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Cesare

Beatrice Speraz · 1880 · Free in the US

34,109 words · about 2 h 23 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
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Licence: PD-US · Published in 1880 (before 1931): public domain in the United States. Text and transcription from it Wikisource by Wikisource contributors (transcription licensed CC BY-SA 4.0; contributors: https://it.wikisource.org/w/index.php?title=Cesare&action=history). · Wikisource contributors

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About this book

Author
Beatrice Speraz
Language
Italian
Published
1880
Length
34,109 words · about 2 h 23 min
Sections
17 reader sections
Text
Digital text
Rights
Public domain in the United States

 

Contents (17)
  1. Front matter under 1 min
  2. I about 10 min
  3. II about 11 min
  4. III about 11 min
  5. IV about 9 min
  6. V about 9 min
  7. VI about 10 min
  8. VII about 9 min
  9. VIII about 5 min
  10. IX about 4 min
  11. X about 12 min
  12. XI about 9 min
  13. XII about 7 min
  14. XIII about 10 min
  15. XIV about 2 min
  16. XV about 14 min
  17. XVII about 11 min

Continue:

Front matter

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I

ct — Come suoni bene, Emilia, stasera!

Queste parole escivano con un sospiro dalle labbra di un bel giovane di ventidue anni, che stava appoggiato allo spigolo del pianoforte, davanti al quale sedeva una fanciulla di diciassette.

— Bellino! esclamò questa con risentimento comico, interrompendo il valzer che andava strimpellando alla peggio. Chi ti dà il diritto di canzonarmi? Vantati della tua prosa, vah!

— La mia prosa è cattiva, lo so, lo dice il signor Arturo e tanto basta. Ma questo non ha importanza. Se tu mi volessi bene saresti come me, che trovo sempre bello quello che tu fai, e mi diverto anche alla tua musica. — Già! anche quando stono.

E Emilia lasciò il suo tormentato istrumento e s’avvicinò alla finestra come se fosse stata in collera, in realtà per nascondere un’interna inquietudine.

Cesare fece altrettanto, e rimasero tutti e due in silenzio a guardare le onde del mare che quasi lambivano il muro della casa.

Sembrerà strano questo passaggio repentino dalla scherzo alla meditazione; ma, da una parte, lo spettacolo che si presentava ai loro sguardi dalla finestra aperta, era di quelli che impongono l’ammirazione e scuotono l’anima; dall’altra, a quell’età le sensazioni sono ancora rapide e improvvise quasi come nell’infanzia, e il riso e il pianto s’avvicendano con singolare sollecitudine.

Il sole era tramontato da qualche ora; le stelle brillavano sul cupo etere notturno; lunghe ondate maestose venivano a frangersi contro la piccola diga, con quel rumore triste e monotono, che solo conosce chi ha vissuto in riva al mare. La luna non doveva levarsi che tardi, e il mare era scuro. Ma tanto più vi spiccavano le bianche creste delle onde spumanti.

Alcuni bastimenti s’incamminavano verso il porto detto il Porto alle Rose, e tre o quattro bragozzi, dalle vele gialle o rossastre, partivano per la pesca.

Il fanale del faro brillava come una stella sulla Punta di Salvore; ma la cittadetta giaceva nelle tenebre. Poichè, l’illuminazione facendosi a olio, nelle sere in cui doveva sorgere la luna, foss’anche a mezzanotte, il Comune si permetteva questa piccola economia, di lasciare i cittadini al buio, cercare il loro cammino al lume delle stelle o al riverbero dei loro sigari accesi.

Ma i cittadini non s’avvilivano per così poco eccetto quelli che preferivano starsene chiusi in casa o alla bottega di caffè, essi erano tutti sulla piccola diga o sul molo, per respirarvi la fresca brezza marina; senza darsi alcun pensiero dell’illuminazione sospesa, nè del Comune, nè del puzzo d’acciughe che mandavano le reti stese sui pali affinchè asciugassero, le barchette legate agli anelli di ferro del molo, e i banchi sudici della vicina pescheria.

