Capo I
Gli stranieri che vengono nelle nostre contrade guardando la serena bellezza del nostro cielo e la fertilità dei campi, leggendo il codice delle nostre leggi, e udendo parlar di progresso di civiltà e di religione, crederanno che gl’italiani delle Due Sicilie godono d’una felicità invidiabile. E pure nessuno stato d’Europa è in condizione peggiore della nostra, non eccettuati nemmeno i turchi; i quali almeno son barbari, sanno che non han leggi, son confortati dalla religione a sottomettersi ad una cieca fatalità, e con tutto questo van migliorando ogni dì; ma nel regno delle Due Sicilie, nel paese che è detto giardino d’Europa, la gente muore di vera fame, è in istato peggiore delle bestie, sola legge è il capriccio, il progresso è un indietreggiare ed imbarberire, nel nome santissimo di Cristo è oppresso un popolo di Cristiani. Se ogni paesello, ogni terra, ogni città degli Abruzzi, de’ Principati, delle Puglie, delle Calabrie, e della bella e sventurata Sicilia potesse raccontare le crudeltà, gl’insulti, le tirannie che patisce nelle persone e negli averi; se io avessi tante lingue che potessi ripetere i lamenti e i dolori di tante persone che gemono sotto il peso d’indicibili mali, dovrei scrivere molti e grossi volumi; ma quel pochissimo che io dirò farà certo piangere e fremere d’ira ogni uomo, e mostrerà che i pretesi miglioramenti che fa il nostro governo sono svergognate menzogne, sono oppressioni novelle e più ingegnose. Questo governo è un’immensa piramide, la cui base è fatta dai birri e dai preti, la cima dal re; ogni impiegato, dall’usciere al ministro, dal soldatello al generale, dal gendarme al ministro di Polizia, dal prete al confessore del Re, ogni scrivanuccio è despota spietato e pazzo su quelli che gli sono soggetti, ed è vilissimo schiavo verso i suoi superiori. Onde chi non è tra gli oppressori si sente da ogni parte schiacciato dal peso della tirannia di mille ribaldi: e la pace, la libertà, le sostanze, la vita degli uomini onesti dipendono dal capriccio non dico del principe o di un ministro, ma di ogni impiegatello, d’una baldracca, d’una spia, d’un birro, d’un gesuita, d’un prete.
Gli altri italiani soffrono anch’essi, ma i nostri mali trapassano ogni misura. La Toscana ha un principe umano, un governo mite e ragionevole: nel Piemonte gli ordini civili son saldi, il principe voglioso di operare, gli uomini parlano, scrivono, ed han dignità di uomini: nel Lombardo-Veneto è il gran male della dominazione tedesca, e son puniti severissimamente anche i sospetti di peccato politico, ma la giustizia civile, criminale, ed amministrativa serbasi esattissima: nello Stato Romano dopo sedici anni di oscena tirannide or finalmente si respira, e si benedice al magnanimo Pontefice che si fa promettitore di lieto avvenire a tutta l’Italia. Ma sono ventisette anni che le Due Sicilie sono schiacciate da un Governo che non si può dire quanto è stupido e crudele, da un Governo che ci ha imbestiati, e che noi soffriamo perchè forse Dio ci vuol far giungere alla estrema miseria e all’estrema vergogna, per iscuoterci poi ed innalzarci a fortuna migliore; da un Governo che non vuol vedere, non vuol udire, e ci ha finalmente stancati. Nè vi è speranza di avvenire men reo; perchè Re Ferdinando attempandosi diventa peggiore; e i figliuoli nati da lui ed educati dai preti saranno ancora più tristi di lui. Onde a questi popoli sventurati non resta altro partito che ricorrere alla suprema ragion delle armi: ma prima che giunga il giorno terribile dell’ira è necessario che essi si protestino al cospetto di tutta Europa, anzi al cospetto di tutti gli uomini civili. Noi dunque mostreremo quanto abbiamo fatto dal 1820 fin oggi, quanto sangue di uomini generosi è sparso sulla nostra terra; diremo chi è questo Re Ferdinando II e la sua corte; che cosa i Ministri che sono il tutto del Governo; quante scelleraggini, quante ladronerie, quante infamie si fanno in ciascun ministero ed in tutte le branche dell’amministrazione: scopriremo le nostre piaghe, narreremo i nostri dolori, che sono immensi, insopportabili, indicibili. Se in quel giorno terribile si trasmoderà, nessuno ci biasimi, nessuno ci consigli moderazione e prudenza, che questa è cancrena, e non ci bisogna altro che il ferro. E voi, o padre dei Cristiani, riguardate alla nostra miseria, chè anche noi siamo vostri figliuoli, e redenti col sangue di Gesù Cristo. Pel sangue santissimo di Gesù Cristo vi preghiamo di alzar la vostra voce e dire ad un re superstizioso e stolto che non ci costringa a spargere quel sangue che ricadrà tutto sul suo capo; che il trono dei tiranni spesso cade e si stritola come un bicchiere di vetro; che l’ira dei popoli è l’ira di Dio e non bisogna provocarla; che noi siamo stanchi, e la pazienza stancata diventa furore.
