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Delle Biblioteche per il popolo
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Le sole scuole non bastano: esse non sono che un avviamento, una preparazione, e non possono che segnare un indirizzo. La pianta chiede aiuto costante, benignità perpetua di terreno e di cielo: il soccorso all’intelletto dev’essere giornaliero; se volete un popolo il quale non fallisca la via del vero, dategli un maestro responsabili in parto de’ suoi traviamenti. Un maestro continuo? Quale sarà? — Vi è un precettore che non aggrava che di pochi soldi il bilancio dello Stato, del comune, dei privati; questo precettore, ben disse il prof. Galanti, è il libro.
Sì i libri devono essere i nuovi maestri che continuano l’opera delle scuole, scriveva nel suo Philobiblion, «sono dessi i maestri che c’istruiscono senza verghe o sferze, senza collera e senza danaro, se li avvicini non dormono, se li ricerchi non si nascondono, non mormorano se tu erri, nè ti rimproverano della tua ignoranza.» Ma oh! quanto pochi son coloro che acquistar ne possono qualche porzione, e quanto innumerevoli quelli ai quali neppure è conceduto possedere i libri più necessari e meno dispendiosi! Il giovanetto uscito dalla scuola con qualche nozione, se non avrà poi al- tro soccorso, perderà pochi anni dopo, ogni traccia delle cose apprese: quando un popolano ha imparato a scrivere, a leggere, a far di conto, si è suscitato in lui un bisogno nuovo, e allora più che mai sente necessità di libri che alimentino in lui l’accesa fiaccola del sapere.
In Italia è ancora un desiderio lo spettacolo che offre di frequente il popolano inglese raccolto intorno al focolare domestico per leggere ad alta voce un libro dinanzi alla famiglia che gli fa corona. Man mano che le file degli analfabeti si vanno diradando, sarà un vero beneficio nazionale quello di mettere dei buoni libri alla portata di ognuno, e far correre in tutte le mani questi istromenti potenti di civiltà e di progresso. Dirozzato un analfabeta, educhiamone il cuore, altrimenti il nostro lavoro sarà fuorviato, e forse d’un illetterato onesto avremo fatto un falsificatore, d’un operaio d’idee limitate, un infelice pieno di desiderii incomposti.
Questa missione appartiene alle biblioteche popolari; ad esso spetta il far sì che le male abitudini e la scioperatezza dell’operaio cedano il posto alle virtù casalinghe, o che il libro divenga come un apostolo che purifica e redime.
Il popolo adunque dovrebbe avere una bi- blioteca contenente libri utili e libri piacevoli: questi devono essere la nuova scuola per l’operaio e nello stesso tempo mezzo di ricreazione e rifugio dalla noia e dal dolore. Vi devono essere libri utili e libri piacevoli perchè dessa sia scuola e luogo di ricreazione. Vi devono essere libri tecnici sull’industria e sul commercio, libri che spieghino le grandi scoperte industriali; libri che svolgano le nozioni morali, i doveri della vita sociale, libri che insegnino i costumi e gli usi civili e domestici dei popoli, libri che ricordino i fatti più memorabili della storia nostra, i nomi dei nostri grandi, degli eroi, dei martiri.... le memorie patrie le quali è dovere conoscerà, perchè nel passato, dice , v’è gran parte del nostro avvenire.
Ma oltre i libri d’utilità, si devono preparare i libri che procurino qualche ora di ricreazione e di piacere. Il romanzo sociale p. e. diventerebbe facilmente, disse bene il ch. , una scuola pel popolo d’economia politica o di diritto costituzionale. Miss ci ha dato un saggio di questa utilissima letteratura che da noi è tuttora da creare e in cui senz’offendere la scienza essa ha descritto i triboli che rattristano le classi agiate e l’abbondanza senza preoccupazioni che premia la vita pacifica dei la- voranti. Una giornata di lavoro manuale all’aratro, all’incudine, nelle miniere, ecc., non è certo una buona preparazione al lavoro dello spirito: anco l’operaio desidera sottrarsi colle illusioni alle dure realtà della vita, e abbisogna perciò d’opere d’imaginazione. Leggendo egli simili opere mentre riposerà il corpo stanco, andrà educando, col piacere, l’anima ai principii del buono e del bello. Convien dunque procurare al popolo libri che ne sollevino l’animo suo sopra gl’interessi materiali, che gli risveglino la poesia del lavoro, il piacere della vita dei campi, ecc. La lettura può portare grandi benefizi come mezzo di piacere, e molto si può ottenere nell’educazione cangiando il modo di piacere. Due grandi nemici hanno a vincere le biblioteche popolari, l’ozio ed il vizio. La bettola, la casa del bordello richiamano il popolo fra i canti, giuochi e laidezze.... convien quindi rendere la lettura variata ed amena perchè il piacere del libro richiami dall’altro piacere seducente dei vizi.
