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Lettore benevolo
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Reputo inutil cosa il dimostrare che l’efficacia d’ogni stile dipende necessariamente dalla schietta proprietà delle parole; una cantica dell’, e poche pagine del , perpetui esemplari d’ogni bel dire, ti profitteranno assai più di tutti quanti i precetti, che potrei venirti ripetendo: e se non fosse basso piato il lagnarsi della propria fortuna, soggiungerei che sento con te il rossore di queste frivole occupazioni gramaticali, e che assai più volentieri avrei dato mano ad un’opera, la quale mirando a più alto fine mostrasse pure, per quanto per me si fosse potuto, quelle qualità di stile, che meglio dagli esempj che dai precetti s’apprendono, se le triste condizioni di questa mia vita condannata a lavori affatto diversi da ogni letteratura m’avessero dato campo a tentarla; epperò mi giovi nel cuor tuo, lettor benevolo, il ricordare che v’hanno tempi, nei quali quest’arida maniera di studj, non altrimenti che un dispettoso silenzio, salva gli animi di tempra generosa dall’infamia dell’adulazione, o dai pericoli della verità.
Ho creduto pertanto, che un brevissimo saggio intorno alle differenze de’ vocaboli, che più sembrano e più s’adoperano come sinonimi, potesse riuscire di qualche vantaggio a rettamente discemere le vere proprietà della lingua, e fosse bastevole a volgere l’attenzione degli amanti del patrio linguaggio verso la necessità di studiarle; l'allargarmi più oltre avrebbe per avventura potuto indurre taluno in errore sull’intenzione di questo mio lavoro, il quale tende solamente a manifestare le vie di raggiungere la franca evidenza dell’antico stile italiano, senza l’importuna pretensione d’inceppare o stringere di troppo questa nostra armoniosa lingua, nata fra un popolo imaginoso, e cresciuta dai poeti, suoi primi padri, ad un’audace e piena libertà di forme e di modi. Tolga adunque la brevità ogni invidia al mio divisamento, nè v’abbia chi ne accusi lo scopo; poiché se i miei saggi fossero tali che recassero danno al corpo della favella, sarà questo di poco momento, e se per lo contrario arridesse l’Italia a questa maniera di disputare le cose della sua lingua colla scorta della gramatica filosofica, sorgeranno cento chiari ingegni a dar compimento e perfezione a quell’opera, che io ho appena abbozzato.
Rispetto al modo di dimostrare queste differenze, mi sono attenuto a quello già adoperato dai più rinomati filologi francesi, inglesi, e tedeschi, non senza dipartirmi da essi ogni volta, che le particolari condizioni della lingua nostra il richiedevano. Di fatto l’autorità più universalmente ammessa in questa parte dell’eloquenza è l'uso, e sopra questa sola fondarono le belle loro trattazioni i francesi Gerard, , , l’inglese Blair, ed alcuni altri; ma sarebbe stata presunzione, anzi temerità ad uno scrittor non toscano il dettar canoni sull’uso corrente delle voci italiane, lontano da quella felicissima contrada, nella quale per giusto privilegio di circostanze fisiche e morali scaturiscono perenni le purissime fonti della lingua parlata, e si conservano le vive testimonianze della scritta.
Ad evitare pertanto questa sconvenienza mi fu mestieri farmi da più alta ragione nelle mie ricerche, che quella dell’uso non è; nè altra maggiore può trovarsene se non quest’una, la natura stessa della voce, non soggetta mai a nessuno de’ tanti cambiamenti, dai quali sono perpetuamente agitati i suoi significati usuali. Presi adunque la via, che m’additavano gli Adelung, i Johnson, i Roubaud, ed entrai coraggiosamente ne’ labirinti delle etimologie, unico modo di procedere con sicurezza nell’inchiesta del valor intrinseco delle voci. E qui mi fu forza aprirmi una via non ancor tentata in Italia, onde ridurre a certezza storica quelle origini, che vennero finora travisate o da bizzarre conghietture, o da ingegnose finzioni. Il porre per altro in piena luce il metodo di queste derivazioni, e l’avvalorarne la sincerità cogli ajuti, e colle discipline della storia e dell’arte critica è opera, che non poteva trovar luogo in questo saggio, nel quale si toccano per sommi capi le cose, ma che s’appartiene tutta intiera alla Storia della lingua, che ancor manca all’Italia, e che non dispero di condurre quando che sia a buon termine, se i tempi vorranno con più liberalità consentirmelo.
