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Dedica
Ccovi Prencipe Eccellentissimo il Pincio, non già quello incanutito, insecolato, forestiere, et quasi dissi salvatico, mà ringiovenito, familiare, e reso Cittadino da felicissima penna: Io non dubito, che se rediuiuo potesse mirar se stesso sotto questa novella spoglia, egli non fosse, à guisa di serpe alla novella staggione per ammirar, e pompeggiar se stesso, et insieme con le proprie mani consecrar al glorioso Vostro Nome questa sua opera, acciò ella vedesse la luce del Mondo sotto i suoi felici, e fortunati auspicij. Quello ch’adesso da Fati non è concesso, sia reso lecito à me dalla somma, e singolar benignità che in Voi regna. Dedico donque à Vostra Eccellenza quest’Opera dovutale per molti titoli; così piacesse à Dio, ch’avverandosi, quel Pitagorico sigmento, l’anima del Pincio, potesse in me far tragitto, overo ch’in legendolo, e contemplandolo, potessi estrahendone quell’Entusiasmo, ch’egli così felicemente essercitò, proseguir l’interrotta Storia rappresentando la felicità d’un secolo intiero goduto da questa nobilissima Città sotto il Principato della Casa MADRUZZA sempre inclita, e sempre gloriosa. Potess’io dall’Ala destra della Fama scieglier la più dorata penna, e quella intingendo nell’Onde d’Ippocrene, sopra d’un Pario marmo rappresentare, le glorie d’un secolo, secolo veramente d’Oro, che tale l’hà pur provato, et tuttavia lo prova questa Dal Ciel diletta parte (mentre l’Italia tutta, e la Germania in mezzo delle quali è dalla Natura, et da Dio collocata, hanno provato, et provano un secolo di ferro, anzi di fuoco) sotto un CHRISTOFORO, un LODOVICO, e due CARLI. O sorte beata del nostro Autore, se gli fosse stato concesso essercitar la felicîtà del proprio stilo nel racconto delle gloriose imprese di CHRISTOFORO gran Cardinale, gran Prencipe, e gran Politico; che tale à ponto lo dichiarò quel gran Monarca, mentre in tempi, e congionture difficillissime lo constituì Governatore dello Stato di Milano; e tale à ponto egli si mostrò, mentre seppe portarsi in modo, che ne meritasse da quello e lode, e premio, et da sudditi applauso, e benevolenza. Che meraviglia dunque, ch’egli fosse reputato atto, e degno di due Principati di Bressanone, e di Trento? agevolando insieme la strada al Nepote LODOVICO così al Principato, come al CARDINALATO? il quale accoppiando i proprij, à meriti del gran Zio, fece stupir ROMA. essercitando in modo esquisito tutte quelle virtù, che fanno ammirabile vn Prencipe; del fomento delle quali prudentemente servendosi CARLO il Nepote arrivò, quasi à centro connaturale, alla grandezza di Prencipe di Trento, e Cardinale di Santa Chiesa, nelle quali constituito fù dalla Santa Sede conosciuto atto, e degno di commetter alla sua fede, e Prudenza, nella Dieta dell’anno 1613. il peso de proprij interessi, facendolo Atlante di due Mondi, onde il titolo di Protettor di Spagna nella Corte Romana dovesse poi non meno ricever, che arrecarli honore.
Suolo così ferace di Togati e Purpurati Heroi, non poteva esser sterile, d’huomini guerrieri pullulando l’Alloro à canto all’Oliuo con scambievoli fomenti, e benefficij; verdeggia l’uno all’ombra dell’altro, mentre l’altro s’avanza al fomento dell’uno; così, i Martiali Heroi di questa sempre inclita, e sempre gloriosa stirpe riceuerno in ogni tempo, e diedero fomento alle Sacre Porpore, et alli Scettri, di chi per sangue, et affettione erano congiontissimi: Quindi la grandezza d’un GAUDENZO, il quale per generosità, splendidezza, e magnificenza anco trà Prencipi era trattato da Prencipe; e tale apparve sempre nel commando delle Germaniche legioni, à cui con dispotico imperio commesse, nelle maggiori, e più ardue imprese dell’Ispanica Monarchia.