I pensieri dei nostri due giovani intanto, erano piú che mai lontani da queste piccole miserie della terra, e dai suoi meschini abitanti. Essi vagavano in mondi migliori. I loro sguardi percorrevano, di stella in stella, le vie del cielo; e i loro cuori sus- sultavano agitati da un senso misterioso di voluttà. Più che pensare, la fanciulla s’abbandonava a quella corrente di sensazioni vaghe e dolcissime, mentre negli occhi del giovane s’accendeva un pensiero più forte e risoluto.

Quella sera era una data memorabile; compiva l’anno dopo la battaglia di Solferino: era il 24 giugno 1860.

Garibaldi era già sbarcato in Sicilia.

— Che ne diresti se partissi? domandò Cesare.

— Partire? e per dove? chiese questa a sua volta.

— Per dove? per la Sicilia, s’intende.

Seguì un’altra pausa. Emilia meditava su questo nuovo tema, e Cesare pareva attendere con ansietà una risposta.

— Per me, disse finalmente la fanciulla, se fossi un uomo sarei già partito da un pezzo. Ma trattandosi di te, penso al dolore che ne avrebbe tua madre, e alla collera del nonno.

— Gli è un anno e più che ci penso, e ho vergogna della mia esitazione. Mia madre avrà un gran dispiacere, lo so, ma infine dovrà compatirmi; quanto al nonno, una collera più, una collera meno, non me ne incarico, come dicono i Napolitani! Penso a te piuttosto. — A me, Cesare! Io non sono che tua cugina.

— Non tormentarmi, Emilia. È impossibile che tu non m’abbia scrutato nel cuore. E poi, non te l’ho detto forse? Non hai viste le parole che ho scritto nel tuo album oggi? Sì, le hai lette.

— Finalmente, ecco un giorno felice! —

— E, te lo dico davvero, mi sentivo proprio felice quando sono arrivato stamani: l'idea di restare tutta la giornata con te, in casa tua, m’inebbriava; mi pareva impossibile che tutte queste ore dovessero passare senza portare un cambiamento decisivo nella mia vita, mi pareva..... e invece nulla! proruppe il giovane interrompendosi e scuotendo con un rapido movimento del capo i folti riccioli che gli erano scesi sulla fronte: la giornata è passata sterilmente, senza mutar nulla, senza chiarir nulla, anzi imprimendomi sempre più fortemente in cuore il convincimento che tu non mi ami, Emilia, che non sono degno di te.

La ragazza lo ascoltava in silenzio; ma, a giudicare dal rossore delle sue guancie e dall’abbattimento dello sguardo, pareva che quelle parole le facessero pena.

E ora, prima d’inoltrarmi di più col racconto, che il lettore mi permetta di dirgli due parole circa l’aspetto esteriore e il carattere di Emilia e di suo cugino.

Al morale Emilia era ciò che, nelle piccole città di provincia, si suol chiamare ancora una ragazza romantica; al fisico, una bella creatura, nè grande nè piccola, dai capelli castani e dagli occhi azzurri, pieni d’espressione e di foco.

Una ragazza romantica.

Che terribile rimprovero è questo in bocca a una congrega di donnaccole, nobili e plebee, che non hanno mai veduto più in là del loro naso, nè si son mai lasciate turbar lo stomaco da un’idea straniera al loro materiale interesse.

Una ragazza che preferisce la lettura d’un buon libro alle loro conversazioni scipite; magari Dio capace di scrivere una lettera di quattro pagine senza spropositi, di leggere Dante con più piacere del giornale della moda e di trovare una notte stellata più bella dei loro salotti illuminati.

Una capricciosa che, trattandosi d’un giovanotto ha il ticchio di dar più importanza alla sua maniera di pensare che al taglio de’ suoi abiti, e ti preferisce un uomo colto e gentile, sprovvisto di beni materiali, a un crasso ignorante col correttivo di vasti possedimenti! Che volete sperare da una creatura simile?

— È una romantica e finirà male, dicono le buone donne e gli uomini saggi.

E di solito, a meno che l’attrito grossolano in mezzo a cui vivono, e la mancanza di corrispondenza intellettuale, non ne faccian giustizia prostrandole, finiscono quasi sempre male queste povere anime contrariate nei loro gusti, derise, calunniate, e segnate a dito dall’implacabile ferocità provinciale e borghese.

