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Prefazione del traduttore
In Germania è noto da lungo tempo, e ora più che mai per le pubblicazioni dello , che Volfango Goethe, il più grande poeta dell’età nostra, e uno dei più grandi poeti che abbia avuto il mondo, è stato pure un dotto sommo, e ha un altissimo posto fra i cultori della filosofia naturale.
Il dottore Martins ha il merito di aver fatto conoscere in Francia i lavori di storia naturale del Goethe, con traduzione cerco ora io pure di far conoscere fra noi in questo primo saggio il valore del grande poeta come cultore delle scienze naturali.
Torino 2 maggio 1885.
Principii di filosofia zoologica
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La seduta dell’Istituto di Francia, del 22 febbraio 1830, è stata il teatro di un avvenimento significante, del quale devono essere necessariamente importanti le conseguenze. In quel santuario delle scienze, dove tutto segue in presenza di un pubblico numeroso, e con perfetta convenienza di modi, dove le parole hanno l’impronta di un carattere di moderazione che suppone un poco di quella dissimulazione che si trova nelle persone educate, dove i punti di litigio sono piuttosto lasciati in disparte che non discussi; in quel santuario appunto è sorta una discussione, che potrebbe veramente diventare una contestazione personale, ma che, veduta da vicino, ha una importanza ben maggiore.
Quel perpetuo conflitto che da tanto tempo divide il mondo dei dotti in due partiti, era per così dire latente fra i naturalisti francesi e li divideva senza che essi stessi lo sapessero; questa volta è scoppiato con una violenza singolare. Due uomini rimarchevoli, il segretario perpetuo dell’Accademia, , e uno dei suoi membri più segnalati, , sorgono l’uno contro l’altro; il primo, circondato dalla sua immensa fama; il secondo, forte della sua gloria scientifica. Entrambi professano da trent’anni la storia naturale al Jardin des plantes; operai in par modo laboriosi nel campo della scienza, hanno incominciato a lavorare insieme; ma poi, separati a poco a poco dalla differenza delle loro vedute, si sono avviati in due opposte strade. Cuvier non si stanca mai di distinguere, di descrivere esattamente ciò che ha sotto gli occhi, e di allargare per tal modo il suo impero sopra una superficie immensa; Geoffroy-Saint-Hilaire studia silenziosamente le analogie degli esseri e le loro misteriose affinità: il primo parte dalle esistenze isolate per arrivare a un complesso che presuppone, senza pensare di poterne mai avere l’intuizione; il secondo porta dentro di sè l’immagine di questo complesso e vive nella persuasione che se ne potranno a poco a poco dedurre gli esseri isolati. Cuvier accoglie con riconoscenza tutte le scoperte di Geoffroy nel campo della osservazione, e questi è lungi dal respingere le osservazioni isolate, ma decisive del suo avversario; non hanno nè l’uno nè l’altro la coscienza di questa scambievole azione. Cuvier il quale incessantemente separa e distingue, partendo sempre dalla osservazione, non crede alla possibilità di un presentimento, di una previsione della parte nel tutto. Pare a lui una esorbitante pretesa il voler conoscere e distinguere ciò che non si può nè vedere cogli occhi del corpo, nè toccare colle mani. Geoffroy, fermo su saldi principii, si abbandona alle sue elevate ispirazioni, e non si assoggetta alla autorità di un tal metodo.
Non ci si vorrà movere rimprovero, se, dopo questa esposizione preliminare, ci faremo a ripetere ciò che dicevamo sopra, vale a dire che si tratta qui di due forze opposte della mente umana, quasi sempre isolate e sparpagliate per tal modo che s’incontrano tanto raramente insieme nei dotti quanto negli altri uomini. La loro eterogeneità rende ogni ravvicinamento malagevole, e non si è che con qualche rammarico che esse si aiutano scambievolmente. Una lunga esperienza personale e la storia della scienza mi fanno temere che la natura umana non sia per potersi mai sottrarre alla influenza di questa fatale scissione. Dirò anche, spingendomi più oltre, che l’analisi esige tanta perspicacia, una attenzione talmente continuata, una così grande attitudine a tener dietro alle variazioni della forma nei più minuti particolari, e a dar loro un nome, che non si potrebbe biasimare quell’uomo il quale essendo fornito di tutte queste facoltà, ne vada superbo, e consideri un così fatto metodo siccome il solo ragionevole e vero. Come mai potrebbe, egli risolversi a dividere una gloria tanto penosamente acquistata con sforzi laboriosi, con un rivale che ha avuto l’arte di arrivare senza fatica a quella meta dove il premio non dovrebbe essere dato che al lavoro e alla perseveranza?
