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Satire

Quinto Orazio Flacco · 1814 · Free in the US

20,339 words · about 1 h 25 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
About this edition

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Licence: PD-US · Published in 1814 (before 1931): public domain in the United States. Text and transcription from it Wikisource by Wikisource contributors (transcription licensed CC BY-SA 4.0; contributors: https://it.wikisource.org/w/index.php?title=Satire_(Orazio)&action=history). · Wikisource contributors

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About this book

Author
Quinto Orazio Flacco
Language
Italian
Published
1814
Length
20,339 words · about 1 h 25 min
Sections
19 reader sections
Text
Digital text
Rights
Public domain in the United States

 

Contents (19)
  1. Indice under 1 min
  2. Satira I about 5 min
  3. Libro I Satira II about 1 min
  4. Libro I Satira III about 6 min
  5. Libro I Satira IV about 6 min
  6. Libro I Satira V about 4 min
  7. Libro I Satira VI about 6 min
  8. Libro I Satira VII about 1 min
  9. Libro I Satira VIII about 2 min
  10. Libro I Satira IX about 4 min
  11. Libro I Satira X about 4 min
  12. Libro II Satira I about 4 min
  13. Libro II Satira II about 6 min
  14. Libro II Satira III about 14 min
  15. Libro II Satira IV about 4 min
  16. Libro II Satira V about 5 min
  17. Libro II Satira VI about 5 min
  18. Libro II Satira VII about 5 min
  19. Libro II Satira VIII about 4 min

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Indice

Altri progetti

en:Satires (Horace) fr:Satires (Horace, Raoul) la:Sermones (Horatius)

Satira I

Mecenate, onde vien, che nessun pago Sia del mestier, ch’elezione o caso Gli offerse, e lodi chi professa altr’arti? O fortunati mercatanti, esclama 5Carco d’età il soldato, a cui le membra Fiaccò lunga fatica; e ’l mercatante, Quando squassar dagli Austri sente il legno: Migliore è la milizia. E chi n’ha dubbio? Vassi al conflitto, e in un istante o pronta 10Morte ti viene o lieta palma incontro. Quando il giurista sul cantar del gallo Picchiare ode i clienti alla sua porta, Colma di lodi il campagnuol. Chi dati

Mallevadori è dalla villa a Roma 15Citato a comparir, quelli soltanto Che vivono in Città, felici appella, Ma tanto innanzi va questa materia, Che Fabio seccator ne avrìa soverchio. Per non tenerti a bada ecco ove vanno 20I miei detti a parar. Se un Dio dicesse: I’ son qui pronto a far vostro desio: Tu già soldato, in avvenir sarai Mercante, e tu legal vivrai ne’ campi. Su via cangiati impieghi ognun si parta. 25Che state a far? Se così lor parlasse, Nessuno il patto accetterebbe. Eppure In vostra mano sta l’esser beati. Forse che Giove non avria ragione Di gonfiare adirato ambe le gote, 30E dir che per lo innanzi esso non fia Sì buon di dare agli uman voti orecchio? Ma per non far come chi scherza e ride Per baloccar la gente ( 35Così blando maestro al fanciullino Perchè impari abbiccì, dona le offelle) Or dismesso il burlar battiam sul sodo.

Quei che il terren col duro vomer fende, Il furbo oste, il soldato, il navigante 40Che ardito solca il mar, vanno dicendo Che volte son le lor fatiche e stenti A procacciarsi il pan per la vecchiaja, E assicurarsi un placid’ozio, come La piccola formica, a noi di molta 45Fatica esempio, quanto può col rostro Dietro si tragge, e del futuro accorta Via via l’abbica, ed il suo mucchio accresce. Sì, ma costei, quando l’Aquario attrista L’anno cadente, fuor non mette piede, 50E l’ammassato gran si gode in pace. Ma te non verno, o sollion, non fuoco Nè mar nè ferro da lucrar distoglie, Per non vedere alcun di te più ricco. Che val sotterra por furtivamente 55Con paurosa mano immenso pondo D’argento e d’or? Perchè non si riduca, S’io lo vada scemando, a un vil bajocco. Ma se tu non lo spendi, e che ha di bello La ragunata massa? or via poniamo, 60Che tu nell’aja battut’abbia cento Mila moggia di gran. Non la tua pancia