Capo II
Le nostre antiche sventure sono state sì lunghe e sì crudeli che son conosciute in ogni parte d’Europa e sa- rebbe superfluo ricordarle. Ma se quello che abbiamo sofferto da parecchi anni, ed ancora soffriamo, non è noto a tutti, perchè il governo ha curato sempre di nasconderlo, ora noi lo sveleremo.
Nel 1820 su le montagne di Avellino un branco di uomini alzò il vessillo d’una Costituzione, che fu gridata da tutti i popoli, e solennemente giurata dal re Ferdinando I. La nazione non ricordò che questo re era quel desso che nel 1799 non riconobbe la capitolazione di Castelnuovo dicendo che un re non patteggia co’ suoi sudditi, e che aveva le mani ancor lorde di sangue; onde ingannata, venduta, svergognata da pochi traditori, credette che egli andrebbe al congresso di Laybac per far riconoscere la Costituzione: egli tornò con un esercito di tedeschi. Quel che si fece non diremo: solamente in tanta vergogna, mentre i tedeschi erano a poche miglia da Napoli il deputato Giuseppe Poerio scriveva una protesta, che il Parlamento napolitano si scioglieva per forza straniera, ma che non cessava nè poteva cessare di esistere, perchè fu sempre legale. Quella protesta sta nell’archivio del regno, e con essa un giorno i popoli chiederanno ragione de’ mali che ora patiscono dal nipote del re spergiuro.
Tornato Ferdinando in Napoli, rizzò forche, ordinò tribunali, i quali condannarono molte migliaia di uomini alla morte, alla galera, all’esilio, alle carceri, alla frusta. Le pene pe’ delitti di stato furono con rabbiosa crudeltà cresciute; creata una Commissione di Stato permanente, tribunale terribile più infame dell’Inquisizione. E più terribile e più infame di questo fu la Giunta dello Scrutinio generale, che prendendo conto delle persone dalle spie, dai ladri, dai servi, dai confessori, e facendo l’uffizio di una spia legale, indicava al Governo le vittime a colpire. In mezzo a tanti mali, tanti errori, e tanti tedeschi, trionfava quel tigre di crudeltà incredibile, il principe Canosa, e quell’anima più nera e più venale che l’anima di Giuda, il ministro Luigi Medici. Questi due famosi scellerati gareggiarono per ruinare e sprofondare, la nazione: il Canosa dandola a lacerare ai birri ed al popolazzo più infame, il Medici vendendola e rendendola schiava dell’Austria. La quale comandò, e il Canosa fu cacciato; ma rimasero i suoi discepoli numerosi, furiosi, assetati di sangue, il generale Nunziante, il marchese di Pietracatella, Monsignor Olivieri aio del secondo Ferdinando, e molti altri ancora tra magistrati, militari, preti, impiegati civili, dei quali parecchi ancor vivono e canoseggiano.
