Al divoto lettore
Egli è ben ventinove anni, che pubblicai questa mia traduzione di Tommaso da Kempis: in tutto il qual mezzo tempo non mi ricorda d’avervi messo l’occhio sopra, per rivederla. Ora parendomi da buon pezzo di sentirla desiderare, sono entrato in pensiero di farne una seconda Edizione: sperando poterla dare un po’ migliorata. Lo studio da me continuato sopra la lingua Italiana per questi non pochi anni, mi fece conoscere, che in alcuni luoghi io poteva aver meglio voltato l’autore, dove con più brevità, dove più proprio, dove con altro costrutto di parole: e che so io? Per la qual cosa ho messo mano a ripulirla, e migliorarla al possibile; per forma che agli amanti delle Toscane eleganze dovesse essere più gradita; ed alle persone divote, non pure non dovesse dar nessuno impedimento ad intendere ogni cosa, ma eziandio qualche piacere. Nondimeno a questi secondi io vorrei far un mio priego: che se a qualche passo, o voce talor s’abbattessero (che debbon esser pochissimi) dove vedessero poco lume, non vogliano correre a darne tosto la colpa a me: quando, a voler far le ragioni giuste, questo potrebbe anzi essere difetto loro, che mio conciossiachè non avendo essi presa dimestichezza, o non troppa, co’ maestri di questa lingua; non dee parer loro sì strano, che in alcuna voce, o modo di dire si scontrino, che loro sia nuovo. nel qual caso adoperandoci un poca di quella umiltà, per cui imparare si debbono esser messi a leggere questo libro; cerchino per alcuno, che loro spieghi quel passo: e così, dopo alcuni schiarimenti lor fatti, essi avranno bello ed inteso quest’opera da tutti i lati. Ben posso io promettere, che; avendo spezialmente rispetto a questi secondi; io mi sono studiato di levarne tutte le voci men conosciute, di dare a’ costrutti un giro più naturale, di toglierne parecchi ripieni ed altri vezzi di lingua, dove forse egli sarebbono incespicati; e nel fine d’aver fatta loro la via più agevole e piana che per me si potesse, senza offendere il valore, o togliere la nobiltà de’ concetti che doveva voltare. Ma questo medesimo alcuna rara volta mi costrinse d’usar qualche modo, che lor parrà oscuro: e ciò perchè l’equivalente più chiaro non c’è, ovvero io nol trovai. come al numero I. del capo VIIII. del libro II. dice l’Autore; Satis suaviter equitat, quem gratia Dei portat. Io avea già voltato così; Egli va a troppo grande agio chi è portato ec. non mi piacque per nulla. manca la metafora del cavalcare: ma questo cavalcare è basso alla presente materia. Adunque ho sostituito così; Va di portante assai comodo, chi è portato dalla grazia di Dio; che con modo nobile e grave rende a capello la figura e’l concetto dell’Autore. Ma quanti intenderanno questo Andar di portante? pochi per avventura. Sia con Dio. qui almen si parrà, che il Vocabolario della Crusca non fu da me ristampato pe’ morti. Ora nessuno si dee reputare a vergogna d’essere qualche volta mandato a leggere: che qual è colui, eziandio de’ più pratichi, che non debba essere qualche volta? Ciò sia per me detto a’ Lettori benevoli per mia buona discolpa. Del resto, se difetti saranno trovati (che sarà certo) nella mia traduzione, prego chi legge di perdonarmeli: che se nulla ritraggan di bene da questa fatica mia, ed egli vogliano comunicar meco il frutto delle loro orazioni; e come que’ Padri antichi dell’eremo, facciamo carità insieme.
I. Della imitazione di Cristo, e del disprezzo delle vanità del mondo.
1. Chi seguita me, non cammina nelle tenebre, dice il Signore. Queste sono parole di Cristo, con le quali confortaci d’imitare la vita, e le azioni sue, se noi vogliamo essere illuminati veracemente, e che ogni cecità ne sia rimossa dal cuore. Sia dunque nostro primo pensiere, di meditar la vita di Gesù Cristo.
