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I N T O R N O
F A T T E
GENTILVOMO ARETINO,
Osservazioni intorno alle vipere
OSSERVAZIONI
I N T O R N O
ALLE VIPERE
GNI giorno più mi vado confermando nel mio proposito di non voler dar fede nelle cose naturali, se non a quello che con gli occhi miei propri io vedo, e se dall’iterata, e reiterata esperienza non mi venga confermato: imperciocche sempre più m’accorgo, che difficilissima cosa è lo spiare la verità frodata sovente dalla menzogna, e che molti Scrittori, tanto antichi, quanto moderni somigliano a quelle pecorelle, delle quali il nostro Divino Poeta
Come le pecorelle escon dal chiuso Ad una, a due, a tre, e l’altre stanno Timidette atterrando l’occhio, e’l muso, E ciò che fa la prima, e l’altre fanno Addossandosi a lei, s’ella s’arresta Semplici, e quete, e lo ’mperche non sanno.
In cotal guisa appunto, se uno de gli antichi Savi registrò per vero ne suoi volumi qualche racconto, dalla maggior parte di coloro, che son venuti dopo, alla cieca, e senza cercar’altro è stato creduto, è stato di nuovo scritto sotto la buona fede di quel primo, che lo scrisse, e così alla giornata si parla, come i pappagalli, e si scrivono, e si leggono, e si credono dal troppo credulo, ed inesperto volgo de letterati bugie solennissime, ed a chi ha fior d’ingegno stomachevoli. Io loderò sempre, e fin che avrò fiato celebrerò le glorie di Ferdinando Secondo Gran Duca di Toscana unico mio Signore, il quale se tal volta per breve ora deposti i più gravi affari del governo si diporta fra le amenità delle filosofiche speculazioni, lo fa non per un vano, ed ozioso diverti- mento, ma ben si per ritrovar delle cose la mera verità nuda, pura, e schietta, che però con reale, ed indefessa magnificenza somministra del continuo a molti valent’ tutte quelle , che necessarie sono per arrivare ad un fine così lodevole. E se l’antica fama gia descrisse tanto liberale in promuovere gli studi del suo , il mio Signore, si come nella liberalità a quel Gran Monarca non cede, così nella cognizione delle cose, e nella prudenza di gran lunga lo si lascia indietro. E se a nostri giorni non vivono gli Aristotili, son però sempre stati trattenuti nella Toscana Corte soggetti ragguardevoli, ed insigni, ed oggi infin dalla da noi per così lungo spazio divisa Inghilterra, e da molte altre parti più remote del mondo vi son venuti uomini di alta fama, che con istupore anche de’ più dotti mostrano ogni giorno più d’avere.
Pien di Filosofia la lingua e ’l petto
Quindi è, che non potrei mai a bastanza, o Sig. , spiegarvi, quante esperienze in questa Corte dopo la vostra partenza si so- no fatte, e per mezo di quelle a quante menzogne si è cavata la maschera. Per farvi gola, e per incitarvi ad un sollecito ritorno, voglio qui brevemente, in parole semplici, e senz’artifizio raccontarvi secondo che alla memoria mi verranno alcune osservazioni, che queste settimane addietro intorno alle Vipere si sono fatte. E poiche delle Vipere si ragiona, io per iscusa del mio temerario ardimento nell’imprendere materia, nella quale tanti, e così grand’uomini de presenti, e de’ passati secoli si sono abbagliati, mi varrò molto acconciamente delle parole del giovinetto Alcibiade nel Convito: Io sono (dic’egli) nel medesimo grado di coloro, i quali sono stati morsi dalla Vipera. Dicesi, che questi tali non vogliano sfogare la loro passione, se non con quelli, i quali dall’istesso animale sono stati parimente morsicati; conciossiecosa che son si acerbi i dolori, e si acuti gli spasimi, che la ferita di quel maligno dente ne imprime, che ad ogni altro fuori di quelli, che per prova imparato lo anno incredibili sarieno, e i gravi affanni, e le misere strida per troppo teneri lezi, e puerili sarebbono reputati. Ond’ io, che da un più acuto morso ferito sono, cioè da quello dell’amore della Filosofia, il quale non men della Vipera miseramente pugne, particolarmente quando egli accarna ne i giovanili animi, o di coloro, i quali interamente privi di senno, o insensati affatto non sono, trovandomi da solo a solo con esso voi, non mi vergognerò di palesarvi le grandi smanie, che io ne meno, e come col balsamo della verità risanarlo; benissimo sapendo, quanto in sul vivo, e niente meno di me ne siate punto ancor voi.