Basti per ora, che le etimologie da me indicate nel corso di questo saggio si appoggino ai più sicuri canoni dell’arte, e che non ve n’abbia una sola, che non sia dal consenso dei più dotti filologi convalidata: esse sono, come quelle del Pougens e dell’Adelung, tutte isteriche, che è quanto dire che si possono colla storia della nazione rischiarare, riscontrando in essa i grandi mutamenti al favore de’ quali i nuovi vocaboli entrarono nella favella, il tempo nel quale avvennero questi gravissimi casi, le novelle usanze dalle quali essi vocaboli originarono, e la gente infine, che le portò. E chi non sa, che la storia delle parole è pur quella de’ fatti, de’ costumi, e della civiltà d’una nazione? E chi non sente nelle macchie fatte alla lingua d’un popolo l’insolenza del vincitore, e la vergogna del vinto?
Dalla ragionata dichiarazione delle origini dedussi con facilità la retta definizione delle voci, l’ordine naturale de’ varii loro significati, e finalmente le esatte differenze de’ vocaboli affini. Con queste certezze presi poscia a discorrere gli scrittori del trecento, citati da due secoli in qua come irrefragabili autorità dell’uffizio, e del valor delle parole, ed accortomi, che molti fra essi digiuni affatto d’ogni filosofia, anzi grossolanamente idioti stravolgevano le vere e naturali significanze delle voci, e deturpavano la faccia della favella coll’accettazione di modi stranieri senza fior di critica, e per solo amor di novità, osai chiamargli a più severo esame, ed affrancandomi da ogni superstizione rifiutai o ammisi le loro locuzioni, secondo che esse mi sembravano più o meno consentanee a quegli inconcussi principi, coi quali le cimentava. Molti fra que’ vecchi testi di lingua non ci sembrano grandi se non perchè noi stiamo in ginocchio davanti ad essi; leviamoci, e la ragione filosofica delle cose ci condurrà a scernere l’oro puro dal piombo, e renderà più assennata e più degna della presente civiltà quella venerazione, nella quale avemmo fino ad ora tutti indifferentemente gli scrittori di quel secolo.
Non vorrei per altro, che questa libertà di sentire fosse per offendere in alcun modo le consuetudini vere della lingua nostra; e però ti prego, o lettore, a por mente, che io non parlo qui che di nudi vocaboli, che l’uso istesso della nazione ha da gran tempo riprovati, salvo rimanendo ed intatto l’edifizio gramaticale della lingua, il quale si alzò nel trecento ai termini della sua perfezione. Invano cercheresti negli altri scrittori de’ secoli posteriori quella semplicità e facilità di costrutto, quell’ingenuità di modi, quella sveltezza di forme, quella vena spontanea ad un tempo e spiritosa, onde il volgare italiano, sopravanzò di tanto le lingue moderne; spicca in quelle prime scritture un tal giro di frasi, una sì bella e sì nuova movenza di periodi da potersi anzi sentire, che imitare. Quindi i casti amatori della favella, ragguardando a questa mia distinzione, s’accosteranno d’ora in poi alle arche del trecento non più per disseppellire le voci, che vi giacciono incadaverite, ma per istudiar l’indole e la struttura della lingua, rinnovarne le gramaticali proprietà, e respirarne l'incorrotta fragranza.
