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Capitolo primo
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u due guanciali, che s’eran trascinati vicino al balcone, due bei bambini rosei e ricciuti, Margherita e Lionello, chiamati per vezzo dai genitori Rita e Nello, sedevano accosto, sfogliando un grosso libro, che la mamma aveva regalato loro perchè anche durante la ricreazione imparassero qualcosina.
Il libro era pieno di figure, inframezzate a’ racconti. C’era, fra le altre, la storia d’un bastimento francese, narrata da un vecchio marinaro, che aveva passato tutta la vita a bordo, dall’età di dieci anni fin quasi a’ sessanta; e quella era una storia piena di peripezie inaspettate, d’avventure curiose, che fi il vecchio descriveva con la rozza semplicità degli uomini usi a non far complimenti nè con la vita nè con la morte.
A una certa pagina si vedeva il bastimento mezzo inclinato, tra un vapor denso che lo avvolgeva tutto: una gran macchia nera sopra, che voleva dire i nuvoloni; sotto era bianco, non c’era nulla; e voleva dire la spuma de’ cavalloni, che si levavano alti come montagne e si spalancavano come abissi.
In un’altra pagina il cielo e il mare eran sereni; ma la nave, vicino a una spiaggia bizzarra, dove s’aggruppavano e si confondevano strani alberi e case più strane ancora, appariva circondata di piccoli canotti pieni di selvaggi, che le s’affollavano ai fianchi tra paurosi, curiosi e feroci.
In un’altra pagina ancora si vedeva un vasto porto della Grecia, il Pireo, dove la nave era ancorata, co’ pennoni inghirlandati di fiori: le bandiere sventolavano allegre al maestrale, tra fitte file di lanterne di carta colorata che pendevan da tutti i cordami; e sul ponte ballavano ufficiali e signore, gli uni nelle divise scintillanti d’oro, le altre nelle vesti ricche di trine e di nastri.
La storia di questi quarant’anni di vita marinaresca era una delle più interessanti del libro per Rita e per Nello.
― Vedi, Rita ― diceva il fanciullo alla sorella ― il vecchio Marjant è partito come mozzo su la Stella di Francia proprio alla mia età. ― E soggiungeva:
― Quanto sarei contento se il babbo permettesse anche a me di far il marinaro! ―
La sorellina, invasa dallo stesso entusiasmo e vaga delle medesime avventure, esclamava:
― Anch’io, oh, anch’io!
― Ma tu non sei un uomo ― le faceva osservar Nello, alzando fieramente la testa, come per attestare la superiorità del suo sesso.
Rita, che in questo era costretta a dar ragione all’altro, rimbeccava subito:
― Ma nemmeno tu sei un uomo ― tutta contenta di dare una mortificazione al fanciullo, minore di lei di due anni. Poi, vedendo ch’egli si faceva rosso in viso, e che quasi gli venivano i lucciconi, lo consolava col dirgli:
— Quando sarai grande, pregherò io il babbo che ti faccia far il marinaro, vedrai; ma tu mi devi portar tante belle cose di lontano; voglio uccelli tutti rossi e celesti, pappagalli che sanno recitare il paternostro, come quello che ci ha raccontato la Letizia; voglio una scimmia che serva a tavola, come quella del capitano della Stella di Francia; poi conchiglie color di rosa, grandi come un vassoio, poi....
— Non dubitare — l’assicurava il fratellino, tornato tranquillo, e già tutto sorridente all’idea di girare un giorno o l’altro tanta parte del mondo, di veder tanta gente nuova, tanti alberi e tanti fiori di una forma inaspettata, dai colori vivi e smaglianti.
La mamma di Rita e di Nello, ch’era una bella signora ancor giovane e si chiamava la contessa Sernici, stava per lo più, mentre i suoi bimbi cicalavano, seduta a un elegante tavolinetto da lavoro, tutto ingombro di sete e di fili d’oro e d’argento, per eseguire a fi ricamo i più bei disegni a rabeschi, per guarnire a volte dei mobili, a volte dei vestiti o suoi o di Rita.
