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HISTORIA
Della Sacra Real Maestà
DI
Dediche
ELLA Catastrofe degli avvenimenti, che vanno sempre più riducendo questo secolo in un gran ristretto di tutti gli passati, le risoluzioni, e talenti di Christina Alessandra Regina di Svetia occupano un posto molto riguardevole.
Che una Regina di nascita, e di spirito sì sublime, & epilogo di tutte le Virtù deponga voluntariamente lo Scetro, e venga à piedi del Vicario di Christo, per ricevervi nelle di lui benedittioni una Corona di Paradiso, è risoluzione, che troppo eccede l’humana capacità non che il costume; il Mondo non hà forse più veduto, chi per far acquisto della vere fede habbia abbandonati i proprij Regni, e per arricchirsi delle gioie del Cielo, si sia spogliato de tesori della Terra.
Hò però cominciato à tesserne un’Historia particolare, e l’hò condotta sin qui con mio gusto, perché non solo abbraccia le rare doti, e prerogative d’una Gran Principessa; mà anche gli trattamenti fattegli sin hora da’ Maggiori Principi, e Monarchi della Christianità; onde può dirsi con verità, che Christina la Grande non poteva nelle sue risoluzioni, e ricevimenti incontrar cos’alcuna uguale al suo gran merito, che l’animo, e la pietà d’un Filippo, e d’un Alessandro.
Parerà forse à qualcheduno, ch’io habbia lasciato correr la penna al racconto di certe minuzie poco proporzionate alla maestà dell’Historia; mà questi si ricordino, che le notizie degli individui, e le memorie degli Huomini, ancorche particolari, purche sia- no benemeriti della fama, crescono sempre di credito, e di compiaccimento presso la Posterità. In ogni caso che persistessero nel rigore de’ loro scrupoli, potranno facilmente sodisfarsi col leggere sol quella parte, che più lor piace. A Dio,
n c o r c h e io sia consapevole a me stesso di haver delineata la presente Historia di Christina Regina di Svetia puramente dal naturale con i semplici contorni del vero, dubito ad ogni modo, che l’animo sublime di Sua Maestà sia per fissarvi l’occhio con che apprensione, perche il mio pennello, ò sia troppo animoso nell’offerire alla modestia di lei le bellissime sembianze delle sue virtù, ò pure sia stato troppo ardito nell’haver preteso di poterle effiggiare al vero.
Per assicurarmi dunque, che la sincerità de miei fogli sia riguardata felicemente dalla benignissime pupille di lei, risoluto di publicargli al mondo sotto il glorioso nome di V. E. la quale godendo un credito infinito presso di detta Regina, parteciperà a questo mio componimento ogn’adito, e ventura; Et in vero ne concetti, che Sua Maestà mostra d’haver formati delle cospicue qualità, e rari talenti di V. E. da ad intendere sempre più le finezze del suo buon giuditio, poiche tralasciando le dimostrazioni, che l’accorto intendimento della medesima Regina ne hà havuto coll’opportunità de’ spiritosi, e Regij trattamenti fattigli dall’Eccellenza Vostra con tant’applauso d’ogn’uno; chi non sa quanto V. E. ne gli onorati suoi esercitij, e ne’ suoi virtuosi trattenimenti habbia fatto spiccare l’ottimo temperamento de’ suoi costumi, la candidezza del suo animo, la generosità del suo cuore; e come pure habbia rese sempre più riguardevoli le sue costanti applicazioni alle scienze, & alle let- tere, la rara cognizione delle quali la fa risplendere sempre più nel lume delle sue eminenti condizioni.
Di tutto ciò ne rende piena testimonianza il maneggio, che hebbe V. E. della Monarchia Ecclesiastica, dove ella si diportò con tant’applauso così nel governo dell’armi Pontificie, come nella direzione degli affari publici, che meritò le lodi, e gl’encomi di tutte le nazioni, coll’haver legato sempre l’amore, e confidenza de’ Ministri di Principi, et il cuore de medesimi Potentati: Onde continuando ella a dar saggi sempre maggiori dell’innocenza delle sue intenzioni, della grandezza de’ suoi pensieri, con le virtuose, e sempre più accertate operazioni, con la dolcezza de’ suoi amabilissimi tratti, con lo splendore della sua nascita, col candore, e vivacità de’ suoi dettami, et in fine con le glorie de’ suoi maggiori, ci resta Vostra Eccellenza per simulacro d’un Principe Virtuoso, e per ogni riguardo dignissimo de felici influssi del Cielo, e delle benedizioni della Terra.
