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Monete, medaglie e sigilli dei principi Doria

Agostino Olivieri · 1858 · Free in the US

24,740 words · about 1 h 44 min to read

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Author
Agostino Olivieri
Language
Italian
Published
1858
Length
24,740 words · about 1 h 44 min
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Contents (9)

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MONETE

MEDAGLIE E SIGILLI

DEI PRINCIPI DORIA

Al lettore

La Biblioteca del R. Ateneo di Genova alle varie collezioni di libri e codici, che la rendono importante, ha congiunto eziandio un ricco Cimelio di Monete e Medaglie, le quali ricordano le diverse fasi del Comune Genovese, e i diritti delle Famiglie Liguri, ch’ebbero feudi e possessioni. È questo un prezioso monumento per la storia del Paese, se non lasciasi, qual sepolto tesoro, nascosto agli studiosi, e gli si dà vita con quelle cure ed illustrazioni, che raccolte siffatte domandano da coloro, cui sono affidate.

Il cav. , che mi precesse nell’uffizio di dirigere la Biblioteca, coi dotti suoi volumi sulla Moneta Antica di Genova, pubblicati nel 1841, mise in luce la serie dei Nummi dei Dogi, ch’essa racchiude; e, quantunque tentasse una via non ancora esplorata, seppe creare un sistema per conciliare l’ordine cronologico con quello delle Monete, che le scoperte più recenti mostrano sempre più giusto.

E l’opera sì bene intrapresa avrebbe egli senza dubbio ridotta a compimento, se gli bastava ancora qualche anno la vita operosa. Le Monete dei varii forestieri, che dominarono Genova, e quelle più rare delle Famiglie Liguri avrebbero ottenuto da lui quel lume che attendono tuttavia.

A supplire in qualche guisa a tal difetto io m’accingo, e facendo capo dalle Monete delle Famiglie, passerò quindi alle altre delle straniere dominazioni, sinchè ogni parte della raccolta sia nota al pubblico, ed illustrata.

La riverenza, che ogni cuor genovese sente per quel Grande, che col senno e con le armi seppe liberare la Patria dal giogo di Francia, mi consiglia a trattar prima delle Monete dei Doria, che, se non molte, son quasi tutte rarissime.

Il mio lavoro divido in cinque capitoli, e, dopo aver cercata l’origine della Famiglia, e data contezza dei feudi, che Andrea Doria ebbe dall’Impero, e del privilegio della Zecca, indago i lunghi nei quali gli eredi di lui batterono Monete. La serie di esse, delle Medaglie e dei Sigilli compie il volume. Nulla io affermo, che non abbia l’appoggio dei documenti, e questi, che inediti sono in gran parte, invece di citar solamente, reco per intero, onde il lettore abbia sott’occhio quanto la materia chiarisce.

Possano questi miei sforzi non sembrare inutili a coloro, che sanno quanta parte di storia racchiuda la Numismatica, e come si vada attenuando di giorno in giorno, in Italia, il numero dei benemeriti che la coltivano.

Capo I. La famiglia Doria

Sin dal principio del Comune genovese veggonsi ricordati nelle pubbliche e private contrattazioni individui, cui il cognome si attribuisce di Auriae. Essi sono tra i primi, che ottengono l’onore del Consolato, e la Repubblica non compie alcuna grande impresa senza che vi prendano parte principalissima. Chi fossero, donde venuti, la storia nol dice; nè ciò dee recar meraviglia, che l’origine delle più antiche ed illustri famiglie è tuttavia involta nelle tenebre, nè più valgon oggi le invenzioni dei Genealogisti per innalzare alle stelle i primordi di esse.

Nei secoli scorsi da molti, da taluno oggidì, si sostien tuttavia, che la casa dei Doria avesse a suo stipite un Ardoino Conte di Narbona, che, recatosi in Genova nel 960, come afferma il , togliesse in moglie un’Orietta dell’illustre famiglia dei Della Volta, e che i figli di costei, soprannominati filii Auriae, tramandassero ai discendenti tal nome.

