Annali d'Italia, vol. 3 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 (part 2 of 5)
Continuava con vigore l'assedio ossia blocco di Pavia nel marzo ancora dell'anno presente, ed erano già passati sei mesi dacchè v'era sotto il re Carlo quando egli volle profittar di quell'occasione con portarsi a Roma, parte per divozione e parte per visitare il pontefice Adriano. Si fece fretta affin di giugnere colà nel sabbato santo, che in quest'anno cadde nel dì 2 d'aprile[469]. Presentita la di lui venuta, il pontefice tutto pieno di gaudio gli mandò incontro i senatori e magnati sino a Novi, trenta miglia lungi da Roma, colle bandiere spiegate. Un miglio poi presso alla città si trovarono ad incontrarlo tutte le brigate della milizia e i fanciulli delle scuole che portavano rami di palme e d'ulivo, e fecero con canto ed acclamazioni un festoso accoglimento ad esso re dei Franchi. Fuori ancora della città uscirono ad incontrarlo tutte le croci ed insegne, come era in uso di farsi per onore ne' tempi addietro, allorchè l'esarco o il patrizio si trasferiva a Roma, dove certo è che essi esarchi e patrizii signoreggiavano con autorità delegata dagl'imperadori. All'aspetto delle suddette croci, smontò da cavallo il re Carlo, e a piedi, col corteggio de' suoi principi e nobili uffiziali, si incamminò verso la basilica vaticana, nel cui atrio papa Adriano con tutto il clero e popolo romano lo aspettava. Nell'ascendere colà baciò ad uno ad uno tutti i gradini, e non sì tosto giunse dove era il pontefice, che cordialmente si abbracciarono. Poscia amendue, stando Carlo alla destra, entrarono in san Pietro, dove con canti ed orazioni restò onorato l'arrivo di sì grande ospite. Fecero appresso il loro ingresso nella città, con essere preceduti vicendevoli giuramenti per la lor sicurezza; e nel giorno santo di Pasqua e ne' due dì seguenti si attese alle divozioni. Venuto poi il mercordì, fece istanza il papa al re Carlo, perchè confermasse le donazioni fatte dal re Pippino suo padre alla Chiesa romana; al che puntualmente condiscese, e il diploma di questa conferma fu posto sopra l'altare di san Pietro. Qui è che Anastasio specifica i confini e gli stati allora donati, oppur confermati nella guisa che di sopra all'anno 757 abbiam veduto colle parole di Leone Ostiense. Ma qualch'errore si può sospettare corso in quel testo, perciocchè non è mai credibile una sì larga donazione in chi voleva essere re de' Longobardi. Togliendosi da questo regno l'esarcato, le provincie della Venezia e dell'Istria, e tutto il ducato di Spoleti e di Benevento, Parma, Reggio, Mantova, Monselice e la Corsica, paesi e città tutti espressi, secondochè si pretende, nella donazione suddetta, cosa mai veniva a restare del regno dei Longobardi in potere di Carlo nuovo re dei Longobardi? La disgrazia ha portato che non sieno giunti ai dì nostri gli autentici diplomi di quelle donazioni per poterne ricavare la verità de' fatti. Ma intanto è certo che la donazione fu fatta e confermata; e andremo anche accennando alcuni di quegli stati o donati o promessi; ma insieme è fuor di dubbio che, a riserva dell'esarcato, gli altri stati seguitarono ad essere parte del regno longobardico e di giurisdizione dei re d'Italia. Nè si dee dissimulare che veramente sul ducato di Spoleti acquistò allora il romano pontefice qualche diritto. Abbiamo da Anastasio che prima ancora dell'andata di Desiderio a difendere le frontiere del regno alle Chiuse dell'Alpi, alcune persone di Spoleti e Rieti andarono a suggettarsi a papa Adriano: in segno di che si fecero tosare alla maniera de' Romani. Ma da che fu posto in fuga l'esercito longobardo alle suddette Chiuse, e le milizie di Spoleti tornarono a casa, l'università di quel ducato ricorse a Roma, pregando il papa di prenderli al servigio di san Pietro, e di farli tosare alla romana. Ebbe esecuzione la lor domanda, ed avendo essi eletto per loro duca Ildebrando signor nobilissimo, venne questi confermato dal papa. Diersi parimente a san Pietro gli abitanti del ducato di Fermo, Osimo, Ancona, e del castello di Felicità. Se durasse poi questo dominio pontificio sopra il ducato di Spoleti, comparirà tra poco.
Proseguiva intanto l'assedio di Pavia, nè potendo più reggere alla difesa il re Desiderio, capitolò in fine la resa, con restar prigioniere. Fu egli dipoi colla regina Ansa trasportato in Francia, dove ebbe tempo per qualche anno ancora di far penitenza de' suoi peccati. Scrivono gli antichi storici ch'egli fu relegato a Liegi sotto la cura di Agilfredo vescovo di quella città. Ma Epidanno monaco di san Gallo[470] racconta ch'egli fu mandato colla moglie in esilio al monistero di Corbeia, dove in vigilis et orationibus et jejuniis et multis bonis operibus permansit usque ad diem obitus sui. Jacopo Malvezzi[471], vecchio storico di Brescia, nota anch'egli di avere trovato presso gli scrittori de' fatti di questo re, che condotto a Parigi, attese quivi alle opere della pietà; anzi salì così avanti nella santità, che andando alla notte a visitar le chiese, miracolosamente se gli aprivano le porte delle medesime. Avrà egli letto questi miracoli ne' romanzi, e non già in accreditati scrittori. L'autore antico della Cronica della Novalesa[472], che fa parimente menzione di tal prodigio, ha del romanziere anch'egli in molti altri suoi racconti. Per altro nel re Desiderio, anche ne' tempi suoi felici, non mancò la pietà e la religione. Giovanni monaco autore della Cronica del monistero di Volturno[473] ne parla così: Hic licet bello fuerit austerus, tamen plurimis locis ecclesias construxit, ornavit, atque dilavit rebus ac possessionibus multis. Deniqus ex iussione principis Apostolorum Petri, monisterium aedificavit in honorem et vocabulum ejusdem nominis in Valle Tritana, ec. E già osservammo altrove gl'insigni monisteri da lui fabbricati in Brescia. Abbiamo anche osservato che egli, allorchè il papa gl'intimò la scomunica, se non desisteva dall'andare coll'esercito a Roma, se ne tornò indietro con gran riverenza. Diede mano alla Chiesa romana per liberarla dall'usurpator Costantino falso papa. Ma in fine per la soverchia sua ambizione e poca prudenza precipitò dal trono, e andò a finire in esilio i suoi giorni. Adelgiso suo figliuolo, che s'era ricoverato o difeso in Verona, probabilmente caduta che fu Pavia, anch'egli quella città abbandonò alla discrezion dei Franchi, e si mise in salvo. Veramente abbiamo da Anastasio[474] che il re Carlo nell'anno precedente si mosse dall'assedio di Pavia, ed in persona andò con parte della sua armata sotto Verona, e quivi stando, vennero a mettersi nelle sue mani i nipoti, cioè i figliuoli del fu re Carlomanno suo fratello, colla lor madre, e con Auteario personaggio illustre ed aio di que' principini, che s'erano rifugiati colà con Adelgiso. Cosa poi divenisse di questi principi, lo tace la storia, verisimilmente per non rivelare un fatto che tornava in discredito d'esso Carlo, cioè la sua poca umanità verso gl'innocenti nipoti. Potrebbe talun dedurre dal racconto di Anastasio che in mano di Carlo Magno venisse nell'anno precedente anche la città di Verona. Ma il chiarissimo marchese Scipione Maffei[475] nella sua Verona illustrata osservò in un'antica pergamena, che anche nell'aprile dell'anno corrente si segnavano gli atti pubblici di quella città coi nomi di Desiderio e di Adelchi, tuttavia regnanti. Però resta evidente che sino a questi tempi si sostenne Verona. Ma al vedere disperati gli affari, Adelgiso se ne fuggì al mare col suo meglio, ed imbarcatosi a Porto Pisano, come lasciò scritto Paolo Diacono[476], passò a Costantinopoli ad implorare l'aiuto di quegli Augusti, che gli diedero bensì un buon pascolo di parole, ma non mai grandi forze per rimetterlo sul soglio. Con che Carlo Magno non avendo più contrasto, felicemente divenne re di Italia, e conquistò, a riserva del ducato di Benevento, tutte le altre città e terre di questo regno. Diede egli, per conseguente, principio ad un'epoca nuova. Pensa il padre Pagi, aver egli usate due epoche diverse del regno longobardico; l'una cominciata nel mese d'aprile e l'altra dopo la presa di Pavia; e ch'egli prima ancora di essa conquista venisse riconosciuto per re dei Longobardi. Nel Monistero di san Zenone di Verona una carta scritta regnante domno nostro Carolo, ec. excellentissimo rege in Italia anno septimo mensis magii per Indictione tertia, cioè l'anno 780, quando nulla vi manchi, indica la prima epoca, verisimilmente principiata dappoichè fu divenuto padrone di Verona. Ma le notizie, che ordinariamente si ricavano dalle carte italiane, portano un'epoca il cui principio cadde negli ultimi giorni di maggio, o piuttosto nei primi di giugno dell'anno presente[477], ne' quali egli trionfante entrò nella superata reggia de' Longobardi.
Tanta facilità e felicità di Carlo Magno in conquistare il regno d'Italia senza battaglia alcuna, senza che gli facesse opposizione città o fortezza veruna, a riserva di Pavia che tenne saldo per più di otto mesi, e di Verona che men tempo resistè, potrebbe dar motivo a taluno di maraviglia. Non avvenne così a torla di mano ai Goti. Ma è da por mente che le forze di Carlo Magno, padrone di tutta la Gallia e di non poca parte della Germania, tali erano, che i popoli giudicarono più sano consiglio il cedere che il resistere. Ma si aggiunsero a questa potenza alcune ruote segrete, che agevolarono non poco la rovina del re Desiderio. Non si farà torto veruno alla memoria del pontefice Adriano I in credere che egli, autore della venuta in Italia del re dei Franchi, impiegasse l'autorità e destrezza sua in quanti occulti maneggi egli potè, affinchè la nazione longobarda, e massimamente gli antichi abitatori della Italia concorressero ad accettare un re nuovo senza contrasto. Ho io inoltre conghietturato altrove[478] che Anselmo, abbate dell'insegne monistero di Nonantola nel territorio di Modena, porgesse non poco influsso alla depressione del re Desiderio, e all'esaltazione del re di Francia, giacchè resta una carta informe, atta nondimeno a dar notizia di questi affari, che contiene una sterminata donazion di beni fatta da Carlo Magno ad esso abbate, verisimilmente in ricompensa de' buoni servigii a lui prestati in questa impresa. Abbiamo un antico Catalogo di quegli abbati, pubblicato dall'Ughelli[479], da cui apparisce che Anselmo governò quel monistero per anni cinquanta: et ex his septem passus est exsilium a Desiderio apud Casinum, sicut multorum seniorum relatione didicimus. Era stato Anselmo duca del Friuli e cognato dei re Astolfo e Rachis. Già vedemmo che Rachis, tuttochè divenuto monaco, contrariò a spada tratta Desiderio, allorchè questi volle salire sul trono. Perciò Anselmo, qual persona o nimica o sospetta, non fu più veduto di buon occhio da esso Desiderio, e non finì la faccenda che il cacciò in esilio. Tali notizie ci fanno intendere qual cosa troppo probabile che l'abbate Anselmo, unitosi col papa, si servisse del credito e delle parentele sue, e della fazione dei re precedenti, contraria a Desiderio, per ben servire in questa congiuntura a Carlo Magno, con guadagnarli l'animo di molti Longobardi. In fatti, siccome asserisce l'antico Anonimo salernitano[480] ne' Paralipomeni da me dati alla luce, non pochi dei Longobardi insorsero contra del re loro in favor dei Franzesi. Dum iniqua cupiditate (così scrive egli) Langobardi inter se consurgerent, quidam ex proceribus langobardis talem legationem mittunt Carolo Francorum regi, quatenus veniret cum valido exercitu, et regnum sub sua ditione obtineret, asserentes, quia istum Desiderium tyrannum sub potestate ejus traderent vinctum, et opes multas cum variis indumentis, auro, argentoque intextis, in suum committerent dominium. Quod ille praedictus rex Carolus cognoscens, cum Francis, Alemannis, Burgundionibus, nec non et Saxonibus, cum ingenti multitudine Italiam properavit. Postquam in Italiam rex Carolus venit, rex Italiae Desiderius, a suis quippe, ut diximus, fidelibus callide est ei traditus: quem ille vinctum suis militibus tradidit; et ferunt alii, ut lumine eum privasset. Che così passasse l'affare, possiamo anche argomentarlo dalla fuga che l'esercito longobardo prese al solo comparir del re Carlo alle Chiuse delle Alpi, senza aspettar di venir alle mani. Finirono dunque i re di nazion longobarda, ma non fini il regno dei Longobardi, di cui assunse il titolo di re il vincitor Carlo Magno. Cambio che tornò anche in sommo vantaggio dell'Italia; perchè, quantunque i sudditi dei re longobardi godessero interna quiete e felicità, e fossero governati con buone leggi ed esatta giustizia, pure provarono dipoi anche miglior trattamento sotto di Carlo Magno, monarca che in altezza di mente, possanza e dirittura di giudizio superò tutti i re franchi e longobardi. E tanto più perchè, siccome vedremo, da lì a pochi anni esso diede all'Italia il suo re particolare, cioè Pippino suo figliolo, venendo con ciò a continuare in Italia la corte regale, con soddisfazione di tutti i sudditi. Ma si dee notare per tempo che cadde bensì il re Desiderio, e il regno di Italia pervenne a Carlo Magno; ma non venne già per allora, siccome dissi, in suo potere il ducato di Benevento, che abbracciava la maggior parte di quello che ora è regno di Napoli. Arichi ossia Arigiso era in questi tempi duca di Benevento, ed avea per moglie Adelberga figliuola del re Desiderio. Udito che ebbe egli abissata la fortuna del suocero, pretese tosto di succedere nelle ragioni di lui, con alzare perciò bandiera di sovranità; e laddove fin qui avea portato il titolo di duca, da lì innanzi cominciò ad intitolarsi principe, nome allora più cospicuo dell'altro di duca, e significante chi non riconosce superiore sopra di sè. Si fece inoltre incoronare dai vescovi, cominciò ad usare nei suoi diplomi la formola In sacratissimo nostro palatio, e tutto poscia si applicò alla difesa dei proprii stati. Carlo, che aveva allora sulle spalle la guerra coi Sassoni, i quali, profittando della di lui lontananza, aveano fatte non poche scorrerie ne' di lui stati, non potendo applicare alla guerra dei Longobardi beneventani, tornossene in Francia, lasciando che Arigiso continuasse in quelle parti la dispotica sua signoria. Notizie tali sono state conservate da Erchemperto[481], dall'Anonimo salernitano, e da Leone Marsicano vescovo ostiense.
NOTE:
[469] Anastas. Bibliothec., in Hadriano I Papae.
[470] Epidannus, Histor. apud Goldast., tom. 1. Rer. Alamann.
[471] Malvecius, Chron. Brixian., tom. 14 Rer. Italic.
[472] Chronic. Novalic., P. II, tom. 2 Rer. Italic.
[473] Chronic. Vulturnens. lib. 3, P. II, tom. II, Rer. Ital.
[474] Anastas. Bibliothec., in Hadriani I Papae Vita.
[475] Maffei, Verona illustrata, lib. 11.
[476] Paulus Diaconus, de Episc. Melitens.
[477] Antiquit. Ital., Dissert. I.
[478] Antiquit. Ital., Dissert. LXVII.
[479] Ughell., Ital. Sacr. tom. V, in Episc. Tarvis.
[480] Anonym. Salernitan. P. II. tom. 2 Rer. Ital.
[481] Erchempertus, P. I, tom. 2 Rer. Ital.
Anno di CRISTO DCCLXXV. Indiz. XIII.
ADRIANO I papa 4. LEONE IV imperad. 25 e 1. CARLO MAGNO re de' Franchi e Longobardi 2.
Si partì in quest'anno da Costantinopoli con una poderosa flotta di navi Costantino Copronimo Augusto, risoluto di portar la guerra contro de' Bulgari, co' quali era da qualche tempo in rotta, ed era anche succeduto più d'un cimento. Ma arrivato che fu al castello di Strongilo, stando in nave, diede fine alla sua vita nel dì 14 settembre, con lasciar dopo di sè un'abbominevol memoria presso i cattolici per la fiera persecuzione da lui fatta alle sacre immagini e a chiunque le venerava e difendeva. Rimase suo successor nell'imperio Leone IV suo figliuolo, già dichiarato Augusto e collega suo fin dall'anno 751, e marito dell'augusta Irene. In quest'anno ancora, soggiugne Teofane, Teodoto re dei Longobardi con venire a Costantinopoli ricorse all'aiuto dell'imperadore. Lo autore della Miscella[482] ossia chi diede quella storia alla luce, credendo un errore quel Teodoto, sostituì il nome di Adelgisa nella versione del passo di Teofane. Ma è da osservare il costume dei Greci superbi, che nella corte loro cambiavano in un greco nome il nome dei principi stranieri. Così vedremo nel secolo decimo Berta figliuola d'Ugo re di Italia, maritata a Romano juniore, figliuolo di Costantino Porfirogenota, assumere, giunta che fu in Costantinopoli, il nome d'Eudocia. L'andata di Arigiso colà, e la protezion dell'imperadore, siccome vedremo, mise de' sospetti e non poca paura nel pontefice Adriano; e corse anche voce ch'egli, tenendo intelligenza coi duchi d'Italia, minacciasse di ricuperare il suo regno. Ma questi erano tutti spauracchi senza fondamento, perchè Leone Augusto pensava a tutt'altro che a portar le sue armi in Italia. Adelgiso null'altro ottenne in quella corte, che il titolo e la dignità di patrizio, e quivi, siccome scrisse Eginardo, ossia l'autore degli Annali lauresamensi, invecchiò, e diede fine in istato privato ai suoi giorni. Si crederà ciascuno, che dappoichè Carlo Magno ebbe conquistato in buona parte il regno longobardico, non tardasse punto a restituire alla Chiesa romana tutto quanto le era stato occupato dai Longobardi, colla giunta ancora del di più ch'egli avea promesso a papa Adriano I. Infatti Sigeberto[483], il Dandolo[484] ed altri lasciarono scritto ch'egli restituì tutto, immaginando quello che dovea essere, ma non già quello che fu. Volentieri corse negli anni avanti il re Pippino a gastigare Guaifario potente duca dell'Aquitania, usurpatore dei beni delle chiese, perchè se gli offeriva questo plausibil motivo di conquistar quella provincia. Non fu minor lo zelo di Carlo Magno suo figliuolo in prendere per lo stesso titolo le armi contra del re Desiderio, perchè v'andava unita la conquista d'un regno. Ma per disgrazia non contento di aver acquistato sì bel paese, trovava anche dolce il ritenere ciò che si avea da restituire a s. Pietro. Non sono a noi pervenute le lettere passate fra papa Adriano e lui, nè i lor maneggi e patti, allorchè trattarono di distronar Desidero. Ne restano bensì dall'altre, dopo questo fatto scritte da esso pontefice al medesimo re Carlo, e conservate nel Codice Carolino, ma senza che rimanga vestigio del tempo, in cui furono date. Da esse andremo vedendo con quale puntualità Carlo Magno mantenesse la sua parola. Intanto è da dire, aver giudicato i padri Cointe e Pagi, che la lettera quinquagesima quinta appartenesse al precedente anno. Io la stimo piuttosto dell'anno presente, oppure del susseguente. Quivi dice papa Adriano che Gaufrido, cittadin pisano, retulit nobis de immensis victoriis, quas vobis omnipotens et redemptor noster Dominus Deus, per intercessionem beati Petri principis Apostolorum concedere dignatus est. Se crediamo al padre Pagi, non era per anche presa Pavia allorchè fu scritta questa lettera. Ma quali immense vittorie aveva mai riportate Carlo Magno, dacchè calò in Italia e mise l'assedio a Pavia? Niuna. Ben più probabile sembra che tali vittorie riguardino la Sassonia, dove nell'anno precedente Carlo ripigliò la guerra, e nel presente o in alcuno de' susseguenti riportò molte vittorie. Soggiugne il papa, che nel venire il suddetto Gaufrido a Roma, Allone duca l'avea voluto uccidere, ed avea posto spie per coglierlo, se tornava indietro. Questo Allone era duca certamente di Lucca; e, per attestato del Fiorentini e di Cosimo della Rena, si cominciano a trovar memorie di lui nelle carte dell'archivio archiepiscopale di Lucca sotto l'anno 782 e ne' susseguenti il che può far dubitare che anche molto più tardi fosse scritta la lettera suddetta quinquagesima quinta da papa Adriano. Il qual poscia prega il re Carlo di voler rimettere in libertà i vescovi di Pisa, di Lucca e di Reggio, condotti da lui verisimilmente in Francia, perchè sospettava della lor fedeltà. Il dirsi dal papa che s'erano fatte orazioni per esso re in Roma, ab illo tempore, et die, quo ab hac romana urbe in alias partes profecti estis, sembra piuttosto indicar l'anno 782, in cui Carlo andò in Sassonia, dopo essere stato nel precedente a Roma.
A quest'anno poscia pretendono i suddetti due scrittori che s'abbia a riferire la epistola sessagesima terza del Codice Carolino. Quivi il pontefice attesta la sua allegrezza per aver inteso dalle lettere di Carlo Magno, quod Domino protegente remeantes vos Saxonia, mox et de praesenti, ad implenda, quae et polliciti estis, properare desideratis. Ma non in questo solo anno fu in Sassonia il re Carlo: vel richiamò la guerra anche in altri susseguenti; e però non è certo neppur il tempo d'essa lettera. Di qui nondimeno a buon conto apprendiamo che non aveva egli per anche eseguite le promesse da lui fatte al romano pontefice. Furono portate queste lettere al papa da Possessore vescovo e da Babigaudo abbate; e però si trova coerente a queste la lettera quinquagesima ottava, in cui Adriano scrive al re Carlo, che presentita la venuta di questi due inviati, avea mandato loro incontro per riceverli un decente equipaggio. Ma ch'essi giunti che furono a Perugia, in vece di continuare il viaggio, erano iti ad abboccarsi con Ildebrando duca di Spoleti, con far anche presso di lui una lunga posata. Avea loro scritto il papa, pregandoli di passar prima a Roma per trattar con loro de' correnti affari, dopo di che sarebbono andati a Benevento. E pure essi, nulla curando un tale invito, da Spoleti s'erano portati a Benevento: cose tutte che empievano di mille sospetti e di non poco affanno l'animo d'esso pontefice. Il quale perciò gli ricorda che la mossa dell'esercito, e tante spese per la guerra d'Italia non per altro erano state fatte da Carlo nisi pro justitiis beati Petri exigendis, et exaltatione sanctae Dei Ecclesiae, con aggiugnere una particolarità di gran considerazione; cioè che esso re avea, quando fu in Roma, fatta l'offerta del ducato di Spoleti a s. Pietro per sollievo dell'anima sua. Quia et ipsum ducatum vos praesentialiter obtulistis proctetori vestro beato Petro per nostram mediocritatem (e non già a' tempi di Pippino) pro animae vestrae mercede. Conseguentemente il prega di liberarlo da quell'afflizione, e di effettuar la promessa. Ma il re Carlo non apparisce punto che eseguisse mai la sua promessa per conto del ducato di Spoleti, il quale da lì innanzi non si truova signoreggiato dai papi, ma bensì incorporato nel regno d'Italia, e que' duchi sottoposti ai re di Italia. Nella Cronica del monistero di Farfa[485] si veggono atti del medesimo Carlo Magno, ne' quali è mentovato Hildeprandus dux noster, e in tutto si scuopre re padrone sovrano di quel ducato, e Ildeprando vassallo di lui, e non già del romano pontefice, senza avere esso papa veduta mai attenuta la donazione, o promessa suddetta. E qui convien osservare per conto del ducato di Spoleti una notizia involta in molte tenebre. Rapportò il padre Mabillone[486] una donazione fatta nell'anno 787 al monistero farfense da Ildeperto duca di Spoleti. Tanto esso padre Mabillone quanto io nelle annotazioni al medesimo documento, da me pubblicato nella Cronica suddetta, abbiamo creduto che fosse scritto in quella carta Ildeperto ossia Ildeberto, in vece di Ildeprando ossia Ildebrando, il quale anche, per testimonianza del catalogo antico de' duchi di Spoleti, posto avanti alla cronica suddetta, tenne il ducato di Spoleti dall'anno 774 sino ai 789. Ma ho io poscia avvertito avere l'Ughelli accennato un altro documento spettante all'anno 775, in cui si legge espresso: Dum nos Hildepertus gloriosus dux ducatus spoletini residessemus Spoleti in palatio, etc. Oltre a ciò, ho io rapportato[487] varie notizie dell'archivio farfense, chiaramente indicanti che questo medesimo Ildeberto duca fece altri atti in quel ducato nell'anno 778; e pur ne' medesimi tempi vi comandava il duca Ildebrando. Difficile a credere è che sia stato cambiato in tutti que' documenti il nome d'Ildebrando in quello d'Ildeberto; e più verisimil sarebbe l'immaginare che l'uno di que' duchi comandasse a Spoleti e l'altro a Camerino; ovvero che due duchi nello stesso tempo avesse allora Spoleti, siccome gli ebbe in altri tempi, se pure Ildebrando per sospetti di sua fede in alcun tempo non fu deposto, con risorgere poi come prima nel grado suo. In fatti dalla lettera quinquagesima nona del Codice Carolino, scritta nel tempo stesso delle due precedenti, papa Adriano screditò forte esso duca Ildebrando appresso il re Carlo, con fargli sapere essere ritornati da Benevento Possessore vescovo e Rabigaudo abbate, i quali avevano pregato istantemente esso papa di ricevere in sua grazia il suddetto Ildebrando che era pronto a presentarsi davanti a lui in Roma. Aggiugne ancora di aver penetrato che il medesimo duca di Spoleti, Arigiso duca di Benevento, Rodgauso duca del Friuli, e Regnibaldo ossia Reginaldo duca di Chiusi aveano tramata una congiura con Adelgiso figliuolo di Desiderio, e destinato ch'egli venisse nel prossimo marzo con una flotta di Greci, affin d'assalire questa nostra città di Roma, e di rimettere in piedi il regno de' Longobardi. Il perchè scongiura esso re Carlo di porgergli senza dimora soccorso, e di venire in persona a Roma per reprimere i nimici di s. Pietro e della Chiesa romana, e del popolo nostro della repubblica de' Romani, et ut ea, quae eidem Dei Apostolo vestris propriis, pro animae vestrae mercede, obtulistis manibus, ad effectum perducatis: dal che si conosce che Carlo Magno non avea per anche dato effetto alle promesse sue.
NOTE:
[482] Historia Miscella, tom. 1 Rer. Ital.
[483] Sigebertus, in Chron.
[484] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.
[485] Chron. Farfense, P. II. T. 11 Rer. Ital.
[486] Mabill., in Annal. Benedictin.
[487] Antiquit. Ital. Dissert. LXVII.
Anno di CRISTO DCCLXXVI. Indiz. XIV.
ADRIANO I papa 5. LEONE IV imperadore 26 e 2. COSTANTINO Augusto 4. CARLO MAGNO re de' Franchi e Longobardi 3.
L'imperadore de' Greci Leone, fattosi in quest'anno pregare dai suoi baroni, perchè dichiarasse Augusto e collega nell'imperio il picciolo Costantino figliuolo suo e dell'imperadrice Irene, volentieri s'accomodò alle istanze loro[488]; e però Costantino cominciò a contar nel presente anno quelli del suo imperio. Ancorchè si trovasse il re Carlo impegnato non poco nella guerra contra de' Sassoni, popoli che per forza s'andavano oggi sottomettendo, e domani tornavano a ribellarsi; tuttavia premendogli forte gli affari d'Italia, s'era già incamminato sul fine del precedente anno alla volta d'Italia, con solennizzare la festa del santo Natale in Scelestat nell'Alsazia. Rodgauso duca del Friuli, di nazion Longobardo, veniva accusato per manipolatore di una gran ribellione contra di lui, e già abbiamo veduto quanto ne scrisse ad esso re il pontefice Adriano. All'apparir della primavera piombò il re Carlo con poderose forze sopra il Friuli, e, per attestato degli Annali de' Franchi[489], venuto alle sue mani esso Rodgauso, il privò di vita. Assediò Stabilino suocero di lui in Trivigi, e forzò quella città alla resa. Ugone Flaviniacense[490] scrive che Pietro italiano quegli fu che gli consegnò essa città di Trivigi, et ob hoc de Virdunensi episcopatu honoratus est. In quella città celebrò il re Carlo la santa Pasqua, e dopo aver prese l'altre città che s'erano ribellate, in tutte mise degli uffiziali franzesi. Ivi lasciò Marcario con titolo di duca. Poscia obbligato dalla guerra de' Sassoni, se ne tornò vittorioso a ripigliar l'armi contra di quei popoli. Sembra eziandio che possa ricavarsi da tali notizie, che al duca del Friuli fossero allora sottoposte varie città, che fosse formata la Marca Trivisana, o del Friuli. Può parimente essere che a questi tempi appartenga ciò che racconta il monaco di s. Gallo[491] nella vita di Carlo Magno con dire, che trovandosi egli nelle parti del Friuli, perchè era freddo, portava una pelliccia fatta di pelli conce di castrato; imperciocchè per più secoli anche in Italia fu in gran vigore l'uso delle pellicce, siccome ho dimostrato altrove[492]. Erano capitati a Pavia nel mese avanti mercanti veneziani, gente che più d'ogni altra attendeva allora al commercio, ed aveano portato di Levante una gran copia di galanterie, e spezialmente delle stoffe e delle pelli fine. Corsero tosto i cortigiani di Carlo a provvedersene con quell'ansietà con cui i mal accorti Italiani corrono oggidì a comperare i bijoux e le stoffe altramontane e forestiere, e fecero poi bella comparsa con quegli abiti. Venuto un dì di festa, dopo la messa il re volle andare con essi cortigiani alla caccia, ed era tempo freddo e piovoso. Que' sontuosi abitini tutti bagnati dalla pioggia e maltrattati dal bosco, si trovarono la sera lacerati e ridotti in pessimo stato, spezialmente dal fuoco, a cui corsero que' nobili cacciatori per iscaldarsi. Volle Carlo la mattina seguente che comparissero con quelle medesime vesti così guaste, ed allora dimandò a que' vanerelli, qual abito fosse più utile e prezioso: il suo che gli costava un soldo, ed era restato bianco ed illeso, oppure que' loro pagati sì caro e che a nulla più servivano.
Furono di parere i padri Cointe e Pagi che in quest'anno il medesimo pontefice scrivesse al re Carlo la lettera quadragesima nona del Codice Carolino, con esprimere l'afflizion sua, perchè dopo le speranze a lui portate da Filippo vescovo e da Megisto arcidiacono, ch'esso re Carlo sarebbe colla regina Ildegarde venuto a Roma avanti la Pasqua, per dare il contento al papa di tenere al sacro fonte filium, qui nunc vobis procreatus est; s'avvicinava già il dì di Pasqua senza sentore alcuno del loro viaggio. Crede il padre Pagi che questo figliuolo di Carlo Magno sia Carlomanno, appellato poscia Pippino, che fu re d'Italia, e ch'egli nascesse in quest'anno. Ma non par molto probabile, che se qui si parla di Pippino, egli nascesse nell'anno presente, riflettendo alla data di questa lettera scritta prima del dì 25 di marzo, in cui cadde la Pasqua, e al tempo necessario al viaggio de' suddetti inviati, e all'improbabilità di condurre in mesi di verno a Roma un principino poco fa nato. Comunque sia, non sappiam bene se al presente anno appartenga la predetta epistola quarantesima nona. Certo è bensì che nella medesima papa Adriano fa nuove istanze per l'adempimento delle promesse: dal che finora egli s'era astenuto. Aggiugne le seguenti parole: Et sicut temporibus beati Sylvestri romani pontificis, a sanctae recordationis piissimo Constantino magno imperatore, per ejus largitatem sancta Dei catholica et apostolica romana Ecclesia, elevata atque exaltata est, et potestatem in his Hesperiae partibus largiri dignatus est: ita et in his vestris felicissimis temporibus atque nostris sancta Dei ecclesia, idest beati Petri apostoli, germinet atque exultet, et amplius atque amplius exaltata permaneat. Passa poi a dire che Carlo sarà chiamato un nuovo Costantino, se ingrandirà la Chiesa romana: parole tutte che sembrano indicar già nata quella famosa donazione di Costantino, che oggidì da tutti i saggi vien riconosciuta per finta: non già che Costantino non donasse molto alla Chiesa romana, ma che le donasse stati e dominii temporali. E di stati appunto pare che qui si parli, con soggiugnere poi altre istanze per la restituzione de' patrimoni e allodiali, spettanti per giustissimi titoli alla Chiesa romana in varie parti d'Italia. Sed et cuncta alia (seguita egli a dire) quae per diversos imperatores, patricios etiam et alios Deum timentes, pro eorum animae mercede, et venia delictorum, in partibus Tusciae, Spoleto, seu Benevento, atque Corsica, simul et Savinensi patrimonio, beato Petro apostolo, sanctaeque Dei et apostolicae romanae Ecclesiae concessa sunt: et per nefandam gentem Langobardorum abstracta et ablata sunt, vestris temporibus restituantur. E, per giustificar meglio i diritti della sua Chiesa, dice di avergli anche spedito molte donazioni cavate dall'archivio lateranense. Certo è da maravigliarsi come Carlo Magno, dopo avere intrapresa la spedizione d'Italia specialmente per reintegrare la Chiesa romana ne' beni ad essa occupati dai Longobardi, divenuto che fu padron d'essa Italia, si mettesse sì poco pensiero di restituirle e farle restituire essi beni. E di qui parimente apparisce che papa Adriano niuna autorità doveva allora esercitare in Benevento e Spoleti, nella Corsica e nella Sabina, la qual ultima provincia almeno in parte era in questi tempi sottoposta ai duchi di Spoleti. Truovasi in quest'anno un Giovanni duca, che s'intitola figlio del fu duca Orso[493], il quale fa una magnifica donazion di beni al monistero di Nonantola, situato Pago Persiceta, territorio Motinense, dove era abbate Anselmo, di cui s'è altre volte parlato. Di qual città egli fosse duca non apparisce. Dice egli che il casale, ossia villa della Verdeta, era stata donata ad Orso duca suo padre dal serenissimo Astolfo re. Questa villa è del distretto di Modena.
NOTE:
[488] Theoph., in Chronogr.
[489] Annales Bertiniani.
[490] Hugo Flaviniacensis, in Chron.
[491] Monac. Sangall., lib. 2 de reb. gest. Caroli M. apud. Duchesne, tom. 2.
[492] Antiquit. Ital., Dissert. XXV.
[493] Antiquitat. Italic., Dissert. XXI, pag. 197.
Anno di CRISTO DCCLXXVII. Indiz. XV.
ADRIANO I papa 6. LEONE IV imperadore 27 e 3. COSTANTINO Augusto 2. CARLO MAGNO re de' Franchi e Longobardi 4.
Benchè le lettere del Codice Carolino, perchè prive d'ordine cronologico, non ci lascino accertar gli anni in cui furono scritte; pure sarà a me lecito il rapportare al presente tutto quanto ivi si legge intorno a Leone arcivescovo di Ravenna. Nell'epistola cinquantesimaterza d'esso Codice papa Adriano scrive a Carlo Magno d'avere inteso dalle di lui lettere, come il suddetto arcivescovo si era portato in persona a visitare il re, e ne mostra piacere; ma con soggiugnere, che se Leone gli avesse prima notificato il pensiero d'andarvi, con esso lui avrebbe spedito un suo messo: tacitamente significando che non molto gli piaceano i lor colloquii senza l'assistenza di qualche suo ministro. Si fece a credere il padre Pagi[494] che l'andata di questo arcivescovo seguisse nell'anno antecedente, allorchè il re Carlo si trovava in Trivigi. Trovansi poi replicate nella stessa lettera le istanze tante volte fatte, ut velociter ea, quae beato Petro pro magna animi mercede, etc. per tuam donationem offerenda spopondisti, adimplere jubeas, con aggiugnere che siccome san Pietro portinaio del cielo l'ha aiutato a conquistare il regno de' Longobardi, così renderà anche coll'intercessione sua presso Dio sottomesse a Carlo tutte l'altre barbare nazioni. Seguita la lettera quinquagesima prima, in cui Adriano ricorda al re Carlo la promessa fatta di spedire a Roma i suoi messi; ma essere già passato novembre, senza che alcuno si sia veduto. Perciò gli spedisce Andrea vescovo e Pardo egumeno, ossia abbate, ben informati degli affari, insistendo ancor qui per l'esecuzione di quanto il re Pippino promise a san Pietro, e il medesimo re Carlo avea confermato. Evvi poi una giunta, con cui gli notifica, qualmente Leone arcivescovo postquam a vobis reversus est, in nimiam superbiam elevatus, nullo modo nostris praeceptionibus, sicut antea, obedire voluit, sed brachio forti usque hactenus in sua potestate detinere videtur Imolam atque Bononiam, dicens: quod easdem civitates nullo modo beato Petro, neque nobis concessistis, nisi tantummodo eidem Leoni archiepiscopo. Aggiugne d'avere spedito a Ravenna Giorgio saccellario, affinchè facesse andare a Roma i giudici delle città dell'esarcato, e si facesse dare il giuramento dei popoli; ma che l'arcivescovo l'aveva impedito. E perciocchè il papa avea posto per conte, cioè per governatore, nella picciola città di Gavelio Domenico, raccomandatogli dal medesimo re, da Leone erano stati colà inviati dei soldati, che il condussero prigione a Ravenna. Aveva questi inoltre vietato l'andare a prendere dal papa impiego a tutti gli abitanti delle città dell'Emilia, cioè di Faenza, del ducato di Ferrara, di Comacchio, di Forlì e Forlimpopoli, Cesena e Bobbio. Di Modena, Reggio, Parma, e Piacenza non si parla, perchè queste non furono mai comprese nelle donazioni dei re franchi. Finalmente dice che per conto delle città dell'una e dell'altra Pentapoli, cominciando da Rimini sino a Gubbio, tutti quei popoli erano ubbidienti al dominio del sommo pontefice, pregando perciò il re Carlo di metter freno alla superbia di Leone arcivescovo, e di non permettere che i beni da lui e dal padre conceduti a san Pietro sieno usurpati dalla gente maligna.
Similmente nella lettera cinquantesima seconda fa il papa intendere a Carlo Magno che nel dì 27 di ottobre essendogli giunta una lettera di Giovanni patriarca di Grado, immediatamente l'avea spedita ad esso Carlo; ma con dispiacere, per avere scoperto che Leone arcivescovo di Ravenna avea prima dissigillata e letta quella lettera; nè per altro fine che per farne sapere il tenore ad Arigiso duca di Benevento, e agli altri nemici del re e del papa. Ma confidar egli che Carlo effettuerà tutte le promesse fatte a san Pietro. A parte poi ripete ciò che è detto di sopra della tirannica superbia del suddetto Leone, che non lasciava andar persona di Ravenna e dell'Emilia a Roma, e andava vantando che Carlo non avea conceduto a san Pietro Imola e Bologna, ma sì bene a lui, che se ne era messo in possesso. Leggonsi le medesime doglianze nella lettera cinquantesima quarta, e particolarmente vi si dice che Leone arcivescovo, postquam vestra exellentia a civitate Papia in partes Franciae remeavit, ex tunc tyrannico ac procacissimo intuitu rebellis beato Petro et nobis extitit, et in sua potestate diversas civitates Æmiliae detinere videtur, scilicet Faventiam, Forum populi, ec. Ed aver egli tentato anche lo stesso nella Pentapoli; ma con trovar que' popoli saldi all'ubbidienza della santa Sede. Perciò se ne lamenta Adriano, mentre que' paesi che ai tempi de' Longobardi la Chiesa romana signoreggiava, ora sotto Carlo re le sieno tolti. E circa il dirsi da Leone arcivescovo che era stato a lui dato l'esarcato di Ravenna con quel potere che ebbe Sergio suo antecessore, risponde essere stato consegnato l'esarcato a Stefano suo predecessore e a lui stesso, e volerne, per conseguente, il dominio, ed essere ben noto che Sergio arcivescovo, allorchè cominciò a cozzare con papa Stefano III, fu levato di Ravenna; siccome ancora che ne' tempi addietro si mandavano colà da Roma i giudici a far giustizia con altri atti di possesso e di signoria in quelle parti. Perlochè si raccomanda e prega il re Carlo di non permettere questo danno ed obbrobrio alla Chiesa di san Pietro, sì se vuole in questo mondo lunga vita ed immense vittorie, e nell'altro la celeste beatitudine. Le parole latine riferite di sopra ci fan conoscere che Leone arcivescovo cominciò nell'anno 774 a far da padrone nell'esarcato; ed avendo seguitato non poco a tener salda la preda, par difficile a credere che così egli operasse senza precedente scienza di Carlo Magno, e tanto meno contra la di lui volontà, con restar poi allo scuro come un re sì amico e divoto della santa Sede comportasse atti tali dall'arcivescovo di Ravenna in vilipendio del sommo pontefice. Come poi finisse questa controversia, non apparisce chiaro nè dalle lettere di papa Adriano, nè dalla storia di que' tempi. Sarebbonsi probabilmente avute intorno a ciò molte notizie dal pontificale di Ravenna, scritto cinquant'anni dappoi da Agnello, se quell'opera non fosse stata (ha molto tempo) castrata, con pervenire a noi troppo lacera e smunta. Dagli atti nondimeno che si andran rammentando, e dal non udirsi più sopra queste doglianze del papa, abbastanza comprenderemo che Leone dovette essere messo in dovere, e che risorse nell'esarcato il dominio temporale de' romani pontefici. Si son poi fatti a credere il Cointe e il Pagi che fosse scritta nel presente anno da papa Adriano la lettera quinquagesima del Codice Carolino. Abbiamo da essa che il re Carlo faceva sperare al papa la sua venuta in Italia pel prossimo ottobre affine di effettuare le promesse fatte a san Pietro, le quali restavano tuttavia sospese. E perciocchè Carlo era mal soddisfatto di Anastasio messo del papa, per avere sparlato contra di lui, e perciò gli negava il congedo; duolsi di ciò il papa, allegando che per la notizia di questo fatto i Longobardi e Ravennati spargevano voci che non passava più buona armonia fra il papa e il re Carlo. In questi tempi, per attestato del Dandolo[495], perchè Maurizio duca ossia doge di Venezia aveva accresciuto il suo merito col buon governo de' popoli, i Veneziani in ricompensa dichiararono suo collega nel ducato e successore Giovanni suo figliuolo, venendo con ciò per la prima volta ad avere Venezia due dogi nello stesso tempo; esempio che, andando innanzi, produsse de' perniciosi effetti.
NOTE:
[494] Pagius, ad Annal. Baron.
[495] Dandulus, in Chronic., tom. 12 Rer. Italicar.
Anno di CRISTO DCCLXXVIII. Indizione I.
ADRIANO I papa 7. LEONE IV imperadore 28 e 4. COSTANTINO Augusto 3. CARLO MAGNO re de' Franchi e Longobardi 3.
Dopo avere l'infaticabil re Carlo costretti colla forza i Sassoni negli anni precedenti all'ubbidienza, e indotti non pochi d'essi ad abbracciare la religione di Gesù Cristo, volle in quest'anno far pruova delle forze sue contra de' Saraceni dominanti nella Spagna. Pertanto con due eserciti per due diversi siti valicò i monti Pirenei, prese Pamplona, Huesca e Jacca; forzò Saragozza a dar degli ostaggi, e fissò maggiormente la sua autorità in Barcellona, Gironda e in altri luoghi della Catalogna. Ma in ritornando verso la Francia le truppe sue, fra le quali si contavano ancora alcuni reggimenti di Longobardi, allorchè furono nelle cime de' Pirenei e ne' paesi stretti di una valle, ebbero una fiera spelazzata dai perfidi Guasconi che quivi stavano imboscati in agguato, con restarvi disfatta la retroguardia, e andare a sacco tutto il loro equipaggio. Eginardo[496] racconta fedelmente il fatto, asserendo che fra gli altri uffiziali della regale armata quivi perirono Eginardo soprintendente alla mensa del re, Anselmo conte del palazzo, e Rolando governatore della Marca di Bretagna. E questa è la battaglia di Roncisvalle, divenuta poi celebre ne' romanzi di Spagna, Francia ed Italia, dove finsero i poeti restassero uccisi i paladini di Francia, e particolarmente l'invincibile Orlando (lo stesso che Rolando), di cui nondimeno altra memoria non ci ha conservato la vera storia, se non le poche suddette parole di Eginardo. Il motivo che indusse Carlo Magno a non continuar le conquiste nella Spagna, in tempo appunto che i Saraceni non aveano forze da opporgli, fu la ribellione de' Sassoni. Vedendo costoro impegnato il re col maggior nerbo delle sue truppe nell'impresa della Spagna, commossi spezialmente da Witichindo, valoroso principe di quella nazione, ripigliate l'armi, passarono il Reno, giunsero fin presso Colonia, ed empierono di stragi e d'incendii quelle contrade. L'avviso d'essere tornato in Francia sano e salvo il re Carlo, e qualche reggimento spedito contra di loro, bastarono a farli retrocedere; anzi sorpresi dai Francesi al fiume Adarna, non pochi d'essi rimasero messi a fil di spada sul campo. Partorì in quest'anno la regina Ildegarde al re Carlo due figliuoli cioè Lottario, che da lì a due anni mancò di vita, e Lodovico, che fu poi re d'Aquitania, e col tempo suo successore ed imperadore. Giacchè resta incerto il tempo di non poche lettere di papa Adriano I a noi conservate nel Codice Carolino, sia a me lecito di rapportar qui un affare trattato in esse. Nell'epistola sessantesima nona fa esso papa istanza perchè sia restituita a san Pietro una tenuta di beni posti nella provincia della Sabina, e destinati per la luminaria della basilica vaticana e per le limosine a' poveri, che lo stesso re Carlo avea confermato alla Chiesa romana. A questo fine gli spedisce Agatone diacono e Teodoro eminentissimo console e duca, suo nipote. Poscia nella lettera quinquagesima sesta gli dà avviso come i suoi messi in compagnia di quei del re, inviati ad suscipiendum in integro patrimonium nostrum ravennense (s'ha da scrivere savinense), aveano trovato testimonii comprovanti che circa cento anni addietro la Chiesa romana avea posseduto quel patrimonio; e che, ciò non ostante, esso interamente non era stato restituito. Similmente nell'epistola sessantesima ottava gli notifica la buona disposizione dei messi regali per consegnare intero quel patrimonio a san Pietro; ma che alcuni perversi ed iniqui uomini di quel paese l'aveano impedito, con aggiugnere che il re Desiderio avea ben fatta la restituzion di molti poderi, ma non di tutti. Da ciò comprendiamo che la Sabina non era in questi tempi sotto la signoria del romano pontefice, perchè compresa nel ducato di Spoleti. E se fosse stata dipendente dal ducato romano, tanto più comparirebbe che il papa allora non era signore nel temporale di Roma e del suo ducato. Non si intende poi perchè niuna menzione sia quivi fatta del duca Ildebrando, dominante in quel ducato: se pure in questi tempi ne era egli duca, mentre dalle memorie del monistero di Farfa, da me pubblicate[497], si truova in quest'anno Ildeberto duca di Spoleti. Veggasi nondimeno ciò che abbiam detto all'anno 775.
NOTE:
[496] Eginhardus, in Vita Caroli Magni.
[497] Antiquit. Italic., Dissert. LXVII.
Anno di CRISTO DCCLXXIX. Indiz. II.
ADRIANO I papa 8. LEONE IV imperadore 29 e 5. COSTANTINO Augusto 4. CARLO MAGNO re de' Franchi e Longobardi 6.
Dagli Annali d'Eginardo[498] abbiamo che nella primavera dell'anno presente venne Carlo Magno a Compiegne, e partitosene, allorchè era nella villa di Virciniaco, se gli presentò Ildebrando duca di Spoleti con dei gran regali. L'accolse Carlo con tutta benignità, e dopo averlo anch'egli regalato, il rimandò contento al suo ducato. Tal notizia ci può far di nuovo dubitare che questo duca fosse prima decaduto dal governo di Spoleti, e che in luogo suo quivi risiedesse Ildeberto, da noi veduto duca di quella contrada nell'anno precedente. Certo è che nelle Carte farfensi non s'incontra da lì innanzi menzione alcuna di questo Ildeberto, ma solamente del duca Ildebrando. Passò dipoi Carlo Magno colle armi contra de' Sassoni, i quali più che mai continuavano nella loro ribellione, con riportar sopra d'essi molti vantaggi. Potrebbesi riferire a questi tempi la lettera cinquantesima settima del Codice Carolino, dove papa Adriano notifica al re Carlo, come i Greci residenti nella provincia dell'Istria, perchè Maurizio vescovo in quelle parti esigeva le pensioni spettanti alla Chiesa di Roma, aveano inventata contra di lui una calunnia, cioè ch'egli meditasse tradimento per mettere in mano del medesimo Carlo quella provincia; e però gli aveano cavati gli occhi. Era ito a Roma il povero vescovo; e papa Adriano l'avea rimandato e raccomandato a Marcario duca del Friuli. Ora dunque prega il re di ordinare ad esso duca d'impiegare efficaci uffizii, affinchè questo prelato possa restituirsi alla sua chiesa. Da tutto ciò apparisce che l'Istria doveva essere, almeno in parte, ritornata in potere de' Greci. Circa questi tempi fioriva Teodoro, che si truova console e duca di Napoli.
NOTE:
[498] Eginhardus, Annal. Franc.
Anno di CRISTO DCCLXXX. Indizione III.
ADRIANO I papa 9. COSTANTINO imperad. 5 e 1. IRENE Augusta 1. CARLO MAGNO re de' Franchi e Longobardi 7.
Mise fine in quest'anno al regno e al vivere suo Leone IV, imperadore dei Greci[499], mentre era intento a perseguitare, non men di suo padre, chiunque onorava e difendeva le sacre immagini. Soprattutto grande schiamazzo aveva egli fatto contro ad Irene Augusta sua moglie, perchè le ne trovò due sotto un guanciale, con gastigar lei mediante una specie di divorzio, e poi severamente chi gliele avea somministrate. Ma il tolse la divina giustizia quando men sel pensava, essendo mancato di vita nel settembre dell'anno presente. Ebbe per successore Costantino suo figliuolo. Non ascendeva l'età sua che ad anni dieci; e perciò la imperadrice Irene sua madre ne assunse la tutela, e cominciò con esso a contare gli anni del suo imperio. Era donna piissima e di cuor cattolico, e per conseguente non tardò a rimettere in piedi la libertà di monacarsi, e cessò ogni persecuzione contro le suddette immagini; ma non cessarono già le dispute fra gli sprezzatori e i difensori delle medesime. E perciocchè nel precedente febbraio era morto Niceta patriarca eretico di Costantinopoli, e gli era succeduto Paolo, personaggio di sentimenti cattolici, ornato di molte virtù, cominciò la Chiesa di Dio a respirar presso i Greci; ma nello stesso tempo gli Arabi, ossia i Saraceni, maltrattavano forte in Soria i cristiani, e spianavano le loro chiese. Continuò in quest'anno il re Carlo Magno la guerra contra de' Sassoni con tal felicità, che non pochi d'essi vennero a riconoscerlo per loro sovrano, e presero anche in apparenza il sacro battesimo, per farsi credere tutti attaccati a questo principe[500], con professare la di lui religione. Mandò egli ad abitar nella Sassonia e a predicarvi la fede di Cristo alcuni vescovi, preti ed abbati; e veggendo l'interno de' suoi regni in pace, credendo eziandio oramai terminato ogni affare per l'avvenire coi Sassoni, si dispose a venir in Italia, per visitar questo regno, e massimamente per far le sue divozioni a Roma ed abboccarsi con papa Adriano. A questo medesimo anno riferirono i padri Cointe e Pagi la lettera sessantesima quarta del Codice Carolino, dove si parla dell'occupazione di Terracina, fatta dai Napoletani in pregiudizio della Chiesa romana. Ma non la vedremo scritta molto dappoi. Potrebbe piuttosto essere che al presente non appartenesse la lettera sessagesima del medesimo pontefice, in cui egli notifica al re Carlo d'essere stato assicurato da Stefano vescovo (egli era insieme duca) di Napoli[501], che l'imperador Costantino avea dato fine alla sua vita. Ma certo è ch'esso Costantino sopravvisse a papa Adriano. Però o quella fu una voce falsa, oppure il Papa scrisse della morte di Leone Augusto, e i copisti inavvertentemente vi misero Costantino. In essa lettera poi si lamenta acremente Adriano di Reginaldo (lo stesso è che Rinaldo) stato già gastaldo nel castello di Felicità (oggidì vien creduto Città di Castello ) ed ora duca di Chiusi, perchè era ito con una brigata di gente armata alla stessa città del castello di Felicità, e ne avea condotto via molti di quegli abitanti, quantunque quello fosse luogo donato e confermato dallo stesso re a san Pietro. Perciò vivamente il pregava di levar di posto costui, e tanto più perchè a tempo ancora del re Desiderio egli era stato seminator di liti e discordie dovunque poteva.
NOTE:
[499] Theoph., in Chronogr.
[500] Annal. Franc. Moissiac.
[501] Johann. Diac., in Vit. Episcopor. Neapol. P. II, tom. I Rer. Italic.
Anno di CRISTO DCCLXXXI. Indizione IV.
ADRIANO I papa 10. COSTANTINO imperadore 6 e 2. IRENE Augusta 2. CARLO MAGNO re de' Franchi e Longobardi 8. PIPPINO re d'Italia 1.
Da tutti gli Annali di Francia abbiamo l'andata in quest'anno del re Carlo a Roma. Solennizzò egli le feste del santo Natale del precedente anno in Pavia, insieme colla regina Ildegarde sua consorte; e venuta poi la primavera, si mise in viaggio alla volta di Roma, per trovarsi nel giorno santo di Pasqua, cioè nel dì 15 di aprile, conducendo seco due de' suoi piccioli figliuoli, cioè Carlomanno e Lodovico. Giunto colà, ed accolto con tutti gli onori, fece battezzare (per quanto si può credere nel sabbato santo) Carlomanno da papa Adriano, il quale con levarlo ancora dal sacro fonte divenne suo padrino. Ma in tal congiuntura il papa gli mutò il nome di Carlomanno in quello di Pippino, sotto il quale fu poi riconosciuto da tutti. Nel solennissimo giorno seguente, ad istanza di Carlo Magno, il medesimo papa consecrò in re i suddetti due principi, cioè Pippino sopra l'Italia e Ludovico sopra la Aquitania. Soddisfatto ch'ebbe il re Carlo alla sua divozione, e trattando de' correnti affari col sommo pontefice, sen venne a Milano, dove l'arcivescovo Tommaso diede il battesimo a Gisla figliuola d'esso re e della regina Ildegarde. Dopo di che Carlo se ne tornò in Francia, lasciando l'Italia assai quieta. Fra gli altri affari che si trattarono in Roma fra il papa e Carlo Magno, uno de' principali fu l'accasamento desiderato da Irene imperadrice di Costantino Augusto suo figliuolo con Rotrude figliuola d'esso re Carlo. Teofane scrive[502] che a questo fine nell'anno presente essa imperadrice inviò Costante sacellario e Mamalo primicerio per suoi legati a Carlo, per farne la dimanda; e secondo la Cronica moissiacense[503], gli sponsali fra questi due principi furono realmente contratti mentre il re si trovava in Roma; ma secondo altre storie, solamente nell'anno 787 seguirono questi sponsali. Restò presso di questa principessa Elisco eunuco e notaio, per insegnarle la lingua greca, e accostumarla ai riti della corte imperiale. Ma non ebbe poi effetto questo maritaggio per imbrogli politici sopravvenuti col tempo tra Irene e suo figliuolo. Un altro affare di molta conseguenza fu parimenti maneggiato in Roma fra il pontefice e il re Carlo. Passavano de' grandi dissapori fra esso re e Tassilone, potentissimo allora duca di Baviera, perchè l'ultimo sdegnava di riconoscere per suo sovrano il re de' Franchi. Carlo andava pazientando, per risparmiare, se si poteva, l'esorcismo della forza. Però ricorse prima alle vie pacifiche, cioè al ripiego che il papa invierebbe a Tassilone i suoi legati per indurlo alla conoscenza del suo dovere. In fatti con Ricolfo cappellano ed Eberardo coppier maggiore del re andarono due legati del papa, cioè Formoso e Damaso vescovi, e tanto esortarono per parte del pontefice il duca Tassilone a volersi ricordare de' giuramenti prestati al re Pippino e a' suoi figliuoli, che l'indussero a portarsi a Vormazia, dove era il re Carlo, al quale di nuovo prestò giuramento di fedeltà, ma con dimenticarsene da lì a poco, quantunque in mano di lui avesse lasciato degli ostaggi. Fu in quest'anno che Carlo Magno imparò a conoscere Paolino, cioè quel personaggio che col tempo riuscì patriarca d'Aquileia, insigne non meno per la sua letteratura, che per la sua santità. Fra le doti mirabili di quel gran monarca si contava l'amor delle lettere e la premura di piantarle e propagarle per tutti i suoi regni: premura tanto più riguardevole, perchè allora l'Italia si trovava involta in una somma ignoranza, fuorchè Roma, dove sempre furono in credito le sacre lettere. Anche in Benevento il duca Arigiso accoglieva tutti i letterati, e specialmente manteneva una mano di filosofi. Ma in quasi tutte l'altre città, a riserva di qualche tintura di grammatica, di cui erano maestri nelle castella i parrochi, e alcun altro nelle città, le scienze e le bell'arti erano in un miserabile stato. Peggio anche stava la Francia, se non che il nobilissimo genio di quel monarca vi tirò dalla Scozia e Irlanda alcuni monaci letterati, e specialmente il celebre Alcuino, che introdusse e dilatò felicemente per tutta la Francia lo studio delle lettere.
Abbiamo ancora da Eginardo[504] che lo stesso re Carlo, benchè giunto all'età virile, ebbe per suo maestro di grammatica Petrum pisanum diaconum senem. E di questo medesimo Pietro da Pisa scrive il sopraddetto Alcuino[505] di averlo in sua gioventù conosciuto in Pavia; e ch'esso Pietro avea avuta una disputa con Giulio giudeo, la qual anche si leggeva scritta. Aggiugne in fine: Idem Petrus fuit qui in palatio vestro (cioè in Aquisgrana) grammaticam docens claruit. Fortunato può dirsi in questi tempi ancora il Friuli, perchè quivi fioriva il suddetto Paolino maestro di grammatica, il quale, fatto ricorso in quest'anno al re Carlo, ottenne in dono alcuni beni, già confiscati a Gualdandio figliuolo del fu Mimone da Laberiano, quae ad nostrum devenerunt palatium, pro eo quod in campo cum Forticauso inimico nostro (si dee scrivere Roticauso, già duca del Friuli, di cui parlammo all'anno 776) a nostris fidelibus fuerit interfectus. Il diploma di Carlo Magno è rapportato intero dal cardinal Baronio[506] e dal padre Bollando[507]. Tal dono si dice ivi fatto venerabili Paulino artis grammaticae magistro: titolo indicante ch'egli era già prete. Il diploma fu dato XV kalendas julii, anno octavo regni nostri e Loreia civitate. Più verisimile è che l'anno ottavo del regno di Carlo appartenga qui all'epoca del regno longobardico, cioè all'anno presente 781, piuttostochè a quella del regno francico, trattandosi di diploma fatto in Italia. Della vittoria riportata nell'anno 776 dal re Carlo contra del suddetto Rodgauso duca del Friuli, che s'era ribellato, noi troviam menzione nel medesimo diploma. La città di Loreia, dove fu fatta questa concessione, vien creduta dal Cointe la villa di Loreo, posta nel dominio veneto, presso alla sboccatura di Po grande nel mare. Il padre Pagi[508] crede incerto quel luogo. Ma in vece di Loreia, si ha da scrivere in esso documento Eboreia, cioè nella città di Ivrea. Colà era giunto il re Carlo in tornando da Roma in Francia. Ora Paolino suddetto tale stima si guadagnò nel Friuli e presso il re Carlo, che essendo passato al paese dei più Sigualdo patriarca d'Aquileia, venne egli eletto per suo successore in quella sacra sede, sommamente dipoi illustrata da lui colla santità della vita e co' suoi libri. Intanto di qui impariamo non susistere l'opinion del Baronio, dell'Ughelli e del Bollando, che mettono l'elezione di san Paolino in patriarca d'Aquileia nell'anno 773. Al padre de Rubeis[509] parve dipoi probabile che Sigualdo mancasse di vita nell'anno 776, e che Paolino a lui immediatamente succedesse, scrivendo il monaco di san Gallo, che Carlo Magno si trovava nel Friuli, allorchè venne a morte il patriarca di quella Chiesa, e non avendo questi voluto nominar un successore, Carlo gliene sostituì uno; e questi sembra essere stato Paolino. Ma se veramente l'epoca suddetta riguardasse il regno longobardico, converrebbe differire cinque anni dappoi la di lui esaltazione, e fors'anche più tardi; perchè allora Paolino non vien chiamato se non maestro di grammatica. Nè il passo del monaco sangallese ci assicura punto che immediatamente succedesse Paolino a Sigualdo. Oltre di che, anche nell'anno presente 781 potè il re Carlo nel ritorno in Francia visitare il Friuli, e succedere allora la morte di Sigualdo. Ma in fine a noi dee bastare che quest'uomo insigne fu promosso al patriarcato d'Aquileia, e che tornerà occasione di parlare di lui più di una volta. Merita poi d'essere aggiunto ciò che il suddetto monaco di san Gallo narra nella vita di Carlo Magno[510], cioè che nel principio del regno di lui le lettere in Francia, siccome accennai poco fa, erano affatto per terra. Vennero colà dall'Irlanda due monaci benedettini, ben addottrinati nelle sacre scritture e nelle lettere profane, che invitavano la gente a comperar da loro la sapienza. Informato di questa novità il re, volle vederli, e scoperto il loro sapere, ne fermò uno, appellato Clemente, in Francia, con ordine di fare scuola ai nobili e plebei che bramassero d'imparare. Alterum vero in Italiam direxit, cui et monasterium sancti Augustini juxta Ticinensem urbem delegavit, ut qui ad eum voluissent, ad discendum congregari potuissent. Il nome di questo letterato monaco non è passato a nostra notizia. La sua spedizione in Italia fu dopo l'anno 774. E così in Pavia, coll'aiuto di questo valente maestro, cominciò a risorgere la letteratura.
NOTE:
[502] Theoph., in Chronogr.
[503] Chronic. Moissiacens., tom. 3 Du-Chesne.
[504] Eginhardus, in Vita Caroli Magni.
[505] Alcuin., Epist. 15 ad Carolum Regem.
[506] Baron., Annal. Eccl., ad ann. 802.
[507] Bollandus, Act. Sanctor. ad diem 11 januarii.
[508] Pagius, in Critic. Baron. ad ann. 801.
[509] De Rubeis, Monument Eccl. Aquilejens. pag. 333.
[510] Monac. Sangallensis, lib. 3, cap. 1, apud Du-Chesne, tom. 2. Annal. Franc.
Anno di CRISTO DCCLXXXII. Indizione V.
ADRIANO I papa 11. COSTANTINO imperad. 7 e 3. IRENE Augusta 3. CARLO MAGNO re de' Franchi e Longobardi 9. PIPPINO re d'Italia 2.
Aveva l'imperadrice Irene nell'anno precedente fatta pace coi Saraceni, pace al certo vergognosa, perchè si convenne di pagare un annuo tributo a que' Barbari[511] sotto nome di regalo; ma pace necessaria e utile alla situazione in cui si trovavano gli affari dell'impero orientale. Spedì ella nell'anno presente un buon esercito contra degli Sclavi ossia Schiavoni; ricuperò la città di Salonichi e la Grecia; ed essendo penetrate le milizie della sua flotta nel Peloponneso, o vogliam dire nella Morea, ne condussero via una gran quantità di schiavi e di preda; segno che in essa Morea doveano allora aver fissato piede e dominio gli Schiavoni stessi. Non fu men fortunata per Carlo Magno[512] la campagna di quest'anno. Al feroce Witichindo riuscì di muover di nuovo a ribellione una parte della Sassonia. Colà accorsero le schiere franzesi, e seguì combattimento sanguinoso coi nemici. Itovi poi in persona Carlo Magno, si vede venir pentita a' piedi quella nazione, che gli diede in mano i ribelli, parte de' quali pagò colla morte, ed altra coll'esilio la pena della lor ribellione. Witichindo se ne fuggì nel paese de' Normanni, popolo delle provincie poste al mar Baltico, cioè della Danimarca, Svezia ed altre di quelle contrade. Erasi tenuta in questo medesimo anno dal re Carlo una dieta in Colonia, dove comparvero gli ambasciatori di Godefrido re de' Normanni, siccome ancora quei di Cagano, cioè del re degli Avari ossia degli Unni dominanti nell'Ungheria, poichè tutti veneravano e temevano la possanza formidabile del re de' Franchi. Merita qui d'essere rammentato, perchè fiorì in questi tempi, Paolo Diacono, a cui siam non poco tenuti per la storia de' Longobardi. Senza l'aiuto suo sarebbe restata in troppe tenebre la storia d'Italia per anni dugento. Era egli di nazion longobarda. I suoi maggiori fissarono la stanza nel Foro di Giulio, cioè in Cividal del Friuli, dove ancora venne egli alla luce, per attestato di Erchemperto[513], anzi del medesimo Paolo[514]. Pare che l'epitafio composto da Ilderico suo discepolo, il quale fu poi abbate di Monte Casino, il faccia nato in Aquileia. Vivente il re Rachis, Paolo fu allevato nella real corte, e studiò lettere sotto Flaviano, grammatico di molto grido. Abbracciava allora il nome di grammatica non solamente lo studio della lingua latina, ma anche l'oratoria, la poesia, e la cognizione degli antichi autori latini, sì di prosa che di verso. Servì poscia al re Desiderio di consigliere e cancelliere, per quanto s'ha dal suddetto Erchemperto e da Leone Ostiense[515]. Dopo la caduta di Desiderio, Paolo Diacono passò in Francia; e poscia, forse perchè insorse qualche sospetto contra di lui, verisimilmente si ritirò in Benevento sotto la protezione del duca Arigiso, principe che per gran tempo ricusò di sottomettersi alla signoria di Carlo Magno. Ma l'Anonimo salernitano[516] nella parte della Storia da me data alla luce, racconta aver bensì Paolo guadagnata la grazia di Carlo Magno, già divenuto re de' Longobardi; ma che accusato due volte di aver voluto uccidere esso re in vendetta di Desiderio, tante istanze fecero contra di lui i baroni del palazzo, che Carlo una volta ordinò che gli fosse tagliata la mano; e un'altra che gli fossero cavati gli occhi; ma che sempre pentito ne rivocò l'ordine, contentandosi di mandarlo in esilio nell'isola di Tremiti. Di là fuggitosene Paolo, si ricoverò alla corte del suddetto Arigiso, a cui fu carissimo, ma specialmente ad Adelberga figliuola di esso re Desiderio e moglie di quel principe. Leone Marsicano, ossia Ostiense, copiò dal Salernitano questo racconto. Ma l'avveduto padre Mabillone[517] prima d'ora lo giudicò favoloso per le circostanze inverisimili che l'accompagnano. Quel che pare non potersi negare, Paolo Diacono fu nella corte di esso principe di Benevento, dove compose la storia dei Longobardi e parte della storia Miscella. Poscia in Monte Casino si fece monaco, e lavorò altri libri; e di certo abbiamo che fra Carlo Magno e lui passò molta familiarità e corrispondenza di lettere.
NOTE:
[511] Teoph., in Chronogr.
[512] Annales Bertinian. Eginhard.
[513] Erchempertus, Hist. P. I. T. II Rer. Ital.
[514] Paulus Diaconus, lib. 4. cap. 39 Histor.
[515] Leo Ostiensis, Chron. Casinens. l. 1, c. 15.
[516] Anonymus Salernitanus, P. II, tom. 2, Rer. Italic.
[517] Mabill., Annal. Benedict., lib. 24, cap. 73.
Anno di CRISTO DCCLXXXIII. Indiz. VI.
ADRIANO I papa 12. COSTANTINO imperad. 8 e 4. IRENE Augusta 4. CARLO MAGNO re de' Franchi e Longobardi 10. PIPPINO re d'Italia 3.
Restò sommamente sconsolato in quest'anno il re Carlo per la morte immatura della regina Ildegarde, moglie sua dilettissima, che in età di ventisei anni finì di vivere nell'ultimo dì d'aprile, e da alcuni, secondo la facilità d'allora, fu registrata nel catalogo de' santi. Lasciò essa dopo di sè tre figliuole e tre figliuoli viventi, cioè Carlo primogenito, destinato ad essere re di Francia, Pippino già re d'Italia, e Lodovico già re d'Aquitania. Mancò eziandio di vita la regina Berta, madre di Carlo Magno, nel dì 12 di luglio. E perciocchè esso Carlo era principe poco inclinato alla continenza, non andò molto che prese un'altra moglie, cioè Fastrada. Tornarono ancora in quest'anno a ribellarsi i Sassoni, ma l'invitto re in due battaglie talmente li snervò e confuse, che da lì innanzi pareva che non dovesse più venir loro voglia di alzare il capo contra di lui. Col padre Cointe si può riferire all'anno presente l'epistola settantesima quinta del Codice Carolino, nella quale papa Adriano espone a Carlo Magno, come Eleuterio e Gregorio cittadini di Ravenna non voleano aver sopra di sè giudici in quelle parti, commetteano enormi prepotenze contra de' poveri, vendendoli specialmente per ischiavi ai pagani. Aggiugne, che costoro menando seco una mano di sgherri, aveano commesso varii omicidii, e massimamente in una chiesa in tempo della messa uno di quei briganti avea malamente ferito un povero innocente. E poichè essi ben conosceano che il papa non soffrirebbe così inique operazioni, senza chiederne a lui licenza, s'erano portati in Francia per reclamare contra d'esso papa, e sforzarsi di far nascere delle zizzanie fra il re Carlo e il romano pontefice, non riflettendo che i fedeli di san Pietro son parimente fedeli del re de' Franchi, e i nemici di s. Pietro tali sono ancora del re stesso. Però il prega di non ammettere questi malvagi siccome nemici suoi e di s. Pietro, e di volerli mandare a Roma, affinchè sieno processati, e resti illesa ed illibata l'oblazione di quegli stati, fatta dal re Pippino, e confermata dal medesimo re Carlo a san Pietro. Questi ricorsi dei Ravennati a Carlo Magno, il fatto di Leone arcivescovo mentovato di sopra, l'avere esso Carlo rinnovata ai romani pontefici la oblazione dell'esercato, possono servire ad indicar sussistente l'opinion del Sigonio[518], che stimò ritenuta dai re franchi la sovranità, ossia l'alto dominio sopra gli stati conceduti o donati alla santa Chiesa romana. Per altro questa medesima lettera ci fa conoscere che papa Adriano I era in possesso allora dell'esarcato, e vi esercitava la giurisdizione temporale. Credesi poi da alcuni fondati sulle lettere di Alcuino[519], che verso questi tempi Angilberto, riguardevol personaggio franzese, e poscia celebre abate di Centula, fosse in Italia primicerius palatii Pippini regis, cioè il primo dei suoi consiglieri. Omero veniva questi appellato dai letterati d'allora, siccome Carlo Magno portava il nome di Davide, e così gli altri affettavano un egual gergo ne' loro nomi. Ma forse più tardi Angilberto ebbe quest'impiego e grado nella corte del re Pippino. Pubblicò il Baluzio[520] un capitolare di Carlo Magno de causis regni Italiae, ch'egli credette dell'anno 793, post obitum Hildegardis reginae. Ma essendo succeduta in questo anno la morte di essa regina, taluno ha creduto che quell'editto appartenga al medesimo presente anno. Quivi Carlo comanda che chiunque ha degli spedali de' pellegrini, debba farne buon governo: altrimenti vuole che il vescovo ne abbia cura. Proibisce ai laici il tener parrocchiali. E perchè nell'Italia abitavano allora molte nazioni, come, per esempio, i nazionali italiani, i longobardi, i franzesi, i bavaresi; perciò ordina che sieno tutti giudicati secondo la loro legge. Dal che si vede già introdotta e praticata in queste contrade la varietà delle leggi. Comanda ancora che nelle composizioni dei re la terza parte del denaro tocchi ai conti, cioè ai governatori delle città, e le due altre al fisco regale. Oltre a ciò, proibisce ai conti l'obbligare ad alcuno loro privato servigio gli uomini liberi. Vuole che si faccia un inventario dei beni spettanti alla fu regina Ildegarde, da inviarsi a lui; nè permette che i Piacentini abbiano gli Aldioni, cioè uomini simili ai liberti dipendenti dalla camera regia. In fine comanda che i servi fuggiti nelle parti di Benevento, Spoleti, Romania (onde è venuto il nome di Romagna) e Pentapoli, sieno restituiti, e tornino ai lor padroni. Tralascio gli altri. Di questo capitolare ho ben io fatta qui menzione; ma non avendo il re Carlo sottomessi i Beneventani, se non nell'anno 787, al veder qui ch'egli comanda anche in Benevento, più probabile a me sembra che dopo quell'anno fossero pubblicate queste leggi.
NOTE:
[518] Sigonius, de Regno Italiae, ad ann. 774.
[519] Alcuin., Epist. 42 et 93.
[520] Baluz., Capitolar., tom. 1, p. 258.
Anno di CRISTO DCCLXXXIV. Indiz. VII.
ADRIANO I papa 13. COSTANTINO imperad. 9 e 5. IRENE Augusta 5. CARLO MAGNO re de' Franchi e Longobardi 11. PIPPINO re d'Italia 4.