Moriva nel 1825 re Ferdinando non sazio delle lagrime di un popolo ammiserito, e lasciava per ischiacciarlo maggiormente il figliuolo Francesco I, il quale (rimandati gli affamati tedeschi) per altri cinque anni seguitò a spremere le lagrime ed il sangue di questi popoli per mezzo dei preti, dei frati, di crudeli ministri, e di un suo rapacissimo servitor favorito Michelangelo Viglia. Questi, che aveva salvata la vita al re avvelenato da quella tigre che l’aveva partorito, e Caterina de Simone, compagna ed aiutatrice delle bestiali lascivie della regina Isabella, posero a prezzo ogni cosa. Chi voleva campar la vita da una condanna, dava danari al Viglia: chi voleva impieghi civili, ecclesiastici, militari, dava danari al Viglia: gli diè ventiduemila ducati Cammillo Caropreso e fu fatto Ministro delle Finanze. Insomma il cameriere Viglia, che aveva l’uffizio di affibbiare i calzoni al re e di grattargli le reni quando la sera andava a dormire, e la ruffiana De Simone furono gli arbitri delle vite e delle sostanze di tutti i sudditi. Sapevalo il re, e ne godeva, e diceva al Viglia: Fa’ buoni affari, e profitta del tempo, chè io non vivrò molto. Intanto, mentre Francesco era tirato pel naso da un servitore, il ministro Medici lo atterriva mettendogli innanzi agli occhi l’Austria, la santa alleanza, e Metternich: Niccola Intonti, ministro di Polizia, empiva tutto di spie, di terrori, di supplizi; i Canosini meditavano ed operavano per risorgere. Tra questi Niccola De Matteis intendente in Cosenza, cercando scoprir congiure dove non erano, e facendole nascere, riempì le Calabrie di spaventi, di sangue, di torture che egli stesso faceva, o comandava che si facessero innanzi agli occhi suoi. Questo crudele e furioso carnefice vinse in ferocità lo stesso ferocissimo Manhes; onde i Calabresi stanchi, con l’aiuto ed il consiglio del Medici, nimicissimo del Canosa e de’ suoi seguaci, accusarono il De Matteis, che fu menato innanzi ad un tribunale insieme col Procurator Generale della Corte Criminale di Cosenza, ed altri complici e cagnotti. Allora si svelarono gl’intrighi infami e tenebrosi, le crudeltà oscene e nefande: allora fu udita quella iena, che in mezzo ad una moltitudine di regnicoli e di stranieri che lo maledicevano, disse ad alta voce: che tutto egli aveva fatto per Cesare, e Cesare doveva essergli grato e perdonarlo. Il Medici morì durante la causa: il De Matteis fece banchetto; ma egli era sì reo che anche giudici canosini non potettero non condannarlo a dieci anni di relegazione per le sole torture: per i suoi complici si cercarono altre prove.
Intanto nella provincia di Salerno i popoli fremevano: i tre fratelli Capozzoli, della piccola terra di Bosco, perseguitati dal Governo, li aizzavano; nel 1828 fu gridata la costituzione in Bosco, Centola, Camerota, Licusati, Rocca Gloriosa, S. Giovanni a Piro. Francesco atterrito vi mandò con pieni poteri un Francesco Saverio del Carretto capo di gendarmi. Questo sbirro, che pochi anni innanzi aveva fatto il carbonaro, divenuto boia, col cannone spiantò Bosco fin dalle fondamenta, vi rizzò una colonna a perpetuare l’infamia del sagrifizio, diede la caccia a ribelli, e formò una Commissione di suoi sbirri, che fece morire venti persone, fra le quali il canonico De Luca vecchio ottagenario ed un guardiano di cappuccini, condannò quindici all’ergastolo, quarantatrè alla galera, molte centinaia a varie pene minori: confiscava i beni de’ condannati. Nel dì 8 novembre 1830 moriva lo stupido e crudele Francesco, e nell’agonia della morte vedeva intorno al suo letto le ombre di coloro che aveva fatto uccidere; onde negli ultimi delirii fu udito dire: che son queste grida? il popolo vuol la costituzione? dategliela, e lasciatemi tranquillo.
