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Notizie del bello, dell'antico, e del curioso della città di Napoli

Carlo Celano · 1856 · Free in the US

16,906 words · about 1 h 11 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
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About this book

Author
Carlo Celano
Language
Italian
Published
1856
Length
16,906 words · about 1 h 11 min
Sections
12 reader sections
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L'Editore

Il desiderio di molti di veder messe a ristampa le notizie della Città di Napoli, raccolte e fedelmente descritte dal Canonico Carlo Celano, ci ha invogliato ad imprendere questa piacevole sì, ma troppo ardua fatica. Le patrie memorie sono sacre per la posterità; è per mezzo di esse che si diffondono e si eternano le opere de’ sapienti e dei prodi; fu perciò lodevolissimo lo scopo di questo patrio scrittore di ricordare le antiche singolarità di questa classica terra, ora per lieti eventi felice, ed or misera per atrocità ed infortunii; terra favorita dalla natura, abbellita dall’arte, e per dolcezza di clima, per salubrità dell’aere, per fecondità di prodotti meritevolmente appellata il giardino dell’Italia! Se è dovere d’ognuno rendersi utile al proprio paese con opere virtuose, il Celano ne diede con molta sollecitudine il più nobile esempio col raccogliere da chiare ed accreditate sorgenti le migliori notizie atte ad illustrare la bella Napoli, che per antichità d’origine, per istituzioni, per discipline e per monumenti non fu nè sarà mai scevra di gloria! Il suo lavoro nel registrare i domestici fatti fu ordinato e disposto con tal metodo didascalico, la sua narrazione scritta con sì chiaro e semplice stile, che ha finora riscosso il giusto plauso del pubblico.

Pieno di buon volere, sempre che gli mancarono elementi scritti, si mosse ad investigare antichità d’ogni sorta prima di lui inosservate o neglette. Scendea perciò sovente ne’ sotterranei e nei pozzi scavando pietre o rivoltolando rottami nella speranza di trovare iscrizioni, o imbattersi in altri pezzi di belle arti. Laonde, se non potè dirsi archeologo profondo, fu non pertanto di grande ausilio alla storia del suo paese.

Ma oltre tante avite celebrità, altre carissime rimembranze posteriori ci richiamano all’ammirazione per gli illustri nostri antenati, alla pietà per gli estinti, ed a meditar nell’un tempo le passate e le presenti nostre condizioni! Difatti nel lungo corso di 154 anni quanti ne son passati dal regno di Filippo V. di Spagna a quello dell’Augusto Regnante Ferdinando II, moltissimi miglioramenti operaronsi per far più bella la nostra vagheggiata Sirena.

Riunire le più care memorie in un’opera sola è dunque lo scopo della presente fatica. Varii diligenti scrittori le trattarono con dotte penne e con fiorito stile; ma partiti da diversi punti, chi per impulsi del proprio genio, chi per l’interessamento più per un fatto che per un altro, non offrirono che opere incomplete. Siffatti ostacoli se offendono la storia, son di peggior destino pe’ monumenti, i quali senza cronologico progredimento, resterebbero fra molti libri isolati o dispersi. Altro dunque non potremmo fare di meglio che ridurre le notizie in complesso; perciocchè un libro in cui si trovasse raccolto ed ordinato collo stesso metodo usato dall’autore quanto si riferisse alla generale e particolare descrizione topografica, storica, ed artistica di Napoli, sarebbe in vero pregevole ed utilissimo, perchè starebbe come di monumento al passato ed al presente, e corrisponderebbe alla comune aspettazione. Dopo del Celano è alle memorie ed illustrazioni de’ nostri eruditi concittadini dovuta la gloria di aver dato sommo incremento all’opera importantissima che annunziamo, e che mira eziandio ad agevolarne la lettura a tutte le classi.

Rispettando il testo, che sarà con fedeltà riprodotto, cenneremo di volo i fatti più memorabili della storia di questo Reame, procurando d’innestare in guisa il passato al presente, da farne risultare un insieme d’antico e di moderno che sia chiaro, piacevole ed interessante per tutti.