Da Napoli arrivarono al principio di Giugno le Vipere per compor la Triaca nella Spezieria di S. A. Ser. alla di cui presenza, e di tutti gli altri Serenissimi Principi favellandosi di questi animali, e della gran parte, che egli anno nella composizione di quel maraviglioso antidoto, si venne a dire del lor veleno, e di quel, ch’ei fosse, ed in qual parte del lor corpo n’avessero la miniera.
Alcuni dissero, non aver la Vipera altro veleno, che i propri denti, i quali asserivano esser lavorati d’una tal figura, che per l’acutezza della punta, o del taglio de biscanti invisibili delle loro facce per avventura incavate, o condotte con altro strano lavoro, ferendo le tenerelle fibre, ed i sottilissimi nervi, da questi ne maggiori rami l’acerbissime punture serpendo, quindi gli acutissimi dolori, e le mortali convulsioni derivino. Altri agramente impugnata questa opinione affermarono, non essere il dente, ne per se medesimo, ne per cagion della figura velenoso, ma che colla ferita faceva strada al veleno, che sta nascosto in alcune guaine, che coprono i denti alla Vipera, da’ Greci chiamate τω̃ν ὀδόντων χιτω̃νας e a queste guaine era tramandato dalla vescica del fiele per alcuni sottilissimi canaletti, che da quella alle gengive si diramano, soggiugnendo, che il fiele viperino beuto è un tossico de più mortiferi, che in terra trovar si possano. Da altri fu data la colpa alla bava, ed alla spuma, che fa la Vipera, quando quasi arrabbiata, e tutta gonfia per la stizza s’avventa a mordere. Alcuni scherzando suggerirono, che forse, conforme al parere di molti antichi, e conforme al trivial proverbio, il veleno al- trove non istava, che nella coda, o nell’ultimo pungiglione di quella. Risero certi Cavalieri sentendo quest’ultima opinione, ed uno di loro soggiunse, che da tanta diversità di pareri ben appariva essere stato troppo ardito quell’antico Filosofo, che si era dato ad intendere di saper tutte le cose, e modesto quell’altro, che di tutte era dubbioso, e per far sovvenire il nome d’ambedue disse col .
Vidd’Ippia il vecchiarel, che già fu oso Dir’io so tutto, e poi di nulla certo, Ma d’ogni cosa Archesilao dubbioso.
Stavasi così , quando S. A. Ser. comandò, che per ritrovare questa verità ogni esperienza si facesse, che più a ciascheduno per riprova di sua opinione fosse piaciuta di fare. E perche la maggior parte pareva, che aderisse a credere nel fiele annidarsi il mortal veleno, dal fiele fu determinato di cominciare, e tanto più, che un’uomo dotto, e molto pratico nella lettura de gli antichi, e de’ moderni Autori scommesso avrebbe tutto il suo, che ogni minima goc- ciola di fiel di Vipera beuta ammazzato avrebbe un’uomo de’ più robusti, e qual si sia bestia più feroce, soggiugnendo, che oggi mai questa era una cosa passata in giudicato, che insegnata a i Medici l’avea ; che l’aveva detto a lettere di scatola, che fu d’opinione, che poco giovassero i medicamenti a coloro, che’l fiel della Vipera beuto aveano, che Rasis avea tenuto, che non valesse alcun senno, ne medicinale provvedimento, ma che vi fosse necessario l’aiuto divino, che Alì Abate affermò, che quasi nessun riparo far si poteva a questo veleno infernale, che Albucasis ancora si fu di questo parere, e con Albucasis, e con tutti i sopracitati Autori lo anno riferito modernamente Guglielmo da Piacenza, Santi Arduino, il Cardinal di S. Pancrazio, Bertruccio Bolognese, il , Baldo Angelo Abati, il Cardano, Giulio Cesare Claudino, e tanti, e tanti altri, de’ quali onorata nominanza nelle bocche de’ Medici risuona, e che usciti dalla volgare schiera degnamente poterono.