Potrebbe essere che nel presente anno fosse scritta l'epistola sessantesima ottava del Codice Carolino, dalla quale apprendiamo avere il re Carlo con sua lettera portata da Aruino duca, fatta istanza a papa Adriano per avere tutti i musaici e marmi del palazzo di Ravenna, esistenti non meno ne' pavimenti che nelle pareti. Adriano protesta che ben volentieri tutto gli concede in ricompensa dei gran vantaggi da esso re procacciati alla Chiesa romana. Di qui ancora apparisce l'attual signoria e possesso del papa in Ravenna. Parlasi medesimamente d'affare spettante a Ravenna nell'epistola ottantesima quarta. Scrive in essa il papa d'aver ricevuti gli ordini di Carlo Magno di cacciar dalle parti di Ravenna e della Pentapoli tutti i mercatanti veneziani; e che in esecuzione della real sua volontà avea già spedito colà ordine all'arcivescovo, che in qualsivoglia territorio nostro, e spettante alla Chiesa di Ravenna, in cui si trovasse alcuno dei Veneziani, sieno fatti sloggiare. Erano i Veneziani o dipendenti del greco imperadore, o suoi collegati; e però non se ne fidava Carlo Magno[521], intento alla conservazione del regno d'Italia. E l'aver egli comandato che fossero scacciati dall'esarcato e dalla Pentapoli, torna a farci intendere l'autorità di lui in quelle contrade, tuttochè signoreggiate dal romano pontefice. Lagnasi appresso il medesimo Adriano, perchè Garamanno duca inviato da esso re Carlo, aveva occupati molti poderi della Chiesa di Ravenna, posti ne' nostri territorii; e non ostante l'averlo esortato a restituir quei beni, egli pertinacemente seguitava a ritenerli in suo potere. Il perchè prega Carlo Magno che per amore di s. Pietro si degni di spedir ordini, affinchè ne sia scacciato costui, e restino intatti i nostri territorii mediante la di lui regal difesa. Di questo Garamanno glorioso duca messo fedelissimo del re Carlo, è parlato anche nella lettera sessantesima settima del Codice Carolino, con apparire ch'esso re Carlo l'avea inviato per correggere molti abusi, e massimamente il mercato che si faceva degli schiavi cristiani. Aggiugne che Giovanni monaco avea avvertito esso re di non permettere che i vescovi andassero alla guerra; abuso già introdotto in Francia; ed anch'egli il prega di emendarlo, dovendo i vescovi attendere alle orazioni, al governo spirituale dei popoli, e non già maneggiar armi terrene, nè vestire l'usbergo. Finalmente parla d'una revelazione o visione vantata da esso monaco e notificata al re, con dire d'aver veduto i cieli aperti, e la destra di Dio, e una gran torre, e gli angeli che scendevano dal cielo, con altre semplicità che aveano voga ne' secoli ignoranti, dei quali ora parliamo, ma che per tali si conosce che furono giudicate e riprovate non meno dal saggio pontefice che dal ben avveduto re Carlo. Bisognò poi in che quest'anno ancora il medesimo re impiegasse le sue armi contra dei Sassoni[522], perchè, secondo il loro costume, erano tornati a ribellarsi. Entrò egli con gran potenza nelle lor terre, mettendole a sacco; e spedì Carlo suo primogenito con un altro esercito contra de' popoli della Vestfalia, e riuscì poscia a questo giovane principe di dar loro una rotta, ma non già di metter fine ai torbidi di quella inquieta gente.
NOTE:
[521] Erano collegati, perchè se fossero stati dipendenti, Carlo Magno avrebbe tentato di soggettarseli.
[522] Annal. Franc. Loiselian.
Anno di CRISTO DCCLXXXV. Indiz. VIII.
ADRIANO I papa 14. COSTANTINO imperad. 10 e 6. IRENE Augusta 6. CARLO MAGNO re de' Franchi e Longobardi 12. PIPPINO re d'Italia 5.
Diedero occasione di grande allegrezza in quest'anno alla Chiesa romana e allo zelantissimo suo pastore le lettere scritte dal regnante imperadore dei Greci Costantino e dell'Augusta Irene sua madre, per invitarlo in Oriente ad un concilio generale, dove si decidesse della disputa intorno all'onore delle sacre immagini. Dopo tanti anni che gli imperadori le perseguitavano, flagellando ancora chiunque si scopriva venerator delle medesime, gran giubilo, come dissi, recò alla santa Sede e a' Cattolici di Italia l'intendersi che anche Tarasio santo vescovo, dopo la morte di Paolo piissimo patriarca di Costantinopoli, era in quella cattedra, e nudriva uno zelo imperturbabile per pacificar la Chiesa di Dio. Anche egli inviò sue lettere e la profession della fede cattolica a papa Adriano; ed essendo che in questi medesimi tempi sedessero in Alessandria, Antiochia e Gerusalemme tre insigni patriarchi di credenza cattolica, tutto venne ad accordarsi per terminar la controversia del culto delle sacre immagini. Quest'anno ancora convenne al re Carlo di tornare in Sassonia colle sue armi per mettere al dovere que' popoli ribelli[523]. Tenne dietro ai suoi passi la felicità, perchè dopo aver prese e spianate varie loro fortezze, tutta quella nazione finalmente si diede per vinta, e lo stesso Witichindo ed Abbione capi dei tumultuanti vennero a trovare il re nella villa di Attignì, e quivi presero il sacro battesimo con giurar fedeltà al vittorioso lor soggiogatore, ed osservarla dipoi: avvenimenti che servirono alla religion cristiana per dilatarsi in quelle barbare provincie, dove furono fondati varii vescovati e monisteri. Parimente i Mori Saraceni, costretti da un lungo assedio, renderono ad esso re Carlo la città di Girona; con che tutta la Catalogna, oppur buona parte d'essa venne ad unirsi sotto il dominio dei re franchi. In questi tempi, come consta dalle memorie dello archivio archiepiscopale di Lucca, accennate dal Fiorentini[524] e da Cosimo della Rena[525], si trova in Lucca Allone duca, il quale in una carta scritta nell'anno presente si sottoscrive così: Signum manus Allonis glorioso duci, qui hanc notitiam judicati fieri elegit. Di questo medesimo Allone duca fa menzione un'altra carta scritta nell'anno 782, e da un diploma di Lodovico II imperadore, riferito dal Margarino[526], impariamo essere stato dallo stesso duca Allone fondato un monistero in Lucca, che fu poi sottoposto a quello di s. Giulia di Brescia. Altro non è questo Allone duca, se non quel medesimo che di sopra vedemmo all'anno 775, mentovato nell'epistola cinquantesima quinta del Codice Carolino, la quale piuttosto appartiene a questi tempi, al vedere spezialmente che ivi si parla delle immense vittorie riportate da Carlo Magno.
In un'altra lettera del medesimo Codice, cioè nella sessantesima quinta, attesta papa Adriano I d'aver intese le doglianze di Carlo Magno (accennate anche nell'anno precedente), perchè dai Romani si vendessero schiavi cristiani alla nefanda nazione de' Saraceni. Risponde il pontefice, non essere ciò succeduto nel ducato romano, ma bensì nei littorali dei Longobardi, sottoposti a dirittura a Carlo Magno, cioè, per quanto si può conghietturare, nella Toscana e nel Genovesato, dove capitavano coi lor legni i Greci, e veramente comperavano gli schiavi, essendosi in fatti venduti non pochi ai Greci, per non morire di fame in tempo d'una terribil carestia. Ch'egli avea mandato ordine ad Allone duca di allestire quante navi potea, per pigliar quelle de' Greci e bruciarle; ma nulla essersi eseguito da esso duca. E quantunque mancassero navi e marinari a Roma, pure egli avea fatto dare alle fiamme nel porto di Centocelle (oggidì Cività vecchia) le navi de' Greci, con tener anche per molto tempo in prigione i Greci stessi. Può servir questa lettera per farci intendere tale essere stata la fidanza di Carlo Magno in papa Adriano, che gli dava ancora una specie di sopraintendenza sopra l'Italia tutta, certo essendo che la Toscana, dove il duca Allone comandava, non era dipendente dalla temporal giurisdizione del papa. Il figurarsi alcuni che questo duca comandasse alla Toscana tutta non ha buon fondamento, veggendosi dei duchi in altre città di quella provincia, i quali per conseguente erano governatori di una sola città. Trovammo di sopra Reginaldo duca di Chiusi. Aggiungasi ora Gundibrando duca di Firenze in questi medesimi tempi. Ne fa menzione papa Adriano nella lettera settantesima quarta, in cui raccomanda a Carlo Magno il monistero di s. Ilario in Calligata o Galliata, posto in Romagna sulle rive del fiume Bidente, a cui spettavano varii spedali dell'Appennino destinati per alloggio ai viandanti. Aveva Gundibrando duca occupata a quel monistero una corte, cioè un'unione di varii poderi, situata nel distretto di Firenze: però il papa efficacemente si raccomanda al re Carlo, perchè ordini la restituzione di tutto. Adunque più tardi dobbiam credere seguita l'erezion della Toscana in ducato o marca, con darsi da lì innanzi il titolo di conte ai governatori di cadauna città, e poscia di duca o marchese al governatore, o sopraintendente di tutta la provincia, a cui ubbidivano i conti d'esse città. Da uno strumento da me dato alla luce[527] ricaviamo che nell'anno presente fioriva in Lucca Adeltruda figlia di Adelvaldo re degli Anglosassoni, principe ucciso circa l'anno 756. Era essa monaca in quella città, dove dopo le disavventure del padre s'era rifugiata.
NOTE:
[523] Annal. Franc. Metens.
[524] Fiorentini, Memor. di Matilde, lib. 3.
[525] Cosimo della Rena, Serie de' Duchi di Toscana.
[526] Margarinius, Bullar. Casinens. tom. 2, Constit. XXXI.
[527] Antiquit. Ital. Dissert. I, p. 19.
Anno di CRISTO DCCLXXXVI. Indiz. IX.
ADRIANO I papa 15. COSTANTINO imperad. 11 e 7. IRENE Augusta 7. CARLO MAGNO re de' Franchi e Longobardi 13. PIPPINO re d'Italia 6.
Diedesi principio nel mese d'agosto del presente anno ad un concilio generale in Costantinopoli per ordine dell'imperadrice Irene[528] affin di decidere la controversia delle sacre immagini. Ma gli uffiziali delle milizie esistenti in quella real città, siccome infetti dell'eresia degl'iconoclasti, essendo anche spalleggiati da alcuni vescovi, commossero in tal guisa le schiere da lor dipendenti, che con un fiero tumulto e colle spade nude corsero a disturbar la sacra assemblea, minacciando morte al santo patriarca Tarasio e agli altri vescovi, se ardivano di far novità contra gli empii decreti di Costantino Copronimo. Bisognò desistere; i vescovi si ritirarono in varie case di Costantinopoli, aspettando miglior vento; e i legati della santa Sede, non credendosi quivi sicuri, se ne tornarono in Sicilia. Per rimediare a questi disordini l'imperadrice fece venir dall'Asia a Costantinopoli alcuni reggimenti di soldati, e col braccio di questi fece disarmar le truppe sediziose, e divisele in varie provincie, quetò tutto il rumore, lasciando luogo al ristabilimento del concilio nell'anno susseguente. Mentre il re Carlo, siccome abbiam veduto, era impegnato nella lunga guerra coi Sassoni, si prevalsero di tal congiuntura i popoli della Bretagna minore per far delle novità e degli atti tendenti alla ribellione. Ma non sì tosto si trovò egli sbrigato dagli affari della Sassonia[529], che spedì contra di loro un esercito sotto il comando di Audulfo, personaggio illustre, che bravamente condusse a fine quell'impresa, con sottomettere quel paese e condurne i principali umiliati ai piedi del re, mentre era in Vormazia. Scoprissi ancora una congiura[530] manipolata in Germania contra di esso re da molti malcontenti per la crudeltà della regina Fastrada, e ne furono gastigati gli autori. Stabilita in tal maniera la quiete e pace per tutta la monarchia franzese l'infaticabil re Carlo determinò di venire in Italia, e particolarmente a Roma, per un motivo di cui parleremo nell'anno seguente. Intraprese questo viaggio nell'autunno, ed arrivato a Firenze, quivi si fermò per solennizzarvi la festa del santo Natale. Puossi rapportare col padre Cointe all'anno presente l'epistola novantesima prima del Codice Carolino. Quivi papa Adriano si rallegra con Carlo Magno, per aver soggiogata e ridotta ad abbracciare il sacro battesimo la nazione de' Sassoni. Ed avendo esso re desiderato che si celebrassero litanie in rendimento di grazie a Dio per così prosperi successi, il papa prescrive tre giorni di giugno per queste sacre funzioni negli stati della Chiesa romana, e in tutti gli altri del re medesimo. Fors'anche appartiene a quest'anno la lettera sessantesima prima, in cui è da avvertire che il papa fa istanza al re Carlo per ottener delle travi lunghe per risarcire il tetto della basilica di san Pietro con aggiugnere: Prius nobis dirigite magistrum (cioè un capo muratore) qui considerare debeat ipsum lignamen, quod ibidem necesse fuerit, ut sicut antiquitus fuit, ita valeat renovari. Et tunc per vestrae regalis excellentiae jussionem dirigatur ipse magister in partibus Spoleti, et demandationem (ora la dimanda) ibidem de ipso faciat lignamine: quia in nostris finibus tale lignamen minime reperitur. Chi fosse allora padrone del ducato di Spoleti, si può chiaramente argomentare ancora dalle parole suddette. Del bisogno che aveva il papa di quelle travi, ed anche di stagno per rifare il tetto di san Pietro, medesimamente è parlato nella epistola sessantesima sesta d'esso Codice Carolino. In essa dà eziandio ragguaglio papa Adriano a Carlo Magno, come Arigiso duca di Benevento, non potendo ottener giustizia per alcuni suoi sudditi dal popolo di Amalfi, sottoposto al ducato di Napoli, era entrato coll'esercito nel territorio loro, con incendiar tutte le lor possessioni e case. Ma avendo i Napoletani spedito soccorso a quei d'Amalfi, aveano messi in rotta i Beneventani, uccisine molti, e molti de' principali fatti prigioni.
NOTE:
[528] Theoph., in Chronogr.
[529] Annales Franc. Metenses.
[530] Eginhardus, in Vit. Caroli Magni.
Anno di CRISTO DCCLXXXVII. Indiz. X.
ADRIANO I papa 16. COSTANTINO imperad. 12 e 8 IRENE Augusta 8. CARLO MAGNO re de' Franchi e Longobardi 14. PIPPINO re d'Italia 7.
Celebre fu quest'anno pel settimo concilio generale tenuto nella città di Nicea in Bitinia. Gli si diede principio nel mese di settembre coll'intervento di Pietro arciprete della santa romana Chiesa, e di Pietro prete ed abbate, legati del sommo pontefice Adriano I, di Tarasio patriarca di Costantinopoli, dei legati dei patriarchi d'Alessandria, Antiochia e Gerusalemme, e di più di trecento cinquanta vescovi. Il culto delle sacre immagini, come conforme allo dottrina cattolica, venne ivi stabilito, e scomunicati gli sprezzatori e persecutori delle medesime. Di più non dico, appartenendo agli annali ecclesiastici questo racconto. Da Firenze passò a Roma Carlo Magno, dove con solenne apparato e sommo giubilo fu accolto da papa Adriano. Si spesero alcuni giorni per ismaltir varii negozii, uno de' quali spezialmente riguardava il ducato di Benevento. Già osservammo di sopra che Arichis ossia Arigiso, duca di quella contrada, aveva assunto il nome di principe, nè finora avea voluto sottomettersi al dominio di Carlo Magno, tuttochè il ducato di Benevento fosse una porzione del regno longobardico, la quale abbracciava allora quasi tutto il regno di Napoli. Nulla pareva al re de' Franchi d'aver fatto, se non si stendeva la sua signoria sopra così bella ed ampia parte d'Italia. È da credere che anche il pontefice Adriano, pieno sempre di sospetti per cagione dell'imperador greco, e di Adelgiso figliuolo di Desiderio, ricoverato a Costantinopoli, e dello stesso duca Arigiso, tutti pretendenti nel dominio dell'Italia, aggiugnesse calore e stimolo ai disegni e desiderii di Carlo, che seco avea condotta un'armata capace di farsi temere. Però informato di questo vicino temporale Arigiso, siccome abbiamo dagli Annali de' Franchi[531], spedì a Roma Romoaldo suo figliuolo con suntuosi regali per placare il re e per esibirsi pronto a fare ogni suo volere. Ma il papa, che meglio conosceva il sistema delle cose, consigliò il re di non appagarsi di queste parole e di portar l'armi nelle viscere del ducato di Benevento. Arrivò Carlo Magno coll'esercito suo fino a Capua, e l'armata cominciò a stendersi per quelle contrade, mettendo tutto a sacco. Era in questi tempi Arigiso (per attestato di Erchemperto[532] scrittore del secolo susseguente) in rotta coi Napoletani, popolo che sempre si salvò dal dominio de' Longobardi, e fu solito ad avere i propri duchi e a stare unito co' Greci, talvolta con lega, e per lo più con suggezione e dipendenza. Conchiuse tosto pace con essi Napoletani Arigiso, per non averli contrarii in quel frangente, con accordar loro alcuni beni nella Liguria. Quindi si diede alla difesa, e se crediamo ad esso Erchemperto, per un tempo ancora fece gagliarda resistenza, benchè gli Annali dei Franchi nulla dicano di battaglie nè di assedii. Ma scorgendo le sue forze inferiori al bisogno, dopo aver lasciato ben guernita di gente e di viveri la città di Benevento, allora capitale del ducato, molto popolata e ricchissima, si ritirò a Salerno, città marittima e forte, per potere, in caso di necessità, mettersi in salvo per mare, e maggiormente la fortificò con torri ed altri ripari. Inviò poscia a Capua l'altro suo figliuolo, chiamato Grimoaldo, a chieder pace, offerendo sommessione, danari e molti ostaggi, fra i quali gli stessi suoi figliuoli. L'anonimo salernitano[533] mischiando una mano di favole, ch'io tralascio, in questi avvenimenti, scrive, aver egli spedito anche molti vescovi al re Carlo, per implorar misericordia: il che non è inverisimile. Allora Carlo Magno, considerando che sarebbe costato non lieve fatica e tempo il pretendere di più, e che dal continuar la guerra ne seguirebbe la distruzion delle chiese e dei monisteri, e forse che i Greci confinanti al ducato beneventano con alcune città marittime della Calabria e colla Sicilia avrebbono potuto entrare in ballo, e prendere la protezion di Arigiso: si piegò ad accettar la pace. Le condizioni furono, che Arigiso continuasse ad essere duca, ma con subordinazione al re di Italia suo sovrano, siccome fu usato in addietro sotto i re longobardi, e con obbligarsi al pagamento di una annua pensione, che fu di sette mila soldi d'oro, per attestato di Eginardo[534]. Per sicurezza della promessa diede egli dodici ostaggi al re Carlo, e, quel che più importa, gli diede ancora Grimoaldo e Romoaldo suoi figliuoli. Tante poi preghiere si frapposero, che Romoaldo fu rilasciato in libertà; ma per conto di Grimoaldo, gli convenne andare fino ad Aquisgrana, dove dopo questa impresa, e dopo aver celebrato la Pasqua in Roma, si trasferì quel monarca. Attesta inoltre Erchemperto che Arigiso fu costretto a comperar questa pace collo sborso di un gran tesoro, per rifare il re Carlo delle spese della guerra. Di una altra condizione parleremo fra poco.
Dappoichè fu fuori d'Italia il re Carlo, e cessato il timor delle sue armi, credo che succedesse quanto narra papa Adriano nell'epistola sessantesima quarta del Codice Carolino. Cioè, che i nefandissimi Napoletani e gli odiati da Dio Greci, per maligno consiglio d'Arigiso duca di Benevento, aveano occupata la piccola città di Terracina, la quale egli avea prima sottomessa al dominio di san Pietro e del re Carlo, con averla probabilmente tolta ai Greci. Prega per ciò esso re di spedire nel primo dì d'agosto Vulfrino con ordine d'unire un'armata di tutti i Toscani e Spoletini, e degli stessi nefandissimi Beneventani, per passare a ricuperar Terracina e ad espugnar anche Gaeta e Napoli, città dei Greci, acciocchè la Chiesa romana rientri in possesso del suo patrimonio, cioè degli allodiali, a lei spettanti nel distretto di Napoli, ed affinchè que' popoli, se si può mai, vengano a sottomettersi sub vestra atque nostra dictione. Aveva poi esso papa trattato coi Napoletani di ceder loro Terracina, purchè essi gli restituissero il suddetto patrimonio; ma nulla voleva eseguire senza il parere di Carlo Magno. Aggiugne ch'essi Napoletani trattavano coll'infedelissimo Arigiso duca di Benevento, il quale tutto dì riceveva ambasciate dal nefandissimo patrizio di Sicilia. Questi era lo stesso Adelgiso figliuolo del re Desiderio. E lo spiega lo stesso papa, con dire che Arigiso duca imbrogliava il trattato cominciato coi Napoletani, perchè tutto dì era in espettazione di veder venire filium nefandissimi Desiderii dudum nec dicendi regis Langobardorum, ut una cum ipso pro vobis nos espugnent. Prega in fine Carlo Magno di operare in maniera che non resti nè derisa nè danneggiata la Chiesa romana. Ma è da maravigliarsi come dei saggi pontefici usassero allora contra dei popoli cattolici, solamente per discordie e sospetti politici, termini sì ingiuriosi. Perchè mai nefandissimi i Napoletani, odiati da Dio i Greci, per avere ricuperato un picciolo paese già di loro ragione? Nè badava il papa che anch'egli meditava, se avesse potuto, di far peggio, cioè di occupare ai Greci due nobilissime città e ducati, Napoli e Gaeta, sulle quali egli non avea diritto alcuno. Dalla lettera settuagesima terza del Codice Carolino pare che possa ricavarsi che Terracina era di giurisdizion de' Greci, al pari di Gaeta. I padri Cointe e Pagi, che rapportano la suddetta lettera settantesimaquarta all'anno 780, non badarono assai che allora il duca Arigiso non s'era punto assoggettato a Carlo Magno: cosa che avvenne solamente nell'anno presente; e che in questi tempi appunto Adelgiso figliuolo di Desiderio era in Sicilia, e manipolava un'invasione in Italia, siccome vedremo. A quest'anno per conseguente, e non a quello, si dee riferir la lettera suddetta. Ma questi segreti maneggi del duca Arigiso abortirono fra poco; perciocchè in questo medesimo anno nel dì 21 di luglio la morte gli rapì il giovane Romoaldo suo figliuolo, per la cui perdita, per la lontananza dell'altro, e per gli affanni sofferti, anch'egli infermatosi terminò il corso de' suoi giorni a dì 26 d'agosto, con lasciar belle memorie della sua giustizia, magnificenza e pietà in Benevento, e massimamente, oltre a due superbi palagi, un magnifico tempio e monistero di sacre vergini, appellato di santa Sofia, che egli sottopose a quello di Monte Casino, e un altro monistero parimente di vergini a persuasione di Alfano vescovo di Benevento, che fu posto sotto la direzione del monistero di san Vincenzo di Volturno[535]. Leggonsi le altre lodi di questo principe nel suo epitaffio composto da Paolo Diacono, e pubblicato da Camillo Pellegrino. Restarono, per la morte di Arigiso, i popoli di Benevento senza principe, senza governo: e però i principali baroni spedirono tosto al re Carlo in Francia, supplicandolo di volere rimettere in libertà Grimoaldo figliuolo del defunto principe, e di permettergli d'assumere il reggimento di quel ducato. S'incontrarono molte difficoltà in questo maneggio, siccome nell'anno seguente accenneremo. Fra l'altre cose trattate in Roma fra papa Adriano e il re Carlo vi fu ancora di ridur colle buone il duca di Baviera Tassilone a riconoscere per suo sovrano esso re[536]. A questo effetto il pontefice, dianzi pregato dal medesimo duca d'interporsi per la pace, fece tutti i buoni uffizii presso di Carlo; ma scoperto in fine che gl'inviati di Tassilone altro non davano che parole, mosso da giusta collera il pontefice, gli spedì una ambasceria, per intimargli la scomunica se dopo le promesse fatte non si sottometteva, rifondendo sopra di lui il reato, qualora l'ostinazione sua si tirasse dietro lo spargimento del sangue cristiano. A nulla giovarono le paterne esortazioni del papa; laonde il re Carlo, giunto che fu a Vormazia, s'accinse ad ottener coll'armi ciò che non avea potuto conseguir col mezzo de' trattati pacifici. Un esercito da lui condotto arrivò fino alla città d'Augusta; un altro guidato dal giovane re Pippino suo figliuolo, che già avea preso a governare il suo regno di Italia, s'inoltrò fino alla città di Trento. Allora fu che Tassilone tornato in sè abbassò il capo, e portatosi alla presenza di Carlo, tutto umiliato, gli giurò nel dì 5 di ottobre sommessione e vassallaggio, con dargli in ostaggio Teodone suo figliuolo, e dodici altri principali signori della Baviera: con che soddisfatto il re Carlo se ne tornò indietro alla villa d'Ingeleim. Lasciò anche scritto il Dandolo[537] che venne a morte in questo anno Maurizio doge di Venezia. Giovanni suo figliuolo, già dichiarato suo collega nella dignità ducale, continuò a regger solo que' popoli, stando in Malamocco, ma con riuscita ben diversa, sì nelle parole che nelle opere, da quella del padre. Nè si dee tacere che Carlo Magno nell'occasione della sua venuta in questo anno a Roma, siccome principe che a tutte le cose belle e lodevoli correva con ansietà impareggiabile, condusse via da Roma de' cantori valenti che insegnassero alle chiese di Francia il puro canto fermo, quale fu a noi lasciato da san Gregorio Magno, o pure da Gregorio II papa, come ha creduto taluno. Così attesta il monaco Engolismense[538], il quale inoltre aggiugne ch'egli menò anche seco da Roma de' maestri di grammatica e d'abbaco, che dilatarono poi per la Francia lo studio delle lettere. Ante ipsum enim dominum regem Carolum in Gallia nullum studium fuerat liberalium artium.
NOTE:
[531] Annal. Francor. Metens. et Bertiniani.
[532] Erchempertus, Hist. P. I, tom. 2 Rer. Ital.
[533] Anonym. Salernitan., P. I, tom. 2 Rer. Ital.
[534] Eginhardus, Annal. ad ann. 814.
[535] Rer. Ital. P. I, tom. 2.
[536] Annales Franc. Metens. et Nazar.
[537] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.
[538] Monachus Engolismensis, in Vita Caroli Magni.
Anno di CRISTO DCCLXXXVIII. Indiz. XI.
ADRIANO I papa 17. COSTANTINO imperad. 13 e 9. IRENE Augusta 9. CARLO MAGNO re de' Franchi e Longobardi 15. PIPPINO re d'Italia 8.
Si vuol ora avvertire i lettori, che datisi in questi tempi i romani pontefici a possedere stati, non lasciavano passar occasione alcuna per accrescere la lor temporale possanza, chiedendo sempre nuove cose a Carlo Magno, senza trascurare alcuna delle risoluzioni politiche di pace e di guerra, siccome veri principi temporali. Ossia ch'esso Carlo avesse nell'anno 774 promesso e conceduto, o pure, come io credo, nell'anno precedente, allorchè venne fino a Capua contra d'Arigiso principe di Benevento, concedesse a papa Adriano alcune città di quel ducato, ed altre poste nella Toscana, forse in ricompensa di danari pagati dal papa per le occorrenti spese di quella guerra: certo è ch'egli s'impegnò di dare a san Pietro la città di Capua, e verisimilmente ancora Sora, Arce, Aquino, Arpino e Teano; e nella Toscana Rosselle e Populonio, due piccole città situate al mare, ed altre che nomineremo fra poco. Di queste verità non ci lasciano dubitar le lettere di papa Adriano, registrate nel Codice Carolino, dove s'incontrano le premure di lui perchè vengano effettuate cotali promesse: premure che, cominciando in questi tempi, ci fan del pari conoscere recente la promessa e donazione fatta, e che fra le condizioni dell'aggiustamento seguito nell'anno addietro fra il re Carlo ed Arigiso duca di Benevento, vi dovette entrare ancor la cessione di Capua e d'altre città, le quali si aveano da staccare dal ducato beneventano, e sottoporre alla temporal giurisdizione del romano pontefice. In fatti, nell'epistola ottantesima prima Adriano prega il re Carlo, ut denuo eos missos suos dirigere jubeat, qui nobis contradere debeant fines populonienses, seu rosellenses, sicut et antiquitus fuerunt. Sed quaesumus, ut vestra regalis oblationis donatio fine tenus maneat inconvulsa. Praesertim et partibus beneventanis idoneos dirigere dignetur missos, qui nobis secundum vestram donationem ipsas civitates sub integritate tradere in omnibus valeant. All'anno precedente senza dubbio appartiene la lettera ottantesima ottava del Codice Carolino. In essa apparisce che i Capuani, mossi da una lettera del re Carlo, aveano spediti a Roma i loro rappresentanti, che giurarono fedeltà al papa e ad esso Carlo Magno. Dopo di che un d'essi, cioè Gregorio prete, avendo chiesto di poter parlare a papa Adriano in segreto, gli avea palesato, come nell'anno precedente, dappoichè Carlo re grande s'era partito da Capua, il duca Arichis ossia Arigiso avea spedito a Costantinopoli per chiedere soccorso dall'imperadore contra de' Franchi, ed insieme l'onore del patriziato col ducato di Napoli, allora dipendente dall'imperio greco; suggerendo inoltre che si facesse la spedizione in Italia di Adelgiso suo cognato con poderose forze in aiuto suo, con promettere di tosarsi e vestirsi da lì innanzi alla forma de' Greci, e di tenere per suo sovrano il greco imperadore. Da ciò intendiamo che il patriziato era una dignità portante seco la signoria sopra de' popoli, ma con una specie di vassallaggio, perchè suggetta alla superiorità dell'imperadore, di che sorta fosse il patriziato del papa (giacchè vedremo che egli se l'attribuiva), e di quale il patriziato de' Romani conferito a Pippino e a Carlo Magno re de' Franchi, lo cercheremo fra poco. Seguita a dire in essa epistola Adriano che l'imperadore greco aveva tosto inviato due suoi spatari in Sicilia, per crear patrizio esso principe Arigiso, ed aver costoro portate seco vesti tessute d'oro, e la spada, e il pettine, e le forbici, per tosarlo e vestirlo alla greca, con esigere che egli desse per ostaggio Romoaldo suo figliuolo. Avea poi promesso l'imperadore d'inviare Adelgiso a Ravenna o a Trivigi con un'armata, ed essere questi in fatti venuto, ma con ritrovar già cassati dal numero del viventi il duca Arigiso e Romoaldo suo figliuolo (per errore di stampa o de' copisti appellato quivi Waldone), e con restare per conseguente svanita la loro meditata impresa. E che, mentre si trovava Azzo, messo del re Carlo, in Salerno, quei di Benevento aveano ricusato di ammettere gli ambasciatori greci; ma che, partito esso Azzo, erano stati ricevuti in Salerno, dove con Adelberga, vedova del duca Arigiso, e coi suoi baroni, avevano avuto de' trattati, con restar nondimeno consigliati dai Beneventani di ritirarsi a Napoli finchè fosse venuto di Francia il duca Grimoaldo, perchè diceano d'aver fatta una spedizione al re Carlo per averlo, e mandata anche una roga, cioè un suntuoso regalo, e non già una roba, come stimò il padre Pagi, ad esso re per mezzo dello stesso Azzo, affinchè si degnasse di rimettere in libertà Grimoaldo. Venuto questi, egli avrebbe eseguito tutto quanto avea promesso Arigiso suo padre. Erano poi quegli ambasciatori iti a Napoli, ed incontrati da quel popolo colle insegne e bandiere fuori della città, quivi s'erano fermati, aspettando la venuta di Grimoaldo, e manipolando col vescovo Stefano e con altri dei disegni contrarii agl'interessi del re Carlo. Però Adriano sollecita esso re a preparare una buona difesa contro i tentativi di costoro. Scrive in fine che Maginario abate e gli altri messi del re medesimo erano venuti da Benevento a Spoleti, per avere inteso che i Beneventani, uniti coi Napoletani, Sorrentini ed Amalfitani, aveano tramato d'ucciderli con frode. Di questi medesimi affari tratta la lettera nonagesima seconda, scritta da papa Adriano sul principio dell'anno corrente.
Qui parimente luogo è dovuto alla lettera novantesima del codice suddetto. Essa ci scopre che il papa facea quanto potea con lettere per frastornare Carlo Magno dalla risoluzion di rimettere in libertà il duca Grimoaldo. Dopo avergli significato che Adelgiso, figliuolo del già re Desiderio, era venuto coi messi dell'imperador Costantino nella Calabria in alcuna delle città greche vicino al ducato beneventano, a motivo di precauzione, soggiugne, che nullo modo expedit, Grimoaldum filium Arichisi Beneventum dirigere. Che se i Beneventani non eseguissero le promesse fatte ad esso re Carlo, il consiglia di spedire un sì potente esercito in quelle parti sul principio di maggio, che si levi al nefandissimo Adelgiso la comodità di nuocere. E qualora una tale armata non venisse a rovesciarsi addosso ai Beneventani dal principio di maggio fino al settembre, pericolo c'è che i Greci con Adelgiso facciano delle novità pregiudiciali al medesimo re Carlo e agli stati della Chiesa. Pertanto il prega che, per conto di Grimoaldo figliuolo di Arigiso, egli voglia credere più ad esso pontefice, che a qualsisia persona del mondo, assicurandolo che s'egli lascierà venir questo principe a Benevento, non potrà il re tener l'Italia senza torbidi; e tanto più per avergli rivelato Leone vescovo che Adelberga vedova di Arigiso disegnava, dappoichè Grimoaldo suo figliuolo fosse entrato nelle contrade beneventane, di passar colle due sue figliuole a Taranto, dove avea rifugiati i suoi tesori. Nè credesse il re mai sì fatti consigli da avidità alcuna del papa per acquistare le città donate da Carlo a san Pietro nel ducato beneventano, perch'egli protesta di darli per sicurezza della Chiesa e del regno dello stesso re Carlo. Passa dipoi a pregarlo che comandi ai suoi inviati di non tornare in Francia, se prima non avran consegnato interamente ad esso pontefice le città concedute a san Pietro nelle parti di Benevento, siccome ancora Populonio e Roselle, e inoltre Suana, Toscanella, Viterbo, Bagnarea ed altre città, ch'esso re Carlo avea donato in Toscana alla Chiesa di Roma, essendoci degli uffiziali del re che si studiano di guastare ed annullare questa sacra oblazione. Da ciò intendiamo che non era per anche seguita la consegna di queste città, nè rilasciato il duca Grimoaldo. Ma finalmente Carlo Magno si lasciò indurre a mettere in libertà questo principe, e a permettergli che venisse a prendere il possesso del ducato di Benevento. Secondochè s'ha da Erchemperto[539], obbligossi Grimoaldo di mettere il nome del re Carlo, come di suo sovrano, nelle monete e negli strumenti (che tale era l'uso degli altri principi vassalli), e di far tosare la barba a' suoi popoli (a riserva de' mustacchi), e ciò alla moda de' Franchi, dismettendo l'usanza dei Longobardi che portavano di belle barbe. Scrive l'Eccardo[540]: Romani, Graecique barbas alebant; Langobardi vero, et Graeci etiam, et Franci eas radebant. Ma per gli Longobardi non sussiste. Ut Langobardorum mentum tonderi faceret, fu l'obbligo imposto a Grimoaldo; adunque la barba era usata e tenuta per ornamento dai Longobardi. Finalmente promise Grimoaldo di smantellar le fortificazioni delle città d'Acerenza, Salerno e Consa. Racconta l'Anonimo salernitano[541] (creduto Erchemperto dal cardinal Baronio[542], ma veramente diverso da esso), che avendo il re Carlo intesa la morte del duca Arigiso, fatto chiamare a sè Grimoaldo, gli disse che suo padre era mancato di vita. Allora l'accorto principe gli rispose: Gran re, per quanto io so, mio padre è molto ben sano, e la sua gloria è più che mai vigorosa; e desidero che ella cresca per tutti i secoli. Allora il re soggiunse: Dico daddovero, che tuo padre è morto. Replicò Grimoaldo: Dal dì ch'io son venuto in vostro potere, non ho più pensato nè a padre, nè a madre, nè a' parenti, perchè voi, gran re, a me siete il tutto. Fu lodata la risposta, e gli fu permesso il venire. Probabilmente giudicò meglio il re Carlo di azzardar questo colpo con lasciar venir Grimoaldo, perchè, nol facendo, già presentiva che i Beneventani si darebbono ai Greci; nè a lui tornava il conto di lasciar cotanto ingrandire in Italia una potenza che manteneva le sue pretensioni sopra tutta l'Italia. Aggiugne il suddetto Anonimo salernitano che il re Carlo mandò in compagnia di Grimoaldo due suoi giovani nobili, forse per vegliare sopra i di lui andamenti, cioè Autari e Pauliperto, a' quali esso Grimoaldo compartì le prime cariche della corte, donò assaissime case e poderi, e procurò nobile accasamento. Non fu appena giunto questo principe al fiume Volturno, prima di entrare in Capua, che gli venne incontro un'immensa folla di Longobardi, che tutta piena di giubilo l'accolse. Altrettanto avvenne fuori di Benevento, tutti gridando: Ben venuto nostro padre. Ben venga la nostra salute dopo Dio. Andò egli a dirittura alla chiesa della santissima Vergine, e colla faccia per terra ringraziò Dio del favore prestatogli. Passò da lì a poco a Salerno, anch'ivi incontrato da innumerabil popolo, e pervenuto alla chiesa, visitò con lagrime il sepolcro del padre e del fratello. Ma allorchè ebbe esposto a que' cittadini la promessa al re Carlo di demolir le superbe fortificazioni di quella città, tutti se ne turbarono forte, nè sapeano darsene pace. I ripieghi da lui presi per non mancare alla parola e al giuramento, ed insieme per non restar disarmato e senza difesa, gli accennerò in altro luogo.
Intanto papa Adriano, inteso ch'ebbe il ritorno e lo installamento di Grimoaldo, poco stette a scrivere al re Carlo la lettera ottantesima sesta del Codice Carolino, con protestare di nuovo, che se in addietro avea fatte premure perchè non fosse restituita a quel principe la libertà con gli stati, era unicamente stato per apprensione delle insidie e trame di chi era nemico non men d'esso re che del papa. Continua a dire, avere bensì il re Carlo incaricato Aruino duca e gli altri suoi inviati di consegnare ad esso papa le città di Roselle e Populonia in Toscana, e le altre situate nel ducato di Benevento, ma che nulla s'era fatto finora delle città di Toscana. E per conto delle beneventane, aveano bensì que' messi dato ai ministri pontifizii il possesso dei vescovati, de' monisteri e delle corti, ossia degli allodiali spettanti alla camera del principe, e consegnate le chiavi delle città, ma senza consegnar anche gli uomini che restavano in lor libertà. E come, dice Adriano, potremo noi senza gli uomini ritener quelle città? il perchè prega il re Carlo di non voler essere più parziale verso Grimoaldo figliuolo di Arigiso, che verso san Pietro, custode delle chiavi del cielo, e massimamente perchè esso Grimoaldo arrivato in Capua, alla presenza dei messi del re dei Franchi, s'era lasciato scappar di bocca, avere il re Carlo comandato che qualsivoglia desiderante d'essere suo suddito, tale sarebbe: cosa di gran rammarico al suddetto papa, perchè i Greci e Napoletani si ridevano dei ministri pontifizii, due volte tornati a casa senza ottener cosa alcuna, con raccomandare che dia gli ordini per l'esecuzione di quanto era disposto nell'offerta di quelle città. Come poi finisse questo affare, non apparisce dalle lettere di papa Adriano; ma noi bensì vedremo Capua signoreggiata dai principi beneventani, e senza che traspiri per concessione dei papi. Fece in questi principii del suo governo il duca Grimoaldo conoscere a Carlo Magno, quanto fossero insussistenti i sospetti disseminati contra di lui da papa Adriano. Già erano insorte liti fra Costantino giovane imperadore dei Greci e Carlo Magno, perchè questi, secondochè scrive Eginardo[543], ruppe il trattato di dar la figliuola Rotrude, destinata in moglie ad esso Augusto Costantino: il che indusse Irene a cercarne altra al figliuolo: e questa fu una giovane armena. Spedì ne' medesimi tempi la indispettita imperadrice Irene in Sicilia una forte squadra di navi e di combattenti, con ordine di assalire il ducato di Benevento. Era, per attestato del suddetto Eginardo, alla testa di quest'armata Adelgiso figliuolo del re Desiderio, chiamato Teodoro da' Greci; ed è da credere che Adelgiso vi andasse volentieri per la speranza di tirar ne' suoi voleri il duca Grimoaldo suo nipote, perchè figliuolo di Adelberga sua sorella tuttavia vivente. Ma Grimoaldo, lungi dal cedere a tali batterie, e dal volere effettuare i trattati seguiti, come ci fan credere le lettere di papa Adriano, tra Arigiso suo padre e i Greci: stette nella fedeltà verso il re Carlo e verso il re d'Italia Pippino. Prese dunque l'armi per opporsi ai Greci, chiamò in aiuto suo Ildebrando duca di Spoleti, ed essendo anche stato spedito al primo suono di questi rumori da Carlo Magno Guinigiso per suo inviato con alquanti Franzesi a Benevento, affinchè vegliasse sopra gli andamenti de' Greci e dei due duchi di Benevento e Spoleti: si venne finalmente ad un fatto d'armi. Riuscì questo favorevole ai principi e soldati longobardi, che con poco lor danno fecero grande strage de' Greci, ed ebbero in lor potere un ricco bottino con assaissimi prigioni. Se vogliam credere a Teofane[544], l'infelice Adelgiso lasciò la vita in quella sconfitta; ma altri scrivono ch'egli vecchio terminò i suoi giorni in Costantinopoli. Con questa azione dovette Grimoaldo accreditarsi non poco presso di Carlo Magno. Oltre di che, in questi primi tempi egli non ebbe difficoltà di comparir senza barba al mento, salvo sempre l'orrido ornamento dei lunghi mustacchi, e di mettere nelle monete e in primo luogo negli strumenti il nome del sovrano suo Carlo, senza però eseguir l'obbligo di atterrar le fortificazioni di Salerno, Acerenza e Consa.
In questi tempi avvenne che Tassilone duca di Baviera, a persuasione di Luidburga sua moglie, figliuola del già re Desiderio, pentito de' giuramenti prestati e della suggezione promessa al re Carlo, che forse inchiudeva delle dure condizioni, tornò a cozzare con lui. Accusato si presentò davanti al re, e convinto di aver trattato con gli Avari, ossia con gli Unni, padroni della Pannonia; d'aver macchinato contro la vita dei fedeli del re, e d'aver detto che, se egli avesse avuto dieci figliuoli, piuttosto li perderebbe che sofferire i patti per forza stabiliti col re Carlo: corse pericolo della vita. Gli ebbe misericordia il re; ma deposto dal ducato si elesse di terminare i suoi giorni con Teodone suo figliuolo in un monistero, dove professò la vita monastica, e attese a far penitenza de' suoi peccati. In fatti non passò gran tempo che gli Avari, secondo le promesse da lor fatte a Tassilone, messi insieme due eserciti, coll'uno assalirono la marca del Friuli, e coll'altro la Baviera. A far loro fronte non furono pigri i popoli d'Italia e i Franchi; e seguirono in tutti e due quei luoghi dei fieri combattimenti, ne' quali restarono rotti e posti in fuga que' Barbari. Tornarono costoro con altre forze per far vendetta contra de' Bavaresi, ma per la seconda volta furono sconfitti e respinti, con lasciare sul campo una gran quantità di morti, senza quelli che affogarono nel Danubio. A quest'anno pertanto son io d'avviso che appartenga una notizia, a noi conservata da un documento veronese, che fu pubblicato dal Panvinio, e poscia dall'Ughelli[545]. Raccontasi quivi che a' tempi di Pippino re d'Italia, quando egli era tuttavia fanciullo, gli Unni, con altro nome chiamati Avari, fecero una irruzione in Italia, per vendicarsi dell'esercito francese e del duca del Friuli, che spesso faceano delle scorrerie nella Pannonia signoreggiata allora da essi Unni. Di ciò avvertito il re Carlo, ordinò tosto che si rimettessero in piedi le fortificazioni di Verona, per la maggior parte scadute. Fece rifar le mura, le torri e le fosse tutte all'intorno d'essa città, e vi aggiunse una buona palizzata. Lasciò ivi Pippino suo figliuolo, e Berengario suo legato fu inviato per assistergli e difendere quella città. Potrebbe essere che questo Berengario padre di Unroco conte, fosse antenato di Berengario che fu poi re d'Italia, e poscia imperadore, siccome vedremo. In tal congiuntura nata disputa, se toccasse agli ecclesiastici il fare la terza o la quarta parte d'esse mura, non si poteva con buon fondamento decidere la controversia; perchè sotto i Longobardi la città non avea bisogno di riparazioni, bastevolmente munita dal pubblico; ed occorrendo qualche rottura, veniva tosto riparata dal vicario della città. Fu pertanto rimessa la decision della lite (secondo i riti strani, creduti in quel tempo religiosi, ma da noi ora conosciuti superstiziosi,) al giudizio della croce. Aregao per la parte pubblica, Pacifico per la parte del vescovo, amendue giovanotti robusti, il primo de' quali fu poi arciprete, e l'altro arcidiacono della Chiesa maggiore, si posero colle mani sollevate a guisa di croce, oppure alzate in alto davanti all'altare, in cui si cominciò la messa, e fu letto il Passio di san Matteo. Ma non si arrivò alla metà d'esso Passio, che ad Aregao, ossia Argao, vennero men le forze e cadde per terra. Pacifico stette saldo sino alla fine del Passio, e per conseguente fu proclamato vincitore, gli ecclesiastici obbligati solo alla quarta parte di quell'aggravio. Non si sa nondimeno ben intendere come Verona fosse in quest'anno sì abbattuta di fortificazioni, quando nell'anno 773 e 774 fece sì gran resistenza ai Franchi, e vi ebbe sì lungo asilo Adelgiso figliuolo del re Desiderio: se pure in quell'assedio non avessero patito di molto le mura, senza poi prendersi cura alcuna di ristorarle.
NOTE:
[539] Erchempert., Chron. P. I, tom. 2 Rer. Ital.
[540] Eccard., Rer. Franc., lib. 22, pag. 382.
[541] Anonymus Salernitan., P. II, tom. 2 Rer. Ital.
[542] Baron., in Annal. Eccl.
[543] Eginhardus, in Annal. Francor. Annal. Loiselian.
[544] Theoph., in Chronogr.
[545] Ughell., Ital. Sacr. tom. 2 in Episcop. Veronensib.
Anno di CRISTO DCCLXXXIX. Indiz. XII.
ADRIANO I papa 18. COSTANTINO imperad. 14 e 10. IRENE Augusta 10. CARLO MAGNO re de' Franchi e Longobardi 16. PIPPINO re d'Italia 9.
Fino a quest'anno aveva il duca Ildebrando lodevolmente governato il ducato di Spoleti, e mantenuta buona armonia col re Carlo e con Pippino re d'Italia; ma gli convenne pagare il tributo che tutti dobbiamo alla natura. In lui perderono i Longobardi un principe commendabile della lor nazione, a cui fu sostituito un altro, ma di nazion franzese. Questi fu Winigiso, ossia Guinigiso, o Guinichis, quel medesimo che nel precedente anno era stato spedito in Italia da Carlo Magno per assistere al duca di Benevento nella guerra contra de' Greci. Bernardino de' Conti di Campello[546] differì sino all'anno 791 la morte d'Ildebrando, e l'esaltazione di Guinigiso; ma è fuor di dubbio che all'anno presente egli fu creato duca di Spoleti. Ne abbiamo la testimonianza del catalogo antichissimo di que' duchi[547], posto avanti alla Cronica di Farfa, e inoltre ce ne assicurano le memorie d'esso monistero farfense, da me pubblicate[548], dove si legge una carta scritta anno Karoli et Pippini XVII et IX temporibus Guinichis ducis Spoletani anno I, mense octobris, Indictione XIII, con altri simili coerenti all'epoca stessa. Se vogliam credere alla Cronica moissiacense[549], in quest'anno vennero in Italia con un'armata navale tre patrizii spediti da Costantino imperadore per ricuperare l'Italia; ma furono sbaragliati dai Longobardi uniti col messo del re Carlo. Ha creduto taluno che questa sia impresa diversa da quella dell'anno precedente, quando evidente è che si parla del medesimo fatto, ma rapportato fuori di sito. Per conghiettura poi vien creduto che nell'anno presente fosse scritta da papa Adriano al re Carlo la lettera ottantesima quinta del Codice Carolino, da cui si scorge che non mancavano persone seminatrici di zizzanie fra esso papa e Carlo. Duolsene forte il papa; e perchè il re anche egli si doleva d'avere inteso, come in Italia avea voga la simonia, confessa il medesimo pontefice che pur troppo si osservava questo iniquo mercato delle chiese in qualche luogo, e massimamente nella provincia di Ravenna: vizio nondimeno disapprovato e combattuto sempre dalla Sede apostolica, la quale non consecrava mai vescovi che puzzassero di quell'infamia. Finalmente dopo altri punti viene a parlare di certi uomini dell'esarcato di Ravenna e della Pentapoli, iti in Francia per portare, come credeva il papa, delle doglianze e delle sinistre relazioni al re Carlo contra del papa medesimo. Vero è avere scritto esso Carlo che costoro nulla di male aveano rapportato a lui in pregiudizio del pontefice, e che anzi ne aveano parlato in bene: contuttociò si lagna Adriano, perchè senza permissione e passaporto suo s'avvezzino a far dei ricorsi al re, aggiugnendo queste rilevanti parole: Ipsi vero Ravenniani et Pentapolenses, ceterique homines, qui sine nostra absolutione ad vos veniunt, fastu superbiae elati, nostra ad justitias faciendas contemnunt mandata, et nullam ditionem, sicut a vobis beato Petro apostolo, et nobis concessa est, tribuere dignantur. Però Adriano il prega di non fare novità nell'olocausto fatto a san Pietro da Pippino suo padre, e dallo stesso re Carlo confermato, quia, ut fati estis, honor patriciatus vestri a nobis irrefragabiliter conservatur, etiam et plus amplius honorifice honoratur: simili modo ipse patriciatus beati Petri, fautoris vestri, tam a sanctae recordationis domno Pippino, magno rege, genitore vestro, in integro concessus, et a vobis amplius confirmatus irrefragabili jure permaneat. Pertanto, siccome non soleano vescovi, conti ed altri uomini venire di Francia a Roma senza passaporti del re, così non dee dispiacere ad esso che anche gli uomini del papa, qualiscumque ex nostris aut pro salutationis caussa, aut QUAERENDI JUSTITIAM ad vos properaverint, vi vadano col passaporto del papa medesimo. Diedero motivo le suddette parole a Pietro de Marca, arcivescovo di Parigi[550], di credere che Roma fosse allora sottoposta a due patrizii, cioè al papa e a Carlo Magno. Ma il padre Pagi[551] più giudiziosamente osservò che i papi non furono mai patrizii di Roma; Carlo bensì essere stato patrizio di Roma, perchè difensore della Chiesa e del popolo di Roma: dignità nondimeno solamente d'onore. Perciocchè i Romani, levatisi dall'ubbidienza dell'imperadore, aveano formata una repubblica, di cui era capo il romano pontefice; nè Carlo Magno vi esercitava giurisdizione se non per difendere i Romani. Però per putriziato del papa si dee intendere il dominio a lui spettante nell'esarcato di Ravenna e della Pentapoli per concession di Pippino e di Carlo re de' Franchi. Anche Giovan-Giorgio Eccardo[552] riconobbe essere consistito il patriziato pontifizio nella giurisdizione sopra le città di Ravenna e della Pentapoli, ma con aggiugnere: Patriciatum romanum cum urbe Roma regibus Francorum integre ubjectum fuisse, neque pontifices sibi quidquam in eo jurisdictionis, aut ditionis arrogasse.
Certo non è cosa facile il poter rischiarare senza pericolo d'ingannarsi il sistema di que' governi, e ciò per mancanza di documenti e notizie. Contuttociò tengo anch'io per infallibile che per patriziato di s. Pietro, ossia del romano pontefice, si abbia da intendere la signoria de' papi sopra le provincie di Ravenna e della Pentapoli. La stessa epistola ottogesima quinta, da noi veduta qui sopra, sufficientemente l'addita; perchè si tratta d'uomini di quelle provincie che faceano ricorso al re Carlo contro la volontà e i diritti del papa. Ma questi medesimi ricorsi e la concession di quelle contrade fatte dal re Pippino, e la confermazione accordatane dal re Carlo, con altri atti accennati di sopra, c'inducono a credere che l'alto dominio sopra quelle provincie fosse ritenuto non men da Pippino che da Carlo Magno. Pippino coll'armi le avea ritolte ai Longobardi, e ne dispose in favore della Chiesa romana, ma ritenendo l'uso degli altri beni d'allora donati alle chiese, sopra i quali i re e gli imperadori conservavano la loro sovranità. Lo stesso nome di patrizio indica dipendenza da qualche sovrano. Per conto poi del patriziato de' Romani conferito ai re franchi, non sappiam bene come passasse la faccenda. Io bramerei di poter dire che i pontefici fossero allora, come sono da più secoli in qua, sovrani di Roma e del suo ducato, e che il patriziato di Carlo Magno si riducesse ad un titolo solo privo di dominio. Ma l'immaginarsi che questo in altro non consistesse che in una dignità d'onore, per cui il re si obbligava alla difesa della Chiesa e del popolo di Roma, non s'accorda colla vera idea del patriziato, allorchè si conferiva per governar popoli. Il patrizio di Ravenna, chiamato esarco ne' tempi addietro, comandava a Ravenna, alla Pentapoli e a Roma stessa. Così il patrizio della Sicilia, e così i papi in vigore del loro patriziato esercitavano signoria e giurisdizione nell'esarcato di Ravenna. Che il patriziato romano di Carlo Magno fosse diverso, non apparisce; ed Anastasio[553] attesta che quando Carlo Magno nell'anno 774 andò a Roma, il sommo pontefice Adriano obviam illi dirigens venerandas cruces, idest signa, sicul mos est ad exarchum aut patricium suscipiendum, eum cum ingenti honore suscipi fecit. Ed appena creato, siccome vedremo, papa Leone III, nell'anno 792, mox per legatos suos claves confessionis sancti Petri, ac vexillum romanae urbis, cum aliis muneribus regi (Carolo) misit, rogavitque, ut aliquem de suis optimatibus Romam mitteret, qui populum romanum ad suam fidem atque sujectionem per sacramenta firmaret. Questo porgere il vessillo è il segno adoperato per conferire la signoria: il che si può anche osservare nelle antiche monete de' dogi di Venezia. Indizio di questo son parimente le chiavi. Gregorio III pontefice, in una lettera scritta a Carlo Martello, nomina claves confessionis beati Petri, quas vobis AD REGNUM direximus. E Paolo Diacono[554] scrivendo a Carlo Magno, non per anche divenuto imperadore, gli dicea: Et praecipue civitatis vestrae romuleae viarum, portarum, etc, vocabula diserta reperietis. Questi son passi che non si accordano coll'opinione del padre Pagi, secondo il cui parere il patriziato romano di Carlo Magno portava seco solamente l'obbligo e l'onore della difesa del papa romano. Ma ne' suoi atti quel monarca s'intitolava patrizio de' Romani, cioè con titolo indicante signoria, come l'indicava senza fallo il chiamarsi ancora re de' Franchi e Longobardi. Nè dice egli patrizio della Chiesa romana, ma sì bene de' Romani. Erano voci sinonime in questi tempi i titoli di console, duca e patrizio, e tutte portavano signoria, come si può vedere nei dogi di Venezia, ne' duchi di Napoli e di Gaeta[555].
Dalla lettera ottantesima ottava del Codice Carolino scritta da papa Adriano al re Carlo, siccome vedemmo di sopra, si ricava che Arigiso duca di Benevento mandò al greco imperadore i suoi inviati, petens auxilium et honorem patriciatus una cum ducatu beneventano sub integritate, promittens ei tam in tonsura quam et in vestibus usu Graecorum perfrui, sub ejusdem imperatoris ditione: cioè si esibiva di diventar vassallo del greco Augusto, godendo il dominio del ducato di Benevento colla giunta di Napoli, e intitolandosi patrizio. Ed appunto uso fu degl'imperadori greci di conferire la podestà principesca con questo titolo solo, perchè quello di re involveva la totale independenza da altri sovrani. Così Zenone Augusto dichiarò patrizii d'Italia Odoacre e Teoderico, che, non contenti di questo, assunsero il nome di re. Ed Anastasio imperadore diede anch'egli il titolo di patrizio a Clodoveo il Grande re di Francia, conquistator della Gallia, per tacere altri esempi, secondo i quali anche i papi e il senato romano elessero per loro patrizii, cioè principi, Pippino e Carlo Magno re de' Franchi; nè conferirono ad essi il titolo d'Imperadore per qualche rispetto che durava tuttavia verso i Greci Augusti, e per non inasprir maggiormente le cose. Fors'anche nelle ambascerie, che non poche seguirono fra i suddetti due re franchi e gl'imperadori greci, procurarono i primi che fosse approvata questa lor dignità e podestà dalla corte imperiale, con riconoscere tuttavia la sovranità d'essi Augusti. Tutto quanto ho detto fin qui pare assai fondato. Ma che è da dire dell'opinion dell'Eccardo, il qual pretende che, posto il patriziato di Pippino e Carlo Magno, i papi non godessero giurisdizione e dominio alcun temporale? Fu di sentimento il padre Pagi che Roma si governasse allora a repubblica, di cui fosse capo il papa. È ella ben fondata quest'altra opinione? E poi onde apparisce l'esercizio dell'autorità in Roma, poco fa attribuita al patrizio? Convien confessarlo: restano qui molte tenebre, nè si può decidere per mancanza d'antiche memorie. Tuttavia sia lecito a me di dire che quel passo della lettera ottantesima quinta fa gran forza, per indurci a credere che il patriziato di Carlo in Roma portasse dominio temporale, nè poter sussistere la repubblica mera e independente, immaginata dal padre Pagi. Pare bensì più verisimile che Roma allora fosse governata a nome del patrizio, ossia con dipendenza dal patrizio, dal senato e dagli altri magistrati, ne' quali io non ho difficoltà di riconoscere qualche forma di repubblica e di padronanza. Le lettere del Codice Carolino fanno vedere che ivi era il senato, ivi il prefetto della città. Se ci restassero le lettere scritte da questi a Carlo, si conoscerebbe probabilmente che la loro autorità, ammettendo ancora capo del senato e d'essa repubblica il pontefice, dipendeva dal patrizio. Abbiamo anche veduto che in Roma stavano i Franchi di Carlomanno fratello d'esso Carlo; par bene che parimente Carlo vi tenesse i suoi. E noi sappiamo, come si vedrà andando avanti, che i prefetti di Roma erano ivi posti dagl'imperadori, perchè esercitassero la giustizia punitiva. Inoltre si osservi che nelle lettere del Codice Carolino si parla tanto del dominio dei papi sull'esarcato, e nulla del dominio d'essi in Roma. Che se i pontefici di questi tempi mostrano tanta premura per la difesa e ingrandimento del ducato romano, nulla di più fanno che si facesse san Gregorio Magno, il quale niun dirà che fosse padron di Roma. Comunque sia, meglio è in questa oscurità di cose confessar la nostra ignoranza, che decidere senza valevoli pruove dello stato delle cose d'allora. Io so non mancar persone che mal volentieri odono trattati questi punto di storia; ma è da desiderare che ognuno anteponga ai privati suoi affetti l'amore della verità, nè si metta a volere stabilir colle idee de' tempi presenti quelle degli antichi secoli; siccome all'incontro è di dovere che ognuno rispetti il presente sistema degli stati e governi, confermato dalla prescrizione di tanti secoli, senza pretendere di prender legge da' vecchi secoli per regolare i presenti.
NOTE:
[546] Campelli, Istoria di Spoleti, lib. 15.
[547] Chron. Farfense, P. II, T. II Rer. Ital.
[548] Antiquit. Ital., Dissert. LXVII.
[549] Chronic. Moissiacense.
[550] Marca da Concord., lib. 3, cap. 11.
[551] Pagius, in Critic. ad Annal. Baron. Ad hunc ann. 789.
[552] Eccard., Rer. Franc., lib. 25, cap. 38.
[553] Anastas., in Vit. Hadriani I.
[554] Paulus Diacon., in Praefat. ad Festum.
[555] Con diversità però, imperciocchè i dogi di Venezia erano principi indipendenti ed eletti dal popolo, e non riconoscevano altri sovrani, quando i duchi di Gaeta e di Napoli eletti a principio dagl'imperadori riconoscevano la di loro sovranità, o alto dominio.
Anno di CRISTO DCCXC. Indizione XIII.
ADRIANO I papa 19. COSTANTINO imper. 15 e 11. CARLO MAGNO re de' Franchi e Longobardi 17. PIPPINO re d'Italia 10.
In quest'anno, secondo gli Annali dei Franchi, niuna spedizion militare fu intrapresa da Carlo Magno. Solamente sappiamo[556] che mentr'egli dimorava in Vormazia, vennero a trovarlo gli ambasciatori degli Avari, ossia degli Unni, padroni allora della Pannonia, oggidì chiamata Ungheria. Sino ai confini del loro dominio si stendevano i dominii di Carlo Magno, siccome padrone della Baviera; e lite appunto era fra loro a cagion d'essi confini. Non si potè venire ad un accordo, e di qui ebbe principio una nuova guerra, che nell'anno seguente accenneremo principiata contra di quei Barbari. Avea poi fin qui l'imperadrice Irene tenute le redini del governo in Oriente, lasciando solamente il nome di padrone al figliuolo Costantino Augusto. Ma essendo egli giunto all'età di venti anni, insorsero de' consiglieri[557] che gli insinuarono non aver egli più bisogno di nutrice per governare i suoi popoli, ed essere tempo di levare il maneggio alla ambiziosa madre e a Stauracio patrizio, che era dispotico della corte. Abbracciò Costantino il consiglio; ma scoperta la congiura, Irene e Stauracio infierirono contra dei complici. Nulladimeno dichiaratesi le armate in favore del giovane imperadore, Irene Augusta fu costretta a cedere e a ritirarsi nel palazzo fabbricato da Eleuterio per quivi menar vita privata. Restò con ciò Costantino solo al governo degli stati, dopo essere stato tenuto assai basso in addietro, senza che i sudditi osassero di presentarsi all'udienza di lui; ma anch'egli sfogò dipoi la sua collera e vendetta contra di Stauracio, e degli altri uffiziali e favoriti di sua madre.
NOTE:
[556] Eginhardus, in Annal. Franc.
[557] Theoph., in Chronogr.
Anno di CRISTO DCCXCI. Indizione XIV.
ADRIANO I papa 20. COSTANTINO imper. 16 e 12. CARLO MAGNO re de' Franchi e Longobardi 18. PIPPINO re d'Italia 11.
Diede Carlo Magno in quest'anno principio alla guerra contro gli Unni possessori dell'Ungheria, gente pagana ed avvezza a commettere delle insolenze contra dei Cristiani, sudditi del monarca medesimo[558]. Sulla primavera con due armate, l'una di qua e l'altra di là dal Danubio, andò ad assalire i nemici. Pel Danubio scendeva un copioso naviglio che conduceva i viveri. Concorsero le nazioni tutte della monarchia franzese, e gl'Italiani fra gli altri spediti dal re Pippino, a quella impresa, di maniera che formidabili riuscirono le forze del re Carlo in questa guerra. Tuttavia, se si eccettua la presa e la demolizione di alcune fortezze degli Unni situate ai confini, poco di più guadagnò la possente armata franzese, nè oltrepassò il fiume Rab. Anzi essendo entrata una fiera epidemia ne' cavalli, di tante migliaia, onde era composto quell'esercito, appena se ne salvò la decima parte. Però se ne tornò indietro il re Carlo mal contento di questa campagna. Contuttociò servì a lui di molta consolazione l'avviso ricevuto, che verso il fine d'agosto l'armata d'Italia era giunta anch'essa addosso agli Avari, cioè agli Unni suddetti, e che, arrischiato un fatto d'armi, avea con tal valore e felicità combattuto, che da gran tempo non si era fatta una simile strage di que' Barbari. A noi viene questa particolarità da una lettera scritta dal re Carlo alla regina Fastrada, dimorante allora in Ratisbona, che fu pubblicata dal padre Sirmondo[559] e dal Du-Chesne[560]. Negli Annali del Canisio si legge, exercitum, quem Pippinus filius de Italia transmiserat, introivisse in Illyricum. Non avendo poi trovato sito proprio ne' precedenti anni all'epistola settantesima terza del Codice Carolino, mi sia lecito il farne ora menzione, benchè forse non appartenga all'anno presente. È essa scritta a Carlo Magno da due preti, da alcuni diaconi, e da una gran frotta di altri segnati col solo nome loro, non si sa se del clero, oppure secolari o senatori romani. Gli scrivono essi che i nefandissimi Beneventani, unitisi con quei di Gaeta e di Terracina, tramavano di usurpare e levare dal dominio di s. Pietro e nostro, alcune città della Campania, e di sottometterle al patrizio greco della Sicilia, venuto in questi tempi alla stessa città di Gaeta. Aveva il papa inviato loro alcuni vescovi per dissuaderli, ed insieme per consigliarli che mandassero i loro deputati ad esso Carlo Magno, oppure a Roma, per esaminar gli affari; ma nè lo uno nè l'altro s'era potuto ottenere. Pertanto soggiungono: Dum vero eorum nequitiae praevalere minime potuimus, disposuimus cum Dei virtute atque auxilio, una cum vestra potentia generalem nostrum exercitum illuc dirigere, qui eos constringere debeat, et inimicos beati Petri, atque nostri, seu vestri emendare. Dopo di che pregano il re Carlo di volere spedir lettere e messi ai nefandissimi e odiati da Dio Beneventani (questo era il bel linguaggio d'allora), acciocchè desistano da queste inique operazioni, e lascino in pace le città della Campania. Queste ultime parole fanno intendere che si parla di fatti accaduti dopo l'anno 787, perchè prima i Beneventani non ubbidivano a Carlo Magno. Per altro la presente lettera, benchè abbia alla testa il nome di molti, apparisce scritta dal medesimo papa Adriano, perchè chiama figliuolo il re, e nomina Teodoro eminentissimo nostro nipote. Tornando ora alla lettera che dicemmo di sopra scritta alla regina Fastrada, Carlo Magno, fra le altre cose, ivi le notifica, come nella battaglia data agli Unni dall'armata d'Italia, Dux de Histria, ut dictum est nobis, ibidem bene fecit cum suis hominibus. Cotal notizia ci conduce ad intendere che l'Istria, già tolta dai Longobardi ai Greci, era pervenuta, insieme col regno longobardico, in potere de' Franchi, oppure che era riuscito a Pippino re d'Italia di riconquistar quella provincia insieme colla Liburnia, togliendola ai Greci, probabilmente nell'anno 788, in cui i Franchi fecero guerra al ducato di Benevento. Eginardo[561] in fatti ci assicura che quelle due provincie erano venute in potere di Carlo Magno, e però il duca dell'Istria anch'egli entrò nella spedizione contra degli Unni. Restò afflitta in quest'anno, per attestato di Anastasio[562], la città di Roma da una fiera inondazione del Tevere, che atterrò la porta Flaminia, il ponte d'Antonino, e cagionò altri gravissimi disordini. Con paterna cura papa Adriano provvide in tal congiuntura agli alimenti de' poveri, dando loro con barchette il pane, finchè cessò la furiosa piena di quel fiume.
NOTE:
[558] Annal. Franc. Bertiniani, Fuldenses, etc.
[559] Sirmondus, Concil. Gal., tom. 2.
[560] Du-Chesne, Rer. Franc., tom. 2, p. 187.
[561] Eginhardus, in Vita Caroli Magni.
[562] Anastas., in Vita Hadriani I Papae.
Anno di CRISTO DCCXCII. Indizione XV.
ADRIANO I papa 21. COSTANTINO imper. 17 e 13. CARLO MAGNO re de Franchi e Longobardi 19. PIPPINO re d'Italia 12.
Scoppiò in quest'anno la congiura ordita contra del padre e de' fratelli da Pippino figliuolo bastardo nato a Carlo Magno da Imeltruda concubina, e diverso da Pippino re d'Italia. Questo giovane principe, bello di aspetto, ma gobbo, non sapea digerire che il re Carlo avesse già creato re d'Italia Pippino, e re d'Aquitania Lodovico, e dato il governo del Maine a Carlo suo primogenito, tutti e tre suoi fratelli, ma legittimi. Perciò, durante la lontananza del padre impegnato nella guerra con gli Unni, badando a dei cattivi consiglieri, e trovati degli aderenti che erano mal soddisfatti della regina Fastrada[563], tramò una congiura contro la vita di lui, con isperanza d'occupar egli il regno. Fardolfo longobardo quegli fu che scoprì la segreta mena, e la rivelò al re Carlo, con riceverne poi in ricompensa l'insigne badia di s. Dionisio di Parigi. Era stato questo Fardolfo uno dei più fedeli cortigiani del re Desiderio, e con esso lui andò in esilio in Francia. Dopo la morte di Desiderio si mostrò non men fedele al re Carlo, e meritò da lui quel ricco guiderdone. Restano presso il Du-Chesne[564] due epigrammi, dai quali apparisce che questo Fardolfo abbate fabbricò un palazzo presso il monistero di s. Dionisio per servigio del re Carlo, e inoltre una chiesa a san Giovanni Battista, per isciogliere un voto da lui fatto allorchè andò in Francia in esilio. Gli autori del suddetto scellerato disegno condotti a Ratisbona, parte furono impiccati, parte accecati, e gli altri relegati in varii paesi. Non soffrì il cuore al buon re di pagare l'indegno figliuolo a misura del suo reato, e contentossi che assumesse l'abito monastico nel monistero di Prumia, dove nell'anno 811, per attestato dell'Annalista sassone, terminò i suoi giorni. Leggiamo poi in varii Annali dei Franchi, che convinto in quest'anno di eresia Felice vescovo di Urgel in Catalogna, fu condotto a Roma da Angilberto abbate di Centula, cioè da quel medesimo illustre personaggio che vedemmo all'anno 783 primo tra i consiglieri di Pippino re d'Italia, il quale dovea già aver dato l'addio al secolo. Ma in alcuni Annali egli è qui nominato senza il titolo di abbate. Giunto a Roma il suddetto Felice, nel concilio de' vescovi alla presenza di papa Adriano confessò e ritrattò la sua eresia, ed ottenne di potersene ritornare a casa sua. Il solo Astronomo, ossia l'autore anonimo della vita di Lodovico Pio[565], ci ha conservata una notizia spettante, per quanto si crede, all'anno presente; cioè, che tornato esso Lodovico re d'Aquitania dalla spedizione fatta contro degli Unni della Pannonia nell'anno precedente, ebbe ordine da Carlo Magno suo padre di andarsene in Aquitania, e poscia fratri Pippino suppetias, cum quantis posset copiis, in Italiam pergere. Cui obediens, Aquitaniam autumni tempore rediit, omnibusque, quae ad tutamen regni pertinent, ordinatis, per montis Cinisii asperos et flexuosos anfractus in Italiam transvehitur, atque Natalem Domini Ravennae celebrans, ad fratrem venit. Ciò che ne seguisse, lo vedremo nell'anno susseguente. Intanto non vo' lasciar di dire che il Sigonio scrisse[566] le seguenti parole di Pippino re di Italia: Dum autem is in Italia fuit, Ravennae plerumque egit, aut vetere urbis amplitudine, aut certe navalis rei administrandae opportunitate inductus. Girolamo Rossi[567] anch'egli, aderendo al Sigonio, scrisse che Pippino stabilì per sua sede Ravenna, con immaginar nondimeno ciò fatto con licenza e permissione del sommo pontefice. Non trovo io sicure e chiare pruove di tali asserzioni. Le parole nondimeno del soprammentovato Astronomo paiono dar qualche fondamento all'opinion del Sigonio. Attese in quest'anno il re Carlo a far dei preparamenti, e specialmente un ponte di navi, con disegno di sperimentare di nuovo le sue forze contra degli Unni, signori della Pannonia. Ma gli stessi Barbari segretamente istigarono alcuni popoli della Sassonia a ripigliar l'idolatria, cioè a ribellarsi al re Carlo: il che disturbò i di lui disegni.
NOTE:
[563] Eginhardus, in Vita Caroli Magni, cap. 20. Ann. Francor. Canis.
[564] Du-Chesne, tom. 2 Rer. Franc., p. 645.
[565] Apud Du-Chesne, tom. 2 Rer. Franc.
[566] Sigonius, de Regno Italiae, ad ann. 781.
[567] Rubeus, Histor. Raven., lib. 5.
Anno di CRISTO DCCXCIII. indizione I.
ADRIANO I papa 22. COSTANTINO imper. 18 e 14. CARLO MAGNO re de' Franchi e Longobardi 20. PIPPINO re d'Italia 13.
Sul principio di quest'anno, per testimonianza dell'Astronomo, autore della vita di Lodovico Pio, uniti insieme i due re fratelli, cioè Pippino e Lodovico, con tutte le loro forze, portarono la guerra nel ducato beneventano, diedero il sacco dove giunsero, ma senza impadronirsi d'altro che di un miserabil castello. Passato il verno, se ne tornarono amendue prosperosamente a trovare il padre, ma col dispiacer d'intendere la ribellion di Pippino lor fratello naturale, scoperta nondimeno e gastigata colla morte di molti nobili che aveano tenuta mano al trattato. Motivo a questa guerra contro i Beneventani potrebbe aver dato la lettera settantesima terza di papa Adriano, accennata da me nell'anno 791, se in quello fosse stata veramente scritta. Ma noi abbiam senza questo da Erchemperto[568] storico le cagioni di rottura fra Pippino re d'Italia e i Beneventani. Comandava allora a quell'ampio ducato, siccome è detto di sopra, Grimoaldo, principe accorto e valoroso, che, ereditate le massime di suo padre, cioè voglioso dell'indipendenza dai Franzesi, dimenticò in breve le promesse e i patti stabiliti con Carlo Magno, allorchè gli fu conceduto colla libertà il ducato. Sui principii del suo governo attenne la parola, facendo mettere il nome d'esso re Carlo ne' soldi d'oro ch'egli facea coniare, e ne' pubblici strumenti, per riconoscere la di lui sovranità. Ma da lì a non molto lasciò anche queste usanze, e cominciò a non voler che i Franchi gli facessero da padroni e maestri addosso. Erasi egli impegnato di smantellar le fortificazioni di Salerno, Acerenza e Consa. Abbiamo dall'Anonimo salernitano[569], ch'egli fece diroccar le mura di Consa, ma senza dolor di testa, perchè quella città a cagione del sito anche senza mura si poteva difendere. Parimente venuto ad Acerenza, la fece tutta spianare; ma ordinò che se ne fabbricasse un'altra più forte in sito vantaggioso, cioè sopra un monte. Restava Salerno, che anch'esso doveva spogliarsi di fortificazioni, ed aveva Grimoaldo già fatto dar principio ad una nuova città in vicinanza nel luogo chiamato Veteri; ma non sapea ridursi a rovinar sì bella e forte città, come era l'antica. Allora fu che uno se gli esibì di trovar ripiego per soddisfare all'obbligo contratto, e salvare nello stesso tempo la città, purchè gli fosse data la ricca veste di vaio, cioè la pelliccia, che il duca Arigiso di lui padre solea portare nel dì di Pasqua. Costui gl'insegnò di abbattere alcune mura di Salerno, con alzarne appresso dell'altre, che rendevano più sicura ed inespugnabile la città, con che egli si diede ad intendere di aver mantenuto l'obbligo contratto e il giuramento prestato a Carlo Magno. Prese anche per moglie Wanzia nipote di Costantino imperadore de' Greci: andamenti e fatti tutti che sommamente dispiacquero a Pippino re di Italia, e l'indussero a muovere guerra ad esso Grimoaldo, per desiderio di fargli abbassare il capo. Perchè sì presto terminasse la guerra suddetta, senza saper noi se Grimoaldo con qualche capitolazione si sbrigasse da questi insulti, resta ignoto. Si può nondimeno credere che convenisse ai Franchi di ritirarsi in fretta, perchè, secondo gli Annali moissiacensi[570], sì il ducato beneventano che l'esercito franzese patì in questi tempi una fiera carestia, la quale si stendeva per tutta l'Italia, ed anche per la Francia. Oltre a ciò, sappiamo dal suddetto Erchemperto, che assalito dall'armi franzesi il duca Grimoaldo, per dar loro qualche soddisfazione, ripudiò all'ebraica la suddetta moglie, quantunque ciò non bastasse per quetare lo sdegno de' Franchi contra di lui. Ma se questo ripudio succedesse nell'anno presente, non v'è storia che lo additi. Mentre si preparava il re Carlo per portare di nuovo la guerra nella Pannonia, si vide obbligato a mutar per allora pensiero; perchè dall'un canto udì che i Sassoni a sommossa degli Unni s'erano ribellati; e dall'altro, che i Saraceni della Spagna aveano rotta la pace, già stabilita con Lodovico re d'Aquitania suo figliuolo. In fatti abbiamo dai mentovati Annali moissiacensi, che vedendo quegl'infedeli impegnato Carlo Magno nella guerra degli Unni, presero il tempo, e con un poderoso esercito vennero nella Settimania, oggidì Linguadoca, bruciarono i borghi di Narbona, e condussero via un immenso bottino d'uomini e di robe. Nell'andar che costoro faceano alla volta di Carcassona, presentossi loro a fronte Guglielmo conte, ossia duca di Tolosa, che fu poi santo, con quanti conti e gente egli potè raunare in quel bisogno, e coraggiosamente attaccò la zuffa. Ma prevalsero i Saraceni, e de' Cristiani sconfitti la maggior parte restò estinta sul campo, e gli altri, fra' quali Guglielmo, si salvarono colla fuga. Trattenevasi intanto il re Carlo in Ratisbona, meditando di tirar un canale dal Danubio al Meno e al Reno, per facilitare il commercio de' popoli: impresa riguardevole, ed anche cominciata, ma rimasta in breve imperfetta. Andarono a trovarlo colà i legati di papa Adriano con dei grandi regali. Il motivo della spedizione da niuno storico si vede registrato negli Annali; ma, secondo tutte le apparenze, fu la loro andata per assistere al concilio, di cui parleremo fra poco.