Questo adunque vogliamo raccomandare perchè l’operaio scenda facilmente a familiarizzarsi col libro, e perchè questo ne diventi l’amico, il compagno, la guida.
L’esempio della Scozia ci dimostra l’immenso bene che fanno le biblioteche circolanti. L’operaio coltiva l’anima leggendo i capolavori della letteratura, la donna trattiene alla sera il marito a casa presso alla culla de’ suoi figli. La famiglia in questo modo guadagna tutto ciò che vi perde la bettola, e la società tutto ciò che guadagna la famiglia.
Il filosofo svedese diceva, la questione più importante essere quella di sapere
come il maggior numero dei cittadini possa ridursi alla condizione d’esseri pensanti: gli possiamo oggi rispondere che la questione è risoluta coll’istituzione delle biblioteche popolari, la quale ora si è fatta quasi cosmopolita: in Inghilterra, in Alsazia, in Francia, in Germania, in Prussia, in Svizzera... e fino in Algeria si radunano libri pel popolo.
Le biblioteche popolari dell’Alsazia non sorgono soltanto nelle grosse città, ma pur anco nelle campagne, e fino fra l’Alpi e in alcuni luoghi ove manca il camposanto e la chiesa non mancano i libri popolari. Il bibliotecario del Grand Trait dovette porre un deposito di libri nei casolari della montagna, e constata ch’essi son letti da più che ventimila alpigiani.
Alcuni piccoli comuni industriali ed agricoli contano quasi i lettori col numero dei loro abitanti, a questo santo contagio dello studio si diffonde dappertutto ed assale i soldati delle guarnigioni e persino quegli uomini che paiono più chiusi alla benigna influenza del vero.
Nei dintorni di Thann i taglialegna, ai quali la neve vieta di lavorare, usavano raccogliersi nell’osteria dove sprecavano guadagno; ora dopo che si fondò una biblioteca, si danno convegno nella casupola d’un operaio che legge una storia ad alta voce: essi crescono in sapore e risparmiano il loro danaro.
Obiezioni e risposte
ct Non sono mancate obiezioni contro le biblioteche circolanti.
L’onorevole cav. Galanti, uno dei più benemeriti membri della lega trevigiana che presero a
cuore la causa della educazione popolare non solo, ma quella altresì delle biblioteche popolari, prevenne la immeritata accusa con alcune belle parole che ci piace riferire.
L’operaio, si è detto, non ha tempo nè voglia di leggere; non ha denaro per farsi socio: noi rispondiamo, finito il suo lavoro giornaliero, non trova egli largo tempo pel giuoco? Non consuma nelle taverne talora il frutto d’una settimana di fatiche? Ebbene, diamogli occasione di mutare abitudini; procuriamo che abbandoni lo sdrucciolo periglioso della bisca per entrare nella propria casa; che ad una conversazione o svergognata o scipita anteponga quella della moglie, dei figli, di qualche amico; andando con loro in cerca d’affetti, di conforti; che il libro lo riabiliti in faccia a se stesso, che il danaro sprecato a danno dello spirito e del corpo nella gozzoviglia venga ripartito fra la Cassa del risparmio e la Biblioteca popolare.
Ma gli avversari delle biblioteche circolanti dicono non esser necessario che il popolo divenga tanto dotto; essere più conveniente che egli si occupi de’ suoi mestieri. Prima di tutto, è vero che noi vogliamo fare d’un artiere un scienziato? Quando parliamo di coltura popolare le nostre idee sono relative all’allievo che vogliamo educare: e poi negando al popolo l’Istruzione e la lettura, a quale lavoro lo condannate? a quello della gleba: ma questa è la teoria della servitù perpetua, e noi vogliamo invece convertire il servo in libero. Non si dee paventare la scienza, ma l’ignoranza; la verità è luce e noi vogliamo la luce.