Ciò, che senza documenti si afferma, non va confutato, nè lo storico odierno deve fatto alcuno abbracciare nè opinione, che le carte sincrone non corroborino.

nello (Ms. della Biblioteca della Regia Università di Genova, pag. 88, fac. 2.da) afferma, aver da scrittura pubblica originale, che presso sè conservava, che Ansaldo, Console del Comune nel 1134, sposò Orietta l’anno 1145, e vuol che i discendenti assumessero da costei il cognome. Ma avanti di quell’epoca noi troviamo nelle nostre carte individui col nome di Auriae; nell’anno 1102 Martino e Genualdo de filiis Auriae assistettero come testimoni ad un lodo dei Consoli Guidone Spinola e Ido di Carmandino, documento che esiste nell’Archivio della Collegiata di Santa Maria delle Vigne, e ne ha copia la Civico-Beriana di Genova; e nel 1125 lo stesso Martino ci si mostra come fondatore della Chiesa gentilizia di S. Matteo. Ansaldo poi, anche avanti al 1145, viene sempre citato coll’appellativo di Auriae. Forse il Federici cambiò in 1145 il 1045, e forse un altro Ansaldo, avo del Console di tal nome, sposò un’Orietta. L’Albero genealogico della famiglia (Ms. membranaceo della Biblioteca della R. Università di Genova, descritto a pag. 197 del mio Catalogo, fatto nel 1558, ed autenticato da Matteo Senarega Cancelliere della Repubblica, mette, dopo Ardoino, un Ansaldo padre di Genualdo, da cui venne Ansaldo il Console.

Io lascio tal questione estranea al mio scopo ad un erudito mio amico, che con indefessi studi da più anni raduna le memorie della nobil famiglia, da cui discende, e mi basta aver fatto cenno delle varie opinioni degli scrittori sull’origine dei Doria.

La nobiltà loro ci vien palesata ad ogni pagina dei liguri annali, ed essa ritrae il più vivo splendore dalle dignità rivestite, e dall’imprese a favor della patria compite. Ansaldo fu Console di Genova più volte, e tale onore ottennero altresì Enrico, Simone, Guglielmo, Bottario, Percivale, Montano, ed Emanuele. Ambasciatori a Federico Imperatore, ai Papi, ai Fiorentini andarono eglino stessi. Percivale fu poi Podestà di Asti e di Parma. Parecchi di lor famiglia furono degli Otto, che col Podestà la cosa pubblica amministravano. Nicolò Doria con Guido Spinola tenne nel 1265 il Supremo Governo della Repubblica. Oberto figlio di Pietro, Ammiraglio di 25 galee contro i Veneziani, nel 1266 espugnò Canea in Candia; e nel 1284 lo stesso Oberto, il suo figlio Corrado, il fratello di lui Lamba, e tutti i Doria insieme sfidarono i Pisani presso la Meloria, e li disfecero. Lamba poi nel 1298 con 78 galere riportò presso l’Isola di Curzola una gloriosa vittoria; nè a lui minori si mostrarono nel 1332, Filippo e Pagano presso Costantinopoli, e nel 1334 e 1335 all’Isola della Sapienza, ed a Tripoli. E Pietro, dopo aver presa Chioggia nel 1379, ebbe poi la sventura di perdervi la vita.

Nei tempi più vicini a noi il celebre Andrea, dopo aver sostenuti incarichi gloriosi, e fatti prodigi di valore, diede finalmente nel 1528 la libertà alla sua patria. Il modo, col quale egli vi riuscì, e la sua vita furon da molti storici descritti, ma come da lui trasse origine quel ramo dei Doria, ch’ebbe titolo principesco e privilegi molti, le monete dei quali ho impreso a descrivere, farò delle geste di lui speciale memoria.

