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Prefazione
ct Traducendo per la Casa Editrice Sociale il volume , ci siamo accorti ch’esso non è più attuale. Tutta l’opera è poggiata su dati statistici e constatazioni aritmetiche che la guerra mondiale ha sconvolto. Resta intatta e inconfutabile l’idea centrale della integrazione del lavoro, difesa dal Kropelikin: ma dopo le distruzioni della guerra e la accentuata interdipendenza delle nazioni, codesta idea deve sottostare a tutto un nuovo processo evolutivo, economico e politico, la cui durata nel tempo è imprevedibile. La stessa idealità rivoluzionaria dell’autore, del resto, ci sembra in contrasto con lo spirito costruttivo di quest’opera, se desso oggi dovesse trionfare di contro al profondo rinascimento internazionalista fecondato dalla prora della guerra. La rivoluzione non può essere un problema nazionale, se deve avere un carattere sociale. Perchè ogni popolo potesse senza gravi preoccupazioni esteriori tentare al meno la soluzione particolaristica del problema sociale, dovrebbe essere arrivato a produrre tutte le cose di cui ha bisogno. «Ogni nazione, dice Kropotkin, dovrà contare su sè stessa per nutrirsi, per produrre la maggior parte delle sue materie prime, per combinare l’agricoltura con la manifattura, il lavoro dei campi con l’industria decentralizzata, per dare ai suoi figli una educazione integrale, insegnando loro, fin dalla prima età, la scienza ed un mestiere manuale... Ogni nazione deve fare la sua agricoltura e la sua manifattura, ogni individuo deve lavorare nei campi e nelle arti industriali, e deve possedere le conoscenze scientifiche insieme al mestiere. Noi affermiamo che tale è la nuova orientazione delle nazioni incivilite». E afferma ancora: «È necessario che ogni popolo produca le cose di cui ha bisogno».
Ad un tale resultato si arriverà un giorno; la umanità dovrà arrivarvi. Intanto sarebbe vano negare che tutti gli agglomerati umani difettano del necessario. In una lettera del marzo 1907 il Kropotkin spiegava così l’idea che gli aveva fatto scrivere questo suo libro: «Noi non produ- ciamo abbastanza. Non vi sono che due prodotti che si ottengono in proporzioni più grandi di quelle del consumo di alcune nazioni: il frumento in America e forse i tessuti di cotone in Inghilterra. Del resto dovunque si produce di tutto in proporzioni minori del bisogno. La Russia esporta il grano levato di bocca ai contadini; da tutto il raccolto, anche se non fosse asportato neppure uno staio, si avrebbe appena il pane necessario. Tutto il carbone estratto in Inghilterra non basterebbe per i bisogni della popolazione. E dovunque si verifica lo stesso fenomeno». Gli innumerevoli progressi della chimica e tutte le geniali applicazioni industriali, intensificheranno certo la produzione fino ad alleviare molte deficienze, ma non potranno interamente e dovunque risolvere il problema della scarsa produzione. Questo problema diventa ancor più complesso seguendo lo stesso Kropotkin nella sua logica argomentazione contro la specializzazione» o divisione del lavoro.
