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Vocabolario dell'uso abruzzese

Gennaro Finamore · 1893 · Free in the US

30,063 words · about 2 h 6 min to read

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About this book

Author
Gennaro Finamore
Language
Italian
Published
1893
Length
30,063 words · about 2 h 6 min
Sections
8 reader sections
Text
Digital text
Rights
Public domain in the United States

 

Contents (8)

Continue:

Front matter

ct ct ct ct ct

ct

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Avvertenza

ct

1. Nella 1a edizione di questo Vocabolario dell’uso abruzzese presi le mosse dalla parlata di Gessopalena, mio comune nativo; in questa, movo dalla parlata di Lanciano; anzi, ne’ preliminari — pronunzia, ortografia, morfologia — e nella 1a Parte — italiana‐dialettale — , i riscontri col toscano sono esclusivamente lancianesi.

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2. Nella 2a Parte, dialettale‐italiana: a) i vocaboli lancianesi sono in minuscolo grasso; b) i vocaboli di altri comuni, con indicazione delle rispettive provenienze, in corsivo; c) tutto ciò che non è lancianese, è in parentesi quadre; d) i vocaboli e i modi senza indicazione di provenienza sono della parlata gessana.

Che la trascrizione e la spiegazione dei vocaboli non raccolti da me stesso in vari luoghi siano esattissime, nonostante che fatte da persone intelligenti, non potrei . Quanto ai vocaboli e ai modi lancianesi, li ho riscontrati ‟tutti, un per uno„, alla fonte.

Il più delle volte ho tralasciato di segnare la qualità delle parole. In tali casi, s’intenda che ciò era superfluo, stante il perfetto riscontro del nostro col vocabolo toscano: nome con nome, aggettivo con aggettivo, ecc.; maschile con maschile, ecc.; verbo transitivo con transitivo, ecc. E così per le varianti o pei vocaboli delle parlate diverse dalla lancianese. Inoltre, dove nulla è notato delle qualità di un verbo, s’ha da intendere che il nostro ha le forme di transitivo, intransitivo, pronominale, ecc., del corrispondente toscano.

Le abbreviazioni da me usate sono tanto comuni e chiare da non aver bisogno di spiegazione.

3. È quasi superfluo il dire che, tanto nella 1a quanto nella 2a Parte del Vocabolario, ho registrato solamente le parole e i modi che per spiccate modalità fonetiche, morfologiche o sintattiche differiscono più o meno dalle parole e dai modi toscani, lasciando in dietro, e non è poca, la parte comune, che non ha di speciale altro se non quei mutamenti fonetici dei quali in generale si discorre nel trattatello sulla Pronunzia.

4. Nella nostra, come del resto in ogni altra parlata, sono due strati idiomatici: l’uno di voci e modi adoperati nel discorso familiare anche da persone colte; e l’altro di parole e maniere più comunemente usate dal volgo. In questo secondo strato sono poi dei vocaboli esclusivamente volgari, che un uomo colto o non pronunzia mai o solamente di rado, quasi come parole di gergo, e facendo intendere, con un certo tono enfatico, che le adopera appunto come tali. Tenendo conto di siffatte differenze, nel Vocabolario ho notato in primo luogo la forma più comune; in secondo, senza interposizione di un e, la più volgare, e con un asterisco a sinistra ho segnato le esclusivamente plebee.

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5. Per coloro che desiderassero di studiare la fonetica della parlata lancianese in confronto con alcune altre di questa Provincia, ho messo insieme i necessari elementi da me raccolti con la guida delle serie compilate dal allorchè, nel 1878, aveva in animo di dare un lavoro sui dialetti del Sannio, dell’Abruzzo e dell’Ascolano, risparmiando così agli studiosi la fatica di pescare tutto nel Vocabolario. A me non rimarrà che a dare delle informazioni intorno alla pronunzia lancianese, e delle dichiarazioni sulla ortografia relativa, accompagnate da riscontri, credo, non inutili a chi incomincia lo studio del patrio idioma.

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6. Se niente altro rimanesse ad attestare l’antica differenza di tipo etnico, basterebbe la lingua per dedurne che i toscani sono i discendenti di quegli etruschi le cui civili istituzioni e le arti si svolsero in forme anche oggidì ammirate; e noi, stirpe sabellica, proveniamo da quel ceppo osco le cui propaggini ebbero in ogni tempo reputazione di forti. In bocca toscana, la parola è tornita, finita in ogni parte, e vibra come onda musicale; in bocca abruzzese, è semplicemente qualcosa che serve a comunicare il pensiero pur che sia. Nella nostra parola, niente di artistico; tutt'altro! Ogni comune ha modulazioni proprie, per cui ci è facile riconoscerci; ma tutte più o meno ingrate, e alcune così poco umane, che a noi stessi non par vero. V’ha di più, che oltre a potare con frequenti aferesi ed apocopi le parole, e di strizzarle con sincopi ed etlissi, poichè non ci cale che della tonica (a sua volta, per circostanze che saranno determinate, soggetta a non rari mutamenti) delle protoniche e postoniche facciamo mano bassa. Aggiungi, che il suono netto delle vocali non essendo di nostro genio, iniziali, quando restano, le aspiriamo; mediane, curiamo sempre di evitare l’iato; finali, non accentate, ne riduciamo il suono a un che d’indistinto: una specie di e muta. Da ultimo, nella lancianese, come nelle altre parlate abruzzesi, è notevole il costante passaggio delle consonanti tenui in medie per influenza di n. Il che conferma che se questa regione è tuttora di genti vel fortissimarum Italiae (., III, 11), la nostra lingua non ha muscoli robusti ed agili come le nostre braccia, e che la nostra parola, sempre “opicante„, è lontana dalla venustà toscana.

