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LA
CIECA DI SORRENTO
ROMANZO
I. Lo studente di medicina
ct ct In quel laberinto d’infiniti viottoli, ronchi e stradelle non più larghe d’un distender di braccia, dai cento barbari nomi, vestigia funeste di straniera gente, attraversando le quali si ha sempre una certa sospensione di animo, come quando si visita una carcere o un ospedale; in quell’ammasso di luride e nere case ammucchiate le une sulle altre, e così poco rallegrate dalla luce del sole; in quei quartieri, dove l’occhio e il pensiero dell’opulenza penetran di rado, e che pur raccolgono nelle umide loro pareti oneste famiglie di giornalieri di bassa mano; in quella rete insomma di popolati chiassuoli antichi, di cui compongonsi i quartieri del Mercato, del Pendino e del Mandracchio, e che con un solo e generico nome soglionsi addimandare la Vecchia Napoli, giace un vicoletto, o meglio un bugigattolo, uno di que’ mille che destano una specie di paura in petto dello stesso
Napolitano che per la prima volta va a visitarli. Questo vicoletto storto, malaugurato e fetido porta il nome di Vico Chiavetta al Pendino: indarno, o lettore, ti sforzeresti di trovarlo in quell’almanacco ibero-gallo-latino di vice-regnale memoria, tranne che per qualche casualità in esso t’imbatti.
Da un’ora è passata la mezzanotte del 10 novembre 1840.
Soffia con violenza il vento di terra ne’ vecchi archi di quelle fabbriche da’ mezzi tempi, urlando come demone arrabbiato sull’addormentata città, e squassando le imposte secolari delle finestre.
Il silenzio di quella strada domina assoluto e solenne negl’intervalli che il vento mette nelle sue grida...
È l’ora in cui la generazione degl’infelici e de’ sofferenti trova nel sonno il balsamo delle sue piaghe.
Ma che cosa fa quell’uomo da costa a quel tavolo, su cui brucia il mozzicone d’una candela di sego colorata? Che cosa è gittato su quel tavolo? Cielo! una testa!.. una testa umana!.. ed il sangue è tuttavia rappreso sulla parte svelta dal tronco!... Ed un coltello... è nelle mani di colui!
Non vi spaventate... Quell’uomo non è mica un assassino... egli è semplicemente uno studente di medicina.
Allo smorto chiarore della candela rivelasi il suo volto bruno, magro, incavato e brutto. Egli ha il capo coverto da capelli rossi ma duri e ricci; il labbro superiore sporge in fuori carnuto, e tocca quasi la punta d’un naso grosso aquilino: direbbesi che gl’irsuti peli dei baffi non trovino luogo per ficcarsi tra quelle due prominenze, e li vedi però contorcersi in varie guise e quasi a forma d’istrice comporsi. I suoi occhi non poco inchinati allo strabismo, sono impertanto pregni di vivacità ed estremamente movibili sotto una fronte larga e spianata, in mezzo alla quale una ruga profonda apre un gran solco, come ferita, ovvero come la traccia d’una maledizione onde Iddio l’ha fulminata. Nel complesso della fisonomia di quest’essere umano leggesi a prima vista l’odio che ei concepir riebbe per ogni bellezza, e quell’irascibilità di carattere naturale nei deformi; ma, meglio studiando i suoi lineamenti, restasi colpito dalla espressione di profonda sagacità di cui sono improntati, e da quella solenne imponenza di cui rivestesi il volto di quegli uomini che fanno della scienza la consueta loro occupazione.
La meschina candela serve più a gittare sinistre ombre nella camera, anzichè a rischiararla; pochi libri in quarto sono ammucchiati in un angolo di muro; alquanti sono aperti sul tavolo, ed indicano che da poco il giovane ha cessato dall’attingervi il pasto intellettuale.
Le pareti della camera, lottanti tra il bianco e il nero, davanle piuttosto l’aspetto prigione, tanto più che freddo e umido erane il suolo senza mattoni.
