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Grammatica italiana dell'uso moderno

Raffaello Fornaciari · 1882 · Free in the US

60,368 words · about 4 h 14 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
About this edition

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Licence: PD-US · Published in 1882 (before 1931): public domain in the United States. Text and transcription from it Wikisource by Wikisource contributors (transcription licensed CC BY-SA 4.0; contributors: https://it.wikisource.org/w/index.php?title=Grammatica_italiana_dell'uso_moderno&action=history). · Wikisource contributors

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About this book

Author
Raffaello Fornaciari
Language
Italian
Published
1882
Length
60,368 words · about 4 h 14 min
Sections
69 reader sections
Text
Digital text
Rights
Public domain in the United States

 

Contents (69)
  1. Front matter under 1 min
  2. Indice de' capitoli under 1 min
  3. Prefazione about 9 min
  4. Preliminari about 1 min
  5. Parte I under 1 min
  6. Capitolo I. Le lettere dell'alfabeto. about 4 min
  7. Capitolo II. Le vocali. about 6 min
  8. Capitolo III. Mutamento di vocali. about 4 min
  9. Parte I - Capitolo IV. Le consonanti. about 9 min
  10. Parte I - Capitolo V. Incontro di più vocali in una parola: iato, ed alterazioni da esso prodotte. about 7 min
  11. Parte I - Capitolo VI. Incontro di più consonanti in una parola: alterazioni che ne conseguono. about 3 min
  12. Parte I - Capitolo VII: le sillabe. about 4 min
  13. Parte I - Capitolo VIII. Le parole e l'accento. about 8 min
  14. Parte I - Capitolo IX. L'accento come segno grafico. about 3 min
  15. Parte I - Capitolo X. Incontro delle parole. Il troncamento delle parole nel discorso. about 3 min
  16. Parte I - Capitolo XI. L'elisione delle parole nel discorso, e l'apostrofo. about 3 min
  17. Parte II under 1 min
  18. Parte II - Capitolo I. Parti del discorso e flessioni. about 2 min
  19. Parte II - Capitolo II. L'articolo. about 3 min
  20. Parte II - Capitolo III. Il nome. about 2 min
  21. Parte II - Capitolo IV. Prima, seconda e terza declinazione dei nomi. about 5 min
  22. Parte II - Capitolo V. Quarta e quinta declinazione de' nomi. about 3 min
  23. Parte II - Capitolo VI. Irregolarità nel numero de' nomi. about 3 min
  24. Parte II - Capitolo VII. Alcune norme sul genere de' nomi, tratte dal loro significato. about 5 min
  25. Parte II - Capitolo VIII. L'aggettivo ed i suoi gradi. about 3 min
  26. Parte II - Capitolo IX. Alterazioni dei nomi. about 4 min
  27. Parte II - Capitolo X. Del pronome in generale. about 2 min
  28. Parte II - Capitolo XI. I pronomi personali puri about 4 min
  29. Parte II - Capitolo XII. I pronomi possessivi. about 1 min
  30. Parte II - Capitolo XIII. Pronomi dimostrativi determinati. about 5 min
  31. Parte II - Capitolo XIV. Pronomi dimostrativi indeterminati. about 3 min
  32. Parte II - Capitolo XV. Pronomi quantitativi puri. about 1 min
  33. Parte II - Capitolo XVI. Pronomi relativi ed interrogativi. about 2 min
  34. Parte II - Capitolo XVII. I numerali. about 4 min
  35. Parte II - Capitolo XVIII. Il verbo. Modi, tempi e persone. about 8 min
  36. Parte II - Capitolo XIX. Le conjugazioni del verbo. I verbi ausiliari. about 3 min
  37. Parte II - Capitolo XX. Prospetto delle coniugazioni de' verbi regolari. about 7 min
  38. Parte II - Capitolo XXI. Osservazioni sulla formazione de' tempi nelle conjugazioni. about 6 min
  39. Parte II - Capitolo XXII. Le irregolarità nelle conjugazioni. about 6 min
  40. Parte II - Capitolo XXIII. Segue delle irregolarità nella conjugazione. about 6 min
  41. Parte II - Capitolo XXIV. Verbi difettivi. about 1 min
  42. Parte II - Capitolo XXV. Uso delle enclitiche co' verbi. Verbi difettivi. about 5 min
  43. Parte II - Capitolo XXVI. Il verbo passivo. about 5 min
  44. Parte II - Capitolo XXVII. Il verbo impersonale. about 4 min
  45. Parte II - Capitolo XXVIII. L'avverbio. about 5 min
  46. Parte II - Capitolo XXIX. La preposizione. about 3 min
  47. Parte II - Capitolo XXX. La congiunzione. about 3 min
  48. Parte II - Capitolo XXXI. L'interjezione od esclamazione. about 1 min
  49. Parte II - Appendice alla parte seconda about 17 min
  50. Parte III under 1 min
  51. Parte III - Capitolo I. Le flessioni. Derivazione impropria. about 5 min
  52. Parte III - Capitolo II. I suffissi. Derivazione propria. about 4 min
  53. Parte III - Capitolo III. Suffissi di nomi collettivi, locali e astratti. about 1 min
  54. Parte III - Capitolo IV. Suffissi di nomi personali. about 1 min
  55. Parte III - Capitolo V. Suffissi di aggettivi. about 1 min
  56. Parte III - Capitolo VI. Suffissi graduali di nomi alterati. about 1 min
  57. Parte III - Capitolo VII. Suffissi di verbi, e di avverbi. about 1 min
  58. Parte III - Capitolo VIII. Formazione per composizione. about 3 min
  59. Parte III - Capitolo IX. Composizione di nomi e di verbi fra loro. about 2 min
  60. Parte III - Capitolo X. Composizione di nomi e verbi con prefissi. about 5 min
  61. Parte III - Capitolo XI. Composizioni improprie. about 1 min
  62. Parte IV under 1 min
  63. Parte IV - Capitolo I. Della metrica e del ritmo in generale. about 4 min
  64. Parte IV - Capitolo II. Del verso. Varie specie di versi. about 4 min
  65. Parte IV - Capitolo III. Il ritmo e la parola. about 5 min
  66. Parte IV - Capitolo IV. La rima e la strofa. about 3 min
  67. Parte IV - Capitolo V. Le strofe principali. about 13 min
  68. Parte IV - Capitolo VI. Verso sciolto, e strofa senza rima. about 3 min
  69. Indice alfabetico delle materie about 4 min

