Read here

Rime

Bindo Bonichi · 1867 · Free in the US

20,141 words · about 1 h 25 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
About this edition

Free in the US: this text is in the public domain in the United States; it may still be in copyright elsewhere.

Licence: PD-US · Published in 1867 (before 1931): public domain in the United States. Text and transcription from it Wikisource by Wikisource contributors (transcription licensed CC BY-SA 4.0; contributors: https://it.wikisource.org/w/index.php?title=Rime_(Bindo_Bonichi)&action=history). · Wikisource contributors

Text from Wikisource and set out for reading on screen; no words of the book are rewritten or summarized. How RedLectern is built

About this book

Author
Bindo Bonichi
Language
Italian
Published
1867
Length
20,141 words · about 1 h 25 min
Sections
61 reader sections
Text
Digital text
Rights
Public domain in the United States

 

Contents (61)
  1. Front matter under 1 min
  2. Epigrafe dedicatoria under 1 min
  3. Avvertenza preliminare about 4 min
  4. Elogio di Jacopo Ferrari about 9 min
  5. Canzoni about 1 min
  6. Notizie sui testi a penna usati per le Canzoni di Bindo Bonichi about 5 min
  7. Canzone prima about 2 min
  8. Canzone seconda about 2 min
  9. Canzone terza about 2 min
  10. Canzone quarta about 2 min
  11. Canzone quinta about 2 min
  12. Canzone sesta about 2 min
  13. Canzone settima about 2 min
  14. Canzone ottava about 2 min
  15. Canzone nona about 2 min
  16. Canzone decima about 2 min
  17. Canzone undecima about 2 min
  18. Canzone duodecima about 2 min
  19. Canzone decimaterza about 2 min
  20. Canzone decimaquarta about 2 min
  21. Canzone decimaquinta about 2 min
  22. Canzone sedicesima about 2 min
  23. Canzone diciassettesima about 2 min
  24. Canzone diciottesima about 2 min
  25. Canzone diciannovesima about 2 min
  26. Canzone vigesima about 2 min
  27. Cenni bibliografici intorno alle stesse about 4 min
  28. Sonetti under 1 min
  29. Appendice di sonetti adespoti about 5 min
  30. Avvertenze intorno ai Sonetti di Bindo Bonichi e ad altri adespoti, non che di Benuccio Salimbeni e di Tomaso della Gazzaia about 6 min
  31. Sonetti ventisette di Bindo Bonichi under 1 min
  32. I about 1 min
  33. II about 1 min
  34. III under 1 min
  35. IV under 1 min
  36. V under 1 min
  37. VI under 1 min
  38. VII under 1 min
  39. VIII under 1 min
  40. IX under 1 min
  41. X under 1 min
  42. XI under 1 min
  43. XII under 1 min
  44. XIII under 1 min
  45. XIV about 1 min
  46. XV under 1 min
  47. XVI under 1 min
  48. XVII under 1 min
  49. XVIII under 1 min
  50. XIX under 1 min
  51. XX under 1 min
  52. XXI under 1 min
  53. XXII under 1 min
  54. XXIII under 1 min
  55. XXIV under 1 min
  56. XXV under 1 min
  57. XXVI under 1 min
  58. XXVII under 1 min
  59. Appendice di Sonetti undici adespoti about 5 min
  60. Frammento in terza rima di una Morale di Bindo Bonichi about 1 min
  61. Indice per ordine alfabetico di tutte le rime comprese in questo volume under 1 min

Continue:

Front matter

ct ct ct ct ct ct

ct ct ct

Indice

Epigrafe dedicatoria

ct ct ct ct ct ct

Avvertenza preliminare

ct Una raccolta intera delle Rime edite e inedite di Bindo Bonichi non può se non tornar cara agli amatori dell’antica poesia italiana. Dissi intera per l’intendimento ch’io m’ho di dar luogo nel presente volumetto a tutto quel che del Bonichi si conosce in istampa e ne’ manuscritti. Potrebbe esservene tuttavia fuor della mia conoscenza, quindi ciò vuolsi intendere sanamente. Le Canzoni, che formano la prima parte, furono allestite, già è buon tempo passato (quando le più erano per anco inedite), dall’illustre sig. avv. cav. Jacopo Ferrari da Reggio nell’Emilia, del cui Ms. volle farne gentil presente al suo concittadino ed amico, prof. cav. Prospero Viani, or dimorante in Bologna. Questi ad onorare poscia la memoria di sì benemerito uomo, degnamente ne dettò un elogio, che per condiscendenza sua, avendonelo insieme colle rime ceduto, crediamo pregio dell’opera anteporre al libro. Alle venti Canzoni del Bonichi, di cui una sola restava inedita, segue nella medesima copia un Sonetto d’Anonimo, che, comunque con esse niente abbia a fare, pur volendo servar fedeltà, ci siam tenuti in dovere di non omettere, inserendolo, benchè sgraziato, dopo le note Bibliografiche.

