Aggiunta al Capo XXVI, pag. 156.
Al Capo XXVI, pag. 156, avrei dovuto aggiungere le seguenti notizie, che solo mi pervennero ora:
Il dottore in medicina Alfonso Dalmazzone, appartiene ad un’illustre ed antica famiglia, in cui gli studi dell’arte salutare sono da secoli coltivati; un ramo della quale ebbe la Contea di Belvedere ed annovera insigni giureconsulti, un Presidente ed un Generale di Finanze. I lavori di quest’illustre medico lo resero chiaro anche presso le estere Nazioni ed alla sua patria, e non cessa pure nella sua declinante età di prestare i suoi salutari aiuti ai riconoscenti concittadini.
Il medico-chirurgo Gerbino-Promis, nativo di Monasterolo, per la sua diuturna residenza in questa Città, e per la infaticabile sua opera, meritamente acquistò il diritto di cittadinanza.
Il proto-medico dottore Marazzani Giuseppe, è persona di scelto ingegno, e da molti anni dispensa le amorevoli dottissime cure ai poveri della Città.
L’Avvocato Alessandro Carron-Ceva, percorrendo lodevolmente la carriera degli impieghi, pervenne al grado di Controllore capo al Controllo generale, ed aggiunse il cognome Ceva avuto dalla madre Agostina, figlia del Marchese Alessandro Ceva di Nuceto (come dalla Tav. V): il suddetto è fra i Direttori Elemosinieri della Pia Opera di S. Luigi Gonzaga di questa Metropoli.
Qui pure mi sia lecito nominare l’esimio P. Filiberto, Cappuccino, visitator apostolico dell’America meridionale, il quale, non solo col suo zelo chiama quei popoli alla vera credenza, ma ne illustra la storia e si rende benemerito della scienza, pubblicandone le memorie nel giornale l’Esposizione.
Ricorderò anche un pio e santo cappuccino, P. Anastasio da Torre, che morendo ai 6 di settembre del 1761 nel vento di Poirino, ora distrutto ed adattato ad usi profani il corpo del quale ora riposa nella Chiesa parrocchiale colla seguente iscrizione del Poirinese Agostino Bosco:
Annotazione.
Fra i viventi si deve fare lodevole memoria dei seguenti:
Il dottore Tamagno l’anno 1835 epoca funesta in cui il cholera-morbus penetrato nel nostro Piemonte menava orribile strage nella città di Cuneo, rinfrancar volendo gli animi abbattuti de’ suoi concittadini, con pericolo della vita, spontaneo si recò in detta città, ove consecratosi a sollievo di quelle infelici vittime, studiò l’indole del morbo, giovando poscia col senno e colla mano ai Cevesi, quando questo ricompariva con più truce aspetto nell’ottobre del 1855.
La Gazzetta piemontese nel settembre 1835 consecrava poche ma eloquenti linee al merito di questo illustre cittadino.
Davico Giovanni Battista entrato giovine in qualità di cadetto nel Reggimento della Marina fece due campagne, e fu fatto nell’ultima prigioniero di guerra: servì nel 1805 nelle contribuzioni dirette a Genova di dove passò controllore di prima classe delle medesime a Bastia in Corsica e dopo diversi altri impieghi onorevolmente sostenuti per 45 anni venne posto in ritiro essendo Capo della Direzione principale di Segreteria e del Personale dell’Amministrazione centrale e decorato della Croce Mauriziana.
Fra i canonici onorari si deve annoverare il sacerdote, D. Bartolomeo Garassino di antica cevese famiglia come si è veduto parlando della lapide del Vescovo Calagrano.
Si dovrebbe qui pure parlare di molti altri onorevoli cittadini, che ben il meriterebbero ma per amore di brevità si devono tralasciare.
Tra i signori del Marchesato di Ceva oltre i già nominati si devono ricordare i Mellini di Millesimo conti di Scagnello, i conti Ioannini del quartiere di S. Michele.