NOTE:
[568] Erchempertus, P. I, tom. 2 Rer. Ital.
[569] Anonymus Salernitanus, P. II, tom. 2, Rer. Italic.
[570] Annales Moissiacens., tom. 3, Rer. Franc. Du-Chesne.
Anno di CRISTO DCCXCIV. Indizione II.
ADRIANO I papa 23. CONSTANTINO imper. 19 e 15. CARLO MAGNO re de' Franchi e Longobardi 21. PIPPINO re d'Italia 14.
Era tornato in Ispagna al vomito Felice vescovo di Urgel, con rinnovar le già ritrattate sue ereticali proposizioni; animato in ciò principalmente da Elipando arcivescovo di Toledo, concorde in sì fatte storte opinioni con lui; il che accrebbe il bisogno di rimedio. Carlo Magno, principe impareggiabile, che quantunque fosse occupato da tanti pensieri politici, non lasciava d'aver l'occhio attento alla difesa della religione, raunò in Francoforte un concilio plenario, a cui intervennero i legati di papa Adriano, e ben trecento vescovi d'Italia, Spagna, Francia e Germania. Fu quivi decretato che fosse contrario agl'insegnamenti della fede cattolica l'insegnare che Gesù Cristo Signor nostro, in quanto uomo, fosse figliuolo adottivo di Dio: che era l'eresia del suddetto Felice. Passarono oltre que' Padri ad esaminar la sentenza del settimo concilio generale, tenuto dai vescovi orientali in Nicea, in cui furono condannati gl'iconoclasti, e stabilita come ortodossa la venerazion delle sacre immagini. Di sentimento diverso furono i vescovi occidentali nel concilio di Francoforte, avendo eglino bensì ammesso l'uso delle immagini suddette, ma insieme rigettata la loro adorazione. Uomini dottissimi han già fatto conoscere che quei vescovi, a cagione di qualche traduzione malfatta del concilio niceno, non intesero la mente e i decreti de' vescovi d'Oriente in proposito delle sacre immagini, con figurarsi incautamente che alle immagini de' santi fosse stato in Nicea accordato il culto della Latria: il che nè punto nè poco sussiste. Però in questa parte non fu approvato dalla santa Sede il sentimento de' Padri francofordiensi. Carlo Magno mandò in tal occasione Angilberto abbate di Centula a papa Adriano coi voti di que' vescovi, acciocchè gli esaminasse; e il papa assunse bensì la difesa del concilio niceno, ma camminò in quest'affare con pesatezza e dolcezza; perchè per attenzione di Carlo Magno essendosi nei suoi regni rimesso in qualche vigore lo studio delle lettere, non mancavano vescovi di molta dottrina in questi tempi che sapeano tener la penna in mano. E ben degno di considerazione è, che sopra molti altri bella figura fecero nel concilio suddetto, dopo papa Adriano (che inviò una sua lettera condannatoria di Eliprando), s. Paolino patriarca d'Aquileia, e Pietro arcivescovo di Milano. Leggesi tuttavia in quegli atti Libellus episcoporum Italiae contra Elipandum, composto da s. Paolino, una cum reverendissimo, et omni honore digno Petro mediolanensis sedis archiepiscopo, cunctisque collegis fratribus et consacerdotibus nostris Liguriae, Austriae, Hesperiae, Æmiliae, catholicarum ecclesiarum venerandis praesulibus. Crede il Labbe[571] che invece di Austriae s'abbia quivi a leggere Histriae et Venetiae. Ma egli non sapea l'uso de' Longobardi di chiamare Austria la parte orientale della Lombardia, e Neustria l'occidentale: del che ho parlato anch'io[572] nelle annotazioni delle leggi longobardiche. La loro Austria abbracciava la provincia della Venezia e il Friuli; la Liguria disegnava i vescovi suggetti all'arcivescovo di Milano; l'Emilia dinotava i sottoposti all'arcivescovo di Ravenna, e l'Esperia, cioè l'Italia, i vescovi della Toscana, di Spoleti e di altre città italiane, i nomi de' quali mancano negli atti di quel concilio. Probabilmente fu in questa congiuntura che succedette quanto lasciò scritto Ermoldo Nigello nel poema della vita di Lodovico Pio Augusto[573], da me dato alla luce. Trovavasi il santo prelato Paolino nella chiesa d'Aquisgrana, o celebrando la messa, o salmeggiando nel coro, assiso in una sedia. Vennero colà i tre figliuoli del re Carlo. Precedeva a tutti il principe Carlo suo primogenito. Dimandò il patriarca ad un cherico, chi quegli fosse, e udito chi era, si tacque; e Carlo, continuando il cammino, passò oltre. Da lì poco sopraggiunse Pippino con una gran truppa di cortigiani. Chi questi fosse, volle saperlo il patriarca; e riflettendo ch'era re d'Italia, l'onorò con cavarsi la berretta. Pippino senza fermarsi anch'egli passò oltre. Venne finalmente Lodovico re d'Aquitania, che a differenza dei suoi fratelli maggiori si mise in ginocchioni davanti al sacro altare, e con somma divozione incominciò le sue preghiere. Udito ch'ebbe s. Paolino il nome di lui, alzossi allora dalla sedia, e corse ad abbracciare questo pio principe, il quale con profonda riverenza gli corrispose. Andato poi il patriarca all'udienza di Carlo Magno, fu interrogato della cagione, per cui s'era mostrato sì parziale del terzo de' suoi figliuoli. Gli rispose, perchè se Dio voleva che succedesse a lui nell'imperio uno de' figliuoli suoi, Lodovico era il più a proposito. Si verificò in effetto la predizione. I due maggiori premorirono al padre, e Lodovico gli fu successore nell'imperio e nei regni. Vero è che vien attribuita questa predizione ad Alcuino dall'autore anonimo[574] della sua vita; ma quello scrittore non manca d'altri sbagli, nè è da paragonare con Ermoldo Nigello abbate, che meglio sapeva gli affari della vita e corte di Carlo Magno, perchè la praticava in questi tempi.
Abbiam di sopra parlato dell'arcivescovo di Ravenna. Potrebbe per avventura appartenere a questi tempi l'elezione seguita di Valerio in arcivescovo di quella città, succeduta senza fallo, vivente papa Adriano. A cagion di questa sorse qualche disparere fra esso papa e Carlo Magno, come apparisce dall'epistola settantesima prima del Codice Carolino. Pretendeva esso re Carlo che i suoi messi dovessero intervenire all'elezione di quegli arcivescovi, allegando ciò fatto, allorchè dopo la morte di Sergio arcivescovo si trattò di eleggere il suo successore, cioè Leone. Risponde in quella lettera il pontefice Adriano, che dappoichè fu mancato di vita il suddetto Sergio, Michele usurpò la cattedra di Ravenna, e capitato per altri affari a Roma Ubaldo messo del re medesimo, fu solamente incaricato di portarsi a Ravenna per cacciar via di colà l'usurpatore e condurlo a Roma. Per altro non era in uso che nè i papi, nè esso Carlo Magno, nè Pippino suo padre inviassero messi per assistere all'elezione dell'arcivescovo ravignano; nè ciò s'era fatto dopo la morte di Leone nell'elezion di Giovanni e di Grazioso. Perciò quivi seguitava lo antico costume, che morto un arcivescovo, il clero e popolo di Ravenna concordemente eleggeva il successore, il quale, col decreto dell'elezione in mano, passava dipoi a Roma per ricevere la consecrazione dal sommo pontefice. Prega dunque Adriano il re Carlo di quetarsi su questa pretensione e di non prestar fede alle lingue ingannatrici, con persuadersi che niuno più d'esso papa è geloso, perchè sia mantenuto tutto l'onore al di lui patriziato, e venga esso re esaltato. Questa pretensione di Carlo Magno, di aver mano nell'elezione dello arcivescovo di Ravenna, può anch'essa servire d'indizio della sua sovranità nell'esarcato, perchè da gran tempo i re franchi voleano mischiarsi nelle elezioni de' vescovi: abuso detestato dai sacri concilii e dallo stesso papa Adriano nell'epistola ottantesima quinta del Codice Carolino, dove scrive al medesimo re: Numquam nos in qualibet electione invenimus, nec invenire debemus vestram excellentiam; sed neque optamus talem rem incumbere; sed qualis a clero et plebe cunctoque populo electus canonice fuerit, et nihil sit, quod sacro obsit ordini, solita traditione illum ordinamus. Diede fine ai suoi giorni in quest'anno la regina Fastrada moglie di Carlo Magno, e fu seppellita a Magonza, donna crudele e malvoluta da molti[575]. Il re Carlo poscia con un'armata da una parte e Carlo suo primogenito con un'altra da altra parte, marciarono contra i Sassoni, per farli pentire della lor ribellione e del rinnovato lor paganismo. Pareano costoro disposti in campo a decidere della lor sorte con una battaglia; ma conosciuto che il pericolo era maggiore della speranza, implorarono la misericordia del re e si sottomisero, con dargli in pegno della lor fede molti ostaggi. Parimente spedì esso re un possente esercito sotto il comando di Guglielmo conte di Tolosa, o pur duca di Aquitania, contra de' Mori di Spagna, che aveano preso Oranges ed altri luoghi della Linguadoca. Venne a lui fatto di ricuperar quella città, e continuò dipoi anche nel seguente anno le sue vittorie con grave danno di quella barbara gente. Prese in quest'anno il re Carlo per sua moglie Liutgarda di nazione alemanna; ma, secondo Eginardo, non ebbe figliuoli. Probabilmente fu in quest'anno che Teodolfo, scrittore poscia celebre, ottenne da esso re[576] la badia di Fleury in Francia, e forse nello stesso tempo anche il vescovato di Orleans. Era questi di nazione italiano, discendente non già dai Longobardi, ma dai Goti; dai Goti, dissi, non so se dei rimasti in Italia, o pure dei conquistatori della Spagna. Scrive egli[577], che andato a Narbona, quivi trovò un resto di Goti che il riguardarono come lor parente. Comune opinione è che il mirabil genio di Carlo Magno in una delle sue venute in Italia, trovato Teodolfo dotato di molta letteratura (cosa rara in questi tempi) seco il menasse in Francia, e poscia il promovesse alla dignità episcopale.
NOTE:
[571] Labbeus, tom. 7 Concilior.
[572] Rer. Italic., Part. II, tom. 1.
[573] Nigell., lib. 1, Poemat. P. II, tom. 2 Rer. Italic.
[574] Anonymus apud Mabillon., Saecul. Benedict., lib. 1, cap. 10.
[575] Eginhardus, in Annal. Franc.
[576] Mabill., in Annal. Benedictin.
[577] Theodulphus, in Paraenesi ad Judic.
Anno di CRISTO DCCXCV. Indizione III.
LEONE III papa 1. COSTANTINO imp. 20 e 16. CARLO MAGNO re de' Franchi e Longobardi 22. PIPPINO re d'Italia 15.
Giunse in quest'anno al fine de' suoi giorni papa Adriano I, e la sua morte succedette nel dì santo del Natale di nostro Signore. La memoria di questo prudente ed insigne pontefice, che meritò d'essere ascritto al catalogo de' santi, sarà sempre in benedizione nella Chiesa romana, di cui fu egli sommamente benemerito; perchè essa dianzi sempre maestosa e riverita nello spirituale, per cura di lui cominciò ad essere grande e stimata anche nel temporale. Quanto alto ascendesse la sua pia liberalità verso le chiese di Roma e verso i poveri, si legge con istupore presso di Anastasio bibliotecario[578]. La città stessa di Roma gli professò di grandi obbligazioni, perchè con immense spese ne rifece egli le mura e le torri. Era questo pontefice teneramente amato da Carlo Magno, il quale, udita la di lui morte, l'onorò delle sue lagrime, distribuì di molte limosine in suffragio della di lui anima, ed anche formò in versi l'epitaffio che tuttavia si legge negli Annali ecclesiastici e presso d'altri autori. Nella Raccolta dei concilii del Labbe abbiamo i capitoli di papa Adriano, raccolti da varii concilii e dai decreti de' sommi pontefici. E in questa occasione vien creduto che per la prima volta alcuno si servisse della Raccolta delle decretali de' papi, vivuti prima de' santi Siricio ed Innocenzo I, romani pontefici, che uscì alla luce sotto nome d'Isidoro vescovo, da alcuni incautamente cognominato Mercatore. Oggidì è sentenza stabilita anche presso tutti i letterati cattolici, che quelle lettere sono apocrife e finte, cioè invenzione del suddetto Isidoro, e spezialmente Davide Biondello, uno de' protestanti, mostrò da che libri fu ricavata quella farragine di decreti, non conformi all'antica disciplina della Chiesa. Incmaro, celebre arcivescovo di Rems, il primo fu a scoprir quella impostura; ma nol persuase agl'ignoranti secoli susseguenti, finchè vennero altri valentuomini che nel secolo prossimo passato terminarono il processo contra delle medesime. Ora nella festa di santo Stefano il clero, i nobili e il popolo romano raunatisi, vennero concordemente all'elezione del successore; e questa cadde nella persona di Leone III, che pel lungo servigio prestato nella basilica lateranense, pel suo amore verso i poveri e per la sua nota pietà, fu conosciuto sopra gli altri meritevole della sublime pontificia dignità. Nel giorno appresso seguì la di lui consecrazione, in cui fece un regalo al clero, maggiore ancora del praticato dai suoi antecessori. Nè tardò egli a dar notizia della sua esaltazione a Carlo Magno. Fra le lettere d'Alcuino e presso il Du-Chesne[579], resta tuttavia la risposta data ad esso papa Leone dal medesimo re Carlo. Rallegrasi egli per la concorde elezione fatta di lui, et in promissionis ad nos fidelitate. Aggiugne che avea preparato dei regali da inviare al suo predecessore, la cui morte l'ha estremamente afflitto, ma essergli di consolazione che sia assunto al pontificato un successore che non men di Adriano adotterà per figliuolo esso re. Pertanto manda per mezzo di Angilberto abbate, nominato di sopra, quei donativi ad esso papa Leone, e gli dice di avere incaricato lo stesso Angilberto di conferire col papa intorno a tutto ciò che ad exaltationem sanctae Dei Ecclesiae, vel ad stabilitatem honoris vestris, vel patriciatus nostri firmitatem necessarium intelligeretis. Sicut enim cum beatissimo praedecessore vestro sanctae paternitatis pactum, sic cum beatitudine vestra ejusdem fidei et caritatis inviolabile foedus statuere desidero. In che consistessero questi patti e questa lega di fede e d'amore, noi nol sappiamo; ma verisimilmente riguardano l'accordo seguito fra i papi precedenti e il medesimo Carlo Magno, per conto del patriziato de' Romani conferito a Carlo, e del governo di Roma e del suo ducato. In un'altra lettera, che si legge fra quelle d'Alcuino, esso re Carlo dà commessione al suddetto Angilberto abbate di fare un'ammonizione a papa Leone de omni honestate vitae suae, et praecipue de sanctorum observatione canonum, de pia sanctae Dei Ecclesiae gubernatione; e vuole che gli ricordi quanto sia corto l'onore mondano, e perpetuo il premio di chi ben fatica quaggiù, e gl'inculchi di sradicare la peste della simonia e di effettuare la promessa a lui fatta da papa Adriano di fabbricare un monistero presso alla basilica di san Paolo.
Non ostante la sommessione fatta nell'anno precedente dai Sassoni ribelli, si scorgeva tuttavia inquieto e tumultuante l'animo loro; laonde Carlo Magno con grandi forze entrò nelle loro contrade, e la maggior parte mise a sacco. Ma mentre veniva ad unirsi con lui Vilza re degli Obotriti, nel passare il fiume Elba, caduto in un'imboscata de' Sassoni, vi lasciò la vita: accidente che irritò forte il re Carlo, e cagionò di gran rovina al paese di que' Sassoni. Nè cessò egli dal perseguitarli, finchè ricevuti da essi varii ostaggi, se ne tornò placato ad Aquisgrana. Durante questa spedizione vennero a trovare il re Carlo gli ambasciatori di Tudino, uno dei principi degli Unni, che prometteva di farsi cristiano: il che recò non poca allegrezza a quel piissimo monarca. In fatti seguì la venuta di lui e il suo battesimo nell'anno seguente; ma gli Annali del Lambecio lo riferiscono al presente. Fu spezialmente in questi tempi che Carlo Magno s'applicò ad ingrandire ed abbellire Aquisgrana, per desiderio di farne una Roma nuova. Vi fabbricò un palazzo suntuosissimo, a cui diede il nome di Laterano, e una basilica in onor della Vergine santissima, di ricca e mirabile struttura, con pitture, mosaici e marmi rari, per la maggior parte tratti da Ravenna, siccome innanzi dicemmo. Edificò eziandio altri palazzi, ponti, contrade, e concertò i siti per nobilissime cacce. Quivi pose il suo amore, quivi erano le delizie sue, e però vi stabilì la sua magnifica corte, con far divenire celebre quella città sopra l'altre de' suoi regni. Si può credere data in quest'anno la lettera centesima di Alcuino a san Paolino patriarca di Aquileia, dove sono le seguenti parole: Mirabiliter de Avarorum gente triumphatum est, quorum missi ad dominum regem directi subjectionem pacificam, et Christianitatis fidem promittentes venerunt. Dice ancora d'avergli scritto due altre lettere, l'una mandata pel santo vescovo d'Istria, e l'altra pel venerabil uomo Erico o Enrico duca. Era questi duca del Friuli, e gli Annali dei Franchi ci hanno conservata memoria delle prodezze sue nella guerra contro gli Avari, o vogliam dire gli Unni, signori della Pannonia, che allora era suggetta a varii principi, e non più ad un solo re, chiamato per soprannome Cagano, come abbiam veduto ne' tempi addietro. Non si sa bene se nell'anno presente, o pure nel susseguente (pare nondimeno che piuttosto in questo che nell'altro), esso duca Enrico, ossia Erico, spedì l'esercito italiano, o pure v'andò egli in persona, con Wonomiro, uno de' principi della Schiavonia[580], contra degli Unni ossia Avari, passando dalla Carintia nella Pannonia. Per buona ventura erano fra lor disuniti gli Unni, e stanchi i lor capi per una guerra civile, allumata ne' tempi addietro. Profittò Enrico della lor debolezza, e gli riuscì di espugnare il Ringo, cioè la fortificazione più rinomata di quella nazione, di cui parla Notchero[581] nella vita di Carlo Magno, dove stavano riposti i lor tesori, raunati da più re, spezialmente colle spoglie dei vicini. Vi si trovarono in fatti immense ricchezze, e il duca adempiè bene il suo dovere, con portarne la maggior parte ad Aquisgrana, e consegnarla al re Carlo. Servì questo tesoro al generoso monarca per regalare i suoi baroni, cherici e laici; una buona parte nondimeno riservò per mandarla in dono al romano pontefice. L'incumbenza di condurla a Roma fu data ad Angilberto abbate di san Ricario, ossia di Centula, a cui parimente fu appoggiata la carica di primo consigliere del re Pippino in Italia. Nella lettera quarantesima seconda di Alcuino egli è chiamato Angilbertus primicerius Pippini regis. Di tanto in tanto il re Pippino era all'armata fuori d'Italia, o alla corte del re Carlo suo padre. È da credere che allora Angilberto facesse le funzioni come vicerè.
NOTE:
[578] Anastas., in Vit. S. Hadriani Papae.
[579] Du-Chesne, tom. II, pag. 685, Rer. Franc.
[580] Annales Franc. Loiselian.
[581] Notcherus, in Vita C. M., lib. 2, cap. 2.
Anno di CRISTO DCCXCVI. Indizione IV.
LEONE III papa 2. COSTANTINO imper. 21 e 17. CARLO MAGNO re de' Franchi e Longobardi 23. PIPPINO re d'Italia 16.
Sul principio di quest'anno, per attestato degli Annali de' Franchi[582], papa Leone III misit legatos cum muneribus ad regem, claves etiam confessionis sancti Petri, et vexillum romanae urbis eidem direxit. Cosa significassero quelle chiavi e quel vessillo l'abbiamo detto di sopra. E pare che non ce ne lasci dubitare Eginardo[583], con iscrivere all'anno presente: Mox Leo per legatos suos claves confessionis sancti Petri, ac vexillum romanae urbis, cum aliis muneribus regi misit, rogavitque, ut aliquem de suis optimatibus Romam mitteret, qui populum romanum ad suam fidem atque subjectionem per sacramenta firmaret. Se il popolo romano giurava fedeltà e soggezione al re Carlo, non si può già rettamente immaginare che il patriziato de' Romani a lui conferito consistesse in grado di semplice onore coll'obbligo solo di difendere esso popolo e la Chiesa romana. E però non ha già da chiamarsi una esagerazione, come si figurò il padre Pagi[584] quella di Paolo Diacono[585], che di Carlo Magno tuttavia re, e non peranche imperadore scrisse: Romanos praeterea, ipsamque urbem romuleam, jampridem ejus praesentiam desiderantem, quae aliquandiu mundi totius domina fuerat, et tum a Longobardis oppressa gemebat, duris angustiis eximens, suis addidit sceptris; cunctaque nihilominus Italia miti dominatione potitus est. Che nell'anno 773 non fosse angustiata Roma da Desiderio re de' Longobardi, può ben negarlo il padre Pagi; ma parla in contrario la storia. Seguirono in quest'anno le nozze di Lodovico re d'Aquitania, terzo legittimo figliuolo di Carlo Magno[586], con Ermengarda figliuola d'Ingrammo conte o duca, nipote di Crodegango vescovo di Metz. Vuolsi parimente osservare che anche Pippino re d'Italia, già pervenuto all'età di ventun anno, era in questi tempi ammogliato, perciocchè Alcuino in una lettera[587] a lui scritta dice: Laetare cum muliere (onde il nome di moglie) adolescentiae tuae, et non sint alienae participes tui. Ma per una strana negligenza niuno degli antichi storici ha a noi conservato il nome di questa regina sua moglie. Trovavasi l'invitto re Carlo impegnato in due guerre, l'una contra de' Sassoni ribelli, l'altra contra quegli Unni della Pannonia che tuttavia mantenevano nemicizia e facevano testa alle di lui forze. Abbiamo dall'Astronomo, autore della vita di Lodovico Pio, ch'egli chiamò dall'Aquitania questo suo figliuolo con quanti combattenti potè raunar da quelle parti. In compagnia dunque di lui e col primogenito Carlo condusse una poderosa armata in Sassonia, diede il guasto dovunque arrivò, e fece prigioni innumerabili persone dell'uno e dell'altro sesso, e d'ogni età di quella nazione che furono condotte e distribuite per la Francia, e probabilmente anche in Italia, affinchè imparassero e seguitassero la legge di Cristo. Da Anastasio bibliotecario[588] impariamo che in Roma abitavano moltissimi Sassoni, e v'era la lor contrada, appellata Vicus Saxonum. Diede Carlo in questa maniera un gran crollo a quell'indomita ed instabil nazione. Dall'altra parte ebbe ordine il re Pippino di portar la guerra nella Pannonia contro gli Unni[589]. Conduceva questo valoroso principe una forte armata d'Italiani e Bavaresi, e con questa virilmente s'inoltrò nel paese nemico, con giugnere fin dove il fiume Dravo sbocca nel Danubio. Alcuni scrittori attribuiscono a lui la presa del Ringo, detto di sopra; e scrivono che, venendo il verno, andò a trovare il re Carlo suo padre in Aquisgrana, e gli presentò un ricchissimo bottino fatto in quelle barbare contrade, ed insieme una esorbitante quantità di prigioni. Altri Annali[590] attribuiscono, siccome già osservammo, la principal gloria di questa impresa ad Arrigo duca del Friuli, che era succeduto a Marcario in quel governo, con aggiugnere esser egli stato il portatore del tesoro unnico a Carlo Magno. Venne in questa maniera buona parte della Pannonia, oggidì Ungheria, in potere di Carlo Magno, e questa fu nello spirituale sottomessa e raccomandata alla cura di Arnone vescovo di Salisburgo. E perciochè non era lungi da que' paesi s. Paolino patriarca di Aquileia, Alcuino[591] a lui scrisse animandolo a predicare e piantar fra loro la religione di Cristo. Adoperossi ancora esso Alcuino appresso Carlo Magno per la liberazione di tanti prigioni, ed ottenutala, ne portò i ringraziamenti a lui e al re Pippino. Intanto prosperamente ancora procedevano gli affari della guerra contra dei Saraceni della Spagna[592]. Entrato nelle lor terre il prode Guglielmo duca di Tolosa, ossia d'Aquitania, sconfisse le loro brigate, mise a sacco le campagne, e sparse il terrore dappertutto. L'anno ancora fu questo, in cui il suddetto san Paolino tenne un concilio in Cividale del Friuli, appellata Forum Julii. Il cardinal Baronio[593], il Labbe[594] ed altri l'hanno rapportato all'anno 791, ma con errore. Esso fu celebrato anno felicissimo principatus eorum (cioè di Carlo Magno e di Pippino) tertio et vicesimo, et decimo quinto. Queste note cronologiche convengono all'anno presente, come ancora ha osservato il padre de Rubeis[595]. Dice ivi il santo patriarca di non aver fin qui potuto congregare un sinodo, a cagion de' tumulti e delle guerre vicine, cioè degli Unni; ma che atterrati per la maggior parte que' Barbari, e restituita la pace al Friuli, egli ha oramai intrapresa quella santa funzione. In questo concilio si vede stabilita la processione dello Spirito Santo dal Padre e dal Figliuolo, condannato l'errore di Elipando e di Felice vescovi spagnuoli, detestata la simonia, con altri saggi decreti per la inviolabilità de' matrimonii, e per altri punti di disciplina ecclesiastica.
NOTE:
[582] Annales Bertiniani, Metens. el alii.
[583] Eginhardus, in Annal. Franc.
[584] Pagius, Critic. ad Annal. Baron.
[585] Paulus Diaconus, de Episcop. Metens.
[586] Astronomus, et Theganus, in Vita Ludovici Pii.
[587] Alcuin., Epist. 91.
[588] Anast. Bibliothec., in V. Leonis III et IV.
[589] Annales Franc. Laureshamens.
[590] Poeta Saxo, in Annal. Franc.
[591] Alcuin., Epist. 112.
[592] Annal. Franc. Moissiac.
[593] Baron., ad ann. 791.
[594] Labbe, Concilior., tom. 7.
[595] De Rubeis, Monument. Eccl. Aquilejens., cap. 42.
Anno di CRISTO DCCXCVII. Indizione V.
LEONE III papa 3. IRENE imperadrice 1. CARLO MAGNO re de' Franchi e Longobardi 24. PIPPINO re d'Italia 17.
Erasi l'imperador Costantino tirato addosso il biasimo e l'odio di molti, perchè nel gennaio dell'anno 795 avea sacrilegamente ripudiata Maria sua legittima consorte[596], e forzatala a farsi monaca. Dopo di che nel mese d'agosto pubblicamente sposò e introdusse nel talamo regale Teodota, già cameriera della deposta Augusta, rapito da cieco affetto verso di quella. Disapprovò queste nozze, contrarie ai dogmi della religione cristiana, s. Tarasio patriarca di Costantinopoli, senza però giugnere a scomunicare l'imperadore per paura di maggiori sconcerti e mali nelle chiese orientali. Ma non fecero così i monaci zelanti, fra' quali specialmente si distinsero i santi abbati Platone e Teodoro Studita. Questi francamente in faccia dell'imperadore stesso detestarono il fatto, non vollero più comunicar col patriarca, ed allegramente se ne andarono in esilio, dove li cacciò lo sdegnato Costantino. Stava intenta a tutti questi movimenti la già deposta imperadrice Irene, e siccome quella che riteneva la segreta voglia e smania di ritornare sul trono, non fu pigra a prevalersi dello sconvolgimento presente, e massimamente dell'appoggio de' monaci, che più che mai venivano perseguitati dal figliuolo Augusto. Trasse ella pertanto non pochi cortigiani e soldati nel suo partito, finchè un dì scoppiò la da gran tempo preparata mina. Fu nel mese di giugno dell'anno presente che i congiurati attruppatisi insieme misero le mani addosso a Costantino, e dopo averlo cacciato in un bucintoro, la mattina poi del dì 15 di esso mese il trassero nella stessa regal camera del palazzo, dove egli era nato, e quivi con sì poca grazia, voglio dire, con tanta crudeltà gli cavarono gli occhi, che poco mancò che non morisse per lo spasimo. Dopo di che l'imperadrice Irene prese sola le redini del governo; furono richiamati dall'esilio i monaci, e si rimise la quiete e pace nella Chiesa di Costantinopoli. Il voler scusare, anzi il lodare esempli tali d'ambizione e barbarie, non credo che meriti lode. Erano insorte dissensioni fra i Mori di Spagna. Secondo che scrive Eginardo[597], Barcellona, città anche allora fortissima della Catalogna, era stata in addietro ora in poter de' Saraceni, ed ora dei re di Francia. Zaddo, uno dei principi mori della Spagna, vi signoreggiava allora. Costui si portò fino ad Aquisgrana al re Carlo, e quivi spontaneamente gli sottomise sè stesso e la città di Barcellona. Il poeta sassone[598] a quest'anno anch'egli nota lo stesso, e dice che Barcellona Francorum subjecta fuit posthac dictioni.
Noi nondimeno vedremo, andando innanzi, che dovette ben colle parole Zaddo mostrare di rendersi a Carlo Magno, ma coi fatti operò poi il contrario. Puossi credere che costui s'inducesse a questa resa per timore di Lodovico re di Aquitania, il quale per ordine del padre penetrò in quest'anno in Ispagna con tutte le sue forze, ma senza che sappiamo quali imprese egli quivi facesse. Trattenevasi il re Carlo in Aquisgrana, e, per attestato di Eginardo, illuc Pippinum de italica, et Ludovicum de hispanica expeditione regressos, ad se venire jussit. Che spedizione militare facesse in quest'anno il re Pippino in Italia, lo tace la storia. Potrebbe essere stata contra di Grimoaldo duca ossia principe di Benevento; perciocchè da che quel principe si mise in testa di non voler più riconoscere per suo superiore Carlo re de' Franchi, nè Pippino per re d'Italia, durò sempre la rissa e guerra fra questi due principi, come si ha da Erchemperto. Portossi ancora ad Aquisgrana Teottisto legato, oppur figliuolo di Niceta patrizio della Sicilia, che presentò a Carlo Magno una lettera dell'imperador Costantino, scritta prima delle sue disavventure, e fu con particolare onore ricevuto e rispedito. Tornossene in Italia il re Pippino, e Lodovico si restituì in Aquitania. In questo anno ancora il re Carlo coll'armata entrò nella Sassonia, tolse quanti ostaggi volle da quei popoli, che tutti correvano a suggettarsi a lui. Ne condusse anche via moltissimi, avendo per esperienza conosciuto che non v'era miglior maniera di domar quella feroce nazione, che col sempre più indebolirla e disperderla. Quindi, per essere più a portata di quegli affari, svernò coll'esercito, nella stessa Sassonia. Probabilmente sino a questi tempi condusse la sua vita Paolo Diacono, già divenuto monaco di Monte Casino, scrittore de' più celebri di quell'età, a cui dee molto la storia d'Italia. Il catalogo delle opere da lui composte si legge presso gli autori della storia letteraria. Passò fra Carlo Magno e lui una gran familiarità con lettere e con versi vicendevoli, di maniera che egli lasciò un'illustre memoria di sè stesso.
NOTE:
[596] Theoph., in Chronogr.
[597] Eginhardus, Annal. Francor.
[598] Poeta Saxo, Annal. Franc.
Anno di CRISTO DCCXCVIII. Indizione VI.
LEONE III papa 4. IRENE imperadrice 2. CARLO MAGNO re de' Franchi e Longobardi 25. PIPPINO re d'Italia 18.
A questi tempi si può riferire quanto scrisse Pascasio Ratberto[599] nella vita di s. Adalardo abbate di Corbeia. Questo abbate, celebre per la sua rara pietà e per molte altre virtù, fu scelto da Carlo Magno, probabilmente o nel precedente o nel presente anno, perchè servisse di consigliere e primo ministro al figliuolo Pippino re d'Italia. Come si portasse egli in quest'impiego, gioverà intenderlo dallo stesso, Pascasio, che così ne parla: Justitiam vero quantum sectatus sit, testis est Francia, et omnia regna terrarum consultu sibi submissa. Maxime tamen Italia, quae sibi commissa fuerat, ut regnum et ejus regem Pippinum juniorem ad statum reipublicae, et ad religionis cultum utiliter, juste, atque discrete honestius informaret. Ubi tantam promeruit laudem, ut a quibusdam ita ut fertur, non homo, sed pro virtutis amore angelus predicaretur. Seguita poi a dire che Adalardo non guardava in faccia ad alcuno, allorchè si trattava di far la giustizia; nè dubbio v'era che entrassero a lui regali. Trovò egli de' prepotenti nelle contrade d'Italia, che faceano delle angherie al basso popolo. S'applicò a sradicar questi abusi, senza mettersi suggezione d'alcuno, e procurò che dappertutto avesse luogo la giustizia, e ne fosse bandita la violenza. Andò poscia Adalardo a Roma, e s'introdusse presso papa Leone con tal credito e familiarità, che esso pontefice ebbe, a dire che se si fosse ingannato a credere ad esso Adalardo, a niun altro Francese avrebbe egli creduto nell'avvenire. Rimessa in trono l'imperadrice Irene, spedì in quest'anno al re Carlo per ambasciatori[600] Michele, già patrizio della Frigia, e Teofilo prete. Il suggetto della loro ambasciata fu di notificargli le mutazioni seguite in Costantinopoli, e di stabilir pace con esso re: al che è da credere che desse mano il buon re, il quale in segno anche di amicizia restituì in libertà Sisinnio fratello di s. Tarasio patriarca di Costantinopoli, che già era stato preso in guerra, probabilmente nell'anno 788, allorchè l'armata greca fu disfatta da Grimoaldo ed Ildebrando duchi. Ebbe da fare anche in quest'anno Carlo Magno coi Sassoni, nel paese de' quali s'inoltrò coll'armi; fece, dovunque arrivò, darsi degli ostaggi; e menò seco altri di quegli abitanti, con dividerli, secondo il solito, in varie provincie. Succedette ancora un fatto d'armi tra gli Sclavi settentrionali, benchè Pagani, pure fedeli a Carlo Magno, e i Sassoni abitanti di là dall'Elba, con restar sul campo quasi tre migliaia di questi ultimi. Accadde ne' medesimi tempi che Felice vescovo d'Urgel in Catalogna, nominato di sopra, non solamente rinnovellò le sue eresie, ma le difese ancora in un libro che diede alla luce. La riputazione in cui si era allora s. Paolino patriarca d'Aquileia, fu cagione che Alcuino abbate, chiamato anche Flacco Albino, non contento di scriver egli in difesa della Chiesa, sollecitò ancora esso s. Paolino a confutar quella velenosa scrittura. E indarno nol pregò. San Paolino con tre libri, che tuttavia esistono, rispose a tutte le dicerie di Felice; e siccome versato non meno in prosa che in versi, v'aggiunse un simbolo o regola della fede, composta in versi, che parimente si legge data alla luce.
Attendeva in questi tempi, perchè tempi di pace in Italia, Leone III, romano pontefice, a rinnovar le chiese di Roma, e a decorarle con suntuose fabbriche, paramenti ed altri ornamenti, minutamente descritti da Anastasio[601]. Monsignor Ciampini[602] rapporta un musaico, tuttavia visibile nella chiesa di s. Susanna di Roma, dove comparisce la figura d'esso papa che tiene in mano la forma d'una Chiesa; siccome ancora l'immagine di Carlo Magno che porta i mustacchi, il manto e la spada. Ma soprattutto è celebre il magnifico triclinio, ossia sala destinata per mangiarvi, ch'egli edificò nel palazzo patriarcale del Laterano. Niccolò Alamanni, il Ciampini ed altri hanno pubblicato il musaico che ivi tuttavia si conserva. Scorgesi in una parte d'esso il Signor Gesù Cristo, che porge colla destra le chiavi a s. Pietro, e colla sinistra il vessillo ad un principe coronato coll'iscrizione COSTANTINO V. Trovandosi dietro alla testa di questo principe un quadrato, che, secondo l'osservazione de' padri Papebrochio, Mabillone e d'altri, denota persona vivente, verisimile è che qui s'abbia da intendere, non già Costantino il grande, ma Costantino imperadore di Oriente ne' primi anni del pontificato di papa Leone III. E quando ciò sussista, viene a fortificarsi la conghiettura proposta di sopra, cioè che durava tuttavia in Roma il rispetto all'imperador greco, ed era quivi riconosciuta la di lui sovranità, e che i re di Francia nell'accettare il patriziato de' Romani dovettero intavolar qualche accordo con gl'imperadori, e senza vergognarsi d'essere loro vicarii e subordinati per conto di Roma e del suo ducato. Nell'altra parte del musaico si mira s. Pietro, che colla destra porge il pallio ad un papa inginocchiato colle lettere appresso SCSSIMUS D. N. LEO PP., cioè lo stesso papa Leone III, autore di quel musaico, rappresentato col quadrato dietro la testa. Colla sinistra poi s. Pietro porge un vessillo ad un principe inginocchiato, che porta i mustacchi, il manto, la spada e fasce alle gambe, come ebbe in uso Carlo Magno. E che di lui appunto si parli lo attestano le lettere sovrapposte, cioè DN. CARVLO REGI. Di sotto si legge questa iscrizione: BEATE PETRE DONA VITA LEONI PP. ET BICTORI[=A] CARVLV DONA. L'Alamanni, il Marca, il Pagi, l'Eccardo ed altri han fatto varii commenti a questo musaico. Non ne vo' io aggiugnere alcun altro, perchè non si può con sicurezza trovar la luce vera in mezzo a sì fatte tenebre. A quest'anno poi dovrebbe appartenere, se fosse vera, una donazione fatta da Ludigario conte d'Ascoli ad Instolfo vescovo di quella città. La carta rapportata dall'Ughelli[603] si dice scritta: Regnante domino Carolo et Pippino filio ejus, excellentissimis regibus Francorum et Longobardorum, seu et patritiis Romanorum, regnorum in Christi nomine in Italia, Deo propitio, vigesimo sexto, et octavo decimo, eodemque temporibus viro gloriosissimo Vinigisi summo duce, anno felicissimo ducatus ejus octavo, seu Ludigari comite civitatis asculanae, mense junio, die II, per Indictione sexta L'Ughelli, quantunque infelice critico, conobbe che le sottoscrizioni Carlo imperadore, di Pippino patrizio de' Romani, e l'anno 874 posto in fine, erano sconcordanze intollerabili. Contuttociò si credette di poter conciare tante slogature con levar quell'anno, e credere tale atto seguito nell'anno 799. Ma quello non è documento che si possa per verun conto legittimare. Pippino mai non fu re de' Franchi; nè Carlo Magno era imperadore nel giugno di quell'anno, per tacere degli altri spropositi, che non trattennero il Lilii nella storia di Camerino dall'accogliere come tant'oro questa screditata carta. Abbiamo poi dalle memorie del monistero di Farfa[604] che nella città di Spoleti anno Karoli, et Pippini regis XXIV et XVIII, mense majo, Indictione VI. Mamiano abbate ed Isembardo, missi domni regis, giudicarono di una causa in favore de' monaci farfensi.
NOTE:
[599] Apud Mabill., Saecul. IV Benedict., P. I.
[600] Annal. Franc. Loiselian.
[601] Anastas., in Vit. Leonis III.
[602] Ciampinius, de Musiv., P. II, cap. 23.
[603] Ughell., Ital. Sacr., tom. I, in Episc. Asculan.
[604] Antiquit. Ital., Dissert. LXVII.
Anno di CRISTO DCCXCIX. Indizione VII.
LEONE III papa 5. IRENE imperadrice 3. CARLO MAGNO re de' Franchi e Longobardi 26. PIPPINO re d'Italia 19.
Siccome costa dalla confession di fede che Felice vescovo d'Urgel compose, allorchè finalmente tornò al grembo della Chiesa, sul principio dell'anno presente, fu celebrato in Roma un concilio da papa Leone III, e da cinquantasette vescovi, praecipiente gloriosissimo ac piissimo domino nostro Carolo: parole degne di osservazione. Proferì la sacra adunanza la scomunica contra del suddetto Felice, s'egli non ritrattava l'eretical suo dogma, in quo ausus est Filium Dei adoptivum asserere. Ma non andò molto che il buon papa Leone si vide involto in una fiera calamità per la scellerata congiura di alcuni dei principali Romani, i capi de' quali furono Pasquale primicerio e Campulo sacellario, ossia sagristano, nipote del fu papa Adriano I. Il motivo o pretesto di tale iniquità l'hanno o ignorato o lasciato nella penna gli antichi scrittori, non altro dicendo se non che costoro accusarono poscia di varii delitti il papa, ma senza poterne provar nè pur uno. Costoro nondimeno, che sotto il precedente pontificato erano avvezzi a comandare, probabilmente non sofferivano di ubbidire sotto il nuovo pontefice. Ora noi abbiamo da Anastasio bibliotecario[605], che mentre nel dì di san Marco a dì 25 d'aprile papa Leone con tutto il clero e buona parte del popolo faceva la solenne processione delle litanie maggiori, allorchè egli fu arrivato davanti al monistero dei santi Stefano e Silvestro, sbucarono fuori i due suddetti congiurati con una mano di sgherri armati, e preso il pontefice, il gittarono per terra, e lo spogliarono, sforzandosi con somma crudeltà a forza di pugnalate di cavargli gli occhi e di tagliargli la lingua. In fatti credendo di averlo accecato e renduto mutolo per sempre, il lasciarono così malconcio in mezzo alla piazza. Poi ritornati più che prima infelloniti a prenderlo, e condottolo avanti all'altare di quella chiesa, di nuovo più barbaramente il trattarono, con fama che gli cavarono gli occhi e la lingua, gli diedero delle bastonate e ferite, e mezzo morto ed intriso nel proprio sangue il rinserrarono prigione in quello stesso monistero. Tutto il popolo, che interveniva senz'armi alla processione, se ne fuggì in fretta. Fu poi condotto da quei masnadieri il misero pontefice nel monistero di sant'Erasmo, cioè in luogo creduto più sicuro. Quivi miracolosamente, per quanto fu creduto, gli fu restituita da Dio la vista e la lingua; e venne poi fatto ad Albino suo cameriere, unito con altri fedeli, di nascostamente penetrar colà, e di condurlo via con guidarlo alla basilica vaticana, dove si fortificarono. Intanto corsa dappertutto la voce di così empio attentato, arrivò anche agli orecchi di Guinigiso duca di Spoleti, il quale probabilmente si trovava in quelle vicinanze, perchè i confini del suo ducato arrivavano assai presso a Roma. Anzi gli Annali bertiniani e metensi dei Franchi scrivono ch'egli era in Roma, e che il papa scappò di notte ad legatos regis, qui tunc apud basilicam sancti Petri erant, Wirundum scilicet abbatem, et Winigisum Spoletanorum ducem veniens, Spoletum ductus est. Comunque sia, non tardò punto Guinigiso ad accorrere in aiuto del papa con un buon nerbo di soldatesche. Arrivato a san Pietro, e trovatovi, contra l'espettazione, sano e salvo esso pontefice, seco con tutta venerazione il condusse a Spoleti, dove concorsero da varie città vescovi, preti e secolari di prima riga a seco congratularsi. Volarono presto al re Carlo lettere del duca Guinigiso coll'avviso di sì orrido avvenimento; e il re rispose che avrebbe veduto volentieri il pontefice, il quale perciò si mise in viaggio per ire a trovarlo. Scrivono altri essere stato il pontefice che desiderò d'andare in persona alla real corte, e fu esaudito. Nè si dee tralasciar di dire, che, oltre ad Anastasio, varii Annali de' Franchi raccontano essere di fatto stati cavati gli occhi e tagliata la lingua a papa Leone da quei sicarii, e che miracolosa fu la di lui guarigione. Ma non mancano scrittori antichi e contemporanei che diversamente raccontano quel fatto, e in maniera più credibile, con dire che tentarono bensì quegli scellerati l'enormità suddetta, ma o non poterono, o non vollero compierla; e veggendosi poi papa Leone tuttavia colla lingua e con gli occhi, vi si aggiunse il miracolo. Secondochè abbiam da Eginardo[606], esso pontefice equo dejectus, et erutis oculis, ut aliquibus visum est, lingua quoque amputata, nudus ac semivivus in platea relictus est. Son parimente parole dell'Annalista lambeciano e moissiacense le seguenti: Romani comprehenderunt domnum apostolicum Leonem, et absciderunt linguam ejus, et voluerunt eruere oculos ejus, et eum morti tradere. Sed juxta Dei dispensationem malum quod inchoaverant, non perfecerunt. Odasi ora Giovanni Diacono[607], autore vicino a questi tempi, nelle vite de' vescovi di Napoli, da me date alla luce. Conspirantes, dice egli, viri iniqui contra Leonem tertium romanae sedis antistitem, comprehenderunt eum. Cujus quum vellent oculos eruere, inter ipsos tumultus, sicut assolet fieri, unus ei oculus paululum est laesus. Quel che è più, il grande ornamento della Francia in questi tempi Alcuino abbate, in iscrivendo al re Carlo la lettera terzadecima intorno al fatto di papa Leone, dice, che Deus compescuit manus impias a pravo voluntatis effectu, volentes caecatis mentibus lumen ejus extinguere. Similmente Notchero[608] racconta che alcuni empi tentarono di accecarlo, sed divino nutu conterriti sunt et retracti ut nequaquam oculos ejus eruerent. Finalmente Teodolfo vescovo di Orleans[609], scrittore contemporaneo, narra che ai suoi dì v'era chi diceva cavati e miracolosamente restituiti gli occhi al papa; e chi lo negava, confessando solamente che il tentativo fu fatto, ma non eseguito. Però riflette egli:
Reddita sunt? Mirum est. Mirum est, auferre nequisse, Est tamen in dubio; hinc mirer, an inde magis.
Dimorava in Paderbona Carlo Magno colla sua armata, allorchè ebbe avviso della venuta di papa Leone; ed immantinente gli spedì all'incontro prima Adelbaldo, ossia Adelboldo, arcivescovo primo di Colonia, e poscia il figliuolo Pippino re d'Italia con assai baroni e molte squadre d'armati. Per dovunque passò il pontefice nel suo viaggio, fu accolto dappertutto dal concorso de' popoli e dalla venerazione e maraviglia d'ognuno; e finalmente ricevuto dal re Pippino, fu condotto alla corte del padre. Resta tuttavia un poemetto, dato alla luce da Arrigo Canisio[610], che tratta dell'arrivo d'esso papa a Paderbona. Avea il re Carlo schierato tutto il suo fiorito esercito per onorare il vegnente santo pastore, ed egli stesso a cavallo gli fu all'incontro. Tutte le schiere, al comparire del venerabil padre prostrate in terra il venerarono, chiedendogli la sua benedizione; e Carlo anch'egli sceso da cavallo, dopo profondi inchini l'abbracciò e baciò. Andarono poi unitamente al sacro tempio a rendere grazie all'Altissimo, indi al palazzo; e ne' molti giorni che il papa si trattenne presso quel monarca, i conviti e le feste furono continue. Senza fallo fra il papa e il re si dovette più volte trattare della maniera di gastigare e mettere in dovere i Romani. Fu consultato intorno a questo affare Alcuino da Carlo Magno, siccome ricaviamo dalla di lui lettera undecima, in cui gli dice, che i tempi son pericolosi, e che nullatenus capitis (cioè del romano pontefice) cura omittenda est. Levius est pedes tollere quam caput. Tuttavia aggiugne: Componatur pax cum populo nefando, si fieri potest. Relinquantur aliquantulum minae, ne obdurati fugiant: sed et in spe retineantur, donec salubri consilio ad pacem revocentur. Tenendum est, quod habetur, ne propter acquisitionem minoris, quod majus est, amittatur. Servetur ovile proprium, ne lupus rapax devastet illud. Ita in alienis sudetur, ut in propriis damnum non patiatur. Da queste parole volle dedurre il padre Pagi[611] che Roma in questi tempi non riconosceva nè imperadore greco, nè Carlo Magno per suo superiore. Ma da queste medesime Giovan-Giorgio Eccardo[612] dedusse tutto il contrario, con pretendere consigliato Carlo Magno a procedere senza rigore contro i delinquenti Romani, per timore che questi, già in rivolta contro il papa, non si rivoltassero anche contro d'esso Carlo, ed egli per acquistare il meno, cioè per voler punire a tutta giustizia gli offensori del papa, non perda il più, cioè il suo patriziato e dominio in Roma; e per voler riparare i torti fatti ad altrui, cioè al pontefice, non resti egli privo del proprio, cioè della sua signoria in quell'insigne ducato; potendo temere che i lupi rapaci, cioè i Greci e il duca di Benevento confinanti non si prevalessero di tale occasione per occupar Roma, e i Romani troppo aspramente trattati non corressero loro in braccio. Intanto i nemici del pontefice, siccome aggiugne Anastasio[613], misero a sacco molti poderi di san Pietro, e per giustificare l'esecrabile lor procedura, inviarono al re Carlo una lista di varie infami accuse contra del papa, tali nondimeno, che di niuna potevano addurre le pruove. Ora dopo essersi fermato per alcune settimane o mesi col re papa Leone, visitato quivi e onorato dai vescovi di quelle parti, e dai fedeli correnti da tutti que' paesi, e suntuosamente regalato dal re e dalla sua corte, fu risoluto ch'egli se ne tornasse a Roma, avendo il saggio monarca prese ben le sue misure, affinchè vi potesse rientrare senza pericolo della sua persona e dignità.
L'accompagnaron nel viaggio Adeboldo arcivescovo di Colonia, Arnone arcivescovo di Salisburgo, e quattro vescovi, cioè Bernardo di Vormazia, Azzone di Frisinga, Jesse di Amiens, e Cuniberto non si sa di qual città, siccome ancora Elmgeto, Rotegario e Germano conti. Per tutte le città, dove egli passò, fu ricevuto come un apostolo; e pervenuto che fu nelle vicinanze di Roma nella vigilia di santo Andrea, tutto il clero, il senato e popolo romano colla milizia, colle monache, diaconesse e le nobili matrone, e tutte le scuole de' forestieri, cioè dei Franchi, Frisoni, Sassoni e Longobardi, gli andarono incontro fino al ponte Milvio, oggidì ponte Molle, e colle bandiere ed insegne, cantando inni spirituali, e con infinito giubilo il condussero alla basilica vaticana, dove egli cantò messa solenne, e tutti presero la comunione del Corpo e del Sangue del Signore, come si praticava in questi tempi anche per gli secolari. Nel dì appresso entrò in Roma, e tornò pacificamente ad abitare nel palazzo lateranense. Da lì a pochi giorni i suddetti vescovi e conti, siccome messi del re Carlo patrizio de' Romani (la cui autorità anche di qui risulta), alzarono il lor tribunale nel triclinio di papa Leone; e citati i malfattori, per più d'una settimana attesero a formare il processo. Pasquale e Campolo coi lor seguaci vi comparvero, e nulla avendo che dire, o non potendo provare quel che dicevano contra del papa, furono presi e mandati in esilio in Francia. Così Anastasio bibliotecario; ma noi vedremo che più tardi accadde la relegazion di costoro. In questa maniera finì per allora l'abbominevol tragedia succeduta in Roma. Nell'anno presente ancora ebbe da faticare il re Carlo nella Sassonia, e di nuovo una gran moltitudine di quegli abitanti colle moglie e co' figliuoli trasse da quelle contrade, con dividerla per varie altre parti della sua monarchia. Avevano poi i popoli delle isole di Maiorica e Minorica, perchè infestati dai Mori di Africa, o pure di Spagna, implorato ed anche ottenuto soccorso da Carlo Magno, col mettersi sotto la sua protezione e signoria. Tornarono loro addosso in quest'anno i Saraceni[614], e venuti a battaglia coll'esercito franzese, rimasero sconfitti, e le lor bandiere prese, presentate ad esso re Carlo, gli servirono di molta consolazione. Ma non compensarono queste allegrezze l'afflizione che egli provò per la perdita di due de' suoi più valorosi e fedeli uffiziali. L'uno di essi fu Geroldo presidente della Baviera, che in una baruffa contro gli Unni della Pannonia restò miseramente ucciso[615], ma non invendicato. Imperocchè sembra che in quest'anno terminasse la guerra con que' Barbari, il paese de' quali restò in potere del re Carlo, ridotto nondimeno ad una total desolazione, dopo essere periti in sì lungo bellicoso contrasto tutti i nobili di quella nazione, e dopo averne i Franchi asportate le immense ricchezze, che coloro in tanti anni aveano raunate coi lor latrocinii. L'altro suo uffiziale fu Erico, ossia Enrico o Arrigo, duca o marchese del Friuli, personaggio sopra da noi nominato, che in varii cimenti e vittorie s'era dianzi acquistato un gran capitale di gloria. Questi trovandosi nella Liburnia, provincia situata fra l'Istria e la Dalmazia, i cui popoli s'erano già dati al re Carlo e attendendo nella città di Tarsatica, oggidì Tarsacoz, a regolar quegli affari, da alcuni di que' cittadini ammutinati fu privato di vita. In luogo suo succedette in quella marca Cadalo, di cui parleremo altrove. Conghiettura fu dell'Eccardo[616] e del p. de Rubeis[617] che questo Enrico potesse essere lo stesso che Unroco, o pure padre di Unroco conte, il cui figlio Everardo a suo tempo vedremo reggere la marca del Friuli, ed essere stato padre di Berengario imperadore.
NOTE:
[605] Anastas. Bibliothecar., in Vit. Leonis III.
[606] Eginhardus, in Annal. Franc.
[607] Rer. Ital., P. II, tom. 1.
[608] Notcher., in Vita C. M., lib. 1, cap. 28.
[609] Theodulph., lib. 3, Carm. VI.
[610] Canisius, edition. Bosnag. tom. 1, P. II.
[611] Pagius, in Critic. ad Annal. Baron.
[612] Eccard., Rer. Franc. lib. 25, cap. 11
[613] Anastas. Bibliot., in Leon. III.
[614] Monachus Engolismensis, in Vit. Caroli Magni.
[615] Eginhardus, in Vita Caroli Magni.
[616] Eccard. Bissor.
[617] De Rubeis, Monument. Eccl. Aquilejen.
Anno di CRISTO DCCC. Indizione VIII.
LEONE III papa 6. CARLO MAGNO imperadore 1. PIPPINO re d'Italia 20.
Dopo essersi sbrigato Carlo Magno dalle lunghe e fastidiose guerre de' Sassoni e degli Unni, rivolse i suoi pensieri all'Italia. Non pareva a lui peranche se non imperfettamente terminata la causa de' persecutori di papa Leone. Oltre a ciò, Grimoaldo duca di Benevento sostenea con vigore l'indipendenza dal re Carlo, e coll'armi difendeva il suo diritto. Nè volea finalmente esso re Carlo lasciare impunita la morte di Enrico duca del Friuli. Venne dunque alla determinazione d'imprendere di nuovo il viaggio d'Italia[618]. Dopo Pasqua arrivò alla città di Tours, accompagnato da Carlo e Pippino suoi figliuoli, e colà ancora arrivò Lodovico, il terzo de' suoi figliuoli legittimi. Gli convenne fermarsi quivi per la mala sanità della regina Liutgarde sua moglie, che diede ivi fine al corso di sua vita. Perch'egli non sapeva passarsela senza una donna ai fianchi, tenne da lì innanzi l'una dopo l'altra quattro concubine, nominate tutte dall'autor della sua vita Eginardo. I padri Bollandisti ed altri, considerate tante virtù, e massimamente la religion di questo gran principe, hanno sostenuto che sì fatte concubine fossero mogli di coscienza; mogli, come suol dirsi, della mano sinistra: e però lecite e non contrarie agl'insegnamenti della Chiesa, la quale poi solamente nel concilio di Trento diede un miglior regolamento al sacro contratto del matrimonio. Se ciò ben sussista, ne lascerò io ad altri la decisione. Passò di là il re Carlo a Magonza, e, secondochè abbiamo dagli Annali pubblicati dal Lambecio[619], tenne ivi una gran dieta, dove espose le ingiurie fatte al romano pontefice e i suoi motivi di passare in Italia, giacchè si godeva la pace in tutta la monarchia franzese. Venne dunque l'invitto re, guidando seco un poderoso esercito, ed, arrivato a Ravenna, vi prese riposo per sette giorni[620]. Continuato dipoi il cammino sino ad Ancona, di là spedì il figliuolo Pippino con parte della armata contra del duca di Benevento, ma senza apparire che questi facesse per ora impresa alcuna in quelle parti. Venne il pontefice Leone incontro al re sino a Nomento, oggidì Lamentana, dodici miglia lungi da Roma, e dopo avere desinato con lui, se ne ritornò a Roma, per riceverlo nel dì seguente con più solennità. Arrivato il re con tutta la sua corte, trovò esso papa che l'aspettava davanti alla basilica vaticana coi vescovi e col clero, e fra i sacri cantici l'introdusse nel sacro tempio per rendere grazie all'Altissimo. Abbiamo anche dal monaco engolismense[621] che andarono fuor di Roma le milizie, le scuole ed altre persone ad incontrare il re vegnente, come altre volte s'era praticato. Seguì l'arrivo colà di Carlo Magno nel dì 24 di novembre[622]. Dopo sette giorni raunatisi per ordine suo in s. Pietro gli arcivescovi, vescovi ed abbati, e tutta la nobiltà sì franzese che romana, e postisi a sedere esso re e il papa, con far anche sedere tutti i suddetti prelati, stando in piedi gli altri sacerdoti e nobili, fu intimato l'esame de' reati che venivano apposti ad esso papa Leone. Allora tutti i vescovi ed abbati concordemente protestarono che niuno ardiva di chiamare in giudizio il sommo pontefice; perchè la Sede apostolica, capo di tutte le Chiese, è bensì giudice di tutti gli ecclesiastici, ma essa non è giudicata da alcuno, come sempre s'era praticato in addietro. E il papa soggiunse che voleva seguitare il rito de' suoi predecessori. In fatti nel giorno appresso, giacchè niuno compariva che osasse provar que' pretesi delitti, il papa davanti a tutta quella grande assemblea, e presente il popolo romano, salito sull'ambone, ossia sul pulpito, tenendo in mano il libro de' santi Vangeli, con chiara voce protestò che in sua coscienza non sapea d'aver commesso que' falli, de' quali veniva imputato da alcuni de' Romani suoi persecutori, e tal protesta autenticò col giuramento. Il che fatto, e canonicamente terminato quel difficil affare, tutto il clero, intonato il Te Deum, diede grazie all'Altissimo, alla Vergine santa, a san Pietro e a tutti i Santi. Negli Annali pubblicati dal Lambecio e scritti da autore contemporaneo, abbiamo che molto ben comparvero in quell'assemblea gli accusatori del papa; ma conosciuto che da invidia e malizia procedevano quelle imputazioni, fu risoluto da tutti che il papa da sè stesso si purgasse da que' falsi reati. Leggesi presso il cardinal Baronio[623] la formula usata in quella congiuntura da esso papa Leone.
Venuto poi il giorno del natale del Signor nostro, seguì una mutazione di sommo riguardo per Roma e per l'Occidente tutto. Cantò il papa secondo il solito messa solenne nella basilica vaticana coll'intervento di Carlo Magno e di un immenso popolo, quando eccoti indirizzarsi esso pontefice al re, nel mentre che volea partirsi, e mettergli sul capo una preziosissima corona, e nello stesso tempo concordemente tutto il clero e popolo intonar la solenne acclamazione, che si usava nella creazion degli imperadori, cioè: A Carlo piissimo Augusto coronato da Dio, grande e pacifico imperadore, vita e vittoria. Tre volte detta fu questa acclamazione, e in tal maniera si vide costituito da tutti il buon re Carlo imperadore de' Romani; e il pontefice immediatamente unse coll'olio santo esso Augusto e il re Pippino suo figliuolo. Di questa unzione non parlano alcuni Annali de' Franchi, ma solamente della coronazione, e delle acclamazioni e delle lodi suddette: dopo le quali aggiungono che il papa fu il primo a far riverenza a Carlo, come si costumava con gli antichi imperadori. A pontifice more antiquorum principum adoratus est. Perciò esso Carlo, da lì innanzi lasciato il nome di patrizio, cominciò ad usar quello d'imperador de' Romani e di Augusto. E qui convien rammentar le parole di Eginardo[624] che di lui scrive: Romam veniens, propter reparandum, qui nimis conturbatus erat, Ecclesiae statum, ibi totum hyemis tempus protraxit. Quo tempore et Imperatoris et Augusti nomen accepit: quod primo in tantum aversatus est, ut affirmaret, se eo die quamvis praecipua festivitas esset. Ecclesiam non intraturum fuisse, si consilium pontificis praescire potuisset. Benchè Eginardo sia scrittore di somma autorità per questi tempi ed affari, pure non ha saputo persuadere nè al Sigonio, nè al padre Daniello, nè ad altri storici, che potesse mai seguire una tal funzione senza contezza, anzi con ripugnanza di Carlo Magno, che pur fu principe sì voglioso di gloria. E se il clero e popolo tutto era preparato per cantare le acclamazioni poco fa riferite, come mai non potè traspirar la notizia di sì gran preparamento e disegno ad esso monarca? Nè mancano scrittori antichi che il tennero ben informato della dignità che gli si voleva conferire. Giovanni Diacono[625], autore contemporaneo, nelle vite de' vescovi di Napoli lasciò scritto che papa Leone fugiens ad regem Carolum, spopondit ei, si de suis illum defenderet inimicis, augustali eum diademate coronaret. Molto più chiaramente parlano gli Annali del Lambecio e moissiacensi colle seguenti parole: Visum est et ipsi apostolico Leoni, et universis sanctis patribus, qui in ipso concilio (cioè nel romano poco fu accennato) seu reliquo christiano populo, ut ipsum Carolum regem Francorum IMPERATOREM nominare debuissent, QUI IPSAM ROMAM TENEBAT, ubi semper Caesares sedere soliti erant, seu reliquas sedes, quas ipse per Italiam, seu Galliam, nec non et Germaniam TENEBAT: quia Deus omnipotens has omnes sedes in POTESTATEM EJUS concessit; ideo justum eis esse videbatur, ut ipse cum Dei adjutorio, et universo christiano populo petente ipsum nomen haberet. Quorum petitionem ipse rex Carolus denegare noluit, sed cum omni humilitate subjectus Deo et petitioni sacerdotum, et universi christiani populi, in ipsa nativitate Domini nostri Jesu Christi ipsum nomen IMPERATORIS cum consecratione domni Leonis papae suscepit. L'Annalista lambeciano scriveva queste cose ne' medesimi tempi, e però di gran peso è la sua asserzione.
Vo' io immaginando che molto ben fosse proposto dal papa e da quel gran consesso al re Carlo Magno di dichiararlo imperador de' Romani, ma ch'egli ripugnasse sulle prime, per non disgustare i greci imperadori, asserendo appunto Eginardo che dopo il fatto se l'ebbero molto a male gli Augusti orientali. Constantinopolitanis tamen imperatoribus super hoc indignantibus, magna tulit patientia, vicitque magnanimitate, qua eis procul dubio praestantior erat, mittendo ad eos crebras legationes, et in epistolis fratres eos appellando. Ma il pontefice Leone dovette concertare col clero e popolo di cogliere inaspettatamente esso Carlo nella solenne funzione del santo Natale; e vedendo poi egli la concordia e risoluzion del papa e de' Romani, senza più fare resistenza si accomodò al loro volere, ed accettò il nome d'imperadore. Dissi il nome, colle parole degli storici suddetti; perciocchè per conto di Roma e del suo ducato, gli stessi Annali ci han già fatto sapere ch'egli anche solamente patrizio ne era padrone: ipsam Romam tenebat. E come padrone appunto mandò i suoi messi prima, e poi venne egli a far giustizia contro i calunniatori e persecutori del papa. Che se talun chiede, che guadagnò allora Carlo Magno in questa mutazione, consistente, come si pretende, in un solo titolo e nome, hassi da rispondere: che fino a questi tempi era stata una prerogativa degl'imperadori romani la superiorità d'onore sopra i re cristiani di Spagna, Francia, Borgogna ed Italia. Scrivendo essi re agli Augusti, davano loro il titolo di padre e di signore. E i primi re di Francia e d'Italia, per giustificare i lor dominio in tante provincie occupate al romano imperio, non ebbero difficoltà di riconoscersi come dipendenti dagl'imperadori, con aversi procacciato da loro il titolo di patrizii. Laonde gli stessi Augusti greci ritenevano qualche diritto, o almeno un possesso d'onore sopra i re e regni ch'erano stati del romano imperio. Inoltre fin qui erano stati riguardati come sovrani di Roma, e il nome loro compariva negli atti pubblici, come si usò per tanti secoli in addietro. Ora creato Carlo Magno imperador d'Occidente, veniva a levarsi al greco Augusto ogni diritto sopra Roma, e l'antica onorificenza nelle contrade occidentali, perchè trasfusa nel novello imperador d'Occidente. Infatti da lì innanzi Carlo Magno, per attestato di Eginardo, non più col titolo di padre, ma con quel di fratello cominciò a scrivere ai greci imperadori, siccome divenuto loro eguale nell'altezza del grado, e così ancora ne' pubblici atti di Roma si cominciò a scrivere il di lui nome d'imperadore. Ecco la cagione per cui essi Augusti greci, fino allora rispettati anche in Roma, s'ebbero tanto a male questa novità. E di qui è avere scritto Teofane[626] che ora solamente in Francorum potestatem Roma cessit, perchè in addietro avevano i Greci conservato l'alto dominio in Roma, e questo cessò nel costituire imperador de' Romani il re Carlo. Per altro i motivi del romano pontefice, e del senato e popolo romano, per rinnovare nella persona di Carlo Magno il romano imperio, son chiaramente accennati dagli antichi scrittori. Non v'era allora imperadore. Una donna, cioè Irene, comandava le feste, e si intitolava imperadrice de' Romani. Vollero perciò il papa e i Romani ripigliare l'antico loro diritto, e farsi un imperadore. E tanto più perchè i Greci non faceano più alcun bene, anzi si studiavano di far del male ai Romani; ed era ben più nobile e potente de' Greci il monarca franzese. Tornava anche in maggior decoro di essi Romani che il lor padrone non più usasse l'inferior titolo di patrizio, ed assumesse il nobilissimo ed indipendente d'imperadore, con cui veniva parimente ad acquistare una specie di diritto, se non di giurisdizione, almeno di onore, sopra i re e regni di occidente. Per conto poi de' papi non si può ben discernere, se ne' precedenti anni avessero dominio, o qual dominio temporale avessero in Roma. Da qui innanzi bensì chiara cosa è ch'essi furono signori temporali della stessa città e del suo ducato, secondo i patti che dovettero seguire col novello imperadore: con podestà nondimeno subordinata all'alto dominio degli Augusti latini, potendo noi molto bene immaginare che papa Leone stabilisse tale accordo con Carlo Magno prima di cotanto esaltarlo, e guadagnasse anch'egli dal canto suo e dei suoi successori. Il perchè da lì innanzi cominciarono i papi a battere moneta col nome lor proprio nell'una parte dei soldi e denari, e nell'altra col nome dell'imperadore regnante, come si può vedere ne' libri pubblicati dal Blanc franzese, e dagli abbati Vignoli e Fioravanti. Rito appunto indicante la sovranità di Carlo Magno e de' suoi successori in Roma stessa, non lasciandone dubitare lo esempio sopra da noi veduto di Grimoaldo duca di Benevento.
Dopo così strepitosa funzione l'imperador Carlo attese a regolar gli affari di Roma, e ripigliò fra gli altri quello de' congiurati ed offensori di papa Leone[627]. Furono costoro di nuovo esaminati, e secondo le leggi romane, venne proferita sentenza di morte contra di loro. Ma il misericordioso pontefice s'interpose in lor favore appresso di Carlo, in guisa che ebbero salva la vita e le membra. Ma perchè non restasse affatto impunita l'enormità del delitto, furono mandati in esilio in Francia. Dal che si vede non sussistere l'asserzione di Anastasio, che li fa esiliati prima che Carlo venisse a Roma. Fra le altre controversie che si trattarono in questi tempi in Roma alla presenza del nuovo imperadore, quella eziandio vi fu che già vedemmo agitata ai tempi del re Liutprando fra i vescovi d'Arezzo e di Siena, a cagione di molte parrocchie, che il primo pretendeva usurpate alla sua diocesi dall'altro. L'Ughelli[628] pubblicò un decreto d'esso Carlo Magno dato quarto nonas martias, trigesimo tertio, et trigesimo quarto anno imperii nostri. Actum Romae in ecclesia sancti Petri, ec. È piena di spropositi questa data. Viziato ancora si scorge il titolo, cioè Karolus gratia Dei rex Francorum et Romanorum, atque Longobardorum. E se così fosse scritto nell'archivio della chiesa d'Arezzo, il documento sarebbe falso. Ma forse son da attribuire sì fatti errori al Burali, ovvero alla non ignota trascuraggine dell'Ughelli. Quivi Ariberto vescovo d'Arezzo ricorre al suddetto Augusto contra di Andrea vescovo di Siena, querelandosi che teneva occupate molte chiese spettanti alla diocesi aretina. Rimessa tal causa a papa Leone, fu deciso in favore d'Ariberto, e Carlo Magno con suo diploma avvalorò maggiormente questa sentenza. Un'altra particolarità degna di gran riguardo abbiamo dagli Annali de' Franchi, cioè che sul fine del novembre e sul principio di decembre dell'anno presente, mentre Carlo Magno era in Roma, tornò da Gerusalemme Zacheria prete, già inviato colà da esso Carlo, conducendo seco due monaci spediti dal patriarca di quella città[629], i quali benedictionis gratia claves sepulcri dominici, ac loci Calvariae cum vexillo detulerunt al medesimo Carlo Magno. Si è servito il cardinal Baronio[630] di questo stesso fatto per provare che l'aver i romani pontefici inviato ai re Franchi le chiavi del sepolcro di san Pietro e il vessillo non è segno che il dominio di Roma e del suo ducato fosse trasferito in quei re. Ma il dottissimo cardinale, per non aver potuto vedere a' suoi tempi tante storie pubblicate dipoi, si servì qui d'una pruova che fa appunto contra di lui. Imperocchè è da sapere che Carlo Magno mantenne gran corrispondenza con Aronne califfa de' Saraceni, e re allora anche della Persia. Eginardo[631] attesta che questo califfo si pregiava più della amicizia d'esso Carlo (tanta era la di lui riputazione e potenza), che di quella di tutti gli altri principi del mondo; e mandò più volte a regalarlo. Carlo Magno, siccome principe che stendeva il guardo a tutto quanto potea recar gloria a sè e vantaggio alla religione cristiana, seppe ben profittare del suo credito e della sua amicizia con esso Aronne. Trattò dunque con lui per via di lettere e di ambasciatori, e gli riuscì di ottenere da lui il dominio della sacra città di Gerusalemme. Odasi il suddetto Eginardo, che così seguita a dire: Quum legati ejus (Caroli), quos cum donariis ad sacratissimum Domini ac Salvatoris nostri sepulcrum, locumque resurrectionis miserat, ad eum venissent, et ei domini sui voluntatem indicassent, non solum ea quae petebantur, fieri permisit, sed etiam sacrum illum ac salutarem locum, ut illius potestati adscriberetur, concessit. Il poeta sassone[632] conferma la stessa notizia, con dire che Aronne inviò a Carlo Magno donativi di gemme, oro, vesti, aromati:
Adscribique locum sanctum Hierosolymorum Concessit propriae Caroli semper ditioni.
E perchè non si dubiti del dominio ancora della città di Gerusalemme, odansi gli Annali[633]: Zacharias cum duobus monacis de Oriente reversus Romam venit, quos patriarcha hierosolymitanus ad regem misit. Qui benedictionis causa claves sepulcri dominici, ac loci Calvariae claves etiam civitatis et montis eum vexillo detulerunt. Altrettanto si legge nella vita di Carlo Magno d'autore incerto[634], e in quella del monaco Engolismense[635], negli Annali bertiniani[636], di Metz[637], ec. Veggasi dunque che significasse in tali casi l'inviare il vessillo. L'acquisto fatto nella forma suddetta da Carlo Magno della città di Gerusalemme, servì di fondamento al favoloso ed antico romanzo di Turpino per ispacciare ch'esso imperadore si portò in Oriente, vi conquistò la santa città, andò a Costantinopoli, e fece altre prodezze: tutte favole, che poi il Dandolo ed assai altri storici a man baciata come verità contanti accolsero, ma che oggidì non hanno più spaccio. Io mi dispenserò da qui innanzi dal riferir gli anni de' greci imperadori, perch'essi in Italia non fecero più gran figura, e solamente andarono ritenendo il dominio in Napoli ed in alcune città della Calabria. Finalmente non vo' lasciar di dire che da una pergamena citata dal Fiorentini[638] apparisce essere stato in questo anno duca, cioè governatore in Lucca Wicheramo, ma senza sapersi se la sua autorità si stendesse sopra le altre città della Toscana.
NOTE:
[618] Annal. Franc. Annal. Lambec. Eginhard., in Annal.
[619] Rer. Italic., Part. II, tom. 2.
[620] Eginhardus, in Annal. Franc.
[621] Monachus Engolismensis, in Vita Carol. Magni.
[622] Anastas. Bibliothec., in Leon. III.
[623] Baron., in Annal. Eccl.
[624] Eginhardus, in Vita Caroli Magni.
[625] Johann. Diaconus., P. II, tom. 1 Rer. Ital.
[626] Theoph., in Chronogr.
[627] Annal. Franc. Loiselian. Poeta Saxo. Monachus Engolism.
[628] Ughell., Ital. Sacr. tom. I, in Episcop. Aretin.
[629] Eginhardus, in Annal. Franc.
[630] Baron., Annal. Eccl.
[631] Eginhardus, in Vit. Caroli Magni.
[632] Poeta Saxo. Annal. apud Du-Chesne, tom. 2. Rer. Franc.
[633] Annales, Loisel. ad ann. 800.
[634] Anonymus, in Vit. Caroli Magni.
[635] Monach. Engolism.
[636] Annales Bertiniani.
[637] Annales Metenses.
[638] Fiorentini, Memor. di Matilde, lib. 3.
Anno di CRISTO DCCCI. Indizione IX.
LEONE III papa 7. CARLO MAGNO imper. 2. PIPPINO re d'Italia 21.