Se questo metodo ha arricchito molti industriali, ciò è avvenuto a detrimento della massa, degradandola e debilitandola. Dell’elemento uomo ci se ne è serviti noncurantemente, sfruttando al massimo grado la sua capacità produttiva. «Ma il sistema industriale attuale, che riposa sulla specializzazione permanente delle funzioni, porta con sè il germe della sua rovina. Le crisi industriali sempre più frequenti e prolungate, e di cui l'armamento generale e le guerre aumentano ancora l'acutezza, ne rendono la durata molto precaria. Tanto più che i lavoratori annunziano altamente che non sopporteranno più con la stessa pazienza la miseria causata da tali crisi che affrettano così il giorno in cui la proprietà privata e la produzione capitalista verranno scosse dalle fondamenta da una serie di lotte intestine la cui durata dipenderà dal più o meno buon senso delle classi privilegiate». Sullo sviluppo delle piccole industrie, specialmente in Russia, il Kroptkin alimentò molto il suo ottimismo fino a scrivere che, immaginando per un istante che l'assolutismo venga abolito e che la Russia acquisti una certa libertà politica, «il movimento industriale prenderebbe tosto un nuovo slancio. Questo cambiamento può compiersi più o meno pacificamente; ma per quanto differente possa esserne il risultato definitivo, restando produzione nelle mani dei capitalisti da un lato e l'industria divenendo libera dall'altro, un rapido sviluppo ascendente si produrrebbe in ogni caso. L’educazione tecnica che è stata sempre e sistematicamente scartata dal governo, si propagherebbe subito e, grazie alle sue risorse naturali ed alla sua gioventù laboriosa che ora già cerca di combinare la scienza con la conoscenza del mestiere, la Russia vedrebbe decuplicare le sue potenze industriali. Essa farà da sé in questo campo del lavoro, fabbricherà tutto ciò di cui avrà bisogno e resterà tuttavia una nazione agricola.»
Si può dire che tutte le induzioni del Kropotkin erano state più o meno confermate dai fatti nel periodo ante-bellico, benché il crescendo di attività industriale, e specialmente quello delle piccole industrie, fosse causato dallo sviluppo capitalistico delle nazioni, dalla crescente necessità del danaro e dall’adattamento quasi pacifico delle popolazioni alla schiavitù del lavoro. Tutto ciò veniva periodicamente scontato con le crisi di disoccupazione e i rincari, fenomeni bene e profondamente analizzati dal Kropotkin in altre opere. Ora ci sembra che fra qualche lustro soltanto, dopo un’intensa opera di ricostruzione, si potrà riprendere con profitto e seguitare questa opera così nutrita e sincera. La parte che diamo qui, e che tratta della evoluzione del lavoro rando alla proficua associazione delle sue parti, unificandolo a profitto della scienza e dell’umanità, si può affermare che racchiude la conclusione geniale di tutta l’opera. Questa idea era particolarinente cara al Kropotkin, il quale anche in riporta il giudizio di un biologo belga sull’idea dell’integrazione del lavoro e della divisione del lavoro nel tempo, «».
Non si diminuisce il merito del Kropotkin; anzi si aggiunge valore alle sue argomentazioni, constatando come anche in si trova una vibrante difesa del lavoro, sì da porlo fra i primissimi e più grandi rivelatori del lavoro. Egli pose allo stesso livello la fatica e il frutto dell’intelligenza, la fatica e il frutto del lavoro manuale, proclamando che il lavoro non è macchiato di indegnità nè colpito di maledizione di fronte al pensiero e all’idea; anzi disse che «ogni idea nasce dall’azione e deve ritornare all’azione, L’idea astratta è uscita dalla analisi forzata del lavoro; con essa il segno, la metafisica, la poesia e finalmente la scienza, che non è che il ritorno dello spirito alla meccanica industriale». Per ogni conoscenza a priori, anche la metafisica è sorta dal lavoro e bisogna annullare la sentenza dello spiritualismo cristiano che nel lavoro vede un abbassamento, una degradazione, Non ci sono compiti superiori e compiti inferiori. Non vi è un lavoro intellettuale e nobile, meritorio e benedetto, e un lavoro manuale, basso, vergognoso e maledetto. «Ci vuol cento volte più intelligenza per costruire una macchina a vapore che per serivere cento capitoli di Balsamo...» Egli odia i letterati, i drammaturghi, i poeti, i romanzieri, ai quali imputa di aver propagata la rilassatezza dei costumi, il disprezzo del lavoro, l’oltraggio alla famiglia. «Chi lavora con le sue mani, parla e scrive tutt’insieme.»
