Annali d'Italia, vol. 3 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 (part 4 of 5)
Erasi ritirata l'imperadrice vedova Ageltruda nella città di Spoleti. Mosse a quella volta Arnolfo con pensiero di coglierla o di scacciarla di là. Ma sopravvenutagli una grave infermità di capo (Reginone le dà il nome di paralisia), in vece di accudire a questa impresa, ebbe da pensare a scappar d'Italia, dove non si fidava più di fermarsi, per gli tanti nemici ch'egli aveva, o si era fatto colle sue crudeltà e co' suoi ambiziosi disegni. Però con isforzate marcie il più tosto che potè, prima del fine di maggio, si ritirò dipoi per la via di Trento in Baviera, seco conducendo la pericolosa malattia onde era stato assalito. Secondochè lasciò scritto Liutprando[1652], fu attribuito questo suo malore alla sagacità della suddetta Augusta Ageltruda, assediata da esso Arnolfo nel castello di Fermo, perchè le riuscì di guadagnar coll'oro un domestico del medesimo Arnolfo, e di fargli dare un sonnifero che gli sconcertò la testa e la sanità in maniera, che non si riebbe mai più. Ma questa è verisimilmente una diceria, divulgata fra il popolo che troppo inclina a credere soprannaturali, o effetti della umana malizia, alcuni mali, massimamente de' gran signori. Altre cose soggiugne dipoi Liutprando, cioè che Guido re (questi era imperadore e morto molto prima) prese ad inseguire il quasi fuggitivo Arnolfo. E che esso Arnolfo, giunto che fu a monte Bardone sul Parmigiano, determinò di cavar gli occhi a Berengario, per tenere più sicuramente da lì innanzi l'Italia. Ma avvertitone Berengario da un amico suo cortigiano, se ne scappò frettolosamente a Verona: dopo di che tutti gl'Italiani cominciarono a sprezzare Arnolfo. Parimente racconta Liutprando, che, giunto esso Arnolfo a Pavia, e svegliatasi una sedizione del popolo, fu fatta tanta strage della di lui gente, che n'erano piene le cloache tutte di quella città. E perciocchè Arnolfo non potea passar per Verona, marciò pel Piemonte ad Ivrea, città governata da Anscario marchese, uomo timidissimo, che s'era dianzi ribellato. Giurò allora Arnolfo di non partirsi prima di sotto a quella città, se non aveva nelle mani Anscario. Ma i cittadini, fatto uscir di città Anscario, per poter veridicamente giurare che egli era fuggito, ottennero da Arnolfo di restare in pace. Finalmente dice Liutprando, che Arnolfo pel Mongivì e per la Savoia passò ai proprii paesi. Tutte immaginazioni e tradizioni false, perchè il continuatore degli Annali di Fulda, autore contemporaneo, e però più degno di fede, attesta, siccome abbiam veduto, che Arnolfo da Spoleti a dirittura venne a Trento, ed uscì d'Italia prima che fosse spirato il mese di maggio. In somma la storia di questi tempi si truova assai maltrattata dai più antichi scrittori. Falla di molto anche la Cronica di Reginone[1653], che sotto quest'anno ci vuol far credere accaduta la morte di Lamberto imperadore, e l'entrata in Italia di Lodovico figliuolo di Bosone re di Provenza. Chiaramente vedremo la falsità di tali racconti, nè è da credere che vengano da Reginone. Le stimo io giunte, disordinatamente fatte alla di lui Cronica, quantunque il padre Mabillone[1654] ed altri le prendessero per buona moneta. Lasciò Arnolfo, prima di abbandonare l'Italia[1655], Rotoldo suo figliuolo bastardo al governo di Milano, credendo in tal guisa di tenere in ubbidienza il popolo d'Italia. Ma gl'Italiani alzarono il capo, e Ratoldo fu costretto a tornarsene pel lago di Como in Germania. Lamberto imperadore, per quanto si può scorgere, non fu pigro ad accorrere in queste parti e a ripigliare il possesso di Milano e di Pavia col rimanente della Lombardia. Maginfredo ossia Magnifredo conte di Milano, ed anche marchese della marca di Milano, come si può dedurre da Ermanno Contratto[1656] dall'anno 895, perchè avea tenuto forte pel partito del re Arnolfo, ebbe, d'ordine di Lamberto, tagliata la testa; e ad un suo figliuolo e ad un suo genero toccò la pena di perdere gli occhi. Vo' io credendo che in questa occasione patisse dei grandi affanni la città di Milano, perchè a' tempi di Landolfo seniore, storico di Milano[1657] del secolo undecimo, durava la tradizione che un Lamberto re d'Italia avea fatto un aspro trattamento alla città di Milano, con averla assediata e presa con inganno, dove poi fece un'orrida strage dei cittadini, distrusse i palagi, le torri e l'altre belle fabbriche e fortificazioni di quella nobil città. Pieno di favole e d'anacronismi è questo racconto di Landolfo, copiato poi da Galvano Fiamma[1658], perchè suppone vivuto questo re Lamberto circa l'anno 570, e prima che i Longobardi calassero in Italia: sbaglio inescusabile, e testimonio della somma ignoranza di que' secoli, perchè solamente circa cento ottanta anni dappoi fiorì questo Landolfo. Dice egli ancora che Ilduino era allora duca di Milano, e che Lamberto fu poi ucciso alla caccia in un bosco con una spina da Azzo figliuolo di questo Ilduino. Tuttavia chiara cosa è che egli intende di parlare dell'imperador Lamberto, siccome apparirà dalla maniera della sua morte. E però dalle sue popolari fole abbastanza traluce ch'esso Lamberto dovette maltrattare non poco la città di Milano a cagion di sua ribellione. Ordinariamente non sono senza qualche fondamento simili tradizioni de' popoli. Anche il re Berengario dal canto suo (giacchè venne in questi tempi a mancar di vita Gualfredo duca e marchese del Friuli, che ribellatosi a lui s'era dato ad Arnolfo) ritornò in possesso di Verona e del Friuli, con istendere il suo dominio fino all'Adda; con che si può credere che Brescia ancora e Bergamo venissero alla di lui ubbidienza. Ho io pubblicato[1659] un suo diploma dato pridie kalendas decembris, anno Incarnationis Domini Jesu Christi DCCCXCVI, regni vero domni Berengarii serenissimi regis IX, per Indictionem XV. Actum Corte Aquis. Vedemmo di sopra all'anno 881 un diploma di Carlo il Grosso, scritto Aquis Palatio. Non so se abbia che fare con questa Corte Aquis, la qual senza fallo non può essere Aiqui città del Monferrato, perchè fin là non si stendeva la giurisdizione di Berengario.
I disgusti dati dai Romani a papa Formoso, prima che giungesse a Roma Arnolfo, ed accresciuti a dismisura dappoichè egli se ne fu partito, il fecero finalmente soccombere al peso degli affanni, se pure non intervennero mezzi anche più violenti per troncare il corso di sua vita, perchè egli era incorso nell'odio non solo della maggior parte di quel popolo, ma anche di Lamberto imperadore, contra del quale aveva esso pontefice alzato al trono imperiale il germanico re Arnolfo. Il cardinal Baronio[1660] dopo Onofrio Panvinio, differì la morte di questo papa sino al dicembre dell'anno presente, fondato sull'asserzione di Adamo Bremense, che scrivea circa l'anno 1080 la sua storia. Ma il padre Pagi[1661] con addurre due bolle di papa Stefano VI suo successore, date nell'agosto e settembre di quest'anno, ha mostrata la insussistenza di tale opinione. Quel che è più, il continuatore degli Annali di Fulda[1662] pubblicati dal Freero, autore, per quanto pare, contemporaneo, scrive mancato di vita questo pontefice die sanctae Paschae. Ed Ermanno Contratto[1663] anche egli scrive che Formoso papa die Paschae obiit. Ma neppur questo si può credere, qualora esistano i due diplomi, dati da Arnolfo imperadore in Roma sul fine di aprile e nel dì primo di maggio pel monistero di san Sisto, che si sono accennati di sopra. Nel dì 4 di aprile cadde la Pasqua nell'anno presente. Confessando il medesimo Annalista freeriano che Arnolfo non si fermò in Roma più di quindici dì, ed essendo egli stato senza dubbio coronato imperadore da papa Formoso, per necessità non dovette accader la sua morte nel dì di Pasqua. Lo storico suddetto freeriano ne fa menzione solamente, dappoichè Arnolfo fu ritornato in Germania. Può essere che un dì si scuopra qualche documento, onde venga assai lume per decidere questo punto. Intanto è certo che a papa Formoso, dopo tre giorni di sede vacante, succedette Bonifazio VI, pontefice efimero, perchè non più che quindici giorni durò il suo pontificato. La podagra quella fu che il portò all'altro mondo, secondo gli Annali freeriani suddetti; nè fu già cacciato dalla sedia, come pretende il cardinal Baronio, tuttochè veramente Giovanni IX papa nel concilio romano dell'anno 898 riprovasse la di lui elezione. Si venne pertanto ad eleggere un nuovo papa, e questi fu Stefano VI, di fazione contraria al defunto papa Formoso. Sulle prime mostrò egli di approvare l'operato da lui nella persona d'Arnolfo, con riconoscere anch'egli per imperadore, come costa da una sua bolla citata dal padre Pagi, e data nel dì 20 d'agosto dell'anno precedente, imperante domno piissimo Augusto Arnulfo a Deo coronato magno, imperatore, anno primo. Ma da lì a poco o perchè fosse cacciato di Roma il ministro lasciatovi da Arnolfo, o per gli potenti maneggi di Lamberto Augusto, e per l'inclinazione dello stesso papa, riconobbe egli Lamberto per legittimo imperadore. Un'altra sua bolla rapportata dal padre Dachery[1664], si vede scritta sotto l'indizione XV, cominciata nel settembre di quest'anno, imperante domno nostro Lamberto piissimo Augusto, a Deo coronato magno imperatore. Otto mesi poi dopo l'assunzione sua arrivò questo pontefice ad un eccesso che renderà sempre detestabile la memoria sua nella Chiesa di Dio; perchè egli fatto disotterrare il cadavero di papa Formoso, e con una ridicola funzione degradatolo in un concilio non assistito dallo Spirito Santo, lo fece gittar nel Tevere, e dichiarò nulle tutte le sue ordinazioni, e in primo luogo quella dello stesso Formoso. Intorno a ciò è da vedere la storia ecclesiastica e la difesa di Formoso negli opuscoli di Ausilio, il quale ci ha conservata una notizia fra l'altre: cioè, che in un concilio tenuto in Ravenna, dove intervennero quasi tutti i vescovi d'Italia, era stata riconosciuta legittima ed approvata l'ordinazione di Formoso, ancorchè egli dal vescovato di Porto fosse passato alla cattedra di san Pietro. Appartiene a quest'anno la mutazione seguita nel principato di Benevento, raccontata dall'Anonimo salernitano[1665], da Leone Ostiense[1666] e da altre Cronichette presso Camillo Pellegrino. Non potevano più sofferire i Beneventani l'orgoglioso governo de' Greci, dominanti nella loro città. Comunicarono essi i lor desiderii a Guaimario I principe di Salerno; e questi a Guido duca e marchese di Spoleti. Passò all'assedio della città lo stesso Guido con copioso esercito, e per molto tempo la strinse. Veggendosi a mal partito Giorgio patrizio, quivi governatore per Leone imperador de' Greci, incitò i cittadini alla difesa. Altro non cercavano essi; e però prese l'armi tanto i Greci che i Beneventani, uscirono di città, per dare addosso ai nemici; ma secondo il concerto fatto, quei di Benevento si diedero alla fuga, ritornando nella città, e seco trassero nella mischia le genti di Spoleti. Giorgio patrizio, se volle salvar la vita, pagò cinquemila soldi d'oro, e fu lasciato andare. Restò in potere di Guido duca quella città col suo principato. Ma chi è questo Guido? Lo stesso Anonimo salernitano il credette quel medesimo che abbiam veduto re d'Italia ed imperadore, con iscrivere ch'egli tenne per un anno e mesi nove quel principato, e che portatosi in occasion della morte di Carlo il Grosso Augusto, adeptus est regalem dignitatem. Beneventum namque imperatrix Racheltruda nomine (Ageltruda vuol dire) regendum suscepit, et praefuit Beneventanis anno uno et octo mensibus. In eamdem urbem ingressa est pridie kalendas aprilis, ec. Sicchè, secondo questo autore, il conquistatore di Benevento fu Guido imperadore, e prima ancora di essere creato re d'Italia: il che vuol dire che la conquista di Benevento da lui fatta cadrebbe nell'anno 887. Ma ciò non può sussistere, quanto al tempo, perchè, siccome abbiam veduto, i Greci entrarono in possesso di Benevento nell'anno 891, e ne stettero padroni quasi quattro anni. Immaginò il conte Campelli[1667] che questo Guido fosse figliuolo secondogenito di Guido imperadore creato duca di Spoleti nell'anno 891, e che egli nell'anno 894 assediasse Benevento, e se ne impadronisse nell'anno 895. Nè è senza qualche fondamento la sua opinione per quel che dirò. Tuttavia meglio avrebbe fatto questo autore col guardarsi dal produrre i sogni suoi dappertutto come verità contanti, e dal descrivere i fatti da lui immaginati, quasichè coi proprii occhi gli avesse veduti. Egli mette anche fuor di sito la morte di Guido imperadore, e differisce quella di Lamberto Augusto suo figliuolo fino all'anno 910, che è uno spaventoso anacronismo contro la storia di questi tempi.
Potrebbe in vero sospettarsi che Guido duca e marchese di Spoleti, di cui fanno menzione le Croniche suddette, fosse stato il medesimo Guido imperadore, il quale nell'anno 894, qualche mese prima della sua morte, impiegasse le forze sue in conquistar Benevento. Pure un anonimo cronista beneventano assai chiaramente racconta che dopo la morte d'esso Augusto entrò Guido duca e marchese in Puglia, e vi conquistò Benevento, dove era già morto Giorgio patrizio, e comandava Teodoro Turmoca: e che Guaimario I principe di Salerno avea per moglie una sorella di Guido per nome Jota. Però possiam conghietturare che questo Guido fosse fratello, o almeno parente di Lamberto imperadore. S'erano impadroniti i Greci di Benevento nell'anno 891. Secondo le Cronichette pubblicate da Camillo Pellegrino[1668], tribus annis, novemque mensibus et diebus viginti dominatio Graecorum tenuit Beneventum, Samniique provinciam. Post hoc Guido marchense introivit in Beneventum. Ci conducono tali notizie ad intendere che nell'anno 894 Guido duca di Spoleti cacciò i Greci da Benevento. Vi stette egli padrone anno I, et mensibus VII, oppure, come ha l'Anonimo salernitano e il beneventano, anno uno et mensibus octo, ovvero novem: dopo il qual tempo fu ceduto il principato beneventano a Radelchi II ossia Radelgiso fratello dell'imperadrice Ageltruda. Da due diplomi d'esso Radelgiso, che si leggono nella Cronica del monistero di Volturno[1669], sufficientemente si può dedurre ch'egli nell'anno presente 896 cominciò a contare gli anni del suo principato in Benevento. Nella suddetta Cronica abbiamo un placito tenuto da Lodovico gastaldo in beneventano palatio in praesentia domnae Ageltrudis imperatricis Augustae, et domni Radelchis principis. Verisimilmente appartiene esso al presente anno. Portò opinione il suddetto Camillo Pellegrino che Radelgiso II ricuperasse la signoria di Benevento nell'anno 898. Ma certo fallò nei suoi conti. L'Anonimo beneventano da lui pubblicato scrive: postea vero praefata imperatrix anno uno, et octo mensibus expletis, postquam Graji Benevento fuerant expulsi, in eadem ingressa est pridie kalendas aprilis, et paulo post longe superius nominatus Radelchis fratrem suum beneventano principatui restituit, qui fere duodecim annis ab eo fuerat expulsus. Nell'anno 884, siccome è detto di sopra, Radelchi ossia Radelgiso II cadde dal dominio di Benevento. Adunque avendolo dopo quasi dodici anni ricuperato, cadde tal fatto nell'anno presente. E perciocchè in quella città nell'anno 894 ebbe fine il dominio de' Greci, e Guido duca vi signoreggiò un anno ed otto mesi, dopo i quali, venuta l'imperadrice Ageltruda a Benevento, ne rimise in possesso il fratello Radelgiso; per conseguente nell'anno presente si dee credere restituito a lui il principato beneventano. Quest'atto dipoi fa ch'io sospetti non essere stato il suddetto duca Guido figliuolo d'essa Ageltruda Augusta, come immaginò il conte Campelli, perchè, secondo il costume delle cose umane, non avrebbe ella tolto al figliuolo quell'insigne dominio per darlo ad un fratello, e massimamente per averlo esso Guido tolto colle sue forze dalle mani de' Greci. Nè si dee tacere che questo Guido duca di Spoleti, appena impadronito di Benevento[1670], mandò in esilio Pietro vescovo di quella città, che pure l'avea aiutato a farne l'acquisto. Se l'ebbero forte a male i Beneventani. Però da lì a quattro mesi pentitosi Guido di questa sua imprudente azione, andò in persona a Salerno, dove s'era rifugiato questo virtuoso prelato, ed avendolo placato, il ricondusse a Benevento, con praticar poscia verso di lui tutti gli atti di una vera benevolenza. Aggiugne inoltre che praedictus Marchio Spoletium perrexit, imperatorem Lambertum, ejusque matrem imperatricem cernere cupiens; ibant enim Romam ad Apostolorum limina, et idem ire gestiebat. Danno ancora tali parole qualche indizio che questo Guido marchese non fosse fratello di Lamberto imperadore. Nell'anno presente si ha dal medesimo Cronista e dall'Anonimo beneventano, che andando Guaimario I[1671], principe di Salerno colla consorte Jota alla volta di Benevento per visitare il duca Guido suo cognato, fermatosi nella città di Avellino, vi ebbe la mala notte. Perciocchè Adelferio, gastaldo d'essa terra, per fama corsa che Guaimario macchinasse di farlo imprigionare, mise in prigione lo stesso Guaimario, e nel dì seguente gli fece cavar gli occhi. A questo avviso il duca Guido mosse l'armi sue contro di Avellino, e tanto tormentò colle macchine di guerra e coll'assedio quella città, che Adelferio s'indusse a mettere in libertà l'accecato Guaimario, e la maltrattata principessa sua moglie, che se ne tornarono a Salerno non con quella allegrezza con cui se n'erano partiti. Trovossi dipoi questo Adelferio in compagnia de' Capuani, allorchè, secondo il solito, marciavano a saccheggiare il territorio di Napoli, e fu preso dai Napoletani in una scaramuccia. Guaimario spedì immantenente calde istanze ad Atanasio vescovo e duca di Napoli, per avere costui nelle mani, e a fine di farne vendetta. Ma Adelferio ebbe maniera di fuggirsene e di salvarsi. Succedette in questo anno una sanguinosissima guerra[1672] fra gli Ungheri e i Bulgari. In due battaglie restarono sconfitti gli ultimi. Vennero alla terza, che fu sommamente rabbiosa. Vi perirono da ventimila Bulgari a cavallo (del quale numero io non vo' far sicurtà), maggiore nondimeno fu la strage senza dubbio degli Ungheri, perchè loro toccò di andare sconfitti. Ma presto vedrem costoro risorgere più che mai possenti e fieri, e portar la rovina anche alla misera Italia.
NOTE:
[1646] Annales Fuldenses Freheri.
[1647] Liutprandus, Hist., lib. 1, cap. 8.
[1648] Rhegino, in Chronico.
[1649] Campi, Istor. Piacent., tom. 1, Append.
[1650] Ughell., Ital. Sacr., tom. 3, in Episcop. Clusin.
[1651] Rhegino, in Chronico.
[1652] Liutprandus, Hist., lib. 1, cap. 9.
[1653] Rhegino, in Chronico.
[1654] Mabillon., in Annal. Benedictin. ad hunc annum.
[1655] Annales Fuldenses Freheri.
[1656] Hermann. Contractus, edition. Canis.
[1657] Landulphus senior, Hist., tom. 4, Rer. Italic.
[1658] Flamma, Manipul. Flor., tom. 11, Rer. Ital.
[1659] Antiquit. Ital., Dissert. LXVIII.
[1660] Baron., Annal. Eccl.
[1661] Pagius, in Critic. ad Annales Baron.
[1662] Annales Fuldens. Freherii.
[1663] Hermannus Contract., in Chron. edit. Canis.
[1664] Dachery, Spicileg., tom. 3.
[1665] Anonymus Salern., P. I, tom. 2, Rer. Ital.
[1666] Leo Ostiensis, lib. 1, cap. 49.
[1667] Campelli, Istor. di Spoleti, lib. 19.
[1668] Peregrin., Hist. Princip. Langob., Part. I, tom. 2 Rer. Ital., pag. 320 et seq.
[1669] Chron. Vulturnens., P. II, tom. 1 Rer. Ital.
[1670] Anonym. Benevent., P. I., tom. 2 Rer. Ital., pag. 280.
[1671] Anonymus Salernit., P. I, tom. 2 Rer. Ital., pag. 293.
[1672] Annales Fuldenses Freheri.
Anno di CRISTO DCCCXCVII. Indiz. XV.
ROMANO papa I. LAMBERTO imperadore 6 e 4. ARNOLFO imperadore 2. BERENGARIO re d'Italia 10.
In un placito[1673], ch'io ho dato alla luce, si conosce che in quest'anno l'autorità di Lamberto imperadore veniva riconosciuta in Toscana, e che passava buona armonia fra lui e Adalberto II, duca e marchese di Toscana. Fu quel giudizio tenuto in Firenze anno domni Lamberti, Deo propitio, sexto, IV die mensis marci, Indictione quintadecima: il che fa conoscere che nel dì 4 di marzo dell'anno 892 Lamberto era già stato alzato al trono imperiale. Chi tenne quel placito, si conosce dalle seguenti parole: Dum ad praeclaram potestatem domni Lamberti piissimi imperatoris missus directus fuisset in finibus Tusciae, Amedeus, comes palatii; et cum venisset civitate Florentia in domum episcopii ipsius civitatis, in atrio ante basilica sancti Johannis Baptistae inibi resideret una simul cum Adelbertus marchio, singulorum hominum justitias faciendas, ec. Da questo Amadeo, che godeva l'insigne carica di conte del palazzo nel regno d'Italia, ha creduto taluno che possa essere discesa la real casa di Savoia, perchè il nome d'Amadeo nel secolo undecimo si truova in essa. Non è sprezzabile la conghiettura; ma sola non basta a fissar cosa alcuna per quella genealogia. Nella parte della Borgogna signoreggiata dal re Ridolfo convien cercare gli antenati di questi nobilissimi principi, sapendosi ch'essi di colà passarono in Italia. Lume troppo debole è un nome, per poter credere che Lamberto si valesse per un sì riguardevol posto della sua corte di un principe di straniera contrada. Abbiamo dal panegirista di Berengario[1674] che seguì pace e concordia fra il suddetto Lamberto Augusto e Berengario re in un congresso tenuto in Pavia nell'anno precedente. Aggiugne egli appresso che Lamberto più volte andò cercando pretesti per rompere questa pace: il che probabilmente avvenne nell'anno corrente. Ecco le sue parole:
O juvenile decus, si mens non laeva fuisset! Saepe datas voluit pacis rescindere dextras Fraudibus inventis. Sed enim ratione sagaci Deprehendis pater alme[1675] dolos, ac murmura temnis.
Che esso Berengario si trovasse in Ceneda nell'anno presente, l'abbiamo da un suo diploma riferito nelle mie Antichità italiane[1676]. Fece in quest'anno Stefano VI papa un fine indegno del sacrosanto suo grado, ma frutto dell'iniquità da lui praticata contro la memoria di papa Formoso in disonore della santa Chiesa romana. Talmente restarono stomacati i Romani del sacrilego strapazzo da lui fatto del cadavero di quel pontefice, il cui elogio si può leggere nell'operetta d'Ausilio e presso altri scrittori, che fatta fra loro congiura, gli misero le mani addosso, e cacciatolo in una prigione, quivi da lì a poco lo strangolarono. Frodoardo così ne scrive:
Captus et ipse, sacraque abjectus ab aede, tenebris Carceris injicitur, vinclisque innectitur atris, Et suffocatum crudo premit ultio leto.
E nell'epitaffio fattogli dipoi da papa Sergio III, e rapportato dal cardinal Baronio, si legge lo stesso.
CVMQVE PATER MVLTVM CERTARET DOGMATE SANCTO, CAPTVS, ET A SEDE PVLSVS AD IMA FVIT. CARCERIS INTEREA VINCLIS CONSTRICTVS, ET IMO STRANGVLATVS NERBO, EXVIT ET HOMINEM.
Pretende il padre Pagi che a questo pontefice s'abbia da riferire un decreto, a noi conservato da Graziano[1677], e dal cardinal Baronio rapportato all'anno 816, e non già ad uno degli antecessori Stefani: cioè che si rimettesse in uso il divieto di non consecrare il nuovo papa eletto senza la licenza e approvazione dell'imperadore regnante. Il decreto è questo: Quia sancta romana Ecclesia, cui auctore Deo praesidemus, a pluribus patitur violentias, pontifice obeunte: quae ob hoc inferuntur, quia absque imperiali notitia pontificis fit consecratio, nec canonico ritu et consuetudine ab imperatore directi intersunt nuncii, qui scandala fieri vetent: Volumus, ut quum instituendus est pontifex, convenientibus episcopis et universo clero, eligatur, praesente senatu et populo, qui ordinandus est. Et sic ab omnibus electus, praesentibus legatis imperialibus consecretur. Nullusque sine periculo sui, juramenta vel promissiones aliquas nova adiventione audeat extorquere, nisi quae antiqua exigit consuetudo, ne Ecclesia scandalizetur, et imperialis honorificentia minuatur. Vien chiamato canonicus ritus quel costume. Tale non parve poi, siccome vedremo, nel secolo undecimo. Ma è ben più probabile che questo papa Stefano non facesse questo decreto, e che s'ingannasse Graziano con attribuirlo ad un altro papa Stefano, quando esso indubitatamente si legge nel concilio di Ravenna nell'anno seguente celebrato da papa Giovanni IX. Il giorno preciso, in cui fu levato dal mondo questo pontefice, è tuttavia ignoto. Bensì è certo ch'egli ebbe per successore nella cattedra di san Pietro Romano. Due sue bolle, rapportate dal Baluzio[1678], ci assicurano ch'egli era papa nel mese d'ottobre del presente anno, essendo scritte idibus octobris, imperante domno nostro piissimo perpetuo augusto Lamberto a Deo coronato magno imperatore anno VI, et post consulatum anno VI, Indictione prima. Per attestato del Dandolo, questo papa mandò il pallio archiepiscopale[1679] a Vitale II, patriarca di Grado. Se vogliam creder alla farraggine indigesta della Cronica della Novalesa[1680], in questi tempi fiorì Ammolo ossia Ammolone vescovo di Torino, di cui quell'autore narra un fatto assai strano. Lamberti regis tempore fuit Maginfredus, quem interfecit; nec non et Ammulus episcopus taurinensis, qui ejusdem civitatis turres et muros perversitate sua destruxit. Nam inimicitiam exercens cum suis civibus, qui continuo illum a civitate exturbarunt, fuitque tribus annis absque episcopali cathedra. Qui postmodum pace peracta reversus, et manu valida cinctus, destruxit, sicut diximus. Fuerat haec siquidem civitas condensissimis turribus bene redimita, et arcus in circuitu per totum deambulatorios, cum propugnaculis desuper atque antemuralibus. Veramente i vescovi aveano già acquistate forze tali e ricchezze, che già cominciavano non pochi d'essi a prendere un'aria principesca; e però non è tanto difficile a credere questa gara e vendetta fra quel vescovo e i cittadini. Che poi questo Ammolone vescovo di Torino veramente vivesse in questi tempi, lo abbiamo dal concilio romano tenuto nell'anno seguente da papa Giovanni IX, apparendo da un frammento di esso, dato alla luce dal padre Mabillone[1681], che esso Ammolone v'intervenne, e fu uno de' più zelanti per la memoria e gloria di papa Formoso.
NOTE:
[1673] Antiq. Ital., Dissert. X.
[1674] Anonym., in Paneg. Bereng., P. I, tom. 2 Rer. Ital.
[1675] Berengario.
[1676] Antiquit. Ital., Dissert. XIX, pag. 97.
[1677] Gratianus Dist. XXXIII, cap. 28.
[1678] Baluz., in Append. ad Marcam Hispan. de Marca.
[1679] Dandul., in Chronic., tom. 12 Rer. Ital.
[1680] Chron. Novaliciense, P. II, tom. 2 Rer. Ital., pag. 763.
[1681] Mabill., Append. ad Rer. Ital.
Anno di CRISTO DCCCXCVIII. Indizione I.
TEODORO II papa 1. GIOVANNI IX papa 1. LAMBERTO imperadore 7 e 5. ARNOLFO imperadore 3. BERENGARIO re d'Italia 11.
Succedette in quest'anno ciò che narra Liutprando istorico[1682] di Adalberto II, duca e marchese di Toscana: cioè, ch'egli insieme con Ildebrando molto potente conte (non si sa di qual città) si ribellò da Lamberto imperadore, e raunata una competente armata, s'incamminò alla volta di Pavia. Tantae quippe (dice egli) Adalbertus erat potentiae, ut inter omnes Italiae principes, solus ipse cognomento diceretur dives. Aggiugne ch'egli avea per moglie Berta, la quale in prime nozze con Teobaldo conte di Provenza avea partorito Ugo conte e marchese, che vedremo all'anno 926 essere creato re d'Italia. Questa altera donna figliuola del già Lottario re della Lorena, quella fu che spinse il marito a prendere le armi contra dell'Augusto Lamberto. Passato per monte Bardone, giunse egli col suo poco agguerrito esercito tino a Borgo san Donnino fra Parma e Piacenza. Intanto avvertito di questa mossa Lamberto, mentre godeva il divertimento suo favorito nella foresta di Marengo, senza aspettar che si unisse l'armata sua, con soli cento cavalli venne frettolosamente incontro ad Adalberto. Trovata la di lui gente immersa in un profondo sonno per aver votate nel giorno innanzi le botti, le diede addosso, e sopra quanti arrivò, sfogò la collera sua. Ildebrando ebbe la fortuna di salvarsi colla fuga. Non così avvenne al duca della Toscana. Colto in una greppia, dove s'era appiattato, e condotto alla presenza di Lamberto, che gli diede solennemente la berta, fu condotto prigione con altri a Pavia. Gli autori più antichi ci descrivono l'imperador Lamberto, come giovane di non molto cuore e di minore sperienza nell'armi; e qui Liutprando cel fa conoscere un Marte. Contuttociò si può ben credere che Liutprando nella sostanza del fatto non si sia ingannato. Era in Pavia esso Lamberto nel dì 27 di luglio di quest'anno, siccome costa da un privilegio da lui conceduto ai canonici di Parma, e da me dato alla luce con queste note:[1683] VI kalendas augusti anno Incarnationis Domini DCCCXCVIIII, (sarà l'anno pisano, cioè secondo l'era volgare anno 898) domni quoque Lamberti piissimi imperatoris VI, Indictione I. Actum Papiae urbe ticinensi. Dopo soli quattro mesi di pontificato, per quanto si crede, papa Romano passò a miglior vita. In luogo suo fu eletto Teodoro II, pontefice che non tenne la sedia di san Pietro più di venti giorni, ma che meritava per le sue virtù di tenerla lunghissimo tempo. Di lui così scrive Frodoardo[1684]:
Dilectus clero Theodorus pacis amicus, Bis senos (denos) romana dies, qui jura gubernans, Sobrius et castus, patria bonitate refertus, Vixit pauperibus diffusus amator et alter. Hic populum docuit connectere vincula pacis; Atque sacerdotes concordi, ubi junxit honore, Dum propriis revocat disjectos sedibus, ipse Complacitus rapitur decreta sede locandus.
Si venne ad un'altra elezione. Elesse una parte del popolo Sergio prete, il quale, se vogliam credere a Liutprando, era anche stato, siccome già dicemmo, eletto nell'anno 891, in concorrenza di papa Formoso, e poi rifugiato in Toscana sotto la protezione di Adalberto II duca. Ma più possanza ebbe il partito contrario, da cui fu non solamente eletto, ma consecrato Giovanni IX. E questi poi cacciò in esilio tanto il suddetto Sergio, quanto altri Romani di lui fautori:
Pellitur electus patria quo Sergius urbe, Romulidumque gregum quidam traduntur abacti.
Così scrive Frodoardo. E però si comprende che non già nell'anno 891 seguì la elezione e la decadenza di Sergio, ma bensì nell'occasion di questa sede vacante. Nell'epitaffio del suddetto Sergio, che arrivò finalmente anch'egli ad essere papa, si legge che questo Giovanni IX papa fu un usurpatore del pontificato:
Romuleosque greges dissipat iste lupus.
Comunque sia, toccò a Sergio il di sotto in questa occasione, e le poche memorie che restano di Giovanni IX, cel danno a conoscere per uomo molto saggio e pio. Siccome egli era della fazione di papa Formoso, così ebbe principalmente a cuore di risarcire il di lui onore. A tal fine poco dopo la consecrazione sua raunò un concilio in Roma, dove furono stabiliti alcuni capitoli, da' quali si ricava non poca luce per conoscere il sistema di questi tempi[1685]. Prima d'ogni altra cosa fu annullato il concilio tenuto da papa Stefano VI contra del defunto papa Formoso, e condannati alle fiamme i suoi processi e decreti, come affatto illegittimi e disordinati, perchè fatti contra di un cadavero che non può dir le sue ragioni. Dato fu il perdono al clero che intervenne a quel sinodo; e decretato che la traslazione d'esso Formoso dal vescovato di Porto al papato non passasse in esempio, perchè era vietato dai canoni il passaggio da una chiesa all'altra senza qualche grande necessità della Chiesa; e però non si ammettevano allora vescovi al pontificato romano. Furono approvati e rimessi nel loro grado tutti i vescovi, preti e cherici ordinati dal suddetto papa Formoso; confermata l'elezione ed unzione di Lamberto imperadore; riprovata ed annullata la barbarica di Arnolfo, quae per subreptionem extorta est. Fu ratificata la scomunica contra Sergio, Benedetto e Marino, preti della Chiesa romana, e contra Leone, Pasquale e Giovanni, diaconi della sede apostolica, siccome principali promotori della scandalosa procedura contra di papa Formoso; ed intimata la medesima censura a chiunque ad capiendum thesaurum avea tratto dal sepolcro il cadavero d'esso papa, e poi gittato nel Tevere. Miriamo dipoi in questo concilio il decreto che dal padre Pagi vien creduto fatto da Stefano VI papa, e già riferito all'anno precedente, intorno al non consecrare il nuovo papa eletto, se non coll'approvazione dell'imperadore e alla presenza de' suoi legati. Erasi già introdotto l'abbominevole abuso, che morendo il papa, correva il popolo a dare il sacco al palazzo pontificio, con passare anche un tal furore addosso ad altri luoghi entro e fuori di Roma: il che avea servito d'esempio per fare lo stesso ad altre città. Fu proibito un tale eccesso: Quod qui facere praesumserit, non solum ecclesiastica censura, sed etiam imperiali indignatione feriatur.
Terminato questo concilio, si portò papa Giovanni a Ravenna, per abboccarsi coll'imperadore Lamberto, e trattar seco di concerto de' comuni bisogni. Si raunò quivi ancora un concilio di settantaquattro vescovi, e v'intervennero i due suddetti primi luminari della Cristianità. Uno dei capitoli ivi stabiliti è questo per parte dell'imperadore, bastevolmente indicante la di lui sovranità. Si quis Romanus, cujuscumque sit ordinis, sive de clero, sive de senatu, seu de quocumque ordine, gratis ad nostram imperialem majestatem venire voluerit, aut necessitate compulsus ad nos voluerit proclamare, nullus eis contradicere praesumat; et neque eorum res quisquam invadere vel depraedari, aut eorum personas in eundo, vel redeundo, vel morando, inquietare praesumat, donec liceat imperatoriae potestati eorum causas, aut personas, aut per nos aut per missos nostros deliberare. Qui autem eos inquietare eundo, vel redeundo, vel morando tentaverit, vel eorum quidpiam rerum auferre, postquam nostram misericordiam proclamaverint, imperialis ultionis indignationem incurrat. Fra gli sconcerti degli anni passati dovea essere stato messo ostacolo in Roma a chi volea ricorrere e appellare al tribunale dell'imperadore. Lamberto volle che sussistesse nell'antico suo vigore questo suo diritto. Conferma inoltre l'imperadore privilegium sanctae romanae Ecclesiae, quod a priscis temporibus per piissimos imperatores stabilitum est. Volle dipoi il pontefice che Lamberto Augusto, i vescovi e baroni approvassero il concilio romano, poco dianzi pro causa domni Formosi sanctissimi papae, non invidiae zelo, sed rectitudinis gratia canonice peractum. E perciocchè negli stati della Chiesa romana per gli anni addietro erano state commesse immense ruberie, incendii e violenze; perciò fece istanza all'imperadore, ut alia impunita non dimittatis. Soggiunge: Ut pactum, quod a beatae memoriae vestro genitore domno Widone, et a vobis piissimis imperatoribus, juxta praecedentem consuetudinem, factum est, nunc reintegretur, et inviolatum servetur. Chiamavasi Patto la signoria di Roma, dell'Esarcato e della Pentapoli, che chiunque desiderava d'essere imperadore, confermava per patto ai romani pontefici con un nuovo diploma. Forse il barbaro re Arnolfo mancò alla giusta confermazione di questi patti. Dice inoltre il papa che erano stati alienati illecitamente alcuni beni patrimoniali, ed anche alcune città, ed altre cose contenute in esso Patto, senza esprimere se da' suoi predecessori oppure dagl'imperadori; ed esige che tali alienazioni sieno annullate nel concilio. E perciocchè in addietro s'erano fatte in territoriis beati Petri delle adunanze illecite dai Romani, Longobardi ed anche Franzesi, contra apostolicam et imperialem voluntatem; vuole che con un decreto dell'imperadore e del sinodo sieno proibite per l'avvenire. Finalmente espone il papa lo stato miserabile cui era ridotta la santa Chiesa Romana, perchè non le restavano rendite da mantenere il clero, e da aiutare i poverelli; ed avendo egli trovata quasi distrutta la patriarcal basilica lateranense, avea ben inviato gente per tagliar travi da risarcirla, ma ne era stato impedito dai malviventi d'allora il tagliamento. Però scongiura l'imperadore, acciocchè dia mano a quella fabbrica, e adoperi l'autorità sua per rimettere in migliore stato la Chiesa romana. Fa questo concilio conoscere che questo papa Giovanni era personaggio di vaglia, ma eletto al governo della nave in tempi troppo burrascosi, che peggiorarono anche di più andando innanzi.
Per altro abbiamo dal panegirista di Berengario[1686] che ne' due precedenti anni e nel presente ancora si godè in Italia una buona pace e un felice raccolto delle campagne:
Tertia mox tamen hunc Latio produxerat aestas. Ubere telluris potientem pace sequestra.
Ma non giunse al fine di quest'anno l'imperadore Lamberto, giovane dotato di bellissime doti, di costumi pudici, e di grande espettazione, se fosse più lungamente vivuto, come s'ha da Liutprando. Dilettavasi egli forte della caccia, e il suo luogo favorito per tal sollazzo era il bosco di Marengo nel territorio dove fu poi fabbricata la città d'Alessandria. Dura tuttavia un castello in quelle parti che porta il nome di Marengo, mentovato da Leandro Alberti e dal Magino. Quivi nel dì 30 di settembre confermò egli a Gamenolfo vescovo di Modena i privilegii della sua chiesa, con un diploma accennato dal Sigonio, e pubblicato dipoi dal Sillingardi, che si legge ancora presso l'Ughelli[1687]. Esso fu dato anno Incarnationis Domini DCCCXCVIII, domni quoque Lamberti piissimi imperatoris VII, pridie kalendas octobris Indictione secunda. Un altro diploma d'esso Lamberto ho io esposto alla luce[1688], dato nel dì 3 di settembre, in favore della chiesa d'Arezzo, che ha le medesime note del precedente. Sul principio dunque d'ottobre dovette succedere la non naturale morte del suddetto imperador Lamberto. Era egli alla caccia, e cadutogli sotto il cavallo, mentre a briglia sciolta perseguitava non so qual fiera, l'infelice principe si ruppe il collo e morì. Ecco le parole del suddetto panegirista di Berengario:
. . . . . . . Studio jam vadit in altos Venandi lucos, cupiens sibi mittier aprum Informem, aut rapidis occurrere motibus ursum; Avia sed postquam nimio clamore fatigant Praecipites socii, ipse uno comitante ministro. Dum sternacis equi foderet calcaribus armos, Implicitus cecidit sibimet sub pectore collum, Abrumpens teneram colliso gutture vitam.
Questa fu la pubblica voce che si sparse allora della maniera di sua morte, lo attesta anche Liutprando[1689] con dire: Ajunt sane, hunc regem, dum in luco Marinco venaretur (est enim ibidem mirae magnitudinis et amoenitatis lucus, adeo venationibus aptus) et sicut moris est, apros effreni consectaretur equo, cecidisse, collumque fregisse. Ma soggiugne appresso, esserci stata un'altra fama, creduta da lui più verisimile, e divulgata dappertutto. Cioè, che avendo Lamberto fatto decapitare Maginfredo conte di Milano a cagion di sua ribellione, conferì quel posto ad Ugo di lui figliuolo, che Maginfredo o Magnifredo vien appellato anch'egli nell'antico codice della cesarea biblioteca, e colmollo anche d'altri benefizii, affinchè dimenticasse la disgrazia occorsa a suo padre. Anzi perchè in questo giovinetto all'avvenenza si univa un nobile ardire, se gli affezionò talmente esso Lamberto, che il voleva sempre ai suoi fianchi, nonchè in sua corte. Trovandosi soli amendue alla caccia, aspettando che passasse qualche cinghiale, fu preso Lamberto dal sonno; e allora Ugo, prevalendo più in lui l'ira per la morte del padre, che il favore di Lamberto, e la memoria de' benefizii ricevuti e del giuramento prestato, con un bastone gli ruppe il collo, facendo poi correre voce che la caduta da cavallo gli avesse abbreviata la vita. Stette nascoso per alcuni anni il fatto, ma presentossi occasione in cui lo stesso Ugo lo rivelò al re Berengario. Anche l'autore della Cronica della Novalesa[1690] lasciò scritto, che per mano del figliuolo dell'ucciso Maginfredo conte tolta fu la vita a Lamberto, mentre erano alla caccia. Spina Lamberti era chiamata una volta la terra che oggidì ha il nome di Spilamberto vicina al Panaro e a San Cesario, e nel distretto di Modena. Di sopra vedemmo all'anno 885 che l'antico monaco nonantolano, da cui abbiamo la vita d'Adriano I papa, pretese così nominato quel luogo a casu Lamberti, con aver anche creduto altri scrittori che Lamberto fosse stato con una spina tolto di vita da Ugo. Ma queste son favole troppo leggermente nate, e che non meritano d'essere confutate.
Altro non ci voleva che questo impensato accidente per far risorgere la fortuna del re Berengario. Strano ben può sembrare uno strumento d'acquisto fatto da Everardo vescovo di Piacenza della metà della Rocca di Bardi, scritto[1691], Berengario rege, anno regni ejus in Italia decimo, mense augusto, Indictione prima. All'agosto dell'anno presente appartiene questa indizione; e però potrebbe dedursi di qua che fosse prima mancato di vita l'imperador Lamberto, e che Piacenza già ubbidisse al re Berengario: il che non si può accordare colle notizie recate di sopra. Ma quella carta o patisce delle difficoltà, oppure non fu assai attentamente letta, e stampata per conseguente con qualche sbaglio. Certo nell'agosto dell'anno presente 898 correva l'anno undecimo, e non già il decimo, del regno di Berengario; e però nulla si può stabilire con quest'atto dubbioso, se pur non è qualche cosa di peggio. Ora portata al re Berengario la nuova del morto suo emulo, non si fece egli pregare a volare a Pavia, dove fu senza aperta opposizion ricevuto, con darsi a lui tutte l'altre città già signoreggiate da Lamberto. Rapporta l'Ughelli[1692] un suo diploma in favore di Azzo vescovo di Reggio, VIII idus novembris anno Incarnationis Domini DCCCXCVIII, anno vero domni Berengarii serenissimi regis XI, Indictione I. Actum Papiae palatio regio. Trovò egli, per testimonianza di Liutprando[1693], carcerato in essa città di Pavia Adalberto II duca e marchese di Toscana, con altri. Li rimise egli tutti in libertà e in possesso de' loro governi e beni; e perciò anche la Toscana cominciò a riconoscerlo per suo re e sovrano. Vi restava il ducato di Spoleti, che potea fare resistenza, perchè al governo di quelle contrade dimorava tuttavia la vedova imperadrice Ageltruda, madre del defunto Lamberto Augusto. Si trattò amichevolmente di concordia; e da un importante diploma[1694], esistente nell'archivio di San Sisto di Piacenza, si comprende che Berengario guadagnò quell'altera donna, col concederle, secondo i corrotti costumi di questi tempi, due monisteri a disposizione di essa, e col confermarle tutti i beni suoi propri, o a lei donati sì dal marito Guido, che dal figliuolo Lamberto. Il diploma fu dato kalendis decembris, anno Incarnationis Domini nostri Jesu Christi DCCCXCVIII, anno vero regni Berengarii gloriosissimi regis XI, per Indictionem II. Actum civitate Regiae: cioè, a mio credere, in Reggio di Lombardia. Sotto essa carta Berengario aggiunse di suo pugno le seguenti parole: Promitto ego Berengarius rex tibi Ageltrudae, relictae quondam Widoni imperatoris, quia ab hac hora, ut deinceps, amicus tibi sum, sicuti recte amicus amico esse debet. Et cuncta tua praeceptalia concessa a Widone, seu a filio ejus Lamberto imperatoribus, nec tollo, nec ulli aliquid aliquando tollere dimitto injuste. C'è motivo di credere che per tal via il ducato di Spoleti venisse all'ubbidienza del re Berengario. Forse anche seguitò Ageltruda a governar quel ducato, giacchè non s'ode più parlare di Guido duca e marchese, di cui fu fatta menzione all'anno 896. Sul principio di questo, Odone, re di una parte della Francia, morendo, aprì la strada a Carlo il Semplice, re dell'altra, d'impadronirsi di tutto il regno. Intanto Arnolfo re di Germania per le sue infermità languiva, nè operò più cosa degna di considerazione. Molto meno pensava all'Italia. E se lo Struvio[1695] col prendere senza esame le parole di Liutprando storico, giunse a scrivere ch'egli in questo anno per la terza volta calò in Italia, e perseguitò Guido imperadore, non mostrò già discernimento critico, e tanto meno dopo aver detto innanzi che lo stesso Guido qualche anno prima era mancato di vita. Varii altri moderni scrittori hanno asserito lo stesso, ma loro mancavano que' tanti lumi che ha dipoi guadagnato la storia, e de' quali poteva e dovea valersi questo autore tedesco.
NOTE:
[1682] Liutprandus, Hist., lib. 1, cap. 10.
[1683] Antiquit. Ital., Dissert. XXXIV.
[1684] Frodoardus, de Romanor. Pontif., P. II, tom. 3 Rer. Italic.
[1685] Labbe, Concil., tom. 9.
[1686] Anonymus, in Panegyrico Berengarii.
[1687] Ughell., Ital. Sacr., tom. 2, in Episcop. Mutinens.
[1688] Antiquit. Italic., Dissert. LXIII.
[1689] Liutprandus, Hist., lib. 1, cap. 12.
[1690] Chron. Novaliciense, P. II, tom. 2 Rer. Ital.
[1691] Campi, Istor. di Piacenza, tom. 1 Append.
[1692] Ughell., Ital. Sacr., in Episcop. Regiens. Append.
[1693] Liutprandus, Hist., lib. 1, cap. 12.
[1694] Antiquit. Ital., Dissert. LXXIII.
[1695] Struvius, Hist. German., in Vita Arnulfi.
Anno di CRISTO DCCCXCIX. Indizione II.
GIOVANNI IX papa 2. BERENGARIO re d'Italia 12.
Soggiornava in Pavia il re Berengario nel marzo dell'anno presente, dove concedette varii privilegii da me[1696] dati alla luce. Il primo in favore della chiesa di San Nicomede nel distretto di Parma, spedito VIII idus martias, cioè nel dì 8 d'esso mese. Un altro V idus martias, ossia nel dì 11 di marzo, alle monache della Posterla di Pavia. Un altro per le medesime dato V kalendas aprilis, ossia nel dì 28 di marzo, anno Incarnationis Domini DCCCXCVIII, anno regni domni Berengarii gloriosissimi regis XII, Indictione II. Ma con errore, dovendo essere anno DCCCXCVIIII. Actum Papiae; perchè nel marzo dell'anno 898 Berengario non era padrone di Pavia, nè è credibile che la di lui cancelleria ora adoperasse l'era fiorentina, ora la pisana, ora la volgare. Pareva pure, che omai ridotto tutto il regno d'Italia sotto il governo di un principe solo, principe amorevole e di cuor sincero, s'avesse qui a godere un'invidiabil quiete. Ma andò ben diversamente, se vogliam credere al Sigonio[1697], al padre Pagi[1698] e ad altri moderni scrittori; perchè in questo medesimo anno cominciò per l'Italia una tela di gravissime sciagure, se pur la storia mancante ed imbrogliata di questi tempi ci lascia discernere il vero. Durava tuttavia in alcuni de' principi italiani, già della fazione di Guido e Lamberto imperadori, l'avversione a Berengario, rimontato pienamente sul trono. S'avvisarono costoro di chiamare in Italia Lodovico re di Provenza[1699], figliuolo di Bosone e di Ermengarda, cacciandogli in capo delle pretensioni su questo regno, per essere stata Ermengarda figliuola di Lodovico II imperadore. Quel che parve più strano, fu che Adalberto marchese d'Ivrea si fece capo e promotore di questa mena, ancorchè egli avesse per moglie Gisla figliuola del medesimo re Berengario, la quale gli avea partorito un figliuolo appellato Berengario dal nome dell'avolo materno. Vedremo a suo tempo questo giovane Berengario divenire re e tiranno dell'Italia. Volle dunque Lodovico re di Provenza provar la sua fortuna, e calò in Italia con un'armata de' suoi Provenzali. Ma certificato che il re Berengario veniva ad incontrarlo con forza molto maggiore, avvilitosi, non tardò a pentirsi della cominciata impresa, e, secondo l'osservazione del Vangelo, spedì segreti messi a Berengario per trattare di pace. Non ripugnò Berengario, siccome uomo di buona legge, ed essendosi contentato che Lodovico con forte giuramento si obbligasse di non mai più tornare in Italia, per qualunque chiamata o istanza che gli fosse fatta dai nemici d'esso Berengario, gli permise di tornarsene indietro sano e salvo. Fu in questa congiuntura ben assistito il re Berengario da Adalberto II potentissimo marchese di Toscana, dianzi guadagnato con molti regali. Si attribuì al gagliardo soccorso suo la facilità con cui Berengario si sbrigò da questo pericoloso impaccio. Ma, siccome vedremo, non si può ammettere in quest'anno la prima venuta del re Lodovico in Italia, e, per le ragioni che si addurranno, si dee essa riferire all'anno susseguente. Un altro avvenimento di maggiore importanza pare che s'abbia da riferire all'anno presente, cioè il primo ingresso, ossia la prima scorreria in Italia della crudelissima nazione degli Ungheri, chiamati anche Unni e Turchi da alcuni scrittori, e nominatamente dal suddetto Liutprando. Se non falla l'autore della Cronica di Nonantola, i cui frammenti furono pubblicati dall'Ughelli[1700], anno DCCCXCIX, venere Ungari in Italiam de mense augusti, Indictione III, octavo kalendas octobris junxerunt se Christiani cum eis in bello ad fluvium Brentam, ubi multa milia Christianorum interfecta sunt ab eis, et alios focavere, et venerunt usque da Nonantulam, et occidere monachos, et incenderunt monasterium, et codices multos concremavere, atque omnem depopulati sunt locum. Praedictus autem venerabilis Leopardus abbas cum cunctis aliis monachis fugere, et aliquamdiu latuere. Sicchè, secondo questo autore, nel dì 24 di settembre, in cui correva l'Indizione III, fu data la battaglia dai Cristiani agli Ungheri pagani al fiume Brenta, con immensa strage e totale sconfitta de' primi; dopo di che vennero fino all'insigne monistero di Nonantola sul distretto di Modena, e dopo avergli dato il sacco, lo consegnarono alle fiamme. Tuttavia perchè il continuatore degli Annali di Fulda[1701] riferisce all'anno seguente questa memorabil calamità degl'Italiani, può restar dubbio che piuttosto a quello che a quest'anno appartenga l'entrata prima degli Ungheri, e la rotta data al popolo cristiano. E tanto più perchè pare che gli Ungheri solamente dopo la morte di Arnolfo re di Germania alzassero la testa, e cominciassero a portar la desolazione non meno alla Germania che all'Italia. Certo è che sul fine di quest'anno esso Arnolfo diede fine ai suoi malori colla sua morte. Vedremo all'anno susseguente come si parli di questa irruzione degli Ungheri in una lettera scritta dai vescovi tedeschi a papa Giovanni IX. Intanto si vuole qui accennare un diploma del re Berengario, copia del quale, conservata dai monaci benedettini di Modena, fu da me data alla luce[1702]. In esso re Berengario conferma tutti i privilegii e beni del predetto monistero nonantolano a Leonardo abbate, e in fine si legge: Datum XIIII kalendas septembris anno Incarnationis Domini DCCCXCVIIII, domni autem Berengarii gloriosissimi regis XII, Indictione II. Actum Curtis nostrae Vilzachara, cioè nel castello oggidì appellato san Cesario nel modenese, vicino a Nonantola. Quivi nulla si parla degli Ungheri, perchè più di un mese dappoi, secondo il suddetto storico di Nonantola, succedette l'infelice giornata campale con essi alla Brenta.
NOTE:
[1696] Antiquit. Ital., Dissert. XVIII et LXVII.
[1697] Sigonius, de Regno Ital.
[1698] Pagius, ad Annales Baron.
[1699] Struvius, Hist. German., in Vita Arnulf.
[1700] Ughell., Ital. Sacr., tom. 2 in Episcop. Mutinens.
[1701] Annales Fuldenses Freheri.
[1702] Antiquit. Ital., Dissert. XXI, p. 155.
Anno di CRISTO DCCCC. Indizione III.
BENEDETTO IV papa 1. LODOVICO III re d'Italia 1. BERENGARIO re d'Italia 13.
Fu in quest'anno, per attestato degli Annali pubblicati dal Freero, e di Reginone[1703], eletto dai vescovi della Germania per loro re Lodovico figliuolo legittimo del defunto Arnolfo, benchè in età puerile; e di tale elezione diedero essi avviso a papa Giovanni con una lettera che si legge nella Raccolta de' concilii[1704]. Zventebaldo ossia Zventeboldo, fratello bastardo d'esso Lodovico, era già in possesso del regno della Lorena. Se gli ribellarono quei popoli con darsi a Lodovico; perlochè insorse la guerra; ma rimasto ucciso in un fatto di armi esso Zventebaldo, finì presto quel rumore. Abbiamo nella suddetta Raccolta dei concilii un'altra lettera scritta al medesimo papa Giovanni dai vescovi della Baviera, che dee appartenere all'anno presente, non potendosi differir più tardi, quando sia certa, siccome pare, la morte di papa Giovanni IX in questo medesimo anno. E tanto più perchè vi si dice già eletto il nuovo re Lodovico: il che, siccome abbiam detto, accadde nel principio dell'anno corrente. Quivi sono menzionati progenitores serenissimi senioris (ora diciam signore) nostri, Ludovici videlicet imperatoris. Qualche guastatore degli antichi testi in vece di regis avrà quivi posto imperatoris; non essendo probabile che tal titolo si desse a quel re fanciullo, perchè dai soli romani pontefici questo si conferiva, nè si sa che alcuno in questi tempi l'usurpasse in pregiudizio de' papi. Infatti di sotto è mentovato juvenculus rex noster. Pretendono que' vescovi affatto calunniosa la voce sparsa, ch'essi avessero fatta pace con gli Ungheri, atque, ut in Italiam transirent, pecuniam dedisse. Soggiungono appresso: Quando vero Hungaros Italiam intrasse comperimus, pacificare cum eisdem Sclavis, teste Deo, multum desideravimus, quatenus tamdiu spatium darent, quamdiu Langobardiam nobis intrare et res sancti Petri defendere, populumque christianum divino adjutorio redimere liceret. Et nec ipsum ab eis obtinere potuimus. In fine con un poscritto aggiugne Teotmaro arcivescovo juvavense, ossia di Salisburgo: Sed quia Dei gratia liberata est Italia, quando citius potero, pecuniam vobis transmittam. Essendo mancato di vita papa Giovanni IX, a cui si dice scritta questa lettera, avanti il settembre dell'anno presente, conseguentemente prima di quel tempo erano per la prima volta venuti a devastar l'Italia i fierissimi Ungheri. Laonde o nell'anno presente o nel precedente s'ha da mettere il principio di questa orribil tempesta, che per tanti anni dipoi flagellò e devastò la misera Italia. Il continuatore degli Annali pubblicati dal Freero[1705] sotto quest'anno, nel quale egli depose la penna, scrive, che mentre i Bavaresi uniti coi Boemi davano il guasto alla Moravia, Avari qui dicuntur Ungari, tota devastata Italia (manca qualche parola) ita ut occisis episcopis quamplurimis, Italici contra eos depellere molientes, in uno praelio uno die ceciderint viginti millia (numero forse troppo ingrandito). Ipsi namque eadem via, qua intraverunt, Pannoniam regressi sunt. Reginone, o, per dir meglio, qualche suo continuatore poco perito della cronologia, riferisce all'anno seguente, cioè fuor di sito, come ha ancor fatto di altri avvenimenti, la deplorabil rotta data dagli Ungheri all'esercito degl'Italiani. Ma, per quanto s'è detto, appartiene quella calamità o al presente o all'antecedente anno. Gens Hungarorum, scrive questo autore, Langobardorum fines ingressa, caedibus, incendiis ac rapinis crudeliter cuncta devastat. Cujus violentiae ac belluino furori quum terrae incolae in unum agmen conglobati resistere conarentur, innumerabilis multitudo ictibus sagittarum periit; quamplurimi episcopi et comites trucidantur. Aggiugne che Ludmardo (vuol dire Liutuardo) vescovo di Vercelli, già da noi veduto ministro favorito di Carlo il Grosso imperadore, e in fine suo nemico, volendo scappare dalla crudeltà di questi Barbari, che doveano essere arrivati fino a Vercelli, mentre conduceva seco gl'immensi tesori da lui raunati nel suo ministero di corte, disavvedutamente incappò nei medesimi masnadieri ungheri, che gli tolsero la vita, e più volentieri le di lui ricchezze.
Ma il racconto più individuato dei primi affanni recati dagli Ungheri all'Italia s'ha dallo storico Liutprando[1706]. Certamente egli falla nella cronologia, perchè dopo aver narrata la morte di Arnolfo re di Germania e l'assunzione al trono di Lodovico suo figliuolo, succeduta nell'anno presente, ed altri avvenimenti de' susseguenti anni, seguita a scrivere così: Paucis vero interpositis annis, quum nullus esset, qui in orientali ac australi plaga Hungaris resisteret (nam Bulgarorum gentem atque Graecorum tributariam fecerant) immenso innumerabilique collecto exercitu miseram petunt Italiam. Appresso narra la prima irruzion di costoro in Italia. Verso la metà di marzo entrarono pel Friuli, e senza fermarsi nè ad Aquileia, nè a Verona (ch'egli chiama munitissimas civitates non senza maraviglia di chi legge, perchè Aquileia atterrata da Attila non si sa che risorgesse mai più, e lo confessa altrove[1707] lo stesso Liutprando), passarono alla volta di Ticino, quae nunc alio excellentiori vocabulo Papia vocatur, quasichè quella città prendesse questo nome dai papi, dall'ammirativo papae, come alcuni gramaticucci han sognato, o fosse patria pia. Sorpreso dalla comparsa di queste non mai più vedute genti straniere il re Berengario, spedì tosto pressantissimi ordini per tutta la Lombardia, Toscana, Camerino e Spoleti, e radunò un esercito tre volte più copioso di quello degli Ungheri. Con queste forze andò contra de' Barbari, i quali accortisi dello svantaggio, rincularono fino all'Adda, e passaronlo a nuoto colla morte di molti. Inseguiti sempre dall'esercito cristiano, giunsero al fiume Brenta, dove abbiamo anche veduto che l'Anonimo nonantolano mette la battaglia funesta al popolo italiano. Quivi trovandosi alle strette, mandarono al re Berengario supplicandolo di volerli lasciar andare in pace, con esibirsi di restituire tutti i prigioni e tutta la preda, e di obbligarsi di non ritornare mai più in Italia: al qual fine gli darebbono in ostaggio i loro figliuoli. Non dovea sapere Berengario il proverbio: A nemico che fugge, fagli i ponti d'oro. S'ostinò egli in non volere dar loro quartiere, figurandoseli tutti già scannati o presi. Portata questa inumana risposta agli Ungheri, li trasse alla disperazione, ingrediente efficace per accrescere il coraggio nelle zuffe. Però risoluti di vendere ben cara la vita loro, improvvisamente vennero ad assalire i Cristiani che dolcemente attendevano a bere e mangiare, senza aspettarsi una tal improvvisata. Non fu quello un fatto d'armi; fu un macello di chiunque non ebbe buone gambe; e a niuno si perdonò: tanto erano inviperiti que' cani. Da lì innanzi niuno degl'Italiani ebbe più cuore di far fronte a costoro, che vittoriosi scorsero dipoi per la Lombardia, e sul finir dell'anno si riducevano in Ungheria, per tornar poscia nell'anno appresso in Italia. Non potè di meno, che per questa imprudenza, e per sì lagrimevol perdita fatta o nel presente anno o nel precedente, non restasse screditato ed avvilito il re Berengario; e possiam conghietturare che anche da questo sinistro di lui successo prendesse animo Lodovico re di Provenza per condurre, come io credo, la prima volta l'armi sue in Italia. Liutprando[1708] scrive, che nato qualche dissapore fra Berengario e Adalberto II marchese di Toscana, questi, ad istigazione specialmente di Berta sua moglie, donna al maggior segno ambiziosa, mosse gli altri principi d'Italia ad invitare il suddetto re Lodovico alla conquista di questo regno. È anche da credere che nel trattato avessero mano i Romani, giacchè si osserva che Berengario non potè ottener la corona imperiale, e questa poi fu sì facilmente conceduta al suddetto Lodovico. Anche il panegirista di Berengario attesta[1709] che il promotore di questa venuta del re Lodovico fu Adalberto marchese di Toscana con dire:
Quarta igitur Latio vixdum deferbuit aestas, Hac ratione iterum solito sublata veneno Bellua, Tyrrhenis fundens fera sibila ab oris, Sollicitat Rhodani gentem: cui moribus auctor Temnendus Ludovicus erat, sed stirpe legendus; Berengario genesi conjunctus quippe superba.
Come poi questo poeta parli qui di un anno quarto, dopo aver detto che nell'anno terzo Lamberto Augusto terminò sua vita, non si sa ben comprendere. Dall'anno 896, in cui stabilirono pace insieme Lamberto e Berengario, si può intendere che corsero tre anni, nel terzo de' quali, cioè nell'anno 898, Lamberto diede fine a' suoi giorni. Pel quarto, in cui Lodovico re di Provenza calò in Italia, pare ch'egli intenda l'anno 899, e che non abbia conosciuto o abbia confuso le due diverse venute di questo re mentovate da Liutprando, con dirne una sola. Comunque sia, in quest'anno è certa la discesa d'esso Lodovico in Italia; e questa la credo io la prima sua venuta. Accenna il Sigonio due diplomi[1710] dati dal re Berengario in Verona IV idus martias, e XIII kalendas novembris dell'anno presente. E due altri dati dal re Lodovico pridie idus octobris in corte Olonna, e pridie kalendas novembris del medesimo anno in Piacenza. Quest'ultimo si legge presso l'Ughelli[1711]. Ho io prodotto altrove[1712] un privilegio da lui conceduto nel febbraio dell'anno seguente a Pietro vescovo di Arezzo, da cui si ricava, che dataglisi la città di Pavia, quivi in una gran dieta de' vescovi, marchesi e conti del regno d'Italia (circa il principio di ottobre dell'anno presente), Venientibus vobis (dice egli) Papiam in sacro palatio, ibique electione, et omnipotentis Dei dispensatione, in nobis ab omnibus episcopis, marchionibus, comitibus, cunctisque item majoris inferiorisque personae ordinibus facto, ec. Nè perdè egli tempo per andare a Roma, dove gli dovea già essere stata promessa la corona e il titolo d'imperadore. In un altro suo diploma, parimente da me pubblicato[1713], egli comparisce in Olonna presso a Pavia nel dì 14 di ottobre dell'anno presente, e conta l'anno primo del regno d'Italia.
Aveva intanto la morte rapito il buon papa Giovanni IX, e in luogo suo era stato sustituito papa Benedetto IV. Prima del dì 31 d'agosto convien credere che seguisse l'elezione e consecrazione di questo pontefice, dacchè abbiamo una sua bolla spedita pel vescovo di Lione Angrino, e data[1714] II kalendas septembris anno domni Benedicti papae primo, anno II post obitum Landeberti imperatoris Augusti, Indictione III, cioè nell'anno presente. E in quest'anno medesimo credette il padre Pagi[1715], e credeva anch'io una volta, che Lodovico avesse conseguito in Roma la corona e il titolo imperiale; ma, per le ragioni che addurrò, ciò avvenne solamente nell'anno appresso. Reginone[1716], o, secondo me, chi fece senz'ordine di cronologia delle giunte alla storia di Reginone, scrive all'anno 897 avvenimenti che debbono appartenere all'anno presente: cioè, che inter Ludovicum et Berengarium in Italia plurimae congressiones fiunt; multa certaminum discrimina sibi succedunt. Novissime Ludovicus Berengarium fugat, Romam ingreditur, ubi a summo pontifice coronatus, imperator appellatur. Altre memorie non ci restano per chiarire, se veramente in quest'anno succedessero tali combattimenti fra Lodovico e Berengario. E qui si osservi che il buon Liutprando non fa menzione alcuna della promozion di Lodovico alla dignità imperiale, ed assai mostra di non averne avuta contezza: il che ci dee rendere cauti a credere tutto quanto fu scritto da lui de' tempi alquanto lontani dall'età sua. Accadde nell'anno presente mutazion di dominio nel principato di Benevento[1717]. Radelchi ossia Rodelgiso II principe di quella contrada, assai facea conoscere la sua semplicità e debolezza con lasciarsi governare alla cieca da un certo Virialdo, uomo di malignità sopraffina. Costui trattava alla peggio i Beneventani, moltissimi ne cacciò in esilio, e costoro si ricoveravano tutti a Capoa sotto la protezione di Atenolfo conte e signore di quella città. Aveva Atenolfo, siccome personaggio attento a' suoi interessi, fatto dei gran maneggi per ottenere una figliuola di Guaimario I principe di Salerno, in moglie per Landolfo suo figliuolo, ma senza mai poterla spuntare, tuttochè si esibisse di riconoscere lui per suo sovrano, come aveano fatto in addietro i conti di Capoa. A queste nozze sempre si oppose Jota, sorella del fu Guido duca di Spoleti e moglie d'esso Guaimario, la quale per essere ex regali stemmate orta, abborriva d'imparentarsi con chi ella pretendeva suddito suo. Vi si opposero anche i parenti d'esso Atenolfo, banditi e dimoranti in Salerno. Il perchè, stanco di questi rifiuti, fece Atenolfo pace con Atanasio II, vescovo e duca di Napoli, ed accasò il figliuolo Landolfo con Gemma figliuola d'esso Atanasio. Intanto i fuorusciti beneventani andavano stuzzicando e animando Atenolfo ad occupar la città e il principato di Benevento, e menarono così accortamente questo trattato, che una notte rotte le serrature di quella città, v'introdussero Atenolfo; e dopo aver preso Radelgiso, concordemente col popolo proclamarono principe esso Atenolfo, il quale con umili maniere e molti doni seppe ben cattivarsi in breve l'amore di que' cittadini. L'Ughelli, seguitando la scorta di alcuni storici napoletani, mette la morte del suddetto Atanasio II, vescovo di poco gloriosa memoria, ed anche duca di Napoli, nell'anno 895. Ma probabilmente egli visse oltre a quell'anno; e se la di lui figliuola Gemma fosse stata presa per moglie in quest'anno dal figliuolo di Atenolfo (parendo verisimile che suo padre Atanasio fosse allora vivo), converrebbe differir la morte di questo vescovo almen sino all'anno presente. In luogo di lui certo è che Gregorio (nipote suo, se non erro) fu creato duca di Napoli. Da uno strumento riferito dal Campi[1718] si vede che in quest'anno nel dì 25 di settembre per Indictione quarta domna Ageltruda olim imperatrix augusta fa un cambio con Majone abbate di San Vincenzo del Volturno, acquistando una corte e chiesa posta nel piacentino, e ch'essa continuava ad abitare nel ducato di Spoleti.
NOTE:
[1703] Rhegino, in Chronico.
[1704] Labbe, Concil., tom. 9.
[1705] Annales Fuldenses Freheri.
[1706] Liutprandus, Hist., lib. 2, cap. 4.
[1707] Idem, ibidem.
[1708] Liutprandus, Hist., lib. 2, cap. 10.
[1709] Anonym., in Panegyr. Berengarii, lib. 4.
[1710] Sigonius, de Regn. Ital., lib. 6.
[1711] Ughell., Ital. Sacr., tom. 5 Append.
[1712] Antiquit. Italic., Dissert. III.
[1713] Antiquit. Italic., Dissert. X, pag. 582.
[1714] Labbe, Concil., tom. 9.
[1715] Pagius, ad Annal. Baron.
[1716] Rhegino, in Chronico.
[1717] Anonym. Benevent. apud. Peregr., P. I, tom. 2 Rer. Ital.
[1718] Campi, Istor. di Piacenza, Append.
Anno di CRISTO DCCCCI. Indizione IV.
BENEDETTO IV papa 2. LODOVICO III imperadore 1. BERENGARIO re d'Italia 14.
Noi diam principio ai secolo decimo dell'era cristiana, secolo di ferro, pieno d'iniquità in Italia per la smoderata corruzion de' costumi non meno ne' secolari, che negli ecclesiastici: motivi a noi di ringraziar Dio, perchè ci abbia riserbati ai tempi presenti, non già esenti dai vizi ed abusi; ma tempi aurei in paragone di quelli. Non come pretesero il cardinal Baronio, il padre Pagi, l'Eccardo ed altri, fu conferita a Lodovico re di Provenza e d'Italia la corona imperiale in Roma dal pontefice Benedetto IV, nell'anno 900, ma bensì nel febbraio dell'anno presente, come avvertì il Sigonio[1719], e fu confermato dal signor Sassi[1720] bibliotecario dell'ambrosiana. Rapporta l'Ughelli[1721], e più correttamente il padre Tatti, un diploma di questo principe, dato in favore della chiesa di Como a Liutprando vescovo di quella città e suo arcicancelliere, XV kalendas februarii, die, anno Incarnationis Domini DCCCCI, Indictione IV, anno autem Ludovici largissimi (forse gloriosissimi) regis in Italia primo. Actum Baloniae. Si dee scrivere Boloniae. Un altro ne ho io prodotto[1722] della donazione della corte di Guastalla fatta da esso re al monistero di San Sisto di Piacenza, dato XIV kalendas februarii anno Incarnationis dominicae DCCCC (quando non si adoperi l'anno fiorentino e veneziano, cosa che a me par difficile, si dee scrivere DCCCCI) Indictione IV, anno primo regnante Hludovico gloriosissimo rege in Italia. Actum Bolonia civitate. Adunque nel dì 14 di gennaio del presente anno era tuttavia Lodovico in Bologna, ed usava il solo titolo di re. Passò dipoi a Roma, dove nel mese di febbraio niuna difficoltà trovò ad essere innalzato al trono imperiale, e coronato da papa Benedetto IV. Mi si rende verisimile che i voti del pontefice e del senato romano concorressero volentieri in questo principe, perchè Berengario per lo scacco matto a lui dato dagli Ungheri avea perduto il credito; e Lodovico all'incontro per l'unione del regno di Provenza con quello d'Italia veniva creduto più possente e più atto dell'altro a sostener questo governo e a difendere gl'Italiani dagli Ungheri e dai Saraceni. Dappoichè Lodovico ebbe conseguita l'imperial dignità, tosto ne esercitò l'autorità in Roma stessa, con alzar ivi tribunale, e decidere le cause di chiunque a lui ricorreva per ottenere giustizia. Così usavano di fare anche gli altri precedenti novelli imperadori. È celebre in questo proposito un giudicato che già il Fiorentini[1723] diede alla luce, scritto anno imperii domni Ludovici primo, mense februarii, Indictione quarta, cioè nell'anno presente. Il suo principio è questo _Dum domnus Ludovicus serenissimus imperator augustus a regale dignitate Romam ad summum imperialis culminis apicem per sanctissimi ac ter beatissimi summi pontificis et universalis papae domni Benedicti dexteram advenisset; atque cum eodem reverentissimo patre cum sanctissimis romanis seu italicis episcopis, adque regni sui ducibus et comitibus, ceterisque principibus, ec. in palacio, quod est fundatum juxta basilica beatissimi Petri principis Apostolorum, in Laubia magiore ipsius palacii pariter cum eodem summo pontifice, in judicio resedisset_, ec. Sicchè ragion vuole che si riferisca al febbraio di quest'anno, la coronazione romana di questo principe in Roma, dove era egli tuttavia nel dì 2 di marzo, come risultata da un suo diploma[1724], da me pubblicato, dove si legge l'anno I dell'imperio. Ch'egli poi si ritrovasse in Pavia sul fine dell'anno apparisce da un altro suo privilegio, in cui concede alla chiesa di Como la badia della Coronata, posta vicina al fiume Adda, quella stessa che fu fondata da Cuniberto re de' Longobardi. Il diploma[1725] è dato VII idus decembris anno Incarnationis Domini DCCCCI, Indictione IV, anno autem regni Ludovici serenissimi imperatoris in Italia primo. Non può sussistere un diploma che viene accennato dall'Ughelli[1726] come dato da Berengario Papiae anno DCCCCI, sexto idus julii, Indictione IV, anno ejusdem regis XIII. In quest'anno Berengario non fu padrone di Pavia. L'anno XIII del suo regno correva nell'anno precedente, e a questo si dovrà riferire il diploma con correggere del pari l'indizione, se pur non si tratta di un documento apocrifo. Se la guerra continuasse, o se qualche battaglia si desse fra questo nuovo imperadore e il re Berengario nell'anno presente, non si può raccogliere dalle troppo scarse memorie di que' tempi. Sappiamo che riuscì al primo di cacciar l'altro fuori d'Italia; ma in qual anno preciso questo avvenisse, non ci è permesso di accertarlo. Il cardinal Baronio si trovò alla descrizion di questi tempi sì confuso, che disavvedutamente inciampò in non pochi anacronismi per volersi scostare dal Sigonio, che qui più accuratamente pose al suo sito e distinse gli avvenimenti. Ancorchè, siccome abbiam detto di sopra all'anno 896, a Guaimario I principe di Salerno fosse stata data una buona lezione che dovea umiliarlo, allorchè gli furono cavati gli occhi; pure ritornato alla sua residenza, non cessò mai d'essere superbo e crudele. Tante ne fece, che perduta la pazienza, il popolo si mise a stuzzicare Guaimario II suo figliuolo, già dichiarato nell'anno 893 collega nel principato dal padre, acciocchè egli solo assumesse il governo. Non caddero in terra queste esortazioni. Fu preso con buona maniera il cieco e vecchio Guaimario, e confinato nella chiesa di san Massimo, fondata da lui stesso: con che il figliuolo da lì innanzi signoreggiò solo, e con soddisfazione del popolo tutto. Però dai Salernitani il primo vien chiamato Guaimarius malae memoriae, e il secondo bonae memoriae. Abbiamo dalla Cronica arabica cantabrigense[1727] che Abul-abbas generale dei Saraceni in Sicilia cepit Panormum, et caedes magna fuit die octavo mensis septembris. Ma lascia di dir questo autore, se Palermo fosse allora in mano di qualche ribello del re moro, oppur de' cristiani greci, i quali nondimeno non ci resta vestigio che ricuperassero quella città, da che fu per la prima volta loro tolta dai Saraceni. In quest'anno ancora Atenolfo, principe di Benevento e signore di Capoa, prese per suo collega nel principato[1728] Landolfo suo figliuolo. Era in questi tempi conte del palazzo e conte di Milano Sigifredo, siccome apparisce da un suo placito[1729] tenuto in Milano nella corte del duca. Secondochè ho io dimostrato altrove[1730], nella corte dei re longobardi la principal dignità dopo la regale veniva considerata quella del conte del palazzo, appellato anche sacro palazzo, perchè a lui in ultima istanza si riferivano tutte le cause del regno, stendendosi perciò la di lui autorità anche nelle città delle marche del Friuli, della Toscana e di Spoleti, ma non già al ducato di Benevento.