Nella seconda parte si contengono tutti i Sonetti de’ quali alcuni inediti; e cotesti a nostra petizione furono raccolti e ammanniti dall’egregio sig. avv. Pietro Bilancioni, socio della R. Commissione pe’ testi di lingua, profondo investigatore e conoscitore delle poesie italiane dei due primi secoli della nostra letteratura: tutto ciò che a’ medesimi appartiene è fatica pur sua. In fine, per dare come in un fascetto quanto del Bonichi si conosce, ristamperemo le Terzine della felicità del cielo, pubbli- cate la prima volta dal ch. P. Agostino Morini in Firenze nel 1860, in 16, estratte dallo Zibaldone Andreini, citato dalla Crusca sotto le abbreviature di Zibald. Andr. 38. In questa pubblicazione dunque io non ho preso che la parte del compilatore e del direttore, nè a me spettano che le poche note bibliografiche alle Canzoni. La correzione delle bozze fu affidata alla diligenza dell’egregio sig. Giansante Varrini, pur nostro socio e collega.

Bindo Bonichi ebbe nascimento in Siena nel 1260, o in quel torno, e fu figliuolo di Bonico. Alcuni lo dicono di nobile legnaggio, ed altri no. Il Benvoglienti, secondo che si ritrae da una sua lettera indiritta ad , reputa ch’ei fosse della famiglia de’ Bichi, assai illustre a que’ tempi, oggi estinta: v’ha però chi afferma, che i suoi progenitori esercitassero l’arte della mercatanzia. Ma fosse Bindo di nobile stirpe, o vero fosse di plebea, ciò poco importa: quello che premer dee soprattutto, non è la origine di un uomo, ma bensì la sua vita civile; la quale quando torni oscura, fosse anche de’ reali di Francia o di Germania, appo il mondo incorrotto, vieppiù merita la disapprovazione dei savi. L’uomo di nobile nascimento debbo ancor essere se non dotto, almeno onesto e probo; e se non è, vuolsi cacciare di sotto all’uomo del volgo, perchè all’uomo del volgo mancarono i mezzi dell’educarsi, dove non a chi nacque signorilmente e nobilmente.

Sostenne Bindo le più cospicue cariche della sua patria, tra le quali non ultima si fu quella del supremo reggimento. Morì, secondo i più accreditati istorici dell’antichità, il dì 3 gennaio del 1337, e fu seppellito in S. Domenico di Siena. Ebbe un fratello chiamato Giovanni ed un figliuolo di nome Antonio. Lasciò diverse poesie, in cui si loda più la bontà de’ pensieri di quello che l’eleganza dello stile; ciò non ostante fanno testo di lingua.

Le Rime del Bonichi, secondo che ho dall’esimio nostro socio e collega, cav. ab. Giuseppe Manuzzi, non vennero allegate che alla voce Stagno nella terza impressione, sull’edizione di Roma, Grignani, 1642, coll’abbreviatura Bind. Bon.; ma questa abbreviatura non fu poi tirata fuori dagli Accademici nella Tavola. Quelli della quarta impressione premisero alla medesima l’altra abbreviat. Rim. ant., con che vennero a far credere falsamente ai lettori, che queste Rime appartenessero alle Rime antiche stampate in Firenze dal Giunti l’anno 1527, in 8. Il detto esempio si rinviene nella quarta Canzone, pag. 48 dell’ediz. sudd. di Roma, ed a pag. 138 della ristampa Torinese del 1750, che risponde precisa- mente alla Canzone XII, pag. 83, lin. 3 di questa nostra. Gli odierni sigg. Accademici però citarono le Rime del Bonichi secondo un cod. della Laurenziana, segn. Banco XL, num. 49 coll’abbreviat. Bonich. Bind. Rim., protestando eziandio in nota di conservare le citazioni di quelle che si trovano nelle raccolte di Rime antiche e che si citano sotto l’abbreviatura Rim. Ant.