Aggiungeremo all’opera una serie di litografiche vedute de’ più cospicui monumenti di che la Città fa di sè vaga mostra, e che saranno da’ migliori artisti eseguite. Ma invece di situarle in ciascun libro, fia meglio formar di tutte un volumetto addizionale a forma d’un Album diviso in dieci parti, corrispondenti alle dieci Giornate del Celano. Possa frattanto questo lavoro meritarsi l’unanime suffragio di tutti i cortesi nostri lettori. La ricordanza di tanti fatti che vi si contengono li chiamerà certamente a molte e gravi considerazioni!

Notizie generali della nostra città di Napoli

Fia bene, che i signori forastieri, prima che si portino a veder ed osservar le parti della nostra di Napoli, abbiano una generale ma breve notizia della fondazione, ampliazioni, riti ed altro.

E prima circa la fondazione, lasciando le tante controversie, che si leggono negli storici Napolitani, seguiremo quel che ne lasciò scritto il nostro accuratissimo Fabio Giordano; al quale la nostra Città deve molto; avendone date notizie pur troppo chiare ed erudite, cavate da ed altri antichi scrittori Greci, o non sapute, o male interpetrate da alcuni de’ nostri storiografi. E tanto più, che questo grand’uomo approvato ne viene dal dottissimo nostro Pietro Lasena, censore più che rigido di quello che sulla materia dell’antico si è scritto da’ moderni.

Diremo dunque, che la nostra Città ebbe la sua fondazione da Eumelio Falero figliuolo d’Alcone, che fu uno degli Argonauti compagni di Giasone; e la fondò di Greci Ateniesi; benchè avessero portato altri nomi dalle loro colonie. E da questo si ricava, che questa Città fosse stata fondata prima della ruina di Troia, ed in conseguenza prima di Roma. Alcuni poi, o poco pratici degli antichi scrittori, o poco eruditi nella greca favella (equivocando Falero per Falare) han detto, che Falaride tiranno Siciliano edificata l’avesse: e così per molto e molto tempo la città col nome di Falero appellata ne venne; come chiamata viene da , e da tant’altri. E questo nome lo ritenne per molto, e molto tempo.

Essendo dipoi capitata nella nostra Falero, molti anni dopo della fondazione, Partenope greca, figliuola del re di Fera, venutasi dall’isola di Euboa, con molti Calcidici, che anco Greci erano, piacendoli molto il sito, e l’amenità del paese, volle fermarcisi; e cominciò ad ampliarla: in modo, che la città, non più di Falero si disse, ma di Partenope.

Il creder poi, che questa fosse stata Sirena, che col canto incantava i passaggieri, è un credere per istorie le favole d’ che ne inventò delle belle, per ornamento dell’epico suo poema: a costume de’ Greci, che ponno chiamarsi padri de’ favolosi ritrovati. Nè si può dare a credere i cittadini Partenopei, che anche in quei tempi erano Greci, e d’una Città, che tra l’Italo-Greche, era forse la più bella, e la più perfetta, essere stati così sciocchi e balordi, che avessero eretto tempii, e costituiti giuochi lampadii ad una Partenope, che non fu mai, che nelle favolose carte d’un poeta.

Benchè molti spositori delle greche scritture dicono, che questa scorza favolosa delle Sirene copriva il midollo sodo del vero: e si era, che il sito della nostra Città era per ogni capo sì ameno, il terreno così fertile, e gli abitatori veri così umani, che distoglievano da’ loro viaggi i passaggieri, costringendoli per le delizie a fermarvisi. Ma discorrasi di ciò come si vuole. Torniamo alla storia.

La felicità della campagna, che non dava che desiderare, invogliò altre greche nazioni ad abitarvi, come Cumani,