Nel giornale L’Esposizione a favore delle Missioni cattoliche affidate ai seicento Missionari Sardi, foglio ebdomadario n° 16 delli 11 d’aprile trovo con piacere che si è fatta commemorazione del compianto autore di queste Memorie persino nella Guadalupa, come si potrà vedere dal seguente squarcio di lettera del Reverendo A. Delros savoino Vicario datata a Pointe à Pitre 11 marzo: «Combien j’ai été sensible à la perle que vous pleurez bien justement des hommes illustres, tels que monseigneur Ravina, le comte de la Tour, le général d’Aviernoz, le marquis d’Arvillars, et surtout le reverend père prieur D. Jean Olivero, chanoine archiprétre de la Collégiale de Ceva. Avec l’honneur de connaitre ce dernier d’une manière toute particulière, j’ai eu plusieurs fois le plaisir de jouir de sa gajeté pleine de finesse d’esprit et de suavitè. Je me rappelerai toujours ces belles paroles de zéle qui lui echappèrent en présence de monseigneur Ghilardi en 1849: Oh sì, monsignore, dit il à l’Évéque de Mondovì, noi siam pronti a dar tutto: daremo le prebende, daremo la vita, e vita grossa; faisant allusion à sa stature et à son en-bon-point».
Avendo cominciate le note a queste postume Memorie storiche della Città e Marchesato di Ceva col dare alcuni brevi cenni biografici del benemerito autore arciprete Olivero e terminerò pure coll’aggiungere ancora due parole in un coll’iscrizione da scolpirsi sulla lapide sepolcrale in S. Bernardino presso Ceva scritta dall’aurea penna del professore cav. , e che verrà pubblicata fra breve, essendo già in corso di stampa, la ristampa con molte aggiunte, lo Specimen Inscriptionum latinorum Thomae Vallaurii, messo in luce con pregevoli annotazioni dall’infaticabile non men che dotto conte D. Vincenzo Ferrero Ponziglione di Borgo d’Ales, coi tipi regii.
Ecco l’iscrizione:
Avendo ancora ricevute in tempo per cortesia di monsignor Proposto Giovanni Bosisio parroco della Chiesa cattedrale di Pavia, autore di pregiata Memoria intorno al luogo del supplizio di Severino Boezio, con un appendice intorno alla santità dello stesso Boezio, Pavia 1855, in-4° di pag. 62, le seguenti epigrafi funerarie di monsignor Bertieri Giuseppe (vedi pag. 112), credo che non riescirà discaro ai cultori della nostra storia che qui le ponga.
Nell’aula maggiore dell’Episcopio di Pavia vi sono dipinti i Vescovi; sotto il ritratto del Bertieri si legge la seguente:
Qui pure trascrivo le temporarie perchè bellissime.
In eiusdem obilum.
Capo II - Descrizione di Ceva antica.
Fra i descrittori dell’antica Ceva, citeremo in primo luogo Monsignor Francesco Agostino Della Chiesa, il quale nella sua opera intitolata relazione del Piemonte stampata nel 1635 così lasciò scritto.
«Verso il fonte del fiume Tanaro si trova Ceva, capo d’un marchesato, che più di 26 Castella, parte in questa provincia e parte nei Baggieni contiene, le quali parte agli antichi marchesi di Ceva, che erano dei discendenti d’Aleramo marchese di Monferrato, parte al marchese Carlo Emanuele Pallavicini, che è stato ambasciatore di S. R. A. presso l’imperatore, e parte ai marchesi Del Carretto pure discendenti dallo stesso Aleramo, e ad altre nobili famiglie del Piemonte ubbidiscono; giace Ceva capo di provincia, e sedia d’un Prefetto, che è cinta di mura difesa da una forte cittadella, e che è piena di popolo ricco, e per la vicinanza della Riviera molto trafficoso, sopra la ripa del Tanaro.
Descrivendo poi il corso di questo fiume, dice quest’illustre scrittore che trovansi in esso granelle d’oro, e che nel marchesato di Ceva, si pescano trutte, e tamari di smisurata grandezza, le quali per l’arene d’oro che mangiano (?) sono di mirabil bontà.»
Lo stesso Monsignor nella sua Corona Reale di Savoia parlò di bel nuovo di Ceva nei termini seguenti .
« Il marchesato di Ceva è una signoria di molti castelli, parte nell’alte langhe, parte nella valle del Tanaro, e monti circonvicini, e parte intorno alle ripe dei torrenti Monza e Casotto.
