Front matter
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Prefazione
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Allorquando dopo un lungo periodo di barbarie l’Europa poco a poco si ridestò come da un sonno penoso e cominciò a sentire il soffio benefico della nuova civiltà, assieme agli studi severi, sorse come per incanto l’amore per le arti ed il culto dell’antico e del bello.
In Italia fu ancor più sorprendente che altrove il rapido svolgersi di questa epoca gloriosa, nella quale un popolo povero, ma intraprendente, rozzo, ma sapiente, raccogliendo le tradizioni antiche e le aspirazioni novelle, creò quel rinascimento intellettuale ed artistico che forma l’ammirazione di tutti.
Anche le monete furono studiate e raccolte in tempi remoti. Troviamo già nel 1335 una memoria dove sono notati, da un appassionato cultore, libri, bronzi e monete esistenti a Venezia.
Ma ben presto i raccoglitori vennero insidiati da falsificatori e le monete dei tempi antichi furono imitate da artisti valenti, che più tardi si diedero a lavorare secondo il proprio sentimento e riprodussero i personaggi ed i fatti dei loro tempi. Questa nobile arte mandò i primi vagiti nella nostra regione: Padova, Venezia e Verona videro le prime opere di questi grandi, ricercatissime al giorno d’oggi dai musei e dai raccoglitori, studiate da italiani e forestieri, che formano una col- lana preziosa di piccoli capolavori, conosciuti col nome di medaglie artistiche italiane del rinascimento. La medaglia di che adorna il frontespizio del presente volume, opera di intagliatore della zecca nostra, è la più antica riproduzione metallica della testa di un doge, e concorda per l’epoca e per le fattezze, col ritratto di e con una miniatura dell’epoca, esistenti entrambi nel Musco civico di Venezia.
Da prima ogni cura fu rivolta alle monete greche e romane, restando affatto neglette le antichità medioevali. Soltanto in epoca piuttosto recente si studiarono le monete delle città e dei principi italiani, che sono pure tanta parte della nostra gloria.
La zecca di Venezia fu tra le prime che attrassero l’attenzione dei dotti italiani e stranieri. Fu tosto veduta e trattata la questione più ardua e più interessante che la riguarda, perchè già nel 1610 Petau () pubblicava il disegno del denaro di col nome di Venezia, e nel 1612 l’autore dello Squitinio della libertà veneta se ne serviva come di arma principale ed invincibile contro la pretesa di indipendenza originale dei veneziani.
Nello scorso secolo alcuni studiosi, anche valenti, si occuparono della numismatica veneziana; ma i migliori superficialmente, e quelli che vollero addentrarsi nelle indagini sul valore della moneta, a Venezia ancora più importante che altrove, si smarrirono in supposizioni e fantasie, che complicarono maggiormente una materia già per sè non facile nè semplice.
Si aggiunsero le insidie di alcuni impostori, che cercavano di sorprendere la buona fede dei raccoglitori, le idee preconcette e l’amore esagerato del luogo natìo, che non lasciavano vedere quant’era più naturale e più vero. Nell’epoca forte e serena, nella quale, mediante lo studio della storia e delle lettere, si preparava il risorgimento della patria, si formarono nuove raccolte, e vi applicarono la moderna critica storica i migliori cultori della numismatica veneziana , e . Però il primo appena potè compiere un lavoro breve e succinto, gli altri due si occuparono di studî speciali, e per colmo di sventura Vincenzo Lazari fu rapito da morbo crudele in fresca età, prima di intraprendere quell’opera complessiva sulle monete veneziane, di cui aveva concepito il pensiero. Spariti questi valorosi, poichè a me la buona fortuna permise di trar profitto dalle annotazioni raccolte da Lazari e dai disegni e dalle note di Kunz, sebbene comprendessi la mia insufficienza di fronte a così grandioso soggetto, mi accinsi coraggiosamente all’opera. Ora dunque, dopo aver pubblicato alcune parti staccate di questo lavoro, presento al pubblico il primo volume della illustrazione delle monete di Venezia. A questo, col tempo, terranno dietro altri due, se il favore degli studiosi e degli intelligenti accoglierà con benevolenza un tentativo, che può essere superiore alle forze, non alla buona volontà che mi anima.