Rodiani, ec. E perchè dentro delle mura non vi era capacità; presso della città formarono un come borgo, che

chiamarono nella loro favella Napoli, che è lo stesso che dire Città nuova: appunto come oggi si dice a’forastieri,

quando si menano a vedere i nostri Borghi, tutto questo è Città nuova. E la città stessa, avendo da centocinquanta

anni variata maniera, ed ordine, ed edifìcii; perchè prima tutti erano architettati alla gotica, diciamo Napoli è

tutta nuova. E da questo nacque il nome di Palepoli, perchè dicendosi le nuove abitazioni città nuova, necessaria-

mente le abitazioni antiche, che stavan dentro delle mura, dir si dovevano città vecchia; che è lo stesso che Palepoli. Nè perchè si dicevano Napoli e Palepoli erano due Città,

ma vivevano sotto d’una legge, sotto d’un governo, ed era un popolo, come attestato viene dagli antichi scrittori. E questo ha dato da fantasticare a molti, che vogliono fare degli ingegnosi, arrivando alcuni a scrivere che taluni pezzi d’anticaglia (che così da noi vengono chiamate) che stanno presso l’antico tempio di Castore e Polluce, ora di S. Paolo, erano l’antiche muraglie, la prima di Napoli, la seconda di Palepoli. Ma di questo se ne discorrerà, quando osservate saranno. Dirò solo, che dell’antica città se ne osservano le vestigia di quasi tutte le mura, della nuova per pensiero: in modo che con l’occasione d’ampliarla, questa nuova città ch’era borgo, è stata chiusa dentro le mura; e nell’anno 1140 al dir di , Rogiero Primo la fè di notte misurare, e la trovò di circuito duemila trecento sessantatre passi, non essendovi borghi: atteso che fin nell’anno 1500 in questi luoghi dove ora si veggono i borghi non vi eran case; come apparisce da infiniti istromenti di censuazioni fatte dopo. Dal che si ricava, che essendo queste due città, come altri hanno scritto, occupavano unite poco spazio: eppure questa misura accadde in tempo, ch’erano state fatte altre ampliazioni.

È vero sì, che le muraglie eran d’una magnifica struttura, e nell’anno 1640 in circa, essendosene scoverta una parte, sotto del monastero di S. Severino, si ritrovarono essere di quadroni di pietra ben livellati d’otto e dieci palmi l’uno: in modo, che si verifica quel che ne scrive l’Abbate Telesino delle gesta di Rugiero Primo. Parevano poi più speciose, perchè stavano erette su d’un colle, che soprastava al mare; e presso del Collegio de’PP. Ge-

suiti dalla parte d’Oriente, se ne scoprì una parte, con l’occasione di dilatare la casa.

Era la città fondata sull’alto del colle; ed occupava da S. Anello fino alla chiesa di S. Severino di lunghezza; e di latitudine dalla Chiesa di S. Pietro a Majella, fino al luogo ora monistero della Maddalena.

Quanto poi fuor di questo sito si vede, tutto venne ac-

cresciuto con le nuove ampliazioni: delle quali la prima fu quella rapportata da nel libro 8° in tempo

de’ Consoli Romani; nella quale si unì la detta Città nuova con la vecchia.

La seconda, fu fatta da Cesare; ma si può dire, anzi rifazzione, che ampliazione: e questo si è ricavato da un

marmo, che fu trovato, in occasione di cavar la terra, per far le fondamenta d’una casa, che così diceva:

Ma questo marmo oggi vedesi disperso. La terza fu in tempo di Trajano; benchè non si possa

dire ampliazione di mura, ma di sito; poichè, avendo fatto edificare il tempio al suo Antinoo, che oggi è quello dedicato a S. Gio. Battista, fece adequare due valli, che

stavan dalla parte occidentale, presso del detto tempio, per unirle alla collina, dove ne stava la città.

La quarta accadde nell’anno 565 per comando di Giu-

stiniano imperadore. Perchè Belisario suo Capitano avendo presa Napoli per l’acquedotto, e cacciatine i Goti, fece diroccar le mura; poi essendo stato ordinato al Capitan

successore Narsete, che le rifacesse, non solo le rifece all’uso primiero, ma l’ampliò, e fortificò insieme, con torri gagliarde. Appresso poi si videro soto l’imperio d’altri

imperatori Greci ampliate, scorgendosi in molti antichi istromenti, che si conservavano nell’archivio di S. Sebastiano, che dal detto anno 565 fino all’anno 976 molti luoghi, che stavano fuori, si trovano incorporati dentro della città.

La quinta ampliazione fu fatta da Guglielmo I. detto il Malo, il quale edificò il Castel di Capovana, dove ora sono i Regi Tribunali. Ridusse a forma di Castello l’isoletta del Salvatore, oggi dello dell’Uovo, e cinse la città di nuove

mura; racchiudendovi dentro molte strade: e questa ampliazione fu circa gli anni 1180.