Le obiezioni però continuano ancora; sia pure, si dice, che nei centri più popolati si cer- chi di largire alla moltitudine il sapere per attenuare gli attriti fra classe e classe, per non avere fra piedi una turba villanamente ignorante, per migliorare, s’è possibile, l’industria; ma vorrete aprire scuole serali, istituire biblioteche e letture nelle campagne? La resistenza di quelle popolazioni paralizzerà i vostri tentativi di bene; la pietra non vi darà mai frumento. Gli oppositori con queste interrogazioni hanno già fatto un passo di ritirata; dalla città si sono ridotti alla villa, ma la nuova trincea non li salverà dall’assalto. — Perchè noi ammetteremo questa differenza nell’impartire il beneficio dell’istruzione fra le popolazioni urbane e le rurali? — per nostro principio dobbiamo avere il bene generale, non guardiamo ad accidenti di fortuna, di luoghi; guardiamo all’uomo. Cerchiamo sradicare l’errore dove si è fitto, diradiamo le tenebre ove si addensano, accresciamo il movimento intellettuale dell’umanità. Se la campagna è renitente alle innovazioni, noi non dobbiamo abbandonarla; in luogo di smettere è nostro dovere raddoppiare lo sforzo per educarla. Le industrie, i commerci non hanno vita solo nella città, da per tutto si manifesta la produzione, lo scambio, e noi dobbiamo colla propagazione de’ savi precetti, coll’ammaestramento perseverante proteggere dovunque queste due grandi manifestazioni di civiltà, questi due elementi di benessere. Agli avversari possiamo citare l’esempio citato dal Macé, che prova vittoriosamente come l’amor del sapere abbia culto anco fra le popolazioni rustiche. In un comunella rurale d’Alsazia si dovette fortificare con spranghe di ferro l’ingresso alla Biblioteca, perchè gli operai di ritorno dal lavoro si con- tendevano colla violenza l’accesso del locale. Lo spirito anco meno illuminato ha prepotente bisogno di verità, di scienza. L’abitante del più remoto villaggio d’Italia al pari di quello delle città più animate viene a prestare il suo contingente nell’esercito nazionale e a pagare il suo obolo di contribuente, anch’egli forma parte della cittadinanza italiana, anch’egli è chiamato quale elettore all’urna, educhiamolo dunque colla stessa prodigalità dell’abitante dei grandi centri; oggi il governo non è una privilegiata oligarchia, ma esce dal popolo: allora soltanto si potrà dire d’aver provveduto all’istruzione del popolo quando in ogni comune sorgerà accanto alla chiesa un edificio abbastanza vasto e salubre sul quale ai possa scrivere: Asilo infantile, Scuola elementare, Biblioteca circolante.»
Ma altre obiezioni vengono mosse: e dove trovate i danari, si dice, per l’istituzione di queste biblioteche? — La spesa che ci vuole è di poco rilievo.
A Prato si cominciò con setto amici che pagavano 30 centesimi al mese e un sol libro di 50 pagine, e in poco tempo si trovò 300 e più soci, 4000 volumi e 1000 lire l’anno di rendita! — Scrive il Macè che la biblioteca di Beblenheim la quale contiene 1000 volumi ha i suoi armadi in un corridoio della scuola e per molto tempo i libri son rimasti sopra una panca dova i primi lettori si sono affrettati a cercarli. — Un catalogo col numero progressivo dei libri, il nome del donatore, il loro prezzo, l’indicazione dell’edizione, e altro registro per la distribuzione, ecco tatto ciò che necessita per aprire la biblioteca.
