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Dichiarazione
L’illustre maestro di studi storici, , mi scriveva di sua mano (31 dicembre 1894 ) le seguenti linee a proposito dei Miei Ricordi:
“L’esatta conoscenza, e la leale esposizione fanno prezioso il racconto.„
Tale approvazione mi dà animo a proseguire.
Pur troppo mi mancherà ulteriormente la mia corrispondenza col diletto fratello Ottavio, per raffermare e chiarire la mia memoria. Egli moriva il 9 febbraio 1868.
In omaggio alla memoria di quel caro, modello di virtù in religione, in famiglia ed in politica, riporto alla fine di questo volume gli scritti necrologici pubblicati in quei giorni.
Mi restringo a questi, perchè se volessi scrivere le mie ispirazioni, non avrei limiti a parlare di quel compianto fratello così affettuoso ed affezionato.
I. La situazione nel 1866
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La situazione in Italia al finir del 1866. — Speranze deluse. — Insuccesso delle operazioni militari. — Discordia nei generali comandanti. — Operazioni militari. — Gravi inconvenienti nel comando. – Ritirata ed inazione non giustificate. — Custoza e Sadowa cambiano la situazione. — Napoleone arresta Bismark e si fa cedere il Veneto dall’Austria. — Indecisione del Governo Italiano. — Lissa. — Audacia tardiva e nociva. — Confusione nei partiti e nel ministero. — Mirabile condotta di Lamarmora. — La sospensione delle ostilità. – L’armistizio di Cormons. — Difficoltà per le basi della pace. – L’Italia non fu umiliata.
La situazione interna politica dell’Italia, al finir del 1866, era ben difficile a definirsi.
Se dopo il 1849 fù costante l’idea di una rivincita contro l’Austria, e che l’Italia dovesse farsi tosto o tardi; tale opinione era ancor più forte dopo la Crimea, il 1859, ed il 1860. Era convincimento generale che la questione del Veneto doveva risolversi, ed il contegno ostile dell’Austria rendeva sempre più indispensabile una soluzione.
All’estero la situazione politica era stata abilmente preparata da . Conosceva egli l’ambizione di Napoleone III di mandar all’aria i trattati del 1815, ed acquistare le così dette frontiere naturali della Francia. Il 1859 gli aveva dato le Alpi; ora ambiva il Reno.
Valendosi di tale idea, e dell’antica promessa dall’Alpi all’Adriatico, Lamarmora si assicurò l’appoggio di Napoleone. Giovandosi poi della gara ambiziosa di dominare la Germania, insorta e crescente tra l’Austria e la Prussia, conchiuse con quest’ultima Potenza una mutua alleanza.
Alleanza che l’Austria, fiduciosa nelle belle parole che Napoleone diceva alla moglie dell’ambasciatore Metternich, si prestava inconsciamente a rafforzare colla sua minacciosa alteriggia verso l’Italia e la Prussia.
L’esercito era ben armato ed organizzato al completo, con tutte le riserve pronte, dal ministro Pettinengo. La flotta pure ben organizzata con un naviglio grandemente stimato. Il morale di tutti alto e deciso. Ambivano gl’Italiani la lotta, pronti a subire gravi sacrifizi di vite e di denari per ottenere lo scopo presentito da mezzo secolo. L’ottennero a ben minimo prezzo, eppure non erano soddisfatti!
La nazione non si rallegrava di ciò che aveva acquistato, addolorata che l’esercito e la flotta non avessero corrisposto all’aspettazione. Non si era stati capaci di rivendicare da sè il proprio paese. La fiducia nelle forze italiane era scemata dall’insuccesso, del quale non poteva rendersi ragione, chi non conosceva l’andamento passato.
Pochi lo conoscevano a fondo; pochissimi osavano accennarlo; nessuno lo volle dire apertamente. Poichè non devesi tener conto delle calunnie e dei tradimenti che si vociferavano nei bassi fondi politici.
La vera causa dell’insuccesso, diventato poi moralmente disastroso, fù la disunione, la discordia, e per taluni, anche l’antipatia, che dominavano l’animo dei principali comandanti. Obbedivano agli ordini supremi, pagavano di persona, ma erano restii a qualunque volonteroso concorso, o spontanea iniziativa, e più che mai a compromettersi per proprio impulso, onde secondare il movimento di un collega.