La miseria senza dubbio, con tutta la sua corte di privazioni, di stenti e di sofferenze, regnava in quella casa; quello squallore, quella povertà, quelle ricordanze della morte, quella notte così tetra e oscura, quelle voci lamentevoli che il vento facea passare attraverso le imposte, tutto parea che mettesse in bocca al padron di quella casa le bibliche parole: Da ogni parte l’anima mia è presa di tristezza, fino alla morte: restate qui, e vegliate con me.
Ed in fatti, pel girare che quel giovane facea talora le sue pupille quasi spaventate intorno intorno alla camera, sembrava che invocato avesse qualche compagno che fosse rimasto a vegliare con lui.
Quest’uomo, cui diresti all’apparenza già di matura età, ha solo di pochi anni varcato il quinto lustro; nomasi Gaetano, ed è calabrese.
Sono circa due ore che non si è mosso d’accanto a quel tavolo, con gli occhi immobilmente fissi in quel livido capo. Ma che cosa fa? Perchè di repente si è alzato a soprassalto ed ha gittato un logoro cencio su quella testa, dando uno sguardo verso un canticello della camera?
Ah! una donna, una vecchia riposa sovra un misero pagliereccio gittato a terra, ed involta in uno straccio di coperta di pessima lana. Nel sonno essa avea chiamato a nome Gaetano, e questi, credutala desto, si era subitamente rivolto verso di lei, non senza un mo- to di spavento, imperocchè due ragioni avea di nasconderle quel pezzo anatomico.
Quella donna era la madre del padre di lui.
La donna dormiva tuttavia, e Gaetano, il quale camminando sulla punta dei piedi erasi fatto ad esplorare se mai destata si fosse, tornato era al suo posto, e discoperto avea di bel nuovo quell’avanzo di ospedale! Egli ricade sulla sedia; appoggia la sua testa sulle due mani spiegate, e s’immerge novellamente nella cupa meditazione ispiratagli da quel tetro e mutilato compagno.
Certamente non sono pensieri di scienza, investigazioni anatomiche, o studi pratici, quelli che in questo momento concentrano l’attenzione del giovane calabrese; perciocchè, se le sue idee volgessero a ripassare sul pezzo anatomico le lezioni apparate il mattino nelle sale degl’Incurabili, egli dovrebbe andar di continuo sfibrando i plessi nervosi, o tagliando i viluppi muscolosi, o scovrendo i nascosti vasellini, o seguendo, sotto il sistema nervoso, le diramazioni arteriali ed i mille vasellini ond’è tappezzato in ispecial modo l’organo del pensiero. No, questa volta non è la scienza che assorbe i pensamenti di quel giovane, o almeno nel momento in cui il presentimo ai nostri lettori.
Perchè mai due grosse lagrime gli cadon fredde e pesanti dalle ciglia stanche di veglia?
Perchè mai i suoi capelli si rizzano sulla sua pallida fronte?
Perchè i suoi occhi fanno un giro convulsivo nelle loro orbite, e poscia ai chiudono, quasi per isfuggire ad un oggetto di orrore?
Orrende rimembranze si avvoltano in quel capo, e vi si aggruppano come densi nugoloni forieri d’imminente uragano.
Un’ora buona trascorre in quella muta e selvaggia contemplazione del teschio incarnato; ma il sonno si abbatte sulle palpebre di Gaetano; la natura reclama i suoi dritti; e fa d’uopo obbedirle.
Egli si leva, e pone il teschio in una cassa di latta, nella quale ordinariamente pone i pezzi anatomici che tragge seco dall’Ospedale e che riporta quivi fedelmente il domani, per essere trasportati al Camposanto, insieme agli altri cadaveri e membra disgiunte che ogni sera vengono raccolte nelle sale anatomiche.
La casa di Gaetano è composta di una stanza che ha in fondo un’alcova, ov’è riposto il suo letticciuolo. Trista, oscura, umida e malefica, questa abitazione, come tutte quelle di quei quartieri malsani, non riceve l’aria e il lume che da una finestra dai vetri quasi tutti rotti e crollanti, la quale riesce sovra la piazzetta Zecca dei Panni.
