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Una campagna autonomistica

Cesare Battisti · 1901 · Free in the US

21,411 words · about 1 h 30 min to read

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About this book

Author
Cesare Battisti
Language
Italian
Published
1901
Length
21,411 words · about 1 h 30 min
Sections
6 reader sections
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Contents (6)

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Prefazione

Dò il titolo di «campagna autonomistica» non ai pochi riassunti di discorsi miei pubblicati in questo opuscolo, ma a tutta l’attività del partito socialista trentino in favore dell’autonomia, attività, le cui fasi principali e la cui influenza sulla vita politica del paese, ho tentato di tratteggiare e constatare nel riassunto storico che ad essi premetto.

E che ciò fosse utile ed opportuno a farsi, ho creduto per varie ragioni, ma specialmente per questa: per sfatare a base di documenti molte vecchie e pur persistenti accuse sulla condotta del partito nostro nelle gravi questioni locali e perchè, se la sorte vuol oggi e vorrà fors’anche domani che i socialisti si trovino in questa lotta al fianco di altri partiti, sappiano questi perchè noi socialisti vogliamo l’autonomia, con quali criteri la vogliamo, e che cosa vorremo e pretenderemo ad autonomia ottenuta.

L’opera che ha dato e dà il partito socialista alla causa dell’autonomia non ha rappresentato nè rappresenta accondiscendenza a nessun partito, rappresenta un indirizzo suo, un applicazione dei propri principi, voluta come fine in sè e come mezzo per raggiungere più presto le proprie idealità, indipendentemente dalle amicizie o dalle inimicizie degli altri partiti.

Questa cronistoria, che io ho voluto tessere, della campagna autonomistica del partito socialista trentino si confonde in parte colla storia, collo sviluppo del partito socialista ed a questi ho dovuto di conseguenza dedicare qualche squarcio della mia narrazione.

Ho fatto seguire alla cronistoria il riassunto di quattro miei discorsi. I due primi sono documento della nostra opera di pressione verso il partito liberale, pigro e fiacco nell’azione; gli altri due, tenuti di recente, credo possano giovare alla propaganda elementare per l’autonomia.

So che tutto l’assieme di questa pubblicazione non può avere che un modestissimo valore e sento che una causa, come è quella dell’autonomia, meriterebbe trattazioni più vigorose, più sintetiche; se arrischio a licenziare queste poche pagine scritte rubacchiando il tempo ad altre occupazioni — è perchè penso che esse, benchè affrettate, abbastanza chiara riportino la voce di chi nel nostro paese sente fortemente e profondamente la questione dell’autonomia, intendo dire la voce del partito socialista; e dicano abbastanza forte che la nostra non è più del tutto, politicamente, la terra dei morti.

Trento, nel giugno 1901.

Una campagna autonomistica (1895-1901)

L’azione dei socialisti trentini in favore dell’autonomia del Trentino risale alle fedi di nascita del partito stesso. Alle origini e al suo sviluppo bisogna accennare rapidamente per narrare quale fu la campagna autonomistica dei socialisti dal 1895 ad oggi. Nel suo primo documento, nel primo atto dichiarante la propria esistenza, il partito socialista trentino affrontò il problema dell’autonomia e della stessa si dichiarò senza reticenze fautore e sostenitore.

Il 2 Febbraio 1895 usciva a Trento il primo ed anche ultimo numero del primo giornale trentino di propaganda socialista col nome di «Rivista popolare trentina». Primo ed ultimo perchè quella nostra rivista non morì, ma abortì.

Il primo fascicolo fu confiscato da capo a fondo e il ristretto manipolo d’operai e di studiosi, che l’avea lanciato, di fronte agli ostacoli frapposti dalla polizia dovette ritirarsi. D’altronde le classi lavoratrici dormivano allora della grossa e il tentativo era opera di pochi neofiti. Di quella rivista molti di noi non ebbero il piacere di vedere nemmeno una copia, tale fu il rigore della confisca, ma tutti ricordiamo di essa il programma — a base se si vuole di latte e miele — riportato da altri giornali e in vari modi diffuso.

