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Proemio
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Io Dinarco cittadino di Epidauro ho lungamente dubitato di scrivere quanto a mia notizia è pervenuto della vita e costumi di quel tristo, il quale stese la face sacrilega al Santuario di Efeso. Perchè quella opinione prevale che egli sia stato furente, e da tale sembra in vero quella disperata risoluzione. Ma sendo io giovane quando il caso avvenne, ne intesi il romore in Atene, ove allora io soggiornava nel Foro; e prima di ridurmi in patria negli anni maturi, a’ quali son giunto, fui vago di raccorre per la Grecia le tradizioni di così illustre malvagio. Ragionai specialmente in Efeso con taluni, i quali lo aveano conosciuto ed udito quando aspettava in carcere il giudizio. In quella città non solo, ma da remote e molte vennero curiosi a vederlo, e favellare seco, mossi dalla stranezza del suo proponimento. Ed egli siccome in tutto ansioso di fama si compiaceva di narrare intrepido non tanto quella sua prova estrema, quanto le antecedenti avventure della sua vita. Appariva da quelle, che, sdegnando costui sempre il tenore della vita comune, dovea surgere ad una eccellente, o cadere in pessima. Io per fine non presumo di togliere al delitto la deformità sua, ma d’insinuare gran dubbio se uno smisurato e costante desiderio di fama possa infiammare l’animo di uno stolto. Disposero i Fati che in quella medesima notte in cui Erostrato arse il tempio, nascesse il Macedone Alessandro. Questi per di- venir grande sconvolse l’Asia, empiè l’Orco di anime irate, lasciò i campi coperti di scheletri avanzi de’ corvi. L’altro con danni minori si procurò la fama. In ambi fu la stessa passione: in uno col sangue e il pianto di molte genti non saziata; nell’altro paga della fiamma di un tempio. E però se la smania di rinomanza è pazzia, converrà stimare dagli effetti maggiore quella di Alessandro come esempio incomparabile di quanto giunga a beffarsi di noi un audace usurpatore.
Capitolo I Portenti e nascita
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Quello che si narra di Ecuba quando avea Paride in grembo, avvenne ad Ippodamia madre di Erostrato. Perchè sognavasi continuamente di produrre faci, le quali incendessero or palagi, or templi, ond’ella spesso dal terrore destata invocava gli Dei, e si querelava col suo consorte. Ma Cleante, che tale era il suo nome, anzichè sfogare in lamenti infruttuosi, interrogava gl’indovini, consultava gli oracoli, offeriva vittime per investigare la mente de’ Numi, e placarli se fossero sdegnati. Le risposte di quelli minacciavano in sensi ambigui, che il fato destinava quel parto a far dolente la vita de’ genitori, che quelle visioni indicavano fuoco profanatore; che gli Dei già miravano con torvi sguardi quel tristo germe; e che le tenebre avrebbero ingom- brata la sua fronte quand’egli avesse rivolte orgogliose le pupille al cielo. Per le quali formidabili, benchè oscure sentenze, prevalendo in lui il terrore agli affetti, deliberò evitare così fieri presagi, entro la nebbia de’ quali gli sembrava vaticinarsi che la prole sarebbe per fino parricida. Per la qual cosa quand’essa uscì alla vita la consegnò incontinente ad un servo fidato, e postolo in mare nel porto di Corinto sua patria e soggiorno, gli impose di esporla a quel lido, a cui il vento lo recasse. Avea dedicato il fanciullo vittima a Nettuno, cingendogli al collo una catena d’oro, da cui pendeva la immagine di quel Nume, e il motto «a Te sacro.» Oltre il qual segno la natura avea distinto il parto con una striscia bruna al collo. La traversìa fu varia diversi giorni, errando la nave per le isole dell’Egeo, ma in fine approdò a Lemno con tempesta. Era quella parte dell’isola, siccome alpestre e selvosa, priva di abitatori. La sua spiaggia s’incurvava in ampio golfo nel mezzo di cui sboccava un fiumicello. L’impeto del mare superava quello della corrente, la quale retrograda trasse entro l’alveo lungo tratto la nave all’ingresso di una spelonca. Ivi parve al servo luogo acconcio a collocare il fanciullo sull’erbe e, calmata la procella uscì della foce, e volse la prua al ritorno.
Solevano i giovani più valenti dell’isola cacciare adunati in bande per quelle foreste. Avvenne pertanto che la luna seguente sendo alcuni principali di Lemno a tale diporto, risonavano le selve di latrati e di trombe, scorreano cervi palpitanti, fischiavano dardi. All’improvviso un nembo turbò l’aere, i fulmini squarciavano in serpeggiante fuoco le nubi, rimbombava il tuono fra le rupi, sopravvenne pioggia dirotta. I cacciatori o sotto alberi, o negli antri, si procuravano ricovero. Nel quale tumulto Menalippo giovane d’alto lignaggio pervenne ad una cavità non rimota dallo speco ov’era il fanciullo. Da quella vide entrare una cerva. Poichè fu placido l’aere, si avvicinò allo speco, e vide con maraviglia la cerva che pur timida palpitava, ma la ratteneva un bambino, il quale stringendo le sue poppe come le materne avidamente succhiava. Si trasse cautamente in disparte, onde non turbare quell’officio pietoso. Saziato il fanciullo, la cerva nodrice uscì dell’antro. Menalippo raccolse il fanciullo, seco recandolo sollecitamente gl’implorava dagli Dei fausta vita, poichè con tanta provvida cura l’aveano serbata.