Aggiungi, o lettore, che nel parlare degli autori di quel primo tempo, io non ho inteso di que’ grandi, che illuminarono il mondo col divino raggio del loro sapere, e che pieni di filosofia la lingua ed il petto sorsero fra quelle tenebre maestri delle perdute vie del vero non solamente nelle lettere, ma in ogni parte delle umane cognizioni: questi luminari della gloria italiana non debbono e non possouo andar confusi con quell'oscura turba di scrittori dello stesso secolo, cui se togli l’antichità non riman pregio, che gli raccomandi alla riconoscenza de’ posteri. Sono questi i principj che ho seguito nel trattare delle differenze tra i vocaboli, principj che in queste quistioni di lingua che si vanno agitando per gli studj d’Italia, ho creduto dover candidamente professare; contento, se vado errato, di errare con quegli eletti spiriti, ai quali mi congiunge non solo questa nobile comunanza di studj, ma un legame indissolubile di riconoscenza e di tutto affetto; dacché essi altro non ebbero in mira se non di giovare ai progressi della lingua e del pensare italiano, gli uni col mostrare la venustà e la franchezza del suo antico andare, gli altri col ringiovinirla, e darle nervi e polso a camminar col secolo, ma questi e quelli ugualmente lontani dalla sfrenata licenza de’ novatori, e dalla irragionevole servitù de’ pedanti.
Spero perciò, che sia per meritarmi lode la frequente ricordanza, che io vado facendo nel corso del mio lavoro, della toscana autorità. Cercai di soddisfare prima d’ogni altra cosa ad un debito del cuore, nel quale stanno profondamente impresse cento care memorie di quella contrada ospitale, che visitai peregrinando altre volte, ed ebbi altresì in animo di mostrare che io non aveva per guida in questa, come in ogni altra mia impresa, che l’amor santo d’Italia, e non mai un invidioso gareggiar di provincie. E qual v’ha terra fra noi più della toscana degna d’essere a tutti maestra? e d’onde i tempi eroici d’Italia, se non da quella? Quivi le chiese, i palazzi, le logge, le strade, i sepolcri attestano le glorie d’un gran popolo, primo d’ogni altro nella carriera delle virtù cittadine, negli ordini civili, nelle imprese di guerra, nelle arti della pace; qui vivono ancora i nipoti di quella forte generazione, che bagnava del suo sangue i colli di Monteaperti per l’independenza della patria, e diradava ad un tempo le tenebre dell’età del ferro coi canti d’una nuova poesia; qui le gentil famiglie, ed i nomi di que’ magnanimi, che tre secoli appresso stettero soli in campo contro tutta la sterminata possanza di Carlo, mentre Firenze si abbelliva per opera loro d’ogni più splendido monumento dell’arti; quivi in una parola riposano le sacre memorie dell’Italia moderna, come fra le rovine di Roma quelle dell’antica. E queste memorie non sono esse tutte nostre, e non sono forse come tali vantate ogni giorno da noi? Cessi adunque ogni spirito di parte, e siano svergognati per sempre que’ degenerati italiani, se pur ve n’ha, che dimentichi de’ primi loro doveri tentassero di raccendere quelle ire municipali, che mai non furono senza grave dispregio di questa comune patria.
Note
Accordare - Concedere
ct Il liuto, gradito passatempo delle donne, de’ ministrelli, e de’ paggi ne’ tempi cavallereschi, diede origine al verbo accordare, che nel suo primitivo significato vale tendere le corde d’uno strumento musicale in modo ch’esse possano armonizzare; si allargò poscia lo stesso significato da più corde a più voci, a più stromenti; quindi con felice trapasso da fìsico a morale, si disse accordare per temperare due o più opinioni diverse in maniera, che esse vengano a farne una sola, e però accordarsi vale convenire ne’ principi, idee di un altro; finalmente per estrema transizione si disse accordare per acconsentire in una cosa che ti sia chiesta, o proposta, ed in quest’ultimo significato, per quanto sia esso lontano dal primo, si sente pur sempre l’idea dell'accordo, poiché il consenso, che dai, ti pone daccordo con chi ti propone una cosa, o te la chiede. Sono questi i soli e veri significati del vocabolo accordare, del quale si fa in questi tempi tanto scialacquo dagli scrittori inesperti. Giova ora raccogliere l’attenzione sulla differenza dell’ultimo significato d’accordare da concedere, la quale è in vero difficile a ravvisarsi al primo tratto. Esaminiamola:
Tra concedere libero ed assoluto nella pienezza de’ suoi significati,. e concedere relativo e ristretto ad una domanda che ti sia fatta, ad una difficoltà che ti sia proposta, la differenza è assai grande; poiché nel primo caso vale permettere, dare, prestare, somministrare, apportare, recare, passare o cedere alla maniera de’ latini, ed in nessuno di questi significati può sostituirsi ad accordare, che se alcuno ama di parlar proprio ed esatto, non dirà certamente, che le leggi accordano la facoltà ad ogni cittadino di difendere la sua persona, le sue proprietà, ma sibbene ch’esse la concedono o la danno; nè dirà che la fortuna accorda agli uomini le ricchezze non le virtù, ma piuttosto che le concede, o le comparte da quella cieca ch’ella è; nè si potrebbe tampoco porre il verbo accordare in luogo di concedere in questi versi di :
«A che, e come concedette Amore Che conosceste i dubbiosi desiri?»
