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Annali

Publio Cornelio Tacito · 1822 · Free in the US

145,061 words · about 10 h 10 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
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About this book

Author
Publio Cornelio Tacito
Language
Italian
Published
1822
Length
145,061 words · about 10 h 10 min
Sections
17 reader sections
Text
Digital text
Rights
Public domain in the United States

 

Contents (17)
  1. Front matter under 1 min
  2. LIBRO SECONDO about 52 min
  3. LIBRO SECONDO about 47 min
  4. Libro 4 about 50 min
  5. Libro 6 about 36 min
  6. Libro 7 about 19 min
  7. Libro 8 about 38 min
  8. Libro 9 about 28 min
  9. Libro 11 about 27 min
  10. Libro 12 about 39 min
  11. Libro 13 about 39 min
  12. Libro 14 about 39 min
  13. Libro 15 about 40 min
  14. Libro 16 about 55 min
  15. LIBRO PRIMO about 57 min
  16. Libro 5 about 24 min
  17. Libro 10 about 17 min

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Indice

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LIBRO SECONDO

ct ct I. L’Oriente in qualche tumulto. — III. Vonone re dei Parti, da Artabano scacciato, ricoverasi dagli Armeni da essi preso per re, rifiutato poco poi per tema e minacce d’Artabano. — V. Tiberio a pretesto dei romori d’Oriente dalle germaniche legioni svelle Germanico, che ubbidisce a piè zoppo. Poich’entra in Germania, in gran giornata Cherusci e Arminio vince. — Soffre tempesta in mare; e tutto compensa con prospera spedizione contro i Marsi. — XXVII. Libone Druso accusato di novità. — A terra i preghi di M. Ortalo — XXXIV. Clemente sotto mentito nome di Postumo Agrippa tumultua. Con arte il prende Sallustio Crispo, e a Roma il mena. — XLI. Trionfa Germanico de’ Catti, Cherusci e altre nazioni sino all’Albi. — XLII. Archelao re de’ Cappadoci d’insidia chiamato a Roma, e malmenato muore. — Suo regno fatto provincia. — XLIII. Dato l’Oriente a Germanico, la Soria a Pisone con segrete istruzioni contro Germanico, a quel che si crede — XLIV. Mandasi Druso nell’Illirico contro i Germani che per sue discordie fan sicuro e ozioso il Ro- mano. — XLV. I Cherusci sotto Arminio in gran battaglia sanguinosa vincono il potente e antico re Maroboduo. XLVII. Dodici città d’Asia rovesciate da tremuoto. Liberalità di Tiberio. — L. La legge di Stato allunga le mani. — LII. Tacfarinate all’armi in Africa; tosto da Furio Camillo represso — LIII. Germanico di nuovo console passa in Armenia: di lor volere vi fa re Zenone, rimosso Vonone: poi in Egitto. — LXII. Druso semina zizzania ne’ Germani. — Maroboduo da Catualda scacciato di regno viene in Italia, fermato anni 18 in Ravenna. — Catualda avuto pariglia è mandato in Fregius. — LXIV. Rescupore re Trace d’opera di Pomponio Fiacco in ferri, è tratto a Roma. — LXVIII. Fonone uscito. — LXIX. Germanico torna d’Egitto; suoi ordini da Pisone aboliti o fatti a rovescio vi trova. Semi tra lor di discordie. — Non guari dopo ammalatosi, a gran lutto de’ popoli muore in Antiochia. — LXXIV. A Pisone, sospetto di veleno dato, vietasi il ritorno in Siria. — LXXXIII. Grandi onori al morto Germanico da Roma. — LXXXV. Leggi contro la donnesca impudicizia — LXXXVI. Scelta di Festale: prezzo tassato a’ grani. — LXXXVIII. Arminio ucciso in Germania per tradigion dei popolani.

Anno di Roma dccxix. Di Cristo I.

Cons. T. Statilio Sisenna Tauro e L. Scribone Libone.

An. di Roma dcclxix. Di Cristo 17.

Cons. C. Cecilio Rufo e L. Pomponio Flacco Grecino.

An. di Roma dcclxxi. Di Cristo 18.

Cons. Tiberio Cesare Augusto III e Germanic. Cesar. II.

An. di Roma dcclxxii. Di Cristo 19.

Cons. M. Giunio Silano e L. Norbano Flacco.