Bisogna confessar in fatti, ch’ella ne’ discorsi si fa conoscere per savia, e spiritosa, nelle conversazioni affabile, e cortese, e che in fine la compitezza delle sue maniere forma un’esem- plar di valore, e di virtù impareggiabili.
Potrei dir molto più in honor di lei, ma conoscendo, che la moderazione dell’animo suo, e del suo cuore, si contenta d’haver più meritate le lodi, e gli applausi, che di sentirgli mi restringerò a supplicar la grandezza dell’animo suo di gradire il tributo del mio divoto ossequio col credere, ch’io sono, e sarò sempre.
Di V. Eccellenza
Libro Primo
Si descrivono in questo libro le conditioni di Gustavo Adolfo Rè di Svetia. L’educatione della Principessa Christina unica figliola di lui. L’assontione di Questa alla Corona. Le forme del di Lei governo. I motivi, e vere cause della conversione della medesima alla Religione Cattolica Romana, e quanto è occorso nella rinuntia fatta da Sua Maestà de proprij Regni.
ASCIAI scritto nelle mie Historie il fine, ch’hebbe la vita di Gustavo Adolfo Rè di Svetia, morto nell’auge delle sue fortune, tra i cimenti della sanguinosa battaglia di Lutzen. Con la fama del suo valore, e generosità, incatenò l’affetto de’ suoi, si tirò dietro il seguito di stranieri, si acquistò riverenza, e rispetto ne gli stessi nemici.
Non viddesi già mai Prencipe si teneramente amato, ne così fedelmente servito. Quelli che non potevano fruir coll’occhio là di lui presenza, ambivano il goderne almeno la imagine, per riverirla, come idea del valor militare.
Era di statura grande, e di aspetto si maestoso, ch’induceva ne’ cuori ammiratione, e riverenza, amore, e timore insieme. Era di carnagione bianca, e colorita. Il crine, e la barba bionda lo rendèvan così risplendente, che molti lo chiamavano il Rè d’oro. Nell’ultimo periodo della vita, non giongeva per anche alli 38 anni della sua età.
Portò le sue prime inclinationi all’armi, eccittato da un genio nobile, e generoso, che lo rendeva avido di gloria, ambitioso del grido di Grande.
In tutte le occasioni, hebbe per compagna la prudenza, Unì ne discorsi la facondia, e sagacità, ne tratti la vivezza, e l’affabilità, nell’imprese la risolutione, e’l coraggio. Ne gli affari grandi, non mancava di avvedimento, di prontezza, e di costanza. Nelle dif- ficoltà faceva risplendere la virtù dell’ingegno, la fortezza dell’animo. La di lui generosità sprezzava quelle palme, e quegl’allori, che non eran inaffiati, e cresciuti a forza de sudori, e delle fatiche.
Quanto nelle battaglie appariva terribile, e spaventoso, così doppo l’acquistata vittoria, si mostrava benigno, mansueto, e pietoso. Intrepido ne’ pericoli, vigilante alle occasioni, saggio in ogni affare. Prencipe in somma, che sapeva tutto, che intendevasi di tutto.
Non s’è trovato Capitano con maggior affetto, et applauso seguito. Sodisfaceva ogn’uno con la lode, con le speranze, con la piacevolezza, e sopra tutto con la sincerità. Le azzioni virtuose erano in lui caratteri indelebili. Non dava mai alla oblivione i ricevuti servigij; grandi, o piccioli si fossero, li rimunerava, e li gradiva. Facetissimo ne’ discorsi, affabilissimo ne’ congressi. Trattava, e parlava senza fasto con tutti, e ben spesso, passando avanti al Popolo, & à Soldati, richiedeva loro, come stassero, che facessero, che volessero. Alla sua Mensa, e nelle sue stanze, mentre fu in campagna, ammetteva ogni gentilhuomo, e capitano privato. Soleva dire, esser la mensa il tormento del secreto, la rete con cui si pescano le amicitie, e affettioni. Sprezzò fuor di modo le cerimonie, e complimenti affettati, & à poco pratichi del suo genio, diceva, ò faceva dire, che riservassero quel corteggio per le Dame della Regina, ch’egli era in campagna per ammaestrare a combattere, non a regger danze.