Capo II. Andrea Doria, i suoi feudi, il privilegio della zecca

Quell’Ansaldo, che, come dicemmo, fu Console di Genova nel 1134, e poi più altre volte, ebbe a figliuoli Enrico, Guglielmo e Simone. Da quest’ultimo discese Nicolò, da lui Emanuele che diè vita a Babilano, padre di Nicolò, e questi di Cattaneo, da cui discese Aitone, padre di Ceva, che da Maria Grimaldi ebbe Francesco, e questi altro Ceva, padre del famoso Andrea liberator della patria. Egli nacque il giorno di S. Andrea l’anno 1466 in Oneglia; di parte della quale città essendo il padre signore, Andrea ivi rimase sino a’ 18 anni. Partitosi quindi per Roma, da Nicolò Doria, suo parente, capitano della Guardia del Papa, fu fatto uomo d’armi, e servì in quell’esercizio sino alla morte di Innocenzo VIII della famiglia dei Cibo. Federico da Montefeltro Duca d’Urbino l’ebbe per qualche tempo nella sua corte, dalla quale passò a quella del Re Ferdinando d’Aragona. Caduto tal principe, dopo un viaggio a Gerusalemme, fu da Giovanni Della Rovere prefetto di Roma posto a guardia di Rocca Gu- glielma, che difese valorosamente contro gli Spagnoli, e n’ebbe onori, e lodi grandissime. Allorchè il Della Rovere fu creato Capitano Generale dei Fiorentini, volle Andrea condottiero di cento cavalli leggieri; e, sperimentato il carattere prode di lui e la prudenza, gli piacque, morendo, nominarlo tutore di Francesco Maria suo figliuolo, che ai consigli del Doria dovette la ricuperazione degli Stati lasciatigli dal padre, ed invasi dal fiero Duca Valentino. Fatto prefetto di mare dai Genovesi, diè prova di ardire, e costanza indicibile specialmente contro i Corsari Turchi, che infestavano il Mediterraneo; tolse loro tre fuste presso l’Isola di Gianutti, e quindi presso Pianosa disfece il corsaro Godoli, ed impadronissi di sette dei suoi vascelli, e della stessa persona di lui.

La vittoria degli Adorno sopra i Fregoso, dei quali era caldo partigiano, e le sventure della sua patria obbligarono Andrea a mettersi ai servigi del Re di Francia. Nelle guerre, che questi ebbe a sostenere cogl’Imperiali, lo giovò grandemente: impedì al Duca di Borbone, ribelle della corona, d’espugnar Marsiglia, si rese padrone di Savona per il suo Re, e le genti del Moncada generale dell’Imperatore, ite a ricuperar Varagine, disperse. Le persecuzioni, che il merito vero ed il valore sempre accompagnano, non risparmiarono il Doria; e, vedendosi mal corrisposto dal Re, e pagate le sue genti assai scarsamente, passò al servizio di Clemente VII, che lo fece Ammiraglio con provigione di trentacinque mila scudi annui. Ma ben presto lo stesso Papa, trovandosi alle strette, lo consigliò a ritornare al servizio del Re di Francia, che molto onorevolmente lo accolse, e lo nominò Capitano Generale del mare. Sposò quindi Peretta Usodimare, nipote di , e poco dopo aiutò Cesare Fregoso a scacciare da Genova Antoniotto Adorno; quindi la città passò altra volta sotto la protezione del Re di Francia, che, per ricompensarlo di tanto servizio, lo fe’ Cavaliere dell’Ordine di S. Michele. Il Doria si portò poscia in Sardegna e molto danno arrecò ai nemici di Francia, e Filippino Doria colle galee di Andrea ruppe l’armata imperiale presso Napoli, ed uccise il Moncada, che n’era capitano.

Il Re di Francia non pensava intanto a dare a Genova quella libertà, che il Doria bramava, anzi voleva staccare dal dominio di essa Savona, per così indebolirla. L’Ammiraglio, mal soddisfatto perciò, e perchè ancora gli venivan rattenute le paghe, passò al servizio dell’Imperatore Carlo V; e, dopo aver liberato dall’assedio Gaeta e soccorso Napoli, cacciò i Francesi da Genova, e diede alla Repubblica una forma di governo, che, se non era la più libera che desiderar si potesse, era certo però quella, che Genova poteva allora sostenere, e che le universali condizioni di Europa permettevano. «So, esclama a questo proposito il venerando Marchese in una nota ai pubblicati da , che durò quella forma dugento e sessantanove anni con poche mutazioni, ch’ella era sì aristocratica, ma che all’aristocrazia il popolo avea accesso; e la nobiltà non come a Venezia corruppe sè stessa, e spense le pubbliche virtù; e dalla storia di Genova il popolo non disparve mai; anzi egli solo insorse a vendicarsi in libertà, quando ogni rimanente d’Italia nemmeno si ricordava che vi fosse libertà; e Genova meglio che Venezia potè invecchiare onorata, e più decorosamente cadde. Quella Repubblica inferma pigliò per l’opera di Andrea D’Oria buon aspetto e durevole costituzione, e a quel tempo le virtù civili, che tanto decaddero nelle altre parti d’Italia parvero in Genova piuttosto risorgere».