Non v’è dubbio che chi piglia le mosse da una idea ha il diritto di inorgoglirsi di aver saputo concepire un principio; egli si riposa fiduciosamente nella certezza che sarà per trovare nei fatti isolati tutto ciò che ha segnalato nel fatto generale. Un uomo in tal condizione ha pure quel bene inteso orgoglio che proviene dal sentimento delle sue forze, e non c’è da meravigliare se egli non cede nulla dei suoi vantaggi, e protesta contro quelle insinuazioni che tenderebbero ad abbassare il suo genio per esaltare quello del suo avversario.
Ma ciò che rende malagevolissimo qualsiasi ravvicinamento si è che il Cuvier, il quale non si occupa che di risultamenti tangibili, può ad ogni volta mettere avanti le prove di ciò che asserisce, senza presentare ai suoi uditori quelle nuove considerazioni che in sulle prime paiono sempre strane; perciò la maggior parte del pubblico, o anche tutto quanto il pubblico si è messo dalla sua parte: mentre il suo rivale si trova solo e separato da quelli stessi che partecipano alle sue opinioni, perchè egli non se li sa attirare. Sovente già si è veduto questo antagonismo nella scienza, e il medesimo fenomeno si deve riprodurre sempre, perchè gli elementi opposti che lo costituiscono si sviluppano con una forza eguale e determinano una esplosione ogni qual volta si trovano in contatto.
Il più delle volte la cosa avviene fra uomini che appartengono a popoli differenti, che sono lontani l’uno dall’altro per la loro età e per la loro posizione sociale, i quali, col reagir l’uno sull’altro, menano una rottura di equilibrio. Il caso presente offre questa circostanza rimarchevole che si tratta di due dotti della medesima età, collegati da trentotto anni nella medesima università i quali, coltivando lo stesso campo in due direzioni opposte, scansandosi, sopportandosi vicendevolmente con una attenzione piena dì reciproci riguardi, non hanno potuto sottrarsi a una collisione finale, che ha dovuto colpirli tutti e due penosamente.
Dopo queste considerazioni generali possiamo procedere all’esame del libro di cui il titolo sta in capo a questa memoria. Dal principio di marzo i giornali di Parigi parlano ai loro lettori di questo avvenimento e si schierano dalla parte dell’uno o dell’altro dei due avversari. Queste discussioni occuparono parecchie sedute, fino a che Geoffroy-Saint-Hilaire credette opportuno di mutare il teatro del combattimento e di fare un appello, per mezzo della stampa, a un pubblico meno ristretto.
Noi abbiamo letto e meditato questo libro; fummo trattenuti da più di una difficoltà, e per meritare i ringraziamenti di quelli che staranno ora per leggerlo, ci sforzeremo di guidarli facendo la cronaca delle discussioni che hanno agitato l’accademia, le quali discussioni si possono considerare come il sommario dell’opera.
Seduta del 15 febbraio 1830.
Il signor Geoffroy-Saint-Hilaire legge un rapporto intorno a una memoria di due giovani naturalisti, la quale contiene delle considerazioni sulla organizzazione dei molluschi. In questo suo rapporto, egli lascia scorgere una viva predilezione per le induzioni a priori, e proclama l’unità di composizione organica siccome la chiave di ogni studio della storia naturale.
Seduta del 22 febbraio.
Il signor Cuvier si oppone a questo principio, che considera come secondario, e ne stabilisce un altro più generale e più fecondo a parer suo. Nella medesima seduta, Geoffroy-Saint-Hilaire improvvisa una replica nella quale fa apertamente la sua professione di fede.