La contessa amava di farsi raccontar dai fanciulli le loro letture, prima di tutto per veder se avevano esattamente capito le cose lette e poi per giudicar sempre meglio i loro caratteri e i loro cuori dal modo in cui esprimevano l’impressione provata.
— Ho piacere — disse la signora a Nello — che tu non abbia paura dei pericoli, e anzi, desideri affrontarli per mare e per terra. Un uomo che mostra d’aver coraggio non solo si fa rispettare da tutti, ma anche prova, quasi sempre, d’aver animo buono e carattere fermo.
Il bambino gongolava dalla gioia: anche la sua cara mamma, dunque, approvava quella carriera di marinaro, che a lui sorrideva tanto. Meglio così. Oramai non rimaneva da persuadere altri che il babbo; ma il babbo, quando la mamma, ch’era tutta tenerezza e giudizio per la famiglia, mostrava di desiderare una cosa, non era solito a dirle di no. Dunque?... Dunque Nello si vedeva già con l’immaginazione di fronte al mare immenso nelle notti di burrasca, a uomini selvaggi dal corpo nudo e tatuato di figure mostruose e deformi.
A un tratto s’udì giù nella via un organetto intonar le prime battute d’una vecchia mazurka. Rita e Nello non si mossero: ne passan tanti di questi organetti stonati, per le vie! Ma a un tratto udiron gridare:
— Svelto, Ragù, venite a far l’esercizio militare! Da bravo; su il fucile! Qui, Caciotta, tirate su tre numeri sicuri per questo signore; svelta! Ah, oggi non ne avete voglia, eh, buona a nulla? Vieni allora tu, Pipetta; prendi il biglietto. Da brava; svelta!... Bene! —
I bambini non resistettero alla curiosità, e deposto sopra una sedia il grosso libro illustrato, corsero al balcone.
Un individuo mal vestito, con un cappellaccio di paglia a larghe tese tutt’unte, con un organetto appeso al collo per una cinghia, aveva davanti a sè una gabbia di topi indiani, quasi tutti bianchi; che dallo sportellino aper- to uscivan sur una tavoletta, a mano a mano ch’eran chiamati per nome dal padrone, e venivano a far ciascuno un piccolo esercizio.
— Pupa, su! Su, Nerino! — seguitava a gridar l’uomo; e i poveri animalucci accorrevano, ubbidienti, a tirar fuori da una scatola un cartellino verde o color di rosa con la sorte stampata, o un terno da giocarsi al lotto. Qualcuno stava ritto su le zampe di dietro, reggendosi a una stanghetta di legno rozzamente tagliata a mo’ di fucile; qualche altro tirava su un secchietto d’acqua appeso a uno spago; e tutti, dopo aver lavorato, si fermavano, mezzo acquattati, a guardar il padrone, come se avessero chiesto scusa di non saper fare meglio il loro dovere.
— Oh, mamma! — disse Rita — ci son qui sotto dei topini.... dei topini tanto carini! Se tu ci permettessi di farli venir su, che piacere di vederli da vicino! — Sì, mamma, sì mammina, sì! — pregò anche Nello con voce carezzevole.
La contessa s’affacciò al balcone in mezzo ai suoi ragazzi; guardò un istante lo spettacolo; poi rispose:
— Ebbene, dite a Letizia che scenda un istante a chiamar quell’uomo. —
I due fanciulli si precipitarono come due saette fuori del salotto, e, sempre a corsa, diedero alla cameriera l’ordine ricevuto; poi si misero, ridenti e saltellanti, nella sala d’ingresso ad aspettare l’arrivo dei topi.
La mamma li aveva raggiunti. Qualche istante dopo, guidato da Letizia, spuntò dalle scale l’individuo col cappellaccio a larghe tese, con l’organetto al collo e la gabbia dei piccoli saltimbanchi in mano.
— Entrate, entrate pure — disse la signora con accento benevolo.
Di nuovo ebbe principio la rappresentazione. Con la solita voce strascicata e nasale, l’individuo gridava alle bestiole attente e spaurite:
― Svelto, Ragù; venite a far l’esercizio militare! Da bravo; su il fucile! ―
Ma Ragù, un topo con la testa nera, che pareva un cappuccio di raso, stava rincantucciato in un angolo della gabbia, appuntando il musino irrequieto e gli occhietti sbigottiti verso il suo padrone.
