Read here

Viaggio in Sicilia

Auguste Marmont · 1840 · Free in the US

35,503 words · about 2 h 29 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
About this edition

Free in the US: this text is in the public domain in the United States; it may still be in copyright elsewhere.

Licence: PD-US · Published in 1840 (before 1931): public domain in the United States. Text and transcription from it Wikisource by Wikisource contributors (transcription licensed CC BY-SA 4.0; contributors: https://it.wikisource.org/w/index.php?title=Viaggio_in_Sicilia&action=history). · Wikisource contributors

Text from Wikisource and set out for reading on screen; no words of the book are rewritten or summarized. How RedLectern is built

About this book

Author
Auguste Marmont
Language
Italian
Published
1840
Length
35,503 words · about 2 h 29 min
Sections
16 reader sections
Text
Digital text
Rights
Public domain in the United States

 

Contents (16)

Continue:

Front matter

ct ct ct ct ct

ct ct ct

Indice

Introduzione

ct

Dopo il lungo viaggio che io aveva compiuto, mi era mestieri di riposo, e il mezzogiorno d'Italia, dov'era sbarcato, m'allettava a gioirne. Oggetto della curiosità di tutta Europa, questa terra mi era quasi sconosciuta, chè appena io aveva veduto Roma in passando all'epoca della pace di Tolentino. Giovine che era, ed infiammato di quella febbre, che viene dall'ebbrezza dei trionfi guerreschi, dall'amor della gloria, dai sogni della fortuna, dalla vaghezza de' piaceri, non trassi dal mio soggiorno a Roma alcun frutto. Città di meditazione, di studio e di reminiscenze, essa vien difficilmente apprezzata da coloro, la cui vita è concentrata nei godimenti del presente e nella speranza dell'avvenire; ma ora, credendola risponder meglio alle disposizioni della mia mente, presi la risoluzione di starvi a dimora per qualche tempo. Io non aveva del pari veduto Napoli, terra in cui sembra che Iddio abbia largheggiati tutti i beni di cui può ricolmare gli uomini, laonde spesi un intiero anno a visitare a mio bell'agio questi due paesi.

L'aspetto di Roma e le impressioni che produsse in me, non corrisposero da principio alla mia aspettativa. Reduce dall'Oriente e l'animo ancor ripieno delle reminiscenze di que' colossali monumenti egiziani, che un clima che ben dir si potrebbe conservatore, ha rispettato attraverso una successione di secoli, non trovai punto riguardevoli le ruine onde son sparsi i dintorni di Roma: masse informi di sterminati edifizj in calce e mattone, ecco ciò che attrae e ferma gli sguardi, e senza il Coliseo, il Panteon e gli acquedotti, il viaggiatore non iscorgerebbe alcun vestigio della grandezza e dello splendore di Roma antica.

Il superbo edifizio eretto da' moderni, San Pietro, tempio degno in vero dell'Eterno, opera la più grandiosa de' tempi prossimi al nostro, solo vince l'immaginazione: nè può esservi chi si stanchi d'ammirare questo capolavoro, a cui le arti tutte hanno contribuito decorandolo delle maraviglie loro. Tuttavolta altri com'io potrebbe rimpiangere che non sia costrutto nello stile gotico, che sarebbe stato meglio in armonia colla sublime destinazione di questo monumento: serio e grave questo genere d'architettura, provoca alla meditazione ed al silenzio, desta il sentimento religioso. A San Pietro uno splendore importuno rammemora innanzi tratto il lusso del mondo e delle belle arti: i nostri santi misterj non s'affanno a tali pompe sfolgorate.

Certamente Roma offre l'immagine della Chiesa trionfante, come Gerusalemme quella della Chiesa umiliata e militante; ma nel suo trionfo stesso, la Chiesa non deve esser punto privata del carattere proprio della religione cristiana, che ha santificato la tristezza, il raccoglimento ed il dolore.

È dunque la Roma moderna e cattolica che di primo tratto attrae il viaggiatore; ma ogni giorno che vi si passa, senza affievolire le prime sensazioni, ne reca delle nuove: nessuno può stanziare in Roma senza ridursi ben presto a mente, che abitata dai signori del mondo, fu teatro di mille vicende, le cui circostanze si rammemorano ad ogni passo.