Per le popolazioni che vivono tra il Gran Sasso, la Maiella, e il Velino, ciò che è piccino dovè parere spregevole. Così a confronto della dovizia toscana, ristretto è il numero dei nostri diminutivi; e tra questi, il più comune è quello che già inchiuse un’idea di spregio: ‟uccio„. — Inoltre, parecchi nomi, che nel toscano sono di genere femminile, noi li facciamo maschili.

Tuttavia, questi sciatti parlari sono, in certo modo, i nostri migliori titoli nobiliari. Più che non i ruderi di bronzo, di pietra o di terra cotta, essi fanno testimonianza del tempo remoto nel quale i diversi idiomi italici si andavano conformando al latino. In quella fusione, che fu prima forma (romanza) della lingua nazionale, la nostra individualità etnica non aveva a perdere molto di se stessa; in guisa che anche oggi, per mezzo del nostro dialetto, ci è dato distinguere alcuni lineamenti caratteristici della nostra razza: nel linguaggio, più tenace delle stesse tradizioni e delle attitudini fisiche e morali, rinvenire i tratti fisiognomici di quei nostri progenitori, pei quali la storia, intenta a dir di Roma, non ha che poche e monche parole.

Nè all'assimilazione toscana (alla quale, e non già alla moderna Roma, dobbiamo l’esser oggi una nazione ‟italiana„) abbiamo resistito meno. Onde avviene:

a) Che se pure abbiamo forme sintattiche ricalcitranti e parole senza fine che ci è d’uopo imparare a pronunziare ortofonicamente, ne abbiamo altresì non in scarso numero che, in ricognizione dell’egemonia, dobbiamo imparare a pronunziare in modo diverso dal tipo fonetico originario (Es. Òpie, Capone, Caméle, Pruvéde’, Paròcchie, Muche, Alume, Sabbete, Caròfene, Ache, Séche, Spiche, Lache, Lóche, Macre, Secréte, Ánese, Façióle, Ceraçe, Jóche, Juva’, Jùdece, Judìzïe, Ssaudì’, Ssercetà’, Sequì’, Patre, Matre, Córïe, Máscule, Déce, Péde, Méte’, Virde, Sicche, Lònghe, Çìmïe, Muçe, Nuce, Rùvere, ecc.). dal che si vede che alcune modalità etniche, originariamente comuni alle favelle osca, umbra e latina — derivanti da una madre lingua, che fu quella degl’Itali di stirpe ariana — hanno avuto presso di noi più tenace vita, per modo che nel parlare siamo non di rado più latini di coloro che furono latini una volta.

b) Che la maggior parte delle voci germaniche assimilate dal toscano sono tanto estranee al nostro uso quanto non sarebbe se già per quella via non fossero passate nella lingua nazionale (Es. Albergo, Astio, Agghindare, Baldo, Bazza, Bazzotto, Bica, Blocco, Brando, Camuffare, Ciocca, Cioncare, Crusca, Danzare, Drudo, Fìgnolo, Gaio, Ghermire, Ghignare, Gora, Greppia, Grinta, Grullo, Gualcire, Guari, Gufo, Guinzaglio, Guisa, Rocca (arnese), Rosta, Schermo, Scranna, Scotto, Sdrucciolare, Slitta, Spola, Sprillare, Stia, Stormo, Strale, Strozza, Tasca, Trecca, Tregua, Tuffare, Uosa, Usbergo, Zolla). Senonchè, quelle voci straniere, qualunque siane la provenienza, che abbiamo accolte, conserviamo meglio nella loro forma originale (Es. Banghe, Varì’, Vèrre, Valecá’, Vande (sf.), Vandére, Vìnele, Vardá’, Šchine, Trapele, Zénghere — Papusce, Racamá’, Barracá’, Ciuvétte — Macare, Caméle, Ceróte, Máchene, Vucale, Pratteche, Lépre (malatt.), Sèllere, Perdesénnele, ecc.). Inoltre, se il toscano ha assimilato molte voci latine e greche — del resto in buona parte formanti lo strato idiomatico colto — alla nostra volta, e senza alcun sussidio di elaborazione letteraria, abbiamo tuttora sulla lingua non poche voci di buon conio latino (Es. Abberuttá’, Adduce’, Alá’, Appumétte’, Arbelá’, Cajóle, Caracine, Cesá’, Chióchie, Cunele, Curdésche, Fetá, Ferzóre, Frìscule, Maddeméne, Massére, Manòppïe, Masse, Mucóre, Paštená’, Róle, Sallécchie, Sartàjene, Sucá’, Trappite, Umá’, Zòcchele (sf.), ecc., ecc.).