Seder tra Filosofica Famiglia.
E se bene in una sua curiosissima lettera al dottissimo scritto avea, di aver dato a mangiare ad un gatto un bocconcino di pane intinto nel fiel della Vipera senza vedersi effetto di veleno, con tutto ciò questa sola esperienza non era abile ad atterrare l’opinione di tanti Dottori massicci, e principali; oltre che il vedersi giornalmente, che i gatti trescano con le lucertole, co’ ramarri, e co’ serpi, e se gli trangugiano, ancor che con magistrevole insegnamento lo neghi, potrebbe forse persuadere, che il gatto non fu animale proporzionato per fare una cotale esperienza, si come proporzionato non fu ancora quel pollo, a cui il suddetto Severino fece inghiottire un fiele, perche da i polli comunemente si mangiano le lucertole, le serpi, i ragnateli, ed altri animali velenosi.
Se ne stava in questo mentre ad ascoltare colà in un canto Iacopo Sozzi cacciator di Vipere, uomo da esser paragonato con gli antichi Marsi, e con gli antichi Psilli, ed appena dal ridere potendosi contenere, sogghigniando prese un fiel di Vipera, e stemperatolo in un mezzo bicchier d’acqua fresca, giù per la gola se lo gittò con volto intrepido, e diede a divedere quanto ingannati si fossero i suddetti Autori, e si offerse di bere tutta quella quantità di fiele, che più fosse aggradito. Ma perchè crederono alcuni, che il buon Iacopo ciurmato prima si fosse, ancorche francamente lo negasse, o con Mitridato, o con Triaca, o con altro alessifarmaco, fu stimato opportuno farne altre prove, che perciò a due piccion grossi fu fatto ingoiare un fiele per ciascheduno senza nocumento, e, che maggior cosa è, e quasi non credibile, un cane, a cui una mezz’oncia di fiele si diede per forza a bere, non ebbe un minimo accidente, e sano, e rigoglioso infino al giorno d’oggi è vissuto, e se altro mal non l’ammazza camperà eternamente. A i galletti ancora si è dato buona quantità di fiele, ed io due ne ho fitti nel gozzo di un Pavone, e di un gallo d’India, e quattro interiora senza levarne il fiele ho fatte mangiare ad un gatto, il quale vi so dire, che ghiottamente se ne leccò le labbra. In altri animali ne ho fatta più volte esperienza, ma però sempre di diversa spezie, perche, come voi ben sapete, vi sono molte cose, le quali ad una sorta d’animali servon di cibo, che ad un altra spezie producono effetti di veleno, o altri accidenti stravaganti, e noiosi; E per tacervi della Cicuta mangiata dalli storni, e dell’Elleboro dalle quaglie, e dalle capre, dirovvi, che pochi giorni fa abbiamo osservato, che un mezzo grano d’ostia unta con olio di ricino ha fatto ad un’omiciattolo vomiti, andate di corpo, e superpurgazioni angosciose, e terribili; e pure sei gocciole del medesimo olio messe in gola ad un galletto, non solo non l’anno ammazzato, ma non gli han fatto un minimo fastidio, ne data nausea, ne mosso il corpo.
Da queste osservazioni più volte fatte, toccato con mano, che il fiele della Vipera riceuto dentro per bocca non ammazza, si fece passaggio a considerare, se stillato nelle ferite, le attossicasse, e dopo molte esperienze in molti galletti, e piccioni, e da me privatamente, in un coniglio, in un’agnello, ed in una lepre, fu conosciuto, che non avea possanza di far loro alcun male, si come non ha virtù di fare alcun bene, ne di portar giovamento posto su i morsi della Vipera, che che in contrario si dica Baldo Angelo Abati nel capitolo quinto, e nel settimo, e lo Scrodero nella sua Farmacopea.
Nel fondo poi di quelle due guaine in cui si tien riposti i suoi denti la Vipera, stagna un cert’umore di colore, e di sapore somigliantissimo all’olio delle mandorle dolci, e questo è creduto, come di sopra ho scritto esser’ a quelle tramandato per alcuni sottilissimi canaletti del fiele. Cosa certa è, e da me molte volte osservata, che quando la Vipera sguaina i denti, e s’avventa a mordere, viene a schizzar per necessità su la ferita questo giallo liquore, non già perchè si rompano le guaine, come è stato creduto dal Mercuriale, dal Grevino, e da altri, che inventarono certe vesciche non mai vedute sotto la lingua, ma perchè in se medesime le guaine si ripiegano, e si raggrinzano, come fa il mantice nel mandar fuora il fiato, o come raggrinza le labbra il cane, quando digrigna i denti, e vuol mordere.
