Cap. I
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ct orse Lei ricorda ancora quel tal giorno.... io certo non l’ho dimenticato.... quel giorno stavo per pronunciare due parole che Lei indovinò ma non volle udire, poichè accostando il dito indice alle labbra mi comandò, con accento dolce e fermo: «Quelle parole non me le dica....»
Il suo dito indice, Contessa, è indimenticabile: ne ho veduto uno eguale a dipinta da .
E il suo gesto, ora che ci ripenso e lo rivedo colla memoria, fu egualmente attico: si sarebbe detto che Lei lo avesse studiato da qualcuno degli di scalpello greco che sono nei : gli è che l’arte greca è natura aggraziata, e così in Lei tutto è naturalmente grazioso.
Da quel giorno ne sono passati tanti altri a sufficienza perchè mi sia possibile di evocare quei ricordi con serenità, senza pungente emozione.
Quanta ragione Ella ebbe di non lasciarmi pronunziare quelle due parole!
Se l’avessi pronunziate, è molto probabile che Ella mi avrebbe risposto con qualche gesto a significare siete matto: e forse queste quattro sillabe sarebbero uscite in forma sonora, spiccate, taglienti, dalla sua bella bocca, precedute e seguite da una risatina secca d’ironia, forse al più, attenuata dalla compassione. Un colpo di forbice avrebbe allora troncato il filo elettrico che unisce le nostre anime e io sentirei forse ancora il dolore della corrente rientrata.
Ma supponiamo pure che Ella non avesse avuto cuore di mettermi alla porta della sua grazia... supponiamo il Cieli del Paradiso#Terzo cielo (Venere) - Spiriti amanti, e il rapimento e l’estasi: supponiamo che io avessi la certezza di essere stato in paradiso in anima e in corpo, di aver toccato la felicità proprio col dito...
Anche in questo caso divino, Ella m’insegna che a quest’ora dalle nuvole saremmo ridiscesi in terra, che dopo l’apoteosi il sipario sarebbe calato, che l’ebbrezza sarebbe svanita. E ora la nostra bella amicizia, la nostra simpatia tanto ricca di conforti sarebbe nel numero degli affetti morti...
Guardi: ho qui sul tavolo un che ha abitato la sua biblioteca: i passi segnati da Lei con una crocetta sono molti, moltissimi: sfido io! andrebbe sottolineato tutto il poema: non c'è anima femminile nè mascolina che non palpiti sotto il coltello di quella sarcastica, spietata psicologia. In pochi luoghi Ella ha messo al margine due crocette, che vorrebbe dire la medaglia d’oro al valor del pensiero. Ebbene: tutte le volte che il in diverse forme esprime uno dei suoi concetti favoriti — l’amicizia non sopravvive all’amore — Ella ha applaudito di gran cuore colla doppia croce.
È chiaro: Lei ed io crediamo che il Byron abbia ragione: e poichè lo crediamo, ce ne possiamo risparmiare la dimostrazione....
Dunque, per tutte le ragioni che non ci diciamo e per la nostra comune convinzione è chiaro che, o per la via spiccia del siete matto! o per la via lunga e fiorita del terzo cielo, a quest’ora fra Lei e me ci sarebbe qualunque altra cosa fuorchè la buona amicizia e la cordiale espansione dell’animo. E quindi, dovessi subirne le più fiere condanne da tutte le Corti d’Amore del Medio-Evo riunite in seduta plenaria, io le devo e le professo la più sincera gratitudine per avermi impedito di pronunziare quelle tali due parole.
Veda, per esempio: ora che mi trovo qui in villa e che vi godo ogni giorno le più care sensazioni corporali e spirituali....
Sensazioni spirituali? — Mi par di vederla ad arricciare il naso e a far colle labbra un cenno di biasimo, poiché Ella, che è vera gentil donna, ha in orrore il sensismo e il sensualismo....
Non ne faccia caso: di rigore filosofico non mi picco: adopro le parole così alla buona, secondo mi sembrano adatte ad esprimere il mio pensiero....