Oltre a questo, due fenomeni che soli basterebbero a dare fisonomia spiccata al subdialetto lancianese, nonchè, dal più al meno, a tutti quelli del Chietino, del Teramano e di una parte dell’Aquilano, sia che parlati nei piccoli villaggi, sia che in città antiche quanto Roma (Vasto [Histonium], Ortona [Ortona], Lanciano [Anxanum], Teramo [Interamnia], Atri [Hadria], Penne [Pinna], Sulmona [Sulmo], ecc.) sono: 1. L'assimilazione vocalica, nella gradazione delle sue forme, ‟non come fatto sporadico, ma come legge continuamente e costantemente attiva„ (, in Archiv. Glottol., XII); 2. La conservazione di alcuni nessi latini, generalmente alterati negli altri idiomi della Penisola: Fl, Pl, Bl, intatti nel Teramano, in parte dell’Aquilano, e in qualche comune del Chietino; e di regola induriti in Fr, Pr, Br, nel Chietino.

7. Non ho dato a questo lavoro il titolo di Vocabolario comparato del dialetto lancianese, perchè molta parte di esso sarebbe rimasta, quasi come cosa estranea, fuori dei limiti di sifatta indicazione. Invece, ho mantenuto il titolo di Vocabolario dell’uso abruzzese, poichè, sebbene la parte principale del medesimo sia formata dal dialetto di Lanciano, sono tante le attinenza tra questo e gli altri nostri sottodialetti, e inoltre così frequenti le varianti che ho potuto dare dei medesimi, che il titolo non parmi sia da ritenere improprio. Tali varianti sarebbero state più copiose se l’appello che già feci alla cortesia e al dei miei corregionari non fosse rimasto quasi senz’eco. Tuttavia, dopo la pubblicazione del mio primo saggio, lavori molto pregevoli hanno vista la luce; sì che ho potuto fare mio pro e del materiale linguistico e degl’insegnamenti in essi contenuti. — E qui nell’attestare il mio grato animo a tutti coloro che mi furono cortesi di aiuto, sodisfo un bisogno del cuore nel far menzione speciale del povero amico Orazio Recchione (Palena), a cui molto debbo. — Aggiungerò che molti vocaboli della parlata di Castelfrentano ho ricavato da un ms. del defunto Luigi Crognali, facendo voti che quello e altri manoscritti di quel valentuomo siano almeno depositati in qualcuna della nostre Biblioteche.

L’esser conscio di aver fatto quanto era in me per presentare un inventario fedele, se non ricco, del nostro patrimonio linguistico, mi è di compenso alle durate fatiche; ma non mi lusingo di esser riuscito a porgere tutti gli elementi di uno studio comparativo, da cui solamente può risultare la piena conoscenza di un dialetto; e per questo invoco l’indulgenza di coloro che intendono quali e siano le difficoltà che circondano siffatte ricerche.

La 1a edizione di questo lavoro dedicai alla cara e lacrimata memoria di mio fratello Vincenzo. Ora, ahimè!, dovrei aggiungere: e de’ miei adorati genitori — Certo che quelle sante memorie avranno culto ne’ loro animi, dedico questa, con affetto riconoscente, alla diletta mia consorte Rosmunda e al mio bambino Amedeo.

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Pronunzia e Ortografia

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ct Le vocali, in bocca lancianese, come in quasi tutto il resto dell’Abruzzo, suonano ben diversamente che nel toscano. Il suono schietto delle toniche ci ripugna. Iniziali, siano pure atone, quando non precedute da consonante finale di altra parola, fanno sentire un’aspirazione, di regola, gutturale (h), a volte palatina (j), e più di rado labiale (v). Iniziali o mediane, oltre alle modificazioni determinate dalla vocale finale (di uscita neolatina), hanno delle appoggiature, degli strascichi, nei quali, d’ordinario, l’accento suol posare sulla prepositiva. Finali, non accentate, scadono d’ordinario in e muta; e sarà questa la ragione per cui l’e e l’o lunghi del latino, seguiti da consonante semplice, passano, di regola, nel nostro uso, in é ed ó. Ved. nn. 6 e 15.

Siffatte modificazioni saranno qui indicate caso per caso, e si vorrà tenerle presenti nel riscontrare il Vocabolario, dove sarebbe stato inutile ripeterle a ogni parola.

ct L’ho segnata or con l’accento acuto, come quando è in contatto con n o con m, o è finale di parola tronca; or con l’accento grave, allorchè è preceduta o seguita da qualsiasi altra consonante. Nel primo caso, ha un suono alto, nasale; nel secondo, un suono grave, gutturale. P. e. Náte, Dánne, Panáre, Gránele, — Máre, Máštre, — Áme, Lámbe, Fáme. E se un’à, iniziale, è preceduta da un n o m, per ciò solo lascia il suono grave e prende l'acuto: Àbbete, ’N ábbete; Àche, ’N áche, ecc. E ciò nella pronunzia più corretta. Nella parlata volgare ha poi queste altre modificazioni:

Tonica. — 1. Iniziale o mediana, ha due suoni distinti, secondo che nella parola è in posizione o è seguita da consonante semplice. a) Nel primo caso, ha un suono che piega ad e: Êcque, acqua; Pêcche, pacco; Fiênghe, fianco; Fêrre, farro; Piêzze, piazza. b) Nel secondo, ha uno strascico di o: Càope, capo; Piáone, piano; Štambàote, stampato; e, nelle bocche più volgari, è quasi totalmente ecclissata da o: Cópe, Pióne, Štambóte. c) In antipenultima sillaba, ora piega e ora si confonde in ê: Êvete, alto; Fêveze, falso; Sêbbete, sabato. d) Nella parole tronche in a, come gl’infin. della 1a coniug., piega anche ad è (ma non così spiccatamente come nella parlata vastese e nella teramana).