Nè si può dire che fra noi manchino buoni libri finché l’Italia vanti i Manzoni, i Grossi, i D’Azeglio, i Carcano, i Tommasèo, i Dall’Ongaro, i Mantegazza, i Cantù, i Nievo, ecc. ecc., e donne come la Percoto, la Ferracci, la Colombini, la Salvo, la Codemo per non ricordare cento altre personalità viventi o i titoli in lungo ordine di buoni libri or ora pubblicatisi dal Treves, dal Barbèra, ecc.: certo non si potrà formare una vera letteratura popolare, nè si potrà sperare che editori si diano a stampar libri tecnici popolari finché non sorgano le istituzioni che debbono usarne e debbon farne richiesta; colla parte nutritiva ci vogliono i corpi digestivi, ed è uno dei più elementari fatti economici che ci avverte non prodursi una merce se non vi è chi la richiede, che l’offerta sta in ragione della domanda, la produzione dunque intellettuale crescerà in proporzione dei così detti consumatori d’idee. E nemmeno vale l’opporre come apparentemente potrebbe sembrare vero, che abbiamo ancora molti analfabeti e che ci bisognano le scuole. — Se abbiamo degli analfabeti abbiamo ancora molti alfabeti, e le scuole sono già parecchie: ora a che serviranno le scuole e il saper leggere al popolo, se non avrà nulla da leggere? il complemento della scuola primaria è dunque la Biblioteca popolare: la prima è la chiave e la seconda è la casa: avendo la chiave senza la casa non si può dir davvero d’essere alloggiati; così ci ha detto il Macé.
Del resto la lettura in comune giova anco agli analfabeti, e non è infrequente il caso che una
letture ascoltata, un libro capitato fra le mani di adulti analfabeti ne abbia scosso l’inerzia, fatti arrossire di non saper leggere e mandatili alla scuola!
Ecco come l'una istituzione è all’altra complemento e sorella.
Desiderj e proposte
ct Il signor Alessandro Anserini fu dei primi in Italia a scrivere sul tema delle Biblioteche popolari, e dal 1861 al 1862 nella Rivista italiana, diretta in Torino dal cav. Ferri, dettava due buoni articoli su questo proposito: «Le biblioteche popolari, egli diceva, offrono vantaggi superiori a quelle esistenti, con una minima parte di spesa: esse fanno penetrare nello famiglie di città o di campagna le opere dell’intelligenza, invece di aspettare qualche privilegiato cittadino nei loro polverosi scaffali; vantaggio immenso si è di poter leggere a casa quando si ha tempo, ma il beneficio veramente incalcolabile sarebbe per l’istruzione della donna, oggi esclusa per le sue occupazioni dalle Biblioteche pubbliche e per lo più priva d’ogni libro. Considerando quanto son forti le spese di conservazione delle Biblioteche pubbliche e il numero limitato di lettori che hanno, e confrontandole colla minima spesa delle Biblioteche circolanti per un numero infinito di lettori, si scorge la economia e l’efficacia del sistema dell’associazione. Infatti, una Biblioteca di provincia con 20 mila o 60 mila volumi non dà 3 mila lettori all’anno; invece 3 mila volumi d’una libreria circolante possono avere 20 mila lettori all'anno se divisi in pacchi da 30 volumi vengono spediti a 100 scuole e cangiati mensilmente, e se soltanto la metà circa di quei libri fosse letta una volta al mese: gli stessi 3 mila volumi potrebbero avere 60 mila lettori e più se i 30 libri spediti a ogni scuola cangiassero di mano una volta la settimana: l’associazione degli scrittori facilita la pubblicazione delle buone opere coll’acquistarne un certo numero per le Biblioteche popolari e col premiare le migliori: essa offre al talento sconosciuto un areopago di confratelli pronti a riconoscerlo e ad incoraggiarlo, togliendo poi l’autore così dalla dipendenza di editori spesso incapaci di apprezzarlo, dà un principio di stabilità alla proprietà letteraria feconda rimuneratrice delle lettere.»
Con queste considerazioni premesse, egli pubblicava un programma e statuto per una nuova Associazione che si dovrebbe intitolare per l’istruzione pratica, e nel quale vi sono delle buonissime idee, ma non di facile attuazione fra i cittadini d’Italia, che certamente non hanno le borse degli Inglesi e degli Americani: e di fatto come trovare fondatori che paghino 3 mila lire e soci per azioni di lire 200? Non sarebbe meglio invocare l’aiuto ed il concorso di tutti, anco del popolo stesso, chiedendo azioni di l a 2 lire annue? In questo senso il progetto d'una grande Associazione nazionale fu per due volte caldeggiato.