I. I reami dell’Oriente e le province romane, essendo consoli Sisenna Statilio Tauro, e L. Libone, fecero movimento; incominciato da’ Parti che lo re chiesto e ricevuto da Roma, benchè del sangue arsacido, schifavano come straniero; questi fu Vonone, dato ad Augusto per ostaggio da Fraate; il quale quantunque scacciato avesse i Romani eserciti e’ capitani, s’era rivolto a venerare poi Augusto, e mandògli parte de’ figliuoli per pegno d’amicizia; temendo non tanto di noi, quanto della fede de’ suoi.

II. Morto Fraate, e tra loro ammazzatisi i re succeduti, i grandi mandarono a Roma ambasciadori per rimenarne Vonone primogenito. Recandolsi Cesare a grande onore, lo rimandò con ricchi doni; e lo accolsero i Barbari con la festa usata a’ nuovi re. Venne poscia loro vergogna d’avere, come Parti imbastarditi, chiamato re d’un altro mondo, infetto de’ costumi de’ lor nimici. „Già il seggio arsacido per vassallaggio di Roma stimarsi e darsi; dove essere que’ gloriosi che tagliaron a pezzi Crasso, che cacciaron Antonio; se chi sofferto aveva tanti anni di essere schiavo di Cesare, doveva lor comandare?„ Stomacavali anche egli co’ suoi modi diversi dagli antichi; cacciar di rado; non si dilettar di cavalli; ire per le città in lettiga; fargli afa i cibi della patria; ridevansi del codazzo grechesco, del serrare e bollare ogni cencio; le larghe udienze, le liete accoglienze, virtù nuove, ai Parti erano vizj nuovi: e ciò che antico non era, odiavano, buono e rio.

III. Misono adunque in campo Artabano Arsacido allevato ne’ Dai: nella prima battaglia fu rotto; rifeòsi, e prese il reame. Vonone vinto, rifuggì in Armenia, allora vota: e tra le forze romane e de’ Parti, tra mezzo, non fedele, per la cattività d’Antonio, che Artavasde re di quella, come amico chiamò, incatenò e uccise. Onde Artassia suo figliuolo con le forze degli Arsacidi sè e il regno difese contra di noi. Essendo tradito e morto da’ suoi, Cesare investì di quel regno Tigrane, e Tiberio Nerone lo vi condusse. Corto imperio vi tenne esso, e’ figliuoli, benchè con loro sorelle, di regno e matrimonio congiunti, alla barbara. Augusto vi mise Artavasde; fanne non senza nostra sconfitta cacciato.

IV. C. Cesare mandato a rassettar l’Armenia, diè loro Ariobarzane Medo; era bello, era fiero: l’ebbero caro. Morto per isciagura, miscontenti de’ suoi figliuoli, assaggiaron la signoria d’una donna detta Erato; e quella cacciata ben tosto, confusi e sciolti senza signore, anzi che liberi, lo rifuggito Vonone fanno re. Ma perchè Artabano il minacciava, gli Armeni poco il potevano aiutare, e noi difendendolo, rompevamo guerra co’ Parti; Cretico Sillano, governatore in Soria; chiamatolo, il fe’ prigione, pompa e nome reale mantenendogli. Questa indegnità come egli tentasse fuggire, dirò a suo luogo.

V. Tale scompiglio dell’Oriente non dispiacque a Tiberio, per diveller Germanico dalle legioni troppo sue, e mandarlo, con la scusa di nuovi governi forse a smaltire per froda o fortuna. Ma la prontezza dei soldati e la malignità del zio, gli erano pungoli allo affrettare la vittoria; e seco divisava le maniere del combattere, quel che gli era in tre anni di quella guerra riuscito bene o male: „giornate e pianure esser la morte de’ Germani: boschi e paludi, state corta. Verno tostano, a loro giovare; i soldati suoi meno delle ferite, che de’ lunghi cammini e delle pesanti armi patire; aver le Gallie munte di cavalli: gran bagagliume, esca al predare, noia a difenderlo. Se io vo per mare, ne son padrone; il nimico non l’usa; guerreggerò prima: gente e vivanda insieme porterò: per le bocche e letti delle riviere metterò nel cuore della Germania i cavalli e gli uomini riposati„.