― Svelto, Ragù, — vociò più acremente l’uomo. ― Sai cosa t’aspetta, eh, se disubbidisci! —
Così dicendo, toccò la bestiola con una bacchetta dalla punta aguzza come uno spillo.
S’udì un grido del topino, cui era stato inflitto il castigo, e l’animaluccio si rizzò su le zampine di dietro come per protestare.
― Poverino! ― esclamarono quasi in coro la contessa e i suoi bimbi; e Rita pregò:
― Non gli fate male, per carità!
― È ostinato sempre ― disse l’uomo per iscusarsi; oggi poi non c’è il modo di farlo lavorare.... Chi non lavora, non mangia ― soggiunse con un riso stupido e crudele, dando un’altra puntura al povero Ragù.
In quel mentre una topolina di pelame bianco, ma ingiallito dal sudicio, corse a mettersi dinanzi al maltrattato, come per difenderlo o per dividere la punizione con lui.
― A te, Caciotta! ― le comandò l’uomo prendi un foglietto con la fortuna per ciascuno di questi signori; svelta! ―
Caciotta si trascinò vicino alla scatoletta e ne trasse fuori co’ denti dei quadratini di carta che porse a uno a uno al padrone; poi corse di nuovo a impostarsi dinanzi al suo compagno.
― Si vogliono bene, eh? ― chiese Nello al girovago dall’organetto, additandogli Caciotta e il topino dal cappuccio nero.
― Son marito e moglie ― spiegò costui.
Dopo parecchi esercizi di Pipetta e d’altri sorci, che portavan tutti de’ nomi bizzarri e volgari, ricominciò il martirio di Ragù.
― Ah, vuoi mangiare a ufo, dunque? ― diceva l’uomo punzecchiandogli i fianchi e la pancia con la bacchetta ma te la faccio veder io, bestiaccia! ―
La contessa, i bimbi, la Letizia, erano tutti dolorosamente sorpresi da quella scena, che certo non s’aspettavano.
Nello ebbe un’ispirazione. Allungandosi in punta dei piedi per parlare all’orecchio di sua madre, la supplicò di comprare quel topolino così disgraziato.
― Mamma, ti prego! Sai come sarò buono! Sai come studierò la geografia! Via, mamma, ti prego! ―
La Rita udì; e subito anche lei cominciò a strofinarsi alla gonnella materna, a fissar i suoi dolci occhi tutti pieni di lacrime negli occhi indulgenti della contessa. E mentre il piccolo Ragù strillava di dolore, la si- gnora interruppe le sevizie di quel cattivo arnese, dicendogli:
— Volete vendere quella bestiola?
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— Chi, Ragù? — rispose l’uomo maravigliato della domanda.
Ma capì a volo che con un po’ d’astuzia poteva fare un buon affare.
— Vede, signora, — cominciò — queste povere bestie sono il mio pane. Oggi Ragù è malato, dico la verità; ma quando è sano è il più bravo di tutti. Io poi gli voglio bene; lo castigo.... si sa...; ma gli voglio bene. —
Così dicendo, allungava la mano per carezzare il topo; ma questi spiccò un salto addietro, dimostrando il più gran terrore.
— Eh, là.... là.... diceva l’uomo cercando di ammansirlo. Là.... là.... che c’è? —
Il topino pareva sempre più selvatico; intanto la femminuccia lo seguiva, ponendo il proprio corpicciuolo d’un biancastro lurido tra quella mano infida e il musetto del suo disgraziato maritino.
— Non intendo che sacrifichiate nulla — disse la contessa Sernici al brutto individuo — vi compenserò bene della piccola perdita. Del resto, vedo che questo topo nè pure vi serve; e farete presto a sostituirlo con un altro. —
L’uomo insistè:
— Creda, signora, che quando è sano, e il più bravo. — I bambini, vedendo ormai le trattative avviate, non avevano nè lasciavano più pace.