2. La dottrina di Cristo avanza tutte le dottrine de’ Santi, e se altri ne avesse lo spirito, vi troverebbe den- tro la manna nascosta. Ma egli avviene, che molti per udire che facciano l’Evangelio frequentemente, se ne sentono però picciola brama, perciocchè non hanno lo spirito di Cristo. Ora se v’è chi voglia aver pieno e saporito intendimento delle parole di Cristo, fa di bisogno, ch’egli si studi di conformare la propria vita a quella di lui.
3. Qual pro ti fa di ragionar cose alte della Trinità, se tu manchi nella umiltà, perchè tu dispiaci alla Trinità? In verità i sublimi ragionamenti non fanno l’uomo santo, nè giusto; ma sì il vivere virtuoso lo fa caro a Dio. Amerei molto meglio di sentire la compunzione, che di saperne la definizione. Se tu avessi a mente le parole di tutta la Bibbia, e le sentenze di tutti i filosofi, che ti gioveria tutto questo senza la carità, e la grazia di Dio? Vanità delle vanità, e tutte le cose son vanità, salvo l’amar Dio, ed il servire a lui solo. Quest’è la somma sapienza; per lo disprezzo del mondo avviarsi al regno del cielo.
4. Egli è dunque vanità il procacciare delle ricchezze che hanno a mancare, ed in quelle avere fidanza. Ed è vanità l’aver ambizione d’onore, e levarsi in altezza di stato. Anche è vanità l’andar dietro agli appetiti della carne, e quello desiderare di che tu debba esser poi agramente punito. Vanità è bramar lunga vita, e del viver bene prendersi picciola cura. Vanità è il mirar solo alla vita presente, e le cose che sono a venire, non provvedere. Vanità è l’amar ciò, che con tutta velocità passa via, e non affrettarsi colà, dove il gaudio dura per sempre.
5. Ricordati sovente di quel proverbio: che la vista non si sazia per vedere, nè per sentire s’empie l’udito. Ti sforza adunque di svellere il cuor tuo dall’amore delle cose visibili, ed alle invisibili rivoltare te stesso. Imperciocchè quelli che seguitano i loro appetiti, macchiano la coscienza, e dissipano la grazia di Dio.
II. Del sentire bassamente di sè.
1. Egli è naturale ad ogni uomo il desiderio di sapere: ma il sapere senza il timor di Dio che rileva? Egli è in verità migliore l’umile contadino che serve a Dio, del superbo filosofo, il quale dimenticata la cura di se medesimo, specola il corso del cielo. Qualunque a pieno conosce se stesso, a se medesimo diventa vile, nè delle lodi degli uomini prende diletto. Se io sapessi tutte le cose del mondo, nè fossi in grazia, che mi gioverebbe davanti a Dio, il quale dee giudicarmi dall’opere?
2. Fa che tu ti rattempri dalla troppa cupidigia di sapere; perchè ivi si trova assai distrazione ed inganno. Coloro che sanno, amano d’esser veduti, e detti sapienti. Ci sono di molte cose, le quali a sapere, poco o nulla è giovamento per l’anima. Egli è assai pazzo colui, il quale ad altro intende, che a quelle cose, le quali servono alla propria salute. Le molte parole niente appagano l’anima; ma la santa vita riconforta la mente, e la coscienza monda porge grande fiducia appo Dio.
3. Quanto più e meglio tu sai, tanto sarai più distrettamente giudicato, ove tu non sia vissuto con più santitá. Non voler dunque levarti in alto per arte, o scienza che tu ti abbia: piuttosto temi della dottrina che ti fu conceduta. Se ti pare aver scienza di molte cose, ed in quelle essere assai profondo, bada però che sono troppo più quelle, che tu non sai. Non voler sentire altamente; ma piuttosto confessa la tua ignoranza. Perchè vuoi tu metterti innanzi ad alcuno; conciossiachè molti ci sieno più dotti, e più nella legge versati di te? Se nulla tu vuoi sapere, ed imparare utilmente, ama di non esser saputo, ed essere tenuto da nulla.