NOTE:
[1719] Sigonius, de Regno Ital., lib. 6.
[1720] Saxius, in Not. ad eumdem Sigonium.
[1721] Ughell., Ital. Sacr. lib. V, in Episc. Comens.
[1722] Antiquit. Italic., Dissert. XXI.
[1723] Fiorentini, Memor. di Matilde, Append.
[1724] Antiq. Ital., Dissert. XIX pag. 49.
[1725] Ughell., tom. 5, in Episcop. Comens.
[1726] Idem, ibidem, in Episcop. Vercellens.
[1727] Chronicon. Arab. P. I, tom. 2 Rer. Ital.
[1728] Chronicon Vulturnense, P. II, tom. 1 Rer. Ital.
[1729] Antiq. Ital., Dissert. XII, pag. 717.
[1730] Ibidem. Dissertat. VII.
Anno di CRISTO DCCCCII. Indizione V.
BENEDETTO IV papa 3. LODOVICO III imperadore 2. BERENGARIO re d'Italia 15.
Da un diploma[1731] esistente nell'archivio de' canonici di Reggio abbiamo che nel dì 12 di febbraio di quest'anno Lodovico imperadore soggiornava in Pavia. Le note son queste: Dat. II idus februarii, anno Domini DCCCCII, Indictione V, anno primo imperante domno Hludovico in Italia. Actum Papiae. Di qui ancora apparisce che la coronazione romana di questo imperadore dovette succedere dopo il dì 12 di febbraio dell'anno precedente. Anche il Sigonio[1732] ne cita un altro d'esso Lodovico, dato IV idus maii, anno regni sui in Italia secundo, Christi DCCCCII, ma senza far menzione dell'anno dell'imperio. E nell'archivio archiepiscopale di Lucca vi ha uno strumento scritto IV kalendas junii, anno II imperii Ludovici, Indictione V. Non si può giugnere a conoscere in quale degli anni, dappoichè Lodovico re di Provenza si impadronì del regno d'Italia, riuscisse a lui di cacciar Berengario fuori non solo di Verona, ma anche di tutta l'Italia. Crede il Sigonio che ciò avvenisse nel precedente anno. Comunque sia, pare indubitata cosa che Berengario ne fu cacciato; ed egli ritiratosi in Baviera presso il giovane Lodovico re di Germania, stette quivi ad aspettar qualche favorevole vicenda del mondo, per riacquistare il perduto regno. Se vogliam riposare sulla opinione del Sigonio, seguitata e fiancheggiata dal padre Pagi, dal Leibnizio, dall'Eccardo e da altri, in questo medesimo anno Berengario la ricuperò, e seguì la tragedia di Lodovico III imperadore suddetto, descritta dal poeta panegirista di Berengario[1733], da Liutprando[1734], Reginone[1735] ed altri antichi storici. Racconta Liutprando, che dopo aver Lodovico conquistata l'Italia, e visitate varie sue Provincie, gli venne voglia di vedere anche la Toscana. A questo fine da Pavia passò a Lucca, dove con impareggiabil magnificenza fu accolto da Adalberto II duca e marchese di quella provincia. Restò ammirato esso imperadore al trovar quivi tante truppe, tutte ben in ordine, e nella corte d'esso Adalberto una sì gran suntuosità e proprietà, e le immense spese fatte da quel ricchissimo principe per onorarlo. Gli scappò pertanto detto in confidenza ai suoi domestici: Questo Adalberto s'avrebbe da chiamare piuttosto re che marchese, perchè in nulla è da meno di me, fuorchè nel nome. Riportato questo motto al duca Adalberto e a Berta sua moglie, donna accortissima, trovarono essi sotto queste parole nascoso il tarlo d'invidia; e però Berta da lì innanzi alienò da Lodovico l'animo del marito e degli altri principi d'Italia. Passò dalla Toscana a Verona l'imperador Lodovico, e quivi si mise a dimorar con tutta pace, avendo probabilmente licenziata parte dei suoi soldati, o messili a quartiere per la campagna. Scrive il panegirista di Berengario, aver esso Lodovico sottomessa Verona colle città circonvicine, perchè Berengario malconcio per una molesta quartana non potè fargli resistenza. E che andato Lodovico a quella città, ricompensò i suoi soldati con donar loro una gran quantità di poderi, togliendoli forse ai cittadini. Senza timore dipoi quivi se ne stava, perchè era venuta nuova, forse apposta fatta disseminare dallo stesso Berengario, che l'emulo Berengario era sloggiato dal mondo.
Nil veritus: metuenda nimis quia sustulit ipsum Fama Berengarium lethi discrimina passum.
Ma non era morto nè dormiva Berengario. Ben informato egli dello stato delle cose da que' cittadini che tenevano per lui, e specialmente da Adelardo vescovo della città, che l'esortò a venire, per testimonianza di Reginone: prima ben concertato l'affare, una notte giunto con grossa brigata d'armati alle mura di Verona, vi fu introdotto, e sul far del giorno diede all'armi. Lodovico se ne fuggì in una chiesa. Scoperto e preso, fu presentato a Berengario, che forte il rimproverò per la mancata fede, e per aver rotto il giuramento di non ritornare in Italia; e, ciò non ostante, dopo avergli fatto cavar gli occhi, perdonò la vita allo spergiuro avversario, e lasciollo anche ritornar liberamente in Provenza. Nel panegirico di Berengario probabilmente l'adulazione fece dire a quel poeta, che contro la volontà di Berengario i suoi partigiani tolsero la vista a Lodovico. Giovanni Bracacurta, che forse avea per tradimento ceduta Verona a Lodovico, colto in una torre, restò tagliato a pezzi. I soldati provenzali, all'avviso di questa disavventura, tutti se n'andarono chi qua chi là dispersi, e Adalberto marchese d'Ivrea, genero di Berengario, diede loro addosso nel voler passare l'Alpi.
Dopo questo fortunato colpo non fu difficile al re Berengario di ricuperare il regno d'Italia, al quale si può ben senza fatica credere che l'orbo Lodovico imperadore fu obbligato di rinunziare, se volle la libertà di ritornarsene oltramonti. Che poi nell'anno presente avvenisse colla caduta del nemico principe il risorgimento del re Berengario, sembra che non s'abbia a dubitarne. Nell'archivio del capitolo di Modena tuttavia si conserva un diploma originale d'esso Berengario, già pubblicato dal Sillingardi, e poi dall'Ughelli[1736], dato interventu Hegilulfi episcopi a Gotifredo vescovo di Modena, VII Idus Augusti anno Incarnationis Domini nostri Jesu Christi DCCCCII, anno vero regni domni Berengarii gloriosissimi regis decimo quinto per Indictionem V. Actum civitate Papiae. Ho io inoltre pubblicato[1737] un altro suo diploma, dato in favore di Pietro vescovo di Reggio, XVI kalendas augusti, anno dominicae Incarnationis DCCCCII, regni vero domni Berengarii piissimi regis XV, Indictione V. Actum palatio ticinensi, quod est caput regni nostri. Sicchè dee mettersi per cosa certa che riuscì nel mese di luglio al re Berengario di ricuperare il regno, e di far mutar paese all'Augusto Lodovico. Vedremo, andando innanzi, altre pruove concorrenti a persuaderci la sussistenza di questa opinione, e che si vede autenticata ancora da Leone Ostiense là dove scrive[1738]: Ludovicus Bosonis regis provinciae filius regnavit annis tribus: cioè preso il principio del suo regno dalla elezione, siccome dicemmo, seguita in Pavia l'anno 900. Contuttociò insorgono tali difficoltà, non già intorno alla depression di Lodovico, ma sì bene intorno all'acciecamento suo, che, secondo me, convien credere molto più tardi balzato affatto dal trono d'Italia, e insieme privato degli occhi esso Lodovico. Queste le ho già esposte altrove[1739], e le addurrò anche nel progresso di questi racconti. Altro, per quanto a me sembra, non accadde in quest'anno, se non che prevalse la fortuna di Berengario, aiutato da Adalberto duca di Toscana: laonde l'Augusto Lodovico fu obbligato a ritirarsi in Provenza con giuramento di più non tornare in Italia. Abbiamo poi da Lupo Protospata[1740], che nell'anno presente Ibrahim re de' Saraceni africani venne a Cosenza nella Calabria, e vi morì colpito da un fulmine. Altra Cronica arabica[1741] mette la sua morte per disenteria nell'anno presente, o pur nel seguente, e la dice succeduta in Sicilia.
NOTE:
[1731] Antiquit. Ital., Dissert. XXI.
[1732] Sigonius, de Regno Ital., lib. 6.
[1733] Anonymus, in Paneg. Berengarii, lib. 4.
[1734] Liutprandus, Hist., lib. 2, cap. 11.
[1735] Rhegino, in Chronico.
[1736] Ughell., Ital. Sacr., tom. 2 in Episcop. Mutinens.
[1737] Antiquit. Ital., Dissertat. XIV.
[1738] Leo Ostiensis, Chronic., lib. 1, cap. 44.
[1739] Antiquit. Italic., Dissert. XIV.
[1740] Protospata, in Chronico., tom. 5, Rer. Ital.
[1741] Chronicon Arabic. Ismaelis Abulfeda.
Anno di CRISTO DCCCCIII. Indizione VI.
LEONE V papa 1. CRISTOFORO papa 1. LODOVICO III imperadore 3. BERENGARIO re d'Italia 16.
Seguì nell'anno presente la fondazione del monistero di S. Savino, fatta in Piacenza da Everardo vescovo di quella città. Dice questo vescovo nello strumento[1742] che la chiesa di questo santo era dianzi fuori di Piacenza, e ch'egli pensava di quivi fabbricare un monistero di Benedettini: Haec itaque vota dum ferventi amore cuperemus explere (heu proh dolor!) supervenit misera horridaque gens infelicium paganorum, qui hostili gladio corpora trucidantes, igneque furoris ecclesias Dei cremantes, concremaverunt pariter praefatam beati Savini ecclesiam. Aggiugne, cioè che per timore che i pagani suddetti, gli Ungheri, non tornassero un'altra volta ad infierire contra di quel sacro luogo, avea fabbricata entro la città la chiesa e il monistero di S. Savino: notizie tutte che ci fan conoscere seguita la prima funestissima irruzione degli Ungheri in Italia nell'anno 899, o nel 900. Lo strumento è scritto Regnante domno Berengario gratia Dei rege anno regni ejus in Dei nomine sextodecimo, III kalendas aprilis., Indict. VI. Actum Placentiae. Per conseguente vegniamo ad intendere che il re Berengario nel fine di marzo dell'anno presente signoreggiava in Piacenza, ed era già stato da lui abbattuto e cacciato fuor d'Italia Lodovico III imperadore. Anche il Fiorentini[1743] e Cosimo della Rena[1744] osservarono che nell'anno 903 e 904 sono segnati gli strumenti di Lucca coll'anno XVI e XVII del re Berengario; e però veggiamo confermata la medesima verità. Abbiamo inoltre due privilegii conceduti dallo stesso re Berengario all'insigne monistero di Bobbio, e già dati alla luce dall'Ughelli[1745]. Il primo fu scritto III idus septembris anno dominicae Incarnationis DCCCCIII, regni vero domni Berengarii piissimi regis XVI, Indictione VII, Actum apud ecclesiam sancti Petri corte nostra Fulcia. L'altro fu dato XII kalendas novembris anno dominicae Incarnationis DCCCCIII, regni domni Berengarii XVI. Actum in Papia civitate palatio ticinensi. Però non pare che resti dubbio intorno all'essere stato in questi tempi signore di Pavia e del regno d'Italia il re Berengario ad esclusione di Lodovico III imperadore, soprannominato dai susseguenti scrittori l'Orbo, per distinguerlo dagli altri Augusti di questo nome. Finalmente ho io pubblicato un bellissimo placito[1746] tenuto in Piacenza anno regni domni Berengarii regis, Deo propitio, XV, mense januario, Indictione sexta, da Sigefredo conte del sacro palazzo. Che quivi allora si trovasse anche il re Berengario, si ricava dal principio del placito: Dum in Dei nomine civitate Placentia ad monasterium sanctae Resurrectionis Jesu Christi domnus gloriossimus Berengarius rex praeerat. Da questo documento ancora apprendiamo che Ermengarda figliuola di Lodovico II imperadore e della regina Angelberga, e madre di Lodovico re di Provenza ed imperadore vivente, s'era fatta monaca in san Sisto di Piacenza, ed era allora badessa di quel monistero.
Venne a morte nell'anno presente Benedetto IV papa. Se non fosse Frodoardo che ci ha lasciato qualche memoria de' romani pontefici di questo disgraziato secolo, noi non sapremmo le rare doti e virtù di un tale papa. Merita d'essere riferito ancor qui l'elogio ch'egli ne fa con dire[1747]:
Tum sacra consurgunt Benedicti regmina quarti Pontificis magni, merito qui nomine tali Enituit, cunctis ut dapsilis atque benignus. Huic generis necnon pietatis splendor opimus Ornat opus cunctum. Meditatur jussa Tonantis. Praetulit hic generale bonum lucro speciali. Despectas viduas, inopes vacuosque patronis, Assidua ut natos propria bonitate fovebat, Mercatusque polum, indignis sua cuncta refudit.
Gli succedette nella cattedra di san Pietro Leone V, ma non durò neppur due mesi il suo pontificato. Secondochè s'ha da Vicenzo Belluacense, da Martino Polacco, da Tolomeo da Lucca, dal Platina e da altri, Crisoforo suo prete o cappellano il cacciò in prigione, ed occupò egli la sedia apostolica. Fa il cardinal Baronio[1748] un giusto lamento sopra l'infelice ed obbrobrioso secolo, di cui ora andiamo parlando, con attribuire specialmente la sorgente di tanti disordini e mostri, che si videro sul trono di Pietro, alla prepotenza de' principi secolari, che vollero mischiarsi nell'elezione de' romani pontefici, concludendo in fine: Nihil penitus Ecclesiae romanae contingere posse funestius, tetrius nihil atque lugubrius, quam si principes saeculares in romanorum pontificum electionem munus immittant. L'osservazione del saggio e zelante porporato è bella e buona, e noi dobbiam desiderar che sempre duri la libertà ben regolata e da tanti secoli introdotta nel sacro collegio de' cardinali di eleggere il romano pontefice. Ma qui è fuor di sito l'epifonema dello zelante Annalista; perchè i malanni della sedia apostolica in questi tempi vennero dai Romani stessi, e non dai principi secolari. Per lo contrario in que' secoli, ne' quali il clero e il senato, i militi, cioè i nobili, e il popolo romano aveano tutti mano nell'elezione del sommo pontefice, nascevano bene spesso contese e scismi, non fu già creduto un abbominevol ripiego che i buoni imperadori adoperassero il loro consenso per frenare in questa guisa le gare, le fazioni e le prepotenze degli elettori. Abbiam veduto che il buon papa Giovanni IX conobbe canonico e necessario questo freno. Abbiamo anche veduto tanti buoni ed ottimi papi eletti in addietro; nè si può dire che nuocesse alla santa Sede l'esservi intervenuto il consentimento degli Augusti. Anzi allorchè non vi furono imperadori o non ebbero essi alcuna parte nell'elezion de' nuovi pontefici, e Roma si trovò piena di mali umori, allora succederono i disordini più grandi, come si può conoscere consultando la storia della Chiesa. Lodiamo dunque i principi buoni e i tempi presenti, e biasimiamo i principi cattivi di tutti i tempi; e rendiamo grazie a Dio che da tanti anni in qua camminano di sì buon concerto le elezioni de' romani pontefici, e questi buoni, e questi di edificazione, e non più di scandolo al popolo di Dio, senza che vi sia bisogno di freno ai disordini per mezzo della potenza secolare. Se Roma avesse allora avuto in Italia un imperadore, non sarebbe succeduta la deforme scena di Cristoforo, che illegittimamente si assise sulla cattedra pontificia, piuttosto tiranno che vero pontefice. Riferisce il Dachery[1749] una bolla di questo papa Cristoforo, scritta nel fine dell'anno presente in favore della badia di Corbeia, Indictione VII, septimo kalendas januarii, imperante domno nostro piissimo Augusto Lodovico a Deo coronato imperatore sanctissimo. Si osservi questo nominar tuttavia imperadore Lodovico III, il quale pur vien creduto, siccome abbiam detto, che accecato fosse spinto fuori d'Italia.
NOTE:
[1742] Campi, Istor. di Piacenza, tom. 1, Append.
[1743] Fiorentini, Memor. di Matilde, lib. 3.
[1744] Rena, Serie de' duchi di Toscana.
[1745] Ughell., Ital. Sacr., tom. 4 in Episcop. Bobiens.
[1746] Antiq. Ital., Dissert. VII.
[1747] Frodoardus, de Roman. Pont., P. II, tom. 2, Rer. Ital.
[1748] Baron., in Annal. Eccl. ad annum 900.
[1749] Dachery, Spicileg., tom. 6.
Anno di CRISTO DCCCCIV. Indizione VII.
SERGIO III papa 1. LODOVICO III imperadore 4. BERENGARIO re d'Italia 17.
Da un privilegio conceduto al monistero di San Vittore di Marsiglia, e pubblicato dai padri Martene[1750] e Durand, noi impariamo che Lodovico imperadore soggiornava in Arles in Provenza nel dì 21 di marzo dell'anno presente, essendo dato quel diploma XI kalendas maii, anno Domini DCCCCIV, Indictione septima, anno quarto, imperante domno nostro Illudovico. Actum Arelate. All'incontro noi troviamo in Verona il re Berengario nel dì 4 d'aprile di questo medesimo anno, ciò costando da un suo diploma originale da me veduto nell'insigne monistero di san Zenone di quella città, e pubblicato con queste note[1751]: Data pridie nonas aprilis, anno dominicae Incarnationis DCCCCIV, regni vero domni Berengarii piissimi regis XVII, Indictione VII. Actum Veronae. Ne abbiamo un altro già dato alla luce dal Sillingardi e poi dall'Ughelli[1752], cioè un privilegio conceduto a Gotifredo vescovo di Modena, dato VIII kalendas julias, anno Incarnationis Domini DCCCCIV, anno vero domni Berengarii serenissimi regis XVII. Actum urbe ticinensi. Così sta nel suo originale. Un altro ancora spedito XVIII kalendas julii di quest'anno, Actum villa Itazani, si legge nell'archivio de' canonici di Modena. Perciò possiam conietturare che la pace per quest'anno continuasse in Italia, nè fosse turbato il re Berengario nel possesso dell'italico regno. Egregiamente già ha provato il padre Pagi[1753] che nel presente anno fu cacciato dal trono pontificio l'usurpato re Cristoforo, e in suo luogo eletto e consecrato Sergio prete, cioè quel medesimo che dianzi nell'anno 898 vedemmo eletto papa in concorrenza di papa Giovanni IX. Ebbe più polso in esso anno 898 la fazione opposta; laonde egli senza poter giugnere alla consecrazione, fu necessitato a mutar cielo e a fuggirsene in Toscana, dove stette nascoso per sette anni. Bisogna qui ascoltar Frodoardo, scrittore di questi tempi[1754], che ne parla nella seguente maniera:
Sergius inde redit, dudum. qui lectus ad arcem Culminis, exsilio tulerat rapiente repulsam. Quo profugus latuit septem volventibus annis. Hinc populi remeans precibus, sacratur honore Pridem adsignato. quo nomine tertius exit Antistes, Petri eximia quo sede recepto Praesule, gaudet ovans annis septem amplius orbis.
Sicchè non è vero ciò che scrisse Liutprando istorico dell'elezion di Sergio nell'anno 891, nè che a lui prevalesse quella occasione papa Formoso. Ciò avvenne, come ho detto, solamente all'anno 898; e però convien ripetere che Liutprando, a cui per altro siam tanto obbligati per la storia d'Italia di questo secolo, non può negarsi che non l'abbia molto imbrogliata ne' fatti accaduti, prima ch'egli nascesse, perchè li scrisse solamente per altrui relazione. L'han seguitato alla cieca i susseguenti storici, perchè negli affari d'Italia non aveano di meglio da poter consultare. Si scatena qui contra Sergio il cardinal Baronio[1755] con parlarne all'anno 908, sino al quale egli differisce l'ingresso del medesimo Sergio nel papato, con dargli i titoli di nefandus, quem audisti in Formosum papam ita saevisse. Potens iste armis Marchionis Tusciae Adalberti, homo vitiorum omnium servus facinorosissimus omnium, quae intentata reliquit? Invasit iste sedem Christophori. Ab omnibus non legitimus pontifex, sed conclamatur invasor. Se il porporato Annalista avesse potuto vedere a' suoi di ciò che di Sergio scrive Frodoardo, oltre ad altre memorie venute dopo di lui alla luce, avrebbe insegnato alla sua penna maggior moderazione contra di questo pontefice. Certo non fu egli esente da' vizii, ma non giunse mai agli eccessi che qui gli vengono attribuiti. Fidossi qui troppo il cardinale di Sigeberto, come anche prima avea fatto il Platina. Ma Sigeberto forte s'ingannò con addossare a Sergio l'iniquissimo procedere di papa Stefano VI contra del cadavero e delle ordinazioni di papa Formoso. Nè sussiste che Sergio colla potenza dell'armi di Adalberto duca di Toscana usurpasse la sedia pontificia. Fu egli richiamato a Roma precibus populi romani, e affin di deporre Cristoforo, cioè un ingiusto occupatore del pontificato. Certo è finalmente che Sergio fu riguardato da tutta la Chiesa di Dio come vero e legittimo pontefice, e non già come usurpatore della sedia di s. Pietro. Vedremo a suo luogo l'epitaffio di questo papa che va d'accordo coll'asserzione di Frodoardo. Per testimonianza dell'Ostiense[1756], il deposto Cristoforo si fece monaco, ed ebbe tempo da far penitenza dei falli della sua ambizione. Secondo i conti di Camillo Pellegrino e del padre Mabillone[1757], il nobilissimo monistero di Monte Casino, circa ventidue anni prima smantellato dai Saraceni, in quest'anno per cura di Leone abbate si cominciò a rifabbricare, affinchè vi tornassero ad abitare i monaci, i quali dopo la rovina di quel sacro luogo aveano eletto il loro soggiorno in Teano. Potrebbesi credere che sul fine di quest'anno ritornasse in Italia con grandi forze l'imperador Lodovico III, quando fosse stato esattamente copiato dal Campi il decreto dell'elezione di Guido vescovo di Piacenza[1758], fatta dopo la morte di Everardo, con queste note: Anno ab Incarnatione Domini nostri Jesu Christi DCCCCIV, Indictione VIII, imperante domno Hludovico serenissimo imperatore anno quinto. Ma di ciò parleremo all'anno seguente, siccome ancora di Guido parlerà la storia andando innanzi. Basti per ora osservare che essendo qui nominato Lodovico Augusto, si comprende ch'egli, e non già il re Berengario, signoreggiava allora in Piacenza. Ciò servirà di lume per quello che verremo dicendo all'anno seguente.
NOTE:
[1750] Martene, Veter. Scriptur., tom. I.
[1751] Antiquit. Ital., Dissert. XIV.
[1752] Ughell., Ital. Sacr., tom. 2, in Episcop. Mutinens.
[1753] Pagius, in Critic. ad Annal. Baron.
[1754] Frodoardus, de Roman. Pontificib., P. II, tom. 3 Rer. Ital.
[1755] Baron., Annal. Eccl., ad ann. 908.
[1756] Leo Ostiensis, lib. 1, cap. 50.
[1757] Mabillon., in Annal. Benedictin. lib. 41, num. 25.
[1758] Campi, Istor. di Piacenza tom. 1, Append.
Anno di CRISTO DCCCCV. Indizione VIII.
SERGIO III papa 2. LODOVICO III imperadore 5. BERENGARIO re d'Italia 18.
Sul fine dell'anno precedente, siccome ho detto, dovette succedere la seconda venuta in Italia di Lodovico III Augusto, non già orbo, ma tuttavia guernito d'un paio d'occhi sani e veggenti. E in quest'anno poi crebbe la sua felicità, ma che andò a terminare in una grave miseria, con essere avvenuto tutto quel che abbiamo narrato di sopra all'anno 902. Era dalla sua Adalberto II duca di Toscana; avea questi tratto nel suo partito varii altri principi d'Italia; in guisa che essendo venuto Lodovico con grandi forze, e mancando al re Berengario quelle dei principi suoi vassalli, fu astretto a dar luogo a questa prepotente tempesta, con perdere non solo Pavia e Milano, ma anche Verona, e con doversi ritirare in esilio fuori d'Italia. Si trovava egli[1759] VII kalendas junii anno dominicae Incarnationis DCCCCV. domni vero Berengarii invictissimi regis XVIII Indictione VIII, in valle Pruviniano juxta plebem sancti Floriani. Dove sia questa valle, altri più pratico di me lo dirà. S'aggiunse, secondo il panegirista di Berengario[1760], che un'indiscreta quartana rendè esso Berengario inabile alla difesa e ad accudire al bisogno sì pressante de' proprii affari. Dacchè egli si fu messo in salvo, Lodovico si portò a Verona, dove prestando fede, alla voce o accidentalmente corsa o maliziosamente sparsa, che Berengario fosse morto, se ne stava senza buone guardie e senza sospetto, quasi che fosse oramai terminata ogni disputa del regno. Questa sua trascuratezza animò Berengario e la sua fazione ad entrare furtivamente di notte in Verona, dove colto lo sconsigliato Lodovico, gli fece dipoi buon mercato con solamente privarlo degli occhi. Che in quest'anno, e non già nell'anno 902, accadesse la di lui venuta e rovina, ecco le ragioni che ce lo han da persuadere, da me dedotte prima d'ora nelle Antichità italiche[1761]. Siccome poco fa avvertii, abbiamo presso il Campi la carta dell'elezion di Guido vescovo di Piacenza, fatta da quel clero e popolo, e scritta[1762] anno ab Incarnatione Domini nostri Jesu Christi DCCCCIIII, Indictione octava imperante domno Hludovico serenissimo imperatore anno V. Probabilmente il Campi non ha con assai attenzione copiata quella carta, e in vece dell'anno presente DCCCCV, ha letto DCCCCIV, essendo certo che l'anno quinto di Lodovico Augusto appartiene a quest'anno. Fors'anche ha trascurato il mese, che non si suole ommettere, e che avrebbe dato a noi maggior lume per conoscere meglio il tempo di questa elezione. Ma ne abbiam tanto, che non si può fallare in riferendola al fine dell'anno precedente, in cui correva l'Indizione ottava, oppure all'anno presente. Cominciamo dunque a conoscere che in Piacenza v'era riconosciuto per padrone non già Berengario, come vedemmo all'anno 903, ma bensì Lodovico III imperadore. Ho io poi prodotto[1763] due atti di Andrea arcivescovo di Milano. L'uno informe e senza sottoscrizioni, fatto anno Incarnationis Domini nongentesimo nonagesimo sexto, pontificatus vero suprataxati domni Andreae archiepiscopi sexto, mense julio, Indictione octava. Ma senza fallo si dee scrivere nongentesimo quinto, perchè in questo correva l'anno sesto di esso Andrea, eletto arcivescovo nell'anno 900, e nel luglio di questo medesimo anno correva l'indizione ottava. Più corretto è l'altro consistente in un placito tenuto dal medesimo arcivescovo in Belano sul lago di Como, e da Ragifredo giudice del sacro palazzo, amendue missi domni imperatoris, e scritto anno imperii domni Hludovici imperatoris quinto, mense julio, Indictione octava. E che nel dì 4 di giugno del presente anno esso Lodovico imperadore si trovasse in Pavia, lo raccolgo da un suo privilegio, sottoscritto da Arnolfo notaio ad vicem Liutuardi episcopi (di Como) et archicancellarii. Datum pridie nonas junias, anno Incarnationis dominicae DCCCCV, Indictione VIII, anno V, imperante domno Hludovico glorioso imperatore in Italiam. Actum Papiae.
Però giusto fondamento a noi si porge per credere finalmente che in questo anno ritornato per la seconda volta l'Augusto Lodovico in Italia, niun caso facendo del giuramento verisimilmente prestato a Berengario nell'anno 902, allorchè fu costretto a ritornarsene in Provenza, riconquistasse Pavia, Milano e Piacenza, o, per dir meglio, tutta la Lombardia, e cacciasse ancor fuor di Verona il re Berengario allora infermo. Secondo i documenti originali da me veduti e dati alla luce, si truova Berengario nell'ultimo dì di luglio e nel primo di agosto del presente anno in Tulles, corte posta sul lago di Garda, dove a petizione di Bertila regina e moglie, e di Ardengo vescovo di Brescia ed arcicancelliere, concedette alcuni beni a certi suoi famigliari. Il primo è scritto II kalendas augusti, anno dominicae Incarnationis DCCCCV, regni domni Berengarii piissimi regis XVII (si dee scrivere XVIII), Indictione octava. Actum Tulles. Il secondo fu dato kalendis augusti con altre simili note, e coll'anno XVIII del regno di Berengario. Trovossi egli inoltre nel dì V d'agosto in Peschiera sullo stesso lago, dove fece un dono al monistero di san Zenone di Verona[1764], III nonas augusti anno dominicae Incarnationis DCCCCV, domni vero Berengarii piissimi regis XIX (va scritto con una unità di meno XVIIII), Indictione octava, Reginone scrive[1765] che in mense augusto haec mutatio regni facta est. Ma Galvano Fiamma[1766] notò che Berengario XII kalendas augusti entrò di notte in Verona, e colse nella rete l'incauto suo avversario. E così appunto avvenne, ciò risultando dal suddetto diploma dato da Berengario in Peschiera, dove egli dice: Omnium noverit solertia, Johannem quemdam, qui alio nomine Braccacurta vocitabatur, nostrae olim fidelitati offensum, in qua etiam perdurans comprehensus est, et mulctatus, cujus res omnisque substantia legali judicio nostrae fuit ditioni subjecta, ec. Per buona ventura il panegirista di Berengario[1767] ci ha conservata questa medesima notizia, chiaramente comprovante che nel tempo appunto del ricuperamento di Verona, e dell'acciecamento di Lodovico Augusto, questo Giovanni Braca-corta infedele fu preso in una torre, e tagliato a pezzi. Ecco le sue parole:
Tu ponens etiam Curtum-Femorale Johannes, Alta tenens turris, si forte resumere vitam Sis potis: hinc traheris tamen ad discrimina mortis, Et miser in patria nudos truncaris arena.
Sicchè oramai tocchiam con mano, in vigore delle addotte pruove, che appartiene al presente anno la seconda comparsa in Italia d'esso Lodovico, e la felicità delle sue armi, la quale poi andò a terminare in una sonora disavventura, per cui gli convenne tornar senza occhi in Provenza. Anche l'Annalista sassone[1768], Mariano Scoto[1769] ed Ottone Frisingense[1770] riferiscono all'anno 905 la scena suddetta; e però non si dee questa rimuovere dall'anno presente. La cronologia di Sigeberto è affatto difettosa in questi tempi, massimamente per le cose d'Italia. Giugne[1771] egli a differir la disgrazia suddetta di Lodovico sino all'anno 915. È stato di parere il padre Bernardo Maria de Rubeis[1772] che Grimaldo ossia Grimoaldo marchese, nominato in alcuni diplomi di Berengario da me dati alla luce, governasse in questi tempi la marca del Friuli, appellata anche veronense, perchè Berengario, prima d'essere re, nella nobil città di Verona avea fissata la sua residenza.
NOTE:
[1759] Antiquit. Ital., Dissert. XXVIII.
[1760] Anonym., Paneg. Bereng., in lib. 4.
[1761] Antiquit. Ital., Dissert. XIV.
[1762] Campi, Istor. di Piacenza, tom. 1 Append.
[1763] Antiq. Ital., Dissertat. XIV.
[1764] Antiq. Ital., Dissert. XLI.
[1765] Rhegino in Chron.
[1766] Flamma, in Manipul. Flor., tom. 11 Rer. Ital.
[1767] Anonym., in Panegyr. Berengarii, lib. 4.
[1768] Annalista Saxo apud Eccardum, tom. 1 Rer. Ital.
[1769] Marian. Scottus, in Chronico.
[1770] Otto Frisingensis, in Chronico.
[1771] Sigebertus, in Chronico.
[1772] De Rubeis, Monument. Eccl. Aquilejens. cap. 51.
Anno di CRISTO DCCCCVI. Indizione IX.
SERGIO III papa 3. LODOVICO III imperadore 6. BERENGARIO re d'Italia 19.
Può essere che in quest'anno si godesse dopo tanti affanni di contese e guerre una buona pace e quiete in Italia, se non che Andrea Dandolo scrive[1773] che in questi tempi la crudelissima e pagana nazion degli Ungheri scorse furiosamente l'Italia, incendiando i luoghi, tagliando a pezzi, e menando in ischiavitù le persone. Che il re Berengario mandò contra d'essi venti mila armati, pochi de' quali tornarono indietro. Si stese la rabbia di costoro a Trivigi, Padova e Brescia, con giugnere fino a Milano e Pavia, e passare all'estremità del Piemonte. Aggiugne che questi Barbari venuti in barche ne' contorni di Venezia vi abbruciarono Città Nuova e Equilo, Fine, Chioggia, Capodarzere, e diedero il sacco a tutto quel litorale. Tentarono anche nel dì 28 di giugno di arrivar fino a Malamocco e a Rialto, cioè alla stessa città di Venezia. Ma Pietro doge, facendosi loro incontro coll'armata navale, li mise in fuga. Durò una tal persecuzione tutto quest'anno. Il re Berengario altra maniera non avendo per isbrigarsi di questi cani, a forza di regali gl'indusse a tornarsene alle lor terre. Così il Dandolo, ma senza poter io accertare s'egli errasse con riferire a quest'anno l'irruzion fatta in Italia nell'anno 899, oppure nel 900, di cui s'è parlato di sopra. Abbiamo parimente dal frammento della vita di san Geminiano vescovo di Modena, da me pubblicata[1774], e scritta da un autore non solo vivente in questo secolo, ma vicino a questi tempi, che questa inumana gente ex horrendo Scytharum genere originem ducens, cioè venuta dalla Tartaria, arrivò anche a Modena, da dove era fuggito il vescovo con tutto il popolo. Entrarono nell'abbandonata città, si portarono al duomo, senza però toccare il sepolcro d'esso santo, nè inferirono danno alcuno alla città: il che fu attribuito all'intercessione del medesimo santo protettore. Se questo avvenisse nella suddetta prima entrata degli Ungheri in Italia, oppure nell'anno presente, non si può decidere. Solamente sappiamo, per relazione di Liutprando[1775], che dopo avere il re Berengario riacquistato il regno d'Italia nell'anno precedente, e rimandato l'imperador Lodovico in Provenza con una tal memoria, che più non gli venne voglia di tornare in Italia, Hungarorum interea rabies, quia per Saxones, Francos, Suevos, Bajoarios nequibant, totam per Italiam nullis resistentibus dilatatur. Verum quia Berengarius firmiter suos milites habere fideles non poterat, amicos sibi Hungaros non mediocriter effecerat. Questi erano i flagelli della misera Italia dalla parte di Levante. Anche i Romani, Capuani e Beneventani portavano il peso d'altre simili sciagure per cagion dei Mori, ossia de' Saraceni, i quali fabbricatosi un buon nido, e ben fortificato al fiume Garigliano, scorrevano per tutto il contorno.
S'aggiunse un'altra peste dalla parte del Ponente, narrata dal suddetto Liutprando, dalla Cronica della Novalesa[1776] e da altre antiche storie. Racconta esso Liutprando[1777], che alcuni anni prima di questo venti soli Saraceni di quei di Spagna, in una piccola barca portati dalla tempesta, approdarono ad una villa posta in Italicorum, Provincialumque confinio, chiamato Frassineto. Questo luogo il mettono alcuni nella Provenza; il padre Beretti[1778] lo crede situato fra Nizza e Monaco nell'Italia. Certo è che non era lungi dal mare, e a portata da poter nuocere sì all'Italia che alla Provenza. Costoro entrativi di notte, scannarono quanti cristiani ivi si ritrovarono, ed impadronitisi della villa, con folte boscaglie e spineti si fecero un sicuro argine e rifugio in un monte contiguo. Di là cominciarono ad infestare e saccheggiar i luoghi circonvicini: e chiamati dalla Spagna altri non pochi della lor setta, a poco a poco si renderono formidabili a tutti gli abitanti di quelle contrade, e divenne come inespugnabile quel loro nido. Contribuirono anche gli stolti paesani ad accrescere la loro bestiale insolenza, perchè regnando la dissensione fra i popoli della Provenza, l'una parte li chiamava in aiuto per deprimere l'altra, e tutti infine rimasero distrutti da questi ospiti, nemici del nome cristiano. Ora comparivano costoro in Provenza, ora volavano nel regno di Borgogna, ed ora si spargevano per le contigue parti dell'Italia. Arrivarono dipoi, siccome a suo luogo vedremo, sino ad Aiqui nel Monferrato, ed in quest'anno passarono fino alla Novalesa sopra Torino, con saccheggiare ed abbruciare quel riguardevolissimo monistero. Presentita la lor venuta, Donniverto abbate co' suoi monaci e col tesoro ebbe tempo di fuggirsene, e da mettersi in salvo nella città di Torino. Per testimonianza della suddetta Cronica della Novalesa[1779], hoc tempore in taurinensi civitate translatio facta est sancti Secundi martyris, qui fuit dux Thebeorum legionis, facta a domno Wilielmo episcopo anno Incarnationis dominicae DCCCCVI. Hic composuit passionem sancti Salvatoris cum tribus responsoriis. Et ab apostolico romanae sedis, et cunctorum episcoporum, qui in sancta synodo convenerant, tribus annis ob poenitentiae causam ab episcopatu suspensus est.
NOTE:
[1773] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.
[1774] Rer. Ital., P. II, tom. 2.
[1775] Liutprandus, Hist., lib. 2, cap. 11.
[1776] Chron. Novaliciens., P. I, tom. 2 Rer. Ital.
[1777] Liutprandus, Hist., lib. 1, cap. 1.
[1778] Beretti, Dissert. Chorogr., tom. 10 Rer. Italic.
[1779] Chron. Novaliciens., P. I, tom. 2 Rer. Ital., p. 731.
Anno di CRISTO DCCCCVII. Indizione X.
SERGIO III papa 4. LODOVICO III imperadore 7. BERENGARIO re d'Italia 20.
Seguito io a notar gli anni di Lodovico III imperadore, quasichè quell'orbo principe continuasse a tener qualche dominio in questi parti. Ma dappoichè la mala fortuna il colse in Verona, la verità è, che di lui non si fece più conto alcuno in Italia, e cessò di comparire il suo nome negli atti pubblici. Ritenne egli nondimeno il titolo d'imperadore nella sua Provenza, finchè visse, ma senza giurisdizione alcuna in Roma, e molto meno nel regno d'Italia. Probabil cosa è che in quest'anno a papa Sergio III ruscisse di ridurre a perfezione la fabbrica della già caduta patriarcal basilica lateranense. È da stupire come il cardinal Baronio niuna menzione abbia fatto di questa impresa, gloriosa alla memoria d'esso pontefice. Forse il mal animo ch'egli portava contra di Sergio, non glielo lasciò avvertire, ancorchè il Sigonio diligentemente l'avesse notato prima[1780]. Onde poi avesse egli tratta questa notizia, non appariva. Ma avendo il padre Mabillone[1781] dato alla luce un opuscolo di Giovanni Diacono juniore, ora abbiamo il fonte di una tal verità. Già vedemmo nel concilio di Ravenna, tenuto nell'anno 898, rammemorata la caduta di quell'insigne basilica, per la fabbrica della quale si affaticava papa Giovanni IX. Scrive esso Giovanni Diacono che la medesima andò in rovina a' tempi di Stefano sesto papa, et fuit in ruinis dissipata et comminuta usque ad tempus, quo revocatus est domnus Sergius presbyter et electus de exsilio, et consecratus est Romanorum, tertius praesul. Parole, dalle quali sempre più vegniamo ad intendere, che Sergio non fu un usurpatore del soglio pontificio, come suppone esso cardinal Baronio, i cui Annali, non si può negare, si trovano circa questi tempi confusi e difettosi non men per la cronologia de' papi e degl'imperadori, che per gli falli dall'ora. Seguita a dir quello scrittore: Post ordinationem igitur suam domnus Sergius III papa tristabatur nimium super desolationem, nobilissimi hujus templi. Non enim erat spes neque solatium de restauratione illius. Quumque omnibus esset desperatio de ejus desolatione, et humanum deesset auxilium: ad divinae pietatis conversus juvamen, in qua semper habuit fiduciam, incipiens ab antiquis laborare fundamentis, fine tenus opus hoc consummavt, et decoravit ornamentis aureis et argenteis. Va poi quello storico annoverando ad uno ad uno quegli ornamenti, conchiudendo con queste parole il suo ragionamento: Haec omnia devotus tibi praeparavit, et non cessabit, dum spiritus ejus rexerit artus, praeparare et offerre tibi domnus Sergius papa tertius: il che ci fa conoscere che il suddetto autore vivea e scriveva in questi tempi. Se fosse stata composta e fosse arrivata fino a' dì nostri la vita di papa Sergio, tengo io per fermo che il troveremmo ben diverso da quello che troppo facilmente suppose e pretese il padre degli Annali ecclesiastici.
In questi tempi, secondo le storie germaniche[1782] portarono gli Ungheri la desolazione alla Baviera. Vennero con loro alle mani i Cristiani di quella contrada, ma ne restarono sconfitti, e di loro fu fatta una terribile strage. Dilettavasi non poco circa questi tempi Atenolfo principe beneventano di soggiornare in Capoa, antica patria e dominio suo[1783]. Lasciava egli per governatore di Benevento Pietro vescovo di quella città, come persona, di cui si fidava assaissimo. Una fazion di Beneventani poco contenta del governo di Atenolfo, si servì di questa occasione per tentar l'animo del vescovo, offrendogli il dominio della città e del principato. Non accettò egli l'offerta, ma neppur la sprezzò, e tutto tenne nascosto ad Atenolfo. Ma questi ne fu avvertito dalla fazion d'altri che gli era fedele; e perchè non cessava questa mena, all'improvviso Atenolfo cavalcò a Benevento, imprigionò alcuni de' congiurati, e cacciò in esilio il vescovo che si ritirò a Salerno, dove Guaimario II, principe nemico d'Atenolfo, con onore l'accolse, e da lì innanzi, finchè visse, generosamente il mantenne a tutte sue spese. Rapporta l'Ughelli[1784] una bolla di Sergio papa in favore del capitolo de' canonici d'Asti, fondato in questi tempi da Audace vescovo, data in mense majo, Indictione decima, anno, Deo propitio, pontificatus domni Sergii summi pontificis IV, che appunto cade nell'anno presente; il che fa conoscere quanto sbagliasse il cardinal Baronio negli anni di Sergio III. Ma certo dovea dormire l'Ughelli, quando, dopo aver confessato che Audace vescovo d'Asti fu posto in quella cattedra nell'anno 904, vuole con questa bolla correggere Anastasio bibliotecario e il Baronio, i quali mettono la morte di Sergio II papa nell'aprile dell'anno 847, quum ex hoc diplomate constet Sergium II mense majo decimae Indictionis adhuc in vivis fuisse, quasichè Sergio III fosse Sergio II. Abbiam di grandi obbligazioni all'Ughelli, ma sarebbe da desiderare che la sua Italia sacra fosse interamente rifatta da capo a piedi, come in Francia si fa della Gallia sacra de' Sammartani, essendo ben da lodare la ristampa e correzione fattane dal signor Coleti, ma non bastando questa al bisogno.
NOTE:
[1780] Sigonius, de Regno Ital., lib. 6.
[1781] Mabill., Append. ad Ord. Rom.
[1782] Continuator Rheginonis et alii.
[1783] Anonymus Salernit., Paralipom., P. I tom. 2 Rer. Ital., p. 296.
[1784] Ughell., Ital. Sacr. tom. 5 in Episcop. Astens.
Anno di CRISTO DCCCCVIII. Indizione XI.
SERGIO III papa 5. LODOVICO III imperadore 8. BERENGARIO re d'Italia 21.
Cosa vergognosa era che i Saraceni si fossero annidati presso al Garigliano in sito tutto circondato dagli stati di principi cristiani, e pur continuassero a quivi abitar con tanta pace, e senza che alcun li turbasse, anzi con turbar eglino e desolare tutto il vicinato. Abbiamo nulladimeno da Leone Ostiense[1785] che Atenolfo principe di Benevento e di Capoa, uomo di gran senno, presso a poco circa questi tempi volle tentare, se si fosse potuto snidar di colà quella razza d'iniqui masnadieri. Fatta pertanto lega con Gregorio duca di Napoli, e con gli Amalfitani, popoli allora indipendenti da Napoli, e che si eleggevano anch'essi il loro duca, e contribuendo tutti la lor quota di gente, unì un buon esercito e marciò contra di essi Mori. Formato un ponte di navi vicino al traghetto sopra il fiume Garigliano, e venuto di qua, cominciò la guerra. Ma una notte, mentre i suoi facevano poco buona guardia, uscirono dai lor trinceramenti i Saraceni, e assistiti dai perfidi cittadini di Gaeta diedero addosso al corpo avanzato dei collegati con ucciderne molti, e inseguir gli altri fino al ponte. Quivi fecero testa i Cristiani con tal vigore, che obbligarono il nemico a retrocedere in fretta verso i suoi alloggiamenti. Di più non ne dice Leone Ostiense: segno che dovette sfumare in nulla questo sforzo di Atenolfo. Ma ancor di qui si conosce che i tanti guai recati dagli Africani per tanti anni a quelle contrade d'Italia in buona parte son da attribuire alla poca armonia, anzi discordia di que' popoli e principi cristiani, e, quel che è peggio, alla malvagità d'alcuni; perchè mai non mancò fra essi chi proteggesse ed anche aiutasse quegli assassini, per profittar del guadagno ch'essi facevano colla rovina degl'infelici ed innocenti popoli. Non si sa se in questo anno gli Ungheri facessero scorreria alcuna in Italia. Egli è ben certo, secondo il Continuatore di Reginone, con cui va d'accordo Ermanno Contratto[1786], che costoro devastarono la Sassonia e la Turingia, perchè non passava anno che questa maledetta schiatta non portasse la desolazione a qualche provincia cristiana. In quest'anno ancora, oppure nel seguente, per quanto si ricava dalla Cronica arabica cantabrigense[1787], fu mandato in Sicilia dal re de' Mori d'Africa un nuovo emir, ossia generale di armata, il quale raunato un esercito di Siciliani e di Mori, s'impadronì della città di Taormina nel dì primo d'agosto, giorno di domenica. Ma il dì primo d'agosto nè in quest'anno, nè nel seguente cadde in domenica. Nella Cronica del monistero di Volturno si legge[1788]: Civitas Rhegium a filio regis Afar capta est. Urbs Taurimenis capta est a Saracenis. Rex vero Africes super Cosentiam residens noctu quodam Dei judicio mortuus est. Non son così corte tali notizie, che non possano darci qualche lume per la storia della Sicilia e della Calabria.
NOTE:
[1785] Leo Ostiensis, lib. 1, cap. 50.
[1786] Hermann. Contractus, in Chron. edition. Canisii.
[1787] Chron. Arab., P. II, tom. 1, Rer. Ital.
[1788] Chron. Vulturnens., P. II, tom. 1, Rer. Ital., pag. 415.
Anno di CRISTO DCCCCIX. Indizione XII.
SERGIO II papa 6. LODOVICO III imperadore 9. BERENGARIO re d'Italia 22.
Veggendo Atenolfo principe di Benevento che non bastavano le forze sue a sterminare i Saraceni, divenuti da gran tempo insoffribili per la loro permanenza al Garigliano, giacchè costoro riceveano rinforzi dalla parte del Mediterraneo: al che egli non avea riparo, nè potea far capitale degli aiuti de' Napoletani, i quali navigavano con più bandiere, e molto men de' Gaetani che davano braccio a quella canaglia: si avvisò di ricorrere a Leone il Saggio imperadore d'Oriente, per implorare soccorso da lui. A tal fine intorno a questi tempi spedì a Costantinopoli[1789] il suo primogenito e collega nel principato Landolfo, con rappresentargli tutti i malanni sofferti da' Cristiani in tanti anni addietro per cagion dei Saraceni, e con supplicarlo d'inviare una potente armata per estinguere una volta questo incessante incendio. Ebbe piacere il greco Augusto di sì fatta richiesta, e più di chi la portò; perchè si lusingò che fosse venuto il buon vento di rimettere in vigoria l'antica sovranità degli imperadori greci nel principato di Benevento, che sotto gl'imperadori carolini avea fatto naufragio. Promise tutta l'assistenza a Landolfo, e ordinò che si allestisse un'armata navale per questa spedizione. Nell'anno presente, per attestato degli Annalisti tedeschi[1790], gli Ungheri sfogarono la lor crudeltà contra dell'Alemagna, ossia della Svevia. Può essere che il re Berengario, adoperando il buon segreto dei regali, tenesse questa mala gente lungi dall'Italia. Tuttavia, se non ci vennero, era continuo il timore che ci venissero. Riccardo Cluniacense nella sua Cronica[1791] asserisce (quanto a me, io credo senza fondamento) che costoro fere quotannis, quasi ogni anno venivano a visitar l'Italia per radere quello che era restato intatto negli anni precedenti. Comunque sia, i popoli della Lombardia cominciarono da lì innanzi a fortificar le loro città e castella, giacchè, per attestato di Liutprando[1792], omnia Hungari regni (italici) loca saeviendo percurrunt. Neque erat qui eorum praesentiam, nisi munitissimis forte praestolaretur locis. Altrove[1793] ho io provato che verso questi tempi appunto il re Berengario concedette licenza a Risinda badessa della Posterla in Pavia di fabbricar delle castella nelle tenute del suo monistero, ad Paganorum deprimendas insidias, e insieme pro persecutione et incursione Paganorum. Anche Adalberto vescovo di Bergamo ottenne dal medesimo re di poter fortificare quella città che era minacciata maxima Suevorum Ungarorum incursione. E sotto lo stesso re i canonici di Verona concederono la facoltà di far delle fortificazioni al castello di Cereta pro persecutione Ungarorum. Altri simili esempli ci vengono somministrati dalle memorie rimaste negli archivii.
NOTE:
[1789] Leo Ostiensis, Chron., lib. 1, cap. 52.
[1790] Continuator Rheginensis, Hermannus Contractus, in Chronico. Annalista Saxo.
[1791] Richardus. Cluniacensis, in Chron.
[1792] Liutprandus, Hist., lib. 2, cap. 6.
[1793] Antiquit. Ital., Dissert. XXVI.
Anno di CRISTO DCCCCX. Indizione XIII.
SERGIO III papa 7. LODOVICO III imperadore 10. BERENGARIO re d'Italia 23.
Fra le giunte da me fatte alla Cronica casauriense[1794] abbiamo un placito tenuto sotto quest'anno nel mese di novembre in un luogo appellato Corneto da Waldeperto, chiamato vicecomes Alberici marchionis. Per quanto si può scorgere, questo luogo era situato nel distretto di Cività di Penna, che nei tempi d'allora apparteneva alla marca di Camerino, perchè v'intervengono Scabini de Pinne. Veniamo perciò a comprendere chi fosse allora marchese della marca di Camerino, ciò un Alberico. E da tal notizia prendono lume i versi del poeta panegirista di Berengario[1795], il quale fra gli altri che condussero soldatesche in rinforzo di Guido allora re d'Italia contra del re Berengario nell'anno 888, oppure nell'889, annovera ancora Alberico, con dire:
. . . . . . . Pariterque cohors camerina superbit Munere natorum, subigitque in bella sodales Mille. Sua virtute, magis sed prole supinus (Post monstrata fides) centeno milite laetus Pauper adhuc Albricus abit, jamjamque resultat Spe Camerina. Utinam dives sine morte sodalis.
Son certamente assai scure queste parole. Potrebbe talun credere che quell'Alberico conte, il quale nell'anno 776 intervenne alla dieta di Pavia, per eleggere o confermare Carlo Calvo re d'Italia, fosse il medesimo che vien qui mentovato dal poeta. Ciò nondimeno è punto assai dubbioso per la troppa distanza dell'età; ma par bene che non resti dubbio, che l'Alberico nominato qui dal poeta suddetto divenisse poi marchese di Camerino. Militava egli nell'anno 888, oppure 889, in favore di Guido contra di Berengario, e già sperava il governo di quella marca:
. . . . Jam jamque resultat Spe Camerina....
Poscia dovette egli abbracciare il partito di Berengario:
Post monstrata fides....
E in ricompensa fu fatto marchese di Camerino. Prima era povero Signore:
Pauper adhuc Albricus abit.....
Divenne poscia ricco coll'avere ucciso il suo compagno, cioè probabilmente chi era duca di Spoleti, ed aver egli occupato anche quel paese. Non ci dà la storia luce alcuna per poter discifrar questi oscuri fatti. Più scuro ancora è il senso di quelle parole:
Sua virtute, magis sed prole supinus.
Vo io credendo che supinus sia adoperato per significare un arrogante ed altiero. Seneca usò in questo senso il vocabolo supinus. E quando ciò sia, vedremo a suo tempo che un Alberico marchese da Marozia ebbe un figliuolo appellato anch'esso Alberico, il quale divenne poi principe, o vogliam dire tiranno di Roma. Potrebbe essere che il primo di questi Alberighi fosse il medesimo Alberico marchese di Camerino, da noi veduto nel placito suddetto. Concorre a farcelo sospettare il nome e la dignità ancora. Negli stati della Chiesa romana noi non sappiamo che alcuno de' governatori portasse il titolo di marchese. Era questo solamente in uso nei regni d'Italia, Germania e Francia. Però non mancherebbe probabilità a chi volesse credere che Alberico marchese di Camerino fosse marito di Marozia. E qualora il panegirista di Berengario avesse scritto quel suo poemetto dopo la morte di lui (del che ragionevolmente dubito io, e prima di me dubitò il padre Pagi) potrebbe parere che fosse chiamato da lui Alberico prole supinus, cioè superbo per aver procreato Alberico principe di Roma, e Giovanni XI pontefice romano. Da un diploma da me dato alla luce apparisce che nel dì 27 di luglio[1796] il re Berengario si trovava in Pavia, e che tuttavia era vivente la regina Bertila sua moglie, poichè ad istanza sua egli donò una corte ad Anselmo glorioso conte di Verona suo compadre e consigliere. Fu dato il diploma VI kalendas augusti, anno dominicae Incarnationis DCCCCX, domni vero Berengarii serenissimi regis XXIII, Indictione XIII. Actum in curte Rodingo. Due placiti parimente da me pubblicati[1797] cel fanno vedere nel mese di novembre in Cremona. Il principio d'uno è questo: Dum in Dei nomine civitate Cremona, ubi domnus Berengarius gloriosissimus rex praeerat, ec. Fu scritto quel documento anno regni domni Berengarii regis, Deo propitio, vigesimo tertio, mense novembri, Indictione quartadecima, cominciata nel settembre. In quest'anno Atenolfo principe di Benevento e di Capoa, conoscendo per qualche incomodo di sua salute che si avvicinava il tempo di pagare il tributo della natura, ed avendo inviato il maggiore de' suoi figliuoli, cioè Landolfo, alla corte imperiale di Grecia, affinchè, se veniva la morte, altri non s'intrudesse nel principato, dichiarò suo collega coll'assenso del popolo il minore de' suoi figliuoli, cioè Atenolfo II. Ciò si ricava dai diplomi di questi due fratelli, molti dei quali si veggono dati alla luce. Secondo i conti di Camillo Pellegrino, terminò in fatti Atenolfo I la sua carriera nel mese di aprile di quest'anno, ed ebbe per successori nel principato i suddetti suoi due figliuoli, principi di gran giudizio, perchè attesero per loro conto a smentire il proverbio del rara est concordia fratrum. Diedero in quest'anno[1798] gli Ungheri una gran rotta all'armata di Lodovico re di Germania; e così la lor fierezza e fortuna si facea largo dappertutto. Seguitava il re Berengario a tenerseli amici, e con ciò difendeva l'Italia.
NOTE:
[1794] Chron. Casauriens., P. II, tom. 2, Rer. Ital.
[1795] Anonymus, in Paneg. Berengarii, lib. 2.
[1796] Antiquit. Ital., Dissert. XXII, pag. 245.
[1797] Antiquit. Italic., Dissert. XIX et IV.
[1798] Annalista Saxo, Hermannus Contractus, in Chronico et alii.
Anno di CRISTO DCCCCXI. Indizione XIV.
ANASTASIO III papa 1. LODOVICO III imperadore 11. BERENGARIO re d'Italia 24.
Mancò di vita in quest'anno nel mese di maggio Leone il Saggio imperadore dei Greci[1799], e gli succederono nell'imperio Alessandro suo fratello e Costantino Porfirogenito, suo figliuolo di età puerile. Girolamo Rossi[1800] cita uno strumento scritto in Ravenna anno octavo Sergii pontificis, Indictione quartadecima. Perciò il padre Pagi[1801] fondatamente scrisse che Sergio III papa condusse sua vita fino a qualche mese dell'anno presente. Frodoardo anch'egli, siccome è detto di sopra, attesta[1802] che questo pontefice tenne la sedia di san Pietro annis septem amplius. Finalmente il Lambecio[1803] pubblicò un'altra bolla del medesimo papa scritta in kalendis junii, anno pontificatus domni Sergii summi pontificis et universalis papae VIII, Indictione XIV. Perciò resta assai accertato il tempo di sua morte. Era in sì mal concetto questo papa presso il cardinal Baronio, che, riferendo esso porporato[1804] il di lui epitaffio, conservato a noi da Pietro Mallio[1805], non vi seppe trovare, benchè scrittore di tanto discernimento, se non Sergio I papa morto nell'anno 701. Ma indubitata cosa è che esso appartiene a questo pontefice, sì per le notizie che contiene, come ancora perchè uniforme a quanto scrisse di lui Frodoardo, siccome abbiam veduto di sopra. L'epitaffio è questo, che a' tempi di Pietro Mallio, cioè nel secolo duodecimo, tuttavia si conservava nella basilica vaticana:
LIMINA QVISQVIS ADIS PETRI METVENDA BEATI, CERNE PII SERGII EXCVBIASQVE PETRI. CVLMEN APOSTOLICAE SEDIS IS IVRE PATERNO ELECTVS TENVIT, VT THEODORVS OBIT. PELLITVR VRBE PATER. PERVADIT SACRA IOHANNES, ROMVLEOSQVE GREGES DISSIPAT ISTE LVPVS. EXVL ERAT PATRIA SEPTEM VOLVENTIBVS ANNIS POST MVLTIS POPVLI VRBE REDIT PRECIBVS. SVSCIPITVR PAPA. SACRATA SEDE RECEPTA GAVDET. AMAT PASTOR AGMINA CVNCTA SIMVL. HIC INVASORES SANCTORUM FALCE SVBEGIT ROMANAE ECCLESIAE IVDICIISQVE PATRVM.
Nel primo pentametro in vece di EXCVBIAS s'ha da leggere EXVVIAS. Nel secondo si accenna Teodoro II papa morto nell'anno 898. Nel terzo esametro l'autore dell'epitaffio parla di Giovanni IX papa. Ma ciò che rendè sì esoso Sergio III al piissimo cardinal Baronio, fu l'essere noto che egli fu scomunicato dal pontefice Giovanni VIII; ma fu poi anche assoluto dai papi successori. Sigeberto[1806] ed altri suoi copiatori il tacciano, perchè infierì contra il cadavero e le ordinazioni di papa Formoso. Abbiam detto ciò essere falsissimo. Nè entrò egli come ladro, ma come pastore a reggere la greggia di Cristo. Quel solo che può giustamente fargli discredito, si è, che Maria soprannominata Marozia, nobilissima patrizia romana, ma anche donna di vita disonesta in questi tempi, se vogliam prestar fede alla mala lingua di Liutprando[1807], ex papa Sergio Johannem, qui post Johannis ravennatis obitum sanctae romanae Ecclesiae obtinuit dignitatem, nefario genuit adulterio. Così lasciò scritto quello storico, ma solo garante di questa indignità, e copiato poi alla cieca dai susseguenti scrittori. Può essere che egli dica il vero. Contuttociò, si potrebbe dimandare se s'abbiano a prendere come verità contanti tutte le laidezze e maldicenze, delle quali è sì vago nella sua storia Liutprando. Prestava egli fede a tutte le pasquinate e a tutti i libelli infamatorii di quei tempi, che neppure allora mancavano.
Durava in Roma una fazione contraria a papa Sergio III, e si può lecitamente sospettare che questa spargesse delle velenose dicerie in aggravio della di lui persona e fama. Son ben persuaso che Marozia desse non poche occasioni di scandalo a Roma, e ne vedremo a suo tempo le pruove; ma a poter asserire con franchezza ch'essa da Sergio procreasse Giovanni, che poi tenne la cattedra di san Pietro, di gran pruove ci vogliono. A buon conto di questo Giovanni XI papa così scrive Leone Marsicano, ossia l'Ostiense, storico del secolo susseguente[1808]: Defuncto Agapito papa secundo, Johannes undecimus natione romanus, Alberici Romanorum consulis filius, illi in pontificatum succedit. Falla l'Ostiense in dire che Giovanni XI succedesse ad Agapito; siccome anche poco accuratamente scrisse Liutprando che Giovanni XI succedette a Giovanni X. Ma in fine Leone Ostiense può a noi servire di testimonio, essere stata la tradizione di Roma che Giovanni XI fosse figliuolo di Alberico console de' Romani e marchese, e non già di Sergio III papa. E Marozia è da credere che fosse moglie del medesimo marchese Alberico. Veggasi anche l'Anonimo salernitano[1809], scrittore di questo medesimo secolo, il quale notò che papa Giovanni XI fu figliuolo cujusdam Alberici patricii. E se fosse certo, come vuole il padre Pagi all'anno 908, che nella vita di santo Ulderico vescovo di Augusta, in vece di Marino si avesse da leggere Sergio papa, avrebbe esso Sergio avuto il dono della profezia. Ora a Sergio III succedette nel pontificato Anastasio III. Fece in quest'anno[1810] Anselmus gratia Dei comes comitatu veronense, et filius bonae memoriae Waldoriensis Francorum genere, nel suo ultimo testamento una donazione di varii beni monasterio sancti Silvestri sito in comitatu motinense, ubi vocabulum est Nonantulas. La carta è scritta regnante domno nostro Berengario rege hic in Italia, anno vicesimo quarto sub die de mense septembris, Indictione XV. Ebbero poco dappoi cura i monaci di far confermar questa sua disposizione dallo stesso re Berengario, che ci scuopre dov'egli allora dimorasse. Fu dato il diploma V kalendas novembris, anno dominicae Incarnationis DCCCCXI, domni vero Berengarii serenissimi regis XXIV, Indictione quintadecima. Actum Papiae. Tornò probabilmente di quest'anno in Italia Landolfo principe di Benevento e di Capoa, e si diede col minor fratello, cioè con Atenolfo II, a governar saggiamente i suoi popoli. Portò seco da Costantinopoli l'illustre titolo di patrizio: del che si vede che egli si gloriava ne' suoi diplomi. Questo nondimeno dà abbastanza a conoscere aver egli suggettati gli Stati suoi alla sovranità degli imperadori greci, i quali, con compartire lo stesso onore e titolo a Gregorio duca di Napoli e a Giovanni duca di Gaeta, andarono slargando la loro autorità e dominio in quelle parti d'Italia. L'ultimo anno fu questo della vita di Lodovico re di Germania[1811]. Morì in età giovanile, senza aver presa moglie, senza lasciar figliuoli. Concorrevano i voti dei baroni in Ottone duca di Sassonia, che fu avolo di Ottone I Augusto, ma egli, colle scuse della vecchiaia, ricusò questo peso, e consigliò di appoggiarlo a Conrado ossia Corrado duca della Francia orientale, che in fatti fu eletto re. Che questi nudrisse delle pretensioni sopra l'Italia, si può dedurre da quanto lasciò scritto Eccardo con dire[1812]: Hattonem moguntinum (archiepiscopum) in Italiam, jus regium exacturum, tendentem Constantiam devenisse, et rediisse divitem ab Italia ditissimum. Verisimilmente il re Berengario smorzò con dei regali fatti a questo arcivescovo un principio di nuovo incendio. E dipoi Corrado ebbe di pensare alla casa propria per cagion degli Ungheri, che di tanto in tanto portavano le stragi e i saccheggi ora ad una provincia ed ora ad un'altra del regno germanico.
NOTE:
[1799] Cedrenus, Leo Grammaticus et alii.
[1800] Rubeus, Hist. Ravenn., lib 5.
[1801] Pagius, ad Annales Baron.
[1802] Frodoardus, de Roman. Pont., P. II, tom. 3 Rer. Ital.
[1803] Lambecius, Rer. Hamburg., lib. 1.
[1804] Baron., in Annal. Eccles.
[1805] Petrus Mallius, de Basil. Vatic., in Actis Sanctor., tom. 7.
[1806] Sigebertus, in Chronico.
[1807] Liutprandus, Hist., lib. 2, cap. 13.
[1808] Leo Ostiensis, in Chron., lib. I, cap. 61.
[1809] Anonymus Salernit., Paralipom., P. II, tom. 2 Rer. Ital.
[1810] Antiquit. Ital., Dissert. XXII.
[1811] Marian. Scotus, Hepidannus, Hermannus Contractus et alii.
[1812] Echeardus, de Cas. Monast. S. Galli, cap. I.
Anno di CRISTO DCCCCXII. Indiz. XV.
ANASTASIO III papa 2. LODOVICO III Imperadore 12. BERENGARIO re d Italia 25.
Mercè del saggio governo del re Berengario continuò la quiete e pace nel cuor dell'Italia in questi tempi, perchè egli sapeva rendersi benevoli gli allora formidabili Ungheri, trattenendoli dal tornare in Italia. Duravano solamente gli affanni nella Campania per le scorrerie dei Saraceni abitanti presso al fiume Garigliano, e ne' confini del Piemonte e delle circonvicine parti, a cagion degli altri Saraceni spagnuoli che dimoravano in Frassineto. Tornarono in quest'anno gli Ungheri a devastar la Sassonia e Turingia. Ma nella Gallia, dove per tanti anni addietro i Normanni, peste del genere umano, aveano riempiute tutte le occidentali provincie d'incendii, ruberie e morti, finalmente si cominciò a respirare[1813] col ripiego preso di cedere a Rollone, capo di que' masnadieri, quel tratto di paese che cominciò ad appellarsi Normandia. A questo s'indusse Carlo il Semplice re della Gallia per le istanze de' suoi baroni. Rollone, con abbracciare la religion cristiana, e ricevere il santo battesimo, in cui gli fu mutato il proprio nome in quello di Roberto, condusse anche il popolo suo a rinunziare agl'idoli, e diede principio ad un insigne ducato in quelle parti. Noi vedremo, nel secolo susseguente, la lor nazione in grand'auge anche in Italia. Mancò di vita nel presente anno Rodolfo I re di Borgogna[1814], e in luogo di lui assunse il governo di quel regno Rodolfo II suo figliuolo. Questo principe ancora si lascierà vedere in Italia da qui a pochi anni, e farà parlar di sè stesso. Possedeva il celebre monistero della Nonantola, secondo l'uso di questi tempi, fra gli altri monisteri da sè dipendenti, uno d'essi situato nel distretto di Trivigi, e fondato da Gherardo conte più di cento anni prima[1815]. Nella irruzione degli Ungheri restò affatto distrutto quel sacro luogo, e seppellito nelle rovine il sepolcro de' santi martiri Senesio e Teopompo, i corpi de' quali ivi riposavano. Ebbe premura Pietro abbate nonantolano che questi sacri pegni fossero trasportati a Nonantola; e una tal traslazione fu fatta nell'anno presente, come ha il Sigonio[1816] e il catalogo degli abbati nonantolani da me dato alla luce[1817]. Leggesi presso l'Ughelli descritta essa traslazione da un antico scrittore. Fu questo l'ultimo anno della vita di Pietro Tribuno doge di Venezia. Il Dandolo[1818] ripruova l'avere alcuni scritto ch'egli fu un principe iniquo e pessimo, e che per gli suoi demeriti fu ucciso dal popolo, sapendosi da autentiche scritture aver fatta lega in lui la benignità colla saviezza, e ch'egli, dopo aver pacificamente governato il suo popolo per ventitrè anni e ventitrè giorni, era di morte naturale mancato. Per elezione del popolo fu sustituito in suo luogo Orso Particiaco, ossia Participazio II, soprannominato Paureta. Inviò questi da lì a poco alla corte di Costantinopoli Pietro suo figliuolo a significare al greco Augusto la promozione sua. Probabilmente era allora imperadore Costantino Porfirogenito fanciullo, perchè in quest'anno morì Alessandro suo zio. Molte finezze, molti regali ricevette il veneto giovine; e ornato ancora del titolo di protospatario se ne tornava tutto contento a casa, quando sui confini della Croazia fraudolentemente si trovò preso da Michele duca di Schiavonia, spogliato di quanto avea, e consegnato a Simeone re dei Bulgari. Se volle Orso doge riavere il figliuolo, fu necessitato a spedire in Bulgaria Domenico arcidiacono di Malamocco, che con grandissimi doni il riscattò, e in benemerito fu dipoi creato vescovo della sua chiesa. Abbiamo dagli storici greci[1819] che il suddetto re dei Bulgari in questo medesimo anno con un copioso esercito passò ad assediar Costantinopoli; ma conosciuto che troppo duro era quell'osso, diede orecchio a chi trattò di pace; laonde carico d'oro e di altri regali se ne tornò alle sue contrade. Trovandosi il re Berengario in Pavia, diede facoltà, siccome accennai di sopra, a Resinda badessa del monistero di Posterla di poter fabbricare castelli, cioè fortezze nelle ville e tenute del suo monistero[1820], cum bertiscis, merulorum propugnaculis, aggeribus, atque fossatis, omnique argumento, ad paganorum deprimendas insidias. Vuol dire per difendersi dalla pessima generazion degli Ungheri pagani. Anche nell'anno precedente avea Berengario accordata una simile facoltà a Pietro vescovo di Reggio, come costa da altro suo diploma. Di qua poi venne che specialmente per la Lombardia più di prima si cominciarono a fabbricar fortezze, rocche, torri e castella ben munite in tal copia, che nel secolo susseguente si mirava in queste contrade, per così dire, una selva di questi luoghi forti; ed ogni signorotto, non che i marchesi, conti ed altri signori potenti, n'era provveduto.
NOTE:
[1813] Gementicens., Hist. lib. 2, cap. 17.
[1814] Hermannus Contract., in Chron.
[1815] Ughell., Ital. Sacr., tom. 5 in Episcop. Tarvis.
[1816] Sigonius, de Regno Ital.
[1817] Antiq. Ital., Dissert. LXVII.
[1818] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.
[1819] Curopalata, Simeon Logotheta et alii.
[1820] Antiquit. Ital., Dissert. XXVI, pag. 467 et 469.
Anno di CRISTO DCCCCXIII. Indizione I.
LANDONE papa 1. LODOVICO III imperadore 13. BERENGARIO re d'Italia 26.
Circa questi tempi succederono delle rivoluzioni in Sicilia. Quivi signoreggiavano da gran tempo i Mori, o vogliam dire i Saraceni africani. Erasi non picciola parte d'essi ribellata al re dell'Africa loro signore, e nell'anno 909, per quanto si raccoglie da una cronica araba[1821], cacciarono e mandarono in Africa il governatore ivi messo dal re. In quest'anno fecero loro amira, ossia generale, Korhab; laonde per domare costoro fu spedita nell'anno seguente dall'Africa un'armata navale, ma il figliuolo di Korhab uscito all'incontro d'essa coll'armata de' Siciliani, pose la nemica in rotta, e l'incendiò. Tanto son brevi quelle memorie, che solamente a tentone si può dar conto di quegli affari. Credo il Sigonio[1822], seguitato in ciò dal padre Pagi[1823], che in quest'anno circa la metà di ottobre Anastasio III papa terminasse i suoi giorni. Frodoardo[1824] scrittore di questi tempi, dopo aver narrata la morte di papa Sergio III, seguita a dire:
. . . . . . . . . Quo rebus ademto Humanis, in Anastasium Sacra concinit aula. Tertius hoc praesul renitet qui nomine Romae, Sedis apostolicae blando moderamine rector, Sentiat ut Christum veniae sibi munere blandum.
In luogo suo fu eletto papa Landone, a noi solamente noto pel nome, senza sapersi alcuna azione di lui. Fece in questi tempi Corrado re di Germania, non senza ingratitudine, guerra ad Arrigo duca di Sassonia, che fu padre di Ottone Augusto il Grande: ma nulla vi guadagnò. Ebbe maggior fortuna nel regno della Lorena, di cui s'era impadronito Carlo il Semplice re di Francia[1825], e ne staccò almeno l'Alsazia. Nella Cronichetta amalfitana[1826], da me data alla luce, noi troviamo in questi tempi duca d'Amalfi Mansone, il quale dopo sedici anni di governo diede l'addio al secolo e si fece monaco. Nel dì 10 d'agosto dell'anno presente era in Pavia il re Berengario, dove donò al monistero delle monache della Posterla[1827] una parte del muro di quella città.
NOTE:
[1821] Chronic. Arabicum, P. II, tom. 2 Rer. Ital.
[1822] Sigon., de Regno Ital., lib. 6.