Vittorio Emanuele non aveva simpatia per Lamarmora, ed era quasi antipatia, dacchè Lamarmora, nella campagna del 1859, avvece di stare come Ministro della guerra alla capitale, non solo seguì sempre l’esercito, ma, ciò che urtava maggiormente Vittorio Emanuele, egli si dava l’aria di sorvegliare l’andamento delle cose, emettere critiche, e sospendere movimenti di truppa ordinati, ma ch’egli credeva pericolosi. Tali cose, più o meno esatte, ma certamente amplificate, venivano riferite al Re dalle persone del seguito reale, ostili in generale al Lamarmora. Sta il fatto che Lamarmora il 3 maggio 1859, avendo saputo che, per un allarme esagerato, erasi dato l’ordine all’esercito di abbandonare la riva destra del Po e ritirarsi in Acqui, corse a destra e sinistra, arrestò ogni movimento, recossi al quartier generale, e, persuasi il Re e Canrobert dell’opportunità di tale ritirata, ottenne che si telegrafasse il contrordine. Se non vi fosse stato ma- lanimo nei cortigiani, un tal risultato avrebbe dovuto renderli favorevoli al Lamarmora.
Con tali precedenti si capisce pur troppo come la nomina da lui voluta, di capo di Stato maggiore dell’esercito, sia riuscita ostica al Re; e come tale antipatia conosciuta dagli altri generali, abbia diminuita l’influenza morale di Lamarmora.
Il 16 giugno i Prussiani dichiararono la guerra e passarono la frontiera, secondo l’art. 2.° del trattato, la dichiarazione di guerra della Prussia doveva essere susseguita da quella dell’Italia. Lamarmora era partito subito pel campo; ma giunto a Cremona, ov’era il quartier generale, ricevette il giorno 18 per tempo l’ordine del Re di ritardare la dichiarazione di guerra, ed il 19, quello di ritardare a mandarla l’indomani 20.
In tal giorno il colonnello Bariola portava a Mantova la dichiarazione che dopo tre giorni, s’inizierebbero le ostilità. Il 23 infatti le truppe passavano il Mincio a Vallegio, ai Molini di Volta e Goito, con un ritardo di 7 giorni sui Prussiani, che ne furono male impressionati.
Il quartier generale del Re, favolosamente numeroso, non aveva saputo rilevare alcuna notizia precisa sulla dislocazione delle forze nemiche. Ignorandosi la concentrazione degli Austriaci attorno a Verona, si pensò di dividere l’esercito in due corpi. Uno minaccierebbe il Quadrilatero per richiamarvi il nemico, e l’altro portandosi nel basso Pò, liberato da ogni opposizione, passerebbe il fiume, ed avanzerebbe nel Veneto. Da ciò la malaugurata disposizione che, il Comando principale con 12 divisioni ed 1 di cavalleria passò il Mincio, ed il generale Cialdini con 7 divisioni si portava verso Ferrara. Intanto al quartier generale principale, rimasto indietro di una tappa, si continuava a credere gli Austriaci in posizione di difesa a Rovigo, attorno a cui eransi costruiti dei forti, ed a temere che il nemico passando il Pò a Borgoforte, girasse le nostre forze. Tale ignoranza della vera situazione, cioè che il nemico aveva fatto saltare i forti di Rovigo, evacuato il Veneto, e concentratosi a Verona, spinse i nostri generali ad inoltrarsi spensieratamente verso Verona, e trattenne Cialdini dal passare il Pò, come l’avrebbe potuto fare senza incontrare opposizione.
Delle 13 divisioni che dovevano portarsi verso il quadrilatero, 12 passarono il Mincio il 23, e quella Pianell rimase in osservazione davanti a Peschiera, dal lago al Mincio.
Il 23 non s’incontrarono sulla sinistra riva del Mincio che poche vedette e posti di osservazione, i quali si ritirarono precipitosamente, ma non si tenne conto di quanto si vidde alla sera da non pochi che, le forze austriache si portavano a Castelnuovo, S.ta Giustina, Custoza e Somma Campagna. Continuò la fatale ignoranza.
Il 24 il generale Cerale, avuto l’ordine di portarsi da Valeggio in Castelnuovo, ne partiva come per un cambio di guarnigione. Incontrò il nemico, credendolo debole, volle rovesciarlo, si portò avanti, ed il risultato fù che la sua divisione trovatasi senza alcuna disposizione militare di contro a numeroso nemico, combattè valorosamente ma disordinatamente, e dovette ritirarsi in Valeggio. Dei tre generali Cerale e Dhò furono feriti e Villarey ucciso, alla testa delle loro truppe.