2. Per influenza di i, postonico, muta in é, è: Sande Štéçe, S. Eustachio; Sande Brèçïe, S. Biagio; Ceréçe, ciliegia; Pèlïe, palio; Maddeméne, stamani; Ped èrïe, per aria; le Chéne, i Cani; tu mègne, tu mangi. Ma in molto casi questi riflesso manca; es. Denare, pl. Denare; e, spesso, nella serie dei part. pass. in ato.

3. Per analogia coi gerundi delle altre coniugazioni: Parlènne, parlando; Candènne, cantando; Magnènne, mangiando.

Atona. — 4. Iniziale, specialm. innanzi ad n, m, cade spesso per aferesi: ’Ndònïe, ’Mbrdòsïe, ’Nguštïe, ’Nguštïá’, ’Scutá’, ’Véne; ma è facilmente ripristinata — Protonica, è conservata molto più che non le altre vocali — Finale, scade in e muta, come le altre vocali, ma, nell’unione delle parole, è ripristinata: sánde, Sánda Marìje; Marìje, Marìja sandìssime; Mána ritte; Arta leggére; Crócia pesánde; Notta scure (Ved. n. 116).

5. È prefissa a molti verbi e participi. In tal caso, se la parola non comincia con re o con s impura, la consonante iniziale (per assimilazione di un d lat., ad, qualche volta conservato: Addelucá’, Addemmullá’,) è raddoppiata. Se è q, questo è rafforzato in cq, o anche indurito in cc: Abbadá’, Allavá’, Aremétte’, Asciòjje’, Ascéjje’, Acquïatá’ e Accujatá’.

Anche ad alcuni sostantivi e avverbi: Abbesógne, Accaggióne, Addó, Accuçì, Ajére. Ved. A, nel Vocabolario, P. 2a.

ct Tonica. — 6. Ha due suoni: uno stretto, é, ed uno aperto, è.

Il primo è: a) da un ĭ innanzi a cons. sempl.: Nére, Néve, Péle, Sécchie, Cénere, Vévere. b) da un i in posizione: Tégne’, Végne’, Néngue’, Céppe, Ésse, Férme, Pésce, Léngue; e nei suffissi in esche, esse, ette. c) da un ĕ, passata nel tosc. in è: Béne, Créme, Génïe, Jisedérïe, Jéle, Méjje, Spécchie, Vécchie (eccez. Jènere, Mèdeche) e ne’ suff. in enze: Parténże, Peneténże — Inoltre, da un’e breve innanzi a consonante semplice (nel toscano, iè): Déce, Péde, Méte’. d) da un’ē: Cére, Vére, Pégge (pèggio), Tutéle (tutèla), Queréle (querèla), Munaštére (monastèro); con la stessa pronunzia nei suffissi in ere, ese, ete. e) dal dittongo ae, (tosc. è): Enéhe, Ebbrée, Galatée, Gréche, Tédïe (eccez. sècule). Con la stessa pronunzia, dove il dittongo toscano è iè: Caneliére, Canelére, Becchiére, Becchére, Šchiére, Schére, Premiére, Premére. f) alcune volte da e, sia breve o lunga o in posizione, muta in i: Vìrdene. g) spesso, nelle parole terminanti in a, questa si sente, come per propagginazione regressiva innanzi ad e: Felumaene, Siaene, Saere (Ved. nn. 116 e 129).

Il suono aperto, nella bocca dei meno plebei, è quasi un èa; in quella del volgo, j̈êa, che nella parole tronche ha uno strascico di nghe. Esso deriva a) da un e lat. in posiz.: Ècche, Bèlle, Fèrre, Fratèlle, Sumènde, Reggemènde, Sbisïatamènde. b) da un ĕ: Nèbbïe, nébbia, Mèdeche.

In fine di parola, sempre é: É (et, est); Ché, Né (nec), nè; Té’, tè’, tièni; Oïmmé, Ohimè.

7. Per influenza i postonico, muta in i: Mése, pl. Mise; Langianése, Langianise (Eccezionalm., anche in alcuni aggettivi femm., per meglio determinare il plur.: Le fémmene bbille; Le mijje méle, ecc.). Ji’ métte, Tu mitte; Ji’ sènde, Tu sinde, ecc.

Atona. — 8. Iniziale, non di rado, cade per aferesi: ’Defizïe, ’Mbriaštre, ’Befanìje, ’Réde, ’Rumite, ’Resìpele, ’Lehunóre.