Prima di andare a letto, il giovane studente si avvicina alla finestra, e sprolunga uno sguardo sulla strada; una lanterna rischiara una canova, o piuttosto una caverna a volte lugubri e metiliche come tomba. Alla squallida e incerta luce della lanterna, due uomini usciti dalla cantina discorrono tra loro in modo sommesso e misterioso..... Dopo aver parlato per poco, uno di essi tragge dalla fodera del suo cappello un puntuto e largo coltello, che riflette cupamente la sua pallida lama sotto i raggi di quella morta luce, e, cacciatoselo nella manica d’una cacciatora di velluto che avea di sotto al mantello, entrambi si perdono nelle ombre, come due lupi nelle macchie di selvaggia foresta.
— Come quelli! esclama tristamente Gaetano, seguendo con gli occhi finchè può i movimenti di quei due uomini... Forse le stesse tenebre investivano queste contrade!.. forse nella stessa canova fu ordito il delitto!.. forse la stessa giornata di oggi, 10 novembre!.. e forse la stessa morte!!... oh! maledetta nei secoli sia quella sera!... maledetta... mille volte maledetta, quella notte!... maledetto quel luogo in cui fu tramato e commesso il misfatto!... maledetto, mille volte maledetto chi prestò il consiglio o il braccio a Nunzio Pisani per compire l’opera infame!
Queste ultime parole, pronunziate con crescente e disperata energia, destarono a soprassalto la vecchia, che si pose a sedere in letto, esclamando:
— Dio! Dio mio! Che brutto sogno ho mai fatto!
Gaetano intanto, da lei inosservato, radeva il muro della stanza per recarsi al suo letto.
II. Il teatro anatomico
ct ct Numerosissimo stuolo di giovani studenti è assiepato nelle sale basse di anatomia, nell’Ospedale degl’Incurabili. Queste sale sono scompartite a seconda dell’importanza delle lezioni e dei diversi corsi; imperciocchè le sale della notomia descrittiva sono separate da quelle della notomia patologica: vi si scende, attraversando la corsia de’ mercurianti, e quindi uno stradoncello posto allo scoverto. Queste sale, cui la provvida Amministrazione ha rendute oggi decentissime, erano, negli scorsi tempi, sporche, umide e puzzolenti sì che rassembravan piuttosto a tanti macelli, ovvero a tanti cimiteri. I cadaveri acquistano maggiore o minore importanza e prezzo in proporzione della loro freschezza e secondochè il male onde sono morti offre maggior singolarità; i pezzi anatomici maschili costano ordinariamente più dei femminei, e tra questi le giovani più delle vecchie.
È incomprensibile come giovanetti di tenerissima età e di tempra sensitiva sembrino non esser minitamente mossi dalla vista di quegli avanzi infelici di gente povera e onesta, cui, per le indispensabili esigenze della scienza, non è dato neanche il conforto di una lagrima in dipartendosi dal mondo, e i cui cadaveri sono dannati ad esser monchi, svisati e squartati dal coltello anatomico! Oh quante donzelle, la cui principal cura in tutta la loro vita era stata di nutrir nel velo del più gran pudore il mistero della propria bellezza, debbono in morendo avere il rammarico di sapere che il lor corpo verginale sarà esposto a sguardi per lo meno indifferenti.
È l’ora consueta della lezione: le 11 a. m. Nel gran salone di anatomia patologica, sovra un tavolo di marmo, giace un cadavere interamente ignudo. Una cinquantina di giovani studenti sono aggruppati qua e là su gli scanni messi ad anfiteatro, e discorrono ad alta voce, mormorando, canticchiando, e taluni, dando prova d’insensibilità, prendono una refezione su quelle tavole, su cui non è guari studiavano le loro lezioni di preparazioni anatomiche.
Il professore non era ancora arrivato.
Storielle amorose, aneddoti da collegio vevano buccinati tra quei gruppi schiamazzatori, che sganasciavansi dalle risa e battevano co’ loro bastoni gli scanni.
Gaetano soltanto non prendeva parte alcuna in quelle baldorie, e, rincantucciato in un angolo, teneva immobilmente fisso sul cadavere uno sguardo da pazzo. Il solco della sua fronte si era più rinserrato, segno in lui di grandissima concentrazione mentale. Colla gamba sinistra accavalcata sulla dritta e col gomito appoggiato sulla coscia, con le dita della sinistra mano sorreggendosi il mento, pareva essere in una meditazione cupa e profonda cui scambiar poteasi facilmente per idiotaggine. Un cappello vecchio e logoro, circondato da un velo di lutto, era gittato sulla coppa del suo capo. Tutto ripieno dei suoi pensieri, addato non si era tampoco che alquanti dei suoi compagni di classe, poco discosti da lui, ammiccando l’uno all’altro, lo andavan deridendo, contraffacendo la bruttezza dei suoi membri.