Aveva questo marchesato nella sua prima erezione assai più larghi confini che oggi non ha; poiché abbracciava molte altre terre; ma per essere quelle alla fabbrica del Mondovì concorse, furono indi parte con violenza, e parte volontariamente unite alla Provincia di quella Città. Oggidì pertanto oltre Ceva non contiene che 26 tra Castelli e Ville, parte nella diocesi d’Alba, alla quale Ceva appartiene, e parte in quella di Asti esistenti. Ad Oriente ha le terre della provincia d’Alba e quelle del marchesato di Saluzzo. A mezzanotte la provincia di Mondovì, a mezzo giorno il marchesato di Finale, ed alcuni luoghi della diocesi d’Albenga, ed a ponente l’Alpi di Tenda e della Briga; e comecchè tutto giaccia in valli e monti, non è molto abbondante di frumenti, produce con tutto ciò tanta copia di castagne, che per molti mesi dell’anno suppliscono ai bisogni di quei popoli, i quali trovandosi in paesi poveri, e dalla marina poco lontani, si vanno a procacciare il pane chi in una parte, e chi in un’altra d’Italia. Hanno buonissimi pascoli, onde ne viene che i formaggi cevaschi, che sono quelle piccole forme, quali con nome di Robiole si portano in Piemonte, ovvero quelli che si fanno nell’Alpi della Raschiera, che sono i confini delle montagne della Briga, e del Mondovì, vengono stimati di tanta bontà che Plinio nel cap. 42 del libro II, di sua storia naturale fra i più preziosi formaggi d’Italia gli annovera.
Ceva capo del marchesato, grosso ed antico borgo da Romani conosciuto, giace sopra la destra ripa del Tanaro, non oscuro fiume del Piemonte, nella strada che dal Mondovì a Savona conduce. Essa è cinta di muraglie ed ha una cittadella la quale per essere in parte eminente situata, non solamente tiene a freno tutta la terra, ma anche da chi tentasse di occuparla la difende. Aveva parimenti un forte Castello, il quale nelle vecchie guerre del Piemonte fu a terra gittato. Il suo popolo ne’ tempi dei nostri avi era assai più numeroso che non è di presente, poiché eccedeva senza la campagna 600 capi di Casa; ma parte per gl’infortunii, che seco portano le guerre, le quali i regni e le provincie, non che le terre consumano, e parte per l’innondazione d’un suo principale borgo, il quale alli 6 di luglio dell’anno 1584, con la morte di centinaia di persone e di animali, e perdita di una grandissima quantità di robe d’ogni sorta di un torrente detto Chiavetta, che scorre vicino alla terra, essendo stato dalle fondamenta spianato, il numero degl’abitanti appena alla metà si è ridotto.»
Contemporaneo a Monsignor Della Chiesa viveva in Ceva l’avvocato Gio. Antonio Derossi di cui si conserva manoscritto un consulto dato in favore di questa Città in ordine ad alcune giurisdizioni Marchionali. Per dare un saggio dell’enfatico stile dal seicento citeremo di questa scrittura i tratti più importanti e curiosi.
« Giace, ma s’erge con le glorie Ceva, città riguardevole di Lombardia ne’ confini del Piemonte, non lungi dalla foce del Tanaro. Siede come antichissima Cibele madre di tanti dei quante furono le virtù da’ suoi cittadini possedute; circondata con l’ampia corona di 48 Castella di sua provincia, siccome ne’ secoli trapassati era coronata con più di cento considerabili terre. La sublimità de’ suoi pregi non è già abbassata dall’umiltà del suo sito, poichè dassi a vedere capo della sua vasta provincia, e come cuore del suo nobilissimo Marchesato, e come fronte di questo subalpino principato.
È questa città tutta cinta di mura. Dalla decrepità degli anni rese immemorabili le sue memorie, inceneriti negl’incendi di tante guerre passate; i suoi annali spiccano assai più belli tra le tenebre dell’oblìo i lumi delle sue glorie, e resta tanto più doviziosa di splendori onorevoli quanto per l’antichità è più oscura la sua origine.
Nella schiera degl’antichi famosi istorici (dal mare de’ cui inchiostri si traggono le belle gemme delle prerogative di Ceva) si ritrova che molti per lo più coll’epiteto di nobile l’han nominata, avanti che di Città avesse il pregio.
nella sua descrizione d’Italia seguendo altri autori la nomina con quest’epiteto di nobile.