4. Quest’è altissima lezione e utilissima, il verace conoscimento, e lo spregio di se medesimo. Il non tener di sè verun conto, e degli altri sempre bene ed onorevolmente sentire, è gran sapienza e perfezione. Quando tu pur vedessi altrui apertamente commettere qualche peccato, eziandio de’ più gravi, non dovresti per questo tenerti migliore di lui, perciocchè tu non sai fino a quanto tu possi perseverare nel bene. Tutti quanti noi siamo fragili; ma tu nessun altro vorrai credere più fragile di te stesso.
III. Della Dottrina della verità.
1. Felice colui, il quale la verità per se stessa ammaestra, non per mezzo d’immagini e di voci che passano; ma così com’ella è in se medesima. La nostra opinione e il nostro sentimento spesse volte c’ingannano e veggono poco. Che giova mai il gran sofisticare di cose arcane ed oscure, delle quali, per non averle sapute, non saremo condannati nel dì del giudizio?
Grande stoltezza è, che noi trascurate le cose utili e necessarie, a bella posta attendiamo alle curiose e dannevoli. Avendo noi gli occhi, non ci veggiamo.
2. Or che ci prendiam noi pensiero intorno a’ generi, ed alla specie? Quegli, a cui parla l’eterno Verbo, si libera da una farraggine d’opinioni. Per lo solo Verbo tutte sono le cose, e lui solo tutte ci dicono, e questo è il principio, che parla anche a noi. Nessuno intende senza di lui, o giudica dirittamente. Quegli, a cui tutte le cose sono pur una, e ad una tutte le trae, e tutte in una le vede, può egli di cuore essere stabile, e pacificamente in Dio riposarsi. O Verità Dio, fammi teco una cosa in amore perpetuo. Spesse volte m’annoja il leggere, e l’ascoltar tante cose: in te tutto si trova, che io mi sappia volere, o desiderare. Si tacciano tutti i maestri; ammutoliscano tutte quante le creature davanti da te: a me parla tu solo.
3. Quanto altri più sia in se stesso raccolto, e più dell’animo semplice divenuto, tanto più cose, e più alte senza travaglio comprenderà; perciocchè egli di su riceve lume d’intelligenza. Lo spirito puro, semplice, e stabile non è distratto nelle molte faccende; perch’egli ogni cosa adopera all’onore di Dio, e si studia di rimanersi da ogni sua propria soddisfazione. Che è quello, che più c’im- pedisce e molesta, quanto l’immortificata affezion del tuo cuore? L’uomo divoto e dabbene prima dentro ordina le azioni sue, che egli dee recare in atto; nè quelle il traggono a’ desiderj del vizioso appetito, anzi esso le torce alla norma della diritta ragione. Chi è che sostenga più dura battaglia di quello, il quale si sforza di vincere se medesimo? Nostra occupazione dovrebb’essere questa; domare se stesso, e diventare ogni dì più sopra se stesso più forte, e in meglio alcuna cosa avanzarsi.
4. Non v’è perfezione in questa vita che non sia accompagnata da alcun difetto; ed ogni nostro speculare non è senza una qualche oscurità. L’umile conoscimento di te ti è strada a Dio più sicura della profonda investigazion della scienza. Non è da doversi incolpare la scienza, o qualunque altra semplice cognizione di cosa, la quale buona è inverso di se medesima riguardata, ed è ordinata da Dio; ma le si dee sempre mettere innanzi la buona coscienza, e la vita virtuosa. Ma perchè i più maggior pena si danno del sapere, che del ben vivere; perciò assai volte son trasviati, e portano picciolo frutto, o quasi nessuno.
5. Oh! fosse pure che tanta diligenza usassero a diradicare i vizi e ad innestar le virtù, quanta a mover questioni; che non ne seguirebbono gravi mali, e scandali nella gente, nè tanta rilassatezza ne’ monasteri. In verità, venuto il dì del giudizio, noi non saremo domandati di quello che avremo letto, ma sì di quello che avremo fatto; nè quanto leggiadramente parlato, ma quanto religiosamente vivuto. Or dimmi, dove son eglino adesso tutti que’ dottori e maestri, i quali tu ben conoscesti, mentre che essi viveano, e per istudio fiorivano? Le loro rendite oggimai altri possegono, e già non so bene se tengano di loro memoria. In vita sembravano essere qualche gran fatto, ed ora di loro nè pur si fa motto.