Naturalmente non bisogna prendere Proudhon alla lettera. Egli vuol dire semplicemente che tutte le funzioni si equivalgono, che non vi sono differenze essenziali tra i diversi spiriti, che tra la attività intellettuale e quella pratica non vi è divario di natura e necessaria separazione, e che l’intelligenza si manifesta anche nel più infimo atto lavorativo. Ed è proprio questo che egli vuol dire che è essenziale e redentore. vede l'arte anche nel mestiere, esalta la bellezza del lavoro, benedice l'opera delle mani dell'uomo, vuol rivelare e rendere all'operaio il senso estetico ed intellettuale del suo gesto quotidiano e ispirargli la gioia e l'orgoglio del sudore della sua fronte. L'umanità per lui non deve più essere divisa in due classi, «l'una superiore che pensa, gode, e comanda, l'altra inferiore che serve e si astiene.» La due classi devono formare una sola famiglia. La rivoluzione, secondo Proudhon, non può essere feconda se non coronata dall'istruzione. L'Università sarà veramente «popolare» o non sarà.
Proudhon chiama gli operai all'emancipazione per mezzo dell'istruzione. Egli pel primo vuole l'officina-scuola e addita nell'officina moderna la rappresentazione pratica dell'antico dissidio tra opera e idea, tra intelligenza e lavoro. L'eccessiva specializzazione e divisione del lavoro costringe i lavoratori a non intender nulla dell'opera delle loro mani, ad atrofizzare le loro facoltà, limitandole ad un esercizio ristretto e specialissimo, oltre il quale non vi è uno spiraglio d'intelligenza e comprensione dell'unità dei campi del lavoro. Così la gioia del lavoro è perduta. Il lavoro resta prigione e schiavitù. Bisogna organizzare l'officina in un altro modo; giungere ad un'altro sistema d'insegnamento professionale. Il lavoratore deve possedere una conoscenza ragionata ed enciclopedica dell'industria e l'istruzione operaia, per quel che riguarda il lavoro manuale, deve permettere, anzi far obbligo, all'alunno e «di percorrere la serie completa degli esercizi industriali, dai più semplici ai più complessi, senza distinzione di specialità, e trarre da questi esercizi l'idea che vi è contenuta».
L'operaio cesserà allora di essere l'ordigno cieco e maccanico d'una macchina. L'officina sarà insieme una officina di lavoro ed una scuola di teoria e di applicazione. Ogni cittadino applicatosi all'industria avrà l'obbligo di saper eseguire tutte le operazioni che compongono la specialità dello stabilimento e il giovane lavoratore si sentirà indotto e avrà interesse a sviluppare il suo talento, a passare dal suo ramo ad un altro ramo d'industria, a considerare panoramicamente tutta la vita industriale. «L'apprentissaggio politecnico e l'ascensione a tutti i gradi, ecco — esclama — in che consiste l'emancipazione dei lavoratori!»