A quel programma abbiam voluto richiamarci come a fede di nascita del nostro partito perchè in esso e della questione nazionale e della questione dell’autonomia è detto esplicitamente così: «Noi, che siamo giovani e che alla vita politica e sociale vogliamo portare il contributo delle nostre forze affermiamo la nostra piena solidarietà con chi si fa vero e disinteressato difensore degli interessi nazionali, perchè — all’opposizione recisa contro ogni violazione ad un sentimento innato, al rifiorire della coltura italiana nel nostro paese, alla maggiore partecipazione a tutto lo svolgersi della vita sociale, che specialmente per l’uomo del popolo è intimamente connessa colla chiara conoscenza della propria lingua — dovrà seguire nella coscienza del popolo una stima maggiore di sè stesso ed una convinzione più esatta dei propri doveri, dei propri diritti. Con questo intendiamo di dire che noi non esitiamo a proclamare santa la lotta per la nostra nazionalità, ma non vogliamo che essa ci impedisca di combattere per altri più grandi ideali — . . . . . .

Noi affermiamo il bisogno dell’autonomia del paese per impedire lo sperpero e la distruzione di tutte le nostre forze materiali e morali».

Di fronte al nostro tentativo i vari partiti del paese presero diversa posizione contro di noi. Liberali e clericali si divertivano a scherzare sopra i fiaschi solenni che noi avremmo raccolti. I governativi invece ci fecero il viso dell’arme e ci fecero l’onore di attaccarci non solo come socialisti, ma come autonomisti, come i promotori di una riscossa del paese.

La Patria, organo governativo, rivolse un appello a tutti i partiti invocandone la concordia contro il nemico rosso. In data 4-5 Febbraio 1895 scriveva: «Di fronte ad una tale necessità (l’avanzarsi cioè, dei socialisti) le differenze dei partiti spariscano nella difesa dell’ordine, delle idee, dei diritti e delle tradizioni che sono patrimonio comune a noi tutti, tutti, senza distinzione dobbiamo trovarci pure a fianco a combattere.

E senza indugi, perchè i mali estremi i cui sintomi si manifestano oggi, già domani potrebbero formare una cancrena che difficilmente si riuscirebbe ad estirpare».

Malgrado questo appello il partito continuò imperterrito la sua via ed oggi sa ormai d’esser diventato la cancrena a cui alludeva la Patria.

E sa sopratutto — modestia a parte — d’esser stato l’anima del paese, lo svegliarino dei dormienti, un paladino strenuo di quella causa dell’autonomia contro la quale in allora la Patria tuonava.

La fondazione della Rivista popolare trentina era stata preceduta da un convegno, che ebbe luogo a Bolzano nel Gennaio dell’anno stesso. A quel convegno intervennero i rappresentanti dei compagni tedeschi e pochi fiduciari dei trentini, rappresentanti quest’ultimi, a dir vero, più di sè stessi che d’altri.

In quel ritrovo si parlò dell’autonomia, dell’atteggiamento, che di fronte ad essa avrebbero preso i socialisti di tutta la provincia e noi avemmo il piacere di trovarci concordi in questo coi compagni tedeschi della provincia.

Pei mille patriottoni d’occasione, la nostra andata a Bolzano fu dichiarata un’apostasia dalla patria; essa invece riusciva per la prima volta a conquistar dei veri alleati alla causa dell’autonomia.

Abortito il nostro primo giornale, si pensò a piantar le tende in luogo più sicuro. Nella capitale della monarchia esisteva già un esercito compatto di compagni, il quale avea saputo conquistarsi nella vita pubblica un tal grado di libertà, che a noi viventi nella Beozia trentina pareva un mito.

La stampa poteva colà parlare mille volte più francamente che da noi; il diritto di associazione e di riunione erano rispettati; le leggi, per quanto in sè ristrettive, erano interpretate con coscienza.

A Vienna noi avremmo potuto perciò stampare quello che a Trento non ci si permetteva.

E, raccolti in un piccolo congresso a Trento, nell’Agosto del 1895 — congresso al quale erano di già rappresentati compagni trentini di dieci luoghi — decidemmo di fondare a Vienna un giornale, che fosse organo nostro e insieme di tutti gli italiani dell’Austria.

Ai primi di novembre, atteso con ansia, usciva a Vienna il primo numero dell’Avvenire. Come programma esso portava in prima pagina le deliberazioni del congresso socialista di Heinfeld (1888-89) in cui è detto che il partito socialista condanna «i privilegi delle nazioni» e ad esso seguiva un articolo in cui si analizzavano i rapporti fra patria e socialismo.

