Front matter
ct ct ct ct ct ct ct ct ct
Indice
Parte II
ct
Indice
Parte II - L'Asino rinuncia alla Divinità
ct
ct
Paura madre prima dei Numi. Sacrifizi umani. Alessandro, l'Asino e l'Asinaio. Abramo e Isacco. Trittolemo, e l'aratro. La Follia seconda genitrice dei Numi. Dii da galera. Padri Gesuiti e medaglia di S. Venazio. Coccodrilli; differenza tra i Coccodrilli, le donne e gli orologi; tra i Coccodrilli e i Cardinali. Ipocrisie greche nei sacrifizii dei Bovi. Cani del tragico Crebillon. Pavoni dì Alessandro Magno e di Angola. Pidocchi e battesimo indiano. Pidocchi del Maresciallo di Bassompierre. Gesù Cristo. Dov'è la religione cristiana? Orto dietro il carcere delle Murate. Patti tra i Sacerdoti e i Re. Secondi patti tra i Principi e i Preti. Parallello tra le religioni protestante, greca orientale, e cattolica. Condizioni Italiane nel 1846. Umori diversi in torno al Papato. Papato e libere istituzioni non accordano nè in casa nè fuori. Giulio II briacone. Cristo vieta si versi sangue. Quello che avrebbe potuto il Papato. Addio a Roma.
— Fatto signore e Dio da gente vana — io venni quasi per mano condotto a meditare intorno alle origini ed alle qualità degli Dei; nella quale meditazione sprofondandomi, trovai come genitrice prima dei Numi alla stirpe umana fosse la Paura: di madre rea figli peggiori. La Natura non tanto doma ancora, che le nuove leggi sopportasse in pace, e nè tanto gagliarda da ritornare, rompendole, alla pristina licenza; ora presa da dispetto prorompeva un sospiro, il quale, spaccata la crosta della terra tuttavia tenera, vulcano immane! inceneriva coi torrenti delle lave infiammate immenso tratto di paese: tale altra sbuffante d’ira piangeva, e pei suoi pianti straripavano i fiumi, il cielo apriva le sue cateratte, nei naufragi degli spessi diluvii andavano disperse le generazioni degli uomini; finalmente come inferma, che non sa trovare posa sopra le piume, si mutava dall’uno all’altro lato, e per via di cotesti moti i monti si precipitavano giù nelle valli, le valli si ergevano a scoscesi dirupi, i mari rubando la mano all’Eterno ingolarono terre, che indi in poi non videro più luce, mentre per gli antichi abissi delle acque, fatti pantani, dibattevano la coda agonizzando le Balene e l’altra mostruosa famiglia delle Foche saettata dal sole: in mezzo a così tremendi rivolgimenti l’uomo, infelice creatura, sbatacchiato di su di giù peggio del Ragnatelo appeso all’ale del molino a vento quando imperversa il libeccio tremò Dio tutto quanto aveva potenza di fargli del male, ed accattati i denti e le squamme al Coccodrillo, la proboscide agli Elefanti, le membra smisurate al Mastedonte, al Megaterio, e al Pteropattilo, i rostri e gli artigli agli uccelli di rapina, gli ugnoli alle belve feroci, e messili insieme si compose una immagine di Dio nella stessa guisa che, Zeusi in Grecia, scelte da cento leggiadrissime fanciulle le forme più care, ape della pittura, n'effigiò il simulacro di Elena. Creato un Dio di terrore, ben fu ragione che gli si destinassero sagrifizii di sangue, conciosiachè vuolsi credere che l'uomo argomentasse in questa maniera: qual'è la cosa, che più rallegra il mio cuore? Affamato, il cibo; assetato, la bevanda. E di vero tra gli uomini e le Bestie comune e sopra le altre principalissima è la passione del divorare, manifestata nei cranii co' bernoccoli, giusta quanto il Gall primamente osservò. — Ma la ghianda è mala esca, continuava a pensare l'uomo, ed il corbezzolo altresì; buona all'opposto la carne e delizioso il sangue: diamogli pertanto carne e sangue e industriamoci a rendercelo quanto meglio possiamo benigno. Ancora, proseguendo la serie dei suoi pensamenti, conobbe la carne umana a paragone della ferina migliore; e quanto più sua, più cara: sacrifichiamogli compagni, figliuoli e soprattutto accettissimi noi stessi; e così fece. Rovista nel mucchio di cenere delle religioni spente, e in tutte t'insanguinerai le mani; nè già nelle remotissime, che atterrirono la culla del genere umano, ma nelle moderne eziandio; nè presso popoli salvatichi soltanto, anzi all'opposto nei civi- lissimi e prosuntuosi d’incivilire il mondo. Lascio i Galli, i Germani, i Britanni, gli Sciti ed ogni altra generazione di Barbari; stieno all’inferno per non uscirne mai più, e Teate, ed Hela, Odino, Thov, Frey, Irminsul con quanti furono non Dei, ma Diavoli, che di umano sagrifizii ebbero talento; parlo dei Romani, e neppure di quelli delle prime guerre puniche. i quali dopo la disfatta di Canne volendo propiziarsi gli Dei, seppellirono vivi nel campo Boario un Gallo, una Galla, un Greco ed una Greca; bensì di quegli altri dello imperatore Vespasiano, che videro rinnuovare l’atroce caso con la morte di parecchi uomini e di una donna nello stesso foro; parlo dei Greci, e non dei tempi di Agamennone trucidatore della figlia Ifigenia all’ara di Diana, bensì dei contemporanei di Alessandro magno, dopo che Demostene orò, Pericle resse, filosofò Piatone ed Aspasia sorrise; se non che io m’intromisi, e col mio sangue volli risparmiare ad Alessandro la vergogna delle vittime umane. Il qual fatto anco come ti racconto: Alessandro essendosi recato al tempio per consultare l’oracolo, ne ritrasse il responso: — Quando esci, il primo che ti si para davanti, in onore di Apollo ammazza. — Fortuna volle, che gli capitassero fra i piedi un Asino e l’Asinaio. Alessandro, fatto prendere l’Asinaio, gli disse: — recita l’atto di contrizione, bisogna che tu moia — Oh! come o da morire? disse l’A- sinaio. — Tu hai da morire, rispose Alessandro, perchè l’Oracolo ordina, che io ti ammazzi, è perchè io ho forza per ammazzarti, e tu non l’hai per impedirmi che io ti possa ammazzare; ti va? — Non mi andrebbe, ma vedo pur troppo, che le tue ragioni sono buone e non fanno una grinza, soggiunse l’Asinaio piegando sgomento il capo. Io allora commosso dalla mansuetudine sua, e rammentando ancora l’umanità con la quale erasi comportato meco, me gli accostai all’orecchio e vi bisbigliai un consiglio; per lo che il povero uomo, levata piena di speranza la faccia, disse: — magno Alessandro, adagio ai ma’ passi, sentiamo un po’ come l’Oracolo suona: — e quegli glielo riportò. L’Asinaio allora: vedi qual sacrilegio stavi per commettere. L’Oracolo non parla di uomo: adesso di’ su, chi prima incontrasti per la via, l’Asino o l’Uomo? L’Asino riprese Alessandro magno, perchè questo è l’uso, che l’Asino vada avanti e chi lo guarda dietro. — Dunque, concluse l’Asinaio, Apollo ti chiede l’Asino e non l’uomo. — Per Giove mio genitore! esclamò Alessandro, questo uomo ha ragione: va, Clito, e poichè Apollo vuole l’Asino, e tu l’Asino dagli; tutti i gusti sono gusti. Così l’Asinaio fu salvo e l’Asino morto. Quante volte io penso al popolo, che ebbe la fronte di chiamarsi eletto da Dio, raccapriccio al ricordo della figliuola di Iefte, di cui la storia ingratissima non serbò nè anche il nome. Or va a sagrificarti pei tuoi simili! Erostrato arde il tempio di Efeso per libidine di fama, e la Grecia con pene severissime comanda non sia ricordato in voce, nè in