Fu proposto, se questo liquore preso per bocca potesse ammazzare, e fu da alcuni costantemente affermato, ma colla medesima costanza da altri negato, ed il suddetto Iacopo Viperaio si esibì a berne una cucchiaiata intiera, e de fatto fu veduto saporitamente più, e più volte lambirne.
Se tu se’ or Lettore a creder lento Cio, ch’io dirò, non sarà meraviglia, Che io che’l vidi appena il mi consento.
Prese Iacopo una Vipera delle più grosse, delle più bizzarre, e delle più adirose, e fece a lei schizzare in un mezzo bicchier di vino non solo tutto ’l liquore, che nelle guaine avea, ma ancora tutta la spuma, e tutta la bava, che questo serpentello agitato, percosso, premuto, irritato potè rigettare, e si bevve quel vino, come se fosse stato tanto giu- lebbo perlato. Ed il seguente giorno, con tre Vipere attorcigliate insieme, fece di nuovo il medesimo giuoco, senza una paura al mondo; ed avea ben ragione di non temere, perchè.
Temer si dee di sole quelle cose, Ch’anno potenza di far’ altrui male, Dell’altre no, che non son paurose.
Per lo che anch’io quattro capi di Vipera semivivi, e di sangue grondanti, e lordi, tuffai in una tazza d’acqua, e con una lancetta trinciai tutti i mollami del palato, e delle ganasce, e scaturir ne feci quanto più d’umidità v’era, a segno tale, che l’acqua ne divenne spumosa, torbida, e schifa, e poscia quasi tutta coll’imbuto la cacciai nello stomaco d’un capretto, e quel residuo, che n’avanzò, si fu la bevanda di un’Anitra assettata, e quello, e questa non anno mai dato contrassegno di veleno.
Non sarà dunque temerità il dire, che s’ingannarono Alberto Magno, l’eruditissimo Mercuriale, il sottilissimo Capo di Vacca, ed il celeberrimo Zacuto dicendo, che il vino, in cui sia affogata una Vipera, è sempre pessimo veleno, e mortale, e che prima di costoro ingannato si era Aezio, e prima di Aezio affermandolo non solo di quel vino, in cui sien morte le Vipere, ma ancora di quello, nel quale queste bestiole abbiano tuffato il capo per bere. Ma io non le veggo così ghiotte di questo preziosissimo liquore, come le fanno Aristotile, e Dioscoride, ne so, che orcioletti di vino nascosti fra le siepi sieno trappole proporzionatissime per pigliarle; Conciossiecosachè avendone io tenute alcune ciotolette piene dentro alle casse, dove esse stavano, non solo non mi son mai abbattuto a vederne loro lambire una gocciola, ma ne meno mi sono accorto, che quando io non vi era presente, ne bevessero, essendo che in processo di molto, e molto tempo non l’ho mai veduto scemare se non quel tanto, che la caldissima aria ambiente ne avea potuto succiare: E questo mi fa incontrar molte difficultà nel credere, che sia vera la Storia raccontata da nel libro undecimo delle virtù de’ medicamenti semplici, che essendo stato portato un’orciuolo di vino a certi mietitori, e posatolo nel campo non molto da quegli lontano, quando vollero mescerlo nelle tazze per berlo, si avveddero, che v’era entrata dentro una Vipera, ed affogatavi: Imperciocchè, dico io, a voler, che quella Vipera potesse entrare in quell’orciuolo, necessario era, che fosse aperto, e se aperto, con quella medesima facilità, con che vi entrò, con la medesima uscire ne avrebbe potuto, in quella guisa appunto, che ho veduto scappar le Vipere più volte da fiaschi di lunghissimo collo, e pieni, e mezzi di vino, ne quali rinchiuse io le avea; Che se pure si fosse dato il caso, che quella Vipera non avesse mai trovata la strada per poterne uscire, non per tanto ne segue, che ella vi dovesse così tosto affogare, perche le Vipere galleggiano qualche tempo su tutti i liquori, mercè di una certa vescica piena d’aria, che anno in corpo non molto dissimile da quella de pesci; Ne giova il replicare, che il vapore del vino può in un momento imbriacarle, e soffocarle, perche avend’io mes- se delle Vipere in vasi di vetro pieni di generosissimo vino di Chianti, e di altro vino fumosissimo di Napoli, e di Sicilia, ho sempre osservato, che vive si son mantenute a galla lo spazio di sei ore in circa, e quando per forza le ho tenute tutte coperte dal vino, colà sotto ancora si son mantenute un’ora, e mezza senza morire, ed alla per fine essendovi morte, ed avendo molti giorni lasciatevele stare ben serrata la stretta bocca de vasi, mi son chiarito, non esser vero