e tanto meno in questi altri:
«Mentre che torni, parlerò con questa, Che ne conceda 'i suoi omeri forti.»
nè in questo bel passo del Decamerone:
«Essendo ogni cosa piena di que’ fiori che concedeva il tempo.»
Non v’ha dunque affinità fra i due verbi, se non quando concedere viene adoperato per acconsentire; ma anche in questo caso, che è l’unico nel quale le due voci sembrano sinonime, v’ha, a chi guarda ben addentro, una certa diversità, la quale procede pur sempre dalla diversa loro natura, e fa sì, che concedere s’adopera più propriamente da superiore ad inferiore, e accordare da pari a pari. Avvertasi inoltre, che accordare, nel significato di cui parliamo, abbisogna di domandare o di chiedere, ai quali si dee necessariamente contrapporre, come si vede nel seguente calzantissimo esempio del Segneri, quantunque il buon padre non siasi fatto carico della sconvenienza di far accordare da Dio quelle grazie, ch’egli degna concedere: «Non ci fu detto da voi, che quanto avessimo chiesto a nostra salvezza, ci sarebbe stato accordato?»
Da quesie osservazioni si può dedurre, che accordare differisce in ogni caso da concedere; e dove sembra che più se gli accosti, viene ancor differenziato dalla necessità d’esser contrapposto a chiedere o a domandare, e dall’indole del suo uffizio, che è quello di esprimere un consenso, col quale due cose differenti vengono ad essere conguagliate, mentre che concedere esprimendo pur esso un consenso, non pareggia in nulla chi lo da a chi lo domanda.
Bella proprietà e grande ricchezza ad una lingua è l’avere altrettanti vocaboli quante sono le varie idee o concomitanti o accessorie, dalle quali vien sempre accompagnata la principale, ossia la caratteristica, e gran segno di povertà è il rimanersi allo schietto necessario de’ vocaboli che esprimono una generalità. Per questo rispetto io porto opinione, che la lingua nostra avanzerebbe d’assai le lingue romane sorelle, ove ella potesse vantaggiarsi di tutte le sue ricchezze, e non fosse perpetuo zimbello ora dei moderni corruttori, che le buttano in volto il fango straniero, ora de’ pedanti, che la stringono e la martoriano entro le fasce della sua prima età, contendendole il crescere, e vietandole d’ampliarsi col secolo, e colla filosofia. E per tornare alla ricchezza relativa della lingua nostra, vedi, o lettore, di quanti bei modi essa ti fornisce onde particolarizzare con altrettanti vocaboli proprii e spiccati le molte idee, che abbraccia il generico accorder de’ Francesi. Noi dìciamo, per cagion d’esempio, che Iddio concede le sue grazie; che i Re compartono i loro favori; che le leggi danno ai cittadini questa o quella facoltà; che un Principe assegna una pensione, conferisce una carica, un titolo a quelli fra’ suoi servitori, i quali coi loro buoni e fedeli servigii se ne sono renduti meritevoli; che il ricco e l’agiato dee prestar soccorso al povero, al disagiato; che il potente dee esser largo della sua protezione al debole, e finalmente che un generale assediante accorda questa o quella domanda, che il nemico assediato gli fa ne’ capitoli della resa d’una piazza. E se vuoi sapere, perché il verbo accordare venga ristretto a questa sola funzione di consenso ad una domanda fatta, ti risponderò col richiamarti alla mente le corde del liuto, che ti ho posto innanzi sul principio di questo articolo.