Anco il sig. commendatore Garelli discusse con amore sul tema delle Biblioteche popolari, ed espresse alcuni pensieri net 1866, in varie lettere al cav. L. Sani di Reggio e nel buon giornale il Maestro degli adulti, ritenendo importante complemento della scuola la Biblioteca popolare.
Quando all’analfabeto, dic’egli, avremo insegnato a leggere, l’avremo noi di molto migliorato? Noi non avremo fatto che mettergli in mano lo strumento per migliorarsi; ma se questo istrumento non sapesse o non potesse adoperare, a che gli varrebbe averlo acquistato? Bisogna dunque somministrargli o almeno indicargli i libri.
Il popolo legge? — Chi lo vorrebbe nell’ignoranza, dice che il popolo giuoca, beve, ma non legge. Noi che viviamo in mezzo al popolo possiamo dire che legge; e ne volete una prova? Osservate i mercati e le fiere anco dell’ultimo dei villaggi alpestri, vi troverete sempre il banco del libraio ambulante, perchè i libri sono cercati e sono cercati appunto perchè si legge e perchè la istruzione impartita nelle scuole ha fatto nascere il gusto d’attingere anco dai libri le aspirazioni più care del bello e del buono.
L’illustre professore non consente che le Biblioteche, per essere popolari di fatto, possano essere formate di libri via via raccolti per mille guise da private offerte di benefattori, e su que- sto non v’ha dubbio quando lo dovessero rimanere con quei libri, ma certo potrebbero essere cambiati, venduti e mutati secondo le savie vedute dei promotori, ed anco opere buone in se stesse non bastano perchè, per essere popolari, bisogna che siano intese dal popolo. La Biblioteca popolare, egli dice benissimo, dovrebbe avere un libro che presenti breve, facile descrizione della nostra patria, divisa in regioni, con un cenno sui prodotti naturali a artificiali d’ognuna; un altro libro utilissimo sarebbe quello della storia del popolo, insegnata per biografie di uomini illustri che uscirono dallo sue file, la lettura di questo non mancherebbe d’infiammarlo dell’amor di patria; non dovrebbe pure mancare qualche libro di morale, ma resa popolare come quello dei , dì .
Non sarebbe inopportuno qualche libro di drammi in cui l’azione, il dialogo, gli affetti e le passioni fossero attinti dalle condizioni essenziali dell’umanità, epperciò veramente educativi, e siccome una specie di dramma sono pure le novelle e il romanzo sia storico o d’immaginazione, anco ad esso dovrebbesi fare nella Biblioteca la sua parte purché fosse veramente educativo.
Non dovrebbero neppur mancare libri tecnici che apprendano agli artigiani la nomenclatura degli oggetti o le regole che governar debbono le operazioni delle arti loro; questi sarebbero letti con avidità e con profitto. La Biblioteca popolare vorrebb’essere non tanto numerosa di opere diverse, quanto numerosa di copie della medesima opera. Giova poi moltissimo a far nascere il desiderio della lettura l’opportunità del tempo stabilito per l’apertura, se questa ai facesse nel tempo dei più pressanti lavori campestri, correrebbe pericolo d’aver contrari i capi di famiglia, ecc.; la prima domenica dopo che la neve avrà imbiancata la terra s’inviti, se si può, dal parroco tutto il popolo ad assistere, dopo le funzioni domenicali, all’apertura solenne della Biblioteca, e lì si presentino i primi 15 o 2O volumi, il maestro ne legga l’elenco dicendo di ciascuno quel tanto che basti ad invogliare il popolo di leggerlo, si dimostri il fine e l’utilità dell’istituzione, il popolo non mancherà di seguirvi: ci vuol fede; guai se da principio si è freddi, l’istituzione non potrà aver vita. E poiché il popolo non apprezza se non quel che paga, invece dei libri gratis, sarebbe bene fargliene pagare il fitto, se paga, leggerà: il maestro, fatti conoscere i pregi del libro, dirà che chi lo vuol leggere paga un soldo; dirà poi che questi soldi servono a comprarne dei nuovi e alle legature.