Saliva sul trono Ferdinando II figliuolo di quella Isabella, che fu moglie di Francesco e donna di molti altri. La giovanezza del re, la recente rivoluzione di Luglio in Francia, e i movimenti di Romagna alzaron la nazione a novelle speranze. Il giorno 10 Novembre Ferdinando con un proclama firmato da lui, si annunzia re per diritto divino, biasima il governo del padre morto da due dì, e promette giustizia. Ed il primo atto di giustizia fu di far ministro dell’Interno il canosino Pietracatella, e di dar pieno perdono al De Matteis ed a suoi complici. Per consiglio dell’Olivieri diede una pensione al De Matteis, e voleva anche farlo Consigliere della Suprema Corte di Giustizia; ma questi morì aiutato da un medico. Intanto per cattivare i popoli fece richiamar dall’esilio e cacciar dalle prigioni alcuni di coloro che furon men rei negli avvenimenti del 1820 al 1828. Il Ministro Intonti, uomo astuto, ambizioso, e fieramente malvagio, sentendosi abborrito da tutti, e mal sicuro, fu questa volta ingannato dall’apparente bontà del giovane alunno dell’Olivieri; e consigliato dalle condizioni in cui allora trovavasi il regno, l’Italia, e l’Europa, proponeva al re un nuovo disegno di governo: un largo e nuovo Consiglio di Stato; rifar tutta l’amministrazione e dar impieghi ad uomini abili ed onesti; richiamar gli uffiziali cacciati; formar una guardia nazionale. Si dice che il re in prima si piacque di questo disegno, e gli promise di torre tutti i Ministri; ma i Ministri e l’Olivieri si unirono, dissero al re che l’Intonti era un partigiano del governo francese; il re comandò che fra ventiquattr’ore il Ministro uscisse del regno, e gli fossero sequestrate tutte le carte. Tutti godettero alla caduta di questo uomo feroce che dopo essersi pasciuto di sangue si mostrava benigno soltanto per fina malvagità; ma i popoli presto disingannati videro il carnefice di Bosco fatto Ministro di Polizia: il re fanciullo d’anni e d’intelletto spassarsi co' soldatelli, afforzarsi di preti e di frati che mantenessero i popoli nell’ignoranza. Onde presto cominciarono gli sdegni, le congiure, le rivolte, e le condanne delle Commissioni militari e della Commissione di stato; chè da questo punto non vi fu un solo anno senza uno sforzo, un tentativo dei popoli, e senza una crudeltà del governo.
Sfortunati furono gli sforzi de’ fratelli Rosaroli, del frate Angelo Peluso, e di altri uomini, di oscuro nome, ma di nobile cuore, i quali tutti gemono ancor nelle galere. Nel 1837 il cholera devastava le nostre regioni, ed il governo spensierato non vi poneva cura, non cercava previdenze, godeva che i popoli fossero atterriti; onde i popoli, sospettosi, credettero che il governo lasciasse spargere e dilargare il morbo per ispaventarli e non farli pensare alla politica: la plebe gridò che era avvelenata. In Calabria si disse che furono veduti uomini avvelenar le fonti delle pubbliche acque, che il veleno era mandato in cassettine agl’Intendenti per ispargerlo: in Siracusa e in Catania la plebe si mosse a rumore, uccise alcuni sventurati creduti avvelenatori, uccise l’Intendente di Siracusa. Commissione militare condannò a morte dieci persone, il re ne fece giustiziare undici. In Cosenza fu mandato con assoluti poteri l’Intendente di Catanzaro Giuseppe de Liguoro, sotto-carnefice di Bosco: ed ecco la Commissione militare condannare a morte parecchi avvelenatori, gente che si trovava in carcere per delitti politici, condannar altri alla galera come spargitori di voci rivoluzionarie: ecco afferrare ogni persona sospetta, gettarla in carcere, farle un processo; ecco mostrarsi una gran congiura, e i grandi servigi che si facevano per spegnerla. In Sicilia fu versato più sangue; chè ivi era il Ministro Del Carretto: ivi innumerevoli condanne di ogni genere, innumerevoli infamie e tradimenti di chi cercava farsi merito ed avere impieghi. Siracusa per decreto del re non fu più capo provincia; e così quella città che un tempo fu l’emula di Atene, la regina della Sicilia, la più bella e ricca città d’Italia, e popolata di un milione di abitanti, ha ricevuto l’ultimo colpo alla sua rovina dalla mano di re Ferdinando, e fra poco diverrà un meschino villaggio. Ecco le opere di re Ferdinando e del suo Ministro, il quale ritornando da quella carneficina fu rimeritato della fascia dei cavalieri di S. Gennaro.