Ho trattato da prima la grande questione delle origini della zecca veneta e dei rapporti di Venezia cogli imperi d’Oriente e d’Occidente; indi ho diviso la materia in tanti capitoli quanti sono i dogi, da sino a , dove si arresta il còmpito prefisso alla prima parte dell’opera. Ogni capitolo comincia con brevi cenni sui fatti storici, e tratta poi con maggior dettaglio, quanto può interessare la parte numismatica ed economica, notando le monete coniate e citando i documenti che ordinano o che regolano la fabbricazione delle monete. Ciascun capitolo è seguito da un elenco dettagliato delle monete coniate da quel doge, poste in ordine secondo il metallo ed il valore. Ogni moneta, oltre la denominazione ed il valore, reca l’indicazione del metallo, del titolo e del peso: la descrizione poi è completata dalle tavole, che riproducono i bellissimi disegni di .
Speciale attenzione ho posto all’esattezza delle denominazioni e del titolo, che, se non ho potuto conoscere dai documenti contemporanei, ho rilevato con assaggi chimici. Solo quando trattavasi di monete assai rare, che non si potevano sacrificare, dovetti contentarmi dell’assaggio col tocco sulla pietra; ma in tal caso ho accompagnato la notizia colla parola circa, essendo l’esattezza di tale prova soltanto approssimativa.
Nello stabilire quali monete si debbano chiamare di argento e quali di mistura, non ho potuto seguire il sistema indicato da , che classifica nell’argento solamente quelle che hanno più della metà di fino, nè quello, ottimo per le romane, che annovera tra le monete d’argento tutte quelle che contengono anche una minima quantità di tale prezioso metallo. Questo modo regge soltanto dove le monete di mistura sono una degenerazione progressiva delle antiche migliori, ma non può essere scelto a Venezia, dove il denaro nei primi tempi era il tipo della moneta ed aveva l’intrinseco corrispondente al valore, contenendo appena un quarto del suo peso o poco più di argento. Ho preferito quindi collocare i denari nell’argento finchè essi conservarono lo stesso titolo, ma quando il tipo o campione del valore fu trovato in altra moneta più perfetta, ed i denari discesero sotto al quarto del loro peso di fino, diventando così una specie inferiore, nella quale si teneva poco conto dell’intrinseco, perchè serviva solo a compensare le frazioni dei pagamenti, allora ho creduto poter classificare i denari nelle monete di mistura tenendo il limite di 250/1000 di fino, sotto il quale si devono considerare monete basse o divisionarie.
Per il peso, quando non ho potuto rilevarlo dai documenti, mi sono tenuto agli esemplari meglio conservati e più pesanti, avendo osservato che quasi mai le monete raggiungono il peso legale e ritenendo inferiore al vero il peso calcolato sulle medie anche di esemplari bene conservati.
Ho scelto l’antico peso veneziano, perchè è quello usato nei documenti, mettendo fra parentesi la riduzione in grammi; invece nel titolo mi sono servito della divisione in millesimi, mettendo fra parentesi il modo veneziano di segnarlo, che è quello di indicare i carati di lega accompagnati dalla parola peggio. Ciò vuol dire, che la composizione del metallo, da cui fu tratta la moneta, è formata di metallo fino, tranne i carati preceduti dalla parola peggio, i quali sono di lega, o, come dice elegantemente il poeta, di mondiglia.
Ho citato le collezioni dove si trovano gli esemplari sicuri delle monete più rare, la maggior parte dei quali furono da me veduti, o furono esaminati da chi era competente ed esperto in tale materia. Ho trascurato tali note per le monete meno rare e per quelle che si trovano in quasi tutte le raccolte, non volendo moltiplicare inutilmente le citazioni. Invece, dopo ogni doge, ho posto i nomi degli autori e le opere che parlano o danno disegni di monete, esaminando con diligenza, oltre le mie, le note del e del . Non oso sperare che l’elenco sia completo, potendo essere sfuggito alcun che nella farragine di autori forestieri e nostri che si sono occupati di Venezia e di tutto quello che la riguarda. In ogni caso spero col tempo di poter riparare gli errori e le ommissioni nella bibliografia, che sarà una futura appendice da porsi in fine dell’opera completa.