Quanto ai libri adattati, non importa, continua l’egregio professore, se non ve ne ha molti in Italia; facciamo che questo istituzioni attecchiscano e vedrete che i buoni scrittori provvederanno a questo bisogno. La scelte dei libri poi non dovrebbe lasciarsi nè ai comuni, nè alle Provincie, ma alla nazione, ed ecco come: le Accademie stesse dei letterati potrebbero, dietro proposta di vari Comitati composti di persone amanti del ben del popolo, giudicare dell’utilità e convenienza d’introdurre una tale opera nelle Biblioteche popolari, così d’ogni libro che si stampa avrà pronunciato il giudizio sulla utilità il Comitato provinciale, e della sua bontà intrinseca sotto il rispetto letterario o scientifico sarà giudice competente l’Accademia. Bisognerebbe frattanto animare i municipi a stanziare un 100 di lire pel 1° anno e un 20 lire annue almeno pei successivi, acciò la Biblioteca si rinfreschi di nuovi volumi.
Ma chi veramente precorse ai tanti che nel 1861 e poi scrissero sulle Biblioteche popolari, fu l’illustre conte Luigi San Vitale senatore del Regno, uno dei più sapienti benefattori del popolo che conti la città e provincia di Parma, il quale così ne discorreva nel 1847 in un giornale parmense il Vendemmiatore, con un articolo portante il motto: «La buona lettura nobilita l'animo ed utilmente lo ricrea. Con alacrità e con benevoli cure si va facendo in modo che i poveri sappiano leggere ed esercitare in società quelle necessarie corrispondenze che dalla lettura e dalla scrittura derivano, ma non è a tacersi come talora possa parere contraddizione quella che i poveri avendo ricevuto gli ammaestramenti per cui divengono capaci di cercare occupazione e profitto dai libri, rimangano poi privi di quelli che porgerebbero loro buone dottrine religiose e civili e inoltre gradevoli trattenimenti: riesce conseguenza dunque del benefizio dato alla gente povera col mandarla nei primi suoi anni alla scuola, il pensare a prov- vederla dei libri. Per le Biblioteche popolari fecero notevoli proposte il celebre Cormenin e il dotto Diece compositore del rinomato diario che ha per titolo: Manuale dell’istruzione primaria; il Cormenin stabili una Biblioteca rurale nel circuito del Loiret, la quale fu cagione che vi si migliorasse l’agricoltura.»
E quindi, l’illustre senatore, con altre molte sennate parole continuava a trattare l’argomento, che certo per quei tempi era grande novità in Italia.
Come si può fondare una Biblioteca popolare con le forze d’una libera Società privata
ct Alcuni amici dell’istruzione popolare si costituiscano in Comitato promotore, aprano una soscrizione a pochi centesimi; per esempio, tutte persone che s’obbligano per non meno d’un anno a pagare 30 o 40 centesimi al mese: così si raccolgono soci e libri. Il luogo di riunione è a disposizione degli associati 3 o 4 volte la settimana, e i libri si danno a domicilio con certe speciali norme. Tutti possono essere soci, nessuna condizione, che la moralità. Tutti abbiano voto se non sian minori di 16 anni e liberamente s’eleggano il Consiglio di amministrazione, il presidente, il bibliotecario, chi debba vigilare alla distribuzione dei libri.
Soprattutto non bisogna dimenticare la influenza che ha la donna, e questa giova metterla a parte nei buoni uffici che potrà prestare all’istituzione.
La scelta dei libri è la cosa più interessante e dee preoccupare i soci per la destinazione di un buon bibliotecario, a cui per agrario di responsabilità o fatica potrà aggiungersi l’opera collegiale della presidenza o di due membri del Consiglio. Il bibliotecario è l’anima della Biblioteca, egli dee riconoscere nelle sue funzioni un vero apostolato e applicarvi tutto il cuore e tutta la sua attività; colla grazia dei suoi modi e i lumi della sua intelligenza dea guadagnarsi l’affetto e la confidenza del pubblico; il lettore dee trovare in lui una guida benevola che lo diriga saviamente con acconci consigli.