Intanto ad Ippodamia in Corinto veggendo la culla vota, la nodrice sconsolata, sparito il fanciullo, di cui niuno dava contezza, sendo Cleante nel foro occupato negli Offizj civili, una oscura angoscia ottenebrò gli occhi. Scompose i crini, le bende, percuoteva il petto, e il grembo ov’era generata prole così infelice, poi tacea immota qual tomba che chiude la morte. Sopravvenne Cleante. Ella già sospettosa che per terrore dei portenti divini si fosse indotto a qualche trista risoluzione, lanciandosegli incontro con disperate grida gli chiedea il suo Erostrato, lo incolpava di atrocità, di superstizione, d’insania, e chiamava fatale quel giorno in cui gli si era congiunta a generare un figliuolo dal cielo, e dal padre a gara maledetto. Cleante lasciava intanto ch’ella sfogasse il suo cruccio in lamenti. Ma quando fu stanca la sua favella, e diè luogo alla altrui, egli con simulazione, già preparata col servo, le narrò che avea spedito il fanciullo al tempio di Giove in Dodone, e consegnato a que’ sacerdoti, perchè sconosciuto a sè medesimo vi fosse educato nel ministerio di quell’oracolo: diviso dalla patria da lungo tragitto, dedicato a placare il suo fiero destino, potea forse evitarlo, e non sentire desiderio di altra condizione di vita. Lo che udendo ella, incominciò a moderare lo sdegno suo e consolarsi. Erano però entrambi ansiosi del ritorno della nave, e vie più quanto ella indugiava apparire, talchè di continuo volgeano al mare gli occhi, e ogni vela speravan quella. Giunse perfine, e il servo conforme l’ordinato inganno espose avere consegnato il figliolo sano a’ sacerdoti, affettuosamente da loro accolto, affermando essi ne avrebbero tal cura da supplire quella de’ più teneri genitori. Ippodamia fè pausa a’ garrimenti.
Intanto Menalippo nella Selva di Lemno poich’ebbe raccolto il fanciullo s’inoltrava per essa, quando fu assalito da una famelica orsa improvvisamente. Rade volte quelle fiere scendevano dalle alpestri lor tane rattenute dalle continue insidie de’ cacciatori: ma i nembi aveano così sconvolte le foreste, che gli animali stessi vi erravano atterriti. Il giovane valoroso vie più strinse nel braccio sinistro il fanciullo, e trasse con la destra un dardo dalla faretra, ed animosamente lo conficcò in un occhio dell’orsa. Ella dolente si contorceva urlando, e tentava co’ piedi anteriori, usandone a guisa di mani, svellere la freccia; ma quello sfor- zo lacerava l’occhio di più sendo la punta oncinata. La fiera perciò incollerita di spasimo rizzandosi su’ piè posteriori, e spalancata la vorace gola si spinse contro lui, il quale con altra freccia la trafisse nel petto, e la prostrò supina. Pur ella agonizzando si avventò di nuovo, e nell’occhio non spento ardeva doppia ira. Ma cadde nello sforzo estremo. Quindi coll’avventuroso carico uscito della foresta venne ove i suoi seguaci e famigli lo aspettavano, ai quali consegnatolo, ed egli salito il suo palafreno con quelli ritornò al suo soggiorno. Era questi non remoto da Lemno trenta stadj, marmoreo, lieto, circondato da orti fra’ quali scorrea un rivo. Non lungi un boschetto invitava a silenzj tranquilli. Agarista sorella di Menalippo fattasegli incontro come solea al ritorno di cacciare con lieta fronte, quando vide il fanciullo, e udì il caso, n’ebbe tenera pietà. Ella era giovane vedova, facoltosa, senza figliuoli, prese di quello una materna cura, e in- contanente lo ricoverò nelle sue stanze. Ivi nell’avvolgerlo in nuovi e candidi lini osservò la collana, e il motto, e fece congettura che fosse quel parto abbandonato non per miseria, ma come furto d’amore o per tristi presentimenti. Quindi bene incominciando la vedova illustre così benefica impresa ordinò solenne pompa di sagrifizj a implorare al bambino la provvidenza de’ Numi. Fra’ quali ivi sendo specialmente venerato Vulcano, ella celebrò nel tempio di lui una ecatombe. Ma quando il sacerdote all’ara alzava con le braccia il fanciullo in atto di consegnarne la difesa al Dio, e insieme lo accompagnavano cori di fanciulle e giovanetti incoronati, e flauti, e timpani, e fumo d’incensi, una fiamma fugace lambì la fronte del bambino senza offesa. Si turbò da prima il sacerdote, gli spettatori anelarono temendo il fulmine di Giove. Ma poichè niuno tremendo indizio apparve, confortati anzi gli animi, giudicarono quel prodigio come segno di benevolenza del Nume del fuoco. Prevalendo il fausto augurio nella moltitudine, fu da quella accompagnato il fanciullo al palagio di Agarista. Spargeansi per la via sovr’esso i fiori, e le donne pietose invocavano gli Dei, ed esaltavano la ricettatrice. Questa non trovando indizio del nome, gl’impose quello di Possideo sendo sacro a Nettuno come dalla collana era manifesto.