La sesta fu in questo modo. Avendo nell’anno 1252 il barbaro Re Corrado presa questa città, fè smantellar tutte

le mura; ma essendo morto questo mostro d’empietà, venne in Napoli nell’anno 1254 il Sommo Pontefice Innocenzio Quarto, e non solo rifece le mura, ma l’ampliò.

La settima fu fatta nell’anno 1270 da Carlo I. d’Angiò; il quale chiuse il mercato che prima stava fuori, dentro le mura; e le fece estendere dalla parte della marina, fino

al Molo, rinchiudendovi molte strade; edificò il Castel nuovo, perchè quel di Capovana, detto Normando non li piaceva, per essere architettato alla Tedesca; ed in questa amplia-

zione fece diroccare il Castello, che stava dove è ora la Chiesa di Santo Agostino.

L’ottava fu fatta nell’anno 1300 per ordine di Carlo Se-

condo, con l’assistenza di dodici Deputati, eletti dalla Nobiltà, e Popolo Napoletano. Questa ampliazione fu fatta principiando le mura dalla region forcellense, con traspor-

tare la porta Puteolana, o Cumana, dalla piazza di S. Domenico, in quella ch’ora vien detta del Gesù Nuovo; che è la Casa Professa degli PP. della Compagnia; che poi fu

detta Porta Reale: e questa ampliazione fu più bella e magnifica delle altre; poichè oltre l’aver molto ingrandita la città, le muraglie eran quanto forti in quei tempi, tanto

belle a vedersi per la gran diligenza usatavi nella struttura.

La nona fu fatta, nell’anno 1425 dalla Regina Giovanna

Seconda, che eresse le mura della Dogana del Sale, sino alla strada delle Corregge.

La decima fu principiata a’15 di giugno dell’anno’1484

dal Re Ferdinando Primo d’ Aragona, dalle spalle della chiesa del Carmine, che prima stava fuori delle mura; e questa fu tutta nella facciata di travertini di piperno, con

diligenza lavorati; e fu tirata sino sotto al monastero di S. Gio. a Carbonara, ricca di molte torri. Non fu però terminata, per la morte, che al detto re sopravenne.

L’undecima ed ultima, che fu la maggiore, fu fatta in tempo del grande imperatore Carlo V. nell’anno 1537, ed in questa ampliazione si principiò a fortificare colle torri

quadre, che più sicure riescono alla difesa. E questa fu fatta, essendo Vicerè D. Pietro di Toledo.

Oggi però vedesi ampliata da tanti borghi e così grandi,

che può dirsi, che li fan corona tante grosse città, come a suo tempo si vedrà, ed i lor nomi son questi; di S. Maria di Loreto, di S. Antonio, della Montagnuola, delli Vergini, di S. Maria della Stella, della Sanità, de’ Cappuccini nuovi, di Materdei, dello Spirito Santo, della Cesaria, di Porta Medina, e di Chiaja: benchè 70 anni sono non se ne vedevano piii di questi, Loreto, S. Antonio, Vergini, e Chiaja.

Le porte, che ha la Città dalla parte di terra, sono 9 e li loro nomi son questi; del Carmine, perchè presso di questa Chiesa; la Nolana così detta, perchè per questa si và a Nola; la Capovana, perchè a Capua; di S. Gennaro, essendo che per questa s’andava a S. Gennaro extra moenia, ovvero ad corpus; di Costantinopoli, anticamente detta di D. Orso, oggi così, perchè presso vi stà la Chiesa dedicata alla Vergine di questo titolo; d’Alba, perchè fu aperta in

tempo del Duca d’Alba Vicerè; dello Spirito Santo, perchè vicino di questa Chiesa si vede; e prima fu detta Porta Cumana, e poi Regale che ancora ne mantiene il nome; di Medina, perchè governando il Regno il Duca di Medina, fu aperta in questa forma, chiamandosi prima il pertuggio, per un adito, che in quella forma vi stava; di Chiaja essendo che per questa si va alla spiaggia, che noi chiamamo Chiaja: e questa era l’antica porta Petruccio, ovvero del Castello.