Tanta e così rara virtù, già divisa, hora unita in Vostra Eccellenza Reuerendissima chi può dubitare, quant’ella si renda più forte, e più robusta? chi si maraviglierà osservando in Vostra Eccellenza tratti di grandezza, magnanimità, e magnificenza, degni di gran Prencipe, mentr’Ella con reggio splendore alberga i primi Prencipi d’Europa, oscurando il fasto dell’Apoline, di quel gran Romano, dando occasione di credere, che si come nell’ultima parte de Cieli, si veggono raccolte tutte le stelle, così nell’ultima parte d’Italia si provino unite tutte le Virtù. Che se da quelle piovono sopra mortali; tanti, e così benigni influssi più in numero, et in qualità maggiori, ne sentono, i vostri sudditi e vassali Giustitia senza rigore; Prudenza singolare, nella scielta de Ministri per fede e sapienza chiarissimi, Maestà affabile, et Affabilità Maestosa; Prontezza nel beneficare, tardanza nel castigare; Onde l’Elogio di à Traiano Imperatore Qua tua praecipua laus est saepiùs vincitur fiscus; à fronte della CLEMENZA Vostra resta oscurato. Queste, et altre Virtù Vostre Prencipe Eccellentissimo, cui angusto campo farebbe una Storia, non che una lettera generano quell’Armonia, nella quale collocò quel gran Savio la gloria di Dio, la sicurezza dello Stato, e la felicità de Sudditi quella stessa hà indotto me ad impiegar tante fatiche nella presente opera; quali reputerò fortunate, se da Vostra Eccellenza Reverendissima saranno tanto gradite, quanto mi promettono l’Eroiche sue qualità, meritevoli d’ogni più grande ossequio. Et humilissimamente me le inchino.
Di Vostra Eccellenza Reverendissima
Servo humilissimo et Suddito Fidelissimo
Carlo Zanetti.
A' Lettori
CCO (Benigno Lettore) che appresento al tuo gran merito le da Te cotanto bramate Croniche di Trento, nel nostro commune idioma trasportate. Ricevile con lieta fronte, già che avido fosti nel desiarle, et iscusa quelli errori, che sono connaturali ad una professione cosi malagevole, e sdrucciolosa. Non hò risparmiato à fatica, acciò quest’opera uscisse in luce con quel candore, che n’era possibile, ma con tutta la diligenza impiegatavi non hò potuto non inciampare in alcuni scogli. Vi sono trascorsi delli errori, non lo niego, in particolare ne nomi proprij, in alcuni luoghi tiraneggiati, nelle virgole, non poste al suo luogo, e nelli errori d’Ortograffia, et altri di simil caratto, ma che si hà à fare, pria spoglierai d’attomi l’aria, che d’errori la Stampa. In fine, non vi si trova diffetto di momento. Gli più importanti sono notati nel fine del Volume: la corettione de nomi proprij, dove manco importa, come anco d’altri somiglianti, e di poco rilievo si rimette al giudicio di chi sà. Ne perciò si persuada alcuno, che siamo stati trascurati in espurgarli, stante che per non soggiacere à fulmini de maldicenti, pochi, se ben leggieri, ne habbiamo nella nostra corettione lasciati à dietro, che passati non sijno per il macino d’una rigorosa censura. In cotesta traslatione poi non si hà havuto riguardo à frase Accademica, o mendicata, mà a stile corrente, è commune, non però vile. Il scrivere affettato à chi per suo diporto ne hà fatto l’abozzo non piace, e ben sà che l’Historia non deve esser troppo fucata, affine di non esser stimata adultera, oltre che è cosa lodevole il sodisfare non solo à dotti, ma anco à i manco sapputi; tramandandosi à posteri gli successi delli antenati, per documentare ugualmente tutti. Devi appresso avertire, che in detta traduttione più s’hebbe l’occhio al senso, che alle parole, più alla connessione, che hoggidi nella nostra lingua s’accostuma, che alla costruttione Latina, stimando impossibile il potere con la debita venustà accopiare sotto ad un’istesso groppo gli Latini, e gli Italiani periodi. Non si è però alterata, perche dove fù concesso, si siegue la tessitura dell’Autore, se non che vi sarà qualche parola di vantaggio, per maggior chiarezza. Si lasciarebbe per aventura vedere sotto altro manto, se disimpacciata, non restasse constretta à ricovrare sotto gli abigliamenti d’illibata fedeltà, ornamento di cui si deve vestire, chi trapporta. Se quanto hò detto basta ad iscolparmi, in buon’hora sia, se nò, manco mi sgomento, avengache non si possa dar gusto à tutti, e chi ciò si persuadesse troppo presumerebbe. Anche il Sole riesce importuno à Vipistrelli. Aggradisci Lettore il mio buon animo, se la fatica non ti piace, e conservati sano.