Nella terza appendice di questo volume ho notato la rarità delle monete veneziane ed i prezzi attuali per norma dei collettori e specialmente dei nuovi e dei giovani. Naturalmente questi dati sono soltanto approssimativi, perchè variano in questa materia gli apprezzamenti, e di più possono variare per circostanze fortuite, come sarebbe qualche ritrovamento che facesse diventare comune ciò che prima era raro. I prezzi indicati sono relativi ad una conservazione perfetta, perchè, quando manca tale qualità essenziale, conviene fare una proporzionata riduzione.
Avrei voluto dire qualche cosa anche sulle falsificazioni, che infestano alcune raccolte di monete venete, specialmente nei pezzi dei primi tempi e di minor mole, ma l’argomento è difficile a trattarsi e non può essere conosciuto completamente se non con una lunga pratica e col confronto di vari esemplari tanto falsi che genuini.
Non posso chiudere queste brevi parole senza ricordare almeno i principali fra quei benevoli amici, che mi hanno confortato, consigliato ed ajutato nei miei studi lunghi e minuziosi. Alcuni di essi sono già scesi nella tomba, e cioè , , e , ai quali debbo tutto il poco che so. Agli altri, ai quali auguro lunga vita per conforto loro e degli studi storici, come il comm. , il cav. , il cav. ab. , il prof. , il signor e principalmente il cav. ed il comm. , che mi furono cortesi di benevolo ajuto, sono lieto di poter esprimere pubblicamente la mia perenne riconoscenza.
Origine della zecca
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rduo e spinoso riesce certamente ogni studio storico intorno ai tempi di remota antichità o a quelli che ci sembrano quasi più lontani per la distruzione barbarica di una civiltà già arrivata a mirabile altezza. Per ciò stesso sono più importanti e di maggior interesse quelle ricerche, che hanno il felice risultato di rischiarare epoche tenebrose, di cui mancano i documenti e le memorie scritte; e conviene far tesoro di ogni umile traccia, di ogni debole raggio di luce, che possa far intravedere un tratto del difficile cammino.
Interpretati da sapienti ricercatori molto hanno servito a questo nobile scopo gli avanzi dei monumenti religiosi e civili; molto hanno rivelato e più ancora promettono di rivelare i tesori che la terra conserva nel suo seno e che di tempo in tempo generosamente concede. Molto ancora possiamo sperare dalle amorose ricerche sopratutto sulle monete e medaglie, che fin ora non furono abbastanza studiate e che non sono ancora apprezzate da tutti al loro giusto valore. Sia per la molteplicità degli esemplari, sia per il piccolo volume e per l’intrinseco pregio, sia infine per lo scopo a cui sono destinate, che le rende preziose all’universalità, le monete possono più facilmente d’ogni altra cosa, nascondersi e sfuggire alle persecuzioni di tutti coloro, che per mille svariate ragioni distruggono le memorie del passato. Ed in vero il maggior numero di quelle che si conservano ed arrichiscono le nostre raccolte provengono da nascondigli spesso sotterranei, e l’abbondanza di queste scoperte in tutti i tempi è prova della quantità inesauribile di tesori grandi e piccini, che furono deposti in quel sicuro rifugio dal guerriero vinto, dal mercante timoroso, dall’avaro inquieto, e persino dal colpevole, che cercava nascondere il corpo del delitto.
Indipendentemente da questo pregio, la moneta ha sempre qualche dato sicuro per conoscere l’epoca ed il luogo dove fu coniata, ha il nome o gli emblemi della sovranità che le imprime il carattere. Ha poi la nota importantissima della contemporaneità per essere vissuta, si può dire, della vita del suo tempo, di cui porta le traccie incancellabili, ragioni per le quali essa ci fornisce non poche notizie politiche economiche ed artistiche, che spesso non si ritrovano in monumenti di maggior volume.