Dalla parte del mare, vi sono sedici porte, e i loro nomi son questi, principiando dalla Chiesa del Carmine. La prima chiamasi del Carmine, stando attaccata al Convento. La seconda è detta della Conceria, perchè sta presso le arti dei coriari. La terza vien detta di S. Maria a Parete, per una cappelletta di questo titolo, che se li vede a lato. La quarta è detta delle Mandre, perchè vi si macellano le vaccine. La quinta de’ bottari, per le botti, che vi si fanno; ed anche è detta dello speron del sale, per i magazzini di sale, che vi stavano. La sesta dicesi porta di mezzo. La settima di S. Andrea, per una chiesetta beneficiale, che se li vede vicino, L’ottava dicesi della pietra del pesce, perchè quivi si vende. La nona è detta della marina del vino, perchè vi sono magazzini, dove si vende quel vino che vien per mare, da Sorrento, Vico, ed altri luoghi della costiera. La decima è detta del Caputo, perchè v’abitava una nobile famiglia di questo nome. L’undecima è detta di Massa, perchè avanti di questa vengono le barche da quella città. La decima seconda è detta del molo piccolo, perchè da questa vi si entra. La decima terza è detta Olivares, perchè dal Conte d’Olivares fu aperta. La decima quarta dicesi dell’oglio, perchè quivi sbarcava l’oglio che per mare veniva; e dicevasi anticamente de’ Greci, perchè v’abitavano i negozianti di questa nazione. La decima quinta è detta della calce, perchè avanti di questa vi è un luogo dove si vende. La decima sesta e detta de’ Pulci, perchè presso di questa abitava una famiglia di tal nome .

Del sito, grandezza e qualità della nostra Napoli

Sta situata la nostra Città fra due Capi, di Miseno, e di Massa Lubrense, sotto il dominio di Ariete. L’altezza

del suo Polo è di gradi 39 e minuti 10; la latitudine gradi 41 e minuti 20.

Dalla parte d’oriente ha le fertilissime campagne di Terra

di Lavoro, che anche chiamata viene Campagna Felice.

Dalla parte di mezzogiorno ha in aspetto il nostro Tirreno,

che li forma davanti una gran conca, coronata di fertili

e deliziose riviere, ed isolette. Vedesi in ogni tempo ab-

bondantissima d’ogni sorta di pesce, che per Bontà e sa- pore non ha a chi cedere. Ha nelle spalle dalla parte d’Oc- cidente colline così belle, che chiamar si possono stanze inalterabili del diletto e del piacere.

Dal mare apparisce in forma d’un nobilissimo teatro,

perchè vedesi situata nella falda delle colline di S. Erasmo:

è però tutta comodamente carrozzabile; ed è spettacolo de-

gno d’esser veduto da mare in occasione di qualche festa

di notte, quando le finestre sono adornate da quantità di

lumi: confesso, che cosa più dilettosa veder non si può in terra.

Le strade che ha dentro di se, l’antiche maggiori come

quelle di Somma piazza, di Sole e Luna, e di Nilo o

Nido, con i suoi vichi, non hanno molta larghezza; per-

chè in quel tempo non v’era l’uso delle carrozze: oltre che s’usava d’abitare stretto di strade, per fortezza.

Non sono però strelle tanto, che non vi possano adag-

giatamente camminar di pari due carrozze: oltre che avanti

delle Chiese, e d’alcune case vi sono state fatte molte piaz- ze in modo, che poco o nulla comparisce la strettezza.

Le strade poi nuove sono bellissime, perchè spaziose ed allegre.

il circuito della città, principiando dal Carmine, e ti-

rando per sotto la muraglia della Trinità al Castel di S.

Erasmo, col quartiere delle Mortelle, che incluse vanno alla città, con tutto il tratto sino alla porla di Chiaia.

E per la parte di mare, principiando dalla stessa chiesa del Carmine, includendo il Molo, l’Arsenale, S. Lucia,

il Castel dell’Uovo, il Chiatamon, sineo alla porta medesima di Chiaia, unito il giro fà miglia, dieci meno un quarto.

