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Alcuni opuscoli filosofici

Benedetto Castelli · 1669 · Free in the US

17,916 words · about 1 h 15 min to read

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About this book

Author
Benedetto Castelli
Language
Italian
Published
1669
Length
17,916 words · about 1 h 15 min
Sections
9 reader sections
Text
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Contents (9)

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Front matter

ALCVNI

OPVSCOLI

FILOSOFICI

Al serenissimo e reverendissimo principe

SERENISSIMO,

E Reverendissimo Principe.

ostra Altezza Serenissima, in cui vivono magnanimi più che mai gli spiriti degli antichi Eroi della sua Serenissima Casa, non cessando mai di promuovere egregiamente gli Studi delle Lettere più profittevoli, dal Tesoro inestimabile delle fatiche de’ migliori Letterati, che non anno sortita la luce delle Stampe, da Lei con somma accuratezza raccolto, è restata servita di cavare queste dottissime Scritture del celebre Padre D. Benedetto Castelli Discepolo dell’impareggiabile Galileo, affinchè à commune profitto elleno sien fatte publiche per mezzo dell’impressione. Ed essendo, per mia gran ventura, tocco à mè lo stamparle, hò stimato corrermi rigoroso debito di farle uscire col nome in fronte di V. A. S. sì perch’elleno, senza il patrocinio di quella, Dio sà quando fussero mai uscite dalle tenebre de gli Studij privati; e quando pure avessero goduto simil vantaggio, sarebbono per avventu- racomparse trasformate stranamente: sì ancora perche i miei Torchi sono in possesso di stampare le Opere de’ migliori Matematici moderni, ed in particolare delle sublime Scuole del già mentovato ammirabile . Le di cui Opere, come incontrarono aggradimento quando ridotte in un corpo, medianti i favori di V. A. S. furono presentate al Sereniss. Gran Duca Fratello di V. A. così mi lascio io lusingare da una ragionevole speranza, che questo Libretto del P. Castelli abbia da esser ricevuto dall’A. V. con sì grato ciglio stampato, quanto già le fù caro manuscritto. Eccomi per tanto à piedi di V. A. con ogni maggior sommessione à farle omaggio di mè stesso, & à renderle l’Opera sua; supplicandola à compartire alla mia viva divozione alcuna parte della sua benignissima grazia, e protezione, della quale sommamente ansioso con profondissima reverenza mi costituisco, e pubblico

Di V. A. Serenissima

Di Bologna li 25. Marzo 1669.

Lo stampatore a' lettori

fi

fi

fiN quale stima siano appresso i professori di lettere le Opere del Dottissimo Padre Abbate D. Benedetto Castelli, Discepolo dell’ammirabile , non fà di mestieri, ch’io vi faccia manifesto, cortesi Lettori; essendo notissimo à tutta Europa, che la felice memoria di , il cui giudicio intorno alle persone virtuose era veramente esquisito, non sì tosto vide i pochi fogli, in cui questo maraviglioso ingegno spiegò con tanta chiarezza la non mai fin’allora osservata Misura delle acque correnti, che ne formò il concetto, che meritava l’Autore, e con giusto premio lo dichiarò Matematico Pontificio. Onde egli colla stanza, che fermò in Roma, ebbe in varie occasioni à scrivere le presenti Operette. Le quali con quanto desiderio siano state ricercate da’ Letterati, con quanto applauso accolte, e con quanta ansietà copiate, e ricopiate, altro testimonio non voglio, che l’Università de gli Studiosi, che anno gareggiato continuamente trà loro nel leggerle, e nel trascriverle. Vero è, che trà le molte copie, che ne camminavano per le mani del publico, molte ve n’erano assai maltrattate; onde io non sapendo certamente quali fussero i veri originali, hò indugiato fin’ora con questo dubbio à farle uscire dalle mie Stampe. Mà la benignità immensa del Serenissimo Prencipe Leopoldo Cardinal de’ Medici mi hà ultimamente liberato da ogni sospetto, restando servita di consegnare à un qualificatissimo Cavaliere di questa Patria un’essemplare correttissimo di questi Opuscoli, i quali erano da quel letteratissimo Principe trà le più care cose riserbati. E di questi mi sono io veramente servito per questa impressione, la quale ora vi presento, con assicurarmi, ch’ella è l’istessa per appunto, che fù cavata da gli originali dell’Autore, correttivi solamente alcuni pochi errori di lingua, per colpa della Patria dall’Autore istesso commessi, il quale era molto più studioso della solidità delle cose, che della pulitezza delle parole. Godetele dunque, Lettori cortesi, e con esse appagatevi dell’animo mio sempre disposto à servirvi; E vivete lieti.