Negli anni seguenti non mancarono altre congiure ed altri martirii. Nel 1842 l’Aquila alza un grido e comincia dall’uccidere il comandante le armi della provin- cia, Gennaro Tanfano, che era stato capo di briganti col cardinal Ruffo, spia e cagnotto di Carolina in Sicilia, membro della Commissione dello Scrutinio, codardo e crudele tanto quanto era infame. Fu spedito all’Aquila il generale Casella, e furon tratti innanzi alla Commissione centotrentatrè accusati, ne furono condannati cinquantasei, quattro fucilati. Nel 15 Marzo ecco un altro grido a Cosenza. Francesco Salfi, Michele Musachio, Emmanuele Mosciaro, Francesco Coscarella, Giuseppe de Filippis, muoiono combattendo, dopo di aver ucciso il Galluppi capitano di gendarmi. Furono fucilati per sentenza della Commissione militare Niccola Corigliano, Antonio Rao, Pietro Villacci, Giuseppe Camodeca, Giuseppe Franzese, Santo Cesario, Scanderbec Franzese. Ad altri quattordici condannati a morte fu commutata la pena, e stanno nell’ergastolo; molti altri in galera diversamente tormentati. Nel mese di Luglio giunsero in Calabria i fratelli Bandiera, il Ricciotti, il Moro ed altri compagni. Questi sventurati e generosi giovani vennero tratti dalle voci sparse ad arte che i rivoltosi di Cosenza stavano su le montagne, combattevano, e desideravano capi: un bandito Calabrese detto il Nivaro rifuggito a Corfù, li guidava: s’indirizzarono verso S. Giovanni in Fiore, chiamarono fratelli quelli che incontrarono, dissero che erano venuti per aiutarli e liberarli; non furono compresi: furon battuti, rubati, spogliati, nove di essi fucilati, gli altri mandati in galera. Moriron col coraggio dei martiri, intrepidi, dignitosi, ammirati anche da quelli che li condannarono, pianti in segreto da tutti. Il Nivaro che al metter piede in Calabria era sparito, ha avuto intero perdono dal re, e vive libero; ed un tal Bocchechamps, la cui corsa progenie è ricordata nella storia napolitana, dopo poca prigionia fu assoluto per aver solo tradito i suoi compagni. Quelli che presero i Bandiera e gli altri furon fatti cavalieri dell’ordine di Francesco I; ebbero pensioni, impieghi, favori. Alla città di S. Giovanni in Fiore pubbliche lodi di fedeltà, favori, remissione di alcuni dazi. Ecco quali meriti bisogna avere per esser premiato dal governo delle Due Sicilie.
Or tanto sangue sparso, tanti sforzi fatti l’un dopo l’altro, tanti uomini che gemono nelle galere, e tanti altri che sono pronti a fare lo stesso, senza temere le stesse e maggiori pene, mostrano chiaramente che la nazione soffre mali insopportabili, che non è degna della sua oppressura, e vuole e deve cangiar condizione.
Capo III
Dei nostri mali è sola cagione il governo, e del governo è capo re Ferdinando II. Questo principe è uno stolto, un prosuntuoso, un avaro, un superstizioso, vero tipo dei Borboni, stupidamente crudeli e superbi. Inetto ad ogni cosa, vuol fare ogni cosa, e la guasta; sdegnasi di consigli, incapace di farsi un amico, si fa disprezzare anche da quei pochissimi ai quali fa bene.
Dato da fanciullo in mano di sciocchi preti, educato dall’Olivieri, mostrava nei puerili trastulli la ferocità del cuore; perocchè in Portici ei godeva di gittare i conigli vivi al leone, e a mirare come li sbranava. Fatto re prima di radersi la barba (e tanto si rase e raschiò finchè gli venner fuori i peli ed il senno), si persuase che egli è di natura superiore alla nostra povera natura umana: che può e sa far tutto da sè; che i sudditi suoi debbono essere felicissimi, e però non vuole nemmeno ascoltarli. Chi desidera un’udienza del re deve primamente affaticarsi per parlare ad un ciamberlano, al quale deve dichiarare in iscritto quello di che vuol pregare il sovrano: il ciamberlano ti destinerà per la quarta, la sesta, la nona udienza, chè non più di sessanta persone sono ammesse in ognuna. Ma potrai una volta parlare al re? Ai primi giorni dell’anno il re è in Caserta e bada al real presepe e a festeggiar l’arrivo dei Magi: a Carnevale son feste e balli e non si pensa ad affari e malinconie: a quaresima il re ascolta prediche, sermoni, esercizi spirituali: a Pasqua si