio fu bisavola del medesimo Agnello storico, da cui sappiamo ancora che lo stesso Giovanniccio quegli fu che mise in bell'ordine il messale, le ore canoniche, le antifone e il rituale, de' quali si servì da lì innanzi la Chiesa di Ravenna. Ora egli è da credere che Giovanni Rizocopo nuovo esarco, giunto in vicinanza di Ravenna, in vece di prendere le redini del governo trovasse ivi la morte per l'ammutinamento di due' popoli. Ma è cosa da maravigliarsi come Girolamo Rossi[189], descrivendo i fatti de' Ravennati in questi tempi, confondesse i tempi, e di suo capriccio descrivesse avvenimenti, de' quali non parla l'antica storia, o diversamente ne parla.
Verificossi poi la morte dell'imperador Giustiniano, siccome dicono che avea predetto Giovanniccio. Come succedesse quella tragedia, l'abbiamo da Teofane[190], da Niceforo[191], da Cedreno[192] e da Zonara[193]. Cadde in pensiero a questo sanguinario principe di vendicarsi ancora degli abitanti di Chersona nella Crimea, sovvenendogli della intenzione ch'ebbero di ammazzarlo, allorchè egli era relegato in quella penisola. A tale effetto mandò colà un formidabile stuolo di navi con centomila uomini tra soldati, artefici e rustici. Si può sospettar disorbitante tanta gente per mare, e che gli storici greci, soliti a magnificar le cose loro, aprissero ancor qui più del dovere la bocca. Stefano patrizio fu scelto per general dell'impresa, e con ordine di far man bassa sopra que' popoli. Scrive Paolo Diacono[194], che trovandosi allora papa Costantino alla corte, dissuase per quanto potè l'imperadore da sì crudele impresa; ma non gli riuscì d'impedirla. Grande fu la strage, e i principali del Chersoneso parte furono inviati colle catene a Costantinopoli, parte infilzati negli spiedi e bruciati vivi, parte sommersi nel mare. Giustiniano, all'intendere che si era perdonato ai giovani e fanciulli, andò nelle furie, e comandò che l'armata nel mese d'ottobre tornasse colà a fare del resto. Ma sollevatasi una gran fortuna di mare, quasi tutta questa armata andò a fondo, calcolandosi (se pur si può credere) che vi perissero circa sessantatremila persone: del che non solo non si attristò il pazzo imperadore, ma con giubilo comandò che si preparasse un'altra flotta, e si andasse a compiere la presa risoluzione, con distruggere tutte le città e castella della Crimea. Ora quei del paese, che erano fuggiti o sopravanzati alle spade, avvisati di questa barbara risoluzione, si unirono, si fortificarono, ottennero soccorso dai Gazari, e dopo aver ripulsate le armi cesaree, proclamarono imperadore Bardane che assunse il nome di Filippico, il quale, mandato in esilio molti anni prima, siccome dicemmo all'anno 701, fu chiamato, o accorse colà in tal congiuntura. Mauro patrizio colla sua flotta, per timore di essere gastigato da Giustiniano, si unì con Filippico, e tutti concordemente sul fine di quest'anno giunsero a Costantinopoli, dove pacificamente fu ammesso il nuovo Augusto, giacchè Giustiniano dianzi uscito in campagna colle poche truppe che avea, e con un rinforzo ottenuto dai Bulgari, non fu a tempo di prevenire Filippico. Spedito dipoi contra di esso Giustiniano Elia generale di Filippico, tanto seppe adoperarsi, che tirò nel suo partito i soldati del di lui esercito, mandò contenti a casa i Bulgari, ed avuto in mano il bestiale imperadore Giustiniano, con un colpo di sciabla gli fece, come potè, pagare il sangue d'innumerabili cristiani da lui sparso. Inviata a Costantinopoli la di lui testa, d'ordine di Filippico fu poi portata a Roma. Tiberio Augusto di lui figliuolo scappato in chiesa, ne fu per forza estratto, ed anch'egli tolto di vita. Questo fine ebbe Giustiniano Rinotmeto, cattivo figliuolo di un ottimo padre, che, sedotto dallo spirito della vendetta, andò fabbricando a sè stesso la propria rovina, e colla sua morte liberò da un gran peso la terra. In quest'anno ancora diede fine a' suoi giorni Childeberto III, re di Francia, che ebbe per successore Dagoberto III, tutti re di stucco in questi tempi, perchè re vero, benchè senza nome, era Pippino di Eristallo loro maggiordomo.
NOTE:
[185] Anastas., in Constant.
[186] Lupus, in Notis ad Canon. Concil. Trull.
[187] Pagius, ad Annal. Baron.
[188] Agnell., in Vit. Felicis, tom. 2, Rer. Italic.
[189] Rubeus, Histor. Ravenn., lib. 4.
[190] Theoph., in Chronogr.
[191] Niceph., in Chron.
[192] Cedren., in Annalib.
[193] Zonaras, in Historia.
[194] Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 31.
Anno di CRISTO DCCXII. Indizione X.
COSTANTINO papa 5. FILIPPICO imperadore 2. ALIPRANDO re 1. LIUTPRANDO re 1.
Sotto il nuovo imperadore Filippico si credeva omai di goder pace e tranquillità il romano imperio, quando costui si venne a scoprire imbevuto di errori contrarii alla dottrina ed unità della Chiesa cattolica. Si disse (ma forse fu una ciarla inventata da alcuno) che un monaco del monistero di Callistrato molti anni prima gli avea più volte predetto l'imperio, con raccomandargli insieme di abolire il concilio sesto generale, come cosa mal fatta, se pure a lui premeva di star lungamente sul trono. Gliel promise Bardane[195], ossia Filippico, e la parola fu mantenuta. Poco dunque stette, dopo esser giunto al comando, che raunato un conciliabolo di vescovi, o adulatori o timorosi, fece dichiarar nullo il suddetto concilio, ed insieme condannare i padri che lo aveano tenuto, avendo già cacciato dalla sedia di Costantinopoli Ciro, e a lui sostituito Giovanni aderente ai suoi errori. Se ne stava poi questo novello Augusto passando le ore in ozio nel palazzo, e pazzamente dilapidando i tesori raunati dai precedenti Augusti, e massimamente dal suo predecessore Giustiniano II con tanti confischi da lui fatti sotto varii pretesti. Per altro nel parlare era molto eloquente, e veniva riputato uomo prudente; ma ne' fatti si scoprì inabile a sì gran dignità, e specialmente sporcò la sua vita coll'eresia e con gli adulterii, essendo penetrata la sua lussuria fin dentro i chiostri delle sacre vergini. La fortuna di Filippico fu ancor quella di Felice arcivescovo di Ravenna, il quale accecato viveva in esilio nella Crimea[196]. Venne egli rimesso in libertà dal nuovo Augusto, con fargli restituire quanto avea perduto. Fu anche regalato da lui di molti vasi di cristallo, ornati d'oro e di pietre preziose. Fra gli altri doni v'era una corona picciola d'oro, ma arricchita di gemme di tanta valuta, che un giudeo mercatante, a' tempi d'Agnello storico, interrogato da Carlo Magno, quanto se ne caverebbe vendendola, rispose che tutte le ricchezze e i paramenti della cattedral di Ravenna non valevano tanto come quella sola corona. Ma questa, soggiugne Agnello, sotto lo arcivescovo Giorgio, che fu ai suoi giorni, sparì. Racconta dipoi esso storico un miracolo fatto da questo arcivescovo, con far morire daddovero chi s'era finto morto per burlarlo. Ma in questi secoli una gran facilità v'era a spacciare, e molto più a credere le cose maravigliose; e noi, dopo aver veduto la superbia di questo prelato che volle cozzar coi romani pontefici, non abbiamo gran motivo di tenerlo per santo. Convien nondimeno confessare il vero, e ne abbiam la testimonianza di Anastasio bibliotecario[197], che, ritornato questo arcivescovo in Italia, pentito dell'antico orgoglio, mandò a Roma la sua profession di fede e l'atto della sua sommessione al papa, con che si riconciliò colla Chiesa romana, e visse poi sempre di accordo con lei. Secondo tutte le apparenze, Felice arcivescovo quegli fu che fece depor l'armi ai Ravennati e cessar la cominciata loro ribellione. Tre mesi dopo l'arrivo in Roma di papa Costantino, cioè verso il fine di gennaio dell'anno presente, arrivò colà la nuova della mutazione accaduta in Costantinopoli, colla creazione d'un imperadore eretico: cosa che turbò forte esso papa e tutta la Chiesa. Venne dipoi anche lettera del medesimo Augusto, che portava la dichiarazione degli errori di lui: ma il papa col consiglio del clero la rigettò. Anzi acceso di zelo tutto il popolo romano, fece pubblicamente dipingere nel portico di san Pietro i sei concilii generali, acciocchè ben comparisse il suo attaccamento alla vera fede. Animosamente ancora dipoi si oppose all'ordine mandato da Costantinopoli, che simili pitture si abolissero. Andò tanto innanzi lo zelo di esso popolo, che fu risoluto di non riconoscere Filippico per imperadore, nè di ammettere il suo ritratto, siccome si solea fare degli altri Augusti, con riporlo poi in una chiesa, nè di nominarlo nella messa e negli strumenti, nè di lasciar correre moneta battuta da lui. Ciò vien pure attestato da Paolo Diacono.
Fino a questi tempi Ansprando, aio del fu re Liutberto, avea fermato il piede in Baviera. Probabilmente era anche egli o nativo o oriondo di quel paese, che avea dato più re ai Longobardi in Italia, siccome abbiam veduto[198]. Ora egli, ottenuto un poderoso corpo di soldatesche da Teodeberto duca d'essa Baviera, venne in Italia contra del re Ariberto II, che non fu pigro ad incontrarlo colle sue forze. Seguì fra loro una giornata campale, che costò di gran sangue all'una e all'altra parte. La notte fu quella che separò i combattenti; e la verità è, che i Bavaresi ebbero la peggio, e si preparavano alla fuga. Ma Ariberto, che non dovea essere bene informato del loro stato, in vece di star saldo nel suo accampamento, giudicò meglio di ritirarsi coll'esercito in Pavia. Questa risoluzione, sì, perchè rimise in petto ai nemici l'ardire, e sì perchè tornò in vergogna e danno de' Longobardi, parendo che fossero vinti, cagionò tale alienazion d'affetto dei Longobardi verso di Ariberto, che protestarono di non voler più combattere per lui, e che volevano darsi ad Ansprando. Il perchè Ariberto, entrato nell'anno dodicesimo del suo regno, temendo di sua vita, determinò di ritirarsi in Francia; e preso quant'oro potè portar seco, segretamente fuggì dalla città. Ma mentre egli vuol passare a nuoto il Ticino, il peso dell'oro (se pur si può credere) fu cagione ch'egli restasse affogato nell'acque. Trovato nel dì seguente il suo cadavero, gli fu data sepoltura nella chiesa di san Salvatore fuori della porta di ponente, fabbricata dal re Ariberto I, suo avolo. A riserva del principio del regno di questo re, che coll'usurpazione e colla crudeltà si tirò dietro il biasimo dei saggi, Ariberto II si fece conoscere principe pio, limosiniere e amatore della giustizia. Ebbe egli in uso di uscir di corte la notte travestito, e di girar qua e là, per sentire non men da quei della terra che dai forestieri cosa si diceva di lui per le città, e qual giustizia si facesse dai giudici del paese: il che serviva a lui di scorta per rimediare ai non pochi disordini. E qualora venivano ambasciatori de' potentati stranieri a trovarlo, il costume suo era di lasciarsi loro vedere con abiti vili, e colle pellicce usate allora assaissimo dal popolo; nè mai volle imbandir la loro tavola di vini preziosi, nè di vivande rare, affinchè non concepissero grande idea del paese, e non venisse lor voglia d'insinuar la conquista d'Italia ai loro padroni. Ebbe un fratello per nome Gumberto, che, fuggito in Francia, quivi passò il resto de' suoi giorni, e lasciò dopo di sè tre figliuoli, uno de' quali, appellato Ragimberto, a' tempi di Paolo Diacono era governatore della città d'Orleans. Dappoichè terminato fu il funerale del re Ariberto II, di concorde volere i Longobardi elessero per re loro Ansprando, personaggio provveduto di tutte le qualità che si ricercano a ben governar popoli, e massimamente di prudenza, nel qual pregio ebbe pochi pari. Ma corto di troppo fu il suo regno, essendo stato rapito dalla morte dopo soli tre mesi di regno in età di cinquantacinque anni. Prima nondimeno di morire, ebbe la consolazion d'intendere che i Longobardi aveano proclamato re Liutprando suo figliuolo, così nominato, e non già Luitprando, come costa dalle lapidi e dai documenti antichi. Fu posto il di lui cadavero in un avello nella chiesa di sant'Adriano, fabbricata, per quanto si crede, da lui, col seguente epitaffio composto di versi ritmici.
ANSPRANDVS, HONESTVS MORIBVS, PRVDENTIA POLLENS, SAPIENS, MODESTVS, PATIENS, SERMONE FACVNDVS, ADSTANTIBVS QVI DVLCIA, FAVI MELLIS AD INSTAR, SINGVLIS PROMEBAT DE PECTORE VERBA. CVIVS AD AETHEREVM SPIRITVS DVM PERGERET AXEM, POST QVINOS VNDECIES VITAE SVAE CIRCITER ANNOS APICEM RELIQVIT REGNI PRAESTANTISSIMO NATO LYVTHPRANDO INCLYTO ET GVBERNACVLA GENTIS, DATUM PAPIAE DIE IDVVM IVNII INDICTIONE DECIMA.
Quel datum Papiae temo io che non si legga così disteso nel marmo, sì perchè questo non è un diploma o una lettera da mettervi il datum, e sì perchè non si soleva per anche dire Papiae, ma bensì Ticini. Verisimilmente le due sole lettere DP, che significano depositus, si son convertite in Datum Papiae. Per altro sta bene la nota cronologica, apparendo da varie memorie da me rapportate nelle Antichità Italiche, e da altre osservate dal cardinal Baronio[199], dal p. Pagi[200] e da altri, che cominciò in quest'anno a regnare il re Liutprando suo figlio, giovane bensì, ma principe di grande aspettazione. Veggasi ancora uno strumento della primaziale di Pisa, da me pubblicato[201], da cui apparisce che tra il febbraio e luglio dell'anno presente Liutprando diede principio all'epoca del suo regno. Prima nondimeno di terminar quest'anno, vo' riferire un fatto spettante ai tempi del re Ariberto II, e succeduto nell'anno undecimo del suo regno, per cui si accese in Toscana una fiera lite fra i vescovi di Arezzo e di Siena, che durò poi dei secoli, come apparisce dagli Atti da me dati alla luce nelle Antichità italiche[202]. Ne rapporterò il principio colle parole stesse di Gerardo, vecchio primicerio della Chiesa aretina che ne lasciò nell'anno 1057 una memoria, tuttavia esistente manuscritta nell'archivio di quei canonici, e da me tempo fa copiata. Aripertus (dice egli) filius ejus regnavit annos XII, cujus regni anno undecimo senensis civitatis episcopus contra Deum, suique ordinis periculum, sanctorum patrum firmissima jura, sanctaeque Ecclesiae terminos transgressus, invasit quamdam sanctae aretinae ecclesiae paroechiam, senensi territorio positam, atque per integrum annum enormiter, ut ipse episcopus postea ante Liutprandum gloriosissimum regem confessus est, usurpavit, ordinans in ea aliquanta oracula, et duos presbyteros; statimque synodali terrore perterritus cessavit. Tunc autem haec temeraria praesumptio et prima usurpatio initium sumpsit, ut in vetustissimis thomis ego Gerardus, antiquus sanctae aretinae Ecclesiae primicerius, qui et haec omnia, Deo teste, veraciter ordinavi, legi paucis ab... Lupertianus aretinensis episcopus cum suis domesticis habitabat apud plebem sanctae Mariae in Pacina, pacifico et quieto ordine exercens ea, quae ad episcopum pertinent in sua dioecesi. Illo autem tempore senensis civitas erat domnicata ad manus Ariberti regis Langobardorum, habitabatque in ea judex regis Ariperti, nomine Gundipertus, qui veniens simul cum Roberto Castaldio regis Ariberti ad plebem sanctae Mariae in Pacina, ubi episcopus Lupertianus aritinensis erat, nullamque reverentiam episcopo exhibens, coepit homines ipsius episcopi injuriose atque contumeliose distringere, atque per placita fatigare. Quod factum, Aretini, qui cum episcopo erant, non volentes pacificare, tandem irruentes ipsum Godipertum judicem senensis civitatis occiderunt. Qua de causa universus senensis populus commotus est adversus Lupertianum episcopum, eumque inde fugaverant, illam que parochiam Adeodatum senensem episcopum, qui erat consobrinus praedicti Godoperti judicis, quem Aretini interfecerant, volentem, nolentemque per unum annum tenere fecerunt. Ibique tria oracula (cioè tre oratorii) et duos presbyteros enormiter, et contra ecclesiasticam disciplinam consecravit. Obiit autem praedictus rex anno Dominicae Incarnationis DCCXII. Vedremo andando innanzi la continuazion di questa lite, essendo qui solamente da osservare che non di una sola parrocchia, ma di molte si disputò fra que' vescovi, siccome fra poco si osserverà. Continuarono ancora in quest'anno i Saraceni le loro conquiste nella Spagna, con impadronirsi di Merida, di Siviglia, di Saragozza e d'altre città. Solamente fece loro fronte il valoroso Pelagio, che eletto re dei Cristiani nell'Austria, riportò anche varie vittorie contra di quegl'infedeli.
NOTE:
[195] Theoph., in Chronogr.
[196] Agnell., in Vit. Felicis, tom. 2 Rer. Italic.
[197] Anastas. Biblioth. in Constant.
[198] Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 35.
[199] Baron., Annal. Eccl.
[200] Pagius, ad Annal. Baron.
[201] Antiquitat. Italic., tom. 3, pag. 1005.
[202] Antiquit. Ital., Dissertat. LXXIV.
Anno di CRISTO DCCXIII. Indizione XI.
COSTANTINO papa 6. ANASTASIO imperadore 1. LIUTPRANDO re 2.
Potrebb'essere che in quest'anno fosse succeduta l'andata di Benedetto arcivescovo di Milano, uomo di santa vita, a Roma per sua divozione, narrata da Paolo Diacono[203] e da Anastasio bibliotecario[204]. Con tal occasione il buon prelato spiegò le sue querele al trono pontificio, pretendendo che a lui appartenesse il consecrare i vescovi di Pavia, come a metropolitano. Ma essendosi trovato che la Chiesa romana da gran tempo era in possesso di consecrar que' sacri pastori, sia perchè all'arrivo dei Longobardi in Italia l'arcivescovo di Milano si ritirò in Genova, soggetta all'imperadore, e seguitarono a dimorar colà alcuni suoi successori; oppure perchè i re longobardi procurassero al vescovo della loro principal residenza l'esenzione dal metropolitano: comunque fosse, certo è ch'esso arcivescovo ebbe la sentenza contro; e però seguitarono sempre da lì innanzi i vescovi di Pavia ad essere indipendenti dalla cattedra di Milano, ed immediatamente sottoposti al romano pontefice. Per altro anticamente non fu così, siccome io dimostrai in una dissertazione[205] stampata nell'anno 1697. Abbiamo poi attestato da esso Paolo Diacono la santità dell'arcivescovo Benedetto, il quale in fatti non cercò allora di acquistare un nuovo ed inusato diritto sopra la Chiesa di Pavia, ma bensì di ricuperare e conservare l'antica sua autorità. In Roma stessa seguì nel presente anno uno sconcerto[206]. V'era per governatore Cristoforo duca. Per iscavalcarlo da quel posto, un certo Pietro ricorse all'esarco di Ravenna, che gli diede le patenti di quel governo. Ma essendo che i Romani non voleano sentir parlare di Filippico imperador monotelita, a nome o col nome del quale era stato dato posto a Pietro, buona parte di loro si unì con determinazione di non voler questo duca. La fazione adunque che sosteneva Cristoforo si azzuffò coll'altra che era in favore di Pietro, nella via sacra davanti al palazzo, e ne seguirono morti e ferite. Più oltre si sarebbe dilatato questo fuoco, se papa Costantino non avesse inviato de' sacerdoti, che coi santi vangeli e colle croci divisero la baruffa. E buon per la parte di Pietro, la quale già soccombeva; ma perciocchè fu fatta ritirar l'altra parte che si chiamava la cristiana, Pietro proditoriamente se ne prevalse, e fece credere d'essere rimasto vincitore. Poco poi stette ad arrivar dalla Sicilia la nuova che l'eretico imperador Filippico era stato deposto. Come seguisse la di lui caduta l'abbiamo da Teofane, da Niceforo, da Zonara e da Cedreno. Molti erano malcontenti di questo principe dopo averlo scoperto nemico del concilio sesto universale, e tanto più perchè egli, a cagione di questa sua alienazione dalla sentenza cattolica, s'era messo a perseguitare i vescovi cattolici. S'aggiunse che i Bulgari fecero un'improvvisa irruzione fino al canale di Costantinopoli, e molti ancora passarono di là, con fare un terribil saccheggio e condur via un'immensa quantità di prigioni, senza che Filippico facesse provvisione alcuna in queste calamità. I Saraceni anch'essi, dopo aver preso Mistia ed Antiochia di Pisidia, fecero dalla lor parte di simili incursioni con riportarne un incredibil bottino. Ora congiurati alcuni senatori, mossero Rufo primo cavallerizzo a deporre questo inetto e mal gradito imperadore. Nella vigilia di Pentecoste con una truppa di soldati entrò esso Rufo nel palazzo, e trovato Filippico che dopo il pranzo dormiva, il trasse fuori, gli fece cavar gli occhi, ma non gli tolse la vita. Nel dì seguente di Pentecoste, essendosi raunato il popolo nella gran chiesa, fu eletto e coronato imperadore Artemio, primo de' segretarii di corte, a cui fu posto il nome di Anastasio. Era egli versatissimo negli affari, dottissimo e zelante della vera dottrina della Chiesa. Non tardò il medesimo Augusto a spedire in Italia un nuovo esarco, cioè Scolastico patrizio e suo gentiluomo di camera, che portò a papa Costantino[207] l'imperial lettera, con cui si dichiarava seguace della Chiesa cattolica, e difensore del concilio sesto generale: il che recò una somma contentezza al papa e al popolo romano. Ed allora fu che Pietro fu pacificamente installato nella dignità di duca e governatore di Roma, con aver prima data parola di non offendere chi s'era opposto in addietro al suo avanzamento. Fece in questo anno il re Liutprando una giunta di nuove leggi a quelle di Rotari e di Grimoaldo. Nella prefazione da me stampata[208] nel corpo delle leggi longobardiche, egli s'intitola christianus et catholicus Deo dilectae gentis Langobardorum rex. Soggiugne di aver fatte esse leggi anno, Deo propitio, regni mei primo pridie kalendas martias, indictione undecima, una cum omnibus judicibus (cioè coi conti, o vogliam dire governatori della città) de Austriae et Neustriae partibus, et de Tusciae finibus, cum reliquis fidelibus meis Langobardis et cuncto populo assistente. Però è da notare che non si stabilivano allora, nè si pubblicavano leggi senza la dieta del regno e l'approvazione de' popoli. Con ciò ancora vien confermata la cronologia d'esso re Liutprando, correndo nell'indizione undecima, cioè nell'anno presente, il primo anno del regno suo. Noi troviamo in un documento[209] di quest'anno Walperto (lo stesso che Gualberto) duca della città di Lucca, cioè governatore di quella città.
NOTE:
[203] Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 29.
[204] Anast., in Constant.
[205] Anecdot. Latin. tom. 1.
[206] Anastas., in Constant.
[207] Anastas., in Constant.
[208] Leges Langobard., P. II, T. I Rer. Italic.
[209] Antiquit. Italic., tom. 1, p. 227.
Anno di CRISTO DCCXIV. Indizione XII.
COSTANTINO papa 7. ANASTASIO imperadore 2. LIUTPRANDO re 3.
Erasi già assodato nel regno il re Liutprando, e tutto era in pace, quando si venne a scoprire una trama ordita contra di lui nella stessa Pavia[210]. Rotari suo parente quegli era che macchinava di torgli la vita con isperanza, per quanto si può conghietturare, di succedergli nel regno. A tal fine aveva egli preparato un convito in sua casa, dove pensava d'invitare il re, e messi in disparte degli sgherri fortissimi, che nel più bello del pranzo doveano fare la festa al re. N'ebbe sentore Liutprando, e però mandò a chiamar Rotari; e, giunto costui alla sua presenza, tastò colle mani s'era vero che portasse il giaco sotto ai panni, come gli era stato supposto, e trovò ch'era così. Rotari scoperto diede indietro, e sfoderò la spada per uccidere il re, ma il re non fu mica pigro a sguainar la sua. Allora una delle guardie, per nome Sabone, prese per di dietro Rotari, con restare ferito da lui nella fronte. Accorsero l'altre guardie, e saltandogli addosso, lo stesero morto a terra. Quattro suoi figliuoli, che non erano a questo spettacolo, restarono anche essi uccisi, dovunque furono trovati. Per attestato poi di Paolo Diacono, era Liutprando di mirabil ardire. Gli fu riferito che era scappato detto a due de' suoi scudieri di volerlo ammazzare. Un dì li fece venir seco nel più folto d'un bosco, e messa mano alla spada, li rimproverò per l'iniquo loro disegno, con soggiugnere che era allora il tempo di eseguirlo. Gli caddero a' piedi impauriti con rivelargli il meditato delitto, e chiedergli misericordia. Così fece con altri; e bastava confessare e dimandar mercè, che egli dipoi generosamente perdonava. Attese in quest'anno il saggio imperadore Anastasio, secondo la testimonianza di Teofane[211], a fortificare e provveder di viveri la città di Costantinopoli, e far de' mirabili preparamenti per terra e per mare, affin di mettere argine alle continuate conquiste de' Saraceni, non lasciando di trattar nello stesso tempo con loro di pace, e massimamente perchè voce correa che volessero venir sotto Costantinopoli. L'anno poi fu questo, in cui venne a morte Pippino di Eristallo, potentissimo maggiordomo del regno di Francia. A lui succedette nel medesimo grado Carlo appellato Martello, che Alpaide sua concubina gli avea partorito, giovane di ventiquattr'anni, ma di un valore ed ingegno rarissimo. Egli avea per moglie Rotrude, da cui erano già nati Carlomanno e Pippino, che poi fu re di Francia. Ma per la morte del suddetto Pippino d'Eristallo si sconvolse tutto il reame de' Franchi, di maniera che seguirono varie battaglie con ispargimento di gran sangue dei popoli, come s'ha dagli scrittori della storia franzese. Da uno strumento scritto sotto questa indizione nell'anno secondo del re Liutprando, citato dal padre Mabillone[212], si ricava che continuava tuttavia nel governo di Lucca Walperto, ossia Gualberto, in qualità di duca o governatore, del quale s'è fatta di sopra nel fine dell'anno precedente menzione.
NOTE:
[210] Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 38.
[211] Theoph., in Chronogr.
[212] Mabill., Annal. Benedict., lib. 19, cap. 78.
Anno di CRISTO DCCXV. Indizione XIII.
GREGORIO II papa 1. ANASTASIO imperadore 3. LIUTPRANDO re 4.
Terminò in quest'anno Costantino papa il suo pontificato, chiamato da Dio a miglior vita nel dì 8 di aprile, per quanto crede il padre Pagi[213], con lasciar dopo di sè una gloriosa memoria. A lui succedette Gregorio II romano di nazione, ordinato papa nel dì 19 di maggio[214], che maggiormente illustrò la Chiesa romana colla santità dei costumi e colle sue insigni azioni. Era egli stato allevato fin dalla sua più verde età nel clero della basilica lateranense, e salito per varii gradi al diaconato, aveva accompagnato papa Costantino alla corte imperiale, dove diede buon saggio del suo sapere. Trovavasi appunto unita in lui la scienza delle divine Scritture, l'amore della castità, la facondia del parlare, e la fermezza d'animo, specialmente nella difesa della dottrina e di ciò che riguarda la Chiesa cattolica. Nè minore fu il suo zelo per la sicurezza di Roma sua patria; e lo fece ben tosto conoscere, perchè appena fu entrato nella sedia pontificale, che fatte far delle fornaci di calce, ordinò che si ristaurassero le mura di quell'augusta città; e se ne cominciò in fatti la fabbrica dalla porta di san Lorenzo, ma non si proseguì poi per cagione di varii impedimenti che sopravvennero. Saputasi in Costantinopoli la di lui elezione, Giovanni patriarca gli scrisse tosto una lettera composta nel sinodo. E noi sappiam bene da Anastasio che Gregorio gli rispose, ma non sappiam già cosa contenesse la di lui risposta. Abbiamo poi da Teofane[215] che in questo medesimo anno esso patriarca Giovanni, perchè favoriva o almeno avea favorito i monoteliti, fu deposto per ordine dell'imperador Anastasio, e sostituito in suo luogo Germano, figliuolo del già Giustiniano patrizio, arcivescovo di Cizico, e in gran concetto per la sua rara letteratura, e più per le virtù insigni dell'animo suo e per lo zelo della dottrina cattolica: i quali pregi col tempo il fecero aggiugnere al catalogo de' santi. Circa questi tempi, siccome abbiamo da Andrea Dandolo[216], Paoluccio duca di Venezia procurò a sè stesso e al suo popolo l'amistà del re Liutprando, e ne ottenne un diploma, in cui erano concedute varie esenzioni ai Veneti nel regno de' Longobardi, con esprimere ancora i confini d'Eraclea, ossia di Città-nuova fra l'uno e l'altro dominio, dalla Piave maggiore fino alla Piavicella: certo essendo che le isole componenti Venezia erano escluse dal regno dei Longobardi. A questa determinazion dei confini per la parte del duca intervenne Marcello generale della milizia, e n'è fatta menzione nei diplomi che susseguentemente riportarono gli altri duchi o dogi di Venezia dai re d'Italia. Di sopra all'anno 707 vedemmo fatta dal re Ariberto II la donazione, ossia la restituzione del patrimonio dell'Alpi Cozie alla Chiesa romana. Non approvò il re Liutprando tal concessione, e tornò a metter le mani addosso a que' beni e censi. Ma con tal premura e forza l'intrepido pontefice Gregorio II gli scrisse intorno a questo affare, con far valere le ragioni della Sede apostolica[217], che Liutprando cedette e confermò ad essa santa Sede quanto avea conceduto il re Ariberto II. Fu il presente anno l'ultimo della vita di Dagoberto III re de' Franchi, al quale succedette Chilperico II, in tempi appunto che tutta la Francia era sossopra per le guerre civili e per le dispute del grado di maggiordomo. Era stato posto prigione Carlo Martello da Plettrude sua matrigna, ma ebbe la maniera di scappare e di rimettere in piedi il suo partito, con istradar poscia al regno i suoi discendenti. Finì ancora di vivere in quest'anno Valid califfo ed imperador de' Saraceni, dopo aver sottomessa al suo imperio quasi tutta la Spagna, e gli succedette suo fratello Solimano.
Bolliva più che mai la lite agitata fra' vescovi di Arezzo e di Siena, per cagione, non già di una parrocchia, ma di molte, che l'uno e l'altro pretendevano essere di sua giurisdizione. Aveva il re Liutprando nell'anno precedente inviato Ambrosio suo maggiordomo a conoscere questa controversia, e davanti a questo ministro fu agitata la causa da Luperziano vescovo di Arezzo, e da Adeodato vescovo di Siena. Allegava il primo un immemorabil possesso di varie chiese battesimali e di alcuni monisteri, posti bensì nel distretto di Siena, ma sottoposti al vescovo aretino, fin quando i romani imperadori signoreggiavano la Toscana. Rispondeva il vescovo sanese, che allorchè i Longobardi s'impadronirono della Toscana, Siena non avea vescovo; l'ebbe dipoi ai tempi del re Rotari; e che i Sanesi aveano pregato il vescovo d'Arezzo di prendersi cura di quelle chiese; ed aver ben l'aretino co' suoi successori esercitate quivi le funzioni episcopali, ma precariamente; e per conseguente doversi que' luoghi sacri restituire. La sentenza fu proferita dal suddetto Ambrosio in favore della Chiesa aretina, perchè costava dell'immemorabil possesso. Ne è riferito l'atto dall'Ughelli[218], scritto regnante Liutprando rege anno tertio, indictione XI: dee dire Indict. XII. Rapporta eziandio esso Ughelli il diploma di approvazione fatta di quel giudicato dal re Liutprando: Datum Ticini in palatio regio, sexta die mensis martii, anno felicissimi regni nostri tertio, indictione tertia decima, cioè in quest'anno. Dubitò l'Ughelli della legittimità di tali atti; ma senza ragione. Ho io dato alla luce altri atti di questa lite[219], spettanti al medesimo anno presente, e che confermano i precedenti. Da essi apprendiamo, che essendosi richiamato il vescovo di Siena pel giudicato suddetto, fu deputato Gunteramo notaio all'esame di varie persone, per conoscere lo stato di quelle Chiese nei tempi antichi; e tal esame, che serve di molto all'erudizion di quei tempi, fu fatto sub die XII kalendarum juliarum, Indictione tertiadecima, cioè nel dì 20 di giugno dell'anno presente. Successivamente secondo l'ordine dell'eccellentissimo re Liutprando unitisi con esso Gunteramo Teodaldo vescovo di Fiesole, Massimo vescovo di Pisa, Specioso vescovo di Firenze, e Talesperiano vescovo di Lucca, disaminarono le ragioni dei suddetti due vescovi litiganti, ed ascoltarono i testimoni. Dopo di che decisero in favore del vescovo di Arezzo. Il giudicato loro fu fatto V die mensis julii, regnante suprascripto domno nostro excellentissimo Liutprando rege, anno quarto perindictio tertiadecima, cioè nell'anno presente; riconoscendo da tali note, che Liutprando cominciò a regnare prima del dì 5 di luglio dell'anno 712. Leggesi finalmente pubblicato parimente da me il giudicato del medesimo re sopra questa controversia in favore del vescovo di Arezzo, con essere fra gli altri giudici intervenuto ad esso giudizio Theodorus episcopus Castri nostri, e inoltre Auduald dux. Ho io gran sospetto che questo Teodoro sia stato vescovo di Pavia, e che l'Ughelli non l'abbia posto al suo sito. Allora Pavia era anche appellata Castrum, perchè fortezza, perciò scelta per più sicura abitazione dai re longobardi. Anche da Ennodio[220] viene accennata Ticinensis Oppidi Augustia. Poichè per conto del duca Audoaldo ne aveva io rapportato nelle Antichità estensi l'epitaffio tuttavia esistente in Pavia, senza sapere a quali tempi esso appartenesse. Conoscendosi ora che esso duca visse sotto il re Liutprando, non dispiacerà ai lettori che io lo rapporti ancor qui:
SUB REGIBVS LIGVRIAE DVCATVM TENVIT AVDAX AVDOALD ARMIPOTENS, CLARIS NATALIBUS ORTVS, VICTRIX CVIVS DEXTRA SVBEGIT NAVITER HOSTES FINITIMOS, ET CVNCTOS LONGE LATEQVE DEGENTES, BELLIGERAS DOMAVIT ACIES, ET HOSTILIA CASTRA MAXIMA CVM LAVDE PROSTRAVIT DIDIMVS ISTE, CVIVS HIC EST CORPVS HVIVS SVB TEGMINE CAVTIS.
Più sotto si leggono queste altre parole:
LATE AT NON FAMA SILET, VVLGATIS FAMA TRIVMPHIS. QVAE VIVVM, QVALIS FVERIT, QVANTVSQVE PER VRBEM INNOTVIT, LAVRIGERVM ET VIRTVS BELLICA DVCEM; SEXIES QVI DENIS PERACTIS CIRCITER ANNIS SPIRITVM AD AETHERA MISIT, ET MEMBRA SEPVLCRO HVMANDA DEDIT, PRIMA CVM INDICTIO ESSET. DIE NONARVM IULIARVM, FERIA QVINTA.
Dalle quali parole intendiamo che questo duca Audoaldo morì in età di sessant'anni nel dì 7 di luglio dell'anno 718.
NOTE:
[213] Pagius, ad Annal. Baron.
[214] Anastas., in Gregor. II.
[215] Theophanes, in Chronogr.
[216] Dandol., in Chronic., tom. 12 Rer. Italic.
[217] Anastas., in Gregor. II. Paulus Diaconus, lib. 7, cap. 43.
[218] Ughell., Ital. Sacr., tom. I Episcop. Aretin.
[219] Antiquit. Italic. Dissert. 74.
[220] Ennod., in Vit. S. Epiphani Ticinens. Episcop.
Anno di CRISTO DCCXVI. Indizione XIV.
GREGORIO II papa 2. TEODOSIO imperadore 1. LIUTPRANDO re 3.
Degno era l'imperadore Artemio, detto Anastasio, di lungamente tener le redini dell'imperio romano, che sotto il suo saggio ed attivo governo già sperava di rinvigorirsi e di risarcire in parte le perdite fatte. Ma gli animi de' popoli per difetto dei passati Augusti aveano contratte delle malattie, la principal delle quali era di abborrir la cura de' medici. Avea preparata il buon imperadore una forte squadra di navi e di armati, per inviarla contro de' Saraceni, e questa era giunta a Rodi; quando per varii pretesti ammutinate quelle soldatesche, uccisero il general dell'armata, e in vece di proseguire il cammino, se ne tornarono a Costantinopoli. Trovato un certo Teodosio, esattor delle gabelle pubbliche, benchè uomo inetto ai grandi affari, contuttochè egli resistesse e fuggisse, pure il forzarono a prendere il titolo d'imperadore, Anastasio a questa nuova, dopo aver lasciata una buona guardia alla città, volò a Nicea, e quivi si fortificò. Per sei mesi durò l'assedio di Costantinopoli, seguendo ogni dì qualche baruffa fra i difensori e i ribelli. Trovaronsi in fine dei traditori che introdussero nella regal città quei scellerati, e diedero loro la comodità d'infierire sopra gli abitanti con un sacco generale e coll'incendio d'assaissime case. Costoro, ingrossati dai Goto-Greci restarono talmente superiori, che Artemio Anastasio veggendo disperate le cose, trattò d'accordo, con che gli fosse salvata la vita. Però deposto il manto imperiale, elesse la veste monastica e fu relegato da Teodosio nuovo Augusto a Salonichi. In tal maniera restò pacificamente imperadore esso Teodosio, il quale, siccome buon cattolico, fece rimettere in pubblico la pittura del concilio sesto generale, abolita dianzi dall'empio Filippico; il che gli guadagnò qualche stima ed amore presso il popolo. Circa questi tempi Faroaldo II duca di Spoleti, per attestato di Paolo Diacono[221], alla testa del suo esercito venne alla città di Classe, tre miglia lungi da Ravenna, e non vi trovando difesa per l'improvvisata del suo arrivo, se ne impadronì. Ne fece doglianze l'esarco Scolastico al re Liutprando, ed egli disapprovando quell'occupazione, siccome fatta sotto il mantello della pace, ordinò a Faroaldo di restituirla; e così fu fatto. Il conte Bernardino di Campello nella sua storia di Spoleti[222] fa di molte frange a quest'azione, con poche parole raccontata da Paolo Diacono, volendo fra l'altre cose far credere che i duchi di Spoleti fossero indipendenti dall'autorità dei re longobardi, e che que' popoli non avessero alcun sopra di loro, fuorchè il proprio duca. Con tal pretensione non si accorda già la storia di questi tempi. Ne' medesimi giorni ancora venne a Roma per sua divozione Teodone II duca della Baviera. Ma nell'ottobre di quest'anno fu afflitta essa città di Roma da una terribil inondazione del fiume Tevere, accennata da Anastasio[223]. Durò essa per sette giorni, ed era alta l'acqua nelle piazze e contrade. Atterrò molte case, portò via infiniti alberi, ed impedì la seminagione. Varie processioni e preghiere furono intimate dal santo papa, e tornaron l'acque all'usato loro cammino.
NOTE:
[221] Paulus Diaconus, lib. 6, cap 44.
[222] Campelli, Istoria di Spoleti lib. 12.
[223] Anastas., in Gregor. II.
Anno di CRISTO DCCXVII. Indizione XV.
GREGORIO II papa 3. LEONE Isauro imperadore 1. LIUTPRANDO re 6.
Alle leggi longobardiche fu ancora in quest'anno fatta dal re Liutprando un'altra giunta[224] die kalend. martii anno regni nostri, Deo propitio, V, indictione XV, coll'intervento ed assenso dei primati del popolo. Ivi egli è intitolato excellentissimus rex gentis felicissimae, catholicae, Deoque dilectae Langobardorum. Godeva in fatti sotto quei re un'invidiabil pace il loro popolo, ed era con vigore amministrata la giustizia: al contrario dell'imperio romano in Oriente, sconvolto da tante rivoluzioni, lacerato da tante parti dai Saraceni, e governato bene spesso da imperadori o inetti, o eretici, o crudeli: dei quali disordini entrava talvolta a parte anche il paese che restava sotto il loro dominio in Italia. Succedette appunto in quest'anno, secondo la testimonianza di Teofane[225] e di Niceforo[226], una nuova mutazion di principe in Costantinopoli. Andavano alla peggio gli affari pubblici per l'insufficienza di Teodosio imperadore; e il peggio era che si sentiva un formidabil preparamento dalla parte de' Saraceni e di Solimano loro califa ed imperadore, per venire all'assedio di quella imperial città. Però cominciarono tanto i pubblici magistrati quanto gli uffiziali della milizia ad esortar Teodosio, che volesse dimettere l'eccelsa sua carica, e lasciar luogo in sì gran bisogno e pericolo del pubblico a chi avesse più abilità e petto. Acconsentì egli da saggio, si ritirò, ed arrolatosi col figliuolo nella milizia ecclesiastica, passò tranquillamente il resto de' suoi giorni. Appresso fu eletto imperadore Leone, generale allora dell'esercito di Oriente, nato in Isauria, e però conosciuto sotto nome di Leone Isauro, uomo di gran coraggio. Salì egli sul trono nel dì 23 di marzo, e poco stette a significar con sue lettere la esaltazione sua al sommo pontefice Gregorio II, con una chiara profession della fede cattolica: il che bastò perchè fosse ammessa la immagine di lui in Roma, e il papa s'impegnasse tutto alla conservazione del di lui stato in Italia. E forse fu in questi tempi che i Longobardi del ducato beneventano sotto il duca Romoaldo II con frode occuparono il castello di Cuma, che era allora una buona fortezza dipendente dal ducato di Napoli. Portatane a Roma la nuova, tutta la città ne restò molto afflitta, ma specialmente papa Gregorio[227], a cui è molto credibile che lo imperadore avesse raccomandata la difesa de' suoi dominii in Italia. Procurò prima il vigilantissimo papa con preghiere d'indurre i Longobardi a restituire il mal tolto; adoperò poscia le minacce dell'ira di Dio; esibì loro un grosso regalo: tutto indarno; più ostinati e superbi che mai i Longobardi tennero salda la preda, e n'era molto in pena il buon pontefice. Cominciò dunque a scriver lettere a Giovanni duca di Napoli, e gl'insegnò la maniera di ricuperar quell'importante luogo. In fatti esso duca con Teotimo suddiacono e correttore, menando seco un buon corpo di truppe, di mezza notte diede la scalata a quel castello, ed entrato dentro vi ammazzò trecento di quei Longobardi, e cinquecento ne menò prigioni a Napoli. Per ricuperare questo castello spese lo zelante papa settanta libbre d'oro. In quest'anno medesimo si effettuò il già temuto assedio di Costantinopoli. Con un immenso esercito di fanti e cavalli venne allo stretto[228] Masalma, ossia Malsamano, generale de' Saraceni, e passato nella Tracia nel dì 15 di agosto, diede principio a strignere quella imperial città. Sopravvenne per mare nel dì primo di settembre lo stesso califa ossia imperador de' Saraceni Solimano con mille ed ottocento vele, e con alcune navi di smisurata grandezza ed altezza, e dalla parte dello stretto cominciò anch'egli ad infestar la città. Non ommise in tal congiuntura diligenza alcuna l'imperador Leone per la difesa; e il popolo confidato specialmente nella protezion della beatissima Vergine Madre di Dio della quale era divotissimo, sostenne sempre con animo coraggioso ed allegro tutti gli assalti e le fatiche della guerra. Meglio che mai si provò allora di quanta attività ed aiuto fosse il fuoco greco. Portato questo con barche incendiarie, e gittato con sifoni addosso ai legni nemici, non picciola parte ne distrusse. Arrivò poscia il verno, che fu dei più orridi, perchè più di tre mesi stette coperta la terra di ghiacci e nevi: il che cagionò una gran mortalità ne' cavalli, cammelli ed altre bestie de' Saraceni. Terminò la sua vita in quest'anno il califa Solimano, ed ebbe per successore Umaro ossia Omaro. Secondo la Cronica di Andrea Dandolo[229] essendo venuto a morte Paoluccio duca di Venezia, conoscendo il popolo che alla pubblica concordia conferiva di molto d'avere un capo e duca, elessero per suo successore Marcello, che fu il secondo fra i loro dogi.