Nate col sentimento inconscio di qualcosa di più a chiudere tutte le loro speranze di felicità nella soddisfazione grossolana dei bisogni materiali, e di meschine ambizioni. Hanno un ideale diverso, e vorrebbero concretarlo; ma non sanno come. Però si struggono in un malcontento che le rende ridicole agli occhi della folla ben pasciuta e profondamente soddisfatta di sè medesima, e spesso le condanna alla solitudine e alla sterilità.

Quanto a Cesare, bellissimo d’aspetto, egli aveva tutta la delicatezza della classe aristocratica cui apparteneva, meno la cascaggine. L’aria dei boschi e la vita libera gli ave- vano inrobustita la fibra. Di carattere superficiale, d’indole leggera, di mente aperta, ma non profonda, Cesare sentiva la superiorità di sua cugina e ne desiderava l’amore, forse più per vanità che per affetto vero. Ma forse appunto per questa mancanza di vero affetto egli non sapeva imporsi a lei, nè ispirarle quel sentimento di rispetto e di confidenza che Emilia stimava necessario alla felicità sognata.

— Mi fai dispiacere parlando così, rispose lei finalmente, e fece per ritirare la mano ch’egli le aveva presa. Sai che ti ho voluto sempre bene e che te ne vorrò sempre. Felice quando ti veggo; lieta ogni volta che ricevo una tua lettera affettuosa, non so però disperarmi della tua assenza; e questo stato dell’animo mio paragonato alle tue ansietà mi fa pensare che veramente una differenza essenziale ci ha a essere nella nostra maniera di volerci bene, o che il mio cuore è fatto diversamente del tuo....

— La differenza sta in ciò, che io ti amo e tu no, disse Cesare crollando mestamente il capo. Altro è amar d’amore, altro è voler bene. Dio voglia che non ti veda amar altri! Il signor Arturo ti fa la corte e tuo zio lo vede assai di buon occhio.

— Puoi supporre ch’io arrivi mai a amare il signor Arturo? esclamò la ragazza metà in collera e metà ridendo, tanto le pareva buffa l’idea. È un pedante intollerabile e nello stesso tempo uno zotico. Senti questa, fresca fresca di ieri, che ti farà ridere. Eravamo in giardino con zio Luigi che fumava la sua pipa e leggeva i giornali. Io annaffiavo i miei fiori e il signor Arturo me ne voleva spiegare il linguaggio secondo un suo sistema particolare.

— Vede questa gaggìa, mi disse, che china il capo verso quella verbena? È l’immagine d’un uomo serio innamorato d’una fanciulla che finge di non comprenderlo. — Vede quel tulipano? gli rispos’io di rimando. È l'immagine d’un pedante vanaglorioso come lei....

Non gliel' avessi mai detto! Andò sulle furie e s’assise indispettito sopra una panchina, nascondendo il capo tra le mani.

Io seguitai a annaffiare i miei fiori, guardandolo però di sottecchi. All’atteggiamento mi pareva che piangesse. A dirla ci avevo un po’ di dispiacere, perchè, in fondo, cattivo non è. Feci un’altra giratina e me gli trovai di faccia.... indovina un po’ il che faceva?

— Non saprei; ripeteva le regole della grammatica? disse Cesare tra l’agro e il dolce. — Ohibò! dormiva. Risi da me, da me, e scappai via.

— Non c’è male, sarebbe un buon marito, non si può negarlo: le dispute matrimoniali lo farebbero ingrassare.

— L’ha detto anche mio zio! Ma io non lo intendo così un buon marito. Io voglio rispettarlo e che mi rispetti, se devo maritarmi una volta. Il giorno che la sua condotta mi forzasse a considerarlo come un uomo qualunque, sarebbe l’ultimo ch’io passerei con lui.

— Sei terribile Emilia! Le tue idee mi sgomentano; eppure, ti amo così profondamente che il mio amore dovrebbe bastare a farti felice se tu lo comprendessi.

A questo punto, fosse la convinzione con cui Cesare parlava, o la poesia affascinante di una notte d’estate in riva al mare, Emilia parve commossa, e forse stava per dirgli qualche parola più dolce.