Fu in Roma di fatti, che venne decisa la sorte di tutti i popoli. Questa città fondata sotto gli auspicii della violenza e della sete del bottino, e sorta da umili principii, non tardò a divenire l'apice d'un ordine sociale, che abbracciò il mondo, e diede ai Romani il dominio universale, tanto è forte una aggregazione, i cui membri rimangono sempre congiunti! E tuttavolta quanto vi furono frequenti le intestine dissensioni! Ma i loro risultati furono costantemente favorevoli al pubblico impero, imperocchè il popolo sempre vincitore nelle sue lotte contro i patrizj, non abusò mai della vittoria; e, cosa ammirabile, molte volte divenuto assoluto padrone della repubblica, abdicò volonterosamente al potere per rimetterlo a' suoi rivali, più abili di lui nel farne uso pel comune vantaggio: stupenda moderazione, e che ora punto non si comprende.

Era ne' destini di Roma, di richiamare sopra di sè gli sguardi del mondo. Appena ella ebbe perduto l'impero fondato dalle armi, che fu investita di una nuova autorità, la quale pare invincibile, ed i cui atti più segnalati e più consueti furono una opposizione alla tirannia de' forti, una guerra a favore de' deboli.

Oggidì Roma, capitale della cristianità, asilo aperto ad ogni infortunio, offre a tutti le dolcezze inesprimibili d'una dolce libertà pratica. Tutti vi attendono alle ricerche istoriche, e nelle passeggiate spesso favorite da un bel cielo, vanno a riconoscere i luoghi che furono celebri. In tali istanti i più piccoli frantumi parlano alla immaginazione, e se dapprincipio ne prese stupore delle poche cose che scoprivamo, dopo alcuni mesi attoniti rimaniamo delle grandi ricchezze che ne danno sott'occhio.

Lo studio di Roma è dunque un oggetto della maggior attrattiva: tuttavolta malgrado l'ardore e l'inclinazione con cui mi vi sono applicato, malgrado i piaceri che questi lavori mi hanno fatto provare, non credo che tocchi a me renderne conto. Che cosa dire di nuovo, d'interessante dopo quella moltitudine di dotti viaggiatori che quasi tutti hanno scritto intorno a Roma, che tutti hanno conservate le memorie delle proprie sensazioni? Sarebbe troppa presunzione innalzare la voce. Spetta agli artisti d'un ordine elevato a discorrere delle maraviglie che le belle arti produssero in questa città, dove il loro genio par che domini interamente. In quanto alla storia antica, spetta ai dotti, la cui vita è stata spesa a schiarire i suoi misteri, a' quali bisogna ricorrere se si vuole illuminarsi. Un uomo di mondo deve seguire le tracce d'un di loro, e piegare il suo spirito sotto l'autorità delle sentenze del maestro che si è scelto, poichè se le sue riflessioni individuali gli inspirano alcun dubbio, non potrebbe stabilire fermamente le sue opinioni, se non dopo di essersi applicato a lunghe ricerche, e spesso a studii superiori alle sue forze.

Non potendo recare alcun nuovo schiarimento, è meglio tacere; e pure lo stato sociale di Roma, che non ha nulla di rassomigliante con quello delle altre città, meriterebbe d'essere descritto. Ma oltre la considerazione che altri l'hanno già fatto, varie mie ragioni mi impongono a rinunziare di farne la pittura.

Non parlerò egualmente di Napoli.

Come oserei tentare di dipingere un paese il cui proprio carattere è di adunare tutte le bellezze sparse nelle altre parti del mondo? Maravigliose varietà della natura, dolcezza d'un clima stupendo, aspetto del mare che opera sì possentemente sull'animo; reminiscenze che trascinano lo spirito alla meditazione ed a melanconiche fantasie; popolazione immensa, attiva, laboriosa, tutto vi si ritrova, e tutto vi è così straordinario per modo, che quasi basta il solo sentimento dell'esistenza a gustare una tal quale felicità. Quanto alle antichità, esse danno a Napoli un carattere diverso di Roma: esse si ricongiungono certamente ai diritti della storia, ma il loro merito speciale è d'insegnare i costumi e le consuetudini giornaliere de' tempi passati.

La scoperta d'Ercolano e quella di Pompeja dopo, hanno dato, se è permesso di così esprimerci, il modo di cogliere l'antichità sul fatto. Gli abitanti di queste ricche e prosperose città, sorpresi improvvisamente da un'orribile catastrofe e colpiti di morte in mezzo al tumulto delle loro faccende e de' loro piaceri, hanno lasciate le loro case com'essi le occupavano alcuni giorni prima.