Dappoichè Carlo imperadore ebbe dato buon sesto al governo e agli affari di Roma, del papa e di tutta l'Italia, e non solamente a quei del pubblico, ma anche a quei degli ecclesiastici e de' privati, con trattenersi apposta per tutto il verno in Roma, dove sappiamo ch'egli fece fabbricare (è incerto il tempo) un magnifico palazzo per la sua persona, ed anche fece dei ricchi presenti alla chiesa di s. Pietro e alle altre di Roma; e dopo aver quivi celebrata la santa Pasqua, si mise in viaggio per tornarsene in Francia. Nello stesso tempo[639] anche in quest'anno ordinò a Pippino re d'Italia suo figliuolo di portar la guerra nel ducato beneventano contra di Grimoaldo: del che fra poco ragioneremo. Venne l'Augusto Carlo a Spoleti, e quivi si trovava l'ultimo dì d'aprile, quando si fece sentire una terribile scossa di tremuoto, che rovinò molte città di Italia, e fece cadere la maggior parte del tetto della basilica di san Paolo fuori di Roma. Da Spoleti passò egli a Ravenna, dove si fermò per alquanti giorni, e di là portossi a Pavia. Stando quivi applicato, secondo il suo costume, a stabilire il buon governo de' popoli, e a recidere gli abusi introdotti, formò e pubblicò alcuni capitolari, o vogliam dire leggi, che servissero da lì innanzi al regno d'Italia, come giunte al Codice delle leggi longobardiche. Leggonsi queste in esso Codice e presso il Baluzio. Alcune poche di più ne ho io[640] dato, ed insieme la prefazione alle medesime, dove egli s'intitola: Carolus divino nutu coronatus, Romanorum regens imperium, serenissimus Augustus, omnibus ducibus, comitibus, castaldis, seu cunctis reipublicae per provinciam Italiae a nostra mansuetudine praepositis. Anno ab Incarnatione Domini nostri Jesu Christi DCCCI, Indictione IX, anno vero regni nostri in Francia XXXIII, in Italia XXVIII, consulatus autem nostri primo. Dal che e da altri esempii si vede che cominciò allora ad usarsi con frequenza l'era nostra volgare. Fece egli anche menzione dell'anno primo del consolato, per imitar gl'imperadori greci, che gran tempo ritennero il rito di annoverar gli anni del perpetuo lor consolato. Uso era allora che nei casi particolari, a' quali non avessero provveduto le leggi longobardiche, si ricorreva al re per intenderne la sua mente e volontà. Erano perciò restate indecise molte cause in addietro: motivo per conseguente al saggio imperadore di provvedere per l'avvenire colla giunta di nuove leggi, ut necessaria quae legi defuerant, supplerentur, et in rebus dubiis non quorumlibet Judicum arbitrio, sed nostrae regiae auctoritatis sententia praevaleret. Stando in Pavia, ricevette l'Augusto Carlo l'avviso che i legati di Aronne re di Persia, a lui indirizzati, erano giunti a Pisa, e fra gli altri donativi veniva ancora un elefante, cosa troppo forestiera in Occidente. Diede loro dipoi udienza fra Vercelli ed Ivrea; e solennizzata in quest'ultima città la festa di s. Giovanni Battista, passò dipoi in Francia. Erano già due anni che Lodovico re d'Aquitania stringeva con forte assedio o blocco la città di Barcellona, perchè Zaddo saraceno, dopo aver fatto negli anni addietro omaggio di quella città a Carlo Magno, allorchè Lodovico entrò coll'armi in Catalogna, si scoprì mancator di parola, e non fedele, anzi nemico. La fame era a dismisura cresciuta nella città, e venuti meno i più dei difensori. Però disperato Zaddo, perchè niun soccorso gli veniva da Cordova, si appigliò al partito d'andare egli stesso a cercar soccorso dagli altri Mori di Spagna. Ma uscito di notte non potè sì cautamente passare pel campo de' Francesi, che non fosse scoperto e preso, e condotto al re Lodovico. Fu con più vigore da lì innanzi continuato l'assedio, tantochè fu astretta quella nobil città alla resa, e vi entrò trionfante il re Lodovico. Truovasi descritta questa gloriosa impresa diffusamente dall'autore anonimo della vita di Lodovico Pio[641], e similmente da Ermoldo Nigello[642], autore contemporaneo, nel suo poema da me dato alla luce. Se crediamo al primo, il saraceno Zaddo si partì da Barcellona per andare a trovare il re Lodovico a Narbona, ed implorare la di lui misericordia. Sembra ben più probabile, come ha il suddetto Ermoldo, ch'egli andasse a cercar soccorsi dal sultano di Cordova; perchè se avesse pensato di rendersi ai Franchi, facile gli sarebbe riuscito di ottenere un passaporto. Scorgesi in altri punti di storia e di cronologia difettoso il suddetto Anonimo. In Italia ancora fu posto l'assedio alla città di Rieti dall'esercito franzese, e combattuta con tal vigore, che venne in potere del re Pippino[643], insieme con tutte le castella da essa dipendenti. La misera città data fu barbaramente alle fiamme, e Rosulmo governator d'essa incatenato, inviato in Francia all'imperadore. Ma negli Annali di Metz, di s. Bertino e in altri, in vece di Rieti, sta scritto Theate, cioè la città di Chieti, a cui toccò questa sciagura. In fatti è scorretto nell'edizion del Du-Chesne il testo d'Eginardo. Rieti era città del ducato di Spoleti, nè alcuno scrive ch'essa si fosse ribellata per darsi a Grimoaldo duca di Benevento. Oltre a ciò, abbiamo da Erchemperto[644], che continuando la guerra fra il re Pippino e Grimoaldo, tellures Theatensium et urbes a dominio Beneventanorum subtractae sunt usque in praesens. Nel medesimo giorno furono dipoi presentati a Carlo Magno il saraceno Zaddo, già padrone di Barcellona, e Roselmo, governatore di Chieti, ed amendue mandati in esilio.
Al presente anno appartiene un giudicato in favore dell'insigne monistero di Farfa, di cui è fatta menzione nelle memorie da me pubblicate[645]. Trovavasi il re Pippino in un luogo appellato Cancello, spettante al ducato di Spoleti, Anno Karoli et Pippini XXVII, et XXI, mense augusto. Fatto ricorso a lui per aver giustizia, Ebroardo conte del palazzo, d'ordine suo decise la controversia, risedendo con lui Adelmo vescovo. Da un'altra carta d'essa badia di Farfa, scritta sub die XI mensis maii, Indict. IX., anno Deo propitio domni Karoli et filii ejus Pippini XXVII et XX, in diebus illis, quando domnus Karolus ad imperium coronatus, apparisce che nel ducato di Spoleti veniva esercitata giurisdizione per Halabolt abbatem et missum domni Pippini regis. Dalla Cronica farfense[646] parimente si vede che Mancione abbate ed altri messi erano stati inviati dal re Pippino per giudicare eziandio di una lite vertente fra i monaci di Farfa e Guinigiso duca di Spoleti. Tenuto fu il placito nella stessa città di Spoleti, e sentenziato contra del duca in favore del monistero. Pertanto comincia qui ad apparire il grado di conte del palazzo o pure del sacro palazzo in Italia, grado sommamente riguardevole, perchè a lui devolvevano in ultima istanza e nelle appellazioni le cause difficili del regno tutto d'Italia; ed allorchè egli si trovava per le città e provincie del regno italico, godeva l'autorità di giudicar anche de' conti, marchesi e duchi. Non ho io saputo scoprire in Italia un conte del palazzo più antico di questo Ebroardo[647], a riserva di Echerigo conte del palazzo, che si truova mentovato in una pergamena di Pistoia[648] da me altrove rapportata, dove è citata, Reclamatio tempore domni Pippini regis facta ad Paulinum (patriarca d'Aquileja) Arnonem (arcivescovo di Salzburg) Fardulfum abbatem (di s. Dionisio di Parigi) et Echerigum comitem palatii, vel reliquos loco eorum, qui tunc hic in Italia missi fuerunt, etc. Essendo, siccome diremo, mancato di vita s. Paolino patriarca nell'anno seguente, s'intende che questo Echerigo dovette esercitar la carica di conte del palazzo, prima che venisse Ebroardo. Dei messi spediti o dai re o dagli imperadori a far giustizia pel regno d'Italia parleremo più abbasso. Intanto da questi placiti e giudicati abbiamo una chiara pruova che il sovrano di Spoleti e del suo ducato erano allora Pippino re di Italia e Carlo Magno imperadore suo padre; e non apparisce che in quelle parti esercitasse giurisdizione alcuna, neppure subordinata, il romano pontefice. Quel solo che merita osservazione si è, che nella maggior parte delle carte farfensi scritte in questi tempi si veggono segnati gli anni di Carlo imperadore e di Pippino re, colla giunta talvolta degli anni del duca di Spoleti. In altre poi s'incontrano i nomi di Carlo e di papa Leone. Ma chi potesse vedere interi quegli atti, troverebbe essere le prime formate dai notai nel ducato di Spoleti, e le seconde in Viterbo, e in altri luoghi del ducato romano sottoposti al pontefice. E perciocchè anche negli strumenti dello stesso ducato romano si mirano segnati prima gli anni di Carlo imperadore, come appunto uno farfense scritto in questo anno si vede segnato: Regnante domno nostro piissimo perpetuo, et a Deo coronato Karolo Magno imperatore, anno imperii ejus primo, seu et domno nostro Leone summo pontifice, et universali papa anno VI, mense junio, Indictione IX; questo ancora concorre a farci intendere chi fosse il sovrano di Roma in que' tempi. Praticavasi lo stesso dai duchi di Spoleti; nè si può mettere in dubbio che la sovranità su quel ducato non fosse allora annessa ai re d'Italia. Riferiscono i padri Cointe[649] e Pagi[650] al presente anno la vittoria riportata da papa Leone e da Carlo Magno presso la città d'Ansidonia nella Toscana occupata dagl'infedeli, essendo loro miracolosamente riuscito di sconfiggere que' Barbari, con distruggere poi quella città, situata verso Orbitello. Prestò fede a questo racconto anche il padre Beretti[651] nella corografia de' secoli bassi. L'Ughelli, con pubblicare il diploma dato da esso papa ed imperadore, quegli fu che dopo il Volterrano c'insegnò questa notizia. Ma è da stupire come uomini dotti e sperti nella critica non abbiano conosciuto che quel documento da capo a piedi è un'impostura, nè merita d'aver luogo nelle purgate istorie. Però, anche senza addurre il non dirsi parola di questa battaglia e vittoria e tanto più di vittoria miracolosa, dagli storici contemporanei, narranti tante altre minuzie dei fatti di Carlo Magno, basta leggere quel diploma per rigettarne subito il racconto. In questi tempi, per attestato di Giovanni Diacono[652], era console, ossia duca di Napoli, Teofilatto, marito di Euprassia, figliuola del precedente duca e vescovo di Napoli Stefano.
NOTE:
[639] Eginhard., in Annal. Franc.
[640] Rer. Italic., Part. II, tom. I.
[641] Vit. Ludovici Pii, tom. 2 Rer. Franc.
[642] Ermold., lib. I Carm. P. II, tom. 2 Rer. Ital.
[643] Eginhard., in Annal.
[644] Erchempert., Hist. Princip. Langobard. P. I, tom. 2, Rer. Ital.
[645] Antiquit. Ital., Dissert. LXVII.
[646] Chron. Farfense, P. II, tom. 2, Rer. Ital.
[647] Antiquit. Ital., Dissert. 7 de Comit. Palat.
[648] Antiquit. Ital., Dissert. 70, de Cleri immunitate.
[649] Cointe, in Annal. Eccl.
[650] Pagius, Critic. Baron.
[651] Beretta, Chronogr., tom. 10 Rer. Ital.
[652] Johann. Diac., in Vita Episcopor. Neapol., Part. II, tom. 2 Rer. Ital.
Anno di CRISTO DCCCII. Indiz. X.
LEONE III papa 8. CARLO MAGNO imperad. 5. PIPPINO re d'Italia 22.
Continuava l'imperadrice Irene nel governo dell'imperio orientale, ma con sentire il trono che le traballava sotto a' piedi. Più d'uno v'era che aspirava all'imperio, e facea de' maneggi per questo, e principalmente Aezio e Stauracio patrizii emuli lavoravano forte sott'acqua per compiere questo disegno, ciascuno in proprio vantaggio. Irene, per cattivarsi la benevolenza del popolo, gli avea rimesso nel precedente anno alcuni tributi. Tuttavia, non fidandosi dell'instabilità di esso popolo, e paventando le mine segrete de' concorrenti al soglio imperiale, determinò di appoggiarsi a Carlo Magno, la cui riputazione e possanza facea grande strepito anche in Oriente. Pertanto gli spedì per suo ambasciatore Leone spatario[653], con ordine di stabilir pace fra i Greci e Franchi, non ostante il disgusto provato per la dignità imperiale a lui conferita. Ricevuta che fu l'ambasciata, e rispedito l'ambasciatore, anche l'Augusto Carlo inviò a Costantinopoli i suoi legati, cioè Jesse vescovo d'Amiens, ed Elingaudo conte, per trattare con essa imperadrice. Teofane[654] scrive che v'andarono anche gli apocrisarii di papa Leone. Dal medesimo storico e da Zonara[655] viene spiegato il motivo di tale spedizione: cioè che Carlo Magno e il papa erano dietro a fare un bellissimo colpo, consistente nello strignere matrimonio fra esso imperador d'Occidente ed Irene imperadrice d'Oriente, con che si sarebbono riuniti i due già divisi imperii. Se questo glorioso disegno fosse vero, o pure una voce disseminata da chi atterrò l'imperadrice, per renderla odiosa presso ai Greci; e se ella stessa fosse la prima a farne proposizione a Carlo Magno, o pure ne nascesse l'idea in mente del papa o di Carlo, al qual fine mandassero i loro legati in Oriente, noi nol sappiamo dire. La verità si è, che scoperto questo trattato, al quale scrivono che Irene aderiva, ma con disapprovazione dei superbi Greci; o pure sparsane voce da chi macchinava di salire sul trono; questo servì non poco per cagionare o accelerar la rovina d'essa imperadrice. Si studiava Aezio patrizio di promuover Leone suo fratello; ma fu più scaltro o fortunato Niceforo patrizio e logoteta generale, che, tirati nel suo partito molti nobili e una parte del popolo, si fece proclamare imperadore. Rinserrò nel palazzo Irene, ed appresso con finte lusinghe e promesse tanto fece, che le cavò di bocca il luogo dove erano i tesori; poscia per ricompensa la mandò in esilio in un monistero di Lesbo, oggidì Metelino, dove custodita dalle guardie, e riconoscendo dalla mano di Dio questo per un gastigo de' suoi peccati, nell'anno seguente diede fine ai suoi giorni. Presenti a questa tragedia, succeduta nel dì ultimo di ottobre, furono gli ambasciatori di Carlo Magno, i quali poi seguitarono a trattenersi in Costantinopoli, finchè videro quetati i rumori, e poterono ottenere udienza dal novello imperadore, della cui avarizia, infedeltà, empietà e tirannia parla assai francamente nella sua storia Teofane.
Continuava intanto la guerra fra il re Pippino e Grimoaldo duca di Benevento. Racconta Erchemperto[656] che fra questi due principi, siccome giovani ed animosi amendue, passava una terribil gara, ed ognun d'essi con gran vigore sosteneva il suo punto. Più volte Pippino spedì ambasciatori all'altro, con fargli sapere, che siccome Arigiso duca, padre di lui, era stato suggetto al re Desiderio, nella stessa guisa pretendea che Grimoaldo fosse suggetto a lui. Rispondeva Grimoaldo:
Liber et ingenuus sum natus utroque parente; Semper ero liber, credo, tuente Deo.
A tali risposte montava Pippino in collera, e con quante forze poteva, di tanto in tanto passava a fargli guerra. Ma Grimoaldo non si perdeva di coraggio. Nè a lui mancavano buone truppe e delle ben guernite fortezze; e però si rideva di lui. Tuttavia abbiamo dagli Annali de' Franchi, che in quest'anno riuscì al re Pippino di prendere la città d'Ortona nell'Abruzzo[657]. Con lungo assedio ancora forzò la città di Lucera o Nocera in Puglia a rendersi, e vi mise guarnigione francese, con darne la guardia a Guinigiso duca di Spoleti. Grimoaldo, che non dormiva, da che seppe che Pippino avea ricondotto a quartiere l'esercito suo, venne colle sue brigate sotto la medesima città di Lucera, e dopo averla stretta con assedio per alcun tempo, finalmente se ne impadronì. Così cadde nelle mani di lui lo stesso duca Guinigiso, il quale s'era infermato durante l'assedio, e fu da lui trattato con tutta onorevolezza. Accadde in quest'anno una scandalosa iniquità, di cui lasciarono memoria gli Annali de' Veneziani. Era stato eletto vescovo di Olivola Castello (oggidì parte della città di Venezia) Cristoforo, uomo greco, col favore di Giovanni doge di Venezia, e per raccomandazione di Niceforo imperadore. Ma essendo in discordia i tribuni di Venezia col doge, scrissero a Giovanni patriarca di Grado, pregandolo di non volerlo consecrare. Non solo il patriarca gli negò la consecrazione, ma lo scomunicò. A questo avviso andò sì mattamente nelle furie il doge Giovanni, che preso seco Maurizio doge suo figliuolo, con una squadra di navi e di armati volò contro la terra di Grado; ed entratovi senza resistenza, e trovato il patriarca fuggito sopra la torre da quella il precipitò al basso. Il Sabellico[658] e Pietro Giustiniano scrivono essere proceduta l'uccisione del patriarca, perch'egli avea ripreso i dogi suddetti a cagione di molte loro iniquità. Rapporta il cardinal Baronio[659] una lettera scritta da s. Paolino patriarca di Aquileia a Carlo Magno, in cui gli dà avviso d'aver celebrato un concilio in Altino. E poscia soggiugne, De sacerdotibus autem plagis impositis, semique vivis relictis, vel certe diabolico fervescente furore, per ejus satellites interemtis, non meum, sed vestrae definitionis erit judicium, ec. Egrediatur, si placet, una de hac re per universam regni vestri late diffusam monarchiam decretalis sententiae ultio, ec. Crede esso eminentissimo Annalista che s. Paolino implorasse il braccio di Carlo Magno per punire il sacrilego misfatto dei dogi di Venezia. Ma è da osservare che, secondo gli Annali di Lambecio[660] e di Fulda[661] e di Ermanno Contratto[662], e per confessione dello stesso Baronio, in quest'anno, e non già nell'804, fu chiamato da Dio a miglior vita il santo patriarca Paolino. Ed essendo seguita, per quanto s'ha dal calendario aquileiense, la di lui morte nel dì 11 di gennaio, non si può tal notizia accordare coll'elezione del vescovo d'Olivola, per quanto si dice, a raccomandazione di Niceforo imperadore, che appena due mesi prima aveva occupato l'imperio d'Oriente. Oltre di che, non essendo l'isola e il patriarca di Grado sotto la giurisdizion di Carlo Magno, è da vedere come s. Paolino ricorresse a lui pel gastigo de' malfattori. Ed egli parla di sacerdoti feriti o uccisi, e non già di un vescovo e patriarca. Però non sono ben chiare le circostanze di quell'orrido e indubitato fatto, che portò poi seco un grave sconcerto nella repubblica veneziana. Per altro nella morte di s. Paolino mancò all'Italia un singolare ornamento, perch'egli non meno colla sua letteratura che per le sue insigni virtù faceva in Italia quella gloriosa figura, che allora anche Alcuino suo amicissimo faceva in Francia. Ed è ben da maravigliarsi come il cardinal Baronio non inserisse nel Martirologio romano questo insigne personaggio, quando ivi ha dato luogo ad altri in merito a lui molto inferiori. Più ancora è da dolersi perchè in quei tempi, ne' quali la Francia, la Germania e l'Inghilterra ebbero tanti scrittori delle vite di varii vescovi, abati ed altri riguardevoli per le loro virtù, niuno in Italia prendesse a scrivere quella del suddetto patriarca, e che sieno restate in oblio le vite d'altri personaggi italiani, distinti per le loro bell'opere, dovendosi credere che neppure all'Italia mancassero allora dei sacri vescovi e degli altri ecclesiastici e secolari di rara pietà.
NOTE:
[653] Annales Franc. Bertiniani. Eginhard., in Annal. Franc.
[654] Teoph., in Chronogr.
[655] Zonar., in Annalib.
[656] Erchempertus, Hist. Lang., P. I, tom. 2. Rer. Ital.
[657] Annales, Franc. Metens. Eginhard., in Annal. Franc.
[658] Sabellicus, Ennead. VIII, lib. 9.
[659] Baron., in Annal. Eccl.
[660] Lambecius, in Annal. Franc.
[661] Annales Francor. Fuldenses.
[662] Hermann. Contractus, in Chron.
Anno di CRISTO DCCCIII. Indizione XI.
LEONE III papa 9. CARLO MAGNO imperadore 4. PIPPINO re d'Italia 23.
Spediti da Niceforo imperadore dei Greci tornarono quest'anno in Italia e in Francia gli ambasciatori di Carlo Magno, conducendo seco quei di Niceforo[663], cioè Michele vescovo, Pietro abate e Callisto candidato. Si presentarono questi a Carlo, che dimorava allora nella regal villa di Salz in Franconia, e con esso lui conchiusero un trattato di pace; dopo di che per la via di Roma se ne tornarono a Costantinopoli. Le condizioni di questa pace non le scrivono gli storici; tuttavia si apporrà al vero chi crederà conchiuso fra loro un accordo coll'uti possidetis. Con che venne Niceforo ad assicurarsi nel dominio della Sicilia e delle città che già restavano nella Calabria, e ne' suoi diritti sopra Napoli, Gaeta ed Amalfi; e all'incontro Roma col ducato romano, e tutto il regno de' Longobardi, ossia d'Italia, restarono sottoposti alla signoria di Carlo Magno con gli altri regni o da lui acquistati, o già dipendenti dalla corona di Francia. Per conto della città di Venezia, e dell'altre marittime della Dalmazia, è da ascoltare Andrea Dandolo[664], che così scrive: In hoc foedere (tra Carlo Magno e Niceforo) seu decreto nominatim firmatum est, quod Venetiae urbes et maritimae civitates Dalmatiae, quae in devotione imperii (cioè del greco) illibatae perstiterant, ab imperio occidentali nequaquam debeant molestari, invadi, nec minorari; et quod Veneti possessionibus, libertatibus et immunitatibus quas soliti sunt habere in italico regno, libere perfruantur. In fatti è fuor di disputa che la città di Venezia colle isole adiacenti restò esclusa dal regno d'Italia, nè Carlo Magno nè Pippino suo figliuolo v'ebbero dominio. Sappiamo inoltre da Eginardo[665] ch'esso Carlo Augusto abbracciò sotto la sua signoria Histriam quoque et Liburniam atque Dalmatiam, exceptis maritimis civitatibus, quas ob amicitiam, et junctum cum eo foedus, constantinopolitanum imperatorem habere permisit. Era prigionere Guinigiso duca di Spoleti, siccome dicemmo. Grimoaldo duca di Benevento, che cercava tutte le vie di placare il re Pippino, rimise quest'anno con tutto garbo in libertà esso Guinigiso; e di ciò fanno memoria gli Annali de' Franchi. Intanto era stato eletto patriarca di Grado Fortunato da Trieste, parente dell'ucciso patriarca Giovanni. Rapporta il Dandolo la bolla di papa Leone, che oltre all'approvare la di lui elezione, gli manda ancora il pallio. Essa bolla è data XII. kal. aprilis per manus Eustachii primicerii sanctae sedis apostolicae. Imperante domno nostro Carolo, piissimo perpetuo Augusto, a Deo coronato, magno et pacifico imperadore anno III, Indictione XI, e per conseguente in quest'anno. La data è appunto a tenore del formolario usato sotto gl'imperadori greci. Poco nondimeno stette fermo nella sua sede questo patriarca. Perciocchè non potendo digerire l'iniquità commessa contra del suo predecessore e parente cominciò a tramare con alcuni de' principali Veneziani una congiura contra dei dogi di Venezia. Ma questa scoperta, temendo egli della vita, se ne fuggì da Grado, e ricoverossi sotto la protezione di Carlo Magno, con andare a trovarlo alla villa di Salz, ossia di Sala, e portargli, fra gli altri regali, alcune insigni reliquie di santi. Negli Annali di Metz[666] si legge: Venit quoque Fortunatus patriarcha de Graecis afferens secum super cetera dona duas portas eburneas, mirifico opere sculptas. Egli è detto patriarca vegnente dai Greci, non per altro, se non perchè Grado era tuttavia sotto la giurisdizione de' Greci. Complici della congiura suddetta erano Obelerio tribuno di Malamocco, Felice tribuno, Demetrio, ed altri nobili Veneziani, i quali vedendo svelato il lor disegno, presero la fuga, e si ritirano a Trivigi, città del regno di Italia, come in luogo di sicurezza. Ottenne il suddetto patriarca Fortunato da Carlo Magno un privilegio, che si legge presso il Dandolo, e vien anche rapportato dall'Ughelli[667]: la sua data è idus augusti in sacro palatio nostro anno XXXIII regni nostri in Francia, XXVIII in Italia, et imperii III, cioè nell'anno presente. In vece di sacro il padre Cointe giudiziosamente conghietturò che ivi fosse scritto in Salz palatio nostro. In esso diploma vien ricevuto da Carlo Magno sotto la sua protezione Fortunatus gradensis patriarcha, sedis sancti Marci Evangelistae, et sancti Ermacorae episcopus; e inoltre tutti i suoi servi e coloni, qui in terris suis commanent in Istria, Romandiola seu in Longobardia. Ecco come quella parte dell'Emilia e Flaminia, che formava l'esarcato di Ravenna, cominciò ad appellarsi Romandiola. Vedemmo di sopra ordinato da Carlo Magno, o pur da Pippino fra le leggi longobardiche[668], de fugacibus, qui in partibus Beneventi et Spoleti, seu Romaniae, vel Pentapoli confugium faciunt, ut reddantur. Dal nome di Romania e di Romandiola si formarono i nomi volgari Romagna e Romagnola. Eruditamente osservò il padre Mabillone[669], che trovandosi in questi tempi abate del monistero Mediano, ossia di Moyens Moutiers nella provincia del Berry in Francia un Fortunato vescovo, questi sia stato Fortunato patriarca di Grado ricorso alla protezione di Carlo Magno, che dovette provvederlo di quel benefizio per suo sostentamento. E tanto più, perchè vedremo che papa Leone in iscrivendo a Carlo Magno la lettera undecima, e parlando del medesimo patriarca Fortunato, dice: Neque de partibus Franciae, ubi eum beneficiastis. Solamente non sussiste che di quel monistero fosse egli eletto abate nell'anno 799, come sospettò il suddetto padre Mabillone, perchè Fortunato solamente passò in Francia nell'anno presente.
Secondo il poeta sassone[670], questo fu l'anno in cui, dopo sì lunghe rivoluzioni e guerre, fu data la pace alla Sassonia. Altri Annali ne parlano all'anno seguente. Concorsero assaissimi della nobiltà sassone alla villa di Salz, dove soggiornava l'Augusto Carlo, e quivi a lui tutti si sottomisero, con promessa di abbandonare affatto il paganesimo e di abbracciare la santa religione di Cristo. Niun tributo impose loro l'imperadore, ma solamente l'obbligo di pagar le decime per alimento del clero, e di ubbidire ai conti, ossia ai giudici e messi, ch'egli invierebbe al loro governo, vivendo nulladimeno colle proprie leggi. Abbiamo ancora dagli Annali di Metz, che venuto Carlo Magno a Ratisbona, colà se gli presentò Zodane, uno de' principi della Pannonia nominato di sopra, e si sottomise al di lui imperio: il che servì d'esempio ad altri Unni della Pannonia e ad alcuni Schiavoni per fare lo stesso. Si sa che Carlo anche in questo anno spedì l'esercito suo nella Pannonia, e che vi dovette far delle nuove conquiste colla desolazione di tutte quelle contrade. Dopo avere Anselmo abate del monistero di Nonantola nel territorio di Modena tenuto quel governo per lo spazio di cinquanta anni, (come s'ha dalla sua vita scritta da un monaco che sembra vicino a que' tempi, e pubblicata dall'Ughelli[671] e del Mabillone[672]), terminò in quest'anno la carriera delle sue gloriose fatiche con odore di santità, e per santo appunto è tuttavia venerato nella diocesi di Nonantola. Fondò egli oltre a questo altri monisteri, dimodochè sotto di lui si contavano MCXLIV monachi, exceptis parvulis et pulsantibus, qui non constringebantur ad regulam, cioè non computati nel suddetto numero de' monaci i fanciulli che si allevavano nelle lettere e nella pietà in esso monistero, siccome neppure i novizzi, chiamati pulsantes o dall'esame che lor si faceva a guisa dei medici toccanti il polso, o pure dal pregare che essi faceano per venire ammessi all'abito e alla professione monastica. Fu il monistero di Nonantola uno dei più insigni e ricchi d'Italia, di maniera che crebbe a poco a poco una nobil terra appresso il monistero che dura anche oggidì. Ebbero gli abati giurisdizion temporale e spirituale sopra varie ville. Cessò la temporale, ma si conserva tuttavia la spirituale, godendo quel monistero la sua particolar diocesi e copiose rendite. Gregorio monaco, che scrisse l'anno 1092 la Cronica del monistero di Farfa, da me data alla luce[673], ci avvertì essere salito in tanto credito esso nobilissimo monistero di Farfa sì nello spirituale che nel temporale, ut in toto regno (d'Italia) non inveniretur simile huic monasterio, nisi quod vocatur Nonantulae. Tali parole copiò questo monaco da Ugo abate farfense, che visse nel precedente secolo, e scrisse de destructione monasterii farfensis. Questo opuscolo l'ho io pubblicato[674] dipoi. Ma le troppe ricchezze, siccome vedremo, fecero guerra allo stesso monistero nonantolano, laonde, a guisa di tanti altri fu ingoiato dagli antichi cacciatori di benefizii ecclesiastici o secolari: costume o abuso, cominciato anche prima di questo secolo in Francia, e solamente in questo introdotto in Italia. Oggidì è abate commendatario d'essa badia nonantolana l'eminentissimo cardinale Alessandro Albani, e la chiesa è uffiziata da alquanti monaci cisterciensi, sustituiti ai benedettini neri, che da gran tempo prima aveano cessato di abitarvi. A santo Anselmo succedette Pietro abate, personaggio anch'esso riguardevole, di cui parleremo altrove.
NOTE:
[663] Annales Franc. Metens. Eginhard., in Annal. Franc.
[664] Dandul., in Chr., tom. 12 Rer. Italic.
[665] Eginhardus, in Vita Caroli Magni.
[666] Annal. Franc. Metenses.
[667] Ughellus, Ital. Sacr., tom. 8.
[668] Rer. Ital. P. II, tom. 1, pag. 123.
[669] Mabill., in Annal. Benedictin., ad ann. 799.
[670] Poetae Saxonis, Annal. Franc.
[671] Ughell., Ital. Sacr., tom. 3, in Episc. Mutin.
[672] Mabill., in Annal. Benedictin.
[673] Chronic. Farfense, Rer. Italic., P. II, tom. 2.
[674] Antiquitat. Italic., Dissert. LXXII.
Anno di CRISTO DCCCIV. Indizione XII.
LEONE III papa 10. CARLO MAGNO imperadore 5. PIPPINO re d'Italia 24.
Fece gran rumore quest'anno in Italia la scoperta succeduta nella città di Mantova di una spugna inzuppata, come corse la fama, nel sangue del Signor nostro Gesù Cristo, portata colà da Longino. In que' secoli d'ignoranza poco ci voleva a spacciare e far credere somiglianti racconti. Lo straordinario concorso dei popoli e l'universale bisbiglio per questa novità giunse all'orecchie di Carlo Magno, e mosso da giusta curiosità ne scrisse tosto a papa Leone III, pregandolo di esaminar la verità del fatto, che non s'accorda cogl'insegnamenti della scolastica teologia. Il papa, o perchè avesse voglia di passare in Francia, o gli venisse fatta gran premura per questo affare[675], sen venne a Mantova, senza che apparisca qual decreto egli proferisse intorno a questo preteso sangue del Signore; e prevalendosi della buona occasione, fece sapere a Carlo Magno il desiderio suo di trovarsi con lui, per solennizzare insieme la festa del santo Natale. Gli scrittori mantovani coll'Ughelli[676] asseriscono che fino a questi tempi la città di Mantova non avea goduta la dignità del vescovato, e che il primo quivi ordinato dal suddetto pontefice fu Gregorio di patria romano. In fatti non s'è scoperto finora vescovo di Mantova più antico di questo; ma con rimaner sempre un motivo di stupore, come una sì illustre città cominciasse così tardi ad aver questo decoro, e senza sapersi chi dianzi la governasse nello spirituale. Avvertito Carlo imperadore della venuta del papa, gli mandò incontro fino a san Maurizio il principe Carlo suo primogenito, ed egli l'aspettò nella città di Rems, di là poscia il condusse a Soissons, e finalmente ad Aquisgrana, dove passarono le feste di Natale in divozione ed allegria. Dopo otto giorni di permanenza nella corte di quel monarca, sul principio del gennaio dell'anno seguente se ne tornò il pontefice per la Baviera a Roma, seco portando varii regali a lui fatti da Carlo Magno, il quale fece anche accompagnarlo da alcuni suoi baroni fino a Ravenna. Aveva in quest'anno l'Augusto Carlo spedito i suoi eserciti nella Sassonia, perchè vi restavano spezialmente di là dall'Elba alcuni popoli ostinati nell'idolatria, che pervertivano anche i nuovi convertiti de' Sassoni[677]. Fece egli prendere tutti costoro colle lor famiglie (Eginardo scrive che furono diecimila persone), e li distribuì in varie contrade de' suoi regni. Trovandosi poi egli in un luogo appellato Holdunstetin, vennero ad inchinarlo alcuni principi della Schiavonia, che erano in disparere fra loro. Egli, dopo essersi servito della sua sapienza ed autorità per comporre le lor differenze, diede ad essi per re Trasicone, che s'era presentato a lui con molti regali. Era in questi tempi re della Danimarca Gotifredo. Desiderava egli di abboccarsi con Carlo Magno, non si sa se per attestare il suo ossequio a sì potente e temuto monarca, oppure per qualche controversia fra loro. Venne colla sua flotta e con tutta la sua cavalleria sino a Slevich, cioè ai confini del suo regno e della Sassonia, e fece intendere a Carlo la sua venuta; ma i suoi baroni non gli permisero di andar più innanzi. Siccome al precedente anno dicemmo[678], erano fuggiti per paura dei dogi molti nobili veneziani a Trivigi. Quivi stando e tenendo segrete intelligenze con gli altri nobili rimasti in Venezia, per loro consiglio elessero doge Obelerio tribuno. Il che inteso dai due indegni dogi, cioè da Giovanni e da Maurizio suo figliuolo, che dovettero anche avvedersi della poca sicurezza del loro soggiorno, spaventati presero la fuga. Giovanni si ritirò a Mantova, Maurizio se ne andò in Francia, per implorar la protezione di Carlo Magno. E tentarono ben essi più volte di ritornare alla patria, ma sempre rigettati, finirono i loro giorni in esilio. All'incontro Obelerio fu con gran festa accolto dal popolo, e intronizzato in Malamocco, dove allora dovea esser la principal residenza di que' dogi. Egli da lì a non molto ottenne dal popolo, che Beato suo fratello fosse anch'egli assunto alla dignità di doge, e dichiarato suo collega. Per paura d'esso Obelerio, Cristoforo vescovo d'Olivola, siccome parente dei dogi scacciati, uscì di Venezia, e in suo luogo fu eletto vescovo Giovanni diacono. Rapporta l'Ughelli all'anno seguente, ma dovea piuttosto dire al presente, un diploma di Carlo Magno, dato in favore dell'antico monistero di santa Maria, situato fuori di Verona presso la porta appellata dell'Organo, anche oggidì esistente, ed inchiuso nella città. La data sua, che esso Ughelli mise fuor di sito, è questa: Imperante domno Carolo Magno imperat. anno IV, de mense novembris, Indictione XIII. Osservò il padre Mabillone[679], che l'indizione XIII non conviene all'anno presente, ma bensì al seguente, e che questo diploma non sa dello stile della cancelleria di Carlo Magno, e convenir esso piuttosto a Carlo Crasso ossia il Grosso, imperadore. Allorchè io visitai per opera del chiarissimo marchese Scipione Maffei le pergamene dello archivio del suddetto monistero veronese, trascurai di esaminare l'originale o la copia antica di questo privilegio, in cui son corsi varii errori per negligenza dell'Ughelli. Per altro non sussiste già che l'indizione XIII sia qui scorretta. Cominciò essa nel settembre dell'anno presente, e però era in corso nel novembre; e durava similmente allora tuttavia l'anno IV dell'impero di Carlo Magno. Tali note cronologiche non possono già accordarsi con gli anni di Carlo Crasso Augusto. Del resto, se questo sia documento autentico e sicuro, ne potrà render miglior conto chi avrà sotto gli occhi quella cartapecora.
NOTE:
[675] Annal. Francor. Metenses. Annal. Francor. Bertiniani.
[676] Ughell., in Ital. Sacr., tom. 1 in Episc. Mantuan.
[677] Annales Franc. Moissiacens. Annales Franc. Loiselian.
[678] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.
[679] Mabillonius, Annal. Benedictin. ad ann. 804.
Anno di CRISTO DCCCV. Indizione XIII.
LEONE III papa 11. CARLO MAGNO imperadore 6. PIPPINO re d'Italia 25.
Le imprese di Carlo imperadore nel presente anno furono le seguenti[680]. Venne a trovarlo il Cacano, ossia Capcano, cioè il principe primario degli Unni abitanti nella Pannonia, e già divenuti sudditi e tributarii d'esso Augusto. Chiamavasi Teodoro, e professava la religione di Cristo. Dopo avergli rappresentato che per le violente incursioni de' vicini Schiavoni non potea più col suo popolo fermarsi nelle antiche sue contrade, il pregò di permettergli che venisse ad abitare fra Sabaria e Carnunto. Credono gli eruditi che queste due città fossero nel tratto del paese posto fra Vienna e Presburgo, e il fiume Rab. Ottenne Teodoro quanto dimandava, e licenziato con varii doni a lui fatti dall'imperadore, se ne tornò ai suoi, ma con sopravvivere poco tempo dipoi. Il suo successore inviò ambasciatori al medesimo Augusto per l'approvazione della dignità a lui conferita; e Carlo gli concedette autorità e giurisdizione sopra tutta la nazione degli Unni della Pannonia, come era in uso ne' vecchii tempi. Ma Carlo Magno, nelle cui vene bolliva la febbre dei conquistatori, i quali non mai sazii di dilatare in confini, mentre fanno un acquisto, ne van meditando un altro, rivolse in quest'anno le sue mire alla Boemia. Era quel paese allora abitato dagli Sclavi o Slavi, o vogliam dire Schiavoni: e di qui è poi venuto che que' popoli tuttavia usano la lingua schiavona. In più parti confinava con loro il dominio di Carlo Magno, cioè per la Sassonia, per la Baviera, che allora abbracciava l'Austria, e per la Pannonia. Ora nell'anno presente risoluto egli di sottomettere quella nazione, con tre poderosi eserciti da tre parti la fece assalire. Era un d'essi formato di Franchi, condotti dal principe Carlo suo primogenito, il quale poco fa, oppure poco dappoi, avea conseguito il titolo di re dal padre. Il secondo composto di Sassoni e Sclavi, o Slavi Obotriti, secondochè s'ha dagli Annali de' Franchi, era composto di una innumerabil moltitudine di gente. Nel terzo si contavano le milizie di tutta la Baviera. Da questa formidabil oste assaliti i Boemi, non pensarono a far fronte, ma misero tutta la lor difesa nella ritirata sui monti e ne' boschi più folti. Bisogna nondimeno credere succeduta qualche baruffa, perchè vi rimase estinto Lecone duca dei Boemi. Per quaranta giorni le suddette armate scorsero il paese, incendiando e dando il guasto a tutto; e perciocchè venne meno il foraggio ai cavalli e la provianda ai soldati, se ne tornarono in fine ai loro quartieri. Ma gli Annali moissiacensi[681] aggiungono che Samela re de' Boemi venne a patti, e promise fedeltà a Carlo Magno, con dargli anche per ostaggi due suoi figliuoli. Essendosi nulladimeno continuata nell'anno seguente la guerra coi Boemi, può dubitarsi della verità di questo racconto. Intanto l'imperadore andava visitando i luoghi del suo regno vicini al mare. Fu a visitarlo Lodovico suo figliuolo re d'Aquitania, mentr'egli si trovava nella villa di Teodone. Vi arrivò anche dall'Italia il re Pippino; e quivi colla grata compagnia di questi suoi due figliuoli solennizzò la festa del santo Natale del Signore. Ci viene poi dicendo Andrea Dandolo[682], che dappoichè l'Istria, per le capitolazioni seguite fra i due imperii occidentale ed orientale, restò sotto il dominio di Carlo Magno, questi mandò per duca di quella provincia un certo Giovanni. Cominciò costui ad aggravar que' popoli, e i popoli ne portarono le doglianze all'imperadore, il quale non tardò a spedire colà Izone prete, Cadaloo ed Ajone conti, con ordine di esaminar l'affare. Questo Cadaloo altri non può essere che il successore di Erico o Enrico nel governo del ducato del Friuli. E non portando egli se non il titolo di conte, potrebbe a talun parere che la marca del Friuli o trivisana non fosse peranche formata. Ma noi vedremo che i marchesi usavano anche il titolo di conti, perchè come marchesi soprintendevano a tutta la marca, e come conti erano governatori stabiliti di qualche città. Dai suddetti deputati dell'imperadore fu raunata una dieta in Istria, in cui concorsero Fortunato patriarca di Grado, esule dalla sua patria, Teodoro, Leone, Staurazio, Stefano e Lorenzo vescovi di quelle contrade, e cento sessantadue principali cittadini delle città dell'Istria. Chiarito ch'ebbero l'insolito peso imposto dal duca Giovanni, ne esentarono que' popoli, con ordinare che non fossero tenuti a pagare se non marche trecentocinquantaquattro, siccome dianzi faceano alla camera imperiale dei Greci, con ripartire il pagamento secondo la possibilità delle città e castella della provincia. Aggiugne il Dandolo che i Veneziani, per l'odio che portavano ai due dogi fuggiti, ridussero in un mucchio di pietre la città d'Eraclea, da dove quei medesimi dogi aveano tirata la loro origine, senza però dissimulare che la distruzione di quella città vien da altri attribuita a Pippino re d'Italia nella guerra che fra poco racconteremo. Annovera poi egli le nobili famiglie che di là passarono ad abitare in Malamocco, Rialto e Torcello. La rovina di questa città mi fa sovvenire che ne' medesimi tempi Niceforo imperadore de' Greci, a cui quasi tutte le imprese andavano alla traversa, restò maltrattato sì fattamente nella guerra coi Saraceni[683], che fu astretto a comperar la pace da loro, con promettere un annuo tributo, e di non riedificare Eraclea, città diversa da quella dei Veneziani.
NOTE:
[680] Annal. Franc. Metenses. Annal. Franc. Bertiniani.
[681] Annal. Moissiacenses, tom. 3 Rer. Franc.
[682] Dandul., in Chron., tom. 12. Rer. Ital.
[683] Theoph., in Chronogr. Elmac. Hist. Sarac. lib. 2.
Anno di CRISTO DCCCVI. Indizione XIV.
LEONE III papa 12. CARLO MAGNO imperadore 7. PIPPINO re d'Italia 26.
Gli anni intanto dell'Augusto Carlo erano cresciuti di molto, e ne cominciava egli a sentire anche il peso; però come principe saggio volle provvedere all'avvenire, con dividere fra i tre suoi figliuoli la vasta sua monarchia. Rapporta il cardinal Baronio la divisione da lui fattane[684], che si legge anche presso il Baluzio[685] e in altri libri. Trovavasi allora l'imperadore nella villa di Teodone: e quivi a tale effetto tenne una dieta numerosa de' baroni de' suoi regni. Concedette adunque a Lodovico, il minore dei figliuoli, la Linguadoca, la Guascogna, la Provenza, la Savoia, il Lionese e la valle di Susa, cioè tutto il tratto di paese meridionale posto fra i confini di Italia e di Spagna. A Pippino lasciò Italiam, quae et Langobardia dicitur, et Bajovariam, sicut Tassilo tenuit, excepto duabus villis, etc., et de Alamania partem, quae in australi ripa Danubii fluminis est, et de ipso flumine Danubii currente limite usque ad Rhenum fluvium, etc., et inde per Rhenum fluvium, sursum versum usque ad Alpes quidquid inter hos terminos fuerit, et ad meridiem vel orientem respicit, una cum ducatu curiensi et pago Durgouve. Sicchè al re Pippino toccò in sua parte il regno d'Italia con quasi tutta la Baviera, provincia allora di grande estensione, e una porzione dell'Alemagna. In questa parte, siccome conghietturò Giovanni Lucio[686] si può credere compresa l'Istria e la Dalmazia, e una porzione della Pannonia e Schiavonia già conquistate da esso Carlo Magno, ciò argomentandosi dalle parole: et quidquid inter hos terminos fuerit, et ad meridiem vel ad orientem respicit. A Carlo suo primogenito lasciò tutto il rimanente della Francia espresso coi nomi d'Austria e di Neustria, paese vasto, che scorreva di là dal Reno, quasi tutta la Borgogna colla valle d'Aosta, la Turingia, la Sassonia, la Frisia, e quasi tutta l'Alemagna, oggidì la Svevia. Poscia, in caso che uno d'essi fratelli venisse a mancar di vita, dispose come si avesse a dividere fra chi sopravviveva la porzione del defunto, e fra l'altre cose si dice: Si vero Karolo et Ludovico viventibus, Pippinus debitum humanae sortis compleverit, Karolus et Ludovicus divident inter se regnum, quod ille habuit. Et haec divisio tali modo fiat, ut ab ingressa Italiae per augustam civitatem accipiat Karolus Eboreiam, Vercellas, Papiam et inde per Padum fluvium termino currente usque ad fines Regiensium, et Civitatem Novam, atque Mutinam usque ad terminos sancti Petri. Has civitates cum suburbanis et territoriis suis, atque comitatibus, quae ad ipsas pertinent; et quidquid inde Romam pergenti ad laevam respicit de regno, quod Pippinus habuit, una cum ducatu spoletano hanc portionem, sicut praedicimus, accipiat Karolus. Quidquid autem a praedictis civitatibus vel comitatibus Romam eunti ad dexteram jacet de predicto regno, idest portionem, quae remansit de regione transpadana una cum ducatu tuscano usque ad mare Australe, et usque ad Provinciam, Ludovicus ad augmentum sui regni sortiatur. Se dunque fosse premorto ai fratelli il re Pippino, in sua porzione al principe Carlo avea da toccare l'Oltrepò, e di qua dal Po anche la città di Reggio, Cittanuova (allora riguardevole luogo posto sulla via Claudia, quattro miglia lungi da Modena all'Occidente, siccome ho provato altrove), e Modena col suo territorio sino ai confini di s. Pietro[687]. Che ai tempi di Clemente VII papa ci fossero persone che si figurassero comprese nell'esarcato di Ravenna, donato alla santa Sede, le città di Modena, Reggio, Parma e Piacenza, si può perdonare alla scarsa erudizione d'allora. Ma è bene una vergogna che ne' tempi nostri, tempi di tanta luce per l'erudizione, persona abbia osato di voler sostenere questa pretensione con impugnare la verità conosciuta. Chiaro apparisce di qui che erano comprese nel regno d'Italia le città suddette, e che il territorio di s. Pietro cominciava sul bolognese. Non è già nella stessa guisa manifesto che voglia dire l'Augusto Carlo con quelle parole: Et quidquid inde Romam pergenti ad laevam respicit de regno, quod Pippinus habuit. Ma non si può già controvertere che almeno il ducato di Spoleti non fosse anch'esso incastrato nel regno d'Italia. Similmente apprendiamo che al re Lodovico sarebbe toccato in sua parte il di qua dal Po (a riserva di Reggio, Cittanuova e Modena) col Genovesato e col ducato della Toscana: notizia che ci conduce ad intendere che sopra tutta quella provincia era già stato costituito con titolo di duca, oppure, siccome vedremo, di marchese, un governator generale e perpetuo. Resta poi scuro ciò che veramente significhi usque ad mare Australe, et usque ad Provinciam. Il confine d'Italia al ponente era la Provenza. Pare che l'altro confine al levante fosse il mare Australe, e che questo si stendesse di là dalla Toscana, ma di ciò lascerò disputare ad altri. Della sovranità di Roma e del suo ducato, siccome non pertinente al regno d'Italia, nulla si parla in questa divisione. Era essa riservata a chi fosse dipoi dichiarato imperador de' Romani: sopra di che nulla determinò per allora l'Augusto Carlo. Fu mandata a papa Leone la carta di questa divisione, acciocchè la sottoscrivesse: tanta era anche in que' tempi la venerazione al sommo pontefice. Eginardo, autore degli Annali e della vita di Carlo Magno, quegli fu che la portò a Roma.
Ora giacchè abbiam fatta menzione del ducato di Spoleti, si dee qui avvertire che nel catalogo posto innanzi alla Cronica di Farfa[688], sotto quest'anno, vien riferito Romanus dux, come duca di Spoleti. Ma perciocchè era tuttavia vivo e comandava in quel ducato Guinigiso, e nel medesimo catalogo all'anno 814 vien ripetuto Guinichus dux; perciò non si capisce come qui entri Romano duca. Il conte Campelli[689] ha senza bilanciare tolta ogni difficoltà con dire francamente che nell'anno 806 il duca Vinigiso prese per compagno nel ducato un suo figliuolo, che natogli in Italia, e perciò chiamato Romano, era appunto in quei giorni pervenuto ad età capace di alcun maneggio. Ma questo scrittore, avvezzo a spacciar le sue immaginazioni per le cose certe, sarebbe restato ben imbrogliato, se gli fosse stata chiesta la pruova di tale asserzione. Tutto quel che sappiamo di questo Romano duca, l'abbiam dalla Cronica farfense, dove vien fatto menzione di una lite agitata in placito ante praesentiam Romani ducis castri viterbiensis, et omnium judicum ejus. Dalle memorie dell'archivio farfense, da me prodotte nelle Antichità italiane[690], si raccoglie judicatum Romani gloriosi ducis in castro viterbiensi. Actum temporibus Karoli domni nostri piissimi perpetui Augusti, a Deo coronati, magnifici imperatoris, anno Deo propitio, imperii ejus VI, atque domni nostri Leonis summi pontificis et universalis papae in sacratissima sede beati Petri Apostoli anno XI, in mense majo, per Indictionem XIV, cioè nell'anno presente. Ben considerate le circostanze di quest'atto, altro non so io conchiudere, se non che questo Romano fosse duca, non già di Spoleti, ma bensì di Viterbo, cioè governatore di quel castello, divenuto poi col tempo città illustre, sapendo noi che i papi davano il titolo di duca ai governatori delle loro città; e Viterbo senza fallo era anche in que' tempi sotto la loro giurisdizione, come inchiuso nel ducato romano. Noi troveremo da qui innanzi tuttavia duca di Spoleti il suddetto Guinigiso, senza che più s'incontri memorie del predetto Romano. Se il padre Mabillone[691] avesse fatta riflessione che Viterbo, in cui Romano duca d'autorità ordinaria fece quel giudicato, nulla avea che fare col ducato spoletano, non avrebbe anch'egli scritto che nell'anno presente Romano succedette a Guinigiso duca di Spoleti.
Per quanto lasciarono scritto varii annali dei Franchi, sul fine dell'anno precedente, o sul principio del presente, Obelerio, chiamato in essi Annali Wilerio, e Beato suo fratello, dogi di Venezia, insieme con Paolo duca di Jadra, e Donato vescovo di quella città, legati della Dalmazia, giunsero alla villa di Teodone, e si presentarono con assai regali all'imperador Carlo Magno. Ciò che trattassero e quel che conchiudessero non è ben pervenuto a nostra notizia. Solamente s'ha da quegli storici che l'imperadore fece alcuni ordinamenti sì per gli dogi che pel popolo non men della città di Venezia che della Dalmazia: parole che danno adito ad un giusto sospetto che i dogi di Venezia e le città marittime della Dalmazia fossero minacciate dal bellicoso re Pippino, e cercassero pace, oppure che credessero meglio l'amicizia o lega, oppure l'alto dominio di Carlo Magno, e si ritirassero dalla suggezione o lega che aveano coi Greci. Ma troppo è difficile di chiarir bene il sistema de' Veneziani d'allora, e tanto più perchè Andrea Dandolo[692], il più antico ed accurato degli storici veneziani, ci rappresenta questi dogi con un differente aspetto, siccome vedremo all'anno seguente. Intanto coll'autorità del medesimo Dandolo dirò che Fortunato patriarca di Grado, già fuggito in Francia, ritornò in Istria insieme con Cristoforo d'Olivola, e non attentandosi di andare a Venezia, si fermò in Torcello. Giovanni, usurpatore dal vescovato di Olivola, incautamente capitò colà, e fu messo in prigione, ma trovata poi la maniera di fuggirsene, tornò a Venezia, e con rappresentare ai dogi il trattamento a lui fatto, maggiormente gli attizzò contra del patriarca. Ma qualora Torcello in questi anni fosse stato dipendente dal ducato di Venezia, non sarebbe già probabile la dimora colà di Fortunato patriarca. Noi abbiamo la lettera undecima[693] di papa Leone III scritta a Carlo Magno, dove si parla d'esso Fortunato, che stava in esilio in Francia proter persecutionem Graecorum seu Veneticorum. Fece egli istanza ad esso Carlo di poter venir ad abitare nella città di Pola e governar quella Chiesa vacante. Ne scrisse Carlo al papa, il quale rispose d'esserne contento, purchè il patriarca, quando mai riuscisse ad esso imperadore di rimetterlo nella sua sedia di Grado, lasciasse intatti e liberi tutti i beni e diritti della Chiesa di Pola, in favore del vescovo che quivi potesse essere eletto. Per altro soggiugne d'aver poco buone informazioni d'esso patriarca, come di persona mal provveduta di costumi ecclesiastici; e che se i cortigiani gliel lodavano, era perchè i regali li faceano parlare.
In quest'anno poi l'imperador Carlo spedì il figliuolo Carlo con un'armata[694] contra degli Sclavi Sorabi, dimoranti di là dal fiume Elba. In questa spedizione Miliduco, capitano e duca di quella nazione, restò morto, e un gran guasto si fece di campagne e città: laonde si trattò di pace, e que' popoli si sottomisero. Fu anche inviato in quest'anno ai danni della Boemia un esercito composto di Bavaresi, Alamanni e Borgognoni, che dato un nuovo guasto a gran tratto di quel paese, se ne tornarono poi a casa senza aver provato incontro o danno alcuno. Il re Lodovico anch'egli fece una spedizion militare contra de' Mori spagnuoli in Catalogna, che mise a ferro e fuoco quel paese fino a Tortosa. Una gran perdita fece in quest'anno il ducato di Benevento, perchè venne a morte Grimoaldo principe, ossia duca di quelle contrade, dotato di rara accortezza e senno, e di non minor valore, a cui nè la forza de' Greci, nè la potenza maggiore di Carlo Magno e di Pippino re d'Italia giunsero con tutti i loro sforzi e maneggi al vanto di averlo potuto spogliare della sovranità e indipendenza negli ampii suoi stati. L'Annalista lambeciano mette la di lui morte sotto quest'anno; e Camillo Pellegrino[695] anch'egli consente; e però l'Annalista sassone, che la riferisce allo anno susseguente, verisimilmente non è qui da ascoltare. Riscosse Grimoaldo in morendo un universal tributo di lagrime dai suoi popoli, e le lodi sue si leggono nell'epitaffio a lui posto in Salerno, dove ebbe sepoltura, a noi conservato dallo Anonimo salernitano[696]. Ivi si dice che egli era della stirpe de' Longobardi, e riportò vittoria de' Greci. Si aggiugne dipoi:
PERTVLIT ADVERSAS FRANCORVM SAEPE PHALANGAS SALVAVIT PATRIAM SED BENEVENTE TVAM. SED QVID PLVRA FERAM? GALLORVM FORTIA REGNA NON VALVERE HVJVS SVBDERE COLLA SIBI.
Perchè questo principe mancò di vita[697] senza lasciar dopo di sè prole maschile, fu eletto per suo successore un altro Grimoaldo già suo tesoriere, cognominato Storesaiz. L'Anonimo salernitano ci spiega questa parola, con dire al cap. 29: Defuncto itaque Grimoald, Ildrici filius Grimoald (qui lingua theodisca, qua olim Langobardi utebantur, Storeseyz fuit appellatus; et nos in nostro eloquio: Qui ante obtutum principum et regum milites hinc inde sedendo praeordinat, possumus vocilare) in principali dignitate est elevatus. Di costui dice gran bene Erchemperto, all'incontro gran male l'Anonimo salernitano, siccome vedremo andando innanzi. Si vuol anche avvertire che fra i regolamenti fatti da Carlo Magno per l'Italia, vi fu ancora quello della zecca, cioè il privilegio e diritto di battere moneta. Di questo godeva ab antiquo la città di Roma, e i romani pontefici cominciarono a battere soldi e denari d'oro, d'argento e di rame col nome proprio e con quello dell'imperadore sovrano. Altrettanto faceano Pavia e Milano, e Lucca nella Toscana. Ho io ultimamente scoperto che la città di Trivigi avea anch'essa la zecca pel ducato del Friuli. Verisimilmente anche Spoleti godea la stessa prerogativa, ma senza che fin qui moneta si sia trovata spettante a quel ducato. Non vollero essere da meno i principi di Benevento, siccome quelli che si sforzarono di ritenere la sovranità: però si truovano anche le loro monete. In questo secolo ancora, oppure nel susseguente, anche i dogi di Venezia cominciarono a battere moneta, siccome parimente i duchi di Napoli. Di tutto ciò ho io recate le pruove nelle mie Antichità italiane[698].
NOTE:
[684] Baron., Annal. Eccl.
[685] Baluz., Capitular., tom. 1, p. 439.
[686] Johann. Lucius, de Regno Dalmat. lib. 1.
[687] Antiquit. Ital., Dissert. XXI.
[688] Chron. Farfense, P. II, tom. 2 Rer. Ital.
[689] Campelli, Storia di Spoleti, lib. 15.
[690] Antiquit. Ital., Dissert. LXVII.
[691] Mabill., Annal. Benedictin. ad ann. 806.
[692] Dandulus, in Chron., tom. 12 Rer. Italic.
[693] Labbe, Concilior., tom. 7.
[694] Annal. Francor. Metenses. Eginhard., in Annal. Francor. Annal. Francor., Moissiacens.
[695] Peregrinus, Hist. Princ. Langobard. P. I, tom. 2 Rer. Ital.
[696] Anonymus Salernit. Paralipomen. P. II, tom. 2 Rer. Ital.
[697] Erchempertus, Hist. Princip. Langobard.
[698] Antiquit. Ital., Dissert. XXVII.
Anno di CRISTO DCCCVII. Indizione XV.
LEONE III papa 13. CARLO MAGNO imperadore 8. PIPPINO re d'Italia 27.
Secondo l'attestato di tutti gli Annali de' Franchi[699], vennero in quest'anno a trovar Carlo imperadore in Aquisgrana gli ambasciatori di Abdela re di Persia e califa de' Saraceni, insieme con due monaci, spediti dal patriarca di Gerusalemme. Nel nome di questo re pare ad alcuni che abbiano fallato quegli storici, perchè allora dominava tuttavia in Persia Aronne, sopra da noi memorato. Nulladimeno è da osservare, che morto Aronne, per quanto si crede nell'anno seguente, fu disputato quel regno fra Almanana e Abdela suoi figliuoli, per attestato di Elmacino; e però potrebbe essere che piuttosto in quest'anno fosse mancato di vita Aronne, e che Abdela cercasse l'amicizia di Carlo Magno. Portarono costoro dei sontuosi regali a Carlo, cioè un padiglione col suo atrio di mirabil grandezza e bellezza, tutto di bisso, fino le corde; e dei drappi di seta, odori, unguenti e balsami preziosi. Soprattutto cagionò ammirazione un orologio di ottone mirabilmente lavorato, che coll'acqua misurava il corso di dodici ore, avendo altrettante palle di bronzo che, terminata un'ora, cadevano sopra un sottoposto tamburo con farlo sonare. Eranvi ancora dodici statuette d'uomini a cavallo, che, compiuta cadauna ora, uscivano fuori per dodici finestre, e con tal empito uscivano, che chiudevano altrettante finestre che prima erano aperte. Altri ingegnosi lavori si miravano in quell'orologio, che, siccome cose non più vedute in Occidente, diedero un gran pascolo alla curiosità della gente. Eranvi ancora due candellieri d'ottone di sterminata grandezza ed altezza. Spedì poscia in questo anno l'Augusto Carlo Burcardo suo contestabile con una flotta ed assai brigate di soldati in Corsica, isola già venuta in suo dominio, acciocchè la difendesse dai Mori di Spagna, che negli anni addietro erano più volte sbarcati colà, ed avevano fatto varii saccheggi in quel paese. Tornarono infatti costoro al solito lor giuoco, e prima si provarono di bottinar nella Sardegna, ma i Sardi sì bravamente uscirono alla battaglia, che fama corse d'essere rimasti estinti nel campo circa tremila di quegl'infedeli. Passarono dipoi in Corsica, e con loro venne alle mani Burcardo colla sua flotta. Quivi ancora restarono sconfitti colla perdita di tredici navi, e con lasciarvi molti morti e feriti. Merita qui d'essere registrato un passo della lettera ottava[700] scritta da papa Leone a Carlo Magno, da cui pare che si ricavi, avere esso imperadore donata alla santa Chiesa romana anche la suddetta isola di Corsica; e però vien pregato dal papa di prenderne la difesa. De autem insula Corsica, dice egli, unde et in scriptis et per missos vestros nobis emisistis, in vestrum arbitrium et dispositum committimus, atque in ore posuimus Helmengaudi comitis, ut vestra donatio semper firma et stabilis permaneat, et insidiis inimicorum tuta persistat. Se avesse effetto questa donazione, l'andremo cercando nel proseguimento della storia. Quando poi appartenesse a questi tempi (il che io non so) la lettera suddetta, da essa ancora apprenderemmo che il re Pippino pensava di portarsi a Roma dopo Pasqua; laonde papa Leone si preparava per fargli un degno accoglimento. Il motivo di questo viaggio era per dar fine ad alcuni dissapori insorti fra esso papa e il medesimo re Pippino, probabilmente a cagion della giurisdizione, o dei confini. Ubi (scrive Leone) ambobus placuisset, nobis obviam occurrisset (Pippino); ut quod vos omni modo optatis, cum Dei adjutorio veniat ad perfectionem: idest ut pax et concordia inter nos firma et stabilis constituatur. Protesta poi di non avere alcun mal animo col re Pippino, e provenir la voce della discordia dai seminatori di zizzanie che faceano de' falsi rapporti all'Augusto Carlo e a Pippino suo figliuolo. Duravano tuttavia, forse anche andavano crescendo le dissensioni già insorte nel popolo di Venezia e nelle città marittime della Dalmazia, sì per i maneggi segreti di Fortunato patriarca di Grado, il quale s'era messo in braccio de' Franzesi, come per le minacce o controversie mosse da Pippino re d'Italia, il quale avea tuttodì in mente dei nuovi acquisti. La corte di Costantinopoli, che non trascurava i suoi diritti in quelle parti, spedì colà Niceta patrizio con una armata navale, che si fermò nella città di Venezia. Quivi stando quello stuolo, il greco comandante trattò di tregua col re Pippino, e la conchiuse sino al mese di agosto: dopo di che si restituì a Costantinopoli. Le notizie, che di questi fatti ebbe il Dandolo[701], sono, che al patriarca Fortunato riuscì in fine di tornarsene alla sua chiesa di Grado dopo aver placato lo sdegno de' suoi compatrioti. Ma giunto che fu in quelle bande Niceta patrizio colla flotta, portando soccorso ai Veneziani, il patriarca di nuovo scappò in Francia per timore de' Greci; laonde Giovanni diacono, che già avea usurpato il vescovato d'Olivola, si fece tosto eleggere patriarca (coll'appoggio del greco ministro, e forse per ordin suo), quasichè quella chiesa fosse restata vacante. Oltre a ciò, Niceta, per maggiormente attaccare all'imperio orientale i dogi di Venezia, allorchè si portò colà, presentò al doge Obelerio la patente di spatario imperiale. Parimente Beato doge, fratello dell'altro, per consiglio dei Veneziani, andò col patrizio Niceta per la seconda volta sino a Costantinopoli, seco menando Cristoforo vescovo d'Olivola, cioè della stessa Venezia, e Felice tribuno, banditi da essa Venezia, perchè pareva che aderissero al partito de' Franchi. Fu ricevuto con molto onore Beato da Niceforo Augusto ed essendo stato onorato col titolo di ipato, ossia di console, se ne ritornò tutto lieto alla patria. Amendue poi questi dogi ottennero dal popolo che Valentino terzo loro fratello fosse anche egli costituito doge. Dalle memorie del monistero farfense si ha[702] che Ardemanno e Gaidualdo missi Karoli imperatoris, et domni regis Pipini, giudicarono nella città di Rieti una causa in favore di que' monaci. Rieti era città del ducato di Spoleti.
NOTE:
[699] Eginhardus, Annal. Franc. Annales Franc. Bertiniani. Annales Franc. Metenses.
[700] Labbe, Concilior., tom. 7.
[701] Dandulus, in Chron., tom. 12 Rer. Italic.
[702] Antiquit. Ital., Dissert. LXVII.
Anno di CRISTO DCCCVIII. Indizione I.
LEONE III papa 14. CARLO MAGNO imperadore 9. PIPPINO re d'Italia 28.
Servì di esercizio in quest'anno alle milizie di Carlo imperadore la guerra insorta con Gotifredo re di Danimarca[703]. Mosse questi le sue armi contra gli Sclavi Obotriti, collegati de' Franchi, e minacciava ancora i confini della Sassonia. Fu dunque spedito contra di lui il principe o re Carlo, primogenito d'esso imperadore, con un forte esercito di Franchi e Sassoni. Venne bensì fatto al suddetto Gotifredo di spignere fuor del paese Trasicone re o duca degli Obotriti, e di espugnar molte castella; ma con pagar caro queste prodezze, perchè vi perdette un suo nipote coi suoi migliori soldati. Il principe Carlo, dopo aver fatto delle scorrerie nel paese nemico, formato ed assicurato con due fortezze un ponte sull'Elba, se ne ritornò indietro coll'armata sana e salva. Essendo intanto stato cacciato dal suo regno Eardulfo re di Nortumbria nella gran Bretagna, venne egli a trovare Carlo Magno, che l'indirizzò a Roma a papa Leone, avendo, come io credo, conosciuto che la di lui disgrazia era proceduta dalla mala intelligenza che passava tra esso re ed Eanbaldo arcivescovo di Jorch, e i vescovi del regno. Si adoperò efficacemente il sommo pontefice perchè Eardulfo fosse rimesso sul trono, avendo spedito apposta colà Adolfo diacono, coi legati di Carlo Augusto. Dalla lettera decima di papa Leone[704] consta che l'imperadore fece non poche doglianze contra di questo diacono, perchè tornando indietro non si lasciò vedere alla sua corte. Seguì parimente in quest'anno una spedizione dell'esercito cristiano in Catalogna contro la città di Tortosa per ordine di Lodovico re d'Aquitania[705], ma con poco successo. E perciocchè aveano negli anni addietro i Normanni cominciato ad infestar colle loro navi armate i litorali della Francia, male che, come vedremo, crebbe di poi in infinito; il saggio imperador Carlo, che ben previde quel che poscia avvenne, cominciò a pensare di buon'ora al rimedio. Sotto nome di Normanni, significante uomini del Nord, cioè del Settentrione, venivano allora i Danesi, gli Svezzesi, e tutti, a mio credere, gli abitanti verso il mar Baltico, e parte probabilmente anche della Russia. Si diedero que' Barbari alla pirateria, scorrendo per mare ora nella Bretagna, ed ora nella Germania e nella Gallia; e trovando gusto in questo infame mestiere, tuttodì andavano aumentando le lor forze, di modo che, essendo pochi sulle prime, arrivarono poi a formar delle flotte formidabili pel concorso di quelle settentrionali nazioni, che tornavano sempre cariche di spoglie e di ricchezze ai lor poveri e freddi paesi. Ora l'imperador Carlo ordinò in quest'anno che per tutti i fiumi della sua monarchia, là dove sboccavano in mare, si fabbricassero e tenessero pronte molte navi, per opporsi, quando occorreva, alle incursioni de' Normanni. Ma le precauzioni di questo saggio Augusto o furono mal eseguite, o non valsero col tempo a reprimere la potenza e il furore di que' nefandi corsari. Benchè non si sappia il tempo preciso, in cui papa Leone scrisse la lettera duodecima[706] a Carlo Magno, pure sia lecito a me di farne qui menzione. Leggonsi quivi le seguenti parole: Misit igitur pia Serenitas vestra missos suos, ut justitiam nobis facere debuissent, sed magis damnum fecerunt. Il prega poi d'interrogare di quanto era accaduto i medesimi suoi messi, e Giovanni arcivescovo spedito dal papa, dai quali potrà intendere, quia omnia, quidquid per vestrum pium ac legale judicium, de caussa videlicet palatii ravennatis recollectamus, unde et jussistis, ut nullus quilibet homo in posterum conquassare, aut in judicio promovere praesumeret, tam de vulgaria, quam etiam de mansis, quos per vestrum dispositum Herminus fidelis vester nobis reconsignavit: omnia cum casis, vineis, seu laboribus, atque peculiis abstulerunt, et nihil exinde nobis remansit. Quamobrem quaesumus vestram imperialem clementiam, ut sic de vestra a Deo accepta donatione quam praedicto Dei Apostolo obtulistis peragere jubeatis, quatenus in nulla minuatur parte. Possono farci queste parole maggiormente intendere il sistema dell'esarcato di Ravenna in questi tempi: cioè averne bensì il vecchio Pippino fatta la donazione alla Chiesa romana, ma con ritenerne l'alto dominio. Quivi perciò godevano i sommi pontefici l'utile signoril dominio. Ma o i ministri dell'imperadore, che anche allora si credeano di farsi merito col patrone in procurando per diritto o per traverso di vantaggiare il fisco; o pure i Ravegnani stessi si misero a disputare al papa alcune rendite della camera di Ravenna, pertinenti a lui, cioè la vulgaria, che possiam credere un tributo pagato dal volgo, o pure dai contadini, e molte case e poderi colle lor vigne e bestiami. Fu al tribunale di Carlo Magno dedotta questa lite, e ne uscì solenne decreto in favore del pontefice, con essergliene anche dato il possesso da Ermino ministro dell'imperadore. Furono poi suscitate nuove cabale contra questo decreto e possesso; e Carlo Augusto per le istanze del papa spedì dei messi con autorità ed ordine di fargli giustizia. La bella giustizia, che costoro gli fecero, fu di spogliarlo di nuovo di que' diritti. Però il pontefice Leone di loro si lagna, e prega l'imperadore che non permetta che sia sminuita la donazione fatta a san Pietro.
Certo è poi che all'anno presente appartiene l'epistola settima del medesimo papa Leone, perchè ivi si parla della cacciata del regno di Eardulfo. Fra le altre cose scrive egli a Carlo Magno: Nescimus enim, si vestra fuit demandatio (comandamento, commessione) quod missi vestri, qui venerunt ad justitiam faciendam, detulerunt secum homines plures, et per singulas civitates constituerunt. Quia omnia, secundum quod solebat dux, qui erat a nobis constitutus per distractionem caussarum tollere, et nobis more solito annue tribuere (leggo districtionem caussarum, cioè le pene pecuniarie) ipsi eorum homines peregerunt; et multam collectionem (cioè una colletta di danaro) fecerunt de ipso populo: unde ipsi duces minime possunt suffragium (aiuto di danaro) nobis plenissime praesentare. Coerente a questa lettera è anche la terza del medesimo papa, in cui si duole, perchè gente maligna abbia rappresentato all'imperador Carlo che niun de' messi spediti dall'imperadore dava mai nel genio d'esso papa, e che di tutti il papa sparlava: cosa ch'egli niega affatto, avendo ricevuto col dovuto onore tutti i messi imperiali, e però il prega di non prestar fede a questi iniqui seminatori di zizzanie e calunniatori. Intorno a che è da osservare, che stando sommamente a cuore a Carlo Magno l'esercizio della giustizia fra i popoli, e ben conoscendo egli come facilmente inferociscano i prepotenti, e sieno trasandate ed anche assassinate le cause de' poveri, con gloriosa saviezza ne inventò un efficace rimedio. Cioè introdusse l'uso di spedire per le provincie di tanto in tanto degl'inquisitori, ispettori, o vogliam dire giudici straordinarii, per osservar come era fatta giustizia, per rifare occorrendo il mal fatto, elevare gli abusi e disordini pregiudiziali ai diritti e alla quiete sì del pubblico che de' privati, con far loro protestare d'essere inviati ad singularum hominum caussas audiendas ac deliberandas. Erano questi appellati missi regii, missi dominici, persone nobili, scelte dalla corte, o dal clero, o dai monisteri, credute le più disinteressate, di petto forte, e d'animo incapace d'essere sedotto dalle parzialità, dai riguardi, dai regali: cioè vescovi, abati, diaconi, conti, vassalli e simili. Un solo talvolta, ma per lo più due si mandavano, l'un laico e l'altro ecclesiastico; ed era la loro autorità di tale estensione, che chiamavano al loro tribunale anche i duchi governatori delle provincie, e i conti governatori delle città e gli ecclesiastici. Era tassata un discreta contribuzione pel mantenimento e per i viaggi loro, ripartita sulla provincia. Dappertutto dove si trovavano, teneano placiti particolari, o pur generali, chiamati malli, cioè giudizii, dove dovea intervenire il popolo, affinchè chi reclamava avesse pronti i rei citati a rispondere. Se non erano liti molto scabrose e di lunga ispezione, d'ordinario su due piedi decidevano le controversie, ora stando nel palazzo della città, ora alla campagna sotto degli alberi, ed ora in case private, con dichiarar nondimeno ne' loro giudicati di aver quivi alzato tribunale per data licenzia del padrone d'essa casa. Venivano invitati a questi placiti o giudizii il vescovo, il conte, e vi assistevano sempre varii giudici bene informati delle leggi, che proferivano i lor voti, e molte persone onorate, acciocchè molti fossero informati del fatto e delle ragioni della sentenza. Di tali messi e dei lor malli e placiti ho io più diffusamente trattato nelle Antichità italiche; e volesse Dio che ne durasse l'uso ancora ai nostri tempi! Ora siccome Pippino re d'Italia per ordine del padre inviava di questi messi pel regno italico, e ne abbiam già veduti gli esempli nel ducato di Spoleti dipendente da esso re, così Carlo Magno ne spediva per tutte le provincie della sua monarchia; e dalla suddetta lettera settima di papa Leone abbiam appreso: che se ne mandavano anche per gli stati posseduti e governati dai sommi pontefici: Missi vestri, qui venerunt ad justitiam faciendam. E perciò ne' patti col papa si scorge che Carlo Magno doveva essersi riserbato questo diritto della sovranità. Ma questi messi parve a papa Leone che eccedessero i limiti della loro autorità; mentre non contenti di far la giustizia, levavano via i giudici e ministri del papa, e ve ne mettevano degli altri venuti con loro. Nelle città pontificie si vede che il governatore messovi dal papa portava il nome di duca, ed era suo uffizio di mandare a Roma le multe ossia pene pecuniarie che si ricavavano dalle cause criminali. Ma i messi imperiali se le erano appropriate, con far anche contribuire il popolo: il che ridondava in danno della camera pontificia, e con ragione dispiaceva a papa Leone; sebben egli ne scrive all'imperador con gran riguardo, mostrando di non sapere, se per ordine suo avessero così operato i di lui messi, e con astenersi da ogni ombra di doglianza.