Per questo ne terrà più che la mia. Qual se tra’ servi su le spalle un sacco Di pan portassi, non ne avresti poi 65Di chi scarco ne andò più largo pasto. A chi sta di Natura entro a’ confini Che mai vale arar cento o mille campi? = Bel gusto è provvedersi a una gran massa. = Purch’io dalla mia picciola altrettanto 70Ne possa aver, qual di lodar motivo Hai più delle mie corbe i tuoi granai? Egli è come se un fiasco od una tazza Bisognandoti d’acqua, i’ non vo’ torla, Dicessi, a un fonticel, ma ad un gran fiume. 75Quinci avviene a chi più del giusto agogna Che insieme con la sponda il rovinoso Offanto se l’assorba entro i suoi gorghi. Ma chi ciò sol desia che a lui fa d’uopo Nè a limacciosa pozza attigne l’acqua, 80Nè a rischio d’affogar sua vita espone. Ma da insana avarizia una gran parte Degli uomini accecata ognor ripete: . - Che vuoi tu farvi? 85Lasciali star col lor malanno in pace.

Fuvvi in Atene un tal ricco spilorcio, Che sprezzava i motteggi della gente Fra se dicendo: Il popolo mi fischia, Ma in casa io mi fo plauso allorch’i’prendo 90A contemplare i miei danar nell’arca. Tantalo sitibondo anela all’acqua, Che gli fugge dal labbro... E che? tu ridi? La favola è di te sotto altro nome. Su que’ sacchi ammontati t’addormenti 95A bocca aperta, nè tastargli ardisci Qual se fossero sacri, e di lor godi Non altramente che d’un pinto volto. Tu no non sai qual giovamento ed uso Abbia il danar. Si compri pane e vino, 100Ortaggio, e quel di più che nostra frale Natura sdegna che le sia negato. Forse a te piace il vegghiar notte e giorno Col batticuor, temendo ladri, incendj, E schiavi che ti lascino in farsetto? 105Io non curo tai ben punto ne poco. Ma tu dirai: se le mie membra assale Ria febbre, o s’altro mal m’inchioda in letto, Ho chi m’assista, chi i fomenti appresti, Che al medico ricorra, affinchè sano

E salvo mi ridoni alla mia gente.110 Ah non la moglie e non il figlio brama Che tu risani. A tutti in odio sei Conoscenti e vicin, servi e fantesche. Che maraviglia, se qualor posponi 115Ogni cosa al danar, nessuno in petto Nutre per te quel che non merti, amore? Se i parenti che a te Natura diede, Senz’opra alcuna vuoi serbarti amici, Tu sciagurato il tempo getti invano 120Qual chi insegnasse a un asinello in campo Ir di galoppo, ed ubbidire al freno. Se non altro abbia fin la tua ingordigia, E quanto hai più, tanto minor paura Ti faccia povertà; quando se’ giunto 125A posseder quanto bramasti, allora Almen ti metti in calma, e non far come Un certo Uvidio (la novella è breve). Ei ricco sì che misurar potea Danari a staja, era sì sconcio e lordo, 130Ch’iva peggio vestito d’uno schiavo, Sempre temendo di morir di fame. Una sua serva, nuova Clitennestra, Con un’accetta lo segò per mezzo!

Ehi qual consiglio mi vuoi dar? Ch’io viva 135Qual Nevio, o Nomentano? = E tu pur segui Cose discordi ad accozzar tra loro. Non io, qualor ti vieto essere avaro, Vo’ che tu mi diventi un gocciolone Ed uno sprecator. Qualche divario 140Tra ’l suocer di Visello e Tanai passa. Tutto ha le sue misure, oltra le quali Nè di quà, nè di là risiede il retto. Torniamo onde partimmo. E nessun dunque Pago è di sè, come l’avaro, e quei 145Che han preso altro cammin, colma di lodi? E perchè la capretta del vicino Più gonfio porta il sen, si va struggendo, Nè alla turba maggior si paragona De’ meno facoltosi, e questo e quello 150Di trapassar s’affanna, ond’è che sempre Altro più ricco fa al suo corso intoppo. Quando son dalle mosse usciti i cocchi, Di stare al pelo il carrettier si sforza A’ corridor che vede innanzi a’ suoi, 155E quei che addietro si lasciò non cura. Quinci è che rado noi troviam chi dica D’aver condotto i dì felici, e parta

Di qua contento, come chi si lieva Da tavola satollo; e tanto basti. 160Perchè non abbi a dir che di Crispino Lippo involai gli scrigni, io qui m’arresto.

