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Ai lettori
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Questo volume non contiene una propria e vera storia della rivoluzione romana dalla elezione del pontefice Pio IX sino alla caduta della repubblica. Esso ha per fine di raccogliere e ricordare i fatti di quella rivoluzione nella parte specialmente in cui essi si ricongiungono e si coordinano con l’opera del tribuno della plebe romana , detto Ciceruacchio, e del brioso giornale politico con caricature, intitolato . Val quanto dire che questa sarà una storia della parte presa dall’elemento romano nella romana rivoluzione; poichè nell’azione del generoso popolano e in quella del violento e focoso giornale umoristico si riepiloga e si personifica, quasi, l’opera, spesso non equamente valutata, spesso ad arte obliata, talvolta ingiustamente calunniata o dispregiata, dai cittadini di Roma e delle romane provincie data, con disinteresse, con efficacia, con ardore, allo svolgimento dei fatti compiutisi dal giugno 1846 al giugno 1849 nella eterna città, fatti che, non ostante le infantili ingenuità, le giovanili avventatezze, le retoriche baldanze, le politiche inesperienze e gli errori inevitabili, costituiscono pure una parte importantissima di quelle premesse storiche, le cui conseguenze legittime furono i fatti successivamente svoltisi dal 1859 al 1870, donde derivò il meraviglioso italiano risorgimento.
Uno studio imparziale accurato, amoroso, che dura da otto anni, di quante storie, autobiografie, memorie, rimembranze, cronache, ricordi e opuscoli italiani e stranieri, ho potuto rinvenire e dei quali darò, in fine del volume, la bibliografia, mi ha servito di guida nel dettare questi Ricordi, nei quali spero di essere riuscito a ristabilire la verità su molti punti controversi e contrastati, dissipando e distruggendo erronei giudizi e fallaci leggende, come piante parassite, abbarbicatesi, fino a tutt’oggi, intorno a questa storia.
E, a raggiungere questo fine di ristabilire la verità su molti fatti, mi han giovato le lunghe e accurate ricerche fatte nell’Archivio di Stato, in quello Municipale di Roma, in quello del Ministero della Guerra e in parecchi archivi comunali di città della provincia romana, non che le Memorie autobiografiche inedite del colonnello marchese e tutto il materiale storico o lo schema di storia, raccolto e preparato dal dottor per la continuazione di quella sua Storia del Regno Temporale di Pio IX, da lui stampata nell’agosto del 1848.
Il dott. Benedetto Grandoni, fratello di quel colonnello — il quale, ingiustamente coinvolto nel processo contro gli uccisori del conte e ingiustamente condannato a morte, si uccideva in carcere — dopo gli avvenimenti che ricondussero a Roma , sovrano dispotico e ricreduto delle sue velleità costituzionali, e dopo la dolorosa catastrofe che travolse il fratello suo, non pensò più alla sua storia, i cui dieci fascicoli manoscritti lasciò incompleti ed inediti, allorchè morì, nel 1859.
Il manoscritto del , donatomi dal figlio Alessandro, cui qui ne rinnovo pubbliche grazie, è importantissimo, sia perchè il dottore Benedetto, dissentendo dal fratello , che era ardente repubblicano, professava con fervore dottrine costituzionali, sia perchè egli era devotissimo ammiratore di Pio IX, sia, infine, perchè il manoscritto, costituito di appunti che l’autore, uomo stimato, che aveva estesa clientela, testimone spesso oculare ed auricolare, veniva prendendo e svolgendo, giorno per giorno, sugli uomini e sugli avvenimenti, è scritto di tutto pugno del dottore, ed è pieno di aggiunte, di correzioni, di commenti, e porta in sè tutta l’impronta della spontaneità, della freschezza, della sincerità delle prime e genuine impressioni.
Altra scorta importantissima alla scoperta di molte verità mi è stato appunto il processo compilato contro gli uccisori del conte , da me letto, pagina per pagina, in tutte le sedicimila pagine di cui esso si compone.