quello, che raccontava Paolo Emilio Ferrallo, che cotali vasi si spezzino perlo soverchio calore delle carni Viperine la dentro macerate; e per conseguenza debol’, e cadente fondamento, è questo (ancorche messo in considerazione dal Severino) per determinare, che sieno di temperamento caldo questi serpentelli; de quali pur’anche vo dirvi, che più lungo tempo mantengonsi vivi sull’acqua, che sopra ’l vino, essendo i più sopra l’acqua arrivati al terzo giorno, e tenuti sott’acqua i più son campati lo spazio di dodici ore in circa, dopo ’l qual tempo essendo morti, ed aperti i loro ca- daveri, e considerato il cuore, ho ritrovato sempre tutte due le auricule diventate molto più grandi del cuore medesimo, avvegnaddiochè nello stato naturale sieno piccolissime, ed a tal segno, che alcuni non ben’ aguzzando gli occhi al vero anno detto, il cuore Viperino avere una sola auricola.
Ma tralasciata questa digressione, torno a scriver di quel liquor giallo, che trovasi nelle guaine, che coprono i denti, il quale preso per bocca, non essendo ne a gli uomini, ne alle bestie mortifero, si andò facendo riflessione, se per fortuna messo su le ferite, fosse cagione di morte; Ed in verità, che in capo alle tre, o alle quattr’ore morirono tutti i galletti, e tutti i piccioni, su le ferite de’ quali fu posto, e tanto ammazza il liquor delle Vipere vive, quanto quello, che è cavato dal palato, e dalle guaine delle Vipere morte, e morte anche di due, o di tre giorni, avendone io fatte in diversi animali più di cento esperienze, le quali tutte mi fanno credere, che Cleopatra allor che volle morire, non si facesse mica mordere da un’Aspido, come rife- riscono alcuni Storici, ma ben si, che ella con maniera più speditiva, più sicura, e più segreta, dopo essersi da se medesima ferito, o morsicato un braccio, stillasse su la ferita, come racconta l’Autore del libro della Triaca a Pisone, un veleno, che spremuto dall’Aspido in un bossoletto conservava a tal fine preparato; overo, secondo che riferisce , che ella si ferisse il braccio con un’ago infetto di veleno, che portar soleva per ornamento del crine, ed era quel veleno di si fatta natura, che non faceva nocumento alcuno, se non quando pungendo toccava il sangue. E mi confermo in questo parere, perchè se bene dicono, l’aspido esser molto più velenoso della Vipera, il che per ora voglio concedere, nulla dimeno egli è di questa razza di serpi, che secondo la sentenza di Nicandro, d’, e di altri, anno i denti canini coperti dalle guaine, nelle quali conservano il veleno, e quel veleno schizza tutto fuora, se non al primo, almeno al secondo morso, si che il terzo (e più volte l’ho sperimentato) non è velenoso, e per questa cagione i Cerretani, ed i Cantanbanchi senza pericolo si fanno mordere dalle Vipere, onde non potè Cleopatra con un solo Aspido far morir Nacra, e Carmione sue Damigelle, e poscia ammazzar se medesima, e tanto più, che spesso questo animaletto nel primo morso si rompe i denti. Aggiungasi, che dopo la morte di Cleopatra non si trouò in quella stanza il micidial serpente, ed ognun sa il naturale aborrimento, che anno le donne tutte a vedere, non che a maneggiar le serpi; e non importa niente, che nel trionfo d’Augusto fosse veduta in Roma l’immagine di Cleopatra con un’Aspido in mano in atto di ferirle il braccio, perchè ciò si fu uno scherzo dello Scultore, o del Pittore, il quale in altro modo più evidente non poteva mostrare al popolo, qual maniera di morte quella Reina si era eletta per fuggire la schiavitudine del vincitore Augusto. Licenze non dissimili si pigliano bene spesso i moderni Pittori, e fra l’altre in questo proposito gli biasima, perche dipingono Cleopatra morsa dall’Aspido nelle mammelle, narrando , , , , e , che non nel petto, ma nel braccio ella morder si fece; E questa licenza pittoresca non è sola de moderni, ma ancora gli antichi l’usarono, conciossiecosachè trovasi una gemma presso al Gorleo, nella quale scolpita si vede Cleopatra punta dall’Aspido nella mammella. E se ben vien ripreso di questa sua critica da affermante, che è più verisimile, che si facesse pugner nel petto, come parte più vicina al cuore, con tutto ciò dottamente è stato difeso il Vettori da Filologo, e Medico dottissimo de’ nostri tempi nel libro primo delle varie lezzioni.