fa il precetto e pensa all’anima: dipoi pensa un pò al corpo e vassene a Castellammare: dipoi va a correre la Sicilia dove non ode nessuno che non è siciliano; torna di là e scordasi dei siciliani, e pensa all’esercito, alla mostra per la festa di Piedigrotta, a mandare i soldati alle stanze; e rieccoci al Natale ed al presepe. Negli intermedi ora visita le chiese, ora i soldati, ora riceve principi forestieri, ora non ha voglia di far niente; sicchè in tutto un anno appena resta tempo per quattro o cinque udienze, che non durano più di un’ora. Taluno fatto ardito dal bisogno lo investe per le vie: oggi chi tenta di turbar gli ozi divoti di Caserta è preso dai gendarmi. Una donnicciuola che nella strada di S. Lucia si avvicinò troppo alla veloce carrozza sentì spezzarsi le gambe dalle ruote, ed a questo prezzo ottenne quel che chiedeva. In Castellammare un uomo si cavava dal petto una supplica per dargliela, ei pensò fosse un pugnale, lo fece stramazzare e sfracellar dai cavalli. Nè resta gran tempo ai consigli di Stato; onde le faccende vanno a rovina, e chi dalle lontane province viene in Napoli per suoi affari, vi spende tutto il suo, agonizza otto o dieci mesi per parlare al re, e se ha la fortuna di parlargli, non ode altro che una voce chioccia che gli risponde bene, bene, e le cose andran male, ed ei se ne tornerà più oppresso ed arrabbiato che quando era venuto. Mentre i popoli gridano, i ministri tiranneggiano; egli stassene in una beata stupidità, e gli pare di esser sapientissimo.
Ma fosse pure uno stolto, e non corrompesse e guastasse con la sua prosunzione ogni condizion di persone. Egli si è persuaso che tutti i sudditi son cattivi e ladri, che non giova torre d’impiego un satollo per mettervi un affamato, e che i più ladri e più ribaldi sono i più fedeli al trono: sicchè tutte le persone che reggono le cose del regno sono o stupidi o malvagi, perchè, secondo il senno di Ferdinando, i primi non sanno rubare, i secondi son fedeli e sazii, e non rubano tanto. Egli non dubita scherzando di domandare ad un ingegnere quanto ha avuto di sottomano in un’opera; e un dì essendo a Caserta seguito da Ministri, tra i quali il Santangelo, che ha fama di ladro, ei non si vergognò di mettersi le mani dietro, e dire ridendo: signori miei, guardiamoci le tasche. Questa stupida persuasione è la cancrena che divora tutto il regno, è la causa vera e prima di tutti i nostri mali. Quando i ladri non solo sono sofferti, ma premiati, tutti si sforzano di rubare. E tra otto milioni di uomini non vi sarebbero anche un dieci persone dabbene? E non dovrebbe un re cercarle ed adoperarle in vece di quella gente trista, ignorante, fecciosa, che forma il nostro governo? E se anche tutti son malvagi un buon principe li forma buoni col terrore, essendo tirannicamente giusto, facendo impiccar per la gola un ministro che ha fatto un’ingiustizia, ha spogliato un cittadino. Dà quest’esempio, e vedrai che anche un popolo corrottissimo, anche un popolo di Ferdinandi diventerà buono, prima per paura, poi per uso, infine per educazione e per sentimento. La stoltezza di questo re Sacripante ha corrotto anche l’esercito che è il suo prediletto trastullo; perocchè egli dando dell’asino e del ladro agli uffiziali pubblicamente, ha rotta la disciplina militare, per modo che in meno di dodici anni diciassette uffiziali sono stati uccisi da soldati; il che parrebbe gran maraviglia se fosse accaduto negli eserciti numerosi di Francia o di Austria o di Russia. Nè il soldato può rispettare vecchi colonnelli e generali che furono capi di briganti e servitori, ignorantissimi, bravi solamente nelle parole. Insomma questo prosuntuoso crede saper di tutto e vuol fare tutto; ma non sa nè fa niente; si veste in mille guise e si crede ora un valente capitano di terra, ora un forte lanciere, ora un intrepido ammiraglio, ed ora anche un dotto architetto. L’architettura poi è tutta cosa sua; corregge a suo modo i progetti, fa murare e smurare a suo talento; la fabbrica vien meno, ed ei rimprovera l’architetto. Se questi non fosse un re, sarebbe un buffone da far ridere, o uno sciagurato da far pietà.
