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Annali d'Italia, vol. 3 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 (part 3 of 5)

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Annali d'Italia, vol. 3 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 (part 3 of 5)

Questi favorevoli avvenimenti servirono a gonfiar maggiormente l'animo di Lottario Augusto, e tanto più perchè la sua armata andava di dì in dì crescendo; il duca e i popoli della Bretagna si dichiararono in suo favore, Pippino II pretendente il regno d'Aquitania, benchè più di una volta messo in fuga dal re Carlo, valorosamente sosteneva la guerra, e se l'intendeva con esso imperador Lottario. Contuttociò Carlo animato dai suoi fedeli, con quelle milizie che potè aver dalla sua, venne a postarsi ad Orleans, nel mentre che Lottario meditava di avanzarsi alla volta del fiume Loire. Bastò questo a fermare i passi di Lottario, ancorchè troppo superiore di forze. Andarono innanzi e indietro de' mediatori per trattar qualche accordo, e si conchiuse per allora una tregua, consentendo Lottario di lasciare a Carlo l'Aquitania, la Settimania, la Provenza, e dieci contadi tra la Senna e la Loire, a condizione che nell'anno susseguente si terrebbe una dieta in Attigny, dove si stabilirebbe una piena pace e concordia. Fu accettato dai baroni del re Carlo questo per altro disgustoso ripiego, per salvare il lor principe in sì grave pericolo di perdere tutto. Sicchè, per attestato degli antichi Annali de' Franchi[997], Lottario sul fine del corrente anno restò padrone della Francia orientale, di Parigi, della Alamagna, Sassonia e Turingia, e fu riconosciuto per signore anche dai popoli della Borgogna, o almeno da una parte di essi. Per attestato del Dandolo, Pietro doge di Venezia spedì Patricio suo inviato all'imperadore Lottario, ed ottenne per cinque anni la conferma de' patti già stabiliti fra il suo popolo e i vicini sudditi dell'imperio, fra' quali erano i Comacchiesi, Ravegnani ed altri; e fece distinguere i confini del suo ducato nelle terre del regno d'Italia, secondo l'accordo, già fatto fra Paoluccio doge e Marcello maestro de' militi de' Veneziani. Parimente Sicardo abbate di Farfa ottenne da esso imperadore un riguardevole privilegio rapportato nella Cronica di quel monistero[998] colla seguente data: XVIII kalend. januarii, anno, Christo propitio, imperii, domni Lotharii pii imperatoris in Italia XXI, in Francia I, Indictione III. Actum Caliniaco, villa comitatus cabillonensis. Di qui abbiamo dove dimorasse Lottario verso il fine dell'anno. Vedemmo nell'anno addietro, dopo Sicardo, creato principe di Benevento Radelgiso: tempo è ora di raccontare ciò che appresso ne avvenne. Abbiamo dall'Anonimo salernitano[999] che gli Amalfitani, già passati ad abitare in Salerno, udita che ebbero la morte di esso Sicardo, fatta insieme una congiura, mentre nel mese di agosto i principali di Salerno villeggiavano pe' loro poderi, diedero il sacco a varie chiese e case di Salerno, e poi tutti carichi di bottino tornarono ad abitare la desolata lor patria di Amalfi. Intanto il nuovo principe Radelgiso, non fidandosi di Dauferio soprannominato muto, o pure, come scrive Erchemperto[1000], balbo dall'impedimento della lingua, perchè suocero dell'ucciso principe Sicardo, il mandò in esilio co' suoi figliuoli, appellati Guaiferio e Maione. Erchemperto dice ch'erano quattro, cioè Romoaldo, Arigiso, Grimoaldo e Guaiferio; e pare, secondo lui, che mal animati contra del nuovo principe, spontaneamente si ritirassero da Benevento per fare delle novità. O sia che questi andassero ad abitare nel contado di Nocera, e di là segretamente scrivessero ai Salernitani; o pure che passati a Salerno, a dirittura trattassero con quel popolo: la verità è che ordirono coi Salernitani un trattato di cavar dalle carceri di Taranto Siconolfo fratello dello estinto Sicardo. Tirarono i Salernitani dalla sua anche gli Amalfitani, e scelti dell'uno e dell'altro popolo i più scaltri, gl'inviarono a Taranto. Finsero costoro di essere mercatanti, seco portando varie merci da vendere; e girando per le strade di quella città, ch'era allora ricchissima, perchè non per anche presa dai Saraceni, quando furono in vicinanza delle carceri, cominciarono ad alta voce a dimandare chi volesse dar loro alloggio per la notte: segno che in quei tempi erano poco in uso le osterie pubbliche, come ai dì nostri, e per questo si mettevano dappertutto spedali per gli pellegrini. Gl'invitarono i carcerieri nella loro abitazione, nè altro che questo bramava l'astuta brigata. Fatta comperare buona quantità di vin generoso e varii cibi, ubbriacarono i carcerieri, e dopo averli veduti immersi nel sonno, trovarono la maniera di entrar nella prigione e di trarne Siconolfo. Secondo Erchemperto, questi per qualche tempo si tenne ascoso presso di Orso conte di Consa, che era suo cognato; poi quando se la vide bella, passò a Salerno, dove da quel popolo e da quei d'Amalfi fu proclamato per loro principe. Accadde ne' medesimi tempi, cioè, a mio credere, nell'anno precedente, che Radelgiso principe regnante di Benevento, avendo conceputo dei sospetti contro di Adelgiso figliuolo di Roffredo, e veggendolo venire a palazzo accompagnato da una schiera di molti giovani, montò in collera, e ordinò alle sue guardie di gittarlo giù dalle finestre. Lo ordine fu eseguito. Landolfo conte di Capua, segreto fautore di Adelgiso, trovandosi presente a questo spettacolo, finse di essere sorpreso da un dolore, e licenziatosi dal principe, se n'andò via mostrando gran difficoltà di reggersi in piedi. Montato poi a cavallo con quanta diligenza potè se ne tornò a Capua, e ribellatosi si fortificò nella città di Sicopoli, e fece stretta lega con Siconolfo, il quale seppe ancora unire al suo partito i conti di Consa e di Aggerenza, ed altri signori. Stabilì eziandio Landolfo pace e lega coi Napoletani, che non si fecero pregare per vendetta dei principi di Benevento, dai quali aveano ricevuto tante molestie e danni. E questo fu il principio della decadenza dell'insigne ducato beneventano, perchè in tale occasione venne poi esso a dividersi in tre diverse signorie, cioè nei principi di Benevento, in quei di Salerno e ne' conti di Capua. Nè si dee tacere che, per attestato di Erchemperto, prima ancora che Siconolfo entrasse a comandare in Salerno, quel popolo dovea aver mossa ribellione contra di Radelgiso, ad istigazione probabilmente di Dauferio e de' suoi figliuoli. Perciocchè avendo Radelgiso spedito un certo Adelmario, o Ademario, a Salerno, per guadagnare e ricondurre esso Dauferio alla sua ubbidienza, non solamente nulla fece di questo, ma segretamente unitosi con Dauferio e coi Salernitani, manipolò una solenne burla allo stesso Radelgiso: cioè lo invitò a venir sotto Salerno, facendogli credere di aver disposte le cose in maniera, che gli sarebbe facile il prendere la città. V'andò Radelgiso con un picciolo esercito, e si attendò fuori di Salerno; ma eccoti all'improvviso uscir di Salerno il medesimo Adelmario coi figliuoli di Dauferio e col popolo, e così fieramente dar addosso ai Beneventani, che ne uccisero molti, e gli altri ebbero bisogno delle gambe. Radelgiso stesso ebbe per grazia di potersi salvar colla fuga, avendo lasciato un ricco bottino ai Salernitani, alle porte de' quali non gli venne più voglia di andar a picchiare. Forse questo fatto non appartiene all'anno presente.

NOTE:

[994] Astronomus, in Vit. Ludovici Pii.

[995] Annales Francor., Fuldenses., Metens. Bertiniani, etc.

[996] Nithardus, Hist. lib. 1.

[997] Annales Francor. Metenses., Fuldenses, etc.

[998] Chron. Farfens., P. II, tom. 2 Rer. Ital.

[999] Anonym. Salernitan., Paralipomen., P. II, tom. 2 Rer. Ital.

[1000] Erchempertus, c. 14, P. I, tom. 2 Rer. Ital.

Anno di CRISTO DCCCXLI. Indiz. IV.

GREGORIO IV papa 15. LOTTARIO imper. 22, 19 e 2.

Venuta la primavera, Lottario Augusto passò colle sue forze a Vormazia, perchè sentiva essere in armi il fratello Lodovico re[1001]; e passato il Reno, l'incalzò talmente che il fece ritirar nella Baviera. Intanto il re Carlo colle brusche avea tirato nel suo partito Bernardo, già rimesso in possesso della Settimania, e colle buone s'era cattivato l'amore e la assistenza de' popoli dell'Aquitania; nè gli mancava nella Neustria e nella Borgogna gran copia di fedeli ed aderenti. Raunata perciò una non isprezzabile armata, coraggiosamente, s'inoltrò fino alla Senna e, non ostante la opposizione delle soldatesche quivi lasciate da Lottario per difendere que' passi, gli riuscì di valicarla, e d'inoltrarsi fino alla città di Troyes. Portato questo avviso a Lottario, fu cagione, ch'egli, lasciato stare Lodovico, retrocedesse per badare all'altro fratello, al quale spedì ambasciatori per lagnarsi di lui, perchè avesse passato i confini a lui poco avanti prescritti. Li rimandò Carlo bene informati delle sue ragioni, cioè con dolersi che Lottario perseguitasse il comune fratello Lodovico, e contro i giuramenti usurpasse tanti stati ad esso Carlo assegnati nelle precedenti convenzioni, con altre ragioni ch'io tralascio; esibendosi contuttociò pronto ad un congresso, per vedere se all'amichevole si potea stabilire un accordo: se no, che sarebbe rimessa all'armi la decision delle loro controversie. In questo mentre i due fratelli Lodovico e Carlo trattarono e conchiusero una lega fra loro contro di Lottario: dopo di che Lodovico si mosse con quanto sforzo gli fu permesso, e riuscitogli di dare una rotta ad Adalberto, creato duca d'Austrasia da Lottario, e da lui lasciato alla guardia del Reno, felicemente valicò quel real fiume, tendendo ad unir le sue forze con quelle di Carlo, siccome in fatti avvenne. Andarono innanzi e indietro varie ambasciate, varii progetti, per veder pure di concordar gli animi senza spargimento di sangue; ma niuna condizione piaceva a Lottario, perchè intanto aspettava che seco si venisse a congiugnere Pippino suo nipote, pretendente alla corona d'Aquitania, che conduceva un buon rinforzo di truppe. Venuto Pippino, sempre più si vide allontanar la speranza dell'accordo, e però amendue le parti si accinsero alla battaglia. Il sito, dove si azzuffarono nel dì 25 di giugno le due armate nemiche fu Fontaneto, ossia Fontenay nel contado di Auxerre. Agnello[1002], scrittore italiano di questi tempi, afferma che l'esercito di Lottario era composto d'innumerabil gente, e però di lunga mano superiore a quello de' due fratelli avversarii. Ciò non ostante, con tal rabbia e vigore combattè l'armata d'essi due fratelli, che ne restò in fine sconfitta quella di Lottario, il quale per altro fece maraviglie di valore nel combattimento. Ma questo memorabil fatto d'armi fu la rovina della Francia, per attestato degli Annali di Metz[1003], perchè vi perì la gente più brava di tutta la Francia, cosicchè da lì innanzi cominciò ad andare in declinazione quel regno, ridotto all'impotenza di difendere sè stesso, non che di conquistare l'altrui. Scrissero alcuni che cento mila persone rimasero estinte sul campo. Sì gran macello non si dee molto facilmente credere. Agnello attesta che dalla parte di Lottario e di Pippino vi perirono quarantamila persone: sacrifizio ben grande alla matta ambizione.

Ci ha poi questo medesimo autore conservata una particolarità che vien taciuta dagli Annalisti francesi e tedeschi d'allora. Cioè che Gregorio papa, assai prevedendo dove aveva a terminare la abbominevol dissensione dei tre fratelli, mosso da zelo ed amore paterno, determinò d'inviare in Francia tre legati, affinchè s'interponessero per la concordia e pace. Saputo ciò da Giorgio arcivescovo di Ravenna, scrisse all'imperador Lottario, pregandolo d'impetrare dal papa che anch'egli in compagnia de' legati potesse intraprendere quel viaggio. L'ottenne, ma andò colla maledizione apostolica, perchè ben conosceva il pontefice che vano e torbido cervello fosse un tal prelato. Andò, dissi, con trecento cavalli, seco portando gran copia d'oro e d'argento, con aver saccheggiato il resto del tesoro della sua Chiesa, ed asportate corone, calici, e patene d'oro, e vasi di argento e di oro, e tolte le gemme dalle croci, tutto per far dei regali. Nè Agnello dissimula che le mire di questo arcivescovo erano di sovvertire a forza di donativi Lottario augusto, per sottrarsi dall'ubbidienza e podestà del papa, come avea fatto qualche suo predecessore scismatico: al qual fine seco portò i privilegii conceduti da alcuni empii imperadori greci alla sua Chiesa. Giunto Giorgio all'armata di Lottario, siccome abbiamo dagli Annali di san Bertino[1004], fu ritenuto da esso Augusto senza permettergli di trattare d'accordo co' suoi fratelli. Altrettanto possiam credere che succedesse ai legati del papa, perchè Lottario non sapeva intendere consigli di pace, lusingandosi di maggior vantaggio per la via dell'armi. Ora Iddio permise che dopo la rotta dell'esercito lottariano, l'ambizioso arcivescovo Giorgio fosse preso dai vincitori soldati, spogliato del piviale, di cui era vestito, e con grande strapazzo condotto alla presenza del re Carlo, il quale per tre giorni il fece stare sotto buona guardia, come prigione. I legati apostolici ebbero la fortuna di potersi salvar colla fuga ad Auxerre: i preti e cherici che accompagnavano l'arcivescovo suddetto, chi qua, chi là. Tutto il suo tesoro restò in preda ai soldati. I suoi privilegii gittati nel fango, calpestati e lacerati, si perderono; ed egli stesso fu in pericolo di essere cacciato in esilio da Carlo e da Lodovico, dappoichè furono informati della di lui malignità; ma l'imperadrice Giuditta mossane a compassione, gl'impetrò la libertà. Sel fece venire davanti il re Carlo, e dopo averlo rabbuffato ben bene, e fattogli prestar giuramento, il lasciò andare, con ordine che gli fosse restituito tutto quanto si potea trovare spettante a lui. Si trovò ben poco. Tutti i suoi preti, se vollero tornare in Italia, furono costretti a venirsene a piedi e in farsetto, e chiedendo la limosina. Promise Giorgio di compensar loro i danni, giunto che fosse a Ravenna; ma i fatti non corrisposero poi alle parole. Si ritirò lo sconfitto Lottario ad Aquisgrana, per attendere a far gente di nuovo da poter sostenere la guerra, e lasciossi tanto trasportare dal suo mal talento, che per aver soccorso da i Sassoni Stellingi, permise loro di ritornare agli antichi riti pagani, con grave scandalo del Cristianesimo. Ad Erioldo ancora re di Danimarca, apostata della religion cristiana e persecutor de' Cristiani, concedette da godere alcune terre ne' suoi confini. Intanto il re Lodovico, parte col terrore, parte col maneggio trasse nel suo partito molti de' Sassoni: inoltre tutti i popoli dell'Austrasia, Turingia ed Alamagna ridusse sotto il suo dominio. Nello stesso tempo i Normanni[1005], profittando della discordia dei re fratelli, sbarcarono in Francia, presero la città di Roano, e dopo il sacco la diedero alle fiamme, con restar desolati dalla lor crudeltà alcuni monasteri e un buon tratto di paese. Rinforzato alquanto di gente l'imperador Lottario passò il Reno, quasi che volesse impedire i progressi di Lodovico suo fratello, ma poi senza far altro se ne tornò a Vormazia. Passò poi nel Maine, commettendo dappertutto le sue truppe immensi disordini e saccheggi, ed obbligando colla forza que' popoli a giurargli fedeltà. Non era men della Francia sconvolto in questi tempi il ducato di Benevento per la guerra insorta fra Siconolfo dominante in Salerno[1006] e Radelgiso principe beneventano. Siconolfo, siccome uom bellicoso, aiutato anche da Landolfo conte di Capoa e da' suoi figliuoli, senza perdere tempo, s'inoltrò nella Calabria, e tutta la ridusse sotto il suo dominio. Prese anche buona parte nella Puglia, e rivoltosi addosso all'altro paese di Benevento, s'impadronì di alcune altre città e terre. Una donazione fatta da esso Siconolfo principe ad Aione vescovo di Salerno e alla sua chiesa nel mese di agosto dell'anno presente si legge nelle mie Antichità italiane[1007].

NOTE:

[1001] Annales Franc. Fuldenses. Nithard., lib. 2.

[1002] Agnell., Vit. Episcopor. Ravenn. P. II, tom. 2 Rer. Ital.

[1003] Annales Franc. Metenses.

[1004] Annales Franc. Bertiniani.

[1005] Monach. Fontenell. apud Du-Chesne, tom. II Rer. Franc.

[1006] Erchempertus, Hist., cap. 15.

[1007] Antiquit. Ital. Dissert. XXXV, pag. 77.

Anno di CRISTO DCCCXLII. Indiz. V.

GREGORIO IV papa 16. LOTTARIO imperad. 25, 20 e 3.

Durando tuttavia la guerra e gli sconcerti in Francia tra Lottario Augusto e i due re suoi fratelli, seguirono varii movimenti dall'una e dall'altra parte, minutamente descritti da Nitardo[1008]. Fra l'altre cose con piacere si legge presso di lui la conferma della lega stabilita fra i suddetti due fratelli Lodovico e Carlo in Argentina, o vogliam dire in Strasburg. L'uno fece il suo giuramento in lingua tedesca, e l'altro in lingua romanza, che era fin d'allora la volgare franzese, e s'accostava più alla nostra italiana di quel che faccia oggidì. Sarebbe da desiderare che fosse restato un pezzo simile della lingua nostra italiana di que' tempi, per conoscere in che stato essa allora si trovasse; ma finora nulla di ciò s'è veduto, perchè tutte le scritture che restano sono di lingua latina, mischiata nondimeno di molti solecismi e barbarismi. I Tedeschi e gl'Inglesi hanno interi opuscoli di que' secoli nella lor lingua. Nulla ne ha l'Italia. Ora io non mi fermerò a descrivere le vicende della guerra di Francia, perchè furono di poco momento. Basterà qui dire, che incalzato l'imperadore Lottario dai fratelli[1009], dopo avere spogliato il palazzo d'Aquisgrana di tutte le cose più preziose, si ritirò a Lione, e quivi dopo aver finora rifiutato di dare orecchio a progetti di pace, finalmente la debolezza delle forze sue il consigliò ad ascoltarli. Si convenne tra i tre fratelli di fare un abboccamento presso alla città di Mascon in un'isola del fiume Sona che divideva le armate. Questo seguì verso la metà di giugno, e vicendevolmente tutti e tre dimandarono perdono del passato, giurarono di conservar tra loro una buona pace e fratellanza; e determinarono di tenere un congresso nella città di Metz nel primo dì di ottobre, per regolare la division della monarchia franzese, di cui si andò poi seriamente trattando da lì innanzi. Ma questo congresso si differì fino a' cinque di novembre, e per varii impedimenti o pretesti trasportato fu al giugno dell'anno seguente. Per altro i due fratelli Lodovico e Carlo, dappoichè ebbero costretto l'augusto Lottario a ritirarsi da Aquisgrana, colà si portarono essi, e ordinata quivi una raunanza di molti vescovi, fecero loro decidere che Lottario per gl'insulti fatti al padre, per la mancanza ai giuramenti, per l'indebita guerra fatta ai fratelli avea provato il flagello della vendetta di Dio, ed era decaduto dai regni di Francia e di Germania, de' quali erano divenuti giusti possessori i re Lodovico e Carlo. Ciò fatto, i due fratelli divisero tra loro i regni; ma per l'accordo che nell'anno susseguente seguì tra essi e l'imperadore Lottario, si fece una più stabil divisione. Terminò i suoi giorni nel gennaio dell'anno presente Teofilo imperador de' Greci, con lasciare successor nell'imperio Michele suo figliuolo in età di soli tre anni. Una malattia pericolosa sopraggiunta a questo novello Augusto diede occasione ai monaci di Studio di promovere la restituzione delle sacre immagini con promessa della di lui guarigione. Risanato egli in fatti, con giubilo de' Cattolici furono rimesse in uso ne' sacri templi le immagini; e cacciato via Janne falso patriarca di Costantinopoli, in luogo suo fu eletto Metodio, uomo di santa vita e di sentimenti ortodossi. La divisione e guerra tra i principi di Benevento seguitava più che mai vigorosa, quando i Saraceni africani, chiamati da altri Agareni, o pure Mori, padroni della vicina Sicilia, seppero ben prendere pe' capelli la buona fortuna, con passare forse prima di quest'anno in Calabria, dove a man salva s'impadronirono di alcune città e terre, e vi si radicarono talmente, che l'Italia tutta ne ebbe a piagnere dipoi per lungo tempo. Sotto quest'anno Nitardo[1010] e gli Annali bertiniani[1011] mettono l'entrata di costoro nel ducato di Benevento. Radelgiso principe di quelle contrade veggendo prosperar sì forte gli affari dell'emulo Siconolfo, da cui or una, or una altra città gli veniva occupata, senza trovar maniera da potere resistere, s'appigliò ad un consiglio dettato dalla disperazione: cioè chiamò in aiuto suo alquante brigate de' Saraceni postati nella Calabria[1012]. Ebbe ordine da lui Pandone governatore di Bari di dar quartiere a quegl'infedeli fuori della città dalla parte del mare. Ma i Saraceni, gente la più furba del mondo, andarono tanto spiando le fortificazioni della città, che trovarono modo una notte di arrampicarsi e di entrarvi dentro senza resistenza d'alcuno. Misero a fil di spada una parte del misero innocente popolo, l'altra la fecero schiava, e Pandone fra gli altri dopo molti tormenti fu gittato ed affogato nel mare.

Con Erchemperto va d'accordo l'Anonimo salernitano[1013] intorno a questi fatti. Racconta egli che Radelgiso principe di Benevento con un'armata di ventiduemila persone tra cavalleria e fanteria si portò all'assedio di Salerno; ma Siconolfo principe colla gente di Salerno, Capua, Aggerenza, Consa ed Amalfi, venne a battaglia, e sbaragliò i Beneventani. Questa probabilmente è la rotta, di cui all'anno 840 s'è fatta menzione coll'autorità di Erchemperto. Seguita poi a dire, che Siconolfo, raunato un buon esercito, si portò anch'egli addosso ai Beneventani; ma questi, usciti dalla città, sì valorosamente gli assalirono, che li misero in fuga. Dopo questo i Saraceni con grandi forze calarono in Calabria; presero Taranto con facilità, ed entrati nella Puglia, diedero il sacco a quasi tutte le città con uccidere le persone che erano cresciute a guisa delle biade. Per attestato poi di Erchemperto, Radelgiso trovandosi impotente a cacciar fuori di Bari que' barbari ospiti, cominciò a trattar con loro amichevolmente e a valersi del loro aiuto. Comandò ad Orso suo figliuolo di menarli all'assedio di un castello, e v'andarono con una potente oste. Ma ciò saputo da Siconolfo, arditamente andò a trovarli, e gli sconfisse con istrage di chi non potè ben menar le gambe. Il re d'essi per nome Calfo, cadutogli sotto per la stanchezza il cavallo, stentò a giugnere coi suoi piedi a Bari. Crebbero poi le miserie di quelle contrade, perchè, secondo l'Anonimo salernitano, Radelgiso prese al suo soldo il principe de' Saraceni abitante in Bari, per nome Saotan, o Saudan, come altri hanno scritto. Tengo io che questo fosse non il proprio suo nome, ma quello bensì della sua dignità, e lo stesso sia che Soldano, o Sultano, come han detto dipoi gl'Italiani. Veggasi il d'Erbelot[1014] alla parola Solthan. Col rinforzo di costui e delle sue masnade, i Beneventani passarono addosso ai Salernitani, e non meno agli uomini che alle case e ai poderi recarono infiniti danni. Furono costoro appena ritornati indietro, che pervenuta tosto a Siconolfo signoreggiante in Salerno la notizia che Radelgiso aveva spogliata la cattedrale di Benevento di buona parte del suo tesoro per ingaggiare e pagare i Saraceni del suo partito: anch'egli si prevalse di questo scellerato esempio, e presa per forza dalla cattedrale di Salerno gran copia d'oro, se ne servì per impegnare alla difesa de' suoi stati il comandante saraceno di Taranto, chiamato Apollafar. Ben volentieri costui passò con buon nerbo di gente al servigio di Siconolfo, e poscia unito coi Salernitani al guasto dei Beneventani. Accadde poi che tornato Apollafar da quella spedizione con Siconolfo a Salerno, mentre amendue con festa salivano le scale del palazzo, Siconolfo per ischerzo il prese colle braccia e portollo di peso sopra, e nel posarlo giù l'abbracciò e baciò. Ma il superbo e delicato Saraceno se l'ebbe forte a male; e tuttochè Siconolfo dicesse d'aver fatto ciò per burla e non per inganno, pure giurò di non volerlo più servire, ed immantinente con tutti i suoi si partì da Salerno e tornossene a Taranto. Quivi trattò con Radelgiso, esibendosi ai suoi servigi. Nè potea giugnere a lui nuova più cara di questa. Accettato e venuto coll'esercito suo, tosto fu spedito contra de' Salernitani, nel paese de' quali commise enormità e danni incredibili. Così gl'infedeli andavano profittando della discordia de' principi cristiani colla rovina de' popoli innocenti. Ottenne in quest'anno, se pur non fu nel precedente, il doge di Venezia Pietro da Lottario imperadore la conferma delle esenzioni dei bani goduti dai Veneziani nel regno d'Italia. Il diploma, rapportato dal Dandolo[1015], fu dato kalendis septembris anno, Christo propitio imperii domni Lotharii piissimi Augusti in Italia XXII, in Francia II. Indictione VIII. Actum termis villa palatioregio. Queste note cronologiche non sussistono. Fors'anche tale spedizione la stessa è, di cui s'è fatto troppo presto menzione di sopra all'anno 840. Terminò in quest'anno, secondo i conti di Camillo Pellegrino[1016], i suoi giorni Landolfo conte ossia principe di Capua[1017]. Restarono di lui quattro figliuoli, cioè Landone, che signoreggiò in Capua, Pandone in Sora, e Landonolfo in Tiano. Il quarto figliuolo Landolfo seguitò la via ecclesiastica, con divenir poi vescovo di Capua, e personaggio famoso per le sue iniquità. Lasciò il vecchio Landolfo per ricordo a' suoi figliuoli, che non permettessero mai la riunione de' principati di Benevento e Salerno, e tutti da lì innanzi cominciarono a tirar de' calci contra del principe di Benevento, e a poco a poco stabilirono l'indipendenza del principato di Capua da Benevento e da Salerno.

NOTE:

[1008] Nithardus, Hist. lib. 3.

[1009] Annal. Franc. Bertiniani.

[1010] Nithard., Hist., lib. 3.

[1011] Annales Franc. Bertiniani.

[1012] Erchempertus, Hist., cap. 16.

[1013] Anonymus Salernitan. Paralipom. cap. 65. Part. II, tom. 2 Rer. Ital.

[1014] Erbelot., Bibliot. Orient.

[1015] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.

[1016] Camill. Peregr., Hist. Princip. Langobard.

[1017] Erchempertus, Hist., cap. 22.

Anno di CRISTO DCCCXLIII. Indiz. VI.

GREGORIO IV papa 17. LOTTARIO imperad. 24, 21 e 4.

Di somma consolazione a tutta la monarchia francese riuscì l'anno presente, perchè si venne finalmente alla divisione de' regni tra i figliuoli di Lodovico Pio: il che produsse la concordia fra loro e la pace fra tutti i popoli loro sudditi[1018]. Seguì questa nel mese di agosto nella città di Verdun presso alla Mosa, con essersi quivi abboccati i tre re, e pacificati fra loro. La parte che toccò al re Carlo, appellato dipoi il Calvo, fu la parte occidentale della Francia, cioè dall'Oceano fino alla Mosa e alla Schelda, e sino al Rodano, alla Sona, al Mediterraneo e alla Spagna. Al re Lodovico toccò la Baviera, parte della Pannonia, la Sassonia, e tutte le provincie della Germania di là del Reno, con qualche parte ancora di paese di qua da esso Reno, e nominatamente Magonza; e qui ebbe principio il regno della Germania, appellato anche Francia orientale. All'imperador Lottario restò tutto il tratto di paese situato fra il Reno e la Mosa, andando sino all'Oceano, la Provenza, la Savoia, gli Svizzeri e Grigioni, cioè quasi tutta l'antica Borgogna e l'Alsazia; nec non et omnia regna Italiae cum ipsa romana urbe, come ha l'autore degli Annali di Metz: con che egli venne a perdere tante provincie che il padre gli avea lasciato in Germania, e ch'egli avrebbe potuto agevolmente ritenere se l'incontentabile sua ambizione non l'avesse condotto a mancar di parola e a far guerra al re Carlo suo fratello. E qui non lasciano alcuni scrittori di que' tempi di deplorar questo trinciamento della dianzi sì vasta monarchia franzese, che unita faceva paura a tutti, divisa, aprì il campo ai Normanni, Saraceni, ed Ungheri d'infierire e prevalere contra de' Cristiani d'Occidente, e d'inferir loro un'iliade di mali. E tanto più restò essa indebolita, perchè al re Carlo Calvo toccò bensì in questa divisione, almen tacitamente, anche l'Aquitania; ma in quelle contrade si fece forte il suo nipote Pippino II, figliuolo del re Pippino I, riconosciuto per re dalla maggior parte di que' popoli; e gran sangue e fatiche dipoi costò ad esso re Carlo il levar quel regno dalle mani del nipote. Ribellossi ancora al medesimo re Carlo, per non dire che si staccò dalla sua alleanza, Nomenoio duca della minor Bretagna, seguendo l'uso dei predecessori, che non sapeano se non colla forza indursi a riconoscere per loro sovrani i re di Francia. E in quest'anno ancora[1019] i Normanni fecero uno sbarco nell'Aquitania inferiore, e diedero il sacco al paese. Soprattutto presa la città di Nantes, vi trucidarono il vescovo Goardo, e molti cherici e laici. Però sensibilmente si cominciò a provare collo smembramento della monarchia il peso delle miserie, spezialmente nella Francia occidentale, in cui ancora nell'anno corrente mancò di vita l'imperatrice Giuditta, madre del suddetto re Carlo Calvo. Minori poi non erano gli affanni nel ducato beneventano per la guerra che ostinatamente faceano tra di loro il principe di Benevento Radalgiso e Siconolfo principe di Salerno. Altro non si udiva che saccheggi, e più degli altri ne sapeano profittare gli astuti Saraceni, dominanti nella Calabria e in Bari, col farsi partigiani ora dell'uno, ora dell'altro principe, ed arricchirsi colle spoglie degl'infelici popoli. Or mentre costoro si stavano ai servigi di Radegiso[1020], Siconolfo non potendo reggere al contrasto, altro scampo non seppe trovare che di condurre al soldo suo molte brigate di que' Saraceni che signoreggiavano la Spagna, aveano anche occupata l'isola di Creta ossia di Candia. Fra questi Saraceni e quei dell'Africa non passava allora amicizia, anzi si riputavano fra loro nemici. Con questo rinforzo venne un giorno Siconolfo alle mani coll'armata di Radelgiso nel luogo appellato le Forche Caudine, celebre anche nella storia romana. Riuscì a Radelgiso a tutta prima di mettere in rotta le schiere nemiche; ma Siconolfo, che stava ritirato in disparte con uno scelto drappello ad osservar l'esito della battaglia, allorchè vide i Beneventani sbandati perseguitare i fuggitivi, si scagliò contra di loro, ne tagliò molti a pezzi, molti altri ne fece prigioni e costrinse il resto a menar le gambe. Dopo questa insigne vittoria vennero in suo potere, eccettochè Benevento e Siponto, tutte le altre città di Radelgiso. Abbiamo da Leone Ostiense[1021] che Siconolfo per pagare i Saraceni spagnuoli, sotto nome di prestito spogliò di quasi tutto l'insigne suo tesoro il monistero di Monte Cassino. Finalmente si portò egli all'assedio della stessa capitale di Benevento. Era già ridotta a mal termine l'assediata città, non meno per la morte dei difensori, che per la mancanza delle vettovaglie, quando Radelgiso si avvisò di chiamare in soccorso suo Guido duca di Spoleti. Contuttochè questi fosse parente di Siconolfo, pure non lasciò di accorrere con un copioso esercito in aiuto di esso Radelgiso; ma prima di giugnere a Benevento fece sapere a Siconolfo, che il consigliava di ritirarsi dall'assedio, e che lasciasse fare a lui, perchè subito che avesse potuto favellar con Radelgiso, avrebbe fatta conoscere al medesimo Siconolfo la parzialità, di cui si gloriava verso di lui. Gli fu prestata fede, e Siconolfo sciolse l'assedio. Ma Guido pro cupiditate pecuniarum, quibus maxime Francorum subjicitur genus (era Guido di nazion franzese) avendo smunto da Radelgiso la somma di settantamila scudi d'oro, nulla attenne delle promesse fatte al suo cognato Siconolfo, e se ne tornò a Spoleti.

Diversamente vien raccontato questo fatto dall'Anonimo salernitano[1022], il quale fiorì, a mio credere, cento anni dopo Erchemperto. Secondo lui, Siconolfo invitò ed ebbe in suo aiuto Guido suo cognato, qui illo tempore Tuscis praeerat. L'Umbria, dove è Spoleti, era in quei tempi dai letterati posta nella provincia della Toscana; e però altri ancora chiamarono duca de' Toscani chi comandava agli Spoletani. Più sotto poi soggiugne che i Toscani, gli Spoletani e i Salernitani cinsero di assedio Benevento, quasichè Guido comandasse, non solo al ducato di Spoleti, ma anche a quel della Toscana: il che non pare credibile. Ora stando essi attendati sotto quella città, uno de' Salernitani dimandò a una sentinella beneventana: Che fa il vostro fabbro ferraio? Così disse per ischerno, perchè Radelgiso in sua gioventù, benchè di nobilissima casa, si dilettava di praticar con gli orefici e ne aveva imparata l'arte. Allora il Beneventano gli rispose: Sta fabbricando un paio di forbici per tosare un cherico, alludendo a Siconolfo, che negli anni addietro, per forza usatagli da Sicardo principe suo fratello, avea preso il diaconato. Ora avvenne che andando il conte Guido (così è chiamato dal Salernitano) con un solo scudiere alla ronda intorno alla città, fu adocchiato dal saraceno Apollafar, che s'impegnò con Radelgiso di menarglielo davanti prigione, se tornava nel dì seguente a lasciarsi vedere così soletto girando fuor delle mura. Comparve nel dì seguente Guido, e Apollafar con un solo scudiere andatogli alle spalle, il colpì sì fattamente nel capo, che tutto lo sbalordì. Allora prese il di lui cavallo per le redini, s'inviò verso la città, senza che Guido sapesse in che mondo allora si fosse. Ma il suo scudiere veggendo il padrone in sì misero stato, colla lancia in resta spronò il cavallo, e passò da parte a parte lo scudiere nemico. Ciò osservato da Apollafar, colla lancia diede a Guido un colpo nel petto con tal forza che gli passò l'usbergo, e alquanto ancora ferito il rovesciò a terra. Per questa percossa tornato in sè Guido, e salito sul cavallo del suo scudiere, dopo aver costretto il Saracino a tornarsene indietro, s'incamminò verso i suoi, i quali, informati del successo, presero tosto le armi, e diedero un furioso assalto alla città colla morte di molti Beneventani. Per l'affronto ricevuto era forte in collera Guido, e però segretamente fece proporre a Radelgiso un accordo, se gli dava in mano Apollafar con altri Saraceni. Fu accettata la proposizione, preso Apollafar a dormire, e condotto coi piè nudi a Guido, il quale non dimenticò di farne vendetta. Seguita poi l'Anonimo a dire che i Beneventani promisero danari a Guido, se induceva Siconolfo ad una divisione del ducato, e che questa in fine si fece di consenso degli emuli principi. Ma il racconto dell'Anonimo ha un po' d'aria da romanzo, e discorda da Erchemperto storico di maggior credito; e certo pare contrario alla verità nel supporre seguito l'accordo fra quei due principi poco dopo l'assedio di Benevento, tenendo per fermo il Pellegrino che quella concordia avvenisse tanto più tardi, cioè nell'anno 850, o pure 851, per opera di Lodovico III imperadore. E però ne creda il lettor ciò che vuole. Questa è poi la prima volta che presso gli antichi scrittori s'incontra Guido duca di Spoleti nell'anno presente. Vedemmo di sopra all'anno 824 che Maurengo o Morengo conte di Brescia, appena creato duca di quella contrada, fu rapito dalla morte, senza che apparisca chi gli succedesse in quel ducato; se non che il conte Campelli, autore del secolo prossimo passato, mette per immediato successore di lui Guido I, ossia Guidone o Widone, di schiatta franzese. Ma egli a tentone, e senza autorità dell'antica storia ciò immaginò; nè sussiste punto che il medesimo Guido nell'anno 829 salvasse Roma dai Saraceni. Facile è troppo quello storico a spacciar le immaginazioni sue come cose certe; e tale anche è il dire che nell'anno 832 esso Guido per la morte di Sicone principe di Benevento ne fe' con la sua corte pubbliche dimostrazioni di lutto. Chi ciò ha mai rivelato al Campelli? A me sembra tuttavia incerto se a Morengo succedesse Guido I, perchè dall'anno 824 sino all'843, in cui cominciamo a scoprir questo Guido duca di Spoleti, passò di molto tempo, e in questi anni si potè frapporre qualche altro duca a noi ignoto. Nel catalogo dei duchi di Spoleti, riferito dal padre Mabillone[1023] si vede all'anno 836 Berengarius dux. Di questo Berengario duca troveremo fatta menzione più sotto all'anno 844.

Ora per conoscere che in quest'anno succedette l'assedio di Benevento, e per intendere nello stesso tempo gli avvenimenti della città di Napoli, convien qui ricorrere a Giovanni Diacono, scrittore di questi medesimi tempi, nelle vite de' vescovi napoletani[1024]. Già ci fece egli sapere all'anno 839, come Lottario imperadore spedì un suo barone per nome Contardo per far desistere i Beneventani dall'oppressione de' Napoletani. Andrea maestro de' militi ossia generale, e console e duca di Napoli, giudicò spediente di fermare in Napoli esso Contardo, per tenere in freno colla sua presenza la petulanza dei Napoletani; e tal fine gli fece sperar le nozze di Euprassia sua figliuola, vedova del duca Buono. Ma non si concludendo mai questo accasamento, Contardo unito con alcuni nemici d'esso Andrea console, lo ammazzò di sua mano nella basilica battesimale di s. Lorenzo; appresso si fece console e duca di Napoli, e prese per moglie la suddetta figliuola dell'ucciso duca. Ma il popolo di Napoli mal sofferendo che costui forestiere avesse sì crudelmente tolto di vita il loro duca, dopo tre dì entrarono furiosamente nella casa del vescovo, dove egli abitava, e misero a fil di spada lui, la moglie Euprassia e tutti i suoi famigliari. Dopo di che d'accordo elessero per loro duca Sergio figliuolo di Marino e di Euprassia insigne personaggio di quella città, come s'ha dalla vita di santo Atanasio[1025] vescovo di Napoli, e figliuolo d'esso Sergio, con ispedir tosto corrieri a Cuma, dove egli si trovava, per fargli sapere questa elezione. Era Sergio stato spedito nella mattina stessa di quel dì, in cui fu ucciso Andrea duca, per ambasciatore a Siconolfo principe di Salerno, obsidentem tunc Beneventanos. Enim vero in ipsis diebus divisus est principatus Langobardorum: parole che concordano coll'Anonimo salernitano, e potrebbono indicare che qualche anno prima di quel che finora s'è creduto, seguisse la divisione del principato di Benevento, secondo la carta rapportata da Camillo Pellegrino[1026]; se non che si può pretendere, voler solamente dire quel divisus, che era scisma, divisione e guerra nel principato di Benevento tra Radelgiso e Siconolfo. Per altro convien osservare che nel suddetto strumento di divisione è nominato domnus Ludovicus rex. Non può convenir questo titolo di re nell'anno 851, in cui pretendesi fatta quella divisione, a Lodovico II, il quale nell'anno 850, siccome vedremo, ed anche prima, fu dichiarato imperadore. Ma di ciò riparleremo all'anno 848. Intanto ritornando noi agli affari di Napoli, abbiamo da Giovanni Diacono che Sergio eletto duca di quella nobil città volò a prenderne il possesso. Ed essendo stato da lì a poco chiamato da Dio a miglior vita Tiberio vescovo di Napoli dopo sì lunga prigionia, Sergius consul apocrisarios suos Romani destinans, obnixius Johannem electum inthronizari postulavit. Sed domnus Gregorius papa romuleus, tamdiu kujusmodi petitione distulit, quoadusque missa legationem canonice investigaret ne pontificalem subrideret sedem. Ma essendo noi per vedere accaduta la morte di papa Gregorio IV nel gennaio dell'anno susseguente, vegniamo per conseguente a comprendere che nel presente anno si fece l'assedio di Benevento, e Sergio duca diede principio alla sua signoria in Napoli. Conghiettura poi il padre Astezati abbate benedettino[1027] che Lottario Augusto nell'anno presente dichiarasse re d'Italia il primogenito Lodovico: cosa anche di cui ebbe sospetto il padre Pagi[1028]. Nè mancano carte che sembrano assistere a questa conghiettura. Anastasio stesso[1029], siccome vedremo, chiamandolo re prima della coronazione romana, potrebbe servire a darle qualche peso. Però non è improbabile che dal presente anno Lodovico II desse principio agli anni del suo regno. Sia a me lecito nondimeno di mettere il principio dell'epoca sua nell'anno seguente.

NOTE:

[1018] Annales Franc. Metenses.

[1019] Annales Franc. Bertiniani.

[1020] Erchempertus, Hist. cap. 17.

[1021] Leo Marsicanus, Chron. Cassin. lib. 1, cap. 25.

[1022] Anonymus Salern. Paralipom. c. 67. P. II. tom. 1 Rerum Italicarum.

[1023] Mabill., Itinerar. Italicar.

[1024] Johann. Diacon., P. II tom. 1 Rerum Italicarum.

[1025] Vit. S. Athan. Episc. Neapol., P. II, tom. 2 Rer. Italic.

[1026] Camill. Peregr., Hist. Langobard.

[1027] Astezat., de nova Epocha Ludovic. II Imperat.

[1028] Pagius, in Crit. ad Annales Bar.

[1029] Anastas. Biblioth., in Vit. Sergii II.

Anno di CRISTO DCCCXLIV. Indizione VII.

SERGIO II papa 1. LOTTARIO imperad. 25, 22 e 5. LODOVICO II re d'Italia 1.

Secondo gli Annali bertiniani[1030], Sigeberto[1031], Mariano Scoto[1032] ed altri antichi storici, diede fine a' suoi giorni nell'anno presente Gregorio IV papa. Ciò avvenne, per quanto han creduto il Sigonio, il Panvinio e il padre Pagi, nel dì 25 di gennaio. Anastasio[1033], o qualunque sia l'autore della sua vita, ci dà ragguaglio delle fabbriche da lui fatte, e dei copiosi donativi ch'egli offerì a Dio in varie chiese. Ma è ben da dolersi che per lo più gli antichi scrittori delle vite de' papi, raccolte da Anastasio, altro non ci sappiano contare, se non i risarcimenti, o regali da lor fatti ai sacri templi. Le azioni loro, che ben più lo meritavano, quelle erano che s'aveano da tramandare ai posteri, e che noi ora desideriamo, ma indarno. Così le poche croniche antiche de' riguardevoli monisteri d'Italia si riducono ad una gran fila d'acquisti, di livelli, o di liti per beni temporali, lasciando quel che più importava, cioè la virtù e le geste lodevoli degli abbati e de' monaci d'allora, se pur di queste vi era abbondanza. Nella cattedra di s. Pietro ebbe Gregorio IV per successore Sergio II, che fu consecrato nel dì 10 di febbraio. Ma perchè contro i patti seguì questa consecrazione, cioè senza l'imperial beneplacito (al che non sapevano accomodarsi i Romani), Lottario Augusto ne fece del risentimento, ed inviò a Roma il suo primogenito Lodovico coll'armata. Gli Annali bertiniani, dopo aver narrata l'elezione di papa Sergio, seguitano a dire[1034]: Quo in sede apostolica ordinato, Lotharius filium suum Hludowicum Romam cum Drogone Mediomatricorum episcopo dirigit, acturos, ne deinceps, decedente apostolico, quisquam illic praeter sui jussionem, missorumque suorum praesentiam, ordinetur antistes. Qui Romam venientes, honorifice suscepti sunt. È vero che furono onorevolmente ricevuti; ma Anastasio[1035] vi aggiugne altre particolarità taciute dagli Annali. Cioè, che arrivato l'esercito imperiale alla prima città degli stati ponteficii, cominciò a far provare lo sdegno dell'imperadore a quegli innocenti popoli, con uccidere moltissime persone, talmentechè, spaventata la gente, chi qua e chi là correva a nascondersi. Un sì bestial trattamento seguitò per tutto il loro viaggio fino al ponte della Cappella, dove fattosi un nero temporale, vi perirono coti dai fulmini alcuni de' familiari di Drogone vescovo di Metz. Ne restarono bensì atterriti i Franzesi, ma non perciò deposero la loro ferocia, e con quel mal animo pervennero nelle vicinanze di Roma. Quasi nove miglia fuori della città papa Sergio mandò incontro tutti i giudici a Lodovico, il quale verisimilmente era già stato prima dichiarato re d'Italia da Lottario Augusto suo padre; e questi colle bandiere e con acclamazioni l'accolsero. Essendo poi presso alla città quasi un miglio, gli fecero un bell'incontro le scuole della milizia, cantando le lodi, e parimente vennero ad incontrarlo tutte le insegne del popolo (sicut mos est imperatorem aut regem suscipere) alla vista delle quali si rallegrò il re Lodovico. Stava ad aspettarlo il buon papa nell'atrio della basilica vaticana con tutto il clero e popolo romano, ed arrivato Lodovico, si abbracciarono et tenuit idem Ludovicus rex dexteram antedicti pontificis. Arrivarono in quella maniera alle porte della basilica, che tutte il pontefice avea fatto serrare, ed allora il pontefice interrogò il giovane re, s'egli veniva con mente pura e con sincera volontà, e per salute del pubblico e della città e di quella chiesa: perchè, se così era, esso papa comanderebbe che s'aprissero le porte: altrimenti non aspettasse da lui ordine alcuno di aprirle. Rispose il re d'essere venuto con buona intenzione, e senza pensiero di alcuna malignità. Allora fece il pontefice spalancar le porte, ed entrarono amendue col clero e con tutti i vescovi, abbati, giudici, ed altri Francesi venuti col re; giunti alla tomba di s. Pietro, prostrati venerarono il suo corpo; e dopo avere il papa recitata l'orazione, tutti usciti della chiesa, andarono a riposar ne' palagi preparati entro la città. Restò fuori di Roma l'esercito franzese, che nei giorni appresso recò non pochi danni ai borghi, e forse perchè non era preparato il foraggio, segò tutti i prati e i seminati. Corse poi voce che volevano entrare in Roma, e quivi prendere alloggio, onde il papa fece ben chiudere e fortificare le porte della città. Poscia nel dì 15 di giugno, giorno di domenica, raunati nella basilica vaticana tutti gli archivescovi, vescovi e baroni venuti col re, insieme con tutta la nobiltà romana, papa Sergio colle sue mani unse coll'olio santo esso Lodovico figliuolo dell'imperador Lottario, gli mise in capo una preziosissima corona, e la spada regale al fianco, con proclamarlo re de' Longobardi, ossia d'Italia. Celebrata poi messa solenne, tutti con gran festa se ne tornarono in Roma.

E di qui possiamo intendere che non per anche era introdotto l'uso della corona ferrea, nè la coronazione del regno d'Italia in Milano, Monza e Pavia, siccome giovane provai in un'operetta intorno a questo argomento[1036]. Ebbe principio da questo giorno l'epoca del regno d'Italia di esso Lodovico II re. Seguì poi ne' giorni seguenti un lungo contrasto fra il papa e il vescovo di Metz Drogone, assistito, come dice Anastasio, da Gregorio (si dee scrivere Giorgio) arcivescovo di Ravenna, da Angilberto arcivescovo di Milano, e da una frotta di altri vescovi e conti del regno d'Italia, senza che se ne dica il suggetto. Solamente narra Anastasio che tal dibattimento fu contra hanc universalem, et caput ecclesiarum Dei. Ma il pontefice, uomo prudente e di petto, sì a proposito rispose, che tutti li lasciò confusi. Fece dipoi istanza ad esso papa la baronia francese che tutta la nobiltà romana giurasse fedeltà al suddetto re Lodovico; ma il saggio papa non vi consentì, esibendosi solamente pronto a permettere che i Romani prestassero il giuramento di fedeltà al grande imperadore Lottario. Tunc demum in eadem Ecclesia sedentes pariter tam beatissimus pontifex, quam magnus rex, et omnes archiepiscopi et episcopi stantibus reliquis sacerdotibus, et Romanorum et Francorum optimatibus, fidelitatem Lothario magno imperatori semper Augusto promiserunt. Ed avea ben ragione il papa. Non era mai stata sottoposta ai re d'Italia, nè al regno longobardico Roma col suo ducato; e non avendo Lodovico acquistato alcun diritto sopra i Romani, per essere divenuto re d'Italia, indebitamente voleva obbligare i Romani a giurargli fedeltà, cioè a riconoscerlo per loro sovrano. Non ebbero già essi difficoltà di prestare quel giuramento a Lottario suo padre, perchè esso era imperadore dei Romani, e la sua sovranità in Roma non veniva contrastata da alcuno. Nè sussiste, come immaginò il cardinal Baronio, che in questa occasione Lodovico II ricevesse il titolo e la corona imperiale. Questo punto è già deciso fra gli eruditi; e se vi ha qualche diploma in contrario, esso è o falso, o scorretto. Seguita poi a dire Anastasio, che nel tempo stesso che il re Lodovico si trattenne in Roma, Siconolfo principe di Benevento arrivò anch'egli colà, accompagnato da molte squadre d'armati, e fu ad inchinare il re, che il ricevette con molto onore, e gli concedette quanto gli dimandò. Tanta fu in tale occasione la folla de' Franzesi, Longobardi e Beneventani, che Roma parea assediata da uno smisurato esercito, e tutti i seminati andarono a sacco per pascolo della gran moltitudine de' cavalli e giumenti. Desiderava ardentemente inoltre Siconolfo di veder papa Sergio e di ricevere la sua benedizione. Fu ammesso all'udienza, e prostrato in terra gli baciò umilmente i piedi, e riportatane la benedizione, tutto lieto se ne ritornò a casa. Altrettanto fece coi suoi il re Lodovico, con finalmente liberare da quel flagello il popolo romano, e si restituì alla sua residenza in Pavia. Ma perchè Anastasio nulla di più ci ha saputo dire intorno ai trattati di Siconolfo col re Lodovico, convien ora ascoltare l'Annalista di San Bertino[1037], che così scrive all'anno presente: Sigenulfus Beneventanorum dux ad Lotharium cum suis omnibus sui deditionem faciens, centum millium aureorum mulcta sese ipsi obnoxium fecit. Quibus Beneventani, qui pridem alias versi fuerant, compertis, ad eumdem Sigenulfum se se convertentes, Saracenorum reliquias a suis finibus expellere moliuntur. In vece di Lottario sarebbe forse stato meglio scrivere Lodovico, al quale già abbiam veduto che Siconolfo fece ricorso, se non che il figliuolo Lodovico nulla operava che non fosse a nome del padre. Abbiam dunque che Siconolfo, per assicurarsi il dominio di Salerno e dell'altre città a lui sottoposte, riconobbe per suo sovrano il nuovo re d'Italia Lodovico, e ne dovette ricevere l'investitura colla promessa di pagargli centomila scudi d'oro. Tanta somma d'oro non dice Erchemperto[1038], autore in ciò più degno di fede. Per testimonianza di lui, Suido duca di Spoleti, gran mercatante di bugie, che nondimeno gli fruttavano assaissimo, promise a Siconolfo suo cognato di fargli avere tutto l'intero ducato di Benevento, se sborsava cinquantamila scudi d'oro, senza dire se a lui, o pure al re Lodovico. Ma probabilmente a quest'ultimo, perchè soggiunge: Cujus tunc consilio consentiens, Romam (dove si trovava il re novello) adiit, aureos tribuit, sacramentum dedit, jusjurandum accepit. Nihil proficiens, inanis abscessit. Come potesse Siconolfo ammassare tant'oro, cel farà intendere Leone Ostiense[1039], che racconta il fiero salasso da lui dato al tesoro del monistero di Monte Cassino, dove egli apposta andò più d'una volta. Portò via alla prima visita in tanti calici, patene, corone, croci ed altri vasi, circa cento trenta libbre d'oro purissimo, e tutto a titolo di prestito, con promessa di restituire diecimila soldi d'oro siciliani. La seconda volta portò via in tanta moneta trecento sessanta cinque libbre d'argento e quattordici mila soldi d'oro; la terza in tanti vasi cinquecento libbre d'argento. Tornato colà dopo dieci mesi, ruppe gli armadi del monistero, e ne portò via il valore di quattordicimila soldi mazati, con obbligo di restituire fra quattro mesi, e non restituendo di cedere varii beni al monistero. Sette altri mila soldi in altre volte portò via di colà: tesoro di Dio, che nulla giovò a lui, nè alla patria, e solo servì a pagar le sue fatiche al diavolo. Egli è da credere che ad altre chiese e monisteri Siconolfo facesse uno non diverso trattamento. Questo fine d'ordinario toccava in que' tempi ai doni della gente pia fatti ai sacri templi. Come sospettai di sopra, ben potrebbe essere che il re Lodovico, o in questo o nel seguente anno si adoperasse per quetar la rabbiosa guerra tra i due principi Radelgiso e Siconolfo, e fosse anche accettata da Radelgiso la division degli stati; ma che Siconolfo la rifiutasse, perchè gli era stato promesso di più; o che per altri accidenti quella non avesse effetto, di modo che continuasse dipoi la guerra fra loro. Tennero in quest'anno i tre fratelli, Lottario imperadore, Lodovico re della Germania e Carlo re di Francia, una dieta ossia un concilio coi vescovi nella villa di Teodone, oggidì Tionvilla[1040], dove oramai persuasi che era da anteporre la concordia ad ogni riguardo, confermarono la pace ed amicizia fra loro. Adriano Valesio[1041] cita uno strumento preso dal registro del monistero Cesauriense, e dato, come egli pensa, in quest'anno, o pur come io vo credendo, nel precedente 843, cioè anno imperii Lotharii XXII, seu temporibus Berengarii ducis, anno ducatus ejus VI, die sexta mensis septembris. Indictione VII. Sicchè correano già sei anni che Berengario era, per quanto si può credere, duca di Spoleti. Ma come ciò, se abbiam già trovato Guido duca di quella stessa contrada? Altro non so io immaginare, se non che due essendo stati i ducati di Spoleti, l'uno propriamente di Spoleti e l'altro appellato poscia di Camerino, Guido avesse il governo del primo, Berengario del secondo.

NOTE:

[1030] Annal. Franc. Bertiniani.

[1031] Sigebertus, in Chron.

[1032] Martianus Scotus, in Chron.

[1033] Anast. Biblioth., in Gregor. IV.

[1034] Annal. Franc. Bertiniani.

[1035] Anast., in Vita Sergii II.

[1036] Anecdot. Lat. tom. 2. Append.

[1037] Annales Francor. Bertiniani.

[1038] Erchempertus, Hist. cap. 18.

[1039] Leo Ostiensis, Chron., lib. 1. cap. 26.

[1040] Labbe, Concilior., tom. 7.

[1041] Valesius, in Praefat. ad Panegyric. Berengarii.

Anno di CRISTO DCCCXLV. Indizione VIII.

SERGIO II papa 2. LOTTARIO imperad. 26, 23 e 6. LODOVICO II re d'Italia 2.

Si godè in quest'anno assai di quiete in Italia; se non che potrebbe dubitarsi che tuttavia continuasse, o pure si riaccendesse la guerra tra Siconolfo e Radelgiso principe di Benevento. Certamente seguitò essa contra de' Saraceni. A quest'anno lasciò scritto l'Annalista bertiniano[1042]: Beneventani cum Saracenis, veteri discordia recrudescente, denuo dissident. Forse volle dir quello storico ciò che abbiam di sopra inteso da altri stessi suoi Annali. Per conto poi de' paesi oltramontani, Lottario imperadore, che avea stabilito il suo soggiorno in quelle parti, passò il verno in Aquisgrana. Un suo diploma, dato a dì quindici di maggio[1043] anno imperii Hlotharii XXVI, et in Francia VI, Indictione VIII, si vede scritto in palatio regio Argentorato, cum iremus in Italiam: cioè si trovava egli in Argentina con pensiero di venire in Italia. Ma nè in quest'anno, che si sappia, nè finchè visse egli dipoi, ritornò in Italia: cioè lasciò la cura di questo regno al figliuolo re Lodovico, ed egli attese a conservar e governare gli stati a lui toccati in parte nella Francia. Forse non si fidava dei suoi fratelli. E in quest'anno ebbe un particolar motivo che il fece desistere dal viaggio d'Italia. Se gli ribellò la Provenza, e fu obbligato ad accorrere colà. Fulrado conte era autore e fomentatore di quella ribellione. Ma colà giunto colle sue forze l'Augusto Lottario, non durò gran fatica a ricuperar quella provincia, con arrendersegli esso Fulrado ed altri sollevati in quelle parti. Ne' suddetti Annali leggiamo: Fulradus comes, et ceteri Provinciales a Lothario deficiunt, ubique potestatem totius Provinciae usurpant. Si legge appresso: Lotharius Provinciam ingressus, bretoriam (forse brevi totam) suae potestati recuperat. Negli Annali di Metz[1044] questo Fulrado è chiamato dux arelatensis, e solamente si dice che Lottario ipsum, et reliquos comites illarum partium rebellare molientes, in deditionem accepit, et prout voluit, Provinciam ordinavit. Diversa fu ben la fortuna del re Carlo Calvo suo fratello. Mentr'egli nell'anno precedente assediava Tolosa, ebbe una mala percossa da Pippino suo nipote re d'Aquitania, di modoche nel presente, per cagione d'altri guai che sopraggiunsero, fu astretto a venire ad un accomodamento con lui, e a cedergli l'Aquitania, con ritenere per sè tre sole città, cioè Poitiers, Saintes ed Angulemme. Gli prestò Pippino il giuramento di fedeltà, sicut nepos patruo, e si obbligò di prestargli aiuto in tutte le necessità secondo le forze sue. In questo medesimo anno entrati i corsari normanni per mare nella Senna con cento e venti navi, arrivarono a Parigi nel sabbato santo, e v'entrarono. Si può credere che quella gente pagana non attendesse a farvi le sue divozioni. Tutto il popolo n'era fuggito per la paura. Accorse il re Carlo con quelle soldatesche che in quel frangente egli potè raunare, fino al monistero di san Dionisio; ma trovandosi debole in confronto di que' Barbari, bisognò cacciarli via a forza di danari. Nè qui terminarono le di lui disavventure. Fece egli parimente in quest'anno un armamento contro di Nomenoio duca della minor Bretagna, il quale, secondo il solito di quella gente di nazion diversa dalla franzese, di tanto in tanto si andava ribellando. In persona marciò contra di quei popoli il re Carlo, ma non con quelle forze che occorrevano al bisogno. Però in vece di domarli, riportò da essi vergogna e busse, e gli convenne tornarsene indietro con tutta fretta nel paese del Maine. Circa questi tempi, siccome racconta Giovanni Diacono[1045], i Saraceni venivano con grande armata di navi per prendere l'isola di Ponza. Sergio valoroso duca di Napoli insieme con quei di Amalfi, Gaeta e Surrento, messa la sua speranza nel divino aiuto, andò ad incontrarli, e ne riportò un'insigne vittoria. Gli riuscì ancora di cacciarli dall'isola di Licosa. Adirati per questo quegl'infedeli, fatti dei gran preparamenti in Palermo, tornarono poi con una formidabile flotta, e s'impadronirono del castello di Miseno, da dove cominciarono ad infestare i litorali cristiani. Un placito tenuto in quest'anno per ordine del re Lodovico II, figlio dell'Augusto Lottario, da Garibaldo giudice palatino[1046] nella corte ducale di Trento, ci fa vedere in quelle parti Liutifredo duca, senza ch'io sappia dire se questo titolo di duca a lui provenisse dalla Carintia, a cui fosse unita la marca di Trento, o pure dal medesimo Trento.

NOTE:

[1042] Annal. Francor. Bertiniani.

[1043] Mabillonius, in Annal. Benedictin.

[1044] Annal. Francor. Metenses.

[1045] Johann. Diac. in Vit. Episcop. Neapol. P. II, tom. 1 Rerum Italicarum.

[1046] Antiquit. Ital. Dissert. pag. XXXI, 97.

Anno di CRISTO DCCCXLVI. Indiz. IX.

SERGIO II papa 5. LOTTARIO imper. 27, 24 e 7. LODOVICO II re d'Italia 3.

Cresceva ogni dì più la superbia dei Saraceni, dacchè ebbero conquistata la Sicilia e la Calabria; e tanto più perchè miravano i due emuli principi di Benevento andarsi rodendo tra loro le viscere. A tanto vennero, che in quest'anno partiti dall'Africa, o pure dal castello di Miseno, dove già s'erano annidati, con un potente stuolo di navi, ed entrati nel Tevere, arrivarono fin sotto Roma. Negli Annali bertiniani[1047] son chiamati Saraceni, Maurique. Col nome di Saraceni vuol quell'autore significar gli Arabi maomettani, conquistatori e padroni allora dell'Africa; e col nome di Mori gli Africani stessi lor sudditi, che aveano nondimeno abbracciata la falsa legge di Maometto. Si tenne forte la città di Roma fortificata allora abbastanza; però sfogarono que' Barbari la lor crudeltà nei contorni, e spezialmente a la loro ingordigia sopra la sacra basilica di s. Pietro[1048], ch'era in questi secoli fuori della città, con asportarne tutti gli ornamenti, e quanto di prezioso vi trovarono; ma senza far male alla fabbrica. Se vogliam credere a Leone Ostiense[1049], allo stesso crudel trattamento soggiacque anche la basilica di s. Paolo. Parrebbe che no, perchè lo Annalista di s. Bertino scrive che una parte di essi infedeli, andando per dare il sacco a quel sacro luogo, restò tagliata a pezzi dalle genti di campagna di Roma. Ma Giovanni Diacono, poco dianzi da me allegato, scrittore troppo autentico, perchè di questi medesimi tempi, asserisce che costoro Romam supervenerunt, ecclesias Apostolorum, et cuncta, quae extrinsecus repererunt, lugenda pernicie et horribili captivitate diripuerunt. Con questo scrittore va d'accordo ancora Anastasio nella vita di Leone IV papa. Partiti dalle vicinanze di Roma, secondo il suddetto Ostiense, e per la via Appia arrivati alla città di Fondi, la presero, la diedero alle fiamme, trucidarono parte di quel popolo, e il resto condussero in ischiavitù. Andarono poi a fermarsi ed attendarsi sotto Gaeta. Portate sì funeste nuove a Lodovico II re d'Italia, diede solleciti ordini alle milizie di Spoleti di marciare contra di sì nefandi masnadieri. Il conte Campelli[1050], come se si fosse trovato presente a que' fatti, ci descrive i viaggi, i disagi e il conflitto dell'esercito spoletino. Giovanni Diacono narra che Lottario re de Franchi, sotto il cui nome tutto si operava dal re Lodovico suo figliuolo, inviò una feroce armata contra de' suddetti Saraceni, che li perseguitò fino a Gaeta. Ma i furbi Africani, messi in aguato molti de' loro ai passi stretti delle montagne, stettero aspettando i Cristiani; e sbucando all'improvviso sopra i poco avvertiti, uccisero l'alfier sulle prime: il che bastò perchè andasse vergognosamente in rotta tutto l'esercito de' Fedeli, e ne restassero assaissimi estinti nella fuga. Peggio anche avveniva, se Cesario, figliuolo di Sergio duca di Napoli, ch'era accorso colle brigate di Napoli e di Amalfi, non avesse attaccata battaglia anch'egli coi Saraceni, con obbligarli a desistere dal perseguitare i fuggitivi Cristiani. Negli Annali di s. Bertino noi leggiamo Hludovicus Hlotharii filius rex Italiae cum Saracenis pugnans, victus vix Romam pervenit. Ma Giovanni Diacono, che ne sapea più di quell'Annalista, nulla parlando del re Lodovico in questa occasione, e parlandone poi ad un'altra spedizione, fa assai conoscere ch'egli punto non intervenne a quella sfortunata azione. Nell'inseguire i fuggitivi Cristiani arrivarono le brigate saracene, secondochè avvertì Leone Ostiense, fin presso al fiume Garigliano, in vicinanza del monistero Cassinese. Non era loro ignota la ricchezza di quel sacro luogo (l'abbiam già veduto fieramente pelato da Siconolfo), e già la divoravano coi desiderii; ma colti dalla notte, si fermarono alla riva del suddetto fiume con pensiero di fare un buon sacco la mattina seguente. Stettero i monaci, scorgendo il pericolo imminente, tutta la notte in orazione, e furono poi rincorati dall'abbate Bassacio, uomo di santa vita, che disse d'aver avuta una rivelazione della lor sicurezza. Erano nel dì innanzi l'acque del Garigliano sì basse, che dappertutto si poteano guadare a piedi; era il ciel sereno. Quella notte venne un temporale con folgori e pioggia tale, che nella seguente mattina si trovò sì gonfio il fiume, che usciva fuor del suo letto. Restarono ben beffati i Saraceni, quando, fatto giorno, andarono per valicarlo, e mordendosi le dita per la preda che loro era fuggita dalle mani, se ne tornarono al loro campo sotto Gaeta. Restò quella città assediata, e fecero quei Barbari ogni sforzo per entrarvi; ma, per testimonianza di Giovanni Diacono, il soprallodato Cesario, figliuolo di Sergio duca di Napoli, colle sue navi e con quelle degli Amalfitani venne a stanziare nel porto di Gaeta, e saldo alla difesa di quei cittadini, non lasciò mai prevalere la forza e rabbia degl'infedeli cani. Avvenne in questi tempi, che mentre l'imperador Lottario dimorava in Aquisgrana[1051], Giselberto, soldato, o pur vassallo del re Carlo Calvo, rapì una figliuola d'esso Augusto, e condottala in Aquitania, la prese per moglie. Il nome di questa principessa nol dicono gli antichi storici. Per tale insolenza concepì Lottario non poco odio contra d'esso re Carlo, il quale informatosene, scrisse intorno a ciò a Lodovico re di Germania, affinchè placasse il fratello. Pubblicamente protestarono amendue di non avere avuta parte in quel rapimento, e ne scrissero anche al fratello Lottario; ma egli continuò nella sua amarezza. Abbiamo poi dal Dandolo[1052], che bramando papa Sergio di comporre le differenze tuttavia bollenti tra Venerio patriarca di Grado, e Andrea patriarca di Aquileia, scrisse ad amendue, con ordinar loro di comparire al concilio ch'egli avea proposto di tenere, e vi doveva assistere l'imperadore. Ma non ebbe effetto il suo piissimo disegno, perchè la morte il rapì nell'anno seguente, siccome diremo. Rapì essa nel presente anche Pacifico arcidiacono della cattedral di Verona, di cui feci menzione nell'anno 789. Il suo epitaffio, pubblicato dall'Ughelli, ma più corretto ed intero dal marchese Maffei[1053], tuttavia si legge in quella città. E n'era ben degno, perchè uomo di mirabil industria in questi tempi. Di lui spezialmente quivi è detto:

QVICQVID AVRO VEL ARGENTO ET METALLIS CETERIS, QVICQVID LIGNIS EX DIVERSIS ET MARMORE CANDIDO, NVLLVS VMQVAM SIC PERITVS IN TANTIS OPERIBVS. HOROLOGIVM NOCTVRNVM NVLLVS ANTE VIDERAT. ET INVENIT ARGVMENTVM ET PRIMVM FVNDAVERAT.

NOTE:

[1047] Annales Francor. Bertiniani.

[1048] Annal. Franc. Metens. Fuldens. Bertiniani.

[1049] Leo Marsicanus. Chron. Casinens., lib. 1, cap. 29.

[1050] Campelli, Storia di Spoleti, lib. 16.

[1051] Annal. Franc. Metenses. Annal. Franc. Fuldenses.

[1052] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Italic.

[1053] Maffejus, in Praef. ad Complex. Cassiodor.

Anno di CRISTO DCCCXLVII. Indiz. X.

LEONE IV papa 1. LOTTARIO imper. 28, 25 e 8. LODOVICO II re d'Italia 4.

Venne a morte in quest'anno Sergio II romano pontefice nel giorno 27 di gennaio, secondo i conti del padre Pagi[1054], e in luogo suo fu eletto Leone IV prete, ossia cardinale de' santi quattro Coronati. Vuole esso padre Pagi che la sede restasse vacante due mesi e quindici giorni, e che il novello pontefice fosse consecrato solamente nel dì XI d'aprile. Sì lunga vacanza della cattedra apostolica non la so credere io, perchè non si accorda con quanto ci vien narrato da Anastasio bibliotecario[1055]. Le parole sue con queste: Romani quoque novi electione pontificis congaudentes, coeperunt iterum non mediocriter contristari, eo quod sine imperiali non audebant auctoritate futurum consecrare pontificem, periculumque romanae urbis maxime metuebant, ne iterum, ut olim, aliis ab hostibus fuisset obsessa. Hoc timore et futuro casu perterriti, eum sine permissu principis praesulem consecraverunt; fidem quoque illius, sive honorem post Deum per omnia et in omnibus conservantes. Cioè si trovarono i Romani in uno non lieve imbroglio in tal congiuntura. Dall'un canto per non tirarsi addosso l'ira del principe, cioè dell'imperadore lor sovrano, non osavano senza la permissione od approvazione di lui di consecrare il papa eletto. Dall'altro canto erano spronati dalla necessità di veder sul trono un papa che accudisse ai bisogni importanti della città coll'autorità del governo, a cagione de' Saraceni che aveano poco dianzi portata la desolazione ne' contorni di Roma, per paura dell'arrivo di altri simili corsari africani. Che dunque fecero? Senza aspettare il consenso dell'imperadore, passarono alla consecrazione del papa, ma con solenne protesta fatta nel concistoro di non aver intenzione di offendere con ciò l'onore dell'imperadore, nè di mancare in guisa alcuna alla fedeltà ed ubbidienza che dopo Dio a lui professavano. Pare che questo saggio ripiego, preso in tempi sì pericolosi per la città di Roma, li scusasse abbastanza, e fosse preso in bene da Lottario Augusto. Certo non si sa ch'egli ne facesse risentimento alcuno. Ciò posto, non è già verisimile che si differisse per due mesi e mezzo la consecrazione di papa Leone: prima perchè si scorge che i Romani si affrettarono a consecrarlo per l'apprensione in cui erano di nuova invasion de' Saraceni; e secondariamente perchè in tanto tempo sarebbe venuta l'approvazione del re Lodovico luogotenente del padre negli affari d'Italia; e quella ancora, se fosse bisognata, del medesimo Lottario Augusto; giacchè non sussiste, come pensa il Pagi, che a cagion delle scorrerie dei Normanni in Francia non fossero sicuri i cammini. Fecero que' corsari gran danno nella Bretagna minore nell'anno presente[1056]; non minore l'apportarono alla Aquitania; presero anche nella giurisdizione dell'imperador Lottario Durostadio e un'isola dell'Olanda. Tutto il resto del regno oltramontano di Lottario godeva una buona quiete. Però a me par da preferire l'asserzione di Tolomeo da Lucca[1057], che dopo quindici giorni di sedia vacante mette l'ordinazion di papa Leone, se pur questa non seguì anche prima.

Continuavano intanto i Saraceni l'assedio di Gaeta, quando si sollevò una fiera burrasca in mare che mise in pericolo tutto il loro naviglio[1058]. Perciò mandarono pregando Cesario, figliuolo di Sergio duca di Napoli, che volesse permettere alle lor navi di approdare al lido, con promessa di andarsene via subito che si fosse rasserenato il cielo. Ne spedì Cesario sollecitamente l'avviso al padre, che gli suggerì di prender buona precauzione contra gl'inganni di quegl'infedeli. Si eseguì il trattato, e venuto il sereno, levato il campo, s'imbarcarono e se n'andarono, ma non con Dio. Per viaggio furono sorpresi da un'orribil tempesta, per cui quella flotta quasi tutta interamente perì, come attestano ancora Anastasio bibliotecario e Leone Ostiense. Questa lieta nuova arrivò a Roma in tempo che era eletto, e non per anche ordinato papa Leone IV. Seguì in Francia, o, per dir meglio, in Germania a Coblentz[1059] un abboccamento fra l'imperadore Lottario e Lodovico re di Germania suo fratello. Pare che non riuscisse a Lodovico di riconciliare con Carlo Calvo Lottario Augusto, tuttavia sdegnato per l'ingiuria fattagli da Giselberto nel rapimento della figliuola. Ma se son veramente fatti in quest'anno a Marsne presso a Mastricht alcuni capitoli di lega e concordia fra i suddetti tre fratelli Lottario, Lodovico e Carlo, che furono pubblicati dal padre Sirmondo e dal Baluzio[1060]; bisogna credere che si rimettesse fra tutti e tre una buona armonia. In quest'anno poi si comincia a trovare in Toscana Adalberto duca di quella contrada. Egli è chiamato negli Annali di Fulda all'anno 878 Albertus Bonifacii filius, e da Pietro bibliotecario[1061] nella storia abbreviata dei Franchi Adalberthus Bonifacii filius. E in un documento dell'anno 884, da me prodotto nelle Antichità estensi[1062], vien detto Adelbertus in Dei nomine comes et marchio, filius bonae memoriae Bonifacii olim comitis; di maniera che non si può dubitare ch'egli sia stato figliuolo di Bonifazio II, da noi veduto di sopra conte di Lucca, e verisimilmente marchese e duca di Toscana. Già si osservò che Bonifazio II, per aver condotta dall'Italia la imperadrice Giuditta all'imperador Lodovico Pio, era caduto in disgrazia dello imperador Lottario, e perciò si era ritirato in Francia. O sia ch'egli ricuperasse il governo nella Toscana, oppure che Lottario ammollitosi esercitasse la sua generosità verso il figliuolo: certo è che Adalberto duca in questi tempi comandava alla Toscana, ciò risultando da un placito tenuto in Lucca[1063] nell'anno XXV di Lottario imperadore, correndo l'indizione X, cioè nell'anno presente, dove si legge: Dum Adalbertus illustrissimus dux una cum Ambrosio venerabili episcopo istius civitatis lucensis, et residentibus hic civitate Luca, curte dicta ducalis, ec. In questi tempi ancora Radelgiso principe di Benevento[1064] trasse in aiuto suo Massar duca de' Saraceni con alcune masnade di quegl'infedeli. Costui neppure portava rispetto agli stessi Beneventani; diede il guasto al monistero di santa Maria in Cinghia; prese il castello di san Vito; forzò alla resa la città di Telese, e saccheggiò tutti i suoi contorni. Fu creduto miracolo ch'egli non molestasse il monistero di Monte Cassino, quantunque vi arrivasse fino alla porte. Si sentì inoltre nell'anno presente un fiero tremuoto per tutto il ducato di Benevento, che quasi tutta diroccò la città d'Isernia, e fece altri mali. Roma anch'essa, per attestato d'Anastasio[1065], provò una brutta danza in tal occasione.