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en:Satires (Horace)/Qui fit, Maecenas fr:Satire I-1 (Horace, Janin) la:Sermones (Horatius)/Liber prior/Sermo I - Qui fit, Maecenas, ut nemo, quam sibi sortemfi:Romalaisen runoniekan Q. H. Flaccon Pilkkarunojen ensimäisen kirjan 1:n runo

Libro I Satira II

Sgualdrine a truppe, profumier, pitocchi, Stufajoli, buffon, questa genia Tutta in pena ed affanno è per la morte Del musico Tigellio, e ciò perch’esso 5Donava a larga mano. . . Altri per tema D’esser chiamato sprecator, neppure A un meschinello amico un pane, un cencio Darebbe per cacciar la fame e il freddo. Se chiedi a un altro, ond’è, che i ricchi fondi 10Dilapidando va per far contenta L’ingrata gola, e denar prende a usura Per comperar tutti i boccon più ghiotti, Ei ti risponde che non vuol la taccia D’uomo spilorcio, e di cuor gretto e vile. 15Ei ne ottien da chi biasmo e da chi lode. Fusidio ricco di poderi e censi Paventa di milenso e sciupatore

La brutta infamia, e però vuol di frutto Cinque per cento il mese anticipato, 20E più s’accana addosso a’ più spiantati. I nomi cerca di color che sotto Austero genitor la viril toga Vestita hanno di fresco. Ahi sommo Giove! Chi non esclama all’udir ciò? Ma spese 25Almen costui farà pari al guadagno. Anzi potresti a pena immaginarti Quanto nemico di se stesso ei sia; Tal che strazio minor di sè facea Quel tapin vecchio da esposto, 30Poichè scacciato ebbe di casa il figlio. Se alcun cercasse, che vuoi dir con questo? Vo’ dire, che fuggendo i pazzi un vizio A dar di petto van nel vizio opposto. Maltin porta il sottano penzolone 35Fino a’ talloni, ed altri move il riso Col rivoltarlo in su fino alla pancia. Rufillo è tutto odor, Gorgonio ammorba. In somma nessun tien la via di mezzo. ec. ec.

en:Satires (Horace)/Omnibus hoc vitium fr:Satire 2 (Horace, Raoul) la:Sermones (Horatius)/Liber prior/Sermo II - Ambubaiarum collegia, pharmacopolae

Libro I Satira III

A’ musici è comun questo difetto, Che pregati a cantare infra gli amici, Mai non fan grazia; se nessun gli cerca, Costor non danno mai più fine al canto. 5Tal fu Tigellio il Sardo. A lui potea Fare Augusto medesmo istanze e preghi Del suo gran padre e di se stesso in grazia, Tutto era van; se gli saltava il grillo, Dal suo primo cenar sino alle frutta 10Trillava, evviva Bacco, ora in soprano, Or nel più basso tuono. Ei non fu mai A sè medesmo ugual. Correa sovente Qual chi fugge il nemico, e spesso andava Lento come chi porta in giro i sacri 15Cesti di Giuno. Or ei dugento servi, Or n’avea dieci a pena. A bocca gonfia Parlamentava di tetrarchi e regi; Poi detto avria, d’un qualsivoglia desco, D’un salin puro, d’una grossa vesta, 20Che dal freddo mi pari, io son contento. Ma se a quest’uom sì moderato e parco Donavi un milion, tra cinque giorni

Non gli restava nello scrigno un soldo. Vegghiar solea la notte infino all’alba, 25Poi russar fino a sera. Un incostante Pari a costui non mai si vide in terra. Talun dirammi: e tu non hai difetti? Altri ne ho forse non minor di questi. Menio tagliando i panni a Novio assente, 30Uno gli disse: Bada a te: non sai Che ti conosco? e di gabbarne intendi? Menio rispose: A me medesmo poi Amo e so perdonare. O d’ogni biasmo Degno amor proprio, e dissennato e ingiusto! 35Se cispo guati con l’impiastro agli occhi Le colpe tue, perchè la vista aguzzi Più d’aquila o serpente a’ vizj altrui? De’ tuoi difetti ancor registro tiensi. Colui, dice taluno, è sdegnosetto, 40Non regge all’altrui frizzo. È messo in burla, Perch’è tosato mal, perchè la toga Non ben gli quadra al dosso, al piè la scarpa, Ma per bontà va innanzi a tutti, è amico, E chiude in rozzo corpo un alto ingegno. 45Or tu scandaglia te medesmo, e mira, Se inserito abbia in te vizj Natura,