― Che cosa ne volete, infine? chiedeva Nello, impazientito.
― Se vi muore ― osservò Rita ― vi pentirete di non avercelo venduto.
Quest’ultimo argomento dovette persuadere il girovago, perchè disse:
― La signora mi darà venticinque lire. Creda, glielo regalo.
― Venticinque lire un topo! ― esclamò la Letizia congiungendo le mani e pensando, certo, che in cantina ce n’erano a bizzeffe.
― Vi do quaranta lire di Ragù e della sua femmina.
― Sì, sì, mamma; Caciotta! Caciotta! ― gridarono i ragazzi saltellando dalla gran gioia. E riflettevano ad alta voce:
― Così si terranno compagnia! Così saranno felici insieme tutti e due! ―
Ma l’uomo sollevò nuove difficoltà. A sen- tir lui, non ostante che avesse tanti altri topi intelligenti e ben disposti a far i saltimbanchi, la contessa lo rovinava. Non avrebbe più saputo come fare a guadagnarsi la giornata.
Ma invaghito dallo scintillio di due marenghi d’oro, che la signora aveva tirato fuori dal portamonete, dopo qualche altra chiacchiera levò Ragù e Caciotta dalla gabbia, e li consegnò a’ suoi novi padroncini.
Chi sa di quei cuori di bimbi e di quei cuori di topi quali battevano più forte in quel momento!...
Ragù e Caciotta non pensarono certo ai loro compagni di sventura, che ripigliavano la via delle fatiche e degli strapazzi; tanto dovettero esser dolcemente stupiti di trovarsi fra le manucce morbide e gentili di Rita e di Nello.
— Mamma, vedi, vedi, come son buoni! Non mordono affatto. Oh, carini! — La contessa sorrideva, tutta contenta di veder così felici i suoi figli.
— Oggi — disse loro baciandoli fra’ capelli — avete fatta un’opera di misericordia: avete consolati due afflitti, perchè davvero questi due poveri sorcetti erano i più disgraziati di quella gabbia. E concluse con la sua gran pietà di gentildonna piena di cuore: — Chi è buono con le bestie, è buono anche con gli uomini.
Capitolo secondo
fi Rita e a Nello la mamma aveva data una graziosa canestra con un coperchio ricamato in lana a rosoni rossi per farne un nido ai loro nuovi piccoli amici; e questi, dapprima guardinghi, incerti, annusando con più incredulità che diffidenza quel letto elegante, s’eran poi quietamente accoccolati fra i pezzi di tela fina che i padroncini mettevan loro lì dentro a mo’ di materasse. E lì dentro schiacciavano dei sonni di ore e ore, mentre Rita e Nello erano occupati nelle loro lezioni. Appena in libertà, i bimbi correvano a vedere che cosa facessero i due topini. Caciotta stava benone; soltanto dopo aver col girovago mangiato sempre un po’ di pane nero e raffermo, bagnato nell’acqua, il trattamento dei prigionieri, le pareva curioso, poverina, d’aver adesso a sua disposizione i cibi più squisiti. Ne’ primi tempi ella nè pure capiva il valore dei piattini che i padroni le preparavano con ogni cura e premura, togliendo dal proprio piatto quel che c’era di meglio.
Il latte, per Caciotta, fu a dirittura una rivelazione. Che differenza con quel brutto pentolo di creta sbocconcellato, mezzo pieno d’acqua sporca, ch’era stato, fin allora, tutto quel ch’ella aveva per dissetarsi, quando stanca di star in piedi, di tirar il secchio, di cercar i biglietti della fortuna, provava il bisogno di bagnarsi la bocca!
Quando vide il latte dentro un piattino di cristallo dorato, che Rita le porgeva tutta sorridente, non seppe se faceva bene o male a gustarlo. Ma perchè ormai tutto quello che la circondava le era nuovo e le tornava gradito, si fece animo e, per curiosità, allungò la linguetta e cominciò a leccare.