L’impazienza intanto dell’aspettare scoppiava subitamente in quella brigata, e le grida e lo schiamazzo giunti erano a tale apogeo che detto avresti esser quello piuttosto un conciliabolo di demagoghi, anzichè un luogo di severi studi.
L’ora della lezione era trascorsa da gran pezzo, quando fu annunziato nella sala che il professore non veniva, perchè ammalato.
— Al demonio egli e la lezione! esclamava uno studente.
— Fare aspettare una tanta gioventù studiosa! Si vede che non sa neanche l’alfa del galateo il nostro Lettore.
— Tanto meglio che non viene, ripigliava una terza voce esile ed etica dal più alto degli scanni, avrò l’agio di andare a trovare la mia Luisella.
— Scommetto che il Lettore non verrà che alla fine del mese.
— A rivederci, carina, diceva un altro toccando il mento del cadavere; puoi ritirarti; questa mattina non ci è spettacolo.
E via via, dicendo altre cotali scostumate le- ziosaggini, andavano disciogliendosi in diversi gruppi, e la sala sarebbe rimasta vuota immantinente, se una voce sonora e profonda non si fosse fatta udire in mezzo di loro, cagionandovi universale sorpresa.
— Signori, dicea quella voce, restate; supplirò io al professore; il morbo, ond’è morta questa donna, è stato da me attentamente seguito in tutte le sue fasi; io ne avea già fatto la diagnosi e la prognosi, e comunicato avea le mie osservazioni al Lettore, il quale trovate le avea giuste. Non intendo levarmi a cattedra, ma solo esporre ai lumi ed alla intelligenza dei miei compagni il frutto di due mesi di clinica, seguita pazientemente su questa infelice che ora giace sul tavolo anatomico.
Gli studenti si guardavano l’un l’altro, ed all’ironico motteggio che pocanzi contorcea le loro fisonomie subentrata era una specie di stupore; imperocchè fino a quel momento tenuto aveano Gaetano in conto di stupida creatura. Era la prima volta che udivan la sua voce, perciocchè giammai parlato avesse con qualcuno dei suoi compagni, o interrogato il lettore, il quale chiamato non l’avea giammai alle conferenze, estimandolo scemo d’ingegno.
— Parli pure il signor Gaetano, grida una voce. E tutti a coro gridarono:
— Al cadavere! al cadavere!
E Gaetano si sedette sulla sedia del professore, dappresso al marmo anatomico. Il suo volto era estremamente pallido.
— Signori, ei cominciò con voce in cui trapelava un leggiero tremito, questa donna che mi giace dinanzi, questa donna, su cui passar debbo il coltello anatomico... questa donna è... mia sorella!!
Un movimento ed un mormorio d’orrore tremar fecero i banchi degli studenti.
La fisonomia di Gaetano restò tranquilla.... soltanto i suoi occhi divenuti erano più mobili e più guerci.
— Sì, mia sorella, ripigliò, l’infelice mia sorella Caterina, caduta in malattia di languore, e che io fui costretto di mandare in questo spedale, per mancanza di mezzi onde alla sua guarigion provvedere... I trovati dell’arte medica riescirono su lei infruttuosi; lunghi giorni e più lunghe notti ancora ho vegliato accosto al suo guanciale, spiando ogni movimento del morbo, ed esplorando ogni battito di quel cuore sì tenero e sì amoroso... Inutili cure! impotenza dell’uomo! Io l’ho veduta consumarsi lentamente, sfibrarsi giorno per giorno senza mettere un lamento, e baciar col pensiero l’inesorabil mano di ferro che le torceva i polmoni. Povera sorella!... morta a 18 anni! Ella era, o signori, l’unico mio conforto, e quello della vecchia nonna. Qual fiume d’amore raccoglieva in quel cuore! Oh come la natura si compiace a distruggere le sue più belle opere! morta!... morta! una povera tisica, gittata lì su quei marmo, ludibrio della vostra spensierata giovialità, siccome anche io lo era testè... un deforme... ed un cadavere!... si rida... si rida, tanto più se sono due figli della sventura e della miseria! Oh! vi sono alcune disgraziate famiglie gittate in mezzo alle generazioni, come un branco d’uccelli in mezzo di fornace rovente; scottarsi dappertutto, e indi a poco morir soffocati, ecco il loro destino.