Biondo da Forlì nella sua Italia così la descrive: Superius sunt Ceva oppidum nobile, et sui Marchionatus oppida et Castella inter quas Tanarus fluvius ortum habet
D. Andrea Rossotti quantunque ignorando che Ceva goda attualmente il titolo e prerogative di Città scrive però che di ragione le si dovrebbe dare questo pregio: Ceva Marchionatus titulo illustris a qua familia nomen habet, olim potens, utpote cuius dominio centum non infimi ordinis oppida subiacebant, civitatis iure nomen obtinere posset, habitatorum numero, terreni fertilitate, et divitiis magna.»
Monsignor Brizio nel suo Sinodo, quarta istorica, descrivendo le diverse congregazioni stabilite nella sua diocesi dopo quella di Alba parla di quella di Ceva in questi termini:
«Urbem inter priscas insignem, sed temporis voracitate corrosam qui nosce desideras Cevam inspicito, præclarissimi Marchionatus caput. Hæc Marchionum foecundissima parens pietate in deum, fide in principem bilis.... hostiles incursus quos civitas nequit, arcis munitione repelluntur etc..... » .
Vale a dire, se tu ami di conoscere una città insigne fra le antiche, dà uno sguardo a Ceva capitale d’un preclarissimo Marchesato. Questa madre fecondissima di Marchesi, è commendabile per pietà verso Dio, e per fedeltà verso il principe. Gli ostili assalti che la Città non può respingere vengono respinti dal presidio della sua fortezza, ecc.
Nel teatro Piemontese stampato da Gio. Bleau in Amsterdam l’anno 1682, si vede la pianta di Ceva miniata con particolar maestria e vi si legge un lungo articolo descrittivo di questa Città, che fu poi ricopiato con poche variazioni dal professore nell’Elogium Cebae, stampato in Pavia nel 1792. Per non ripetere cose dette altrove daremo qui tradotto in italiano la sola descrizione topografica di Ceva, ivi scritta in latino elegante anzi che no.
« In sul confine de’ Liguri Stazielli tra l’Apennino ed il Tanaro, ed al lato boreale delle alpi marittime in un piano circondato da colli ameni e sulla destra riva del suddetto fiume è situata la città di Ceva già capitale di celebratissimo Marchesato; sottoposta una volta al dominio dei sig. di Saluzzo, quindi degli Asteggiani, ed al presente, degli invitti Re Sabaudi.
Già nota Plinio questa Città per la fertilità del suolo, e mitezza del clima, non che per l’industria, e traffichi degli abitanti e di tutto abbondantemente provvista. Trovasi in essa gran copia di generosi vini, di castagne, e di tartuffi, di eccellente fragranza e sapore.
Posta quasi a metà strada tra Mondovì e Savona, gode Ceva dei vantaggi d’un vivo commercio per la gran copia di derrate d’ogni genere che dal mare si tragittano al Piemonte e viceversa, il che fa sì che trovasi abbondantemente provvista di quanto è necessario al vitto ed all’ornamento della persona. L’aria vi è sana, i circostanti colli abbondano di frutti, un’alta rupe dalla parte di settentrione, la difende dall’eccessivo rigore invernale, in modo che sembra che la natura abbia provvisto per ogni verso alla salute e ben essere de’ cittadini Cevesi.»
Li 2 febbraio 1623, Vittorio Amedeo I, separò il marchesato di Ceva dalla provincia di Mondovì, e v’instituì un giudice d’Appello.
Carlo Emanuele II, decorò Ceva del titolo di Città, e con sue patenti 15 gennaio, 20 luglio 1650, 6 gennaio e 27 maggio 1651, ed altre del 22 maggio 1658, la eresse in capo di provincia, e godette di questo privilegio sino al 1722 .
Da uno stato spedito il 22 luglio 1699 dal ministro Gropello al conte Lamberti di Mondovì, che trovasi a mie mani risulta che appartenevano alla provincia di Ceva 41 comuni, cioè Belvedere, Battifollo, Bonvicino, Castelnuovo, Castellino, Igliano, Cigliero, Clavesana, Cortemiglia, Castelletto d’Ussone, Camerana, Garessio, Gorrino, Gottasecca, Torre, Lesegno, Lisio, Montezemolo, Malpotremo, Marsaglia, Murassano, Murialdo, Mombasiglio, Monasterolo, Niella, Nuceto, Ormea, Perletto, Paroldo, Pamparato, Perlo, Priero, Priola, Roasio, S. Michele, S. Giulia, Sale, Scagnello, Torre di Bormida, Torre d’Ussone, Torricella e Viola.