VI. Gittatosi a questo, mandò P. Vitellio e Canzio a riscuotere le decime delle Gallie, e a Silio, Anteio e Cecina diè cura di fabbricar le navi. Mille parvero bastevoli, e prestamente furon in punto: parte corte e strette di poppa e prua, e largo ventre per meglio reggere a’ flotti, altre in fondo piatte, per ben posare: le più col timone a ogni punta, per approdar da ogni banda a un rivolger di remi: molte acconce a portar macchine, cavalli e viveri, destre a vela, sparvierate a remo: e la baldanza de’ soldati le mostrava di più numero e terrore. Appuntossi che facessero massa nell’Isola de’Batavi, d’agevole sbarco, comoda a mandare le bisogne alla guerra per lo Reno, che per un letto solo, che fa alcune isolette, giunto a’ Batavi, si divide come in due fiumi; l’uno col suo nome e rapido corso passa per la Germania nell’Oceano, l’altro, che nell’orlo della Gallia corre più largo e dolce, muta nome, e lo dicono i paesani Vaale: e poco oltre Mosa, che per ampissima foce si versa nel medesimo Oceano.

VII. Mentre l’armata s’aduna, Cesare manda Silio Legato con gente spedita a danni dei Catti. Esso sentendo esser una fortezza in su la Luppia assediata, v’andò con sei legioni. Silio per le repenti piogge poco altro fe’ che predare la moglie e la figliuola d’Arpi signore de’ Catti, nè Cesare combattè gli assedianti, perchè al grido del suo venire sbandarono. Spiantato nondimeno il nuovo sepolcro delle legioni di Varo, e l’altar vecchio di Druso, rifece l’altare: e con le legioni dietro, per onoranza del padre vi torneò. Il sepolcro non parve da rinnovare; e tra la fortezza e l’Alisone e’l Reno tutti di nuovi termini e bastioni afforzò.

VIII. Giunta l’armata, avviò i viveri: scompartì per le navi le legioni e gli aiuti: e nella fossa, detta Drusiana, entrato, orò al padre Druso: Che favorisse lieto lo suo ardimento alla medesima impresa, mostrasse i fatti, ricordasseli i modi suoi. Navigò per li laghi e per l’Oceano felicemente sino a foce d’Amisia. Quivi lasciò le navi a sinistra del fiume; e fu errore a non isbarcar le genti più su; chè dovendo andare per quelle terre a destra, ebbe a perder parecchi dì a far ponti sopra quei marosi, che dalle legioni e cavalli furono passati francamente innanzi al tornar della marea; ma gli aiuti diretani, volendovi sgarar l’acque e mostrar valentie di notare, si disordinarono, e ve ne annegò. Ponendo Cesare il campo, intese esserglisi alle spalle ribellati gli Angrivari. Stertinio ’prestamente mandatovi con cavalli e fanti leggeri, a ferro e fuoco li gastigò.

IX. Correva tra’ Romani e’ Cherusci il Visurgo. Arminio co’ suoi primi fattosi alla riva, domandò se Cesare v’era: udito che sì, pregò di parlare a Flavio suo fratello. Questi era nel nostro esercito in grande stima per sua fedeltà, e per avere in una battaglia sotto Tiberio perduto un occhio. Affacciatosi, Arminio lo salutò: e levati dalla riva gli arcieri suoi, chiedeo i nostri levarsi. Ciò fatto, al fratel disse: „Che occhio è quello? Lo perdei nel tal luogo, nella tal battaglia. Che ne guadagnasti? Soldo cresciuto, collana, corona e altri doni militari, contò„. Arminio si rideva che a sì buon mercato servisse.

X. Mostrando poi l'uno la grandezza romana, la potenza di Cesare, le crude pene ai vinti, la pronta misericordia alli arresi, lo amichevole trattamento a sua moglie e figliuolo; l’altro ricordando l'obbligo alla patria, l’antica libertà, la loro religione, le lagrime della madre: Non volesse il suo sangue, i pa- renti, i compatriotti, lasciare e tradire, anzi che comandare. L’una parola tirò l’altra sino agli oltraggi; nè gli avrebbe il fiume divisi, se Stertinio non correva a trattener Flavio infuriato, chiedente arme e cavallo: e vedevasi Arminio di là minacciare e sfidare a battaglia mezzo in latino, perchè già ebbe compagnie di Germani nel campo romano.

XI. L’altro giorno i Germani si presentaro schierati oltre al Visurgo. Cesare non gli parendo da capitano avventurare la fanteria senza ponti e guardie, passò a guazzo i cavalli: Stertinio ed Emilio capo di prima fila, li guidarono tra sè lontani per dividere il nimico. Cariovalda, capo de’ Batavi, guadò dove era maggior la corrente. Mostrando i Cherusci di fuggire, il tirano in un piano cinto di boschi, onde gli piovono addosso per tutto: ripingono i combattenti, seguitano i fuggenti: o con mani o con tiri, sbaragliano gli attestati in giro. Cariovalda, dopo molto reggere la furia nimica, disse a’ suoi: „Serratevi e sdruciteli.„ E ne’ più folti lanciatosi, di dardi caricato e mortogli sotto il cavallo, cadde con molti nobili intorno. Gli altri salvò la virtù loro, o il soccorso de’ cavalli di Stertinio e d’Emilio.