Se poi si vuol misurare con i Borghi, parlando di quelli dove arriva la giurisdizione delle Parrocchie di Napoli nell’amministrare i Sacramenti, e nel seppellire i morti, importa ventuno miglia, e duecento passi . Agli elementi poi, ed alle stagioni, pare che dalla natura sia stato espressamente ordinato, che non diano a questa

città se non quello che più sa del perfetto e dell’ameno; che però la terra li dà frutta d’ogni sorta immaginabile ed in quantità, e saporitissimi al senso; li frumenti e le biade sono in abbondanza, ed anche di sostanza in modo che stimasi per gran castigo a Napolitani, che forse ingrati, insolentiscono nella felicità, quando si sente qualche poco di penuria.

De’ vini ve ne sono d’ogni sorta che si può desiderare e bianchi e rossi; ne vi è gusto umano, che non possa trovare da sodisfarsi nella qualità ch’appetisce; ne se n’assaggiano forestieri se non per curiosità o lusso d’alcuni che vogliono dimostrare di bere liquori ch’abbiano del pellegrino.

La pietra, che poi ha Napoli per gli edificii, è mirabile, e leggiera facilissima a tagliarsi e durabile; ed in ogni posta di pietra s’alza un palmo di fabbrica. È una pietra poi in cui pochissima breccia fa il cannone, come si vede nelle muraglie della marina tocche da migliaia e migliaia di cannonate in tempo de’ tumulti popolari.

Le acque poi han tutte quelle condizioni che ponno dichiararle perfettissime: e però molti e molti de’ nostri Napoletani lascian di bere vino. Vi sono pozzi che noi chiamiamo formali, che danno acque così fredde nell’estate che paiono poste alla neve. Degli acquedotti poi ne parleremo a suo tempo, essendo maravigliosi.

L’aria e così temperata, che niente più; e quel che più è d’ammirazione, che in una città ve ne è confacevole ad ogni sorta di temperamento; perchè ve ne è sottile e meno sottile, grossa, e mezzana ed altra così

salubre e di gìovamento, che si dà per medicina agli infermi.

Il calore è quì modestissimo perchè non molto si fa sentire, ed il fuoco del Vesuvio, e di Pozzuoli che li stanno d’intorno, dimostrandoseli riverente, non ardi mai di danneggiarla. Ma questo, dicasi il vero, non per merito dei nostri Napolitani, ma del caro nostro Padre e Protettore S. Gennaro.

Le stagioni poi, par che fra di loro confederate siano a benefìcio della nostra Napoli. L’inverno, accumunatosi con la primavera, di continuo ed in quantità ne dà rose, garofali, ed altri fiori. E se in qualche anno dà nevi, le dà perchè nell’estate, che forse sarà per essere più calorosa, abbia più prossimi i rinfreschi nelle conserve che se ne fanno.

Che più, fatto guardarobba dell’autunno, mantiene nelle sue grotte ed uve fresche e frutta in tutto l’anno.

La primavera altro non fa sentire che soavissimi odori di fiori d’aranci e di rose, e di gigli: e nella città veggonsi graziose logge di fiori stravaganti, che invidia non li fanno quelle de’ forestieri. Che più, fatta coadiutrice dell’autunno, matura in alcuni luoghi i fichi, che per lo mancamento del sole lasciò quello di maturare.

L’estate, se ben ella volesse mostrarsi calorosa, non può perchè vien raffrenata dall’aurette continue del mezzogiorno, e dagli freschi passeggi per le rive del mare; e particolarmente in quella di Posilipo, e dagli ombrosi pergolati delle grotte, che dan frutta come ghiacciate: e particolarmente in queste nostre, nel borgo de’ Cappuccini nuovi.

L’autunno si può chiamare padre dell’allegrezza, nelle abbondanti vendemmie; e nella raccolta delle frutta da tenuta per tutto l’anno: in modo, che per lo più se ne veggono e nuovi e vecchi; e talvolta si fa cedere la giurisdizione della primavera, in far vedere rifioriti gli al- beri d’aranci, di cedri, di limoni, per dilettar la città; ed in molte annate in tanta quantità, che distillansi per ricavarne acque odorose.