Non ho mancato di trar lume sugli uomini e sulle cose, sia dalle reminiscenze della mia infanzia, che si svolgeva appunto in quegli anni, e le quali vivissime durano nell’animo mio, sia dalla tradizione tramandatamene dall’ottimo e amatissimo padre mio, che in quegli avvenimenti ebbe parte amorosa ed attiva, e il quale, nella integrità del suo carattere e nella rettitudine dell’animo suo nobilissimo, su quei tempi e su quegli avvenimenti me e i fratelli miei veniva continuamente ammaestrando con assennati e imparziali giudizi, sia, infine, col consultare uomini degni di stima e di fede, e che a quei fatti parteciparono, e alcuni dei quali tuttora vivono, come, ad esempio, il colonnello , il prof. comm. , il colonnello , il comm. , Luigi De Luca, il comm. , il comm. , il colonnello , il colonnello e Giuseppe Caravacci, questi ultimi due coinvolti nel processo per la uccisione di , e altri purtroppo non sono più, come, ad esempio, il cav. Evaristo Botti, il comm. , Bernardino Facciotti e Cesare Diadei, ambedue imputati nel processo Rossi, il colonnello cav. Angelo Berni, il comm. , il generale , il generale , il conte , e il dott. cav. .
Non ho cercato che il vero, senza preoccuparmi menomamente cui nuocesse o cui giovasse; mi sono sforzato di essere, per quanto umanamente è possibile, imparziale, serbandomi sempre obiettivo nell’esaminare avvenimenti, uomini e cose, adoprandomi a sgomberare ogni giudizio subiettivo dall’animo mio: ho procurato, con tenace proposito, per quanto mi era dato, di trasportarmi, col cuore e col pensiero, nel tempo e nello spazio in cui i fatti si svolgevano, giudicando coi criteri e coi sentimenti degli attori di quel dramma, non già con la postuma sapienza del poi, di cui non son piene soltanto le fosse, ma anche i calamai in cui intingono la penna certi storici subiettivi, tutti imbottiti di se e di ma, e sempre pronti, coi facili suggerimenti del postero, a indicare i modi pei quali nei fatti, che essi narrano, si sarebbero potuti evitare certi dati errori, e sempre dimentichi della logica e inesorabile relazione di cause e di effetti che governa la storia, e a cagion della quale appunto i fatti si svolsero così come si svolsero, e in altra guisa assolutamente non potevano avvenire e non si potevano svolgere.
Se io sia riuscito nel fine propostomi giudicherà il benevolo lettore.
Capitolo I
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Importanza di un uomo o di un giornale in un dato momento storico. — Condizioni politiche e civili dello Stato romano dopo il trattato della Santa Alleanza. — Il governo reazionario di . — Il pontificato di . — Le insurrezioni e il duplice intervento. — Svizzeri e centurioni. — Le congiure e i moti italiani del 1843, ’44 e ’45. — Morte e carattere di . — Gli Stati italiani al principiare del 1846. — Il reame napoletano. — La Toscana e il governo di . — Il Ducato di Lucca e . — Modena e e . — La duchessa Maria Luisa nel Ducato di Parma. — Il Piemonte e il re . — L’Austria e le Provincie lombardo-venete. — Le ansie patriottiche e l’ambiente morale, intellettuale e politico italiano sul principiar del 1846. — e la letteratura insurrezionale. — Concordia di intenti e discordia di mezzi. — Le ragioni storiche della discordia nei metodi. — Unitari e federalisti. — Monarchici e repubblicani. — e la sua opera di redenzione. — , i suoi ammiratori e i suoi detrattori. — Giudizi sull’uomo e sull’opera sua di rigenerazione. — Le correnti dell’opinione pubblica sul principiar del 1846. — . — Indole, carattere, sentimenti e opinioni del cardinale . — L’amnistia.
Allorchè lo spirito umano, sospinto dalla ingenita sua tendenza ad avanzare costantemente sulla via di ogni intellettuale, morale, civile e sociale progresso, compie una delle sue evoluzioni, avvien quasi sempre che, alla effettuazione di quella data evoluzione, alla conquista di quella data nuova istituzione, frappongano ostacoli formidabili i pregiudizi, le tradizioni, le superstizioni e gli interessi di tutti coloro ai quali importa la conservazione del vecchio ordine di idee e di fatti, onde, quasi sempre, quella evoluzione deve, per necessità della logica storica, mutarsi e si muta in una rivoluzione. Allora i principii le idee, pel cui trionfo si combatte, e le passioni e le ire che i sviluppano in quella lotta fra il vecchio e il nuovo si personificano in qualche uomo, o per vigoria di fibra, o per gagliardia li carattere, o per altezza d’ingegno, o per copia di eloquenza, per militari virtù, o per tutte queste qualità riunite insieme, ragguardevole ed eminente.