Allegrezza - Giubilo - Gioja - Letizia - Gaudio
Allegrezza è affetto dell’animo, che procede da contentezza della mente o da soddisfazione de’ sensi, e che si manifesta al di fuori, e spezialmente sul volto, e negli occhi dell’uomo.
Giubilo è dimostrazione esterna dallegrezza, e manifestazione di gran piacere per via d’atti, di parole, o di canto e riso giocondo.
Gioja è estremo giubilo, sommo grado d’allegrezza, ultimo segno di piacere ineffabile, che sovente non si può esprimere, e celar non si può.
Allegrezza è dunque primo grado di contento, secondo è giubilo, terzo ed ultimo è gioja; e per parlar co’ gramatici allegrezza è positivo, giubilo è relativo, o comparativo, e gioja è superlativo.
Lallegrezza è segno di tranquillità, giubilo di festa, gioja di supremo diletto; lallegrezza s’ingenera talvolta da buona complessione, da buon umore; la gioja è sentimento più forte, nè si mostra senza potente cagione; l’allegrezza è temperata, e misurata; la gioja non mai. L’allegrezza si oppone alla malinconia, alla tristezza, il giubilo alle lamentanze, al pianto, la gioja all’affanno, al tormento; quando l’allegrezza esce da’ suoi termini ordinarii chiamasi giubilo; se la gioja varca i suoi, chiamasi rapimento, trasporto, ebbrezza; un caso leggiero basta a risvegliar l’allegrezza; la gioja non nasce che da un avvenimento felice; l’allegrezza può essere abituale nell’uomo; la gioja è sempre accidentale; questa è passione, quella è stato dell’anima, la quale riposa nell’allegrezza, si dilata nel giubilo, ma vien fortemente commossa dalla gioja; ond’è che la gioja, come ogni forte passione, s’esprime talvolta colle lagrime, mentre basta all’allegrezza un sorriso, ed il giubilo si sfoga ne’ canti e nelle acclamazioni. Insomma si muor della gioja, non dal giubilo, né dall’ allegrezza.
La religione c’insegna ad esercitar le virtù del cristiano con allegrezza, a sopportar le disgrazie e a darne lode a Dio con giubilo, ed a sperare le gioje del paradiso.
La speranza di possedere una cosa desiderata ti rallegra, l’ accostarti al possesso di essa ti fa giubilare, ma la gioja non viene che dal godimento, che ne hai.
Ho a bello studio intralasciato di parlare sin qui di gaudio, e di letizia, perché queste due voci venute nella lingua coi riti latini della Chiesa, e adoperate talvolta dagli antichi scrittori per vaghezza di latinismo, non sono propriamente dell’ uso, e non han corso nel favellar comune: «quello solo è vero gaudio, dice il Cavalca, che è da creatore a creatura;» e pressoché tutti gli esempi degli antichi autori dimostrano, che questa voce venne particolarmente usata ad esprimere l’allegrezza cristiana, o quel senso di contentezza che reca nell’ anima de’ fedeli la contemplazione delle cose celesti: i poeti poi se ne valsero nel vero significato del latino gaudium, perchè la forma quasi insolita aggiunge gravità alla parola, e la fa a luoghi più poetica d’allegrezza. Dicasi lo stesso di letizia, la quale corrisponde a gioja, ma vien lasciata anch’essa ai poeti, ed ai predicatori; a quelli, perché nessun aiuto è mai troppo a variare tutti i concetti, e le imagini della calda loro fantasia; a questi, acciò che vestano alcuna volta di riverenza latina i profani, e troppo sentiti significati della gioja.
Se alcuno de’ lettori desiderasse un cenno intorno alle etimologie di queste voci, gli basti il sapere che allegrezza è da allegro, e questo dal lat. alacer che fra i suoi significati ebbe anche quello d’hilaris; che giubilo vien pur dal lat. jubilum che vale acclamazione, grido o canto festoso; e che gioja prodotto da gioire vien prossimamente dal provenzale gausir, jausir, goyr, onde goy, e joy, colla radice nel latino gaudere, ma con maggior larghezza di significato.