Vidit D. Io. Chrysost. Vicecomes Cleric. Regul. S. Pauli in Metropolit. Pœnitentiarus pro Eminentissimo, ac Reverendissimo D. D. Hieronymo Boncompagno Archiep. Bonon. & Princ.

Imprimatur

Fr. Marcellus a Diano Ord. Prœd. Sacræ Theologiæ Mag. ac Vic. Gen. S. Officij Bonon.

Lettera a Monsignore Giovanni Ciampoli Con un discorso sopra la vista, & un'altra lettera al medesimo

L E T T E R A

A Monsignore

GIOVANNI CIAMPOLI

Con un discorso sopra la vista, e un’altra

Lettera al medesimo

Del P.D. Benedetto Castelli.

Ill.mo e Rev.mo Sig. e Padron Col. mo

Vendomi V. S. Ill.ma e Rev.ma commandato, che le dia ragguaglio dello stato mio, delle mie occupazioni, e de’ miei studj, ho pensato di obbedirla, e sodisfare in parte all’obbligo, dandole conto, che mi trovo assai quieto d’animo, non ostante molte traversie, e con buona sanità di corpo; grazie veramente singolarissime della Divina misericordia. Io pratico poco la Corte, come assai lontana dallo stato mio, e mi basta servir a’ Padroni quando comandano, ed in quel modo, che vogliono. Mi vado trattenendo con alcuni Signori, che si compiacciono della mia servitù, servendoli al mio solito; fra questi io hò Monsù Quiliet Medico dell’Eccellentiss. Sig. Ambasciadore di Francia, uomo studiosissimo, e di elevatissimo intelletto: In sua compagnia viene da me un’altro gentiluomo del medesimo Sig. Ambasciadore, d’ingegno più che ordinario, a’ quali ho di già letto il quinto libro d’, e mostrano di restar sodisfatti della mia maniera di trattare; Quasi ogni giorno poi gl’Ill.mi e Rev.mi Signori Cesarini, e Cittadini mi onorano della lor Carrozza, nella quale si spende il tempo per la maggior parte in discorsi nobili, e virtuosi, e questa state con mio infinito gusto ho intesi moltissimi pensieri di Monsignor Cesarini sopra la Sacra Scrittura, nella quale (come ella sà) questo generoso Prelato ha fatto acutissimi studi, ed in particolare sopra la Sacra Canzone di Salomone; e le prometto, che sono restato stupefatto quasi sempre, che l’ho sentito discorrere, avendo egli sempre superato in fatti qualsivoglia gran concetto, che io avessi per prima fatto di lui. Per aggiunta poi del trattenimento, alle volte i suddetti Signori si compiacevano di farmi ragionare sopra qualche materia più prossima alle nostre cognizioni, cioè sopra qualche materia naturale, e per dargliene qualche segno, le mando un disteso di certo ragionamento, ch’io feci a’ giorni passati intorno alla vista; il quale ho posto in carta, necessitato dal comandamento di Monsig. Cittadini, Prelato di quella gentilezza di spirito, ch’ella sa benissimo. So ch’al sublime intelletto di V. S. Ill.ma non giugnerà come cosa nuova, ne per nuova gliele mando; ma solamente perchè conosca, che non perdo affatto il tempo, che mi avanza nelle mie occupazioni monastiche, e per darle segno dell’obbligo infinito, che le tengo, già che da lei conosco, dopo Iddio, l’essere in questo posto di così alta servitù con N. S., unita a quella, che io rendo all’Eccellentiss. Casa Barberina. I medesimi suddetti Signori in nome loro mi hanno comandato, che io baci caramente le mani a V. S. Ill.ma & io le fò umilissima riverenza. Roma dalle mie Stanze di S. Calisto il di 29. Agosto 1639.