9. Protonica, muta facilmente in a: Assèmbïe, Alefande, Asseccá’, Assamená’, Piatá, Marcùrïe, Talefine, Trasóre, ’Ssarcìzïe, Carciarate, Cumbitaòrre, Saciardóte, Matarazze, Caraštìje, Cavallarìje, Vennardì; e in u: Sumènde, *Luvá’, *Alluvá’, Rumite, *Tudésche.

10. Postonica, è sempre muta.

11. Nell’iato esce d’ordinario in i: Vijate, Crijá’, Crijature, Lijone, Caïtane.

ct Iniziale, tonico o atono, pronunziando la parola isolata, ha sempre un’aspirazione palatina. Qualche volta, labiale: Visedóre, Isidoro.

Tonico. — 12. Derivando da ī, ha in generale un suono schietto specialmente in antipenultima sillaba; ma in penultima, dai più volgari, è pronunziato come éi: Feléice, Vecéine, Vélle. In posizione, in penultima sillaba e i parole tronche, ha suono prolungato e schiacciato: Camj̈lle; Cj̈nghe, cinque; Pj̈ppe, pipa; Accuçj̈e, così; Aprj̈e, aprire; Fenj̈e, finire.

13. Innanzi a consonante semplice, come in tosc., suona é, da ĭ: Véve, Cénere, Féde, Néve; ma, Vìtrïe, vetro; ’N żìmbre, insieme; e salvo a tornare i, ma per influenza di i terminale, nelle 2e pers. indic. dei verbi che hanno i nel tema verbale: Mitte, tu metti; Lihe, tu leghi; nelle 2e pers. dell'imperf. del cong. (le cui desinenze corrispondono a quelle del più che perf. lat. in issem); nelle 2e pers. del perf. dell’indic., e nelle 2e pers. dell’imperf. della 2a, 3a e 4a coniugazione.

Atono. — 14. a) Iniziale, innanzi ad n, cade per aferesi costantemente. b) Protonico, alle volte è conservato; d’ordinario muta in e, e, attiguo a v, più volg., in u: Crevèlle, Cruvèlle; Arrevá’, Arruvá’; Vecine, Vucine; Števale, Štuvale. In alcuni casi, sempre in u: Luscìje; Tutamájje; Secutá’, seguitare; la ’Ngundrïe; Reculìzïe; Ciuvétte. Per influenza di a attigua, può mutare anche in a: Catarre, Racamá’, Salvàteche, Famacce, Giahande. Nei nessi ital. bi, pi, fi, corrispondenti al lat. bl, pl, fl dai più plebei è mutato in r: Brèçïe, Pratte, Prazze, Frate, Framme.

ct Tonico. — 15. Ha due suoni: chiaro, ó, e aperto, ò. Nell’un caso, e nell’altro, può mutare in u, per influenza di i postonico, come si vedrà nelle Flessioni. Ma, prescindendo da questo, l’u è costante in alcuni casi: Tutte, tutto; Ugne, ogni; Tufe, zolla; Sgùmmere, pesce, Scombro; Rumme, pesce, Rombo; Sùrchie, sorso [Fahugne]. L’ó ha suono abbastanza schietto; senonchè, dai meno volgari, nelle terminazioni in one, ole, ose, suol essere pronunziato quasi come óu; e dai più quasi come àu (suono normale nella parlata gessata e in altre). L’ó deriva: a) da un ŏ, seguito da consonante semplice (nel tosc., uò, ò): Lóche, Chióme, Móde, Róse, Nóve (nuovo, e 9), Fijóle, sm. e f., Córe, Fóre, Bóne, Fóche, Óme, Róte, Tóne; ma, in antipen. sillaba, Pòpele, Òpere, Lemòsene, Cattòleche; ed anche Cònte (lat. comitem), da ō, seguito da consonante semplice (nel tosc., ò); Óve, Cóte, Cróne (corona), Dóte, Nóme, Decóre. E nei suffissi in one, ore, ose. c) dal dittongo au, (nel tosc., ò): Cóse, Fóce, Fróde, Gióje, Lóde, Óde, Póche, Póse, Tóre, Sóme. d) da o in posizione, innanzi ad n combinato con altra consonante o doppio: Fónde, Frónde, Mónde, Pónde, Annascónne’. e) da u: Gróle, Póce, Vóte, ved. 19. f) terminale (nel tosc. ò): Nó, Mó’, Ció, Dó, Vó, Pró.

L’ò ha suono sempre molto aperto, e in bocca volgare con spiccata appoggiatura di u: Uòrte, Uòsse, Suòlde, Muòrte, Duòtte, Mmuòlle, Cappuòtte, Cappuòtte. Deriva: a) da o in posizione, purchè non seguito da n combinato con altra consonante, o anche doppio. b) da ŏ in terzultima sillaba; Òmmene, Sòcere, Sòreme (mia sorella), Mòvere, Còcere, Štòmache, Vòmete; ma: Córïe, Fójje, Ógge, Ócchie, Ójje, Rasóle, Spójje, Bulógne.

Per influenza di i postonico, muta in u: Cróce, pl. Cruce, Ji’ cópre, Tu cupre.