E poichè, nei tempi moderni, una nuova potenza si è sviluppata nella vita civile dei popoli, la pubblica opinione, e questa si è manifestata e si manifesta per organo del giornalismo, così spesso è avvenuto ed avviene che, in un grande rivolgimento politico o sociale, tendente a trasportare nel campo dei fatti e a introdurre nella legislazione le idee e i principii, già svoltisi nel campo speculativo e scientifico e nell’intimo delle coscienze, cosi è avvenuto ed avviene che gli sforzi, le commozioni, le peripezie della lotta, indispensabili a conseguire quel fine, si riconcentrino o si riepiloghino in un giornale, il quale diviene, per tal modo, il vessillifero di quella data evoluzione, reco delle passioni, dei sentimenti, delle collere che eccitano ed agitano gli spiriti contendenti, in quella battaglia dell’incivilimento.
A provare la verità del primo asserto, pur restringendomi nella storia degli ultimi cinque secoli - e senza parlare dei grandissimi come , , , , Gustavo Adolfo, , , , Federigo II, , , , , , , , , o degli uomini di genio quali , e - basterá ricordare nomi di uomini umili e modesti o di semplici e ingenue fanciulle, i quali si riconnettono e si confondono con qualche grande fatto, o con qualche sanguinoso e glorioso episodio di una grande evoluzione o rivoluzione storica, come, per esempio, , , , , , , , Dracke, , , Santerre, , , , .
E a dimostrare la verità del secondo asserto non farà d’uopo che rammentare cinque giornali: L’Ami du Peuple, Le Pére Duchesne, La Vieille Cordeliere e, posteriormente, Il Conciliatore di Milano e La Lanterne di Parigi.
Cosi, nella storia dei rivolgimenti italiani dal 1846 al 1870, la gloriosa epopea del nazionale risorgimento si personificò quasi nei nomi di , di , di , di , di e di , ed ebbe poi i suoi eroi mi- nori in , nei , in , in , in , in , in e in parecchi altri; e nella romana rivoluzione, nel 1848-49, un giornale politico di caricature, il , ebbe l’abilità e la fortuna di riepilogare nelle sue pagine e nei suoi 234 numeri i desiderii generosi, i nobili ardimenti, le colpe involontarie, i gravi errori, le giovanili inconsideratezze di quell’epoca tempestosa e di quella convulsionaria, febbrile, eppure efficace, eppure gloriosa rivoluzione, la quale ebbe la più nobile sua intellettuale manifestazione in , l’affermazione più alta del suo eroismo in , la sua più popolare e romana personificazione nella maschia e generosa figura di .
Ed è appunto perchè, fra Ciceruacchio e il Don Pirlone, si raccoglie e si, esplica, a giudizio mio, la parte importantissima che l’elemento propriamente romano sostenne nella rivoluzione ammirevole, per la quale il popolo italiano affermò in Roma, nel 1849, in mezzo alle più dure prove di abnegazione e di coraggio, con solenne e virile fermezza, i tre grandi principii della indipendenza nazionale, della unità della patria e delle civili libertà, proclamando dal Campidoglio, per voto della legittima rappresentanza popolare, la fine del potere temporale dei papi, è appunto perciò che ho impreso a tratteggiare i fatti del triennio, che dal giugno ’46 va al giugno ’49 e che in Roma si svolsero, con l’intento prefissomi di esaminarli in relazione più specialmente all’azione del tribuno popolare, all’opera del diffuso e influentissimo giornale umoristico.
Quali fossero le condizioni politiche e sociali dello Stato romano, dopo la restaurazione del Governo pontificio nel 1815, ormai tutti sanno.