Della stampa borghese trentina quella che gettò il grido di allarme fu anche questa volta il giornale la Patria che invocava la santa alleanza di tutti i borghesi contro noi.

Se non ci fu una santa alleanza ufficiale, l’invito a combatterci fu raccolto da tutti e noi ci trovammo falange minuscola assediata per ogni lato.

L’esserci noi ricoverati a Vienna ci valse anche questa volta l’ira dei patriotti, ai quali del resto l’Avvenire rispondeva nel suo primo numero dicendo cose e facendo promesse sull’attività che volea svolgere collo scopo di svegliare il partito liberale — troppo poco zelante dei diritti del paese in linea economica e nazionale — promesse che poi si avverarono.

Riportiamo integralmente:

«Ci siamo trasportati a Vienna perchè in mezzo allo stupido antisemitismo e al fedifrago liberalismo c’è un po’ di posto anche pel socialismo vero e senza sottintesi.

«Nelle nostre provincie italiane si respira un’aria afosa, soffocante, si sta fra una polizia paurosa, che non tien conto dei tempi ed un liberalismo anche più gretto.

«Non già che qui si respiri tutta aria ossigenata, tuttavia modo di camparla, magari con qualche mese di prigione, c’è.

«Saremo fortunati più qui che a Trieste o a Trento? , cari lettori, non illudetevi, siamo sempre gli stessi. Le bravate poliziesche, le persecuzioni sorde, stupide dei liberali borghesi non ci hanno fiaccata la fibra.

«Si è tentato combatterci chiamando le teorie socialiste importazione esotica, si son sequestrati i nostri giornali, ci si è chiamati traditori della patria, nemici della nazionalità, mattoidi, utopisti, i. r. socialisti, si è insinuato perfino che siamo agenti della polizia, ma noi, fermi nel nostro ideale, abbiamo scrollate le spalle, abbiamo fatto i sordi a tutte le contumelie, abbiamo fatto fronte a tutte le persecuzioni e siam marciati..... sino a Vienna; ci siam ricoverati sotto il grande ombrello viennese perchè quello dei nostri paesi faceva acqua da tutte le parti.

«Anzi, vedi strano avvicendarsi dei pensieri, nel tragitto, ci siam detto: a Vienna potremo vedere cosa fanno i nostri deputati italiani, perchè è vero che nei nostri paesi, tranne qualche eccezione passano per fiori di liberaloni, ma i viennesi, i nostri compagni almeno, saranno forse cattive lingue, ci dicono che sono dei conservatori e della più bell’acqua, che pel suffragio universale si sono interessati ben poco, che hanno votato per le leggi eccezionali in Boemia, che hanno fatto parte molto premurosamente della coalizione, che sono delle nullità politiche, e che hanno una sola fortuna: di aver attorno a sè una popolazione che non può e non sa leggere i resoconti della Camera dei deputati; e che le poche notizie che essa conosce sono tutte storpiate e che a questa storpiatura contribuiscono molto i giornali ufficiali, ufficiosi e non ufficiosi, i quali non pubblicano se non quella parte che è favorevole al governo, o quella che salvaguarda i loro interessi di classe, così che non sarà mai possibile che la popolazione italiana dell’Austria possa farsi un vero concetto del come stanno le cose.

«Noi coi nostri occhi vedremo, con le nostre orecchie udremo e con la nostra penna.... riferiremo. — Non per niente ci siam trasportati a Vienna!

«E badate, l’andata degli italiani a Vienna era forse molto più difficile che l’andare a Roma. Molte ritrosie di vergine pudibonda si son dovute vincere; ma ormai le sculacciate dei nostri capoccioni non ci fanno paura e le vostre disperazioni più non ci commovono; ci commove al contrario molto più la miseria reale delle nostre popolazioni costrette a guadagnarsi ben duramente il loro tozzo di pane o a emigrare in lontane regioni per procurarsi una esistenza ancor più incerta, ci commove tutto quel analfabetismo, che ad onta dell’obbligo di frequentare le scuole sino a 14 anni avete mantenuto con la vostra indifferenza, ci commove tutta quell’ignoranza politica che avete nutrita colla vostra politica di frasi vuote, sicchè il povero lavoratore è oggi alla mercè del primo tirannello che gli sta contro o del primo liberalone cui riesce ostico il vedersi attraversata la strada, e perciò.... ci siam trasportati a Vienna».