Altiero - Superbo
Altiero da alto; superbo da super (sopra): epperò sin dall’origine, e dal suo significato naturale superbo vuol essere più d’altiero. Ambedue i vocaboli s’adoprarono dai padri della nostra lingua parlando di cose; chiama superbo, cioè altissimo, l’omero d’un diavolo che portava i peccatori, e dice superba la costa d’un alto monte. Il chiama altiero il Rodano, perchè fiume alto, profondo, e l’aquile, animali d’altera vista.
Venendo al figurato la differenza si fa più viva, poichè altiero è colui che sente altamente di se, superbo è quegli, che per troppo sentire di se vuol esser sopra gli altri; l’altiero s’apparta dal volgo, il superbo ne va in cerca per offenderlo; altiero è quasi sempre preso in senso onesto, superbo non mai. scontrandosi nel purgatorio col buon Sordello esclama:
«..... oh anima Lombarda Come ti stavi altiera e disdegnosa, E nel mover degli occhi onesta e tarda.»
Ed in altro luogo parlando della squadra degli angeli ribelli la chiama superbo strupo, cioè schiera di spiriti, che peccarono di superbia volendo essere sopra Dio. Quante volte non chiama egli altiera la donna sua il ? avrebb’egli osato, quell’animo gentile, chiamarla superba? Questa differenza si deduce ancor meglio dagli opposti, poichè superbo è sempre contrario d’umile, ed altiero si oppone a basso; quello ha per contrario una virtù, questo un vizio; epperò il cantor di Laura scrisse:
«...... a voi non piace Mirar sì basso con la mente altera.»
Non debbo qui dimenticare un’acuta distinzione di questi due vocaboli fatta dal , ottimo scrittor toscano: «altiero, dic’egli, è colui, che per grandezza d’animo non riguarda e non applica a cose vili, anzi dimostra verso di quelle una certa schifezza generosa, e senza vizio: e superbo si dice colui, che per vizio e per capriccio spropositato disprezza tutti, e tutte le cose indifferentemente e senza distinzione alcuna.»
Trapassando ora agli astratti vedremo qual differenza corra tra alterezza e superbia. Superbia secondo S. Gregorio, è desiderio disordinato e perverso di eccellenza, e però è posta fra i peccati capitali come incominciamento di tutti i vizii, e rovina di tutte le virtù. Alterezza è forte estimazione di se, che procede da grandezza d’animo, e che mal frenata può degenerare dalla sua origine, e volgere in superbia. La superbia trae in rovina un uomo od un popolo che ne sia tinto; l’alterezza può guidar l’uno e l’altro a cose grandi, a fortissimi fatti. L’alterezza della nazione spagnuola offesa da un superbo conquistatore, la spinse a quella magnanima difesa che ognun sa: chi oserebbe tacciar quella nazione di superbia?
Giova qui l’avvenire, che la voce alterezza è stata coniata dalla necessità, in che si trovarono i popoli italiani di esprimere l’idea della grandezza d’animo, e delle altre buone parti della superbia de’ loro avi latini, i quali dicevano sume superbiam quaesitam meritis (); nec tantam Vespasiano superbiam, ut privatum Vitellium pateretur (), ove si vede che superbia è presa per generosità, e magnanimità; però che la cattolica religione venendo a noi in ispirito d’umiltà spogliò d’ogni onesto significato quella voce, e la pose fra le denominazioni de’ vizii capitali, obbligando così gli Italiani a creare il vocabolo alterezza. Questa avvertenza renderà più cauti coloro, i quali credono erroneamente potersi ogni vocabolo nostro, che sia dal latino originato, in tutte le significanze latine adoperare.