[1823] Pagius, ad Annal. Baron.
[1824] Frodoardus, de Roman. Pontificib.
[1825] Chronic. breve sancti Galli.
[1826] Antiq. Ital., tom. 1, pag. 210.
[1827] Ibid., Dissert. XI, pag. 587.
Anno di CRISTO DCCCCXIV. Indizione II.
GIOVANNI X papa 1. LODOVICO III imperadore 14. BERENGARIO re d'Italia 27.
Ci assicura Girolamo Rossi di aver veduto uno strumento scritto in Ravenna a' tempi di papa Landone[1828] nonis februarii, Indictione secunda. Perciò egli era vivo nel febbraio dell'anno presente. Di lui così scrive Frodoardo[1829]:
Lando dein summam Petri tenet ordine sedem. Mensibus hanc coluit sex, ut denisque diebus, Emeritus patrum sequitur quoque fata priorum.
Venne egli perciò a morte in questo anno, ed ebbe per successore Giovanni X papa, dianzi arcivescovo di Ravenna, il quale, siccome apparirà da una sua bolla che accennerò all'anno 917, prima del dì 19 di maggio dell'anno presente fu eletto e consecrato papa, e non già nell'anno 912, come fu d'avviso il cardinal Baronio[1830]. La penna satirica di Liutprando[1831] ha sommamente screditata la memoria ancora di questo Giovanni romano pontefice. Racconta egli che Teodora, scortum impudens, madre di Marozia soprammentovata, ed avola materna di Alberico, che vedremo a suo tempo signore o tiranno di Roma, era la padrona assoluta di Roma, romanae civitatis non inviriliter monarchiam obtinebat. Se è vero quanto con tali parole vuol dire Liutprando, un gran processo è questo contra della nobiltà e del popolo di Roma, che tanta possanza lasciava ad un'impudica femmina. Capitò a Roma Giovanni, speditovi da Pietro arcivescovo di Ravenna. Se ne invaghì Teodora. Venne in quel tempo a morte il vescovo di Bologna, e Giovanni fu eletto per successore in quella chiesa. Ma paulo post ante hujus diem consecrationis venne a morte il suddetto arcivescovo di Ravenna, e l'ambizioso Giovanni, per esortazione e mezzo di Teodora, lasciata andare la chiesa di Bologna, locum ejus contra sanctorum patrum instituta sibi usurpavit. Aggiunge Liutprando, che modica temporis intercapedine, Deo vocante, qui eum injuste ordinaverat papa, defunctus est. Theodorae autem Glycerii mens perversa, ne amasii ducentorum milliarium intercapedine, quibus Ravenna sequestratur a Roma, rarissimo concubitu potiretur, ravennatis hunc sedem archiepiscopatus coegit deserere, romanumque (proh nefas) summum pontificium usurpare. Che Giovanni per gli forti maneggi di questa femmina fosse trasportato sul trono di san Pietro, non ho difficoltà a crederlo. Che fosse anche universalmente biasimato questo suo passaggio dalla chiesa di Ravenna a quella di Roma, ne son più che persuaso. Era contro la disciplina ecclesiastica de' vecchi tempi. I canoni, ed anche l'ultimo concilio romano dell'anno 898 riprovavano tali traslazioni, per frenare in tal guisa la cupidità ed ambizione de' vescovi. Ma non si può già senza ribrezzo ascoltare il cardinal Baronio, allorchè chiama Giovanni X pseudopapam, nefarium invasorem, meretricis viribus Romae pollentem. Non è già simile l'entrare in una chiesa per via della simonia, e il farvi passaggio da un'altra chiesa. Roma aveva allora bisogno di un papa di gran senno e coraggio. Tale fu creduto l'arcivescovo di Ravenna, e in casi di bisogno cedono le leggi della disciplina ecclesiastica. Ed essendo stato Giovanni eletto senza scisma, e riconosciuto dalla Chiesa universale per legittimo e vero papa, il mettere oggidì in dubbio il suo pontificato, non dovrebbe essere permesso, siccome punto che potrebbe tirarsi dietro delle brutte conseguenze. Poichè, quanto al dirsi da Liutprando, che per motivo d'impudicizia Giovanni fu da Ravenna condotto alla cattedra di san Pietro, so che chi è avvezzo a credere piuttosto il male che il bene, anzi truova agevolmente anche nelle azioni più buone il male, immantenente lo crederà. Ma non così, chi sa a quante dicerie del volgo è sottoposta la vita dei grandi. Attesta lo stesso Liutprando di aver ricavata questa notizia dalla vita della suddetta Teodora, ut testatur ejus vita. Buon testo sicuramente per ispacciar somiglianti iniquità senza pericolo di ingannarsi. Da quella vita, ossia da quell'infame romanzo, avrà anche imparato Liutprando che poco dopo essere stato promosso Giovanni all'arcivescovato di Ravenna, passò al sommo pontificato. Modica temporis intercapedine, dice egli. Ora sappia il lettore averci dato Girolamo Rossi[1832] degl'indubitati riscontri che fin dall'anno 905 Giovanni cominciò a governar la chiesa di Ravenna. Id, scrive egli, monumenta Ursiani tabularii complura testantur. Venne egli al romano pontificato nell'anno presente 914. E pure l'autor di quella satirica vita, ovvero Liutprando, ci dice, che non potendo sofferire l'impudica Teodora la troppa lontananza del drudo, modica temporis intercapedine, il fece passare al soglio pontificio. Come prestar fede ad autori sì mal informati e sì inclinati alla maldicenza? Uno strumento e un diploma abbiamo nella Cronica del monistero di Volturno[1833], spettanti a Landolfo ed Atenolfo principi di Benevento e di Capoa. Il primo fu scritto anno imperii domni nostri Constantini septimo, et quinto anno patriciatus domni nostri Landulfi, necnon et quinto anno domni nostri Athenulfi principis, mense novembri, tertia Indictione. Actum Capuae. Se l'indizione comincia, come io credo, nel settembre, sono spettanti all'anno presente, e ci conducono a conoscere che Landolfo era stato creato patrizio dal greco imperadore prima della metà di novembre dell'anno 911, e similmente Atenolfo suo fratello creato collega nel principato. Veggendo noi parimente mentovati gli anni di Costantino VIII imperatore d'Oriente in Capoa, viene a confermarsi la sovranità rimessa in Benevento e Capoa dall'Augusto greco. Si scorge ancora che dall'anno 911, e non già dal 912, come volle il padre Pagi, si cominciarono a contare gli anni del di lui imperio.
NOTE:
[1828] Rubeus, Hist. Ravenn., lib. 5.
[1829] Frodoardus, de Roman. Pontific.
[1830] Baron., in Annal. Eccl. ad ann. 912.
[1831] Liutprandus, Hist., lib. 2, cap. 13.
[1832] Rubeus, Hist. Ravenn., lib. 5.
[1833] Chron. Vulturnense, P. II, tom. 1 Rer. Ital.
Anno di CRISTO DCCCCXV. Indiz. III.
GIOVANNI X papa 2. LODOVICO III imperadore 15. BERENGARIO imperadore 1.
Lasciò scritto il Dandolo[1834] che quarto Conradi (re di Germania) anno Saraceni Italiam graviter premunt. L'anno quarto d'esso Corrado correva nel presente; e però ci si porge fondamento di credere che in quest'anno i Saraceni, abitanti presso il Garigliano, facessero qualche funestissima scorreria nella Campania e nel ducato romano, e desolassero le chiese e famiglie degl'infelici Cristiani. Assai verisimile inoltre è che Giovanni X papa, uomo di gran mente e cuore, siccome fra poco il vedremo appellato dal panegirista di Berengario, prendesse di qui la risoluzione di crear imperadore il re Berengario. Da questo passo, quanto io vo conghietturando, s'era guardata finora la corte di Roma, perchè viveva tuttavia l'orbo imperadore Lodovico, che quantunque nulla s'impacciasse degli affari d'Italia, e niun conto di lui facesse Roma e l'Italia, ciò non ostante, conservava il titolo d'imperadore, nè i papi amavano di levargli questa ombra di diritto e di dignità. Ma vinse il bisogno, e fece mutar sistema. Non si potea più tollerare l'insolenza e crudeltà dei Mori del Garigliano, che si divoravano tutte le rendite delle terre pontificie, e facevano languire nella povertà i papi d'allora. Nè Berengario dovea sentirsi voglia di far delle spese in condurre una armata allo esterminio di quegl'infedeli, dando probabilmente per risposta ai pontefici, che ricorressero per aiuto al loro imperadore in Provenza. Ora Giovanni papa inviò al re Berengario una ambasciata con molti regali, pregandolo di venir a liberar da que' cani gli spolpati stati della Chiesa, e i circonvicini ancora. Gli esibì eziandio la corona imperiale, per maggiormente animarlo all'impresa. Finora Berengario era stato solamente re d'Italia, nè avea voluto adoperar la forza per ottener l'altra corona, come attesta il suo panegirista, con dire[1835]:
Summus erat pastor tunc temporis urbe Johannes, Officio affatim clarus, sophiaque repletus, Atque diu talem meritis servatus ad usum.
Ebbe ben più conoscenza di questo papa, Giovanni esso panegirista che non l'ebbero Liutprando e il cardinal Baronio, ed ecco come diversamente egli ne parla, aggiugnendo:
Quatenus huic prohibebat opes vicina Charybdis, Purpura quas dederat majorum sponte beato, Limina qui reserat castis rutilantia, Petro.
Cioè i vicini Mori il privano delle terre che la pietà degli antichi imperadori aveva donato alla Chiesa romana. Seguita a dire:
Dona duci[1836] mittit, sacris advecta ministris. Quo memor extremi tribuat sua jura diei Romanis, fovet Ausonias quo numine terras, Imperii sumturus eo pro munere sertum; Solus et occiduo Caesar vocitandus in orbe.
Cioè gli manda dei donativi, scongiurandolo colla memoria del dì del giudizio di liberar le terre dei Romani, e di rimettere in essi quella pace ch'egli facea col suo buon governo godere al resto dell'Italia, promettendogli la corona imperiale per questo. Truovo io nell'aprile di questo anno il re Berengario in Pavia, ciò apparendo da un bellissimo placito[1837] quivi tenuto, anno regni domni Berengarii regis, Deo propitio, vigesimo octavo, mense aprilis, Indictione tertia. Che v'intervenisse lo stesso re, l'abbiamo dalle prime parole, che son queste: Dum in Dei nomine in Viridario juxta palacio domni regis hujus ticinensis, ubi domnus Berengarius gloriosissimus rex praeerat, et suum generalem tenebat placitum, ec. È per altro riguardevole quel placito per la notizia ch'esso ci porge, come Radaldo illustre conte e marchese (non so di qual marca) godeva in benefizio una parte dei beni del monistero di san Colombano di Bobbio, per concessione dei re, i quali pagavano e ricompensavano allora con iscandalo i servigi dei loro uffiziali colla roba delle chiese: il che si praticava in molti paesi cristiani. Non contento di ciò, aveva anche occupata una corte appellata Barbada, benchè spettante alla parte riserbata all'abbate e ai monaci per loro sostentamento. Ne fece querela Teodelassio abbate, e fu sentenziato che gli fosse restituita la sua corte. Leggesi medesimamente presso il Campi[1838] un diploma dato dal re Berengario in questo stesso anno, VII kalendas augusti. Actum in Sinna. Che luogo sia questo, nol so. Un altro ancora vien rapportato dall'Ughelli[1839], dato kalendis septembris del medesimo anno. Actum cucte Curciano. Neppur questa so io dir dove fosse. Seguita poi a dire il panegirista che Berengario, intesa ch'ebbe l'ambasciata e volontà del papa, si diede a raunar l'armata per portarsi a prendere l'imperial corona, ed impiegarsi in servigio di lui:
Talibus evictus precibus, jubet agmina regni, Queis cum bella tulit, queis cum sacra munera pacis Affore, quae tanti gressum comitentur honoris.
Disposte le cose, Berengario si mise in viaggio alla volta di Roma. Un rozzo placito, già accennato dal Fiorentini e da me poi dato alla luce[1840], ci fa vedere fin dove egli fosse giunto nel dì 10 di novembre, cioè fuori di Lucca. Fu scritta quella carta originale, da me avuta sotto gli occhi, anno regni domni Berengarii regis, Deo propitio, vigesimo octavo, decimo die mensis novembris, Indictione quarta, cioè nell'anno presente, essendo cominciata nel settembre l'indizione quarta. Le prime parole del placito son queste, concepute con istile del secolo d'oro della latinità: Dum domnus Berengarius serenissimus rex pro timore Dei et statum omniumque sanctarum Dei ecclesiarum electorum populo hic italicis abitantibus, animaeque suae mercedem justitiam adimplendam partibus Romam iret, cumque pervenisset infra Tuscia foris hanc urbem Luca, ec. Sicchè per tempo scorgiamo non sussistere l'opinione del Sigonio e del Baronio, che tennero conferita la corona dell'imperio ad esso Berengario nel settembre dell'anno presente. E che egli fosse coronato imperadore nel dì del santo Natale dell'anno presente, ne son io persuaso per le ragioni che addurrò qui sotto. Tuttavia perchè il panegirista di Berengario differisce la coronazione romana di Berengario sino alla ventura Pasqua, anch'io mi riserbo di parlarne all'anno seguente. Abbiamo poi dalla Cronica arabica cantabrigense[1841] che in Sicilia nell'anno presente, oppure nel seguente, primo die mensis januarii egressa classis Benkorhab (probabilmente ribello del re dei Saraceni africani) adversus Romaeos (cioè contra de' Greci) in loco, Halayanah dictum, periit in mari. Sicchè una fiera tempesta mandò a male con quella flotta tutti i disegni di quegl'infedeli.
NOTE:
[1834] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.
[1835] Anonymus, in Panegyr. Berengarii, lib. 4.
[1836] Cioè a Berengario.
[1837] Antiquit. Ital., Dissert. LXXIII.
[1838] Campi, Istor. di Piacenza, tom. 1. Apped.
[1839] Ughell., Ital. Sacr., tom. 4, in Episcop. Bergomens.
[1840] Antiquit. Ital., Dissert. X.
[1841] Chron. Arab. P. II, tom. 1, Rer. Ital.
Anno di CRISTO DCCCCXVI. Indizione IV.
GIOVANNI X papa 2. BERENGARIO imperadore 2.
Se vogliamo fidarci del panegirista di Berengario, questo principe, accostandosi la festa della resurrezione del Signore (che nel presente anno cadde nel dì 24 di marzo), s'incamminò verso Roma a prendere la corona dell'imperio, secondo il concerto fatto con papa Giovanni. Si legge con piacere descritta da esso panegirista[1842] quella magnifica funzione. All'udir che s'avvicinava alla regal città il futuro imperadore, uscì il senato e popolo con tutte le scuole delle diverse nazioni che si trovavano in Roma, Greci, Sassoni, Franzesi e simili, portando le lor bandiere ed insegne. In cima a quelle dei Romani si vedevano teste finte di fiere, cioè di lioni, lupi e draghi:
. . . . Namque prius patrio canit ore senatus, Praefigens sudibus rictus sine carne ferarum.
Tutti cantavano nella lor lingua le lodi di Berengario. Gli ultimi della processione erano i nobili giovani romani, fra i quali Pietro fratello del papa, e il figliuolo di Teofilatto console, i quali, dopo aver baciato i piedi a Berengario, gli diedero il ben venuto, e il complimentarono a nome della città. Stava il sommo pontefice Giovanni sulle scalinate di san Pietro, vestito degli abiti pontificali, col clero, aspettando il principe che veniva fra l'immensa calca del popolo sopra bianca chinea a lui inviata dal papa. Smontò Berengario, e, al salire delle scalinate, alzossi dal faldistorio papa Giovanni, e seguì fra loro con baci e toccamento di mani un festoso abbracciamento. Stavano chiuse le porte della basilica vaticana, nè si aprirono finchè Berengario non ebbe giurato di confermare, creato che fosse imperadore, tutti quanti gli stati e beni che la pia munificenza degli antichi imperadori avea donato alla Chiesa romana. Fatte le preghiere al sepolcro di san Pietro, passò il principe al palazzo lateranense, dove gli era apprestata una lauta cena. L'entrata sua pare che succedesse nel sabbato santo. Venuto poi il solennissimo giorno di Pasqua di resurrezione, procederono papa Giovanni e Berengario alla basilica vaticana, superbamente addobbata, fra gli strepitosi viva dell'innumerabil popolo. Quivi fu unto, quivi fu coronato imperador de' Romani Berengario con corona d'oro, ornata di gemme; furono cantate le acclamazioni votive del clero e popolo; e intimato il silenzio, fu letto ad alta voce il diploma, con cui il novello Augusto conservava alla Chiesa romana e ai sommi pontifici tutti gli stati e beni ad essa conceduti da' suoi predecessori, coll'intimazione delle pene contra chiunque ne turbasse il possesso e dominio ai successori di san Pietro. Ciò fatto, Berengario esercitò la sua pia magnificenza con superbissimi regali d'armi, vesti e corone d'oro, tempestate di gemme, non solamente alla basilica di san Pietro, ma anche all'altre della città, e, come si può credere, anche al papa, al clero, al senato e ai militi di Roma. In tale occasione ancora gran copia di moneta si gittava al popolo, siccome ho io dimostrato altrove[1843]. E qui l'anonimo poeta termina il panegirico di Berengario, con invitare i giovani poeti a cantare il resto delle azioni di questo nuovo imperadore:
Et post imperii diadema resumite laudes.
Adriano Valesio, che fu il primo a trar dalle tenebre questo poema istorico, prezioso frammento per la storia dello scuro secolo presente, fu di parere che il poeta fosse contemporaneo di Berengario. Ma, all'osservare ch'egli ha preso qualche abbaglio in punti importanti di storia, de' quali dovrebbe essere stato meglio informato chi rappresenta sè stesso poeta vecchio sul fine, non so io farmi a credere ch'egli, vivente Berengario, componesse quel poema. Parrà intanto inverisimile che dopo la morte di Berengario alcuno avesse intrapresa questa fatica. Pure non è fuori dei limiti del possibile che Berengario suo nipote, divenuto poi re d'Italia, si prendesse la cura di far tessere le lodi dell'avolo Augusto.
Ha già provato il padre Pagi con sode ragioni non sussistere l'opinione di chi riferì al settembre dell'anno precedente la coronazione romana di Berengario. Altre pruove ne ho addotte anche io di sopra, siccome pure nelle Antichità italiane[1844]. Che poi seguisse nel dì di Pasqua dell'anno presente quella maestosa funzione, dovrebbe a noi bastare la chiara asserzione della Cronica casauriense[1845] e del panegirista suddetto, che così ne scrive[1846]:
Mox crocei mundum lampas phoebea quadrigis Luce, Deus qua factus homo processit ab antro Tumbali, perflat......
Tuttavia son io persuaso che non nella Pasqua dell'anno presente, ma nel Natale dell'anno precedente, Berengario fosse innalzato al trono imperiale. Ne addurrò le pruove all'anno 921 e 924. Intanto, dopo aver noi veduto ch'egli era in Toscana nel dì 10 di novembre, incamminato alla volta di Roma, non pare che dovesse tardar tanto ad arrivarvi, e che piuttosto nel Natale egli avesse conseguito il diadema imperiale. Nè già dice il Fiorentini ch'egli seguitasse sino al marzo dell'anno 916 ad essere chiamato re, ma solamente dice che nel marzo si comincia a trovar memoria dell'imperio suo nelle carte di Lucca. Abbiam detto essere stato uno dei motivi, per gli quali fu promosso Berengario alla corona imperiale, il bisogno del suo aiuto per isterminare i Saraceni dal Garigliano. Leone Ostiense[1847] fece credere al Sigonio, al Baronio e ad altri che questa gloriosa impresa seguisse nell'anno 915, correndo il mese di agosto. Ma o egli fallò, o è scorretto il suo testo. Per confessione sua, il principale influsso per distruggere quel nido di assassini venne da papa Giovanni X, qui ex episcopatu ravennate triennio ante romanam sedem invaserat. Solamente in quest'anno ebbe principio il terzo anno del pontificato d'esso papa Giovanni; e però in questo dee essere succeduto l'esterminio di quegl'infedeli. Lupo protospata[1848] l'attestò anch'egli, scrivendo: Anno DCCCCXVI exierunt Agareni de Gariliano. Ora abbiamo da Liutprando[1849] e dal suddetto Ostiense che Giovanni papa, premendogli forte di snidare dal Garigliano i Saraceni, fin qui creduti invincibili, spedì alla corte imperiale di Costantinopoli per ottenere un'armata navale, la qual chiudesse la via del mare a quella canaglia, e impedisse i soccorsi che poteano sperare dall'Africa. Trasse in lega Landolfo principe di Benevento e di Capoa, Gregorio duca di Napoli e Giovanni duca di Gaeta, a' quali due ultimi Niccolò patrizio, soprannominato Picingli, generale dei Greci, portò l'onore del patriziato. Che anche l'imperador Berengario contribuisse non poche forze per quell'impresa, si può lecitamente conghietturare, e massimamente scrivendo l'Ostiense che papa Giovanni una cum Alberico marchione, cum valida pugnatorum manu, volle in persona intervenirvi, per maggiormente animare il popolo cristiano. Già dicemmo che Alberico era marchese di Camerino, e, secondo le apparenze, anche duca di Spoleti, e però vassallo di Berengario. Par credibile che egli guidasse le truppe date dall'imperadore; e da Liutprando sappiamo che le genti di Camerino e di Spoleti non mancarono a quella gloriosa spedizione. Diviso questo fiorito esercito, da due bande strinse i Saraceni, tenendo forte l'assedio o blocco per tre mesi: tempo che bastò ad affamar que' Mori, i quali non potendo più reggere, attaccato il fuoco a tutte le lor case ed arnesi, sbucarono impetuosamente fuori de' loro recinti, e scapparono chi qua chi là per le montagne e selve vicine. Ma gl'inseguirono con tal diligenza ed ostinazione i Cristiani, che di coloro niuno vi rimase che non fosse o ucciso, o preso vivo, o fatto schiavo. Per questa gloriosa impresa incredibile fu il gaudio dei fedeli di Cristo in Roma e negli altri circonvicini paesi, e lode ne riportò papa Giovanni, tuttochè non a tutti paresse proprio che un vicario di Cristo pacifico si portasse in persona ad assistere a quella sanguinosa danza, e desse egli il primo un esempio di praticar lo stesso ad altri. Intanto l'imperador Berengario venne da Roma verso la Lombardia. Un suo diploma presso il Margarino[1850] fu dato VIII kalendas junii, anno Domini DCCCCXVI, domni vero Berengarii serenissimi regis XXIX, imperii autem sui primo, Indictione IV. Actum curte Sina: luogo a me ignoto. In esso concede a Berta dilettissima figliuola sua, e badessa dell'insigne monistero di santa Giulia di Brescia, la facoltà di fabbricare un castello sulla riva del Ticino, cum bertiscis, spizatis, turribus, et merulorum propugnaculis, fossatis, atque aggeribus, omnibusque argumentis eidem castello necessariis. Il timore degli Ungheri, siccome dissi, facea prendere queste precauzioni agli Italiani. Un altro suo diploma in favore di Pietro vescovo d'Arezzo e della sua chiesa, da me pubblicato[1851], si vede dato X kalendas junii coll'altre sopra riferite note, e in fine Actum in civitate Ravenna. Nella Cronica arabica cantabrigense[1852] è notato sotto quest'anno che i Siciliani deposero Benkorhab, e il mandarono in Africa, dove egli e il figliuolo morirono. Pare che costui si fosse sollevato in Sicilia contra del re de' Mori, e che preso ed inviato in Africa, pagasse colla testa la pena della sua ribellione. Spedì il re africano nel mese d'agosto dell'anno presente una potente armata navale in Sicilia per estinguere quel fuoco, il quale verisimilmente fu cagione che in questi tempi la nazione saracenica da quelle parti non infestasse l'Italia.
NOTE:
[1842] Anonym., in Panegyr. Berengar., lib. 4.
[1843] Antiquit. Ital., Dissert. III, pag. 108.
[1844] Antiquit. Ital., Dissert. LVI.
[1845] Chron. Casauriense, P. II, tom. 2 Rer. Ital.
[1846] Anonymus, in Panegyrico Berengarii.
[1847] Leo Ostiensis, Chron., lib. 1, cap. 52.
[1848] Protospata, in Chronico, tom. 5 Rer. Ital.
[1849] Liutprandus, Hist., lib. 2, cap. 14.
[1850] Margarinius, Bullar. Casinens., tom. 2, pag. 40.
[1851] Antiq. Ital., Dissert. XVII.
[1852] Chron. Arabicum, P. II, tom. 1 Rer. Ital.
Anno di CRISTO DCCCCXVII. Indizione V.
GIOVANNI X papa 4. BERENGARIO imperadore 3.
Giacchè non si può saper l'anno preciso della morte di Adalberto II duca e marchese di Toscana, il Sigonio, il Contelori ed altri per coniettura l'hanno assegnata all'anno presente. Però in questo ne fo menzione anch'io. Mancò di vita questo rinomatissimo principe, come s'ha dal suo epitaffio, tuttavia esistente in Lucca, e rapportato dal Fiorentini[1853],
IN SEXTO DECIMO SEPTEMBRE NOTANTE CALENDAS.
Secondo le conietture da me addotte nelle Antichità estensi[1854], da lui discese la nobilissima casa d'Este. Un passo scorretto di Liutprando è stato cagione che di questo ricchissimo e glorioso principe abbiano parlato con discredito molti moderni scrittori, e principalmente il cardinal Baronio. Favellando esso storico di Marozia nobilissima romana, ch'egli ci vuol far credere donna prostituta, scrive[1855] ch'essa ex Alberto marchione Albericum (genuit) qui nostro post tempore romanae urbis principatum usurpavit. Ma Adalberto, dimorante in Toscana, nulla ebbe che far con Marozia abitante in Roma. In vece di Adalberto, Liutprando scrisse ex Alberico marchione; e lo può scorgere il lettore stesso in osservar quest'altre parole del medesimo autore, dove dice[1856]: Habuerat Marozia filium nomine Albericum, quem ex Alberico marchione ipsa genuerat. E l'antico scrittore della Cronica di Farfa[1857], che ebbe davanti agli occhi quella di Liutprando, anch'egli scrive che Marotia ex Alberico marchione habuit Albericum, qui post ejusdem urbis accepit principatum. Altre pruove di questa verità io tralascio, ristringendomi a dire che s'hanno da cassare alcune partite non sussistenti della penna del cardinal Baronio e d'altri contra la memoria del duca Adalberto II, non verificandosi neppure ch'egli avesse mano nell'elezione de' papi, come pensa il cardinale suddetto, il quale disavvedutamente ancora ci rappresentò Alberico principe di Roma, nato da esso Adalberto II e da Teodora sorella di Marozia, quando è fuor di dubbio che il giovane Alberico fu figliuolo di Alberico marchese e di Marozia patrizia romana. Ebbe questo duca Adalberto II per moglie Berta, figliuola di Lottario re della Lottaringia, ossia dell'antica Lorena, che gli procreò tre figliuoli, cioè Guido, Lamberto ed Ermengarda. Essendo mancata di vita Gisla, figliuola dell'imperador Berengario, moglie di Adalberto marchese d'Ivrea, fu essa Ermengarda presa per moglie da esso marchese d'Ivrea. Dopo la morte del duca Adalberto nel ducato della Toscana, per attestato di Liutprando[1858], filius ejus Wido a Berengario rege marchio patris loco constituitur. Sicchè Guido, se in quest'anno morì suo padre, cominciò a governare il ducato della Toscana.
Secondochè riferisce il Browero[1859], fu in questi tempi spedita da papa Giovanni X una bolla ad Aicone abate di Fulda in Germania. Essa è data XIIII kalendas junii, anno, Deo propitio, pontificatus domni Johannis summi pontificis et universalis decimi papae in sacratissima sede beati Petri apostoli quarto, imperante domno pissimo augusto, a Deo coronato magno imperatore, anno secundo, et patriciatus (se pur non ha da dire, come io credo, post consolatum) anno secundo, Indictione quinta. Ecco lo stile osservato anche sotto gli antichi imperadori sovrani di Roma. Dalla Cronica casauriense[1860] impariamo, che nell'anno presente l'augusto Berengario dovette portarsi a Camerino, da dove andò poi a visitare l'insigne monistero di san Clemente di Casauria fondato da Lodovico II imperadore. Quivi confermò i privilegii a quel sacro luogo. Il diploma è dato XII kalendas novembris, anno dominicae Incarnationis nongentesimo septimodecimo, domni vero Berengarii piissimi regis vicesimo octavo, imperii autem sui secundo, Indictione quinta. Actum in Piscaria. L'indizione quinta (quando non fosse stato scritto nell'originale VI piuttosto che V) qui corre sino al fine dell'anno: il che è cosa rara. Ma forse quel documento contien dei difetti, non sussistendo che in quest'anno corresse l'anno XXVIII del regno di Berengario, come stampò il padre Dachery, ma si bene l'anno XXX. Il Valesio[1861], in citar questo diploma, scrisse anno tricesimo, probabilmente correggendo l'errore del testo. Però si può anche dubitar dell'indizione. Se non si opponessero le ragioni addotte nell'anno precedente, questo trovarsi Berengario a a Pescara mi avrebbe fatto dubitare che l'esterminio de' Saraceni piuttosto in questo che in quell'anno fosse succeduto. E a persuaderlo potrebbe ancora concorrere la stessa Cronica casauriense, se fosse vero che Ittone abbate casauriense avesse dato principio al suo governo nell'anno 916, come vien preteso nella stampa d'essa Cronica; perchè ivi è scritto che a' tempi di questo abbate i Saraceni diedero un fierissimo sacco al monistero di Casauria, e distrussero tutte le castella e i poderi di quel sacro luogo. Ma non si può con sicurezza attenere in questo ai racconti di quello scrittore. Appartiene parimente all'anno presente un diploma del medesimo imperadore, ch'io già pubblicai[1862]. Conferma egli a Berta sua figliuola, che abbiam già veduta badessa del monistero di santa Giulia di Brescia, il monistero di san Sisto di Piacenza con tutti i suoi beni, secondo gli abusi di que' tempi. Fu dato quel diploma VI kalendas septembris, anno dominicae Incarnationis DCCCCXVI, domni vero Berengarii piissimi regis XXXVIII, imperii autem sui secundo, Indictione V. Actum in curte Sinna. Ma l'Indizione V mostra l'anno DCCCCXVII. Forse qui il cancelliere si servì dell'anno pisano. Ma neppure in questo documento dovrebbe essere l'anno XXXVIII del regno, essendo fuor di dubbio che allora correva l'anno XXX. Si vede qui che allora Odelrico marchese era conte del sacro palazzo. Questo personaggio il revedremo fra poco. Per quanto abbiamo dalla Cronica arabica[1863] sopraccitata, già spedito dall'Africa con un'armata navale Abusaid Aldaiph in Sicilia, nel dì 28 di settembre ebbe maniera di entrare in Palermo. Poscia nel dì 17 d'ottobre foedus percusserunt Siculi cum Ben-Ali Vava Assaario contra Abusaid Aldaiph, et obsessa est Panormus sex menses, et defecit in ea sal, ita ut salis uncia duobus tarenis vendi coeperit. Si vede che tuttavia durava la ribellion dei Mori in Sicilia contro il re loro, e i Siciliani tenevano coi ribelli.
NOTE:
[1853] Fiorentini, Memor. di Matilde, lib. 3.
[1854] Antichità Estensi, P. I, cap. 22.
[1855] Liutprandus, Hist., lib. 2, cap. 13.
[1856] Liutprandus, Hist., lib. 3, cap. 12.
[1857] Chron. Farfens., P. II, tom. 2 Rer. Ital. Anonymus Salernitanus, Paralipomen., Part. II, tom. 2 Rer. Ital.
[1858] Liutprandus, Hist., lib. 2, cap. 15.
[1859] Browerus, Antiquit. Fuldens., pag. 284.
[1860] Chronic. Casauriense, P. II. tom. 2 Rer. Ital.
[1861] Valesius, in Notis ad Panegyr. Berengar.
[1862] Antiquit. Ital., Dissert. VII.
[1863] Chronicon Arabicum, P. II, tom. I Rer. Ital.
Anno di CRISTO DCCCCXVIII. Indiz. VI.
GIOVANNI X papa 5. BERENGARIO imperadore 4.
Benchè molti sieno gli scrittori sì antichi che moderni, i quali riferiscono all'anno seguente la morte di Corrado re di Germania, pure Epidanno[1864], Ermanno Contratto[1865] ed altri[1866] storici, seguitati in ciò dal padre Pagi, dall'Eccardo e da altri moderni, la mettono accaduta nell'anno presente, prima del Natale del Signore. Fu principe di gran valore, e di non minor prudenza e pietà. Contra degli Ungheri ebbe più volte da sfoderar la spada, e continuò la guerra contro di Arrigo duca di Sassonia, chiamato dagli storici, per distinzione dagli altri Arrighi, l'Aucupe, cioè l'Uccellatore. Pure, venuto a morte, anteponendo l'amore del pubblico bene alle private sue passioni, egli fu che consigliò ai principi del regno germanico di eleggere per suo successore lo stesso Arrigo, principe ben meritevole di quella dignità[1867]. A questo fine gl'inviò lo scettro, la corona e gli altri ornamenti reali. Da un diploma, da me dato alla luce[1868], apprendiamo che l'imperador Berengario si trovava in Pavia nel dì 20 d'aprile dell'anno presente, dove confermò ai canonici di Padova i lor privilegii e beni. Leggonsi ivi queste note: Data XII kalendas maii, anno dominicae Incarnationis DCCCCXVII; domni vero Berengarii piissimi regis XXXVI, imperii anno III, Indictione VI. Actum civitate Papiae. Ma si dee scrivere anno DCCCCXVIII, seppure non si vuol ricorrere all'anno pisano: il che difficilmente m'induco io a credere. Son guasti ancora gli anni del regno, perchè allora era in corso l'anno XXXI. Ho io parimente pubblicato[1869] un bel placito, tenuto in Milano anno imperii domni Berengarii imperatoris tercio, mense aprilis, Indictione VI, cioè nell'anno presente. Il suo principio è questo: Dum in Dei nomine civitate Mediolani, curte ducati in laubia ejusdem curtis in judicio resideret Berengarius nepus et missus domni et gloriosissimi Berengarii serenissimi imperatoris avio et senior ejus, qui in comitatu mediolanense ab ipso imperatore missus esset constitutus, tamquam comes et missus discurrens, ec. Questo Berengario era figliuolo di Adalberto marchese d'Ivrea, e di Gisla figliuola dell'Augusto Berengario. Noi il vedremo a suo tempo re d'Italia. La corte del ducato, che si vede in Milano, significa il palazzo, dove solevano abitare i duchi. In altre città s'incontra la corte ducale, che vuol dire lo stesso. Le carte poi di questi tempi ci fanno vedere in Roma e nel suo ducato molti nobili che insieme sono appellati consoli e duchi, siccome ho mostrato altrove[1870]: probabilmente consoli, perchè membra del senato romano, il quale tuttavia durava; e duchi, perchè governatori di qualche città. Riuscì in quest'anno, oppure nel seguente, ai Siciliani e Mori ribelli[1871] di costringere alla resa nel dì 12 di marzo la città di Palermo dopo sei mesi d'assedio, con lasciare la libertà al presidio africano. Salem fu creato Amira, ossia governator generale della Sicilia. E sul fine dell'anno venne fatto ai Mori di occupare anche la città di Reggio in Calabria.
NOTE:
[1864] Epidannus, in Chron.
[1865] Hermann. Contractus, in Chron.
[1866] Marian. Scottus, in Chronico et alii.
[1867] Continuator Rheginonis, in Chronico.
[1868] Antiquit. Italic., Dissert. XXXVI.
[1869] Ibid., Dissert. IX.
[1870] Antiq. Ital. Dissert. V, pag. 161 et seq.
[1871] Chron. Arab., P. II, tom. 1, Rer. Ital.
Anno di CRISTO DCCCCXIX. Indizione VII.
GIOVANNI X papa 6. BERENGARIO imperadore 5.
È involta in un gran buio per questi tempi la storia d'Italia, non restando nè storie nè atti per gli quali si venga in cognizione di quel che operarono i papi, l'imperadore e gli altri principi d'Italia. Ci ha nulladimeno conservata Liutprando[1872] una notizia che mi sia lecito di riferire all'anno presente. Cioè che nacquero dissensioni fra l'imperador Berengario e Guido duca di Toscana; che questi insieme colla duchessa Berta sua madre fu preso e messo in prigione in Mantova. Ma che non potendo Berengario cavar dalle mani dei governatori fedeli ad essa Berta le città e castella della suddetta Toscana, rimise in libertà Guido e la madre. Bertha autem (sono le sue parole) Adalberti uxor cum Widone filio post mariti obitum, minoris non facta est, quam vir suus, potentiae. Quae tum calliditate et muneribus, tum hymenaei exercitio dulcis, nonnullos sibi fideles effecerat. Ma se Liutprando vuol tutte le principesse d'allora donne prostitute, senza che i mariti se ne alterassero punto, ci è ben permesso di ripetere ch'egli era una mala lingua, nè merita fede la satira sua. In età almeno di sessanta anni si trovava Berta in questi tempi; e questo autore è dietro a farci vedere ch'ella adescasse amanti e fedeli colle sue dissolutezze. Seguita poi a dire: Unde contigit, ut dum paulo post a Berengario simul cum filio caperetur, et Mantuae in custodia teneretur, suas civitates et castella omnia Berengario minime reddiderit, sed firmiter tenuerit, eamque postmodum de custodia simul cum filio liberavit. Null'altro sappiamo che questo poco di quell'avvenimento, con ignorarne i motivi e la maniera, con cui la duchessa Berta e Guido suo figliuolo restarono presi dall'Augusto Berengario. Circa questi medesimi tempi Landolfo ed Atenolfo II principi di Benevento e di Capoa ebbero guerra coi Saraceni, e l'ebbero ancora coi Greci padroni di Bari e di altre città. L'autore della Cronica di Volturno[1873] cel fa sapere con queste parole: Ilis temporibus supradicti principes multa cum Saracenis et Graecis certamina habuerunt; sed Dei misericordia victoriam acceperunt. In Sicilia, per attestato della Cronica arabica[1874] sul fine di quest'anno, o pur nel seguente, si fece tregua fra Salem governator moro e il popolo di Taormina: dal che scorgiamo che duravano le turbolenze in quell'isola, e vedremo che per molto tempo ancora tennero in esercizio le forze del sultano dei Mori, il quale intanto raunò un possente esercito per mare e per terra, senza che si conosca, se per ispedirlo in Sicilia, o pur verso altra parte. Sotto quest'anno scrive Frodoardo:[1875] Hungari Italiam, partemque Franciae, regnum scilicet Lotharii, depraedantur. Da alcuna altra storia non abbiamo notizia di questa incursione degli Ungheri in Italia. Pure si può credere. Stavano i popoli della Lombardia circa questi tempi in continua apprensione della venuta di questi cani. Ho io renduta pubblica la preghiera[1876] che allora quel di Modena faceva a san Geminiano suo protettore, acciocchè egli intercedesse da Dio,
Ut hoc flagellum, quod meremur miseri, Coelorum Regis evadamus gratia. Nam doctus eras Attilae temporibus Portas pandendo liberare subditos. Nunc te rogamus, licet servi pessimi, Ab Ungarorum nos defendas jaculis.
Leggonsi ancora altri versi per incitare il popolo a far buona guardia in que' calamitosi tempi.
NOTE:
[1872] Liutprandus, Hist., lib. 2, cap. 15.
[1873] Chron. Vulturnense, P. II, tom. 1 Rer. Ital.
[1874] Chron. Arab., P. II, tom. 1 Rer. Ital.
[1875] Frodoardus, in Chron., tom. 2 Rer. Franc. Du-Chesne.
[1876] Antiq. Ital., Dissert. I.
Anno di CRISTO DCCCCXX. Indiz. VIII.
GIOVANNI X papa 7. BERENGARIO imperadore 6.
Ricavasi da un diploma, da me dato alla luce[1877], che l'imperador Berengario, stando in Pavia nel dì 26 di settembre di quest'anno, confermò tutti i privilegii alla chiesa di Parma e ad Aicardo vescovo di quella città, chiamato Hercardo dall'Ughelli, interveniente Odelrico gloriosissimo marchione nostro. Non so io dire se Odelrico, il quale sosteneva ancora il grado di conte del sacro palazzo, fosse marchese del Friuli, o pure di Milano. Fu dato quel diploma VI kalendas octobris, anno dominicae Incarnationis DCCCCXX, domni vero Berengarii serenissimi regis XXXIII, imperii autem sui V, Indictione VIIII (cominciata nel settembre). Actum Papiae. Un altro suo privilegio, dato medesimamente in Pavia nel dì 6 di settembre[1878], ho io tolto alle tenebre. A questo medesimo anno dovrebbe appartenere un documento dello stesso Berengario[1879], in cui dona alla chiesa di sant'Antonino di Piacenza una picciola badia di santa Cristina posta in Pavia, ad intercessione di Grimaldo glorioso conte, e per gli meriti di Guido vescovo di essa città di Piacenza. Dicesi dato quel diploma XIII kal. januar. anno dominicae Incarnationis DCCCCXXI, domni vero Berengarii piissimi regis XXIV, imperii autem sui quinto, Indictione nona. Actum Veronae. Ma nel dì 20 di dicembre dell'anno 921 correva l'anno VI, e non già il V, per le ragioni addotte all'anno 916. Perciò o qui viene adoperato l'anno pisano, anticipante l'anno volgare, o pure ivi si ha da scrivere anno DCCCCXX, nel cui dicembre correva l'Indictione IX, e potea forse correre l'anno XXXIV del regno. Truovasi parimente nella cronaca farfense una confermazione di tutti i privilegii conceduti all'insigne monistero di Farfa, fatta dal medesimo imperadore. Il diploma porta queste note[1880]: Datum II kalendas julii, anno dominicae Incarnationis DCCCCXX, domni vero Berengarii XXVIII (si dee scrivere XXXIII), regni imperii autem V. Actum in curte Olonna. Fra l'altre cose egli conferma a quel monistero quidquid Albericus marchio in idem monasterium aliqua inscriptione condonavit in comitatu Firmano. Anche di qui può trasparire che il marchese Alberico, altre volte nominato di sopra, fosse marchese di Camerino, ed anche duca di Spoleti, giacchè il monistero farfense era nel ducato spoletino. L'autore della suddetta Cronica fa menzione della marca di Fermo. La stimo io una cosa stessa colla marca di Camerino. Attesero in questi tempi gli abbati di monte Casino, di san Clemente di Casauria e di Volturno a rimettere in piedi i lor monisterii già distrutti dai Saraceni. Merita poi d'essere rammentata la donazione della corte di Prato Piano, posta nel piacentino, che Berengario Augusto fece in quest'anno alla diletta sua moglie Anna. Per intercessione di Guido vescovo di Piacenza e di Odelrico inclito marchese. Il diploma, da me pubblicato[1881], ha queste note: Data VI idus septembris, anno dominicae Incarnationis DCCCCXX, domni vero Berengarii serenissimi regis XXXIII, imperii autem sui VI, Indictione VIIII. Actum Papiae. Ma qui dee essere scorretto l'anno VI dell'imperio, e in suo luogo s'ha da scrivere anno V. Ho io altrove[1882] citato uno strumento autentico, da me veduto in Reggio, con queste note: Berengarius gratia Dei imperator Augustus, anno imperii ejus quinto, decimo kalendas decembris, Indictione nona, cioè nell'anno presente. Come poi diplomi, che han tutta la ciera di originali, contengano sì fatti sbagli, non si sa così facilmente intendere. Moglie dell'Augusto Berengario era negli anni addietro Bertila. Noi qui ora troviamo Anna, a cui nondimeno non è dato il titolo di Augusta. Scrive il panegirista di Berengario una rilevante particolarità circa l'anno 889[1883].
. . . . . . Pariter tria fulmina belli Supponidae coeunt: regi sociabat amico, Quos tunc fida satis conjux: peritura venenis, Sed postquam haustura est inimica hortamina Circes.
Era congiunta in primo matrimonio col re Berengario Bertila, probabilmente figliuola di Suppone, veduto da noi duca di Spoleti nell'anno 872. Ch'ella fosse vivente anche nell'anno 910, s'è osservato di sopra. Di qui impariamo ch'essa fu levata dal mondo col veleno, e pare che per la sua infedeltà tanto male le avvenisse. Dovette Berengario passare alle seconde nozze con prendere questa Anna. Se inoltre le desse il titolo di Augusta, nol saprei dire.
NOTE:
[1877] Ibid., Dissert. LXIII.
[1878] Antiquit. Ital., Dissertat. XI pag. 583.
[1879] Campi, Istor. di Piacenza, tom. 1, Append.
[1880] Chron. Farfens., P. II, tom. 2 Rer. Ital.
[1881] Antiquit. Ital., Dissert. XX.
[1882] Ibid., Dissert. LXVI.
[1883] Anonymus, in Panegyrico Berengarii lib. 2.
Anno di CRISTO DCCCCXXI. Indizione IX.
GIOVANNI X papa 8. BERENGARIO imperadore 7. RODOLFO re d'Italia 1.
Rapporta l'Ughelli[1884] il testamento di Noterio ossia Notekerio vescovo di Verona, fatto, imperante domno nostro Berengario imperatore, anno sexto, sub die decimo de mense februarii, Indictione IX. Se questo atto è autentico, e se accuratamente trascritto dall'Ughelli, noi vegniamo a conoscere che Berengario non dovette ricevere la corona e il titolo imperiale nella Pasqua dell'anno 916, ma bensì prima del dì 10 di febbraio di esso anno; e con insorgere un sospetto che ciò seguisse nel Natale dell'anno 915, ed aver fallato il panegirista di Berengario, sulla cui relazione fondati alcuni hanno assegnata la di lui coronazione alla Pasqua suddetta dell'anno 916. Ma perchè l'Ughelli troppe volte porta scorretti i documenti nella sua Italia sacra, non possiam qui riposar sulla sola sua fede. Se un dì uscirà alla luce qualche diploma o strumento, scritto ne' mesi di gennaio e febbraio dell'anno 916 e dei susseguenti, finchè visse Berengario, allora si potrà meglio accertare questa partita. Il Sigonio[1885] attestò di averne veduto uno, dato regni sui trigesimo primo, imperii vero quarto, VII kalend. januarii, Indictione VII, cioè nel dì 26 di dicembre dell'anno 918. Il padre Pagi[1886] vuole che s'abbia, secondo i suol conti, a legger ivi imperii vero tertio. Ma se il Sigonio seppe ben leggere, e se autentico era quel diploma, vegniamo in cognizione che appunto nel dì di Natale dell'anno 915 accadde la coronazione romana di Berengario. Veggasi un altro documento qui sotto all'anno 924. Aggiungasi ancora che nell'indice delle carte dell'insigne archivio dell'arcivescovo di Lucca è notato un livello, dato da Pietro vescovo nell'anno II di Berengario Augusto nel dì 14 di marzo Indict. V, cioè nell'anno 917. Adunque prima della pasqua dell'anno precedente Berengario dovea avere ricevuta la corona dell'imperio. Abbiamo poi dal Dandolo[1887], che circa questi tempi gli Ungheri usciti della Pannonia empierono di desolazione la Moravia e la Boemia, con uccidere ancora il duca di quella contrada. Vennero poi nella Croazia, e, passato il castello di Leopoli, trovarono Gotifredo ed Ardo duchi insieme col patriarca di Aquileja (secondo i conti dell'Ughelli dovrebbe essere Orso) che attaccarono battaglia con loro; ma sfortunatamente, perchè quei due duchi vi lasciarono la vita, e il patriarca, mercè di un buon cavallo e degli speroni si ridusse in salvo. Diedero i barbari vincitori un sacco universale alla Croazia e Stiria; se ne tornaron pieni di bottino nella Pannonia, e di là passarono a far la stessa danza nella Bulgheria. Seguì parimente nell'aprile di quest'anno un fatto d'armi presso la città di Ascoli fra Landolfo principe di Benevento e di Capoa, ed Ursileo ossia Orseolo, generale dei Greci, che vi restò morto. Ne fa menzione Lupo protospata[1888] con queste parole: Anno 921 interiit Ursileo Stratigo in praelio de Asculo mense aprilis, et apprendit Pandulfum Apuleo. Secondochè osservò Camillo Pellegrino, qui si dee leggere Landulfus Apuliam. E che questo principe ritogliesse ai Greci la Puglia, si ricava da Liutprando[1889], che scrive, principem Landulphum septennio potestative Apuliam sibi subjugasse. Benchè l'imperador Berengario placidamente governasse il regno d'Italia, pure i mali che in quei tempi guastavano troppo di leggieri la pubblica quiete ed armonia, non gli permisero di goder più lungamente della pace. In quest'anno appunto succedette, a mio credere, ciò che vien narrato da Liutprando[1890]. Venuto a morte Gariberto arcivescovo di Milano, se volle Lamberto eletto suo successore entrar in possesso di quella chiesa, gli convenne, secondo i pessimi abusi d'allora, comperare il consenso dell'imperadore con buona somma di danaro, avendone egli esatta tanta quanta se ne solea dare ai camerieri, ai portieri e ai custodi de' pavoni e degli altri uccellami della corte. Se l'ebbe forte a male il novello arcivescovo, e cominciò tosto a meditarne la vendetta. Accadde che Adalberto marchese d'Ivrea, benchè genero dello stesso Berengario, Odelrico marchese e conte del sacro palazzo, benchè tanto beneficato da esso imperadore, e Gilberto potente e valoroso conte segretamente tramarono una ribellione contra del medesimo Augusto Berengario. Insospettitosene egli, fece mettere le mani addosso ad Odelrico, e il diede in guardia all'arcivescovo Lamberto, per prendere poi quelle risoluzioni che fossero credute più convenienti alla giustizia. Da lì a qualche giorno mandò Berengario dei messi con ordine all'arcivescovo di rimettere in mano di lui il prigioniere. La risposta ch'egli diede, fu, che se un par suo consegnasse alla giustizia alcuno, a cui si dovesse levar la vita, egli opererebbe contro i canoni, e meriterebbe di perdere il vescovato. Di più non occorse all'imperador Berengario per iscoprire il mal animo di Lamberto; e tanto più si assicurò della di lui intelligenza e lega coi ribelli, perchè egli senza licenza alcuna d'esso Berengario rimise in libertà Odelrico.
Allora fu che il marchese Adalberto, esso Odelrico e Gilberto conte determinarono di chiamare in Italia un altro principe per atterrar Berengario[1891], e rivolsero gli occhi a Rodolfo II ossia Ridolfo, re della Borgogna appellata Transjurana, che comandava alla Savoia, agli Svizzeri e ad altri circonvicini paesi. Non mancava a questo re l'ambizione, cioè la sete di ingrandirsi, innata in quasi tutti i principi, e con questa voglia andava congiunta la potenza, accresciuta dall'aver egli presa per moglie Berta figliuola di Burcardo duca potentissimo della Suevia. Cominciarono pertanto questi tre congiurati un trattato segreto col suddetto re Rodolfo per farlo venire in Italia. Ma mentre costoro sulla montagna di Brescia battevano un dì consiglio per condurre a fine la meditata impresa, ne fu avvertito l'imperador Berengario. Portò il caso che in questo medesimo tempo erano calati in Italia due re, ossia due capitani degli Ungheri, appellati Dursac e Bugat, per salassare la misera Lombardia; i quali perciò mandò a pregare, che se gli voleano bene, andassero a fare una visita a que' suoi ribelli. Non vi fu bisogno di speroni a quella gente, avida di sangue e di bottino. Volarono sul Bresciano per vie sconosciute, ed arrivarono inaspettati al luogo di quella combricola. Uccisero e presero molti di coloro. Odelrico conte del palazzo bravamente difendendosi lasciò ivi la vita. Adalberto marchese e Gilberto conte furono del numero de' prigionieri. Il primo uomo non bellicoso, ma fornito di una mirabil sagacità ed astuzia, vedendo che non v'era maniera di scappare, gittate via l'armi e tutti gli ornamenti preziosi, e vestitosi da semplice soldatello, si lasciò prendere dagli Ungheri. Interrogato chi fosse, rispose d'essere un fantaccino d'un uomo d'armi, e li pregò di farlo menare ad un castello appellato Calcinaia dove teneva i suoi parenti che il riscatterebbono. Condotto colà, e non conosciuto, fu a vilissimo prezzo comperata la di lui libertà da Leone, uno dei suoi soldati. Gilberto riconosciuto per quel che era, ben bastonato, e mezzo nudo, fu presentato all'Augusto Berengario. Se gli gittò egli tosto a' piedi per implorar la sua misericordia; ma trovandosi senza brache, e mostrando quelle parti che la verecondia insegnò a nascondere, commosse al riso tutti gli astanti. Era Berengario principe sommamente portato alla clemenza, e questa volta ancora ne volle lasciare un illustre esempio con perdonare a costui. Dopo averlo fatto vestire d'abiti convenevoli al suo grado, il lasciò andare con dirgli di non volere da lui giuramento alcuno; ma che s'egli tornasse a rivoltarsi contra del suo sovrano, se ne aspettasse pure il gastigo da Dio. Di questa sua soverchia indulgenza ebbe ben tosto a pentirsi Berengario; perciocchè l'ingrato Gilberto appena fu ritornato ad Ivrea, che istigato dagli altri ribelli se n'andò in Borgogna a spronare il re Rodolfo, affinchè colle sue forze calasse in Italia. Nè passarono trenta giorni, che Rodolfo, avendo mosse l'armi sue a questa volta, si diede a detronizzar Berengario. Le scene di questi ribelli le credo io succedute nell'anno corrente. Ed appunto nel settembre od ottobre di questo medesimo anno son io d'avviso che esso Rodolfo venuto in Italia, e impossessatosi di Pavia, quivi fosse eletto re dai principi suoi parziali. Le ragioni si vedranno andando innanzi. Un placito tenuto in Ravenna da Onesto arcivescovo di essa città, e da Odelrico vassallo e messo dell'imperadore Berengario, da me dato alla luce[1892], non so io dire se appartenga all'anno presente, perchè le note cronologiche si scuoprono guaste. Ben so che può esso far conoscere che in questi tempi in Ravenna e nel suo esarcato esso Augusto esercitava giurisdizione e signoria, nè apparisce che ivi i romani pontefici ritenessero il temporal dominio.
NOTE:
[1884] Ughell., Ital. Sacr., tom. 5, in Episcop. Veronens.
[1885] Sigonius, de Regno Ital. ad ann. 918.
[1886] Pagius, in Critic. ad Annales Baron.
[1887] Dandul., in Chronico, tom. 12 Rer. Ital.
[1888] Lupus Protospata, in Chron., tom. 5 Rer. Ital.
[1889] Liutprandus, in Legationib.
[1890] Liutprandus, Hist., lib. 2, cap. 15.
[1891] Liutprand., Hist., lib. 2, cap. 16.
[1892] Antiq. Italic., Dissert. XXXI, pag. 969.
Anno di CRISTO DCCCCXXII. Indiz. X.
GIOVANNI X papa 9. BERENGARIO imperadore 8. RODOLFO re d'Italia 2.
Se crediamo a Frodoardo[1893], solamente in quest'anno dovette comparire in Italia coll'esercito suo Rodolfo re di Borgogna, scrivendo egli: Berengario Longobardorum (dovendo dire Romanorum) imperatore regno ab optimatibus suis deturbato, Rodulfus cisalpinae Galliae rex ab ipsis in regnum admittitur. Ma io tengo che la calata in Italia di Rodolfo e l'elezione sua in re d'Italia succedessero negli ultimi mesi dell'anno precedente. Il Dandolo scrisse[1894]: Rodulfus regnum Italiae obtinuit anno Domini DCCCCXXI, qui invitatus ab Italicis in Lombardiam venit, et Berengarium regem bellando vicit, et sic regnum obtinuit. So non essere questo autore di tale antichità da poter decidere tal controversia; ma, a buon conto, ho io pubblicato[1895] un diploma di Rodolfo, che ci assicura che egli nel dì 4 di febbraio dell'anno presente era già dichiarato re d'Italia, e pacificamente soggiornava in Pavia, dove confermò ad Aicardo vescovo di Parma la badia di Berceto. Fu dato quel diploma II nonas februarii anno ab Incarnatione Domini nostri Jesu Christi DCCCCXXII, Indictione X, regnante domno nostro Rodulfo rege in Burgundia XI, in Italia I. Datum Ticini civitate, ad intercessione di Lamberto arcivescovo di Milano e di Adalberto marchese d'Ivrea. A questa elezione non dovette consentire Guido duca di Toscana, perchè si veggono tuttavia notati gli anni di Berengario in una carta dell'archivio archiepiscopale di Lucca, scritta anno VII Berengarii imperatoris pridie halendas majas, Indictione X, cioè nell'anno presente; ed altri susseguenti atti continuano col medesimo stile. Riuscì dunque a Rodolfo re di occupar Pavia, e di farsi eleggere e coronare re di Italia dal suddetto arcivescovo e dai principi ribelli dell'imperador Berengario. Si ricoverò esso Berengario a Verona, e quivi si sostenne coll'aiuto degli Ungheri, che verisimilmente in questa congiuntura, ad istanza sua, vennero in Italia. Frodoardo chiaramente dopo le parole sopra allegate aggiugne: Hungari actione praedicti Berengarii, multis captis oppidis, Italiam depraedantur. Perciò Rodolfo dovette contentarsi delle conquiste fatte, senza turbare Berengario nel possesso di Verona, e conseguentemente nel ducato del Friuli. Truovasi in Pavia Rodolfo nel dì 7 di dicembre dell'anno presente, seppure, secondo l'era pisana, non è da riferire al precedente, ciò apparendo da un suo diploma[1896], in cui conferma ai canonici di Parma i lor privilegii. Fu esso dato VI idus decembris anno dominicae Incarnationis DCCCCXXII, domni vero Rodulfi piissimi regis in Italia I, in Burgundia XII, Indictione X. Actum Papiae. L'Indizione X corrente nel mese di dicembre, secondo l'uso più comune d'allora, indica l'anno precedente. Un altro simile diploma, ma differente nelle note, vien rapportato dall'Ughelli[1897], dato III nonas decembris anno Incarnationis dominicae DCCCCXXII, domni vero Rodulfi piissimi regis in Italia I, in Burgundia XI, Indictione XI. Actum Papiae. Come vi possa essere tal divario fra atti spediti nello stesso tempo dalla medesima cancelleria, chi mel sa dire? Per me credo l'un di essi difettoso. Nell'ultimo di questi privilegii, conceduto ad istanza di Lamberto arcivescovo di Milano, di Guido vescovo di Piacenza, di Benedetto vescovo di Tortona e di Gilberto illustre conte, diletti consiglieri suoi, Rodolfo concede ad Adalberto vescovo di Bergamo e a' cittadini di poter fortificare la loro città già distrutta, quae nunc maxime Suevorum et Ungarorum incursione turbatur.
NOTE:
[1893] Frodoardus, in Chron., tom. 2, Rer. Franc. Du-Chesne.
[1894] Dandul., in Chron., tom. 12, Rer. Ital.
[1895] Antiq. Ital., Dissert. LXXIII.
[1896] Antiq. Ital., Dissert. XXXIV.
[1897] Ughell., Ital. Sacr., tom. 4, in Episcop. Bergom.
Anno di CRISTO DCCCCXXIII. Indiz. XI.
GIOVANNI X papa 10. BERENGARIO imperad. 9. RODOLFO re d'Italia 3.
Non mancava all'Augusto Berengario nè coraggio nelle sue avversità, nè partito di aderenti e fedeli pronti ad impiegar la vita in difesa di lui. Fra questi specialmente si contava Guido vescovo di Piacenza[1898], il quale poco fa abbiam veduto che era uno de' consiglieri del re Rodolfo in Pavia. Il Campi[1899] notò che nell'anno 922 uno strumento fu scritto in quella città di Piacenza, correndo il mese di maggio e la decima indizione, con gli anni di Rodolfo re d'Italia: il che fa conoscere che Piacenza allora ubbidiva a lui. Ma in altre due carte, scritte nello stesso anno e sotto la stessa Indizione, e amendue in presenza di Guido vescovo, si fa menzione di Berengario imperadore, correndo l'anno settimo del suo imperio; segno che il vescovo Guido e Piacenza erano tornati all'ubbidienza di lui. Anzi da questi atti si può ricavar pruova che i due diplomi da me accennati, come spediti nel precedente anno in Pavia, possano appartenere (almeno l'uno d'essi) piuttosto all'anno 921, come io sospettava. Perciocchè, come potè sul fine dell'anno 922 essere Guido in Pavia consigliere del re Rodolfo, quando noi già il troviamo passato nel partito di Berengario, correndo l'indizione decima, cioè probabilmente prima del settembre d'esso anno 922? E se così fosse, il principio del regno di Rodolfo in Italia sarà stato nel fine dell'anno 921, come io già conjetturai, e non già nell'anno susseguente. Aggiugne il Campi, che sotto il dì 18 di maggio dell'anno presente 923 si vede altro strumento scritto con gli anni di Rodolfo in Piacenza. Sicchè dovea già Rodolfo avere ricuperata quella città. Intanto l'imperador Berengario, adunate quante forze potè, volle tentar la fortuna di una battaglia, che troppo svantaggiosa in fine riuscì per lui. La rapporto io all'anno presente sulla testimonianza di Frodoardo, che ne scrive così:[1900] Rodulphus cisalpinae Galliae rex, quem Italici, abjecto rege suo Berengario, in regnum receperant, cum ipso Berengario conflixit, eumque devicit, ubi mille quingenti viri cecidisse dicuntur. È narrato questo fatto d'armi da Liutprando colle seguenti circostanze. S'incontrarono le due armate nemiche a Fiorenzuola tra Piacenza e Borgo San Donnino, nel dì 29 di luglio, e quivi vennero alle mani con un conflitto tanto più detestabile, perchè per la diversità delle fazioni si videro imbrandire il ferro i padri contra de' figliuoli, i figliuoli contra de' padri, i fratelli l'un contra dell'altro.
. . . . Acer avus lethum parat ecce nepoti Sternendus per eum....
Sembrano queste parole indicar Berengario imperadore, che dovette in quella giornata avere per avversario il suo stesso nipote Berengario, figliuolo di Gisla figliuola sua e di Adalberto marchese d'Ivrea. Di grandi prodezze vi fece l'Augusto Berengario, non minori il re Rodolfo. Ma finalmente si dichiarò la vittoria in favore del primo, e andò rotto tutto il campo del re borgognone. Avea questo re maritata con Bonifazio conte potentissimo, che divenne poi marchese di Spoleti e di Camerino, Gualdrade sua sorella, donna per beltà e per saviezza illustre, che era anche vivente allorchè Liutprando scrivea le sue storie. Comparve questo Bonifazio insieme con Gariardo conte, menando seco un buon corpo d'armati, in soccorso del re suo cognato, ed avrebbe desiderato di entrare anche egli nel primo fuoco di quella battaglia. Ma siccome personaggio di rara astuzia, giudicò meglio di tenersi in agguato, aspettando l'esito del combattimento, per dare addosso a quei di Berengario, caso che vincessero e si sbandassero, cioè per far quello che tante volte è avvenuto in simili casi o per la poca accortezza de' generali, o per la disubbidienza de' soldati troppo ansiosi del bottino. E così appunto avvenne, talchè i berengariani di vincitori divennero vinti. Jam Rodulphi, dice Liutprando, paene omnes milites fugerant, et Berengarii dato victoriae signo colligere spolia satagebant: quum Bonifacius atque Gariardus subito ex insidiis properantes, hos tanto levius quanto inopinatius sauciabant. Gariardo accettava chiunque se gli rendeva prigione. Bonifazio a niuno dava quartiere. Mutata perciò la faccia della fortuna, e tornati alle bandiere i soldati fuggitivi di Rodolfo, facilmente sconfissero l'armata di Berengario, con tanta strage nondimeno dell'una e dell'altra parte, che, se vogliamo prestar fede a Liutprando, a' suoi dì pochi uomini di arme restavano in Italia. Fuggissene l'imperador Berengario a Verona. Rodolfo allora, nulla temendo più dell'abbattuto avversario, dopo questa vittoria, diede una scorsa in Borgogna, colà richiamato da varii suoi premurosi affari.
NOTE:
[1898] Liutprandus, Hist., lib. 2, cap. 17 et seq.
[1899] Campi, Istor. di Piacenza, lib. 8.
[1900] Frodoardus, in Chron., tom. 2 Rer. Franc. Du-Chesne.
Anno di CRISTO DCCCCXXIV. Indiz. XII.
GIOVANNI X papa 11. RODOLFO re d'Italia 4.
Altra via non seppe trovare l'imperador Berengario per sostenersi in capo la crollante sua corona, che l'indegno ripiego di chiamar in Italia la spietata nazione degli Ungheri, co' quali avea trattenuta fin qui a forza di regali una buona amicizia. Calati costoro nel febbraio di quest'anno, li spinse egli alla volta di Pavia. Ma ad alcuni dei suoi medesimi Veronesi, stati in addietro sì fedeli ed attaccati a lui, dovette dispiacer non poco questa risoluzione barbarica, prevedendo ognuno quanto sangue e danno cagionerebbe agli amici stessi la venuta di quella gente, nemica del nome cristiano, e troppo avvezza alle crudeltà. E per questo motivo, oppure per altri a noi ignoti, cominciarono alquanti di quei cittadini ad ordire una congiura contra di Berengario[1901]. Ne ebbe sentore l'infelice principe, e saputo che un certo Flamberto suo compare, perchè gli avea tenuto un figliuolo al sacro fonte, ne era capo, fattoselo venir davanti, gli ricordò i benefizii a lui compartiti, ne promise de' maggiori, purchè egli fosse costante nella fedeltà verso del suo sovrano. E donatagli una tazza d'oro, lasciollo andare in pace. Altro non fece nella notte seguente, dopo essersi veduto scoperto, lo sconoscente Flamberto, che istigare i suoi congiurati a fare il colpo divisato contra la vita dell'Augusto Berengario. Che la malizia e l'accortezza non avessero gran luogo in cuore di questo principe, si può riconoscere dall'aver egli preso il riposo in quella notte, non già nel palazzo, che si potea difendere, ma in un picciolo gabinetto contiguo ad una chiesa, per poter essere presto, secondo il suo costume, a levarsi di mezza notte ed assistere ai divini uffizii. Perchè nulla sospettava di male, neppure si precauzionò colle guardie. Alzossi al suono della campana del mattutino notturno e andò alla chiesa. Ma vi comparve da lì a poco anche Flamberto con una mano di sgherri, e venutogli incontro Berengario per intendere il lor volere, trafitto da varii colpi delle loro spade, cadde morto ai lor piedi. E questo miserabil fine ebbe l'imperador Berengario, principe a cui nel valore pochi andarono innanzi, niuno nella pietà, nella clemenza e nell'amore della giustizia. Vo io credendo che nel mese di marzo del presente anno egli fosse tolto dal mondo, perchè ho avuto sotto gli occhi e poi stampato[1902] uno stromento originale, esistente nell'archivio dell'arcivescovato di Lucca, con queste note: Regnante domno nostro Berengario gratia Dei imperatore augusto, anno imperii ejus nono, duodecimo kalendas aprilis, Indictione duodecima. Contiene una permuta fatta di alcuni beni tra Flaiberto Scavino e Pietro vescovo di Lucca, con avere Guido duca inviati i suoi messi per conoscere che non seguisse lesione della chiesa in quel contratto. Ora di qui apparisce che nel dì 21 di marzo non era per anche giunta a Lucca la nuova della morte dell'Augusto Berengario. Quel che è più, un tal documento maggiormente ci assicura che nel dì 24 di marzo, ossia nella Pasqua dell'anno 916, Berengario non fu promosso alla dignità imperiale, ma prima di quel giorno: altrimenti nel dì 21 di marzo del presente anno sarebbe corso l'anno ottavo, e non già il nono, del suo imperio. Ma se è così, vegniamo ad intendere che la di lui coronazione romana si ha da riferire al santo Natale dell'anno 915, e che il panegirista di Berengario si dee differentemente spiegare, se è possibile; e se non si può, convien confessare ch'egli anche in questo fallò, nè ci è permesso di crederlo autore contemporaneo di Berengario stesso. Fu compianta dai più la morte di così buon principe; e se si vuol prestar fede a Liutprando[1903], restava tuttavia a' tempi suoi in Verona davanti ad una chiesa una pietra intrisa del sangue di esso Berengario, che, per quanto fosse lavata con varii liquori, mai non perdè quel colore. Aveva allevato Berengario in sua corte un nobile e valoroso giovane, appellato Milone, ai cui consigli se si fosse egli attenuto, non gli sarebbe avvenuta quella sciagura. La notte stessa che egli restò trucidato, avea voluto Milone mettergli le guardie, ma a patto alcuno nol permise Berengario. Ora questo generoso giovane, giacchè non potè difendere il suo sovrano vivente, non lasciò almeno di prontamente vendicarlo morto. Prese egli l'iniquo Flamberto con tutti i suoi complici, e nel terzo giorno dopo l'uccision di Berengario tutti li fece impiccar per la gola. Questo Milone fu dipoi (forse anche era allora) conte, cioè governator di Verona, e personaggio di rare e perfette virtù.
Doveano prima di questa tragedia avere avuto ordine gli Ungheri da Berengario di passare all'assedio di Pavia, perchè se gli riusciva di ricuperar quella città, capo del regno, il re Rodolfo verisimilmente più non rivedeva l'Italia. Andarono que' Barbari, sotto il comando di Salardo lor generale, commettendo pel viaggio tutte le inumanità loro consuete, e strinsero coll'assedio la regal città. Volle la disgrazia che non seppero que' cittadini difendere coraggiosamente quella forte piazza, nè saggiamente renderla a patti di buona guerra. V'entrarono per forza gli Ungheri, fecero man bassa sopra tutto il popolo, ed attaccato il fuoco a chiese, palagi e case, ridussero in un monte di pietre quella dianzi sì felice e ricca città, avendo cooperato un vento gagliardo a dilatare quell'incendio. In quella rovina perì pel fumo e per le fiamme anche Giovanni ottimo vescovo d'essa; e trovandosi con lui il vescovo di Vercelli, anch'egli miseramente vi lasciò la vita. In somma da gran tempo in qua non s'era udita una sì spaventosa calamità in città cristiane. Nè tralasciar si dee l'orrida descrizione che ne fece Frodoardo[1904], scrittore allora vivente: Hungari ductu regis Berengarii, quem Langobardi pepulerant, Italiam depopulantur. Papiam quoque urbem populatissimam atque opulentissimam, igne succendunt, ubi opes periere innumerabiles; ecclesiae quadraginta tres succensae; urbis ipsius episcopus cum episcopo vercellensi, qui secum erat, igne fumoque necatur. Atque ex illa paene innumerabili multitudine ducenti tantum superfuisse memorantur. Qui ex reliquiis urbis incensae, quas inter cineres legerant, argenti modios octo dederunt Hungaris, vitam murosque civitatis vacuae redimentes, ec. Interea Berengarius Italiae rex a suis interimitur. Anche Liutprando non si sazia di deplorar la lagrimevole rovina di quella bella città[1905], e assegna il tempo preciso della medesima con dire: Usta est infelix olim formosa Papia anno dominicae Incarnationis DCCCCXXIV, quarto idus martii, Indictione XII, feria VI, hora III. Aggiugne appresso, che Pavia distrutta, a differenza di Aquileia, risorse, e da lì a non molti anni tornò ad essere ben fabbricata, popolata e ricca, come prima, di modo che (dice egli) non solum vicinas, sed et longe positas praecellit opibus civitates. Ipsa insignis, et toto orbe notissima Roma, hac inferior esset, si pretiosa beatissimorum corpora non haberet. Per attestato del suddetto Frodoardo, gli Ungheri pieni di bottino, in vece di tornarsene pel Friuli alle lor case, come pretende Liutprando, passarono per le Alpi in Francia. Rodolfo re di Borgogna e d'Italia si trovava allora di là da' monti, ed unito con Ugo conte di Vienna serrò questi malandrini ad alcuni passi stretti. Ma ebbero la maniera d'uscirne per dove men si credeva, e si spinsero verso la Linguadoca. Quanti ne potè cogliere Rodolfo, tutti gli fece mettere a fil di spada.
Restata libera la Lombardia da questo flagello, e tolto di mezzo il competitor Berengario, se ne tornò lieto in Italia il re Rodolfo, e senza contrasto ebbe quasi tutto il regno a sua disposizione. Ricorse tosto a lui Giovanni vescovo di Cremona, già cancelliere dell'Augusto Berengario, per raccomandargli la sua chiesa, a paganis, cioè dagli Ungheri, et quod magis est dolendum, a pessimis Christianis desolatam. Gli confermò Rodolfo tutti i suoi beni e privilegii, ad istanza di Beato vescovo di Tortona ed arcicancelliere, non conosciuto dall'Ughelli, e di Aicardo vescovo di Parma, suo auriculario, cioè consigliere. Ha queste note il diploma:[1906] Data V calendas octobris, anno dominicae Incarnationis DCCCCXXIV, domni vero Rodulfi serenissimi regis in Burgundia XV, in Italia IV, Indictione XIII. Actum in Pratis de Granne. Concedette egli ancora con un altro diploma a Guido vescovo di Piacenza[1907] un sito delle mura della città di Pavia, per potervi fabbricare la casa dei vescovi di Piacenza, perciocchè solevano tutti i vescovi del regno aver quivi, siccome altrove accennai, casa propria per abitarvi in occasion delle diete, e d'altre necessità da ricorrere al re. E quivi truovasi appunto anche nominata casa sanctae lunensis ecclesiae. Il diploma è mancante del luogo e giorno e mese. Dicesi dato in quest'anno Rodulfi regis in Italia tertio, Indictione duodecima: probabilmente prima di settembre. Esercitò inoltre questo re la sua munificenza verso il suddetto Aicardo vescovo di Parma, con donargli la corte di Sabionetta, oggidì riguardevol terra. È dato quel diploma[1908] VIII idus octobris, anno dominicae Incarnationis DCCCCXXIV, domni vero Rodulfi piissimi regis in Burgundia XIV, hic in Italia IV. Actum Papiae. Un altro ancora fu dato da lui in Verona[1909] pridie idus novembris, Indictione XII, anno regis in Italia III; e un altro parimente dato nella stessa città e giorno coll'indizione XIIII. Ma dee essere XIII. V'ha della discordia fra questi diplomi intorno agli anni del regno d'Italia. Se poi sussistesse che nell'ottobre e novembre di quest'anno corresse il di lui anno quarto, si verrebbe ad intendere che nell'anno 922 non ebbe principio il suo dominio in Italia, ma bensì circa l'ottobre del 921. Nè si dee omettere che il privilegio dato al vescovo di Parma fu conceduto per intercessione di Ermengarda inclita contessa e di Bonifazio valorosissimo marchese, che Rodolfo chiama nostrae regiae potestatis consiliarios. Era Ermengarda moglie di Adalberto marchese d'Ivrea, di cui ragioneremo fra poco, bastando per ora di osservare il grado di somma confidenza che essa occupava nella corte del re Rodolfo. Bonifazio qui mentovato potrebbe talun conjetturare che fosse quello stesso, per la cui accortezza e bravura abbiam veduto di sopra che Rodolfo riportò la vittoria di Fiorenzuola, e che in ricompensa l'avesse fatto marchese. Ma non è già certo che ivi si parli di quel medesimo Bonifazio; e quand'anche se ne parlasse, resta in dubbio di qual marca egli fosse investito. Siamo assicurati da Liutprando[1910] che a' tempi suoi egli fu marchese di Camerino e di Spoleti; ma non sappiamo già se conseguisse in questi tempi quell'insigne governo. Alberico marchese da noi veduto di sopra, era allora governatore di quella contrada. Certo che a questo Bonifazio il re Rodolfo diede per moglie Gualdrada sua sorella. Di ciò tornerà occasion di parlare più a basso all'anno 946, al qual anno solamente il credo io pervenuto al possesso e governo di Spoleti e di Camerino. Sotto quest'anno poi narra Lupo protospata[1911] le disgrazie della città d'Oria nella Calabria, con dire: Capta est Oria a Saracenis mense julii, et interfecerunt cunctas mulieres; reliquos vero deduxerunt in Africam, cunctos venumdantes. Abbiamo parimente dalla Cronica arabica di Sicilia[1912], che venuto in quest'anno dall'Africa un nuovo generale de' Mori, prese nella Calabria la Rocca di Santagata.