Il lavoro libero vorrà dire l'uomo padrone di sè, della sua esistenza. A questa liberazione concorrerà principalmente la scienza, il sapere. Ma la storia ci ammaestra che chi prepara le epoche feconde di scoperte e di invenzioni sono i periodi di libertà politica. Fu nelle «città libere, scrive Kropotkin, fra il romore delle armi e fra le lotte ad oltranza che i borghesi sostenevano contro i vescovi, i signori, i principi ed i re, che si sviluppò tutta la tecnica delle arti che creò una nuova Europa industriale; progressi che il diciassettesimo e diciottesimo secolo, sotto i re onnipotenti, non fecero che deteriorare o distruggere. Quivi sorsero le università libere, non queste macchine per fabbricare funzionari ed ignoranti patentati dello Stato che abbiamo oggi; ma senole libere, in cui i giovani si raggruppavano intorno ad un maestro per strappare alla natura i suoi segreti». Quando la reazione vince, il progresso stagna. «Tutti gli elementi della macchina a vapore: la forza del vapore, la pressione atmosferica, tutto era già sufficientemente conosciuto due secoli prima di . Se la macchina a vapore non è stata costruita nel diciottesimo secolo, la colpa fu non della scienza ma della mancanza di calma pacifica. Ciò fu perehé i Comuni s'eran lasciati sgozzare e le «guilde» si son lasciate derubare di tutto il loro avere dai re di Francia, d'Inghilterra, di Germania e dai duchi italiani. Se due secoli interi dovettero passare tra le scoperte del diciassettesimo secolo e la macchina di Watt, ciò fu perché tutta l'industria, tutte le arti, furono uccise con lo schiacciamento dei Comuni da parte dei regnanti. Tantoché Watt ci mise trent’anni a cercare un operaio capace di fargli un cilindro all'incirca cilindrico, cosa che savebbe stata fatta a meraviglia nella città medioevale di Norimberga, due secoli prima. Per persuadersene basta vedere soltanto nei musei gli strumenti matematici che si facevano allora in quella città. E se la macchina a vapore a condensazione fu inventata in Inghilterra, è ancora perché l'Inghilterra fu la prima a fare, nel 1648, la sua rivoluzione: la prima della serie delle rivoluzioni moderne contro i signori ed i re congiurati, perché una vita nuova, intelettuale ed industriale, fu infusa nella nazione con la rivoluzione del 1648. Leggete la vita di e poi dite se le relazioni che egli ebbe con i professori di Glasgow sarebbero state possibili prima della rivoluzione di Cromwell! Se ci si desse la pena di studiare un pochino la storia delle scienze, si vedrebbe che tutti i grandi progressi di queste, sia alla fine del diciassettesimo secolo in Inghilterra, sia in Francia alla fine del diciottesimo, furono compiuti alla vigilia, durante e immediatamente dopo le rivoluzioni. Epoca rivoluzionaria e risveglio scientifico hanno sempre camminato dandosi la mano. Anche il grande risveglio delle scienze dal 1858 al 1862 — quando tutte le grandi scoperte del nostro secolo (teoria meccanica del calore, origine delle specie, la legge periodica degli elementi, la psicologia materialista, ecc.) si manifestarono — anche questo risveglio fu intimamente legato col movimento degli spiriti che precede il 1848. Esso è nato nello stesso ordine d'idde, spesso cogli stessi uomini, del movimento rivoluzionario che scosse l'Europa nel 1848. La vera storia delle scienze, delle società, delle invenzioni consiste in questo: che ogni progresso sociale, economico e scientifico è intimamente legato proprio ai periodi rivoluzionari. L'audacia della scoperta e dell'invenzione non viene agli scienziati che all'avvicinarsi o rante la rivoluzione. Se l'umanità ha progredito da mille anni a questa parte, lo ha sempre fatto per la via rivoluzionaria, e solamente per la via delle rivoluzioni».
Queste citazioni valgano ad esemplificare il metodo di interpretazione dei fatti storici particolare al Kropotkin e ci dispensino da una sia pur sintetica esposizione delle sue dottrine. Le quali dottrine, con la versione italaian del Mutuo appoggio e la compilazione della Filosofia dell'Anarchia, saranno esaurientemente spiegate nel loro contenuto scientifico e morale, politico e storico.
Testo
Divorzio fra la scienza e il lavoro manuale. — L'educazione professionale. — L'educazione integrale. — Il sistema di Mosca; la sua applicazione a Chicago, Boston, Aberdern. — L'insegnamento concreto. — Lo sciupio di tempo nelle scuole. — La scienza e la tecnica. — Vantaggi che la scienza può trarre da una associazione del lavoro intellettuale col lavoro manuale.