Ma quasichè il destino non volesse appagare in nulla il desiderio del giovane, appunto in quel momento entrò nella stanza il signor Luigi, loro zio comune, colla sua inseparabile pipa, e il non meno inseparabile pedante.

Il signor Luigi era un uomo di settantacinque anni, un po’ sordo e pieno d’acciacchi, il quale con tutto questo, quand’era di buon umore, sapeva ancora aver dello spirito. Ai suoi bei tempi aveva fatto la delizia di quella corte milanese di Napoleonidi, di cui le nostre nonne e bisnonne serbarono così dolce ricordo.

Colla caduta del Regno d’Italia egli s’era ritirato dalla vita politica come molti altri e viveva in quella piccola città dell’Istria. Fumava continuamente, cioè dire, teneva la pipa in bocca, poiché la più parte del tempo era spenta, e consumava almeno una scatola di fiammiferi il giorno.

Adorava Voltaire e mandava al diavolo il papa: sagrava e attaccava moccoli come un becero fiorentino; e nello stesso tempo, se in quel paesucolo ti calava giù un personaggio della imperiale famiglia, o altro pezzo grosso, non c’era fra tutto il rispettabile nobilume altro che lui cui venisse fatto di presentarsi a modo.

L’anno avanti, allorché Napoleone III era venuto in Lombardia per aiutare l’Italia a liberarsi dallo straniero, il vecchietto s’era sentito ringarzullire; non già che gli premesse molto della riabilitazione della patria comune; queste, per lui, erano fisime che non lo toccavano affatto: il suo entusiasmo era tutto quanto per i Francesi i quali ve- nivano finalmente a dare le batoste all’Austria. Degl’Italiani non gliene importava proprio nè punto nè poco; troppo si ricordava del quarontotto! Allora avevano gridato viva a Pio IX, s’erano immaginati di far qualche cosa senza la Francia, anzi contro la Francia, come se la Francia non fosse il sole del mondo, e che il sole non dovesse un giorno o l’altro cacciar via i nuvoloni che gli danno noia. Scoppiassero!

Quanto a lui, non potevano accusarlo d’aver mutato, questo no, per Iddio! Gli era accaduto come a molti uomini politici di tutti i tempi, allorché si ritirano presto dagli affari; pensava che il mondo si fosse arrestato al momento preciso del suo ritiro e non si fosse mosso più.

Delle nuove idee non si curava, o meglio le ignorava assolutamente, tanto era rimasto fedele alle vecchie. Le giovani generazioni gli parevano come l’erba novellina; buona tutto al più a essere mietuta. Nella sua mente non esisteva che una Francia e una famiglia di Napoleondí, i quali finalmente si svegliavano dal lungo sonno per dare addosso all’Austria. E con essi si svegliava anche lui. Il resto era pazzia.

Immaginate come rimanesse alla pace di Villafranca. Un grande rivolgimento successe nell’animo suo: le speranze si fransero, i giudizj si capovolsero.

Napoleone III non era più che un vigliacco miserabile, indegno del nome che portava: forse un bastardo.

Avere avuta l’Austria sotto l’ugna non volerla finire! Che, si poteva immaginare una peggiore indegnità?

Da quel momento egli s’era rinchiuso un’altra volta in sè stesso, e, fuori del suo carissimo Arturo, una nullità imbottita di vento che gli dava sempre ragione, non voleva veder nessuno.

Il signor Arturo era una maniera di Tartuffo in sessantaquattresimo, più la buaggine. Annaspava la quarantina; ma si teneva tutto attilato e impettito, come un giovanetto di primo pelo. Faccia insulsa, occhi piccioletti e quasi sempre rossi dal molto bere, non sapeva stare zitto un momento, e se mai si chetava, vuol dire che aveva voglia di addormentarsi sopra la seggiola.

Così era fatto il secondo adoratore di Emilia, uomo che lo zio proteggeva, che destava qualche volta la gelosia di Cesare, e che la ragazza chiamava piacevolmente il pedante.