L’edificio medioevale e feudale, scrollato in Europa, e specialmente in Italia, dal torrente impetuoso e fecondatore della rivoluzione francese e dall’impero napoleonico, fu, logicamente, per quanto era possibile, instaurato dalla violenta reazione della Santa Alleanza, dopo un quarto di secolo di asprissima e sanguinosissima lotta, trionfante, alla fine, della rivoluzione. I vincitori di pensarono, e, naturalmente, nelle condizioni delle loro coscienze e nel giudizio loro dovevano pensare, che i popoli, vissuti per quasi venticinque anni, sotto la fascinatrice influenza delle idee nuove e in mezzo ai benefizi di ogni civile e razionale progresso, dovessero di nuovo adagiarsi tranquillamente sotto il dominio di vecchie e dispotiche legislazioni, di odiosi privilegi, di burbanzose intolleranze, d’insopportabili censure, esumate dal trattato di Vienna del 1815.
Quanto più violenta era stata l’azione della rivoluzione contro i secolari abusi e le antichissime nequizie, e altrettanto violenta doveva essere, necessariamente, o fu l’azione della vittoriosa reazione la quale si avvolgeva nel fastoso, ma ormai logoro e sdruscito paludamento della legittimità: i vincitori di non potevano comprendere la legge storica, inesorabile, superiore a qualsiasi forza umana, che sospinge l’umanità sulla via del progresso intellettuale, morale e civile e che debbe addurla e l’adduce al massimo grado di perfezionamento, onde essa è suscettibile. Il diritto divino e il diritto storico, rappresentati a Vienna dagl’imperatori di Russia e d’Austria e dal re di Prussia, sopraffatti per mezzo secolo dal diritto popolare o moderno, si tennero da tanto di poter arrestare quella corrente di idee che noi chiamiamo civiltà e che essi dovevano logicamente considerare e chiamare demoniaco pervertimento.
E, se tutti i Governi d’Italia, posti sotto la tutela dell’impero austriaco, iniziarono e svolsero tale politica di reazione, più rigidamente di tutti a tale politica si attenne - non ostante le buone intenzioni, le illuminate cure e gli energici tentativi del sapiente e avveduto cardinale - il governo pontificio, per l’indole e per le tradizioni sue chiesastiche, dogmatiche e settarie, intollerante di ogni benchè più mite e innocua libertà ed uguaglianza, tenero di ogni maniera di privilegi e ostile a qualsiasi più razionale e proficua innovazione.
Conseguenza della tirannide nuovamente inaugurata fu, per ciò che riguarda l’Italia, la compressione violenta delle due rivoluzioni napolitana e piemontese del 1820 e del 1821, rivoluzioni di carattere carbonaro e militare; e poscia la continua compressione dei potenti desiderii che agitavano il petto della parte più eletta degl’Italiani, amore d’indipendenza dallo straniero, brama di riforme liberali, anelito a ricomporre le sparse membra della patria ad unità nazionale, federale od unitaria che ne dovesse e ne potesse essere la forma.
Quindi, dopo la morte del mite , il pontificato ferocemente reazionario di , il quale «tolse agli Ebrei ogni diritto di proprietà, obbligandoli a vendere in tempo determinato quello che possedevano; richiamò in vigore a carico dei medesimi molte insolenti discipline ed incivili usanze del medio evo, li fece rinchiudere nel ghetti con muraglie e con portoni, e li diede in balìa del Sant’Uffizio;… disciolse il magistrato che sovrintendeva alla vaccinazione e ne cassò i regolamenti; diede facoltà illimitate di istituire maggioraschi e fidecommissi;… ridusse i municipii in soggezione del Governo……» mirando a restaurare completamente l’ordinamento chierico-feudale del medio evo.
Conseguenza legittima della violentissima reazione onde furono improntati tutti gli atti del pontificato di , che ebbe degno suo proconsole in Romagna il feroce , fu l’esasperazione degli animi anche dei più miti fra i sudditi pontificî, onde i rancori e gli odii accumulati durante i cinque anni, quattro mesi e sedici giorni che egli regnò, prepararono quella rivoluzione, che non ebbe agio di svolgersi nei venti mesi del pontificato del pio, lacrimoso e inetto suo successore immediato , ma che irruppe sotto , allorchè, nelle giornate di luglio, l’insurrezione parigina, atterrata la dinastia legittima dei Borboni in Francia, le aveva sostituito la monarchia costituzionale degli Orleans.