Nello stesso tempo il generale Sirtori partiva pure da Valeggio per portarsi su San Giorgio in Salice, osteria del Bosco, e Santa Giustina. Ebbe l’avvertenza di farsi precedere da una avanguardia. Ma questa, non essendosi mantenuto il contatto con essa ed il corpo principale, giunta ai Fornelli prese una strada che la portò più tardi al fianco destro della divisione Cerale.
Un’altra ne prese Sirtori, giungendo ai Fornelli e si avanzava con tale fiducia da credere che i primi spari contro le sue truppe, provenissero da uno sbaglio della sua avanguardia. Purtroppo non era così, e si capisce che quando una divisione, non militarmente disposta, incontra un nemico superiore di forze ed in posizione di combattimento, l’esito non può che essere sfavorevole. Sirtori si ritirò pure su Valeggio.
Il comandante del corpo d’armata Durando, chiamò prontamente la gran riserva d’artiglieria, comandata dal colonnello Bonelli, e questi collocò così bene le sue batterie a Monte Vento da fermare il nemico. Giungeva pure la brigata Aosta, spedita a Valeggio dal generale Pianell. Colle poche truppe, rimaste ordinate, delle divisioni Cerale e Sirtori, si organizzò una difesa superiore all’attacco. Il generale Durando, mentre disponeva in prima linea ogni cosa, fù ferito gravemente alla mano destra, e dovette cedere il comando al generale Sirtori, ma occorse lunga lacuna prima che Sirtori fosse informato di tale cessione, quindi naturale incertezza nel dare e diramare gli ordini.
Il generale Brignone partito da Pozzuolo, passando per Valeggio, si era portato alla Gherla. Di lì si avanzò per occupare Custoza, e portarsi quindi a Somma Campagna. La sua marcia fù più ordinata, ma egli incontrò il nemico ottimamente disposto in difesa, ed al quale giungevano continuamente rinforzi. Lottò valorosamente per avanzare. Egualmente lottò il generale Govone giunto colla sua divisione alla destra di Brignone. Ma la difesa fù superiore, per forze e per posizioni, all’attacco. Brignone e Govone dovettero retrocedere, sostenuti nella ritirata dalla divisione Cugia, speditavi dal generale Della Rocca comandante del Corpo d’armata, che l’aveva dapprima destinata a marciare su Staffalo, e mandò l’ordine al generale Bixio di portarvisi colla sua divisione.
La divisione del Principe Umberto, pernottato il 23 a Roverbella, aveva ricevuto l’ordine di portarsi davanti a Villafranca, e fermarvisi in osservazione verso Verona. Conviene qui notare che i generali di divisione nulla sapevano l’uno dell’altro.
Un uffiziale dello Stato maggiore del generale Bixio venne, dopo assai lungo tempo che stavasi in linea di battaglia davanti a Villafranca a informare il Principe che il generale Bixio si trovava a Gaufardine. È probabile che il generale Bixio volle dire che s’avvierebbe su Staffalo, passando per Gaufardine, e l’uffiziale confuse il futuro col presente.
Sapendosi, per tale informazione, coperto alla sinistra, il Principe Umberto non badava che ad osservare davanti a sè verso Verona, ed esplorare a destra verso Povegliano, che il capitano Rinaldo Taverna andò a riconoscere con due compagnie di bersaglieri, quando ad un tratto si vide un gran polverio, e si udì quasi un rombo a sinistra. Si riconobbe in tempo, essere la cavalleria austriaca che si avanzava a corsa sfrenata. Il Principe fatto prontamente formare il quadrato dal 4.º battaglione del 49.º che si trovava all’estremità sinistra, vi si pose dentro, e fermò così l’urto disperato della cavalleria nemica, mentre aveva dati gli ordini agli altri corpi di fermarsi, ed all’artiglieria di portarsi in azione.
Le cariche furono replicate e con tale accanimento che un uffiziale, non potendo più trattenere il cavallo, penetrò materialmente nel quadrato. Il cavallo ferito a morte cadde, e l’ufficiale rimase prigioniero.
Era la brigata Pulz, di cui due squadroni avevano fermata la marcia della avanguardia della divisione Bixio nei dintorni Pozzo-Moretta, e cercava tagliar la nostra destra dal centro.