NOTE:
[224] Leges Langobard. P. II Tom. I, Rer. Italic.
[225] Theoph., in Chronogr.
[226] Niceph., in Chron.
[227] Anastas., in Greg. II. Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 40.
[228] Theoph., in Chronogr.
[229] Andreas Dandulus, in Chron. Tom. 12, Rer. Italic.
Anno di CRISTO DCCXVIII. Indizione I.
GREGORIO II papa 4. LEONE Isauro imperadore 2. LIUTPRANDO re 7.
Ebbe fine in quest'anno gloriosamente per i Greci l'assedio di Costantinopoli, intrapreso nell'anno addietro dei Saraceni[230]. Nella primavera comparve in aiuto di costoro una flotta di cinquecento navi, ed altrettante minori barche che venivano dall'Egitto cariche di grani. Un altro stuolo parimente di trecento sessanta legni, pieni d'armi e di vettovaglie giunse dall'Africa. Ambedue per paura del fuoco greco si ancorarono molto lungi dalla città. Ma Leone mandò a trovarle una man di galeotte provvedute di quel fuoco micidiale, quando men sel pensavano; e parte ne incenerì, parte ne prese, e ne ricavarono un ricco bottino i suoi soldati. Mentre ancora un grosso corpo di quegl'infedeli devastava la Tracia, fu bravamente disfatto dai Cristiani. Crescendo poi la fame nel campo saracenico, furono costretti quei Barbari a mangiar le carni di tutti quei cavalli, cammelli ed asini che morivano. Ebbero ancora una fiera percossa dai Bulgari, dicendosi che per loro mano restarono uccise ben ventidue migliaia di Saraceni. In somma tante furono le avversità, che, per misericordia di Dio ed intercessione della santissima Vergine, piombarono addosso a quell'infedele esercito, che nel dì 15 d'agosto sciolsero l'assedio, e s'inviarono verso le loro contrade. Ma non vi arrivarono. Insorta nel viaggio una terribil burrasca, disperse tutti que' legni, e chi in una parte e chi in altra si affondarono, o andarono a fracassarsi in diversi lidi e scogli, talchè solamente cinque di essi poterono portare in Soria la nuova delle lor disgrazie e della mano potente di Dio sopra d'essi. Abbiamo medesimamente da Teofane e da Niceforo[231], che durante l'assedio dell'imperial città, Sergio protospatario e duca di Sicilia, figurandosi inevitabile la rovina dell'imperio in Oriente, e facendola credere già seguita ai soldati e al popolo, proclamò imperadore un certo Basilio figliuolo di Gregorio Onomagulo, con farlo coronare. Subito che a Costantinopoli pervenne l'avviso di questa ribellione, Leone Augusto spedì alla volta di Sicilia Paolo suo archivista col titolo di patrizio e duca della Sicilia sopra una nave veliera. Arrivò questi inaspettatamente a Siracusa, e tal terrore pose in cuore del suddetto Sergio, che scappò in Calabria, ricoverandosi sotto l'ale de' Longobardi quivi dominanti. Dopo avere il nuovo duca spiegate all'esercito le commessioni cesaree, e il buono stato della corte tutta in allegria per le vittorie ottenute sopra i Saraceni, ottenne dai Longobardi il falso imperador Basilio ed alcuni suoi complici, e fattane rigorosa giustizia, rimise la quiete e l'ubbidienza in quelle contrade. Non si sa ben l'anno, in cui, per cura del santo pontefice Gregorio II, risorse l'insigne monistero di Monte Cassino, devastato dai Longobardi circa cento trentacinque anni prima. Sappiamo bensì da Paolo Diacono[232] che ciò accadde sotto il suddetto papa, e non già sotto Gregorio III, come scrisse Leone Ostiense. Portatosi a Roma per sua divozione Petronace nobile bresciano, e ito a baciar i piedi del pontefice, fu da lui consigliato di passare a Monte Casino, per rimettere in piedi quel sacro luogo, celebre pel sepolcro di S. Benedetto. Andò Petronace, e quivi trovati alcuni pochi anacoreti, che il fecero lor capo, si diede a fabbricare la basilica e il monistero, dove col tempo raunò una riguardevol congregazione di monaci, da cui uscirono dipoi personaggi di gran santità e dottrina, e che servì coll'esempio suo a fondar assaissimi altri monisteri, tutti professori della regola di s. Benedetto. Parla in tal occasione Paolo Diacono anche del monistero insigne di s. Vincenzo al Volturno, molto prima fabbricato, e abitato a' tempi di esso Paolo da una grande adunanza di monaci, la cui cronica è stata da me data alla luce[233]. Questi due monisteri, siccome ancor quello di Farfa, erano in questi tempi i più rinomati d'Italia. Nacque in quest'anno a Leone Augusto un figliuolo, a cui fu posto il nome di Costantino, appellato di poi per soprannome Copronimo, perchè immerso nudo nel sacro fonte, allorchè si volle battezzarlo, come allora si usava, sporcò quell'acque coi suoi escrementi. San Germano patriarca di Costantinopoli, che il battezzava, predisse da ciò che questo principe nocerebbe col tempo ai cristiani e alla Chiesa.
NOTE:
[230] Theoph., in Chronogr.
[231] Niceph., in Chron.
[232] Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 40.
[233] Chron. Volturnense, P. II, tom. 1 Rer. Italic.
Anno di CRISTO DCCXIX. Indizione II.
GREGORIO II papa 5. LEONE Isauro imperadore 3. LIUTPRANDO re 8.
Era stato relegato, siccome accennai di sopra, a Salonichi Artemio, detto Anastasio, imperador già deposto[234]. La memoria delle passate grandezze non gli lasciava goder posa nel monistero, e questa in fine il condusse a far delle novità. Sollecitato per lettere da Niceta Silonite a ripigliar l'imperio, s'indirizzò a Terbellio principe dei Bulgari, che l'accompagnò con un esercito, ed inoltre gli sborsò cinquemila libbre d'oro per le spese della guerra. Con queste forze marciò alla volta di Costantinopoli, ma non vi trovò quella corrispondenza ch'egli s'era lusingato di avervi. Presero l'armi in favor di Leone i cittadini: il che veduto dai Bulgari, pensarono meglio di far mercato della persona di Artemio, consegnandolo vivo nelle mani d'esso Leone imperadore, da cui ben regalati se ne tornarono contenti alle lor case. Non vi fu perdono per la vita d'Artemio, di Niceta e di altri nobili suoi amici o complici; e collo spoglio e confisco de' loro beni s'arricchì non poco l'erario dell'imperadore. Circa questi tempi essendo stato eletto patriarca di Aquileia Sereno, ottenne il re Liutprando dal papa il pallio archiepiscopale per lui, giacchè, quantunque fosse cessato lo scisma di quella Chiesa, i papi non aveano voluto concederlo a quei patriarchi. Tal grazia fu a lui accordata con patto di non inquietare nè usurpare l'altrui giurisdizione. Ma non passò gran tempo che Sereno cominciò a voler raccorciare il piviale a Donato patriarca di Grado. Ne fece questi insieme col duca di Venezia, e coi vescovi dell'Istria suoi suffraganei, doglianza a papa Gregorio, il quale perciò scrisse a Sereno una lettera forte, incaricandogli di non istendere la sua autorità oltre ai confini del regno longobardico, nel qual regno non erano comprese nè Venezia coll'isole d'intorno, nè l'Istria. Un'altra lettera fu scritta da esso papa a Donato patriarca di Grado, a Marcello doge, e al popolo di Venezia e dell'Istria intorno a questo particolare. Son rapportate queste lettere dal Dandolo[235], e le riferisce ancora il cardinal Baronio[236], ma troppo tardi, e certamente fuor di sito. Il Dandolo, da cui sono state conservate, parla dipoi di cose avvenute sotto l'anno quarto di Leone Isauro, e però sembra più convenevole il farne qui menzione che altrove. Merita nondimeno attenzione quel che saviamente ha osservato in questo proposito il padre Bernardo de Rubeis[237], tenendo egli che poco dopo l'anno 716 il pontefice Gregorio scrivesse quelle lettere.
NOTE:
[234] Teoph., in Chronogr.
[235] Dandulus, in Chronic., tom. 12 Rer. Ital.
[236] Baron., in Annal. Eccl. ad ann. 729.
[237] De Rubeis, Monument. Eccl. Aquilejens., cap. 36.
Anno di CRISTO DCCXX. Indizione III.
GREGORIO II papa 6. LEONE Isauro imperadore 4. COSTANTINO Copronimo Augusto 1. LIUTPRANDO re 9.
Fece in quest'anno il re Liutprando una giunta di quattro altre leggi al corpo delle longobardiche[238]. Questa fu fatta anno, Deo propitio, regni mei octavo, die kalendarum martiarum, Indictione III, una cum illustribus viris optimatibus meis Neustriae (credo io che vi manchi et Austriae) ex Tusciae partibus, vel universis nobilibus Langobardis. Se poi vogliamo stare ai conti di Camillo Pellegrini[239], in quest'anno cessò di vivere Romoaldo II duca di Benevento, dopo aver governato per ventisei anni quel ducato. Secondo la credenza di esso Pellegrini, fondata sopra una storia del monistero di s. Sofia, gli succedette Adelao, o Audelao, che per due anni fu duca, e dopo di lui nell'anno 722 fu eletto duca di Benevento Gregorio nipote del re Liutprando. Ma questi conti non s'accordano con quei di Paolo Diacono, siccome vedremo all'anno 731, dove mi riserbo di parlarne. Abbiamo poi da Teofane[240] che nel sacro giorno di Pasqua del presente anno Leone Isauro imperadore prese per collega nell'imperio, e fece coronare da san Germano, patriarca di Costantinopoli, il suo picciolo figlio Costantino Copronimo, gli anni del cui imperio si cominciarono a contare in questo anno. In esso anno parimente diede fine alla sua vita Chilperico II re di Francia, e in suo luogo fu sostituito Teoderico, appellato Calense, perchè nutrito nel monistero di Chelles, quattro leghe lungi da Parigi. Ma in questi tempi il governo della maggior parte della monarchia francese era in mano di Carlo Martello, acquistato od usurpato a forza di battaglie e di vittorie. Solamente gareggiava con lui Eude, duca dell'Aquitania, che in quest'anno stimò bene di fare pace con esso Carlo, perchè i Saraceni padroni della Spagna, minacciavano la guerra alla Linguadoca e alla stessa Aquitania, cioè alla moderna Ghienna e Guascogna.
NOTE:
[238] Leges Langobard., P. II, tom. 1 Rer. Italic.
[239] Camil. Peregrinus, tom. 2 Rer. Italic.
[240] Teoph., in Chronogr.
Anno di CRISTO DCCXXI. Indizione IV.
GREGORIO II papa 7. LEONE Isauro imperadore 5. COSTANTINO Copronimo Augusto 2. LIUTPRANDO re 10.
Andavano sempre più scorgendo i Longobardi, che al corpo delle loro leggi mancavano molte provvisioni per i contratti, per le successioni, e per moltissimi altri casi dell'umano commercio; nè si sentivano essi voglia di assoggettarsi alle leggi imperiali, colle quali nondimeno lasciavano che si regolasse il popolo di nazione romana, cioè italiana, sottoposto al loro dominio. Perciò undici nuove leggi aggiunse in quest'anno il re Liutprando alle precedenti[241]. Dura ancora in molti luoghi l'uso d'alcune di quelle leggi rinnovate negli statuti della città, come, per esempio, che ai contratti delle donne debbano intervenire i loro parenti col giudice. Secondo le leggi romane, non era permesso ai servi, o vogliam dire schiavi, persone vili, lo sposar donne libere di nascita, perchè la libertà una volta era una spezie di nobilità. Ora di questa nobilità faceano gran conto i Longobardi ed era loro permesso dalla legge di far vendetta di una lor parente libera, e di un servo che l'avesse presa per moglie. Che se dentro lo spazio di un anno questa vendetta non era seguita, tanto il servo che la donna divenivano servi del re e del suo fisco. Provvide ancora il medesimo re Liutprando alle negligenze de' giudici nella spedizion delle cause con altri utili regolamenti per l'amministrazion della giustizia e per l'indennità de' popoli. Furono pubblicate queste leggi regni nostri anno, Deo protegente, nono, die kalendarum martiarum, Indictione IV, e per conseguente in quest'anno. Nel quale fu celebrato in Roma dal santo pontefice Gregorio II un concilio, in cui furono, sotto pena di scomunica proibiti i matrimonii con persone consacrate a Dio, o che doveano osservar castità, dacchè i mariti di lor consenso aveano presi gli ordini del presbiterato o diaconato. Aveano i Visigoti fin qui tenuta in lor potere la Gallia Narbonense, ossia la Linguadoca. I Saraceni, divenuti già padroni della maggior parte della Spagna, ansavano dietro anche a questo boccone, considerandolo come pertinenza del regno spagnuolo; ed appunto in quest'anno riuscì a Zama generale del medesimi di conquistar quel paese, e di occupar Narbona[242], che n'era la capitale. Non si contentarono di questo, assediarono anche la città di Tolosa; ma Eude, valoroso duca d'Aquitania, con una numerosa armata di Franchi fu a trovarli, venne con loro alle mani, e ne riportò una segnalata vittoria con istrage memorabile di quegli infedeli. Non si sa quasi intendere come la razza de' Saraceni, già confinati nell'Arabia, crescesse in tanto numero da occupare e tenere tutta la Persia, la Soria, l'Egitto le coste dell'Africa e tante altre provincie; e come con tante rotte ricevute sotto Costantinopoli ed altrove, pure sempre più religiosa minacciasse tutto il resto del romano imperio. Ma è da credere che con loro e sotto di loro militassero i popoli soggiogati, massimamente sapendosi che molti d'essi o per amore o per forza avevano abbracciato il maomettismo.
NOTE:
[241] Leges Langobard., P. II, tom. 1 Rer. Italic.
[242] Chron. Moyssiacense, et alii Anual.
Anno di CRISTO DCCXXII. Indizione V.
GREGORIO II papa 8. LEONE Isauro imperadore 6. COSTANTINO Copronimo Augusto 3. LIUTPRANDO re 11.
In quest'anno ancora il re Liutprando fece un accrescimento di ventiquattro nuove leggi al corpo delle longobardiche[243]. Chiaramente si conosce che il pontefice doveva aver comunicati ad esso re i decreti fatti nel concilio romano dell'anno antecedente intorno ai matrimonii illeciti; perciocchè nella prima di esse è vietato alle fanciulle, o donne che han preso l'abito monastico o religioso, il tornare al secolo e maritarsi; e, quel che potrebbe parere strano, ancorchè non fossero state consacrate dal sacerdote; il che noi appelliamo far la professione. Può essere che nel prendere l'abito monastico seguisse allora qualche voto di castità, altrimenti ai dì nostri sembrerebbe dura una tal legge. Sono quivi intimate varie pene contra le donne suddette mancanti in questo, e contro chi le avesse sposate, e ai mundoaldi o tutori di esse donne, che avessero consentito a tali nozze. Leggi parimente furono fatte contro chi sposasse delle parenti, o rapisse le altrui donne. Fu anche provveduto ai servi fuggitivi, affinchè fossero presi, con decretar pene ai ministri della giustizia negligenti a farli prendere, ed avvisarne i padroni. Durò presso i Longobardi, come ancora presso l'altre nazioni di questi tempi, l'uso de' servi, che noi ora chiamiamo schiavi, tal quale era stato in addietro presso i Greci e Romani. Se ne servivano essi per far lavorare le loro terre, e per i servigii delle lor case e negozi. Restavano sotto il loro dominio tutti i figliuoli e discendenti da essi servi, e a misura poi del buon servigio prestato da essi a' padroni, davano questi ad essi la libertà, e specialmente ciò si praticava verso i meritevoli, allorchè i padroni discreti e pii venivano a morte. Certo era di un gran comodo ed utile l'aver sotto il suo comando gente sì obbligata, che non poteva staccarsi dal servigio sotto rigorosissime pene, e il far suo tutto il guadagno de' servi, con dar loro solamente il vitto e vestito, e lasciare un ragionevol peculio. Ma un grande imbroglio era il dover correr dietro a costoro, se maltrattati dai padroni scappavano, e il dover rendere conto alla giustizia dei loro eccessi, e pagar per loro se commettevano dei misfatti. Se crediamo ad Ermanno Contratto[244], in quest'anno succedette la traslazione del sacro corpo di s. Agostino, fatta dalla Sardegna a Pavia per cura del re Liutprando. Sigeberto[245] la mette all'anno 721; Mariano Scoto[246] all'anno 724; il cardinal Baronio[247] all'anno 725. La verità si è, che l'anno è incerto ma certissima la traslazione. Ne parla anche Paolo Diacono[248], ne scrive parimente Beda[249], che fioriva in questi medesimi tempi. Avevano i Saraceni occupata la Sardegna al romano imperio, senza apparir ben chiaro se la possedessero gran tempo dipoi. Mettevano a sacco tutto il paese, spogliavano e sporcavano tutte le chiese dei cristiani. In quell'isola era stato trasportato il corpo del suddetto celebratissimo santo vescovo e dottore Agostino. Però venuta la nuova a Pavia di queste calamità del Cristianesimo, il piissimo re Liutprando inviò gente colà con ordine di ricuperare a forza di regali da quegl'infedeli un sì prezioso deposito. Così fu fatto, e portate le sacre ossa a Pavia, furono coll'onore dovuto a sì gran santo collocate nella basilica di s. Pietro in Coelo aureo, dove tuttavia riposano. Quella basilica non dice Paolo Diacono[250] che fosse edificata da esso Liutprando. Scrive solamente ch'egli fabbricò il Monistero del beato Pietro posto fuori di Pavia, ed appellato Coelum aureum. Era stato d'avviso il padre, Mabillone[251], fondato in un diploma del re Liutprando che si conserva in Pavia, che questa traslazione seguisse avanti il giorno IV non. aprilis, regni Liutprandi anno primo, Indictione X, cioè nell'anno 712, perchè il diploma dato in quel giorno parla del corpo di s. Agostino già introdotto in quella basilica. Ma dipoi avvedutosi che non poteva sussistere una tale asserzione, si ritrattò negli Annali Benedettini[252], ed ebbero ben ragione il Tillemont e il padre Pagi di sospettare della legittimità di quel diploma. Aggiungo io che neppur nell'aprile dell'anno 712 Liutprando era stato dichiarato re. Fu poi trovato nell'anno 1695, nello scuruolo di essa basilica il corpo d'un Santo, e dopo molte dispute deciso che quello fosse il sacro corpo dell'insigne dottor della Chiesa Agostino. Il che se sussista, può vedersi in una mia dissertazione stampata che ha per titolo: Motivi di credere tuttavia ascoso, e non discoperto in Pavia il sacro corpo di s. Agostino. Neppur sussiste una lettera attribuita a Pietro Oldrado arcivescovo di Milano, quasi scritta da lui a Carlo Magno imperadore, colla relazion della traslazione suddetta. I padri Papebrochio[253] e Pagi[254] ne han chiaramente dimostrata la finzione. Oltre all'altre ragioni, basta osservare che questo arcivescovo intitola sè stesso della casa Oldrada. Neppure oggidì sogliono i vescovi sottoscriversi col cognome; e allora poi neppur v'erano i cognomi distintivi delle case.
NOTE:
[243] Leges Langobard., P. II, tom. 1 Rer. Ital.
[244] Hermannus Contractus, in Chron.
[245] Sigebertus, in Chron.
[246] Marian. Scotus, in Chron.
[247] Baron., Annal. Eccl.
[248] Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 48.
[249] Beda, lib. 6, de Sex Ætat.
[250] Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 58.
[251] Mabill., Mus. Ital. pag. 221.
[252] Mabill., Annal. Benedict., lib. 19, cap. 78.
[253] Papebrochius, Act. Sanctor. Maj. tom. 7.
[254] Pagius, ad Annal. Baron.
Anno di CRISTO DCCXXIII. Indizione VI.
GREGORIO II papa 9. LEONE Isauro imperadore 7. COSTANTINO Copronimo Augusto 4. LIUTPRANDO re 12.
Se Paolo Diacono seguitasse nella sua storia un ordine esatto di cronologia, converrebbe mettere la morte di Sereno patriarca d'Aquileia circa l'anno 717, perchè da lui[255] riferita dopo l'andata a Roma di Teodone II duca di Baviera, la quale si crede succeduta nell'anno precedente 716. Ma egli narra appresso l'entrata de' Saraceni in Ispagna, la qual pure abbiam veduto che accadde nell'anno 711. Tuttavia ci manca l'anno preciso della morte di quel patriarca. Sappiamo ben di certo che dopo di lui fu eletto patriarca Callisto, uomo di vaglia, che era allora arcidiacono della chiesa di Trivigi. Il re Liutprando s'ingegnò per far cadere in lui l'elezione. Ai tempi di questo patriarca, Pemmone, da noi veduto di sopra all'anno 706 duca del Friuli, continuava in quel governo, col merito di avere allevati co' suoi figliuoli tutti ancora i figliuoli de' nobili che erano periti a' tempi del duca Ferdulfo nella battaglia contro degli Schiavoni. Ora avvenne che un'immensa moltitudine di quei Barbari tornò ad infestare il Friuli, e giunse fino ad un luogo appellato Lauriana. Pemmone con que' giovani tutti ben addestrati nell'armi per tre volte diede loro la caccia, e ne fece un gran macello, senza che vi restasse morto dei suoi, se non un Sigualdo, uomo già attempato. Costui nella battaglia suddetta di Ferdulfo avea perduto due suoi figliuoli, e nelle due prime zuffe del duca Pemmone largamente se n'era vendicato colla morte di molti Schiavoni. Quantunque poi esso duca gli vietasse di entrare nel terzo conflitto, perchè forse il vedeva troppo arrischiato, pure non potè Sigualdo contenersi dall'andarvi, con dire che avea bastantemente vendicata la morte de' suoi figliuoli, e che però se la sua fosse arrivata, di buon volto la riceverebbe. In fatti vi perì egli solo. Ma Pemmone, uom saggio, volendo risparmiare il sangue dei suoi, trattò di pace in quello stesso luogo con gli Schiavoni, i quali dopo aver avuta sì buona lezione, da lì innanzi cominciarono a portar più rispetto ai Furlani, e ad aver paura delle lor armi. Fu ordinato da papa Gregorio II in questo anno vescovo della Germania l'insigne s. Bonifazio, apostolo di quelle contrade, che nell'Assia, nella Turingia, nella Sassonia, e in altre parti che prima professavano il paganesimo, piantò la santissima fede di Cristo. Circa questi tempi san Corbiniano vescovo di Frisinga, come s'ha dalla sua vita scritta da Aribone[256], venne a Roma. In passando per Trento si trovò Ursingo, ch'era ivi poco fa stato posto per conte, cioè per governatore. Arrivò a Pavia, dove da Liutprando re piissimo fu per sette giorni trattenuto con singolar venerazione, regalato e scortato sino ai confini del regno. Lo stesso trattamento ricevè egli nel suo ritorno verso la Baviera. Da essa vita apparisce che il dominio dei re longobardi arrivava allora fino al castello, ossia alla città di Magia nella Germania. Sarebbe da vedere se fosse situato questo luogo nel Tirolo.
NOTE:
[255] Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 44.
[256] Mabil. tom. 2, Saecul. Benedict., pag. 606.
Anno di CRISTO DCCXXIV. Indizione VII.
GREGORIO II papa 10. LEONE Isauro imperadore 8. COSTANTINO Copronimo Augusto 5. LIUTPRANDO re 13.
Intento giornalmente il re Liutprando a ben regolare il regno longobardico, e a provvederlo di quelle leggi che esigeva il bisogno de' popoli, o che sembravano più utili al loro governo, pubblicò in quest'anno il sesto libro delle sue leggi[257]. Anno regni mei, Christo protegente, XII, die kalendarum martiarum, Indictione VII: nel qual tempo doveva essere in uso che si tenesse la dieta del regno, vedendosi le varie pubblicazioni delle leggi fatte nel principio di marzo, o in quel torno, una cum judicibus et reliquis Langobardis fidelibus nostris. Cento e due son le leggi pubblicate da esso re in quest'anno intorno a diversi suggetti, fra' quali è da osservare che la nazion longobarda avea bensì abiurato l'arianismo ed abbracciata la religion cattolica, ma non mancavano persone che conservavano alcuna delle antiche superstizioni del paganesimo. Ricorrevano agl'indovini, agli aruspici, ed aveano qualche albero, appellato da loro santo o santivo, dove faceano de' sagrifizii, e delle fontane ch'erano adorate da loro. Liutprando re cattolico sotto rigorose pene proibì cotali superstizioni, bandì tutti gl'indovini ed incantatori, ed incaricò gli uffiziali della giustizia di star vigilanti per l'estirpazione di somiglianti abusi. Apparisce inoltre da esse leggi che i notai scrivevano i contratti secondo la legge romana per chi la professava, oppure secondo la longobardica, seguitata dagli uomini di quella nazione. Proibisce egli inoltre alle vedove il farsi monache prima che sia passato un anno dopo la morte del marito, quando non ne ottengano licenza dal re; perchè, dice egli il dolore in casi tali fa prendere delle risoluzioni, alle quali succede poi il pentimento. E nella legge LXV questo saggio rechiaramente protesta di conoscere bensì, ma di non approvare la sciocchezza dei duelli, perchè con essi temerariamente si vorrebbe forzar Dio a dichiarar la verità delle cose a capriccio degli uomini; contuttociò protesta di permettere e tollerar questo abuso, perchè non osa di vietarlo, essendone sì radicata e forte la consuetudine presso de' Longobardi, come parimente era presso dei Franchi e degli altri popoli settentrionali. Dal catalogo dei duchi di Spoleti, che si legge sul principio della Cronica di Farfa[258] da me data alla luce, impariamo che nell'anno presente fu creato duca di Spoleti Trasmondo. Egli era figliuolo di Faroaldo II duca. Impaziente di succedere al padre nel comando, non volle aspettar la sua morte, ma, per testimonianza di Paolo Diacono[259], si ribellò contro di lui, e l'obbligò a deporre il governo e a prendere l'abito clericale. Bernardino dei conti di Campello[260] lascia qui la briglia alla sua immaginazione e penna, per dipingerci i motivi e la maniera di questa rivoluzione; ma il vero è, non sapere noi altro, se non quel pochissimo che il suddetto Paolo lasciò scritto intorno a questo affare. Per altro si può credere che Faroaldo II fondasse la badia di san Pietro di Ferentillo, divenuta poi celebre luogo di divozione; e che egli, ritiratosi colà, vi passasse il resto di sua vita. Questo duca Trasmondo, per quanto si ha dalla Cronica suddetta di Farfa, donò a quell'insigne monistero, mentre v'era abbate Lucerio, la chiesa di s. Getulio, dove si venerava il corpo di esso santo, e delle terre nel fondo Germaniciano. Verisimilmente cotal donazione, siccome fatta nel mese di maggio dell'Indizione VII, dovrebbe appartenere all'anno presente.
NOTE:
[257] Leges Langobard., P. II, tom. 1 Rer. Ital.
[258] Chron. Farfense, Part. II, tom. 2 Rer. Italic.
[259] Paulus Diacon., lib. 6, cap. 44.
[260] Campell., Storia di Spoleti, lib. 12 e 13.
Anno di CRISTO DCCXXV. Indizione VIII.
GREGORIO II papa 11. LEONE Isauro imperadore 9. COSTANTINO Copronimo Augusto 6. LIUTPRANDO re 14.
Divenuti già padroni della Linguadoca i Saraceni, tentarono nel presente anno di passare il Rodano. Ma Eude insigne duca d'Aquitania coll'oste generale de' Franzesi andò ad assalirli, e ne riportò un'insigne vittoria, accennata da Anastasio bibliotecario[261] e da Paolo Diacono[262]. Carlo Martello, altro eroe della nazion franca, in questi tempi ostilmente entrò nella Baviera; ne soggiogò e saccheggiò una parte, cioè la spettante a Grimoaldo duca; seco condusse Piltrude concubina famosa d'esso Grimoaldo, con Sonichilde nipote d'essa Piltrude ossia Biltrude. Essendogli morta Rotrude sua moglie, madre di Pippino e di Carlomano, egli sposò la predetta Sonichilde. Ma Piltrude dopo essere stata alcun tempo in sua grazia, per relazion di Aribone nella vita di s. Corbiniano[263], fu costretta a ricoverarsi con un asinello in Italia, dove miseramente terminò la sua vita. Ella era stata persecutrice d'esso s. Corbiniano vescovo di Frisinga, perchè il trovò contrario alla disonesta sua vita. Scrive il padre Mabillone[264], che il re Liutprando per l'amicizia da lui sempre conservata coi re franchi, prese l'armi anch'egli contra della Baviera, ma non cita onde s'abbia tratta questa notizia. Senza buone prove non si dee credere ch'egli rendesse sì brutta ricompensa al popolo della Baviera, dal cui braccio egli riconosceva la corona del regno longobardico, e fors'anche era di quella nazione. In quest'anno parimenti abbiamo dalle memorie dell'archivio farfense[265], che Trasmondo duca di Spoleti fece una donazione a quel nobilissimo monistero mense januario, Indictione octava, sub Rimone Castaldione. Nel registro d'esso archivio medesimamente si legge una vendita di olivi fatta a Tommaso abbate temporibus Transmundi ducis Langobardorum, et Sindolfi Castaldionis civitatis Reatinae: dal che si conosce che la città di Rieti era sottoposta ai duchi di Spoleti. Ma non so io ben accordar gli anni d'esso Tommaso abbate con quei del duca Trasmondo. Abbiamo poi da Andrea Dandolo[266], che essendo mancato di vita Donato patriarca di Grado, Pietro vescovo passò a quella Chiesa. Ma queste trasmigrazioni da una chiesa all'altra, non essendo secondo la disciplina di que' tempi sì tollerate ed approvate, come oggidì, Gregorio II papa zelantissimo il dichiarò decaduto dall'una e dall'altra chiesa. Tanto nondimeno valsero le preghiere del clero e popolo di Venezia, ch'egli fu rimesso nella sua prima sedia. E perciocchè si sapeva, o vi doveva essere sospetto ch'esso Pietro per vie simoniache sì fosse intruso nel patriarcato suddetto, il papa avvertì i Veneziani di non eleggere pastori, se non nelle forme approvate da Dio e dalla Chiesa. Dicesi data la lettera pontificia nell'anno IX di Leone Isauro imperadore; e però nel presente anno. Succedette dunque nella cattedra di Grado Antonio di nazion padovano, dianzi abbate del monistero della Trinità di Brondolo, dell'ordine di s. Benedetto, personaggio sommamente cattolico e dabbene.
NOTE:
[261] Anastas., in Gregor. II.
[262] Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 46.
[263] Mabill., Saecul. Benedict. tom. II.
[264] Idem, Annal. Benedictin. lib. 20, cap. 53.
[265] Antiquit. Italic. Dissert. LXVII.
[266] Dandul., in Chronic., tom. 12 Rer. Italic.
Anno di CRISTO DCCXXVI. Indiz. IX.
GREGORIO II papa 12. LEONE Isauro imperad. 10. COSTANTINO Copronimo Augusto 7. LIUTPRANDO re 15.
Cominciò in quest'anno Leone Isauro una tragedia che sconvolse non poco la Chiesa di Dio, e pose i fondamenti per far perdere l'Italia agl'imperadori greci. Per attestato di Teofane[267], di Niceforo[268] e d'altri storici, fra le isole di Tera, o Terasia, per alcuni giorni il mare bollì furiosamente, uscendo da un vulcano sottomarino un fumo infocato ed un'immensa moltitudine di pomici che si sparsero per tutta l'Asia Minore, per Lesbo e per le coste della Macedonia, con essere nata in quel mare un'isola, che si andò ad unire a quella di Jera. Anche a' dì nostri, cioè nell'anno 1707, una somigliante isola sorse dal mare poco lungi da quella di Santerine: sopra il quale avvenimento abbiamo le osservazioni del celebre filosofo e cavaliere Antonio Vallisnieri. Per questo naturale accidente fu grande lo spavento de' popoli anche a' tempi di Leone Isauro, e un perfido rinegato per nome Beser, che aveva abbracciata la superstizione degli Arabi, e s'era poi introdotto nella corte imperiale, se non prima, certo di questa congiuntura seppe ben prevalersi appresso l'imperadore per fargli credere irato Dio contro de' cristiani, a cagion delle immagini che essi tenevano e veneravano ne' sacri templi. Abbiamo dei riscontri che veramente si fossero introdotti degli abusi nell'uso e culto delle sacre immagini, come anche si osservava ne' tempi addietro fra i Russiani, ossia fra i Moscoviti, uniti alla Chiesa greca. Ma questi tali abusi non fecero, nè fanno, che per cagion d'essi s'abbiano ad abolir le stesse immagini, perciocchè, siccome han dimostrato uomini di gran sapere, l'uso d'esse immagini e il culto ben regolato di quelle, non solamente è lecito, ma riesce anche utile alla pietà della plebe cristiana e cattolica. Ora Leone Augusto infatuato della gran penetrazione della sua mente, e sedotto dal maligno consigliere, con usurpare i diritti del sacerdozio, pubblicò un editto, contenente l'ordine che fossero vietate da lì innanzi, e si togliessero tutte le sacre immagini per le terre all'imperio romano suggette, chiamando idolatria l'adorarle, ossia il venerarle. Tale fu il principio della eresia degl'iconoclasti. Gran commozione si suscitò per questo sconsigliato ed iniquo divieto fra i popoli suoi sudditi, detestando la maggior parte d'essi come eretico e di sentimenti maomettani l'imperadore: e tanto più perchè si seppe ch'egli aveva in abbominazione le sacre reliquie e negava l'intercession de' Santi appresso Dio, cioè impugnava dogmi stabiliti nella Chiesa cattolica, con impugnar egli stesso la professione della fede, da lui fatta nella sua assunzione al trono imperiale, e senza voler sopra ciò ascoltare il parer de' vescovi, eletti da Dio per custodi della dottrina spettante alla fede. Passarono perciò gli abitanti della Grecia e delle isole Cicladi ad un estremo con ribellarsi all'imperador Leone, e proclamar imperadore un certo Cosma. Poi messa insieme una flotta di legni sottili, ostilmente andarono sotto Costantinopoli, e diedero battaglia a quella città, ma restò disfatta dal fuoco greco la loro armata, e l'efimero Augusto, venuto in mano di Leone, pagò colla testa il suo reato: con che maggiormente crebbe lo orgoglio di esso imperadore e de' suoi seguaci per sostener l'empio editto. Benchè poi ci manchino le lettere da lui scritte a Gregorio II papa intorno alla abolizion delle sacre immagini, e le risposte a lui date dal pontefice, pure da quanto s'andrà vedendo, chiaramente si comprende ch'egli inviò a Roma lo editto sopraddetto, e che il santo pontefice non solamente vi si oppose, ma dovette anche risentitamente scriverne ad esso Leone Augusto, per rimuoverlo da questo sacrilego disegno. Ne vedremo fra poco gli effetti. Per quanto s'ha da Andrea Dandolo[269], succedette in questo anno la morte di Marcello duca di Venezia, e in luogo suo fu sostituito Orso, uno de' nobili della città di Eraclea, e personaggio di gran prudenza e valore.
NOTE:
[267] Theoph., in Chronogr.
[268] Niceph., in Chron.
[269] Andreas Dandulus, tom. 12 Rer. Ital.
Anno di CRISTO DCCXXVII. Indiz. X.
GREGORIO II papa 13. LEONE Isauro imperad. 11. COSTANTINO Copronimo Augusto 8. LIUTPRANDO re 16.
Abbenchè in questi tempi per cagione della nascente eresia degl'iconoclasti accadessero molte novità in Italia, pure non abbiamo un filo sicuro per distinguere i tempi, e quasi neppure disbrogliare quegli avvenimenti, de' quali i soli Anastasio bibliotecario e Paolo Diacono ci han conservata una confusa memoria. Li riferirò io con quell'ordine che mi parrà più verisimile. Allorchè l'imperador Leone ebbe scorto[270] quanto il romano pontefice fosse alieno dal concorrere ne' suoi perversi sentimenti, tornò a scrivergli più imperiosamente, facendogli sapere che ubbidisse, se gli premeva d'aver la sua grazia, altrimenti ch'egli finirebbe d'esser papa. Allora l'intrepido pontefice Gregorio, ben intendendo i pericoli della Chiesa e i propri, saggiamente si accinse alla difesa. Con sue lettere avvisò i popoli italiani dell'insulto che voleva fare il malvagio imperadore alla religione; cominciò a star cauto per la propria persona; e molto più è da credere che con più vigore che mai rispondesse a Leone. Il cardinale Baronio[271] rapporta due sue lettere, come scritte da esso papa nell'anno precedente 726 al medesimo imperadore. Pretende all'incontro il padre Pagi[272] che queste appartengano all'anno 730. Forse niun di loro ha colto nel segno. Sappiamo ben di certo che l'infuriato imperadore si diede a studiar tutte le vie per levar dal mondo il santo pontefice. Pare che Anastasio metta come avvenuti quegli empii suoi tentativi contro la vita del papa prima che spuntasse la persecuzione delle sacre immagini, adducendo come commosso a sdegno l'imperadore, perchè il pontefice Gregorio s'era opposto all'imposizione d'un censo, ossia tributo, o capitazione, ch'esso Augusto voleva esigere dai popoli d'Italia. Mette ancora l'assedio di Ravenna quasi fatto dal re Liutprando prima dell'attentato contro esse immagini. A me sembra più verisimile che il primo anello di questa catena sia stato l'empio editto di Leone Isauro per cui cadde dalla sua grazia papa Gregorio, e s'imbrogliarono le cose in Italia. Teofane[273] scrive, che dopo aver esso pontefice con sua decretale esortato indarno l'imperadore perverso a non voler mutare i riti stabiliti dai santi Padri intorno all'immagini, vietò che se gli pagassero da lì innanzi i tributi. Può essere che Teofane s'ingannasse in credere negati a Leone anche i tributi soliti, quando l'opposizione probabilmente fu di un censo nuovo, ossia d'una capitazione, che nuovamente si voleva introdurre; ma forse gli è da prestar fede allorchè dice fatta cotale opposizione. Pare eziandio molto credibile che il re Liutprando si prevalesse della buona occasione di profittar sopra gli Stati imperiali, dappoichè vide alterati forte gli animi degli Italiani contra del prevaricatore Augusto, il quale all'eresia aveva aggiunta la persecuzione del papa. In fatti abbiamo da Anastasio[274] che per ordine suo fu cospirato in Roma contro la vita del santo pontefice da Basilio duca, da Giordano cartulario, e da Giovanni soprannominato Lurione, con participazione e consenso di Marino imperiale spatario, mandato dall'imperadore col titolo di duca, ossia governatore di Roma. Volle Iddio che non seppero mai trovare apertura di eseguir l'empio concerto, e intanto Marino infermatosi passò al mondo di là. Arrivò dipoi Paolo patrizio inviato in Italia esarco, e coll'intelligenza e colle spalle di lui seguitarono i congiurati la lor trama contro del buon pontefice. Ma venuto alla luce il loro disegno, commosso il popolo romano trucidò Giovanni e Lurione. Basilio fu costretto a farsi monaco, e ristretto in un monistero, quivi terminò i suoi giorni. Non istette per questo l'esarco Paolo di proseguire nel suo sacrilego pensiero di torre la vita al pontefice, e di sostituirne un altro a suo piacimento, per avere libero il campo a spogliar le chiese di Roma, siccome avea fatto in varii altri luoghi. Venne anche da Costantinopoli un altro spatario con ordine di deporre papa Gregorio. Lo stesso esarco a questo fine raunò quanti soldati potè in Ravenna, e gl'inviò alla volta di Roma, sperando che con questo rinforzo i congiurati verrebbono a capo della loro iniqua intenzione. Ma ciò risaputo, tanto il popolo romano, quanto i Longobardi del ducato di Spoleti e della Toscana si misero in armi, e fecero buone guardie al ponte Salario e ai confini del ducato romano, affinchè i mal intenzionati non potessero passare. Il conte Campello nella Storia di Spoleti, scrivendo che seguì in tal congiuntura una battaglia fra gli imperiali e Trasmondo duca di Spoleti, colla vittoria in favore dell'ultimo, di sua testa v'ha aggiunto questo abbellimento, non men che l'orazione fatta da esso duca alle sue milizie. Probabilmente nell'anno presente accaddero tutti questi movimenti e sconcerti. Dalla vita di s. Giovanni Damasceno, scritta da Giovanni patriarca di Gerusalemme[275], ricaviamo ch'esso Damasceno abitante in Damasco nel dominio de' Saraceni e ministro del loro califfa, appena intese lo editto di Leone Isauro, che prese la penna in difesa delle sacre immagini. Leggonsi le di lui orazioni su questo argomento. Da essi Saraceni fu appunto nell'anno presente assediata la città di Nicea, metropoli della Bitinia, ma Iddio miracolosamente la preservò dalle loro unghie.
NOTE:
[270] Anastas., in Gregor. II.
[271] Anastas., in Gregor. II.
[272] Pagius, ad Annal. Baron.
[273] Theoph., in Chronogr.
[274] Anastas., in Gregor. II.
[275] Johannis Damasceni Oper. tom. 1.
Anno di CRISTO DCCXXVIII. Indiz. XI.
GREGORIO II papa 14. LEONE Isauro imperad. 12. COSTANTINO Copronimo Augusto 9. LIUTPRANDO re 17.
Scoprivasi ogni dì più empiamente animato l'imperador Leone non solo contro le sacre immagini, ma eziandio contro il santo pontefice Gregorio difensore delle medesime. Tentarono i suoi ministri con replicati ordini imperiali[276] di muovere contro di lui i popoli della Pentapoli, cioè di cinque città, che son credute Rimini, Pesaro, Fano, Umana ed Ancona, tuttavia in que' tempi soggette ai Greci, e parimente i Veneziani. Ma que' popoli risolutamente negarono di consentire a sì nera iniquità, anzi protestarono d'essere pronti a dar la vita per la difesa del medesimo pontefice. Nè ciò loro bastando, scomunicarono l'esarco Paolo, e chiunque teneva con lui, giugnendo a non volere i governatori da lui destinati per le città, e ad eleggerne essi quelli che fossero uniti alla Chiesa romana. Furono anche vicini que' popoli d'Italia ch'erano sudditi dell'imperio, a creare un nuovo imperadore, con disegno di condurlo a Costantinopoli, e ne tennero varie consulte. Ma il saggio e piissimo papa disturbò questa loro risoluzione, sperando sempre che l'imperadore s'avesse a ravvedere e a rimettersi nel buon cammino. Accadde poscia che anche Esilarato duca di Napoli, accecato dal desiderio di farsi del merito coll'imperadore, sedusse non pochi di quella parte della Campania, che tuttavia ubbidivano all'imperio, e venne insieme con Adriano suo figliuolo alla volta di Roma, pieno di mal talento contro del pontefice. Allora il popolo romano, acceso di zelo, uscì coll'armi contro di costoro, e preso esso Esilarato col figliuolo, amendue li privarono di vita. Saputo poscia che Pietro novello duca di Roma avea scritto alla corte contro del papa, il cacciarono fuor di città. Nè minore fu il tumulto che durante questi torbidi si svegliò in Ravenna. Molti aderivano all'empietà dell'imperadore, ma i più erano in favore e difesa del romano pontefice. Si venne perciò alle mani fra loro, e in quel conflitto restò ammazzato lo stesso esarco Paolo. Era finora stato solamente spettatore di queste brutte scene d'Italia, accadute per la pazza condotta di Leone Augusto, il re Liutprando. Ma vedendo crescere il fuoco, e cotanto irritati e sì mal disposti gli animi de' sudditi imperiali contro del loro sovrano, volle cavar profitto da questa disunione, prendendo, credo io, motivo e pretesto di muovere le sue armi dalla persecuzione d'esso imperadore contro della Chiesa e del capo visibile della medesima. Nè duro fatica a figurarmi che fosse anche invitato a questo giuoco da non pochi, i quali non sapevano digerire d'aver per signore un imperador empio, e che, per attestato di Anastasio, avea spogliate varie chiese: laddove sotto i re longobardi la religion cattolica e i suoi ministri godevano tutta la possibil tranquillità e il dovuto rispetto. Però uscito in campagna col suo esercito, si spinse contro le terre dell'esarcato. Pare che la sua prima impresa fosse l'assedio di Ravenna, dove stette sotto per alcuni giorni; ed è certo che la prese, benchè Anastasio espressamente nol dica, attestandolo chiaramente Paolo Diacono[277] ed Agnello ravennate[278], che un secolo dopo scrisse le vite di quegli arcivescovi. Anzi esso Agnello ci ha conservato qualche particolarità di quel fatto, con dire che, per intelligenza di uno di que' cittadini, Liutprando v'entrò, perchè avendo finto di dare un fiero assalto alla porta del Vico Salutare, ed essendo corsi tutti i cittadini colà alla difesa, il traditore intanto aprì la porta che va al Vico Leproso, e introdusse i Longobardi. Gran somma di danaro era stata promessa a costui; si sbrigarono da questo pagamento i Longobardi con ammazzarlo il primo nell'entrare in città, se pure non morì per un trave cadutogli addosso, come pare che voglia dire lo storico Agnello. Impadronissi ancora Liutprando del castello, ossia della Città di Classe, e, secondo la testimonianza d'Anastasio, ne portò via immense ricchezze. Han creduto e credono tuttavia i Pavesi, che in tal congiuntura il re Liutprando asportasse da Ravenna a Pavia la bella statua di bronzo di un imperadore a cavallo, stimato Antonino Pio, la qual tuttavia serve di ornamento alla lor piazza, ed è da loro chiamata il Regisole.