NOTE:
[703] Eginhard., in Annal. Franc.
[704] Labbe, Concilior., tom. 7.
[705] Astronomus, in Vit. Ludovici Pii.
[706] Labbe, Concil., tom. 7.
Anno di CRISTO DCCCIX. Indizione II.
LEONE III papa 15. CARLO MAGNO imperadore 10. PIPPINO re d'Italia 29.
Fece gran rumore in quest'anno la teologica quistione della processione dello Spirito Santo non solo dal Padre, ma anche dal Figliuolo, commossa da un monaco in Gerusalemme. Fu perciò tenuto un concilio in Aquisgrana, e rimessane la decisione al romano pontefice, che faticò non poco per questo affare, nè volle permettere che il Filioque si aggiugnesse al simbolo della Fede per non irritare i Greci, non aderenti alla sentenza della Chiesa latina. Intorno a ciò son da vedere il cardinal Baronio, Natale Alessandro, il Pagi ed altri. Durò ancora in quest'anno la guerra con Gotifredo re di Danimarca, il quale mostrò ben di voler placare Carlo Magno, e fece istanza per un abboccamento fra i suoi ministri e quei dell'imperadore, ma si sciolse in fumo tutto quel negoziato. Però continuarono le azioni militari in quelle parti. Trasicone duca degli Sclavi Obotriti ricuperò il suo paese, ma restò poi ucciso per frode degli uomini di Gotifredo. Carlo Magno allora determinò di mettere un po' di briglia alla tracotanza di costui, e prese ben le sue misure[707]; piantò nel marzo dell'anno seguente una città di là dal fiume Elba in un luogo appellato Essesfeld, e la fortificò. Per quel che riguarda l'Italia, noi abbiamo da varii Annali de' Franchi[708] che in quest'anno (il Cronista loiseliano ne parla all'anno precedente) spedita da Costantinopoli un'armata navale sotto il comando di Paolo, venne prima nella Dalmazia, e poscia alla città di Venezia, dove svernò. Ora una parte d'essa per voglia e speranza di occupar l'isola e città di Comacchio, posta al mare di là dal Po, grande in que' tempi, si portò ostilmente colà. Ma fu sì ben ricevuta dalla guarnigione ivi tenuta dal re Pippino, che messa in rotta fu forzata a salvarsi di nuovo in Venezia. Per questo il comandante della flotta Paolo cominciò a trattare con esso Pippino di pace, quasi che fosse stato unicamente spedito per questo dall'imperador greco suo padrone. Ma perchè s'avvide che Obelerio doge di Venezia e i suoi fratelli non solamente con segrete mine attraversavano i trattati d'essa pace, ma eziandio tramavano a lui delle insidie, stimò miglior partito l'andarsene con Dio. Così gli Annali de' Franchi. Raccontano i medesimi che parimente in quest'anno dai Greci chiamati Orobioti, cioè montanari, fu presa e saccheggiata la città di Populonia, situata sul lido del mare nella Toscana, di cui non restano più le vestigia. Inoltre dicono che i Mori di Spagna, venuti nell'isola di Corsica, nello stesso giorno santo di Pasqua, presero e misero a sacco una città di quell'isola, di cui non sappiamo il nome. Vien creduta Aleria dal Sigonio, dal padre Pagi Mariana, o Nebbio. A riserva del vescovo e di alcuni pochi vecchi ed infermi, condussero via schiavi tutti quegl'infelici abitanti. Per attestato poi di Teofane[709], in questi tempi Niceforo imperador d'Oriente parea che si studiasse a tutto suo potere di tirarsi addosso l'odio universale del popolo: tante furono le gravezze ed avanie ch'egli introdusse, annoverate da quello storico ad una ad una. Ma, siccome vedremo, non andò molto che ne pagò il fio.
NOTE:
[707] Annal. Francor. Loiseliani.
[708] Annal. Francor. Bertiniani. Annales Francor. Metenses.
[709] Theoph., in Chronogr.
Anno di CRISTO DCCCX. Indizione III.
LEONE III papa 16. CARLO MAGNO imperadore 11.
Tra l'ardente brama che nudriva Pippino re d'Italia d'aggiugnere al suo dominio anche la città, ossia le città di Venezia, e il trovarsi egli mal soddisfatto dei dogi di quella città per le cagioni accennate di sopra, in quest'anno prese la risoluzione di portar la guerra fin dentro quella città. Formata perciò una potente flotta di navi (se prestiam fede ad Eginardo[710]), andò per mare a quella volta; prese la città; se gli arrenderono i dogi di Venezia; e di là passò in Dalmazia con pensiero di sottomettere del pari quelle città marittime. Ma udito Paolo governatore della Cefalonia (quel medesimo, secondo tutte le apparenze, di cui s'è parlato nel precedente anno) veniva in soccorso de' Dalmatini colla flotta de' Greci, giudicò miglior consiglio il tornarsene indietro. Con questa relazione non s'accordano le storie venete, le quali, sebben lontane da que' tempi per poterci dare un'accertata notizia di quel fatto, non sono però da sprezzare. Andrea Dandolo ne parla[711] come di cosa accaduta nell'anno ottavo di Carlo Magno, quando è certo che correva allora l'anno decimo del suo imperio. Secondo lui, in potere di Pippino vennero Brondolo, Chiozza, Palestrina e Malamocco. Ritiraronsi i Veneziani nell'isola di Rialto, e quivi fecero fronte; nè Pippino aveva maniera di penetrar colà; perchè pare, secondo il supposto di quello storico, che i Franchi andassero ai luoghi suddetti per litora, cioè per la diga che separa la laguna di Venezia dal mare. Ma se Pippino, come raccontano gli antichi Annalisti, assalì Venetiam bello terra marique, bisogna che avesse delle navi; ed è poi chiaro che non gli mancavano, perchè egli classem ad Dalmatiae litora vaslanda misit. Ma forse era sprovveduto di quelle barche, delle quali si può far buon uso nella laguna. Comunque sia, narra lo storico Dandolo, aver Pippino fatto fabbricare un ponte di molte barchette, su cui mise una buona brigata d'armati per assalire Rialto; ma ossia che i Veneziani accorsi colle lor barche, oppure che i venti furiosi improvvisamente insorti scompigliassero quel ponte, rimasero sconfitti i Franchi, ed astretti ad andarsene, dopo aver devastati, o dati alle fiamme quei luoghi, dove aveano potuto arrivare, cioè sino alla chiesa di san Michele. Non è a noi possibile il chiarir oggidì questi fatti, i quali potrebbe anche darsi che fossero stati esaltati più del dovere dagli scrittori francesi, per dar più risalto alla gloria della loro nazione. Tornato da questa spedizione il re Pippino a Ravenna, passò dipoi a Milano, dove sorpreso da una mortale infermità cessò di vivere agli otto di luglio in età di soli trentaquattr'anni: principe di gran valore e di non minore ambizione, e sotto il cui governo l'Italia godè pace, e provò gli effetti d'una ben regolata giustizia. Il suo corpo fu portato a Verona, e seppellito nella basilica di san Zenone, ch'egli stesso avea fatta magnificamente riedificare insieme con quell'insigne monistero. Dal Ritmo pubblicato dal padre Mabillone e da me ristampato[712], che contien la descrizione di Verona, fatta circa que' tempi, impariamo che dilettavasi molto esso re Pippino del soggiorno di quella nobile ed allegra città. Magnus habitat in te rex Pippinus piissimus, non oblitus pietatem, aut rectum judicium. Lo stesso abbiamo dall'antica leggenda della traslazione del corpo di san Zeno, ossia Zenone, pubblicata dal marchese Maffei[713]. Fu essa fatta, quum Rotaldus, vir altributis personae praestantissimus, pastoralem curam Veronae gerebat, et Pippinus rex Caroli Magni filius regnum italicum regebat. Rex vero Veronam regali situ praeditam plus ceteris urbibus diligebat, et cum episcopo sibi dilecto frequens colloquium habebat. Nel corpo delle leggi longobardiche da me ristampato[714] se ne leggono quarantanove spettanti al medesimo re Pippino, e pubblicate da lui, come costa dalla prefazione, quum adessent nobiscum singuli episcopi, abbates et comites seu reliqui fideles nostri Franci et Longobardi. Buona parte nondimeno d'esse si possono credere costituzioni ossia capitolari, mandati da Carlo Magno suo padre, acciocchè si pubblicassero in Italia. Leggesi parimente una lettera scritta[715] dall'imperador Carlo dilectissimo filio suo Pippino glorioso regi, in cui dice d'avere inteso che alcuni duchi d'Italia, e i lor cortigiani, i gastaldi, i vicarii, i centenarii ed altri pubblici ministri, siccome ancora i falconieri e cacciatori della corte, recavano degl'indebiti aggravii al popolo e agli ecclesiastici, prendendo stanza nelle lor case, e valendosi de' loro cavalli e delle lor carra, con obbligar per forza gli uomini a lavorar ne' campi loro, ed esiger anche contribuzioni di carne e di vino, e commettere altre avanie. Però gli raccomanda, se ciò è vero, di mettervi rimedio in tutte le forme. Lettera degna di quel sempre glorioso e memorando monarca. Chi fosse moglie di Pippino, non è giunto a nostra notizia, ma pare indubitato ch'egli l'avesse. Abbiamo da Eginardo[716] ch'egli lasciò dopo di sè un figliuolo appellato Bernardo, (a lui nato da una concubina), per attestato di Tegano, e cinque figliuole, cioè Adelaide, Atala, Gundrada, Bertraide, e Tedrada.
Ora il buon Carlo Magno accolse con amore paterno la tenera prole lasciata dal figliuolo; esaltò Bernardo, siccome vedremo, con farlo re d'Italia; e le sue sorelle fece allevare in corte fra le sue stesse figliuole. Era pure mancata di vita in quest'anno nel dì 6 di gennaio Rotrude figliuola del medesimo imperadore, quella che già contrasse gli sponsali coll'imperador de' Greci Costantino figliuolo d'Irene. Lasciò anch'ella, per testimonianza degli Annali bertiniani, un figliuolo per nome Lodovico, ma illecitamente da lei messo alla luce, non potendosi già negare che la felicità, compagna in tante imprese di Carlo Magno, non l'abbandonasse per conto delle sue figliuole. E non senza colpa di lui, per confessione del millesimo Eginardo, che parlando d'esse, così scrive: Quae quum pulcherrimae essent, et ab eo plurimum diligerentur, mirum, quod nullam earum cuiquam aut suorum aut exterorum nuptum dare voluit. Sed omnes secum usque ad obitum suum in domo sua retinuit, dicens, se earum contubernio carere non posse. Però seco le conducea, ovunque andava, ed anche alla guerra, senza por mente che non gli mancavano in casa e seco cavalcavano degli altri, ma dolci, nemici, contra de' quali non sapeano combattere esse figliuole. Diede ciò motivo di molte dicerie al popolo; e Carlo con disinvoltura dissimulava tutto, come se mai non fosse nato, o non avesse forza il sospetto della lor imprudente condotta. Seguitano gli Annali de' Franchi a dire che in quest'anno i Mori della Spagna, avendo da tutto il lor paese raunata una potente flotta di navi, passarono prima in Sardegna e poscia in Corsica. Può essere che nella prima non trovassero i lor conti; ma nella seconda, giacchè non v'era presidio di milizie atto alla difesa, riuscì loro d'impadronirsene per la maggior parte, con danno e vergogna del Cristianesimo. Intanto Niceforo imperadore dei Greci, che, per testimonianza di Teofane[717], ogni dì più andava imperversando contra de' suoi popoli, udita la guerra mossa dal re Pippino ai Veneziani, e che la città di Venezia era stata dall'armi franzesi occupata, spedì Arsacio spatario, suo ambasciatore al medesimo re[718]. Ma avendo questi trovato che Pippino era passato al paese dei più, andò oltre per trattare coll'Augusto Carlo. Gli diede egli udienza in Aquisgrana nel mese d'ottobre; e perchè all'Italia era mancato il suo forte scudo colla morte del figliuolo, volentieri ascoltò i discorsi di pace col greco imperadore, al quale dipoi, per consentimento di tutti gli storici, nell'anno 812 Venetiam reddidit: parole che bastantemente ci fanno intendere lo stato e stima di Venezia in questi tempi. Come intendano queste parole i veneziani scrittori, si può leggere nel Dandolo[719] e ne' Giornali de' letterati d'Italia[720]. Il Porfirogeneta, tuttochè storico greco[721], confessa che in quella pace si obbligarono i Veneziani di pagare al re d'Italia da lì innanzi annualmente una somma di danaro.
Fece anche pace l'imperador Carlo in quest'anno con Albaca, ossia con Abulaz re de' Saraceni, ossia de' Mori di Spagna, che da Cordova gli spedì i suoi ambasciatori. Prima ancora di questi fatti ebbe esso Augusto delle strepitose brighe con Gotifredo re di Danimarca, il quale spedita un'armata di ducento vele nella Frisia, devastò l'isole adiacenti; e sbarcato l'esercito in terra ferma, dopo avere sconfitti quei popoli, avea loro imposto tributi e gabelle. Carlo Magno, all'avviso di questi disordini negli stati suoi, s'affrettò per quando potè per adunar da ogni parte un poderoso esercito; e in persona cavalcò sino a Verda, per mettersi a fronte del re danese, che millantava di voler venire ad un fatto d'armi con lui, anzi di voler arrivare fino ad Aquisgrana coll'armi sue. Quand'eccoti giugnere nuova che la flotta nemica si era ritirata dalla Frisia, e che il re Gotifredo era stato ucciso da una delle sue guardie. Per questo se ne tornò l'imperadore, senza far altro, ad Aquisgrana. Accadde nondimeno in quella spedizione una funesta disgrazia, cioè che insorta la peste ne' buoi dell'armata, quasi tutti vi perirono. Nè solamente si provò questo terribil flagello nell'oste di Carlo Magno, ma anche per tutte le provincie della Francia e Germania a lui soggette; perchè la buona gente d'allora non s'avvisava che a sì fatti malori d'epidemie attaccaticcie d'uomini o di bestie si può mettere riparo colle guardie e coll'impedirne la comunicazione. Agobardo vivente allora arcivescovo di Lione[722] racconta una pazzia di questi tempi, che dee servir d'istruzione ai posteri in somiglianti casi: cioè che si sparse voce essere originata quella mortalità de' buoi da polve avvelenata, che Grimoaldo Storesaiz duca di Benevento avea fatta spargere per le campagne della Francia: Ante hos paucos annos, dice egli, disseminata est quaedam stultitia, quum esset mortalitas boum, ut dicerent Grimoaldum ducem Beneventanorum transmisisse homines cum pulveribus, quos spargerent per campos et montes, prata et fontes, eo quod esset inimicus christianissimo imperatori Carolo, et de ipso sparso pulvere mori boves. Propter quam causam multos comprehensos audivimus, et vidimus, et aliquos occisos, plerosque autem affixos tabulis in flumen projectos atque necatos. Et quod mirum valde est, comprehensi ipsi adversum se dicebant testimonium, habere se talem pulverem et spargere. Guai, se in casi di pestilenza o d'uomini, o d'animali si caccia una di sì fatte immaginazioni in capo al matto popolo. Non c'è maniera di farlo discredere, e facilmente si va a sognar dei delinquenti e a levar loro la vita, come allora avvenne in Francia, senza pensare (lo avvertì lo stesso Agobardo) come mai quella pretesa velenosa polve nocesse ai soli buoi, e non anche agli altri animali. E che succedessero molti omicidii di persone innocenti per questa diabolica apprensione, lo ricaviamo anche da un capitolare di Carlo Magno, pubblicato nel presente anno, e rapportato dal Baluzio[723]: De homicidiis factis anno praesenti inter vulgares homines, quasi propter pulverem mortalem.
NOTE:
[710] Eginhardus, in Annal. Franc.
[711] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Italic.
[712] Rer. Italic., Part. II, tom. 2.
[713] Maffei, Istor. Diplomat., facc. 330.
[714] Rer. Italic., Part. II, tom. 1.
[715] Ibid., pag. 112.
[716] Eginhardus, in Vita Caroli Magni.
[717] Theoph., in Chronogr.
[718] Annales Francor. Metenses. Annal. Francor. Bertiniani. Eginhardus, in Annal. Francor.
[719] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Italic.
[720] Giornale de' Letterati d'Italia, tom. 16, pag. 475.
[721] Porphyrogenneta, lib. de Administr. Imp., cap. 28.
[722] Agobardus, I, de Grandine et Tonitr. c. 16.
[723] Baluz., Capitular. Reg. Franc., tom. 1.
Anno di CRISTO DCCCXI. Indizione IV.
LEONE III papa 17. CARLO MAGNO imperad. 12.
Sul principio di quest'anno, se pur non fu sul fine del precedente, rispedì lo imperador Carlo a Costantinopoli Arsacio, ossia Arsafio, ambasciatore di Niceforo Augusto, con una lettera che si legge fra l'opere di Alcuino, ma non già scritta da lui[724], a nome dell'imperadore, perchè Alcuino non era più tra i vivi. In essa Carlo tratta Niceforo col titolo di fratello, per farsi conoscere eguale a lui in dignità. Mandò con tal congiuntura anch'egli per suoi ambasciatori a Costantinopoli Attone ossia Azzo, vescovo di Basilea, Ugo conte di Tours, e Aione ossia Agione longobardo del Friuli; imperocchè il saggio monarca accomunava anche ai Longobardi ed Italiani gli uffizii più onorevoli della corte e del regno. Abbiamo poi dalla legge ottava[725] di Pippino re d'Italia nel corpo delle leggi longobardiche, che in Italia c'erano dei conti franzesi, cioè dei governatori delle città, e dei conti longobardi. Inoltre scrivono gli Annalisti d'allora[726] che questi ambasciatori seco condussero Leone spatario greco, e Willario, ossia Willerico, doge di Venezia, chiamato Obelerio, siccome vedemmo dagli scrittori veneti. Il primo dieci anni prima, allorchè Carlo Magno si trovava in Roma, era scappato dalla Sicilia. Alter, cioè Willario (o vogliam dire Obelerio), propter perfidiam honore spoliatus, Constantinopolim ad dominum suum duci jubetur. Dal che sempre più apprendiamo come fossero regolati in questi tempi gli affari della città di Venezia. Con tali notizie va concorde il Dandolo[727], scrivendo che i Veneziani, coll'assistenza di Ebersafio apocrisario imperiale, fecero in maniera che Obelerio e Beato dogi fossero esclusi dalla dignità e dalla patria. Obelerio fu condotto a Costantinopoli, e Beato a Jadra. Valentino, terzo lor fratello, restò in Venezia difeso dalla sua giovanile età, ma spogliato anch'egli dell'onorevol grado di doge. Il perchè venne il popolo di Venezia all'elezione di un nuovo doge, e concorsero i voti in Angelo Particiaco, chiamato da altri Participazio, originario d'Eraclea, personaggio valoroso e buon cattolico. Era stata fino allora la sedia ducale in Malamocco. Perchè troppo avea patito nella precedente guerra quel luogo, fu concordemente risoluto dai Veneziani, che in avvenire i dogi abitassero in Rialto, dove in fatti il novello doge fabbricò il palazzo ducale, che tuttavia esisteva ai tempi del Dandolo. Perciò l'inclita città che da tanti secoli risplende col nome di Venezia, veniva allora appellata anche Rialto dal popolo, e Olivola o Castello dal clero, perchè il vescovo della città abitava in quella parte che portava quei nomi. Ma gli ambasciatori spediti da Carlo Magno alla corte di Costantinopoli o trovarono o videro dipoi cambiato di molto l'aspetto di quel governo. Imperocchè Niceforo imperadore, principe per tutti i capi indegno dell'augustal dignità, uscito in campagna contra di Crummo re de' Bulgari, nel dì 25 di luglio restò con tutta l'armata sua disfatto, e lasciovvi anche la vita. La testa di lui sopra un'asta fu esposta alla vista di tutte le nazioni in dispregio de' vinti. Teofane, scrittore[728] contemporaneo, lagrimando descrive quella terribil giornata, in cui perì la maggior parte della nobiltà de' Greci. Succedette poscia al malvagio Niceforo con acclamazione universale del senato e degli ordini militari nel dì 2 d'ottobre il buon Michele Curopalata, ornato di ottimi costumi, e riguardevole per insigni virtù. Fu egli coronato da Niceforo patriarca, e dipoi nel dì 25 dicembre anche a Teofilatto di lui figliuolo fu conferita la imperial corona. Nè tardò l'augusto Michele ad inviare i suoi ambasciatori a Carlo Magno per istabilir seco pace, ed anche per trattare di un matrimonio pel suddetto Teofilatto.
Varii erano ormai gl'incomodi della sanità di Carlo imperadore: al che riflettendo il saggio e piissimo principe, fece nell'anno presente una specie di testamento, che contiene la maniera di dividere i suoi tesori in tante limosine alle chiese e ai poveri. Eginardo[729] ce ne ha conservato un abbozzo. Buona parte adunque dell'oro, argento, gemme e vesti, divisa in parti ventuna, fu destinata alle chiese metropolitane. Et quia, dice quel contemporaneo scrittore, in regno illius metropolitanae civitates viginti et una esse noscuntur, unaquaeque illarum partium ad unamquamque metropolim per manus haeredum et amicorum eleemosinae nomine perveniat, ec. Ma e quali erano queste città metropolitane della monarchia di Carlo Magno? Seguita Eginardo a spiegarlo con dire: Nomina vero metropoleorum, ad quas eadem eleemosyna sive largitio facienda est, haec sunt: Roma, Ravenna, Mediolanum, Forum Julii (cioè Aquileia, perchè quel patriarca abitava in Cividale del Friuli), Gradus, ec. Queste son le cinque città metropolitane d'Italia (e di più non ce n'era in que' tempi), e tutte poste in regno illius: dal che sempre veniamo ad apprendere quello che s'abbia a credere delle città di Roma e Ravenna. Aggiugne poscia Eginardo che nel tesoro di lui si trovavano tre tavole d'argento e una d'oro di particolar grandezza e peso. Ora egli determinò che una d'esse tavole di figura quadrangolare, contenente la descrizione della città di Costantinopoli, con altri suntuosi donativi fosse portata alla basilica di s. Pietro di Roma. Un'altra di figura rotonda, in cui si mirava la descrizione della città di Roma, fosse data all'arcivescovo di Ravenna. In fatti Agnello storico di questi tempi, nelle vite de' vescovi ravennati[730], parlando di Martino arcivescovo, ha queste parole: Igitur istius Martini temporibus misit Ludovicus imperator ex dimissione sui genitoris Karoli ad Martinum ponteficem hujus ravennatis sedis mensam argenteam unam absque ligno, habentem infra se anagliphte totam Romam, unam cum tetrogonis argenteis pedibus, et diversa vascula argentea, seu et cuppam auream unam: quae cuppa haec sita in cratere aureo sancto, quo quotidie utimur. Perchè mai non son giunte fino a' dì nostri due sì riguardevoli tavole? Varrebbono ora più che se fossero di oro, e darebbono un maraviglioso pascolo alla curiosità degli eruditi. Gran bisogno in quest'anno ebbe ancora Carlo Magno della sua virtù per tollerare un nuovo colpo delle umane vicende; imperciocchè la morte gli rapì l'altro suo figliuolo maggiore Carlo nel dì 4 di decembre, cioè un principe che in varie imprese finora fatte avea dato speranza di non riuscire inferiore all'invitto suo padre. Con che dei tre suoi figliuoli legittimi altro non gli restò se non Lodovico re d'Aquitania. Mostrò poi premura di far pace coll'Augusto Carlo Emmingo re di Danimarca, succeduto all'ucciso Gotifredo suo padre; e in effetto questa fu conchiusa; e perchè correva allora un verno straordinariamente rigido, fu giurata sull'armi secondo i riti d'allora. Dappoichè fu mitigata la stagione, venne essa pace con più splendida solennità ratificata da dodici baroni eletti dall'una parte e dall'altra, che si trovarono insieme ai confini. Le armate poi di Carlo nell'anno presente fecero alcune azioni militari contro gli Sclavi Linoni di là dall'Elba e nella Pannonia, dove bollivano delle controversie tra gli Unni e gli Schiavoni, e contro ai popoli della minor Bretagna che aveano eccitato tumulti di ribellione. Dappertutto ebbero prosperità l'armi sue. Circa questi tempi fu console e duca di Napoli Antimo[731]. Venuto egli a morte, i Napoletani avendo spedito in Sicilia, condussero di là per loro maestro de' militi, o vogliam dire generale d'armata (così ancora appellavano essi il loro console e duca), Teotisto. Questi dopo qualche tempo ebbe per successore Teodoro, dichiarato protospatario dai greci Augusti. Il tempo preciso d'essi duchi di Napoli non si può ben accertare. Regnando poscia Sicone principe di Benevento, ad esso Teodoro succedette Stefano nipote di Stefano vescovo. Di questi tornerà occasion di parlare andando innanzi.
NOTE:
[724] Inter Alcuini Opera, Epist. III.
[725] Rer. Ital., P. II., tom. 1.
[726] Annales Franc. Eginhard., Annal. Francor. Metenses. Annal. Franc. Bertiniani.
[727] Dandulus, in Chron., tom. 12 Rer. Ital.
[728] Theophanes, in Chron.
[729] Eginhardus, in Vita Caroli Magni.
[730] Agnell., Vit. Episcop. Ravennat., Part. I, tom. 2 Rer. Ital.
[731] Johann. Diac., in Vit. Episcopor. Neap., Part. II, tom. 1 Rer. Ital.
Anno di CRISTO DCCCXII. Indizione V.
LEONE III papa 18. CARLO MAGNO imperad. 12. BERNARDO re d'Italia 1.
Quanto più Carlo imperadore sentiva declinante la sua sanità, tanto più fervorosamente attese ai consigli di pace, per lasciare al figliuolo Lodovico la monarchia quieta e senza nemici[732]. Giunsero appunto in quest'anno gli ambasciatori a lui spediti da Michele nuovo imperadore de' Greci, cioè Michele vescovo, ed Arsafio e Teognosto protospatarii imperiali. Furono questi all'udienza dell'Augusto Carlo in Aquisgrana, e siccome erano venuti anch'essi volonterosi di pace, così diedero tutta la mano per istabilirla. Nella chiesa fu loro consegnata la capitolazione segnata da Carlo: dopo di che in lingua greca gli fecero le acclamazioni, appellandolo imperatore e basileo, cioè re: cosa nondimeno che si crede non fosse dipoi approvata dalla superba corte di Costantinopoli. Preso poco appresso il congedo, vennero a dirittura a Roma, e nella basilica di san Pietro riceverono un'altra copia della suddetta convenzione, sottoscritta da papa Leone, sì in riguardo degli stati della Chiesa confinanti a Napoli e Gaeta, città dipendenti dai Greci, e sì per accrescere colla maestà del nome pontificio più credito e sicurezza a quei patti. Trattossi parimente di pace[733] fra l'imperadore Carlo ed Abulaz re di Cordova, ossia dei Mori della Spagna; e questa essendo venuti a chiederla i messi di quel re infedele, fu conchiusa per tre anni avvenire. Durava poi da molti anni la nemicizia tra esso imperadore e il ducato di Benevento, e già vedemmo fatte varie ostilità dai Franchi, cioè da Pippino re d'Italia, contra di Grimoaldo duca, figliuolo di Arigiso, che mai non seppe indursi a riconoscere esso re per suo sovrano. Grimoaldo Storesaiz, suo successore in quell'insigne principato, si appigliò finalmente ai consigli di concordia, ed ottenne la pace da Carlo Magno, con patto di pagargli annualmente a titolo di tributo venticinquemila soldi d'oro, e che restassero illese per lui e godute da lui tutte le regalie dell'ampio ducato beneventano. Fu da lì a due anni, siccome vedremo, sminuito questo tributo. Da Erchemperto[734] viene appellato il suddetto Grimoaldo vir satis mitis, et adeo suavis, ut non solum cum Gallis, verum etiam cum universis circumquaque gentibus constitutis inierit foedus, et Neapolitibus supramemoratis gratiam pacemque donarit. All'incontro l'Anonimo salernitano[735], men degno di fede, cel dipigne per uomo superbo, avaro e seminator di discordie fra i Longobardi. Aggiugne egli dipoi, appena esser egli stato assunto a quel trono principesco, che l'armata franzese corse ad invadere il ducato di Benevento, sperando forse i Franchi miglior fortuna in questa novità di governo. Ma Grimoaldo, unite le sue forze ed uscito in campagna, diede loro una gran rotta. Tacendo gli Annali di Francia questa guerra, e tacendo Erchemperto, autore molto più vicino a que' tempi, una tal vittoria, probabilmente ancor questa è una delle dicerie vane del volgo, che l'Anonimo salernitano spacciò nella sua storia. Quando però sussistesse, parrebbe che fosse da riferire a questi tempi.
Ebbe fine nell'anno presente la vita di Emmingo re di Danimarca, e per cagion d'essa insorsero gare fra i pretendenti al regno. Restarono queste decise con una battaglia, e finalmente si videro eletti due re, cioè Eriolto e Reginfredo, i quali non tardarono a conchiuder pace con Carlo Magno. Venuta in questo medesimo anno ad Aquisgrana la nuova che i Saraceni di Spagna e d'Africa aveano preparata una formidabile flotta per portarsi ai danni dell'Italia, Carlo Magno, che fino allora nulla avea determinato per provvedere al governo di questo regno, commosso dalle minacce de' suddetti Barbari, venne alla risoluzione d'inviare in Italia[736] Bernardo suo nipote, cioè figliuolo del defunto re Pippino. Tenuta dunque una gran dieta dei suoi baroni in Aquisgrana, quivi dichiarò la sua mente, e poscia spedì in Italia esso suo nipote. Ma perciocchè egli era assai giovane e bisognoso di consiglio, gli mise ai fianchi Walla, figliuolo di Carlo Martello, persona allora secolare, e di gran senno e sperienza. Fratello di esso Walla era Adalardo celebre abbate di Corbeia; e questi, già dato da Carlo Magno per primo consigliere al re Pippino suo figliuolo, seguitò dopo la sua morte a governar l'Italia, e dovette anch'egli assistere colla sua prudenza al novello re Bernardo, potendosi eziandio giudicare ch'egli maneggiasse con Grimoaldo duca di Benevento la sopra mentovata pace. Ho già nominato re d'Italia il suddetto Bernardo, tuttochè paia, siccome diremo, conferito a lui questo titolo solamente nell'anno susseguente. Imperocchè per le memorie da me raccolte nelle Antichità italiche[737], vegniamo bastevolmente ad intendere che l'epoca del regno ebbe principio nell'anno presente, e non già nel susseguente, come vuole il padre Pagi[738]. Nel contare i suoi anni si soleva aggiugnere: Postquam in Italia reversus est. Era egli nato in Italia, e in Italia ritornò nell'anno presente. Però negli Annali wirceburgensi citati dall'Eccardo[739], si legge: Anno DCCCXII. Pennhardus rex factus est. Presso l'Ughelli[740] si legge una carta di Rataldo vescovo di Verona, Anno Bernardi piissimi regis primo sub die VIII, kalendas julii, Indictione VI, cioè nell'anno susseguente, prima che seguisse la dieta d'Aquisgrana, di cui parleremo. Perciò può essere stata in uso un'altr'epoca, cominciata nell'anno seguente; il che nondimeno convien provare con documenti sicuri. Ora la flotta de' Saraceni, di cui abbiam fatta poco fa menzione, parte si scaricò addosso alla Corsica, e parte alla Sardegna; ma quest'ultima per fortuna di mare quasi tutta andò a fondo. Volle nel presente anno l'Augusto Carlo, intento sempre a cose grandi, far pruova del sapere de' suoi vescovi, giacchè egli s'era studiato finora di promuovere le lettere per i suoi regni. Scrisse dunque agli arcivescovi, incaricandoli di riferirgli il sentimento loro intorno a tutti i riti del sacro battesimo. Fra quei che soddisfecero alla pia curiosità ed istanza di questo glorioso monarca, uno fu Odelberto, arcivescovo in questi tempi di Milano. Il libro da lui composto de Baptismo, esiste tuttavia diviso in ventidue capitoli, e riferito del padre Mabillone[741], che diede alla luce la lettera a lui scritta da Carlo Magno.
NOTE:
[732] Eginhardus, in Annal. Francor.
[733] Annales Francor. Moissincens.
[734] Erchempert., Hist. Princip. Langobard., cap. 7.
[735] Anonymus Salernitan., Paralipom. P. II. tom. 2 Rer. Ital.
[736] Annales Franc. Metens. et Bertiniani. Eginhard., in Annal. Franc.
[737] Antiquit. Ital., Dissert. X.
[738] Pagius, Critic. Baron.
[739] Eccard., Rer. Franc., lib. 18.
[740] Ughell., Ital. Sacr., in Episc. Veronensib.
[741] Mabill., Annalect., p. 10, edition. recent.
Anno di CRISTO DCCCXIII. Indizione VI.
LEONE III papa 19. CARLO MAGNO imperad. 14. BERNARDO re d'Italia 2.
Secondochè abbiamo dagli Annali de' Franchi[742], nella primavera dell'anno presente Carlo imperadore inviò a Costantinopoli per suoi ambasciatori Amalario vescovo di Treveri, e Pietro abbate del monistero di Nonantola. Il motivo di tale spedizione era per confermar la pace con Michele imperador dei Greci. Ma dovettero questi legati trovar mutata la scena[743]. Michele Augusto avea già anteposto il parere d'alcuni consiglieri che amavano la guerra coi Bulgari, a quello d'altri che consigliavano la pace richiesta dai medesimi Barbari. Se ne ebbe egli a pentire, ma troppo tardi. Uscito colla sua armata in campagna, armata nondimeno, in cui mancava l'antico valore de' Greci, si azzuffò con Crummo, ossia Crunno re de' Bulgari. Dopo un lieve combattimento eccoti le sue truppe prendere vilmente e precipitosamente la fuga: il che da lui veduto, anch'egli non pensò se non a salvarsi correndo, e a ritirarsi in Costantinopoli. Lasciò egli il comando dell'esercito a Leone Armeno, personaggio di molta bravura, ma di poca fede, essendosi fondatamente sospettato dipoi ch'egli da gran tempo aspirasse all'imperio, e manipolasse anche coerentemente a tal disegno la fuga delle milizie nel predetto conflitto[744]. In fatti facendo egli, o altri per lui, valere la favola, che non conviene ad un cervo l'essere condottier di leoni, fu esso Leone proclamato imperadore, ed astretto Michele co' figliuoli ad abbracciar la vita monastica. Crummo coi vittoriosi Bulgari passò all'assedio di Costantinopoli, e ne desolò tutti i contorni; poscia veggendo che quivi indarno consumava il tempo, guidò tutte le sue forze contra di Andrinopoli, città che, dopo aver fatta per quanto potè resistenza, cadde finalmente nelle sue mani. Gli Annali dei Franchi narrano che mentre costui era sotto Costantinopoli, Leone Augusto fece all'improvviso una sortita dalla città con tal felicità, che il barbaro ferito con tutta la sua armata prese la fuga. Secondo i greci autori tentò bensì Leone con frode in un abboccamento di far uccidere il re nemico, ma non fece già prodezza alcuna. Innumerabili furono in sì funeste congiunture i Greci condotti in ischiavitù dai Bulgari, con averne poi la divina Provvidenza ricavato profitto per la santa religione di Cristo, la quale per la cura di Manuele arcivescovo d'Andrinopoli e di altri ecclesiastici e prigionieri, fu piantata e diffusa per tutta la Bulgheria. Intanto l'imperador d'Occidente Carlo Magno, convocata in Aquisgrana una dieta generale dei suoi regni nel mese d'agosto, propose ai vescovi, abbati, conti e nobili della Francia[745] di conferire il titolo d'imperadore, e dichiarar suo collega nell'imperio e nei regni Lodovico suo figliuolo, già re di Aquitania. Lodò ognuno il progetto, e tutti acconsentirono. Fu dunque con lieta viva ed universale acclamazione de' popoli coronato Lodovico con corona d'oro, e chiamato Imperadore ed Augusto. Tegano[746] scrittore di questi tempi, scrive, che dopo avere l'imperadore Carlo fatta una paterna esortazione al figliuolo di custodire il timor di Dio, di onorare i sacerdoti, di amare i suoi popoli, di scegliere buoni ministri, con altre parole degne di un pio e saggio padre, gli ordinò di prendere colle sue mani la corona posta sull'altare, e di mettersela in capo. È un gran che il vedere che tutti gli storici di allora parlano del parere dimandato da Carlo a tutti i suoi baroni, per fare imperadore il figliuolo, e del consenso dato dai medesimi; e che niuno fa parola del romano pontefice. Ma si può ben con tutta ragion conghietturare che Carlo Magno non avrà fatto quel passo senza averne preventivamente informato papa Leone, e chiestane la sua approvazione. Certo egli non riconosceva punto dai Franchi la signoria di Roma, nè il maestoso titolo e grado d'imperadore, onde gli occorresse il loro assenso per dichiarare il suo successore; ma riconoscevalo bensì dal papa suddetto: e però a lui più che ad altri si dovea ricorrere in tal congiuntura. Dall'anno presente alcuni cominciarono a contar gli anni dell'imperio di Lodovico Pio. Dopo questa splendidissima funzione l'Augusto Carlo, per attestato degli Annali de' Franchi[747] Bernhardum nepotem suum, filium Pippini filii sui, Italiae praefecit, et regem appellari jussit. Era venuto nell'anno precedente, siccome notai di sopra, Bernardo in Italia, e dagli strumenti d'allora si può ricavare ch'egli già ne godesse il dominio, benchè forse solamente in quest'anno gli fosse conferito il titolo di re. Adalardo, abbate famoso della vecchia Corbeia, seguitò con Walla suo fratello ad assistere a questo giovane principe; ed abbiamo dall'antico libro de constructione Corbejae novae[748] che avendo esso Adalardo intesa l'assunzione al trono d'esso Bernardo, accepit ei uxorem et constituit eum secundum jussionem principis (cioè di Carlo Magno) super omne regnum. La moglie trovata a questo principe ebbe nome Cunigonda, siccome a suo tempo vedremo.
Quanto più poi Carlo imperadore s'andava appressando al fine di sua vita, tanto più cresceva in lui il fervore della pietà; e perciocchè gli premea non poco la correzion de' costumi negli ecclesiastici, ordinò che si tenessero varii concilii provinciali a questo fine. Fecesi pertanto il concilio di Magonza sul principio di giugno; se ne fecero altri in Arles, in Tours, in Sciallone e in Rems, dove furono fatte delle egregie costituzioni per rimettere in piedi la disciplina ecclesiastica, le quali si leggono nelle raccolte de' concilii. Di tutto si ha obbligazione all'indefessa pietà di Carlo Magno, di cui scrive Tegano che in questi tempi l'ordinaria sua applicazione era alle orazioni, alle limosine, ed a correggere i libri sacri, con avere spezialmente prestato questo servigio ai quattro santi Evangelii, valendosi in ciò anche dell'opera di alcuni Greci e Soriani. Nel presente anno parimente[749] i Mori di Spagna, corsari di professione, fecero un'invasione nell'isola di Corsica, e ne menarono via una gran preda. Ermingardo conte di Ampuria, ossia dell'Ampurdano in Catalogna, andò a mettersi in agguato con delle navi sotto l'isola di Maiorica; e nel tornare che faceano que' masnadieri in Ispagna, uscito contra d'essi, prese otto delle lor navi, dove trovò più di cinquecento Corsi che erano condotti schiavi, e fortunatamente riacquistarono la libertà. Ora non sapendo i Mori qual altra vendetta fare, vennero dipoi a Cento Celle, oggidì Cività vecchia nello Stato pontificio, e a Nizza di Provenza, ed amendue quelle città rimasero desolate dal loro furore. Vollero, non contenti di ciò, sbarcare in Sardegna; ma venuti alle mani coi Sardi, scornati furono costretti alla fuga, con lasciarvi anche molti di loro estinti. Le memorie dell'archivio farfense, da me pubblicate[750] fanno menzione di un giudizio tenuto da Leone sommo pontefice in sacro palatio lateranensi cum Johanne et Fastaldo (o Rastaldo) episcopis, Theodoro nominculatore, Georgio bibliothecario, Gemmoso vestiario, Alminino, Quisdelori, Agriprando cubiculario, Nordo, Racurio, Naningo de Viterbo. Anno imperii Karoli XIII, pontificatus Leonis XVIII, mense majo, Indictione VI, cioè nell'anno presente. Si dee riferire a questo medesimo anno la lettera quinta d'esso papa Leone[751], scritta nel dì 7 di settembre a Carlo Magno coll'avviso che il non per anche deposto Michele imperador dei Greci, all'udire come i Saraceni dell'Africa o della Soria infestavano alcune isole del suo imperio, con apparenza e voce ancora di voler passare in Sicilia, avea colà spedito uno stuolo di navi sotto il comando di Gregorio patrizio, per opporsi ai loro disegni. Era in quei tempi duca di Napoli Antimo. A lui tosto, come a persona dipendente dal greco imperio, scrisse il patrizio, comandandogli che con tutte le navi del suo ducato s'andasse ad unire con lui. Antimo gli mandò varie scuse o pretesti, ma non già veruno rinforzo. Quei sì di Gaeta e di Amalfi accorsero con alquanti legni. Intanto i Mori suddetti misero a sacco l'isola di Lampadusa, e presero sette navi de' Greci, inviate per ispiare i loro andamenti. Ciò inteso, Gregorio patrizio col maggiore sforzo che potè andò a trovarli, e gli riuscì di sbaragliar la loro flotta, e di uccidere tutti quegl'Infedeli, senza che ne restasse alcun vivo: il che non c'è obbligazione di credere. Inoltre quaranta navi d'essi Mori aveano saccheggiata l'isola di Ponza, e la Maggiore presso di Napoli. Un'altra epistola di papa Leone abbiamo, cioè la quarta, scritta nel dì 11 di novembre, per recare notizia a Carlo Magno che Gregorio patrizio avea conchiusa pace per dieci anni avvenire coi suddetti Saraceni, senza obbligarsi essi Mori a cosa alcuna per conto degli altri Saraceni, ossia dei Mori della Spagna, con dire che coloro non erano sottoposti alla lor giurisdizione, e venivano considerati come ribelli del loro califa. Riferisce ancora che cento navi di Saraceni africani, ite in Sardegna, erano tutte state ingoiate dal mare. Anche allora aveano gran voga, come oggidì, le nuove false, o troppo alterate, dei lontani avvenimenti in tempo di guerra. Nella lettera sesta del medesimo pontefice scritta poco dappoi al soprallodato Carlo Magno coll'avviso della deposizione del greco imperador Michele, e dell'assunzione al trono di Leone Armeno, si legge appunto una mano di nuove tutte spallate, quali il volgo ignorante o la malizia di taluno suol inventare, e che si fan vedere talvolta anche nelle gazzette de' nostri tempi. In questo anno, secondo il Fiorentini[752], Adalardo abbate di Corbeia, e messo di Carlo imperadore, quel medesimo che principalmente governava allora l'Italia nella minorità del re Bernardo, trovandosi nella città di Lucca, tenne un placito per la causa di un cherico delinquente, quem ipse Adalardus commendavit Bonifacio illustrissimo comiti nostro. Sicchè conte di Lucca era allora questo Bonifazio, del quale, come di personaggio molto importante, io debbo far memoria. E ch'egli ancora fosse duca della Toscana l'ho provato altrove[753] con un placito del medesimo Adalardo abbate, tenuto in Pistoia nell'anno precedente 812, al quale intervenne Bonifatius dux.
NOTE:
[742] Annal. Franc. Metenses. Annales Francor. Bertiniani. Eginhard., in Annal. Franc.
[743] Theoph., in Chronogr.
[744] Constantinus Porphyrogenneta, in Vita Basil., lib. 1.
[745] Annales. Francor. Moissiacens. Lambecius, Annales Francor.
[746] Theganus, in Vit. Ludovici Pii, c. 6.
[747] Annal. Franc. Loiselian. Annales Francor. Lauresamens.
[748] Tom. 2 Rer. Franciar. Du-Chesne.
[749] Annal. Franc. Eginhardi.
[750] Antiquit. Ital., Dissert. LXVII.
[751] Labbe, Concilior., tom. VII.
[752] Fiorentini, Memor. di Matilde, lib. 3.
[753] Antiquit. Italic., Dissert. LXX.
Anno di CRISTO DCCCXIV. Indizione VII.
LEONE III papa 20. LODOVICO PIO imperad. 1 e 2. BERNARDO re d'Italia 3.
L'ultimo anno della vita dell'imperador Carlo Magno fu questo. Infermatosi egli in Aquisgrana con doglia di costa, nel dì 28 di gennaio rendè l'anima al suo Creatore nell'anno settantuno della sua età, pieno di vittorie e di gloria, pieno di meriti presso Dio e presso gli uomini. Chi prendesse ad uguagliar questo monarca agli Augusti, ai Trajani, ai Marchi Aurelii, troverebbe facilmente delle ragioni per sostenere il suo assunto. Ma in una parte possiamo anche dire ch'egli superò quegl'imperadori eroi del paganesimo. Perciocchè trovarono quegli Augusti il romano imperio tuttavia florido, tuttavia forte per una smisurata potenza, pulito ne' costumi, ben disciplinato nella milizia, e regolato da sagge provvisioni e leggi nel suo governo. Ma Carlo Magno trovò ne' suoi Franchi e nelle nazioni da lui soggiogate non poca barbarie, una somma ignoranza ed infiniti altri disordini. Seppe egli nondimeno colla sua gran mente e indefessa applicazione dare buon sesto a tutto, ripulire i costumi dei suoi popoli, rimettere in buono stato lo studio delle lettere, ch'egli medesimo con gran fatica procacciò a sè stesso, dappoichè cominciò a regnare. Nè solamente si sparse il benefico influsso del suo mirabil genio sopra de' secolari; ne furono anche a parte, ed anche più degli altri, gli ecclesiastici, alla riforma e buon ordine de' quali egli continuamente dimostrossi intento. Leggansi i suoi Capitolari, ossia le sue leggi: tutte spirano sapienza, pietà e giustizia. Colle tante sue militari imprese e vittorie accrebbe egli a dismisura la monarchia franzese. Perciocchè, siccome lasciò scritto Eginardo[754], egli ebbe sotto il suo dominio tutto quant'è oggidì il regno di Francia; conquistò nella Spagna la maggior parte della Catalogna, la Navarra e parte dell'Aragona; stese la sua signoria per la Fiandra, Olanda e Frisia fino ad Amburgo, e di là dall'Elba. Sottoposte a lui furono le allora ampie provincie della Sassonia e Baviera colla Franconia, Svevia, Turingia, con gli Svizzeri e con altre provincie della Germania. Alle sue mani vennero la due Pannonie colla Dacia e la Boemia, l'Istria, la Liburnia e la Dalmazia, con varii paesi della Schiavonia. Finalmente ebbe sotto il suo comando Italiam totam, quae ab Augusta Praetoria usque in Calabriam inferiorem, in qua Graecorum et Beneventanorum constat esse confinia, decies centum et eo amplius passuum millibus passuum longitudine porrigitur: parole chiare di quell'accreditato storico e uffiziale della corte di esso Carlo Magno, che si oppongono a chi volesse escludere dal suo sovrano dominio Roma col suo ducato, l'esarcato di Ravenna, la Pentapoli, il ducato di Spoleti, o altra contrada d'Italia. Ma chi vuol pienamente conoscere la virtù e i pregi di questo gloriosissimo monarca, non ha che da ricorrere alle vite che lasciarono scritte di lui il suddetto Eginardo, il monaco di Engoulemme, il monaco di san Gallo, ed altri presso il Du-Chesne[755]. Però con troppa ragione a lui fu dopo morte dato dai popoli e dagli scrittori il titolo di Magno; e le imprese sue s'andarono da lì innanzi cantando per le città, con aver forse preso di là il loro nome i ciarlatani, e con aver esse certamente servito di base ad alcuni famosi poemi, romanzi degli ultimi secoli, composti in Italia, pieni sì di favole, tutti nondimeno tendenti ad onorar la memoria di questo eroico imperadore. Allorchè venne a morte Carlo Magno, trovavasi in Aquitania Lodovico suo figliuolo, già re ed imperadore dichiarato. Ricevuta che egli ebbe non senza lagrime la nuova del padre mancato di vita, s'incamminò alla volta d'Aquisgrana. Vedesi descritto il suo viaggio da Ermoldo Nigello, autore di questi tempi nel suo poema[756] da me tolto alle tenebre, siccome ancora l'esecuzione da lui data al testamento del padre, e le grazie fatte al popolo. L'epoca ordinaria di questo imperadore vien dedotta dal dì suddetto 28 di gennaio, in cui egli succedette al padre. Una delle prime applicazioni di questo imperadore fu quella di congedar le ambascerie, già indirizzate al defunto Augusto. Aveva il nuovo imperador dei Greci Leone inviati a Carlo Magno due suoi legati, cioè Cristoforo spatario e Gregorio diacono, per confermar la pace stabilita fra i due imperii, e questi contenti se ne tornarono al loro paese. Lodovico vicendevolmente spedì a Costantinopoli i suoi, cioè Norberto vescovo di Reggio, che l'Ughelli ed altri hanno creduto vescovo di Reggio in Lombardia, ma con potersene dubitare, perchè di lui niuna memoria si conserva in quella città per questi tempi, e potrebbe egli essere stato vescovo di Riez nella Provenza. Troveremo nondimeno un vescovo di questo nome in Parma, che nell'anno 835 sottoscrisse con altri una donazione fatta da Cunegonda vedova al re Bernardo. Col re suddetto andò eziandio Ricoino conte di Poitiers. Tale spedizione fu fatta per rinnovare i patti di amicizia e pace col greco imperadore.
Giunsero dipoi ad Aquisgrana i legati di Grimoaldo Storesaiz principe di Benevento, anch'essi per ratificare i precedenti accordi. Venerunt (son parole di Tegano) legati Beneventanorum, qui omnem terram Beneventi suae potestati tradiderunt, et multa millia aureorum per annos singulos ad censum tradere promiserunt: quod ita perfecerunt usque ad hodiernum diem[757], cioè nell'anno 23 dell'imperio di Lodovico Pio. A che ascendesse questo censo, o tributo annuo, lo specifica Eginardo[758], o qualunque sia quell'autore scrivendo: Cum Grimoaldo Beneventanorum duce pactum fecit, atque firmavit, et modo quo et pater scilicet ut Beneventani tributum annis singulis VII millia solidorum darent. Vedemmo di sopra all'anno 812 che il censo de' Beneventani era di venticinquemila soldi d'oro. Qui è solo di settemila: però o Grimoaldo ottenne che si riducesse a meno quel tributo, o pure in alcun di questi passi è scorretto il testo di Eginardo. Ispirò di buon'ora la gente malevola al nuovo imperadore dei sospetti contra di Bernardo re d'Italia suo nipote; e però il chiamò tosto in Francia[759]. La puntual sua ubbidienza coll'arrivo ad Aquisgrana dissipò alquanto le suscitate nebbie. Fu ben accolto, magnificamente regalato dall'imperadore, e rimandato in Italia senza dimostrazione alcuna di dubitar della sua fede. Contuttociò poco stette ad apparire che i conceputi sospetti non erano affatto estinti. Dimoravano tuttavia in Italia Adalardo abate di Corbeia, e Walla secolare suo fratello, figliuoli, come già accennai, di Bernardo figliuolo del principe Carlo Martello, e però della famiglia imperiale, e stretti parenti dell'Augusto Lodovico. Assistevano amendue al giovinetto Bernardo re d'Italia, siccome suoi intimi consiglieri, e spezialmente per la loro saviezza camminava con buon piede il governo di questo regno appoggiato alla lor direzione. Ma i maligni alla corte imperiale misero delle diffidenze in cuor dell'imperadore contra di questi insigni personaggi, quasi che sotto Carlo Magno fossero saliti in troppa potenza, e quasichè per la soverchia loro autorità e per essere del sangue reale potessero macchinar delle novità in Italia o per loro, o in favore del re Bernardo. Truovano facilmente udienza e credenza sospetti tali in mente de' regnanti non assai coraggiosi, qual fu l'imperador Lodovico. Noi abbiamo dalla Cronica farfense[760] e da un documento pubblicato dal padre Mabillone, che sui principii di febbraio dell'anno presente Adalhard abbas missus domni imperatoris Caroli (la nuova della cui morte non era per anche giunta) si trovava nel palazzo ducale di Spoleti, dove accompagnato da Sigualdo, Gradigis e Isemondo vescovi, e dai giudici e scabini, tenne un placito, in cui diede una sentenza in favore di Benedetto abate di Farfa. Degno di osservazione è che intervennero ancora a quel placito Suppone conte del palazzo, e Guinigiso ed Eccideo duchi. Certamente Guinigiso era duca di Spoleti; se tale fosse ancora Eccideo, nol so. Per me il credo duca d'altro paese, se pur non si vuol intendere duca di Camerino. E perciocchè il padre Mabillone[761] dall'archivio di quell'insigne badia trasse la descrizione del palazzo suddetto, meritevole ben di passare ai posteri, per conoscere il gusto di questi tempi, eccola di nuovo: In primo proaulium, idest locus ante aulam. In secundo salutatorium, idest locus salutandi officio deputatus, juxta majorem domum constitutus. In tertio consistorium, idest domus in palatio magna et ampla, ubi lites et caussae audiebantur et discutiebantur; dictum consistorium a consistendo, quia ibi, ut qualibet audirent, et terminarent negotia, judices, vel officiales consistere debent. In quarto trichorum, idest domus conviviis deputata, in qua sunt tres ordines mensarum. Et dictum est trichorum a tribus choris, idest tribus ordinibus commessantium. In quinto zetae hyemales, idest camerae hiberno tempori competentes. In sexto zetae aestivales, idest camerae aestivo tempori competentes. In septimo epicaustorium, et triclinia accubitanea, idest domus, in qua incensum et aromata in igne ponebantur, ut magnates odore vario reficerentur, in eadem domo tripertito ordine considentes. In octavo thermae, idest balnearum locus calidarum. In nono gymnasium, idest locus disputationibus, et diversis exercitationum generibus deputatus. In decimo coquinia, idest domus, ubi pulmenta et cibaria coquuntur. In undecimo columbum, idest ubi aquae influunt. In duodecimo hippodromum, idest locus cursui equorum in palatio deputatus.
Sbrigato dagli affari di Spoleti l'abate Adalardo, per quanto narra l'autore dell'opuscolo[762] de constructione novae Corbejae, se n'andò a Roma, non tanto per soddisfare alla propria divozione, quanto ancora per trattare con papa Leone di molte faccende, perchè si doveva aver sentore che Carlo Magno veniva mancando. Arrivò in fatti colà l'avviso della di lui morte; laonde Adalardo, ossia che vedesse terminata la sua commessione, o che avesse presentito qualche mal animo del nuovo imperador Lodovico verso di lui, se ne tornò frettolosamente in Francia, e si ridusse al suo monistero della vecchia Corbeia. Allora fu che i malevoli cortigiani tanto soffiarono negli orecchi del timido imperador Lodovico, che l'indussero a mandare in esilio esso Adalardo, con relegarlo nell'isola di Here, oggidì Noirmoutier. Suo fratello Walla, anch'egli personaggio di sommo credito, quantunque fosse stato de' primi a suggettarsi al novello imperadore, e sembrasse assicurato della sua grazia; pure, al veder questa tempesta, e temendo d'essere finalmente in essa involto, giudicò meglio di dare un calcio al mondo, agli onori e alla moglie, e ritiratosi nel monistero di Corbeia, quivi prese l'abito e la tonsura monastica. Bernardo, altro loro fratello, già monaco, e infin le sorelle sue furono perseguitate dall'Augusto Lodovico: tutti contrassegni della sua debolezza. Per altro pieno di buona volontà esso imperadore nel primo dì d'agosto tenne un gran consiglio, in cui fu decretato di provvedere ai varii disordini, che anche sotto i buoni principi van succedendo, ed erano succeduti di fatto nella vecchiaia di Carlo Magno, con trovarsi una gran quantità di gente in Francia, spogliata indebitamente o dei lor beni o della lor libertà, da molti conti e da altri pubblici ministri. A tal fine deputò dei messi, cioè dei giudici straordinarii, timorati di Dio e zelanti della giustizia. Dell'uffizio di questi tali ho già parlato di sopra; ma non dispiacerà di udire Ermoldo Nighello, scrittore e poeta di questi tempi, che favellando del medesimo fatto, così scrive[763]:
Elegit extemplo missos, quos mittat in orbem, Quorum vita proba, et sit generosa fides. Qui peragrent celeres Francorum regna perampla, Justitiam faciant, judiciumque simul. Quos pater, aut patris sub tempore presserat urguens, Servitium, relevent, munere, sive dolo.
Seguita poi questo autore a raccontare il gran bene fatto da' suddetti messi: il che vien confermato dall'astronomo nella vita di Lodovico Pio. Mandò poscia l'imperadore il maggior figliuolo Lottario al governo della Baviera, e Pippino secondogenito in Aquitania, con ritenere presso di sè Lodovico terzogenito, perchè tuttavia fanciullo. Ed essendo ricorso a lui Erioldo re di Danimarca, cacciato dal suo regno, per implorar la sua protezione, il mandò in Sassonia ad aspettar tempo più propizio da prestargli aiuto. Notano inoltre gli Annali de' Franchi[764] che in questo anno la città di Gerusalemme fu devastata dai Persiani, cioè dai Saraceni, ed essere seguitata una fiera persecuzione de' Cristiani. Probabilmente que' seguaci di Maometto non sapevano digerire che quella santa città fosse passata in mano di Carlo Magno, siccome dicemmo, e che vi fosse cresciuta cotanto la popolazion de' Cristiani. Pel rispetto che portavano a sì potente e temuto monarca, tacquero finchè egli visse, ma udita la sua morte, infuriarono contra de' Cristiani ivi abitanti. Truovasi ancora nelle memorie del monistero di Farfa[765], da me prodotte altrove, una donazione fatta a quel sacro luogo da Ilderico castaldo colle seguenti note cronologiche: Ludogvico serenissimo Augusto a Deo coronato, magno, pacifico imperatore, imperium romanum gubernante, anno ejusdem in Christi nomine I, seu et regnante Bernardo rege Langobardorum anno ejus in Dei nomine II, sed et temporibus Guinichis ducis ducatus spoletani, anno ejus in Dei nomine XXV, mense majo, die XVIII. Indictione VII. Actum in Reate. A questo medesimo Ilderico erano stati conceduti in livello altri beni mense martio, Indictione VII, anno imperii Ludovici I, Bernardi regis Langobardorum II. Ne fo menzione, acciocchè si vegga non aver avuto principio l'epoca di Bernardo nell'agosto dell'anno 813, allorchè Carlo Magno nella dieta tenuta in Aquisgrana Bernardum nepotem, suum Italiae praefecit, et regem appellari jussit, ma bensì sul fine del precedente anno 812, allorchè il mandò in Italia; altrimenti nel marzo e maggio del presente anno non sarebbe corso l'anno secondo del suo regno, ma solamente il primo.
NOTE:
[754] Eginhardus, in Vita Caroli Magni.
[755] Du-Chesne, tom. 2 Rer. Franc.
[756] Ermold. Nighel., lib. 2, P. II, tom. 2 Rer. Ital.
[757] Theganus, in Vit. Ludovici Pii, cap. 11.
[758] Eginhard., in Annal. Franc.
[759] Astronomus, in Vita Ludovici Pii.
[760] Chron. Farfense, P. II. tom. 2 Rer. Ital.
[761] Mabill., Annal. Benedictin. ad ann. 814.
[762] Du-Chesne, tom. 2 Rer. Franc.
[763] Ermold. Nigellus, lib. 2, P. II, tom. 2, Rer. Italic.
[764] Annal. Francor. Lambecii.
[765] Antiquit. Ital., Dissert. LXVII.
Anno di CRISTO DCCCXV. Indiz. VIII.
LEONE III papa 21. LODOVICO PIO imper. 2. BERNARDO re d'Italia 4.
Racconta Agnello nelle Vite degli arcivescovi di Ravenna[766], che Martino fu eletto arcivescovo di quella città, e consecrato in Roma dalle mani di papa Leone; e ciò prima che mancasse di vita Pippino re d'Italia, cioè prima dell'anno 810. Ch'egli ritornato a Ravenna, spedì tosto in Francia i suoi messi a notificar la sua assunzione, e che questi furono ben veduti da Carlo Magno. Esso arcivescovo fu che diede a godere allo stesso Agnello, che era in questi tempi tuttavia fanciullo, il monistero di s. Maria ad Blachernas, con averne ricevuto in regalo dugento soldi d'oro, perchè allora la simonia non era cosa forestiera in Italia. Di quest'oro colla giunta di altro egli fabbricò un vaso a guisa di chiocciola marina, che serviva al sacro crisma. Aggiugne quello storico, che dopo la morte di Carlo Magno, papa Leone mandò a Ravenna Crisafio suo cameriere, e molti muratori per rifare il tetto della basilica di s. Apollinare. Contribuì il papa molto di sua borsa per cotal fabbrica; ma costò eziandio di molte spese ai cittadini di Ravenna, e di grandi aggravii anche alle altre città dell'esarcato. Parimente Anastasio[767] fa menzione di questa pia liberalità del papa verso la basilica suddetta, e racconta altri doni ad essa fatti dal memorato pontefice. Ora avvenne per attestato del medesimo Agnello, che questo arcivescovo cadde in disgrazia di papa Leone, senza addurne a noi il motivo. Perciò il pontefice mandò un suo legato in Francia all'imperador Lodovico per chiedere licenza di poter procedere contra d'esso prelato, e l'ottenne. Spedì Lodovico apposta Giovanni vescovo d'Arles con ordine di presentarlo al papa. Venuto a Ravenna questo prelato, fece l'intimazione all'arcivescovo, che mostrò prontezza ad ubbidire; e fecero sigurtà di duemila soldi d'oro alcuni cittadini ravegnani, che egli andrebbe a Roma, a riserva dell'infermità di corpo. Pertanto da lì a dieci dì Martino si mise in viaggio; ma giunto che fu ad Novas, quasi quindici miglia lungi da Ravenna, ubi olim fuit civitas nunc dirupta, di cui si ha menzione anche nelle Tavole itinerarie, e che dal Cluverio vien creduta Porto Cesenatico, quivi finse di cader malato, e mandò questa scusa al papa, che al riceverla battè i piedi. Tuttavia ebbe licenza di tornarsene a Ravenna, dove trattò in Apolline il vescovo d'Arles, probabilmente guadagnato prima da lui, e gli donò varii vasi di argento e le alape d'oro (forse le coperte) dei santi Evangelii. Non è improbabile che desistesse papa Leone dal procedere ulteriormente contra del suddetto arcivescovo, perchè ad esso ancora toccarono in quest'anno delle traversie assai pericolose e disgustose. Non si sa perchè Anastasio bibliotecario trasandasse questa rilevante partita della vita d'esso pontefice. Abbiam solamente gli Annali de' Franchi, i quali ne fanno menzione. Durava tuttavia il mal animo di alcuni principali e potenti fra i Romani contra di papa Leone, verisimilmente fin qui tenuti in dovere dalla paura di Carlo Magno, fedel protettore della santa Sede[768]. Morto lui, tramarono una congiura per levar di vita esso pontefice; ma avutone egli sentore, li fece prendere e li diede in mano della giustizia. Convinti di questo reato, secondo le leggi romane furono sentenziati a morte, e la sentenza ebbe esecuzione. Giuntone l'avviso all'imperadore, se lo ebbe forte a male, parendogli troppo rigorosamente gastigati i rei da un papa primo vescovo della Cristianità. Può eziandio conghietturarsi ch'egli temesse per questo fatto delle rivoluzioni, onde venisse a perdere non men egli che il papa il dominio di Roma. Per questo spedì immantinente a Bernardo re d'Italia ordine di portarsi a Roma unitamente con Geroldo conte, affin di prendere le informazioni di questo strepitoso fatto. Andò Bernardo, ma appena fu in Roma, che restò preso da alcune febbri. Nondimeno Geroldo in sua vece raccolse quanto occorreva, e rimessosi in cammino, ne portò le notizie all'imperadore. Il papa, o perchè temesse, o perchè sapesse che non erano molto favorevoli per lui le relazioni del re Bernardo e di Geroldo, non tardò a spedire anch'egli alla corte i suoi inviati, cioè Giovanni vescovo di Selva Candida, Teodoro nomenclatore e Sergio duca, a' quali riuscì di giustificare presso dell'Augusto Lodovico tutto quanto aveva in tal congiuntura operato il papa. Ma non passò gran tempo che il pontefice Leone cadde infermo di malattia tale, che fu giudicata da molti disperata la di lui salute. Allora si sollevarono i Romani, ed armati si portarono a distruggere i poderi e i casali di villa che di fresco egli avea fabbricato; e senza aspettare sentenza di giudice alcuno, andarono a ripigliarsi que' beni che esso papa avea lor confiscati, pretendendo ingiusto un sì fatto confisco. Avvertito di questa commozione il re Bernardo, diede incontanente commessione a Guinigiso duca di Spoleti di passare a Roma con alcune squadre d'armati, e di smorzar quell'incendio: il che fu puntualmente eseguito da esso duca. Di tutto il successo diede avviso il re Bernardo all'imperadore.
Desideroso in quest'anno esso Augusto di rimettere in trono Erioldo re di Danimarca, che s'era ricoverato sotto la ombra del suo patrocinio, spedì una potente armata di Sassoni e di Sclavi Obotriti verso quel regno. Ma venuto ad accamparsi contra di loro uno non men poderoso esercito di Danesi, giudicarono i Sassoni più sicuro partito il ritirarsi a casa, contentandosi del sacco dato ad un tratto di paese, e di aver seco condotti alcuni ostaggi. Fu nondimeno cagione questo armamento che i Danesi inviarono legati a trattar di pace. Secondo altri Annali[769], tenne l'imperadore una dieta in Paderbona nel primo dì di luglio, alla quale intervennero Lottario re di Baviera e Pippino re d'Aquitania, suoi figliuoli: dal che si può dedurre ch'egli avesse già conceduto loro il titolo di re. Giunse colà anche Bernardo re d'Italia; e Tegano[770] scrive: Bernardus ibi ad eum venit, quem dimisit ire iterum in Italiam. Tornarono ancora da Costantinopoli i legati colà spediti, seco portando la concordia, di nuovo e vantaggiosamente assodata con Leone imperador de' Greci, il quale in questi tempi risvegliò e sostenne la setta degl'iconoclasti, con passar anche a perseguitare i monaci ed altri che proteggevano il culto delle sacre immagini, fra' quali s. Teodoro Studita ed altri santi uomini furono cacciati in esilio. Risulta poi dalle memorie del monistero di Farfa[771], che Scatolfo e Formosa sua moglie fecero una donazion di beni a quel sacro luogo anno II Ludovici imperatoris, II Bernardi regis, XXVI Guinichis ducis, mense januario, Die XVII, Indictione VIII, cioè nell'anno presente. Ne fo menzione, acciocchè si vegga non reggere l'opinione del p. Pagi[772] e dell'Eccardo[773], che stimarono Guinigiso duca di Spoleti poco fa nominato, da cui fu quetato il tumulto di Roma, diverso da Guinigiso creato duca di quella provincia nell'anno 789, perchè nel catalogo dei duchi spoletini[774] all'anno 814 si legge Guinichus dux, quasichè questi sia stato figliuolo del primo. La carta suddetta ci fa conoscere che un solo Guinigiso continuava tuttavia a reggere il ducato di Spoleti, nè sussistere l'immaginazione di due diversi duchi di questo nome. In vece di anno II Bernardi regis, probabilmente quivi si leggerà anno III, per le ragioni che altrove[775] addussi; potendo nulladimeno essere che due diverse epoche di questo re si usassero, l'una dall'anno 812 in cui egli venne in Italia, e l'altra dal susseguente, allorchè ebbe il titolo di re. Forse nell'anno presente accadde ciò che narra Erchemperto[776] di Grimoaldo Storesaiz, principe ossia duca di Benevento. Mentre egli andava a Salerno, Dauferio, uomo fra' suoi di gran possanza, gli avea tese delle insidie ad un ponte. Se ne avvide Grimoaldo, e rinforzato dalla gente sua passò oltre senza molestia. Fece poi mettere in prigione gli artefici di tal cospirazione. Dauferio ebbe la sorte di salvarsi colla fuga a Napoli, e fu ben ricevuto dai Napoletani. Ciò mise in gran collera Grimoaldo, e però senza perdere tempo corse colla sua armata addosso a Napoli, e quella assediò, con fare strage dei Napoletani, qualunque volta osavano di uscire contra di lui. Il duca di Napoli, che probabilmente era Antimo, tanto s'ingegnò, che con lo sborso di ottomila soldi d'oro il placò, e rimise in grazia di lui Dauferio: il che diede fine alla guerra.
NOTE:
[766] Rer. Ital. P. I, tom. 2.
[767] Anastas. Bibliothecar., in Vita Leonis III.
[768] Astronomus, in Vita Ludovici Pii. Eginhardus, Annal. Franc. Annales Franc. Bertiniani.
[769] Annal. Fuldens. Lambec.
[770] Theganus, de Gest. Ludovici Pii, n. 14.
[771] Antiquit. Ital., Dissert. LXVII.
[772] Pagius, ad Annal. Baron.
[773] Eccard., Rer. Franc., lib. 27.
[774] Ante Chronic. Farfens. P. II, tom. 2 Rer. Italic.
[775] Antiquit. Ital., Dissert. X.
[776] Erchempertus, Hist. Princip. Langobard., n. 7.
Anno di CRISTO DCCCXVI. Indizione IX.
STEFANO IV papa 1. LODOVICO PIO imperadore 3. BERNARDO re d'Italia 5.
Durò il pontificato di Leone III papa fino al presente anno, in cui fu chiamato da Dio a miglior vita nel dì 11 di giugno, o in quel torno. Anastasio bibliotecario[777], qualunque sia l'autore della sua Vita, è assai digiuno nel racconto delle sue azioni, ma diffusamente poi parla delle tante fabbriche e de' risarcimenti da lui fatti alle chiese in Roma e fuori di Roma, e dei doni ed ornamenti preziosi ch'egli alle medesime contribuì. In questo, più che in altro sfoggiava in questi tempi la divozion de' Cristiani, e papa Leone profuse in ciò assaissimi tesori. Dopo dieci giorni di sede vacante fu eletto in suo luogo Stefano, quarto di questo nome[778], diacono della santa romana Chiesa, che dianzi co' suoi piissimi costumi, con una vita veramente ecclesiastica, e con predicare al popolo la parola di Dio, s'era guadagnato l'affetto e la venerazione di tutto il clero e popolo romano. Siccome abbiamo dall'autore della vita di Lodovico Pio[779], consecrato ch'egli fu, si lasciò intendere di voler passare in Francia, per abboccarsi collo imperadore, dovunque a lui piacesse. Praemisit tamen legationem, quae super ordinatione ejus imperatori satisfaceret: parole che indicano già nata in Lodovico Augusto la pretensione che non s'avesse a consecrare il papa eletto senza il consentimento suo. Oltre a ciò, siccome abbiam da Tegano[780], scrittore contemporaneo, statim postquam pontificatum suscepit, jussit omnem populum romanum fidelitatem cum juramento promittere Ludovico: parole che presso gl'intendenti non han bisogno di spiegazione. Fu sommamente caro al pio imperadore d'udire che il sommo pastor della Chiesa volesse venir a trovarlo; sebbene Ermoldo Nigello suppone essere stato chiamato in Francia da Lodovico esso pontefice. Comunque sia, mandò tosto l'imperadore ordine a Bernardo re d'Italia di accompagnarlo nel viaggio. Altri messi inviò ad incontrarlo, allorchè fu entrato in Francia, ed egli si fermò nella città di Rems ad aspettarlo. Quando poi fu in vicinanza di alquante miglia dalla città, furono a riceverlo Ildebaldo arcicappellano del sacro palazzo, Teodolfo vescovo di Orleans, Giovanni vescovo d'Arles, ed altri sacri ministri, tutti vestiti co' sacri abiti sacerdotali. Un miglio poi fuori della città lo stesso imperadore con isplendido accompagnamento l'accolse. Smontato da cavallo, tre volte s'inginocchiò davanti al papa. Dice di più Tegano, che princeps (cioè Lodovico, dopo essere scesi amendue da cavallo) se prosternens omni corpore in terram tribus vicibus ante pedes tanti pontificis, et tertia vice erectus, salutavit pontificem. Ermoldo Nigello[781], che più diffusamente degli altri descrive la andata in Francia di papa Stefano, succeduta ai suoi tempi, racconta che il pontefice alzò da terra l'imperadore, e il baciò. Dopo di che, preceduto da tutto il clero cantante il Te Deum, andarono alla chiesa, dove il clero romano intonò le acclamazioni consuete all'Augusto Lodovico, e il papa terminò coll'orazione l'allegrissima funzion di quel dì. Nel giorno seguente fu accresciuta l'allegria da un solennissimo convito, che l'imperador diede al papa, con regalarlo ancora da par suo. Nel terzo giorno fu invitato l'imperadore dal papa ad un somigliante magnifico convito, in cui anche il papa gli fece de' suntuosi presenti. Venuto il quarto giorno, ch'era domenica, essendo raunato tutto il clero e popolo nella gran basilica, papa Stefano con una corona d'oro tempestata di gemme coronò ed unse col sacro crisma l'imperador Lodovico, e similmente l'imperadrice Ermengarda sua moglie, con aggiugnere dipoi nuovi regali all'uno e all'altra. Veggasi Ermoldo Nigello, il quale annovera appresso i donativi fatti da Lodovico a Stefano di vasi d'oro e d'argento, di vesti e cavalli, conchiudendo poi il catalogo con dire.
Plura quid hinc memorem? nam centuplicata recepit Munera Romanis quae arcibus extulerat.
Agnello[782] nelle Vite de' vescovi di Ravenna scrive che papa Stefano andò in Francia all'imperador Lodovico, et quidquid postulavit ab eo, accepit. E dal suddetto Ermoldo abbiamo che l'imperadore confermò i privilegii alla Chiesa romana, ordinando,
Ut res Ecclesiae Petri, sedisque perennis Inlaesae vigeant semper honore Dei. Ut prius ecclesia haec, pastorum munere fulta, Summum apicem tenuit, et teneat, volumus. Addimus at, praesul, tantum eat ut supra locutum, Justitiam recolat, qui sedet arce Petri.
Preso poi congedo dall'imperadore, s'incamminò il papa verso l'Italia; ma prima di farlo, secondochè avvertì Anastasio[783], avendo trovato in Francia molti Romani banditi per le enormità da lor commesse contro la Chiesa romana e contra del suo predecessore Leone, tutti con somma clemenza e carità seco li ricondusse a Roma. Arrivato papa Stefano a Ravenna, per attestato del suddetto Agnello, Martino arcivescovo fu ad incontrarlo, e si baciarono insieme. Nel dì seguente celebrò messa il pontefice nella basilica orsiana, et ostendit sandalias Salvatoris, quas omnis populus vidit.