Dopo un conclave durato cinquanta giorni, il cardinale , dell’ordine dei Camaldolesi, fu eletto pontefice della chiesa di Roma con 32 voti su 45 votanti il 2 febbraio 1831. Egli ascendeva sulla cattedra di Pietro, mentre ancora trepidavano gli animi degli eminentissimi, raccolti in conclave, per la congiura liberale romana scoperta il 10 dicembre, mentre ancora durava nelle orecchie di lui e dei cardinali che lo avevano eletto l’eco della bomba sparata a piazza del Quirinale, ove era riunito il collegio cardinalizio, la notte del 16 gennaio 1831, e mentre gravi e funeste giungevano in Roma le prime novelle della rivoluzione avvenuta in Romagna il 4 febbraio e, in breve, propagatasi nelle Marche e nell’Umbria.
La storia di quei rivolgimenti è nota: i cittadini componenti il Governo provvisorio della provincia bolognese proclamarono l’8 febbraio, cessato di diritto e di fatto il potere temporale dei papi, decreto che fu solennemente confermato dall’Assemblea dei rappresentanti delle provincie insorte il 25 febbraio; avvegnachè quegli uomini onesti, e forse un po’ troppo ingenui, avessero fede profonda nelle pompose promesse, con arroganza fatte dal nuovo Governo francese, con codardia non mantenute, intorno al rispetto delle nazionalità e al principio di non intervento.
Frattanto il 12 febbraio un tentativo d’insurrezione, tosto soffocato, avveniva in Roma; e, mentre il muoveva, con una colonna di circa 4000 insorgenti, sul finire dei febbraio, contro la capitale e, con lentezza di marcie e con insignificanti fazioni contro le truppe rimaste devote al Governo papale, perdeva un tempo prezioso e assaliva malamente Rieti l’8 marzo e ne era malamente ributtato, il , con il suo piccolo esercito, costretto a sgomberare Bologna, assalita dagli Austriaci, si avviava insieme col Governo provvisorio verso Ancona; e, presso Rimini, tentava con i suoi 5000 uomini, la maggior parte inesperti volontari, opporre resistenza ai 15,000 nemici guidati dal generale Geppert, onde il 25 marzo si combattè e, per due ore, gl’Italiani, per la prima volta, dopo le guerre napoleoniche, tennero testa, in campo aperto, con qualche coraggio, a un ordinato esercito straniero.
La rivoluzione era vinta, e il 26 marzo i componenti il Governo provvisorio degl’insorti firmavano in Ancona una convenzione col , che era rimasto loro prigioniero, intanto che il ministro francese protestava il 27 marzo contro l’intervenzione austriaca.
Il , segretario di Stato di , con editto del 2 aprile, annunciava ai popoli un’èra novella, e prometteva le invocate riforme, mentre si istituivano Commissioni speciali civili e militari per giudicare sommariamente i compromessi nella rivoluzione; e intanto che il Pontefice, con suo editto del 5 aprile, rifiutava di osservare la capitolazione, stipulata dal suo Legato a latere cardinale Benvenuti col Governo provvisorio degli insorti in Ancona.
Il 30 aprile un nuovo editto del cardinale Bernetti accordava una simulata amnistia ai ribelli, cedendo allo pressioni dei rappresentanti di Francia, Inghilterra, Austria, Prussia e Russia, i quali, il 10 maggio successivo, per ordine dei loro governi, presentavano a quello pontificio il famoso memorandum con cui consigliavano, per la quiete dello Stato, le riforme giudiziarie, economiche ed amministrative, che erano reclamate dai sudditi pontificî, dalle imperiose necessità della progredita civiltà europea consigliate ed imposte.
Con sottili accorgimenti, con lungo promettere e con attendere corto, il governo di Gregorio XVI eludeva le premure dei rappresentanti delle cinque potenze, e i continui reclami e le suppliche insistenti delle popolazioni, onde, poichè l’esercito austriaco ebbe sgombrato il 18 maggio la città di Ancona, e il 15 luglio tutta la Romagna, le popolazioni delle Legazioni nuovamente insorgevano, e, dopo tentativi di accomodamento andati a vuoto, le truppe pontificie, guidate dal colonnello Barbieri, forti di 4500 uomini e di 8 cannoni, invadevano le Romagne; e, dopo disfatti gl’insorti presso Cesena, in questa città ed a Forlì commettevano stragi efferate e scellerate rapine.