Fù severissimo nel punire gl’eccessi della Soldatesca, & accuratissimo a proveder la sicurezza de Popoli.
Egli come vero Soldato, per dar inditio della grandezza dell’animo suo, non si pose mai ad impresa, che non portasse pericolo. Chi lo esortava ad haver cura della sua vita, l’offendeva. Gli pareva disdicevole che un Prencipe bellicoso, pensasse alla morte. Stimava esser consigli partoriti dal timore, le fantasie del guardarsi. Chiamava felice chi moriva nel suo mestiere. La Morte venturiera assoldarsi presso à chi più la teme. Eran gli di lui fini grandi; ma doppo la vittoria di Lipsia maggiori, aspirando più oltre dell’Imperio della Germania.
Sin la Forza Ottomanna cominciava à far riflesso sopra la fortuna, e valore di questo Rè. Soleva dire, che si maravigliava, come à gli Antichi fosse riuscito facile il perfettionar tante imprese, e che ne secoli presenti con tanto stento si operasse. A chi gli rappresentava, proceder ciò dall’uso diverso del guerreggiare, e dall’essere hora più difficili le espugnationi delle Città, e delle fortezze, rispondeva, non stimar la differenza delle armi, ne de tempi; mà ben sì quella del cuore. Esser lo stesso il Mondo, haver havuto ogni secolo le sue mine, e contromine, le proprie offese, e difese, e potersi far le imprese d’Alessandro, ottenere le vittorie d’Annibale, & uguagliare i progressi di Cesare, se si trovasse un animo d’Alessandro, una peritia di Annibale, un ardir di Cesare.
In due anni tirò al suo partito, o con la forza delle armi, o con motivi della sua potenza, e del suo credito, cento novanta sei tra Città, fortezze, e Terre murate. Hebbe molte vittorie in campagna, ma con quella di Lipsia, coronò il suo trionfo, havendo vinto il più sperimentato, e fortunato Capitano del suo secolo, & un esercito invecchiato nelle battaglie.
Passò il Mare, & entrò in Germania con poca gente, ma come una palla picciola di neve, rotolando da un alto monte si converte in grandissimo globbo, così dall’una trapassando Egli in un’altra impresa, puoté numerar alla sua morte divisi in dieci eserciti, & altri corpi sotto alle sue insegne più di cento mila fanti, e più di ottanta mila cavalli.
Non con altro adombrò lo splendore delle preggiate sue qualità, che colle tenebre dell’heresia di Lutero, e se seguendo le orme de suoi Predecessori, non si fosse scostato dal sentiere della vera fede, sarebbe stato lo Eroe de i Re.
Non lasciò altra prole, che Christina unica sua figliuola, nata il dì 16 Decembre del 1626. Principessa ripiena di talenti così rari, e di spirito così elevato, che non è da maravigliarsi, se ella, rappresentando in parte la viva imagine delle virtù del suo Gran Genitore, dia materia di credere, che Gustavo sia restato al Mondo nella spetie, se non vi si trova nell’individuo.
Hor come la buona educatione di quelli, che devono succedere ne’ Regni, e ne Principati è il mento primario della felicità de Popoli, applicossi questa Prencipessa ad una diligente coltura dell’animo suo, dandosi all’esercitio delle virtù, per poter poscia precorrere con gli anni il debito dell’età. Si è però osservato, che quasi da’ primi momenti del suo vivere, & intendimento, cominciò ancor bambina a procaccia lume all’intelletto, imperio alla ragione, termini alla volontà, freno a gli affetti, regola alle attioni e gagliardezza al corpo.
Non era uscita per anche dalla infantia, che si trovò instrutta de primi erudimenti della lingua, e della cognitione delle lettere latine, & havendo già scoperto, quanto poteva promettersi ne’ progressi de’ studj, con la vivezza del suo spirito, e col singolarissimo suo giuditio, si pose a coltivar l’animo con più alte scienze, come quelle, che somministrano i veri lumi, per non errare nel peregrinaggio del Mondo, e nell’acquisto del Cielo.