Amattamento - Accennamento
Non parlerei della prima di queste due voci, se i Vocabolaristi non l’avessero fatta sinonima della seconda, poichè amattamento è voce entrata di contrabbando nella lingua per opera di , e rifiutata dall’uso. Gioverà adunque la seguente dichiarazione a far conoscere il vero senso nel quale il Villani l’adoperò. Eccone il passo: «Di che spaventati si arrestarono senza stringersi più alla terra, e già per segni e amattamenti, che quei della porta facessero...... non s’attentarono di venire più innanzi.» Nel qual passo si vede, che se ammattamento valesse solamente cenno, accennamento, il Villani verrebbe a dire per segni e segni, il che non può essere. Vuolsi adunque por mente, che la voce ammattamento significa instanza, ressa, ostinata premura, ed è tratta dall’antica voce spagnuola amatamiento, verbale del verbo amatar, che si usava dagli spagnuoli al tempo del Villani in luogo di matar. Questo verbo, che propriamente vuol dire ammazzare, ha pure il significato di ostinarsi con vive istanze intorno ad uno, onde ridurlo a fare la tua volontà, quello stesso, che i latini chiamavano premere ed anche occidere. Da questa definizione si deduce che Matteo Villani scrivendo per segni e amattamenti, volle dire: per quanti segni e instanze quei della porta facessero.
Al postutto la famiglia de’ Villani avea il privilegio d’introdur nella nostra lingua quanti neologismi più le tornavano in acconcio, senza maturo consiglio, e senza cima di giudizio. La voce amattamento tolta così di peso dallo spagnuolo senza necessità e senza il corredo del suo verbo, è da mettersi coi gallicismi dell’altro Villani, al quale andiamo debitori d’intamato, d’ottriato e simili quisquiglie. Nè io avrei in questo breve saggio trattenuto oltre il dovere
i lettori intorno ad una parola di nessun uso, se temendo a ragione ch’ella sia per abbarbarsi ne’ vocabolarj della lingua, non mi fossi recato a dovere d’indicar la via di dichiararla, e di darle a questo modo alcun soffio di vita.
Antico - Vecchio
Queste due voci ritengono ancora nell’italiano quella stessa differenza che le Partiva nella lingua loro originale, perchè i latini adoperavano antiquus in istile nobile, e vetulus in stil famigliare; antiquus era sempre presso di essi in senso di rispetto, e vetulus veniva per lo più usato a disprezzo. Urbs antiqua fuit cantava della Prima Cartagine; chiama vetula la cornacchia. Non isfuggì questa distinzione al gusto squisito del , il quale nella famosa esortazione a Cola di Rienzo, parlando dell’Italia con amaro dispetto, la chiama, ed a ragione
«Vecchia, oziosa, e lenta.»
Quindi in quell’ode istessa rammemorando Roma, e l’impero del mondo dice:
«Le antiche mura, che ancor teme ed ama, E trema ’l mondo quando si rimembra Del tempo andato.....»
Venendo a’ particolari, antico è propriamente ciò che è passato da secoli, vecchio è pur ciò che è passato, ma in tempi più vicini a noi; con questo vocabolo si determina l’età, con quello si cessa dal misurarla; antico si oppone a moderno, vecchio a giovane; il primo è sempre posto ad onore, onde un uomo di austeri costumi è chiamato antico, una buona scrittura si paragona colle antiche, i grandi artisti studiano l’antico, e diciamo antica repubblica, antico stato, famiglia antica; così l’ salutava Asti sua patria col nome d’antica città. Per lo contrario chiamiamo vecchio uno stato prossimo alla sua rovina, vecchie quelle leggi che più non si convengono colla presente civiltà, vecchie le istituzioni tarlate dalle male usanze, mentre quelle che il tempo conferma son chiamate antiche. Vecchio s’adopera poi con maggior proprietà parlando di cose materiali, come vecchi cenci, casa vecchia, vestito vecchio, vino vecchio, e simili, dove sarebbe grande improprietà il porre antico.
Dicasi lo stesso d’antichità e di vecchiezza: questa concerne più particolarmente all’età delle persone, quella sale all’origine delle famiglie. La vecchiezza scema la forza dei corpi; l’antichità accresce il lustro alle cose, e le fa venerande; quindi s’apprende ai giovani a rispettar la vecchiezza, perchè il debole sta sotto l’ombra del forte; ma l’antichità è raccomandata all’universal cittadinanza delle genti, e si chiamano barbare quelle nazioni, che non l’hanno in grandissima venerazione.