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Bono, bonissimo, il latte! Le scendeva come un balsamo fresco e odoroso giù giù dal musino dentro lo stomaco! Bevve lungamente, deliziosamente, e non si sarebbe più staccata dall’orlo del piattino, se non avesse pen- sato di far sentire il latte anche a Ragù, che, poverino, ridotto a mal partito com’era, ne aveva anche più bisogno di lei. Ragù si mosse lentamente dal suo giaciglio, e venne al piattino, dove appoggiò le manucce rosate, assaporando con voluttà la candida bevanda.
― Come sono contenti, mamma! come gli piace il latte! ― esclamavano Rita e Nello battendo le mani dall’ammirazione.
Così fu per la carne, che a’ topini piaceva più tosto grassa; del pesce, di cui lasciavano giudiziosamente le lische; de’ legumi, fra’ quali preferivano le patate cotte col burro. Ma il torlo d’uovo e i dolci erano la loro festa.
― Non gli date molti dolci ― raccomandava la contessa Sernici ai suoi figliuoli. ― I dolci in quantità son dannosi anche ai bambini; riscaldano, mettono sete; possono, a volte, far venire la febbre e anche far morire. ― La Rita e Nello, sapendo per esperienza propria come i bimbi più obbedienti siano i più felici, davano ascolto a tutto quel che diceva la mamma; così che a Caciotta, e soprattutto a Ragù, finchè non fu guarito completamente, dettero soltanto dei pezzetti di frutte candite, ogni tanto, per far loro un regalo.
― Chi vuol esser sano, dev’esser pulito ― ripeteva la contessa ai suoi ragazzi, ch’ella soleva lavare e strofinare da capo a piedi ogni mattina. E anche ai topi convenne abituarsi come i loro padroncini.
Fu Caciotta la prima che incominciò i bagni; tanto più che nella gabbia del girovago le si era ridotto il pelo di tutti i colori fuorche bianco, e più ruvido d’una spazzola di saggina.
I ragazzi, aiutati da Letizia, prepararono una catinella d’acqua tiepida, dove la topina fu immersa fino al collo. Caciotta, tutta tre- mante dalla grande impressione che le produceva questa novità, aveva messe fuori l’unghie, appuntate come quelle d’un gattino; non già per far male a Rita, che la lavava, ma per il natural timore d’annegarsi che hanno siffatti animalucci.
Rita la prese per la schiena e la tenne ben ferma, con delicatezza, s’intende; poi la insaponò tutta, e con uno spazzolino passò e ripassò ne’ punti in cui il pelo era più macchiato; alla fine mise Caciotta in un’altra catinella d’acqua chiara, egualmente tiepida, dove aveva versata qualche goccia d’acqua di Colonia.
Dopo questa seconda lavatura, la Letizia rasciugò la topina con un panno di tela, anch’esso leggermente caldo; e Nello volle incipriarla con la polvere di riso della mamma, che sapeva di violette.
Caciotta, la quale cominciava a sentire il piacere d’esser pulita, si lasciava fare stando ormai quieta. Quell’acqua le aveva dato al pelo una lucidezza che non si era mai sognata; quella cipria dall’odor soave di violette le metteva addosso un benessere fin allora sconosciuto. Che cari bimbi que’ suoi padroncini! Che gentile signora quella contessa, la quale avvezzava i figliuoli così pieni di pietà per tutti gli esseri piccoli e disgraziati! Dio, certo, ama anche i poveri topi, creati da Lui, come tutta l’immensa famiglia dell’universo!
Così doveva ragionar Caciotta, mentre, dopo il suo primo bagno, s’abbandonava a chi sa quanti pensieri, e finiva di pettinarsi e di ripulirsi da sè, passandosi rapidamente le manucce su e giù per il nasino roseo e per il collo, leccandosi e morsicchiandosi il ventre, il dorso e la coda.
Ragù, quand’ella ritornò nella paniera imbottita, dov’egli l’aspettava, quasi non la riconosceva più. Nella loro lingua topesca si mise allora a farle un monte di complimenti, dicendo:
— Caciotta mia, sei più bianca della luna, adesso! Il tuo pelo è più morbido della seta floscia; più odoroso della vallata delle Rose!