6. Oh come prestamente passa la gloria del mondo! Piacessse a Dio, che la vita di costoro si fosse accordata col loro sapere! Allora sì che utilmente avrebbono letto, e studiato. Quanti nel secolo per vana scienza periscono, che poca pena si danno del servizio di Dio! E perchè si eleggono d’esser piuttosto grandi che umili, perciò vaneggiano ne’ loro divisamenti. Grande veramente è colui, che ha gran carità. Grande veramente è colui che dentro da sè è piccolo, e tiene per nulla ogni altezza d’onore. Quegli con verità è prudente, che tutte le terrene cose reputa come sozzura per far guadagno di Cristo. E in vero quegli è dotto abbastanza, che fa il volere di Dio, ed il proprio abbandona.
IV. Della discrezione nell’operare.
1. Non è da dar fede a tutte le parole, nè ad ogni inclinazione; ma con accorgimento e con pazienza si dee disaminare la cosa secondo Dio. Ah miseria! spesse fiate più leggermente il male è creduto e detto degli altri, che non è il bene: cotanto noi siamo infermi! Gli uomini perfetti però non credono sì di leggeri a qualunque rapportatore; perciocchè sanno essi bene la fiacchezza dell’uomo al male inchinevole, e troppo sdrucciolevole nelle parole.
2. Ella è grande saviezza non essere alle opere precipitoso, nè perfidiare ne’ proprj sentimenti. A questa pure appartiene il non prestar credenza ad ogni cosa, che ti sia detta; nè le udite, o credute riversar di presente nell’altrui orecchie. Prendi consiglio da uomo saggio, e di buona coscienza, ed ama piuttosto di essere ammaestrato da migliore di te, che non di seguitare i tuoi ritrovamenti. La santa vita fa l’uomo saggio secondo Iddio, e conoscente di molte cose. Quanto altri sarà in se stesso più umile, e più a Dio soggetto, tanto sarà in tutte le cose più savio, e più riposato.
V. Della lettura delle sante Scritture.
1. Nelle sante Scritture si dee voler cercare la verità, e non l’eloquenza. Tutti i santi libri con quello spirito sono da leggere, che e’ furon dettati. Nelle Scritture si vuole ricercare anzi l’utile, che la sottilità del parlare. Così volentieri dobbiamo noi leggere i divoti e’ semplici libri, come i sublimi e’ profondi. Non ti muova l’autorità di chi scrive, se egli sia di grande, o di piccola letteratura; ma sì l’amore della pura verità a leggere ti conduca. Non indagar chi abbia detto la cotal cosa; ma a quello che è detto riguarda.
2. Gli uomini vanno al niente, ma la verità del Signore dura in eterno. Senza accettazion di persone in varie maniere ci parla Iddio. Ma la nostra curiosità spesse volte ci dà impedimento nella lezione delle Scritture, quando vogliamo intendere, e disaminare in que’ luoghi, ne’ quali sarebbe anzi da passar oltre semplicemente. Se tu vuoi cavarne profitto, leggi con umiltà, con semplicità e con fede, nè affettar mai il nome di saggio. Interroga di buon grado, e ascolta in silenzio le parole de’ Santi; nè avere in dispetto i proverbi de’ vecchi; perchè a caso non furono profferiti senza consiglio.
VI. Degli appetiti disordinati.
1. Qualunque volta l’uomo appetisce alcuna cosa disordinatamente, ne diventa subito inquieto in se stesso. Il superbo, e l’avaro non hanno mai posa: il povero e l’umile di spirito vivono in abbondanza di pace. L’uomo che non ancora perfettamente è morto dentro di sè, leggermente è tentato, e vinto in cose picciole e vili. Quegli che dello spirito è infermo, e ancora in certo modo carnale, e alle sensibili cose inclinato, a stento si può interamente disviluppare da’ desiderj terreni. E per questo frequentemente porta tristezza, quando se ne ritrae; leggermente ancora si cruccia, se alcun gli contrasta.