Una volta, gli uomini di scienza, e particolarmente quelli che maggiormente contribuirono ai progressi della fisica, non disprezzavano il lavoro manuale.
fabbricava colle sue mani i suoi telescopi. , nella sua infanzia imparò a maneggiare gli arnesi da operaio. Egli esercitava il suo giovane spirito a immaginare macchine ingegnosissime, e quando iniziò le sue ricerche nel campo dell'ottica, seppe fare da sé le lenti dei suoi strumenti e costruire il celebre telescopio, che, nella sua epoca, fu una cosa ammirevole. si dilettava d'inventare macchine molini a vento e carrozze senza cavalli preoccupavano il suo spirito, non meno che le speculazioni matematiche e filosofiche. divenne botanico aiutando suo padre, che era giardiniere, nel lavoro quotidiano. Insomma per quei grandi genii, il lavoro manuale non era un ostacolo alle ricerche astratte, anzi le favoriva.
D’altra parte se gli operai dei tempi passati non avevano occasione di acquistare il sapere scientifico, molti di essi erano almeno stimolati nella loro intelligenza, dalla grande varietà dei lavori che si eseguivano nelle officine, le quali allora non erano specializzate. Alcuni di quegli artigiani godettero inoltre dei vantaggi del trovarsi in rapporti familiari con degli scienziati. Il professore Robinson annoverava l’inventore della macchina a vapore moderna, , e l’ingegnere Rennie, fra gli amici suoi. Brindley, il costruttore di strade, che non arrivava a guadagnare trenta soldi al giorno, frequentava uomini colti, e così potè sviluppare le sue notevoli attitudini per l’arte dell’ingegnere. Un figlio di famiglia, agiato, poteva, stando per svago nella fucina d’un carradore, prepararsi a diventare più tardi uno Smeaton o uno .
Ai giorni nostri, tutto ciò è mutato. Col pretesto di applicare il principio della divisione del lavoro, noi abbiamo scavato un fossato fra il lavoratore intellettuale e il lavoratore manuale. La massa degli operai non riceve ancora un’educazione più scientifica di quella che riceveva due o tre generazioni fa. Ma essa è stata privata dell’educazione che molti lavoratori acquistavano nelle piccole oflìcine; e i figli degli operai vengono mandati, fin dall’età di 13 o 14 anni, alla miniera o alla fabbrica, dove s’affrettano a dimenticare quel poco che impararono alla scuola elementare. Quanto agli studiosi, essi disprezzano il lavoro manuale. Forse nessuno fra loro sarebbe capace, oggi, di costruire un telescopio o anche soltanto uno strumento più semplice. I più non sono nemmeno in grado di disegnare un apparecchio scientifico, e quando hanno dato al fabbricante di strumenti una vaga idea di ciò che desiderano, gli lasciano la cura d’immaginare l’apparecchio in tutti i suoi particolari, Essi giunti perfino ad elevare il disprezzo del lavoro manuale all’altezza di una teoria.
«Lo scienziato, dicono, deve scoprire le leggi della natura. È compito dell’ingegnere il trovarne l’applicazione, compito dell’operaio l’eseguire in acciaio o in legno, in ferro o in pietra, i modelli immaginati dall’ingegnere. L’operaio deve lavorare con macchine inventate per lui, non da lui. Poco importa se non le comprende e se non può perfezionarle. Lo scienziato e l’ingegnere bastano a far progredire la scienza e l’industria.»
Si potrebbe obbiettare, tuttavia, che c’è una classe d’uomini i quali non appartengono alcuna delle tre divisioni citate più sopra.
Nella loro gioventù essi furono operai manuali, e alcuni sono ancora tali; ma, per certe circostanze fortunate, essi hanno potuto acquistare delle nozioni, ed è così che in essi la scienza s’unisce alla conoscenza di un’arte meccanica. Certamente, ne esistono, di questi uomini. Per fortuna, c’è un nucleo d’individui che sono sfuggiti alla tanto preconizzata specializzazione, e precisamente a quelli l’industria deve le sue principali invenzioni recenti. Ma, almeno nella nostra vecchia Europa, queste sono eccezioni; costoro sono degli irregolari, dei Cosacchi, che escono dalle file e abbattono le barriere crette con cura fra le classi. E sono sì poco numerosi, in relazione ai bisogni sempre crescenti dell’industria — e della scienza, come si vedrà fra poco, — che in tutto il mondo è deplorata la rarità di tali uomini.