Oltre a ciò, altri paesi vennero in potere del re Liutprando, perchè, secondo Paolo, egli prese Castra Æmiliae, Formianum et Montem Bellium, Buxeta et Persiceta, Bononiam et Pentapolim, Auximumque. Anastasio scrive che Longobardis Æmiliae Castra, Feronianus, Montebelli, Bononia, Verablum cum suis oppidis Buxo et Persiceto, Pentapolis quoque et Auximana civitas se tradiderunt. Quale di questi autori abbia copiato l'altro nol so, perchè le vite dei papi son di varii scrittori. Si conosce ben da queste parole che la città di Osimo era distinta dalla Pentapoli, e che Feronianum era il Fregnano, picciola provincia del ducato di Modena nelle montagne, dove sono Sestola, Fanano ed altre terre. Mons Bellius è Monte Veglio o Monte Vio nel territorio di Bologna presso il fiume Samoggia. Verablo e Busso, o Bussetta, son forse nomi guasti, non potendo qui entrar Busseto posto fra Parma e Piacenza verso il Po, perchè non è mai credibile che i Longobardi padroni delle città circonvicine avessero differito fino a questi tempi la conquista di quel luogo. Persiceto è un tratto di paese spettante negli antichi secoli al contado di Modena, siccome ho dimostrato nelle Antichità italiche[279], in cui era allora compreso il celebre monistero di Nonantola. Tuttavia la nobil terra di san Giovanni in Persiceto ritien questo nome nel distretto di Bologna. Dalla parte ancora del ducato di Spoleti, per testimonianza d'Anastasio, dai Longobardi fu occupata la città di Narni, nè sappiamo se la restituissero. Presero anche il castello di Sutri, dipendente dal ducato romano; ma questo nol tennero che cento quaranta o pur quaranta giorni; perchè il buon papa con tante lettere e regali si adoperò presso il re Liutprando, che l'indusse a rilasciarlo, dopo averlo spogliato di tutte le sostanze de' cittadini. Nè volle il re cederlo a' ministri imperiali, ma bensì ne fece una donazione alla Chiesa romana. Può essere che in tal congiuntura accadesse ciò che narra il suddetto Paolo, cioè, che trovandosi il re Liutprando nella Pentapoli a Vico Pilleo, una gran moltitudine di quegli abitanti andava a portargli de' regali, per esentarsi dal sacco ed ottener delle salve guardie. Sopravvenne una gran brigata di soldati romani, che uccisero e fecero prigione quella sfortunata gente. In questi tempi venne a Napoli Eutichio patrizio eunuco, che altra volta vien detto avere esercitata la carica di esarco d'Italia, rivestito della medesima dignità. Costui portava ordini pressanti dell'empio Augusto di levar di vita il santo pontefice Gregorio II. Nè molto stette a risapersi il suo crudel disegno, e ch'egli meditava ancora di dare il sacco alle chiese, e di far altri malanni. Fu colto un suo uomo incamminato a Roma con lettere indicanti ch'esso esarco la voleva contro la vita del papa e dei principali di Roma. Fecero istanza i Romani che s'impiccasse il messo, ma il misericordioso pontefice il salvò dalla morte. Per questa cagione poi dichiararono scomunicato l'esarco Eutichio, e tutti s'obbligarono con giuramento di non mai permettere che ad un papa sì zelante per la religione, e difensor delle chiese, fosse recato alcun nocumento, o tolta la sua dignità. Ora veggendo Eutichio, che non gli potea venir fatto il sacrilego colpo finchè non allontanava i Longobardi dall'amicizia e protezion dei Romani, si studiò di ottener l'intento con promettere dei gran doni ai duchi de' Longobardi, e allo stesso re Liutprando, se desistevano dallo spalleggiare i Romani. Ma conoscendosi il mal talento e la malizia del perfido eunuco ministro imperiale, tanto i Romani quanto i Longobardi si strinsero maggiormente in lega, protestandosi che si riputerebbono gloriosi se potessero spendere le lor vite per la conservazione e difesa di un sì pio e santo papa, e risoluti di non gli lasciar fare alcun torto dai nemici di Dio e di lui. Intanto il buon pontefice attendeva a far di copiose limosine, orazioni, digiuni e processioni, confidando più nel soccorso di Dio che in quello degli uomini, con ringraziar nondimeno il popolo dell'amorevole lor volontà, e raccomandar loro di far buone opere e di sperare in Dio, esortandoli nello stesso tempo a non desistere dall'amore e dalla fedeltà del romano imperio. Questa verità, attestata da Anastasio bibliotecario[280] e da Paolo Diacono[281], autori ben informati delle cose d'Italia, e comprovata dai fatti, ci fa chiaramente conoscere che Teofane[282] scrittor greco, e chiunque gli tenne dietro, s'ingannò in iscrivendo che papa Gregorio II (da lui per altro sommamente lodato) sottrasse dall'ubbidienza dell'imperadore Roma, l'Italia e tutto l'Occidente. Se il santo pontefice avesse voluto, era finita allora per gl'imperadori greci in Italia; ma a lui bastò di difendere le ragioni della Chiesa e la sua propria vita, ed impedì che i popoli sollevati non passassero all'elezione di un altro imperadore.
NOTE:
[276] Anastas., in Gregor. II.
[277] Paulus Diacon., lib. 6, cap. 54.
[278] Agnell., Vita Episcopor. Ravennat., tom. 2 Rer. Ital.
[279] Antiquit. Italic., Dissert. XXI.
[280] Anastas. Biblioth., in Greg. II.
[281] Paulus Diacon., de Gest. Longobard., lib. 6, cap. 54.
[282] Theoph., in Chronogr.
Anno di CRISTO DCCXXIX. Indizione XII.
GREGORIO II papa 15. LEONE Isauro imperadore 13. COSTANTINO Copronimo Augusto 10. LIUTPRANDO re 18.
A mio credere, in quest'anno furono scritte da papa Gregorio all'imperador Leone le due sensatissime lettere che il cardinal Baronio[283] diede alla luce all'anno 726, credendole appartenenti a quel tempo. Stimò il padre Pagi[284] che si dovessero riferire all'anno 730; perchè parlandosi nella prima d'esse della statua del Salvatore, che Leone Augusto volle far gittare a terra in Costantinopoli (attentato che costò la vita, o almeno di buone sassate al di lui ministro, essendo insorte contro di lui alcune zelanti donne, le quali poi furono martirizzate per questo) esso padre Pagi adduce l'autorità di Stefano diacono, autore della vita di s. Stefano juniore, che dice accaduto un tal fatto dopo la deposizione di s. Germano dal patriarcato di Costantinopoli e l'intrusione dell'eretico Anastasio. Ora certo essendo che san Germano fu deposto nell'anno 730, conseguentemente prima di quell'anno non possono essere scritte le suddette lettere di s. Gregorio II. Ma Stefano diacono non fu autore contemporaneo, e perciò non è infallibile la sua asserzione. Teofane[285], che scriveva nello stesso tempo che Stefano, cioè sul principio del secolo nono, parla di questo fatto all'anno 726. Quel che è più, la stessa lettera del papa fa abbastanza conoscere ch'era ben succeduto il fatto della statua, ma che s. Germano teneva tuttavia la sedia episcopale, nè era stato a lui sostituito il perverso Anastasio. Se un sì santo prelato fosse già stato deposto, ed occupata la sua cattedra dall'ambizioso suo discepolo, non avrebbe mancato lo zelante papa Gregorio di rinfacciare ancor questo delitto con gli altri, che egli andò ricordando al male consigliato imperadore. Ma avverte il padre Pagi dirsi dal papa: Ecclesias Dei denudasti, tametsi talem habebas pontificem, domnum videlicet Germanum fratrem nostrum et comministrum. Hujus debebas tamquam patris et doctoris, etc. consiliis obtemperare. Annum enim agit hodie vir ille nonagesimum quintum, etc. Illum igitur omittens lateri tuo adjungere, improbum illum Ephesium Apsimari filium, ejusque similes audisti. Ma queste parole confermano che sussisteva tuttavia s. Germano nel patriarcato, perciocchè il santo papa accusa l'imperadore di non essersi consigliato con lui. Che avrebbe poi detto se l'avesse anche ingiustamente cacciato dalla sua sedia? E il testo greco non dice assolutamente, benchè tu avessi un tal pontefice, ma dice: Καἰ τοι γε τοιοῦτον ἒχων ̓Αρχιερέα, che può significare, benchè tu abbi un tal pontefice. Egli è poi da notare in essa lettera la risposta che dà s. Gregorio alle minacce dell'imperadore di far condurre prigione lo stesso papa a Costantinopoli, com'era intravenuto al di lui predecessore san Martino. Risponde il saggio pontefice, ch'egli non è già per combattere coll'imperadore, ma bastargli di ritirarsi solamente ventiquattro stadi fuor di Roma nella Campania; e che venendo o mandando poi esso Augusto, farà sol battaglia coi venti. Questo ci fa intendere che i confini del ducato beneventano, posseduto dai duchi di Benevento, erano distanti solamente poco più di tre miglia dalla città di Roma per la parte della Campania; e però in pochi passi poteva trasferirsi il pontefice in paese, dove non si stendeva il braccio dell'imperadore. Sembra nondimeno incredibile che arrivasse così vicino a Roma il dominio dei Longobardi. Camillo Pellegrino[286] dubitò che fosse scorretto il testo greco, oppure che le tre miglia suddette si debbano computare dal confine del ducato romano sino alla prima fortezza dei Longobardi. A noi mancano le memorie per decidere questo punto.
In quest'anno, per quanto io vo conghietturando, ricuperarono i Greci la città di Ravenna. Leggesi una lettera, a noi conservata da Andrea Dandolo[287], rapportata dal Baronio e da altri, in cui papa Gregorio scrive ad Orso duca di Venezia, essere stata presa la città di Ravenna, capo di tutte, a nec dicenda gente Longabardorum; e sapendosi che l'esarco nostro figliuolo dimora in Venezia, però gli comanda di unirsi con noi affine di rimettere sotto il dominio de' signori nostri figliuoli Leone e Costantino grandi imperadori quella città. Non può negarsi; questa lettera ha tutta la patina dell'antichità; eppure io non lascio di aver qualche dubbio intorno alla sua legittima origine. Questo, perchè ho pena a persuadermi che quel saggio papa nelle circostanze di questi tempi potesse chiamar la nazion longobarda nec dicendam (lo stesso è che dire nefandam), titolo che si dava ai Saraceni, e che fu anche dato ai Longobardi, allorchè sui principii erano crudeli, nemici fieri di Roma ed ariani. In questi tempi noi sappiamo che tutti professavano la religion cattolica, erano figliuoli, come gli altri, della santa Chiesa romana, e gli abbiam veduti protettori del sommo pontefice contro le violenze dell'imperadore; e senza l'aiuto di essi il pontefice Gregorio restava preda del sacrilego furor de' Greci. Come mai un sì avveduto pontefice potè sparlare in tal forma dei Longobardi? Aggiungasi che non si può sì facilmente concepire tanta premura del pontefice in favor dell'esarco rifugiato, come ivi si dice, in Venezia. Se s'intende di Paolo esarco, costui, per attestato di Anastasio, era scomunicato, e poi fu ucciso dai Ravennati. Se di Eutichio, anch'egli, per asserzion del medesimo storico, era scomunicato e in disgrazia del pontefice, e toccò dipoi, siccome vedremo, al re Liutprando di rimetterlo in sua grazia. Potrebbe solamente dirsi che la presa e ricupera di Ravenna succedette nell'anno 725 prima che spuntasse l'eresia degl'iconoclasti, come ha creduto il Sigonio con altri, e pare che si ricavi dallo stesso Anastasio: nel qual tempo passava buona armonia fra il papa e l'imperadore, e i suoi ministri. Ma ciò non sussiste. Si sa da Anastasio medesimo che l'esarco Paolo fu mandato in Italia con ordine di levar dal mondo papa Gregorio II, e fece quanto potè per eseguirlo. Certo è altresì che non già nell'anno 725, ma molto più tardi, e certo dappoichè Leone Augusto si dichiarò nemico delle sacre immagini, e cominciò la persecuzione per cagion d'esse, Ravenna fu presa. Ne abbiamo l'autentica testimonianza dello stesso Gregorio II, che, dopo aver narrato nella prima lettera a Leone Isauro l'affare della statua del Salvatore, per cui esso Augusto avea fatto uccidere alcune donne, aggiugne che divulgata la fama di queste sue crudeli puerilità, i popoli più lontani aveano calpestate le immagini del medesimo Augusto, e che i Longobardi e i Sarmati ed altri popoli settentrionali aveano fatto delle scorrerie per l'infelice Decapoli (cioè per le dieci città sottoposte a Ravenna), ed occupata la stessa metropoli Ravenna, con iscacciarne i magistrati cesarei, e porvi al governo i lor propri, ed ora minacciano d'invadere gli altri luoghi imperiali vicini, e Roma stessa, giacchè esso imperadore non ha forza per difenderli. E questo tutto avvenuto per l'imprudenza e stoltezza dello stesso Augusto. Adunque scorgiamo seguita l'occupazion di Ravenna dappoichè Leone s'era scatenato contro le sacre immagini; nè questa città, allorchè il papa scrisse, era stata per anche ricuperata da' Greci, nè il papa mostra d'aver data mano per ripigliarla, nè premura perchè si ripigli. Finalmente è da osservare che nè Anastasio bibliotecario, nè Paolo Diacono parlano punto che s. Gregorio s'impacciasse in far ritorre ai Longobardi Ravenna; e pur questo sarebbe stato di gran gloria d'esso pontefice, il quale avrebbe renduto bene per male ad un imperadore sì fatto, cioè ad un persecutore della di lui vita e dignità. Comunque sia, o fosse il papa o fosse l'esarco che accalorasse questa spedizione, egli è fuor di dubbio che Ravenna tornò alle mani de' Greci e fu ritolta ai Longobardi. Si dee la lode di questo fatto al valore fino in que' tempi riguardevole dei Veneziani, asserendo Paolo Diacono[288], che stando in Ravenna Ildebrando nipote del re Liutprando, e Peredeo duca di Vicenza, all'improvviso arrivò loro addosso l'armata navale dei Veneziani; e che nella battaglia da essi fu fatto prigione Ildebrando: e che Peredeo bravamente combattendo vi restò ucciso. Agnello ravennate[289] anch'egli lascia abbastanza intendere, benchè molto ci manchi della sua storia, che Ravenna fu ricuperata; perciocchè dopo aver narrata l'occupazione fattane dai Longobardi, dice che sdegnati i Ravegnani contra di Giovanni loro arcivescovo (senza allegarne il perchè), il cacciarono in esilio, e perciò egli stette per un anno in Venezia con danno notabile della sua chiesa. Ma ravveduti dipoi fecero che l'esarco il richiamasse alla sua sedia. Quegli scrittori moderni che rapportano varie particolarità della presa di Ravenna, le han tolte dalla sola loro immaginazione. Per altro non si può assegnare per mancanza di memorie il tempo preciso nè della occupazione, nè della ricupera d'essa città, e dee a noi bastare di saper con sicurezza che l'una e l'altra avvenne dappoichè fu principiata la guerra contra le sacre immagini. Cosa accadesse della Pentapoli occupata dai Longobardi, non ce l'han rivelato gli antichi; ma da Anastasio[290] sufficientemente si ricava che ritornò anch'essa allora alle mani dell'esarco.
Abbiamo poi da esso Anastasio[291] che nel gennaio di quest'anno fu veduta per più di dieci giorni una cometa. E parimente da lui sappiamo che Eutichio patrizio ed esarco fece lega col re Liutprando, essendosi convenuto fra loro di unir l'armi, affinchè il re potesse sottomettere alla sua corona i duchi di Spoleti e di Benevento, e l'esarco di Roma all'imperadore. Se fosse certo che in questo medesimo anno fosse stata ricuperata Ravenna dai Greci e Veneti, potremmo immaginare che il re Liutprando per riavere il nipote Ildebrando, condotto prigione a Venezia, s'inducesse a far la pace e lega coll'esarco. Paolo altro non dice, se non che esso re si mosse a questa unione per desiderio di soggiogare i duchi di Spoleti e di Benevento. Non è noto onde nascesse questo mal animo del re Liutprando contro que' duchi suoi vassalli. Crede il conte Campelli[292] che il re mal sofferisse di vedere quei principi come assoluti padroni di quelle contrade, e che non riconoscessero nel re se non la semplice sovranità; e però portato dall'ambizione volesse assoggettarseli come gli altri duchi della Neustria, Austria e Toscana, che erano governatori delle città. Se ciò fosse, non è chiaro. Solamente vedremo da una lettera di papa Gregorio III, che quei duchi protestavano d'esser pronti a soddisfare a tutti i lor doveri verso del re, secondo l'antica consuetudine; del che non doveva essere contento il re Liutprando, con esigere di più. Ma quella lettera non ha che fare con questi tempi, essendo scritta nell'anno 741. Ora Anastasio racconta che il re colle sue forze andò a Spoleti; e perciocchè Trasmondo duca di quella contrada, siccome ancora il duca di Benevento (secondo i conti di Paolo Diacono, dovrebbe essere stato Romoaldo II) conobbero di non potere resistere alla di lui potenza, si umiliarono, e gli promisero ubbidienza con solenni giuramenti, dandogli anche degli ostaggi per pegno della lor parola. Poscia coll'esercito marciò alla volta di Roma, e si attendò nel campo di Nerone. Sapeva il buon papa Gregorio II che la pietà non era l'ultima delle virtù del re Liutprando, e però intrepidamente uscito della città, andò a trovarlo e a parlargli. Non potè Liutprando resistere alle paterne ammonizioni del santo padre, e ne restò sì ammollito e compunto, che se gli gittò a' piedi, con promettergli di non far male ad alcuno. Poscia entrati nella basilica vaticana, ch'era allora fuori di Roma, esso re davanti al corpo del principe degli Apostoli spogliossi del manto regale, de' braccialetti, dell'usbergo, del pugnale, della spada dorata, della corona d'oro e della croce d'argento, e tutto lasciò in dono e in memoria della sua venerazione a quel celebratissimo sepolcro. Finita l'orazione, fu pregato il papa da Liutprando di volere rimettere in sua grazia ed assolvere l'esarco Eutichio: il che fu fatto; e poscia il re con esso esarco se ne tornò indietro, senza aver fatto male ad alcuno. Resta a noi il solo abbozzo di questi avvenimenti, ma senza che sieno a notizia nostra pervenuti i motivi e le circostanze d'essi. Nè vo' lasciar di dire che in quest'anno[293] il figliuolo del principe dei Gazari, cioè dei Turchi, entrò nell'Armenia e nella Media, possedute da' Saraceni, sconfisse l'esercito loro, comandato da Garaco generale di essi Arabi Mussulmani, e, dopo aver saccheggiate quelle provincie, ritornò al suo paese, con lasciare un gran terrore nella nazione de' Saraceni.
NOTE:
[283] Baron., Annal. Eccl.
[284] Pagius, ad Annal. Baron.
[285] Theoph., in Chronogr.
[286] Camill. Peregr., de Fin. Ducat. Beneventan., tom. 5 Rer. Ital.
[287] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Italic.
[288] Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 54.
[289] Agnell., in Vit. Episcopor. Ravennat., tom. 2 Rer. Italic.
[290] Anastas., in Vita Zachariae Papae.
[291] Id., in Vit. Gregor. II.
[292] Campelli, Storia di Spoleti, lib. 3.
[293] Theoph., in Chronogr.
Anno di CRISTO DCCXXX. Indiz. XIII.
GREGORIO II papa 16. LEONE Isauro imper. 14. COSTANTINO Copronimo Augusto 11. LIUTPRANDO re 19.
Per attestato di Anastasio[294], fecesi in quest'anno una sollevazione d'alcuni popoli nel ducato romano. Un certo Tiberio, per soprannome Petasio, gl'indusse a ribellarsi contra dell'imperadore, e specialmente fu a lui, come a signore, giurata fedeltà da quei di Maturano, oggidì creduto Barberano, dal popolo di Luni, e da quel di Blera o Bleda. Credo scorretta la parola Lunenses, perchè Luni città marittima, situata al fiume Magra, era sotto i Longobardi e troppo lontana, nè potè ribellarsi contro chi non ne era padrone. Anastasio parla di popoli posti in quella provincia romana, che oggidì si chiama il patrimonio. Vicino a Barberano e Bleda si vede Viano; forse volle parlar lo storico di quella terra. Trovavasi allora l'esarco Eutichio in Roma, e turbossi forte a questo avviso; ma il buon papa Gregorio fece a lui coraggio, ed animò l'esercito romano, seco mandando ancora alcuni dei principali ministri di sua corte. Andarono i Romani, presero il capo ribello Petasio, la cui testa fu inviata a Costantinopoli; e con tutto ciò non poterono essi Romani ottenere l'intera grazia dell'imperador Leone. Questi sempre più andava peggiorando nell'odio contro le sacre immagini, e perciocchè un forte ostacolo all'esecuzion dei suoi perversi voleri era il santo patriarca Germano, in quest'anno appunto il costrinse a ritirarsi nella casa paterna, e a lui sostituì nel patriarcato un indegno suo discepolo, nomato Anastasio. L'ambizione di costui per ottenere quell'insigne dignità il trasportò ad abbracciare e secondare gl'iniqui sentimenti dell'imperadore. Significò egli ben tosto l'esaltazione sua al romano pontefice; ma trovandolo esso papa macchiato degli errori iconoclastici, nol volle riconoscere per vescovo, e gl'intimò la scomunica se non si ravvedeva dei suoi falli. Colla scorta di questo malvagio patriarca l'imperadore più che mai si diede a far eseguire i suoi sregolati editti, e a perseguitar chi non voleva ubbidire, con dar anche la morte a non pochi che contrastavano a' suoi ingiusti voleri. Credesi inoltre dal padre Pagi che per vendicarsi del santo papa Gregorio, egli facesse staccare dal patriarcato romano tutti i vescovati dell'Illirico, della Calabria e Sicilia, che dianzi immediatamente dipendevano dal papa, aggregandoli al patriarcato di Costantinopoli. Ciò apparisce da una lettera[295] di papa Adriano I a Carlo Magno. E può dirsi che di qui traesse principio la funesta division della Chiesa greca dalla latina: divisione in vari tempi interrotta e non mai estinta, anzi rinforzata poi maggiormente da Fozio e da altri ambiziosi o maligni patriarchi, e che dura tuttavia. Nondimeno è incerto se questa smembrazione accadesse sotto questo papa, oppur sotto il suo successore Gregorio III, come io credo piuttosto. Veggasi all'anno 733.
NOTE:
[294] Anastas., in Gregor. II.
[295] Adriani I Papae Epistol. in fine Concil. Nic. II.
Anno di CRISTO DCCXXXI. Indiz. XIV.
GREGORIO III papa 1. LEONE Isauro imperad. 15. COSTANTINO Copronimo Augusto 12. LIUTPRANDO re 20.
Fu questo l'ultimo anno della vita di papa Gregorio II, essendo egli stato chiamato da Dio nel dì 11 di febbraio al premio eterno delle sue virtù e fatiche in pro della religione cattolica, e meritevolmente riconosciuto per santo. Verso l'ordine monastico esercitò egli non poco la sua beneficenza, fondando nuovi monisteri, e ristorando i vecchi; stese la sua liberalità a varie chiese; e lasciò una perpetua memoria della sua pietà, dottrina e prudenza in mezzo di varii sconcerti della religione e del secolo. Dopo un mese e cinque giorni di sede vacante, se vogliamo seguitare il padre Pagi[296] ed alcuni esemplari di Anastasio bibliotecario, fu eletto e consacrato papa, con assenso ed applauso universale, Gregorio III, soriano di nazione. Ma nella vita del medesimo presso lo stesso Anastasio si legge, ch'egli contra sua voglia fu eletto nel tempo che si faceano i funerali al defunto Gregorio II, e però non già un mese e cinque giorni, ma solamente cinque giorni, dovrebbe essere durata la vacanza della Sede pontificia; se non che in essa vita si parla solamente dell'elezione, restando in dubbio se immediatamente ne seguisse la consecrazione, per cui veramente l'eletto cominciava il suo pontificato. Fa un grande elogio di questo novello pontefice Anastasio[297], o chiunque sia l'autore della sua vita, rappresentandocelo dotto nella lingua greca e latina, che recitava a memoria tutto il salterio, eloquente predicatore, amatore de' poveri, redentor degli schiavi, e vivo esemplare d'ogni cristiana virtù. Non tardò lo zelante pontefice a scrivere delle forti lettere agl'imperadori Leone e Costantino, esortandoli a desistere dalla persecuzione delle sacre immagini; e questi suoi sentimenti ed esortazioni inviò a Costantinopoli per mezzo di Giorgio prete. Ma questi giunto colà, veggendo l'aspro trattamento che si faceva a chiunque osava di opporsi alle determinazioni degli Augusti, per timor della pelle se ne tornò a Roma senza presentar quelle lettere. Confessò il suo fallo al pontefice, il quale, sdegnato per la di lui pusillanimità, raunato il concilio, volle degradarlo dal sacerdozio. Tante nondimeno furono le preghiere dei padri e dei nobili laici, che si contentò di dargli una buona penitenza, con patto che ritornasse alla corte colle stesse lettere. Andò egli in fatti, ma dai ministri imperiali nel passare per la Sicilia fu ritenuto, e stette quasi un anno esiliato in quelle parti. Provò in questi tempi la Gallia qual fosse la crudeltà e l'odio de' Saraceni contro de' Cristiani. Divenuti essi già padroni della Linguadoca, passarono il Rodano, s'impadronirono della città di Arles, assediarono quella di Sens, ma non poterono mettervi il piede, mercè dell'animo che fece in tal congiuntura ai cittadini s. Ebbone vescovo di quella città[298]. Distrussero poi assaissime chiese, monisteri e castella, lasciando dappertutto segni del loro furore con incendii e stragi de' miseri cristiani. Intanto i due eroi della Francia Carlo Martello ed Eude duca dell'Aquitania, in vece di volgere le armi contra di quegl'infedeli, ad altro non pensavano che a scannarsi l'un l'altro, e a sagrificar le vite de' popoli franchi alla loro ambizione. Toccò la peggio in una delle due battaglie ad Eude, e Carlo per due volte entrato nell'Aquitania, diede il guasto al paese con riportarne un immenso bottino a casa.
Avea Romoaldo II, duca di Benevento[299] sposata in seconde nozze Ranigonda figliuola di Gaidoaldo duca di Brescia. Ma egli terminò i suoi giorni circa questi tempi, oppure nell'anno 733, come pensa il Bianchi[300]. All'incontro Camillo Pellegrino fu di parere che avvenisse la morte di quel duca nell'anno 720, e che dopo lui per due anni governasse quel ducato un Aodelao, ossia Audelao, e che a lui succedesse nell'anno 724 Gregorio, che da Paolo Diacono vien chiamato nipote del re Liutprando, e creato duca da esso re. Ma avendo noi veduto all'anno 729 che il re suddetto andò per sottomettere al suo dominio il duca di Benevento, e volle ostaggi da esso, non par molto verisimile che allora comandasse ai Beneventani Gregorio, il quale, siccome nipote e creatura del re Liutprando, avrebbe dovuto conservar buona armonia collo zio. Certo è che ci mancano lumi per diradar queste tenebre; ma non è improbabile che circa i presenti tempi succedesse l'assunzione di Gregorio al ducato di Benevento, perchè torneremo a vedere all'anno 740 irato il re Liutprando contro del duca di Benevento, ed allora è probabile che il suddetto Gregorio non si contasse più tra i vivi. Però sia a me lecito di riferire qui ciò che ha detto Paolo Diacono intorno a questo affare. Scrive egli, che essendo mancato di vita Romoaldo II duca di Benevento, dopo aver comandato per ventisei anni, lasciò dopo di sè un figliuolo di poca età, nominato Gisolfo II. Contra di lui insorsero alcuni che anche tentarono di levarlo dal mondo; ma il popolo di Benevento, avvezzo alla fedeltà verso i suoi principi, gli salvò la vita con uccidere chi s'era sollevato contro di lui. Probabilmente quell'Audolao duca, menzionato nella Cronica di santa Sofia[301], ma non conosciuto da Paolo Diacono, o da lui apposta omesso, perchè considerato quale usurpatore, dovette occupar quel ducato e tenerlo per due anni. Ora il re Liutprando, che vedeva di mal occhio lo sconvolgimento di quelle contrade, e che dovette temere che i Greci vicini e nemici non profittassero d'una tal turbolenza, e dell'età di Gisolfo II incapace a reggere un sì vasto dominio, e in pericolo di perdere la vita, si portò a Benevento apposta, e levatone il fanciullo Gisolfo, vi pose per duca Gregorio suo nipote, la cui moglie si appellò Giselberga. Dato in questa maniera buon sesto alle dissensioni di quel ducato, se ne tornò il re Liutprando a Pavia, conducendo seco il suddetto Gisolfo, ch'egli fece nobilmente allevare come se fosse proprio figliuolo; e giunto che fu all'età convenevole, gli diede per moglie Coniberga, ossia Scauniberga, di nobil sangue; e questi poi a suo tempo fu creato duca di Benevento dal medesimo re Liutprando.
NOTE:
[296] Pagius, ad Annal. Baron.
[297] Anastas., in Gregor. III.
[298] Chron. Petav. apud Du-Chesne.
[299] Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 50 et 55.
[300] Blancus, in Notis ad Paul. Diac. tom. I Rer. Italic.
[301] Chron. S. Sophiae apud Ughel. Ital. Sacr. tom. 8.
Anno di CRISTO DCCXXXII. Indizione XV.
GREGORIO III papa 2. LEONE Isauro imperad. 16. COSTANTINO Copronimo Augusto 13. LIUTPRANDO re 21.
Chiarito oramai il sommo pontefice Gregorio III che a nulla giovavano presso dell'imperadore Leone le preghiere ed esortazioni perchè desistesse dalla guerra mossa contro le sacre immagini, nell'anno presente raunò nella basilica vaticana un concilio di novantatrè vescovi d'Italia[302], fra' quali furono i principali Antonio patriarca di Grado e Giovanni arcivescovo di Ravenna, e vi intervenne ancora tutto il clero romano coi nobili e col popolo d'essa città. Quivi fulminò la scomunica contra chiunque deponesse, distruggesse, profanasse o bestemmiasse le sacre immagini; ed egli il primo, e poi tutti gli altri prelati ne sottoscrissero il decreto. Ciò fatto, ingegnossi di far sapere la risoluzion del concilio agl'imperadori, con far loro premura perchè si rimettessero ne' sacri templi le immagini, e spedì le lettere per Costantino difensore. Questi ancora fu arrestato in Sicilia, e quivi detenuto prigione quasi per un anno intero, e le lettere gli furono tolte, con rimandarlo in fine caricato d'ingiurie e di minacce. Tutti poscia i popoli dell'Italia formarono varie suppliche ai predetti Augusti in favor delle sacre immagini, e le inviarono forse nell'anno seguente alla corte; ma questi scritti incorsero nella medesima disavventura, perchè furono intercetti da Sergio patrizio e generale dell'armi in Sicilia, i portatori cacciati in prigione, e rilasciati solamente dopo otto mesi col regalo di molte ingiurie. Non lasciò per questo lo zelante papa di scrivere altre lettere vigorose tanto ad Anastasio usurpatore del patriarcato costantinopolitano, quanto a Leone e Costantino Augusti intorno al medesimo affare, e le mandò alla corte per Pietro difensore, verisimilmente per altra via che per quella di Sicilia; e contuttochè Anastasio bibliotecario non ne dica l'esito, pure si sa che tanto gl'imperadori quanto Anastasio stettero fermi nella lor condannata determinazione. Già è deciso presso gli eruditi, che continuando i Saraceni di Spagna le loro scorrerie nella Gallia con incendiare e saccheggiar dovunque giugnevano, sicchè molte città restarono desolate dalla loro barbarie, Eude duca d'Aquitania, al cui paese specialmente toccò questo flagello, veggendosi a mal partito, o prima, ovvero allora pacificossi con Carlo Martello, e implorò il suo aiuto contra di quegl'infedeli. Unitisi dunque i due valorosi principi con una poderosa armata, furono ad affrontare i nemici presso della città di Poitiers, diedero loro battaglia, e poscia una memorabile sconfitta per valore specialmente delle truppe che Carlo avea seco condotte dall'Austrasia, cioè della Germania. Paolo Diacono[303] fa menzione anche egli di questa insigne vittoria, con dire che vi restarono morti trecento settantacinquemila Saraceni, e solamente mille e cinquecento Cristiani. Forse in tutta la Spagna e Linguadoca non v'era sì gran numero di combattenti Saraceni; e certo il buon Paolo spacciò qui la nuova di quel conflitto, quale correva fra il rozzo popolo, cioè stranamente ingrandita dall'odio che meritamente si portava da' Cristiani a quell'empia e finor trionfante nazione. Anche Anastasio bibliotecario fa menzione di essa vittoria, con riferire lo stesso numero di uccisi, ed attribuirlo al solo duca Eude. Ma sì egli che Paolo, dicendola accaduta nel pontificato di papa Gregorio II, e circa l'anno 725, confondono insieme due diverse vittorie, essendo certo che quella del presente anno fu veramente la più riguardevole contro quei Barbari, e che la gloria ne è principalmente dovuta al valore e alle milizie di Carlo Martello. E di qui ancora pare che risulti non essere stata scritta da autore alcuno contemporaneo la vita d'esso papa Gregorio II, e che chi la scrisse, dovette copiar da Paolo Diacono cotali avvenimenti.
NOTE:
[302] Anastas. Bibliothec., in Greg. III.
[303] Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 46.
Anno di CRISTO DCCXXXIII. Indizione I.
GREGORIO III papa 5. LEONE Isauro Imperadore 17. COSTANTINO Copronimo Augusto 14. LIUTPRANDO re 22.
Sotto quest'anno abbiamo da Teofane[304] che Leone imperadore diede per moglie a Costantino Copronimo Augusto suo figliuolo una figliuola del principe de' Gazari, cioè dei Tartari Turchi, avendo essa prima del matrimonio abbracciata la religion cristiana, e preso il nome d'Irene. Questa riportò la lode di buona principessa, studiò le sacre lettere, si distinse nella pietà, e non mai approvò l'empie opinioni del suocero nè del marito. Ora il medesimo Augusto Leone, in vece di accudire a reprimere i Saraceni che in questi tempi diedero il guasto alla Paflagonia, e si arricchirono colla rovina di que' popoli, ad altro non pensava che a sfogare il suo sdegno contro del papa e contro di chiunque contrastava in Roma al suo astio verso le sacre immagini. Però allestì una poderosa armata navale per gastigarli, e sotto il comando di Mane duca de' Cibirrei la spedì nel mare Adriatico. Confuse Iddio i di lui perversi disegni, perchè alzatasi un'orribil burrasca, fracassò o dissipò tutto quello stuolo, con vergogna e rabbia incredibile di chi lo avea spedito. Altro dunque non potendo per allora l'infuriato Augusto, imperversò contro le sostanze de' popoli della Sicilia e Calabria, accrescendo di un terzo il tributo della capitazione. Oltre a ciò, fece confiscare i patrimonii spettanti fin dagli antichi tempi alla Chiesa romana, posti parimente in Sicilia e Calabria, dai quali essa Chiesa ricavava ogni anno tre talenti e mezzo d'oro. Di questi patrimonii usurpati alla santa Chiesa di Roma in tal occasione parlano ancora Adriano I in un'epistola a Carlo Magno, e Nicolò I papa in un'altra a Michele imperadore. Ne fecero in fatti varie volte istanza i sommi pontefici agl'imperadori greci, ma sempre senza frutto, finchè i Saraceni, siccome vedremo, vennero ad assorbir tutto. Non so mai se potesse appartenere all'anno presente un avvenimento narrato da Agnello storico ravennate[305], mentre era arcivescovo di Ravenna Giovanni successor di Felice. La spedizion della flotta cesarea nell'Adriatico, accaduta in quest'anno, e il sapere che i Ravegnani andavano d'accordo coi sommi pontefici nel sostener le sacre immagini, e che il suddetto Giovanni loro arcivescovo senza paura nè dell'imperadore, nè dell'esarco, era intervenuto nel precedente anno al concilio romano celebrato contra gl'iconomachi, mi fan credere non improbabile che in Ravenna succedesse quanto vien raccontato dal medesimo Agnello; cioè, che tornò di nuovo un ministro imperiale con varie navi armate per saccheggiar Ravenna, come era accaduto negli anni addietro. Venuto quel popolo in cognizione dell'iniquo disegno, dato di piglio all'armi, in forma di battaglia andò ad incontrare i Greci. Finsero essi cittadini di prendere la fuga, ed allorchè furono allo stadio della Tavola, voltata faccia, cominciarono a menar le mani contra de' Greci. Intanto il vescovo Giovanni, il clero e tutti i maschi e femmine restati entro la città, vestiti di sacco e di cilicii, imploravano con calde preghiere e lagrime l'aiuto celeste in favore dei suoi. Sentissi una voce, senza sapersi onde venisse, nel campo ravennate, che loro intonò la sicurezza della vittoria: laonde tutti più che mai coraggiosamente s'avventarono contra de' Greci, i quali, vedendo rotta un'ala dell'esercito loro, presero la fuga, con ritirarsi nelle navi chiamate dromoni. Allora i Ravennati saltarono anch'essi nelle lor barchette e picciole caravelle, e furono addosso ai nemici, con ucciderne assaissimi, e precipitarne molti nel braccio del Po, che in questi tempi arrivava fino a Ravenna, di maniera che per sei anni dipoi la gente si astenne dai pesci di quel fiume. Questo conflitto accadde nel dì 26 di giugno, giorno de' santi Giovanni e Paolo, solennizzato dipoi da lì innanzi dal popolo di Ravenna quasi al pari del dì santo di Pasqua, con addobbi e con una processione in rendimento di grazie a Dio, perchè restasse in quel dì liberata la città dal mal talento de' Greci. Veramente sembra che non s'intenda come stando allora in Ravenna l'esarco Eutichio e seguitandovi a stare dipoi, il popolo di quella città si rivoltasse contra de' Greci, e continuasse poscia a far festa di quel prosperoso successo. Ma è da avvertire, che tanto in Roma che in Ravenna s'era sminuita di molto l'autorità degli esarchi, e questi navigavano come poteano. Nell'esercizio della giustizia e ne' tributi ordinarii era prestata loro ubbidienza; ma di più non veniva loro permesso, essendo quei popoli risoluti di sostener le sacre immagini, e di non lasciarsi opprimere dalle violenze indebite dell'empio imperadore. Era certo allora in disgrazia d'esso Augusto anche papa Gregorio III; e pure sappiamo da Anastasio[306] che questo pontefice ottenne dall'esarco Eutichio sei colonne onichine, le quali furono da lui poste nel presbiterio della basilica vaticana con travi soprapposti, tutti coperti con lastre d'argento effigiate. Vi pose ancora varii gigli e candellieri alti alcune braccia per le lucerne, tutti di argento, pesanti libbre settecento. Quel tanto dirsi da altri scrittori greci, che l'Italia s'era sottratta all'ubbidienza di Leone Isauro, non si dee credere che sia affatto senza fondamento.
NOTE:
[304] Theoph., in Chronogr.
[305] Agnell., in Vit. Episcopor. Ravenn., tom. 2 Rer. Italic.
[306] Anastas. in Gregor. III.
Anno di CRISTO DCCXXXIV. Indizione II.
GREGORIO III papa 4. LEONE ISAURO imperadore 18. COSTANTINO Copronimo Augusto 15. LIUTPRANDO re 23.
Circa questi tempi potrebbe essere accaduta la fondazione di Città Nuova fatta dal re Liutprando, quattro miglia lungi da Modena, sulla via Emilia, ossia Claudia, come da assaissimi secoli in qua noi diciamo. Doveano essere in quella parte del territorio modenese dei boschi, e niuna casa, e però quivi nascondendosi gli assassini, infestavano la strada regale della Lombardia, che passava per colà. Ora venne in mente al re di fabbricar quivi una terra o città, con piantarvi una colonia di Modenesi, acciocchè da lì innanzi restasse il passo ben guardato dagli assassini. Quivi tuttavia nella facciata della parrocchiale di san Pietro, che sola resta di quell'illustre luogo, ne esiste la memoria in un marmo, benchè logorato dal tempo e mancante nel fine. Le parole che ivi si leggono, son le seguenti in lettere romane:
HAEC XPS FVNDAMINA POSVIT FVNDATORE REGE FELICISSIMO LIVTPRAND PER EVM CEB... HIC VBI INSIDIAE PRIVS PARABANTVR, FACTA EST SECVRITAS, VT AX SERVETVR. SIC VIRTVS ALTISSIMI FECIT LONCIBARD. TEMPORE TRANQVILLO ET FLORENTISS. OMNES VT VNANIMES.... PLENIS PRINC....
Dissi illustre luogo, perchè nominato anche nel testamento di Carlo Magno, e veramente divenuta città dove dimorava un conte, cioè un governatore, o un gastaldo, cioè un regio uffiziale che amministrava giustizia, come ho con varii documenti provato nelle Antichità italiche[307]. Dopo il mille andò in rovina essa Città Nuova, probabilmente perchè il popolo di Modena volle maggiormente ampliare e popolare la propria città. Dura nondimeno tuttavia il nome della villa di Cittanova.
NOTE:
[307] Antiquit. Italic., Dissert. XXI.
Anno di CRISTO DCCXXXV. Indizione III.
GREGORIO III papa 5. LEONE Isauro imperadore 19. COSTANTINO Copronimo Augusto 16. LIUTPRANDO re 24.