Anche sulla storia dei primi secoli della nostra Venezia le monete possono dare non pochi lumi. Esse vennero tirate in campo nella seria e già antica controversia fra gli storici veneziani, che sostenevano la assoluta indipendenza della loro città e republica sino dalla sua origine, e gli storici non veneziani, i quali invece credevano che il governo veneto per molti anni avesse riconosciuto l’alta sovranità dell’impero prima greco, poi occidentale.
Naturalmente fu uno scrittore straniero pagato dall’oro spagnuolo, che, nell’interesse di quella politica fatale all’Italia, citò le monete di , quali prove incontestabili di dipendenza dell’impero. Tali conclusioni furono accolte con entusiasmo da altri autori, nei quali invano si cercherebbero la imparzialità e la rigorosa critica storica: mentre gli scrittori veneziani, per amore di patria e per ragioni a cui non era estranea la preoccupazione politica e nazionale, respingevano vivamente una simile idea. Alcuni di essi, non sapendo fare di meglio, negarono che tali monete appartenessero a Venezia, attribuendole alla Venezia terrestre, ovvero alla città di nella Armorica, come il senatore e ; ma la maggior parte sostennero semplicemente, che Venezia aveva avuto fino dalla sua origine il diritto di coniare moneta, ed alcuno come il , affermò perfino non esistere alcuna sua moneta, sebbene antichissima, colla immagine degli imperatori greci o latini, o con quella dei re d’Italia.
Più saggia critica storica usarono gli autori moderni nel trattare di questo periodo della moneta veneziana. Lo non osa combattere il pregiudizio comune, ma trova vano e superfluo discutere su tradizioni incerte ed arbitrarie, se la moneta veneziana abbia cominciato prima o dopo del 911 e 938, ed in sostanza ammette timidamente che la zecca cominciasse a la» vorare solo nel secolo nono o decimo. Il , discorrendo di questo argomento con profondità di dottrina e con abbondanza di critica acuta ed imparziale, dimostra che le monete di Lodovico e di Lotario col nome di Venezia sono battute nella zecca palatina, che esisteva nel palazzo imperiale o nella sede del governo, e cerca di conciliare gli opposti pareri, dimostrando che il nome di Venezia è posto per manifestare apertamente le vere o supposte ragioni di sovranità, che agli imperatori d’occidente erano sempre contrastate dai Bizantini e dai Veneziani. e riproducono le idee di S. Quintino e credono potersi attribuire tali monete a Venezia senza ledere la sua indipendenza. Finalmente , in una saggia ed erudita memoria, riassume la questione, riporta tutte le opinioni e determina l’attribuzione delle monete in un modo assai soddisfacente e sul quale resta ben poco da dire.
Così la numismatica erasi purificata, è vero, dagli errori più grossolani, giungendo a stabilire con sufficiente esattezza l’età e l’attribuzione delle monete; ma non si erano tratte ancora dalle premesse tutte le conseguenze che la critica storica naturalmente poteva dedurne, per cui gli errori ripullulavano anche quando non vi era più la giustificazione di preoccupazioni politiche o nazionali.
Infatti suppone che i Veneziani stabilissero, col consenso degli imperatori, una zecca, da cui uscissero monete che avevano corso nelle terre italiane e greche, e crede che, quando Carlo Magno fece chiudere molte officine dell’impero per far coniare soltanto in Domo palatii, la zecca veneziana continuasse ad esistere. Anche e ritengono, che prima delle monete ducali conosciute si battesse a Venezia moneta veneziana. Citando documenti del X ed XI secolo, che parlano di denari nostri o veneziani, Padovan respinge l’idea, che le monete uscite dalla zecca veneta sino al 1156 fossero soltanto le imperiali, parendogli impossibile, che un governo così altiero della propria indipendenza, fondasse una zecca per battervi moneta straniera. In fondo è la solida tradizione degli storici veneziani; si crede alla zecca che battesse più qualità di monete ed alla indipendenza della repubblica fino dai primi tempi; il che, a mio avviso, ripugna alla critica storica, perchè le nazioni e gli stati, come gli uomini, passano per le varie fasi della vita, dall’infanzia all’adolescenza, alla giovinezza, prima di arrivare alla virilità. Così Venezia cominciò ad esistere debole e piccina, studiandosi di sfuggire i pericoli che minacciavano la sua esistenza, cercando l’appoggio dei più potenti, e crebbe poi rigogliosa di forze e di vitalità; ma passo a passo, e solo col tempo, coll’attività e colle virtù dei suoi cittadini, raggiunse la forza bastante ad essere indipendente, ed a far sì che questa sua indipendenza fosse riconosciuta e rispettata dai vicini, che non furono sempre deboli, o benevoli verso di lei.