NOTE:

[1054] Pagius, in Critic. Baron.

[1055] Anastas., in Vit. Leonis IV.

[1056] Annal. Franc. Bertiniani. Annales Franc. Metens. Annal. Francor. Fuldenses.

[1057] Ptolemaeus Lucensis, Hist. Eccl., tom. II Rer. Ital.

[1058] Johann. Diac., in Vit. Episc. Neap., P. II, tom. 2 Rer. Ital.

[1059] Annal. Francor. Metenses. Annal. Francor. Fuldens.

[1060] Baluz., Capitolar., tom. 2.

[1061] Petrus Biblioth., tom. 3. Du-Chesne.

[1062] Antichità Estensi, P. I, cap. 22.

[1063] Fiorent., Memor. di Matilde, lib. 3.

[1064] Leo Ostiensis, lib. I, cap. 28.

[1065] Anastas. Biblioth., in Vit. Leonis IV.

Anno di CRISTO DCCCXLVIII. Indiz. XI.

LEONE IV papa 2. LOTTARIO imperad. 29, 26 e 9. LODOVICO II re d'Italia 5.

Bollivano forte in questi tempi fra Rabano Mauro arcivescovo di Magonza e Gotescalco monaco alcune famose controversie intorno alla divina predestinazione. Era venuto in Italia Gotescalco pieno di boria, e per dovunque passava, andava seminando le opinioni sue. Fermossi costui presso di Eberardo duca, ossia marchese del Friuli, il cui nome e titolo si comincia circa questi tempi ad udire. Rapporta l'Ughelli[1066] una lettera scritta da esso Rabano a Notingo vescovo, non già eletto vescovo di Verona, ma bensì di Brescia, intorno a questo monaco; e un'altra pure scritta ad Heberardum ducem, a cui poscia sul principio dà il titolo solamente di conte, secondo il rito d'allora, trovandosi i duchi altre volte appellati marchesi ed altre conti. In essa gli dice di essergli stato riferito, quemdam sciolum nomine Gotaschalcum apud vos manere, qui dogmatizet, ec. Che questo Eberardo fosse veramente duca o marchese del Friuli, ne fa fede Andrea prete nella Cronichetta pubblicata dal Menchenio e da me[1067] ristampata. Fiorì Andrea in questo medesimo secolo, e le sue parole sono tali: Multam fatigationem Langobardi et oppressionem a Sclavorum gente sustinuerunt, usquedum imperator Forojulianorum Eberhardum principem constituit. Nè altri è questo Eberardo, ossia Everardo, se non lo stesso, a cui Frodoardo[1068] dice scritta una lettera da Hincmaro arcivescovo di Rems, cioè viro illustrissimo Eberardo ex principibus Lotharii. Ho anch'io, a mio credere, bastevolmente provato[1069] che da lui viene la Raccolta delle leggi longobarda, salica, etc. che si conserva nell'antichissimo Codice della cattedrale di Modena. In un diploma dell'anno 855, riferito dal padre de Rubeis[1070], egli è chiamato da Lodovico II imperadore Eurardus illustris comes, dilectusque compater noster. Parleremo anche più abbasso di questo medesimo principe, bastando per ora di sapere ch'egli fu marito di Gisela ossia Gisla figliuola di Lottario Augusto, e fu padre di Berengario, poscia duca o marchese anch'esso del Friuli, finalmente re d'Italia ed imperador de' Romani. I soli Annali di san Bertino[1071] quei sono che sotto il presente anno hanno le seguenti parole: Exercitus Hlothari contra Saracenos Beneventum obtinentes dimicans, victor efficitur. Non sussiste già che i Saraceni si fossero impadroniti di Benevento. Solamente alcune brigate di essi vi erano state chiamate in soccorso da Radelgiso principe. Altro non vuol dire quello scrittore colla parola Beneventum, se non una parte del ducato beneventano, occupata dai Saraceni; oppure in vece di obtinentes, s'ha da scrivere obsidentes. Contra di quei Maomettani l'imperador Lottario dovette comandare al figliuolo Lodovico re d'Italia di procedere con una buon'armata, alla quale, secondo i suddetti Annali, riuscì di dar loro una sconfitta. Sul fine poi di questo anno, soggiugne il medesimo storico, che Mauri denuo Beneventum invadunt. Nella storia del regno di Napoli è celebre la pace che finalmente fu conchiusa tra i due competitori nel ducato di Benevento Radelgiso e Siconolfo. Erchemperto[1072] e Leone Ostiense[1073] raccontano che Landone conte di Capua, Adelmario, e Bassacio abbate di Monte Cassino, veggendo troppo assassinate quelle contrade per la lunga nemicizia di quei due principi, e per l'insaziabil crudeltà de' Saraceni abitanti in Bari, ed anche presi al suo servigio da Radelgiso, si portarono a Lodovico Augusto (che nondimeno fin qui tale non era) figliuolo di Lottario, supplicandolo di metter fine a tanti malanni. Colà pertanto si portò in persona lo stesso re Lodovico, e fattisi consegnare per forza tutti i Saraceni abitanti in Benevento, nella vigilia di Pentecoste condotti costoro fuori della città, a cadauno fece tagliar la testa. Poscia interpostosi fra i due principi litiganti, compose le lor differenze, con dividere il ducato suddetto fra loro nella forma che vien descritta dall'Anonimo salernitano[1074], e con restare sottoposta a Siconolfo Capua col suo distretto, la quale nondimeno da lì a non molto scosse il giogo; con che di un solo si vennero a formare tre principati, cioè di Benevento, di Salerno e di Capua. Il solo Leone Marsicano quegli è che chiaramente dice accaduta questa divisione nell'anno 851; ed Erchemperto, col chiamare Augusto in quel tempo il suddetto Lodovico, sembra concorrere nella medesima opinione. Ma Camillo Pellegrino ebbe sospetto che ciò seguisse all'anno 850, ed io più di lui vo sospettando che anche prima possa essere succeduta una sì importante avventura. Sì Erchemperto che Leone Ostiense molta accuratezza non mostrano nel racconto di quel fatto dacchè mettono la venuta di Lodovico II a Benevento dopo la morte dell'imperador Lottario suo padre: il che non può stare, perchè Lottario mancò di vita solamente nell'anno 855. Però non è maraviglia se su questo supposto amendue danno il titolo d'imperador e ad esso Lodovico II in quella occasione.

Ora in quest'anno sembra a me più verisimile che Lodovico II re d'Italia invitato e venuto a Benevento coll'esercito suo, dividesse quel ducato. Nella parte che resta dello strumento d'essa divisione, pubblicata dal suddetto Pellegrino[1075] Radelgiso dice: Et praesentialiter antequam domnus Ludogvicus rex cum suo exercitu exeat de ista terra, do in vestra potestate gastaldatum Montellam, ec. In quest'anno abbiam veduto che l'esercito d'esso re Lodovico era nel ducato di Benevento, nè ci resta memoria che negli anni 850 e 851 esercito alcuno franzese militasse in quelle parti. Adunque piuttosto in questo, che in quegli anni, seguì l'accordo fra i principi litiganti del regno di Napoli. Oltre a ciò, qui Lodovico è appellato solamente re: notizia che, siccome dissi all'anno 843, abbastanza indica non potersi quel fatto riferire all'anno 851, perchè Lodovico sarebbe stato allora appellato imperatore. Ma quel che più fa animo alla mia conghiettura, e forse la rende opinione certa, si è l'autorità di Giovanni Diacono, che fiorì e scrisse ne' medesimi tempi. Dopo aver egli narrato il naufragio della flotta saracenica, di cui s'è parlato nell'anno addietro, seguita a dire[1076]: Eodem quoque anno, supplicatione hujus Sergii, principumque langobardorum, direxit Lotharius imperator filium suum Ludogvicum, bonae adolescentiae juvenem, propter catervas Saracenorum Apuliae sub rege commanentes, et omnium fines populantes. Qui adveniens, coelesti comitatus auxilio, de illis Hismahelitis triumphavit, et sagaciter ordinata divisione Beneventani et Salernitani principum victor reversus est. O sia dunque che nell'anno prossimo passato venisse l'armata franzese col re Lodovico a Benevento, ma vincesse e trionfasse nel presente; oppure che eodem anno voglia significare non per anche spirato un anno dopo il naufragio de' Saraceni: abbastanza intendiamo che in quest'anno il re Lodovico pose fine alle lunghe contese dei principi beneventani, e non già nell'anno 850 o pure 851. Era intanto il popolo romano, ma più il buon papa Leone, preso da grave malinconia sì per la fresca ricordanza del sacco dato dai Mori e Saraceni alla basilica vaticana, come pel timore d'altri simili insulti in avvenire. Mosso perciò il Magnanimo pontefice[1077] dal comune lamento, e maggiormente ancora dal suo zelo, determinò di fabbricare intorno ad essa basilica e al borgo una città colle sue mura, porte e fortificazioni per sicurezza della medesima. Era prima di lui stato formato questo disegno da papa Leone III; anzi ne aveva egli anche in molti luoghi poste le fondamenta; ma sorpreso dalla morte, non potè continuarne la fabbrica. Ora Leone IV comunicò la presa risoluzione all'imperadore, e questi non solamente l'approvò e lodò, ma tanto egli come i re suoi fratelli mandarono a Roma una buona somma di danaro per dar principio al lavoro. Quod nutu dei, Francique juvamine regis, dice Frodoardo[1078], cioè di Lottario, fu intrapreso. Ordinò il papa che da tutte le città del ducato romano, da tutti i poderi del pubblico e da ogni monistero si mandassero, secondo la tassa uomini atti a faticare in quella operazione. E così nell'anno presente si cominciò la fabbrica grandiosa di questa nuova città, e nello spazio di quattro anni se ne vide il compimento. Tanto si adoperò in questo anno Lodovico re di Baviera, che ottenne da Lottario Augusto a Giselberto il perdono pel rapimento della figliuola di esso imperadore. Tiene l'Eccardo[1079] che da questo Giselberto discendesse quel Giselberto duca di Lorena che fu poi celebre nel secolo X.

NOTE:

[1066] Ughell., Ital. Sacr., tom. 3, in Episcop. Clusin.

[1067] Antiqit. Ital., Dissert. II.

[1068] Frodoardus, Hist. Remens, lib. 3, cap. 26.

[1069] Antiquit. Ital., Dissert. XXII.

[1070] De Rubeis, Monum. Eccl. Aquilejens., cap. 49.

[1071] Annales Franc. Bertiniani.

[1072] Erchempertus, Hist., cap. 19.

[1073] Leo Ostiensis, lib. I, cap. 29.

[1074] Anonym. Salernit. Paralip., P. II, tom. 1 Rer. Ital.

[1075] Camill. Peregrin., Hist. Princ. Longobard.

[1076] Johann. Diacon., Chron. P. II, tom. 1, Rer. Ital.

[1077] Anastas. Biblioth., in Vit. Leonis IV.

[1078] Frodoardus in Vitis Pontific. Roman.

[1079] Eccard., Rer. Franc. lib. 30.

Anno di CRISTO DCCCXLIX. Indizione XII.

LEONE IV papa 3. LOTTARIO imper. 30, 27 e 10. LODOVICO II imperadore 1.

Succedette in quest'anno una perfetta riconciliazione fra l'imperador Lottario e Carlo Calvo re della Francia orientale, il quale nell'anno antecedente era stato accettato per loro re anche da buona parte de' popoli dell'Aquitania, e nel presente entrò in possesso di non poco paese in quelle contrade. Giacchè non apparisce che i Mori e Saraceni avessero per mare contrasto alcuno da' Cristiani, a man salva andavano coloro infestando tutto il littorale del Mediterraneo. Qual fosse la loro crudeltà ne fece in quest'anno pruova la città di Luni in Toscana, che da essi presa e data a sacco, talmente restò desolata, che da lì innanzi non risorse mai più. Il suo vescovato fu trasferito a Sarzana, città nata dalle rovine dell'altra. Anche tutta la spiaggia del mare, partendosi dal fiume Magra sino alla Provenza, ebbe che piangere per gli sbarchi e saccheggi di quegl'infedeli. Crede il p. Pagi[1080] che nell'anno presente Lottario imperadore dichiarasse Augusto e collega nell'imperio Lodovico II primogenito suo e re d'Italia, deducendolo da alcuni diplomi del monistero di santa Giulia di Brescia[1081], dove s'incontra un'epoca d'esso imperadore cominciata prima dell'anno 850. Così ha immaginato esso Pagi, perchè egli pretende seguita la coronazione romana di questo principe nel dicembre dell'anno seguente; e però trovandosi che prima di quel dì Lodovico II conta gli anni dell'imperio, secondo lui, convien ammettere un'epoca precedente ad essa coronazione. Ma di ciò si parlerà all'anno seguente. Dico intanto aver anch'io osservato nell'archivio archiepiscopale di Lucca una pergamena scritta, regnante D. N. Hlothario augusto, anno imperii ejus, postquam in Italia ingressus est, trigesimo tertio, et filio ejus D. N. Hludowico, idemque imperator, anno sexto, X kal. octubris, Indict. quarta, cioè nell'ano 855. Un'altra scritta colle medesime note, ed anno sexto. III kal. julii, Indictione III, il che fa vedere mutata l'indizione del settembre. Un'altra scritta anno XXIX Hlotharii, et II Hludowici, quarto idus septembris, Indictione XV, cioè nell'anno 851. Un'altra scritta anno XXVIII Hlotharii et primo Hludowici imperatoris ejus filii, VI nonas augusti, Indictione XIII, cioè nell'anno 850. Si possono vedere altri documenti simili da me rapportati nelle Antichità italiane. Abbiamo poi da Anastasio bibliotecario[1082] che nella dodicesima indizione, cioè nell'anno presente, o pure, secondo un altro testo, nel precedente, l'indefesso papa Leone attese a risarcir le mura, le torri e le porte di Roma. Fece ancora alzar da' fondamenti due torri a Porto alle rive del Tevere con catene di ferro da tenersi dall'una all'altra, qualor si volesse impedire alle navi il salire su per quel fiume. Tutte precauzioni saggiamente prese, perchè appunto in quest'anno giunse avviso a Roma che i Saraceni con assaissimi legni s'erano fermati a Torar vicino all'isola di Sardegna, e si preparavano per tornare a visitare i Romani. Vennero in fatti alla volta di Porto: cosa che recò non poco terrore al popolo romano, se non che Dio per sua misericordia provvide al bisogno: cioè accorsero in aiuto de' Romani colle lor navi i Napoletani, Amalfitani e Gaetani, con animo risoluto di venire alle mani con que' Barbari. Fecero tosto sapere l'arrivo loro al papa, ed egli andato ad Ostia, ne chiamò alcuni alla sua presenza, per intendere con che pensiero fossero venuti. Fra gli altri si presentò ad esso papa Cesario figliuolo di Sergio duca di Napoli, generale di quell'armata, che coi suoi corse a baciargli i piedi. Furono tutti accolti con tenerezza, animati alla difesa, confortati dalle orazioni d'esso pontefice. Ed allorchè comparvero i Mori alla spiaggia di Ostia, attaccarono coraggiosamente la battaglia; ma alzatosi un vento furioso, questo combattè per gli Cristiani, con dividere le armate e dispergere le navi africane, che ruppero in varie isole. Molti di quegl'infedeli furono presi ed uccisi; molti condotti a Roma schiavi; e con sì buon successo terminò quella scena.

NOTE:

[1080] Pagius, ad Annal. Baron.

[1081] Margarinius, Bullar. Casinens., tom. 2.

[1082] Anastas., in Leon. IV.

Anno di CRISTO DCCCL. Indizione XIII.

LEONE IV papa 4. LOTTARIO imper. 31, 28 e 11. LODOVICO II imperad. 2 e 1.

Dagli Annali di san Bertino[1083] abbiamo che nell'anno presente seguì la coronazione romana di Lodovico II, dichiarato Augusto da Lottario suo padre. Lotharius filium suum Ludovicum Romam mittit, qui a Leone papa honorifice susceptus, et in imperatorem unctus est. Gran cosa è che solo questo scrittore ci abbia conservata la memoria di sì importante azione, e non ne abbiano parlato gli altri antichi storici; quel che è più, neppure Anastasio bibliotecario, o chiunque sia l'autore della vita di Leone IV papa, ne ha lasciata parola. E quindi è proceduto che tanto il Sigonio quanto il cardinal Baronio han posta la romana coronazione di Lodovico II e la dignità imperiale a lui conferita, sotto l'anno 844: il che certamente non sussiste. Valendosi il padre Pagi di alcune carte del monistero Casauriense, prodotte dal padre Mabillone, stabilì questa coronazione nel dì 2 di dicembre del corrente anno. Ma io ne dubito forte, e meriterebbe questo punto d'essere con più diligenza esaminato e deciso coll'esatta osservazione di carte originali, e non già di copie e di memorie passate per più mani. Veggansi i documenti dello stesso monistero Casauriense, da me pubblicati[1084], da' quali si riconoscerà che in diversi mesi prima del dì due di dicembre si vede cominciata l'epoca dell'imperio di Lodovico II. E qualora si risponda che allora i notai si sono serviti dell'epoca presa non dalla coronazione romana, ma dal precedente anno, in cui Lottarlo dichiarò imperadore il figliuolo, siccome pretende il padre Pagi, convien replicare che di tal dichiarazione non è fatta menzione da scrittore alcuno antico. Ha il padre Pagi dedotta questa da alcune carte, le cui note cronologiche possono esser fallate per colpa de' copisti; e quando sussistano, indicheranno solamente seguita la coronazione suddetta prima di quello che pensa il padre Pagi. Oltre di che, non sono mancati eruditi che, a tenore delle loro opinioni, hanno acconciate le note cronologiche di varii antichi documenti. Però tuttavia resta da chiarire la sussistenza di queste due epoche, e se la prima cominciasse nell'anno 849 dopo il dì 19 di maggio, e prima nel dì 3 d'ottobre; e se la seconda veramente avesse principio nel dì 2 di dicembre dell'anno presente. Certamente il costume degl'imperadori antichi fu di ricevere la corona in qualche giorno di festa solenne. Ma in quest'anno il dì 2 di dicembre accadde in martedì, nè festa alcuna vi s'incontrò. Fu in quest'anno bensì tenuto un concilio[1085] in urbe regia Ticino, al quale presedettero Angilberto arcivescovo di Milano, Teodemano, o, per dir meglio, Teutimaro patriarca d'Aquileia (chiamato corrottamente dall'Ughelli Hindelmario, o Vindelmario) e Giuseppe vescovo (probabilmente d'Ivrea) ed arcicappellano di tutta la Chiesa. V'ha dell'errore in queste ultime parole. Dicesi raunato esso concilio anno Incarnationis dominicae DCCCL, Indictione XIV, et Hlotharii atque Hludovici piissimorum Augustorum XXX, atque primo. fondatamente pretende il padre Pagi che in vece di Indictione XIV, s'abbia quivi a scrivere Indictione XIII, perchè Lottario augusto dopo il dì ultimo di maggio contava non più l'anno XXX, ma bensì il XXXI del suo imperio e regno d'Italia, e per conseguente celebrato questo concilio ne' primi mesi dell'anno presente. L'anno primo di Lodovico II imperadore, secondo lui, è preso dall'epoca dell'anno precedente, in cui dal padre fu dichiarato Augusto. Intorno a questo ultimo punto ho io già proposto qualche mio dubbio. Fecero que' vescovi alcuni decreti assai lodevoli ed utili per la disciplina ecclesiastica; ed essendovi intervenuto anche l'imperator Lodovico, dal canto suo furono formati cinque capitoli riguardanti il buon governo dell'Italia. Non godè molta quiete neppure l'imperator Lottario in quest'anno ne' suoi regni oltramontani. Nella Provenza i Mori diedero un gran guasto sino alla città d'Arles; ma in ritornando al loro paese, restarono anche essi fieramente fracassati da una gagliarda tempesta di mare. Così nella Frisia ed Olanda[1086], paesi d'esso Lottario Augusto, Rorico, fratello o pur nipote d'Erioldo, essendosi ribellato ad esso imperadore, calò con una flotta di masnadieri normanni, e portò la desolazion dappertutto. Non sapendo Lottario come liberarsi da costui, giudicò meglio di guadagnarlo colle buone; e ricevutolo in grazia, gli diede Dorestado ed altri contadi in feudo, ossia in governo perpetuo. Da un importante documento, da me rapportato nelle Antichità italiche[1087], si ricava che in quest'anno l'imperador Lodovico II prese per moglie Angilberga, oppure solamente contrasse gli sponsali con esso lei, costituendole in dote due corti, l'una posta nel contado di Modena, l'altra in quello di Reggio. Fu dato quel diploma in Marengo corte regale, III nonas octobris.

NOTE:

[1083] Annal. Franc. Bertiniani.

[1084] Chron. Casauriens., Append., P. II, tom. 2 Rer. Ital.

[1085] Labbe, Concilior., tom. 7.

[1086] Annal. Franc. Bertiniani. Annales Franc. Metens. Annal. Franc. Fuldenses.

[1087] Antiquit. Italic., Dissertat. XX, pag. 117.

Anno di CRISTO DCCCLI. Indizione XIV.

LEONE IV papa 5. LOTTARIO imperad. 32, 29 e 12. LODOVICO II imperad. 3 e 2.

Terminò il corso di sua vita questo anno l'imperadrice Ermengarda, moglie di Lottario Augusto, con lasciar dopo di sè[1088] tre figliuoli, cioè Lodovico II imperadore, Lottario e Carlo, ed alcune figliuole, delle quali una fu Gisela o Gisla, badessa nell'insigne monistero di santa Giulia di Brescia, come risulta dai documenti pubblicati dal padre Margarino[1089], ma non colla dovuta attenzione. Obiit Ermengardis regina conjux Lotharii imperatoris, dicono sotto quest'anno gli Annali di Metz. Le imperadrici spesso si veggono chiamate regine. Leggesi anche l'epitaffio suo in versi, composto da Rabano Mauro, dopo il quale vien confermata la sua morte sotto l'anno presente. A me diede da pensare una carta del monistero casauriense, che pubblicai nell'appendice alla Cronica di quel monistero[1090], scritta nell'anno VII dell'imperio di Lodovico, nel mese di giugno, correndo l'indizione IV, cioè nell'anno 856, dove Liutardo diacono e Contardo fratello vendono tibi domnae Hermengardae reginae alcune lor corti. Se non fosse stata certa la morte dell'imperadrice Ermengarda in quest'anno, si sarebbe dovuto crederla tuttavia vivente nell'anno suddetto. Ma e chi è questa Ermengarda regina nell'anno 856? Quanto più vi penso, tanto meno so io trovarne conto. So che l'imperador Lodovico II veramente ebbe una figliuola di questo nome, e ne parleremo anche andando innanzi. Ma come dare il titolo di regina ad una principessa nubile, quale essa era allora? E poi come mai una principessa tale faceva ella degli acquisti? e massimamente se questa fosse stata figliuola dell'imperadrice Angilberga, perchè sarebbe stata di molto tenera età. Potrebbe nondimeno essere stata di altra madre. Il Sigonio, il cardinal Baronio, il padre Pagi, anzi la comune degli storici, seguitando in questo anno Leone Ostiense[1091], scrivono, che portatosi l'imperador Lodovico II a Benevento, cacciò da quella città i Saraceni, partì il ducato di Benevento fra Siconolfo e Radelgiso, e, ciò fatto, se ne tornò a Pavia. Ma di sopra pare a me d'aver dimostrato che non possiamo in questo luogo fidarci della Cronologia d'esso Ostiense, e sembrar più probabile, anzi parer come certo che nell'anno 848 accadesse un tal fatto. Era in questi tempi stranamente afflitta la Francia dai corsari normanni, cioè settentrionali[1092]. Una parte d'essi tornò per la Senna a desolar quei paesi sottoposti al re Carlo Calvo, e lasciò dappertutto innumerabili segni della lor barbarie. Un'altra parte con dugento cinquantadue legni mise a sacco di nuovo nel regno dell'imperador Lottario la Frisia e l'Olanda. Giunsero dipoi fino a Gant, che diedero alle fiamme. Arrivati al famoso palazzo imperiale di Aquisgrana, dopo averlo spogliato, l'incendiarono anch'esso con tutti i monisteri del contorno. Presero le nobili città di Treveri e Colonia; misero a fil di spada chi non era fuggito degli abitanti, e ad esse città in fine attaccarono il fuoco. Non si racconta che l'imperador Lottario uscisse in campo contra di costoro, nè che seguisse alcuna importante prodezza dei Cristiani. Circa questi medesimi tempi crede Camillo Pellegrino che s'abbia a mettere la morte di Siconolfo principe di Salerno, narrata da Erchemperto[1093] e dall'Anonimo salernitano[1094]. Dubito io che nel precedente, e fors'anche prima morisse Siconolfo; perciocchè il suddetto Anonimo gli dà anni dieci ed alcuni mesi di principato, e questi convien dedurli dall'anno 839. Lasciò egli per successore Sicone suo figliuolo; ma per esser questi in tenera età, ne dichiarò tutore ed aio un certo Pietro che l'aveva tenuto al sacro fonte, con esigere da lui un forte giuramento di fedeltà al figliuolo. Poco stette a mancar di vita dopo Siconolfo anche Radelgiso principe di Benevento, in luogo del quale succedette Radelgario suo figliuolo, uomo per pietà, per valore e per altre doti assai grato al popolo. Noi troviamo circa questi tempi l'Augusto Lodovico II in Pavia, applicato ad ascoltare i ricorsi de' popoli, e a rendere giustizia a tutti, ciò apparendo da un documento da me prodotto altrove[1095].

NOTE:

[1088] Annales Franc. Metenses.

[1089] Bullar. Casinens., tom. 2.

[1090] Chron. Casauriens. P. II. tom. 2 Rer. Ital.

[1091] Leo Ostiensis, lib. 1, cap. 31.

[1092] Chron. Fontanell. apud Du-Chesne tom. 2, Rer. Franc. Mirac. S. Bavon. apud Mabillon. Saec. II Bened.

[1093] Erchempertus, Hist., cap. 19.

[1094] Anonymus Salernitan., Paralipom. cap. 78.

[1095] Antiquit. Italic., Dissertat. XXXI, pag. 951.

Anno di CRISTO DCCCLII. Indizione XV.

LEONE IV papa 6. LOTTARIO imperad. 33, 30 e 13. LODOVICO II imperad. 4 e 3.

Tale e tanta fu l'assistenza e premura del sommo pontefice Leone per la fabbrica della già ideata ed incominciata città intorno alla basilica vaticana, che in questo anno essa si vide felicemente compiuta[1096]. Scelse egli il dì 28 di giugno, cioè la vigilia della festa de' santi apostoli Pietro e Paolo per benedirla: il che fu fatto con incredibil letizia di tutto il popolo romano, e coll'intervento di tutti i vescovi e sacerdoti, con una divota processione d'esso papa e clero, che a piè nudi e colla cenere sul capo fecero il giro delle mura, ed implorarono l'aiuto e la protezione di Dio sopra la nuova città. Ad essa fu posto il nome di città leonina; e il papa in tal occasione fece dei magnifici regali al clero, alla nobiltà romana e a varie altre persone. Nè qui si fermò l'insigne vigilanza di questo pontefice. Andava egli tutto dì pensando come si potesse rimettere in buono stato la disabitata città di Porto, per assicurarla dai tentativi de' Saraceni che erano in questi tempi il terrore del litorale mediterraneo de' Cristiani in Italia, siccome i Normanni erano per la Francia. Volle Dio che circa questi tempi capitassero a Roma, per chiedere a lui soccorso, alcune migliaia di Corsi fuggiti dal loro paese per paura de' suddetti Mori. Gli accolse con amore di padre il buon papa, ascoltò con tenerezza tutti i loro affanni, e ad essi in fine esibì il soggiorno nella suddetta città, e terre e prati e vigne per le loro famiglie, che erano della camera pontificia e dei monasteri e d'altre persone, purchè promettessero d'essere fedeli a lui e ai successori pontefici in avvenire. Promise quella gente non solamente la dovuta fedeltà, ma eziandio di vivere sempre e morire in quel luogo; e però il pontefice a titolo di limosina in benefizio delle anime degl'imperadori Lottario e Lodovico, e della sua propria, assegnò loro quelle abitazioni, e ne spedì la bolla, con dichiarare che quel dono durerebbe finchè essi Corsi fossero fedeli ed ubbidienti ai papi e al popolo romano. Trovavansi parimente diroccate le mura e porte d'Orta e d'Ameria, cioè aperto il campo ai ladri ed assassini di danneggiar gli abitatori di quelle città. Accorse al bisogno loro la munificenza dell'ottimo pontefice; nè passò molto che di nuove mura e porte avendole cinte, le assicurò dai pericoli ne' tempi avvenire. In quest'anno ci assicurano gli Annali di san Bertino[1097] che l'imperador Lodovico II, il quale si trovava in Mantova nel dì VIII kal. martias, come risulta da un diploma[1098], si portò con una buona armata nel ducato di Benevento, ed assediò la città di Bari, tempo fa occupata, come di sopra dicemmo, e signoreggiata dai Saraceni, da dove poi facevano spesso scorrerie a danneggiare i circonvicini paesi. Avevano già le sue macchine, dopo molto tempo e fatiche, aperta la breccia, ed egli era risoluto di passare all'assalto con tutta apparenza di potervi entrar colla forza: quando alcuni suoi poco saggi consiglieri il fecero desistere, col pretesto che molto tesoro era in quella raunato, e tutto si perderebbe, se la città restava presa per assalto, e che era meglio guadagnarla per capitolazione. Ma i Mori nella notte seguente seppero così ben profittare del tempo loro lasciato, che chiusero la breccia con una forte travata, dimodochè nel dì seguente si risero della bravura ossia della semplicità degli assedianti. E l'Augusto Lodovico non volendo maggiormente consumar la sua armata intorno a sì forte città, se ne tornò con poca gloria in Lombardia. Erchemperto[1099] anch'egli fa menzione di questo fatto, con dire che i Saraceni, chiamati da lui Agareni, ed Ismaeliti da altri, abitanti in Bari, non cessavano di fare scorrerie per tutta la Puglia e Calabria, e di mettere a poco a poco tutto il ducato di Benevento non men che quello di Salerno a sacco. Spronati da tante miserie Bassacio abbate di Monte Casino e Jacopo abbate di san Vincenzo di Volturno, andarono a trovare l'imperador Lodovico II, ed eccitata in lui la compassione, il trassero di nuovo all'assedio di Bari. Ma da' Capuani, che doveano concorrere a quell'impresa, egli si trovò burlato. Niun d'essi vi comparve. Solamente v'inviarono il loro vescovo Landolfo a fargli de' complimenti. Stomacato l'imperadore della lor doppiezza, e veggendo di perdere il tempo intorno a quella città, ricondusse l'esercito suo a casa, concesso principatu salernitano Ademario fortissimo et illustri viro, et Siconolfi filium exulem fecit. Di ciò parleremo all'anno seguente, in cui probabilmente questo fatto accadde. Dagli atti del concilio romano tenuto nell'anno seguente apparisce che papa Leone s'era fermato per qualche giorno in Ravenna insieme coll'imperador Lodovico per trattare di varii affari. Si può credere che ciò avvenisse nel suo ritorno dall'assedio di Bari.

NOTE:

[1096] Anast. Biblioth., in Vit. Leonis IV.

[1097] Annales Franc. Bertiniani.

[1098] Antiquit. Italic., Dissert. XXIX, p. 867.

[1099] Erchempertus Hist., cap. 20.

Anno di CRISTO DCCCLIII. Indizione I.

LEONE IV papa 7. LOTTARIO imp. 34, 31 e 14. LODOVICO II imperadore 5 e 4.

Dagli Annali di san Bertino[1100] impariamo che in questi tempi insorse non poco di amarezza fra Michele imperador de' Greci e Lodovico II imperador d'Occidente, perchè questi avea contratti gli sponsali con una figliuola del greco Augusto, e si andavano differendo le nozze. Graeci contra Ludovicum filium Lotharii regem concitantur propter filiam imperatoris constantinopolitani ab eo desponsatam, sed ad ejus nuptias venire differentem. Ma a questo racconto sembra opporsi una carta di Lodovico stesso imperadore, da me accennata di sopra all'anno 850. Per attestato di essa, in quell'anno esso Augusto pare che prendesse per moglie Angilberga, che veramente fu imperadrice: come dunque nell'anno presente si lagnavano i Greci perchè egli non concludesse le nozze colla lor principessa, con cui già erano seguiti gli sponsali? Altro non saprei dire, se non che nell'anno 850 seguissero solamente gli sponsali con Angelberga, e che prima di effettuarne il matrimonio, venisse in campo il trattato con una figliuola del greco Augusto. Oppure che tardassero i Greci a sapere il matrimonio seguito di esso imperador Lodovico, benchè per via di Venezia avessero facile il commercio coll'Italia; e che saputolo in fine, se ne risentissero verso questi medesimi tempi. Abbiamo poi dai sopraddetti Annali, che i Romani veggendosi malmenati dai Mori ossia dai Saraceni, e che Lottario Augusto, dimentico dei doveri di un buon padrone, niuna cura prendeva della lor difesa, inviarono al medesimo delle doglianze. Ma Lottario viveva anche dimentico di Dio, dato unicamente alla caccia e ai piaceri. Dopo la morte dell'imperadrice Ermengarda sua moglie aveva egli preso al suo servigio due contadinelle, serve ossia schiave sue, una anche delle quali gli partorì un figliuolo, appellato Carlomanno. E intanto i Normanni già avvezzati a fare ogni anno visita alla Francia, anche nel presente occuparono e spogliarono la città di Nantes, con uccidere il vescovo e molti del clero e del popolo. Presero parimente la città di Tours, e la diedero alle fiamme. Lascio andare il resto della lor crudeltà. Tenne in quest'anno lo zelantissimo papa Leone IV in Roma, correndo il mese di dicembre, un concilio[1101] di sessantasette vescovi, in cui furono pubblicati quarantadue canoni spettanti alla disciplina ecclesiastica. In esso concilio fu deposto Anastasio prete cardinale del titolo di san Marcello, diverso da Anastasio bibliotecario, perchè per cinque anni era stato assente dalla sua parrocchia contro il divieto dei canoni, e dimorava in Lombardia. Chiamavansi allora cardinali in Roma quei ch'erano veri e proprii parrochi di qualche chiesa parrocchiale, o diaconi, cioè veri e proprii rettori di qualche diaconia, ossia spedale, come ho dimostrato altrove[1102]. Lo stesso si trova praticato in Ravenna, in Milano, in Napoli ed in altre città. Ma anche allora in gran riputazione e stima erano i parrochi e diaconi suddetti, perchè principali ad eleggere il papa, e massimamente perchè i papi per lo più si eleggevano dal corpo d'essi parrochi e diaconi.

Il papa con sue lettere il chiamò, e tre vescovi inoltre furono deputati per invitare il suddetto Anastasio al concilio, con avervi anche interposta la loro autorità Lottario e Lodovico imperadori: il che fa intendere in che pregio fosse allora la dignità de' parrochi di Roma, che andò poi sempre più crescendo sino allo splendore, in cui oggi si mira l'ordine cardinalizio. Essendo anche stato inviato a Roma da Etelvolfo, re dei Sassoni occidentali dell'Inghilterra, Alfredo suo figliuolo[1103], papa Leone solennemente lo unse in re della sua nazione, e il prese per suo figliuolo adottivo. Dissi, all'anno antecedente, che Siconolfo principe di Salerno pria di morire raccomandò il suo piccolo figliuolo Sicone alla cura di un certo Pietro suo padrino[1104]. Costui vinto dagli stimoli dell'ambizione, mettendosi sotto i piedi il giuramento della fedeltà, seppe far tali istanze e maneggi, che indusse il popolo a riconoscerlo per collega di Sicone nel principato salernitano, col pretesto che il fanciullo avesse bisogno pel governo di un compagno. Nè di ciò contento, fece anche ricevere per suo collega Ademario, suo figliuolo, non so ben se nell'anno presente o nel susseguente. Nella Cronica del monistero di Volturno, da me pubblicata[1105], nell'aprile dell'anno 858 correva l'anno V del principato d'esso Ademario. Da lì poscia a poco tempo Pietro, affinchè Ademario restasse solo sul trono, insinuò all'innocente Sicone, ch'era bene per lui l'andarsi a fermare per qualche tempo nella corte dell'imperador Lodovico II, a motivo d'imparar la gentilezza e la politica in quella buona scuola. Ubbidì il nobil garzone, e fu con tutta benignità accolto da esso Augusto, nella cui corte si fermò poi per alquanti anni. Par ben questo più verisimile, che il racconto di Erchemperto, da cui di sopra intendemmo che Lodovico imperadore concedette il principato di Salerno ad Ademario forte ed illustre personaggio, e mandò in esilio il figliuolo di Siconolfo. Seguita poi a dire il suddetto Anonimo, che cresciuto in età Sicone, l'Augusto Lodovico il fece cavaliere, e con onore il rimandò al suo principato di Salerno. Giunto egli a Capua, quivi si fermò, e guadagnossi l'amore di ognuno, ma spezialmente di Landone conte ossia principe di quella città, e di Landolfo vescovo di lui fratello, perchè era giovinetto di bello aspetto, di alta statura e di tal robustezza, che gittava la targa ossia lo scudo (se pure non è scorretta quella parola) fin sopra l'anfiteatro di Capua, ch'era allora in piedi, edificio di mirabil altezza e di non minor bellezza, del quale negli anni addietro eruditamente fece un trattato il canonico Simmaco Mazocchi. Stavano coll'occhio aperto Pietro e Ademario, osservando gli andamenti del giovane lor collega Sicone, nè piacendo loro tanta sua intrinsechezza coi Capuani, spedirono colà gente sperta nelle iniquità, che segretamente gli diedero da bere, e il mandarono al mondo di là. Da un placito[1106] tenuto nel territorio di Balva o Valva, città allora del ducato di Spoleti, confinante a Sulmona, si raccoglie che in questi tempi era duca di Spoleti Guido, del quale già parlammo all'anno 843. Per ordine dell'imperador Lodovico e di esso Guido, tenuto fu quel giudizio, e v'intervenne anche Arnolfo vescovo di Balva.

NOTE:

[1100] Annales Franc. Bertiniani.

[1101] Labbe, Conciliorum tom. 8.

[1102] Antiquitat. Italic., Dissert. LXI.

[1103] Asser, Hist. Anglican.

[1104] Anonym. Salernitan., Paralipom., cap. 80.

[1105] Chron. Vulturnens., Part. II, tom 1 Rer. Italic.

[1106] Chron. Vulturnens. P. II, tom. 1 Rer. Ital.

Anno di CRISTO DCCCLIV. Indizione II.

LEONE IV papa 8. LOTTARIO imper. 35, 32 e 15. LODOVICO II imperad. 6 e 5.

Correvano già quarant'anni che la città di Centocelle, colle mura per terra, e dagli abitanti fuggiti, per timore de' Saraceni, abbandonata, era divenuta un deserto[1107]. I suoi cittadini, a guisa di fiere, abitavano per gli boschi e monti, e neppur ivi si tenevano sicuri. Pensava tutto dì il vigilantissimo papa Leone alla maniera di sovvenir alle miserie e al bisogno di questi suoi sudditi. Ispirato da Dio, fece cercare un sito proprio per fondarvi una nuova città, dove fosse abbondanza di acque e comodo per mulini. Si ritrovò questo dodici miglia lungi dalla suddetta città di Centocelle, e però quivi con tutto vigore fu dato principio alla fabbrica delle mura, delle porte, chiese e case; e compiuto il lavoro, vi si portò il papa a visitarlo e benedirlo, con ordinar che tal città portasse da lì innanzi il nome di Leopoli. D'essa oggidì forse non resta vestigio. E perciocchè quegli abitanti col tempo dovettero tornare alla città vecchia di Centocelle, però giustamente si può conghietturare che il nome di Centocelle si mutasse nel moderno di Cività Vecchia. Restò in quest'anno alquanto turbata la buona armonia fra Lottario imperadore e il re Lodovico suo fratello[1108]. Una parte del popolo di Aquitania, disgustata del re Carlo Calvo, mandò ad esibirsi pronta a ricevere per suo re Lodovico figliuolo di esso Lodovico re della Germania. Non lasciò l'ingorda ambizione cadere per terra cotal offerta. Andò esso giovane Lodovico, e fu accettato da quella fazione. Mise questa novità il cervello a partito del re Carlo; e però si strinse in lega particolare coll'imperador Lottario, al quale neppur piacea che il fratello Lodovico volesse accrescere la sua potenza collo spoglio degli altri fratelli. Passò il re Carlo in Aquitania collo esercito suo, ma non altro fece che mettere a fuoco parte del paese. Essendovi nondimeno ritornato con più forze[1109], e scorgendo il giovane Lodovico che non mancavano nell'Aquitania varii popoli contrarii ai di lui disegni, abbandonò quell'impresa e tornossene a casa: e tanto più perchè Pippino figliuolo del già re Pippino, scappato dal monistero, dove stava rinchiuso, fu ben accolto dalla maggior parte degli Aquitani. Per cagione di tali turbolenze seguì nell'anno presente un abboccamento fra i due fratelli Lottario imperadore e Lodovico re di Germania. Sulle prime passarono fra loro delle parole calde; ma in fine si rappezzò la buona amicizia: del che prese molta gelosia e sospetto il re Carlo Calvo. In quest'anno, secondo i conti di Camillo Pellegrino, terminò il corso di sua vita Radelgario principe di Benevento. Ma forse all'anno precedente si dee riferire la sua morte[1110]. Ebbe per successore Adelchi ossia Adelgiso suo fratello, uomo di costumi dolci e mansueti, e sì cortese, che non v'era persona che non lo amasse. Contuttociò, a cagion de' Saraceni e della division del ducato, ogni dì più andavano peggiorando gli affari in quelle contrade. Nè si dee tralasciare che in questi tempi, per quanto eruditamente osservò il padre Mabillone[1111], fioriva in Roma Giovanni Diacono della santa Chiesa romana, autor della vita di san Gregorio Magno e d'altre opere, delle quali fa menzione la storia letteraria. Da un placito, che si legge nella Cronica del monistero di Volturno[1112], si raccoglie che in questi tempi era tuttavia duca di Spoleti Guido, di cui fu fatta menzione nell'anno antecedente. In quest'anno noi troviamo Lodovico II Augusto in Brescia nel dì 13 di giugno, dove con suo diploma confermò i beni della chiesa di Novara a Dodone vescovo. In esso egli s'intitola imperadore augusto, e figliuolo dell'invittissimo signore Lottario imperadore.

NOTE:

[1107] Anastas. Bibliothec., in Vita Leon. IV.

[1108] Annales Franc. Bertiniani.

[1109] Annal. Franc. Fuldenses.

[1110] Erchempertus, Hist., cap. 20.

[1111] Mabillonius, in Annal. Benedictin. lib. 34, cap. 72.

[1112] Chron. Volturnens., P. II, tom. 1 Rer. Ital.

Anno di CRISTO DCCCLV. Indizione III.

BENEDETTO III papa 1. LODOVICO II imper. 7, 6 e 1.

Avvenne in quest'anno in Roma un accidente fastidioso, di cui ci ha informati il solo Anastasio bibliotecario[1113]. Daniello maestro de' militi, ossia uno dei generali delle milizie, andò a trovare lo imperador Lodovico, e gli rivelò che Graziano superista della città di Roma, creduto da esso Augusto uomo fedele nel di lui servigio, nella propria casa di esso Daniello avea detto a lui solo: Che i Franchi (ossia Franzesi) niun bene faceano, niun aiuto davano al popolo romano (maltrattato o minacciato tutto dì dai Saraceni), e che piuttosto colla forza lo spogliavano delle loro sostanze. Perchè non chiamiamo piuttosto i Greci, trattando con esso loro un accordo di pace, e non ci leviamo di sotto al regno e alla signoria de' Franchi e della sua gente? Quare non advocamus Graecos, cum eis foedus componentes, et Francorum regem et gentem de nostro regno et dominatione non expellimus? Di più non occorse perchè l'Augusto Lodovico andasse nelle furie, e senza perdere tempo s'incamminasse alla volta di Roma con delle soldatesche, come si può credere, ma senza far precedere, giusta il costume, le lettere di avviso al papa e al senato romano. Contuttociò il buon papa Leone IV il ricevette coi soliti onori sopra le scalinate della basilica di san Pietro; e udite le sue querele, cercò di placarlo colle più dolci parole che seppe adoperare. In uno dei giorni appresso lo stesso imperadore, assiso col pontefice e con tutti i baroni romani e franzesi, tenne un solenne giudizio nella sala già fabbricata da papa Leone III. Quivi Daniello pubblicamente disse: Iste Gratianus habuit mecum consilium, hanc romanam terram de vestra tollere potestate, et Graecis tradere illam. Allora non solamente Graziano, ma i nobili romani tutti, alzatisi in piedi davanti all'imperadore, gridarono che costui mentiva, e non essere vero in conto alcuno ciò ch'egli diceva. Mancavano a Daniello i testimoni per provare l'accusa; e però come calunniatore secondo le leggi romane fu giudicato reo, ed egli stesso confessò il fallo; dopo di che fu dato in mano a Graziano, acciocchè ne facesse quel che gli parea. Ma avendolo poi l'imperadore chiesto in grazia, ed essendosene contentato Graziano, costui restò liberato dal pericolo della morte. Se ne tornò a Pavia l'imperadore, e tal fine ebbe un sì delicato affare, dal quale, siccome avvertirono il padre Pagi e l'Eccardo chiaramente si deduce la sovranità degl'imperadori di que' tempi in Roma stessa e nel suo ducato. Poco stette dipoi il sommo pontefice Leone IV ad essere chiamato da Dio al premio delle fatiche da lui sostenute in un sì affannoso pontificato. Accadde la morte sua nel dì 17 di luglio; ma dura e durerà la memoria di questo papa, insigne per tante opere della sua pia munificenza descritte lungamente da Anastasio, ossia dall'autore della sua vita, ma più per la santità del viver suo, per cui meritò di essere registrato nel catalogo de' santi. A questo pontefice (piuttosto che a papa Leone terzo) credono gli eruditi, che si abbiano a riferir due squarci di lettere scritte, secondo Graziano[1114], a Lottario e Lodovico imperadori, nel primo de' quali son le seguenti parole: De capitulis vel praeceptis imperialibus vestris vestrorumque praedecessorum irrefragabiliter custodiendis et conservandis, quantum valuimus et valemus, Christo propitio, et nunc et in aevum nos conservaturos, modis omnibus profitemur. Et si fortasse quilibet alter vobis dixerit, vel dicturus est, sciatis, eum pro certo mendacem. Nel secondo si leggono quest'altre: Nos si incompetenter aliquid egimus, et subditis justae legis tramitem non conservavimvs, vestro, ac missorum vestrorum cuncta volumus emendare judicio. Inde magnitudinis vestrae magnopere clementiam imploramus, ut tales ad haec, quae diximus, perquirenda missos in his partibus dirigatis, qui Deum per omnia timeant, et cuncta (quemadmodum si vestra praesens fuisset imperialis gloria) diligenter exquirant. Et non tantum haec sola, quae superius diximus, quaerimus, ut examussim exagitent, sed sive minora, sive etiam majora illis sint de nobis indicata negotia, ita eorum cuncta legitimo terminentur examine, quatenus in posterum nihil sit, quod ex eis indiscussum vel inde finitum remaneat. Passi tali servono anche essi per farci sempre più intender il sistema del governo temporale d'allora in Roma.

Poco si tardò dopo la morte del santo pontefice Leone a venire all'elezion del successore: e questi fu Benedetto III, cardinale del titolo di san Calisto. Non già la papessa Giovanna, come una volta fu creduto, allorchè per l'ignoranza de' popoli si poteano spacciare ed erano buonamente ricevute anche le più spallate favole. Tale in fatti è ancor questa, nata solamente nel secolo decimoterzo, ma oggidì talmente confutata, e riconosciuta fin dai nemici della religion cattolica, che si renderebbe ridicolo chi assumesse di più sostenerla, o di maggiormente screditarla ed abbatterla. Ma l'assunzione di esso papa Benedetto non passò senza contrasto. Eravi una fazion contraria di Romani che segretamente teneva per Anastasio prete cardinale, già scomunicato e deposto nel concilio romano, e adoperò quante cabale potè per innalzarlo in questa congiuntura. Racconta Anastasio che eletto papa Benedetto, Clerus et cuncti proceres decretum componentes propriis manibus roboraverunt, et ut consuetudo prisca poscit, invictissimis Lothario ac Ludovico destinaverunt Augusti; il che ci fa sempre più intendere ch'era antico il costume, e tuttavia si osservava, di non consecrare il papa eletto, se non dappoichè informatone l'imperadore, prestava l'assenso suo. L'incarico di portar questo decreto alla corte imperiale fu dato a Niccolò vescovo di Anagni e a Mercurio maestro de' militi, cioè generale dell'armi, i quali arrivati a Gubbio trovarono il vescovo di quella città Arsenio, che li guadagnò in favore dello scomunicato Anastasio. Pervenuti alla corte di Lodovico Augusto, in vece di promuovere gli interessi di Benedetto eletto, si studiarono di guadagnar la protezion di lui per mettere esso Anastasio nella cattedra di san Pietro, con rappresentargli probabilmente che la seguita elezione era stata o simoniaca, o violenta, contuttochè il vero fosse che Benedetto avea fatta gran ripugnanza ad accettare il peso del pontificato. Spedì l'imperadore i suoi messi, i quali non sì tosto furono giunti alla città di Orta, che videro venir varii nobili de' primarii di Roma, tutti fautori di Anastasio; e poscia in vicinanza di Roma con loro si unirono Rodoaldo vescovo di Porto ed Agatone vescovo di Todi. Intanto l'eletto papa Benedetto inviò incontro ai ministri imperiali due vescovi, ma questi contra l'intenzione dell'imperadore furono ritenuti e consegnati alle guardie. Nel giorno seguente andò ordine per parte di essi ministri a tutto il clero, senato e popolo romano di venir loro incontro sino a Ponte Molle, per intendere i comandamenti dell'imperadore. Così fecero, senza sapere che inganno fosse preparato. Con questo solenne accompagnamento l'accecato dalla sua ambizione Anastasio entrò nella basilica vaticana, poscia occupò il palazzo lateranense, e fatto spogliar Benedetto degli abiti pontificali, con istrapazzi non pochi il fece ritener sotto buona guardia. Allora furono incredibili gli urli e i pianti del clero e popolo, il quale nel giorno appresso si raunò nella chiesa di santa Emiliana, dove si portarono anche i ministri imperiali con grande alterigia, accompagnati da una copiosa frotta di armati, sperando pure o procurando d'indurli ad eleggere il suddetto miserabil Anastasio. Ma si trovò ne' vescovi specialmente, e poi nel resto del clero e popolo tal costanza in quel giorno e nel seguente, gridando tutti di voler Benedetto, e di essere pronti piuttosto a morire che ad accettare l'indegno personaggio loro proposto, che gli uffiziali dell'imperadore convennero nel loro sentimento, e fatto cacciar fuori del palazzo Anastasio suddetto, rimisero in libertà Benedetto. Dopo tre giorni di digiuno fu solennemente confermata l'elezion di esso Benedetto, ed egli susseguentemente nel dì 24 di settembre consecrato, diede l'assoluzione a chiunque pentito la dimandò, fuorchè al vescovo di Porto.

Nel quarto dì di febbraio dell'anno presente fu celebrato in Pavia un concilio[1115] di molti vescovi, presidenti del quale furono Angilberto arcivescovo di Milano, Andrea patriarca di Aquileia (quando non si ammetta Andrea II fra que' patriarchi, questo nome si dee credere posto in vece di Teutimaro; oppure quel concilio appartiene ad altro anno) e Giuseppe vescovo d'Ivrea, arcicappellano della corte cesarea. Truovansi in esso pubblicati alcuni bei regolamenti per la disciplina ecclesiastica. Ed altri in fine ne aggiunse l'Augusto Lodovico, spettanti al buon governo civile, da me[1116] dati alla luce fra le leggi longobardiche. Truovasi dipoi esso imperadore da lì a quattro giorni in Mantova, da che si legge un suo diploma[1117], dato in quella città VI idus februarii dell'anno presente, in favore di Rorigo vescovo di Padova. Questo poi fu l'anno in cui Lottario Augusto suo padre cominciò a sentir sopra di sè la mano di Dio, e a riconoscere ch'era mortale. Assalito da una lenta malattia, cercò indarno medici che sapessero l'arte di guarirlo. Un tale avviso servì di sprone al suddetto imperador Lodovico per desiderare un abboccamento con Lodovico re di Germania suo zio, affine di averlo favorevole, ogni qual volta mancasse di vita suo padre. Secondo le notizie recate da Gian-Giorgio[1118], Eccardo seguì il loro congresso in Trento. Ivi si trattò di molti affari utili alla Cristianità, ed amendue si partirono di là in buona concordia. Crescendo intanto ogni dì più la infermità dell'imperadore Lottario, ed accortosi egli di camminare a gran passi verso il sepolcro, seriamente pensò a prendere congedo dal mondo, e insieme a profittar di questo poco tempo per far penitenza de' molti suoi eccessi, e poter comparire in morte diverso da quello ch'era stato in vita[1119]. Convocata una dieta de' suoi baroni, divise i regni fra i tre suoi figliuoli legittimi. A Lodovico II già dichiarato imperadore, confermò il dominio dell'Italia. A Lottario suo secondogenito lasciò la Francia di mezzo, cioè il regno situato fra il Reno e la Mosa, di cui si è parlato all'anno 843. Dal nome di questo giovane re cominciò poi quell'ampio tratto di paese ad appellarsi Lottaringia, che noi ora diciamo Lorena, se non che la moderna Lorena è una parte picciolissima dell'antica. A Carlo suo terzogenito lasciò il regno della Provenza. Questi da Erchemperto vien chiamato Carletto. Dopo di questo l'Augusto Lottario passò al celebre monistero di Prumia, nella diocesi di Treveri, e quivi preso l'abito monastico con tutta umiltà, rinunziò affatto agli affari del mondo presente, ed attese a prepararsi per l'altro. Da lì appunto a sei giorni, nel dì 28 di settembre, finì di vivere; principe saggio in morte, ma non così in vita, che a molte virtù accoppiò maggior numero di vizii, nè mai meritò di essere messo nel ruolo de' santi, come han fatto i buoni monaci, solamente perchè incalzato dalla vicina morte, per qualche giorno portò le divise di monaco. Fu egli il primo, a mio credere, che introdusse, oppur dilatò in Italia l'abuso, tanto tempo prima cominciato in Francia, di dare in commenda i monisteri non men dei monaci che delle monache, ai vescovi e ad altri ecclesiastici, e insino alle imperadrici e alle principesse reali, e fino ai secolari di corte o della milizia: abuso, dissi, che durò poi, anzi smisuratamente crebbe negli anni susseguenti, più forza avendo i cattivi che i buoni esempli nel cuore guasto degli uomini. Nell'epitaffio di questo principe si legge:

Qui Francis, Italis, Romanis praefuit ipsis.

Anche il Blanc[1120] pubblicò una sua moneta, nel cui diritto sta HLOTHARIVS IMP. AV., e nel rovescio VENECIA. Pensò l'Eccardo[1121] bastante questa moneta a farci conoscere che la città di Venezia fosse in que' tempi sottoposta al dominio dei re franchi. Ma ciò è lontano dal vero. Dagli stessi diplomi degl'imperadori franzesi, citati dal Dandolo[1122], chiaramente si ricava che quell'inclita città era esclusa dal regno d'Italia; e se riconosceva superiore, questi era tuttavia l'imperador de' Greci. La Venecia di quella moneta altro non è che la città di Vannes in Francia, appellata dai Latini Venecia. Così nelle monete d'allora s'incontra VIRDVNVM, CAMERACVS, MEDIOLANVM, perchè quivi furono esse battute.

NOTE:

[1113] Anastas. Biblioth., in Vita. Leonis IV.

[1114] Gratian., cap. 9, Dissert. X, et cap. 14, 2, n. 17.

[1115] Labbe, Concil., tom. 8.

[1116] Rer. Ital., Part. II, tom. 1 Leg. Langobard.

[1117] Antiq. Ital., Dissert. XIX, pag. 55.

[1118] Eccard., Rer. Franc., lib. 30.

[1119] Annal. Franc. Metenses. Erchemp., Hist., cap. 19.

[1120] Blanc, des Monnoyes de Rois.

[1121] Eccard., Rer. Franc., lib. 31, cap. 2.

[1122] Dandulus, tom. 11 Rer. Italicar.

Anno di CRISTO DCCCLVI. Indizione IV.

BENEDETTO III papa 2. LODOVICO II imperad. 8, 7 e 2.

Ci fan sapere gli Annali di san Bertino[1123] che l'imperator Lodovico II restò mal soddisfatto della division fatta dal padre dei suoi stati. Pretendeva egli che l'Italia fosse a lui pervenuta per donazione dell'avolo suo Lodovico Pio: però chiedeva, qual fosse la parte che gli dovea toccare della eredità paterna, quando gli altri due fratelli aveano assorbito tutti gli stati d'oltramonti. Ne fece querela presso dei re suoi zii, cioè di Lodovico re di Germania e di Carlo Calvo re di Francia; ma indarno la fece. Erano prima di lui ricorsi i primati della Lorena ad esso re Lodovico, per assicurar quel regno nella persona del giovane re Lottario, e il trovarono, o il renderono favorevole ai lor desiderii. Nel maggio di quest'anno, per gli diplomi rapportati dal Margarino[1124], si conosce che il suddetto imperadore fu in Brescia, dove confermò a Gisla sua sorella, dimorante nell'insigne monistero di santa Giulia, la signoria ossia il governo di quel sacro luogo, e ratificò eziandio i privilegii del medesimo. Abbiamo anche da Andrea Dandolo[1125] ch'egli si trovava in Mantova, allorchè Pietro doge di Venezia gli spedì per suo legato un certo Deusdedit, ed ottenne la conferma dei privilegii e delle esenzioni de' beni che il clero e popolo di Venezia possedevano negli stati dell'imperio, ossia del regno d'Italia. E perciocchè anche allora si considerava qual cosa rara essa città di Venezia, fabbricata in mezzo all'acque del mare, il medesimo Augusto coll'imperadrice Angilberga sua moglie volle visitarla. Vennero loro incontro i due dogi, cioè il suddetto Pietro e Giovanni suo figliuolo, sino a san Michele di Brondolo con suntuoso accompagnamento, e fecero loro quanto onore poterono. In segno poi di amore e di pace esso Augusto tenne al sacro fonte un figliuolo del medesimo doge Giovanni. Non so io l'anno preciso in cui succedette un fatto narrato dall'Anonimo salernitano[1126]. Certo fu dappoichè Adelgiso fu divenuto principe di Benevento. Ora egli racconta che Pietro (non è chiaro, se allora o se poi) principe di Salerno confermò l'amicizia e lega coi Beneventani. Raunato poscia un copioso esercito di Salernitani, insieme coll'oste di Benevento condotta dal suddetto principe Adelgiso, amendue passarono alla volta di Bari con pensiero di formarne l'assedio, e di levare ai Saraceni quel nido, occasione di tante sciagure alle lor contrade. Ma vennero loro incontro con grande strepito quelle barbare schiere, e in un momento attaccarono la zuffa. Riuscì questa assai calda, e in fine tal fu il valore de' Longobardi, che i Saraceni furono obbligati a piegare e a prendere la fuga. Quand'ecco giugnere una fresca e poderosa brigata d'altri Saraceni, che dando addosso agli stanchi Cristiani, gli sbaragliò. Molti restarono nel campo estinti; gli altri, e parte d'essi feriti, si diedero alle gambe. Orgogliosi per questa vittoria i Saraceni, scorsero dipoi per gli principati di Benevento e di Salerno, uccisero non poche persone, menarono in ischiavitù le lor mogli e figliuoli; e carichi in fine d'immenso bottino, se ne ritornarono a Bari. In quest'anno poi, secondo i conti di Camillo Pellegrino[1127], la città di Sicopoli fabbricata dai Capuani, o per accidente, oppure per iniquità di taluno, interamente fu desolata da un incendio, di maniera che non vi restò in piedi se non il palazzo del vescovo, cioè di Landolfo vescovo di Capua, fratello di Pandone conte ossia principe di quella città. Allora Landone e gli altri suoi fratelli presero la risoluzione di abbandonar quel sito montuoso, e di calare al piano col popolo. Diedersi infatti a fabbricare presso il ponte Casalino del fiume Volturno una città nuova, a cui posero il nome di Capua nuova, che è la Capua di oggidì, lontana tre miglia dall'antica desolata Capua. Potrebbe nondimeno essere che più tardi succedesse la fabbrica di questa città, scrivendo Giovanni monaco, autore della Cronaca di Volturno, che Landolfo conte di Capua nell'anno 841, abbandonata Capua vecchia, portossi ad abitare nel monte Triflisco, con altro nome chiamato Sicopoli, e da lì a tre anni morì, cioè più tardi di quel che suppose Camillo Pellegrino. Poscia Landone conte suo figliuolo abitò in Sicopoli per anni tredici ed otto mesi, dopo i quali rimase quella città affatto consumata dal fuoco. Il perchè avendo tenuto consiglio co' suoi fratelli Landenolfo, Pandone e Landolfo vescovo, edificarono Capua nuova al piano, dove signoreggiò esso Landone per anni tre e mesi otto. Ed allora i Capuani cominciarono ad avere infinite guerre coi Napoletani. Nè si dee tacere che in quest'anno venne a Roma per sua divozione[1128] Etelvolfo re dei Sassoni occidentali in Inghilterra, e portò dei gran regali alla basilica di san Pietro. Passando poi nel suo ritorno per la Francia, prese per moglie Giuditta figliuola del re Carlo Calvo, e la condusse ai suoi paesi. Ma poco sopravvisse, perchè nell'anno 858 fu rapito dalla morte. Patì la città di Roma nel gennaio di quest'anno una fiera inondazione del Tevere, alla quale tenne dietro la pestilenza, per cui perì una gran quantità di persone. Abbiamo anche dagli Annali di san Bertino che in quest'anno Saraceni de Benevento Neapolim fraude adeuntes, vastant, diripiunt, et funditus evertunt. Probabilmente vuol dire che toccò questo flagello al territorio, ma non già alla città di Napoli.

NOTE:

[1123] Annales Francor. Bertiniani.

[1124] Margarinius, Bullar. Casinens., tom. 2.

[1125] Dandul., in Chr., tom. 12 Rer. Italic.

[1126] Anonymus Salern., Paralipom., cap. 79.

[1127] Erchempert., Chron. c. 27. Chron. Vulturn. P. II, tom. 1 Rer. Ital.

[1128] Anastas. Biblioth., in Vit. Benedicti III.

Anno di CRISTO DCCCLVII. Indizione V.

BENEDETTO III papa 3. LODOVICO II imp. 9, 8 e 3.

Due strepitose brighe in questi tempi insorsero che diedero per gran tempo da faticare alla sede apostolica. Avea nell'anno antecedente Lottario re della Lottaringia, ossia della Lorena, fratello dell'imperador Lodovico, presa per moglie Teotberga, e dichiaratala regina. Ma egli anche prima teneva un segreto legame di affetto con Gualdrada sua concubina. Gli Annali bertiniani[1129] notano, che vivendo anche Lottario Augusto suo padre, egli menava una vita dissoluta negli adulterii. Poi soggiungono, che prevalendo le fiamme della sua impurità e l'attaccamento a Gualdrada, cominciò ben tosto, cioè nell'anno presente, a rigettar dal suo letto, e poi dalla corte la regina Teotberga; il che cagionò dei gravi sconcerti, de' quali parla a lungo la storia ecclesiastica. Peggiore di lunga mano fu l'altro affare. Passava da gran tempo buona armonia e unità di dottrina fra la santa sede romana e i patriarchi d'Oriente[1130], ed allora spezialmente sedeva nella cattedra di Costantinopoli Ignazio personaggio di santa vita. Perchè questo zelantissimo pastore non volle condiscendere ad alcune empie dimande dell'imperador Michele, fu deposto; e Fozio, uomo laico di gran sapere, ma di maggiore ambizione, e mirabile imbroglione di questi tempi, che avea soffiato segretamente in quel fuoco, seppe così bene adoperarsi, che venne ad occupare la sedia patriarcale tolta al vero pastore. Di qui ebbe principio lo scisma de' Greci, che cessò bene da lì a qualche tempo, ma non ne seccarono mai le radici, le quali risorsero poi più vigorose che mai nel secolo undecimo, e durano tuttavia con lagrimevol separazione dei Greci dalla Chiesa romana maestra di tutte l'altre. Non si può dire quante cure costasse, quanti affanni ai papi susseguenti una tal mutazione di cose nella real città e Chiesa di Costantinopoli. Ne accenneremo qualche altra notizia andando innanzi, con riserbarne il disteso racconto a chi vorrà consultar sopra ciò la storia ecclesiastica. Nell'anno presente ancora, secondo gli Annali di san Bertino, l'imperador Lodovico fece un abboccamento con Lodovico re della Germania suo zio, e fra di loro fu conchiuso, o confermato un trattato di lega. Quest'anno riferisce il padre Mabillone[1131] un avvenimento preso dall'Italia sacra dell'Ughelli[1132], cioè la fabbrica del monistero di san Bartolomeo di Ferrara, e la presa e distruzion di Comacchio fatta dalle armi de' Veneziani, irritati perchè Marino conte di quella città avesse carcerato Badoario nipote di Giovanni doge di Venezia, nell'andare ch'egli faceva a Roma, e datagli anche una ferita, per cui si morì. Ma quel racconto è sporcato da non poche favole; e l'affare di Marino conte, siccome vedremo, accadde circa l'anno 881. Intanto i Normanni flagellavano a più non posso la Francia, con aver portata la desolazione fino alla stessa città di Parigi, e a quelle di Tours, Blois, Roano, Beauvais, ed altre. E che parte d'essi ancora giugnesse per mare a danneggiar l'Italia, si raccoglie dalla storia della traslazione di san Filiberto abbate, data alla luce da esso padre Mabillone[1133]. Le traslazioni appunto dei corpi de' santi in questi tempi seguitavano ad essere frequenti in Francia e in Germania, cercando tutti di mettere in salvo le reliquie de' loro santi, e di sottrarle alla rabbia de' Normanni, tutti allora gente pagana e nemica del nome cristiano.

NOTE:

[1129] Annales Franc. Bertiniani.

[1130] Nicetas, in Vit. S. Ignatii.

[1131] Mabillonius, in Annal. Benedictin. ad ann. 857.

[1132] Ughell., Ital. Sacr., tom. 2, in Episc. Ferrariens.

[1133] Mabillonius, Saecul. IV Benedictin., P. I.

Anno di CRISTO DCCCLVIII. Indizione VI.

NICCOLÒ papa 1. LODOVICO II imp. 10, 9, e 4.

Giunse in quest'anno al fine di sua vita il buon pontefice Benedetto III, e, secondo i conti del padre Pagi, succedette la morte sua nel dì 8 di aprile[1134]. Insigni memorie della sua pia munificenza lasciò anch'egli verso le chiese di Roma. Molto non era che l'imperador Lodovico venuto a Roma per non so quali affari, ne era anche partito. Ma non così tosto ebbe intesa la perdita di questo dignissimo papa, che frettolosamente se ne ritornò a Roma per impedir le dissensioni e gli scandali nell'elezione del nuovo pontefice. Per quanto scrive Anastasio bibliotecario, restò di concorde volere del clero, de' nobili e del popolo romano eletto pontefice Niccolò I diacono, personaggio di sangue nobile e più nobile per gli suoi virtuosi costumi. Ma negli Annali bertiniani si legge, ch'egli Praesentia magis ac favore Ludovici regis et procerum ejus, quam cleri electione substituitur. E riuscì uno de' più riguardevoli papi che s'abbia avuto la Chiesa di Dio. La sua consecrazione fu fatta nella basilica vaticana nel dì 27 d'aprile; dopo di che condotto alla lateranense, quivi, con immenso giubilo di tutta la città, fu coronato. Tre giorni dopo la sua consecrazione pranzarono insieme con somma carità il papa e l'imperadore; e questi poi, fatta partenza da Roma, andò a fermarsi ed attendarsi colle sue genti ad un luogo appellato Quinto. Colà volle portarsi per fargli una visita il nuovo papa insieme coi baroni romani. A tale avviso l'Augusto Lodovico gli venne incontro, e a piedi, presa la briglia del cavallo pontificio, a guisa di un valletto addestrò esso papa, per quanto si stende un tiro di saetta. Dopo varii amichevoli ragionamenti, e dopo un lauto convito nel padiglione imperiale, il papa magnificamente regalato dall'imperadore risalito a cavallo tornossene a Roma. Accompagnollo per buon tratto di strada l'imperadore anch'esso a cavallo, finchè giunsero in una larga campagna, dove esso Lodovico smontato di nuovo, per alquanto spazio l'addestrò, e dopo essersi più volte baciati, finalmente si separarono. Abbiamo poi dagli Annali di Fulda[1135], che trovandosi nel febbraio dell'anno presente Lodovico re di Germania nella città di Ulma, quivi se gli presentarono due ambasciatori dell'imperador Lodovico suo nipote, cioè Notingo vescovo di Brescia ed Eberardo conte, che si può francamente credere quel medesimo che in questo tempo era duca ossia marchese del Friuli. Diede loro udienza, e li rimandò, senza che si sappia il motivo di tale spedizione. S'era fin dall'anno precedente ribellata al re Carlo Calvo non poca parte de' suoi popoli, al vedere che con saputa di lui si commettevano assaissime iniquità, e ch'egli quasi uomo da nulla non si applicava a reprimere le incursioni de' Normanni che mettevano sossopra il suo regno. Ricorsero costoro per aiuto a Lodovico re di Germania e gli promisero la signoria d'esso regno. Dicono che egli avesse ribrezzo a prendere le armi contra del fratello: tuttavia col pretesto di sovvenire al bisogno de' popoli, ma in fatti per appagar la sete della non mai sazia ambizione passò con un grossissimo esercito in Francia, e cominciò quivi a far da padrone, con donar largamente contadi, monisteri, ville regie e poderi a chiunque abbracciava il suo partito: il che fu cagione che il re Carlo Calvo si fuggisse in Borgogna. Ma avendo licenziata l'armata sua, e troppo fidandosi di chi l'avea fatto colà venire, trovossi al fine burlato, e gli convenne nell'anno seguente tornarsene a casa assai malcontento del colpo fallito. Non pochi vescovi tennero saldo pel re Carlo, e giunsero anche a scomunicar pubblicamente esso re Lodovico. In favor suo parimente si dichiarò Lottario re della Lorena, fratello dell'imperador Lodovico, il quale in quest'anno non potendo reggere alle istanze de' suoi baroni, ripigliò bensì in corte la regina Teotberga, ma, messe a lei le guardie, non la lasciava parlare se non con chi a lui parea.

NOTE:

[1134] Anastas. Biblioth. in Vit. Nicolai I.

[1135] Annal. Franc. Fulden. Annal. Franc. Bertiniani.

Anno di CRISTO DCCCLIX. Indizione VII.

NICCOLÒ papa 2. LODOVICO II imper. 11, 10 e 5.

Erasi ritirato alle sue contrade di Germania il re Lodovico, dopo la sua da tutti biasimata spedizione contra del fratello re Carlo Calvo[1136]; ma durava tuttavia il bollore della contesa e disunion fra loro. Di lui si parlava dappertutto con grande discredito. Però in quest'anno giudicò egli spediente d'inviare in Italia Teotone abbate di Fulda, affinchè presentasse all'imperador Lodovico suo nipote e al sommo pontefice Niccolò un manifesto, in cui si studiava di giustificar la guerra da lui portata in Francia, adducendo quelle ragioni che non mancano mai a chi cerca d'ingoiare l'altrui, e spera anche d'abbagliar con parole il giudizio di chi è spettatore o uditor di tali tragedie. Fu l'abbate cortesemente accolto non meno dal papa che dall'imperadore presso i quali s'ingegnò il meglio che potè di purgar dall'infamia il suo re. Qual risposta contenessero le lettere ch'egli riportò ad esso re Lodovico, nol dice la storia. Ben si sa che si trattò forte in quest'anno d'accordo fra quei re, ma nulla si potè conchiudere, perchè Lodovico pretendeva di sostener nel possesso delle contee e de' beni da lui donati le persone che s'erano dichiarate in favor suo nel regno di Carlo; ma Carlo non vi volle mai acconsentire. Guanilone arcivescovo di Sens, che era stato uno dei maggiori traditori del re Carlo in quei torbidi, fu accusato per questo in un concilio, ma quel furbo uomo seppe trovar la maniera di rientrare in grazia di lui. Fu di parere Papirio Massone, seguitato poi dal cardinal Baronio, che da questo Guanilone i romanzisti franzesi e poscia gl'italiani prendessero il nome di Gano, che vien sempre rappresentato ne' romanzi per un perfido, o per un traditore. Certamente Gano si trova chiamato anche Ganelone in alcuni romanzi. Non è da sprezzare una tal coniettura, se non che Gano nei romanzi vien fatto di schiatta maganzese, cioè di Magonza, la quale città sempre è rappresentata per traditrice alla casa reale di Francia, ed uomo secolare, e non già arcivescovo, e non già a' tempi di Carlo Calvo, ma bensì a quei di Carlo Magno. L'autore ancora degli Annali di san Bertino[1137] ci ha conservata la notizia seguente. Cioè che riuscì all'imperador Lodovico di farsi cedere con un trattato amichevole da Carlo re di Provenza suo fratello quella porzion di stati ch'egli godeva di qua dal monte Jura, e che abbracciava le città di Geneva ossia Ginevra, Losanna e Seduno, oggidì Sion, capitale de' Vallesi, coi loro vescovati, contadi e monisteri. Ritenne Carlo in suo potere solamente lo spedale del Monte di Giove, e il contado pipincense, nome forse corrotto, di cui non trovo chi ne parli. Dagli stessi Annali abbiamo sotto questo anno che Nicolaus pontifex romanus de gratia Dei et libero arbitrio, de veritate geminae praedestinationis, et sanguinis Christi, ut pro credentibus omnibus fusus est, fideliter confirmat, et catholice decernit. Non ne fa menzione il cardinal Baronio, non ne apparisce vestigio fra le lettere di esso papa. Bollivano allora queste spinose controversie nella Germania e Francia tra Gotescalco, Ratranno monaco di Corbeia, Giovanni Scotto, Incmaro dottissimo arcivescovo di Rems, ed altri. È da dolersi che non restino tali scritti di questo dotto ed insigne pontefice. Intanto piena era di calamità la Francia per le incessanti rapine e stragi che vi commettevano i Normanni. Nè contenti que' barbari corsari di far provare la lor crudeltà alle città confinanti all'Oceano, passarono anche di qua dallo Stretto, e salendo su pel Rodano, vi saccheggiarono varie città, che punto non s'aspettavano una sì fatta visita; e senza volersi ritirare dal Mediterraneo svernarono dipoi alla sboccatura di quel fiume. Poco o nulla attendevano allora l'imperadore e i re della schiatta franzese ad aver forze in mare; ed in Francia e Germania, in vece di darsi vicendevole aiuto contra di quei cani, ad altro non pensavano che ad ingrandirsi colle spoglie de' fratelli o nipoti. Sarebbe da desiderare che fosse più chiaro il testo di Erchemperto[1138] là dove racconta (sotto il presente anno, secondo i conti di Camillo Pellegrino, ma forse più tardi), che terminata la nuova città di Capua, venne ad assediarla Guido jam dictus cum universis Tuscis; e diedele grandi affanni, perchè il popolo non voleva ubbidire, per quanto sembra, a Landone conte, suo singolare amico, a cagione delle iniquità che commetteano i due suoi fratelli Landolfo vescovo e Landonolfo. Ma in fine furono costretti a piegare il collo sotto il giogo. Sora ed altre terre circonvicine, tolte a Landonolfo, in vigore dei patti furono consegnate a Guido: del che Landonolfo concepì tanta afflizione d'animo, che da lì a poco mori. Non s'intende bene come passasse questo affare. Cosimo della Rena[1139] per le suddette parole di Erchemperto venne in sospetto che Guido in questi tempi duca di Spoleti fosse anche marchese della Toscana. Ma non merita questa propria locuzione che se ne faccia caso. Sappiamo che altri scrittori riputarono il ducato di Spoleti, ossia l'Umbria, parte della Toscana. Ed è poi chiaro che Adalberto I era allora duca e marchese d'essa Toscana, trovandosi egli nelle carte degli anni antecedenti e de' susseguenti in possesso di quel governo. Vo io nondimeno dubitando che questo assedio di Capua succedesse in uno degli anni susseguenti.