XII. Cesare passato il Visurgo, intese da un fuggito, dove Arminio voleva far giornata; altre nazioni essere nella selva d’Èrcole, e voler di notte assalire gli alloggiamenti. Credettegli: e vedevansi i fuochi; e riferirono gli andati a riconoscere, aver sentito d’appresso grande anitrìo di cavalli e borboglio di turba infinita. Stando dunque la cocca in su la corda, gli parve di spiare il coraggio de’ soldati: e pensando a modo sicuro, perchè i tribuni, e’ centurioni riferiscon cose piacenti più tosto che vere, i liberti ritengono dello schiavo: gli amici adulano, in parlamento, quello che pochi intuonano, gli altri cantano: risolvette quando mangiano, e come non uditi tra loro si discredono, origliarli.

XIII. Esce, fattosi buio, della porta augurale, con un compagno, impellicciato, non appostato, va per le vie del campo: accostasi a’ padiglioni, e gli giova udir di sè dire a diversi: „Oh che nobile capitano! o che bell’uomo! paziente, piacevole in ogni azione grave o giocosa, tutto amore; ben doverlo tutti; riconoscere in questa battaglia e sacrificar questi cani rompitori della pace alla sua vendetta e gloria„. Accostossi allo steccato uno de’nimici a cavallo, e con voce alta in lingua latina da parte d’Arminio offerse moglie, terreno, e fiorini due e mezzo d’oro il dì durante la guerra a chi passasse in suo campo. Tale affronto raccese l’ira a’ soldati: „Venga il giorno: entro deasi: buono augurio: sì sì, prederemo i terreni, le mogli e’danari de’ Germani.„ Su la terza guardia assaliro il campo senza colpo tirare, non l’avendo trovato a dormire.

XIV. Germanico quella notte sognò di sagrificare, schizzargli di quel sagro sangue nel vestone; e Augusta sua avola porgernegli altro più bello. Con questo, e con gli auguri risposti bene, arringò, mostrando i savi prorvedimenti fatti, e quello che essi dovevano fare nella presente battaglia: „Il soldato romano combattere non pure in pianure, ma in boschi e burroni, se mestier fa; quelle targhe e pertiche sconce de’ Barbari tra le macchie e gli alberi non valere, come i lanciotti e le spade e l’assettata armadura. Tirassero di punta spesso al viso; non aver quei corazza, non celata, nè scudi di ferro o di nerbi, ma di graticci o tinte assicelle: aste (chenti elle si sono) nelle prime file: nel resto mozziconi di pali arsicciati: esser terribili d’aspetto, rovinosi a prima furia; ma non sopportare le ferite: voltare, fuggire: non vergogna, non ubbidienza conoscere: nelle rotte codardi; nelle bonacce, nè d’uomini, nè d’iddio ricordevoli. Se bramano finire il tedio dei viaggi del mare, in questa giornata consistere. Essere più all’Albi, che al Reno ricini: finita ogni guerra, se, lui calcante l'orme del padre e del zio, fermeranno in quelle terre vittorioso.„ Il dire del capitano infocò i soldati, e diedesi il segno alla battaglia.

XV. Nè Arminio e gli altri capi mancavano d’incorare i Germani: „Quelli essere romanastri dell’esercito di Varo, abbottinati per non aver a combattere: che disperati tornano con lor malanno a pasturare le spade germane delle loro membra sforacchiate di dietro o macinate dalle tempeste. Esser venuti quatti quatti per tragetto di mare, per non dare in chi gli pettoreggi, cacci e prema; ma quando saremo alle mani vittoriosi, non varrà loro venti e remi. Con gente sì taccagna, crudele e superba, puoss’egli altro che mantener libertà o morire?„

XVI. Così riscaldati, e chiedenti battaglia, li con- ducono nel piano d’Idistaviso, che tra’l Visurgo e i colli serpeggia, secondo che quelli sportano o acqua rode. Dietro sale una selva con alte ramora, e suolo netto. I Barbari presero il piano e le radici del bosco; i Cherusci solo le cime, per piombare, appiccata la zuffa, sopra i Romani. L’esercito nostro ebbe in fronte i Galli e’ Germani aiuti; poscia, gli arcieri appiedi. Seguitavano quattro legioni con Cesare, in mezzo a due pretoriane coorti e cavalli scelti: appresso altrettante legioni, i fanti spediti, gli arcieri a cavallo e gli altri aiuti; stando tutti presti, e al combattere intesi.