I pochi numeri, che ad intervalli di quindici giorni, il partito nostro potè pubblicare a Vienna fecero sbalordire i nostri buoni borghesi e crediamo, anche i nostri signori procuratori di stato. Come mai, a Trento, era proibito di dire: siamo socialisti, siamo avversari del sistema di amministrazione provinciale tirolese, e a Vienna si poteva dir chiaro e tondo certe verità scottanti? Giammai gli italiani dell’Austria aveano potuto veder stampate dichiarazioni come queste sulla lotta nazionale in Austria:

«La democrazia socialista dell’Austria ha per sè l’avvenire, non solo nel senso in cui ciò si dice del socialismo in genere quando si guarda a tempi relativamente più o meno remoti. Per rispetto alla democrazia sociale dell’Austria io intendo parlare di un avvenire strettamente prossimo. Ponendo ogni suo sforzo presente nella lotta per la conquista pel suffragio universale e diretto, essa è l’anima, la vita, la forza impulsiva, il progresso delle varie nazionalità, che raccoglie e coalizza. Perciò duplice è la sua funzione. Da una parte raccoglie ed organizza il proletariato nel senso preciso del socialismo; e dall’altra parte rovescia le basi della costituzione politica. Per questo secondo rispetto compie l’ingrato ufficio di conquistare da sola quelle comuni libertà che altrove furono conquistate da una borghesia, o meno codarda, o più accorta, o più intelligente, o più animata dall’idealismo rivoluzionario».

Ogni lettore capisce che fra quelle comuni libertà andava annoverata anche la libertà per ogni popolo di amministrarsi da sè.

E più oltre così dicevasi nell’articolo sopraccitato:

«Nei proletari soli è tutto l’avvenire di libertà, di progresso è di benessere per le diverse nazionalità, che dai tempi del dispotismo strapotente fino ad oggi furon tenute insieme solo per via dell’odio reciproco e della scambievole gelosia.

«La democrazia sociale le accomuna e affraterna, spingendole per una via, che non fu meno ignota al vecchio dispotismo, di quel che sia ignota ora al costituzionalismo moderno. I proletarii di così diverse razze, slava, latina, tedesca, magiara, di così varie religioni, tradizioni e provenienze di dominazione politica, i proletari dell’Austria, insomma, raccolti nel comune pensiero di combattere in nome del socialismo così l’ancien regime come la moderna borghesia ad un tempo solo, sono come i dissolventi della vecchia storia, e l’esemplare vivo e intuitivo della Internazionale».

In ogni numero di quel periodico il problema dell’autonomia fu sviluppato, chiarito, discusso. Polemizzando colla Patria, il nostro Avvenire scriveva in data 9 Gennaio 1896:

«L’avvento dell’autonomia rappresenta per noi una semplificazione della lotta che combattiamo. Quando avremo una dieta a Trento nessuno potrà dire che la miseria crescente del nostro paese sia una conseguenza immediata del regime tedesco; si vedrà fino a che punto la nostra borghesia saprà comprendere la necessità dei tempi nuovi ed essa sola sarà responsabile delle leggi e delle riforme che s’accingerà a fare. Quella lotta di classe, che è inevitabile, perchè il proletario possa arrivare alla conquista dei pubblici poteri, entrerà in una forma più semplice e chiara, quando sarà tolto di mezzo il fattore nazionale che troppo facilmente s’adatta a far apparire gli altri colpevoli delle proprie magagne.

«Per di più noi nutriamo piena fiducia che, data la completa separazione del Trentino dal Tirolo, ogni eventuale contatto dei trentini coi tirolesi sarebbe assai più civile di quello che non sia presentemente.

«Per queste e per molte altre ragioni noi siamo favorevoli alla completa autonomia e desideriamo che all’aspirazione di tutto il paese corrisponda altrettanto forte e vigorosa l’opera dei rappresentanti al parlamento».