2. Come poi egli abbia conseguito quello che brama, di presente dalla reità della coscienza è gravato; perchè egli ha seguitata la sua passione, la quale niente gli giova ad aver quella pace, che egli cercò. Resistendo adunque alle passioni, e non loro servendo si trova la vera pace del cuore. Non è dunque pace nel cuore dell’uomo carnale, e non in chi è dato alle cose esteriori, ma sì nello spirituale e fervente.
VII. Del fuggire la vana speranza, e la superbia.
1. Vano è colui, il quale colloca la sua speranza negli uomini, o nelle cose create. Non ti vergognare di farti servo degli altri per l’amore di Gesù Cristo, e di comparire povero in questo mondo. Non ti appoggiare sopra te stesso, ma in Dio ferma la tua speranza. Fa quello che è in te, e Dio porgerà la mano al tuo buon volere. Non ti fidare nella tua scienza, o nell’accortezza di uomo che viva; ma piuttosto nella grazia di Dio, il quale dà ajuto agli umili, e deprime coloro, che presumono di se stessi.
2. Non ti gloriare delle ricchezze, se ne hai, nè degli amici, per esser potenti; ma sì di Dio, che dona tutto, e sopra ogni cosa vuole donare se stesso. Non ti gonfiare della grandezza, o della bellezza del corpo; ch’ella si guasta, e si disforma per picciola infermità. Non ti compiacere in te stesso della tua abilità, o del tuo ingegno: che tu ne verresti in odio a Dio, di cui tutto è, checchè tu ti abbia di naturale bontà.
3. Non ti tener migliore degli altri, che tu potresti esser peggiore a Dio, il quale vede quel d’entro. Non ti dar vanto delle opere buone; perchè altramenti stanno i giudizi di Dio da quelli degli uomini, al quale spesse volte dispiacciono quelle cose, che piacciono agli uomini. Se tu abbi alcun bene, credi meglio degli altri, per mantener l’umiltà. Non ti fa danno, se tu ti ponga sotto a tutti; ma ben ti nuoce assaissimo, se pure ad un solo ti metta sopra. Continua pace è con l’umile; ma nel cuor del superbo gelosia, e cruccio frequente.
VIII. Del fuggire la troppa dimestichezza.
1. Non t’aprire a chicchessia; ma con uomo saggio, e timoroso di Dio tratta le cose tue. Fa che tu sia di rado co’ giovani e con gli stranieri. I ricchi non carezzarli, ed a’ grandi non amar di lasciarti vedere. Usa con gli umili, e co’ semplici, co’ divoti, e co’ costumati, e di quelle cose ragiona, che sieno a edificazione. Non sii dimestico d’alcuna femmina; ma in generale raccomanda a Dio tutte le buone. A Dio solo, e agli angeli suoi ama d’essere famigliare, e schiva la conoscenza degli uomini.
2. A tutti si dee aver amore, ma l’intrinsichezza non torna bene. Alcuna volta avviene, che una persona sconosciuta, acquisti chiarezza per buona opinione: e la sua presenza appanna gli occhi di chi la vede. C’immaginiamo alle volte con l’addomesticarci, piacere altrui; laddove cominciamo a dispiacer loro, per la malvagia vita in noi conosciuta.
IX. Dell’obbedienza, e della soggezione.
1. Egli è assai gran bene lo starsi a obbedienza, il viver soggetto ad un superiore, e non esser libero di sè. Egli è più sicuro lo stare in soggezione, che in prefettura. Molti sono sotto obbedienza più per forza, che per amore: questi vivono in pena, e di leggeri ne mormorano. Ora costoro la libertà dello spirito non acquisteranno giammai, se per l’amore di Dio non si rendano altrui di tutto cuore soggetti. Corri qua, o là, non ti verrà mai trovato riposo, salvochè nell’umile soggezione al governo di un capo. Il fingersi luoghi migliori, e il cambiare ne ha tratto molti in inganno.
2. Vero è che ciascheduno volentieri seguita il proprio talento, e pende più verso coloro, i quali la sentono come lui; ma se tra di noi è Dio, bisogna che noi ci dipartiamo alcuna volta per lo ben della pace dal nostro sentire. Chi è così dotto, che possa pienamente sapere tutte le cose? Non voler dunque troppo fidarti nel tuo giudizio; ma ti contenta di prendere di buona voglia quello degli altri. Se buono è il tuo giudizio, e per amore di Dio tu il lasci, un altro seguendone, tu ne farai più guadagno.