Capitolo II Puerizia e adolescenza
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Intanto Possideo allevato e nodrito con materna diligenza cresceva con maravigliosa aspettazione. Fu notato che il riso e il pianto, i quali con rapida vicenda in quell’età rendon lieti o tristi i volti umani, non apparivano nel suo. Dominava nella sua fronte una intrepida calma, e nelle sue labbra quasi immagine di costanza virile. E quando incominciava a reggersi in piè, non come gli altri fanciulli diffidando di quella imbecille postura chiedeva asilo in grembo della nodrice, ma ardito movea i nuovi passi, nè lo atterrivano le frequenti cadute, anzi risorgendo parea sdegnato più che dolente per quelle. Incontrandosi in veltri, o destrieri, o tori, o altri animali che sembrano terribili e mostruosi a’ bambini, egli si avvicinava loro senza temerli. Nè quando fosse il vento impetuoso, nè quando rimbombasse il tuono alle percosse dello scettro di Giove irato nelle sfere, nè quando fremesse il mare tempestoso, non mai all’aspetto di questi segni della potenza de’ Numi si commosse. Avvenne per lo contrario che giunto appena al decimo anno spaziandosi in un campo, ove si era alquanto sottratto alla vigilanza de’ suoi, si abbattè in un serpe, il quale già premuto da un piè gli si avvolgeva. Ed egli senza chiedere soccorso, lo strinse alle sue estremità impedendogli il ritorcersi, e l’uccise. E non molto di poi fattosegli incontro in aperto campo un toro che vi pascea, non si mosse, anzi cogliendo una pietra la scagliò fra le corna di lui già vicino a cozzare, e quello vinto da tale intrepidezza fuggì.
Ma poichè entrato nella adolescenza incominciò ad essere educato negli esercizj della persona e dell’animo, dimostrava in tutti una violenta brama di su- perare i condiscepoli suoi. Quindi nello scoccar frecce, nel trar d’aste, nel cavalcare, nella lotta, al corso, al disco, alla caccia aspirava sempre a’ primi onori, ed era mesto di non conseguirli. Parimenti nella disciplina letteraria egli procurava di avere pronti alla memoria i luoghi più illustri de’ poeti, degli storici, e degli oratori; si accendeva di nobil fierezza al suono della tromba di , e leggendo i fatti delle nazioni nello stile soave e aperto di , lo giudicava felice perchè nella adunanza olimpica da tutta la Grecia acclamato. In questa guisa incominciava egli a sentire virilmente: e quanto era stato il suo volto inalterabile da prima, siccome indifferente agli oggetti della età sua, tanto ora esprimeva i nuovi e forti moti dell’animo, e negli occhi ardenti, e nello aggrottare delle ciglia, e nella severità delle labbra. Le quali dimostrazioni d’indole straordinaria quanto recavano diletto a’ suoi ospiti, altrettanto sembravano sospette a Panfilo suo institutore. Imperocchè egli considerava il suo alunno, quasi non più adolescente, affatto alieno dalla consueta esultanza, leggerezza, da garrimenti proprj di quel tempo. Scopriva pure in lui una mente nuova e mostruosa. Perchè talvolta la memoria agevolmente rammentava i suoi acquisti, e ne facea pur agevolmente de’ nuovi: talvolta parea coperta da un velo. E parimenti con la medesima vicenda lo intelletto ora aperto ad ogni disciplina, or chiuso, mostrava quasi due contrarj nella medesima persona.