O mal costume. Che ne’ campi incolti Germinar felce suol degna del foco. Poniam mente allo stil de’ ciechi amanti, 50Cui delle amiche le più sozze mende, Non che disgusto, recano diletto, Come fa d’Agna il polipo a Balbino. Vorrei che un tale error nelle amicizie Avesse luogo, e che si fosse a quello 55Dalla virtù trovato un nome onesto. Del figlio il padre non aborre, e noi Aborrir dell’amico non dovremmo Qual ch’ei s’abbia difetto. Un padre appella Luschetto un figlio che ha stravolti gli occhi, 60Piccin quel ch’è pimmeo come a’ di nostri Era Sisifo aborto di natura; Bilenco chi stravolte ha le ginocchia, E strambin chiama balbettando quello Che mal si regge su i calcagni storti. 65Così da noi chi troppo il suo risparmia Si nomini frugale, e chi ventoso Mena di se jattanza un uom garbato Che figura vuol far presso gli amici. Se alcuno è truce e franco oltre il dovere, 70Di schietto e coraggioso abbiasi il nome;

S’è troppo caldo, risoluto il chiama. Quest’è che le amistà lega, e conserva. Ma noi siam usi alle virtù medesme Cangiar sembiante, e intonacar vogliamo 75Con rea vernice un vaso puro e netto. Uno è di buon costume? è abbietto e vile. Quegli è tardo a parlare? è uno stordito. Questi ogni agguato schiva, e il fianco inerme A’ maligni non offre, (e ciò in un tempo 80Che l’invidia imperversa, e in ogni banda Trionfa la calunnia), anzichè il nome D’accorto e destro, ha quel d’astuto e finto. Se alcun va schietto e in quella foggia, ond’io Spesso a te godo, o Mecenate, offrirmi, 85Tal che interrompa con parlar molesto Chi medita o chi legge, a lui, diciamo, Manca il senso comune. Oh quanto sciocca Formiam contro noi stessi e iniqua legge! Poichè nessuno è senza vizj al mondo, 90Ottimo è que’ che n’ha la minor soma. Un dolce amico i vizj miei ragguagli, Com’è ben giusto, alle virtudi, e a queste Di numero maggior, se pur son tali, L’affetto inchini. S’egli vuol che a lui

95Io risponda in amor, con questa legge Appo me troverà stadera uguale. Se non vuoi che l’amico si disgusti Delle tue natte, i suoi bitorzi escusa: Chi per se vuol perdon, perdoni altrui. 100In somma giacchè in tutto sradicarsi Non può nè l’ira, nè quant’altri vizj S’attaccano agli stolti, e perchè dunque Ragion non usa le misure e i pesi Convenienti, nè a ciascun delitto 105Secondo il merto lor fissa il gastigo? Se taluno mettesse in croce un servo, Perch’egli nel levar di mensa i piatti Trangugiò qualche pesce smozzicato, E un po’ di salsa, tra i cervelli sani 110E’ si dirìa di Labeon più pazzo. E pur quanto è maggior tua frenesìa? Fa un lieve error l’amico, a cui se nieghi Compatimento, ognun ti tien per aspro E per rubesto, e tu l’abborri e sfuggi, 115Come fanno Drusone i debitori, Che se al primo del mese i cattivelli Pronti non son a snocciolargli il frutto O il capital, quai servi a collo teso

Le scipide sue storie a udir gli astrigne. 120Un pien di vino scompisciommi il letto, O fe cadere in terra una scodella Già stata fra le man del vecchio Evandro, O la fame gli fe torre un pollastro Che stava nel taglier dalla mia parte, 125Per questo ho da pigliar l’amico in urto? Che farei, se m’avesse svaligiato, Rotto il segreto, oppur la fè tradita! Chi vuol che uguali sien tutte le colpe, Quando al fatto si viene è in grande intrico. 130Il senso e l’uso vi s’oppone, ed anche L’utilità, che quasi al giusto è madre. Quando gli uomini primi usciro al mondo Muti e sozzi animali ebbero insieme Per le ghiande e le tane ad azzuffarsi 135Con unghie e pugni, co’ baston dipoi, Indi con l’armi che foggiò il bisogno, Finchè inventate fur parole e nomi A dinotar gl’interni sensi; e allora Cessaron le battaglie, e alzate furo 140Città munite, e con le leggi esclusi I furti, gli adulterj e le rapine. Perocchè prima ancor d’Elena al mondo