Godeva intanto Gregorio papa pace, quantunque non godesse della grazia dell'imperadore Leone Iconomaco, perchè i Greci non aveano forza o maniera di comandare a bacchetta in Roma, e il popolo romano si trovava unito per sostener l'onore delle sacre immagini, e per non lasciarsi calpestare dall'adirato Augusto, cui per altro riconoscevano per loro signore. Attendeva dunque esso papa a ristorare ed ornar le chiese, ad ergere monisteri, e lasciar dappertutto segni della sua pia munificenza, che sono diligentemente annoverati nella di lui vita presso Anastasio[308]. All'incontro Leone Augusto era intento a punire o colla morte o coll'esilio chiunque ardiva di difendere il culto delle sacre immagini, e non mancarono de' martiri sotto di lui e de' suoi successori per questo. Venuto a morte nell'anno presente Eude celebre duca d'Aquitania e Guascogna[309], Carlo Martello, governatore di nome, re di fatti, della monarchia franzese, corse tosto ad occupar coll'armi quelle contrade. Avea Eude lasciato dopo di sè due figliuoli, Unaldo e Attone (lo stesso è che Azzo ed Azzone), i quali vigorosamente sostennero, finchè ebbero forze, le loro ragioni. Durò la guerra fino all'anno seguente, in cui, o, siccome io credo, che si venisse ad un aggiustamento, o che Carlo volesse acquistarsi la gloria di principe moderato, si sa che egli dichiarò e lasciò ad Unaldo tutto quel ducato, o almen parte d'esso, ma con obbligarlo a giurar fedeltà ed omaggio non già al re Teoderico IV, ma a sè stesso, e a Pippino e Carlomanno suoi figliuoli. Altrettanto avea egli fatto nell'anno precedente nel ricuperar Lione ed altre città dalle mani de' Saraceni, e nello impossessarsi del regno della Borgogna, con porre ivi dei suoi uffiziali e vassalli, come in paese di suo proprio dominio. In questa maniera andava egli istradando sè stesso, oppure i suoi figliuoli al regno: il che si vedrà effettuato a suo tempo. E perciocchè il saggio re Liutprando coltivava con gran cura l'amicizia coi re franchi e con esso Carlo Martello, e all'incontro per le sue mire alla corona anche Carlo Martello si studiava di mantener buona intelligenza col medesimo re Liutprando, volle circa questi tempi (e forse prima) lo stesso Carlo dare un solenne attestato della sua confidenza ed amistà al re suddetto. Pertanto mandò a Pavia Pippino suo primogenito a visitar Liutprando[310], e a pregarlo che volesse accettarlo per figliuolo d'onore. Volentieri acconsentì il re Liutprando, e la funzione ne fu fatta con tutta solennità, avendo esso re di sua mano tagliati i capelli al giovane Pippino, con che si veniva, per testimonianza di Paolo Diacono, a significare, secondo lo stile d'allora, che il teneva da lì innanzi per suo figliuolo. Poscia, dopo averlo regalato con magnifici doni, il rimandò in Francia al suo padre naturale.
NOTE:
[308] Anastas., in Gregor. III.
[309] Continuator Fredegarii, T. I. Du-Chesne.
[310] Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 53.
Anno di CRISTO DCCXXXVI. Indizione IV.
GREGORIO III papa 6. LEONE Isauro imperad. 20. COSTANTINO Copronimo Augusto 17. LIUTPRANDO re 25. ILDEBRANDO re 1.
Accadde che sul principio di questo anno gravemente s'infermò il re Liutprando di tal malore, che arrivò ai confini della vita, e comunemente si credè ch'egli fosse spedito[311]. Raunatasi per questo la dieta de' signori longobardi, di comun consentimento fu eletto e proclamato re Ildebrando, ossia Ilprando, nipote del medesimo re Liutprando. Seguì tal funzione fuori della città di Pavia nella chiesa di s. Maria alle Pertiche. E perchè era in uso di conferire questa sublime dignità con presentare un'asta al nuovo re, accadde che un cuculo, uccello, venne a posarsi su quell'asta, mentre Ildebrando la teneva in mano. Dai saggi di quel tempo, che badavano forte agli augurii, fu preso questo maraviglioso accidente (se pure s'ha da credere vero) per un prognostico che di niun uso sarebbe il principato d'esso Ildebrando. Si riebbe il re Liutprando dalla sua pericolosa malattia, e venuto in cognizione di quanto avevano operato i Longobardi, se l'ebbe a male. Tuttavia come principe prudente lasciò correre il fatto, ed accettò per collega il nipote, e negli strumenti si cominciarono a contare gli anni ancora di lui. S'era creduto in addietro dal Sigonio e da altri che l'elezion d'Ildebrando fosse accaduta nell'anno 740, perchè Paolo Diacono spesse volte confonde l'ordine de' tempi; ma Francesco Maria Fiorentini con rapportar le note cronologiche[312] di uno strumento dell'archivio archiepiscopale di Lucca, da me poscia dato alla luce[313], mise in chiaro che nel marzo del corrente anno correva l'anno primo del medesimo re Ildebrando. Sarebbe nondimeno restato a me non poco dubbio che negli ultimi mesi dell'anno 735 fosse conferito ad esso Ildebrando il titolo di re, dopo aver io osservato nel suddetto archivio lucchese altre memorie che sembrano insinuarlo. Veggasi la dissertazione de Servis[314] nelle mie antichità italiane. Ed avrei ciò tenuto per indubitato, se non mi fossi incontrato in una pergamena, scritta nel dì primo di febbraio del presente anno, in cui si vede notato l'anno XXIV del re Liutprando, senza che vi si parli del re Ildebrando. A questi tempi mi fo io lecito di riferire la restituzione fatta dal castello di Gallese da Trasmondo duca di Spoleti, narrata da Anastasio bibliotecario[315]. Era dianzi questa terra pertinenza del ducato romano, l'avevano occupato i Longobardi Spoletini, e per cagion d'essa passavano continue risse fra esso ducato romano e quello di Spoleti. Studiossi il buon papa Gregorio III di metter fine a queste contese, e una considerabil somma di danaro sborsato al duca Trasmondo quella fu che l'indusse a renderla ai Romani: con che cessò ogni nimistà e dissapor fra loro.
NOTE:
[311] Idem, ibid., c. 57.
[312] Fiorent., Memor. di Matilde, lib. 3.
[313] Antiq. Italic., Dissert. XXVIII, p. 769.
[314] Ibid., Dissert. XIV.
[315] Anastas., in Gregor. III.
Anno di CRISTO DCCXXXVII. Indiz. V.
GREGORIO III papa 7. LEONE Isauro, imperad. 21. COSTANTINO Copronimo Augusto 18. LIUTPRANDO re 26. ILDEBRANDO re 2.
Per attestato di Andrea Dandolo[316], essendo nata una civile discordia fra il popolo di Venezia, restò in quest'anno ucciso il lor duca Orso; e perciocchè le parti non si poterono accordare per eleggere un nuovo duca, si convenne di dare il governo ad un maestro di militi, ossia ad un generale d'armata, la cui autorità non durasse più d'un anno. E questi fu Domenico Leone, primo ad esercitar quella carica. Crede il medesimo Dandolo che in quest'anno accadesse nel Friuli uno sconcerto, raccontato da Paolo Diacono[317], ma che forse appartiene ad alcuno degli anni precedenti. Era tuttavia duca del Friuli Pemmone, postovi dal re Liutprando; era patriarca di Aquileia Callisto. Ora nei tempi addietro avvenne che Fidenzio vescovo della città di Giulio-Carnico, capitale una volta della Carnia, non trovandosi sicuro in quella terra a cagion delle scorrerie degli Avari e Schiavoni, ottenne licenza dai precedenti duchi del Friuli di poter fissar la sua abitazione in Cividal di Friuli, cioè nella diocesi del patriarca d'Aquileia, non avendo questa città vescovo proprio, come fu osservato dal cardinal Noris[318]. Venne a morte il vescovo Fidenzio, e in suo luogo fu eletto Amatore, che seguitò a tenere la residenza in quella città. Nella Cronica de' patriarchi d'Aquileia, da me data alla luce[319], si legge che a Fidenzio succedette Federigo, e a Federigo Amatore. Gran tempo era che i patriarchi d'Aquileia non potendo abitarvi in Aquileia, città disfatta e suggetta alle scorrerie dei sudditi imperiali dimoranti nelle isole di Venezia e nell'Istria, s'erano ritirati a Cormona[320], terra della loro diocesi. Ora non sapeva digerire il patriarca Callisto che un vescovo d'altra diocesi si fosse stabilito nella diocesi sua, ed abitasse in quella città in compagnia del duca e della nobiltà, e fors'anche si usurpasse alcuno de' diritti a lui spettanti, mentre egli era astretto a menar sua vita come in villa fra persone plebee. Sopportò, finchè visse Fidenzio; ma vedendo continuar questo giuoco, e forse fattene più doglianze, ma indarno, venuto un dì a Cividal del Friuli con molto seguito di persone, cacciò da quella città il nuovo vescovo Amatore, e si mise ad abitar nella casa stessa che dianzi serviva al medesimo prelato. Se l'ebbe molto a male questo fatto il duca Pemmone, e però unitosi con molti nobili longobardi, prese il patriarca, e condottolo al castello Ponzio, o Nozio, vicino al mare, vi mancò poco che nol precipitasse in quell'acque. Si ritenne, o fu ritenuto, e contentossi di chiuderlo in una dura prigione, dove per qualche tempo si nudrì col pane della tribolazione. Portato l'avviso di questa sacrilega violenza al re Liutprando, s'accese di collera, privò del ducato Pemmone, e conoscendo Ratchis suo figliuolo per uomo valoroso, il creò duca in luogo di suo padre. Disponevasi Pemmone, dopo questo colpo, di fuggirsene in Ischiavonia; ma cotanto si adoperò con preghiere il figliuolo Ratchis presso al re, che gli ottenne il perdono, e fidanza che non gli sarebbe fatto male; e però coi figliuoli e con tutti quei nobili longobardi che avevano avuta mano in quell'attentato, se n'andò alla corte del re. Allora Liutprando nella pubblica udienza avendoli tutti ammessi, donò a Ratchis Pemmone di lui padre, ed inoltre Ratcait e Astolfo di lui fratelli, e li fece andar dietro alla sua sedia; poscia ad alta voce ordinò che fossero presi tutti quei nobili. Allora Astolfo sbuffando, e non potendo pel dolore sofferir questa ingiustizia, fu per isfoderar la spada affine di tagliar la testa al re; ma Ratchis suo fratello il trattenne. Furono messe le mani addosso a que' nobili, a riserva di Ersemaro, il quale sguainata la spada, benchè inseguito da molti, sì bravamente si difese, che potè salvarsi nella basilica di s. Michele. Egli dipoi, solo a cagion di questa prodezza, meritò che il re gli facesse la grazia; agli altri toccò di fare una lunga penitenza nelle carceri. Tornò poscia il patriarca Callisto, liberato dalla prigione, a Cividale, dove, per attestato della Cronica suddetta dei patriarchi, fabbricò la chiesa e il battistero di s. Giovanni e il palazzo patriarcale. Diede fine alla sua vita in quest'anno Teoderico IV, re de' Franchi, e per cinque anni stette la Francia senza re, governando gli stati Carlo Martello, il quale è da maravigliarsi come non si mettesse la corona sul capo. Ebbe anche esso Carlo nell'anno presente da far pruova del suo valore contra de' Saraceni, che tornati ad infestar le contrade cristiane, per relazione del Continuator di Fredegario[321], s'impadronirono della città di Avignone. Fu ricuperata questa città da Carlo Martello, che v'accorse con tutte le sue forze, e poi rivolse l'armi contra la Linguadoca, posseduta da quegl'infedeli, ed assediò la città di Narbona. Allora i Saraceni di Spagna, fatto uno sforzo, vennero per liberar quella città. Tra essi e l'esercito di Carlo seguì un sanguinoso fatto d'armi colla sconfitta totale d'essi Saraceni. Non potè neppur con tutti questi vantaggi Carlo sottomettere Narbona; diede bensì il sacco a tutta la Linguadoca, smantellò Nismes ed altre città, e pieno di gloria se ne tornò alla sua residenza. Anche Paolo Diacono[322] fa menzione di questa vittoria.
NOTE:
[316] Dandulus, in Chronic., tom. 12 Rer. Ital.
[317] Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 51.
[318] Noris, de Synodo Quinta, cap. 9.
[319] Anecdot. Latin., tom. 4.
[320] Cioè di quei sudditi imperiali che per ragione di commercio abitavano nell'isole di Venezia, non essendo i Veneziani se non alleati dell'imperadore.
[321] Continuator Fredegarii apud Du-Chesne, tom. 1.
[322] Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 54.
Anno di CRISTO DCCXXXVIII. Indiz. VI.
GREGORIO III papa 8. LEONE Isauro imper. 22. COSTANTINO Copronimo Augusto 19. LIUTPRANDO re 27. ILDEBRANDO re 3.
Venne a Roma nel presente anno per la terza volta l'insigne vescovo ed apostolo della Germania s. Bonifacio[323], le cui continuate fatiche per piantare in mezzo a tanti popoli pagani la fede di Gesù Cristo non si possono leggere senza stupore. L'accoglienza a lui fatta dal pontefice Gregorio III e da tutto il popolo romano fu corrispondente al merito di quel mirabile coltivator della vigna del Signore. Dopo aver ricevuto dal buon papa molti regali, e quante sacre reliquie seppe dimandare, accompagnato ancora da tre lettere scritte da esso pontefice ai popoli della Germania, convertiti di fresco da lui alla vera fede, se ne partì contento alla volta della sua greggia. Nel cammino, o spontaneamente o invitato, passò a Pavia, dove il re Liutprando gli fece un bel trattamento, e il ritenne seco per qualche tempo, godendo e profittando dei di lui santi insegnamenti. Secondo i conti di Paolo Diacono[324], Gregorio duca di Benevento, nipote del re Liutprando, venne in quest'anno a morte, dopo aver governato quel ducato per sette anni. Gli succedette Godescalco duca, che solamente per tre anni tenne quel ducato, ed ebbe per moglie Anna. Fu allo incontro di parere Camillo Pellegrino[325] che la morte del suddetto Gregorio accadesse nell'anno 729, e che Godescalco campasse quattro anni nel ducato: tempo appunto assegnatogli nella Cronica di santa Sofia presso l'Ughelli. Finalmente il signor Bianchi[326] e il signor Sassi[327] pensano che Gregorio terminasse i suoi giorni nell'anno 740, e che gli succedesse allora Godescalco. Forse che i fatti a noi somministrati dalla storia, andando innanzi, ci porgeran qualche lume in mezzo a queste tenebre. Abbiamo ancora dal Dandolo[328], che nell'anno presente fu governata Venezia da Felice Cornicola maestro de' militi, o vogliam dire generale dell'armi, uomo umile e pacifico, il quale colle sue buone maniere rimise la concordia in quel popolo, ed ottenne che Deusdedit, ossia Diodato, figliuolo del duca Orso ucciso, fosse liberato dall'esilio, e se ne tornasse alla patria.
NOTE:
[323] Othon., in Vit. S. Bonifacii, lib. 1, cap. 28.
[324] Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 56.
[325] Camil. Peregrinus, Hist. Princ. Langob. tom. 2 Rer. Italic.
[326] Blancus, in Notis ad Paul. Diac., tom. 1 Rer. Ital.
[327] Saxius, in Notis ad Sigonium, de Reg. Ital.
[328] Dandulus, in Chron., tom. 12 Rer. Italic.
Anno di CRISTO DCCXXXIX. Indiz. VII.
GREGORIO III papa 9. LEONE Isauro imperad. 23. COSTANTINO Copronimo Augusto 20. LIUTPRANDO re 28. ILDEBRANDO re 4.
Più vigorosi che mai tornarono in quest'anno i Saraceni ad infestare la Francia. Presero, per attestato di Paolo Diacono[329], la città d'Arles, e portarono la desolazione per tutta la Provenza. Carlo Martello, governator d'essa Francia, stimò bene in questa congiuntura di chiamare in aiuto il re Liutprando, e a questo fine gli spedì ambasciatori con dei regali. Liutprando tra per la stretta amicizia ch'egli saggiamente mantenne sempre colla nazione franca, e perchè non gli piacea d'avere per confinanti al suo regno quegl'infedeli sempre ansanti dietro a nuove conquiste, montò senza dimora a cavallo, e con tutta la sua armata marciò in soccorso dell'amico principe. Fu cagion questa mossa che i Saraceni, abbandonata la Provenza, si ritirarono nella lor Linguadoca. Si sa dal Continuatore di Fredegario[330] che Carlo Martello anch'egli con tutto il suo sforzo venne in Provenza, ricuperò quelle terre e città, e, secondo l'uso suo, come se fossero paese di conquista, le unì al suo dominio. Cessato il bisogno, Liutprando se ne tornò col suo esercito a casa. Truovasi in quest'anno la fondazione dell'insigne monistero della Novalesa a piè del monte Cenisio, diocesi allora del vescovo di Morienna. Lo strumento fu dato alla luce dal p. Mabillone[331], e, siccome egli e il p. Pagi[332] hanno osservato, le note cronologiche di quel documento appartengono all'anno presente, in cui il fondatore Abbone, ricchissimo signore, donò a quel sacro luogo un'immensa quantità di beni, posti in varii contadi di qua e di là dall'Alpi Cozie. Crebbe poscia quel monistero in credito di santità, e molto più in ricchezze, come era in uso di questi tempi, ne' quali gran copia di stabili colava ogni dì nelle chiese e ne' monisteri pro redemptione animae suae. Si legge ancora la cronica antica d'esso monistero, pubblicata dal Du-Chesne, e da me accresciuta[333] nel corpo Rerum Italicarum, ma contenente fra molte verità non poche favole. E perciocchè il prurito d'ingrandir l'origine delle città e delle famiglie, passò talvolta anche nei monaci per dare maggior lustro alla fondazione de' lor monisteri, non bastò a quei della Novalesa di avere Abbone, uomo privato, per lor fondatore; vollero ancora che questo Abbone fosse patrizio romano, gran dignità in questi tempi, ma sognata in esso Abbone. Ho io osservato altrove[334], che anche in Padova col tempo fu spacciato per fondatore del celebre monistero di santa Giustina Opilione patrizio, ma con documenti che non sussistono. Quello della Novalesa, benchè servisse con parte delle sue sostanze a fondare il cospicuo monistero di Breme, o Bremido nel Monferrato, e tuttochè decaduto dall'antico splendore, pure conserva alcuna delle sue prerogative, perchè ornato di autorità diocesana, ridotto per altro in commenda, di cui oggidì è abate commendatario il signor Carlo Francesco Badia, insigne fra i sacri oratori. Circa questi tempi Ratchis duca del Friuli, forse irritato da qualche insolenza de' vicini Schiavoni, e perchè essi negavano un annuo tributo solito a pagarsi da essi al principe d'esso Friuli[335], col suo esercito entrò nella Carniola da essi posseduta, e fece un gran macello di quella gente, e devastò tutto il loro paese. Accadde che una brigata d'essi Schiavoni venne addosso al medesimo Ratchis senza lasciargli tempo da farsi dare la lancia dal suo scudiere. Ma egli colla mazza che aveva in mano sì fieramente percosse sul capo al primo che se gli appressò, che lo stese morto a terra, e questo colpo bastò a sbrigarlo dagli altri. Fu nell'anno presente, secondo l'asserzione di Andrea Dandolo[336], creato maestro de' militi, cioè governatore di Venezia, Deusdedit figliuolo del duca Orso, ucciso già nelle fazioni di quel popolo. Questo onore a lui fu fatto in ricompensa delle ingiurie e dei danni in addietro sofferti.
NOTE:
[329] Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 54.
[330] Continuator Fredegar., apud Du-Chesne, tom. 1.
[331] Mabill., Append. de Re Diplomatica.
[332] Pagius, ad Annal. Baron.
[333] Rer. Ital. P. II, tom. 2.
[334] Antiquit. Ital., Dissertat. XXXIV.
[335] Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 52.
[336] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.
Anno di CRISTO DCCXL. Indizione VIII.
GREGORIO III papa 10. LEONE Isauro imperad. 24. COSTANTINO Copronimo Augusto 21. LIUTPRANDO 29. ILDEBRANDO re 5.
S'imbrogliarono in quest'anno non poco gli affari d'Italia, ma senza che a noi sia pervenuta notizia de' veri motivi di questa turbolenza. Altro non sappiamo da Paolo Diacono[337], se non che Trasmondo duca di Spoleti si ribellò contra del re Liutprando. Però esso re passò a quella volta coll'esercito, affine di dargli il dovuto gastigo. Alle forze di questo re, e re bellicoso, non potè resistere Trasmondo, e lasciato in balia di lui tutto il paese, scappò a Roma: dopo di che Liutprando creò duca di Spoleti Ilderico suo fedele. Ascoltiamo ora Anastasio[338], o chiunque sia l'autore della Vita di papa Zacheria, che ci ha conservato varie particolarità di quegli avvenimenti. Scrive egli che l'Italia e il ducato romano furono in gran turbazione, perchè essendo perseguitato dal re Liutprando Trasmondo duca di Spoleti, questi si rifugiò in Roma. Fece istanza il re per averlo nelle mani, perchè probabilmente v'era convenzione fra l'uno e l'altro stato di darsi vicendevolmente i ribelli e servi fuggitivi. Ma papa Gregorio III e Stefano patrizio e duca, e l'esercito romano ricusarono di darlo. Per questo rifiuto, irritato il re, entrò nel ducato romano, e colla forza s'impadronì di quattro città romane, cioè di Amelia, Orta, Polimarzo (ossia Bomarzo, creduto da altri Palombara) e Blera, ossia Bleda. Ciò fatto, e lasciate quivi delle buone guarnigioni, se ne tornò a Pavia, correndo il mese d'agosto della Indizione II. Convengono gli eruditi in credere che s'abbia quivi a scrivere nella Indizione VIII corrente fino al settembre dell'anno presente. Ma da che si vide Liutprando allontanato cotanto da quelle contrade, Trasmondo fatta lega coi Romani, e tirato in essa anche Godescalco duca di Benevento, si mise all'ordine per ricuperare il perduto ducato. Raunossi a questo effetto quanto v'era di soldatesche nel ducato romano, e da due parti entraron quegli armati nelle terre di Spoleti. I primi a darsi furono quei di Marsi, di Forconio, di Valva e di Penna, terre d'esso ducato, oggidì del regno di Napoli. Entrati gli altri nella Sabina (parte allora del medesimo ducato), trovarono il popolo di Rieti ubbidiente ai loro cenni. Così felici successi furono cagione che Trasmondo senza fatica ricuperasse anche la città di Spoleti, e tutto insieme il restante del ducato. Il conte di Campello[339], a cui la immaginazione sua forniva tutti i colori per descrivere quei fatti, come se vi fosse stato presente, quantunque confonda non poco i tempi e le imprese, scrive che Ilderico, posto dal re Liutprando per duca in quelle contrade, restò ucciso in questi contrasti. Onde l'abbia egli preso nol so, nè si veggono le citazioni ch'egli qui aveva promesso. Ora certo è che quel ducato ritornò all'ubbidienza di Trasmondo. Nel registro del monistero di Farfa si legge una donazione d'esso duca, fatta mense januario Indictione VIII, che potrebbe appartenere a quest'anno prima della ribellione. Chi poi di sua testa vuol qui farci credere che Liutprando altro motivo per imprendere questa guerra non avesse fuorchè l'ansietà di sottomettere al suo totale dominio i duchi e ducati di Spoleti e Benevento, e che Leone Isauro avesse mano in questi torbidi per opprimere i papi contrarii alle sue perverse opinioni, parlano in aria, qualora non adducano la autorità degli antichi. In quest'anno, per attestato del Dandolo[340], fu governata Venezia da Gioviano, o Giuliano Ipato, cioè console imperiale, uomo nobile e cospicuo per le molte sue virtù, in riguardo delle quali egli meritò un sì fatto onore[341]. Ciò che significhi questo titolo, già ce lo ha detto il Dandolo, siccome ancora chi lo conferisse. Ma c'è un bel passo a noi conservato da Francesco Sansovino, che egregiamente dà lume ad esso e a noi cognizione dello stato di questi tempi. Parla de' popoli dell'Istria, i quali nell'anno 804 sottoposti a Carlo Magno e a Pippino suo figliuolo re d'Italia, si lagnavano in una scrittura di Giovanni duca, loro governatore[342]. Ab antiquo tempore, diceano essi, dum fuimus sub potestate Graecorum imperii, habuerunt parentes nostri consuetudinem habendi actus tribunati, domesticos, seu vicarios, necnon loci servatores. Et per ipsos honores ambulabant ad communionem, et sedebant in consessu unusquisque pro suo honore. Et qui volebant meliorem honorem habere de tribuno, ambulabant ad imperium (imperatorem), qui illum ordinabat hypatum. Tunc ille, qui imperialis erat hypatus, in omni loco secundum illum magistratum militum praecedebat. Così noi troviamo nelle città di Napoli, di Gaeta e di Amalfi, sottoposte ai greci Augusti, i governatori di esse, col titolo ora di duchi, ora d'ipati, ossia di consoli ed ora di maestri de' militi.
NOTE:
[337] Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 5.
[338] Anastas. Biblioth., in Zacharia, tom. 12 Rer. Italic.
[339] Campelli, Storia di Spoleti, lib. 13.
[340] Dandulus, in Chronic., tom. 12 Rer. Italic.
[341] Gl'imperadori di Costantinopoli, amici ed alleati dei Veneziani, sovente davano questo titolo, allora di molto onore, ai capi della repubblica.
[342] Sansovino, Venezia illustrat., lib. 13, facciata 356.
Anno di CRISTO DCCXLI. Indizione IX.
ZACHERIA papa 1. COSTANTINO Copronimo imperadore 22 e 1. LIUTPRANDO re 30. ILDEBRANDO re 6.
L'ultimo anno della vita di Leone Isauro imperadore fu questo. Un'idropisia il condusse al fine de' suoi giorni nel dì 18 di giugno, con lasciare il suo nome in abominazione ai popoli per la guerra da lui cominciata contro alle sacre immagini. Restò alla testa dell'imperio Costantino Copronimo, principe peggiore e più crudele del padre, de' cui vizii non si saziano di parlare gli scrittori greci[343]. Ma sul principio corse egli pericolo di perdere affatto l'imperio e la vita. Era egli uscito in campagna contra degli Arabi; quando Artabasdo o Artabaso, suo cognato, si sollevò contra di lui per torgli la corona di capo. Dai suoi parziali fu fatta correre voce in Costantinopoli che Costantino avea cessato di vivere. Di più non vi volle perchè tutto il popolo ne facesse festa, e caricasse di villanie e maledizioni il creduto defunto Augusto. Anche il patriarca Anastasio, uomo iniquo, che sapea navigare ad ogni vento, d'iconoclasta ch'era dianzi, voltato mantello, si cangiò in protettor delle sacre immagini; anzi con giuramento protestò d'avere inteso dalla bocca di esso Costantino delle orride asserzioni ereticali. Però tutto il popolo gridò al imperadore Artabasdo, il quale non fu lento a portarsi a Costantinopoli, dove, per cattivarsi gli animi de' cittadini, fece rimettere nelle chiese le sacre immagini. A tutta prima fuggì Costantino Copronimo; poi ripigliato alquanto di forza, venne alla volta di Costantinopoli, s'impadronì di Crisopoli, dove era l'arsenale in faccia della città, e succedette anche qualche zuffa fra i due rivali imperadori. Ma non veggendosi egli quivi sicuro, si ritirò, o andò a svernare nella città d'Amoria. Era forte in collera il re Liutprando contra di Trasmondo per avere, ad onta di lui, ripigliato il ducato di Spoleti, e contra del duca di Benevento che s'era collegato con esso Trasmondo, ma più coi Romani, dacchè colle lor forze avevano rimesso in casa quel duca. Però venuta la stagione in cui sogliono i re uscire per far guerra, con una poderosa armata s'incamminò verso Spoleti. Non è chiaro se a questi tempi, oppure alla guerra dell'anno 728 e 729 appartenga ciò che narra Paolo Diacono[344], poco curante dell'ordine de' tempi in riferir le imprese: cioè che mentre il re Liutprando si trovava lontano, in Rimini, ossia nel suo territorio, fu messo a fil di spada il di lui esercito. Per me credo più verisimile che ciò accadesse nella precedente guerra. Certo è che in questa esso re giunse nella Pentapoli, e nel passare da Fano a Fossombrone, in un bosco situato fra quelle due città, gli Spoletini e Romani, che vi si erano posti in agguato, gli diedero molto da fare, con impedirgli il passo. Tuttavia a forza d'armi si fece largo, e continuò la marcia. Aveva egli data la retroguardia a Ratchis duca del Friuli e ad Astolfo suo fratello; e però ad essi più che agli altri toccò di sostenere il peso de' nemici, i quali andavano malamente pizzicando alla coda i Furlani. Tale nondimeno fu la bravura di questi due condottieri e della lor gente a quel brutto passo, che sempre combattendo e ammazzando molti degli avversarii, seguitarono il loro cammino, con restar solamente feriti alquanti della loro brigata. Si avanzò fra gli altri uno de' più valorosi Spoletini, tutto armato, per nome Berto o Bertone, che chiamato per nome Ratchis, disse che la voleva con lui. Ratchis il lasciò venire, e con un colpo il gittò da cavallo. Accorsero i Furlani del suo seguito; ma Ratchis, uomo misericordioso, gli permise di fuggire; e colui, usando di questa grazia, carponi colle mani e co' piedi aggrappandosi ebbe la fortuna di salvarsi nel bosco. Anche addosso ad Astolfo due coraggiosi Spoletini corsero, mentr'egli stava passando per un ponte venendogli alla schiena. Ma egli, voltata faccia, con un fendente ne cacciò l'uno giù dal ponte, e immediatamente rivolto all'altro, l'uccise e fecelo rotolar giù nel fiume.
Allorchè succedette l'altra rottura fra i Romani e Longobardi nell'anno 728 e 729, veggendosi a mal partito il santo papa Gregorio II, perchè dall'un canto venivano contra di Roma i Longobardi, e dall'altro avea l'imperadore nemico, cioè più disposto a fargli del male che del bene, prese la risoluzione di raccomandarsi efficacemente con sue lettere a Carlo Martello reggente della Francia, potentissimo e prode guerriero de' tempi presenti. Questa particolarità la ricaviamo dal solo Anastasio[345], ma senza sapere che effetto producesse cotal ricorso. Della stessa massima si servì ancora, e molto più solennemente, papa Gregorio III per l'impegno preso dai Romani in favore del duca di Spoleti contra del re Liutprando, ben conoscendo che restava esposto il ducato romano alle forze e sdegno di quel re irritato. Però abbiamo dal continuatore di Fredegario[346] ch'esso papa spedì in quest'anno l'una dietro l'altra due ambascerie a Carlo Martello (cosa non più veduta per l'addietro in Francia), e gli mandò le chiavi del sepolcro di san Pietro con grandi ed infiniti regali. Pare anche che Anastasio[347] faccia menzione di questo fatto, ma non parla se non d'una sola ambasceria. Le dimande del papa erano, come i padri Ruinart e Pagi han dimostrato, che Carlo Martello volesse imprendere la difesa di Roma contra dei Longobardi, poichè in ricompensa esso papa coi Romani gli offerivano di levarsi affatto dall'ubbidienza dell'imperadore, che non potea soccorrerli, anzi gli aveva in odio, e di dare a lui la signoria di Roma col titolo di console, ossia di patrizio. Carlo Martello con ammirabil magnificenza ricevette questa ambasceria; mandò anch'egli de' suntuosi regali al papa; e tornando gli ambasciatori pontifizii indietro, unì con loro Grimone abbate di Corbeia, e Sigeberto monaco rinchiuso di san Dionisio, con ordine di venire a Roma. Di più non dicono gli storici. Ma che questa fosse l'intenzione del papa, pare che chiaramente si deduca dalle parole di una lettera scritta dipoi al medesimo Carlo Martello da esso Gregorio III, riportata dal cardinal Baronio[348] e nelle raccolte de' concilii, dove dice: Conjuro te per Deum vivum et verum, ut per ipsas sacratissimas claves confessionis beati Petri, quas vobis AD REGNUM direximus, ut non praeponas amicitiam regum Langobardorum amori principis Apostolorum, ec. E negli Annali di Metz presso il Du-Chesne[349] si legge che in tal occasione papa Gregorio III mandò a Carlo Martello una lettera col decreto de' principali Romani, contenente che il popolo romano, relicta imperatoris dominatione, desideravano di mettersi sotto la difesa ed invitta clemenza di esso Carlo. Cosa risolvesse Carlo Martello, amico del re Liutprando, e da lui soccorso nell'anno precedente, resta ancora da sapersi. Solamente abbiamo dalla divisione de' regni fatta da Lodovico Pio fra' suoi figliuoli[350], che egli loro raccomanda la cura e la difesa della Chiesa di san Pietro, cioè de' romani pontefici, siccome l'aveano avuta Carlo suo bisavolo, Pippino avolo, Carlo genitore ed egli stesso. Ma questo non chiarisce se Carlo Martello accettasse veramente il patriarcato di Roma, in quanto esso portava seco anche la signoria di Roma e del suo ducato; nè se cessasse allora in essa Roma totalmente il dominio imperiale.
Intanto il re Liutprando continuava il suo viaggio per far pentire Trasmondo duca di Spoleti, i Romani e i Beneventani della lega fatta contro di lui. Ma qui si truova un gruppo assai intricato di storia, che non si può bene sciogliere, e convien solo giocar ad indovinare. Nè Paolo Diacono, nè Anastasio dicono punto che il re Liutprando passasse all'assedio di Roma; eppur pare che questo si deduca, e lo dedusse in fatti il cardinal Baronio dalle due lettere scritte da papa Gregorio III. Si sa che Liutprando conquistò il ducato di Spoleti, e parrebbe che questo dovesse precedere l'insulto fatto a Roma; ma Anastasio scrive che i Romani furono in aiuto del re contra degli Spoletini. Parimente è a noi noto che Liutprando passò anche a Benevento, e ne scacciò il duca Godescalco; ma senza che si sappia il tempo preciso di tale azione. Dirò io quello che mi sembra più verisimile. Condusse il re Liutprando l'armata sua addosso al ducato di Spoleti, dove Trasmondo colle forze sue e de' collegati cominciò a difendersi con tutto valore. Mentre si disputava fra loro, l'armata regale, parte pel bisogno, e parte per gli eccessi quasi inevitabili delle guerre, attendeva a bottinare, non solamente in quel ducato, ma eziandio nelle terre vicine del ducato romano, certo essendo che la giurisdizione del ducato spoletino si stendeva per la Sabina ad una gran vicinanza di Roma, e fra gli altri andarono a sacco molti poderi e beni della Chiesa romana. In questi brutti frangenti, e nel timore di peggio, Gregorio III papa scrive le due lettere suddette[351] a Carlo Martello, colle quali, il più pateticamente che può, lo scongiura d'aiuto, con dirgli, fra l'altre cose, che nell'anno precedente nel passaggio dei Longobardi verso Spoleti aveano patito di molto nelle parti di Ravenna i beni allodiali e livellarii spettanti alla chiesa di san Pietro, che servivano alla luminaria d'essa chiesa e al sovvenimento de' poveri. Che in ripassando per colà in quest'anno i Longobardi aveano fatto del resto, mettendo a ferro e fuoco quanto incontravano per cammino. Che facevano ora lo stesso in varie parti del ducato romano, con avere distrutti i beni del beato Pietro principe degli Apostoli, e condotti via gli armenti. Il prega di non credere ai re Liutprando ed Ilprando, se gli rappresentano d'aver giusti motivi di procedere contro i duchi di Spoleti e Benevento, perchè questi in niuna cosa hanno mancato, ed essere solamente perseguitati per non aver voluto nell'anno innanzi volgere le lor armi contra del ducato romano, nè devastare i beni de' santi Apostoli, nè dare il sacco ai Romani, come aveano fatto essi due re. Poichè per altro i suddetti due duchi si esibivano pronti a soddisfare a tutti i lor doveri verso dei re secondo l'antica consuetudine. Nell'altra lettera torna a toccare la persecuzione ed oppressione fatta dai Longobardi, con aver tolto omnia luminaria ad honorem ipsius principis Apostolorum. Unde et ecclesia sancti Petri denudata est, et in nimiam desolationem redacta. Di qui ricavò il cardinal Baronio che l'armata longobarda fosse sotto a Roma, ed empiamente saccheggiasse la basilica vaticana, con inveir poscia contra del re Liutprando, e trovare che per gastigo di questa iniquità egli mancò di vita senza prole; quasichè Dio in tanti anni di matrimonio per l'addietro non gli avesse data successione in pena di un peccato che egli dovea poi fare. Va anche dubitando lo zelante cardinale che Carlo Martello in quest'anno, per non aver dato aiuto al papa, presto e miserabilmente morisse, quando appunto egli da lunghe febbri e da una grave inappetenza oppresso, non potè accudire all'Italia, e morì in tempi di queste medesime turbolenze. Sebbene è probabile ancora che l'aiutasse con raccomandazioni al re Liutprando, giacchè vedremo fra poco s'esso re fosse o non fosse rispettoso verso i sommi pontefici e verso la santa Chiesa romana. Ma il punto principale è, che non sussiste il sacco che il dottissimo cardinale immaginò dato alla basilica vaticana dall'esercito di Liutprando. Papa Gregorio III non parla quivi d'essa basilica, parla della Chiesa di s. Pietro, cioè della Chiesa romana, secondo l'uso di questi tempi, ne' quali ogni chiesa e monistero prendeva il nome dal suo titolare. Nomavansi in questa maniera le chiese di sant'Ambrosio di Milano, di san Giminiano di Modena, e simili. Nè altro dice esso pontefice, se non che i beni posseduti dalla santa Chiesa romana in varii di quei territorii, dove si faceva la guerra, erano stati devastati; male accaduto in infiniti altri incontri di questa fatta, e spesso contra il volere dei lor re e dei generali. Però non si accorda colla verità che Liutprando andasse sotto Roma, e molto meno che saccheggiasse la basilica sacrosanta del Vaticano; e per questa ragione Anastasio, o chiunque sia l'autor della vita di papa Zacheria, non parlò punto di questa insussistente empietà.
Potrebbe poi parere che mentre il re Liutprando era impegnato nella guerra contro Spoleti, accadesse un altro fatto, raccontato fuor di sito da Paolo Diacono[352], cioè che i Romani, unito un grosso esercito, alla testa di cui era Agatone duca di Perugia, vennero per ritorre Bologna dalle mani de' Longobardi. Ma v'erano di guarnigione tre bravi uffiziali, cioè Valcari, Peredeo e Rotari, i quali facendo una vigorosa sortita sopra essi Romani, molti ne tagliarono a pezzi, e il resto misero in fuga. Resta tuttavia in essa città di Bologna una bella memoria del dominio dei re Liutprando ed Ilprando, cioè un vaso di marmo nella chiesa di s. Stefano, per uso sacro, coll'iscrizione di stile barbaro, quale in quei tempi d'ignoranza sovente si trova. Fu essa inscrizione spiegata ed illustrata dal conte Valerio Zani, e si legge presso il conte Malvasia[353]. Eccone le parole.
VMILIBVS VOTA SVSCIPE DOMINE DOMNORVM NOSTRORVM LIVTPRANTE ILPRANTE REGIBVS ET DOMNI BARBATII EPISC. SANCTE ECCLESIE BONONIENSIS. HIC IN HONOREM RELIGIOSI SVA PRAECEPTA OBTVLERVNT, VNDE HVNC VAS IMPLEATVR IN CENAM DOMINI SALVATORIS ET SI QVA MVNERA CVISQVAM MINVERIT DEVS REQVIRET
Per altro è incerto se il tentativo fatto dai Romani, cioè dai sudditi dell'imperadore, per ricuperar Bologna, appartenga alla precedente guerra dell'anno 728 e 729, ovvero ai tempi presenti. Ora noi sappiamo da Anastasio[354], che non intervenne il popolo romano alla difesa di Trasmondo, allorchè il re Liutprando armato venne per ritorgli il ducato di Spoleti. E ne adduce quello storico la ragione, o il pretesto, perchè Trasmondo, dopo essere rientrato nel possesso di quel ducato, non si prese più cura o pensiero di cavar dalle mani del re le quattro città dianzi occupate di ragion del ducato romano, e per non aver mantenuto altri patti seguiti fra loro. Soggiugne Anastasio, che mentre il re Liutprando si preparava con tutto l'esercito per passare all'offesa del ducato romano, Dio chiamò a miglior vita il pontefice Gregorio III, con lasciare in Roma un bell'odore di santità, e non poche memorie della sua pietà e munificenza, che son descritte ad una ad una dallo stesso autore. Finì egli di vivere sul fine di novembre. Diede alla luce monsignor Fontanini[355] una lettera non più veduta di questo papa, cavata dalla Raccolta MS. degli antichi Canoni, fatta dal cardinal Deusdedit. Essa è scritta ai vescovi Tusciae Langobardorum, con pregarli di unirsi con Adeodato suddiacono regionario, _ad obsecrandum et Deo favente obtinendum pro quatuor castris, quae anno praeterito beato Petro oblata sunt, ut restituantur a filiis nostris Liutprando et Hilprando. Leggesi la data idus octobris Indictione IX_, cioè, secondochè pensa il suddetto prelato, nell'anno 740. Ma non essendoci probabilità che nell'anno 739 il re Liutprando, impegnato co' suoi soccorsi nella guerra dei Saraceni in Provenza, facesse l'impresa di Spoleti, convien credere che l'occupazion di quelle quattro castella o città seguisse anno praeterito, cioè nell'anno 740, siccome ho detto; e per conseguente che quella lettera sia scritta nel presente 741, prima che questo pontefice passasse a miglior vita, e che in vece d'Indictione IX, si abbia a leggere Indictione X, se pure l'indizione allora non correva in Roma sino al fine dell'anno: nel qual caso nulla sarebbe da mutare. Che se lo stesso monsignor Fontanini ci fa quivi sapere che Perugia era la capitale della Toscana de' Longobardi, avrebbe egli durata fatica a provar quest'asserzione, perchè sotto i Longobardi non apparisce che la Toscana costituisse un ducato, o marca, di cui fosse capo qualche città. Quello ch'è peggio, abbiam veduto poco fa Agatone duca di Perugia uffizial de' Romani, ossia degl'imperiali; e però neppur si vede che Perugia in questi tempi fosse sottoposta ai Longobardi, non che capitale della Toscana ad essi spettante.
Ora dopo quattro giorni di sede vacante fu assunto al pontificato romano Zacheria di nazione greco, personaggio di gran benignità, di tutta bontà, amatore del clero e popolo romano, che non sapea se non con fatica andare in collera, facile a perdonare, e che fu liberale infin verso coloro che dianzi l'aveano perseguitato. Questo buon papa[356], trovati i pubblici affari in iscompiglio per la guerra di Spoleti, in vece di mettere le sue speranze nel soccorso de' Franchi, lo mise in Dio, e coraggiosamente spedì tosto un'ambasceria al re Liutprando con esortazioni da padre, perchè non fosse turbata la pace del popolo romano, con pregarlo spezialmente della restituzione delle suddette quattro città, ed esibirgli la unione del popolo romano contro al duca di Spoleti di lui ribello. Con tutta sommessione accolse Liutprando questa ambasciata, e diede parola di restituir le città suddette. Dopo di che unitosi l'esercito romano con quello de' Longobardi, marciarono insieme alla volta di Spoleti. Il duca Trasmondo, veggendo che non v'era scampo per lui, elesse il partito di rimettersi nella clemenza del re Liutprando, e andò a gittarsi nelle di lui mani. Il re si contentò ch'egli si facesse cherico, ricompensa adeguata a chi aveva obbligato il padre ad abbracciar quello stato; e poi sostituì in suo luogo duca di Spoleti Ansprando, ossia Agiprando, suo nipote. Così Anastasio, così Paolo Diacono[357]; se non che Paolo nulla dice che i Romani fossero in aiuto del re Liutprando contra di Trasmondo. Per altro non è sì facile l'accordare insieme la narrativa di Anastasio colle lettere sovraccitate di papa Gregorio III. Dice il papa non avere Trasmondo avuto altro reato presso di Liutprando, che quello di aver ricusato di muovere le sue armi nell'anno antecedente contra di Roma. Anastasio all'incontro narra che Liutprando, dopo essersi impadronito del ducato romano, fece istanza ai Romani, perchè gli dessero il fuggito Trasmondo; e a cagione del loro rifiuto occupò le quattro già mentovate città, e quietamente dipoi se ne tornò a Pavia. S'egli avesse avuto mal animo contro di Roma, era allora vittorioso, aveva accresciute le sue forze coll'acquisto dell'ampio ducato di Spoleti, e con un duca nuovo sua creatura: non potea darsi più propizia congiuntura di quella per far del male ai Romani. Pure, secondo Anastasio, nulla ne fece, e tornossene alla sua reggia. Vuole la lettera di papa Gregorio, che Trasmondo fosse innocente, ed ingiustamente perseguitato da Liutprando; e noi abbiamo da Anastasio che papa Zacheria, pontefice non inferior di virtù al suo antecessore, consigliava i Romani di unire le lor armi contra d'esso duca Trasmondo: il che maggiormente servì ad abbatterlo. Tralascio altre osservazioni. Fu in quest'anno maestro dei militi e governator di Venezia Giovanni Fabriciaco, per quanto attesta il Dandolo[358]. Ma costui non arrivò a compire l'anno del suo governo, perchè i Veneziani il deposero, e gli cavarono anche gli occhi. Nel mese ancor d'ottobre del presente anno finì di vivere dopo lunga malattia Carlo Martello, reggente per tanti anni della monarchia franzese; celebre per tante vittorie da lui riportate, e benemerito di quella corona per avere oppressi molti tiranni, ma più benemerito della sua famiglia, ch'egli incamminò ad occupar quella stessa corona. Tuttavia perchè questo principe si servì delle rendite delle chiese per pagare i soldati in occasion di tante guerre, e introdusse lo abuso di dar le badie dei monaci in beneficio ai suoi uffiziali laici, lasciò dopo di sè una memoria svantaggiosa, e servì d'esempio ai suoi figliuoli e nipoti per continuar nell'abuso suddetto. Restarono di lui tre figliuoli Carlomanno, e Pippino, nati dalle prime nozze, e Griffone dalle seconde. Non accordandosi i due primi coll'altro, si venne all'armi. Griffone fu da quelli preso e confinato in una prigione, e Sonichilde sua madre in un monistero. Il cognome di Martello dato ad esso Carlo, non si truova presso alcuno degli antichi annalisti franzesi. Solamente comincia a leggersi nelle storie di Epidanno e Odoranno, che fiorirono nel secolo undecimo.