Di V. S. Ill.ma e Rev.ma

Discorso sopra la vista

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DISCORSO

fi

U dunque proposto da me con certa occasione un modo col quale uno, che avesse quel difetto nell’organo della vista, il quale fà compartire gli oggetti tanto confusi, come a dire annebbiati, che non si può leggere senza l’aiuto de gli occhiali convessi (accidente solito intravenire alla maggior parte di quegli, che passano quaranta, ò quarantacinque anni in circa) questo tale potesse assaifi comodamente leggere senza l’uso delli detti occhiali, & il modo fù questo. Presi un poco di carta ordinaria da scrivere di larghezza per ogni verso di tre dita in circa, ed avendole fatto nel mezzo un picciol foro della grandezza della presente figura, feci applicare chio la detta carta, in modo, che l’occhio vedesse gli oggetti, ed in particolare i caratteri d’una scrittura per lo detto foro, e così tutti quelli, che si trovarono presenti esperimentarono, che con questo assai facile artificio si leggeva comodamente la detta scrittura, ed in somma senza cointroversia fù da tutti concesso, che la vista si faceva assai più terminata, e netta co ’l beneficio del foro, che con l’occhio libero; e soggiunsi di più, che se quella carta fosse stata tinta di nero da quella parte, ch’era rivoltata verso l’occhio l’effetto sarebbe ancora riuscito in maggior vantaggio. Ammessa l’esperienza per vera, si cominciò a discorrer della cagione di tal’effetto, e fù detto da uno di quei Signori, che ciò avveniva per la unione de’ raggi, quasi che i raggi, che si partono dall’occhio nostro verso l’oggetto, ò vero i raggi dell’oggetto all’occhio, si unissero in quel foro, e così in maggior forza operassero a fare la vista. Io veramente non intesi tal’unione di raggi, ò fossero dell’oggetto nel foro entrando all’occhio, ò fossero dell’occhio al medesimo foro per ritrovare gli oggetti, e però dissi che averei più tosto stimato, che quella carta proibisse l’ingresso nell’occhio a molti raggi, e lumi, i quali non facevano a proposito, per così dire, per dipinger l’oggetto nell’occhio nostro, per modo, che in questa operazione, si veniva a fare più tosto una separazione de’ raggi, e non unione; e dichiarai il mio pensiero con una esperienza assai curiosa, ancorche non fusse per giugnere totalmente nuova a quei Signori, la quale fù questa. Che se fus- seroserrate bene le finestre di una stanza in modo che restasse totalmente priva di lume, e poi fusse aperto un picciol foro in una finestra di diametro quanto fusse la seguente linea — — — in circa, e venisse posto sopra il foro un cristallo lenticolare, cioè uno di quei cristalli, che si adoprano a’ cannocchiali del Sig. , esponendosi dentro la camera un foglio di carta bianca in tanta lontananza dal cristallo, quanto fusse la lunghezza di quel cannone, che riceve l’istesso cristallo, si vedrebbono maravigliosamente dipinti in detta carta gli oggetti opposti alla finestra, ed al foro, distintissimi, e terminatissimi co’ colori stessi lor propri, ma tutti voltati à rovescio, cioè le parti alte de gli oggetti reali, che sono fuora della finestra verrebbono rappresentate dentro la stanza nelle parti basse della carta, e le parti basse de i medesimi oggetti reali apparirebbono nelle parti alte della carta, e così le sinistre, destre, e le destre, sinistre. E perche alcuni di quei Signori non avevano mai osservata questa cosa, vollero vedere in fatti tutto quello, che aveva narrato in voce, come seguì con maraviglia loro, e con gusto straordinario. Di più applicando noi al foro diversi vetri più, e meno colmi, ritrovammo, che le immagini si facevano sopra la carta in varie distanze dal vetro, e dal cristallo, si che quando i cristalli erano assai convessi le immagini si stampavano assai distinte sopra la carta collocata un poco lontana dal cristallo, e quando i cristalli erano meno convessi, allora le immagini si facevano distinte in maggior lontananza, in modo tale, che se v. g. le immagini fussero apparite nella carta distinte in una lontananza dal cristallo di due palmi, in tal caso, se la carta fusse stata avvicinata, ò vero allontanata dal cristallo, subito quelle immagini apparivano offuscate, confuse, ed annebbiate. In oltre trovammo coll’esperienza, che se quel foro fosse stato notabilmente allargato, pure ne seguiva la confusione, & annebbiamento delle immagini, e se fosse stato molto ristretto, que’ simulacri apparivano assai oscurati: Fù ancora osservato, che quando gli oggetti erano poco lontani dalla finestra, come sarebbe dentro lo spazio di sei, ò sette canne, allora era necessario dentro la stanza allontanare alquanto la carta dal cristallo, acciò le immagini comparissero ben distinte, e terminate; ma quando gli oggetti di fuori fussero notabilmente lontani dal foro, allora si doveva approssimare la carta per vedere le immagini loro distinte; e con più esatta osservazione si vedde, che quell’immagini apparenti sopra la carta, non apparivano nella carta tutte egualmente pulite, e nette; ma quelle, che apparivano intorno al punto, che terminava l’arco della lente erano terminatissime, e distintissime, e dell’altre quelle, che di mano in mano si ritrovavano più lontane dal medesimo punto, venivano a perdere di quella chiarezza. Inchinando poi la lente or verso una parte, or verso l’altra, surgevano altri, & altri oggetti distinti, e quelli, che prima apparivano distinti rendevano le loro immagini sopra la carta più confuse. Intorno a tutti questi particolari fù discorso assai, e quei Signori mostrarono di