NOTE:
[1901] Liutprandus, Hist., lib. 2, cap. 18 et seq.
[1902] Antiq. Ital., Dissert. XIX.
[1903] Liutprandus, Hist., lib. 2, cap. 20.
[1904] Frodoardus, in Chron., tom. 2, Rer. Franc. Du-Chesne.
[1905] Liutprandus, Hist., lib. 3, cap. 1 et seq.
[1906] Antiq. Ital., Dissert. LXXI.
[1907] Campi, Istor. di Piacenza, tom. 1, Append.
[1908] Ughell., Ital. Sacr., tom. 2, in Episcop. Parmens.
[1909] Antiquit. Ital., Dissert. XIX, pag. 41, et Dissert. XXXIV, p. 55.
[1910] Luitprandus, Hist., lib. 2, cap. 18.
[1911] Lupus Protospata, tom. 5 Rer. Ital.
[1912] Chronic. Arabicum, P. II, tom. 1 Rer. Ital.
Anno di CRISTO DCCCCXXV. Indiz. XIII.
GIOVANNI X papa 12. RODOLFO re d'Italia 5.
O negli ultimi mesi dell'anno precedente, o negli otto primi del presente, ne' quali correva l'anno quarto di Rodolfo re d'Italia, Orso Particiaco, ossia Participazio, doge di Venezia, per attestato del Dandolo[1913], spediti per suoi ambasciatori ad esso re Domenico vescovo di Malamocco e Stefano Caloprino, ottenne da lui la confermazione di tutte le esenzioni e libertà, concedute al popolo di Venezia dagli antichi re ed imperadori. Degno è d'osservazione che Rodolfo in quel diploma declaravit, ducem Venetiarum potestatem habere fabricandi monetam, quia ei constitit, antiquos duces hoc continuatis temporibus perfecisse. In fatti è antichissimo il diritto di battere moneta nei dogi di Venezia, e dagli strumenti di questo medesimo secolo si ricava che era già in uso la moneta veneta, nè sussistere che da Berengario II fosse loro conceduto un sì fatto privilegio, come ha scritto più d'uno, perchè ne godevano molto prima. Si credeva il re Rodolfo di avere ormai in pugno il regno d'Italia, senza sapere che un altro v'aspirava anch'egli, e lavorava sott'acqua alla di lui rovina. Questi era Ugo duca e marchese della Provenza, figliuolo di Teobaldo conte e di Berta, nata da Lottario re della Lorena, e della famosa Gualdrada, illegittimamente da lui presa per moglie. In seconde nozze fu essa Berta maritata con Adalberto II, soprannominato il Ricco, duca di Toscana, la quale appunto cessò di vivere nel dì 8 marzo del presente anno. L'epitaffio suo, riferito dal Fiorentini[1914], tuttavia esiste inciso in marmo nella cattedrale di Lucca; nè so intendere perchè il padre Pagi[1915] la creda fattura de' secoli posteriori. Una sorella d'essa Berta per nome Ermengarda morì anch'essa, e fu seppellita in Lucca, siccome apparisce dal suo epitaffio, rapportato dal Fiorentini e da me altrove[1916]. Siccome di sopra osservammo, procreò Berta al secondo marito due figliuoli maschi, cioè Guido, che dopo la morte del padre fu duca di Toscana, e Lamberto, di cui parleremo a suo tempo. Procreò eziandio una femmina appellata Ermengarda, che già abbiam veduta maritata con Adalberto marchese d'Ivrea dopo la morte di Gisla sua prima moglie, figliuola dell'imperador Berengario. Lo storico Liutprando ci descrive[1917] questa principessa per la più prostituta donna del mondo. Non solo, se crediamo a lui, faceva essa mercato della sua onestà con tutti i principi d'Italia, ma scialacquò ancora con ignobili persone. In questa maniera s'era renduta arbitraria e padrona del regno, dipendendo da' suoi voleri e cenni i principi tutti. Qual fede si meriti qui la penna sempre satirica di Liutprando, io nol saprei dire. Ora Ugo, che a' tempi del re Berengario era venuto in Italia, e probabilmente sollevò contro di lui la Toscana, e contro suo volere cagion fu che Berengario facesse prigione la duchessa Berta sua madre e il duca Guido suo fratello; Ugo, dissi, dappoichè intese la morte di Berengario, tornò a far dei trattati segreti per ottener la corona d'Italia, con Berta sua madre allora vivente, con Guido duca e Lamberto suoi fratelli uterini, signori di gran possanza in Toscana, e colla marchesana Ermengarda, che comandava a bacchetta in Lombardia. E non li fece indarno. Ermengarda fu quella che diede principio alla tela contro di Rodolfo, uomo ineguale, che oggi faceva una cosa e domani la disfaceva. Già noi vedemmo questa principessa in Pavia alzata al grado di consigliera di sua maestà. Era in questi tempi mancato di vita il marchese d'Ivrea Adalberto suo marito. Gran dissensione bolliva fra i principi di Italia. Liutprando storico, a guisa de' romanzieri attribuisce tutto a rivalità fra loro insorta a cagion della stessa Ermengarda. Ora essa trovandosi in Pavia con un forte partito de' suoi parziali, ribellò quella città al re Rodolfo che ne era uscito per suoi affari. Qui lascerò io che il lettore esamini come Pavia, la qual si vuole ridotta dagli Ungheri nell'anno precedente in un mucchio di pietre, si fosse così presto ripopolata e con forza da ribellarsi. Comunque sia, seguita a dire Liutprando che Rodolfo, unita una poderosa armata dei suoi aderenti, per mettere in dovere quella impudica amazone, s'accampò dove il Ticino mette capo in Po. La notte vegnente Ermengarda con un suo biglietto gli fece intendere che in mano sua era stato ed era tuttavia l'averlo suo prigioniere, perchè tutti quelli del partito d'esso Rodolfo nulla più bramavano che di abbandonar lui, e di darsi a lei; ma che ella, perchè desiderava il di lui bene e la sua amicizia, a tali istanze non avea voluto aderire. Prestò fede e restò spaventato Rodolfo a queste furbesche parole; e nella seguente notte, avendo finto di andare a letto, senza che alcun dei suoi se ne avvedesse, passò a Pavia per abboccarsi con Ermengarda. Venuto il dì, nè alzandosi mai Rodolfo, tutti i suoi principi e cortigiani n'erano in pena; e scoperto in fine che egli mancava, chi diceva una cosa, e chi un'altra. Quando eccoti arrivare nel campo un avviso, che Rodolfo unitosi coi suoi avversarii si preparava per dar loro addosso. Bastò questo per metterli tutti in costernazione, e però se ne andarono non correndo, ma volando a mettersi in salvo in Milano. Allora fu che Lamberto, arcivescovo di Milano e gli altri prima aderenti a Rodolfo, si staccarono affatto da lui, ed inviarono messi ad Ugo duca di Provenza, perchè venisse in Italia a prendere il regno. Qualche aria di romanzo comparisce in questo racconto di Liutprando. Intanto Rodolfo burlato dagli uni, abbandonato dagli altri[1918], si ritirò in Borgogna; ma non dismettendo la voglia di ritenere o di ricuperar l'Italia, si raccomandò a Burcardo potentissimo duca dell'Alemagna, ossia della Suevia, suocero suo, ed uomo bestiale, la cui figliuola Berta egli avea già presa per moglie. Ammassato un copioso esercito, calarono in Italia; se in questo anno oppure nel susseguente, nol so io decidere. Giunti che furono ad Ivrea, Burcardo con disegno di esaminar le forze della città di Milano, dove era il nerbo degli oppositori, prese l'assunto di andar colà come ambasciatore, mostrando di trattar pace. Prima di entrarvi si fermò fuori della città nella vaga basilica di san Lorenzo, che oggidì è compresa entro le mura di Milano; e ben adocchiato il sito: Qui, disse ai suoi familiari, si potrà formare una fortezza, che terrà in freno non solo i Milanesi, ma anche molti dei principi d'Italia. Poi vicino alle mura della città si lasciò scappar di bocca in linguaggio tedesco che se egli non insegnava a tutti gli Italiani a contentarsi di un solo sperone, e di cavalcar delle cavalle, egli non era Burcardo; con altri vanti che tutti furono immediatamente rapportati all'arcivescovo Lamberto. Questi da uomo accorto fece molte finezze a Burcardo, il condusse fino alla caccia in un suo broglio con permettergli di ammazzare un cervo: cosa che egli non soleva concedere a persona del mondo; e il rimandò tutto gonfio di belle speranze. Ma nel mentre che gli dava dei divertimenti in Milano, fece intendere ai Pavesi e ad alcuni principi d'Italia che si preparassero per liberare il paese da questo tedesco di sì mala volontà. Partito Burcardo da Milano, alloggiò la sera in Novara. Nel dì seguente appena, ripigliato il viaggio, cadde nell'imboscata che gli era stata tesa. Datosi alla fuga, e caduto il cavallo nella fossa di quella città, quivi trapassato da più lance lasciò la vita. I suoi rifugiatisi nella chiesa di san Gaudenzio, furono tutti tagliati a pezzi. A questa nuova sbigottito Rodolfo, più che in fretta se ne tornarono in Borgogna, nè più pensò all'Italia.
Da Ermanno Contratto[1919] e da Artmanno monaco[1920] sappiamo che dopo la morte del re Corrado il suddetto Burcardo si era fatto tiranno della Suevia, aveva commesse varie iniquità, et in Italiam ingressus, dum totam sibi terram subjicere, et multos decipere cogitat, ipse dolositate illius gentis praeventus, dum studet evadere, subito lapsu infraenis equi in foveam, veluti casui illius praeparatam, cecidit, hocque insperato obitu miserabiliter vitam finivit. Migliore forse del suocero non era il genero suo Rodolfo. Così ne scrive Frodoardo all'anno 926[1921]. Hugo filius Bertae rex Romae super Italiam constituitur, expulso Rodulfo cisalpinae Galliae rege, qui regnum illud pervaserat, et alteri feminae, vivente uxore sua, se copulaverat, occiso quoque a filiis Bertae Burchardo Alamannorum principe, ipsius Rodulfi socero, qui Alpes cum ipso transmearat, italici regni gratia recuperandi genero. Frodoardo in un fiato racconta tutti questi fatti sotto l'anno 926. Dell'esaltazione del re Ugo, succeduta certamente nel seguente anno, sotto il medesimo mi riserbo io di parlare. Intanto è da osservare che Burcardo fu ucciso a filiis Bertae; cioè da Guido duca di Toscana e da Lamberto suo fratello, coll'aiuto di Ermengarda marchesana d'Ivrea, loro sorella, perchè tutti aspiravano a mettere sul capo di Ugo duca di Provenza, lor fratello uterino, la corona del regno d'Italia, ma per loro castigo, siccome vedremo andando innanzi. Non si dee ora tacere un'importante particolarità del suddetto Guido duca di Toscana. Dacchè per la morte dell'imperador Berengario Roma restò senza imperadore, cioè senza quel freno in cui la tenevano gli Augusti sovrani, governata solo da papa Giovanni, ma in tempi che non si avea quella ubbidienza e rispetto dal senato e popolo romano che si conveniva ai pontifici, i quali pure erano veri e legittimi padroni di quella città, del suo ducato e d'altri paesi: Maria, soprannominata Marozia, che, secondo Liutprando, colla impudicizia sua avea già formato un grosso partito de' suoi aderenti, s'impadronì della Mole adriana, oggidì Castello sant'Angelo, edifizio che in que' tempi ancora veniva creduto una fortezza quasi inespugnabile, e in tal guisa cominciò e continuò con più baldanza a far da padrona in Roma. Obbrobriose memorie di quell'alma città son queste. Tuttavia per maggiormente assodar la sua possanza, cercò di avere un marito potente, alle cui forze congiunte colle sue niuno, e neppure il papa, potesse resistere. Guido duca e marchese di Toscana, per attestato di Liutprando[1922], non ebbe difficoltà di prendere per moglie una sì fatta donna, perchè il dominio di Roma, che pareva da lei portato in dote, ebbe presso di lui più peso che ogni altro riguardo. Queste indubitate nozze di Guido con Marozia ci danno abbastanza a conoscere che Alberico marchese, da noi veduto di sopra marito di Marozia, dovea già essere mancato di vita. Martino Polacco[1923], Tolomeo da Lucca[1924], il Platina[1925], il Sigonio[1926] ed altri ancora scrivono che intorno a questi tempi, nata discordia fra papa Giovanni X ed Alberico marchese, fu forzato l'ultimo ad uscire di Roma. Ritiratosi egli nella città d'Orta, quivi con fabbricare una fortezza si assicurò. Per vendicarsi poi dei Romani, chiamò in Italia gli Ungheri, i quali venuti in Toscana, dopo aver dato a tutte quelle contrade il guasto, ed uccisa gran gente, se ne tornarono carichi di bottino al loro paese. Sdegnati per questo i Romani trucidarono il marchese Alberico. Non truovo io vestigio alcuno nè in Liutprando, nè in veruno degli antichi scrittori, che gli Ungheri arrivassero mai in Toscana o presso Roma. Tuttavia non sarà senza fondamento la morte del suddetto Alberico, sembrando non improbabile che non volendo più sofferir papa Giovanni la di lui prepotenza, trovasse maniera per farlo levare dal mondo. Marozia dipoi per conservare l'usurpata sua signoria in essa Roma, si volle maggiormente fortificare col tirar in essa città Guido marchese e duca di Toscana, e prenderlo per marito. Noi vedremo che essa avea partorito ad Alberico marchese suo primo consorte un figliuolo che portò il nome del padre, e divenne col tempo principe ossia tiranno di Roma. Ma essendo egli in questi tempi fanciullo, nè potendo per la sua tenera età dar vigore agli ambiziosi disegni della madre, essa provvide al bisogno in altra guisa, con passare alle seconde nozze.
NOTE:
[1913] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.
[1914] Fiorentini, Memor. di Matilde, lib. 3.
[1915] Pagius, ad Annal. Baron.
[1916] Collectio Nova vet. Inscription., p. 1885.
[1917] Liutprandus, lib. 3 Hist., cap. 2 et seq.
[1918] Liutprandus, Hist., lib. 3, cap. 4.
[1919] Hermannus Contract., in Chron. edition Canisii.
[1920] Hartmannus, in Vita S. Wiboradae.
[1921] Frodoardus, in Chronico.
[1922] Liutprandus, Hist., lib,. 3, cap. 4.
[1923] Martin. Polonus, Chron. Rom. Pont.
[1924] Ptolom. Lucensis, Hist. Eccl.
[1925] Platina, de Roman. Pontif.
[1926] Sigon., de Regno Italiae.
Anno di CRISTO DCCCCXXVI. Indiz. XIV.
GIOVANNI X papa 13. UGO re d'Italia 1.
Ricevette in quest'anno l'Italia un nuovo re, cioè Ugo marchese e duca, e non già re di Provenza, come osservò il padre Pagi[1927]. Se vogliam credere allo storico Liutprando[1928], molte virtù concorrevano in questo principe. Fuit rex Hugo, dice egli, non minoris scientiae quam audaciae, nec inferioris fortitudinis quam calliditatis. Dei etiam cultor, sanctaeque Religionis amatorum amator; in pauperum necessitatibus curiosus; erga ecclesias sollicitus, religiosus. Philosophosque viros non solum amabat, verum etiam fortiter honorabat. Qui etsi tot virtutibus clarebat, mulierum tamen illecebris eas foedabat. Così Liutprando, che da fanciullo fu paggio nella corte d'esso re Ugo, ma forse non dovette allora per la sua età saper bene scandagliare le qualità di questo principe. Noi, pesando le di lui azioni nel progresso della storia, inclineremo piuttosto a crederlo un picciolo Tiberio, una solennissima volpe ed un vero ipocrita, che per fini umani mostrava gran venerazione alle chiese e persone sacre, ma poca nelle sue operazioni verso Dio e verso la giustizia. Non solamente tirò egli, stando in Provenza, nel suo partito Lamberto arcivescovo di Milano e buona parte dei principi d'Italia, e specialmente i suoi fratelli uterini, ma anche lo stesso papa Giovanni X, facendo credere a tutti ch'egli porterebbe in Italia il secolo d'oro, e principalmente sosterrebbe l'autorità del papa entro e fuori di Roma. Dagli effetti ce ne accorgeremo. Venuto per mare, sbarcò egli a Pisa, quae est Tusciae provinciae caput (lo dice Liutprando), ed appena giunto colà, vi comparvero gli ambasciatori di papa Giovanni, anzi vi concorsero a braccia aperte quasi tutti i principi d'Italia, per accogliere questo creduto novello ristoratore del regno, ed invitarlo a prendere la corona ch'egli vagheggiava da tanto tempo. Passò dipoi a Pavia, dove concordemente fu eletto re, ed appresso coronato in Milano nella basilica ambrosiana dal suddetto arcivescovo Lamberto. Non è sì facile il determinare, non dirò solamente il giorno e il mese, ma neppur l'anno in cui questo principe ottenne il titolo e la corona di re. Il Sigonio fu d'opinione[1929] ch'egli giugnesse a Pisa nel luglio di questo anno, e poscia in Milano fosse innalzato al trono. Il signor Sassi[1930] bibliotecario dell'ambrosiana inclinò a crederlo creato re fra il maggio e l'agosto dell'anno precedente 925, e ne addusse alcune ragioni. Ho io all'incontro osservato dei combattimenti fra gli stessi diplomi di questo principe, o per colpa de' copisti, o perchè alcuni d'essi esistenti negli archivii paiono bene a prima vista originali, ma tali non sono in fatti, ed alcun d'essi è anche fattura di falsarii. S'aggiugne l'imbroglio altre volte accennato di tre diverse ere dall'Incarnazione, cioè dell'anno volgare preso dal dì 25 di dicembre, o dal primo di gennaio, e dell'anno pisano e del fiorentino; oltre a quello delle indizioni ora mutate nel settembre, ed ora sul principio dell'anno nostro. In questa controversia ecco ciò che io sono andato osservando.
Due diplomi originali, da me veduti in Verona, già sono alla luce[1931]. L'uno ha queste note: Data anno dominicae Incarnationis DCCCCXXVIII pridie idus februarii, Indictione prima, regni vero domni Hugonis gloriosissimi regis secundo. Actum Verona. L'altro ha le medesime note, a riserva dell'essere stato dato XVIII kalendas martii; e in questo tuttavia si conserva il sigillo di cera coll'effigie d'esso Ugo coronato e barbato, e colle lettere intorno Ugo GRA DI REX. Quel XVIII kalendas martii ha qualche cosa di straniero, ma non ne mancano esempli. Adunque nel dì 12 di febbraio dell'anno 926 non dovette peranche Ugo aver presa la corona del regno d'Italia. Un placito lucchese ha parimente queste note[1932]: Anno regni domni Hugonis, ec. quintodecimo, VIII kalendas aprilis Indictione quartadecima, cioè nel dì 25 di marzo dell'anno 941: dalle quali note risulta che neppure nel dì 25 di marzo questo principe avea cominciato a contar gli anni del suo regno. Un altro diploma conforme a questi ho io prodotto altrove[1933], dato VII kalendas aprilis dello stesso anno 941. E nell'archivio de' canonici di Modena v'ha uno strumento di donazione fatto a Gotifredo vescovo, regnante domno Ugho rex ic in Italia anno quinto, de mense aprilis, Indictione quarta, cioè nell'anno 931, che conferma la verità suddetta. Rapporta l'Ughelli un altro diploma dato[1934] anno dominicae Incarnationis DCCCCXXVII, decimotertio kalendas martii, Indictione XV, anno Hugonis primo, che va d'accordo con gli antecedenti. Ne riferisce poi un altro dato IV idus maii, anno dominicae Incarnationis DCCCCXXIX regni Hugonis IV, Indictione II. Se non vi ha errore in questo documento, vegniamo a conoscere che prima del dì 12 di maggio dell'anno 926 Ugo fu promosso alla dignità regale. Ma forse ivi sarà scritto regni anno III, trovando io altre memorie indicanti che neppure nel dì 7 di giugno dell'anno 926 egli contò l'anno primo del regno. Uno strumento dell'archivio dei canonici di Modena è scritto: Regnante domno nostro Ugho rex ic in Italia anno tercio, de mense julio, Indictione quintadecima, cioè nell'anno 927. Adunque nel mese di luglio dell'anno 925 si truova che egli avea già conseguita la corona del regno d'Italia. Un altro è scritto regnante domno nostro Hugo, gratia dei rex in Italia anno octavo, et regnante domno nostro Lottario filio ejus, gratia Dei rex ic in Italia anno tertio, et dies XII de mense julio per Indictione VI, cioè nell'anno 933. Queste note significano che egli era già re nel dì 12 di luglio dell'anno 926. Uno strumento, riferito dal padre Tatti[1935], fu scritto: Ugo gratia Dei rex. Anni regni ejus in Italia quinto, mense maii, Indictione quarta, cioè nell'anno 931: fa conoscere che nel maggio del 926 egli non era per anche re. Sicchè dopo tanto scandaglio sembra potersi decidere che il regno di questo principe cominciò nell'anno presente 926 nel mese di giugno, o poco prima, o poco dopo. Truovasi poi esso Ugo[1936] in Verona VII idus augusti dell'anno presente, come costa da un altro suo diploma, in cui è espresso l'anno primo del suo regno. Chi avendo sotto gli occhi le carte di qualche antico e dovizioso archivio, le esaminerà con pazienza, potrà più sicuramente decidere questo punto di controversia.
Intanto non è improbabile che accadesse nei primi mesi dell'anno presente l'ultima venuta in Italia del re Rodolfo, e la morte di Burcardo duca di Suevia, narrata sotto quest'anno da Ermanno Contratto[1937]: del che abbiamo favellato nell'anno precedente. Per attestato di Liutprando[1938], dacchè fu entrato Ugo in possesso del regno, post paululum Mantuam abiit: ubi et Johannes papa ei occurrens, foedus cum eo percussit. Questa lega di papa Giovanni col re Ugo non si può attribuire ad altro che alla speranza che questo principe gli desse braccio per sostenere il suo dominio in Roma. Andava quivi probabilmente ogni dì più venendo meno la di lui autorità a cagion di Marozia, assistita dalle forze di Guido marchese e duca di Toscana, marito suo, laonde il papa cercò questo appoggio, ma appoggio sopra di un principe che non avea se non un solo interesse, cioè quello della propria grandezza. Nel dì 12 di novembre di quest'anno il re Ugo trovandosi in Asti, confermò a quel vescovo[1939] tutti i suoi privilegii e beni. Secondo la Cronica arabica di Cantabrigia[1940], il re de' Saraceni facendo guerra ai Cristiani in Calabria, prese un luogo nominato Urah, che forse è Oria, caduta, secondo il Protospata, nelle mani di quegl'infedeli nell'anno 924. Poscia fece tregua coi Calabresi, ed ebbe per ostaggio Leone vescovo siciliano, governatore allora della Calabria. Attesta inoltre il suddetto Protospata[1941] che in quest'anno comprehendit Michael Sclabus Sipontum mense julii. E Romoaldo salernitano[1942] ne parla anch'egli con iscrivere: Venerunt Sclavi in Apuliam, et civitatem Sipontum hostili direptione et gladio vastaverunt. Sicchè quelle contrade non men dai Saraceni che dagli Schiavoni miseramente infestate si truovano in questi tempi.
NOTE:
[1927] Pagius, ad Annales Baron.
[1928] Liutprandus, Hist., lib. 3, cap. 5.
[1929] Sigonius, de Reg. Ital., lib. 6.
[1930] Saxius, in Not. ad Sigonium.
[1931] Antiquit. Ital., Dissert. LXX.
[1932] Ibid., Dissertat. X.
[1933] Ibid., Dissert. LXII.
[1934] Ughell., Ital. Sacr., tom. 2 in Episcop. Parmens.
[1935] Tatti, Annali Sacri di Como, tom. 2.
[1936] Antiq. Ital., Dissertat. XV, p. 851.
[1937] Hermannus Contractus, in Chronico.
[1938] Liutprandus, Hist., lib. 3, cap. 4.
[1939] Ughell., Ital. Sacr., tom. 4, in Episcop. Astens.
[1940] Cronicon Arabicum, P. II, tom. 1 Rer. Ital.
[1941] Lupus Protospata, Chronic., tom. 5 Rer. Ital.
[1942] Romualdus Salern., Chron., tom. 7 Rer. Ital.
Anno di CRISTO DCCCCXXVII. Indiz. XV.
GIOVANNI X papa 14. UGO re d'Italia 2.
Attese in quest'anno l'accorto re Ugo a trattar amicizia e lega con tutti i vicini potentati. Pensò ancora a spedire ambasciatori alla corte imperiale di Costantinopoli, e scelse per tale incumbenza il padre di Liutprando storico[1943], siccome persona di gran credito per l'onoratezza de' suoi costumi e per essere bel parlatore. Andò questi, e fu ben ricevuto da Romano allora imperador de' Greci. Liutprando non fa menzione se non di lui, quasichè il primo fra i greci Augusti non fosse in que' tempi Costantino VIII figliuolo di Leone il Saggio. Nè si sazia d'encomiar esso Romano, come principe dotato di valore non ordinario, e di pietà, liberalità e prudenza, che non avea pari. Portò questo ambasciatore dei gran regali a quella corte. Ma ciò che riuscì più caro all'Augusto Romano, fu che essendo stato assalito nel viaggio esso ambasciatore da alcuni Sclavi, o vogliam dire Schiavoni, ribelli all'imperio greco, gli riuscì di farli prigioni e di presentarli vivi in Costantinopoli all'imperadore, che ne fece gran festa. Non così avvenne per un altro bizzarro regalo portato a lui d'Italia. Consisteva questo in due cani, non so se corsi o mastini, o pur di altra fatta, certo incogniti in quelle parti. Queste bestie, allorchè furono presentate all'imperadore, al vedere quella strana figura, quasi mirassero non un uomo, ma un mostro, a cagion dell'abito de' greci imperadori, che tuttavia comparisce nei bassi rilievi e nelle monete d'allora, troppo straniero agli occhi di genti e bestie avvezze all'Italia, con poca creanza s'avventarono contra di sua maestà imperiale; e se non erano presi colle braccia da molti, faceano un bruttissimo scherzo al dominator de' Greci. Tornò poscia in Italia tutto contento questo ambasciatore al re Ugo; ma stette poco ad ammalarsi, e scorgendo di non poterla scappare, si ritirò in un monistero, secondo l'uso di que' tempi, e preso l'abito monastico, da lì a quindici giorni passò da questa all'altra vita, con lasciare il figliuolo Liutprando in età fanciullesca. Stando in Pavia, confermò il re Ugo[1944] nel dì 17 di febbraio dell'anno presente i privilegii ai canonici di Parma. Crebbero intanto le calamità de' Cristiani in Calabria per la potenza de' Saraceni. Secondo la relazione di Lupo protospata[1945], assediarono que' Barbari Taranto; e quantunque una valorosa difesa facessero que' cittadini, pure toccò loro in fine di soccombere. Anno 927 (scrive egli così) fuit excidium Tarenti patratum; et peremti sunt omnes viriliter pugnando; reliqui vero deportati sunt in Africam. Id factum est mense augusti in festivitate sanctae Mariae. Romoaldo salernitano[1946] riferisce all'anno 926 questa disavventura de' Tarentini, e l'attribuisce agli Ungheri, scrivendo che dopo la presa di Siponto fatta dagli Sclavi, non post multum temporis Ungri venerunt in Apuliam: et capta Auria civitate ceperunt Tarentum. Dehinc Campaniam ingressi, non modicam ipsius provinciae partem igni ac direptioni dederunt. Il Protospata è scrittore più antico di Romoaldo.
NOTE:
[1943] Liutprandus, Hist., lib. 3, cap. 5.
[1944] Ughell., Ital. Sacr., tom. 2 in Episcop. Parmens.
[1945] Lupus Protospata, tom. 5 Rer. Italic.
[1946] Romualdus Salernitanus, in Chron., tom. 7, Rer. Ital.
Anno di CRISTO DCCCCXXVIII. Indiz. I.
LEONE VI papa 1. UGO re d'Italia 3.
Non sapeva accomodarsi papa Giovanni X alla prepotenza di Marozia e di Guido duca di Toscana di lei marito, che si andavano usurpando tutto il governo temporale di Roma[1947]. Dovea bollir forte la discordia fra loro, e verisimilmente il pontefice, uomo di petto, non lasciava intentato mezzo alcuno per sostenere i suoi diritti, ed abbattere questi perturbatori della sua sì ben fondata autorità. Andò a terminar questa dissensione in un sacrilego enorme eccesso. Secretamente Guido e Marozia raunarono una mano di sgherri, che entrati un dì nel palazzo lateranense, sugli occhi dello stesso papa trucidarono Pietro di lui fratello, specialmente odiato da Guido; e messe le mani addosso allo stesso pontefice, il cacciarono in una scura prigione. Non passò molto che l'infelice pontefice quivi terminò i suoi giorni, o sopraffatto dal dolore di sì indegno strapazzo, o pure come correa fama a' tempi di Liutprando, perchè con un cuscino il soffocarono. Si sarebbe aspettato il lettore che il cardinal Baronio avesse qui aguzzata la penna contra di sì esecranda iniquità, e contra dei suoi sacrileghi autori. Tutto il contrario. Grida egli, quasi esultando: Sic igitur dignum suis sceleribus finem accepit invasor et detentor injustus apostolicae sedis Johannes, ut qui per impudicam feminam sacrosanctam apostolicam sedem violentus arripuit, aeque per impudicam mulierem ejectus et conjectus in carcerem, ea simul cum vita caruerit. Ma e se fossero ciarle e voci inventate dagl'ingiusti nemici di questo papa Giovanni, quelle che il solo Liutprando lasciò scritto del suo ingresso nel pontificato: che sarebbe da dire della sentenza proferita qui contro la memoria di un romano pontefice, accettato e venerato per tale da tutta la Chiesa di Dio, e che lodevolmente esercitò il pontificato, e solo per sostenere i diritti temporali della santa sede incontrò l'odio de' cattivi e dei prepotenti, e restò in fine soperchiato da essi? Veggasi ciò che il medesimo Baronio dica agli anni 955 e 963 di Giovanni XIII papa, che per varie ragioni non era da paragonare con Giovanni X. Non mi stendo a dire di più, bastando rapportar qui ciò che ne scrisse Frodoardo[1948]. I suoi versi son questi:
Surgit ab hinc decimus scandens sacra jura Johannes. Rexerat ille ravennatem moderamine plebem. Inde petitus ad hanc romanam percolit arcem., Bis septem qua praenituit paulo amplius annis. Pontifici hic nostro legat segmenta Seulfo. Munificisque sacram decorans ornatibus aulam Pace nitet dum, patricia deceptus iniqua, Carcere conjicitur, claustrisque arctatur opacis. Spiritus at saevis retineri non valet antris; Emicat immo aethra decreta sedilia scandens.
In questi medesimi tempi fioriva e scriveva Frodoardo, e la testimonianza sua vale ben più di quella di Liutprando, che era allora un ragazzo, e cresciuto poscia in età, pescò le notizie di questi tempi nei libelli infamatorii e romanzi d'allora. E s'egli fosse ben informato di quegli affari, basta leggere ciò ch'egli dopo il suddetto empio fatto soggiugne: Quo mortuo, ipsum Marotiae filium nomine Johannem, quem ex Sergio papa meretrix ipsa genuerat, papam constituunt. Ma questa è una spropositata asserzione. Imperocchè di certo sappiamo che dopo Giovanni X fu eletto e consecrato papa Leone VI nel mese di giugno, secondo i conti del padre Pagi. E dopo Leone venne papa Stefano VII, e dipoi Giovanni figliuolo di Marozia. Ora vatti a fidare di Liutprando. Frodoardo differisce la morte di papa Giovanni X sino all'anno seguente. Abbiam veduto che esso papa fu patricia deceptus iniqua, cioè da Marozia; ma nella Storia Frodoardo stesso[1949] asserisce che Guido duca di Toscana, fratello del re Ugo, ebbe mano in quella empietà. Una carta esistente nell'archivio archiepiscopale di Lucca, e da me veduta, porta le seguenti note cronologiche: Hugo gratia Dei rex anno regni ejus, Deo propitio, secundo, ipsa die kalend. januarii Indictione prima, cioè nel dì primo di gennaio del presente anno, confermandosi che Ugo non conseguì il regno nell'anno 925. Contiene quel documento una permuta di beni fatta da Pietro vescovo di Lucca, et Wido dux direxit missos suos, per chiarire che non interveniva danno o frode in quel contratto: dal che intendiamo ch'egli soggiornava allora in Lucca. Circa il mese di settembre dovette il re Ugo fare una scorsa ai suoi Stati di Provenza. Abbiamo questa particolarità a noi conservata dal sopraddetto Frodoardo. Heribertus comes, dice egli, cum Rodulfo (re di Francia) proficiscitur in Burgundiam obviam Hugoni Italiae regi. Aggiugne ancora che Hugo rex habens colloquium cum Rodulfo, dedit Heriberto comiti provinciam viennensem vice filii sui Odonis. Però il re Ugo, vedendo di non poter tener quegli Stati, dovette farne un sacrifizio alla potenza di Eriberto conte di Vermandois, arbitro allora del regno di Francia. Rapporta il padre Dachery[1950] un diploma d'esso re Ugo, dato pridie idus novembris anno dominicae Incarnationis DCCCCXXVIII, regni vero domni Hugonis piissimi regis tertio, Indictione prima. Da questo ricaviamo il tempo in cui egli era in Vienna, e che o non avea ceduto per anche quegli Stati, oppure gli avea ceduti con ritenersi la sovranità. Nella Cronica d'Amalfi[1951], correndo questi tempi, noi troviamo duca di quella città ed imperial patrizio Mastaro figlio del già duca Mansone. Il titolo di patrizio fa intendere che quella città continuava a riconoscere la sovranità de' greci imperadori.
NOTE:
[1947] Liutprand., Hist., lib. 3, cap. 12.
[1948] Frodoardus, de Roman. Pont.
[1949] Idem. in Chronic. tom. II Rer. Francis Du-Chesne.
[1950] Frodoardus, de Roman. Pontific.
[1951] Dachery, in Spicileg., tom. 3 postrem. edition.
Anno di CRISTO DCCCCXXIX. Indiz. II.
STEFANO VII papa 1. UGO re d'Italia 4.
Non più di sette mesi e cinque giorni durò il pontificato di Leone VI papa, attestandolo Frodoardo[1952] con questi versi, dopo aver parlato della morte di papa Giovanni X:
Pro quo celsa Petri sextus Leo regmina sumens, Mensibus haec septem servat, quinisque diebus, Praedecessorumque petit consortia vatum.
Però il padre Pagi, che il fa creato papa circa il fine di giugno dell'anno precedente, il crede per conseguente morto intorno al dì 3 di febbraio dell'anno presente. Ma il suddetto Frodoardo, col riferire sotto quest'anno la morte di papa Giovanni X carcerato, può far dubitare di questi conti, non essendo probabile che i Romani eleggessero un pontefice novello, se prima non furono accertati che, coll'essere mancato di vita Giovanni, era vacante la sedia di san Pietro. Johannes papa (dice egli) quum a quadam potenti femina, cognomine Marocia, principatu privatus sub custodia detineretur, ut quidam, vi, ut plures astruunt, actus angore defungitur[1953]. Che anche Leone VI fosse imprigionato e morisse in carcere, l'ha bensì scritto il cardinal Baronio[1954], ma senza addurne autore, o pruova alcuna. Tolomeo da Lucca[1955] trecento anni prima del Baronio scrisse: De hoc nullae historiae aliqua gesta tradunt, quia modicum sedit, sed quod in pace quievit, nullam tamen tyrannidem exercuit. Ora è fuor di dubbio che a Leone VI nel romano pontificato succedette Stefano VII, le cui azioni restano tuttavia seppellite nel buio di quell'ignorante secolo. Abbiamo poi dal suddetto Frodoardo che in questi tempi viae Alpium a Saracenis obsessae, a quibus multi Romam proficisci volentes, impetiti revertuntur. Venivano questi malanni ed impedimenti dai Saraceni, che s'erano ben fortificati nel luogo di Frassineto ai confini dell'Italia e Francia, da dove infestavano tutte le circonvicine provincie. Non si sa bene l'anno preciso, in cui Guido duca di Toscana passò da questa all'altra vita. Tuttavia giacchè Liutprando[1956], dopo aver narrata la morte di Giovanni X papa, scrive: Wido vero non multo post moritur, fraterque ejus Lambertus ipsi vicarius ordinatur; si può fondatamente conietturare che in quest'anno succedesse il fine dei suoi giorni. In luogo d'esso fu creato duca di Toscana Lamberto suo fratello. Noi troviamo in Pavia il re Ugo nel mese di maggio, ciò apparendo da un suo diploma[1957] spedito in favore di Sigefredo vescovo di Parma e della sua chiesa. IV idus maii, anno dominicae Incarnationis DCCCCXXIX, regni vero domni Hugonis piissimi regis quarto (più probabilmente tertio) Indictione II, Actum Papiae. Landolfo principe di Benevento e di Capoa, tuttochè creato patrizio dagli imperadori greci, ebbe di quando in quando delle liti con essi, e fece lor guerra. In questo anno ancora per attestato di Lupo protospata[1958], unitosi egli con Guaimario II, principe di Salerno, guerreggiò contro i Greci, ciò apparendo dalle parole di quello scrittore: Anno 929, Indictione II, Pandulphus (vuol dire Landulphus) et Guaimarius principes Langobardorum intraverunt Apuliam, dove i Greci erano specialmente padroni di Bari. Abbiamo inoltre dalla Cronica arabica[1959] che Saclabio generale de' Saraceni in Sicilia, il quale nel precedente anno avea presa Zarmina, in questo excursionem fecit usque ad Alancaberdam (si crede che voglia dire Langobardiam, cioè il ducato beneventano), et multos captivos cepit, nullam tamen civitatem expugnavit. Inducias tamdem unius anni fecit cum Calaurensibus.
NOTE:
[1952] Antiquit. Ital., Dissert. V, pag. 210.
[1953] Idem, in Chronico.
[1954] Baron., in Annal. Eccl.
[1955] Ptolomaeus Lucens., Hist. Eccl., tom. 11 Rer. Ital.
[1956] Liutprandus, Hist., lib. 3, cap. 12.
[1957] Ughell., Ital. Sacr., tom. 2 in Episc. Parmens.
[1958] Lupus Protospata, in Chron., tom. 5 Rer. Ital.
[1959] Chron. Arab., P. II, tom. 1 Rer. Ital.
Anno di CRISTO DCCCCXXX. Indiz. III.
STEFANO VII papa 2. UGO re d'Italia 5.
Non ha la storia d'Italia, se non Liutprando, che abbia con qualche estensione parlato dei fatti d'Ugo re d'Italia. Ma ne parla egli senza assegnarne i tempi, anzi talora confondendo l'ordine dei tempi. Sarà perciò a me lecito di rapportar sotto il presente anno la congiura fatta in Pavia contra del re Ugo da Gualberto e da Everardo soprannominato Gezone[1960]. Erano essi due giudici di quella città, ma prepotenti per la loro nobiltà, ricchezze e aderenze. Il primo avea avuto un figliuolo appellato Pietro, vescovo di Como, e una figliuola per nome Raza maritata in Gilberto conte del sacro palazzo. Gezone era una sentina di vizi. La cagion non si sa: un dì fecero costoro adunanza di gente con pensiero di andare addosso al re, che vivea senza sospetto alcuno. Tanto tardarono, che Ugo fu avvertito della mena, e da uomo scaltro mandò a dir loro le più belle parole del mondo, esibendosi pronto a correggere, se v'era cosa che lor dispiacesse. Con ciò restò quetata la foga dei due congiurati, ma non cessò l'animo loro perverso di macchinar contro la vita del re, seppure lo astuto Ugo non finse quest'ultima partita per liberarsi da chi avea nudrito sentimenti sì perniciosi contro la di lui corona e vita. Facendo egli vista di non curar questi movimenti, uscì un giorno di Pavia, e andato in altre città, fece venire a sè varie brigate de' suoi soldati, e specialmente Sansone uomo di gran potenza e nemico dichiarato di Gezone. Ugo fu consigliato da lui di tornarsene in Pavia; e perciocchè costumavano i nobili Pavesi, allorchè il re ritornava, di uscirgli incontro fuori della città, gli disse essere necessario di ordinare segretamente a Leone vescovo di Pavia, nemico anch'esso di Gezone, di serrare, uscita che fosse la nobiltà, le porte d'essa città, e di ben custodire le chiavi, acciocchè niuno potesse rientrarvi. Così fu fatto. E Gualberto e Gezone restarono colti in questa maniera, e i loro seguaci. Il primo pagò colla testa i suoi debiti; a Gezone furono cavati gli occhi e tagliata la lingua, perchè avea sparlato del re; il fisco tese le unghie a tutti i loro tesori; e ai complici di costoro toccò una disgustosa prigionia. Questo colpo servì ad accrescere la riputazion del re Ugo, e a farlo temere e rispettare, non solo in Pavia, ma per tutto il regno: il che non avea saputo fare in addietro il buon imperador Berengario. Un diploma del re Ugo, dato in Pavia nel settembre di quest'anno in favore di Sigefredo vescovo di Parma, fu da me dato alla luce[1961]. Secondo la Cronica arabica di Sicilia[1962], Saclabio generale de' Saraceni in questo anno excursione in Calauriam facta, cepit arcem, cui nomen Termulah, et abduxit captivorum duodecim millia. Intanto convien confessare che in questi tempi, ancorchè l'Italia godesse comunemente la pace, pure assai deforme era il suo volto, perchè le belle arti, le scienze, la pulizia da gran tempo ne erano bandite, e una somma ignoranza regnava dappertutto, non solamente fra i laici, che per lo più non possedevano libri, troppo cari allora perchè manoscritti, ma anche fra gli stessi ecclesiastici, e fino tra i monaci, che pure in molti luoghi mantenevano l'uso di trascrivere essi libri. Per cagion di questa ignoranza, e per gli esempli de' viziosi che erano cresciuti a dismisura, si aumentò di molto la corruzion de' costumi, e ne patì la religione stessa, divenuta, per così dire, materiale senza spirito. Non già che nascessero eresie, perchè il popolo e i pastori della Chiesa tenevano saldo quel che aveano appreso della fede cristiana; ma perchè pochi leggevano le divine Scritture; e il non udire inculcata nelle prediche la parola di Dio e le sue gran verità, lasciava libero il campo ai vizii e alle superstizioni: che tali erano il duello, e varie altre prove appellate giudizii di Dio, ed inventate per iscoprire, come scioccamente si credeva, la verità delle cose, e l'innocenza o reità delle persone, per tacere altre cose. Allora ancora più che mai si spacciarono miracoli falsi; si formarono varie leggende di santi, che oggidì si scorgono favolose; e però andò in decadenza anche la disciplina monastica nella maggior parte de' monisteri, massimamente perchè que' sacri luoghi venivano divorati dai principi, e dati in commenda ad abbati anche secolari e scandalosi; e i vescovi, e fin gli stessi romani pontefici, più a distruggere, che ad edificare erano rivolti, stante la voga in cui cominciò ad essere la simonia, l'incontinenza, il dover andare alla guerra, per nulla dire di tanti altri disordini di questi secoli barbarici, non taciuti dal cardinal Baronio.
NOTE:
[1960] Liutprandus, Hist., lib. 3, cap. 10.
[1961] Antiquit. Ital., Dissert. XXXI, pag. 935.
[1962] Chron. Arab. P. II, tom. 1 Rer. Ital.
Anno di CRISTO DCCCCXXXI. Indiz. IV.
GIOVANNI XI papa 1. UGO re d'Italia 6. LOTTARIO re d'Italia 1.
Per maggiormente assicurarsi la corona sul capo e conservare ne' suoi discendenti il regno d'Italia, il re Ugo dichiarò in quest'anno collega e re Lottario suo figliuolo, natogli da Alda sua moglie defunta; e concorsero coi lor voti in questa elezione tutti i principi e baroni nella dieta del regno. Credette il Sigonio[1963] che ciò seguisse nell'anno 932. All'incontro Girolamo Rossi[1964] asserì che questo principe fu promosso alla dignità regale nell'anno precedente 930, per aver veduto nell'archivio di Ravenna strumenti scritti, dice egli, in quell'anno col regno di Ugo e Lottario. Prese il padre Pagi[1965] con ambe le mani una tale asserzione, e la stabilì per cosa indubitata. Ma s'egli avesse fatto mente a tanti altri documenti che restano di Ugo e Lottario, si sarebbe anche egli trovato confuso, come son io, in accertare il principio del regno di Lottario. Vero è che dal signor Sassi[1966] bibliotecario dell'Ambrosiana sono allegate varie memorie indicanti conferito il titolo regale a Lottario nell'anno 930. Ma egli stesso ne accenna dell'altre che cominciano il regno di lui nell'anno presente, con aver anche immaginata una lodevol maniera di sciogliere questo gruppo, supponendo due epoche diverse di Lottario, la prima dell'elezione, e la seconda della coronazione. È ingegnoso il trovato; ma se ci erano popoli che non riconoscevano il re d'Italia, se non dappoichè egli era coronato, e se la coronazione fu di tale importanza che recava il compimento all'essenza dei re in quei tempi: non si saprà sì facilmente intendere come dopo l'elezione si differisse cotanto il prendere la corona. Io per me confesso di aver qualche diffidenza dei documenti che mettono il cominciamento del regno di Lottario nell'anno 930. I diplomi scritti con lettere d'oro non sono in molto credito presso di me; non mancano carte false negli archivii; e le legittime per colpa o de' secondi notai, o de' copisti, o degli stampatori, non di rado sono giunte a noi con delle slogature. Ora ancorchè n'abbia anch'io veduto di quelle, dalle quali si può arguire innalzato al trono regale Lottario nell'anno 930, ed alcuna per avventura se ne legga nelle mie Antichità italiche; pure così abbondante è il numero di quelle che mettono il principio del suo regno nell'anno presente 931, che più sicuro tengo il fermarmi in questa opinione. Ho io pubblicato un bel placito[1967], cioè uno de' più certi monumenti dell'antichità, tenuto in Pavia stessa, anno regni domni Hugoni et Lotharii filio ejus gratia Dei reges, Deo propicio, domni Hugoni decimo, Lotharii vero quinto, XIV kalendas octobris, Indictione nona, cioè nell'anno 935. Un altro placito si vede tenuto in Lucca, anno domini Ugoni quintodecimo, domni Lotharii vero decimo, hoctavo kalendas aprilis, Indictione quartadecima, cioè nell'anno 941. Il primo ci fa conoscere Lottario nel settembre dell'anno 931 re, e il secondo cel mostra non per anche re nel marzo dello stesso anno. Nell'archivio dei canonici di Modena uno strumento fu scritto, Domnus Hugo, et Lothario filio ejus gratia Dei regis hic in Italia. Domno Hugo anno octavodecimo, et domno Lothario anno terciodecimo, V kalendas januarias per Indictione secunda, cioè nell'anno 943. Adunque neppure nel dì 28 di decembre dell'anno 930 Lottario era salito sul trono. E che neppure nel dì 4 di marzo del 931 egli godesse del titolo regale, si raccoglie da una carta scritta in Lucca anno XIX, regni Lotharii regni, IV nonas martii, Indictione VIII, cioè nell'anno 950. Veggansi altri documenti da me rapportati nelle Antichità italiane[1968], che neppur nell'aprile dell'anno 931 aveva avuto principio il regno di Lottario. Da queste notizie non discordano le pubblicate dal Campi[1969], dall'Ughelli[1970] e dal Margarino[1971], benchè non sempre esattamente copiati sieno i loro documenti, dimodochè dee parer più sicuro il fissare nell'anno presente il principio dell'epoca del regno di Lottario figliuolo del re Ugo. E tanto più ciò si troverà certo, quanto più si rifletterà ad uno strumento dato alla luce dal padre Tatti[1972], dove son queste note cronologiche. Ugo gratia Dei rex anno regni ejus in Italia quinto, mense maii, Indictione quinta, cioè nell'anno presente di maggio. Adunque non era per anche in uso epoca alcuna di Lottario prima del corrente maggio. Che poi verso il fine del maggio stesso egli salisse al trono, può ricavarsi da una carta pecora dell'archivio del monistero milanese di santo Ambrosio, scritta Hugo et Lothario filius ejus divina ordinante providentia regis anno regni praedicto Hugoni quinto, Lotharii primo, mense magio, Indictione quarta. Credesi che in quest'anno mancasse di vita Lamberto arcivescovo di Milano. Quel clero e popolo si figurava di poter eleggere, secondo l'inveterato costume, dal grembo de' suoi parrochi o canonici nazionali il successore; ma i maneggi e la potenza del re Ugo s'interposero, e furono obbligati ad eleggere per quella cattedra uno straniere. Questi fu Ilduino franzese, parente del medesimo re, che eletto già vescovo di Tongres in concorrenza di un altro, soccombendo nella contesa, era negli anni addietro venuto a cercar migliore fortuna in Italia[1973]. Essendo venuto meno nell'anno 928 Noterio ossia Notecherio, vescovo di Verona, tanto si adoperò il re Ugo, che istallò in quella sedia Ilduino, oppure gliene fece solamente godere le entrate. Ma non terminò l'ambizione di questo prelato, nè la politica del re Ugo, a cui premeva di avere un arcivescovo di Milano tutto suo: sebben pare che Raterio, di cui parleremo, metta in dubbio la volontà del re stesso in questo affare. Certo è che Ilduino passò dalla chiesa di Verona alla più insigne e più pingue ambrosiana; giacchè più non si badava ai canoni che vietavano le traslazioni de' vescovi. Aveva egli, allorchè venne in Italia, condotto seco Raterio monaco di Liegi, uomo celebre in questi tempi ob religionem, septemque artium liberalium peritiam, come dice Liutprando, di cui avremo occasion di parlare andando innanzi. Fu spedito lo stesso Raterio a Roma[1974], per ottenere dal sommo pontefice l'approvazione dell'arcivescovato d'Ilduino e il pallio. Riuscì felicemente in questo negoziato il valente monaco, e non dimenticò i suoi propri affari, perchè, per confessione sua, insieme col pallio e colle bolle pontificie in favor d'Ilduino allatae sunt et literae domni papae tunc temporis Johannis gloriosae indolis, quibus continebantur ejusdem preces, totiusque romanae ecclesiae, uti ego Veronensibus darer episcopus. Perciò o nell'anno presente, o nel susseguente, dovette Raterio entrare in possesso della chiesa di Verona.
Ma avendo noi udito che questo monaco portò lettere di Giovanni papa, convien ora raccontare che in quest'anno cessò di vivere Stefano VII papa, di cui Frodoardo scrive così[1975]:
Septimus hinc Stephanus praefulget in annos, Aucto mense super, bisseno ac sole jugato.
Gli succedette Giovanni XI figliuolo di Marozia. Ha questo papa anch'egli la disgrazia d'essere appellato pseudopontifex dal cardinal Baronio[1976], che unicamente, come fecero tant'altri, si appoggiò sulle maldicenze di Liutprando storico. Troppo stomaco fece allo zelante porporato l'aver questi detto ch'esso Giovanni era nato da Marozia e da Sergio III papa. Ma siccome abbiam detto di sopra all'anno 910, ragionevolmente si possono queste credere calunniose voci sparse da' nemici contro la fama e memoria di Sergio. Marozia era moglie, secondo tutte le apparenze, di Alberico marchese; e di esso Alberico vien chiamato da altri scrittori figliuolo esso Giovanni XI, creato papa in quest'anno. Che se il Baronio scrive essere egli stato portato al pontificato dalla prepotenza di Guido marchese di Toscana, marito posteriore di Marozia, non s'abbia a male, se gli rispondiamo, essere questi sogni suoi ed immaginazioni, non sostenute dalla testimonianza di alcun antico scrittore. E tanto più, perchè, siccome abbiam detto, pare che il suddetto Guido duca e marchese già fosse mancato di vita nell'anno 929. Per altro si può credere che Marozia non lasciasse in ozio la sua possanza per far cadere in capo al figliuolo la tiara pontificia, e seguitar ella a comandar le feste in Roma, come avea fatto in addietro. Ma di questo si ha da domandar conto ai Romani d'allora che, avviliti o effeminati, si lasciavano così aggirar da una donna. Per altro non sapendosi succeduta allora violenza alcuna, ragion vuole che legittima fosse l'elezion di Giovanni XI, ed egli in fatti fu riconosciuto per vero papa da tutta la Chiesa, e chiamato dal vivente allora Raterio pontifex gloriosae indolis; laonde al tribunale del sacro Annalista non conveniva di dichiararlo pseudopontefice ed intruso contra il sentimento della Chiesa universale e della storia.
Abbiamo da Frodoardo[1977] che in questo anno, Graeci Saracenos per mare insequentes usque ad Fraxenedum saltum, ubi erat refugium ipsorum, et unde egredientes Italiam sedulis praedabantur incursibus, Alpibus etiam occupatis, celeri Deo propitio internecione proterunt, quietam reddentes Alpibus Italiam. Di questo fatto, glorioso all'armi greche ed utile all'Italia, non resta vestigio in alcun'altra istoria. Nè si creda già il lettore che venisse fatto ai Greci di schiantar quella mala razza da Frassineto. Seguitarono que' malandrini ad abitar ivi, e ad infestar come prima l'Italia e la Provenza: e tornerà in breve occasion di parlarne. Oltre a quest'anno non si può differire una strepitosa iniquità del re Ugo[1978]. Reggeva la Toscana allora Lamberto duca, uomo bellicoso e capace di gran fatti. Il credito di questo principe, suo fratello uterino, era una spina sugli occhi al re Ugo, per timore che i principi d'Italia ribellandosi portassero alla corona esso Lamberto. Aveva inoltre Ugo un fratello dal lato del padre, appellato Bosone, che ardentemente vagheggiava il ducato della Toscana. Che dunque fece questa volpe regale? Sparse voce che Berta duchessa di Toscana sua madre non aveva partorito alcun figliuolo al duca Adalberto suo marito; ma che presi dei figliuoli nati da altre donne, cioè Guido, Lamberto ed Ermengarda, avea finto di averli essa partoriti, per poter continuare la sua autorità dopo la morte del marito. Bisognò ben supporre stranamente semplice e scimunito Adalberto duca, che non si avvide di questa invenzione. Ciò fatto, il re Ugo stette poco ad intimare al duca Lamberto che non ardisse di appellarsi più suo fratello. Non seppe Lamberto digerir questa calunniosa voce, e fece sapere al re d'essere pronto a provare in duello che tanto egli come esso Ugo erano venuti alla luce per la medesima madre. Allora il re destinò un certo giovane appellato Teduino per suo campione, affin di decidere coll'armi a nome suo questa controversia. Seguì il combattimento, in cui restò vincitore Lamberto; e ciò in que' tempi, ne' quali il duello per pazza opinione de' popoli veniva creduto un manifesto giudizio di Dio intorno alla verità o falsità delle accuse, servì a comprovare l'innocenza del vincitore Lamberto. Liutprando crede inventata questa calunnia dal re Ugo, perchè egli era già in trattato di accasarsi con Marozia, e cercava di levar di mezzo l'impedimento della parentela, essendo ella stata moglie di Guido marchese di Toscana suo fratello. Restò confuso il re Ugo, ma non lasciò per questo di continuar la persecuzione contro il fratello Lamberto; e tanto seppe fare che l'attrappolò, ed avutolo nelle mani, gli fece cavar gli occhi, e toltogli il ducato della Toscana, lo conferì a Bosone suo fratello. Per attestato del Fiorentini[1979], questo Bosone si truova nell'anno seguente marchese della Toscana. Liutprando scrive[1980] che a' suoi tempi vivea tuttavia l'infelice Lamberto, qui nunc usque lumine privatus superest. Così in altre mani passò il ducato della Toscana, tolto con sì enorme superchieria alla schiatta dei Bonifazii ed Adalberti, gloriosi e potenti duchi di quella provincia. Ma non perciò credo io che finisse la lor prosapia, con avere addotto conghietture fortissime ed atte a persuadere, che[1981] da alcuno di quei due principi, cioè o da Guido o da Lamberto marchese di Toscana, e figliuoli di Adalberto II il Ricco, oppure da Bonifazio fratello d'esso Adalberto II, sia discesa la nobilissima stirpe dei marchesi d'Este, che poi nel secolo undecimo diramata, fiorisce tuttavia nella real casa di Brunsvic, regnante in Inghilterra e Germania, e nella casa dei duchi di Modena. Siccome ho io provato con sicuri documenti, cominciano in questi tempi a trovarsi gli antenati della gloriosa prosapia che poi fu appellata de' marchesi d'Este. Si truovano essi ornati del titolo di marchesi; e quantunque io non abbia potuto scoprir finora documento alcuno chiaramente comprovante la lor connessione coi suddetti antichi marchesi di Toscana; pure tali conghietture concorrono, che difficilmente si potrà fallare in tenendo i principi estensi per discendenti da essi. Lo stesso Liutprando[1982] pare che indichi avere il duca Guido avuto dei figliuoli da Marozia patrizia romana, perchè detestando le nozze del re Ugo colla medesima, scrive ch'essa non potea valersi della legge ebraica, concedente all'un fratello di suscitare il seme dell'altro fratello defunto senza figliuoli, e perciò dice:
Immemor aspiceris praecepti caeca Johannis, Qui fratri vetuit fratris violare maritam. Haec tibi Moyseos non praestant carmina vatis, Qui fratri sobolem fratris de nomine jussit Edere, si primus nequeat sibi gignere natum. Nostra tuo peperisse viro te saecula norunt.
Ma che divenne di questi figliuoli di Guido? Altri ne potè avere Lamberto suo fratello, ed altri anche Bonifazio loro zio paterno, giacchè i Longobardi tutti soleano prendere moglie, non essendo in uso fra loro le primogeniture. Noi troviamo ricreato e conservato negli antenati della casa d'Este, viventi in questi medesimi tempi e dipoi, il nome di Adalberto, il titolo di marchese, la lor potenza, i lor beni e giuspatronati in Toscana, massimamente ne' contadi di Arezzo, Pisa e Luni, prima che venissero in Lombardia. Però fra le tenebre di questi secoli non poco lume si ha per conghietturare i principi estensi diramati dagli antichi Adalberti marchesi di Toscana. Restò per le iniquità del re Ugo depressa questa nobil prosapia, ma noi la vedremo dopo la di lui morte risorgere con non minor lustro di prima.
NOTE:
[1963] Sigonius, de Regno Ital., lib. 6.
[1964] Rubeus, Istor. Ravenn., lib. 5.
[1965] Pagius, ad Annales Baron.
[1966] Saxius, in Not. ad Sigon., de Regno Ital.
[1967] Antiquit. Ital., Dissert. XXXI et X.
[1968] Antiq. Ital., Dissert. IX, XXXIV, XXXVI, LXII, etc.
[1969] Campi, Istor. di Piacenza, tom. 1.
[1970] Ughell., Ital. Sacr.
[1971] Margarinius, Bullar. Casinens., tom. 2.
[1972] Tatti, Annal. Sacri di Como, tom. 2.
[1973] Liutprandus, Hist., lib. 3, cap. 11.
[1974] Ratherius, in Epist., in Spicileg. Dacherii.
[1975] Frodoardus, de Roman. Pontificib.
[1976] Baron., in Annal. Eccles.
[1977] Frodoardus, in Chron.
[1978] Liutprandus, Hist., lib. 3, cap. 13.
[1979] Fiorentini, Memor. di Matilde, lib. 3.
[1980] Liutprandus, Hist., lib. 2, cap. 15.
[1981] Antichità Estensi, P. 1, cap. 22 et seq.
[1982] Liutprandus, Hist., lib. 3, cap. 12.
Anno di CRISTO DCCCCXXXII. Indiz. V.
GIOVANNI XI papa 2. UGO re d'Italia 7. LOTTARIO re d'Italia 2.
Possedeva quietamente il re Ugo il regno d'Italia, e dimorava in Pavia IV kalendas madii di quest'anno, come s'ha da un suo diploma da me pubblicato[1983]. Ma gli pareva poco, se non arrivava anche al dominio di Roma, come avevano fatto tanti altri suoi predecessori. Conobbe che altro mezzo non v'era per ottenere l'intento, che il guadagnar l'animo di Marozia, onnipotente in quella città. Se vogliam credere a Liutprando[1984], che teneva questo furbissimo re per uom santo, fu Marozia stessa che dopo la morte di Guido suo marito, spediti a lui ambasciatori, l'invitò a Roma, con offerirgli sè stessa in moglie, e il dominio della città, per così dire, in dote. Andò il re Ugo in quest'anno a quell'inclita città, accolto cortesemente dai Romani; fu ammesso in castello di sant'Angelo da Marozia, che n'era la padrona; e confidato in questa fortezza, lasciò fuori di città l'esercito suo. Ch'egli sposasse Marozia, e si mettesse in possesso di Roma, abbastanza si raccoglie dallo stesso Liutprando, il quale detesta come incestuose tali nozze, dacchè Marozia avea dianzi avuto per marito Guido duca di Toscana, fratello uterino d'esso re Ugo. Qui chiede tosto il lettore, se Ugo, che facea tanto l'uomo dabbene, veramente s'involse ad occhi aperti in quell'incesto, oppure se ottenne dispensa della parentela dal papa. Altro non so dir io, se non che non apparisce che allora fossero fatte dispense. E che probabilmente Ugo si servì per contraere quelle nozze di un galante suo trovato, cioè di far credere che Guido non era suo fratello, siccome abbiam già veduto. Si può ancora chiedere, perchè Ugo, che avea in pugno Roma e il papa, cioè Giovanni suo figliastro, non si facesse dichiarare e coronar imperador de' Romani. Forse non ebbe tempo da compiere questo suo verisimil desiderio; e si truova ancora qualche antica memoria, in cui egli è chiamato imperadore, ma senza aver mai conseguita la corona romana, mentre in tutti i susseguenti suoi diplomi egli usa sempre il titolo di re, e non mai d'imperadore. Ora dacchè Ugo fu in possesso di Roma, se vogliam credere a Liutprando, cominciò a mostrar poca stima della nobiltà romana. Peggio avvenne. Un dì ebbe il giovane Alberico, figliuolo di Marozia e di Alberico marchese, ordine dalla madre di dar da lavar le mani al re suo padrigno; ma con sì poco buon garbo colla brocca gli votò l'acqua nelle mani, che Ugo gli lasciò andare un man rovescio sul volto. Levatosi di lì Alberico, fatta raunanza di molti nobili romani, rappresentò loro la tracotanza di questo novello re, il quale se sui principii trattava sì villanamente un par suo, cosa non avrebbe fatto nel progresso del tempo in danno e vituperio de' Romani? Con queste parole, e con altre in detestazion dei Borgognoni, sì fattamente accese gli animi d'essi nobili, che data campana a martello, e messo tutto il popolo in armi, chiusero le porte, e andarono ad assediare il re in castello sant'Angelo, senza dargli tempo d'introdurre le sue milizie. Tal fu la paura del bravo re Ugo, che neppur credendosi sicuro in quella fortezza, si fece calar giù per le mura del castello fuori della città, e volò a trovar le sue truppe, colle quali assai scornato marciò tosto fuori del ducato romano. Servì questa occasione al popolo romano, stanco d'essere signoreggiato da una donna, per dichiarar loro principe e signore il suddetto Alberico, giacchè se avessero renduto il governo a papa Giovanni, come era di dovere, Marozia avrebbe continuato a governar ella sotto nome del figliuolo pontefice. Anzi Alberico per maggiormente assicurare il suo dominio, mise in prigione la stessa Marozia sua madre, e tenne in maniera le guardie al papa suo fratello, che nulla poteva operare senza saputa e consentimento di lui. Siamo tenuti di queste particolarità a Frodoardo, il quale sotto l'anno seguente scrive nella Cronica[1985], che tornati da Roma i messi della chiesa di Rems, Pallium Artaldo praesuli deferunt, nuntiantque, Johannem papam filium Mariae, quae et Marocia dicitur, sub custodia detineri a fratre suo nomine Alberico, qui matrem quoque suam Marociam clausam servabat, et Romam contra Hugonem regem tenebat. Ripete lo stesso nella storia della chiesa di Rems con dire[1986]: Artoldus episcopus post annum ordinationis suae pallium suscipit, missum sibi per legatos ecclesiae remensis a Johanne papa filio Mariae, quae et Marocia dicebatur, vel ab Alberico patricio fratre ipsius papae, qui eumdem Johannem fratrem suum in sua detinebat potestate, et praedictam matrem ipsorum in custodia clausam tenebat; Hugonem quoque regem Roma depulerat. Ed allora, a mio credere, fu che si scatenò liberamente la satira contro della depressa Marozia e di papa Giovanni suo figliuolo, con aggiugnere ai veri vizii di quell'ambiziosa donna gli altri inventati dalla maldicenza, per giustificare in qualche maniera l'usurpazione del dominio di Roma, e le risoluzioni prese da Alberico contra di una madre e di un fratello papa. Servirono poi a Liutprando quelle pasquinate per denigrar la fama dei papi d'allora. Probabilmente in quest'anno fu promosso alla cattedra episcopale di Verona Raterio monaco, ma contro il volere del re Ugo, il quale unicamente consentì all'ordinazione sua, per non dispiacere alla corte di Roma, che l'avea caldamente raccomandato, e per isperanza ch'egli, aggravato da particolari indisposizioni, sloggerebbe presto dal mondo. Ma Raterio guarì, e fu consecrato. Allora Ugo, secondochè attesta lo stesso Raterio[1987], iratissimus redditur; juravit per Deum (nec est mentitus) quod diebus vitae suae de ipsa ordinatione non essem gavisurus. Misit ergo in pitaciolo certam quantitatem stipendii, quod tenerem de rebus ecclesiae; de ceteris exigens jusjurandum, ut diebus illius, filiique sui amplius non requirerem. Ego intelligens, quanta absurditas ex hoc consequeretur, non consensi. Ed ecco come si abusassero allora i principi del secolo della lor potenza, con disporre a lor talento dei beni delle chiese; e se il re Ugo fosse quel principe sì pio e timorato di Dio che Liutprando ci vorrebbe far credere. Paggio egli allora del re Ugo scrive di sè stesso[1988]: Ea tempestate tantus eram, qui regis Hugonis gratiam vocis mihi dulcedine acquirebam. Is enim euplioniam magnopere diligebat, in qua me coaequalium puerorum nemo vincere poterat. Truovasi nel dì primo di luglio dell'anno presente in Lucca esso re Ugo, dove[1989] admonitione karissimi fratris nostri Bosonis illustrissimi marchionis (già creato marchese di Toscana) dona ai canonici di Lucca una corte pro remedio animarum Adalberti marchionis, et Bertae serenissimae comitissae matris nostrae. Così quel buon re, dopo averla infamata colla calunnia dei parti supposti. Il diploma fu dato kalendis julii, anno dominicae Incarnationis DCCCCXXXII, regni autem domni Hugonis piissimi regis sexto, Lotharii item regis secundo, Indictione quinta. Actum in civitate Lucae. Non so se Ugo andasse allora a Roma, oppure se ne venisse. In questo anno, per attestato del Dandolo[1990], Orso Particiaco ossia Participazio, doge di Venezia, veggendosi oramai vecchio, dato un calcio al mondo, si fece monaco. In luogo suo fu eletto doge Pietro Candiano II, figliuolo di Pietro Candiano I doge. Questi pel suo valore e saviezza accrebbe non poco la potenza de' Veneziani con assuggettar varii popoli confinanti, e far lega con altri. Mandò tosto alla corte di Costantinopoli Pietro suo figliuolo con assaissimi regali, ed ottenne da quegli Augusti la dignità di protospatario.
NOTE:
[1983] Antiq. Ital., Dissert. XIX, pag. 57.
[1984] Liutprandus, Hist., lib. 3, cap. 12.
[1985] Frodoardus, in Cron. apud Du-Chesne.
[1986] Idem, in Chronic. Remensi, lib. 4, cap. 24.
[1987] Ratherius, in Epist. ad Johannem papam.
[1988] Liutprandus, lib. 4, cap. 1.
[1989] Ughell., Ital. Sacr., tom. 1, in Episcop. Lucens.
[1990] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.
Anno di CRISTO DCCCCXXXIII. Indiz. VI.
GIOVANNI XI papa 3. UGO re d'Italia 8. LOTTARIO re d'Italia 3.
Truovo io parimente nel gennaio di quest'anno il re Ugo in Toscana. Stando egli in Arezzo, confermò ai canonici di quella città, precibus karissimi fratris nostris Bosonis incliti marchionis, i beni lasciati da Pietro vescovo ai medesimi canonici, e che loro avea confermato serenissimus avus noster Lotharius imperator, padre di Lottario re della Lorena, da cui era nata Berta sua madre. Fu quel privilegio[1991] dato anno dominicae Incarnationis DCCCCXXXIII, XVI kalendas februarii, regni autem domni Hugonis piissimi regis VIII, dominique Lotharii item regis III, Indictione VI. Actum in domo sancti Donati. Quindi si può ricavare che Ugo già fosse re nel gennaio dell'anno 926. Ma non è sicuro questo documento. Ho ben io messo qui l'anno 933, ma parmi che l'originale non fosse ben chiaro in questa nota. E poi come accordar questo diploma coll'altro dell'anno precedente? Ivi nel dì primo di luglio 932 correva l'anno sesto del regno d'Ugo, e qui nel dì 17 di gennaio del 933 corre l'anno ottavo. V'ha anche dell'errore negli anni del regno di Lottario. Per l'affronto poi ricevuto da Alberico patrizio di Roma, e dal popolo romano nell'anno antecedente, si rodeva il cuore il re Ugo, e non tardò a cercarne vendetta con passare all'assedio della stessa Roma. Trovò chi non era figliuolo della paura. Diede bensì il guasto al paese, ma non gli riuscì di condurre i Romani ad aprirgli le porte, e neppure a far capitolazione alcuna. In poche parole si sbriga Frodoardo con iscrivere[1992] sotto quest'anno: Hugo rex Italiae Romam obsidet. E Liutprando racconta ch'esso Ugo[1993] qualiter Romam, ex qua ejectus turpiter fuerat, posset acquirere, cogitabat. Collecta itaque multitudine, proficiscitur Romam: cujus quamquam loca et provincias circum circa misere devastaret, eamque ipsam quotidiano impetu impugnaret, ingrediendi eam tamen effectum obtinere non potuit. Potrebbe anche credersi succeduto in quest'anno, e forse prima, ciò che il medesimo Liutprando racconta[1994].
Cioè che i principi d'Italia, malcontenti di avere sopra di sè un re che ad una somma malizia avea cominciato ad unire la crudeltà, con avere specialmente privato sotto indegno pretesto della vista e del ducato Lamberto marchese di Toscana suo fratello, si avvisarono di richiamare in Italia il già detronizzato Rodolfo II re di Borgogna. Ugo, che tenea delle spie dappertutto, lo seppe; e spediti a Rodolfo i suoi ambasciatori, gli fece uscir di cuore questa voglia, con cedergli parte degli stati ch'egli possedeva in Provenza, prima di venire al regno d'Italia, avendo all'incontro ceduto quel re ad Ugo qualsivoglia sua pretension sopra l'Italia. Così restò egli libero dal timore da quella parte. Pretendono il Du-Chesne[1995] e il Buchè[1996] che per tale accordo Rodolfo II acquistasse la Savoia, il Delfinato ed altri paesi di Provenza sino al mare di Marsiglia. Ma sarebbe da vedere se la Savoia fosse dianzi di Rodolfo oppure di Ugo. E che Ugo avesse già ceduto ad altri il marchesato di Vienna si è di sopra veduto. Pretendono inoltre quegli scrittori che Ugo ritenesse in suo potere la città d'Arles col suo contado; e certamente noi il vedremo tornare in Provenza, e quivi esercitar dominio. Vogliono ancora che Rodolfo desse allora Alda ossia Adelaide sua figliuola per moglie a Lottario re figliuolo del re Ugo. Può essere che fra le condizioni del loro accordo vi fosse ancor questa; potrebbe anche dubitarsi che seguissero gli sponsali dell'uno coll'altra; ma che in questi tempi si accoppiasse Adelaide con Lottario, non sussiste. Vedremo all'anno 938 le loro nozze. E qui si vuol avvertire che Lottario non era per anche in età capace di unirsi con donna. Il monaco di Bobbio[1997], che scrisse i miracoli operati da Dio per intercession di san Colombano abbate di quell'insigne monistero, e vivea in questi medesimi giorni, racconta un fatto non indegno di memoria. Aveano alcuni potenti, specialmente Guido vescovo di Piacenza, occupata una gran quantità di beni al monistero di Bobbio; iniquità che era alla moda in que' sì sconcertati tempi dell'Italia e della Francia. Allorchè il re Ugo fu divenuto padrone di questo regno, la regina Alda sua moglie condusse in Italia un nobile e saggio uomo, appellato Gerlenno, con pensiero di dargli un vescovato. Fu questi creato arcicancelliere del regno da Ugo. Suum sigillum ei tribuit, summumque cancellarium esse praecepit. Io il truovo solamente cancelliere nell'anno 929, ma comparisce poi ne' seguenti anni arcicancelliere. Venuto a morte Silverado abbate di Bobbio, il re diede quella badia in commenda a Gerlenno, che neppur era monaco. E questi trovato il monistero dianzi sì ricco, allora sì smilzo, più volte si raccomandò al re Ugo, affinchè obbligasse quegli usurpatori alla restituzion de' beni. Sed rex potestative ea non valebat ab eis auferre. Metuebat enim eos, ne si aliquid contra eorum voluntatem ageret, regni damnum incurreret: quia scimus etiam contra eum saepius rebellasse. Di qui ancora si conosce come fossero corrotti gli animi e i costumi dei principi sì secolari come ecclesiastici d'allora. Adunque l'accorto re gli diede per parere di condurre a Pavia il corpo di san Colombano, perchè a quella vista si commoverebbono gli usurpatori. Così fu fatto, forse circa l'anno 929 o 930, e quel sacro deposito fu esposto nella chiesa di san Michele. Allora Lotharius bonae indolis puer, filius praedicti regis, quem Alda regina sua genuit, magnis febribus arebatur. Qui jubente patre ad supradictam ecclesiam in ulnis adductus est. Per intercessione del santo riacquistò egli la sanità. Ricuperarono i monaci ancora alcuni dei lor beni, ma non già gli occupati dall'indurato vescovo di Piacenza. Dal che si può intendere che il re Lottario era tuttavia di tenera età circa questi tempi. Abbiamo dal sopra allegato Frodoardo sotto il presente anno che i Saraceni abitanti in Frassineto meatus Alpium occupant, atque vicina quaeque depraedantur. Fece parimente fine al corso di sua vita in quest'anno Guaimario II principe di Salerno[1998], con lasciar suo successore Gisolfo suo figliuolo in età di soli quattro anni, a cui fu dato per tutore Prisco.