Atone. — 16. a) Iniziale, cade qualche volta per aferesi: ’Live, ’Spedale, ’Scure, ’Ccassïóne — Muta alle volte in a: Accide’, Addurá’, Affése, Accóre’, Atturá’, Accassïóne, Accupá’, Arrecchiá’; e in u: Udïá’, Unèste, Urazïóne, Uttande. b) Protonico, muta di regola in u: Putéche, Cumbagne, Dulore, Fuculare, Gunfiá’, Lundane, Muscate, Nutare, Puténże, Rusàrïe, Rutulá’, Sulènne, Sumare, Turmènde, Vulundá’. Ovvero in e: *Pemmadóre, *Chenósce’, *Chenócchie. c) Postonico, d’ordinario, in e. Qualche volta, in u: Pècure. d) Finale, scade sempre in e.

ct Tonico. — 17. Ha suono schietto: a) quando sta per ū: Cure, Dure, Fiume, Fume, Fune, Luce, Nude, ’Scure, Uve. b) quando è riflesso di o: Nóce, pl. Nuce; Vóve, pl. Vuve; Bóne, pl. Bune; Fijóle (m.), pl. Fijule; ji’ spóse, tu spuse; ji’ vójje, tu vú; ji’ tòjje, tu tujje; ji’ cópre, tu cupre.

18. In posizione, o in terzultima sillaba, ricevere spesso dai più plebei uno schiacciamento come di uùo, o ûo: Brûotte, Tûotte, Jûodece, Fûlomene, Uùoteme (ultimo).

19. Innanzi a consonante semplice, o in posizione, seguito da n in combinazione con altra consonante, passa alle volte in o: Lópe, Póce, Ógne (unghia), Ógne’ (ungere), Pónde (punto di cucito), Jónge, Gróle, Póngeche, Pónïe, Cugnógne’, Órne, Vónde, Pertóse, Tórde (stordito), Ji’ mógne, ’Na mónde, Móte (molto).

Atono. — 20. Aferesi: ’Ngine, ’Nguènde, ’Mijìcule, ’Mbrèlle, ’Rená’, ’Scére (uscire).

21. Protonico: a) spesso è continuazione dell’u lat.: Adumbrá’, Cunijje, Muštecòtte, Pulverine, Spulverá’, Smurmurá’, Vullì’. b) dai più volg. è mutato in e: Abburretá’, Checùmmere, Checócce, Pecine, Reçegnóle, Remóre, Settìle, Suppezzá’ (inabissare). c) di rado in a: Ardiche, ortica.

22. Postonico. In penultima sillaba di voce sdrucciola, di regola, è continuazione di u lat.: Máscule, Spìngule, Redìcule, Currìcule, Èccule, Èssule, Èllule, Jécuce (per qua), Jécute (per costà), Désuce (costà).

ct AE. Tonico. — 23. In é (tosc. è): Céche, Céle, Ebbrée, Fécce, Gréche, Siépe, Spére, Prémïe, Tédïe. Ma, Cèsare, Sècule, Ved. n. 6, e). Si noti che nella pronunzia più volgare, in Céche e Céle specialmente, l’e, suona quasi àe.

Atono. — 24. Protonico, e: Presséquïe (prèsepe), Prepòšte, Cecá’, Cepólle. Qualche volta, u: Uhuàle, Cuštîóne (questione), Lutame. Anche a: Patr’aterne; ed i: Jitá (età); o cade per aferesi: ’Réde, ’Redetá, ’Resìje, ’Štate.

OE. Tonico. — 25. É: Péne, Féne () — Atono, e.

AU. Tonico. — 26. Plàusa plàuse (m. av. A rilento), *Pàuche (poco); Càvele, Pàvele: ó (tosc. ò), Trasóle, Tóre, Cóse e *Càuse, Sóme, Códe, Óre, la Lóre, l’alloro: Pòvere.

Atono. — 27- Aumènde, Autunne, e Avetùnïe, Marucce (dim. di Mauro): Ahóšte, Ahùrïe, Arrachite: Gudé’, ’Ndurá’, Ludá’, Puchétte, Puverétte, Uréfece, Vudenże. Per aferesi: ’Cèlle (uccello), ’Récchie, ’Scutá’.

ct 28. Il nostro dialetto, come in generale tutte le lingue romanze, cura di evitare l’iato con l’elisione, l’attrazione, la contrazione e specialmente con l’inserzione di un j. In questo caso, quando un i atono è nell’iato, d’ordinario, invece di scrivere il j, preferisco di segnare l’i con dieresi: Spïóne, Pacïénże, Aresedïá’, Vìzïe, ’Gnázïe, Randìnïe.

ct Delle consonanti (continue; l, r, m, n, h, s, f, j, z, v; esplosive: c, q, t, p, g, d, b) si dirà quanto è d’uopo per dichiararne la pronunzia, aggruppandole come segue.

ct ct C. — 29. Iniziale, ha suono rotondo, senz’ombra della gorgia fiorentina. Così anche mediano; e nei due casi spesso è il c lat. nel tosc. mutato in g: Cajóle, gabbia; Cajéte, Gaeta; Caïtane, Gaetano; Caštijá’, gastigate; Camèlle, Cánghene, Caròfene, Làcreme, Acre, Macre, Sacre, Secréte, Ache, Lache, Lóche, Spiche, Secá’, Piecà’. ’Ndrecá’, Assucá’, Lattuche, Putéche, Racanèlle. Anche palatino: ’Cèlle, sugello; Cèveze, gelso; Ducènde, dugento; Damecélle.