Seduta del 1 marzo.
Geoffroy-Saint-Hilaire legge una memoria nel medesimo senso, e presenta la teoria degli analoghi siccome quella che è di una immensa applicazione.
Seduta del 22 marzo.
Il signor Geoffroy applica la sua teoria degli analoghi al conoscimento della organizzazione dei pesci. Nella medesima seduta il Cuvier cerca di confutare gli argomenti del suo avversario, prendendo per esempio l’osso ioide da lui menzionato.
Seduta del 29 marzo.
Geoffroy-Saint-Hilaire giustifica le sue vedute sull’osso ioide, e presenta alcune considerazioni finali. Il giornale il Temps dà nel suo numero del 5 marzo un resoconto favorevole a Geoffroy col titolo di Riassunto delle dottrine relative alla rassomiglianza filosofica degli esseri. Il National, nel suo numero del 22 marzo, parla nel medesimo senso.
Geoffroy-Saint-Hilaire si decide a trasportare la discussione fuori della cerchia accademica; egli fa stampare il sunto della discussione, preceduta da una introduzione sulla teoria degli analoghi; questo scritto porta la data del 15 aprile.
L’autore vi espone chiaramente i suoi convincimenti, e adempie così il voto che noi facevamo di vedere queste idee farsi il più possibile popolari. In una appendice egli sostiene con ragione che le discussioni orali sono troppo fugaci perchè possano far trionfare il buon diritto, o smascherare l’errore, e che la stampa sola può far fruttificare i grandi pensieri.
Egli esprime altamente la sua stima e la sua simpatia pei lavori dei naturalisti stranieri in generale, e per quelli dei tedeschi e degli scozzesi, in particolare; si dichiara loro alleato, e il mondo dei dotti scorge con gioia tutto ciò che questa unione promette di utili risultamenti.
Sovente nella storia delle scienze come nella storia delle nazioni, si vedono cause accidentali e in apparenza lievissime le quali mettono apertamente gli uni in faccia agli altri dei partiti di cui era ignorata l’esistenza. La stessa cosa avviene del fatto attuale; disgraziatamente esso presenta questa particolarità, che la circostanza al tutto speciale la quale ha dato luogo a questa discussione, minaccia di trascinarla in un dedalo senza fine. Infatto, i punti scientifici di cui si tratta non hanno in se stesso nulla che possa eccitare un interessamento generale, ed è cosa impossibile il renderli accessibili alla massa del pubblico. Sarebbe adunque cosa più giudiziosa il ricondurre la questione ai suoi primi elementi.
Ogni avvenimento importante deve essere considerato e giudicato dal punto di vista etico, vale a dire che l’influenza del carattere individuale e della posizione personale degli attori merita di essere esattamente apprezzata. Perciò noi sentiamo il bisogno di dare una breve notizia biografica dei due uomini di cui ci stiamo occupando.
, nato a Etampes nel 1772, fu nominato professore di zoologia nel 1793, quando il Jardin des Plantes fu eretto in scuola pubblica di insegnamento; poco tempo dopo il Cuvier vi fu pure chiamato. Tutti e due presero a lavorare zelantemente insieme, non sapendo nè l’uno nè l’altro quanto fosse diversa la tendenza dei loro ingegni. Nell’anno 1798 la spedizione arrischiata e misteriosa di Egitto tolse Geoffroy-Saint-Hi- laire dai lavori dello insegnamento; ma egli si confermò ogni giorno meglio nella sua via sintetica, e trovò l’occasione di applicare il suo metodo in quella parte della grande opera sull’Egitto di cui è autore. La grande stima che egli seppe ispirare al governo colle sue cognizioni e col suo carattere, fece sì che gli venisse affidata, nel 1808, la missione di organizzare gli studi nel Portogallo; il suo viaggio arricchí il Museo di Parigi di parecchi oggetti importanti. Sebbene egli fosse unicamente assorto nei suoi lavori, la nazione lo volle avere a rappresentante; ma una arena politica non era il campo che gli convenisse, ed egli non salì mai alla tribuna.