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Lascia ch’io ti baci gli occhi, che splendono più dei rubini! lascia ch’io ti ripeta che il mio amore per te è un mazzo di fiori che non avvizzisce mai!
Caciotta, tutta contenta d’esser tanto bella agli occhi del suo sposo, gli susurrava alla sua volta, perch’era anche una gran buona topina:
― Anche tu, mio Ragù, sei bello. I tuoi occhietti spiccano in mezzo a quel cappuccino bruno come due brillanti neri. Anche tu, appena guarito, sarai tutto lavato e profumato come me. Ormai abbiamo trovato dei padroncini che ci colmano di buone grazie, e che s’ingegnano di farci dimenticare tutte le pene sofferte nella nostra vita da zingari. ―
Ragù, rassicurato su l’avvenire, dichiarò, volgendo qua e là la testina con gli occhi lucenti che piacevano tanto a Caciotta:
― Adesso, se avremo dei figli, non ci metterà più paura l’idea che i nostri piccini facciano una vita di stenti, di punzecchiature e di fame!... ―
Caciotta accostava allo sposo il musetto col naso mobile, tutto roseo in mezzo alla raggiera dei lunghi baffi (tra’ topi, curiosa! hanno i baffi anche le femmine), e già so- gnava le gioie d’una famigliuola di topolini, che Rita e Nello avrebbero saputo educare con ogni cura e ogni gentilezza.
A poco a poco Ragù s’era pienamente ristabilito in salute. I fianchi, prima scarni, che gli facevano due incavi, s’eran venuti arrotondando; il pelo, che prima qua e là gli mancava, gli era ricresciuto raffittendosi per modo, che Rita appena gli ci poteva passare il pettine, e doveva contentarsi di spazzolarlo come un piccolo manicotto.
Siccome la contessa Sernici non intendeva che i suoi ragazzi trascurassero gli studi, così essi s’occupavano di Ragù e di Caciotta nelle ore di ricreazione. Gli era allora che si faceva la pulizia; gli era allora che insegnavano ai topi a seguirli come cagnolini da una stanza all’altra, a prendere il cibo dalla bocca, come due piccioni, e altri simili garbi. Congli antichi esercizi non li affliggevano più: non si parlava, certo, di scegliere il biglietto verde o color di rosa della sorte. Soltanto Nello aveva detto:
— Sarà bene, però, che Ragù non si dimentichi a dirittura del fucile. Chi è stato soldato, non è vero, mamma? dev’esserne contento.
— Contento e superbo; — rispondeva la contessa. — Ma il povero Ragù ha presa una malattia sotto le armi, e ora, Nello mio, bisogna che tu lo consideri come un veterano inutile al servizio. — Poi soggiungeva sorridendo: — Piuttosto, se Ragù e Caciotta avranno dei figli, faremo militare un di que’ piccolini. —
Capitolo terzo
fin giorno la contessa Sernici e i suoi bambini erano a colazione; e c’erano anche i due topi, perchè la piccola Rita s’era messa in testa d’insegnare alle sue bestioline le regole della buona creanza.
La Letizia portò in tavola delle uova affogate, in un bel vassoio d’argento; e subito la Caciotta e Ragù, che la fame a quell’ora la vedevan per aria, vi corsero sopra, senza punto aspettare d’esser serviti. Ma il vassoio era caldo, e i topini si dovetter tirare addietro con le zampine scottate.
— Poverini! esclamò la bambina, vedendo che le sue bestioline badavano a leccarsi in fretta e in furia le zampe, per lenirne il frizzore.
― Via, via, il male non è poi tanto grande! — disse la signora. — Così impareranno un’altra volta a non servirsi da sè; che non istà bene. Infatti la Caciotta e Ragù se ne stavano acquattati, girando gli occhietti brillantini ora su l’uno ora su l’altro de’ loro padroni; e quando un ovo intero fu posto nel loro piattino, vi s’accostarono piano, con garbo; appoggiaron le zampine su l’orlo, come due persone a modo, l’uno da una parte, l’altra dall’altra, e cominciarono a mangiare adagino adagino, senza mostrarsi troppo avidi, appunto come vedevano fare a Rita e a Nello.