Vi si trova i loro arredi, gli attrezzi di cui si servivano, tutti i particolari della loro vita domestica, e sono così diversi de' nostri, che noi stentiamo a comprenderli. Tuttavolta si ammira l'eleganza e il buon gusto di cui sono impressi gli oggetti più comuni, e si è maravigliati nello scorgere che vi si abbia consacrati delle forme e degli ornamenti appena in uso da noi in mezzo alla sontuosità del nostro lusso moderno.

Ma una sensazione che il viaggiatore deve ricercare, è quella che produce l'aspetto di Pompeja in una notte d'estate rischiarata da un debole raggio di luna. Di giorno si distinguono troppo visibilmente gli effetti della distruzione; al chiaro di luna si scorgono soltanto le masse, e quelle che si compongono di colonne, di teatri, d'archi trionfali, d'anfiteatri, di linee continuate di edifici, fiancheggianti le contrade, non solamente si presentano in tutta la loro reale bellezza, ma di più abbellite ed ingrandite da quella lieve oscurità, che lascia a mala pena vedere ma non giudicare. E poi il Vesuvio è collocato così da vicino, il Vesuvio che sembra minacciare al suo prossimo risvegliamento un disastro simile a quello che, or sono mille settecentocinquant'otto anni, fece sparire Pompeja in poco d'ora, ingojò o disperse i suoi abitanti, ricolmò il suo porto, e fece dare addietro le spiagge del mare!

Nel silenzio della notte, lo spirito, scosso fortemente, si trasporta per una naturale propensione e pieno d'allettamenti verso ciò che allora esisteva, si gode quasi a rifare il passato, a comporne il quadro; sotto la forza delle sue illusioni, gli estinti escono dalla tomba, si rianimano di nuova vita, e per alcuni istanti i sogni dell'immaginazione prendono l'apparenza della realtà.

Se ho stimato cosa inopportuna parlare di Roma e di Napoli, non è lo stesso riguardo la Sicilia. Questo regno, che fu celebre nell'antichità, è situato ai confini d'Europa; fu visitato solamente da pochi viaggiatori, ed è per conseguenza poco conosciuto: mille relazioni si contraddicono sul suo conto. Alcuni, rammentandosi la sua antica floridezza, e ciò che potrebbe essere, ne fanno il più bel paese della terra; altri, non ci vedendo che la sua presente miseria, calunniano i suoi costumi, e li rigettano ingiustamente nel cerchio della barbarie.

Come di tutti i paesi, così della Sicilia si può dire bene e male: avvi principalmente da dipingere una situazione eccezionale ignorata, e che può importare di conoscere; ed è quello che mi induce a pubblicare questa appendice al mio viaggio in Oriente. Ma prima che io incominci la mia narrazione, sarà ottimo consiglio di porgere un'idea generale del paese, e di presentare un compendio rapido della sua storia.

Saggio storico intorno la Sicilia

ct ct ct

Nessuno dubita che la Sicilia fosse unita un tempo al continente: l'Etna, continuazione delle catene degli Appennini, apparteneva alla terra ferma, ed un cataclisma ne lo avrà separata. Spesso lunghe catene, dopo essersi abbassate, si rialzano alle loro estremità, e presentano i punti più elevati del loro sviluppo al momento in cui sono vicini a finire. Lo stesso accade delle alpi di Albania o di Grecia: esse terminano con una vasta penisola che ricorda il mezzogiorno d'Italia prima che una scossa sotterranea ne rompesse l'istmo pel quale la Sicilia si congiungeva alla Calabria.

Quando quest'istmo fu spezzato, la Sicilia divenne l'isola più grande del Mediterraneo, e gli speroni del monte Etna formarono, schiudendosi, i varii bacini che la compongono. La sua figura triangolare, formata da tre capi principali che si protendono nel mare, fece chiamare la Sicilia con diversi nomi tolti dalla sua forma.

Dapprima nominata Trinacria e Triquetra sotto ai Romani, le antiche medaglie recavano per simbolo di essa tre gambe unite da una testa, e la sua grande fertilità era raffigurata da una spiga posta tra ogni gamba.