restare sodisfatti, e capaci di questo effetto: Allora fermando io tutto il discorso conclusi di comun consenso, ch’ogni volta, che si trovasse una stanza ripiena di qualche mezzo trasparente serrata intorno intorno, e con un solo foro, e che sopra quel foro fusse posto una lente di vetro, ò cristallo, ò diamante, ò vero d’altra materia trasparente, di necessità sarebbono stampate, per così dire, dentro la stanza in una proporzionata distanza le immagini di tutti gli oggetti, che fussero opposti di fuori per linee dirette al foro, & alla lente cristallina con le circostanze notate di sopra. Stabilita questa conclusione, soggiunsi. Signori, quello, che fin quì abbiamo osservato, è come un niente in comparazione di quanto possiamo più altamente filosofare. Le cose dette sono intorno a cose grosse maneggiate, e fabbricate dalle vostre mani, e da gli ingegni umani, quello che segue è opera della natura, ch’è quanto a dire di Dio stesso, sovrano, e perfettissimo artefice. Noi possiamo fare di queste machine, ma, come s’è detto, imperfettissimamente, e grossamente, come sarebbe a dire, stanze di mattoni, sassi freddi, & insensati, carta morta, cristalli, e vetri malamente lavorati, &c. Ma la natura opera più altamente, e con inesplicabile perfezione, & esquisitezza. Io dunque dico, che la fabbrica, e costruzzione degli occhi de gli animali viventi, e sensitivi, è fatta a similitudine di queste nostre stanze, delle quali fin quì abbiamo trattato, ma con la differenza delle nostre a quelle della natura, che è tra artefice, ed artefice tra la morte, e la vita. E considero con la debolezza dell’ingegno mio nella costruzzione dell’occhio nostro, prima quella cella, e quel ricettacolo dell’occhio, che contiene l’umore detto da’ Notomisti vitreo, serrato intorno intorno, il quale ricettacolo corrisponde alla nostra stanza di sopra considerata. Abbiamo la pupilla, che corrisponde al foro nostro della finestra; sopra della pupilla si ritrova l’umore cristallino, che ha la forma della lente, e fà l’uffizio, che faceva la lente cristallina, sopra il foro della finestra. (Lascio di considerare alcune tuniche, e muscoli, e nervi, e cartilagini, e tendini, e vene, le quali servono per lo movimento dell’occhio, e delle sue parti, e per conservatione di tutto l’organo) solo si dee notare il sito della tunica retina, la quale corrisponde alla carta, che si adopera nella nostra stanza, sopra della qual tunica si fanno l’immagini de gli oggetti, che sono fuori dell’occhio con tutte quelle circostanze, accidenti, e condizzioni, con le quali si fanno ancora le immagini dentro delle nostre di sopra mentovate stanze, il che anderemo a parte a parte dichiarando, e rincontrando. E prima l’immagini dentro dell’occhio nostro saranno disegnate, e dipinte capovoltate, cioe le parti alte degli oggetti di fuori verranno disegnate nelle parti basse, & inferiori della tunica retina, e le basse de gli oggetti di fuori verranno disegnate nelle parti alte della medesima, e così le parti destre de gli oggetti corrisponderanno alla sinistra, e le sinistre alla destra, e col ferire che fanno i lumi varij de gli oggetti la tunica retina in varie sue parti, si verrà a far la sensazione della vista piu, o meno distinta, secondo, che le dette immagini saranno piu, o meno distintamente sopra la medesima tunica rappresentate. Che tutto poi fosse verissimo, lo provai coll’esperienza, facendo a tutti quelli, che si trovarono presenti affissare gli occhi in una finestra invetriata illuminata chiaramente dal Sole con questa cautela, che non andassero vagando con l’occhio per la finestra, ma fissando la vista in un determinato segno di un di quei vetri, tenessero fermo l’occhio tanto spazio di tempo, che uno dicesse v. g. il Salmo, Miserere. Ora fatto questo, feci, che tutti quelli, che avevano fatta l’operazione, chiudessero gli occhi, & interrogandoli io, che cosa vedessero tenendo così gli occhi chiusi, tutti risposero, che vedevano la medesima finestra co’ vetri distinti l’uno dall’altro da’ piombi con altre particolari minuzie, e quello, che giunse maraviglioso à tutti, fù, il vedersi comparire la finestra di varissimi colori dipinta, ora gialli, ora verdi, ora rossi, ora pavonazzi, e poi svanire, e di nuovo tornare ad apparire, e di nuovo dileguarsi. Di piu accrebbe la maraviglia in tutti, che havendo fatto replicare a occhi aperti la medesima osservazione, e poi facendo rivoltare gli occhi aperti, ora in una parte, ora in un’altra del muro bianco, per tutto da tutti si vedeva l’immagine dell’istessa finestra con quest’altra aggiunta di maraviglia di piu, che guardando un muro piu lontano dall’occhio loro, che non era la finestra vedevano l’immagine della finestra maggiore, che non era la stra reale, e guardando il muro piu, e piu da vicino l’immagine della stessa finestra appariva minore, e minore in modo tale, che guardando un foglio di carta bianco posto lontano dall’occhio tre palmi in circa la medesima immagine compariva sopra la carta molto piccola. Dalle quali cose non mi fù difficile persuader a tutti, che non era vero altrimenti, che l’immagine di quella finestra andasse vagando per tutti quei muri, e siti, dove si si vedeva, mà esser rimasa stampata, per così dire, dentro dell’occhio di ciascheduno sopra la tunica retina nel medesimo modo per appunto, che si fanno l’immagini dentro le nostre stanze, come fù notato di sopra. Stanti tutte le sudette cose possiamo render la ragione di diversi problemi; ed accidenti, che occorrono intorno al senso dell’occhio, e prima noteremo