Costumava la gioventù di Lemno esercitarsi nelle principali celebrità dell’anno nella lotta, nel corso, nel disco, ne’ salti, nella musica, nelle declamazioni, e prepararsi a concorrere alle palme de’ giuochi Olimpici. In queste gare assiduo il giovanetto avea quell’indole che non si intiepidiva in lui la brama di vincere per esser stato vinto, ma vie più si confermava nel suo proponimento. Quindi ne avveniva che incominciasse a non essere più emulo indifferente ma temuto, e specialmente nella lira, per la quale avea un senso maraviglioso. E ormai non più come discepolo si mostrava imitatore dello stile del maestro, ma incominciando a dominare le corde con un suo istinto, imprendeva uno stile ardito, grande, e insieme variato con molle dolcezza. Si compiaceva di sonare all’aere aperto nelle notti estive in luoghi solitarj, e quel silenzio padre dell’armonia gl’inspirava note felici spontanee, ed improvvise. Che se lenta allora surgesse la luna dal sereno orizzonte, sembrava che quel soave splendore empiendogli il petto di amorosa delizia la trasmettesse alle corde. Ma se qualche nube oscurasse que’ raggi, egli quasi ingombrato da nuova tristezza rendeva cupo, dolente, pietoso il suono, seguace degli impulsi di natura. Esprimeva anco all’improvviso gli amori, lo sdegno, il lutto, la giocondità, il furore, la calma secondo gli argomenti che gli fossero proposti. E però egli otteneva lode non che da’ suoi, dalla moltitudine, la quale procurava udirlo singolarmente nelle sue veglie notturne, quando si abbandonava all’estro rapitore. La quale eccellenza in questa arte animandolo a conseguirla in altre, affaticava assiduamente e l’anima, e le membra a renderle migliori. Ma la palestra di Lemno era angusta alle sue brame, le quali aspiravano alla fama di giuochi solenni. Non poteva quindi nascondere quanto egli si dolesse di udire da lontano quelle imprese illustri, e chiedea spesso ad Agarista di tentare in quelle il suo destino. Ella non sofferendo averlo disgiunto, ed anco timida per gli pericoli di que’ cimenti, ben consapevole con quanto ardore il giovanetto li avrebbe intrapresi, ripugnava alle sue instanze. S’interpose anco Panfilo mostrandogli quanto fosse indegna sconoscenza l’affliggere quel seno materno, in cui avea trovato così dolce ricovero nelle sue sciagure. Ma il giovanetto omai evitava il colloquio, e col si- lenzio rendea incerta la investigazione dei suoi pensieri.
Ma già risuonava per la Grecia la tromba de’ giuochi della centesima seconda Olimpiade, e da ogni città e lido concorrea la fiorente gioventù bramosa delle corone. Tanto romore toglieva il sonno alle palpebre di Erostrato, e vie più gli rendeano moleste le domestiche ammonizioni. Aquila già vestita di penne sdegna il nido, e si lancia alle nubi. Il giovane pertanto dissimulando il suo disegno quanto era più vicino ad eseguirlo, patteggiò una nave, e fatto consapevole soltanto Glauco suo fedel servo con buoni arredi, e moneta, la quale solea liberalmente somministrargli Agarista, di notte s’imbarcò al porto di Lemno, e sendo propizio il vento, salpò. Nell’abbandonare le sue stanze vi avea lasciata questa lettera.
«Ad Agarista sua tenera madre, Possideo non sconoscente figliuolo invia salute: Quando tu hai fise le pupille, forse dolenti, a questo scritto, io solco l’Egeo, per condurmi in Olimpia, e farvi, se Giove mi è benigno, sperimenti non indegni delle tue cure. Io ti chieggo mercè, o eccelsa ed amata benefattrice, se ardisco sciogliere per poco i dolci legami della domestica sommissione. Ma una voce imperiosa mi suona in petto, e quasi tiranna di ogni mio pensiero, tutti li rivolge a spingermi fuori dagli ozj delicati e risplendere in qualche virtù. Che se tanto mi saranno propizj gli Dei ch’io ritorni al tuo amato grembo vincitore di Olimpia, spero che per la gioja, la quale ti produrrà la gloria mia, dimenticherai quella tristezza di cui ora ti sono cagione.»
Intanto l’aure seconde increspavano il mare, sulla cui superficie spandea i suoi raggi la nascente luna. Giacea il giovanetto fuggitivo sulla prua tacendo coi sguardi fisi a Lemno. Sorgea nel palagio di Agarista una torre eccelsa, mirando la quale sentiva mescersi una filiale pietà al suo audace proponimento. Ma le palpebre di Agarista non declinavano che a sonni interrotti da che Erostrato avea manifestata la spiacevole ansietà di svellersi dalle braccia sue. Surse quindi con l’aurora, e fu sollecita di sapere se i sonni del giovanetto fossero più tranquilli dei suoi. Ecco le apparve smarrita una ancella apportatrice di tristo messaggio. Avea per l’affanno impedita nelle fauci la voce. Ahimè, sclamò Agarista, il tuo dolore ti vieta di favellare, ma il mio fa che l’intenda! Oh figliuolo per l’addietro dolce conforto, sei tu divenuto il mio tiranno! Così dicendo corse smaniosa alle stanze di lui, le quali trovò spalancate, e sopra una mensa aperto il foglio. Leggendo il quale rimase da prima tacita e immota, poscia con lagrime e lamenti percuoteva il petto, implorava gli Dei pietosi. Accorse Panfilo e sè chiamava infelice per la insufficienza delle sue esortazioni. Sopravvennero al pianto i servi, e ripetevano quello della angosciosa loro Signora. Ed ella tutti rimproverava di negligente custodia. Ma pur con estreme perturbazioni sfogati alquanto i primi impeti di dolore, Agarista ordinò che immantinente fosse celebrato un sagrifizio a Nettuno, ed ella sospirosa andò nel tempio ad offerirlo. Quindi spedì messaggero in Olimpia a quanti ella vi aveva congiunti con ospitale amicizia, raccomandando loro il suo Possideo qual più amato figliuolo.