NOTE:

[1136] Annal. Francor. Fuldenses.

[1137] Annales. Francor. Bertiniani.

[1138] Erchempertus, His., cap. 25.

[1139] Rena, Serie de' Duchi di Toscana.

Anno di CRISTO DCCCLX. Indizione VIII.

NICCOLÒ papa 5. LODOVICO II imp. 12, 11 e 6.

Da un bel placito ch'io diedi alla luce[1140], tratto dalle memorie del monistero casauriense, vegniamo in conoscenza che l'imperador Lodovico per la Romania (oggidì Romagna) era venuto nel ducato di Spoleti pro justitiarum commoditate, et malignorum astutia deprimenda: al che egli giornalmente faceva attendere i suoi ministri. Giunto poi intra fines Haesinos, et Camertulos, cioè fra Jesi e Camerino, quivi ordinò che alzassero tribunale Vibodo vescovo di Parma (il quale troppo tardi vien supposto dall'Ughelli[1141] succeduto nella cattedra parmigiana a Rodoaldo, cioè a chi non fu mai vescovo di Parma) e Adalberto contestabile e Vepoldo conte del palazzo ed Eccideo coppier maggiore, con altri. Venne citato alla lor presenza Ildeberto conte, ad oppressiones, quas fecerat, emandandas. Aveva un certo Adalberto ceduto all'imperadore tutti i suoi beni posti in finibus Italiae, Tusciae, Spoleti et Romaniae; ma con riceverli poi di nuovo da lui a livello, sua vita natural durante. Quindi gli avea o donati o conceduti al suddetto Ildeberto conte, senza permission dell'imperadore; e però fu giudicato che quei beni tornassero in potere e dominio d'esso Augusto. Forse fu questo Ildeberto conte di Marsi. Tuttavia ho io sospettato altrove che egli possa essere stato duca di Camerino, perchè conti erano spesse volte appellati anche i duchi e marchesi. Un suo placito tenuto in Marsi[1142] nell'anno 850, si dice scritto anno comitatus ejus VII. E potrebbe essere che conte o duca ei fosse in compagnia di Guido, da noi veduto di sopra; perciocchè quel ducato soleva essere governato da due duchi, non so se in solido, oppure dall'uno di qua dall'Apennino e dall'altro di là, veggendosi da qui avanti due ducati di Spoleti e di Camerino. Ma non ci somministra la storia bastanti lumi per ben decidere questo punto. Sotto quest'anno s'ha dagli Annali di s. Bertino[1143] che l'imperador Lodovico suorum factione impetitur, et ipse contra eos ac contra Beneventanos rapinis atque incendiis desaevit. Noi restiam qui al buio, perchè di questo fatto niuna spiegazione, anzi neppur memoria ci han lasciato i pochi scrittori d'Italia, de' quali si son salvate le storie. Forse nel ducato di Spoleti s'era suscitata qualche ribellione, e a questo fine colà si portò l'imperador suddetto. Ma del male fatto ai Beneventani in questi tempi niun'altra testimonianza ci resta che questa. Seguita poi a dire il suddetto storico bertiniano che i Danesi, cioè i Normanni, che aveano passato il verno alla foce del Rodano, alla prima stagione vennero per l'Arno a Pisa, e quella città con altre presero, misero a sacco e devastarono. Se questo è vero, ben poca cura doveano allora avere gli Italiani di ritener ben fortificate e guernite di buone mura le loro città: che non volavano già, come gli uccelli per aria, quei Barbari; e le mura d'una città bastavano, massimamente in que' tempi, a fermar l'empito d'ogni più poderoso esercito. Sappiamo ancora dagli Annali di Fulda[1144] che il verno di quest'anno fu sì fiero che Mare Jonium glaciali rigore ita constrictum est, ut mercatores, qui nunquam antea nisi vecti navigio, tunc in equis quoque et arpentis mercimonia ferentes Venetiam frequentarent. Qui si parla della città italica di Venezia, la cui laguna anche nel rigoroso verno del 1709 talmente aggiacciata si vide, che su pel ghiaccio dalle carrette e dai cavalli convenne portarvi le mercatanzie e le provvisioni del vitto.

Aggiungono gli Annali di Metz[1145], che il suddetto imperador Lodovico in questo anno plurima bella strenuissime gessit adversus Sclavorum gentem. È ben da compiagnere la storia d'Italia, che ci lascia per tanto tempo digiuni de' fatti ed avvenimenti d'allora, con restarne solo un qualche barlume presso gli storici oltramontani; se non che Andrea, prete italiano e scrittore di questo secolo, nella sua storia breve[1146] attesta anch'egli essere stata, domni Hludovici imperatoris anno X, Indictione octava, cioè nell'anno presente, tanta la neve caduta, e sì fuor di misura il freddo, che perì gran copia di seminato, e si seccarono le viti alla pianura, e gelò nelle botti il vino. Dopo di che, un cerio Uberto, dimentico dei tanti benefizii a lui fatti dall'imperador Lodovico, e dei giuramenti a lui prestati, unitosi coi Borgognoni, se gli ribellò. Spedì Lodovico contra di lui Conrado colle sue milizie, e bisognò venire ad un fatto d'armi, in cui restò ucciso il suddetto Uberto, colla perdita ancora di molti dalla parte dell'imperadore. Ci fa poi sapere la storia ecclesiastica che cominciò a bollir forte la controversia della deposizione di santo Ignazio patriarca di Costantinopoli, e dell'intrusione di Fozio, per cui il vigilantissimo ed intrepido papa Niccolò non perdonò a diligenza, uffizii, preghiere e minacce, affin di medicar quella piaga. Spedì egli in quest'anno a Costantinopoli i suoi legati, perchè s'informassero ben di quegli affari. Fece anche istanza all'imperador Michele, perchè restituisse alla Chiesa romana i patrimonii di Calabria e Sicilia. Non men di rumore faceva allora la persecuzion di Lottario re di Lorena contra della regina Teotberga sua moglie, che nell'anno presente fu imputata di varii finti delitti; e quantunque ella si difendesse col giudizio dell'acqua bollente, qual rea fu cacciata dall'impudico marito in un monistero. Ma ella se ne fuggì di colà, e si ridusse in casa di Uberto suo fratello nel regno di Carlo Calvo. Ora paventando Lottario che Carlo non si movesse contra di lui, comperò la lega ed assistenza del re della Germania Lodovico suo zio, con cedergli tutta l'Alsazia. In questo anno ancora (se pur fece bene i conti Camillo Pellegrino) Erchemperto racconta[1147] che Landone conte, ossia principe di Capua, colto da una grave paralisia, fu confinato in un letto. Sergio duca di Napoli, ciò inteso, senza mettersi pensiero delle convenzioni già seguite fra lui e i Capuani, assistito da un rinforzo datogli da Ademario principe di Salerno, mosse guerra al giovane Landone, che in difetto del padre aveva assunto il governo. Nè avendo rispetto alcuno alla festa di san Michele, celebrata con solennità dai Capuani, anzi da tutti i Longobardi, nel dì 8 di maggio, siccome tenuto per protettore da tutta quella nazione; e senza ricordarsi che in quello stesso giorno anticamente i Beneventani aveano data una gran rotta ai Napoletani, mandò i suoi due figliuoli, cioè Gregorio maestro de' militi, e Cesario, coll'esercito di Napoli e di Amalfi all'assedio di Capua. Ma allorchè giunsero al ponte di Teodemondo, il giovanetto Landone coi Capuani, a guisa di un lione, sì bravamente gli assalì, che sbaragliolli, e fece prigioni ottocento di essi col suddetto Cesario.

NOTE:

[1140] Rer. Italic, P. II, tom. 2, pag. 928.

[1141] Ughell., Ital. Sacr., in Episcop. Parmensib.

[1142] Antiquit. Ital., Dissert. VI.

[1143] Annal. Francor. Bertiniani.

[1144] Annal. Francor. Fuldenses.

[1145] Annal. Franc. Metenses.

[1146] Andreas Presbyt., Chron., tom. 1 Rer. Germ. Menckenii.

[1147] Erchempertus, Hist., cap. 27.

Anno di CRISTO DCCCLXI. Indizione IX.

NICCOLÒ papa 4. LODOVICO II imp. 13, 12 e 7.

Reggeva in questi tempi la chiesa di Ravenna Giovanni arcivescovo, uomo, in cui non si sa se maggior fosse l'ambizione o pur l'interesse. Portaronsi a Roma varii cittadini ravennati a farne doglianza al sommo pontefice, e ad implorare rimedio alle continue ed intollerabili vessazioni che da lui ricevevano. Anastasio bibliotecario[1148] ne tesse il catalogo, con dire che questo arcivescovo scomunicava la gente a suo capriccio. Non permetteva ai vescovi della sua diocesi e ad altri di andare a Roma. Aveva occupato non pochi beni della Chiesa romana e di varii particolari. Sprezzava i messi della Sede apostolica, stracciava gli strumenti degli affitti o livelli della Chiesa romana, e gli appropriava a quella di Ravenna. Quei preti e diaconi che non solo in Ravenna, ma in altre città dell'Emilia erano immediatamente sottoposti alla santa Sede, li deponeva senza giudizio canonico, e li faceva mettere in prigione, o in fetenti ergastoli; senza sapersi ben capire come, se comandavano in quella città gli uffiziali del papa, si potessero dall'arcivescovo commettere tante oppressioni, e tener birri e prigioni. Fu pertanto esso arcivescovo più volte ammonito con lettere e messi dal papa a desistere da sì fatte violenze e novità; ma egli faceva il sordo. Citato a comparire in Roma al concilio, si vantava di non essere tenuto ad andarvi. In fine fu scomunicato nel concilio romano. Ci è stata conservata parte d'un concilio tenuto appunto in Roma per questo affare in un antichissimo codice della cattedrale di Modena; e questa fu poi pubblicata dal padre Bacchini nelle giunte ad Agnello[1149]. Dicesi quivi celebrato esso concilio, pontificatus domni Nicolai summi pontificis, et universalis papae anno IIII imperii piissimi augusti Lodovici anno XI, die octavodecimo mensis novembris, Indictione decima: note che non so se sieno corrette, o se riguardino l'anno presente. Ivi l'epoca dell'imperadore è presa dalla sua coronazione dall'anno 850. Ascoltiamo ora di nuovo il suddetto Anastasio. Racconta egli che quell'arcivescovo, udito ch'ebbe l'anatema contro di lui fulminato, corse ad implorar l'aiuto dell'imperador Lodovico, e da lui ottenne due legati che per lui parlassero al papa. Con questi se ne andò egli a Roma pien d'alterigia, persuadendosi di far col loro braccio tremare il papa. Ma il papa, perchè assistito dalla ragione, si trovò più forte d'una torre. Con buon garbo il santo padre fece dei rimproveri ai legati, perchè comunicassero con uno scomunicato, e da lui altro non poterono essi capire, se non che Giovanni si presentasse al concilio che si dovea tenere in Roma nel primo dì di novembre, per dar le dovute soddisfazioni dei suoi eccessi. Senza volerne far altro, egli se ne tornò indietro. Allora i senatori di Ravenna, ed altra gente dell'Emilia, gittatisi ai piedi del pontefice, lo scongiurarono di venire in persona a Ravenna per dar sesto a tanti disordini. V'andò egli infatti, e restituì il suo ad ognuno, e tornossene di poi a Roma.

Intanto l'arcivescovo ricorse di bel nuovo a Pavia per ottenere il patrocinio dell'imperadore. Ma quivi trovò che il vescovo della città Liutardo e i cittadini non volevano commercio con lui, neppure lo stesso Augusto, che solamente gli fece dire che, deposta la sua alterigia, si umiliasse al papa, a cui gli stessi imperadori e tutta la Chiesa prestano sommessione ed ubbidienza, altrimenti non intendeva assisterlo, nè di favorirlo. Tanto nondimeno si adoperò, che ottenne di essere accompagnato a Roma da due ambasciatori dell'imperadore; ma questi giunti colà, si accorsero di non aver parole bastevoli a muovere la fermezza dello zelantissimo papa. Perciò l'arcivescovo si gittò alla misericordia, promise quanto gli fu prescritto, e fu assoluto. Nel dì seguente avendo i vescovi suoi suffraganei dato un libello contra di lui, fu risoluto: ch'egli non potesse consecrar vescovo alcuno, se non precedeva l'elezione fattane dal duca, cioè dal governatore della città, dal clero e popolo. Che non impedisse ai vescovi l'andata a Roma. Che non esigesse da loro alcuna sorta di danaro o di doni. Che si levasse via l'uso cattivo della trentesima. Questa probabilmente erano costretti i vescovi di pagarla agli arcivescovi di Ravenna delle rendite delle lor chiese. Soleva Giovanni ogni due anni far la visita dei vescovati a lui sottoposti, e tanto si fermava colla sua corte addosso ai vescovi, che divorava tutte le lor rendite. Gli obbligava ancora (aggravio non praticato in alcuna altra parte del mondo) a contribuire ogni anno alla mensa archiepiscopale, all'arciprete, all'arcidiacono, e ad altre dignità della chiesa di Ravenna, un determinato numero di castrati, di oblate, cioè dell'ostie, del vino, dei polli e dell'uva. Gli astringeva a dimorare or l'uno, ora l'altro in Ravenna, un mese sì e un mese no, per farsi servir da loro. A suo capriccio ancora toglieva loro quei cherici che sarebbero stati più utili alle loro chiese. Questi ed altri abusi, ch'io tralascio, abolì il saggio papa; e dal concilio suddetto apparisce che fu posto fine alle avanie di questo tiranno arcivescovo, con essere intervenuti settantadue vescovi a quella sacra raunanza. Abbiamo da Erchemperto[1150] che in quest'anno (per quanto crede Camillo Pellegrino) il vecchio Landone conte di Capua, cedendo alla contratta paralisia, si sbrigò dai guai del mondo presente. Pria nondimeno di morire, caldamente raccomandò il giovinetto suo figliuolo Landone a Landolfo vescovo di quella città, e a Pandone suoi fratelli e zii del giovane, senza prevedere che raccomandava l'agnello ai lupi. Era Landolfo uomo dimentico affatto del sacro suo carattere, e tutto dato alle cabale secolaresche. Quand'anche era in vita il suddetto Landone seniore (credesi in questo medesimo anno), egli segretamente istigò Guaiferio, figliuolo di Danferio Balbo, a formare una congiura contra di Ademario principe di Salerno. Poco ben voleva ad esso Ademario il popolo, per testimonianza dell'Anonimo salernitano[1151], a cagion dell'avarizia non men sua che di Guimeltruda sua moglie, donna che ad altro non attendeva se non ad accumular denari. Preso egli adunque dai congiurati, fu cacciato in una scura prigione, e il suddetto Guaiferio costituito principe di Salerno. Era stato eletto vescovo d'essa città di Salerno Pietro figliuolo del medesimo Ademario. Questi, udita la rovina del padre, se ne fuggì a Sant'Angelo; e spontaneamente poi datosi al nuovo principe, fu condotto a Salerno, nè si sa cosa ne divenisse. Ora Landolfo vescovo di Capua, quantunque avesse giurata sopra tutte le cose più sacre fedeltà a Guaiferio, come a suo principe, pure stette poco ad alienarsi da lui e a fargli guerra. Barbaramente ancora cacciò di Capua Landone gli altri suoi nipoti, che si misero sotto la protezion di Guaiferio. Dopo di che usurpò il dominio di quella città, e vi restò solo signore, perchè suo fratello Pandone lasciò la vita in un combattimento contra de' Salernitani. In quest'anno ancora dai diplomi rapportati dal Margarino[1152] impariamo che Gisla figliuola dell'imperador Lodovico era in educazione nel monistero appellato nuovo, ed ora di santa Giulia di Brescia; e che l'Augusto suo padre, secondo gli abusi di que' tempi, che tuttavia durano in qualche paese della Cristianità, le conferì quel sacro luogo da signoreggiare, usufruttare e governare per tutta la sua vita, secondo la regola di san Benedetto. Il diploma è dato in Brescia. Con un altro diploma, dato in Marengo confermò esso imperadore tutti i privilegii e beni del monistero di san Colombano di Bobbio ad Amalarico vescovo di Como, chiamato ivi abbas monasterii bobiensis; giacchè, siccome fu avvertito di sopra, s'era già introdotta la biasimevol usanza di conferir le badie ai vescovi, e talvolta fino ai secolari, i quali, lasciata una parte delle rendite pel magro sostentamento de' monaci, si divoravano, senza mettersi scrupolo, il resto.

NOTE:

[1148] Anastas., in Vit. Nicolai I.

[1149] Agnell., Vit. Episc. Ravenn., P. I, tom. 2 Rer. Italic.

[1150] Erchempertus, Hist., cap. 26.

[1151] Anonymus Salernitan., Paralipom., P. II, tom. 2 Rer. Italic.

[1152] Bull. Casin., tom. 2, Const. XXXVII et XXXVIII.

Anno di CRISTO DCCCLXII. Indizione X.

NICCOLÒ papa 5. LODOVICO II imp. 14, 13 e 8.

Era in questi tempi tutta sconvolta la Francia e la Germania, parte per le interne discordie, parte per le continue scorrerie e crudeltà dei Normanni. Lodovico figliuolo del re Carlo Calvo si rivoltò contra del padre. Altrettanto fece in Germania Carlomanno contra del re Lodovico suo padre. Nella porzione della Pannonia suggetta ad esso re Lodovico, per attestato degli Annali bertiniani[1153], si cominciò a provar la fierezza di una nazione dianzi incognita (Ungri erano costoro appellati), che saccheggiò il paese. Di razza tartarica erano questi Barbari, e pur troppo ne avremo a favellare andando innanzi, perchè li vedremo portar la desolazione anche alle contrade d'Italia. Ma gli autori parlano moltissimi anni dopo di così barbara gente, talchè si può quasi mettere in dubbio l'asserzione d'essi Annali. Avvenne ancora che Baldoino, il quale era o fu dipoi conte di Fiandra, sedusse Giuditta figliuola del re Carlo Calvo, e nascostamente condottala via, la prese per moglie con gran risentimento del di lei padre. Carlo re d'Aquitania, altro figliuolo d'esso Calvo, anche egli fu in discordia col padre, per aver presa moglie senza saputa e licenza di lui. E Lottario re di Lorena, cedendo agli assalti della sfrenata sua concupiscenza, in quest'anno ripudiò con grave scandalo del Cristianesimo la legittima sua moglie Teotberga regina, e pubblicamente sposò la concubina Gualdrada, con aver guadagnata a questa risoluzione sacrilega l'approvazione di Guntario arcivescovo di Colonia, e di Teotgaudo arcivescovo di Treveri, e d'altri vescovi, tutti cortigiani ed estimatori più della grazia del principe che di quella di Dio. Ma in quasi tutta l'Italia si godeva allora buona pace, se non che era gravemente affannata la sacra corte di Roma per gli disordini delle chiese orientali, cagionati dall'intrusione di Fozio nella cattedra di Costantinopoli, e per la suddetta scandalosa risoluzione del re Lottario. L'infaticabil papa Niccolò avea spedito alla corte imperiale d'Oriente Rodoaldo vescovo di Porto e Zacheria vescovo d'Anagni, per sostener gli affari di santo Ignazio patriarca ingiustamente deposto e carcerato. Restò tradito da essi, perchè ebbe più forza in loro l'avidità dei regali, che la religione e la giustizia. Tornarono in Italia questi due legati pontificii, e il papa non avendo per anche scoperta la lor fellonia, si servì del medesimo Rodoaldo per inviarlo in Francia insieme con Giovanni vescovo di Ficocle (oggidì Cervia), affine di esaminar la causa del re Lottario e di Teotberga, e dei vescovi prevaricatori. Quivi ancora si lasciò vincere Rodoaldo dai copiosi doni a lui fatti, e tradì le rette intenzioni e speranze del papa. Mancò di vita Gisla sorella dell'imperador Lodovico, badessa nel monistero nuovo, cioè di santa Giulia di Brescia. Vedesi nel bollario casinense[1154] un diploma d'esso Augusto, con cui concede a quell'insigne monistero alcuni beni, affinchè si faccia ogni anno in avvenire l'anniversario della sua deposizione, e ne goda il refettorio delle monache. Ma forse invece di quinto kalendas junias, in cui si dice passata a miglior vita quella principessa, quivi si ha da leggere quinto kalendas januarias, cioè nel dì 28 di decembre dell'anno precedente, perchè il diploma è dato Brixia civitate pridie idus januarii o januarias dell'anno presente; e Lodovico asserisce seguita la di lei morte nobis astantibus. Per relazione di Erchemperto[1155], in questi ultimi tempi l'iniquissimo e scelleratissimo Seodan, o Saugdam (siccome ho già osservato questo nome vuol dire soldano), re o sia principe dei Saraceni, signoreggiante in Bari, uscendo di tanto in tanto colle sue squadre, andava mettendo a sacco tutte le contrade dei ducati di Benevento e Salerno, di modo che gran parte di quel paese restava disabitato. Per metter freno alla crudeltà di costoro, più volte fu invitato, e andò l'esercito franzese; ma o sia che non potessero, o che non volessero venire essi Franzesi alle mani con quella canaglia, dopo aver fatta una inutil comparsa, se ne tornavano alle lor case senza profitto alcun del paese. Però Adelgiso principe di Benevento s'appigliò al partito di comperar la pace da essi Barbari, con promettere loro una pensione annua, e dar loro ostaggi per sicurezza del pagamento.

NOTE:

[1153] Annal. Francor. Bertiniani.

[1154] Bullar. Casinens., tom. 2, Constitut. XXXIX.

[1155] Erchempert., Hist., cap. 29.

Anno di CRISTO DCCCLXIII. Indiz. XI.

NICCOLÒ papa 6. LODOVICO II imp. 15, 14 e 9.

Fin qui poca sanità avea goduto Carlo re della Provenza, fratello dell'imperador Lodovico; e giacchè non avea figliuoli, tanto il re Carlo Calvo suo zio, quanto Lottario re della Lorena s'erano precedentemente maneggiati per succedergli, caso che venisse a morire[1156]. Arrivò appunto il fine di sua vita nell'anno presente. Lodovico imperadore, che stava cogli occhi aperti, volò in Provenza, e tirò dalla sua molti dei principali del paese. Ma eccoti sopraggiugnere anche Lottario re della Lorena, comune loro fratello, pretendente al pari di Lodovico a quella eredità. Si conchiuse che amendue se ne tornassero alle lor case, per tener poscia un amichevol placito, in cui si decidesse della lor controversia. E tal risoluzione fu eseguita. Succedette poi fra loro una concordia, per cui la maggior parte della Provenza toccò all'imperador Lodovico. Impiegò in questo anno i suoi paterni uffizii papa Niccolò presso del re Carlo Calvo, acciocchè perdonasse a Baldoino conte, che gli avea rapita la figliuola Giuditta, ed ottenne quanto desiderava. Gli perdonò il re, e credono alcuni che a titolo di dote gli assegnasse il paese oggidì appellato Fiandra; e certamente da questo Baldoino discesero gli antichi rinomati conti di quelle contrade. Avvertito dipoi esso pontefice[1157], come un concilio tenuto a Metz nel regno della Lorena, que' vescovi venduti alla corte iniquamente erano proceduti nella causa della regina Teotberga, ed aveano palliato l'illegittimo matrimonio del re Lottario con Gualdrada, in un concilio romano cassò e riprovò il celebrato a Metz, scomunicò e depose i due suddetti arcivescovi di Colonia e di Treveri, che erano stati spediti dal concilio e dal re Lottario con isperanza di sorprendere colle lor relazioni il saggio ed avveduto pontefice; e cominciò a processare i legati apostolici Rodoaldo e Giovanni, subornati in quella congiuntura coll'oro. Se vogliam credere a Reginone[1158], agli Annali di Metz[1159] all'Annalista sassone[1160], che hanno le stesse parole, si trovava in questi tempi l'imperador Lodovico nel ducato di Benevento, probabilmente ito colà per le preghiere de' popoli, troppo spesso divorati dai masnadieri saraceni. A lui ricorsero i due deposti e scomunicati arcivescovi, cioè Guntario e Teotgaudo; e gran rumore fecero, perchè venuti a Roma con salvocondotto di lui, erano stati sì maltrattati dal papa, con disonore del re Lottario, della regal famiglia, e di altri metropolitani, senza il consenso dei quali non si dovea procedere a sì fiera sentenza. In somma fecero quanto fu in loro potere per accendere un fuoco, di cui vedremo gli effetti nell'anno seguente. Ma perchè gli Annali suddetti han fallato in qualche punto di tale affare, e massimamente nel riferire sotto l'anno 865 quello che avvenne nel presente, perciò non si può con tutta certezza asserire che in questi tempi l'Augusto Lodovico dimorasse nel ducato di Benevento. Abbiamo nulladimeno nelle giunte da me pubblicate[1161] alla Cronica del monistero casauriense uno strumento d'acquisto di varii beni fatto da esso Augusto nell'anno presente nel dì 19 di dicembre in villa Rufano intus caminata, quam ipse Augustus ad cortem ipsam paraverat. Tal villa probabilmente era in quelle parti.

NOTE:

[1156] Anastas. Biblioth., in Vit. Nicolai I.

[1157] Idem, ibidem.

[1158] Regino, in Chron.

[1159] Annal. Francor. Metens.

[1160] Annalista Saxo.

[1161] Rerum Italicarum, P. II, tom. 2.

Anno di CRISTO DCCCLXIV. Indizione XII.

NICCOLÒ papa 7. LODOVICO II imp. 16, 15 e 10.

Tanto seppero dire i due scomunicati e deposti arcivescovi Guntario e Teotgaudo all'imperador Lodovico, quasichè il papa in condannarli avesse fatta una patente ingiuria a lui ed al re Lottario suo fratello, ch'egli montò in furore, nè capiva per la rabbia in sè stesso[1162]. Probabilmente cooperò a maggiormente accendere questo furore anche Giovanni arcivescovo di Ravenna, perchè sappiamo da Anastasio[1163] ch'egli, siccome amareggiato per le cose dette all'anno 861, sosteneva quegli arcivescovi, e insieme con loro non cessò di far più passi falsi del papa e della santa sede. Non racconta Anastasio ciò che ne avvenisse, ma gli Annali bertiniani ce ne han conservata la memoria: cioè l'infuriato Augusto con Angilberga sua moglie, con quegli arcivescovi e con delle soldatesche se ne andò a Roma, per far quivi cassare dal papa la proferita sentenza; e se nol facea, coll'empio pensiero di fargli mettere le mani addosso. Presentito questo suo mal talento dal papa, ordinò una processione e un generale digiuno in Roma, per pregar Dio che ispirasse all'imperadore un sano consiglio e la reverenza dovuta ai ministri di Dio e alla sede apostolica. Giunse in quel tempo a Roma l'inviperito Augusto, e prese alloggio vicino alla basilica di san Pietro. Colà arrivò in quel punto la processione del clero e popolo romano, e nel salire che faceano le scalinate di san Pietro, eccoti scagliarsi contro di loro i soldati dell'imperadore, che con dar loro delle bastonate e con fracassar le croci e gli stendardi, li posero tutti in fuga. A questo fatto, diversamente nondimeno raccontato, allude un autore di poco credito, forse vivuto prima del mille, che sotto nome di Eutropio longobardo[1164] fu citato e pubblicato da' nemici della Chiesa cattolica. Non mantengo io per vero e legittimo tutto quel ch'egli racconta di questi e d'altri fatti non succeduti a' giorni suoi. Tuttavia convien ascoltarlo dove dice che l'imperador Lodovico stava a san Pietro, il papa ai santi Apostoli; e perciocchè il pontefice facea far processioni e cantar messa contra principes male agentes i baroni dell'imperadore furono a pregarlo di far desistere da queste preghiere. Nulla ottennero. Ora accadde che incontratisi in una di queste processioni, diedero delle bastonate ai Romani. Qui fugientes projecerunt cruces iconas, quas portabant, sicut mos est Graecorum e quibus nonnullae conculcatae, nonnullae diruptae sunt. Unde et imperator graviter est permotus in iram, et pro qua causa apostolicus mitior effectus est. Profectus est denique idem pontifex ad sanctum Petrum, rogans imperatorem pro suis talia patrantibus; et vix obtinere valuit. Jam itaque inter se familiares effecti sunt. Erchemperto[1165] anch'egli fa menzione di questa sacrilega violenza, ed attribuisce ad un tal fatto il gastigo di Dio che, siccome vedremo all'anno 871, provò esso imperador Lodovico. Seguitano poi a dire gli Annali bartiniani che il pontefice, intesa che ebbe la violenza suddetta, e che si pensava anche di mettere le mani addosso alla sacra sua persona, dal palazzo lateranense si portò in barca alla basilica di san Pietro, dove per due giorni e due notti stette senza prender cibo e bevanda.

Ma non si sa intendere come egli si ritirasse colà, dacchè lo stesso imperadore, per confession del medesimo autore, alloggiava allora secus basilicam beati Petri. Frattanto morì uno della famiglia dell'imperadore che avea spezzata la croce di sant'Elena, e lo stesso imperador fu preso dalla febbre. Giudicossi questo un avvertimento a lui mandato da Dio; e però inviò l'imperadrice al papa, perchè venisse a trovarlo; ed egli sulla di lui parola v'andò. L'abboccamento loro ben tosto rimise la concordia. Il papa si restituì al palazzo lateranense, e l'imperadore ordinò che i due arcivescovi se ne tornassero in Francia. Ma essi, prima di partirsi fecero gittare sopra il sepolcro di san Pietro un insolentissimo scritto contra del papa. L'imperadore anch'egli da lì a pochi giorni se ne andò, con lasciare in Roma una infausta memoria delle uccisioni, delle ruberie e delle violenze fatte dai suoi a varie chiese, e a molte donne anche consecrate a Dio. Venuto a Ravenna, quivi celebrò la santa Pasqua, che nell'anno presente cadde nel dì 2 d'aprile. Non mi fermerò qui a raccontare gli avvenimenti dei due suddetti arcivescovi, nè un altro affare che bolliva ne' medesimi tempi di Rotado vescovo di Soissons, deposto da Incmaro arcivescovo di Rems. E solamente verrò dicendo che, secondo i suddetti Annali di san Bertino, i vescovi del regno di Carlo Calvo, contrarii a Rotado, spedirono i lor legati colle lettere sinodiche al papa; ma l'imperador Lodovico non li volle lasciar passare. All'incontro il re Carlo Calvo impedì a Rotado di venire a Roma, benchè egli avesse appellato alla sede apostolica; ma questi seppe trovar modo di fuggire con ricorrere all'Augusto Lodovico, per potere sotto l'ombra sua portarsi a Roma. Aggiungono essi Annali che in quest'anno lo stesso imperadore, trovandosi alla caccia, in volendo ferir colla saetta un cervo, fu da esso gravemente ferito. E che Uberto fratello della regina Teotberga, chierico coniugato, e, secondo gli abusi d'allora, abbate di san Martino di Tours, dopo aver occupata la badia di san Maurizio nei Valesi, ed alcuni contadi spettanti all'imperador Lodovico, padrone di quegli stati, fu ammazzato dagli uomini di esso Augusto. La regina Teotberga sorella d'esso Uberto, cacciata dal re Lottario, si ricoverò negli stati del re Carlo Calvo. Avea la morte rapito a Pietro doge di Venezia il suo figliuolo Giovanni anch'esso doge[1166]. Contra di lui tessuta fu in quest'anno una congiura da varii nobili, per cui restò ucciso, mentre stava celebrando la festa di s. Zacheria nella chiesa del monistero di quel nome. In luogo di lui fu eletto doge Orso Particiaco, chiamato da altri Participazio. Tanto egli come il popolo diedero il condegno gastigo agli uccisori dell'innocente doge, con levarne alcuni di vita, e mandar gli altri coll'esilio in Francia. Questo doge fu poi creato protospatario da Basilio imperadore de' Greci, e in ricompensa di tal onore gli mandò in dono dodici grosse campane. Se crediamo al Dandolo, cominciarono solamente allora i Greci ad usar esse campane. Leone Allazio, uomo dottissimo, anch'egli insegnò che una volta presso i Greci cristiani non erano esse in uso; e l'invenzione delle medesime vien comunemente attribuita ai Latini. Cosa manifesta per altro è che anche ne' secoli pagani erano in uso i campanelli, non già le grosse campane, come oggidì.

NOTE:

[1162] Annales Francor. Bertiniani. Annales Franc. Metenses.

[1163] Anastas., in Vit. Nicolai I.

[1164] Eutrop. Langobardus, de Imp. Rom.

[1165] Erchempertus, Hist., cap. 37.

[1166] Dandul., in Chronico, tom. 12 Rer. Italic.

Anno di CRISTO DCCCLXV. Indizione XIII.

NICCOLÒ papa 8. LODOVICO II imp. 17, 16 e 11.

Probabilmente succedette in questo anno ciò che abbiamo da Erchemperto[1167], le cui parole furono copiate dall'autore della Cronica del monistero di Volturno e da Leone Ostiense. Maielpoto gastaldo, cioè governatore di Telese, e Guandelperto gastaldo di Boiano nel ducato di Benevento, tali e tante preghiere adoperarono, che indussero Lamberto duca di Spoleti, e Garardo ossia Gherardo conte di Marsi, a voler colle loro armi dare addosso ai Saraceni. Tutti dunque insieme assaltarono que' Barbari, nel mentre che dal territorio di Capua e Napoli se ne tornavano a Bari, carichi tutti di bottino. Ma il feroce loro sultano con tal bravura li ricevette, che li mise tosto in iscompiglio e in fuga, con restare assaissimi cristiani morti sul campo, e molti altri condotti via prigioni, ai quali parimente fu di poi crudelmente levata la vita. Perirono in quella giornata, valorosamente combattendo, i due gastaldi suddetti col conte Gherardo. Tali parole sembrano indicare che a Guido duca di Spoleti fosse succeduto Lamberto. Presero da lì innanzi i Saraceni maggior baldanza e rabbia, onde a man salva faceano scorrerie per tutto il ducato di Benevento, con distruggere dovunque giugnevano; e, a riserva delle principali città, luogo appena vi restò che non andasse a sacco. Toccò spezialmente questa disavventura a Telese, Alife, Supino, Boiano, Isernia e al castello di Venafro, che furono interamente disfatti. Arrivarono le loro masnade anche al suddetto monistero di san Vincenzo di Volturno[1168] che era dei più ricchi d'Italia, e tutto lo spogliarono con dissotterrare ed asportare il suo tesoro. Convenne anche pagar loro tre mila scudi d'oro, perchè perdonassero alle fabbriche, nè vi attaccassero il fuoco. Però giusto sospetto nasce che Leone Ostiense[1169] senza fondamento scrivesse, essere stato in tal congiuntura incendiato quell'insigne monistero. Noi vedremo che molto più tardi gli succedette questa disgrazia. Per altro sappiamo da lui che que' monaci si rifugiarono e salvarono nel castello fabbricato da essi in vicinanza del monistero. Era in questi tempi abbate di monte Casino Bertario, uomo letterato, che compose molti trattati e sermoni, siccome ancora alcuni libri di grammatica e medicina, ed assaissimi versi scritti all'imperadrice Angilberga e agli amici suoi. Questi pensando ai pericoli in cui per l'addietro si era trovato il suo monistero per cagione de' Saraceni, nemici del nome cristiano e troppo amici delle sostanze dei cristiani, avea prima d'ora fatto cingere di forti mura e torri quel sacro luogo, ed in oltre cominciata alle radici del monte una città, che oggidì si appella San Germano. Giovò al monistero in tal congiuntura quella fortificazione, ma giovogli anche più il senno d'esso abbate; perchè appena ebbe sentore dell'avvicinamento di quei crudi infedeli, pervenuti sino a Teano, che mandò a trattar con loro di composizione. Tre mila scudi d'oro pagò anch'egli, e coloro contenti se n'andarono. Intanto Landolfo vescovo e signore di Capua[1170], dopo aver cacciato dalla città i suoi nipoti, figliuoli di Landone già conte, che si fortificarono in alcune castella, tutto dì andava ordendo nuove cabale, ingannando ora Guaiferio principe di Salerno, a cui Capua avrebbe dovuto ubbidire, ed ora Adelgiso principe di Benevento. Tirò poscia in Capua i suddetti suoi nipoti, affinchè facessero guerra agli altri suoi nipoti, figliuoli di Pandone. Seguì finalmente pace fra essi cugini, e tutti entrarono in Capua. Ma non mancò all'astuto prelato maniera di dividerli ed ingannarli, con sostenere a forza di queste arti la sua signoria anche nel temporale. Intanto spedì papa Niccolò in Lorena e Francia Arsenio vescovo d'Orta suo legato, che astrinse il re Lottario a richiamare e a ricevere in sua corte la regina Teotberga. Avea anch'esso vescovo indotta l'imperadrice Gualdrada a venire in Italia per presentarsi al sommo pontefice; e la medesima promessa avea riportato da Engeltruda, figliuola del conte Matfrido e moglie di Bosone conte, scomunicata dal papa, perchè fuggita dal marito viveva in un totale libertinaggio. Ma dietro alla strada si trovò da ambedue deluso. Gualdrada giunta sino a Pavia[1171], non passò oltre, richiamata dall'adultero re, che di nuovo cominciò a maltrattare la regina Teotberga; Engeltruda anch'ella se ne ritornò ai suoi stravizzi in Francia. Non dormiva intanto la imperadrice Engilberga, attendendo ad impetrar continuamente dei doni dall'Augusto suo consorte. Da un documento, che io diedi alla luce[1172], apparisce che nell'anno presente, o pure nell'antecedente, Gualberto vescovo di Modena, messo dell'imperador Lodovico, la mise in possesso della corte di Wardestalla, oggidì Guastalla, città che poi passò sotto la signoria del monistero di San Sisto di Piacenza, fondato e dotato dalla medesima Augusta.

NOTE:

[1167] Erchempertus, Hist., cap. 29.

[1168] Chron. Vulturn., P. II, tom. 1 Rer. Italic. pag. 403.

[1169] Leo Ostiensis, lib. 1, cap. 35.

[1170] Erchempertus, Hist., cap. 30.

[1171] Epist. 55 Nicolai I papae.

[1172] Antiquit. Italic., Dissert. XXII, pag. 241.

Anno di CRISTO DCCCLXVI. Indizione XIV.

NICCOLÒ papa 9. LODOVICO II imp. 18, 17 e 12.

Fin dall'anno 861 aveano i popoli pagani della Bulgaria abbracciato il Cristianesimo; e al loro re Bogori battezzato, che, assunto il nome di Michele, fedelmente conservava la ricevuta santa religione. Dio diede forza per superare una terribil congiura dei suoi grandi, che pentiti d'aver abbandonati gl'idoli, si rivoltarono contra di lui. Ora esso in quest'anno somma consolazione recò alla sacra corte di Roma per la spedizione de' suoi ambasciatori a papa Niccolò[1173], affin di ricevere da lui istruzioni intorno ad assaissimi punti della religione e della Chiesa. Giunti a Roma nel mese di agosto, con tutto amore ed onore furono accolti dal saggio pontefice, il quale poco appresso inviò in que' paesi Paolo vescovo di Populonia, e Formoso vescovo di Porto, acciocchè si studiassero di convertire il resto di quei popoli, ed ammaestrassero e cresimassero i già convertiti. Notò l'autore degli Annali di san Bertino[1174] sotto quest'anno che il re de' Bulgari inviò a san Pietro l'armi stesse che egli portava allorchè trionfò de' suoi ribelli, colla giunta d'altri non pochi doni. Hludowicus vero Italiae imperator hoc audiens, ad Nicolaum papam misit, jubens, ut arma, et alia, quae rex Bulgarorum sancto Petro miserat, ei dirigeret. De quibus quidem Nicolaus papa per Arsenium ei consistenti in partibus beneventanis transmisit, et de quibusdam excusationem mandavit. Circa questi medesimi tempi anche nella Moravia si piantò e crebbe la fede di Cristo, e si dilatò questa luce fino nella Russia; ma non dovettero i Russi tenerla salda, perchè sul fino del seguente secolo si truova la lor conversione al Cristianesimo, con riuscire poi stabile sino ai giorni nostri. Andrea Dandolo[1175], dopo aver narrata la conversione de' Bulgari per opera di san Cirillo da Salonichi, apostolo de' paesi sclavi, attesta ch'esso Cirillo convertì alla fede Sueiopolo re della Dalmazia mediterranea, che abbracciava la Croazia, la Russia e la Bossina. Abbiamo poco fa inteso che l'imperador Lodovico si tratteneva nell'anno presente nel ducato di Benevento. Sopra di che è da sapere che que' popoli ridotti alla disperazione per gl'immensi continui saccheggi e per le incredibili crudeltà de' Saraceni, altro scampo non veggendo se non nell'aiuto dell'imperador Lodovico, sì da Benevento[1176] che da Capoa gli spedirono degli ambasciatori, scongiurandolo di accorrere in aiuto loro. Niuno ne spedì Guaiferio principe di Salerno, perchè non era in grazia d'esso Augusto, a cagion della deposizione e prigionia di Ademario principe da noi veduto di sopra. All'esposizione di tante miserie patite dai cristiani, si mosse a compassione l'Augusto Lodovico, e determinò di far guerra, ma non simile a quella degli anni precedenti, contra di que' cani. A tal fine non so se nel seguente, o pure nel presente, egli pubblicò quel rigoroso editto che Camillo Pellegrino diede alla luce[1177]. In esso vien intimata a tutto il popolo del regno d'Italia la spedizion militare verso Benevento, correndo l'indizione XV, che denota l'anno susseguente. Iter erit nostrum (dice ivi l'imperadore) per Ravennam, et immediate mense martii in Piscariam, et omnis exercitus italicus nobiscum. Tuscani autem cum popolo, qui de ultra veniunt, per Romam veniant ad Pontem Curvum, inde Capuam, et per Beneventum descendant nobis obviam Luceria VIII kalendas aprilis. Queste ultime parole sembrano accordarsi poco colle prime. Ma se è vero che l'imperadore avea da muoversi nel marzo alla volta di Ravenna, per andare a Pescara nel ducato beneventano, convien supporre emanato quell'editto prima del marzo di quest'anno, giacchè è fuor di dubbio che nel giugno dell'anno presente egli era già pervenuto coll'armata a Monte Casino. E se fosse così, in vece di indictione quinta decima, si avrebbe a scrivere quarta decima. Ma ritenendo l'Indictione XV, l'intimazione apparterrà all'anno seguente, e si dovrà credere, che accortosi Lodovico nell'anno presente che non bastavano le ordinarie sue forze a schiantare quella mala razza, intimasse nel seguente l'insurrezione dell'Italia tutta per ultimare sì importante affare. Ho detto rigoroso quell'editto, perchè chiunque possedeva tanti mobili da poter pagare la pena pecuniaria d'un omicidio, era tenuto ad andare all'armata. I poveri, purchè avessero dieci soldi d'oro di valsente, doveano far le guardie alle lor patrie e ai lidi del mare. Chi meno di dieci soldi, era esentato. Se uno avea molti figliuoli, a riserva del più utile che potea restar col padre, gli altri tutti aveano a marciare. Due fratelli indivisi, amendue andavano. Se tre, il più utile si lasciava a casa. I conti e gastaldi non potevano esentare alcuno, eccettochè uno per lor servigio, e due per le lor mogli. Se più ne avessero esentati, la pena era di perdere le lor dignità. E se gli abbati e le badesse non avessero inviati all'armata tutti i lor vassalli, restavano privi della lor dignità, e que' vassalli perdevano il feudo e gli allodiali. Tralascio il resto. Son quivi destinati i conti e ministri per l'esecuzione di quest'ordine. Fra gli altri in ministerio Witonis Rimmo et Johannes episcopus de Forcona. Questo governo di Guido altro non può essere che Spoleti. In ministerio Verengari Hiselmundus episcopus. Il governo di Berengario non dovrebbe essere stato il Friuli, perciocchè vivea tuttavia Eberardo suo padre duca di quella contrada. Abbiamo da Andrea prete[1178], scrittore italiano di questo secolo, che ad esso Eberardo duca o marchese del Friuli, di cui parleremo all'anno seguente, succedette Unroco suo figliuolo. Dopo la morte d'Unroco quivi comandò Berengario, anch'esso figliuolo d'Eberardo, che poi giunse ad essere re d'Italia, ed anche imperadore. Pare almeno che dalle parole suddette si possa ricavare che Berengario signoreggiasse in qualche marca. Di questo editto fa menzione anche Leone Ostiense[1179].

Ora l'imperador Lodovico con una formidabil armata, conducendo anche seco l'Augusta sua moglie Angilberga, per Sora entrò nel ducato di Benevento, e correndo il mese di giugno, arrivò al monistero di Monte Casino, dove fu magnificamente ricevuto dall'abbate Bertario, al quale confermò i privilegii di quel sacro luogo[1180]. Colà fu a trovarlo Landolfo vescovo e signore di Capoa, che gli presentò le truppe del suo paese, ma col giuoco altravolta fatto, cioè con farle disertar tutte a poco a poco. Restò egli solo presso di Lodovico, quasichè niuna parte avesse nella fuga de' suoi. Ma l'imperadore sdegnato, ed assai conoscente che avea che fare con gente doppia, pensò ch'era meglio d'assicurarsi dei dubbiosi amici, prima di procedere contra de' patenti nemici. Però, senza badare alle scuse e ai lamenti del malvagio vescovo, passò ad assediar Capoa. Vi stette sotto ben tre mesi; soggiorno che costò ai Capuani la distruzione di tutti i loro contorni. E perciocchè non volle mai l'imperadore riceverli a patti, finalmente s'arrenderono a Lamberto conte, cioè al duca di Spoleti, uno dei generali dell'imperadore, che li trattò alla peggio da lì innanzi. Da ciò si conosce che Guido duca di Spoleti era morto, con succedergli Lamberto suo figliuolo, come apparirà all'anno seguente. Per attestato dell'Anonimo salernitano[1181], Guaiferio principe di Salerno venne fino a Sarno ad incontrare l'Augusto Lodovico, il quale tosto gli fece istanza d'aver nelle mani il deposto principe Ademario da lui amato. Gli rispose Guaiferio: Che volete farne, signore, s'egli è già privo di luce? E tosto segretamente inviò ordine a Salerno che gli cavassero gli occhi. Portossi dipoi l'imperadore a Salerno, e vi fu ricevuto come sovrano: e di là passò ad Amalfi e a Pozzuolo, dove prese quei bagni, e sul finire dell'anno arrivò a Benevento, dove Adelgiso principe gli fece un suntuoso accoglimento. Nella Cronica di Volturno v'ha un diploma di questo imperadore, dato III idus junii anno, Christo propitio, XVII imperii Domini Hludovici piissimi Augusti, indictione XIV, et postquam cepit Capuam anno primo. L'indizione XIV mostra l'anno presente. Ma nel giugno dell'anno presente Capua non era peranche stata presa da lui, nè correa l'anno XVII dell'imperio, dedotto dalla coronazione romana. Però può credersi che in vece dell'indictione XIV, s'abbia quivi a scrivere indictione XV, cioè nell'anno susseguente. Nel presente, se pur sussistono le conghietture del padre Mabillone[1182], lo stesso Augusto, desideroso di lasciare un'insigne memoria della sua pietà, ordinò che si fabbricasse da' fondamenti l'insigne basilica e monistero di Casauria nell'Abruzzo, in un'isola del fiume Pescara, oggidì nella diocesi di Chieti. Aveva egli molto prima adocchiato quel sito, posto allora nel ducato di Spoleti, siccome proprio per abitazione di monaci, cercanti in que' tempi più le solitudini che gli strepiti delle città; e dopo aver fatto acquisto di assai beni destinati al sostentamento de' servi di Dio, essendo capitato colà in occasion della sua spedizion verso Benevento, fece dar principio alla fabbrica di quel monistero. Lo crede esso padre Mabillone appellato Casa aurea o per la suntuosità e ricchezza degli edifizii, o pure per la copia ed ampiezza de' suoi beni. Ma forse anche prima del monistero e della basilica si nominava Casauria quel luogo. Da un documento da me dato alla luce[1183], spettante all'anno 871, si vede un acquisto di beni fatto da esso imperador Lodovico in loco, qui dicitur Casauria, pago pinnensi. In un altro dell'anno seguente è nominata Ecclesia Trinitatis, quae sita est in insula prope Piscariae fluvium, quae dicitur Casauria, monasterium aedificatum esse debet. In un altro è menzionata insula, quae vocatur Casaurea. Però sembra che l'isola ossia il luogo desse il nome a quel monistero, e non giù che lo ricevesse. Tengo inoltre che solamente nell'anno 871 si fondasse quel monistero, siccome vedremo. Oggidì è esso ridotto in somma desolazione; ed è da stupire come le belle porte di bronzo della basilica tuttavia sussistenti abbiano potuto durar tanto contro la forza dei prepotenti, de' soldati e de' ladri.

NOTE:

[1173] Respons. Nicolai papae ad Consult. Bulg.

[1174] Annal. Francor. Bertiniani.

[1175] Dandul., in Chronico, tom. 12 Rer. Italic.

[1176] Erchempertus, Hist., cap. 32. Leo Ostiensis, lib. 1, cap. 36.

[1177] Peregrinus, Hist. Princip. Langobard., P. I, tom. 2 Rer. Ital.

[1178] Andreas Presbyter, tom. 1 Rer. Germ. Menchenii.

[1179] Leo Ostiensis, Chron., lib. 1, cap. 36.

[1180] Erchempertus, Hist., cap. 52.

[1181] Anonym. Salernit., Paralip., cap. 90. P. II, tom. 2 Rer. Italic.

[1182] Mabill., in Annal. Benedict., lib. 36, cap. 59.

[1183] Cron. Casauriens., P. II. tom. 2 Rer. Ital.

Anno di CRISTO DCCCLXVII. Indiz. XV.

ADRIANO II papa 1. LODOVICO II imp. 19, 18 e 13.

Michele imperador de' Greci, che avea dei gran conti a fare a Domeneddio, per aver accesa la guerra nella sua chiesa colla ingiusta deposizione di santo Ignazio patriarca di Costantinopoli, e coll'intrusione di Fozio, ebbe in questo anno il suo pagamento. Aveva egli nel precedente fatto levar di vita Barda Cesare, e per ricompensa creato suo collega nell'imperio ed Augusto l'uccisor di esso Barda, Basilio, Macedone, uomo di bassa nascita, ma provveduto di molte virtù, e più di fortuna. Ossia che Basilio avesse sicure testimonianze che si macchinava contro della sua vita, o che venisse il timor di cadere dall'ubbriachezza, vizio familiare d'esso Michele: la verità si è, che Michele fu ucciso dalle guardie nel dì 24 di settembre dell'anno presente, e Basilio restò solo sul trono. Era questo novello Augusto uomo sommamente cattolico, e tale non tardò a farsi conoscere con cacciare dalla sedia patriarcale di Costantinopoli Fozio, e rimettervi sant'Ignazio; risoluzione che recò immenso giubilo alla Chiesa di Dio. In questo medesimo anno, nel dì 13 di settembre passò a miglior vita papa Niccolò I, e in lui la santa sede venne a perdere uno de' più dotti e zelanti pontefici che da gran tempo ella avesse avuto[1184]. Raunatisi poscia i vescovi, il clero, i nobili e il popolo romano, per passare all'elezion del successore, cadde questa nella persona d'Adriano II, prete cardinale del titolo di san Marco, che tosto fu portato al palazzo lateranense fra gli applausi sonori di tutta la città, ma non giù de' messi dell'imperadore, i quali per avventura si trovarono allora in Roma. S'ebbero questi a male di non essere stati invitati all'elezione: non già che loro dispiacesse il buon papa eletto, ma perchè parea che la loro esclusione ridondasse in poco rispetto all'Augusto, di cui teneano le veci. Ma si quetarono all'intendere che s'era ciò fatto non in dispregio dell'imperadore, ma per non introdurre il costume di dover aspettare i ministri imperiali all'elezione de' papi, la quale non ammetteva dilazione. In fatti quest'obbligo non v'era, nè si trovava praticato in addietro. Erano tenuti solamente i Romani ad aspettar l'approvazione imperiale dell'eletto: il che appunto anche in quest'occasione si eseguì. Lodò l'Augusto Lodovico con sue lettere l'elezion fatta e l'eletto; e certificato che non v'era intervenuta promessa alcuna di danaro, diede ben volentieri l'assenso per la consecrazione del nuovo pontefice. Confessa Guglielmo bibliotecario che soleano succedere dei disordini nelle sedi vacanti d'allora, e prevalendo le fazioni, venivano cacciati in esilio non pochi ecclesiastici. Tutti sotto questo amorevolissimo papa se ne ritornarono liberi a Roma. Accadde nulladimeno in questa vacanza una calamità insolita. Lamberto figliuolo di Guido, duca di Spoleti (così è nominato da esso Guglielmo), tirannicamente entrò in Roma, senza penetrarsi qual pretesto egli usasse; e come se avesse trovata quella città ribelle all'imperadore, permise che fosse messa a sacco dai suoi sgherri. Non perdonò a monistero, nè a chiesa alcuna; e senza farne risentimento alcuno, lasciò che la sua gente rapisse non poche nobili fanciulle, sì entro che fuori di Roma. Furono perciò portate all'imperador Lodovico le doglianze de' Romani per tante iniquità, di maniera che tutti i Franzesi sparlavano di Lamberto, benchè fosse anch'egli di quella nazione; e non finì la faccenda che l'imperadore gastigò questo nemico della santa sede con levargli il ducato, ma non così tosto; siccome vedremo. Allorchè esso bibliotecario scrive che Lamberto apud Augustos piissimos Romanorum querimoniis praegravatus fuit, altro non si può intendere, se non che i Romani fecero ricorso a Lodovico solo imperadore in questi tempi, e all'Augusta Angilberga sua consorte. Trovavansi allora esiliati dall'imperadore medesimo Gaudenzio vescovo di Veletri, Stefano vescovo di Nepi, e Giovanni soprannominato Simonide, per false imputazioni loro date alla corte imperiale. In loro favore scrisse caldamente il pontefice, ed impetrò non solo ad essi la libertà, ma anche a molti altri Romani, che come rei di lesa maestà esso Lodovico Augusto avea fatto carcerare. Sparsesi poi un'ingiuriosa ciarla contra di questo buon papa, quasichè egli avesse intenzion di cassare ed abolire tutti gli atti di papa Niccolò suo predecessore, come fatti con zelo troppo indiscreto. Ma Adriano informato di questa calunnia, con tanta umiltà e destrezza la superò, che restò ognuno convinto della di lui retta intenzione di non discostarsi punto dalle massime dell'antecessore. Giunsero poi a Roma i legati del nuovo imperador cattolico Basilio e del patriarca sant'Ignazio; e il papa mandò anch'egli a Costantinopoli i suoi: intorno a che è da vedere la storia ecclesiastica.

Venuta la primavera, l'imperador Lodovico[1185], ammassato in Lucera ossia Nocera, città della Puglia, tutto l'esercito suo, si mosse contra de' Saraceni, con disegno di assediar Bari, capitale delle loro conquiste. Ma sì Erchemperto che Leone Ostiense[1186] ci assicurano, che venuto l'esercito imperiale ad una giornata campale col sultano di quegl'infedeli, restò disfatta, e perì in quel conflitto non poca parte de' guerrieri cristiani. Quando l'editto citato all'anno precedente appartenga pure al presente, se ne intende la cagione. Giacchè alla brama di snidar da Bari e dalla Calabria gli occupatori Mori, che tuttavia durava nell'imperadore, si aggiunse lo stimolo di risarcir l'onore che avea patito non poco in quella battaglia, pare che nulla di più per quest'anno operasse il medesimo Augusto, e che si trattenesse in Benevento, aspettando miglior fortuna con un'armata di maggior polso. Nè si vuol ommettere ciò che gli Annali metensi[1187] riferiscono all'anno presente. Cioè, che l'imperador Lodovico, risoluto di sterminare dal ducato di Benevento la pessima generazione de' Saraceni, che tanti affanni recava a quelle contrade, temendo che le forze del regno non bastassero all'intento suo, perchè possente era anche l'armata di que' Barbari, spedì ambasciatori a Lottario suo fratello re della Lorena, per pregarlo di un gagliardo rinforzo in questo bisogno della Cristianità. Lottario senza perdere tempo raunò un buon esercito, e colla maggior fretta possibile venne in soccorso del fratello, con essere poi seguite non poche prodezze da parte dei Cristiani. Ma non apparisce altronde che Lottario in persona venisse a Benevento. E quegli Annali hanno l'ossa slogate, mettendo fuori di sito le azioni di questi tempi. L'aiuto suddetto prestato da Lottario all'Augusto Lodovico dee appartenere all'anno precedente, essendo certo che la morte di papa Niccolò, quivi riferita dopo il racconto suddetto all'anno 868, appartiene al presente. A quest'anno pare che s'abbia da riferire il testamento fatto da Eberardo duca del Friuli indubitatamente, quantunque egli s'intitoli solamente conte, e da Gisla sua moglie figliuola di Lodovico Pio imperadore, fatto in comitatu Tarvisiano in corte nostra Musiestro, imperante Ludovico Augusto domno anno regni ejus, Christo propitio, vicesimo quinto. Auberto Mireo[1188], che diedelo alla luce, lo credette scritto nell'anno 837. Ma quivi si parla non già di Lodovico Pio, bensì di Lodovico II imperadore, e dell'epoca del suo regno, il cui anno XXV cade nel presente anno. In esso testamento egli divide i suoi beni ad Unroco suo primogenito, a Berengario e a due altri suoi figliuoli. Probabilmente egli diede fine alla sua vita in quest'anno, ed è certo che succedette a lui nel governo del Friuli il suddetto Unroco, per attestato di Andrea prete[1189], scrittore di questo secolo. Mancato poi di vita Unroco, non so in qual anno, fu duca o marchese di quella contrada Berengario suo fratello, di cui ci sarà molto da parlare.

NOTE:

[1184] Anastas. seu Guillelmus Bibliothec., in Vit. Hadriani II.

[1185] Erchempertus, Hist., cap. 33.

[1186] Leo Ostiensis, Chron., lib. 1, cap. 36.

[1187] Annal. Franc. Metenses.

[1188] Miraeus, Cod. Donat., cap. 15.

[1189] Andreas Presbyter, in Chron., tom. 1 Rer. Germ. Menchenii.

Anno di CRISTO DCCCLXVIII. Indizione I.

ADRIANO II papa 2. LODOVICO II imp. 20, 19 e 14.

Un riguardevol concilio fu nel presente anno tenuto da papa Adriano in Roma, in cui venne lodato e confermato lo ristabilimento di sant'Ignazio nella sedia patriarcale di Costantinopoli, ed abolito il conciliabolo e tutti gli atti di Fozio pseudo-patriarca. Abbiamo dagli Annali di san Bertino[1190] un orrido accidente occorso in questi tempi al medesimo papa. Aveva egli, siccome pontefice di tutta benignità, sul principio del suo pontificato rimesso in grazia della santa sede quell'Anastasio parroco, ossia cardinale di san Marcello, che vedemmo di sopra all'anno 853 condannato nel concilio romano da papa Leone IV, e gli aveva restituita la carica di bibliotecario della santa Chiesa romana. Qual gratitudine o ricompensa riportasse il buon papa da questo Anastasio, uomo bensì delle prime e più nobili casate di Roma, ma anche superiore a tutti nelle iniquità si vide ben presto. Era tuttavia in vita Stefania, già moglie di Adriano, prima che egli abbracciasse col celibato la vita ecclesiastica, e restava di loro una fanciulla nubile, già promessa e legata con gli sponsali ad un nobile. Sul principio della quaresima Eleuterio, fratello del suddetto Anastasio, sollevò con ingannevoli modi quella donzella, e rapitala, seco contrasse il matrimonio con sommo sdegno e rammarico del pontefice suo padre. Probabilmente ebbe Adriano maniera di fargli levar la figliuola: il che mosse a tal rabbia l'inferocito Eleuterio, che entrato nella casa, dove essa dimorava colla madre Stefania, amendue più che barbaramente le scannò ed uccise; ma gli uffiziali della giustizia gli misero le mani addosso, di modo che non potè fuggire. Arsenio, padre di lui e del suddetto Anastasio, molto prima era ito a Benevento per procacciarsi il favore dell'imperador Lodovico, e spezialmente la protezion dell'imperadrice Angilberga, alla quale, perchè era donna innamorata più dell'oro che della giustizia, consegnò il suo tesoro. Ma sopraggiuntagli un'infermità che il portò all'altro mondo, andò per terra ogni suo negoziato. Ora il pontefice Adriano fece tanto che ottenne dall'imperadore dei messi ossia dei giudici straordinarii, perchè fosse fatto processo e giustizia secondo le leggi romane contra del suddetto Eleuterio. Hadrianus papa apud imperatorem missos obtinuit, qui praefatum Eleutherium secundum legem romanam judicarent: il che, dice il padre Pagi[1191], fa intendere il supremo dominio dell'imperadore in Roma, e sembra autenticare ciò che lasciò scritto Eutropio longobardo[1192], creduto scrittore del secolo susseguente, ma di poco peso, con dire che sotto gl'imperadori franchi inventum est, ut omnes majores Romae essent imperiales homines. In fatti fu processato Eleuterio, et a missis imperatoris occisus. Anastasio cardinale, perchè v'erano indizii che avesse esortato il fratello a quegli omicidii, nel concilio romano tenuto anno pontificatus domni Hadriani summi pontificis et universalis papae I, per IV idus octobris Indictione II (cominciata nel settembre di quest'anno) fu solennemente scomunicato, finchè comparisse a rendere conto de' reati, de' quali era inquisito. Scrisse in questo anno esso pontefice a Lodovico re di Germania una lettera[1193] pridie idus februarias, Indictione I, in cui parla con gran lode dell'imperador Lodovico, nipote di lui, perchè senza risparmiar fatica, nè caldo nè gelo, combatteva contro ai nemici del nome cristiano, e colle sue armi gli avea non poco abbassati, e restituita la pace ai paesi circonvicini. Però gli raccomandava di lasciare in pace i regni non solo d'esso Augusto, ma anche del re Lottario suo fratello, con aggiugnere delle minacce in caso di disubbidienza. Un'altra simile lettera fu scritta dal papa al re Carlo Calvo colla stessa premura per l'indennità degli stati di Lodovico Augusto e di suo fratello. Non è a noi pervenuto un esatto conto delle imprese fatte in quest'anno dallo stesso imperadore. Tuttavia pare che non si abbia a dubitare ch'egli intraprendesse lo assedio oppure il blocco di Bari[1194] dove era il forte de' Saraceni. Diede il guasto a tutti i loro seminati; poscia passato a Matera, città ben fortificata da que' Barbari, la forzò a rendersi, e col fuoco la ridusse in un mucchio di pietre. Prese dipoi Venosa, e tanto ivi quanto in Canosa pose una forte guarnigione che assicurò dalle scorrerie saraceniche la parte occidentale del ducato di Benevento, e servì a maggiormente ristringere la città di Bari. Arrivò anche l'armata sua fino alla città d'Oria verso Oriente, ma senza sapersi se ne impadronisse, nè se la tenesse. Dopo di che se ne tornò a stanziare in Benevento con sua gran lode e plauso di tutti i fedeli.

NOTE:

[1190] Annales Francor. Bertiniani.

[1191] Pagius, ad Annal. Baron.

[1192] Eutrop. Presb. Langobardus, de Imp. Rom.

[1193] Labbe, Concilior., tom. 8.

[1194] Erchempertus, Hist., cap. 33. Leo Ostiensis, lib. 1, cap. 36.

Anno di CRISTO DCCCLXIX. Indizione II.

ADRIANO II papa 3. LODOVICO II imp. 21, 20 e 15.

Celebre riuscì quest'anno a cagione del concilio generale[1195] celebrato in Costantinopoli per cura del sommo pontefice Adriano e di Basilio cattolico imperadore d'Oriente. Presidenti del medesimo furono Donato vescovo d'Ostia, Stefano vescovo di Nepi e Mariano diacono, legati della sede apostolica, e Ignazio patriarca di Costantinopoli. Vi si trattò dell'intrusione di Fozio e di tutti i suoi aderenti, con altri punti, intorno ai quali si possono consultar gli atti e la storia ecclesiastica del cardinal Baronio, il quale è da stupire, come si lasciasse trasportar cotanto a maltrattar la memoria dell'imperador Basilio, benemerito in questi tempi della santa sede e di tutta la Chiesa cattolica. Da Guglielmo poscia bibliotecario[1196], e dalla prefazione di Anastasio, allora bibliotecario della romana Chiesa al suddetto concilio, si raccoglie che in questi medesimi tempi fu spedito alla corte dell'imperador greco da Lodovico, imperador d'Occidente, Suppone, ch'era in questi tempi arciministro della sua corte, e fu dipoi duca di Spoleti, con un altro legato, menando seco il suddetto Anastasio, credo per interprete, siccome persona intendente della lingua greca. Il motivo di tale ambasciata era di trattare di un matrimonio tra Costantino figliuolo dell'imperador Basilio, anch'esso creato Augusto e collega nell'imperio, ed una figliuola dell'imperador Lodovico. All'anno 851 io feci menzione di un'Ermengarda regina, la quale nell'anno 850, come costa dai documenti da me pubblicati[1197] nelle giunte alla Cronica del monastero Casauriense, fece acquisto d'alcuni stabili. Potrebbe ella aver avuto per padre il suddetto imperador Lodovico; ma non pare ch'ella possa essere la stessa, delle cui nozze si trattava in quest'anno alla corte di Costantinopoli. Lascerò io volentieri una tal quistione alla decisione altrui. Parlano del suddetto trattato nuziale anche gli Annali di san Bertino[1198], con dire che Basilio imperadore Patricium suum ad Bairam (cioè a Bari) cum CCCC navibus miserat, ut et Ludoico contra Saracenos ferret suffragium, et filiam ipsius Ludoici a se desponsatam (non per lui, ma pel figliuolo Costantino, chiaramente attestandolo Anastasio) de eodem Ludoico susciperet, et illi in conjugio sibi copulandam duceret. Sed quadam occasione interveniente displicuit Ludoico dare filiam suam Patricio. A questo racconto si può aggiugnere quello dell'Anonimo salernitano[1199], il quale scrive che fu bene scongiurato l'imperador Lodovico dai principi di Benevento e di Salerno per l'esterminio dei Saraceni; ma ch'egli tardò di molto a muoversi. La spinta maggiore a lui data fu da Basilio imperador de' Greci, il quale scorgendo l'impossibilità di levar colle sue forze sole dalle mani de' Saraceni la Calabria e la Puglia, spedì ambasciatori e molti regali all'Augusto Lodovico per invitarlo a questa impresa. Allora si mosse Lodovico con tutto l'esercito, ed arrivato a Roma, fece de' ricchi donativi alla basilica di san Pietro, e fu in tal occasione unto e coronato imperadore dal papa: dopo di che marciò alla volta della Campania. Ma questa coronazione non sembra sussistere, oppure indica quella di cui parleremo all'anno 872. Si potrebbe anche dubitare se Basilio spronasse l'imperadore Lodovico alla spedizion contra de' Saraceni nell'anno 866, perchè anche nell'anno 867 Michele Augusto era vivo e comandava, e da lui avrebbe dovuto venire l'ambasceria. Abbiam nondimeno detto, che vivente ancora Michele, e nell'anno 866, Basilio fu assunto al trono e dichiarato collega nell'imperio. Ora quello che si può tenere per certo si è, che Lodovico Augusto o trattò alla corte cesarea d'Oriente affin di ottenere soccorsi per mare contra de' Saraceni; oppure, che saputo dai Greci lo sforzo con cui egli era venuto contra di quegl'infedeli, Basilio già salito sul trono, mandatigli que' legati, mettesse in campo il matrimonio del figliuolo, e facesse una convenzione di concorrere anch'egli con un'armata navale alla lor distruzione. Soggiungono poi gli Annali bertiniani, che sdegnato il general greco, perchè non gli fosse stata consegnata la principessa da condurre a Costantinopoli, colle sue navi se ne tornò a Corinto.

Accostandosi poi il verno, l'Augusto Lodovico, nel ritirarsi dall'assedio di Bari, fu assalito alla coda dai Saraceni, che gli tolsero più di due mila cavalli, e con questi andarono alla Chiesa di san Michele nel monte Gargano, e le diedero il sacco, con far anche prigioni que' cherici, e molti altri iti colà per lor divozione. Un avvenimento sì infelice turbò non poco l'imperadore, il papa e i Romani. Aggiungono ancora, che avendo l'arcivescovo d'Arles Rolando ottenuta da esso imperadore, allora padrone della Provenza, e da Angilberga Augusta sua moglie, non vacua manu, la badia di san Cesario, s'era portato all'isola di Camargue, allora ricchissima, dove quel monistero possedeva dei gran beni, e vi aveva in pochi dì alzata una spezie di fortezza con della sola terra. Ma eccoti giugnere i Mori, non so se dell'Africa, o della Spagna. In quella miserabil fortezza rifugiò lo sconsigliato arcivescovo, ed ivi fu colto da que' Barbari, che misero a fil di spada trecento dei di lui domestici o sudditi, e lui condussero ben legato in una lor nave. Pel suo riscatto fu convenuto di dar loro cento cinquanta libbre d'argento, altrettanti mantelli, altrettante spade ed altrettanti schiavi. Mentre di ciò si trattava, l'arcivescovo accorato si morì. Ciò veduto, i Saraceni furbi, per non perdere il riscatto, affrettarono il cambio, fingendo gran fretta di partirsi. Ebbero quanto era stato accordato; e messo in una sedia legato il cadavere del prelato defunto, vestito con gli abiti sacerdotali, co' quali era stato preso, lo portarono essi a terra, e depostolo con gran riverenza, se ne tornarono alle lor navi. Allora quei che aveano portato il riscatto, si accostarono per parlare all'arcivescovo, e rallegrarsi con lui, e il trovarono senza parola e senza vita. Altro non restò che di portarlo con urli e pianti al sepolcro ch'egli si avea preparato molto prima. Un altro accidente, anche più strepitoso, accadde in quest'anno in Italia. Lo raccontano varii scrittori[1200], e spezialmente i suddetti Annali bertiniani, più copiosi degli altri. Sotto il presente anno, e non già nel precedente, Lottario re della Lorena, sempre, per così dire, ammaliato da Gualdrada, e bramoso di liberarsi dalla regina Teotberga e dalle censure, figurandosi di poter ammollire l'animo del sommo pontefice a forza di regali, e col venir egli in persona in Italia, aggiuntavi ancora l'intercessione dell'imperador Lodovico suo fratello, si mosse nel mese di giugno, ed arrivò fino a Ravenna. Quivi s'incontrò nei messi speditigli dallo stesso imperadore per fargli sapere che se ne tornasse indietro, e rimettesse a tempo più opportuno quel suo biasimevol affare, stante il trovarsi troppo impegnato esso Augusto nell'assedio di Bari, cui amplius quam ducentas naves rex Graecorum in auxilium contra eosdem Saracenos festinato mittebat: Non istette per questo Lottario, troppo cotto dall'amor della druda. Andò a trovar l'Augusto fratello che era in campo sotto Bari, e tante batterie di preghiere e di doni adoperò, che indusse l'imperadrice Angilberga ad ottenere dall'Augusto marito ch'ella stessa seco venisse a Monte Casino, per far quivi un abboccamento col papa. Colà infatti, per interposizione dell'imperadore, si portò papa Adriano. Gli fece molti presenti Lottario, ma senza muoverlo per questo ad alcun atto sconvenevole alla disciplina cristiana. Impetrò bensì, per le istanze dell'imperadrice, che il papa gli desse nella messa solennemente cantata la sacra Comunione, ma con interrogarlo prima s'egli avea puntualmente eseguito quanto gli era stato prescritto da papa Niccolò suo antecessore, coll'essersi astenuta, e promettere d'astenersi in avvenire da ogni commerzio carnale coll'impudica Gualdrada: il che fu giurato e promesso da lui e dai suoi cortigiani, che pur sapeano tutti di spergiurare. Tornò il pontefice a Roma: colà ancora si portò Lottario, ma senza ricevere incontro alcuno; e senza che alcuno de' chierici gli facesse accoglienza veruna, visitò il sepolcro di san Pietro. Non potè impetrare che il papa gli cantasse la messa. Solamente nel lunedì desinò con lui nel palazzo lateranense, e fu regalato di una lena (forse una sorte di veste), di una palma benedetta e di una ferula, ossia baston pastorale. Ciò bastò per far tutto ringalluzzire lo sconsigliato principe; ed intanto il papa determinò di mandare in Lorena Formoso vescovo di Porto, e un altro vescovo, per informarsi meglio degli andamenti passati d'esso re Lottario, affin di procedere secondo la giustizia. Partitosi da Roma il re arrivò a Lucca, dove fu sorpreso dalla febbre egli con tutti i suoi. Ne cominciò a morire oggi uno, e più altri ne' dì seguenti; e Lottario senza profittare di avvisi sì chiari a lui mandati da Dio, malato come era, passò fino a Piacenza, dove nel dì 10 di agosto infelicemente diede fine alle sue follie e alla sua vita. Fu seppellito il corpo suo dai pochi domestici a lui restati ignobilmente sotterra nel monistero, o, per dir meglio, nella chiesa di santo Antonino, posta allora fuori della città. Con giusto fondamento fu creduto da tutta la Cristianità un potente gastigo dell'ira di Dio.

Senza far caso la pia regina Teotberga dei tanti strapazzi a lei fatti dal real consorte fece dono di molti poderi ai sacerdoti dalla chiesa suddetta di sant'Antonino, acciocchè da lì innanzi facessero l'anniversario, e pregassero Dio per l'anima di lui, siccome costa da una lettera di Carlo Grasso imperadore, rapportata dal Campi[1201]. Ritirossi poi questa regina a Metz, dove nel monistero di santa Glodosinde professò vita monastica, e vi morì badessa, per quanto si ricava da Giovanni abbate nella vita d'essa santa Glodosinde. Il Muzio, il padre Celestino ed altri autori bergamaschi han fatta di questa regina Teotberga una beata, con formarne una leggenda secondo la libertà de' secoli andati, da cui apparisce che la medesima fondò a Pontita nel territorio di Bergamo un monistero, dove santamente compiè la sua carriera. Con quali fondamenti e da quali antichi autori sia sostenuto un tal racconto, io nol so. Ben so che merita maggior fede l'asserzione del suddetto Giovanni abbate, che fiorì nel secolo decimo. Non così tosto arrivò in Francia la nuova che era morto il suddetto Lottario senza lasciar dopo di sè figliuoli legittimi, che il re Carlo Calvo si affrettò a prendere il possesso del regno di lui. E gli riuscì di farsene coronare re nella città di Metz. Era allora infermo Lodovico re della Germania suo fratello. Dacchè si fu egli alquanto riavuto, mandò a far istanza per aver la sua parte di quegli stati. E intanto l'imperador Lodovico, intento alla difesa e al vantaggio della Cristianità, lontanissimo dalla Lorena, stava combattendo coi Maomettani Mori verso Bari, e tardò poco a sapere, dopo l'avviso della morte del fratello, l'altro ancora della occupazione del di lui regno. Ricorse a papa Adriano; e questi immediatamente spedì in Lorena e in Francia due vescovi suoi legati, cioè Pietro e Leone, con lettere ai vescovi e baroni di Francia, ordinando in esse che niuno osasse d'invadere, turbare, o tentar di occupare il regno del fu re Lottario, siccome cosa dovuta per diritto ereditario all'imperador Lodovico di lui fratello, intimando la scomunica a chi contravvenisse, ed altre pene ai vescovi consenzienti, o non resistenti a tale occupazione. Con questi legati anche Lodovico Augusto spedì Boderado, uno dei suoi principali ministri, per dire le sue ragioni, protestare e fare altri simili atti. Chiari erano i diritti dell'imperadore sopra quegli stati; meritava ben d'essere rispettata anche la sempre veneranda autorità del sommo pontefice, e massimamente proteggendo egli una causa palesemente giusta. Ma è gran tempo che la voglia e la comodità di occupare gli stati altrui sa andare di sopra alla religione, alla parentela e a tutti i dettami della giustizia. Carlo Calvo nulla si curò dei passi fatti dal papa e dal nipote Augusto, nulla dello sparlare che tanti e tanti dovevano fare di lui, perchè si prevalse della sua potenza contro di un nipote che non si potea difendere, perchè impegnato contra i nemici del nome cristiano; anzi salì in tal superbia, che, secondo gli Annali di Fulda[1202], dichiarò che, da lì innanzi voleva essere chiamato imperadore ed Augusto, perchè era possessor di due regni.