I Che la vista verrà a farsi malamente, ed alle volte sarà totalmente impedita per diverse cagioni, una delle quali è, quando sopra la parte esteriore dell’occhio cadesse, ò si generasse, qualche pannicolo, ò altro impedimento, ch’impedisse, che i lumi, che da gli oggetti all’occhio vengono riflessi non potessero entrare dentro dell’occhio, ed in tal caso è necessario, che da prattico, e perito Cerusico sia levato quel tal panno, come à nostri giorni opera felicemente il Signor Giovanni Trullo, overo con acque, liquori, polveri, ò impiastri venga consumato quel panno, e di questa tale infermità non posso trattare, ne discorrere, se non con sentimento di acerbissimo dolore avendo ella percosso à giorni nostri il più nobil’ occhio, che abbia mai fabbricato la natura. Io dico l’occhio del Signor primo Filosofo del Serenissimo Gran Duca di Toscana, occhio tanto privilegiato, e di tanto alte prerogative dotato, che si può dire, e con verità, ch’egli abbia visto piu egli solo, che tutti gli occhi insieme degli uomini passati, ed abbia aperti quelli de’ futuri, essendo toccato in gran sorte a lui solo, fare tutti gli scoprimenti celesti ammirandi a’ secoli futuri nella via lattea, nelle stelle nebulose, ne’ Pianeti Medicei, in Saturno, in Giove, in Marte, in Venere, nella Luna, e nel Sole stesso, e però è degno d’esser eternamente conservato, com’una preziosa gemma, e tanto più, quanto ch’egli è stato ministro di quel suo maraviglioso intelletto eccitando a filosofare così altamente delle cose, ond’egli ha trapassato tutti gl’ingegni umani, i quali fin qui si sono intrigati à penetrare i più reconditi segreti della Natura; perdita veramente perniziosissima, e deploranda con lagrime universali di tutti gli occhi umani, ed in particolare dei legittimi investigatori della verità.

Secondo, può essere, che ò per l’età provetta, ò per altro accidente si sia consumata, e scemata parte dell’umor vitreo, & in tal caso, la tunica retina, sopra della quale vengono impresse l’immagini degli oggetti, sarà troppo avvicinata all’umor cristallino, e però l’immagini si faranno confuse, ed annebbiate, al qual difetto si rimedia coll’uso degli occhiali convessi piu, o meno colmi, secondo, che tale accostamento sarà maggiore, o minore.