Nell’anno 1818 egli proclamò per la prima volta i principî secondo i quali studiava la natura, formolò la sua opinione nel modo seguente: «L’organizzazione degli animali è sottomessa a un piano generale il quale, modificandosi nelle diverse parti, produce le differenze che si scorgono in essi.»
Passiamo alla storia del suo avversario.
nacque nel 1779, a Montbelliard, che allora apparteneva al ducato di Wurtemberg. Egli si fece presto familiare la lingua e la letteratura tedesca; il suo gusto spiccato per la storia naturale lo mise in rapporto col dotto Kielmeyer, e questo legame continuò a malgrado delle distanze che li separavano. Io mi ricordo di aver veduto, nel 1797, delle lettere di Cuvier dirette a quel naturalista. C’erano, intercalati nel testo, degli ammirabili disegni rappresentanti organizzazioni di alcuni animali inferiori. Durante la sua dimora in Normandia, egli lavorò intorno alla classe dei vermi di , e per tal modo si fece conoscere dai naturalisti di Parigi. Per sollecitazione di Geoffroy-Saint-Hilaire egli venne a dimorare nella capitale, e entrambi si riunirono per pubblicare in comune dei lavori didattici, che avevano per scopo di stabilire una buona classificazione dei mammiferi. Un merito quale era quello di Cuvier non poteva rimanere a lungo ignoto; perciò, nel 1795, egli fu chiamato a far parte della Scuola Centrale di Parigi, e della prima classe dell’Istituto. Nel 1798, egli pubblicò ad uso delle Scuole Centrali, i suoi quadri elementari della storia naturale degli animali. Nominato professore di anatomia comparata, egli comprese in un solo sguardo il complesso di questa scienza e le sue lezioni, chiare ad un tempo e brillanti, destarono un generale entusiasmo. Dopo la morte di Daubenton, Cuvier ne prese il posto al Collegio di Francia, e Napoleone, apprezzando la sua capacità, lo nominò commissario al dipartimento della pubblica istruzione. Con questo titolo egli percorse l’Olanda, una parte della Germania, e tutti i nuovi dipartimenti dell’impero, per esaminare le scuole e le case di insegnamento. Io non conosco il rapporto che egli fece in quella occasione; ma so che non si peritò a proclamare la superiorità delle scuole tedesche comparate a quelle della Francia. Dopo il 1813, egli fu chiamato a pubblici uffici elevati, che tenne sotto i Borboni. E, oggi ancora, il suo tempo è diviso fra la scienza e la politica. I suoi immensi lavori, che comprendono tutto quanto il regno animale, sono modelli inimitabili di esattezza nella descrizione degli oggetti naturali. Dopo di avere studiato e classificato le tribù innumerevoli delle organizzazioni viventi egli risuscitò nella scienza le razze estinte da secoli. Nei suoi elogi degli accademici, si vede fino a qual punto egli conoscesse gli uomini e la società, con quale sa- gacia sapesse analizzare il carattere degli attori principali della scena del mondo, e con quanta sicurezza si fosse orientato nelle varie regioni delle cognizioni umane.
Siami perdonata tutta l’imperfettezza di questo abbozzo; non ho avuto la pretesa di insegnare qualche cosa di nuovo a tutti quelli che si danno pensiero della storia naturale; ho voluto solamente rammentare loro ciò che già sanno della vita di questi dotti illustri.
Mi si domanderà forse: quale interesse, quale bisogno ha la Germania di conoscere questa discussione; sarebbe forse perchè si schierasse coll’uno o coll’altro partito? - Prima di tutto, qualsiasi questione scientifica, dovunque sia discussa, ha il diritto di attrarsi la attenzione dei popoli inciviliti, perchè i dotti di tutte le nazioni formano un corpo solo; poi è facile dimostrare che questa questione ci interessa particolarmente, perchè Geoffroy-Saint-Hilaire si appoggia sullo assentimento di parecchi naturalisti tedeschi. Il Cuvier, allo incontro, sembra aver concepito una opinione poco favorevole dei nostri lavori in questo genere; perchè egli dice nella sua nota del 5 aprile: «Io so che per taluni havvi dietro questa teoria degli analoghi, almeno confusamente, una altra teoria antichissima, confutata da lungo tempo, ma che alcuni tedeschi hanno riprodotto a profitto del sistema panteistico chiamato Filosofia della natura.»