Continue:

Front matter

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Indice de' capitoli

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Prefazione

ct Da un ceppo molto antico e fecondo germogliò un albero e crebbe rigoglioso e grande in tal modo, da diffondere la sua ombra sull’Occidente d’Europa. Poi, come tutte le umane cose volgono a declinazione, anche quel nobile albero dopo il volger di molti secoli isterilì e divenne arido e secco. Tuttavia dal ceppo medesimo si levava un tronco novello che, partendosi in varii bellissimi rami, tornò ad ombreggiare larga parte del suolo europeo.

Spieghiamo l’enigma. Quel ceppo era la lingua romana, ossia il volgare parlato anticamente dalle popolazioni del territorio di Roma. Il maestoso albero che ne rampollò fu la lingua latina, che in sè ritenne la sostanza più pura ed eletta; e mediante gli scrittori prese una forma determinata e regolare, rigettò quelli elementi che men bene si confacevano colla sua natura, ed alla scuola del greco si ingentilì e si perfezionò. Morto il latino colla caduta dell’Impero Occidentale, lo stesso volgare romano, già diffuso in Italia e in Europa, essendo in varii modi pronunziato e su diversi tronchi innestato, si differenziò vagamente nelle favelle dette romane, francese, provenzale, spagnuola, portoghese, italiana e valacca. Come si formassero e si coltivassero per mezzo della letteratura tali favelle, sarebbe lungo a dire. Fra un gruppo di dialetti e vernacoli somiglianti, tutte varietà del volgare detto di sopra, ce ne fu in ciascuna nazione o parte di nazione, uno, che a poco a poco divenne lingua letteraria e trionfò degli altri. Rozzo anch’esso e povero da principio come la civiltà di quei popoli, male determinato e troppo esuberante di forme grammaticali, ricevette dagli scrittori aumento di voci e regole più determinate, per le quali cose valse principalmente l’esempio dell’idioma latino, di quello che, per quanto dicemmo, potea chiamarsi il maggior fratello di queste nuove lingue. Poichè il latino, prima nei libri della Chiesa, poscia nelle opere stesse dei Classici, stava loro a lato, ed era considerato come il fondamento d’ogni coltura.

In Italia, e non è questo il luogo da dirne le ragioni, fu il parlare toscano, e segnatamente quello di Firenze, che a poco a poco escluse dall’uso letterario gli altri dialetti d’Italia; e divenne esso stesso lingua nazionale italiana. Anch’esso, principalmente sull’esempio del latino, si arricchì e si regolò, coll’opera e coll’autorità degli scrittori, e sopra tutto con quella di , che nel libro della già distingueva l’uso corretto dall’uso plebeo della lingua nascente. Sopra le norme più costantemente seguíte da lui nelle immortali sue opere, e da’ suoi illustri seguaci e , si stabilirono i fondamenti della grammatica italiana.

Crebbe dunque la nostra lingua da due fonti principali: l’uso toscano che per la sua stessa vitalità, per l’eccellenza de’ primi scrittori, per la reputazione di Firenze, traeva a seguirlo coloro che non credeano potersi risuscitare l’idioma del Lazio; e d’altro canto il latino, a cui si pose studio sempre maggiore, e che divenne meta e modello degli scrittori a mano a mano che i classici antichi tornavano in onore. Così la lingua italiana ripudiò di quelle flessioni che non si confacevano colla grammatica latina e raddrizzò, fin dove poteva, le declinazioni e le conjugazioni sull’esempio di quell’idioma: da esso prese gran numero di voci dotte, di termini astratti, conservandone la forma loro naturale, perchè sottratti al capriccio e all’ignoranza del volgo, a cui soggiacquero le voci primitive già canonizzate dall’uso; e così si emendò e si arricchì. Nè però sbandì del tutto le varietà del parlare, o cessò di trarre da esso nuove maniere, costrutti biz- zarri e vivaci. Anche la sintassi e il periodo ondeggiarono lungamente fra le due sorgenti; perchè alcuni scrittori gli informarono sul periodo latino; altri preser norma principalmente dall’uso vivo, dettarono come parlavano. Da un lato l’arte un po’ burbanzosa; dall’altro la natura un po’ licenziosa: in pochi il giusto mezzo. Ed anche oggi le due scuole non sono del tutto estinte: l’una che tien l’occhio agli autori che più ritrassero dal latino, l’altra che vuol riprodurre, quanto più fedelmente si può, il volgare di Firenze.