Terzo, può essere, che l’umor vitreo sia cresciuto più di quello, che ricerca la convessità della lente cristallina, e perciò la tunica retina si sia troppo allontanata dalla suddetta lente, onde faccia l’immagini confuse, al che vien soccorso con adoperare gli occhiali concavi piu, o meno, secondo che la detta distanza sarà maggiore, o minore.

Quarto, accaderà, che la stanza dell’umor vitreo, o del cristallino si sia per qualche cagione intorbidata, ed abbia perduto della sua trasparenza, nel qual caso alcuni Medici Fisici assai prontamente, per non dire forse temerariamente, ricorrono à medicamenti purganti, ed al cavare del Sangue, ed altri rimedij, da’ quali ben spesso il povero infermo, in luogo di ricevere sollevamento, viene acciecato del tutto, ed io se avessi da consigliare in simil caso, consiglierei piu tosto, che si astenesse da ogni sorta di medicina, ch’esporsi a pericolo di perder totalmente la vista, ò guastando la complessione perdere ancora la vita stessa.

Quinto, intravverrà alcuna volta, che la pupilla dell’occhio sarà troppo allargata, e però entrerà nell’occhio soverchia luce, la quale confonderà, ed annebbierà l’immagini; ed a simil disordine, io son molto ben sicuro, che si rimedia applicando sopra l’occhio una falda di taffettà nero, ò altra materia opaca, e non trasparente con quel picciol foro, che si disse nel principio di questo ragionamento, e traguardando per lo detto foro gli oggetti compariranno assai terminati, e di ciò n’ho fat- molte esperienze, e tutte mi sono riuscite felicemente.

Abbiamo nel sesto la ragione, perche quando noi voltiamo l’occhio fissamente in qualche oggetto per vederlo, quello si vede molto bene, e distintamente, mà gli altri oggetti adiacenti si veggono con qualche confusione, la quale è di mano in mano maggiore, quanto più quegli oggetti sono lontani da quel primo, nel quale abbiamo affissato la vista, il che accade, perchè le pitture dentro dell’occhio, dove corrisponde l’asse dell’occhio si fanno distinte, e l’altre appariscono con maggior confusione, secondo che son più lontane dal medesimo asse, come fù avvertito di sopra nell’immagini apparenti dentro d’una stanza.

Settimo, Dalle medesime cose ben’osservate si vede chiara la ragione di quella apparenza, che si fa nell’occhio nostro, movendovi una mano, overo movendo con una mano un bastone, ò altra cosa con notabil velocità, conciosiacosache noi non vediamo allora la semplice mano, ò quel semplice bastone, ma vediamo come una continuata mano, ò bastone disteso per tutto quello intervallo, pe ’l quale si fà il movimento; e la ragione è perche movendo io v. g. la mia mano destra verso la sinistra, si và imprimendo nell’occhio mio, cioè sopra la tunica retina, l’immagine della mano in tutti quei siti, che sono dentro l’occhio tra la sinistra, e la destra, la quale immagine non così presto si dilegua, ma si conserva per un poco di tempo in modo tale, che la mano cammina dalla destra verso la sinistra, e ritorna alla destra avanti, che siano dileguate le prime, e l’intermedie immagini, & in tal modo vediamo la continuazione di quell’oggetto.

Ottavo. E con similissima dottrina vederemo nell’ottavo luogo la ragione d’un’altra apparenza stravagante, la quale è che bene spesso le lucertole, e le serpi si vedono vibrare dalla bocca loro tre lingue, e se poi ’l medesimo animale sarà morto, e contemplata bene la cosa, si troverà, che quell’animale ha una lingua sola. Mà perche la vibra, e caccia fuora, e la ritira in tre siti della sua bocca, cioe dalle bande, e nel mezzo, e quello fà con tanta velocità, e prestezza, che avanti che siano dileguate, e distinte le prime due immagini della lingua stampate nell’occhio nostro sopra l’uvea sopragiugne la terza, però non una, ma tre lingue appariscono.

Parimente per nono quesito, quando di notte tempo si vedono quelle stelle cadenti, le quali alla nostra vista rappresentano una lunga striscia di fuoco distesa per l’aria, direi che non è vero totalmente, che in quel tempo, che si vede quella striscia si trovi veramente, e realmente fuori dell’occhio nostro una fiamma di fuoco disteso, come ci appare, ma si bene avendo preso fuoco prima una parte, e poi l’altra di quella materia, venga impressa nel nostr’occhio prima un’immagine, e poi successivamente altre, ed altre, e così ci apparisca quella lunga tirata di fuoco; o veramente si puo dire co’ nostri fondamenti, che movendosi quel primo fuoco con gran velocità vada imprimendo continuamente nell’occhio la sua immagine nel medesimo modo, che si è dichiarato di sopra al settimo quesito.