NOTE:
[343] Theoph., in Chronogr. Niceph., in Chronic.
[344] Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 54 et 56.
[345] Anastas., in Vit. Stephan. III.
[346] Continuator Fredegar., inter Opera Greg. Turonen.
[347] Anastas., in Gregor. III, et in Additamen.
[348] Baron., Annal. Eccl. ad ann. 740.
[349] Du-Chesne, tom. 3 Rer. Franc.
[350] Baluzius, Capitular. Regum Francor. tom. 1, pag. 685.
[351] Labbe, Concilior., tom. 6.
[352] Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 54.
[353] Malvasia, Marm. Felsin. Section. IV, c. 10.
[354] Anastas., in Zachar.
[355] Fontaninius, in Antiquit. Hort., lib. 2, c. 7.
[356] Anastas., in Zachar.
[357] Paulus Diacon., lib. 6, cap. 57.
[358] Dandulus, in Chron., tom. 12. Rer. Italic.
Anno di CRISTO DCCXLII. Indizione X.
ZACHERIA papa 2. COSTANTINO Copronimo imperatore 23 e 2. LIUTPRANDO re 31. ILDEBRANDO re 7.
O nel precedente anno, o pur nel presente dee ragionevolmente essere accaduta la mutazione fatta nel ducato beneventano. Paolo Diacono[359] immediatamente dopo la presa di Spoleti seguita a dire che il re Liutprando s'incamminò alla volta di Benevento con tutte le sue forze per punire Godescalco duca, siccome vedemmo, rivoltato contra di lui. Ma non aspettò Godescalco l'arrivo del re armato e vittorioso. Fece trasportare in nave tutte le preziose suppellettili del palazzo e la moglie sua, con pensiero di fuggirsene in Grecia. A lui nulla giovò, perchè mentre anch'egli va per imbarcarsi, i Beneventani parziali di Gisolfo II, gli furono addosso e l'ammazzarono. Ebbe sua moglie la fortuna di salvarsi e di ricoverarsi con tutto il suo avere a Costantinopoli. Uno dei suoi reati presso il re Liutprando vo io intendendo che fosse l'aver egli al suo dispetto preso il ducato di Benevento senza rispettare l'autorità regale, e in pregiudizio dei diritti competenti a Gisolfo II, siccome figliuolo di Grimoaldo II duca. Comunque sia, arrivato Liutprando a Benevento, quivi pose per duca esso Gisolfo. Però non si può mai menar buono a Camillo Pellegrino[360] il pretendersi da lui che la caduta di Godescalco e la assunzione di Gisolfo II sieno da riferire all'anno 752. Senza documenti autentici non oserei io qui di contrariare a Paolo Diacono, scrittore del presente secolo, che chiaramente mette in questi tempi la mutazione suddetta. E però essa appartiene all'anno presente, ovvero all'anno antecedente. Dopo avere stabilita la quiete nel ducato di Benevento, se ne tornò indietro il re Liutprando, e mentre era nella città di Orta, udì che papa Zacheria s'era mosso da Roma per venire a trovarlo. Per quante lettere avesse scritto il buon pontefice, non avea finora veduto adempiuta la promessa fatta da esso re di restituire le quattro città occupate al ducato romano: laonde si determinò di andar egli in persona a farne istanza, ben persuaso che la maestà, da cui è accompagnato il sublime grado di un romano pontefice, leverebbe tutti gli ostacoli all'esecuzion de' trattati. Nè si ingannò[361]. Partito da Roma col suo clero, animosamente si mise in viaggio per abboccarsi con Liutprando. Appena intese il re questa sua mossa, che spedì ad incontrarlo Grimoaldo suo ambasciatore, da cui fu condotto fino a Narni. Poscia mandandogli incontro i suoi duchi e primi uffiziali con alcuni reggimenti di soldati, che andarono a riceverlo otto miglia lungi da Narni, e il condussero in un venerdì a Terni città del ducato di Spoleti. In quella città davanti alla porta della basilica di s. Valentino se gli presentò con tutta riverenza il re Liutprando, accompagnato dal resto dei suoi uffiziali e soldati. Entrati nella chiesa, fecero le loro orazioni, ed usciti che furono, il re quasi per un mezzo miglio ossequiosamente addestrò il pontefice; ed amendue stettero quel dì nelle loro tende. Nel sabbato seguente seguì un abboccamento, in cui il saggio pontefice con tal grazia ed efficacia perorò, che tutta la politica infine s'inchinò alla religione. Liutprando non solamente accordò la pronta restituzione di quelle città, due anni prima occupate, con tutti i loro abitatori, e ne fece la donazione in iscritto; ma concedette ancora tutto quanto seppe dimandare il papa. Cioè ridonò a s. Pietro il patrimonio, ossia i poderi della Sabina, che trenta anni avanti gli erano stati tolti, e i patrimonii di Narni, di Osimo, d'Ancona e di Numana, e la valle chiamata Grande nel territorio di Sutri; e confermò la pace col ducato romano per venti anni avvenire. Oltre a ciò, donò al pontefice tutti i prigioni da lui fatti in varie provincie de' Romani, ed anche i Ravennati, con Leone, Sergio, Vittore ed Agnello consoli di quella città, e spedì lettere in Toscana e di là dal Po, acciocchè fossero messi in libertà. Or vegga il lettore se meritava questo re che la sua memoria fosse denigrata cotanto negli Annali ecclesiastici. Dimandò il re al papa che si degnasse di ordinare un vescovo in Narni, il cui nome non sappiamo, giacchè era mancato di vita Consignense, ossia Costantino, pastore di quella Chiesa, e il papa lo compiacque. Fu fatta la funzion della consecrazione alla presenza del re e della sua corte, e sì pia e maestosa comparve, che molti de' Longobardi non poterono ritener le lagrime per la divozione. Venuta la domenica, dopo la messa solenne invitato il re andò a pranzo col papa, e passò il convito con tal piacere, ch'esso re confessò dipoi di non aver mai mangiato in sua vita con tanto gusto. Nel lunedì si partì il buon pontefice, e il re mandò in sua compagnia Agiprando duca di Chiusi suo nipote, e Taciperto gastaldo di Toscanella, e Grimoaldo, non tanto per onorarlo, quanto perchè gli dessero il possesso delle soprannominate quattro città: il che fu da loro puntualmente eseguito. In questa maniera se ne tornò a Roma carico di allori il santo padre, e perciò accolto con incredibili acclamazioni dal popolo, al quale ordinò di fare una general processione a s. Pietro, per rendere grazie a Dio del buon successo dei suoi passi. Queste cose accaddero, dice Anastasio, nell'indizione decima dell'anno corrente; e però s'intende che nell'anno 740 erano state occupate quelle quattro città, ante biennium. Abbiamo poi da Niceforo[362] che in quest'anno Artabaso dominante in Costantinopoli dichiarò imperadore e collega Niceforo suo figliuolo, con farlo coronare dal patriarca Anastasio. Per attestato di Teofane[363] e di Elmacino[364], diede fine alla sua vita nell'anno presente Iscamo califa ed imperadore de' Saraceni, il quale, secondo la testimonianza di Roderico da Toledo[365], signoreggiò l'Iconia, la Listria, l'Alapia, la Caldea, le due Sorie, la Media, l'Ircania, la Persia, la Mesopotamia, la Fenicia, la Giudea, l'Egitto, l'Arabia Maggiore, l'Africa, l'Etiopia, quasi tutta la Spagna, la Linguadoca, e parte della Guascogna: cotanto era cresciuta la potenza de' Musulmani Saraceni. Fu dichiarato re della Francia in quest'anno Chilperico III, ed intanto Carlomanno e Pippino divisero fra loro la parte de' beni di Griffone loro fratello; e, secondo i più accreditati autori, in questo medesimo anno da Pippino e da Berta sua moglie nacque Carlo, che fu dipoi re ed imperadore, e giustamente si acquistò il titolo di Magno. Si disputa tuttavia intorno al luogo della sua nascita fra i Tedeschi e Franzesi. Accortisi i Veneziani che il governo limitato d'un anno pel loro rettore riusciva di incomodo e danno al popolo, elessero in quest'anno per loro duca o doge Deusdedit, figliuolo del duca Orso ucciso; e questi ebbe anche il titolo d'ipato, ossia di console imperiale dall'imperadore di Costantinopoli. Leggesi nel Bollario casinense[366] una bolla, data nell'anno secondo del suo pontificato da papa Zacheria, in favore dell'insigne monistero di Monte Casino. Ma quivi l'indizione II non corrisponde all'anno presente, e corrono sopra quel documento altri riflessi, per i quali lo stesso cardinal Baronio dubitò della sua legittimità.
NOTE:
[359] Paulus Diacon., lib. 6, cap. 57.
[360] Camill. Peregrinus, Histor. tom. 2 Rer. Ital.
[361] Anastas., in Zachar.
[362] Niceph. in Chron.
[363] Theoph., in Chronogr.
[364] Elmacinus, Hist. Sarac., lib. 1, c. 17.
[365] Roderic., in Histor. Arab.
[366] Margarinius, Bullar. Casinen. tom. 2, Constitut. 7.
Anno di CRISTO DCCXLIII. Indizione XI.
ZACHERIA papa 3. COSTANTINO Copronimo imperadore 24 e 3. LIUTPRANDO re 32. ILDEBRANDO re 8.
Fu decisa in quest'anno la controversia dell'imperio fra Costantino Copronimo ed Artabaso, ossia Artabasdo[367]. Vennero alle mani questi due rivali in Sardi. La peggio toccò ad Artabasdo, che lasciò anche l'equipaggio in preda ai vittoriosi. Si avventurò un'altra battaglia, Niceta figliuolo di esso Artabasdo con grande strage de' suoi fu anch'egli obbligato alla fuga. Ritiraronsi essi in Costantinopoli, città che venne strettamente assediata da Costantino, e presa nel dì 2 di novembre. Rimase prigione Artabasdo co' figliuoli. Costantino, dopo averli fatti accecare insieme col patriarca Anastasio, e coi loro parziali, li fece condurre per loro scherno nel circo sopra degli asini colla faccia volta alla coda. Nulladimeno persuaso che l'iniquo patriarca aderisse alle sue opinioni contra le sacre immagini, il rimise poscia nella sua sedia. Aveva il re Liutprando ben fatta pace col ducato romano, ma non già coll'esarcato di Ravenna, nè colla Pentapoli, provincie tuttavia dipendenti dall'imperio. Perciò in quest'anno fece grande ammasso di genti con disegno di impadronirsi di quelle provincie; e gli uffiziali suoi cominciarono la danza con espugnar alcune terre e città. Atterrito da questo turbine e dall'impotenza di resistere Eutichio patrizio ed esarco di Ravenna, altro scampo non ebbe, che di ricorrere all'intercessione del sommo pontefice[368]: al qual fine spedì a Roma una supplica, a nome ancora di Giovanni arcivescovo d'essa città e de' popoli delle città dell'Emilia e della Pentapoli, scongiurando che accorresse alla lor salvazione. Il primo ripiego che prese Zacheria, fu quello d'inviare con lettere e regali al re Liutprando Benedetto vescovo e visdomino della santa Chiesa romana, insieme con Ambrosio primicerio de' notai, ad esortarlo e pregarlo che desistesse dalle offese degli stati imperiali. Trovarono essi ostinatissimo il re nel disegno di quell'impresa. Allora il buon papa, lasciato il governo di Roma a Stefano patrizio e duca, qual padre amorevole, non atterrito dalle fatiche in pro de' suoi figliuoli, si mosse da Roma alla volta di Ravenna. Fu incontrato il santo pontefice dall'esarco alla basilica di s. Cristoforo quaranta miglia lungi da Ravenna, in un luogo chiamato all'Aquila. Presso poi a quella città gli uscì incontro gran parte del popolo dell'uno e dell'altro sesso, benedicendo Iddio per la di lui venuta. Di colà spedì egli al re suddetto Stefano prete ed Ambrosio primicerio, per notificargli il suo arrivo e la risoluzion presa di portarsi a trovarlo. Arrivarono essi ad Imola, città in questi tempi posseduta, non men che Bologna e Cesena, dai Longobardi; ma quivi trovarono delle difficoltà per proseguire nel viaggio, studiandosi i ministri del re di impedire la venuta del papa. Di ciò avvertito il santo pastore, confidato nell'aiuto di Dio, mosse arditamente da Ravenna, e raggiunti i suoi messi nella giurisdizione longobardica, gl'inviò innanzi al re, che a tutta prima non li volle ammettere, perchè mal sofferiva la venuta del buon pontefice, il quale nel dì 28 di giugno arrivò al Po, con trovar ivi i principali ministri mandati dal re per riceverlo. Con essi il papa si portò a Pavia, e fermatosi nella basilica di s. Pietro in Cielo aureo, situata allora fuor di Pavia, correndo la vigilia dello stesso principe degli Apostoli, quivi celebrò messa solenne: dopo di che entrò nella città. Nella festa seguente invitato dal re nella medesima basilica, solennemente compiè i sacri uffizii, pranzò col re, e seco poscia con accompagnamento magnifico fu introdotto nel regal palazzo. Quivi adoperò il pontefice l'eloquenza sua non solo per distornar Liutprando dall'opprimere l'esarcato di Ravenna, ma eziandio per indurlo a restituir le città occupate. Si trovò nel re una gran durezza: tuttavia condiscese in fine di rilasciare alcuni territorii a Ravenna, e due parti del territorio di Cesena alla parte della repubblica, cioè al romano imperio (che tale era il linguaggio d'allora), con ritenerne la terza parte in pegno, finchè tornassero da Costantinopoli i suoi ambasciatori. Ciò fatto, si partì di Pavia il pontefice, accompagnato da esso re fino al passo del Po, dove prese comiato da lui, ma con inviar seco i suoi duchi e primati, ed altri che eseguissero il concordato. Continuato poscia il viaggio, e riempiendo di consolazione i popoli per dovunque passava, siccome messagger di pace, arrivò finalmente a Roma, dove in rendimento di grazie a Dio celebrò di nuovo con tutto il popolo la festa dei santi apostoli Pietro e Paolo. Degna cosa di osservazione si è che in quest'anno nell'indizione XII, cominciata nel settembre, fu celebrato da papa Zacheria un consiglio in Roma, composto di molti vescovi, dove furono stabiliti varii canoni riguardevoli per la disciplina ecclesiastica. In fine vi si legge: Factum est hoc concilium anno secundo Artabasdi imperatoris, necnon et Liutprandi regis anno trigesimo secundo, Indictione duodecima. Non s'era dianzi negli atti romani giammai mentovato l'anno dei re longobardi. Diligentemente poi ci avvertì il cardinal Baronio che in vece dell'anno secondo di Artabasdo si dee leggere l'anno terzo, perchè a Roma non si era per anche intesa la di lui caduta e il risorgimento di Costantino Copronimo. Ad esso imperadore Costantino avea già papa Zacheria inviato un suo nunzio; ma questi trovato Artabasdo sul trono imperiale, saggiamente si era ritirato senza fare alcun personaggio, aspettando ciò che la sorte determinasse di questi rivali. Andò in fatti, siccome dissi, per terra Artabasdo; ed allora fu che il Copronimo vincitore ordinò che si cercasse conto del ministro pontificio, e dopo aver fatta la donazione al papa e alla Chiesa romana di due masse, cioè di due tenute considerabili di terreno, gli diede licenza di tornarsene in Italia. Queste masse erano appellate Ninfa e Normia, e appartenevano dianzi alla repubblica, cioè all'imperio: segno manifesto che tuttavia durava in Roma l'autorità e il dominio imperiale; nè i papi nè i popoli si erano sottratti dall'ubbidienza dell'imperadore, nè era stata fulminata espressa scomunica contro di Costantino Augusto, tuttochè nimico e persecutore delle sacre immagini.
NOTE:
[367] Theoph., in Chronogr. Niceph., in Chron.
[368] Anastas., in Vit. Zachariae.
Anno di CRISTO DCCXLIV. Indizione XII.
ZACHERIA papa 4. COSTANTINO Copronimo imperadore 25 e 4. ILDEBRANDO re 9. RACHIS re 1.
L'ultimo anno è questo della vita e del regno del re Liutprando, se pure egli non era mancato di vita nell'anno precedente; del che io dubito forte, considerando le parole di Anastasio[369], là dove scrive che la divina clemenza eumdem regem ante diem superius constitutum de hac subtraxit luce. Recò la morte sua una somma allegrezza ai Romani e Ravennati, e per lo contrario grande afflizione ai Longobardi, che in lui perdevano un ottimo principe; e tanto più perchè lasciava per successore Ildebrando suo nipote, già dichiarato re, ma mal voluto dalla sua nazione. L'elogio di Liutprando l'abbiamo da Paolo Diacono[370] nelle seguenti parole: Fuit autem vir multae sapientiae, consilio sagax, pius admodum et pacis amator, bello potens, delinquentibus clemens, castus, pudicus, orator pervigil, eleemosynis largus, literarum quidem ignarus, sed philosophis aequandus, nutritor gentis, legum augmentator. Aggiugne ch'egli in sua gioventù prese molte castella della Baviera, sempre confidando più nell'orazione che nell'armi; ed ebbe gran premura di conservar la pace coi Franchi e con gli Avari, padroni allora della Pannonia, oggidì Ungheria. Dal medesimo storico parimente sappiamo che questo gloriosissimo re fabbricò in onore di Dio molte basiliche in qualunque luogo, dove era solito a soggiornare. Oltre al monistero ch'egli aggiunse alla basilica di san Pietro in Coelo aureo, dacchè in essa fece trasportar dalla Sardegna il corpo dell'insigne vescovo e dottor della Chiesa s. Agostino, edificò eziandio nell'Alpe di Bardone, cioè nelle montagne di Parma, il monistero di Berceto, appellato di s. Abondio, perchè ivi fu riposto il sacro corpo di questo martire. Nei borghi ancora di Olonna, corte e villa insigne dei re longobardi in questi tempi, oggidì nomata Cortelona, spettante a don Carlo Filiberto d'Este, principe del S. R. impero, e marchese di san Martino e Borgomaimero, fabbricò una chiesa e un monistero in onore di s. Anastasio martire. Oltre a ciò, entro il suo palazzo di Pavia eresse la cappella del Salvatore, e quivi deputò preti e cherici, che ciascun giorno vi cantassero i divini uffizii: pia invenzione non praticata fino a que' giorni da alcuno dei re. Per attestato di Paolo suddetto, che non si può credere ingannato in ciò, data fu sepoltura al re Liutprando nella basilica di s. Adriano, dove dianzi l'avea conseguita anche il re Ansprando suo padre. Ma essendochè nella basilica di s. Pietro in Coelo aureo tuttavia si legge il suo epitaffio, costante opinione è degli storici pavesi che il di lui cadavero fosse col tempo trasferito in essa basilica. Io per me credo composto quell'epitaffio moltissimo tempo dopo la morte sua. E qui pose fine il suddetto Paolo Diacono alla sua Cronica de' Longobardi, senza sapersene il perchè. Se non ebbe cuore di scrivere la rovina del regno longobardico sotto Desiderio, poteva almen registrare le azioni dei re Rachis ed Astolfo. Restò al governo del regno longobardico il re Ildebrando suo nipote, che dopo di lui regnò anche sette mesi, per attestato di Sigeberto[371]. Leggesi nella storia della Chiesa piacentina del Campi, e presso il padre Mabillone[372], un suo diploma in favore della chiesa di s. Antonio, posta fuori di Piacenza, dato nel dì 31 di marzo del presente anno, correndo l'anno IX del suo regno, e l'indizione dodicesima: dal che si scorge passato già all'altra vita il re Liutprando. Ma essendo incorso questo principe nell'odio dei suoi popoli o per vizii antecedenti, o per susseguenti cattive azioni, tolto gli fu lo scettro, e questo conferito a Ratchis ossia Rachis duca del Friuli, di cui s'è fatta menzione di sopra, signore non men pel valore che per altre belle doti riguardevole. Nelle carte da me vedute d'esso re, correva l'anno II del suo regno nel dì 4 di marzo e nel dì primo di settembre dell'anno 746, e l'anno III nel dì 24 d'aprile dell'anno 747, e l'anno IV nell'agosto dell'anno 748, il che fa conoscere ch'egli prima del settembre dell'anno corrente fu alzato al soglio. Nè sì tosto il romano pontefice Zacheria[373] ebbe intesa la di lui assunzione, che gli spedì ambasciatori, con pregarlo di lasciare per riverenza del principe degli Apostoli in pace l'Italia. Furono ben impiegate queste preghiere, e si ottenne da lui una tregua per venti anni. In questi tempi, per attestato di Paolo Diacono, fiorirono due buoni servi di Dio, cioè Baodolino romito nel distretto di Foro di Fulvio, ossia Valentino, oggidì Valenza, presso il fiume Tanaro, e Teodelapio nella città di Verona, amendue famosi allora per i miracoli e per lo spirito di profezia. Ma l'opere loro son rimaste ascose nelle tenebre per negligenza dei nostri maggiori, che di questi e d'altri, i quali probabilmente vissero allora in Italia con odore di santità, niuna vita lasciarono, o se lasciaronla, non è giunta fino a' tempi nostri.
NOTE:
[369] Anastas., in Zachar.
[370] Paulus Diaconus, de Gest. Langobard., lib. 6, cap. 58.
[371] Sigebertus, in Chron.
[372] Mabill., Annal. Benedict., tom. 2.
[373] Anastas., in Zachar.
Anno di CRISTO DCCXLV. Indizione XIII.
ZACHERIA papa 5. COSTANTINO Copronimo imperadore 26 e 5. RACHIS re 2.
Fu quest'anno pacifico per tutta la Italia, perchè il re Rachis solamente pensò a ben assodarsi sul trono, e la tregua fatta coi Greci lasciava tranquillo il cuor dell'Italia. Papa Zacheria intento a sempre più stabilire nella Germania la fede cristiana, quivi piantata dall'infaticabile san Bonifazio, celebrò in questo anno in Roma un sinodo di pochi vescovi e preti, nel quale scomunicò Aldeberto e Clemente, due seduttori dei Cristiani, a lui denunziati da esso san Bonifazio. Intanto i due fratelli principi in Francia, Carlomanno e Pippino, fecero guerra, il primo ai Sassoni, l'altro in Alemagna, ossia Suevia, con riportarne vittoria, e questi prosperosi successi furono cagione che molti de' Sassoni abbracciarono la fede di Cristo.
Anno di CRISTO DCCXLVI. Indiz. XIV.
ZACHERIA papa 5. COSTANTINO Copronimo imperadore 27 e 6. RACHIS re 2.
Nel dì primo di marzo di quest'anno il re Rachis, correndo l'anno II del suo regno, pubblicò nove leggi, coll'aggiugnerle all'editto, cioè all'altre dei re longobardi. Nella quinta vien, sotto pena della vita, proibito a qualsivoglia persona l'inviare suoi messi a Roma, Ravenna, Spoleti, Benevento, in Francia, Baviera, Alemagna, Grecia ed Avaria, cioè nella Pannonia ossia Ungheria, allora abitata dagli Unni Avari. Ciò per gelosia di stato. Ma è ben degno di considerazione che qui vengano pareggiati ai popoli stranieri i ducati di Spoleti e Benevento, quasichè questi non fossero sottoposti al re longobardo. Forse allora correvano sospetti della fedeltà di que' duchi. Ed appunto noi sappiamo dai cataloghi da me stampati avanti alla Cronica di Farfa[374], che Ansprando duca di Spoleti compiè in quest'anno, oppure nel precedente, la carriera de' suoi giorni, ed ebbe per successore in quel ducato Lupo, ossia Lupone, che il conte Campello non inverisimilmente crede appellato Welfo in favella longobardica, significando in fatti questo nome tedesco il Lupo in italiano. Nelle giunte ad essa Cronica farfense si legge un diploma del medesimo Lupo e di Ermelinda (verisimilmente sua moglie) gloriosi e sommi duchi, in cui stabiliscono un monistero di sacre vergini vicino alle mura della città nostra di Rieti, e il mettono sotto la protezione dell'insigne monistero di Farfa. Quella carta è scritta Spoleti in palatio, anno ducatus nostri VI, mense aprili per Indictionem IV, cioè nell'anno 751. Nondimeno da altri documenti da me citati nelle Antichità italiane[375] si raccoglie il principio del di lui governo e ducato nell'anno 745; anno nondimeno, che a grandi calamità fu sottoposto in Occidente ed Oriente per la terribil pestilenza, che, secondo l'attestato di Teofane[376], ebbe principio in Sicilia e Calabria, e, diffondendosi poi per la Grecia, arrivò a flagellar anche Costantinopoli, con istrage incredibile de' popoli, e continuò qualche anno dipoi. Narra quello storico gli strani effetti di questo indomito malore, di cui non profittò punto il traviato imperador Costantino.
NOTE:
[374] Rer. Italic., part. II, tom. 2.
[375] Antiquit. Italic., Dissert. LXVII.
[376] Theoph., in Chronogr.
Anno di CRISTO DCCXLVII. Indiz. XV.
ZACHERIA papa 7. COSTANTINO Copronimo imperadore 28 e 7. RACHIS re 4.
Fu oggetto di ammirazione alla Francia e all'Italia in quest'anno la risoluzion presa da Carlomanno fratello di Pippino, di abbandonar le grandezze del secolo, e di abbracciar l'umile vita monastica. Gli era preceduto coll'esempio Unaldo, ossia Unoldo duca d'Aquitania, che due anni prima, ceduto al figliuolo il ducato, e preso l'abito monastico, si diede a far penitenza de' suoi peccati[377], ma con lasciar in fine una svantaggiosa memoria di sè presso molti, perchè da lì a venticinque anni, essendo morto il figliuolo Waifario duca e il re Pippino, se ne tornò al secolo e al governo dei suoi stati, e ripigliò moglie dopo sì lungo divorzio. Ora Carlomanno, reo anch'egli di molte crudeltà, a persuasione, per quanto si crede, del santo arcivescovo Bonifazio, venne in Italia, e presentatosi a papa Zacheria, fece di molti doni alla basilica di san Pietro, ed esposto il suo pensiero, ottenne da esso pontefice la sacra tonsura, ossia la veste monastica. Passato dipoi nel monte Soratte, dove si credea che fosse stato nascoso san Silvestro papa, quivi edificò un monistero, attendendo da lì innanzi ai santi esercizii del monachismo. Ma perchè frequenti erano le visite che a lui facevano i nobili franzesi, allorchè capitavano a Roma, veggendo egli di non poter quivi trovar la quiete desiderata, di là si trasferì al celebre monistero di Monte Casino, e sotto l'abbate Petronace, tuttavia vivente, colla profession religiosa obbligò il resto de' suoi giorni a quel sacro istituto. Leone Ostiense[378] ed altri raccontano varie pruove fatte della di lui umiltà e pazienza. Ma non è già vietato il credere una favola il raccontarsi da Reginone, ch'egli, senza essere conosciuto, fu ricevuto fra que' monaci, e che strapazzato dal cuoco, fu poi da uno dei suoi famigliari scoperto. Circa questi tempi, se dice il vero la Cronichetta del monistero nonantolano, di cui parleremo all'anno 750, il ducato del Friuli era governato da Anselmo, che fu poi fondatore del suddetto monistero. Avendo egli rinunziato al mondo per servire unicamente a Dio, pare che a lui succedesse in quel ducato Pietro figlio di Munichis, riconosciuto veramente per duca del Friuli da Paolo Diacono, ma senza assegnarne il tempo. A quest'anno appartiene un decreto di Rachis re d'Italia, che si legge nelle mie Antichità italiane[379], ma colle note cronologiche alquanto difettose, in cui determina i confini d'alcuni poderi del monistero di Bobbio.
NOTE:
[377] Mabill., in Annal. Benedictin.
[378] Leo, Chron. Casinens., lib. 1, cap. 7.
[379] Antiquit. Italic., Dissert. X, p. 517.
Anno di CRISTO DCCXLVIII. Indizione I.
ZACHERIA papa 8. COSTANTINO Copronimo imperadore 29 e 8. RACHIS re 5.
Attendeva in questi tempi studiosamente il popolo della città di Venezia alla mercatura, navigando anche e trafficando in Oriente e in Africa, ma senza guardarla per minuto, purchè facesse guadagno[380]. Capitarono non pochi di questi mercatanti veneziani a Roma, e quivi comperarono una gran quantità di servi, o vogliam dire schiavi cristiani dell'uno e dell'altro sesso, con disegno di condurli appresso in Africa, e di venderli ai Saraceni. Pervenuto agli orecchi del piissimo papa Zacheria questo loro disegno, non tardò a proibire un così infame traffico; e sborsato quel prezzo che si conobbe impiegato da essi nello acquisto di tali servi, mise in libertà tutta quella povera gente, siccome attesta Anastasio[381], ossia l'autore più antico della Vita di esso papa.
NOTE:
[380] L'illustre autore intende non di tutta la nazione in generale, ma solo d'alcuni particolari.
[381] Anastas., in Vita Zachar.
Anno di CRISTO DCCXLIX. Indizione II.
ZACHERIA papa 9. COSTANTINO Copronimo imperadore 30 e 9. ASTOLFO re 1.
Cessò in quest'anno la tregua accordata dal re Rachis alle città italiane dipendenti dall'imperio. Per colpa di chi, resta ignoto; se non che Anastasio[382] attesta che Rachis pieno di sdegno si portò coll'armi all'assedio di Perugia, minacciando inoltre tutte le città della Pentapoli; e sembra ancora che alcune di esse fossero da lui occupate. Questa sua collera non è ingiusto il credere che fosse originata da qualche mancamento o ingiustizia de' Romani, per cui restasse gravemente irritato l'animo suo. Comunque sia, appena agli orecchi del pontefice Zacheria pervennero questi movimenti di Rachis, che presi seco alquanti del clero, e i più riguardevoli personaggi di Roma, volò a Perugia, e quivi impiegati assaissimi doni e calde preghiere, tanto disse e fece, che, placato il re, l'indusse a levar l'assedio. Poco fu questo. In oltre il santo padre con tale efficacia gli parlò intorno allo sprezzo delle cose terrene, adducendo verisimilmente l'esempio fresco di Carlomanno, principe di tanta possanza, che, Rachis concepì anch'egli il disegno di abbandonare il mondo, e di darsi a servire a Dio nell'istituto monastico. In fatti da lì a pochi giorni egli rinunziò alla dignità regale, e in compagnia di Tasia sua consorte e di Ratrude sua figliuola, si portò a Roma, dove tutti e tre da esso pontefice riceverono l'abito monacale. Passò anch'egli ad abitare nel monistero di Monte Casino, e la moglie colla figliuola (oppur colle figliuole) fondò un monistero di sacre vergini a Piombaruola, non lungi da esso Monte Casino, dove si consecrarono a Dio per tutta la lor vita. Durava ancora a' tempi di Leone Marsicano[383] il nome della vigna di Rachis in Monte Casino, e la tradizione che la medesima fosse piantata e coltivata dallo stesso re divenuto monaco. A lui succedette nel governo del regno longobardico Astolfo suo fratello. Il Sigonio e il cardinal Baronio, seguitando l'Ostiense, rapportarono all'anno seguente 750 la rinunzia di Rachis, e l'assunzione al trono di esso Astolfo. Ma prima d'ora Sigeberto storico[384] antico, e a' dì nostri il padre Pagi[385], fondato nella vita di sant'Anselmo abbate di Nonantola, osservarono doversi riferire a questo anno cotali avvenimenti. Io parimente ho altrove[386] con varii documenti provato che il principio del regno di Astolfo s'ha da riporre nell'anno presente 749. E qui sotto all'anno 752 vedremo che egli era salito già sul trono nel dì 4 di luglio di questo medesimo anno. Nell'antichissima Cronichetta longobardica, da me data alla luce, si legge che Rachis regnavit annos IV et menses IX. Dovrebbe appartenere a questi medesimi tempi la fondazione del monistero di monte Ammiate in Toscana nella diocesi di Chiusi. L'Ughelli[387] ne ha pubblicata un'antica relazione, da cui apparisce che Rachis dopo l'assedio di Perugia, ed anche dopo aver preso l'abito monastico, edificò quel monistero. Quivi ancora si legge un diploma del re medesimo, che dona ad esso sacro luogo una gran quantità di beni. Sopra di che è da dire, poter essere stato che Rachis fondasse il monistero ammiatino; ma contenersi delle favole in quella relazione, ed essere poi discordante dalla relazione, anzi per più capi ridicolo quel diploma che si fa dato nell'anno 742, terzo del regno di Rachis, correndo l'indictione decima, cioè vivente ancora il re Liutprando. Di simili finzioni per accreditar le origini de' monisteri, o i lor santi, erano fecondi i secoli dell'ignoranza, e più di un esempio ne abbiam già veduto. Pensa Camillo Pellegrini, che in quest'anno a Gisolfo II duca di Benevento succedesse Liutprando. Ma se non v'ha errore nelle note cronologiche di un documento riferito nella Cronica del monistero di Volturno, da me data in luce[388], questo Liutprando con sua moglie Scaniperga, signoreggiava in quel ducato nell'anno 747, cioè molto prima dell'anno presente.
NOTE:
[382] Anast., ibid.
[383] Leo Ostiensis, Chron. Casinens. lib. 1, c. 8.
[384] Sigebertus, in Chron.
[385] Pagius, ad Annal. Baron.
[386] Antiquitat. Italic., Dissert. LXX.
[387] Ughel., Ital. Sacr. tom. 3 in Episcop. Clusin.
[388] Rer. Ital. part. II, tom. 1, pag. 374.
Anno di CRISTO DCCL. Indizione III.
ZACHERIA papa 10. COSTANTINO Copronimo imperadore 31 e 10. ASTOLFO re 2.
Piucchè mai in questi tempi si dilatava per l'Italia l'ordine monastico dei Benedettini, ed appunto correndo verisimilmente l'anno presente fu fabbricato nelle montagne di Modena e nella picciola provincia del Frignano il monistero di Fanano, oggidì nobil terra, distante ventidue miglia dalla città. Fondatore d'esso fu s. Anselmo, poscia autore e primo abate dell'altro insigne monistero di Nonantola, parimente nel ducato di Modena. Era Anselmo dianzi duca del Friuli e cognato del re Astolfo, perchè fratello di Giseltruda regina, moglie del medesimo Astolfo, per quanto ne lasciò scritto l'antico autor della sua Vita, pubblicata dal padre Mabillone[389]. Essendosi introdotto l'uso che anche i principi dessero un calcio alle terrene grandezze per servire nelle solitudini al re de' regi, Anselmo anch'egli, ritiratosi dal secolo, abbracciò fervorosamente l'istituto monastico. Ottenuto dal re Astolfo il luogo suddetto di Fanano, quivi ad onore del nostro Salvatore fabbricò un monistero, pose in esso dei monaci osservanti della regola di s. Benedetto, e v'aggiunse, secondo il rito d'allora, uno spedale per servigio de' pellegrini e forestieri che capitavano in quelle parti, e somma divenne la sua cura che niuno passasse per colà senza partecipare della carità sua nella mensa e nello albergo. Perchè non usavano allora, come oggidì, le osterie, perciò si studiavano i caritativi cristiani di fondare alberghi per i pellegrini ed altri viandanti, somministrando loro nel passaggio il tetto e gli alimenti. Si conservò per più secoli il monistero suddetto, cioè fino ai tempi di papa Clemente VIII, che trovatolo stranamente scaduto ne applicò quel poco che restava ad un monistero di monache fondato in quella terra. Immaginò il cardinal Baronio[390] che in questi tempi mancasse di vita Ricardo re di Inghilterra, padre de' ss. Willebaldo o Winebaldo, e Walpurga vergine, de' quali è fatta menzione nella vita del santo arcivescovo e martire Bonifazio. Nella città di Lucca, dove succedette la di lui morte e sepoltura, si legge l'epitaffio suo che comincia:
HIC REX RICHARDVS REQVIESCIT SCEPTRIFER ALMVS REX FVIT ANGLORVM REGNVM TENET IPSE POLORVM, ec.
Ma siccome dimostrò il padre Enschenio[391] della Compagnia di Gesù, Ricardo padre di san Willebaldo, fu bensì di nobil prosapia, ma non mai re di Inghilterra, e quell'epitaffio dee dirsi fattura de' secoli posteriori. Fini egli di vivere circa l'anno 721, e non già in questi tempi. Però quantunque anche nel Martirologio romano gli sia dato il titolo di re, ora sappiam di certo che tale non fu. Così ingrandivano (lo torno a dire) i secoli barbarici le cose loro, o per interesse, o per troppa brama di gloria. Ed egli ottenne anche il titolo di santo in tempi, ne' quali poco costava il canonizzar le persone dabbene: che per altro non son giunte a nostra notizia le virtù ed azioni, per le quali fosse a lui compartito sì luminoso onore.
NOTE:
[389] Mabill., Saecul. Benedictin. IV, tom. 1.
[390] Baron., Annal. Eccl.
[391] Henschenius, in Actis Sanctor. ad diem 7 februar.
Anno di CRISTO DCCLI. Indizione IV.
ZACHERIA papa 11. COSTANTINO Copronimo imperadore 32 e 11. ASTOLFO re 3.
Era nato nel precedente anno a Costantino Copronimo un figliuolo, a cui fu posto in nome di Leone. Nel presente correndo il sacro giorno della Pentecoste, egli il dichiarò Augusto e collega nell'imperio, con farlo coronare fa Anastasio falso patriarca di Costantinopoli. Di ciò fan fede Teofane[392], Niceforo[393] e Cedreno[394]. Per la cessione di Carlomanno poco fa riferita era Pippino suo fratello salito in maggior potenza. Contra di lui si ribellò bensì Griffone altro suo fratello, uomo di torbido ingegno; ma Pippino coll'armi lo aveva represso, ed insieme gastigati i Sassoni e i Bavaresi, rei di aver presa la protezione di lui. In somma, siccome maggiordomo della corte franzese, egli era il direttore e braccio unico di quella vasta monarchia. Da gran tempo ancora i re della Francia, ossia perché erano inetti al governo, oppure perché la forza de' maggiordomi avesse introdotti varii abusi, più non regnavano, benchè portassero il nome di re. Il maggiordomo aveva in suo pugno le rendite del regno, l'armi, le fortezze, e se al re s'indirizzavano le ambascerie, non rispondeva se non quello che piaceva al ministro. E tale era in que' tempi Chilperico re della Francia. Però Pippino cominciò a pensare, come essendo egli stesso nella sostanza re, potesse divenir tale eziandio col titolo. A questo fine nell'anno presente egli spedì suoi ambasciatori a Roma, per intendere sopra di ciò i sentimenti del papa, trattandosi di assolvere dal giuramento di fedeltà i popoli, e di deporre dal trono chi vi avea sopra un antico giusto diritto. Ciò che ne seguisse, lo vedremo nell'anno appresso.
NOTE:
[392] Theoph., in Chronogr.
[393] Niceph., in Chron.
[394] Cedrenus, in Historia.
Anno di CRISTO DCCLII. Indizione V.
STEFANO II papa 1. COSTANTINO Copronimo imperadore 55 e 12. LEONE IV imperadore 2. ASTOLFO re 4.
Secondochè abbiamo da varii Annali de' Franchi, la risposta di papa Zacheria alle dimande dei Franchi fu che lecito fosse ai primati e popoli della Francia di riconoscere per re vero il principe Pippino, e di levare l'autorità a Chilperico re allora di solo nome. Perciò Pippino sul principio dell'anno presente, se non fu sul fine del precedente, coll'autorità della sede apostolica e colla elezione e concorso di tutti i Franchi, fu proclamato re, con ricevere la sacra unzione, per quanto si crede, dalle mani di san Bonifazio arcivescovo di Magonza. Chilperico deposto fu dipoi tonsurato e posto nel monistero di san Bertino, per passar ivi il rimanente de' suoi giorni. Questa azione di Pippino contro di un re legittimo vien dai Franzesi moderni detestata quale eccesso intollerabile di ambizione; e si vorrebbe far credere che il papa o non v'ebbe mano, o non ve la dovea avere, con pretendersi ancora che san Bonifazio non vi acconsentisse, nè ungesse il nuovo re; ma certo in que' tempi la nazion franzese era d'altra opinione; ed è certo che la autorità pontificia influì non poco in quel cambiamento. Non mancano storici, a' quali aderì il padre Mabillone, che mettono nel precedente anno l'esaltazione e principio del regno di esso Pippino. Certissimo è bensì che nel presente fu chiamato da Dio a miglior vita il buon papa Zacheria nel dì 14 di marzo. Molte azioni pie e varii insigni doni da lui fatti alle chiese e ai luoghi pii di Roma, si possono leggere presso Anastasio e negli Annali ecclesiastici. Venne successivamente eletto pontefice romano Stefano prete, ed introdotto nel palazzo patriarcale del Laterano; ma nel terzo dì dopo la sua elezione, colpito da un accidente apopletico, lasciò di vivere. Onofrio Panvinio e il cardinal Baronio a questo eletto diedero il nome di Stefano secondo; ma il Sigonio e gli altri moderni con più ragione l'hanno escluso dal catalogo de' romani pontefici, perchè non l'elezione, ma la consecrazione quella è che costituisce i vescovi e i papi; e a questa consecrazione non si sa che l'eletto Stefano prete in sì poco tempo pervenisse. In fatti nè da Anastasio, nè dagli altri vecchi storici egli vien riconosciuto per papa, e il nome di Stefano secondo è riserbato da loro all'altro Stefano di nazione romano, che dodici dì dopo la morte di papa Zacheria restò eletto dal clero e popolo, e poscia consecrato; pontefice di gran merito per le sue virtù e per le sue piissime operazioni. Ma appena fu egli salito sul trono pontifizio, che la pace se ne fuggì dall'Italia, se pur non era fuggita molto prima. Nodriva Astolfo re de' Longobardi una gran voglia di aggiugnere a' suoi dominii quel che restava agl'imperadori in Italia; e questo suo ambizioso disegno, se crediamo ad Anastasio, scoppiò nel giugno dell'anno presente, con aver egli ostilmente assalito l'esarcato di Ravenna, ed occuputa quella città, con volgere poscia l'armi contra del ducato romano e delle città da esso dipendenti. Ho detto occupata in quest'anno la città di Ravenna dal re Astolfo; ma se non son guaste le note di un diploma di quel re, prese dal registro del monistero di Farfa, e da me rapportate altrove[395], bisogna credere che tale occupazione seguisse nell'anno precedente. Dicesi dato quel privilegio di Astolfo Ravennae in palatio, IV die mensis julii, felicissimi regni nostri III, per Indictionem IV, cioè nell'anno 751. Per conseguente, nel dì 4 di luglio di esso anno 751, il suddetto re Astolfo signoreggiava in Ravenna, da dove Eutichio ultimo degli esarchi era fuggito. Che occupasse ancora tutte le città della Pentapoli, si raccoglie da quanto diremo all'anno 755. Ch'egli ancora stendesse le sue conquiste sino all'Istria, con impadronirsi di quelle città, fin qui suddite del greco imperadore, si ricava dal memoriale esibito nel concilio di Mantova nell'anno 827, benchè sia ignoto il tempo in cui ciò avvenne. Passò inoltre Astolfo, se non nel precedente, certamente in quest'anno, ai danni del ducato romano.