Il , il e il lodano le sue Canzoni siccome sparse di sodi e gravi sentimenti e di ottima etica, ma poi le dicono scritte con poca cultura e con abbiette voci: onde il Crescimbeni sentenziò, ch’egli era miglior filosofo e moralista che poeta; e disse vero. Quanto a me però non trovo tanta differenza, circa la scelta delle voci dalla maggior parte de’ poeti suoi contemporanei, in cui veggo comunemente dal più al meno le stesse frasi e gli uguali vocaboli. Non sarà certo, come per altri fu giudicato, un poeta eccellente e sommo, nè un leggiadro e di spirito nobile e poetico, ma nè pur da metter sotto gran fatto a molti di coloro che ci lasciaron tante Cantilene d’amore. Di fatto il disse, che se Bonichi non superò di molto ne’ sentimenti gli altri poeti del suo tempo, nè pure è a loro di molto inferiore. I Sonetti tuttavia, che forse scrisse in età più matura, per ciò che risguarda la buona lingua, godono assai miglior fama. Scevro il Bonichi d’ogni legame e schiavitù, inveì francamente contro i vizii del suo tempo, e, benchè uomo probo, non si rimase dal gridare eziandio contro i mali del papa e della sua corte.

La benigna accettazione di questo libretto ci fia sicurtà a dare per l’avvenire qualche altra raccolta importante d’antiche rime toscane.

Elogio di Jacopo Ferrari

ct

ct

Siccome per l’avanzamento e l’utilità d’ogni genere di studj sono sempre apprezzabili le opere, o poche o molte, dei savi, e nelle cose civili, anche per rispetto a uomini non eminenti, più giova al mondo il fare che il dire; così prendo volentieri a ricordare e commendare un tratto l’avv. Jacopo Ferrari, nostro concittadino e collega egregio: e perchè in materia di letteratura e di politica ei diede lodevole e memorabil segno di se, non conosciuto, come era degno, da molti; e perchè non sono costretto a parlar meno dell’uomo che degli scritti, come da quì addietro, per l’avversità dei tempi, accadde ai più che la vita de’ loro contemporanei consegnarono alla memoria de’ posteri; e perchè finalmente le virtù non comuni in tempi tristi e calamitosi da lui possedute liberano me, amatore non tutto imperito ma nulla pretensionoso de’ modesti studj esercitati da lui, dalla taccia data spesso a chi loda i piccoli e col silenzio deprime i grandi, o per grossolana incapacità d’intenderli o per rabbiosa vendetta di mediocrità disprezzata.

Jacopo Ferrari nacque di comodi campagnuoli a’ 21 di Agosto del 1781 nello storico paesetto delle Quattro Castella, e morì a’ 17 di Aprile del 1863 quì in Reggio: dove da’ buoni parenti, con desiderio forse di farne un vantaggioso e alla famiglia onorifico curator d’anime, fu mandato giovinetto a studiare nel Ginnasio e nel Liceo, fiorenti di buone lettere e di metodi assai migliori degli odierni. Delle quali scuole egli rammentava sempre con amorosa riconoscenza i maestri, non appartenenti già alla scura e pestifera generazione deputata per tre secoli a guastar gl’intelletti e disumanare la gioventù, ma all’onesta schiera, che quì e d’intorno per vigore di buone leggi sopra la pubblica istruzione e per istraordinaria benignità di fortuna creò tanti uomini atti e sufficienti a governare e in qualsivoglia dottrina maggioreggiare nel primo glorioso regno d’Italia. La buona abitudine dell’ingegno, i sani ammaestramenti, e sopratutto l’esempio de' valentuomini suoi concittadini, che tanto colle scienze e le lettere illustravano allora la patria quanto o per malefico influsso di stelle o per naturale effetto di perniciosa istruzione ora n’è povera, gl’instillarono l’amore del sapere e delle lettere; il quale è sempre più desto e forte là dove gli studj più sono apprezzati e coltivati. Fiorivano allora lo , il Corti, il , il Re, il , il , il ; e con esso loro altri men conosciuti ma non meno benemeriti dei patrii studj, l’ab. Fantuzzi, il p. Catellani, l’ingegner Bolognini, il consiglier Nobili, padre del celebre Fisico: e da questi ebbe più volte a dirmi di aver ricevuto consiglio ed animo a fornirsi di sapere e a ornarsi di lettere. Quel sapere intendeva, che quanto più per le mutate condizioni dei tempi (i quali più non consentono alla sprincipata nobiltà di anteporre i dappochi ai dassai) è oggi necessario e utile, tanto più quì con vitupero non minore del danno parmi troppo negletto, e spesso per ignavia superba disprezzato: quasi che la dottrina oggi facesse danno e impedimento, come per l’addietro, al conseguimento di onorati uffici, e la ragion di stato di un governo libero fosse nemica della virtù, o non consapevole o dimentica che la gloria segue mai sempre più volentieri la libertà. E similmente intendeva quelle lettere, ch’egli, come principale e valido ajuto della civiltà e della eloquenza dei liberi ingegni, coltivò con affettuoso e nobile desiderio per tutta la vita, quanto gli consentirono l’esercizio della giurisprudenza e le sventure comuni alla più parte dei migliori Italiani. Ma sopratutto fino dalla giovinezza fu preso d’amore per lo sacrosanto poema di : «divino libro (válgomi un tratto delle parole di un sommo scrittore) che incuora tanto amore verso la madre Italia, e santissimo sdegno contra gli esterni e contra gl’interni suoi nemici; e ch’è veramente il sacro libro che tutti dovremmo devotamente imparare a memoria.» La qual cosa, a mio senno, torna a compiuta prova del raro e perfetto giudizio del Ferrari; tra le cui carte con ordinate memorie di storia, di varie scienze, di arte di stato, di varia letteratura trovo non pochi studj giovanili sopra Dante: non presciente l’ottimo ed impígro giovine, alla gloriosa entrata dello stante secolo, della futura sorte propria; cioè di doverlo poi vie più sentire e amare e intendere nelle stesse condizioni del poeta, che dovea consolargli l’esiglio! Prudente e meno sventurato lui; chè in tempi pericolosi e malvagi visse celibe! Imperciocché fu poi sbalzato anch’egli di patria per avervi dimostrato con altri insieme che non è degno di schiavitù chi la detesta, e che rimangono grandi speranze di libertà a chi fortemente la desidera. La qual cosa nessun uomo assennato avrebbe mai potuto imaginare che fosse poi, com’è accaduto ed accade, vilipesa e schernita da chi venne (per lo più senza fatica) in possesso di libertà: ignaro o perfidiosamente dissimulante che dagli operosi ed efficaci pensieri degli studj e da’ virili propositi de’ valentuomini nè venne affrettata e conquistata; nè fatto capace che l’ingegno e la parola sono la potenza e l’arme più solide e tremende; forse lente, ma sicure ed umane vincitrici del mondo. È pur difficile sfuggire oggidì l’arroganza degl’infimi faziosi, che si reputano, come la fastidiosa e derisa mosca della favola, portatori e guidatori di libertà: la quale nasce e vive di sapienza e di moralitade, e non meno dalla licenza che dalla tirannide aborre.