In generale si può dire che la Biblioteca non deve avere alcuna tendenza esclusiva, sia politica, sia religiosa; che la letteratura ricreativa giova assaissimo come miele destinato a far inghiottire la bibita meno dolce della scienza, e che avendo l’operaio bisogno di qualche cosa d’attraente che gli sia di sollievo alla fatica, sarebbe stoltezza negare il primo posto al buon romanzo nella Biblioteca popolare.
Sarà bene stampare i cataloghi distinti per materie, presso a poco così: — Romanzo; Poesia; Teatro; Educazione, morale; Scienze sociali; Geografia e viaggi; Storia; Arti e mestieri; Riviste e periodici; Miscellanee; — e dar pubblicità ai nomi dei donatori; annettere alla Biblioteca la Scuola degli adulti, le letture in comune o pubbliche d’argomento popolare, industriale, in cui si rivelino le curiosità della scienza pratica: bisogna finalmente che l’inaugurazione della Biblioteca prenda occasione da qualche solennità pubblica.
E poiché il tempo è moneta, sarà utile adottare per la distribuzione dei libri il sistema del M. Hoelling di Mulhouse che n’è l’inventore, col quale mentre risparmia tempo e fatica ai bibliotecari è d’una rara semplicità e chiarezza.
Un grosso libro dee contenere tante pagine quanti sono i soci lettori, a ognuno di questi si dà un numero di matricola che sta intestato alla rispettiva pagina e ripetuto sul biglietto d'ammissione alla Biblioteca, così ogni pagina presenta il conto aperto d’un lettore, e lo dà in forma sinottica di un gran quadrato composto di tanti più piccoli quadrati quanti bastino a far sì che il numero dei volumi della Biblioteca sia rappresentato progressivamente da altrettanti angoli dei quadrati medesimi; così per una Biblioteca di due mila volumi bastano 20 quadrati disposti sopra due linee l’una sull’altra ognuno dei quali contenendo 25 piccoli quadrati interni a cento angoli l’uno presenta il totale di 2000 angoli: così alla pagina del socio che richiede un libro, il bibliotecario non ha che da fare una linea orizzontale all’angolo che ha il numero corrispondente al libro e questa a suo tempo ridurre a forma di croce con un’altra verticale quando ne avverrà la restituzione. Per determinare poi l’epoca della consegna non si ha che segnarvi il numero d’ordine della distribuzione; così dove le distribuzioni si fanno settimanalmente il più alto numero della distribuzione sarebbe il 52; e questo si può scrivere al disopra della linea orizzontale.
Come si può fondare una Biblioteca popolare in una Società di Mutuo Soccorso
ct Se ognuno dei cinquecento sodalizii di reciproco aiuto che oggi fioriscono in Italia potesse costituire una piccola Biblioteca, quanta luce di sapere e di moralità irradierebbe le classi operaie! Le Società di mutuo soccorso che assegnano al popolo una sovvenzione materiale per la malattia devono pure assicurarlo colle scuole e coi libri contro la malattia più terribile, l’ignoranza.
La sede della Biblioteca sarebbe nel locale della Società di mutuo soccorso con un’apposita Commissione incaricata di istituirla e dirigerla, i libri si prestino ai soci che siano in regola coi loro pagamenti. La Biblioteca può costituirsi coi doni ed i contributi dei soci onorari, ma tuttavia sarà meglio che il popolano il quale ne gode i beneficii, concorra pur anco nella spesa della sua fondazione.
A tal uopo si fissi un contributo speciale dai 10 ai 15 centesimi mensili per ogni socio che voglia godere i vantaggi offerti dalla Biblioteca popolare. Però se questo tenue contributo dovesse allontanare un certo numero di soci dalla Biblioteca, si potrà farne a meno, perchè dove gli operai non si voglion muovere alla ricerca dei libri è bene che i libri vadano a ricercare gli operai.
Le opere prestate si inscrivano in apposito registro di entrata e di uscita, e tutti i libri por-
tino l’indicazione del prezzo ed il sigillo della Società in prima ed ultima pagina, ed a mezzo del volume. La durata del prestito non passi i trenta giorni coll’obbligo ad ogni socio di conservare i libri in buono stato ed indennizzare la Biblioteca in caso di perdita o deterioramento. Con questi piccoli mezzi si può iniziare un’opera grande. I contributi speciali dei soci effettivi, i doni dei buoni cittadini, dei comuni e delle provincia la faranno in breve prosperare. Le Società di mutuo soccorso devono ricordare questo detto di un vero amico del popolo, : Non si può mettere dell’oro in tutte le borse, ma si può arricchire tutte le anime colla coltura dell’intelletto e del cuore!