Intanto il generale Brignone ritirandosi con grave perdita su Valeggio vi trovò e vi aumentò l’idea della disfatta. Non credè opportuno fermarvisi, troppo essendovi l’ingombro e ritornò a Pozzuolo. Sirtori ordinò allora l’evacuazione di Valeggio, ancorchè il colonnello Bonelli d’accordo cogli altri colonnelli di fanteria, protestasse che si poteva tenere il paese, e non abbandonare la riva sinistra. Govone si era pure ritirato su Quaderni, coperto da Cugia che stava in linea sulla strada dalla Gherla a Villafranca. Bixio erasi fermato alla Colombara. Il Principe dopo aver respinta la cavalleria, stava in attesa d’ordini, supponendo di dover entrare nella valle di Staffalo, per prendere a rovescio il nemico.
Quando le truppe avevano iniziato il movimento, la mattina del 24 il Re accompagnato da un aiutante di campo, un ufficiale d’ordi- nanza, un cavallerizzo, e quattro palafrenieri, seguì il movimento. Anche il generale Lamarmora con due ufficiali d’ordinanza e due guide, si avanzò colle truppe.
Tutti due non ascoltando che la spinta di marciare al fuoco, si trovarono separatamente in prima linea, nè poterono giudicare con mente calma, su rapporti ricevuti dai vari corpi, la situazione del momento e le varie fasi del combattimento.
Al Re che trovavasi alla Gherla, quando Brignone si ritirava su Valeggio, venne riferito che il Principe Amedeo, comandante una brigata di quella divisione, era caduto sul campo di battaglia ferito mortalmente. V’era la ferita grave al petto, ma erasi potuto portare il Principe in salvo. Quasi nello stesso momento, veniva la voce da Villafranca che il Principe Umberto circondato dalla cavalleria nemica era in pericolo di essere fatto prigioniero. Anche qui erasi peggiorato il caso, poichè se v’era stato pericolo, ora erasi dileguato.
Vittorio Emanuele commosso da tali notizie, e vedendo le truppe che si ritiravano da Custoza, pensò alla ritirata, forse ne fece parola, non diede però alcun ordine, aspettando di conoscere le disposizioni che avrebbe dato il capo di Stato maggiore Lamarmora. Ma questi ingolfatosi in prima linea, per aiutare colla perfetta sua conoscenza del terreno i movimenti delle divisioni di Brignone, e di Govone a Belvedere, Custoza, e Monte Croce, nulla sapeva di quanto si passava altrove, forse non credeva che vi fosse combattimento, o si affidava alle disposizioni che darebbero il Re ed i comandanti di corpo d’armata.
La ritirata di Sirtori da Valeggio, quella conseguente di Brignone a Pozzuolo, consigliarono a Govone, la cui divisione aveva pure sofferto perdite, di ritirarsi a Quaderni, e successivamente a Cugia e Bixio di pensare piuttosto alla ritirata che all’avanzare.
Il generale Della Rocca, vedendo la sua sinistra scoperta, e cono- scendo come la parola di ritirata si era diffusa su tutta la linea, fece interpellare il Comando generale, e gli si disse di ritirarsi su Roverbella. In conseguenza il 3.° corpo d’armata vi si ritirò in buon ordine, oltrepassando Mozzecane, ove la divisione di cavalleria era rimasta immobile.
Ma il peggio si è che la ritirata si continuò, oltrepassate le quattro divisioni, rimaste pure immobili nei pressi di Goito. Passato il Mincio, il 25, si andò fino all’Oglio, e si passò pure, per coprire, si disse, la Lombardia. Notando che gli Austriaci non inseguirono menomamente, e l’Arciduca Alberto seppe con sorpresa di essere stato vincitore, perchè glielo dicevano le relazioni italiane, mentre egli credeva di avere solo impedito che fosse intercettata la comunicazione tra Verona e Peschiera, come nel 1848. Chè più! Fù telegrafato al generale Cialdini l’ordine di coprire nientemeno che la capitale, Firenze, posta al di là degli Apennini. Tutto ciò provi la confusione incerta nei consigli superiori.
Non era da stupirsi che Bismarck sospettasse d’un tranello combinato con Napoleone, per non opprimere l’Austria, vedendo una ritirata così precipitosa, non inseguita, e dopo una battaglia quasi guadagnata com’egli si espresse in un dispaccio. Sapendosi pure che l’Arciduca Alberto a metà giornata, aveva predisposto per la ritirata su Pontone.
Supponiamo che il Re, accompagnato dal suo capo di Stato maggiore, con alcuni ufficiali da poter diramare gli ordini, e con personale del genio per stabilire comunicazioni telegrafiche, si fosse collocato in dietro della prima linea, in modo da poter seguire tutte le fasi del combattimento.