Di questa doppia inclinazione, maggiore sino ab antico nella nostra lingua che nelle altre sorelle, dovea risentirsi e si risentì anche la Grammatica. La storia delle grammatiche italiane fatte in Italia si può forse dividere in tre principali periodi. Il periodo di compilazione, che va dal e dal (1516-1525) fino al (1623-1643), con un metodo ancora analitico e incerto, troppo ligio ora al latino, ora al volgare d’una provincia o d’una città. Il secondo periodo, che cominciando col Buommattei giunge al (1745), con un metodo più compiuto e sistematico, e poggiato quasi tutto sull’autorità dei Trecentisti toscani. Il terzo periodo che va dal Corticelli fino al (1825-47) ed al (1867-1879); periodo nel quale si è tenuto maggior conto del parlar italiano in generale, e di un più largo numero di scrittori: si sono meglio separate le maniere antiquate da quelle dell’uso vivo; si sono aggiunte nuove osservazioni; si è introdotta una terminologia più semplice e meglio adattata all’indole delle lingue moderne; e si è ragionato più sottilmente, anzi talora troppo sottilmente.

Non potè per altro la nostra lingua conseguire tutta quella certezza e regolarità di forme che si trova in alcune favelle, per esempio nella francese. La più stretta aderenza coll’idioma latino, la sua stessa antichità (perchè l’uso moderno comincia in gran parte dall’, cioè dal secolo xiv), le varietà introdotte con pari autorità da grandi scrittori di diverse provincie, le dispute continuate intorno alla sua origine, ed il mancare l’Italia di un centro politico, fecero sì, che il supremo criterio di essa venisse riposto dai grammatici negli scrittori, anzichè in un parlare vivente. Donde provenne che per accettare parecchie forme non usate in Toscana, bastasse tante volte il trovarne esempii in iscrittori approvati e, quel che fu peggio, ne’ poeti, l’autorità de’ quali non dovea valere per la prosa; e provenne pure che si dessero come sinonimo due o più forme, senza stabilire nè qual meglio convenisse all’analogia, nè quale fosse conforme all’uso toscano, nè quale ristretta alla poesia. E questo inconveniente fu certo tra i motivi che spinsero a proporre il parlar vivo di Firenze come l’esempio unico dello scriver moderno, parendogli giustamente che, ove questo criterio fosse stato adottato, sarebbero diminuite le discrepanze e le incertezze dei grammatici, e reso più facile a forestieri il parlare e scrivere correttamente.

Nè si deve tacere d’un altro difetto appuntabile alle nostre grammatiche. Ognun sa oramai quanto gli studii della filologia abbiano, anche nel campo delle lingue romanze e perciò dell’italiana, trasformato i criterii ed il metodo su cui riposavano molte teorie grammaticali; rettificato tante false spiegazioni di cangiamenti di suono per effetto della pronunzia; meglio chiarita l’indole di ciascuna lettera, gli accozzamenti di esse, i dittonghi, e quant’altro si riferisce alla struttura delle parole ed alla loro filiazione e formazione. Ora di questi nuovi studii, la più parte dei nostri moderni grammatici ed i più autorevoli non hanno o potuto o voluto trarne profitto, sia che non li conoscessero, sia che come merce in parte straniera li disprezzassero e ne diffidassero: altri modernissimi (e fra questi ricordo con onore il prof. ) si sono valsi largamente del metodo scientifico, ma non hanno serbato (o almeno ci pare) tutta quella chiarezza e facilità che ad uso dei non filologi sarebbe stata necessaria, e i loro lavori per una parte ricordano troppo spesso l’organismo del latino e somigliano a gramma- tiche comparate, per l’altra difettano di una cognizione sicura della viva lingua toscana.