iscritto. Tempo perso! il nome di Erostrato durò quanto il mondo lontano, mentre della figlia di Iefte sappiamo l’animo invitto e la morte, il nome no. E quella di Abramo non ti pare nuova di zecca? Un giorno Dio gli manda gli Angioli a casa ad annunziargli, che gli darà un figliuolo maschio, il quale veramente egli ebbe e fu chiamato Isacco: un altro giorno gli rimanda l’Angiolo a dire, ch’ei vada sul monte vicino e là gli ammazzi ed arda in onore suo il figliuolo Isacco. Se io fossi stato nei piedi di Abramo, avrei detto all’Angelo: mi fa specie che un galantuomo pari tuo abbia cuore d’incaricarsi di tali ambasciate; torna al tuo padrone e digli da parte mia, che s’egli è matto, Abramo non diventerà parricida; se dopo avermi felicitato di un figliolo, adesso intende cavarmi il cuore dal petto, sì il faccia, ma non presuma che con le mie mani me lo strappi: la natura vieta che il comando del tuo Dio si obbedisca. — Se il governatore di Bordeaux, comandato da Carlo IX di ammazzare nel sonno quanti abitavano Ugonotti in codesta città, rifuggì dall’atto nefario e rispose a viso scoperto: — sire, ordinatemi cose, che le si possino fare — e si ebbe quelle lodi cui veramente fu de- gno, oh perchè non doveva bastare il cuore ad Abramo per rispondere altrettanto? E nota, che troppo più abbominevole l’opera ordinavasi al Patriarca: in quanto poi alla reverenza dovuta al Maggiorente, si tenga per fermo senza sospetto di errore, che o Re, o Dio, o Diavolo non può mai ordinare all’uomo di commettere misfatto. All’opposto, sembra che il Patriarca Abramo ci si mettesse proprio di voglia, se diamo retta al poeta, il quale ci riportò che l’Angiolo:
.... nel trattener la spada ardita Poco mancò non si tagliò le dita!
Certo quando un padre ricco di ogni bene di Dio ha stomaco come fece Abramo di cacciar via quella meschina di Agar col figliuolo Ismaele a morire di fame nel deserto di Bersabea, dandole per tutto viatico un pane e un otre di acqua, non deve recare meraviglia s’egli sia capace per compiacere al padrone di ammazzare un altro. Oh! questi Patriarchi.... questi Patriarchi, se non fossero santi, sarebbero pure il fiore di bricconi, che Dio li benedica!
Nei primordii del mondo maestri di teologia morale furono le Iene, le Pantere, le Leonesse, le Tigri e gli altri tutti Animali di razza felina, i quali l’uomo considerando attentamente, come è dovere di buon scolaro, osservò, che leccando e leccando i parti pur mo’ nati, tanto vanno oltre con questo leccare, che alla fine li mangiano. Ciò parve a lui parossismo di febbre affettuosa ed era appetito di sangue acceso dallo strofinio della lingua raspante. Di qui il dogma antico di figliuolo accettissima vittima al padre, e fino dai tempi vetusti adombrato col mito di saturno divoratore della propia prole; il quale tanto di questa vivanda si mostra smanioso che scambia nell’estro famelico un sasso per un bimbo e non se ne accorge! Nè basta; dopo riconciliato il Nume maligno con la cena delle sue carni parve ottimo spediente, sia per mettere il suggello ultimo alla pace, sia per completare il dogma, che lo stesso figliuolo del Nume s’incorporasse negli uomini. Questo vediamo praticato in diverse guise o cibando le vittime umane già offerte a Dio ed accettate da lui, come fino a tutto il 1820 costumavano i Benderusi, o gli azzimi intinti col sangue umano, come fecero gli Ebrei, finchè lo poterono fare; ovvero come nel Messico idolatra il Dio si comunicava ai suoi adoratori sotto la forma di pane mistico bagnato col sangue delle vittime.