Ma ritornando al nostro proposito, meco molto mi maraviglio che il savio, ed ottimo vecchio versatissimo nella cognizione delle Vipere, ed esperimentatissimo dica indubitatamente, che quel liquor giallo stillato su le ferite non l’avveleni, persuaso da due sole esperienze, una su la cresta di un Gallo, e l’altra su la mano punta di un suo famiglio, perchè confessar bisogna, che, nel tentar l’esperienze.
Veramente più volte appaion cose, Che danno a dubitar falsa materia Per le vere cagion, che son nascose.
E soventi volte accade, che queste vere cagioni per alcuni impedimenti ignoti, o non osservati, non possano dimostrare i loro effetti, e posso affermarvi, essermi intervenuto, che pecore, cani, galletti fatti rabbiosamente mordere dalle Vipere, pochi giorni avanti in campagna sul più fitto meriggio prese, non si sono morti, e per lo contrario si morì un pollastro morsicato da una Vipera, alla quale io aveva tagliata la punta de' denti, e fatto a bello studio schizzar fuora delle guaine quel mal liquore, che vi sta nascosto; e di quei tanti galletti, e piccioni, su le ferite de’ quali quel veleno fu messo, ne campò una volta uno, e campò forse, perchè quando con la punta sottilissima d’un temperino io lo ferij, percossi una vena grandetta, dalla quale in abbondanza spicciando il sangue, potè per avventura far si, che il veleno non penetrasse più addentro, anzi con lo sgorgar del sangue, che tanto, quanto durò qualche ora dopo ad uscire, fu il tosco fuor del corpo cacciato. E di qui io raccolgo, quanto possa giovare a quelli, che sono stati morsicati dalle Vipere lo scarificare secondo lo ’nsegnamento de gli antichi, il luogo, ch’è stato morso, per farne venire il sangue, o applicarvi sopra una coppetta, o attaccarvi una, o due mignatte ben purgate, o vero far succhiare da un’uomo la ferita. Ed osservate Signor Lorenzo, che avvertì, che colui, che succhia tali ferite, non abbia i denti guasti, e tarlati, e prima d’ più giudiziosamente , ed ammonirono (ancorche il ingannandosi giudichi frivola questa cautela) che non abbia ulcere, o piaghe nella bocca, perchè toccandole il succhiato veleno, potrebbe esser cagione di morte, che per altro ancor che nello stomaco andasse, ne alla sanità, ne alla vita sarebbe di pregiudizio; e questa non è mica dottrina nuova, ma bene antica, e dal suddetto insegnataci dicendo. Nam venenum serpentis, ut quædam etiam venatoria venena, quibus Galli præcipue utuntur, non gustu, sed in vulnere nocent; E dopo di Celso ce lo avvertirono ancora Galeno nel terzo libro de temperamenti, e l’Autore della Triaca a Pisone nel decimo capitolo; ma più gentilmente di tutti Lucano allor che descrisse Catone conducente il Romano esercito per le solitudini arenose della Libia.