Riescirà ovvio il dire ciò che si sarebbe ordinato.
Alla destra farà oltrepassare Villafranca dalla divisione di cavalleria, e con essa respingere su Verona la brigata Pulz, massime dopo l’attacco fallito contro la divisione Principe Umberto. Questa se non si voleva portarla avanti, avrebbe tenuto Villafranca. Alla sua sinistra le divisioni di Bixio e Cugia potevano occupare la linea sino a Staffalo, od almeno tenere fermo tra Villafranca e la Gherla.
Le quattro divisioni fermatesi a Goito, considerate quale riserva, e predisposte alla marcia al primo avviso, sarebbero state fatte avanzare, una divisione a Valeggio, ove, riunita alla brigata Aosta ed ai molti corpi distaccati delle divisioni Cerale e Sirtori, formerebbe una forza tale non solo da resistere, ma da rintuzzare il nemico, pure indebolito ed infiacchito dalla lotta. Le altre tre divisioni, meno una brigata lasciata in osservazione verso Mantova, della quale nulla dovevasi però temere, essendo interrotte le sue comunicazioni, si sarebbero fatte avanzare al centro. Queste truppe fresche, unite alle divisioni Cugia, Bixio e Principe Umberto, quasi intatte, formavano una tale massa da respingere il nemico sotto Verona.
Si poteva ottenere l’intento di occupare le alture tra Verona e Peschiera. Alla peggio le truppe avrebbero pernottato sul campo di battaglia, cosa non dura dal 24 al 25 giugno.
Gli Austriaci non erano in caso di forzare queste otto divisioni, in piena forza, spiegate su una linea appoggiata a Villafranca e Valeggio, con una divisione di cavalleria nella pianura tra Villafranca e Verona. Tanto meno poi, chè avanzandosi, il nemico si scostava da Verona.
Un telegramma, sebbene tardivo, avrebbe prevenuto Cialdini del concentramento nemico a Verona, ed ordinatogli di passare il Pò, e portarsi avanti, essendo certo che non avrebbe incontrato nemico in forza.
Questo passaggio Cialdini l’aveva già iniziato, ma poi, dopo un consiglio di generali, lo ritirò sia perchè non ne aveva ricevuto l’ordine, sia perchè riteneva il nemico grosso ed appoggiato ai forti di Rovigo.
Non pretenderò di pronosticare ciò che sarebbe succeduto dipoi, ma certamente non poteva accadere peggio. Tanto più che uffiziali e truppa dimostrarono bravura e zelo. Non vi fu panico nè fuga. Le truppe si ritirarono, o perchè oppresse da nemico più forte, e prive di direzione, o perchè fu loro comandato.
Nel 1859, il Re, stando col suo capo di Stato maggiore, in posizione da poter regolare i vari movimenti, potè mandare truppe in rinforzo là dove necessitavano, e dare simultaneità agli attacchi.
Singolare coincidenza che tre fatti d’armi così importanti nella guerra d’indipendenza, furono quasi nello stesso punto combattuti. Fù pure singolare, nel 1866, quella specie di panico che invase la mente dei principali comandanti. Non vedevano che invasione austriaca da ogni parte. Uscendo da Peschiera dovevano gli Austriaci portarsi alle nostre spalle; da Goito invadevano la Lombardia; da Borgoforte ci tagliavano le comunicazioni. Dall’eccesso della fiducia si saltò all’eccesso contrario.
Dal canto suo l’Arciduca Alberto, ignaro il primo giorno di essere stato vincitore, nel suo ordine del giorno, non considerava il fatto di Custoza che solo per aver respinto un attacco nemico. Quella nostra ritirata così precipitata e prolungata fino all’Oglio, le parve inconcepibile, e credette scorgervi un tranello per farlo uscire dal Quadrilatero, passare il Mincio, e rinnovare Solferino!
Lamarmora aveva dato la sua dimissione da capo di Stato Maggiore e proponeva Cialdini. Questi si riservava di accettare dopo aver conferito. Il Re era a Cremona. Si decise di far attaccare Borgoforte nel doppio scopo, offensivo contro Mantova, difensivo perchè s’impediva un attacco di fianco sulle truppe le quali dall’Oglio si portarono nel Ferrarese; la fanteria per ferrovia, l’artiglieria e cavalleria per strada rotabile. Il quartier generale si trasportò a Ferrara.