Ma io mi ritraggo da questa non già religione; ma beccheria in punta di piedi per timore d’inzaccherarmi di sangue li zoccoli. Proseguo la via. La Natura non la potendo sgarare contro il volere di Dio, fatta come suol dirsi di necessità virtù, prese ad acco- darsi al suo stato; ed un bel giorno comechè la marina durasse torba, aperse il cassone, e trattone fuori la giubba verde, comparve all’uomo attonito nello splendore della prima primavera. Quando ella vestì brontolando la bella vesta sul fare dell’alba, ebbe in pensiero spogliarla a mezzo giorno o al più lungo la sera; ma poi lusingata dai saluti affettuosi e dalle lodi infinite del genere umano consentì a tenerla addosso più che potesse, e giunse a tanto che, fatto il ragguaglio e il più compensato col meno, ella venne a portarla nove mesi circa dell’anno. Di mano in mano divenuta più mite, un dì, ammiccato a Trittolemo, che le si facesse vicino, dicono, gli favellasse in questa sentenza: — Trittolemo, tu hai da considerare come le Bestie destinate a cibarsi unicamente di carne io abbia fornito con denti canini; all’uomo ne dispensai di più maniere idonei al masticare come al lacerare; donde tu che sei savio ne ricava, che io feci l’uomo capace di alimentarsi di carni come di biade. La caccia ti procura niente altro che carne, ed essa come negli istinti è feroce, così la ritrovi sovente nei resultati incerta; or fa una cosa, vedi questo arnese? Egli si chiama aratro; prendi due Bovi o due Cavalli o due Asini, attaccali in cima, ficca il vomere di legno qui sopra il mio seno e rompilo: non temere, tu non mi rechi ingiuria; all’opposto, finchè li addentrerai due palmi o quattro, tu solleticandomi la pelle mi darai voluttà, ed io ti riderò gioconda per molte cose belle a vedersi ed a nutrirti eccellenti: guardati però di penetrare più oltre, perchè nelle mie viscere fremono costretti fuochi micidiali e per opera loro composti giacciono il ferro e l’oro; il ferro che rompendoti le membra spargerà in terra il tuo sangue, l’oro che corrompendoti lo spirito darà ai Cani la tua anima. Di qui le messi e ogni altro più dilettoso frutto della terra; per ultimo dono, la Natura un giorno fece apparire pendenti dalla vite i grappoli, i quali, come quelli che offrivano la forma delle mammelle, persuasero l’uomo ad attaccarcisi e a succhiarli, e tanto succhiarono che con il liquore delle uve inebriaronsi: udendo il baccano, vista la baldoria e il correre delle donne scarmigliate pei colli, e lo inseguirle fauni e satiri lascivi, la sapienza che stava per visitare le dimore degli uomini si ritrasse indietro turandosi gli occhi; all’opposto si fece avanti la Follia la quale, oltre ogni credere festeggiata, presto crearono donna e madonna di casa; ed avendole per di più commesso di dettare leggi, istituire religioni e prescrivere usi, ella ridendo assunse il bordello in paradiso e con tali Dii lo popolò, di cui il meno tristo meritava esser mandato per quattordici Anni all’ergastolo di Volterra. Cielo castrato, e dalla spuma mossa dal cascare dei genitali suoi nelle acque Jonie uscire Venere, la divina baldracca; Giove adultero rapitore di Vergini, e non si dice il peggio; Mercurio ladro; Apollo e Diana, esempio di odio immortale e di vendetta che non si placa mai; Momo maledico; che più? Le are male votate in Roma alla Fortuna iniqua, e la Febbre, il Peto, il Redicolo, con altre simili o laide o strane o burlevoli cose fatte dee e dii presso gli stessi Romani. Se vuoi vedere quantunque può la Follia, quando governa le menti umane, volgiti in Egitto, e là vedrai nascere a cotesto popolo li Dei nell’orto. Le cipolle e i porri costà sortirono onori divini. Nè basta; offerte, sacerdoti e vittime ebbe primamente in coteste contrade il turpe Phallo, e quinci col culto di Priapo si estese nel mondo dei gentili; tenere donzelle e gravi matrone persuase dai preti di allora non rifuggirono ostentare appesa al collo la effige del Priapo come i Padri Gesuiti raccomandarono più tardi alle divote loro di portarci spenzoloni la medaglia di San Venazio, che libera dalle cadute basse! — Anzi negli scavi di Ercolano io vidi parecchi di cotesti phalli l’uno dentro l’altro infilati come le corone, e certo al medesimo uso disposti; quali poi volgessero nella mente meditazioni le buone femmine, quando siffatti paternostri snocciolavano fra le dita, io non lo voglio dire, ma tu sapientissimo re te lo puoi immaginare. In Tebe egiziaca, di anella solevano ornare e di monili dorati, non altramente che