Le tradizioni della Sicilia si confondono con le prime età del mondo; e l'importanza di questo paese ha mutato a differenti epoche della sua storia; ma essa fu celebre sin da' tempi favolosi. Culla degli Dei, dicesi che vi regnasse Saturno; Giove abitasse l'Etna; Cerere e Proserpina i campi di Enna; Minerva di Himera; Diana Ortigia; Apollo conducesse a pascere il gregge ne' vasti pascoli dell'isola; Vulcano allestisse la folgore nelle caverne dell'Etna; Giove facesse la ninfa Talia madre de' Palicii, e Dafne fosse debitrice del giorno a Mercurio, intanto che Venere lasciava il soggiorno di Gnido per quello di Ericia.

L'origine de' primi abitanti della Sicilia è ravvolta nell'oscurità, nelle favole e nelle finzioni. Il capitolo X della Genesi riferisce che Elisa, Cetthim e Donanim, figliuoli di Javan, divisero tra loro le isole delle nazioni. Alcuni cronologisti adottarono la supposizione che la Sicilia fosse toccata al maggiore. Varie colonie, attirate dalla bellezza del clima, vennero a stabilirvisi: fra le quali furonvi i Sicani, provenienti, a quanto affermasi, dalla Spagna: questi la chiamarono Sicania, e fu loro territorio il mezzogiorno dell'isola, tra i capi Passaro e Boeo. Più tardi, milletrecento anni prima di Gesù Cristo, due colonie giunte dall'Italia su delle zattere e comandate da un capo per nome , si stabilirono nell'isola, sicchè le venne il nome di Sicilia.

Questa popolazione s'accrebbe: abitando principalmente l'interno, compose il popolo primitivo. Colonie fenicie, tratte dall'utile del commercio, vi si stabilirono, e trecento anni dopo, i Greci vi vennero in gran nu-

mero. Ogni città ragguardevole della Grecia fondò stabilimenti sulla riva del mare o poco lontano; vi si moltiplicarono, e quel paese fu detto la terra de' Greci, o la Magna Grecia. Introdussero l'uso della loro lingua in Sicilia; quella de' Siculi e la fenicia essendovi già parlate, i Siciliani ricevettero il soprannome di Trilingue, o popoli di tre lingue.

Una cosa che merita d'essere notata è lo stato ognor florido delle numerose colonie degli antichi, ed è certamente interessante il ricercare com'esse ne sieno venute a capo. Diretti d'ordinario sopra paesi fertili e poco abitati, avevano certamente in loro stessi elementi di prosperità, ma adesso gli stabilimenti che formano gli Europei, sono spesso in simili condizioni, e di rado ottengono un successo completo. Donde proviene questa differenza? e quale ne è la cagione? Io mi proverò ad accennarla. Dapprima le colonie antiche, disposte sempre sopra un piccolo spazio, ed a brevi distanze, potevano, ne' loro principii, trovare presso i loro vecchi concittadini i soccorsi e il sostegno di cui avevano mestieri; ne' tempi moderni è in capo al mondo che vanno a stabilirsi le colonie. Ma un'altra ragione più forte spiega la differenza de' risultati: nell'antichità le colonie erano unicamente create per loro proprio vantaggio; adesso, lo sono pel vantaggio e pel servigio della madre patria; e la madre patria non è una città, una piccola aggregazione, ma un vasto paese in cui nessun spirito di famiglia può attaccarsi alle idee politiche.

Un tempo, qualche migliajo di persone si radunavano per recarsi a fondare una città. Al momento della partenza la popolazione da cui uscivano,

dava loro un capo supremo, e tutti i mezzi materiali di cui potevano abbisognare. Questa novella società, padrona assoluta delle proprie azioni, faceva tutto quello che credeva utile alla propria conservazione ed alla sua prosperità, senza alcun obbligo, senza alcun aggravio verso la metropoli, la quale ella non conosceva che pei beneficii.

Un sol patto le era imposto: doveva sempre rivolgersi alla madre patria per avere i suoi gran sacerdoti; questa doveva sempre provvedernela; da ciò venne un vincolo costante. I sacrificii offerti alle stesse divinità e la ricordanza d'una stessa origine erano sentimenti così durevoli, che nulla avrebbe potuto distruggere, e se relazioni commerciali venivano a stringere i vincoli morali, sì forti e nel tempo stesso così leggeri a sopportare, gli interessi comuni guarentivano la costanza delle relazioni destinate ad assicurarsi reciproci soccorsi nel bisogno.

Il politeismo, a cagione della diffe- renza e del gran numero de' culti e delle credenze, doveva stabilire maggior intimità nelle relazioni delle città tra loro che le religioni attuali, le cui divisioni s'allargano alle grandi masse ed a milioni d'individui.