Nella minorità di lei il governo del Regno restò appoggiato a cinque de più cospicui Ministri, & Officiali della Corona, che furono. Il Grand’Ammiraglio, ch’era un fratello bastardo del Re Gustavo suo Padre, il Gran Cancelliere Axellio, Oxestern, il Gran Presidente Gabriel Oxestern, il Gran Contestabile Giacomo della Garda, & il Gran Tesoriere ch’era un altro Gabriel Oxestern.
Ella in tanto all’altre sudette applicazioni, aggionse quella di ammaestrarsi nella cognitione di varie lingue, per poter rendersi tanto più habile, e ta a’ maneggi del Regno, e vi fece progressi rilevantissimi. E come i libri più degni sono consiglieri incorrotti , & Oracoli, che senza alcuna richiesta rispondon anche a i pensieri, così impiegando essa le hore migliori nel leggerli, procurò di apprendervi gl’insegnamenti del buon governo.
Avvanzandosi dunque questa Prencipessa con gli anni nelle virtù, e nelle scienze, misurava con la finezza del suo giuditio così bene l’habilità di ciascuno, ch’ancor fanciulla penetrò ne fini più reconditi de suoi principali Ministri, e se ne seppe valere, per tirar a sé la total diretione de gli affari della Corona; onde acquistando grandissima veneratione, si liberò dalla soggettione, in cui pretendevano alcuni di tenerla, e cominciando a governare, mostrò, che non haveva bisogno di appoggiar il peso de maneggi ad altri, che alla sua testa; quindi avenne, che nell’anno 17 della sua età cominciò ad assistere al consiglio di stato, e nel 18 uscita di minorità, prese il governo in quel giorno a punto, che la Corona di Svetia dichiarò la guerra al Re di Danimarca, non ostante, che fosse nel suo maggior ardore quella di Germania contro l’Imperatore, & i di lui collegati.
Si serviva sempre di persone intendenti, e capaci, e se tal uno s’arrogava più auttorità, che non gli conveniva, trovava modo di moderare le di lui animosità. Essa sola amministrava tutti gli affari publici, e li terminava con molta facilità, e sodisfattione. Voleva, che gli Ambasciatori, e Ministri de’ Prencipi con lei sola trattassero, e dava loro le audienze, senza che vi Historia della Sacra Real Maestà di Christina Alessandra Regina di Svetia intervenissero i Secretarij di stato, né alcun altro de’ suoi Consiglieri. Rispondeva ella stessa alle propositioni, che gli venivan fatte tanto da suoi sudditi, quanto da’ Prencipi forastieri.
Questa Regina, ancor giovinetta, seppe in un medesimo tempo farsi amare, e temere da suoi, e da stranieri. Ella scandagliando perfettamente il genio, & i pensieri di tutti, gli soggettò così bene al freno dell’obedienza , e del rispetto, che vidde i suoi più formidabili Capitani, benché avezzi in testa de gli eserciti a spaventar il Mondo, nel cospetto della Maestà Sua, conservar sempre una riverenza vestita di timoroso ossequio.
All’incontro con la nobiltà dell’animo versava verso di loro con moto continuo officij ripieni di tanta amorevolezza, e benignità, ch’animando gli affetti, accresceva sempre verso di sé medesima più profittevoli il rispetto, e la obedienza, vero sostegno del Principato.
Vedeva ogni scrittura, che gli era presentata, e velocemente, e con chiarezza di voce la recitava in ciascuna di quelle lingue, ch’occorreva. Usava di scriver di proprio pugno gli ordini importanti, & era altre tanto scarsa, e guardinga nel conferire i secreti dell’animo suo, quanto curiosa, e scaltra nel penetrar ne gli arcani de gli altrui cuori.
Affettionava universalmente tutte le nationi, e la virtù sola era l’unico oggetto de’ suoi affetti. va con la severità di far emendar i tristi, con le gratie, e con premij di migliorare i buoni; onde non è da stupirsi , se nella Reggia di lei si sian veduti fiorire più che in alcun’altra Corte del Mondo la bontà, la honorevolezza, e le conditioni più rare, che si convengono a gli huomini illustri.
Non trovasi alcun Prencipe, che più di lei habbia favorito i soggetti virtuosi. Il sollievo maggiore dell’animo grande di Sua Maestà era il discorrere con huomini saputi. Procurò d’haver appresso di sé i più eruditi ingegni d’ogni natione, i quali tratteneva con rilevanti premij.