Come spiegare, infatti, che in Inghilterra, in Germania, negli Stati Uniti e in Russia, anni sono, si sia reclamato contemporaneamente, con alte grida, un insegnamento professionale, se non ammettendo che questa sia stata la conseguenza di un malcontento generale, causato dalla divi sione esistente fra scienziati, ingegneri e operai?
Ascoltate coloro che conoscono l’industria, e vedrete che proprio questo è l’oggetto delle loro lagnanze: «L’operaio il cui compito è stato specializzato dalla divisione del lavoro, ha perduto, essi ci dicono, ogni curiosità di spirito pel suo lavoro, e ciò specialmente nella grande industria; ha perduto, inoltre, le sue facoltà inventive. In altri tempi, inventava molto.
«Furono operai manuali, non già scienziati o ingegneri, coloro che immaginarono o condussero alla perfezione i motori e tutte quelle macchine che rivoluzionarono l’industria nel corso degli ultimi cento anni. Ma da quando il regno della grande officina cominciò, l’operaio, depresso dalla monotonia del proprio lavoro, non inventa più. Che cosa potrebbe inventare un tessitore il quale altro non fa che sorvegliare quattro o dieci telai meccanici, senza saper nulla dei loro complicati movimenti, nè dei perfezionamenti successivi che fecero di quelle macchine ciò che esse sono attualmente? Che cosa potrebbe inventare un uomo condannato a perpetuità, in una fabbrica di pizzi, a legare le estremità di due fili, rapidissimamente, e capace soltanto di fare un nodo?
«All’inizio dell’industria moderna, tre generazioni di operai fecero delle invenzioni; oggi, essi cessano d’inventare. Quanto alle invenzioni degli ingegneri, specialmente istruiti per immaginare delle macchine, non sono affatto geniali, oppure non sono abbastanza pratiche. Mancano a tali invenzioni quei «nonnulla» di cui parlava un giorno Sir Frederick Bramwell a Bath; quei nonnulla che si possono imparare soltanto nel laboratorio e che permisero a un Murdoeb, e agli operai dell’officina di Sobo, di fare una macchina a vapore pratica mediante i disegni di Watt. Solo chi conosce la macchina (non soltanto secondo degli schizzi e dei modelli, ma per averla sentita respirare e gemere e per aver pensato ad essa inconsciamente nel sorvegliarla), solo chi conosce in tal modo la macchina può perfezionarla.
«Certo, Smeaton e Newcomen furono eccellenti ingegneri, ma nelle loro macchine un fanciullo doveva aprire il rubinetto del vapore ad ogni colpo di stantuffo, e fu appunto uno di questi fanciulli che immaginò un giorno di porre in comunicazione quel rubinetto col resto della macchina, in modo che s’aprisse e si chiudesse automaticamente — la qual cosa gli permise di al- lontanarsi per andare a giocare coi compagni. — Ma nella macchina moderna, perfezionamenti tanto semplici non sono più possibili. Per fare delle nuove invenzioni, è divenuta necessaria una educazione scientifica molto estesa, e questa educazione è negata agli operai.
«Cosicchè, la questione non si risolve se l’educazione scientifica e quella manuale non seno combinate e alleate. Non vi si giungerà, se non il giorno in cui l’educazione integrale sarà sostituita all’attuale educazione specializzata».