Come si può fondare una Biblioteca popolare in un Comune
ct Non v’è comune, fatte poche eccezioni, così disgraziato da non avere nel suo seno alcune persone agiate ed istruite. Queste promuovano fra loro una colletta di danaro e di libri; il sindaco faccia stanziare dal Consiglio comunale un piccolo fondo annuo. Il locale si trova facilmente nella casa comunale, o nella scuola, o presso un privato qualunque, e un armadio qualsiasi può bastare al collocamento dei libri. Bibliotecario potrà essere il maestro di scuola, o la persona scelta dal Consiglio o dalla Commissione incaricata della Biblioteca. I libri si potranno leggere anco nel luogo; ma è preferibile il prestito, che permette all’operaio ed al contadino di leggere nelle ore di ozio, di rileggere e di pensare sulle cose dette, di ritirarsi nella sua casetta e fare una lettura in comune. Sarà forse
difficile nei primi tempi e nei comuni rurali che i lettori si presentino da soli; in questi casi i benemeriti promotori della Biblioteca si adoprino essi stessi a ricercar lettori e prestare i libri.
Ogni comune si regolerà secondo le condizioni d’agiatezza e coltura de’ suoi abitanti nello stabilire il prestito gratuito, o verso un piccolissimo compenso. È desiderabile che si avvezzi chi legge a comperarsi questo piacere, perchè così lo apprezzerà anche di più; ma ciò non deve compromettere l’esistenza e la popolarità delle Biblioteche.
Il Bibliotecario ha tre registri (per i quali bastano semplici scartafacci scritti a mano), cioè:
1. Un catalogo portante l’indicazione dei libri, il loro numero d’ordine, il giorno in cui sono entrati, e la loro provenienza (se donati, dicendo da chi; se comperati, a qual prezzo e per qual mezzo).
2. Un registro dei prestiti portante i nomi di quelli che si fanno prestare i libri, il titolo e il numero d’ordine dei libri prestati, il giorno in cui sono prestati e quello in cui sono restituiti.
3. Un libretto di cassa, dove sono da notarsi esattamente tutte le entrate e le spese, facendo la somma ad ogni pagina.
Un’altra piccola spesa urgente è quella di un sigillo, per apporlo alla prima ed all’ultima pagina d’ogni libro, e a metà del volume. Accanto al marchio della prima pagina si metterà la somma che ha costato il libro, compresa la legatura, per prevenire qualunque disputa per
il compenso, nel caso che il libro andasse perduto.
Più comuni, specialmente limitrofi, si possono riunire, come suol dirsi, in consorzio, e fondare insieme una Biblioteca popolare, che diventerà così anco ambulante da comune a comune, precisamente come si suol fare già da qualche anno in Iscozia.
Biblioteche popolari in Italia
ct ct ct La libertà spirò anco nel nostro paese il suo alito rinnovatore. Oggi le Biblioteche popolari in Italia sono oltre 250.
Il movimento in favore di queste istituzioni fu dato nell’ottobre 1861. In quell’anno s’impiantò a Prato la prima Biblioteca popolare italiana. Il progetto di essa improvvisato in un ritrovo di 8 amici fu tosto messo in esecuzione, cominciando con un sol libro di poche pagine. Le Società che hanno modesto inizio, e che non promettono tanto o troppo, sono quelle che fioriscono più e danno più splendidi risultati. La fortuna arrise a sì lodevole iniziativa; doni di privati, incoraggiamenti di Ministero, e fino il premio all’Esposizione di Parigi non le mancò: all'aprirsi dell’8° anno di sua fondazione aveva ben 4 mila volumi, una rendita annua di lire 1200, soci in numero di 200: essa colla pubblicazione de’ suoi atti, delle sue memorie, dei suoi statuti, relazioni, cataloghi, diffusi poscia in tutta Italia, accese un vero fuoco che non
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