Manteneva le Dame nella sua Corte per decoro, e per servirsene ne’ proprij bisogni, e trattenimenti, gli quali però non la distraevano un momento da’ suoi virtuosi studj, & esercitij.
Non stimò mai né il rigore delle staggioni, né il calor del Sole, né il freddo delle nevi, non venti, non piogge, non tempeste, né altre ingiurie de tempi, o accidenti per rendersi flessibile a’ riguardi dovuti alla sua Regia conditione. Credeva le azzioni grandi non caminar bene con le delitie, e l’anima non haver maggior impedimento all’acquisto delle virtù, ch’il proprio corpo allevato, e nodrito in quelle; il travaglio, l’esercitio, la sobrietà, e la vigilanza haveva per parti dell’animo suo forte, e vigoroso.
Le imprese gloriose, ch’hanno secondata la felicità delle armi invitte di Sua Maestà, già sono eterne nelle Historie. Doppo otto mesi di acerba guerra, e di gloriosi successi alle sue armi, fece pace col Re di Danimarca , riportandone molto profitto, e riputazione. Doppo questa stabilì quella di Germania non senza gran vantaggi della Svetia, & all’hora a punto, che la stimò conveniente a quei fini, a’ quali tendeva con l’animo suo.
Ha resa illustre, e famosa la Città di Stocholm, per la norma delle sue direttioni, e per la felice ricordanza del suo governo. Certo è, che non pensava mai ad altro, che all’arricchire il suo Regno di buone arti, e di opulenze.
Il di lei trono era il teatro della gloria, e della Giustitia; non viddesi già mai Principessa d’animo sì franco, e di cuore tanto intrepido, pensava però in tanto alla sua gran ritirata verso il Cielo, perché non voleva pentirsi d’esser stata al Mondo. Come i di lei virtuosi, e valorosi talenti affascinavano i cuori d’ogn’uno, che trattava seco, così la fama loro, trapassando ben presto alle nationi più remote, produsse in un subito i soliti effetti della curiosità, chiamando dall’Italia, e dalla Francia molti de più curiosi, & intendenti ad ammirarla. Non si può esprimere a bastanza la humanità, e gentilezza, con la quale accoglieva ogn’uno, e quale particolarmente la di lei liberalità nel riconoscere, nell’accarezzare, e nel premiare i Virtuosi.
Non si trovò Prencipe d’Europa, che sorpreso dalle celebri prerogative di questa mostruosa Virtù, non procurasse ossequiarla, e riverirla, o di presenza, o meno col mezo de suoi rappresentanti.
A Doti sì grandi, e cospicue, mancava solo il lume della vera Religione. Il Cielo, come non poteva sopportare , ch’un’anima sì bella, & una mente s’ buona, andasse errando nelle tenebre della falsità, così gli fu cortese de’ suoi influssi, per cagionar effetti grandi, e mirabili.
La perspicacia dell’ingegno di lei fu svegliata dalla gratia Divina. Le inspirationi del Cielo cominciaron a destargli nell’animo il riconoscimento delle dissonanze, fallacie, e menzogne della setta, ch’Ella professava. L’affare era però delicato, né stimava bene di confidare i suoi motivi al credito di quei Ministri, il sapere de quali misurava già con miglior accuratezza, & avvedimento. Andava tra sé stessa considerando, che si come Dio fu sempre il medesimo, così la Fede di lui era la stessa, e’l fondamento di tutta la verità; onde non potevasi con ragione sopportare cosa alcuna alterata, e dissonante nella cognitione di quell’individuo, che deve esser un solo, & a sé medesimo sempre uniforme. Cominciò per tanto a scoprire la debolezza delle ragioni, con le quali i Luterani, & altri sostentano le loro novità, e fallacie, cominciò pure avedersi, che la Sacra scrittura intesa, e riverita con quella purità, e candore, col quale viene ricevuta, & insegnata nella Catedra di Pietro, somministrava argomenti troppo chiari, per convincere le menzogne. Si accorse che da’ seguaci di Lutero eran riprovati alcuni libri Sacri, non con altro fondamento, che del prio proprio capriccio, e solo perché condannano i loro