Compiuti gli studj legali, il Ferrari, salvo breve tempo passato per ragion d’uffizio all’Aulla in val di Magra, trasse fino al cinquantesimo anno tranquilla vita in patria; dove con eccellente successo di fortuna e di lode esercitò l’avvocatura, e dove rimane ancora memoria delle sue dotte e faconde arringhe; tanto nel tutto insieme aliene dalla consueta barbarie del Foro, quanto dalla presuntuosa loquacità d’alcuni nostri moderni, confusa dagli sciocchi colla facondia, e più spesso (maraviglioso a dirsi) colla eloquenza! Finchè, fatto noi qui segno e moto d’uscire di servitù, e, per la servile paura di chi avvezzo ad obedire non s’attentava di comandare, chiamato egli dalla pubblica voce a rappresentare insieme con pochi la breve favola di libertà del 1831, e messa ogni cura a mantenerla virtuosa, dovette poco dopo sottrarsi alla mostruosa ferocia dell’imminente tiranno, solito di chia- marci ribelli perchè non gli eravamo schiavi; ed, essendo cosa naturale ne’ príncipi crudeli e tiranni la timidità, tanto più temuto vendicatore quanto più n’era stata grande la paura di perdere la due volte minacciata potenza. Laonde rifuggissi nella ospitale Francia, accompagnatovi dall’affetto dei concittadini, dalle proprie virtù, dagli studj consolatori. Quivi, poichè anche allora, come ora e sempre, alcuni, i quali non men poveri di valore e d’atti virtuosi che ricchi di pretensioni e di orgoglio ploravere suis non respondere favorem speratum meritis o non carpirono agognate prede, pagatrici e nutrici d’ozio e di vizi, gli dieder carico delle colpe solite darsi a’ reggitori nelle mutazioni di stato, egli scrisse franca e poderosa apología di se e degli atti suoi; la quale conferma la sentenza che dove l’uom parla di se è quasi sempre eloquente. Quivi conobbe veramente l’efficace conforto degli studj nelle sventure, e la riverenza benevola che ne procacciano presso le nazioni civili; e quanto con essi, dovunque l’uomo sia balzato dalla fortuna, possa giovarsi alla patria: poiché, mercè loro, entrato nella grazia e nell1 amicizia de’ valentuomini francesi potè con parziali agevolezze aver adito in tutte le biblioteche di quella generosa e coltissima nazione; alla quale anch’egli mostrò non esser degna di servitù questa gloriosa madre Italia, d’ogni alta cosa risuscitatrice e maestra, e quanto era degno di onore chi non antepose un ozio tranquillo a libertà faticosa. Quivi ripigliò con tenace amore i suoi studj sopra la divina Comedia: ne lesse tutti i codici, ne trascrisse tutte le varie lezioni e tutte quelle parti di antichi e mal conosciuti commenti, che spargevano maggior luce o sopra fatti storici del poema o sopra la vita e l’intenzion del poeta. Nè contento a’ codici di Parigi raffrontò quelli di Londra, e più tardi di Toscana: sicchè raccolse, strinse, ornò della propria dottrina un fascio di preziosi studj. De’ quali l’anno 1851 pubblicò appena un piccol saggio bellissimo nellEtruria giornale fiorentino, e de’ quali fecero più volte onorevole e desiderosa menzione molti dei nostri nè pochi degli stranieri; ma singolarmente il Visconte Colombo De Batines e Lord Giorgio Vernon Pari d’Inghilterra, celebri e benemeriti ammiratori di Dante. Ed oltre questi lavori principali, egli, cultore amoroso e intelligente della lingua de’ migliori secoli, essendogli paruto sempre vilissimo e perniciosissimo l’abbandonare la particolare natura della propria nazione sì nel modo di concepire come di esprimere e vestire il pensiero, principal fondamento di nazionalità, trasse da’ mano- scritti antichi di Parigi e di Firenze lettere, vite, aneddoti, passi di storie italiane, poesie, tutto inedite; fra le quali le rudi ma pensierose canzoni di Bindo Bonichi da Siena, coetaneo di Dante. Per la maggiore intelligenza delle quali volea distendere, e parte distese, profittevol commento. Trasse ancora da’ codici Parigini tutte le poesie non venute in luce di , famoso poeta ed esule toscano di tre secoli addietro; le quali diede poi da pubblicare all’illustre e benemerito editore cav. Felice Le Monnier. È indicibile la cura e l’ordine e lo studio da lui posto in queste onorate fatiche, e nelle note dichiarative, e nelle vite degli scrittori, e nelle memorie storiche de’ tempi loro; le quali cose la difficile contentatura (propria degli esperti e de’ giudiziosi) e la travagliosa vecchiezza gl’impedirono di partecipare agli studiosi. I quali pur duolmi che rimangano senza le molte e dotte note al catalogo de’ Manoscritti italiani conservati nelle biblioteche di Parigi pubblicato dal prof. Antonio Marsand con maggiore apparato di esteriore eleganza che d’interior buona critica, colle quali l’avv. Ferrari medica i molti e strani errori del quivi poco attento catalogista.