3. Imperciocchè io ho udito dire più volte, ch’egli è più sicuro l’ascoltare, e ricever consiglio, di quello che darlo. Può ancora avvenire, che il parere di questo e di quello sia buono; ma il non volersi acquetare a quello degli altri, ove diritto e cagione alcuna il richiegga, è argomento di caparbietà e di superbia.
X. Del fuggire il soverchio parlare.
1. Guardati a tuo potere dal tumulto degli uomini; imperciocchè molto imbarazzano i discorsi delle secolari faccende, quantunque con semplice intenzione sien fatti: e noi restiamo facilmente imbrattati e presi dalla vanità. Io vorrei aver taciuto più volte, e non essere stato tra gli uomini. Ma donde nasce che noi sì volentieri parliamo, e tra di noi novelliamo, quando rade volte senza danno della coscienza ci rimettiamo in silenzio? Per ciò è che noi tanto favelliam di buon grado, perchè per i vicendevoli ragionamenti procacciamo sollazzo gli uni dagli altri, e il cuore dalle molteplici cure gravato desideriamo di ricreare; e assai diletto prendiamo del ragionare, e pensare di quelle cose, che molto amiamo e appetiamo, ovvero ci pungono.
2. Ma, ahimè! frequentemente a vuoto, e senza alcun pro. Imperciocchè questa consolazione esteriore, dell’interiore e divina non è picciolo detrimento. Però è da vegliare, ed orare, acciocchè il tempo non ci fugga, standoci indarno. Se ti è dato di parlare, e se ti vien bello, dì cose di edificazione. La mala usanza, e il non darci pena fanno a renderci trascurati sopra la nostra lingua. Giovano per altro non poco ad avanzamento per l’anima, le divote conferenze di cose spirituali; massimamente dove persone di spirito e di cuore conformi sieno insieme nel Signore raccolte.
XI. Dell’acquistar la pace, e dello studio di profittare.
1. Noi potremmo aver molta pace, se non fossimo vaghi di darci briga de’ fatti, e detti degli altri, e di quelle cose, ch’alla nostra cura niente appartengono. Come può lungamente tenersi in pace colui, che delle faccende altrui s’intramette, che ne cerca occasioni di fuori, che poco, o quasi non mai si raccoglie dentro da sè? Beati i semplici, perciocchè avrannosi molta pace.
2. Donde fu, che molti de’ Santi cotanto furon perfetti, e contemplativi? perchè posero ogni studio in mortificare se stessi da qualunque desiderio di terra; e pertanto poterono con tutte le midolle del cuore starsi attaccati a Dio, e a sè attendere liberamente. Troppo noi siamo impacciati dalle proprie nostre passioni, e troppo dalle cose passeggiere solleticati. Di rado ancora noi riportiamo pure d’un solo vizio compiuta vitto- ria, ed al quotidiano avanzamento ne accendiamo: ed è per questo, che ci rimanghiamo tiepidi e freddi.
3. Se noi fossimo del tutto morti a noi stessi, e niente di dentro invescati, potremmo allora sentir gusto eziandio delle cose divine, e qualche saggio provare della celeste contemplazione. Totale e massimo impedimento ci è, che noi non siamo franchi delle nostre passioni e cupidità, e non ci sforziamo d’entrare alla via perfetta de’ Santi, e quando pure leggier sinistro c’incontra, troppo presto cadiamo d’animo, e ci rivolgiamo alle consolazioni degli uomini.
4. Se noi da uomini prodi contendessimo di durarla nella battaglia, sì certo sopra di noi vedremmo l’ajuto del Signore dal cielo. Imperciocchè egli è presto d’ajutar chi combatte, e chi nella sua grazia si fida: egli che ne porge occasioni di pugna, per darne vittoria. Se noi pognamo il profitto della religione in queste osservanze esteriori soltanto, la nostra divozione sarà in breve finita. Mettiamo però la scure alla radice, sicchè ripurgati dalle passioni, la nostra mente tegnamo in pace.