Da Vienna la stampa nostra fece ritorno nel Trentino. Un avvenimento speciale — i fischi di Levico e Pergine — ci offrirono l’opportunità di stampare in casa nostra un numero unico di propaganda: «». Con esso la breccia era fatta. Le tipografie del Trentino non ci boicottavano più. E nell’Ottobre del 1896 usciva a Rovereto l’Avvenire del Lavoratore continuando a battere la strada che gli avea aperta il suo predecessore di Vienna. Esso colla sua opera indefessa valse a creare il partito e a dargli una individualità sua, a farlo riconoscere dagli avversari. Le forze socialiste sorte nei vari centri sentirono il bisogno di un largo affiatamento, di un’intesa sulla tattica del partito e si riuscì a questo col congresso socialista di Trento del Settembre 1897.

Una serie di proposte, di pubblicazioni servì di preparazione al Congresso. Nell’ordine del giorno dello stesso figurava fra le cose più importanti un quesito sulla tattica del partito di fronte alla questione dell’autonomia.

Di questa s’era occupato assai il giornale e ad illuminare i compagni, gli amici e avversari era stato diffuso a migliaia di copie un opuscolo, esaurito e raro oggi, scritto in forma piana e popolare.

E quì, per riuscir chiari, bisogna ricordare in quale stadio si trovasse allora (eravamo nel 1897) la lotta per l’autonomia.

Nel Gennaio del 1891 fu chiesta d’urgenza dai deputati dietali trentini in seno alla dieta d’Innsbruck la discussione sopra un progetto d’autonomia. A questa domanda il Luogotenente Conte Merveldt rispose col dichiarare, in nome dell’imperatore, immediatamente chiusa la dieta. Di fronte a tale contegno i deputati trentini rassegnarono il loro mandato dimettendosi dall’ufficio di deputati provinciali e inaugurando quella politica di astensione che durò fino al Dicembre del 1900.

L’astensione fu da principio incompleta, giacchè non venne accettata dai clericali intransigenti vocisti, ma le elezioni che si susseguirono nel decennio terminarono a dar piena vittoria agli astensionisti il cui manipolo era composto di conservatori, dii clericali nazionali e di liberali nazionali.

I frutti dell’astensione furono questi: il governo cercò anzitutto di reagire con metodi polizieschi, sciogliendo società, limitando il diritto di riunione, graziandoci di una stampa ferocemente antitrentina (la Patria), intervenendo nelle elezioni e con altri simili sistemi.

Questa reazione non fece male perchè servì assai bene a tener desto il paese nostro, che pur troppo ha i caratteri d’un paese stanco ed ha bisogno di punture e di iniezioni per non cadere in periodiche catalessi. Alla reazione si oppose una resistenza abbastanza energica ed il governo finì col ritornare agli antichi sistemi austriaci: alle blandizie, alle trattative, alle conciliazioni. Il governo capì di aver sbagliato strada e gli uomini politici della nostra borghesia non capirono invece che, inaugurando una tenace resistenza, s’eran messi sulla strada buona. E dalla strada buona sviarono abboccando all’amo delle lusinghiere promesse.

L’imperatore dichiarava ad una commissione di 70 rappresentanti di comuni trentini recatisi presso a lui ad Innsbruck e capitanata dal bar. Malfatti «che il suo governo si era già altre volte occupato di sì importante vertenza la quale riconosceva fino allora insoluta per molte difficoltà; che egli avrebbe incaricato il suo governo di prenderla nuovamente in esame per condurla ad una soluzione, tenendo conto dei maggiori interessi dello stato...., che non poteva fare una promessa, ma che dava l’assicurazione che gli interessi della popolazione italiana gli stavano a cuore non meno che quelli di qualunque altra». Vari ministri dal 1893 al 1897 seppero tenere a bada i dirigenti la politica trentina con chiacchiere, con benevoli consigli, con promesse. Il Plener da prima, poi il Windischgrätz e da ultimo il Badeni.

Quest’ultimo seppe tener in ballo i deputati nostri dal 1895 al 1897; seppe ridurre il paese alla placida sonnolenza. Egli avviò — per adoperare la frase di prammatica — le famose trattative, invitò i deputati dietali ad elaborare un progetto, a chieder per esso il parere e l’approvazione dei colleghi dietali e poi li pregò a star zitti fino al giorno in cui avrebbe chiamati a Vienna due dei deputati trentini per la discussione dettagliata del progetto.