Da allora nuova intervenzione austriaca nelle Romagne e intervenzione francese in Ancona. Dal governo del passò a quello del barnabita : dalla padella sulla brage; dall’arruolamento dei reggimenti svizzeri e dalla istituzione dell’esecrabile ed esecrato corpo dei Centurioni, sanfedisti reclutati fra la più
rozza, ignorante e feroce plebaglia, alle nuove congiure, ai nuovi giudizi sommari di Commissioni speciali, alle nuove condanne, ai moti del 1843, 1844 e 1845. Il crescente disordine nel caos dell’amministrazione; le finanze sperperate; il pubblico erario, fra l’aumentare delle imposte più odiose, sempre esausto; le prigioni rigurgitanti di liberali; le vie dell’esilio piene dei lamenti e delle maledizioni di migliaia di profughi; la giustizia nome vano e ad essa sostituito il più sfacciato favoritismo, il più laido mercimonio, sotto l’impero di regolamenti e di costituzioni feudali e medioevali, contraddicentisi ed opposte fra di loro; l’istruzione popolare in balia dei gesuiti e de’ loro proseliti; proibita la stampa e la diffusione di libri e di giornali: combattuta la illuminazione a gas, le strade ferrate, gli asili infantili, le applicazioni di qualsiasi scoperta, o trovato della scienza … ecco quali furono le condizioni dello Stato romano durante il pontificato di Gregorio XVI. Questa pittura sembrerà tetra, le sue tinte appariranno troppo fosche e, forse, qualcuno sospetterà che qui l’esagerazione partigiana dello scrittore abbia caricato soverchiamente i colori … Perchè così non paia mi servirò delle parole o di uomini devoti al papato, o di uomini cosi imparziali da non poter essere sospettati di passione.
«Il consigliere De Brosses, il quale non voleva male al papa, scrisse nel 1770: il Governo papale, sebbene sia in fatto il peggiore di Europa, è però il più dolce,
«Il conte De Tournon, uomo dabbene, abile economista, conservatore di tutti i poteri esistenti e giudice favorevolmente provenuto per i papi, diceva, nel 1832: Dalla concentrazione di poteri di pontefice, di vescovo, di sovrano nasce, naturalmente, la più assoluta autorità sulle cose temporali; ma l’esercizio di questa autorità temperata dagli usi e dalle forme di governo, lo è davvantaggio dalle virtù dei pontefici i quali da moltissimi anni sonosi assisi sul seggio di san Pietro: di guisa che il più assoluto governo si esercita con la maggior dolcezza. Il Papa è sovrano elettivo, i suoi Stati sono patrimonio della cattolicità, avvegnachè siano il pegno dell’indipendenza del capo dei fedeli, ed il Papa regnante e supremo amministratore e curatore di questo dominio.
«Ultimamente il signor De Rayneval, l’ultimo dei meno felici apologisti del Papato, faceva, nel 1856, questa dichiarazione: Testé le antiche tradizioni della Corte di Roma erano fedelmente conservate. Ogni modificazione agli usi stabiliti, ogni immegliamento, anche materiale, era riguardalo di mal occhio e pareva pieno di perigli. Gli affari erano esclusivamente riservati ai prelati. Gl’impieghi superiori erano di diritto interdetti ai laici. In pratica i differenti poteri venivano sovente confusi. Il principio dell’infallibilità pontificia applicatasi alle quistioni amministrative. Erasi vestuta la decisione personale del sovrano riformare le sentenze dei Tribunali, anche in materie civili. Il cardinale segretario di Stato, vero primo ministro in tutta la estensione del termine, concentrava nelle sue mani tutti i poteri. Sotto la suprema sua direzione gli svariati rami di amministrazione erano affidati a commessi, anziché a ministri. Costoro non formavano un Consiglio, nè deliberavano in comune intorno alle bisogne dello Stato. Il maneggio della puhblica finanza si faceva in segreto profondo. Niuna notizia davasi alln Nazione dell’impiego dei suoi danari. Non solo il bilancio rimaneva avvolto nel mistero, ma spesso avvedevansi di non averne compilato veruno, nè assestati i conti. Finalmente le libertà municipali, le quali, più d’ogni altra, sono tenute in pregio dalle popolazioni italiane e soddisfano alle veraci loro aspirazioni, erano state sottomsse a restrizioni assai severe. A far tempo dal giorno in cui Pio IX è salito al trono, ecc. ecc.