Decimo. Bella osservazione ancora a questo proposito mi sovviene d’aver fatta molte volte, quando casca la pioggia senza che faccia vento da parte alcuna, nel qual caso le gocciole dell’acqua cadente vengono a cascare per linea perpendicolare alla superficie della terra, e perche quelle gocciole nel cascare fanno l’immagini loro nel medesimo modo detto di sopra al settimo quesito, cioe non terminate da quel semplice globettino, ma ci vengono a dipingere nell’occhio nostro certi filamenti, i quali ci appariscono come pendenti in aria; di qui è, che se noi staremo a vedere fermi guardando la pioggia, vederemo tutti quei filetti, ò filamenti ad angoli retti alla superficie terrena, ma se cominceremo à caminare trasversalmente à quella veduta, subito vederemo tutti quei filamenti medesimi inclinati, e non fare altrimenti angoli retti in terra, anzi appariranno giusto, come se quelle gocciole cadenti fussero trasportate da un gagliardo vento, che spirasse contro di noi dalla parte verso la quale camminiamo. E se poi torneremo indietro, movendosi alle parti contrarie di prima, subito si vederanno quelle inclinazioni mutarsi tutte in un tratto, come se in quell’istante si fusse rivoltato vento contrario, il quale effetto pure depende dalla medesima ragione, come facilmente ogn’uno puo da se medesimo comprendere.

Undecimo. Ora per poter risolvere altri più recon- dubbi pure intorno alla vista è necessario ritornare a piu sottile, e diligente contemplazione dell’organo della medesima vista. Per tanto considero, che essendo il lume potente a muovere le parti componenti que’ corpi, sopra à quali egli percuote, può conturbarli dalla lor primitiva costituzione, come si vede in esperienza, e per quello che io ho avvertito in altro discorso intorno al nero, al bianco, ed al lume. E perche questo movimento di parti si và facendo piu, o meno cospicuo, secondo che i lumi saranno piu, o meno vivaci, e secondo che i corpi, ne’ quali batte il lume saranno piu, o meno nobili, e fatti di costruzzione piu, o meno dilicata, di qui è che essendo la tunica retina dilicatissima, e nobilissima, qualsivoglia ancorche debolissimo lume, che la percuota, sarà potente a commover le sue parti, e trasferirle in diversa costituzione dalla sua prima, e naturale. In tal modo crederei, che essendosi sparsa sopra la tunica retina l’immagine di qualche oggetto, di necessità in varie parti della detta tunica venissero dispensati varij lumi di diversissime forze, cioe piu, o meno vividi, e per tanto si dovesse fare la conturbazione, e movimento delle sue parti in diversissimi modi. Tal conturbazione però non subito, & in instanti, ancorche sia rimosso l’oggetto di fuori, che ribatteva ’l lume nell’occhio può ritornare alla sua prima costituzione, ma spende qualche tempo nel restituirsi.

Dalle quali cose abbiamo una piu chiara conferma- zione, & esplicazione di quanto si è detto nel settimo, ottavo, nono, e decimo, quesito.

Di piu nel dodicesimo luogo abbiamo la ragione d’un’accidente, che si osserva nel contemplare la Luna nuova di tre, o quattro giorni, il quale accidente è, che quella parte della Luna, che ci si mostra con sembianza di risplendenti corna ci apparisce terminata da una circonferenza di cerchio maggiore notabilmente, che quella rimanente, che non è ancora tocca da i raggi del Sole, la qual rimanente mostra di essere terminata da circonferenza di cerchio notabilmente minore della circonferenza delle corna risplendenti, come si vede nella qui posta figura. Dove noi possiamo dire, che facendosi dentro dell’occhio l’immagine della Luna, que’ lumi vividi, che dipingono le corna, non solo conturbano quella parte della retina, che precisamente feriscono, ma perturbano ancora le adiacenti, e contigue intorno intorno alle corna, e però la figura delle corna apparisce maggiore della figura della parte oscura.