Capitolo III Prove in Olimpia
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Intanto il giovane entrato nel golfo Meliaco, venne alle Termopile, donde alla Focide, ove nel tempio di Delfo ammirò il seggio sul quale cantava i celesti suoi inni. Te felice disse egli per la tua fama perenne, e per quella che per te hanno gli Eroi da’ tuoi versi celebrati! Continuò il suo viaggio per Corinto, donde trapassando l’Acaja giunse nella contigua Elide, e perfine in Olimpia. Era la città piena di concorrenti e di festa, e quindi appena ristorato del viaggio fu sollecito a presentarsi a’ cimenti. Il primo giorno si collocò negli atrj del tempio di Giove, dove si adunavano i Poeti e gli Oratori. Eglino fra gl’intervalli delle splendide colonne declamavano versi ed orazioni, e la moltitudine giudicava de’ meriti loro. Rima- nea frequente e silenziosa a’ versi dell’uno, si dileguava saziata alle declamazioni di un altro; animava questo con gli applausi, atterriva quello co’ sibili, e col bisbiglio, e molti de’ concorrenti si sottraevano umiliati, pochi rimanendo in presenza degli uditori per la speranza della corona. Erostrato rimase alquanto spettatore di quelli sperimenti, al vario successo de’ quali anelava, palpitava, bramando applauso, temendo la libera moltitudine. Pur vinto dal suo fato si mosse, e salendo una base fe’ cenno di implorare benigna udienza. La gioventù lanuginosa, i modi composti, lo sguardo magnifico convocarono uditori, e conciliarono silenzio. Incominciò a declamare con lentezza una esortazione alla Grecia per difendere la sua libertà contro le tirannidi, e vie più confermare la sua unione. Descrisse quindi i mali della servitù, gli oltraggi de’ despoti dell’Asia, l’avvilimento delle nazioni percosse dallo scettro loro. Nel quale argomento cresceva il suo discorso come da ruscello a torrente. Erano le sue parole da Spartano, più tendenti al vero che al diletto. Sdegnava il dire comune di cose comuni, e splendeva di sentenze brevi. Erano però impedite da una sopravvegnente oscurità, per la quale taluno poi somigliò il suo ragionare a baleno di notte. Fu pur notato che in lui dominavan i pensieri forti, grandiosi, profondi, ma non del pari il suono e la proprietà delle voci, donde avveniva che quelli non mostrassero l’intrinseco valore. Ma pure i difetti non prevalevano a segno di superare i pregi, perocchè quasi fuggitive nubi non davan tempo all’uditore di giudicare se la colpa di non intendere fosse propria, o di chi favellava. Fu quindi stimato un Oratore composto da natura con modi straordinarj che invitavano ad udirlo. Poichè tacque gli si affollò intorno una corona, la quale insieme lo lodava, e lo ammoniva, rimanendogli speranze di ottenere con lo studio e col tempo una perfetta facondia, giacchè di gran parte di essa era già stimato posseditore. E già le ombre vespertine coprivano il tempio, e fu sciolta l’adonanza. Egli recatosi alle sue stanze vi rimase desto tutta la notte declamando altre sue orazioni, studiandosi porgerle con dignità nel gesto, e con grata modulazione nella voce. Surse quindi l’alba, e sollecito di nuovo esperimento prese la lira, e copertosi di una splendida veste, lavoro dell’Asia molle, nel teatro si collocò, luogo delle gare musicali. Era già pieno, e incominciò un giovane Ateniese col flauto, ma non sembrò ch’egli meritasse dar principio, perchè in nulla trapassava il valor comune. Suonò poscia la lira un Tebano, e questi faceva già palpitare Erostrato per alcune eccellenti note, ma poi sopravvenne il difetto di una scarsa varietà, per cui ricadeva negli stessi modi, e dal promettere delizie, scendeva alla sazietà. Si presentò quindi Erostrato, il cui stile spontaneo, verace dono di natura destò maraviglia. Ma il nuovo aspetto di tanta e sì riguardevole moltitudine impediva il libero impeto dell’istinto, e i dubbj dell’arte frenavano le dita. Non si riconobbe mai con più manifesto esempio quanto una soverchia ansietà di perfezione renda l’opera imperfetta, e quanto l’abbandonarsi agli inviti di felice ardimento produca effetti maravigliosi. Fu però comune sentenza che il giovane di Lemno, benchè non ottenesse la corona quel giorno, potea cingerla in qualche altro, in cui la modestia non impedisse il suo valore. In quella gara fu coronato Enfronimo di Delo, il quale da prima col flauto mosse gli animi a quanti effetti volle, onde in tanta moltitudine sembrava vuoto il teatro per lo silenzio; brevi