A' lettori
CCO (Benigno Lettore) che appresento al tuo gran merito le da Te cotanto bramate Croniche di Trento, nel nostro commune idioma trasportate. Ricevile con lieta fronte, già che avido fosti nel desiarle, et iscusa quelli errori, che sono connaturali ad una professione cosi malagevole, e sdrucciolosa. Non hò risparmiato à fatica, acciò quest’opera uscisse in luce con quel candore, che n’era possibile, ma con tutta la diligenza impiegatavi non hò potuto non inciampare in alcuni scogli. Vi sono trascorsi delli errori, non lo niego, in particolare ne nomi proprij, in alcuni luoghi tiraneggiati, nelle virgole, non poste al suo luogo, e nelli errori d’Ortograffia, et altri di simil caratto, ma che si hà à fare, pria spoglierai d’attomi l’aria, che d’errori la Stampa. In fine, non vi si trova diffetto di momento. Gli più importanti sono notati nel fine del Volume: la corettione de nomi proprij, dove manco importa, come anco d’altri somiglianti, e di poco rilievo si rimette al giudicio di chi sà. Ne perciò si persuada alcuno, che siamo stati trascurati in espurgarli, stante che per non soggiacere à fulmini de maldicenti, pochi, se ben leggieri, ne habbiamo nella nostra corettione lasciati à dietro, che passati non sijno per il macino d’una rigorosa censura. In cotesta traslatione poi non si hà havuto riguardo à frase Accademica, o mendicata, mà a stile corrente, è commune, non però vile. Il scrivere affettato à chi per suo diporto ne hà fatto l’abozzo non piace, e ben sà che l’Historia non deve esser troppo fucata, affine di non esser stimata adultera, oltre che è cosa lodevole il sodisfare non solo à dotti, ma anco à i manco sapputi; tramandandosi à posteri gli successi delli antenati, per documentare ugualmente tutti. Devi appresso avertire, che in detta traduttione più s’hebbe l’occhio al senso, che alle parole, più alla connessione, che hoggidi nella nostra lingua s’accostuma, che alla costruttione Latina, stimando impossibile il potere con la debita venustà accopiare sotto ad un’istesso groppo gli Latini, e gli Italiani periodi. Non si è però alterata, perche dove fù concesso, si siegue la tessitura dell’Autore, se non che vi sarà qualche parola di vantaggio, per maggior chiarezza. Si lasciarebbe per aventura vedere sotto altro manto, se disimpacciata, non restasse constretta à ricovrare sotto gli abigliamenti d’illibata fedeltà, ornamento di cui si deve vestire, chi trapporta. Se quanto hò detto basta ad iscolparmi, in buon’hora sia, se nò, manco mi sgomento, avengache non si possa dar gusto à tutti, e chi ciò si persuadesse troppo presumerebbe. Anche il Sole riesce importuno à Vipistrelli. Aggradisci Lettore il mio buon animo, se la fatica non ti piace, e conservati sano.
Tavola delle annotationi
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Tavola delle annotazioni
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Tavola delle annotazioni
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Libro I
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VANTI diamo principio à trattare de Pontefici di Trento, richiede ogni buon ordine abbraciare, & narrare l’opere, & fatti de Duci Trentini, quali governorono al tempo de’ Longobardi. Sarebbe cosa monstruosa, & sproportionata, se doppo l’haver incominciato l’Historia de Pontefici andassimo fraponendo Prencipi temporali.
Morto dunque Clefo Re de Longobardi, ucciso in Pavia da un povero Ragazzo; scrive , che gli Longobardi governorono il Stato per spatio di dieci anni entro, & fuori del loro distretto, destinati trenta Governatori per li Luoghi principali. In Pavia Laba, in Bergamo Wailare, Alachio in Brescia, in Trento Evino, nel Friolo Gisolfo, & parimente li altri presero in governo il rimanente delle altre Città,
ogn’uno (come dir s’accostuma) la sua, quali il settimo anno della venuta d’Albuino, occuporno, & suggettorno l’Italia quasi tutta à Longobardi. Mà per esser (il nostro scopo, & ultimato fine metter alla luce le cose appartenenti solo l’interessi passati del Trentino) devessi sapere
che havendo li Francesi in quel tempo medemo fatta invasione nelli Trentini: Gli Nonesi (popoli habitanti nella Vale di Non, situata sopra Trento, della quale poi si farà più essata descritione) volontariamente si resero, & diedero il lor Castello, & Fortezza in mano de Francesi; si dimandava il Castello Anauno, ò pur (ch’è il medemo) Nonese. Non tantosto intesa con animo assai turbato da Ragillo Conte de’ Longobardi cotal ribellione de Nonesi (nonostante li Trentini havessero li loro Prencipi, & Vescovi, quali respettivamente governavano il spirituale & temporale, si riconoscevano nulladimeno sogetti al Regno de Longobardi, il cui dominio a quel tempo era assai ampio & dillatato) assembrato numeroso Esercito, con maravigliosa prestezza si traportò nella Vale; quale havendo saccheggiata, & fattane richa preda, ritornando con l’Esercito sbandato, & confuso, fù incontrato dal Capitano nemico chiamato per nome Cranichio in una tal pianura Rotalliana, ove venuti gli Eserciti alle mani
Ragillo ancorche combattesse valorosamente restò con la maggior parte del suo Esercito infelicemente estinto.