In seguito il Doria rivolse le sue galere contro i Turchi, e presso Tunisi ed Algeri tolse molti legni a Barbarossa; e, recatosi in Levante, espugnò Corone e Patrasso. Fu allora che l’Imperatore lo creò Principe di Melfi, che è nello Stato di Napoli, e l’onorò altresì dell’ordine del Toson d’oro. Da quell’epoca i Doria discendenti da Andrea godono il titolo principesco.

Non lasciò occasione dappoi per sottomettere i Turchi; e quindi, grave per gli anni e le imprese, ritirossi a vivere in patria, ove, onorato da tutti, era qual padre di Genova riguardato. Il solo Gian Luigi Fieschi, desiderando di rendersi tiranno della sua terra natale, spinto da malnati e corrotti uomini, contro il Doria e Genova congiurava nel 1547; Giannettino, cugino ed erede di Andrea, rimaneva ucciso per opera del Fieschi, che nella notte stessa pagava colla vita il fio della sua tracotanza.

Carlo V, il 27 ottobre di quell’anno, donava quasi tutti i Feudi, già posseduti dai Fieschi, al Doria, e lo investiva di tutti i privilegi, ch’eglino godevano, tra i quali principalissimo era quello di batter monete, ottenuto da Guglielmo Re de’ Romani nel 1249 (V. documento I e III), e con Decreto del 12 giugno 1548 dava investitura al Doria dei Castelli e delle Terre di Torriglia, Marchesato nei Monti Liguri, Garbagna, Grondona e degli altri posseduti dai Fieschi per sè e per i suoi discendenti.

Il Doria moriva nel suo Palazzo in Genova il novembre del 1560, e, non avendo figliuoli, istituiva erede Gian Andrea, figlio di Giannettino suo cugino, come vedesi dal testamento, che tra i documenti riporto, onde chiaro apparisca in qual modo da Andrea il Principato, e tutti i Feudi passassero in Gian Andrea e nei successori, che di tempo in tempo usarono, come vedremo, il privilegio della Zecca.

Capo III. Zecche dei Doria

Vedemmo come i Doria avesser dall’ Imperator Carlo V. coi Feudi dei Fieschi i privilegi ch’essi godevano, e tra gli altri quello principalissimo della Zecca: ci resta ora ad indagare a qual epoca usassero di esso ed in quali luoghi.

Egli sembra, che i documenti delle Zecche liguri, compresa la Genovese, abbiano tutti incontrata la sventura di cadere in mani ignare o sacrileghe; perché, mentre abbiamo dovizia di carte spettanti ad imprese antichissime, ed all’epoche più remote, poco o nulla ci vien fatto di trovare nei pubblici, e nei privati Archivi sulle monete. Per quelle dei Doria io non tralasciai ricerche di sorta, ed il lettore vedrà quanto poco mi fa dato raccogliere.

Il Principe Giovanni Andrea I, per i fatti del 1575, soprannominato Conservator della Patria, sembra che sul cadere del secolo XVI prendesse per il primo a far battere monete nei suoi Feudi. Infatti, allorché a’ 12 di- 1594 inviava il figlio suo Don Carlo a Madrid per ottenere varii privilegi, chiedeva che le monete d’oro e d’argento di giusto peso, che egli faceva battere ne’ suoi Stati, avessero libero corso nei Regni di Sua Maestà (V. Doc. IV.). Del Principe stesso non abbiamo però che uno Scudo ed un Ducatone, de’ quali daremo la descrizione nel capo seguente, ed i proclami o gride, che faceva pubblicare la Repubblica genovese sul valore e corso delle monete, hanno memoria per la prima volta sotto il 2 giugno 1602 dello Scudo e Ducatone del Principe Doria e spezzati o frazioni di essi, nè ci parlano di monete d’oro.

La Zecca più antica dei Doria sorse in Loano, terra nella Riviera occidentale con titolo di Contea. I Doria l’avevano ottenuta nel 1263 in Feudo dal Vescovo di Albenga Lanfranco di Negro (V. doc. II.); la cessero ai Fieschi per scudi 1000, come afferma il , nel 1500 (Dizionario storico Ms. della Biblioteca della R. Università di Genova, pag. 55, fac. 2.ª); la riebbero dopo l’espulsione dei Fieschi, ed il titolo di Conte di Loano è il primo, che vedesi nelle loro monete.