XVII. Vedendo Cesare caterve di Cherusci con ferocità calate sdrucire per fianco la cavalleria migliore; mandò Stertinio con la restante a circondarli di dietro e batterli; esso a tempo andrebbe a soccorrerlo. Allora ad un bellissimo augurio d’otto aquile, viste volare entro la selva, voltò il capitano, e gridò: Via seguitate i romani uccelli, propri vostri Iddii„. Entrò la fanteria, e li già mandati cavalli sforzarono i fianchi e la coda; e due schiere di nimici (mirabil cosa!) a fiaccacollo della selva nel piano, e del piano nella selva, si fuggivano incontra. I Cherusci in quel mezzo, erano traboccati giù da quelli colli, tra quali Arminio si facea vedere con mani, con voce, con ferite, sostenente battaglia; e pontava nelli arcieri per indi uscire; ma le ’nsegne de’ Reti, Vindelici e Galli, gli fecero parapetto. E nondimeno per isforzo suo e del cavallo scappò, col viso tinto di suo sangue per non essere conosciuto. Alcun dice, i Cauci tra’ Romani aiuti averlo raffigurato, e datogli la via. Per simil virtù o froda, fuggì Inguiomero. Gli altri furon per tutto tagliati a pezzi, o rimasero, passando il fiume, annegati, lanciottati nella foga del fugienti nel franar delle ripe affogati: alcuni con laida fuga inalberati, s’appiattarono tra’ rami, che scoscendendosi, o bolzonati per giuoco, tombolavan giù, e storpjavansi. Grande senza nostro sangue fu la vittoria.

XVIII. Dall’ora quinta del dì sino a notte durò l’ammazzare: dieci miglia era pieno di cadaveri e di armi. Trovaronsi tra le spoglie le catene per legare i Romani, come sicari del vincere. L’esercito nel luogo della battaglia gridò: Viva Tiberio Imperatore: e sopra un monticello, a ciò fatto, rizzò come un trofeo di quell'armi, e sotto vi scrisse i nomi delle vinte nazioni.

XIX. Cosse più a’ Germani questo spettacolo che le ferite, le lagrime, lo sperperamento; e quei che pensavano al ritirarsi oltre Albi, voglion ora quivi stare e combattere: plebe, grandi, giovani, vecchi, carpano l’arme e le romane schiere investono, travagliano. Indi scelgono un piano stretto e motoso, cinto da fiume e da boschi cinti da profonda palude: se non che da un lato gli Angrivari, per dividersi da’ Cherusci, avevano fatto grosso argine. Quivi si posero i fanti, e ne’ vicini boschi cavalli in agguato, per uscir di dietro ai nostri quando vi fossero entrati.

XX. Sapeva Cesare tutti i loro disegni, luoghi, fatti segreti e pubblici; e l’astuzie del nimico in capo lor rivolgeva. A Seio Tuberone Legato assegnò i cavalli e il piano: i fanti ordinò parte entrassero per lo piano ne’ boschi, parte guadagnassero l’argine; il più forte lasciò a sè: il rimanente a’Legati. Quei del piano entrarono agevolmente; gli scalatori dell’argine, come sotto muraglia, eran di sopra percussati duramente. Vide il capitano che dappresso non si combatteva del pari: e fece ritirare alquanto le legioni; e da’ tiratori di mano e di fionda, balestre e mangani, spazzar di nimici l’argine; per cui difendere, chi s’affacciava, cadeva. Cesare co’ pretoriani suoi fu primo a pigliar lo steccato, e sforzare il bosco; quivi si venne alle mani. Chiusi erano i nimici dietro dalla palude: i nostri dal fiume, e da’ monti. A ciascuno dava il sito necessità, la virtù speranza, la vittoria salute.