sposa, la quale vada a marito, i Coccodrilli divini. Le donne egizie, allorchè consideravano dai loro meriti in cotesta guisa ornati i Coccodrilli, levavano le mani al cielo, e i Coccodrilli non alzavano le mani al cielo, ma facevano le maraviglie, quando vedevano le femmine coperte di oro e di gemme: di vero, certo giorno è fama che un Coccodrillo dei più dotti dicesse: qual corre differenza tra la femmina e i Coccodrilli? Io non ce ne so vedere, se non fosse questa una, che il Coccodrillo mangia l’uomo e poi lo piange, mentre la femmina mangia l’uomo e poi ne ride. — Ma egli era un Coccodrillo quello che parlava così; però è da credersi lo muovesse l’astio: troppo diversamente da lui il Cardinale de Bernis, interrogato dalla Marchesa di Pompadour in che fossero diversi la donna e l’orologio, rispose con gioconda prestezza: — l’orologio rammenta le ore e le donne ce le fanno dimenticare. — Nè questa sarebbe la sola differenza che passa fra un Cardinale e un Coccodrillo, e pensandoci sopra, giungeremmo a trovarne delle altre. Cecrope, che fu il primo nell’Attica a piantare l’ulivo, comandò agli Ateniesi che la vita del Bove tenessero in conto di sacra, e come egli ordinava per lungo tempo essi fecero; ma quando poi con le virtù prische si alterò la religione degli avi, essi non sentirono raccapriccio a pascere le carni del mite aiutatore delle loro fatiche. Però spento ogni ribrezzo, non postergarono ogni pudore, e dopo che ebbero soppressa la realtà delle cose ne mantennero la sembianza, ond’è che nei sagrifizii di Giove, immolato il Bove, il sagrificatore come colpito da sbigottimento fuggiva. Allora i Giudici lo citavano assieme con i suoi complici o vogli garzoni o vogli fanciulle a comparire davanti il tribunale e purgarsi della scelleraggine: le fanciulle, le quali avevano portato acqua per inacutire i coltelli, accusavano gli arrotini; gli arrotini i satrificatori, questi altri i coltelli, che trovati soli colpevoli condannavansi ad essere sommersi. Questa cerimonia fornita, anche i Giudici senza un rimorso al mondo sedevano a mensa per divorare il mansueto animale, che aveva speso la vita ad alimentarli; il sagrificatore, data una giravolta, andava a ripescare i coltelli, e il giorno dopo si facea da capo. O ipocrisia, quando la religione spaventata dalle ferine usanze degli uomini si rivolse volando alle dimore celesti, lasciò per la fretta cascarsi i panni da dosso, e tu che in quel punto facevi capolino dall’Inferno saltasti fuori, gli raccogliesti, li vestisti ed in sembianza di prete incominciasti a regnare sopra la terra! Però i Bramini dell’India, dei patrii riti osservatori rigidissimi anche a miei dì, predicavano abbominevole cibarsi con le carni del Bove. Nè qui voglio tacere un fatto egregio, il quale sebbene, piuttostochè alla religione, appartenga alla carità del prossimo, merita a parere mio che ne sia preso nota; nel paese, che già fu di Francia, padre fecondo di cose buone come di ree, il tragedo Crebillon costumò coi Cani nella stessa guisa di San Vincenzo di Paola co’ fanciulli, imperciocchè quanti gli capitassero per la via randagi, senza pane nè tetto, tanti ne raccoglieva e amoroso allevava. Interrogato un giorno, per qual consiglio si circondasse di Cani e i fanciulli preterisse, rispose breve ed arguto: — conosco l’uomo. E segnala, che in fè di Dio ne vale il pregio davvero, Alessandro magno, per amore di Giunone, così tenne sacri Pavoni, che con pubblico bando promulgò, chiunque l’ammazzasse, di mala morte avrebbe dovuto morire. Anche nel reame di Angola, i sovrani proseguono con riverenza del pari solenne il Pavone, dacchè colui che ardisce di toccargli una piuma della coda (pensa, che cosa sarebbe se gliela strappasse!) senza cerimonie è segato in due. Per verità io non posso tacere di una voce che corse su questo proposito, e fu che la tenerezza regale pei Pavoni nascesse da volere sua Maestà mangiarli tutti per se; donde poi certo frate toscano tristo e mascagno per tre bargelli trasse materia per isbottonare una sua sentenzaccia, la quale diceva così: — i Re (e nota ch’ei diceva dei buoni) amare il popolo, come il villano il maiale; lo ingrassa, per morfirlo! — Massime anarchiche! Vituperii demagogici da cacciarsi via con l’acqua santa come i diavoli di santo Antonio, ed in ispecial modo da tacersi, quante volte l’Asino venga sublimato all’onore di parlare, come adesso io faccio, al cospetto di un re ebreo, re magnanimo, inclito padre, non distruggitore di gente, come sporrò più tardi.