Cranichio superbo per la vittoria havuta poco dopò invase la Città di Trento, qual presa à forza crudelmente la spogliò, indi partendosi con ricchi bottini fù subito seguito da Evino Prencipe all’hora di Trento, colto à Salorno nel fatto d’arme rimase morto Cranichio, con parte dell’Esercito, il rimanente messo in fuga.
Quegli comparendo trionfante restituì il Territorio Trentino alla Città, & divulgandosi la fama gloriosa del suo nome, hebbe per moglie la Figlia di Garibaldo Re di Baviera. In questo medemo tempo tenendo la Corona Imperiale Mauritio, il Fiume Adige talmente crebbe, che sboccando per entro una Porta poco mancò non sommnergesse Trento. Ruinò etiandio buona parte delle mura della Città di Verona.
Non manco si gonfiò il Tevere qual non solamente con straordinario crescente riempì i luoghi piani della Città di Roma, ribattuto per la ruvina fatta d’un opposto, & ben saldo riparo, ma anco con rapidissimo corso soverchiò l’istesse mura della Città; Fù in oltre visto scorrere per il vaso è canale di esso Fiume frà innumerabil schiera di Serpenti un Drago, torreggiante per smisurata grandezza. Il che fù preso per non men prodigioso pronostico, che infausto portento. Di dove seguì quella peste cotanto contaggiosa, nella quale morì Pellagio Sommo Pontefice, con infinita quantità di gente. Havendo come habbiamo detto li Longobardi governato con ogni giustitia & buon nome il lor Regno & Provincie, come di sopra si è accenato, per mezzo de Capitani, & Preffetti, concorsero, fornito il decennio unitamente
nell’ellettione per loro Re di Autharo, huomo di presenza, d’aspetto, & compositione di corpo à niuno secondo, superiore non solo à qual si voglia di quei tempi, ma anche personaggio che nella Militia non riconosceva pari. Questo non tantosto assonto alla dignità Reggia (confidato nella propria virtù e militari prodezze) pen- sò come ampliar potesse il suo Regno; dovendosi per ciò fare, abbater è soggiogare l’Istria, Provincia trà le confinanti la più feroce, e non potendosi effettuare, (mercè la nativa fierezza, & indomabil barbarie di quei popoli) che con l’impiego d’un Capitano di somma virtù, qual con plenaria potestà commandasse, & conducesse l’Esercito; non seppe à chi meglio conferir tal dignità che ad Evino, Prencipe, e Governatore di Trento.
Lampeggiavano le heroiche attioni, di questo valoroso campione fra gli altri, non altrimente che risplender suole il Sole in fra le Stelle, fù perciò giudicato il più habile à tal Officio, tanto richiedendo la di lui riguardevole prudenza, congionta con l’arte virtuosa del guerreggiare. Ottenuta da Evino la dignità del Generalato si spinse con un forbito Esercito nell’Istria, & e comparendo à fronte dell’inimico lo stuzzicò alla battaglia, ritrovossi quegli privi di animo per accetare un somigliante invito. Scorse in questo mentre, Evino la Campagna, girò gli contorni, sacchegiò le Ville, devastò li campi, assalì le Città, e Borghi con estrema forza, atterò le Muraglie, e quanto violentemente prendeva tanto mandava à fuoco, e fiamma.
Si che in si fatta guisa spaventò li nemici, che à pena per spacio d’un anno ottenero la pace, non senza contribuire al Re gran somma di Oro. Domata in questo modo l’Istria, Evino con tal vittoria fece ritornò al suo Re.
In detto tempo fu publicato un Concilio in Mariano, al quale furon presenti non più che dieci Vescovi, destinati dalla suprema Sede, per dover ascoltar e giudicare (conforme il stile della Romana Chiesa) il Patriarcha d’Aquileia & altri, che dovevano presentare gli suoi scritti continenti le loro Heresie, & errori.