L’antica Ceva era cinta dalle mura e chiusa da otto porte. La prima era quella del Tanaro, per cui si andava a Mondovì, passando su di un lungo ponte in pietra di cui rimangono ancora alcuni archi su d’un dei quali s’innalza un’antica torre, ben conservata che era munita di saracinesca e che serviva anch’essa di porta. Avendo il Tanaro cangiato il suo letto questo ponte trovasi ormai intieramente sotterrato. Poco distante da questo vi era la porta del Broglio la di cui difesa era affidata ai cavalieri di Malta contro le aggressioni dei Saraceni che infestavano la valle del Tanaro, la di cui strada veniva a metter capo a questa porta. Si addita tuttora come antica proprietà della religione di Malta, una casa che fiancheggia questa porta, e che trovasi registrata nel gran Cabreo, delle possessioni in Piemonte di questi Cavalieri.
Da questa porta saliva un muro di cinta sino al bastione di Soraglia che era munita di tre torri una delle quali serve tuttora per l’orologio e per la campana di Citta.
La terza porta era quella di Soraglia, che chiudeva la via della riviera. La quarta quella di S. Giovanni con torre e ponte su Cevetta verso levante. La quinta detta il Portiolo per la via del forte e delle Langhe. La sesta quella di san Francesco munita di torre con un ponte su Cevetta pel passaggio all’ospedale ed al convento di S. Francesco. La settima turrita anch’essa vicina alla Madonna di Campagna, e l’ultima al ponte della Cattalana vicina alla torre detta dei Guelfi.
Quasi tutte le contrade e le piazze erano fiancheggiate da portici per comodo dei commercianti, e per l’angustia del sito le facciate delle case non avevano che un arco, con due finestre sopra per le abitazioni, ed i più facoltosi le innalzavano sino al quarto e quinto piano. Le poche case che portano l’impronta dell’antichità coi sesti acuti, coi mattoni lisciati o impressi di ornati fanno prova di quest’asserzione.
Il borgo della Torretta, che apparteneva anticamente ai marchesi di Susa, comprendeva tanti abitanti quanti ne poteva contare la Città e gli altri borghi di qua dal Tanaro.
Note
Capo III - Ceva moderna.
Chi si fa per poco a considerare la Ceva Moderna ridotta alla condizione d’un semplice Municipio, e d’una ristretta giudicatura è costretto a deplorarne l’attuale sua sorte ed il suo miserando decadimento. Ceva capitale di un Marchesato che dava leggi a cento castella, munita d’una fortezza, che la rendeva terribile a’ suoi nemici; abitata da tante famiglie marchionali, capo di provincia, poi sotto prefettura, con un tribunale di prima instanza, ora caduta in fondo e ridotta alla condizione dei più oscuri paesi del Piemonte, rasa al suolo la sua fortezza, rovinati i suoi baluardi, distrutte le sue porte e le sue torri, spenta ogni ombra di giurisdizione marchionale; soppressa la sua collegiata, soppressi i suoi conventi, astiata da’ suoi vicini, può a giusto titolo paragonarsi alla Gerusalemme, così pateticamente descritta dal profeta Geremia.
Converrà non pertanto darne una breve descrizione per pregio dell’opera.
Trovasi Ceva al grado di longitudine 5,20 ( di Parigi) di latitudine 44,23 e 380 metri sopra il livello del mare.
L’attuale popolazione del suo territorio è di circa 5 mila anime, la parrochia già Collegiata ne conta 3 mila e duecento. Capo di mandamento che comprende Lesegno, Mombasiglio, Malpotremo, Torricella e Roasio, di Provincia e diocesi di Mondovì e della divisione di Cuneo.
Ha un ufficio di posta, quello d’insinuazione, un banco del sale, una stazione mista di R. Carabinieri, ed un verificatore delle contribuzioni dirette (del collegio delle opere pie e delle chiese se ne parla in appositi capitoli).
Mettono capo a questa Città, le nuove vie provinciali di Savona, della valle del Tanaro e della Pedagera. Quella di Mondovì è nuova e comoda per qualche tratto, ma in pessime condizioni nelle traverse di Lesegno e di Ceva.
Non valsero sin ora nè le istanze dei comuni, nè le disgrazie succedute specialmente sul ponte della Cattalana, e nella discesa di Lesegno, per cui restarono o morte o malconcie non poche persone, ad ottenere la riforma di questi tratti sempre pericolosi.