5. Se ciascun anno estirpassimo un solo vizio, noi diverremmo in breve perfetti. Ma ora per lo più ci avveggiamo, che la cosa è tutta in contrario; conciossiachè noi ci troviamo essere stati migliori, e più puri nel principio della nostra conversione, che dopo molti anni di professione. Il fervore, e ’l profitto dovrebbe ogni dì crescer più; ma ora ci pare gran fatto, se altri sappia ritener parte del fervore primiero. Se picciola forza ci facessimo nel cominciare, allora potremmo d’indi in poi far ogni cosa con facilità, e con allegrezza.
6. Egli è grave a dismetter le usanze, ma grava più l’andare a ritroso della propria volontà. Or se tu non sai vincere le cose picciole e lievi, quando vincerai tu le più dure? Ripugna sulle prime alle tue inclinazioni, e disvézzati dal cattivo costume, che per avventura non ti conduca a poco a poco a maggiore difficoltà. Oh! se attendessi di quanta pace a te, e di quanta allegrezza agli altri tu saresti cagione reggendoti bene, credo io che più saresti sollecito del tuo profitto spirituale.
XII. Dell’utile delle avversità.
1. Egli è bene per noi, che alcuna volta sostegnamo qualche travaglio, e contrarietà; perchè spesso fanno ritornar l’uomo al cuore, ed accorgere ch’egli è in uno esiglio, nè riporre la sua speranza in cosa del mondo. Ci torna pur bene di patire talvolta contraddizioni, e che altri reamente e sinistramente senta di noi, benchè il nostro operare, e la intenzione sia buona. Ciò soventi volte giova a tenerci in umiltà, e dalla vanagloria ci guarda. Imperciocchè allora è che meglio noi addomandiamo Dio testimonio di dentro, quando di fuori siamo vilipesi dagli uomini, e non troviamo presso lor troppa fede.
2. Pertanto dovrebbe l’uomo in tal guisa fermare se stesso in Dio, che non gli facesse bisogno di cercare molte consolazioni dagli uomini. Quando l’uomo dabbene è afflitto, o tentato, o da cattive immaginazioni nojato, allora conosce d’essere più bisognoso di Dio, senza il quale sente egli di non poter nessun bene. Allora pure s’attrista, geme, ed ora per le miserie che soffre. allora gli pesa di più avanti vivere, e brama che venga la morte, che lo sciolga dal corpo, e il faccia viver con Cristo. allora s’avvede anche bene, che sicurezza perfetta e compiuta pace nel mondo non si può dare.
XIII. Del resistere alle tentazioni.
1. Infinattantochè noi viviamo in questo mondo, non ci possiamo essere senza tribolazione, e tentazione. Onde è scritto in Giobbe; Tentazione è la vita dell’uomo sopra la terra. Per questo dovrebbe ciascuno esser sollecito sopra le sue tentazioni, e vegliare in preghiere, acciocchè il diavolo non trovi opportunità d’ingannarci; egli che mai non dorme, ma va cercando attorno come alcuno se ne divori. Nessuno è perfetto e santo così, che alcuna volta non sia combattuto da tentazioni; e non possiam esserne del tutto senza.
2. Sono tuttavia spesse volte le tentazioni assai profittevoli all’uomo, comechè gravi sieno e moleste; perchè in quelle è egli umiliato, ripurgato, ed ammaestrato. Tutti i Santi passarono per mezzo a molte tribolazioni, e tentazioni, e ne migliorarono; ma quegli che non seppero sostenerle, si son fatti reprobi, ed apostatarono. Non v’è ordine così santo, nè tanto appartato luogo, che non vi si trovino tentazioni, nè avversità.
3. Non è l’uomo, finchè egli vive, affatto sicuro da tentazioni: perocchè in noi è quello, onde siamo tentati, da che fummo ingenerati di concupiscenza. Come una tentazione, o tribolazione dato abbia luogo, così tosto un’altra ne sopravviene; e sempre abbiamo che sofferire, avendo noi perduto il bene della nostra felicità. Molti procacciano di fuggire le tentazioni, e vi inciampano con più pericolo. Per lo solo fuggire noi non possiamo riportare vittoria; ma per la pazienza, e vera umiltà acquistiamo più forza sopra tutti i nemici.