Uno delli dieci Vescovi fù Agnello, Antistite di Trento, huomo in quei tempi dottissimo, qual eggregiamente s’adoprò in difesa dell’immunità Ecclesiastica, come chiara testimonianza ci rende l’esperienza della vita sua. Occorse parimente in questi istessi anni, che l’Imperator Mauritio con efficaci lettere e con Ambasciarie, sollecitò & indusse il Re di Francia Childeperto à mandare un potentissimo Esercito acciò superate le Alpi passasse in Italia. Fù l’Esercito commesso à ventidue Capitani, ciascun di loro di singolar valore, con fine di levare la gente di Camleardi dall’obedienza del Regno, per distruggere, & rovinare una tal potenza. In questo ponto haveva il Rè dei Longobardi sposata con solenne pompa, & apparati Theodolinda, figlia del Rè Gartibaldo di Baviera, nel distretto di Verona. Havendo donque gli Francesi scor- ta per bona parte l’Italia, temerono gli Longobardi esporsi a gran periglio volendo cimentare, e venir a giornata con Francesi; conclusero perciò ritirarsi nelle fortezze; hebbero gli nemici campo di girare per tutte le Ville, e rovinando ogni cosa gionsero fino a Verona. Guastorono anco con strana empietà molti Castelli, quali se gli erano resi a capitolationi, e senza aver riguardo ne a fede dattagli, ne a Religione gli demolirno. Con la medema furia invasero gli Trentini, tutto dando a ferro, & fuoco, Therana, Mulito, Semiana, Appiano, Fagitano, Cumbra, Unciano, Brentonico, Valano Gnesissiano, in oltre molti altri Borgi & Ville prese a forza, tutte mandorno a terra, lasciorno solo il Castello Fernige ad intercessione, e gran sborso de danari fatto da Agnello Vescovo di Trento. Morto che fu Autharo Re andò al possesso del Regno Agilulfo, qual anco veniva con altro nome detto Agone, havendo di già presa per moglie Theodolinda, che vedova era restata per la morte d’Autharo, Agilulfo havutto lo scetro, incontinente cominciò ad investigare come s’havessero a liberar gli pregioni condotti in Francia, compassionava le sciagure de poveri Trentini, quali menati violentemente in traccia all’infelicità, trabbalati nel fondo delle miserie, in diversi sepulchri lasciavano infaustamente la vita, ciò occorse anche a molti altri popoli di quel tempo, imperoche gli Francesi spesse fiatte facendo guerre con Longobardi, e sovente trapassate l’Alpi, sbalzavano nei confini dell’Italia, spogliavano le Città, che constrete cedevano ai loro furori, gli spoglij levati dalli Territorij sagacemente mandavano in Francia. Ma perche non potevano in lungo conservare gli luoghi presi a forza d’arme, partendosi seco tiravano crudelissimamente gli pregioni per gli monti. Non ardivano gli Longobardi inferiori di forze uscire dalle Fortezze per dar con le loro militie aiuto tanto bramato alli suoi, contra la crudeltà de Francesi. Combatevano solo stando fra le mura, mentre l’inimico carico di bottini se ne ritornava oltre li Monti, abbrugiando d’ogni intorno, smantellando le Terre, con menar oltre ciò seco li habitatori. Agilulfo mandò Ambasciatore Agnello Vescovo di Trento in Francia per trattare la liberatione de pregioni, v’impiegò il buon Vescovo ogni suo potere, & diligenza par tal effetto, puochi furon fra molti liberati, quali benignamente la Regina Brunechilde di Francia riscatò con il proprio danaro, & donatagli la libertà furono dal buon Prelato riconduti alla Patria. Evino havendo per mezo del Vescouo Agnello spiati & conosciuti gli animi de Francesi, andò in persona colà, & ottenuta la pace cotanto sospirata, stabiliti li patti, secondo il costume, pacificato il tutto se ne ritornò in Italia.
Già che di sopra habbian fatta mentione di Theodolinda, mi sarà lecito aggiungere quella essere stata la Reina, alla quale Gregorio Papa scrisse, rendendogli gratie che tanto ci fosse affaticata per effetuare la pace, che no havesse recusato il consortio della Christiana republica, fusse statta causa, che il Re perseverante nella fede Catholica, facesse dono di molte possessioni alla Chiesa, & molti Vescovi depressi restituisse alla loro dignità.
Questi tempi vengono dalli Historiografi celebrati, & nobilitati per la menzione che fano d’una lunga siccità, non piovendo per spatio di nove Mesi, dal Genaro sino all’Ottobre, il raccolto per mancamento di acqua fù debile, la fame grande, il procacciarsi gli cibarij necellarij dificilissimo.