Le paludi, per l’ortaglie, che molto piacciono a’ Napoletani, sono degne d’esser vedute, perchè d’estate e d’inverno fan vedere una gran campagna coverta da diversi verdi .

Temperamenti e qualità de' cittadini

Napoli è una delle più popolate Città d’Europa. Basterà dire, che nell’anno 1656 furono uccise dalla peste quat- trocento cinquanta mila persone, per un conto fatto alla grossa; e pure non v’era contrada, che non vi fosse ri- masto qualcheduno; ora la gente è così propagata, ed accresciuta da’ regnicoli, e da altri forastieri, che si fa con- to d’aver cinquecentomila abitanti. Or parlando de’ veri ed antichi Napolitani, perchè, come dissi, vi sono gran forastieri, che qua vengono per vivere ed avanzarsi, sono d’un naturale docile, affettuosi e sinceri, amici de’ fora- stieri: in modo che questi vi fan del bene; sono ingegnosi ed atti ad ogni mestiere in maniera, che se il lusso de’ ricchi e de’ nobili si contentasse delle opere patriote, non vi sarebbe bisogno delle forestiere.

Quì egregiamente si lavora di drappi, cosi di seta, come d’oro, e d’ogni sorta di lavoro: in modo che ne prov- vede altre province. Quì con molta diligenza si lavorava di lana, e si fabbricavano panni e di finezza e di durata grande: ora sta quasi dismessa per tante sorte di panni introdotti da forastieri.

Quì si fanno delicatissimi merletti di filo d’oro, e di seta, che non hanno in che cedere a quei di Venezia e di Fiandra.

Quì si fanno bizzarrissimi ricami d’ogni sorta, che forse non hanno pari in Italia; e sono in tant’uso, che non v’è casa mediocremente comoda, che non ne abbia.

Non v’è festaruolo, che noi chiamiamo apparatore, che non abbia almen sette camere di ricamo per darle in affitto in occasion di feste di Chiese: oltre che in moltissime Chiese di Monache, e di Regolari ve ne sono in quantità, per adornarle tutte. Vi si lavora d’argento e d’oro nobilissimamente, e particolarmente nelle ligature delle gioie, formando d’una quantità di piccole gemme una gemma sola, che dà maraviglia: e questa ligatura chiamano al toppo.

Quì si fanno fiori d’argento, così al naturale, che loro non manca altro che l’odore ed il colore; ed io confesso simili non averne veduti in Italia.

Quì al pari d’ogni città si lavora di ferro, e d’ogni sorta d’armi; ed anche di vasi, e di vetro, e di terra e di ogni altra materia.

Nell’arti liberali sempre vi sono fioriti e fioriscono eccellenti artefici e nella dipintura e nella scoltura, ed anche nell’architettura: come si conoscerà nell’osservare l’opere loro. In modo che la nostra città non ha molto avuto bisogno de’ forastieri; nè li nostri artefici hanno avuto necessità d’uscir dalla patria per guadagnare, avendo avuto sempre in essa da travagliare.

Quì poi in ogni sorta di scienze vi sono stati uomini grandi. Oggi però, più che in ogni altra, si attende alle scienze legali; perchè queste sono più lucrose; e queste innalzano le famiglie a posti grandi. Di modo che può dirsi, che in Napoli la legge è l’argine al corso d’ogni ingegno più speculativo nell’altre scienze. L’esser quì buono ed accreditato avvocato, è lo stesso ch’esser gran ricco.

L’arte poi di ben maneggiare ed addestrare i cavalli, dai tempi più antichi, e fino al presente, par che solo ne’ Napolitani si trovi perfetta; e particolarmente ne’ nobili, che però non senza ragione innalzavano per impresa il cavallo .