Il 3 luglio succedeva la battaglia di Sadowa, ed il 5 luglio il Moniteur annunziava ufficialmente che l’Imperatore d’Austria cedeva il Veneto a Napoleone, ed accettava la sua mediazione per ricondurre la pace fra i belligeranti. L’Imperatore dei francesi si era affrettato di rispondere a questo appello, e si era indirizzato immediatamente ai Re d’Italia e di Prussia perchè concludessero un armistizio. Napoleone condividendo l’opinione generale, riteneva che i Prussiani sarebbero battuti dagli Austriaci, e questi da noi. Aveva combinato in tal caso, di aiutare i Prussiani, chiedendo loro in contraccambio la frontiera del Reno e far cedere il Veneto dall’Austria, minacciandola d’unirsi a noi, come nel 1859. Custoza e Sadowa mutando le previsioni, mutarono pure gli intendimenti di Napoleone.
L’Austria aveva subito accettata la proposta d’armistizio. In tal modo si rendeva favorevole Napoleone, e rendendo francese quel Veneto che sapeva pure di dover perdere un giorno o l’altro, ne poteva ritirare le truppe e rinforzare l’esercito del Nord.
Bismark, risoluto nella prudenza, come lo era stato nell’arditezza, si dichiarò pronto ad accettare le proposte di Napoleone, prima però di firmare l’armistizio chiedeva si determinassero i preliminari del trattato di pace. Intanto le truppe prussiane avanzavano con continui successi, per far valere la sua massima del uti possidetis. Lasciava pure credere che non si parlerebbe dei Stati germanici del Sud, i quali, non entrando nella confederazione del Nord, rimarrebbero sotto l’influenza della Francia.
In Italia la proposta francese produsse dolorosa impressione. Si voleva riparare all’onore delle armi, e si riteneva umiliante di ricevere il Veneto come un regalo di favore dato da Napoleone. Oltrecchè si era inquieti sulla portata delle parole di Napoleone allusive alla cessazione del Veneto: mediante un accomodamento con me, sul quale sarà facile ad intendersi: chi regalava il Veneto poteva avanzare pretensioni pesanti.
Tali sentimenti li esprimeva Lamarmora in una nota a Nigra. Era il caso di agire e prontamente, come i Prussiani.
I consigli supremi tenuti a Ferrara dimostravano pur troppo che la disparità di parere e le antipatie personali incagliavano una direzione pronta ed energica per rialzare la nostra situazione.
Ricasoli rincarava la dose delle divergenze, colle dichiarazioni che spediva dal suo scrittoio di Firenze. Telegrafava seriamente a Cialdini “di tagliare la ritirata agli Austriaci onde non andassero ad ingrossare le loro file contro i Prussiani, altrimenti l’Italia sarà disonorata„.
Egli avrebbe dovuto sapere che l’Arciduca Alberto sin dall’8 luglio aveva dirette le sue truppe al Nord, lasciando solo presidiato le fortezze ed il Veneto completamente sgombro di truppe austriache.
I consigli si tenevano a Ferrara. Cialdini non accettava il posto di capo di Stato Maggiore, lasciando indovinare che voleva essere supremo, e riteneva imbarazzante la presenza del Re e del Principe Reale in mezzo all’esercito. Opinione non giusta perchè la presenza del Re e dei Principi esercitava ottima influenza sul morale delle truppe. Si combinò un mezzo termine, sempre fatale quando occorre una risoluzione energica.
Cialdini avrebbe una specie di direzione suprema della guerra, si avanzerebbe, con assoluta libertà d’azione, verso la frontiera austriaca, conducendo seco 14 divisioni. Delle altre quattro, tre starebbero in osservazione verso il quadrilatero e l’altra comandata da Medici doveva portarsi nel Tirolo pella valle del Brenta, mentre Garibaldi si avanzava pure nel Tirolo da altra parte.
“La risoluzione presa di dare un aumento di forze con libertà d’azione a Cialdini sarebbe stata un’idea ottima, se non fosse tardiva. Il Comando superiore non funziona più. Il Re imbroglia col suo intervento inopportuno; Ricasoli coi suoi telegrammi da Cincinnato; ed un ministro colla sua presenza che rappresenta il Governo.„
“Lamarmora è esautorato. Della Rocca e Cucchiari gli sono ostili, ed invece di secondarlo contrastano le sue proposte. Cialdini restìo all’obbedienza, se il Re non gli dà ordini precisi e chiari.„
“Mi fece ridere la Gazzetta Ufficiale che dice: — Alcuni giornali vanno spargendo voci di differenze che sarebbero sorte tra il Governo e il Quartier generale dell’esercito, e fra gli stessi componenti il Gabinetto. Queste voci sono del tutto infondate. — Era il caso di credere ad uno sbaglio del proto, il quale doveva comporre in tutto fondate. Parto per raggiungere Cialdini.„
Il 10 luglio s’iniziava finalmente il passaggio del basso Pò a Pontelagoscuro. L’incertezza delle notizie, il guasto delle strade ferrate operato dagli Austriaci, e più ancora le indecisioni nelle alte sfere governative produssero lentezza fatale.