I deputati attesero, ma il signor Ministro non si sognò più di chiamarli; un bel giorno (Luglio 1897) invece, quattro di essi furono chiamati ad Innsbruck dal Luogotenente, ove, posti in sedia come scolaretti, ebbero l’alto onore di questa comunicazione testuale:

«Il governo è convinto di poter, d’accordo colla maggioranza della dieta, provvedere ai bisogni del Trentino, meglio che cogli organismi amministrativi proposti dai deputati trentini».

Non una parola di più nè una di meno fu lor detta e furono bruscamente licenziati. E il paese rimase freddo, inerte. La politica governativa di addormentare trionfava. Già da due anni le elezioni (necessarie pel decadimento dei mandati in seguito all’astensione) si ripetevano a intervalli di 10, 12 mesi con una fiaccona miserabile. Non pubblici comizi, non deputati che osassero parlare in pubblico, nulla che denotasse un po’ di vita e di vigore nel paese.

L’astensione dalla dieta era diventata astensione dalla vita pubblica, acquiescenza. In altre parole l’astensione pareva lo scopo, la meta, non il mezzo, non l’arma.

A questo punto stavano le cose alla vigilia del primo Congresso socialista trentino, nel momento in cui il partito lanciava l’opuscolo di cui dicemmo sopra e che — se non erriamo — ha il merito d’essere il primo opuscolo di propaganda popolare pubblicato in argomento.

L’opuscolo cominciava col deplorare che coloro, che aveano fino allora avuto il mestolo della politica, avessero sempre evitato di venire in contatto coi contadini, per interessarli ad una causa che in fine avea bisogno del valido aiuto di tutti. Spiegava poi quale fosse l’ordinamento della provincia, quale l’organamento della dieta.

Metteva in rilievo le differenze fra il Trentino e il Tirolo, enumerava i danni del sistema amministrativo attuale e poi veniva all’esposizione della tattica dei deputati trentini; e qui francamente diceva, che la politica dell’astensione — praticata com’era — giovava a poco.

«I deputati — si diceva in esso — che si astengono dalla dieta d’Innsbruck non dovrebbero astenersi — come fanno — dal lavoro di propaganda, dalla continua agitazione per l’autonomia, dal compito di istruire su queste questioni il popolo; d’altra parte invece i deputati che rappresentano il paese al Parlamento di Vienna non dovrebbero mantenere quell’eterno contegno di benevola aspettativa e di rassegnazione più o meno docile, nella speranza che il governo farà, penserà, provvederà.

«Vorremmo insomma un’azione più energica, che, anche se sfortunata, non lasciasse alcun dubbio sul buon volere e sull’attività dei deputati».

Spiegate quindi le ragioni per cui i socialisti aveano interesse a propugnare l’autonomia, si ricordava in quell’opuscolo come proprio nello stesso anno il congresso socialista austriaco (Giugno 1897) avesse, per bocca di Daszjnski dichiarato essere i socialisti «favorevoli all’autonomia delle provincie qualora queste non sieno il prodotto di intrighi diplomatici e di vecchie ingiustizie, ma rappresentino delle unità politiche nazionali a base democratica e corrispondano ai bisogni del grande e vitale complesso dei popoli, che furono incorporati e stretti insieme coll’Austria».

E qui s’avanzava una proposta complementare che fu poi integralmente accettata dal Congresso di Trento e che servì a dare la nota caratteristica all’agitazione dei socialisti per l’autonomia.

Riproduciamo:

«Ma assieme all’autonomia un’altra cosa devono chiedere i socialisti trentini; vale a dire il suffragio universale e diretto anche per la dieta. Fino ad ora ad Innsbruck non ebbero voce che i rappresentanti del clero, delle università, delle camere di commercio, dei grandi proprietari, dei comuni rurali e dei borghesi delle città; ora è tempo che i lavoratori, che sono 9/10 della popolazione e che in proporzione maggiore degli altri pagano le tasse di consumo alla provincia, non sieno considerati come minorenni e privati del voto. Questa lotta pel suffragio universale ingaggiata dai socialisti di tutto il mondo comincia a sciogliersi in favore dei proletari, e non è lontano il giorno — purchè i lavoratori sappiano resistere con concordia e fermezza — in cui saranno ad essi aperte le porte delle diete. Allora assisteremo all’entrata dei rappresentanti dei lavoratori anche nella dieta d’Innsbruck, e, sieno essi italiani o tedeschi, saranno contrari a qualsiasi ingiustizia e saranno nuovi alleati per raggiungere l’autonomia del Trentino. Di ciò siamo sicuri, perchè ne è un pegno saldissimo l’organizzazione cosciente dei proletari tedeschi del Tirolo e perchè è proposito nostro di render popolare anche fra essi e colla stampa e colla parola la questione dell’autonomia.»