Con l’arrivo di questi due personaggi la conver- sazione volse al sodo: si parlò di politica; non già degli affari di Sicilia — il signor Luigi non voleva saperne, ma di politica in genere, di lingua e grammatica, e poi di bachi da seta e d’altri arzigogoli. Emilia tornò al piano, Cesare dopo una mezz’ora s’accomiatò, e così la serata.

II

ct Nei giorni che seguirono, Emilia sembrò aver perduto una parte della sua spensierata gaiezza.

Era inquieta. Lasciava il piano per correre ai suoi fiori; coglieva una rosa che andava sfogliando sopra pensiero, e tornava al piano.

Da lì a un po’ s’affacciava alla solita finestra e guardava le barche pittoresche dei Chiozzotti attaccate alla piccola diga; le vele candide che solcavano l’orizzonte, e l’onda eterna che si spezza irremissibilmente, ma non cessa di battere contro l’argine della sponda, finchè, un giorno, la pietra logorata si frange e l’argine rolla.

Era ai primi di luglio: da quindici giorni Cesare non s’era più lasciato vedere; nè alcuna nuova era giunta dal castello. I contadini solevano chiamare così, l’ampia casa che Cesare abitava con la sua famiglia.

In que’ paesetti le relazioni giornaliere non esistono, non se n’ha alcuna idea. A poche miglia di distanza, famiglie legate da vincoli di parentela sono capacissime di rimanere tre o quattro mesi senza saper nulla le une delle altre. Ma Cesare che amava sua cugina, non lasciava mai passare una settimana senza farle una visita o scriverle.

Qualche cosa di straordinario doveva essere accaduto dunque; Emilia ne aveva il presentimento. In cuor suo ella approvava la risoluzione che il cugino le aveva manifestata di andare a raggiungere i mille volontari sbarcati in Sicilia con Garibaldi; ma non osava parlarne a nessuno.

Intanto il signor Luigi le propose un giorno d’accompagnarlo alla sua possessione di Salvore, e la fanciulla accettò.

— Si va per terra o per mare? chiese con una certa malizietta da bimba.

— Che domande! Sai bene che per mare io non ci vado mai: loda il mar, tienti alla terra, è un proverbio d’oro. Per mare manderemo la roba, e il signor Arturo ci farà il favore d’accompagnarla. — Già, quel solito favore che lo fa rimaner con noi tutto il tempo che dura la villeggiatura.

Il vecchio sorrise, e partirono.

La strada che va da Pirano a Salvore è straordinariamente pittoresca. La prima metà è quasi una continua diga formata a piè del monte: il largo zoccolo d’una rocca immensa, che il mare accarezza o flagella a seconda de’ suoi capricci. Man mano che si va innanzi però, il monte si ritira e la vallata comincia.

È una magnifica valle, ubertosa e ricca, che si stende da Castelvenere al mare.

Piantato in vetta alla roccia il piccolo villaggio di Castelvenere domina il mare e la valle. Non credo che questo suo nome poetico sia un omaggio reso alle veneri moderne, per quanto le figlie di razza slava che abitano su quelle alture — fornaie dalla prima all’ultima — siene tutte belle nella loro giovinezza. Ma che gli giova? Ahimè, nessun Raffaello andò a scegliere in quell’eremo la sua fornarina.

Con una larga paniera in capo esse scendono tutte le mattine dalla loro dimora alpestre e portano il pane quotidiano nei paeselli vicini e anche nelle città; le povere a piedi, le più agiate in groppa ai pacifici asinelli. È uno strano paese l'Istria. Tanto piccolo e tanto diverso! Quasi ogni villaggio ci ha la sua fisonomia originale. Gli abitanti delle spiagge e delle città sono quasi tutti italiani, ma i contadini dell’interno quasi assolutamente slavi. Qual differenza però anche tra costoro. Qual differenza tra la robusta razza savrina di Castelvenere e di tutti i villaggi montuosi intorno a Trieste, e quei poveri contadini della pianura abbrutiti, girovaghi, che i proprietari chiamano Schiavi. Essi deperiscono di giorno in giorno e certo sono destinati a scomparire assolutamente. Intanto se vogliono farsi intendere sono costretti a parlare in italiano meglio che possono, poiché nessun istriano, persona civile, degna di scendere fino a parlare la loro lingua.