— Che avete fatto oggi a scuola, ragazzi? — domandava intanto la contessa a’ suoi figliuoli.
— Un po’ di tutto, mamma, rispose la Rita. La maestra ci ha spiegato la divisione; poi ci ha fatto ripetere la lezione di ieri su le regioni d’Italia; poi ci ha dato il tema del componimento per domani.
— E tu, Nello?
— Io ho fatto l’asino — disse Nello, ch’era un po’ burlone.
— Come sarebbe a dire?
— L’asino, sicuro, l’asino; o che c’è di male? — L’asino — cominciò egli con voce alta e monotona, imitando i ragazzi che imparano la lezione come i pappagalli — è un animale domestico, il più paziente di tutti, che serve all’uomo..., un animale domestico..., il più paziente di tutti....
— Ohe, ohe, che cos’è questa storia? — saltò su a dire la contessa, aggrottando le ciglia. — Scherzo, mammina, disse Nello avvolgendo un braccio intorno al collo della sua mamma, per rabbonirla. — Gli è che oggi avevamo davvero la lezione di nomenclatura; e appunto su l’asino.
— Sai bene che non si scherza con le cose di scuola. La scuola dev’esser sacra come la chiesa.
― Non lo farò più, mamma, — promise Nello un po’ mortificato, abbassando gli occhi sul piatto.
In quel momento la Letizia, che doveva portar il caffè e latte co’ panini imburrati per la fine di tavola, entrò tutta turbata nella sala da pranzo, e domandò alla padrona:
— Perdoni, signora contessa: li ha presi lei i tovaglioli per il caffè e latte?
— Io, no — rispose la signora. E soggiunse: — O che si sono smarriti?
— Mah!... io non ci capisco nulla. Gli avevo messi nel cassetto di sotto della credenza, e non mi riesce più di trovarli.
— O come va questa faccenda? Basta, porta il caffè e latte: i tovaglioli si cercheranno; intanto, prendine degli altri in guardaroba. —
La donna portò il caffè e latte; ma scappò in fretta a cercare i tovaglioli che mancavano. Dove potevano essere andati? Lei avrebbe giurato che di lì non gli aveva mossi; e pure non c’erano! E non era entrato nessuno, nessuno! Proprio, era il diavolo che ci metteva la coda! E frugava, e rimescolava, e buttava tutto per aria: tempo perso!
Quando la contessa Sernici e i suoi figliuoli si furon levati di tavola, la contessa andò a cercare la Letizia, e le chiese:
— Be’, gli hai poi ritrovati questi tovaglioli?
— Signora mia, non me ne parli: io, proprio, mi ci sbattezzerei! — La signora conosceva la Letizia per incapace di commettere una cattiva azione; ma d’altra parte non voleva nè anco ch’ella fosse così sbadata da non sapere dove avesse messa la roba che le era stata data in consegna; così che fissò la donna severamente, e le disse:
— Guarda bene di ritrovare que’ tovaglioli, perchè mi dispiacerebbe assai d’aver affidata sinora la casa a una mosca senza capo.... Tu sai se te ne voglio, del bene; ma intendo che al mio servizio ci sia della gente che sappia dove ha la testa. —
All’udire quelle parole della sua buona padrona, la Letizia non potè più tenersi, e diede in un dirotto pianto. La contessa stette a guardarla un momento; e vedendola così afflitta e smarrita, non ebbe cuore di rattristarla di più.
— Via — disse — che c’è da piangere? Una volta si può sbagliar tutti. Animo, su: cer- chiamo insieme. Ma sei poi certa di aver riposti que’ tovaglioli nella credenza?
— Sì signora;... — rispose la donnasinghiozzando.
In quel momento s’udì Nello gridare dall’altra stanza:
— Mamma! mamma! vieni a vedere! —
La signora, non sapendo di che si trattasse, accorse subito; e trovò Rita e Nello che accoccolati davanti a un cantuccio della sala, tutto nascosto da una tenda pesante di velluto paonazzo, si tenevano i fianchi dal ridere.
— Che c’è? — domandò la signora.