Successe monstruosa quantità di Locuste, che vastarono il Territorio Trentino. Fù cosa maravigliosa, che consumando quasi tutto l’herbame, & foglie delli alberi, nulla ò poco offendessero le biade.
Apparve in oltre una spaventevole Cometta, nunciante la morte de gran Prencipi, di la à poco morse Evino Prencipe di Trento,
à cui successe Guidoaldo, huomo pio, è dotato di non ordinaria bontà qual doppo esser stato in contrasto con Longobardi finalmente fù ricevuto in grazia dal Re Agilulfo. In questo mentre fu batezzatto il figliolo del Re nella Chiesa di S. Battista in Modesia con ogni solennità Christiana, gli fù posto nome Adoloaldo, fù levato al sacro fonte, e unto con oglio da Secondo Trentino gran servo di Dio.
Di questo si fa spessa mentione nell’, dicessi haver scritto brevemente gli fatti di quelli, ancorche ne suoi libri non faci alcuna memoria della strage, qual fecero gli Longobardi sotto li felicissimi auspicij del loro Re Autharo, nella giornata che hebbero con li Francesi, qual fù tanto grande se crediamo à , che simile ne udisse, ne si lesse giamai. Morse questo Secondo Trentino sotto l’Imperio di Focca, & Pontificato di Bonifacio, con gran nome di santità, le cui opere eggregie apportorono gran gloria alla Città di Trento.
A Gaidoaldo Duca di Trento, successe Alachio huomo , nomato figlio dell’iniquità. Costui conturbò la pace de Longobardi, suscitò discordie, di dove ne seguirono diverse ruine, & strage de populi. Primieramente mosse guerra à Gavione Conte Bavaro, qual all’hora governava Bolzano, & gli Castelli di quella giurisditione, hebbe con esso lui gagliarda, & crudel batta- glia lo vinse in campo, rimase superiore, uccisa, e rovinata grandissima copia dell’Esercito nemico, per la qualvittoria montò in tant’alteriggia e prosuntione, che ardì ribellarsi a Bertarito suo re. Era questo Bertarito à quel tempo Re de Longobardi, huomo giusto, pio, & zelantissimo della Catholica fede, hebbe egli un figliolo chiamato Cuniperto di Rhodelinda sua moglie. Obediva à quel tempo il Trentino, & tutti gli luoghi verso l’Italia all’Imperio de Longobardi, havendo steso il lor Regno dall’Istria fino à Reggio Giulio, Città nell’Abruzzo, & confine del lor Impero, superati tutti gli popoli habitanti fra li due Mari di qua dalle Alpi. E traditione che Autharo con poderoso e forte Esercito si conducesse à Benevento, ove posto freno à quelli che gli facevano resistenza prese à forza la Città di Reggio, vicina à Sicilia entrò, spronato il Cavallo nel Mare, fin dove era alzata una Colona non longi dal litto, percosse quella con la lancia, aggiungendo queste parole, fin qui hò steso il Regno de Longobardi, d’indi in poi (come vien detto) fù chiamata la Colona d’Autharo. Alachio Duca di Trento non volendo essere colto dal tempo, havendo ribellato da Longobardi fortificò il Castello di Trento contra gl’impeti che far potessero gl’inimici. Venuta all’orecchie di Bertharito Re de Longobardi, tal ribellione d’Alachio, vene subito con grosso Esercito, & assediò la Città. Alachio vedendo la sua Città assediata, con animo intrepido, non tralignando dalla sua intrepidezza naturale, uscito con gli suoi alla sprovista per liberare la Città, assaliti gli squadroni del Re gli conculcò, & messe l’istesso Re in fuga. Sentendo con lor grave cordoglio gli Longobardi la rotta datagli dalli Trentini con tanto danno, e vergogna per l’infedeltà del Duca di Trento, riempivano li contorni, ferivano l’aria con rabiose strida, si vintavano di voler abbassare l’orgoglio d’Alachio, giuravano, che haverebbero spianato la Città di Trento, Terra barbara, spelunca d’un huomo temerario, hospitio d’un Tirano, risoluti tutti per decoro del loro Regno andar à simile impresa. Inanimati in simil guisa gli Longobardi, fatto i maggiori preparamenti, adunato più copioso Esercito, si condussero all’inimico. Vide l’astuto Duca di Trento non poter resistere à tal forza, tentò ogni mezzo, & via acciò il negotio non andasse più oltre & gli Longobardi si quietassero. Cominciò à lusingare molti suoi stretti ma passati amici, massime Cuniperto figliuolo del Re, qual sino dalle fascie gli era stato compagno di camera. Fece tanto finalmente, che di nuovo ricuperò la gratia del Re. Temendo