esclamazioni di maraviglia universale lo interrompevano talvolta. Poscia cantò accompagnandosi con la lira. Ciascuno rimase incerto se nella voce o nel suono fosse più eccellente, ma tutti consenti- vano non avere altro emulo che Apollo. A costui veggiamo eretta la statua non solo in Olimpia, ma in Delfo, e in Corinto, perchè egualmente ammirato in quelle celebrità. Erostrato comprese bensì tutta la maestria di tanto rivale, ma non disperò di se medesimo. Anzi gli sembrò aprirsi nuova imitazione di concenti, onde ampliare il suo stile. E però si disponea a nuovo cimento, non senza speranza di corona, il susseguente giorno. Ma avvenne che Neoclito di Argo, il quale era ivi giunto per correre con la biga ricevesse improvviso messaggio della morte del padre; e però tralasciando que’ cimenti, deliberò partire, vendere la biga, e il giogo de’ suoi destrieri. Questi erano Tessali, celebrati per molte vittorie, ma impazienti di freno, il quale conveniva destramente moderare. Erostrato per tale occasione bramoso di quella palma a tutte superiore la biga, e subitamente per li campi volteggiando ne divenne esperto condottiere. Già in Lemno egli avea perizia di quest’arte, e perciò divenuto in breve consapevole della indole de’ corsieri, il susseguente giorno si presentò con gli altri all’aringo. Trenta bighe aspettavano il segno: i destrieri invocavano co’ nitriti il suono della tromba motrice. Ella suonò, si lanciarono le bighe veloci quanto il pensiero. Le avvolse un nembo di polvere, che il vento, quasi sollecito di rendere visibili i casi della fortuna, sgombrò da esse. Ecco già ruote uscite degli assi pur continuano volgersi per l’impeto ricevuto: in esse inciampando le bighe seguaci ne cadono prostrati i corsieri: accanto a’ quali trapassando altro emulo trascende sovr’essi, e con violento inciampo è rovesciato. Corsieri sciolti imperversano: ruine di bighe infrante sono sparse nella vasta arena; condottieri errano in quella gettati dal seggio. Or avresti detto ch’ella fosse deserta perocchè tutta ingombra di silenzio, or che tutta la Grecia vi fosse adunata. Rimbombava il cielo, tremava la terra. Il fischiare de’ flagelli, le grida de’ condottieri, il battere delle ugne, il fremere delle ruote si udiva quando la moltitudine tacea: quand’ella acclamasse, il romore simile a tempesta superava. Ma già venti bighe per casi diversi rimanevano nell’arena: i condottieri loro o feriti o percossi, o sdegnati si sottraevano. Correa Erostrato fra le rimanenti: i suoi destrieri anelavano la vittoria quant’esso. Egli si avvolge alla meta: la stringe, la rade quasi, perchè sia minore il giro di trapassarla: ma altra biga spinge la sua contro la meta, le fracassa la ruota a cui urta, ed Erostrato ne è rovesciato. Procurando egli con le braccia stese di riparare il danno della caduta, percosse con tanto impeto le palme d’ambe le mani che rimasero intorpidite. Accorse il servo Glauco, e lo trasse dall’arena pietoso del suo signore, quanto questo adirato per gli oltraggi della fortuna. Intanto volgea spesso gli occhi die- tro a mirare gli eventi degli emuli più felici. Giunse languido alle sue stanze, ove giacendo non si doleva che della palma rapitagli dal fato persecutore. Reso incapace di nuovi cimenti per allora, dopo alquanti giorni, sendo già sciolta quella celebrità, restaurato di forze quanto bastava al ritorno, per la medesima via si diresse a Lemno, ove giunse con espedito viaggio.
L’affettuosa Agarista correva spesso al lido, implorava gli Dei, già le sembrava eterna la sua assenza, già il cuore palpitava conscio de’ rischi delle corone Olimpiche. Approdò per fine il tanto desiderato giovane pallido per la recente infermità. Languiva d’allegrezza Agarista nello abbracciarlo, ma insieme una angoscia le stringea il cuore veggendolo abbattuto. E prestamente ricondottolo al palagio, e d’ogni ristoro provvedutolo, volle da lui contezza de’ casi di Olimpia, ma con discreta benevolenza senza rampogne, ad altro non attese che a porre in dimenticanza la inconsiderata fuga, e renderlo pago della presente fortuna. Ma per quante fossero le cure, egli non potè ricuperare che imperfetto il movimento di alcune dita, le quali rimasero incapaci di quella snodata velocità richiesta nelle percosse della lira. Del quale difetto oltre modo sofferiva intollerabile molestia, sforzandosi in vano di trasmettere alle corde, fino allora tanto obbedienti, l’armonioso pensiero.