30. Il suono rotondo ch toscano (= lat. cl) innanzi a vocale, noi non l’abbiamo; e il nostro ch è prettamente palatale: Chiamá’, Kiamare; Chiare, Kiaro; Chiave, Kiave; Chióve, Chiùde’, Ócchie; ed avendolo avvertito, non sarà mestieri notarlo con grafia speciale.

31. Dai più volgari, ca iniziale è mutato in qua: Quaçe, Quafé, Quamine, Quappèlle (pl. Cappille), Quavalle, (pl. Cavèlle), Quaštèlle (pl. Caštille), Qualecagne (pl. Calechègne).

32. Qualche volta, lascia e, i, per prendere la sonora palatina: Chjèrchie, circolo, cerchio; Chjchjérchie, cicerchia; Sculacchjate, .

33. Nei suffissi, in acce, muta qualche volta in azze: Lehazze, Fecatazze, Bunazze, Renazze, Štuppazze.

34. Pel cambiamento nella corrispondente media, ved. in N.

35. Il nesso lat. cs = x, è d’ordinario reso in ss (tosc. s, sci): , Assèmbïe, Assucá’, Còsse, , Ssamá’, Lassá’. Meno spesso in sc palatino: ’Scì’, Luscìje, Scéjje. Il tj, in c palatino: Pacïenże, Scòrce, Scurciá’, Curciá’.

36. Per evitare equivoci, quando la particella ce o la parola terminante in c sarebbe apostrofata innanzi ad a, o, u, per mostrare che il c è palatino e non gutturale. dell’apostrofo, interpongo un .-i-. Es. C -i- á mésse, C -i- ûfa’, ’M bacc -i- a mmé — Per ç, ved. S.

Q. — 37. In generale, ha un suono toscano: Quatre, Quale, Quande, Quèštre, Sequetá’, ’Sequì’, Quìnece — Alle volte, è indurito in c, ch: Ca, Cacche (qualche); Calunghe, Chenunghe, Chedunghe; o anche assorbe la vocale che segue: Curéle, Cuštïóne, Cujéte, Accujatá’, Scusite. — Pel passaggio in palatina tenue, un solo caso: Cèrche, quercia. In media, ved N.

G. — 38. Come ai fiorentini e ai senesi non riesce a pronunziare il c gutturale, da noi innanzi ad a, o, u, iniziale o mediano, il g si attenua in h: Hatte, gatto: le Hètte, i gatti — talora in v: Vócce e Vótte (goccia), Vónne (gonna), Révele, Revulare, Prèvule, Jóve (giogo), Dóve (doga). Anche innanzi ad r, l, ma meno costantemente, si dilegua. Ma, preceduto da n, s, si ripristina: (G)alere, ’N galére; (G)óde, Nen góde; Hamme, Sgammá’; Hušte, Degušte; Huaštá’, Sguaštá’: e, se da vocale accentata o da monosillabo che ha facoltà raddoppiativa, si raddoppia: (G)alle, (G)alline; É ggalle, n’n é ggalline; senonchè, nel più pretto volgare, questa ripristinazione con rinforzo suol mancare. Per questo nel vocabolario, anche innanzi ad a, o, u, ho scritto le iniziali delle parole con G e non coll’H; ma però, nella scrittura, uso h quando sta per un g gutturale; La hamme; Par’ a’ ssa hatte; e, qualche rara volta, ne fo anche senza: *Umbrá’, gonfiare.

39. Iniziale o mediano, innanzi ad e, i, ha sempre pronunzia intensa: Ggènde, Ggesù, Ggire, Leggìteme, Relleggïóne, Luvigge — Anche palatino, iniziale o mediano, passa non di rado in sonora: Jéle, Jènere, Jendile, Jinócchie, Štrìjje, Mujèlle, Pajése, Prupàjene, Sartàjene, Majéštre, Currèjje’. In questo caso, anche come gutturale: Rijale, Arijalá’, Fatijá’.

40. Fognata: Léne, Cunate, Préne (gravida).

J. — 41. Iniziale, sta di regola per j lat., g tosc.: Jettá’, Jóche, Jucá’, Jónghe (giunco), Jóve (giogo), Jùdece, Judìzïe, Jugneture, Jumènde, Jinépre, Jurá’, Jušte. Justìzïe, Juvá’; e rimane saldo anche nel raddoppiamento: Che jjudìzïe! A che jjóche jucame? (come per g, ved. n. 88, questo raddoppiamento non è della pronunzia più volgare). Ma quando il j è mutato in g, questo ha pronunzia intensa: Ggiá, Ggióvene, Ggiugne, Ggiuvanne.