Non credo necessario di trattenermi lungamente sugli errori più evidenti degli antichi autori, che furono già dimostrati insussistenti dagli illustri scrittori di numismatica che mi hanno preceduto, in modo tale, da non lasciare più alcun dubbio. Per esempio, l’affermazione del , che a Venezia siano state coniate monete d’oro dette redonde in un’epoca in cui non si coniava moneta d’oro in Europa, se non dai principi longobardi di Salerno e Benevento, è bastevolmente contrastata dal , il quale ha pure a sufficienza risposto al : imperocché, se è giusto alla lettera che non si trova sulle monete veneziane l’effigie e il ritratto degli imperatori, si trova però secondo l’uso del tempo, impresso su di esse il nome, che ha lo stesso valore ed eguale importanza.
Il ha dimostrato, coll’approvazione di tutti gli studiosi, e così che nessuno potesse più tornare sull’argomento, essere affatto insussistente la supposizione che le monete col nome di VENECIAS fossero coniate a Vannes in Francia.
Così pure non occorre aggiungere molte parole a quelle già dette dal sopra il sistema architettato dal e seguito dal , e cioè che i Veneziani avessero per i commerci coll’Occidente le monete di cui ora trattiamo coi nomi degli imperatori franchi e coniassero per l’Oriente dei tre metalli, mentre poi per l’interno si servissero di speciali denari, che sono quelli colla iscrizione CRISTVS IMPERAT. Una tale confusione non si è mai veduta in nessun paese, e non si comprende come potesse accogliersi da storici e critici di tanto valore. Infatti basta vedere i denari di Lodovico e di Lotario per assicurarsi che sono più antichi di quelli con CRISTVS IMPERAT, i quali invece per tipo e peso sono più vicini certo a quelli di Corrado e degli Enrici. Monete veneziane poi con tipo bizantino non se ne videro mai, nessun documento ne parla, e conviene quindi confinarle con altre fantasie che hanno infestato e continuano a rendere difficile la storia dei primi tempi della zecca veneta.
Mi tratterrò invece brevemente sull’errore più diffuso ed in cui cadono quasi tutti gli storici veneziani, cioè che Venezia, dai tempi immemorabili, abbia avuto diritto di zecca e lo abbia esercitato. Lo ed il sono forse i soli che non credono anteriore al secolo nono la zecca di Venezia, ma, più che dirlo, lo pensano. Tutti gli altri ripetono, senza nemmeno l’ombra del dubbio, le stesse parole, e, sicuri della innata indipendenza di Venezia, suppongono che ne abbia ugualmente avuti tutti i diritti inerenti, fra i quali principalissimo quello della moneta: anzi taluno deplora che sieno stati già perduti quei nummi, dei quali ci porgono indubbia prova le memorie ufficiali.
Questo è giudicare di fatti antichi con idee moderne; il co- niare moneta ed il porvi il proprio nome fu sempre considerato come indizio di sovranità, ma il coniare moneta per far prova dinanzi al mondo della propria sovranità è un’idea che comincia solo nell’epoca civile, e mostra la conoscenza del passato quale guida del presente. Laonde troveremo anche nella storia veneta un simile atto, ma più tardi solo quando il progresso civile sarà già alquanto avanzato, o quando Venezia, divenuta più forte, vedrà meno potenti i suoi vicini.