errori. Che in quelli, che ritengono, e tanto stimano, alterano, adulterano, e falsificano la miglior parte di loro, e così variamente gli interpretano, che non è poi maraviglia, se tra tante discordie, e confusioni (essendo come tanti capi d’Hidra) siano moltiplicate, e risorte sette innumerabili, tutte però tra di loro differenti, e contrarie, anzi hormai era così avvilita la parola di Dio, ch’ogni sciocco Arteggiano, o Donnicciola sfacciatamente ardiva d’interpretare gli altissimi Misterij della Fede, mentre a pena s’intendono da i più saputi, e sublimi intelletti. Che le sette si facevano maggiori, o minori secondo le assistenze, e fomenti, ch’havevano in Terra, e pure esser la Fede un dono preggiatissimo del Cielo. Sì che trovandosi i seguaci delle novità senza certezza, né probabilità alcuna del vero senso, era più accertato il confirmarsi alla interpretatione uniforme, e concorde di tanti Santi, li quali in tutti i secoli haveva la Chiesa Cattolica havuto per dottrina, e per integrità di vita sì riguardevoli, & eminenti. Però esser pazzia troppo evidente, il voler appartarsi dal commune consentimento di questi, per adherire a coloro, che senza credito di bontà, e di virtù hanno per passione, & interessi privati procurato di ottennebrar il Mondo, confonderlo, e mascherarlo con mille chimere, e malignità.
Aggiongeva questa saggia Regina a tali riflessi divers’altre relevantissime considerationi, e tra queste parevagli di somma importanza, che per continuata successione de Sommi Pontefici, & uniformità di riti, e dottrine la Chiesa Romana, benché fosse stata agitata da fiere procelle, combattuta da armi nemiche, e travagliata da contrarie dottrine, a guisa di Palma, sempre più si era inalzata, e sempre più divenuta risplendente, e gloriosa.
Osservava Sua Maestà, che quelle stesse nazioni, ch’hoggi dì vivono fuori del grembo della Chiesa Romana, e particolarmente le Settentrionali, eran state quelle, che per molti secoli havevano venerata più delle altre la Fede Cattolica, & erano state fecondissime genetrici di que’ soggetti, che con la santità della vita havevano illustrato il Mondo, e con le loro anime abbellito il Cielo. Che gli scritti stimati più dotti, le azzioni più celebri, le Virtù più cospicue, e gl’ingegni più elevati eran stati quelli, che s’erano fermati nella credenza insegnata nella Catedra di Pietro, onde come gli esempi hanno maggior forza, per persuadere, che non hanno i precetti, gli pareva impossibile, che tanti huomini da bene, sì intelligenti, e sì eruditi fossero stati ciechi nel seguitare sì tenacemente, e sì a lungo que’ dogmi, & insegnamenti, che da’ ministri Heretici vengono a gli Idioti, e semplici dipinti per falsità, & errori.
Considerava in oltre, come gli stessi protestanti confessavano esser le nationi di Spagna, di Francia e d’Italia dotate di spirito più elevato, d’animo più composto, di sapere più profondo, e de costumi più civili, e più sobrij di tutti gli altri Popoli del Mondo, e tra i Settentrionali medesimi esser più stimato colui, che de gli usi, e dettami delle sudette nazioni fosse meglio imbevuto, di modo che quantunque Ario havesse sparso nelle Spagne il veleno dell’Heresia; e la Francia havesse aperto il seno, e le braccia a gli errori de vicini paesi, nondimeno havevano quei Gran Re, e la maggior parte de Grandi senza cambiar mai opinione fra tanti accidenti continuato nella obedienza di Santa Chiesa, e del Vicario di Christo, quindi risultava argomento efficace, che questa fosse la buona, e la vera Fede.
Accresceva notabilmente la forza nell’animo di Sua Maestà, che gli Heresiarchi non hanno mai saputo mostrare, quando, come, o perché la Chiesa Cattolica prevaricasse nella Fede, né dove, o in chi questa si perpetuasse, e si conservi, essendo pur necessario, che sia sempre durata in qualche parte la vera Chiesa.