42. Mediamo, ora è il j lat. conservato: Cajéte (Gaeta), Dejune, Dijuná’, Šdijuná’, Majóre, Majurane; ora è il j lat. (lj, llj) dal tosc. rammollito in gli: Fíjje, Májje, Méjje, Ajje, Scéjje’. Ma, in questo caso, se j precede la tonica, è sempre scempio: Fijje, Fijóle; Mójje, Mujéreme; Pajje, Pajare; Méjje, Mijarèlle.

43. a) Rinforza l’i iniziale della parola non appoggiata alla precedente con terminazione di consonante apostrofata. b) , precede o segue l’i nell’iato — Quando precede l’i tonico, scrivo j̈ = jì. Quando segue un i protonico o postonico, ji, ovvero ĭ.

H. — 44. Oltre all’aspirazione che dà alle vocali iniziali a, e, o, u sta per g innanzi alle medesime. Ved. G. Nel primo caso, sarebbe inutile notarlo quando si è avvertito una volte per tutte.

ct ct T. — 45. Iniziale, quasi sempre intatto. Ma, Ceštùnïe, testuggine. — Mediano, spesso di forma latina: Cétre, Cetrine, Latre, Matre, Patre, Patróne, Rétene, Spatélle, Štatére, Vótte; anche per la mancanza di raddoppiamento: Catetrale, Cetá, Citadine, Leggiteme, Mmalatije, Matine, Matutine, Putéche.

46. Dopo n passa in d. Ved. N.

47. Alcune volte muta in c gutturale o palatino: Tílecá’ [Tichelá’], Vòmeche, Vummacá’, Chiurme, ’Rišchie (resta; Ciambane, Ròcele, Scòrce, Rucelá’ — Anche da notare: Dódde, dote; Panze, Pancia; Rizze, graticola; Giuvendùnïe, gioventù; Patane, patata.

D. — 48. Iniziale, innanzi ad r, ha suono forte: Ddrahe, Dramme. a) quando non è raddoppiato, o preceduto, nella stessa parola, da consonante che non n, ha suono rimesso: Addurá’; Pèrde’ Dóte; ’Nduvená’. b) anzi, alcune volte, e di regola in parola sdrucciole, dopo n, si dilegua: Çìneche (sindaco), Fóneche, Mánele, Pènele, Quìnece, ’Randìnïe, Ránele, Scanajjá’, Vìnele, Vùnece. Dopo r: Quattòrece. c) ovvero, è assimilato da n: Banne, Mónne, ’Nnìvïe, Vennerìcule, Manná’, Štènne’, Magnanne, Sendènne.

49. Dalle quali “peripezie„, per dirla D’Ovidio, spesso di sottrae indurendosi, mediano, tra vocali (e iniziale, in Talefine), in t: Cate, Fucétele, Mataléne, ’Ngùtene, Péte, Pétete, Plàcete, Prìcete, Quatre, Quatrate, Rétene, Štùpete, Tépete, Truppesìje (Siffatto indurimento, anche delle iniziali, è ovvio nella parlata di Aquila: Te, di; Titu, dito; Toppu, dopo; Sètia, sedia; Nutu, nudo).

Z. — a) Ha un suono aspro, come in Zambe, Zélle, Zòlfe, Pózze, Pòsse, Puzze, Merluzze; b) e un suono dolce, come dopo le liquide l, n, e, molte volte, r, ma breve, che sarà indicato da ż. Questo secondo suono, in principio di parole, è più intenso e protratto, e sarà indicato con żż.

51. Muta alcune volte in c palatino: Cianghe, Ciufelá’, Ciòppe, Pacïénże.

52. Quando sta pel nesso lat. ct ha pronunzia intensa: Azzïóne, Lezzïóne, Affezzïóne.

S. — 52. Il suono dolce, toscano, dell’s tra due vocali, come in Roṡa, Spoṡa, non l’abbiamo. Parimente, il suono è aspro innanzi alle esplosive c, q, p, e alla fricativa sorda f. Invece, innanzi a consonante sonora o liquida, g, b, l, m, n, r, e alla fricativa sonora v, naturalmente, come nel tosc. Roṡa, è sonoro, e fo a meno d’indicarlo con un diacritico.

54. Iniziale o interno, ha in certi casi una doppia maniera di pronunzia: a) gagliarda — come in Sciòjje’, sciogliere; ’Scì’, uscire; Scijone, sifone; Pasce’, pascere: — quando precede t, d, ch; e in questo caso sarà indicata da un š: Štalle, Quešte, Šdendate, Dešdegne, Šchiume e Šcume, Šchiaffe e Šcaffe: — nonchè, in alcuni casi, quando è doppia: Tósce, tosse; Rósce, rosso; Fusce, fossi, fosse. b) rimessa — come nel tosc. “Dieci, camicia, Cento„ — e sarà indicata con un ç: Çì, sì; Çìmïe, scimmia; Çìneche, sindaco; Façióle; Façiáne; Ceniçe; Çiòreve, sorbo, sorba; Neçiùne, nessuno; Caçe, cacio; Vaçe, bacio. — Il ç, dovendosi raddoppiare, sarà scritto, per semplicità di scrittura, sc, e non š: Çì, sì; E scì!, e sì!; Çî, sei, tu sei; Che scî sande!

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