I Pidocchi, i Pidocchi stessi, da gente schifosa e di poca religione tenuti in dispregio, nell’India furono oggetto di culto senza rimuoverli dalle consuete loro dimore. Un sacerdote con rito solenne, quale fra i Cristiani fu l’amministrazione del sacramento del battesimo, e più ancora se più potesse essere, sul capo del Consacrando deponeva il venerabile insetto, e quindi con sollecita cura zelava che si moltiplicasse. Io Asino, in fede di gentiluomo, ti posso giurare che pianta di seme benedetto mostrò mai sempre essere il pidocchio, superando di gran lunga le stesse aspettative pretesche, le quali per ordinario non sogliono essere discrete. E pare, che in eguale concetto fossero tenuti i Pidocchi appresso i Messicani, avvegnadio occorra scritto per le Storie, che il Cortez rinvenne nel Tesoro di Montezuma riposte parecchie sacca di Pidocchi.
Se ai conquistatori del mondo non si fosse apparecchiato altro premio che questo, io giuoco Parigi contro un baiocco, che non si sarebbero mossi da casa, curando il fico e badando alla Vite; ed avrebbero avuto torto, come l’ebbe il Maresciallo Bassompierre, sopra il collarino del quale essendosi il re Luigi XIII degnato di osservare un Pidocchio ed avendogli detto: — Maresciallo, su la camicia voi avete un Pidocchio; — quegli rispose inciprignito: — Parlate piano, onde questi giovani gentiluomini non imparino innanzi tempo quello che si acquista a servire vostra Maestà. — Dico poi, ch’egli ebbe torto, per ciò che, quando pure al servizio di un re non avesse guadagnato altro che un Pidocchio, non era poco, poichè nell’India egli passa per santo, e per di più il maresciallo mentiva, che o prima o dopo il re cortese ci aggiunse qualche anno di Bastiglia. Il poeta a servir le Corti guadagnò un fico: il cardinale Bernetti un corno; e ci fu chi gli disse in riga di consolazione: — appicca il voto, che tu lo hai avuto di bazza! —
Un giorno la infinita sapienza chiamò da parte il sommo amore e gli disse: vedi come i passi dell’uomo vadano a sghembo; vieni, facciamogli un Dio, che lo riscatti dal vituperio nel quale cascò e lo sollevi al Cielo. Da questo concilio nacque Gesù salvatore. Se egli ebbe per antenati i re di Giuda, poco importa conoscere; a noi basti che dal Popolo nacque ed ebbe viscere di Popolo. La povertà e la persecuzione gli porsero le aspre mammelle, ed egli vi succhiava il latte, che lo fè gagliardo alla battaglia della vita; appena la sua lingua articolò la parola, senza porre tempo framezzo imprese l’opera santa di esaltare gli umili ed abbattere i superbi; non luoghi chiusi accolsero la divina favella, nè infelice cattedra tremò sotto i piedi potenti, bensì al cospetto delle munificenze della natura, pei campi aperti, sulle vette dei colli bandì le leggi dell’Eterno alle turbe sbigottite.