Venne il congresso, delle cui discussioni molto non possiamo riferire, perchè la procura di Rovereto ci confiscò parecchi brani della relazione che ne fu fatta; qui non riporteremo se non quello che non fu sequestrato.

Il compagno Avancini Augusto di Trento fece la relazione sulla questione dell’autonomia; ed esposti per sommi capi i danni che ci derivano dalla mancanza di un’amministrazione autonoma, nella chiusa del suo discorso ebbe a dire:

«Non ci lusinghiamo che coll’autonomia entrino in paese l’uguaglianza sociale, la fratellanza. Abbiamo davanti il triste quadro sociale d’Italia. I grandi uomini che consacrarono la loro vita alla sua unità ed il popolo che sparse a tal uopo torrenti di sangue e di lagrime, sognavano pure la fratellanza italiana. Or questa manca, benchè sia fatta l’unità. Eppure nessuno rimpiange le guerre gloriose intraprese con un alto fine, nè Lassalle, Marx, Bebel ed altri nostri dispregiarono gli eroi dell’indipendenza. Il ritardo dell’indipendenza d’Italia avrebbe prodotto un ritardo nello sviluppo inevitabile della questione sociale, che ora vi si trova allo stadio acuto. E noi domandiamo l’autonomia, onde veder sciolta alfine una questione, che è arma agli avversari per denigrare il nostro partito e mezzo per sottrargli delle buone forze. La dimandiamo perchè ad autonomia ottenuta nessuno potrà più dire che in paese esistono nazionalisti e socialisti, ma solo vi saranno lavoratori e borghesi. «Ora abbiamo lotta di principi contradditori e superfluamente complessi, poi avremo lotta economico-sociale.

«Coll’autonomia a ragione possiamo riprometterci incremento dell’industria, dei commerci ecc., insomma aumento di lavoro; con questo avranno incremento i nostri principii, l’organizzazione e la forza sociale dei lavoratori. La storia ci ammaestra a non prestare troppa fede a chi sta sopra di noi quando trattasi d’interessi; non dubitate, o compagni, che i lavoratori del Trentino non resteranno all’oscuro di tale esperienza. Ma è d’altro canto indicato di concorrere a quei movimenti politici che affrettano e facilitano l’opera nostra.»

Sull’ordine del giorno presentato da Avancini si ingaggiò una viva discussione, giacchè specie fra i lavoratori italiani dimoranti nel Tirolo, v’eran alcuni che si mostravano, se non contrari per lo meno scettici e indifferenti per la questione.

Ma la discussione che fu lunga e alla quale parteciparono molti operai — quel congresso era quasi esclusivamente composto di operai — servì ad approfondire l’argomento, a sviscerarlo, a presentarne anche ai più restii la vitale importanza.

E le parole di un compagno, il quale dimostrava che solo con un’amministrazione autonoma il Trentino avrebbe avuto un grande sviluppo industriale e che l’industria è la madre dell’organizzazione operaia e del socialismo, fecero larga breccia in tutti e li spinse a dare unanimi il voto al seguente ordine del giorno:

«I socialisti italiani del Trentino e del Tirolo, raccolti nel loro primo Congresso, affermando il diritto di tutti i popoli a reggersi ed amministrarsi da sè; considerando che l’annessione del Trentino al Tirolo è dannosa allo sviluppo economico del Trentino e quindi al sorgere di un proletariato cosciente;

considerando che solo la concessione dell’autonomia al Trentino porterà chiara e precisa la lotta fra borghesia e proletariato, stabiliscono:

1. di accettare nel loro programma minimo la lotta per il conseguimento dell’autonomia;

2. di lottare per essa indipendentemente dagli altri partiti, mediante comizi, opuscoli e conferenze ed estendendo la propaganda anche fra i compagni tedeschi della provincia.

«Affermano infine, come mezzo più opportuno di combattimento, la lotta per il suffragio universale alla Dieta di Innsbruck.»