Vicende politiche

Questa più antica di Roma, conosce la sua antichità da Atene. Fu una delle più illustri città Italo-greche. Si go- vernò per gran tempo con le leggi Ateniesi. Fu confederata con Romani nel tempo de’ Consoli; poi soggiacque agli Imperadori, ma sempre privilegiata; mantenendo le leggi e costumi Greci; benchè poco da quelli de’ Romani si di- scostassero. Caduto in parte l’Imperio Romano circa l’an- no 412 da Cristo nato, Viddesi travagliala da’ Goti. Circa gli anni 456 fu da’ Vandali assalita; ma da questi gagliar- demente si difese. Venne poscia l’anno 490 in poter de’ Greci; poi de’ Heruli; poi degli Ostrogoti, che la dominarono sino al 537 nel qual tempo ne furono cacciati da Belisario valoroso Capitano greco dell’Imperatore Giustiniano. Poi Attila re de’ Goti la prese e la tenne sotto del suo dominio per anni 18; benchè sempre in guerra co’ Greci. Fu da Narsete ricuperata, e tornò sotto del governo de’ Greci Im- peradori; governandosi quasi a modo di repubblica, da un Console, o Duce: perchè si trova nelle antiche scrit- ture, o Consul, o Dux. E benchè fossero venuti in Ita- lia i Longobardi, chiamativi dallo stesso Narsete, per dis- gusti passati col successore di Giustiniano, Napoli da questi si difese: anzi avendo presa Cuma, dal Duce di Napoli Stefano Secondo furono discacciati nell’anno 745; e così per gran tempo si mantenne con maraviglia grande, sem- pre libera, sempre potente, e sempre fedele all’imperio Greco, governata dal suo Duce, e suoi Senatori; che in molte antiche scritture si trovano col nome di Consoli. La bellezza poi d’una cosi vaga parte d’Italia invogliò le più barbare nazioni di possederla; che però inondarono in que- sta nostra Campagna Felice i Saraceni; che tentarono d’im- padronirsi della nostra Città: strettamente l’assediarono; e per la Porta Ventosa v’entrarono; ma giunti alla Chiesa di S. Angelo a Segno, col valore del Santo Abbate Agnello nostro protettore, allora vivente, furono con gran stragge gli nemici ributtati: e fu questo attribuito a miracolo operato dal Santo, come più diffusamente ne daremo notizia in osservar questo luogo.

Nell’anno poscia 1127 terminò l’antico governo demo- cratico; benchè il Duce, e capo della repubblica fusse ve- nuto confìrmato dagli Imperadori Greci; e l’ultimo Duce fu Sergio, settimo di questo nome, e cominciò a soggiacere alla Monarchia, ed in questo modo.

Ruggiero Terzo tra Normandi, e prima de i Re, avendo col senno e col valore cacciati dalla Sicilia i Saraceni; e conquistata la Puglia, il Principato di Salerno, la Ca- labria, e parte della Campagna Felice, per ridurre tutte queste province in un Regno, volle far sua ancora Napoli. Questa, conoscendosi impotente a contrastare ad un ne- mico così forte e potente, se li diede volontariamente; e così con l’assenso del Sommo Pontefice Innocenzo (o come altri vogliono) d’Anacleto Secondo s’intitolò Re della Si- cilia: e poscia questa bella parte d’Italia, che ne stava in tante Province separata, unita la ridusse in Regno; e volle che da questa nobile città prendesse il nome: facen- dolo chiamare Regno di Napoli. E da questo si può rica- vare, che questa era la più antica, e la più nobile città, che fusse in tutte le già dette province, e di questo regno se ne intitolò Re.

Tornato in Napoli da Palermo, col Pontefice Innocenzo II quì dimorò per lo spazio di due anni; e nell’anno 1130 principiò a crear Cavalieri nel novello Regno; e ne creò 150. Ed in questo tempo si mutò affatto il governo anti- co nella nostra città: essendo che il novello Re lasciò in mano delle cittadinanze così nobile, come popolare, il go- verno economico, concernente alle cose del vivere e della grascia. Quel che poi apparteneva al politico, lo ritenne per se; creando lui giudici, governadori, ed altri mini- stri. E qui ancora principiarono i Napolitani a mutar costumi.

Quì è bene dare una breve notizia di tutti i Re di di- verse nazioni, che dominarono il Regno, ed in conseguenza questa città.

La prima fu la Normanda, e di questa nazione vi furono quattro Re.

Il primo fu detto Ruggiero, che principiò a regnare col titolo di Re nell’anno 1128 o, come altri vogliono, nel 1131 e questo dichiarò Napoli Città Capitale del Regno; appellandolo di questo nome.

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