Sedici anni dopo gli amari passi dell’esiglio oltralpe del nostro collega, ecco prorompere da capo l’impeto virtuoso e lo sdegno giusto degl’Italiani, mediante particolarmente l’esempio d’un Re nostro, generoso e sfortunato; ed ecco l’avv. Ferrari assunto ancora nel 1848 con altri savi e buoni cittadini al governo dell’abbandonato paese, anzi pure del nostro che fu Ducato. Nel qual tempo egli mo- strò maggiormente senno e prudenza e coraggio non ordinario nel maneggiar uomini e cose, e contra l’imperversare delle fazioni, preparate rovine d’ogni libertà. Per le quali rotta in gran parte come la concordia così la nascente fortuna della patria, ei fu travolto di nuovo nell’onde delle avversità italiane. Ma, fiducioso di più destro e fortunato piloto e della ineluttabile e più diffusa ragion del diritto, non uscì d’Italia, e ricoverossi a Firenze. Dove spese altri undici anni nell’accrescere e compire i suoi cari studj danteschi; riverito per senno e dottrina e gentilezza dal fiore dei letterati e dei savi di quell’ammirabile Atene. Finchè, rivendicatasi per virtù propria ed altrui quasi tutta l’Italia in libertà, rimpatriò gravato dal peso della vecchiaja l’anno 1859 l’onorando nostro con- cittadino; amato e venerato da tutti quelli ai quali non fanno pena e vergogna le virtù e gli studj, decorato dal Re con segno d’onore tanto più osservabile quanto più meritato dalla intemerata sua vita e dalla virtuosa modestia; ma poscia sventurato segno ai meritevoli e ai dabbene, perchè anche le grazie e le onoranze profuse diventano meretrici. Altri per avventura provvederà alla conservazione e pubblicazione degli studj di lui; che già consegnò al chiaro amico suo cav. Giuseppe Campi, Prefetto dell’archivio palatino di Modena, le varie lezioni della divina Comedia, e a me le canzoni del Bonichi: alcune delle quali furono in questo mezzo divulgate da altri. Ricordo con doloroso desiderio la cara conversazione con gravità e dignità di pensieri di quell’eccellente uomo (pur mio collega nella R. Commissione per li testi di lingua) pieno di prudenza, di acuto intelletto, di erudizione non ordinaria, amatore operoso di ogni bene della comune madre Italia: la quale dopo tanti moti e burrasche è prossima a trovare il suo piano, e della quale egli morì consolato d’aver benchè tardi veduta la tanti secoli e da tanti magnanimi e grandi uomini sospirata libertà con segni credibili di lunga e prosperosa fortuna. È perciò degno che la patria ricordi ed onori ad eccitamento degli studiosi, a rimprovero degl’infingardi gli uomini come lui che non riputarono vano trastullo di oziosi ma necessari strumenti di civiltà gli studj; ed è vie più degno ed onesto che lo ricordi con affetto cordiale la nostra piccola società, da lui vivendo onorati. Maggiormente che molti oggigiorno sdegnano di conoscere quello che furono i padri nostri, quello che fecero e quello che patirono; sicchè, perchè forse non adularono le fecciose passioni del popolo, manca loro spesso, come vediamo, la riconoscenza de’ sopravissuti. A noi certamente l’affettuosa commemorazione dei savi e dei buoni addolcisce l’animo amareggiato e travagliato dall’osceno spettacolo d’un putridume orgoglioso e fazioso, e ne dà polso e lena a perseverare nello studio della sapienza e della rettitudine.