Si ridussero a moderna architettura diversi palazzi di Ceva che fanno di sè vaga mostra, e si costrusse in nuovo quello del municipio sulla pubblica piazza.
Si fanno in Ceva 5 fiere, la prima li 5 maggio, la seconda li 13 luglio detta di S.Clemente, la terza li 25 agosto, la quarta li 19 ottobre e l’ultima il 13 dicembre che continua sino a Natale, vale a dire undici giorni.
Vi sono tre mercati la settimana, il martedì, il giovedì, ed il sabato. Si fa il mercato delle bestie bovine al borgo Sottano in tutti i giovedì di aprile, maggio, giugno e luglio.
Il territorio la cui superficie è di dieci mila giornate, produce ogni sorta di cereali. Le ricolte più abbondanti, sono quelle del grano e della meliga. Molti vigneti assai ben coltivati adornano le alture Cevesi, e forniscono vini generosi, vi si raccolgono pure in copia legumi d’ogni sorta, castagne, palate, noci, fieno, e nei colli vicini si trovano eccellenti tartufi.
Vi allignano a meraviglia i gelsi, ed è per Ceva una delle principali risorse il raccolto dei bozzoli, si può dire che in ogni anno se ne fa incetta dai filanti Cevesi, e dai paesi circonvicini per l’egregia somma di seicentomila franchi circa. Esistono in questa Città più filature tra le quali spiccano per ampiezza e per eleganza quella del signor notaio Siccardi, quella del signor Colombo, e quella del signor Viglione tutte tre a vapore. Nelle due prime si filano ogni anno dai quattro ai cinquemila miriagramma di bozzoli, nella terza dai due ai tre mila, oltre quanto si fila da diversi speculatori in filature di minor conto.
Il pubblico mercato dei bozzoli stabilito per Ceva dal Municipio nell’anno 1856, produce mirabili effetti nel commercio serico.
Il filatoio proprio del sullodato signor Siccardi, già ridotto in parte a moderno e più economico meccanismo, occupa in tutto l’anno un discreto numero d’operai d’ogni sesso e d’ogni età.
Sono in attività due molini da granaglie l’uno alla Torretta di antichissima costruzione, e l’altro di recente costrutto vicino al ponte di Cevetta non lungi dal borgo della Luna. Un’antica fucina attigua al filatoio detta Martinetto, una nuova fonderìa in ferraccia, una fabbrica di cappelli, una di cera, tre di stoviglie, e diverse fornaci di mattoni, esercitano l’industria dei Cevesi, e producono non pochi guadagni.
Abbonda Ceva d’ogni sorta d’artieri, e vi sono botteghe di mercanzie che possono equipararsi a quelle delle città più cospicue, si trova in gran copia quanto è necessario alla vita animale, sono sempre in pregio le robiole lodate da , e la salsiccia ed i salami di Ceva son sempre stimati e ricercati dai forestieri.
La vicina riviera le somministra le primizie degli erbaggi, dei frutti, e copia di pesci marini, non che d’agrumi ed olii di ottima qualità.
Il nutrimento anche dei contadini e dei giornalieri è sano, quanto bramar si possa. Qui non si conosce altro pane che di puro formento, non si vende altra carne che di vitello, abbonda a suo tempo il selvaggiume, ed il Tanaro somministra continuamente una discreta quantità di pesci di buon gusto, e di trotte di bella qualità. Non vi è classe di persone che non beva vino, il che aggiunto alla purezza dell’aria alle acque eccellenti, fa sì che si vedono non poche persone ottuagenarie tanto di uomini che di donne a passeggiar vegeti e robusti per la Città, e ben di rado si sente a parlar di febbri.
Vi sono tre buoni alberghi, e quattro botteghe da caffè a comodo dei passeggieri, ma hassi a lamentare un numero troppo grande di bettole, fomiti del vizio e dell’intemperanza.
Vi sono tre farmacie, tre fondicherie, e gran numero di pizzicagnoli, e di rivenditori d’ogni sorta di commestibili.
Al veder questa Città posta in basso luogo fra le alture che la circondano, si giudicherebbe che poco felici vi nascono gl’ingegni; ma gli spiriti vi sono svegliatissimi ed ai Cevesi manca piuttosto lo stimolo che l’attitudine allo studio.