Questa è la ragione d’essere del movimento d’opinione in favore dell’insegnamento professionale. Ma invece di far comprendere chiaramente al pubblico le cause, forse incomprese, del malcontento attuate, invece di allargare l’orizzonte degli scontenti disentendo il probienta in tutta la sua estensione, i promotori del movimento non si sollevano, generalmente, al disopra del punto di vista del bottegaio. Molti si abbandonano perfino ad un accesso di chaurinisme, e ci parlano di schiacciare la concorrenza delle industrie straniere; mentre gli altri non vedono nell’insegnamento tecnico altro che un mezzo di perfezionare sia pur soltanto un poco la macchina in carne ed ossa delle officine, o l’occasione di far passare alcuui operai nella classe superiore dei capi e degli ingegneri.
Può essere che questo ideale sembri loro soddisfacente, ma esso non potrebbe certo soddisfare quanti hanno presenti gli interessi combinati della scienza e dell’industria e vedono in questi due rami di attività i mezzi di elevare il livello dell’umanità. Noi affermiamo che nell’interesse della scienza e dell’industria, come pure nell’interease della società considerata nel suo insieme, ogni essere umano, senza distinzione di nascita, dovrebbe ricevere un’educazione che gli permettesse di acquistare una nozione profonda delle scienze, contemporaneamente con la cognizione seria di un mestiere. Ammettiamo perfettamente che sia necessario specializzarsi nei propri studi, ma sosteniamo che questa specializzazione deve venire soltanto dopo l’educazione generale, e che questa educazione generale deve comprendere le scienze e il lavoro manuale. Alla divisione della società in lavoratori intellettuali e lavoratori manuali, noi opponiamo la combinazione dei due ordini di attività; e invece dell’insegnamento professionale, che sottintende il mantenimento della separazione attuale, preconizziamo, coi fourieristi, e con alcuni dei fondatori dell’Internazionale, loro allievi, e con molti scienziati moderni, l’educazione integrale, l’educazione completa, che determina la scomparsa della perniciosa distinzione.
Ecco, in poche parole, quale sarebbe lo scopo della scuola sotto un tal regime. Si tratterebhe di dare agli allievi una educazione tale, che, lasciando la scuola all’età di diciotto o vent’anni, ogni giovane ed ogni ragazza avesasero studiato a fondo le scienze, e, nello stesso tempo, avessero acquistato delle nozioni generali su ciò che stituisce la base dell'educazione professionale, come la conoscenza di un mestiere che li mettesse nella possibilità di prendere un posto nell'immenso esercito del lavoro manuale, dei produttori della ricchezza.
So che molti troveranno troppo ambizioso un tale intento e giudicheranno quasi impossibile tradurlo in realtà; ma spero che se si avrà la pazienza di leggere le pagine che seguono, si vedrà come io non domandi cosa non facilmente realizzabile.
Infatti, un tal risultato fu già conseguito; e ciò che si è fatto su piccola scala potrebbe esser fatto in grande, se non vi fossero cause economiche e sociali che impediscono il compiersi di ogni seria riforma, nella nostra società sì miserabilmente organizzata.
L’esperimento venne fatto alla Scuola professionale di Mosca per vent’anni consecutivi e su centinai di giovani. E, giudicandone dalle testimonianze delle giurie competentissìme delle esposizioni di Bruxelles, di Filadelfia, di Parigi, la prova riuscì pienamente.
La Scuola di Mosca non ammetteva allievi di età inferiore ai quindici anni, e a quell'età si esigevano da loro soltanto delle nozioni sostanziali di geometria e di algebra, secondo i programmi scolastici di allora, oltre alla conoscenza della lingua materna. Gli alunni più giovani entravano nelle classi preparatorie. La Scuola era divisa in due sezioni: la sezione meccanica e la sezione chimica; ma siccome io conosco meglio la prima, che è anche la più importante dal punto di vista che ci interessa, limiterò le mie osservazioni all'insegnamento che veniva impartito nella sezione meccanica.