— Guarda, guarda, mammina! —
La contessa si curvò, e vide la Caciotta tutta affaccendata a tirar dentro con le zampine e co’ denti qualcosa di bianco che strascicava per terra.... Guardò bene: era un de’ famosi tovaglioli.... Alzò la tenda: c’eran lì dietro, tutti! — Ah, brutta ladra! — esclamò la contessa fra stizzita e ridente. — E io che me
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l’ero presa con quella poverina!... Letizia! Letizia! ― Comandi! ― gridò Letizia arrivando lei pure.
― Guarda chi t’ha rubato i tovaglioli....
― La Caciotta! Ah, birbona d’una Caciotta! ― esclamò la donna, e buttatasi in ginocchi, s’affrettò a tirarli fuori prima che la Caciotta avesse tempo di rosicchiarli e sciuparli.
― O perchè ha fatto questo ― domandò la signora. ― Pareva tanto buona, la Caciotta! ―
In quel frattempo la Letizia aveva preso la topina in mano, e l’andava palpando da tutte le parti.
― Ora capisco! ― gridò alla fine. ― Sa che c’è, signora contessa? La famiglia cresce.
― Come? la Caciotta?...
― Già, la Caciotta fra qualche giorno sarà mamma d’una mezza dozzina di musini bianchi e neri, bellini tanto, che parranno, sa bene, gli ambasciatori scioani che vennero a Ro- ma.... E per questo rubava: voleva preparare le fasce a’ suoi piccini....
A tale notizia la Rita e Nello si misero a saltare e a strillare battendo le mani; parevano ammattiti dalla contentezza. La madre badava a dire:
— Fermi fermi! State boni! Chetatevi! —
Ma sì: era come dire al muro. Alla fine, vedendo che con le buone non c’era verso di farli smettere, la contessa disse alla Letizia:
— Letizia, va’ a dire al cuoco che oggi il dolce dev’esser fatto per me e per il conte soltanto i bambini non hanno voglia d’assaggiarne. —
Bastò questo, perchè improvvisamente si ristabilisse la calma. Mogi, mogi, con la coda fra le gambe, come cani frustati, Nello e la Rita s’avviarono nella sala da studio a fare i cómpiti per la scuola. La Letizia, sapendo che la padrona non disdiceva mai gli ordini, andò a far l’imbasciata al cuoco, e la signora s’avvio verso il suo salotto da lavoro.
Allora, ma allora soltanto, una testina nera fi e irrequieta s’affacciò timidamente di dietro un divano; fiutò l’aria in giro per sentire se c’era qualcuno, e poi, le sta come un razzo, corse dalla parte della Caciotta. Era Ragù che avendo inteso tutta quell’ira di Dio, andava, ora che non c’era più alcuno, a domandare notizie e a recare conforti alla moglie.
Da quel giorno, la Caciotta fu trattata nella famiglia Sernici con ogni sorta di premure. I bocconi più ghiotti eran per lei; per lei i baci e le carezze de’ bambini; la stessa signora le aveva dato un bel pezzo di bamba- gia, perchè la topina potesse preparare a’ suoi piccoli un nido più soffice; e la Letizia, che le aveva tenuto un po’ il broncio per via de’ tovaglioli, alla fine s’era riconciliata, e di nascosto le dava qualche buona cucchiaiata di brodo col semolino, per tenerla in forze.
Quanto a Ragù, non si può dire come paresse lieto e commosso all’idea d’aver de’ figliuoli. Stava sempre accosto alla sua sposa; la mordicchiava piano sul collo per farle piacere, e si buttava sempre, dormendo, in un canto della canestra per lasciarle libero tutto lo spazio.
― Dio mio, ― mormorava ogni tanto la Caciotta con le lagrime agli occhi ― Dio mio, come mi sento bene! ― E nel suo umile cuore di topa non sapeva trovar parole per ringraziare la Provvidenza che non abbandona nè anche gli esseri più piccini e più disgraziati.
Non passarono due settimane che la Caciotta diede alla luce cinque creaturine, tutte rosee e spelate, grosse come mosconi, che strillavano in coro senza chetarsi.
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The end
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