Capitolo IV Amore
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Gli agi domestici, le molli cure di Agarista e di Panfilo, per moderare nell’animo di Erostrato i desideri tumultuosi, non erano omai inefficaci. Già prendea alquanto diletto, o nel cacciare, o nel domare corsieri, o a scoccar frecce al bersaglio, o a lanciare il disco, a’ quali esercizi non era impedito come nel delicato moto della lira. Il decimonono anno, siccome primavera di vita, fioriva nelle sue guance: già folto il crine, rilevato il petto, le membra tutte piene di audace vigore. Serpeggiava in esse alternando or una fiamma insidiosa, or un dolce ribrezzo, precursori dell’imminente imperio di amore. Gli occhj suoi fino allora tranquilli nelle adunanze, incominciavano a volgersi ansiosi alla bellezza, ammirandola con ciglio sospeso. Corrispondea il cuore co’ suoi palpiti, ed esalava alle guance il rossore. Ma come ape che erra su’ fiori, gli sguardi del giovane ancora si spaziavano liberi spettatori della bellezza, non vinti da lei.
Era la stagione in cui la terra dopo gli ardori estivi, ristorata dalle acque autunnali invita ad ammirare i suoi doni. Possedea Agarista a pochi stadj dalla Città in un colle sovrastante al mare una delizia campestre. L’Egeo dirimpetto si apriva in ampio seno, la cui spiaggia era sparsa di ville frequenti. Ivi continue insidie dell’arco, e delle reti, delle frecce, e de’ lacciuoli lungo il lido o fra’ i boschi dall’aurora alle ore meridiane ricreavano la urbana gioventù, concorsa a quegli ozj. Poscia volgendo il sole con ombre maggiori, succedeano ne’ prati, negli orti, al margine de’ ruscelli i canti, i suoni, i balli, fra’ quali erano misti i nuziali desii, le querele amorose, i dolci sorrisi, le tristezze d’amore. Non lungi dominava sopra un promontorio un tempio a Teti. Il simulacro di quella stava nel mezzo dell’edifizio. Quasi pur allora uscisse da conca marina, era vestita della sola sua bellezza. Declinava molle il prezioso volto da un lato: le palpebre socchiuse rendeano languidi gli occhi; incurvava il grembo ritrosa; la manca piegava al seno: la destra si porgeva ad accogliere benigna i voti e gl’incensi. Sembrava prossimo il labbro a favellare. Oh mirabil dono del cielo l’arte di Fidia, e di Policleto! Per te congetturiamo la immagine de’ Numi, e serbiamo quella degli Eroi!
A dieci tratti d’arco di questo soggiorno di Agarista era altro non men delizioso di un provetto guerriero. Testoride nella sua giovinezza Chiliarco sotto , era partecipe di quell’esperimento memorabile di disciplina, quando dieci mila Greci perseguitati da un milione di Persiani, per lo spazio di mille e cinquecento miglia si ricondus- sero salvi da Babilonia alla patria. Sette anni di poi era egli con Agesilao Re di Sparta quando sconfisse i Tebani nella pianura di Coronea, ed altrettanti ne trascorsero a quando fu fatta la pace ignominiosa fra Persiani ed i Greci con la mediazione dello Spartano Antalcide. Già pieno di cicatrici, e di età passava Testoride in quel ricovero di estremi anni in cure familiari. Scesa da lungo tempo la consorte alla tomba, gli avea lasciata una consolante immagine di se nella figliuola nominata Glicistoma. Ella giunta allora al sedicesimo anno, bellissima nella persona, ed ornata di leggiadri costumi, custodita dalle ancelle trapassava i suoi giorni oltre i lavori muliebri più delicati, nel canto, e nelle instruzioni delle migliori discipline. Venne pertanto Glicistoma al tempio di Teti. Era quel giorno turbato il mare e percuoteva sdegnato i scogli che lo respingevano. In alto con libero furore gonfiava gli orgogliosi flutti, fra’ quali appariva agitarsi non lungi una nave. L’atrio del tempio era affollato da spettatori del pericolo di quella: l’interno rimanea quasi vuoto. Poichè la fanciulla vide alquanto quel doloroso aspetto, ritornò alla Dea e con fervide preci implorava ch’ella fosse propizia a quegli infelici naviganti. Erano gli atteggiamenti suoi umili, e pietosi, tanto che in loro traspariva quel candore che placa gli Dei. Erostrato era pur nel tempio, la vide, l’ammirò. Il velo scendevale dalla fronte fino oltre il fianco. La grata proporzione delle membra eccitava il desiderio di rimirarne il volto. Ma la fanciulla assorta nel pietoso raccoglimento non avea fra’ i suoi pensieri o la sua bellezza, o che alcuno la contemplasse. Anzi per indole sembrava che non mai di tal pregio si fosse avveduta. I suoi modi erano perciò ingenui, ed aveano sugli animi forza maggiore di ogni artifizio più scaltro. Erostrato guardava lei, già tutto in lei. Non così nocchiere in tempesta è intento alla sua stella. Egli appoggiava il fianco