Fra i popoli della Sicilia trovansi i Lisofagi, i Feaci ed i Ciclopi, stimati i più antichi. Supponesi che questi ultimi, applicati al lavoro de' metalli ed alla scavazione delle miniere, e costretti a recare una lanterna per rischiarare i luoghi sotterranei, avevano adottato l'uso di applicarla al loro fronte, donde sarebbe derivata la favola che loro vedessero da un sol occhio.

I Greci venuti a stanziare nella Sicilia vi recarono il loro spirito, la loro attività, il loro genio. Essi fondarono in ogni parte grandi città, dove la democrazia, che sulle prime aveva séguito, quasi per tutto fece luogo ben presto alla tirannia, a cui sempre conduce, perocchè non è nella natura sua di sopportare a lungo quella vita agitata e turbolenta che vien seguace al- l'esser suo, e nella scelta dell'ordine politico che le succede; ella s'accomoda più agevolmente alla tirannia, la quale non esclude l'eguaglianza, che non all'aristocrazia, sebbene questa più energica, più potente, più costante nel suo cammino, assicuri vie meglio il riposo e la tranquillità de' popoli. Se non che la democrazia aveva in antico tutt'altro carattere che i nostri giorni, essendo allora la schiavitù, di presente ignota all'Europa, uno degli elementi della società.

La Sicilia fu dunque soggetta ad un gran numero di tiranni, e ne consacrò la memoria nei suoi canti:

Sicilia, di tiranni antico nido, Vide trista Agatocle acerbo e crudo, E vide i dispietati Dionigi, E quel che fece il crudo fabro ignudo Gittare il primo doloroso strido. E far nell'arte sua primi vestigi.

Alcuni grandi uomini illustrarono il potere di che furono rivestiti, e Dionigi il vecchio, Gelone, i due Jeroni ed Agatocle, che si succedettero in Siracusa, recarono questa città a un grado di splendore, la cui memoria tuttora ci abbaglia. Di tal guisa Siracusa divenne quasi la città capitale di tutto il paese così rispetto alla potenza, come rispetto alla coltura.

Cartagine non poteva non agognare a dividere le ricchezze della Sicilia, essendole così vicina, e tanto soverchiando di potenza: di qui le lunghe guerre che le colonie greche combatterono contro di essa con diversa fortuna. In capo a lunghe pugne, la parte occidentale della Sicilia cadde in signoria di Cartagine, e dopo un alternarsi di vittorie e rovesci la conquista di Selinota e di Agrigento ne fissò i limiti al fiume Hypsa (Belici), mentre Palermo vi era pur compreso sulla costa settentrionale.

Ma sopravvennero i Romani. Chiamati da' Greci, infiacchiti dalle loro lunghe divisioni, d'alleati divennero parte principale, e combatterono per proprio conto i Cartaginesi, loro nemici, e più degni emuli loro. La Sicilia fu più volte il campo di battaglia della lunga lotta fra questi due popoli, i più potenti del mondo, e per più d'un secolo il suo suolo fecondossi del loro sangue. In appresso, ridotta alla condizione di provincia romana, perdette il suo splendore, e non fu più altro che il granajo di Roma, e una sorgente di ricchezze pei proconsoli che la governavano. Sul declinare dell'impero la Sicilia fu gravata da tremende sciagure. Più volte invasa da Barbari, che inondarono l'Italia, liberata più volte dagli eserciti degl'imperatori di Costantinopoli, cadde alla perfine, dopo mille disastri, in preda d'altri Barbari.

I Saraceni, che venivan d'Affrica, ma che in origine eransi dipartiti dall'Asia e dalle rive del Mar Rosso, e discendevano da una tribù dell'Arabia Petrea, del nome medesimo tuttora sussistente, profittarono delle turbo-

lenze che desolavano la Sicilia per taglieggiarla. Una flotta allestita da , califfo di Damasco, li portò la prima volta nel 619 in quest'isola, di cui dovevano un giorno impossessarsi.

, uno de' più grandi signori di Sicilia, e comandante d'un numeroso corpo di truppe, s'innamora perdutamente d'una monaca, e la rapisce: l'imperatore ordina la mutilazione e la morte del colpevole. Sostenuto da' suoi soldati, Eufemio sorge a rivolta, si fa proclamare imperatore, chiama in suo soccorso i Saraceni d'Affrica, fa alleanza con essi, e nell'827 un esercito di quarantamila uomini accorre in ajuto dell'usurpatore e re. Bentosto la Sicilia intiera, tranne Siracusa e Taormina, cade in servitù de' Saraceni.