Tali considerazioni mi mossero a tentare, restringendomi per ora alla parte etimologica, una nuova grammatica, della lingua italiana. Essa è intitolata Dell’uso moderno per indicare chiaramente che io mi restringo all’uso più comune dei colti scrittori e parlatori moderni, evitando, più che mi sia siato possibile, le dubbiezze, le incertezze, le ambiguità; nè però mi condanno a legittimare certe forme, parlate si da’ più, ma da quasi tutti gli scrittori fuggite, e che al gusto dei bene educati sanno di errore, ancorchè possano forse un giorno entrare risolutamente nella lingua letteraria; nè mi costringo in modo all’uso vivo, da rinunciare alla ragione ed alla convenienza e talvolta (debbo confessarlo) anche al mio proprio gusto. Non è il mio lavoro nè scientifico, nè empirico: non scientifico perchè credetti impossibile fare una grammatica italiana di tal natura, senza il confronto col latino, ed io ho supposto che chi studia questo Manuale non sia obbligato a conoscere quella lingua: neanche si può dire prettamente empirico, perchè, quanto mel permetteva il proposito di non uscire dal campo italiano, ho dato le ragioni linguistiche delle trasformazioni foniche, ampliato e rettificato le teorie sulla formazione e composizione delle parole, trattata con metodo più razionale la me- trica, e nell’ordine e disposizione della parte che concerne le flessioni ho sempre tenuto di mira, insieme colla comodità per chi impara, anche la naturale struttura delle forme. Insomma io, mantenendo quasi del tutto la terminologia ora in uso (senza discutere della sua intrinseca esattezza), e mantenendo pure in gran parte l’ordine seguito dagli altri grammatici, ho cercato che il presente Manuale, benchè non sempre fedele al linguaggio che usa la filologia, fosse, per quanto si poteva, sorretto da basi scientifiche, servisse ad iniziare a più elevati studii linguistici, e conciliasse la chiarezza colla facilità e colla semplicità. Al quale intento mi sono tornati di grande aiuto i preziosi consigli che, quante volte ne l’ho richiesto, mi ha suggeriti il prof. , con quella benignità e larghezza che il vero dotto usa verso chi, costretto ad un laborioso e minuto insegnamento, non può fare, come vorrebbe, studii profondi.

Debbo infine prevenire due obiezioni che potrebbero essermi fatte. Taluni disapproveranno che, in una grammatica dell’uso moderno, io abbia così spesso registrato forme poetiche e, non di rado, alcune pure delle plebee ed erronee, o antiquate. Mi spaccio subito di quest’ultime, facendo notare che i solecismi sono accennati per una buona ragione, cioè perchè si fuggano da chi li adopera parlando o sentendoli parlare ai Toscani medesimi; e che le voci antiquate che ho riportate mi hanno fatto buon giuoco per ispiegare certe mutazioni foniche e linguistiche, senza ricorrere al latino. Restano le forme poetiche. La nostra lingua, cominciando da e venendo fino ai moderni, abbonda di voci e maniere riserbate alla poesia, tantochè si possa dire aver questa quasi un idioma poetico a parte; e ciò primieramente per la ragione della rima (poichè convengo anch’io che molte delle voci poetiche qui registrate non le userei fuor di rima), e in secondo luogo perchè se la lingua stessa della prosa si è conservata come dicemmo, assai conforme all’uso de’ nostri classici, ciò doveva maggiormente accadere per quella della poesia, che è soggetta più della prima all’arbitrio degli scrittori. Io pertanto non poteva rigettare questa parte di lingua che rientra anch’essa nell’uso moderno degli scrittori stessi, se non nel caso che anch’io, seguendo il parere di alcuni critici novellini, la condannassi come un ingombro, una difficoltà, una vana pompa rettorica della quale fosse utile spogliare la nostra poesia. Ma essendochè, anzi, io la reputi un ornamento, una ricchezza, una perfezione; essendochè mi paia un bel pregio del nostro idioma il poter distinguere anche nella forma di molte parole la poesia dalla prosa (pregio comune al greco, al latino e chi sa a quante altre lingue); così io doveva accoglierla e non lasciarmi trascinare anche in questo dalla mania democratica signoreggiante. Un’altra obiezione mi si potrebbe fare rispetto all’accento tonico segnato su tutte le parole dove cade, invece di segnarlo, come altri fanno, soltanto sulle voci tronche, sdrucciole e bisdrucciole. Senza biasimare cotesto metodo anzi stimandolo il migliore e il più adattato per la comune de’ libri, ho voluto negli esempi e nei paradigmi di una grammatica etimologica abbondare negli accenti, affinchè la loro situazione e i cangiamenti cui vanno soggetti nella flessione, si stampasser bene nella mente de’ lettori, intendendo però di non continuare con questo sistema nel trattato della Sintassi, dove lascerò affatto gli accenti non ammessi dall’uso, supponendo che lo studioso ne sia oramai sufficientemente pratico.

E la Sintassi appunto è il necessario compimento che tuttora manca a questo libretto. Avverto però che le più indispensabili regole di essa sono inserite ai luoghi loro, e che al rimanente potrà supplire il Maestro finchè non sia pubblicata quella Sintassi italiana dell’uso moderno alla quale sto lavorando.

Preliminari

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§ 1. È ufficio della Grammatica esporre e classificare le regole d’una lingua. La Grammatica può essere storica o moderna; secondochè ha principalmente per oggetto le successive trasformazioni alle quali una lingua è andata soggetta nel corso dei secoli, ovvero lo stato più compiuto e perfetto a cui essa lingua è potuta arrivare.