il Padre l’animo instabile, & infedele di questo Ribelle pensò più volte farlo morire, lo placò sempre il Prencipe, fece non solo gli donasse la vita ma gli fossero remesse di cuore tutte l’ingiurie, & mancamenti commessi di ribellione. Impetrò con importune preghiere gli fusse data la prefettura di Brescia, recusando dar il Padre una Città tanto popolata alla fede d’un animo inconstante, inclinato alle guerre, amatore di dissensioni; diceva esser pazzia somministrar pece al fuoco, accrescere forze ad un animo feroce, in luogo di troncare l’occasione, era affirmava egli, somministrare materia per inoltrarsi nella sua audacia, conchiudea che mai si sarebbe quietato genio di quella temperatura fattagli copia di guerreggiare; & che parimente haverebbe inganato l’istesso incauto Cuniperto dopò tanti beneficij, che anzi l’haverebbe scacciato dal Regno. Il che non molto dopò si conobbe esser stata profetia. Morto Re Bertharito in suo luogo ellessero Cuniperto suo figliolo,
il qual di già haveva sposata Hermilinda di legnagio Britana, & Sassona. Ora Alachio cominciò a fantasticare il modo con cui scacciato Cuniperto potesse usurparsi tiranicamente il Regno.
La dove ritrovandosi Cuniperto per affari, & interessi publici assente dalla Città Reggia: riconoscendo Alachio oportuno il tempo, d’invadere il Regno, giudicò bene non tralasciar tal occasione, quasi che gli venisse dal Cielo; spalleggiato da molti Cittadini Bresciani, da Aldone principalmente, è Grausone Fratelli, occupò
con inganno Pavia, & il Palazzo Regale, il che venuto all’orechie di Cuniperto, conoscendosi ingannato, tradito e privato del Regno, da quello al quale haveva fatti tanti beneficij rimase stupido, e poco mancò non tramortisse. Racolse il misero ogni
suo pensiero nel solo oggetto della propria salvezza, si ridusse per ciò nell’isola del Lago Lacio puoco distante da Como, ove convocati li suoi adherenti consultava con essi loro come recuperar potesse il perduto Regno. Regeva fra tanto Alachio con insoportabil superbia, & eccesivo orgoglio l’impero; il tutto per isfogar
li suoi sfrenati desiderij, per metter in essecutione le sue sregolatezze metteva in iscompiglio, ogni cantone si riempiva di terrori, in ogni luogo risuonavano flebilmente i pianti, la tristezza funestava miserabilmente ciascun contorno: sgorgavano fiumi di lagrime (più di qualunque altro) li Sacerdoti, givano gli lor lamenti fino al Cielo, in si lugubre maniera, che impietosite havrebbero le fiere medeme. Accompagnavano con querule voci, con tronchi singozzi, e con radoppiati sospiri gl’infortunij del loro povero Re Cuniperto, huomo, nel cui animo generoso soggiornavano à gara e la giustitia, e la bontà, e la pietà Christiana, da tutti amato, a tutti caro, desiderabile à ciascheduno, vituperosamente, e contro ogni legge spogliato del Regno: non si potevano dar pace che in luogo suo regnasse Alachio, huomo, in cui la sceleratezza, la crudeltà, la persecutione con odio intestino, delli huomini giusti, e d’integerimi costumi, scorgevansi in colmo. Governava in quel tempo la Chiesa di Pavia Damiano
Vescovo, chiaro per fama di santità, questo desideroso di mantenersi nell’immunità Ecclesiastica, con tener lontana la tiranide di quest’huomo bestiale dalla Chiesa, mandò per tal effetto Tomaso Diacono all’Audienza, giunto questo alle porte del Palazzo fece passar parola, penetrò all’orecchie del Tirano, starsene di fuori un Nuncio del Vescovo, il quale gli portava da sua parte la beneditione di Dio (tal parola vien assai usurpata da sacri Scrittori) rispose spropositatamente, e con arroganza il Tirano: Entri (disse) il Diacono mentre habbi le sottobrage nette, & monde. Replicò egli tenerle, nette havedole lavate la stessa mattina. Colerico per tal risposta il Tirano, soggionse intendere delle parti coperte dalle sottobrage, al che il servo di Dio prudentemente diede risposta, dicendo che l’indagare, di queste cose à Dio solo, non à Re temporale s’apparteneva. Finalmente chiamato alla sua presenza, li fece si crudele passata, gli sputò in faccia con tante villanie, si fieramente lo riprese, che intimoriti tutti gli altri Sacerdoti non sapevano ove rivolgersi, stimata implacabile la fierezza di una tal persona.