NOTE:
[1991] Antiq. Ital., Dissert. LXII.
[1992] Frodoardus, in Chron. tom. II, Rer. Franc. Du-Chesne.
[1993] Liutprandus, Hist., lib. 4, cap. 1. Duc. Burgund., lib. 2.
[1994] Idem, lib. 3, cap. 13.
[1995] Du-Chesne, de Duc. Burgund., lib. 2.
[1996] Buchè, Histoire de Provence, lib. 6.
[1997] Mabill., Saecul. Benedict., tom. 2.
[1998] Romuald. Salernitanus, Chron., tom. 7 Rer. Ital.
Anno di CRISTO DCCCCXXXIV. Indiz. VII.
GIOVANNI XI papa 4. UGO re d'Italia 9. LOTTARIO re d'Italia 4.
Sigeberto[1999] all'anno 932 e l'Annalista sassone[2000] all'anno 933 raccontano un fatto che forse è da riferire all'anno presente. Dacchè i principi d'Italia non poterono muovere contra del re Ugo Rodolfo II re di Borgogna, nè c'era speranza di poter tirare in Italia Arrigo glorioso re di Germania, perchè egli avea troppe faccende in casa propria, e si sa da Liutprando che il re Ugo non risparmiava regali per tenerselo amico; si rivolsero ad Arnolfo duca di Baviera e di Carintia, facendogli credere che l'Italia, s'egli veniva con una buona armata, era di facile conquista, per l'avversione conceputa da molti contra del re Ugo[2001]. Liutprando narra questo avvenimento, ma senza assegnarne il tempo secondo il suo costume. Calò Arnoldo per la valle di Trento, che era da quella parte la prima marca dell'Italia, e venne a Verona, le cui porte gli furono aperte da Milone conte della città e da Raterio vescovo: essi almeno furono creduti dei principali a chiamarlo in Italia. Non istette colle mani alla cintola il re Ugo. Ammassato il suo esercito, lo spinse a quella volta. Accadde che uscito di Gussolengo un corpo di Bavaresi, s'incontrò con un altro d'Italiani, e venuto alle mani, restò talmente disfatto, che taluno appena coll'aiuto delle gambe potè portarne la nuova agli altri. Bastò questo poco per isbalordire Arnoldo, il quale conosciuto che non era sì molle il terreno, come egli s'era figurato, determinò di tornarsene in Baviera per rifare ed accrescere l'esercito, e rimettere ad altra stagione questa impresa. Pensò ancora di condur seco Milone conte. Ma questi penetrato il disegno, restò in forse di quel che avea da fare. In Baviera per conto alcuno non voleva andare; pericoloso era il portarsi al re Ugo. Tuttavia elesse l'ultimo partito, e questo gli dovette servire per giustificarsi e per cancellare i sospetti formati contra di lui. Arnolfo se ne tornò in Baviera, menando seco il fratello di Milone e i di lui soldati prigionieri. Presentatosi il re Ugo a Verona, la riebbe senza difficoltà, e fatto prendere il vescovo Raterio, il confinò in una prigion di Pavia, dove ebbe tempo da poter descrivere graziosamente i salti della sua buona e rea fortuna. Pretende egli in una lettera[2002] scritta a papa Giovanni XIII che ingiusto fosse il gastigo, e che il re Ugo prendesse pretesto dalle rivoluzioni di Verona per nuocere a lui secondo la suggestion del suo odio. Cepit me, dice Raterio, retrusit in custodiam in quadam Papiae turricula; non dico sine mea culpa, sed citra legem ita haec egit, et sine audientia. Dicat heic quisque quod volet; temerariis enim judiciis juxta Augustinum plena tunt omnia. Diede in quest'anno il re Ugo un diploma in confermazione dei beni posseduti dai canonici di Modena[2003]. Le note son queste: Datum XII kalendas octobris anno dominicae Incarnationis DCCCCXXXIV, regni autem domni Hugonis invictissimi regis octavo, et domni Lotharii item regis tertio, Indictione septima. Qui è adoperata l'indizione nostra volgare, che cominciata nel gennaio procede per tutto l'anno.
NOTE:
[1999] Sigebertus, in Chron.
[2000] Annalista Saxo, tom. 1 Hist. Eccard.
[2001] Liutprandus, lib. 3. cap. 14.
[2002] Ratherius, in Epist., tom. 1, Spicileg. Dachery postrem. edit.
[2003] Ughell., Ital. Sacr., in Episcop. Mutinensi.
Anno di CRISTO DCCCCXXXV. Indiz. VIII.
GIOVANNI XI papa 5. UGO re d'Italia 10. LOTTARIO re d'Italia 5.
Non ho io ben potuto chiarirmi se quel Bonifazio conte, che noi vedemmo di sopra all'anno 924 chiamato in aiuto da Rodolfo re di Borgogna e d'Italia, fosse fin d'allora promosso alla dignità di marchese, ed avesse in governo il ducato di Spoleti e la marca di Camerino. Liutprando scrisse[2004] ch'egli nostro tempore Camerinorum et Spoletinorum extitit marchio: il che ci può far dubitare che molto più tardi a lui fosse conferito quell'illustre governo. Nè è molto verisimile che Ugo re promovesse questo Bonifazio, ch'era cognato del suddetto re Rodolfo. Egli è ben fuor di dubbio che in questi tempi signoreggiava nelle marche di Spoleti e di Camerino un Teobaldo ossia Tebaldo, di cui scrive il medesimo Liutprando[2005]: Theobaldus heros quidam, proxima regi Hugoni affinitate conjunctus, Camerinorum et Spoletinorum marchio erat. Questo Teobaldo è poi chiamato nipote suo da esso re Ugo[2006]. Bolliva tuttavia la guerra fra Landolfo principe di Benevento e i Greci, e si trovava il primo a mal partito, non so ben dire se in quest'anno, oppure in alcuno degli antecedenti. Comunque sia per conto del tempo, abbiam di certo che ricorse Landolfo per aiuto a questo duca ossia marchese di Spoleti e di Camerino, il quale con grandi forze unitosi a lui, e venuto ad un fatto d'armi coi Greci, loro diede una rotta. Non tennero questi da lì innanzi la campagna, ma attesero a difendersi nelle castella di loro giurisdizione. Liutprando, persona che si dilettava forte di tagliare i panni addosso agli altri, e di rallegrare i suoi lettori con delle galanti, ma forse non sempre vere avventure, ne conta qui una alquanto oscena, e le fa i ricci colla sua piacevole eloquenza. Cioè che Teobaldo quanti Greci gli capitavano alle mani, tutti li faceva castrare, lasciandoli poi ire in pace, e con ordine di dire al loro generale, che sapendo egli quanto preziose e care cose fossero alla corte dell'imperadore di lui padrone gli eunuchi, gli faceva que' regali, e che se ne aspettasse molti più andando innanzi. Accadde che un dì usciti di un castello i Greci coi terrazzani, fecero una zuffa con quei di Teobaldo, e ne restarono molti prigioni. Si preparava la festa a questi infelici, quando dal castello giunse alle tende infuriata una giovane donna, moglie di uno di essi, che presentatasi a Teobaldo, seppe così ben dire le sue ragioni, e perorare i suoi diritti sopra il corpo e le membra del marito, che mosse a riso tutta la brigata, e le riuscì di avere sano e salvo il suo uomo. In qual anno precisamente succedesse questa guerra di Landolfo e di Teobaldo contra de' Greci, non si può dichiarare.
Circa questi tempi, per relazione del Dandolo[2007], avendo i Comacchiesi messi in prigione alquanti Veneziani, Pietro doge di Venezia spedì contro di loro un'armata, che presa la città, la diede alle fiamme, uccise molti di que' cittadini, e condusse il rimanente a Venezia. Furono questi poi rilasciati con promessa di essere da lì innanzi sudditi della repubblica veneta. A questi tempi ancora dovrebbe appartenere la venuta in Italia di Manasse arcivescovo di Arles, di cui parla Liutprando[2008]. Questo ambizioso prelato, non contento del grado e gregge suo, siccome parente del re Ugo, venne a pescar maggiori grandezze in Italia. Il re, che per politica amava di esaltare i suoi parenti e nazionali, gli assegnò le rendite delle chiese di Verona, Trento e Mantova, e il fece anche marchese di Trento con iscandalo di tutti i fedeli. Avendo, siccome dicemmo, ripigliata forza i Saraceni abitanti in Frassineto, può essere che in quest'anno avvenisse ciò che narra il suddetto Liutprando[2009]. Cioè che alcune brigate di que' manasdieri calarono fino ad Aiqui nel Monferrato; ma raunatisi i Cristiani di quelle contrade, con tal bravura diedero loro addosso, che neppur uno ne scampò dalle loro spade. In Genova si vide scaturire una fontana coll'acque color di sangue. Fu creduto sangue ciò che verisimilmente fu un accidente naturale, e preso perciò come un presagio di qualche calamità. Nè maggiore infatti poteva avvenire a quel popolo; perciocchè nell'anno stesso venuti dall'Africa colla loro armata i Mori, entrarono in quella città all'improvviso, e tagliarono a pezzi tutti i cittadini, con riserbar solamente le donne e i fanciulli, che furono condotti schiavi in Africa insieme col bottino di tutte le chiese e case di Genova. Pietro bibliotecario, Martin Pollaco e il Belluacense scrivono accaduta così funesta disgrazia nell'anno I di Giovanni XI papa, cioè nell'anno 931. Non so qual fede meritino simili scrittori. Liutprando, di gran lunga più antico di loro, la mette più tardi. Leggesi nelle mie Antichità italiane[2010] un bellissimo placito, che ci fa intendere che il re Ugo avea fabbricato un palazzo nuovo in Pavia, dove anche dimorava nel dì 18 di settembre del presente anno. Il suo principio è questo: Dum in Dei civitate Papia in palacium noviter aedificatum ab domnum Ughonem gloriosissimum rex in caminata dormitorii ipsius palacii, ubi ipse domnus Ugo, et Lotherio filio ejus gloriosissimi reges praeessent, in eorum praesentia Enesaribo comes palatii, ec. In vece di Enesaribo, che fu mal copiato, si dee scrivere esset Sarilo, ciò riconoscendosi dalle sottoscrizioni, dove è Sarilo comes palatii. Fu scritto quel documento, che ne contien degli altri, anno regni domni Hugoni et Lothario, filio ejus gratia Dei reges, Deo propitio, domni Hugoni decimo, Lotharii vero quinto, XIV kalendas octobris, Indictione nona, cioè nell'anno presente. Vien parimente rapportato dal Campi[2011] un altro privilegio da esso re conceduto alla badia di Tolla sul piacentino, dato VIII kalendas januarii, anno dominicae Incarnationis DCCCCXXXVI, domnorum autem piissimorum regum, Hugonis videlicet X, Lotharii vero V, Indictione octava. Actum Papiae. Era in uso presso di molti di dar principio all'anno nuovo nel Natale del Signore; però questo anno 936, secondo noi, fu il 935. Ma non so già intendere come ivi sia l'indizione ottava, che dovea camminare sino al fine dell'anno, quando s'è nel precedente documento veduto che in Pavia stessa l'indizione nona aveva avuto principio nel settembre. Bisognerebbe in tali occasioni aver sotto gli occhi le carte pecore originali, per poterle meglio esaminare. Trovandosi poi nel suddetto placito, tenuto in Pavia, presente Anscharius marchio quondam Adelberti, idemque marchionis filio, si può credere che il re Ugo, come scrive Liutprando[2012], quia Theobaldus marchio (di Spoleti) hominem exuerat, Spoletinorum ac Camerinorum marchionem l'avesse già costituito. Egli era fratello di Berengario marchese d'Ivrea, ed uomo di grande ardire. Ne avea paura il re Ugo, e però il mandò al governo di Spoleti e di Camerino, per tenerlo lontano da sè.
NOTE:
[2004] Liutprandus, Hist., lib. 2, cap. 17.
[2005] Idem, lib. 4, cap. 4.
[2006] Idem, lib. 5, cap. 2.
[2007] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.
[2008] Liutprandus, lib. 4, cap. 3.
[2009] Liutprandus, lib. 4, cap. 2.
[2010] Antiquit. Ital., Dissert. XXXI.
[2011] Campi, Istor. di Piacenza, tom. 1.
[2012] Liutprandus, lib. 5, cap. 2.
Anno di CRISTO DCCCCXXXVI. Indiz. IX.
LEONE VII papa 1. UGO re d'Italia 11. LOTTARIO re d'Italia 6.
Giunse al fine de' suoi giorni in questo anno papa GIOVANNI XI, e se mancasse di morte naturale, o in altra guisa, non ne abbiamo lume alcuno nella storia. Ecco ciò che di lui lasciò scritto Frodoardo scrittore di questi tempi[2013]:
Nato patriciae[2014] hinc cedunt pia jura Johanni, Undecimus Petri hoc qui nomine sede levatur, Vi vacuus, splendore carens, modo sacra ministrans, Fratre a patricio juris moderamine rapto. Qui matrem incestam, rerum fastigia moeco[2015] Tradere conantem, decimum sub claustra Johannem Quae dederat, claustro vigili et custode subegit. Artoldus noster sub quo sacra pallia sumit. Papaque obit, nomen geminum[2016] fere nactus in annum.
Cioè, per attestato di Frodoardo, a questo sfortunato pontefice fu usurpata tutta la signoria temporale di Roma. E sebben dice questo scrittore, modo sacra ministrans in vece di tantummodo, quasichè Alberico patrizio suo fratello si contentasse ch'egli attendesse a dir messa e a regolar lo spirituale della Chiesa; pure giusto motivo ci è di credere che l'usurpatore Alberico volesse anche far da papa, con obbligare il fratello a fare quel solo che a lui piaceva. Non vituperio, ma disgrazia fu questa della santa Sede romana, tiranneggiata allora da' suoi proprii cittadini. Abbiamo dal medesimo Frodoardo[2017] sotto quest'anno che Johanne papa fratre Albrici defuncto, Leo quidam Dei servus Romae papa constituitur. Queste parole congiunte con altre riflessioni fatte dal padre Mabillone[2018] intorno ai brevi di questo pontefice, zelantissimo perchè si rimettesse in piedi la troppa scaduta disciplina monastica, hanno somministrato qualche fondamento da credere ch'egli fosse monaco. Ma se tale non fu, certo fu uomo di rara probità, e che difficilmente acconsentì alla sua elezione, appunto promosso a questo sublime grado da Alberico principe di Roma, perchè si sapeva ch'egli non curava punto le pompe del secolo, e pensava solo alle cose di Dio, il che era appunto ciò che Alberico desiderava, Frodoardo, che finì di scrivere il suo poemetto de' romani pontefici, vivente esso papa Leone, così ne parla:
Septimus exsurgit Leo, nec tamen ista voluntas, Nec curans apices mundi, nec celsa requirens, Sola Dei quae sunt, alacri sub pectore volvens, Culminaque evitans, dignusque nitore probatur Regminis eximii, Petrique in sede locatur. Ac geminans dono cumulatum muneris almi Pergere laetantem amplexu dimisit honoro. Quem Pater omnipotens alacrem cultuque venustum Attollat, servetque diu....
Se Leone fosse stato monaco, non avrebbe probabilmente taciuta questa sua qualità Frodoardo monaco. Uno strumento di Leone abbate di Subiaco si legge nelle mie Antichità italiane[2019], scritto anno, Domino propitio, pontificatus domni Leonis summi pontificis, et universalis sexti (dovrebbe dire septimi) papae I, Indictione VIII, cioè nell'anno presente. Dacchè Roma ebbe la consolazione di veder nella sedia di san Pietro collocato un sì degno personaggio, tardò poco a provar dei gravissimi affanni per l'assedio che di nuovo ne intraprese il re Ugo, sempre inviperito contra de' Romani e del loro principe, a cagion dell'insulto a lui fatto nell'anno 932, e sempre voglioso del dominio di quell'augusta città. Ecco ciò che ne scrive nella sua Cronica il suddetto Frodoardo[2020]: Hugo Italiae rex Romam nisus capere, afflicto suo exercitu fame, et equorum interitu, pacta tamdem pace cum Albrico, dans ei filiam suam conjugem, ab obsidione desistit. È da credere che Alberico, veggendosi venir la piena addosso, avesse spogliato di grani e di foraggio la campagna: dal che nacque la penuria dell'esercito d'Ugo. Ad intavolar questa pace non poco si adoperò Odone abbate santo e celebre del monistero di Clugnì, che risplendeva allora dappertutto per la riforma del monachismo felicemente in esso introdotta. Era egli amicissimo del re Ugo, e però fu chiamato a Roma dal buon papa, sì perchè trattasse d'accordo, e sì ancora perchè rimettesse l'osservanza monastica e il buon ordine nel monistero di san Polo di Roma. Giovanni monaco[2021], e discepolo di esso santo Odone, nella di lui vita così scrive: Sub idem tempus Italiam missi sumus a Leone summo pontifice, ut pacis legatione fungeremur inter Hugonem Longobardorum regem, et Albericum romanae urbis principem. Più sotto aggiugne: Dum romuleam urbem ob inimicitiam Alberici jam fati principis praedictus Hugo rex obsideret, coepit ille (Odo) intra extraque discurrere, et pacis concordiaeque monita inter utrosque disseminare, quatenus posset furorem praedicti regis sedare, et praedictam urbem tueri a tanta obsidione. Ma forse non è certo che in quest'anno santo Odone fosse chiamato da papa Leone. Liutprando[2022], che non parla se non d'un assedio di Roma, fatto circa questi tempi del re Ugo, scrive, che sperando egli di far cadere nella rete colle sue furberie Alberico, gli propose di dargli in moglie Alda sua figliuola, e di tenerlo da lì innanzi in luogo di figlio. Ma Alberico, che sapeva anch'egli il fatto suo, acconsentì alle nozze, e prese Alda per moglie, ma non lasciò mai mettere piede in Roma ad esso re Ugo, nè mai si fidò, sinchè visse, di lui. Tuttavia (aggiugne Liutprando) sarebbe riuscito al re Ugo di far cadere nella tagliuola il genero, se non fossero stati tanti nobili e soldati, che per paura del re Ugo scappavano a Roma, ed ivi ben accolti ed onorati da Alberico, il tenevano saldo in non volere nè confidenza nè pace con lui.
Un'altra più sonora ne fece in quest'anno il re Ugo. Vedemmo costituito duca di Toscana per via d'iniquità Bosone fratello del medesimo re. Aveva egli per moglie Willa, donna nobile di Borgogna, avidissima di accumular danaro o per diritto o per rovescio. Per paura di lei s'erano ridotte le nobili donne di Toscana a dismettere tutti i loro ornamenti, essendo pericoloso il portarne. Nessun maschio, quattro femmine bensì aveva essa partorito al marito, una delle quali, Willa anche essa di nome, fu maritata con Berengario figliuolo di Adalberto marchese d'Ivrea, cioè con quello stesso che vedremo a suo tempo re d'Italia. Per quanto ne scrive Liutprando[2023], pervenne all'orecchio del re Ugo che Bosone, ad istigazion della moglie, macchinava contra di lui delle novità. Chi sa nondimeno che quella volpe non fingesse ancor questi delitti nel fratello, per far passare il ducato della Toscana in un suo proprio figliuolo, siccome in fatti avvenne? Liutprando poi volea male a Willa. Studiò pertanto e trovò la maniera di imprigionar Bosone; lo spogliò anche di tutte quante le ricchezze sue, ed ordinò che Willa sua moglie, come origine dei falli del marito, fosse ricondotta in Borgogna. Sopra tutto faceva il re l'amore ad un pendone assai lungo e largo, tutto gioiellato, che Bosone soleva portare. Questo non si trovò fra lo spoglio di lui. Ciò inteso dal re, diede ordine che si usasse ogni maggior diligenza per rinvenirlo; e se non compariva, che si cercasse anche sotto i panni di Willa. In fatti osservato che pendeva una fibbia di sotto le natiche di Willa assisa sul cavallo, una delle guardie con galanteria le fece partorire il pendone. Liutprando, umor buffone, mette in bocca di quella guardia delle piacevoli parole intorno a questa scoperta. Dopo la caduta di Bosone, di cui non sappiamo cosa divenisse, fu dato dal re Ugo il ducato di Toscana ad Uberto figliuolo suo bastardo, a lui partorito da Waldelmonda una delle sue concubine, giacchè questo piissimo re agli altri suoi vizii univa ancor quello di mantenerne molte alla turchesca. Al placito tenuto in Pavia nell'anno precedente, e da me accennato di sopra, oltre ad Azzone rinomato vescovo di Vercelli, e a Baterico vescovo d'Ivrea, intervenne ancora Ubertus illustris marchio, et filio, idem domni Ugoni piissimi regis. Sicchè egli portava già il titolo di marchese, e dovea governar qualche marca. E se non ci fosse l'autorità di Francesco Maria Fiorentini[2024], che ci assicura trovarsi in una carta lucchese tuttavia Bosone duca in Toscana nel dì sei di luglio del 936, si sarebbe potuto sospettare che nel precedente anno fosse accaduta la disgrazia di Bosone, e divenuto duca ossia marchese di Toscana Uberto. Ma abbiamo qui concorde anche Frodoardo[2025], che sotto quest'anno scrive: Hugo rex repertis quibusdam fratris sui Bosonis contra se, UT FERTUR, insidiis, eumdem fratrem suum dolo capit, atque in custodia mittit. Sul principio di luglio dell'anno presente mancò di vita Arrigo re di Germania, principe per le sue molte virtù e per varie segnalate vittorie glorioso nella storia, che ebbe per successore in quel regno un figliuolo più glorioso del padre, cioè Ottone il grande, di cui avremo non poco da favellare nel progresso di questi Annali. Fra le carte del monistero vulturnense[2026] una se ne legge, scritta regnante domno Ugo rex gratia Dei in Italia in anno XI, et Lotharius rex filius ejus insimul cum eo in anno V, et vigesimo die mense julii per Indictionem nonam. Actum in Marsi. Erano i Marsi nel ducato di Spoleti, e però quivi si contavano gli anni del re d'Italia. Nel presente anno fu scritta quella carta, ma i copisti han guaste alquanto le note, cioè s'ha da scrivere anno V Lothario, essendo certo che Lottario prima del mese di luglio dell'anno 931 avea conseguita la dignità regale.
NOTE:
[2013] Frodoardus, de Roman. Pontificib.
[2014] Di Marozia.
[2015] Al re Ugo.
[2016] Quinctum.
[2017] Frodoardus, in Chron., tom. 2 Rer. Fran. Du-Chesne.
[2018] Mabill., in Annal. Benedictin., lib. 43.
[2019] Antiquit. Ital., Dissert. XXVIII.
[2020] Frodoardus, in Chronico.
[2021] Mabill., Saecul. V Benedict., in Vita S. Odonis, lib. 2.
[2022] Liutprandus, lib. 4, c. 1.
[2023] Liutprandus, lib. 4, cap. 1.
[2024] Fiorentini, Memor. di Matilde.
[2025] Frodoardus, in Chronico.
[2026] Chronic. Vulturnens., P. II, tom. 1. Rer. Ital.
Anno di CRISTO DCCCCXXXVII. Indiz. X.
LEONE VII papa 2. UGO re d'Italia 12. LOTTARIO re d'Italia 7.
Fu quest'anno funestissimo alla Campania; perciocchè, secondo l'attestato di Leone Ostiense[2027], Indictione decima, venientes innumerabiles Hungari super Capuam, omnia in circuitu ipsius depraedati sunt. Similiter etiam Beneventi fecere, usque Sarnum et Nolam discurrentes et devastantes omnia; cunctamque Liburiam peragrantes, iterum Capuam reversi per duodecim dies in Campo Galliano commorati sunt. Fecero prigioni molti degli uomini sudditi del monistero di Monte Casino, per riscattare i quali convenne ai monaci d'impiegar molti sacri arredi e vasi d'argento della lor chiesa. Gonfii que' Barbari dal non trovare opposizione alcuna alle loro rapine, si avanzarono entro al paese de' Marsi, commettendo anche ivi incendii e saccheggi. Ma i Marsi uniti coi Peligni gli aspettarono in agguato ad un sito, e piombando loro addosso, quasi tutti li misero a fil di spada, con levar loro tutto il copiosissimo bottino dianzi fatto. Pochi di que' masnadieri ebbero la fortuna di sottrarsi alle loro spade e di tornarsene al loro paese. Lupo protospata[2028] mette questa irruzion degli Ungheri all'anno precedente 936. Se più a lui che all'Ostiense s'abbia a credere, non saprei dirlo. Vero è che da Frodoardo, da Witichindo e da alcuni altri scrittori si sa che in questo medesimo anno un nuvolo d'Ungheri, passati per la Baviera, diedero un terribil guasto all'Alsazia e a tutto il regno della Lorena con arrivar fino all'Oceano. Ed Ermanno Contratto scrive[2029] che anno dominicae Incarnationis DCCCCXXXVII, Ungari Franciam, et Alemanniam, et Galliam usque ad Oceanum, Burgundiamque devastantes, per Italiam redierunt. Ma non c'è apparenza alcuna che gli Ungheri guastatori delle provincie oltramontane venissero fino a Capua con un giro sì lungo. Quei, passando per l'Italia, se ne tornarono sani e salvi al lor paese: laddove gli altri che saccheggiarono la Campania e Benevento lasciarono per la maggior parte la vita in quelle contrade. Però diverse dovettero essere le brigate degli uni e degli altri. Lascerò ch'altri decida se a questo anno, oppure al precedente, appartenga un giudicato di Capua, riferito nella Cronica del monistero vulturnense[2030], e scritto vigesimo septimo anno imperii domni Constantini imperatoris, et XXXVI anno principatus domni Landulfi gloriosi principis, et XXVII anno principatus domni Atenulfi eximii principis, mense septembri, Indictione X. Ne fo io menzione, affinchè dagli anni di Costantino VIII imperadore de' Greci, registrati ne' documenti di Capua, si riconosca che doveva essere ristabilita la pace fra la corte imperiale di Costantinopoli e i principi di Benevento e Capua, cioè di Landolfo ed Atenolfo. Arrivò in quest'anno al fine de' suoi giorni Rodolfo II, re di Borgogna, quel medesimo che era stato re di Italia, attestandolo Frodoardo[2031], il Continuatore di Reginone[2032], Ermanno Contratto[2033] ed altri. Lasciò dopo di sè Corrado suo figliuolo, che gli succedette nel regno, e Adelaide figliuola, di cui parleremo all'anno seguente. Presso il padre Tatti[2034] abbiamo un privilegio conceduto nella città di Como dai re Ugo e Lottario ad Azzone vescovo di quella città, in cui compariscono queste note cronologiche: Datum XVII kalendas julii anno dominicae Incarnationis DCCCCXXXVII, domni Hugonis piissimi regis XI, Lotharii vero filii ejus item regis VII, Indictione X. Actum Cumis civitate. Questo documento, diversamente dall'allegato nell'anno precedente, ci fa riconoscere già creato re il giovane Lottario nel dì 15 di giugno dell'anno 931. Secondo me, in quel della Cronica del Volturno, e non in questo, v'ha dell'errore. Abbiamo dalla Cronica arabica[2035] che continuavano in Sicilia le dissensioni e sedizioni fra i Cristiani e Mori. Quivi è notato che nel presente, oppur nel susseguente anno, il popolo di Gergenti si rivoltò contra di Salem generale del re dell'Africa in quell'isola. Adunò questi un'armata, e passò ad assediare Osra. Colà ancora accorsero con tutte le loro forze gli Agrigentini, e misero in rotta il nemico esercito; e di là passarono fin sotto Palermo, con dare a quella città varii assalti. Ma usciti i Mori coi Palermitani, comandati dal generale Salem, sbaragliarono gli assedianti, e buon pro a chi ebbe migliori gambe. Era in questi tempi console e duca di Napoli Giovanni. Da un'altra Cronica arabica di Abulphedà[2036] si ricava che nell'anno 936 Amiras Siciliae, qui dicitur Salem, multis molestiis et injiuriis vexavit Siculos, ita ut Agrigentini coacti sint expellere milites regis. Tum rex Africae misit exercitum circumseditque civitatem. Agrigentini vero petierunt succursum ab imperadore Constantinopolis, qui statim eis allegavit praesidium. Perduravit adhuc obsidio usque ad annum 329 aegirae (Christi vero 940). Credesi che in quest'anno ad Ilduino arcivescovo di Milano defunto succedesse Arderico canonico milanese. Arnolfo storico racconta[2037] che desiderando il re Ugo di mettere in quella sedia un suo figliuolo (creduto da me quel Teobaldo di cui fa menzione Liutprando), nè potendo per la di lui poca età ottener l'intento, fece eleggere arcivescovo questo Arderico, uomo vecchio, per isperanza che tardasse poco ad uscire di vita. Scorgendo poi ch'egli non avea gran fretta d'imprendere quel viaggio, fece in una dieta di Pavia attaccar lite dai suoi coi Milanesi, per levar dal mondo con questa frode l'arcivescovo. Ma Arderico ebbe la fortuna di salvarsi. Restaronvi nondimeno morti novanta nobili milanesi; e il re Ugo dipoi per penitenza diede alla chiesa di Milano la badia di Nonantola posta sul modenese, quae propter nonaginta sui juris curtes sic vocata perhibetur. Questo si può credere un tessuto di fole, mischiato di qualche verità. Indubitata cosa è che la ricchissima badia di Nonantola fu formata e magnificamente dotata due secoli prima di questo.
NOTE:
[2027] Leo Ostiensis, in Chron. lib. 1, cap. 55.
[2028] Lupus Protospata, in Chron.
[2029] Herman. Contract., in Chronic. edit. Canis.
[2030] Chron. Vulturn. P. II, tom. 1 Rer. Ital.
[2031] Frodoardus, in Chron.
[2032] Continuator Rheginonis.
[2033] Hermann. Contractus, in Chronic.
[2034] Tatti, Annal. Sacri di Como, tom. 2.
[2035] Chron. Arabicum, P. II, tom. 1 Rer. Ital.
[2036] Idem, ibidem.
[2037] Arnulf., Hist. Mediolanens. tom. 4 Rer. Ital.
Anno di CRISTO DCCCCXXXVIII. Indiz. XI.
LEONE VII papa 3. UGO re d'Italia 13. LOTTARIO re d'Italia 8.
Dopo la morte di Rodolfo II re di Borgogna, il re Ugo intavolò un trattato di nozze col re Corrado di lui successore, e lo conchiuse nell'anno presente, se crediamo al padre Mabillone[2038] e al padre Pagi[2039]. Cioè essendo egli vedovo per la morte della regina Alda sua moglie, e riguardato per insussistente e nullo il suo matrimonio con Marozia patrizia romana, egli prese per moglie Berta[2040] vedova del suddetto re Rodolfo. Stabilì ancora il matrimonio del re Lottario suo figliolo con Adelaide figliuola del medesimo re Rodolfo, donna che per la sua santità e per le sue avventure divenne poi celebratissima nelle storie. Di che età fosse allora questa regal fanciulla, allorchè andò a marito, l'abbiamo dalla vita di lei, scritta da santo Odilone abbate di Clugnì[2041]: Quum adhuc esset, dic'egli, juvencula, et sextumdecimum aetatis suae ageret annum, Deo donante, adepta est regale matrimonium, juncta scilicet regi Lothario, Hugonis ditissimi regis italici filio. La ragione per cui i suddetti scrittori giudicarono appartenere a quest'anno il matrimonio di Adelaide, è fondata sullo strumento dotale che tuttavia si conserva in Pavia nell'archivio dell'insigne monisterio di san Salvatore, e fu dato alla luce dal Margarino[2042]. Da esso pare che tanto il re Ugo, quanto il re Lottario si fossero portati in Borgogna per ultimar quelle nozze. Fu scritto il diploma pridie idus decembris anno dominicae Incarnationis DCCCCXXXVIII, regni vero domni Hugonis XII, filii ejus Lotharii item regis VII, Indictione XI. Actum Curte, quae Columbaris dicitur. Ma queste note tutte indicano l'anno 937, essendo certissimo che nel dì 12 di dicembre d'esso anno correva l'anno XII di Ugo e il VII di Lottario. L'indizione XI doveva aver avuto principio nel settembre di esso anno. Però qui o è fallato l'anno, o esso è l'anno pisano; e quel 938, secondo me, ha da essere il nostro 937. Se poi quelli fossero gli sponsali solamente, oppure lo effettivo matrimonio, ne parleremo all'anno 950. Certo è che quivi Lottario dona ad Adelaide cinque corti, fra le quali son riguardevoli quella di Marengo, e l'altra di Olonna, oltre ancora a tre badie, secondo i costumi corrotti d'allora. La dote tutta a lei costituita da esso Lottario ascende a 4580 mansi di terra: dono veramente da re, se non v'entrassero anche i beni della Chiesa. Aggiugne Liutprando che il re Ugo perduto dietro alle concubine, non solamente mancò dell'amor maritale verso la nuova sua moglie Berta, ma in tutte le maniere mostrò averla in abbominazione. E che nella mandra d'esse sue concubine fu specialmente distinta dalla di lui parzialità Bezola, di vilissima nazione sveva, che gli partorì non solamente Bosone, creato vescovo di Piacenza dopo la morte di Guido nell'anno 940, ma anche Berta maritata poi a Romano juniore imperadore greco. Inoltre amò forte Roza, figliuola di quel medesimo Gualberto a cui egli avea fatto tagliare il capo, la quale gli partorì una bellissima figliuola; e finalmente Stefania romana, da cui ebbe un figliuolo Teobaldo, fatto dipoi arcidiacono della chiesa milanese. Era Ugo sì screditato presso d'ognuno per questa sua sfrenata patentissima disonestà, che il monaco autore della Cronica della Novalesa[2043] lasciò correre una scandalosa diceria, che con tutta l'infame vita di questo re non dee meritar fede presso gli assennati lettori. Dopo aver egli detto che Ugo era uomo di estrema astuzia e malizia, e che teneva spie per tutte le città per indagar chi parlava male di lui, il che tal timore sparse in tutti, ut minime auderent palam loqui de eo, sed more scurrarum per calamos fossos ad invicem loquentes, sic insidias parabant ei; seguita poi a dire che Ugo ebbe un figliuolo appellato Lottario, al quale, giunto che fu alla convenevol età, diede moglie. Iste namque obtemperans monitis patris, conjugem accepit. Pater vero post dotem succensus face luxuriae, nurum vitiat, antequam ad filii perveniat thalamum. O nefas! o libido indomita! ec. Continuò in questo anno la guerra fra i Siciliani rivoltati e i Saraceni dominanti in quell'isola[2044]. Sulle prime restarono in un fatto d'armi vincitori i Siciliani, sconfitti poscia in un altro. Venne dall'Africa un nuovo generale de' Mori con un copioso esercito a Palermo, e cominciò a smantellar le mura e le porte di quella città; la qual novità fu cagione che quei di Gergenti si ribellarono. Leggesi nel Bollario casinense[2045] un diploma di Ugo e Lottario, dato in favore del monistero delle sante Flora e Lucilla d'Arezzo, pridie kalendas junii, anno dominicae Incarnationis DCCCCXXXIX, regni domni Hugonis anno XII, filii ejus Lotharii regis VII, Indictione XI. Corrisponde all'anno presente l'indizione XI. Per conseguente, l'anno 959 dee essere secondo l'era pisana, cioè a dire il nostro 938. Ma che nel dì 31 di maggio di esso anno 938 corresse l'anno XII di Ugo e il VII di Lottario, nol so credere. Forse quel diploma è dell'anno 937.
NOTE:
[2038] Mabillon., Annal. Benedict. ad hunc annum.
[2039] Pagius, ad Annal. Baron.
[2040] Liutprandus, Hist., lib. 4, cap. 6.
[2041] Vita S. Adelhaidis apud Canisium et Surium, ad diem 16 decembris.
[2042] Margarinius, in Bullar Casinens., tom. 2, Constit. XLIX.
[2043] Chron. Novaliciense, P. II, tom. 2 Rer. Ital.
[2044] Chronic. Arab., P. II, tom. 1 Rer. Ital.
[2045] Bullar. Casinense, tom. 2, Constit. XLVIII.
Anno di CRISTO DCCCCXXXIX. Indiz. XII.
STEFANO VIII papa 1. UGO re d'Italia 11. LOTTARIO re d'Italia 9.
Pretende il padre Mabillone[2046], che rinnovandosi di mano in mano le gare fra il re Ugo ed Alberico principe di Roma, fosse di nuovo chiamato a Roma in quest'anno santo Odone abbate di Clugnì, per aggiustar le differenze fra questi due emuli guerreggianti. Ne parla veramente la di lui vita, e si vede che quel santo abbate andò a Pavia, e fu alloggiato nel monistero di san Pietro in coelo aureo. Ma non è ben chiaro il tempo de' suoi viaggi a Roma. Fra gli altri gravissimi disordini di questo infelice secolo assai considerabile fu quello della non solo snervata, ma abbattuta disciplina monastica nella maggior parte de' monisteri d'Italia, per colpa specialmente dei re, che o vendevano le badie agli ambiziosi e simoniaci monaci, o le concedevano in commenda alle regine, ai vescovi, ed anche ai secolari, in ricompensa dei loro servigi. Specialmente andò per questo in malora il nobilissimo monistero di Farfa posto nella Sabina. Gregorio monaco, autore della Cronica farfense[2047], attesta che quel sacro luogo era salito sì alto tanto nello spirituale che nel temporale, ut in toto regno italico non inveniretur simile huic monasterio, nisi quod vocatur Nonantulae, cioè il nonantolano posto nel contado di Modena, che patì anch'esso le disgrazie medesime in questi infelici tempi. Era abbate di Farfa Ralfredo. Due scellerati monaci Campone ed Ildebrando col veleno se ne sbrigarono. Ildebrando portatosi a Pavia, ottenne a forza di danaro quella badia dal re Ugo per Campone, il quale in ricompensa diede a goder quattro buone celle, cioè quattro piccioli monisteri dipendenti dal farfense, ad Ildebrando. Per un anno stettero d'accordo questi due falsi monaci; poscia vennero alle mani fra loro. Ildebrando, guadagnati con danaro gli uomini della marca di Camerino ossia di Fermo, s'impossessò di Farfa. Campone, con esibir più danaro a que' medesimi, cacciò l'altro; e senza contare altre sue iniquità, attese a mettere al mondo de' figliuoli e delle figliuole, che tutte arricchì e dotò coi beni del monistero. Serva questo picciolo saggio ai lettori per conoscere la corruttela di que' tempi infelici. Ora abbiamo dal suddetto autore della Cronica di Farfa, oppur da una relazione di Ugo abbate d'esso monistero una particolarità che fa onore ad Alberico principe allora di Roma, facendolo vedere pio riformatore del monachismo d'allora. Erat autem, dice egli, tunc temporis Albericus Romanorum princeps gloriosus, qui comperta hujus monasterii crudeli devastatione, quam pessimus praedictus abbas Campo satagebat exercere, valde condoluit, et sicut alia monasteria, sub suo constituta dominio, ad regularem normam, quam amiserant in paganorum devastatione praedicta, ita et hoc coenobium reducere studebat. Pertanto mandò egli de' monaci regolari a Farfa; ma Campone co' suoi mal avvezzati monaci non li volle ricevere, e poco vi mancò che la notte non facesse levar loro colle coltella la vita. Tornati che furono questi a Roma, Alberico salito in collera, spedì gente armata che ne scacciò l'indegno Campone, il quale si ritirò a Rieti. Dal che si può dedurre che Farfa e la Sabina erano in questi tempi della giurisdizione del ducato romano. Pose Alberico in Farfa un esemplarissimo abbate, cioè Dagiberto, e gli fece rendere tutti beni del monistero; ma questi da lì a cinque anni attossicato dai pessimi monaci lasciò di vivere. Tale era allora in assaissimi luoghi la corruzione del dianzi sì fiorito monachismo.
La morte in questo anno rapì a Venezia il suo doge, cioè Pietro Candiano II, uomo di gran vaglia e prudenza[2048]. Aveva egli fra le altre sue imprese indotta la città di Giustinopoli, oggidì Capodistria, a pagar censo a quella di Venezia. E perciocchè Wintero marchese d'Istria aveva imposto ai mercanti veneziani delle insolite gabelle, ed altre gravezze a chi di loro possedeva beni nell'Istria, senza che giovassero le lamentanze di questi, saviamente il doge pubblicò un editto che proibiva a tutti i Veneziani d'andare in Istria, e a quei d'Istria di venire a Venezia. Allora il marchese e i suoi popoli, tornati in sè, implorarono la mediazione di Marino patriarca, di Grado, il quale s'interpose col doge, e ridusse a' primieri patti e ad una buona concordia amendue le parti. Fu poscia eletto doge Pietro Badoero, il quale dicono che era figliuolo di Orso Particiaco ossia Participazio, già doge di Venezia, volendo ancora che fosse la stessa casa quella de' Particiaci e dei Badoeri. Secondo la Cronica arabica[2049], seguì una battaglia in Sicilia fra i Mori e quei di Agrigento, ossia Gergenti, colla peggio de' primi. Tornato a Palermo il generale de' Mori, pose una contribuzione alla città, e fatto venire un buon rinforzo di truppe dall'Africa, s'impadronì di Butera, d'Assaro, e di qualche altra fortezza in Sicilia. Passò in quest'anno a miglior vita Leone VII, con danno della Chiesa, per essere stato pontefice di gran pietà e zelo della religione. Ebbe per successore Stefano VIII di nazione romano, per attestato di Pandolfo pisano e d'altri[2050]. Non so io intendere come mai scrivesse il cardinal Baronio[2051]: Quum a Romanis, posthabitis cardinalibus, esset electus opera Ottonis regis, tyrannorum in se odium concitavit. Dovette provenir questa immaginazione dall'aver egli prestato fede a Martin Polacco, che il fa di nazion tedesco. Ma questa è asserzione insussistente. Non poteva allora Ottone re di Germania avere tal possa in Roma da far eleggere un papa. Che poi non fossero ammessi alla di lui elezione i cardinali, niuno degli antichi storici lo attesta; nè sappiamo che questo eletto non fosse un di essi. Girolamo Rossi[2052] accenna uno strumento di livello fatto da Pietro arcivescovo di Ravenna a qualche persona particolare, e non già, come suppone il padre Pagi, la confermazione de' privilegii della chiesa di Ravenna, fatta dal papa al suddetto arcivescovo con queste note: Anno, Deo propitio, pontificatus domni Stephani summi pontificis, ec. anno primo, regnante domno Hugone piissimo rege anno XIIII, sed et domno Hlotario ejus filio item rege anno nono, die XXIX octobris, Indictione XIII Ravennae, cioè nell'anno presente. Ci assicura il suddetto Rossi che in altre carte ravennati di questi tempi si veggono notati gli anni di Ugo e Lottario. Segno è questo, che non avendo potuto il re Ugo vincerla coi Romani per ottener la corona dell'imperio, s'era impadronito dell'esercato. Ed io temo che il nome del papa entrasse in quegli atti solamente per costume e riverenza verso il pontificato romano, e non già perchè Ugo lasciasse il temporal dominio di quelle contrade ai papi. Vedremo che ai tempi di Ottone il grande la santa Sede ricuperò l'esarcato.
NOTE:
[2046] Mabill., Annal. Benedict., lib. 44, n. 3.
[2047] Cron. Farfens. P. II tom. 2 Rer. Ital.
[2048] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.
[2049] Chron. Arab. P. II, tom. 1 Rer. Ital.
[2050] Rer. Ital., P. II, tom. 3.
[2051] Baron., in Annal. Ecclesiast.
[2052] Rubeus, Hist. Ravenn., lib. 5.
Anno di CRISTO DCCCCXL. Indiz. XIII.
STEFANO VIII papa 2. UGO re d'Italia 15. LOTTARIO re d'Italia 10.
O sia che il re Ugo non si fidasse di alcuno, e di chi gli entrava in sospetto egli macchinasse tosto la rovina; oppure che veramente stanchi i principi d'Italia non potessero più soffrir sul trono questa volpe coronata: certo è che esso re Ugo la prese contra di Berengario marchese d'Ivrea, contra d'Anscario duca e marchese di Spoleti e Camerino, fratello del medesimo Berengario, per sospetto, oppure per certa cognizione che amendue d'accordo tramassero centra la di lui corona. La tragedia, se vogliam credere al catalogo dei duchi di Spoleti posto innanzi alla Cronica di Farfa[2053], dovette succedere nell'anno presente, essendo ivi scritto: DCCCCXL Anscharius marchio obiit. Spedì dunque il re Ugo in primo luogo alla volta di Spoleti Sarilone, ossia Sarlione, borgognone[2054], uomo non guerriero, ma di rara accortezza, e però assai atto al bisogno. Sarilo e Sarlius si truova egli chiamato, ed è quel medesimo che si truova nelle vecchie carte appellato Sarilo comes palatii, perchè esercitava l'insigne carica di conte del sacro palazzo. Gli diede il re un buon nerbo di soldatesche per poter operare colla forza, e vi aggiunse un altro più potente rinforzo, cioè una gran somma di denaro, per potersene valere a tirar dalla sua i popoli di Spoleti, con ordine ancora di ricorrere per aiuto alla vedova del fu duca Teobaldo, che era nipote del medesimo re Ugo. Andò Sarlione, ed eseguì puntualmente quanto gli era stato comandato. Mise in punto una buona armata, ma Anscario, quantunque si vedesse troppo inferiore di forze, pure si accinse da valoroso ad un fatto d'armi. Gli riuscì di sbaragliar la prima schiera de' nemici ma non potendo reggere all'arrivo di due altre schiere, dopo aver fatto grandi prodezze di sua persona, caduto col cavallo in un fosso, quivi trafitto da molte lance e dardi lasciò la vita. Portata questa nuova al re Ugo, ne fece gran festa, e in ricompensa del buon servigio dichiarò Sarlione marchese di Spoleti e Camerino. Di questo affare si scuopre mal informato Gregorio monaco autore della suddetta Cronica di Farfa[2055], con iscrivere che bellum magnum commissum est pro contentione marchiae firmanae inter Ascherium et Sarilonem (quasi che Spoleti e Camerino fossero denominati marca di Fermo). In qua praevalens Sarilo interfecit Ascherium, et obtinuit marchiam. Fin qui cammina bene, ma non ciò che egli soggiunge con dire: Contra quem Hugo rex exarsit magno furore, persequens illum pro eodem Ascherio germano suo. Et quum esset idem Sarilo in quodam reclusus tuscano oppido, videns se nulla ratione illum effugere posse, noctu indutus monachilem vestem, et summo diluculo, ligato in gutture fune ejus, se potestati tradidit. Et motus rex misericordia super eum, perdonavit ei ipsam culpam, ac praeposuit eum super cuncta monasteria regalia intra fines Tusciae et firmanae marchiae. Trovò questo monaco fra le carte dell'archivio farfense Sarilone abbate di quel monistero, e sel figurò divenuto monaco. Ma costui fu duca e marchese di Spoleti e Camerino, ed ottenne anche, secondo l'iniquità di quei tempi, in governo ossia in commenda la badia di Farfa. Potrebbe ben conietturarsi che in progresso di tempo Sarilone decadesse dalla grazia del re Ugo (giacchè ci voleva ben poco), e ch'egli il perseguitasse e deponesse; e che questo monaco confondesse poi le azioni e i tempi in raccontare quel fatto.
Ci restava da abbattere Berengario marchese d'Ivrea fratello del suddetto Anscario[2056]. Non si mostrò punto corrucciato con lui l'astuto re Ugo, anzi affettando gran benevolenza, nel venire ch'ei fece alla corte, l'accolse con distinte carezze. Ma nel consiglio segreto fu determinato di cavargli barbaramente gli occhi. Trovossi presente a questa risoluzione il re Lottario, che viene da Liutprando appellato parvulus, et necessariarum sibi rerum adhuc ignarus puer. E siccome fanciullo di buona indole, non reggendogli il cuore di veder quella crudeltà, secretamente ne fece avvertire Berengario, il quale non perdè tempo a fuggirsene fuor d'Italia con ricoverarsi presso di Ermanno duca di Suevia. Per altra strada mandò anche verso Lamagna Willa sua moglie, benchè gravida di nove mesi, e vicina al parto, che ebbe tanta forza e coraggio da valicare a piedi quell'aspre montagne. Ma non potè prevedere il regal fanciullo Lottario che, col salvare gli occhi a Berengario, preparava a sè stesso la perdita del regno e della vita, siccome vedremo. Ermanno duca di Suevia presentò poi Berengario ad Ottone re di Germania, che l'onorò e regalò non poco, e sel tenne ben caro nella sua corte. Giunta questa nuova al re Ugo, spedì ambasciatori ad Ottone, pregandolo di non ammettere Berengario suo nemico, e di non somministrargli aiuto alcuno, con esibirgli in ricompensa una gran somma d'oro e d'argento. Ma il re Ottone, che forse avea per tempo delle mire sopra l'Italia, gli rispose di non aver bisogno delle altrui ricchezze, e di non poter negar ricovero e sussidio a chi ricorreva alla clemenza sua. Nel Bollario casinense[2057] si legge un diploma di Ugo e Lottario, in cui confermano il comitato ossia il contado e governo temporale di Bobbio a quel monistero e a' suoi abbati, con esser ivi nominato Liutfredus comes et abbas bobbiensis. Sarebbe da ricercare se questo Liutfredo fosse monaco, oppure secolare, che con titolo di conte governasse quella contrada, e di abbate il monistero di san Colombano. Molto più sarebbe da esaminare il dirsi ivi che i re longobardi, Rotari, Ariberto e Liutprando, e gl'imperadori e re carolini praefato coenobio comitatum bobbiensem cum toto suo honore tradiderant et firmaverant. È difficile il credere in tanta antichità abbati conti di città. Ecco le note cronologiche di quel diploma che stanno a martello: Dat. tertiodecimo kalendas aprilis, anno dominicae Incarnationis DCCCCXL, regni nostri domni Hugonis piissimi regis XIV, Lotharii autem filii ejus item regis IX, Indictione decimatertia. Actum in praefato bobiense coenobio. Abbiamo da Frodoardo[2058] che in quest'anno una gran brigata d'Inglesi e Francesi, incamminata per divozione alla volta di Roma, fu costretta a tornarsene addietro, occisis eorum nonnullis a Saracenis. Nec potuit Alpes transire propter Saracenos, qui vicum monasterii sancti Mauritii occupaverant. Se qui è indicato il monastero agaunense di san Maurizio ne' Vallesi, aveano dilatato ben lungi quegl'infedeli assassini di strada il loro potere. Ricavasi ancora dalla Cronica arabica di Sicilia[2059], che portatosi l'esercito de' Mori all'assedio di Calata Bellota, nel mese di novembre, fu messo in rotta da quei di Gergenti, che vi presero tutte le tende degl'infedeli. Aggiugne Lupo protospata[2060] che in questo medesimo anno 940, introierunt Ungari vel Unni in Italiam mense aprilis. Et factum est praelium in Matera a Graecis cum Longobardis cum Stratigo Imogalapto, et negavit (pro necavit) cum Pao in mari. Probabilmente Landolfo principe di Benevento e Capua l'avea rotta di nuovo coi Greci; ma queste troppo brevi memorie non ci lasciano ben discernere le particolarità, e neppur la sostanza di que' fatti. Osserva Camillo Pellegrino[2061] che fino a quest'anno si truova nelle carte memoria di Atenolfo principe anch'esso di Benevento e di Capua, e fratello di Landolfo, e poi non più: il che può far conietturare ch'egli nell'anno presente desse fine a' suoi giorni.
NOTE:
[2053] Chron. Farfense, P. II, tom. 2 Rer. Ital.
[2054] Liutprandus, lib. 5, cap. 2 et 3.
[2055] Chronic. Farfens., pag. 475. P. II, tom. 2 Rer. Ital.
[2056] Liutprandus, Hist. lib. 5, cap. 4 et seq.
[2057] Bullarium Casinens., tom. 2, Constit. L.
[2058] Frodoardus, in Chron.
[2059] Chronicon Arabicum, P. II, tom. 1 Rer. Ital.
[2060] Lupus Protospata, in Chron.
[2061] Peregr., Hist. Princip. Langob., P. II, tom. 2 Rer. Ital.
Anno di CRISTO DCCCCXLI. Indiz. XIV.
STEFANO VIII papa 3. UGO re d'Italia 16. LOTTARIO re d'Italia 11.
Attesta Liutprando[2062] non aver mai il re Ugo dimessa la voglia, nè deposta la speranza di acquistare il dominio di Roma, ossia il titolo e la corona d'imperador de' Romani; e tuttochè avesse data in moglie ad Alberico principe di Roma Alda sua figliuola, pure non cessò mai di molestarlo e di fargli guerra. Quem, dice egli, quotannis graviter opprimebat gladio et igne, quae poterat universa consumens, adeo ut civitates, praeter Romam, in qua ipse consederat, omnes auferret. Sed et ipsam sine dubio tum depopulando, tum cives muneribus corrumpendo conquisivisset, nisi occulta et justa justi Dei sententia illi prohibuisset. Ci si porge motivo di credere che il re Ugo in quest'anno in persona coll'esercito suo infestasse il ducato romano, al vedere un suo diploma, spedito nella Campania in favore del monistero di san Vincenzo del Volturno, con queste note[2063]: Dat. XIII kalendas augusti anno dominicae Incarnationis DCCCCXLI, regni vero domni Hugonis piissimi regis XV, Lotharii vero X, Indictione XIV. Actum in Campania juxta oppidum Romaniae. Secondo i miei conti, nel luglio del presente anno avrebbe dovuto correre l'anno XVI di Ugo, e l'XI di Lottario. Però forse appartiene esso diploma all'anno precedente e all'indizione XIII. Nel marzo di quest'anno si truovano i due re in Lucca, dove donarono ai canonici di quella città due corti con un diploma[2064] dato VII kalendas aprilis anno dominicae Incarnationis DCCCCXLI, regni vero domni Hugonis regis XV, filii ejus Lotharii item regis X, Indict. XIV. Actum Lucae. Erano i due re in quella città, come si ricava da un placito da me pubblicato[2065], incamminati alla volta di Roma. E che veramente il re Ugo in quest'anno facesse guerra ad Alberico principe di Roma, e fosse in que' contorni, come si può credere, coll'armi, si raccoglie da un suo diploma[2066], in cui dona all'insigne monistero dì Subiaco, posto nel ducato romano, la corte Sala. Fu esso scritto VII kalendas julii anno dominicae Incarnationis DCCCCXLI, regni vero domni Hugonis piissimi regis XV, Lotharii vero item regis X, Indictione XIV. Actum juxta Romam in monasterio sanctae virginis Agnes. Ancor qui occorrono le medesime difficoltà che ho poco fa accennate intorno al diploma vulturnense; ma il documento ci assicura che Ugo verso il fine di giugno era sotto Roma. Abbiamo inoltre un'illustre pruova del di lui passaggio per Pisa in un placito, da me pubblicato, il cui principio è questo[2067]: Dum in Dei nomine civitate Pisa ad curte domnorum regum, ubi domnus Hugo et Lotharius gloriosissimis regibus praeessent, subtus vites, quod Topia (un pergolato) vocatur, infra eadem curte in judicio resideret Ubertus illuster marchio et comes palacii, singulorum omnium justitias facendas ac deliberandas, resedentibus Leo vulterrensis, Adelbertus lucensis sanctarum Dei ecclesiarum venerabilibus episcopis, ec. Fu scritto quel giudicato anno regni idem domni Hugoni quintodecimo, Lotharii vero decimo, XIV die mensis marcii, Indictione quartadecima, cioè nell'anno presente. Viene accennato dal Fiorentini[2068] un altro placito tenuto in questi medesimi tempi da Uberto marchese di Toscana in Lucca, con questo principio: Dum in Dei nomine in civitate Luca ad curte domni Hugonis regis in solario ipsius curtis, ubi domnus Ugo et Lotharius filio ejus gloriosissimis regibus praeerant in capitela, ubi ec. longanea solarii, prope ecclesiam sancti Benedicti, et prope capella ipsius solarii, quae vocatur sancti Stephani, in judicio residerat Hubertus marchio, et comes palatii, ec. Dal che intendiamo che Uberto, figliuolo bastardo del re Ugo, era allora non solamente marchese della Toscana, ma eziandio conte del sacro palazzo. Circa questi tempi più che mai infierivano i Saraceni abitanti in Frassineto ai confini dell'Italia e della Provenza[2069]. Aveano, come ho accennato di sopra, occupati nell'Alpi tutti i passi che guidano dalla Francia in Italia, con essere giunti sino al monistero agaunense di san Maurizio, situato nel paese oggidì appellato de' Vallesi. Studiava il re Ugo le maniere di snidar que' crudi masnadieri, e conoscendo di mancargli le forze per mare, giacchè in que' tempi gl'imperadori e re d'Italia poco attendevano ad aver armate navali, prese la risoluzione d'inviare ambasciatori a Costantino e Romano imperadori de' Greci, per pregarli di volere a lui somministrare una competente flotta di navi con fuoco greco, acciocchè, mentre egli per terra andasse ad assalir que' Barbari ne' loro siti alpestri, esse incendiassero i legni dei Mori, ed impedissero che non venisse loro soccorso dalla Spagna. Secondo la Cronica arabica[2070], riuscì finalmente ai Mori signoreggianti in Sicilia di prendere dopo tanto tempo la già ribellata città di Gergenti. Allora il governator moro per assicurarsi dei Siciliani fece smantellar assaissime fortezze di quella isola, e menò schiavi in Africa moltissimi di quegli abitanti.
NOTE:
[2062] Liutprandus, lib. 5, cap. 1.
[2063] Chron. Vulturnens., P. II, tom. 1 Rer. Ital.
[2064] Antiquit. Ital., Dissert. LXII.
[2065] Antiquit. Ital., Dissert. X.
[2066] Ibidem, Dissert. XVII.
[2067] Ibidem, in eadem Dissertat.
[2068] Fiorentini, Memor. di Matilde, lib. 3.
[2069] Liutprandus, lib. 5, cap. 4.
[2070] Chron. Arab., P. II, tom. 1 Rer. Ital.
Anno di CRISTO DCCCCXLII. Indiz. XV.
MARINO II papa 1. UGO re d'Italia 17. LOTTARIO re d'Italia 12.
Che tuttavia sul principio di questo anno fossero in bollore le controversie intorno al dominio di Roma fra il re Ugo ed Alberico patrizio e console dei Romani, si raccoglie da Frodoardo[2071], che lasciò scritte queste parole: Domnus Odo abbas pro pace agenda inter Hugonem regem Italiae, et Albericum romanum patricium, apud eumdem regem laborabat. Abbiam già veduto di sopra che santo Odone abbate di Clugnì due altre volte era stato chiamato in Italia per questo medesimo affare. Temo io che non più di due volte egli ci venisse. Mi si rende probabile che seguisse pace o tregua fra questi due competitori al vedere tornati di questo anno in Lombardia i due re, ossia il solo re Ugo. V'ha un loro diploma[2072], con cui, ad intercessione d'Uberto inclito marchese e conte del nostro sacro palazzo, e di Elisiardo illustre conte, confermano i lor beni ai canonici di Reggio. Esso fu dato quarto idus junii anno dominicae Incarnationis DCCCCXLII, regni vero domni Hugonis regis XVII, Lotharii XIII, Indictione XV. Actum Papiae. Con altro diploma furono confermati da essi re, per interposizione di Ambrosio vescovo di Lodi ed Adeverto vescovo di Padova, tutti i beni della sua chiesa. Ivi s'ha queste note[2073]: Datum octavo kalendas junii, anno dominicae Incarnationis DCCCCXLII, regni vero domni Hugonis XVI, Lotharii vero XI. Actum in Garda oppido. Parve a me originale quel diploma. Ora sembrano a me scorretti gli anni dei due re, e forse anche manca ivi l'indizione, la quale non si soleva ommettere. Scrive inoltre sotto questo stesso anno il suddetto Frodoardo: Idem vero rex Hugo Saracenos de Fraxinido eorum munitione disperdere conabatur. Pertanto dovrebbe appartenere all'anno presente ciò che scrive Liutprando[2074]: cioè che avendo Romano imperadore d'Oriente inviato uno stuolo di navi a requisizion del re Ugo, questi le incamminò per mare a Frassineto. L'arrivo di esse colà, e il dare alte fiamme tutte le barche de' Saraceni che quivi si trovarono, fu quasi un punto stesso. Ugo nel medesimo tempo arrivò per terra a Frassineto colla sua armata. Pertanto non si fidando i Barbari di quella lor fortezza, l'abbandonarono, e tutti si ridussero sul monte Moro, dove il re gli assediò. Avrebbe potuto prenderli vivi, o trucidarli tutti; ma per un esecrabil tiro di politica se ne astenne. Tremava egli di paura che Berengario, già marchese d'Ivrea, fuggito in Germania, non sopravvenisse in Italia con qualche ammasso di Tedeschi e Franzesi. Però, licenziata tutta la flotta de' Greci, capitolò con gli assediati Saraceni di metterli nelle montagne che dividono l'Italia dalla Svevia, acciocchè gli servissero di antemurale, caso mai che Berengario tentasse di calare con gente armata in Italia. Non è a noi facile l'indicare il sito dove a costoro fu assegnata l'abitazione. Solamente sappiamo che a moltissimi Cristiani, i quali incautamente da lì innanzi vollero passar per quelle parti, tolta fu la vita da que' malandrini: il che accrebbe l'odio e la mormorazione degl'Italiani contra di questo re, il quale lasciò la vita a tanti scellerati, affinchè potessero levarla a tanti altri innocenti. Secondo i conti del padre Pagi[2075], ai quali credo ben fatto l'attenersi, mancò di vita nell'anno presente Stefano VIII papa. Ermanno Contratto[2076], Sigeberto[2077] ed altri lo attestano. Dal solo Martino Polacco abbiamo[2078] che egli fuit mutilatus a quibusdam Romanis: il che ha fatto immaginare ai susseguenti storici ciò avvenuto per ordine di Alberico principe di Roma. Ma non è Martino autore di tale antichità e credito, che la sola parola di lui ci abbia da legare il cervello. Se crediamo ad esso Martino, questo papa Stefano fu anche natione Germanus; e pure nel catalogo ben più antico de' papi, posto avanti alla Cronica del Volturno[2079], e dal Dandolo[2080] e da altri, egli è chiamato Stephanus VII romanus. Un avvenimento tale nella persona di un sommo pontefice avrebbe fatto dello strepito, e ce ne sarebbe menzione presso di qualche storico di que' tempi. A Stefano succedette Marino II papa di nazione romano, erroneamente chiamato Martino da alcuni scrittori anche antichi e dallo stesso Martino Polacco. Che questi fosse posto nella cattedra pontificia prima del dì 4 di febbraio dell'anno seguente, si conosce da una sua bolla pubblicata dal padre Dachery[2081] e dato II nonas februarii, anno pontificatus domni nostri Marini summi pontificis, ec. anno I mense februarii, Indictione I. Anzi era anche in possesso del pontificato nel dì 21 di gennaio di esso anno 943, ciò costando da altra sua bolla prodotta dal padre Tatti[2082], e data XII kalendas februarii, anno pontificatus domni nostri Marini summi pontificis, ec. secundo, Indictione II, cioè nell'anno 944. Però con tutta ragione si può credere innalzato Marino II in quest'anno al romano pontificato. La misera Sicilia, per attestato della Cronica arabica[2083], in questi tempi si trovava in gran confusione, perchè il furto e l'ingiustizia dappertutto godeano passaporto, e i più potenti opprimevano i più deboli. In Venezia il doge Pietro Badoero, secondochè dice il Dandolo[2084], finì di vivere in quest'anno, e conferita fu la sua dignità a Pietro Candiano III. Si legge nelle mie Antichità italiane[2085] un diploma di Ugo e Lottario, in cui si confermano ad Aribaldo vescovo di Reggio tutti i beni e privilegii della sua chiesa, dato quarto idus augusti anno dominicae Incarnationis DCCCCXLII, regni vero domni Hugonis regis XVI, Lotharii XII, Indictione XV. Actum Papiae. Ma nel dì 12 d'agosto di quest'anno correva l'anno XVII di Ugo re. Leone Ostiense[2086] cita un diploma di questi re, che Angelo della Noce asserisce dato idus majarum anno dominicae Incarnationis DCCCCXLII, regni domni Hugonis regis XVII, Lotharii XIII, Indictione I. Datum in palatio ticinensi. Ma ancor questo è fallato, perchè l'indizione I appartiene all'anno seguente, seppur non si ricorre all'anno pisano. In una Cronica manuscritta, da me veduta, del monistero di Subiaco, si legge memoria di un placito tenuto nel dì 27 d'agosto di quest'anno da Alberico principe di Roma, in cui fu decisa una lite vertente fra Leone abbate di Subiaco ed alcuni cittadini di Tivoli.
NOTE:
[2071] Frodoardus, in Chronico.
[2072] Antiq. Ital., Dissert. VII.
[2073] Ibidem, Dissert. XXXIV.
[2074] Liutprandus, lib. 5, cap. 5 et 7.
[2075] Pagius, ad Annales Baron.
[2076] Hermann. Contractus, in Chron.
[2077] Sigebertus, in Chron.
[2078] Martin. Polonus, in Chron.
[2079] Chron. Vulturn., P. II, tom. 1 Rer. Ital.
[2080] Dandul., in Chronic., tom. 12 Rer. Ital.
[2081] Dachery, in Spicileg.
[2082] Tatti, Annal. Sacri di Como, tom. 12.
[2083] Chron. Arabicum, P. II, tom. 1 Rer. Ital.
[2084] Dandul., in Chronico, tom. 12 Rer. Ital.
[2085] Antiq. Ital., Dissert. XII.
[2086] Leo Ostiensis, in Chron., lib. 1, cap. 57.
Anno di CRISTO DCCCCXLIII. Indiz. I.
MARINO II papa 2. UGO re d'Italia 18. LOTTARIO re d'Italia 13.
In questi tempi maneggiò il re Ugo il matrimonio di Berta sua figliuola, a lui nata da Bezola sua concubina, e giovane di bellezze rare, con ROMANO figliuolo di Costantino Porfirogenito imperadore dei Greci[2087]. Allorchè questo imperadore mandò la flotta in aiuto del re Ugo, fece istanza per avere una delle di lui figliuole legittime. Di queste Ugo niuna ne avea, e però gli esibì la bastarda o spuria; nè la città di Costantinopoli la rifiutò. Ebbe esecuzione questo trattato nell'anno seguente. Ma intanto in Germania altro che nozze andava manipolando Berengario marchese d'Ivrea contra del medesimo re Ugo[2088]. Fece egli più istanze al re Ottone per ottenere un corpo di milizie da condur seco in Italia; ma le fece indarno, perchè non mancavano impegni e bisogni ad Ottone in casa propria; ed oltre a ciò peroravano in favore d'Ugo i regali che di tanto in tanto egli ne andava ricevendo. Trovavasi con Berengario un gentiluomo per nome Amedeo, che Liutprando chiama apprime nobilem, personaggio di singolar destrezza ed accortezza ornato. Questi il consigliò di rivolgere le sue speranze ai principi d'Italia, sapendo che tutti erano malcontenti del re Ugo, perchè d'ordinario non conferiva le cariche, i governi e i vescovati, se non ai figliuoli delle sue concubine e ai Borgognoni, e continuamente esiliava i nobili italiani; e pel suo aspro governo, peggio che il lupo dalle pecore, era odiato dai popoli. Si esibì egli di venir a scoprire gli animi dei principi d'Italia; e in fatti travestito da pezzente, col bordone e la tasca, sen venne in compagnia di que' poveri pellegrini che andavano per divozione a Roma. Segretamente s'abboccò con assaissimi vescovi, conti e nobili potenti dell'Italia, e spiò i lor sentimenti intorno al re Ugo, aprendosi ancora con quelli che conobbe più portati alla di lui rovina. Ma non potè sì celatamente condurre l'impresa, che non ne avesse sentore il re Ugo, siccome quegli che manteneva spie dappertutto. Volarono gli ordini di cercarne conto, ma Amedeo andava mutando abiti: si tinse con pece la bella e lunga barba, che, secondo gli usi d'allora, anch'egli portava; facea cambiar colore ai capelli; ora era zoppo, ora cieco, ora assiderato; e in una di queste figure si presentò anche al re in compagnia degli altri poveri, e ne ebbe per limosina una veste. Dappoichè ebbe terminate le sue faccende, informato delle perquisizioni che d'ordine del re si faceano alle chiuse sopra tutti i passeggieri, per istrade disastrose e fuor di mano felicemente se ne tornò in Germania, dove fece a Berengario il rapporto delle sue commissioni eseguite. Ancorchè Lupo protospata riferisca all'anno 942 la morte di Landolfo I principe di Benevento e di Capua, pure Camillo Pellegrini[2089], diligentissimo scrittore delle memorie de' principi longobardi, osservò trovarsi ancora nei primi mesi di quest'anno menzione di lui negli strumenti antichi. Credesi dunque ch'egli terminasse la vita nell'anno presente nel dì 10 d'aprile. Aveva egli dichiarato nell'anno 940 suo collega nel principato Landolfo II suo figliuolo, il quale, dopo la morte del padre, tardò poco a proclamar principe e collega Pandolfo ossia Pandolfo I suo figliuolo, che fu poi soprannominato Capo di ferro. Abbiamo nella storia sacra di Piacenza[2090] un diploma (non so ben dire se documento sicuro o no) di donazione fatta in quest'anno da Ugo e Lottario alla chiesa di sant'Antonino d'essa città di Piacenza colle seguenti note: Data V idus martii, anno dominicae Incarnationis DCCCCXLIII, regni vero domni Hugonis piissimi regis XVII, Lotharii XIII, Indictione I. Actum Placentiae. Ma dee essere Lotharii XII, come si scorgerà da un altro documento spettante alla medesima chiesa, e dato nel giorno VII idus martii del 945. Nè è da credere che il re Ugo, come si legge in questo diploma, desse il titolo d'imperadore a Lottario avolo suo materno, seppellito in essa chiesa di sant'Antonino con dire: Pro Dei amore et animae avii nostri Lotharii imperatoris, cujus corpus infra basilicam sancti Antonini martyris humatum quiescit. Sapeva Ugo che l'avolo suo Lottario era stato solamente re della Lorena e non mai imperadore. Vedesi presso il suddetto Campi una donazione fatta da Bosone vescovo di Piacenza e figliuolo bastardo del re Ugo alla chiesa di san Fiorenzo in Fiorenzuola con queste note: Hugo et Lothario filio ejus, gratia Dei reges, anno regni eorum Hugonis, Deo propitio, septimodecimo, Lotharii vero tertiodecimo, VII die mensis junii, Indictione prima, cioè nell'anno presente.
NOTE:
[2087] Liutprandus, lib. 5, cap. 5.
[2088] Idem, ibidem, c. 8.
[2089] Peregrinus, Hist. Princip. Langobard.
[2090] Campi, Istor. di Piacenza, tom. 1.
Anno di CRISTO DCCCCXLIV. Indiz. II.
MARINO II papa 3. UGO re d'Italia 19. LOTTARIO re d'Italia 14.
Non lasciavano gli Ungheri il favorito lor mestiere d'infestar colle scorrerie, saccheggi e stragi tutti i paesi circonvicini, ora comparendo addosso ai Greci, ora in Germania e Francia, e talora ancora in Italia. Circa questi tempi, per testimonianza di Liutprando[2091], il re Ugo per levarsi d'addosso questo flagello che si facea troppo spesso sentire in Italia, stabilì pace con loro, comperandola nondimeno con dieci moggia di danari, seppur non è una esagerazione di quello storico. Si obbligarono costoro di uscir d'Italia, e di non ritornarci più, con dare ostaggi della loro promessa. Ugo con sì belle parole rappresentò loro il gran bottino che farebbono in Ispagna, paese dovizioso ed intatto, che con una guida loro data da esso re presero la strada a quella volta. Sperava Ugo che non tornerebbono mai più indietro; ma costoro essendosi trovati in cammini aspri e senz'acqua, per timore di morire di sete, dopo aver dato delle buone coltellate alla guida, di nuovo comparvero in Italia, da dove poi passarono in Ungheria[2092]. Intanto si effettuarono le nozze di Berta figliuola del re Ugo con Romano figliuolo dell'imperador greco Costantino, giovane di quattordici anni. Per attestato del Continuator di Teofane[2093], fu spedito a levarla in Lombardia Pascalio protospatario e duca della Lombardia, cioè degli stati che i greci Augusti possedevano nel regno oggidì appellato di Napoli. Sigefredo vescovo di Parma fu scelto dal re per condottiero della figliuola alla corte di Costantinopoli, dove arrivò nel mese di settembre, seco portando un superbissimo treno di giocali e regali. Secondo il costume de' Greci, fu mutato a questa principessa il nome di Berta in quello d'Eudossia, oppure d'Eudocia; e scrivono che dopo cinque anni ella mancò di vita con fama che il marito non l'avesse mai toccata. Abbiamo nell'Italia sacra[2094] uno strumento di dotazione, fatta da Eudo vescovo di Camerino della chiesa di santa Maria nel castello di Santa Severina, che ci dà cognizione di una particolarità non altronde a noi nota. Fu scritta quella carta anno ab Incarnatione Domini nostri Jesu Christi DCCCCXLIV, regnante domno Hugone nonodecimo anno, et filio ejus Lothario quinctodecimo, excellentissimis regibus, temporibus Huberto filio ejus inclito marchioni atque piissimo duci anno secundo per Indictione tertia, civitate Camerina. Manca il mese; ma l'indizione III indica alcuno degli ultimi quattro mesi dell'anno presente. Forse invece dell'anno XV di Lottario sarà stato ivi anno quartodecimo. Di qui noi impariamo che, non contento il re Ugo di aver creato Uberto, suo figliuolo bastardo, conte del sacro palazzo, e marchese e duca della Toscana, gli conferì ancora nell'anno precedente 943 il ducato di Spoleti e la marca di Camerino, con profusione di grazie sopra la medesima persona. Adunque Sarlione o Sarilone, che già vedemmo in possesso di quelle contrade, dovea essere o morto, o incorso nella disgrazia del re Ugo (cosa ben facile sotto un sì sospettoso regnante), ed avere perduto que' governi. Viene accennata sotto quest'anno dal padre Mabillone[2095] una bolla di papa Marino II confermatoria di tutti i privilegii e beni del celebratissimo monistero di Monte Casino. Essa fu scritta in mense januario per Indictionem secundam. Datum XII kalendas februarii, anno, Deo propitio, pontificatus domni nostri Marini summi pontificis, ec. secundo in mense januario, Indictione secunda. Un'altra simil bolla in favore del monistero di san Vincenzo del Volturno si legge nella Cronica d'esso monistero[2096] in mense martio, Indictione secunda, anno pontificatus domni Marini summi pontificis secundo. Nella stessa Cronica abbiamo la confermazione dei beni spettanti al monistero suddetto nel ducato di Napoli, scritta imperante domno nostro Constantino magno imperatore anno XXXVI, sed et Romano magno imperatore anno XXIII, die prima mensis februarii, Indictione secunda, Neapolim. Queste note, indicanti, per cagion dell'indizione, l'anno presente, non si accordano con gli anni che dal Du-Cange[2097] e dal padre Pagi[2098] sono attribuiti a Costantino Porfirogenito e a Romano Lecapeno. Nè corrispondono a quelle d'altri documenti della medesima Cronica. Ma di qui almen ricaviamo che durava in Napoli la sovranità de' greci Augusti; ed essere stato allora principe e duca di quella illustre città Giovanni col figliuolo Marino, creato anch'esso duca, siccome fan fede le seguenti parole: Nos Johannes in Dei nomine eminentissimus consul et dux pro vice nostra, quam et pro vice Marini ducis filii nostri, qui infra aetatem esse videtur.