Dunque, mi parrebbe di non gustare a pieno le sensazioni della campagna, e quelle speciali a questo luogo privilegiato di Majano, se non potessi parteciparle a Lei, se non potessi prenderne atto, rendermene ragione, discorrendone con Lei.
Perchè con Lei e non con altri? Questo mo' glielo dico anche se non lo vuol sentire. Con Lei perchè mi vuol bene, perchè mi capisce, perchè capisce quello che voglio dire anche quando non mi riesce di dirlo come vorrei: insomma perchè fra di noi dura sempre, grazie al cielo, quella tal corrente di simpatia....
E che cosa è simpatia? Ella ha il buon gusto di non piccarsi di greco, come io ho il buon senso di non piccarmi di filosofia: ma Ella sa benissimo che simpatia vuol dire sensazione condivisa.
Se le mie sensazioni di Majano non diventassero con Lei simpatie di Majano, sarebbero un godimento monco, monaco, solitario, eremitico....
E qui mi accorgo che il mio monologo è già lungo: e che ho bisogno di dialogo. Aspetto dunque una risposta: non me la faccia troppo aspettare, e mi dia la grazia di restare nelle sue grazie.
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Cap. II
ct ual è codesto Majano, che cosa ha codesto Majano di cui siete tanto entusiasta? — Lei mi scrive.
Infatti, se anche nella sua biblioteca ci fosse uno di quei volumacci che si chiamano dizionari corografici e che mettono orrore alle donne, e se Ella non avesse paura di consultarlo, ci troverebbe nientemeno che dodici Majani, in Friuli, nelle Marche, nel Trentino, nel Modanese, sul golfo di Napoli, nell’Umbria, nell’Aretino, in Val d’Elsa.
Veramente, se Ella avesse badato al timbro postale della mia ultima lettera, avrebbe visto che si tratta d’un Majano vicino a Firenze; ma andate a dimandare a una signora che guardi i timbri e le date!... Si tratta dunque di quel tal Majano...
Prima però mi permetta di dirle che Ella mi accusa a torto di entusiasmo: io patisco pur troppo di molte malattie morali, ma, grazie a Dio, niente affatto di entusiasmo e di fanatismo, due malanni che ci sono venuti dalla teologia bizantina, e che ispirano ripugnanza come certe spaventose immagini in mosaico bizantino, come l’etichetta bizantina e gli eunuchi bizantini. —
Dunque, mia riverita signora, neanche di Majano io sono entusiasta; se poi Ella mi domanda semplicemente perchè Majano mi piace tanto come le par di capire dalla mia lettera, la servo subito.
Non le dico degli ospiti presso i quali mi trovo: non ne saprei fare il panegirico, altra cosa bizantina; e se ne dicessi tutto il bene che meritano, Ella potrebbe domandarmi per quali meriti io sia il loro ospite; e io allora replicherei facendomi forte del bene che Lei mi vuole per persuaderla che non sono sprovvisto di meriti, e finirei con tali parole di superbia... peccato di cui le ho promesso di correggermi.
Per dirle poi del luogo, dovrei fare una descrizione, il più gran tormento di chi scrive e di chi legge... non si sa più come descrivere per farsi leggere... Si cercano colori sulla tavolozza della lingua e nelle vesciche degli aggettivi? siete ridondante, gonfio. — Si fa risparmio di epiteti? siete secco, il vostro è un inventario. — Esponete le cose semplicemente? siete volgare, plateale. — Vi industriate di presentarle sotto aspetti nuovi? siete ricercato, fabbricatore di arzigogoli. — E così la gente del mestiere si dedica a presentare le cose nei modi più strani, analizzandole al microscopio, annebbiandole nel sentimentalismo, aiutandosi colla chimica, coll’ algebra, coll’ economia politica; ingigantendo le cose piccole, rimpicciolendo le grandi, dipingendo tutto di scorcio, magari alla rovescia, cristallizzando gli uomini, facendo parlar le piante, animando i minerali, fossilizzando i sentimenti, cercando il vero nei Racconti fantastici di Hoffmann e la lingua italiana nei giornaletti pornografici di Parigi... tantoché i compositori di fiabe coreografiche si sono incaricati di esporre le verità scientifiche con gambe di ballerine e braccia di mime.