XXI. Non erano i Germani inferiori d’ardire, ma di maniera di combattere e d’armi; non potendo quella gran gente in luogo stretto le lunghe aste maneggiare, nè destri saltare, nè correre, ma combattevan piantati: dove i nostri con iscudo a petto, e spada in pugno stoccheggiavano quelle membrona e facce scoperte, e faciensi con la strage la via. Nè Arminio era più sì fiero per li continovi pericoli o per nuova ferita: Inguiomero volava per tutto, e mancavagli anzi fortuna che virtù. Germanico, come sotto muraglia, per esser me’ conosciuto gridava: „Ammazza, ammazza; non prigioni; il solo spegnerli tutti finirà questa guerra.„ Verso sera levò di battaglia una legione per fare gli alloggi: l’altre sino a notte si satollaron del sangue nimico. Le cavallerie combatteron del pari.

XXII. Cesare chiamò e lodò i Vincitori, e rizzò un’trofeo d’armi con superbo titolo: Avere l’esercito di Tiberio Cesare quella memoria delle soggiogate nazioni tra’l Reno e l’Albi consacrato a Marte, a Giove, ad Augusto. Nulla disse di sè, temendo d’invidia, o bastandogli l’aver fatto. Mandò subitamente Stertino a combattere gli Angrivari; ma furon a darsi a ogni patto solleciti, e ribenedetti.

XXIII. E già essendo mezza state, rimandò alle stanze alcune legioni per terra, e l’altre imbarcò e condusse per l’Amisia nell’Oceano. Solcando le mille navi a vela, o remi prima quieto il mare; eccoti d’un nero nugolato un rovescio di gragnuola con più venti, e gran cavalloni, che toglievan vista e governo. I soldati spauriti, e nuovi a’ casi del mare, affannosi, davano impacci o mali ajuti a’ buoni uffici de’ marinai. Risolvesi tutto ’l turbo del mare e del cielo in un violento mezzodì, che dalle montuose terre, e profonde riviere germane, e da lunghissimo tratto di nugoli rinforzati, e dal gelato vicino settentrione incrudelito, rapì e sbaragliò le navi in alto mare, o in secche o scogli; onde alquanto con pena allargatesi, la marea tornò, e traportavanele dove il vento; non potevano star su l’ancore, nè aggottare la tanta acqua che per forza entrava. Fecesi getto di cavalli, giumenti, salme e arme, per alleggerire i gusci, che andavano alla banda, e di sopra gli attuffavano i cavalloni.

XXIV. Quanto è più spaventevole l’Oceano degli altri mari e più crudo il Germano degli altri cieli, fu tanto la sconfitta più nuova e dura, in mezzo ai liti nimici, in infinito mare, creduto senza fondo o riva. Parte delle navi fur tranghiottite; le più dileguate in lontane isole disabitate, ove morì di fame qualunque non sofferse manicare le carogne de’ cavalli approdatevi. Sola surse ne’ Cauci la capitana di Germanico; il quale per quelli scogli, o punte: di terra, dì e notte, incolpante sè di tanta rovina, appena gli amici tennero non si scagliasse nel medesimo mare. Rivolto al fine il flusso e’l vento, cominciarono le navi a tornare sdrucite, o zoppe e senza remi, o fatto delle vesti vele, o rimorchiate; le quali a furia rassettò, e mandò alla cerca per quell’isole. Molti ne raccolse tal diligenza: e ne ricattarono gli Angrivari, nuovi fedeli: e sino in Britannia ne fùr traportati, e rimandati da que’ baroni. Contavano i tornati più di lontano miracoloni di bufere, novissimi uccelli, mostri marini, uomini mezzi bestie, e altri stupori di veduta o sognati in quelle paure.

XXV. La fama della perduta armata rinvogliò i Germani a ricombattere, e Germanico a risgarargli e mandò Silio con trenta migliaia di fanti, e tre di cavalli ne’ Catti. Egli con più forze entrò ne’ Marsi. Malovendo, lor capitano, poco fa datosi, insegnò una dell’Aquile di Varo vicina, sotterrata, e poco guardata. Mandò parte di dietro a cavarla, parte a fronte a far uscire il nimico; a ciascuno riuscì. Cotanto più ardito Cesare penetrò, saccheggiò, squarciò il nimico, che non ardì affrontare, o rotto fu alla prima dove s’era fermato, non mai (come i prigioni dissero) sì spaurito; invincibili dicendo i Ro- mani, cui nulla fortuna vincea: „Fracassata l'armata, perdute le armi, gremite le litora di cadaveri dei lor cavalli e uomini; con più virtù e fierezza che mai, quasi cresciuti di numero, ci sono entrati nel cuore.„