Un ghigno passò sulle laide labbra di Gaetano, contratte da selvaggia ironia...
Quei giovani taceansi, ed il guardavano ad un tempo presi da un senso arcano di stupore e di spavento.
— Ed io farò l’autopsia patologica di questo cadavere, o signori; io v’indicherò anticipatamente la sede del suo morbo; vi dirò quanti tubercoli si sono formati sul suo parenchima polmonare; vi spiegherò la formazione, l’andamento e il progresso di questi tubercoli... Non temete, il mio braccio non vacillerà nell’aprire il seno di mia sorella: io non ho sensibilità di sorta alcuna... Guardate il mio volto, e dite se non ho fatto bene ad abbrutire il mio cuore? Oh... se un cuore sensitivo ha ucciso questa infelice, non ammazzerà me certamente.
E qui Gaetano cominciò a narrar fil per filo, dai primi sintomi fino alla trista catastrofe, l’andamento della feroce infermità, di cui la sua germana era stata vittima; espose i suoi principii su quel morbo incurabile; narrò la storia medica della tisi di tutti i tempi e di tutte le nazioni, corredandola di mille rispettabili testi e citazioni; fece un quadro minuto del sistema di devastazione che si opera negli organi respiratori del paziente di tisi; e fu tale la sua eloquenza, tali furono le dotte cose che disse, che l’attonito uditorio ruppe in clamorosi applausi al termine del suo discorso.
E quando, accostatosi al marmo, imbrandiva il coltello per ischiudere il seno del cadavare, ne fu impedito dai suoi compagni, che, allontanatolo da quel luogo, l’accompagnarono poscia tutti alla sua dimora, salutandolo di altri applausi, e protestandogli la loro ammirazione e il loro rispetto.
III. Il commesso di notaio
ct ct Da questo giorno in poi erasi operata una compiuta trasformazione nei sentimenti e nella condotta degli studenti rispetto a Gaetano. La sua presenza nella classe mettea subitamente il silenzio e il raccoglimento più che nol facesse l’aspetto medesimo del professore; le parole di lui erano attentamente ascoltate come quelle in cui scorgeasi un fondo di dotte investigazioni e di sottile analisi; oltre che nei suoi detti arguti, cinici e incisivi era sempre qualche cosa che toccava profondamente le fibre del cuore, e che faceva vibrare certe ascose corde nei penetrali dell’anima. Raramente ei muoveva la parola a qualcuno, e raramente il sorriso gli balenava sulle labbra, se non era il ghigno dello sprezzo.
L’anno scolastico volto era al suo termine; la stagione estiva chiuder facea le sale anatomiche; ed i giovani studenti calabresi, delle Puglie e di altre provincie del Regno, traevano a visitare le loro famiglie; ovvero rimanevansi nella capitale a menare bel tempo e spendere in sollazzi il denaro che lor veniva dalle industrie dei loro onesti genitori.
Gaetano non avea nè padre, nè madre, nè parente alcuno, rimoto che fosse, che gli mandasse, dal fondo della sua provincia, non direm già di bei quattrini onde darsi anch’ei tempone e gavazzare in allegre brigate, ma quel tanto nemmanco che ai primi bisogni della vita basta a supplire. Orfano da molti anni, il disgraziato giovane, dopo la morte di suo padre, mosso avea dalla sua terra nativa in giovanissima età, in compagnia della sorella, fanciullina di sei anni appena, e della vecchia nonna zeppa d’infermità. Pochi ducati, frutto della vendita delle vecchie suppellettili rimasegli dalla casa paterna, accompagnò i tre calabresi fino a Napoli, scemandosi a seconda che il loro viaggio progrediva, e rimanendo alla cifra di pochi carlini allorchè giunsero nella capitale. Gran tratto del viaggio era stato fatto a piedi.