§ 2. La Grammatica ha due grandi parti, l’Etimologia e la Sintassi. L’Etimologia studia le parole di cui la lingua si compone. La Sintassi studia il loro uso e collocamento nel discorso. Nelle parole si possono considerare quattro cose: la loro struttura fonetica; le variazioni accidentali della loro forma secondo il variare del significato; le filiazioni e derivazioni d’una parola dall’altra; il loro valore armonico nel verso.

§ 3. L’Etimologia pertanto deve svolgersi in quattro parti: 1º pronunzia e scrittura: 2º parti del discorso e flessioni: 3º formazione e composizione delle parole: 4º metrica.

Noi ci proponiamo di insegnare la Grammatica italiana moderna o dell’uso moderno, e per ora l’Etimologia nelle quattro parti qui accennate.

Parte I

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Capitolo I. Le lettere dell'alfabeto.

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§ 1. La parola consta di tre elementi; le lettere o segni di pronunzia, che tutte insieme costituiscono l’Alfabeto; le sillabe, risultanti da una o più lettere; l’accento, o posa della voce che, facendo via via spiccare una sillaba sopra le altre, distingue le parole. Cominciamo dalle lettere

§ 2. L’alfabeto italiano contiene ventidue lettere, che sono le seguenti:

segni delle lettere | C|nomi delle lettere

Majuscole | Minuscole |

C|A | C|a | C|a

C|B | C|b | C|bi

C|C | C|c | C|ci

C|D | C|d | C|di

C|E | C|e | C|e

C|F | C|f | C|èffe

C|G | C|g | C|gi

H | h | ácca

C|I | C|i | C|i

C|J | C|j | C|jé

C|L | C|l | C|èlle

C|M | C|m | C|èmme

C|N | C|n | C|ènne

C|O | C|o | C|o

C|P | C|p | C|pi

C|Q | C|q | C|qu

C|R | C|r | C|èrre

C|S | C|s | C|èsse

C|T | C|t | C|ti

C|U | C|u | C|u

C|V | C|v | C|vu

C|Z | C|z | C|zèta

§ 2. Mancano alla lingua italiana le seguenti lettere:

K | k | káppa

C|X | C|x | C|icse

C|Y | C|y | C|ypsilòn

C|W | C|w | C|vu doppio

le quali, all’occorrenza, si sostituiscono con altre; e cioè:

K con c, come in Cleopátra e chièsa.

X con s o ss, come in Sèrse, esèmpio, Alessándro

Y con i, come in física.

W con v semplice, come in Viènna.

§ 3. Le lettere si distinguono in vocali, o suoni assoluti; e in consonanti, o suoni accompagnanti.

Le vocali, avendo suono di per sè stesse, non abbisognano, per pronunziarsi, di verun’altra lettera oltre il loro proprio segno. Al contrario le consonanti abbisognano, per esser bene avvertite, di prendere dopo di sè una vocale almeno, che, come abbiam veduto, è o un e, o un i, o un u.

I segni delle vocali sono cinque a, e, i, o, u; ma l’e e l’o possono avere, come vedremo, due suoni differenti (è é, ò ó), suono aperto e suono chiuso; onde può dirsi che i suoni vocali non cinque siano, ma sette.

Le consonanti si dividono in tre classi, e cioè:

mute: t, d, c (qu), g, p, b

liquide: r, l, n, m.

spiranti: f, v, s, z, (h), j.

Dei tre elementi che formano la pronunzia delle consonanti, suono, soffio ed articolazione, il suono prevale nelle liquide, il soffio nelle spiranti, l’articolazione nelle mute. Da ciò segue che le liquide sono più dell’altre affini alle vocali, mentre le mute più delle altre ne differiscono.

Avvertasi che tanto s come z hanno due suoni, il duro ed il molle; e che il c e il g hanno pure due suoni, il gutturale ed il palatale. Da ciò segue che i suoni consonanti non diciassette sieno, ma ventuno.

Fra le lettere sono considerate di genere femminile quelle il cui nome termina in a od e, p.es. h, z (ácca, zèta), l, m (èlle, èmme), e di genere maschile quelle che hanno il nome finito in altra vocale, p.es. b, v (bi, vu). Ma comunemente si fanno tutte femminili, sottintendendo l’appellativo lettera. Così pure, per regola generale, non se ne varia al plurale la terminazione; e si dice dúe èrre, dúe zèta, ecc.

Oltre ai segni ordinarii delle lettere, altri segni fanno parte della scrittura e, bene adoperati, costituiscono la ortografìa, cioè, il retto modo di scrivere. Essi sono: la lettera majuscola, l’accento, l’apostrofo, ed i segni d’interpunzione.

La lettera majuscola si adopera soltanto come iniziale di parola nei seguenti casi: in principio di pe- riodo o di verso; nei nomi proprii, cognomi o soprannomi indicanti persona o cosa individualmente; nei nomi di patria e nazione usati sostantivamente; nei nomi di dignità titolo non accompagnati da nome proprio e riferiti a qualche particolare persona; nei nomi appellativi quando siano usati in un senso speciale o storico, e finalmente in altri casi per giovare alla chiarezza o alla forza dell’espressione.