Donne impudiche fur cagion di guerra, Ma ignoti son que’ che di fere in guisa 145Cercando pasto alla lussuria ingorda Spense la mano di rival più forte, Come toro che sventra i men gagliardi. Se a scorrer prendi d’ogni età gli annali, Vedrai che incontro all’oprar fello e ingiusto 150Fur le leggi dagli uomini inventate; Nè Natura scevrar dal torto il dritto Può come il ben dal male, il pro dal danno. Nè ragion mai ti proverà che fallo Commetta ugual chi pochi fusti infranga 155Nell’altrui campo, e chi di notte involi Con sacrilega man gli arredi a i numi. Regola v’abbia che delitto e pena Tra lor pareggi; nè flagello atroce Solchi le spalle a chi di sferza è degno; 160Ch’io già non ho timor che tu alla frusta Danni chi meritò maggior gastigo, Poichè tu dì che l’assassinio e ’l furto Son cose uguali, e di tagliar minacci Con falce indifferente il poco e il molto, 165Qualor tu giunga a conseguire un regno. Se chi è saggio tuttinsieme è ricco,

Buon calzolajo, ei solo è bello ed anche Re, perchè brami aver ciò che possiedi? Ei mi dirà, Tu non sai quel che insegna 170Il gran padre Crisippo. Il saggio mai Fatto non si ha nè sandali nè scarpe, Eppure il saggio è calzolajo. Come? In quel modo ch’Ermogene è cantore E musico eccellente ancorch’ei taccia; 175In quel modo che dopo aver gittato Via gli stromenti e chiusa la bottega, Era cordovanier lo scaltro Alfeno; Così di tutto il saggio è gran maestro, E così re. ― Sta in guardia che una turba 180Di ragazzi insolenti, o re maggiore Di tutti i re, la barba non ti peli, E se col nerbo non la tieni indietro, Non ti s’affolli addosso, e tu frattanto, O meschinello, invan ti sfiati urlando. 185Ma per finirla, mentre al bagno vai Tu re con pochi soldi, e nessun altro Che lo scempio Crispin ti fa la corte, Io dolci amici avrò che alle mie colpe D’inavvertenza accorderan perdono, 190Ed io del par compatirò lor falli

Ben volentieri, e tuttoche privato Più di te, che re sei, vivrò contento.

en:Satires (Horace)/Omnibus hoc vitium la:Sermones (Horatius)/Liber prior/Sermo II - Ambubaiarum collegia, pharmacopolae

Libro I Satira IV

ed e E gli altri autor della commedia antica, Se degno v’era alcun d’esser marcato Perchè adultero, ladro, empio o sicario, 5O per qualc’altra reitade infame, Con molta libertà metteanlo in gogna. Su l’orme di costor Lucilio corre Nel metro sol diverso, uom fino e arguto; Nel verseggiar duretto; ecco il suo male. 10Spesso in un’ora ben dugento versi (E gli parea gran cosa) avria dettati Poggiato sur un piè. Tra quel suo fango Menava cose di raccorsi degne, Loquace, e mal reggente alla fatica 15Del comporre; i’ vo’ dir, del compor bene, Chè quanto al molto io nol valuto un frullo. Ecco Crispin col mignolo mi sfida: Via, se ti piace, prendi il tuo quaderno, Si fissino le guardie, il luogo e il tempo.

20Vedrem chi sia a compor di noi più lesto. Ringrazio il Ciel che mi formò d’ingegno Scarso e meschin, che raro parlo e poco. Ma tu imita a tuo senno il vento chiuso Ne’ mantici che soffia senza cessa, 25Finchè nel foco s’ammollisca il ferro. Felice Fannio, a cui spontaneo venne L’onor dello scaffale e del ritratto: Mentr’io non ho chi legga i versi miei, E a recitargli in pubblico ho paura, 30Perchè questo mio stil dispiace, essendo Molti al mondo, anzi i più, degni di biasmo. Prendi un qual vuoi d’infra la turba, è desso O di fausto macchiato, o d’avarizia. Altri invescato è ne’ più sozzi amori. 35Dal fulgor dell’argento altri è rapito. Albio stordisce su i lavor di bronzo: Chi dal levante va cangiando merci Sino a’ lidi che scalda il sol cadente. E qual polve da turbine aggirata 40Precipitoso va tra mille rischi Per timor di scemare il capitale O per desio di vantaggiarlo. Tutti Costor temono i versi, odiano i vati.