Per quanto abbiam veduto finora, benchè i greci imperadori tenessero in Roma i loro ministri, pure la principale autorità del governo sembra che fosse collocata nei romani pontefici, i quali colla forza e maestà del loro grado, e colla scorta delle loro virtù placidamente reggevano quella città e ducato, difendendolo poi vigorosamente nelle occasioni dalle unghie de' Longobardi. Non fece di meno questa volta papa Stefano II. Come egli vide inoltrarsi le violenze di Astolfo, immediatamente spedì a lui Paolo Diacono suo fratello, ed Ambrosio primicerio[396] per ottener la pace. L'eloquenza e destrezza di questi ambasciatori, ma più i regali ch'essi presentarono, ebbero forza d'ammollir l'animo del re longobardo. Si conchiuse pertanto una pace, ossia tregua di quaranta anni, e ne furono firmati i capitoli con solenne giuramento. Ma non passarono quattro mesi che Astolfo, mettendosi sotto i piedi la giurata fede, tornò ad infestare i Romani, minacciando anche il papa, e pretendendo che cadauna persona del ducato romano gli pagasse un soldo di oro per testa, e pubblicamente protestando di voler sottomettere Roma al regno suo. Tornò il pontefice ad inviargli due suoi ambasciatori, cioè Azzo abbate di san Vincenzo di Volturno, ed Optato abbate di Monte Casino, come si raccoglie da Anastasio suddetto e da Giovanni monaco, autore della Cronica volturnense[397], acciocchè lo scongiurassero di lasciar in pace il popolo romano. Ma questi nulla impetrarono, anzi ebbero ordine di ritornarsene ai lor monisteri senza vedere il papa. Abbiamo nella vita di san Gualfredo abbate di Palazzuolo, scritta da Andrea terzo abbate di quel sacro luogo, e pubblicata dal padre Mabillone[398], che mentre rex magnus Haistulfus Italiae, Tusciae, Spoletanae, Beneventanae provinciae principabatur (parole degne di riflessione) anno regni ipsius fere quarto, il suddetto Gualfredo, personaggio nobile di Pisa, con due suoi compagni, in un luogo appellato Palazzuolo nel monte Verde di Toscana vicino a Populonia, ne' tempi antichi città, fondò un monistero, dove nello spazio di pochi anni si fece un'unione di sessanta monaci, che crebbe poi fino ad ottanta. Un altro monistero medesimamente fabbricarono essi tre servi di Dio in Pitiliano presso al fiume Versilia sul lucchese, dove si dedicarono a Dio le loro mogli con altre nobili donne, prendendo tutte il sacro velo, e formando col tempo una congregazione di circa novanta monache. Di altri monisteri fondati intorno a questi tempi ne' territorii di Lucca e Pistoia ho io rapportato varii documenti nelle mie Antichità italiche. E ciò che succedeva in Toscana, anche nell'altre parti dell'Italia avveniva; le memorie de' quali monisterii son tuttavia ascose negli archivii, oppure perite, per essere tanti monisteri passati in commenda. In questi tempi più che mai si studiava lo sconsigliato imperador Costantino Copronimo di abolir le sacre immagini[399] e di tirar dalla sua con varie arti i buoni cattolici. Il re Pippino, all'incontro, mossa guerra ai Saraceni che tuttavia occupavano la Settimania ossia la Gotia, oggidì la Linguadoca, conquistò varie loro città. Si ha ancora dagli Annali di Metz[400], che se gli diedero Barcellona e Girona, e gran parte della Catalogna: il che io non so accordare colla storia dei tempi susseguenti, certo essendo che Lodovico Pio, vivente Carlo Magno suo padre, per assedio costrinse Barcellona alla resa nell'anno di Cristo 801.
NOTE:
[395] Antiquit. Ital., Dissert. LXVII.
[396] Anastas., in Stephan. II Vit.
[397] Chronic. Vulturnens., part. II, tom. 1 Rer. Italic.
[398] Mabill., Saecul. III Benedictin., part. 2.
[399] Theoph., in Chronogr.
[400] Annales Metenses apud Du-Chesne.
Anno di CRISTO DCCLIII. Indizione VI.
STEFANO II papa 2. COSTANTINO Copronimo imperadore 34 e 13. LEONE IV imperadore 5. ASTOLFO re 5.
Continuarono le vessazioni del re Astolfo contra del ducato romano; e forse nell'anno presente, piuttosto che nel precedente, arrivò a Roma Giovanni silenziario, spedito dalla corte di Costantinopoli[401], che portava lettere dell'imperadore assai premurose a papa Stefano II per la conservazione degli stati, ed altre esortatorie al re Astolfo, acciocchè volesse restituire al romano imperio gli usurpati luoghi. Non perdè tempo il pontefice ad inviare il ministro imperiale in compagnia di Paolo Diacono suo fratello ad Astolfo, allora dimorante in Ravenna. A nulla servì questa spedizione. La risposta del re fu ch'egli intendeva di spedire un suo messo alla corte imperiale, per informar l'imperadore e trattar seco di questi affari, siccome egli in fatti eseguì. A questo avviso Stefano papa mal contento di simile sutterfugio, anch'egli inviò messi e lettere a Costantinopoli, con pregar l'Augusto sovrano che, a tenore di tante promesse già fatte, mandasse un esercito in Italia, capace non solo di difendere il ducato romano dai Longobardi, ma eziandio di liberare dalle lor mani l'Italia tutta: memorie ed azioni chiaramente comprovanti che Roma non s'era levata in addietro dalla ubbidienza de' greci imperadori, e che essi godevano tuttavia l'attual possesso e dominio di quella gran città e del suo ducato. Accrebbe intanto il re Astolfo le sue minacce contro del popolo romano, con dire che se non consentivano alla di lui volontà, gli avrebbe tutti messi a fil di spada. Però il santo pontefice attese in questi tempi coi Romani ad implorare la divina misericordia con orazioni e processioni di penitenza, in una delle quali portò appeso alla croce lo scritto di quei patti violati dal re longobardo. Ma vedendo in fine che a nulla giovavano le preghiere e gl'innumerabili regali inviati al re Astolfo, ricevuto anche avviso dalla corte cesarea che dall'imperadore non era da sperare soccorso alcuno: allora fu che dall'Oriente rivolse i suoi pensieri all'Occidente; e seguitando l'esempio de' suoi predecessori, cioè dei due ultimi Gregorii e di Zacheria, che erano ricorsi a Carlo Martello, non già re de' Franchi, come scrive Anastasio, ma direttore del regno dei Franchi, segretamente inviò lettere per mezzo di un pellegrino al re Pippino, implorando l'aiuto suo in mezzo a tante angustie. Spedì Pippino in Italia Drottegango abbate di Gorizia, per assicurare il papa di tutta la sua prontezza a soccorrerlo; e da lì a non molto inviò Crodegango vescovo di Metz ed Autcario duca, che invitarono il papa al viaggio di Francia. Arrivò in questo frangente ancora da Costantinopoli Giovanni, silenziario imperiale, con ordine al papa di portarsi al re Astolfo, per intimargli la restituzion di Ravenna e delle città da essa dipendenti. Chiesto poi passaporto ad esso re Astolfo, il pontefice, in compagnia del medesimo imperiale ministro e de' messi del re dei Franchi, nel dì 14 di ottobre dell'anno presente, accompagnato da molti Romani e dal pianto dei popoli, si mise in viaggio alla volta di Pavia, dove il duca Autcario a lui preceduto lo aspettava. Era già egli vicino a quella città, quando comparvero messi, inviati dal re Astolfo, per vivamente pregarlo di non muovere parola intorno alla restituzione dell'esarcato; ma il papa protestò che non desisterebbe dal farlo. E in fatti arrivato a Pavia, dopo avere regalato copiosamente il re, il tempestò con preghiere e lacrime, acciocchè restituisse il mal tolto. Altrettanto fece l'ambasciatore imperiale, allorchè presentò al re le lettere dell'augusto suo padrone. Ma non piacendo una tal sinfonia all'ostinato re, si sciolsero in fumo tutti questi maneggi. Fece ancora quanto potè Astolfo per impedire l'andata del papa in Francia; ma per timore dei ministri presenti del re Pippino, benchè fremendo, il lasciò partire. Pertanto il pontefice nel dì 15 di novembre, presi seco alquanti del suo clero, con due vescovi s'incamminò verso l'Alpi; ma per istrada avvertito che il re pentito d'avergli data licenza, era dietro ad attraversare il suo viaggio, sì frettolosamente cavalcò colla sua brigata, che arrivò alle Chiuse, cioè ai confini della Francia, dove ringraziò Dio di vedersi in salvo. Giunse dipoi al monistero agaunense di san Maurizio ne' Vallesi, dove il concerto era che seguirebbe l'abboccamento col re Pippino; ma colà essendo arrivati Fulrado arcicappellano di esso re, e Rotardo, duca, il pregarono di continuare il viaggio sino alla villa regale di Pontigone, perchè quivi il re avea destinato di accoglierlo. Venne poscia ad incontrarlo il principe Carlo primogenito del re; poscia tre miglia lungi dal palazzo della villa suddetta Pippino stesso colla moglie e coi figliuoli fu a riceverlo, ed immantinente smontato da cavallo, addestrò a' piedi per un certo tratto di via il santo padre, e condusselo al prefato palazzo nel dì 6 di gennaro dell'anno seguente.
In questi tempi, giacchè il re Astolfo avea donato ad Anselmo abbate suo cognato un luogo deserto nel contado di Modena, appellato Nonantola, di là dal fiume Panaro, e dove esso abbate coi suoi monaci avea già fabbricata una chiesa con un ampio monistero, fu esso tempio consecrato da Geminiano vescovo di Reggio e susseguentemente da Sergio arcivescovo di Ravenna per ordine di papa Stefano, come s'ha dalla vita del medesimo sant'Anselmo, rapportata dall'Ughelli[402] e dal padre Mabillone[403]; se pure non v'ha delle favole mischiate col vero. Dopo di che bramando Anselmo di ottenere dal romano pontefice il corpo di s. Silvestro, per maggiormente nobilitare il suo monistero, indusse il re Astolfo ad andar seco a Roma per impetrargli sì prezioso regalo. Colà giunti il re e l'abbate, e benignamente accolti dal papa, ottennero quanto desideravano, ed inoltre una bolla del medesimo papa Stefano, in cui si asserisce donato all'abbate Anselmo il corpo di s. Silvestro papa con altre reliquie. Quivi parimente si legge che esso pontefice esentò dalla giurisdizione del vescovo di Modena e di ogni altro prelato il monistero nonantolano. Questa è data nell'Indizione sesta, a dì 13 di gennaio dell'anno primo di esso Stefano papa. In essa bolla viene specificata la venuta a Roma del re Astolfo, e che allora si teneva dal papa un concilio, dove anche intervenne Sergio arcivescovo di Ravenna. Ma non ho io saputo finora persuadermi della legittimità di essa bolla, perchè indirizzata ai vescovi e cristiani Deo deservientibus regno italico, et patriarchatu romano; ed Astolfo chiamato rex italici regni: formole che dubito non usate in que' tempi. Da questa sola vita abbiamo un Geminiano vescovo allora di Reggio. Ma difficilmente si può credere un vescovo di tal nome in quella città, essendo questo nome piuttosto di un vescovo di Modena; e noi abbiamo da sicuri documenti che circa questi tempi fiorì Geminiano II vescovo di Modena. Di quel concilio romano non v'ha vestigio alcuno nella storia ecclesiastica. Ma, quel ch'è più, non si può accordare con quanto abbiam veduto finora l'andata del re Astolfo a Roma nel gennaio del presente anno. Già era cominciata la discordia e guerra fra esso re e i Romani: come mai figurarsi un sì pacifico ingresso d'Astolfo in Roma, e ch'egli fosse in quella bolla appellato piissimus rex, quando ci vien descritto solamente per iniquo e perfido dalla storia romana d'allora? Tralascio ciò che ivi è scritto intorno alle chiese battesimali, ed altre cose degne di riflessione. Per altro che fosse trasportato a Nonantola il corpo di san Silvestro, ciò vien asserito in alcuni antichi diplomi d'essa badia, la quale in poco tempo divenne una delle più insigni e ricche d'Italia, siccome vedremo. Se poi l'intero corpo di quel santo pontefice, o pure una sola parte toccasse a Nonantola, lasceremo disputare a chi lo pretende tuttavia a Roma nel monistero di s. Martino de' Monti. Certamente nella sedicesima lettera del Codice Carolino, scritta pochi anni dopo da papa Paolo al re Pippino, si legge di s. Silvestro: Cujus sanctum corpus in nostro monasterio a nobis reconditum requiescit, ec. Justum perspeximus, ut sub ejus fuisset ditione, ubi ipsum reverendum corpus requiescit. Altrettanto si ha da Anastasio bibliotecario[404] e da una bolla del suddetto Paolo I riferita dal cardinal Baronio[405]. Però bisogna andar cauto in prestar fede a certi antichi diplomi, perchè ne' secoli barbarici non mancarono imposture, e di questi pochi archivii, per non dire niuno, ne vanno esenti. Abbiamo ancora dalla vita suddetta, che il soprallodato s. Anselmo abate fondò uno spedale per i pellegrini ed infermi, quattro miglia lungi da Nonantola, coll'oratorio di santo Ambrosio, dove, a mio credere, ora è il passo di s. Ambrosio, sulla via Claudia, ossia romana, presso il fiume Panaro. Ne' confini ancora di Vicenza ne fabbricò a sue spese un altro, con porvi dei monaci al servigio pei poveri, ed uno similmente in un luogo appellato Susonia. Talmente in somma il santo abbate si adoperò, che in sua vita sotto il suo governo in varii siti ebbe mille cento quaranta quattro monaci senza i novizii, se dobbiam prestar fede alla Vita suddetta.
NOTE:
[401] Anastas., in Steph. II Vita.
[402] Ughell., Italic. Sacr., tom. 2 in Episcop. Mutinens.
[403] Mabill., Saecul. IV Benedictin., Part. 1.
[404] Anastas., in Pauli I Papae Vita.
[405] Baron., Annal. Eccl. ad ann. 761.
Anno di CRISTO DCCLIV. Indizione VII.
STEFANO II papa 5. COSTANTINO Copronimo imperatore 35 e 14. LEONE IV imperadore 4. ASTOLFO re 6.
Fece Stefano papa in Pontigone le sue doglianze contra dell'usurpatore Astolfo al re Pippino, con iscongiurarlo d'imprendere la protezion de' Romani, e di obbligare alla restituzione il longobardo; e furono ben ricevute le di lui istanze[406]. Fu dipoi condotto a Parigi, dove da lì a qualche giorno con gran solennità coronò in re di Francia esso Pippino e i suoi due figliuoli Carlo e Carlomanno, con dichiararli ancora patrizii de' Romani, del qual titolo parleremo più abbasso. Quindi è che si veggono tre lettere nel Codice Carolino, scritte ai medesimi suoi due figliuoli col titolo di re, benchè fosse tuttavia vivente Pippino lor padre. Avea spedito esso Pippino i suoi messi ad Astolfo, per esortarlo a rendere all'imperio gli stati occupati; ma nulla servì a fargli mutar pensiero. Però chiamati ad una dieta generale tutti i baroni del regno franzese, sì egli come il papa esposero i bisogni o motivi di unirsi contra del re longobardo, con trovarsi in tutti una mirabil disposizione a prendere l'armi in favore ed aiuto del papa. Arrivò intanto in Francia Carlomanno, fratello dello stesso re, già divenuto, come dicemmo, monaco in monte Casino. Giudicò bene il re Astolfo di muovere questo principe, per isperanza che egli colla sua presenza e facondia appresso il fratello Pippino potesse disturbare le pratiche del pontefice, delle quali forte egli temeva. Notarono gli antichi scrittori che Carlomanno assunse questo viaggio e sì fatta incumbenza per ordine del suo abbate Optato, il quale non potè resistere alle istanze del re Astolfo. Ma giunto a Parigi, ossia ch'egli non si volesse punto riscaldare in favore del re longobardo, oppure che prevalesse alle di lui persuasioni il credito e l'autorità del romano pontefice, certo è ch'egli non potè punto smuovere l'animo del re Pippino dall'imprendere la difesa degl'interessi a lui raccomandati dal papa. Però Carlomanno non curandosi, o non attentandosi di tornare in Italia, oppure, per quanto io credo, impedito dal papa e dal fratello, fu inviato ad abitare in un monistero di Vienna del Delfinato, dove in questo medesimo anno, secondo alcuni storici, oppure nel susseguente, come altri vogliono, terminò in pace i suoi giorni. Per quello che andremo vedendo, si potrà conoscere avere il papa fin da allora intavolato il trattato che Ravenna col suo esarcato fosse donata alla Chiesa Romana, e non già restituita all'imperio romano. Non lasciò il re Pippino di spedire altri ambasciatori ad Astolfo con vive preghiere, perchè s'inducesse pacificamente a rendere gli usurpati paesi. Altre lettere v'aggiunse papa Stefano, con iscongiurarlo di risparmiare il sangue cristiano: ma tutto fu indarno. Infellonito Astolfo, in vece di buone risposte, mandò all'uno e all'altro delle minacciose parole. Il perchè Pippino s'accinse finalmente a far guerra, e spedì alcune delle sue truppe alla guardia delle Chiuse dell'Alpi, ossia de' confini del regno. Accorso colà anche il re longobardo, ed informato che poche fino allora erano le milizie franzesi, senza perdere tempo, fatto aprir le Chiuse, andò ad assalirle. Ma quantunque fusse egli di troppo superiore di forze, pure permise Iddio che i pochi vincessero i molti, in guisa che egli, dopo aver corso pericolo della vita, fu costretto a fuggirsene, con ritirarsi e fortificarsi poi entro Pavia. Arrivato intanto con potente armata il re Pippino, calò in Italia, e giunto a Pavia, vigorosamente si pose all'assedio di quella forte città. Allora lo sconsigliato Astolfo, rientrato in sè stesso, fece segretamente muovere parola di pace, e buon per lui che il misericordioso papa bramava bensì la di lui correzione, ma non giù la rovina; e però abborrendo che si spargesse il sangue cristiano, trasse colle piissime sue ammonizioni il re Pippino ad ascoltar le proposizioni, e non andò molto che seguì fra loro pace, con avere Astolfo sotto fortissimi giuramenti promesso di restituire Ravenna e le altre città occupate, e a tal fine dati ostaggi al re de' Franchi. Tornò in Francia il vittorioso esercito, e papa Stefano a Roma, seco portando la speranza di aver messo fine ai passati disastri. In quest'anno il re Astolfo aggiunse al corpo delle leggi longobardiche quattordici nuove leggi, correndo l'indizione VII, come apparisce dalla prefazione alle medesime, pubblicata dal Sigonio[407], e da me data ancora alle stampe[408]. Nei medesimi tempi[409] l'imperador Costantino più che mai furibondo contro le sacre immagini, raunò in Costantinopoli un conciliabolo di trecento trentotto vescovi, al quale non intervenne alcuno del legati delle chiese patriarcali, cioè di Roma, Antiochia, Alessandria e Gerusalemme. Quivi per opera del falso patriarca di Costantinopoli fu pubblicato un editto di non venerar da lì innanzi le immagini di Cristo, della Vergine e dei santi, anzi di atterrarle ed abolirle, come idoli, dovunque si trovassero. Fu in molti paesi eseguito l'empio decreto, e mossa persecuzione contra de' monaci difensori delle medesime, in guisa che la maggior parte d'essi fu obbligata ad abbandonare i propri monisteri e di rifugiarsi in quelle contrade, dove si conservava il culto d'esse immagini, e non giugnevano le braccia dell'iniquo imperadore. Truovasi poi in questo anno Alberto duca governatore di Lucca nelle memorie rapportate dal Fiorentini[410], essendo egli succeduto a Walperto duca. Un documento, dove esso si truova nominato, l'ho riferito nelle mie Antichità italiane[411].
NOTE:
[406] Anastas., in Steph. II Vita. Annales Francorum.
[407] Sigonius, de Regno Italiae.
[408] Rer. Ital., P. II, tom. I.
[409] Theoph., in Chronogr. Niceph., in Chron.
[410] Fiorentini, Memor. di Matilde, lib. 3.
[411] Antiquit. Ital., Dissert. IV, p. 136.
Anno di CRISTO DCCLV. Indizione VIII.
STEFANO II papa 4. COSTANTINO Copronimo imperadore 36 e 15. LEONE IV imperadore 5. ASTOLFO re 7.
Bisognerà ben credere che Astolfo re dei Longobardi fosse uomo di poca coscienza, ed anche di men giudizio, da che egli non istette molto a calpestare i giuramenti fatti e ad irritar la pazienza del re Pippino, principe di potenza tanto superiore alla sua. Non solamente nulla restituì di quanto avea promesso, ma furibondo sul principio dell'anno corrente, se pur non fu di giugno, unito tutto lo sforzo delle sue armi e del ducato beneventano, passò all'assedio di Roma con dare il guasto ai contorni, asportare i corpi de' Santi ritrovati nelle chiese fuori della città, e tormentare con frequenti assalti la città medesima. Siccome costa dal Codice Carolino, cioè dal carteggio che allora passava tra i romani pontefici e i re di Francia, e come lasciò scritto anche Anastasio, ossia l'autore della vita di papa Stefano II, diede esso pontefice prontamente avviso della prepotenza e perfidia di Astolfo al re Pippino, inviandogli per mare i suoi legati, cioè Giorgio vescovo e Tomarico conte, in compagnia di Guarnieri abbate franzese, che a nome di Pippino si trovava in Roma. Seguitando poi con più furia l'assedio, nè udendosi movimento alcuno de' soccorsi desiderati, scrisse il medesimo pontefice una lettera a nome di san Pietro apostolo ad esso re Pippino, a' suoi figliuoli e a tutta la nazion franzese, rapportata dal cardinal Baronio e dal Codice Carolino, in cui si finge che esso Apostolo li chiami, con quante formole patetiche si seppero trovare, all'aiuto di Roma, promettendo loro per tale azione la vita eterna in paradiso, e minacciando, se nol facevano, l'eterna lor dannazione. Questa lettera, dice l'abbate di Fleury[412], è importante per conoscere il genio di quel secolo, e fin dove le persone più gravi sapevano spingere la finzione, quando la credevano utile. Nel resto essa è piena di equivochi, come le precedenti. La Chiesa vi significa non l'assemblea de' fedeli, ma i beni temporali consecrati a Dio; la greggia di Gesù Cristo sono i corpi e non già le anime; le promesse temporali dell'antica legge sono mischiate colle spirituali del Vangelo; e i motivi più santi della religione impiegati per un affare di stato. Certamente nulla è più capace di travolgere le nostre idee e di farci nascere in mente delle dolci e strane immaginazioni, che la sete e l'amore de' beni temporali innata in noi tutti. Ma intorno a questa delicata materia basterà per ora il poco che ho riferito dello storico franzese. Ora noi abbiamo dai continuatori di Fredegario, da Anastasio e da altri, che il re Pippino, raunato un potentissimo esercito si mosse alla volta d'Italia: del che avvertito Astolfo, sciolto l'assedio, lasciò libera Roma, ed accorse colle sue forze alla difesa dei confini dell'Italia, per opporsi ai Franzesi. In questo mentre arrivarono a Roma due ambasciatori spediti dall'Augusto Costantino al re di Francia, cioè Gregorio capo de' segretarii, e Giovanni silenziario, con ordine, per quanto apparisce, di commuovere esso re contra de' Longobardi, e di procurar la restituzione dell'esarcato al romano imperio. Udito poi che già il re Pippino era marciato colla sua armata, se ne stupirono forte, nè lo sapevano credere. Perciò senza perdere tempo, messisi in viaggio per mare, e seco conducendo un messo dato loro dal papa per accompagnarli, in breve pervennero a Marsiglia, dove udendo che già il re Pippino avea valicato l'Alpi, se ne afflissero non poco. Aveano essi, per quanto si può conghietturare, scoperto prima, o certo scoprirono allora, che i negoziati del papa contra de' Longobardi erano, non già in favore dell'imperador loro padrone, ma bensì in profitto del sommo pontefice e della Chiesa romana, alla quale Pippino avea promesso in dono l'esarcato. Per ciò s'ingegnarono in tutte le forme, e colle brusche ancora, di tenere indietro il messo del papa, e in fatti il suddetto Gregorio andando innanzi, trovò Pippino poco lungi da Pavia, e presentate le lettere imperiali, non omise preghiere per indurlo a fare restituire all'imperadore suo padrone le città dell'esarcato, siccome paese a lui usurpato, e su cui non aveano per anche acquistato alcun legittimo diritto i Longobardi, con esibirsi di pagar le spese occorse nella guerra. Ma Pippino in poche parole apertamente gli disse di aver fatto un dono di quella contrada a san Pietro, cioè alla Chiesa romana, e che per tutto l'oro del mondo non cambierebbe mai pensiero. Se i ministri cesarei impugnassero il disegno di questo donativo, come di cosa altrui, nol sappiamo. Solamente si sa ch'essi ministri furono licenziati, senza che ottenessero neppur buone parole.
Intanto posto l'assedio a Pavia, Astolfo si trovò verso il fine dell'anno costretto a chiedere perdono, a pagare gran somma di danaro, e a promettere in forma più stretta di rendere le città al papa, aggiungendo anche alle medesime la città di Comacchio, che dianzi doveva essere del re longobardo, e non già inchiusa nell'esarcato. Allora fu che Pippino, siccome attesta Anastasio, fece una donazione in iscritto di essa città a san Pietro, ossia alla Chiesa romana, ed inviò tosto Fulrado abbate del monistero di san Dionisio a prendere il possesso, con ritornarsene egli intanto in Francia. Andò Fulrado coi deputati del re Astolfo a città per città dell'esarcato e della Pentapoli (segno che tutte erano dianzi venute in potere de' Longobardi), e ricevendone le chiavi e gli ostaggi, coi principali cittadini d'esse passò a Roma, dove sopra l'altare di san Pietro pose le chiavi suddette, insieme colla donazion fattane dal re Pippino, e diede a san Pietro e a tutti i suoi vicarii romani pontefici per l'avvenire il possesso di quelle città: cioè di Ravenna, Rimini, Pesaro, Fano, Cesena, Sinigaglia, Jesi, Forlimpopoli, Forlì col castello Sussubio, Monfeltro, Acerragio, Monte di Lucaro, Serra, Castello di san Mariano (forse san Marino), Bobio (diverso dall'altro della Liguria), Urbino, Cagli, Luceolo, Gubbio, Commachio, colla giunta ancora della città di Narni, che i duchi di Spoleti molti anni prima aveano tolta al ducato romano. Ma qual fosse e con quali condizioni una tal donazione non resta a noi ben chiaro, essendo periti gli atti e strumenti d'allora, e a nulla servendo per illuminarci i posteriormente finti, se mai uscissero alla luce. Papa Stefano in una delle sue lettere al re Pippino[413] scrive che il re Astolfo nec unius palmi terrae spatium beato Petro, sanctaeque Dei Ecclesiae, vel reipublicae Romanorum reddere passus est. Aggiunge che Pippino avea confermato propria voluntate per donationis paginam beato Petro, sanctaeque Dei Ecclesiae, reipublicae, civitates et loca restituenda. Altri passi ci sono, ne' quali si parla della restituzione che s'avea da fare alla repubblica, chiaramente distinta dalla Chiesa romana. Il padre Cointe negli Annali ecclesiastici della Francia pretese, che sotto nome di repubblica venisse il romano imperio, ossia la camera e il fisco imperiale. A questa opinione non acconsentì il padre Pagi[414]; ma, per quanto mi sono io ingegnato di provare nelle Antichità italiane[415], indubitata cosa è che sotto il nome di repubblica veniva l'imperio romano, benchè non apparisca qual cosa fosse ora restituita ad esso imperio, essendo anche incerto come restasse in questi tempi il governo di Roma. Pretende bensì il suddetto padre Pagi, che da lì innanzi i romani pontefici avessero in pieno lor dominio non meno essa città che l'esercato; ma senza che si veggano prove concludenti di tal opinione. Certo non si può mettere in dubbio la donazione dell'esarcato e della Pentapoli fatta dal re Pippino alla santa Sede romana, con escluderne affatto la signoria de' greci Augusti; ma se avvenisse per conto di Roma e del suo ducato lo stesso, e se Pippino si riservasse dominio alcuno sopra lo stesso esarcato, non pare finora concludentemente deciso, come altrove osservai[416]. E questo, a mio credere, è il primo esempio di dominii temporali con giurisdizione dati alle chiese e a' sacri pastori, del quale poi profittarono a poco a poco le altre chiese, la maggior parte delle quali procurò a sè stessa ed ottenne di somiglianti signorie, siccome andremo vedendo. Gloriosamente in quest'anno coronò il corso di sua vita san Bonifacio, celebre arcivescovo di Magonza, con sofferire il martirio dai Pagani. Credesi parimente che riuscisse al re Pippino di sottomettere la città di Narbona dopo tre anni di assedio, con ritorla ai Saraceni, i quali perciò furono cacciati da tutta la provincia della Settimania, oggidì Linguadoca. Per attestato ancora del Dandolo[417], in quest'anno Deusdedit doge di Venezia, mentre era dietro per fabbricare un castello fortissimo alla riva del porto della Brenta, per congiura di uno scellerato uomo appellato Galla, fu ucciso dal suo popolo. Dopo di che lo stesso Galla portatosi a Malamocco, occupò la sedia e il nome ducale, ma per poco tempo, siccome vedremo.
NOTE:
[412] Fleury, Histoire Ecclesiast., lib. 43, §. 17.
[413] Codex Carolinus.
[414] Pagius, in Critic. Baron., ad ann. 755.
[415] Antiquit. Ital., Dissert. XVIII.
[416] Piena Esposizione, cap. 2.
[417] Dandulus, in Chron. tom. 12 Rer. Ital.
Anno di CRISTO DCCLVI. Indizione IX.
STEFANO II papa 5. COSTANTINO Copronimo imperadore 37 e 16. LEONE IV imperadore 6. ASTOLFO re 8.
Gli Annali d'Eginardo, Metensi[418] ed altri, siccome ancora Sigeberto[419], riferiscono all'anno presente la morte di Astolfo re dei Longobardi. Andrea prete[420] nella sua Cronichetta scrive ch'egli regnò otto anni. Era egli alla caccia, e cadendo da cavallo (alcuni han creduto per urto di un cignale), tale fu la percossa, che da lì a tre giorni cessò di vivere. Di lui così scrisse lo Anonimo salernitano, autore del secolo decimo, nella Cronica da me data alla luce[421]: Fuit audax et ferox, et ablata multa sanctorum corpora ex romanis finibus in Papiam detulit. Construxit etiam oracula, ubi et monasterium virginum, et suas filias dedicavit. Idemque etiam fecit monasterium in finibus Æmiliae, ubi dicitur Mutina, loco, qui nuncapatur Nonantula; nam pro ejus cognato abbate Arsenio (si dee scrivere Anselmo) ibi vivorum coenobium fundatum est. Necnon et sibi ad sacra monachorum coenobia aedificanda per certas provincias multa est dona largitus. Sed valde dilexit monachos, et in eorum est mortuus manibus. Perchè Astolfo non lasciò figliuoli maschi, seguì appresso un gran dibattimento nella dieta de' principi longobardi per l'elezione del successore. Desiderio duca era uno dei principali pretendenti. Abbiamo da Anastasio bibliotecario[422], che esso Desiderio era stato indirizzato dal re Astolfo in Toscana, e udendo egli la nuova della morte accaduta d'esso re, immantinente raunato tutto l'esercito de' Toscani, si studiò d'occupar la corona del regno longobardico. Questo parlar d'Anastasio ha dato occasione al Sigonio e agli altri storici susseguenti di scrivere che lo stesso Desiderio era in questi tempi duca di Toscana. Ma non è ben certa cotale notizia. Non apparisce che allora vi fosse un duca, il qual comandasse tutta la Toscana. Ogni città di quella provincia si vede in essi tempi governata dal suo proprio duca; e specialmente ciò si osserva in Lucca, città che più felicemente dell'altre ha conservate le antiche sue carte che compongono oggidì un nobilissimo archivio, custodito da quell'arcivescovo. Nè Francesco Maria Fiorentini, e neppure io, che sotto gli occhi ho avuto le carte medesime, abbiam trovato vestigio alcuno che Desiderio fosse duca di quella città, e molto meno di tutta la Toscana. All'incontro, se vogliam credere ad Andrea Dandolo[423], Desiderio era allora dux Istriae. In fatti, siccome accennerò all'anno 771, l'Istria allora si truovava signoreggiata dai Longobardi, e ne parla anche l'Anonimo salernitano. Comunque sia, certo è che Desiderio incontrò di gravi difficoltà per salire sul trono. Alzossi contra di lui Rachis, già re, e poi monaco in Monte Casino, il quale invaghito di nuovo dell'abbandonato regno, e dimenticato de' suoi voti, tentò ogni via per riassumere il comando, con ritornare a tal fine in queste parti, dove anch'egli messa insieme un'armata di Longobardi, si oppose ai disegni di Desiderio. Allora fu ch'esso Desiderio altro rifugio non ebbe che di fare ricorso a papa Stefano, per ottenere col mezzo suo la corona, promettendo di fare in tutto e per tutto la volontà dello stesso pontefice e di render alla repubblica le città non per anche restituite, colla giunta d'altri doni. Resta ancora la testimonianza d'esso papa Stefano in una lettera scritta al re Pippino, che il re Astolfo contro i patti avea fino alla sua morte ritenuto in suo potere alcune città: il che fa intendere non doversi prendere a rigore ciò che di sopra abbiam veduto riferito dal medesimo Anastasio intorno alla restituzione delle suddette città. Perciò il papa spedì incontanente in Toscana Fulrado abbate e Paolo diacono suo fratello, che strinsero l'accordo con Desiderio. Ed appresso inviò Stefano prete con lettere indirizzate a Rachis e a tutti i Longobardi, con pregarli di non contrariare all'elezione di Desiderio, esibendo in aiuto del medesimo alquante truppe franzesi, e più brigate di Romani, quando occorresse.
Furono sì efficaci questi maneggi, che senza venire all'armi, Desiderio pacificamente salì sul trono, e l'ambizioso monaco Rachis se ne tornò confuso al suo monistero. Ma ciò dovette seguire solamente nell'anno seguente. Avea promesso Desiderio di consegnare al papa Faenza col castello Tiberiano, Gavello, e tutto il ducato di Ferrara; ma non già Imola, Osimo, Ancona, Numana e Bologna, siccome vedremo. Che poi l'opposizione di Rachis monaco pentito non fosse di poca conseguenza, lo ricavo io da un riguardevol documento che si conserva nell'archivio archiepiscopale di Pisa, ed è stato da me dato alla luce[424]. Consiste esso in una donazione fatta da Andrea vescovo pisano con queste note cronologiche: Guvernante domno Ratchis famulu Christi Jesu, principem gentis Langobardorum, anno primo, mense februario, per Inditione decima. Indicano queste il mese di febbraio dell'anno 757 seguente, nel qual tempo si scorge che Rachis sotto il falso nome di famulus Christi, cioè di monaco, conservava l'antica ambizione, e contrastò a Desiderio il regno. Questo documento ci rileva che Rachis riassunse il governo con sollevar la Toscana contro d'esso Desiderio, giacchè si vede notato in Pisa l'anno primo del suo governo, corrente nel febbraio dell'anno susseguente. Una bella e non mai più veduta scena in Italia dovette esser quella di un monaco, il quale alla testa d'un esercito dava a conoscere il suo prurito di comandar di nuovo ad un regno. Potè a suo piacere Angelo dalla Noce[425] dargli il titolo sanctissimi regis et monachi. Certo non fu santo per questo. Il tempo, in cui diede Desiderio principio al suo regno, si potrebbe credere verso il fine del presente anno. Nell'archivio archiepiscopale di Lucca v'ha una carta scritta nell'anno VI di Desiderio, e IV di Adelchis, a dì 8 di dicembre, correndo l'indizione prima, cioè nell'anno 762: note indicanti che dopo il dì 8 di dicembre nell'anno presente 756 cominciò l'epoca del re Desiderio. Un'altra carta è scritta nell'anno XI di Desiderio, IX di Adelchis, nel dì 19 di febbraio, indizione sesta, cioè nell'anno 768: dalle quali note si può inferire principiato il suo regno nell'anno 757. Altre carte ho io veduto che sembrano indicare differita la di lui elezione sino al principio d'esso anno 757. Perciò, finchè altri meglio decida questo punto, mi attengo a tale opinione. A buon conto s'è veduto che anche nel febbraio dell'anno seguente durava tuttavia l'opposizione di Rachis alle pretensioni di Desiderio. E il padre Astesati benedettino[426] dopo lungo esame concorre anch'egli nell'anno 757. Secondochè abbiamo dal Dandolo[427], in questo medesimo anno l'usurpatore del ducato di Venezia Galla ebbe da quel popolo il dovuto pagamento delle sue iniquità, con essergli stati cavati gli occhi e tolta quella dignità. Succedette in suo luogo Domenico Monegario, concordemente eletto doge, ma non senza qualche novità, perchè il popolo volle anche avere sotto di lui due tribuni, che ogni anno s'aveano da mutare. Per quanto poi risulta dalle memorie recate dal padre Mabillone[428], mancò di vita in quest'anno Guido conte longobardo, figliuolo di Adalberto conte, marito di Adelaide figliuola di Rodoaldo duca di Benevento, e parente del re Desiderio. Avendo egli negli anni addietro ricuperata la sanità per le preghiere dei monaci di Disertina ne' Grigioni nella diocesi di Coira, avea fatto a quel monistero una donazion copiosa di beni.
NOTE:
[418] Eginhardus, in Annalib. Annales Metenses.
[419] Sigebertus, in Chron.
[420] Andreas Presbyter, Chron., tom. 1. Antiquit. Ital. Dissert. I.
[421] Anonym. Salernitan. P. II, tom. 2. Rer. Ital.
[422] Anastas., in Stephan. II Vit.
[423] Dandulus, in Chron., tom. 12, Rer. Italic.
[424] Antiquit. Ital. T. III. Appendic., p. 1007.
[425] Angelus a Nuce, in Not. ad lib. 1, cap. 8 Chron. Casinens.
[426] Astesati, Dissert. in Manelm.
[427] Dandul., in Chron. tom. 12 Rer. Ital.
[428] Mabill., in Annal. Benedict., lib. 23, n. 20.
Anno di CRISTO DCCLVII. Indizione X.
PAOLO I papa 1. COSTANTINO Copronimo imperadore 38 e 17. LEONE IV imperadore 7. DESIDERIO re 1.
Fu di parere il padre Pagi che la lettera scritta da papa Stefano II al re Pippino[429], il cui principio è: Explere lingua, fosse scritta nell'anno precedente. Io la credo ne' primi mesi dell'anno corrente, dicendo il papa che già era passato l'anno in cui era succeduto l'assedio e la liberazion di Roma. Ora da questa lettera apprendiamo che Desiderio avea vestito il manto regale, e promesso di rendere il rimanente delle città non per anche restituite a s. Pietro. Da essa parimente intendiamo che la dieta generale del ducato di Spoleti aveva eletto un nuovo duca, e questi era Alboino. Nel catalogo posto innanzi alla Cronica di Farfa[430], da me data alla luce, si vede registrato l'anno in cui seguì tale elezione, ed è l'anno presente 757. Però concorre ancor questa notizia a indicar l'anno della lettera suddetta di Stefano II papa, il quale fa inoltre sapere ad esso re, che i popoli dei ducati di Spoleti e Benevento a lui si raccomandavano. Esorta dipoi e prega il re Pippino, che, se Desiderio eseguirà i patti con restituir pienamente a san Pietro e alla repubblica de' Romani ciò che avea promesso, voglia esso Pippino aver pace con lui, e concedergli quanto bramava. Fa eziandio istanza che Pippino spedisca a Desiderio i suoi messi, per comandargli la restituzione intera di quei che restava a rendersi, cioè le città di sopra accennate. E qui si vuol ricordare aver Leone Ostiense[431] lasciato scritto, che la donazione fatta da Pippino e da' suoi figliuoli consisteva ne' seguenti paesi: A Lunis cum insula Corsica Inde in Surianum Inde in Montem Bardonem. Inde in Bercetum. Inde in Parmam. Inde in Regium. Inde in Mantuam, et Montem Sicilis. Simulque universum exarchatum Ravennae, sicut antiquitus fuit, cum provinciis Venetiarum et Histriae; necnon et cunctum ducatum spoletinum, seu beneventanum. Trasse Leone Marsicano tali notizie da Anastasio nella vita di papa Adriano. Ma non apparisce punto che fossero donate dal re Pippino alla Chiesa romana le province della Venezia e dell'Istria, nè i ducati di Spoleti e di Benevento, che noi seguiteremo a vedere porzioni del regno d'Italia. Bologna fu all'occidente il confine dell'esarcato conceduto alla santa Sede, senza mai stendersi il dominio dei papi alla città di Luni, nè a Parma, Reggio, Mantova, ec. Però non possono venir quelle parole da autore assai informato di questi affari. Ricavasi dalla medesima lettera di papa Stefano II che tuttavia un silenziario, cioè un segretario dell'imperadore, si trovava alla corte del re Pippino, bramando il papa di sapere che negoziati fossero passati con lui, e con quali lettere egli fosse stato licenziato dal re. In fatti abbiamo dagli Annali de' Franchi, che in questi tempi andavano innanzi e indietro ambasciatori dell'imperadore e di Pippino, e che il primo mandò a donare al re un organo, che in que' tempi era mirabil cosa presso i Franzesi. Ma Stefano II papa sopravvisse poco alla lettera suddetta, essendo mancato di vita nel dì 24 d'aprile dell'anno corrente: pontefice assai benemerito di Roma e della santa Sede, spezialmente nel temporale. L'elezione del suo successore non seguì senza qualche discordia del clero e del popolo. Una parte concorse coi suoi voti in Teofilatto arcidiacono, un'altra in Paolo diacono, fratello del defunto papa Stefano, personaggio specialmente eminente nella carità verso i poveri, e sommamente mansueto e benigno. Dopo trentacinque giorni di sede vacante questi prevalse, e fu consecrato papa nel dì 29 di maggio. Non tardò egli a significare a Pippino re di Francia e patrizio de Romani l'assunzione sua al pontificato in una lettera che si legge nel Codice Carolino, assicurandolo d'essere non men egli che tutto il popolo romano saldissimi nella fede, amore, concordia di carità, e lega di pace che il suo predecessore e fratello avea stabilito con lui. Era già stato circa l'anno 752 ordinato arcivescovo di Ravenna Sergio; e quantunque il testo delle sua vita scritta da Agnello ravennate[432] sia scorretto, pure ci fa abbastanza intendere che essendo nell'anno appresso in viaggio verso la Francia Stefano II papa, non andò ad incontrarlo quell'arcivescovo, probabilmente per tema del re Astolfo, padrone allora di Ravenna. Se l'ebbe a male il papa, gli tolse il monistero di sant'Ilario della Galliata, e tornato a Roma, cominciò a dargli delle molestie. Sergio confidato nella protezione del re de' Longobardi si andò riparando; ma venuta alle mani del papa Ravenna, egli fu con frode di que' cittadini condotto a Roma e posto in prigione, dove stette circa tre anni. Finalmente papa Stefano era in procinto di deporlo, adducendo per suo reato l'esser egli salito in quella cattedra, quantunque avesse moglie. Ma Sergio rispondeva d'essere stato eletto da tutto il clero e popolo di Ravenna, e che andato a Roma ed interrogato dal medesimo papa, non avea taciuto d'essere ammogliato, ma che era seguito divorzio colla moglie Eufemia, ed essa era entrata dipoi nell'ordine delle diaconesse. Ciò non ostante, il papa gli avea data la consecrazione. Sopra ciò diversi erano i sentimenti de' vescovi raunati in un concilio; ma il papa in collera rispose che nel dì seguente colle sue mani gli volea strappare la stola, ossia il pallio, dal collo. Passò Sergio quella notte in lagrime e preghiere; ma nella medesima appunto, essendo morto papa Stefano, fu a trovarlo segretamente Paolo di lui fratello, che gli dimandò cosa voleva egli dargli se il rimandava onorato e in pace a casa. Sergio spalancò la porta alle promesse. Creato poi papa Paolo, il mise in libertà, e rimandollo con onore alla sua chiesa. Non è Agnello assai esatto scrittore nelle cose lontane da' suoi tempi, e si scuopre poi sospetto in tutto ciò che riguarda i papi; però possiam giustamente dubitare della verità di questo fatto. Certo s'inganna Girolamo Rossi, seguitato poi dal Baronio, che lo rapporta ai tempi di Stefano III papa; scusabile nondimeno, perchè ai suoi dì non si trovava più in Ravenna il Pontificale d'esso Agnello, del cui rinascimento alla luce siam debitori alla biblioteca estense. Nell'epistola vigesima settima del Codice Carolino, il pontefice Paolo in iscrivendo al re Pippino, si mostra disposto di restituire alla sua Chiesa l'arcivescovo Sergio: il che ci fa intendere che non sì tosto dopo l'assunzione d'esso Paolo alla cattedra pontificia fu rimesso il medesimo Sergio in libertà, ma da lì ad un anno, o due, per cui forse ancora lo stesso re Pippino avea presa qualche favorevole ingerenza.