Iam spissior ignis, Et plaga, quam nullam superi mortalibus ultra A medio fecere die, calcatur, ed unda Rarior: inuentus medijs fons unus arenis Largus aquæ; sed quem serpentum turba tenebat Vix capiente loco, stabant in margine siccæ Aspides, in medijs sitiebant dipsades undis. Ductor ut aspexit perituros fonte relicto, Alloquitur: vana specie conterrite lethi Ne dubita miles tutos havrire liquores: Noxia serpentum est admixto sanguine pestis: Morsu virus habent, e fatum dente minantur. Pocula morte carent: dixit, dubiumque venenum Hausit.
Per confermatione di questo vero, quando non vi bastassero tutte le sopradette riprove, ed autorità, sappiate, che diverse perso- ne si son cotti, e mangiati allegramente tutti quanti que’ buoni pollastri, e piccioni, e tutti gli altri animali, che le Vipere aveano morsi, che che si dica il non potersi ciò fare senza manifesto pericolo di veleno; e per tor via ogni dubbio, ed ogni scrupolo de’ crudi ancora, ed allora allora dalle Vipere ammazzati, ne ho fatti mangiare ad un cane, ad una civetta, ed ad uno di quegli uccelli di rapina, che gheppi sogliamo chiamare. Si è parimente esperimentato, che le spaventose, orribili, e micidiali frecce del Bantan’ ferendo conducono in brev’ora a morte, ma beuto il vino, o altro liquore, in cui per molti giorni sieno state infuse, non apporta una minima alterazione alla sanità. Leggesi nel sopracitato libro della Triaca a Pisone, che i Dalmati, ed i Saci avvelenavano i dardi fregandovi sopra l’Elenio, e con quelli anche leggiermente piagando, purchè toccassero il sangue, uccidevano, avvegnachè l’Elenio a mangiarlo fosse loro un cibo innocentissimo, ed i Cervi, e l’altre fiere uccise con quei dardi si mangiassero per tutti sicuramente.
Come dunque, se il veleno delle Vipere a gustarlo non solo non è mortale, ma ne meno in verun modo nocevole, come, dico, potrà esser mai vera la storia del , o quell’altra d’, che due giovani feriti dalla Vipera, si morissero, perchè da se medesimi succiati s’erano il luogo morsicato? Io per me penso, che più probabile sia il dire, che coloro morissero, non perchè succiata si avessero la ferita, ma ben si, perchè dalla Vipera erano stati morsi, o non aveano col succiare cavata tutta la velenosità, o avendo qualche piaga in bocca, gliele comunicarono, o finalmente per non aver’ auto il comodo di fare gli altri necessari medicamenti interni, come nel tempo, che fu Edile Pompeo Rufo avvenne in Roma ad un Ciurmadore, il quale nel mezzo della piazza essendosi fatto mordere un braccio da un’Aspido, se bene si succiò la morsicatura, con tutto ciò in capo a due giorni restò privo di vita; la qual cosa gli avvenne, per testimonio di , per essergli da’ suoi emuli stata tolta, o versata una cert’acqua medici- nale, che egli si era preparata innanzi per bersela, e non per risciacquarsene la bocca, perchè in mancanza della dett’acqua, potea in un bisogno lavarsela, o con vino, o con acqua attinta dalla più vicina fontana. Ed ancorche dica , che a quel tale avanti che spirasse, gli marcirono, e le gengive, e la bocca; con tutto ciò questo non è argumento sufficiente per provare, che fosse effetto del succhiamento, perche , Attuario, ed il Cesalpino insegnano, che a coloro, che son dalla Vipera feriti, oltre a gli altri accidenti vien’ anche male nelle gengive, ed esala, come dice l’, fiato grave, e puzzolente dalla lor bocca, e per detto d’, enfiano loro le labbra; il che non succede, com’ho per esperienza veduto infinite volte, a coloro, che lambiscono, e cacciansi giù per la gola il veleno della Vipera. Anzi un Cane, al quale feci attaccar’ il morso nella punta del naso, tanto se la forbì colla lingua, che campò da morte, ne in su la lingua, ne in su le gengive ebbe male alcuno: et anticamente vi erano uomini, che prezzolati facevano il mestiere di succhiare le attossicate morsure. Ed in questo proposito mi sovviene della bella carità pelosa d’Augusto, il quale, come si legge in , et in , poichè fu morta Cleopatra, comandò, che da’ Marsi, e da gli Psilli succhiata le fosse la ferita, e questa infingevole pietà la trovo sovente in que’ tempi usata ne’ cominciamenti de’ grandi Imperi, onde non molti anni avanti su le spiagge di Alessandria.