NOTE:

[1195] Labbe, Concilior., tom. 8.

[1196] Guillelmus Bibliothec., in Vit. Hadrian. II.

[1197] Chron. Casauriens., Part. II, tom. 2 Ital.

[1198] Annales Franc. Bertiniani.

[1199] Anonym. Salern., Paralip., cap. 8, P. II, tom. 2 Rer. Ital.

[1200] Lambertus Schafnaburgens. Annales Francor. Bertiniani. Annales Franc. Hildesheim.

[1201] Campi, Istor. di Piacenza, tom. 1, pag. 448.

[1202] Annales Francor. Fuldenses.

Anno di CRISTO DCCCLXX. Indizione III.

ADRIANO II papa 4. LODOVICO II imp. 22, 21 e 16.

Se nulla giovarono all'imperador Lodovico le sue ragioni e querele, benchè sì giuste, e benchè avvalorate da quelle del sommo pontefice, per succedere nell'eredità del re Lottario suo fratello; e se se ne fece beffe il re Carlo Calvo suo zio, perchè non temeva di lui, troppo lontano ed intricato nella guerra coi Saraceni[1203], ebbero ben polso quelle di Lodovico re della Germania, fratello del medesimo re Carlo. Coi medesimi pretesi diritti che a sè attribuiva Carlo, anche Lodovico pretendeva la sua porzione del regno di Lottario, e alle sue pretensioni unì ancora l'intimazion della guerra, se il re Carlo non s'induceva ad un'amichevol concordia. E non mancavano assaissimi nobili di quel regno che segretamente o palesemente teneano per Lodovico, e non pochi erano anche iti a trovarlo ed invitarlo. Ebbero gran faccende i corrieri e messi che andavano innanzi e indietro per questo affare. Finalmente nel mese d'agosto s'accordarono i due fratelli, e senza far parola del nipote Augusto, come se non fosse vivo, o niuna ragione avesse sopra quegli stati, li divisero fra loro. Toccò a Lodovico re della Germania in sua parte l'Alsazia con Argentina, Basilea, Colonia, Treveri, Utrecht, Aquisgrana, parte della Borgogna moderna e della Frisia, Metz, e moltissimi altri luoghi e monisteri. Si può dire che il re Lodovico quegli fu che piantò veramente il regno germanico con quella grande estensione che fin quasi ai nostri giorni è durata; regno che maggiormente restò poi nobilitato con passare in esso l'imperio romano. Pervennero in sua parte al re Carlo Calvo Lione, Besanzone, Vienna del Delfinato, Tongres, Tullo, Verdun, Cambray, Malines, il Brabante, l'Hannonia, Liegi, Bar, e una gran quantità d'altri luoghi e monisteri: con che restò moltissimo accresciuta la di lui potenza. Da tali memorie si scorgerà quanto ampiamente si stendesse il regno allora appellato dalla Lottaringia, ossia della Lorena. Dopo questa divisione e concordia arrivarono al re Lodovico quattro altri legati, cioè Vibodo vescovo di Parma, due Giovanni e Pietro, anch'essi spediti dal papa, e con esso loro Bernardo conte inviato dall'imperador Lodovico, incaricati di sostenere e promuovere gl'interessi del medesimo Augusto. Allorchè papa Adriano fece questa spedizione, non gli era giunta per anche notizia che i due re fratelli avessero divisa la preda. E perchè il re Lodovico gli avea dato dianzi di belle parole, nella lettera che esso papa gli scrive[1204], il loda perchè non ha imitato il re Carlo, cioè un usurpatore del regno del fu re Lottario imperadore, dovuto, secondo le leggi divine ed umane, al piissimo imperador suo figliuolo. Gli dice ancora che se il re Carlo non restituirà il mal tolto, esso papa è risoluto di portarsi in persona in Francia, e di procedere alle censure contra di un tale sprezzatore di Dio e delle apostoliche ammonizioni. Andarono questi legati a trovare anche il re Carlo, ma senza alcun frutto per conto di Lodovico imperadore; e per quello che riguarda il papa, ad altro tale spedizione non servì che a fargli intendere delle insolenti risposte date da esso re Carlo e dai vescovi del suo regno, capo dei quali era Incmaro arcivescovo di Rems, uomo per dottrina e per petto famoso in questi tempi, che dovette trovar nel suo cervello qualche bella ragione per giustificare l'iniquità del re Carlo. L'anno fu questo, in cui riuscì all'imperador Lodovico di ridurre alle strette i Saraceni nella città di Bari. Grandi fatiche, gran dispendio di gente e di danaro era già costato a lui quell'assedio. Oltre a quanto si è detto di sopra, raccontano gli Annali di Metz[1205] che l'esercito inviato in uno degli anni precedenti dal re Lottario in aiuto dell'Augusto suo fratello, per non essere assuefatto al soverchio caldo del ducato beneventano, oppresso anche dall'intemperie dell'aria, venne men quasi tutto. Plurimi etiam aranearum morsibus extinti sunt: cioè dalle tarantole, velenosi animaletti, anche oggidì sussistenti e famosi pel danno che recano in quelle contrade. Ma sì gloriosa fu l'ostinazione dell'Augusto Lodovico, che sul fine dell'anno presente ridusse quegl'infedeli a perdere la speranza di soccorso, e in tale stato, che furono in fine obbligati alla resa. Se vogliam seguitare il padre Pagi[1206], egli se ne impadronì nell'anno presente; tuttavia è da preferir Camillo Pellegrino[1207], che differì all'anno seguente la presa di quella città; tal opinione coll'autorità di uno scrittore contemporaneo verrà da noi dimostrata non solo più verisimile, ma certa.

Mi fo io a credere che nell'anno presente succedesse ciò che l'Anonimo salernitano[1208] scrisse, e vien confermato da una lettera dell'imperador Lodovico di cui parleremo all'anno seguente: cioè che riuscì alle armi cristiane d'esso Augusto di sconfiggere tre ammirati, e vogliam dire tre generali de' Saraceni, che guidando brigate di lor gente in gran numero, mettevano a sacco tutta la Calabria: il che diede non picciolo crollo alla lor potenza in quelle parti, e servì inoltre ad affamar Bari ed a facilitarne la conquista. Appartiene appunto a questo anno ciò che narra Andrea prete italiano[1209], ed autore di questi tempi, nella sua breve Cronica, pubblicata dal Menchenio. Ricorsero all'imperador Lodovico i popoli che restavano nella Calabria sotto il dominio de' Greci, pregandolo di aiuto, perchè i Saraceni avean ridotte in desolazione le lor città e chiese, e con esibirsi di darsi a lui, e di pagargli da lì innanzi tributo. Lodovico mossone a compassione, senza però accettar la loro offerta, inviò in soccorso loro Ottone conte di Bergamo, ed Oschisio e Gariardo vescovi, i quali adunato un esercito, diedero addosso a que' Barbari, mentre placidamente se ne stavano mietendo i raccolti in certa valle, e fattane una grande strage, liberarono i prigioni cristiani. Portata questa nuova a Cincimo generale de' Saraceni abitante nella città di Amantea, si mosse con molte forze contra de' cristiani; ma anch'egli fu sbaragliato ed inseguito dai vincitori fino alle porte di quella città. Penetrò dipoi l'imperadore per mezzo delle spie che il suddetto Cincimo con un poderoso rinforzo a lui venuto per soccorrere Bari, avea risoluto di assalire i cristiani nel giorno del santo Natale, lusingandosi di trovarli sprovveduti e attenti solo alle divozioni. Pertanto ordinò che i suoi prima del giorno ascoltassero messa e si comunicassero, e poi prese l'armi uscissero contro alle masnade di quegli infedeli. Così fecero, e pieni di coraggio attaccarono con loro la zuffa sì vigorosamente, che li ruppero e ne fecero un copioso macello. Queste perdite quanto costernarono gli animi del soldano e dei suoi, altrettanto rallegrarono il popolo fedele di Gesù Cristo e del loro imperadore. Ci chiama ora a sè l'illustre città di Napoli. Era mancato di vita Sergio duca di quella città, in qual anno precisamente nol so, con lasciar suo successore in quel ducato Gregorio il maggiore de' suoi figliuoli, dichiarato molto prima maestro de' militi, ed è lo stesso che dire duca. Lasciò anche dopo di sè altri figliuoli, fra' quali Atanasio già creato vescovo di Napoli, uomo di santa vita, e Stefano vescovo di Sorrento[1210]. Finchè visse e regnò Gregorio, per esser egli uomo valoroso e savio, e peritissimo della lingua greca e latina, camminarono bene gli affari di quella città: e benchè l'imperadore Lodovico, allorchè nell'anno 866 venne coll'armi in quelle parti, si professasse mal soddisfatto di quel popolo, e forse anche del loro duca, pure il santo vescovo Atanasio, spedito incontro a lui, con sì buona maniera s'introdusse nella grazia di esso imperadore e dell'Augusta sua consorte, che non fece violenza alcuna a Napoli, e neppure vi entrò dentro. Da lì a non molto cadde malato Gregorio, e consultati i suoi fratelli, e massimamente Atanasio vescovo, dichiarò duca e collega suo Sergio II suo figliuolo, al quale prima di morire raccomandò vivamente d'essere ubbidiente al prelato suo zio, e di regolarsi affatto col di lui parere; perchè così operando, bene sarebbe per lui, male, facendo il contrario. Di questi documenti si dimenticò ben presto lo sconsigliato giovane. La moglie sua, donna superba, non potea sofferire ch'egli si suggettasse ai consigli ed alle ammonizioni del santo prelato, e gli andava intonando all'orecchio, che se pur intendeva di comparire e di essere veramente principe, dovea non solo astenersi dall'averlo per consigliere, ma anche tenerlo lungi da sè, anzi sbrigarsi da quell'intoppo. Dalla lettera, che citeremo all'anno seguente, dell'imperador Lodovico, si ricava che fra l'altre ammonizioni del buon vescovo che amareggiavano il duca suo nipote e la moglie di lui, quella vi entrava di troncar l'amicizia coi Saraceni, o, per dir meglio, una specie di lega contratta con loro, e vergognosa troppo per un principe cristiano. De' Napoletani scrive così quell'imperadore[1211]: Infidelibus arma et alimenta et cetera subsidia tribuentes, per totius imperii nostri litora eos ducunt; ut cum ipsis toties Petri Apostolorum principis fines furtim depraedari conantur, ita ut facta videatur Neapolis Panormum vel Africa. Quumque nostri quique Saracenos insequuntur, ipsi ut possint evadere, Neapolim fugiunt, quibus non est necessarium, Panormum repetere, sed Neapolim fugientes, ibidem quousque perviderint latitantes, rursus improviso ad exterminia redeunt. Ora tanto picchiarono in capo al duca Sergio la moglie ed altri perversi consiglieri, che il trassero a mettere in prigione il vescovo Atanasio e gli altri zii. Non si può dire che commozione eccitasse in tutta la città questo barbaro avvenimento. Altro non s'udiva che gemiti, urli e mormorazioni contra dell'iniquo principe. Però congregato tutto il clero sì greco che latino di quella città coi monaci, si portò al palazzo, chiedendo con grido la liberazione dell'amato loro prelato. Andò nelle furie Sergio, prese tempo a rispondere, e finalmente dopo sette dì, avendo inteso che i sacerdoti erano risoluti di scomunicarlo, di desistere dai sacri uffizii e di spogliar gli altari, rimise in libertà il buon vescovo. Incredibile per questo fu il giubilo e la festa di tutto il clero e popolo, in guisa che si pentì il duca d'averlo liberato, e cominciò a tenergli delle spie intorno, per sapere chi andava e veniva da lui; e da lì innanzi perseguitò a man salva gli ecclesiastici, oppresse le vedove e i poveri, perchè niuno più v'era che in lor favore aprisse la bocca. In questo anno, secondo la Cronica saracenica[1212], s'impadronirono i Mori dell'isola di Malta nel dì 20 d'agosto.

NOTE:

[1203] Annales Franc. Bertinian. et Fuldenses.

[1204] Labbe, Concilior., tom. 8.

[1205] Annal. Francor. Metenses, tom. 3 Du-Chesne.

[1206] Pagius, in Crit. Baron.

[1207] Peregrinus, Hist. Princip. Langob., P. II, tom. 2 Rer. Ital.

[1208] Anonymus Salernitan., Paralipom., cap. 102 et 103.

[1209] Andreas Presbyter, Chron. tom. I Rer. Germ. Menchenii.

[1210] Johann. Diaconus, in Vit. S. Athanasii Episcopi Neapol. P. II, tom. 2 Rer. Italic.

[1211] Epist. Ludov. II apud Anonym. Salern. cap. 106.

[1212] Chron. Saracin., P. II tom. 2 Rer. Italic.

Anno di CRISTO DCCCLXXI. Indizione IV.

ADRIANO II papa 5. LODOVICO II imp. 23, 22 e 17.

Non potè più lungamente resistere all'armi cristiane l'assediata città di Bari. Da essa furono in quest'anno finalmente snidati i Saraceni. Lupo protospata[1213], che scrive presa quella città dai Franchi anno 868, Indictione prima, tertia die intrante mense februario, troppo sconciamente falla nell'anno. Ha bensì colpito nel mese, perciocchè Andrea prete[1214], scrittore contemporaneo, nella sua breve Cronica, notò che dopo le sconfitte sopra riferite de' Saraceni, sequenti mense februario, quinto, (forse quarto) expleto anno, quod Bari possessam (obsessam) habebat dominus imperator, comprehendit soldanum, et reliquos Saracenos ibi consistentes interemit anno XXI, Indictione IV, cioè nell'anno presente. Che quella città non si rendesse per capitolazione, ma fosse presa per forza, si può raccogliere dalla strage allora fatta de' Saraceni. Se la scappò netta il loro sultano, fu, secondo la testimonianza dell'Anonimo salernitano[1215], perchè costui ritiratosi in una torre ben forte, chiamò Adelgiso principe di Benevento, che era intervenuto coll'imperador Lodovico a quell'impresa, e si arrendè a lui, salva la vita, con dirgli di meritarla bene, perchè aveva in suo potere una figliuola di esso principe, già datagli per ostaggio, e giurò di non averla toccata. Da ciò prese motivo Adelgiso di domandarlo con due compagni in grazia all'imperadore, che se ne contentò, ma male per lui. Costantino Porfirogenneta[1216], parlando della presa suddetta di Bari, scrive che quella città col suo territorio, e coi prigioni tutti venne in potere de' Romani, cioè de' Greci. Ma senza fallo s'inganna. Non apparisce che i Greci avessero parte nello acquisto di essa città; niun segno d'averla Lodovico ceduta all'imperador Basilio, si raccoglie dalla lettera che da qui a poco verrò allegando. Quel che è più, tanto Erchemperto[1217], quanto il sopraccitato Lupo Protospata asseriscono che i Greci solamente dopo la morte dell'imperador Lodovico, siccome vedremo, entrarono in quella città. Dopo questa gloriosa impresa, aggiugne il suddetto Erchemperto, che l'Augusto Lodovico inviò la sua armata all'assedio di Taranto città tiranneggiata anch'essa dai Saraceni. All'anno presente pare che s'abbia a riferire col cardinal Baronio una lettera scritta dall'imperador Lodovico a Basilio imperadore de' Greci, e a noi conservata dall'Anonimo salernitano[1218]. Forse i prosperi successi dell'Augusto latino, notificati al greco colla spedizion di due ambasciatori, mossero ad invidia Basilio, il quale perciò scrisse al medesimo Lodovico una lettera tutta tessuta di varie doglianze. La prima era del farsi Lodovico chiamare imperadore, pretendendo Basilio che questo nome, siccome ancor quello di Basileo, fosse riserbato ai soli imperadori d'Oriente con tacciare di novità l'uso che ne facea Lodovico, e con dire ch'egli dovea intitolarsi imperador dei Franchi, e non già de' Romani. Risponde saviamente l'Augusto Lodovico, che il nome di Basileo, significante re, si truova adoperato da tutte le antiche e moderne nazioni; che quello d'imperadore nella sua casa non è nuovo, avendolo goduto infino il suo bisavolo Carlo. Riconosce poi che dai Romani ne' suoi maggiori e in lui stesso, era venuto non solamente l'imperio, ma anche il regno di Francia, perchè essi erano stati unti re dai romani pontefici. Nisi, dice egli, Romanorum imperator essemus, utique neque Francorum. A Romanis enim hoc nomen et dignitatem assumimus, apud quos profecto primo tantae culmen sublimitatis et appellationis effulsit, quorumque gentem et urbem divinitus gubernandam, et matrem omnium Ecclesiarum Dei defendendam atque sublimandam suscepimus, ex qua re et regnandi prius, et postmodum imperandi auctoritatem prosapiae nostrae seminarium sumsit. Si stupisce poi come Basilio abbia scritto, che mentre i suoi Greci tentavano di espugnar Bari, i Franzesi se ne stavano colle mani alla cintola mirandoli, senza porger loro aiuto, e con attender solo ai conviti. Quando manifesta cosa era che i Greci, dopo aver fatto i bravi con dar uno o due assalti, s'erano tosto avviliti, e segretamente tornati al loro paese; e intanto que' Franchi, che, secondo lui, attendeano solamente a divertirsi, aveano daddovero presa la città di Bari. Lamentasi poi l'imperador Lodovico, perchè Niceta patrizio, destinato da Basilio alla guardia del golfo Adriatico colla sua flotta, avea dato il sacco a molte terre della Schiavonia franzese, col pretesto che gli Schiavoni avessero spogliato i legati pontificii nel ritorno loro da Costantinopoli, benchè condotti sopra legni dello stesso greco imperadore. Duolsi, dico, gravemente perchè quei legati sieno stati sì malamente provveduti e guidati; e nulla finora delle robe loro restituito; e che Niceta abbia dato il guasto a varie castella di giurisdizione del medesimo Lodovico, ed inoltre abbia menata via prigione gran quantità di quegli innocenti popoli: iniquità tanto più intollerabile, utiisdem Sclavinis nostris cum navibus suis apud Barim in procinctu communis utilitatis consistentibus, et nihil sibi adversi aliunde imminere putantibus, tam impie domus suae quaeque diriperentur, sibique contingerent; quae si praenoscerent, nequaquam prorsus incurrerent. Perciò qualora Basilio non emendi il fatto, justae severitatis nostrae proxima ultio procul dubio subsequetur. Ci fan conoscere tali notizie, che tuttavia l'Istria e almen qualche parte delle città marittime della Dalmazia ubbidivano all'imperador d'Occidente. Riferisce Giovanni Lucio[1219] uno strumento fatto nella città di Spalatro, regnante in Italia Lothario Francorum rege per indictione XV, sub die IV non. martii, cioè nell'anno 857, oppure 852. Mi giova ancor di produrre una iscrizione che tuttavia si legge nella città di Pola nell'Istria, ed è testimonio del continuato dominio dell'imperador Lodovico in quelle parti. Si mira esso sopra una porta laterale del duomo.

[=AN]. INCARNT. [=DNI] DCCCLVII. IND. V. REGE LODOVICO IMP. AUG. IN ITALIA. HANDEGIS HUJUS AECCE ELEC P. [=ENE] CONS. EPS. SED. AN. [=V].

Questo vescovo non fu conosciuto dall'Ughelli nel tomo quinto dell'Italia sacra.

Finalmente scrive nella sua lettera l'imperador Lodovico, dopo aver parlato dell'iniquo procedere de' Napoletani fautori dei Saraceni: Noveris, exercitum nostrum, Bari triumphis nostris submissa, Saracenos Tarenti pariter et Calabriae nos mirabiliter humiliasse, simul et comminuisse; ac hos celeriter, duce Deo, penitus contriturum, si a mari prohibiti fuerint escarum admittere copias, vel etiam classibus a Panormo vel Africa suscipere multitudines. Perciò prega Basilio di voler inviare un competente stuolo di navi, che impedisca i trasporti de' Saraceni, con aggiugnere: Nos enim Calabria, Deo auctore, expugnata, Siciliam disposuimus, secundum commune placitum, libertati restituere. Queste gloriose imprese meditava l'imperador Lodovico contra de' Saraceni, formidabili allora alla Cristianità sì in Oriente che in Occidente, non men di quello che poi furono i Turchi, professori della lor legge, spezialmente dopo aver soggiogato i Saraceni medesimi. Ma sconcertate rimasero tutte le sue idee da una di quelle vicende che ben di rado succedono, ma pur succedono sulla terra, patria della corruzion degli animi e dei corpi. Dimorava tuttavia in Benevento esso Augusto, allorchè cadde in cuore al principe della terra Adelgiso il malvagio pensiero di metter le mani addosso alla di lui sacrata persona. Costantino Porfirogenneta scrive[1220] che il sultano prigione in Benevento, uomo de' più furbi ed astuti del mondo, quegli fu che gli inspirò una sì detestabil risoluzione. Infatti anche l'Anonimo Salernitano[1221] attesta che Adelgiso si consigliò con lui sopra un affare di sì grande importanza: tanto s'era egli affratellato con quell'infedele. Il motivo di procedere a fare un atto sì palpabile di fellonia contra del suo sovrano variamente viene scritto dagli antichi storici. L'Annalista di Metz[1222] dice ch'egli ciò operò Graecorum persuasionibus corruptus, e che a persuasione di lui molte città Samnii, Campaniae, et Lucaniae, a Ludovico recedentes, Graecorum dominationi se subdiderunt. A tali notizie l'imperador mosse l'esercito verso la capitale, cioè per andare a Benevento, città allora piena di ricchezze. Non l'aspettò Adelgiso, ma scaltramente gli venne incontro; protestò la sua fedeltà ed ossequio; giurò di non aver in guisa alcuna acconsentito alla ribellion di quelle città; fece anche giocar molti regali; laonde fu restituito nella grazia primiera. Passato dipoi l'imperadore contro delle città ribellate, tutte le ridusse all'ubbidienza, fuorchè Capua, che per essere forte di mura convenne stringerla con assedio. A tutti i contorni di essa città fu dato un terribil guasto. Veggendosi i Capuani ridotti a mal punto, pregarono il vescovo loro Landolfo di interporsi, ed alzato il corpo di santo Germano, processionalmente usciti di città, andarono a trovar l'imperadore, gridando misericordia. Mosso a pietà lo Augusto sovrano, loro perdonò; e in tal maniera scacciati i Greci, posta guarnigione nelle città prese, andossene dipoi a Benevento, dove gli succedette la disgrazia che or ora verrò raccontando. In essa città si truova egli nel dì 14 d'aprile dell'anno presente, come apparisce da un suo diploma già pubblicato da me[1223]. Ma non si può, se non difficilmente, prestar fede al racconto del suddetto autore, perchè oltre al non avere gli antichi scrittori italiani nulla detto, nulla conosciuto dell'assedio di Capua, nè dell'essersi data, come egli pretende, quella con altre città circonvicine ai Greci, lontano dal verisimile si scuopre che i principi di Benevento e i conti di Capua avessero voluto ammettere presidii greci nelle loro città, e massimamente stando in tanta vicinanza l'imperador Lodovico coll'armi in mano. Si vuol nondimeno confessare che Leone Ostiense[1224] sembra accostarsi a tale opinione, allorchè dopo la presa di Bari scrive, che duo quidam comites nisi sunt in imperatorem insurgere. Quod quum cognovisset imperator, persecutus est eos usque Marsiam, ubi illi non audentes consistere, fugerunt Beneventum. Di questi due conti parleremo fra poco. Aggiugne, che l'imperadore in perseguitando que' due conti, arrivò ad Isernia, e volendo quella città resistere, la espugnò e prese. Poscia per Alife e Telese passò alla città di Sant'Agata, intorno al cui assedio si fermò per alquanti giorni. V'era dentro Isembardo gastaldo, cioè governatore perpetuo della medesima; buon per lui che Bassacio abbate di Monte Casino, per essere suo parente, impetrò a lui e alla città dall'imperatore perdono. Colà comparve Adelgiso principe di Benevento. Gittatosi a' piedi dell'Augusto sovrano, ottenne non solo per sè, ma anche per gli due conti suddetti, d'essere rimessi nella sua grazia. Ciò fatto, l'imperadore andò a Benevento a trovare una sciagura ch'egli mai non si sarebbe aspettato. Ma neppur qui possiam riposare sull'autorità dell'Ostiense. La ribellione di que' due conti, per attestato di Erchemperto, siccome vedremo, accadde dopo la disavventura occorsa all'imperadore, e per conseguente anche l'espugnazion di quella città. Ciò che bensì possiam credere all'Ostiense, perchè concordemente asserito dagli altri antichi storici, si è, che le insolenze usate al popolo di Benevento, non già da Lodovico imperadore, principe assai buono, ma dalle sue milizie, e massimamente dall'imperadrice Angilberga sua moglie, principessa, in cui non si sapeva discernere se maggior fosse la superbia o l'avarizia, quelle furono che fecero perdere in fine la pazienza ad Adelgiso loro principe. Coeperunt Galli graviter Beneventanos persegui, ac crudeliter vexare: son parole d'Erchemperto[1225]. Quumque Beneventanos ostiliter insequeretur sua conjux, atque mulieres illorum omnimodis nimirum foedaret; et ipsa Beneventanos variis injuriis afficeret, asserens ad suos, quia minime se sciunt communire Beneventani clypeis, ec. Lo stesso viene asserito dall'Anonimo salernitano[1226], per tacer d'altri autori. Cedreno[1227] autor greco scrive, essere proceduta tutta la scena, che io son per raccontare, dai consigli e dalle cabale del soldano, che condotto prigione a Benevento, s'era intrinsecato con Adelgiso e collo stesso imperadore. E certamente che Adelgiso si consigliasse con costui, lo asserì anche l'Anonimo salernitano. Nel resto il racconto di Cedreno discorda dalla verità della storia, e meritano qui più fede gli storici latini.

Ora gli Annali di Metz c'insegnano avere Adelgiso principe di Benevento fraudolentemente persuaso all'imperador Lodovico di lasciar tornare alle loro case le milizie franzesi, perchè lo star più quivi era di loro incomodo e di gran danno ai suoi sudditi. Restò dunque con pochi Lodovico. Ma è maggiormente da prestar fede ad Andrea prete[1228], storico italiano contemporaneo, che scrive aver Adelgiso profittato del tempo, in cui erant Franci separati per castella, vel civitates fidentes absque ullo terrore, credentes fidei Beneventanorum. Però venuto il bisogno del loro aiuto, furono trattenuti dai Beneventani in maniera, che niun d'essi potè accorrere alla difesa del proprio padrone. Nel giorno 23 agosto, Indictione XI (si dee scrivere quarta), per attestato del suddetto Andrea, scoppiò la congiura de' Beneventani. Mentre l'imperadore dopo il mezzodì riposava, uniti andarono al palazzo per sorprenderlo. Corsero all'armi i pochi Franzesi di sua guardia; e svegliato l'imperadore da quel rumore, corse anche egli alla difesa. Adelgiso veggendo la resistenza, fece mettere il fuoco alle porte del palazzo, il che costrinse l'imperadore a ritirarsi colla moglie Augusta e alquanti de' suoi in una torre forte, dove per tre dì si difese: se pur questa torre non fu il palazzo medesimo. Negli Annali bertiniani[1229] si legge: Adelgisus cum aliis Beneventanis adversus ipsum imperatorem conspiravit, quoniam idem imperator factione uxoris suae eum in perpetuum exsilium disponebat. Et quum idem Adelgisus noctu super ipsum imperatorem irruere disposuisset, isdem cum uxore sua, et cum eis, quos secum habebat, quandam turrim valde altam munitissimam ascendit, et ibi per tres dies cum suis se defendit. Seguita poi a dire, che interpostosi il vescovo di quella città, ottenne di poter andarsene sano e salvo. Ma non così presto egli dovette ricevere la libertà, scrivendo Erchemperto[1230], autore di que' tempi, che Lodovico fu preso e messo in prigione; e mentre era in quello stato, consistente Augusto in custodia, Iddio mosse dall'Africa i Saraceni, e non tardò quaranta giorni a vendicar l'enorme strapazzo fatto al maggior principe della Cristianità, ch'esso Erchemperto chiama sanctissimum virum, salvatorem scilicet Beneventanorum provinciae. E Andrea prete lasciò scritto che la di lui prigione durò fino a dì 17 di settembre. Ora le soldatesche sue s'erano intanto ammassate; cosa che diede molta appressione al principe Adelgiso, se pur ciò è vero, perchè Erchemperto diversamente ne parla. Giunse anche nuove che un poderoso esercito di Saraceni era sbarcato verso Salerno, sicchè si venne a capitolare la libertà del maltrattato Augusto. Fu convenuto che egli, la moglie, la figliuola Ermengarda e tutti i suoi con fortissimi giuramenti presi sopra le sacre reliquie, si obbligassero di non fare in alcun tempo nè per sè nè per altri vendetta alcuna di quel fatto, nè di entrare mai più con armi ed armata nel ducato di Benevento. Dopo di che gli fu permesso d'andarsene ovunque gli piacea. Soggiugne Erchemperto che Adelgiso bona ejus diripiens, ditatus est, cunctosque viros exercitales expoliavit, et ex bonis eorum onustatus est. Incredibile fu il rumore (e ben lo meritava il caso) che per l'Italia e fuori d'Italia si fece per questo insulto. D'altro non si parlava, dando alcuni ragione ad Adelgiso per cagion delle estorsioni ed insolenze praticate nella provincia beneventana dai Franzesi, e massimamente dall'imperadrice Angilberga; ma i più detestando la fellonia e la somma ingratitudine di costui, che pagava di questa moneta chi con tanti sudori di sangue e spese avea liberato lui e i suoi popoli dal giogo de' Saraceni. Ho io pubblicato[1231] un ritmo, allora composto che probabilmente si andava cantando per le piazze. Tali sono i primi tre pretesi versi:

Audite omnes fines terrae horrore cum tristitia, Quale scelus fuit factum Benevento civitas. Lhuduicum comprenderunt sancto pio Augusto.

Corse velocemente la nuova, di questo tragico caso in Francia e Germania, per attestato degli Annali di san Bertino[1232] e di Fulda[1233], e colla giunta che suol fare alle cose la fama, cioè con spacciare che l'imperadore Lodovico era stato, non solamente preso, ma anche trucidato dai Beneventani. Perciò chi degl'Italiani spedì al re Carlo Calvo in Francia, e chi al re Lodovico in Germania, invitandolo a venire a prendere l'eredità del creduto morto loro nipote.

Venne Carlo Calvo fino a Besanzone e di là spedì corrieri in Italia, per risapere più fondatamente la serie di questo sì strepitoso avvenimento, e uditane poi la verità, se ne tornò indietro. Lodovico re di Germania inviò anch'egli Carlo il Grosso suo figliuolo a tirar nel suo partito i popoli posti di qua dal monte Jura, sudditi dell'imperatore. Rimesso poi che fu in libertà esso Augusto, a dirittura sen venne nel ducato di Spoleti, sdegnato forte contro i due Lamberti. Son questi i due conti, de' quali parlò Leone Ostiense, forse con anticipar di troppo la loro rivolta. Certamente l'un di essi era duca di Spoleti; l'altro o fratello o nipote, se pur non v'ha errore nei nomi, perciocchè l'Ignoto casinense scrive[1234]: Lampert filius Widonis, et Ildebert comites nisi sunt manus erigere contra Hludovicum imperatorem. Sed relata illorum fraude persecutus est eo Hludovicus usque Marsim. Siccome vedemmo di sopra all'anno 860, si truova in que' tempi un Ildeberto conte in quella contrade, non so se conte di Marsi, oppur duca di Spoleti o di Camerino. Ma più innanzi non s'incontra memoria alcuna di lui. Convien nullameno confessare che da Erchemperto[1235] chiaramente sono appellati ambo Lamperti comites, e dall'Anonimo salernitano[1236] ambo nominis unius Lamperti. Per me non credo che propriamente questi due Lamberti si ribellassero a visiera calata contra dell'imperador Lodovico, come si figurò il conte Campello[1237], benchè assistito dal suddetto Ignoto casinense. Pare a me più verisimile che la collera contra di loro procedesse, perchè Lodovico o li sospettasse d'accordo con Adelgiso, o imputasse loro a fellonia il non essere accorsi, come portava l'obbligo loro, in sua difesa ed aiuto colle soldatesche di Spoleti, allorchè egli stava sotto il torchio in Benevento. Interea Landbertus (così dice l'Annalista bertiniano[1238]) cum alio Lamberto sentientes sibi reputari ab imperatore de his, quae in eum facta fuerant, ab eo discesserunt, et in partes Beneventi, quia praefatus Adelgisus eis conjunctus erat, perrexerunt. Erchemperto attesta che i Lamberti furono onorevolmente accolti in sua corte da Adelgiso. Nè sussiste, come vuole Leone Ostiense, che Lodovico Augusto da Benevento si ritirasse a Veroli, ed ivi si fermasse quasi undici mesi. Aveva egli mandata l'imperadrice a Ravenna acciocchè ivi tenesse la gran dieta del regno d'Italia. Nel giorno 22 di novembre di quest'anno in villa, quae dicitur Vico, ubi ipse Augustus praeerat, fece esso Augusto acquisto da un certo Sisenardo dell'isola appellata Casauria presso il fiume Pescara. Verso quelle parti sembra che fosse la villa di Vico. E in quest'anno appunto (piuttosto che nell'anno 886, come vuole il padre Mabillone) son io d'avviso che seguisse la fondazione del celebre monistero benedettino di Casauria, ordinato dall'imperador Lodovico in rendimento di grazie a Dio, che l'aveva liberato dal gravissimo pericolo incorso in Benevento. Se egli in quest'anno comperò quel sito, non si può ragionevolmente pensare ch'egli fabbricasse prima nel fondo altrui. Della nuova guerra portata in quest'anno dai Saraceni a Salerno parlerò all'anno seguente. Qui non voglio lasciar di dire che papa Adriano, il quale nell'anno precedente con tanto vigore adoperando anche le minacce avea scritto a Carlo Calvo re di Francia per sostenere i diritti dell'imperador Lodovico sopra la Lorena e per altri affari; nell'anno presente dopo aver ricevute delle risposte alquante brusche, tutto si raddolcì, e cominciò a far degli elogi mirabili d'esso re Carlo in iscrivendogli. Fra l'altre cose è notabile nella lettera d'esso papa, rapportata dal cardinal Baronio, un pensiero ch'egli in somma confidenza notifica al medesimo re con dire[1239]: Ut sermo sit secretior et literae clandestinae, nullique nisi fidissimis publicandae; vobis confitemur devovendo, et notescimus affirmando, salva fidelitate imperatoris nostri, quia si superstes ei fuerit vestra nobilitas, vita nobis comite, si dederit nobis quislibet multorum modiorum auri cumulum, nunquam acquiescemus, exposcemus aut sponte suscipiemus alium in regnum et imperium romanum, nisi te ipsum. Quem, quia praedicaris sapientia et justitia, religione et virtute, nobilitate et forma, videlicet prudentia, temperantia, fortitudine, atque pietate refertus, si contigerit te imperatorem nostrum supergredi, optamus omnis clerus, et plebs, et nobilitas totius orbis et urbis, non solum ducem et regem, patricium et imperatorem, sed in praesenti ecclesia defensorem, et in aeterna cum omnibus sanctis participem fore. Ma papa Adriano II non avendo potuto eseguir questa idea, la trasmise almeno al suo successore, che vedremo dichiararsi in favore del medesimo Carlo.

NOTE:

[1213] Lupus Protospata, Chron., tom. 5 Rer. Ital.

[1214] Andreas Presbyter, Chron., tom. 1 Rer. Germ. Mechenii.

[1215] Anonymus Salern., Paralipom., cap. 108.

[1216] Constantinus Porphirogenn., in Vit. Basil. Maced.

[1217] Erchempertus, Hist., cap. 38.

[1218] Anonym. Salernit., Paralipom., cap. 94.

[1219] Johann. Lucius, de Regn. Dalmat., lib. 2, cap. 1.

[1220] Constant. Porphyrogenn., in Vit. Basilii Maced.

[1221] Anonymus Salernit., Paralipom., cap. 109.

[1222] Annal. Francorum Metenses.

[1223] Antiquitat. Italic., Dissert. XI, pag. 585.

[1224] Leo Ostiensis, Chron., lib. 1, cap. 36.

[1225] Erchempertus, Hist., cap. 34.

[1226] Anonym. Salern., Paralip., cap. 109.

[1227] Cedren., in Annalib.

[1228] Andreas Presbyter, Hist. tom. 1 Rer. Germ. Menchenii.

[1229] Annales Francor. Bertiniani.

[1230] Erchempertus, Hist., cap. 34.

[1231] Antiq. Ital., Dissert. XL.

[1232] Annales Francor. Bertiniani.

[1233] Annales Francor. Fuldenses.

[1234] Ignotus Casinens., Chron. P. I, tom. 2 Rer. Ital.

[1235] Erchempert., Hist., cap. 35.

[1236] Anonym. Salernit., Paralip., cap. 114.

[1237] Campelli, Storia di Spoleti, lib. 17.

[1238] Annales Francor. Bertiniani.

[1239] Epist. 34 Hadriani II. tom. 8 Concil. Labbe.

Anno di CRISTO DCCCLXXII. Indizione V.

GIOVANNI VIII papa 1. LODOVICO II imp. 24, 23 e 18.

Giunse ai confini della vita in questo anno papa Adriano II. Restò di lui una gloriosa memoria sì per le sue virtù ed azioni lodevoli in servizio della sede apostolica e della Chiesa di Dio, come ancora della sua munificenza verso de' sacri templi e de' poverelli. E qui cominciano ad abbandonarci le vite de' sommi pontefici con grave danno della storia ecclesiastica e secolare di questi secoli. A lui succedette Giovanni VIII, dianzi arcidiacono della chiesa romana, senza precisamente sapersi, come pensa il padre Pagi, in qual giorno seguisse la sua consecrazione. Nondimeno gli Annali bertiniani la mettono nel dì 14 di dicembre. Stavano intanto in cuore dell'imperador Lodovico due pungenti spine. L'una era l'occupazion del regno della Lorena, da lui giustamente pretesa; l'altra l'enorme affronto a lui fatto dall'ingrato principe di Benevento. Per quel che concerne al primo affare, egli, per attestato degli Annali di san Bertino[1240], spedì l'Augusta Angilberga sua moglie per trattarne coi due re suoi zii. Venne dopo Pasqua il re Carlo Calvo fino a san Maurizio per abboccarsi con lei, secondochè era stato concertato; ma inteso che la medesima era per andar prima a Trento per parlare con Lodovico re di Germania, se tornò indietro. Seguì infatti nella città di Trento il divisato abboccamento, e Lodovico cum Ilgerberga loquens (lo stesso è che Angilberga ed Angelberga), partem regni Lotharii, quam contra Carolum accepit, neglectis sacramentis inter eos pactis, sine consensu ac conscientia hominum quondam Lotharii, qui se illi commendaverant, clam reddidit. Inde utrimque sacramenta prioribus sacramentis, quae cum fratre suo pepigerat, diversa et adversa inter eos sunt facta. Fece poi sapere Angilberga al re Carlo che venisse a san Maurizio; ma Carlo insospettito, oppure avvertito di quanto essa avea pattuito col re Lodovico, ricusò d'andarvi. Inviò poscia ad esso re Carlo il vescovo Vibodo sotto pretesto d'amicizia, ma veramente per trattare con lui della restituzion degli stati del fu re Lottario. Carlo non si lasciò trovare da lui, o se pur l'ascoltò, rimandollo colle mani vuote. Qual parte della Lorena restituisse il re Lodovico al nipote Augusto, nol dicono gli storici. Se potessimo riposar sull'autorità di Gotifredo da Viterbo[1241], dovette in fine anche il re Carlo venire a qualche composizione, scrivendo egli che imperator Ludovicus ipsum regnum Lotharingiae cum Carolo patruo suo, habita inter se pactione, divesit. Ita tamen quod Ludovicus imperator Aquisgrani palatium cum sua portione haberit. Temo io che Gotrifredo abbia cambiati i nomi, e voglia parlar qui della divisione fatta da Lodovico re di Germania col fratello Carlo Calvo. Nè vo' lasciar di dire, che in riferir gli Annali il suddetto abboccamento del re Lodovico coll'imperadrice Angilberga, non dicono punto che la medesima fosse di lui figliuola, come ha preteso il Campi[1242] ed altri. Il Bouchet la credette figliuola di un duca di Spoleti; i Sammartani le diedero per padre Eticone Guelfo, figliuolo di Eticone duca di Svevia. Quanto a me tengo per tuttavia ascosa l'origine sua. E per le ragioni che ho altrove addotto[1243], non la so credere figliuola naturale del suddetto Lodovico re di Germania, perchè dal medesimo è appellata in un diploma dilecta ac spiritalis filia nostra Engilpirga, cioè solamente tenuta al battesimo. Nè erano allora in uso le dispense di sì stretta parentela, quale sarebbe stata quella di Lodovico II imperadore con Angilberga, mentre sarebbero stati in tal supposto primi cugini. A proposito poi di questa principessa, mal voluta da tutta la nobiltà d'Italia, massimamente a cagione de' gravi sconcerti accaduti all'Augusto consorte in Benevento, strano è quel che raccontano i suddetti Annali bertiniani, con dire: Quia primores Italiae Ingelbergam propter suam insolentiam habentes exosam, in loco illius filiam Winigisi imperatoris substituentes, obtinuerunt apud eumdem imperatorem, ut missum suum ad Ingelbergam mitteret, quatenus in Italiam degeret (cioè in Lombardia), et post illum non pergeret, sed eum in Italiam reversurum expectaret. Ipsa autem non obaudiens illud mandatum, post eum ire maturavit. Il conte Campelli[1244], indotto da queste parole, si figurò che Lodovico imperadore ripudiasse Angilberga, la quale perciò si fece monaca. Ma non sussiste in guisa alcuna che si sciogliesse il legame del loro matrimonio, nè che Lodovico prendesse per moglie la figliuola di Guinigiso, chiamato da lui e da altri duca di Spoleti. Morì, siccome abbiam veduto di sopra, Guinigiso nell'anno 822. Una sua figliuola in quest'anno sarebbe stata troppo attempata per servire di moglie o di concubina ad un imperadore che abbisognava di successione. Però ivi si parlerà di una figlia di qualche altro Guinigiso, oppure di Guinigiso figliuolo del suddetto duca.

Da un placito della Cronica vulturnense[1245] si conosce che l'imperador suddetto si trovava nel dì primo di gennaio dell'anno presente in Balva città dell'Abbruzzo. Abbiamo da un altro strumento aggiunto alla Cronica di Casauria[1246] che nel dì 12 di aprile egli dimorava nel territorio di Rieti. Poscia, secondo gli Annali di san Bertino[1247], nella vigilia di Pentecoste si portò a Roma: il che vien confermato da un suo diploma, registrato nella Cronica del monistero di Farfa[1248], la cui data è questa: V kalendas junii, anno, Christo propitio, imperii domni Ludovici piissimi Augusti XXIII, Indictione V. Actum in civitate Roma, palatio imperatoris. Nel giorno solenne della Pentecoste egli fu coronato da papa Adriano, che allora vivea, cioè, a mio credere, egli ricevette la corona del regno della Lorena, o perchè parte gliene avea ceduta il re Lodovico suo zio, o perchè con questo atto egli intese conservare e fortificare i diritti suoi sopra quegli stati. Dopo la messa cantata fece insieme col suddetto pontefice una pomposa cavalcata sino al palagio lateranense. Fu in questa congiuntura (come s'ha da Reginone[1249] e dall'Annalista sassone[1250]), e non già nell'anno seguente, ch'esso Augusto in una gran dieta alla presenza del sommo pontefice espose le sue giuste doglianze contra di Adelgiso principe di Benevento, il quale perciò fu proclamato tiranno, nimico della repubblica e del senato romano, e dichiarata la guerra contro di lui. Slegò papa Adriano da tutti i giuramenti e da qualunque promessa fatta ad Adelgiso l'imperadore, riconoscendoli per atti nulli, perchè fatti per forza affin di salvare la vita, e perciò ridondanti in pregiudizio della salute pubblica. Contuttociò Lodovico, premendogli che nessuno de' suoi il potesse chiamare spergiuro, non volle procedere coll'armi contra di Benevento, ma lasciò questa incumbenza all'imperadrice sua moglie, la quale raunato l'esercito, si preparò per passare a quella volta. Pervenuta all'orecchio di Adelgiso la nuova di questa spedizione, tale sbigottimento prese, che se ne fuggì nell'isola di Corsica, dove per qualche tempo sconosciuto si fermò. Così quegli Annali. Ma senza fallo questa fuga di Adelgiso in Corsica è affatto favolosa. Noi il troveremo saldo nel suo principato, e non già figliuolo della paura, procedere contra de' Saraceni, i quali in questi medesimi tempi portarono l'eccidio ai ducati di Salerno e Benevento, e non privo di consiglio in sì scabrose contingenze. Nè apparisce che l'imperadrice suddetta passasse coll'armi nel beneventano, o che vi facesse prodezza alcuna. Vegniamo ora ai Saraceni. Dacchè costoro ebbero perduta la città di Bari, da vergogna e da rabbia commossi, misero insieme in Africa una nuova poderosa armata di quasi trenta mila combattenti, e nell'autunno dell'anno antecedente a dirittura diedero le vele verso Salerno. Volle Dio che mentre costoro faceano quel grande apparecchio di gente e di macchine per passare in Italia[1251], uno della lor nazione, per nome Arrane, ricordevole di un piccolo favore a lui compartito da Guaiferio principe di Salerno, trovato in Africa un uomo da Amalfi chiamato Fluro, il pregiò in confidenza di far sapere da parte sua ad esso principe che fortificasse Salerno a tutto potere, perchè gli sovrastava una gran burrasca. Eseguì l'Amalfitano la commessione, e Guaiferio immantinente si diede a mettere in buon sesto le fortificazioni della sua città, e vi fece alzar tre fortissime torri ne' siti più pericolosi. Una fu fatta dai Capuani, allora sudditi suoi; la seconda dai Toscani, probabilmente negozianti in quella città; e quella di mezzo la fabbricarono i Salernitani stessi. Ricorse per aiuto ad Adelgiso principe di Benevento; e questi appena udì lo sbarco della flotta moresca, che comparve anch'egli a Salerno con quante forze potè. Tennero questi due principi consiglio insieme, e fu presa la risoluzione di uscire in campo contra d'essi, e di azzardare una battaglia. Ma avendo l'accorto Adelgiso ben considerata e scandagliata la moltitudine e possanza delle schiere nemiche, giudicò meglio di ritirarsi. Tornossene egli a Benevento, e i Saraceni attendati intorno alla città di Salerno cominciarono a stringerla con un ben regolato assedio, che durò moltissimi mesi anche dell'anno presente, e fu sostenuto nulladimeno con intrepidezza da Guaiferio e dal suo popolo. Per attestato dell'Anonimo salernitano, da cui ho preso questo racconto, confermato ancora da Erchemperto, quei Barbari nel tempo d'esso assedio uccisero innumerabili contadini e distrussero tutti i contorni di Salerno. Venuta poi la primavera, mandarono distaccamenti ne' territorii di Napoli, di Benevento e di Capoa, che diedero il sacco dovunque arrivarono, e desolarono una gran quantità di terre. Avea preso stanza il re loro Abdila nella chiesa de' santi Fortunato e Gajo; e quivi fatto porre il suo letto sopra l'altare, soleva sfogar la sua libidine colle misere fanciulle cristiane che i suoi andavano rapendo. Ordine dovette essere di Dio, che un giorno volendo costui far forza ad una, cadde dall'alto della chiesa una trave, che stritolò l'infame tiranno, senza toccar l'innocente giovane cristiana. In suo luogo elessero i Saraceni per loro generale o re un altro chiamato Abimelec, uomo ardito e segace.

In tante angustie Guaiferio principe di Salerno, altro scampo non conoscendo, determinò d'implorare la misericordia dell'imperador Lodovico, e spedì a lui prima Pietro suo cognato, e poscia Guaimario suo figliuolo. In mal punto v'andarono. L'Augusto Lodovico, che era forte in collera con Guaiferio, perchè o credeva o sapeva essere il medesimo stato complice dell'ignominia a lui inferita in Benevento, non solamente niun soccorso loro accordò, ma feceli anche arrestare, e mandolli in esilio. Crebbe perciò la disperazione nei Salernitani, perseguitati di fuori dai Barbari, dentro dalla fame; se non che Marino duca di Amalfi mosso a compassione della lor disavventura, e riflettendo al pericolo della propria casa, se bruciava quella del vicino, destramente andò introducendo vettovaglia nell'assediata città, e incoraggiando quel popolo continuamente con isperanze e buone parole. Landolfo vescovo di Capoa si mosse anch'egli, e dopo tanti mali da lui fatti, per attestato di Erchemperto, questo almen fece di buono in vita sua: cioè andò in persona a Pavia a raccomandar l'infelice Salerno all'imperador Lodovico. Prostrato ai suoi piedi, con tal efficacia perorò, mostrando in qual pericolo sarebbe la cristianità cadendo Salerno, la gloria che ne acquisterebbe l'imperadore, le calamità non solo di Salerno, ma anche di tutte le circonvicine contrade, che il cristianissimo principe si diede per vinto, e dimenticato per allora il recente affronto a lui fatto, comandò che si allestisse un'armata e si mettesse in viaggio. Volle il buon imperadore intervenire anch'egli alla danza. Giunto che fu a Patenava in Campania, dove ricevette i legati di varie città, e inteso che non lungi da Capoa s'era annidato un corpo di dieci mila Saraceni, se gli gittò a' piedi Guntario conte suo nipote, giovane di quindici anni, e tanto fece e disse, che impetrò da lui di poter andare ad assalire con parte delle truppe franzesi le nimiche masnade. Seco andarono i Capuani, e sì bravamente menarono tutti le mani contra di que' Barbari, che ne misero a fil di spada circa nove mila: segnalata vittoria, ma che costò la vita allo stesso Guntario con sommo dispiacere dell'Augusto suo zio. Che nel numero degli estinti lo storico aprisse di troppo la bocca, lo credo io, e verisimilmente lo crederanno molti altri. Mandò esso imperadore anche a Benevento un altro distaccamento dei suoi guerrieri, che unito coi Beneventani diede addosso ad un altro quasi ugual corpo di Saraceni, accampati in un luogo chiamato Mamma. Ancor questi furono messi in rotta, e poco men che tre mila d'essi rimasero estinti sul campo. Adelgiso principe si trovò a questa battaglia, seco avendo i due Lamberti rifugiati in Benevento, che mirabilmente il servirono in tale occasione. Erchemperto mette questa vittoria dei Beneventani (il che è ben più probabile) prima che l'imperador giugnesse in Campania colle sue milizie; ed aggiugne che i Capuani anche prima aveano tagliato a pezzi mille di quegli infedeli. Sul fine dell'anno presente riportarono l'armi cristiane tutti questi vantaggi. E nella Cronica saracenica[1252] nell'anno presente si legge: Periit exercitus Moslemiorum in Salerniah. Nei documenti da me aggiunti alla Cronica di Casauria[1253] si comincia nell'anno presente a far conoscere Suppone II duca di Spoleti. Egli è veramente chiamato in alcune carte solamente conte, secondochè praticavasi anche in Toscana e in altri paesi; pure chiaramente in una carta, scritta nell'anno XXIII di Lodovico imperadore nel dì VI di giugno, indizione V, cioè in quest'anno, si legge: Constat, me Suppo dux, filius quondam, Maurini, ec. E questi dallo autore della Cronica suddetta vien chiamato Suppo Piceni comes, qui et dux inscribitur, in imperatoris exercitu fulgidus. Già vedemmo all'anno 822 creato duca di Spoleti Suppone conte di Brescia. Essendo egli morto nell'anno 824, fu promosso Mauringo anche esso conte di Brescia. Fondatamente si può credere che Maurino e Mauringo sieno stati un personaggio solo; e quando ciò sia, par molto verisimile che Suppone II fosse figliuolo dello stesso Mauringo già duca di Spoleti, e che questo Mauringo avesse per padre Suppone I duca.

Ancor qui troppo diede spaccio alle sue fantasie il conte Campelli[1254]. Si figurò egli che Lamberto duca di Spoleti per poco tempo perdesse quel dominio, e si rimettesse presto in grazia di Lodovico imperadore, senza che alcun fosse sostituito a lui in quel ducato. Ma è fuor di dubbio, siccome ho dimostrato altrove[1255], che Lamberto ne fu cacciato nell'anno 871, nè lo ricuperò mai in vita di questo imperadore; e che Suppone II fu creato duca nello stesso anno 871, al vedere che nel novembre di quell'anno si truova missus Supponis comitis nelle contrade dell'Abbruzzo moderno. Solamente dopo la morte di Lodovico Augusto, e nell'anno 876, a Lamberto riuscì di riaver quel ducato. Quando poi si tratta in questi tempi di chi era duca di Spoleti, convien sempre riflettere che due furono i ducati di Spoleti; l'uno di là dall'Apennino, di cui Spoleti era capo; e l'altro di qua, che fu poi chiamato di Camerino. Però due solevano essere in un tempo stesso que' duchi, senza comparir chiaro se in solido amendue reggessero que' ducati, oppure se diviso fra loro fosse il comando e l'autorità. Parlammo di sopra di Atanasio vescovo di Napoli, rimesso in libertà da Sergio II duca suo nipote[1256]. Non potendo egli più reggere alle oppressioni che continuavano, dopo aver sigillato il tesoro della sua cattedrale, si ritirò nell'isola del Salvatore nell'anno 871. Andò nelle furie il duca Sergio, e mandogli a dire che rinunziasse il vescovato e si facesse monaco. Negò di farlo Atanasio, e allora Sergio spedì molte brigate di Napoletani e Saraceni per occupar l'isola e far prigione il santo vescovo; e costoro per nove giorni diedero varii assalti, ma indarno, a quel luogo. Dimorava allora in Benevento l'imperador Lodovico, a cui Atanasio fece segretamente intendere il particolare stato in cui si trovava. Allora Lodovico spedì immediatamente ordine a Marino duca di Amalfi, che accorresse in aiuto del perseguitato pastore. L'ordine fu puntualmente eseguito. Marino arrivato colà all'improvviso con venti barche d'armati, levò il buon prelato; e quantunque assalito fosse dai Saraceni e Napoletani nel ritirarsi, fece loro fronte sì vigorosamente, che li ruppe: e quanti Saraceni vennero alle sue mani tutti li mise a fil di spada. Allora Sergio diede il sacco a tutto il tesoro del vescovato; perlochè fu scomunicato da papa Adriano II allora vivente, e messo l'interdetto nella città di Napoli. Essendo stato condotto Atanasio in salvo a Benevento, fu graziosamente accolto da Lodovico; andò poscia a Sorrento; da lì a poco passò a Roma, dove fu alquanto trattenuto dal papa; e dappoichè intese che l'imperadore era uscito libero da Benevento, andò a trovarlo a Ravenna, oppur nella Sabina, come ha Pietro Diacono, e con esso lui tornò a Roma. Uno degli autori della sua vita contemporaneo attribuisce alle di lui forti preghiere ed ammonizioni la risoluzione presa da esso imperadore di dar soccorso all'assediata città di Salerno. Ito egli a Veruli, quivi cadde infermo, e nel dì 15 di luglio dell'anno presente passò a miglior vita. Il suo corpo, portato alla sepoltura nel monistero di Monte Casino, fu poscia a' tempi di Atanasio II vescovo e duca di Napoli, nipote suo, trasferito a Napoli coll'accompagnamento di molte miracolose guarigioni. Si venera la sua memoria dalla chiesa di Napoli nel suddetto giorno 15 di luglio. Il cardinal Baronio, che dottamente negli Annali ecclesiastici fissò la sua morte nell'anno presente, non mostrò la medesima attenzione nel Martirologio romano[1257], dove il fa mancato di vita_ tempore Caroli Calvi_, in vece di dire tempore Ludovice II.

NOTE:

[1240] Annales Francor. Bertiniani.

[1241] Godefredus Viterbiensis, Pantheon.

[1242] Campi, Hist. Placent., ad ann. 874.

[1243] Antiq. Ital., Dissert. XI.

[1244] Campelli, Storia di Spoleti.

[1245] Chronic. Vulturnens., P. II, tom. 1 Rer. Italic.

[1246] Chronic. Casauriens., P. II, tom. 2 Rer. Ital.

[1247] Annales Francor. Bertiniani.

[1248] Chron. Farfens., P. II, tom. 2 Rer. Ital.

[1249] Regino, in Chron.

[1250] Annalista Saxo, tom. 1 Script. Eccardi.

[1251] Anonymus Salern., Paralipom., cap. 110.

[1252] Chronic. Saracenic., P. II, tom. 1 Rer. Ital.

[1253] Chron. Casauriens. P. II, tom. 2 Rer. Ital.

[1254] Campelli, Storia di Spoleti, lib. 17.

[1255] Antiquit. Italic., Dissert. VI.

[1256] Vita S. Athanasii Episc. Neapol. P. II, tom. 1 Rer. Ital.

[1257] Martyrologium Romanum ad diem 15 julii.

Anno di CRISTO DCCCLXXIII. Indizione VI.

GIOVANNI VIII papa 2. LODOVICO II imp. 25, 24 e 19.

Avea principalmente atteso nel verno di quest'anno l'imperador Lodovico a far fabbricare ed arricchire il monastero di Casauria[1258]. Trovavasi egli tuttavia in Cività di Penna, o in quelle parti, nel marzo dell'anno presente, dove per via di cambio acquistò da Grimbaldo vescovo di Penna molte terre in insula Piscariae, ubi dicitur Casaurea. Lo strumento è scritto anno imperii ejus XXIV, et secundo anno Supponis comitatus, XXV mensis martii per Indiction. VI. Passò poi nel mese di maggio esso Augusto a Capoa, dove pro totius romani imperii commoditatibus commorans, universisque fere tam ecclesiasticis quam saecularibus potentibus viris congregatis, augustatem atque solemnem curiam celebravit: sono parole della Cronica casauriense. E quivi in favore del suddetto monistero diede due diplomi, l'uno scritto septimo calendas junias, indictione sexta. Actum Capua. L'altro pridie calendas junii. L'arrivo a Capua dell'Augusto Lodovico fu la salute di Salerno[1259]. Immaginarono i Saraceni, fin allora ostinati nell'assedio di quella città, ch'egli potrebbe star poco a giugnere colà colle sue armi, per fare i conti con loro. Perciò cominciarono a disporsi per la ritirata. Non la voleva intendere il re, ossia generale d'essi Abimelech[1260], con dire d'aver non poche segrete promesse che quella città poco potea stare a capitolare la resa. Ma ammutinati i suoi, gli misero le mani addosso, e legato il cacciarono in una nave, e se n'andarono tutti con lasciare sul campo una gran quantità d'arnesi e di grani, a cui il popolo di Salerno fece tosto, ma scioccamente, attaccare il fuoco, per paura che fosse finta la loro andata. Se n'andarono que' ladroni: male nondimeno per la Calabria, dove si ridussero; perciocchè non trovando quivi chi loro si opponesse, mentre i disattenti Greci lasciavano senza guarnigion quel paese, e regnava la divisione fra i popoli, tutta andò a sacco quella provincia. Erchemperto scrive che la Calabria a' suoi dì restava desolata, ut in diluvio. Per attestato nondimeno di quello storico e di Leone Ostiense, nel tornarsene i Saraceni suddetti in Africa, oppure in Sicilia, furono battuti da una sì fiera tempesta, che rimasero fracassate tutte le loro fuste. Stando intanto l'imperador Lodovico in Capua, ed informato che era morto Lamberto, soprannominato il Calvo, cioè uno di quei Lamberti che fuggirono da Spoleti, ardea di voglia di vendicarsi una volta di Adelgiso principe di Benevento, tenendosi assoluto dai giuramenti fatti. Cominciò pertanto a far dei preparamenti di guerra con disegno di passare a Benevento, ma senza palesarlo ad alcuno. Non dormiva Adelgiso; e siccome principe di non poca accortezza e provvidenza, da che vide tornare esso Augusto colle armi nella Campania, cominciò a premunirsi in casa e a cercar aiuti di fuori. L'Annalista bertiniano[1261] ci ha conservato le notizie seguenti. Cioè, trattò egli con Basilio imperador de' Greci, affinchè spedisse in Italia una flotta in soccorso suo, promettendo di pagare a lui que' tributi che in addietro i duchi ossia principi di Benevento aveano pagato agl'imperadori francesi. Gustò Basilio questa proposizione, e non mancò d'allestire una forte squadra di navi, e di metterla in viaggio alla volta d'Italia. Attesta l'Anonimo salernitano[1262] che l'Augusto Lodovico condusse l'armata sua fin sotto a Benevento; ma che que' cittadini intrepidamente corsero alla difesa, ed altro non ne riportò l'imperadore se non delle villanie, beffeggiandolo quel popolo dalle mura. Procedeva la lor baldanza dall'avviso certo che i Greci venivano in loro aiuto. Arrivò infatti ad Otranto la flotta spedita da Costantinopoli sotto il comando di un patrizio: nuova che ruppe tutte le misure prese dall'Augusto Lodovico, e gli fece conoscere per impossibile l'adempimento de' suoi desiderii. Affin dunque di uscire senza vergogna di questo impegno, fece segretamente intendere a papa Giovanni, che desiderava la di lui venuta al suo campo, suggerendogli di mostrare che spontaneamente egli si fosse mosso da Roma per riconciliare con esso lui Adelgiso, mediante l'intercessione sua; giacchè Lodovico s'era prima lasciato intendere, anzi avea giurato, che non si leverebbe mai di sotto a Benevento, finchè non l'avesse preso. Egregiamente soddisfece il papa a questa incumbenza con farsi mediatore ad ottenere il perdono dall'imperadore; e questi poco appresso ritiratosi colle sue genti, lasciò in pace la città di Benevento.

Costantino Porfirogenneta[1263] ci racconta delle glorie favolose, allorchè scrive che per paura dell'armi greche il sultano de' Saraceni, abbandonato l'assedio di Benevento e di Capua, se ne tornò in Africa. Che vanto insussistente sia questo, si può raccogliere da quanto abbiam veduto finora. Ma possiam bene prestargli fede in parte, allorchè scrive che da lì innanzi que' principi conobbero per loro sovrano l'imperador greco: il che va inteso del solo Adelgiso principe di Benevento, e non già del principe di Salerno, nè dei conti di Capua. Certamente Adelgiso non si fidò più nè di Lodovico Augusto nè dei Franchi, dopo il bruttissimo giuoco che aveva lor fatto. Abbiamo da Andrea prete[1264], vivente in questi tempi, che nel mese di agosto, multae locustae advenerunt de vicentinis partibus in finibus brescianis, deinde in cremonensibus finibus, inde perrexerunt in laudenses partes, sive etiam in mediolanenses. Erant enim una pergentes, sicut Salomon dixit: Locustae regem non habent, sed per turmas ascendunt. Devastaverunt enim multa grana minuta milii vel pannici. Crederei che a quest'anno appartenesse quanto narra Giovanni Diacono[1265] nella vita di Atanasio II vescovo di Napoli, con dire: Hujus temporibus tanta locustarum densitas in Campaniae partibus, et maxime in hoc parthenopensi territorio exorta est, ut non solum segetes, sed etiam arborum folia, et herbarum olera viderentur esse consumta. Merita anche d'esser saputo che in questo medesimo anno, secondo gli Annali di Fulda[1266], si provò lo stesso flagello in Germania; anzi tale fu esso, che non mai prima un simile ne fu veduto: Nam vermes, quasi locustae, quatuor pennis volantes, et sex pedes habentes, ab Oriente venerunt, et universam superficiem terrae instar nivis operuerunt, cunctaque in agris et in pratis viridia devastabant. Erunt autem ore lato, et extenso intestino, duosque habebunt dentes lapide duriores, quibus tenacissime arborum cortices corrodere valebant. Longitudo et crassitudo illarum quasi pollex viri. Tantaeque erant multitudinis, ut una hora diei centum jugera frugum prope urbem Monguntiam consumerent. Quando autem volabant, ita totum aerem per unius milliarii spatium velabant, ut splendor solis infra positus vix appareret. Quarum nonnullae in diversis locis occisae, spicas integras cum granis et aristis in se habuisse repertae sunt. Quibusdam vero ad Occidentem profectis, supervenerunt aliae, et per duorum mensium curricula paene quotidie suo volatu horribile cernentibus praebuere spectaculum. Aggiugne in fine questo autore, essersi anche raccontato che in Italia nel bresciano per tre notti era piovuto sangue: fole che si spacciavano e trovavano dappertutto dei compratori in que' secoli dell'ignoranza, ed ebbero anche credito ne' secoli della repubblica romana. Andrea prete, che allora visse in Lombardia, racconta veramente alcuni accidenti di quest'anno, che nel tempo di Pasqua per le foglie degli alberi parea che fosse piovuta terra; che una brina caduta a dì 4 di maggio nella pianura fece seccare i tralci delle viti; ma nulla seppe di quel sognato sangue. Era in questi tempi conte del sacro palazzo Eribaldo, costando ciò da uno strumento scritto nella città di Penna, allora ducato di Spoleti, non già nell'anno 874, come ha l'autore della Cronica Casauriense[1267], ma bensì nel presente. Truovasi questo conte del sacro palazzo in altri atti sul fine dell'anno presente nel monistero casauriense. Colà ancora a solennizzare il santo Natale portò l'imperador Lodovico. In un placito tenuto da esso Eribaldo nel dì 24 dicembre si legge: Dum domnus Ludowicus gloriosus imperator de partibus Beneventi reverteretur, et venisset ad monisterium sanctae Trinitatis, quod est constructum in insula, quae dicitur Casa aurea. In quest'anno ancora è data una lettera[1268] di Giovanni VIII papa ad Annone vescovo di Frisinga, in cui gli raccomanda di spedire con sicurezza a Roma le rendite spettanti alla Chiesa romana in Germania, con aggiungere in fine: Precamur autem, ut optimum organum cum artifice, qui hoc moderari et facere ad omnem modulationis efficaciam possit ad istructionem musicae disiciplinae nobis aut deferas, aut cum eisdem reditibus mittas. Ecco come la fabbrica degli organi avea preso gran piede e credito in Germania. Ma non già penso io per questo, come altri ha creduto, che ora solamente Roma cominciasse ad aver organi nelle sue chiese.

NOTE:

[1258] Chron. Casauriens. P. II, tom. 2 Rer. Italic.

[1259] Erchempertus, Hist., cap. 35.

[1260] Anonymus Salern., Paralip., cap. 121.

[1261] Annales Franc. Bertiniani.

[1262] Anonym. Salernitan., Paralipo., cap. 122.

[1263] Constantinus Porphyrogenn., in Vit. Basilii.

[1264] Andreas Presbyter, in Chron., tom. 1 Rer. Germ. Menchenii.

[1265] Johann. Diac., Vit. Episc. Neap. Par. II, tom. 1 Rer. Ital.

[1266] Annales Francor. Fuldenses.

[1267] Chron. Casauriens., P. II, tom. 2 Rer. Ital.

[1268] Baluz., Miscell., tom. 5.

Anno di CRISTO DCCCLXXIV. Indiz. VII.

GIOVANNI VIII papa 3. LODOVICO II imp. 26, 25 e 20.

Fermossi ancora nel verno di quest'anno l'imperador Lodovico in Capua, dove l'accortissimo vescovo di quella città Landolfo con tal disinvoltura s'introdusse nell'animo di lui[1269], che quasi non vedea esso Augusto per altri occhi che per quei di questo prelato; e però ipsum tertium in regno suo constituit. Volle prevalersi Landolfo di un sì favorevol vento, ed appoggiato alle raccomandazioni dell'imperadore, che mostrava tanto affetto a lui, e un cuore sì alieno dai Beneventani, cominciò a trattare con credibil calore che il papa costituisse il vescovo capuano metropolitano di tutta la provincia di Benevento. Ma non gli venne fatta. Giovanni VIII probabilmente conoscendo che un tal passo avrebbe portato delle conseguenze troppo nocive alla Sede apostolica, perchè i Beneventani irritati avrebbono potuto gittarsi in braccio ai Greci che aveano sottratto altre chiese in Calabria e Sicilia alla santa Sede, e non lascerebbono di fare lo stesso per quelle di Benevento, si guardò bene dall'acconsentire alle brame ambiziose del vescovo di Capua. Riuscì poi da lì quasi a cento anni tanto al vescovo capuano, quanto al beneventano di conseguir la dignità archiepiscopale. Ora l'Augusto Lodovico, dopo essere dimorato per lo spazio quasi di un anno in Capua, finalmente fu richiamato dai suoi affari in Lombardia. Lasciò in essa città di Capua l'imperadrice Angilberga e la figliuola Ermengarda, e andossene a Ravenna, seco portando il corpo di san Germano vescovo di essa città di Capua, come attesta Leone Ostiense. Abbiamo nella Cronica casauriense[1270] un suo diploma in favore del monistero di Casauria, dato tertio calendas majas, Indictione septima. Actum foris civitate Ravennae ad sanctum Apollinarem, anno imperii domni Ludovici serenissimi imperatoris vicesimo quinto. Anche il suddetto Leone Ostiense[1271] è testimonio che il medesimo Augusto, trovandosi nel monistero di santo Apollinare fuor di Ravenna, concedette un privilegio favorevole al monistero di Monte Casino. Colà son io d'avviso che andasse a trovarlo papa Giovanni per concerto fatto fra loro di abboccarsi amendue con Lodovico re di Germania nel territorio di Verona. Ci assicura in fatti la Cronica di Fulda[1272], che esso re Lodovico, dopo essere stato verso la metà d'aprile a visitar per sua divozione il monistero di Fulda, tenne dipoi una dieta generale in Triburia presso Magonza. Inde in Italiam per Alpes Noricas transiens, cum Hludowico nepote suo, et Johanne romano pontifice, haud procul ab urbe Verona, colloquium habuit. Cosa si trattasse in quel congresso, nol dicono essi Annali. Probabilmente vi entrarono le pretensioni dell'imperador Lodovico sopra il regno della Lorena. Potrebbe anche dubitarsi che vi si parlasse di chi dovea succedere nel regno d'Italia e nell'imperio, giacchè Dio non avea dato prole maschile ad esso Augusto Lodovico. In quest'anno, tutto ansioso esso imperadore di sempre più nobilitare il suo favorito monistero casauriense, impetrò da papa Giovanni il sacro corpo di san Clemente I papa e martire, e fecelo trasportare colà con gran solennità: laonde col tempo cominciò ad essere appellato da alcuni il monistero di san Clemente. Il cronista casauriense pretende che sotto papa Adriano II fosse fatta questa traslazione. Ma che ciò seguisse a' tempi di Giovanni VIII, lo persuadono i documenti spettanti nell'anno presente a quel monistero, dove l'imperador Lodovico cominciava a far menzione di questo sacro acquisto. In un privilegio di esso Augusto[1273], dato calendis septembris, Indictione octava. Actum Olonna in curte imperiali, anno imperii domni Ludovici serenissimi imperatoris vicesimo quinto, cioè nel presente anno, nomina il tempio della santissima Trinità in insula, quae Casa aurea vocitatur, ubi et almificum beatissimi pontificis et martyris Clementis corpus venerabiliter recondi fecimus. In un altro privilegio dato parimente in corte Olonna, delizioso palagio di villa non lungi da Pavia, dove molto godeva di far soggiorno questo imperadore, nel dì 15 d'ottobre egli conferma al monistero suddetto tutti i beni ad esso da lui donati sive infra romanam urbem, sive extra ipsam, seu etiam per totam Pentapolim, Tusciam et spoletinum ducatum, atque camerinum comitatum, necnon etiam firmanum, ascolinum, aprutinum, pinninum, seu teatinum territorium. Quivi miriamo distinto il contado di Camerino dal ducato di Spoleti. Contuttociò in un altro diploma, dato in quest'anno nel dì primo novembre in curte imperiali Olonna, egli torna a far menzione d'essi beni donati tam infra urbem Romam, quam extra ipsam romuleam urbem, per totam scilicet Campaniam, et per omnem Romaniam (oggidì Romagna), necnon et per ambos spoletanos ducatus, seu per totam Tusciam. Se erano due i ducati Spoletani, adunque d'un solo di Spoleti se n'erano già formati due; e l'uno d'essi fu appellato Marca di Camerino o di Fermo. In quest'ultimo documento ci fa lo stesso Augusto sapere di aver osservato un luogo atto agli usi monastici, chiamato Monnello, distantem ferme duobus milibus ab urbe mantuana, e di aver quivi fondato e dotato un monistero di monaci pro animae nostrae remedio. Due altri diplomi d'esso Augusto, scritti parimente in corte Olonna nell'ottobre di quest'anno, si leggono nelle Antichità italiane[1274].

Non volle essere da meno dell'imperador suo consorte l'Augusta Angilberga, e prese anch'ella circa questi tempi a fabbricare in Piacenza un riguardevol monistero di sacre vergini sub titulo dominicae resurrectionis, et in honore sanctorum martyrum Sexti, Fabiani, ec.[1275], dove poi pare che si facesse monaca, ma non professa, Ermengarda figliuola d'essi Augusti, come costa da una donazione fatta da essa nell'anno 890. Il tempo della fabbrica d'esso monistero si ricava da un diploma del suddetto imperadore dato in corte Olonna nel dì 15 d'ottobre dell'anno presente, con cui conferma la donazione dei beni a quel sacro luogo fatta da essa Angilberga. Il Locati[1276] e il Ripalta, scrittori piacentini, pretesero che la fondazione del suddetto monistero appellato poi di san Pietro, e divenuto uno dei più insigni della Lombardia, oggidì posseduto dai monaci benedettini, seguisse nell'anno 822, con error manifesto. Pretese poi Pietro Maria Campi[1277] che l'imperadrice Angilberga desse principio a questa pia impresa nell'anno 852, con riferire a quell'anno un privilegio dell'imperador suo marito, dove dice che esso Augusto vuole infra muros placentinae urbis in honore sanctae resurrectionis monasterium unum sacrarum puellarum construere. Ma son chiaramente guaste le note cronologiche di quel diploma, che per altro è da me creduto documento legittimo. Veggasi un altro diploma d'esso Augusto, da me dato alla luce[1278], dove sotto quest'anno si vide disegnata la fabbrica di quel monistero. Dimorò almeno per qualche parte del presente anno essa imperadrice Angilberga in Capua. Di tal congiuntura si prevalse Landolfo vescovo di quella città[1279], uomo che ordiva ogni dì delle nuove cabale, per far mettere in prigione Guaiferio principe di Salerno, contuttochè poco dianzi questo vescovo gli avesse prestato giuramento di suggezione e fedeltà per la città di Capua, ch'egli signoreggiava anche nel temporale. Ma per questo non gli venne fatto ciò che egli andava macchinando; perciocchè Guaiferio aiutato dagli amici fu rimesso in libertà, con dare per suoi ostaggi i figliuoli di Landone, cioè Landone e Landenolfo, suoi parenti, i quali Angilberga, tornando in Lombardia, condusse seco, e lasciolli confinati in Ravenna. Mette poi Girolamo Rossi[1280] (seguitato in ciò dal padre Pagi[1281]) un concilio tenuto in quest'anno da papa Giovanni in Ravenna, dove fu dato fine ad una lite insorta fra Orso doge di Venezia e Pietro patriarca di Grado. Ma il Rossi, che ha preso questo fatto dalla cronica di Andrea Dandolo, non badò che quello storico fa menzione di questo fatto dopo la morte di Lodovico II imperadore. Però più tardi s'ha da allogar questo concilio. All'anno presente bensì appartiene una lettera scritta da papa Giovanni VIII allo stesso imperadore, e pubblicata dal Baluzio[1282]. Dovea Lodovico aver fatta istanza al papa perchè si restituissero alla chiesa di Ravenna alcuni monisteri da essa pretesi, e allora posseduti dal romano pontefice. Ora con queste parole gli risponde papa Giovanni: Monasterium sanctae Mariae in Comaclo, quod Pomposia dicitur, et monasterium sancti Salvatoris in monte Feretri, aliudque monasterium, quod vocatur sancto Probo, atque colonos in territorio ferrariensi et adriensi, et Gallicata, et Faventillam, ravennati archiepiscopo non abstulimus; sed ea monasteria et loca ab antecessoribus nostris possessa reperientes possedimus, hactenusque jure nostro retinemus. Divenne col tempo uno de' più celebri monisteri d'Italia quello della Pomposa, massimamente dappoichè Ugo marchese d'Este l'arricchì di molti beni. Era in questi tempi arcivescovo di Ravenna Giovanni, quel medesimo che fu condannato nel concilio romano nell'anno 861. E che tuttavia durasse poco buona armonia fra lui e papa Giovanni, si può raccogliere da un frammento d'altra lettera scritta da esso papa all'imperadrice Angilberga, in cui le dice[1283]: Ad hoc usque malum crevit et incrassatum est, ut factione ravennatis archiepiscopi Maurinus cum suis complicibus, qui excommunicati et anathematizati a nobis jam sunt, Ravennam ingrederetur, et fidelium nostrorum res cum eis funditus raperet et devastaret, adeo ut claves civitatis Ravennae a vestarario nostro violenter subtraheret, et pro libitu suo, nescimus cujus auctoritate, ipsi archiepiscopo (quod numquam factum fuisse recolitur) potestative concederet. Adunque i ministri della santa Sede comandavano in Ravenna, giacchè presso di loro stavano le chiavi di quella città.