È un andazzo generale: i venditori di musica si affidano alle fotografie delle cantanti, i librai alle copertine dei volumi, i caffettieri alla luce elettrica; i predicatori sciorinano dal pulpito articoli di giornale, i giornalisti scrivono telegrammi; i drammi dipendono dalle acconciature e dalle calzature delle prime donne, il governo dai governati...
Insomma il mezzo più sicuro di descrivere con verità e senza annoiare chi legge, è quello di non descrivere. Se io le dico che ha il monte di alle spalle e il piano di ai piedi, Lei mi risponde che questo lo vede anche da una carta geografica: se le soggiungo che i colli di Majano sono parte nudi e rocciosi, parte vestiti di boscaglie, fioriti di giardini, piantati di vigne e oliveti, coltivati di granaglie e ortaggi, popolati di ville e di castelli, Lei mi risponde che questo lo rileva anche dalla carta topografica del regio Stato Maggiore.
Se le aggiungo che dalla terrazza di Majano si abbraccia in un colpo d’occhio un esteso panorama, nel quale la luce può sfoggiare tutta la ricchezza delle gradazioni nei tuoni dell’azzurro, del verde e del grigio, Lei mi può ribattere che se lo immagina agevolmente.
Se io la invito a godere da quella terrazza nelle diverse ore del giorno le trasformazioni prodotte in quei tuoni permanenti dal primo accendersi della luce rosea mattutina, all’aureo scintillare del mezzogiorno, al violaceo cader della sera, fino alla turchina oscurità della notte, Ella è capace di dirmi: — Risparmiatevi la pena: abbiamo veduto assieme a Roma lAurora di Guido Reni; e dal mio palco al teatro la danza delle ore nella Gioconda.
Ma dalla terrazza di Majano è un poema... — Già; lo so: un poema, una sinfonia, una battaglia, una rivoluzione di... pittoresco.
E di fianco le muraglie del e in alto fra i cipressi la torre di , e giù al piano l’Arno al disopra e al disotto di Firenze... — Basta, basta: c’è nella carta geografica.
Ma le muraglie di Vincigliata sono merlate e l’Arno scintilla... — Lo sapevo che le muraglie dei castelli sono merlate e che i fiumi da lontano scintillano a lume di luna o di sole.
Ma Firenze presenta un grandioso assieme e vi spiccano in linee di sublime bellezza le torri di , di , il campanile, le cupole... — O chi non conosce Firenze?
Ma al di là vedo stendersi a cortina i colli, , ... — ■ Siamo daccapo alla topografia....
Insomma, lo vede, Contessa, che è meglio non descrivere? Perchè Ella abbia invece un’idea più esatta della incomparabile situazione, le dirò che il proprietario di possiede un acquerello del principio del secolo, dove s’intendeva riprodurre il panorama che si gode dalla villa, e dove sono distintamente segnati circa sessanta fra villaggi e ville e altre località che spiccano sul fondo del paesaggio. Gli venne in mente di verificare se i luoghi abitati fossero per caso in numero maggiore, e segnandone i nomi arrivò a trecento, e non aveva finito la rivista.... Così non si meraviglierà di apprendere che quando S. M. la e S. A. la Principessa di Germania si affac- ciarono alla terrazza di Majano, non si trattennero dalla più espansiva ammirazione.
E così non si meravigli della mia devozione a Majano, e creda alla mia devozione per Lei, riveritissima signora.
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Cap. III
ct e lo immaginavo che Lei si sarebbe affrettata a domandarmi che cosa diavolo vennero a fare a Majano la e la Principessa ereditaria di Germania.
Anzi, le ho buttato nella mia ultima lettera quell’esca di curiosità per guadagnarmi al più presto una sua risposta, cioè la sua domanda. Dica un po’ se potrei essere più sincero? — Se fra di noi ci fosse altra cosa che una buona amicizia, non giuocherei così a carte scoperte.