Lo maledicevano publicamente, & ogni giorno chiamavano, & crescevagli il desiderio del loro vero Re Cuniperto. Salirono i pianti & i lamenti del popolo alle Divine orecchie, in si fatta guisa che la Maestà dell’Altissimo commiserando oggimai la calamità di quelle genti, oprò che per l’istessi mezzi e stratagemi perdesse il Regno, con cui se l’haveua ingiustamente usurpato, e quelli medemi gli levassero la Corona, quali poco prima gli havevano consegnato lo scettro. Ritrovavasi un figliuolo d’Aldovio, questi (come dicessimo di sopra haveva messo la Corona in capo ad Alachio) mentre il Tirano numerava danari, volse la sorte che ne cadesse uno in terra, levatolo, lo recò in tavola il buon figliolo. Fissati Alachio gli occhi nel Fanciullo, di questi (disse) ne hà in quantità tuo Padre (mostrandogli gli danari) quali in breve farò che siano miei, pensava il rapace non intendesse cotal rag- gionamento; si diede à credere, (mà restò inganato) non fosse per capire il senso di quelle parole un Bambino.
Andato di sera il fanciullo à casa, racontò il tutto al Padre, che gli faceva instanza a dire ciò che visto, e sentito hauesse in Corte. Intesa da Aldone cotal cosa, (come quello che era sagacissimo) comosso à pieno, tramò ben tosto (per levarsi dal sovrastante pericolo, gl’ingano, & il tradimento al mai satio & ingordo Tirano. Avisatone imantenente il fratello Grausone di quanto gli haveva detto suo figliolo, consultorono sopra questo fatto, & ultimamente conclusero doversi richiamare Cuniperto, da loro prima tradito. E dopò l’haver secretamente manifestato alli amici ciò che havevano in pensiero, machinarono il negotio, e quando à loro parve haver tutte le cose necessarie in pronto, per scacciare questi, e rimettere in sedia quegli, conspirorno nel Tirano. Inviossi Aldone
verso la Corte, preparato per tal resolutione, e cominciando persuadere il Re, acciò non s’anoiasse tanto, ne s’internasse cosi profondamente nelli affari, havesse à cuore la propria salute, si prendesse qualche ricreatione, seguisse le pedate delli altri Re, i quali sogliono prendersi qualche solevamento d’animo; lo sollecitava ritrarsi alcune volte, uscendo dalli strepiti della Città ai riposi della solitudine, alle delitie della cacciagione, non dovesse temere, percioche essi che gli havevano dato la Città nelle mani, gli l’havrebbono anche conservata, & mantenuta, custodiremo (diceva egli) le Porte della Città col medemo animo, con il quale à te le aprimmo, ancorche non ci sia di che sospettare. Sapersi hormai che Cuniperto huomo ubriaco, e timido, desperava nella protettione della sua causa, e che di già ogni cosa da lui era stata messa in oblivione, procurando solo salvar se stesso, col nascondersi nelle spelonche; anzi mi da l’animo (si vantava costui) prometerti la di lui testa. Persuaso da cotesto, e da altri congiurati il Tiranno lasciò le cure del Regno, & uscendo in una selva, vicina alla Città, vi si dava alla Caccia, e spendeva il tempo (trastullandosi) in diversi diporti e solazzi. In questo mentre senza mettervi tempo Aldone, & Grausone fratelli, per le poste volorno al Lago di Como, dove si ritrovava Cuniperto, giunti al luogo si gettarono prostrati a piedi, bacciandoli le ginocchia, confessorono haver fatto iniquamente nel ribellarsi, non haver però temuto comparir avanti la di lui presenza, confidati nella sua innata clemenza. Dimandavangli perdono di si grave fallo con molte lagrime, promettevano rifarcirgli il dano, restituirlo al Regno; e perciò otte- nere gli spiegorno il modo, gli scopersero il consulto da loro ordito, assegnorno il giorno nel quale il Re doveva condursi alla Città. Cuniperto compreso il tenore di queste parole, non potè contenersi di non piangere con essi loro amaramente, trafigendogli l’universal calamità le viscere, e doppo haver ricevuti cortesemente li due fratelli, gli promise, che non sarebbe stato per mancargli, purche essi si mostrassero constanti, & fedeli. Gli lodò, d’haver eglino havuto a cuore la sua persona, e d’essersi fidati nella di lui clemenza, poscia gli licentiò. Seguì ogni cosa conforme
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The end
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