Autore - Scrittore
Tra scrittore e autore v’ha una prima ed essenzial differenza, quella stessa che corre tra opera e scrittura; e siccome opera è vocabolo generico d’ogni cosa che si faccia dalle mani o dall’ingegno dell’uomo, e scrittura è vocabolo particolare delle opere uscite dalla penna, così autore è l’inventore di che che si sia, e quegli dal quale alcuna cosa trae la sua prima origine; e scrittore è quegli che scrive o le cose proprie o quelle d’altri. In questo significato i due vocaboli differiscono così largamente, che il dirne di più sarebbe far ingiuria al lettore. Ma v’ha un altro modo assai in uso di adoperare le due voci sopracitate, ed è quello d’indicare con esse que’ valenti ingegni, che fanno di pubblica ragione per via di scrittura o di stampa le opere loro. In questo caso si osserva da chi ha fior di parlare l’ avvertenza di riferire sempre il nome di scrittore alle qualità dello stile, e quello d’autore all’essenza della dottrina; quindi si chiamano più propriamente scrittori coloro, che trattano alcuna parte della letteratura, che non i matematici, i fisici, od i naturalisti, ai quali si conviene il titolo dautori.
Tersi e forbiti scrittori sono il , il , il ec. ec.; e fra i viventi che più onorano la prosa italiana, , e che io nomino a Cagion d’onore, ma non potrebbesi chiamar con questo nome un , un , un Pietro Mascagni, ed un , autori d’opere immortali. Osservisi di più, che quando alcuni di questi scienziati congiungono alla dottrina le qualità del bello stile, allora solamente assumono il titolo di scrittori. E però l’autore della teorica della caduta dei gravi è scrittor esatto e severo, e l’autore del dialogo delle forze vive è scrittor nobilissimo.
Barba - Radice
Quantunque l’ fondata sull’autorità di molti scrittori ponga barba per radice, parmi tuttavia necessario l’indicarne la differenza. Ognun sente che la voce barba, posta per radice, è un traslato dal pelo, che cresce sul mento agli uomini, e che per quanto possa spingersi lontana questa traslazione, essa non potrà mai andar tant’oltre da diventar contraria alla prima e natural sua significanza. Quindi è che i latini adoperavano pure la voce barba in senso metaforico, ma non discostandosi mai dall’origine, la ponevano ad indicare tutte le fibre molli e pendenti delle piante, la lanugine dell’erbe e de’ fiori. Barba, dice il , translate dicitur de summis arborum ramulis, seu tenuioribus foliis extremis, de lanugine in plantis, et similibus.
E come si potrà confondere quest’idea di cosa tenue e molle colla voce radice, che è quella parte della pianta che si sprofonda nella terra, e vi tien fermi gli alberi contro l’ira del vento, e manda loro l’umore nutritivo? Avrebb’egli, l’, sostituito barba a radice in que’ bei versi del :
«......Oggi, la quercia antica, Dove spandea già rami alteri all’aura, Innalzerà sue squallide radici?»
Non è egli più naturale il dire le barbe della rosa, le barbe dell'ellera, che non le barbe del rovero, o del cedro? E chi dicesse le radici della rosa, e dell’ellera, e le barbe del frassino o dell’olmo non peccherebbe egli contro la proprietà dei due vocaboli?
Toccò di questa differenza un gentile scrittor toscano, l’, il quale nel suo poema della dice:
»Come sia il mezzo ottobre zappi e smuova »La terra in giro, e le radici scuopra »Della vite gentil; e quante truova »Picciole barbe in lei, che non più addentro »D’un piede e mezzo sien, col ferro ardito »Le taglie e spenga;»
Aggiungi, che radice s’adopera con forte traslato per la parte più bassa d’una montagna, onde si dice la radice d’ un monte, e non si potrebbe dire le barbe, o la barba d’un monte.
Vero è bene, che ne’ derivati abbarbarsi e abbarbicarsi, presi nel senso metaforico di piantar la sede, la dimora in alcun luogo, i significati sopraccennati vengono più facilmente a
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