Conviene dunque che Ella sappia come il mio ospite di Majano ha, sulle tracce di poche rovine, ricostruito magnificamente l’antico , un poco più in alto, sul colle: il quale è riuscito opera tanto grandiosa e mirabile, che nessun viaggiatore di conto e di gusto il quale visiti Firenze, ne tralascia il pellegrinaggio. Potrei sciorinarle una lunga lista di re di corona e di principi del sangue, di corti europee e fino transatlantiche: le basti che le due auguste donne suddette, accompagnate dal e dal , furono così soddisfatte della visita a Vincigliata, che vollero fare al proprietario l'onore di visitare anche la sua villa di Majano: ed ebbero così occasione di godere dalla terrazza quelle bellezze che io non ho avuto coraggio di descriverle. — Anzi la Principessa di Germania, la quale ha particolare passione e gusto particolare per tutto ciò che è bello per natura o per arte, ben diversa da quei touristes di mestiere ai quali basta di poter essere stati in presenza del bello, facendo un secondo viaggio in Italia e a Firenze, volle ripetere la sua visita a e , come a luoghi specialmente gradevoli e graditi.
E ora, signora mia, a persuaderla che questo è proprio un soggiorno delizioso, mi permetta di aggiungere ai testimoni vivi e regnanti una testimonianza antica.
È che scrive; un uomo del quattrocento; ma se Ella lo vuol conoscere di vista, lo troverà in marmo fra gli altri visacci sulla facciata del palazzo Altoviti in , e in ne può vedere il busto.
Alla corte di e nelle accademiche passeggiate degli il Ficino fu il pontefice della filosofia platonica e tradusse le opere di con un bellissimo commento.
Lei non ha letto le traduzioni, né il commento, perchè sono in latino; ma sa perfettamente che la filosofia di Platone ha per lo meno il merito di corrispon- dere alla vera dignità dei sentimenti, è filosofia da galantuomo e conviene cogli squisiti istinti delle gentildonne.
Ella sa di certo dell’amor platonico: una cosa difficile, meno solida di quell’altro amore: anzi quello sregolataccio di Brantóme (che Lei non ha mai voluto confessarmi d’aver letto) sostiene che l’amor platonico finisce sempre in quell'altro, come un affluente nel fiume: ma insomma una vita propria gliela concede anche lui: immaginarsi poi se non gliela concedono loro donne, per cui l’ideale è il più reale dei bisogni!...
Dunque, se non altro per amore dell’amor platonico, Ella userà cortesia alla filosofia di e al suo grande apostolo in Italia, il quale usò all’amore la cortesia di scrivere Dell’amore onesto. Cinquecento anni fa questa filosofia era al potere con , come lo è ai tempi nostri una filosofia affatto opposta. Per far fortuna bastava allora essere pla- tonici: e quindi in Firenze i platonici sovrabbondavano.
Scriveva dunque il a un altro platonico e suo grande amico , nel novembre del 1488:
«Giorni sono, io e il nostro , uomo di merito veramente mirabile, (come Ella vede, i giuochi di parole sono roba antica) «passeggiando per i colli fiesolani, anzi sub-fiesolani, vedevamo giù dalla nostra strada tutta la campagna fiorentina; la quale è senza dubbio un soggiorno felice, purché solo si evitino con cautela due incomodi: le nebbie dell’ che l’attraversa e gli aspri venti dei monti sovrastanti. E però s’immaginava una casa sul colle che è alla radice del monte di per evitare e le caligini e la tramontana: ma non la si voleva situata in concavità perchè nell'estate avesse più vivace ventilazione: inoltre la si desiderava posta fra i campi coltivati e il bosco; provvista di fonti, e prospiciente a oriente e mezzogiorno. Continuando il passeggio (mentre si immaginavano tali cose) di repente le vediamo, tali quali. E allora esclama dicendo:« — O mio , non ci pare ora di vedere ciò che si andava immaginando e desiderando, come ogni giorno accade a chi sogna? O forse colla potenza dell’immaginazione creammo tal quale la forma che si macchinava in mente? O piuttosto un tempo qualche uomo giudizioso l’ha edificata tal quale si esige dalla retta e natural ragione delle cose? — E allora: — Pico,— dissi — si vuole che questa fosse edificata da quel savio che fu Leonardo Aretino, e che vicino a questa, in quella colà dove vedi, abbia abitato ; e quest’altra infine fu scelta felicemente per abitarvi dal nostro concittadino . — O uomo felice! — disse Pico...»