ad una colonna, ed il mento al braccio: pensieroso, immoto con alito sospeso. Cessò dalle sue preci la fanciulla, e si mosse verso la porta del tempio lentamente fra due ancelle seguaci. Il vento licenzioso sgombrò il velo dalla fronte di lei, e tutto apparve quel volto divino, come cielo dissipate le nubi. Splendevano con dolce lume gli occhi sotto l’arco delle nere ciglia: le guance rosee, la fronte serena, le labbra serie, il portamento onesto lanciarono al cuore di Erostrato il primo dardo. Una candida veste le scendea a’ piedi stretta da fascia purpurea. Le pendea al collo monile di perle vinte dal candore di lui. Vera e prima ferita di amore quanto più duole tanto più si nasconde. Il giovane restò compreso da timida verecondia, e seguì tacito le orme di lei finchè la vide entrare nella soglia di Testoride, ove ne intese piena contezza. Non ebbe quindi maggior sollecitudine quanto di cogliere onesta opportunità di alcuna di- mestichezza con lui. Nè gli fu in questo contraria la fortuna. Glicistoma fino allora custodita dalle ancelle incominciava a mostrarsi nelle adunanze festive. Il padre stesso la condusse ad Agarista qual venerata matrona, compiacendosi di produrre alla costumata adunanza sua i pregj della figliuola. Ella si tratteneva conversando con delicata urbanità, sobria ne’ discorsi più che favellatrice. Una placida modestia ornava i modi suoi senza ritrosia; talchè niun labbro dissoluto ardiva aprirsi frenato da quel dolce costume. Il suo discreto genitore benchè nodrito fra l’armi, ora negli ozj di pace gustava i trastulli giovanili. E la saggia Agarista del pari convocava nel suo splendido albergo la età festiva a’ più lieti diporti. Risonavano gli atrj del canto delle fanciulle incoronate di fiori: le cetre dei giovani corrispondevano a quel concerto sommesse. Intanto le danze mosse da tanta armonia empievano di tripudio e di allegrezza le sale. I sistri, i crotali, i cembali stimolavano a carolare. Fumavano gl’indici profumi con deliziosa fragranza, e i servi officiosi distribuivano vini di Lesbo, e di Chio, e vivande ristoratrici. La piacevole ospite, e Testoride accanto lei, e quanti di anni maturi gustavano la calma, sedeano compiacendosi nelle immagini della età loro trascorsa. Lodavano i più snelli, stimolavano i pigri e stanchi, e con gioconda autorità governavano la festa. Erostrato in que’ tumulti avea sempre gli sguardi alla fanciulla, nè ardiva esalare con parole la sua fiamma divoratrice. Pure sollecitandolo amore, s’intromise nelle danze, e si accompagnò con la fanciulla. Essa talora con l’estremità delle dita raccoglieva la gonna, onde meglio apparivano avvolti nel coturno i pie’ carnosi: talora lasciandola in arbitrio dell’aure, movea le braccia in leggiadri atteggiamenti. La florida capellatura raccolta da un velo sulla fronte svolazzava insieme. Declinava mollemente il viso or all’una, or all’altra parte con amabile compostezza, nè mancava il sorriso alle anelanti labbra. Erostrato quasi punto da dolce estro con lieto impeto corrispondea a quegli inviti. Nè erano in lui scortesi le Grazie, perocchè ben composto di membra temperava il vigore con la mollezza loro, e la fanciulla si compiaceva di gareggiare con sì snello danzatore. Intanto Amore tesseva lacci furtivi, e le interne simpatie rimaneano a lui solo note. In questa guisa continuando la scambievole ospitalità ora si adunava la brigata da Testoride, ora da Agarista, e già Erostrato si era studiato di insinuarsi nella benevolenza di quello. Amore facendolo sagace ragionava sovente col provetto guerriero degli illustri Capitani del suo tempo delle vittorie de’ Greci, e delle memorabili imprese. E già senza avvedersene Glicistoma anteponea l’ospite di Lemno agli altri scegliendolo fra’ danzatori, ed egli traeva con lei dal mare le reti, s’industriava cogliere co’ dardi o augelli a volo, o lepri fuggenti innanzi agli occhi di lei per farseli più benigni. Ella talvolta all’ombra de’ platani cantava ne’ suoi orti gli amori dei Numi, e le imprese degli Eroi. La voce di lei scendeva al cuore per la ingenuità sua: ed Erostrato in udirla prendeva la lira, e quanto concedeano le dita offese, supplendo coll’arte, facea colloquio di armonia. L’aura sospendeva gli aliti suoi, cessavano i garrimenti degli augelli, il silenzio accoglieva così deliziosa gara di suono e di canto. Ma cresceva in cuore del giovane la fiamma a segno che i consueti piaceri non solo gli erano divenuti insipidi, ma il desiderio stesso di fama sofferiva il formidabile predominio di Amore.
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The end
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