Fece l'imperador Lodovico[784] nell'ottobre dell'anno presente (e non già del seguente, come con errore scrisse lo Astronomo nella di lui Vita); fece, dissi, raunare un concilio numerosissimo di vescovi ed abati in Aquisgrana; e siccome principe piissimo e sommamente bramoso di veder fiorire la pietà e regolatezza del clero secolare e regolare, ordinò che si stendesse la regola de' canonici e quella delle canonichesse. Fu eziandio stabilito che i monaci esattamente seguitassero la regola di s. Benedetto. Era già introdotto in varie chiese cattedrali l'uso de' canonici, che viveano nel medesimo chiostro, annesso alla cattedrale, ad una mensa comune, e in coro cantavano i divini uffizii, non solamente di giorno, ma anche di notte, non meno che si facessero i monaci d'allora. Quel solo che li distingueva dai monaci, era l'abito, e il poter ritenere la proprietà dei lor beni patrimoniali; e il titolo di priore, e non d'abbate, si dava al loro capo. Gran cura si prese il pio imperadore perchè si dilatasse per tutte le chiese, non solo della Francia e Germania, ma anche dell'Italia, questo lodevole istituto, per cui si accresceva il culto di Dio e il decoro delle cattedrali. E a' suoi desiderii tenne dietro il buon successo, perciocchè a poco a poco s'andò introducendo anche in Italia, in guisa che in quel secolo poche chiese rimasero in Italia che non avessero il collegio de' lor canonici, viventi secondo la regola proposta nel concilio suddetto. Attesta poi Ermoldo Nigello[785], che venuto l'imperador Lodovico a Compiegne (due parole ne dice anche l'Anonimo nella vita di lui), quivi fece una spedizione di messi per tutto il suo imperio a disaminar la vita de' vescovi e del clero secolare, e parimente de' monaci e delle monache, con ordine di notar tutto, e di riferire a lui tutto quanto ritrovavano degno di lode e bisognoso di correzione.
Nunc nunc, o missi, certis insistite rebus, Atque per imperium currite rite meum; Canonicumque gregem, sexumque probate virilem, Femineum nec non, quae pia castra colunt. Qualis vita, decor, qualis doctrina, modusque, Quantaque religio, quod pietatis opus. Pastorique gregem quae convenientia jungat, Ut grex pastorem diligat, ipse ut oves. Si sibi e laustra, domos, potum, tegimenque, cibumque Praelati tribuant tempore sive loco.
Ebbe l'imperador Lodovico in quest'anno da impiegar le sue armi contro agli Slavi, o Sclavi Sorabi, che pareano disposti alla ribellione. Un esercito[786] raunato dalla Franconia e Sassonia li mise tosto in dovere. S'erano anche apertamente ribellati i popoli della Guascogna abitanti nella falda orientale de' Pirenei. Due spedizioni furono fatte, per le quali tornarono all'ubbidienza con poco lor gusto. Trovandosi in Compiegne, diede un diploma con varie esenzioni[787] al monistero di s. Salvatore di monte Amiate in Toscana nel territorio di Chiusi, e ad Andoaldo abbate, con lasciar ai monaci la libertà di eleggersi i di lui successori, per nostram auctoritatem et consensum, vel dilecti filii nostri Bernardi regis. Fu dato quel privilegio XV kal. decembr. anno, Christo propitio, III domni Ludovici piissimi Augusti, Indictione X. Actum Compendio palatio. Nel catalogo dei duchi di Spoleti[788], posto avanti alla Cronica del monistero di Farfa, si legge sotto questo anno Geraldus dux: il che ha fatto credere che in quest'anno egli fosse eletto duca di Spoleti, quantunque, siccome vedremo all'anno 821, Guinigiso seguitasse ad essere duca di quella provincia. Di questo parleremo più abbasso. Il conte Campelli[789] francamente scrive che questo Geraldo, appellato altrove più rettamente Gerardo, era figliuolo del suddetto Guinigiso, e che dal padre fu dichiarato suo compagno nel ducato, mentre vivea tuttavia Romano altro suo figliuolo, già creato duca. Ma non sappiam di certo che Gerardo fosse figliuolo di Guinigiso; nè sussiste che Guinigiso godesse l'autorità di dichiararsi un collega nel ducato, perchè ciò apparteneva all'imperadore, o pure al re d'Italia; e meno qui sussiste (siccome si osservò all'anno 806) che quel Romano fosse figliuolo di Guinigiso, e duca anche egli vivente di Spoleti. Può ben l'accurato storico produrre le sue conghietture intorno ai fatti antichi che egli descrive, ma non dee già spacciare come fatti indubitati i suoi sogni, perchè facilmente si fabbrica un inganno ai lettori.
NOTE:
[777] Anast. Biblioth., in Leon. III.
[778] Idem, in Vit. Stephani IV.
[779] Astronom., in Vit. Ludov. Pii.
[780] Tegan., de Gest. Ludovici Pii, num. 16.
[781] Ermold. Nighell., lib. 2, P. II, tom. 2 Rer. Italic.
[782] Agnell., P. I, tom. 2, Rer. Ital.
[783] Anast., in Vit. Stephani IV.
[784] Annales Franc. Lambec. Annal. Franc. Hildesheim
[785] Ermold. Nigellus, Poemat., lib. 2.
[786] Annal. Franc. Laureshamens. Annal. Fran. Bertin.
[787] Ughell., Ital. Sacr., tom. 3, in Episcop. Clusin.
[788] Chron. Farfens., P. II, tom. 2 Rer. Ital.
[789] Campelli, Storia di Spoleti, lib. 15.
Anno di CRISTO DCCCXVII. Indizione X.
PASQUALE papa 1. LODOVICO PIO imperadore 4. BERNARDO re d'Italia 6.
Abbiamo nella Cronica farfense una bolla di Stefano IV papa, che conferma ad Ingealdo, abbate dell'insigne monastero di Farfa, tutti i beni spettanti a quel sacro luogo. Fu essa scritta per manus Christophori scriniarii in mense januario. Datum X kalendas februarii per manus Theodori Nomenclatoris sanctae sedis apostolicae, imperante domno Hludowico Augusto a Deo coronato, magno pacifico imperatore anno III, et patriciatus ejus anno III, Indictione X. In vece di patriciatus crede il p. Pagi[790] che fosse scritto P. C. ejus, cioè post consulatum ejus. Impose esso papa ai monaci di Farfa una pensione annua di dieci soldi d'oro. Ma godendo Farfa il privilegio dei monisteri imperiali, se crediamo al Cronografo, per cura di Lottario imperadore sotto Pasquale successore nel pontificato, fu levato l'obbligo di tal pensione. Poco stette dipoi a dar fine ai suoi giorni il suddetto buon papa Stefano, essendo egli stato rapito dalla morte il dì 24 di esso mese di gennaio. Appena fu egli passato a miglior vita, che di piena concordia restò eletto da tutto il clero e popolo romano il sommo pontefice Pasquale romano, rettore del monistero di santo Stefano, situato presso la basilica vaticana, alle cui virtù Anastasio bibliotecario[791], o qualunque sia l'autore della sua vita, tesse un illustre elogio. Riferisce il suddetto autore della Cronica farfense una bolla conceduta da lui in favore di quel monistero, e data kal. februarii per manus Nomenclatoris sanctae sedis apostolicae, imperante domno Hludowico piissimo perpetuo Augusto a Deo coronato magno pacifico imperatore anno III, Indictione X, cioè nell'anno presente. Non si truova in questa bolla menzione alcuna della pensione suddetta, e vedremo poscia che ne' diplomi susseguenti di Lottario I Augusto essa viene abolita. Ma ciò che potrebbe far sospettare della legittimità di tal documento, si è, ch'esso è scritto nel primo giorno di febbraio da Teodoro nomenclatore della santa Sede apostolica, quando l'Astronomo[792], scrittore di quei tempi, ci fa sapere che papa Pasquale post expletam consecrationem solemnem (nel dì 25 di gennaio) legatos, ec. imperatori misit. Hujus legationis bajulus fuit Theodorus nomenclator, ec. Se terminata che fu la consecrazione del nuovo papa, Teodoro fu spedito in Francia, come potè egli stendere quella bolla? Ma dagli Annali lauresamensi si ha[793] che il papa dopo la consecrazione spedì solamente lettera di scusa, e dipoi inviò Teodoro. Però può egli aver tardato fin dopo il primo di febbraio a mettersi in viaggio. Una particolarità poi si ricava dalle parole del medesimo Astronomo, che così scrive del suddetto papa: Legatos cum epistola apologetica, et maximis muneribus imperatori misit, insinuans, non se ambitione, nec voluntate, sed electione et populi acclamatione, huic succubuisse potius quam insiluisse dignitati. Odansi ancora gli Annali lauresamensi: Stephanus papa, postquam Romam venerat, mense, sed nondum expleto, circiter VIII kalendas februarii diem obiit. Cui Paschalis successor electus, post completam solemniter ordinationem suam, et munera, et excusatoriam imperialem misit epistolam in qua sibi non solum nolenti, sed etiam plurimum renitenti, pontificatus honorem veluti impactum asseverat. Questa lettera di scusa d'essere stato consecrato papa Pasquale contra sua voglia, fa abbastanza intendere che ne' patti della signoria di Roma conferita da Carlo imperadore e da Lodovico suo figliuolo a Leone III e a Stefano IV sommi pontefici, vi doveva essere, che per consecrare il nuovo papa eletto si dovesse aspettare l'approvazione e il consenso dell'imperadore pro tempore. Abbiam veduto che esso Stefano IV, il primo che dopo fatta la rinnovazion dell'imperio romano nella persona di Carlo Magno, fu eletto papa e consecrato immantenente, per attestato del medesimo autore della vita di Lodovico, praemisit legationem, quae super ordinatione ejus imperatori satisfaceret. Fin dai tempi dei re goti fu introdotto il costume, continuato poi per più secoli dai greci imperadori (chiamisi anche abuso, che non importa), di non venire alla consecrazione del papa eletto, se prima non era giunto l'assenso dell'imperadore, padrone allora e sovrano di Roma, o almeno dell'esarcato de' Ravennati. Carlo Magno e Lodovico Pio, succeduti nel dominio di Roma, non volendo essere da meno dei precedenti Augusti, imposero questa medesima obbligazione ed aggravio al clero e popolo romano. Ma ai Romani quest'obbligo e peso parve sempre grave ed ingiusto; e giacchè era passato qualche tempo, dappoichè essi Romani si erano staccati dall'ubbidienza de' greci imperadori, che liberamente aveano consecrati i papi, non sapevano accomodarsi sotto Lodovico Pio a questo giogo. Però senz'altro riguardo vennero all'ordinazione di Stefano IV e di Pasquale, confidati nella pietà e bontà di Lodovico Pio, che accetterebbe le scuse del loro operato: nel che non s'ingannarono. Ma andando innanzi, vedremo sostenuto con forza questo, chiamato dagl'imperadori diritto della corona, e dai Romani abuso.
Aggiugne il suddetto Astronomo che hujus legationis (di papa Pasquale) bajulus fuit Theodorus nomenclator, qui negotio peracto, et petitis impetratis, super confirmatione scilicet pacti et amicitiae more praedecessorum suorum, reversus est. Altrettanto abbiamo dagli Annali lauresamensi, ne' quali missa alia legatione, pactum, quod cum praedecessoribus suis factum fuerat, et secum fieri et firmari rogavit. Hanc legationem Theodorus nomenclator et detulit, et ea quae petierat, impetravit. E qui non si può di meno di non rammentare la famosa costituzione Ego Ludovicus, accennata da Leone Ostiense, riferita da Graziano[794], e rapportata più ampiamente negli Annali ecclesiastici[795]. Vien questa creduta un'impostura dal padre Pagi[796] e da altri che ne recano le pruove; laonde a me pure non dee essere disdetto l'esporre onoratamente il sentimento mio intorno ad essa, non mosso da veruna passione, ma guidato dal solo amore della verità, la quale, chiunque ancora ha sommo rispetto per la santa Sede, dee preferir sempre alla bugia. Col voler sostenere opinioni inverisimili uno scrittore non giova ad altrui; fors'anche gli nuoce e solamente può guadagnare a sè stesso lo svantaggioso titolo di adulatore oppur quello di sciocco. Ora io dico non potersi mai sostenere per documento legittimo e veramente uscito dalla cancelleria di Lodovico Pio quella costituzione. Vi manca la data: segno che ne resta una sola copia informe, e non autentica, la quale non può far pruova sicura. Contiene essa veramente molti stati che erano in dominio della Chiesa romana e de' sommi pontefici. Ivi è confermata al papa la città di Roma col suo ducato, ma colla giunta di queste parole: Sicut a praedecessoribus vestris (dovrebbe dire nostris) usque nunc in vestra potestate et ditione tenuistis et disposuistis. S'è veduto in addietro, se con sovranità, oppure con dipendenza i papi governassero Roma e il suo ducato, e continueremo anche a vederlo. Ma non può stare che Lodovico Pio confermasse o donasse a papa Pasquale Siciliam sub integritate cum omnibus adjacentibus, et territoriis maritimis, ec. La Sicilia era allora dell'imperator greco, con cui durava la pace e concordia, confermata anche nell'anno presente, come si ha dagli Annali bertiniani. Non si può mai credere che il papa chiedesse e l'imperador d'Occidente donasse la roba altrui. Gli conferma ancora Lodovico Patrimonia ad potestatem et ditionem nostram pertinentia, sicut est patrimonium Calabriae inferioris et superioris, et patrimonium neapolitanum. Ma evidente cosa è che l'imperadore non istendeva allora la sua podestà e dominio sopra la Calabria, nè sopra Napoli, che erano allora sotto la giurisdizione dell'imperador d'Oriente, e ciò senza contrasto alcuno. Almeno non toccava a Lodovico Pio di confermare al papa degli allodiali situati sotto il dominio altrui. Più sotto si lascia ai Romani la libertà di consecrare il nuovo papa eletto, senza obbligo di attendere l'approvazion dell'imperadore. E i fatti precedenti e i susseguenti, siccome vedremo, convincono d'insussistenza una tal concessione. Lascio andare altre riflessioni, bastando queste per conchiudere che non merita d'essere attribuita quella costituzione, almeno tal quale essa è oggidì, a Lodovico Pio; e potersi con tutto fondamento sospettare che nascesse quella carta, oppur fosse alterato ed interpolato il vero documento, nel secolo undecimo, dappoichè i pontefici cominciarono a muovere delle pretensioni sopra la Sicilia, e a non voler sofferire che gli imperadori avessero mano nella creazion de' papi: tempo appunto in cui Leone Ostiense cominciò a farne menzione. Una costituzione diversa da questa viene accennata dal Dandolo nella sua Cronica[797].
Bollivano intanto delle controversie di confini nella Dalmazia tra i due imperadori d'Occidente e d'Oriente, perchè la Dalmazia mediterranea apparteneva al primo, la marittima al secolo. Forse ancora verso il Levante non erano per anche bene stabiliti i confini[798]. Niceforo ambasciatore di Leone imperador dei Greci spedito ad Aquisgrana nell'anno presente, trattò di questo affare; ma perchè non si trovava allora alla corte Cadaloo, ossia Cadolaco, a cui spettava la cura di que' confini, bisognò aspettare. E da ciò possiam dedurre che Cadaloo fosse in questi tempi duca o marchese della marca del Friuli, ed avere unita al suo governo la Dalmazia franzese. Venuto poi Cadaloo ad Aquisgrana, e conoscendosi necessaria l'ispezione de' siti, fu egli col greco ambasciatore inviato in Dalmazia, e datogli per aggiunta Albigario nipote d'Unroco, uno probabilmente degli antenati della famiglia di Berengario, che fu poi re d'Italia sul fine di questo secolo. In quest'anno ancora, quantunque i Danesi dessero a credere di voler pace, Lodovico Augusto fece lor guerra in aiuto di Erioldo re scacciato da essi. Ma la più solenne azione fatta nel presente anno dall'imperadore Lodovico fu l'aver egli in tempo di state adunata in Aquisgrana la general dieta de' suoi stati[799], dove propose di dichiarar imperadore e suo collega nell'imperio Lottario suo primogenito. Tunc omni populo placuit, ut ipse se vivente, constitueret unum de suis filiis imperare, sicut pater ejus fecerat ipsum. Restò in fatti proclamato e coronato imperador dei Romani ed Augusto esso Lottario, con gran giubilo e festa del popolo; e dal giorno di questa sua esaltazione alcuni cominciarono a contar l'epoca del di lui imperio. I due suoi fratelli, cioè Pippino e Lodovico, amendue, o prima o allora dichiarati re, furono mandati dal padre l'uno in Aquitania, l'altro in Baviera, cioè ne' regni destinati per loro porzione. Confessa Tegano[800] che ob hoc, cioè per la dignità imperiale conferita a Lottario ceteri filii indignati sunt; perchè l'essere d'imperadore portava superiorità non solo d'onore, ma di comando e di giurisdizione sopra dei re, e sopra tutta la monarchia franzese.
Più nondimeno di que' due fratelli se l'ebbe a male Bernardo re d'Italia. Non gli mancarono dei cattivi consiglieri che gli persuasero di non sofferir la risoluzione presa dall'Augusto suo zio, rappresentandogli, come si può credere, che a lui, siccome figliuolo di Pippino già re d'Italia, maggiore d'età che Lodovico Pio di lui fratello, competeva maggior diritto all'imperio, e tanto più, perchè chi era re d'Italia, parea più conveniente che fosse anche imperadore. Pertanto lo sconsigliato giovinetto principe, senza considerare che la sua nascita pativa delle eccezioni, e che le forze sue non poteano competere col monarca delle Gallie e della Germania, e che massimamente per l'interposizione di Lodovico Pio, Carlo Magno l'avea fatto re d'Italia: si diede a far gente e a meditar ribellione[801]. Fu inviata all'imperador Lodovico, nel mentre che tornavava in Aquisgrana, questa nuova da più d'uno, ma principalmente da Rataldo vescovo di Verona (chiamato da altri Rotaldo) e da Suppone conte di Brescia, con supporgli che Bernardo avesse già preso tutti i passi alle Chiuse dell'Italia, e messe ivi delle guarnigioni, e che tutte le città d'Italia avessero mano in questa congiura: il che in parte era vero e in parte falso. Però l'Augusto Lodovico con somma prestezza raccolto un potente esercito da tutta la Gallia e Germania, s'inviò senza dimora alla volta d'Italia. Non ci volle di più per far rientrar in sè stesso il mal accorto Bernardo, che scorto oramai di non aver possanza da contrastare coll'Augusto zio, perchè di dì in dì s'andavano ritirando da lui e desertando le truppe italiane, prese finalmente il partito di ricorrere alla clemenza dell'irritato imperadore. Deposte dunque l'armi, andò fino alla città di Sciallon in Borgogna a gittarsi ai di lui piedi. Gli tennero dietro altri che avevano avuta parte nella congiura, fra' quali specialmente sono menzionati Eggideo, uno dei più confidenti d'esso re Bernardo, Rinaldo cameriere d'esso re, e Reginario già conte del palazzo dell'imperadore e figliuolo di Meginario conte. Trovaronsi inoltre mischiati in questo trattato Anselmo arcivescovo di Milano, Wolfoldo vescovo di Cremona, e, quel che è più da stupire, Teodolfo vescovo d'Orleans in Francia, sedotti forse dall'amore verso l'Italia sua patria. Questi personaggi, non solamente dopo la deposizion dell'armi spontaneamente si misero nelle forze dell'imperadore, ma anche ai primi interrogatorii scoprirono tutta l'orditura della lor tela. Noi non abbiamo se non gli autori franzesi che parlano di questo affare. Per buona ventura, pochi anni sono, Gian Burcardo Menchenio diede alla luce una Cronichetta longobarda, composta da Andrea prete italiano[802] in questo medesimo secolo, e da me ristampata[803], che scrive essere stato fraudolentemente chiamato in Francia l'infelice Bernardo dall'imperadrice Ermengarda, e ch'egli dopo aver ricavato dagli ambasciatori che doveano averne sufficiente mandato, un giuramento di sicurezza o salvocondotto per la sua persona, v'andò: e male per lui. Conjux ejusdem Ludovici, Hermengarda nomine, inimicitiam contra Bernardum Langobardorum regem gerens, mandavit ei, quasi pacis gratia, ad se veniret. Ille ab his nobilibus legatis sacromenta fidei suscepit, in Franciam ivit. Comparirà molto probabile un tal racconto. Fu intanto messo in prigione il misero re, e tutti i complici di quella congiura.
In quest'anno ancora attese il pio imperador Lodovico alla riforma dei monisteri, valendosi specialmente dell'opera di Benedetto abbate già di Aniana, e allora d'Inda[804], uomo di santa vita, e tale, per sentimento d'alcuni, che potea gareggiare nelle virtù con san Benedetto patriarca dei monaci in Occidente. Ordinò ancora l'uniformità del rito benedettino per tutti i monisteri. Fino a quest'anno Grimoaldo Storesaiz, principe, ossia duca di Benevento, tenne le redini del governo di quegli stati. Avea fatto ricorso a lui Sicone, uomo nobile e riguardevole di Spoleti, prima dell'anno 810, perchè era incorso nella disgrazia di Pippino re d'Italia. L'Anonimo salernitano lo racconta nella storia da me data alla luce[805]. Grimoaldo l'accolse umanamente, e il fece conte di Agerenza. Per cagione di caccia sorse da lì a molto tempo amarezza e discordia fra i due figliuoli del suddetto Sicone, cioè Sicardo e Siconolfo dall'una parte, e Radelchi ossia Radelgiso conte di Conza. Fecene querela Radelchi al duca Grimoaldo, che, per placarlo, spedì subito ordine a Sicone di comparirgli innanzi senza dimora. Da questa citazione, ben conoscendo d'onde veniva il vento, spaventato Sicone, già pensava a fuggirsene per mare a Costantinopoli; ma penetrato dal popolo di Agerenza questo suo disegno, tanto era l'amore che gli portavano, che il confortarono a non abbandonarli, esibendosi tutti pronti di dar la vita per lui. Perciò egli rispose a Grimoaldo di non poter venire per trovarsi infermo. Da questa risposta, ma più dalle frange che vi fece Radelgiso, irritato il principe, raunato lo esercito, si portò all'assedio di Agerenza. Sostenne quel popolo vigorosamente la difesa di quella città, e riuscì anche un dì ai figliuoli di Sicone di dare una fiera spelazzata a quei di Conza, in maniera che stentò il loro conte Radelgiso a mettersi in salvo. Ma perchè scappò detto un giorno a Grimoaldo che gl'incresceva di far quella guerra ad un nobile straniero, ricevuto da lui sotto la sua fede, Radelgiso uomo accorto, mutata massima, si esibì di condur Sicone alla di lui presenza. Entrato in fatti in Agerenza, e pacificatosi con Sicone, anzi formata lega con lui, il menò davanti a Grimoaldo, che gli perdonò. Da lì innanzi il gran pensiero di Radelgiso altro non fu che la rovina del duca, con desiderio e speranza d'occupar egli il principato: al quale fine andò guadagnando al suo partito molti del popolo. Ma Dauferio, uomo nobilissimo, co' suoi due figliuoli Roffrido e Potelfrido si dichiarò per invidia in favor di Sicone. Pretendendosi poscia un giorno esso Dauferio ingiuriato dal duca Grimoaldo, talmente mise alla punta i suoi figliuoli, che preso seco un sicario per nome Agelmondo, il misero a morte. Se vogliam prestar fede al suddetto Anonimo salernitano, Grimoaldo era odiato per la sua avarizia, per gli affronti e per le minacce che faceva ai grandi, e per le oppressioni che inferiva al minuto popolo. Ma Erchemperto, scrittore di maggiore antichità e credito, cel rappresenta per uomo mansueto e di dolci costumi; e scrive che Radelchi conte di Conza e Sicone gastaldo di Agerenza, ingrati agli onori ricevuti da Grimoaldo, cospirarono contra di lui; e che trovandosi egli ridotto agli ultimi respiri per qualche malattia, gli affrettarono con delle ferite la partenza dal mondo. Non essendo restata prole di Grimoaldo, si venne dal popolo all'elezione d'un nuovo principe di Benevento; e son d'accordo Erchemperto e l'Anonimo salernitano, che specialmente per opera e persuasione di Radelgiso (che se n'ebbe poscia a pentire) fu alzato al trono Sicone.
NOTE:
[790] Pagius, ad Ann. Baron.
[791] Anastas., in Vit. Paschalis.
[792] Astronomus, in Vit. Ludov. Pii.
[793] Annales Francor. Laureshamenses.
[794] Gratian., Dec. Ego Ludovicus, Dist. LVIII.
[795] Baron., in Annal. Eccl.
[796] Pagius, in Crit. Baron.
[797] Dandulus, in Chron., tom. 12 Rer. Italic.
[798] Astronom., in Vit. Ludovici Pii. Eginhard., in Anual. Francor.
[799] Annales Franc. Laureshamens. Annal. Franc. Moissiacens.
[800] Theganus, de Reb. Gest. Ludovici Pii, num. 21.
[801] Eginhardus, in Annal. Franc. Annales Franc. Bertiniani. Astronomus, in Vita Ludovici Pii.
[802] Andreas Chron. apud Menchenium, tom. 1.
[803] Antiquit. Ital., Dissert. II.
[804] Astronomus, in Vita Ludovici Pii.
[805] Rer. Ital. P. II, tom. 2, pag. 198.
Anno di CRISTO DCCCXVIII. Indiz. XI.
PASQUALE papa 2. LODOVICO PIO imperadore 5.
Per attestato di Eginardo[806] e dell'Astronomo[807], per tacer le altre istorie, in quest'anno, terminato il processo contra di Bernardo re d'Italia e contra dei complici di quella congiura, fu proferita sentenza di morte sopra cadauno dei secolari; ma l'imperador Lodovico commutò la pena, contentandosi che loro solamente fossero cavati gli occhi. Con tal crudeltà fu eseguito questo decreto nel giovane re Bernardo e in Reginario, che amendue per ispasimo, più che per malinconia, da lì a tre giorni cessarono di vivere. Sembra che Andrea[808] prete italiano di questo secolo nella Cronichetta attribuisca tal manifattura all'imperadrice Ermengarda, con iscrivere: Hermengarda, mox ut potuit, ut audivimus, nesciente imperatore, oculos Bernardo evulsit, isque ipso dolore defunctus est, postquam quinque regnaverat annos, duos sub Carolo, tres sub Hludovico. Inverisimile non è il sospetto che l'imperadrice vagheggiando il regno d'Italia per uno dei suoi figliuoli, giacchè altro non potè ottenere dal marito, se non che Bernardo perdesse gli occhi, s'ingegnasse ch'egli perdesse con gli occhi anche la vita. Non sussiste già che l'imperadore non sapesse qual gastigo fu decretato a Bernardo. Ma certo, se Bernardo spontaneamente andò a mettersi nelle mani dell'imperadore, per implorar la sua clemenza, non mancò dell'inumanità nella pena a lui data; peggio poi, s'egli v'andò chiamato e sotto la buona fede. In fatti l'Augusto Lodovico dopo qualche tempo, per attestato di Tegano[809], rimordendogli la coscienza, Magno cum dolore flevit multo tempore, et confessionem dedit coram omnibus episcopis suis, et judicio eorum poenitentiam suscepit, propter hoc tantum, quia non prohibuit consiliarios hanc crudelitatem agere. Ob hanc causam multa dedit pauperibus propter purgationem animae suae. Questo suo pentimento cadde nell'anno 822, siccome vedremo. I vescovi poi che avevano avuta parte nella congiura suddetta furono deposti dagli altri vescovi, e relegati in varii monisteri. Una tal condanna per conseguente piombò sopra di Anselmo arcivescovo di Milano, e sopra Teodolfo vescovo di Orleans. Ma, siccome osservò il padre Pagi[810], Teodolfo fu ben sospetto di quel delitto, ma egli stette sempre saldo in chiamarsi innocente, siccome apparisce dai suoi versi ad Adolfo arcivescovo bituricense, ossia di Bourges, e a Modoino vescovo di Autun. Comune sentenza è che il corpo del re Bernardo fosse portato a Milano, e gli fosse data sepoltura nella basilica di santo Ambrosio. Tristano Calco[811] racconta che a' suoi dì fu ritrovata l'iscrizione a lui posta colle seguenti parole:
BERNARDVS CIVILITATE MIRABILIS CETERISQVE PIIS VIRTVTIBVS INCLYTVS REX HIC REQVIESCIT REGNAVIT ANNOS QVATVOR MENSES QVINQVE OBIIT XV KAL. MAII INDICT. X. FILIVS PIAE MEMORIAE PIPINI.
Il Sigonio e il cardinal Baronio in vece dell'Indict. X, scrissero Indict. XI, perchè veramente nell'anno presente 818, in cui egli restò privato di vita, correva l'indizione undecima. Ma anche il Puricelli[812] attesta leggersi in quel marmo l'indizione decima. Ora non sussistendo che la morte del re Bernardo accadesse nel corso di quella indizione, cioè nell'anno 817, nè accordandosi colla storia, nè coll'epoca del suo regno più comunemente usata in Italia, il dirsi ch'egli regnò quattro anni e cinque mesi, ho io altrove dubitato[813] dell'antichità e legittimità di quella iscrizione. Per altro abbiamo dal Puricelli suddetto che nell'anno 1638 si scoprì nella basilica ambrosiana un'arca, dove erano due cadaveri, l'uno de' quali fu creduto del re Bernardo, perchè a canto avea uno scettro di legno indorato, la veste era di seta con frange d'oro, le scarpe di cuoio rosso colle suole di legno, e con gli speroni di rame indorato. L'altro cadavero fu riputato quello dell'arcivescovo Anselmo, perchè a lato v'era una mitra episcopale, un pastorale di legno, e un anello d'argento indorato con gemma. Perciò tanto il Puricelli, quanto l'Ughelli e il padre Papebrochio, furono di parere che nell'anno 821, oppure 822, quell'arcivescovo, ottenuto il perdono, se ne ritornasse a Milano alla cattedra sua. Pel suo ritorno abbiamo fondamento bastante. Pel sepolcro non v'ha che delle conghietture. Abbiamo bensì di certo da Reginone[814], che habuit iste Bernhardus (rex) filium nomine Pipinum, qui tres liberos genuit, Bernhardum, Pipinum, et Heribertum. Di questo Pippino, figliuolo del re Bernardo, fa anche menzione Nitardo[815], con dire ch'egli avea dei beni in Francia; nè mancano scrittori moderni che pretendono derivata da Eriberto suo figliuolo la schiatta degli antichi conti di Vermandois. Lasciarono i Sammartani[816] in dubbio se questo giovane Pippino fosse legittimo o bastardo. Siam tenuti alla diligenza del padre Mabillone[817], che mise qui in chiaro la verità, con rapportar lo strumento della fondazione del monistero delle monache di santo Alessandro di Parma, scritto in quella città nell'anno 835, in cui si truova chi fu moglie del prelodato re Bernardo, e madre del prefato Pippino, cioè Cunicunda, relicta quondam Bernardi incliti regis, pro mercedem et remedium animae seniori meo Bernardi, vel mea, seu filio meo Pippino, ec. Restò dunque vacante per questo funesto avvenimento il regno d'Italia, e fu alcun tempo governato a dirittura dai ministri dell'imperadore.
Ebbe in quest'anno esso imperador Lodovico da far guerra nella Bretagna minore. Fin dal secolo quinto dell'era cristiana ritiratesi dalla gran Bretagna alcune migliaia di famiglie, quivi piantarono la loro abitazione, dove tuttavia conservano una particolar loro lingua, che vien creduta l'antichissima celtica. Andò dipoi crescendo la loro popolazione, e colla gente cresceva anche l'orgoglio, in guisa che penarono a sottomettersi e a star sottomessi ai Franchi, nazione diversa dalla loro. I duchi di quella provincia s'intitolavano bene spesso re, per mostrare la loro indipendenza, nè volevano pagar tributo ai re franchi. Carlo Magno ebbe anch'egli da fare per reprimere la loro baldanza. Comandava in questi tempi nella minore Bretagna Murmanno, uomo duro e borioso, che permetteva anche al suo popolo di far delle scorrerie nelle provincie vicine de' Franchi. Portatene le doglianze all'Augusto Lodovico, spedì egli Witcario abbate, per esortarlo all'emenda dei danni, e a pagare i dovuti tributi, altrimenti si aspettasse la guerra. La risposta di Murmanno, sedotto da sua moglie, fu piena di superbia e di sprezzo. Però l'imperadore determinò di esigere colla forza ciò che non si poteva ottener colle buone. Vien minutamente descritta da Ermoldo Nigello[818] tutta questa azione, e il viaggio dell'imperadore, e i doni a lui fatti in tal congiuntura dai vescovi ed abbati, e l'unione e marcia dell'esercito contro i Bretoni. Ma non s'ebbe esso Augusto a faticar molto. Portò la buona ventura che Murmanno uscito un dì travestito per ispiare gli andamenti dell'armata francese, incontratosi con un Francese di bassa lega, ma valoroso, appellato Coslo, e venuto con lui alle mani, restò ucciso. Di più non vi volle perchè i popoli bretoni corressero ad implorare il perdono, a giurar fedeltà, e a promettere i tributi. Dopo questa felice impresa tornato l'imperador Lodovico ad Angiò, trovò l'augusta sua moglie Ermengarda aggravata da gagliarda febbre, e tale, che da lì a tre dì la portò alla sepoltura. S'ella ebbe mano nel precipizio del re Bernardo, non tardò già Iddio a chiamarla ai conti. Era già divenuto duca, ossia principe di Benevento, Sicone, siccome abbiam detto. Spedì egli in quest'anno i suoi ambasciatori a Lodovico imperadore, e, secondochè scrive Erchemperto[819], foedus cum Francis innovavit. Eginardo anch'egli lo conferma[820], scrivendo che l'imperadore, quum Heristallium venisset, obvios habuit legatos Siconis ducis Beneventanorum, dona ferentes, eumque de nece Grimoaldi ducis antecessoris suis excusantes. Aggiugne dipoi, che comparvero parimente i legati d'altre nazioni, specialmente di Borna duca dei Gudescani, e di Liudevito duca della Pannonia inferiore, il quale, macchinando delle novità, mandò molte accuse contra Cadaloum comitem, et Marcae Forojuliensis prefectum, tacciandolo d'uomo crudele ed insolente. Per le quali parole ho già io dato il nome di marca al Friuli, e credo già costituiti i marchesi: del che parlerò più abbasso. Fu cagione la rivolta del re Bernardo che l'imperadore in quest'anno costrignesse i suoi fratelli bastardi Dragone, Teodorico ed Ugo a prendere la tonsura monastica, quantunque niuno attribuisca loro demerito o reato alcuno. Proprio è de' principi deboli essere sospettosi, e il lasciarsi trasportare talvolta per questo anche alla crudeltà.
NOTE:
[806] Eginhard., in Annal. Franc.
[807] Astronomus, in Vit. Ludovici Pii.
[808] Antiquit. Italic., Dissert. II.
[809] Theganus, de Gest. Ludovici Pii.
[810] Pagius, ad Annal. Baron.
[811] Tristanus Calchus, Hist. Mediol.
[812] Puricellius, Monument. Basilic. Ambrosian.
[813] Antiquitat. Italic., Dissert. X.
[814] Reginon., in Chronico ad ann. 818.
[815] Nithardus, Hist., lib. 2.
[816] Sammarthani, Hist. General., lib. 4, cap. 13.
[817] Mabillonius, Append. ad tom. 2 Annal. Benedictin., n. 58.
[818] Ermold. Nigel., lib. 3, P. II, tom. 2 Rer. Ital.
[819] Erchempertus, Hist., n. 10.
[820] Eginhard., in Annal. Franc.
Anno di CRISTO DCCCXIX. Indizione XII.
PASQUALE papa 3. LODOVICO PIO imperadore 6.
Rimasto vedovo l'imperador Lodovico, non pensava punto a rimaritarsi; ma cotanto gli picchiarono nell'orecchio i suoi cortigiani, che cangiò pensiero. Per attestato dell'autore anonimo della sua vita[821], timebatur a multis ne regni gubernacula vellet relinquere: cioè, come si può conghietturare, si temeva ch'egli volesse prendere la monastica cocolla. Fatte pertanto venire varie nobili fanciulle alla corte, egli scelse per sua moglie Giuditta, secondo Tegano[822], filiam Welfi ducis, qui erat de nobilissima stirpe Bavarorum. Non duca, ma nobilissimus comes vien chiamato dall'autor della vita di Lodovico Pio questo Welfo, che Guelfo è nel linguaggio de' vecchi italiani, i quali voltavano il W tedesco in GV, come consta in assaissimi altri nomi. Importa non poco ai lettori di far mente a questo Guelfo, perchè da lui fu propagata l'insigne famiglia de' principi guelfi in Germania, che poscia terminò in una donna maritata in casa d'Este e da cui l'Italia prese l'infausta fazione de' Guelfi famosi competitori de' Ghibellini, ossia dei Gibellini. Fra l'altre sue prerogative portò Giuditta in dote una rara bellezza; ma il suo matrimonio col tempo riuscì ben funesto a tutta la monarchia franzese, per quanto andremo vedendo. All'imperadore si era ribellato Liudevilo[823], che già abbiam veduto duca della Pannonia inferiore. Contra di costui si fece marciare nel mese di luglio l'armata d'Italia, che senza fare impresa alcuna se ne tornò a' suoi quartieri. Di ciò insuperbito Liudevito, mandò i suoi inviati all'imperadore, mostrando di voler pace: ma nello stesso tempo proponendo condizioni si alte, che Lodovico non istimò convenevole alla sua dignità di accettarle. Dell'altre pe' suoi legati ne inviò a lui l'imperadore, che furono del pari rigettate. Intanto ritornato dalla Pannonia Cadaloo o Cadolaco marchese, ovvero dux forojuliensis, come vien chiamato da Eginardo, sorpreso da febbre, terminò il corso della sua vita. In luogo suo fu creato marchese o duca del Friuli Baldrico. Andando questi a visitar la Carintia, provincia anch'essa allora sottoposta al suo governo, eccoti entrare in quelle contrade il suddetto Liudevito duca colla sua armata. Scontrossi con lui Baldrico vicino al fiume Dravo; e tuttochè seco non conducesse se non una picciola brigata, pure sì coraggiosamente l'assalì, che il fece suo malgrado ritirar nella Pannonia, con istrage ancora di molti di que' Barbari. All'incontro avendo Liudevito fatta un'incursione nella Dalmazia, e venutogli incontro Borna, che era dianzi, oppur era poco prima divenuto duca di quella provincia, abbandonato dalle sue truppe, ebbe difficoltà a salvarsi colla fuga. Restò con ciò campo a Liudevito di mettere a fuoco e sacco non poca parte della Dalmazia. Borna tenne saldo tutte le fortezze, e con un corpo volante di notte e di dì andò tanto pizzicando l'esercito nemico, che l'astrinse infine ad uscir di quel paese, con averne ucciso circa tre mila, e presi trecento e più cavalli, con altro grosso bottino. Di questi avvenimenti diede egli avviso all'imperadore. Si fecero anche nel presente anno altre spedizioni militari, massimamente per domare i popoli della Guascogna, che s'erano in parte ribellati, e dal re Pippino figliuolo dell'imperadore furono ridotti al dovere.
Intanto in Oriente Leone Armeno imperadore continuava la sua persecuzione contro i difensori delle sacre immagini, fra' quali dicemmo che specialmente si distinse s. Teodoro Studita. Per quanto si stendevano le sue forze ed esortazioni, il sommo Pontefice Pasquale si studiò di mettere freno al furore di quel principe, e di confortare i Cattolici alla sofferenza. Confermò il medesimo papa in questo anno i privilegii della Chiesa di Ravenna con sua bolla data a Getronace arcivescovo. Leggesi questa presso il Rossi[824], ma assai più corretta per cura d'erudito cavalier milanese, mercè d'una antichissima copia (da me ristampata) esistente nella Biblioteca ambrosiana[825]. La data è V idus julias per manum Sergii bibliothecarii sanctae sedis apostolicae. Imperante domino nostro perpetuo Augusto Hludovico, a Deo coronato, magno pacifico imperatore anno, et post consulatum ejus anno (sexto), sedet Hlothario novo imperatore ejus filio anno... Indictione duodecima. Necessario fia, per cagion di queste note, di dire che dall'anno 817, in cui Lottario fu dichiarato dal padre collega nell'imperio, si cominciasse ad usare in Roma l'epoca di lui: il che potrebbe parere alquanto strano, mentre, siccome io ho avvertito altrove[826], altre città d'Italia solamente dall'anno seguente cominciarono a contare gli anni del suo imperio, oppure dell'anno 823, in cui fu egli coronato in Roma. Egli è da credere che con partecipazione del pontefice fosse conferita la dignità imperiale a Lottario, e che perciò non si tardasse in Roma a pagargli quel tributo d'ossequio che conveniva alla di lui sovranità. Attese in quest'anno l'imperador Lodovico, giacchè erano tornati i messi da lui spediti per gli suoi regni, a regolar gli affari delle chiese e dei monisteri, e la vita degli ecclesiastici, siccome apparisce da varii capitolari presso il Baluzio[827]. E perciocchè era seguita una convenzione intorno ad alcune chiese battesimali, oggidì parrocchiali, fra Giso o Gisone vescovo di Modena, e Pietro abbate di Nonantola; in questo anno nel dì primo di ottobre Lodovico Augusto la confermò con un suo diploma, di cui resta memoria nel catalogo di quella badia, da me[828] dato alla luce. Circa questi tempi, se pur non fu molto prima, narra il Dandolo[829] nella sua Cronica che Angelo Particiaco ossia Participazio, doge di Venezia, avendo due figlioli, ne mandò il maggiore, appellato Giustiniano, a Costantinopoli, dove fu graziosamente ricevuto dall'imperador Leone Armeno, con impetrar da lui il grado e titolo d'ipato, ossia di console imperiale. Nello stesso tempo procurò che il popolo dichiarasse suo collega nel ducato Giovanni l'altro suo figliuolo. Ma ritornato Giustiniano da Costantinopoli, e trovata la promozion del fratello, se l'ebbe forte male; nè volendo entrar nel palazzo, andò con Felicita sua moglie ad abitar nella casa contigua alla chiesa di san Severo. Il padre, che teneramente l'amava, pentito di avergli recato questo disgusto, degradò il figliuolo Giovanni, e il mandò in esilio a Jadra, oggidì Zara, con far eleggere dipoi suo compagno nel ducato non solamente il suddetto Giustiniano, ma anche Angelo di lui figliuolo. Irritato da quest'azione Giovanni, dalla Dalmazia si portò alla corte dell'imperador Lodovico, qui in Pergamo erat, per implorare il suo patrocinio. Sarà un error dei copisti la menzione di Pergamo, cioè di Bergamo, perchè Lodovico Augusto, dacchè fu assunto all'imperio, non venne più in Italia. S'interpose in fatti l'imperadore, e fatti de' buoni uffizii il rimandò a Venezia a suo padre il quale per togliere le occasioni di discordia, giudicò meglio d'inviarlo ad abitar colla moglie in Costantinopoli. Aggiugne il suddetto Dandolo che l'imperador Lodovico, per le istanze di Fortunato patriarca di Grado, concedette al popolo dell'Istria di poter eleggere i suoi governatori, vescovi, abbati, tribuni ed altri loro uffiziali, siccome era dianzi stato accordato da Carlo Magno suo padre. Leggesi ancora un privilegio, dato dai suddetti Angelo padre e Giustiniano figliuolo, chiamati per divinam gratiam venetae provinciae duces, a Giovanni abbate del monistero di s. Servolo nel mese di marzo, o di maggio, correndo l'indizione XII, cioè nell'anno presente, dove unitamente con Fortunato patriarca di Grado, e Cristoforo vescovo di Olivola, o vogliam dir di Venezia, e col popolo trasportano que' monaci nella chiesa di sant'Ilario presso il fiume Ima o Una, con varie esenzioni quivi espresse.
NOTE:
[821] Astronom., in Vita Ludov. Pii.
[822] Theganus, Gest. Ludovicii Pii, num. 26.
[823] Eginhard., in Annal. Francor. Annales Francor. Bertiniani.
[824] Rubeus, Hist. Ravenn., p. 237.
[825] Rer. Italic., P. I., tom. X.
[826] Antiquit. Italic., Dissertat. 10.
[827] Baluz., Capitolar. Reg. Franc.
[828] Antiquit. Ital., Dissert. LXVII.
[829] Dandul., in Chron. tom. 12. Rer. Italic.
Anno di CRISTO DCCCXX. Indizione XIII.
PASQUALE papa 4. LODOVICO PIO imperadore 7. LOTTARIO imperadore e re di Italia 1.
Di strepitose novità fu feconda in questo anno la città di Costantinopoli. Già era mancato di vita nel precedente Barda patrizio, e cognato di Leone Armeno imperadore, forte di lui appoggio, ma fiero nemico e persecutore de' monaci, perchè nimico delle sacre immagini. Da meno di lui non era lo stesso imperador Leone nel promuovere l'eresia degl'iconoclasti; ma venne il flagello di Dio a visitarlo in quest'anno[830]. Aveva egli condannato a morte Michele, cognominato Balbo, perchè scilinguato, da Amoria città della Frigia, suo capitan delle guardie e patrizio. Mentre questi era condotto al supplizio nella vigilia del Natale del Signore, saltò fuori l'imperadrice Teodosia tutta infuriata, perchè in giorno tale, in cui l'imperadore dovea prepararsi per la sacra comunione, si facesse giustizia, e ne impedì l'esecuzion per allora. Bastò questa dilazione, perchè gli amici di Michele congiurati trucidassero nel dì seguente in chiesa l'imperador suddetto, e poscia fatti eunuchi i di lui figliuoli, li cacciassero in un monistero, uno dei quali nulladimeno non vi arrivò perchè si morì di spasimo. Michele Balbo cavato di prigione coi ceppi tuttavia ai piedi, perchè la chiave stava in saccoccia dell'estinto Leone, andò a mettersi sul trono imperiale, e fu proclamato imperadore, e poscia pacificamente accettato da tutti: uomo per altro macchiato di non pochi vizii, infetto di un'eresia che riteneva i riti ebraici, e non mai degno di quella sublime dignità. Calamitoso ancora riuscì quest'anno a tutto il regno della Francia, perchè v'infuriò la peste sopra gli uomini ed anche sopra i buoi, con essersene attribuita troppo buonamente la cagione alle smoderate piogge che vi si provarono, le quali ancora guastarono sì fattamente i raccolti, che alla peste tenne dietro e si congiunse una terribile carestia. Fu accusato in quest'anno per attestato degli Annali de' Franchi[831], Gera conte di Barcellona di varii delitti, specialmente di fellonia, da un certo Sanilone. Perchè non vi erano chiare pruove del reato, secondo il pazzo costume d'allora, già da lungo tempo introdotto, si venne al giudizio di Dio, cioè al duello, figurandosi la semplicità della gente di que' tempi che Dio nel combattimento assistesse chi avea ragione, cioè tentando empiamente Dio con questi e con altri, ma men pericolosi esperimenti. Vivamente descrive Ermoldo Nigello[832], contemporaneo scrittore, il loro conflitto, fatto a cavallo (perchè amendue erano Goti di nazione) in un parco alla presenza dell'imperadore e di tutta la Corte, notando, fra le altre cose, che fu portata nel campo la bara in servigio di chi vi restasse morto. Toccò a Bera il disotto; ma il pio imperadore il sottrasse alla morte, se non che la caduta sua servì a condannarlo come se veramente fosse reo. Contentossi nulladimeno l'Augusto Lodovico di gastigarlo solamente coll'esilio in Roano. Stavano poi fitte in cuore d'esso imperadore le insolenze e la tracotanza di Liudevito duca della Pannonia inferiore, che gli s'era ribellato, siccome dicemmo. Tre eserciti dunque, raccolti dalla Sassonia, dalla Franconia, Alamagna, Baviera ed Italia, ordinò egli che nel medesimo tempo entrassero ostilmente nella Pannonia; uno dall'Italia per l'Alpi del Norico, un altro per la Carintia, e il terzo per la Baviera. Trovarono il primo e l'ultimo delle difficoltà ad entrarvi, parte per cagion delle montagne difese dai ribelli, e parte per l'opposizione del fiume Dravo, che conveniva valicare. Quello che s'inviò per la Carintia, ebbe più fortuna, benchè in tre luoghi se gli opponesse il nemico, che tre volte restò sbaragliato. Liudevito intanto si tenea forte in un castello inespugnabile della montagna, senza uscire in campagna, e senza parlar di pace. Unitosi poi insieme i tre eserciti, misero a ferro e a fuoco quasi tutta quella contrada. Alla testa dell'esercito italiano era Baldrico duca o pur marchese del Friuli. Nel ritorno a casa passando egli per la Carniola, que' popoli, qui Carcasovum fluvium habitant (si dee scrivere, qui circa Savum fluvium habitant) confinanti col Friuli, se gli arrenderono, ed altrettanto fece una parte della Carintia, che dianzi s'era data a Liudevito. In quest'anno ancora fu guerra in Ispagna contra di Abulaz re de' Saraceni. E nel mare d'Italia otto navi di mercatanti venendo dalla Sardegna in Italia, rimasero prese dai Saraceni, e affondate in mare. Gli Annali dei Franchi ci hanno taciuta una particolarità importante per l'Italia: cioè, che in quest'anno l'imperador Lodovico concedè al primogenito suo Lottario, già dichiarato imperadore nell'anno 817, il regno d'Italia. Ma questo fatto, siccome han dimostrato con varii esempli i padri Cointe, Mabillone e Pagi, abbastanza si raccoglie dall'epoca usata in varie carte sì entro che fuori d'Italia, che ebbe principio nell'anno presente. In pruova di ciò addurrò anch'io varie pergamene da me vedute, ed altre si possono vedere nelle mie Antichità italiche[833]. Il padre Pagi[834] crede che essa epoca avesse principio prima del dì ultimo di maggio dell'anno presente. Deduco io da un suo diploma, da me rapportato altrove[835], ch'essa era cominciata anche prima del dì 3 di febbraio, essendo quel documento dato III nonas februarias, anno, Christo propitio, imperii domni Hlotharii imperatoris XVIII, Indictione XV, cioè nell'anno 837, giacchè l'epoca dell'imperio denotava quella del regno. Dirò di più: puossi anche dubitare, per quanto proposi nelle Antichità italiane[836], che tale epoca prendesse principio negli ultimi mesi dell'anno 819; sopra di che lascerò disputarne ad altri. Comunque sia, a noi basti di sapere che al regno d'Italia fu dato in quest'anno (se pur ciò non seguì nel precedente) un nuovo re, e questi fu Lottario, imperadore, il quale non andrà molto che vedremo venire a prenderne il possesso.
NOTE:
[830] Cedren. Leo Grammaticus, Zonaras et alii in Hist. Byz.
[831] Eginhard., Annal. Francor. Annal. Franc. Bertiniani.
[832] Ermold. Nigellus, lib. 3, P. II, tom. 2 Rer. Italic.
[833] Antiquit. Ital., Dissert. X.
[834] Pagius, ad Ann. Baron.
[835] Antiquit. Ital., Dissert. LXXIII.
[836] Ibid., Dissert. X.
Anno di CRISTO DCCCXXI. Indizione XIV.
PASQUALE papa 5. LODOVICO PIO imperadore 8. LOTTARIO imperadore e re di Italia 2.
Trovavasi a Nimega l'imperador Lodovico dopo Pasqua, ed ivi nella dieta dei suoi conti magnati confermò la partizion degli stati fra' suoi figliuoli, precedentemente da lui fatta nell'anno 817. Leggesi questa presso il Baluzio[837]. Di Lottario altro non è detto, se non che era stato dichiarato compagno e successore nell'imperio. Al re Pippino viene assegnata l'Aquitania, la Guascogna, la Linguadoca e la Marca di Tolosa con quattro altri comitati; a Lodovico re la Baviera, la Carintia, la Boemia, e ciò che apparteneva alla monarchia franzese nella Schiavonia e Pannonia. Comanda poi che i due minori fratelli non possano ammogliarsi[838], nè far pace o guerra senza il consiglio o consenso del fratello maggiore, cioè dell'imperadore Lottario. Colà arrivarono nello stesso tempo i legati di papa Pasquale cioè Pietro Vescovo di Cento Celle, oggidì Cività Vecchia, e Leone nomenclatore. Il suggetto di tale ambasciata restò nella penna agli storici. Furono essi prontamente ammessi all'udienza e rispediti. Fecesi ancora in quest'anno una spedizione degli eserciti nella Pannonia contra del ribello Liudevito duca, ed altro non si sa operato da essi, fuorchè l'aver dato il sacco dovunque arrivarono. Nel mese poi di ottobre nella villa di Teodone, essendo stata intimata colà una dieta generale, quivi il giovane imperador Lottario prese per moglie Ermengarda figliuola di Ugo conte[839], discendente da Eticone duca d'Alemagna: Qui erat de stirpe cujusdam ducis nomine Edith, scrive Tegano[840]. Informato il romano pontefice che si aveano a celebrar queste nozze, vi spedì anch'egli i suoi legati, cioè Teodoro primicerio e Floro, che portarono dei gran regali agli Augusti sposi. E allora fu che il piissimo imperador Lodovico, mosso a compassione (probabilmente ancora per le istanze e preghiere del suddetto papa) verso gli esiliati a cagion della congiura del fu re d'Italia Bernardo, li fece venire alla sua presenza[841], nè solamente donò loro la vita e la libertà, ma eziandio fece loro restituire tutto quanto dei lor beni era venuto in potere del fisco. Negli Annali di Fulda più precisamente sta scritto che singulos in statum pristinum restituit. Di qui han preso giusto motivo il Puricelli, l'Ughelli e il padre Papebrochio di credere che Anselmo arcivescovo di Milano se ne tornasse alla sua cattedra, e morisse placidamente fra' suoi. Wolfoldo vescovo di Cremona (chiamato dall'Ughelli[842], non so con qual fondamento modenese) scrive il medesimo autore che mancò di vita nell'esilio, ma senza addurne pruova alcuna. Teodolfo ancora vescovo d'Orleans fu partecipe di questo perdono; ma comune opinione è ch'egli poco ne godesse, e che terminasse da lì a non molto i suoi giorni. Anzi, se è vero quanto scrive Letaldo monaco miciacense[843], il veleno fu quello che il levò di vita, a lui dato da chi nel tempo di sua disgrazia avea occupati i suoi beni. Già dicemmo all'anno 814 che il celebre Adalardo, abbate della vecchia Corbeia, era stato per meri sospetti relegato in un monistero d'Aquitania. A lui pure fece grazia in quest'anno l'imperadore, e il rimise in possesso della sua badia. Avenne in questi tempi che Fortunato patriarca di Grado fu accusato da Tiberio suo prete presso l'imperador Lodovico d'infedeltà[844], quasi che egli esortasse Liudevito duca dell'inferiore Pannonia a persistere nella sua ribellione, ed in oltre con inviargli de' muratori gli desse aiuto a fortificar le sue castella. Fu perciò citato che venisse alla corte. Mostrò egli a tutta prima prontezza ad ubbidire, e a tal effetto passò in Istria. Poscia, fingendo di andare alla città di Grado, ed occultato il suo disegno ai suoi stessi domestici, all'improvviso segretamente s'imbarcò, e portossi a Fara, città della Dalmazia, dove rivelò a Giovanni, governator della provincia per l'imperador greco, i motivi della sua fuga; e questi presane la protezione, non tardò a spedirlo per mare a Costantinopoli. Non ebbe contezza di questo fatto Andrea Dandolo nella sua Cronica di Venezia. Fu in quest'anno nel mese d'agosto tenuto un placito, ossia pubblico giudizio nella città di Norcia del ducato spoletino[845], da Aledramo conte, e da Adelardo e Leone, vassali e messi spediti da Lodovico magno imperadore, ad singulorum hominum causas audiendas et deliberandas. Aveano sessione nel medesimo giudizio Guinigiso e Gerardo duchi, Sigoaldo vescovo di Spoleti, Magio, Ittone e Liutardo parimente vescovi con altri abati, vassi e gastaldi. Aveva il suddetto Guinigiso duca di Spoleti confiscato ad regiam partem, cioè applicato alla camera del re d'Italia (il che la conoscere chi fosse il sovrano di Spoleti) i beni di un certo Paolo, che i monaci di Farfa pretendeano donati al loro monistero, ed anche posseduti da loro. La decision fu in favore d'Ingoaldo abate di Farfa. L'aver trovato nella carta di questo placito con Guinigiso duca Gerardo duca, diede, credo io, motivo a chi fece il catalogo dei duchi di Spoleti, anteposto alla Cronica farfense, di registrarlo fra i duchi di quella contrada; e tale l'hanno tenuto il padre Mabillone, il padre Pagi e l'Eccardo. Anzi il conte Campelli, siccome di sopra accennai, spacciò francamente per figliuolo di Guinigiso questo Gerardo duca. Io senza altre pruove non ardirei di asserirlo duca di Spoleti, perchè potè essere duca d'altro paese, ed essere capitato a Norcia per suoi affari; sapendo noi che s'invitavano ai placiti i più riguardevoli signori che quivi allora si trovavano. Abbiamo già veduto che nei vicini stati della Chiesa i governatori delle città portavano il titolo di duca. Nè di questo Gerardo si truova più menzione; ed essendo passato a miglior vita nell'anno seguente Guinigiso, duca indubitato di Spoleti, vedremo che gli succede Suppone, senza che più si parli di Gerardo. Però tali riflessioni fanno me andar guardingo a concedergli luogo fra i duchi di Spoleti. Al più si potrebbe sospettare che fosse stato duca di Camerino. Abbiamo poi dal Dandolo[846] che Angelo Particiaco doge di Venezia, udita l'assunzione al trono imperiale d'Oriente di Michele Balbo, gli spedì per suo ambasciatore Angelo figliuolo di Giustiniano suo figliuolo, che avea per moglie una nobil donna per nome Romana. Ma questi giunto a Costantinopoli, da lì a pochi giorni s'infermò e morì.
NOTE:
[837] Baluz., Capitular. Reg. Franc., tom. 1, p. 573.
[838] Eginh., Annal. Franc. Annal. Franc. Bertiniani.
[839] Eccard., Hist. Genealog. Domus Habsburg.
[840] Thegan., de Gest. Ludovici Pii, num. 28.
[841] Annal. Franc. Lauresham. Annal. Franc. Bertiniani.
[842] Ughell., tom. 4 Ital. Sacr.
[843] Letald., de Miracul. S. Maximini, cap. 13.
[844] Eginh., Annal. Franc. Annal. Franc. Bertiniani.
[845] Chron. Farfens.
[846] Dandulus, Chron., tom. 12 Rer. Ital.
Anno di CRISTO DCCCXXII. Indizione XV.
PASQUALE papa 6. LODOVICO PIO imperadore 9. LOTTARIO imp. e re d'Italia 3.
Per attestato di Eginardo e d'altri antichi annalisti, l'anno fu questo in cui l'imperador Lodovico, trovandosi nella dieta di Attignì, che fu universale di tutto l'imperio, e v'intervennero anche i legati del papa, si riconciliò con Drogone, Teodorico ed Ugo, suoi fratelli bastardi[847], ch'egli nell'anno 818 avea forzati a prendere l'abito monastico. A Drogone diede nell'anno seguente il vescovato di Metz, ad Ugo varii monisteri, Teodorico verisimilmente col morir poco appresso non godè dei benefizii a lui pure compartiti o destinati dal fratello Augusto. Si accusò ancora pubblicamente il religiosissimo imperadore della crudeltà usata contra di Bernardo re d'Italia suo nipote, e di quanto aveva operato contra di Adalardo abate e di Walla suo fratello, personaggi illustri della real famiglia; e ne domandò e ne fece pubblica penitenza. Dopo la dieta di Attignì[848] egli spedì l'Augusto Lottario suo primogenito al governo dell'Italia, e gli mise a' fianchi il suddetto Walla, già fatto monaco e Gerungo che era ostiariorum magister nella sua corte, acciochè essendo esso suo figliuolo tuttavia giovane ed inesperto, si regolasse negli affari del regno col loro consiglio. Questo Walla abate, nella vita di lui scritta da Pascasio Ratberto, e pubblicata dal padre Mabillone[849], è chiamato paedagogus Augusti Caesaris; noi diremmo aio di Lottario imperadore. Son di parere il suddetto padre Mabillone[850] e il padre Pagi[851] che da questo ingresso di Lottario cominciasse un'altra epoca, che dicono incontrarsi in alcuni diplomi. Veramente nell'insigne archivio dell'arcivescovato di Lucca ho io vedute varie pergamene segnate con gli anni di esso imperador Lottario, postquam in Italiam ingressus est. Una di quelle fu scritta Anno XXVIII. Hlotharii imperatoris, postquam, ec. Indictione XIII, nono kal. martias, cioè nell'anno 850. Ma questa epoca pare dedotta dall'anno seguente 823, poichè in Lucca non si contavano peranche nel febbraio dell'anno presente gli anni di Lottario, ciò constando da un placito tenuto da due Scabini, dove son queste parole: Facta notitia judicati in regno Dno nro Hludovvic magni imperatoris, anno imperii ejus nono, mense aprile, Indictione quintadecima, cioè nell'anno 822, dove non si vede menzione di Lottario. Un'altra carta vidi scritta regnante. D. N. Hlothario imperatore Augusto, anno imperii ejus postquam in Italia ingressus est, trigesimo tertio, et figlio ejus D. N. Hludovvico idemque imperator, anno sexto, decimo kal. octobris, Indictione quarta. Un'altra ha le seguenti note: Anno XXV. Hlotarii imperatoris postquam in Italia ingressus est, V nonas martias, Indictione X, cioè nell'anno 847, a dì 3 di marzo. Questa epoca, che mi sembra dedotta dall'anno presente, non s'accorda colle precedenti; e però lascerò sopra di ciò disputare a chi ha più abbondanza di tempo.
Abbiamo a quest'anno le seguenti parole di Eginardo[852], alle quali son conformi quelle d'altri annalisti[853]. Vinigisus dux spoletanus, jam senio confectus, habitu saeculari deposito, monasticae se mancipavit conversationi; at non multo post tactus corporis infirmitate decessit. In cujus locum Suppo Brixiae comes substitutus est. Sicchè nell'anno presente Guinigiso duca di Spoleti si fece monaco, e poco dappoi compiè il corso della sua vita, e in luogo suo fu sostituito dagl'imperadori Lodovico e Lottario Suppone conte di Brescia. Questo Guinigiso vien chiamato il secondo dal padre Mabillone[854], perchè nel catalogo anteposto da me alla Cronica di Farfa si legge due volte Guinichus dux. Ma siccome ho di sopra avvertito, un solo Guinigiso governò quel ducato, e ciò a noi viene anche insinuato dal jam senio confectus. Il conte Campelli ed altri hanno poi creduto ch'egli non lasciasse dopo di sè prole maschile; ma il suddetto padre Mabillone pretende che restasse di lui un figliuolo similmente appellato Guinigiso; perchè in un placito tenuto nella città di Spoleti anno Ludovici et Lotharii imperatorum decimo et quarto, mense aprili, Indictione I, cioè nell'anno seguente 823, Ingoaldo abate di Farfa ricuperò una corte a lui usurpata da Guinigiso vasso dell'imperadore. Per chiarirsi meglio di ciò converrebbe aver sotto gli occhi il placito stesso, e vedere se questo Guinigiso è allora vivente; e quando sia vivo, se apparisca figliuolo del defunto duca Guinigiso, potendo altre persone fuori della di lui casa aver portato il medesimo nome. Per altro non è da fidarsi molto del catalogo suddetto, al vedere che in esso non è dipoi fatta menzione di Suppone, che senza fallo succedette in quel ducato. Secondo i sopraccitati Annali, in quest'anno ancora l'esercito d'Italia fu spedito contra di Liudevito duca ribello nella Pannonia. Costui, veggendo appressarsi le armi nemiche, abbandonata la città di Siscia, oggidì Sissec, posta alla sboccatura del Savo, si ricoverò appresso i Sorabi, creduti dall'Eccardo gli stessi che i Serbi, o Servi, da lì innanzi padroni della Servia. L'Astronomo[855] scrive ch'egli ad quemdam principem Delmatiae venit. Ammesso da quel principetto in una sua città, il pagò da par suo di questo benefizio, perchè ammazzatolo s'impadronì della città medesima. Finalmente o pentito daddovero, o fingendosi pentito, mandò all'imperador Lodovico alcuni de' suoi a chiedere misericordia, con promessa ancora di comparire davanti a lui in persona. Ma il barbaro fu poscia nell'anno seguente ucciso da uno de' suoi: con che diede fine a tante sciagure per sua cagione accadute alla Pannonia. Abbiamo parimente dal Porfirogenneta[856] e dal continuator di Teofane[857], che i Saraceni, e, quel che può recar più maraviglia, i Saraceni di Spagna, s'impadronirono in quest'anno dell'isola di Creta. Credesi che i medesimi coll'aver quivi fabbricata la città appellata Candia, fecero col tempo mutare all'isola il nome. Avendo spedito Deusdedit vescovo di Modena un suo prete all'imperador Lodovico, ottenne la conferma de' privilegii conceduti al vescovato di Modena, ossia alla chiesa di san Geminiano, dai re longobardi, e dei beni spettanti alla medesima, fra' quali era un molino, quod pertinebat ad curtem regis civitatis Novae. Presso il Sillingardi e presso l'Ughelli[858], quel diploma è scorretto in molti siti, e specialmente nel fine. L'originale ha: Durandus diaconus ad vicem Fridugisi recognovi et subscripsi. Data sexto idus februarias, anno Christo propitio VIIII imperii domni Hludovici piissimi Augusti, Indictione XV. Actum Aquisgrani palatio regio.
NOTE:
[847] Hincmarus, de Divor. Lotharii Regis.
[848] Annal. Franc. Eginhard.
[849] Mabill., Saecul. Bened. IV, P. 1.
[850] Idem, lib. 2. cap. 26, de Re Diplom.
[851] Pagius, in Crit. Baron.
[852] Eginhardus, Annal. Franc.
[853] Annales Franc. Bertiniani.
[854] Mabillon., Annal. Benedictin., ad hunc ann.
[855] Astronomus, in Vita Ludovici Pii.
[856] Constantinus Porphyrogenn. de Administr. Imper. cap. 22.
[857] Continuator Chron. Theoph.
[858] Ughell., Ital. Sacr., tom. 2.
Anno di CRISTO DCCCXXIII. Indizione I.
PASQUALE papa 7. LODOVICO PIO imperadore 10. LOTTARIO imperadore e re d'Italia 4 e 1.
Per attestato di Eginardo[859], dell'autore della vita di Lodovico Pio[860] e d'altri annalisti antichi[861], l'imperadore Lottario già venuto in Italia, dopo avere per ordine del padre atteso a rendere giustizia ai popoli in diversi luoghi, già si preparava per tornarsene in Francia, quando fu inviato e pregato da papa Pasquale (rogante Paschale papa) a portarsi a Roma, per quivi ricevere la corona dell'imperio. L'aveano ricevuta Carlo Magno e Lodovico Pio dalle mani de' sommi Pontefici; dovea premere a papa Pasquale di conservare i suoi diritti, e di non permettere che Lottario seguitasse a farla da imperadore senza la solenne funzione della coronazione, Pascasio Ratberto[862] ci fa sapere che Lodovico Pio anch'egli concorse ad inviare colà il figliuolo, mettendo in bocca di Lottario queste parole verso il padre: Ad eamdem sedem (di Roma) clementer me vestra imperialis eximietas misit, ad confirmandum in me, quidquid pia dignatio vestra decreverat, ut essem socius et consors, non minus sanctificatione, quam potestate et nomine. Ecco che ad autenticare e confermare l'elezion di un Augusto si richiedeva la coronazione romana. Unde (soggiugne) quia coram sancto altare et coram sancto corpore beati Petri principis Apostolorum a summo pontifice, vestro ex consensu et voluntate benedictionem, honorem et nomen suscepi imperialis officii. Andò in fatti Lottario a Roma, dove fu accolto con gran pompa (clarissima ambitione) dal sommo pontefice, e nel solenne giorno di Pasqua, che in quest'anno cadde nel dì 3 di aprile, fu maestosamente ornato della corona imperiale, et Augusti nomen accepit, come se cominciasse allora ad usar questo glorioso titolo. Nelle giunte alla storia di Paolo Diacono[863], date alla luce dal Freero, si legge all'anno 823: Lotharius imperator primo ad Italiam venit, et diem sanctum Paschae Romae fecit Paschalis quoque apostolicus potestatem, quam prisci imperadores habuere, ei super populum romanum concessit. E di qui prese principio un'epoca degli anni di Lottario imperadore, che dipoi fu la più usata in Italia ed altrove. Fu in questa occasione del trovarsi in Roma l'imperador Lottario che Ingoaldo abbate di Farfa, come consta da un diploma del medesimo Augusto dell'anno 840, rapportato dal Du-Chesne e da me[864] nella Cronica di Farfa, reclamò nel concistoro, dove erano papa Pasquale ed esso Lottario Augusto, contra del medesimo papa, perchè avea imposta al monistero di Farfa una pensione contro i suoi privilegii. Postquam nos (dice ivi Lottario) divino sibi nutu favente (Lodovico Pio) consortes fecit imperii, ab eo in Italiam directi sumus, et a summo invitati pontifice et universali papa ac spirituali patre nostro Paschali, quondam Romani venimus. Quo dum in praesentia ejusdem domni apostolici ac nostra, procerumque romanorum, sive optimatum nostrorum, atque multorum utriusque partis nobilium virorum quaestiones agitarentur: inter ceteras altercationes, jubente eodem domno apostolico, advocatus suus nomine Sergius, interpellavit virum venerabilem Ingoaldum abbatem, dicens, quod idem Sabinense monasterium (cioè di Farfa) ad jus et dominationem Romanae Ecclesiae pertineret. Ma avendo l'abbate Ingoaldo prodotti i diplomi dei re longobardi e di Carlo Magno, da' quali appariva l'esenzione del suddetto monistero, e che esso era sotto la tutela dei re d'Italia, nè avendo che replicare in contrario l'avvocato pontificio: il pontefice Pasquale riconobbe di non avervi diritto alcuno, e fece restituire all'abbate tutti i beni che ex eodem monasterio potestas antecessorum ejusdem Paschalis papae injuste abstulerat. Rapporta il padre Pagi[865] questo atto all'anno seguente; ma è certo che si deve riferire al presente in cui era tuttavia vivo papa Pasquale. Terminate queste funzioni[866], se ne tornò l'augusto Lottario a Pavia, e di là nel mese di giugno passò a visitar l'imperadore suo padre, con dargli contezza delle giustizie in parte fatte e in parte cominciate in Italia. Il buono imperador Lodovico, standogli forte a cuore il sollievo e buon regolamento de' popoli, spedì allora in Italia Adalardo conte del palazzo, con ordine di prendere per suo compagno Mauringo conte di Brescia, e di perfezionar gli affari non terminati dal figliuolo.
Venuto l'autunno, tenne l'Augusto Lodovico una dieta in Compiegne[867], e colà pervennero nuove da Roma come Teodoro primicerio della Chiesa romana, e Leone nomenclatore suo genero (quel medesimo probabilmente, che nell'anno 817 fu spedito da papa Pasquale a Lodovico Pio) nel palazzo lateranense erano stati prima accecati, e che loro dipoi era stato mozzato il capo: et hoc ideo eis contigisse, quod se in omnibus fideliter erga partes Lotharii juvenis imperatoris egerant. Erant et qui dicerent, jussu vel consilio Paschalis pontificis rem fuisse perpetratam. Dispiacque non poco all'imperadore un tal fatto, ed incontanente diede ordine ad Adalongo abbate di san Vedasto e ad Unfredo conte di Coira, o pur duca della Rezia, di mettersi in viaggio alla volta di Roma, per fare una diligente inquisizione di tali omicidii. In questo mentre arrivarono alla corte i legati del papa, cioè Giovanni vescovo di Selva Candida e Benedetto arcidiacono della santa romana Chiesa, con incombenza di pregar l'imperadore che non prestasse fede a chi volea caricare il pontefice dell'infamia d'aver consentito alla morte di que' tali. Rispediti questi colle convenevoli risposte, fu replicato l'ordine ai legati imperiali di passare a Roma ad esaminar questo fatto. Andarono, ma non poterono raccogliere la certezza come fosse passato l'affare; perchè papa Pasquale si era giustificato col giuramento preso davanti ad un gran numero di vescovi, asserendo di non aver avuta parte in quegli omicidii. Per altro si trovò che il papa difendeva a spada tratta gli autori di quella strage, perchè erano della famiglia di s. Pietro, cioè suoi cortigiani, sostenendo che gli uccisi erano rei di lesa maestà, e però meritevolmente uccisi. Furono spediti di nuovo all'imperadore quattro legati pontificii col ritorno degl'imperiali; ed egli intese da loro la purgazione canonica praticata dal papa, che tagliava il corso ad ulteriori perquisizioni intorno alla pretesa di lui complicità, e udite le scuse degli uccisori (benchè mal volentieri), lasciò morir questo processo senza vendicare gli uccisi. Occisorum vindictam ultra persegui non valens, quamquam multum volens ab inquisitione hujusmodi cessandum existimavit: son parole dello Astronomo nella vita di Lodovico Pio. Chi non vede nella sostanza e nel maneggio di questo fatto la sovranità dell'imperadore in Roma, è da credere che abbia ben corta la vista. Sembra eziandio che i papi allora non istendessero al criminale la loro autorità, forse appartenendo ciò al prefetto di Roma, postovi dall'imperadore; ma ciò io non oso asserirlo. Nel dì 13 di giugno dell'anno presente l'imperadrice Giuditta partorì in Francfort all'Augusto suo consorte un figliuolo, a cui fu posto il nome di Carlo: figliuolo, che diede col tempo occasione ad incredibili sconcerti nella monarchia franzese. Egli è celebre nella storia col nome di Carlo Calvo. Noi, andando innanzi, il vedremo un dì imperadore. Per altro in quest'anno s'unì insieme una gran frotta di disgrazie in Francia, perchè un fiero tremuoto fece traballare Aquisgrana, s'udirono di notte dei suoni insoliti; caddero furiose gragnuole ed assaissimi fulmini, continuò la mortalità degli uomini e delle bestie, ventitrè ville della Sassonia restarono distrutte dal fuoco, creduto del cielo. Abbiamo ancora dagli Annali dei Franchi che in quest'anno nella terra di Gravedona sul lago di Como una vecchia e già scolorita immagine della beatissima Vergine con Gesù Bambino in braccio, adorato dai Magi, per due giorni mandò splendor sì chiaro, che fu cagione di maraviglia a tutti; nè questa irradiazione si stendeva ai Magi. Della verità di questo miracolo io non fo la sigurtà ad alcuno. Così fatti prodigii e disavventure tennero forte inquieto l'animo del piissimo imperadore, di maniera che ricorse ai digiuni e alle orazioni dei sacerdoti, e alle limosine, a fin di placare lo sdegno di Dio, con farsi francamente a credere che tanti malanni presagissero qualche gran rovina al genere umano. Già avea terminato il corso di sua vita Bonifazio conte di Lucca, e verisimilmente marchese di Toscana, del quale parlammo di sopra all'anno 813. Ebbe per successore, in quel governo, Bonifazio II suo figliuolo. Ciò si ricava da uno strumento rapportato da Cosimo della Renna[868], e scritto regnante domno nostro Hludovicus serenissimus Augustus, a Deo coronatus, magnus et pacificus imperator, anno imperii ejus decimo, et domni nostri Hlotarii gloriosissimi Angusti filii et in Italia anno primo, III nonas mensis octobris, Indictione secunda, cominciata nel settembre di quest'anno. Quivi Richilda filia bonae memoriae Bonifati comiti, natio Baivariorum, badessa di s. Benedetto nella città di Lucca, promette ubbidienza a Pietro vescovo e ad Odelberto abbate di san Salvatore di Sesto. Dopo la di lei sottoscrizione seguita quella di Bonifazio conte suo fratello con queste parole: Signum manus Bonifati comitis germanus suprascriptae abbatissae, per cujus licentiam hoc factum est. Sicchè nel governo di Lucca era già succeduto Bonifazio II conte, che verisimilmente fu anche marchese di Toscana per le ragioni che addurremo nell'anno 828.