Di questa guisa cadono gli imperi: scoppiano intestine discordie: la parte più debole invoca lo straniero in ajuto, e questi non è tardo a porre gli interessi suoi nel luogo degli interessi di coloro in cui servigio è ve- nuto. Lo stesso spettacolo era già stato offerto nella Spagna dal conte Giuliano, che vi aveva tratto gli Arabi, di cui ben presto non fu altro se non lo strumento: esso fu rinnovato in Francia nel secolo decimoquinto, ma allora un miracolo salvò la patria.

La lunga dominazione de' Saraceni nella Sicilia non andò franca da turbolenze, e in capo a dugent'anni si infiacchì. Allora comparvero i Normanni, i quali, conquistata la Puglia e la Calabria, penetrarono nell'isola nel 1061. Indi a undici anni, , ultimo figlio di Tancredi, l'aveva tutta occupata, e vi regnava con titolo di conte. Affine d'aggiungere alla sua autorità il poter morale, necessario sussidio a tutte le imprese degli uomini, pose sotto l'alto dominio del papa il paese conquistato, e ristabilì la primazia del sommo pontefice sulla Sicilia, la quale trovavasi allora sotto la giurisdizione primaziale del patriarca di Costantinopoli, avendovi i papi rinunziato da tre secoli. In ricam- bio Rogieri ottiene per sè e per i suoi successori l'autorità di legato a latere della Santa Sede, di cui godono ancora i re di Sicilia.

, suo figlio, aggiunse a suoi possedimenti la Calabria, la Puglia, Napoli e Capua, che pose sotto le dirette sue leggi, o rendè tributarie. La sua autorità, spesso posta in disputa, fu all'ultimo riconosciuta, ed egli, dopo aver ricevuto dall'antipapa Anacleto il titolo di re, ottenne più tardi che la validità di questo titolo gli fosse ratificata da papa Innocenzo II, caduto nelle sue mani in forza de' diritti di guerra. Egli ricevette inoltre la regolare investitura della Sicilia, sulla quale i papi fanno risalire i lor dritti ad una donazione di Lodovico il Pio, figliuolo di Carlo Magno, che la Si-

cilia mai non possedette, e fu da papa Luciano II confermato nel godimento delle dignità ecclesiastiche concesse al padre suo da papa Urbano, ed autorizzato a portarne i distintivi.

Rogieri, padrone dell'Italia meridionale, invase le isole della Grecia, conquistò Corfù ed Atene, ed avviò nella Sicilia un'industria di gran prodotto, introducendovi la coltivazione de' bachi da seta. In appresso spedì uno de' suoi generali a prender Tripoli sulla costa d'Africa, ed a distruggere quel nido di pirati. La sua flotta portasi eziandio sotto le mura di Costantinopoli, e ne incendia i sobborghi; tornandone, sbaraglia quella dell'imperator greco Manuele, libera Luigi il Giovine, re di Francia, che vi si trovava prigioniero, e lo riconduce ne' suoi Stati dopo avergli reso le magnificenze maggiori.

Ma Rogieri morì nel punto in cui, cogliendo il destro delle discordie che fervevano tra i principi dell'Africa, stava per insignorirsi delle loro provincie. L'illustre principe, la cui vita fu delle più operose, con validi incoraggiamenti protesse le scienze e i dotti. Sotto il suo regno de' mercatanti siciliani, che eransi condotti nell'Asia, ne riportarono la canna da zuccaro, la quale primitivamente coltivata in Sicilia, poscia trasportata in Ispagna, ed in appresso nel nuovo mondo, quivi divenne sorgente di immense ricchezze.

I due Rogieri ebbero per successori quattro altri sovrani della stessa dinastia, la quale, dopo aver tenuto il trono per centoventidue anni, diè luogo alla Casa di Svevia, i cui diritti provennero dalla principessa normanna Costanza, moglie dell'imperatore Corrado I; indi a settantadue anni, Carlo d'Angiò ricevette la investitura della Sicilia da papa Clemente IV, e trasse ad occuparla per non rimanervi che quindici anni, in capo ai quali la perdette dopo i famosi Vespri siciliani (1281).