Il generale Petitti a cui scriveva da Badia, che riteneva gli Austriaci impossibilitati ad agire, e mi stupivo della lentezza a procedere mi rispondeva il 16 luglio:
“Il ritardo è avvenuto da che il generale Cialdini, il quale aveva preso le sue misure per fermarsi a Pontelagoscuro, fortificarvisi, e disporre ogni cosa per avere una buona base ed una sicura linea di comunicazioni, dovette andar avanti per l’evacuazione degli Austriaci da Rovigo, prima che tutto fosse giunto.„
Ed il generale Menabrea il 19:
“Si porrà mano quanto prima all’esecuzione d’un ponte stabile. Intanto, si lavora alle opere di difesa tra l’Adige ed il Pò. Facciamo una fortissima testa di ponte a Pontelagoscuro. Bisogna guardarci, e le divisioni rimaste qui, saranno ridotte ad una azione passiva, poichè non devesi dimenticare che gli Austriaci hanno almeno 60,000 uomini nel Quadrilatero, oltre il corpo d’armata del Tirolo. Concentrati nulla abbiamo a temere, ma se ci portiamo avanti prima di esserci assicurati, giuochiamo un colpo pericoloso. Non dovevasi lasciar meno di 10 divisioni al Re per agire contro le piazze forti.„
Cito queste lettere dell’aiutante generale dell’esercito, e del comandante superiore del Genio, per constatare la mancanza d’unità nelle idee e nella direzione della guerra, prodotta dalla disparità di viste ne’ consigli supremi, quindi nessuna iniziativa pronta ed ardita, la quale sola poteva riparare il passato. Altro che tagliar la ritirata agli Austriaci, ed occupar terreno per valersi dell’uti possidetis!
Il curioso poi era che queste preoccupazioni d’attacco da parte degli Austriaci erano scritte al comandante di una divisione, che stava in prima linea, tra i suddetti Pò ed Adige. Se scrivevo che si andasse avanti, era pella persuasione che si sfondava una porta lasciata aperta dal nemico.
In un consiglio straordinario tenuto il 18 luglio a Ferrara, non s’era voluto ascoltare le parole di pace portate dal principe Napoleone. La maggioranza confidava nella futura occupazione del Trentino dal generale Medici e dal generale Garibaldi; nella marcia progrediente del generale Cialdini, in un’insurrezione che si ruminava in Ungheria, e nella distruzione della flotta austriaca con occupazione della Dalmazia ed Istria.
Ricasoli continuando i suoi calcoli dallo scrittoio di Firenze, telegrafava all’ammiraglio Persano: “È indispensabile che fra una settimana la flotta austriaca sia distrutta.„
Tale prescrizione costrinse Persano ad uscire dal porto di Ancona, ma disgraziatamente la medesima disunione tra i capi regnava in mare come in terra.
L’ammiraglio non andava d’accordo col suo capo di Stato Maggiore. Nulla sapevano i comandanti delle varie squadre del piano d’azione che aveva combinato Persano. E come l’avrebbe saputo se non lo sapeva nemmeno lui? Nella sua difesa egli dichiarò di non averlo comunicato ai comandanti per conservarlo segreto. Bella fiducia! Il solo cui disse di averlo confidato fù l’avv. P. C. Boggio, il quale lo seguiva come istoriografo delle di lui future gesta. Comunicazione più che curiosa, per non dire sconveniente, che il morto non poteva contraddire. Perchè il povero Boggio, credendo all’Ammiraglio, che l’assicurava essere più prudente e salutare il non seguirlo sull’Affondatore, rimase a bordo del Re d’Italia e andò a fondo con quella nave.
Uscito dal porto d’Ancona, varie squadre furono mandate a sparare inconsideratamente contro batterie di terra altolocate, a Lissa, ed altri diversi punti della costa dalmata, senza ottenere alcun risultato. E quando la flotta nemica giunse improvvisamente, le nostre navi divise, in bordeggiare incerto, ebbero pena a riunirsi.