— E voi udiste, egli diceva, di un Dio prepotente e geloso, che visita nel suo furore la quarta e la quinta generazione di quelli che lo hanno offeso; in verità non è così: Iddio ama, Iddio perdona, non una, nè sette, nè settanta, bensì settanta volte sette e sempre; imperciocchè egli tenga perpetuamente aperte le braccia per prendere chiunque si rivolga a Lui. I giusti compongono la gloria del firmamento, ma i ravveduti gli sono corona intorno alla testa. Chi si presume prediletto unicamente da Dio ha il cuore pieno di orgoglio e le sue labbra profferiscono vanità: tutti siamo figliuoli di Dio e tutti formati a similitudine di Lui in ispirito, essendo dotati di conoscenza e di volontà; in altro no. Guardatevi pertanto di chiudere l’Eterno nell’angustia delle vostre fabbriche; voi non potrete costruire colonne che superino in magnitudine il meno alto dei monti del mondo e le vostre volte non emuleranno mai i portenti dell’emisfero; non chiudete dentro un tempio l’Eterno, che si tiene chiusa nel pugno tutta la Natura: guardatevi di fargli immagine di oro o di argento, scolpita o dipinta, che lo rassomigli a cosa mortale, avvegnachè la vita e la morte gli riescono come cavalli al carro della sua onnipotenza: non date a Dio timiami, egli esulta nei profumi dei mondi, che senza requie fa uscire dal seno della Natura più numerosi dei fiori, quando la terra palpita al bacio del Sole di primavera: non accendete lampade a Lui, che con la parola accese la luce; non contristate co’ vostri suoni le orecchie, che ascoltano l’armonia delle sfere; non gli offrite preci favellate, nè scritte; la migliore preghiera è il gemito del cuore riconoscente; egli conosce meglio di voi il vostro bisogno, ed egli secondo la misura della sua misericordia e dei meriti vostri vi sovverrà. Chi dice: Dio è per me solo; parla da insano. Il Sole nasce e il Sole tramonta; la luce rallegra tutti i viventi quando si affaccia ai balzi orientali, e le tenebre li desolano quando si tuffa nelle marine; ora Dio, che non tramonta mai ed è il Sole di amore sempre acceso sopra le anime delle sue creature, consentirebbe a mostrarsi meno benefico, che l’opera delle sue mani? — Io venni mandato alle genti, non alla gente; e Dio è padre di popoli, non già di un popolo.
— Beati i poveri di spirito, però che il sillogismo colga lo intelletto dall’albero della scienza, e dopo averlo succhiato lo sputi converso in istoppe di vanità. Iddio ha composto il cuore dell’uomo d’infinite fibre tenuissime e sensitive, perchè all’alito più lieve della carità vibrassero armonie di sapienza e di amore.
— Beati gli umili, perchè amano e sono amati, raccolgono e sono raccolti; uno si accosta all’altro benevolo e si stringe a lui, come fanno a poco a poco i grani di arena che poi compongono le masse di granito; i passi del superbo sono nella solitudine: egli cammina su i capi dei fratelli, come sopra le selci di una pubblica strada; incespica e casca nella fossa, dove lo aspettano la maledizione e lo scherno.
— Ecci alcuno tra voi, che sia venuto al mondo per altra porta, che l’utero materno? Ecci veruno, che nascendo non recasse angoscia alla madre? Chi di voi non pianse quando fu partorito? E vissuto il giorno supremo, chi può dire che la sua cenere nella stadera della morte peserà più di quella del suo compagno? Quando la distruzione tira il regolo sopra le sepolture, lo solleva forse per taluno di voi e per tale altro lo abbassa? Uguali nel nascere, uguali nel morire siete, e dovete essere uguali nel vivere. Iddio non ha creato la razza degl’imperanti, nè quella degli obbedienti: una cosa sola vi fa diversi, e questa è il peccato; però di faccia a Dio, non mica fra voi che tutti peccatori essendo e fuora dalla legge divina, meritate tutti che Dio vi perdoni.
— E molto meno Dio creò le corone e le catene; la stirpe che piange e quella che fa piangere: voi siete servi, perchè viziati: prima di avvilirvi schiavi degli altri vi siete avviliti a voi stessi: se non vi foste fatti schiavi delle vostre malnate passioni, nè manco l’uomo avrebbe potuto farvi schiavi: prima che il tiranno fosse, fu il servo. Guardatevi le braccia: che leggete sopra una manetta? Paura; — e su l’altra? Cupidità. Se meno poneste ogni vostro affetto in questa vita, se andaste persuasi veramente quanto ella sia caduca, e patria vostra il cielo, voi non temereste la morte: ora poi chi non teme la morte è sempre padrone della vita del suo tiranno. Date a Cesare quello ch’è di Cesare. Ch’è quello che appartiene a Cesare? Un pezzo di metallo con la sua effige; rendete a Cesare la sua moneta e non gli dovrete più nulla. Forse vi sfama la moneta o vi disseta? Creò forse Dio questa maglia per avventura più gagliarda di tutte nella rete, con la quale vi hanno preso? La povertà si odia, anzi come colpa si perseguita nelle dimore degli uomini; agonia di possedere, accidia di procacciare hanno generato soperchio da un lato, e difetto dall’altro, quinci la più parte delle umane miserie: la via è lunga per ripararle, ardua è la impresa; ma sperate: io vi dico in verità che si ripareranno.