Cesare poi che ’l traditor d’Egitto Gli fece ’l don dell’onorata testa, Celando l’allegrezza manifesta Pianse per gli occhi fuor, si com’è scritto.
ancora in Affrica, e lo riferisce , manteneva nel suo esercito molti Psilli, acciò medicar potessero le ferite serpentine col succhiarne fuora il veleno; e non vi persuadete, che gli Psilli, i Marsi, e gli Ofiogeni di que’ tempi avessero più particolare, e propria virtù di quella, che si abbia ogni uomo piu triviale di oggi giorno, e benche in più luoghi, et , raccontino, che questo era un dono della provida natura, conceduto a que’ soli popoli, e che aveano per costume di far prova della pudicizia delle loro mogli, con esporre i tenerelli figliuoli in mezzo de’ più fieri serpenti, con tuttociò non mi sento da crederlo, ma voglio più tosto dar fede a Cornelio Celso, che molt’anni prima di Plinio, e di Gellio ci lasciò scritto: Neque, hercules, scientiam præcipuam habent hi, qui Psylli nominantur, sed audaciam usu ipso confirmatam, et appresso: Ergo quisquis exemplum Psylli secutus id vulnus exuxerit, et ipse tutus erit, et tutum hominem præstabit; e quei Psilli non meno de gli altri uomini erano morsicati da’ serpenti, e per guarire aveano bisogno de gli alessifarmaci, e lo raccolgo da quel libro, che Damocrate medico, e poeta Greco scrisse de gli antidoti, tra’ quali se ne legge uno, di cui egli afferma, che se ne servivano gli Psilli, allora quando erano dalle Vipere morsicati:
Σφόδρα ἀγαθὴ δύναμις, ἦ καὶ χρωμένους Πίνοντας αὐτοὺς οἶδα, δηχθέντας κακῶς Τοῖς ἀρτιθήροις ἒχεσι τοῖς καλουμένοις Ψυλλίοις·
E se quell’Ofiogene, chiamato Esagone, uscì sano, e salvo da una botte piena di serpenti, nella quale, per fare esperimento di sua virtù, era stato rinchiuso per comandamento de Romani Consoli, ne resti della verità la fede appresso Plinio, che ce lo racconta, anch’oggi a me darebbe il cuore in qual si sia uomo, o in altro animale fare una simil prova, pur che a me stesse l’eleggere i serpenti, e tralasciati molti altri, sovvengavi di quelli, che nella piccola grotta vicin’a Bracciano s’avviticchiano intorno a gl’ignudi corpi di coloro, che la dentro si fanno portare per guarire di alcune ostinate malattie, ed ottengono sovente il loro intento, non so già se per cagione de’ serpenti avviticchiati, overo, che mi par più credibile, per quel sudore, che copiosissimo dal calor della grotta vien provocato, pure intorno a ciò io me ne rimetto al prudentissimo giudizio di quegli autori, che di questa grotta serpentifera accuratissimamente anno scritto, e particolarmente al dottissimo, e non mai a bastanza lodato Tommaso Bartolini, ed al curiosissimo Atana- . Fù sempre nel mondo gran quantità di que’ Marsi, e di que’ Psilli, non già che fossero della schiatta di quelli, che vantavano favolosa origine dal figliuolo di Circe, e dal Re Psillo, ma perchè, come osserva il celebre Tommaso Reinesio nelle varie lezzioni, in que’ tempi cotal nome s’arrogavano tutti coloro, che facevan professione di succhiare l’avvelenate ferite, e di essere cacciatori di Vipere; e fa menzione di un tale, che in Asia fu il primo, che instituisse l’arte di questa caccia; e nella corte Imperiale di Roma vi erano servi a questo sol’ ofizio destinati, raccontando il sopra mentovato Galeno d’averne medicato uno, che per essere stato morso da una Vipera era diventato itterico; erano però tutti di vile, e di abbietta condizione, quindi è che Marziale per rintuzzare l’alterigia del borioso Cecilio, gli disse.
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The end
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