A lui ogni anno ciascun ministro porta i risparmi fatti nel suo ministero. Questi risparmi sono pensioni e soldi non pagati per impieghi vacanti, gratificazioni che si negano o si scemano a coloro che han fatti lavori straordinarii. Gli impieghi vacanti non si fanno occupare giammai, vi si mettono interini con la metà del soldo, l’altra metà si risparmia; e intanto moltissimi minuti impiegati che per molti anni hanno avuto un sottilissimo soldo, e che sperano di crescerlo di due, tre, quattro ducati al mese, si veggono tolto quell’aspettato e misero tozzo, che vien dato al Re. Il Re accetta in buona coscienza il regalo dai suoi fedeli Ministri (i quali ritengono prima qualche cosetta per loro); e mille famiglie piangono, e centomila poveri t’investono per le vie, gridano il giorno e la notte, vengono a picchiarti la porta, ti mostrano in ogni parte la miseria e lo squallore di una nazione assassinata. Son dieci anni che non v’è Ministro della Guerra e Marina, e re Ferdinando ha ritenuto per sè quell’ufficio ed il soldo, credendo che nessuno meglio di lui conosca le cose della guerra, e volendo che nessuno abbia quei grassi guadagni che sono in quel ministero. Nel conto delle spese del regno è segnato un milione e mezzo di ducati per la marina ogni anno; di questi si spende poco più della metà, il resto se lo prende il Re, il quale regala ottocento ducati agl’impiegati che gli fanno il conto segreto: gl’impiegati si spartono il regalo; colui che fa veramente il conto è un impiegatello che ha sei ducati il mese e non conosce l’importanza del lavoro che fa. Conoscendo questa sozza avarizia del Re i provveditori del l’esercito (fornisori) signori Montuoro e Falanga gli portano ogni anno un dieci o dodici mila ducati dicendo che sono risparmii da essi fatti. Il Re loda questi buoni provveditori, e dice che i soldati son trattati benissimo. Se compra, se dona, se fa contratto qualunque, mostra un’avarizia così vile e sozza che farebbe vergogna ad un usuraio. Ed in questo è ben secondato dalla tedesca grettezza della superba moglie, la quale, volendo fare un regalo all’arciduca Federico suo fratello venuto in Napoli, si fece portare alcune merci da un ricco merciaio chiamato Germain; contese lungamente sul prezzo, come una femminella, infine si accordarono: dopo un’ora la Regina mandò un servitore dal Germain dicendogli che il Re aveva veduto le merci, che le eran care, che o dovesse rilasciar qualche altra cosa o se le riprendesse. Ognuno conosce questa fetida avarizia del Re, ed ognuno propone risparmii, ed è certo che la sua proposta è approvata dal Re che corre ad ogni piccolo guadagno. In somma il Re permette le frodi e le ladronerie più sfacciate purchè chi le fa sappia dargliene una parte con colorato pretesto. Così fanno i Ministri, così fanno tutti gl’impiegati, e la nazione lacerata, spogliata, affamata, grida invano e cerca giustizia dal coronato ladrone che è il primo suo assassino.
Intanto egli fa tutto in buona coscienza, ogni mattina ascolta la messa, non mangia carne nè il Venerdì nè il Sabato, se vede un’immagine della Vergine o de Santi si sberretta, se ode pronunziare il nome di Dio s’inchina, recita l’angelus tre volte il giorno. Un dì mentre dava del ladro e dell’ignorante ad un valente ed onesto architetto, suona la campana di mezzodì, ei si leva il cappello, mormora alcune preci, e piamente segue con più forza il rabuffo. Ogni dì vuol vedere il suo fedel confessore Celestino Cocle, arcivescovo di Patrasso, frate di S. Alfonso, e consigliarsi con lui; ed ogni sera su tre seggioloni seggono Monsignore in mezzo con una lunga corona in mano, il Re dall’un lato, la Regina dall’altro, e recitano il rosario, le litanie, ed altre orazioni. Finite le quali, quel manigoldo carezzando familiarmente la Regina le dice: statti bona, santarella; e vassene a trovare una sua figlioccia, che è figliuola di un tal Passaco, suo compare e cagnotto. Questo monaco furbo tiene ambe le chiavi del cuor di Ferdinando, e le volge a suo talento; gli fa credere che è inspirato da S. Alfonso, che ei lo vede in sogno, che ei dice quello che il Santo gli detta: la buona pasta del Re l’ascolta e l’ubbidisce in ogni cosa. I messinesi stanchi delle ruberie e delle estorsioni del loro Intendente G. de Liguoro, mandarono alcuni cittadini al Re per accusarlo: il de Liguoro mandò anch’egli le sue ragioni chiuse in un sacchetto d’oro a Monsignore. Il Re saputo ogni cosa comanda che l’Intendente sia destituito, poi lo dice a Monsignore il quale l’approva dicendo; che è ben fatto, perchè i cattivi impiegati fanno sdegnare i popoli, odiare il Re, nascere rivoluzioni. Stato un poco in silenzio, esclama: O santo Alfonso de Liguoro, potevi mai credere che un tuo nipote avesse fatto queste cose? e che ora senza impiego, desiderando un tozzo di pane co’ suoi figliuoli si ridurrà alla miseria? Il Re come percosso dal fulmine: Ah! Monsignore, dice, che m’avete fatto ricordare? Un nipote di S. Alfonso non deve aver questo scorno: per gloria del Santo si soffra ogni cosa. L’Intendente è ancora a Messina e ruba sicuramente, difeso da due gran protettori, lo zio in cielo, e Monsignore in terra.