L’accento (ora detto acuto (´) ora grave (`)) si segna in alto, a destra di chi legge, sopra la vocale di una sillaba, per indicare che vi si deve fare una gagliarda posa colla voce.

Il segno dell’accento, come vedremo, non si pone che di rado, ma l’appoggiatura della voce si fa sentire sopra una sillaba d’ogni parola, e quella sillaba dicesi accentata o tònica; le altre non accentate od àtone. Cosi p. es. valore ha la posa su lo, polvere su pol.

In tutte le parole che porteremo per esempio in questa Grammatica (eccettuati i monosillabi di pronunzia non equivoca) noi useremo l’acuto in mezzo od in principio di parola, ed il grave in fine; eccettuando soltanto l’e e l’o aperte che, dovendo avere accento, l’avranno sempre grave e l’e e l’o chiuse, che, dovendo avere accento, l’avranno sempre acuto. In tutte le parole non date per esempio, seguiremo l’uso ormai invalso in Italia, di segnare sull’ultima sillaba l’accento grave, e in mezzo ed in principio non porre alcuno accento, fuorchè nei casi di equivoco, nei quali scriveremo per regola l’acuto, e per eccezione il grave.

L’accento detto circonflesso (^) si usa qualche volta come segno grafico, non per modificare la pronunzia.

L’apostrofo (’) si segna in alto dopo una parola, per indicare che se ne è tolta la vocale finale; o in principio, per indicare che se ne è tolta la vocale iniziale. P. es. tútto áltro, tútt’áltro; lo ingégno, lo ’ngégno.

§ 8. I segni di interpunzione sono i seguenti:

3

3

3

3

3

3

3

3

Capitolo II. Le vocali.

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§ 1. La pronunzia delle lettere in italiano segue fedelmente la scrittura, ma questa non distingue abbastanza tutte le variazioni di quella. Diciamo prima delle vocali.

§ 2. Le vocali si distinguono in dure o forti, a, o, e e in molli o dolci, i, u.

L’e e l’o possono avere due suoni diversi, un suono stretto o chiuso, ed un suono largo od aperto. Si pronunciano sempre con suono chiuso, quando non cade sopra di loro la posa della voce o accento. P. es. verità, speranza; bontà, orácolo. Ma quando tale posa vi cade, ossia quando sono accentate, allora si pronunciano ora con suono largo, ora con suono stretto. Per esempio con suono largo bèllo, fòrte: con suono stretto véro, amóre.

§ 3. Di tal dafferenza non si possono dare regole sicure in tutti i casi, essendo le eccezioni troppo frequenti. Perciò rimandiamo ai Vocabolarii della Pronunzia, che con un segno distinguono l’un suono dall’altro.

L’unica cosa possibile ad apprendersi dalla Grammatica, è la pronunzia dell’e e dell’o in certe parole d’uso frequentissimo nel discorso, e in certe terminazioni e suffissi di formazione.

Ecco pertanto alcune principali regole sulla pronuncia dell’e, distribuite secondo le varie parti del discorso.

Nomi e aggettivl

L’è ha suono largo:

3

3

3

3

3

3

3

3

3

3

L’é ha suono stretto:

3

3

3

3

3

3

3

3

3

I numerali in -èsimo, hanno è larga (vedi sopra).

3

3

3

3

Articoli, pronomi, numerali.

L’è ha suono largo:

3

3

L’é ha suono stretto:

3

3

Verbi e participii.

L’è ha suono largo:

3

3

3

3

3

L’é ha suono stretto:

3

3

3

3

3

3

3

3

3

3

3

3

Avverbii, preposizioni, congiunzioni, interiezioni.

L’è ha suono largo:

3

3

L’é ha suono stretto:

3

3

3

3

Oltre a queste norme speciali si deve avvertire in generale, che il dittongo iè ha suono largo. P. es. chièsa, chièdere, barbière, piède, schiètto, mièi. Si eccettua il caso che l’e del dittongo appartenga ad uno dei suffissi coll’é stretta (vedi sopra, ). P. es. vecchiétto da vècchio; fischiétto da fischio; vecchiézza. Si eccettuano ancora chiérico, biétta e poche altre.

Si deve pure avvertire che l’e susseguita da z scempia ha sempre suono largo. P. es. facèzia, inèzia, scrèzio.

La ragione del suono stretto di molte e accentate si trova in un corrispondente i latino che sia breve per natura. P.es. lignum, legno; siccus, secco; mittere, mettere; licitus, lecito.

§ 12. Soggiungiamo qui le più comuni fra le parole simili che dal differente suono della e prendono un significato diverso:

accètta (riceve) | accétta (scure)

affètto (passione) | affétto (taglio)

collèga (compagno d’ufficio) | colléga (lega insieme)

bèi (belli, o da beare) | béi (bevi)

cèsto (sorta d’arme) | césto (riferito all’erba)

chè (interiezione) | ché (congiunz. o pronome)

corrèsse (da corrèggere) | corrésse (da córrere)

crèdo (parte della Messa) | crédo (da crédere)

Crèta (nome d’isola) | créta (terra)

dètte (da dáre) | détte (da dire)

èsca (da uscire) | ésca (nutrimento)

èsse (lettera) | ésse (pronome)

lègge (da lèggere) | légge (prescrizione)

mèle (delle api) | méle (pomi)

mèsse (biada) | mésse (sacrifizii)

mèta (scopo) | méta (sterco)

mèzzo (metà) | mézzo (fradicio)

pèsca (frutto) | pésca (da pescare)

pèste (morbo) | péste (traccie)

sète (da èssere) | séte (nome)

tèma (argomento) | téma (da temére)

vènti (da vènto) | vénti (numerale)

Mèzzo e mézzo differiscono anche pel diverso suono della z che nel primo è molle, nel secondo è dura.