NOTE:
[859] Eginh., Annal. Francor.
[860] Anonymus, in Vit. Ludov. Pii.
[861] Annales Franc. Bertiniani, etc.
[862] Paschasius Ratbertus, in vita Wallae Ab. apud Mabill.
[863] Rer. Ital., tom. 2, P. I.
[864] Chron. Farfense, P. II, tom. 2 Rer. Ital.
[865] Pagius, in Crit. Baron., ad ann. 824.
[866] Annales Francor. Metenses. Astronom., in Vit. Ludovici Pii.
[867] Annales Lauresham. Astronom., in Vit. Ludov. Pii.
[868] Renna, Serie de' duchi di Toscana, P. I, pag. 95.
Anno di CRISTO DCCCXXIV. Indizione II.
EUGENIO II papa 1. LODOVICO PIO imperad. 11. LOTTARIO imperadore e re di Italia 5 e 2.
Ritornarono a Roma i legati, già spediti da papa Pasquale per discolparsi presso l'imperador Lodovico[869]; ma trovarono esso papa gravemente malato; e in fatti da lì a pochi dì accadde la morte sua. Non se ne sa bene il dì preciso, nè se in gennaio o febbraio, o pure più tardi. Anastasio[870] scrive ch'egli fece una solenne traslazione del corpo di santa Cecilia vergine e martire; trasportò quelli d'altri santi; riscosse molti schiavi cristiani dalle mani degl'infedeli, riparò molte chiese rovinate; e lasciò dappertutto memorie illustri della sua pia munificenza verso d'esse chiese e verso de' poveri. Si venne all'elezion del nuovo pontefice, e non s'accordando il popolo, due ne furono eletti; ma prevalendo la fazione de' nobili, restò canonicamente prescelto ed ordinato Eugenio, secondo di questo nome, che era prima arciprete di santa Sabina. Ne fu portata subito la nuova all'imperador Lodovico da Quirino suddiacono; e non resta sentore che fosse fatta doglianza alcuna per la sua consecrazione, la qual nondimeno pare seguita poco dopo l'elezione sua; se non che abbiamo dagli Annali de' Franchi, avere in questi tempi l'Augusto Lodovico presa la risoluzione d'inviare a Roma il figliuolo Lottario imperadore, ut vice sua functus, ea, quae rerum necessitas flagitare videbatur, cum novo pontifice, populoque romano, statueret atque firmaret. Dopo la metà d'agosto si mise in viaggio esso Lottario, accompagnato da Ilduino abate di s. Dionisio, e arcicappellano di Francia; e giunto a Roma fu onorevolmente ricevuto da papa Eugenio. Cui quum injuncta sibi patefecisset (son parole d'Eginardo) statum populi romani, jamdudum quorumdam, perversitate pontificum depravatum, memorati pontificis benevola assensione ita correxit, ut omnes, qui rerum suarum direptione graviter fuerant desolati, de receptione bonorum suorum, quae per illius adventum, Deo donante receperant, magnifice sunt consolati. Anche Pascasio Ratberto[871] scrive che il celebre Walla abbate si adoperò molto perchè fosse eletto e consecrato Eugenio, santissimo vescovo della sede apostolica, in cujus ordinatione plurimum laborasse dicitur, si quo modo per eum deinceps corrigerentur, quae diu negligentius a plurimis fuerant depravata. Odasi inoltre l'autore della vita di Lodovico Pio[872], che dopo aver detto il buon accoglimento fatto dal papa al giovane imperador Lottario, aggiugne: quumque de his, quae acciderant, quereretur, quare scilicet hi, qui imperatori et Francis fideles fuerant, iniqua nece peremti fuerint, et qui superviverent, ludibrio reliquis forent et haberentur; quare etiam tantae querelae adversus Romanorum pontifices, judicesque sonarent: repertum est, quod quorumdam pontificum vel ignorantia vel desidia, sed et judicum caeca et inexplebili cupiditate, multorum praedia injuste fuerint confiscata. Ideoque reddendo, quae injuste fuerant sublata, Lotharius magnam populo romano creavit laetitiam. Statutum est etiam JUXTA ANTIQUUM MOREM, ut EX LATERE IMPERATORIS mitterentur, qui judiciariam exercentes potestatem, justitiam omni populo facerent, et tempore, quo visum foret imperatori, aequa lance penderent. Sicchè ai disordini passati si rimediò coll'obbligare la camera pontificia alla restituzion dei beni indebitamente confiscati; e si provvide all'avvenire col deputar giudici ex latere imperatoris, che amministrassero giustizia a tutto il popolo, e durassero nell'impiego per quel tempo che paresse all'imperadore medesimo. Atti tali non credo che abbiano bisogna di spiegazione. E probabilmente fu in tal congiuntura che l'imperadore Lottario, trovati in Roma dei giudici rei di concussioni ed ingiustizie, li gastigò con inviarli alle prigioni in Francia. Ma col tempo papa Eugenio tanto si adoperò che riebbero la libertà. Nella vita breve d'esso papa scrive Anastasio[873]: Hujus diebus romani judices, qui in Francia tenebantur captivi, reversi sunt, quos in parentum propria ingredi permisit, et eis non modicas res ex patriarchio lateranensi praebuit, quia erant pene omnibus facultatibus destituti. Oltre a ciò, pel buon governo di Roma Lottario Augusto pubblicò alcune costituzioni, pubblicate dal cardinal Baronio[874], ma più copiose presso l'Olstenio[875]. Nella prima egli ordina che chiunque ha spezial privilegio, dipendenza e patrocinio del papa e dell'imperadore (sub speciali defensione domni apostolici, seu nostra), inviolabilmente ne goda, sotto pena della vita a chi li molestasse. Vedemmo di sopra il monistero farfense posto sub defensione regum langobardorum et Caroli Magni, e sopra d'esso niun dominio per conto del temporale avea il papa. Ivi similmente comanda che si presti in tutto una giusta ubbidienza al romano pontefice e ai suoi duchi (governatori delle città) e ai giudici da lui deputati a far giustizia. Nella seconda son vietate le ruberie fatte in addietro, tanto vivente il papa, come nella sede vacante. Nella terza si prescrive, sotto pena d'esilio, che niuno impedisca l'elezion del pontefice, e ad eleggerlo concorrano quei soli Romani che v'hanno diritto. Nella quarta vuole che sieno deputati dei messi dall'imperadore, che ogni anno informino esso Augusto, come si portino i giudici nell'amministrazion della giustizia, e come sia osservata l'imperial costituzione. Decreta inoltre che in prima istanza le querele contra i duchi o giudici negligenti sieno portate al papa, acciocchè egli tosto vi provvegga per mezzo de' suoi deputati; o lo faccia sapere all'imperadore, che manderà suoi messi per provvedere. Nella quinta vuole che s'interroghi tutto il senato e popolo romano, per sapere con che legge voglia vivere, avvertendo ognuno che se commetteran delitto contra la legge da loro eletta e professata, secondo quella saran gastigati per ordine del pontefice e dell'imperadore. Va inteso delle leggi romane, saliche, bavaresi, ripuarie e longobarde, che tutte aveano allora corso in Italia ed anche in Roma, dove concorrevano tanti Longobardi e Franzesi. Nella sesta trovandosi dei beni occupati alla Chiesa romana da alcuni potenti di Roma, sotto pretesto d'averli ottenuti dai precedenti papi, vuole i ministri imperiali, il più presto che si possa, li facciano restituire. Nella settima comanda che non si facciano dai Romani ruberie ne' confini delle provincie suggette al regno d'Italia; e che le già fatte ed ogni altra ingiustizia occorse di qua e di là sia corretta secondo le leggi. Nell'ottava dà ordine, che compariscano alla sua presenza, finchè egli si trova in Roma, tutt'i duchi, giudici ed altri uffiziali del governo; perchè ne vuol sapere il numero e i nomi, e fare a cadauno un'ammonizione intorno al ministero che gli è appoggiato. In ultimo comanda ed esorta ciascuno che portino in tutto ubbidienza e riverenza al romano pontefice, se loro sta a cuore di goder la grazia di Dio e d'esso imperadore. Da queste ordinazioni risulta la signoria de' papi in Roma e nel suo ducato, ma insieme la superiore degli Augusti. Tornò poscia Lottario in Francia, e notificato al padre come erano stati eseguiti in Roma i di lui ordini, se ne rallegrò forte il buon imperadore, e specialmente del bene fatto agli oppressi sotto i precedenti pontificati.
Se vogliamo prestar fede al continuatore anonimo della storia di Paolo Diacono[876], già pubblicato dal Freero, Lottario imperatore solennizzò in Roma la festa di san Martino, e fece fare tanto egli come papa Eugenio al clero e popolo romano il seguente giuramento: Promitto ego ille per Deum omnipotentem, et per ista quatuor Evangelia et per hanc Crucem Domini nostri Jesu Christi, et per corpus beatissimi Petri principis Apostolorum, quod ab hac die in futurum ero fidelis dominis nostris imperatoribus Hludovico et Hlothario, diebus vitae meae, juxta vires et intellectum meum, sine fraude atque malo ingenio, salva fide, quam repromisi domino apostolico. Et quod non consentiam, ut aliter in hac sede romana fiat electio pontificis, nisi canonice et juste secundum vires et intellectum meum; et ille, qui electus fuerit, me consentiente consecratus pontifex non fiat, priusquam tale sacramentum faciat in praesentia missi domini imperatoris et populi eum juramento, quale dominus Eugenius papa sponte pro conservatione omnium factum habet per scriptum. Ma noi non possiam dare questo per documento sicuro, stante il dirsi da quello scrittore che anno DCCCXXV Lotharius imperator iterum ad Italiam veniens, missam sancti Martini Romae celebravit. Bensì nell'anno presente 824 venne a Roma l'imperador Lottario, e si può credere che vi si trovasse nella festa di san Martino, perchè solamente nel seguente anno tornò in Francia; ma non sussiste la sua venuta nell'anno 825. Anche il padre Pagi[877] per altre ragioni tien quell'autore per molto posteriore a' tempi di Paolo Diacono. Giovan-Giorgio Eccardo[878] crede errato qui l'anno per colpa de' copisti. Tolto ciò, non è inverisimile quell'atto per i motivi che addurremo più abbasso. Lo stesso padre Pagi lo riferisce come cosa certa; e veramente papa Eugenio, considerata la discordia accaduta nella propria elezione, potè condiscendervi, per rimediare ai disordini dell'avvenire. Tuttavia lecito è a ciascuno di sentire qui ciò che gli pare più verisimile. Prima che il suddetto Augusto Lottario imprendesse di quest'anno il viaggio in Italia, trovandosi in Compiegne, diede un diploma in favore di Leone vescovo di Como, che si legge presso l'Ughelli[879], dove conferma alla di lui chiesa i privilegii conceduti da Ansprando, Cuniberto, Bertarido, Ariberto, Liutprando, Rachisio, Astolfo e Lodovico suo padre, e nominatamente res quas Waldo abbas praedicto Petro episcopo quaesivit, quae erant sitae in Valle Tellina in ducatu mediolanense. Degno è d'osservazione questo nome di ducato di Milano, e che la Valtellina fosse in esso compresa. Per altro quel diploma è pieno di spropositi, e v'ha qualche giunta che non può venir dall'originale, come è il dirsi sul principio Lotharius primus Augustus. Quel primus è stato aggiunto da qualche sciocco, e così Ludovicus secundus e Ludovicus tertius ne' susseguenti, quasichè gli imperadori d'allora usassero i riti dei tempi nostri. Negli Annali sacri del padre Tatti[880] non compariscono così macchiati que' diplomi. La data è questa: III nonas januarii anno, Christo propitio, undecimo imperii domni Ludovici piissimi Augusti, Lotharii filii ejus gloriosissimi regnantis secundo, indictione secunda, anno DCCCXXIV. Actum Compendio, palatio regio. Ma quell'anno dell'era cristiana anch'esso è una giunta, non essendo per anche stato in uso di questi monarchi ne' loro diplomi, come risulta da tanti altri esempli. L'anno secondo di Lottario, corrente nel dì 3 di gennaio del presente anno, suppone una epoca incominciata nell'anno 822. Un altro diploma d'esso Lottario vien riferito dal medesimo padre Tatti sotto il precedente anno con queste note: Datum III nonas junii anno imperii domni Hludovici serenissimi imperatoris X, regnique Hlotharii gloriosissimi Augusti in Italia I, Indictione prima. Actum Venonica Villa Unfredi comitis, in Dei nomine feliciter. Amen. Anno DCCCXXIII. Si dee credere aggiunto l'anno cristiano, perchè è fuor di sito e non usato allora.
Fu costretto ancora in quest'anno l'imperador Lodovico, per domare gli umori inquieti de' popoli della minore Bretagna, di portarsi con un potente esercito in quella provincia, insieme coi suoi due figliuoli Pippino e Lodovico. Secondo gli abusi di que' tempi, anche i vescovi, gli abati ed altri ecclesiastici, che aveano de' vassalli, erano obbligati ad intervenirvi coll'armi. E v'intervenne appunto anche Ermoldo Nigello monaco, anzi per quanto portano le conghietture, abbate di Aniana, che racconta[881] quella guerra, con protestar nondimeno di non aver combattuto, nè sparso il sangue d'alcuno, e con aggiungere un motto faceto del re Pippino, che al vedere la bella figura di questo buon monaco guernito d'armi, non potè contener le risa, e gli disse che andasse a studiar lettere; che questo era il suo mestiere, e non già il maneggiar armi. Ecco le sue parole:
Hic egomet scutum humeris ensemque revinctum Gessi, sed nemo me feriente dolet. Pippin hoc aspiciens, risit, miratur et infit: Cede armis, frater, literam amato magis.
Questi erano i bei costumi d'allora, che durarono anche dipoi gran tempo al dispetto di tutte le doglianze de' sommi pontefici e de' concilii, e benchè Carlo Magno avesse promesso di esentar gli ecclesiastici della guerra. Per più di quaranta giorni fu devastata la minore Bretagna, tanto che quel popolo s'indusse alla sommessione e a dar degli ostaggi per sicurezza delle loro promesse. Vennero nel novembre di quest'anno all'udienza dell'imperador Lodovico[882] in Roano i legati di Michele Balbo imperadore d'Oriente, per confermar la pace fra l'uno e l'altro imperio, e gli presentarono varii regali per parte del loro padrone. Si servì di questa congiuntura Fortunato patriarca di Grado per venire anch'egli da Costantinopoli a trovar lo imperadore desideroso d'essere rimesso in sua grazia. Ma quegli ambasciatori nulla parlarono in favore di lui; ne parlò ben egli; ma l'imperadore il rimise al papa, come a giudice competente dei suoi pari. Secondochè scrive il Dandolo[883]: questo patriarca terminò il corso della sua instabile vita in Francia, e lasciò per testamento alla chiesa di Grado molti ricchi arredi ch'egli aveva acquistati nelle varie sue vicende. Suo successore nel patriarcato di Grado fu Venerio, nato in Rialto, ossia nella nuova Venezia, che rifabbricò in Grado molte chiese malcondotte dalla lor vecchiaia. Suppone, già da noi veduto duca di Spoleti, godè per poco tempo della sua fortuna, perchè per attestato degli Annali de' Franchi, mancò di vita in quest'anno. Trovavasi allora in Italia a rendere giustizia ai popoli per ordine degl'imperadori Adalardo conte del palazzo, appellato il Minore. A lui fu conferito quel ducato; ma appena passarono cinque mesi che anch'egli sloggiò da questa vita. In suo luogo venne dichiarato duca di Spoleti Mauringo ossia Moringo, conte di Brescia, che vedemmo nell'anno precedente delegato anch'esso dall'imperador Lodovico insieme col suddetto Adalardo. Strana cosa parve che appena ricevuta la nuova della dignità a lui conferita, cadde infermo, e passò similmente al paese dei più. Pensa il conte Campelli[884] che a lui succedesse nel governo di Spoleti Guido I, ossia Guidone o Widone; ma di ciò parleremo più abbasso. Nè vo' lasciar di dire che i legati dell'imperador greco portarono all'Augusto Lodovico lettere del loro padrone, dove si trattava del culto delle sacre immagini, contra le quali esso Michele imperadore palesemente s'era dichiarato, per veder di tirare nel suo partito il regno de' Franchi. Lodovico poscia inviò tutti costoro a Roma, acciocchè di questo affare risguardante la Chiesa ne fosse giudice il solo romano pontefice. Se vogliam credere ad essi Greci, molte superstizioni e molti abusi s'erano introdotti nella venerazion delle immagini. Ora Lodovico a cui dispiaceva la dissension della Chiesa per questo affare, spedì anch'egli al papa i suoi legati, con chiedergli licenza di tener delle conferenze coi vescovi per disaminar questo punto, benchè già deciso nel concilio niceno II.
NOTE:
[869] Annal. Franc. Eginhardi. Annal. Franc. Bertiniani et alii.
[870] Anastas. Bibliothecar., in Vita Pascal.
[871] Paschasius Ratbertus, in Vit. Wallae Ab., lib. 1.
[872] Astronomus, in Vit. Ludovici Pii.
[873] Anastas. Bibliothec., in Vit. Eugenii II.
[874] Baron., in Annal. Eccl.
[875] Holstenius, Collect. Rom., P. II.
[876] Rer. Italic., P. II, tom. 1.
[877] Pagius, ad Ann. Baron.
[878] Eccard., Rer. Franc., lib. 28.
[879] Ughell., Ital. Sacr., tom. 3.
[880] Tatti, Annali Sacri di Como, tom. 1.
[881] Ermold. Nigellus, lib. 4, P. II, tom. 2 Rer. Ital.
[882] Annales Franc. Eginh. Annal. Franc. Bertin., ec.
[883] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Italic.
[884] Campelli, Storia di Spoleti, lib. 16.
Anno di CRISTO DCCCXXV. Indizione III.
EUGENIO II papa 2. LODOVICO PIO imperadore 12. LOTTARIO imperadore e re di Italia 6 e 3.
Fu in fatti nel novembre dell'anno presente tenuta in Parigi una copiosa conferenza di vescovi per riconoscere, se culto si dovesse, e quale, alle sacre immagini, e si trovarono que' prelati conformi in alcuni punti alla dottrina della Chiesa romana, stabilita nel suddetto concilio di Nicea, ma discordi in altri. Essendo fuori dell'assunto, ch'io ho preso, una tal controversia, rimetto i lettori bramosi di prenderne conoscenza, a quanto sopra di ciò hanno scritto il cardinal Baronio[885], il padre Mabillone[886] e il padre Pagi[887], e alla storia ecclesiastica del Fleury. Mentre l'imperador Lodovico era in Aquisgrana, vennero a trovarlo gli ambasciatori de' Bulgari per metter fine alle dispute de' confini fra la loro nazione e i Franchi. Segno è questo che il dominio dei Franchi si stendeva ben oltre nella Pannonia, mentre arrivava sino ai confini della Bulgaria. Tuttavia potrebbe essere che i Bulgari occupassero allora un paese più vasto della Bulgaria moderna da noi conosciuta, e che potessero anche sì fatte liti essere state dalla parte della Schiavonia. L'imperadore, come conveniva, rispose con sue lettere al re dei Bulgari; ma per ora non seguì accordo alcuno fra loro. Conchiuse egli bensì un trattato di pace coi Danesi, e inoltre destinò varii messi per diverse parti della sua monarchia con ordine di procurar l'onore delle chiese e la giustizia fra i popoli. Leggonsi tuttavia presso il Baluzio[888] le Istruzioni sue premurose e giuste, a tale effetto pubblicate in un capitolare. Finquando vivea papa Pasquale, Claudio vescovo di Torino, di nazione spagnuolo, avea cominciato a riprovar la venerazione delle sacre immagini e delle relique, e i pellegrinaggi della gente pia. Si sa che esso papa era in collera contra di lui. Da che Pasquale fu chiamato da Dio a miglior vita, si diede Claudio a scrivere pubblicamente contro la dottrina della Chiesa. Non si può negare, costui era uomo dotto, ma pieno di superbia e di presunzione: chiamava asini tutti i vescovi d'Italia. Scrisse a Teodemiro abbate in Francia per persuadergli i suoi sentimenti; ma l'abbate, lungi dall'accordarsi con lui, modestamente riprovò gli erronei di lui sentimenti. Di più non vi volle perchè Claudio acceso di collera facesse un insolente risposta in difesa de' suoi errori. Dalla Cronica farfense[889] apprendiamo avere papa Eugenio donate al monistero di Farfa due masse, appellate l'una Pompeiana, e l'altra Belagai, poste infra nobilissimam urbem romanam: il che ci fa conoscere che entro Roma stessa si trovavano dei buoni poderi coltivabili. Ingoaldo abbate ne cercò in quest'anno la conferma da Lottario imperadore, come costa dal suo diploma, dato secundo kalendas junias, anno, Christo propitio, imperii serenissimi domni Ludovici Augusti XII, regnique Lotharii gloriosissimi imperatoris in Italia III, Indictione III Actum Olonna palatio regio, cioè nell'anno presente. Dura tuttavia il nome di corte Olonna nel distretto di Pavia in vicinanza del fiume Olonna non lungi dal Po. Era una volta luogo di delizie dei re d'Italia con palazzo per la villeggiatura; e quivi furono dati varii loro diplomi. Oggidì appartiene ad un generoso signore della casa d'Este, cioè a don Carlo Filiberto d'Este, principe del sacro romano imperio e marchese di san Martino. Circa questi tempi per attestato del Dandolo[890], i dogi di Venezia spedirono Giusto prete per loro legato, unitamente con Pietro diacono di Venerio patriarca di Grado, agl'imperadori Lodovico e Lottario, ed ottennero la conferma delle esenzioni de' beni spettanti alla chiesa di Grado nel regno d'Italia. Trovavasi l'Augusto Lottario in Marengo, corte regale in Lombardia, nel febbraio dell'anno presente, ed ivi con suo diploma[891] assegnò un monistero in ricompensa d'uno spedale di pellegrini tolto all'insigne monistero della Novalesa. Erano negli antichi secoli frequentissimi gli spedali per alloggiare i pellegrini, tanto nelle città che fuori, e massimamente nei passaggi delle montagne e de' fiumi perchè le osterie, sì usate oggidì, erano allora cose rare. Però pochi monisteri di monaci e canonici regolari si contavano una volta che non avessero di sì fatti caritativi alberghi; per nulla dire di tanti altri istituti per gl'infermi, per gli fanciulli esposti, per gli vecchi ed altri poverelli: del che ho io trattato nelle mie Antichità italiane[892].
NOTE:
[885] Baron., Annal. in Eccl.
[886] Mabill., Praef. p. 1. Saecul. IV, Benedictio.
[887] Pagius, in Crit. Baron. ad hunc annum.
[888] Baluz., Capitular. Reg. Franc. tom. 1.
[889] Part. II, tom. 2 Rer. Ital.
[890] Dandolus, in Chron., tom. 12 Rer. Italic.
[891] Antiquit. Italic., Dissertat. XXXVII, p. 577.
[892] Antiquit. Italic., Dissert. XXXVII, pag. 577.
Anno di CRISTO DCCCXXVI. Indizione IV.
EUGENIO II papa 3. LODOVICO PIO imperadore 13. LOTTARIO imperadore e re di Italia 7 e 4.
Tenne in quest'anno papa Eugenio un concilio in Roma riferito in parte dal cardinal Baronio[893] ed interamente poi dall'Olstenio e dal Labbe[894]. Si dice ivi raunata quella sacra assemblea, imperante domino nostro piissimo Augusto Hludovico a Deo coronato magno imperatore, anno XIII, et post consulatum ejus anno XIII, et Hlothario novo imperatore ejus filio anno X, Indictione IV (probabilmente sarà stato ivi scritto Indictione V, cominciata nel settembre) mensis novembris die XV. Si vede qui praticato per gl'imperadori d'Occidente lo stesso stile che si usava nei tempi addietro per gli greci Augusti, allorchè erano padroni di Roma. Merita anche osservazione l'epoca di Lottario Augusto presa non già dall'anno della coronazione romana 823, ma bensì dalla sua prima elezione dell'anno 817. A questo concilio intervennero sessantatrè vescovi, e furono fatti trentotto canoni. Fra l'altre cose dice il pontefice d'aver inteso come in alcuni luoghi non si trovavano maestri di lettere, e che di ciò niuno prendeva cura. Il perchè ordina che in tutti i palazzi dei vescovi e in tutte le pievi, cioè nelle case de' parrochi di villa e negli altri luoghi, dove occorra il bisogno, vi sia chi insegni le lettere e l'arti liberali, e spieghi la divina Scrittura. C'era quest'obbligo anche prima, e Carlo Magno ebbe anche egli a cuore che non meno in Francia e Germania, che in Italia rifiorisse lo studio delle lettere. Ma in che stato fosse allora per questo conto l'Italia, e ciò che allora insegnassero i maestri, lo vedremo all'anno susseguente. In esso concilio ancora fece premura il papa perchè dappertutto s'introducesse l'istituto dei canonici, e della vita loro comune in chiostro unito alle cattedrali. Sappiamo eziandio dagli Annali de' Franchi[895], che nell'anno presente furono spediti da papa Eugenio all'imperador Lodovico due nunzii, cioè Leone vescovo di Selva Candida e Teofilatto nomenclatore; ma senza essere a noi pervenuto il motivo e soggetto di quest'ambasceria. Vi tornò ancora un legato del re de' Bulgari, e questi, giacchè non era anche decisa la controversia de' confini, fece nuove istanze per determinarle senza maggior dilezione, altrimente protestava che cadauno difenderebbe coll'armi ciò che possedeva. Andò l'imperadore tirando in lungo le risposte, perchè v'era qualche sentore che il re suddetto in questo mentre fosse stato ucciso o cacciato dal regno; e per chiarirsene inviò Bertrico, conte del palazzo, a Baldrico, duca o marchese del Friuli, e a Geroldo, conte della Carintia, con ordine d'informarsene. Si trovò falsa la voce: però l'imperadore rispedì quel legato, ma però senza lettere.
La funzione più riguardevole dell'anno presente nella corte dell'augusto Lodovico fu la venuta di Erioldo ossia Exoldo, re di Danimarca, colla moglie ed un figliuolo ad Ingeleim, presso al Reno, dove esso imperadore tenne una gran dieta. Aveva Ebbone, arcivescovo di Rems, esortato questo re pagano ad abbracciar la fede di Gesù Cristo, e a questo fine venne egli a trovar l'imperadore; ma vel trassero anche dei riguardi politici, mentre non si sentiva egli sicuro sul trono per la concorrenza de' figliuoli del re Gotifredo, e potea molto giovargli la protezione e l'aiuto dell'imperadore. Ermoldo Nigello abbate, il cui poema, ricavato dalla biblioteca cesarea, ho io dato in luce[896], descrive minutamente questo avvenimento, di cui sembra essere stato spettatore, cioè tutta la solennità del ricevimento d'esso Erioldo: il battesimo a lui conferito, alla moglie ed al figliuolo; la sua coronazione, e i regali a lui presentati da Lodovico, a sua moglie dall'imperadrice Giuditta, e a suo figliuolo da Lottario Augusto; e una sontuosa caccia fatta in tal occasione col convito di campagna preparato dall'imperadrice. Terminate queste funzioni, Erioldo sottopose il regno suo danese all'imperio romano, con giurar fedeltà all'Augusto Lodovico. Finalmente accompagnato da Anscario monaco, il quale col tempo divenne vescovo di Amburgo ed apostolo del Settentrione, ed ora veniva destinato a predicar la religione di Cristo nelle di lui contrade, s'incamminò verso la Danimarca, dove, per quanto si ha dall'antico storico di quel regno[897], da lì a qualche tempo abiurò la credenza e i riti del Cristianesimo, mancando di fede a Dio e all'Augusto suo benefattore; Degnissima ancora di memoria, e non senza ragione, parve agli scrittori d'allora l'introduzione in Occidente di far gli organi da fiato. Fin qui era stata ristretta nei Greci, che forte se ne gloriavano; e chi volea degli organi anche in Italia, li facea venir fatti di colà. Fin dall'anno 757 Costantino imperador de' Greci ne inviò uno in dono a Pippino re di Francia: e questo sonato empiè di maraviglia i Francesi. Noi, avvezzi ad udir sì fatte ingegnosissime macchine, non ce ne stupiamo ora punto; ma se per la prima volta ne udissimo una, tasteggiata da qualche buon maestro, l'ammireremmo ancor noi al pari di quelli. Dissi che il saper fabbricare di questi organi era mestiere allora affatto ignoto in Occidente. Accadde, che tornando alla corte imperiale Baldrico duca del Friuli[898], per informar l'imperadore delle diligenze da sè praticate per risaper lo stato dei Bulgari, menò seco un prete veneziano, per nome Giorgio, il quale si esibì pronto a lavorar di questi organi. Accettata ben volentieri una tal proposizione, l'imperadore il mandò ad Aquisgrana, con ordine di somministrargli tutto il bisognevole. L'opera fu compiuta, e perciò essendosi in quelle parti introdotta quest'arte, che s'andò poi sempre più dilatando, non ci fu più bisogno da lì innanzi di ricorrere alla Grecia per arricchir d'organi i sacri templi. Ebbe il suddetto Giorgio prete in ricompensa una badia in Francia. Siccome fu detto di sopra, era divenuto duca, ossia principe di Benevento Sicone. Radelchi, o vogliam dire Radelgiso, che tanto avea cooperato alla di lui esaltazione, per qualche tempo fu uno de' suoi favoriti. Nulla d'importante, per quanto scrive l'Anonimo salernitano[899], si faceva in quella corte senza il parere di esso Radelgiso. Ma ritrovandosi egli al suo governo di Conza, e venutogli all'orecchio che Sicone senza partecipazione sua avea presa non so qual risoluzione, se l'ebbe a male, e gli scappò detto: Poco fa io ho tolto di mezzo il falcone (cioè Grimoaldo Storesaiz duca, da lui ucciso), mi resta anche la volpe (cioè Sicone). Non cadde in terra questo motto, e fu rapportato ben tosto al principe Sicone, che con grande amarezza l'ascoltò, e cominciò a pensar le vie di fortificarsi con delle parentele contro ai disegni di Radelgiso. Per questo maritò tre sue figliuole con tre de' più nobili e potenti beneventani.
Allora fu che Radelgiso, il quale dianzi si teneva in pugno le nozze d'una di quelle principesse con un suo figliuolo, non solamente conobbe perduta per lui questa fortuna, ma eziandio si avvide di essere caduto di grazia, e si riputò come perduto. Però si appigliò al partito di abbandonare il mondo, per motivo, diceva egli, di far penitenza dell'omicidio commesso nella persona del suo principe, e ne ottenne licenza da Sicone, il quale fece vista di concederla mal volentieri. Raccomandatogli il figliuolo, si cinse al collo una catena; e presa questa da un suo famiglio, si fece condurre al monistero di Monte Casino, e quivi con assai gemiti e lagrime chiese l'abito monastico, che non gli fu negato. Sì l'Anonimo salernitano che Erchemperto[900], monaci amendue, raccontano cose grandi della sua penitenza, e v'aggiungono anche de' miracoli. Fecesi monaca anche sua moglie in un monistero fuori di Conza, e menò vita santa. Ora Sicone, che da Erchemperto ci vien dipinto per uomo bestiale e troppo pesante ai Beneventani, e dal suddetto Anonimo, per lo contrario, uomo mansueto e liberale: attaccò lite coi Napoletani, che tutta la potenza de' Longobardi non avea mai potuto sottomettere, e fece loro un'aspra guerra per più anni, con assediar Napoli per mare e per terra. Convien credere che già questa cominciasse molto prima dell'anno presente, e che quel popolo si trovasse anche a mal partito, perchè sappiamo dal sopraddetto Erchemperto che i Napoletani furono costretti a ricorrere a Lodovico imperadore. Gli Annali dei Franchi appunto notano sotto quest'anno che in Aquisgrana sì presentarono all'udienza dell'imperadore i legati dei Napoletani, i quali, ricevuta che ebbero la risposta, se ne tornarono a casa loro. Forse ottennero qualche lettera di raccomandazione al duca di Benevento. Ma che non per questo cessasse la guerra, o la molestia al loro territorio, lo conosceremo andando innanzi. Non si può ben chiarire la cronologia dei duchi di Napoli; tuttavia sappiamo da Giovanni Diacono[901], scrittore di questi tempi, che Teofilatto circa il principio di questo secolo governava quella anche allora potente città. A lui succedette Antimo, dopo la cui morte non accordandosi i Napoletani nell'elezione del duca (ed aveano essi il gius di eleggerlo), stimarono meglio di prendere uno straniero che un lor cittadino pel governo. Spediti dunque dei messi in Sicilia, fecero venire di colà un greco Teottisto, e il costituirono maestro de' militi, cioè generale dell'armi loro. I rettori di Napoli erano in que' tempi chiamati ora duchi, ora consoli, ora maestri de' militi: tre nomi che significavano il governatore, ossia principe di Napoli, il quale nondimeno riconosceva per sovrano l'imperadore de' Greci. Teottisto ebbe per successore Teodoro, decorato del titolo di protospatario da esso imperadore. Costui fu cacciato via dai Napoletani, e sustituito in suo luogo Stefano nipote di Stefano dianzi vescovo di quella città. Per attestato del medesimo Giovanni Diacono, ai tempi di questo duca Stefano, Sicone principe di Benevento mosse guerra a Napoli, ansioso di conquistare quella nobilissima città ed arrecò infiniti danni a quei contorni. Fingendo poscia di dar mano ad un trattato di pace, inviò entro la città i suoi legati con ordine di guadagnar con danari alcuni de' principali del popolo: il che loro venne fatto. Presentatosi Stefano davanti alla chiesa di santa Stefania, per conchiudere il trattato, quivi fu ucciso dai congiurati su gli occhi dei legati beneventani. Ma costoro ne furono ben pagati dalla giustizia di Dio, perchè creato immantinente duca Buono, cioè uno degli stessi uccisori, egli da lì a poco parte de' suoi complici fece abbacinare, e parte ne cacciò in esilio. Era costui Buono di nome, scellerato di fatti. Cominciò tosto ad aggravare e malmenare il clero e i beni delle chiese di Napoli: e perciocchè Tiberio, vescovo della città, gli minacciava l'ira di Dio, il fece prendere e confinare in una dura prigione, dove il tenne vivo gran tempo a pane ed acqua. Forzò dipoi Giovanni ad accettar l'elezione di lui fatta di successore nel vescovato, minacciandolo che, se ricusava, avrebbe fatto mozzare il capo al tuttavia vivente Tiberio vescovo. Non durò il ducato di Buono se non che un anno e mezzo; e tuttavia esiste l'epitaffio suo rozzissimo presso Camillo Pellegrino, che il fa morto nell'anno 834. Epitaffio nondimeno composto da qualche poeta col privilegio di poter dire delle bugie.
NOTE:
[893] Baron., Annal. Eccl.
[894] Labbe, Concilior., tom. 7.
[895] Annal. Franc. Lauresham. Auct. Vit. Ludovici Pii.
[896] Ermold. Nigell., lib. 4, P. II, tom. 2 Rer. Ital.
[897] Saxo Grammat., lib. 9 Hist. Dan.
[898] Annales Franc. Eginhardi. Annal. Franc. Fuldenses, etc.
[899] Anonym. Salernitan. Paralipomen., P. II, tom. 2 Rerum Italicarum.
[900] Erchempertus, P. I, tom. 2 Rer. Ital.
[901] Johann. Diac., in Vit. Episcop. Neapol. P. II, tom. 1 Rerum Italicarum.
Anno di CRISTO DCCCXXVII. Indiz. V.
VALENTINO papa 1. GREGORIO IV papa 1. LODOVICO PIO imperad. 14. LOTTARIO imperadore e re di Italia 8 e 5.
Accadde nel mese d'agosto la morte del buon papa Eugenio II, poche memorie del quale per negligenza di que' tempi son giunte a nostra notizia, essendo stata troppo breve la vita di lui, che ci resta presso Anastasio bibliotecario. Successore nella cattedra di s. Pietro fu immediatamente con rara concordia di tutti eletto Valentino diacono, oppure arcidiacono, senza che apparisca[902] che si aspettasse approvazione alcuna degl'imperadori o de' loro ministri. Di questo pontefice erano insigni le virtù, annoverate dal suddetto Anastasio[903], ed egli degno ben era di lunga vita; ma non passò un mese che Dio sel tolse, con dolore di tutti i Romani. Si venne adunque ad una nuova elezione, e i voti di tutto il clero e popolo romano concorsero nella persona di Gregorio IV, parroco, ossia cardinale di s. Marco, la cui pietà e carità verso i poveri, con assaissimi altri pregi, gli servirono di raccomandazione per conseguire la cattedra di s. Pietro. Dissi che tutti concorsero, ma se ne dee eccettuare uno, cioè Gregorio stesso, che, per quanto potè, ripugnò ad accettar sì fatta elezione. Abbiamo poi da Eginardo, che questi electus, sed non prius ordinatus est, quam legatus imperatoris Romam venit, et electionem populi, qualis esset, examinavit. Ecco dunque che cominciamo a vedere verificato il decreto attribuito a papa Eugenio secondo e Lottario Augusto intorno al divieto di consecrare il pontefice eletto senza l'assenso dell'imperadore o de' suoi ministri, con potersi dubitare che ciò ancora si osservasse nell'elezione di Valentino, perchè, forse in Roma, si trovava il legato imperiale che acconsentì. L'autore della vita di Lodovico Pio scrive[904] che fu eletto esso Gregorio, dilata consecratione ejus usque ad consultum imperatoris. Quo annuente et electionam cleri et populi probante, ordinatus est in loco prioris. Facevano gran rumore in Italia e in Francia gli scritti di Claudio vescovo di Torino contro il culto delle sacre immagini. Presero perciò la penna per confutare i di lui errori Dungalo monaco, e poi Giona, vescovo di Orleans. Il padre Mabillone[905] cercando chi fosse questo Dungalo, autore del libro de Cultu imaginum, inclinò a crederlo monaco nel monistero di s. Dionisio in Francia, e lo stesso che un Dungalo rinchiuso, cioè, secondo il costume durato per molti secoli, chiuso spontaneamente fra quattro mura, talvolta con un contiguo orticello, o con un oratorio, per servire a Dio in un sì stretto albergo; del qual Dungalo restano tuttavia alcuni versi. Abbracciò anche il padre Pagi[906], con altri, questa conghiettura, ch'io ho già dimostrato non reggere alle pruove. Cioè nelle annotazioni[907] alle giunte delle leggi longobardiche, e molto più nelle Antichità italiane[908] ho dimostrato che Dungalo, monaco, di nazione veramente scoto, come immaginò il suddetto padre Mabillone, abitava non già in Francia, ma in Italia nella città di Pavia, e quivi era maestro di scuola, inviatovi dall'imperador Carlo Magno, affine d'insegnar le lettere in quella real città. Ciò costa dal capitolare di Lottario Augusto, da me dato alla luce, di cui parleremo più a basso, e da altre memorie. La di lui vicinanza a Torino il mosse ad entrare in aringo contra del suddetto prosuntuoso prelato. Leggesi anche una lettera di questo Dungalo, pubblicata dal padre Dachery[909], e indirizzata a Carlo Magno nell'anno 811, in risposta alle interrogazioni fatte da quel glorioso principe intorno a due eclissi del sole accaduti nell'anno 810. Frequenti poi aveano cominciato ad essere le traslazioni de' corpi santi da Roma in Francia e Germania, paesi che ne scarseggiavano. Varie se ne raccontano, che io tralascio, e solamente osservo che strepitosa fu nell'anno presente quella dei santi Marcellino e Pietro, procurata da Eginardo abate di vari monisteri in Germania, e quello stesso a cui siam tenuti della vita di Carlo Magno e, per quanto si crede, degli Annali dei Franchi. Furono que' sacri corpi rubati ed asportati dalla chiesa di s. Tiburzio di Roma. Si contano grandi miracoli succeduti in simili traslazioni. E però non si può dire quanto fossero avidi di queste caccie allora i pii Oltramontani. Usavano frodi, spendevano somme d'oro, nè lasciavano arte alcuna per giugnere ad arricchir di sacre reliquie le lor chiese e monisteri; e di qui presero talvolta occasione i furbi e falsarii di burlar la divozion di essi con reliquie insussistenti e finte. E di qui parimente è venuto che alcune chiese di Francia e Germania si gloriano di possedere i corpi d'alcuni santi insigni, come di s. Gregorio, di s. Sebastiano e simili, che pure in Roma si credono tuttavia seppelliti. Ebbe la Catalogna in quest'anno delle fiere vessazioni dai Mori, ossia dai Saraceni della Spagna, e quantunque vi accorressero con forte armata i Franzesi, pure in vece di vittorie ne riportarono vergogna, e le campagne di Barcellona e Girona ne rimasero devastate. Nel mese di settembre[910] giunsero a Compiegne, dove si trovava l'imperador Lodovico, i legati di Michele imperador dei Greci, per confermar la lega ed amicizia. Portarono dei regali; ma anch'essi furono nobiliter suscepti, opulentissime curati, liberaliter munerati. Essendo morto in quest'anno[911] Angelo Particiaco ossia Participazio, doge di Venezia, Giustiniano suo figliuolo, molto prima dichiarato doge, continuò a governar que' popoli, ed ottenne da Michel Balbo imperador dei Greci il titolo di console imperiale. Bramando Masenzio patriarca d'Aquileia di ridurre all'antica ubbidienza della sua Chiesa quella di Grado, siccome ancora le altre dipendenti da esso patriarca di Grado, ed assistito dal favor di papa Eugenio e de' regnanti Augusti, ottenne che raunasse in quest'anno un concilio di molti vescovi nella città di Mantova. La sentenza fu quale egli la desiderava, e gli atti di quella sacra adunanza si leggono pubblicati dall'accuratissimo padre Bernardo Maria de Rubeis[912]. Ma nè più nè meno continuò il patriarcato di Grado a sussistere, non ostante lo sforzo in contrario di quello d'Aquileia.
NOTE:
[902] Annal. Franc. Eginhardus.
[903] Anastas, in Vit. Valentini.
[904] Astronomus, in Vita Ludovici Pii.
[905] Mabillonius, Annal. Benedictin. ad hunc ann.
[906] Pagius. ad Ann. Baron.
[907] Rer. Ital. P. II, tom. 1.
[908] Antiquit. Ital., Dissert. XLIII.
[909] Dachery, in Spicileg.
[910] Astronomus, in Vit. Ludovici Pii.
[911] Dandolus, in Chronic., tom. 12 Rer. Italic.
[912] De Rubeis, Monu. Eccl. Aquilejens. cap. 47.
Anno di CRISTO DCCCXXVIII. Indiz. VI.
GREGORIO IV, papa 2. LODOVICO PIO imperadore 15. LOTTARIO imperatore e re di Italia 9 e 6.
Cominciava già la monarchia franzese a sentire che più non la reggeva un Carlo Magno. Avea l'armata imperiale di Catalogna fatta una vergognosa figura incontro ai Mori di Spagna. Altrettanto aveva operato nella Pannonia superiore, o pur nella Carintia quella d'Italia incontro ai Bulgari, che aveano dato il guasto ad un buon tratto di paese suggetto allo imperadore, senza che alcuno avesse fatta resistenza e contrasto[913]. Però l'Augusto Lodovico nel febbraio di quest'anno, tenuta una gran dieta in Aquisgrana, cassò gli uffiziali che in sì fatte congiunture aveano mancato al loro dovere. Cadde questo medesimo gastigo sopra Baldrico duca o marchese del Friuli; e quella marca, quam solus tenebat, inter quatuor comites divisa est. Sicchè veggiamo che prima d'ora era stata formata la marca del Friuli, e ch'essa per questo avvenimento cessò d'avere un duca ossia marchese, con esserne dato il governo a quattro conti, cioè a quattro governatori di città, indipendenti l'uno dall'altro. Probabilmente queste città furono Cividal di Friuli, Trivigi, Padova e Vicenza, se pur fra queste non si computò anche Verona. Il nome di marca vuol dire confine. Fin sotto Carlo Magno per maggior sicurezza delle provincie situate ai confini furono istituiti uffiziali che ne avessero cura, chiamati perciò marchensi e marchesi, che è quanto dire custodi de' confini. E perchè secondo i bisogni non mancasse forza a tali uffiziali, al marchese furono subordinati i conti, cioè i governatori delle città della provincia. Che il marchese della marca del Friuli risedesse in Trivigi, sembra che si possa conghietturare dal vedere che in quella città era la zecca dell'imperadore, come costa da una moneta di Carlo Magno ch'io ho data alla luce[914]. Ma non andrà molto che questa marca ci comparirà davanti risorta come prima. Non so onde abbia preso il Sigonio[915] che la marca del Friuli fu allora divisa fra dodici conti, e che Lottario figliuolo dell'Augusto Lodovico se ne credette stranamente offeso. Nell'anno precedente avea lo stesso imperadore inviati a Costantinopoli per suoi ambasciatori Alitgario vescovo di Cambrai, e Anfrido abbate di Nonantola sul modenese: contrassegno della singolar considerazione in cui erano allora gli abati di questo insigne monistero, ma che fra poco decaderono, siccome dirò a suo luogo. Tornarono questi legati circa il tempo della dieta suddetta contenti dell'onorevol trattamento lor fatto da Michel Balbo imperador de' Greci. Poscia nel mese di giugno, trovandosi Lodovico nella villa d'Ingeleim (perciocchè i re ed imperadori di allora mutavano spesso paese, nè soleano avere un luogo fisso di residenza, a riserva di Aquisgrana, dove era il loro più ordinario soggiorno di là da' monti, ed eccettuata Pavia per i re d'Italia) quivi si presentarono a lui con dei ricchi doni Quirino primicerio e Teofilatto nomenclatore, legati del romano pontefice Gregorio. La cagione della lor venuta è a noi ignota. Furono ben accolti e rimandati. Sparsasi poi voce che i Saraceni di Spagna con grande sforzo minacciavano la Catalogna ed anche l'Aquitania, diede l'imperadore commessione a Lottario augusto di accorrere con un grosso nerbo di milizie in ajuto del fratello Pippino. Venne Lottario a Lione per questo; ma svanita la nuova, e cessato il pericolo, se ne tornò al padre; il quale intanto religiosamente attendeva a placar Dio, che parea sdegnato colla Francia, e diede in quest'anno ordine che si celebrassero quattro concilii per la correzione del clero e del popolo.
Abbiamo ancora dagli Annali dei Franchi[916] che nell'anno presente Bonifazio II, conte di Lucca, del quale abbiam parlato di supra all'anno 823, e a cui l'imperadore avea dato il carico di difendere l'isola di Corsica dalle incursioni de' Saraceni, preso seco Beretario (che Berehario vien nominato dall'autore della vita di Lodovico Pio) con alquanti altri conti della Toscana, Corsica e Sardegna, assumto secum fratre Berethario, et aliis quibusdam comitibus de Tuscia, e formata una picciola flotta, uscì in corso contro quegl'infedeli. Non avendo trovato nei contorni della Corsica alcun corsaro, passò in Africa colle sue navi, e fece uno sbarco fra Utica e Cartigine. Accorse una innumerabile quantità di quegl'infedeli, e ben cinque volte vennero alle mani coi Cristiani, de' quali ancora ne trucidarono alcuni che vollero far troppo da bravi. Però Bonifazio, fatta una saggia ritirata, se ne tornò co' suoi legni a casa. Poco certamente di profitto riportò seco; tuttavia gli Africani, avvezzi solamente a portare il terrore e la desolazione nelle contrade cristiane, al vedere i Cristiani questa volta comparire coll'armi in casa loro, se non sentirono danno, ebbero almeno un fiero spavento. Allora veramente trascuravano forte gl'imperadori d'Occidente l'aver forze in mare, e perciò cotanto insolentivano i Saraceni di Spagna, d'Africa e di Soria. Ed appunto circa questi tempi riuscì a quei d'Africa di mettere il piede nell'isola di Sicilia, e poscia di conquistarla a poco a poco con danno e vergogna del nome cristiano. Per quanto si ricava da Cedreno[917], un certo Eufemio capitano di milizia perdutamente innamorato di una monaca, la rapì per forza dal monistero, e tenne questa preda come cosa sua in sua casa. Ricorsi i fratelli della monaca all'imperadore d'Oriente padrone dell'isola, venne ordine di dargli il convenevol gastigo; ciò gli fece prendere la fuga, e ritirarsi presso i Saraceni dell'Africa. Così un greco storico. Ma un italiano, cioè l'Anonimo salernitano[918] ne rigetta la colpa sopra gli stessi Greci, con dire che Eufemio avea contratti gli sponsali con una giovine appellata Omoniza di maravigliosa bellezza. Ma il governator greco della Sicilia, sedotto con danari, gliela levò, e la diede per moglie ad un altro. Infuriato per tale affronto Eufemio coi suoi famigli s'imbarcò, e passato in Africa, tante speranze diede a quel re maomettano della conquista della Sicilia, che in fatti condusse que' Barbari colà, ed aprì loro la strada ad impadronirsene interamente nello spazio di pochi anni, avvenimento che recò lunghi ed incredibili disastri all'Italia. Aggiugne lo stesso Anonimo che i Saraceni presero a tutta prima Catania, con farvi un gran macello di que' cittadini, e dello stesso greco governatore. Portata questa infausta nuova a Sicone principe di Benevento, se ne afflisse forte, ben prevedendo che questo turbine andrebbe un dì a cadere sulle proprie contrade. Giovanni Diacono, scrittore di questi tempi, racconta[919] che i Siracusani cujusdam Euthymii factione rebellantes (chiama egli Eutimio lo stesso, che gli altri appellano Eufemio), uccisone Gregora patrizio, cioè il governatore della Sicilia. Perciò Michele imperadore de' Greci spedì contra di loro un riguardevol esercito, al quale non potendo resistere, presero que' cittadini la fuga. Allora fu che Eutimio ossia Eufemio colla moglie e coi figliuoli (adunque non potè cercare Omoniza per moglie) passò in Africa; e sollecitò quel re saraceno all'impresa della Sicilia. Vennero que' Barbari, e talmente strinsero Siracusa, che i Greci pagarono di tributo cinquantamila soldi, forse per riscattare la lor vita e la facoltà di andarsene in pace. Diedero da lì innanzi i Saraceni un terribil guasto a tutta la Sicilia. La narrativa nondimeno di Giovanni Diacono pare che metta alcuni anni prima del presente l'entrata d'essi Saraceni in quella dianzi sì felice e dappoi sì sventurata isola. Ma giacchè abbiam fatto di sopra menzione del suddetto Bonifazio, bene sarà che il lettore non ne perda la memoria, sì perchè fortissime conghietture concorrono a farci credere questo personaggio per uno degli antenati della nobilissima ed antichissima casa d'Este, siccome ho fatto vedere nella parte I delle Antichità estensi; e sì ancora perchè di qui possiam ricavare che già la Toscana avesse ricevuto anch'essa la forma di marca, stante il vedersi che già Bonifazio comandava ai conti di quella provincia. Truovansi simili personaggi chiamati nello stesso tempo conti, perchè governatori d'una città, ed appunto Bonifazio era conte di Lucca; ed anche marchesi, perchè la lor provincia era limitanea, ed essi custodi di quei confini; ed ancora duchi, secondochè piaceva agli Augusti di decorarli coi titoli. Trovandosi parimente monete battute in Lucca fino nei tempi di Carlo Magno, concorre ancor questa notizia a farci credere quella città per capitale in questi tempi di tutta la Toscana longobarda. Si ha poi da riferire all'anno presente, per attestato del Dandolo[920], la traslazione del corpo di s. Marco evangelista da Alessandria a Venezia: sopra di che è da vedere la sua leggenda. Ed avendo l'imperador de' Greci Michele fatta istanza di molte navi da guerra a Giustiniano doge di Venezia contra dei Saraceni che a poco a poco andavano conquistando la Sicilia, le inviò ben egli, ma inutile riuscì il loro viaggio e sforzo.
NOTE:
[913] Annal. Francor. Bertiniani. Astronom., in Vit. Ludovici Pii.
[914] Antiquit. Ital., Dissert. XXVII.
[915] Sigonius, de Regno Italiae.
[916] Annales Franc. Eginhard.
[917] Cedren., in Annal. ad ann. 826.
[918] Anonym. Salernit., Paralip., cap. 45. P. II, tom. 2 Rerum Ital.
[919] Johann. Diac., in Vit. Episcopor. Neap., P. II, Tom. 2 Rer. Ital.
[920] Dandul., in Chron. tom. 12 Rer. Italic.
Anno di CRISTO DCCCXXIX. Indiz. VII.
GREGORIO IV, papa 3. LODOVICO PIO imperadore 16. LOTTARIO imperadore e re d'Italia 10 e 7.
L'anno ultimo della vita e dell'imperio di Michele Balbo imperadore de' Greci fu questo. Morì egli nel mese d'ottobre, con lasciare presso i Cattolici un'abbominevol memoria a cagione de' suoi giudaici ed ereticali sentimenti, e della persecuzione fatta ai protettori delle sacre immagini. Gli succedette Teofilo suo figliuolo, che sulle prime finse mansuetudine e zelo della giustizia, e poi, cavatasi la maschera, non sì lasciò vincere dal padre ne' vizii. Intanto l'imperador Lodovico continuamente pensava a provveder di stati il picciolo Carlo, cioè il quarto dei suoi figliuoli, a lui nato dall'imperadrice Giuditta; perciocchè dianzi avea divisi i suoi regni fra i tre maggiori. Nitardo[921] è quello che ci ha conservate tali notizie. Nè parlò più volte Lodovico con Lottario, e questi in fine consentì che ne fosse assegnata anche a lui una porzione, con giurar anche di sostenerlo e di difenderlo in tutte le occorrenze. Perciò l'Allamagna ossia la Suevia, che allora abbracciava l'Elvezia, cioè gli Svizzeri, fu data in sua parte al regio fanciullo. Tegano[922] vi aggiugne anche la Rezia ossia i Grigioni, con parte della Borgogna. Di qui prese origine un'iliade di sconcerti nella famiglia imperiale, che costò tanti disturbi tanto sangue alla monarchia dei Franchi. Convien nulladimeno osservare che prima ancora di questo avvenimento non mancavano nella corte e fuor della corte d'esso Augusto de' cattivi umori contra della stessa di lui persona. Quei medesimi, a' quali egli avea donata la vita, o fatti altri benefizii, quegli erano che covavano un mal animo, e segretamente sparlavano di lui, macchinando anche, o almen desiderando la di lui rovina; effetti tutti del concetto, in cui egli era d'essere un principe debole. Poco stettero ancora l'invidia e l'interesse a maggiormente soffiar nel coperto fuoco. Ora altra via non seppe prendere il buon imperadore che di costituire aio del figliuolo Carlo un uomo da lui creduto di polso, cioè Bernardo duca o marchese di quella che oggidì chiamiamo Linguadoca, con insieme conferirgli il grado di presidente della sua camera, e una straordinaria balìa nella sua corte. Ma ad altro non servì una tal risoluzione che a maggiormente inasprire non meno i figliuoli che i malcontenti, con somministrar loro nuovi pretesti per le novità che andremo esponendo. Fu celebrato in quest'anno un concilio di moltissimi vescovi nella città di Parigi, dove furono formati varii canoni di disciplina ecclesiastica, e dati anche de' saggi documenti agl'imperadori per governo de' popoli. In quest'anno l'imperador Lodovico spedì il figliuolo Lottario in Italia, acciocchè accudisse agli affari di questo regno. Sia lecito a me di rammentar qui un suo capitolare, che già diedi alla luce fra le leggi longobardiche[923], quantunque sia incerto l'anno in cui esso fu formato dal suddetto Lottario Augusto. Dice egli di aver trovato che lo studio delle lettere, per colpa e dappocaggine dei ministri sacri e profani, è affatto estinto nel regno d'Italia; e però di aver deputati maestri che insegnino le lettere, con raccomandar loro di usar tutta la premura possibile affinchè i giovani ne cavino profitto. Vien poscia annoverando le città, in cadauna delle quali era destinato un maestro, acciocchè concorressero colà a studiare gli scolari delle circonvicine città. Primieramente, dice egli, dovran venire a studiare sotto Dungallo in Pavia i giovani di Milano, Brescia, Lodi, Bergamo, Novara, Vercelli e Como. Questo Dungallo altri non può essere che Dungalo monaco, autore del trattato contra di Claudio vescovo di Torino, di cui s'è parlato di sopra, che abitava e faceva scuola in Pavia. Seguita a dire che in Ivrea lo stesso vescovo insegnerà le lettere. A Torino concorreranno da Albenga, da Vado, da Alba. In Cremona dovran venire allo studio quei di Reggio, Piacenza, Parma e Modena. Ed ecco chiaramente comprese queste quattro città nel regno d'Italia, e non già nell'esarcato conceduto alla santa Sede, come alcuno (non so mai come) ha preteso ai dì nostri. In Firenze (son parole di Lottario volgarizzate) si farà scuola a tutti gli studenti della Toscana: in Fermo a quei del ducato di Spoleti: a Verona concorreranno da Mantova e da Trento: a Vicenza da Padoa, da Trivigi, da Feltro, Ceneda ed Asolo. L'altre città di quelle parti manderanno i lor giovani alla scuola del Foro di Giulio, cioè a Cividal del Friuli. Questo bel documento ci fa intendere tutte le contrade del regno d'Italia dalla parte occidentale. Non vi si parla del ducato di Benevento, perchè que' duchi o principi, a riserva del tributo, godevano quasi un supremo dominio ne' loro stati. E neppur si fa parola delle città della Chiesa romana, perchè esse erano ben sottoposte alla sovrana signoria degl'imperadori, ma escluse dal regno d'Italia. Si vuol inoltre osservare che i maestri di scuola d'allora altro non insegnavano che la grammatica, nome nondimeno che abbracciava un largo campo, cioè, oltre alla lingua latina, anche le lettere umane, la spiegazion degli antichi scrittori e poeti latini, una qualche tintura delle sacre Scritture, colla giunta talvolta del computo per intendere le lunazioni, e simili altre conoscenze. Ci ha contato delle favole chi ha spacciato delle università di arti e scienze in que' tempi, come oggidì, e ne ha fatto istitutore Carlo Magno in Italia e in Francia. Era fortuna in quei secoli rozzi il poter avere un buon maestro di scuola. Sì fatte scuole in molti monisteri di monaci si trovavano e in alcune città. Anche i vescovi talora insegnavano, e i parrochi di villa erano tenuti ad ammaestrar nelle lettere i fanciulli.
Appartiene a quest'anno un celebre placito ossia giudizio tenuto in Roma dai ministri dell'imperador Lodovico, che il padre Mabillone[924] già diede alla luce, e si legge nell'appendice alla piena esposizione dei diritti cesarei ed estensi sopra Comacchio. Anche il Du-Chesne[925], cento anni sono, l'avea comunicato al pubblico negli estratti della Cronica di Farfa. Il padre Pagi[926] ne fa menzione all'anno 839, perchè non ne avea veduta la data, che è questa: Anno imperii domni Hludovici XVI, mense januario, per Indictione VII, cioè nell'anno presente. Da esso placito impariamo che Giuseppe vescovo, e Leone conte, missi ipsius Augusti ad singulorum hominum causas audiendas et deliberandas, erano per ordine del grande imperador Lodovico venuti da Spoleti e dalla Romagna a Roma, e che residentibus nobis in judicio in palatio lateranensi, in praesentia domni Gregorii papae, et una simul nobiscum aderant Leo episcopus et bibliothecarius sanctae romanae Ecclesiae, Theodorus episcopus, etc., Petrus dux de Ravenna, etc., comparve Ingoaldo abate del monistero di Farfa col suo avvocato, lamentandosi che domnus Adrianus et Leo pontifices per fortia invasissent res ipsius monasterii, idest curtem cornianianum, etc. unde tempore Stephani, Paschalis et Eugenii semper reclamavimus, et justitiam minime invenire potuimus: perciò chiedeva giustizia dai ministri imperiali, secondo l'ordine dato loro dall'imperadore. Interrogato l'avvocato del papa, rispose che la santa Chiesa romana teneva giustamente que' beni. Allora fu intimato all'avvocato dall'abate di produrre, se ne avea, delle ragioni. E questi esibì strumento, dal quale appariva che Anselberga badessa del monistero di s. Salvatore di Brescia (oggidì di santa Giulia), e figliuola del re Desiderio, avea ceduto quei beni al monistero farfense, siccome ancora un'altra pergamena, per cui si chiariva che Teodicio duca di Spoleti glieli avea venduti; e un'altra comprovante che Ansa regina avea acquistato con un cambio la corte di s. Vito da Teutone vescovo di Rieti, e poi l'avea donata alla suddetta Anselberga sua figliuola. Produsse ancora i diplomi del re Desiderio e di Carlo Magno, che aveano confermato quelle corti al suo monistero. E perciocchè negava l'avvocato pontificio che i monaci ne avessero mai avuto il possesso, l'abbate si esibì pronto a produrre testimoni legittimi del possesso, usque dum praefati pontifices per fortia eas tollere fecissent. Nel giorno appresso furono esaminati varii idonei testimonii che deposero in favore dei monaci; e non avendo l'avvocato del papa che rispondere a tali testimonianze, i giudici diedero la sentenza che que' poderi fossero riconsegnati al monistero di Farfa. Ma l'avvocato pontificio disse di non voler farlo; e il papa protestò di non accettar quella sentenza, con riserbarsi di trattarne di nuovo coi medesimi davanti al signor imperadore. Se dal vedere che i ministri imperiali alzano tribunale in Roma e nello stesso palazzo lateranense, e ad istanza di chi si pretende gravato, chiamano al loro giudizio il pontefice per beni temporali, e proferiscono sentenza, non risulti chiaramente il dominio sovrano tuttavia conservato in Roma dagli Augusti: io ne rimetto la decisione a chiunque fa profession d'amare le verità in Roma stessa, con credenza che ognuno ivi l'ami e non l'abborrisca. Secondo il Dandolo[927], mancò in quest'anno di vita Giustiniano Particiaco, ossia Participazio, doge di Venezia, con lasciar molti legati ai luoghi pii, e un buon fondo per fabbricare una chiesa in onore di s. Marco evangelista, il cui corpo, siccome dicemmo, sotto di lui fu portato a Venezia. Aveva egli richiamato alla patria Giovanni suo fratello, già relegato in Costantinopoli, ed ottenuto dal popolo d'averlo per suo collega; laonde, accaduta la di lui morte, esso Giovanni continuò ad esser doge.
NOTE:
[921] Nithardus. Hist., lib. 2.
[922] Theganus, de Gest. Ludovici Pii.
[923] P. I, tom. 2 Rer. Italic.
[924] Mabill. Append. ad tom. 2 Annal. Bened.
[925] Du-Chesne, Rer. Franc., tom. 3.
[926] Pagius, in Crit. Baron.
[927] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.
Anno di CRISTO DCCCXXX. Indizione VIII.
GREGORIO IV papa 4. LODOVICO PIO imperad. 17. LOTTARIO imperadore e re di Italia 11 e 8.
Scoppiarono finalmente in quest'anno le mine formate contra dell'imperador Lodovico dai malcontenti, e, quel che fa più orrore, da' suoi stessi figliuoli, cioè da Lottario, Pippino e Lodovico[928]. Bernardo duca della Settimania, divenuto lo arbitro e padron della corte, se vogliam credere a Pascasio Ratberto[929], l'aveva tutta sconvolta, e la facea da tiranno; e può essere che non pochi disordini succedessero a cagione della di lui prepotenza. Ma questo non bastò. Si fece correre anche voce che egli mantenesse pratica disonesta coll'imperadrice Giuditta, fino a dire che il principe Carlo, ultimo genito dell'imperadore, a lui doveva i suoi natali. Ratberto su questo si scalda, e francamente spaccia per vero tutto quanto era apposto ad esso Bernardo, con dargli il nome di amissarius (o pure, come par più credibile, di emissarius) qui cuncta reliquit honesta. Avrebbe avuta pena il buon monaco a recar buone pruove di questa imputazione; e certo non conveniva mai ad un par suo il parlare così. Mossesi l'imperador[930] sul principio della quaresima coll'esercito per passare ostilmente contro ai popoli della minore Bretagna sempre tumultuanti. Era la stagion fredda, fangose le strade, disastroso il cammino. Si prevalsero i nobili congiurati di questa occasione per distrarre l'armata dall'ubbidienza dovuta al sovrano, di modo che la maggior parte delle milizie, tornatasene indietro, venne a Parigi; ed eglino intanto fecero sapere a Lottario che accorresse colà dall'Italia, e a Pippino di venir dall'Aquitania, perchè il tempo era questo di deporre il padre, di levar dal trono la creduta impudica Giuditta Augusta, e dal mondo il decantato adultero Bernardo, come sovvertitore del regno. Se potesse servire di scusa a Lottario il sapere che i migliori e più assennati tra' Franzesi non poteano sofferire lo stato della corte imperiale d'allora: certo questa scusa non gli mancò. Ma nel tribunal di Dio, e neppure in quello degli uomini, non avrà mai peso una scusa sì fatta. Pervenuto allo orecchio dell'imperador Lodovico il suono dell'insorta tempesta, preveduta in parte per l'abbandono seguito delle soldatesche, mandò a Laon in monistero la Augusta sua moglie; permise a Bernardo di ritirarsi a Barcellona, se pur questi non prese da sè stesso e dalla sua paura un tal consiglio; ed esso imperadore sen venne a Compiegne. Colà corse il re di Aquitania Pippino suo figliuolo, accompagnato da una gran folla di popolo; e secondo il concerto fatto per via di lettere con Lottario Augusto suo fratello, levò al padre il comando. Presa poi l'imperadrice Giuditta dal monistero di Laon, la mandò a quello di Poitiers, ed ivi per forza la costrinsero a prendere l'abito monastico. Per forza ancora cacciarono in monistero i due fratelli d'essa Augusta Corrado e Ridolfo. Alla serie di queste abbominevoli vicende, secondo Pascasio Ratberto, pare che intervenisse Lodovico re di Baviera, altro figliuolo dell'imperadore; ma è ben certo che Lottario Augusto dopo l'ottava di Pasqua arrivò a Compiegne, e fece cavar gli occhi ad Eriberto fratello di Bernardo duca, giacchè non potè aver nelle mani Bernardo stesso. Fu approvato da Lottario tutto quanto fin qui aveva operato Pippino; e trattò ben egli rispettosamente il padre, ma tendeva ogni mira de' figliuoli ad indurlo ad assumere la tonsura monastica in qualche monistero. Prima ancora che Giuditta prendesse il sacro velo, adoperarono lei stessa per persuadergli questa ritirata; ed in fatti gli parlò essa in segreto, ma senza sapersi s'ella mantenesse la parola data. Lodovico prese tempo per pensare a sì gran risoluzione, ed intanto, poco fidandosi dei Franzesi, segretamente cominciò dei maneggi coi Tedeschi. Per voglia di metter fine in qualche maniera a tante turbolenze, fu destinata una dieta a Nimega. Il concorso di chi era in favore dell'imperador Lodovico si scoprì maggiore di quel che si credeva, di maniera che la contraria fazione, come disperata, ricorse la notte a Lottario per esortarlo o a decidere col ferro la contesa o a ritirarsi. Informatone Lodovico, fece venire a sè nella mattina seguente il figliuolo Lottario, al dispetto di chi il consigliava di non andarvi, e con una parlata da padre si studiò di fargli conoscere il suo dovere. Intanto il popolo temendo chi per Lodovico e chi per Lottario, furiosamente diedero di piglio all'armi; e ne sarebbe venuto gran male, se i due Augusti non si fossero fatti vedere a tutti in forma di concordia: il che servì a quetar tutto quel pazzo movimento. E perciocchè oramai senza misura prevaleva la fazione dell'Augusto Lodovico, egli ricuperò il comando; e successivamente ordinata fu la cattura de' principali fra' congiurati, e d'essi formato il processo. Fra questi si trovarono Ilduino abbate di s. Dionisio in Parigi e di altri monisteri, che godeva anche la riguardevol carica di cappellano della corte, Elisacaro abbate di Centulae, Walla abbate della vecchia Corbeia, di cui abbiamo parlato di sopra. Questi abbati cortigiani ci vengono descritti per santi; ma certo, che che ne dica Pascasio Ratberto ad acquistar loro il credito della santità, niuno dirà che concorresse l'aver eglino avuta mano in questi imbrogli, e tenuto il partito de' figliuoli contra di un padre. Lottario Augusto giurò allora fedeltà al genitore; e Lodovico re di Baviera, intervenuto alla dieta suddetta, aiutò, per quanto potè, la causa del medesimo suo padre Augusto. E ciò perchè non meno a lui che a Pippino suo fratello segretamente esso Lodovico Pio diede intenzione di accrescere la lor porzione di stati. Può essere che in quest'anno accadesse ciò che narra il Dandolo[931], cioè che Obelerio, già doge deposto di Venezia, se ne tornò furtivamente a casa, e si fece forte nell'isola appellata Vigilia. Accorse incontanente Giovanni doge regnante coll'esercito, e lo assediò in quell'isola. Avvenne che quei di Malamocco, perchè Obelerio era di nascita loro concittadino, passarono al campo di lui, con abbandonar Giovanni. Allora Giovanni, lasciata stare Vigilia, passò contra di Malamocco, e dopo avere espugnato quel luogo e datolo alle fiamme, tornò contra d'Obelerio, ed avutolo finalmente nelle mani, se ne assicurò con fargli tagliare la testa.
NOTE:
[928] Anonymus, in Vit. Ludov. Pii. Theganus, de Gest. Ludovici Pii, cap. 36.
[929] Paschasius Ratbertus, in Vit. Wallae Ab., lib. 2, cap. 28.
[930] Annales Francor. Bertiniani.
[931] Dandul., Chronic., tom. 12 Rer. Italic.
Anno di CRISTO DCCCXXXI. Indiz. IX.
GREGORIO IV papa 5. LODOVICO PIO imperadore 18. LOTTARIO imperadore e re di Italia 12 e 9.
Secondo gli Annali bertiniani[932], sul principio di febbraio dell'anno presente fu in Aquisgrana tenuta una general dieta, dove si presero le risoluzioni convenienti intorno a coloro che aveano cospirato contro di Lodovico Pio. Furono tutti concordemente giudicati incorsi nella pena della testa. Ma il buon imperadore volle che la clemenza andasse innanzi alla giustizia, con decretare ai laici il farsi monaci, e ai monaci la relegazione in qualche monistero. Cadde questo lieve gastigo sopra i tre abbati suddetti Ilduino, Elisacaro e Walla. Jesse vescovo di Amiens fu deposto. Altri vescovi ed ecclesiastici spontaneamente elessero l'esilio con fuggire in Italia, e ricoverarsi sotto la protezion di Lottario. Vi restava da decidere il punto dell'imperadrice Giuditta. Sopra di ciò era stato consultato il sommo pontefice Gregorio, e la sentenza sua fu che si avesse per nulla ed insussistente la di lei monacazione, e concordi colla santa sede andarono i vescovi di Francia. Però, come scrive Tegano[933], jubente Gregorio romano pontifice cum aliorum episcoporum justo judicio ella sen venne ad Aquisgrana con riassumere gli abiti secolareschi; ma prima le fu prescritto di purgarsi dagli apposti reati. Il che si fece secondo i biasimevoli riti di que' tempi, cioè con esibirsi un campion d'essa pronto a provare la di lei innocenza col duello. E posciachè non comparve accusatore alcuno, fu accettato il di lei giuramento per pruova bastevole della sua onestà. Dopo di che Pippino e Lodovico figliuoli dell'imperadore, lieti per l'accrescimento fatto a' loro domini, ebbero licenza di andarsene l'uno in Aquitania, l'altro in Baviera. Lottario solo si trovò deluso in mezzo alle sue grandi idee e speranze[934], perciocchè gli convenne contentarsi della sola Italia, con giurare inoltre di non far da lì innanzi novità nella monarchia contro la volontà del padre. A lui più che ad altri era attribuita l'origine e continuazione di sì brutti sconcerti. E cercarono anche di profittarne i suddetti suoi due fratelli, col cominciar cadauno a far broglio per ottenere il primato, cioè il titolo imperiale dopo la morte del padre; ma per questo conto ritrovarono una forte opposizione nei ministri della corte paterna. La verità nondimeno è che Lodovico Pio non trattò sempre da lì innanzi Lottario come collega nell'imperio. Tennesi poi un'altra dieta in Ingeleim sul principio del seguente maggio, dove comparve ancora esso Lottario Augusto, che fu onorevolmente accolto dal padre; ma fra poco ebbe ordine di tornarsene in Italia, perchè non poca apprensione dovea dare a Lodovico lo spirito imbroglione di questo suo figliuolo. Quivi il clementissimo Augusto fece grazia a molti degli esiliati, permettendo ad alcuni di ritornarsene alle lor case, e ad altri anche il rivenire alla corte. In un'altra dieta, che fu nell'autunno seguente tenuta a Tionvilla, si vide comparire Bernardo duca di Settimania, quel medesimo, per cui tanto rumore s'era sollevato nell'anno addietro. Anch'egli si esibì pronto a provar coll'armi le calunniose voci sparse contra di lui; e non essendosi trovato chi si sentisse voglia di prendere questa briga, si venne al giuramento, per cui, nel tribunale del mondo, egli restò bastantemente giustificato. Assisterono a questa dieta due figliuoli dell'imperadore, cioè Lottario e Lodovico, e di poi se ne andarono. Ma non v'intervenne già il re Pippino. Aspettollo un pezzo il padre, e non veggendolo venire, mandò gente apposta a chiamarlo. Promise Pippino di andarvi, e finalmente sol pochi dì prima del santo natale si presentò all'Augusto genitore, che, a cagion della disubbidienza sua, lo accolse assai freddamente, ed anche lo sgridò. Se ne impazientò il giovine principe, e nel dì 27 di dicembre, senza dire addio ad alcuno, se ne fuggì frettolosamente verso l'Aquitania. E tali erano i portamenti de' figliuoli verso l'infelice Lodovico imperadore lor padre, che declinarono anche in peggio, siccome vedremo. Abbiamo dalla Cronica arabica[935], tratta dal codice di Cambridge e da me ristampata, che in quest'anno riuscì ai Saraceni, dopo aver già fissato il piede in Sicilia, d'impadronirsi della città di Messina. Teodoto patrizio, che per l'imperadore greco, il meglio che poteva, andava contrastando e difficultando le conquiste di quegl'infedeli, restò da loro ucciso in qualche mischia.
NOTE:
[932] Annales Franc. Bertin. et Metens.
[933] Theganus, de Gest. Ludovici Pii, cap. 37.
[934] Nithardus, Hist. lib. 1.
[935] P. II, tom. 2 Rer. Ital.
Anno di CRISTO DCCCXXXII. Indizione X.
GREGORIO IV papa 6. LODOVICO PIO imperad. 19. LOTTARIO imperadore e re di Italia 15 e 10.