Sulle roccie di Castelvenere si vedono ancora gli anelli di ferro a cui si legavano le barche. Il mare arrivava fino là, una volta; ma chi sà in che tempi remoti. Allora tutta la vallata era sommersa e la montagna era il piano.

La favola narra che Venere andasse un giorno, con la sua conchiglia di madreperla, a visitare quelle spiagge ignorate, in compagnia d’amore. La cronaca racconta invece che una bellissima dama visitasse una volta il castellano che abitava la rocca, e vi rimanesse la notte. In conseguenza di che, divenuta signora e padrona, consacrò la sua nuova dimora a Venere, e mandò il castellano a fare una passeggiata in Terra Santa,

Probabilmente, la favola e la cronaca, raccontano la medesima storia, secondo il gusto e l’epoca diversa dei narratori. Comunque sia, a noi poco preme. La carrozza dei nostri due villeggianti attraversava la valle in mezzo a lunghe file di lavoratori di sangue italiano, occupati a raccogliere il sale che il mare aveva deposto sulle loro saline. Un tramonto sfolgorante gettava a larghi fasci i suoi raggi obliqui, che abbelliscono ogni yeduta, su quello strato cristallino e lucente.

Liete canzoni accompagnavano il lavoro.

Il vecchio, in questo tempo, accendeva per la ventesima volta la pipa, e Emilia guardava con simpatia quelle donne abbronzate e stanche, ma non troppo malcontente del loro destino, che aiutavano gli uomini nel lavoro.

Ma già l’erta salita cominciava sopra la costa rocciosa; la terra, di bianca ch’era fino a quel punto, diventava rossastra, come cinabrese in polvere. Si trattava di salire il versante di una di quelle piccole diramazioni del Carro che vanno a morir nel mare. I cavalli si misero al passo, il cocchiere discese; e il signor Luigi, che finalmente aveva la sua pipa accesa, cominciò la conversazione con un colpo proditorio tirato a bruciapelo.

— Ma dimmi un po’ perchè non vuoi sposare il signor Arturo? domandò egli.

La fanciulla alzò la fronte e gli fissò in volto que’ suoi occhioni meravigliati che dicevano tante cose.

— Perchè? gli è assai semplice il mio perchè, caro zio; perchè non l’amo.

— Fisime! L’amore vien dopo: tu vuoi il mondo alla rovescia.

— Scusa, zio; questo non è sempre vero; anzi da quello che vedo, direi ch’è proprio il contrario: so di molti che s’amavano prima e non s’amano più dopo, ma....

— Il ma non c’entra, esclamò il signor Luigi interrompendola con vivacità.

— La prima parte della tua proposizione dimostra abbastanza che l’amore non è necessario, un cavolo. Giacché, se a ogni modo si finisce col non amarsi più un giorno o l’altro, tanto fa pigliarsi a dirittura senza dar retta a sogni, e fare il proprio interesse.

— O quello degli altri, mormorò Emilia a bassa voce, ma non ebbe il coraggio di dirlo a forte; onde, il signor Luigi ch’era un po’ sordo non la intese.

— Miglior marito non potresti azzeccare — ripigliava il vecchio, tra il serio e il gaio — lui ricco, lui innamorato mentre tu non lo sei, e questo gli è il più gran vantaggio per una donna, grulla! lui sufficientemente bestia; e finalmente, lui abituato a dormire le sue dodici ore su ventiquattro! Ma è il paradiso ch’io t’offro, e tu non mi sei grata.

Emilia taceva.

La campagna le pareva supremamente bella: gli uccelletti svolazzavano cantando intorno al dolce nido.

— Essi non cercano queste qualità negative nel loro compagno d’amore — pensava — essi si amano, e io non dovrei mai amare!

— Ti farei sposare sotto il regime della separazione dei beni — tornava a dire il vecchio dopo una pausa — così saresti sempre padrona della tua dote che amministreresti da te....

— Ma io, caro zio, non so amministrare.

— T’aiuterei io, ci s’intende!

— Ah!

— E la tua dote dovrebbe restare per le tue spese particolari, al mantenimento della casa ci pen- serebbe lui solo: è ricco! Potresti fare ogni anno in carnevale un viaggetto a Venezia; l’estate andresti a Recoaro.... e l’amore non ti mancherebbe no, sta tranquilla.