Insomma il Ficino conchiude raccomandando al Valori che riferisca tali di- scorsi al Pandolfini perchè goda più volentieri e più spesso della sua villa.
Questa lettera del platonico è la prima del libro IX, ed è stampata col titolo Descrizione d'una villa salubre: giacché fu pubblicato un grosso volume di gran formato, in magnifica edizione lionese, colle lettere del Ficino, poco dopo la sua morte. E come allora non erano di moda gli epistolari di cose futili o scandalose che ora vengono in luce ogni giorno, Ella può star sicura che l’autorità del Ficino è di gran peso: ci aggiunga quella di Pico della Mirandola, che dopo quattro secoli è ancora proverbiale come Salomone...
— Ma — dirà lei — la lettera del Ficino parla proprio della villa dove vi trovate a Majano?
Veramente si riferisce alla villa detta La fonte, più vicina a Fiesole: ma le qualità in essa riscontrate dal Ficino e da Pico, secondo la loro idea d’una villa perfetta, si ravvisano tutte, ciascu- na, tali e quali qui a Majano nella villa Leader.
È in colle, alla radice del monte di Fiesole, sporgente per ricevere le carezze del vento in estate, difesa da tramontana, superiore alle caligini del piano, cosicché accade spesso di essere quassù tuffati nel più limpido sole e di veder giù Firenze soffocata dalle nebbie che alza al cielo le punte dei suoi campanili e delle sue torri quasi implorando soccorso in tanta asfissia. Da un lato i colli sono ricchi di vigne, oliveti, giardini, frutteti, orti e granaglie: dall’altro vestiti di bosco antico e nuovo. Vi mancava solo l’abbondanza delle acque; il proprietario ne l’ha provvista a sufficienza, e lì vicino s’è creato un bagno... uno di quei bagni... del quale, se mi darà licenza, le dirò un’altra volta.
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Cap. IV
ct apevo bene che il , , , il , questi grandi nomi le avrebbero fatto effetto.
Ella mi scrive: «Capisco che per la Firenze del rinascimento le colline fiesolane, i dintorni di , furono quello che per la del gran secolo i colli tusculani e tiburtini, la villeggiatura preferita dei letterati.»
Ella non poteva dire una più esatta verità.
E poteva aggiungere che gli amici di e di trovavano a in più alti e più tranquilli recessi, come gli amici di Augusto e di Mecenate nelle montagne della Sabina.
Ma, per restare ai colli, il Ficino fece lunga dimora qui, a due passi dalla villa Leader, nella villa dei Valori che appartenne recentemente ad un celebre avvocato; così celebre che il popolino dice ancora: — La sapete più lunga del Panattoni.
Colà il Ficino stette raccolto e in quiete a dar l’ultima mano a tutta intiera la sua classica versione latina di Platone: e l'ospite, Filippo Valori, prendeva una parte molto intima al colossale lavoro.
Dopo che Ruggero Bonghi colla sua magnifica traduzione italiana ha rimesso in onore la filosofia di Platone anche nei tempi nostri così poco platonici, Ella sa che questa filosofia è esposta in forma eli dialoghi. Uno dei dialoghi ha il titolo di Timeo, ossia Della natura: e merita tutte le sue simpatie perchè ci insegna a — ve- nerare sopra ogni cosa Iddio, il quale creò tutte le cose buone per sola benignità della sua provvidenza.