Fuggi lontan: Costui sul corno ha il fieno. 45Purchè di canzonar la voglia sfoghi, Non guarda amici in viso, e quel che in carta Schiccherò giù una volta, a tutti quanti Ritornano dal forno, o dalla fonte Ragazzi e vecchie di far noto agogna, 50Breve risposta udite in grazia. Io prima Dal numero di quegli, a’ quai comparto Di poeta l’onor, levo me stesso. Chè a ciò non basta l’accozzar due versi; Nè s’altri imiti il favellare comune 55Scrivendo, com’io fo, questi è poeta. Mente e ingegno divino, alto sonante Bocca d’un tanto nome altrui fa degno Perciò se fosse o no, cercaro alcuni, Poema la Commedia, perchè in essa 60Nè cose nè parole han lena e brio, Sennonchè il metro dal comun discorso La differenzia. Ma in Commedia un padre Monta in furor, perchè un suo figlio pazzo Scialaquator va dietro a una bagascia, 65Nè prender moglie vuol con ricca dote, Ed ubbriaco va con grave scorno A torchi accesi innanzi sera in giro.

Forse minor rabbuffi udrìa Pomponio, Se gli vivesse il padre? Or via non basta 70Versi formar con pure voci e schiette, I quai non puoi scompor, che tu non senta Qualunque altro sbuffare in tuon simìle A quel che faccia in palco un finto padre. Tal è se togli a questi versi miei 75E a quegli ancora di Lucilio i tempi E le misure fisse, e se turbando L’ordine metti i primi accenti in fine, Ed al principio fai passar gli estremi. Ma se prendi a disfar questi altri versi: 80= Poichè discordia tetra ebbe le sbarre = Di Giano infrante, e le ferrate porte, Tu sempre ravvisar puoi brani e pezzi Di poetico stile; e fin quì basti. Se la Commedia tra i poemi ha loco, 85Vedremo in altro tempo. Or io sol cerco, Se di buona ragion questa mia foggia Di scriver sia da te presa in sospetto. Bruschi e affiocati van con que’ lor fogli Girando Sulcio e Caprio, ambo spavento 90Degli assassin; ma chi le mani ha nette Può sprezzar l’uno e l’altro allegramente.

Se a’ ladron Celio e Birrio hai somiglianza Io non son Caprio o Sulcio. E perc’hai dunque Timor di me? Nè banco nè bottega 95Tiene in vendita esposti i libri miei, Cui si stanchi a sfogliar Tigellio e il volgo. Io non gli leggo salvo che agli amici, Se non forzato, e non in tutti i luoghi, E non in faccia di qualunque e’ sia. 100Gente non manca che i suoi scritti legga Nel bel mezzo del foro e sin ne’ bagni, U’ la stanza alla voce ben risponde, Vezzo di teste vote, a cui non cale Oprare a caso e fuor di tempo e loco. 105Tu ferir godi e scaltramente il fai. Or chi ti diè lo stral che tu m’avventi? Forse alcuno di lor, co’ quai converso? Chi l’amico lontan morde, e non anzi Dagli altrui morsi lo difende, e gode 110Di far rider la gente, e al vanto aspira Di schernitor, chi false cose inventa, Nè tacer sa i segreti a lui commessi, Egli è un cor negro, e tu, Romano, il fuggi. Spesso a un convito vedrai quattro insieme, 115Un de’ quai copre d’insolenze tutti

Fuor che il padron, poi questo ancora, ov’abbia Bacco sincero il petto a lui dischiuso. E a te de’ negri cor tanto nemico Sembra costui gentile, urbano e schietto. 120Ed io se rido un pò perchè l’insulso Rufillo è tutto odor, Gorgonio ammorba, Pien di livor ti sembro e maldicente? Se alcun farà de’ furti di Petillo Capitolin ricordo in tua presenza, 125Tu lo difendi alla tua bella usanza, Dicendo: io fui suo commensale e amico Sin da fanciullo, e a mio riguardo feo Molte cose e poi molte. Or mi consola Ch’egli sen viva sano e salvo in Roma. 130Maraviglio però com’ei potesse Dal giudizio scampare. E quì sta il sugo Della nera loligine, qui tutta La ruggine s’accoglie. Or da un tal vizio Che scevre sian mie carte, e più il mio cuore, 135Se di me protestar cosa veruna Altra poss’io, con verità il protesto. Se franco parlo alcuna volta e scherzo, Vuolsi a me condonar questa licenza. A ciò fare avvezzommi il mio buon padre,