Non senza nuovi affanni passò l'Augusto Lodovico quest'anno ancora a cagione de' suoi figliuoli. L'improvvisa fuga e disubbidienza del re Pippino gli avea trafitto il cuore. Per cercare rimedio a questi disordini intimò una nuova dieta in Orleans[936], dove eziandio furono invitati Lottario Augusto dall'Italia, e Lodovico re dalla Baviera. Ma non andò molto che arrivò nuova come il suddetto suo figliuol Lodovico, messa insieme una poderosa armata di Bavaresi e Schiavoni disegnava d'invadere l'Alemagna, ossia la Suevia e di torla al picciolo fratello Carlo e di passar poscia in Francia per sottomettere al suo dominio tutto quanto quel paese che potesse. Tegano[937] ci vuol far credere mosso questo principe dai consigli di Lottario, al quale veniva forse troppo facilmente da alcuni attribuito ogni malanno d'allora. Altri ne fanno autore Malfrido conte di Orleans, a cui l'imperadore avea donata la vita. A tali avvisi non tardò Lodovico Pio a mettere in piedi un grosso esercito di Franzesi e di Sassoni, co' quali marciò contra del figliuolo. Si trovarono a fronte le due armate presso a Vormazia, e parea disposto il figliuolo a venire ad un cimento; ma perchè riconobbe vana la speranza a lui data che passerebbono nel campo suo le soldatesche del padre, e nello stesso tempo il buon imperadore, non mai dimentico che quegli era suo figliuolo, il mandò a chiamare; andò coraggiosamente il giovane Lodovico a trovarlo. Fu dal buon padre benignamente accolto, e con sì amorevoli parole esortato alla pace, che restò dissipato tutto questo nuvolo, ed amendue si separarono con apparenza di grande amore. Non fu già così per l'altro figliuolo Pippino. Questi fuggito, come dicemmo, s'ebbe avviso che meditasse anch'egli delle novità; però fu obbligato l'imperador suo padre a mandar ordine perchè sul principio di settembre si facesse la raunanza dell'esercito ad Orleans, dove si portò per tenere la dieta. Colà fu chiamato, e colà finalmente venne, ma contra sua voglia, il re Pippino. Lo sgridò il padre, perchè senza chiedere licenza si fosse ritirato dalla corte nell'anno addietro, e messolo sotto buona guardia, gli comandò di andare a Treveri, e di guadagnarsi il perdono del passato coll'ubbidienza in avvenire. Le promesse del figliuolo furono quali si desideravano da un padre, ma i fatti non corrisposero. Non andò molto ch'egli tornò a fuggire. Il perchè l'imperador Lodovico avendo non poco fondamento che il figliuolo fosse pervertito dai consigli d'alcune malvage persone, e specialmente da Bernardo duca della Settimania, autore in addietro di tanti mali, e dimorante allora in Aquitania, fece citar costui a render conto di sua persona. L'imputazione era di fellonia. Egli elesse la detestabil via del duello per provare l'innocenza sua. Non si venne al combattimento per mancanza di chi volesse uscire in campo contra di lui. Ciò non ostante, egli venne degradato, e liberato il pubblico da sì pernicioso arnese. Presero qui occasione Lottario Augusto e Lodovico re di Baviera di profittare dello sdegno del padre contra del loro fratello Pippino[938], con tirarlo a fare un'altra divisione della monarchia in vantaggio d'essi e di Carlo, quarto loro fratello; ma questa non ebbe poi effetto. In questi medesimi tempi la Cristianità e l'Italia ebbero di che piagnere, perciocchè, secondo la Cronica arabica[939], riuscì ai Saraceni di forzare alla resa la città di Palermo; con che venne la maggiore e miglior parte della Sicilia sotto il loro giogo. Ne abbiamo anche la testimonianza di Giovanni Diacono[940], che fiorì in questi tempi, e racconta che tutti i Palermitani furono stati schiavi, e che il solo Luca eletto vescovo di quella città, e Simeone spatario dell'imperadore greco con pochi altri ottennero dipoi la libertà. Circa questi tempi ancora diede fine a questa mortal vita Antonino abbate benedettino di Sorrento. Leggesi la breve sua vita pubblicata dal padre Bollando[941], e poi ristampata dal padre Mabillone[942], dove dice ch'egli morì sexto decimo kalendas martii, consule Probiano. Non riguarda già questa nota cronologica l'anno di Cristo 471, in cui fu console Probiano, ma bensì l'anno presente, o i due vicini, ne' quali Probiano console ossia duca di Sorrento vivea. Ancorchè nulla di riguardevole o per virtù o per miracoli si narri di lui nella vita suddetta, pure in que' tempi barbari egli meritò il titolo di santo e lo si ritien tuttavia in quella città.
NOTE:
[936] Annal. Franc. Bertiniani.
[937] Thegan., de Gest. Ludovici Pii, cap. 39.
[938] Astronomus, in Vita Ludov. Pii.
[939] P. II, tom. 1 Rer. Ital.
[940] Johann. Diac., in Vit. Episcop. Neapol., P. II, tom. 1 Rerum Italicarum.
[941] Bollandus, in Act. Sanct. ad diem 13 februarii.
[942] Mabill., Saecul. IV Benedict.
Anno di CRISTO DCCCXXXIII. Indiz. XI.
GREGORIO IV papa 7. LODOVICO PIO imperadore 20. LOTTARIO imperadore e re di Italia 14 e 11.
Intorno a questi tempi si può credere accaduto ciò che narra Anastasio bibliotecario[943]. Quasi tutta la Sicilia era già caduta in mano de' Saraceni africani, e cominciarono tosto a provarsi i funesti effetti della maggiore loro vicinanza all'Italia, facendo quei barbari corsari delle scorrerie per tutto il litorale del Mediterraneo. Questa calamità diede molto da pensare al sommo pontefice Gregorio, per la giusta apprensione che le città di Porto e d'Ostia potessero un dì restar preda degl'infedeli. Tanto maggiore era la di lui ansietà, perchè se coloro avessero presi quei due luoghi alla sboccatura del Tevere e peggio se vi avessero fermato il piede, Roma non era sicura, o certo correva gran pericolo la venerata basilica vaticana coi corpi de' santi Apostoli, giacchè era essa in questi tempi fuori di Roma. Però il vigilante papa determinò di fabbricare una nuova città nel sito d'Ostia. Vi si portò egli in persona e diede principio con vigore alle mura, che riuscirono alte, con porte ben fortificate, troniere e petriere e con buona fossa all'intorno. Questa nuova Ostia ordinò egli che in avvenire si nomasse dal suo nome Gregoriopoli. Cessò di vivere secondo i conti di Camillo Pellegrino[944], nel presente anno Sicone principe di Benevento, il cui epitaffio resta tuttavia e vien registrato nella storia de' principi longobardi del suddetto Pellegrino. Quivi è detto ch'egli regnò per quinos annos, anni quindici, i quali dedotti dall'anno 817, ci possono far dubitare che la sua morte accadesse piuttosto nell'anno precedente. Comunque sia, fra le sue lodi si conta ch'egli difese il ducato beneventano dall'ira de' Franchi; assediò vigorosamente Napoli, ed obbligò quel popolo a pagargli il tributo, e di là condusse a Benevento il corpo di san Gennaro vescovo e martire, in onore del quale fabbricò un tempio e fece grandi donativi d'argento. A proposito dell'assedio di Napoli narra Erchemperto[945], aver egli talmente stretta e bersagliata quella città con arieti e mangani, che diroccato un buon pezzo di muro vicino al mare, i Beneventani erano già alla vigilia di entrarvi per forza. Allora il duca di Napoli mandò a trattar della resa per ischivare il sacco, e diede per ostaggio la madre e due suoi figliuoli. Impetrarono i legati che Sicone entrasse solamente nel giorno appresso nella città; ma non v'entrò già egli mai, perchè nella notte stessa i Napoletani alzarono bravamente nella parte smantellata un nuovo muro, e sul far del giorno comparvero sopra di esso coll'armi più che mai risoluti di difendersi. L'Anonimo salernitano[946] aggiugne che fu inviato Orso, eletto vescovo di Napoli, ad implorar misericordia e pace da Sicone, il quale, cedendo alle esortazioni e preghiere del prelato, venne ad un accordo; cioè si obbligò il duca napoletano di pagare ogni anno tributo al principe di Benevento. Abbiamo inoltre dal prefato Salernitano che Landolfo seniore conte di Capua per ordine di esso Sicone fabbricò una nuova forte città nel monte Trilisco non lungi dalla medesima città di Capua. Fu pregato Sicone di venirla a vedere e giunto colà chiese parere a' suoi baroni, qual nome si potesse porre a questa nuova città. Tutti ad una voce risposero Sicopoli, fuorchè uno il qual disse: piuttosto che Sicopoli, chiamiamola Rebellopoli. Montò in collera Sicone a questo motto, e gli dimandò perchè parlasse così. Perchè, disse colui, dappoichè i Capuani hanno un luogo sì ben fortificato, dureran fatica ad ubbidirvi; e questo vi succederà quando non si formi una buona lega d'animi fra i Beneventani e Capuani col mezzo di varii matrimoni. Non cadde in terra questo avvertimento; e Sicone da lì innanzi procurò varie parentele fra que' due popoli. A Sicone defunto succedette nel principato di Benevento Sicardo suo figliuolo, già dichiarato suo collega, principe, al dire di Erchemperto, anch'esso divoratore de' suoi sudditi.
L'anno fu questo in cui si vide una scandalosa rivoluzion di stato, che non si può rammentar senza orrore e senza obbrobrio della Francia e di que' tempi. Tornarono peggio che prima a rivoltarsi contro l'imperador Lodovico i suoi tre maggiori figliuoli Lottario, Pippino e Lodovico. Le cagioni di sì fatti abbominevoli movimenti non sono ben registrate dagli storici. Per quel ch'io credo, e per quanto si può dedurre da Agobardo[947], celebre arcivescovo di Lione, l'invidia e gelosia di stato rimise l'armi in mano a que' principi dimentichi della riverenza dovuta ad un padre. Si lasciava pur troppo il buon imperadore menar pel naso dalla imperadrice Giuditta loro matrigna, e si può in parte prestar fede a quanto di lei in questo proposito lasciarono scritto Pascasio Ratberto[948] ed Agobardo. Le mire dell'ambiziosa donna tendevano tutte ad ingrandir l'unico suo figliuolo Carlo; e in quest'anno ancora le era riuscito di fargli assegnar l'Aquitania, con levarla al figliastro Pippino, come attesta Nitardo[949], Aquitania, Pippino demta, Carolo datur, et in ejus obsequio primatus populi, qui cum patre sentiebat, jurat. Questi passi sì svantaggiosi agli altri figliuoli e il timore di peggio, fecero perdere la pazienza a Lottario, Pippino e Lodovico; e tanto più perchè non mancavano segreti istigatori che malignamente accendevano il fuoco e nulla più desideravano che di veder discendere dal trono il cristianissimo e clementissimo loro monarca. Passata dunque intelligenza fra i tre suddetti fratelli, dopo aver trattato indarno di concordia col padre in lontananza, Lottario dall'Italia, Pippino dall'Aquitania, Lodovico dalla Baviera, marciarono coi loro eserciti per andarlo a trovare in persona. L'Augusto Lodovico, subodorati questi movimenti, anch'egli s'armò come potè, e venne in Alsazia, dove a fronte di lui arrivarono anche i figliuoli, risoluti di dare alla monarchia quel regolamento che al loro senno, o, per dir meglio, alla loro detestabile ambizione parea più proprio. Quel sito acquistò da lì innanzi il nome di Campo della bugia, o di Campo mendace. Avea Lottario fatto venire d'Italia e condotto seco papa Gregorio IV, figurandosi che niun personaggio fosse atto più di lui, siccome padre comune e di tanta autorità, a maneggiar un trattato di pace fra un padre e i suoi figliuoli. Ma fu presa in sospetto dall'imperador Lodovico la venuta del romano pontefice, quasichè egli si fosse unicamente mosso per favorire i disegni del figliuolo Lottario, cioè di chi era arbitro dell'Italia. Fece in oltre delle doglianze perchè egli fosse venuto, senz'averne preventivamente avuto da lui ordine alcuno, ed anche dopo essere venuto, tardasse tanto a lasciarsi vedere da lui. Anzi gli stessi vescovi franzesi del partito d'esso imperador Lodovico, essendosi sparsa voce che il papa per troppa parzialità nudrisse pensiero di scomunicar l'imperadore e i vescovi, se alcun di loro si mostrasse disubbidiente al volere di lui e de' figliuoli di esso Augusto, si lasciarono trasportare all'eccesso con fargli sapere, secondochè narra l'autore della vita di Lodovico[950], nullo modo se velle ejus voluntati succumbere. Sed si excommunicaturus adveniret, excommunicatus abiret: quum aliter se habeat antiquorum canonum auctoritas. Finalmente fu permesso al papa di andar ad abboccarsi coll'imperador Lodovico, che il ricevette con poco garbo, e senza la riverenza usata da' suoi maggiori al vicario di Cristo. Per testimonianza di Tegano[951], Gregorio gli presentò grandi e innumerabili regali, si fermò con lui qualche giorno e trattò seco de' correnti scabrosi affari, per quanto si può conghietturare, con tutta onoratezza e vera intenzione di rimettere la buona armonia fra lui e i figliuoli. Da Pascasio Ratberto si può ricavare ch'egli proponeva ed insisteva che stesse salda la prima division dell'imperio fatta dall'imperadore, giacchè l'averla egli guasta, per esaltare il fanciullo quartogenito Carlo, avea troppo disgustato i tre maggiori figliuoli. I seguenti successi ci danno a conoscere che o Lodovico Augusto, o i figliuoli non vi vollero acconsentire. Però il papa licenziato si restituì al campo di Lottario, nè gli fu più permesso di tornar a parlare coll'Augusto Lodovico.
Intanto lavoravano sott'acqua i figliuoli tirando a poco a poco con doni o con minacce nel loro partito i seguaci del padre, di modo che non andò molto che esso Lodovico si vide quasi affatto abbandonato dai suoi e costretto a far sapere ai figliuoli che andrebbe alle lor tende, persuadendosi bene che non mancherebbono di rispetto verso di lui e verso la moglie, nè di amore verso il loro fratello Carlo. Andò e fu ricevuto col figliuolo nel padiglione di Lottario, che era il principal promotore di questa esecrabil briga. Allora fu che i tre fratelli si divisero fra loro la monarchia franzese, e si fecero giurar fedeltà dai popoli. Quindi Lottario mandò in esilio l'imperadrice Giuditta in Italia, confinandola nella città di Tortona[952], con promessa giurata fatta al padre di non nuocere al corpo nè alla vita di lei. Fu anche levato da lato dell'imperadore con suo gran rammarico il tanto da lui amato figliuolo Carlo e relegato nel monistero di Prumia nella Germania. Papa Gregorio al vedere cotali sregolate violenze, le disapprovò, nè soffrendogli più il cuore d'essere spettatore di sì brutta tragedia, se ne ritornò malcontento a Roma. Pippino e Lodovico fratelli di Lottario se ne tornarono ai regni loro. Restò l'infelice Augusto Lodovico nelle mani di Lottario, il quale, avendo già prese le redini del governo, seco il condusse, come privata persona e a guisa di prigioniere sotto buona guardia, a Soissons, con adoperare intanto emissarii e segrete esortazioni per indurlo a rinunziare spontaneamente l'imperio e a monacarsi, siccome altre volte pareva che avesse avuta intenzione di fare. Per muoverlo più agevolmente, gli fu dato a credere che l'imperadrice avesse già dato l'addio al secolo con prender l'abito monastico, o fosse morta, e che il figliuolo Carlo già fosse tonsurato in un monistero. Ma Lodovico non si arrendè per questo, e tanto più perchè segretamente fu avvertito della falsità di quelle voci, ed esortato a tener forte per quanto potesse lo scettro. Non valendo questi mezzi, si venne al più vigoroso e fu quello di raunare nel mese di ottobre in Compiegne molti vescovi, alla testa de' quali era Ebbone arcivescovo di Reims, fazionario di Lottario, uomo di vil nascita, ma di una crudeltà che non avea pari. Videsi in tal occasione, con vergogna del nome cristiano, empiamente impiegata dai ministri di Dio la santissima religione per ispaventare e detronizzare quel misero principe con indurlo a chiamarsi colpevole delle seguenti imputazioni. Cioè, di aver permessa la morte del re Bernardo suo nipote e fatti monacare per forza i suoi fratelli naturali, tuttochè di ciò egli avesse già fatta penitenza. Di aver contro i giuramenti rotta la divisione da lui già stabilita dell'imperio, ed astretti i sudditi a due contrari giuramenti: dal che erano venuti spergiuri e gravi turbazioni. Di avere in tempo di quaresima intimata al popolo una spedizion generale: cosa che avea cagionata una gran mormorazione. Di aver maltrattato chi dei suoi fedeli era ito ad informarlo dei malanni correnti e delle insidie a lui tese, con cacciarli in esilio e confiscar loro i beni; siccome ancora d'aver cagionato del discredito ai sacerdoti e monaci. Di aver esatto contro la giustizia varii giuramenti da' suoi figliuoli e popoli. Di aver fatto varie spedizioni militari che aveano prodotti tanti omicidii, sacrilegii, adulterii, rapine ed incendii, con oppression de' poveri: mali tutti, de' quali era reo presso Dio. Di aver fatto delle divisioni dell'imperio a capriccio, turbata la pace comune, armati i popoli contra de' suoi figliuoli, in vece di pacificarli coll'autorità paterna e col consiglio de' suoi fedeli. E finalmente d'aver messo a pericolo d'infinite uccisioni i suoi sudditi, quando l'obbligo suo era di procurar loro la salute e la pace. Con questi mal inventati capi di reati diedero que' vescovi ad intendere al piissimo imperadore ch'era scomunicato e che gli era d'uopo di farne penitenza, se voleva salvar l'anima sua. Lasciossi il meschino principe trattar come vollero que' vescovi che aveano venduta la lor coscienza a Lottario, con deporre la spada e le insegne imperiali, e vestirsi di cilicio, e vituperar le sue passate azioni, e con pericolo di verificar l'antico proverbio: Heroum filii noxae. Questo bastò a Lottario per credere decaduto il padre: benchè non fidandosi di lui, nè del popolo, seguitasse a tenerlo sotto più rigorosa guardia, senza permettergli di parlare, se non con pochi destinati al di lui servigio. Il popolo, terminata questa scena, se ne tornò tutto confuso e mesto a casa. Lottario si fermò in Aquisgrana quel verno, facendola da padron dell'imperio. Walla abbate di Corbeia, per levarsi da così deforme spettacolo, avea ottenuto da lui di potersi ritirare in Italia, e venuto al celebre monistero di san Colombano di Bobbio, quivi coll'aiuto di Lottario fu eletto abbate. Da un documento veronese pubblicato dal Panvinio e poi dall'Ughelli[953], che fu scritto nell'anno 837 pare che nell'anno presente Lottario Augusto mandasse a Verona Mario (forse nome scorretto) conte bergense (s'ha verisimilmente da scrivere bergomense) ed Eriberto vescovo di Lodi, ut muros qui ad portam, quae dicitur Nova, diruebant, sive in castello, aliisve necessariis locis restituerent. Dicesi ordinata questa riparazione eo anno, quando imperator Lotharius cum exercitu in Franciam cum fratribus ad patrem perrexit.
NOTE:
[943] Anast. Bibliothec., in Vit. Gregor. IV.
[944] Part. I, tom. 2 Rer. Italic.
[945] Erchempertus, Hist., cap. 10.
[946] Anonymus Salernitan., P. II. edit. Peregr.
[947] Agobardus de Comparat. utriusq. Regimin.
[948] Paschasius, Ratbertus in Vit. Walae, lib. 1.
[949] Nithardus, Hist., lib. 1.
[950] Anonymus, in Vit. Ludov. Pii.
[951] Theganus, de Reb. est. Ludovici, cap. 42.
[952] Astronomus, in Vit. Ludovici Pii.
[953] Ughell., tom. 5, Ital. Sacr. de Episcop. Veronens.
Anno di CRISTO DCCCXXXIV. Indiz. XII.
GREGORIO IV papa 8. LODOVICO PIO imperadore 21. LOTTARIO imperadore e re di Italia 15 e 12.
L'aspro ed indegno trattamento fatto da Lottario all'imperador Lodovico suo padre induceva ogni dì più a compassione chi non aveva avuta parte nel di lui abbassamento, e svegliava pentimento in chi avuta ve l'avea[954]. Fra gli altri Lodovico re di Baviera suo figliuolo, prima ancora che terminasse l'anno precedente, tornato in sè stesso, cominciò ad assumere la di lui difesa, e venuto a Francforte, spedì ambasciatori a Lottario pregandolo di usar più umanità verso del padre. Lottario li ricevè assai freddamente. Altri successivamente ne mandò esso re di Baviera, nè a questi fu permesso di vedere l'imperador prigioniere. Venuto poi Lottario a Magonza, quivi con lui si abboccò il fratello Lodovico, ma senza neppur riportarne buone parole, per gli cattivi consiglieri che Lottario aveva ai fianchi. Questa durezza di Lottario e le premure di molti nobili fautori dell'oppresso imperadore e massimamente di Dragone vescovo di Metz, indussero il suddetto re di Baviera a trattare col re Pippino, altro suo fratello, una lega contra di Lottario, per procurar la liberazion del padre. In fatti amendue coi loro eserciti da due parti si mossero per andare a trovare ostilmente il fratello; e crebbero per via le loro forze, concorrendo di qua e di là gente a questo pio uffizio; di modo che Lottario giunto a Parigi, veggendo sì gran turbine che minaccioso si appressava, lasciato quivi il padre in libertà nel monistero di s. Dionisio, si diede alla fuga sul fine di febbraio, seguitato da alcuni vescovi suoi aderenti, fra' quali specialmente si contò Agobardo arcivescovo di Lione[955]. Non volle il buon imperador Lodovico ripigliare il cingolo militare e le insegne imperiali, se prima non venne assoluto dai vescovi e da loro rimesso in possesso del primiero comando con incredibil giubilo del popolo. Ritiratosi Lottario Augusto nella Provenza, recò non pochi aggravii a quelle contrade; e perchè la città di Cavaglione ricusò d'ubbidirlo[956], la espugnò e diede alle fiamme; e presi quei conti che la difendevano, tre ne fece morire e gli altri cacciò in prigione. Colà inviò l'imperador suo padre degli ambasciatori per significargli come gli perdonava tutti i passati eccessi, esortandolo a venirsene a lui pacificamente, che sarebbe ben ricevuto. Non fidandosene Lottario, continuò nelle risoluzioni di prima. Stava intanto confinata in Tortona l'imperadrice Giuditta, ed era stato secretamente inviato in Italia un certo Rodberto laico, menzionato da Walafrido Strabone in uno dei suoi poemi, per procurar la sua liberazione; nè mancavano in Italia dei gran signori fedeli all'imperador Lodovico. Sparsasi poi voce che esso Augusto era stato rimesso in libertà e che si macchinava contra la vita della medesima imperadrice, per attestato dell'Annalista bertiniano, Ratoldo vescovo, Bonifazio conte e Pippino parente dell'imperadore, ed altri non pochi con gran prestezza inviarono persone che destramente, o pure per forza la misero in salvo, e menaronla felicemente ad Aquisgrana, dove la presentarono sana all'imperador suo consorte. Ma egli non volle ripigliarla, se prima ella in pubblico non si purgò dai reati che le venivano apposti col giuramento. Quel Ratoldo vien creduto dal padre Pagi[957] vescovo di Soissons. La verità è ch'egli era vescovo di Verona, appellato da altri Rataldo. Bonifazio era conte di Lucca, e probabilmente marchese della Toscana, come abbiam veduto di sopra all'anno 828. Pippino parente dell'imperador Lodovico altro non fu che Pippino figliuolo di Bernardo giù re d'Italia, del quale parimente abbiam fatta menzione di sopra. Ma Andrea prete italiano[958], e scrittore di questo secolo, lasciò scritto essere stato Lottario stesso quegli che, pentito dei passati trascorsi, ed infuriato contra chi gli avea dato di sì cattivi consigli (perlochè molti per ordine suo furono uccisi, ed altri mandati in esilio), restituì egli stesso la matrigna al padre. E parrebbe assai verisimile questo racconto, non sapendosi intendere come i tre suddetti personaggi si arrischiassero senza permissione o comando d'esso Lottario a levar dalla guardia e ricondurre l'imperadrice in Francia. Ma all'anno 836 vedremmo che non s'accorda con questo supposto la più autentica storia d'allora.
Continuava Lottario Augusto nel suo furore, per cui trovata in Cavaglione Gerberga monaca, sorella di Bernardo già duca della Settimania[959], la fece affogare nel fiume Sona, e dopo avere riportato qualche vantaggio contra le milizie del padre, passò coll'esercito suo fino ad Orleans. Lodovico imperadore, chiamati in suo aiuto gli altri due figliuoli Pippino e Lodovico colle lor truppe, andò a postarsi con una potentissima armata nel mese d'agosto in faccia a Lottario. Marquardo abbate di Prumia, da lui spedito prima al figliuolo per ricordargli i comandamenti e lo sdegno di Dio, ed esortarlo a sottomettersi, se n'era tornato indietro, altro non riportando che un cattivo trattamento e delle minacce. Ma il misericordioso imperadore, non ributtato per questo, mandò altri ambasciatori al pertinace figliuolo per vincerlo pur colle buone, e per risparmiare il sangue de' suoi popoli. Furono questi Baradado, o pur Badurado vescovo di Paderbona, Gebeardo nobilissimo duca, e Berengario uomo saggio e parente suo, il quale, secondo l'Eccardo[960], fu figliuolo di Unroco conte, e fratello di Eberardo marchese del Friuli, ch'era marito di Gisela figliuola d'esso imperador Lodovico. Egli da Tegano è chiamato duca fedele e saggio; ed essendo mancato di vita nell'anno seguente, la morte sua lungamente fu pianta dallo stesso imperadore e da' suoi figliuoli. Ora ammessi questi legati all'udienza di Lottario, il vescovo animosamente gli comandò da parte di Dio che si levasse da' fianchi i malvagi consiglieri suoi seduttori, ed ascoltasse le proposizioni di pace. Chiese Lottario un po' di tempo per pensarvi: e richiamatili, domandò loro parere. Il consigliarono di venire a' piedi del suo buon padre, con assicurarlo di pace e di perdono e con presentargli, come si può conghietturare, un salvocondotto. Andò in fatti Lottario, e trovato il padre Augusto sotto un alto padiglione alla vista di tutta la sua armata, con gli altri suoi due figliuoli a lato, si gittò a' suoi piedi con Ugo suocero suo e cogli altri complici, confessando d'aver stranamente fallato. Contentossi il pio imperadore che Lottario gli giurasse di nuovo fedeltà, e di ubbidire a tutti gli ordini suoi, e che se ne venisse in Italia, da dove non si avesse a muovere giammai senza sua licenza. Giurarono anche gli altri, e a tutti fu conceduta, non solamente la vita, ma anche il possesso de' loro beni patrimoniali. Lottario se ne tornò in Italia; e a tal fine ebbe quella memorabil tragedia, in cui non si può abbastanza ammirare l'insolenza d'un figlio e la pazienza e carità di un padre. Secondo i conti di Camillo Pellegrino[961], Deusdedit abbate di Monte Casino uomo di molta santità, cacciato in prigione da Sicone principe di Benevento, fu chiamato da Dio in quest'anno dalle miserie della carcere all'eterno riposo. Erchemperto[962] è testimonio che al sepolcro suo succedevano molte miracolose guarigioni. Nel Martirologio romano[963] si celebra la di lui memoria. Il suddetto Erchemperto, dopo aver narrata la morte di Sicone, ci accenna il tempo, in cui questo abbate fu sacrilegamente cacciato in carcere, con iscrivere: Prius enim quam obiret, ut cumulus suae perditionis justius augeretur, pro amore pecuniae, spectabilem et Deo dignum virum, sanctitate conspicuum Deusdedit nomine, beatissimi Benedicti vicarium, a pastorali monasterio monachorum, saeculari magis potentia, quam congrua ratione, deposuit, et custodiae mancipavit. Con questa enormità si preparò Sicone per comparire al tribunale di Dio.
NOTE:
[954] Tegan., cap. 45.
[955] Astronomus, in Vit. Ludovici Pii.
[956] Annal. Franc. Bertiniani.
[957] Pagius, ad Ann. Baron.
[958] Andreas Presbyt., Chron. tom. 1 Scrip. Menchenii.
[959] Thegan., cap. 52.
[960] Eccar., Rer. Franc., lib. 29.
[961] Camill. Peregr., in Serie Abb. Casinens. tom. 5 Rer. Ital.
[962] Erchemp., Chron. cap. 13, P. I, tom. 2 Rer. Ital.
[963] Martyrologium, ad diem 9 octob.
Anno di CRISTO DCCCXXXV. Indiz. XIII.
GREGORIO IV papa 9. LODOVICO PIO imper. 22. LOTTARIO imperadore e re di Italia 16 e 13.
Nella villa di Teodone tenuta fu in quest'anno dall'imperador Lodovico una dieta[964], in cui si trattò di que' vescovi che aveano cospirato contro la di lui persona e contro l'imperio suo nell'anno precedente. Fra gli altri essendo stato citato Agobardo arcivescovo di Lione; nè comparendo, gli fu di poi nell'anno susseguente levata la chiesa. Alcuni di quei vescovi erano fuggiti in Italia; per questi non si fece gran rumore, affine di non alterar maggiormente l'animo di Lottario Augusto, che gli avea sotto la sua protezione. Quivi ancora con più solennità fu da tutti i vescovi abolito e dichiarato ingiustamente fatto tutto ciò nell'anno addietro era stato operato in disonore dell'Augusto Lodovico. Poscia nella chiesa di santo Stefano di Metz fu di nuovo da que' prelati coronato. Ebbone arcivescovo di Reims v'intervenne anch'egli, dopo di che confessando i suoi falli, si protestò decaduto dal vescovato e fu confinato in un monistero. Attese in quest'anno Lodovico Augusto a riparare i disordini cagionati in Francia dalle passate turbolenze con essere cresciuti i ladri, essere stati usurpati i beni delle chiese, oppressi i poveri: al qual fine spedì varii messi, o sieno giudici straordinarii, per le provincie, e gastigò coloro che non aveano soddisfatto al loro dovere nell'amministrazion della giustizia e nel procurare la sicurezza delle strade. Han creduto il Cointe, il Pagi e l'Eccardo che a quest'anno s'abbia da riferire una nuova divisione dei regni fatta dall'imperador Lodovico fra i suoi tre figliuoli Pippino, Lodovico e Carlo, senza parlare in esso di Lottario, la quale dal Baluzio viene rapportata all'anno 837. Comunque sia, certo è ch'esso imperadore nulla più aveva a cuore, quanto di assicurare al suo quartogenito Carlo una buona porzion di stati, e a questo fine slargò molto quella ancora degli altri due figliuoli con isperanza di contentarli, e di tor loro di cuore la voglia di nuocere al minor fratello. Veggonsi in quest'anno alcuni diplomi spediti in Italia da Lottario Augusto, ne' quali non fa menzione alcuna dell'imperadore suo padre, forse per vendicarsi del medesimo padre, che in Francia faceva altrettanto, senza nominare il figliuolo ne' suoi atti e privilegii. Uno d'essi diplomi, riferito dal Puricelli[965], è dato VIII idus majas, anno domni Lotharii Pii imperatoris XVIII. Indicione XIII: Actum Papiae palatio regio. L'epoca è presa dall'anno 817. In esso egli dona alla basilica milanese di sant'Ambrosio la corte di Lemonta pro remedio animae Hugonis fratris ipsius Hermengardis (cioè dell'Augusta sua moglie) puerili aetate ab hac luce subtracti. Fu dato un altro suo diploma rapportato dal Margarino[966] in favore di Amalberga badessa di s. Giulia di Brescia, Actum Moringo, palatio regio, XVII kalend. jannuarias anno imperii Hlotharii XVIII, Indictione XIV: la qual indizione ebbe principio nel settembre di quest'anno. Abbiamo parimente dal padre Mabillone[967] uno strumento di Cunegonda vedova del fu Bernardo re d'Italia. Quivi ella dona al monistero di santo Alessandro di Parma molti beni posti ne' contadi di Parma, Reggio e Modena, pro remedio animae senioris sui (cioè di Bernardo) et suae, filiique sui Pippini, cioè dello stesso che abbiam veduto nell'anno precedente favorevole all'imperadrice Giuditta. Fu scritta quella carta in Parma civitate, regnantibus dominis nostris Hludowico et Hlothario imperatoribus, anno XXII et XVI, septimodecimo kal. julias, e sottoscritta da Lamberto e Norberto vescovi, e da Adalgiso conte e da varii, ciascun dei quali s'intitola Gartio (oggidì garzone, forse allora paggio) ex genere Francorum; dal che non si può francamente concludere, come ha credulo taluno, che questa principessa fosse di nazione franzese, perchè le mogli solevano seguitar la legge del marito, e secondo quella regolarsi ne' contratti. Circa questi tempi abbiamo dal Dandolo[968] che Massenzio patriarca d'Aquileia, assistito dall'imperadore Lottario, obbligò i vescovi dell'Istria a riconoscere lui per metropolitano, con sottrarli dall'ubbidienza del patriarca di Grado, e a nulla giovò che papa Gregorio l'ammonisse di desistere da questa novità. Accadde ancora che in Venezia alcuni principali di quella città scacciarono il loro doge Giovanni, il quale andò in Francia con fare ricorso all'imperador Lodovico. Occupò dopo la di lui fuga il ducato un certo Caroso tribuno, figliuolo di Bonicio tribuno, e per sei mesi lo tenne; ma unitisi molti, a' quali dispiaceva una sì fatta usurpazione, gli misero le mani addosso nel palazzo, e cavati che gli ebbero gli occhi, il mandarono in esilio: con che Giovanni doge se ne tornò al suo governo.
NOTE:
[964] Astronomus, in Vit. Ludovici Pii.
[965] Puricellius, Monument. Basilic. Ambros.
[966] Bullar. Casinens., tom. 2, p. 23.
[967] Mabill., Annal. Benedictin., tom. 2. Append.
[968] Dandulus, Chron. tom. 12 Rer. Ital.
Anno di CRISTO DCCCXXXVI. Indiz. XIV.
GREGORIO IV papa 10. LODOVICO PIO imperadore 23. LOTTARIO imperadore e re di Italia 17 e 14.
Sul principio di quest'anno ricevette Lottario imperadore gli ambasciatori a lui spediti dal padre[969] per insinuargli la riverenza ed ubbidienza filiale, e fargli premura di stabilire una buona riconciliazione e concordia fra loro. Diede gran calore ad una tale spedizione la stessa imperadrice Giuditta, la quale considerando la sanità ogni dì più declinante dello Augusto suo consorte, e temendo che se egli veniva a mancare, corresse pericolo il suo figliuolo Carlo, per la ancor tenera età di restar preda de' suoi maggiori fratelli, giudicò spediente il provvedere per tempo alle rotture che tuttavia duravano fra lei e il figliastro Lottario. Anzi l'Astronomo[970] avverte che fu creduto miglior partito di tutti il tirar dalla sua esso Lottario, perchè l'imperadrice non si dovea fidar molto degli altri due figliastri, che aveano fatto conoscere anch'essi una smoderata ingordigia di stati. Non dispiacque a Lottario questa proposizione, e però nel mese di maggio mandò all'Augusto suo padre molti de' suoi baroni a trattar seco. Capo dell'ambasceria era Walla, già per cura di Lottario divenuto abbate nell'insigne monistero di Bobbio, e uno dei suoi più intimi consiglieri. Perdonò con somma clemenza l'imperador Lodovico a Walla; accolse con singolare amore lui e tutti gli altri inviati; e spianate le difficoltà che poteano impedir la pace, li rimandò in Italia con ordine di dire al figliuolo che andasse in persona a dar compimento al trattato con pieno salvocondotto per la sua andata e pel suo ritorno. Ma rimase in sospeso l'affare, perchè Lottario cadde pericolosamente malato, e l'infermità sua fu assai lunga, durante la quale non mancò l'amorevol padre di mandare Ugo suo fratello abbate di san Quintino, e Adalgario conte a visitarlo. Mancarono in quest'anno di vita il suddetto Walla abbate, due vescovi e la maggior parte di quegli altri nobili franzesi che erano stati della fazion di Lottario contra dell'imperador Lodovico, ed egli, all'avviso della lor morte, non se ne rallegrò punto, anzi ne fece conoscere un non finto dolore. Erano questi i più assennati cervelli della Francia. Si riebbe finalmente della sua pericolosa e lunga malattia Lottario Augusto; ma o sia che se era seguita la division de' regni poco fa accennata fra i suoi fratelli, questa l'alterasse non poco; o pure ch'egli, siccome cervello bisbetico e caparbio, fosse portato alla discordia, non solamente ricusò d'andare a trovar il padre, ma si lasciò intendere che non si riputava tenuto alla promesse ultimamente autenticate dai suoi giuramenti. Dispiacque ciò sommamente all'imperador Lodovico; ma quello che più gli trafisse il cuore fu d'intendere che Lottario avea cominciato ancora a dar delle vessazioni alla Chiesa romana, con far uccidere alcuni degli uomini della medesima. Niuna cosa con maggior premura avea raccomandato Carlo Magno ai suoi figliuoli, e successivamente anche Lodovico Pio ai suoi, quanto la difesa e protezion della Chiesa romana, sì per motivo di religione, come ancora a titolo di gratitudine e di buona politica, perchè i re di Francia aveano ricevuto dai papi l'imperio, e disgustandoli poteano temere di perderlo. Va il cardinal Baronio all'anno seguente cercando in che mai potesse consistere questa novità di Lottario ed immagina che egli, non contento del regno d'Italia, si volesse anche usurpare gli stati della Chiesa romana, dispiacendogli che una sì nobil parte d'Italia fosse in mano altrui. Ma egli così pensò perchè persuaso che gl'imperadori nulla avessero allora di dominio sugli stati della Chiesa. La più natural immaginazione è di credere che Lottario appunto, siccome principe borioso ed inquieto, si abusasse della sua sovranità in pregiudizio di quel dominio e di quella autorità che godeano e dovevano, secondo i patti, godere i papi.
Mandò l'imperador Lodovico dei legati per questo affare a Lottario, per ricordargli, che quando gli diede il governo del regno d'Italia, specialmente gli raccomandò la difesa della Chiesa romana, e che desistesse da sì fatte violenze. Mandò anche a dirgli che gli preparasse le tappe per tutto il viaggio fino a Roma, perchè egli era risoluto di portarsi colà: cosa che poi non ebbe effetto per le sopravvenute incursioni de' Normanni in Francia. Dagli Annali bertiniani sappiamo particolarmente che di tre altri negozii erano incaricati gli ambasciatori di Lodovico: cioè di trattare con Lottario della sua andata in Francia; di indurlo a restituire alle chiese di Francia molti beni ad esse spettanti in Italia, che i suoi cortigiani o pur egli avea usurpato; e di rendere ai vescovi e conti, da' quali era stata condotta in Francia l'imperadrice Giuditta, le lor chiese, i governi, feudi ed allodiali. Verum et de episcopis, atque comitibus, qui dudum cum Augusta fideli devotione de Italia venerant, ut eis et sedes propriae, et comitatus, ac beneficia, seu res propriae redderentur. Fan queste parole conoscere che non sussiste il dirsi da Andrea prete nella sua Cronica, essere stato Lottario stesso quegli che mandò l'Augusta matrigna a suo padre in Francia. Cosa precisamente conchiudesse Lottario, non si legge, se non che abbiamo dall'Annalista bertiniano, che egli mandò alcuni suoi inviati al padre, con fargli sapere alcune sue difficoltà e scuse per le quali non poteva interamente sopra que' punti uniformarsi alla di lui volontà. Per conseguente possiam conghietturare che Bonifazio marchese di Toscana, Rataldo vescovo di Verona e Pippino figliuolo del già re Bernardo, i quali avevano procurata la fuga dell'imperadrice Giuditta, fossero in disgrazia di Lottario, ed avessero perduti i lor posti e beni, senza poter conoscere se Lottario alle istanze del padre si arrendesse per ora in favor de' medesimi. Nell'anno seguente ad una dieta tenuta in Aquisgrana si trovarono presenti Rataldo vescovo e Bonifazio conte: segno che non doveano potere stare in Italia. Ora fra gli ambasciatori inviati dall'imperador Lodovico al figliuolo in Italia vi fu Adrevaldo abbate noviacense, e questi avea particolar commessione di passare a Roma, per prendere maggior contezza degli aggravii fatti da Lottario al papa. Giunto egli a Roma, trovò il pontefice Gregorio in poco buono stato di salute a cagione di un flusso di sangue che di tanto in tanto gli usciva pel naso. D'incredibil consolazione riuscì al buon papa una tal visita, e il conoscere che era per lui scudo il piissimo imperador Lodovico nelle agitazioni che gli recava il figliuolo. Ritenne seco per alcuni giorni Adrevaldo, gli fece molti regali, e finalmente il rispedì accompagnando seco Pietro Vescovo di Cento Celle, oggidì Civita vecchia, e Giorgio vescovo regionario, che andavano suoi nunzii all'imperador Lodovico. Saputa da Lottario questa spedizione di ministri pontificii, non gli piacque, temendo forse che si potesse manipolar qualche trattato contra di lui; e però inviò a Bologna un certo Leone, di cui egli allora molto si fidava, con ordine di adoperarsi in maniera, prima con esortazioni, poi con minacce, acciocchè non andassero innanzi. Fu ben servito, ma Adrevaldo fatta scrivere da essi una lettera all'imperador Lodovico, per mezzo di un uomo vestito da povero mendicante gliela mandò oltramonti con tutta felicità. Altro di più non sappiamo intorno a questo affare. Facevano in questi tempi a gara i vescovi e monaci di Francia e Germania per avere reliquie di santi da Roma e dall'Italia. Altro non s'udiva che traslazioni di corpi santi in quelle parti. E tutte solennizzate con gran pompa. Furono anche nel presente anno rubate in Ravenna le sacre ossa di s. Severo vescovo, e portate a Magonza da Otgario arcivescovo di quella città. D'altre simili traslazioni parla la storia ecclesiastica.
NOTE:
[969] Annales Franc. Bertiniani.
[970] Astronom., in Vit. Ludov. Pii.
Anno di CRISTO DCCCXXXVII. Indiz. XV.
GREGORIO IV papa 11. LODOVICO PIO imperad. 24. LOTTARIO imperadore e re di Italia 18 e 15.
Tutte le applicazioni dell'imperadrice Giuditta, siccome abbiam detto, erano per ottenere al figliuolo suo Carlo una ricca porzion di stati in retaggio. E in fatti nell'anno presente gli riuscì di fargli assegnare dall'Augusto suo consorte la Neustria, cioè un tratto vastissimo di paese, le cui città son tutte annoverate da Nitardo[971] e dagli Annali bertiniani[972]. Parigi era fra queste. Tutti que' vescovi e popoli gli giurarono fedeltà. Crede il Baluzio[973] che sia da riferir qui la divisione de' regni espressa in un capitolare da lui pubblicato fatta da Lodovico imperadore fra i tre minori suoi figliuoli, ad esclusion di Lottario; ma non concorda col racconto degli storici quell'atto, nè il paese che si dice loro assegnato. Se crediamo all'Annalista bertiniano, questo assegno di stati al giovinetto Carlo seguì, adveniente atque annuente Ludovico (re di Baviera) et missis Pippini (re d'Aquitania) et omni populo, qui praesentes in Aquis palatio adesse jussi fuerant. Ma lo autore della vita di Lodovico Pio[974] e Nitardo, autori contemporanei, ci assicurano che Lodovico e Pippino, figliuoli di esso Augusto, udita che ebbero tanta esaltazione del minore lor fratello Carlo, se ne risentirono forte, e seguì ancora un abboccamento fra loro per cercar le vie di disturbare il già fatto. Ma o per qualche riverenza al padre, oppure perchè conobbero talmente disposte le cose da non poterle mutare, si tacquero, e fecero vista che loro non dispiacesse la risoluzion presa dall'Augusto lor genitore. Aveva già quattordici anni il suddetto principe Carlo, o, per dir di meglio, li avea già compiuti; laonde per testimonianza di Nitardo, l'imperador suo padre gli diede la corona regale. Intanto i Normanni sempre più cominciavano ad insolentir contro la Francia, e nell'anno presente appunto commisero molti ammazzamenti, e fecero gran bottino nella Frisia. Questo fu il motivo per cui Lodovico Pio non potè eseguire il desiderio e disegno suo di passare a Roma. Nella Pasqua ancora di quest'anno si lasciò vedere una cometa, descritta dall'autore anonimo della vita di esso imperadore, il quale non potè celare il suo sospetto al medesimo autore, che quello fosse un presagio della sua morte, secondo la volgare credenza. Tuttavia si fece animo, e servì a lui questo fenomeno per abbondar di limosine in favor de' canonici e dei monaci, per accrescere le orazioni, e darsi ad atti di carità e religione. Sappiamo parimente dagli Annali bertiniani che nell'anno presente l'imperador Lottario fece fortificar le chiuse dell'Alpi con sodissime mura. Dio sa, qualora l'Augusto suo padre avesse veramente impreso il viaggio di Roma, come sarebbe stato ricevuto dal figliuolo, che tuttavia si mostrava sì alterato e malcontento di lui. Noi troviamo esso Lottario Augusto nel dì 3 di febbraio di quest'anno nel monistero di Nonantola sul modenese, dove egli concedette a que' monaci la facoltà di eleggersi il loro abbate. Il diploma si vede Actum Nonantula III nonas februarii anno Domni Hlotharii imperatoris XVIII, Indictione XV, senza punto farvi menzione dell'imperador Lodovico suo padre[975]. Dice di aver loro conceduto questo privilegio, perchè dum nos caussa orationis monasterium adissemus Nonantulae tantamque devotionem divino munere ibidem in divinis cognovissemus, sperava che le orazioni di que' monaci gioverebbono alla stabilità del suo regno e alla perpetua sua felicità.
Poco potè godere del ricuperato suo governo Giovanni doge di Venezia[976], perciocchè, formata contra di lui una congiura, fu preso nella chiesa di s. Pietro, dove egli s'era portato nel dì della sua festa, e tagliatagli la barba e i capelli, fu per forza fatto ordinar cherico nella chiesa di Grado, dove a suo tempo terminò la carriera de' suoi giorni. In luogo suo fu dal popolo alzato al trono ducale Pietro cognominato Tradonico, originario di Pola, ed allora abitante in Rialto, il quale dopo non molto tempo ottenne dal medesimo popolo che Giovanni suo figliuolo fosse dichiarato collega nel ducato. Per attestato di Giovanni Diacono, autore contemporaneo, a Buono console, ossia duca di Napoli, uomo cattivo, mancato di vita nell'indizione XII, cioè nell'anno 834, succedette in quel dominio Leone suo figliuolo. Ma questi, appena passati sei mesi, fu abbattuto e scacciato da Andrea suo suocero, il quale si fece eleggere console. Cavò egli di prigione il già carcerato Tiberio vescovo, e il confinò sotto buona guardia in una camera davanti alla chiesa di s. Gennaro. Ora avvenne che Sicardo principe di Benevento, non men di quel che facesse Sicone suo padre, mosse aspra guerra ai Napoletani. Andrea, non avendo altro ripiego per salvarsi, mandò in Sicilia a far venire una grossa flotta di Saraceni. Allora Sicardo intimorito diede ascolto ad un trattato di pace, per non poter di meno, e restituì tutti i prigionieri ad Andrea. Ma non sì tosto furono partiti verso la Sicilia i Saraceni, che Sicardo ruppe la pace fatta, e più che mai si diede a perseguitare il popolo e la città di Napoli. Racconta l'Anonimo salernitano[977], che la rottura fra Sicardo e i Napoletani procedette dall'avere il duca di questi ultimi differito di pagare al primo i tributi secondo le convenzioni precedenti. Però infuriato Sicardo, nel mese di maggio dell'anno 856, come consta dalla vita di santo Anastasio vescovo di Napoli[978], si portò con tutte le sue forze all'assedio di Napoli, e per tre mesi diede il guasto al paese, e ne asportò i corpi de' santi e gli ornamenti delle chiese. Era già a mal partito il popolo della città, specialmente per mancanza di viveri, quando si pensò alla maniera di placare lo sdegnato principe loro nimico. Spedirono dunque nel mese di luglio un monaco di buona fama, il quale arrivato alla tenda di Sicardo, subito ch'egli spuntò, s'inginocchiò piangendo a' suoi piedi, con chiedere misericordia per i suoi concittadini, e fargli credere ch'essi non avrebbono difficoltà ad arrendersi. Intenerito Sicardo, ordinò a Roffredo suo favorito di entrare nella città per vedere se aveano pur voglia di sottomettersi. Ammesso, diede una girata per Napoli, ed avendo osservato nella piazza una picciola montagna di grano, ne dimandò il perchè. Gli fu risposto, che avendo le lor case piene di frumento, il rimanente lo aveano gittato colà; ma quella montagna non era che di sabbia, sulla cui superficie aveano fatta una coperta di grano, il quale già cominciava a rinascere. In questa maniera restò deluso Roffredo. La comune credenza nondimeno fu che i Napoletani il regalassero d'alcuni fiaschi creduti di vino, ma pieni di soldi d'oro, che fecero secondo il solito, un mirabile effetto; perchè Roffredo con significare a Sicardo la gran quantità di grano da lui osservata nella città, il trasse a contentarsi d'una capitolazione, in cui i Napoletani salvarono la lor libertà, ma con obbligarsi al puntual pagamento del tributo al principe di Benevento. La carta dell'accordo scritta nell'indizione 14, cioè nell'anno precedente, è fatta con Giovanni vescovo eletto di Napoli, e con Andrea maestro de' militi, ossia duca di quella città; e tuttavia si conservava ai tempi dell'Anonimo suddetto nell'archivio della città di Salerno; e per buona ventura parte d'essa è stata pubblicata da Camillo Pellegrino, scrittore diligentissimo e giudizioso della storia dei principi longobardi. Da essa apparisce che Amalfi e Sorrento erano allora città sottoposte al ducato di Napoli e quivi si leggono varii riti considerabili per l'erudizion di quei tempi. Ma, siccome dissi, non durò gran tempo questa pace e convenzione, e forse in quest'anno Sicardo ricominciò di bel nuovo a far delle prepotenze contro dei Napoletani, e in fine ripigliò l'armi contro la loro città. Potrebbe anch'essere ch'egli in quest'anno occupasse la città d'Amalfi; del che parleremo all'anno 839. Anche l'autore della vita di santo Antonino abbate di Sorrento[979] fa menzione (senza accennarne l'anno) dell'assedio di Sorrento, fatto dal medesimo Sicardo. Se vogliam prestar fede a quello storico, egli se ne ritornò, perchè il santo abbate apparendogli in sogno, non solamente lo sgridò, ma gli lasciò anche un buon ricordo con delle bastonate. Che i santi vogliano o possano venire dal paradiso in terra per menare il bastone, non c'è obbligazione di crederlo fuori delle divine Scritture.
NOTE:
[971] Nithardus, Hist., lib. 1.
[972] Annal. Franc. Bertiniani.
[973] Baluz., Capitular., tom. 1, p. 685.
[974] Astronom., in Vit. Ludov. Pii.
[975] Antiquit. Ital., Dissert. LX.
[976] Dandulus, in Chron., tom. 12 Rer. Italic.
[977] Anon. Salernit., Paralip. P. II, tom. a Rer. Italic.
[978] Vita S. Athanasii Neapolit., Part. II, tom. 2 Rer. Italic.
[979] Acta Sanctor., in Vit. S. Antonini Ab. Surrent.; ad diem 14 februarii.
Anno di CRISTO DCCCXXXVIII. Indiz. I.
GREGORIO IV papa 12. LODOVICO PIO imperadore 25. LOTTARIO imperadore e re di Italia 19 e 16.
A chiunque era del partito del principe Carlo re della Neustria, ma più degli altri all'imperadrice Giuditta sua madre[980], stava continuamente sugli occhi la cadente sanità dell'Augusto consorte, e per conseguente l'apprensione di fiere rivoluzioni dopo la morte di lui, per le quali si vedeva esposta a troppi pericoli la porzion degli stati assegnati ad esso Carlo dal padre. Temevano tutti dei due fratelli Pippino e Lodovico troppo ingordi, e troppo confinanti coi loro regni a quello di Carlo. Concorsero dunque tutti in un parere: cioè, che era il meglio di guadagnare l'Augusto Lottario, se pure egli voleva dar mano ad un trattato, e di formare una lega fra Carlo e lui, bastando ciò per tenere tutti gli altri in briglia. A tal fine spedirono dei messi a Lottario, con rappresentargli che l'avrebbono rimesso in grazia dell'imperador suo padre, ed inoltre Carlo avrebbe partito con lui l'imperio, a riserva della Baviera. Assaporata questa proposizione da Lottario, gli parve assai dolce; nè perdè tempo a mettersi in viaggio alla volta di Vormazia, dove era l'imperador suo padre[981]. Giunto colà si gittò ai suoi piedi in presenza di tutti, con chiedere perdono del passato: fu accolto con tutto amore, trattati i suoi domestici con lautezza, e in somma ottenne la buona grazia del genitore, con patto di nulla operare in avvenire contro la volontà paterna, nè contro il fratello Carlo. Nel dì seguente il buon imperadore, per mantenere la parola data dai suoi ministri, esibì al figliuolo la licenza di dividere i regni, con dirgli che facendo egli le parti, Carlo eleggerebbe, o pure facendole i ministri di Carlo, potrebbe Lottario eleggere. Per tre di questi dì andò Lottario ruminando l'affare, e in fine mandò a pregare il padre che si compiacesse di far egli la divisione, con riserbare a sè stesso di prendere la parte che maggiormente gli fosse a grado. La fece in fatti l'imperador Lodovico, senza toccar la Baviera; e Lottario si elesse l'una delle parti cominciando dalla Mosa, e gliene fu dato il possesso. A Carlo restò l'occidentale, cioè la Neustria; e in questa maniera seguì buona unione fra essi fratelli. A riserva di Lodovico re di Baviera, che si alterò forte all'udir questa unione, i popoli ne mostrarono un sommo giubilo. Poscia Lottario, dopo aver ricevuto dal padre molti regali e la benedizione paterna, lieto se ne tornò in Italia. Così Nitardo e l'autore della vita di Lodovico Pio. Ma gli Annali bertiniani[982] imbrogliano qui la storia con riferir questo fatto all'anno seguente. Siam nondimeno tenuti a quell'autore, perchè specifica le parti toccate in quella divisione ai suddetti due fratelli. Lottario, oltre all'Italia, che già era in sua mano, comprendeva la Provenza di qua dal Rodano sino al contado di Lione, e stendendosi pel corso della Mosa fino al mare, abbracciava la valle d'Aosta, i Vallesi, gli Svizzeri, i Grigioni, l'Alsazia, l'Alamagna, ossia la Svevia, l'Austrasia, la Sassonia, l'Olanda, la Frisia ed altri ampii paesi. Ma sì vasto dominio non ebbe effetto col tempo. Io non so bene se appartenga all'anno presente ciò che hanno i suddetti Annali bertiniani, con dire che sul principio della quaresima si fece un abboccamento alle Chiuse d'Italia tra i due fratelli Lottario Augusto e Lodovico re di Baviera; il che diede gran gelosia all'imperadore loro padre. Chiamato perciò Lodovico a Nimega, seguì fra loro qualche altercazion di parole, e finalmente fu costretto il figliuolo a restituire al padre tutto quello che egli aveva usurpato, cioè l'Alsazia, la Sassonia, la Turingia, l'Austrasia e l'Alamagna: e però potè nell'anno presente l'imperador Lodovico assegnare queste contrade al figliuolo Lottario. Ma non si vede il motivo per cui da sole parole s'inducesse il figliuolo di Lodovico a far quella cessione, e qui v'ha delle tenebre. Ora, dacchè fu stabilita la concordia d'esso Lottario col padre e con Carlo suo fratello (se pure non fu prima, essendo ancor qui confusa la storia) eccoti giugnere la nuova che Pippino re di Aquitania, altro lor fratello, era stato da immatura morte rapito. Perchè nell'aggiustamento poco fa descritto si truova assegnata al re Carlo l'Aquitania, par molto probabile che questo seguisse dappoichè s'intese la morte di esso Pippino. Non ostante poi che tra Lodovico Pio e il figliuolo Lottario fosse stabilita la riconciliazione suddetta, pure sembra che Bonifazio II conte di Lucca e marchese della Toscana non ricuperasse peranche il governo di quella provincia e città; perciocchè da una carta di quest'anno, accennata dal Fiorentino[983], si raccoglie che nell'anno XXV di Lodovico, nel XVI di Lottario imperadori, nell'indizione prima, cioè nell'anno presente, fu fatto in Lucca un atto giudicatorio in favore della chiesa di s. Frediano per Aghanum comitem ipsius civitatis, et Christianum venerabilem diaconum missos domini Lotharii. L'essere questo Agano stato conte ossia governatore di Lucca nell'anno presente, e il trovarsi egli quivi parimente nell'anno 840, esercitante giurisdizione insieme con Rodingo vescovo e Maurino conte, messi imperiali, come consta da un altro documento lucchese, serve a noi d'indizio che Bonifazio II, dianzi conte di Lucca, e probabilmente ancora della Toscana, seguitasse ad essere privo della grazia di Lottario e del suo governo, se pur egli non era già mancato di vita.
NOTE:
[980] Nithardus, Hist. lib. 1.
[981] Astronomus, in Vita Ludovici Pii.
[982] Annales Franc. Bertiniani.
[983] Fiorentini, Memor. di Matilde, lib. 3.
Anno di CRISTO DCCCXXXIX. Indiz. II.
GREGORIO IV papa 13. LODOVICO PIO imperadore 26. LOTTARIO imperadore e re di Italia 20 e 17.
Pacificò bensì l'imperador Lodovico ed unì per quanto potè i due suoi figliuoli Lottario e Carlo, con isperanza che tal unione terrebbe in briglia Lodovico re di Baviera dopo la sua morte[984]. Ma questi sdegnato non poco per la divisione sopraccennata di stati, non volle aspettar tanto a risentirsene. Nella quaresima dell'anno presente, uscito egli in campagna con quante forze potè, occupò tutta la parte della monarchia franzese di là dal Reno. A tale avviso l'imperadore suo padre, raunato un poderoso esercito, marciò incontro al figliuolo ribello, passò il Reno a Magonza, e dappoichè col fermarsi ebbe maggiormente ingrossata l'armata sua, continuò il viaggio per andare a fronte della nemica[985]. Ma accadde che le milizie della Sassonia, Franconia, Turingia ed Alamagna, che s'erano poste sotto le insegne del giovane Lodovico, non solamente abbandonarono lui, ma vennero a schierarsi all'ubbidienza dell'Augusto suo genitore: colpo che fece ritirar nella Baviera disingannato e confuso lo sconsigliato principe suo figliuolo. Ma il buon imperadore, non mai dimentico d'essere padre, mandò a chiamarlo; ed egli, veggendosi al disotto, benchè a suo dispetto, v'andò. Lo accolse Lodovico Augusto con aria di sdegno, e sulle prime lo sgridò, ma poi con amorevoli parole gli parlò e gli perdonò: dopo di che lasciollo tornare in Baviera, con avere ricuperato tutto il paese perduto. E qui è più probabile che accadesse quanto abbiamo inteso di sopra dagli Annali bertiniani intorno alla cessione fatta dal giovane Lodovico al padre. Dagli stessi Annali abbiamo sotto quest'anno il racconto di questa guerra. Nel maggio del presente anno vennero a trovar l'imperador Lodovico, dimorante in Ingeleim, gli ambasciatori di Teofilo imperadore dei Greci, che gli presentarono varii regali e una lettera assai cortese. Secondo i suddetti Annali bertiniani, d'altro non trattarono, se non di confermar l'amicizia e lega che passava fra i due imperii. Ma Costantino Porfirogenneta[986] attesta che il principal motivo di tale spedizione fu per chiedere soccorso all'imperador latino contra dei Saraceni che aveano occupate le isole di Creta e di Sicilia, e varie città dell'Asia, con aver inoltre dato varie rotte a più d'un esercito di Greci spedito contra di loro. Non si mostrò Lodovico Augusto alieno da questa impresa; ma essendo mancato di vita Teodosio patrizio, capo di quella ambasciata nel presente anno, e nel susseguente lo stesso imperadore de' Greci, si sciolse in fumo tutto il trattato. Intanto per la morte del re Pippino era tutto in confusione il regno di Aquitania. Lodovico Pio fece tosto intendere a que' popoli, che per concessione sua quelle contrade erano state aggiunte al regno di Carlo, minimo tra i suoi figliuoli. Ma di Pippino erano restati due figliuoli maschi leggittimi, cioè Pippino II e Carlo; e una parte di que' popoli avea già acclamato per re lo stesso Pippino II, perchè primogenito del re defunto: l'altra parte si trovò favorevole al re Carlo. Perciò l'imperador Lodovico, per sostenere gl'interessi dell'amato figliuolo, mosse l'armi nell'autunno contra del nipote Pippino, prese qualche fortezza, e tirò nel suo partito alquanti di que' nobili. Ma l'esercito suo infestato dalle febbri, e faticato dalle scorrerie de gli Aquitani, giacchè cominciava ad inasprirsi la stagione, stimò meglio di ritirarsi e di passare ai quartieri di verno. Si sforza l'autore[987] della vita di Lodovico Pio d'inorpellare questa sua spedizione contro i figli di un suo figliuolo, con dire che non erano atti al governo i due figliuoli di Pippino per la loro età, e che que' popoli tumultuanti aveano bisogno di un buon braccio per essere regolati. Ma niuno lascerà di conoscere e di dire che non fa onore alla memoria di questo imperadore l'aver voluto spogliare de' loro stati e diritti que' principi per ingrandir maggiormente il proprio figliuolo Carlo, già provveduto di una nobilissima porzione di stati. Il troppo amore, ch'egli portava a questo suo Beniamino, gli dovette ben chiudere gli occhi, e gli orecchi, per non vedere nè ascoltare in tal congiuntura le leggi della giustizia.
Dalla storia di Andrea Dandolo[988] impariamo che circa questi tempi Pietro doge di Venezia, desiderando di far dismettere agli Sclavi, o vogliam dire agli Schiavoni abitanti nella Dalmazia, il brutto mestiere della pirateria, colla sua flotta andò a trovarli, e gli riuscì di conchiudere col principe loro un trattato di pace. Passato dipoi alle isole di Narenta, confermò la precedente lega con Drosaico duca di quella contrada; dopo di che con gloria se ne tornò a Venezia. Ed appunto arrivato da lì a poco ad essa Venezia Teodosio patrizio, spedito, come dicemmo poco fa, da Teofilo imperadore de' Greci, a nome dell'Augusto medesimo, dopo aver creato il suddetto doge Pietro spatario imperiale, gli fece istanza di un gagliardo armamento per mare contra de' Saraceni. Sessanta furono le navi da guerra che in tal congiuntura i Veneziani armarono, con passare fino a Taranto, dove trovarono Saba principe di que' Saraceni con un formidabile esercito. Vennero alle mani con coloro i Veneziani; ma soperchiati dall'eccessivo numero degl'infedeli, quasi tutti vi restarono o morti o prigioni. Insuperbiti per questa vittoria quegli infedeli, colla loro armata navale vennero fino in Dalmazia, e nel secondo giorno di Pasqua avendo presa la città di Ausera, la diedero alle fiamme. Lo stesso trattamento fecero alla città d'Ancona, e nel tornarsene col bottino, scontrati per viaggio alcuni legni mercantili de' Veneziani, li presero, con levare di vita chiunque entro di essi si ritrovò. Ma alquanto più tardi sembra che succedessero questi fatti, quantunque il Dandolo li racconti prima della morte di Lodovico Pio; perciocchè abbiamo dall'Anonimo salernitano[989] che Taranto non era per anche caduto in mano de' Saraceni allorchè Sicardo principe di Benevento fu messo a morte dai suoi: del che ora appunto io debbo favellare. Non durò molto, siccome dissi, la capitolazione seguita fra Napoletani e il suddetto Sicardo. Narra il sopraddetto Anonimo, che nata dissensione fra gli Amalfitani, i principali di quel popolo si sottomisero a Sicardo e passarono ad abitare in Salerno, città del ducato beneventano. I buoni trattamenti, che quivi riceverono, servirono di stimolo a parecchi altri Amalfitani di portarsi per loro maggior quiete a mettere casa in Salerno, di maniera che fatti varii maritaggi in quella città, di due popoli se ne formò un solo. Rimasta Amalfi spopolata, vi accorsero le brigate longobardiche di Sicardo e la devastarono, con asportarne a Benevento il corpo di santa Trifomene vergine e martire, come consta ancora dall'antica sua leggenda, data alla luce dall'Ughelli[990]. Seguitò Sicardo a maggiormente molestare e stringere colle sue armi la città e il popolo di Napoli. Ora veggendo Andrea duca di quella città di non potere resistere, giacchè soccorso non si potea sperare dall'imperio greco troppo avvilito, e continuamente spelato dai Saraceni, rivolse le speranze, per quanto s'ha da Giovanni Diacono nelle vite de vescovi di Napoli[991], a Lottario Augusto. Gli spedì i suoi ambasciatori, che dovettero portarsi fino in Francia per trovarlo. Furono questi graziosamente accolti da Lottario, e rispediti coll'accompagnamento d'uno de' suoi baroni appellato Contardo, affinchè a suo nome comandasse a Sicardo di desistere dalla persecuzione de' Napoletani: altrimenti egli avrebbe medicato il di lui furore. Ritornarono gli ambasciatori, ma non ci fu bisogno della calda parlata di Contardo, perchè si trovò che in questi giorni Sicardo era stato tolto con violenza dal mondo. Intorno a che è da sapere che il suddetto Sicardo principe di Benevento, per attestato non men dell'Anonimo salernitano che di Erchemperto storico[992] più riguardevole, era macchiato di molti vizii d'incontinenza e d'avarizia, per i quali aggravava forte i suoi popoli. A renderlo nondimeno peggiore concorse l'essersi egli messo tutto in mano di Roffredo, figliuolo di Dauferio, sopprannominato Profeta, ed uno de' più astuti uomini di que' paesi da cui fu ridotto a tale, che nulla si faceva senza il suo parere e consentimento, e tanto più perchè lo indusse a prendere per moglie Adelgisa sua parente. Per i consigli di costui Sicardo mise le mani addosso a Siconolfo suo fratello, per i sospetti ch'egli aspirasse al principato, e mandollo prigione a Taranto; costrinse a farsi Monaco Maione suo parente, e proditoriamente fece impiccare Alfano, uno de' più illustri personaggi di Benevento. In una parola, pochi de' nobili beneventani si contarono che non fossero uccisi, o posti in prigione, o non eleggessero un volontario esilio. Credevasi tutto questo operato da Roffredo con disegno di occupar egli il principato, dacchè i migliori del paese fossero depressi, e divenuto Sicardo odioso al popolo tutto. Ora non potendo più reggere i Beneventani a tali iniquità, formata una congiura da un certo Adalferio, con più ferite un giorno l'uccisero. Crede Camillo Pellegrino che ciò avvenisse nell'anno presente. Dipoi passarono all'elezione del nuovo principe. Cadde questa nella persona di Radelchi, ossia Radelgiso, dianzi tesoriere del defunto Sicardo; e quasi tutti si accordarono in proclamarlo principe, perchè era uomo di buoni e dolci costumi. Ma qui ebbe principio la divisione e l'abbassamento dell'ampissimo ducato di Benevento: intorno a che mi riserbo di parlare all'anno seguente. Potrebbe essere che in questo succedesse quanto narra Agnello[993], autore contemporaneo, di Giorgio arcivescovo di Ravenna. Destinato avea l'imperador Lottario di fare con solennità il battesimo di Rotrude sua figliuola. L'ambizioso arcivescovo tanto si adoperò, che ottenne di poter levare al sacro fonte questa principessa; onore che costò ben caro alla sua chiesa, perchè egli la spogliò di parte del suo tesoro, e tutto portò seco a Pavia. Di grandi regali fece al suddetto imperadore e all'Augusta sua moglie Ermengarda. I soli abiti battesimali della principessa furono da lui pagati cinquecento soldi d'oro; e al medesimo Agnello scrittore toccò di vestirla, alzata che fu, secondo i riti d'allora, dal sacro fonte. Intervenne alla funzione l'imperadrice col volto coperto, riccamente abbigliata e carica di gioie; e nota Agnello ch'essa prima della messa, che fu celebrata dall'arcivescovo, sentendosi una gran sete, si fece portare una buona tazza di vino forestiere, ed occultamente la tracannò, e ciò non ostante andò in quella mattina a partecipare della mensa celeste.
NOTE:
[984] Astronomus, in Vit. Ludovici Pii.
[985] Annales Francor. Bertiniani.
[986] Porphyrogenneta, lib. 3, num. 36.
[987] Astronomus, in Vit. Ludov. Pii.
[988] Dandul., in Chron. tom. 12 Rer. Italic.
[989] Anonym. Salernit., Paralip. P. II. tom. 2 Rer. Ital.
[990] Ughell., tom. 7 Ital. Sacr. in Episcop. Minorit.
[991] Johann. Diac., P. II, tom. 1 Rer. Ital.
[992] Erchempertus, cap. 12, P. 1, tom. 2 Rer. Italic.
[993] Agnell., in Vit. Episcopor. Ravenn., P. I, Tom. 2 Rer. Italic.
Anno di CRISTO DCCCXL. Indiz. III.
GREGORIO IV papa 14. LOTTARIO imperad. 21, 18 e 1.
Sul principio dell'anno presente si trova l'imperador Lodovico in Poitiers[994], allorchè gli giunse nuova che Lodovico suo figliuolo re della Baviera, uscito coll'armi in campagna, ed assistito dai Sassoni e Turingi, era già entrato nell'Alamagna, e vi si faceva riconoscere per signore. Amaramente sentì questo colpo il buon imperadore, e tuttochè la di lui sanità fosse già ridotta in un compassionevole stato, pure si animò alle fatiche per reprimere l'orgoglio del ribellante figliuolo. Raunò nello spazio di alquante settimane una buona armata, e dopo di aver solennizzato in Aquisgrana il santo giorno della pasqua, si mosse alla volta della Turingia, dove era il re Lodovico, e pervenne nel paese d'Assia-Cassel. Non volle aspettarlo il figliuolo Lodovico, e frettolosamente pel paese degli Sclavi si ritirò in Baviera. Allora Lodovico Augusto intimò una dieta generale in Vormazia, con far sapere anche al figliuolo Lottario che v'intervenisse per trattare de' mezzi di mettere in dovere l'inquieto re della Baviera. Stando egli in quelle parti[995], nel dì 5 di maggio accadde un'ecclisse spaventosa del sole, che restò quasi tutto scurato, in guisa che si miravano le stelle in cielo. Secondo l'opinione che correva in quei secoli d'ignoranza, fu comunemente creduto essere questo un presagio di qualche strepitosa disgrazia, senza por mente che, secondo le leggi invariabili del corso dei pianeti avea da succedere quell'oscuramento del sole. Cominciò da lì a poco l'imperador Lodovico a sentire svogliatezza grande di stomaco, depression di forze, e frequenza di sospiri e singhiozzi. Ordinò che se gli preparasse l'abitazione in un'isola del Reno di sotto a Magonza, in faccia alla villa d'Ingeleim, e quivi si pose in letto. Scrivono che per quaranta giorni altro cibo non prese, fuorchè il sacratissimo corpo del Signore, e andava egli chiamando giusto il Signore Iddio, perchè non avendo fatta quaresima in quell'anno, lo obbligava a farla con quella malattia. Fece fare un inventario di tutti i mobili suoi preziosi, e ne assegnò la distribuzione alle chiese, ai poveri e ai figliuoli. Non gl'incresceva già di dover lasciare il mondo, ma si doleva forte di averlo a lasciare sì sconcertato, ben prevedendo i fieri disordini che poi succederono. Mandò al figliuolo Lottario la corona, la spada e lo scettro ornato d'oro e di gemme, cioè le insegne imperiali, con ricordargli di mantener la fede a Carlo suo fratello e all'imperadrice sua matrigna, e di lasciar godere e di difendere la porzion degli stati ad esso Carlo assegnata. Ammonito da Dragone vescovo di Metz suo fratello di perdonare al figliuolo Lodovico, volentieri protestò di farlo, ma con ordine agli astanti di avvisarlo che riconoscesse i suoi falli, e massimamente quello di aver condotto il padre a morirsi di dolore. Finalmente in mezzo alle orazioni de' sacerdoti, con somma umiltà e rassegnazione passò a miglior vita nel dì 20 di giugno dell'anno presente in età quasi d'anni sessantaquattro, e il corpo suo fu seppellito nella basilica di santo Arnolfo di Metz: principe glorioso per l'insigne suo amore e zelo della santa religione e della disciplina ecclesiastica, per la premura della giustizia, per la costanza nelle avversità, per la munificenza verso i poveri e verso il clero secolare e regolare: principe che non ebbe pari nella clemenza e nella mansuetudine, ed in altre virtù, per le quali si meritò ben giustamente il titolo di Pio; ma stranamente sfortunato ne' figliuoli del primo letto, tutti ingrati a così buon padre, cui fecero provar tanti affanni, e troppo amante della seconda moglie e dell'ultimo dei figliuoli, onde ebbero origine tanti sconcerti, de' quali s'è fatta menzione. Allorchè succedette la morte del padre, stava Lottario imperadore in Italia, ed avvisato di quel funesto avvenimento, spedì tosto, secondo la testimonianza di Nitardo[996], dei messi per tutta la Francia, con far sapere ch'egli a momenti andrebbe a posseder l'imperio, un pezzo fa a lui assegnato, con promessa di confermare, anzi d'accrescere a cadauno i governi, i benefizii e gli onori che prima godevano, e con varie minacce ai disubbidienti. Diede egli principio ad un'epoca nuova, che s'incontra spesso ne' suoi diplomi. Poscia si accostò alle Alpi; ma prima d'inoltrarsi volle sapere come fossero disposti gli animi dei nobili e de' popoli oltramontani. Nulla meno meditava l'ambizioso principe che di assorbire tutta la monarchia dei Franchi, senza curarsi delle promesse e dei giuramenti fatti al padre. Colla spedizione di alcuni ambasciatori al re Carlo suo fratello, ch'era passato in Aquitania, si studiò di addormentarlo, con ispacciarsi pronto a mantenere quanto dianzi egli avea promesso, ma con pregarlo che per allora desistesse dal perseguitare Pippino II figliuolo del defunto Pippino re dell'Aquitania. Il primo nondimeno a cominciar la nuova tragedia fu Lodovico re di Baviera suo fratello. Questi colla sua armata venne ad occupar gli stati assegnati dal padre all'imperador Lottario nella Germania, ed arrivò sino a Vormazia, dove lasciata guarnigione, attese a conquistar altri paesi. Intanto passò Lottario le Alpi colle sue truppe, e trovò gran concorso di gente che venne a riceverlo. Cacciò da Vormazia il presidio di Lodovico, e continuò il viaggio sino a Francoforte. A fronte sua in quelle vicinanze comparve con tutte le sue forze anche Lodovico, e s'era per venire ad un fatto d'armi; ma Lottario propose una tregua sino al dì undici di novembre, in cui si farebbe un abboccamento fra loro, e si tratterebbe di concordia; e, mancante questa, si deciderebbe coll'armi l'affare, e così si restò. Erano i disegni di Lottario di guadagnar questo tempo, per la speranza di poter frattanto occupare gli stati di Carlo suo fratello, creduto per la sua età non molto atto a difendersi; nè mancò di dar buone parole agli ambasciatori mandati da esso Carlo per precedenti capitolazioni, promettendogli dal canto suo quella fedeltà ed ubbidienza che dee un fratello minore al maggiore. Ma non curante Lottario de' giuramenti, poco stette a passar la Mosa e ad entrar negli stati di Carlo. Arrivato alla Senna, cioè verso Parigi, Gerardo conte governatore di quella città, Ilduino abbate di s. Dionisio, e Pippino figliuolo del già re d'Italia Bernardo, per paura di perdere i lor beni e governo, andarono a sottomettersi a lui.