Coll’accettazione di quest’ordine del giorno il partito assu- meva, di fronte al paese, un impegno chiaro ed esplicito e lo mantenne anche. Giacchè da quel momento la campagna autonomistica dei socialisti fu continua, instancabile; e non un solo avvenimento importante vi fu, riflettente la lotta per quest’aspirazione, al quale i socialisti non abbiano contribuito.

La promessa di estendere la propaganda in favor dell’autonomia fra i compagni tedeschi trovava esplicazione in articoli favorevolissimi alla causa nostra pubblicati dai giornali socialisti tedeschi. L’Arbeiter Zeitung di Vienna s’era occupata della cosa già nell’Agosto 1897 e la nostra stampa borghese (Vedi Alto Adige N. 178) riportò non senza una tal quale meraviglia, le ottime ragioni del giornale socialista viennese.

Al primo opuscolo di propaganda ne seguiva un secondo, nel quale la questione era trattata in relazione alla richiesta del suffragio universale).

Di quest’opuscolo, dovuto alla penna di un operaio socialista, Edoardo Costanzi, ci piace tener parola perchè in esso vi è un vigoroso attacco alla politica dell’astensione ed un invito ad adoperare l’arma dell’ostruzionismo.

Dopo di aver deplorato il pessimo modo, con cui la borghesia trentina praticava l’astensione, con l’unico vantaggio di lasciare ai maneggioni tedeschi della dieta il diritto di fare la pioggia e il bel tempo senza nessun controllo, soggiungeva:

«Noi siamo per principio contrari a questa astensione, giacchè dessa è segno di debolezza, e per di più si risolve in un profitto per gli avversari.

«Solo in determinati casi, non come sistema, bensì transitoriamente, potremo adottarla, e sempre a condizione ch’essa fosse tanto attiva e feconda da compensare i danni del non intervento.

«Dato il suffragio universale e data la riuscita di candidati nostri, a questi il partito imporrebbe l’intervento alla Dieta; e state certi che quella maggioranza di ultra-conservatori non incuterebbe loro soggezione. In breve tempo anzi la metterebbero in condizioni tali da esser costretta, se non a offrire essa l’autonomia, almeno a non opporsi alla sua attuazione.

«Immaginate che si incominciasse col non approvare i bilanci, coll’esporre ad ogni occasione le nostre pretese, col presentare progetti, col muovere interpellanze su interpellanze e interrogazioni; il tutto sempre nella nostra lingua e chiedendo la immediata traduzione in italiano di quanto viene esposto in italiano ed in tedesco di ciò che viene esposto in italiano. Non vi pare, che dopo qualche tempo, la maggioranza tedesca, vedendo l’impossibilità di poter compiere i lavori della Dieta, nel suo stesso interesse, dovrebbe rassegnarsi ad una separazione, che la libererebbe da una situazione insoffribile?»

Vedremo più tardi come sia stato il partito nostro a ribattere il chiodo dell’ostruzionismo e a spingere il paese a volerlo effettuato dai deputati.

Intanto, malgrado gli sgarbi e i rifiuti del governo, malgrado i nostri attacchi, che cominciavano a farsi ognor più vivi ed insistenti, il paese dormiva della grossa.

Ebbe uno scossone e si svegliò momentaneamente quando la dieta tirolese, raccolta nel Gennaio 1898, non solo respinse in blocco il progetto delle tramvie trentine, non solo negò qualsiasi contributo allo stesso, ma proibì alla città di Trento di prestare garanzia per un prestito sulla linea della Val di Fiemme. E, come ciò non bastasse, la dieta invitava il governo a staccare i comuni italiani della Val di Fassa dal capitanato di Cavalese per unirli al capitanato di Bolzano, tentando di iniziare lo smembramento della nostra unità linguistica.

A Trento si indisse immediatamente una seduta di protesta di tutti gli azionisti della tramvia di Fiemme e i socialisti colsero quell’occasione per dimostrare i loro sentimenti, organizzando un corteo di ben 700 operai, che, percorse le vie della città, si recò al Municipio dove area luogo l’adunanza. Ma di più vollero fare i socialisti. Visto che si limitavano le proteste contro i deliberati della dieta a poche dozzine di telegrammi e a pochi ordini del giorno, senza interessare della cosa la gran massa del popolo, pensarono d’indire a Trento un pubblico comizio.

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