Aggiungi le forme poetiche calésse (dal verbo calére), simile a calèsse (veicolo); fèllo (sleale) simile a féllo (per lo fe); pèra (invece di perísca) simile a péra, nome di frutto; stémmi (per mi stètte) simile a stèmmi (armi gentilizie); vèglio (per vècchio) simile a véglio (da vegliáre); tèlo (dardo) simile a télo (tessuto). Alcune forme simili sono distinte, anche nell’ortografia comune, dai segni grafici, come vedremo parlando dell’accento e dell’apostrofo.

§ 13. Ecco ora alcune regole simili circa la pronunzia dell’o. — Nomi e aggettivi.

L’ò ha suono largo:

3

3

3

3

3

-atòrio, -itòrio, -tòrio, -òrio, a, i, e. P. es. purgatòrio, dormitòrio, responsòrio. Si conserva il suono largo anche se l’i venga elisa, come nelle forme poetiche martòro, mortòro:

3

3

3

§ 14. L’ó ha suono stretto nei seguenti suffissi e terminazioni:

3

3

3

3

3

3

§ 15. Pronomi, numerali.

L’ò ha suono largo:

3

3

3

L’ó ha suono stretto:

3

3

3

Verbi e participii.

L’ò ha suono largo:

3

3

3

3

L’ó ha suono stretto:

3

3

3

3

3

Avverbii, preposizioni, congiunzioni, interiezioni.

L’ò ha suono largo:

3

3

L’ó ha suono stretto:

negli avverbii e prep.: óra e nei composti qua- lóra ecc.; cóme, dóve, ónde, dópo, sótto, sópra, cóntro, óltre, e composti; fórse, mólto ecc.; sólo, cón.

3

Oltre a queste norme speciali, si deve avvertire, in generale, che il dittongo uò ha suono largo, che si conserva anche quando l’u vada perduta. P. es. nuòce, nòce; vuòle, suòle, nuòvo, ruòta, ròta.

Si deve pure avvertire che l’o susseguita da z scempia ha sempre suono largo. P. es. òzio, negòzio, equinòzio.

La ragione del suono stretto di molte o accentate si trova in una corrispondente u latina, breve per natura. P. es. vultus, vólto; ruptus, rótto; turtur, tórtora.

Soggiungiamo qui le più comuni fra le parole simili, che dal differente suono dell’o prendono un significato diverso:

accòrre (da accògliere) | accórre (da accórrere)

bòtte (percosse) | bótte (vaso)

cògli (da cògliere) | cógli (prep. articolata)

còllo (parte del corpo) | collo (prep. articolata)

còlto (da cogliere) | cólto (coltivato)

còppa (tazza) | cóppa (parte del capo)

còrre (da cògliere) | córre (da correre)

Còrso (di Corsica) | córso (da córrere)

fòro (piazza) | fóro (buco)

fòsse (scavi) | fósse (da èssere)

indòtto (non dotto) | indótto (da indúrre)

mòzzo (della ruota) | mózzo (servo di stalla, o da mozzáre)

pòrsi (da pòrgere) | pórsi (da pórre)

pòse (attitudini) | póse (da pórre)

pòsta (luogo fisso) | pósta (partic. da pórre)

ròcca (fortezza) | rócca (da filare)

{| | Ròdano | nomi proprii

Ròdi

|

ródano | da ródere

ródi

|- | ròsa (fiore) || rósa (prudore) |- |scòpo (fine) || scópo (da scopáre) |- |scòrsi (da scòrgere) || scórsi (da scórrere) |- |sòrta (specie) || sórta (da sórgere) |- |tòcco (pezzo) || tócco (da toccáre) |- |tòrre (da tògliere) || tórre (edifizio) |- |tòrvi (da tògliere) || tórvi (aggettivo) |- |tòrta (da tòrcere) || tórta (vivanda) |- |tòsco (veleno) || tósco (toscano) |- |vòlgo (da vòlgere) || vólgo (plebe) |- |vòlto (da vòlgere) || vólto (viso) |- |vòto (vuoto) || vóto (desiderio o promessa) |}

Mòzzo ha z molle: mózzo ha z dura: ròsa ha s molle, rósa ha s dura.

Aggiungi le forme poetiche fòra per sarèbbe simile a fóra da foráre; nòce per nuòce, sòle per suòle simili a nóce albero, e sóle astro; òra per áura, simile ad óra indicante il tempo.