La Sicilia passò in progresso di tempo alla Casa d'Aragona, quindi, dopo vicende varie d'un intervallo di trecentoventicinque anni, cadde nel 1516 in signoria di Casa d'Austria, la quale ereditò i diritti della Casa d'Aragona. Finalmente nel 1735 un trattato ne fe' l'appannaggio d'un ramo secondogenito della Casa borbonica di Spagna.

Viaggio in Sicilia

ct ct ct ct ct ct ct ct ct ct ct ct ct

A Napoli mi sono incontrato con uno de' miei patriotti, il signor , uomo di chiaro ingegno e compagnevole. Ci unimmo per fare insieme il viaggio della Sicilia, e la mattina del 27 giugno ci imbarcammo sul battello a vapore il Ferdinando per recarci a Messina.

Appena usciti dal golfo di Napoli, passammo rasenti un gruppo di scogli posti in mezzo al mare e noti sotto il nome delle Sirene; in questi ultimi tempi hanno acquistato una trista rinomanza, chè lo sventurato vi dimorò tre giorni quando per una stolta impresa correva alla morte. Costeggiammo la terra ferma con un tempo favorevole, ma quando fummo in vista d'Amalfi, città che io aveva visitata alcuni giorni prima, trovammo un mare molto burrascoso.

Non v'ha nulla di più variato della catena delle montagne che ci stanno sotto gli occhi: formate di rocce ammucchiate le une su l'altre, dominate dal maestoso monte di Sant'Angelo (l'antico Gargano), la cui vetta perdendosi nelle nubi, forma quasi un immenso baluardo, coperto ad intervalli da una florida e vivace vegetazione; una popolazione riunita vi coltiva alcuni campi posti entro le rupi; due o tre piccole spiagge gli porgono il mezzo di comunicare col mare, e gli abitanti che una muraglia naturale divide dall'interno della provincia, non vi possono penetrare, nella stessa guisa che non si può giungere ad essi se non che arrampicandosi per sentieri altrettanto stretti quanto malagevoli.

Questa popolazione, assembratasi nel medio evo per darsi alla pirateria, aveva scelto bene il suo ricovero: posta in luogo opportuno per la navigazione commerciale tra l'Italia e la Sicilia, la Grecia e Costantinopoli, poteva facilmente esercitare le sue rapine, e mettersi in sicuro col suo bottino fra queste scoscese rupi. I torbidi d'Italia e l'anarchia che la desolavano, la debolezza dell'impero greco, erano un primo pegno d'impunità: poi torri innalzate sopra vette inaccessibili, il cui numero s'accrebbe in progresso di tempo, ed abbracció grandi spazj, assicurarono la sua indipendenza. Una spiaggia di circa trecento tese, e che serviva ad accogliere i bastimenti allora in uso, faceva vece di porto. Il buon esito del brigandaggio, accresciuto da quello delle speculazioni commerciali, bentosto creò grandi ricchezze. Una numerosa popolazione accorse alla fama d'una tale prosperità; due piccoli torrenti d'acqua, d'un rapido pendío, e che mai disseccavansi, providero non solo ai loro bisogni, ma diedero lor agio di costruire un gran numero di officine e di intraprendere un copioso commercio: in tal guisa si fondò la repubblica d'Amalfi. Molte città si aggregarono ad essa, per cui formossi una confederazione, che ebbe qualche impero, e che rappresentò una parte superiore a quella che i suoi elementi naturali sembravano riserbarle.

Varie circostanze le guadagnarono una fama durevole. Nel 1320, , cittadino d'Amalfi, facendo pel primo l'applicazione della calamita alla navigazione, inventò la bussola, e rese l'uomo signore dei mari. Le Pandette di Giustiniano, questo monumento di dottrina, allora perdute, furonvi ritrovate.

La prosperità commerciale d'Amalfi tanto si estese, che la sua moneta conosciuta sotto il nome di tari, si diffuse dappertutto, ed anche adesso nel regno di Napoli essa figura come moneta di conto. Tanto fu essa reputata per senno, che le leggi d'Amalfi sul traffico marittimo servirono di commentario al diritto delle genti e di fondamento alla giurisprudenza del commercio de' mari, e queste leggi acquistarono nel Mediterraneo la stessa autorità che ebbero ab antiquo quelle di Rodi.