XXVI. Ridusse alle stanze i soldati, lieti d’aver con questa prospera fazione ristorato i dannaggi del mare; e Cesare sì liberale fu, che a ciascuno quantunque aver perduto disse, pagò. Era senza dubbio il nimico in volta, e pensava agli accordi: e fornivasi la vegnente state la guerra. Ma Tiberio per ogni lettera lo chiamava al trionfo apparecchiatogli: „Aver fatto, e arrischiate assai, battaglie grosse e felici, ricordassesi anco de’ danni senza colpa, ma atroci, patiti dal mare. Nove volte, che Augusto mandò in Germania lui, aver più fatto col consiglio che con la forza; così ricevuto a patti i Sicambri, i Suevi: legato il re Maraboduo con la pace. Potere i Romani ora, che hanno gastigato i Cherusci e gli altri ribelli, lasciarli accapigliarsi tra loro.„ Germanico chiedeva un anno per finire ogni cosa, e Tiberio affrontò con più forza la sua modestia, dicendo: Che l’aveva rifatto consolo; venisse a suo ufficio: e lasciasse ancora, se nulla vi rimanesse da fare, qualche materia di gloria a Druso suo fratello, che fuori di Germania, non ci essendo altra guerra, non poteva conseguir nome d’imperadore, nè corona d’alloro. Germanico non aspettò più; benchè conoscesse questi esser trovati d’invidia per isbarbarlo dal già acquistato splendore.

XXVII. In questo tempo Libone Druso, di casa Scribonia, fu accusato di macchinare novità. Dirò il fatto da capo a piè con diligenza, per essersi trovato allora cosa che per tanti anni divorò la repubblica. Firmio Cato senatore, anima e corpo di Libone, giovane semplice e vano, gonfiandolo dell’aver bisavol Pompeo, zia Scribonia, prima moglie d’Augusto, i Cesari cugini, la casa piena d’immagini, lo indusse a credere a gran promesse di strolaghi, negromanti, e disfinitori dì sogni: a far gran cera, gran debiti; gli era compagno alle spese e a’ piaceri, per ravvilupparlo in più riscontri di testimoni e servi, che vedevano gli andamenti.

XXVIII. E quando n’ebbe assai, diede di questo caso notizia, e domandò udienza per Flacco Vesculario, cavalier intimo di Tiberio; il quale alla notizia porse orecchi, l’udienza negò; potendo il medesimo Flacco portare i ragionamenti. Intanto onora Libone di pretoria; convitalo: cuopre con viso e parole sua ira, per sapere, anzi che troncare come poteva, ciocchè trescasse, e dicesse il giovane, il quale ricercò un certo Giunio di far per incanti venir diavoli. Costui lo disse a Fulcinio Trione, che spia pubblica era, e se ne pregiava. Tosto pone la querela: pretesta a’ consoli che il senato la vegga; chiamansi a furia i Padri per gran caso atroce.

XXIX. Libone in vesta lorda accompagnato da nobili donne picchia gli usci de’ parenti, pregali che lo difendano. Tutti, per non s’intrigare, si ristringono nelle spalle con varie scuse. Egli cascante di dolóre e paura, o fintosi malato, come alcun vuole, il dì del senato v’andò in lettiga, e alla porta, retto dal fratello, con mani e voce chiedeva a Tiberio mercè; il quale non gli fe’ viso chiaro, nè brusco: lesse i peccati; nè leva, nè poni.

XXX. E i nomi di Trione e Cato accusanti, ai quali s’aggiunsero Fonteio Agrippa e C. Livio; e contrastando chi fare dovesse la diceria distesa, e niuno cedendo, e trovandosi Libone senza avvocato, Livio prese a trattare d’un peccato per volta. Lesse, come Libone aveva fatto gettar l’arte; se egli avrebbe mai tanti danari che coprissero la Via Àppia fino a Brindesi, e cotali scempiezze e vanità, da increscer buonamente di lui. Una scrittura vi fu con postille atroci o scure, a nomi de’ Cesari, o senatori, di mano (dicea l’accusatore) di Libone. Negando egli, parve di farle riconoscere dagli schiavi; e non potendosi per legge antica martoriarli contro alla vita del padrone; Tiberio, dottor sottile, fece venderli al fattor pubblico; e così salvata la legge furon col-

lati contro a Libone, il quale chiedeo di tornare l’altro giorno. Giunto a casa, mandò per P. Quirinio suo parente a Tiberio gli ultimi preghi: „Preghi il senato,„ rispos’egli.