Nel 1755, allorchè l’Archivio dei Doria era ancora intatto, il Conte , Gran Cancelliere della Lombardia Austriaca, nativo di Varese Ligure rac- cogliendo monete e documenti sulle antiche zecche Italiane, onde arricchirne il Gabinetto Imperiale di Vienna, chiedeva informazioni ai Doria sulle loro. Il 14 giugno di quell’anno gli era spedita una relazione sulle Zecche della famiglia, della quale conservasi copia nell’Archivio del Signor Principe Doria Pamphili, che io riporto fra i documenti (V. docum. V). Da essa rilevasi, che nel 1606 venne coniata nella Zecca di Loano, già aperta, una partita di 16197 Soldini da Filippo Isolabuona, Zecchiere del Principe, coll’argento consegnatogli alla bontà di 12 e da lui ridotto ad 11 e 10, e reca in prova il libro lungo dei conti del 1605, carte 121. Non ci dice però quale impronta portassero tali Soldini, nè alcuno potei rinvenirne.

Tale Zecca durò sino al 1640, alla qual epoca la Principessa Donna Polissena Doria-Landi, reggente lo Stato per il figlio ancor minorenne, ne sospese i lavori, come dimostra un ordine a nome di lei spedito da Cesare Pansa a Ventrino Massa, Commissario di Loano, del quale è memoria nell’Archivio della Famiglia.

Nel 1664 venne riaperta, ed il 27 marzo di quell’anno Giorgio Bollero, procuratore della Principessa Donna Violante Lomellini-Doria, la dava in afflitto ad Onorato di Nizza per anni 4, mercè l’annua pigione di pezzi 1000 da 8 reali, e col patto fra gli altri di fabbricare Doppie del peso e bontà di quelle di Milano, e Scudi d’argento del peso e bontà di quelli di Genova (V. docum. VI).

Molte riparazioni si fecero nella Zecca in quell’occasione, nel tetto specialmente, che, dopo 24 anni di riposo, era assolutamente distrutto. Ai 17 febbraio 1665 il predetto Zecchiere stringeva contratto con Francesco Moretti, il quale obbligavasi di fornire alla Zecca tutto l’argento necessario, perché giornalmente si fabbricassero non meno di pezzi 1000 da 8 reali in monete da 5 soldi, colla pena di pezzi 1000 da 8 reali, se mancasse la provvista.

In Italia intanto, e specialmente nelle Zecche Toscane e di Tassarolo e di Massa (V. docum. XXIII) era invalso l’uso di battere dei Luigini od Ottavetti, monete Francesi di lega assai inferiore a quella che le gride permettevano per servirsene nel Levante; e quindi il 4 agosto 1665 la stessa Principessa Donna Violante concedeva al predetto Onorato Bleuet, fittavolo della Zecca di Loano, facoltà di battere Luigini, purché non avessero bontà minore di carati 8 argento fino, per ogni libbra (V. documento VIII).

La Principessa volle sperimentare essa stessa il benefizio del commercio dei Luigini od Ottavetti, e perciò, in data 7 gennaio 1666, ordinava allo Zecchiere di batterne a suo conto per la somma di pezzi 6000 da 8 reali (V. docum. IX). La forma del conio dei Luigini era prescritta dalla Principessa il 17 dicembre di quell’anno (V. docum. X). Un busto di donna abbigliata dal diritto, coll’iscrizione Gratior in pulchro virtus, e dal rovescio tre gigli sormontati da una corona ducale o principesca coi necessari ornamenti, a condizione, che non fossero gigli, e l’iscrizione Sanctae sit Triadi laus, erano solamente concessi. Riservavasi però la Principessa la facoltà di cambiare il conio, quando più le talentasse.

Stragrande numero di Luigini battè Onorato Bleuet. Una lettera del Commissario di Loano Pietro Battista Arduini (V. docum. XI) affermava al Principe Giovanni Andrea III, che dal 16 febbraio 1665 al 2 aprile 1669 furono coniati Luigini per il valore di settecento cinquanta ad ottocento mila pezzi da otto reali. Né dee recar meraviglia, che sì scarso numero di tali monete ora trovisi, dopo le molte che vennero coniate, ove richiaminsi alla memoria le molte gride, che in ogni parte d’Italia le proibivano, gli ordini e le pene severissime contro coloro che osavano detenerle, e gli uffici pubblici stabiliti per distruggerle.