NOTE:
[429] Codex Carolinus, Epistol. 6.
[430] Chron. Farfense, P. II. T. II Rer. Ital.
[431] Leo Ostiensis, Chron. Casinens. l. 1, c. 8.
[432] Agnell., Vit. Episcopor. Ravennat. P. I. Tom. II Rer. Italic.
Anno di CRISTO DCCLVIII. Indizione XI.
PAOLO I papa 2. COSTANTINO Copronimo imperatore 39 e 18. LEONE IV imperadore 8. DESIDERIO re 2.
Dimenticò ben presto il re Desiderio i benefizii ricevuti da papa Stefano II, e le promesse da lui fatte di restituire interamente alla Chiesa romana quanto era stato occupato da' suoi predecessori al greco Augusto. Perciò papa Paolo per questi affari fervorosamente scrisse al re Pippino nella lettera decimaquinta del Codice Carolino che comincia: Quotiens perspicua. Questa lettera dal padre Pagi fu creduta spettante all'anno precedente: io la stimo inviata nel presente. Da essa impariamo alcune particolarità di molta importanza. Cioè, che mentre fu l'ultimo assedio di Pavia, oppure nell'interregno dopo la morte del re Astolfo, i duchi di Spoleti e di Benevento se sub vestra a Deo servata potestate contulerunt: il che in buon linguaggio vuol dire che s'erano ribellati al re, ossia regno longobardico, e messi sotto la protezione, anzi sotto la sovranità del re di Francia, comparendo anche da ciò l'insussistenza della donazione di que' ducati alla Chiesa romana, che nel secolo XI fu immaginata, oppure interpolata. Ora il re Desiderio altamente sdegnato contra di quei duchi, nell'anno presente si mosse coll'esercito per castigarli. Abbiamo dalla lettera suddetta ch'egli passò per le città della Pentapoli, cioè per Rimini, Fano, Pesaro, ec, consumando col ferro e col fuoco i raccolti e le sostanze di quegli abitanti. Altrettanto fece appresso ne' ducati di Spoleti e di Benevento ad magnum spretum regni vestri, perchè que' duchi si erano dati al re Pippino. Mise Desiderio in prigione Alboino duca di Spoleti e molti di que' baroni. E di là passato nel ducato di Benevento, tal terrore vi portò, che Liutprando duca di quel vasto paese si rifugiò nella città d'Otranto. Non avendolo potuto far uscire di là, il re Desiderio creò un altro duca di Benevento, cioè Arichis, ossia Arigiso, secondo di questo nome. Osservò Camillo Pellegrini[433] che il governo del suddetto duca Liutprando in Benevento si truova continuato fino al febbraio del presente anno: il che ci fa conoscere doversi riferire a questo medesimo anno, e non già all'antecedente, la lettera di papa Paolo I soprammentovata. Aggiunge dipoi esso pontefice che il re Desiderio avea chiamato a sè da Napoli Giorgio silenziario, ossia segretario, quel medesimo ministro imperiale che poco prima era tornato di Francia, e trattato con lui per indurre l'imperadore ad inviare un potente esercito in Italia, con promessa di seco unir le sue armi per fargli ricuperare la città di Ravenna. Che inoltre era convenuto fra loro che la flotta delle navi di Sicilia venisse all'assedio di Otranto, colla quale di concerto coi Longobardi si potesse obbligar quella città alla resa, con patto di cederla all'imperadore, purchè Desiderio avesse in mano il duca Liutprando col suo balio. Dopo tali imprese e maneggi, seguita a dire il papa, che essendo venuto il re Desiderio a Roma, in un abboccamento avuto con lui l'avea scongiurato di restituire le città d'Imola, Bologna, Osimo ed Ancona a san Pietro, secondo le promesse antecedentemente da lui fatte. Ma che egli tergiversando avea fatta istanza di riaver prima gli ostaggi longobardi che erano in Francia; dopo di che avrebbe adempiuto quanto avea promesso. Perciò il papa si raccomanda a Pippino, acciocchè con braccio forte insista appresso il re longobardo per fargli mantener la parola, con avvisarlo ancora d'avergli trasmessa altra lettera di tenor differente a petizione del re Desiderio, dove il pregava di rendere gli ostaggi e di aver pace con lui; ma che si guardasse però dal renderli, finchè non fosse seguita la total restituzione delle città suddette. Questa lettera è la vigesima nona del Codice Carolino. Quindi apparisce qual fosse il disparere tra il papa e il re Desiderio, cadaun di loro pretendendo di aver la preminenza nell'esecuzione de' patti.
Probabilmente ancora in quest'anno il pontefice Paolo scrisse al re Pippino la lettera vigesima quarta, che comincia A Deo institutae, in cui l'avvisa d'avere inteso da più parti che sei patrizii imperiali con trecento legni e con lo stuolo delle navi di Sicilia venivano da Costantinopoli verso Roma, senza che si sapesse il loro disegno, se non che voce correva che fossero incamminati verso la Francia. Motivo abbiam di maravigliarci come il papa, trattandosi di venire a Roma una sì potente flotta, non ne mostri apprensione alcuna, quando tanta ne mostra altrove per le minacce dei Greci contro di Ravenna. S'egli al dispetto dell'imperadore, come suppongono alcuni, signoreggiava in Roma, perchè non temere di quella visita? Seguita a dire il pontefice di aver trattato col re Desiderio per ottenere le giustizie dei Romani da tutte le città de' Longobardi, cioè i patrimonii ed allodiali spettanti in esse alla Chiesa Romana e ai particolari; ma esigere da Desiderio che nello stesso tempo dalla parte de' Romani fosse fatta giustizia ai Longobardi; e che mentre una città longobarda restituisse l'occupato, anche un'altra dei Romani scambievolmente soddisfacesse al suo dovere. Incagliato per questi puntigli l'affare, Desiderio avea fatto delle scorrerie nelle terre dei Romani, ed inviato al papa delle gravi minacce. In quest'anno, prima che terminasse il secondo del suo regno, tengono alcuni che il re Desiderio dichiarasse suo collega nel regno e re il suo figliuolo Adelchis, ossia Adelgiso. I miei sospetti sono che all'anno seguente piuttosto appartenga tal promozione. Buona parte dei documenti che restano di quei regnanti ci fan conoscere che l'epoca del padre precede di due anni quella del figliuolo, e in altre carte di tre. Nell'archivio dell'arcivescovo di Lucca è scritto uno strumento con queste note: Anno Domni Desiderii primo, kal. januaria, Indictione undecima, cioè nell'anno presente 758: il che può indicare che nell'anno precedente 757 avesse principio l'anno primo dell'epoca di Desiderio, durante tuttavia nel dì primo di gennaio di quest'anno. Quivi pure se ne conserva un altro colle note: _Regnante D. N. Desiderio, et Adelchis regibus, anno regni eorum undecimo et nono, undecimus dies kalendas martii_s. In un'altra carta si legge: Regnante D. N. Desiderio rege, et filio ejus D. N. Adelchis anno regni eorum quartodecimo, et duodecimo, quarto kal. octobris, Indict. IX, cioè nel 770. In un'altra abbiamo stipulato uno strumento nell'anno X di Desiderio re, e VII del re Adelchis, nel dì primo di luglio, correndo l'Indizione quarta, cioè nell'anno 766. Un altro fu scritto nell'anno VIII di Desiderio, e V di Adelchis, nel mese di maggio nell'Indizione II, cioè nell'anno 764. Un altro nell'anno IX del re Desiderio, e VI di Adelchis, nel mese di maggio, Indizione III, cioè nell'anno 765. Così nell'archivio di san Zenone di Verona si vede una carta scritta regnante domno nostro Desiderio, et filio ejus Adelchis, etc. annis duodecimo, et nono, die vincesima martii, per Indictione sexta, cioè nell'anno 768. E nell'archivio del monistero di sant'Ambrosio di Milano un'altra ne ho veduta scritta anno domno Desiderio et Adelchis, quintodecimo et duodecimo sub die octaubo kalendarum augustarum, Indictione nona, cioè nell'anno 771. Similmente un'altra scritta Desiderio et Adelchis regibus anno nono et septimo, sub die tertiodecimo kalend. septembris, Indictione tertia, cioè nell'anno 765. Perchè non mi sembrano coerenti tutte queste note cronologiche, lascierò che altri, unendo altre notizie, ne deduca il principio delle epoche di questi due regnanti.
NOTE:
[433] Camill. Peregrin., Rer. Ital., P. I, tom. 2.
Anno di CRISTO DCCLIX. Indizione XII.
PAOLO I papa 3. COSTANTINO Copronimo imperadore 40 e 19. LEONE IV imperadore 8. DESIDERIO re 3. ADELGISO re 1.
Senza alcun ordine e senza data si veggono registrate nel Codice Carolino le lettere inviate in questi tempi dai romani pontefici ai re di Francia; e però solamente a tentone si può fissar l'anno, in cui furono scritte. Porto io opinione che al presente si debba riferire la quattordicesima, che comincia Quas praeclara. Scrive in essa papa Paolo al re Pippino d'aver inteso come il re Desiderio avea voluto fargli credere di non avere recato alcun danno agli stati della Chiesa; ma che non gli presti fede, essendo verissimi i saccheggi e danni inferiti dai Longobardi, e le minacce fatte dal re loro, siccome hoc praeterito anno con sue lettere aveva esso papa significato a Pippino. Si riduce nondimeno a dire che l'ostilità de' Longobardi era seguita in civitate nostra senogalliensi, e in Campagna di Roma, Castro nostro, quod vocatur Valentis. Aggiunge, che essendo poi venuti i messi di Pippino, ed avendo riconosciuta la verità del fatto, avevano obbligato i Longobardi a rifare il danno. Medesimamente sembra a me credibile che sia scritta nell'anno presente da papa Paolo al re Pippino la lettera diciassettesima del Codice Carolino, in cui gli notifica, che, essendosi abboccati in presenza sua i messi longobardi coi messi spediti da esso Pippino e coi deputati delle città della Pentapoli, s'era chiarito il conto di alcune giustizie, cioè de' bestiami tolti dall'una parte e dall'altra, e che n'era seguita la restituzione. Ma, per conto dei confini delle città romane e de' beni patrimoniali di san Pietro occupati dagli stessi Longobardi, nulla fin allora era stato restituito; anzi ne aveano occupato degli altri. Però si era conchiuso, che i messi di Pippino coi deputati delle città si portassero a Pavia, per chiarire davanti al re Desiderio i diritti delle parti. Replica susseguentemente il papa le sue istanze che Pippino voglia operare in maniera da fargli ottenere interamente le giustizie, affinchè il beato Pietro principe degli Apostoli, per la restituzione della cui luminaria s'era impegnato esso Pippino, gliene dia una somma ricompensa. Quel che è strano, confessa il medesimo papa, in iscrivendo la lettera trentesimaquarta del Codice Carolino al suddetto re, che i Greci non per altro odiavano e perseguitavano il papa e la Chiesa romana, se non per cagione delle sacre immagini, da loro abborrite e difese da Roma. Non ob aliud (sono le sue parole) ipsi nefandissimi nos persequntur Graeci, nisi propter sanctam et orthodoxam fidem, et venerandorum patrum piam traditionem, quam cupiunt destruere atque conculcare. Qui son chiamati nefandissimi i Greci per consolazione de' Longobardi, che si veggono anch'essi onorati col medesimo titolo, qualora prendevano l'armi contra dei Romani. Intanto, quando si voglia ammettere che oltre all'acquisto dell'esarcato, Stefano II papa, fratello e predecessore di papa Paolo, cominciasse ad esercitare un pieno dominio in Roma con escluderne affatto l'imperadore, non si sa intendere come esso Augusto per questa da lui creduta usurpazione non fosse forte in collera contra de' Romani pontefici. E pur dalle parole suddette non apparisce che Costantino facesse doglianza di ciò, con lasciar conseguentemente dubbio se allora il governo e dominio di Roma fosse quale ora viene supposto. Ammettendo poi questo dominio, è ben da maravigliarsi, come il papa rifonda lo sdegno dell'imperadore nella sola discrepanza del culto delle immagini sacre, quando v'era ancora l'essersi ritirati i Romani dalla ubbidienza di lui. Sotto quest'anno riferisce Girolamo Rossi[434] una bolla di papa Paolo, in cui narra che fu conceduto dal suo predecessore papa Stefano ad Anscauso vescovo di Forlimpopoli il monistero di sant'Ilario della Galliata, ossia Calligata, situato nella diocesi di quel vescovo nell'Apennino, di cui vien fatta menzione anche nella lettera settantesimaquarta del Codice Carolino, scritta da papa Adriano I. Ora essendo poi venuto a morte esso vescovo, il pontefice Paolo restituisce alla Chiesa di Ravenna quel monistero, perchè conosciuto essere di ragione della medesima. La bolla è data nonis februarii imp. domno (forse D. N. cioè domino o domno nostro) piissimo Augusto Costantino, a Deo coronato, magno imper. anno XL. et pacis ejus (ivi sarà scritto P. C. ejus, cioè post consulatum ejus) anno XX. Sed et Leone majore imp. ejus filio anno VII. Indictione XII. Se niuno errore fosse scorso negli anni di Leone Augusto figliuolo del Copronimo, avremmo qui da correggere il conto del padre Pagi, che di uno o due anni anticipò la di lui assunzione al trono. Ma forse in quella bolla sarà stato anno VIII, oppure VIIII. Pretende ancora esso Pagi, che invece dell'anno XL di Costantino s'abbia a scrivere XXXIX. Ma quando si ammetta per legittimo quel documento, non si saprebbe intendere come il copista avesse posto un sì diverso numero per un altro. E notisi che tuttavia in Roma si segnavano i pubblici documenti col nome dell'imperadore: il che serve di qualche fondamento per dubitare se ivi fosse estinta la di lui autorità e signoria. Quindi ancora veniamo ad intendere che Sergio arcivescovo di Ravenna era ritornato alla sua Chiesa, e godeva della grazia del romano pontefice.
NOTE:
[434] Rubeus, Histor. Ravenn., lib. 5.
Anno di CRISTO DCCLX. Indizione XIII.
PAOLO I papa 4. COSTANTINO Copronimo imperadore 41 e 20. LEONE IV imperadore 10. DESIDERIO re 4. ADELGISO re 2.
Fu scritta in quest'anno la lettera vigesima prima del Codice Carolino da papa Paolo al re Pippino. In essa gli significa, essere convenuto fra Desiderio re de' Longobardi, e Remedio ed Autario duca, inviati d'esso re Pippino, che per totum instantem aprilem mensis istius XIII, Indictione dell'anno presente, il suddetto renderebbe a s. Pietro tutte le giustizie, cioè i patrimonii, i diritti, i luoghi, confini e territorii diversarum civitatum nostrarum reipublicae Romanorum. Aggiugne, che una parte già n'era restituita, e che il re longobardo faceva in breve sperare il restante. In questo medesimo anno vo io conghietturando che sia scritto la lettera vigesima sesta del Codice Carolino, riferita all'anno 757 dal Cointe e dal padre Pagi. Quivi papa Paolo fa sapere al re Pippino che il re Desiderio nell'autunno precedente per sua divozione era venuto a Roma, e che parlando seco, restò conchiuso d'inviare i messi del medesimo re con quei del re Pippino per diverse città affin di liquidare le giustizie della Chiesa romana, mostrandosi egli pronto alla restituzione di tutto. Soggiugne che in fatti questa si era effettuata nei ducato di Benevento e nella Toscana, e che si era dietro a fare lo stesso nel ducato di Spoleti e negli altri luoghi dove occorreva: il che fa sempre più intendere che sotto nome di giustizia venivano beni patrimoniali ed allodiali, e non già luoghi giurisdizionali. Ringrazia inoltre il re Pippino, perchè abbia raccomandato al re Desiderio di forzare i re di Napoli e di Gaeta (non già che questi portassero il titolo di re, ma perchè erano duchi di somma autorità indipendenti dal regno longobardico, sottoposti nondimeno ai greci imperadori) a forzarli, dissi, a rendere anch'essi i patrimonii esistenti sotto il loro distretto, ed usurpati in addietro alla Chiesa di Roma, siccome ancora ad inviare i lor vescovi eletti a Roma per esser ivi consecrati; e non già, come si può conghietturare fatto in addietro a Costantinopoli, cercando que' patriarchi coll'autorità dell'eretico Augusto di dilatare le lor fimbrie in pregiudizio della santa Sede romana. Vedemmo di sopra all'anno 758, che il re Desiderio avea preso e cacciato in prigione Alboino duca di Spoleti, perchè reo di ribellione al suo regno. Il catalogo posto avanti alla Cronica del monistero di Farfa[435] ci fa vedere in quest'anno sostituito in suo luogo il duca Gisolfo. Ma forse ciò avvenne nell'anno precedente, trovandosi fra le carte del monistero medesimo una scritta anno II Gisulfi. Actum in marsis mense januario Indictione XIIII, cioè nel gennaio dell'anno seguente, in cui correva l'anno secondo del suo ducato. Ci fanno anche intendere queste note che il paese di Marsi formava allora una porzione del ducato medesimo.
NOTE:
[435] Rer. Italic., P. II, tom. II.
Anno di CRISTO DCCLXI. Indizione XIV.
PAOLO I papa 5. COSTANTINO Copronimo imperadore 42 e 21. LEONE IV imperadore 11. DESIDERIO re 5. ADELGISO re 3.
Sembra che fossero già quetati tutti i litigii fra il pontefice Paolo I e Desiderio re de' Longobardi, e dall'una e dall'altra parte seguita la restituzione dei patrimonii e d'altri diritti. Ma non si provava già la stessa quiete e pace dalla parte de' Greci, a' quali stava nel cuore la doglia del perduto esarcato, e la brama di ricuperarlo. Perciò probabilmente appartiene all'anno presente la lettera ventottesima del Codice Carolino, con cui esso papa notifica al re Pippino, patrizio de' Romani, d'essergli stata inviata da Sergio arcivescovo di Ravenna una lettera scritta da Leone ministro imperiale alla provincia di Ravenna, con esortar que' popoli a tornare sotto l'ubbidienza dell'imperador suo padrone. Però prega esso re dei Franchi di voler ordinare al re Desiderio, che, occorrendo il bisogno, porga aiuto alle città di Ravenna e della Pentapoli, per resistere ai tentativi dei Greci. Parimente nell'epistola trentesima, che pare scritta in questo medesimo anno dal suddetto papa, si legge aver Pippino raccomandato ad esso pontefice di camminar con buona concordia e pace col re Desiderio: il che promette lo stesso pontefice di fare, ogni qualvolta Desiderio continui nell'amore e nella buona fede promessa verso la Sede apostolica. Anzi soggiugne, essere già stabilito che segua un abboccamento fra di loro in Ravenna, per trattare d'affari utili alla Chiesa, e delle maniere di opporsi alle malizie de' Greci, più che mai ansanti di ricuperar quella contrada. Se seguisse poi di fatto questo abboccamento, noi nol sappiamo. Truovansi replicati questi sentimenti nell'epistola trentesimaterza del medesimo papa Paolo. Riferisce in quest'anno il cardinal Baronio una Bolla del soprammentovato papa Paolo, conceduta al monistero da lui fondato in onore di s. Stefano I papa e martire, e di san Silvestro papa, il cui corpo si dice trasferito colà: notizia che non s'accorda colla Bolla primordiale della badia nonantolana, di cui fu fatta menzione all'anno 755. Le note cronologiche son queste: Datum IV nonas junii, imperante domino Constantino Augusto, a Deo coronato magno imperatore, anno quadragesimoprimo, ex quo cum patre regnare coepit, et post consulatum ejus anno vicesimoprimo, indictione decimaquarta. Se crediamo al padre Pagi, si ha da scrivere anno quadragesimoprimo, et post consulatum ejus anno XX. Ma potrebbe anche darsi che l'errore fosse non già in quella Bolla, ma bensì nei conti del padre Pagi. E noi intanto miriamo continuarsi ne' pubblici documenti romani la menzione dell'imperadore: il che soleva essere indizio della continuata sovranità.
Anno di CRISTO DCCLXII. Indizione XV.
PAOLO I papa 6. COSTANTINO Copronimo imperadore 45 e 22. LEONE IV imperadore 12. DESIDERIO re 6. ADELGISO re 4.
Leggesi nel Codice Carolino una Bolla di papa Paolo, sotto nome di epistola duodecima, in cui concede al re Pippino il monistero di san Silvestro, posto nel monte Soratte, con tre altri monisteri da quello dipendenti, cioè di santo Stefano martire, di santo Andrea apostolo e di san Vittore, a praesenti quintadecima Indictione, per sostentamento de' pellegrini, de' poveri e de' monaci. Perchè Carlomanno fratello di esso re Pippino avea qui professata la vita monastica, e, quel che è più, era stato fondatore di quel monistero, si può credere che il re desiderasse d'averlo in suo dominio, ossia sotto la sua protezione e cura, per benefizio ancora del medesimo sacro luogo. Forse ancora nell'anno presente (se pur non fu nell'antecedente) scrisse il medesimo pontefice al re Pippino la lettera trigesima quarta del Codice Carolino, con dargli ragguaglio di avere da buona parte ricevuto avviso, come i Greci, nemici della Chiesa di Dio e della vera fede, meditavano in buona forma di venire ostilmente contra di esso papa e contra di Ravenna, ed esser eglino in movimento per questa impresa. Perciò efficacemente il prega di spedire un inviato al re Desiderio, con raccomandargli di porgere un gagliardo soccorso, qualora venissero ad effetto cotali minacce, e di pregarlo che comandi ai popoli di Benevento, Spoleti e Toscana, confinanti al ducato romano, di accorrere, bisognando, in aiuto di lui. Certamente pare che que' duchi si fossero suggettati al dominio di Pippino, e che ciò si ricavi ancora dall'epistola quindicesima del Codice Carolino. Basta almeno questa notizia per convincere d'insussistenza la narrativa di Leone Ostiense, che stimò compreso nella donazion di Pippino i ducati di Benevento e Spoleti, siccome abbiam detto di sopra. Era in questi tempi impegnato il re Pippino in una scabrosa guerra contro di Guaifario duca di Aquitania, la quale, cominciata nell'anno 760, durò sino all'anno 768, e terminò colla morte di quel duca. All'incontro, l'imperador Costantino seguitava a perseguitar le sacre immagini, e chiunque le difendeva e onorava, e specialmente i monaci, con giugnere a proibire che alcuno abbracciasse il santo loro istituto. Ci fa sapere Anastasio[436] che lo zelante papa Paolo spedì più messi con lettere esortatorie agl'imperadori Costantino e Leone, acciocchè rimettessero in onore esse sacre immagini, e desistessero dall'odio contra delle medesime e de' loro veneratori. Ma frustranei furono tutti questi passi. E qui ben s'intende, come fra il romano pontefice e la corte cesarea seguissero sì fatti negoziati, senza che apparisca dalle memorie antiche che i Greci Augusti facessero doglianza alcuna pel dominio di Roma, quando sia vero che ne fossero stati esclusi e privati, come vien supposto da molti. Consta che la facevano per l'esarcato; ma nulla mai si parla di Roma.
NOTE:
[436] Anastas. Bibliothec., in Vita Pauli Papae.
Anno di CRISTO DCCLXIII. Indizione I.
PAOLO I papa 7. COSTANTINO Copronimo imperadore 44 e 23. LEONE IV imperadore 13. DESIDERIO re 7. ADELGISO re 5.
Mi sia lecito il rapportare a questo anno la lettera trentesima sesta del Codice Carolino, scritta da tutto il senato e dalla generalità del popolo romano al re Pippino, patrizio de' Romani. Il ringraziano essi perchè abbia presa la difesa della vera fede per le controversie che allora bollivano coi Greci, e perchè abbia procurata la salute al popolo romano con proteggerlo dai Longobardi. Dicono d'avere ricevuto con tutto onore una lettera graziosa d'esso re, in cui gli esortava ad essere fermi e fedeli verso la Chiesa romana e verso il sommo pontefice Paolo, e protestano d'essere fermi e fedeli servi della santa Chiesa di Dio e del beatissimo padre e signor nostro Paolo papa, perchè egli è nostro padre ed ottimo pastore, e non cessa di operare per la nostra salute, siccome ancor fece papa Stefano suo fratello, con governar noi come pecorelle ragionevoli a lui consegnate da Dio, mostrandosi sempre misericordioso e imitatore di san Pietro, di cui è vicario. Il pregano ancora di voler perfezionare la dilatazione di questa provincia, ch'egli avea liberata dalle mani de' Longobardi, e di continuare nella difesa di tutti loro, per poter vivere con sicurezza della pace. Veramente si aspettava il lettore di poter apprendere da questa lettera qual fosse allora il governo di Roma, cioè se ne era sì o no sovrano il sommo pontefice. Ma non si può quindi accogliere assai di lume per ben chiarir questo fatto, se non che al papa è ivi dato il titolo di domino nostro; il che lascerò decidere ad altri, se sia un concludente indizio di quel che si cerca. Certo non apparisce assai palesemente, quantunque sia verisimile, che l'imperadore avesse perduta affatto la sua autorità sopra di Roma, nè come si reggesse allora il popolo romano, potendo essere che si governasse a repubblica, di cui fosse capo il sommo pontefice. Lo stesso scrivere il re Pippino al senato e popolo, con raccomandargli di onorare papa Paolo, porge luogo a conghietturare che anche presso di loro risedesse in parte l'autorità del comando temporale. E tanto più, perchè se nel papa era già trasferita, come vien preteso, la sovranità sopra Roma, non ben s'intende come Leone III, per quanto vedremo, volesse privarne sè stesso e i suoi successori, con trasferirla in Carlo Magno, allorchè il dichiarò imperadore Augusto. Si possono qui dir molte cose, ma forse niuna sarà bastevole a mettere ben in chiaro il sistema d'allora; e massimamente perchè neppure ben sappiamo in che consistesse l'autorità e il grado di patrizio de' Romani conferito in questi tempi ai re di Francia. Nell'anno presente, essendo probabilmente mancato di vita Gisolfo duca di Spoleti, succedette in suo luogo, se crediamo al catalogo posto avanti alla Cronica di Farfa, Teoderico duca. Ma si dee scrivere Teodicio, i cui Atti si cominciarono a vedere sotto quest'anno nelle memorie del suddetto monistero, che io ho rapportato altrove[437]. Di lui parimente è fatta menzione in varii siti della Cronica sopraddetta. Seguitava intanto una fiera guerra fra il re Pippino e Guaifario duca d'Aquitania, colla peggio dell'ultimo.
NOTE:
[437] Antiquitat. Italic., Dissert. LXVII.
Anno di CRISTO DCCLXIV. Indizione II.
PAOLO I papa 8. COSTANTINO Copronimo imperadore 45 e 24. LEONE IV imperadore 14. DESIDERIO re 8. ADELGISO re 6.
Secondochè pensa il padre Pagi, intorno a questi tempi passava commercio di lettere e d'ambasciatori fra Costantino Augusto e Pippino re di Francia, per l'affare delle sacre immagini, riprovate dai Greci adulatori dell'imperadore. Però egli è di parere che al presente anno appartenga la lettera vigesima del Codice Carolino, indicante che s'erano abboccati davanti al re Pippino i messi del papa e gl'imperiali, giacchè non avea voluto Pippino dare udienza a questi senza l'intervento di quelli. Vi s'era disputato della materia suddetta, ma con poco frutto. Aggiugne il papa di essere stato pregato da Tassilone duca della Baviera d'interporsi fra Pippino e lui in occasione della mala intelligenza insorta fra loro, essendo, per attestato degli Annali de' Franchi, nell'anno precedente fuggito Tassilone dall'esercito del re Pippino, con ritirarsi ne' suoi stati, o mosso da spirito di ribellione, o mal soddisfatto d'esso re suo sovrano. Ma gli ambasciatori spediti per questo affare dal papa erano stati fermati a Pavia dal re Desiderio, per sospetto che si manipolasse qualche negozio contra di lui. Per attestato poi di Teofane[438], che viveva in questi tempi, siccome ancora dei suddetti Annali de' Franchi, nel gennaio e febbraio del presente anno sorse un sì rigoroso freddo non meno in Oriente che in Occidente, che i fiumi agghiacciarono, e sul mare a Costantinopoli s'andava liberamente colle carra. Similmente in quest'anno e nel precedente i Turchi, popolo della Tartaria già conosciuto in addietro, usciti delle loro contrade per le porte Caspie, fecero un'irruzione nell'Armenia, e vennero alle mani con gli Arabi, e costò ad amendue le parti quella battaglia assaissimo sangue. Fino a questi dì, per testimonianza del Dandolo[439] Domenico Monegario avea tenuto il governo del ducato di Venezia, quando il popolo, avvezzo già a simili brutti giuochi, fatta una congiura, il cacciò via, con cavargli anche gli occhi. In suo luogo fu sostituito Maurizio, nobile di Eraclea, e più nobile per le imprese da lui fatte, essendo stato proclamato doge in Malamocco. Per sua cura venne dipoi restituita pace e concordia fra' cittadini discordi.
NOTE:
[438] Theoph., in Chronogr.
[439] Dandulus, in Chronic., tom. 12 Rer. Ital.
Anno di CRISTO DCCLXV. Indizione III.
PAOLO I papa 9. COSTANTINO Copronimo imperadore 46 e 25. LEONE IV imperadore 15. DESIDERIO re 9. ADELGISO re 7.
Riferisce il padre Pagi all'anno presente le lettere quattordicesima e vigesimaquarta del Codice Carolino, nelle quali papa Paolo significa al re Pippino che sei patrizii greci con trecento legni erano in moto verso l'Italia. Ma soggiugnendo egli che tuttavia erano occupate dal re Desiderio le giustizie di san Pietro, senza che egli mostrasse voglia di restituire, e che in contraccambio altro non faceva che dare il sacco alle terre de' Romani, ed inviare delle minacce a Roma: è sembrato a me ben più probabile che tali azioni e questo avviso appartengano all'anno 738, o certamente molto prima d'ora accadessero, dacchè si è, a mio credere, veduto che già s'era stabilita buona armonia fra il papa e il re Desiderio. Seguitava intanto l'imperador Costantino ad infierir contro i difensori delle sacre immagini, e il re Pippino continuava la guerra contro il duca dell'Aquitania. E perciocchè gran rumore per la cristianità avea fatto la traslazione di varii corpi di Santi, seguita in Roma per ordine e zelo di papa Paolo, si invogliarono d'essi anche le chiese della Gallia, ma più quelle della Germania, perchè prive di questi sacri pegni. Cominciossi dunque più di prima, e specialmente verso l'anno corrente, dai Tedeschi e dai Franchi a far delle premurose istanze a Roma, per ottenere dei corpi santi, o almeno qualche loro reliquia; ed appunto in questi tempi si raccontano alcune strepitose traslazioni, delle quali parlano gli Annali ecclesiastici.
Anno di CRISTO DCCLXVI. Indizione IV.
PAOLO I papa 10. COSTANTINO Copronimo imperadore 47 e 26. LEONE IV imperadore 16. DESIDERIO re 10. ADELGISO re 8.
Non è ben noto in qual anno preciso fosse fondato l'insigne monistero delle monache di santa Giulia in Brescia. Il Sigonio ne mette la fondazione nell'anno 759. A me sia permesso di farne qui parola. Certo è che a Desiderio re dei Longobardi e ad Ansa regina sua moglie dee quel sacro luogo l'origine sua. Jacopo Malvezzi[440], nella Cronica bresciana, pretese ch'esso Desiderio fosse, prima di salire al trono, cittadino di Brescia potentissimo. Da un diploma del re Adelgiso, che sembra scritto in questo anno, presso il Margarino[441], pare che abbia qualche fondamento questa immaginazione. Comunque sia, fu fondato quel Monistero da esso re e dalla regina consorte, e magnificamente ancora dotato con beni sparsi per tutto il regno longobardico. Sulle prime venne appellato Monistero del Signor Salvatore, e non so bene se anche Monistero Nuovo; ma perchè colà venne trasferito dalla Corsica il corpo di santa Giulia vergine e martire, da quella prese poi la denominazione che dura tuttavia. Merita ben esso d'essere annoverato fra i più illustri monisteri d'Italia, sì perchè ivi si consecrò a Dio Anselberga figliuola di que' regnanti, che ne fu la prima badessa, con servire d'esempio ad altre principesse, le quali dipoi presero ivi la veste monastica; e sì perchè l'opulenza sua e il copioso numero delle sacre vergini negli antichi secoli ivi abitanti si lasciava indietro gli altri monisteri di monache in Italia. A' tempi del suddetto Malvezzi era molto scaduto dal suo primiero splendore; ma, rimesso poscia in vigore, oggidì ancora vien riguardato per una della più nobili e ricche comunità di vergini del sacro Ordine benedettino. Della suddetta Anselberga si truova menzione in due documenti dell'anno 760 e 769, e in altri da me prodotti nelle Antichità italiane[442]. Un altro monistero ancora di monaci fuori di Brescia nel luogo di Leno, detto una volta ad Leones e Leonense, riconosce la fondazione sua dal medesimo re Desiderio. Alcune favole intorno alla sua origine duravano tuttavia a' tempi del suddetto Malvezzi. Per varii secoli si mantenne questo in gran credito; ma per le guerre che infierirono, dappoichè le città della Lombardia cominciarono a governarsi a repubblica, diede un tracollo tale, che forse più non ne resta vestigio. Crede il padre Pagi che a quest'anno appartenga la lettera diciassettesima del Codice Carolino, in cui si parla delle dissensioni fra il pontefice Paolo e il re de' Longobardi, a cagione de' patrimoni e confini usurpati da essi Longobardi. Quanto a me, tengo che molto prima fosse stato posto fine a quei litigi. In quest'anno, per attestato di Teofane[443], una flotta numerosa di duemila e secento legni, composta dall'imperador Costantino, e piena di soldati, con disegno di una spedizione contra de' Bulgari, fracassata da un furioso aquilone, andò quasi tutta a male.
NOTE:
[440] Malvecius, Chron., tom. 14 Rer. Ital.
[441] Margarinius, Bullar. Casinens. tom. 2, Constit. XII.
[442] Antiquit. Italic, Dissert. X, pag. 525, et Dissert. XII, pag. 667.
[443] Theoph., in Chronogr.
Anno di CRISTO DCCLXVII. Indizione V.
Sede vacante. COSTANTINO Copronimo imperadore 48 e 27. LEONE IV imperadore 17. DESIDERIO re 11. ADELGISO re 9.
L'ultimo anno fu questo della vita di papa Paolo I, che nel dì 28 di giugno passò a miglior vita, con portar seco il merito di molte illustri e pie azioni. Fu susseguita la morte sua da molti torbidi nella Chiesa romana. Perciocchè non per anche il buon papa avea spirato l'ultimo fiato, che Totone duca, cioè governatore di Nepi[444], insieme co' suoi fratelli Costantino, Passivo e Pasquale, fatta una raunata di assai gente d'essa città, e di Toscani e di rustici, ed entrato a mano armata per la porta di san Pancrazio in Roma, nella sua casa fece eleggere papa il suddetto suo fratello Costantino, tuttochè laico, e coll'accompagnamento di que' suoi sgherri l'introdusse nel palazzo patriarcale del Laterano Sforzò dipoi Giorgio vescovo di Palestina suo malgrado a dargli la tonsura e i sacri ordini; dopo di che nella domenica susseguente, cioè nel dì quinto di luglio, si fece questo idolo consecrare papa da esso Giorgio, da Eustrasio vescovo d'Albano e da Citonato vescovo di Porto. Non v'ha dubbio che l'assunzione di costui fu contro i sacri canoni, e per più motivi nulla e sacrilega: però non solo dipoi, ma anche allora da tutta la gente saggia e pia fu riguardato come falso pontefice. Premeva forte all'intruso Costantino di assicurarsi della grazia di Pippino re di Francia, nè fu pigro ad inviargli i suoi nunzii con lettere, nelle quali gli dava ad intendere d'essere stato per forza dalla concordia d'innumerabil popolo alzato alla cattedra di san Pietro, con fingere una grande umiltà e paura di tanto peso, e con pregarlo della sua amicizia e protezione. Ci ha conservato il Codice Carolino queste due lettere, e sono la nonagesima ottava e la nonagesima nona. Probabilmente il re Pippino, altronde informato come era passato l'affare, non cadde nella rete, nè volle riconoscere costui per vero papa. Succedette in quest'anno la morte di santo Stefano juniore, insigne monaco e martire d'Oriente, dopo avere sofferti varii tormenti e l'esilio dall'empio Costantino Copronimo, il quale seguitava in questi tempi a sfogare il suo odio e la crudeltà sua contro i difensori delle sacre immagini. Abbiamo nondimeno da una delle suddette lettere di Costantino falso papa, che era giunta a Roma una epistola sinodica del patriarca di Gerusalemme, con cui andavano d'accordo gli altri due patriarchi di Alessandria e d'Antiochia, ed assaissimi metropolitani orientali nel sostener l'onore d'esse immagini. Perchè questi si trovavano fuori del dominio, e per conseguente dell'unghie dell'Augusto Copronimo, però con libertà esponevano i lor sentimenti, che erano gli stessi della Chiesa cattolica.
NOTE:
[444] Anastas., in Vit. Stephani III Papae.
Anno di CRISTO DCCLXVIII. Indizione VI.
STEFANO III papa 1. COSTANTINO Copronimo imperadore 49 e 28. LEONE IV imperadore 18. DESIDERIO re 12. ADELGISO re 10.
Tenne il sacrilego Costantino occupata la sedia di san Pietro per lo spazio di un anno e di un mese, nel qual tempo fece anche varie ordinazioni di diaconi, preti e vescovi. Come si liberasse da questo obbrobrio la Chiesa e città di Roma, lo abbiamo da Anastasio bibliotecario[445]. Non potendo più sofferire Cristoforo primicerio e Sergio sacellario, ossia sagrestano, suo figliuolo, di mirar nella cattedra pontificia lo scomunicato usurpatore, finsero di volersi far monaci, e con tal pretesto ottennero da Costantino di poter uscire di Roma. Furono essi a trovar Teodicio duca di Spoleti, con pregarlo di condurli a Pavia e di presentarli al re Desiderio. Così fu fatto, ed essi supplicarono il re di volere dar mano, affinchè si togliesse dalla Chiesa di Dio sì fatto scandalo. Ciò che poi succedette, porge a noi sufficiente indizio che il re volentieri concorresse a questa bell'opera e permettesse o desse impulso ai Longobardi del ducato di Spoleti per unirsi coi due suddetti uffiziali primarii della Chiesa romana, i quali con una gran brigata di Longobardi armati, presi da Rieti, da Forcona e da altri luoghi del ducato di Spoleti, nella sera del dì 28 di luglio occuparono il ponte Salario, e nel giorno appresso, per intelligenza che avevano entro la città di Roma, si fecero padroni della porta di san Pancrazio. Venuto alle mani con essi Totone fratello dell'usurpatore, restò ucciso. Passivo, altro di lui fratello, e lo stesso Costantino falso papa, veggendo la mal parata, si rifugiarono nella basilica lateranense, e quivi si serrarono nella cappella di san Cesario, finchè, venuti i capi della milizia romana, li fecero uscir sotto la fede. Nella seguente domenica Valdiperto prete, senza saputa di Cristoforo e di Sergio, congregati alcuni della sua fazione, e andato al monistero di san Vito, ne cavò Filippo prete, e condottolo al Laterano, quivi il fece eleggere papa, e dar la benedizione al popolo, con tenere poi seco a pranzo i primati del clero e della milizia, come era il costume degli altri papi. Ma ciò saputo da Cristoforo, tutto ardente di sdegno giurò che non uscirebbe di Roma, se prima Filippo non fosse cacciato fuori di san Giovanni. Laonde i Romani a contemplazione di lui fecero sloggiare Filippo, che umilmente se ne tornò al suo monistero. Nel giorno seguente dal suddetto Cristoforo fatti ragunare i capi del clero e della milizia, e tutto l'esercito e popolo romano, dopo maturo scrutinio fu concordemente eletto papa Stefano prete di santa Cecilia, terzo di questo nome fra i romani pontefici. Fu egli consecrato a dì 7 d'agosto. Non si quetarono per questo i torbidi di Roma, perchè alcuni scellerati insorsero contra di Costantino dianzi falso papa, e di Passivo suo fratello, e di Teodoro vescovo, e di Gracile tribuno complice d'esso Costantino, con cavar loro gli occhi, ed esercitar altre crudeltà. Non finì la faccenda, che fecero il medesimo trattamento a Valdiperto prete longobardo, quantunque avesse cooperato alla deposizione di Costantino, per sospetto ch'egli nudrisse intelligenza con Teodicio duca di Spoleti affine di sorprendere la città di Roma. In mezzo a questi sconcerti papa Stefano III ebbe ricorso a Pippino re di Francia, e ai suoi due figliuoli, patrizii de' Romani, con inviar loro Sergio secondicerio, e pregarli di spedire a Roma dei vescovi ben pratici delle divine lettere e dei canoni, per togliere affatto gli errori prodotti dall'usurpator Costantino. Ma Sergio arrivato in Francia, trovò che Pippino avea già terminata la carriera dei suoi giorni. Questo glorioso principe, dopo aver felicemente compiuta la lunga guerra mantenuta nell'Aquitania contra di Guaifario duca di quella contrada, il quale finalmente restò ucciso dai suoi, venne a morte nel dì 24 di settembre dell'anno presente, con lasciare suoi successori Carlo, appellato poscia Magno, ch'era allora in età di ventisei anni, e Carlomanno suo fratello. Da una delle appendici di Fredegario impariamo che egli in sua vita avea diviso i regni fra i suddetti suoi due figliuoli, già dichiarati re nell'anno 754. Toccò a Carlo il regno d'Austrasia, che abbracciava le Provincie poste al Reno, colla Sassonia, Baviera, Turingia, ec. A Carlomanno toccò la Borgogna, la Provenza, la Linguadoca, l'Alsazia e l'Alemagna, cioè la Svevia. Amendue di nuovo colla sacra unzione nel dì 9 di ottobre riceverono la corona regale, il primo a Noyon, e l'altro in Soissons. Soddisfecero essi alle premure del novello papa con inviare a Roma una mano di vescovi per assistere al disegnato concilio.
NOTE:
[445] Anastas., in Vit. Stephani III Papae.
Anno di CRISTO DCCLXIX. Indizione VII.
STEFANO III papa 2. COSTANTINO Copronimo imperadore 50 e 29. LEONE IV imperadore 19. DESIDERIO re 13. ADELGISO re 11.
Giunti che furono a Roma dodici vescovi di Francia, fra' quali specialmente si contarono Lullo arcivescovo di Magonza e Tilpino arcivescovo di Rems, quel medesimo che sotto nome di Turpino acquistò tanta fama dalle favole dei romanzi italiani, papa Stefano III celebrò[446] nell'aprile un concilio nella chiesa patriarcale del Laterano, al quale intervennero ancora molti vescovi della Toscana e Campania, e di altre città di Italia. Ancorchè sieno periti gli atti di quella sacra adunanza, pure si sa che furono stabiliti canoni contro coloro che, essendo laici, fossero eletti al grado episcopale, o colla violenza dell'armi fossero promossi al vescovato. Fu parimente condannato il falso concilio tenuto negli anni addietro in Costantinopoli contro le sacre immagini, e profferita scomunica contro chiunque disprezzasse o credesse indegne di venerazione le medesime immagini. Fu provveduto a coloro che erano stati ordinati da Costantino falso papa, decretando che seguisse di nuovo la loro elezione e consecrazione. Introdotto lo stesso Costantino, benchè cieco, alla presenza dei Padri, ed interrogato, come essendo laico, avesse osato di passare al papato, perchè allegò in sua scusa l'esempio di Sergio arcivescovo di Ravenna e di Stefano vescovo di Napoli, i preti gli diedero molte guanciate, e il cacciarono fuori da quella sacra assemblea. Dal trattato di papa Adriano a Carlo Magno si raccoglie che Sergio arcivescovo di Ravenna non intervenne a questo concilio, ma vi mandò Giovanni Diacono, che sostenne il culto delle sacre immagini, provandolo con un'antica pittura esistente in Ravenna. Significò poscia il papa con sue lettere all'imperadore Costantino Copronimo il risultato di questo concilio; ma altro ci voleva a ritirare da' suoi errori ed eccessi quel traviato Augusto. Era toccata a Carlo re di Francia in sua parte, come dicemmo, l'Aquitania conquistata da Pippino; ma Unaldo, già duca di quella provincia, che tanti anni prima aveva abbracciata la vita monastica, dappoichè intese la morte del duca Guaifario suo figliuolo, invogliatosi delle cose mondane, deposto il cappuccio, se ne tornò al secolo, e trovò partigiani che il riconobbero per duca d'essa Aquitania[447]. Gli fu ben tosto addosso colle sue armi al re Carlo, e il costrinse a ritirarsi in Guascogna presso Lupo duca di quella contrada, da cui poscia, a forza di minacce, lo ebbe vivo nelle mani. Poichè Carlomanno suo fratello non volle in tal congiuntura dargli aiuto, cominciarono i dissapori fra loro, che andarono poi a finire in male. Nè è da tacere che in quest'anno l'imperador Costantino diede per moglie a Leone IV Augusto suo figliuolo, Irene fanciulla greca, di cui avremo da parlare andando più innanzi.