Se si volesse fare un commentario letterale di questo paragrafo affine di chiarirne il senso, e rendere evidente a tutti il candore e la santa buona fede dei filosofi della natura di cui la Germania si vanta, ci vorrebbe probabilmente un volumetto in ottavo. Io cercherò adunque di arrivare alla meta per una via più breve.
La situazione dei signor Geoffroy-Saint-Hilaire è tanto malagevole, che egli deve far plauso agli sforzi dei dotti tedeschi e tenersi per avventurato della certezza che essi partecipano ai suoi convincimenti e camminano per la medesima strada e che egli può fare assegnamento sulla loro approvazione riflessiva, e all’uopo sul loro giovevole appoggio. Perchè i nostri vicini d’Occidente, in generale, non hanno avuto ragione di pentirsi dello avere imparato a conoscere, in questi ultimi tempi, le idee e le ricerche dei tedeschi.
I naturalisti citati in questa occasione sono Kiélmeyer, Meckel, Oken, Spix, Tiedemann; nello stesso tempo si fa risalire a trenta anni indietro la parte che io ho preso a questi studi; ma posso bene affermare che da cinquanta anni io dò opera ad essi ardentemente. Nessuno, tranne forse io stesso, ha conservato la ricordanza dei miei primi tentativi, per la qual cosa spetta a me il ricordare quei lavori coscienziosi della mia gioventù, tanto più che essi possono spargere una qualche luce sugli argomenti che sono ora in discussione.
Io non giudico, racconto. Con queste parole di io sarei tentato di terminare la prima parte delle mie considerazioni sull’opera del signor Geoffroy. Per determinare bene il punto di vista secondo il quale desidererei di essere giudicato io stesso, trovo ottima cosa riferire le parole di uno scrittore francese, le quali esprimono più chiaramente che io non saprei fare, ciò che vorrei dire al lettore.
«Gli uomini d’ingegno hanno sovente un modo particolare di presentare le cose; cominciano col parlar di se stessi; e stentano molto a isolarsi dal loro argomento. Prima di darvi i risultamenti delle loro meditazioni, essi sentono il bisogno di farvi sapere dove e come vi siano stati condotti.» Mi si conceda adunque di porgere qui, senza nessuna pretesa personale, la storia sommaria dello svolgimento successivo della scienza, quale si è venuto operando parallelamente al corso di una lunga esistenza che le è stata in parte consacrata. Assai per tempo gli studi delle scienze naturali produssero sopra di me una impressione indefinita, ma durevole. Il conte di pubblicò nell’anno 1749, l’anno della mia nascita, il primo volume della sua Storia Naturale; essa produsse un grande effetto in Germania, dove allora si era molto accessibili alle influenze francesi. Ogni anno il Buffon pubblicava un volume, ed io era testimonio dello interessamento che destava in una società eletta; in quanto a me il nome dell’autore, quello de’ suoi illustri contemporanei furono le sole cose che rimasero impresse nella mia memoria.
Buffon nacque nel 1707; quest’uomo rimarchevole, pieno di vedute brillanti ed estese, amava la vita e la natura vivente; si interessava a tutto ciò che aveva sotto gli occhi, Amante dei piaceri e della società, egli volle rendere la scienza attraente e piacere ammaestrando. Le sue descrizioni sono dei ritratti. Egli presenta l’essere nel suo complesso, sovratutto nei suoi rapporti coll’uomo, cui ha raccostato gli animali domestici. Facendo suo pro di tutto ciò che è conosciuto, trae partito dai lavori dei naturalisti, e sa vantaggiarsi dei racconti dei viaggiatori. Direttore delle collezioni già considerevoli del Jardin des plantes, piacevole della persona, ricco, innalzato alla dignità di conte, egli sembra regnare come un sovrano sul grande impero delle scienze, di cui il centro è a Parigi. Egli conserva tuttavia in faccia ai suoi lettori una dignità piena di grazia. In questa posizione elevata, egli seppe trarre partito di tutti gli elementi del sapere di cui era circondato. Quando egli scriveva, vol. II, pag. 544: «Le braccia dell’uomo non somigliano affatto ai membri anteriori degli animali, nè alle ali degli uccelli,» egli cede a quella impressione che domina il volgo e gli impedisce di vedere negli oggetti esterni qualche cosa al di là di ciò che è accessibile ai suoi sensi grossolani. Ma la sua mente era andata ben oltre, quando disse, vol. IV, p. 379: «Esiste un tipo primitivo e universale, di cui si possono seguire molto lungi le diverse trasformazioni»; parlando così, egli enunciava la massima fondamentale della storia naturale comparata.