Il primo periodo storico di Venezia è quello che corrisponde alla dominazione dei Goti in Italia. È facile dimostrare e comprendere che in tale epoca, come in quella della invasione longobarda, i Veneziani non avevano nè la potenza, nè l’autorità di aprire una. zecca, e questa verità è tanto evidente che ne conviene lo stesso .
Durante l’impero romano la facoltà di coniare moneta si esercitava esclusivamente dall’imperatore, e lo stato era così geloso di questa sua importante prerogativa, che a nessun altro l’accordò giammai, e persino nell’epoca della decadenza e della rovina dell’impero d’occidente, il prestigio dello stato romano e l’idea del potere imperiale erano ancora così grandi, che gli stessi barbari vincitori non osarono mettere iscrizioni nella propria lingua e la effigie del proprio re sulle monete, ma soltanto il monogramma o il nome in latino, lasciando sempre sul diritto l’effigie dell’imperatore romano residente in Costantinopoli, quasi che in nome suo esercitassero l’autorità regia. È ben naturale che, tale essendo il sentimento dei vincitori verso il vinto, non potesse essere inferiore il rispetto degli abitanti delle lagune verso il sovrano di Bisanzio, ch’era sempre il continuatore ed il rappresentante dell’impero romano.
Sia che la veneta laguna abbia dato ricetto a gran parte dei nobili e ricchi abitanti fuggenti le invasioni barbariche, sia che i poveri pescatori e modesti naviganti sfuggissero all’invasione per le difese naturali e per la loro pochezza, il fatto è che in quell’epoca sola le nostre isole cominciarono ad avere un’importanza e ad organizzare un governo proprio. Qualunque delle due ipotesi si debba accogliere, gli abitanti delle isole dovevano riguardare come nemici i barbari, ed avere i loro sguardi rivolti verso l’imperatore, trovando la naturale protezione nel sovrano di Bisanzio, che conservò il potere imperiale in tutte quelle parti d’Italia, che non furono invase dai barbari.
Pur troppo sono assai scarse le notizie storiche, e quasi nessun documento ci resta di quell’epoca interessante; la raccolta delle lettere di , cancelliere di , è uno dei pochissimi raggi di luce in queste tenebre. In varie lettere parla dei Veneziani, ma la XXIV del XII libro è diretta ai tribuni delle isole venete, e sebbene sia conosciuta da tutti gli studiosi della nostra storia, non sarà inutile rammentarla, perchè è una descrizione così viva ed interessante, che mostra a qual punto erano giunte le industrie a Venezia, la forza rigogliosa del suo commercio e l’attività robusta dei suoi abitanti, che già si vedono destinati ad un grande avvenire.
“Con un comando già dato, ordinammo che l’Istria mandasse felicemente alla residenza di Ravenna i vini e gli olii di che ella gode abbondanza nel presente anno. Voi che nei confini di essa possedete numerosi navigli provvedete con pari atto di devozione, acciocché, quanto quella è pronta a dare, voi vi studiate di trasportare celeremente. Sarà così pari e pieno il favore dell’adempimento, mentre l’una cosa dall’altra dissociata, non più si avrebbe l’effetto. Siate dunque prontissimi a tal viaggio vicino, voi che spesso varcate spazii infiniti. Voi, navigando tra la patria, scorrete, per così dire i vostri alberghi. Si aggiunge ai vostri comodi, che anche altra via vi si apre sempre sicura e tranquilla. Imperciocché quando per l’infuriare dei venti vi sia chiuso il mare, vi si offre altra via per amenissimi fiumi. Le vostre carene non temono aspri soffii, toccano terra con somma facilità e non sanno perire, esse che sì frequentemente si staccano dal lido. Non vedendone il corpo avviene, talora di credere che siano tratte per praterie, e camminano tirate dalle funi quelle che son solite starsi ferme alle gomene; cosicché, mutata condi- » zione, gli uomini a piedi ajutano le barche. Queste già