NOTE:
[2091] Liutprandus, lib. 5, cap. 8.
[2092] Idem, ibid., cap. 9.
[2093] Continuat. Theophan., n. 46, in Roman. Lecap.
[2094] Ughell., Ital. Sacr., tom. 1 in Episcop. Camerin.
[2095] Mabill., Annal. Benedict., lib. 44, § 63.
[2096] Chronicon Volturnense, P. II, tom. I Rer. Ital.
[2097] Du-Cang., Famil. Byzant.
[2098] Pagius, ad Annales Baron.
Anno di CRISTO DCCCCXLV. Indizione III.
MARINO II papa 4. UGO re d'Italia 20. LOTTARIO re d'Italia 15.
Fecero i due re, stando quest'anno in Pavia, donazione di una corte alla chiesa di sant'Antonino di Piacenza. Il diploma che si può leggere presso il Campi[2099], fu scritto V idus martii, anno dominicae Incarnationis DCCCCXLV, regni vero domni Hugonis piissimi regis XIX, Lotharii vero XIV, Indictione tertia. Actum Papiae. Camminano egregiamente queste note. Dice ivi il re Ugo che quella corte nobis obvenit per cartulam donationis ab Ardingo venerabili mutinensis ecclesiae episcopo. Questo Ardengo vescovo di Modena non fu conosciuto dal Sillingardi, nè dall'Ughelli, e però si dee riporre nel catalogo dei vescovi modenesi fra Gotifredo e Guido. Nei diplomi di Berengario imperadore si vede che un Ardengo vescovo fu suo arcicancelliere sino all'anno 921. Quando questi non fosse stato vescovo di Brescia, dovrebbe tenersi per quel medesimo Ardengo vescovo di Modena, di cui si fa menzione in questo diploma. Leggesi ancora un altro diploma[2100] di essi re, scritto IIII nonas martii coll'altre suddette note; come ancora un placito[2101], tenuto in Reggio sextodecimo kalendas aprilis, colle medesime note. Abbiamo poi presso l'Ughelli[2102] una conferma di beni fatta nella metà d'agosto da essi re ai canonici di Vercelli, idibus augusti anno Incarnationis dominicae DCCCCXLV, regni vero domni Hugonis XX, Lotharii vero XV, Indictione III: documenti che tutti servono a farci conoscere l'epoche di questi re cominciate negli anni 926 e 931. Fin qui aveva tenuto saldo la fortuna e la politica del re Ugo, ma finalmente tutto andò in fascio. Le iniquità non poche da lui commesse, il tirannico suo governo, l'avarizia, per cui aggravava forte i popoli, il non fidarsi degli Italiani che il contraccambiavano col non fidarsi punto di lui, e il conferire i posti ai soli stranieri, a' quali anche con facilità li levava, furono le cagioni ch'egli fu rovesciato dal trono[2103]. Con poche truppe calò dalla Suevia Berengario marchese d'Ivrea il sospirato da tutti, perchè da tutti creduto ch'egli solo potesse liberar l'Italia dall'odiato re Ugo. Venne dalla parte di Trento. Da Manasse arcivescovo d'Arles, che aveva ingoiato ancora i vescovati di Trento, Verona e Mantova, e governava inoltre la marca di Trento, era stato posto per castellano d'una fortezza chiamata Formigara un cherico suo fido per nome Adelardo. Con questo cherico abboccatosi Berengario, s'impegnò di fare arcivescovo di Milano esso Manasse, qualora egli esser volesse in aiuto suo, e di dare ad esso Adelardo il vescovato di Como. Prese l'esca l'ingrato ed ambizioso Manasse, e non solamente cedette a Berengario quella fortezza, ma cominciò anche a far grandi maneggi per tutta Italia in favore di lui. Corse ben presto per le città di Lombardia la fama dell'arrivo di Berengario. Milone conte di Verona, che, chiamato alla corte dal re Ugo per sospetti, era segretamente osservato dalle guardie, fingendo di non avvedersene, diede ad esse una lauta cena; e quando vide ognuno ben abborracciato ed immerso nel sonno, con un solo scudiere scappò. Giunto a Verona, fece immantinente saperlo a Berengario, e il ricevette in quella città. A Milone tenne dietro Guido vescovo di Modena, che, allettato dalla promessa di un buon boccone, come dice Liutprando, maxima illa abbatia Nonantula, quam et tunc acquisivit, animatus, si ribellò, e col suo credito si tirò dietro una gran folla d'Italiani. A questo avviso accorse il re Ugo coll'esercito, e pose l'assedio a Vignola, castello d'esso vescovo, e (mi sia lecito il dirlo) patria mia. Anche oggidì ha questa terra, presso il fiume Panaro, una forte rocca con tre alte torri; e dovea anche allora essere luogo ben fortificato, perchè, per quanti sforzi Ugo facesse, non potè espugnarlo. Nel testo stampato di Liutprando scorrettamente si legge Niveola. Ha da essere Vineola, e così hanno i manoscritti.
Mentre il re Ugo attendeva a questo assedio, invitato Berengario dall'arcivescovo Arderico, se n'andò a Milano, dove a gara, abbandonato Ugo, concorsero i potenti Italiani, tutti per ismugnere da lui qualche governo, o podere, o monistero, o vescovato. Berengario, allora poverissimo, con larga mano a chi prometteva, a chi dispensava la roba non sua, studiandosi di contentare chiunque si dichiarava per lui. Quantunque restasse in sì gran burrasca assai costernato l'animo del re Ugo, pure corso a Pavia, prese il buon partito[2104] d'inviare il figliuolo Lottario a Milano, per pregare non solamente Berengario, ma il popolo tutto, che se loro non piaceva di avere più per re esso Ugo, almeno per amore di Dio tenessero per re il suo giovinetto figliuolo, che nulla avea loro fatto di male, e che essi potrebbono allevare e governare come meglio loro piacesse. Fece tal impressione e compassione nella dieta di Milano la presenza ed umiltà di Lottario, prostrato davanti alla croce, che corsi ad alzarlo, il proclamarono di nuovo loro re e signore. In questo mentre non credendosi il re Ugo sicuro, uscì di Pavia con tutto il suo immenso tesoro, e s'inviava verso le Alpi per uscire d'Italia: quand'ecco gli giugne avviso che erano contenti gl'Italiani di averlo tuttavia per re. Venne questa inaspettata risoluzione dall'accorto Berengario, come poi si seppe, non piacendo a lui che Ugo portasse oltre a' monti tanta copia di oro e d'argento, con cui avrebbe potuto tirar in Italia i Borgognoni ed altri popoli, per riacquistar colla forza il perduto regno. Era in questi tempi vescovo di Brescia Giuseppe, prelato giovane d'età, vecchio di costumi. Berengario, che faceva già parlar di sè tutta l'Italia (avvisandosi ciascuno di mirare in lui un nuovo Davidde, un nuovo Carlo Magno), cominciò ben tosto a farla da tiranno. Senza motivo alcuno, senza consiglio de' vescovi, tolse a Giuseppe quella chiesa, e conferilla ad Antonio, che la tenne fin l'anno 960. Tuttochè con giuramento avesse promesso al soprammentovato Adelardo il vescovato di Como, pure per amore dell'arcivescovo di Milano lo conferì ad un certo Waldone, che, per testimonianza di Liutprando, fece un mondo di mali in quella diocesi con saccheggi delle campagne, con acciecamenti di varie persone; e ad Adelardo diede la chiesa di Reggio. Fu vicino ancora a cacciar dalle loro sedie Bosone vescovo di Piacenza, figliuolo spurio del re Ugo, e Liutfredo vescovo di Pavia; ma guadagnato segretamente con oro da essi, mostrò di lasciarli per amore di Dio in pace. Queste sue sregolate processure le racconta in un fiato Liutprando, ma io non farei la sicurtà che tutte succedessero in questi tempi. Anzi quando sussistesse uno strumento di Adelardo vescovo di Reggio, da me pubblicato[2105], e scritto anno domni Hugonis serenissimi regis XIX Lotharii vero filii ejus similiter rex XIV kalendis januarii, Indictione II, (non so bene, se spettante all'anno 943, o 944, perchè v'ha del difetto in queste note) traballerebbe l'asserzione di Liutprando intorno alla persona d'esso Adelardo, oltre al sapersi da Donizone[2106], che Adelardo fu amicissimo di Adelaide moglie del re Lottario, e l'aiutò contra di Berengario. Scrive sotto quest'anno Frodoardo:[2107] Hugo rex Italiae regno depulsus a suis, et filius ipsius in regnum susceptus est. Ma che restasse tuttavia in Italia per qualche tempo con titolo di re esso Ugo non se ne può dubitare, e lo confessa dipoi lo stesso Frodoardo.
NOTE:
[2099] Campi, Istor. di Piacenza, tom. 1.
[2100] Antiquit. Ital., Dissert. VIII.
[2101] Ibidem, Dissert. IX.
[2102] Ughell., Ital. Sacr., tom. 4, in Episcop. Vercellens.
[2103] Liutprandus, Hist., lib. 5, cap. 12.
[2104] Liutprandus, Hist., lib. 2, cap. 13.
[2105] Antiq. Ital., Dissert. LXII.
[2106] Donizo, in Vit. Mathild., lib. 1.
[2107] Frodoardus, in Chronico.
Anno di CRISTO DCCCCXLVI. Indiz. IV.
AGAPITO II papa 1. UGO re d'Italia 21. LOTTARIO re d'Italia 16.
Sotto il presente anno scrive Frodoardo[2108]: Hugo rex Italiae a suis in regnum recipitur: il che ci può far credere che succedesse sul principio di quest'anno parte di quello ch'io ho raccontato nel precedente. Aggiugne poco dappoi quello storico: Marinus papa decessit, et pax inter Albericum patricium et Hugonem regem Italiae depaciscitur. Certo è che papa Marino II fu chiamato da Dio a miglior vita in quest'anno, ed ebbe per successore nella cattedra di san Pietro Agapito II di nazione romano. Quel depaciscitur vuol dire in buon latino che seguì finalmente pace fra il re Ugo ed Alberico patrizio, ossia principe di Roma; perciocchè Ugo, veggendosi omai ridotto in basso stato, lasciò andar le vecchie pretensioni, e convertì per forza in amicizia la nimistà fin qui sostenuta con Alberico suo genero; ma senza pro. Imperocchè gli Italiani, secondo l'attestato di Liutprando storico[2109], lasciarono bene il titolo di re ad esso Ugo e Lottario, ma coi fatti neppur li consideravano come conti. All'incontro Berengario riteneva bensì il nome di marchese d'Ivrea, ma presso di lui stava tutto il potere e l'autorità regale. Questo suo ascendente e un'aria di gran cortesia, accompagnata da un credito di molta liberalità, furono le cagioni che i genitori d'esso Liutprando, di nazione Pavese, giudicarono rara fortuna il poter accomodare ai servigii di lui il figliuolo, allora assai giovane, ma di buon talento, amator delle belle lettere, e perito nella lingua latina e greca. Bisognò nondimeno comperar con immensi regali il di lui impiego, consistente nell'essere segretario delle lettere d'esso Berengario. Ei ad serviendum (dice egli) me tradunt: cui etiam immensis oblatis muneribus, secretorum ejus conscium, ac epistolarum constituunt signatorem. Ma del suo lungo e fedel servigio mal pagato ben fu col tempo il misero Liutprando; e però non cessa d'inveire contra d'esso Berengario e di Willa ossia Guilla sua moglie, ch'egli ci vuol anche far credere adultera, secondo il consueto tenore della sua penna. Peggio ancora ne avrebbe detto, se avesse continuata la sua storia, e se questa fosse a noi pervenuta intera.
Qualche mutazione dovette seguire in questi tempi nel ducato di Spoleti e nella marca di Camerino, se non c'inganna il catalogo dei duchi di Spoleti[2110], posto avanti alla Cronica di Farfa, dove leggiamo: Anno DCCCCXLVI Bonefatius et Thebaldus duces: il che sembra indicare che non più signoreggiasse ivi Uberto figlio del re Ugo, ma bensì Bonifazio e Tebaldo suo figliuolo. Lo stesso autore di quella Cronica, dopo aver narrata la morte di Alberico principe di Roma, avvenuta nell'anno 954, fa menzione marchionis Thebaldi, qui tunc Sabinensibus praeerat. E in un altro catalogo degli abati di Farfa è registrato Radfredus presbyter et abbas temporibus Hugonis regis, et Hlotharii filii ejus, et Theobaldi ducis. Seguita poi, Campo presbyter et abbas temporibus Hugonis et Hlotharii filii ejus regum, et domni Leonis papae, et Bonifacii et Thebaldi filii ejus ducum. Pertanto abbiamo bastevol fondamento di credere, che non piacendo al marchese Berengario tanto accrescimento di potenza in Uberto figliuolo bastardo del re Ugo, il quale al ducato della Toscana aveva aggiunto quello di Spoleti e la marca di Camerino, facesse in maniera ch'egli si contentasse del primiero, e fosse creato Bonifazio duca e marchese di Spoleti e di Camerino. Ebbe questo Bonifazio un figliuolo appellato Teobaldo, il quale abbiam già detto trovarsi duca e marchese di quelle contrade nell'anno 954. Di sopra, all'anno 893, ci comparve mentovato da Liutprando[2111] un Ubaldo padre di quel Bonifazio, qui post nostro tempore Camerinorum, et Spoletinorum extitit marchio. Similmente fu da noi trovato all'anno 923 in aiuto del re Rodolfo questo Bonifazio, scrivendo il medesimo Liutprando[2112]: Dederat rex Rodulfus Waldradam sororem suam, tam forma, quam sapientia, quae nunc usque superest, honestam matronam, conjugem Bonifacio comiti potentissimo, qui nostro tempore Camerinorum ac Spoletinorum extitit marchio. Si può ora chiedere in qual tempo questo Bonifazio conseguisse le marche di Spoleti e di Camerino. Tengo io per fermo che solamente nell'anno presente, e ciò per le ragioni da me addotte nelle Antichità italiche[2113]. Quivi ancora ho fatto conoscere che questo medesimo Bonifazio fu di nazione ribuaria, e si può credere che fosse suocero del suddetto Uberto marchese di Toscana. Per attestato di san Pier Damiano[2114], Ubertus marchio, pater Hugonis marchionis (di Toscana) filius naturalis regis Hugonis, Guillam majoris Bonifacii marchionis filiam conjugali sibi foedere copulavit. Chiama egli Bonifazio maggiore il soprannominato Bonifazio marchese di Spoleti e di Camerino, perchè vedemmo che un suo nipote chiamato anch'esso Bonifazio fu poi marchese (e probabilmente di Camerino) nell'anno 1009, e questi, secondo san Pier Damiano, doveva essere Bonifazio minore.
Intanto veggendo il re Ugo sè stesso caduto in troppo dispregio presso gl'Italiani, e fors'anche paventando peggio da Berengario e da altri ch'egli ingiustamente aveva aggravati ed offesi, determinò in fine la sua ritirata fuori d'Italia[2115]. Pertanto dopo aver finto di far pace con Berengario, per mostrar anche una somma confidenza con lui, raccomandò alla di lui fede, e come ad un caro amico, il figliuolo Lottario. Andossene dipoi in Provenza, seco portando gl'immensi suoi tesori: il che non si accorda con quanto s'è detto di sopra, cioè col ripiego preso da Berengario, affinchè non passasse tanto oro di là da' monti, se non che Ugo era più furbo dello stesso Berengario. Ch'egli non fosse più in Italia nel dì 19 di maggio, si può raccogliere da una donazione fatta dal re Lottario[2116] alla chiesa di Reggio, senza far menzione alcuna del padre. Il diploma fu dato XIV kalendas junii, anno dominicae Incarnationis DCCCCXLVI, anno domni Lotharii XVII, per Indictione IV. Actum Papiae. Nulladimeno ho io veduto nell'archivio arcivescovile di Lucca una carta pecora scritta anno XXI Hugonis, et XVI Lotharii regis, tertio nonas augusti, Indict. IV, cioè nell'anno presente, immaginandomi io che alcuni seguitassero a chiamarlo re anche dopo la di lui ritirata dall'Italia.
NOTE:
[2108] Idem, ibidem.
[2109] Liutprandus, Hist., lib. 5, cap. 14.
[2110] Chron. Farfense, P. II, tom. 2 Rer. Ital.
[2111] Liutprandus, Hist., lib. 1, cap. 7.
[2112] Idem, lib. 2, cap. 18.
[2113] Antiquit. Italic. Dissert. VI et XXII.
[2114] Petrus Damian., lib. 7, epist. 12.
[2115] Liutprandus, lib. 5, cap. 14.
[2116] Ughell., Ital. Sacr., tom. 5, in Append.
Anno di CRISTO DCCCCXLVII. Indiz. V.
AGAPITO II papa 2. LOTTARIO re d'Italia 17.
Trovandosi in Provenza l'abbattuto re Ugo, Raimondo principe d'Aquitania, commosso dalla fama delle asportate ricchezze, gli fu alla vita, con esibirsi di metter insieme un grosso esercito, bastante ad atterrar Berengario e a rimetterre lui sul trono. Tante glie ne disse, che giunse a cavargli dai cofani, e più dal cuore, una gran somma di danaro. Si seppe in Italia questa sparata di Raimondo. Liutprando, che era allora ai servigi di Berengario, scrive che se ne fecero le risate, essendo assai nota la viltà di quella gente, la quale in fatti nulla poi operò in aiuto d'esso Ugo. Aggiugne lo stesso storico che Ugo da lì a non molto diede fine a' suoi giorni, con lasciare il tesoro suo a Berta sua nipote, vedova di Bosone conte d'Arles, sposata poco prima dal medesimo Raimondo, indegno per la sua sparutezza d'una sì bella moglie. Si può credere succeduta in questo anno la morte sua, perchè nelle Cronichette dei re d'Italia, da me date alla luce[2117], si legge ch'egli regnavit annos XXI expletos, et menses IX, et dies III. Computando gli anni che dopo lui regnò Lottario suo figliuolo, viene a cadere la morte sua nel dì 24 d'aprile del presente 947. Scrive Leone Ostiense[2118], che Ugo lasciato il regno al figliuolo, in Burgundia cum omni thesauro suo, et universis divitiis recessit, ibique monasterium de propriis sumptibus ditissimum construens, quod sanctus Petrus de Arte nuncupatur, in eodem monachus est effectus. Ma si tien per fermo che l'Ostiense abbia fallato in credere fabbricato dal re Ugo quel monistero; ed, oltre a ciò, il padre Mabillone[2119] mette in dubbio il di lui monacato. Nulla di questo dice Liutprando, che meglio seppe le azioni di lui; ma bensì dice che Ugo, tornato in Borgogna (sotto il qual nome si comprendeva allora anche la Provenza), brevi est viam universae carnis ingressus. Non è improbabile, che veggendo egli imminente la morte, vestisse l'abito monastico: che questo era uso d'allora. Restato intanto in Italia il re Lottario, poco impaccio si dovette prender in governar i popoli, perchè governato da Berengario marchese d'Ivrea: cioè agnello consegnato alla custodia del lupo. Abbiamo sotto quest'anno dal Protospata[2120], che introierunt Ungari in Italiam, et perrexerunt usque Hydruntum. Et Platopidi (generale de' Greci) sedit in civitate Cupersani. Et fuit eo anno boum interitus per omnem terram. Anche alla Lombardia circa questi tempi toccò un'indiscreta visita degli Ungheri, per attestato di Liutprando[2121], essendo comparso in queste contrade Tassi re di que' Barbari con un copioso esercito. Berengario colla forza non delle armi, ma di gran quantità d'oro, il fece ritornare addietro; e non già coll'oro suo, ma con quello che raccolse dalle chiese e dal povero popolo, con avere imposto un testatico di un denaro d'argento per cadauna persona; e lo pagavano infino i fanciulli lattanti dell'uno e dell'altro sesso. Colla somma di tanto argento raccolto, con cui meschiò del rame, fece battere dieci moggia di denari, co' quali soddisfece all'accordo stabilito con gli Ungheri e per sè ritenne da buon economo tutto quanto egli avea tolto alle chiese. Non par credibile, per la lontananza de' paesi, che questo fosse il corpo d'Ungheri, di cui poco fa parlò Lupo Protospata, e che arrivò ad Otranto. Nella storia arabica di Abulphedà si legge[2122] che in quest'anno Almansore re de' Saraceni africani diede l'isola di Sicilia in feudo ad Alassano figliuolo di Alì, che fu obbligato a far una gran guerra in quelle parti, ma con buon successo, perchè ridusse quasi tutta quell'isola sotto il suo dominio. Un'altra Cronica arabica asserisce che costui mise buon ordine in tutta la Sicilia, governandola con singolar rettitudine.
NOTE:
[2117] Anecdot. Latin., tom. 2.
[2118] Leo Ostiensis, lib. 1, cap. 61.
[2119] Mabill., Annal. Benedict. ad annum 945.
[2120] Lupus Protospata, Chronic., tom. 5 Rer. Ital.
[2121] Liutprandus, Hist., lib. 5, cap. 15.
[2122] Chron. Arab., P. II, tom. 1 Rer. Ital.
Anno di CRISTO DCCCCXLVIII. Indiz. VI.
AGAPITO II papa 3. LOTTARIO re d'Italia 18.
In quest'anno ancora truovo io Lottario che esercita l'autorità reale. Ad istanza di Deodato vescovo di Parma, egli dona alcuni poderi ad un certo Liudono suo vassallo, con diploma[2123] spedito XIV kalendarum februariarum anno dominicae Incarnationis DCCCCXLVII, anno vero Lotharii regis XVII, Indictione VI. Actum Papiae. Qui vo io credendo adoperato l'anno fiorentino e veneto. Presso a quei popoli l'anno DCCCCXLVII correva fino al dì 25 marzo del nostro anno 948. Ne vedremo altri esempli fra poco. Un altro suo diploma ho io prodotto[2124], dato XVIII kalendas julii anno dominicae Incarnationis DCCCCXLVIII, regni autem domini Lotharii piissimi regis XVIII, Indictione VII. Actum Parmae. Qui ha da essere l'indizione VI. Dona esso re, a richiesta di Attone ossia di Azzo, vescovo celebre di Vercelli, tre corti ai canonici di Parma, cioè due poste nel distretto di Parma, e Guilzacara (oggidì san Cesareo) in finibus mutinensibus, sub Strata Regia non longe a fluvio Scultenna. Aggiungasi un altro suo diploma pubblicato dal Campi[2125], in cui, a petizione di Guido vescovo di Modena e di Adelardo vescovo di Reggio, conferma tutti i lor beni ai canonici di Piacenza. Le note di quel documento sono le seguenti: Data ibidus februarii, anno dominicae Incarnationis DCCCCXLVIII, regni vero domni Lotharii XVII, Indictione sexta. Actum Mediolani. Qui è l'anno nostro volgare; ma chi sa che l'originale non abbia l'anno fiorentino DCCCCXLVII? Finalmente un altro diploma ho io dato alla luce[2126] che ci fa vedere esso re in Lucca nel dì V di luglio dell'anno presente, correndo l'anno XVIII del suo regno, come ha l'originale, e non già XVII come per error del copista fu stampato. È un privilegio conceduto interventu et petitione Aledrami incliti comitis. Questi è forse Aleramo, che fu poi primo marchese del Monferrato. Si può credere che il re Lottario, al vedersi così abbandonato alla discrezione di Berengario marchese di Ivrea, consigliato dai suoi, ricorresse alla protezion di Costantino Porfirogenito imperador d'Oriente; giacchè Berta sua sorella era maritata in Romano juniore, figliuolo d'esso Augusto, e dichiarato anch'egli collega nell'imperio, correndo il mese di luglio dell'anno presente. Liutprando[2127] ci assicura avere esso imperador Costantino, per mezzo di Andrea conte della curia, inviate lettere a Berengario, colle quali gli significava che avrebbe con piacere veduto qualche ambasciatore di lui, per fargli conoscere quanto amore egli portasse alla di lui persona. Chiaramente poi e caldamente gli raccomandava d'essere ben fedele al giovane re Lottario, di cui sapeva ch'egli era aio e governatore. Già si dovea temere o prevedere quel che da lì a non molto avvenne. Berengario, che nulla volea spendere del suo in tale ambasceria, s'avvisò di proporre questo viaggio ed impiego allo stesso Liutprando, allora segretario suo, come ben pratico della lingua greca. Perciò indusse il di lui padrigno, uomo facoltoso, a far gustare questa scelta al figliastro, e a provvederlo ancora di tutto il bisognevole per sì fatta spedizione, con promettere mari e monti all'uno e all'altro. Non si sa l'anno preciso in cui Liutprando eseguì tal commessione; ma si può conietturare nel seguente. Certo è ch'egli nel dì 25 di agosto uscì di Venezia in nave, e nel dì 17 di settembre arrivò a Costantinopoli. Si presentò all'imperadore colla sola lettera datagli da Berengario, piena anche di bugie; e perciocchè l'avaro Berengario niun regalo gli avea dato da presentare all'imperadore, ed egli osservò quanti ne avessero portati a quella corte gli ambasciatori di Ottone re di Germania e del re saraceno di Spagna; non volendo egli essere da meno, avendo provveduto di sua borsa varie preziose robe, a nome di Berengario le presentò a quel monarca. Racconta egli dipoi le maraviglie da lui vedute in Costantinopoli, ed alcune magnificenze di quella corte, e con interrompere sul più bello del racconto la sua storia. Probabilmente egli ne avrà scritto di più; ma non sarà giunto fino ai dì nostri. Restano solamente due altri pezzi della sua fatica, riguardanti i tempi di Ottone il grande, de' quali mi varrò a suo tempo. Ma intanto per questa mancanza viene a restare in un gran buio la storia d'Italia. Nell'archivio di Lucca si legge uno stromento, scritto anno XVII Lotharii regis, VIII kalendas aprilis, Indictione VI, cioè nell'anno presente, ma dovrebbe essere l'anno XVIII.
NOTE:
[2123] Antiquit. Ital., Dissertat. LXVI.
[2124] Ibidem.
[2125] Campi, Istor. di Piacenza, tom. 1.
[2126] Antiquit. Ital., Dissert. XXVI.
[2127] Liutprand., lib. 6, cap. 1.
Anno di CRISTO DCCCCXLIX. Indiz. VII.
AGAPITO II papa 4. LOTTARIO re d'Italia 19.
Ermanno Contratto[2128] mette sotto quest'anno la morte del re Lottario, e fu in ciò seguitato dal Sigonio[2129]. Ma indubitata cosa ella è ch'egli mancò di vita solamente nell'anno seguente. Noi il troviamo tuttavia vivo e regnante nel dì 11 di decembre di quest'anno, in cui fu scritto uno strumento, pubblicato dal Campi[2130] con queste note: Lotharius gratia Dei rex, anno regni ejus, Deo propitio, nonodecimo, XI die intrante decembri, Indictione octava, cominciata nel settembre. Troveremo anche de' suoi diplomi nel seguente anno. Da gran tempo era in controversia l'arcivescovato di Rems, combattuto da due antagonisti, cioè da Artaldo ed Ugo, per colpa dei principi e re di questi tempi, i quali, mettendo la mano nel santuario, deponevano i legittimi prelati, e ne sustituivano degli altri a loro capriccio. Marino legato della santa Sede, spedito colà da papa Agapito[2131], in un concilio tenuto in Engeleim l'anno precedente, avea rimesso in quella sedia Artaldo indebitamente deposto. Nel presente anno, per attestato di Frodoardo[2132], Agapitus papa synodum habuit apud sanctum Petrum, in qua damnationem Hugonis episcopi apud Ingulenheim factam confirmavit; excommunicans etiam Hugonem (duca di Francia) principem, donec Ludovico regi satisfaciat. Anche la chiesa archiepiscopale di Milano era per questi tempi involta in un grave disordine. Il Puricelli[2133] e i padri Ughelli e Papebrochio tengono che in quest'anno finisse di vivere Arderico vecchio arcivescovo di quella città. Il Sigonio, la cui asserzione è sostenuta dal testo della storia di Arnolfo antico storico milanese[2134], riferisce la di lui morte all'anno 947, ed altri la mettono nel 948. Comunque sia, l'ambizioso arcivescovo d'Arles Manasse, che divorava anche le chiese di Trento, Verona e Mantova, assistito, come si può credere, o dal re Lottario suo parente, o piuttosto da Berengario marchese, secondo le promesse a lui fatte, fu eletto arcivescovo da una parte del clero e popolo di Milano. Ma stette forte un'altra non men vigorosa parte in eleggere e volere arcivescovo Adelmanno prete milanese. Niun d'essi, per cagione di questa discordia, giunse mai ed esser consecrato o riconosciuto per legittimo pastore di quella insigne chiesa. Non lasciarono per questo i due pertinaci competitori di mettere le mani sopra le rendite dell'arcivescovato; anzi vennero a qualche accordo con partirle fra loro: il che produsse un incredibil danno ad essa chiesa, perchè ora l'uno ora l'altro andarono svaligiando il tesoro della medesima, che era dei più riguardevoli d'Italia, con servirsene a sostener le loro gare e pretensioni. Simili sconcerti di questo miserabil secolo abbondavano allora in altre chiese, e in assaissimi monisteri d'Italia. Secondo la Cronica arabica[2135], in questo anno i Siciliani tramarono una congiura contra di Assano, signore, o vogliam dire governatore di quell'isola. Ma scoperto il trattato, e presi i capi della fazione, pagarono colle lor teste la pena di questo mal condotto affare. Truovasi ancora nella Cronica di Volturno[2136] un atto di Leone abbate di quel monistero, scritto anno tricesimo sexto regnante domno Constantino magno imperatore, et decimo anno principatus domni Landulfi gloriosi principis (di Benevento e Capua), et anno sexto principatus domni Pandulfi filii ejus, mense julio, septima Indictione, cioè nell'anno presente. Altri documenti abbiamo in essa Cronica, dove sono annoverati gli anni di Costantino imperadore dei Greci, che vanno coerenti con questo. È da vedere come il padre Pagi metta sotto l'anno presente l'anno XXXVII e XXXVIII di esso imperadore.
NOTE:
[2128] Hermannus Contractus, in Chronico.
[2129] Sigonius, de Regno Ital.
[2130] Campi, Istor. di Piacenza, tom. 1.
[2131] Frodoardus, Hist., lib. 4, cap. 35.
[2132] Idem, in Chronico.
[2133] Puricell., Monument. Basil. Ambrosian.
[2134] Arnulf., Mediolan. Hist., tom. 4 Rer. Ital.
[2135] Chronic. Arabicum, P. II, tom. 1 Rer. Ital.
[2136] Chron. Vulturnense, P. II, tom. 1 Rer. Ital.
Anno di CRISTO DCCCCL. Indiz. VIII.
AGAPITO II papa 5. LOTTARIO re d'Italia 20. BERENGARIO II re d'Italia 1. ADALBERTO re d'Italia 1.
Ci si presenta tuttavia vivo e regnante in quest'anno il re Lottario, ciò apparendo da una pergamena da me veduta nell'archivio insigne dell'arcivescovato di Lucca, e scritta anno XIX Lotharii regis, quarto nonas martii, Indictione VIII. Abbiamo parimente rapportato dall'Ughelli[2137] e dal Tatti[2138] un diploma di esso Lottario, dato pridie kalendas junii, anno dominicae Incarnationis DCCCCL, regni vero Lotharii XX. Actum Papiae. Ma questo infelice principe, dotato d'ottimi costumi, e degno di vivere e regnar lungamente, fu rapito dalla morte nel più bel fiore dell'età sua. Leone Ostiense[2139] altro non dice, se non che in subitam phrenesim incidens, ultimam diem explevit. Ma Frodoardo scrittore di questi tempi[2140] riferisce la voce comune che allora corse, cioè che Berengario col veleno lo spedisse all'altra vita. Berengarius, dic'egli, quidam princeps Italiae, veneno (ut ferunt) necato Lothario rege Hugonis filio, rex Italiae efficitur. Lo stesso volle dire lo storico Liutprando[2141], allorchè dopo aver narrato che il giovinetto Lottario salvò Berengario dall'ira del padre, aggiugne: Sed oh! quod sibi decipulam Lotharius praeparavit, futuri ignarus videre non potuit. Dum enim Berengario consuluit, qui regnum et vitam auferret, sibimet praeparavit. Abbiamo il giorno certo della di lui morte dalla Cronica della Novalesa[2142]. Così scrive di Lottario quell'autore: Hic dum aliquando de Papia veniret Taurinum cum uxore sua (la regina Adelaide) feria quarta, quae est XII die (manca qui, a mio credere, kalendas) mensis novembris, praeceptum dedit Arduino marchioni (creduto marchese di Susa) abbatiae bremetensis. Qui non post multum tempus mortuus est, transacto vix spatio unius mensis, feria sexta, quae est X kalendas decembris, et Mediolanum vectus: ibique tumulatur in sepulchro sui genitoris. Ma non sussiste che Ugo suo padre fosse seppellito in Milano; possiamo bensì tenere per fermo che il re Lottario nel dì 22 di novembre di quest'anno, giorno di venerdì, terminasse i suoi giorni, perchè con tale asserzione si accorda anche l'antica Cronichetta dei re d'Italia da me data alla luce[2143], dove è scritto, che post decessum ipsius Ughonis regnavit ipse Lautharius anno III expletos, et menses VII, et dies II. Obitavit die veneris, qui est decimo kalendas decembris, civitate Taurinensium.
Per attestato della medesima Cronichetta, stette vacante ventiquattro giorni il regno d'Italia, essendo probabilmente occorso questo tempo per radunare i principi italiani, dall'elezione de' quali dipendeva il conseguimento della corona. Finalmente tanti furono i maneggi dell'accorto Berengario marchese d'Ivrea, nipote del fu imperadore Berengario per parte di Gisla sua madre, che tanto egli quanto Adalberto suo figliuolo furono eletti re, e coronati nel dì 15 di dicembre di quest'anno, giorno di domenica, nella chiesa di san Michele maggiore di Pavia. Le parole della Cronichetta son queste: Die dominico, XV die decembris in basilica S. Michaelis, quae dicitur major, fuerunt electi et coronati Berengarius et Adalbertus filius ejus in regibus. Cadde appunto la domenica nel dì 15 dì dicembre di quest'anno; e però resta fisso il principio dell'epoca di Berengario e di Adalberto re d'Italia; nè è da ascoltare chi diversamente ne ha scritto. Erano questi principi di nazione salica, e però di origine franzese. La regina Adelaide vedova del re Lottario restò in Pavia. È considerabile ciò che scrive sant'Odilone nella di lei vita[2144]. Dopo aver detto ch'essa regina non partorì a Lottario se non una figliola appellata Emma, che fu poi maritata nell'anno 966 con Lottario re di Francia, padre di Lodovico V, re parimente di Francia, seguita a dire: Supradicto vero Lothario ante annum circiter tertium, postquam dominam Adelheidam duxerat, defuncto, remansit ipsa vidua viro, destituta maritali consilio. Se dunque Adelaide, non per anche compiuti i tre anni del suo matrimonio, restò vedova per la morte del re Lottario, non sussiste l'opinione de' padri Mabillone e Pagi, che all'anno 938 (siccome accennammo di sopra) riferiscono le di lei nozze. Convien conchiudere inoltre che il diploma esistente in san Salvatore di Pavia indica solamente i di lei sponsali conchiusi sul fine dell'anno 937, in tempo ch'essa per la sua tenera età non dovea essere atta alle funzioni maritali. Giunta poi all'età di sedici anni nell'anno 947, allora dovette effettuarsi il matrimonio suo col re Lottario. E importa bene il conoscere l'età di questa memorabil principessa, perchè in breve la vedremo sposata da un gran monarca, e poscia imperadrice gloriosa. Scrive Lupo Protospata[2145] sotto quest'anno che i Greci obsederunt Asculum, et obtinuerunt.
NOTE:
[2137] Ughell., Ital. Sacr., lib. 5, in Episc. Comens.
[2138] Tatti, Annali Sacri di Como, tom. 2.
[2139] Leo Ostiensis, in Chronic. lib. 1, cap. 61.
[2140] Frodoardus, in Chronico.
[2141] Liutprand., Hist., lib. 5, cap. 4.
[2142] Chron. Novaliciense, P. II, tom. 2 Rer. Italic.
[2143] Chron. Regum Italiae, tom. 2 Anecdot. Latin., et tom. 4 Rer. Ital.
[2144] Odilo, in Vita S. Adalheidis apud Canis.
[2145] Lupus Protospata, tom. 5 Rer. Italic.
Anno di CRISTO DCCCCLI. Indiz. IX.
AGAPITO II papa 6. BERENGARIO re d'Italia 2. ADALBERTO re d'Italia 2.
Il Sillingardi[2146] diede già alla luce un diploma dei re Berengario e Adalberto, che si legge anco appresso l'Ughelli[2147]. Le note di quel documento son queste: Datum decima die kalend. februar. anno dominicae Incarnationis DCCCCL, regni vero piissimorum Berengarii et Adalberti regum primo, Indictione nona. Actum Papiae. L'indizione nona corrente nel febbraio di quest'anno, e distesamente scritta, fa conoscere che qui si parla dell'anno 951, e che vi è adoperato l'anno fiorentino e veneto, il quale corre sino al dì 25 di marzo dell'anno nostro volgare. Dicesi ivi fatta la donazione di quattro castella a Guido vescovo di Modena, che aveva molto cooperato all'esaltazione di Berengario, interventu ac petitione Odeberti marchionis, atque Magnifredi comitis. M'è incresciuto forte di non poter coi miei occhi vedere questo diploma, esistente allora nel dovizioso archivio del capitolo de' canonici di Modena, ma oggidì smarrito o perduto. Perciocchè, siccome ho provato nelle Antichità estensi[2148], questo Odeberto ossia Otberto, illustre marchese e principe di questi tempi, è uno de' progenitori della nobilissima casa di Este. Ne fo ora solamente menzione, per parlarne poi ex professo, andando innanzi. Anche il Sigonio[2149] cita un diploma dei suddetti re in favore del monistero delle monache di san Sisto di Piacenza, dato anno DCCCCL, regni vero domni Berengarii, et domni Adalberti piissimorum regum primo, Indictione nona. Non cita il mese, ma sarà il gennaio o febbraio di quest'anno, riconoscendosi anche ivi adoperato l'anno fiorentino, giacchè Indictione nona indica infallibilmente l'anno volgare DCCCCLI. Nell'anno presente ancora, per testimonianza del Dandolo[2150], il re Berengario stando nella Corte Olonna, renovavit foedus inter Venetos et subjectos suos; et eorum civitatum fines, ab urbibus italici regni distinxit, et a Venetis quadragesimam solummodo debere declaravit. Diede poi principio al suo governo il re Berengario con una iniquità che fece incredibile strepito per tutta l'Italia e Germania. Era, come dissi, rimasta in Italia Adelaide vedova del re Lottario, giovanetta di diciannove in venti anni, in cui non si sa se maggior fosse la bellezza, o la pietà e saviezza. Ossia che Berengario temesse che ella, passando alle seconde nozze con qualche principe, potesse turbargli il dominio di questo regno, o ch'egli, bramando di maritarla col figliuolo Adalberto, la trovasse troppo renitente a questa alleanza, stante l'avversione da lei conceputa contra chi comunemente si credea che avesse tolto di vita il re suo consorte: la verità si è che Berengario, passando dalle dolci alle brusche, rinserrò la misera ed innocente principessa in una prigione.
Non sussiste ciò che il Sigonio scrive, che essendo Adelaide in possesso di Pavia, Berengario fu necessitato ad espugnar quella città. Fu quivi egli eletto re, siccome vedemmo, e ne prese allora la signoria, e quivi diede anche i diplomi suddetti. Nè Pavia, come vuol Girolamo Rossi[2151], era città dotale di essa Adelaide. Vien riferita dal Browero[2152] una memoria posta nella cattedrale di Treviri con queste parole:
XII. KALENDAS MAII CAPTA EST ADELHEIDIS IMPERATRIX CVMIS A BERENGARIO REGE XIII. KALENDAS SEPTEMBRIS LIBERAVIT, DOMINVS ADELHEIDAM REGINAM A VINCVLIS.
La credo fattura de' secoli posteriori; potrebbe nondimeno essere che contenesse qualche verità. Che questa regina fosse imprigionata, non già nel lago di Como, ma bensì nella rocca di Garda sul lago Benaco, oggidì lago di Garda, l'abbiamo da Donizone[2153]; e pare che così porti il contesto delle sue avventure. Parimente l'Annalista sassone[2154], pubblicato dall'Eccardo, scrive che Berengario Adeleidem XII kalendas maii captam Cumis depraedavit, et in custodia media (scrivi et inedia) lacrymabiliter afflixit. E leggonsi tali parole anche in Ditmaro[2155] autore più antico. Forse qui fu ricavata l'iscrizione di Treviri. Per altro falla l'Annalista sassone rapportando la prigionia di Adelaide all'anno 949, quando essa non può essere seguita se non nell'anno presente 951; perchè Berengario fu eletto re solamente nel dì 15 decembre dell'anno precedente 950, nè sì subito dovette egli mettere le mani addosso alla sfortunata regina. Ora de' mali trattamenti fatti ad Adelaide non meno da lui che da Willa ossia Guilla sua moglie, donna che anche da Liutprando ci viene dipinta per un vaso di tutti i vizii, ne abbiamo un buon testimonio, cioè sant'Odilone[2156] abbate di Clugnì, e personaggio confidente di questa medesima santa principessa. Postquam, dice egli, mortuus esset Lotharius vir ejus, honorem italici regni adeptus est quidam vir nomine Berengarius, qui habebat uxorem nomine Willam. A quibus innocens capta, diversis angustiata cruciatibus, capillis caesariei distractis, frequenter pugnis exagitata et calcibus; una tantum comite famula, ad ultimum tetris inclusa carceribus, divinitus postmodum, ordinante Deo, imperialibus est sublimata culminibus. E la monaca Rosvida[2157], poetessa di quel secolo, che narra a lungo questa scena, attesta che Adelaide fu anche spogliata di tutte quante le sue gioie, vesti ed altre suppellettili.
Secondochè s'ha dal suddetto Donizone, per molto tempo stette confinata Adelaide con una sola damigella in fondo di una torre. Ma essendo riuscito ad un prete appellato Martino di fare una apertura nel muro di quella prigione, oppure, come altri vogliono, con una cava fatta sotterra, una notte la cavò fuori, e dopo aver vestita lei e la sua damigella da uomo, trovò un pescatore che in una barchetta li condusse tutti e tre ad una selva contigua al lago di Garda, a cui Odilone dà il nome di palude; dove fra quegli alberi o fra quelle canne si appiattarono, ma con pericolo di morir di fame, se un pescatore non avesse loro somministrato del pesce. Fu spedito il prete dalla regina ad Adelardo vescovo di Reggio, in cui essa confidava non poco, per ottener soccorso; il vescovo raccomandò questo affare ad Attone (lo stesso è che dire Azzo), il quale riconosceva in feudo dalla chiesa di Reggio la fortezza di Canossa. Convien ora sapere che questo Azzo, bisavolo della rinomata contessa Matilde, di cui avremo assai da parlare, era figliuolo di Sigifredo appellato da Donizone
Princeps praeclarus lucensi de comitatu;
il quale co' suoi figliuoli si protesta di nazione longobarda. Venuto Sigifredo in Lombardia, crebbe in potenza e ricchezze, ed oltre a due altri figliuoli che stabilirono due doviziose case in Parma, ebbe il suddetto Azzo, chiamato anche nelle vecchie carte Adalbertus, qui et Atto, che più de' fratelli s'ingrandì, e fra gli altri beni acquistò dal suddetto Adelardo vescovo di Reggio in feudo Canossa, dove fabbricò una inespugnabil fortezza. È situato questo celebre luogo nelle prime montagne del distretto di Reggio, verso il fiume Enza. Ivi s'alza ben in alto un sasso, tutto isolato, la cui sommità con buone mura e torri fortificata non avea paura nè di assalti, nè di macchine militari; e però, purchè la vettovaglia non mancasse, si rideva la guarnigion di Canossa anche delle più grandi armate. Prese Alberto Azzo l'impegno di soccorrere la perseguitata regina; e messa a cavallo una mano de' suoi armati, andò con essi in persona a levar Adelaide, e condussela a Canossa. Lo attesta anche il suddetto santo Odilone con dire che supervenit quidam clericus, qui ejus fuerat captivitatis et fugae socius, nuncians adesse exercitum militum armatorum, qui eam cum gaudio accipientes, deduxerunt secum in quoddam inexpugnabile castrum. Scrive Donizone[2158] che Alberto Azzo diede avviso di questa sua risoluzione a papa Giovanni, il quale la lodò. Aggiugne aver esso Alberto Azzo trattato con Ottone re di Germania per dargli in moglie Adelaide; ed essendo segretamente venuto Ottone a Verona, gliela condusse colà; ed egli, sposatala, seco la menò in Germania: il che non sussiste, siccome vedremo. Seguita poi a dire Donizone, che scoperto l'affare da Berengario, spedì l'esercito all'assedio di Canossa. E questo assedio, se vogliam credere a Leone Ostiense, durò ben tre anni[2159]. Lo stesso si legge nella Cronica della Novalesa[2160]. Di qui poi han preso motivo alcuni moderni scrittori, e fra gli altri il padre Pagi[2161], di credere assediata in quest'anno Adelaide entro Canossa, e di dire che si sono ingannati i suddetti storici parlanti di un assedio di sì lunga durata. Ma non hanno avvertito (l'avvertì bensì il Sigonio) che l'assedio di Canossa vien raccontato da Donizone come impresa fatta dappoichè il re Ottone ebbe sposata e condotta in Germania Adelaide. Però fu così ben condotta la fuga di questa regina e il suo passaggio a Canossa, che non ne ebbe sentore il re Berengario, se non dappoichè fu calato in Italia Ottone il grande. Per altro Leone Ostiense e Donizone hanno disavvedutamente confuse le circostanze dell'affare. Viveva allora papa Agapito II, e non già papa Giovanni. Le nozze di Adelaide furono celebrate in Pavia, e non già in Verona. Rosvida, più antica che Donizone di un secolo, neppur ella racconta che Adelaide fosse assediata in Canossa, e solamente dice che fu ricoverata da Adelardo vescovo di Reggio in una sua forte città, volendo significare Canossa, dove essa fu servita con tutto onore, finchè Ottone calò in Italia, e la fece andare a Pavia. Ora, tornando indietro, si dee mettere per cosa certa che fece gran rumore anche nella corte di Ottone il grande re di Germania la crudeltà di Berengario, e la sventura e prigionia dell'innocente regina. Bisogna eziandio supporre, come troppo verisimile, che Ottone fosse informato del luogo ove ella era celata, per avergliene scritto o ella, o il vescovo Adelardo, oppure Azzo signore di Canossa. Nè mancarono alcuni di lui cortigiani, che conoscendo di vista le rare doti di questa principessa, il consigliarono a prenderla per moglie, giacchè la regina Editta sua consorte era mancata di vita cinque o sei anni prima, con aggiugnere ancora che, così facendo, egli poteva aprirsi la strada a conquistare il regno d'Italia.
Preparossi dunque per tale spedizione il re germanico. Mandò innanzi Lodolfo suo figliuolo, il quale, se vogliam credere al continuatore di Reginone[2162] e all'Annalista sassone[2163], trovò dappertutto degli ostacoli e degl'incomodi, perchè niuna città o castello il volle ricevere; e tutto ciò per colpa di Arrigo duca di Baviera suo zio paterno, che portando invidia agli avanzamenti del nipote, per tre anni andò facendo sapere agl'Italiani quanto si macchinava in Germania, ed alienava quanti poteva in Italia dall'amore di lui. Ma temo che si sieno ingannati questi autori in riferir tali circostanze. Certamente Rosvida[2164], istorica di questo secolo, scrive tutto il contrario, dicendo di Lodolfo:
Perpaucis secum sociis secreto resumptis Italiam petiit, fortique manu penetravit. Exhortans patris imperio populum dare collum; Moxque redit, clarum referens sine Marte triumphum.
Calò poscia il re Ottone, fingendo (come vuole Ditmaro[2165], e dopo lui l'abbate urspergense[2166]), di fare un viaggio di divozione a Roma, e all'improvviso s'incamminò verso Pavia, che gli aprì le porte. Niuna opposizione fu fatta dal re Berengario, perchè egli solamente attese a salvarsi in un suo forte castello. Ma è ben da maravigliarsi come così accorto principe, quale era Berengario, si lasciasse cogliere sì all'impensata, e pare piuttosto da credere che il re Ottone conducesse seco un gagliardo esercito, o che tenesse di grandi intelligenze in Italia. Arrivato egli a Pavia, ed impadronitosi di quella città, fece tosto sapere alla regina Adelaide il suo desiderio di vederla, insinuandole ancora, colla giunta di molti regali, l'intenzion sua di averla per moglie. Colà portossi Adelaide, incontrata fuor della città dal suddetto duca di Baviera Arrigo, e poi ricevuta con tutto onore dal re Ottone. Sì Frodoardo[2167] come Rosvida, e gli altri antichi storiografi ci assicurano che le nozze di esso re vedovo colla giovane vedova Adelaide solennemente si celebrarono nella stessa città di Pavia. Il padre Pagi[2168], fidatosi dell'iscrizione sopraccitata di Treveri, vuol sostenere che circa il mese d'agosto seguì il loro matrimonio. Ma egli s'appoggiò ad una memoria dubbiosa, e quando pur questa contenga verità, altro non se ne può dedurre, se non che Adelaide ebbe nel dì 20 d'agosto la fortuna di salvarsi dalla prigione di Garda, e non già che in quel mese ella arrivasse al talamo del re Ottone. Che tuttavia nel dì 22 di settembre di quest'anno Berengario e Adalberto signoreggiassero in Pavia, ne fa fede un loro diploma, da me dato alla luce[2169], con queste note: Data X kalendas octobris anno dominicae Incarnationis DCCCCLI, regni vero dominorum Berengarii atque Adalberti piissimorum regum primo, Indictione X. Actum Papiae. Così nella Cronica di Volturno[2170] si ha un altro loro diploma dato VI kalendas octobris anno dominicae Incarnationis DCCCCLI, regni vero dominorum Berengarii atque Adalberti piissimorum regum primo, Indictione X. Actum in plebe sancti Marini. Che stesse pochi dì appresso ad entrare in Pavia il re Ottone, ne abbiamo il riscontro in un diploma[2171] d'esso re, dato VI idus octobris, anno Incarnationis Domini nostri Jesu Christi nongentesimo quinquagesimo primo, Indictione decima, anno regni Otthonis regis in Francia decimosexto, in Italia primo. Actum Papiae. Un altro simile ne esibisce il Puricelli[2172], dato nel medesimo giorno. E qui si vuol osservare che Ottone cominciò ad intitolarsi re d'Italia, quasichè Berengario e Adalberto fossero affatto decaduti dal loro diritto. Celebrò egli dipoi il santo Natale in Pavia; ed allora fu, secondo l'Annalista sassone[2173], ch'egli cum suis fidelibus in Italia Papiae natale Domini celebravit, et celebratis juxta magnificentiam regalem nuptiis, sicque dispositis negotiis proficiscitur inde, ec. Abbiamo dalla Cronica arabica[2174] che nel dì 2 di luglio dell'anno presente venne dall'Africa a Palermo un nuovo generale d'armi moro, appellato Saclabio, forse quello stesso che era stato nell'anno 950, oppure un suo figlio, menando seco una buona armata da valersene per terra e per mare, ed assai cammelli. Assano padron dell'isola, uniti i Siciliani con questi Africani, passò al castello di Riva, che si trovò abbandonato dagli abitanti. Assediò Geragia ma essendo osso duro, accordò pace a quel popolo, con ricevere gli ostaggi della lor fede; e fece poi lo stesso con quei di Cassana. In questi tempi, per testimonianza di Frodoardo[2175], i Saraceni, che già furono cacciati da Frassineto, tenevano occupati i passaggi dell'Alpi, di manierachè chiunque volea venire dalla Francia, o dagli Svizzeri e Grigioni, in Italia, era costretto a pagar loro una somma tassata di danaro. Aggiugne che gli Ungheri in quest'anno, passando per l'Italia, arrivarono in Aquitania, dove per tutta la state commisero grandi ruberie e ammazzamenti di persone; e che poi, ripassando per l'Italia, se ne tornarono alle case loro. Non dovea già succedere passaggio alcuno di questi masnadieri, che non lasciassero dappertutto segni della loro avidità e barbarie.
NOTE:
[2146] Sillingardus, in Catalogo Episcopor. Mutinens. edito anno 1606.
[2147] Ughell., Ital. Sacr., in Episcop. Mutinens.
[2148] Antichità Estensi, P. I, cap. 15 et seq.
[2149] Sigonius, de Regno Ital., lib. 6.
[2150] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.
[2151] Rubeus, Histor. Ravenn., lib. 5.
[2152] Browerus, Annal. Trevir., lib. 9.
[2153] Donizo, in Vita Mathild., lib. 1, tom. 5 Rer. Ital.
[2154] Annalista Saxo, tom. 1 Corp. Hist. Eccard.
[2155] Ditmarus, Chronic., lib. 2.
[2156] Odilo, in Vita S. Adelheidis apud Canis.
[2157] Hrosvitha, de Gest. Oddon.
[2158] Donizo, lib. 1, cap. 1.
[2159] Leo Ostiensis, Chron., lib. 1, cap. 61.
[2160] Chronic. Novaliciense, P. II, tom. 2 Rer. Ital.
[2161] Pagius, ad Annal. Baron.
[2162] Continuator Rheginonis, ad ann. 951.
[2163] Annalista Saxo, in Chronico.
[2164] Hrosvitha, de Gestis Oddoni.
[2165] Ditmarus, in Chron., lib. 2.
[2166] Urspergensis, in Chronico.
[2167] Frodoardus, in Chronico.
[2168] Pagius, ad Annal. Baron.
[2169] Antiquit. Ital., Dissert. LXX.
[2170] Chron. Vulturnense, P. II, tom. 1 Rer. Ital.
[2171] Tatti, Annali Sacri di Como, tom. 2.
[2172] Puricellius, Monument. Eccles. Ambrosian., num. 172.
[2173] Annalista Saxo, tom. 1 Eccard.
[2174] Chronicon Arabicum, P. II, tom. 1 Rer. Ital.
[2175] Frodoardus, in Chronic.
Anno di CRISTO DCCCCLII. Indizione X.
AGAPITO II papa 7. BERENGARIO II re d'Italia 3. ADALBERTO re d'Italia 3.
Ci ha conservata il suddetto Frodoardo una particolarità dei disegni del re Ottone: cioè ch'egli legationem pro susceptione sui Romam dirigit. Qua non obtenta, cum uxore in sua regreditur. Dovette il re Ottone tentare se papa Agapito volesse concedergli la corona imperiale, giacchè al vasto regno della Germania pareva ormai aggiunto quello ancora dell'Italia. Ma fece male i suoi conti. Alberico patrizio era tuttavia padrone di Roma, nè voglia si sentiva di deporre quel manto sì luminoso. Si può credere che le risposte date colla negativa dal pontefice ad Ottone, fossero dettate dal medesimo Alberico. Truovo io il re Ottone sul principio del febbraio di quest'anno tuttavia dimorante in Pavia, dove confermò tutti i beni al monistero delle monache di san Sisto di Piacenza con un diploma[2176] dato VIII idus februarii, anno Incarnationis Domini nostri Jesu Christi DCCCCLII, Indictione decima, anno vero domni Ottonis in Italia primo, in Francia XVI. Actum Papiae. Ma insorsero liti in essa città di Pavia fra Lodolfo figliuolo del re Ottone ed Arrigo duca di Baviera fratello del medesimo Ottone, che misero di mal umore quel giovane principe. S'aggiunse ancora che egli s'indispettì non poco per le nozze del re Ottone suo padre[2177]. Era Ottone in età alquanto avanzata, nè di maschi avea se non quel figliuolo, a lui nato dalla moglie Editta, prima d'essere re. Concepì Lodolfo un timore, e timore anche non mal fondato, che se dal secondo matrimonio nascessero figliuoli, questi potessero disputare la successione al regno, perchè nati dal padre re. Perciò in collera partitosi da Pavia prese il cammino verso la Sassonia, dove cominciò a macchinar delle novità contra del padre. Questo accidente foce risolvere il re Ottone a tornarsene in Germania. Lasciò in Pavia Corrado duca di Lorena suo genero (maritato con Liutgarda sua figliuola) con sufficienti milizie per guardia di quella capitale contro i tentativi di Berengario. E, giunto in Sassonia, quivi celebrò la santa Pasqua. Ma Berengario che la sapeva lunga, non volle già impugnar l'armi contra di un re di tanta possanza, e a cui mostrava egli molte obbligazioni, per le finezze usategli in tempo del suo esilio. Mise egli il suo studio in guadagnarsi, come si può sospettare, con de' segreti regali il cuore del duca Corrado, governator di Pavia. Il consiglio ch'esso Corrado gli diede, fu di gittarsi alla misericordia del re Ottone. Da un principe sì magnanimo si poteva sperar tutto. Abbracciato questo parere, e preventivamente, come si può conietturare, avvertito di tal risoluzione il re Ottone, Corrado stesso condusse in Germania Berengario. Stette Berengario tre giorni senza poter ottenere udienza da Ottone: del che si offese non poco il duca Corrado, dappoichè egli con buona fede l'aveva imbarcato in questo affare. Se l'ebbe anche a male il principe Lodolfo, siccome quegli che sposava tutti gl'interessi di Corrado suo cognato. Finalmente Berengario giunse alla presenza del re Ottone; si esibì pronto a far tutto quanto piacesse alla maestà sua; e restò conchiuso che nella dieta, la qual si dovea tenere nella città d'Augusta, si terminerebbono i suoi affari, siccome in fatti avvenne. Scrive il Continuatore di Reginone[2178], seguitato dall'Annalista sassone[2179], che Berengario sulle prime nihil de his, quae voluit, obtinuit; sed machinatione Henrici ducis fratris, vix vita et patria indulta, in Italiam rediit: unde Chunradus dux multum offensus a debita regis fidelitate defecit. Potrebbe essere che Berengario in vigore del salvocondotto se ne tornasse in Italia colle mani vote per allora. Scrivendo poi Frodoardo[2180] che ipse quoque Otho post celebrationem Papiam regreditur, io non so credere questo ritorno di Ottone in Italia. Forse in vece di Otho si ha ivi da scrivere Berengarius. Comunque sia, Berengario e Adalberto, coll'intervenire dipoi alla dieta di Augusta, acconciarono i fatti loro col re Ottone.
Abbiamo da Vitichindo[2181] scrittore contemporaneo, e dall'Abbate Urspergense[2182] in che consistessero le cose accordate da Ottone a Berengario: cioè contentossi il re che Berengario col figliuolo seguitasse ad essere re d'Italia, ma con riconoscere da lui questo regno in feudo, e con giurargli fedeltà e suggezione. Il giuramento fu prestato solennemente in faccia di tutta la corte e di tutta l'armata: dopo di che Berengario dimissus cum gratia et pace in Italiam remeavit. Ditmaro[2183] aggiugne, ch'egli reginae (cioè di Adelaide) iram supplici venia placavit, bonaque cum pace patriam revisit. E la monaca Rosvida[2184] conferma la stessa verità con iscrivere di Berengario:
Hunc regem certe digno suscepit honore, Restituens illi sublati culmina regni, Ista per certe tantum sub conditione, Ut post haec causis non contradiceret ullis Ipsius imperio, multis (sotto pene) longe metuendis, Sed seu subjectus jussis esset studiosus. Hoc quoque sollicitis decrevit maxime dictis, Ut post haec populum regeret clementius ipsum, Quem prius imperio nimium contrivit amaro. Qui se complendis simulans promptum fore jussis, Ocyus abscessit, patriam laetusque petivit.
Finalmente Liutprando[2185] nell'anno 968 diceva al greco imperadore: Berengarius et Adalbertus sui milites (vassalli) effecti, regnum italicum sceptro aureo ex ejus manu susceperunt, et jurejurando fidem promiserunt. E di qui ebbe principio il diritto preteso dai re di Germania sopra l'Italia. E fin allora succedette una mutazione degna di molto riguardo, cioè che il re Ottone riservò per sè le marche di Verona e di Aquileia, le quali immediatamente diede in governo ad Arrigo duca di Baviera suo fratello. Lo attesta dipoi il suddetto Continuatore di Reginone[2186], con tornare sul buon sentiero, e scrivere che Berengario col figliuolo Adalberto regiae se per omnia in vassallitium dedit dominationi, et Italiam iterum cum gratia et dono regis accepit regendam. Marca tantum veronensis et aquilejensis excipitur, quae Heinricho fratri regis committitur. Lo stesso viene asserito dall'Annalista sassone[2187], e da Ottone vescovo di Frisinga[2188] nella sua Cronica. Un gran capezzone in questa maniera fu posto al re Berengario; ma egli, ciò non ostante, di cattivo che era, diventò peggiore. Noi il troviamo insieme col figliuolo Adelberto nel dì 9 di settembre dell'anno presente in Pavia, ove diede un suo diploma[2189] in favore di Ramberto abate d'Asti. Come se la passasse Uberto duca di Toscana, figliuolo bastardo del già re Ugo, dacchè Berengario si fece arbitro, e poi anche divenne re d'Italia, niuna memoria ce lo addita. Perchè appunto in questi tempi non s'incontra il di lui nome nelle carte della Toscana, può insorgere qualche sospetto che Berengario l'avesse abbattuto, come persona di cui poco si avesse a fidare. Ma o sia ch'egli pacificamente continuasse in quel dominio, o che vi fosse rimesso dopo la venuta in Italia del re Ottone: certo è, che s'incontra memoria di lui in quest'anno in uno strumento da me renduto pubblico[2190] e scritto in Lucca anno ab Incarnationis ejus nongentesimo quinquagesimo secundo, quinto nonas magii, Indictione decima. Non vi compariscono gli anni del re per gl'imbrogli che erano allora in Italia. Manifestus sum ego Uberto marchio, legem vivente saliga, bonae memoriae domni Ugoni regi. Segno può essere questo ch'egli governasse allora la Toscana col titolo di marchese, ma da lì innanzi se ne perde la memoria. Ho io parimente data alla luce[2191] una donazione fatta al monistero di Subiaco da Benedetto console e duca, anno, Deo propitio, pontificatus domni Agapiti summi pontificis et universalis junioris (cioè secondo) papae in sacratissima sede beati Petri apostoli VII, Indictione decima, mense madio, die XXIV. Dal che risulta che Agapito prima del dì 24 di maggio nell'anno 946 avea conseguito il pontificato romano. Da questo poi e da altri simili documenti dei papi d'allora scorgiamo che Alberico lasciava ai romani pontefici l'onore d'essere nominati negli atti pubblici, come se fossero eglino i padroni di Roma e del suo ducato, quando si sa di certo ch'egli la faceva da principe assoluto nel temporale di quegli Stati.
NOTE:
[2176] Antiq. Ital., Dissert. LXV.
[2177] Ditmarus, Chronic., lib. 2. Uspergensis, in Chron.
[2178] Continuator Rheginonis, in Chronico.
[2179] Annalista Saxo, in Chron.
[2180] Frodoardus, in Chronico.
[2181] Witichindus, Histor., lib. 3.
[2182] Urspergensis, in Chron.
[2183] Ditmarus, in Chron., lib. 2.
[2184] Hrosvitha, de Gest. Oddonis.
[2185] Liutprandus, in Legationib.
[2186] Continuat. Rheginonis, in Chronic.
[2187] Annalista Saxo, in Chronico.
[2188] Otto Frisingensis, lib. 6, cap. 19.
[2189] Antiquit. Italic., Dissert. XVI, pag. 909.
[2190] Ibid., Dissert. XXII.
[2191] Antiquit. Ital., Dissert. V.
Anno di CRISTO DCCCCLIII. Indiz. XI.
AGAPITO II papa 8. BERENGARIO II re d'Italia 4. ADALBERTO re d'Italia 4.
Insorse in quest'anno un'aspra e scandalosa guerra in Germania, perchè Lodolfo figliuolo del re Ottone si ribellò al padre; e collegato con Corrado duca della Lorena suo cognato, e con altri principi della Germania, prese l'armi specialmente centra di Arrigo duca di Baviera suo zio paterno, siccome disgustato per più ragioni contra di lui. Fu dunque necessitato il re Ottone a procedere coll'armi contra del figliuolo e del genero. Succederono sanguinosi assedii, saccheggi di città, coll'altre pensioni di una guerra arrabbiata, che io, come avventure fuori d'Italia, lascerò raccontare ad altri. Se non falla Frodoardo[2192], ebbe origine questo fuoco dall'essere nato al re Ottone dalla regina Adelaide un figliuolo maschio, e corsa voce che il padre avesse destinato questo frutto delle sue seconde nozze alla successione del regno, quando egli l'avea già promessa a Lodolfo, con avergli anche fatto giurar fedeltà dai baroni. Intanto il re Berengario tornato in Italia, per quanto scrive il Continuator di Reginone[2193], di tutte le sue disavventure incolpava episcopos, et comites, ceterosque Italiae principes; omnesque eos odiis et inimicitiis insequens, inimicissimus sibi effecit. Fra quelli che particolarmente s'erano tirato addosso l'odio di Berengario ci fu Alberto Azzo signore di Canossa, dopo essere venuto esso re in chiaro, aver egli ricoverata e nascosa Adelaide nella sua forte rocca, onde ebbe principio la depressione sua. Però ne andava Berengario meditando la vendetta; ma il rispetto del re Ottone, che aveva assicurato della sua protezione Azzo, il riteneva. Quand'eccoti accendersi in Germania la guerra suddetta, la quale non lasciava luogo ad Ottone di pensare all'Italia. Allora fu che Berengario spedì l'esercito suo all'assedio di Canossa, e non già allorchè Adelaide s'era colà ricoverata. Trovò quivi Azzo ben provveduto di vettovaglia per una lunga difesa. Donizone[2194] ci assicura che al re Ottone fu condotta da Azzo la regina Adelaide:
. . . . . . Quae regi tunc quoque nupsit: Conjuge suscepta redit ad propriam modo terram, Attoni spondens, quod de se maxima posset.
Poscia vien raccontando che Berengario, il quale finchè Ottone non fu arrivato in Verona (o piuttosto in Pavia), non conobbe ove fosse occultata Adelaide, fieramente adirato contra di Azzo, si portò ad assediarlo in Canossa. Ora non avendo egli potuto intraprendere questo assedio, dappoichè Ottone era calato in Lombardia, perchè altro aveva egli da pensare in quel rovescio di fortuna, resta che solamente dappoichè egli fu restituito nel regno, e vide impegnato il re Ottone nelle interne turbolenze de' suoi stati, allora scaricasse la sua bile contra di Azzo. Ma Canossa era inespugnabil fortezza; altra via non restava per impadronirsene, che di soggiogarla colla fame, e a questo avea ben provveduto Azzo. Scrive Lupo protospata[2195] all'anno 951: Malachianus fecit praelium in Calabria cum Saracenis, et cecidit. Ma l'autore della Cronica arabica cantabrigense[2196] mette questo fatto sotto l'anno presente con iscrivere: Egressi sunt exercitus (dei Saraceni) in Calauriam, et obviam facti Melgiano, eum in fugam egerunt. Aggiugne che gli abitanti di Ramaza e Pietra fecero in tal occasione schiavi molti Cristiani, e gl'inviarono in Africa. Questo Malachiano, o Megliano, assai si conosce che era generale de' Greci. Gareggiavano tuttavia i due eletti, ma non mai consecrati arcivescovi di Milano, cioè Manasse e Adelmanno, con intanto furiosamente malmenare i beni e il tesoro di quell'insigne chiesa. Stanchi i Milanesi di questo scandaloso contrasto, o per amore o per forza gl'indussero a cedere: con che restò aperto il campo all'elezione di un nuovo arcivescovo, e questi fu Walperto ossia Gualberto. Utrisque (scrive Arnolfo[2197] storico milanese) sponte vel invito cedentibus, sedem tenuit Walpertus solus. Nel margine del manoscritto estense di quella storia è scritto che l'elezione di Gualberto accadde nell'anno 953. Rapporta il Campi[2198] un decreto di questo arcivescovo, scritto anno Incarnationis Domini DCCCCLIII pontificatus autem domni archipraesulis Walperti decimo, mense julio, Indictione V (dovrebbe essere VI): note che l'indicano creato vescovo dopo il luglio dell'anno presente 953, se pure l'indizione V non mostra piuttosto l'anno precedente. E poi conviene accordare quest'atto con un altro riferito dall'Ughelli[2199], dove s'incontra nell'aprile di quest'anno Gualberto già arcivescovo.
NOTE:
[2192] Frodoardus, in Chronico.
[2193] Continuator Rheginonis, in Chron.
[2194] Donizo, in Vit. Mathild., lib. 1, c. 1, tom. 5, Rer. Ital.
[2195] Lupus Protospata, in Chronico, tom. 5 Rer. Ital.
[2196] Chron. Arab., P. II, tom. 2 Rer. Ital.
[2197] Arnulf., Hist. Mediolan., lib. 1, cap. 4, tom. 4 Rer. Ital.
[2198] Campi, Istor. di Piacenza, tom. 1.
[2199] Ughell., Ital. Sacr. tom. 4 nov. edit.
Anno di CRISTO DCCCCLIV. Indiz. XII.
AGAPITO II papa 9. BERENGARIO II re d'Italia 5. ADALBERTO re d'Italia 5.
Continuò in quest'anno l'incendio della guerra civile in Germania, e vi si mischiarono anche gli Ungheri, chiamati in loro aiuto da Lodolfo duca di Alemagna ossia di Suevia, figliuolo del re Ottone, e da Corrado duca di Lorena. Non pochi di costoro lasciarono la vita in quelle parti, per attestato di Frodoardo[2200]: ceteri per Italiam revertuntur in sua. Altrettanto scrive il Continuatore di Reginone. Continuò ancora in Italia lo stretto assedio della rocca di Canossa, dove intrepidamente si sosteneva Alberto Azzo, con isperanza che o il re Ottone od altri accorresse un dì in soccorso suo. Accenna Girolamo Rossi[2201] uno strumento scritto in Ravenna anno octavo Agapiti papae, regnante Berengario et Adalperto ejus filio anno IV regni eorum, Indictione XII, cioè nell'anno presente. Cita eziandio un concilio tenuto in quella città nell'anno susseguente, correndo l'anno V d'essi re l'indizione XIII: memorie tutte che ci scuoprono che anche questi due re, non men di Ugo e di Lottario, dominavano in Ravenna e nel suo esarcato, tuttochè tali stati non appartenessero al regno d'Italia. Roma era stata usurpata ai papi da Alberico; i re d'Italia fecero anch'essi un somigliante giuoco all'esarcato. Che poi il suddetto Rossi scriva che Adalbertus rex Ravennam sedem constituit regni praecipuam; ed avendo maltrattato i mercatanti veneziani, fu sconfitto da Pietro Candiano valoroso doge di Venezia; ed in tal congiuntura, perchè il popolo di Comacchio avea prestato aiuto al re Adalberto, i Veneziani portatisi a quella città, dopo il sacco la spianarono in maniera, che dopo molti secoli durò fatica a rialzare il capo: noi crederemo veri tali racconti, qualora se ne adducano legittime pruove, con allegar memorie antiche o autori non lontani dal secolo di cui parliamo. A buon conto nulla di ciò seppe il Dandolo, vecchio scrittore delle cose venete, nè altri che hanno scritto prima del Rossi. Terminò in quest'anno il corso di sua vita Alberico patrizio e principe, o vogliam dire tiranno di Roma. Nel catalogo posto davanti alla Cronica di Farfa[2202] si legge: Anno DCCCCLIV, Albericus princeps Romae obiit. E Frodardo storico di questi tempi lo conferma con dire sotto il presente anno: Albrico patricio Romanorum defuncto, filius ejus Octavianus, quum esset clericus, principatum adeptus est. Sicchè il dominio temporale di Roma fu occupato da questo Ottaviano, che in breve vedremo salire anche sul trono pontificio. Ad istanza di Gualberto arcivescovo di Milano, fu fatto in quest'anno un privilegio a Brunengo vescovo d'Asti da Berengario e Adalberto re. Vien esso rapportato dall'Ughelli[2203] con queste note: Data decimo kalendas junii anno dominicae Incarnationis DCCCCLIV, regni vero Berengarii et Adelberti IV, Indictione XII. Actum Papiae. L'arcicancelliere qui nominato è Guido vescovo, cioè il vescovo di Modena, che dopo il suddetto Brunengo dovette circa questi tempi conseguire quell'illustre dignità, continuata dipoi anche sotto Ottone il grande.
NOTE:
[2200] Frodoardus, in Chron.
[2201] Rubeus, Hist. Ravenn., lib. 5.
[2202] Chronicon Farfens., P. II, tom. 2 Rer. Ital.
[2203] Ughell., Ital. Sacr., tom. 4, in Episc. Astens.
Anno di CRISTO DCCCCLV. Indiz. XIII.
AGAPITO II papa 10. BERENGARIO II re d'Italia 6. ADALBERTO re d'Italia 6.