NOTE:

[1269] Erchempertus, Hist. cap. 36.

[1270] Chron. Casauriens., P. II, tom. 2 Rer. Ital.

[1271] Leo Ostiensis, lib. 1, cap. 39.

[1272] Chron. Franc. Fuldense.

[1273] Chron. Casauriens., P. II, tom. 2 Rer. Ital.

[1274] Antiquit. Italic., Dissert. XVI, pag. 935 et seq.

[1275] Idem, Dissert. VII, pag. 367.

[1276] Locatus Hist. Placent.

[1277] Camp., Istor. Eccl. di Piacenza all'ann. 852.

[1278] Antiquit. Italic., Dissert. XXVI, pag. 453.

[1279] Rubeus, Hist. Ravenn. lib. 5.

[1280] Pagius, ad Annal. Baron.

[1281] Baluz., Miscellan., tom. 5.

[1282] Erchempertus, Hist. cap. 36.

[1283] Baluz., Miscell. tom. 5.

Anno di CRISTO DCCCLXXV. Indiz. VIII.

GIOVANNI VIII papa 3. CARLO II imperadore 1.

Sono scorretti i testi di alcuni antichi Annali, oppure han fallato i loro autori, allorchè riferiscono all'anno precedente la morte dell'imperador Lodovico II. La verità è ch'egli finì di vivere solamente nel dì 12 d'agosto dell'anno presente nel territorio di Brescia, e non già in Piacenza, nè in Milano, come alcuni han creduto. Però nella Cronica casauriense, data alla luce dall'Ughelli[1284], sono scorrette le note cronologiche di un diploma, dato III idus octobris, Indictione VIII, anno dominicae incarnationis DCCCLXXV. Si dee scrivere. DCCCLXXIV, perchè l'Indizione ottava ebbe principio nel settembre dell'anno precedente. Andrea prete italiano nella sua Cronichetta[1285] scrive, che correndo l'indizione ottava, cioè in quest'anno, per tutto il mese di giugno si vide una cometa colla coda lunga. E che nel mese di luglio vennero i Saraceni, ed abbruciarono una città, ma con essere caduto il nome d'essa dal testo suo. Ha creduto taluno che qui si parli di Benevento; ma certo in Benevento non entrarono quegl'infedeli, nè quella città restò consunta dalle fiamme. Seguita a dire esso Andrea: Sequenti autem mense augusto Hludovicus imperator defunctus est pridie idus augusti in finibus brescianis. Antonius vere brescianus episcopus tulit corpus ejus, et posuit eum in sepulcro in ecclesia sanctae Mariae, ubi corpus sancti Filastrii requiescit. Anspertus mediolanensis archiepiscopus mandavit ei per archidiaconum suum, ut reddat corpus illud. Ille autem noluit. L'arcivescovo Ansperto la volle vinta, e si portò egli in persona a Brescia con Garibaldo vescovo di Bergamo, e Benedetto vescovo di Cremona, e con tutti i preti e il clero d'essa città. E fatto cavar di sotterra l'imperial cadavero, ed imbalsamatolo, il misero in una bara, e nel giorno quinto da che era morto, con lunga processione, cantando i sacri inni, lo condussero a Milano. Confessa il suddetto Andrea prete, esser egli stato un di coloro che portarono per qualche spazio di strada il cataletto. Veritatem in Christo loquor, dice egli: ibi fui, et partem aliquam portavi, et cum portantibus ambulavi a flumine, qui dicitur Oleo, usque ad flumen Addua. Hanno conghietturato il Menchenio e l'Eccardo che questo Andrea prete possa essere stato il medesimo che Andrea Agnello scrittore delle vite degli arcivescovi ravennati. Ma se, secondo i conti del padre Bacchini, Agnello nell'anno di Cristo 829 era in età di anni trentacinque, non è giammai verisimile che nell'anno 875 egli avesse spalle atte a portare quel peso. Dubito io piuttosto ch'egli fosse bergamasco, al vedere che dal fiume Oglio sino all'Adda, cioè per la diocesi di Bergamo, a lui toccò l'onore suddetto; e che poco appresso egli parla individualmente di ciò che fecero i Bergamaschi nella dissensione succeduta a cagion dell'imperio. Seguita egli poscia a dire, che condotto il cadavero d'esso imperadore a Milano, con grande onore e pianto fu seppellito nella chiesa di santo Ambrosio die septimanae ejus, cioè nel giorno settimo dopo la sua morte, con avere speso tre giorni nel viaggio, e non già nella settimana della festa di santo Ambrosio del mese di dicembre. L'epitaffio suo, che tuttavia ivi si legge, quantunque pubblicato da altri, mi sia lecito l'aggiugnerlo qui.

D.P.M HIC.CVBAT.AETERNI.HLVDOVICVS CAESAR.HONORIS AEQVIPARAT.CVIVS.NVLLA THALIA.DECVS NAM.NE.PRIMA.DIES.REGNO SOLIOQVE.VACARET HESPERIAE.GENITO.SCEPTRA RELIQVIT.AVVS QVAM.SIC.PACIFICO.SIC.FORTI PECTORE.REXIT VT.PVERVM.BREVITAS.VINCERET ACTA.SENEM INGENIVM.MIRER.NE.FIDEM CVLTVSVE.SACRORVM AMBIGO.VIRTVTIS.AN PIETATIS.OPVS HVIC.VBI.FIRMA.VIRVM.MUNDO PRODVXERAT.AETAS IMPERII.NOMEN.SVBDITA ROMA.DEDIT ET.SARACENORVM.CREBRAS PERPESSA.SECVRES LIBERE.TRANQVILLAM.VEXIT.VT ANTE.TOGAM CAESAR.ERAT.CAELO.POPVLVS.NON CAESARE.DIGNVS COMPOSVERE.BREVI.STAMINA FATA.DIES NVNC.OBITVM.LVGES.INFELIX ROMA.PATRONI OMNE.SIMVL.LATIVM.GALLIA TOTA.DEHINC PARCITE.NAM.VIVVS.MERVIT.HAEC PRAEMIA.GAVDET SPIRITVS.IN.CAELIS.CORPORIS EXTAT.HONORIS

Fu principe buono. Erchemperto monaco[1286] altro non seppe trovar da riprendere in lui, se non lo sconcerto accaduto in Roma delle croci rotte, che narrammo all'anno 864, il quale si dee piuttosto attribuire all'insolenza de' suoi cortigiani che a lui; e il non aver fatto levar di vita il soldano de' Saraceni, allorchè costui nella presa di Bari si arrendè ad Adelgiso principe di Benevento: il che non è un delitto, se non nella mente di chi sa poco di teologia, e meno di politica. Per altro abbiam l'attestato di Reginone, che così parla d'esso imperadore[1287]: Fuit iste princeps pius et misericors, justitiae deditus, simplicitate purus, ecclesiarum defensor, orphanorum et pupillorum pater, eleemosinarum largus largitor, servorum Dei humilis servitor, ut justitia ejus maneret in saeculum saeculi, et cornu ejus exaltaretur in gloria. Fra le leggi longobardiche si leggono anche le sue con varie giunte da me pubblicate[1288].

Niuna prole maschile lasciò dopo di sè l'imperador Lodovico. Restò di lui una sola figliuola, cioè Ermengarda, a lui partorita dall'imperadrice Angilberga, che la madre avea lasciata in Capua. E questo mancar di successori abili all'imperio cominciò a turbar la pace che per tanti anni s'era goduta in Lombardia pel buon governo di questo principe: anzi cominciò qui la rovina dell'Italia, che restò priva del sovrano abitante in essa, e così potente, che teneva in freno la prepotenza e l'ambizione degl'inferiori; laonde la discordia con gli altri malanni prese da lì innanzi possesso di questo regno. Due erano allora i concorrenti all'imperio e al regno d'Italia, siccome discendenti da Carlo Magno, cioè Lodovico re di Germania in età assai avanzata, e provveduto di tre figliuoli, ognun dei quali infetto di molte magagne: e l'altro era Carlo Calvo re di Francia suo fratello. Tutti e due attentamente vagheggiavano gli stati d'Italia. Or accadde, per testimonianza di Andrea prete[1289], che sul principio di settembre si raunò in Pavia la gran dieta de' principi d'Italia, cioè dei duchi, marchesi e conti d'allora, con esservi intervenuta la vedova imperadrice Angilberga. La risoluzione che presero, biasimata da esso Andrea prete, fu di offerire il regno a tutti e due i suddetti re, senza che l'uno sapesse dell'altro: però amendue si accinsero a calare in Italia con quanto forze poterono frettolosamente raunare. Maggiore nondimeno fu la sollecitudine di Carlo Calvo. Senza aspettare invito alcuno degli Italiani, appena ebbe egli udita la morte del nipote Augusto, che si mise in assetto per venire a prendere questa pingue eredità. Secondo gli Annali bertiniani[1290], nel dì primo di settembre imprese il viaggio verso l'Italia, e con passare pel monistero di san Maurizio, cioè pel paese de' Vallesi, felicemente arrivato a Pavia, si diede a far maneggi per esser eletto re d'Italia. Abbiamo un suo diploma[1291] dato nella stessa città di Pavia nel dì 29 di settembre, in cui non esprime l'anno primo del regno d'Italia, ma solamente l'anno primo della successione di Lodovico. Intanto Lodovico re di Germania spedì anch'egli alla volta d'Italia Carlo suo figliuolo, che gl'Italiani cominciarono a chiamare Carletto, ed oggidì più conosciuto sotto nome di Carlo Grasso ossia Carlo il Grosso. Giunto questi nel territorio di Milano, e inteso che Carlo Calvo suo zio era già entrato in Pavia, restò assai malcontento, e senza sapere qual partito prendere. Attesta Andrea prete, che con esso lui si unì Berengario, cioè il figliuolo d'Eberardo già duca del Friuli, vegnendo noi con ciò in cognizione ch'egli dovea già essere succeduto per la morte di Unroco suo fratello nel governo di quel medesimo ducato, o vogliam dire di quella marca. Vennero le soldatesche di Berengario nel bergamasco, commettendo non pochi disordini d'incendii e d'adulterii, di maniera che molti di que' paesani, lasciando le case e le sostanze alla discrezion di quella gente, se ne fuggirono o alla città, o alle montagne. Ricavasi ancora da una lettera[1292] di papa Giovanni VIII, ch'egli arrivato a Brescia, avea spogliato il monistero delle monache di santa Giulia di tutto l'oro sì d'esso sacro luogo che dell'imperadrice Angilberga, la quale avea colà rifugiato, come in ben sicuro asilo, il suo non piccolo tesoro, ammassato con far tanto gridar la gente. Come veramente passassero in tale occasione gli affari, non è facile il dirlo, stante la discordia degli Annali di san Bertino composti da un Franzese, e dei Fuldensi scritti da un Tedesco, cercando l'uno e l'altro di sostener l'onore, o di coprire i difetti della sua nazione, con adoperare, occorrendo, anche le bugie: difetto non già straniero negli scrittori di storie. Carlo Calvo, secondo i suddetti Annali bertiniani, uscito contra di esso Carlo Grasso, il mise in fuga, e costrinselo a ritirarsi. Anzi Andrea prete aggiunse che Carlo Calvo perrexit in Bajoariam; cioè portò le sue armi fino in Baviera: il che non saprei facilmente credere io. L'Eccardo pensò che questo fosse uno stratagemma di Carlo Calvo, al quale non riuscisse già di far fuggire il nipote Carlo, ma bensì di farlo retrocedere, per accorrere alla difesa della casa. Ma neppur sembrerà credibile che Carlo Calvo volesse passare in Baviera con lasciare in Italia un principe tedesco suo nipote, assistito dal duca ossia dal marchese del Friuli, che avrebbe potuto profittare della lontananza dello zio.

Comunque sia, Lodovico re di Germania inviò alla volta d'Italia Carlomanno, cioè un altro de' suoi figliuoli, con un'altra armata. Per attestato degli Annali di san Bertino, Carlo Calvo con forze maggiori gli andò incontro; e Carlomanno, conosciuto di non potere resistere allo zio, trattò con lui di pace, e dopo i giuramenti seguiti fra loro, se ne tornò in Germania. Laonde Carlo Calvo, sbrigato da questi ostacoli, ebbe l'agio convenevole per passare a Roma a ricevere la corona dell'imperio dalle mani di papa Giovanni. All'incontro abbiamo dagli Annali di Fulda[1293] che Carlo Calvo, tiranno della Gallia, balzò in Italia, ed aggraffò tutti i tesori che potè ritrovare, specialmente dell'imperador Lodovico II. All'avviso che Carlomanno calava in Italia, si fortificò alle chiuse delle montagne; ma Carlomanno molto ben seppe preoccupare i siti più difficili. Ora Calvo Carlo considerando che non si poteva sbrogliare da questo pericoloso impegno senza venire ad un fatto d'armi, siccome uomo più timido d'una lepre, ricorse al ripiego di guadagnare, con una gran somma d'oro e con regali d'innumerabili pietre preziose, l'animo di Carlomanno. E gli venne fatto. Giurò egli di ritirarsi tosto dall'Italia, e di lasciar questo regno alla disposizione di suo fratello Lodovico, purchè Carlomanno se ne tornasse anch'egli in Baviera. In fatti l'incauto giovane Carlomanno se n'andò, ed allora Carlo Calvo, nulla badando alle promesse nè ai giuramenti fatti, il più presto che potè marciò a Roma, dove con donativi corruppe il senato romano in guisa tale, che indusse papa Giovanni a dargli la corona dell'imperio. In questo racconto ha verisimilmente avuta qualche parte la passione o la diceria del volgo. Per altro Andrea prete, scrittore in ciò più autentico, attesta, che fatto al fiume Brenta un abboccamento fra Carlo Calvo e Carlomanno, rimase stabilita una tregua fra loro sino al mese di maggio: dopo di che Carlomanno se ne tornò in Baviera, e Carlo Calvo se n'andò a Roma, dove, fatti molti doni alla chiesa di san Pietro, ricevette il titolo e la corona imperiale da papa Giovanni. Reginone scrive ch'egli a forza di regali comperò l'imperio. Certamente pare che seguisse la tregua suddetta, ed avesse da restar pendente la controversia; ma Carlo Calvo non lasciò per questo di fare il negozio suo con burlare il troppo suo credulo nipote. In questo mentre lo stesso Lodovico re di Germania, credendosi di far desistere il fratello dall'acquisto dell'Italia, entrò coll'armi in Francia, e diede il guasto ad un gran tratto di paese, senza che per questo volesse Carlo Calvo muoversi d'Italia. Non si sa bene se esso re Carlo da sè stesso assumesse il titolo di re d'Italia, e neppure se ne seguisse la formale elezione e proclamazione in Pavia. Abbiamo ben certo il tempo della sua coronazione imperiale in Roma. Invitato dal papa colla spedizione di quattro vescovi, arrivò egli colà nel dì 17 di dicembre, e poscia nel giorno solenne del santo Natale[1294] fu unto e coronato imperadore ed Augusto dal sommo pontefice Giovanni VIII. Reginone[1295] attesta ch'egli fece dei gran regali al papa e ai Romani. Nel giorno seguente, stando in san Pietro, esercitò la sua autorità col confermare i privilegii al monistero insigne di Farfa. Il suo diploma, riferito nella Cronica farfense[1296], è dato VII kal. januarii, anno XXXVI regni domni Caroli in Francia, et in successione Lotharii VI, et imperii ejus I. Actum in sancto Petro, Indictione IX. Feci menzione di sopra di un'operetta, attribuita ad Eutropio longobardo, di cui si servì il de Marca[1297] per provare che Carlo Calvo in tal congiuntura cedette ai romani pontefici la sovranità sopra Roma. In fatti dice costui, che venuto esso Carlo a Roma, renovavit pactum cum Romanis, perdonans illis jura regni, et consuetudines illius, ec. Ma il padre Pagi pruova non sussistere una tale asserzione, avendo continuato gli Augusti il loro dominio in Roma stessa. E certo quell'autore, qualunque ei sia, conta nello stesso luogo dell'altre favole: cioè che Carlo Calvo donò loro anche patrias Samniae et Calabriae simul cum omnibus civitatibus Beneventi, e inoltre ad dedecorem regni totum ducatum spoletinum cum duabus civitatibus Tusciae, quod solitus erat habere ipse dux, idest Aritium et Clusium. La storia, siccome vedremo, non s'accorda con questo racconto e con altre particolarità ch'egli soggiugne. Poichè per altro non son io lungi dal credere che papa Giovanni ottenesse allora non pochi vantaggi da un principe che avea un concorrente allo stesso mercato. Certo si ricava da una lettera d'esso papa Giovanni[1298] che Carlo Calvo avea ceduto Capoa, non si sa con quali patti, alla Chiesa romana. Gli affari intanto del ducato di Benevento si trovavano in una cattiva positura. Dacchè l'imperador Lodovico II si ritirò da quelle contrade[1299], ripigliarono cuore i Saraceni, e giacchè restò sciolto il blocco di Taranto, che avea quasi ridotta quella città alla necessità di rendersi, a poco a poco si diedero a scorrere per gli territorii di Bari e di Canna, commettendovi le solite ruberie con alcune iniquità. Tre volte uscì in campo contra di costoro Adelgiso principe di Benevento; ma sempre se ne tornò indietro senza gloria e senza vantaggio alcuno. Però in quelle parti andarono a dismisura crescendo le sciagure, siccome vedremo.

NOTE:

[1284] Chron. Casauriens. apud Ughellium tom. 6, Ital. Sacr. P. II, tom. 2 Rer. Ital.

[1285] Andreas Presbyt., Chron. tom. 1 Rer. Germ. Menchenii.

[1286] Erchempertus, Hist. cap. 37.

[1287] Regino, in Chronico.

[1288] Rer. Ital. P. II, tom. 1.

[1289] Andreas Presbyter., in Chronico.

[1290] Annal. Franc. Bertiniani.

[1291] Antiquit. Ital., Dissert. XI, p. 581.

[1292] Epist. 42 Johannis papae VIII.

[1293] Annal. Franc. Fuldenses.

[1294] Annales Francor. Bertiniani.

[1295] Regino, in Chronico.

[1296] Chron. Farfens. P. II, tom. 2 Rer. Ital.

[1297] De Marca, lib. 3, c. 11 de concord. sacerd. et imper.

[1298] Epistola 9 Johann. papae VIII.

[1299] Erchempertus, in Chron., cap. 38.

Anno di CRISTO DCCCLXXVI. Indiz. IX.

GIOVANNI VIII, papa 5. CARLO II imperadore 2.

Per quanto s'ha dagli Annali bertiniani[1300], Carlo Calvo imperadore soggiornò in Roma fino al dì cinque di gennaio, nel qual tempo papa Giovanni diede una bolla in favore del monistero di san Medardo di Soissons, riferita dal padre Mabillone[1301], e scritta quarto nonas januarii per manum Anastasii bibliothecarii sanctae sedis apostolicae, anno, Deo propitio, pontificatus domni Johannis quarto, imperante domno piissimo perpetuo Augusto Carulo, a Deo coronato magno imperatore anno primo, et post consulatum ejus anno primo, Indictione nona, cioè nella stessa guisa che si praticò cogli antichi Augusti. Partissi dunque da Roma l'imperadore novello, e venuto a Pavia, colà convocò la dieta del regno d'Italia, che si tenne nel mese di febbraio. V'intervennero diciotto vescovi, alla testa de' quali era Ansperto arcivescovo di Milano, e Bosone fratello di Richilda imperadrice (poco dianzi da Carlo dichiarato duca di Lombardia, con dargli la corona ducale), e dieci conti, fra' quali Suppone, che tuttavia teneva il governo del ducato di Spoleti, e Boderado conte del sacro palazzo. Non dovea prima d'ora essere stato eletto e riconosciuto in dieta alcuna per re d'Italia esso Carlo Calvo. Per sicurezza sua, ed anche per conservare i suoi diritti ai principi di questo regno, volle l'Augusto Carlo che ne seguisse la solenne funzione. Le parole dell'accettazione son queste, secondo l'edizion più copiosa d'esso concilio[1302]: Jam quia divina pietas vos, beatorum Apostolorum, Petri et Pauli interventione, per vicarium ipsorum, domnum videlicet Johannem, summum pontificem, et universalem papam, spiritalemque patrem vestrum, ad profectum sanctae Dei Ecclesiae, nostrorumque omnium invitavit, et ad imperiale culmen sancti Spiritus judicio provexit: nos unanimiter vos protectorem, dominum, ac defensorem omnium nostrum, et italici regni regem eligimus, ec. Ed ecco come cominciarono anche i magnati del regno d'Italia ad eleggere il re loro: cosa praticata sempre sotto i re longobardi; ma, per quanto sembra, dismessa sotto i precedenti imperadori franzesi. Passato di poi Carlo Calvo in Francia, fece quivi tenere un concilio, ossia un'altra dieta in Pontigone, dove fu medesimamente riconosciuto per imperadore dai baroni della Francia, Borgogna, Aquitania, Settimania, Neustria e Provenza, nel giugno dell'anno presente. V'erano presenti i legati apostolici Giovanni vescovo di Tuscania e Giovanni vescovo di Arezzo. Vi comparve lo stesso Carlo, vestito pomposamente alla greca, e da essi legati gli furono presentati per parte del papa varii regali, fra' quali uno scettro e un bastone d'oro, o pure indorato. In questi tempi la vedova imperadrice Angilberga menava sua vita nel monistero insigne di santa Giulia di Brescia, che il defunto Augusto consorte suo Lodovico II, giusta l'uso, o, per dir meglio, abuso d'allora, aveva a lei conceduto in commenda, ossia in governo, finchè ella vivesse. Da una lettera di papa Giovanni[1303], a lei scritta nell'anno seguente, pare che traspiri aver ella già preso l'abito monastico; ma questo non è certo, a creder mio. Siccome dicemmo, Carlomanno l'avea nel precedente anno spogliato del suo tesoro. Le restavano molte terre e stabili, a lei donati dall'Augusto consorte, e almen buona parte di questi ella intendeva di donare al monistero delle sacre vergini di san Sisto, da lei fabbricato in Piacenza. Ma perciocchè non si fidava delle mani rapaci dei re suoi parenti, che o signoreggiavano o aveano pretensioni negli stati, dove ella avea que' beni, però quest'anno ella si procacciò un diploma di protezione da Lodovico I re di Germania, dato XIII kal. augusti, anno XXXVIII regni domni Hludowici serenissimi regis in orientali Francia, Indictione VIIII. Leggesi questo nelle mie Antichità italiche[1304]. Non si sa ch'ella se ne procurasse un altro simile da Carlo Calvo imperadore, perchè non godeva molto della di lui grazia. Siccome accennai di sopra, in esso diploma Angilberga è appellata da Lodovico dilecta ac spiritalis filia nostra Engilpirga: il che fa conoscere l'abbaglio preso dal Campi[1305] in ispacciarla figliuola naturale del medesimo re Lodovico. Se crediamo agli Annali di Fulda[1306], Carlo Calvo montato in superbia, faceva intanto delle sparate contra d'esso re suo fratello, non solamente negando di volergli dar parte alcuna degli stati del defunto comune nipote Lodovico, ch'egli pretendeva, ma anche minacciando e vantandosi ridicolosamente di voler condurre tanta quantità di cavalli, che bevendo tutta l'acqua del Reno, porgerebbono a lui comodità di passare per l'alveo asciutto di quel fiume. Avendo poscia udito che Lodovico si metteva in ordine per ben riceverlo, cadutegli le penne, mandò ambasciatori per trattar di pace. Ma il re Lodovico preso da mortale infermità, terminò i suoi giorni nel palazzo di Francoforte nel dì 28 d'agosto: principe che nella storia germanica di Reginone si meritò questo nobile elogio[1307]. Fuit autem iste princeps christianissimus, fide Catholicus, non solum saecularibus, verum etiam ecclesiasticis disciplinis sufficienter instructus. Quae religionis sunt, quae pacis, quae justitiae ardentissimus exsecutor. Ingenio callidissimus, consilio providentissimus, in dandis, sive subtrahendis publicis dignitatibus discretionis moderamine temperatus, in praelio victoriosissimus; armorum quam conviviorum apparatu studiosior; cui maximae opes erant instrumenta bellica; plus diligens ferri rigorem quam auri fulgorem; apud quem nemo inutilis valuit; in cujus oculis perraro utilis displicuit; quem nemo muneribus corrumpere potuit; apud quem nullus per pecuniam, ecclesiasticam, sive mundanam dignitatem obtinuit; sed magis Ecclesiam, probis moribus et sancta conversatione; mundanam devoto servitio et sincera fidelitate. Gli è tenuta la Germania, specialmente per aver egli fondato quel vasto regno; e per questo, ma più per le sue virtù, tuttavia illius memoria in benedictione est. Lasciò dopo di sè tre figliuoli, cioè Carlomanno primogenito, Lodovico II e Carlo appellato il Grosso.

Tutto ringalluzzito l'imperador Carlo Calvo all'avviso della morte del fratello, allora fu che si tenne in pugno la conquista di tutto il paese toccato in parte ad esso Lodovico di qua dal Reno[1308]. Ammassato dunque un poderoso esercito, andò ad occupare Aquisgrana e dipoi Colonia. Accorse nella ripa opposta del Reno Lodovico II con quanti armati egli potè in quell'angustia adunare; spedì ancora legati all'Augusto suo zio, pregandolo con tutta umiltà di ricordarsi della parentela, dei patti e giuramenti fatti nel dividere il regno di Lorena. La risposta assai galante fu, che i patti erano seguiti col fratello, e non già coi figliuoli del fratello. Allora Lodovico, benchè inferiore di forze, rivolto il timore in rabbia, animosamente passò di qua dal Reno, e fattosi forte nel castello di Adernaco, tornò ad inviare ambasciatori a Carlo con chiedere pace. Fece vista Carlo di volerla, e promise d'inviare a Lodovico i suoi messi per trattare di qualche accordo; ma nella seguente notte mise in armi tutte le sue schiere per improvvisamente assalire il nipote. Avvisato Lodovico segretamente di questo disegno da Guiliberto vescovo di Colonia, con ordinare che i suoi mettessero le camicie sopra il giuppone, coraggiosamente si mosse contro della nemica armata, che già era in marcia, e confidato in Dio, attaccò la zuffa nel dì 8 di ottobre. Toccò alla perfidia di Carlo Calvo quello che si meritava. Andarono vituperosamente in rotta le genti sue; molti furono gli uccisi, molti i prigioni, fra' quali un vescovo, un abate e quattro conti; e si arricchirono assaissimo tutti i vincitori; tanta fu la copia del bottino in oro, argento, merci e bagaglie. Crescevano intanto i guai della Italia a cagion de' Saraceni, i quali avendo tirato dall'Africa in Calabria de' gagliardi rinforzi, s'erano talmente ingrossati, che faceano paura a tutte le città cristiane del vicinato[1309]. Venne a Taranto un nuovo lor generale, che, assunto il titolo di re, ed uscito in campagna, diede un terribile sacco al territorio di Benevento, di Telese e di Alifi. Volle di nuovo provar la sua fortuna contra di quegl'infedeli Adelgiso principe di Benevento; ma rimasto sconfitto, fu obbligato a comperarsi un po' di quiete col rimettere in libertà il sultano, già fatto prigione col riacquisto di Bari. I due compagni di costui Annoso ed Abadelbach, dianzi spediti da lui a Taranto per trattare di qualche accordo, restarono colà, nè più fecero ritorno. Ora il popolo di Bari, veggendosi in pericolo di cader di nuovo in mano dei Mori[1310], chiamarono da Otranto Gregorio generale dei Greci, che con un buon nerbo di truppe venne a prendere il possesso di quella città; ma, secondo la fede greca, mise tosto le mani addosso a quel governatore e ai principali cittadini, e li mandò a Costantinopoli. Andarono poscia i Greci colla spedizion di varie lettere pregando quei di Salerno, Napoli, Gaeta ed Amalfi di dar loro aiuto contra de' Saraceni. Ma cantavano ai sordi. Que' principi e popoli aveano fatta pace con que' Barbari; anzi unitisi con essi cominciarono colle lor navi ad infestar la riviera romana e il suo ducato. Papa Giovanni, le cui lettere si cominciano a leggere nel settembre di questo anno, essendo perite le precedenti, non avendo forze bastanti da opporre a questo torrente, si diede a tempestar con lettere[1311] Bosone duca, lasciato da Carlo Calvo come vicerè in Italia, e poi lo stesso imperadore Carlo, con rappresentar loro lo stato miserabile in cui si trovava il paese intorno a Roma per le scorrerie de' Saraceni, e implorando l'aiuto loro. Acremente si lamenta egli ancora de confinibus et vicinis nostris, quos marchiones solito nuncupatis, che facevano anch'essi alla peggio contro gli stati della Chiesa. Vuol egli significare Lamberto e forse Guido suo fratello, duchi di Spoleti, e forse anche Adalberto marchese e duca di Toscana, in una lettera[1312] scritta allo stesso Lamberto. Il prega di rimediare ai danni che da i di lui uomini venivano fatti a quei di san Pietro e di Guido: col qual nome se egli significa il fratello di Lamberto, si viene a conoscere ch'egli non avea parte in quelle violenze. Ma Carlo Calvo, nulla curando le preghiere del papa, nè il debito suo, altra premura non aveva in questi tempi, che di spogliare, se avesse potuto, i nipoti suoi de' loro stati: nel che andarono falliti i suoi desiderii e disegni. Intanto que' principi si divisero fra loro l'eredità paterna[1313]. A Carlomanno toccò la Baviera, la Pannonia, la Carintia, la Schiavonia e la Moravia; a Lodovico la Francia orientale, la Turingia, la Sassonia, la Frisia e una parte del regno della Lorena; a Carlo il Grosso l'Alemagna, cioè la Svevia, con alcune città della Lorena. Circa questi tempi la Russia, che a' nostri giorni per cura di Pietro il grande è salita in tanta potenza e credito, abbracciò la religione di Cristo[1314], e cominciò ad avere un arcivescovo, spedito colà da sant'Ignazio patriarca di Costantinopoli. Si scorge poi da un placito da me pubblicato nelle giunte della Cronica casauriense[1315], che era stato tolto il governo di Spoleti a Suppone conte o duca di quella contrada; perciocchè nel presente anno si truova un decreto fatto in favore del monisterio di Casauria per jussionem domni Karoli imperatoris Augusti, et per jussionem Lamberti et Widonis comitum. Fu scritto quel documento anno domni Karoli piissimi imperatoris Augusti, anno imperii, in Dei nomine, primo, seu et temporibus Widonis comitis anno comitatus ejus primo, mense junio, per Indictionem IX. Sicchè Lamberto per grazia di Carlo Calvo imperadore ricuperò il ducato di Spoleti; e Guido suo fratello fu anch'egli fatto duca, e pare che signoreggiasse nel ducato spoletino di qua dell'Apennino, cioè in Camerino e Fermo. Truovasi poi negli anni seguenti memoria di Suppone conte nelle lettere di papa Giovanni VIII[1316], dalle quali si raccoglie che governava Milano, Pavia e Parma; e però dovrebbe essere stato duca o marchese di Lombardia, come era dianzi Bosone, passato al governo della Provenza.

NOTE:

[1300] Annales Francor. Bertiniani.

[1301] Mabill., Annal. Benedict., tom. 3.

[1302] Rer. Ital. P. II, tom. 2.

[1303] Epist. 43 Johannis Papae VIII.

[1304] Antiquit. Italic., Dissert. LXXI.

[1305] Campi, Istor. Piacent., lib. 7.

[1306] Annales Francor. Fuldenses.

[1307] Regino, in Chron.

[1308] Annal. Franc. Bertiniani. Annal. Francor. Metenses. Regino, in Chronico.

[1309] Erchempertus, Hist., cap. 38.

[1310] Lupus Protospata, in Chronico.

[1311] Epist. 1, 7, 21, etc. Johannis VIII Papae.

[1312] Epist. 22 ejusdem.

[1313] Regino, in Chron.

[1314] Constantinus Porphyrogenn., in Vit. Basil. Imper.

[1315] Chronic. Casauriens. Part. II, tom. 2 Rer. Ital.

[1316] Epist. 107 et 130 Johannis Papae VIII.

Anno di CRISTO DCCCLXXVII. Indiz. X.

GIOVANNI VIII papa 6. CARLOMANNO re d'Italia 1.

Fece nel marzo di quest'anno la vedova imperadrice Angilberga, stando in Brescia nel monistero di santa Giulia, l'ultimo suo testamento, pubblicato dal Campi[1317], in cui lascia al monistero delle monache di san Sisto, da lei fabbricato in Piacenza, un'immensa quantità di beni, cioè case, poderi e ville, ivi chiamate corti, fra le quali si vede Campo Migliaccio nel modenese, Corte nuova, Pigognaga, Felina, Guastalla e Luzzara nel reggiano; Cabroi e Masino nel contado di Staziona, oggidì Anghiera sul Lago Maggiore; Brunago e Trecate nel contado di Burgaria, oggidì nel distretto di Milano, per tacere d'altri luoghi. Lascia altri beni per lo spedale degl'infermi e pellegrini, edificato in vicinanza d'esso monistero, secondo il costume d'allora, pochi essendo stati i monisteri che non avessero spedale pubblico, perchè o non si usavano, o rarissime erano quelle che oggidì chiamiamo osterie. E tutto ciò è donato pro remedio et mercede animae ejusdem clementissimi imperatoris (Lodovico II) domini et senioris mei, et meae. Si riserva, finchè vivrà, il patronato e il governo sì del monistero che dello spedale, con soggiugnere: Post meum vero obitum volo atque decerno, ut si Ermengarda unica mea filia religiosa veste induerit, ipsa provisionem ejusdem loci mea vice suscipiat, ec. Quod si illa, me de hac vita transeunte, religionis veste induta non fuerit, volo atque instituo, ut de ipso monasterio atque xenodochio, ec. nullam deminorationem faciat, ec. Questa sua ultima volontà la fece ella confermare da Giovanni VIII con bolla data kalendis augusti per manum Johannis episcopi, missi et apocrisarii sanctae sedis apostolicae, imperante domno nostro Carolo, a Deo coronato magno imperatore, secundo, et post consolatum ejus anno secundo, indictione X. Quando si legge di Ermengarda in esso testamento, ci fa vedere che non doveva essere per anche seguito ciò che narrano gli Annali bertiniani[1318] all'anno precedente 876 con queste parole: Boso, postquam imperator ab Italia in Franciam rediit, Berengarii Everardi filii factione filiam Hludovici imperatoris Hirmengardam, quae apud eum morabatur, iniquo cortudio in matrimonium sumsit. Intorno a che è da avvertire che Berengario duca o marchese del Friuli, siccome dicemmo, s'era nell'anno 875 unito con Carlomanno contra di Carlo Calvo; ma essendo prevaluta in que' contrasti la fortuna di Carlo con divenire re d'Italia ed imperador de' Romani, questo duca, accomodandosi anch'egli al tempo, cangiò mantello, e strinse buona amicizia con Bosone duca, lasciato da esso imperadore al governo e alla difesa di Lombardia. Erasi per avventura ricoverata nella corte d'esso Berengario la poco fa nominata Ermengarda, unica figliuola del defunto imperador Lodovico II, stante la parentela che passava fra loro. Imperocchè Eberardo duca o marchese del Friuli, padre di Unroco e dello stesso Berengario, aveva avuta per moglie Gisela o Gisla, figliuola di Lodovico Pio Augusto, e perciò sorella di Carlo Calvo Augusto, e zia paterna del suddetto imperadore Lodovico II. Nel testamento d'esso Everardo, che citai di sopra all'anno 867, manifestamente si vede che Gisla era il nome di sua moglie. Che poi questa principessa avesse per padre Lodovico Pio Augusto, e Giuditta imperadrice, lo negò bensì Adriano Valesio[1319], ma si raccoglie da Agnello[1320], scrittore contemporaneo, il quale nelle vite degli arcivescovi di Ravenna, dopo aver nominati i figliuoli d'esso Augusto a lui nati dall'imperadrice Ermengarda, seguita a dire: ad Carolum vero (cioè al Calvo) plus fertilem et opimam largivit partem; et Giselam filiam suam tradidit marito Curado (si dee scrivere Evrardo) piissimus homo (probabilmente in vece di piissimo homini). Hunc et hanc Judith Augusta parturit. Anche nello Spicilegio del padre Dachery[1321] si legge una donazione fatta da essa Gisla, in cui nomina riverentemente Carlo Calvo suo fratello. Ecco dunque per maggiore chiarezza la tavola onde risulta la parentela di Ermengarda con Berengario.

LODOVICO PIO IMPERADORE

morto nell'anno 840. | +------------+----------------+----------------------+ | | | | Carlo Calvo Lodovico Lottario imperadore Gisela moglie di imperad. re di morto Eberardo duca Germania nell'anno 855. del Friuli | | morto circa | | l'anno 867. | | | +---------+--+-----+ | +-----+-----+ | | | | | | Carlomanno Carlo Lodovico Lodovico II. Unroco duca Berengario re il II re di imper. morto o marchese duca o d'Italia Grosso Germania nell'anno 875. del Friuli marchese imper. | del Friuli, | poscia re | d'Ital. | ed imperad. Ermengarda moglie di Bosone duca di Lombardia.

Ora Bosone considerando la nobiltà di Ermengarda, figliuola di un imperadore, e più la pingue eredità ch'ella portava seco, affine di ottenerla per moglie, segretamente se l'intese con Berengario. Bramava ancor questi di mettersi bene in grazia di Bosone, cioè di chi era fratello dell'imperadrice Richilda, ed arbitro allora del regno d'Italia. Fecero dunque una furberia e collusione iniqua per trarre a fine questo negozio. E qual fosse può ricavarsi dagli Annali di Fulda[1322], i quali all'anno 878, parlando di Bosone conte (che così ancora si veggono non rade volte allora appellati i duchi e marchesi), hanno le seguenti parole: Quia propria uxore veneno extincta, filiam Hludovici imperatoris de Italia per vim rapuerat. Dovette essere il concerto che Bosone facesse vista di averla rapita per forza, acciocchè a Berengario non venisse dato qualche carico presso la vedova imperadrice Angilberga, nè presso i figliuoli di Lodovico I re di Germania, di aver tenuta mano a sì fatto matrimonio: poichè quanto a Bosone, ne doveva egli avere un segreto consenso da Carlo Calvo Augusto, mercè della sorella, cioè della suddetta imperadrice Richilda. Cosa poi ne avvenisse, lo vedremo fra poco. Nè si vuol tacere che il medesimo Bosone (non se ne sa il pretesto) avea ritenuto nell'anno precedente Leone, nipote di papa Giovanni VIII, e Pietro, amendue vescovi e legati, spediti da esso pontefice alla corte dell'imperador Carlo[1323]: della quale ingiuria si dolse non poco con lui esso papa Giovanni.

Era intanto in grandi faccende questo papa per gli danni che tuttavia recavano i Saraceni al ducato romano con timore di peggio. Non sapeva egli digerire che Sergio II duca di Napoli cristiano avesse non solamente stabilita pace con que' nemici del nome cristiano, ma anche una specie di lega ed unione con loro. Per disciogliere questa indegna alleanza, si portò egli in persona a Napoli verisimilmente nel gennaio di quest'anno; fece quante calde esortazioni potè a quel duca; e per tentar pure di guadagnarlo[1324], consecrò vescovo di quella città Atanasio juniore, fratello del medesimo duca; ma non riportò a Roma se non delle parole, perchè ad esse non tenne dietro alcun fatto. Questo è il viaggio, del quale parla Erchemperto[1325], con aggiugnere che Lamberto duca di Spoleti e Guido suo fratello andarono in compagnia del papa, il quale usò il medesimo studio per istaccar dall'amicizia de' Saraceni Guaiferio principe di Salerno, Pulcare duca di Amalfi, e Docibile ipato, ossia duca di Gaeta. Del suddetto Guaiferio principe salernitano si legge una donazione fatta nell'anno 877, e da me pubblicata[1326]. A seconda dei suoi desiderii questi operarono. Gagliardissime istanze parimente fece ad Aione vescovo di Benevento, affinchè inducesse il fratello, cioè Adelgiso principe di quel ducato, a ritirarsi dalle convenzioni fatte con quegl'infedeli, con dire fra l'altre cose[1327]: Nos, cooperante gratia Christi, tam cum carissimo filio nostro Lamberto glorioso duce (di Spoleti) qui nobis in omnibus haeret, quam cum aliis Dominum timentibus, desudabimus, ut impium foedus cum Agarenis habitum dissolvatur. E perciocchè esso papa intese che Gregorio imperial pedagogo era venuto in Calabria e a Bari con un'armata spedita dall'imperadore Basilio, anche a lui scrisse, pregandolo pel soccorso di alcuni per nettare dai Saraceni il littorale romano. Ma le maggiori premure di papa Giovanni erano presso all'imperador Carlo Calvo, acciocchè menasse o mandasse delle forze bastanti a ripulsar que' Barbari, che già aveano disertata la Campania e la Sabina, e scorreano fino alle vicinanze di Roma. Son patetiche le sue lettere in questo affare[1328]. Aveva in questi tempi Adalardo vescovo di Verona impetrato da esso imperadore in benefizio, ossia in commenda, l'insigne monistero di Nonantola, posto nel territorio di Modena, quod pro Dei, tantique loci reverentia nullus umquam episcoporum vel judicum in beneficium quaesierat, suisque usibus, coarctatis extrema egestate monachis, applicavit; e ciò con isprezzo de' privilegii della Sede apostolica: disordine che anche in Italia avea cominciato a prendere gran piede. Però lo scomunicò, e ne diede avviso ad Ansperto arcivescovo di Milano, a Gualperto patriarca d'Aquileia e al clero di Verona. Convien credere che al vedersi i Romani così maltrattati, anzi divorati dai Saraceni, e minacciati di mali anche più terribili, senza che dopo tante istanze Carlo Calvo movesse un dito per soccorrerli: difficilmente potessero tenere in freno la lingua dallo sparlare contra di lui con dire: A che ci serve questo imperadore che si gloria d'essere nostro sovrano, nè vuol poscia ne' gravissimi bisogni recarci un menomo aiuto, e intanto attende solo a far delle guerre ingiuste contra de' suoi nipoti? S'egli dimentica il suo dovere, saremo scusati se dimenticheremo ancor noi il nostro, e se cercheremo altro miglior signore. Rapportate a Carlo Calvo queste mormorazioni e minacce di sottrarsi al suo dominio, dovette egli far delle gravi doglianze col papa per la fede vacillante del popolo. Ora il pontefice per quetar lui, e reprimere eziandio le licenziose voci dei Romani, tenne nel febbraio dell'anno presente un concilio di vescovi in Roma, nel quale, dopo la protesta di aver già eletto ed unto in imperadore _Carlo figliuolo di Lodovico Augusto[1329], una cum annisu et voto omnium fratrum et coepiscoporum nostrorum, atque aliorum sanctae romanae Ecclesiae ministrorum, amplique senatus, totiusque popoli romani, gentisque togatae, et secundum priscam consuetudinem: conferma e fa confermare da tutti la elezione e consecrazione di lui. Non si può leggere senza stupore, per non dir altro, l'allocuzione ivi fatta da papa Giovanni, perchè contenente una sparata tale di lodi di Carlo Calvo, che chiunque è intendente della storia d'allora, manifestamente conosce essere esorbitanti, nè convenienti alla gravità e maestà di chi le propone. Non aveano certo i precedenti papi negli Annali de' Franchi conosciuto in lui que' pregi che qui gli vengono dalla sola adulazione attribuiti. Poscia si venne alla scomunica contra qualsivoglia persona che osasse, per qualunque titolo, turbar questa elezione e seminar discordie, con dichiararli ministri del diavolo e nemici di Dio, della Chiesa e della Cristianità. Abbiamo una lettera scritta da esso papa Giovanni[1330] a Lamberto glorioso duca di Spoleti, da cui si scorge che esso duca avea ricevuto ordine dall'imperadore di portarsi a Roma, e di obbligare i Romani a dar degli ostaggi della lor fedeltà: chiaro contrassegno della sovranità conservata anche da questo imperadore in Roma. Risponde il pontefice: Romanorum filios sub isto coelo non legitur fuisse obsides datos: quanto minus istorum, qui fidelitatem augustalem et mente custodiunt, et opere Deo juvante perficiunt? Chiaramente poi protesta di dubitare se quest'ordine si sia spiccato dall'imperadore stesso, perchè non gli par probabile ch'esso Augusto avesse tenuto segreto ad esso papa un tal disegno, et ipsum imperatorem non credimus suum nos velle secretum latuisse. In somma gli fa sapere che non s'incomodi per venire a Roma, altrimente non sarà ricevuto. Quum autem, Deo juvante, ad unam concordiam et unam quietem reipublicae caussa redierit, et litis figmenta, quae tamquam telas aranearum putamus, contra augustalem majestatem oborta, sopita exstiterint: allora sarà amichevolmente accolto esso Lamberto: dal che si conferma che titubavano non poco i Romani nella fedeltà giurata a Carlo Calvo; e probabilmente soffiavano in questo fuoco i figliuoli di Lodovico I re di Germania, pretendenti anche essi all'imperio. Dicesi data la suddetta lettera di papa Giovanni XII kalendas novembris, Indictione XI, cioè nel dì 26 d'ottobre dell'anno presente. Ma si conosce che vi ha errore, ed esser ella (al che non s'è badato fin qui) fuor di sito; perchè ivi si parla d'un imperador vivente, e Carlo Calvo era già mancato di vita (siccome diremo) nel dì 13 di esso mese, nè Carlomanno era imperadore. Però questa lettera probabilmente fu scritta nell'ottobre dell'anno precedente, e in vece di Indictione XI, s'ha da scrivere Indictione X.

Venne poscia l'infaticabil papa a Ravenna, dove nel mese d'agosto, se pur non fu in giugno, tenne un concilio numeroso di 130 vescovi. Girolamo Rossi, Giovan-Giorgio Eccardo, ed altri hanno moltiplicato i concilii tenuti da papa Giovanni in Ravenna. Non so io dire se più d'uno egli ne celebrasse. Ben so che in questo anno quivi si tenne la suddetta sacra assemblea[1331], ciò costando da varie lettere del medesimo papa. Furono in esso concilio fatti diciannove canoni; e il Dandolo scrive[1332] che si diede fine alla controversia insorta fra Orso doge di Venezia e Pietro patriarca di Grado, perchè questi ricusava di consecrar vescovo di Torcello, a requisizion del doge, Domenico abbate del monistero di Altino. Fu determinato che finchè vivesse il patriarca, egli resterebbe privo della consecrazione, ma godrebbe le entrate di quel vescovato. Aggiugne quello storico, che l'armata navale de' Saraceni arrivò sotto Grado, e le diede più assalti, ma indarno, per la valorosa difesa de' cittadini. Portata questa nuova a Venezia, inviò il doge con uno stuolo di navi Giovanni suo figliuolo al loro soccorso. Non credettero bene que' Barbari di aspettarlo, ed alzate le ancore vennero alla città di Comacchio, e le diedero il sacco. Fu poco appresso dal popolo di Venezia eletto doge e collega del padre esso Giovanni. Confessa il Dandolo che in questi tempi i mercatanti veneziani comperando dai corsari (o Saraceni o Schiavoni) i poveri cristiani, fatti da loro schiavi, ne facevano poi traffico, vendendoli anche agl'infedeli. A tale iniquità il doge e popolo veneziano cercarono il rimedio con pubblicare un rigoroso divieto, e intimar gravi pene a chiunque contravvenisse. Seguitava intanto Sergio II duca di Napoli a tenere stretta corrispondenza e una specie di lega coi Saraceni, nè voleva, per quanto gridasse papa Giovanni[1333], distorsene, ingannato dai consigli di Adelgiso principe di Benevento, e di Lamberto duca di Spoleti, uomo doppio ed avvezzo a pescare nel torbido. Non potendo, nè volendo papa Giovanni soffrire tanta iniquità, lo scomunicò. Sergio, irritato per questo, mosse guerra a Guaiferio principe di Salerno, che avea non solo rinunziato alla amicizia di coloro, ma eziandio parecchi ne avea già tagliati a pezzi. Otto giorni dopo la scomunica Guaiferio prese ventidue soldati napoletani, a' quali fece tagliar la testa: che così n'avea commissione da papa Giovanni. Qui nondimeno non finì la faccenda. Atanasio vescovo di Napoli ascoltò volentieri in tal congiuntura le suggestioni dell'ambizione; e giacchè oltre i romani pontefici, che da più d'un secolo godevano temporal dominio di stati, anche Landolfo vescovo di Capoa come principe signoreggiava quella città, con questi esempli davanti agli occhi pensò anch'egli a farsi padrone in temporale della patria sua. Pertanto formata una congiura, fece prendere il duca Sergio suo fratello, e dopo avergli fatto cavar gli occhi, il mandò prigione a Roma, dove miserabilmente terminò i suoi giorni. Non gli fu difficile il farsi poco appresso proclamar duca di Napoli. Di questa azione ne fu mirabilmente lodato Atanasio da papa Giovanni, come apparisce da una sua lettera. E che anch'egli avesse intelligenza di questo fatto e vi desse braccio, pare che si raccolga dal dirsi quivi: Nos namque aliis omnibus mancosis datis, mille quadrigentos vobis dare debemus, quos vestrae dilectioni aut in initio quadragesimae, aut in die sanctae resurrectionis vobis procul dubio dirigemus. Scrisse anche ai Napoletani, lodandoli di quanto aveano operato, e promettendo loro il danaro, concertato verisimilmente per muoverli contra di Sergio. Queste nondimeno furono picciole avventure rispetto a quelle dell'imperador Carlo Calvo[1334]. Ricevette egli a Compiegne Pietro vescovo di Fossombrone e Pietro vescovo di Sinigaglia, nunzii a lui spediti dal papa per sollecitarlo a venire in Italia, per liberar dagl'insulti de' Saraceni il ducato romano: al che si era egli obbligato con varie promesse. Determinò di venire; ma prima attese a quotare i corsari normanni, gran flagello allora della Francia, col pagamento delle contribuzioni ordinate: al qual fine impose una grave tassa a tutti i secolari ed ecclesiastici del suo regno. Raunata parimente gran copia d'oro, d'argento e d'altre preziose cose, e un grosso nerbo di cavalleria, calò finalmente in Italia accompagnato dall'imperadrice Richilda sua consorte. A Vercelli fu ad incontrarlo papa Giovanni. Se crediamo a Reginone, fu in questa occasione che[1335] fu data in moglie a_ Bosone duca Ermengarda_ figlia del fu Lodovico II Augusto. Bosoni germano Richildis reginae Hermingardem filiam Ludovici imperatoris in matrimonium jungit. Dies nuptiarum tanto apparatu, tantaque ludorum magnificentia celebratus est, ut hujus celebritatis gaudia modum excessisse ferantur. Dedit etiam eidem Bosoni provinciam, et corona in vertice capitis imposita, eum regem appellari jussit, ut more priscorum imperatorum regibus denominari videretur. Può patire delle difficoltà questo racconto di Reginone per quel che riguarda l'aver Carlo Calvo dichiarato re di Provenza in tal congiuntura Bosone: perchè, secondo gli Annali bertiniani, Bosone solamente due anni dappoi, per impulso della moglie, prese il titolo di re; ma non dovrebbe già aver egli sognato le nozze di lui, nè la gran pompa con cui furono celebrate. Certo Bosone non isposò Ermengarda, allorchè nell'anno precedente Carlo Calvo si trovò in Lombardia, perchè solamente dacchè Carlo fu ritornato in Francia, egli la rapì. Il tempo proprio per tali nozze fu il ritorno in Italia d'esso imperadore, e la presenza ancora di Richilda Augusta, sorella di esso Bosone.

Stavasene tripudiando in Pavia Carlo imperadore col papa, quando eccoti giugnere avviso che Carlomanno suo nipote, cioè il primogenito di Lodovico I re di Germania, con un grosso esercito di Tedeschi calava in Italia, non per intervenire a quelle feste, ma per fare una visita disgustosa all'Augusto suo zio. Le parole degli Annali fuldensi son queste:[1336] Quod quum Carolus comperisset, illico juxta consuetudinem suam fugam iniit. Omnibus enim diebus vitae suae, ubicumque necesse erat adversariis resistere, aut palam terga vertere, aut clam militibus suis effugere solebat. Confessa anche l'autor franzese degli Annali di san Bertino[1337] che Carlo Calvo sbigottito per quella nuova, nuova certo non falsa, se ne scappò col papa a Tortona, dove l'imperadrice Richilda appena ebbe ricevuta la consecrazione imperiale dalle mani d'esso pontefice, che prese la fuga col tesoro verso la Morienna. Stette alquanto in essa città di Tortona Carlo Augusto col papa, aspettando che venissero a trovarlo i primati del suo regno, cioè Ugo abbate, Bosone ed altri, come era il concerto; e saputo che non venivano, subito che intese l'avvicinamento di Carlomanno, frettolosamente si incamminò egli verso la Savoia. Anche il papa non perdè tempo a ritornarsene a Roma, ma di mala voglia, riportando seco in vece di un esercito un Crocefisso d'oro di gran peso, e tempestato di gemme preziose, per la basilica di san Pietro, che Carlo Calvo gli avea donato. Fu preso per istrada l'imperador dalla febbre, e portato di là dal monte Cenisio a un luogo appellato Brios, colà fece venir dalla Morienna l'imperadrice, e poscia finì di vivere nel dì 15 d'ottobre. Attestano tutti gli Annalisti, essere stata allora voce comune che egli morisse di veleno, a lui dato o mandato da Sedecia medico ebreo, suo favorito, in una medicina, per liberarlo dalla febbre. Il liberò questa da tutti i mali. Aperto il suo cadavero, e levate le interiora, come si potè il meglio, bagnato con vino e sparso d'aromi, fu posto in una bara per portarlo a seppellire a Parigi nel monistero di san Dionisio, in esecuzione degli ordini da lui lasciati prima di morire. Ma non potendo reggere i portatori allo eccessivo fetore, misero quel corpo in una botte ben impegolata di dentro e di fuori, e coperta di cuoio. Neppur questo ripiego bastò a levare lo straordinario puzzo; però allorchè furono giunti ad una chiesetta di monaci nella diocesi di Lione, quivi seppellirono sotterra la botte col corpo stesso. Sic transit gloria mundi. Per ordine poi di Lodovico Balbo suo figliuolo e successore nel regno, portate l'ossa sue a Parigi, qui ebbero più degna sepoltura. Andrea prete[1338] nella Cronichetta più volte citata scrive che Carlo Calvo creato imperadore se ne tornò a Pavia nel gennaio, Indictione nona cioè nell'anno 876. Quumque idem Carolus imperator de Roma reversus in Papia sederet, audivit quod Karlomannus Hludovici filius contra eum veniret; quumque exercitum suum adunare vellet, et cum eo bellum gerere, quidam de suis, in quorum fidelitate maxime confidebat, ab eo defecti, cum Karlomanno se conjungebant. Quod ille videns, fugam iniit, et in Galliam repedavit, statimque in ipso itinere mortuus est. Karlomannus vero regnum Italiae disponens post non multum tempus ad patrem in Bajoariam reversus est. Due grossi errori son qui, e tali, che fan conoscere o che esso Andrea non iscrisse in questi tempi, o che alla Cronichetta in fine sono state da altri aggiunte le suddette parole. Due furono le venute in Italia di Carlo Calvo, e non una sola. Nè egli terminò sua vita nell'anno 876, ma bensì nell'877. Oltre a ciò, Carlomanno non potè andare a trovar il padre in Baviera, perchè questi era già morto nell'anno precedente. Dagli Annali bertiniani, che ci han conservate le notizie riferite di sopra, un'altra ne abbiamo: cioè, che Karlomannus mendaci nuncio audiens, quod imperator et papa Johannes super eum cum multitudine maxima bellatorum venirent, et ipse fugam arripuit per viam, quam venerat. Ma verisimilmente questo autore si lasciò in ciò ingannare da qualche diceria del volgo. Carlomanno sen venne senza paura alcuna in Lombardia, e quivi attese a mettersi in possesso della corona di Italia, e a farsi eleggere o riconoscere re dai baroni del regno, che a poco a poco andarono a sottomettersi a lui. Ho io pubblicato[1339] un suo diploma, dato in favore dei monaci di san Colombano di Bobbio (monistero allora goduto in benefizio da non so qual persona potente) XIII kalendas novembris, anno Christo propitio, I regni domni Karlomanni serenissimi regis in Italia, Indictione XI. Actum in Curte Nova villa regia. Un altro pure[1340], con cui dona una chiesa al monistero delle monache di san Sisto di Piacenza, fondato da Angilberga Augusta, chiamata da lui nostra sorella, cioè spirituale, è dato XIV kalendas novembris anno, Christo propitio, I regni. Actum in Curte sancti Ambrosii, quae vocitatur Cassianum juxta Attuam fluvium, Indictione XI. Un altro ancora in favore[1341] delle monache della Posterla di Pavia fu dato XII kalendas decembris anno, Christo propitio, I regni. Actum civitate Verona, Indictione XI.

Se in tali documenti l'indizione comincia in settembre, come io credo, essi appartengono all'anno presente. Anche nella Cronica casauriense[1342] si legge un suo diploma dato in Pavia XVII kalendas novembris anno secundo regni (cioè di Baviera), Indictione decima: il che dà indizio che egli non avesse per anche assunto il titolo di re d'Italia nel dì 16 d'ottobre. Ma in vece di Indictione decima dovrebbe leggersi ivi undecima, che così hanno gli altri suoi diplomi, poco fa accennati. Tralascio altri diplomi di esso re, da me pubblicati nelle Antichità italiche[1343] ed altrove. Ma non pertanto non voglio lasciar di avvertire che uno strumento originale, da me veduto in Lucca, porta queste note: Regnante domino nostro Karlomanno piissimo rege anno regni ejus, postquam, Deo propitio, in Italiam ingressus est, primo, pridie idus novembris, Indictione duodecima, cioè nell'anno 878, nel dì 12 di novembre. Adunque nello stesso dì nell'anno precedente egli non era per anche re. Un altro è scritto: Anno II Karlomanni pridie nonas decembris, Indictione XIII, cioè nell'anno 879, se la indizione ha avuto principio nel settembre. Adunque neppur nel dì 4 di dicembre dell'anno 877 egli sarebbe stato re d'Italia. Contuttociò assai fondamento c'è per mettere in dubbio che Carlomanno sbigottito se ne tornasse indietro per la via, per cui era venuto. E non tardò egli, udita che ebbe la morte di Carlo Calvo Augusto, a ragguagliarne con sue lettere papa Giovanni, con aggiugnere d'essere stato ben accolto in Italia, e che dopo una scorsa che gli conveniva di fare in Germania, per parlare co' suoi fratelli, intenzione sua era di venire in Roma per ricevere la corona dell'imperio, promettendo di esaltare più di tutti i suoi antecessori la Chiesa romana. Il papa gli risponde[1344], che a suo tempo, cioè dopo il suo ritorno, gl'invierà i suoi legati cum pagina capitulariter continente ea, quae vos matri vestrae romanae Ecclesiae, vestroque protectori beato Petro apostolo perpetualiter debetis concedere. Il prega di non ammettere nè di ascoltare infideles nostros, nostraeque vitae insidiantes. La sua lettera è data nel novembre dell'anno presente. In un'altra[1345], a Lamberto glorioso conte scritta, gli fa sapere di aver inteso ch'esso Lamberto medita di venire a Roma, per dar favore ai nemici ed infedeli del medesimo pontefice, e che eos rebus et beneficiis contra nostram etiam voluntatem inconvenienter restituere debeatis. Vuol dire di Formoso vescovo di Porto, e d'altri simili ch'egli avea scomunicati. Però dice che nol riceverà, se viene per questo. Con altra lettera[1346] ancora gli notifica la risoluzione sua di passar per mare in Francia, per iter marinum, mostrando di andar colà per trattare col re Carlomanno intorno alla difesa della terra di san Pietro e di tutta la Cristianità; ma non se gli farà torto a credere ch'egli avesse dell'altre segrete mire, perchè l'andar per mare non era il viaggio proprio per trovar Carlomanno. Per questa ordina a Lamberto di non molestare gli stati della Chiesa, altrimenti gl'intima la scomunica. Intanto prima che terminasse l'anno[1347], il re Carlomanno se ne tornò in Germania; ma seco portando una pericolosa malattia, che quasi per un anno il tenne languente. Cacciossi anche la peste nell'armata sua, per cui molti solamente tossendo cadevano morti. Una lettera di Giovanni papa, scritta in quest'anno (se pur non appartiene al precedente) ad Incmaro arcivescovo di Rems[1348], per manus Anastasii bibliothecarii, ci fa conoscere che fino a questi tempi visse Anastasio bibliotecario, scrittore celebre della Chiesa romana, a cui spezialmente siam tenuti per avere raccolte e a noi conservate le vite dei papi.

NOTE:

[1317] Campi, Hist. Ecclesiast. Piacent., lib. 7.

[1318] Annal. Franc. Bertiniani.

[1319] Valesius, in Praefat. ad Panegyr. Berengarii.

[1320] Agnell., Vit. Episcopor. Ravenn. P. I, tom. 2 Rer. Ital., pag. 185.

[1321] Dachery, Spicileg.

[1322] Annal. Franc. Fuldenses.

[1323] Epist. 7 Johannis Papae VIII.

[1324] Epist. 38 et seqq. ejusdem.

[1325] Erchempertus, Hist., cap. 39.

[1326] Antiquit. Ital., Dissert. XIV, pag. 831.

[1327] Epist. 45 Johannis Papae VIII.

[1328] Epist. 47 ejusdem.

[1329] Labbe, Concil., tom. 9.

[1330] Epist. 61 Johannis VIII Papae.

[1331] Labbe, Concilior., tom. 9.

[1332] Dandol. in Chron., tom. 12 Rer. Ital.

[1333] Epist. 66 et 67 Johannis Papae VIII.

[1334] Annales Franc. Bertiniani.

[1335] Regino, in Chron.

[1336] Annales Francor. Fuldenses.

[1337] Annales Francor. Bertiniani.

[1338] Andreas Presbyter, Chron., tom. 1 Rer. Germ. Menckenii.

[1339] Antiq. Ital., Dissert. LXXIII.

[1340] Ibid. Dissert. LXIV.

[1341] Ibid. Dissert. LXX.

[1342] Chron. Casauriens. P. II, tom. 2 Rer. Ital.

[1343] Antiq. Ital. Dissert. XVII.

[1344] Epist. 63 Johannes Papae VIII.

[1345] Epist. 72 Johannis Papae VIII.

[1346] Epist. 68 ejusdem.

[1347] Annales Franc. Fuldenses et Bertiniani.

[1348] Marlot. Hist., Remens. lib. 3, cap. 34.

Anno di CRISTO DCCCLXXVIII. Indiz. XI.

GIOVANNI VIII papa 7. CARLOMANNO re d'Italia 2.

Non si può negare: papa Giovanni poco genio avea per gli figliuoli di Lodovico I re di Germania; era egli tutto portato verso la casa dei re della Gallia, ossia de' Franzesi. Non potè astenersi il cardinal Baronio dal disapprovare la facilità, con cui egli corse a dar la corona dell'imperio a Carlo Calvo. Ma chi non sa qual forza abbiano i regali, e massimamente se grandi? Fors'anche non altronde procedette la persecuzione da lui fatta a Formoso vescovo di Porto, uomo lodatissimo de' suoi tempi, se non dallo averlo scoperto aderente ai Tedeschi, contrario ai Franzesi. Andava ben egli barcheggiando, e coprendo questi suoi genii e contraggenii; ma i fatti contra suo volere levavano la maschera al cuore. Si venne pertanto a scoprire, per quanto si può conghietturare, qualche intenzione o maneggio suo per levare al re Carlomanno il regno d'Italia, o almeno per non volerlo imperadore. Non potea esso Carlomanno accudire in persona a questi affari, perchè sequestrato dalla malattia in Baviera; e però diede commessione a Lamberto duca di Spoleti e ad Adalberto duca di Toscana di far mutare pensiero ad esso pontefice. Ciò che operassero, udiamlo dagli Annali di Fulda[1349]: Lantbertus Witonis filius, et Albertus (lo stesso è che Adalbertus) Bonifacii filius, Romam cum manu valida ingressi sunt, et Johanne pontifice, sub custodia retento, optimates Romanorum, fidelitatem Karlomanno sacramento firmare coegerunt. Non si sa intendere il pretesto di una tale violenza, stante il non essere Carlomanno stato giammai imperador dei Romani, e il non essere tenuti i Romani a giurar fedeltà al re d'Italia; perchè senza dubbio Roma col suo ducato non era compresa nell'italico regno. Seguita a dir quello storico, che dappoichè furono usciti di Roma que' due principi, il papa fece portare dalla basilica di san Pietro tutte le cose preziose alla lateranense, vestì di cilicio l'altare di san Pietro, fece chiudere tutte le porte d'essa chiesa, e a chiunque veniva dalle varie parti della Cristianità per far quivi orazione, non era permesso l'entrarvi: risoluzione che fu riprovata dai buoni fedeli. Ciò fatto, salito in nave, pel Mediterraneo passò in Francia, e vi si trattenne quasi tutto quest'anno. Abbiamo varie lettere[1350] scritte da lui a Giovanni arcivescovo di Ravenna, il quale pare che in questi tempi fosse molto in grazia di questo pontefice; a Berengario conte, cioè al duca ossia marchese del Friuli, ch'egli chiama nato da regal prosapia, perchè figliuolo di Gisla, figliuola di Lodovico Pio Augusto, come fu detto di sopra; ad Angilberga Augusta; a Lodovico Balbo, figliuolo di Carlo Calvo e re di Francia; a Lodovico II re di Germania; e finalmente allo stesso re Carlomanno, con rappresentare loro i gravissimi insulti fatti da Lamberto e Adalberto alla sua persona. Fra le altre cose dice all'arcivescovo di Ravenna e a Berengario, essere venuto Lamberto a Roma; aver preso una porta, ed occupata in tal maniera la città, ut nobis apud beatum Petrum consistentibus (erasi ritirato il papa nella città Leonina) nullam urbis Romae potestatem a piis imperatoribus beato Petro, ejusque vicario traditam, haberemus: parole che ci fanno intendere il sistema di Roma in questi tempi, cioè che i pontefici signoreggiavano in Roma, ma con podestà loro conceduta dagl'imperadori. Aggiugne aver esso Lamberto a forza di bastonate disturbata una processione fatta dai vescovi e dal clero a san Pietro: negato ai vescovi, sacerdoti e familiari del papa l'andarlo a trovare; introdotti in Roma senza licenza sua i nemici ed infedeli suoi già scomunicati; dato il sacco a molti luoghi del territorio di san Pietro: per le quali iniquità ha fulminato contra di lui e di Adelberto marchese o duca di Toscana la scomunica. Scrivendo poi a Lodovico Balbo re di Francia, adopera colori e titoli non certo convenienti alla gravità e mansuetudine pontificia, contra del duca Lamberto; ed aggiugne essersi egli portato a Roma con Rotilde sua sorella, da lui caricata con uno indecente nome, cum moecha sorore Rotilde, cumque complice suo infido Adelberto marchione, immo patriae praedone, per farsi imperadore, come correa la voce: voce nondimeno smentita dai fatti. Si scorge poi da un'altra lettera di esso papa[1351] che Adelberto marchese avea per moglie Rotilde, e questa si vien ad intendere che era sorella di Lamberto duca di Spoleti, onorata con quel bel titolo da papa Giovanni. Prega Berengario di far sapere tali eccessi al re Carlomanno, perchè Lamberto ejus se voluntate jactat talia agere. Scrive poi una particolarità rilevante ad esso Carlomanno: cioè ch'egli era stato necessitato prima delle suddette violenze fattegli da' Cristiani ad accordarsi coi Saraceni, con pagar loro annualmente una pensione di venticinquemila mancusi, ossieno mancosi, in argento, moneta di questi tempi, trovandosi mancosi in oro e mancosi in argento.

Queste tribolazioni ed angustie, accompagnate ancora da minacce d'altre violenze, fecero risolvere papa Giovanni a passare in Francia, giacchè nudriva anche prima questa voglia, per implorare l'aiuto del re Lodovico Balbo. Andò per mare fino ad Arles, conducendo seco prigione Formoso vescovo di Porto, già da lui scomunicato, non fidandosi di lasciarlo in Roma. Bosone duca[1352], che comandava le feste in Provenza, gli fece tutte le maggiori finezze, e l'accompagnò per tutta la Francia, siccome uomo di mire altissime suggerite a lui dall'ambizione non men sua che della moglie Ermengarda, figliuola di Lodovico II Augusto. Perchè Lodovico Balbo era infermo, gli convenne di andare a trovarlo a Troia, città della Sciampagna, dove tenne nel mese d'agosto un gran concilio, e fece confermar la scomunica contra de' duchi, cioè di Lamberto ed Adalberto, e contra di Formoso vescovo e di Gregorio nomenclatore. Coronò re di Francia il suddetto Lodovico, ma non già sua moglie per varii riguardi. Veggendo poi il poco capitale che potea farsi del medesimo re a cagion della sua poca sanità e del cattivo stato, in cui si trovava allora quel regno per le prepotenze e divisioni de' baroni e per le scorrerie de' Normanni, si attaccò il papa al suddetto Bosone duca di Provenza, che in compagnia della moglie Ermengarda per la Morienna e pel monte Cenisio il condusse sano e salvo a Torino, e di là a Pavia. Cosa manipolassero insieme esso papa Giovanni e Bosone, si raccoglie dagli Annali di Fulda, dove son queste parole:[1353] Pontifex, assumto Bosone comite, cum magna ambitione in Italiam rediit, et cum eo machinari studuit, quomodo regnum italicum de potestate Carlomanni auferre, et ei tuendum committere potuisset. E che tale fosse il disegno di papa Giovanni, e ch'egli pensasse a farlo re d'Italia, ed anche imperadore, non servirà poco a farcelo credere una lettera da lui scritta al re Carlo, cioè a Carlo il Grosso, in cui gli fa sapere che per consiglio ed esortazione del re Lodovico Balbo[1354] Bosonem gloriosum principem per adoptionis gratiam filium meum effeci, ut ille in mundanis discursibus, nos libere in his, quae ad Deum pertinent vacare valeamus. Quapropter contenti termino regni vestri, pacem et quietem habere studete: quia modo et deinceps excommunicamus omnes, qui contra praedictum filium nostrum insurgere tentaverint. Un atto di questa fatta, e parole tali dicono molto. Parimente allorchè egli arrivò ad Arles, avea scritto[1355] alla vedova imperadrice Angilberga di aver quivi trovato: Bosonem principem generum vestrum, et filiam domnam Hermengardam, quos permissu Dei ad majores excelsioresque gradus modis omnibus, salvo nostro honore, promovere nihilominus desideramus. Giunto che fu papa Giovanni in Pavia, disegnò di quivi raunare nel dicembre un concilio col pretesto di trattar degli affari delle chiese, ma, secondo tutte le apparenze, per far broglio e procurar la deposizione del re Carlomanno, e nello stesso tempo l'assunzion di Bosone al regno d'Italia. A questo fine scrisse più lettere[1356] ad Ansperto arcivescovo di Milano, chiamandolo a Pavia co' suoi suffraganei; lo stesso fece a Berengario duca del Friuli, a Wibodo vescovo di Parma, Paolo vescovo di Piacenza, Paolo vescovo di Reggio e Leodino vescovo di Modena, e ad altri vescovi e conti. La disgrazia volle che niuno v'andò, perchè niuno si attentò di comparire ad un concilio tale senza licenza del re Carlomanno, nel cui regno si volea far questa sacra adunanza, e forse contra di lui. Neppure vi andò Suppone illustre conte, forse allora duca e marchese di Milano e della Lombardia. Gli scrive il papa di essere maravigliato[1357], cur, ut audisti nos in tuos honores (così erano chiamati i governi dei conti, marchesi e duchi) venisse, obviam non concurreris. Aggiugne: Unde cernimus quoniam istud non ex corde, sed pro fidelitate tui senioris (cioè perchè era fedele a Carlomanno suo signore) taliter feceris: quod ideo pepercimus. Contuttociò il prega ed esorta di lasciar ogni altro affare, di venire a trovarlo, incitans etiam alios, quibus apostolicas literas misimus, ut et ipsi similiter faciant. Accortosi dunque papa Giovanni che niuna buona piega prendevano le sue politiche idee, se ne tornò (probabilmente per la via di Genova e del mare) a Roma, dove è degno di osservazione che fu scritto uno strumento con gli anni di Carlomanno, accennato dal Fiorentini[1358], cioè colle seguenti note: Regnante Carolomanno rex, anno regni in Italia secundo, XV kalendas novembris, Indictione XIII. Actum civitate Leoniana Urbis Romae, beati Petri Apostoli. Bosone anch'egli si restituì in Provenza, e giacchè non gli era venuto fatto il colpo in Lombardia, cominciò altre macchine per l'ingrandimento suo, delle quali parleremo all'anno seguente. Perciocchè venne in quest'anno a morte Giovanni arcivescovo di Ravenna, in cui luogo fu immediatamente eletto Romano, il sommo pontefice, siccome padrone di quella città, scrisse[1359] al popolo di Ravenna di avere inteso che Lamberto duca di Spoleti macchinava di entrare in quella città. E però ordina ad essi, sotto pena di mille pisanti, di non permettere ch'egli, nè alcuno de' suoi uomini, sia ammesso entro la città. Che in questi tempi il re Carlomanno dimorasse in Baviera, lo abbiamo da varii documenti, e spezialmente in uno[1360] scritto nel dì sesto d'ottobre, in cui concedè alla vedova imperadrice Angilberga alcuni beni. Era passato a miglior vita nell'ottobre dell'anno precedente sant'Ignazio patriarca di Costantinopoli: accidente che aprì l'adito al già deposto Fozio di rimettersi su quel trono patriarcale[1361], non senza biasimo di Basilio imperador dei Greci, che rialzò un uomo tale, dianzi sì solennemente riprovato in un general concilio della Chiesa tutta. Furono perciò attribuite dai buoni Cattolici a gastigo di Dio le disgrazie che ad esso Augusto accaddero di poi, con avergli la morte rapito Costantino suo primogenito, già creato imperadore, quel medesimo, a cui Lodovico II imperador d'Occidente avea promessa in isposa l'unica sua figliuola Ermengarda. Il cardinal Baronio[1362] e il padre Pagi[1363] differiscono la sua morte all'anno 879, non so ben dire, se con infallibil racconto.