Il lettore mi vorrà perdonare se io faccio passare davanti ai suoi occhi l’immagine di questo grand’uomo con una speditezza tanto irriverente; ma bastava a noi di far vedere che egli non ha disconosciuto le leggi generali, per quanto fosse assorto nei particolari. Percorrendo le sue opere acquisteremo la certezza che egli aveva la coscienza dei grandi problemi di cui si occupa la storia naturale, e che fece degli sforzi, sovente senza dubbio infruttuosi, per risolverli. Non sarà scemata perciò la nostra ammirazione, perchè vedremo quanto quelli che sono venuti dopo di lui si siano affrettati a trionfare prima di aver vinto. Coll’applaudire agli slanci della sua immaginazione che lo trasportava in quelle alte regioni, il mondo gli fece dimenticare che quella facoltà brillante non è l’elemento che costituisce la scienza, che Buffon trasportava inconsapevolmente nel campo della rettorica e della dialettica.
Per dileguare ogni oscurità intorno a un argomento tanto importante, ripeterò che Buffon, dopo di esser stato nominato direttore del Jardin du Roi, pose ogni cura per fare, che le collezioni affidate alle sue cure costituissero la base di una storia naturale compiuta. Egli comprendeva tutti gli esseri nel suo vasto disegno, ma li studiava vivi e nei loro rapporti primieramente coll’uomo e poi fra loro. Egli ebbe bisogno di un aiuto per accudire i particolari, e scelse il suo compatriotta. Questi prese a trattare l’argomento da un altro lato; egli era anatomico esatto e sagacissimo. La scienza gli devo molto; ma egli poneva cosiffattamente ogni suo studio intorno ai particolari, che non seppe riconoscere le analogie anche le più evidenti. L’antagonismo di questi due metodi produsse un compiuto dissenso, e dall’anno 1768 in poi, il Daubenton non partecipò più in nessun modo alla storia naturale di Buffon; egli proseguì tuttavia a lavorare da solo.
Morto il Buffon, molto avanti negli anni, il Daubenton, vecchio esso pure fu chiamato a succedergli, ed egli scelse a suo collaboratore il Geoffroy-Saint-Hilaire, allora giovanissimo. Presto questi scrisse al Cuvier per invitarlo a farsi suo collega. Cosa rimarchevole! La medesima antipatia che aveva precedentemente allontanati l’uno dall’altro il Buffon e il Daubenton, rinasce ora più viva che mai fra questi due uomini eminenti. Cuvier, ordinatore sistematico, si attiene ai fatti particolari, perchè una veduta più estesa lo avrebbe inevitabilmente costretto a erigere un tipo. Geoffroy, fedele al suo metodo, si sforza di comprendere il complesso, ma non si limita come Buffon alla natura attuale, esistente, compiuta; la studia nel suo germe, nel suo sviluppo, nel suo avvenire. L’antica querela pertanto non era spenta, anzi ogni giorno acquistava novelle forze, ma una socievolezza più perfezionata, certe convenienze, dei riguardi reciproci allontanavano d’anno in anno il momento di una rottura, quando una circostanza, in apparenza poco importante, pose in contatto, come nella boccia di Leida, le elettricità di nome contrario, e produsse in tal modo una violenta esplosione.