«In tal modo il testè (naguère) del signor De Rayneval è data esatta: e significa, in moneta spicciola, innanzi all’elezione di Pio IX, od anche fino al 16 giugno 1846.
«In tal modo se il signor De Brosses fosse tornato a Roma nel 1846, vi avrebbe ritrovato, finanche per confessione del signor De Rayneval, il peggiore dei Governi d’Europa».
Il conte , inviato straordinario e ministro plenipotenziario del Re dei Francesi presso il pontefice , cosi scriveva, confidenzialmente, al signor , presidente del Consiglio, il 27 aprile 1845:
«Le cose sono sempre in uno stato deplorabile, e non v’è punto a sperar miglioramento in questo momento. Ben lungi dal pensare a secolarizzare l’amministrazione civile, il Papa non vuole impiegare, anche fra i prelati, che quelli che si son fatti preti. A ciò si aggiunga la 7nancanza di qualsiasi scuola e di qualsiasi carriera regolare. Un prelato è abile a tutto… Quanto alle finanze, questa è una piaga di cui nessuno si dissimula la gravità … Questa situazione si complica pei gesuiti. Essi sono qui mischiati in tutto: essi esercitano influenza in ogni campo e sono, dovunque, oggetto di timori o di speranze… Per regolarsi non bisogna obliare che qui nulla di importante si fa o si ottiene che per influenze diverse e indirette. Qui opinioni, convinzioni, determinazioni non scendono dall’alto al basso, ma risalgono dal basso all’alto. Colui che, per una ragione o per un’altra, piace ai subalterni non tarda molto a piacere ai padroni. Colui che non si rivolge che ai superiori si trova ben presto isolato e impotente.
«Le influenze subalterne e potentissime sono di tre specie: il chiericato, il foro e gli uomini d’affari, in cui son compresi gli uomini di finanza e certi contabili, razza particolare a Roma e che esercita tanta più influenza in quanto essa sola conosce e fa gli affari di tutti. Se una verità giunge a penetrare nelle sacristie, negli studi e nelle computisterie nulla le resisterà, e viceversa».
E, a proposito del moto di Rimini del 1815, il 28 settembre, cosi il Rossi, dopo aver reso conto dei torbidi romagnoli, scriveva al : «C’è un rimedio? Sì, e facilissimo, con un po’ d’intelligenza e di coraggio. Senza dir nulla ad alcuno io ho fatto i miei studi e le mie osservazioni. Se voi sapeste come sarebbe agevole dare soddisfazione a queste provincie senza nulla capovolgere, senza snaturar nulla, senza nulla introdurre qui d’incompatibile con ciò che è essenziale di mantenere! Tutta la parte sana e rispettabile di queste popolazioni non domanda che un po’ d’ordine e di buon senso nell’amministrazione. Si governi ragionevolmente e nel momnento stesso i demagoghi saranno qui, come lo sono altrove, isolati e impotenti».
Il conte Rossi vedeva troppo rosee le nubi dello Stato romano e, fino da allora, si avvolgeva in grandissime illusioni, nelle quali continuò a cullarsi anche in seguito e di cui ebbe amaro e fatale per lui il disinganno, ma nondimeno dimostrava quanto disordinato, insensatoed irragionevole egli stimasse il Governo pontificio nel 1845.
Dopo aver descritte le brutture del Governo teocratico, il pessimo di tutti i governi, il conte così continua; «Ma a far capo dall’ultimo scorcio del secolo decimottavo in fino al presente anno 1859, le faccende di quello Stato mutarono sostanzialmente e senza rimedio,. L’animo dei popoli s’è oggi talmente alienato dal governo ecclesiastico che, parlandosi dei paesi retti da gente nostrale e non forestiera, siamo costretti ad affermare nessun reggimento politico essere più detestato o spregiato in Europa. Dalla ristaurazione in poi, cioè dal 1814, quattro volte quelle Provincie sono insorte… Di esse quattro sollevazioni tre furono soffocate da un poderoso intervenimento di truppe straniere, le quali - notò già alcuno - non hanno nelle provincie romane stanziato meno di ventunanno, tuttochè interrottamente».