L’Ammiraglio avea messo all’ordine che i suoi segnali avrebbero diretta l’azione. I comandanti delle squadre e delle navi stavano attenti alla nave ammiraglia Re d’Italia per eseguirli. Ma non si viddero apparire. Non già che l’Ammiraglio fosse troppo impegnato, come il Re e Lamarmora a Custoza, tutt’altro. All’appressarsi del nemico, egli lasciò inopinatamente la nave ammiraglia, dalla cui alta alberatura attendevansi i segnali, per andare a rinchiudersi nella torre dell’Affondatore. Chè più? Ne annullò l’azione coi suoi contr’ordini, quando quel comandante movevasi a cozzare contro navi nemiche. Il Re d’Italia colò a fondo oppresso dalle navi nemiche che si erano unite contro di esso, la Palestro, scoppiato un incendio a bordo, comunicatosi alla Santa Barbara, saltò in aria.
Tegethoff le cui navi erano seriamente scosse, si rivolse verso Pola, ed allora finalmente si vidde un segnale di Persano, libertà di manovra. Sull’ordine del giorno osò iscrivere essere rimasto padrone delle acque. Al rovescio di Custoza, egli si proclamò vincitore, essendosi sempre tenuto fuori del pericolo. Salvò la sua vita, ma non il suo onore militare, tenuto però alto dai suoi subordinati.
Ormai ogni illusione doveva dileguarsi, ogni speranza perdersi.
Quando Cialdini giungeva a S. Vito sul Tagliamento, i Prussiani, ottenuti i preliminari imposti, firmavano il 26 luglio l’armistizio se- condo i patti di Nikolsburg. Gli Austriaci tranquilli, pella Dalmazia e l’Istria pel disastro della nostra flotta, pel Nord pell’armistizio, rinforzavano il Trentino, e scendevano in forti masse pel Semmering.
La Prussia, che aveva prevenuto ed invitato il Governo italiano a firmare l’armistizio, si teneva liberata se si rifiutava di farlo, con poca lealtà a dir vero, ma con apparente diritto.
La Francia indispettita pella nostra condotta, poteva spingersi a protestare contro la nostra invasione del Veneto, diventato territorio suo, pella cessione fattagliene dall’Austria.
La situazione era fosca sia militarmente che politicamente. In tale frangente il generale Lamarmora, abnegando ogni personalità, e non pensando che al bene della Nazione, propose al Re, ed ottenutane l’approvazione, firmò una sospensione d’armi per 8 giorni.
La Gazzetta Ufficiale l’annunziò: “Le proposte fatte da S. M. l’Imperatore dei francesi, in qualità di mediatore, alla Prussia ed all’Austria, furono accettate dal Governo di Vienna, e da S. M. il Re di Prussia, quali basi pella conclusione d’un armistizio. Il Governo prussiano fece conoscere al Governo italiano la determinazione da lui presa, riservando, prima d’impegnarsi, il consentimento dell’Italia. In seguito a questa dichiarazione il Governo italiano si è dichiarato pronto a consentire, a carico di reciprocità ad una sospensione di ostilità per 8 giorni, durante il qual tempo si proseguiranno i negoziati nello scopo che l’Italia dal canto suo consenta alle conclusioni d’un armistizio, le cui conclusioni potranno essere accettate quali preliminari d’una pace onorevole.„
Lamarmora aveva salvata la situazione, ma così non la pensavano i nostri governanti. Cialdini avvertito tardi, pella rottura dei fili telegrafici, era giunto all’Isonzo. Ricasoli prendeva senz’altro possesso del Veneto, mandando quali Commissari regi, Sella ad Udine, D’Afflitto a Treviso, Pepoli a Padova ed Allievi a Rovigo. È molto che non ne abbia destinato pure uno a Verona. I politicanti declamavano contro la sospensione d’armi, la quale aveva arrestata la marcia vittoriosa di Garibaldi e Medici nel Trentino, ed il progredire di Cialdini verso Vienna; e poi se Persano era rimasto padrone delle acque, voleva pur dire che poteva ancora combattere. Vere quarantottate, come respinti dietro il Mincio nel luglio 1848, si rifiutava sdegnosamente di accettare l’Adda per frontiera. Ora si parlava di Lamarmora come allora di Salasco. Ammessa la sospensione d’armi si dovettero formulare le condizioni preliminari dell’armistizio da servire di base al trattato di pace. Si chiese l’uti possidetis quale venne ammesso per la Prussia, od altro compenso.
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The end
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