In fine furono alcuni mercanti d'Amalfi che, portati in Oriente dai loro affari di commercio ed a Gerusalemme dal loro zelo religioso, ottennero nel 1048 dal califfo d'Egitto il permesso di fabbricare e di dotare un ospizio presso il Santo Sepolcro, sotto il patrocinio di San Giovanni, destinato a ricoverare i viaggiatori di loro nazione, ed anche nello stesso tempo d'innalzare una chiesa dedicata a Santa Maria dei Latini.

Allorquando assediò Gerusalemme, i religiosi spedalieri di San Giovanni, che fino allora non avevano portato che la croce, brandirono la spada, e contribuirono possentemente alla conquista di Gerusalemme, e tal guerra santa, mutando da quest'epoca i loro costumi, non rimasero dal combattere per la difesa della loro patria novella, ed in tal guisa i cavalieri di Malta divennero i successori de' cittadini di Amalfi.

Arrivò un giorno in cui Amalfi perdette la sua possanza e la sua indipendenza; ma essa cionnonostante conservò sempre, e possiede ancora una specie di benavventuranza. La sua popolazione, un tempo di cinquantamila anime, ed ora di diecimila, ristretta in un piccolo spazio, vivendo in case, molte delle quali sono, per così dire, attaccate agli scogli, e il suo moto straordinario ne fanno continuamente uno de' luoghi più ragguardevoli del regno di Napoli: è un alveare da pecchie nell'attività dei lavori. ct ct ct ct

Poco dopo oltrepassata Amalfi, entrammo nel magnifico golfo di Salerno, e scorgemmo la città di tal nome. La sua cattedrale contiene le spoglie del celebre , Ildebrando, uno degli uomini più straordinari che il mondo abbia prodotto, e che forse fu la manifestazione de' bisogni del suo secolo.

In appresso noi scorgemmo le belle ruine di Pesti, spiegando in tutta la loro maestà la grandezza e il genio dell'antichità: quelle ruine sono ammirabili e per la loro conservazione, e per ciò che sussiste della città che le contiene, e la cui mura è così intatta, che vi si potrebbe anche adesso difendersi: eppure era questa una colonia di Sibariti, più dedita ai pia- ceri ed alle voluttà, che all'amore della guerra e della indipendenza.

Le ricerche intorno l'antichità sono così nuove, il gusto si è destato così di recente, che, fa settant'anni, malgrado la vicinanza e la facilità delle comunicazioni, a Napoli non conoscevansi i tempii di Pesti. La pubblica curiosità fu ridestata dai ragguagli de' pescatori che raccontarono ciò che avevano scoperto pei primi.

Non perdettimo di vista la spiaggia, e le Calabrie spiegarono ai nostri sguardi tutta la loro magnificenza. Quelli che l'hanno visitata ne parlano con ammirazione, e pretendono che essa racchiuda mille sorta di ricchezze; io almanco posso dire che l'aspetto è sempre ameno, ed affascina lo sguardo. Questo paese, un tempo deserto, è divenuto, per le cure del re e per la vigilanza d'una buona polizia, così sicuro per i viaggiatori, come tutti gli altri luoghi del regno, servizio immenso reso alla società, poichè le grandi strade che s'aprono dappertutto recheranno tosto l'inci- vilimento a questi popoli, che in quanto a civiltà sono ancora indietro dei loro vicini.

Abbiamo riconosciuto, nell'oltrepassare gli scogli delle Sirene, il luogo di stazione di : quello del suo sbarco e del suo supplizio s'offerse allora ai nostri sguardi, e la vista del Pizzo, risvegliando la memoria della perfidia di cui fu la vittima, suscitò ne' nostri cuori quella pietà che si tributa ad una grande sventura. ct ct ct

Noi giugnemmo poi a vista delle isole Eolie, che gli antichi avevano fatto dimora del dio dei venti. La prima, Stromboli, vulcano sempre in eruzione, sembra il faro di questo arcipelago; fuochi che si succedono continuamente lo indicano la notte al viaggiatore, mentre di giorno un immenso fumo oscura l'atmosfera. Stromboli, cono elevato, quasi senza pianura alla sua base, minato da fuochi sotterranei, circondato dal mare, esposto ad una pioggia continua di fuochi, è cionnonostante abitato da esseri paurosi, che le folgori degli uomini atterriscono certamente, ma che vivono colà senza timore, tanto è grande la potenza delle memorie e la forza delle abitudini.

The opening of the book is shown; the full text loads in the reader.

Loading the full text…