140Che per farmi fuggir qualsiasi vizio Me ne ponea gli esempli innanzi agli occhi. Allorchè m’esortava a viver parco, Frugale e pago de’ paterni acquisti, Dicea: non vedi, come d’Albio il figlio 145Mal vive, e Barro stenta? Un grande avviso Per non gettar le sue sostanze al vento. Per tenermi lontan da’ sozzi amori E’ mi dicea: non somigliar Settano. Giacchè lecite nozze acquistar puoi, 150Tu lascia star le donne altrui. Trebonio Colto in fallo ha perduto il suo buon nome, Un dotto ti saprà dir le ragioni, Ond’altro dee seguirsi, altro schifarsi. A me basta tener l’uso mostrato 155Da’ nostri antichi, e la tua vita e fama, Finchè tu avrai di reggitor mestiero, Assicurar. Quando t’avrà l’etade Invigorito l’animo e le membra, Allor potrai nuotar senza corteccia. 160Tal co’ suoi detti mi venia formando Nella tenera età. Se alcuna cosa M’ordinava di far. Tu n’hai l’esempio, E mi ponea dinanzi alcun soggetto,

D’infra i giudici scelti; e se vietava: 165Puoi tu dubbiar s’è ciò dannoso e turpe, Quando tanto disnor n’ha questi e quegli? Il funeral vicin tiene i malati Golosi in freno, e col timor di morte Gli sforza a star di sè medesmi in guardia. 170Così l’infama altrui spesso da’ vizj Giova a distor le tenerelle menti. Perciò sano da quegli, onde a noi viene Scorno e rovina a’ mediocri vizj Degni di venia, i’ sono ancor suggetto. 175Forse da questi pure appien distormi Saprà più lunga età, gli schietti amici, E i miei stessi consigli. E veramente Quando in letto mi trovo, o su la loggia, A me non manco, e vo fra me dicendo: 180Più giusto è far così: così fia meglio; E agli amici vivrò più accetto e grato. Quel tale oprò non troppo ben. Fors’io Il simile farò per imprudenza? Tai cose ruminando a chiuse labbra 185Vo tra me stesso, e se m’avanza tempo Le reco in carta, e questo un di que’ vizj Mezzani, a cui se negherai perdono,

Di poeti una turba in mio soccorso Verrà (siam molti), e come tanti Ebrei 190Ti forzeremo a entrar nel nostro ghetto.

en:Satires (Horace)/Eupolis atque Cratinus fr:Satire 4 (Horace, Raoul) la:Sermones (Horatius)/Liber prior/Sermo IV - Eupolis atque Cratinus Aristophanesque poetae

Libro I Satira V

Della gran Roma uscito entro umil tetto Fui dalla Ariccia accolto in un col greco Arcidotto maestro Eliodoro. Passammo al Forum Appii, ov’è gran turma 5Di barcajuoli e ostier, maligna gente, Noi movendo a bell’agio in due giornate Spartimmo quel cammin, che da’ più lesti Di noi si compie in un sol dì. Men grave A chi viaggia lento è l’Appia via. 10Quivi a cagion della pestifer’acqua Costringo il ventre a digiunare, e aspetto Di mal umor che la brigata ceni. Già la notte s’appresta a coprir d’ombre La terra e ’l Cielo a seminar di stelle, 15Quand’ecco servi e navicchier l’un l’altro Si strapazzano urlando: A noi la barca, Mille persone vuoi cacciarvi. Ohe basta. Tra l’esigere il nolo, e tra ’l legare

La mula al navicel si perde un’ora. 20Le insolenti zanzare e le ranocchie Ci sturbano il dormir. Di grosso vino Ciurmati vanno le lor belle assenti Barcajuolo e pedon cantando a gara. Questo alfin lasso s’addormenta, e quello 25Impoltronito al pascolo abbandona La mula, e lega la cavezza a un sasso: Poi si mette a russar col ventre all’aria. Giorno era omai quando ci fummo accorti Che la barca non va. Saltato a terra 30Un bizzarro cervel concia ben bene Alla mula e al padron la testa e i lombi Con un randel di salcio. Alle quattr’ore Di sole usciti fuor le mani e il viso, Feronia, ci lavammo al tuo bel fonte. 35Dopo pranzo tre miglia rampicando Giugnemmo a Terracina alto locata Su bianchi massi. Là venir dovea L’egregio e in un Cocceo Di grandi affari incaricati entrambo, 40Bravi a comporre i dissidenti amici. Mentr’ivi stommi gli occhi cispi ungendo Con nero empiastro, l’uno e l’altro arriva