La paura delle ripetizioni non ci potrebbe trattenere dal prolungare le nostre riflessioni intorno a questi quattro uomini, di cui sempre ritornano i nomi nella storia delle scienze naturali. Essi sono, per comune accordo, i fondatori e i sostegni della storia naturale francese quello splendido fuoco che sparse tanta luce. L’istituto da essi diretto si accrebbe mercè le loro cure; essi ne hanno sfruttato i tesori, e rappresentano degnamente la scienza che hanno fatto progredire, gli uni colla analisi, gli altri colla sintesi. Il Buffon prende il mondo esterno tal quale si trova, come un complesso infinitamente diversificato di cui le diverse parti hanno una reciproca convenienza e influenza le une rispetto alle altre. Il Daubenton nella sua qualità di anatomico, separa e isola costantemente ma scansa di comparare i fatti isolati che ha scoperto; anzi dispone ogni cosa l’una accosto all’altra per misurarla e descriverla in se stessa. Il Cuvier lavora nell’istessa maniera, con maggiore intelligenza e minore minuziosità, egli sa mettere al loro posto, combinare e classificare le innumerevoli individualità che ha osservato; ma quando si tratti di un metodo più largo, egli ha contro di esso una certa apprensione secreta, la quale tuttavia non l’ha impedito qualche volta di farne uso a sua stessa insaputa. Il Geoffroy per certi rispetti ricorda il Buffon. Questi riconosce la grande sintesi del mondo empirico, ma sa sfruttare, far conoscere tutte le differenze che distinguono gli esseri. Quegli si raccosta alla grande unità, la quale astrazione il Buffon aveva solo veduto confusamente; lungi dallo indietreggiare in faccia ad essa, egli se ne impadronisce, la domina e ne sa far sgorgare quelle conseguenze che essa nasconde dentro di se stessa. Forse la storia delle scienze non presenterà mai più per una seconda volta questo spettacolo d’uomini tanto rimarchevoli, che dimorano nella medesima città, insegnano nella medesima scuola e lavorano ai progressi della medesima scienza, i quali, invece di riunire i loro sforzi per arrivare a una stessa meta mercè la concentrazione delle loro forze, insorgono gli uni contro gli altri, vengono a discussioni astiose, e tutto ciò perchè, sebbene siano d’accordo intorno alla sostanza dello argomento, differiscono nel modo di considerarlo. Un fatto tanto rimarchevole riescirà profittevole alla scienza e a tutti quelli che la coltivano. È d’uopo che, ognuno di noi sia ben persuaso di ciò, che il separare e il riunire sono due atti necessari della intelligenza; ossia piuttosto noi siamo costretti, volere o non volere, a procedere dal particolare al generale e dal generale al particolare. Quanto più queste funzioni intellettuali, che io comparo alla inspirazione e alla espirazione, si compiranno energicamente, tanto più sarà in fiore la vita scientifica del mondo. Noi ritorneremo sopra questo argomento, ma solo dopo di aver parlato di quegli uomini i quali, nella ultima metà del precedente secolo, hanno camminato in quella medesima strada nella quale noi pure siamo entrati.
era fornito di una rimarchevolissima attitudine alla osservazione e alla combinazione; sapeva riflettere su ciò che aveva veduto, far rivivere le sue scoperte in se stesso, animarle e vivificare in tal modo le sue meditazioni. Tutto il mondo ha reso giustizia ai suoi meriti immensi. Io ricorderò solamente il suo concetto dell’angolo facciale che permette di misurare la sporgenza della fronte, invoglio dell’organo intellettuale, e di apprezzare per tal modo il suo predominio sull’organismo destinato alle funzioni puramente animali.
Geoffroy gli dà questo magnifico attestato in una nota della sua filosofia zoologica, p. 149 «Era, dice egli, una mente vasta, tanto ricca di coltura quanto riflessiva; aveva intorno alle analogie dei sistemi organici un sentimento tanto vivo e tanto profondo, che ricercava con predilezione i casi straordinari. Egli non ci vedeva che un argomento di problemi, una occasione di esercitare la sua sagacia adoperata in tal modo a ricondurre alla regola le pretese anomalie.» Quante cose si potrebbero aggiungere, se non si volesse rimanere entro la cerchia di indicazioni sommarie?