Il contratto di Onorato Bleuet aveva termine col 1667, ma fu prorogato per altri tre anni il 12 gennaio 1668; ed egli obbligavasi a pagare l’annua pigione di pezzi millecinquecento da otto reali di tre in tre mesi. Il 14 dello stesso mese ed anno gli veniva concesso di ridurre a sette carati la bontà dei Luigini.

Non sappiamo sin a qual epoca il Bleuet la durasse in Loano; ma certo egli è, che un cotale Monsieur Salinhac nell’anno 1672, per mezzo del Commissario di quella terra, chiedeva al Principe facoltà di riaprire la Zecca, e prometteva di battere monete migliori di quelle, che allor si spendevano; ma la supplica non era esaudita, e da quell’epoca la Zecca di Loano restava chiusa per sempre.

Torriglia, Marchesato nei Monti Liguri, come dicemmo dava il titolo al primogenito dei Principi D’Oria. Francesco Moretti formava colà una Zecca nel 1665 a proprie spese, col permesso della Principessa D. Violante, che, per mille cinquecento pezzi da otto reali annui, gli concedeva per tre anni facoltà di battere ogni foggia di monete, compresi gli Ottavetti, o Luigini per il levante (V. docum. XII). Unita al permesso è l’indicazione del conio da usare, colle seguenti parole che copio: « Una sorte coll’impronto, e nome del Signor Principe da una parte, e l’arma Doria e Landi, ossia aquila imperiale con l’arma Landi, o pure con l’impresa dei due fiori ed un’aquila dall’altra. Attorno alla quale impresa dei fiori ed aquila siano queste parole: Dominus virtus mea et salus mea. Avvertendo, che il G, che va per prima lettera del nome del Signor Principe, sia fatto in modo di gifra, e discosto dall’I. L’altra con l’impronto della Signora Principessa, e nome espresso con questi caratteri DON. VI: LO. PRINCI. S. VED. DO. da una parte, e la medesima impresa dei due fiori, ed aquila, e figura soprascritta ». Il primo, ed in ispezial modo il secondo di tali coni erano adoperati per contraffare la forma dei Luigini di Francia, e quelli principalmente che portavano l’impronta di Madamigella di Montpensier.

Tanta finzione eccitava gli scrupoli nella delicata coscienza della Principessa D. Violante, che ricorreva perciò ai teologi, onde aver consiglio e riposo. Il 15 settembre 1665 ella scriveva a tal fine al Padre Pier Domenico Pier Dominici della Congregazione di S. Filippo Neri. La forma della lettera, e le risposte del Padre sembranmi sì degne d’osservazione, che qui le riporto. Esse rivelano la strana contraddizione, ch’esisteva nel sentimento religioso di quel tempo, e con quanta grettezza e materialismo, anche i sacri ministri, misurassero i doveri, che ogni uomo ha verso gli altri.

Lettera della Signora Principessa D. Violante al Padre Pier Domenico Pier Dominici dell’Oratorio di S. Filippo (Estratta dall’Archivio del Signor Principe Doria).

Molto Rev.do P.re

»L’incontrar sempre in V. R. ogni prontezza a farmi gratia, mi dà confidenza ad essere anche adesso ad incommodarla. si stà sula risolutione di permettere a Zecchieri il battere la moneta, di cui V. R. è già informata e persistono essi di batterla più simile che sia possibile a quella d’Orange, perchè si possa più facilmente smaltire. Perciò pretendono d’imprimervi il medesimo ritratto dell’Orange da una parte, alterando però i caratteri in maniera, che vengano a fare il nome del Principe mio figlio abbreviato. Sebene, perchè vi sia maggior somiglianza con quelli dell’Orange, vogliono scrivere in cambio di jo. And. Gio. And., perchè quello dell’Orange comincia per quella lettera; promettono però di accomodar talmente il G. che sarà piu tosto gifra, che lettera.