Qual’era lo scopo del giovanetto Gaetano nell’abbandonare il suo natìo villaggio e trasferirsi a Napoli? Niente altro che lo studio della medicina, cui trascinato ei sembrava da una forza indicibile. Difficile era oltremodo la sua posizione. All’età di 15 anni, con una vecchia ed una fanciulla in sulle spalle, senza conoscere anima vivente in Napoli, egli trovavasi nella necessità di dover tra poco tempo provvedere alla sua sussistenza, non meno che a quella delle due compagne che la natura gli avea date; oltre a ciò, era mestieri comprar libri, pagar maestri, ed attendere allo studio. Come fare? Per colmo di sventura, egli aveva un aspetto che a prima vista ispirava ripugnanza e avversione.
Gli è vero che nella sua patria il tapinello erasi veduto nella medesima posizione di dover provvedere, ancor fanciullo, alla vita giornaliera della sua famigliuola; perciocchè suo padre, due anni prima di morire, aveva abbandonata la sua famiglia, e avea tratto a Napoli, dove per lo appunto trapassò. Non è questo il momento di dire quali circostanze accompagnarono la costui morte, e quale si fu il motivo, per cui postergò i suoi. Avremo, nel corso di questa storia, l’occasione di tornar parecchie volte su tali avvenimenti.
Che cosa fece Gaetano, venendo in Napoli, per avere mezzi da vivere e da studiare? Egli si presentò, dopo alquanti giorni, ad un vecchio notaio che poco discosto dall’abitazion di lui avea la sua curia, e propriamente al cantone di una stradella appartata della vecchia Giudecca. Questo notaio in sua giovinezza goduto non avea certamente un’ottima fama; e ora nell’esercizio della sua professione, immune non andava di alcune tacce di cui giammai non avea pensato a scolparsi, e che però, presso la ple- be sempre facile a suggere il fiele delle cattive lingue, preso aveano un carattere di verità.
Quest’uomo, nomato Tommaso Basileo, di aspetto ignobile e alcun po’ feroce, spingea la sordida passione dell’avarizia fino all’eccesso, vivendo come il più misero ebreo, ed ammazzandosi di fatica per non dare ad altri una benchè scarsa parte dei suoi lucri.
Ognun vede che in peggior creatura imbattersi non potea l’infelice Gaetano; ed in fatti alle prime offerte di servigio fu risposto brutalmente non esservi uopo di altre braccia; e finalmente non fu ammerso come scribente nella curia notariale, che contentandosi del ricco salario di grana dieci al giorno. Gaetano dovea portarsi alla curia alle otto del mattino per uscire alle undici, e quindi alle due dopo il mezzogiorno per uscirne alle otto. Nove ore al giorno d’indefesso lavoro per un carlino!
Sarebbe stato impossibile di viver tre persone con quella infima moneta, se Caterina, la sorella di Gaetano, non avesse da parte sua sovvenuto alle spese giornaliere, mercè l’opera da lei prestata in casa di una sarta in via di S. Giovanni a Carbonara. Gracile, leggiero e diafano, il corpo di questa disgraziata giovanetta pareva ad ogni istante volersi disfare e allargar la sua trama per isprigionare un’anima candida e pura. Un lavoro assiduo, faticoso, congiunto alle più amare privazioni ed agli stenti di una vita infelice, dovean bentosto gittar nel seno della sventurata il germe di quel funesto male onde fu tratta alla tomba nel breve giro di diciotto anni, quando lo stame della esistenza sembra per lo appunto più vigorosamente tessito e più difficile a rompersi.
Orrendo colpo fu pel povero Gaetano la infermità della sorella, in quanto che neanche il sollievo aver potea di tenersela in casa e curarla coi più efficaci mezzi dell’arte, o almeno alleggerirle il male con tutta quella espansione di tenerezza fraterna, che è pure un balsamo pei sofferenti; e più orrendo colpo fu anche la morte di lei, come quello che, squarciandogli il petto pel dolore di tanta perdita, accrescer dovea la sua miseria, privandolo dell’aiuto che Caterina portava alla famiglia.