E fin qui s'era mantenuta forte contro tutti gli sforzi de' Mori e de' Saraceni la città di Siracusa, capitale allora della Sicilia, per la valorosa difesa dei Greci che n'erano padroni. Ma in quest'anno assediata da que' Barbari, e con varie sorte di macchine battuta, quantunque i cittadini e la guarnigion greca facessero di gran prodezze nella difesa[1364], fu miseramente presa, messa a fil di spada la maggior parte di que' Cristiani, e dopo un general sacco con incredibil bottino, perchè era città ricchissima, tutta data alle fiamme. Trovasi descritta questa miserabil tragedia da Teodosio monaco contemporaneo in una lettera già data alla luce da Rocco Pirro, e da me ristampata[1365]. Pretese l'abbate Carusi, uomo dotto, che la presa di Siracusa accadesse non già in quest'anno, ma bensì nell'anno 880. Tuttavia non paiono convincenti le ragioni che egli reca, e si vuol confrontarle con altre addotte dal padre Pagi, per provar succeduta questa perdita de' Cristiani nell'anno presente. Aggiungasi ora la testimonianza della Cronica saracenica, pubblicata dallo stesso Carusi, che parimente si legge in essa mia Raccolta, dove all'anno 878 sono le seguenti parole: Captae sunt Syracusae vicesimo primo maii, feria quarta. Cadde appunto il dì 21 di maggio del presente anno in mercordì. La perdita di Siracusa si tirò dietro quella di tutti gli altri luoghi fin allora conservati dai Greci in Sicilia, e tutti poi, per attestato di Cedreno[1366], furono smantellati dai vittoriosi Mori, fuorchè Palermo, città che, scelta per loro fortezza, crebbe da lì innanzi in popolazione e grandezza, e divenne poi capo di quella sì riguardevol isola; del che gran doglia provarono i Cristiani non men dell'Occidente che dell'Oriente.

NOTE:

[1349] Annales Franc. Fuldenses.

[1350] Epist. 84, 85, etc. Johannis Papae VIII.

[1351] Epist. 164 Johannis Papae VIII.

[1352] Annales Francor. Bertiniani.

[1353] Annal. Francor. Fuldenses.

[1354] Epist. 119 Johannis Papae VIII.

[1355] Epist. 92 Johannis Papae VIII.

[1356] Epis. 126, 127, etc. ejusdem.

[1357] Epistola 130 ejusdem.

[1358] Niceta, in Vit. S. Ingnatii Constantinop.

[1359] Baron., Annales Eccl.

[1360] Pagius, ad Annal. Baron.

[1361] Fiorent., Vita di Matilde, lib. 3. p. 24.

[1362] Epistola 133, Johann. Papae VIII.

[1363] Antiquit. Ital., Dissert. 17, p. 929.

[1364] Constantinus Porphyrogenn., in Vit. Basilii Imper.

[1365] Rer. Ital. P. I. tom. 2.

[1366] Cedren. in Annal. de Niceph. Phoca.

Anno di CRISTO DCCCLXXIX. Indiz. XII.

GIOVANNI VIII papa 8. CARLO il GROSSO re d'Italia 1.

Seguitava intanto Carlomanno re di Baviera e d'Italia a combattere con gl'incomodi della sua sanità[1367]. Sopraggiuntagli una paralisia, per cui perdè quasi affatto l'uso della parola, andava peggiorando il suo stato. Però i due re suoi fratelli Lodovico e Carlo Grasso, ossia il Grosso, cominciarono a fargli i conti sulla vita. Lodovico col pretesto di una visita portatosi in Baviera, di mano in mano che comparivano alla sua udienza i magnati di quel regno, si facea da loro promettere di non prendere per loro principe se non lui, qualora occorresse la morte del fratello. Carlo il Grosso all'incontro vagheggiava l'Italia, e si preparava per calare dal suo regno di Alemagna a procacciarsi questa corona. Teneva anche filo di trattati con papa Giovanni; e il papa gli dava buone parole, anzi implorava il suo aiuto contra dei Saraceni, senza lasciar nello stesso tempo di riconoscere per re l'infermo Carlomanno. Anzi impariamo da una lettera scritta da papa Giovanni[1368] ad Antonio vescovo di Brescia, e a Berengario conte, ossia duca del Friuli, che Carlomanno avea dichiarato esso papa suo vicario nel governo del regno d'Italia. Era intanto dallo stesso papa stato intimato un concilio da tenersi in Roma, con chiamarvi spezialmente i metropolitani di Milano e Ravenna coi loro suffraganei. Ma eccoti insorgere una gara fra il papa ed Ansperto arcivescovo di Milano, che andò a finire in una rottura. Ciò che pretendesse il pontefice Giovanni, si raccoglie da una lettera scritta a quell'arcivescovo. Erano le mire sue di raunar que' vescovi, per disporre, coll'assenso loro, della corona del regno d'Italia. Et quia, scrive egli, Carolomannus corporis, sicut audivimus, incommoditate gravatus, regnum retinere jam nequit, ut de novi regis electione omnes pariter consideremus, vos praedicto adesse tempore valde oportet. Et ideo nullam absque nostro consensu regem debetis recipere. Nam ipse, qui a nobis est ordinandus in imperium, a nobis primum atque potissimum debet esse vocatus et electus. Il che era dire in buon linguaggio, che l'arcivescovo e gli altri prelati doveano intervenire a quel concilio per ricevere imperadore e re d'Italia chiunque avesse voluto il papa. Ma Ansperto, oltre al poter essergli stato vietato dal re Carlomanno di andare a Roma, verisimil cosa è che pretendesse spettante a sè ed ai vescovi del regno d'Italia l'eleggere il loro re, senza dipendere dal romano pontefice; giacchè per tanti anni sotto i re longobardi il regno d'Italia era stato indipendente da chi era imperador de' Romani; e circa ventisette anni l'avea tenuto Carlo Magno, senza essere imperadore. Anzi lo stesso Carlomanno, re allora d'Italia, non si sa che dipendesse punto dall'elezione del papa per acquistare questa corona. Aggiungasi che i principi secolari d'Italia, cioè i duchi, marchesi e conti, doveano anch'essi pretendere, almeno al pari de' vescovi, all'elezione del re; ed all'incontro parea che il papa li volesse esclusi da questo diritto. Può anche darsi che, per quanto era avvenuto in Pavia, già si sospettasse, o si sapesse rivolto l'animo di papa Giovanni in favor di Bosone duca, già da lui adottato per figliuolo, e che perciò Ansperto e gli altri fedeli alla casa reale di Francia dominante in Germania si tenessero lungi dall'andare ad un congresso, dove correano pericolo di essere astretti a far le voglie del papa. Abbiamo una lettera da esso romano pontefice scritta[1369] verso l'aprile di quest'anno Bosoni glorioso principi, da cui risulta che gli andava procacciando degli aderenti e fautori in Italia; ed anche per questa mira dovette egli rimettere in sua buona grazia Adalberto duca e marchese di Toscana con Rotilda sua moglie, già abominati da lui nell'anno precedente. De parte quoque, dice egli, Adelberti gloriosi marchionis, seu Rotildae comitissae conjugis ejus, cognoscat nobilitas vestra, quod vobis in omnibus fideles et devotos amicos eos esse cognoscimus. Ideo rogamus, ut eorum comitata in provincia posita, sicut jam tempore longo tenuerunt, ita deinceps pro nostro amore securiter habeant. Questi contadi posti in Provenza li doveano avere avuti Adalberto e sua moglie dalla beneficenza di Lodovico II imperatore, cominciandosi con ciò a vedere che tali governi prendevano a poco a poco la forma dei feudi de' secoli susseguenti. L'assoluzione dalle censure data ad esso Adelberto si vede solamente nell'epistola scritta dal suddetto papa[1370] nel novembre dell'Indictione XIV dell'anno seguente. Al medesimo Bosone ancora è più che probabile che fosse indirizzata un'altra lettera del medesimo pontefice[1371], mancante del titolo, in cui sono le seguenti parole: Secretum, quod, Deo auxiliante, vobiscum Trecis existentes habuimus, immutilatum ac fixum nostro apostolico pectore, quasi quoddam thesaurum reconditum procul dubio retinemus; et totis, vita comite, nisibus illud, quantum in nobis est, alacriter optamus perficere. Quapropter si excellentiae vestrae libet, jam hoc ipsum ad effectum debetis perducere. Dà il titolo di eccellenza in altre lettere ad esso Bosone. Che secreto poi e concerto fosse questo che si doveva presto eseguire, cioè se riguardi il regno d'Italia, oppur l'occupazione del regno della Borgogna che seguì in questo medesimo anno, noi nol sappiamo. Più nondimeno probabile è il secondo.

Comunque sia, Ansperto arcivescovo di Milano non volle intervenire al concilio tenuto in Roma nel mese di maggio: perlochè fu scomunicato da papa Giovanni. Poco dappoi nondimeno esso pontefice[1372] gli scrisse, con ordinargli di venire all'altro concilio che s'avea da celebrare sul principio d'ottobre, dicendo fra l'altre cose: Hoc etiam tibi, tuisque suffraganeis omnibus admonitione nostra denunciamus atque praecipimus, ut cum eo, qui de regibus Francorum, Deo favente, Italiam fuerit ingressus, nullum absque consensu et unanimitate placitum facere praesumatis, Apostolorum canone capituli XXXV ita jubente atque dicente, ec. Strana cosa è il veder qui citato uno de' pretesi canoni degli Apostoli. E da ciò sempre più si scorge che nasceva la discordia fra il pontefice e l'arcivescovo dalle diverse pretensioni loro intorno al diritto di eleggere il re d'Italia. Non cessava intanto papa Giovanni di replicar le istanze[1373] al re Carlomanno, perchè accorresse in aiuto della Chiesa afflitta dai Saraceni, maltrattata anche dai cattivi Cristiani. Altrettanto scriveva a Lodovico II re di Germania, e a Carlo Crasso re d'Alemagna loro fratello, facendo ora all'uno, ora all'altro sperare l'imperio. Non mancavano intanto altre gravissime faccende allo stesso papa, riguardanti la Chiesa di Dio. Era, come dicemmo, il deposto Fozio risalito sul trono patriarcale di Costantinopoli. Arrivarono a Roma i legati di Basilio imperadore e d'esso Fozio, per indurre il papa ad ammetterlo alla sua comunione: e venne lor fatto. Il cardinal Baronio[1374] benchè adduca delle ragioni per iscusare in ciò la troppa facilità di papa Giovanni, pure non può astenersi dal parlare con amarezza di lui, sino a figurarsi che la favola della papessa Giovanna prendesse origine da questa sua esorbitante condiscendenza in favore d'un personaggio si screditato: immaginazione, che neppure ha ombra di verisimiglianza alcuna. Ma non mancano altri scrittori, che biasimando la rigidezza di que' sommi pontefici, i quali negli affari scabrosi niun temperamento vogliono ammettere, credono saggiamente concorso questo papa ad approvar l'elezione di Fozio, massimamente avendolo egli fatto con varie condizioni e riguardi, dei quali parla la storia ecclesiastica. Venne a morte in quest'anno Landolfo vescovo e conte di Capoa[1375], con lasciar dopo di sè una trista memoria per le sue cabale, per la sua estrema ambizione, e per l'odio che portava ai monaci. Era solito a dire: Ogni volta che mi si presenta davanti agli occhi un monaco, m'aspetto in quel dì qualche gran disgrazia. Nel principato di Capoa gli succedette Pandonolfo suo nipote[1376]. Landolfo iuniore figliuolo di Landone, suo nipote, fu eletto vescovo di quella città. Ma Pandonolfo, chiamato da altri Pandenolfo, da lì a poco fatta prendere la sacra tonsura a Landenolfo[1377], suo fratello ammogliato, procurò che anch'egli fosse eletto, e mandollo a Roma a prendere la consecrazione dal papa. Quantunque Bertario abbate di monte Casino e Leone vescovo di Teano venissero anch'eglino a Roma per dissuadere il pontefice dall'ordinarlo, con predirgli dei gravi disordini, il papa non ne fece caso. Verificossi la predizione, perchè nacque fiera discordia fra i parenti e fra il popolo, che durò non poco; e i Saraceni, profittando della lor divisione, diedero un terribil sacco al distretto di Capoa. Perlochè il papa due volte fu obbligato a portarsi a quella città, e a prendere in fine (forse nell'anno seguente) il ripiego di dividerne il vescovato, costituendo Landolfo vescovo in Capoa vecchia e Landenolfo nella nuova. Anche Adelgiso principe di Benevento (non si sa bene, se in questo, o se nel precedente anno) terminò i suoi giorni, ma di morte violenta, perchè ucciso dai suoi generi, nipoti ed amici. In suo luogo fu eletto Gaideri ossia Gaideriso, figliuolo di una sua figliuola. La discordia che, siccome dissi, si svegliò in Capoa per i due pretendenti a quel vescovato, fece ricorrere i figliuoli di Landone per aiuto a Guaiferio principe di Salerno, il qual prese la lor protezione, e mosse guerra a Pandonolfo conte di Capoa. Questi non avendo maniera di sostenersi, si raccomandò al papa, che scrisse lettere[1378] per trattenere Guaiferio dal molestare i Capoani, con intimargli anche la scomunica: flagello che si fa udire ben sovente nelle lettere di questo pontefice. Gli dice fra l'altre cose: Nam pro vestro, quum venerimus, amore, ipsum quem vultis capuanae plebi, antistitem ordinabimus, ut vester principalis honor imminutus permaneat: parole indicanti che sovrano di Capoa era il principe di Salerno, e che non dovea avere avuto effetto la donazione di quella città fatta da Carlo Calvo Augusto alla Chiesa romana. Certo in queste lettere papa Giovanni non mostra di pretendersi padrone in temporale di Capua. Un altro ricorso prima ancora di questo avea fatto Pandonolfo a Gaideriso principe di Benevento, e a Gregorio generale in Italia dell'imperador greco Basilio, con chiedere loro soccorso, e promettere al primo d'essi che venisse, di sottomettersi a lui e di giurargli fedeltà. Per due diverse strade giunsero costoro a Capoa, e si accamparono presso a quella città, in tempo che sopraggiunto ancora Guaiferio colla sua armata, si piantò anch'egli vicino all'anfiteatro. Restarono allora burlati da Pandonolfo il principe di Benevento e il generale de' Greci; e però se ne tornarono mal soddisfatti alle loro case. Seguitò per un pezzo Guaiferio a tenere assediata quella città, da dove uscì tutta la nobiltà e molti del popolo; ma venendo il verno senza ch'egli avesse potuto dar la lezione che volea a Pandonolfo, dopo aver desolato il paese, se ne tornò a Salerno. Veggonsi ancora lettere di papa Giovanni[1379] a Pulcari duca d'Amalfi. Si era questi impegnato di rompere i patti stabiliti coi Saraceni, e di difendere le terre della Chiesa romana: al qual fine papa Giovanni già avea sborsato diecimila mancosi d'argento. Perchè non avea attesa la promessa, il papa fece istanza per riavere il suo danaro, e sopra ciò scrisse ancora a Guaiferio principe di Salerno, con iscomunicar dipoi Pietro vescovo di quella città, e Pulcari e il popolo tutto, finchè rinunziassero all'amicizia degl'infedeli. Un'eguale scomunica minacciò ad Atanasio il giovane, vescovo di Napoli, se non si ritirava dall'alleanza contratta coi suddetti Saraceni.

Arrivò al fine de' suoi giorni nel dì 11 di aprile dell'anno presente, non senza sospetto di veleno, Lodovico Balbo, re solamente di Francia, e non già imperador de' Romani, come immaginarono il Sigonio e il cardinal Baronio. Presero quella corona i due suoi figliuoli Lodovico e Carlomanno, a lui nati da Ansgarde fanciulla nobile, che si crede da lui presa per moglie in sua gioventù, ma poi ripudiata per ordine del padre. Lodovico II re di Germania mosse lor guerra[1380], e per una convenzione acquistò una parte della Lorena. Furono questi torbidi che diedero il comodo a Bosone duca di Provenza di ben pescare in questa congiuntura, e di eseguire un disegno suo, non già nato allora. La moglie Ermengarda l'andava incitando, con dire[1381] che una pari sua, figliuola d'un imperador d'Occidente, e già sposata ad un imperador d'Oriente, non potea vivere, se non vedea sè stessa regina, e il marito re. Forse non avea egli bisogno di sì fatti sproni. Pertanto parte con promesse di abbazie, di benefizii ecclesiastici e di ville, parte colle minacce indusse i vescovi e primati della Provenza, e di una parie del regno della Borgogna, ad accettarlo e riconoscerlo per re. Probabilmente non gli fu di picciolo aiuto Rostagno arcivescovo d'Arles, che il papa, consapevole, per quanto si può conghietturare, di questa risoluzione, avea decorato col titolo di suo vicario per la Gallia. In Mante presso a Vienna in una dieta di vescovi fu egli eletto e coronato re, con piantare in questa maniera un nuovo regno, appellato arelatense, oppure di Borgogna. Abbracciava questo la Provenza, il Delfinato, la Savoia, Lione col suo territorio, ed alcuni contadi della Borgogna. Pretende l'Eccardo[1382] che la città d'Arles riconoscesse allora per suoi re Lodovico II re di Germania, e Carlo il Grosso re d'Alemagna. Ma facilmente si può provare ch'essa apparteneva ai re della Gallia, e che loro fu usurpata con altri stati da Bosone. Però, secondochè attesta Reginone[1383], Lodovico e Carlomanno re della Gallia e i lor successori perseguitarono sempre Bosone, ed ebbero in odio il suo nome e tutti i suoi sudditi. Ma egli, siccome persona di acuto intendimento e di rara destrezza, seppe così ben governarsi, che contra tutti i lor tentativi sempremai saldo si sostenne. Figurossi allora l'Eccardo suddetto che in quest'anno il re Carlomanno, figliuolo del re di Germania Lodovico I, si facesse portare in Italia, deducendolo da un diploma riferito dall'Ughelli[1384]. Ma non regge la sua conghiettura fondata sopra un documento copiato con poca accuratezza, e che dee riferirsi all'anno 877. Non permetteva la troppa afflitta sanità a questo principe d'imprendere un viaggio tale. È bensì fuor di dubbio che Carlo, appellato dai posteri Grasso ossia il Grosso, re d'Alemagna, suo fratello, calò in quest'anno in Italia. Ne abbiamo il riscontro negli Annali bertiniani[1385]. Mirava egli cadente il fratello; e però affrettossi a lasciarsi vedere in Italia per disporre gli animi dei principi e magnati di questo regno ad eleggere lui per successore. E che in tali negoziati passasse d'intelligenza coi re suoi fratelli, cioè col suddetto Carlomanno e con Lodovico II, si può ricavar dagli stessi Annali, che riferiscono seguito fra loro un abboccamento in Orba, terra oggidì degli Svizzeri, prima ch'egli scendesse in Italia. Secondo i suddetti Annali, gli riescì di ottenere il regno italico. Ma quando precisamente seguisse la di lui elezione, noi saprei dire. Neppure nel dì 15 di novembre egli contava gli anni del regno d'Italia, se crediamo ad un suo diploma[1386] da me pubblicato, e dato XVII kalendas novembris anno ab Incarnatione Domini nostri Jesu Christi DCCCLXXVIIII, Indictione XIII, anno vero regni regis Karoli tertio cioè terzo del regno d'Alemagna. Adunque neppure nel dì 16 di ottobre egli numerava gli anni del regno d'Italia. Veggasi il testamento di Ansperto arcivescovo di Milano, da me dato alla luce[1387], dove son queste note cronologiche: Karlomannus, divina providentia ordinante, rex Longobardorum in Italia anno regni ejus secundo, decima die mensis septembris, ingrediente Indictione tertiadecima, cioè in quest'anno, riconoscendosi da ciò qual corso avessero in Milano le indizioni. Un altro testamento susseguentemente fatto dal medesimo arcivescovo vien accennato dal signor Sassi bibliotecario dell'Ambrosiana[1388], scritto nel dì XI di novembre, nell'anno primo di Carlo re, nell'indizione XIII, cioè nello stesso anno 879. Sicchè Carlo il Grosso dovette essere eletto e riconosciuto re d'Italia solamente sul fine di ottobre, o sul principio di novembre dell'anno presente. Un suo diploma in favor delle monache di santa Giulia di Brescia, che si legge nelle mie Antichità italiche, è dato IV kalendas januarii, Indictione XIIII, anno vero regni Carolis regis in Francia V, in Italia II. Actum in Placentia, cioè nel dì 29 di dicembre dell'anno seguente 880. E perciocchè in quel dì correva l'anno secondo del regno d'Italia, per conseguenza nello stesso dì dell'anno presente 879 egli era già re d'Italia. Intanto il sommo pontefice Giovanni VIII, giacchè Bosone adottato per suo figliuolo o avea fatto, o era vicino a stabilire il suo regno in Provenza e nella Borgogna, erasi accorto abbastanza che sopra l'uno dei due re fratelli, cioè sopra Lodovico II re di Germania, o sopra Carlo il Grosso re d'Alemagna dovea cadere la corona del regno d'Italia, perciò colà rivolse le mire sue. Che anche egli avesse mano in eleggere o far eleggere re d'Italia esso Carlo, sembra quasi che certo, perchè all'udirlo disposto di venire in Italia, gli scrisse[1389], con ispedirgli Arnolfo suo consigliere, e pregarlo di accudire ai bisogni della Chiesa romana, troppo infestata dai cattivi Cristiani, e più dai pessimi Saraceni. In un'altra lettera, a lui scritta sul fine di novembre, si scorge essere già seguito concerto che il papa dovesse portarsi a Pavia, allorchè Carlo vi fosse giunto per trattar quivi di cose utili alla stabilità del regno; ed essendo venuta nuova che esso re Carlo era pervenuto a Pavia, senza che egli ne avesse dato avviso a Roma, nè inviati colà i suoi legati, di ciò il papa molto si maraviglia. Vuole perciò ch'egli spedisca i suoi ambasciatori a Roma con lettere onorevoli per la santa Sede: dopo di che esso papa si metterà in viaggio per andare a trovarlo, e a digerir con lui ciò che riguardava l'esaltazione della Sede apostolica, e l'onore non meno del pontefice che del re. Era forte in collera papa Giovanni contra di Ansperto arcivescovo di Milano, perchè questi, seguitato dagli altri vescovi e principi del regno longobardico, non avea voluto accordarsi con lui intorno all'elezione del re d'Italia. Siccome essi non entravano a far l'imperadore de' Romani, appartenendo ciò al papa e al senato romano: così pretendevano che neppur il papa entrasse egli a fare re d'Italia, credendo lor proprio questo diritto. Arrivò tant'oltre questa gara e disunione, che per non avere Ansperto fatto caso della scomunica pontificia, papa Giovanni il dichiarò decaduto dal vescovato, e ne scrisse al re Carlo[1390], ed anche al clero di Milano, perchè passasse all'elezione d'un altro. Non mancò il re Carlo di scrivere in favore d'Ansperto; ma il papa se ne scusò, volendo che questo prelato andasse prima a Roma a dar le dovute soddisfazioni. Vedesi nondimeno cessato dipoi questo turbine. Ma per conto dell'elezione di Carlo il Grosso in re d'Italia, non essendovi vestigio che v'intervenisse nè in persona nè per mezzo di alcun legato il papa, sembra assai credibile che questa si eseguisse dai vescovi e primati del regno, senza volere dipendenza da lui. Anzi appunto, perchè Ansperto arcivescovo volle indipendentemente dal papa stesso procedere all'elezione di Carlo suddetto, possiam conghietturare che nascesse l'ira d'esso papa Giovanni contra di lui, fino a scomunicarlo, e a cercar di deporlo sotto altri pretesti: il che non ebbe effetto, veggendosi da lì a non molto rimessa la concordia fra loro.

NOTE:

[1367] Annales Franc. Fuldenses.

[1368] Epist. 155 et 237 Johann. Papae VIII.

[1369] Epist. 164 Johann. Papae VIII.

[1370] Epist. 258 Johannis Papae VIII.

[1371] Epist. 180 ejusd.

[1372] Epist. 177, 181 et 196 Johann. Papae VIII.

[1373] Epist. 186, 197 et 172 ejusd.

[1374] Baron., Annal. Eccl.

[1375] Erchempertus, Hist., cap. 40.

[1376] Chron. Comit. Capuan., apud. Peregrin.

[1377] Leo Ostiensis, lib. 1, cap. 41.

[1378] Epist. 206 et 214 Johannis Papae VIII.

[1379] Epist. 209, 225 et 227 Johannis Papae VIII.

[1380] Annales Francor. Fuldenses.

[1381] Annales Francor. Bertiniani.

[1382] Eccard., Rer. Francor., lib. 31, p. 634.

[1383] Regino, in Chron.

[1384] Ughell., Ital. Sacr., tom. 5 in Episcop. Veronens.

[1385] Annales Francor. Bertiniani.

[1386] Antiquit. Italic., Dissert. LXX.

[1387] Ibid., Dissert LVI.

[1388] Saxius, in Not. ad Regn. Ital. Sigonii.

[1389] Epist. 217, 230 et 231 Johann. Papae VIII.

[1390] Epist. 221, 222, 256 et 260 Johannis Papae VIII.

Anno di CRISTO DCCCLXXX. Indiz. XIII.

GIOVANNI VIII papa 9. CARLO il GROSSO re d'Italia 2.

Restò finalmente vinto dalle gravi sue infermità Carlomanno re di Baviera e d'Italia. Secondo gli Annali di Fulda[1391], seguì la sua morte nel dì 22 di marzo. Leggesi appresso Reginone[1392] un elogio che cel rappresenta dotato di molte insigni qualità e virtù. Niuna prole legittima lasciò egli dopo di sè. Vi restò un solo figliuolo giovane di bellissimo aspetto, a lui partorito da Ludsvinda sua concubina, appellato Arnolfo, di cui avremo a parlar più d'un poco. All'avviso della morte del fratello, non fu pigro Lodovico II re di Germania a correre in Baviera, dove, raunati tutti i baroni di quel regno, senza difficoltà tutti a lui si sottomisero. Contentossi egli che il bastardo Arnolfo ritenesse la Carintia, giacchè gliel'avea conceduta il padre. Trovasi il re Carlo Grasso in Pavia nel mese di aprile del presente anno, e non già del susseguente, come pensò il Puricelli[1393], ciò costando da due suoi diplomi in favore del monistero ambrosiano, dati anno regni in Italia primo. Nel mese di giugno i figliuoli di Carlo Calvo Augusto, cioè Lodovico e Carlomanno, i quali divisero in quest'anno il regno della Francia ossia della Gallia fra loro, camminarono ben d'accordo, e tennero un congresso nella villa di Gundolfo, a cui intervenne il re Carlo il Grosso, colà portatosi dall'Italia. Non vi potè essere il re Lodovico suo fratello, perchè impedito da malattia. Quivi spezialmente si trattò delle maniere di abbattere Bosone usurpatore della Borgogna e Provenza. Unitamente poi nel mese di luglio mossero l'armi contra di lui; gli tolsero la città di Mascon, e passati sotto Vienna del Delfinato, vi misero l'assedio. Dentro v'era con un buon presidio Ermengarda, moglie del re Bosone, che fece una gagliarda difesa per grandissimo tempo. Ma il re Carlo Grasso si fermò poco a quella impresa, chiamato da' suoi affari in Italia. Ch'egli fosse in Piacenza nel dì 23 di aprile dell'anno presente apparisce da un suo diploma, da me dato alla luce[1394], ma senza aver allora avvertito che ivi il sigillo è di Carlo imperadore; il che non può stare, perchè egli era solamente re, e contava l'anno I del regno d'Italia. In esso diploma conferma i beni alla vedova imperadrice Angilberga. Abbiamo una lettera da papa Giovanni a lui scritta[1395], in cui gli ricorda d'averlo chiamato in Italia per l'utilità ed esaltazione della santa Sede apostolica, ad culmen imperii, Deo propitio, volentes vos perducere. Aggiugne, che pel grande amore che gli portava, ad vos Ravennam pervenimus: cosa non mai praticata da' suoi antecessori, per isperanza di domar col suo braccio i nemici della Chiesa: Sed quia de his omnibus nihil apud magnitudinem vestram, ut volebamus, peregimus: revertentes prioribus pejora reperimus. Perciò il prega di spedire a Roma i suoi ambasciatori, per concertar con essi i patti e privilegii della Chiesa romana, prima che egli colà si porti in persona. Questa lettera nel registro vien riferita sotto il precedente anno 879. Piuttosto nel presente credo io seguito fra loro un tale abboccamento. Anche il Dandolo[1396] scrive d'esso re Carlo: Hic primo anno regni sui Ravennae existens, foedus inter Venetos et subjectos suos italici regni per quinquennium renovavit. Nel luglio poi di quest'anno un'altra lettera si legge scritta dal medesimo papa ad esso re Carlo, dove il loda per le sue buone intenzioni di accorrere in aiuto della Chiesa romana, afflitta allora più che mai dai Saraceni e da varii cattivi cristiani. Il prega di non prestar orecchio ai nemici dello stesso papa, con aggiugnere ch'egli s'era portato ad una certa corte, così esortato da Vibodo vescovo di Parma per parlare con Guido conte figliuolo di Lamberto; ma che questi lo avea burlato col non venire. E perchè il re Carlo temeva che il papa seguitasse a proteggere Bosone negli stati usurpati, papa Giovanni protesta di averlo abbandonato, dopo la tirannia praticata contro la casa reale di Francia, e di voler tenere solamente il re Carlo in luogo di figlio. Così questo politico papa andava navigando secondo i venti, e mutando giri ed idee. Dice in fine: Pro justitiis autem faciendis sanctae romanae Ecclesiae, ut idoneos et fideles viros e latere vestro nobis de praesenti dirigatis, obnixe deposcimus, qui nobis pariter cum missis nostris proficiscentibus, de omnibus justitiam plenissimam faciant, et vestra regali auctoritate male agentes corrigant et emendent: cioè, come io credo, ne' confini dei ducati di Spoleti e di Toscana. La menzione poi fatta qui di Guido conte ossia duca di Spoleti, ci fa sufficientemente comprendere che o in questo o nel precedente anno fosse già mancato di vita Lamberto, veduto da noi in addietro duca di quella contrada, e scomunicato dal papa. Camillo Pellegrino[1397] credette questo Guido figliuolo di Guido seniore, parimente duca di Spoleti. In fatti sì da Erchemperto[1398] che dall'Anonimo salernitano[1399] viene nominato Guido filius Guidonis senioris. Altrove lo stesso Erchemperto scrive: Defuncto autem Lamberto filio Guidonis senioris, filio suo (senza dargli il nome) Spoletum reliquit. Quo etiam decedente, Guido junior, Spoletum et Camerinum suscipiens, cum Saracenis in Sepino castrametatus pacem fecit, obsidibus datis. Dalle quali parole intendiamo, che morto Lamberto, un suo figliuolo gli succedette nel governo di Spoleti. E, questo parimenti mancato di vita, Guido, che dianzi era duca di Camerino, ottenne anche il ducato di Spoleti, e signoreggiò in ambedue que' ducati. Ma non si può fallare, credendo che Lamberto lasciasse un figliuolo appellato Guido, dacchè sopra ciò chiara è la testimonianza dell'epistola di papa Giovanni.

Tre Guidi duchi di Spoleti riconosce il conte Campelli[1400], diversamente da quel che fece Camillo Pellegrino. E non senza fondamento. In una sua lettera dell'anno 882[1401] papa Giovanni scrive a Carlo il Grosso imperadore: De omnibus immobilibus rebus territorii sancti Petri, quas nobis Ravennae consistentibus, in praesentia serenitatis vestrae UTERQUE WIDO MARCHIO pro reinvestitione reddidit, nec unum recepimus locum. Adunque nel tempo, in cui era seguito il congresso di Ravenna, cioè nel presente anno 880, i due ducati di Spoleti erano governati da due Guidi, l'uno de' quali sarà stato figliuolo di Lamberto, e l'altro fratello. Il figliuolo di Lamberto, secondo l'attestato d'Erchemperto, poco dappoi morì; e per conseguente Guido figliuolo di Guido, e fratello di Lamberto, quegli sarà stato che fra pochi anni vedremo re d'Italia ed imperador de' Romani. Abbiamo un'altra lettera di papa Giovanni[1402] al re Carlo Grasso, scritta nel dì 10 di settembre del presente anno, da cui risulta che si aspettava l'arrivo di lui a Roma; e il papa, dopo aver fatte nuove istanze per la spedizione di un legato dalla parte d'esso re, che prevenisse la di lui venuta affine di concertar le cose, passa a dolersi, perchè partitosi da Pavia, sia venuto nel territorio di Roma Giorgio nomenclatore, uomo già scomunicato, con un uomo di Guido duca; e quasi assicurato dall'autorità del medesimo re Carlo, si sia messo in possesso de' beni allodiali, quae ad jus sanctae romanae Ecclesiae (Carolo divae memoriae patruo vestro concedente) legaliter pervenerunt. Se erano que' beni, come pare che non s'abbia a dubitare, nel ducato romano, vegniamo a conoscere che gl'imperadori doveano ritenere il fisco in Roma in questi tempi, giacchè que' beni confiscati al suddetto Giorgio gli avea Carlo Calvo conceduti al papa. In un'altra lettera[1403] il pontefice fa sapere allo stesso re Carlo il Grosso, che l'armata navale de' Greci ha sconfitta la saracinesca, ma che non lasciano i Saraceni di fieramente infestare i contorni stessi di Roma, di modo che non osava la gente di uscir fuori di quella città. Questa vittoria i Greci la riportarono nel mare di Napoli, ciò costando da un'altra lettera di esso papa[1404], contenente le congratulazioni sue a Gregorio generale di Basilio imperador de' Greci, a Teofilatto ammiraglio, e a Diogene conte, a' quali forte eziandio si raccomanda, perchè vengano con alquante navi nella spiaggia romana per dare addosso ai Saraceni, inumani divoratori di quella contrada. Finalmente crede il padre Pagi[1405] con altri che nel dicembre di questo anno s'incamminasse il re Carlo il Grosso a Roma, e nel giorno santo del Natale del Signore, secondochè attestano gli Annali bertiniani[1406], ricevesse dalle mani di papa Giovanni la corona imperiale, cioè fosse creato imperador de' Romani. Perchè Reginone[1407], Sigeberto[1408], Ermanno Contratto[1409] ed altri antichi storici seguitano l'epoca incominciante l'anno nuovo dalla natività del Signore, perciò si crede che registrassero la di lui coronazione cesarea nell'anno 881; al che non facendo mente il cardinal Baronio[1410] ed altri, sino al Natale dell'881 differirono l'assunzione di questo principe alla dignità imperiale, ed evidentemente s'ingannarono. Imperocchè la lettera di papa Giovanni[1411] a lui scritta IV kalendas aprilis, Indictione XIV, cioè nel marzo dell'881, fa conoscere chiaramente ch'egli non aspettò al Natale di quell'anno a portare il titolo d'imperadore. Concorrono a confermar questa verità varii diplomi, da me posti in luce nelle Antichità italiche[1412], da' quali risulta che molti mesi prima del Natale dell'anno 881 questo principe contava nei suoi diplomi l'anno primo del suo imperio. Per altro ho io proposto varii dubbii intorno all'asserzione de' suddetti Annali bertiniani, i quali soli ci fan credere coronato imperadore Carlo Grasso nel dì 25 di dicembre dell'anno presente, potendosi piuttosto giudicare che la coronazione sua in Roma seguisse ne' due primi mesi dell'anno 881, siccome può vedersi nelle mie Dissertazioni[1413]. E qui si vuol rammentare un diploma d'esso Carlo Grasso re, e non peranche imperadore, dato, se ne crediamo a Pier-Maria Campi[1414], V kalendas januarii, anno incarnationis dominicae DCCCLXXXI, Indictione XIV, anno vero regni domni Karoli regis in Francia V, in Italia II. Actum Placentiae. Qualora sussistano le note di questo documento, scritto, secondo noi, nel dì 28 di dicembre dell'anno presente 880, chiamato ivi 881 secondo l'era cristiana, allora usata da molti, che principiava l'anno nuovo al Natale, (e debbono sussistere, perchè altro simile documento ho io rapportato nella Dissertazione ottava delle Antichità italiche), noi abbiam quasi decisa questa controversia. Aggiungo, aver io dato fuori un altro simile diploma nella Dissertazione quarantesima prima, da me veduto originale nell'insigne monistero delle sacre vergini di santa Giulia di Brescia, dato IV kalendas januarii, Indictione XIV, anno vero regni Caroli regis in Francia V, in Italia II. Actum in Placentia, cioè nel dì 29 di dicembre di quest'anno, anch'esso comprovante che nel dì di Natale d'esso anno Carlo Grasso non fu in Roma, nè ricevette la corona imperiale. Adunque avendo noi sufficienti pruove per credere dubbiosa od erronea l'asserzion degli Annali bertiniani, resta da vedere se sia verisimile l'opinion dell'Eccardo[1415], il qual tenne celebrata la coronazione imperiale di Carlo Grasso in Roma nel sacro giorno dell'Epifania dell'anno seguente 881. In un decreto di Cadoldo già monaco d'Augia, e poi vescovo di Novara, pubblicato dal padre Mabillone[1416], viene ordinato ai monaci del monistero d'Augia di fare ogni anno con celebrazione di messe e recitamento di salmi l'anniversario della consecrazione di Carlo serenissimo terzo imperadore augusto, allora vivente. Et haec commemoratio fiat in die consecrationis suae, idest Epiphaniarum die. Aggiugne esso Eccardo un diploma del medesimo Augusto, dato nell'anno 885, in cui ordina anch'egli che si facciano orazioni in annuali consecrationis suae die, hoc est, Epiphania Domini. Il suddetto Cadoldo, non conosciuto dall'Ughelli nella Italia sacra, avea per fratello Liutuardo vescovo di Vercelli e arcicancelliere di esso imperadore Carlo, che era l'arbitro di tutta la corte. Contuttociò il padre Affarosi[1417] cita una pergamena scritta in Reggio, regnante domno Karolo rex hic in Italia II, die IV mensis martii, Indictione XIV, cioè nell'anno seguente. Adunque nel dì 4 di marzo del venturo anno non peranche si sapeva in Reggio la coronazione romana imperiale di questo principe. Tralascio come scorretto uno strumento pisano dell'anno 885, in cui nel dì 24 di maggio correva l'indizione prima, e l'anno secondo dell'imperio di questo Augusto. Intanto sembra doversi credere che la consecrazione del dì dell'Epifania riguardi quella del regno d'Italia, e non già il principio dell'epoca dell'imperio. E se Carlo il Grosso si trovava in Piacenza nel dì 29 di dicembre dell'anno presente, come potè egli mai colla sua corte essere in Roma nel dì 6 di gennaio del seguente anno? Ma questi imbrogli di cronologia procedono da documenti sospetti, oppur disattentamente copiati; e però non si sa dove fermare il piede. Tuttavia se non è certo il dì, pare almen certo l'anno in cui seguì la coronazione romana di questo principe; e però comincerò io a contar l'anno primo del suo imperio nell'anno seguente. Guaiferio, stato finora principe di Salerno[1418], in quest'anno per la sua disperata salute determinò di farsi monaco in monte Casino. Nel portarsi colà, morì per strada, e fu seppellito in Tiano. Guaimario suo figliuolo gli succedette nel principato.

NOTE:

[1391] Annal. Franc. Fuldenses.

[1392] Regino, in Chronico.

[1393] Puricellius, Monument. Basil. Ambrosian., pag. 228.

[1394] Antiquit. Ital., Dissert. XI, pag. 559.

[1395] Epist. 216 Johann. Papae VIII.

[1396] Dandalus, in Chron., tom. 12 Rer. Ital.

[1397] Peregrin., Hist. Princip. Langob.

[1398] Erchempertus, Hist., cap. 58 et 79.

[1399] Anonym. Salernit., Paralip., c. 135.

[1400] Campelli, Ist. di Spoleti, lib. 18.

[1401] Epist. 293 Johann. Papae VIII.

[1402] Epist. 252 Johannis Papae VIII.

[1403] Epist. 255 ejusd.

[1404] Epist. 240 ejusd.

[1405] Pagius, ad Annales Baron.

[1406] Annal. Franc. Bertiniani.

[1407] Regino, in Chronic.

[1408] Sigebertus, in Chronico.

[1409] Hermann. Contractus, in Chronic.

[1410] Baron., Annales Ecclesiast.

[1411] Epist. 249 Johann. Papae VIII.

[1412] Antiquit. Ital., Dissert. VIII et XLI.

[1413] Antiq. Ital., Dissert. VIII et XLI.

[1414] Campi, Ist. Piacent., tom. 1, pag. 467.

[1415] Eccardus, Rer. Franciar., lib. 31.

[1416] Mabillon., Anecdot., p. 427, edit. in fol.

[1417] Affarosi, Istor. del Monistero di Reggio, Part. I.

[1418] Erchemp., cap. 48. Anonym. Salern., Paralip., cap. 130.

Anno di CRISTO DCCCLXXXI. Indiz. XIV.

GIOVANNI VIII papa 10. CARLO il GROSSO imperad. 1.

Per le ragioni di sopra addotte, tengo io per fermo che Carlo il Grosso conseguisse, non già nell'anno addietro, ma bensì nel presente da papa Giovanni la dignità e titolo d'imperador de' Romani. Nella Cronica farfense[1419] da me pubblicata si legge un diploma di esso Carlo Grasso, confuso da quello storico con Carlo Magno, dato IV kalendas martii, anno, Cristo propitio, imperii domni Karoli praepotentis Augusti unctionis suae primo, Indictione XIV. Actum Aquis palatio. Se, come dissi ivi in un'annotazione, col nome di Aquis s'intendesse Aquisgrana, non potrebbe stare che allora questo Augusto si trovasse in quel luogo. E che neppure quivi si parli della città d'Acqui nel Monferrato, lo deduco io da un bellissimo placito che originale si conserva nell'archivio de' canonici d'Arezzo, e fu da me pubblicato[1420] altrove. Da esso apparisce che Carlo il Grosso si trovava in Siena, assistente al medesimo placito, anno imperii idem domni Karoli primo, mense martio, Indictione quartadecima, cioè nel marzo dell'anno presente, nel tornare ch'egli faceva dalla coronazione romana. Adunque non potè egli sul fine di febbraio trovarsi nel Monferrato, come pretese a quest'anno l'Eccardo[1421]. Non s'accorda questo documento col pisano riferito di sopra, e quando questo sussista, parrebbe che nel febbraio o nel principio di marzo accadesse la coronazione romana di Carlo il Grosso. Veggasi ancora un altro diploma all'anno 896 qui sotto, dove s'incontra un Aquis, che era forse una corte posta nel contado di Verona. Intanto l'Augusto Carlo in vece di procedere coll'armi sue, siccome il papa desiderava e sperava, alla difesa del ducato romano, troppo malmenato dai Saraceni, noi il miriam ritornato in Lombardia a prendersi il fresco. Da un suo diploma[1422] presso il Campi si scorge ch'egli era ritornato a Pavia V idus aprilis, anno Incarnationis dominicae DCCCLXXXI, Indictione XIV, anno imperii primo. Un altro da me dato alla luce[1423] cel fa vedere V kalendas maji anno Incarnationis dominicae DCCCLXXXI, Indictione XIV, anno vero imperii ejus II (sarà scritto nell'originale anno I). In esso dic'egli, Berengarium ducem (del Friuli), et affinitate nobis conjunctum (perchè figliuolo di Gisla sua zia paterna) nostram deprecasse clementiam, quatenus cuidam capellano suo, Petrum nomine, concederemus quasdam res massaricias, ec. Non si sa che questo Augusto attendesse nell'anno presente ad impresa alcuna. Abbiamo bensì una lettera a lui scritta nel dì 29 di marzo[1424], nella presente Indizione XIV, da papa Giovanni, in cui gli rappresenta i gravissimi guai patiti allora dai Romani per cagion dei Saraceni, guai che andavano ogni dì più crescendo, e però lo scongiura di spedire, secondochè avea promesso, in loro aiuto un forte esercito, alla cui testa sia un generale mandato dalla corte sua: segno che il papa non si fidava dei duchi di Spoleti e Toscana. Ma non apparisce che Carlo il Grosso se ne prendesse gran pensiero, nè che inviasse gente a soccorrere l'afflitta Roma. Due diplomi d'esso Augusto nel dì 4 di dicembre in Milano, si leggono nelle mie Antichità italiche[1425]. Si raccoglie da un'altra lettera[1426], che manda esso pontefice all'imperadore Petrum, insignem palatii nostri super ista (si dee scrivere Superistam) deliciosum consiliarium nostrum, communemque fidelem, con Zacheria vescovo, affinchè esso Augusto spedisca i messi pro recipiendis de omnibus, quae hactenus perperam acta fuerunt, justitiis, et emendationibus, ac pro totius terrae sancti Petri salute. Qui si raccomanda papa Giovanni, perchè vengano i messi dell'imperadore, acciocchè colla loro autorità si rimedii ai torti e danni inferiti alla Chiesa romana. Ma in un'altra lettera[1427] non avrebbe egli voluto che i messi imperiali fossero venuti ad esercitar la loro giurisdizione in Ravenna. Passavano dissensioni fra Romano arcivescovo di Ravenna ed alcuni nobili di quella città. Per mettergli in dovere procurò l'arcivescovo che l'imperadore inviasse colà Alberico conte, il quale, senza che il papa ne fosse consapevole, colla forza della giustizia diede sesto a quegli affari. Se l'ebbe molto a male papa Giovanni; perchè quantunque pel diritto della sua sovranità potesse l'imperadore inviar negli stati della Chiesa i suoi giudici, siccome si era praticato sempre in addietro, pure non potea piacere al papa padrone di Ravenna che i sudditi suoi senza saputa sua, e senza prima fare ricorso a lui, rivolgessero le loro istanze al tribunale e ai ministri d'esso Augusto. Perciò ne fece doglianza coll'arcivescovo, quasi che egli contra il giuramento prestato alla santa sede avesse operato; e non finì la faccenda, che fulminò sotto altri pretesti la scomunica contra del medesimo arcivescovo, il quale poi nell'anno seguente terminò i suoi giorni, come si ricava da una lettera[1428] scritta da esso papa ai Ravennati. Non so io mai intendere come Girolamo Rossi[1429] e l'Ughelli differiscano sino all'anno 889 la morte d'esso arcivescovo Romano. Convien credere difettosa in questi tempi la storia ecclesiastica di Ravenna, e che abbia avuto qualche ragione chi fra esso Romano e Domenico, succeduto nel suddetto anno 889, ha posto un Giovanni arcivescovo, e di più un Leone, Ho anche inteso dal padre don Pier-Paolo Ginnani abbate benedettino, che nelle carte ravennati si sono scoperti alcuni arcivescovi non noti al Rossi. Un d'essi probabilmente sarà il successor di Romano.

Ora dalla lettera poco fa accennata, scritta al medesimo Romano, noi impariamo che papa Giovanni s'era portato a Napoli. Il motivo di questo viaggio risulta da varie altre sue lettere dell'anno presente[1430]. Atanasio II vescovo insieme e duca di Napoli, per ambizione, per interesse, per cabale uomo tutto mondano, si compiaceva forte dell'amicizia dei Saraceni, perchè entrava a parte dei loro bottini, cioè degli assassinii che coloro andavano commettendo negli stati della Chiesa romana, di Capua e delle altre contrade cristiane. Più preghiere ed istanze avea fatto papa Giovanni; molto danaro avea sborsato; andò anche più d'una volta a Napoli, e dovette andarvi anche nell'anno presente apposta, anche per tentare in persona di rompere quella indegna lega. Nulla poi fruttando tanti passi, finalmente proferì contra di lui la scomunica. Ma questo vescovo, finita una tela di frodi, ne cominciava tosto un'altra. Chiamò egli dalla Sicilia[1431] Sicaimo re ossia generale de' Saraceni, e il postò alle radici del monte Vesuvio. Per giusto giudizio di Dio fu egli il primo a farne la penitenza, perchè cominciarono que' cani a divorare spietatamente i contorni di Napoli, e per forza prendeano le fanciulle, i cavalli e le armi di quegli abitanti. Accadde nel gennaio dell'anno presente, come s'ha da una Cronichetta da me data alla luce[1432], che Gaideriso principe di Benevento fu preso e posto in prigione dai suoi parenti, e in luogo suo fu fatto principe Radelchi ossia Radelgiso II, figliuolo del già principe Adelgiso. Senza sapersene il perchè, fu il deposto Gaideriso messo in mano dei Franzesi, cioè probabilmente del duca di Spoleti; ma ebbe la fortuna di scappar dalle carceri e di rifugiarsi in Bari, città allora sottoposta ai Greci, i quali onorevolmente il mandarono a Costantinopoli. Basilio imperadore, oltre all'averlo benignamente accolto e regalato, il rimandò in Italia con dargli il governo della città d'Oria. Giunse in quest'anno al fin di sua vita Orso doge di Venezia, principe lodatissimo[1433] per la sapienza, pietà ed amor della pace. Sotto di lui s'ingrandì la città di Venezia con essersi fabbricata quella parte, allora isola, che si chiama Dorso duro. Per opera sua furono terminate le controversie vertenti fra i patriarchi di Aquileia e di Grado. Lasciò suo successore il maggiore de' suoi figliuoli appellato Giovanni, e già collega suo nel ducato. Questi spedì a Roma Badoario ossia Badoero suo fratello, acciocchè ottenesse da papa Giovanni il contado ossia governo della città di Comacchio. Ma risaputo il suo disegno, Martino conte di quella città gli stette alla posta, e ferito in una gamba il mise in prigione. Poco nondimeno stette a rilasciarlo con esigere da lui una promessa giurata di non fare in alcun tempo vendetta, nè di chiedere risarcimento della ingiuria, nè del danno patito. Tornato che fu Badoario a Venezia, morì di quella ferita, e di qua prese motivo Giovanni doge suo fratello di condurre l'armata sua navale contra di Comacchio, città ch'egli prese a forza d'armi; e quivi come in paese di conquista mise i suoi giudici; e dopo aver danneggiato i Ravennati, siccome consapevoli della prigionia del fratello, se ne ritornò a Venezia. Passava poi somma corrispondenza fra papa Giovanni e la vedova imperadrice Angilberga. Ma dacchè Bosone in Provenza e Borgogna si fece re, tali sospetti insorsero contra di questa principessa, allora dimorante in Piacenza nel suo monistero di san Sisto, o piuttosto di Brescia nel monistero di santa Giulia, che Carlo il Grosso fattala prendere, la mandò in Alemagna in esilio. Ora papa Giovanni, allorchè esso Carlo fu in Roma a prendere la corona dell'imperio, s'interessò forte per la di lei liberazione. Ne ebbe la promessa, purchè se ne contentassero i due re di Francia Lodovico e Carlomanno. Loro dunque esso papa scrisse nel dì 12 di marzo di quest'anno[1434], con rappresentare che Angilberga era sotto la protezione della Sede apostolica, e raccomandata a lui anche dal fu imperador Lodovico II suo marito, pregandoli perciò di volerla rimettere a Roma, dove tal guardia le metterebbe, che niun soccorso ella potrebbe recare al genero Bosone, nè alla figliuola Ermengarda, nè in parole nè in fatti. Una lettera circolare parimente scrisse il medesimo papa a tutti gli arcivescovi, vescovi e conti di Italia, acciocchè tutti concorressero ad impetrare questa grazia dall'imperadore, e che Angilberga fosse inviata a Roma, con dire: Nam sicut illud regnum in quo nunc illa sub custodia manet (cioè l'Alemagna) ejus est: ita et istud. Et sicut ibi custoditur, ne aliquod solatium vel consilium dare facereque possit Bosoni; ita et nos eam in tali loco habitare faciemus, quo nihil adversi moliri, nihilque valeat machinari contrarium ad hujus regni et imperii perturbationem. Intorno a ciò fece egli dipoi altre premure nell'anno seguente all'imperadrice Riccarda, moglie dell'Augusto Carlo il Grosso, alla quale ancora si raccomanda colle lagrime agli occhi, per avere i promessi aiuti da esso imperadore, stante il crescere tutto dì la possanza de' Saraceni a Roma, e il mancar poco che per la disperazione i Romani non facciano pace con quegl'Infedeli: pace nondimeno che sarebbe costata tesori.

NOTE:

[1419] Chron. Farfens., P. II, tom. 2 Rer. Ital., p. 380.

[1420] Antiq. Ital., Dissert. XXXI.

[1421] Eccard., Rer. Germanic., lib. 31.

[1422] Campi, Istor. Piacent., tom. I, pag. 466.

[1423] Antiq. Ital., Dissert. V.

[1424] Epist. 269 Johannis Papae VIII.

[1425] Antiq. Italic., Dissert. XXXIV p. 49. et seq.

[1426] Epist. 277 Johannis Papae VIII.

[1427] Epist. 271 et 278 Johannis Papae VIII.

[1428] Epist. 304 ejusd.

[1429] Rubeus, Hist. Ravenn., lib. 5.

[1430] Epist. 216, 241 et 266 Johannis Papae VIII.

[1431] Antiquit. Italic., Dissert. V.

[1432] Erchempertus, Hist., cap. 49.

[1433] Dandul., in Chronic., tom. 12 Rer. Italic.

[1434] Epist. 263, 282 et 298 Johannis Papae VIII.

Anno di CRISTO DCCCLXXXII. Indiz. XV.

MARINO papa 1. CARLO il GROSSO imperad. 2.

Venne a morte in quest'anno Lodovico II re di Germania nel dì 20 di gennaio[1435]. Trovavasi allora l'imperador Carlo Grasso suo fratello in Italia, e vennero volando i corrieri ed ambasciatori non meno del regno germanico che della Lorena, invitandolo a quella pingue eredità, ed insieme a soccorrere il popolo cristiano in quelle parti, giacchè le fiere ed inumane squadre de' Normanni facevano quivi stragi e ruberie incredibili, e peggio erano per fare, udita che avessero la morte del re. In fatti riuscì loro in questi tempi di devastare i contorni del Reno a Coblentz, di prendere e dare alle fiamme le nobili città di Treveri e Colonia, e non pochi insigni monisteri. Noi troviamo questo imperadore nel dì 15 di febbraio dell'anno presente in Ravenna, dove pubblicò un insigne suo diploma[1436] in favor delle Chiese. Di là portossi il suddetto Augusto in Baviera, e poscia ito a Vormazia, tenne quivi nel mese di maggio la gran dieta del regno, dove da tutta la Germania e dalla parte della Lorena antica, a lui spettante, fu riconosciuto per loro signore e sovrano. E perciocchè egli era dianzi padrone e re dell'Alemagna, e re d'Italia, e imperador de' Romani, unita in lui una sì vasta estensione di stati, parve che un sì potente monarca facesse sperare al pubblico delle segnalate imprese. Ma l'esito fu ben diverso dalle speranze. Sul principio d'agosto anche Lodovico re di Francia fu rapito dalla morte, e ne' suoi stati succedette il re Carlomanno suo fratello. Aveva esso Carlomanno tenuta fin qui stretta d'assedio la città di Vienna del Delfinato. Fu essa in quest'anno obbligata a rendersi per capitolazione, il cui primo articolo fu, che la regina Ermengarda moglie del re Bosone, gloriosa per aver difesa quella città quasi due anni, resterebbe in libertà di andar colla figliuola dovunque a lei piacesse. Fu essa pertanto condotta ad Autun, dove comandava Ricardo, fratello del re suo consorte. Nè si ha da omettere che in questo anno ancora fu rimessa in libertà la vedova imperadrice Angilberga, madre di essa Ermengarda: tante furono in favore di lei le istanze di papa Giovanni. Così parlano di Carlo Augusto gli Annali bertiniani[1437], con terminare appunto il loro racconto in quest'anno: Engilbergam vero Ludovici Italiae regis uxorem, quam imperator in Alemanniam transduxerat, per Leudoardum vercellensem episcopum (arcicancelliere e consiglier d'esso Augusto) Johanni papae, sicut petierat, Romam remisit. È scritta a Suppone glorioso conte una lettera di papa Giovanni[1438], in cui lo avvisa di venirgli incontro al monte Cinisio, con pregarlo ancora di condur seco Ansperto arcivescovo di Milano, Vibodo vescovo di Parma, e l'imperadrice Angilberga, per trattare di gravi affari. Fece credere questa lettera al cardinal Baronio[1439], al Puricelli[1440] e ad altri, ch'esso pontefice meditasse in quest'anno di passare in Francia, ma che restasse interrotto dalla morte sua questo disegno. Nè s'avvide il dottissimo porporato che quella epistola è fuor di sito, ed appartiene all'anno 878, in cui papa Giovanni VIII non andava in Francia, ma di Francia ritornava in Italia per Clusas montis Cinisii, come s'ha dagli Annali bertiniani[1441]. E perchè Suppone conte, siccome osservammo all'anno suddetto, non andò punto ad incontrarlo, se ne lamentò con lui esso pontefice in una lettera[1442]. Nè Angilberga Augusta era in questi tempi in Lombardia, nè in istato da potere portarsi all'Alpi della Savoia. Oltre di che, in essa lettera chiaramente dice il papa, ad Gallias properantes venimus, ut pacis atque unitatis vinculo regum corda connecteremus. Sicchè il papa era ito in Francia, nè, come si pretende, pensava d'andarvi. Pare eziandio che all'anno presente piuttosto che all'antecedente si debba riferire la epistola[1443] scritta da esso pontefice a Carlo imperadore nel dì 11 di novembre, in cui gli dice d'avere con giubilo inteso che esso Augusto, postpositis ceteris, iter vestrum in Italiam recto tramite ordinatum habeatis. Et ut utinam non solum Papiae, verum etiam propius essetis, necessitas maxima deposcit; e ciò perchè gli stati della Chiesa romana erano più che mai involti nelle miserie per cagion de' nemici Saraceni, e di Guido duca di Spoleti, del quale parla nelle seguenti parole: Ceterum de Guidone Rabia, invasore scilicet et rapaci, vestra gloria subveniat; et cum de finibus nostris, ut aliquantulum populus noster relevari valeat, ejicere modis omnibus jubeatis. Questo Guido Rabbia altri non è che Guido duca di Spoleti, onorato di questo titolo dal papa per le sue continue insolenze. Da un'altra lettera[1444] del medesimo papa scritta allo stesso imperadore ricaviamo, che esso Augusto volea trovarsi in Ravenna nel dì della Purificazione della beata Vergine, per abboccarsi col papa, il quale bramava che almen quattro giorni prima Carlo si portasse colà, con prendere seco Suppone glorioso conte e Fedele comune. Non iscommetterei che questa lettera fosse dell'anno presente. Giudico bensì scritta in esso un'altra[1445], nella quale papa Giovanni fa intendere al suddetto Carlo Augusto d'essersi portato a Fano città della Pentapoli, e che v'era giunto anche Adalardo vescovo di Verona secundum vestrae delegationis jussum, et ibi praefati Widonis, et satellitum ejus, qui nostra violenter tulerunt ac retinuerunt, praesentiam praestolati sumus, quatenus vel inde omnis emendationis et justitiae coepto initio per ceteras urbes, de omnibus juxta clementiae vestrae decretum, recipiendo coram legato vestro justitias pariter proficisceremur. Ma Guido furbescamente sempre si guardò dal comparire. Adalardo andò bensì per ipsas civitates, quae illorum gravamine opprimuntur, nella Pentapoli; ma a nulla giovò: il perchè prega l'imperadore di venir egli in persona: altrimenti non si può sperar riparo ai danni inferiti da Guido, e da' suoi aderenti e sgherri alle città di san Pietro. Anche di qui, siccome il padre Pagi[1446] osservò, si raccoglie tuttavia in vigore la sovranità ed autorità di questo imperadore negli stati della Chiesa. Ma si dee anche osservare che la Pentapoli era allora del dominio dei papi. Noi non tarderemo a vedere che il duca Guido non andò esente dal gastigo ch'egli si meritava.

Deesi qui parimenti far menzione di un'altra lettera[1447] scritta dal medesimo papa ad Anselmo arcivescovo di Milano, in cui racconta i suoi guai. Nos enim in hac terra tam Paganorum, quam malignantium Christianorum tanta persecutione patimur, ut has verbis explicare non valeamus. Inter innumeras rapinas, depredationes, et mala quam plurima, ad augmentum doloris nostri quidam sceleratus Longobardus nomine, homo Widonis marchionis, octoginta tres homines cepit; manibus singulis detruncatis apud narniensem civitatem, plures ex tali sunt incisione sine mora peremti. Ci fa intanto conoscere questa lettera che già avea terminata la carriera di sua vita Ansperto arcivescovo di Milano, già tornato in grazia del papa, e che gli era succeduto Anselmo. Leggesi presso il Puricelli[1448] e nella Italia sacra dell'Ughelli[1449] l'epitaffio, tuttavia esistente in marmo, dell'arcivescovo Ansperto, la cui morte ivi si dice accaduta anno Incarnationis dominicae octingentesimo octogesimo secundo, septimo idus decembris, Indictione XV. Però il Puricelli mette francamente la sua morte nell'anno presente 882. Un grande imbroglio veramente per la cronologia di questi tempi si è l'uso vario delle indizioni, che la maggior parte mutava nel settembre, quando altri davano principio alle medesime solamente nel principio dell'anno. Similmente ne' susseguenti secoli alcuno cominciava l'anno nostro volgare non già nel primo dì di gennaio, ma nel marzo dell'anno precedente, chiamato ab Incarnatione; il che specialmente fu in uso presso i Pisani. Altri, come i Fiorentini, davano principio all'anno ab Incarnatione nel marzo seguente del nostro anno volgare. Altri in fine, non dalla circoncisione, ma dal Natale precedente cominciavano l'anno. Ora certo è che l'indizione XV del suddetto epitaffio ebbe principio nel settembre dell'anno 881, e l'altro ottocentesimo ottantesimo secondo quivi enunziato non è secondo l'epoca nostra volgare, ma secondo il rito pisano, cioè, secondo noi, altro non è che l'anno 881 di Cristo: il che fu dottamente avvertito anche dal Sassi[1450]. Imperocchè è fuor di dubbio che non già nell'anno 882, come credettero il Calchi, il Puricelli, l'Ughelli, ed altri, ma bensì nell'anno precedente 881 dovette dar fine a' suoi giorni l'arcivescovo Ansperto. La sopraccitata lettera di papa Giovanni fu scritta ad Anselmo nuovo arcivescovo di Milano nel mese d'agosto di quest'anno 882. Adunque non può esser mancato di vita Ansperto nel dì 13 di dicembre di questo medesimo anno. Quel poi che finisce di chiarir questa verità, è la morte di papa Giovanni, succeduta nel dì 15 o 16 dello stesso mese di dicembre dell'anno presente. Come dunque può aver esso pontefice scritto ad Anselmo successore d'Ansperto, e già consecrato arcivescovo, quando non si metta la morte d'esso Ansperto nel dicembre dell'anno precedente 881? Nè si dee tacere, dirsi nell'epitaffio dello stesso Ansperto:

MOENIA SOLLICITUS COMMISSAE REDDIDIT VRBI DIRUTA. RESTITVIT DE STILICONE DOMVM.

Di qui possiam conghietturare che questo arcivescovo avesse anche il governo politico di Milano, e che perciò egli rifece le mura diroccate di quella città. Così cominciarono i vescovi di Lombardia a procacciarsi il governo e dominio delle città, e i loro voti a fruttare nelle elezioni dei re d'Italia, e spezialmente allorchè ci era più d'un pretendente. Gli arcivescovi di Milano, che erano i capi in tali congiunture, seppero ben profittarne, e ne aveano anche l'esempio de' romani pontefici. Ha già inteso il lettore il tempo in cui papa Giovanni VIII, pontefice infaticabile, e di molta finezza negli affari politici, di non minor forza nel governo ecclesiastico, ma vivuto in tempi ben infelici, e sempre in mezzo alle burrasche. Anzi, se vogliam prestar fede alla continuazion degli Annali fuldensi, pubblicata dal Freero, quanto fosse il mondo cattivo, lo provò egli più degli altri, perchè non naturale fu la morte sua. Romae (dice quell'autore con parole molto imbrogliate[1451]) praesul apostolicae sedis Johannes prius de propinquo suo veneno potatus; deinde quum ab illo, simulque aliis suae iniquitatis consortibus, longius victurus putatus est, quam eorum satisfactum esset cupiditati, qui tam thesaurum suum, quam culmen episcopatus rapere anhelabant, malleolo, dum usque in cerebro constabat, percussus exspiravit. Sed etiam ipse constructor malae factionis, concrepante turba, stupefactus, a nullo laesus nec vulneratus, mortuus (non mora) apparuit. Non mancavano dei nemici in Roma stessa a questo papa, e s'è veduto come egli fra essi contava Formoso vescovo di Porto, Gregorio nomenclatore, Giorgio di lui genero, Stefano secondicerio, ed altri, de' quali esso pontefice parla in una lettera[1452] che fu letta nel concilio pontigonense dell'anno 876. Era ben potente anche la fazione di questi. Ma quel che è più da deplorare, dopo la morte di questo pontefice, il quale niuna diligenza ommise per difendere e salvar Roma in mezzo ai guai che correvano allora, andò Roma, anzi l'Italia tutta peggiorando da lì innanzi, sino a trovarsi fra poco in uno stato di confusion mirabile, e massimamente nel secolo susseguente, siccome vedremo. Successore di papa Giovanni fu Marino, che dagli Annali suddetti vien chiamato arcidiacono della Chiesa romana, ma dagli Annali lambeciani (e pare ancora da una lettera di papa Stefano suo successore) si vede nominato vescovo, benchè non si sappia di qual sede. Era personaggio di gran credito, adoperato dai precedenti papi in cospicue legazioni, e a visiera calata opposto a Fozio patriarca di Costantinopoli; perlochè Basilio imperadore de' Greci nol volle poi riconoscere per papa, e sparlò forte di lui. Nella elezione e consecrazione sua non si sa che punto entrasse l'imperador Carlo il Grosso.

Durante quest'anno Sigifredo e Godifredo re, oppure generali de' Normanni, con una straordinaria moltitudine di que' corsari e masnadieri, venuti tutti dai contorni del mar Baltico, inondarono la bassa Germania, commettendo dappertutto immensi mali[1453]. Carlo imperadore, affin di reprimere quella diabolica nazione, raunato un potentissimo esercito di Longobardi, Bavari, Alemanni, Turingi, Sassoni e Frisoni, marciò contra di loro, ed assediò que' due generali in una loro fortezza. Se si ha a credere al continuator lambeciano degli Annali di Fulda, erano que' Barbari ridotti alla disperazione, mirando imminente la morte al vicino assalto de' Cristiani, quando eccoti quidam ex consiliariis Augusti Liutovaldus, pseudo-episcopus, ceteris consiliariis, qui patri imperatoris assistere solebant, ignorantibus, juncto sibi Wicberto comite fraudolentissimo, imperatorem adiit, et ab expugnatione hostium pecunia corruptus deduxit, atque Gothefridum ducem illorum imperatori praesentavit. Quem imperator more achabico quasi amicum suscepit, et cum eo pacem fecit. Seguita poi a dire, che non ostante l'essere stati burlati da esso Gotifredo i soldati dell'imperadore, pure esso Augusto il tenne al sacro fronte, giacchè costui si esibì di farsi cristiano, e gli concedette il governo della Frisia, con obbligarsi a pagargli una specie di tributo da lì innanzi. Ma questo autore par bene che si lasciasse sovvertir dalla passione, o dalle dicerie del volgo, e che non sussistano tutte le particolarità del suo racconto. Liutvardo, dipinto qui con colori assai neri, fu vero vescovo di Vercelli, e si trova lodato in una sua lettera[1454] da papa Giovanni VIII, e negli Annali di Metz[1455]; nè v'ha apparenza alcuna ch'egli si lasciasse corrompere da danari. Raccontano poi gli Annali pubblicati dal Freero molto diversamente l'affare: cioè che un fierissimo temporale e la peste entrata nell'armata imperiale sconcertarono tutte le misure dell'imperadore. Però si venne ad una capitolazione. Sigefredo (ma dovea dir Gotifredo) si fece cristiano, e ben regalato si ritirò in Frisia. Aggiugne Reginone che gli fu anche promessa in moglie Gisla figliuola del fu re Lottario; e che Sigefredo, cioè l'altro generale, comperato col dono di un'immensa somma d'oro e d'argento, promise d'uscire del regno della Lorena; e in fatti se ne andò. Comunque nondimeno passasse un'impresa tale, che sul principio promettea mari e monti; certo è che da tutti per l'Augusto Carlo riputata fu una pace sì fatta al maggior segno vergognosa ed egli restò in concetto di principe dappoco e vile: concetto che in fine produsse la sua rovina. Non vo' io lasciar passare questo anno senza riferire un fatto, di cui fa menzione il solo Leone ostiense[1456]. Cioè che Pandonolfo conte ossia principe di Capoa pregò il papa di voler sottoporre al suo dominio la città di Gaeta, perchè i Gaetani allora servivano solamente al romano pontefice. Il che come fosse, non ben s'intende, perchè Gaeta avea il principe proprio, e lo stesso Ostiense altrove riconosce quella città per indipendente. Ottenne Pandonolfo quanto chiedea, e cominciò a strignere quella città. Ma Docibile duca di Gaeta non volendo sofferir questo scorno, mandò a chiamare i Saraceni abitanti in Agropoli, che vennero con un gran rinforzo a trovarlo. Pentito allora il papa del passo fatto, tanto si adoperò con buone parole e promesse, che Docibile, rotta la lega, cominciò con que' Barbari la guerra, in cui perirono assaissimi Gaetani. Si venne poscia ad un accordo, e Docibile assegnò a que' Barbari per loro abitazione un sito presso il fiume Garigliano, dove poi si fermarono per quasi quarant'anni colla desolazion di tutti i contorni. Crede il cardinal Baronio succeduto ciò nell'anno 879, ma non è ben certo. Leone ostiense narra questo fatto dopo la morte di Guaiferio principe di Salerno, accaduta nell'anno 880. Può perciò essere che appartenga ai tempi di Giovanni VIII papa. L'Anonimo salernitano[1457] scrive che Atanasio II vescovo e duca di Napoli, per liberarsi dalla scomunica che contra di lui esso papa Giovanni avea fulminata nell'anno 881, unitosi con Guaimario principe di Salerno e coi Capoani, cacciò i Mori da Agropoli, e che costoro uniti si ritirarono al Garigliano, et ibidem prolixa tempora nimium morarunt, et undique Capuam, Beneventum, Salernum, Neapolim affligebant. Sed Athanasius ad solitam vergens fallaciam, cum Agarenis pacem iniens, Salernitanorum fines fortiter affligebat. Però il racconto di Leone ostiense si può dubitare se sia in tutto ben fondato. In quest'anno poi, secondo la relazione della Cronica di Volturno[1458], fu preso e dato alle fiamme dai Saraceni l'insigne monistero di san Vincenzo di Volturno, uccisi quei monaci, i quali aspettarono a piè fermo que' nemici del nome cristiano. Restò poi trentatrè anni derelitto e covile solamente di fiere quel sacro luogo. Tuttavia scrivendo quello storico, essere accaduto questo terribil guasto al monistero suddetto XIII kalendas novembris, feria tertia, queste note disegnano l'anno precedente 881, e non già il presente.

NOTE:

[1435] Annal. Francor. Fuldenses. Hermann. Contractus, in Chron. Regino, in Chron.

[1436] Antiquit. Ital., Dissert. XV, p. 869.

[1437] Annales Franc. Bertiniani.

[1438] Epist. 307 Johannis Papae VIII.

[1439] Baron., Annales Eccl.

[1440] Puricellius, Monum. Eccl. Ambrosian.

[1441] Annal. Francor. Bertiniani.

[1442] Epist. 130 Johannis Papae VIII.

[1443] Epist. 279 Johannis Papae VIII.

[1444] Epist. 286 ejusd.

[1445] Epist. 293 ejusd.

[1446] Pagius ad Annal. Baron.

[1447] Epist. 199 Johannis Papae VIII.

[1448] Puricellius, Monument. Basil. Ambrosian.

[1449] Ughell., Ital. Sacr., tom. 4.

[1450] Saxius, in Not. ad Regn. Ital. Sigonii.

[1451] Annal. Fuldens. Freheri.

[1452] Epist. 319 Johannis Papae VIII.

[1453] Regino, in Chronico. Annales Fuldenses Freheri. Annales Lambeciani.

[1454] Epist. 8 Johannis Papae VIII.

[1455] Annales Franc. Metenses.

[1456] Leo Ostiensis, Chron., lib. 1, cap. 43.

[1457] Anonymus Salern., Paralip., cap. 132.

[1458] Chronic. Vulturn., P. II, tom. 1 Rer. Italic.

Anno di CRISTO DCCCLXXXIII. Indiz. I.

MARINO papa 2. CARLO il GROSSO imperad. 3.

Nell'anno presente papa Marino, per quanto pretende il cardinal Baronio[1459], perperam facta Johannis papae rescindens, fra l'altre cose rimise nel suo vescovato Formoso vescovo di Porto, già condannato e deposto da papa Giovanni. Confessa il porporato Annalista di non sapere i motivi per cui papa Giovanni condannasse Formoso, che ci vien dianzi dalla storia ecclesiastica rappresentato come personaggio di merito distinto. Ma s'egli ciò ignorava, non doveva già sì francamente tacciar d'ingiustizia l'atto d'esso papa Giovanni. Inoltre poteva egli informarsi dei reati dati al suddetto Formoso da quel pontefice, perchè esposti da lui in una lettera[1460] scritta ai vescovi della Gallia e Germania, che fu letta l'anno 876 nel concilio pontigonense. Se fossero questi sì o no ben fondati, se giusta la sentenza, non si può ora formarne giudizio. Possiam credere che neppure mancassero motivi a papa Marino per assolverlo, o per fargli grazia. Veggasi Ausilio[1461] scrittore contemporaneo, che attesta la restituzion di Formoso, e solamente disapprova il giuramento da lui estorto di non tornare in sua vita nè a Roma nè al vescovato. Seguitava in tanto Guido duca di Spoleti a nulla voler restituire del maltolto alla Chiesa romana; fors'anche alle iniquità passate ne aggiugneva delle nuove. Però papa Marino, dopo aver significata all'imperador Carlo il Grosso l'assunzione sua, istantemente il pregò di tornare in Italia per desiderio, anzi per necessità di abboccarsi con lui. Calò in Italia nel mese di maggio dell'anno presente esso Augusto, ed arrivato che fu a Mantova, Giovanni doge di Venezia per mezzo dei suoi ambasciatori impetrò da lui la rinnovazione de' privilegii, come costa dal documento rapportato dal Dandolo nella sua Cronica[1462]. Concede ancora al patriarca di Grado e a tutti i vescovi, chiese e monisteri della sua metropoli justitiam requirendam de suis rebus in annos legales, secundum quod Ravennas habet Ecclesia. Fu dato quel diploma VI idus Incarnationis dominicae DCCCLXXXIII, Indictione I, anno vero imperii domni Caroli in Italia tertio, in Francia secundo. Actum Mantua. Fu determinato per luogo del congresso col papa l'insigne monistero di Nonantola, posto nel contado di Modena, cinque miglia lungi dalla città. Quivi, per attestato dell'Annalista freeriano[1463], l'imperador Carlo accolse con tutto onore il sommo pontefice Marino, e concorsero colà varii magnati per ottener la conferma de' lor privilegii. Leggesi un suo diploma conceduto al monistero di Casauria[1464] XII kalendas julii, anno Incarnationis dominicae DCCCLXXXIII, Indictione prima, anno vero piissimi imperatoris Caroli tertio. Actum ad monasterium, quod nuncupatur Nonantula. Un altro dato nel medesimo giorno e luogo per la pieve di Varsio sul piacentino, si trova presso il Campi[1465]. Un altro dato VIII kalendas julii in favore del monistero di Farfa nello stesso luogo, viene accennato dal padre Mabillone[1466]. E due altri in fine da me pubblicati[1467], l'uno dato IX kalendas junii, e l'altro II kalendas julii. Actum monasterio Nonantulas. E qui non vo' lasciar di dire avere il suddetto Campi dato alla luce un altro diploma d'esso Augusto in favore de' nobili di casa Rizzola Piacentini, scritto XII kalendas martii anno ab Incarnatione dominica Domini nostri Jesu Christi DCCCLXXXIII, Indictione I, anno vero domni Caroli regni V, impera autem III. Actum Papiae. Altronde si conosce la falsità di quel documento, ma più chiaramente si raccoglie dalla data, certo essendo che nel febbraio di quest'anno Carlo Grasso era in Germania, e non già in Pavia.