Il 1º giugno 1846 il pontefice Gregorio XVI, abbandonato da tutti i familiari, anche dal suo diletto aiutante di camera e favorito , privo di bevande e di nutrimento, a un’ora pomeridiana, cessava di vivere per sfinimento senile, accresciuto dall’inedia, dopo un regno di quindici anni, tre mesi e ventinove giorni, fra i motteggi di , le maledizioni dei liberali e la indifferenza apatica e quasi ostile della plebe di Roma.
D’ingegno pronto, dotto in dogmatica e in teologia, entrato giovanetto nell’ordine dei Camaldolesi, dopo aver disfogata la vigoria polemica del suo intelletto nel libro intitolato: Il trionfo della Santa Sede, dettato e pubblicato nel 1799 in mezzo al turbine rivoluzionario, in difesa della Chiesa contro le usurpazioni napoleoniche, il P. , nel silenzio e nella solitudine della vita claustrale, la naturale indolenza e timidità dell’animo suo, aveva man mano, inconsapevolmente, sviluppate, onde era cresciuto in quel pauroso egoismo che gli fu, poi, di guida nel pontificato. Il sentimento religioso, cosi profondo in lui, gli diede, allorché fu eletto papa, la piena consapevolezza dei suoi doveri di capo della Chiesa cattolica, anzi egli fini per esagerarsela, ed è da ascriversi, probabilmente, almeno in parte, alla preoccupazione di poter ledere in qualche guisa i diritti della Chiesa e la intangibilità dei dogmi, la sua ostinata reluttauza a qualsiasi concessione di innovazione politica ai suoi sudditi. Il pontefice sopraffaceva in lui il principe. Forse egli aveva più di una volta affrontato, in mente sua, o nei segreti colloqui col , o col , il problema delle riforme; forse aveva intraveduto la necessità di risolverlo, ma un po’ per iscrupolo fratesco di offendere gl’interessi della Chiesa, un po’ per l’indole sua neghittosa, egli preferì dondolarsi, immobile ed inerte, fra le figaresche blandizie del suo favorito cameriere e la barnabitica inesorabilità del suo segretario di Stato, brancolando nello statu quo, fermo a seguire la politica del carpe diem, risoluto ad allontanare da sè ogni grossa cura, ogni grave responsabilità, deciso a voler chiudere gli occhi tanto sui disordini amministrativi e sulle finanziarie dilapidazioni, quanto sul periglioso ondulamento del suo principato politico, corroso e minato nelle fondamenta, irremovibile nel turarsi le orecchie por non udire nè i reclami dei sudditi, nè gli alti lamenti dei prigionieri e degli esuli, saldo nel proposito di lasciare la soluzione dell’arduo problema alle cure del suo successore, beandosi nell’egoistico compiacimento di mormorare, fra un calice di Orvieto e un bicchiere di Bordeaux, l’antifona per lui, non meno che per , tanto comoda: après mai le déluge.
E cosi lasciava in eredità, a colui che verrebbe eletto a succedergli, rancori accumulati, odi moltiplicati. Stato più assai di prima disordinato e più che mai bisognoso di complete e radicali riforme, non reclamate soltanto dalla grande maggioranza de’ sudditi, ma dalla grande maggioranza altresì degl’Italiani e delle genti civili di Europa.
Se però tali erano le condizioni delle cose e degli animi nello Stato romano, non migliori o di poco differenti erano quelle di quasi tutti gli altri Stati d’Italia, sui quali la reazionaria onnipotenza austriaca, per mezzo della tenebrosa politica del principe , allungava, un po’ con le lusinghe un po’ col timore, un po’ più, un po’ meno, gli artigli dell’aquila bicipite.
Peggiore, per molti riguardi, del pontificio e per la crassa e medioevale ignoranza in cui erano da esso tenute le popolazioni rurali e le plebi cittadine fanatiche, neghittose, abbrutite, e per la più frequente e più sanguinaria atrocità delle repressioni e per la immobilità degli ordinamenti, era il Governo napoletano, largo, a suo modo, di benefizi verso la capitale, non curante delle Provincie; ringhioso e mordente ai Calabresi; ipocritamente detestatore dei Siciliani.
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The end
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