E così nel tredicesimo luogo potremo assegnare ragione chiarissima, per la quale vediamo le stelle, e gli altri lumi nostri terreni di notte tempo inghirlandarsi, e coronarsi di splendenti crini tanto grandi, che con quell’aggiunta ci appariscono venti, e trenta volte di maggior diametro, di quello ci apparirebbono, se venissero a terminare la nostra vista col nudo corpuscolo loro; il che non nasce da altro, che da quella conturbazione, che fanno i lumi pieni dell’oggetto lucido nell’occhio sopra la tunica retina, i quali non solo conturbano le parti della medesima retina a loro contigue, adiacenti, e circonfuse, e così ci fanno apparire l’oggetto maggiore di quello, che apparire dovrebbe, della qual materia il Signor Mario Guiducci nobil Fiorentino aveva vent’anni sono in circa, trattato contro di quelli, che non intendendo bene queste cose introducevano diverse debolezze, e vanissimi discorsi sopra l’ingrandimento, che fa il Telescopio adoprato intorno alle stelle; e questo fece in due sue lezzioni delle Comete, opera eruditissima, e frutto veramente nobile, e proprio di quel lucidissimo intelletto.

XVI. Intorno al sopradetto particolare è degno d’essere avvertito, che se noi con perfettissimo telescopio osserveremo la Luna in simil constituzione poco avanti, e poco dopo la congiunzione col Sole, e faremo diligente riflessione all’apparente grandezza della circonferenza delle lucide corna, e della circonferenza della porzione rimanente non ancora illuminata dal Sole, le ritroveremo uguali, anzi per dir meglio, una circonferenza medesima d’uno stesso cerchio, il che non depende da altro, se non che il telescopio smorzando quella gran vivezza di lume spoglia prima le corna lucide da quella avventizia capellatura di splendori lucenti, e poi ingrandisce la sua pura immagine con la medesima proporzione, con la quale augumenta anche la rimanente non ancora illuminata, & in cotal guisa ci appariscono eguali.

Per lo quindicesimo problema, non voglio assegnar la ragione perch’intravenga, che quando noi ci partiamo da qualche luogo aperto, e dallo splendor del Sole lucidissimo vivamente illustrato, e ci ritroviamo in una stanza debolmente illuminata, non così subito possiamo distinguere con la vista gli oggetti in quella collocati, essendo la soluzione di tal quesito tanto facile, che non hà bisogno d’essere accennata.

XVI. Qui non vorrei passar troppo innanzi, ed ingolfarmi in alto pelago, aggiugnendo un certo mio pensiero intorno a’ colori, e la loro esistenza: Ma siami lecito accennarlo solamente sottomettendolo al giudizio di quei filosofi, che vanno cercando la verità, non ne’ libri di carta, ma nella Natura stessa, vero libro originale di ogni nostro diritto sapere, non curandomi punto di quello, che siano per produrmi contro quelli, che non fanno altro, che raccor varie opinioni da diversi volumi, e concordandole insieme in gran numero, fanno nascere stravagantissimi mostri, e vanissime chimere di nuove opinioni, le quali poi esaminate diligentemente si trovano non avere altra esistenza, ne rincontro, che nelle loro deboli fantasie, & in quei fogli di carta, che vanno del continuo riempiendo. Dico dunque, che dalle cose dette di sopra, e ben’osservate inclino grandemente à sottoscrivermi alla sentenza del nostro dottissimo Signor nel suo , dove sottilmente filosofando de’ colori, pensa che non sieno cose reali fuori de’ nostri occhi, ma solo una tale affezzione, che in essi si produce, la quale affezzione io dirò, che non è altro, che una tale perturbazione delle parti della tunica retina del nostro occhio, alla quale abbiamo poi noi imposti i nomi di colori diversi secondo la diversità di quella conturbazione; il che mi muovo grandemente a credere considerando quella apparenza di colori, che mi si genera nell’occhio, quando l’affisso in quella finestra invetriata, come si è notato di sopra, nel qual caso, senza ch’esteriormente fossero stati esposti ne rossi, ne gialli, ne verdi, ne pavonazzi a gli occhi nostri, in ogni modo con l’esser prima stata conturbata gagliardamente quella parte della tunica retina da i vivaci lumi della finestra, chiudendo poi noi gli occhi, e rivoltandoli in altra parte, nel ridursi la medesima tunica alla sua prima costituzione trapassa per altre; & altre varie posizioni di parti, e conturbazioni, e così produce nel nostro sensorio varie affezzioni, e ci si rappresenta quella varietà di colori.

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