La differenza di suono dell’e e dell’o non impedisce la rima. P. es.:

Le vocali molli i ed u sono quelle che pel suono si avvicinano più alle consonanti; sì perchè sono accompagnate da un certo soffiamento, sì perchè nella pronunzia dell’una ha parte il palato, in quella dell’altra le labbra. Infatti hanno ciascuna una consonante affine, j e v. Anticamente non si scriveva che i; ed u e v si scambiavano nella scrittura.

Vocali molli unite a vocali dure si fondono spesse volte con esse in una sola emissione di fiato; onde si produce il dittongo, cioè, doppio suono. Perchè ciò avvenga, si richiede che sulla vocale dura la voce si posi un po’ più che sulla molle, la qual posa di voce talvolta cade sulla stessa vocale dov’è l’accento della parola, come in piòvere, andái; talvolta cade sopra una vocale precedente a quell’accento. P. es. Eu-ròpa, pio-váno.

Se le due vocali si trovano dopo la sillaba tonica, allora, non facendosi la posa della voce su nessuna di quelle, non si ha propriamente il dittongo. P. es. vário, Itália.

I dittonghi si distinguono in due specie, distesi e raccolti. Sono distesi, quando la vocale dura precede alla molle, come in áura, Euròpa, oibò: sono raccolti, quando la vocale molle precede alla dura, come in fiáto, lietíssimo, piòvere, fiúme.

Può nascere il dittongo anche dall’unione delle due vocali molli: nel disteso la posa cade sempre su u come in fúi, colúi: nel raccolto può cadere sull’una o sull’altra, come in più, giù; qui, guísa, nei quali casi peraltro il dittongo è solo apparente, perchè l’u, piuttosto che colla vocale, si fonde colla precedente consonante in un solo suono. (Vedi cap. ).

Altri accozzamenti di vocali senza le condizioni qui espresse, non sono veri dittonghi, come vedremo a suo luogo.

Capitolo III. Mutamento di vocali.

ct ct

Spesso di una parola medesima si hanno due forme con vocale diversa, l'una delle quali è da riguardarsi come primitiva, perchè corrisponde all’origine della parola, l’altra come mutata. Tal vocale più spesso è atona, ma talvolta anche è la stessa vocale tonica della parola. Diciamo prima delle vocali atone.

Nella prima sillaba d’una parola, l’e atona si attenua molte volte in i, come mostrano le doppie forme decèmbre, dicèmbre; nepóte, nipóte; demònio, dimònio poet.; leóne, lióne meno usato; ed, in generale, i prefissi de e re che, o si trovano cangiati in di e ri, o hanno tutte e due le forme. P. es. devòto, divòto; desèrto, disèrto; restáuro, ristáuro; recuperáre, ricuperáre; respònso, rispònso; repartíre, ripartíre.

Ciò pure talvolta in fine di parola: avánte, avánti; dománe, dománi; lúnge, lúngi. Le forme in e sono poetiche.

Simile affinità si trova in casi analoghi fra o ed u. Onde abbiamo focíle poco usato e fucíle: molíno poco usato e mulíno; olívo ed ulívo; obbedíre, ubbidíre; offício, uffízio.

Altre volte, pur nella prima sillaba, e ed i si rafforzano in a. Quindi le doppie forme denáro, danáro; meravíglia, maravíglia; selvático, salvático; innaffiáre, annaffiáre; sterpáre e strappáre con metatesi; tenáglia antiq., tanáglia.

Talora nel cambiamento di vocali atone influisce la consonante che loro segue o precede:

r tende a cambiare in e la vocale precedente, come attestano le doppie forme: guarníre, guerníre; árbore poet. álbero; garòfano, gheròfano; separáre, sceveráre; e i suffissi -ería, -erello, -eréc- cio, ecc. dove l’e iniziale è spesso un’attenuamento di a primitiva. P. es. da rubáre si trae, rubería e non rubaría; da beccáro, becchería; da birrájo (birráro) birreria ecc. ecc. Si usano tuttora le doppie forme scioccarèllo, scioccherèllo; pazzarèllo, pazzerèllo; boscaréccio, boscheréccio; casaréccio, caseréccio, ed altre.

Le consonanti b, p, f a contatto di i od e, tendono a cambiarle in u. Ciò si vede nelle doppie forme scipáre antiq. sciupáre; officína, fucína con aferesi; ribèlle, rubèllo; ebriáco antiq. ubriáco: le consonanti m e v a contatto di i, e, u tendono a cambiarle in o: p. es. riverso, rivèscio poet. rovéscio; diventáre, doventáre; mínimo, mènomo; dèvo, dovére; pieváno, piováno; dimáni, dománi; dimánda, dománda; divízia poet. dovízia; eremíta, romíto con afer.; ruína, rovína; manuále, manovále; contínuo, contínovo antiq.; Cápua, Cápova antiq.

La consonante l tende a mutare in o la vocale con cui stia a contatto dopo la sillaba accentata. Ciò si vede nelle doppie forme debile poet. debole (gli antichi dissero anche nóbole, útole e sim. per nóbile ed útile); ángelo, ángiolo; scándalo, scándolo poco usato:

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