Il , come agli altri dialoghi, così a questo premette un eruditissimo e profondo commento, e nel chiuderlo scrive a (come Ella vede, siamo fra gente ammodo) che egli aveva determinato di limitarsi a un breve scritto, ma che — Filippo Valori, generosissimo erede del valore di casa Valori, lo obbligò a diffondersi. — Il Ficino non poteva non usargli deferenza: oltre l’ospitalità, Filippo provvide del proprio, d’accordo col fratello Niccolò, a stampare tutte le opere platoniche da lui tradotte. Il platonismo era diventato religione di famiglia in casa Valori: giacché Bartolommeo padre e Francesco zio di Niccolò e di Filippo furono anch’essi ardenti platonici. Sotto gli auspicii di Platone erano amicissimi dei : Niccolò scrisse in elegante latino la vita del Magnifico (lo chiamavano Lorenzo il magnanimo) e pare che Filippo la traducesse in italiano.
Il figlio di questo, Bartolommeo, spinse la devozione ai Medici fino ad essere commissario di Clemente VII contro la libertà fiorentina: ma forse lui credeva di far il bene della patria: quando vide la signoria dei Medici diventar tirannia, li rinnegò e seguì a Montemurlo lo : colà fu preso con due dei suoi giovani figli; il Duca non risparmiò la testa che al secondogenito: il primogenito Filippo seguendo il padre al patibolo ebbe a lagnarsi di avergli troppo obbedito. Povero giovine! rimpiangeva probabilmente le tranquille delizie di questo colle di Majano che a que’ tempi veniva chiamato colle Valori, in omaggio allo splendore della casata. Quanto alla villa che possiamo chiamare la villa di Platone, il Duca la confiscò a benefizio del suo maestro di camera. Servidorame e servitù! così portavano i nuovi e duri destini di Firenze. Del resto altri altari su questa collina ardevano incenso al divino Platone.
Dalla terrazza della villa Leader, come dalla vaga loggia dei Valori, si vede di fronte la villa della Querce: colà stavano nei tempi platonici i tre fratelli Benivieni, tutti e tre illustri per loro merito, tutti e tre platonici secondo portavano i tempi.
L’uno, medico insigne in teoria e in pratica, si meritava una bella elegia dal Poliziano.
L’altro, quantunque canonico di San Lorenzo, difendeva a viso aperto e con penna vigorosa il Savonarola; quantunque aristotelico nel suo ufficio di professore a Pisa, quantunque così sottile teologo da meritarsi il soprannome di piccolo Scoto... (signora mia... non si metta mai in testa di penetrare la teologia del dottore Scoto se non vuol perder la testa: si contenti di riderne con Rabelais), era nel suo intimo così platonico che il lo chiama suo complatonico... Il terzo, poeta, coltivava il lato poetico di quella filosofia... Ella ha già indovinato che cantava l’amor platonico: infatti la sua Canzone dell’amore celeste e divino ebbe l’onore di un comento di Pico della Mirandola suo amicissimo: si aiutavano negli alti pensieri, nei sublimi affetti, nelle buone opere di carità: e riposano nella stessa tomba a San Marco di Firenze, la residenza del Savonarola. Così poeta e ingenuo il nostro buon Benivieni, da scrivere a Clemente VII in favore del Savonarola e della libertà fiorentina! Immagini se quello era papa da commoversi per epistole?...
Sparsa per questi colli, la tribù platonica aveva il suo centro villereccio a Fiesole nella villa di Lorenzo il Magnifico e le benedizioni di Antonio Agli vescovo di Fiesole; e sotto Fiesole il Poliziano invitava il Ficino nella sua villetta a modeste cene, che speriamo non saranno state troppo platoniche: a cena conviene meglio l’allegra filosofìa di Aristippo e di Epicuro. Mi piace che l'anima sia nutrita da Platone: ma, signora mia, non conviene trascurare il corpo.
Anche in questo, parlo a chi m’intende: Lei abborre gli abbrutimenti, ma rispetta i diritti del corpo. È una delle cose che mi piacciono tanto in Lei, cara Contessa: che Ella non sia di quelle mezze creature tutte nervi, vapori, che bevono rugiada e mangiano profumi; alle quali Iddio ha concesso inutilmente i muscoli e gli organi della digestione. Desinare con Lei è una festa: l’appetito non le manca mai: Ella sa anche vuotare allegramente un bicchiere di vino buono.