XXXI. Intanto soldati gli accerchian la casa: giù in terreno fanno rombazzo perchè gli oda e vegga. Mettesi il cattivello per ultimo piacere a mangiare: gusta tanto tossico: chiama chi l’uccida; prende questo servo e quello per lo braccio: „Te’ questo ferro; ficcal qui;„ fuggono a spavento, danno nel lume; cade in terra: rìmaso al buio oggimai della morte, con due colpi si sventra. Allo strido corrono i liberti: i soldati vedutol disteso, s’acquetano. Ma i Padri spediscon la causa più severi: e Tiberio giurò che voleva loro chieder la vita di lui, benchè colpevole, se e’ non aveva tanta fretta.

XXXII. Gli accusatori si divisero i beni. Senatori ebbero contrattempo le pretorie. Propose Cotta Messalino: Che mai in esequie niuna l’immagine di Libone non si portasse. Gn. Lentulo: Che Scribonio niuno il cognome di Druso prendesse. Pomponio Flacco: Che in certi giorni a processione s’andasse, Lucio Pubblio e Gallo Asinio e Papio Mutilo, e L. Apronio: Che s’andasse a offerta, a Giove, a Marte, alla Concordia: e che il dì tredici di Settembre, che Libone s’uccise, fosse dì di festa. Ho voluto dire i nomi e l’adulazioni di tanti, perchè si sappia che questo nella repubblica è mal vecchio. Fatti furono decreti di cacciar d’Italia strolaghi e negromanti; tra quali L. Pituanio fu gittato dal sàsso; e Marzio da’ consoli ebbe il supplizio antico fuor della porta Esquilina, con la strombazzata.

XXXIII. La seguente tornata Q. Àterio e Ottavio Frontone, stati consolo e pretore, molto dissero del disonesto spendere della città; e ordinossi; Non si mangiasse in oro massiccio; nè uomo s’infeminisse, vestendo di seta. Frontone trapassò a moderare argenteria, arredo, servitù; usando assai per ancora i senatori, se scorgevano qualche ben pubblico, non proposto, salire in bigoncia , e pronunziarne il loro parere, non domandati. Àsinio disse contro: „Le facultà private essere secondo l’imperio cresciute: non pure oggidì, ma per antico. Altro danaio aver avuto i Fabbrizj, altro gli Scipioni. Tutto ire all’avvenante della repubblica. Quando ella era poca, i cittadini aver fatto col poco; or ch’ell’ è magna, ciascuno magnificarsi. Arnese, ariento, famiglia, niuno tener troppo nè poco, se non rispetto al suo stato. Maggiore stato darsi ai senatori che a’ cavalieri’, non perchè diversi sieno per natura, ma perchè, come essi hanno luoghi, gradi e dignità degli altri maggiori così s’adagino per contento dell’animo e sanità del corpo di cose maggiori; se già noi non volessimo chi maggiore è, maggior pensieri e pericoli sostenere e mancare de’ loro dicevoli ricriamenti.„ Piacque Gallo agevolmente a coloro che udivano i loro vizj difendere e chiamare per nomi onesti. Anche Tiberio disse: Non esser tempo allora di riforme; nè mancherebbe chi le facesse, se scorso di costume vi fosse.

XXXIV. In questo mentre L. Pisone cominciò a sclamare: „Ogni un vuole magistrati: la giustizia è corrotta; le spie e gli oratori ci minacciano: io vo con Dio: lascio la città per ficcarmi in qualche catapecchia lontana;„ e uscivasi di senato. Tiberio se ne sconturbò: addulcillo con parole: e anche fece che i parenti gli furo addosso, e con l’autorità e coi preghi non lo lasciaron partire. Con libertà non minore poscia si richiamò di Urgulania, gran favorita d’Augusta: perciò delle leggi superchiatrice: e ritirossi in casa Cesare, beffandosi di comparire. Nè Pisone ristette; benché Augusta offesa se ne tenesse e menomata. Tiberio, non parendogli poter civilmente fòre alla madre altro servigio, tolse a comparire in persona al pretore, e difendere Urgulania. Uscì di palagio, alquanto lontano dalla guardia: il popolo corse a vederlo: con volto moderato e vari ragionamenti, consumò tempo e camminò tanto, che non essendo niente che i parenti spuntàsser Pisone; Augusta gli mandò i suoi danari, e fu finita la quistione; ove Pisone acquistò alcuna gloria, e Tiberio miglior fama. Essendo la potenza d’Urgulania venuta a tale, che dovendo sopr’una causa esaminarsi in senato, non degnò andarvi, e s’ebbe a mandarle a casa messere la podestà: e pure le vergini di Vesta vengono abantico ne’ magistrati a diporre verità.

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