Canzoni

ct

Indice

Contro alla gente compresa d’avarizia.

Che la gentilezza procede da virtù di core e non da be’ costumi, ne da richezza antica.

Dell’amistà verace, e come dee l’uomo vivere secondo Iddio.

Che ciascuno vuole la misura in altrui, operando il contrario in se.

Contro alla gente ingrata.

Delle quattro virtù Cardinali.

Della superbia e de’ sette vizj che procedono da essa.

Che l’uomo non deve desiderare grande richezza.

Sentenzie nobili sopra varie e diverse cose.

Come l’uomo deve in se conservare la libertà.

Come l’uomo che ha signoria si deve portare in se e ne’ sudditi suoi.

Che il popolo è sanza ragione: onde si dee fuggire il dimorare in piazza.

Della considerazione che l’uomo dee avere della morte.

Contro alla Chericìa disonesta.

Che le richezze non fanno l’uomo beato.

Che l’uomo dee portare l’avversità in pace.

Onde procede disaventura nel Mondo secondo astrologia.

Contro agli uomini che si dicono innamorati.

Perchè gli antichi furono maggiori Filosofi che i moderni.

Questa Canzone sul Codice Parigino non ha l’argomento.

Notizie sui testi a penna usati per le Canzoni di Bindo Bonichi

Le venti Canzoni del Bonichi si sono stratte da un antico Codice Cartaceo della Biblioteca Reale di Parigi descritto dal Marsand alla pag. 135. del Vol. I. in occasione che di conserva cogli onorevoli miei amici e dott. Pier Giacinto Zevacchini si studiavano i Codici della Divina Commedia posseduti da quel Gabinetto de’ Manoscritti. Due di esse furono date in luce dall’ e ristampate poi con altre due in Roma nel 1642. per cura del Conte , col Tesoretto, col Trattato delle virtù Morali attribuito al Re Roberto e con alcune Rime del Petrarca. Poi furono ristampate nel 1750. in Torino con una quinta nella stamperia Reale e si leggono pure impresse nel III. Vol. delle Rime antiche in Palermo 1817. per Giuseppe Assenzio. Il Gamba ci avverte che stava presso il cav. Bossi un Codicetto che conteneva appunto le venti Canzoni del Bonichi. Esiste pure in Roma nella Vaticana un Cod. segnato N. 3213 che ha diversi Sonetti del Bonichi ma nessuna delle venti Canzoni. Le Biblioteche Fiorentine sono ricche di Codici delle Poesie del Bonichi. La Laurenziana ne ha uno, la Magliabechiana cinque, e la Riccardiana altri cinque. Noi li abbiamo presi tutti ad esame e di contro al testo del Cod. Parigino abbiamo notate le varie Lezioni di qualche conto.

Il Cod. della Laurenziana è al Pluteo 40 ed è segnato col N. 49. È un volume cartaceo, in quarto grande, ben conservato, del secolo XV, in caratteri italici, e assai corretto. Combina quasi perfettamente col Cod. Parigino persino negli errori e nelle lacune. Le sue varianti si sono distinte colla lettera L.

Il primo della Riccardiana è registrato al N. 1100. È un Vol. cartaceo in quarto grande a caratteri italici non troppo intelligibili. Le Canzoni sono scritte a modo di prosa con un breve spazio però fra l’un verso e l’altro. Il Cod. ha per titolo — Canzoniere del Petrarca e Rime di diversi — Pare del Sec. XV. Gli argomenti delle Canzoni sono quasi tutti in Latino, ma in un Latino barbaro. Infine del Vol. si legge «Questo. libro. e. di. cione. delle. dote. ovvero. delle. gran. dote.» Le varianti del Cod. sono indicate colla Lettera R.