Quassù la vorrei vedere, dove è il regno dell’appetito e del vino buono.
Il Redi, gran maestro di Bacco in Toscana, nemico delle ipocondrie, ci veniva spesso, alla villa Salviati: e doveva assag- giarne di quello prelibato, poichè fa dire al suo Dio:
O il mio buon Redi! era il poeta favorito della mia prima gioventù: la serena festività del suo facile canto mi riposava dalle faticose ammirazioni scolastiche ai grandi epici, dalle tormentose interpretazioni di Dante, dalle terribili parafrasi di Virgilio, dalle spaventose traduzioni d’Omero. Quale voluttà in quei versi che si capivano senz’altro! E non c’entrava per poco la singolarità del metro con quella varietà di versi sterminati e minimi!... Ora i giovani si riposano colle lascivie dei nuovi poeti elzeviriani e non ammettono poesia che sia stampata coi versi che incominciano per lettera maiuscola.
Bacco è un Dio insipido: Venere vo- gliono, e Venere raffinata: Messalina per imperatrice, Giulia d’Augusto per principessa, la Suburra per campo: e ricorrono pei rimedi alle quarte pagine dei giornali.
A proposito di rimedi da quarta pagina, Ella avrà certo sentito parlare dello Sciroppo Pagliano, del quale le auguro che non abbia mai bisogno, appunto perchè guarisce tutti i mali. Veda destino! la villa di quel Salviati che viveva sano per virtù di Bacco, fu ai nostri giorni la proprietà del famoso professore Pagliano, principe dello sciroppo depurativo...
Ma nella villa Leader si ha ancora fiducia in Bacco sincero, come ai tempi del Redi; e al diavolo gli sciroppi, le quarte pagine e i poeti elzeviriani di Venere trivia... e triviale!
Vuoterò oggi alla sua salute, mia buona signora, un bicchiere di vecchio Majano: alla sua salute e alla durata della nostra amicizia.
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Cap. V
ct e mie interminabili chiacchiere platoniche meritavano un castigo: ed Ella invece mi premia con una delle sue brillanti fosforescenze:
«C’è l’amore senza stima; c’è l’amore colla stima: c’è la stima senz’amore: e c’è l’amore di stima... Il quale ultimo sarebbe l’amor platonico, ossia un amore che non è amore; come i successi di stima conceduti agli autori, i quali non sono successi.»
È vero: l’amore di stima può figurare nel corteggio del trionfo d’amore, ma non è amore che trionfi. Lasciamo dunque le qualità ibride, e rivolgiamoci all’amore puro sangue. Un gran maestro di questa divina malattia, il , tiene il posto d’onore nelle memorie di Majano. Queste colline sono vive e palpitanti nelle sue opere. Si potrebbe disputare a lungo sul luogo della sua nascita; sul quanto di vero egli abbia messo nel paesaggio che serve di cornice al ; se nel battezzare i luoghi dove egli conduce a novellare le sue donne e i suoi giovani, si debba seguire , o l’inedito Gherardi, o qualunque altro interprete.
È vero che alcune particolarità del suo paesaggio non s’incontrano nei colli fiesolani, che egli, per esempio, abbellisce con abbondanza di acque superiore alla presente. Ma quando rifletto che egli scriveva pei contemporanei e che la comitiva novellatrice è da lui mandata nei dintorni a due miglia da Firenze, non mi pare verisimile che lì egli immaginasse una scena affatto indipendente dalla verità locale.
Mi pare probabile che egli abbia fatto come quei pittori del buon secolo, i quali nei loro quadri mettevano uno sfondo di paesaggio in cui si rileva l’impressione del vero a traverso la traduzione ideale.
Così i suoi personaggi parlano di solito in una forma convenzionale: ma i concetti sono presi dalla viva osservazione della società contemporanea: nei suoi periodi ciceroniani la verità è velata, ma si vede, si sente: la sua è commedia togata, ma la toga è trasparente come il velo coo d’una danzatrice.