Qui giova osservare che i naturalisti i quali hanno proceduto in questa via sono i primi che abbiano compreso la potenza della legge e della regola. Quando non si studia che lo stato normale degli esseri, si acquista la persuasione che essi devono essere così, e che in ogni tempo sono stati e sempre saranno stazionarii. Ma se noi scorgiamo delle deviazioni, delle anomalie, delle mostruosità, allora non tardiamo a riconoscere che la legge è fissa e invariabile, ma che è pure viva; che gli esseri si possono trasformare fino alla deformità entro i confini che essa ha segnato, pur riconoscendo sempre il potere invincibile della legge che li ritiene con mano ferma e sicura.
ha dovuto la sua esistenza scientifica a Camper. Era un uomo operoso, infaticabile, che osservava e rifletteva sempre. Nel suo bel lavoro intorno al cervello, egli stabilisce perfettamente la differenza che vi è fra l’uomo e gli animali, quando la fa consistere in ciò che, negli animali la massa del cervello non è superiore a quella dei nervi, mentre si osserva il contrario nell’uomo. Quanta sensazione non ha destato in quel tempo, in cui era facile l’entusiasmo la scoperta della macchia gialla della retina, e quanto non ha contribuito Soemmering a far progredire l’anatomia dell’occhio, dell’orecchio, col suo acume e colla perfettezza dei suoi disegni! La sua conversazione e le sue lettere erano in pari modo istruttive e interessanti. Un fatto nuovo, un punto di vista inosservato, un pensiero profondo destavano in lui un interessamento che egli sapeva comunicare agli altri. Tutto si compiva ra- pidamente nelle sue mani, e il suo ardore al tutto giovanile non prevedeva guari gli ostacoli che un giorno sarebbero stati per trattenerlo.
Enrico Giovanni Merk, pagatore nell’esercito di Assia-Darmstadt, merita per ogni riguardo di essere qui menzionato; era un uomo di una instancabile operosità e che avrebbe fatto cose rimarchevoli se la varietà dei suoi gusti non l’avesse costretto a sparpagliare la sua attenzione. Egli si diede pure con ardore allo studio della anatomia comparata, e la sua matita riproduceva presto e bene tutto ciò che gli veniva sott’occhio. Dedito principalmente alla ricerca delle ossa fossili che incominciavano a fermare l’attenzione dei dotti, e che si trovano con tanta abbondanza e con tanta varietà sulle rive del Reno, egli aveva con molto buon volere raccolto un gran numero di belli esemplari. Dopo la sua morte la sua collezione fu acquistata pel museo del granduca di Assia-Darmstadt. L’abile conservatore che dirige ora questo museo, il signor Schleiermacher, si applica costantemente a classificare questi oggetti e ad aumentarne il numero.
Le mie frequenti ed intime relazioni con questi due uomini furono dapprima personali, poi proseguite per corrispondenza. Essi tennero vivo il mio gusto per questo genere di studi; ma prima di darmi ad essi io sentii, guidato da un innato bisogno, la necessità di avere un filo conduttore, o se meglio si vuole, un punto di partenza determinato, un principio fermo, una cerchia da cui non bisognasse uscire.
Quelle differenze che esistono oggi nel modo di procedere dei zoologi erano allora ben più sensibili e ben più numerose, perchè ognuno, partendo da un punto di vista differente, si sforzava di sfruttare tutti i fatti per arrivare alla meta che aveva in vista.
Si studiava l’anatomia comparata, intesa nel suo più vasto significato, per farne la base di una morfologia, ma si badava alle differenze tanto quanto alle analogie. Io non tardai a riconoscere, che per difetto di metodo non si era fatto un solo passo avanti. In vero si comparava a caso un animale con un altro, degli animali fra loro, degli animali coll’uomo; quindi infiniti divagamenti, una confusione spaventosa; perchè qualche volta questi ravvicinamenti andavano abbastanza bene, altre volte, allo incontro, erano assurdi e impossibili. Allora riposi i libri in disparte per rivolgermi alla natura. Scelsi uno scheletro di quadrupede, essendo la stazione orizzontale meglio caratteristica, e mi misi ad esaminarlo pezzo per pezzo procedendo dallo avanti allo indietro.
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