Da molti anni i giorni di Gaetano scorrevano tra gli studi ardentissimi della sua professione e le durissime fatiche cui assoggettavalo il sordido notaio. Dalla curia allo spedale, da questo alla curia, e quindi, la sera fino a notte avanzata la lettura e le scientifiche lucubrazioni; era questo il viver che faceva Gaetano, interrotto solamente da poche ore di sonno, e sostenuto da scarso e malsano nutrimento.
Tommaso Basileo, il notaio, era una di quelle tante varietà dell’uomo tigre, di cui abbonda sciaguratamente la razza umana. Questa specie maledetta di esseri abortivi prende suo sviluppo ogni dì vie più in mezzo alla pretesa civiltà dei tempi. Era quel notaio un curioso impasto di diversi animali, tanto nel fisico quan- to nel morale, ma supremazia sugli altri istinti aveva quello del tigre. È impossibile d’immaginare un essere più perfidamente vile, più vilmente brutale, più brutalmente e bestialmente sordido. Nè si creda che ci piacciamo di esagerare a talento un personaggio creato dalla nostra fantasia; imperocchè nella storia naturale dell’uomo, siccome testè dicemmo, un tal tipo è ovvio e frequente, e massime in seno delle popolose incivilite capitali.
Ben può facilmente immaginarsi che sorta di vita avesse a passare il giovin calabrese nella soggezione di quest’uomo, e come amaramente ad ogni boccone che tracannasse ricordar dovesse del . Non direm quindi, per rispetto che abbiamo all’alta origine umana, non direm dei maltrattamenti fatti subire al povero scribentuccio ogni qual volta trascorreva consueta in che trovar si doveva al suo posto; un velo gitteremo sulle turpi nefandezze di quel servo dal danaro. Altre cose più importanti alla nostra storia chiamano altrove la nostra attenzione, benchè del pari tristi e miserevoli.
Non induca però maraviglia di sorta alcuna il vedere siccome nell’animo dilacerato di Gaetano queste continuate stille di piombo rarefatto, congiunte al sentimento della propria deformità, non meno che al peso d’indicibile oppressione, derivatagli da un orribil segreto, che il traeva continuamente a maledir la sua esistenza, ingenerar dovessero in lui il più gran disprezzo dell’uman genere, e la più mortale apatia ai mali ed alle sofferenze altrui. Non è questo il momento di dire perchè sì fortemente erasi dato questo giovane allo studio dell’arte salutare, mentre al converso avrebbe dovuto trovare un certo tal quale sollievo ne’ tormenti e nella morte de’ suoi simili.
Nel tempo in cui comincia questa istoria, cioè nell’anno 1840, Gaetano fatto avea passi giganteschi nella sua professione. I suoi compagni, dopo che egli ebbe parlato così dottamente alla cattedra di anatomia, il teneano già in concetto di esperto medico, ed i suoi professori gli affidavano varie cure d’infermi, cui egli trasse a guarigione perfetta. L’oculatezza, la somma penetrazione, la fredda disamina del morale dell’infermo erano le principali qualità di Gaetano nell’esercizio della sua arte. Il rumore della sua valentia giunto era all’orecchio del notaro, il quale, per quella specie di rancore che gl’ignoranti serbano sempre contro gli uomini d’ingegno, non iscemava niente affatto de’ suoi maltrattamenti verso il giovane suo commesso; anzi vie più accrescevali, quando in ispezialità di pochi minuti indugiava la venuta di lui all’ufficio.
IV. Il testamento all'anima
ct ct Un giorno, Gaetano stava solo nella curia.
Erano le 10 del mattino. Il notaio era ito verso Toledo per una scritta nuziale. Secondo il consueto, egli lasciato aveva a Gaetano di che occuparsi, e avea portato seco tutte le chiavi delle schede, ov’erano stivati i secolari protocolli.
Gaetano, seduto presso al suo tavolino, con sopra enormi quaderni, era in quel momento in sulla copia di una carta che tenea spiegata dinanzi. Ma il suo pensiero aveva attaccato i cavalli di posta, e fuggiva... fuggiva ben lungi mentre le dita obbedivano all’impulso dell’assuefazione.