Il secondo è un Vol. in pergamena in forma di 4. del sec. XIV. registrato al N. 1609. E scritto a grandi e regolarissimi caratteri semi-gotici assai corretto e ben conservato. Contiene il volgarizzamento di Boezio, e le cinque prime Canzoni del Bonichi. Queste sono scritte a modo di prosa, ma fra l’un verso e l’altro c’è punto fermo. La prima lettera d’ogni Canzone è maiuscola ed è miniata a rabeschi. Anche la prima d’ogni strofa è maiuscola ma senza ornamento di miniature. Le varianti sono distinte colla lettera R2.

Il terzo Cod. Riccardiano è contrasegnato col N. 1040. È un Vol. cartaceo in formato piccolo del secolo XV. ben conservato, di bella lettera e assai corretto. Contiene 1. Le Rime minori di Dante con prezioso ritratto di quel Divino Poeta. 2. Le Rime del Bonichi cioè: Le venti Canzoni ed alcuni Sonetti. Alle Canzoni mancano gli argomenti. La prima lettera d’ogni Canzone è maiuscola, miniata a oro e rabeschi. La prima d’ogni strofa è semplicemente maiuscola. Le varie Lezioni che se ne sono stratte sono contrasegnate colla lettera R.3.

Il quarto Cod. Riccardiano registrato sotto il N. 2734. non ha del Bonichi che la sola Canzone XIX. Tutte le altre poesie che contiene sono di varii Poeti antichi. E un Ms. cartaceo del secolo 15. ben conservato ma scritto in caratteri difficili a leggersi anche per molte e strane abbreviature. Le varianti tratte da questo Codice sono segnate colla lettera R.4.

Il quinto Riccardiano in Catalogo al N. 1050. è un Vol. cartaceo in quarto grande probabilmente della 2. metà del sec. XIV. o del principio del XV. scritto in caratteri irregolari senza alcun segno ortografico meno qualche punto in quà e in là. Trattasi di un Zibaldone che contiene diverse Rime antiche, e fra le altre quattordici Canzoni del Bonichi scritte a modo di prosa, assai scorrette e mancanti dei soliti argomenti in principio. Quelle delle 20. che non si incontrano sono le 9. 10. 11. 12. 13. e 16. Le varianti sono distinte colla Lettera R5.

Il primo della Magliabechiana è registrato nella Classe XXI. al N. 141. È un bellissimo Codice in pergamena in forma di foglio del secolo XIV. scritto in nitidissimi e re- golarissimi caratteri semi-gottici, colle iniziali miniate a rabeschi. Fu del senatore . Il Copiatore si appalesa Napoletano. Il Ms. per altro è sufficientemente corretto. Manca la . per intiero, e le prime due strofe della V. Sono scritte tutte a modo di prosa e senza segni ortografici. Si leggono in principio tutte le Rubriche delle Canzoni le quali poi sono riportate in principio di cadauna. Le varianti sono riportate sotto la lettera M.

Il secondo appartiene alla Classe VI. ed è registrato sotto il N. 143: è un Vol. in foglio di pergamena scritto a caratteri semi-gottici, e verosimilmente è del secolo XIV. o del principio del XV. È ben conservato e corretto, ma non ha del Bonichi se non se la Canzone Magnificando Amore ec. ed è anche man- cante dell’ultima strofa. La Canzone è registrata come lavoro di Dante. Vi si legge pure dello stesso Poeta un sonetto che incomincia — Mostraci il mondo pro’ e dacci danno — Le varie Lezioni sono indicate sotto la lettera M1.

Il terzo è registrato nella Classe VII. al N. 112. È un Vol. cartaceo in forma di quarto, della seconda metà del secolo XV. o forse del principio del XVI. Fu riveduto e in molti luoghi furono corretti gli errori del Copiatore. Combina quasi sempre col Cod. Parigino persino nelle lacune. Le varie Lezioni che se ne sono tratte sono segnate sotto la lettera M2.

Il quarto appartiene alla Classe VII. ed è segnato del N. 991. Questo Vol. cartaceo in foglio piccolo è del secolo XV. è mal conservato ed è scritto con caratteri irregolari. Non ha del Bonichi che sette Canzoni e a tutte manca la Rubrica. Le varianti sono distinte colla lettera M3.