— Ma come puoi dirmi questo, zio? Come puoi supporre, tu così intelligente, ch’io ami il signor Arturo?

Il signor Luigi fece un atto d’impazienza, poi sorrise con cert’aria di mistero.

— Sei pur bimba! non capisci nulla. Chi mai ti dice d’amarlo, lui? Io dico che l’amore non ti mancherebbe perchè l’amore viene sempre dopo il matrimonio... ma questo non vuol dire che l’amato debba essere il marito. Basta sapersi condurre e aver per compagno un uomo che beva grosso come il signor Arturo, una bella donnina come te, che vive signorilmente, ha dinanzi a se un orizzonte infinito nel quale può spaziare a suo talento. Conosco il mondo io, sai. Ne ho vedute di belle quand’ero laggiù a Milano; e ne ho vedute anche qui. Non ci hai mica a credere all’aria contritta di codeste pinzochere! Ne han fatte d’ogni erba fascio. E hanno fatto bene; tanto, sai, a questo mondo ci si sta per le spese.

— Stai zitto, zio, — disse la fanciulla con voce stanca — basta! Il vecchio riaccese la pipa, che s’era spenta da capo, e guardò la campagna crollando le spalle.

Il sole era tramontato, la salita quasi finita; correvano sull’altipiano: la vallata dietro alle loro spalle giaceva nelle tenebre: Castelvenere in mezzo a un leggero velo di nebbia pareva un fantasma gigantesco. Un ruscelletto scendeva mormorando per la costa fin giù nella profondità più scura della valle; la ginestra in fiore spandeva un odore soave.

Emilia pensava alla sua povera mamma morta tanti anni addietro, e di cui non conosceva nemmeno la tomba; pensava al padre che l’aveva seguita, e si sentiva sola vicino a quel vecchio che aveva giurato di proteggerla e provvedere alla sua felicità.

— Ma, e chi mi dice che parlandomi così egli non creda veramente di parlare per mio bene? mormorò subendo senza avvedersene, l’influenza di quel cinismo.

— Ah, no! continuava poi, sempre tra sè e sè; c’è il suo interesse di mezzo. È in nome del suo interesse, non del mio che mi parla. Oh mamma mia! se tu fossi viva, tu mi parleresti altrimenti.

E chinava la testa sul petto, e due lagrime lunghe, amare, solcavano le sue guancie.

Avevano fatto un mezzo miglio così in silenzio, allorchè un giovane contadino friulano che viveva sui poderi del signor Luigi, s’arrestò sull’orlo della strada e accennò di voler parlare.

La carrozza si fermò, e il giovane trasse di tasca un involto che presentò alla signorina.

Era una cassettina di legno che Emilia aprì con premura. Ma quale fu la sua meraviglia vedendo che conteneva il ritratto di Cesare e una lettera.

— Chi t’ha dato questo? domandò, volgendosi al contadino.

— Il signorino in persona. L’ho accompagnato fino a Venezia, e prima di partire m’ha detto di consegnar quest’involto alla signorina.

— E non sai s’è passato?

— Sì, signora; m’aveva detto ch’aspettassi tre giorni e poi che andassi al comitato, dove mi ci aveva menato lui una volta; che lì avrebbero saputo tutto. E difatti, appena mi son presentato, que’ signori, boni signori, per Dio! m’hanno detto ch’era passato, hanno voluto che bevessi alla sua salute, e m’han regalato dei sigari.... Comandano altro, signor padrone, padroncina... soggiunse il giovane interrompendosi a un tratto, doppiamente imbarazzato per quel suo slancio inconsulto e il silenzio dei signori. — Tieni, disse la fanciulla porgendogli una moneta d’argento che il giovane lasciò cadere a terra arrossendo fino ai capelli.

Ma Emilia non se ne accorse: il cocchiere aveva allentato il freno ai cavalli che sentendosi vicini a casa andavano via come il vento.

— È partito quella testa balzana! borbottò il signor Luigi fra i denti.

— Ha fatto il suo dovere di giovane d’onore, disse Emilia; ora lo stimo di più.