Fu d'avviso il cardinal Baronio[2204] che in quest'anno papa Agapito desse fine ai suoi giorni. Eruditamente han provato i padri Papebrochio[2205] e Pagi[2206] ch'egli menò sua vita sino a qualche mese dell'anno seguente. Ciò ancora si deduce da uno strumento ferrarese, da me veduto, in cui sono queste note: Anno, Deo propicio, pontificato domno Agapito summo pontifice, et universali papae in apostolica sacratissima beati Petri apostoli Domini sede anno decimo, sicque regnante domno Berengario rege, et Adalbertus ejus filius in Italia anno sexto, die undecimo mense januario, Indictione quartadecima Ferrarie, cioè nel dì 11 di gennaio dell'anno seguente. Durava tuttavia l'assedio della rocca di Canossa, intrapreso dal re Berengario, che, per testimonianza di Donizone[2207], v'intervenne in persona, ed avea presa la sua stanza in un luogo appellato Lavacchiello, risoluto di non partirsi di lì, finchè non veniva in suo potere quell'ostinata fortezza. Si attediava di questa troppo lunga prigionia Alberto Azzo quivi ristretto, e spesse volte per ricrearsi scendeva dall'alto in un certo sito, da dove parlava coi principali dell'esercito nemico. Venne pensiero a Berengario di attrappolarlo in quel sito; ma Azzo una notte avvertito da una delle sentinelle nemiche di quel che si trattava, non più da lì innanzi si attentò di lasciarsi vedere. Gli venne poi fatto di spignere una notte fuori della rocca uno de' suoi famigli, e d'inviarlo al re Ottone in Germania con lettere compassionevoli, supplicandolo d'aiuto, e rammentandogli le promesse di protezione a lui fatte. Ma Ottone neppur in quest'anno potè accudire agli interessi d'Italia, perchè avea troppi nemici addosso nelle proprie contrade. Era sul fine del precedente anno seguita la pace fra lui e Lodolfo suo figliuolo, e Corrado suo genero; e quand'egli pur si credeva di poter attendere alla sola guerra che gli restava con gli Schiavoni, eccoti un esercito innumerabile d'Ungheri inoltrarsi fino ad Augusta. A giudizio d'ognuno, questo gran nuvolo di armati pareva invincibile; ma il prode re Ottone sì animosamente, ed ordinatamente, benchè troppo inferiori forze avesse, gli assalì, che li mise in rotta[2208]. Una sterminata quantità restò vittima delle spade; altri lasciarono la vita nel fiume Lech; pochi in fine se ne salvarono; di maniera che da dugento anni in addietro non s'era riportata una vittoria sì strepitosa e compiuta. Ma in quel terribil conflitto restò morto il suddetto Corrado duca di Lorena. Diede anche fine in quest'anno ai suoi giorni Arrigo duca di Baviera, fratello del re Ottone, principe che in ambizione e crudeltà non si lasciava vincere da alcuno. Scrivono che egli fece castrare l'arcivescovo di Aquileia, e cavar gli occhi a quello di Salisburgo. Lasciò dopo di sè un figliuolo, che da' moderni viene appellato Arrigo il Rissoso, a cui il re Ottone conferì il ducato, e col tempo si ribellò ad Ottone II imperadore.
Attese ancora in quest'anno il re Ottone alla guerra contro gli Schiavoni, e di questi parimente riportò vittoria: con che crebbe in immenso la gloria di lui, e il timore in tutti i popoli confinanti alla Germania. Gli nacque eziandio nell'anno presente dalla regina Adelaide Ottone II, che fu poi imperadore, con somma allegrezza del padre e de' sudditi suoi. Circa questi tempi Pietro Candiano III, doge di Venezia[2209] col consiglio ed assenso del popolo creò suo collega Pietro, uno de' suoi figliuoli; ma questi, sprezzando le ammonizioni del padre, alzò bandiera contra di lui, e si venne un dì all'armi nella piazza di Rialto fra la sua fazione e quella del padre. Era per soccombere il giovane, se il vecchio doge non gli otteneva in dono la vita. Ma per soddisfazione della giustizia e del popolo il mandò in esilio; e in questa congiuntura i vescovi, il clero e popolo fecero un decreto con giuramento di non ammetterlo mai più per doge nè in vita, nè dopo morte del padre. Secondochè scrive il Dandolo, andò il giovane Pietro a ritrovare Guido marchese, figliuolo del re Berengario, che accoltolo cortesemente, il presentò al re, et ad spoletanam marcham debellandam secum duxit. Poscia ottenuta licenza da Berengario di vendicarsi de' Veneziani, venne a Ravenna, dove con sei navi armate prese vicino al porto di Primaro sette navi venete che cariche di merci andavano a Fano. Non è da sprezzare questo racconto del Dandolo, il quale si servì di antiche storie, ora indarno da noi desiderate, somministrandoci egli un barlume per conoscere che il re Berengario tentò di levare il ducato di Spoleti a Teobaldo o Tebaldo, che n'era, siccome vedemmo, allora in possesso, per darlo a Guido suo figliuolo. Pare nondimeno che il Dandolo riferisca questo sconvolgimento all'anno 958, o 959, perchè scrive che Pietro doge (morto nel 959) post filii creationem non plus quam duobus mensibus et quatuordecim diebus vixisse fertur. Ma un sì poco tempo non convien molto a tutta quella serie di cose.
NOTE:
[2204] Baron., in Annal. Eccles.
[2205] Papebrochius, in Conatu Chron. Hist.
[2206] Pagius, ad Annales Baron.
[2207] Donizo, in Vita Mathild., lib. 1, cap. 1.
[2208] Annalista Saxo, Continuat. Rheginonis. Frodoardus, in Chron. Ditmar., lib. 2.
[2209] Dandul., in Chronico, tom. 12 Rer. Ital.
Anno di CRISTO DCCCCLVI. Indizione XIV.
GIOVANNI XII papa 1. BERENGARIO II re d'Italia 7. ADALBERTO re d'Italia 7.
Fu questo l'ultimo anno della vita di papa Agapito II, pontefice, le cui rare virtù e gesta è da dolere che non sieno state tramandate dalla penna di alcuno ai posteri, oppure non sieno giunte sino ai dì nostri. Aveva Ottaviano, dopo la morte di Alberico patrizio suo padre, occupata la signoria di Roma; fu consigliato dai suoi di occupare anche la sedia di san Pietro; nè gli fu difficile l'ottenere l'intento. Venne dunque creato papa; ma, per quanto osserva il cardinal Baronio, in età impropria ed incapace di sì sublime e sacrosanta dignità, perchè forse non arrivava all'età di diciannove anni. Egli nell'anno 963 si vedrà tuttavia chiamato[2210] puer dall'imperadore Ottone. Scaldasi forte, e giustamente, contra di sì fatta elezione il cardinale annalista, ma con saggiamente conchiudere, che essendo questo novello papa stato accettato dalla Chiesa universale per vero e legittimo pontefice, per tale ancora si dee ora riconoscerlo. Non sarebbe stato se non bene che il dottissimo porporato avesse fatto uso di questa massima per alcuno ancora de' precedenti pontefici. Certo è poi che Ottaviano in questa occasione mutò il proprio nome in quello di Giovanni XII; e però vien creduto il primo che introducesse l'uso di cambiare il nome de' novelli papi, con servirsi poi di due nomi, cioè d'Ottaviano nelle cose temporali e di Giovanni nelle spirituali: rito osservato in parte anche oggidì dai papi. È anche fuor di dubbio che non ha fondamento alcuno il dirsi da alcuni storici, essere stata la potenza di Alberico patrizio suo padre che promosse al pontificato questo suo figliuol giovinetto; perciocchè sappiam di certo che Alberico avea cessato di vivere nell'anno 954. E pure anche Gregorio monaco, autore della Cronica farfense[2211], che vivea nel secolo susseguente, lasciò scritto che Alberico principe migrante, filius ejus Johannes, qui patre vivente papa ordinatus est, ec. Ho io prodotta altrove[2212] una donazione fatta al monistero di Subiaco da Graziano console e duca, e scritta anno Deo propitio pontificatus domni Johannis summi pontificis et universatis XII papae in sacratissima sede beati Petri apostoli primo, Indictione XV, mense novembrio, die XIIII, cioè nell'anno presente.
Fu in quest'anno devastata da una terribil pestilenza la Germania. Contuttociò il re Ottone, che oramai respirava dalle guerre interne o vicine, pensò a reprimere l'insolenza del re Berengario, che ad onta sua perseguitava Alberto Azzo, raccomandato suo. A questo fine scelse Lodolfo ossia Litolfo suo figliuolo, con cui s'era pacificato, e lo spedì in Italia con una armata[2213]. Era l'assediata Canossa già in agonia, vicina a rendersi per la fame, quando si seppe l'arrivo di Lodolfo a Verona: il che incoraggiò i difensori. A grandi giornate passò Lodolfo il Po e venne alla volta di Canossa, perlochè senza aspettarlo se ne andarono con Dio gli assedianti. Confessa Donizone[2214] che l'assedio di quella fortezza durò semis simul et tribus annis, e che fu incominciato dappoichè Ottone colla regina Adelaide fu ritornato in Germania. Però non si può immaginar altro, se non che la liberazione di Canossa accadesse in quest'anno per la venuta e pel soccorso di Lodolfo. Per altro, convien confessare che Leone Ostiense e lo stesso Donizone, siccome autori del secolo susseguente, avendo preso dalla tradizion dei vecchi gli avvenimenti di questo tempo, confusero non poco il vero col falso. L'Ostiense s'ingannò, scrivendo che la regina Adelaide fosse per tre anni assediata in Canossa. Ingannossi forte anche Donizone con iscrivere che Ottone il Grande calò in persona a liberar Canossa; e che, venuto alle mani col re Berengario nel prato di Fontana, lo sconfisse, l'ebbe vivo nelle mani, ed inviollo prigione in Germania, dove terminò i suoi giorni; e che poscia fu creato re Alberto (lo stesso è che Adalberto) suo figliuolo, il quale tornò all'assedio di Canossa. Aggiugne ancora, che spedito dal re Ottone in Italia il duca Litolfo suo figliuolo, restò ucciso in una battaglia di man propria da esso re Alberto: il che inteso Ottone, frettolosamente con una armata venne in Italia, e qui fu creato re d'Italia ed imperadore. Somma confusion di tempi e di fatti si scuopre in questo racconto, per quel che vedremo. Per ora sappiamo di certo coll'autorità dell'Annalista sassone[2215] e di Frodoardo[2216], che Lodolfo nel corso di questo anno in Italiam ad comprimendam Berengarii tyrannidem dirigitur, et in brevi expulso Berengario, totius Italiae possessor efficitur. Ermanno Contratto[2217] anche egli scrive sotto il presente anno: Liutolfus dux Italiam hostiliter invasit, fugatoque Berengario et filio ejus, Papia urbe, provinciaque potitus est. Arnolfo storico milanese del secolo susseguente[2218] non discorda da tali scrittori, con dire che Berengario, odiato dagl'Italiani principalmente per la crudeltà sua, e per l'avarizia di Guilla sua moglie, non si attentò di venire a battaglia con Litolfo spedito dal padre in Italia; sed ingressus, quod dicitur sancti Julii, inexpugnabile municipium (nel lago d'Orta distretto di Novara) resedit invalidus. Dice di più, che tradito da' suoi Berengario, fu dato in mano di Litolfo; ma che questi con eroica magnanimità il lasciò andar libero, volendolo vincere coll'armi e non colla perfidia. Altro che questo a noi non suggerisce intorno ad un tale avvenimento la storia d'Italia. Se allora succedesse la battaglia accennata da Donizone nel prato di Fontana, in cui egli (con errore, a mio credere) fu sconfitto e preso il re Berengario, nol saprei dire. Credo eziandio che Litolfo conquistasse parte della Lombardia, ma non già tutta l'Italia, come scriveva l'Annalista sassone. Il Continuatore di Reginone non altro dice, se non che egli totius paene Italiae possessor efficitur.
NOTE:
[2210] Liutprandus, Hist., lib. 6, cap. 6.
[2211] Chron. Farfense, P. II, tom. 2 Rer. Ital., pag. 472.
[2212] Antiquit. Ital., Dissert. V.
[2213] Annalista Saxo, ad hunc ann.
[2214] Donizo, in Vit. Mathild., lib. 1, cap. 1.
[2215] Annalista Saxo, ad hunc ann.
[2216] Frodoardus, in Chronico, ad ann. 957.
[2217] Hermannus Contractus, in Chron.
[2218] Arnulf., Hist. Mediolanens. lib. I, cap. 6.
Anno di CRISTO DCCCCLVII. Indiz. XV.
GIOVANNI XII papa 2. BERENGARIO II re d'Italia 8. ADALBERTO re d'Italia 8.
Andavano prosperando in Italia l'armi di Litolfo duca di Lamagna, figliuolo del re Ottone, e già pareva che, abbattuto Berengario col figliuolo, non potesse più risorgere: quando l'improvvisa morte di esso Lidolfo troncò il filo alla fortuna e vita di lui, e fece mutar aspetto alle cose d'Italia. Donizone[2219] cel rappresenta passato da parte a parte in una battaglia dalla lancia del re Adalberto. Ma più fede merita chi il dice morto in altra maniera. Febre correptus, scrive Epidanno[2220] nella sua Cronica. E Froduardo[2221]: Liudulfus Othonis filius, qui paene totam obtinuerat Italiam, obiit, sepeliturque Moguntiae apud sanctum Albanum. Ed Ermanno Contratto[2222]: Liutolfus dux commissa pugna Adalpertum vincit, cunctisque sibi una cum regno Italiae subjugatis, ipse eodem anno apud Plumbiam immaturo obitu vita decessit, et magno multorum luctu Moguntiae sepultus est. Non so se qui si parli di Plombia terra della diocesi di Novara. Ditmaro[2223] ci ha conservato il dì della sua morte, con iscrivere, non senza qualche differenza dagli altri scrittori circa il motivo della sua venuta in Italia: Liudulfus regis filius, malorum depravatus consilio, rursum rebellavit, patriaque cedens, Italiam perrexit; ibique quum annum ferme unum esset, octavo idus septembris (proh dolor!) obiit. Hujus corpus a sociis ejusdem Moguntiam delatum, lugubriter in ecclesia Christi martyris Albani sepultum. Vanno concordi questi autori in asserire seppellito il corpo del suddetto principe in Magonza, nè si oppongono a Donizone, il quale attesta che le viscere di lui ebbero sepoltura nella chiesa di san Prospero di Antognano, vicino al prato di Carpineto sul Reggiano, ma il corpo imbalsamato fu mandato in Germania al re Ottone suo padre. Facilmente s'intende ancora che la mancanza di questo principe si tirò dietro il risorgimento dei re Berengario e Adalberto, i quali, tornati che furono i Tedeschi nelle loro contrade, dovettero senza fatica rimettersi in possesso delle città perdute. Ma si vuol aggiugnere essere corso in Italia un sospetto che Berengario avesse procurata a Litolfo la morte con quei mezzi a' quali può ricorrere solamente chi è servo dell'iniquità. Postea vero, scrive Arnolfo storico milanese, pius ille Liutulfus perfidia Langobardorum fertur veneno necato. Nelle giunte da me fatte alla Cronica del monistero di Casauria[2224] si legge uno strumento di terre concedute a livello da Ilderico abbate di quel sacro luogo ad Attone, ossia ad Azzo conte, scritto regnantibus domno Berengario, et Adelberto filio ejus regibus, anno regni eorum in Dei nomine VII, et temporibus Teobaldi ducis et marchionis anno ejus IV, mense junii, per Indictionem XV. Abbiamo qui assai luce per conoscere che in questi tempi era il governo del ducato di Spoleti e della marca di Camerino appoggiato a Teobaldo ossia Tebaldo. Egli, siccome di sopra osservai all'anno 946, era figliuolo di quel Bonifazio di nazione ripuaria, che era stato duca anch'esso e marchese di quelle contrade. Numerandosi qui l'anno quarto del suo ducato, convien credere che nell'anno 953, o 954 mancasse di vita Bonifazio suo padre, e che egli succedesse nel governo di quegli stati. L'autore della Cronica farfense[2225] fa parimente menzione sotto questi tempi marchionis Theobaldi, qui tunc Sabinensibus praeerat. Nella Sabina è situato il monistero di Farfa; e la Sabina era allora compresa nel ducato di Spoleti. Abbiamo poi dalla Cronica arabica[2226], che venuto nell'agosto dell'anno precedente in Sicilia un generale moro, appellato Ammar, dopo avere svernato in Palermo, uscito di colà nella primavera, passò in Calabria. All'incontro arrivato in Sicilia Basilio ammiraglio de' Greci, vi spianò la moschea di Riva, e prese la città di Termine; e venuto alle mani con Assano moro, signore dell'isola nella valle di Mazara, misero a filo di spada molti di quegli infedeli.
NOTE:
[2219] Donizo, in Vita Mathild., lib. 1, cap. 1.
[2220] Epidannus, in Chronic.
[2221] Frodoardus, in Chronico.
[2222] Hermann. Contractus, in Chron.
[2223] Ditmarus, in Chronic., lib. 2.
[2224] Chronic. Casauriense, P. II, tom. 2 Rer. Ital.
[2225] Chron. Farfens., P. II, tom. 2 Rer. Ital., pag. 472.
[2226] Chron. Arab., P. II, tom. 1 Rer. Ital.
Anno di CRISTO DCCCCLVIII. Indiz. I.
GIOVANNI XII papa 3. BERENGARIO re d'Italia 9. ADALBERTO re d'Italia 9.
Perchè Ottone il grande re di Germania, dopo la morte di Lodolfo suo figliuolo, succeduta in Italia, niuna inquietudine recasse ai re Berengario e Adalberto, potrebbe taluno chiederlo; e si potrebbe rispondere che Berengario dovette placarlo in qualche maniera. Ne è anche un contrassegno il vedere che esso Berengario, quantunque per le ragioni vecchie, e per la venuta del suddetto Litolfo, a cui aderì tosto Alberto Azzo, dovesse nudrire rabbia e mal talento verso di questo bisavolo della contessa Matilda, pure il lasciò in pace, per riguardo, come si può conghietturare, ad Ottone di lui protettore. Anzi è da osservare, che se non prima, almeno in quest'anno esso Alberto Azzo porta il titolo di conte, cioè di governatore probabilmente di qualche città. Ciò costa da uno strumento da me prodotto[2227], scritto Berengarius et Adelbertus filio ejus gratia Dei reges, anno regni eorum, Deo propicio octavo, mense novembris, Indictione secunda: indicanti l'anno presente. In esso strumento Atto filius quondam idemque Attoni de comitatu parmense, qui professus sum ex natione mea lege vivere Longobardorum, vende alcuni beni ad Alberto, qui et Atto comes, consobrino meo, filius quondam Sigefredi de comitato lucensi. Fu stipolato quello strumento in loco insula Judiciaria parmensis. Potrebbe essere che a questi tempi appartenesse ciò che narra l'autore della Cronica farfense. Quel tiranno e dilapidatore dell'insigne monistero di Farfa, Campone abbate, di cui parlammo all'anno 939, era tuttavia vivo, ed opprimeva quel sacro luogo. Giovanni XII papa cominciò ad abborrirlo, sicut et suus pater, cioè Alberico patrizio. E nol lasciando tornare al governo del monistero, creò in sua vece abbate di Farfa un certo Adamo, oriundo della città di Lucca, se pure non vuol dire di Lucania. Ma perchè in questi tempi per la maggior parte i monisteri di Italia, seminarii una volta di virtù, erano divenuti sentine di vizii, esso Adamo ben tosto si scoprì non da meno del suddetto Campone. Pro publico autem stupri scelere, in quo detentus est a militibus papae Johannis, et marchionis Theobaldi, qui tunc Sabinensibus praeerat. Per esimersi dal gastigo gli convenne alienar due corti ed altri fondi spettanti a quel monistero. Lupo protospata[2228] all'anno 955 notò che Mariano generale dei Greci venne in Puglia. Sotto quest'anno poi, oppur nel seguente, l'autore della Cronica arabica[2229] della Sicilia lasciò scritto che Assano saraceno, signore di quell'isola, transfretavit et ivit obviam fratri suo Ammar. Et fugit coram eo Marianus Strategus, abducta tamen navi e navibus Moslemiorum. Aggiugne appresso che quell'armata navale di Mori, nel tornare di settembre in Sicilia, andò tutta a male, e fu d'uopo farne una di nuova. Circa questi tempi Attone vescovo di Vercelli, grande ornamento di quella chiesa per la sua letteratura e pietà, diede fuori il suo trattato De pressuris Ecclesiae, dove espone il mal trattamento che si facea dei vescovi, con permettere a tutti di accusarli, con esigere da essi che in mancanza di pruove prendessero il giuramento, ed accettassero il duello da farsi con qualche loro campione. Riconosce per canoniche e come vegnenti da Dio le elezioni de' vescovi fatte dal clero e popolo. Ma i principi poco timorati di Dio, sprezzando queste regole, volevano che la lor volontà prevalesse in eleggere i sacri pastori. E quali mai? Si rifiutavano i meritevoli eletti, e conveniva prendere i prediletti da loro, ancorchè indegni, non considerando essi il merito del sapere e della bontà de' costumi, ma solamente le ricchezze, il parentado e i servigii. E se non vendevano le chiese per denaro, le davano nondimeno in pagamento della servitù prestata da essi, o dai lor parenti alla corte. Però si vedevano fanciulli alzati al vescovato, e si obbligava il popolo a dar testimonianze favorevoli a questi sbarbatelli, che appena avevano imparato a memoria qualche articolo della fede, per potere rispondere, benchè tremando, all'esame: il quale era tuttavia in uso piuttosto per formalità, che per chiarire la scienza d'essi. Ed ecco qual fosse in questi tempi lo stato miserabile delle chiese d'Italia.
NOTE:
[2227] Antiquit. Ital., Dissert. XXVIII.
[2228] Lupus Protospata, Chron.
[2229] Chron. Arabic., P. II, tom. 1 Rer. Ital.
Anno di CRISTO DCCCCLIX. Indiz. II.
GIOVANNI XII papa 4. BERENGARIO re d'Italia 10. ADALBERTO re d'Italia 10.
Era assai vecchio Pietro Candiano III doge di Venezia; a questa malattia si aggiunse la grave afflizione provata per la ribellione di Pietro suo figliuolo, che servì ad affrettargli la partenza da questo mondo[2230]. Non fu egli sì presto morto, che raunato il gran consiglio del popolo, dove intervennero anche i vescovi ed abbati, tutti deliberarono di voler per loro doge quel medesimo Pietro IV che essi prima aveano giurato di non ammettere al loro governo. Però a gara con quasi trecento barche se n'andarono a Ravenna a levarlo, e pomposamente ricondottolo a Venezia, di nuovo il crearono doge. Accadde probabilmente in questo anno un fatto, di cui ci ha conservata una breve memoria l'Anonimo salernitano[2231]. Cioè che Giovanni XII papa, il quale comandava tanto in temporale che spirituale in Roma, ebbe delle dissensioni con Pandolfo e Landolfo II principi di Benevento e di Capua, ch'esso istorico chiama figliuoli di Landolfo I, ma con errore, perchè Pandolfo fu figliuolo e non fratello di Landolfo II, il quale fin dall'anno 943 l'avea dichiarato collega nel principato. Ora papa Giovanni dum esset adolescens, atque vitiis deditus, undique hostium gentes congregari jussit in unum, et non tantum romanum exercitum, sed et tuscos spoletinosque in suum suffragium conduxit. Nè i popoli di Spoleti, nè quei della Toscana erano allora sudditi del papa, e però gli dovette egli trar seco in lega. A questo avviso Landolfo principe di Benevento mise in armi tutti i suoi Capuani, ed incontanente spedì a Salerno, pregando Gisolfo principe di quella terra di accorrere in aiuto suo. Venne Gisolfo con fiorito esercito e gran salmeria. Non ci volle di più per fare abortire tutti i disegni di papa Giovanni; perciocchè dum Romani, Spoletinique et Tusci adventum principis Gisulfi reperissent, magno metu percussi, suos repetunt fines. Aggiugne il medesimo storico, che da lì a qualche tempo papa Giovanni per suoi ambasciatori fece intendere a Gisolfo suddetto di voler contraere lega con lui. Venne Gisolfo da Salerno a Terracina, conducendo seco un nobilissimo corteggio, e colà portatosi anche il papa, stabilirono tra loro la desiderata lega. In somma dice questo scrittore salernitano, essere stato in tanto credito Gisolfo principe di Salerno, che tanto i Greci che i Saraceni, Franzesi e Sassoni si studiavano di averlo per amico, e niuno si attentava a toccare gli stati di lui. Ho io data alla luce[2232] una donazione da lui fatta alla chiesa di san Massimo, fondata in Salerno a domino Guaiferio principe bisavio nostro, come egli dice. Lo strumento fu scritto in anno vigesimo quinto principatus nostri de mense aprilis, Indictione II, cioè nell'anno presente, se quelle note furono ben copiate. Leggesi parimente nelle Antichità italiche[2233] un diploma dei re Berengario e Adalberto, dato VIII kalendas novembris, anno Incarnationis Domini DCCCCLVIII, regni vero domnorum Berengarii atque Adalberti piissimorum regum VIIII, Indictione III. Actum Papiae. Anche questo documento appartiene all'anno presente. Non si sa già a quale sia precisamente da riferire una lettera scritta dal soprallodato Attone, ossia Azzo vescovo di Vercelli in questi tempi, personaggio di sacra letteratura ornatissimo, come dimostrano l'opere sue date alla luce dal padre Dachery[2234], e tanto più degno di stima, quanto più era comune allora l'ignoranza in Italia. Tutti si lamentavano, ma specialmente i vescovi, dell'aspro governo del re Berengario, e si può credere che studiassero le maniere di sgravarsene. Ora Berengario, a cui non mancavano spie, per assicurarsi della fedeltà d'essi prelati, volle obbligarli a dargli degli ostaggi. Sopra ciò Attone scrisse ai vescovi suoi confratelli (giacchè non era loro permesso di raunarsi), per udire il loro sentimento intorno a questa novità. Egli intanto giudiziosamente propone il suo con riconoscere l'obbligo della fedeltà dovuto a' suoi sovrani, ma con sostenere che non si dee far quello che non hanno fatto i predecessori; nè essere giusto l'esporre gli ostaggi a' pericoli della vita, perchè i vescovi se non si trattenessero per timore di Dio dal mancare al loro dovere, molto men se ne guarderebbero per timore di nuocere agli ostaggi. Nel catalogo dei duchi di Spoleti, posto davanti alla Cronaca di Farfa,[2235] prima dell'anno 960 si vede menzionato Trasmundus dux, il quale si può credere succeduto in quel ducato dopo la morte o per altra mancanza di Teboaldo duca e marchese di quella contrada. All'anno 981 noi troveremo creato duca e marchese di Spoleti e Camerino un Trasmondo, senza potersi chiarire se sieno diverse persone, e forse l'un figliuolo dell'altro, o se pure fuor di sito avesse il Cronista farfense parlato di un Trasmondo duca verso questi tempi.
NOTE:
[2230] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.
[2231] Anonymus Salern., P. II. tom. 2 Rer. Ital.
[2232] Antiquit. Italic., Dissert. XXVIII.
[2233] Ibid., Dissert. II.
[2234] Atto Vercellensis, Epist. 11, in Spicileg. Dachery.
[2235] Chron. Farfens., P. II, tom. 2 Rer. Ital.
Anno di CRISTO DCCCCLX. Indizione III.
GIOVANNI XII papa 5. BERENGARIO II re d'Italia 11. ADALBERTO re d'Italia 11.
Non ha la storia d'Italia autore alcuno da cui si possa ricavare in che consistessero gli aggravii fatti dal re Berengario a quasi tutti i principi d'Italia, ed in particolare al romano pontefice. Ch'egli ne facesse, e molti ed intollerabili, si può argomentare da quanto lasciarono scritto gli antichi storici, fra i quali Liutprando, dove racconta[2236], che regnantibus, immo saevientibus in Italiam, et, ut verius fateamur, tyrannidem exercentibus Berengario atque Adelberto, Giovanni XII papa spedì per i suoi legati ad Ottone il grande re di Germania Giovanni cardinal diacono ed Azzone notaio, oppure archivista, con pregarlo che per amore di Dio e dei santi apostoli Pietro e Paolo volesse liberar lui e la santa Chiesa romana dalle griffe di questi due re, e rimetterla nella sua primiera libertà. Dietro ai legati pontificii arrivò in Sassonia Gualberto arcivescovo di Milano, che appena vivo s'era potuto sottrarre alla rabbia di Berengario e Adalberto, protestando di non poter più sofferire la loro crudeltà, e molto men quella di Willa ossia Guilla moglie di Berengario, che contro le leggi ecclesiastiche volea sostenere come arcivescovo di Milano Manasse arcivescovo d'Arles, il quale altronde si sa che seguitava tuttavia ad intitolarsi arcivescovo di Milano. In oltre sopraggiunse Gualdone vescovo di Como, e non già di Cuma, come si pensò il padre Pagi, lamentandosi anch'egli di varie oppressioni a lui fatte dai due re suddetti e dalla regina Willa. Aggiugne Liutprando: Venerunt et nonnulli alterius ordinis ex Italia viri, quos inter illustris marchio Otbertus cum apostolicis cucurrerat nuntiis, a sanctissimo Othone tunc rege, ut dixi, nunc augusto Caesare, consilium, auxiliumque expetens. Lo stesso abbiamo dal Continuatore di Reginone[2237], le cui parole, rapportate ancora dall'Annalista Sassone[2238], sono le seguenti sotto quest'anno: Legati quoque ab apostolica Sede veniunt Johannes diaconus, et Azo scriniarius, vocantes regem ad defendendum Italiam et romanam rempublicam a tyrannide Berengarii. Waltbertus etiam archiepiscopus mediolanensis, et Waldo cumanus episcopus, et Opertus marchio, Berengarium fugientes, in Saxonia regem adeunt. Sed et reliqui paene omnes Italiae comites et episcopi, literis eum autem legatis, ut ad se liberandos veniat, exposcunt. Convien qui por mente a questo Oberto marchese, indubitato ascendente della real casa d'Este, che mireremo anche diramata nella real casa di Brunsvich dominante in Germania e nella gran Bretagna. Noi vedemmo questo principe nell'anno 951, caro al re Berengario, e suo confidente. Ma Berengario, facile a farsi dei nemici, era anche più facile a perdere gli amici. Non potendo più il marchese reggere alle aspre ed ingiuste maniere di lui, ricorse anch'egli al re Ottone. Siccome si dimostrerà, questo marchese Oberto non è già lo stesso che Uberto figliuolo bastardo del re Ugo, e marchese di Toscana, del quale Uberto non parlano più da qui innanzi le carte antiche di Lucca. Noi troveremo il nostro Oberto sotto Ottone il grande, uno de' primi personaggi nella sua corte e di tutta l'Italia; laddove Uberto marchese di Toscana fu da esso Ottone cacciato in esilio.
Se mi vien chiesto di qual marca avesse allora il governo il suddetto Oberto, non so rispondere, per mancanza di lumi. So bene (e lo vedremo andando innanzi) ch'egli, mancato di vita circa l'anno 975, lasciò dopo di sè due figliuoli, cioè Adalberto ed Oberto II, amendue marchesi. E questo Adalberto, siccome costa da uno strumento lucchese, citato dal Fiorentini[2239], e da me poi pubblicato nelle Antichità estensi[2240] vien chiamato Adalbertus marchio, filio bonae memoriae Obberti, et nepos bonae memoriae Adalberti, qui fuit similiter marchio. Sicchè padre di questo Oberto, chiamato illustre marchese da Liutprando, fu un altro marchese Adalberto; e però, secondo i miei conti e per le osservazioni già addotte in essa opera, concorrono fortissime conietture a farci credere il padre d'esso Oberto discendente da uno dei due Adalberti duchi e marchesi di Toscana, o per via di Bonifazio figliuolo di Adalberto I, o per quella di Guido o di Lamberto figliuoli di Adalberto II duchi anch'essi di Toscana. Sotto i re Ugo e Lottario fu perseguitata e depressa la prosapia d'essi Adalberti; ma sotto Berengario, e maggiormente poi sotto Ottone il Grande, si rialzò nella persona del mentovato marchese Oberto, con durar tuttavia per misericordia di Dio nelle nobilissime due case regnanti che testè ho accennato. Ora tornando ad Ottone I re di Germania, dovette ben parergli saporito l'invito a lui fatto da tanti principi di acquistare non solamente il regno d'Italia, ma anche la corona dell'imperio romano; e però in questo anno egli accudì alle provvisioni necessarie per calare con forza e decoro in Italia nell'anno vegnente. Truovasi una donazione fatta dal re Berengario alla regina Willa ossia Guilla sua moglie[2241], interventu ac petitione Widonis marchionis, nostrique dilecti filii. Fu dato quel diploma octavo die kalendas novembris anno dominicae Incarnationis DCCCCLX, Indictione quarta regni vero domnorum Berengarii, et Adalberti regum decimo. Actum vero Papiae. Sotto questo medesimo anno racconta il Dandolo[2242] che Pietro Candiano IV doge di Venezia, insieme con Buono patriarca di Grado, con Pietro vescovo di Olivola, ossia di Venezia stessa, con Giovanni vescovo di Torcello, e con gli altri vescovi, clero e popolo, rinnovò il decreto già fatto da Orso I doge, di non far da lì innanzi mercatanzia degli servi ossia degli schiavi cristiani. Cioè da gran tempo costumavano i mercatanti veneziani di comperare dai corsari schiavoni o ungheri, dei poveri cristiani fatti schiavi, e poi li rivendevano ai Saraceni o ad altre nazioni pagane. Circa l'anno 877 fu proibito questo infame traffico dai dogi e dal clero e popolo di Venezia con pene temporali e spirituali. Ci fu bisogno ancora in quest'anno di rinnovar lo stesso divieto, con proibire nel medesimo tempo il portar lettere d'Italiani, o di Tedeschi ai Greci, o al loro imperadore, ad istanza forse del re Berengario, a cui non doveano piacere simili intelligenze. Donizone[2243], oltre all'assedio di Canossa fatto dal re Berengario, o sciolto nell'anno 946, ne racconta un altro succeduto dipoi, od intrapreso dal re Adalberto, ma con imbrogliare i tempi, perchè scrive essere venuto in Italia Litolfo figliuolo del re Ottone, per le cui forze restò libera Canossa. Ucciso poi, com'egli vuole, Litolfo in una battaglia, Alberto Azzo signore di quella rocca scrisse immediatamente al re Ottone che scendesse in Italia, perchè questa sarebbe sua: e che Ottone
. . . . . . confestim multos secum inde revexit Italiam secum, quem pacifice petierunt Cuncti Lombardi, sibi dantes oppida gratis.
Questo secondo assedio, secondo lui, durò tempora per bina, ternos mensesque, cioè, se so ben intendere, due anni e tre mesi. Conosce il lettore che v'ha degli sbagli nella narrativa di Donizone. Ma posto che sussista il suddetto secondo assedio, ed assedio anch'esso ben lungo, parrebbe che dovessimo crederlo incominciato nell'anno 959, e terminato nell'anno 961, allorchè un gran temporale venne dalla Germania in Italia.
NOTE:
[2236] Liutprandus, Hist., lib. 6, cap. 6.
[2237] Continuator Rheginonis, in Chronico.
[2238] Annalista Saxo.
[2239] Fiorentini, Memor. di Matilde, lib. 4.
[2240] Antichità Estensi P. I, cap. 21.
[2241] Antiquit. Ital., Dissertat. XIX.
[2242] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.
[2243] Donizo, in Vita Mathild., lib. 1, cap. 1.
Anno di CRISTO DCCCCLXI. Indiz. IV.
GIOVANNI XII papa 6. BERENGARIO II re d'Italia 12. ADALBERTO re d'Italia 12.
Quando sia originale, come sembrò a me, un diploma[2244] dei re Berengario e Adalberto, conceduto a Martino abbate della Vangadizza presso all'Adigetto, dove io osservai tuttavia il sigillo di cera col nome di quei re, noi troviamo essi regnanti in Verona sul fine di maggio del presente anno. Fu dato quel diploma tertio kalendas junias, anno Incarnationis Domini DCCCCLXI, regni vero domni Berengarii, atque Adalberti piissimorum regum XI, Indictione IV. Actum Veronae. Quel che è più, essendo stato questo diploma interventu ac petitione Ugonis marchionis Thusciae, noi vegniamo a conoscere che Uberto marchese di Toscana, o avea pagato il debito della natura[2245], o, come vogliono alcuni, era fuori d'Italia cacciato in esilio; e che Ugo suo figliuolo, il quale poi riuscì uno de' principi famosi d'Italia, era succeduto a lui nel possesso e governo della Toscana; ed avere san Pier Damiano imbrogliata, siccome vedremo, co' suoi racconti la storia della Toscana. Vien anche rapportata dall'Ughelli[2246] la fondazione del monistero di Grassano nella diocesi di Vercelli fatta da Aledramo marchese, figliuolo di Guglielmo conte, e da Gerberga figliuola del re Berengario. Questi vien creduto il primo marchese del Monferrato, da cui derivò la schiatta di que' principi sì celebri, siccome vedremo nella storia de' secoli susseguenti. Quello strumento ha queste note: Berengarius et Adalbertus ejus filius, gratia Dei reges, anno eorum, Deo propitio, undecimo, mense augusti, Indictione quarta, cioè nell'anno presente, nel cui mese di agosto troviamo tuttavia dominanti questi due re. Vedesi anche appresso il Guichenon[2247] un diploma di Ugo e Lottario re d'Italia, che nell'anno 938 donano Aledramo comiti quamdam cortem, quae Forum nuncupatur, sitam super fluvium Tanar. Si può tenere per lo stesso Aledramo che con titolo di marchese comparisce da lì innanzi. Intanto stava forte a cuore al re Ottone la spedizion d'Italia; ma prima d'intraprenderla volle assicurar la corona della Germania in capo ad Ottone primogenito suo. Adunata dunque in Vormazia la dieta generale del regno, fu con unanime consenso de' baroni e del popolo eletto re di Germania, e coronato Ottone II suo figliuolo[2248]. Ciò fatto, e raccomandato a Guglielmo arcivescovo di Magonza, suo fratello, esso figliuolo, ch'era allora in età di sette anni, tornò Ottone il Grande in Sassonia, e dopo aver dato buon ordine agli affari, per la Baviera e per la valle di Trento calò coll'esercito suo in Italia, ubi omnes paene comites et episcopos obvios habuit, et, ut decuit, ab eis honorifice susceptus, potestative, et absque ulla resistentia Papiam intravit. Trovò quivi distrutto da Berengario il palazzo dei re, forse per un pazzo gastigo dato da lui ai cittadini, ed ordinò che si rifacesse. Intanto Berengario e Willa sua moglie e i lor figliuoli si chiusero in varie fortezze, senza osar di comparire coll'armi in campagna per opporsi ai felici progressi del re germanico.
Si può molto bene accordar questa relazione con ciò che l'Anonimo Salernitano[2249] lasciò scritto, dicendo che il re Adalberto cum magno apparatu, populoque nimis valido Clusas venit, cioè alla Chiusa nella valle dell'Adige, quatenus cum Ottone certamen iniret. Feruntque plurimi, ut sexaginta millia pugnatorum cum rege Adelverto fuissent. Stette ivi questo esercito un dì e una notte, senza che udissero avvicinarsi il nemico; quand'eccoti molti di que' conti, cioè de' governatori delle città, dissero fuor dei denti ad Adalberto che il pregavano di portarsi a Pavia per fare intendere al re Berengario suo padre di cedere ad esso Adalberto il governo del regno, perchè loro intenzione era di non istar più sotto il comando di lui. Se acconsentiva, erano pronti a combattere con tutte le lor forze contra chi veniva in Italia per torgli il regno, se no, si sarebbono dati al re di Germania, siccome risoluti di non più sopportare la crudeltà di Berengario; e di sua moglie. Andò Adalberto; trovò il padre disposto alla rinunzia; ma Willa sua madre, femmina delle più perverse e triste che sieno mai state create al mondo, non si volle lasciar in alcuna maniera smuovere, e disturbò l'affare. Portata da Adalberto la risposta ai conti, ciò servì ad accrescere la loro collera; e però all'istante partendosi da lui colle lor genti, se ne tornarono cadauno alla sua città. Di qui è che senza contrasto alcuno entrò il re Ottone in Italia, e a dirittura passato a Pavia, vi trovò spalancate le porte. Non tardò la maggior parte de' principi e delle città d'Italia ad eleggere e a riconoscere per suo signore il re Ottone nella dieta tenuta a questo fine in Milano. Landolfo seniore[2250] storico milanese del secolo susseguente così ne scrive: Otto ab omnibus in regnum cum triumphis Mediolani electus, sublimatus est. Seguita poi a descrivere la coronazione fatta nella basilica ambrosiana di Milano, con queste parole: Walperto (arcivescovo) mysteria divina celebrante, multis episcopis circumstantibus, rex omnia regalia, lanceam, in qua clavus Domini habebatur, et ensem regalem, bipennem, baltheum, clamydem imperialem, omnesque regias vestes super altare beati Ambrosii deposuit, perficientibus atque celebrantibus clericis, omnibusque ambrosianis ordinibus divinarum solemnitatum mysteriis, Walpertus magnanimus archiepiscopus, omnibus regalibus indumentis cum manipulo subdiaconi (si osservi l'antichità di questo rito) corona superimposita (cioè la corona del ferro, in cui non dovea sapere Landolfo, come sanno oggidì quei di Monza, che v'era innestato un chiodo del Signore, perchè l'avrebbe detto, come lo disse della lancia) adstantibus beati Ambrosii suffraganeis universis, multisque ducibus atque marchionibus decentissime et mirifice Ottonem regem collaudatum et per omnia confirmatum, induit atque perunxit. Spedì intanto il re Ottone a Roma Attone ossia Azzo abbate di Fulda, con ordine di preparar gli alloggi e tutto quanto occorreva per la sua venuta a Roma, giacchè era d'accordo con papa Giovanni XII che gli sarebbe conferita la corona imperiale.
Da gran tempo, cioè dall'anno 823, occupavano i Saraceni l'isola di Creta, oggidì Candia. Venne in pensiero a Romano juniore imperador de' Greci di riacquistarla, e spedì a quella impresa Niceforo Foca nell'anno precedente. Di molte prodezze quivi fece questo generale[2251], e finalmente nel presente anno gli riuscì di prendere la capitale, e di ridur tutta l'isola alla divozione del greco Augusto: motivo di somma consolazione ed allegrezza, non solo ai Cristiani d'Oriente, ma all'Italia tutta. Diversa era ben la sorte dell'isola di Sicilia in questi tempi. Per attestato della Cronica arabica[2252], Assano signore di essa isola seco condusse in Africa optimates Siculorum (cioè, per quanto vo io conghietturando, i figliuoli giovanetti dei nobili siciliani) et instituit eos in religione Amir Al-Mumenin, hoc est imperatoris fidedelium, seu Mahometanorum, qui res eorum auxit, et benefecit eis. Dovette in questa maniera la religion cristiana ricevere un gran crollo in Sicilia sotto il giogo dei Saraceni. Sul fine di maggio dell'anno presente fece partenza da questa vita Landolfo II principe di Benevento e di Capua[2253], con succedergli Pandolfo soprannominato Capodiferro, già dichiarato suo collega nel principato nell'anno 943, e Landolfo III, amendue suoi figliuoli.
NOTE:
[2244] Antiq. Ital., Dissert. LXV.
[2245] Antichità Estensi, P. I, cap. 15.
[2246] Ughell., Ital. Sacr., tom. 4, in Episcop. Vercellens.
[2247] Guichenon, Bibliothec. Sebus., Centur. I, num. 83.
[2248] Continuator Rheginonis, in Chronico. Hermannus Contract, in Chron. Annalista Saxo, in Chron.
[2249] Anonymus Salernit., P. I, tom. 2 Rer. Ital., pag. 299.
[2250] Landulf. Senior., Hist. Mediol., lib. 2, cap. 16, tom. 4 Rer. Ital.
[2251] Leo Diaconus, Hist. apud Pag. Lupus Protospata, in Chron.
[2252] Chronicon Arabicum, P. II, tom. 1 Rer. Ital.
[2253] Peregr., Hist. Princip. Langob. P. I, tom. 2 Rer. Ital.
Anno di CRISTO DCCCCLXII. Indizione V.
GIOVANNI XII papa 7. OTTONE I imperatore 1. OTTONE II re d'Italia 1.
Celebrò il re Ottone la festa del santo Natale dell'anno precedente in Pavia: e poscia si accinse al viaggio di Roma. Leggesi presso Graziano[2254], negli Annali baroniani[2255] e in altri libri il giuramento fatto da lui in favore di papa Giovanni prima di passare colà. Si permittente domino, dice egli, Romam venero, sanctam romanam Ecclesiam, et te rectorem ipsius exaltabo secundum posse meum; et numquam vitam, aut membra, et ipsum honorem, quem habes, mea voluntate, aut meo consilio, aut meo consensu, aut mea exhortatione perdes. Et in romana urbe nullum placitum, aut ordinationem faciam de omnibus, quae ad te, aut ad Romanos pertinent, sine tuo consilio. Et quidquid in nostram potestatem de terra sancti Petri pervenerit, tibi reddam. Et cuicumque regnum italicum commisero, jurare faciam illum, ut adjutor tibi sit ad defendendam terram sancti Petri secundum suum posse. Ha il padre Pagi[2256] provato non essere stato Ottone il grande, divenuto che fu Augusto, da meno de' suoi predecessori, con avere acquistata la sovranità di Roma, e lasciatone l'utile dominio al romano pontefice. Anche di ciò è una pruova il dirsi ch'egli in Roma non terrà alcun placito e giudizio, nè pubblicherà editto alcuno intorno a cose spettanti al papa e al popolo romano, senza ascoltare il consiglio del medesimo papa. Accompagnato dunque dall'esercito e da gran folla di vescovi e baroni, precedendolo per tre giornate l'arcivescovo di Milano Gualberto, s'inviò alla volta di Roma Ottone[2257]. Giunto colà, fra le acclamazioni d'immenso popolo fu con tutto onore ed amore accolto da papa Giovanni XII. Ci è stato conservato da Epidanno[2258] il giorno in cui con incomparabil magnificenza seguì la di lui coronazione per mano del papa, e gli fu conferito il titolo e l'autorità d'imperadore Augusto. Ipse, dice egli, a papa Octaviano benedicitur in purificatione sanctae Mariae, die dominico. Così l'imperio romano, ch'era stato vacante fin qui dopo la morte di Berengario Augusto, passò nei re di Germania, oppure, come alcuni vogliono, tornò ai re franchi, essendochè la Germania tuttavia portava il nome di Francia, e lo stesso Ottone si intitolava re della Francia, cioè dell'orientale, venendo la Gallia sotto nome di Francia occidentale. In tal occasione papa Giovanni e tutto il popolo romano, per attestato di Liutprando, giurò sopra il corpo di san Pietro di non mai tenere aderenza alcuna coi deposti re Berengario e Adalberto. All'incontro, per asserzione del suddetto Liutprando, o, per dir meglio, del suo continuatore, Ottone a papa Giovanni XII, non solum propria restituit, cioè l'occupatogli dai re precedenti d'Italia, verum etiam ingentibus gemmarum, auri, et argenti muneribus ipsum honoravit. La Cronica reicherspergense, Teoderico da Niem, il Goldasto ed altri rapportano alcuni decreti che si dicono fatti in tal occasione, e dipoi, intorno all'elezione de' papi, alle investiture de' vescovi, e alla restituzione di beni e diritti fatta all'imperadore. Sono manifeste imposture de' secoli posteriori, che non meritano d'essere confutate. Leggesi parimente presso al cardinal Baronio, e in altri libri, il diploma di Ottone, confermatorio di tutti gli stati e beni della Chiesa romana: documento nondimeno che non va esente da varie difficoltà, siccome ho altrove accennato[2259]. Fra l'altre cose si veggono ivi confermate a san Pietro le provincie della Venezia e dell'Istria, e tutto il ducato spoletano e beneventano, e la città di Napoli, per tacere d'altri paesi, che per l'addietro non mai furono dipendenti nel temporale dal romano pontefice; ed erano governati da principi, vassalli degl'imperadori d'Occidente o dei re d'Italia, oppure degli Augusti greci, e seguitarono ad esser tali.
Dopo il soggiorno di pochi dì in Roma, passati in feste col romano pontefice, e in dar buon sesto a quegli affari, se ne tornò indietro il novello imperadore Ottone, ed arrivato a Lucca, quivi concedette ad Uberto vescovo di Parma il comitato ossia il governo di quella città[2260], con un diploma dato III idus martii anno dominicae Incarnationis DCCCCLXII, anno vero imperii domni Ottonis serenissimi Augusti primo. Indictione V. Actum Liviae. Il nome di Livia dovrebbe significar Forlì; ma sì abbondanti di spropositi sono o per negligenza dell'Ughelli, o per colpa de' copisti, o per isbagli degli stampatori, i documenti da lui inseriti nell'Italia sacra, che in vece di Liviae credo io scritto ivi Lucae. Leggesi in fatti nelle mie Antichità italiane[2261] un diploma d'esso Augusto, dato in favore de' canoni di Lucca nello stesso giorno, cioè III idus martii anno dominicae Incarnationis DCCCCLXII, anno vero imperii domni Ottonis primo, Indictione V. Actum Lucae. Però per la Toscana e per Lucca, e non già per la Romagna, se ne tornò l'Augusto Ottone a Pavia, dove celebrò la santa Pasqua. Ho io prodotto un altro suo diploma[2262] in favore di Norberto abbate di san Pietro in coelo aureo di Pavia, dato, a mio credere, in quella città V idus aprilis anno dominicae Incarnationis DCCCCLXII, imperii vero domni imperatoris Hottonis Augusti piissimi I, Indictione V. Actum.... ie. Quivi stando, esercitò la sua liberalità verso altre chiese del regno, e verso i conti, marchesi ed altri baroni che s'erano mostrati più fedeli alla sua corona, ed attaccati al suo servigio. Gli scrittori milanesi riferiscono dei gran beni e stati da lui conferiti a Gualberto arcivescovo di Milano e alla sua chiesa. Si può certamente credere che molto più sfavillasse la sua gratitudine verso chi era stato il principal promotore dei di lui avanzamenti in Italia. Conseguì in tal congiuntura Liutprando, le cui storie ho tante volte allegato, il vescovato di Cremona, dopo essere stato varii anni alla corte di Ottone in Germania, perchè o esiliato, o perseguitato dal re Berengario. Anche Donizone[2263] attesta che Alberto Azzo signore di Canossa, a cui tante obbligazioni avea la divenuta imperadrice Adelaide, fu ben rimunerato dall'Augusto Ottone. Ecco le sue parole:
Muneribus magnis Attonem ditat, et altis Cui nonnullos comitatus contulit ultro. Per quem regnabat, nil mirum, si peramabat.
Ho io nelle annotazioni a questi versi, e nelle Antichità italiane[2264], dimostrato, come egli fu creato conte, cioè governatore perpetuo di Reggio e di Modena nello stesso tempo. Truovansi inoltre memorie d'esser egli stato promosso a maggior dignità, perchè ci comparisce ornato col titolo ancora di marchese. E qui specialmente ebbe principio lo straordinario ingrandimento dei maggiori della famosa contessa Matilda, di cui fu bisavolo lo stesso Adalbertus qui et Atto comes. Medesimamente fra gli altri, sui quali sparse generosamente le grazie sue l'Augusto Ottone, ci fu Oberto illustre marchese, progenitor degli Estensi, cioè quel medesimo principe che noi vedemmo all'anno 960 maltrattato dal re Berengario, e passato in Germania ad invitare Ottone alla conquista del regno d'Italia. Cioè fu egli assunto all'insigne carica di conte del sacro palazzo, la cui autorità non solo era eminente nella corte dell'imperadore, ma si stendeva anche per tutto il regno, essendo al di lui tribunale sottoposti anche i conti, i marchesi e duchi, cioè i principi di quei tempi. Ne accennerò le pruove andando innanzi.
Abbiamo poi dal Continuatore di Reginone[2265], le cui parole paiono copiate dall'Annalista sassone, che mentre l'imperador Ottone tornava da Roma a Pavia, Berengarius in quodam monte, qui dicitur ad sanctum Leonem, plurimis undique secum copiis attractis, se munivit. La fortezza di san Leone era ed è situata nell'Umbria, ducato allora di Spoleti, nel contado di monte Feltro, oggidì san Leo. E però altri scrivono che Berengario fu assediato in Montefeltro. Et Willa in lacu Majori, in quadam insula, quae dicitur ad sanctum Julium, se inclusit. Ma s'inganna questo autore, mettendo l'isola di san Giulio nel Verbano, ossia nel lago Maggiore. Essa è nel lago d'Orta nella diocesi di Novara. Filii vero ejus Adelbertus et Guido huc illucque vagabantur. Quasdam tamen munitiones cum suis sequacibus adhuc possidebant, hoc est Grad (si dee scrivere Gardam nel lago Benaco, chiamato oggidì di Garda fra Brescia e Verona) et Travallium (forse valle Travaglia nelle montagne verso il lago Maggiore) et insulam in lacu Cumano: luogo già da noi veduto per la sua fortificazione famoso ne' tempi precedenti. La prima applicazione del novello Augusto fu di assediar Willa nell'isola di san Giulio. Ben s'immaginava egli di trovar con esso lei i tesori ammassati con tante estorsioni negli anni addietro, e verisimilmente non s'ingannò. Quasi due mesi durò quell'assedio, e vi faticarono non poco gli arcieri e frombolatori dell'armata. Fu obbligata in fine Willa a rendersi. Ebbe compassione e rispetto al di lei sesso l'imperadore; e dopo averla, come si può conghietturare, ben pelata, le donò la libertà. Essa con quanta fretta potè, andò a trovare il marito Berengario a monte Feltro, con adoperar poi tutta per quanto potè la feminina eloquenza, affinchè egli non si rendesse ad Ottone. Rapporta il cardinal Baronio[2266] una donazione fatta da esso Augusto ai canonici di quell'isola in rendimento di grazie a Dio, perchè quoddam castellum, videlicet insulam sancii Julii per Berengarium regem ab episcopatu novariensi sublatam, nastrae subdiderit ditioni. Il diploma è dato IV kalendas augusti anno dominicae Incarnationis DCCCCLXII, anno imperii primo, Indictione V. Actum in Villa, quae dicitur Horta prope lacum ejusdem S. Julii. Però quell'isola non era nel lago Maggiore. Sul fine di settembre si truova l'imperadore in Pavia, dove intuitu amatissimae nostrae conjugis Aleyde (si dee scrivere Adelheidae) imperatricis, conferma a Brunengo vescovo d'Asti i privilegii della sua chiesa[2267]. Il diploma è dato VIII kalendas octobris anno dominicae Incarnationis DCCCCLXII, Indictione VI, anno imperii serenissimi imperatoris Othonis primo. Actum Papia civitate. Fuor dell'uso di simili documenti quivi si veggono sottoscritti Obsertus (si dee scrivere Otbertus) sacri palatii comes, cioè Oberto marchese, progenitor degli Estensi, come abbiam detto di sopra, e Wido mutinensis episcopus con altri vescovi. Questo Guido vescovo di Modena è quello stesso che sotto i re Berengario e Adalberto aveva esercitata l'eminente carica di arcicancelliere. Conviene ben credere ch'egli fosse uomo di gran destrezza e maneggi, e che sapesse far giocare i regali, e voltare mantello a tempo, perchè seppe ottener il medesimo riguardevolissimo posto sotto l'Augusto Ottone. Ne fa fede lo stesso diploma, a cui si sottoscrive Autherus cancellarius ad vicem Widonis episcopi, et archicancellarii. Godeva già questo prelato, cioè divorava la ricchissima badia di Nonantola, posta nel contado di Modena sotto il re Berengario, siccome costa dalle memorie di quel monistero, da me pubblicate altrove[2268]. Da che fu venuto un nuovo padrone a comandare in Italia, non trascurò egli, secondo gli abusi d'allora, di farsi donare e confermare da esso la medesima badia. Ne ho io pubblicato il diploma[2269], dato a contemplazione dell'imperadrice Adelaide Widoni sanctae mutinensis ecclesiae venerabili episcopo, dilectoque nostro fideli archicancellario, II nonas octobris, anno dominicae Incarnationis DCCCCLXII, Indictione VI, anno imperii serenissimi Ottonis imperatoris primo. Actum Papia civitate. In essa città di Pavia celebrò Ottone la festa del santo Natale; e, per quanto ho io osservato altrove[2270], abbiamo fondamento di credere ch'egli facesse in quest'anno eleggere re d'Italia Ottone II suo figliuolo, già eletto re di Germania. Veggansi ancora nella storia del monistero di Polirone alcuni documenti[2271], ne' quali vanno concordi gli anni dell'imperio di Ottone I, con quei del regno di Ottone II.
NOTE:
[2254] Gratian., Dist. LXIII, cap. 33.
[2255] Baron., in Annal. Eccles.
[2256] Pagius, ad Annal. Baron.
[2257] Liutprandus, Hist., lib. 6, cap. 6. Continuator Reginonis, in Chronico.
[2258] Epidamus, in Annalibus.
[2259] Piena Esposizione per la Controversia di Comacchio.
[2260] Ughell., Ital. Sacr., tom. 2 in Episc. Parmens.
[2261] Antiq. Ital., Dissert. LXII.
[2262] Ibidem, Dissert. LXXI.
[2263] Donizo, in vita Mathild. lib. 1, cap. 1, tom. 5 Rer. Ital.
[2264] Antiq. Ital., Dissert. VIII.
[2265] Continuator Reginonis, in Chron.
[2266] Pagius, in Annal. Eccles.
[2267] Ughell., Ital. Sacr., tom. 4 in Episcop. Astens.
[2268] Antiquit. Ital., Dissert. LXVII.
[2269] Ibidem, Dissert. LXXIII.
[2270] Antichità Estensi, P. I, cap. 16.
[2271] Bacchini, Istoria del Monistero di Polirone, Append.
Anno di CRISTO DCCCCLXIII. Indiz. VI.
GIOVANNI XII papa 8. OTTONE I imperadore 2. OTTONE II re d'Italia 2.
Subito che la stagione addolcita lo permise, e dopo aver solennizzata la santa Pasqua in Pavia, si portò l'imperador Ottone I all'assedio della rocca altissima di san Leo nel monte Feltro, dove s'era chiuso Berengario colla moglie, e probabilmente si trovava bloccato da molto tempo. Non si potea quell'inespugnabil fortezza prendere se non col mezzo di un blocco[2272]; e però questo, se non prima, certo in questi tempi fu formato assai stretto, con prendere tutti i passi, per i quali si potesse andare o uscir di quella rocca. Spese ivi tutta la state Ottone, e ne abbiamo anche le pruove in varii diplomi conceduti da lui in quel sito. Uno ne ho io dato alla luce[2273] in favore de' canonici di Reggio, scritto V kalend. julii anno dominicae Incarnationis DCCCCLXIII, Indictione VI, anno vero imperii magni Othonis imperatoris Augusti II. Actum in Monte Feretri ad Petram sancti Leonis. Un altro parimente ne ho dato altrove[2274]. Guido vescovo di Modena, ed arcicancelliere dell'imperadore, non dimenticò in tal congiuntura i vantaggi, ed impetrò da esso Augusto, per interposizione di Adelaide imperadrice, tutti i beni che in qualsivoglia maniera erano stati appartenenti Widoni quondam marchioni, seu Conrado, qui et Cono dicitur, filiis Berengarii, seu Willae ipsius Berengarii uxoris, eorumque matris, tam in comitatu motinense, seu bononiense. Il diploma[2275], tuttavia esistente col suo sigillo di cera nell'archivio de' canonici di Modena, fu dato II idus septembris colle altre note suddette: Actum in Monte Feretri ad Petram sancti Leonis. Molto prima ancora i canonici d'Arezzo riportarono da esso Augusto la conferma dei lor beni e privilegii con un altro diploma dato VI idus mai. Actum in Monte Feretrano ad sanctum Leonem. Rapporta il Guichenon[2276] una donazione fatta da esso Augusto Aymoni comiti, creduto da lui marchese di Susa, con queste note: Data III idus augusti, anno dominicae Incarnationis nongentesimo sexagesimo tertio, Indictione sexta, imperii serenissimi Ottonis imperatoris XXVII. Actum Papiae. Non era allora in Pavia Ottone, nè correva l'anno XXVII dell'imperio. Che dunque s'ha da dire di quel diploma?
Ma mentre si trovava impegnato Ottone in questo assedio, gli venne avviso di una improvvisa mutazione seguita in Roma. Neppur io so dire se sia di Liutprando, oppure d'altro autore, una giunta che si legge alle di lui storie, dove si tratta a lungo di questo strepitoso affare. Ora questo autore[2277] racconta, che trovandosi sul principio di quest'anno in Pavia Ottone Augusto, molti, che prima per timore aveano taciuto i difetti e vizii di papa Giovanni XII, ricorsero a lui mettendogli in considerazione che a lui toccava di provvedere al decoro della Chiesa romana, oscurato dalle dissolutezze e dagli scandali di questo giovane papa, che senza freno alcuno attendeva a sfogarsi negli adulterii, con far divenire un postribolo il palazzo lateranese. Aggiugnevano ancora ch'egli teneva corrispondenze con Adalberto figliuolo di Berengario, benchè da lui prima odiato, perchè gli recava suggezione e timore il conoscere Ottone per principe dabbene e rigoroso, e al contrario sperava maggior libertà, se risorgessero Berengario e Adalberto. Non fidandosi l'imperador Ottone di queste relazioni, mandò alcuni suoi confidenti a Roma per sapere il netto di tali accuse. Trovarono essi più di quel ch'era stato rapportato; e tornati alla corte dell'imperadore, nulla tacquero de' disordini che correano in Roma. Allora l'imperadore, siccome principe savio e ricordevole del benefizio ricevuto di fresco, solamente rispose: Puer est, facile bonorum immutabitur exemplo virorum. Spero, eum objurgatione honesta, suasione liberali, facile ex illis sese emersurum malis. Gli spedì dunque alcuni dei suoi, che amorevolmente l'ammonirono e il pregarono di rimettersi nel buon cammino; ed intanto Papiae navem conscendit, ac per Eridani alveum Ravennam usque pervenit. Indeque progrediens, montem Feretranum, quod oppidum sancti Leonis dicitur, in quo Berengarius et Willa erat, obsedit. Colà mandò papa Giovanni due suoi nunzii, cioè Leone, che fu poi papa, e Demetrio nobile romano, i quali fatta scusa degli eccessi da lui commessi, ne promisero la correzione. Ma che gli fosse venuta in fastidio l'ammonizione imperiale, lo fece tosto conoscere, perchè cominciò ad attaccar lite, quasichè Ottone coll'assedio di Montefeltro gli volesse occupare uno degli stati della Chiesa romana. Al che rispondeva l'imperadore: Omnem terram sancti Petri, quae nostrae potestati subjecta est, promisimus reddere; atque id rei est, quod ex hac munitione Berengarium cum omni familia pellere nitimur. Quo enim pacto terram hanc ei reddere possumus, si non prius eam ex violentorum manibus erectam potestati nostrae subdimus?
Così andava prendendo piede l'incendio, quando eccoti giugnere sicuro avviso all'imperadore che Adalberto, invitato dal papa, era giunto a Cività Vecchia, e di là era passato a Roma, ricevuto con grande onore da esso pontefice Giovanni. Allora Ottone s'avvide che era disperato il negozio; e lasciata parte delle sue genti al blocco di san Leo, col resto dell'armata s'incamminò alla volta di Roma, chiamatovi dai Romani stessi. Il papa, al vedere avvicinarsi questa visita, comparve armato come un san Giorgio; ma poi stimò meglio di fuggirsene fuor di Roma insieme con Adalberto. Colà poi entrato l'imperadore senza opposizione, anzi con allegrezza dei Romani, che uscirono ad incontrarlo, si fece prestar giuramento da tutti gli ordini di non eleggere, nè consecrare da lì innanzi papa alcuno senza il consentimento di esso Augusto e del re Ottone suo figliuolo. Dopo di che, per soddisfare alle preghiere dei vescovi e del popolo, fu raunato sul principio di novembre un concilio nella basilica di san Pietro, dove intervennero moltissimi vescovi d'Italia e di Germania, molti cardinali e uffiziali della Chiesa e del popolo romano, e furono prodotte le accuse contra di papa Giovanni XII. Due volte fu citato il papa a comparire e a giustificarsi. Altra risposta non diede egli, se non che aveva inteso come si erano dietro a fare un altro papa; e che quando mai ciò osassero, li scomunicava tutti. Giunse il concilio a deporre Giovanni, e in suo luogo sostituì Leone protoscriniario, personaggio di conosciuta probità, laico nondimeno: il che era contro i canoni. Può, se vuole, il lettore ricorrere al cardinal Baronio e a Pietro de Marca, che con assai ragioni ripruovano l'operato da quei vescovi, e tengono per un conciliabolo quell'adunanza, e per illegittimo papa Leone VIII, che così si fece egli chiamare. Ma sarebbe forse da desiderare che lo stesso porporato Annalista non avesse, peggio ancora che que' vescovi, screditato l'ingresso di papa Giovanni XII nel pontificato, fino a tenerlo per illegittimo successore di san Pietro, con dire[2278] che egli usurpò il pontificato, e che abortivum istum tunc parturiit Romae tyrannis vi pollens, armis omnia audens atque subvertens, ut nullo pacto dicendus tunc fuerit legitimus iste pontifex, in cujus electione lex nulla sit suffragatura, sed omnia vis et metus impleverint, ec. Più sotto ancora vien chiamato da lui Johannes assertus papa. Fermossi qualche tempo dipoi l'imperador Ottone in Roma, e per non essere d'aggravio alla città, mandò sotto san Leo buona parte delle sue truppe, alquante solamente ritenendone per guardia sua. Celebrò in essa città il santo Natale, ed ebbe la consolazion d'intendere che il forte castello di Garda sul lago Benaco, ossia di Garda, era venuto in potere de' suoi. Nè si dee tacere che esso imperadore nell'anno presente, prima di portarsi coll'esercito a Roma, verso il fine di agosto andò a Capua, dove con grande onore e magnificenza dovette essere accolto da Pandolfo Capodiferro, chiamato Pandolfo nei suoi diplomi, e da Landolfo III fratelli, principi di quella città e di Benevento. Solevano da gran tempo questi principi anteporre il loro soggiorno in Capua a quello di Benevento: il che fu cagione che Capua si andò a poco a poco ingrandendo, e Benevento venne calando. Dell'andata colà dell'imperadore ne abbiamo le pruove in un suo diploma, con cui conferma al monistero di san Vincenzo di Volturno tutti i suoi beni e privilegii[2279], dato XI kalendarum septembrium anno dominicae Incarnationis DCCCCLXIII, imperii vero domni Ottonis piissimi imperatoris I (si de scrivere II), Indictione VI. Actum Capua Civitate. Un altro si legge ivi dato nel medesimo giorno e mese, ma coll'Actum civitate Cumis, forse scritto invece di Capua, se pure in quello stesso dì Ottone non potè giugnere a Cuma. Talvolta nondimeno l'actum s'è veduto diverso di tempo e di luogo dal datum. Ricavasi dalla Cronica arabica[2280] che nel mese di maggio del presente anno Acmed, figliuolo di Assano signore della Sicilia, raunati i suoi Mori coi Siciliani, andò all'assedio della città di Taormina, e talmente la strinse e bersagliò, che nel dicembre la costrinse alla resa, togliendola non so dire se ai Greci, oppure ai Siciliani ribelli.
NOTE:
[2272] Contin. Regin., in Chron. Annal. Saxo, in Chron.
[2273] Antiq. Ital., Dissert. LXX.
[2274] Ibidem, Dissert. XLII.
[2275] Sillingardus, in Catalogo Episcopor. Mutinens. Ughell., Ital. Sacr., tom. 2, in Episcop. Mutinens.
[2276] Antiquit. Italic., Dissert. XXXVI.
[2277] Continuator Liutprandi, lib. 6, cap. 6.
[2278] Baron., Annal. Eccles., ad ann. 955 et 960.
[2279] Chron. Vulturnense, P. II, tom. 1 Rer. Italic.
[2280] Chron. Arab., P. II, tom. 1 Rer. Ital.
Anno di CRISTO DCCCCLXIV. Indiz. VII.
BENEDETTO V papa I. OTTONE I imperadore 3. OTTONE II re d'Italia 3.
Dimorava tuttavia sul principio di quest'anno in Roma l'imperador Ottone, quando si scoprì una congiura preparata contra di lui. Papa Giovanni XII avvertito delle poche forze ch'esso Augusto avea ritenuto seco in Roma, mandò persone sotto mano, che con grandi promesse di ricompense istigarono moltissimi Romani a prendere l'armi contra di lui. Tirò ancora nel suo partito non pochi castellani del ducato romano. Già era destinato il dì 3 di gennaio allo scoppio della mina. Ne fu avvertito l'imperadore. Ossia, come vuole il continuator di Reginone[2281], che egli preoccupasse l'insulto de' Romani, o, come vuole il Continuator di Liutprando[2282], ch'egli s'opponesse così coraggiosamente coi pochi suoi veterani soldati all'empito dei nemici, i quali con carra aveano barricato il ponte del Tevere, che ne fu fatta grande strage, e più ancora di male sarebbe seguito, se non si fosse interposto l'eletto papa Leone VIII. A requisizione sua perdonò egli ai Romani, restituì loro gli ostaggi, e raccomandato alla lor fede il suo papa, uscì di Roma, per venire nelle marche di Spoleti e di Camerino, dove intese che si trovava il già re Adalberto. Intanto la rocca di san Leo capitolò la resa. Berengario e Willa sua moglie presi d'ordine dell'imperadore, furono inviati prigioni a Bamberga in Germania. Con queste parole racconta quel fatto Arnolfo storico milanese[2283]: Berengarium ipsum, arce quadam robusta munitum, diuturna vallans obsessione subegit, filiis circumquaque dispersis, Widone Adelberto, et Conone. Illum vero cum filiabus et conjuge captum secum devexit in Sueviam, ubi non multo post in amaritudine animae diem clausit extremum. Maneggiavasi intanto papa Giovanni per tornar in casa, e seppe così ben adescare i Romani, che infatti l'introdussero in città. Allora si trovò in gran pericolo il papa dell'imperadore, cioè Leone VIII. Tuttavia ebbe la fortuna di poter uscire di Roma, ma spogliato di tutti i suoi mobili e arredi, e si ricoverò nel campo dell'imperadore stesso. Susseguentemente radunato nel dì 26 di febbraio un concilio, i cui atti si leggono presso il cardinal Baronio[2284] e nelle raccolte dei concilii[2285], fu dichiarato Leone VIII occupatore illegittimo del trono pontifizio, deposti i suoi ordinatori, e ridotti per misericordia al primo lor grado gli ordinati da questo falso pontefice. Per tali novità e per gli giuramenti sì mal osservati dal popolo romano, fremeva di collera l'Augusto Ottone, e massimamente gli trafisse il cuore l'avviso delle vendette fatte da papa Giovanni, con far tagliare la mano destra a Giovanni cardinal diacono, e la lingua, due dita e il naso ad Azzone primo archivista; con far flagellare Otgerio vescovo di Spira, e con altri simili sfoghi della sua collera. Multa caede primorum in urbe debacchatus vien detto da Gerberto, che fu poi papa, nel concilio di Rems dell'anno 992. Però si diede Ottone ad ammassar l'esercito per tornare a Roma. Dio in questo mentre liberò Roma e la Chiesa da così scandaloso pontefice. Una malattia di otto giorni il portò via, senza ch'egli potesse ricevere i sacramenti della Chiesa. Dopo di che i Romani, niun caso facendo delle promesse giurate di non consecrare alcun papa eletto senza l'assenso dell'imperadore, elessero e fecero consecrar papa Benedetto cardinale diacono, con giurare nello stesso tempo di non abbandonarlo e di sostenerlo contro la potenza dell'imperadore. Maggiormente irritato da questo atto l'Augusto Ottone, strinse coll'assedio Roma; la tempestò colle petriere ed altre macchine; e impedendo l'entrata de' viveri, talmente l'affamò, che il popolo fu astretto a ricorrere alla di lui misericordia, nulla avendo servito l'essersi lo stesso papa Benedetto affacciato alle mura per minacciare la scomunica all'imperadore e a tutto il di lui esercito.
Adunque nel dì 25 di giugno entrò l'imperadore in Roma; rimise nella sedia pontificia Leone VIII, fece convocare un concilio ossia conciliabolo, dove comparve cogli abiti pontificali anche il nuovo papa Benedetto V, a cui fu chiesto come avesse, contra il giuramento prima prestato all'imperadore, osato di entrar nella cattedra di san Pietro. Confessò egli di aver peccato, ed implorò la misericordia dell'imperadore. Ciò fatto, si spogliò del pontificale ammanto, e consegnò il suo pastorale a Leone VIII, che lo fece mettere in pezzi. Fu a lui permesso di stare nell'ordine de' diaconi, coll'esilio in Germania. Torno a dire, che sono invenzioni de' secoli posteriori alcuni decreti che la Cronica reicherspergense[2286] ed altri han rapportati, come emanati da questo concilio o conciliabolo, ne' quali si trovano esorbitanti concessioni di autorità all'imperadore sì nello spirituale che nel temporale della Chiesa romana. Il cardinal Baronio[2287], il padre Pagi[2288] ed altri han saggiamente rigettate simili imposture. Partissi dopo la festa di san Pietro da Roma l'imperador Ottone per tornarsene in Lombardia[2289]; ma vide nel viaggio assalito il suo esercito da una terribil peste, la quale fece incredibile strage non men dei nobili che degl'ignobili. Fra gli altri vi lasciarono la vita Arrigo arcivescovo di Treveri, Gervico abbate di Wirtzburg, e Gotifredo duca di Lorena. Alla mano di Dio, sdegnato per le violenze usate da Ottone in Roma, fu da molti attribuito questo gastigo. Cessata finalmente la peste, si ridusse l'Augusto Ottone in Lombardia, dove pel tempo dell'autunno si divertì colla caccia. Il cammino ch'egli dovette tenere nel suo ritorno, fu per la Toscana, stante d'aver egli fatta una donazione ad un monistero in Lucca nel dì 29 di luglio, come costa da un suo diploma, da me divolgato[2290], actum Lucae IV kalendas augusti. Riuscì in quest'anno ad Adalberto figliuolo di Berengario di aver nelle mani Dodone cappellano d'esso Augusto, e di condurlo prigione in Corsica, ma da lì a non molte il rimise in libertà. Venne anche fatto a Gualdo ossia Gualdone vescovo di Como di espugnar l'isola, fortezza situata nel lago Lario, o vogliam dire di Como, con ismantellare poscia tutte quelle fortificazioni, ma senza potere rimettere in grazia dell'imperadore Azzo, che sotto questa promessa gli avea ceduto quel forte luogo. Vien accennato da Leone Ostiense[2291] un diploma dell'imperadore Ottone in confermazione di tutti i privilegii e beni dell'insigne monistero di monte Casino; e questo si vede pubblicato dal padre Gattola[2292] colle seguenti note: Data XII kalendas martii, anno dominicae Incarnationis DCCCCLXIV, Indictione VII, anno imperii magni Ottonis imperatoris Augusti tertio. Actum in Villa Paterno, in comitatu pennense. Di qui intendiamo che Ottone nel febbraio dell'anno presente dimorava tuttavia nella marca di Camerino. E si noti il titolo di magno, che non si suole ordinariamente vedere in altri diplomi d'esso imperadore. Come si ha dalla storia veneta del Dandolo[2293], in quest'anno Pietro Candiano IV doge di Venezia spedì ad esso imperadore Giovanni Contarino e Giovanni Denco ossia Dente, suoi ambasciatori, ed ottenne la conferma de' soliti patti e privilegii del clero e popolo di Venezia. Due placiti ho io riferito altrove[2294], e tenuti, in quest'anno da Otberto marchese e conte del sacro palazzo, progenitor dei principi estensi, in Pavia e in Lucca. Cosmo della Rena ha incautamente confuso questo principe con Uberto marchese di Toscana. Vedesi esso Otberto ancora chiamato in un di que' placiti Aubertus marchio, et comes palacii; ma egli nella sottoscrizione si chiama Otbertus. Uberto veniva da Hucbertus, oppure da Humbertus, nome diverso da Otbertus.
NOTE:
[2281] Continuator Reginonis.
[2282] Continuator Liutprandi, lib. 6, cap. 11.
[2283] Arnulf., Mediolan. Hist., tom. 4 Rer. Ital.
[2284] Baron., in Annal. Eccles.
[2285] Labbe, Concil., tom. 9.
[2286] Chron. Reicherspergense.
[2287] Baron., in Annal. Eccles.
[2288] Pagius, ad Annal. Baron.