Erano pochi mesi da che sua sorella era morta, ed egli era... tristo... tristissimo; parea che in qualche modo l’avesse anche abbandonato quella febbrile passione per l’arte medica che avea sostenuto fino a quel momento il suo coraggio. La vita gli pesava;... sentiva, forse per la prima volta, piegar la sua anima di ferro sotto la continua compressione di un destino inesorabile che sembrava compiacersi a distillar nel suo cuore il veleno dello scetticismo, mentre già da lungo tempo gittata vi aveva il germe di un odio implacabile verso l’uomo.
E pensava.... pensava alla singolar pertinacia del suo destino, che un sol giorno di piacere non gli avea concesso ne’ suoi 27 anni di vita.
Ed i suoi occhi, che seguivano macchinalmente le righe di caratteri che segnava, non si erano neanche volti al rumore di una carrozza che fermata si era dinanzi alla curia.
Quella carrozza era un magnifico calesso con superbo cavallo bianco. Un fantino in giacca rossa all’inglese discese subitamente dal seggiolo del servitore, e venne ad abbassare il montatoio.
Un giovin signore ne smontò. Avea questi un volto vermiglio e brillante, una barba nera e folta: un elegante cappello di castoro di Francia copriva la sua capellatura lucidissima e fina. Un nastro rosso era ad un occhiello della bottoniera.
— È questo Io studio di notar Basileo? dimandò, entrando, a Gaetano, il quale allora soltanto si accorse della presenza di questo individuo...
— Signor sì, rispose il commesso senza alzarsi dal suo posto, e non abbandonando la lunga penna di tacchino che il suo principale gli forniva per economia.
— Egli è assente, n’è vero?
— Signor sì.
— E indugerà molto a ritornare?
— È facile, perchè è ito in città per un contratto matrimoniale.
La fisonomia del giovin signore si rischiarò; un leggiero sorriso passò benache sulle sue labbra, cui egli si affrettò peraltro di nascondere, portando la mano destra sui baffi. Stette in silenzio alcun poco, guardando attentamente il commesso, quasi avesse voluto studiarne l’indole attraverso il ghiaccio delle fattezze; ma invero la cera ingrognata, le laconiche risposte, e la quasi inurbanità del contegno di Gaetano non erano tali da incoraggiare il cavaliere a proseguire un dialogo che lo scribente sembrava perfettamente disposto a far terminare in monologo.
Il giovin signore, il quale probabilmente avea le sue ragioni di accattivarsi la benevoglienza del commesso, e che non pareva niente affatto dispiaciuto di non aver trovato il principale, pensò che il sedersi avrebbe dato una più chiara idea della sua intenzione di non ismetter la conversazione, ed in fatti si sedè sovra una sedia che stava a fianco del tavolino su cui scrivea Gaetano.
— Vuol’ella forse aspettare che il principale sia di ritorno? chiese Gaetano.
— No, avrei due parole a dire a lei direttamente.
— A me!
Gaetano guardò fissamente in faccia l’interlocutore.
— Sì, a voi, mio buono amico; qual’è il vostro nome?
— Il mio nome?... Gaetano.
— Ah! Don Gaetano... sta bene; e il cognome?
Gaetano impallidì mortalmente; si lasciò cader di mano la penna, e si trasse un po’ dietro con la sedia, con un movimento non so se di paura o di sorpresa.
E non rispose.
L’altro, che facilmente avea fatto quella interrogazione per mera oziosità, per un preliminare di conversazione, e che ben altro in testa aveasi che conoscere il cognome di Gaetano, trasse in questo mentre un dorato taccuino dalla taschetta di fianco del suo giubbino, e vi leggeva un ricordo.
— Dite un pò, giovinotto, siete voi perfettamente a giorno della classificazione de’ protocolli del vostro principale?
— Perfettamente.
— Anche de’ più vecchi?
— Anche di questi.
— Molto bene... Ora... siete voglioso di lucrarvi cento piastre?
Gli occhi di Gaetano si spalancarono, e cercarono di trovare tutto il loro parallelismo per guardar fisamente negli occhi l’interlocutore, per iscovrire se per ischerzo o da senno detto avesse quelle parole.
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