— Si capisce! sempre romantica.

— O che e’ entra il romanticismo in questo, caro zio?

— Già, già, la vostra Italia! Imbecilli! Quanto a te, era ch’è diventato un eroe, a lasciarti fare, te lo sposeresti. Per me, sai, tu sei libera. Non sono tuo padre, e però non posso che consigliarti; ma, credi a me, faresti uno spropositone. È ricco sì, e abbastanza grullo, anche lui, ma c’è quella birba del nonno che ti terrebbe a bacchetta; e poi, sempre in campagna, figurati che divertimento!

— Non aver paura, zio, non lo sposerò; ma non per questi motivi.

— Perchè dunque?

— Perchè non l’amo. — E dalli con quest’amore! Ah poveretto me, che tempi, che tempi! E che progresso... germanico. Le ragazze che ti parlan d’amore come se non dovessero ignorarlo! — disse il signor Luigi accompagnando il suo discorso con un sogghigno ironico.

La sera, quando si chiuse nella sua camera, Emilia non seppe resistere al desiderio di guardare un po’ il ritratto di suo cugino. Era un gran bel giovane.

I suoi occhi splendevano; l’amore raggiava sulla sua fronte: era sereno e mesto a un tempo.

— Chi sa se lo vedrò più? disse fissando i suoi occhi in quelli del ritratto. Ma, chi lo sa! Beato lui ch’òèun uomo e può muoversi, e operare secondo la sua volontà! Io sono sepolta qui. Così dicendo messe da parte il ritratto e prese la lettera che non aveva letta ancora.

3

«Parto perchè ho vergogna di restare inoperoso, mentre i nostri fratelli si battono.

«E parto anche perchè mi sento il bisogno di far qualche cosa che mi sollevi e mi renda più degno di te. Chi sa che tu non m’ami un giorno! Lasciami almeno questa speranza; mi sarà di conforto, se dovrò morire sul campo, il pensiero che ti rimanga una memoria meno volgare di me.

«Ti raccomando mia madre, va a confortarla.

— Povero Cesare! — disse la fanciulla con un sospiro. Ma perchè non lo amo? Non so. Non comprendo me stessa: ho come un sasso sul cuore che me lo tien compresso. Quella sera, l’ultima sera che l’ho veduto, quando mi stringeva la mano, mi pareva proprio ch’ero vicina ad amarlo. Ma poi vennero gli altri. Non so perchè, ma quando veggo mio zio e il suo amico, non ho più slancio. Sento come una voce che mi dice: «No, no, non amare.» Ho un presentimento di dolori, di sconforti che mi toglie tutta la bella fede nella vita che hanno le altre ragazze della mia età. Mi pare come se il giorno che lo amassi, tutto questo grand’amore che lui dice di sentire per me, non avesse a bastarmi più. È strano.

Ah zio, zia, sei tu che m’avveleni lentamente, che mi togli dagli occhi quel bel velo che fa tanto bene; tu che distruggi la mia fede e le mie illusioni, per farmi bere la feccia della tua vecchia esperienza! Emilia passò una cattiva notte con questi pensieri. La mattina si levò anche più triste, e disse al tutore che voleva andare dalla madre di Cesare. Aveva quel bisogno irresistibile di cambiar di luogo che accompagna certi dolori dell’anima.

Il signor Luigi la fece accompagnare dalla cameriera, che quanto a lui, in quella casa ci andava il meno che poteva.

Malgrado i costumi e le leggi mutate, questi signorotti di provincia, questi ex-feudatari, sentono sempre gl’impulsi del vecchio sangue. Nutrono gli odi inveterati, le gelosie di territorio e di dominio, che non s’estinguono mai.

Il signor Luigi aveva circondata tutta la sua possessione di un muro piuttosto alto affinchè nessun straniero ne varcasse il confine: ma il conte di *** il nonno di Cesare non passava mai vicino a quel muro superbo senza sorridere beffardamente.

Questo sorriso era stato commentato e riferito a chi di dovere: e il signor Luigi ne sentiva tutta l’amarezza. Le possessioni del suo vicino erano così vaste che gli sarebbe stato impossibile di segnarne il confine: appena appena se lo conosceva.

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