Mi pare anche da tener conto che a quei tempi, come in generale per tutti i paesi dell’Appennino, le pendici erano molto più ricche di bosco che non al presente: quindi più abbondanti e perenni le acque, e ben nutriti quei pelaghetti e vivai, dei quali ora resta solo il nome a ville e poderi.
Se Ella fosse qui, nei quotidiani passeggi per i colli fra i torrentelli della e dell’, vedrebbe montagnette, poggetti alquanto rilevati dal piano, viette non troppo usate e piene di erbette e di fiori, rivi d’acqua chiarissima discendenti fra vive pietre in valli ombrose di molti alberi; i poggi coronati di palagi in forma di castelletti, le vigne piene d’ulivi, di mandorli, di ciliegi, di fichi e d’altre maniere d’arbori assai fruttiferi senza spanna perdersene: i boschetti di quercioli, di frassini; i cipressi, gli allori, i pini; il fiumicello, il canaletto, il laghetto a modo di vivaio, profondo appena da arrivare al petto d’un uomo....
Questi motivi del paesaggio boccaccesco Lei li ritroverebbe tutti nel paese fra e : e i diminutivi usati dal nel designare le acque del suo paese sono così costanti, che non c’è quasi bisogno di ricorrere alle trasformazioni successive del terreno per ispiegare dopo cinque secoli diversità che a me sembrano più immaginarie delle pretese immaginazioni del . La valletta dell’Africo fra Majano e Fiesole senza dubbio è il modello che ha servito al Boccaccio per la sua Valle delle Donne.
E non senza fondamento ci fu chi volle riscontrare dal vero anche i palagi dove il Boccaccio fa successivamente riposare le sue novellatrici: a me basta di osservare il carattere strettamente fiorentino di quelle abitazioni come sono descritte nel Decameron: le grandi sale, le pulite adornate camere, le vòlte piene di ottimi vini, i cortili circondati da logge, i giardini murati.
Non le pare del resto naturale che il paese dove il Boccaccio aveva lungamente abitato, nella prima gioventù, quando le impressioni diventano carne e sangue, gli si presentasse come spontaneo modello?
È certo che suo padre possedeva a , appunto in questi colli, una villetta e un podere che furono venduti quando il Boccaccio aveva già passati i venti anni... Ella, cara Contessa, non conosce del che il , e fa benone. Se qualche professore di letteratura glie ne movesse rimprovero, lasci dire: e non si lasci persuadere ad annoiarsi leggendo di la Monarchia per rispetto alla , leggendo del lAfrica per rispetto al , o dell’ le Satire per rispetto all’.
Ella fa benone, ripeto, a non procurarsi dotti sbadigli leggendo le opere minori del nostro grande novelliere: ma può credermi in parola quando io l’assicuro che tutto il poemetto mitologico intitolato Ninfale Fiesolano è dedicato agli immaginari amori dell’Africo e della Mensola, i due torrenti che racchiudono la collina di Majano: e in esso descrive, o nomina, o designa così chiaramente le località, le selve, le fonti, che non c’è davvero bisogno d’interprete.
E nell’Ameto... mi contento d’una fotografia, che Ella può verificare senza muo- versi di Firenze: ecco il , che si innalza tra e «nelle piagge del quale fra gli strabocchevoli balzi surgea d’alberi, di querce, di cerri, di abeti, un folto bosco e disteso fino alla sommità.»
E che cosa volete conchiudere? mi domanderà Lei che ama la logica con una rettitudine rara anche fra le donne che hanno il cervello non minore del cuore.
Già, se pur non avessi nulla da conchiudere, sarebbe già per me una gran conclusione quella di aver trovato argomento a discorrere con Lei. Ma questa volta ho da concludere dell’altro: e cioè che un paese così vivo nelle opere di uno scrittore come ha, oltre le sue naturali attrattive, un’attrattiva spirituale così potente da acquistare tutte le sue simpatie... E da Lei non domando di meglio per esso, né per me, suo devotissimo servo.
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