Ma nel cuore di questa gran Principessa faceva breccia gagliardissima, il considerare le qualità di coloro, ch’erano stati gli Auttori dell’Heresie. Era già la Maestà sua a bastanza informata, che il solo interesse, e le lusinghe del senso, non il beneficio publico, non la integrità di mente, erano stati i consiglieri, & i promotori di queste novità. Esaminava le conditioni di Martin Lutero, e de gli altri ribelli della Chiesa Cattolica, e trovavali esser stati huomini di vita impura , di sensi sfrenati, e di smoderata ambitione, per lo che a guisa di que’ seditiosi, che nel governo d’un stato ammantano i loro pretesti col zelo del ben publico, e del servitio del medesimo Prencipe, contro il quale combattono, non hebbero mai altro intento costoro, che di destrugger lo stato, e la Monarchia della Chiesa, per vendicarsi del torto, che nell’animo loro pretendevano ricevere, per non esser a’ Pontefici Romani in quella consideratione, ch’era dalla sfrenata loro cupidigia ambita. Onde si avvide finalmente, che se Lutero cominciò ad impugnare il valore delle Indulgenze, con atterrare l’auttorità del Papa, lo fece per invidia, e per sdegno, che la cura di predicarle fossa stata commessa ad altri, e non a lui, come desiderava. Che se egli dannava il Purgatorio, non volendo ammettere, che rimanesse alcuna pena all’anime, che morivano in gratia di Dio, era inventione, o per maggiormente screditare dette Indulgenze, o per allargare la briglia a’ sensi, mentre maggiore si fa la contumacia, quando minore si rappresenta il castigo. Che se negava i digiuni, le penitenze, la confessione , il celibato de Sacerdoti, l’intercessione de Santi, la Messa, gli ornamenti, e le imagini delle Chiese, & altre cose simili, non procedeva da altro, che dall’interno disegno di rendersi seguaci i Popoli, facili a credere le cose, ch’allettano i sensi, & incontrano le appetenze della natura, come pure prendeva anche i principali motivi di promovere le sue sceleratezze dall’odio implacabile contro il Sommo Pontefice, come quello che dannava gli errori di lui.
Pareva a questa pia Regina troppo sacrilega, & empia la risolutione di Henrico Ottavo Re d’ terra, mentre haveva sottratto dalla obedienza della Chiesa santa un Regno tanto Cattolico, e ben composto, non per altro, che per servire a’ suoi capricci, e per abbandonarsi, & avilirsi affatto ne ciechi amori con Anna Bolena. Rendevangli nausea le indegne azzioni di quei Prencipi di Germania, i quali havevano spogliate le Chiese, & appropriatesi l’entrate di tanti Religiosi, che in honore del Redentor del Mondo, e della Corte celeste le impiegavano ad esaltarlo, e glorificarlo ne sagri Tempij. Ma sopra tutto s’avvanzava alla cognitione della verità col pensar, quanto fosse disdicevole il credere, che lo Spirito santo havesse voluto servirsi d’huomini così vitiosi, & indegni per riformare la sua Chiesa, mentre non mancavano tant’altri, e per dottrina, e per santità riguardevoli.
Da questi sentimenti, e dalla scorta de Santi Padri da essa accuratamente ruminati, gli fu acceso un gran lume avanti a gli occhi, onde sicome nella strada da lei già presa scoprì grand’intoppi, & imbarazzi, così fra questi nuovi splendori, incaminandosi ella per sentieri più spediti, e migliori, cominciò ad esaminar minutamente la sostanza, e’l fondamento delle più vere cognitioni. Chiamò a sé con grossi premij gli huomini più celebri nella professione del Luteranismo, e sotto colore di voler imparare ciò che sapevano, con mirabil destrezza, andò cavando tutto ciò, che credevano, & intendevano. La verità, ch’è la sola Cattolica Religione Romana, tra le oscure bre di tanti Dogmi, e dottrine contrarie, cominciò a sparger le sue chiarezze, e generar nel di lei spirito un aborrimento grande alle manifeste falsità, & alle smoderate disconvenienze solite esser dalla malitia de Ministri heretici con molta industria instillate ne gli animi delle persone semplici, e poco avvedute.