portatrici, sono invece tratte senza faticale in luogo delle vele si servono del passo più sicuro dei nocchieri. Ci piace riferire come abbiam vedute situate le vostre abitazioni. Le famose Venezie già piene di nobili, toccano verso mezzodì a Ravenna ed al Po; verso oriente godono della giocondità del lido jonio, dove l’alternante marea ora chiude, ora apre la faccia dei campi. Colà sono le case vostre quasi come di acquatici uccelli, ora terrestri, ora insulari: e quando vedi mutato l’aspetto dei luoghi, subitamente somigliano alle Cicladi quelle abitazioni ampiamente sparse e non prodotte dalla natura, ma fondate dall’industria degli uomini. Perciocchè la solidità della terra colà viene aggregata con vimini flessibili legati insieme, e voi non dubitate opporre si fragile riparo alle onde del mare, quando il basso lido non basta a respingere la massa delle acque, non essendo riparato abbastanza dalla propria altezza. Gli abitatori poi hanno abbondanza soltanto di pesci; poveri e ricchi convivono colà eguaglianza in eguaglianza. Un solo cibo li nutre tutti; simile abitazione tutti raccoglie; non sanno invidiare gli altrui penati e, così dimorando, sfuggono il vizio cui va soggetto il mondo. Ogni emulazione sta nel lavorare le saline; voi usate i cilindri in luogo degli aratri e delle falci. Con ciò ottenete ogni prodotto, perchè di là avete anche quel che non fate, e in certo modo battete una specie di moneta per il vitto. Dall’arte vostra ogni produzione deriva. Taluno può chiedere l’oro, ma non è chi non desideri di trovare il sale, e giustamente, perchè a questo si deve che possa esser grato ogni cibo. Ancora una volta io vi raccomando, approntate al più presto possibile i navigli che stanno ne’ vostri cantieri, come altrove la domestica armenta nella stalla del contadino.»
si rivolge ai tribuni marittimi delle isole venete e chiede un servizio, che essi certo non potevano rifiutare e che probabilmente avevano obbligo di prestare, ma lo chiede con tanta cortesia e con frasi così lusinghiere che non si possono attribuire soltanto allo stile enfatico e declamatorio dell’illustre retore. Il ministro di Teodorico non avrebbe adoperata una forma così umile e complimentosa con dei sudditi o vassalli, e siccome i veneti, anche se godevano di una certa autonomia o individualità, come appare dal senso di questa lettera, erano sempre troppo piccoli e troppo deboli per meritare tanti riguardi, dobbiamo concluderne che essi avevano la protezione dell’impero, col quale i Goti in quel momento desideravano conservare i buoni rapporti.
Questa lettera risolve anche la questione della zecca, perchè dice ai Veneziani: «Pro aratris, pro falcibus cilindros volvitis inde vobis fructus omnis enascitur, quando in ipsis et quae non facitis possidetis. Moneta illic quodammodo percutitur victualis. Arti vestrae omnis fructus addictus est. Potest aurum aliquis quaerere, nemo est qui salem non desideret invenire...»
Queste parole, che dobbiamo attribuire soltanto al solito stile figurato di Cassiodoro, non significano già che il sale servisse come mezzo di pagamento, nè che a Venezia esistesse una speciale moneta denominata victualis, come fu creduto da alcuno; ma non occorre insistere su questo punto, concordando in tale opinione le autorità del e di .
Intanto però l’Imperatore cominciava a porre ad effetto i suoi progetti; nel 539 sconfigge gli Ostrogoti e conquista Ravenna, Treviso ed altri siti importanti nel Veneto; nel 550 prende il posto di Belisario, e, seguendo le coste del mare, riprende Ravenna e dà il tracollo alla potenza dei Goti. Tutta l’Italia ritorna in potere dell’imperatore romano d’oriente, ma per breve tempo, perchè nel 568 i Longobardi, condotti da , conquistano quasi senza colpo ferire, la Venezia, e poco dopo presso che tutta l’Italia sino a Spoleto e Benevento.