Il terreno Cebano è costituito di rocce calcaree, di rocce scisto-marmoree, fra le quali stanno racchiusi strali d’argilla figulina.
Capo IV - Origine del marchesato.
Non si può parlare dell’origine del Marchesato di Ceva senza risalire al celebre Aleramo, sul di cui conto tanto si disputò, tanto si scrisse e tanto hassi ancor luogo a far ricerche. Sono non poco discordanti gli autori che vollero indagare l’origine di questo celebre personaggio, e sarebbe difficile nell’oscurità del Medio Evo, di trovar documenti atti a rischiarar questo tratto di storia patria.
L’abate Gasparo Sclavo di Lesegno infaticabile archeologo non la perdonò a profondi studii e lunghi viaggi, e gravi spese per far tesoro di notizie riguardanti quest’Eroe, i suoi antenati, i discendenti. Scrutinò i R. Archivii di Torino, mentre era professore nell’Accademia militare, quelli d’Asti, di Brera in Milano, di Albenga, della Provenza, e di molti altri delle più antiche e nobili famiglie del Piemonte, e lasciò preziosi manoscritti che in gran parte trovansi a mie mani.
Questo scrittore fu molto stimato dal Moriondo, dal Grassi, e dall’abate Gazzera, e da tanti altri scrittori di storia Patria, che lo citarono con lode nelle loro opere e diedero alle stampe, non pochi dei documenti da esso raccolti.
Fra gli altri suoi manoscritti, trovasi un albero genealogico sulla famiglia di Aleramo, che merita d’esser qui fedelmente riportato.
Lo stipite di questo nobile casato, secondo monsignor Brizio, è un certo Guidone che si rese celebre in Italia, combattendo contro i Saraceni, ai tempi del Pontefice Gregorio IV. Di questo Guidone fa menzione il Muratori nei suoi annali d’Italia all’anno 843, e lo fa marchese di Spoleto, a differenza del Brizio, che lo fa marchese d’Ivrea, dicendo:
«Italiae a Saracenorum colluvie vindicatae fama conspicuus, avitis ditionibus quas amplissimas in Insubria, et in Subalpinis possidebat, omnium primus Eporediae marchionatus adiecit insignia.»
Da questo Guidone che diremo primo, vennero Anscario e Guidone II. Nella convenzione stipulata da questo Guidone e Berengario, toccò a quest’ultimo Verona, a Guidone Pavia, e ad Anscario Ivrea.
Da Anscario nacque Guidone III, da questo Guglielmo I, che fu il genitore di Aleramo.
Qui è dove incominciano le leggende, le novelle, e le favole sulle strepitose vicende di questo gran personaggio. I suoi amori con Adelasia figliuola dell’imperatore Ottone, la loro fuga dalla corte imperiale, la loro vita nascosta e stentata, la loro scoperta e riconciliazione coll’Imperatore, formarono per molto tempo la delizia dei novellieri, dei trovatori, e delle popolari leggende di quei tempi.
Vi fu pur anche chi raccontò in modo prodigioso la nascita dello stesso Aleramo, dicendo che sua madre a cui si dà da alcuni Ildebrando principe tedesco per marito, e da altri Vitichindo re di Sassonia, essendo sterile fece voto di far il pellegrinaggio di S. Giacomo di Galizia, ed ottenne la grazia d’aver un figlio, ed adempì al fatto voto.
«Saxoniae dux cum prole careret una cum uxore sua divum Jacobum Apostolum sibi in praecipuum advocatum elegerunt, voveruntque eidem si filium aut filiam impetrare dignaretur, quod sanctas ipsius reliquias in Hispania visitarent» Jacop Philip. Bergom. .
Fra Giacomo d’Acqui raccontò che l’anno del Signore 934, essendo imperatore romano Ottone VI, un personaggio Alemanno, venne in Italia in compagnia di sua moglie incinta, e si avviarono verso Roma per visitar divotamente la città santa, volentes Romam ire devotionis causa.
Giunti a Sezadio di Lombardia, diocesi d’Acqui, dove si trovavano nobili personaggi padroni di quel paese ed anche di Spigno, la moglie di questo nobile teutone diede colà alla luce un figlio bellissimo (filium masculum pulcherrimum). Fu tenuto al battesimo dai signori di quel paese, e gli fu imposto il nome di Aleramo. Affidato ad una nutrice teutonica anch’essa, continuano i genitori il loro viaggio per Roma, vi cadono infermi, e vi lasciano la vita amendue. I signori di Sezadio, prendono cura dell’orfano bambino. Fatto grandicello lo istruiscono nelle armi.