Apparisce poi dalle lettere scritte in questi tempi da papa Stefano e Carlo Magno, e da quanto ancora ha Anastasio, che erano fatte istanze al re Desiderio da esso papa per la restituzione delle giustizie di s. Pietro, cioè di allodiali, rendite e diritti che appartenevano alla Chiesa romana nel regno longobardico. Notizie tali hanno servito al Cointe, al Mabillone e al Pagi, per credere che il re Desiderio non le avesse interamente restituite finchè visse papa Paolo, con rapportare per tal cagione alcune lettere di esso pontefice Paolo, dove si tratta delle giustizie suddette agli anni 766 e 767, le quali sono sembrate a me scritte alcuni anni prima. Seguito nondimeno io a credere che Desiderio avesse, vivente papa Paolo, soddisfatto al suo dovere, perchè da varie lettere del medesimo pontefice si raccoglie che era stabilita buona amicizia fra lui e il re suddetto, e il pontefice Paolo ricercava aiuto da Desiderio contra le minacce de' Greci. E perciocchè Pippino re di Francia nella lettera trigesima aveva esortato il medesimo re a mantenere una buona pace ed amicizia col re Desiderio, rispose papa Paolo d'essere pronto a farlo, purchè ancora Desiderio in vera dilectione et fide, quem vestrae excellentiae, et sanctae Dei romanae Ecclesiae spopondit, permanserit; e più non disse di voler conservare questa armonia, se il re farà restituzione dei beni spettanti a s. Pietro. Anzi, siccome s'è veduto di sopra, lo stesso papa Paolo nella lettera vigesima sesta confessa di avere ricevuto le giustizie de partibus beneventanis atque tuscanensibus. Nam et de ducatu spoletino, nostris vel Longobardorum missis illic adhuc existentibus, ex parte justitias fecimus, ac recepimus. Sed et reliquas, quae remanserunt, modis omnibus plenissime inter partes facere student. Il perchè se sotto papa Stefano III s'odono risvegliate pretensioni di giustizie usurpate alla Chiesa romana, pare ben più probabile che sì fatte usurpazioni sieno non già le antiche, ma bensì nuove e diverse dalle antecedenti, cioè succedute mentre la cattedra di s. Pietro si trovava occupata dal falso pontefice Costantino, e Roma involta in molti sconcerti. Fors'anche non v'ebbe parte Desiderio, ma solamente i duchi di Benevento e Spoleti. Intanto neppure in quest'anno potè godere Roma della sua quiete. Se vogliam credere ad Anastasio[448] bibliotecario, o chiunque sia l'autore della vita di Stefano III papa, perchè Cristoforo primicerio e Sergio secondicerio suo figliuolo andarono al re Desiderio a fare istanza per le giustizie di s. Pietro, il re se la prese fieramente contra di loro, e macchinò la lor rovina. Pertanto guadagnò Paolo Afiarta, ossia Asiarta, cameriere del papa, per mettere costoro in diffidenza presso il santo padre. Penetratosi da Cristoforo che Desiderio meditava di portarsi a Roma, fece gran massa di gente, presa dalla Toscana e Campania e dal ducato di Perugia, e chiuse le porte di Roma, con quegli armati si mise alla difesa della città. Arrivò in questo punto il re Desiderio col suo esercito a s. Pietro in Vaticano, che era allora fuori di Roma, ed invitò colà il papa, che v'andò, e che dopo avere parlato con lui, se ne tornò nella città. Intanto Paolo Afiarta col re trattò di sollevare il popolo romano contra di Cristoforo e di Sergio; ma essi avutane contezza, armati entrarono nel Laterano, dove era il pontefice, per cercare i loro insidiatori, e furono sgridati forte per cotale insolenza. Nel dì seguente s'abboccò di nuovo il papa col re Desiderio, che gli rappresentò le trame di Cristoforo e Sergio, e poi fece serrar le porte della basilica vaticana. Allora il papa inviò Andrea vescovo di Palestrina, e Giordano vescovo di Segna, per far sapere a Cristoforo e a Sergio che eleggessero l'una delle due, cioè o di farsi monaci, o di venire a san Pietro. Risaputa l'intenzion del pontefice, cominciarono i lor partigiani ad abbandonarli, di maniera che stimarono meglio amendue di portarsi al Vaticano, e di mettersi in mano del papa, il quale ritiratosi poi in Roma, li lasciò in quelle de' Longobardi, pensando di farli poscia venire la notte entro la città e di salvarli. Ma Paolo Afiarta ito a trovare il re con una gran moltitudine di popolo romano, trattò con lui direttamente. In fatti messe le mani addosso a Cristoforo e Sergio, li condussero alla porta della città, e quivi loro cavarono gli occhi. Cristoforo da lì a tre dì morì di spasimo. Sergio, portato in una camera del Laterano, restò in vita sino alla morte di papa Stefano, ed allora, per quanto vedremo, fu strangolato. Tutti questi malanni, dice Anastasio, occorsero per segrete trame di Desiderio re de' Longobardi.
Ma a poter ben giudicare degli avvenimenti suddetti, e se veramente se ne debba rigettar la cagione e la colpa sulla malizia del Longobardo, bisognerebbono altri lumi. L'odio de' Romani contra della nazion longobarda era troppo gagliardo, e la loro passion trabocchevole ad altro non pensava che a screditarli; e però il voler formare il processo sull'unica relazion di essi, non è via sicura alla verità, quantunque prudentemente si possa credere che Desiderio fosse uomo di raggiri e di non molta lealtà. A buon conto abbiam veduto andar qui d'accordo il papa e il re Desiderio. Abbiamo inoltre una lettera del medesimo papa Stefano scritta a Carlo Magno e alla regina Berta sua madre, cioè l'epistola quadragesima sesta del Codice Carolino, in cui assai differentemente parla di questo fatto. In essa gli notifica che il nefandissimo Cristoforo, e il più che malvagio suo figliuolo Sergio, unitisi con Dodone messo del re Carlomanno, aveano congiurata la morte dello stesso pontefice. A questo fine erano entrati violentemente coll'armi nella basilica lateranense, ove egli sedeva, tentando di levarlo di vita; ma che Dio l'avea salvato dalle loro mani, mercè l'aiuto ancora del re Desiderio, capitato a Roma in questi tempi per trattare di diverse giustizie di s. Pietro. Che chiamati i due suddetti al Vaticano, non solamente aveano ricusato d'andarvi, ma eziandio in compagnia di Dodone e dei Franchi del loro seguito s'erano afforzati nella città, con chiudere le porte, minacciare il papa, e impedirgli l'entrata in Roma. Che veggendosi eglino finalmente abbandonati dal popolo, per necessità erano venuti a s. Pietro, dove il papa con fatica gli avea difesi dalla moltitudine che voleva ucciderli. Ma che mentre pensava di farli introdurre nella città per salvarli, erano loro stati cavati gli occhi, ma senza saputa e consentimento dello stesso papa, che chiamava Dio in testimonio della verità. Però assicurava il re Carlo, che se non era l'assistenza del re Desiderio, esso pontefice correva pericolo di perdere la vita, con dolersi acremente di Dodone, che invece di essere in aiuto suo, come ne avea l'ordine dal suo re, gli avea tramata la morte, e con persuadersi che Carlomanno disapproverebbe il di lui operato. Soggiugne in fine essere seguito accordo fra esso papa e il re Desiderio, e di avere interamente ricevuto le giustizie appartenenti a s. Pietro: del che ancora gl'inviati del medesimo re Carlo gli darebbono buona contezza. Così in quella lettera. Ma il p. Cointe negli Annali sacri della Francia, seguitato in ciò dal padre Pagi, fu di parere che questa fosse scritta per forza dal papa, mentre egli era quivi detenuto dal re Desiderio, e che, per conseguente, non le si debba prestar fede, ma bensì alla relazion di Anastasio. Intorno a che hanno da osservare i lettori, non sussistere primieramente il supposto del Cointe circa il tempo in cui fu scritta quella lettera. Certo è che il papa la scrisse dopo terminata quella scena, e dappoichè si trovava in tutta sicurezza, ed erano stati accecati Cristoforo e Sergio: il che, per attestato del medesimo Anastasio, accadde, essendo già tornato il papa in Roma, e senza più abboccarsi col re Desiderio. Però indebitamente si pretende forzato il papa a scrivere quella lettera, allorchè Anastasio il rappresenta detenuto dal re nel Vaticano. Secondariamente son degne di osservazione le parole dello stesso Anastasio, o, per dir meglio, dell'autore della vita di papa Adriano primo[449], successore di Stefano III. Faceva istanza esso pontefice Stefano al re Desiderio per la restituzion dei beni di s. Pietro, e Desiderio rispondeva: Sufficit apostolico Stephano, quia tuli Christophorum et Sergium de medio, qui illi dominabantur, et non illi sit necesse justitias requirendi. Nam certe si ego ipsum apostolicum non adjuvero, magna perditio super eum eveniet. Quoniam Carlomannus rex Francorum amicus existens praedictorum Christophori et Sergii, paratus est cum suis exercitibus ad vendicandum eorum mortem, Romam properandum, ipsumque capiendum pontificem. Dalla bocca del medesimo papa Stefano avea Adriano intese queste parole, con avergli anche esso Stefano confessato di aver fatto cavar gli occhi a Cristoforo e Sergio per suggestione di Desiderio; laddove nella suddetta lettera quadragesima sesta esso protesta con giuramento di non aver avuta parte nell'accecamento d'essi. Sicchè veniamo in chiaro che papa Stefano andò d'accordo con esso re in quella occasione per liberarsi da Cristoforo e Sergio, che voleano fargli da padroni addosso; e siccome coll'assistenza dei Longobardi fu cacciato dalla sedia di s. Pietro l'iniquo Costantino, e sostituito il legittimo papa Stefano, così dell'aiuto degli stessi si servì egli in quest'altra occasione. All'incontro, Dodone e i Franchi si dichiararono in tal congiuntura contra del papa, perchè il re Carlomanno sosteneva il partito di Cristoforo e di Sergio; e conseguentemente si viene ad intendere che non fu ben informato di quel fatto Anastasio, o vogliam dire l'autor della vita di Stefano III, oppure che il mal animo verso de' Longobardi gli fece scrivere in maniera differente dal vero quel deforme successo. Ed io l'ho rapportato all'anno presente, ma senza certa cognizione del tempo; perciocchè Sigeberto[450], che parla sotto quest'anno, non ne sapeva più di noi per conto di quegli affari.
NOTE:
[446] Anastas., in Stephani III.
[447] Eginhardus, in Annalib.
[448] Anastas., in Stephano III Papa.
[449] Anastas., in Hadriani I Vita.
[450] Sigebertus, in Chronico.
Anno di CRISTO DCCLXX. Indizione VIII.
STEFANO III papa 3. COSTANTINO Copronimo imperadore 51 e 30. LEONE IV imperadore 20. DESIDERIO re 14. ADELGISO re 12.
Erano già insorti nuvoli di discordia tra Carlo Magno e Carlomanno re suo fratello, dandosi ben a conoscere che con fondamento fu detto: Rara est concordia fratrum. Per riconciliarli insieme si mosse la comune lor madre Berta, appellata da altri Bertrada, che portatasi a Carlomanno, maneggiò con lui la concordia. E perciocchè era imminente anche la guerra contra di Tassilone duca di Baviera, il quale insuperbito non volea riconoscere per suo sovrano il re Carlomanno, e la faceva piuttosto da re che da duca, si adoperò la saggia regina per impedire ancora un sì fatto incendio. Prese motivo papa Stefano III dalla buona armonia rimessa fra i due re fratelli di scrivere loro la lettera quadragesima settima del Codice Carolino, in cui si rallegra con essi per tale riconciliazione, augurando loro la continuazione e l'accrescimento della pace e dell'amore fraterno. Passa dipoi a pregarli di voler impiegare i loro uffizii perchè la chiesa di san Pietro abbia interamente le sue giustizie, e di adoperare ancora la forza dei Longobardi: altrimenti ne renderan conto nel tribunale di Dio. Non nomina egli il re Desiderio; ma, per quanto si ricava dalla vita del suo successore Adriano[451], Desiderio avea promesso e giurato sopra il corpo di s. Pietro di fare restituire le giustizie della Chiesa di Dio, e poi nulla avea ottenuto della sua parola. Abbiamo nondimeno dalla lettera quadragesima quarta del suddetto Codice Carolino, scritta non so se nel presente o nel susseguente anno da papa Stefano alla regina Berta e al re Carlo Magno, per rendere loro grazie del buon servigio prestato da Iterio lor messo, spedito nel ducato beneventano, perchè colla sua premura avea la Chiesa romana ricuperati dei beni in quelle parti, senza che il papa vi dica altra parola di Desiderio, o si lagni di lui. Siccome s'ha dagli Annali de' Franchi, passò la regina Berta dalla Baviera in Italia e a Roma, e di là venne ad abboccarsi con esso re Desiderio, e a trattar dell'accasamento di Gisila, ossia Gisla, sua figliuola, sorella di Carlo Magno, con Adelgiso figliuolo d'esso re Desiderio, e di dare per moglie ai re Carlo e Carlomanno suoi figliuoli due figliuole del suddetto re longobardo. Nulla più che questo bramava il re Desiderio per istabilir maggiormente l'amicizia con que' due potentissimi re, che soli poteano fare a lui paura. Non sì tosto penetrò questo avviso alla conoscenza di papa Stefano, che risentitamente scrisse loro la lettera quadragesima quinta del Codice Carolino, per dissuaderli da queste nozze, perchè nozze illecite ed invalide, perchè amendue, vivente anche il padre, s'erano ammogliati, e le mogli erano viventi tuttavia. Che se i pagani faceano di queste azioni, non le doveano già fare principi cristiani. E fin qui cammina con tutti i piedi lo zelante gridar del papa. Ma strano è ch'egli seguiti a dire: Che pazzia è mai questa, o eccellentissimi figliuoli, re grandi (appena oso dirlo), che la vostra nobil gente dei Franchi, eminente sopra l'altre genti, e la splendida e nobilissima prole della regal vostra possanza, si voglia macchiare colla perfida e puzzolentissima gente dei Longobardi, la qual neppure è computata fra le genti, e dalla cui nazione sappiam di certo che son venuti i lebbrosi? Niuno c'è, che non sia pazzo, al quale possa neppur nascere sospetto che dei re sì rinomati si vogliano impacciare in un contagio sì detestabile ed abbominevole. Imperciocchè, come dice s. Paolo? Quae societas luci ad tenebras aut quae pars fideli cum infideli? Torna più sotto a dire, che non è loro permesso il prendere mogli di nazione straniera; e che avendo promesso a s. Pietro d'essere amici degli amici, e nimici dei nimici, commetterebbono peccato, imparentandosi co' Longobardi, gente spergiura e nimica di Roma. Aggiunge in fine d'aver posta quella esortazione sopra il sepolcro di san Pietro, e d'inviarla da quel santo luogo, con intimar loro la scomunica, se opereranno in contrario.
Certo conveniva al vicario di Gesù Cristo l'alzar forte la voce contra quei maritaggi, quando vero fosse che già quei due re avessero moglie, essendo il divorzio contrario alla legge di Gesù Cristo. Ma sì poco proprie della maestà e carità pontifizia compariscono quelle tante esagerazioni, a dismisura piene di odio contro i Longobardi, ch'io ho talvolta dubitato, e dubito tuttavia, che quella lettera potesse essere stata finta da qualche bel cervello di que' tempi, ed attribuita al papa. Sanno gli eruditi che prima ancora che i Longobardi calassero in Italia, formavano una riguardevol nazione, ed erano già seguite parentele fra i re di quella gente e i re franchi. In dugento anni poi di dimora d'essi Longobardi in Italia, ognun dee credere che quei re e il loro popolo s'erano ingentiliti, nè cedevano ad altre nazioni nell'essere buoni cattolici, in fondar chiese, monisteri, spedali. Nè certo la lebbra era nata ai tempi loro. E pure s'odono in questa lettera vituperii sì lontani da ogni credenza. Altronde poi non apparisce che i due re fossero già ammogliati; e però o quella lettera è finta, o, se vera, troppo essa disdice ad un romano pontefice. Comunque sia, il fine di questi maneggi fu che non condiscese Carlomanno a prendere per moglie una figliuola del re Desiderio. La prese bensì il re Carlo, ma non peranche divenuto Magno, senza curar la scomunica che si pretende intimata dal romano pontefice, se pure è vero che Carlo Magno fosse allora ammogliato. E questo avvenne per esortazione di Berta sua madre. Si dee nondimeno aggiugnere che, secondo gli antichi Annali de' Franchi[452], efficacemente si adoperò essa regina Berta, affinchè il re Desiderio restituisse molte città alla Chiesa romana, e l'ottenne. Et redditae sunt Civitates plurimae ad partem sancti Petri, il che si può dubitare se sia vero, perchè non apparisce che si disputasse di città tolte in questi tempi alla Chiesa. E quando pur sia vero, questo fa vedere che noi non sappiam bene gli affari di que' tempi, nè i gruppi e sviluppi succeduti fra i sommi pontefici e i re longobardi per dissensioni di beni temporali. Verisimilmente ancora nell'anno presente venne a morte Sergio arcivescovo di Ravenna. Ricavasi poi da Agnello[453], storico ravennate del secolo susseguente, che questo arcivescovo la fece da padrone nell'esarcato e nella Pentapoli. Judicavit a finibus Perticae totam Pentapolim, et usque ad Tusciam, et usque ad mensam Walani, veluti Exarchus; sic omnia disponebat, ut sunt soliti modo Romani facere. Se non fossimo per vedere che Leone suo successore fece altrettanto, si potrebbe credere che questa fosse una invenzione d'Agnello, scrittore d'animo corrotto verso i romani pontefici, a' quali indubitato è che fu fatto il dono dell'esarcato, e non già agli arcivescovi di Ravenna. Ma dalla lettera quinquagesima quarta del Codice Carolino si raccoglie che Leone arcivescovo, allorchè cominciò ad usurpar la signoria dell'esarcato, allegava l'esempio del suo predecessore Sergio, che avea quivi signoreggiato. Di ciò parleremo meglio disotto all'anno 777. Nel Codice estense, che ci ha conservata la parte che resta della storia del suddetto Agnello, si legge nel margine una giunta da me stampata[454], da cui potrebbe taluno essere indotto a sospettare, che il soprammentovato Sergio arcivescovo, condotto a Roma, fosse quivi stato strangolato. Ma convien avvertire, essere quella giunta uscita dalla penna d'un ignorante, che confuse l'arcivescovo Sergio di Ravenna con Sergio figliuolo di Cristoforo, da noi veduto di sopra, e che veramente fu con violenza levato dal mondo. Sembra ancora avere costui confuso Leone arcivescovo, successore di Sergio, con qualche altro Leone romano: e però di niun valore è quella giunta. Per attestato dell'autore della vita di Stefano III, dopo la morte dell'arcivescovo Sergio si fece scisma nella Chiesa di Ravenna. Fu, è vero, eletto per quella cattedra Leone arcidiacono; ma Michele archivista della Chiesa ravennate, benchè non alzato per anche ad alcun ordine sacerdotale, se n'andò a trovare Maurizio duca, cioè governatore di Rimini, il quale, per consiglio del re Desiderio (che in tutte le cose mal fatte si vuole che avesse mano), raunata una banda d'armati, si portò a Ravenna, e quivi con braccio forte fatto eleggere il suddetto Michele, l'introdusse nel palazzo archiepiscopale, e mandò prigione a Rimini il poco fa riferito Leone. Scrisse poi Maurizio, e scrissero i Ravennati a Stefano papa per ottener che Michele fosse da esso papa consecrato; ma nulla poterono conseguire, stando forte il papa nella negativa, perchè costui non era sacerdote. Ma possiamo ben credere che molto più che questa ragione facesse il papa valere la nullità dell'elezione, perchè estorta dalla violenza. Nondimeno questo avvenimento ci può far sospettare che non avesse per anche gran forza il romano pontefice nel governo temporale dell'esarcato di Ravenna. Truovasi spettante al gennaio dell'anno presente un'iscrizione, da me[455] data alla luce, da cui risulta che Trasguno era duca della città di Fermo, correndo tuttavia l'anno XIII del re Desiderio e l'XI di Adelgiso suo figlio.
NOTE:
[451] Anastas. Bibliothec., in Hadriani I Vita.
[452] Annales Veter. Francorum.
[453] Agnell., Vit. Episcopor. Ravennat., P. I, tom. 2 Rer. Ital.
[454] Rer. Ital., P. I, tom. 2.
[455] Collectio nova veter. Inscription., p. 1857.
Anno di CRISTO DCCLXXI. Indizione IX.
STEFANO III, papa 4. COSTANTINO Copronimo imperadore 52 e 31. LEONE IV imperadore 21. DESIDERIO re 15. ADELGISO re 13.
Cominciò in quest'anno a sconcertarsi non poco la buona corrispondenza del re Carlo Magno con Desiderio re dei Longobardi, perchè Carlo, dopo aver tenuta la di lui figliuola per moglie, in questo anno la ripudiò, e rimandolla al padre. Eginardo[456], autore contemporaneo e ben informato delle azioni d'esso Carlo, confessa di non averne saputo il motivo; e però non si può molto fidare del monaco Sangallense, che scrisse un secolo dappoi, e abbonda di favole, allorchè attribuisce la cagione all'essere stata quella principessa di cattiva sanità ed inabile a far figliuoli. Se ciò fosse stato, l'avrebbe anche saputo Eginardo, notaio allora del medesimo re. Si potrebbe pensare che finalmente accortosi questo principe dell'illecito suo matrimonio colla figliuola del re Desiderio, perchè contratto vivente ancora la prima moglie, e cotanto riprovato dal romano pontefice, perciò se ne separasse. Ma è da avvertire che niuno de' tanti che scrissero delle azioni di Carlo Magno, il riconobbe ammogliato, allorchè prese la figliuola di Desiderio. Ci vien questa particolarità dalla sola lettera quadragesimaquinta del Codice Carolino, che per altri capi patisce delle difficoltà. E s'aggiunga poi, che gli stessi Francesi di quei tempi riguardarono come incestuose le nozze di Carlo Magno con Ildegarda, da lui presa dopo il ripudio fatto della longobarda: segno che giudicarono legittimo e non dissolubile il matrimonio di questa, ed insieme indizio che esso Carlo fosse non coniugato, ma libero, quando con essa s'accoppiò. Ne abbiamo la prova nella vita di sant'Adalardo abbate di Corbeia, cugino di esso Carlo Magno, scritta da Pascasio Radberto. Factum est (così scrive quell'autore) quum idem imperator Carolus Desideratam (hanno creduto alcuni tale essere stato il nome di quella principessa, e non già Berta o Ermengarda, come altri hanno immaginato) Desiderii regis Italorum filiam repudiaret quam sibi dudum etiam quorumdam Francorum juramentis petierat in conjugium; ut nullo negotio beatus senex (cioè Adalardo) persuaderi posset, dum esset adhuc tiro palatii, ut ei, quam vivente illa rex acceperat, aliquo communicaret servitutis obsequio. Sed culpabat modis omnibus tale connubium, et gemebat puer beatae indolis, quod et nonnulli Francorum eo essent perjuri, atque rex inclito uteretur thoro, propria sine aliquo crimine repulsa uxore. Quo nimio zelo succensus elegit plus saeculum relinquere adhuc puer, quam talibus admisceri negotiis. S'inganna forte chi è stato d'avviso che il culpabat tale connubium voglia dire che Adalardo riprovava il matrimonio di Carlo colla figliuola di Desiderio. Chiara cosa è che quel santo giovane non sapeva sofferire il matrimonio di lui con Ildegarda, sposata dopo il ripudio della longobarda, considerato da lui per illecito, perchè contratto vivente la legittima moglie longobarda da lui ripudiata sine aliquo crimine. Potea ben sapere queste particolarità Pascasio Radberto, siccome quegli che fu discepolo di santo Adalardo, e conversò molto con lui. Perciò si scuopre per immaginazione de' secoli moderni il dire che il romano Pontefice sciolse il matrimonio della longobarda, perchè non era consumato: e sempre più ci vien somministrato motivo di dubitare della lettera quadragesimaquinta del Codice Carolino, in cui papa Stefano ci rappresenta Carlo Magno ammogliato, allorchè era per prendere la figliuola del re longobardo. Se ciò fosse stato, non avrebbe creduto Adalardo legittima moglie d'esso re Carlo Desiderata, nè avrebbe tenuto per illecito il susseguito matrimonio con Ildegarda. Ma chi sa che fin d'allora il suddetto re Carlo non cominciasse i negoziati per far suo il regno dei Longobardi, siccome seguì da lì a non molto?
Per altro verso cangiarono molto di faccia in quest'anno gli affari della Francia, imperocchè nel dì 5 di dicembre mancò improvvisamente di vita il re Carlomanno, con lasciare dopo di sè due piccoli figliuoli maschi, il maggiore dei quali portò il nome di Pippino, senza sapersi il nome dell'altro. Si fece tosto innanzi il re Carlo alla selva Ardenna, e tirati nel suo partito molti de' vescovi, conti e primati del regno d'esso suo fratello, se ne mise in possesso, e si fece ugnere re di quegli stati: con che tutta la Gallia e la maggior parte della Germania venne ad unirsi sotto di lui solo, e a formare una formidabil potenza, maggiore che a' tempi di Pippino, perchè s'era aggiunta a questo amplissimo dominio anche l'Aquitania e la Guascogna. La regina Gilberga, vedova di Carlomanno, veduto questo bel tiro del re Carlo suo cognato, per timore ch'egli non mettesse le mani addosso ai suoi figliuolini, e con farli cherici non li privasse della speranza dell'eredità paterna, se ne fuggì in Italia, e ricoverossi sotto la protezione del re Desiderio, con influir poi, senza pensarvi, alla di lui rovina. Passano gli scrittori franzesi con disinvoltura quest'azione di Carlo Magno, come se fosse cosa da nulla l'avere usurpato a' suoi nipoti un regno, che per tutte le leggi divine ed umane era loro dovuto, con avergli anche dipoi perseguitati. Ma la venerazione che si dee alla verità, più che a Carlo Magno, vuol bene che noi riguardiamo come un effetto della smoderata sua ambizione l'aver trattato così i principi suoi nipoti. Certo per azioni tali egli non si acquistò nè meritò il titolo di Grande, giacchè niuna buona ragione ci si presenta per iscusar lo spoglio fatto a que' principi pupilli e sì stretti a lui per vincoli di sangue. Seguitò fino al presente anno Michele usurpatore della Chiesa di Ravenna a tenerla con braccio forte. Anastasio[457], o chiunque scrisse la vita di Stefano III, scrive che costui si sosteneva coll'appoggio di Desiderio re de' Longobardi, e che, per guadagnarsi la di lui protezione, spogliò di tutti gli ornamenti preziosi quella Chiesa, e ne fece a lui un regalo. Gli mandò il pontefice più lettere e messaggeri per indurlo a desistere da questi sacrilegii; ma egli più che mai costante teneva occupata quella cattedra. Finalmente venuti gl'inviati di Carlo re di Francia, ed insieme con quei del papa arrivati a Ravenna, tanto dissero e fecero, che que' cittadini, preso il suddetto Michele, l'inviarono ben legato a Roma. Dopo di che tornarono ad eleggere per arcivescovo Leone, il quale dovea essere stato rimesso in libertà, ed incontanente col suo clero si portò a Roma, dove ricevette dal papa la consecrazione, ed ebbe il pacifico possesso della sua Chiesa. Ma fa ancora questo fatto intendere che poca forza dovea avere in questi tempi il romano pontefice nella città di Ravenna e in Roma, dacchè abbiam veduto esercitati senza riguardo alcuno a lui gli atti suddetti. Abbiamo poi da Teofane[458] che Irene, moglie di Leone IV Augusto, diede alla luce Costantino, che fu poscia imperadore, e del quale avremo occasion di parlare andando innanzi.
NOTE:
[456] Eginhardus, in Vita Caroli Magni.
[457] Anastas. in Stephani III Vita.
[458] Theoph., in Chronogr.
Anno di CRISTO DCCLXXII. Indizione X.
ADRIANO I papa 1. COSTANTINO Copronimo imperadore 53 e 32. LEONE IV imperadore 22. DESIDERIO re 16. ADELGISO re 14.
Diede fine a' suoi giorni in questo anno nel principio di febbraio papa Stefano III, in cui luogo fu eletto Adriano I, figliuolo di Teodolo console e duca, distinto allora per le sue virtù, e che poi riuscì un insigne pontefice; ed appena eletto richiamò alcuni che alla morte di papa Stefano erano stati mandati in esilio. Lasciò scritto Andrea Dandolo[459] che in questi tempi il re de' Longobardi personalmente e realmente affliggeva il clero e popolo dell'Istria, e tirava quei vescovi sotto l'ordinazione del patriarca di Aquileia, quando, secondo i canoni, essi erano della dipendenza del patriarca di Grado. Era ricorso Giovanni patriarca gradense per aiuto a Stefano III papa, e rapporta esso Dandolo una lettera consolatoria d'esso pontefice a quel patriarca. Scrisse anche ai vescovi il papa, ma non ne cavò profitto alcuno, stando essi costanti nell'unione co' Longobardi. Questo enorme pregiudizio inferito alla Chiesa di Grado, e l'intollerabil prepotenza de' Longobardi nell'Istria, mosse dipoi Maurizio doge di Venezia, già creato console imperiale, a spedire a Roma Magno prete archivista, e Costantino tribuno, per ottenere rimedii più efficaci in favore del patriarca gradense; ma sopravvenuta la morte di papa Stefano, restò per allora senza effetto la loro spedizione. Ora saputasi dal re Desiderio l'esaltazione di Adriano al trono pontificio, non fu egli lento ad inviargli un'ambasceria[460], composta da Teodicio duca di Spoleti, da Tunone duca di Ebora Regia (Eboregia credo io che s'abbia quivi a leggere, cioè Ivrea) e da Prandolo suo guardarobiere, per confermare la buona pace ed amicizia fra loro. Adriano domandò agli ambasciatori qual fidanza si potesse avere di un principe, il quale sopra il corpo di s. Pietro s'era impegnato con giuramento sotto il suo predecessore Stefano di fare le giustizie di s. Pietro, e mai non aveva attenuta parola? anzi per sua suggestione aveva esso papa fatto cavar gli occhi a Cristoforo e Sergio primati della Chiesa. Aggiunse ancora la risposta data da Desiderio ai messi di papa Stefano, che aveano fatta dappoi istanza per le suddette giustizie. L'abbiam veduta di sopra questa risposta. Dappoichè Sergio secondicerio restò privato della luce degli occhi, per quanto abbiam precedentemente detto, fu lasciato in prigione. Otto giorni prima che morisse papa Stefano III, Paolo Afiarta e Calvolo, camerieri d'esso pontefice, Gregorio difensore regionario, e Giovanni fratello del medesimo papa, il presero, e mandatolo ad Anagni, quivi il fecero ammazzare. Ora papa Adriano avendo subodorato che Paolo suddetto era stato autore di questo assassinio, segretamente fece sapere a Leone arcivescovo di Ravenna, che mentre costui se ne tornava da Pavia, dove era stato inviato per pubblici affari, gli facesse mettere le mani addosso, e il cacciasse in prigione. Ciò fu eseguito; e formato in Roma il processo, il pontefice Adriano per le istanze de' primati della Chiesa e degli uffiziali della milizia, fece anche prendere Calvolo e gli uomini che avevano ucciso Sergio, e processati che furono dal prefetto di Roma, li mandò in esilio a Costantinopoli. Spedì poscia il processo a Ravenna perchè su quello venisse esaminato Paolo Afiarta, il quale davanti al consolare di Ravenna confessò il delitto. Tuttavia desiderando papa Adriano di salvar la vita ad esso Paolo, formò a Costantino e Leone Augusti e grandi imperadori una relazione della morte inferita al cieco Sergio, deprecans eorum imperialem clementiam, ut ad emendationem tanti reatus, ipsum Paulum suscipi, et in ipsis Graeciae partibus in exilio mancipatum retineri praecepissent. Queste parole di Anastasio hanno servito a Pietro de Marca, insigne letterato ed arcivescovo di Parigi, per credere che il pontefice signoreggiasse bensì in questi tempi in Roma, ma con dipendenza tuttavia dalla sovranità de' greci Augusti. Certamente non si sa intendere tanta familiarità e confidenza de' papi coi greci Augusti, quando avessero tolta loro tutta la signoria di Roma. Merita a questo proposito d'essere anche osservata la data d'una bolla del medesimo papa Adriano in favore del monistero di Farfa[461], cioè Dat. X. kal. maji imperantibus domno nostro piissimo Augusto Constantino, a Deo coronato, magno imperatore, anno LIII, et post consulatum ejus anno XXXIII, sed et Leone magno imperadore, ejus filio anno XXI, Indictione X. Quel domno nostro serve ad avvalorare l'opinione suddetta.
Mandò poscia papa Adriano ordine a Leone arcivescovo di Ravenna, che inviasse Paolo Afiarta in esilio per via di Venezia a Costantinopoli, accompagnato dalla relazione antedetta; ma Leone si scusò di farlo, con rispondere al papa che non tornava il conto a spedire Paolo colà, perchè avendo il re Desiderio prigione un figliuolo di Maurizio duca di Venezia, questi per riavere esso figliuolo avrebbe potuto cambiarlo con Paolo. Coll'occasione poi che Adriano ebbe da inviare a Desiderio un suo messo, cioè Gregorio sacellario, gli diede commissione di protestare in passando, ed ordinare per parte sua all'arcivescovo di Ravenna e a que' cittadini, che Paolo rimanesse sano e salvo: ordine mal eseguito, perchè nel suo ritorno a Ravenna Gregorio trovò che il prefato Paolo era stato levato di vita. Prima ancora che succedessero questi fatti, cioè non per anche passati due mesi dopo l'assunzione di Adriano alla cattedra pontificia, per attestato di Anastasio bibliotecario, il re Desiderio occupò la città di Faenza, il ducato di Ferrara e Comacchio, luoghi tutti donati dal re Pippino e dai due suoi figliuoli a s. Pietro. Con qual pretesto non è chiaro, se non che si sa avere il papa inviate lettere di buon inchiostro a Desiderio per esortarlo alla restituzione. La risposta sua fu che nol farebbe, se prima non seguisse un abboccamento del papa con esso lui. Il motivo di questo congresso era per indurre il santo padre ad ungere e riconoscere per re i figliuoli del re Carlomanno, che si erano rifugiati sotto il suo patrocinio. Ma il pontefice Adriano, a cui premeva forte di non disgustare Carlo Magno, sostegno unico suo quaggiù per gl'interessi suoi temporali, si guardò ben dall'acconsentire ai disegni del Longobardo. Ora tra questa negativa e la carcerazione e morte di Paolo Afiarta, partigiano suo, Desiderio probabilmente montato in collera, si diede a molestare ed occupare gli stati della Chiesa romana. Non gli bastò d'aver tolto all'esarcato i luoghi sopra espressi; spinse ancora un esercito più avanti con entrare ne' confini di Sinigaglia, Montefeltro, Urbino, Gubbio, dove furono commessi molti incendii, saccheggi ed omicidii. E questo specialmente avvenne in Blera nella Toscana romana, dove uccisero i principali di quella terra. Giunsero anche i Longobardi ne' confini di Roma stessa, e si impossessarono del castello d'Utricoli. All'udir questi fatti, chi cercasse delicatezza di coscienza e prudenza nel re Desiderio, non la troverebbe. Perciocchè dell'un canto non apparisce alcun giusto motivo di cotal invasione, e dall'altro doveva esso re aver dimenticato ciò che era avvenuto sotto Astolfo suo predecessore, gastigato dal re Pippino, e che poteva a lui accadere anche di peggio dalla potenza di Carlo Magno, difensore della Chiesa romana, e principe giovane voglioso d'accrescere i suoi stati, ed anche malcontento di lui, per aver ricettati i nipoti figliuoli di Carlomanno. In questi tempi diede principio esso re Carlo alla guerra contra de' Sassoni, popolo pagano, popolo che s'era avvezzato a non voler più riconoscere la sovranità dei re franchi. Carlo Magno non era principe da voler trascurare alcuno dei diritti de' suoi predecessori, e ardeva più che gli altri di voglia d'ingrandire la sua per altro vastissima monarchia.
NOTE:
[459] Dandulus, in Chronic., T. 12 Rer. Italic.
[460] Anastas., in Hadriani I Vit.
[461] Rer. Italic., P. II, tom. II.
Anno di CRISTO DCCLXXIII. Indiz. XI.
ADRIANO I papa 2. COSTANTINO Copronimo imperadore 54 e 33. LEONE IV imperadore 23. DESIDERIO re 17. ADELGISO re 15.
Bramoso più che mai il re Desiderio di abboccarsi con papa Adriano, gli spedì Andrea referendario e Stabile duca, per esporgli questa sua intenzione. Mostrossi pronto il papa a tale abboccamento o in Pavia, o in Ravenna, Perugia e Roma, purchè precedesse la restituzione delle città ultimamente occupate. Ma Desiderio ostinato più che mai rigettò questa condizione, e proruppe in minacce contra di Roma, passi tutti che obbligarono il papa a spedire per mare i suoi messi al re Carlo Magno colla notizia di sì fatti insulti, e con implorare il suo aiuto in tanta angustia e necessità. Desiderio, giacchè non potea muovere il papa a' suoi voleri, si avvisò di portarsi egli in persona a parlare con lui, e di adoperar la forza per indurlo a cedere. Mossosi pertanto da Pavia con Adelgiso suo figliuolo, coll'esercito de' Longobardi, e colla moglie e coi figliuoli del fu re Carlomanno, s'inviò alla volta di Roma senza precedente concerto col papa. Solamente mandò gente innanzi ad avvisarlo della sua venuta. Adriano coraggiosamente rispose che se non veniva prima restituito il mal tolto, indarno il re si prendeva quell'incomodo, perchè assolutamente intendeva di non ammetterlo. Quindi per precauzione fatte venire a Roma le soldatesche della Toscana, Campania e Perugia, e alcune ancora delle città della Pentapoli, guernì fortemente Roma, con trovar tutti disposti a ben difenderla. Spogliò le chiese di san Pietro e Paolo facendo portar tutti i lor tesori entro la città, e chiudere con grossi ferri le porte della basilica vaticana. Poscia inviò al re Desiderio Eustrazio, Andrea e Teodosio vescovi di Albano, di Palestrina e di Tivoli, ad intimargli una forte scomunica, s'egli osava senza licenza sua d'entrare ne' confini del ducato romano. Era già pervenuto Desiderio a Viterbo, e quivi intesa questa disgustosa ambasciata, non ardì d'andare più innanzi, e con gran riverenza e confusione ne tornò indietro. Dopo ciò arrivarono a Roma i messi di Carlo Magno, cioè Giorgio vescovo, Gulfrado abbate ed Albino confidente d'esso re, per chiarire, se sussisteva quanto il re Desiderio aveva esposto allo stesso re Carlo, con volergli far credere restituite a s. Pietro tutte le città e giustizie usurpate. Trovato falso l'esposto, se ne tornarono in Francia, e passando da Pavia, con tutte le loro esortazioni nulla poterono ottenere da Desiderio. Informato di ciò il re Carlo, tornò ad inviargli de' messi, con pregarlo di soddisfare al romano pontefice, e con promettergli anche quattordicimila soldi d'oro. Ma Desiderio divenuto cieco nella sua malizia, e tutto ricusando, incautamente si andava fabbricando la sua rovina. Allora Carlo Magno, conoscendo ormai che la sola forza potea liberar da queste propotenze Roma e la Chiesa romana, e ridondar l'uso dell'armi in proprio profitto, unito l'esercito generale di tutta la Francia, sen venne a Genova, risoluto di passare in Italia. Trovò che il re Desiderio accorso colla sua armata alle Chiuse dell'Italia verso il monte Cinisio, quivi s'era fortificato in varie maniere, per contrastargli il passo. Divise Carlo in due l'esercito suo, e ne spedì l'una pel suddetto monte, l'altra per monte di Giove.
Prima nondimeno di sperimentar le suo armi, tornò ad inviare messi al Longobardo, per indurlo pacificamente alla restituzione, contentandosi di riceverne una promessa, e tre nobili ostaggi per sicurezza della parola. Ma ancor questi vennero indarno. S'inoltrò l'esercito franzese; ma trovata gagliarda opposizione, già si disponeva a tornarsene indietro, quando all'improvviso s'intese che Adelgiso figliuolo di Desiderio e tutti i Longobardi, colti da un panico terrore aveano presa la fuga, abbandonate le tende e l'equipaggio, senza che alcuno gli inseguisse. Agnello ravennate[462], scrittore del secolo susseguente, scrive che Carlo Magno fu invitato in Italia da Leone arcivescovo di Ravenna, il quale anche per mezzo di Martino suo diacono gl'insegnò il sito e la maniera di valicar l'Alpi al dispetto de' Longobardi. Questo si può credere un vanto de' Ravennati. Sappiam di certo che Carlo venne invitato dal papa; non sarebbe tuttavia improbabile che anche quell'arcivescovo fosse concorso col suo influsso a muoverlo. L'autore poi della Cronica novaliciense[463] lasciò scritto essere stato un buffone che scoprì ai Franchi la via per passare in Italia. Quello scrittore si scopre un romanziere in altri racconti. Certo è bensì che senza contrasto calò il re Carlo in Piemonte col suo fiorito esercito, e tal timore incusse nel re Desiderio, che altro scampo non ebbe che di ritirarsi e chiudersi nella forte città di Pavia, come appunto avea fatto il re Astolfo, ma con esito differente da quello. Che se Godifredo da Viterbo[464], a cui prestarono fede molti de' moderni, scrisse che a Selva-bella seguì un fiero fatto d'armi tra i Franchi e Longobardi colla peggio degli ultimi, laonde quel luogo prese il nome di Mortara, si può, anzi si dee un tal racconto mettere al ruolo delle favole, perchè di tanti antichi storici de' fatti di Carlo Magno, niuno conobbe, niuno accennò questa battaglia; e se questa fosse succeduta, n'avrebbono essi avuta contezza e fatta menzione. Restò dunque confinato a Pavia e circondato da uno stretto assedio o blocco il re Desiderio, probabilmente nel mese d'ottobre, come ha Anastasio[465], e non già di giugno, come scrisse l'autore della Cronica del monistero di Volturno[466]. Adelgiso figliuolo di Desiderio ebbe l'incombenza di difendere Verona, città allora delle più forti del regno longobardico, che medesimamente restò assediata dall'armi franzesi. Ma veggendo il re Carlo, che comandava in persona la sua armata sotto Pavia, essere un osso duro quella città, si accinse a domarla coll'ostinazion dell'assedio, o vogliam dire del blocco; e però fatta colà venir la regina Ildegarda co' suoi figliuoli, la quale ivi gli partorì una figlia appellata Adelaide, passò sotto l'assediata città le feste del santo Natale. Intanto molte città longobardiche oltre Po si sottomisero alla potenza de' Franchi. Per attestato del Fiorentini[467] e di Cosimo della Rena[468], in una carta del giugno di quest'anno si trova nominato Tachiperto duca, cioè governatore, nella città di Lucca. Ma che questi reggesse la Toscana tutta non apparisce da memoria alcuna.
NOTE:
[462] Agnell., Pont. Raven. P. I, tom. 2 Rer. Italic.
[463] Chronic. Navaliciense, P. II, tom. 1, Rer. Italic.
[464] Godefridus Viterbiensis, in Chronico.
[465] Anastas., in Hadriani I papae Vit.
[466] Chronic. Vulturnense, P. II, tom. I. Rer. Italic., pag. 402.
[467] Fiorentini, Memor. di Matilde, lib. 3.
[468] Cosimo della Rena, Serie de' duchi di Toscana.
Anno di CRISTO DCCLXXIV. Indiz. XII.
ADRIANO I papa 3. COSTANTINO Copronimo imperadore 55 e 34. LEONE IV imperadore 24. CARLO MAGNO re de' Franchi e Longobardi 1.