Quello che risultasse dal congresso tenuto in Nonantola dal papa e dall'imperadore, l'abbiamo dagli Annali che così ne parlano[1468]: Ibi inter alia Wito comes Tuscianorum reus majestatis accusatur: quod ille profugus evasit. Dovea dire comes Spoletinorum, ovvero Spoletanorum, se non che altri antichi tennero l'Umbria per parte della Toscana. Tante dovettero essere le premure ed istanze di papa Marino, uniforme in ciò alle massime del suo predecessore, che l'Augusto Carlo mise al bando dell'imperio il suddetto Guido duca di Spoleti. Vero o falso che fosse, noi sappiamo da Erchemperto[1469] ch'egli fu accusato di avere spedito i suoi messi all'imperador de' Greci, con trattato di ribellarsi all'imperador d'Occidente, a aver preso danari per effettuare questo pensiero. Aggiugne esso storico che Guido fu preso da Carlo III Augusto, e se non gli riusciva di scappare, vi andava il suo capo. Seguita poi a dire il suddetto Annalista: Sed tamen illa fuga totam italicam terram timore concussit: quia statim manu cum valida Gentilium de gente Mauritanorum foedera firmiter pepigit. Se Guido ricorse ai Mori ossia ai Saraceni, segno è ch'egli niuna alleanza avea dianzi intavolata coi Greci. Trovavasi in questi tempi alla corte dell'Augusto Carlo Berengario duca del Friuli, appellato da essi Annali consanguineus imperatoris, per le ragioni addotte di sopra all'anno 877. A questo principe fu data l'incumbenza di togliere il ducato di Spoleti a Guido, in cui favore dovea quel popolo aver prese le armi. Mittitur ad exspoliandum regnum Witonis. Ne prese egli una parte. Avrebbe fatto lo stesso del resto, se non fosse entrata nel suo esercito la peste: malore che si dilatò per l'Italia tutta, e giunse fino alla corte del medesimo imperadore. Per questa cagione fu obbligato Berengario a tornarsene indietro. Ma questa condanna ed esecuzione contra di Guido, per attestato degli Annali lambeciani[1470], si tirò dietro delle cattive conseguenze. Imperator (scrive quello storico) omne tempus aestivum mansit in Italia, animosque Optimatum regionis illius contra se concitavit. Fra questi probabilmente fu Adalberto duca e marchese di Toscana, perchè cognato di esso Guido. Nam Witonem, aliosque nonnullos exauctoravit, et beneficia, quae illi et patres et avi et atavi illorum tenuerant (il che fa vedere che i ducati, marchesati e comitati aveano già cominciato a prendere la forma de' feudi e a passar ne' figliuoli e nipoti) multo vilioribus dedit personis. Quod illi graviter ferentes, pari intentione contra illum rebellare disponunt, multo etiam plura, quam ante habuerant, sibi vindicantes. Che commozioni fossero queste, e quali effetti producessero, lo tace la storia d'Italia. Tre diplomi di Carlo imperadore, dati alla luce dal padre Celestino[1471], e poi ristampati dall'Ughelli[1472] ci fan vedere questo imperatore in Murgola corte regia del territorio di Bergamo nel dì 30 di luglio. Prima di Natale passò egli in Germania, per provvedere ai Normanni che più che mai devastavano la Lorena e la bassa Germania.

NOTE:

[1459] Baron., in Annal. Eccl.

[1460] Epist. 319 Johannis Papae VIII.

[1461] Auxilius, de Sacr. Ordin., tom. 17 Biblioth. Patrum.

[1462] Dandul., in Chronico., tom. 12 Rer. Ital.

[1463] Annal. Franc. Fuldenses Freheri.

[1464] Chron. Casauriens., P. II, tom. 2 Rer. Ital.

[1465] Campi, Ist. Piacent., tom. 1.

[1466] Mabill., Annales Benedict.

[1467] Antiq. Ital., Dissert. XXXIV et XLI.

[1468] Annales Francor. Fuldenses. Freheri.

[1469] Erchempertus, Hist., cap. 79.

[1470] Annal. Fuldenses., Lambecii P. II, tom. 2 Rer. Italic.

[1471] Celest., Istor. di Bergamo.

[1472] Ughell., tom. 4 Ital. Sacr. in Episcop. Bergam.

Anno di CRISTO DCCCLXXXIV. Indiz. II.

ADRIANO III papa 1. CARLO il GROSSO imperad. 4.

Terminò colla vita il suo breve pontificato papa Marino nell'anno corrente, probabilmente nel mese di maggio. Gli fu immantinente sostituito Adriano III, di nazione romano. Questi, per attestato di Martin Polacco[1473], di Tolomeo da Lucca[1474], del Platina[1475] e di altri autori, fece un decreto, che l'imperadore non s'intromettesse nell'elezion dei papi. Giudicò il padre Pagi[1476] vero un tal atto, e che il cardinal Baronio credesse meglio di tacerlo. L'Eccardo il tiene all'incontro per una mera impostura. Ne dubito forte anch'io. L'elezione del romano pontefice s'era per tanti secoli addietro lasciata sempre in libertà del clero e popolo romano. Gl'imperadori occidentali, coll'esempio de' precedenti greci Augusti, solamente pretesero e stabilirono che si dovesse comunicar loro l'elezione fatta; e prima che da' messi imperiali non fosse portata la approvazion dell'eletto, era vietato il consecrarlo. Però il Sigonio ben informato di quest'uso[1477], nè apparendo che si fosse alterata la libertà dell'elezione, cambiò i termini del preteso decreto, in vece di eleggere scrivendo consecrare. Ut pontifex designatus consecrari sine praesentia regis, aut legatorum ejus possit. Martino Polacco, il primo a parlarne, ha solamente: Hic constituit ut imperator non intromitteret se de electione. Qui si parla in generale dell'elezione d'ogni vescovo, e non dell'elezione de' soli papi. Qualche testo nondimeno, creduto dal Panvinio, ma senza fondamento, di Guglielmo bibliotecario, ha de electione domini papae. Quando anche Adriano III avesse formato un tal decreto, bene avrebbe fatto, nè sarebbe restato giusto titolo all'imperadore di dolersene, stante la libertà delle elezioni fin qui lasciata al clero e popolo. Nè questo toglieva agli Augusti l'altro loro diritto (io non cerco, se legittimo o illegittimo) di voler sospesa la consecrazione, finchè venisse il loro consentimento. Ma intanto mancando a noi più antiche ed autentiche pruove d'esso decreto, più sicuro è il sospenderne la credenza. Aggiugne il Sigonio[1478] un altro decreto di questo medesimo pontefice, fatto ad istanza de' principi d'Italia: Ut moriente rege Crasso sine filiis, regnum italicis principibus una cum titulo imperii traderetur. Ma questo decreto, giacchè niun degli antichi scrittori ne ha parlato, si può francamente tenere per una mera immaginazion di qualche scrittore degli ultimi secoli, veduto dal Sigonio: quantunque sia verisimile che i principi italiani, all'osservar privo di figliuoli l'imperador Carlo il Grosso, seriamente pensassero ai loro vantaggi. Intanto esso Augusto se ne stava in Germania, occupato dal meditar le maniere di reprimere i Normanni che or qua or là portavano la strage e la desolazione, senza però abbandonar la cura dell'Italia, dove destinò le milizie bavaresi per andar contro al ribello Guido duca di Spoleti. Edictum est (scrive l'Annalista freeriano) Baiovvarios ad Italiam contra Witonem belligera manu proficisci[1479]. Furono in più luoghi sconfitti dalle truppe cristiane i Normanni, e Carlo Augusto, dopo aver dato sesto ai suoi affari in Germania, specialmente quetate le turbolenze mosse da Zventeboldo re, ossia duca della Moravia, verso il fine dell'anno se ne tornò in Italia, e prosperamente celebrò il santo giorno del Natale in Pavia. Non si sa che il bandito e fuggito duca di Spoleti Guido veramente si valesse dell'armi de' Saraceni, e men di quelle de' Greci, per danneggiar le terre de' Cristiani. Attese egli piuttosto a placar l'animo dell'imperadore Carlo con fargli rappresentar le sue ragioni e giustificazioni. Tanto in fatti si maneggiò, che fu rimesso in sua grazia. Così parlano di Carlo Augusto gli Annali del Lambecio[1480]: Inde in Italiam profectus, cum Witone et ceteris, quorum animos anno priore offenderat, pacificatur. Sul principio di dicembre[1481] trovandosi Carlomanno re di Francia, ossia della Gallia, a caccia, da un cinghiale, oppure da una delle sue guardie, che l'aiutava ad uccidere quella fiera, involontariamente ferito, miseramente cessò di vivere, con lasciar dopo di sè un figliuolo solo di età di quattro anni, appellato dagli storici Carlo il Semplice, la cui legittima origine è messa in dubbio. Fu gran dibattimento fra i baroni del regno intorno all'accettare e dichiarar re questo fanciullo, incapace allora di comando, oppure di dare il regno all'imperador Carlo il Grosso; giacchè in questi due s'era ridotta la schiatta maschile di Carlo Magno. Solamente nell'anno venturo si venne alla risoluzion di questo dubbio[1482]. Ma non sì tosto pervenne ai Normanni la nuova della morte di quel re, che, senza badare ai giuramenti fatti, ruppero la pace, e cominciarono ad infierir come prima contra de' popoli della Gallia.

Aveva accennato Cosimo della Rena[1483] uno strumento scritto regnante domno nostro Carolo, divina favente clementia, imperatore augusto, anno imperii ejus quarto sexto kalendas junii, Indictione secunda. Actum Lucae: cioè nel dì 27 di maggio dell'anno presente. Intero io l'ho dipoi pubblicato[1484]. Contiene essa carta una donazione fatta da Adalberto marchese e duca di Toscana ad una chiesa da lui fondata presso al fiume Magra nella Lunigiana sotto il castello dell'Aulla: carta molto importante, perchè ci dà a conoscere chiaramente i genitori e i figliuoli di questo principe. Egli è chiamato Adalbertus in Dei nomine comes et marchio, filius bonae memoriae Bonifacii comitis, che noi trovammo all'anno 823 ed 828 conte di Lucca e marchese probabilmente ossia duca della Toscana. Fa Adalberto quella donazione per l'anima sua e di Bonifazio suo padre, et etiam pro salute bonae memoriae Bertae genitricis meae, sive pro salute animae Rotildis dilectae conjugis meae, che di sopra abbiam veduto sorella di Guido duca di Spoleti; seu et pro anima Anonsuatae olim conjugis meae, aut pro salute animabus filiorum meorum. Due sono i figliuoli che sottoscrivono la donazione con queste parole: Signo manus Adalberti comitis, filio suprascripti Adalberti comitis et marchionis. Signo manus Bonifacii ipsius filii Adalberti. E si noti che già il giovane Adalberto s'intitolava conte: segno che egli godeva il governo di qualche città. Vedremo, andando innanzi, i forti motivi di credere discendente da questi Adalberti duchi e marchesi di Toscana la nobilissima casa d'Este. Dopo il principato di tre anni fu nel presente anno Radelchi II, ossia Radelgiso principe di Benevento cacciato dal trono, e sustituito in suo luogo Aione suo fratello, correndo il mese d'ottobre[1485]. Circa questi tempi trovandosi l'armata de' Greci in Calabria all'assedio di santa Severina, per soccorrere quel castello, accorsero a folla da Agropoli e dal Garigliano i Saraceni; ma i Greci valorosamente affrontatisi con costoro, li misero tutti a fil di spada. Dopo di che s'impadronirono di santa Severina e di Amantea, nidi in addietro dei Mori. Fanno menzione di questa vittoria Costantino Porfirogenneto[1486] e Cedreno[1487], con dire che generale dei Greci fu a quell'impresa Niceforo Foca patrizio, avolo di Niceforo Foca, che fu poi imperadore d'Oriente. Inoltre aggiugne esso Costantino, che presero la città di Tropea e forzarono i Mori a contenersi nella Sicilia. Fu ancora in questi, siccome ne' precedenti tempi, che Atanasio II vescovo e duca di Napoli (personaggio indegno del nome di cristiano, non che di vescovo, perchè più che mai collegato coi Saraceni nemici del nome cristiano, e fecondo di frodi e d'inganni) recò immensi danni alla città di Capoa e al suo territorio. Moriva egli di voglia di sottomettere al suo dominio quella città, e tentò più volte di sorprenderla. Ma non gli venne fatto. Intanto mancò di vita Landone il vecchio, conte ossia principe di quella città, e gli succedette Landenolfo suo fratello. Leone Ostiense[1488], seguitato in ciò dal cardinal Baronio[1489], mette sotto quest'anno la desolazion dell'insigne monistero di monte Casino, preso dai Saraceni dimoranti al Garigliano, dove presso all'altare di san Martino trucidarono Bertario abbate di quel sacro luogo: Pridie nonas septembris anno Incarnationis dominicae DCCCLXXXIV, Indictione secunda. Anche il testo di Erchemperto[1490] ha l'anno 884. Contuttociò temo io forte che non in quest'anno, ma nell'anno 883 toccasse la suddetta gran calamità a monte Casino, perchè l'indizione seconda, secondo l'uso più comune d'allora, cominciava nel settembre dell'anno precedente. Oltre di che, per attestato di Angelo della Noce[1491], si truovano documenti d'Angelario abbate, successor di Bertario, scritti nel maggio di quest'anno, corrente l'indizione seconda. Finalmente nella Cronica dell'Anonimo salernitano[1492], da me data alla luce, si legge distrutto quel monistero nell'anno 883 e non già nel susseguente. Questo autore copiò Erchemperto, e di molto precedette Leone Marsicano.

NOTE:

[1473] Martin. Polonus, in Chronico.

[1474] Ptolomaeus Lucensis, Hist. Eccl. tom. 11 Rer. Ital.

[1475] Platina, Vit. Pontif. Roman.

[1476] Pagius, Crit. Annal. Baron.

[1477] Sigonius, de Regno Ital., lib. 5.

[1478] Sigonius, de Regno Italicae, lib. 5.

[1479] Annales Fuldenses Freheri.

[1480] Annales Fuldenses Lambecii.

[1481] Chronic., de Gestis Normann.

[1482] Regino, in Chronico.

[1483] Rena, Serie de' duchi della Toscana, p. 119.

[1484] Antichità Estensi P. I. cap. 22.

[1485] Lupus Protospata, in Chron. Erchemp., Hist., cap. 48 et 51.

[1486] Constantinus Porphyrogenn. in Vit. Basilii.

[1487] Cedren., in Annal. ad Niceph. Phoc.

[1488] Leo Ostiensis, Chronic., lib. 1, cap. 44.

[1489] Baron., Annales Eccl.

[1490] Erchempertus, Hist., cap. 61.

[1491] De Nuce, in Notis ad Chronic. Leon. Ostiens.

[1492] Anonym. Salern., Paralip., cap. 136.

Anno di CRISTO DCCCLXXXV. Indiz. III.

STEFANO V papa 1. CARLO il GROSSO imperad. 5.

Restò decisa in quest'anno la controversia insorta fra i primati della Gallia, a chi dovesse consegnarsi il governo di quella monarchia[1493]. Ai più assennati il meglio parve di offerirlo all'imperador Carlo, siccome quello che per la sua età e per la potenza sua si credeva il più a proposito per sostener questo peso, ed atto più di ogni altro a rintuzzare l'orgoglio de' sempre più nocivi Normanni. A lui ubbidiva tutta la Germania, chiamata allora Francia orientale, a lui l'Italia, a lui buona parte della Lorena; e congiunte con queste forze quelle della Gallia, chiamata Francia occidentale, si poteva sperar vittoria di chiunque avesse voluto turbar que' regni. Ma questo imperadore, che veniva ad unir in sè tutta la monarchia di Carlo Magno, era ben lontano dall'imitare quel gran monarca, perchè non ne avea già ereditato nè la mente nè il valore. Andò egli dall'Italia a prenderne il possesso in quest'anno. Ma prima di portarsi colà, stando in Italia, per attestato degli Annali di Fulda[1494], tenne una gran dieta (probabilmente in Pavia) nel giorno dell'Epifania; e colà comparve Guido duca di Spoleti, che protestò con giuramento di non aver mai mancato alla fedeltà da lui dovuta ad esso Augusto, e gli fu creduto. Così rientrò egli in grazia dell'imperadore e nel possesso dei ducati di Spoleti e di Camerino. Aveva esso Augusto determinata una gran dieta da tenersi in Vormacia; e volendo trovarvisi anche papa Adriano III, si mise in viaggio a quella volta; ma la morte gli troncò i passi dopo una breve malattia. Da una bolla di questo papa, pubblicata dal Campi[1495], in cui conferma ed accresce i privilegii ad Angilberga imperadrice Augusta, vedova di Lodovico II, pel monistero delle monache di san Sisto di Piacenza, non intendiamo ch'egli tenne un concilio, non avvertito da altri, nell'aprile del presente anno. Probabilmente fu ciò in Roma, dove vedremo ch'egli lasciò il vescovo di Pavia. Dice fra l'altre cose: Inter haec ravennate archiepiscopo cum ticinense, et placentino, et reginense, et mutinense, cum mantuano, et veronense, cum laudense, et vercellense, aliisque coepiscopis nobiscum sanctam synodum celebrantibus, et tuae voluntati assensum praebentibus, volumus atque instituimus, ec. Nelle diocesi di questi vescovi erano situati i beni del monistero di san Sisto. Degno è perciò di osservazione che il papa concede quei privilegii e quelle esenzioni, perchè se ne contentano que' vescovi. Tale era il rito di que' tempi. La bolla è data _XV kalendas maii per manum Gregorii nomenclatoris _(probabilmente quel medesimo che papa Giovanni VIII avea scomunicato) _missi et apocrisarii sanctae sedis apostolicae, imperante domno piissimo Augusto Carolo, a Deo coronato magno imperatore, anno ejus quinto, Indictione tertia. Osservisi in fine che in questo concilio intervenne il vescovo di Vercelli, cioè Liutvardo arcicancellier dell'imperio, che l'imperadore, per mio parere, avea inviato a Roma per muovere ed accompagnare il papa in Germania. Imperocchè, per quanto racconta il continuatore lambeciano[1496] degli Annali fuldensi, fu l'imperadore che invitò a quella dieta il papa, e fama era che il motivo fosse per deporre, senza ragione, alcuni vescovi a lui poco cari, e di far dichiarare suo erede e successore nei regni Bernardo suo figliuolo bastardo, a lui nato da una concubina: cosa che diffidando di potere eseguire da sè, giudicò di poterla ottenere coll'autorità del sommo pontefice Adriano III, il quale uscito di Roma, e valicato il Po, infermatosi passò a miglior vita, seppellito nel monistero di Nonantola. Così quello storico. Ma non sussiste che papa Adriano passasse il Po. Guglielmo bibliotecario[1497], autor contemporaneo, ci assicura che questo pontefice super fluvium Scultennam in villa, quae Wilczachara nuncupatur, terminò i suoi giorni. Questa villa Vilzacara, posta nel distretto di Modena in vicinanza del fiume Scoltenna, con altro nome detto Panaro, oggidì si appella san Cesario, siccome costa da molti indubitati documenti de' secoli antichi. Per la vicinanza di quel luogo all'insigne badia di Nonantola, fu il suo cadavere portato colà alla sepoltura. Degna cosa di osservazione qui a noi si presenta, per conoscere sempre più la ignoranza de' tempi barbari in Italia. Perchè i susseguenti monaci nonantolani sapeano d'avere nella lor Chiesa il corpo d'un Adriano pontefice, col tempo immaginarono che fosse quello del celebre papa Adriano I, perchè amendue questi Adriani fiorirono l'uno a' tempi di Carlo Magno e l'altro di Carlo il Grosso. Cominciarono dunque a venerare Adriano III (credendolo il I) nel dì 8 di luglio qual santo, quantunque per santo non sia riconosciuto in alcuno degli antichi martirologii. Molti secoli sono, ebbe origine una tal credenza, e se ne veggono le pruove ne' monumenti rapportati dall'Ughelli[1498]. In essi vien detto che papa Adriano I morì nella terra di Spilamberto del territorio di Modena confinante con San Cesario, e che fu seppellito in Nonantola.

Ad Carolum regem posthac quam pergere vellet, Lamberti campo vitam finivit in amplo, Qui propter casus Lamberti Spina vocatur.

Ma il padre Giam-Batista Solleri della compagnia di Gesù, uno de' continuatori degli atti de' santi del Bollando[1499], dopo il padre Pagi[1500], ha chiaramente dimostrato che il solo Adriano terzo, e non già il primo, riposa ed è onorato nel monistero di Nonantola, avendo acquistato con poca fatica la canonizzazione dall'ignoranza dei secoli barbari.

Avea questo pontefice nel partirsi da Roma, per attestato del suddetto Guglielmo bibliotecario, lasciato al governo e alla difesa di quella città Giovanni vescovo di Pavia e messo dell'imperador Carlo, in tempi veramente disastrosi, perchè il territorio romano era poco dianzi stato devastato dalle pioggie, e vi regnava la carestia. Pervenuta dunque a Roma la nuova della di lui morte, raunatisi i vescovi, il clero e la nobiltà di quell'inclita città, concordemente elessero pontefice Stefano V, prete cardinale de' santi quattro Coronati, personaggio di rare virtù e della prima nobiltà di Roma. Poscia col suddetto Giovanni legato imperiale furono a prendere questo nuovo eletto, che nella seguente domenica fu consecrato. Ma egli trovò dipoi spogliata di tutti i suoi tesori ed arredi la guardaroba del sacro palazzo lateranense e delle basiliche romane, e vuoti i granai e le cantine: con che gli mancò la maniera di fare il donativo praticato dagli altri papi al clero e alle scuole di Roma, e di soccorrere al popolo, miseramente allora afflitto dalla fame. Crede il cardinal Baronio[1501] che questo saccheggio provenisse dall'iniquo costume già introdotto in Roma, che, morto il papa, la sua famiglia dava il sacco al palazzo patriarcale del Laterano. Supplì il buon pontefice coi suoi beni patrimoniali al bisogno del popolo. Applicossi anche alla distruzione delle locuste, con dare cinque o sei denari a chiunque portava uno staio delle medesime uccise. Ma ciò non bastando, coll'acqua da lui benedetta fece spruzzar le campagne, e cessò affatto quel flagello. Notano gli Annali del Lambecio[1502], che giunto l'avviso all'imperador Carlo il Grosso della consecrazione di esso papa Stefano V, andò in collera, perchè i Romani eo inconsulto illum ordinare praesumserunt. Però misit Luitwardum, et quosdam romanae sedis episcopos (che probabilmente aveano accompagnato papa Adriano III a Nonantola), ut eum deponerent: quod perficere minime potuerunt: Nam praedictus pontifex imperatori per legatos suos plusquam triginta episcoporum nomina, et omnium presbyterorum et diaconorum cardinalium, atque inferioris gradus personarum, necnon et laicorum principum scripta destinavit, qui omnes unanimiter eum elegerunt, et ejus ordinationi subscripserunt. Di qua deduce il padre Pagi che sia vero il decreto che dicemmo fatto da papa Adriano III intorno alla libertà di consecrare il nuovo romano pontefice, senza aspettare il consentimento dall'imperadore. Giovan-Giorgio Eccardo[1503] di qua all'incontro deduce che quel decreto, non mentovato da alcuno dei più antichi storici, sia fattura de' secoli posteriori. Ma di ciò s'è detto abbastanza al precedente anno. Non bisogna confondere l'elezione colla consecrazione. Di qui certo apparisce che Carlo il Grosso non volle essere da meno degli altri Augusti suoi predecessori, pretendenti quasi un diritto della lor sovranità il consenso della consecrazione suddetta; e ch'egli sdegnato si figurò di poter deporre questo papa novello, perchè gli dovette essere supposto che v'era stato del contrasto e del dubbio nell'elezion di lui. Ma certificato poi che questa era stata canonica, ed avendo, a mio credere, fatto i Romani valere lo aver essi operato tutto anche col consenso e coll'assistenza di Giovanni vescovo di Pavia, ministro dell'imperadore stesso, gli convenne desistere, perchè chi era canonicamente eletto e consecrato, non potea cessar d'essere vescovo o papa, se non per delitti canonici. Perchè in quest'anno Godifredo duca de' Normanni, a cui era stata data da Carlo Augusto in governo la Frisia, facea delle novità, e dava evidenti segni di ribellione, fu ingannevolmente tirato ad un abboccamento da Arrigo conte, uno de' principali ministri dell'imperadore, e tagliato a pezzi. Con simile inganno fu preso ed accecato Ugo figliuolo bastardo del fu Lottario re della Lorena, e cognato di esso Godifredo, principe che negli anni addietro avea con varia fortuna inquietato non poco quel regno, perchè preteso da lui. Neppur cessava in questi tempi Atanasio II vescovo di Napoli[1504] di valersi ora dei Saraceni, ora de' Greci, per danneggiare non meno i Salernitani che i Capoani. Era suo nemico chiunque non si sottometteva alla sua immensa ambizione. Nella stessa settimana santa di quaresima, credendo di poter sorprendere Capoa, mentre il popolo era alle divozioni, spedì un esercito di Greci, Mori e Napolitani, che diedero la scalata alla città; ma ne furono bravamente respinti.

NOTE:

[1493] Rhegino, in Chronicon Fontanell.

[1494] Annales Fuldenses Freheri.

[1495] Campi, Istor. Piacent., tom, 1 Append.

[1496] Annales Francor. Fuldenses Lambecii.

[1497] Guillelmus Bibliothec., in Vit. Stephani V Papae.

[1498] Ughell., tom. 2 Ital. Sacr. in Episcop. Mutinens.

[1499] Acta Sanctor., ad diem 8 julii.

[1500] Pagius, ad Annal. Baron.

[1501] Baron., Annales Eccl.

[1502] Annales Franc. Fuldenses Lambecii. P. II. tom. 2 Rer. Italic.

[1503] Eccard., Rer. Franc., lib. 31.

[1504] Erchempertus, Hist., cap. 57.

Anno di CRISTO DCCCLXXXVI. Indiz. IV.

STEFANO V papa 2. CARLO il GROSSO imperad. 6.

Gli Annali di Fulda[1505] ci fanno sapere che l'imperador Carlo celebrò la festa del santo Natale in Ratisbona, e poscia invitato da papa Stefano, se ne venne in Italia. Per varii affari spedì a Roma Liutvardo vescovo di Vercelli suo arcicancelliere, il quale spezialmente ottenne che i vescovi, de' quali erano state devastate le chiese e diocesi dai Normanni nella Francia e Germania, bassa potessero essere istallati nelle chiese vacanti. Vennero nella domenica delle Palme a parole, e poi alle mani le guardie di esso Augusto in Pavia con que' cittadini. Molti de' primi restarono uccisi, molti de' Pavesi feriti, i quali per timore della vicinanza dell'imperadore, dimorante allora in Corte Olonna, si diedero alla fuga, e morirono nel cammino. Dopo Pasqua tenne esso Augusto una dieta generale in Pavia, terminata la quale s'incamminò per la Savoia alla volta di Parigi, città allora assediata da tutto lo sforzo dei Normanni. Truovasi descritto questo terribile assedio da Abbone[1506] monaco di san Germano de' Prati, che fu spettatore di tutta la tragedia. Era difesa la città da Odone conte d'essa, e da Roberto suo fratello, amendue figliuoli valorosi di Roberto il forte, dall'ultimo de' quali discende la real casa oggidì felicemente regnante in Francia. Venuto a Metz l'imperadore Carlo, colà arrivò il suddetto Odone conte, per implorare soccorso alla città assediata da molti mesi. Fu spedito un potente esercito, raccolto dalla Germania e dalla Lorena, comandato da Arrigo conte e marchese, general d'armi il più accreditato di questi tempi; ma questi nello spiare il campo dei Barbari, non badando alle fosse coperte, disposte da coloro intorno agli alloggiamenti, e caduto in una d'esse, restò quivi infelicemente ucciso sul fine di agosto. Si mosse in fine l'imperadore stesso alla volta di Parigi con un'altra più poderosa armata, e mentre ciascuno si stava aspettando qualche gran fatto d'armi colla sconfitta de' Normanni, eccoti giugnere con un gran rinforzo di gente in aiuto degli assedianti Sigefredo duca di quella nazione. Questo fece andar ritenuto lo Augusto Carlo dall'azzardar tutto in una battaglia campale, e fu creduto meglio di trattar d'accordo. Erano anche stanchi i Normanni pel lungo ed infruttuoso assedio. Fu convenuto col grosso di quei Barbari, che si ritirassero a Sens per quartiere del verno, e che sborsate loro settecento libbre d'argento al mese di marzo, se ne uscissero del regno per tornarsene alle loro case. Non gloria, ma vergogna non poca universalmente riportò anche da questa impresa l'Augusto Carlo[1507], perchè, oltre al non avere operato cosa alcuna degna dell'imperiale maestà, lasciò in preda a que' crudeli pagani un gran tratto di paese. Sigefredo duca, non compreso nella detta convenzione, anch'egli colle sue masnade infierì contra di san Medardo, distrusse varii palazzi, e condusse in ischiavitù assaissimi Cristiani. Ritiratosi con gran fretta l'imperadore in Alsazia, quasi che avesse alla coda i nemici, fu assalito da una malattia, per cui quasi si dubitò della sua vita. Reginone, seguitato dal cardinal Baronio[1508] e dal padre Mabillone[1509], mette l'assedio di Parigi all'anno seguente; ma è fallato il suo testo. Abbiamo dagli Annali pubblicati dal Freero[1510] e dal Lambecio[1511] che insorse in quest'anno una grave discordia fra Berengario duca del Friuli, parente dell'imperadore, e Liutvardo vescovo di Vercelli. Per questa cagione portatosi Berengario in persona con una mano d'armati a Vercelli, diede il sacco al palazzo episcopale, e se ne tornò senza opposizione a casa. I motivi di questa nemicizia ed attentato ce gli ha conservati il continuator degli Annali di Fulda, dato alla luce dal suddetto Lambecio, autore nondimeno a cui non si può prestar fede in tutto, perchè appassionato forte contra di questo prelato. Vedremo in breve che gli Alemanni non perdonarono alle calunnie per maggiormente screditarlo. Scrive egli, che dacchè Carlo il Grosso divenne re dell'Alemagna innalzò forte questo Liutvardo, uomo per altro di bassissima origine, fino a dargli la carica di arcicancelliere dell'imperio, e lasciarsi guidare da lui pel naso in tutti gli affari, di modo che Liutvardo era più onorato e temuto che l'imperadore medesimo. Sentendo egli la sua forza, rapì molte figliuole de' più nobili dell'Alemagna e dell'Italia, per accoppiarle in matrimonio co' suoi parenti. Giunse poi a tanta temerità, che fece levar per forza dal monistero di santa Giulia di Brescia una figliuola d'Unroco conte, già duca del Friuli e fratello di Berengario, e la diede per moglie ad un suo nipote. Le monache di quel monistero si misero a pregar Dio, e nella stessa notte che costui si pensava d'accostarsi alla fanciulla, cadde morto, per quanto fu rivelato ad una di quelle religiose, che lo raccontò poi all'altre; e la fanciulla restò intatta per questo: se pur ciò è vero, e non un mero lavoro di fantasia femminile.

Durante l'assedio soppraddetto di Parigi, impariamo da Frodoardo[1512] che Folco arcivescovo di Rems scrisse a papa Stefano pro Widone quoque affine suo, quem idem papa in filium adoptaverat, tam se, quam ceteros consanguineos suos, quibus id notificaverat, debitam exhibituros eidem Papae reverentiam. Aggiugne che nella risposta inviata ad esso arcivescovo il papa protestava: Memoriam quoque Widonis ducis gratissime se suscepisse, quem unici loco filii se tenere fatetur. Qui si parla di Guido duca di Spoleti, uomo di gran rigiri, di nazione franzese, e perciò parente d'esso Folco. Da ciò si conosce che egli, nemico dianzi de' precedenti romani pontefici, s'era ben introdotto nella grazia del presente papa Stefano, forse per quei segreti disegni che si verranno scoprendo nell'andare innanzi. Circa questi tempi sono io d'avviso che succedesse quando narra dello stesso duca Guido Erchemperto[1513], storico de' tempi presenti: cioè, ch'egli si portò colla sua armata, mosso probabilmente dal papa, contra de' Saraceni postati al Garigliano; ruppe i loro trinceramenti, diede il sacco al loro campo; alquanti ne mise a fil di spada, e obbligò il resto a fuggirsi per le montagne. Essendosi dipoi accostato a Capoa, quel popolo per timore si sottopose al di lui dominio. Non sì presto si fu ritirato Guido da quelle contrade, che Atanasio vescovo di Napoli spedì le sue genti con una brigata di Greci a dare il guasto al territorio di Capoa. Ricorsero i Capoani per aiuto al suddetto Guido duca di Spoleti, ed egli colla sola voce della sua venuta a Capoa dissipò le soldatesche napoletane. Entrato poi in quella città, portossi ad abboccarsi con lui per gli affari correnti Ajone principe di Benevento. Guido, badando più alle suggestioni de' Capoani che alle leggi dell'onoratezza, fece prigione quel principe. Fors'anche uomo sì voglioso di dilatar le fimbrie delle sue signorie, non ebbe bisogno a ciò degl'impulsi altrui. In fatti conducendo seco esso Aione con buona guardia, si presentò alle porte di Benevento, che gli furono aperte, e prese il dominio ancora di quella città col mettervi de' suoi uffiziali. Di là passò a Siponto, e colà parimente entrò, con lasciar Ajone fuori della città ben custodito da' suoi soldati. Ma i Sipontini, forse ingannati da lui con delle false esposizioni, scoperto che il lor signore Aione era detenuto prigione, data campana a martello, presero i baroni di Guido, ed egli si rifugiò e chiuse in una della chiese di quella città. Se volle uscirne libero, gli convenne rimettere Aione in libertà; e nel seguente giorno, dopo aver giurato di non far vendetta di questo, gli fu permesso di tornarsene a casa, ma scornato e malcontento di sè medesimo Aione ricuperò Benevento; e Capoa la vedremo in breve nelle mani de' suoi principi. Diede fine alla sua vita in questo anno Basilio macedone imperadore dei Greci, principe glorioso per varie sue imprese e virtù, ma biasimato per essersi lasciato sedurre da Fozio, autore dello scisma de' Greci, e per averlo rimesso nella sedia patriarcale di Costantinopoli. Lasciò suo successore nell'imperio Leone suo primogenito, già dichiarato suo collega ed Augusto, il quale non tardò a cacciare in esilio il suddetto Fozio, con far ordinare patriarca in luogo di lui Stefano suo fratello. Fu poi questo Leone imperadore per la sua letteratura e saviezza soprannominato il sapiente. Cominciò in questo anno[1514] Angelario abbate di Monte Casino a riedificar quell'illustre monistero, già rovinato dai Saraceni. Portossi allora a visitar quel sacro luogo Erchemperto monaco e storico di quei tempi, e nel ritornare a Capoa cadde coi compagni in mano dei Greci, che li svaligiarono tutti, e presero i lor cavalli e famigli. Stavano in que' contorni i Greci, condotti da Atanasio II vescovo di Napoli, per danneggiare i Capoani. Gravissimi danni ancora recarono nel presente anno a varii paesi le tante inondazioni de' fiumi che portarono via le case e le ville. Ne parlano gli Annali germanici, ed anche il Dandolo[1515] attesta che si provò in Italia la stessa calamità. Se crediamo a quest'ultimo autore, fu in questi tempi che gli Ungri o Ungheri, gente uscita della Scitia, cioè della Tartaria, vennero la prima volta nella Pannonia, e cacciati da quelle Provincie, o piuttosto sottomessi gli Avari, chiamati anche Unni, se ne impadronirono, et usque hodie ibi manent. È cosa da avvertire, perchè questa nazione bestiale, che allora si nudriva di carni crude e beveva il sangue umano, per quanto narra esso Dandolo, si fece pur troppo sentire nei seguenti anni all'Italia. Da essa prese la Pannonia il moderno nome di Ungheria. Reginone[1516] ne comincia a parlare all'anno 889, siccome vedremo.

NOTE:

[1505] Annal. Franc. Freheri.

[1506] Du-Chesne, Rer. Francor., tom. 2.

[1507] Regino, in Chronico.

[1508] Baron., Annal. Eccl.

[1509] Mabillon., in Annal. Benedictin.

[1510] Annales Fuldenses Freheri.

[1511] Annal. Fuldenses Lambecii.

[1512] Frodoardus, Hist. Remens., lib. 4, cap. 1.

[1513] Erchempertus, Hist., cap. 58.

[1514] Erchemperto, Hist., cap. 61.

[1515] Dandol., in Chronico, tom. 12 Rer. Ital.

[1516] Rhegino, in Chronico.

Anno di CRISTO DCCCLXXXVII. Indiz. V.

STEFANO V papa 3. CARLO il GROSSO imperad. 7.

Trovavasi l'imperador Carlo dopo Pasqua a Guibelinga fra Maneim ed Eidelberga[1517], quando comparve alla sua corte Berengario duca del Friuli, informato che gli soprastava una gran tempesta per la violenza usata in Vercelli contra di Liutvardo vescovo di quella città, da noi già veduto sì potente appresso di questo Augusto. Si seppe così ben maneggiare Berengario, che placò lo sdegno dell'imperadore, et magnis muneribus, contumeliam, quam in Liutwardum priori anno commiserat, componendo absolvit, come s'ha dagli Annali di Fulda presso il Freero. Sembra adunque ch'egli rifacesse a Liutvardo, e con usura, i danni recati a lui in Italia. Mancò di vita in quest'anno Bosone re di Provenza e della Borgogna inferiore nel dì 11 di gennaio. Restò di lui un figliuolo partoritogli da Ermengarda figliuola di Lodovico II imperadore, a cui fu posto il nome di Lodovico in onore dell'avolo materno. Abbiam veduto quanto odio portassero i re della Gallia e della Germania a Bosone, perchè usurpatore di sì bella parte della monarchia franzese. Ma Bosone favorito dalla propizia disposizione di questi tempi, si mantenne la corona in capo; e, quel che è più da stupire, il suddetto suo figliuolo Lodovico, che non potea aver compiuti i dieci anni, portossi nel presente anno alla corte dell'imperadore Carlo, per pagargli i tributi del suo ossequio, e dichiararsi suo vassallo. Piacque tanto all'imperadore quest'atto, che avuto anche riguardo alla parentela, l'accolse con singolare onorevolezza, e non finì la faccenda che l'adottò per suo figliuolo. Suscepit ad hominem (cioè per vassallo), sibique adoptivum filium constituit, dicono gli Annali suddetti. Se ne ricordi il lettore, perchè questo Lodovico si farà conoscere dopo alquanti anni in Italia, e il vedremo anche imperador de' Romani. Andava intanto declinando in esso Carlo imperadore la sanità del corpo, e non men quella della mente. Aprissi con ciò una favorevol congiuntura per abbattere la fortuna di Liutvardo vescovo di Vercelli, a chiunque de' baroni e cortigiani o dall'invidia o dai giusti motivi era animato contra di lui. Verisimile è, che se Berengario duca era tuttavia alla corte, o almeno che gli amici suoi si sbracciassero per atterrar questa torre. L'arme, con cui ottennero il loro intento, fu la calunnia. Il continuator degli Annali di Fulda presso il Lambecio[1518], che sparla forte di questo vescovo, giugne fino a dire ch'egli era eretico, e che sosteneva essere il Signor nostro Gesù Cristo unum unitate substantiae, non personae. Niente è più facile che il sognare od inventar tutto contra chi è in odio al pubblico. Ma quello che diede il crollo a Liutvardo, fu l'avere gli Alemanni nemici suoi fatto credere all'imperadore, che fra lui e l'imperadrice Riccarda passasse un'indecente amicizia, perchè egli praticava assai familiarmente con esso lei. Bastò questa sola ombra all'imperadore per cacciare vituperosamente da sè il dianzi sì caro e potente ministro, e per ispogliarlo di tutte le sue cariche, senza dar luogo a ragione alcuna in contrario. Da lì poscia a pochi giorni, fatta venir l'imperadrice nel consilio de' suoi ministri, vomitò anche contra di lei il suo sdegno, e con istupore di tutti protestò di non averla mai toccata in dieci anni di matrimonio passati con lei. Crebbe la maraviglia all'incontro all'udire Riccarda protestare, che non solamente il marito Augusto niun commercio aveva avuto con lei, ma neppure altra persona; e ch'ella era vergine, esibendosi di provare questa sua asserzione col giudizio di Dio, cioè o col duello da farsi da qualche campione per lei, o dalla pruova dei vomeri infocati ch'ella stessa farebbe: riti praticati dall'ignoranza di questi barbari secoli, e disapprovati sempre dai saggi tra i Cattolici. Con ciò difese ella bastevolmente l'innocenza sua. Ma dopo la deformità di quest'atto, o non reggendo il cuore a Riccarda di abitar più con un consorte scimunito, o non volendola più lo stesso Augusto nella sua corte, ella si ritirò in Andela, monistero d'Alsazia, da lei fabbricato, dove santamente condusse il resto di sua vita, e dopo morte fu onorata qual santa.

Crescendo intanto i malori di esso Augusto, intimò egli una dieta generale del regno a Triburia pel prossimo novembre, affin di provvedere ai bisogni della monarchia; e probabilmente colla speranza, o almeno col desiderio di far accettare ai baroni per suo successore Bernardo suo figliuolo bastardo. La prima di quel tempo, per attestato degli antichi Annali[1519], molti de' principali baroni della Francia, Sassonia, Baviera ed Alemagna, non volendo più sofferire un principe sì screditato, e divenuto oramai affatto inetto al governo, fecero insieme congiura, ed invitarono al regno Arnolfo, figliuolo bastardo di Carlomanno già re di Germania e d'Italia. L'autore degli Annali lambeciani[1520] ancor qui pretende che Liutvardo scacciato, come dicemmo, da Carlo Augusto, ricoveratosi in Baviera presso il medesimo Arnolfo, macchinasse con lui di deporre esso imperadore, e di prendere le redini del governo. Se ciò fosse vero, segno ben sarebbe che a Liutvardo non mancavano amici per tutta la monarchia de' Franchi. Comunque sia, verso la metà di novembre si tenne la dieta suddetta; tutti i baroni, e tutti infino i principali cortigiani, abbandonando il misero imperadore, riconobbero per re il giovane Arnolfo, creduto da essi il più abile al governo fra quei pochi che restavano della discendenza maschile di Carlo Magno. In così abbietto stato rimasto questo Augusto, dianzi padrone di quasi tutto l'Occidente, ed allora vivo spettacolo della caducità delle cose terrene, che altro ripiego non seppe prendere, se non quello d'inviar molti regali al nipote Arnolfo, e di pregarlo che almeno gli concedesse alquanti luoghi in Alemagna per sostentamento suo, finchè Dio il lasciasse in vita; e gli ottenne, ma per poco tempo ne potè godere l'uso. Mandò anche il figliuolo Bernardo ad esso Arnolfo, che gli assegnò varii beni per suo retaggio. I principi e popoli della Gallia, tuttochè seguitassero ad essere flagellati dai Normanni, pure non concorsero punto nell'elezione d'Arnolfo, e presero, siccome dirò, altre risoluzioni. Per lo contrario i popoli della Francia orientale, della Sassonia, Turingia e Baviera, e di una parte della Schiavonia, accettarono per loro signore Arnolfo. Per conto dell'Italia, finchè visse il deposto Carlo il Grosso, niuna mutazion vi si fece, e solamente si tennero consigli e si formarono leghe per quello che già si prevedeva vicino. Cadde infermo in quest'anno Giovanni doge di Venezia, per attestato del Dandolo[1521], e non potendo accudire al governo, quantunque già fosse stato dichiarato suo collega nel ducato Orso suo fratello, tuttavia diede licenza al popolo di eleggersi un nuovo doge. E fu eletto Pietro Candiano nel dì 17 di aprile, uomo di gran senno e cuore negli affari della guerra. Questi procedette ostilmente contro gli Schiavoni; ma essendo egli restato ucciso nel mese di settembre in una zuffa, il doge suddetto Giovanni ripigliò il governo, e sopravvisse anche sei mesi e tredici giorni. Era signore di Capoa Landone conte[1522]. Tra per esser egli uomo pigro e disattento, e perchè si trovava malconcio dalle febbri, per curar le quali si portò ad abitare in Teano, giunse a perderne la signoria nell'anno presente nel dì dell'Epifania. Atenolfo suo parente, accordatosi prima con Atanasio II vescovo e duca di Napoli, che teneva mano a tutte le cabale di questi tempi, s'impadronì di Capoa, e, siccome avea promesso, si dichiarò vassallo del suddetto Atanasio, con dargli per ostaggio un suo figliuolo. Ma pentitosi dipoi, si raccomandò a Guido duca di Spoleti, il quale con tal forza ne trattò col vescovo suddetto, che fece restituirgli lo strumento dell'obbligazione, e rimandargli il figliuolo. Trattò poscia Atenolfo con papa Stefano di farsi suo vassallo, di dargli Gaeta ch'egli avea poco avanti presa con un'astuzia, e di aiutarlo contra de' Saraceni abitanti presso il Garigliano, col mandare a tal fine a Roma Maione abbate di san Vincenzo di Volturno, e Dauferio diacono. Ma stette poco a dimenticar la parola data, e nulla attenne di quanto avea promesso. Non mancavano già aderenti in Capoa a Landone conte, escluso già dal dominio di quella città, che l'invitavano a ritornarvi. Animato da questa speranza, un dì nascoso in una carretta entrò in essa città, e a dirittura andò al palazzo del vescovo, cioè di Landolfo juniore suo figliuolo, dove raunò tosto alquanti de' suoi fautori. Atenolfo, che non dormiva, sollecitamente si mise in armi, laonde si venne alle mani fra le due fazioni. Prevalendo quella di Atenolfo, Landone ebbe per grazia di potersene andar sano e salvo; ma i suoi, e fra gli altri il vescovo Landolfo, furono messi in prigione, e dopo non molto rimessi in libertà. Circa questi medesimi tempi, e forse vivente tuttavia l'imperador Basilio[1523], Guaimario I principe di Salerno, si portò alla corte di Costantinopoli, ricevuto quivi con distinti onori, e creato patrizio dall'imperadore, se ne tornò poscia in Italia. Questo vuol dire che egli giurò fedeltà ed omaggio ai Greci. Una carta di molta importanza, benchè non assai corretta, ci ha conservato l'Ughelli[1524], scritta da Teodosio vescovo di Fermo nell'anno presente, dove è riferito ii consenso omnium venerabilium episcoporum in ducatu spoletano degentium. Questi erano i vescovi di Rimini, Fossombrone, Ancona, Camerino, Sinigaglia, Spoleti, Fano, Pesaro, Umana, Perugia, Osimo, Rieti, Cagli, Lodone (non so che sia), Urbino, Nocera, Terni e Forlì: la qual ultima città forse è nome guasto. Ora ecco fin dove si stendesse allora il ducato di Spoleti, con cui andava unita la marca di Camerino, appellata poi di Fermo, e finalmente d'Ancona.

NOTE:

[1517] Annales Francor. Fuldenses. Freheri.

[1518] Annales Fuldenses Lambecii.

[1519] Annales Fuldens. Freherii.

[1520] Annales Fuldenses Lambecii.

[1521] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.

[1522] Erchempertus, Hist., cap. 63 et seq.

[1523] Erchempertus, Hist., cap. 67.

[1524] Ughell., Ital. Sacr. tom. 2 in Episcop. Firman.

Anno di CRISTO DCCCLXXXVIII. Indiz. VI.

STEFANO V papa 4. BERENGARIO re d'Italia 1.

Non sopravvisse molto alle sue disgrazie l'infelice deposto imperador Carlo il Grosso. Finì egli di vivere nel dì 12 di gennaio dell'anno presente, secondo Reginone[1525], oppure nel dì seguente, secondo gli Annali pubblicati dal Freero[1526], i quali aggiungono: Coelum apertum multis cernentibus visum est, ut aperte monstraretur, qui spretus terrenae dignitatis ab hominibus exuitur, Deo dignus coelestis patriae vernula mereretur feliciter haberi: quasi che egli spontaneamente per servire a Dio avesse dato un calcio alle umane grandezze. Aveano spaccio simili immaginazioni in questi secoli d'ignoranza. Più saggiamente parlò di lui, con isperar anche l'eterna sua salute, Reginone con dire: Fuit hic christianissimus princeps, Deum timens, et mandata ejus ex toto corde custodiens, ecclesiasticis sanctionibus devotissime parens, in elemosynis largus, orationi et Psalmorum melodiis indesinenter deditus, laudibus Dei infatigabiliter intentus, omnem spem et consilium suum divinae dispensationi committens: unde et ei omnia felici successu concurrebant in bonum, ita ut omnia regna Francorum, quae praedecessores sui non sine sanguinis effusione cum magno labore acquisierant, ipse perfacile in brevi temporum spatio sine conflictu, nullo contradicente, possidenda perceperat. Quod autem circa finem vitae dignitatibus nudatus, bonisque omnibus spoliatus est, tentatio fuit, ut credimus, non solum ad purgationem, sed, quod majus est, ad probationem. Siquidem hanc, ut ferunt, patientissime toleravit, in adversis, sicut in prosperis gratiarum vota persolvens, et ideo coronam vitae, quam repromisit Deus diligentibus se, aut jam accepit, aut absque dubio accepturus est. Ermanno Contratto[1527] scrive, essere stata credenza d'alcuni ch'egli morisse strangolato dai propri domestici. Non ci è cosa più facile in somiglianti casi che il sospettare e spacciar violenta la morte d'un principe, quasichè Arnolfo si volesse assicurare ch'egli mai non potesse risorgere a contrastargli il regno. Venne poi portato al monistero di Augia, e quivi seppellito il corpo suo. Ma il fine di questo imperadore fu il principio d'innumerabili mali per l'Occidente cristiano, che si scatenarono nella Germania, nella Gallia e nell'Italia, e talmente vi presero piede, che da lì innanzi per gran tempo massimamente l'Italia andò di male in peggio. Mercè del buon governo degl'imperadori carolini avea la Lombardia coll'altre vicine provincie goduta per più di cento anni un'invidiabil pace; ma eccoti entrar in essa la discordia e la guerra; crescere da lì innanzi l'ignoranza e la barbarie, e, quel che è peggio, introdursi ne' popoli ed anche negli ecclesiastici una sfrenata corruzion di costumi, in guisa che troveremo, andando innanzi, un secolo di ferro, e divenuti questi paesi un emporio di calamità e di vizii. Ora ecco come la vasta monarchia de' Franchi, dopo la morte di Carlo il Grosso, venne a dividersi in più pezzi. Arnolfo, siccome dicemmo[1528], s'impadronì di tutta la Germania e di parte dell'antica Lorena, e ne fu proclamato re. Lodovico figliuolo di Bosone, ben assistito dai suoi popoli e dalla regina Ermengarda sua madre, tenne saldo il regno arelatense, cioè la Provenza e la Borgogna inferiore. Insorse un re nuovo, cioè Rodolfo, figliuolo di Corrado e nipote di un altro Corrado, che era stato fratello dell'imperadrice Giuditta, duca della Borgogna e marito d'Adelaide figliuola di Lodovico Pio Augusto. Occupò questi la Borgogna superiore, che abbracciava gli Svizzeri, i Grisoni, i Vallesi, Genevra e la Savoia, e si fece coronare re da que' vescovi. Nella Francia occidentale, voglio dir nella Gallia, dovette essere un lungo dibattimento di consigli per eleggere un nuovo re, stante l'essere vivo Carlo il Semplice, figliuolo non so se legittimo o illegittimo del re Lodovico Balbo, ma in età non ancor atta al governo, ed altri pretendenti per qualche attinenza di sangue alla real casa di Carlo Magno. Ma in fine Odone, chiamato Eudes nella moderna lingua franzese, conte di Parigi, figliuolo di Roberto il Forte, conte d'Angiò e fratello di Roberto II, cioè del propagatore della regnante oggidì real casa di Francia, personaggio di gran nome pel suo valore e per la difesa dianzi fatta di Parigi, creduto anche da alcuni scrittori figliuolo in seconde nozze della suddetta Adelaide figliuola di Lodovico Pio: questi, dico, siccome più utile ai bisogni del regno, riportò il pallio, e fu coronato re di Francia. L'autore degli Annali freeriani scrisse ch'egli usurpò la Gallia sino al fiume Loire, e l'Aquitania, parlando in questa maniera a tenore delle pretensioni di Arnolfo re di Germania, il quale come discendente maschio dei re carolini credeva di dover succedere anche nella Gallia, ad esclusione de' discendenti per via solo di donne. Anzi venuta la state, esso re Arnolfo si mise in procinto di muovere l'armi contro la Francia. A questo fine venne a Vormazia, dove tenne una gran dieta; ma, secondo i sopra allegati Annali, Odone, salubri utens consilio, contestans se malle suum regnum gratia cum regis pacifice habere, quam ulla jactantia contra ejus fidelitatem superbire: veniensque humiliter ad regem, gratanter ibi recipitur. Rebus ab utraque parte, prout placuit, prospere dispositis, unusquisque reversus est in sua. E Reginone[1529], scrittor di questi tempi, dice che i Franzesi crearono Odone re cum consensu Arnulfi: dalle quali cose deducono i Tedeschi che intanto si contentasse Arnolfo di quella elezione, in quanto Odone gli dovette giurar fedeltà ed omaggio. Non era per passarla così bene Rodolfo, che, siccome dicemmo, s'era fatto re della Borgogna tras-jurana, perchè Arnolfo pieno di mal talento contra di lui, venuto in Alsazia, inviò un'armata per soggiogarlo. Scrive Reginone che crebbe la collera di Arnolfo contra di Rodolfo, perchè questi avea mandate lettere per tutta la Lorena, che s'era sottoposta ad Arnolfo, per eccitar que' popoli a prendere lui per re. Ma Rodolfo si salvò per le aspre montagne del suo dominio; ed Arnolfo dipoi e Zventeboldo suo figliuolo il perseguitarono finchè ebbero vita. Il che non si accorda coi suddetti Annali antichissimi del Freero. Secondo la relazione d'essi, Rudolfus, inito consilio cum primoribus Alamannorum, sponte sua ad regem (Arnolfum) urbem Radasponam usque pervenit, multaque inter illos convenienter adunata, ipse a rege cum pace permissus, sicuti venit, ad sua remeavit. Potrebbe essere che anche egli, dopo avere riconosciuto il suo regno da Arnolfo, ottenesse pace da lui; ma che dipoi insorgessero fra loro motivi di discordia, i quali non cessarono più, finchè visse Arnolfo, pieno di mal talento contra di questo re nell'anno 894.

Mi è convenuto di condurre il lettore a conoscere lo smembramento della monarchia de' Franchi oltramonti, perchè quegli affari, per quanto vedremo, hanno gran connessione con quei della medesima Italia. Vegniamo ora a noi, cioè all'Italia stessa. Due erano i concorrenti a questo regno, cioè Berengario duca del Friuli e Guido duca di Spoleti. Berengario, siccome abbiam già dimostrato, aveva avuto per padre Eberardo, anch'esso duca del Friuli, principe di gran valore e pietà; e per madre Gisla figliuola di Lodovico Pio. Questa parentela col sangue reale di Francia porgeva a lui qualche titolo per pretendere la corona del regno d'Italia. Non son io peranche assai persuaso, che Berengario fosse di nazione salica, ossia franzese, perchè quantunque suo padre avesse gran copia di beni in Fiandra, pure ne possedeva anche in Lamagna e in Italia, come apparisce dal suo testamento[1530], dove dona la libertà a tutti i suoi servi. Dal panegirista di Berengario[1531] Guido duca di Spoleti vien chiamato gallicus heros, e Berengario italicus princeps, con aggiugnere che Dio a Berengario

. . . . . Latium concessit avitum.

Quanto ad esso Guido, sappiam di certo ch'egli era Franzese d'origine; e che fosse anche parente dei re della schiatta di Carlo Magno, se n'ha bastevol indizio, ma senza sapersi la precisa catena di tal parentela. Gli Annali del Freero[1532] e di Reginone[1533] il chiamano figliuolo di Lamberto, anch'esso duca di Spoleti. Ma sembra più degno in ciò di credenza, siccome già accennai all'anno 880, Erchemperto[1534] storico italiano e contemporaneo, che cel rappresenta figliuolo di Guido seniore, duca parimente di Spoleti. Secondo questo autore, esso Guido, avuto che ebbe sentore qualmente Carlo il Grosso era vicino agli ultimi respiri, cupiditate regnandi devictus, deceptusque a contribulibus suis, relinquens Beneventanam provinciam sibi subactam, et spolitensium ducatum, abiit Galliam regnaturus. Come Guido avesse ridotto Benevento sotto il suo dominio, nell'anno antecedente si è veduto coll'autorità di Erchemperto. Ma certamente Ajone era tornato in possesso di quel principato. Se si può prestar fede a Liutprando da Pavia[1535], storico del secolo susseguente, passava fra questi due potenti principi italiani, cioè fra esso Guido e Berengario, una stretta amicizia, ed era seguita convenzion fra loro, che qualora Carlo il Grosso imperadore terminasse i suoi dì, Guido si procaccerebbe il regno della Francia romana, cioè della Gallia, così appellata a differenza della Germania, chiamata Francia tedesca ed orientale; e resterebbe a Berengario il regno d'Italia. Scrive inoltre esso Liutprando che Guido, appena udita la morte dell'Augusto Carlo, Romam profectus est, et absque Francorum consilio totius Franciae unctionem suscepit imperii. Di questa coronazione romana di Guido niun altro storico ha fatta menzione, e Dio sa se sussiste. Tuttavia non è inverisimile, perchè Guido era tutto di papa Stefano V, e, siccome è detto di sopra, fu da lui adottato per figliuolo. Colla sponda dunque del romano pontefice, e tratto dalle speranze che gli porgeva Folco arcivescovo di Rems suo parente, il duca Guido se ne andò in Francia colla bocca aperta, credendo preparato per lui, o facile da acquistare quel regno. Forse in quel capo, pieno sempre d'ambiziosi disegni, v'era entrato quello di conquistare prima la Francia, per poter poi con quelle forze anche dispossessar chi signoreggiava in Italia, ed unir facilmente in questa maniera i due regni. Intanto Berengario duca del Friuli, trovandosi senza gagliardo alcuno competitore, fu pacificamente eletto re d'Italia da molti principi del regno. La città di Padova ha per buona fortuna a noi conservato il panegirico di questo principe, composto da un contemporaneo poeta anonimo, dato alla luce da Adriano Valesio, e da me ristampato nella mia Raccolta Rerum italicarum. Un buon fanale per questi tempi è quell'operetta, benchè scura in alquanti siti. Ora da essa impariamo che Berengario, pregato dai baroni del regno italico, si portò a Pavia, e quivi prese la corona del regno, certamente per le mani di Anselmo arcivescovo di Milano; e ci è permesso di credere che allora si cominciasse ad usar la corona ferrea, conservata tuttavia nella basilica di san Giovanni Batista di Monza, che divenne poi celebre ne' tempi susseguenti, siccome ho dimostrato in una mia dissertazione[1536]. Così parla quell'anonimo panegirista:

His motus gressum precibus contendit ad urbem Irriguam, cursim Ticini abeuntibus undis. Sustulit heic postquam regale insigne coronam, ec.

Da' varii diplomi che restano del medesimo re Berengario, alcuni de' quali ho anch'io dati alla luce nelle mie Antichità italiane, noi siam condotti a credere che nel gennaio o febbraio del presente anno 888 Berengario salisse sul trono, e cominciasse a numerare gli anni del regno d'Italia. Da un suo diploma[1537] conceduto ad Angilberga imperadrice vedova, si raccoglie che nel dì 8 di maggio dell'anno presente, egli dimorava in Pavia, correndo l'anno I del suo regno. Ma non tutti i principi e popoli dell'Italia concorsero nell'elezione di Berengario, e nominatamente son io di parere che i ducati insigni di Spoleti e Camerino sospendessero il loro assenso, nè volessero riconoscere lui per re, finchè non apparisse se la fortuna si dichiarava in favore del duca Guido, che era passato in Francia. Gli Annali del Freero[1538] dicono ch'egli Galliam belgicam (cioè il regno della Lorena) prout rex habere proposuerat. Il padre Daniello[1539] pretende che Folco arcivescovo di Rems, già da noi veduto parente d'esso Guido, avesse guadagnato a favore di lui alcuni vescovi e signori dei reami della Borgogna e Lorena; che perciò il medesimo Guido giunto a Langres, si fece quivi coronare da Geilone vescovo di quella città, e ch'egli condusse seco un'armata dall'Italia. Onde abbia preso tali notizie questo scrittore nol so immaginare. Gli autori da lui citati non ne parlano; e, per attestato di Frodoardo[1540], Folco protestava di non aver promosso gli affari di Guido. Molto meno si sa, perchè esso padre Daniello francamente asserisse che il duca Guido era figliuolo di una figliuola di Pippino re d'Italia, figliuolo di Carlo Magno. Nè sussiste, a mio credere, il dirsi da Liutprando[1541], che avendo Guido mandato innanzi alla città di Metz un suo scalco, per preparargli la tappa more regio, quel vescovo fece una gran provvisione di cibi; ma intendendo che lo scalco d'ordine di Guido volea pochissima provianda, una tale spilorceria gli fece mutar pensiero di favorir Guido, talmente che si dichiarò in favore d'Odone conte, che poi fu eletto re. La città di Metz riconosceva allora per suo signore Arnolfo re di Germania, se è vero che fosse quivi tenuto un concilio[1542] anno ab Incarnatione Domini nostri Jesu Christi DCCCLXXXVIII, regni domni Arnulfi gloriosissimi regis primo, die kalendarum majarum, o martiarum. E però nè a Guido nè ad Odone potè essere favorevole Roberto vescovo di quella città.

Quel che è fuor di dubbio, il duca Guido chiarito fra poco delle vane speranze che l'aveano condotto in Lorena, invisus et inauditus dai suoi Franzesi, come scrive Erchemperto, se ne tornò mal contento in Italia. E giacchè non gli era riuscito di afferrar parte alcuna della monarchia oltramontana de' Franchi, cominciò a rivolgere tutti i suoi pensieri alla conquista del regno d'Italia, e ad abbattere il già divenuto re Berengario. Questi intanto il meglio che poteva si andava assodando nel nuovo suo regno; ma era minacciato da Arnolfo re di Germania, che già ammannito un possente esercito, si disponeva a calare in Italia. Berengario, per attestato degli Annali del Freero[1543], hoc praecavens, ne italicum regnum cum tam valida manu ingressuro perperam pateretur, missis ante se principibus suis, ipse vero in oppido tarentino (ha da dire tridentino) regi se praesentavit. Ob id ergo et a rege est clementer susceptus, nihilque ei ante quaesiti regni abstrahitur. Excipiuntur Curtes Navium, et Sagum. Si può credere che anche Berengario riconoscesse dal re Arnolfo, come da suo sovrano, il regno d'Italia. Vuole l'Eccardo[1544] che Navium significhi una villa situata sopra di Trento, ed appellata oggidì la Nave, e può stare: ma non giù che Sagum diventasse poi città, ora perduta, da cui trasse il suo nome Sagis, picciolo porto di Comacchio alle rive dell'Adriatico, appellato oggidì Porto di Magnavacca. Non può stare che Arnolfo si facesse cedere quel sito, troppo lontano da' confini de' suoi stati. Arnolfo se ne tornò indietro pel Friuli nella Carintia, dove celebrò il santo Natale, ma con una terribil perdita di cavalli, perchè entrata fra essi un'epidemia, ne fece un aspro macello. Io so che in questo medesimo anno gli Annali suddetti del Freero e Reginone (copiato poi da altri susseguenti storici) mettono la guerra succeduta fra esso Berengario re e Guido duca di Spoleti, che assunse anch'egli il titolo di re; e le due sanguinose battaglie, colle quali questi due emuli si disputarono la corona del regno d'Italia, prima ancora che seguisse l'abboccamento suddetto fra il re Arnolfo e Berengario. E che questi autori tedeschi non possano aver fallato intorno a tali fatti, pare che non se ne abbia a dubitare, dacchè anche Erchemperto[1545] storico italiano, il quale in questi tempi appunto terminò la sua storia, dopo avere scritto che l'armata navale de' Greci diede una rotta a quella de' Saraceni vicino allo stretto di Sicilia nel mese di ottobre dell'anno 888, aggiugne tosto: Hoc etiam anno reversus est Guido ad Italiam, quam principare cupit; sed obtinere nequit. In Italiam juxta civitatem brescianam cum Berengario et ipso duce conflictu utriusque partis acies crudeliter caesa est. Spolia autem caesorum a Berengario recollecta sunt. Pacti sunt tantum ad invicem usque in Epiphania, quae celebratur VIII idus januarii. Quum autem uterque se junxerint ad pactum, vel ad bellandum, quod deinceps egerunt, praesenti opusculo inseram. Qui finisce la storia di Erchemperto, con lasciar noi al buio di quel che poscia avvenne. Non si può negare: la storia d'Italia è qui imbrogliata non poco. Due battaglie senza dubbio si diedero da Guido a Berengario; la prima svantaggiosa e l'altra favorevole ad esso Guido. Per quanto apparisce dal panegirista di Berengario, passò non poco tempo fra l'una e l'altra. Non so io immaginare che Guido duca di Spoleti in un solo anno passasse in Francia, o, per dir meglio, nel regno della Lorena; quivi facesse maneggi per ottener quella corona, e dopo aver raunato molte brigate d'armati, ritornasse in Italia, e potesse mettere insieme un esercito per la prima giornata campale, e un altro per la seconda. Quel che è più, esso panegirista, autore se non contemporaneo, che almeno gode la presunzione d'essere stato non lievamente informato di quegli affari, sembra dire, che dopo essere stato eletto re Berengario, egli si godette quasi un anno di pace[1546]:

Annua vix toto rutilarunt sidera mundo Pace sub hac.

E però, ciò posto, cadrebbe la guerra con amendue le battaglie suddette nell'anno seguente 889. Ma perchè il suo dire quasi un anno, ci lascia luogo a credere ritornato Guido in Italia negli ultimi mesi dell'anno presente; però mi figuro che gli restasse tempo di dare prima del verno una battaglia a Berengario. Confessa il poeta suddetto, non sì tosto essere giunto in Italia il duca Guido, che si diede ad allestir un'armata d'Italiani. Alcune brigate di Franzesi (l'abbiamo anche da Liutprando) avea egli seco condotto in Italia. Camerinos atque Spoletinos, fiducialiter, ut propinquos adiit, dice lo stesso Liutprando[1547]. Berengarii etiam partibus faventes, ut infidos, pecuniarum gratia acquirit. Aggiugne il poeta, che specialmente la Toscana, la quale dianzi avea giurata fedeltà a Berengario, ribellata prese l'armi in aiuto di Guido. Nè è da maravigliarsene. Quivi, siccome vedremo, domina Adalberto II marchese e duca, suo nipote.

. . . . . . . Mala fide recessit Sed penitus Tyrrhena manus, hostesque protervos. Exueltans in regna tulit.

Potrebbono nondimeno tali parole intendersi dei soli Spoletini, perchè essi, come altrove ho detto, passavano allora per popoli di Toscana. Lo stesso poeta avea prima detto che Berengario ne' tempi addietro

. . . . . . stimolis quia mutos iniquis Finibus absentes Gallos quaesivit Etruscis,

con alludere alla guerra fatta nell'anno 883 da esso Berengario al ducato di Spoleti per ordine di Carlo Grasso Augusto. Con queste armi s'incamminò contra del re Berengario il duca Guido. Trovavasi allora Berengario nel distretto, o nella città di Verona, trattando d'aggiustamento col re Arnolfo; del che abbiam parlato di sopra.

. . . . Princeps aberat, pacemque parabat Imperio, Veronae Athesis, qua culta salubris Irrigat.

Però negli ultimi mesi dell'anno, e dopo l'abboccamento fatto con Arnolfo, dovette essere la mossa di Guido, incontro al quale marciò Berengario con quante forze anch'egli potè. Due senza dubbio furono le battaglie, ed amendue sanguinosissime, che seguirono fra questi due competitori.

Se vogliam credere a Liutprando, la prima fu alla Trebbia; fra pochi giorni succedette l'altra nel bresciano; e in tutte e due toccò a Berengario di soccombere. Non la seppe giusta: cioè nell'ordine di quelle giornate campali e nell'esito di esse s'ingannò. Il primo fatto d'armi tengo io che succedesse nel territorio di Brescia, e questo nell'anno presente, e colla peggio di Guido. L'altro nell'anno susseguente, e colla peggio di Berengario. Erchemperto, il quale, siccome abbiam veduto di sopra, diede fine alla sua storia sul finire dell'anno presente, non conobbe se non una battaglia fra Berengario e Guido; e questa accaduta nel contado di Brescia; e in essa caesorum spolia a Berengario recollecta sunt. Ciò vuol dire che il cimento riuscì di maggior vantaggio ed onore a Berengario. Viene confermata la stessa verità dall'anonimo panegirista, autore anch'esso degno di gran riguardo. Dal suo racconto apparisce che nel primo fatto d'armi non riuscì già a Berengario di sconfiggere il nemico, perchè la notte sopravvenuta disturbò il corso della vittoria. Tuttavia restò egli padrone del campo della battaglia: laonde nel giorno appresso Guido spedì ambasciatori a chiedergli la grazia di poter dare sepoltura ai suoi morti, che ascendevano ad alcune migliaia; e l'ottenne. Non altro conflitto che questo penso io che succedesse nel presente anno, perchè vi volle non poco di tempo a reclutare ed aumentar le armate; e spezialmente asserendo Erchemperto che restarono i due emuli di fare un congresso nel dì della Epifania per trattar di qualche maniera di aggiustamento fra loro. Finchè non si scuopra qualche diploma che ci faccia veder Guido in Pavia nel fine di questo anno, o nel principio del susseguente, sembra più credibile ch'egli se ne impadronisse dopo la seconda battaglia nell'anno seguente. Mentre questi principi contrastavano sì aspramente fra loro, anche Ajone principe di Benevento era in faccende contra de' Greci. Gli era venuto fatto di ribellare ad essi il popolo di Bari coll'uccisione del presidio, e di rimettere quella città sotto il suo dominio. Nella Cronichetta[1548] da me stampata altrove sotto quest'anno si legge: Perditio fuit facta in Varo per Graecos, cioè in Bari. Diede anche aiuto ad Atenolfo conte di Capoa, che si era sottomesso alla sua signoria[1549], con essere cagione che questo principe non solamente ricuperò l'anfiteatro, già ridotto in fortezza da Atanasio II vescovo di Napoli, continuo martello de' Capoani, ma anche diede una rotta all'esercito di quel vescovo, con che rintuzzò non poco l'insoffribile di lui orgoglio. Fu forzato Atanasio a chiedere pace; ma le paci di questo mal unto vescovo fatte per un anno, non duravano nè pur dodici giorni. E intanto i suoi cari Saraceni abitanti al Garigliano, ovunque loro piaceva, divoravano tutti i contorni, nè davano esenzione alcuna agli stessi Napolitani, permettendo Iddio che costoro fossero il castigo di chi tutto dì si serviva d'essi per infestare i suoi vicini. Ora tornando al suddetto Ajone principe, recatogli l'avviso che Costantino patrizio e general de' Greci avea messo l'assedio a Bari, colle sue milizie e con un rinforzo de' Mori marciò per Siponto in aiuto di quella città. Arditamente attaccò la zuffa, e a tutta prima colla strage di moltissimi Greci parve che la fortuna si dichiarasse in suo favore. Quando eccoti sopraggiugnere Costantino con tremila cavalli freschi, co' quali diede una tal rotta ai Beneventani, che quasi tutti vi rimasero o morti, o prigioni, e lo stesso Ajone stentò a potersi ritirare con pochi dei suoi in Bari. Cominciò egli dipoi a tempestar con lettere Atenolfo conte di Capoa per avere soccorso; ma questi era di nuovo in rotta col suddetto vescovo Atanasio, uomo di niuna fede; e laddove in addietro i Napoletani si tenevano sotto i piedi i miseri Capoani, prevalendo ora questi, davano il guasto a tutto il territorio di Napoli. Atenolfo in vece di recar aiuto all'assediato Ajone, stabilì una pace e lega col generale suddetto de' Greci. Non dissomigliante successo ebbero l'altre premure di Ajone per avere dei rinforzi dai Galli, cioè dal ducato di Spoleti e dai Saraceni. Quantunque promettesse loro monti d'oro, niuno si volle muovere per soccorrerlo, in guisa che veggendosi beffato da tutti, e troppo ridotto in angustie, gli convenne capitolar coi Greci, e rendere loro la città. Se ne tornò egli libero a Benevento con grandi minacce contra di Atenolfo e di Maione abbate di san Vincenzo di Volturno, perchè l'avessero in tanta necessità abbandonato e deluso. Secondo la testimonianza del Dandolo[1550], passò in quest'anno all'altra vita Giovanni doge di Venezia, in cui luogo fu concordemente eletto doge Pietro tribuno, personaggio di tutta bontà, che da Leone imperador di Costantinopoli fu creato dipoi protospatario.

NOTE:

[1525] Rhegino, in Chronico.

[1526] Annales Fuldenses Freherii.

[1527] Hermannus Contractus, in Chron.

[1528] Annales Fuldenses Freheri.

[1529] Rhegino, in Chronico.

[1530] Apud Miraeum, Cod. Donat., cap. 15.

[1531] Panegyr. Berengarii P. I, tom. 2 Rer. Ital.

[1532] Annales Fuldenses Freheri.

[1533] Rhegino, in Chron.

[1534] Erchempertus, Hist., cap. 58.

[1535] Liutprandus, Hist., lib. 1, cap. 6.

[1536] Anecdot. Latin. tom. 2.

[1537] Antiquit. Ital., Dissert. LXXIII.

[1538] Annales Fuldens. Freheri.

[1539] Daniel, Hist. de France, tom. 2.

[1540] Frodoardus, Hist., lib. 4, cap. 5.

[1541] Liutprandus, Hist. lib. 1, cap. 6.

[1542] Labbe, Concil., tom. 9.

[1543] Annales Fuldenses Freheri.

[1544] Eccard., Rer. German., lib. 31.

[1545] Erchempertus, Hist., cap 81 et 82.

[1546] Anonymus, in Paneg. Berengarii, P. I, tom. 2 Rer. Ital.

[1547] Liutprandus, Hist., lib. 1, cap. 6.

[1548] Antiquit. Ital., Dissert. V.

[1549] Erchempertus, Hist., cap. 73, 75, 77 et 80.

[1550] Dandol., in Chronico, tom. 12 Rer. Ital.

Anno di CRISTO DCCCLXXXIX. Indiz. VII.

STEFANO V papa 5. BERENGARIO re d'Italia 2. GUIDO re d'Italia 1.