Rivoltatasi Brescia al suo imperatore, allestisce costui un grand’esercito, chiede soccorso a quei di Sezadio, ed uno fra i suoi signori si prende per iscudiere Aleramo e va alla guerra. Appena il vide l’Imperatore restò preso dal suo nobile aspetto, dall’aria marziale, e dalla sua facondia, l’interrogò chi fosse. Rispose con franchezza Aleramo, di sangue son Teutonico, ma nato ed allevato in Lombardia. Entrò nella grazia dell’Imperatore Teutonico anch’esso, lo volle alla sua corte, lo fece suo soldato e suo coppiere. Et factus est Aleramus miles, et pincerna imperatoris Ottonis istius nominis VI Romanorum.
Si passa quindi a narrare gli amori di Aleramo con Adelasia figlia dell’Imperatore, loro fuga dalla corte imperiale, et cum duobus equis uno albo et alio rubeo fugientes, giungono alle Alpi dal Contado d’Albenga. Si ricoverano in una caverna detta Pietra Ardena sull’alto di una montagna. Il
marito è costretto a fare il carbone, che porta a vendere al vescovo d’Albenga. Questo nascondiglio dei profughi amanti viene poeticamente descritto da Antonio Astesano, compreso dal Muratori fra gli scrittori delle cose d’Italia. (Lib. II, cap. X, Tom. XIV, col. 1032) .
Per comodo di chi non conosce molto il latino, si dà qui dei citati versi una semplice e letterale traduzione.
Avvi una parte dell’Apennino chiamata pietra Ardena, ardua selvaggia sassosa ed acconcia per le fiere; alta così che pare voglia toccar le nuvole. La vidi cogli occhi miei e posso attestarlo, alla radice di questo monte, gli alberi di castagna somministrano l’alimento a quei montanari. Vicino a questa giace al dì d’oggi il castello di Garessio di cui è signore la nobile casa Ceva della stirpe anch’essa d’Aleramo il forte (non vi era ancora Garessio in quel tempo). Verso la sommità della pietra Ardena v’è una caverna, ed in essa una specie di casa fatta nel sasso. Qui visse lungo tempo Aleramo colla sua cara consorte, come in luogo di sicurezza. Vi si mise a far carbone portandolo a vendere in Albenga a molte persone, ma specialmente al cuoco del Vescovo di questa Citta, con cui contrasse amicizia. Generarono così molti figliuoli pel corso di molti anni, e gli allevarono colà con gran timore, sempre paventando l’ira di Cesare nel caso che avesse avuto sentore che essi in quel luogo nascosti si tenevano.
Tornando a Fra Giacomo, continua la sua cronaca con dire che si riaccese guerra tra l’imperatore ed i Bresciani; che calato di nuovo Ottone in Italia chiese aiuto dai suoi alleati fra i quali si trovava il Vescovo di Albenga.
Il cuoco di questo Vescovo inteso con Aleramo risolse di andar anch’esso a combattere. Si fabbricò una bandiera, in cui erano dipinti istrumenti di cucina in campo bianco.
Ottone primogenito di Aleramo fu preso dal Vescovo per suo scudiere. Si distinse Aleramo e suoi compagni sotto le mura di Brescia, rinfrancò la fortuna vacillante dell’Imperatore, fece prodigi di valore e si attirò l’ammirazione dell’Imperatore medesimo e de’ suoi guerrieri. Volle Ottone saperne il nome. Il Vescovo d’Albenga sentite da Aleramo le strane vicende che lo allontanarono dalla corte imperiale tutto confidò all’Imperatore, e fatta venire da Garessio Adelasia, coi tre figli che si era colà ritenuti, fu presentata alla corte. Ottone pianse di consolazione, dimenticò il passato, si fecero grandi feste e colmò d’onori Aleramo, Adelasia ed i suoi quattro figli, per nome Ottone, Bonifacio, Guglielmo e Tete.
Lasciando ora Fra Giacomo d’Acqui, e la pietra Ardena, portiamoci in Ferrania, dove un elegante moderno scrittore fissò il nascondiglio dei fuggitivi Aleramo ed Adelasia, e la loro riconciliazione colà coll’Imperatore.
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The end
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