Monsignore mantiene i Ministri, dà gl’impieghi, fa negozii, bada a preti, a frati, a tutti; Monsignore è re, e suoi ministri sono il fabbricatore Passaro, ed il carrozziere De Martino. Questi trattano gli affari, danno udienza in casa loro, e vendono la loro protezione a magistrati, militari, donne, nobili, preti, frati, e a tutti coloro che han molti denari. Si ha fatto costruire nel convento dove egli abita un appartamento tanto bellissimo e riccamente addobbato che il Re stesso ne rimase scandalezzato. Ha fatto venire certi villani di Puglia suoi parenti, li ha calzati e vestiti da signori, e li ha allogati in un bel palazzo. Ha trasformato suo fratello Pasquale Cocle da guardaboschi che era, in Vicepresidente della Corte Criminale di Salerno. Un magnifico palazzo si ha costruito nel luogo più bello della città, e ne fa comparir padrone Carmelo Passaro suo figlioccio. Monsignore ha persuaso il Re che Pio IX è un giacobino; ed il Re quando la sera i figliuoli vanno a letto dice loro pregate Dio pel Papa, il quale non sa quel che si faccia.
O Santo Padre, o caro Padre degli Italiani, anche Gesù fu creduto pazzo dai Farisei!
Così Ferdinando aggirato dal furbo Monsignor di Patrasso è divenuto uno stupido; guardasi di pronunziare la parola eziandio, perchè in essa si nomina Dio; ed i preti censori della stampa cassano questa sventurata parola da ogni scrittura. Per gli scrupoli del Re le ballerine debbono vestire in teatro le brache sino al di sotto del ginocchio, e di colore scuro; per ordine comunicato dalla Polizia con ministeriale ai coreografi dei RR. Teatri, questi debbono essere accorti nelle loro composizioni a non mettere i loro personaggi in attitudini troppo amorose che potrebbero risvegliare negli spettatori idee libidinose; e nei ballabili non metter tanto in contatto i corifei con le corifee, ma serbare una convenevole distanza fra loro per evitare gli scandali, e non offender la morale: i drammi L’abate de l’Epée, e L’abate Taccarella dovettero intitolarsi Il signor de l’Epée ed il poeta Taccarella, chè nè abati, nè preti, nè romiti, nè ebrei, si possono rappresentare in teatro; nè mai nominar Dio ma invece cielo. Ma il devoto trastullo di questo Re fanciullone è il presepe che egli fa in Caserta. Sbracciasi, piglia la sega, il martello, l’ascia, e lavora egli stesso per soddisfare la sua divozione: mostra a tutti l’opera sua, la gente vi corre, ed egli gode vedendo tanti divoti che gli dan buon guadagno alla strada ferrata. Vero nipote di quel Ferdinando I che, regal tavernaio, cuoceva e vendeva maccheroni in Portici. Or negate che Ferdinando II sia di sangue borbonico! Ed egli seguendo l’esempio dell’avolo fa che i suoi figliuoli nella Domenica delle Palme e nel dì di S. Giuseppe per un divoto divertimento imparino da un guattero a far le zeppole, e coi grembiuletti legati al collo le facciano anch’essi.
The opening of the book is shown; the full text loads in the reader.
Loading the full text…
The end
You’ve reached the end of Protesta del popolo delle Due Sicilie.