» Ma questo è manco male, quel che mi dà maggior fastidio, che vogliono dall’altra parte mettere i tre gigli che sono l’arma dell’Orange, o di Francia, di cui egli è Feudatario, e che egli suole mettere nelle sue monete, con la medesima iscrizione che fa lui, aggiongendovi solamente di più un’ aquila sopra la corona.

» Io ho in questo particolare due dubbj, l’uno spettante alla coscienza, l’altro al pericolo che si potrebbe incorrere di richiamo, e di mortificatione, come che essendo questa casa tanto impegnata con la Spagna, e tanto dipendente dalla Casa d’Austria, io che ne sono al governo facessi, o permettessi, che si stampasse moneta con l’arma di Francia, natione, nemica per ordine e dei Spagnuoli, e degli Austriaci, prego dunque V. R. ad applicarsi alla considerazione dell’uno, e dell’altro colla sua solita attentione e prudenza, e favorirmi di dirne sinceramente il suo senso, acciochè possa una volta liberarmi da questa inquietudine, e per quanto mi premano le presenti strettezze della casa e l’aver quest’huomini, fatte molte spese delle quali resterebbero in perdita, mi pesa però più l’aggravio della coscienza, per minimo che sia, e ’l mettermi a pericolo di richiami e mentre che attendo il più presto che sarà possibile la risposta, le auguro da N. S. ogni maggior bene».

Di Casa 15 settembre 1665.

D. V. R.

Risposta alla precedente (Estratta dallo stesso Archivio del Principe Doria).

Eccell.ma Sig.ra

«Ho con matura applicatione considerato quanto V. E. mi rappresenta intorno alla maniera del batter le monete dell’Ecc.mo Sig. Principe suo figlio somiglianti a quelle del Principe di Oranges, e concludo che quanto alla coscienza V. E. ne deve star sicurissima, pregan- a levarsi da ogni dubbio, e perchè mi sta sopra la mia coscienza».

Dalla Chiesa nuova li 18 settembre 1665.

D. V. S. Ill.ma et Ecc.ma

Altra lettera dello stesso Padre (Estratta dallo stesso Archivio).

Eccell.ma Sig.ra

Pax Xti

«La pace del Signore sia nel cuore di V. Eccell.

Se non fussi in giorno di festa inpedito al confessionario, sarei volato costì a tranquillare con due parole sole le confusioni del suo cuore, il che non sò se mi riuscirà fare con la penna.

Le dico dunque, che in questa moneta, che si fa a similitudine di Madamigella di Monpensier, V. E. hà da salvar la coscienza, metter in cauto il buon governo politico, e satisfar li negotianti, che vogliono far passar queste monete per quelle di Madamigella. Circa la coscienza V. E. è secura, perchè altera la moneta nelle lettere, e nell’arme, e se nelle monete di Madamigella, quali io non hò vedute, ci sono parte delle medesime lettere, che si mettono in quelle di V. E., ciò non ammette scrupolo alcuno purchè non siano total mente le medesime in totum perche in questo caso vi sarebbe qualche dubbio; volendoci essere qualche alteratione, e ogni poca basta per salvar la coscienza, quelli due V. V. vogliono dir più Vedova, che sovrana, e nella moneta di Madamigella, mi dissero che per estensum vi sta scritto Sovra, sichè non ci possono stare li medesimi de V. V. come in questa di V. E. non possono dire Vedova. V. E. se ne dorma pur quieta sopra di me, potendovisi aggiungere un L, il che forse sarebbe di sommo piacere a cotesti sig.i facendo le lettere più somiglianti all’originale di Madamigella. Circa le ultime due silabe, De Do essendo il nome di V. Ec. posto in volgare e non in latino, possono benissimo difendersi, circa la coscienza, non importando, che siano ancora in quella di Madamigella, anzi vi è fatto perchè in essa vi è similmente De Do, correndo la stessa parità del Geifrato che vi pone davanti al I O delle monete del Sig. Principe. Circa poi la politica queste monete hanno da passare per quelle di Madamigella, che tale è l’intentione di V. E. e de’ Sig. Negozianti; di modo che chi non saprà il secreto, crederà che queste monete siano a dirittura di Madamigella di Monpensier, che è quello che si pretende, e chi rinvenisse, che sono della Zecca di V. E., saprà ancora che sono state fatte a similitudine di quelle, siche non sò vedere dove V. E., e la sua estimatione possa correr pericolo di derisione. Prego pertanto V. E. per la misericordia di Gesù Cristo a quietarsi del fatto sopra la mia coscienza, assicurandola da Sacerdote del Signore che deve farlo con ogni riposo di mente; non avendo io in ciò altra mira che la sua quiete, e dal grado, nel quale sono stato posto da S. D. M. può argumontarne quanto lo desideri, e mi prema.