4. Qualunque si guarda soltanto dal mal di fuori, nè sbarbica la radice, farà picciol profitto; anzi più presto si sentirà tornare le tentazioni, e peggiori. A poco a poco, e per sofferenza e longanimità tu potrai meglio col favor di Dio superarle, che non faresti con importuna durezza. Nella tentazione prendi frequentemente consiglio, ed a colui ch’è tentato non esser aspro; ma dagli quella consolazione, che tu ameresti per te medesimo.
5. Principio di tutte le cattive tentazioni è l’incostanza dell’animo, e il poco fidarsi in Dio. Imperciocchè siccome una nave senza timone, di qua e di là è sbattuta da’ flutti; così l’uomo rimesso, e che il suo proponimento abbandona, in vario modo è tentato. Il fuoco fa prova del ferro, e la tentazione dell’uomo giusto. Molte volte noi non sappiamo quel che possiamo, nè quello che siamo; ma la tentazione ce ne fa accorti. È da vegliar nonpertanto, nel principio massimamente della tentazione; poichè allora più agevolmente è vinto il nemico, se a niun patto gli sia permesso d’entrare per la porta dell’anima; ma fuor dalla soglia, tosto che egli abbia battuto, gli siamo incontro. Onde un certo ebbe a dire:
A’ principj t’oppon; se tu ritardi, Prende il mal forza, ed il rimedio è tardi.
Imperciocchè da prima s’appresenta alla mente la semplice idea; di poi una gagliarda immaginazione; quindi la dilettazione, ed il movimento cattivo, e appresso il consentimento. E così passo passo entra affatto il maligno avversario, se da principio non gli sia fatta forza. E quanto altri più a resistergli sia stato pigro, tanto egli in sè diventa ogni giorno più debole, e il nemico sopra di lui più potente.
6. Alcuni al principio della lor conversione sostengono tentazioni più gravi, e altri nel fine. Alcuni poi quasi tutta la loro vita ne son travagliati. Alcuni altri anzi leggermente che sono tentati, secondo la sapienza, e la discrezione della divina provvidenza, la quale bilancia gli stati, e i meriti degli uomini, e tutte le cose preordina alla salute de’ suoi eletti.
7. Per la qual cosa noi non dobbiamo perdere la speranza, quando siamo tentati, anzi vie più fervoro- samente pregare Iddio, perchè egli degni donarci ajuto in ogni nostra tribolazione; il quale in vero, secondo il detto di Paolo, ci darà colla tentazione tale soccorso da poter sostenerla. Abbassiamo dunque le anime nostre sotto la mano di Dio in ogni tentazione, e tribolazione; perciocchè egli salverà gli umili di spirito, e li metterà in alto.
8. Nelle tentazioni e tribolazioni si prova l’uomo, quanto ha profittato, ne trae maggior merito, e meglio si pare la sua virtù. Nè è gran cosa che l’uomo sia divoto e servente, quando non sente gravezza; ma se egli con pazienza si regge nel tempo dell’avversità, prenda speranza di gran profitto. Alcuni si difendono dalle gravi tentazioni, e nelle picciole d’ogni giorno spesse volte son vinti: acciocchè umiliati non si fidino mai di se medesimi nelle grandi, che nelle sì picciole vengono meno.
XIV. Del vietare i giudizi temerari.
1. Ripiega lo sguardo a te stesso, e guardati dal giudicare de’ fatti altrui. Nel giudicare gli altri l’uomo si travaglia senza alcun pro, erra assai volte, e facilmente pecca: ma nel giudicare ed esaminar se medesimo sempre fruttuosamente s’adopera. Secondochè alcuna cosa ci è a cuore, così frequentemente ne giudichiamo: imperciocchè agevolmente smarriamo il retto giudizio per privata affezione. Se Iddio fosse ad ogni ora semplice fine del nostro desiderare, noi non saremmo sì di leggieri turbati, per contraddire che altri facesse al nostro sentimento.
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