[2289] Continuator Reginonis, in Chronico. Annalista Saxo apud Eccardum.
[2290] Antiq. Ital., Dissert. XIV.
[2291] Leo Ostiensis, Chron., lib. 1, cap. 4.
[2292] Gattola, Hist. Abbat. Casinens.
[2293] Dandul., in Chronico, tom. 12 Rer. Ital.
[2294] Antichità Estensi, P. I, cap. 16.
Anno di CRISTO DCCCCLXV. Indiz. VIII.
GIOVANNI XIII papa 1. OTTONE I imperadore 4. OTTONE II re d'Italia 4.
Dopo avere l'Augusto Ottone celebrato in Pavia il santo Natale dell'anno precedente, e dato buon sesto agli affari d'Italia, tosto s'incamminò, per attestato del Continuatore di Reginone[2295], alla volta della Germania. Gli vennero all'incontro ai confini il re Ottone II e Guglielmo arcivescovo di Magonza, suoi figliuoli. Seco condusse in quelle parti lo sfortunato papa Benedetto V, e il consegnò ad Adalago arcivescovo di Amburgo con ordine di ben custodirlo. Attesta Adamo bramense[2296] che archiepiscopus illum magno cum honore usque ad obitum ejus detinuit. E che a' suoi dì si diceva essere stato questo papa uomo santo e letterato. Igitur apud nos in sancta conversatione vivens, aliosque sancte vivere docens, quum jam, Romanis poscentibus, a Caesare restitui debuisset, apud Hammamburg in pace quievit. Cujus transitus III nonas julii contigisse describitur. Abbiamo da Ditmaro[2297] che a' tempi di Ottone III fu riportato a Roma il corpo d'esso papa, il quale avea predetto di dover morire in Amburgo, e che finattantochè non fossero riportate a Roma l'ossa sue, sarebbe stato quel paese desolato dai circonvicini pagani, nè vi si godrebbe mai pace: il che si verificò a puntino. Le parole sopra riferite di Adamo bremense ci danno a conoscere che prima di papa Benedetto V era mancato di vita Leone VIII, lasciato in Roma qual papa dall'imperadore Ottone. Morì egli in fatti in quest'anno, per attestato del Continuatore di Reginone[2298]; e i Romani, per paura di disgustar l'imperadore, spedirono in Sassonia due ambasciatori, cioè Azzo protoarchivista, e Marino vescovo di Sutri, pro instituendo quem vellet romano pontifice. In tal congiuntura dovettero fare istanza per riavere il legittimo papa, cioè l'esiliato Benedetto V. Ed aveano anche, secondo il suddetto Adamo, indotto l'imperadore a concederlo, ma nol permise la morte sua, accaduta mentre s'era dietro a questo maneggio. Però Ottone, che li avea onorevolmente accolti, li rispedì a Roma, e con loro accompagnò Otgerio vescovo di Spira, e Liuzo vescovo di Cremona. Altri non è questo Liuzo se non Liutprando storico, tante volte nominato di sopra, che divenuto vescovo di Cremona, non lasciava di frequentar la corte di Ottone, siccome personaggio di vaglia e molto a lui caro. I nomi in questi secoli barbari si trovano molto alterati nel linguaggio de' popoli. Conrado diviniva Conone; Azzo si mutava in Attone; Enrico cangiavasi in Enzio; Adelaide si pronunziava per Adela, Alda, Adeleita, Adelgia; Cunegonda si convertiva in Cuniza, e simili, siccome ho io avvertito altrove[2299]. Seguita a dire quello storico, che giunti a Roma i suddetti ambasciatori e personaggi, tunc ab omni plebe romana Johannes narniensis ecclesiae episcopus eligitur, sedique apostolicae pontifex inthronizatur. L'antico rito era, che il clero e popolo romano, dappoichè era morto e seppellito il papa, immantinente passavano ad eleggere il successore; ma nol consecravano prima d'averne dato avviso agl'imperatori, o ai loro ministri in Italia, e ricevutone il placet. Troppi esempli ne abbiam veduto in addietro. Per lo contrario, le parole sopra riferite paiono indicare che neppure godessero ora i Romani la libertà dell'elezione, e che possa esser vera la facoltà che alcuni pretendono data od Ottone il Grande e a' suoi successori di eleggere il papa. Ma non è da credere che Ottone il Grande commettesse questo atto tirannico. E noi qui intendiamo, perchè non fu secondo il costume immediatamente eletto il successore di Leone VIII. Era tuttavia vivo il vero papa Benedetto V, nè altro papa si poteva o doveva eleggere dai Romani. Morto quello, e tornati con tal nuova a Roma gli ambasciatori coi vescovi suddetti, non già dall'imperadore, nè dai suoi ministri, ma ab omni plebe romana, cioè dal clero e popolo, fu eletto papa Giovanni XIII. Non passò poi l'anno presente che questo novello pontefice, ossia perchè trattasse con troppa altura i baroni romani, oppure perchè non volesse che i Romani mal avvezzi nei tempi addietro si usurpassero la giurisdizione a lui spettante, si tirò addosso l'odio loro; in guisa che un dì preso dal prefetto di Roma (uffizio insigne a' tempi degli antichi imperadori, che si torna ad udire ancora in questi) e da un certo Roffredo, e cacciato di Roma, fu messo prigione in una fortezza della Campania, oppure mandato in esilio colà.
Non mancarono alla Lombardia in quest'anno altre novità. Adalberto figliuolo di Berengario, per molti parziali e corrispondenti che tuttavia conservava in Italia, si lasciò vedere in Lombardia, e ci dovette suscitar qualche ribellione. Avvisatone l'imperadore, spedì Burcardo duca d'Alemagna con delle soldatesche, e con ordine di andare a trovar questo turbatore del regno, dovunque egli fosse. Questi, per testimonianza del Continuatore di Reginone, cum Langobardis imperatoris fidelibus et Alemannis visum per Padum navigavit, et illis, ubi eum audierant esse partibus, navim applicuit. In vece di quel visum per Padum, che è un errore de' copisti o degli stampatori, l'Annalista sassone[2300] ha per jusum et Padum, che è un altro sproposito. Si dee scrivere jusum per Padum, giù per Po; voce nei barbari tempi e infino da santo Agostino[2301] usata. Nell'uscir dalle barche dietro quel fiume, le truppe imperiali furono assalite da Adalberto e da' suoi. Ma restò estinto sul campo con alquanti Guido fratello d'esso Adalberto, e il resto diede a gambe. Adalberto anch'egli si salvò nelle montagne, dove si tenne ben ascoso da lì innanzi. Burcardo all'incontro se ne tornò in Germania, e portò all'imperadore la nuova di questa vittoria. Fece anche rumore un altro fatto in Lombardia. Interim (seguita a dire il Continuator di Reginone[2302], con cui va d'accordo l'Annalista sassone) Guido metensis episcopus vulpina calliditate imperatori fidelem se simulans, ipsique infideles se proditorium jactans, legatione Adalberti fungens, in Saxonia imperatorem aggreditur, nec tamen visu aut allocutione ipsius participatur: cum dedecore redire permissus, infra Alpes ultra Curiam comprehenditur, et Saxoniam remissus in Sclavis custodiae mancipatur. Ma ancor qui un errore corso nelle copie o nelle stampe di tale istoria ci ha nascoso chi fosse questo Guido vescovo. Non già egli fu metensis episcopus, come ha il testo suddetto, perchè allora Adalberone, oppure Teodorico reggeva la chiesa di Metz; ma bensì mutinensis (voce che, probabilmente abbreviata nell'originale, non fu osservata nè intesa dal copista, e da lui presa per quella di Metensis) episcopus. Mutinensis episcopus appunto si legge nell'Annalista sassone. Ed è quel medesimo Guido vescovo di Modena che abbiam veduto di sopra occupatore della ricchissima badia di Nonantola, ed arcicancelliere non meno sotto i re Berengario e Adalberto, che sotto il medesimo Ottone Augusto. Non so già io credere ch'egli passasse in Germania come ambasciatore di Adalberto, perchè un uomo sì scaltro, e ministro sì eminente dell'imperadore, non par capace d'un salto sì fatto. Dovette egli piuttosto tener qualche filo di corrispondenza con Adalberto; e ciò scoperto, divenne sospetto alla corte cesarea. Mi si rende verisimile ch'esso si portasse colà per far credere (non so se con verità o con falsità) all'imperadore, che l'intelligenza sua con Adalberto era stata per iscoprire chi fossero i partigiani d'esso Adalberto in Italia, e chi quei che macchinavano ribellione contra dell'imperadore. Ma nel cuore di Ottone prevalsero i sospetti formati contra di lui, e massimamente perchè forse non lungi dal distretto di Modena s'era lasciato vedere Adalberto allorchè si azzuffò poco dianzi con Burcardo duca di Alemagna. Però gli negò l'udienza, e dopo averlo licenziato, il fece poi prendere di qua da Coira nelle Alpi, e mandollo prigione non so in quale fortezza. Così cessò egli d'essere arcicancelliere. Ma noi il troviamo poscia nel concilio di Ravenna dell'anno 967[2303], vivo e sano: segno, che se fu posto in prigione, seppe anche uscirne, e dovette sopravvivere sino all'anno 969, perchè in esso la città di Modena ricevette un vescovo nuovo, cioè Ildebrando. La carica di arcicancelliere vedesi da qui innanzi esercitata da Uberto vescovo di Parma.
Abbiamo da Lupo protospata sotto questo anno[2304] che introivit Manuel patricius in Siciliam, et ibi mortuus est: cioè morì questo generale dei Greci in una sanguinosa battaglia, ch'egli ebbe coi Saraceni dominatori della Sicilia. Ne fa menzione Liutprando nella descrizione della sua ambasciata[2305], di cui parleremo più abbasso, con dire che Saraceni animati ante triennium cum Manuele patricio, Nicephori (imperadore de' Greci) nepote, juxta Scyllam et Charibdi in mare siculo bellum pararunt. Cujus immensas copias quum prostravissent, ipsum comprehenderunt, capiteque truncato suspenderunt. Cujus socium et commilitonem (cioè Niceta eunuco) quum caperent, quia neutrius erat generis, occidere sunt dedignati, sed vinctum ac longa custodia maceratum tanti vendiderunt, quanti nec ullum hujusmodi mortales sani capitis emerent. Più a lungo vien descritta questa funesta avventura da Leone diacono presso il padre Pagi[2306]. Secondo lui, Niceta eunuco patrizio comandava alla fanteria, Manuello patrizio alla cavalleria, uomo di caldo ingegno e di sregolato ardire. Sbarcate che ebbero amendue in Sicilia le lor milizie, trovaron da principio favorevole alle lor armi la fortuna, perchè si arrenderono le città di Siracusa, di Termine, Taormina e Lentini. Ma usciti di nuovo in campagna, mentre disordinati inseguivano per luoghi disastrosi i fuggitivi, caddero nelle imboscate de' Mori: laonde pochi se ne contarono che non restassero o messi a fil di spada, o fatti schiavi. Le lor navi ancora per la maggior parte rimasero preda de' vittoriosi Saraceni. Di questa spedizione cotanto sfortunata fa menzione Cedreno; ed io vo credendo che sia la stessa che vien narrata nella storia saracenica di Abulphedà[2307] sotto l'anno 961, o 962, con dire che undique romanae venere classes (erano appellati per lo più Romani i Greci) propugnandi causa; et post exitiosum bellum vicere Muslemii, qui plusquam viginti milia Romeorum necarunt, cunctaque arma et illorum substantiam devastarunt. Altri autori hanno parlato di questo fatto all'anno 964.
NOTE:
[2295] Continuator Rheginonis, in Chron.
[2296] Adam Bremensis, lib. 2, cap. 6 Hist.
[2297] Ditmaros, in Chron. lib. 4.
[2298] Continuator Rheginonis, in Chronico.
[2299] Antiquit. Ital., Dissert. XLI.
[2300] Annalista Saxo, apud Eccardum.
[2301] S. Augustinus, Tract. VIII in Epist. S. Johann.
[2302] Continuator Rheginonis. Annalista Saxo.
[2303] Labbe, Concilior., tom. 9.
[2304] Lupus Protospata, in Chronico.
[2305] Liutprandus, in Legation.
[2306] Pagius, in Crit. Baron. ad hunc annum.
[2307] Hist. Saracen. Abulphedà, P. 1, tom. 2 Rer. Ital.
Anno di CRISTO DCCCCLXVI. Indiz. IX.
GIOVANNI XIII papa 2. OTTONE I imperadore 5. OTTONE II re d'Italia 5.
Era disgustato forte l'imperadore Ottone contra de' Romani a cagion degli affronti fatti a papa Giovanni XIII, il quale si trovava tuttavia o confinato in una prigione, o esiliato nella Campania. Non si poteva scusar la ribellione, perchè si usurpavano l'autorità temporale, di cui erano da gran tempo giustamente in possesso i romani pontefici; e l'ardir loro feriva anche l'imperador loro sovrano. Perciò Ottone determinò di tornare in Italia per rimediare a sì fatti disordini[2308], ed anche per tagliare il cor a certe trame che Adalberto figliuolo di Berengario andava tuttavia ordendo o mantenendo in Lombardia. Ed appunto si venne a scoprire anche in Germania che un certo Udone conte di quelle contrade, irritato contra di Gualdo ossia Waldone vescovo di Como, perchè questi non avesse impetrata grazia dall'imperadore ad Attone ossia ad Azzo già assediato nell'isola del lago di Como, si preparava a venire in Italia con risoluzione di cavar gli occhi al suddetto vescovo. Aveva a questo fine intelligenza segreta con Adalberto. Fu preso e condannato; ma ottenne il perdono, con giurare di non mettere mai più piede in Italia. Dopo la metà di agosto tenne l'Augusto Ottone una gran dieta in Germania, e poi per l'Alsazia e per Coira calò in Lombardia. Portava egli seco una lista di quei che nell'anno precedente aveano o palesemente o segretamente abbracciato il partito di Adalberto. Fra essi era Sigolfo vescovo di Piacenza con alcuni conti. Portatisi questi ad ossequiare l'Augusto sovrano, fece lor mettere le mani addosso, e li mandò prigioni oltre a' monti, chi nella Francia orientale e chi in Sassonia. Fece venir freddo ai Romani la comparsa dell'imperadore in Italia, e l'apprensione del suo rigore; e figurandosi di acconciar le cose con poca spesa, liberarono il papa con richiamarlo a Roma, e chiedergli perdono delle ingiurie. Vuole il Continuator di Reginone che Giovanni XIII papa, da che venne cacciato di Roma, stesse imprigionato in qualche fortezza della Campania. Ma Leone ostiense[2309] suppone ch'egli solamente fosse mandato in esilio con dire: Johannes papa Roma pulsus exilio, Capuam venit, et a memorato principe Pandulfo rogatus, tunc primum in eadem civitate archiepiscopatum constituit. Se ciò è vero, e se in quest'anno la chiesa di Capoa fu eretta in arcivescovato, egli non altro soffrì che l'esilio in Campania; oppure messo in libertà prima di tornarsene a Roma, andò a Capoa, dove accrebbe l'onore a quella chiesa. Ma altri tengono eretta Capoa in arcivescovato nell'anno 968. Ermanno Contratto[2310] all'anno 969 (cioè fuor di sito) racconta che hoc tempore Rofredus comes et Petrus praefectus cum aliis quibusdam Romanis Johannem papam comprehensum, et in castellum sancti Angeli retrusum, et in exsilium demum in Campaniam missum per decem et amplius menses affligunt; donec Rodfredo occiso a Johanne quodam Crescentii filio, ad suam sedem vix tamdem relaxatus rediret. Durò dunque più di dieci mesi l'esilio di papa Giovanni, e verisimilmente egli ritornò alla sua sedia nel settembre dell'anno corrente.
Verso il fine parimente di quest'anno arrivò l'imperadore Ottone a Roma, e quivi celebrò le feste del santo Natale. Nota il Continuatore di Reginone[2311] che in questo medesimo anno Berengarius quondam Italiae rex exsul moritur et in Babemberg regio more sepelitur. Willa ossia Guilla sua moglie, prima che il corpo di lui fosse dato alla sepoltura, si fece monaca in Bamberga. Due loro figliuole nubili erano state prima con tutto decoro messe dall'imperadore in corte presso l'imperadrice Adelaide. De' due figliuoli maschi d'esso Berengario, cioè di Adalberto e di Conrado, che restarono vivi e in libertà, ne parleremo anche all'anno 968. S'ingannò forte l'abbate urspergense[2312], allorchè scrisse che Adalberto con Berengario suo padre fu condotto prigione a Bamberga. Intanto non voglio ommettere che esso Adalberto lasciò dopo di sè un figliuolo appellato Ottone Guglielmo[2313]; e che Gerberga moglie d'esso Adalberto rimasta vedova, si rimaritò con Arrigo duca di Borgogna. Questi poi venuto a morte senza lasciar figliuoli proprii, fece passare quel ducato nel figliastro, la cui discendenza durò anche molto tempo in insigne onore. In un diploma di Arrigo I imperadore dell'anno 1014, rapportato dal Guichenon[2314], egli si vede appellato Ottho qui et Wilelmus comes, filius Adalberti, nepos Berengarii regis. Poc'attenzione per altro fu quella del Guichenon[2315] medesimo, allorchè riferì all'anno presente una donazione che si dice fatta da Ottone II imperadore a Manfredo marchese di Susa, con questa data: XI kalendas novembris anno dominicae Incarnationis nongentesimo sexagesimo sexto, Indictione I, anno vero tertio Ottonis. Nel presente anno neppur era nato, nè era per nascere Ottone III. Nè Ottone III imperare coepit anno salutis 973, come scrive esso Guichenon. Nè l'indizione prima si accorda col suo anno terzo. Manca eziandio il luogo del suo dato diploma. Però quello è documento o apocrifo, o molto informe. Era in questi tempi re di Francia Lottario, ed abbiamo da Frodoardo[2316] ch'egli nell'anno presente uxorem accepit Emmam filiam regis quondam italici, cioè di Lottario re figliuolo del re Ugo. Essendosi rimaritata in Ottone Augusto Adelaide madre di questa principessa, è da credere che lo stesso imperadore si adoperasse molto per procurar così illustri nozze alla figliastra. Il medesimo Frodoardo nella Cronica virdunense[2317] ripete lo stesso con dire Lotharius rex Francorum Emmam Lotharii regis Italiae, et Adeleidis post imperatricis filiam, duxit uxorem.
NOTE:
[2308] Continuator Rheginonis, in Chron.
[2309] Leo Ostiensis, in Chron., lib. 2.
[2310] Hermannus Contract., in Chron., edition. Paris.
[2311] Continuator Rheginonis, in Chron.
[2312] Urspergensis, in Chronico.
[2313] Sammarthani, in General. Franc. Brondellus, in Geneal. Franc.
[2314] Guichenon, Bibliot. Sebus., Centur. II, c. 39.
[2315] Idem, cap. 89.
[2316] Frodoardus, in Chronic. apud Du-Chesne.
[2317] Idem, in Chronic. Virdunens., pag. 157.
Anno di CRISTO DCCCCLXVII. Indiz. X.
GIOVANNI XIII, papa 3. OTTONE I imperadore 6. OTTONE II imperadore 1.
Attese sul principio di quest'anno l'imperadore Ottone, stando in Roma, a processar que' Romani che aveano sì maltratato papa Giovanni XIII. Il Continuatore di Reginone[2318] altro non dice, se non che excepto praefecto urbis, qui aufugerat, tredecim ex majoribus Romanis, qui auctores expulsionis domni Johannis papae videbantur, suspendio interire jussit: pruove, dice il padre Pagi, del suo supremo dominio in Roma[2319], esercitato alla guisa dei suoi predecessori. Aggiugne il cardinal Baronio[2320], con citare una giunta fatta ad Anastasio bibliotecario, che Ottone mandò oltre ai monti in esilio i consoli, fece impiccare per la gola i tribuni, e cavar dal sepolcro il cadavero di Roffredo prefetto della città, che fu squartato in varii pezzi. Quel prefetto, che era succeduto a Roffredo, posto nudo sopra un asino con un otre in capo, fu ignominiosamente menato per la città, frustato, e poi cacciato in prigione. Noi non sappiam tutto l'operato da lui; pure ne sappiam tanto, che possiam conghietturare che la giustizia di lui comparisse presso di molti crudeltà. Lo stesso Niceforo Foca imperador de' Greci rinfacciò a Liutprando ambasciator d'Ottone nell'anno seguente, che esso Ottone[2321] Romanorum alios gladio, alios suspendio interemit, oculis alios privavit, exsilio alios relegavit. Ma Liutprando rispose che Ottone insurgentes contra, et domnum apostolicum, quasi jurisjurandi violatores sacrilegos, dominorum suorum apostolicorum tortores, raptores, secundum decreta romanorum imperatorum Justiniani, Valentiniani, Theodosii, et ceterorum, caecidit, jugulavit, suspendit, et exsilio relegavit. Quae si non faceret, impius, injustus, crudelis, tyrannus esset. Ma Carlo Magno non fece così; ed Ermanno Contratto scrive[2322] che Ottone Romam veniens injurias domini papae graviter in auctoribus sceleris, partim exsiliis, partim patibulis, variisque poenis et abominationibus judicavit. Non ha conosciuto il cardinal Baronio, e neppur altri, fuorchè il Sigonio, un concilio di assaissimi vescovi italiani ed oltramontani, celebrato sul principio di quest'anno in Roma da papa Giovanni XIII. D'esso ci ha conservata memoria un diploma di Ottone il Grande, con cui vengono confermati tutti i suoi beni e privilegii all'insigne monistero di Subiaco. L'ho io pubblicato[2323], e porta queste note: Data tertio idus januarias, anno dominicae incarnationis DCCCCLXVII, imperii vero domni Ottonis piissimi Caesaris V, Indictione X. Dice ivi l'imperadore che Giorgio abbate di Subiaco venit in gremium Basilicae beati Petri Apostolorum principis, ubi cum domno Johanne XIII papa, sanctae synodo pro utilitate ejusdem ecclesiae, et venerabilium locorum intereramus, circum sedentibus cum ravennate archiepiscopo plurimis episcopis ex romano territorio, atque Italiae, et ultramontano regno, necnon praesente capuano principe, qui et marchio Camerini et Spoletini ducatus. Si noti quest'ultima partita, di cui parleremo fra poco. Del suddetto concilio romano si ha anche da intendere il Dandolo[2324], allorchè scrive che Pietro Candiano IV doge di Venezia nell'anno nono del suo ducato, cioè nel presente, mandò per suoi ambasciatori Giovanni Contareno e Giovanni Venerio diacono Johanni papae, et Ottoni imperatori, Romae existentibus in synodo ibi congregata; e che, mostrati, i privilegii della chiesa di Grado, fu decretato in esso concilio ch'essa fosse chiesa patriarcale e metropoli di tutta la Venezia. E lo stesso Ottone le confermò i suoi privilegii con un diploma a parte. Terminato questo concilio, l'imperadore, secondochè s'ha dal Continuator di Reginone[2325], pel ducato di Spoleti venne a Ravenna, dove celebrò la Pasqua in compagnia del sommo pontefice Giovanni XIII. Actum in loco, qui dicitur sancto Severo, ubi domnus Otto praeerat, X kalendas madii, Indictione X, si legge in uno strumento rapportato dal padre Bacchini[2326]. Quivi ancora nel mese d'aprile tenuto fu un concilio d'assaissimi vescovi, i cui atti, siccome ancor quelli del concilio romano, non son giunti fino a' dì nostri. Solamente si sa che furono ivi fatti molti decreti ad utilitatem sanctae Ecclesiae; e il Continuator di Reginone scrive che l'imperadore apostolico Johanni urbem et terram Ravennatium, aliaque complura, multis retro temporibus romanis pontificibus ablata reddidit; eumque inde Romani cum magna laetitia remisit. Cioè Ugo, Lottario e Berengario re d'Italia nulla aveano lasciato godere dell'esarcato ai papi; e lo stesso Ottone ne avea ritenuto anche egli fin qui, oltre al sovrano, l'utile dominio. Per quello che dirò all'anno 970, motivo ci resta di dubitare che Ravenna fosse restituita al papa. Tuttavia Liutprando[2327] nell'anno seguente 968 rispose al greco imperadore che l'Augusto Ottone I sanctorum Apostolorum vicariis potestatem et honorem omnem contradidit.
Ciò fatto l'imperadore andò in Toscana, per attestato del Continuatore suddetto. L'Annalista sassone[2328] aggiugne ch'egli in partes Tusciae et Lucaniae secessit, cioè nel ducato di Benevento. Certo è ch'egli fu in Toscana nel mese di giugno, ciò apparendo da un placito tenuto dal marchese Otberto conte del sacro palazzo, da me dato alla luce[2329], e tenuto locus nuncupante prope monte Vultrario, quod est infra comitatu voloterense, ubi domnus Hotto imperator Augustus praeerat. Il documento fu scritto anno imperii domni Hottoni imperatore Augustus, et item Hotto filio ejus gratia Dei rex sexto, XII die mense junii, Indictione decima. Se poscia Ottone passasse verso Benevento, nol so dire. Abbiamo bensì un diploma d'esso Augusto presso l'Ughelli[2330], che cel rappresenta nella stessa città di Benevento nel dì 13 di febbraio dell'anno presente, e ci dà a conoscere ch'egli non andò a dirittura da Roma a Ravenna. Esso privilegio fu dato in favore della chiesa di Benevento: Idibus februarii anno dominicae Incarnationis DCCCCLXVII, imperii vero domni Ottonis piissimi Caesaris VI, Indictione X. Actum in civitate Beneventi. Ci conduce poi questo medesimo atto ad intendere che Pandolfo Capodiferro e Landolfo III suo fratello già aveano riconosciuto l'alto dominio dell'imperadore sopra i loro principati di Benevento e Capoa, e s'erano dichiarati suoi vassalli, con abbandonare i Greci. Però Niceforo Foca imperador greco nell'anno seguente ebbe a dire a Liutprando vescovo di Cremona e ambasciator di Ottone[2331]: Principes autem, capuanam scilicet, et beneventanum, sancti nostri imperii olim servos, nunc rebelles, servituti pristinae (Otto) tradat. Ma Pandolfo la seppe fare da buon mercatante, perchè in ricompensa di questa sua soggezione aveva ottenuto dall'imperadore di esser creato anche duca di Spoleti e marchese di Camerino. Fu di parere Camillo Pellegrino[2332] che Pandolfo solamente nell'anno 969 conseguisse così buon boccone. Ma ci restano documenti sicuri, indicanti che prima anche dell'anno presente, egli arrivò a conseguirlo. L'abbiam poco fa veduto intervenire al concilio romano nel dì undici di gennaio del presente anno con i titoli di duca e marchese. Oltre a ciò, nelle giunte da me fatte alla Cronica casauriense[2333] abbiamo un bel placito, tenuto in villa Mariani, campo juris proprietatis sanctae Firmanae ecclesiae, residente Pandulfo duce et marchione, e scritto anno ab Incarnatione Domini Jesu Christi DCCCCLXVII, et imperante domno Ottone imperatore Augusto, anno imperii ejus VI, mense februario, per Indictionem X. Il nome di duca e di marchese riguarda il ducato di Spoleti e la marca di Camerino, nella quale era compresa la città di Fermo, trovandosi anche la stessa marca talvolta appellata marca di Fermo. Leggesi un altro placito nella Cronica del Volturno[2334], tenuto nell'anno seguente in territorio marsicano, che era allora parte del ducato di Spoleti, ubi sedebat domnus Pandolfus gloriosus princeps (di Benevento, oppur solamente di Capoa), dux (di Spoleti) et marchio (di Camerino) scritto in anno ab Incarnatione Domini nostri Jesu Christi DCCCCLXVIII, anno imperii magni Ottonis Augusti in anno septimo, et Otto imperatoris filius insimul cum eo in anno primo, et IV kalendas septembris, Indictione undecima. Di qui ancora si scorge che Pandolfo non aspettò l'anno 969 per acquistare i governi di Spoleti e di Camerino. Era stato ne' tempi del re Ugo in possesso di questi due stati Uberto duca e marchese di Toscana suo figlio bastardo. Quando egli ne decadesse, e se per cagion del suo esilio, oppure per la sua morte, non si sa; e noi troviamo ben imbrogliata la storia de' suoi ultimi anni e il tempo della morte sua; del che ho io parlato altrove[2335]. Quel che è certo, Ugo suo figliuolo a lui succedette nel ducato della Toscana (non so dire in qual anno preciso), ma non già in quello di Spoleti, e neppur della marca di Camerino, quantunque col tempo egli arrivasse a dominar ancora in quelle contrade. Ci vien poi dicendo il Continuatore di Reginone[2336] che tanto papa Giovanni XIII, quanto l'imperadore scrissero lettere al giovane re Ottone II, invitandolo per la festa del santo natale a Roma.
Impiegò Ottone II alcuni mesi per mettere in buon ordine gli affari di Germania, al qual fine tenne anche una dieta de' principi in Vormazia. Ed essendosi finalmente messo in viaggio nel mese di settembre, accompagnato da Guglielmo arcivescovo di Magonza suo fratello, solennizzò la festa di san Michele in Augusta. E qui termina la continuazione degli Annali di Reginone. Seguita a dire l'Annalista sassone[2337] ch'esso re per la valle di Trento calò in Italia, e trovò in Verona l'Augusto suo padre, con cui celebrò la festa dell'Ognissanti. Poscia passando per Mantova, ed imbarcatisi in Po, giunsero a Ravenna, e dopo essersi fermati quivi per alquanto tempo, ripigliato il viaggio, arrivarono a Roma XI kalendas januarii nel dì 22 di dicembre; ma dee dire IX kalendas, cioè nel dì 24, incontrati tre miglia fuori di Roma dai senatori colle scuole portanti le lor croci ed insegne, e cantanti le lodi dell'imperadore. Si trovò papa Giovanni nelle scalinate di san Pietro a riceverli. Nel seguente giorno, cioè nella festa del santo Natale, Ottone II nella basilica vaticana fu proclamato imperadore Augusto, e ricevette dalle mani di papa Giovanni l'unzione e corona imperiale con gran plauso ed allegria non meno dei Tedeschi che dei Romani. Ditmaro[2338] all'incontro scrive che Ottone suo padre non si trovò allora in Roma: Æquivocus imperatoris junior, Otto, quem peperit inclyta mater Adelhaidis, in nativitate domini Romae imperator effectus est, patre jubente, ac tunc in Campania juxta Capuam commorante. Nè si dee tralasciare, che stando nell'aprile di quest'anno Ottone il Grande in Ravenna[2339], Niceforo Foca imperador de' Greci gli spedì degli ambasciatori con diversi regali, chiedendo pace ed amicizia con lui. Furono assai onorevolmente accolti e rispediti, forse con sole buone parole; perchè l'imperadore covava delle pretensioni sopra gli stati chiamati ora il regno di Napoli. Tuttavia, sperando egli di far meglio questo affare con inviare i suoi ambasciatori alla corte di Costantinopoli, scelse per tale incumbenza Liutprando vescovo di Cremona, a cui non mancava la lingua in bocca. Questi nell'anno susseguente s'incamminò a quella volta, portando specialmente la commission di chiedere per moglie del cesareo figliuolo Ottone Teofania figliuola di Romano juniore, già imperador d'Oriente. Sotto quest'anno scrive Lupo protospata:[2340] Descendit Otho rex et senex, pater Othonis regis, qui pugnavit cum Bulcassimo Saracenorum rege, et interfecit eum, et in eo praelio perierunt quadraginta millia hominum. Ma pretende Camillo Pellegrini che questa sì strepitosa vittoria, in tempi tali non conosciuta da verun altro storico, sia narrata fuor di sito (siccome credo io che nel gran numero di que' Saraceni ammazzati il protospata slargasse esorbitantemente la bocca), e s'abbia essa da riferire all'anno 981, e a' tempi di Ottone II Augusto. Appartiene al presente anno un diploma[2341] di Ottone I, in cui dona molte corti ad Aledramo ossia Aleramo marchese, il quale vien creduto che fosse il primo marchese della marca del Monferrato. Da lui poscia discese la famiglia di quei principi che fecero risonare il suo nome non meno in Occidente che in Oriente.
NOTE:
[2318] Continuator Rheginonis, in Chron.
[2319] Pagius, in Crit. Baron.
[2320] Baron., in Annal. Eccl. ad ann. 966.
[2321] Liutprandus, in Legation.
[2322] Hermannus Contractus, in Chronic.
[2323] Antiquit. Ital., Dissert. LXV.
[2324] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.
[2325] Continuator Rheginonis, in Chronico.
[2326] Bacchini, Ist. del Monistero di Polirone, Append.
[2327] Liutprandus, in Legationib.
[2328] Annalista Saxo.
[2329] Antichità Estensi, P. 1. cap. 16.
[2330] Ughell., Ital. Sacr., in Episcop. Benevent., tom. 8.
[2331] Liutprandus, in Legation.
[2332] Peregrinus, Hist. Princip. Langobard.
[2333] Chron. Casauriense, P. II, tom, 2 Rer. Ital.
[2334] Chron. Vulturnense, P. II, tom. 1 Rer. Ital.
[2335] Antichità Estensi, P. I, cap. 15.
[2336] Continuator Rheginonis, in Chronico.
[2337] Annalista Saxo, apud Eccardum.
[2338] Ditmarus, in Chron., lib. 2.
[2339] Continuator Rheginonis in Chronico.
[2340] Lupus Protospata, in Chronico.
[2341] Benvenuto da S. Giorgio, Istor. del Monferrato.
Anno di CRISTO DCCCCLXVIII. Indiz. XI.
GIOVANNI XIII papa 4. OTTONE I imperadore 7. OTTONE II imperadore 2.
Ci resta la descrizione dell'ambasciata fatta da Liutprando vescovo di Cremona a Niceforo Foca imperadore di Oriente, a nome dei due Ottoni imperadori d'Occidente[2342], ed è un pezzo stupendo per que' secoli d'ignoranza, che fa più che mai conoscere quanto fosse spiritoso e lepido l'ingegno di questo vescovo. Giunse egli nel dì 4 di giugno del presente anno a Costantinopoli; fu mal ricevuto, maltrattato in varie maniere a quella corte. S'ebbe a male Niceforo Foca che Ottone s'intitolasse imperadore de' Romani, perchè, secondo lui, dovea chiamarsi solamente re, pretendendo riserbato a sè solo il titolo d'imperadore: pretensione che saltò fuori anche a' tempi di Lodovico II imperadore. Andò parimente in furia contra di papa Giovanni, il quale avea spedito anch'egli de' legati con lettere esortatorie per le nozze proposte con Ottone II chiamato imperadore. Ma quel che più scottava il greco Augusto Niceforo, a noi dipinto (non so se con tutta verità) da Liutprando come uomo a cui niun vizio mancava, era l'aver già inteso che i principi di Benevento e di Capua, in addietro vassalli e tributarii dei greci imperadori, si fossero sottomessi all'imperadore Ottone; e tanto più perchè era insorta paura che Ottone potesse e volesse anche toglier ai Greci gli stati dipendenti da essi in Puglia e in Calabria. Si vede da questa relazione che Adalberto e Corrado figliuoli del già re Berengario, erano ricorsi alla corte greca, e le faceano credere d'avere in Calabria o in Puglia sette mila corrazzieri da unire coll'armata navale che Niceforo pensava di spedire in Italia contro gli sforzi d'Ottone Augusto. Fra le molte insolenze, vanti e spropositate cose che Niceforo imperadore, o i suoi ministri dissero a Liutprando, il più ridicolo fu l'aver eglino preteso, che se Ottone voleva pure per moglie del figliuolo la regal principessa greca Teofania, avesse da cedere al greco augusto l'esarcato di Ravenna, Roma col suo ducato e il resto del paese, cioè Benevento e Capua, sino ai confini degli stati goduti dai Greci in Puglia ed in Calabria. Oppure, se cercava solo amicizia, senza trattar di parentela, che lasciasse libera Roma, cioè ch'egli si spogliasse del titolo e diritto imperiale sopra di Roma. Poichè per altro intendeva il greco imperadore di restituire ai papi tutto quel che loro era dovuto, purchè potesse ricuperare la sovranità sopra di Roma, e l'antica pretesa autorità nell'elezione dei nuovi papi. In questo mentre avvertito l'imperadore Ottone dell'indegno ricevimento del suo ambasciatore in Costantinopoli, e che Niceforo in vece di pace voleva guerra, e dava ricovero ad Adalberto e Corrado nemici suoi, e metteva in ordine una flotta, per inviarla contra di lui in Italia: vedendosi invitato al suo giuoco, senza perdere tempo, andò a mettere il campo sotto Bari, città allora sottoposta ai Greci. Di questo assedio fa menzione lo stesso Liutprando, ma con soggiugnere che alle sue preghiere Ottone l'avea poi levato:
Induperator enim Barium conscenderat Otto, Caede simul, flammisque sibi loca subdere tentans Sed precibus remeat romanas victor ad urbes Inde meis:
Si dovea trovar in affanni Liutprando al veder cominciata la guerra, quand'egli era tuttavia in mano de' Greci che poteano voler vendicarsi sulla di lui persona. L'Anonimo salernitano[2343] scrive che Ottone Apuliae fines venit, et valide eam dimicavit, et civitatem Bari aliquantulum obsedit, et quantum valuit undique constrinxit. Forse interpretando il Sigonio[2344] alcune parole di Sigeberto storico, prese occasione di scrivere che i principi di Benevento e Capoa, ribellatisi ad Ottone, furono in aiuto de' Greci, e che dipoi astretti dalla forza tornarono all'ubbidienza dell'imperador latino. Ma Liutprando nella relazion della sua ambasciata, e i placiti di Pandolfo, da me rammentati all'anno precedente, fanno abbastanza intendere che esso Pandolfo e Landolfo suo fratello osservarono una buona armonia coll'Augusto Ottone, nè punto a lui si ribellarono in questi tempi. Cosa operassero in congiuntura di tali turbolenze i due figliuoli del fu re Berengario, non apparisce. Arnolfo storico milanese del secolo susseguente racconta[2345] che Corrado, si quietò, perchè Gotifredo creato dipoi arcivescovo di Milano nell'anno 975, oppure Ottone II imperadore gli dovette accordar qualche stato o pensione. Ma Adalberto non volle mai ascoltare trattato alcuno d'accordo, e finchè visse fu in armi contro gli Ottoni Augusti. Dei figliuoli di Berengario così scrive il suddetto Arnolfo storico: Quorum Widone interfecto, Conone pactione quieto, Adelbertus ceteris animosior diebus vitae omnibus factus est in diversa profugus. Contra di questi ebbe molta guerra il suddetto Gotifredo arcivescovo di Milano, siccome prelato molto fedele agl'imperadori Ottoni.
Appartiene all'anno presente, e non già all'antecedente, come immaginò l'Annalista sassone, una lettera scritta da Ottone primo Augusto ai baroni di Germania XV kalendas februarii in Campania juxta Capuam, e riferita da Witichindo[2346], in cui fa loro sapere che aspettava gli ambasciatori del greco imperadore, con apparenza che venissero a chieder pace. Ma se altramente accadesse, sperava di tor loro coll'armi la Puglia e la Calabria. Che se poi si accordassero, e gli concedessero la moglie richiesta pel figliuolo, allora egli pensava di passare colle milizie sino a Frassineto, per isnidar di colà i Saraceni spagnuoli. Pareva che, secondo la relazion di Liutprando[2347], da noi veduta di sopra all'anno 942, avessero i Mori abbandonato quel sito; ma di qui si scorge che tuttavia ne erano in possesso, e che i lamenti dei popoli circonvicini aveano mosso l'animo di Ottone il Grande a liberarli da que' malandrini: il che poi non eseguì per la guerra insorta coi Greci, e per altri disturbi suoi. In fine d'essa lettera scrive Ottone: Filius noster in Nativitate Domini coronam a domno Apostolico in imperii dignitatem suscepit: parole che compruovano scritta quella lettera nel gennaio dell'anno presente. Nel dì primo di luglio parimente di quest'anno diede esso imperadore in favore del monistero di Monte Casino un diploma, accennato da Leone Ostiense[2348] e pubblicato dal padre Gattola[2349], con queste note: Data die kalendas julias anno dominicae Incarnationis nongentesimo sexagesimo septimo, imperii vero domni Ottonis serenissimi Caesaris septimo, Indictione XI. Actum in Monte, ubi Staphulo Regis dicitur. L'anno VII di Ottone coll'indizione XI chiaramente indicano l'anno presente 968, e pure ivi si legge 967. Altro non si può pensare, se non che o il documento non sia autentico, e che l'antico copista sbagliasse scrivendo nongentesimo sexagesimo septimo in vece di dire octavo, oppure disattentamente copiasse il numero romano DCCCCLXVIII tal quale forse stava notato nell'originale; oppure che il cancelliere abbia fallato nell'anno, e forse anche nel nome del luogo il quale in un altro diploma, dato da esso Augusto al monistero di San Vincenzo del Volturno nel dì precedente di questo medesimo anno, vien chiamato Stabulum Regis. Le note di quest'altro diploma sono[2350]: Data pridie kalendas julias, anno dominicae Incarnationis DCCCCLXVIII, imperii vero domni Ottonis serenissimi Caesaris septimo, Indictione XI. Actum in Monte, ubi Stabulo Regis dicitur. Di simili sbagli commessi nelle segreterie e cancelliere de' principi, ne abbiamo più di un esempio; ed io tengo un breve originale di Sisto IV papa, scritto pontificatus nostri anno tertiodecimo, die VII aprilis MCCCCLXXXXIIII, quando ha da essere MCCCCLXXXIIII. Sul fine di quest'anno tornò indietro dalla sua ambasciata Liutprando vescovo di Cremona, mal soddisfatto dei Greci, e più del loro imperadore. Venne anche a morte Landolfo III principe di Benevento a Capoa[2351]. Benchè lasciasse figliuoli, suo fratello Pandolfo Capodiferro occupò tutti gli stati dianzi da lui posseduti, con che crebbe di molto la di lui potenza. In questi tempi fu creato duca di Amalfi Mastaro juniore, fratello del precedente Mastari, e tenne quel governo solamente quattro anni, come si ricava dalla Cronichetta amalfitana, da me data alla luce[2352].
NOTE:
[2342] Liutprandus, in Legation.
[2343] Anonymus Salern., P. II, tom. 1 Rer. Ital.
[2344] Sigon., de Regno Ital. lib. 7.
[2345] Arnulf., Hist. Mediolan., lib. 1, cap. 8, tom. 4 Rer. Ital.
[2346] Witichindus, Annal., lib. 3. Annalista Saxo.
[2347] Liutprand., Hist. lib. 5, cap. 5 et 7.
[2348] Leo Ostiensis, Chron., lib. 2, cap. 4.
[2349] Gattola, Histor. Monaster. Casinens. P. I.
[2350] Chron. Volturn., P. I, tom. 2 Rer. Ital.
[2351] Peregrinus, Hist. Princip. Langob., P. I, tom. 2 Rer. Ital.
[2352] Antiquit. Ital., tom. 1, pag. 120.
Anno di CRISTO DCCCCLXIX. Indiz. XII.
GIOVANNI XIII papa 5. OTTONE I imperadore 8. OTTONE II imperadore 3.
Secondo l'Annalista Sassone[2353], Ottone il Grande, dopo aver solennizzata la festa del santo Natale dell'anno precedente nella Puglia, fermossi tuttavia in quelle parti, e celebrò la Pasqua dell'anno presente in Calabria. Sono affatto scuri i fatti d'esso Augusto in quelle parti, dove egli si tratteneva, perchè tuttavia durava la guerra coi Greci, nè voleva egli permettere che i principi di Benevento e di Capua, divenuti suoi vassalli, restassero esposti allo sdegno dell'imperadore di Oriente. Sigeberto[2354] attribuisce a quest'anno una vittoria riportata sopra i Greci in Calabria da Guntero e Sigefredo uffiziali dell'Augusto Ottone. Che vittoria fosse questa, lo dirò fra poco. Lupo protospata[2355] altro non dice sotto quest'anno, se non che introivit Otho rex in Apuliam mense martii; obsedit civitatem Bari irrito conatu. Abbiam veduto che ciò succedette nell'anno antecedente. Aggiunge: Et in alio anno intravit in Calabriam mense octobris, et sol obscuratus est mense decembris. Pare che questo accadesse nell'anno presente. In fatti abbiamo presso l'Ughelli[2356] un suo diploma, dato XIV kalendas maii, anno Incarnationis dominicae DCCCCLXIX, anno vero domni Othonis serenissimi Augusti, octavo Indictione XII. Actum in Calabria in suburbio Cassano. In esso, a petizione di Uberto vescovo di Parma ed arcicancelliere, conferma Ottone ad Ingone suo vassallo tutti i beni da lui goduti in comitatibus bulgariensi, laumellensi, plombiensi, mediolanensi, evoriensi, papiensi, placentino, parmensi: e dice fra le altre cose: Cum nos in Calabria residebamus in confine atque planicie, quae est inter Cassanum, et Petram Sanguinariam, ibique nostro imperiali jure nostris fidelibus tam calabris, quam omnibus italicis, francisque atque theutonicis leges praeceptaque imponeremus, ec.; il che ci fa intendere la sovranità imperiale in quelle parti, senza che ivi si parli punto di alcun altro diritto o pretensione dei romani pontefici. Leggesi un altro diploma, spedito da esso Augusto in confermazione de' beni e privilegii del monistero di Casauria, dato kalendis maii, coll'altre note suddette[2357]. Actum in suburbio Bivino oggidì Bovino. Trovasi in questi tempi Giovanni duca e console di Gaeta[2358], cioè principe di quella città, ma dipendente dai greci Augusti. Ora per tornare alla vittoria che dissi riportata dall'imperadore in Calabria, Witichindo[2359] e Ditmaro[2360] la raccontano in questa maniera. Fecero credere i Greci ad Ottone Augusto d'aver condotta la principessa richiesta in moglie pel giovinetto Ottone II; perlochè egli inviò in Calabria molta nobiltà con alcuni reggimenti di soldati a riceverla. Quando questi si credevano d'essere iti a far feste, all'improvviso i Greci si scagliarono loro addosso, non pochi ne uccisero e molti ne presero, che inviarono prigioni a Costantinopoli, con dar anche il sacco a tutto il loro bagaglio. Se a questo avviso fumasse per la collera Ottone il Grande, ci vuol poco a figurarselo. Diede ordine immantinente a Guntario e Sigefredo, valorosi suoi generali, che col fiore delle sue genti andassero a dimandar conto ai Greci di tanta iniquità. Volarono questi, sorpresero l'armata nemica; ne fecero gran macello, e a quanti presero tagliarono il naso, lasciandoli poi ire a lor comodo dove voleano. Posero in contribuzione tutta quella parte di Calabria e Puglia che apparteneva ai Greci, e carichi di bottino, d'allegria e di gloria se ne tornarono all'imperadore. L'Anonimo salernitano[2361] scrive che Ottone Calabriae fines venit, incendiis et depraedationibus eam vehementer afflixit, et millia damna vel oppressiones gessit in principatu salernitano. Gisolfo principe di Salerno tenea allora coi Greci. Pretende Witichindo che questa nuova portata a Costantinopoli servisse di motivo al popolo di congiurare unitamente coll'iniqua imperadrice contra di Niceforo Foca imperadrice d'Oriente, a cui levarono la vita. Ma da altre cagioni ebbe origine la morte inferita nel dicembre di quest'anno a Niceforo: sopra di che si possono vedere gli storici greci[2362]. Lupo protospata, Sigeberto ed altri il fanno ucciso nell'anno seguente, e questa sembra opinione meglio fondata. In luogo suo salì sul trono Giovanni Tzimisce, che ebbe assai a cuore di trattar d'amicizia con Ottone Augusto.
Tenuto fu quest'anno un concilio in Roma da papa Giovanni XIII. Gli atti ne sono periti; ma ne resta la testimonianza nella bolla dell'erezione della chiesa di Benevento in arcivescovato, fatta in esso concilio dal papa. Le note cronologiche di quella bolla son queste:[2363] Data VII kalendas junii anno pontificatus domni nostri Johannis XIII papae IV, imperatoris Othonis majoris VII, et minoris II, Indictione XII, anno dominicae Incarnationis DCCCCLXIX. Pandolfo Capodiferro quegli fu che procacciò questo onore alla sua città di Benevento, e adoperò l'intercessione dell'imperadore, praesidentibus nobis, dice il pontefice, in sancta synodo acta ante confessionem beati Petri Apostolorum principis septimo kalendas junias, praesente domno Ottone gloriosissimo imperatore Augusto Romanorum, nostro filio, ec. hortatu benigno ipsius praefati domni Ottonis clementissimi imperatoris Augusti, ec. intervenientibus Pandulfo beneventanae et capuanae urbium principe, seu Spoleti et Camerini ducatus marchione et duce, simulque et Landulfo excellentissimo principe filio ejus, ec. Sicchè seguitava tuttavia Pandolfo a governare anche Spoleti e Camerino. Di lui racconta l'Anonimo salernitano il fatto seguente[2364]. Dacchè l'imperadore ebbe dato il guasto alla Calabria e al principato di Salerno, se no andò a Ravenna Pandolfo; il pregò di lasciargli un corpo delle sue truppe, per poter tentare qualche altra prodezza contra de' Greci, e l'ottenne. Con questo e co' suoi si portò sotto la città di Bovino; venne alle mani coi Greci, usciti della città, e li sconfisse. Ma sopraggiunto un rinforzo ad essi Greci, si attaccò di nuovo la battaglia, e Pandolfo preso nella mischia (di ciò si può dubitare non poco) fu inviato a Costantinopoli prigione. Dopo ciò Eugenio patrizio generale de' Greci spinse le sue armi contra gli stati di Pandolfo. Prese Avellino, e giunto a Capoa vi mise l'assedio, con saccheggiar intanto il paese e far prigioni quanti gli vennero alle mani. Si prevalse di tal congiuntura Marino duca di Napoli per danneggiare il più che potè il distretto di Capoa. Ma dopo quaranta giorni d'assedio, in cui inutilmente tormentata fu quella città dalle macchine di guerra, i Greci, per timore che non sopraggiugnesse l'armata imperiale di Ottone, se n'andarono con Dio, ritirandosi a Salerno, dove quel principe, cioè Gisolfo, che sembra collegato con essi, fece lor godere un delizioso trattamento. Arrivò in fatti a Capua l'esercito de' Tedeschi e degli Spoletini, e trovando sloggiati i nemici, passò coi Capuani a vendicarsi de' Napoletani. Renderono ben loro la pariglia. Ripresero Avellino, e ne fecero un falò, perchè s'era dato ai Greci spontaneamente. Ad Eugenio, patrizio greco, preso per la sua crudeltà dai suoi ed inviato a Costantinopoli, era succeduto Abdila patrizio. Questi, con quante forze potè, andò a trovar l'esercito cesareo verso Ascoli. Restò egli ucciso, e sbaragliata la sua gente colla morte di mille e cinquecento persone. Arricchirono forte delle spoglie de' vinti i vincitori. Se è vero tutto questo racconto, e massimamente la prigionia del principe Pandolfo, convien credere che tali fatti accadessero qualche settimana dopo il dì 20 di maggio, in cui abbiamo veduto il medesimo Pandolfo presente al concilio romano.
NOTE:
[2353] Annalista Saxo, apud Eccardum.
[2354] Sigebertus, in Chronico.
[2355] Lupus Protospata, Chronic., tom. 5 Rer. Ital.
[2356] Ughell., Ital. Sacr., tom. 2 in Episcop. Parmens.
[2357] Chronic. Casauriense, P. II, tom. 2 Rer. Ital.
[2358] Ughell., Ital. Sacr., tom. 5 in Append.
[2359] Witichinius, Hist., lib. 3.
[2360] Ditmarus, in Chron., lib. 2.
[2361] Anonymus Salernit., P. II, tom. 2 Rer. Ital., pag. 299.
[2362] Curopalata. Leo Diacon. Cedrenus. Zonaras.
[2363] Ughell., Ital. Sacr., tom. 8 in Episcop. Benevent.
[2364] Anonymus Saler., P. I. tom. 2 Rer. Ital. p. 299.
Anno di CRISTO DCCCCLXX. Indiz. XIII.
GIOVANNI XIII papa 6. OTTONE I imperadore 9. OTTONE II imperadore 4.
Celebrò Ottone il Grande, per attestato dell'Annalista sassone[2365], il santo Natale dell'anno antecedente in Pavia. Del suo soggiorno in quella città anche nel dì 22 di gennaio dell'anno presente resta tuttavia sicura pruova in un suo diploma[2366], dato in favore del monistero veronese di santa Maria dell'Organo, XI kalendas februarii, anno dominicae Incarnationis DCCCCLXVIIII, imperii vero domni Ottonis VIII, Indictione XIII. Qui l'anno 969 è secondo l'era fiorentina e veneziana, e viene, secondo noi, ad essere l'anno 970, nel cui gennaio correva tuttavia l'anno ottavo del suo impero. Di là poi passò a Ravenna, e quivi solennizzò la Pasqua del Signore. Piaceva non poco all'Augusto Ottone quella magnifica città, e però quivi fece fabbricare un palazzo nuovo per abitazione sua, siccome costa da un placito ch'io ho dato alla luce nelle Antichità italiane[2367]. Cotale notizia sembra indicare che Ottone godesse non solamente il diretto e sovrano dominio, ma anche l'utile di Ravenna e del suo esarcato. Se non fosse stato così, difficilmente s'intenderebbe come egli fabbricasse a sè stesso un palazzo in suolo altrui. Abbiamo da Girolamo Rossi[2368], che trovandosi in questo medesimo anno nella Romagna il suddetto imperadore, tenuto fu in Ferrara un placito, dove alla presenza di Adalberto vescovo di Bologna, di Uberto vescovo di Forlì, di Giovanni vescovo d'Imola, e di Leone vescovo di Ferrara, Pietro arcivescovo di Ravenna fece istanza di riaver Consandolo, ed altri beni spettanti alla sua chiesa. Vidensque Liuzius episcopus cremonensis (così ancora si chiamava Liutprando allora vescovo di Cremona) ea ad comitatum ferrariensem nulla omnino ex parte posse spectare, nullius juris, nisi ravennatis esse: Eccico nuntius Othonis Augusti pronuntiavit, probavitque, ea ravennatis esse ecclesiae. Sì Liutprando che Eccico, chiamato Ezeca in altri documenti, erano messi spediti dall'imperadore Ottone per conoscere e giudicare intorno a questa differenza; e però scorgiamo l'autorità imperiale in quelle contrade. Da Ravenna portossi dipoi l'imperadore Ottone nel principato di Capua, dove diede un diploma pel nobilissimo monistero di monte Casino[2369] VIII kalendas junii. Actum in locum ubi Cellice (oppure Sillice) dicitur, capuano territorio. Truovasi poi esso Augusto nel settembre seguente, amministrante giustizia nel ducato di Spoleti. Nelle giunte da me fatte alla Cronica di Casauria[2370] si può leggere un giudicato del medesimo Augusto, e di Pandolfo duca e marchese di quelle contrade, giacchè questo monarca non isdegnava di assistere in persona ai placiti, e decidere le liti de' sudditi col parere dei ministri. Ivi è scritto, qualiter in territorio marsicano in campo Castiri ad ipsam civitatem marsicanam, dum in placito resideret domnus Otto magnus imperator serenissimus augustus, et Pandulfus dux et marchio pro singulorum hominum justitia fieri facienda, ec. Così usavano allora i monarchi amanti de' suoi popoli; e dovunque si trovavano, ed anche in campagna, alzavano tribunale, e, sommariamente ascoltate le ragioni delle parti, proferivano la convenevole sentenza. Fu esso placito tenuto ab Incarnatione Domini nostri Jesu Christi anno DCCCCLXX, anno imperii domni imperatoris Ottonis serenissimi Augusti IX, et Ottonis filii ejus III, mense septembri, Indictione XIV, cominciata in esso mese di settembre. Ed è qui considerabile il vedere che a quel medesimo placito assistè Ezeca duca, marchese e conte del palazzo. Non ho saputo immaginar finora, onde costui prendesse i titoli di duca e marchese, perchè chiaro si vede che allora Pandolfo Capodiferro era tuttavia duca di Spoleti e marchese di Camerino. Nè egli si sottoscrive, se non con queste parole: Signum manus Ezecae comitis palatii. Per me penso che ivi sia egli chiamato così in fallo, perchè in un altro simil placito, tenuto nel medesimo luogo e tempo, e pubblicato nella Cronica del monistero di Volturno[2371], egli interviene, ma con essere solamente intitolato Ezzeca comes palatius, ossia palatii. Convien credere che in questi tempi contro il costume Ottone Augusto avesse due conti del sacro palazzo, essendo indubitato che nello stesso tempo era sostenuta questa medesima carica da Otberto marchese, progenitor degli Estensi. E ciò costa da un suo placito, tenuto in non so qual luogo[2372]. Ivi è scritto: Dum in Dei nomine locus, qui dicitur Classo in terra Alberici filio bonae memoriae Aigoni, ubi domnus imperator praeerat, rexidisset in judicio Otbertus marchio et comes palatio, ec. Fu scritto quel giudicato, anno imperii donni Otto filio, ejus Deo propicio, tertio, Indictione quartadecima, cioè nell'anno presente. E notisi che quivi si trovava in persona lo stesso Ottone Augusto.
Se non falla l'Anonimo salernitano[2373], dovrebbe essere accaduto in quest'anno ciò ch'egli dopo il racconto dell'anno precedente seguita a scrivere, con dire che l'imperadore Ottone con una copiosa armata si portò ai danni de' Napoletani per gastigarli della crudeltà usata ai Capoani nel tempo del precedente assedio. Allora fu che se gli presentò davanti Aloara moglie di Pandolfo principe di Benevento e di Capua, insieme con Landolfo IV suo figliuolo, già dichiarato collega nel principato dal padre nell'anno 968, e gli raccomandò vivamente il marito, già condotto prigione a Costantinopoli. Ottone per costringere i Greci a liberarlo, o almen per farne vendetta, menò l'esercito in Puglia, fece dare il sacco al paese, e strinse coll'assedio la città di Bovino, i cui borghi furono dati in preda alle fiamme. Ma le mutazioni seguite in Costantinopoli influirono a far cessare la guerra. Perciocchè mentre Pandolfo si trovava ne' ceppi in quella città, Niceforo Foca, il quale si preparava a maggiormente angustiarlo, fu ucciso per congiura dell'iniqua sua moglie, ed alzato al trono Giovanni Tzimisce. Questi non volendo liti coll'imperadore Ottone, fece tosto mettere in libertà Pandolfo ed inviollo in Italia con precedente concerto che facesse desistere dalle ostilità Ottone. Informato dell'arrivo di Pandolfo a Bari, spedì subito l'imperadore ad Abdala patrizio, acciocchè senza perdere tempo gliel mandasse; il che fu eseguito; e tanto si adoperò poi Pandolfo, che Ottone fece fine alla guerra. Quando sussista tutto questo racconto, dovette prima del settembre ritornar libero in Italia esso principe di Benevento e Capoa, giacchè l'abbiamo poco fa veduto intervenire ai placiti tenuti di quel mese in Marsi. Venne dipoi l'imperadore a Roma, e quivi, per attestato dell'Annalista sassone, celebrò la festa del santo Natale. Ma io avrei volentieri veduto il giorno preciso, in cui nell'anno presente da esso Augusto Ottone tenuto fu un placito in Ravenna, rapportato dal padre Mabillone[2374], perchè presente al medesimo si trovò Pandolfo principe e marchese, per confrontare l'asserzion dell'Anonimo salernitano con esso documento. Ho detto di sopra che questo imperadore fece fabbricare un palazzo in Ravenna, e tal notizia vien confermata dal medesimo placito. Eccone le parole: Dum in Dei nomine Otto, divina providente clementia imperator Augustus, resideret in Regia Aula, non longe a moenibus Ravennae urbis sita, quam ipse imperator clarissimus in honorem sui claris aedificiis fundare praeceperat juxta rivum penes muros ipsius civitatis decurrentem, qui dicitur Muro-novo, tunc eo imperatore clarissimo ibi plurima sui imperii ordinante et disponente, ec. Questo soggiorno dell'Augusto Ottone in Ravenna, il palazzo ivi fabbricato, ed altri segni di dominio ivi da lui esercitati e continuati dai suoi successori, siccome vedremo, mi han fatto dubitare più volte se sussista quanto vedemmo di sopra all'anno 967 intorno alla restituzione che si dice da lui fatta a papa Giovanni XIII di Ravenna e del suo esarcato. Ma non ho assai lumi per poter ben decidere su questo punto. Ne parleremo andando innanzi. Diede nel novembre dell'anno presente papa Giovanni XIII in livello la città di Palestrina a Stefania chiarissima senatrice di Roma, come costa dallo strumento da me dato alla luce[2375].
NOTE:
[2365] Annalista Saxo, apud Eccardum.
[2366] Antiquit. Ital., Dissert. XXXIV.
[2367] Antiquit. Ital., Dissert. XXXI.
[2368] Rubeus, Histor. Ravenn., lib. 5.
[2369] Gattola, Hist. Monaster. Casin.
[2370] Chronic. Casauriense, P. II, tom. 2 Rer. Ital.
[2371] Chronicon Vulturnens., P. II, tom. 2 Rer. Ital.
[2372] Antichità Estensi, P. I, cap. 16.
[2373] Anonymus Salern., P. II, tom. 2 Rer. Ital., pag. 300.
[2374] Mabillon., Annal. Benedict. ad annum 971.
[2375] Antiquit. Italic., Dissert. XXXVI, pag. 235.
Anno di CRISTO DCCCCLXXI. Indiz. XIV.
GIOVANNI XIII papa 7. OTTONE I imperadore 10. OTTONE II imperadore 5.
Ottone Augusto il Grande, che, siccome dissi, molto si dilettava di soggiornare in Ravenna, solennizzò in quella città, secondochè attesta l'Annalista sassone[2376], la Pasqua dell'anno presente in compagnia dell'imperatrice Adelaide, la quale non si staccava mai dal suo fianco. Era ito a Roma santo Uldarico vescovo d'Augusta[2377]. Nel tornare indietro, si portò egli a visitare in essa città amendue quegli Augusti, che con somma divozione e con distinte finezze l'accolsero. Ed è notabile[2378] che Pietro arcivescovo di Ravenna in quest'anno circa il mese d'agosto spontaneamente rinunziò la sua chiesa, ed ebbe per successore Onesto arcivescovo. Aveva giù intavolata Pandolfo principe di Benevento la pace fra l'Augusto Ottone e Giovanni Tzemisce imperador de' Greci. Fra le altre condizioni di questo accordo v'era, che il greco Augusto desse in moglie al giovane imperadore Ottone II Teofania, figliuola di Romano juniore, e già imperador d'Oriente, e di Teofania, ossia Teofanone Augusta: il che dovette recar maraviglia ai politici d'allora, stante l'essere Teofania figlia di chi non era più imperadore. Però Ottone Augusto suo padre si crede che spedisse in quest'anno a Costantinopoli degli ambasciatori per prendere e condurre in Italia questa principessa; e, secondo il Sigonio[2379], fu scelto per questa incumbenza Arnolfo I, creato in quest'anno arcivescovo di Milano. In tale opinione concorse anche il padre Pagi[2380]. Ma essi incautamente confusero l'ambasceria di Arnolfo II arcivescovo, succeduta a' tempi di Ottone III, con questi tempi. Non parlano punto di questa funzione incaricata ad Arnolfo gli antichi storici milanesi. Abbiamo all'incontro da Ugo Flaviniacense[2381] che il corpo di san Pantaleone martire fu portato in Germania dall'arcivescovo di Colonia, cioè da Gerone, obtentum dono constantinopolitani imperatoris, quando pro ejus filia Ottoni II in matrimonio jungenda, jussu ejusdem Ottonis ad eumdem imperatorem legatus missus est cum episcopis duobus, ducibus et comitibus. Confessa Ditmaro[2382] che non mancarono persone nella corte dell'imperadore, che non solo disapprovarono questo maritaggio, forse per la ragione suddetta, o perchè parea loro che, stante questa lega ed amistà coi Greci, non sarebbe più permesso ad Ottone di togliere ad essi gli stati da loro goduti in Puglia e Calabria, come essi desideravano. Ma Ottone il Grande, senza far caso del loro parere, andò innanzi, e volle che si eseguisse il trattato, perchè verisimilmente egli pensava di maggiormente fiancheggiar le sue pretensioni colle ragioni di questa nuora; e ne vedremo anche gli effetti. Narra sotto quest'anno il Dandolo[2383] che Pietro Candiano IV doge di Venezia, Vitale patriarca di Grado suo figliuolo, Marino vescovo olivolense, cioè di Venezia, e gli altri vescovi, clero e popolo di Venezia, per soddisfare all'imperador di Costantinopoli, il quale pensava a ricuperar Gerusalemme dalle mani degl'infedeli, e che avea guerra coi Russiani Moscoviti, a' quali diede in quest'anno una gran rotta, fecero un solenne decreto che niuno de' Veneziani osasse di portar armi, ferro, legnami ed altri militari attrecci ai Saraceni, de' quali potessero valersi contra dei Cristiani, sotto pena di cento libbre d'oro; e chi non potesse pagar con danaro, pagasse colla testa: giustissimo divieto, confermato poi da molti susseguenti editti dei Cristiani, ma mal osservato anche oggidì. Abbiamo dall'Annalista sassone che Ottone Augusto celebrò il santo Natale di quest'anno in Ravenna. E dalla Cronica del monistero mosomense[2384], che Adalberone arcivescovo di Rems, Natali Domini celebrato (in quest'anno), legatos suos Romam cum literis dirigit ad domnum Johannem papam, cognomento Albam Gallinam, qui a juventutis suae primis annis, reverentiae competentis, et dignitatis angelicae albebat canis. Di costume antichissimo sono i soprannomi, alcuni de' quali passarono col tempo anche in cognomi, e tale appunto era quel di Gallina bianca applicato a papa Giovanni, perchè fino dalla gioventù ebbe il crine bianco. Di questo uso ho io trattato nelle Antichità italiche[2385].
NOTE:
[2376] Annalista Saxo apud Eccard.
[2377] Vita S. Udalrici, cap. 21 et 22.
[2378] Rubeus, Hist. Ravenn., lib. 5.
[2379] Sigonius, de Regn. Ital., lib. 7.
[2380] Pagius, Critic. Baron.
[2381] Hugo Flaviniacens., Chron. Virdun., p. 166.
[2382] Ditmaros, in Chron., lib. 2.
[2383] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.
[2384] Dachery Spicileg., tom. 2, novae edition.
[2385] Antiq. Ital., Dissert. LXI et seq.
Anno di CRISTO DCCCCLXXII. Indiz. XV.
BENEDETTO VI papa 1. OTTONE I imperadore 11. OTTONE II imperadore 6.
In Roma celebrò Ottone Augusto la Pasqua dell'anno presente, secondo l'attestato dell'Annalista sassone[2386]. Colà s'era egli portato per aspettarvi la regal nuora Teofana, o vogliam dire Teofania, che già era pervenuta in Italia con superbo accompagnamento, e magnifici regali da dispensare alla corte cesarea. Ottone le mandò incontro Teoderico vescovo di Metz. Di questo vescovo parla Sigeberto[2387] diacono nella sua vita, allorchè dice: Domno praesule Beneventum veniente, dum nurui imperatoris a Graecia venienti obviam missus esset, ec. Giunse a Roma questa regal principessa, fanciulla di rara avvenenza, e d'ingegno e facondia ben provveduta. Nell'ottava di Pasqua, cioè nel dì 14 di aprile, seguì il solennissimo matrimonio suo con Ottone II Augusto, arridentibus cunctis Italiae Germaniaeque primatibus, come scrive Ditmaro, e si fecero di grandi feste in così lieta congiuntura. Poscia l'imperadore col figliuolo e colla nuora, lasciando l'Italia in pace, s'inviò alla volta della Germania, da cui per tanto tempo era stato lontano. Nel passare per Ravenna, concedette un privilegio chiestogli da Onesto arcivescovo in favore del monistero di Classe[2388], e dato anno dominicae Incarnationis DCCCCLXXII, imperii vero domni Ottonis semper Augusti XI, alterius vero Ottonis V, Indictione XV. Acta Ravennae. Manca il giorno e mese o per dimenticanza del cancelliere, o per inavvertenza del copista. Ma si vede che era tuttavia vivo papa Giovanni XIII, col cui consenso, trattandosi di affare di Chiesa, Ottone proibisce l'alienazion de' beni di quel monistero. Tenne esso papa un concilio in Roma nell'anno presente, ciò apparendo da una sua bolla rapportata dal padre Dachery[2389], e data anno pontificatus VII, imperii domni Ottonis majoris XI, junioris vero V, in mense aprili, Indictione XV. Solamente pochi mesi dopo questo fatto sopravvisse questo dignissimo papa; e la sua morte, come si ricava dall'epitaffio suo presso il cardinale Baronio[2390], accadde nel di 6 di settembre. Ebbe verso il fine dell'anno per successore nella cattedra di san Pietro, non già Dono, come Ermanno Contratto ed altri, seguitati da esso cardinale, hanno scritto, ma, come c'insegna Sigeberto[2391] con Martino Polacco[2392], Tolomeo da Lucca[2393] ed altri, Benedetto VI di nazione romano. Durò la vacanza della santa sede circa tre mesi, come osserva il padre Pagi[2394], perchè convenne aspettare l'assenso degl'imperadori che erano allora in Germania. Ho io dato alla luce un placito tenuto nella villa di Gragio da Otberto marchese e conte del sacro palazzo, cioè da uno de' progenitori della casa d'Este[2395], anno imperii domni Hottoni undecimo, imperii vero domni Hottoni filio ejus, Deo propitio, quinto, XIII kalendas septembris, Indictione XV, cioè nel dì 20 d'agosto dell'anno presente. Da esso documento risulta ch'esso marchese godeva con titolo di benefizio, secondo la biasimevol usanza di que' tempi il celebre monistero di san Colombano di Bobbio, a lui conferito de parte domnorum imperatorum.
Intorno a che è da osservare che circa a questi medesimi tempi era abbate di Bobbio Gerberto, di nazione franzese, famoso personaggio per la sua letteratura, per varie sue avventure, e per essere infine, siccome vedremo, giunto a conseguire il pontificato romano. Si sa da una sua lettera[2396], scritta verso l'anno 970, ch'egli fu promosso a quella ricchissima badia da Ottone I imperadore, e ch'egli ricevette il baston pastorale di quel monistero da papa Giovanni XIII. Di grandi vessazioni ebbe quivi Gerberto, e tali, che in fine gli convenne ritirarsi in Germania: il che fu principio della sua fortuna, perchè giunse ad essere maestro di lettere di Ottone III, poscia imperadore, ed entrò in più vaste carriere. Nelle lettere che restano di lui, si scorge che abbondavano i suoi nemici, ma niun vestigio c'è ch'egli si lagni del marchese Otberto, tuttochè per ragione di quell'appellato benefizio questi possedesse una parte delle rendite del monistero. Le sue principali querele erano contra di Pietro vescovo di Pavia, al quale scrive[2397] come ad un usurpatore dei beni appartenenti a quel sacro luogo. A me non è venuta alle mani altra notizia dell'ulterior vita del suddetto principe, cioè del marchese Otberto. Ben so ch'egli nell'anno 975 non si contava tra i vivi, e che lasciò dopo di sè almeno due figliuoli, cioè Adalberto (lo stesso è che Alberto) ed Oberto II, amendue marchesi. Varie pruove ne aveva io addotto nelle Antichità estensi[2398], ma più individualmente si raccoglie da uno strumento, esistente nell'archivio archiepiscopale di Pisa, somministratomi dal fu chiarissimo padre abbate camaldolese don Guido Grandi, pubblico lettore in quella università, e da me pubblicato nelle Antichità italiane[2399]. Ivi Adalbertus et Obertus germani marchioni filii bonae memoriae Oberti marchionis et comitis palatio, prendono a livello varii beni da Alberico vescovo di Pisa, regnante domno nostro Otto imperatore Augusto, filio bonae memoriae Ottonis imperator, anno imperii ejus in Italia octavo, idus octobris...... cioè nell'anno 975. Da Oberto II marchese discendono i principi estensi, siccome andremo vedendo. Lasciò Oberto I di grandi stati e beni ai suoi figliuoli, situati specialmente in varii contadi della Toscana, dove poi fu celebre la terra Obertenga. E più che altrove la sua potenza e ricchezza fu nella Luigiana: tutti indizii che Adalberto marchese suo padre discendeva dagli Adalberti da noi veduti duchi e marchesi potentissimi della Toscana, secondo le forti conietture da me recate nelle suddette Antichità[2400]. Merita ancora d'essere qui rammentata la distruzione circa questi tempi seguita dei Saraceni, da tanti anni annidati in Frassineto ne' confini dell'Italia, che infestavano il vicinato, e mettevano in contribuzione chiunque osava di passare per le Alpi venendo o andando in Francia. La gloria di averli schiantati di colà è dovuta a Guglielmo conte di Provenza, fratello di Corrado re di Borgogna, che con un forte esercito gli assalì e sconfisse[2401], liberando una volta da sì gran peso quelle contrade. Racconta ancora Lupo protospata[2402] un altro fatto d'armi dei Cristiani, succeduto in quest'anno contro i Saraceni di Calabria, che per noi resta involto in molte tenebre: Pugnavit, dice egli, Asto filius Trasmundi marchisi cum quatuordecim millibus Saracenorum. Caytus (sive dux) Bucobolus vocabatur; et Otto in subsidium misit sex millia suos, et vicit Asto persequens Agarenos usque Tarentum. Si dee scrivere Atto cioè Azzo, il quale ebbe per padre quel Trasmondo che noi vedemmo all'anno 959 duca e marchese di Spoleti: se pure (il che par poco credibile) non parlasse il suddetto autore per anticipazione di Trasmondo, che troveremo creato duca e marchese di que' paesi nell'anno 981, senza apparire se questo fosse diverso dall'altro. La città d'Amalfi ebbe nei tempi correnti per suo duca[2403] Sergio imperiale patrizio, titolo a lui conferito dai greci Augusti. Salì egli a questa dignità con aver fatto levare la vita a Mastari precedente duca.
NOTE:
[2386] Annalista Saxo, apud Eccard.
[2387] Sigebert., in Vit. Theoderici I Episcop., Metens.
[2388] Antiquit. Ital., Dissertat. LXXII.
[2389] Chronic. Monaster. Mosomens., apud Dachery, in Spicileg.
[2390] Baron., in Annal. Eccles. ad hunc annum.
[2391] Sigebertus, in Chronic.
[2392] Martinus Polonus, in Chronic.
[2393] Ptolomaeus Lucens., Hist. Eccl.
[2394] Pagius, in Crit. Baron. ad hunc. annum.
[2395] Antichità Estensi, P. I, cap. 16.
[2396] Gerbertus, Epist. 17.
[2397] Idem, Epist. 5.
[2398] Antichità Estensi, P. I, cap. 15 e 20.
[2399] Antiq. Ital., Dissert. VII.
[2400] Antichità Estensi, P. I.
[2401] Odilo et Syrus, in Vita S. Majoli apud Mabill. Annal. Bened.
[2402] Lupus Protospata, in Chron., tom. 5 Rer. Italic.
[2403] Antiquit. Italic., tom. I, pag. 210.
Anno di CRISTO DCCCCLXXIII. Indiz. I.
BENEDETTO VI papa 2. OTTONE II imperadore 7 e 1.