— Iddio Padre mi ha mandato a farvi testimonianza che voi dovete vivere liberi ed uguali, fratelli tutti e felici nelle terre dei vostri padri. Dentro di voi, creandovi, l’Eterno insieme col senso del bene pose la facoltà di acquistarlo: adoperatela. Iddio ama i contemplatori, ma più gli operatori, e quando la forza va congiunta al diritto, soprattutto ama i forti. —
«Al suon dei detti sì pietosi e cari Non caddi no, precipitai dal cielo»
esclamando: torni l’Asino al suo presepio; in cielo mi ha posto la follia degli uomini; dal cielo mi leva la mia conoscenza di Asino: —
«Il cielo è libro, ove la Mente eterna Dell’universo disegnò la storia Con parole di stelle —»
e in questo libro, comechè modesto, ebbi anch’io la mia nota e ve la lasciai stare, secondo quanto verrò esponendo più tardi; ma il cielo è anche albergo, dove abita nella sua sterminata esistenza il Creatore misterioso, solitario e rivelantesi alla creatura con la creazione e con la distruzione dei mondi. Come più umilmente potei, mi accostai al Redentore, e, nulla possedendo che fosse buono, povero Animale, gli dissi: — Che valgo io? Dio mi cinse di lena e di pazienza le groppe, degna accettarle e cavalcami. — E il Redentore, a cui piacque esaltare la umiltà, mi accolse, nè indi innanzi altra Bestia partecipò meco il privilegio di portare il corpo sacrato.
Ahimè! Io tremo favellare stolte parole, e se male mi appongo, domando anticipatamente perdono: tuttochè Cristo con lo spirito presago conoscesse l’amara sorte, che per le mani dell’uomo gli si apprestava,talvolta meco stesso considerando ho dubitato, che qualche parte gliene fosse rimasta oscura, imperciocchè parmi impossibile che mente umana o divina non isbigottisse al pensiero di sopportarla nella ineffabile malignità intera. — Tu savio giudica. Un discepolo lo vende a prezzo e lo tradisce col bacio, un altro lo rinnega: il popolo, cui venne a riporre sopra la via smarrita del paradiso, lo chiama a morte; e se Pilato, straniero e pagano, studioso di salvare il sangue innocente proporrà al popolo, ch’elegga tra Barabba ladro e Cristo redentore, il popolo urlerà: — Cristo mora, si dimetta Barabba! — come paterna benedizione Revocando al Esempio imperituro di quanto ardisca la feroce ignoranza della plebe aizzata dall’odio sacerdotale che non perdona mai. L’estremo oltraggio dello schiaffo gli pestò la guancia; la sua fronte sempre serena sostenne il vituperio dello sputo, e lo strazio apparve forse peggiore del danno, voglio dire la canna messagli nelle mani a modo di scettro, il brandello di porpora sulle spalle, quasi regio paludamento, la corona delle spine e il salutare schernevole: — Re dei Giudei, salute! — Mancò la lena alle braccia, non la rabbia alle anime, allorchè cessarono di flagellarlo e su quel corpo fatto tutta una piaga, imposero a portare lo strumento del supplizio; traboccatovi sotto, con la punta delle lancie nei fianchi lo sovvennero; compagni della morte due ladri. E quando nelle angoscie supreme dell’agonia implora refrigerio al tormento della sete, ecco gli spremono contro le labbra la spugna intrisa di aceto e di fiele. Quello che nell’eccesso del suo furore il Diavolo avrebbe appena saputo immaginare, il sacerdote pacato fece; e fama ebbe di pio il centurione romano che con un colpo di lancia nel fianco pose fine allo abbominio. Quali parole uscirono dal petto di quel grande infelice? Una sola; e fu di perdono per coloro che lo condussero a morte, e dalle aperte piaghe volle che il sangue scendesse sul capo ai suoi uccisori pensiero parte a parte i casi che accompagnarono la passione di Cristo mi si stringe l’anima, e la voce negando il consueto ufficio, forza è che taccia...
The opening of the book is shown; the full text loads in the reader.
Loading the full text…
The end
You’ve reached the end of L'asino.