Il quinto registrato al N. 1385. della Classe VIII, è un Vol. cartaceo in foglio piccolo ben conservato, che fra le altre cose contiene Canzoni del Bonichi tutte scritte a modo di prosa senza segni ortografici, meno un punto fermo fra una parola e l’altra, all’antica. Fu tutto scritto di mano di Antonio di Piero di Nicolaio di Manetto da filicaia nel 1490. come a pag. 156. Le varianti cavatene sono indicate sotto la lettera M4.

Il Bonichi morì in Siena il 3. di Gennaio del 1337.

Canzone prima

ct

ct

Dispregiar valimento, Cortesia e savere ...... Mi conviene, e volere Contra ciò, che mi mostra conoscenza; Non che mi sia in talento, Ma volendo podere Di quel che fà parere Vizio vertù, e disvaler valenza La vera oppinïon nïente movo; Ma doglio, perchè vien da vizio errore Ch’à di virtù colore E pregio sembra agli uomini non saggi Onde si sdegnan li gentil coraggi Non perchè sien di conoscenza fore, Ma perchè bontà more Doglion sovente, e ciò confermo e provo.

Molta in homin bontate È del tutto anullata Per la gente cechata Dalla pessima gola d’avaritia; E vene in degnitate Chi la mente à smarrita Et maggiormente data In operar, quanto più sa malizia. Dunque si turba il saggio con ragione Vedendo dischader per heresia Savere e cortesia, Ond’è dotato l’om, ch’à ’l cor gentile. Et per metalli che son terra vile Dato esser pregio in usando follìa A chi più n’à in balìa E al discreto pover riprensione.

Troppo lo mal s’avvanza Per non esser ripreso, Ma conformato o inteso Ne ricchi per li piagentier traditi, D’alcuni per ignoranza Ch’è lor così avviso: Però quei che ’l mispriso Fan sormontar, dovrieno esser puniti; Ch’ei son cagion donde procede oltraggio, Perchè i malvagi dei buon fanno gioco, Non cognoscendo il foco Dove dimora lor vano inteletto:

Non è senno altro che saver difetto Discerner, e fuggire, in ogni loco, Lasciar lo troppo e ’l poco Tenendo il mezzo, e questo fa l’om saggio.

Son di maniera genti Perchè sieno in bassezza Ch’a null’om per grandezza Denegherien il ver si son disdegni; Ma vivon mal contenti Pien d’orgoglio e d’empiezza Perch’ei non àn richezza. E più de’ ricchi lor giudican degni Vertù è in lor come in specchio spera, Che non è, perchè sembri d’esser bene: Poi da vizio pervene An quasi di vertù abito in ombra. None’ di vizio fuor cui vizio ingombra; Vizio biasmar per vizio non convene, Ma per vertù, che vene Da cosa natural nobile e vera.

Conoscendo io drittura Contra e’ voler presente Fallio non poi la mente Et lo ’nteletto di vertù stà intero. Non m’avèn per natura Ma sol per accidente, Perchè ’l cor non m’assente,

Per compiacer, dir falso o tacer vero. Ne me move avarizia a voler oro, Ma voler non d’avari abisognare E per poter donare Alli buoni scaduti alcun conforto. Dunque perch’io mi mova non ho torto; Che non è fallo malvagi schifare; E ciò non si può fare S’om non acquista o possiede tosoro.

Canzone seconda

ct

Nell’huom discreto e saggio Si contien provedenza, Piacere e conoscenza, E con misura cortese larghezza, Aver leal coraggio Et disdegnar fallenza Et da cotale essenza Procede quel c’ôm dice gentilezza. Non fa...... richezza l’ôm gentile Ne gran lignaggio, ne tesor di fore Sanza vertù di core, Ne bei costumi con malvagio fatto; Ma ’l vertuoso cor, ch’ogni esser vile Fugge, e disia bon pregio et honore, Tal crea in hôm valore Ch’abito è di vertù che viene in atto

Qual ôm porria stimare La pessima arroganza E la grande ignoranza De principi, baroni, e cavalieri, Che voglion dimostrare Di volere onoranza, E sotto tal sembianza Vivon tiranni dispietati e feri, E dilettan parlar di cose bone? Questo procede sol dal cor villano. Ama rana pantano, Et sia cui voglia, sorcio prender esca. Bona parola e mala operazione Aggiunte insieme fan contratto vano. Non corre chi va piano: Piace alla gatta il pesce, ma nol pesca.

Se l’ôm ricco potesse Per tesor possedere Vertù di core avere, L’oro si püo dir che fora caro: Qual si folle, ch’havesse La cosa a non calere Che ’l facesse valere? Quei, ch’è più largo, diverria avaro. Non si pon comperar li ben dell’alma A quei di fuor che son vil cosa e grossa: Già più che valer possa Non è per modo alcun cosa che vaglia.

The opening of the book is shown; the full text loads in the reader.

Loading the full text…