Se da questa non rimane del tutto tranquilla, non manchi oggi un poco più tardi di ieri mandarmi a chiamare che verrò subito, frà tanto non si mova a novità alcuna, e si quieti tutta nella piaga del costato di Giesù Cristo, dove la lascio, e nel suo nome la benedico».

Dalla Chiesa nuova.

D. V. S. M. et Eccell.

Malgrado però le ragioni del dotto Padre Pier Dominici, e la prontezza, colla quale egli si assume ogni scrupolo per liberarne la buona dama, altri teologi giudicavano in ben altro modo. Il P. Noceti consigliò la Principessa a cambiare il conio delle monete, onde fosse difficile confonderle con quelle di altri Principi, e le mostrò la necessità di far mantenere dai Zecchieri la bontà intrinseca dell’argento, che comunemente era uso conservare. Infatti poco dopo i gigli erano cambiati in alabarde col motto: Simul tutantur, et ornant, ed al dritto delle monete era prescritta un’immagine di donna col motto: Pulchra virtutis imago.

Presso il Signor Principe Doria rinvenni il ponzone di quest’ultima forma, ed onde il lettore non ne resti privo lo collocherò nella tavola IV.a.

Non i soli Doria adottarono però questa figura. Il la riporta nella tavola XIV n. 2, della sua opera , come usata da quella famiglia; diversa è però l’epigrafe del rovescio, e vi si legge invece: TRES . SECURES . BONIT . UNC . QUINQ .

Una nota, ch’estraggo dall’Archivio del Sig. Principe Doria, ci dà la bontà degli ottavetti o luigini fabbricati nella Zecca di Torriglia dall’ottobre 1667 al 1668. Essi arrivano alla somma di 7319, e se ne veggono anche della bontà di 5. La inserisco tra i documenti.

Il contratto col Moretti venne annullato il 23 maggio 1667, e la Zecca fu affidata a Cristofaro Eicolser per tre anni e mezzo, mercè l’annua pigione di pezzi 1800 da otto reali. È da quell’epoca, che la Zecca di Torriglia cessò di esistere.

Oltre le due principali Zecche di Loano e Torriglia, altre di minore importanza ne sorsero nei Feudi dei Principi Doria, che o furono solamente costrutte, o che per breve tempo coniarono monete. Credo utile l’enumerarle, e perchè i cultori della numismatica ne abbiano contezza, e perchè la memoria di esse non perdasi.

Paris Tasca a 22 dicembre 1668 otteneva dalla Principessa D. Violante facoltà di costrurre una Zecca in Laccio nelle dipendenze di Torriglia, del quale comune quella terra è ora frazione. Vi si dovevano coniare ottavetti, o luigini per anni due, ed il Tasca obbligavasi a pagare pezzi annui 1500 da otto reali di fitto. Se il contratto avesse esecuzione, nessun documento lo prova.

Altra Zecca concedeva la Principessa D. Violante a Paolo Valderone, ed a Giorgio Avanzino nel luogo di Montebruno, terra a due ore e un quarto all’est da Torriglia alla sinistra del torrente Brigneio, o Brigneto. Scopo di essa era la fabbrica degli ottavetti, o luigini, ed il fitto i soliti millecinquecento pezzi da otto reali.

Bartolomeo Pareto di Lorenzo a 15 settembre 1668 otteneva dalla Principessa D. Violante permesso di costrurre una Zecca nel borgo di S. Stefano d’Aveto, 15 miglia distante da Chiavari. Il Principe Giovanni Andrea I, avea comprato nel 1592 quel feudo da Gian Battista Doria, che n’era Marchese come può vedersi nel Lunig, Codex ltaliae Diplomaticus, vol. II, pag. 2411. La locazione durò breve tempo, e tra le carte delle Zecche dei Doria trovo una ricevuta del 7 marzo 1683 per pezzi 400, che il Pareto avea pagato in anticipazione all’Agente del Principe.

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