Con Fonteo Capitone, uom veramente Fatto a pennello, e sì d’Antonio amico 45Che nessun altro più. Fummo contenti Di torci via da Fondi, ov’è pretore Aufidio Lusco, motteggiando assai D’un pazzo scrivanello il fasto vano, Pretesta, laticlavo e profumiera. 50Quindi a noi stanchi fu grata dimora La Formia ove la casa Murena dienne e Capiton la cena. Il giorno appresso a me giocondo e lieto Più che altro mai spuntò, che in Mondragone 55Plozio, Vario, e recommi innante. Più candid’alme unqua non ebbe il mondo, E a cui più forte amor mi leghi e stringa. Oh quai furo gli amplessi e il gioir nostro! Finchè sana ho la mente, a un dolce amico 60Io nulla mai pareggerò. Poi dienne Alloggio una villetta che dal ponte Campan poco è discosta, e i commissarj, Qual’è obbligo lor, le legna e il sale. Di là per tempo a scaricarsi in Capua antica 65Giunsero i muli. A Mecenate piacque Di giocare alla palla. Io con Virgilio

N’andammo a letto: che non è tal gioco Per chi pate mal d’occhi o mal di pancia. Quinci partiti oltre all’ostel di Caudio 70La ricca villa di Cocceo m’accolse. Or tu in breve Sermon, Musa, rammenta A me qual surse tra Cicerro Messio E Sarmento buffon fiero contrasto, E qual d’ambo costor fusse la schiatta. 75Messio dagli Osci trasse il nobil sangue; Sarmento ha viva ancor la sua padrona. A rissa vien l’illustre coppia; e primo Sarmento dice all’altro: veramente Tu somigli un indomito rozzone. 80Noi sorridiam. Messio risponde, ho inteso, Crollando il capo, e l’altro, o se non fosse Stato reciso alla tua fronte un corno, Che mai faresti, se scornato ancora Ardisci minacciar? Cicerro avea 85Da sozza circatrice a man sinistra Sformato il ceffo setoloso ed irto. Dopo molto burlar sul mal campano E su la brutta faccia, il prega a fare Il ballo del Ciclopo, non avendo 90Di maschera mestier nè di coturno.

Messio all’incontro il ricercò se appesa Avesse in voto la catena a i Lari. Bench’ei tenesse di scrivan l’ufficio, Non i suoi dritti la padrona avea 95Su lui perduti; e domandògli in fine Perch’ei fosse fuggito, essendo assai Per lui gracile e nano una ogni giorno Libra di farro a disfamarsi. In somma Con gran piacer si prolungò la cena. 100Tirammo diviato a Benevento, Dove l’oste a girare una spiedata Di magri tordi affaccendato, corse Gran rischio di bruciar; poichè la fiamma Per la vecchia cucina alto vagando 105S’affrettava a lambir le travi e il tetto. Veduto avresti allor padroni e servi Tutti affannati per salvar la cena, E in un bramosi d’ammorzar l’incendio. Qui comincia a scoprir Puglia le sue 110Riarse da Garbin note montagne, Dalle quai non avremmo unqua potuto Trar fuori il piè se alloggio non ne dava La prossimana villa di Trevico, Ove a noi fè lagrimar gli occhi il fumo

115D’accesi rami e foglie umide e verdi. Qui fino a mezza notte una ragazza Che mi mancò di fè, sciocco balordo Mi stetti ad aspettar tanto che scese Da’ desir vani a liberarmi il sonno. 120Fummo di là per ventiquattro miglia In biroccio condotti a un picciol borgo Che non ha luogo in latin verso; a’ segni È facile indicarlo. Ivi si vende Quel che per tutto è sì comun, fin l’acqua, 125Ma vi si trova un eccellente pane, Tal che in uso ha l’accorto viaggiante Di caricarne il dorso, e ha ben ragione, Perchè il pan di Canosa è tutto arena; Nè d’acqua meglio sta benchè sue mura 130Vanti fondate da Diomede il forte. Lì Vario mesto abbandonò gli amici In doglia e pianto. Di là poscia a Ruva Giugnemmo stanchi d’una lunga strada E rotta dalle piogge. Il dì seguente 135Miglior fu il tempo, ma peggior la via Fino a Bari città di pesciajuoli. Poi Egnazia fabbricata in ira a’ fiumi Sollazzo e riso ne recò volendo

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