Le possessioni dei Greci si restringono sino a poche coste che dipendono da’ due centri di Ravenna e di Napoli; da questo momento tutti gli sforzi, prima dei Longobardi, poscia dei Franchi, sono rivolti a conquistare l’Esarcato, ciò che riuscì loro assai tardi, e ad impadronirsi delle Lagune e dello Stato veneto, il che non venne fatto nè ai Longobardi nè ai Franchi loro successori. È naturale però che i Veneti non potessero resistere soli e senza amici a potenti e ripetuti colpi; essi trovarono il naturale appoggio nei Bizantini, che avevano gli stessi avversari, e coi quali i Veneziani erano legati per tradizione, per interesse e per la comunanza del pericolo.
Già nell’epoca in cui Belisario e Narsete avevano respinto vittoriosamente i Goti, questi condottieri dell’esercito imperiale si tennero lungo la costa, ch’era per la massima parte dipendente dai Greci, e considerarono Venezia come sito amico. È naturale che da quell’epoca in poi il corso degli avvenimenti abbia stretto sempre più i legami di Venezia con Costantinopoli, e che essa sia stata considerata come parte dell’impero d’oriente. Invero qualche cronista forestiero tratta i veneziani quali sudditi degli imperatori bizantini. Essi stessi tali si proclamano quando temono di cadere nelle mani di Pipino ma tali di fatto non furono mai, perchè nominarono sempre i loro magistrati e capi militari ed ebbero milizia propria. Però essi riconoscevano l’alto dominio dell’imperatore, ne ricevevano benefizi e gli prestavano ajuto, ciò che è conforme alle idee dell’epoca, mentre l’imperatore romano era riconosciuto come l’alto signore di diritto di tutti i popoli non barbari, conservator totius mundi, come si dice in un documento veneziano, e giudicherebbe colle idee del giorno d’oggi chi credesse differentemente.
Esisteva, è vero, a Venezia un partito insofferente dell’ingerenza dei Greci, che teneva per coloro che erano padroni della terraferma; ma la maggioranza dei cittadini preferiva un imperatore lontano e debole ad un vicino potente ed inquieto. Venezia intestava i suoi atti coi nomi e cogli anni degl’imperatori, pregava nelle chiese per la salute dell’imperatore: l’imperatore negoziava e stipulava i trattati per conto di Venezia. In fatti la posizione di Venezia non differiva da quella di molti altri piccoli stati, che nei loro primordi riconobbero la protezione di un qualche potente monarca, conservando intera l’autonomia della amministrazione interna e giovandosi delle circostanze per arrivare ad una completa indipendenza, meta e desiderio generale e costante. Insomma i legami con Costantinopoli non furono mai troppo stretti nè troppo duri, e non incepparono i progressi civili e commerciali di Venezia, anzi bene spesso la dipendenza fu più di nome che di fatto, a seconda degli eventi e della vacillante potenza dei Bizantini.
L’organizzazione del governo dei Veneziani è precisamente quella stabilita dall’imperatore Giustiniano, quando ordinò l’amministrazione delle provincie liberate dai Goti colla pragmatica sanctio del 554. I tribuni, i duci sono eletti dal clero, dai magistrati e dagli ottimati: nel raccontare le elezioni dei dogi anche i cronisti veneziani adoperano frasi, che possono lasciar supporre una conferma da Costantinopoli o dal rappresentante imperiale in Ravenna. Anche il magister militum è carica di origine greco-romana, e i dogi ricevono quasi sempre dei titoli di onore dalla corte bizantina, come ipati, spatari e protospatari ed altri, che talvolta nei documenti sono anteposti al titolo di doge di Venezia. Nelle lotte religiose fra l’oriente ed i papi, i Veneziani sono ordinariamente coll’imperatore, e per aver ragione contro il patriarca di Grado il papa si rivolge all’impera- tore d’oriente, che fa arrestare il prelato e condurlo a Ravenna. Finalmente, nella celebre guerra di Pipino contro i Veneziani, questi dichiarano non voler essere sudditi dei Franchi, ma dell’imperatore romano di Costantinopoli. Anche Carlo Magno nell’803 riconosce che sopra Venezia e le città di Dalmazia, che avevano serbato fede e devozione all’impero, egli non ha alcun diritto, e promette di non molestarle, cose tutte confermate nel trattato di Aquisgrana nell’810.
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