Intanto gionse in Svetia Don Giuseppe Pinto Parera Ambasciatore di Portogallo, e fece la sua entrata in Stocholm sul fine di Luglio. Con questi trovossi in carica di confessore il Padre Antonio Macedo Portughese, con un compagno chiamato il Padre Giovanni Andrada ambi Gesuiti. La Regina informata del tutto, restò molto contenta di tal incontro, da sé medesima grandemente desiderato. Sì che covando nell’animo suo una risoluta inclinazione alla fede Cattolica, cominciò ne’ suoi discorsi, e ne buoni trattamenti a mostrare al detto Padre Macedo qualche stima, & affetto. Il Padre all’incontro, osservando che la Regina, quando occorreva parlar del Papa, lo faceva con molto rispetto, e veneratione, scoprì che Sua Maestà non mancava di buona dispositione verso i Cattolici, e però, destreggiando col dargli ogni adito, & apertura, operò che ogni dì più crescessero le soddisfattioni, e le confidenze di lei verso di sé medesimo.
Finita l’Ambasciata, & apparecchiandosi il Parera alla partenza di Settembre del 1651 allhora Sua Maestà, cominciò a chiamare a sé più spesso di prima il sudetto Padre. Finalmente a’ 12 Agosto, dolo nelle sue stanze più remote, e professando di volergli scoprire un affare di grandissima importanza, accostatasegli all’orecchio gli disse: Padre Macedo voi sete il primo Gesuita, ch’io habbia conosciuto, e come per la prattica, & informatione, ch’ho della vostra bontà, stimo di potermi confidar su la fedeltà, e prudenza vostra, così già che bisogna, che partiate, vorrei ch’operaste in ogni modo, che per mezo vostro mi fossero mandati qua due della vostra compagnia Italiani esperti in ogni scienza, i quali sotto colore di esser Gentilhuomini curiosi di veder il Mondo , si fermassero nella mia Corte, acciò senza dar sospetto, potessi valermi di loro, al qual effetto vi darò anche lettere per il vostro Generale. A ciò corrispose il Padre con espressioni, e sentimenti propri di sì grande, e sì importante novità; gli rese le dovute gratie della confidenza, e si offerse di servirla fedelmente, e gli giurò esser secreto.
Tornato a casa Macedo tutto giubilante, e consolato, cominciando a pensar al modo di essequir sollecitamente la volontà della Regina, risolse chieder, come fece, licenza all’Ambasciatore di andar per sua curiosità a veder la bella, e gran Città d’Ambourg, ma non l’ottenne; tornò dunque alla Regina, e gli significò le difficoltà incontrate. Sua Maestà sentitolo con una risolutione fermissima di servirla, gli rispose, potete andar senza dir altro. Il Padre avvisato ch’il Vascello, che lo doveva condurre, stava già al porto di Balen 35 miglia lontano in pronto di gar le vele verso Lubecca, andò a pigliar l’ultimo comiato dalla Regina, che gli consegnò una lettera di credenza scritta, e sottoscritta di propria mano diretta al Generale della compagnia di Giesù, ch’era all’hora il Padre Francesco Piccolomini.
Terminò il Padre Macedo le sue espressioni, col supplicarla humilmente a dar effetto alle sue sante inspirationi. A questo punto ella rispose, che se havesse conosciuto esser la Religione Romana la buona, l’havrebbe abbracciata, che facesse pur venir i due Padri richiestigli, con i quali potesse liberamente trattare senza sospetto, che nel resto gli raccommandava di nuovo il secreto, e la prestezza.
Licentiatosi il Padre uscì dalla porta per di dietro al Palazzo, che riguarda il Mare, e sopra una felluca passò ad un scoglio, dove stette la notte, poiché non poteva arrivare al vascello di giorno. Il dì seguente trovossi a Balem, dove era già capitato uno spedito dalla Regina ad instanza dell’Ambasciatore sopradetto, per farlo arrestare prigione; ma come questi teneva secreto ordine da Sua Maestà di lasciarlo andare se lo trovasse, dissimulò di non haverlo trovato, onde egli montò a cavallo, e ritornò a Stocholm, e l’altro entrò in nave, e s’aviò a Lubecca il secondo Settembre, dove gionse dodici giorni doppo la sua partenza.
L’Ambasciatore publicò subito il Padre per un tristo nell’esser fuggito con tanta infedeltà, & altri divolgarono, che s’era fatto Luterano, col prender glie. Di là gionto in Ambourg, tirò verso Nurimberg, e finalmente doppo haver scorsi molti pericoli, pervenne a Roma a’ 28 Ottobre dello stesso 1651.
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The end
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