O non seguì il congresso di cui si era convenuto fra il re Berengario e il duca Guido; o se seguì, non ne risultò accordo veruno, e fu perciò rimessa alla decision dell'armi la contesa del regno. Accudirono dunque amendue questi competitori nel verno e nella primavera a rinforzar le loro armate: al che fu necessario gran tempo, perchè Guido fece venir di Francia non poche brigate di combattenti. Veggonsi descritte dal panegirista suddetto[1551] le di lui schiere. Cinquecento fanti, calati dalla Francia, erano comandati da Ascario ossia Anscario fratello di Guido. Menava trecento cavalli Gaussino; altrettanti Uberto. Seguitavano le milizie della Toscana, se pure col nome di tyrrhena juventus non vuole il poeta disegnare Spoleti. Venivano appresso mille soldati di Camerino. Poscia Alberico con cento pedoni, sperando di acquistarsi tal merito, che ne avesse poi in ricompensa il ducato di Camerino. Concorse eziandio Rinieri con altre soldatesche, e Guglielmo che menava trecento corazze. Condottier di altrettante era Ubaldo, che fu padre di quel Bonifazio che noi vedremo a suo tempo duca potentissimo di Spoleti e di Camerino. Succederono in fine alcune migliaia di gente avvezza non alle spade, ma solo agli aratri. Tale era l'armata di Guido. Ragunò anche Berengario quante genti potè. Gualfredo, che era, oppure che fu poi creato marchese del Friuli, marciava alla testa di tremila Furlani. Veniva poi Unroco con due altri fratelli, tutti figliuoli di Suppone già duca di Spoleti, e dipoi, secondo le apparenze, duca di Lombardia, e suocero probabilmente del re Berengario, conducendo mille e cinquecento corazze. Marciavano Leutone e Bernardo suo fratello con mille dugento cavalli tedeschi. Poscia un Alberico con cinquecento altri cavalli, forse anch'essi tratti dalla Germania. Succedevano poi altre soldatesche sotto il comando di un Bonifazio, di un Berardo, di un Azzo feroce e di un Olrico, che era o fu poi marchese, e signoreggiava presso all'Adriatico, oltre ad una gran folla di rustiche milizie. Non è a noi possibile oggidì lo scifrare di quali città o luoghi fossero tutti questi condottieri d'armi. Attesta il suddetto poeta che in quelle armate alcuni vescovi ancora si trovarono maneggianti, in vece di pastorali, spade e lance; ma per la riputazione del sacro lor ministero non li vuol nominare. Regnava tuttavia in questo secolo un tale abuso, del quale s'è parlato altrove. Si venne finalmente alla seconda giornata campale, ma non già sul bresciano, come pensò Liutprando, ma, per quanto si può conghietturare, alla Trebbia sul piacentino. Ho io dato alla luce un diploma del medesimo Guido[1552], scritto IX kal. maii anno Incarnationis Domini DCCCLXXXVIIII, Indictione VIII, Actum Placentiae. Potrebbe questo documento comprovar ch'egli appunto si trovasse in Piacenza nel dì 23 di aprile di quest'anno, cioè prima o dopo il sopraddetto conflitto, se non che abbiam qui la Indictione VIII che non s'accorda coll'anno 889, ed appartiene all'anno susseguente, convenendo per altro tutto il resto ad un autentico diploma. E si osservi che quivi Guido conta già l'anno II del regno: segno ch'egli, per non essere da meno di Berengario, avesse cominciato a dedurre il principio del suo regno dalla morte di Carlo il Grosso; ma forse fu dato quel diploma solamente nell'anno appresso. Abbiamo poeticamente descritto questo fatto d'arme, che costò la vita a parecchie migliaia di persone, dal panegirista di Berengario. Ma chi ne bramasse una più minuta ed esatta descrizione, non ha che a leggere la storia di Spoleti di Bernardino de' conti di Campello[1553], il quale, benchè vivesse e scrivesse nell'anno 1672, pure dovette aver la fortuna di trovarsi presente, e di mirar tutte le circostanze di quel sanguinoso conflitto, ch'egli credette fatto sul bresciano, e ch'io più verisimilmente tengo succeduto sul piacentino. Quantunque il poeta anonimo nel panegirico di Berengario asserisca, aver la notte fatto ritirare ai lor campi le infuriate armate di Berengario e di Guido; pure il suo silenzio e gli effetti succeduti danno abbastanza ad intendere che ne riportò la peggio Berengario. Scrive Reginone[1554], che dopo insorta la gara fra questi due principi, tanta strages ex utraque parte postmodum facta est, tantusque humanus sanguis effusus, ut juxta dominicam vocem, regnum in se ipsum divisum, desolationis miseriam paene incurrerit. Ad postremum Wido victor existens, Berengarium regno expulit. Ma non sussiste che riuscisse a Guido di cacciar Berengario fuori del regno. Questi tenne sempre saldo il ducato del Friuli, e fece sua residenza in Verona. Soggiornava egli in questa medesima città nel dì 10 di settembre del presente anno, come costa da un suo diploma ch'io ho pubblicato[1555], le cui note sono: Data IV idus septembris anno Incarnationis Domini DCCCLXXXVIII, anno vero regni domni Berengarii gloriosissimi regis II, Indictione VIII. Actum Veronae. Il truovo io anche in Cremona, e padrone tuttavia di Brescia nel dì 18 d'agosto, ciò apparendo da un suo diploma pubblicato dal Margarino, e dato XV kalendas septembris anno Incarnationis Domini DCCCLXXXIX, anno vero regni domni Berengarii II. Indictione VII. Liutprando[1556] attesta che nella seconda battaglia, quum maxima strages fieret, fuga se se Berengarius liberavit. Ragionevolmente dunque si può credere che dopo rimasto in questa campal giornata depresso Berengario, venisse in mano di Guido Pavia e Milano con altre città della Lombardia.

Non ho io saputo intendere perchè il padre Pagi[1557] parli delle due suddette battaglie solamente all'anno 892. Senza qualche fatto d'arme non sarebbe entrato Guido in possesso di Pavia e della Lombardia. Ora noi abbiamo, che stando esso Guido nella città di Pavia, avendo fatta raunare in quella città una gran dieta di vescovi delle città a lui suggette, si fece solennemente eleggere re d'Italia. L'atto di questa elezione si truova dato alla luce nella mia Raccolta Rerum italicarum[1558], e di nuovo nelle mie Antichità italiche[1559]. Ricordano que' vescovi in esso decreto bella horribilia, cladesque nefandissimas fino allora succedute, e tanti mali, che sarebbe impossibile il contarli o scriverli. Aggiungono aver eglino consentito di accettare per re Berengario (senza nondimeno nominarlo) volentes nolentesque minis diversis et suasionibus inretiti furtive ac fraudulenter. Dicono di più che i nemici, superveniente perspicuo principe Widone bis jam fuga lapsi, ut fumus, evanuerunt; il che è da temere che fosse dettato dall'adulazione. Pertanto di comun parere eleggono praefatum magnanimum principem Widonem ad protegendum et regaliter gubernandum nos in regem et seniorem, ec., giacchè egli si è obbligato di amare e di esaltar la santa Chiesa romana, e di conservare i diritti dell'altre chiese, e le leggi de' popoli, e di non permettere le rapine, e di volere la pace. Non si sa che il re Guido facesse altra impresa in quest'anno, avendo egli probabilmente atteso ad assicurarsi dei voti favorevoli dei suddetti vescovi, e a ridurre in suo potere quelle città della Lombardia che tardavano ad umiliarsi alla fortuna delle armi di lui. All'incontro Berengario è da credere che si applicasse tutto a fortificarsi in Verona, e a cercar soccorsi dalla Germania, siccome in fatti vedremo all'anno susseguente. Nel presente la vedova imperadrice Angilberga presentendo o temendo che Arnolfo re di Germania meditasse d'impadronirsi del regno d'Italia, ricorse a lui affinchè le confermasse i beni da lei goduti in esso regno; e a tal fine spedì in Germania Ermengarda sua figliuola, regina di Provenza, vedova del re Bosone. Vien rapportato dal Campi[1560] quel diploma, dato II idus junii anno dominicae Incarnationis DCCCLXXXIX, Indictione VII, anno secundo piissimi regis Arnulfi. Actum Forachen. Ma Ermengarda per altri più importanti affari s'era portata in Germania, siccome vedremo. Abbiamo accennato di sopra che circa questi tempi si cominciarono a conoscere in Germania e in Italia gli Ungri, o vogliamo dire gli Ungheri. Ora si vuol aggiugnere la terribile descrizione di questa fiera nazione, che poi divenne il flagello dell'Italia, a noi lasciata descritta da Reginone[1561] sotto quest'anno. La ferocissima gente, dice egli, degli Ungheri, più crudel d'ogni fiera, non mai udita nè nominata in Occidente ne' secoli addietro, uscì dai regni della Scitia, cioè della Tartaria, e dalle paludi del fiume Tanai. Costoro non coltivano se non di rado la terra, non hanno casa o tetto, non luogo stabile; ma (a guisa degli Arabi) coi loro armenti e colle loro gregge vanno qua e là vagando, conducendo seco le mogli e i figliuoli sopra le carrette coperte di cuoio, delle quali in tempo di pioggia e di verno si servono in vece di case. Gran delitto è presso di loro il furto. Non appetiscono l'oro e l'argento, come fan gli altri uomini. Il loro piacere è nella caccia e nella pesca. Si cibano di latte e miele. Non usano vesti di lana, supplendo al bisogno con pelli di fiere per guardarsi dai freddi continui nelle loro contrade. Spinti costoro fuori del proprio paese da altri Tartari chiamati Pezinanti, perchè non bastava alla cresciuta lor popolazione quella terra, vennero nella Pannonia; e scacciati o sottomessi gli Unni, appellati anche Avari (benchè Tartari anch'essi di nazione), s'impadronirono di quel regno: di là cominciarono a far delle scorrerie nella Bulgaria, nella Moravia e nella Carintia, uccidendo pochi colle spade, ma molte migliaia di persone colle saette, scagliate da loro con tal maestria, che difficilmente se ne possono schivare i colpi. Non sanno combattere da vicino in forma di battaglia. Combattono a tutta corsa coi cavalli, fingendo di quando in quando di fuggire, e bene spesso quando talun si crede di averli vinti, si truova più che mai in pericolo di esser vinto. Negli Usseri moderni, discendenti da essi, dura anche oggidì parte di questi loro costumi. Seguita a dire: Vivono a guisa di fiere, e non d'uomini; e fama è che mangino carne cruda, e bevano sangue. Inumani al maggior segno, in quei cuori non entra compassione o misericordia alcuna. Si radono il crine sino alla cute. Con gran cura insegnano ai loro figliuoli e servi l'arte del cavalcare e saettare. Gente superba, sediziosa, fraudolenta; e truovasi la medesima ferocia nelle femmine che nei maschi: gente di poche parole, ma di molti fatti. Tali erano gli Ungri, da' quali prese la Pannonia il nuovo nome d'Ungheria, popolo nefando, la cui crudeltà in breve si vedrà venir a desolare il meglio dell'infelice Italia. Cedreno[1562] dà a questa barbarica nazione anche il nome di Turchi, nome che si stendeva a non poche popolazioni della Tartaria, e si è udito già più volte ne' secoli antecedenti.

NOTE:

[1551] Anonym., Panegyr. Berengar. P. I, tom. 2 Rerum Italic.

[1552] Antiq. Ital., Dissert. XXXIV.

[1553] Campelli, Istor. di Spoleti, lib. 9.

[1554] Regino, in Chronico.

[1555] Antiquit. Ital., Dissert. XVII.

[1556] Liutprandus, Hist. lib. 1, cap. 6.

[1557] Pagius, in Annales Baron.

[1558] Rerum Ital., P. I, tom. 2.

[1559] Antiquit. Ital., Dissert. III.

[1560] Campi, Istor. di Piacenza, tom. 1 Append.

[1561] Rhegino, in Chronico.

[1562] Cedren., in Annal.

Anno di CRISTO DCCCXC. Indizione VIII.

STEFANO V papa 6. BERENGARIO re d'Italia 3. GUIDO re d'Italia 2.

Abbiamo da Ermanno Contratto[1563] che in quest'anno Arnolfo re di Germania ex verbis apostolici obnixe rogatur, ut Romam veniens Italiamque sub ditione sua retinens, a tantis eam eruat tyrannis. Era Stefano V pontefice di rara virtù, e non è improbabile che i malanni di Roma per cagion dei Saraceni, e quei dell'Italia per la guerra dei due re, il movessero a procurar la venuta d'Arnolfo. Tuttavia sapendo noi quanta parzialità egli nudrisse per Guido re d'Italia, con apparenza ancora che coi suoi buoni uffizii l'avesse egli aiutato a montare sul trono, non pare sì facilmente da credere l'invito che qui si suppone da lui fatto ad Arnolfo di calare in Italia, e di levarla di mano dei due nemici regnanti. Anzi son io d'avviso che in questo racconto v'abbia dell'errore, essendo ben vera la chiamata, ma questa fatta nell'anno susseguente, oppure nell'anno 893, siccome vedremo, e non già nel presente; e da Formoso papa, e non già da Stefano, tuttavia vivente in quest'anno. Il continuatore degli Annali di Fulda[1564], pubblicati dal Freero, molto più antico di Ermanno Contratto scrive sotto quest'anno, ma fuor di sito, in parlando del re Arnolfo: A Formoso apostolico enixe rogatus interpellabat (scrivo interpellabatur) ut urbe Roma (si scriva urbem Romam) domum sancti Petri visitaret, et Italicum regnum a malis christianis, et imminentibus Paganis ereptum ad suum opus restringendo dignaretur tenere. Sed rex multimodis caussis, in suo regno increscentibus praepeditus, quamvis non libens, postulata denegavit. Copiò Ermanno Contratto queste parole, ed anche egli intese di nominar Formoso col nome di apostolico, e non già di parlare di papa Stefano. Ora certo è che Formoso solamente fu eletto romano pontefice nell'anno seguente, e per conseguente a quello si dee riferir l'invito fatto al re Arnolfo: se pur non volessimo immaginare che Formoso vescovo in questi tempi di Porto, e non per anche papa, avesse chiamato in Italia il re Arnolfo, col quale egli manteneva buona corrispondenza, ed era legato, siccome vedremo, con parziale affetto. Ma, siccome dissi, piuttosto nell'anno 893 si adoperò papa Formoso per tirare in Italia il re Arnolfo, e quivi perciò ne riparleremo. Attestano gli Annali suddetti, che trovandosi esso re Arnolfo in Forcheim dopo Pasqua nel mese di maggio ibi ad eum filia Hludovvici italici regis, vidua Bosonis tyranni, magnis cum muneribus veniens honorifice suscepta, ac ad propria remissa est. Ma neppure questo fatto è rapportato al suo luogo. Da un diploma d'esso Arnolfo, che io ho accennato di sopra, abbiamo già appreso che la vedova imperadrice Ermengarda si trovò nell'anno precedente alla corte del re Arnolfo in Forcheim. Il motivo del suo viaggio e dei sontuosi regali portati al re Arnolfo, fu il desiderio che Lodovico figliuolo suo e di Bosone, già pervenuto ad età convenevole per governar popoli, assumesse il titolo di re del regno arelatense ossia di Provenza, ch'ella fin qui avea governato come tutrice a nome del figliuolo. Non voleva ella far questo passo senza licenza del re Arnolfo, principe potentissimo, che manteneva pretensioni sopra tutta la monarchia dei Franchi. E siccome Odone in Francia ossia nella Gallia, e Berengario in Italia, non si crederono sicuri del possesso dei loro regni, se prima non si furono accordati con esso Arnolfo: così Ermengarda ricorse a lui per avere il consentimento suo in favore del figliuolo; con riconoscere anch'ella il regno suddetto dipendente dalla sovranità del re della Germania. Però tornata ch'ella fu in Provenza, raunati i vescovi e baroni del regno, fece solennemente riconoscere per re, e coronar Lodovico suo figliuolo.

L'atto di questa elezione e coronazione si legge stampato nel corpo dei concilii[1565], e si dice fatta quella raunanza e funzione anno Incarnationis dominicae DCCCXC, Indictione VII, cioè o nel fine del presente, o nel principio del corrente anno. Si vede che il buon papa Stefano con sue lettere aveva esortato tutti i vescovi di quel regno a costituire re Lodovico, nipote per via della madre di Lodovico II imperadore, al quale, come protestano que' prelati e baroni praestantissimus Carolus (il Grosso) Imperator jam regiam concesserat dignitatem (nell'anno 887), et Arnulfus, qui successo ejus extitit, per suum scriptum, perque suos sagacissimos legatos, Reoculfum (oppure Theodolfum) videlicet episcopum, et Bertaldum fomitem, fautor regni, auctorque in omnibus esse comprobatur. Degne son di annotazione tutte queste notizie, per intendere come i re della Germania acquistassero e mantenessero dipoi la loro superiorità nel regno arelatense, e per conoscere questo Lodovico re per tempo, di cui la storia d'Italia avrà da parlare non poco, andando innanzi. Cosa operassero in quest'anno in Italia i due emuli re Berengario e Guido, difficilmente si può ricavar dalla storia assai digiuna in questi tempi delle cose nostre, e specialmente difettosa per la cronologia. Abbiamo presso l'Ughelli[1566] un diploma del re Guido, dato VII kalendas junii, anno dominicae Incarnationis DCCCXC, Indictione VIII, anno domno Widone rege in Italia regnante primo. Actum in taurinensi comitatu. Cosimo della Rena[1567] scrive che nell'originale di questo documento da lui veduto si legge Indictione VII, e che, ciò non ostante, torna esso nell'anno 890: cosa ch'io non so intendere. Quando veramente appartenga all'anno stesso 890, si vede che Guido metteva il principio del suo regno nell'889, e non già nell'888, come pare che risulti da un altro, da me citato di sopra. Ora in questo diploma dice il re Guido: Quia Adalbertus dilectus nepos noster et marchius, deprecatus est celsitudinem nostram, ut Zenovio sanctae ecclesiae fesulanae episcopo, ec. Certo è che qui si parla di Adalberto II marchese e duca della Toscana. Noi già vedemmo suo padre Adalberto I marito di Rotilde, sorella di Lamberto duca di Spoleti in un documento dell'anno 884. Convien credere che quando fu dato il diploma suddetto dal re Guido, fosse già mancato di vita esso Adalberto I, con succedergli nella Marca e nel ducato della Toscana Adalberto II, di cui parla qui il re Guido. E con ciò si conferma che lo stesso re Guido fu fratello di Lamberto e di Rotilde, e figliuolo d'un altro Guido. Trovo io il re Berengario in Verona nel dì 20 d'ottobre dell'anno presente, ciò apparendo da un suo diploma originale da me veduto nell'archivio del capitolo de' canonici di Reggio[1568]. Esso fu dato decima tertia kalendas novembris anno Incarnationis Domini DCCC et XC, anno vero regni domni Berengarii gloriosissimi regis III, Indictione IX. Mancò di vita in quest'anno Aione principe di Benevento, se vogliam credere ai conti di Lupo protospata[1569]; e lasciò per suo successore Orso suo figliuolo, e non già suo fratello, ma di età non per anche atta al governo.

NOTE:

[1563] Hermann. Contractus, in Chron.

[1564] Annales Fuldenses Freherii.

[1565] Labbe, Concil., tom. 9.

[1566] Ughell., Ital. Sacr., tom. 2 in Episcop. Faesulan.

[1567] Rena, Serie de' duchi della Toscana, p. 122.

[1568] Antiquit. Ital., Dissert. LXVII.

[1569] Lupus Protospata, in Chron. apud Peregr.

Anno di CRISTO DCCCXCI. Indizione IX.

FORMOSO papa 1. GUIDO imperadore 1. BERENGARIO re d'Italia 4.

Quale stretta corrispondenza passasse fra papa Stefano e Guido re d'Italia, l'abbiam già veduto di sopra. Seppe ben profittar Guido di questo favorevol vento; e però nulla paventando dalla parte di Berengario, scemato troppo di forze, s'inviò a Roma, e da esso papa impetrò d'essere creato e incoronato imperador de' Romani nell'anno presente, e non già nel seguente, come immaginò il cardinal Baronio[1570] con altri. Il preciso giorno della sua coronazione, già dottamente avvertito dal Sigonio[1571], fu il dì 21 di febbraio, ciò costando da un suo diploma da lui veduto, e poi pubblicato dall'Ughelli[1572], e da un altro da me[1573] dato alla luce, in cui Guido conferma ad Ageltruda imperadrice sua moglie, sorella del suddetto Ajone principe di Benevento, e per conseguente figliuola del fu parimente principe Adelgiso, tutti i beni a lei appartenenti o per eredità o per donazione sua. Fu dato questo diploma kalendas martii, Indictione VIII, anno Incarnationis Domini DCCCXCI, regnante domno Widone in Italia anno regni ejus III, imperii illius die prima. Actum Roma. Abbiamo anche pubblicata dal Campi[1574] una bolla del medesimo papa Stefano con cui sono confermati a Bernardo vescovo di Piacenza tutti i suoi privilegii e diritti. Fu essa scritta per manum Anastasii regionarii et scriniarii sanctae romanae Ecclesiae in mense februarii, Indictione nona. Data IV kalendas martias per manum Zachariae primicerii sanctae sedis apostolicae, imperante domno piissimo Augusto Wido a Deo coronato, magno, pacifico imperatore anno primo, et post consulatum ejus anno primo, Indictione nona, cioè nell'anno presente, e nel dì 26 di febbraio. Altre pruove ci sono che in quest'anno e mese ci fan conoscere indubitata la coronazione imperiale di Guido. Veggasi ancora uno strumento pisano, da me riferito altrove[1575]. Nella bolla di piombo pendente dai suoi diplomi, da me veduta, si mira nell'una parte il suo busto col capo coronato e con lo scudo, e all'intorno WIDO IMPERATOR AVG.; e nell'altra RENOVATIO REGNI FRANC.: dal che era ben lontano questo imperadore, neppur signore di tutta l'Italia. Se gli andavano bene gli affari, fors'egli avea la mira di far delle conquiste anche in Francia, siccome apparisce dalle lettere di Folco arcivescovo di Rems[1576]. E correa voce in Francia che questo prelato, benchè si mostrasse tutto favorevole a Carlo il Semplice, pure tenesse segreta corrispondenza con esso Guido imperadore per tirarlo in Francia. Ma dopo questa funzione pochi mesi sopravvisse il buon papa Stefano V, certo essendo che egli passò nell'anno presente ad una vita migliore. Era in questi tempi sconcertata di molto la buona armonia del clero e popolo romano per le due potenti fazioni che vi predominavano, cominciate negli anni addietro. Abbiamo da Liutprando[1577] che seguì non lieve scisma nell'eleggere il novello papa. Concorse l'una parte del clero e popolo nella persona di Sergio diacono della Chiesa romana; ma allorchè egli saliva all'altare per essere consecrato, la contraria parte prevalendo, violentemente lo scacciò, e fece consecrar Formoso vescovo di Porto, da loro eletto e stimato assai pro vera religione, divinarumque Scripturarum et doctrinarum scientia. Ma s'inganna Liutprando. Questa elezione e caduta di Sergio accadde solamente nell'anno 898, siccome vedremo. Liutprando prende non pochi altri abbagli negli avvenimenti di questi tempi, perchè non succeduti ai suoi giorni. Ora noi troviam qui divisi i giudizii dei posteri. Il cardinal Baronio[1578] è tutto per Formoso, esaltando le sue molte virtù, e credendolo indebitamente già scomunicato da papa Giovanni VIII. Il padre Mabillone[1579] ed altri nol sanno credere esente da colpa, perchè adducono i motivi di quella scomunica, che non erano noti ai tempi del cardinal Baronio. Certamente pare che non mancasse l'ambizione di gustar in Formoso gli ornamenti della religione e della sacra letteratura, commendata in lui da Liutprando e da altri. Nè lasciò il partito contrario di fargli guerra, finchè egli visse, e peggio dopo la sua morte, siccome vedremo. Il suo avversario Sergio, non credendosi sicuro in Roma, si rifugiò in Toscana sotto l'ali di Adalberto II duca e marchese di quella provincia.

In quest'anno, se vogliamo stare all'opinione dell'Eccardo e d'altri, venne in Italia Zventebaldo, spedito con un esercito dal re Arnolfo suo padre in aiuto del re Berengario, che si trovava a mal partito; e fu assediata da essi, ma indarno, Pavia. Secondo me, appartiene un tal fatto all'anno 893, dove ne parleremo. Pretende l'Eccardo che il suddetto Zventebaldo abbandonasse l'assedio di quella città nel mese di marzo del corrente anno, perchè il panegirista di Berengario[1580] scrive che questo giovane principe chiamato da lui Sinibaldo alla maniera degl'Italiani,

It monitu regis patrias Sinibaldus ad oras: Tertia vix lunae se cornua luce replerant.

Non appartengono a quest'anno quei versi, siccome dirò più abbasso; e poteva accorgersene lo stesso Eccardo al considerare che Guido fu coronato imperadore in Roma nel dì 21 febbraio del presente anno, e trovandosi colà, non poteva essere in Pavia, che fu assediata di febbraio; e noi sappiamo da Liutprando e dal panegirista suddetto che Guido in persona sostenne quell'assedio, e però non può essere succeduto nell'anno presente. Riportò bensì in quest'anno il re Arnolfo un'insigne vittoria contra de' Normanni. Reginone scrive che ex innumerabili multitudine vix residuus fuit qui ad classem adversum nuncium reportaret. Non c'è obbligazione di credergli tutto questo gran flagello. Per la morte di Ajone principe di Benevento restò quel principato in una somma debolezza con rimanere nelle mani di Orso suo figliuolo, inetto al governo, perchè fanciullo di soli sette anni. Di questa svantaggiosa situazione de' Beneventani ben consapevoli i Greci, non istettero colle mani alla cintola, bramosi ancora di far vendetta della guerra lor fatta dal defunto Ajone[1581]. Avea poco dianzi Leone il Saggio imperador d'Oriente spedito per generale delle sue armi in Italia Simbaticio, appellato da Leone Ostiense[1582] imperialis protospatarius, et stratigo Macedoniae, Thraciae, Cephaloniae, atque Langobardiae. Davano i Greci il nome di Lombardia a quel tratto di paese ch'essi possedevano in Calabria e nella Puglia, e in altri siti del regno ora di Napoli. Ora costui mise l'assedio nel dì 13 di luglio dell'anno presente alla città di Benevento, ben conoscendo che l'imperador Guido, troppo impegnato nella Lombardia maggiore per la guerra tuttavia durante contra di Berengario, non avrebbe mosso un dito per disturbar quell'impresa. Fecero una lunga e vigorosa resistenza i Beneventani; ma in fine, perchè non aveano forze da poter fare sloggiare i Greci, nè altronde speravano aiuto, lusingati ancora dalle promesse di un soave trattamento, che Simbaticio andava loro con segrete ambasciate facendo penetrare: capitolarono la resa della città, dove pacificamente entrarono i Greci nel dì 18 d'ottobre, divenendo padroni di tutte le dipendenze di quel principato. In quest'anno ancora, per attestato del Dandolo[1583], Pietro doge di Venezia avendo spedito a Pavia i suoi ambasciatori a Guido Augusto, ab eo obtinuit privilegium in ea forma, qua praedecessores sui imperatores ducibus Venetiarum retroactis temporibus concesserant. Fu rapportato dal cardinal Baronio e dal padre Mabillone un diploma di Guido Augusto, dato in questo anno nel dì primo o nel dì 15 di novembre in Balva, città allora del ducato di Spoleti, dove era egli capitato, e Benevento redeuntes nostra cum conjuge, la quale gli partorì Lamberto suo figliuolo, che vedremo imperadore nell'anno seguente: per la qual grazia a lui conceduta da Dio egli dona al monistero volturnense una chiesa, e tanto oro quanto pesa il real fanciullo[1584]. Ho io prodotto alcune difficoltà intorno a questo documento, il quale, quando mai si supponesse nato Lamberto in quest'anno, vien certamente da me creduto aprocrifo, perchè molto prima era venuto alla luce questo principe; oltre di che, non potè Guido tornare in tempi tali da Benevento che era in mano de' Greci.

NOTE:

[1570] Baron., Annales. Eccl., ad ann. 892.

[1571] Sigonius, de Regno Ital., lib. 5.

[1572] Ughell., Ital. Sacr., tom. 2 in Episcop. Parmens.

[1573] Antiquit. Italic., Dissert. III et XXX.

[1574] Campi, Istor. di Piacenza, tom. 1, Append.

[1575] Antiq. Ital., tom. 3, pag. 1039.

[1576] Frodoardus, Hist., lib. 4, cap. 5.

[1577] Liutprandus, Hist. lib. 1, cap. 9.

[1578] Baron., Annal. Eccl.

[1579] Mabill., Saecul. V Benedict.

[1580] Anonym., Paneg. Bereng. P. I, tom. 2 Rer. Italic.

[1581] Anonymus Salernitan., apud Peregrin. P. I, tom. 2 Rer. Ital.

[1582] Leo Ostiensis, Chronic., lib. 1, cap. 49.

[1583] Dandul., in Chronic., tom. 12, Rer. Ital.

[1584] Chron. Volturnens., P. II, tom. 1, Rer. Ital. pag. 430.

Anno di CRISTO DCCCXCII. Indizione X.

FORMOSO papa 2. GUIDO imperadore 2. LAMBERTO imperadore 1. BERENGARIO re d'Italia 5.

Non sembra già che Formoso papa fosse molto portato in favore di Guido imperatore; anzi, se dobbiamo credere al continuator degli Annali di Fulda[1585], pubblicati dal Freero, le cui parole ho citate all'anno 890, egli non fu sì tosto papa che invitò il re Arnolfo a calare coll'armi in Italia per liberarla dai cattivi cristiani, ossia dai tiranni, come scrive Ermanno Contratto[1586] cioè da Guido e da Berengario, la nimicizia e guerra de' quali si tirava dietro la desolazion di buona parte delle contrade italiane. Ma probabilmente un tale invito è da riferire all'anno seguente. Contuttociò dovette questo pontefice accomodarsi alle vicende e circostanze de' tempi. Allorchè egli salì sulla cattedra di san Pietro, trovò già creato imperador dei Romani Guido, cioè chi in questi tempi esercitava giurisdizione sovrana in Roma stessa e negli altri stati della Chiesa romana. Però non potè negare ad esso Guido Augusto di dichiarare collega nell'imperio e di ornare colla corona imperiale Lamberto, figliuolo assai giovane del medesimo Guido. Le note cronologiche di varii diplomi dati da esso Lamberto in compagnia del padre, oppure da lui solo, ci guidano a conoscere che la di lui assunzione e coronazione seguì senza fallo nel presente anno: il che parimente si vede confermato dall'autore della Cronica casauriense[1587]. Del giorno preciso in cui gli fu conferita la corona augustale, ho io fatta ricerca nelle Antichità italiche[1588], e benchè non l'abbia potuto con sicurezza accertare, tuttavia da un placito lucchese riferito dal Fiorentini[1589] si può ricavare ch'egli prima del giorno quarto di marzo conseguisse il titolo d'imperadore. Fu scritta quella carta anno imperii domni Lamberti sexto, IV die mensis martii, Indictione XV, cioè nell'anno 897: note indicanti che prima del dì IV di marzo dell'anno corrente, dovette essere conferito a Lamberto in Roma il diadema imperiale. Ma avendo io quivi citato un'altra carta prodotta dall'Ughelli[1590], e scritta in anno quinto Lamberti imperatoris, mense martio, per Indictione XV, cioè nel medesimo anno 897, per accordar questo con quel documento si truova qualche difficoltà. Vegga chi vuole la suddetta mia Dissertazione[1591] nelle Antichità italiane. Aggiungo, vedersi un diploma[1592] di Guido Augusto suo padre, dato in Rosselle di Toscana nel dì 15 di settembre dell'anno presente, senza che vi si legga l'anno dell'imperio di Lamberto: il che non ben s'accorda col suddetto supposto. All'incontro ho io prodotto un altro diploma[1593] dell'archivio del monistero di santo Ambrosio di Milano, scritto kalendis mali, Indictione X, anno Domini DCCCXCII. Imperante domno Widone imperatore, regni ejus III, imperii illius II, anno Lantberti imperatoris I. Actum Ravenna: dove probabilmente, tornando da Roma, si trovarono questi due Augusti. Finalmente accennerò all'anno 895 un privilegio d'esso Lamberto, per cui apparisce che nel febbraio di quest'anno egli contava l'anno primo del suo imperio.

Dissi già che Odone conte di Parigi era stato eletto ed accettato dai popoli della Gallia, ossia della Francia occidentale, per loro re, a riserva dell'Aquitania che gli fu contraria. Era egli intento a ridur colla forza anche gli Aquitani alla sua ubbidienza, quando nel dì 28 di gennaio di quest'anno Foco arcivescovo di Rems, avendo commossa a ribellione non poca parte dei baroni franzesi, dichiarò e coronò re di quel regno Carlo il Semplice, figliuolo del re Lodovico Balbo. Si cominciò pertanto, non meno in quel paese, che si facesse in Italia, a guerreggiar fra i due pretendenti, e nell'uno e nell'altro regno a verificarsi il detto del Salvatore, che regnum in se divisum desolabitur. In una delle sue lettere citata da Frodoardo[1594], scrive il suddetto Folco arcivescovo, avere i suoi nemici sparsa voce ch'egli avesse intavolata quella ribellione e alzato al trono il giovanetto Carlo, per poi introdurre con tal pretesto in quel regno Guido imperadore, con cui veramente era Folco anima e corpo, e strettamente unito di parentela. Ma egli protesta che questa è un'indegna calunnia, nè essere un par suo, siccome uomo d'onore e nobilmente nato, capace di una cabala sì fatta. Furono poi cagione le funeste dissensioni di Guido e Berengario in Italia che i popoli italiani cominciarono circa i tempi presenti a fortificar le loro città e castella, poichè per la pace sì lungamente conservata in queste contrade sotto gl'imperadori carolini, i più viveano alla spartana. Ciò si raccoglie dall'esempio di Modena, nella quale Leodoino vescovo fece far varie fortificazioni alle porte, e nuovi bastioni ben provveduti d'armi, non già contra i padroni, cioè contra di Guido e di Lamberto Augusti qui allora signoreggianti, ma per difesa de' proprii cittadini, come costa dall'iscrizione da me riferita altrove[1595], dove son questi versi:

HIS TVMVLVM PORTIS ET ERECTIS AGGERE VALLIS, FIRMAVIT, POSITIS CIRCVM LATITANTIBVS ARMIS, NON CONTRA DOMINOS ERECTVS CORDA SERENOS, SED CIVES PROPRIOS CVPIENS DEFENDERE TECTOS.

Leggasi nella Cronica del monistero di Volturno[1596] un privilegio conceduto a Maione abbate di quel sacro luogo da Giorgio protospatario imperiale e stratigo (cioè general dell'armi) della Cefalonia e Lombardia, a nome dei serenissimi imperadori, cioè di Leone ed Alessandro imperadori d'Oriente. In fine si scorge che anche egli, come era in uso di varii principi di allora, dice di aver bollato quel decreto con bolla di piombo, mense augusti, decima Indictione. Di questo Giorgio patrizio, che succedette a Simbaticio conquistatore nel precedente anno di Benevento, fa menzione, oltre all'Anonimo salernitano, una Cronichetta[1597] data alla luce da Camillo Pellegrino, con aggiugnere ch'egli o nel presente o nel susseguente anno andò a mettere l'assedio a Capoa; ma questa si dovette bravamente difendere, nè si sa ch'egli se ne impossessasse. Riferisce il padre Pagi[1598] a quest'anno le due sanguinose battaglie succedute fra i re Berengario e Guido, di sopra da noi vedute all'anno 888 ed 889. Non si può mai credere che Guido, da noi veduto negli anni addietro signoreggiante in Pavia e nella maggior parte della Lombardia, se ne fosse impadronito senza colpo di spada, e che si fosse differito fino a questi dì il provar le loro forze in qualche campale giornata. Oltre di che, Erchemperto ed altri storici si truovano contrarii ad una tale opinione. Vero è aver papa Formoso, per relazione di Frodoardo[1599], significato a Folco arcivescovo di Rems, che era per tenere un concilio generale in Roma die kalendarum martiarum Indictionis decimae, cioè nell'anno presente, se pure non fu nel seguente, perchè si legge Indictionis undecimae nel testo pubblicato nella biblioteca de' Padri[1600]. In quibus literis fatetur, Italiam tunc semel et secundo horrida bella perpessam, et paene consumtam: le quali parole cita il padre Pagi in confermazione della sua credenza. Ma da queste nulla si può conchiudere, perchè nei correnti tempi ancora continuò più che mai un'arrabbiata guerra fra questi due competitori. E noi vedremo all'anno seguente ridotto a sì mal termine Berengario, che fu costretto a cercar soccorso da Arnolfo re di Germania. Fra le leggi longobardiche[1601] se ne leggono alcune di Guido imperadore. Probabilmente furono fatte e pubblicate in quest'anno nella dieta generale degli Stati.

NOTE:

[1585] Annales Fuldenses Freheri.

[1586] Hermannus Contract., in Chron.

[1587] Chron. Casaurienses, P. II, tom. 2 Rer. Ital.

[1588] Antiquit. Ital., Dissert. V et XXXIV.

[1589] Fiorentini, Memor. di Matilde, lib. 3.

[1590] Ughell., Ital. Sacr., tom. 5, in Append. ad Episcop. Aprut.

[1591] Antiquit. Ital., Dissertat. VIII.

[1592] Ibidem, Dissert. XXIX.

[1593] Ibidem, Dissert. VI.

[1594] Frodoardus, Hist. Remens., lib. 4, cap. 5.

[1595] Antiquit. Italic., Dissert. I.

[1596] Chron. Volturnens., P. II, tom. I, Rer. Ital.

[1597] Rer. Ital., P. I, tom. 2, pag. 279 et 291.

[1598] Pagius, ad Annales Baron.

[1599] Frodoardus, Hist. Remens., lib. 4, cap. 2.

[1600] Bibliotheca Patr., tom. 17.

[1601] Rer. Ital., P. II., tom. 1.

Anno di CRISTO DCCCXCIII. Indizione XI.

FORMOSO papa 3. GUIDO imperadore 3. LAMBERTO imperadore 2. BERENGARIO re d'Italia 6.

Uomo inquieto e maligno era in questi tempi Zventebaldo duca della Moravia, chiamato anche re da talun degli storici. Di più benefizii l'avea colmato Arnolfo re della Germania, massimamente con dargli in feudo la Boemia. Scoprì costui nell'anno presente il suo mal talento contra dello stesso suo benefattore, laonde fu obbligato Arnolfo ad impugnar la spada per mettere in dovere l'ingrato. Ma non parendo a lui d'aver forze sufficienti per tale scabrosa impresa, chiamò in rinforzo suo i nuovi abitatori della Pannonia, cioè gli Ungheri, iniquissima e crudelissima gente, coi quali abbassò Zventebaldo, che fu costretto a rendersi tributario di Arnolfo, e a dargli per ostaggio un suo figliuolo, come s'ha da Reginone[1602]. Di questa risoluzione riportò egli gran biasimo fra i Cristiani, perchè quella barbara schiatta imparò le vie di nuocere alle circonvicine contrade, ma specialmente portò dipoi la desolazione alla misera Italia. Prorompe qui in una escandescenza Liutprando storico[1603] contra di Arnolfo, con dire fra le altre cose: Hungarorum cupidam, audacem, omnipotentis Dei ignaram, scelerum omnium non insciam, caedis et omnium rapinarum solummodo avidam in auxilium convocat: si tamen auxilium dici potest, quod paullo post, eo moriente, tum genti suae, tum ceteris in Meridie Occasuque degentibus nationibus grave periculum, immo excidium fuit. Quid igitur? Zventebaldus vincitur, subjugatur, fit tributarius: sed Domino solus. O caecam Arnulfi regis regnandi cupiditatem! O infelicem amarumque diem! Unius homuncionis dejectio fit totius Europae contritio. Quid mulieribus viduitates, patribusque orbitates, virginibus corruptiones, sacerdotibus, populisque Dei captivitates, ecclesiis desolationes, terris inhabitatis solitudines, caeca ambitio paras? Lascio il resto di quelle giuste doglianze. Intanto andavano in Italia di male in peggio gli affari del re Berengario, troppo soperchiato dalle maggiori forze di Guido imperadore[1604]. Altro ripiego non avendo, si rivolse egli al potentissimo e vittorioso re Arnolfo, con implorare il suo aiuto, e suggettarsi in tutto, se gli dava assistenza per atterrar l'avversario, e per fargli acquistar tutto il regno d'Italia. Pertanto spedì Arnolfo in Italia Zventebolco, ossia Zventebaldo o Zuenteboldo, suo figliuolo bastardo, con un poderoso esercito, che unito con quel poco che restava a Berengario, a dirittura s'inviò alla volta di Pavia per farne l'assedio. V'era dentro l'imperador Guido, uomo di accortezza militare e di non minor vigilanza provveduto. Avea egli barricato con buone palizzate le rive di un fiumicello che bagna quella città, e quivi disposto il suo accampamento in guisa tale, che l'esercito nimico non potea nuocere al suo. Più giorni passarono senza che seguisse un menomo badalucco. Vi fu un Bavarese che ogni dì caricava di villanie gli Italiani, chiamandoli gente vile, che non osava di combattere, che non sapea stare a cavallo; e per maggior loro vergogna un dì gli venne fatto di levar di mano la lancia ad un Italiano, e di tornarsene con essa tutto fastoso al suo campo. Adocchiò la boria di costui Ubaldo, padre di quel Bonifazio, il quale poscia a' tempi di Liutprando storico fu marchese di Camerino e di Spoleti; nè potendo digerir l'affronto fatto da costui all'armata italiana, gli stette alla posta nel dì seguente, e imbracciato lo scudo, andò ad incontrarlo, e lasciatolo ben caracollare, all'improvviso se gli avventò dietro, e venuto seco a duello, gli passò colla lancia il cuore. Da questo fatto presero ardire gl'Italiani, terrore i Bavaresi. O sia che Guido in tale occasione si valesse della possente interposizione della regina pecunia, come vuole Liutprando; ovvero che il re Arnolfo richiamasse il figliuolo in Baviera, come scrive il panegirista di Berengario[1605]: certo è che Zventebaldo se ne tornò colle truppe in Germania, senz'altro avere operato in profitto di Berengario che di raffrenare alquanto i progressi di Guido Augusto. Ma questi appena mirò allontanato dall'Italia quel temporale, che più che mai tornò ad incalzare l'emulo Berengario. Allora fu che Berengario personalmente passò in Baviera per rappresentare con più efficacia la prepotenza di chi era avversario non men suo che del re Arnolfo; e supplicò di calar egli stesso in Italia, per prendere possesso di questo regno, ch'egli poi riconoscerebbe come vassallo dalla di lui potente mano. Abbiamo inoltre dal continuator degli Annali di Fulda[1606] che anche papa Formoso con sue lettere, e colla spedizione di molti baroni d'Italia, sollecitò il re Arnolfo a questa spedizione, lamentandosi ancora delle oppressioni fatte da Guido alla Chiesa romana. Missi autem (scrive quell'autore) Formosi apostolici cum epistolis et primoribus italici regni ad regem in Bajoaria advenerunt, enixe deprecantes, ut italicum regnum, et res sancti Petri ad suas manus a malis Christianis eruendum adventaret: quod tunc maxime a Widone tyranno affectatum est. Truovavasi allora il re Arnolfo in Ratisbona, e con tutta onorevolezza accolti que' baroni e regalati, li rispedì in Italia, promettendo di calarvi in breve anch'esso. Noi qui il vedremo frappoco, conducendo seco una formidabile armata. Il panegirista di Berengario, dopo avere raccontato che

In monitu regis patrias Sinbaldus ad oras,

seguita a dire:

Tertia vix lunae se cornua luce replerunt, Hic laetus patriam postquam concessit ad aulam; En Wido agmen agens iterum renovare furores Accelerat. Contra ductor[1607] depellere pestem. Instruit arma pius, tantosque recidere fastus. Nec latet Arnulfum, rursus succrescere bellum Hesperia. Widonem etiamnum milite fretum Affore, cervicesque procaci attollere fastu Audiit, ec.

Perciò prese Arnolfo la risoluzion di venir egli stesso in Italia. Non vuol dunque dire tertia lunae cornua che nel mese di marzo dell'anno 891 Zventebaldo, chiamato Sinibaldo dal poeta, si ritirasse dall'assedio di Pavia, come ha creduto taluno; ma bensì che erano appena passati tre mesi dacchè esso Zventebaldo avea ricondotto dall'Italia in Baviera l'esercito paterno, quando l'imperador Guido più ferocemente che prima assalì il piccolo regno rimasto a Berengario, e che il re Arnolfo determinò di venirne a far la vendetta in persona. Attesta il Sigonio[1608] d'aver veduto dei diplomi dati da esso Arnolfo anno DCCCXCIII, V idus novembris Veronae; e per conseguente, secondo lui, sul principio di novembre dell'anno presente. Non ne ho io mai veduto alcuno. So bensì che in esso giorno V idus novembris, dell'anno presente Berengario si trovava in Verona, dove fece un dono all'insigne monistero di San Zenone[1609]. Reginone[1610] poi pretende che Arnolfo solamente nell'anno seguente si movesse verso l'Italia; e il continuatore degli Annali di Fulda[1611] più precisamente scrive che questo re celebrò il Natale di quest'anno (da cui i Tedeschi cominciavano a contar l'anno nuovo) in curte regia Weibilinga, cioè fra Maneim ed Eidelberga; e che dipoi intraprese il viaggio verso l'Italia. Abbiamo anche da Frodoardo[1612], avere Folco arcivescovo di Rems dato avviso in quest'anno allo imperador Guido, che il suddetto re Arnolfo non volea pace con esso Guido. Verisimilmente accadde in quest'anno ciò che viene scritto dall'Anonimo salernitano[1613]. Dacchè i Greci s'erano impadroniti di Benevento e del suo principato, andavano spiando le maniere di sottomettere al lor dominio quello ancora di Salerno. Accadde che alcuni nobili salernitani banditi dalla lor patria vennero a fissar l'abitazione in Benevento. Segretamente costoro intavolarono un trattato con Giorgio patrizio, governatore di quella città, promettendo di farlo entrare a man salva in Salerno. Vi accudì il greco ministro, e fatta una massa di quanta gente potè dalla Calabria e dalla Puglia, sotto colore di voler portare le armi contra de' Saraceni abitanti al Garigliano, una notte s'istradò coll'esercito alla volta di Salerno, le cui porte gli furono spalancate da chi dentro tenea mano coi suddetti banditi. Era spedita per quella città; ma Pietro arcivescovo di Benevento ed altri nobili beneventani, o perchè loro non piacesse il maggiore ingrandimento de' Greci da loro malveduti, o perchè veramente temessero di qualche trattato doppio, mostrarono renitenza ad entrare in quella città, e intimidirono talmente il generale de' Greci, che tutti frettolosamente se ne tornarono a Benevento, e in questa maniera restò salvo Salerno. Scoprì poi Guaimario I principe di quella città, i traditori, e contuttociò loro perdonò. In questi tempi Atenolfo conte e principe di Capoa teneva ora con Atanasio II vescovo di Napoli, ora con Guaimario, ed ora coi Greci, voltando vela a seconda dei venti. Di esso Guaimario ho io riferito[1614] un diploma scritto all'anno 889, in cui fa alcuni doni ad una chiesa fondata da Guaiferio principe suo padre. S'intitola Guaimario imperialis patricius e dice d'essergli stato conceduto dagl'imperadori Leone ed Alessandro di poter fare e disfare, allegando firmissimum praeceptum bulla aurea sigillatum de' medesimi Augusti: il che fa intendere che in questi tempi il principato di Salerno era dipendente dai greci imperadori. Ma dappoichè gl'ingordi Greci tentarono d'impadronirsi di quella città, si può ben credere che Guaimario prendesse delle altre misure.

NOTE:

[1602] Rhegino, in Chronico.

[1603] Liutprandus, Hist., lib. 1, cap. 5.

[1604] Idem, ibid., cap. 7.

[1605] Anonymus, Panegir. Berengarii, lib. 2.

[1606] Annales Fuldenses Freheri.

[1607] Cioè Berengario.

[1608] Sigonius, de Regno Ital., lib. 6.

[1609] Antiquit. Ital., Dissert. XXI, p. 217.

[1610] Rhegino, in Chronico.

[1611] Annales Fuldenses Freheri.

[1612] Frodoardus, Hist., lib. 4, cap. 8.

[1613] Anonymus Salernitanus apud Peregrin., P. I, tom. 2, Rer. Italic.

[1614] Antiquit. Ital., Dissert. XIV, pag. 755.

Anno di CRISTO DCCCXCIV. Indizione XII.

FORMOSO papa 4. LAMBERTO imperadore 5 e 1. BERENGARIO re d'Italia 7.

Se non era calato verso il fine del precedente anno in Italia il re Arnolfo con poderose schiere d'armati, certamente ci comparve sul principio di questo. Da Verona marciò alla volta di Brescia, che si dovette rendere; e proseguì il viaggio, accompagnato sempre dal re Berengario, verso la città di Bergamo[1615]. Era quivi conte, cioè governatore per l'Augusto Guido, Ambrosio, che non volendo mancare alla fedeltà dovuta al suo principe, e confidato nella forte situazione di quella città posta sul monte, e ben provveduta d'armi e di forti mura e di una buona palizzata, si accinse alla difesa. Animati i Tedeschi dalla presenza e dalla voce dei due re, fecero delle maraviglie[1616]. Quantunque i cittadini soddisfacessero a tutte le leggi del valore, anzi combattessero da disperati, pure si spinsero i nemici sotto le mura, e con gli arieti talmente le flagellarono, che si aprì una larga breccia, per cui entrò l'infuriata milizia, con dare il sacco a lei promesso all'infelice città nel dì 2 di febbraio della Purificazion della Vergine. Non si perdonò neppure ai sacri luoghi, neppure alle vergini consecrate a Dio, ed erano condotti i ministri del tempio quai bestie legati da chi non si ricordava d'essere cristiano. Tralascio l'altre iniquità accennate da Liutprando. Si rifugiò il conte Ambrosio in una torre. Pure fu preso e condotto davanti al re Arnolfo, che caldo per ira diede immediatamente l'ordine barbarico che fosse impiccato per la gola ad un albero; e questo fu puntualmente eseguito. Restò preso anche il vescovo Adalberto, e dato in custodia al vescovo Addone. La crudeltà usata in questa città sparse tal terrore fra l'altre di Lombardia e della Toscana, che niuno aspettò l'arrivo dell'esercito tedesco per rendersi ad Arnolfo. Così fecero Milano e Pavia, nella prima delle quali città, secondo la testimonianza di Liutprando[1617], egli lasciò per governatore Ottone duca di Sassonia, avolo di Ottone, poscia primo fra gl'imperadori di questo nome. Vennero i marchesi d'Italia in persona a sottomettersi al vittorioso re, fra' quali specialmente, per attestato degli Annali lambeciani, si contarono Adalberto II marchese e duca di Toscana, e Bonifazio suo fratello, e Ildebrando e Gerardo, marchesi di non so qual contrada. Sed praesumptuose se inbeneficiari ultra modum jactantes, omnes capti sunt, et in manu principis dimissi ad custodiendum: cioè pretesero di essere investiti di varii o governi o feudi; e perchè non piacque ad Arnolfo la lor pretensione, li fece mettere in arresto, con accordar loro non molto dappoi la libertà, ma con esigere da essi il giuramento di fedeltà. Se ne fuggirono di poi Adalberto e Bonifazio, senza più far caso della promessa fede. Arrivò Arnolfo a Piacenza coll'esercito suo malconcio per la stanchezza e per le malattie; e di là passò circa la Pasqua al castello d'Ivrea verso d'Alpi, tenuto da Ansgero conte a nome dell'Augusto Guido, entro il quale stava un buon presidio, inviatovi da Rodolfo re della Borgogna superiore. Gran voglia nudriva Arnolfo di far del male a questo Ridolfo, e però con immense fatiche valicò le Alpi; ma senza profitto alcuno, perchè Ridolfo si ritirò fra le montagne degli Svizzeri, ridendosi delle forze dei Tedeschi. Che Arnolfo s'impadronisse d'Ivrea, tuttochè gli Annali non ne facciano menzione, lo raccolgo io da un suo diploma, da me pubblicato[1618], e dato XV kalendas maii, anno Incarnationis Domini DCCCXCIIII, Indictione XII, anno regni Arnulfi regis in Francia VII. Actum Yporegiae. Se ne tornò Arnolfo per quella via in Germania, e spedì il figliuolo Zventebaldo ai danni di Rodolfo re, che lasciando devastare il paese piano, si ricoverò, come dissi, nei siti forti delle montagne. Strana cosa è che tanto il poeta panegirista[1619] di Berengario, benchè autore sì riguardevole, quanto Liutprando scrittore del seguente secolo mostrino di aver creduto che in quest'anno Arnolfo passasse anche a Roma, perseguitando l'imperador Guido, che s'era salvato in quelle parti. Ma si sono ingannati questi scrittori, e probabilmente il primo indusse in errore il secondo. Siccome vedremo, più tardi succedette quest'altro viaggio d'Arnolfo. L'Anonimo salernitano[1620] attribuisce il ritorno d'Arnolfo in Germania alle malattie del suo esercito. Sed idem fame et intemperie aeris compulsus reversus est ad propria. Che poi Arnolfo facesse nel presente anno le conquiste suddette per sè, e non già per Berengario, e che giugnesse a farsi eleggere re d'Italia, fu avvertito dall'Eccardo[1621], mercè di un suo diploma riferito dall'Ughelli ne' vescovi di Chiusi, e dato in Roma IV kalendas martii die, anno Incarnationis Domini DCCCXCVI, Indictione XIV, Anno regni Arnulfi regis in Francia nono, in Italia tertio. Un altro diploma di lui (il che fu parimente osservato dal signor Sassi[1622]) presso il Puricelli[1623], fu dato V iduum martii die, anno domini DCCCXCIV, Indictione XII, anno VII regni domni Arnulfi serenissimi regis in Francia et in Italia primo. Actum Placentiae.

Vedemmo anche di sopra che i marchesi di Toscana e d'altre parti vennero a trovare Arnolfo per riconoscere da lui i loro governi e feudi, e che a lui, e non a Berengario, giurarono fedeltà. Ma non lascia d'essere strano il vedere chiamato in Italia Arnolfo da Berengario in aiuto suo, e Berengario al pari di Guido Augusto depresso da questo re. Potrebbesi qui sospettare che non fosse una vana diceria quanto lasciò scritto il Dandolo[1624] con dire: Arnulfus intravit Italiam, Berengarium regem cepit, Ambrosium comitem in furca suspendit, et Italia se sibi subdidit, et per montem Jovis in Galliam rediit. Non pare improbabile che questo ambizioso e feroce principe, allorchè vide la fortuna sì favorevole all'armi sue in Italia, si beffasse del re Berengario, e gli mettesse anche le mani addosso per assicurarsene: il che fatto, forzasse i principi in Pavia a consentir nella sua elezione in re d'Italia. Tuttavia a me non si può persuadere questo titolo di re d'Italia, assunto da Arnolfo, dacchè, per quanto abbiam veduto di sopra, nel diploma dato in Ivrea XV kalendas maii dell'anno presente egli non nomina gli anni del regno d'Italia. Neppur fa menzione in un altro riferito dal padre Pez[1625] e, dato II idus maii anno Domini DCCCXCV, Indictione XIII, anno vero VII (oppure VIII) regni Arnolfi piissimi regis. Actum Dripura. Similmente un altro da me prodotto altrove[1626] ha queste note: Data kalendarum decembrium die, anno Incarnationis Domini DCCCXCV, Indictione XIII, anno regni Arnolfi regis VIII. Actum Papiae. Resta perciò da cercare perchè in quei diplomi, e non in questi, si veggano annoverati gli anni del regno d'Italia. E tanto più parrà difficile a credersi questo fatto d'Arnolfo, perchè troviam Berengario che nel dicembre dello stesso presente anno è padrone di Milano, e quivi esercita l'autorità regale, siccome costa da un privilegio suo pel monistero ambrosiano, riferito dal Puricelli con queste note: Data IV nonas decembris anno Incarnationis Domini DCCCXCIV, anno vero regni domni Berengarii gloriosissimi regis septimo, Indictione XIII. Actum Mediolani. Pareva non men di questo punto di storia imbrogliato l'altro della morte di Guido imperadore. Ma è già deciso essersi ingannato il cardinal Baronio nel differirla sino all'anno 899. Il Sigonio, il padre Pagi, l'Eccardo ed altri tengono per indubitato ch'egli per isputo di sangue terminasse i suoi giorni in quest'anno, arrivato ch'egli fu al fiume Taro fra Parma e Piacenza. Reginone[1627] e l'Annalista di Metz[1628] (l'uno d'essi ha copiato l'altro), Ermanno Contratto[1629] ed altri rapportano a quest'anno il fine d'esso Guido. Così fa anche l'Anonimo salernitano[1630]. Quel che è più, nel frammento del Continuatore freeriano[1631], che fu dato alla luce dal Lambecio, chiaramente si legge sotto il presente anno: Wido italici regni tyrannus, morbo correptus obiit. Cujus filius Lantbertus eodem modo regnum invadendo affectatus est. Finalmente il Fiorentini[1632] accenna uno strumento scritto anno ab Incarnationis ejus octingentesimo nonagesimo quarto post ovilo domni nostri Widoni imperatoris anno primo, tertio kalendas januarii, Indictione decimatertia, cioè nel dì 30 di dicembre dell'anno presente; il che mette in chiaro non doversi rimovere dall'anno presente la di lui morte, contuttochè il panegirista di Berengario, Liutprando ed altri antichi scrittori la rapportino più tardi. E si osservi, come in Toscana non si contano in questi tempi gli anni di Lamberto imperadore, per non dispiacere, credo io, al re Arnolfo, a cui Adalberto II duca e marchese di quella provincia avea giurata fedeltà. L'Ughelli[1633] rapporta un diploma d'esso Guido Augusto, conceduto ad Agilolfo abbate di Bobbio, colle note seguenti: Dat. idus aprilis anno ab Incarnatione Domini DCCCXCV, Indictione XIII, anno vero regni ejus V. Actum Papiae. Crede l'Eccardo[1634] che qui sia stato adoperato l'anno pisano, cominciante nel dì 25 di marzo l'anno nuovo, con precedere circa nove mesi l'anno nostro volgare; e per conseguente che questo privilegio sia dato nell'anno presente 894. Ma non avvertì egli che nel dì 13 d'aprile di questo anno Arnolfo, oppur Berengario, e non Guido, dominava in Pavia. Oltre di che, l'Indizione XIII non può convenire all'aprile d'esso anno 894. Però quel diploma s'avrebbe da riferire all'anno 895, come ivi è scritto. Ma se abbiam detto che già nell'anno presente 894 Guido cessò di vivere, come può dunque egli aver comandato in Pavia nel dì 13 d'aprile dell'895? Aggiungasi che in quel diploma non si veggono notati gli anni del suo imperio contro il costume di tali documenti. Perciò se il lettore prenderà diffidenza di quell'atto, non gli mancheranno ragioni. Dovette succedere la morte d'esso imperador Guido dopo il dì 12 di dicembre dell'anno presente, perchè uno strumento di Domenico arcivescovo di Ravenna accennato da Girolamo Rossi[1635], è scritto anno, Deo propitio, pontificatus domni Formosi summi pontificis et universalis papae in apostolica sacratissima beati Petri sede tertio; imperante domno Widone a Deo coronato, anno quarto, die XII mensis decembris, Indictione XII. Ravennae. Si vede che in Ravenna l'Indizione si mutava solamente al principio dell'anno. E di qui si conferma che Guido era imperadore prima che Formoso fosse papa, e però fu egli coronato da Stefano V, e non già da Formoso, come pensò il cardinal Baronio.

NOTE:

[1615] Annales Fuldenses Freheri.

[1616] Annales Fuldenses Lambecii, P. II, tom. 2 Rer. Ital.

[1617] Liutprandus, Hist., lib. 1, cap. 7.

[1618] Antiquit. Ital., Dissert. XXI.

[1619] Anonym., in Paneg. Bereng., lib. 3.

[1620] Anonymus Salernit. apud Peregrin.

[1621] Eccard., Rer. German., lib. 32.

[1622] Saxius, in Not. ad Sigon. de Regn. Ital.

[1623] Puricellius, Monument. Eccl. Ambros.

[1624] Dandul., in Chronico, tom. 12 Rer. Ital.

[1625] Pez, Thesaur. Anecdot., tom. 1, Part. III, pag. 34.

[1626] Antiquit. Ital., Dissert. XXXIV.

[1627] Rhegino, in Chron.

[1628] Annalista Metensis.

[1629] Hermannus Contractus Canis.

[1630] Anonymus Salernitanus apud Peregrin.

[1631] Annales Lambecii, P. II, tom. 2 Rer. Ital.

[1632] Fiorentini, Memor. di Matilde, lib. 3.

[1633] Ughell., Ital. Sacr., tom. 4 in Episcop. Bobiens.

[1634] Eccardus, Rer. German., lib. 32.

[1635] Rubeus, Histor. Ravenn., lib. 5.

Anno di CRISTO DCCCXCV. Indizione XIII.

FORMOSO papa 5. LAMBERTO imperadore 4 e 2. BERENGARIO re d'Italia 8.

Dappoichè fu partito d'Italia il re Arnolfo, noi non possiam giugnere a sapere se Milano, Pavia e il resto della Lombardia seguitassero almen per qualche tempo a star sotto il governo degli uffiziali da lui lasciati qui, o se tornassero sotto il dominio di Lamberto imperadore. Chi vuol qui prestar fede a Liutprando storico[1636], crederà tosto che Berengario, appena intesa la morte dell'Augusto Guido, passasse a Pavia, e s'impadronisse non men di quella che del resto del regno. Soggiugne esso storico: Sed quia semper Italienses geminis uti dominis volunt, quatenus alterum alterius terrore coerceant, Widonis regis defuncti filium, nomine Lantbertum, elegantem juvenem, adhuc ephoebum, minusque bellicosum, regem constituunt. Poscia aggiugne, che, non osando Berengario di stare a fronte di Lamberto, il quale s'era incamminato con una grossa armata verso di Pavia, si ritirò a Verona, cedendo al più forte. Ma Liutprando ha la disgrazia d'essere stato un cattivo storico per conto degli affari non succeduti al suo tempo. Son chiari gli abbagli da lui presi in differir troppo la morte di Guido, in supporre che Lamberto solamente fosse dichiarato re, dappoichè mancò di vita suo padre, quando egli tanto prima era anche imperadore. Tralascio altri suoi falli: motivi tutti di non riposar sulla fede di lui per conto di questi avvenimenti, qualora non si veggano confermati da altri scrittori. Abbiamo nondimeno assai lume da un documento, riferito dal Campi[1637], per intendere che Lamberto potè ricuperar, se non tutto, almen parte degli stati paterni nell'anno presente. Questo è un diploma d'esso imperadore, dato in Parma mense februario, Indictione XIII, anno vero imperii domni Lamberti serenissimi caesaris et imperatoris augusti quarto in Italia. Niuna menzione facendosi qui di Guido suo padre, ancor questo cel dà a conoscere mancato di vita. Di qui ancora si può raccogliere che nel mese di febbraio dell'anno 892 Lamberto numerava il primo anno del suo imperio. E s'egli era in Parma nel mese di febbraio dell'anno presente, segno è o che questa città si tenne forte per lui nella calata del re Arnolfo, il quale non arrivò che a Piacenza; ovvero ch'egli l'avea ricuperata dopo la di lui ritirata in Germania. E qui si vuol mentovare un altro suo diploma, già pubblicato da me[1638] con queste note: Anno Incarnationis Domini DCCCXCV. Domni quoque Lantberti piissimi imperatoris quincto, VIII idus decembris, Indictione XIII. Actum Regiae civitatis, cioè nella città di Reggio, per quanto io vo credendo. Pare che qui sia adoperata l'era pisana, e che questo anno DCCCXCV abbia, secondo noi, da essere l'anno 894, e massimamente se l'indizione XIII vien presa dal settembre. Certamente, siccome vedremo, non sembra verisimile che nel dicembre di quest'anno esso Augusto Lamberto soggiornasse in Reggio di Lombardia. Quel solo che a tal supposto si oppone, è quell'anno V dell'imperio, perciocchè possiam tenere per fermo che nel dì 6 di decembre dell'anno 894 correva solamente l'anno IV del suo imperio. Forse così sarà scritto nell'originale, il Sigonio[1639] fa menzione di questo diploma all'anno 896. Che esemplare egli abbia veduto, nol so. E ben sarebbe da desiderare che chi prende a trattar tali materie, arrivato a questi dubbi ed ostacoli, potesse aver sotto agli occhi gli originali stessi, per poter giudicare se portino seco tutti i contrassegni della loro autenticità. Per quel che riguarda il re Berengario, abbiamo presso l'Ughelli[1640] un suo diploma, dato sul principio di maggio in Verona, dove si parla del circo pubblico di quella città, una cui parte per la vecchiezza era caduta. Le note del documento son queste: IV nonas maii anno ab Incarnatione dominica DCCCXCV, anno vero regni Berengarii serenissimi regis IX. Indictione XIII.

Non cessava intanto Folco arcivescovo di Rems, per attestato di Frodoardo[1641], di impegnar papa Formoso in favore di Lamberto imperadore, che rimasto in età giovanile dopo la morte del padre, poco atto al governo de' popoli, abbisognava di assistenza da tutti i lati. Gli rispondeva il pontefice, de ipso Lamberto, patris se curam habere, filiique carissimi loco eum diligere, atque inviolabilem cum eo concordiam se velle servare. In un'altra lettera Formoso si rallegra col suddetto arcivescovo della di lui premura per gli vantaggi di Lamberto imperadore, asserens, se eum ipso tantam pacis et dilectionis habere concordiam, ut nequeant aliqua jam ab invicem pravitate sejungi. Ma per disgrazia gran tempo è che bene spesso la lingua degli uomini non va d'accordo col cuore; e qui si può appunto dubitare che Formoso nella segreteria adoperasse un linguaggio differente dai desiderii dell'interno suo gabinetto. Ciò dico io, perchè gli Annali del Freero[1642] ci fan sapere in quest'anno che Arnolfo re di Germania fu di bel nuovo invitato da papa Formoso a ritornare in Italia, con promessa, per quanto si può credere, di crearlo imperadore ad esclusione di Lamberto. Iterum rex (così quello storico) a Formoso apostolico per epistolas et missos enixe Romam venire invitatus est. Arnolfo, dopo avere ascoltato il parere de' suoi vescovi, determinò questa seconda spedizione, e nel mese di settembre mosse l'esercito alla volta dell'Italia. Passato ch'egli ebbe il Po, divise l'armata in due corpi, l'uno de' quali inviò per la via di Bologna verso Firenze, coll'altro marciò egli per la via di Pontremoli fino alla città di Luni, la quale, se non è scorretto questo testo, non dovea per anche essere stata smantellata; e quivi solennizzò il santo Natale. Ma, siccome vedremo, non in Luni, ma bensì in Lucca ciò dovette avvenire. Probabilmente papa Formoso non si credeva assai sicuro, dacchè il suo emulo Sergio ricoveratosi in Toscana, molto s'era intrinsicato con Adalberto II, potentissimo duca e marchese di quella provincia, e la fazione di Sergio era tuttavia possente in Roma. Liutprando scrive[1643] che hoc in tempore Formosus papa religiosissimus a Romanis vehementer afflictabatur. Suppone egli ciò fatto, dappoichè, siccome vedremo, il re Arnolfo fu a Roma, colà chiamato dal papa; ma non è inverisimile che questa persecuzione cominciasse molto prima. Se un diploma di Arnolfo, da me accennato all'anno precedente, è legittimo, e niuna scorrezione v'ha, questo principe nel dì primo di decembre era in Pavia. Ma qui è da ascoltare Ermanno Contratto[1644], che così scrive di Arnolfo all'anno presente: Per epistolas a Formoso papa rogatus, Italiam petiit; Berengariumque perterritum, ad deditionem venientem, regnumque pervasum Italiae reddentem, suscepit; et Waltfredo, Maginfredoque comitibus Italiam cis Padum distribuit, et omnia vastando, divisisque ad superum et inferum mare copiis, transiens ipse natalem domni Lucae celebravit. Adunque Arnolfo solennizzò il santo Natale non in Luni, ma bensì in Lucca, dove il marchese Adalberto II dovette accoglierlo. E di qui chiaramente apparisce che Berengario fu abbattuto da Arnolfo, il quale affatto lo spogliò di stati, perchè diede il ducato del Friuli a Gualfredo, e quello di Milano a Maginfredo. Finalmente è da avvertire che nel dì 4 di maggio l'imperador Lamberto si truova in possesso di Pavia, ciò apparendo da un suo diploma indubitato, da me ivi dato alla luce[1645], in cui fa una donazione all'imperadrice Ageltruda sua madre: atto bastante a far conoscere suggetto a molti dubbii il diploma suddetto spettante al primo dì di dicembre dell'anno precedente, dove Arnolfo comparisce padron di Pavia.

NOTE:

[1636] Liutprandus, Hist., lib. 1, cap. 10.

[1637] Campi, Istor. di Piacenza, tom. 1, Append.

[1638] Antiquit. Ital., Dissert. VIII.

[1639] Sigonius, de Regno Ital., lib. 6.

[1640] Ughell., Ital. Sacr., tom. 5. in Episcop. Veronens.

[1641] Frodoardus, Hist. Remens., lib. 4, cap. 3.

[1642] Annales Fuldenses Freheri.

[1643] Liutprandus, Hist., lib. 1, cap. 8.

[1644] Hermann. Contract. in Chron. edition. Canisii.

[1645] Antiquit. Itali. Dissert. XLI, pag. 739.

Anno di CRISTO DCCCXCVI. Indiz. XIV.

BONIFAZIO VI papa 1. STEFANO VI papa 1. LAMBERTO imperadore 5 e 3. ARNOLFO imperadore 1. BERENGARIO re d'Italia 9.

Mentre il re Arnolfo col suo esercito svernava in Toscana, abbiamo dagli Annali di Fulda presso il Freero[1646] che si sparse voce, Berengarium nepotem ejus (cioè Berengario piuttosto zio che nipote suo) a fidelitate sua defecisse, et in Italiam jam per hoc reversum esse. Adalpertum videlicet marchionem Tusciae mutuis colloquiis Berengarii, ne aliquo modo ad regis fidelitatem intenderet. Manca qui qualche parola: tuttavia si comprende avere Arnolfo avuto sentore che Adalberto II, duca e marchese di Toscana, e il re Berengario maneggiassero sott'acqua una ribellione contra di lui: il che conturbò non poco l'esercito suo e lui. Nè era senza fondamento tal fama. Il vedere che Arnolfo due volte era calato in Italia, non per aiutare, come si credeva, alcuni de' principi in essa dominanti, ma per soggiogarli tutti, non potea piacere neppure ai principi contendenti fra loro. Dalle parole ancora suddette potrebbe nascere dubbio che l'ambizioso e barbaro Arnolfo sotto qualche pretesto avesse confinato in Germania il re Berengario; e ch'egli, come se la vide bella, se ne tornò in Italia, con darsi poi a strignere lega col duca di Toscana, mal soddisfatto anch'esso del procedere d'Arnolfo. Ma nel Bullario casinense v'ha un suo diploma, dato V nonas martii, anno dominicae Incarnationis DCCCXCVI, domni vero Berengarii regis IX. Actum Veronae. Questo ci fa vedere o ch'egli non era partito da Verona, o v'era ritornato, ed esercitava l'autorità regale. In questa ambiguità di pensieri prese Arnolfo la risoluzion di passare a Roma, per prendervi la corona dell'imperio, figurandosi che fatto questo passo, gli sarebbe più agevole il dissipar chiunque si scoprisse contrario ai suoi voleri. Per istrade cattive, e con gran perdita di cavalli arrivò colà. Ma in Roma ancora trovò quello che non si aspettava. Ageltruda vedova del defunto imperador Guido, donna di viril coraggio, per sostenere i diritti dell'Augusto Lamberto suo figliuolo, avea prevenuto l'arrivo di esso Arnolfo, e con un buon nerbo di gente entrata in Roma, s'era accinta alla difesa non men di quella gran città che della città Leonina. Parve irrisoluto Arnolfo alla vista di questo inaspettato ostacolo; ma veggendo irritate le sue squadre da qualche villania lor detta dai Romani che guardavano le mura, e tutte avide di combattimento, diede l'ordine per un generale assalto. Liutprando narra un avvenimento[1647] che ha tutta la ciera d'una favola: cioè che scappando una lepre verso la città, accompagnata dalle grida grandi dell'esercito d'Arnolfo, cadde il cuore per terra ai difensori di Roma: del che accortisi i soldati di Arnolfo, diedero l'assalto alla città Leonina, e la presero. Per questo anche i Romani capitolarono la resa di Roma. Certo è che Roma venne per forza alle mani d'Arnolfo, e che papa Formoso, perseguitato, e forse imprigionato dalla fazione di Sergio, unita coll'Augusta Ageltruda, fu rimesso in libertà. Concertata dipoi la coronazione imperiale, tutto il senato romano colla scuola dei Greci e colle bandiere e croci andò a ricevere Arnolfo a Ponte Molle, e fra gl'inni e cantici sacri il condusse alla basilica vaticana, nelle cui scalinate si trovò papa Formoso, che con amore paterno l'accolse, ed introdottolo nel sacro tempio, quivi il creò ed unse imperadore Augusto, con porgli in capo l'imperial corona. Da lì a pochi dì Arnolfo, dopo aver dati molti ordini pel governo della città e per la sicurezza del pontefice, fece raunare in san Paolo il popolo romano, e da essi ricevette il giuramento di fedeltà secondo il rito antico. Tale fu quel giuramento: Juro per haec omnia Dei mysteria, quod salvo honore et lege mea, atque fidelitate domni Formosi papae, fidelis sum et ero omnibus diebus vitae meae Arnolfo imperatori, et numquam me ad illius infidelitatem cum aliquo homine sociabo. Et Lamperto filio Agildrudae (adunque era mancato di vita Guido Augusto suo padre, nè si trovò in questo sconvolgimento di cose, come vuole il panegirista di Berengario e Liutprando) et ipsi matri suae ad secularem honorem numquam adjutorium praebebo. Et hanc civitatem Romam ipsi Lamberto et matri ejus Agildrudae, et eorum hominibus per aliquod ingenium, aut argumentum non tradam. S'era Ageltruda, per attestato di Reginone[1648], segretamente ritirata da Roma, allorchè furono per entrarvi le milizie d'Arnolfo. Presso il Campi[1649] si veggono due diplomi conceduti dal novello imperadore Arnolfo in favore del monistero delle monache di san Sisto di Piacenza. È dato il primo VII kalendas maii, anno Incarnationis Domini DCCCXCVI, Indictione XIV, anno imperii ejus primo. Actum Romae. L'altro fu dato a richiesta di papa Formoso kalendis maii colle stesse note. Anche l'Ughelli[1650] riporta un altro diploma d'Arnolfo, con cui conferma i suoi diritti al monistero di san Salvatore di monte Amiate. Ivi son queste note: Signum domni Arnulphi invictissimi imperatoris Augusti. Data IV kalendas martii die, anno Incarnationis Domini DCCCXCVI, Indictione XIV, anno regni Arnulphi regis in Francia nono, Italia tertio. Actum Romae. Lascerò io considerare ai lettori, perchè questo diploma sia dato da Arnolfo, già dichiarato imperadore, senza poi far menzione in esso dell'anno primo dell'imperio; e se sia da credere ch'egli fosse dichiarato imperador de' Romani prima del dì 27 di febbraio di quest'anno, che fu bisestile. Noi abbiamo appreso dai suddetti due sicuri documenti del monistero piacentino che Arnolfo era in Roma nel dì primo di maggio; e gli Annali freeriani[1651] ci fan sapere che ipse XV tamdem die, postquam venerat, ab urbe digressus est. Adunque non potè il diploma amiatino essere dato nel febbraio. Forse invece di martii si avrà da leggere maii. Il padre Papebrochio e il p. Pagi, che fondarono su questo documento alcuni loro raziocinii, certamente non posarono il piè sicuro. Dopo le funzioni suddette, Arnolfo fece prendere Costantino e Stefano, due de' principali baroni di Roma, come rei di lesa maestà, per avere introdotta in Roma l'imperadrice Ageltruda, e legati seco li condusse in Baviera: Urbem vero ad suas manus custodiendam Faroldo cuidam vassallo concessit.

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