Dopo cinque o sei anni di frequenza, gli allievi uscivano dalla Scuola di Mosca con una profonda conoscenza delle matematiche superiori, della fisica, della meccanica e delle scienze annesse, — conoscenza tanto profonda da non essere affatto inferiore a quella che si può acquistare nelle facoltà di scienze matematiche delle migliori università europee. Mentre appunto io studiavo nella facoltà fisico-matematica dell'Università di Pietroburgo, ebbi occasione di paragonare al nostro il sapere degli studenti della Scuola Tecnica di Mosca. Vidi le lezioni di geometria superiore che uno di essi, mio allievo, aveva redatto per utilità dei suoi compagni. Ammirai la facilità con la quale quei giovani applicavano il calcolo integrale ai problemi di dinamica, e ne conclusi che mentre noi studenti d'Università possedevamo in maggior quantità cognizioni d’ordine generale, per esempio in meccanica celeste, gli studenti di quella Scuola Tecnica erano molto più innanzi nella geometria superiore e specialmente nelle applicazioni della matematica ai problemi più complessi della meccanica, alla teoria del calore e dell'elasticità. Ma mentre noi sapevamo appena servirci delle nostre mani, gli studenti della Scuola Tecnica fabbricavano, senza aiuto alcuno d’operai professionali, delle belle macchine a vapore, dalla caldaia fino all’ultima vite, delicatamente lavorata, nonché delle macchine agricole e degli strumenti scientifici. Tutti quei prodotti erano destinati alla vendita, e quegli studenti ottenevano nelle esposizioni internazionali ì più alti premii pel lavoro delle loro mani. Erano operai qualificati, che possedevano un’educazione scientifica, un’educazione universitaria; ed erano tenuti in altissima stima anche dagli industriali russi, che generalmente disprezzavano tanto la scienza.
Ora, i metodi per mezzo dei quali si ottenevano codesti risultati notevolissimi erano i seguenti. Nell’insegnamento scientifico, gli esercizi di pure memoria erano poco in onore, mentre venivano favorite con tutti mezzi le ricerche indipendenti. S’insegnavano le scienze contemporaneamente alle loro applicazioni: e ciò che s’imparava nella scuola veniva applicato nel laboratorio. Nello stesso tempo, si dedicava un’attenzione specialissima alle astrazioni dell’alta geometria, poiché vi si vedeva un mezzo di sviluppare l’immaginazione e lo spirito di ricerca.
Quanto all’insegnamento dei mestieri, i metodi erano assolutamente diversi da quelli che fallirono completamente all’Università di Cornell, e differivano notevolmente da quelli che vengono seguiti nella maggior parte delle Scuole Tecniche. Non si mandava lo studente all’officina che gli permettesse di guadagnarsi la vita quanto più presto fosse possibile, ma gli si insegnavano l’arte della tecnica in generale, le basi, la filosofia — si potrebbe dire — dei mestieri fondamentali, e ciò conformemente ad un progetto proposto un tempo da un operaio parigino, del quale purtroppo non mi fu mai possibile rintracciare il nome, e sviluppato dal Direttore della Scuola, signor Dellavos. Quel piano d’insegnamenti è applicato oggidì a Chicago e a Boston, col nome di «sistema di Mosca».
È evidente che il disegno doveva essere considerato come preludio necessario dell’educazione tecnica. Quanto al lavoro manuale, lo studente veniva condotto anzitutto nel laboratorio di carpenteria, dove gli s’insegnava ad eseguire tutti i lavori da falegname. In tale insegnamento si procedeva secondo il sistema che consiste nel cominciare, non già col fare un pezzo qualunque, o un lavoretto, col metodo dello slöjd, ma prima di tutto un cubo esattissimo, un prisma, un cilindro (adoperando la pialla), e poi i diversi tipi fondamentali di congiunzione delle parti insomma, studiando, per così dire, la filosofia della lavorazione del legno, mediante il lavoro manuale. Non si risparmiava sforzo alcuno per condurre l’allievo ad una certa perfezione in quella lavorazione, vera base di tutti i mestieri.
Più tardi, lo si faceva passare nel laboratorio ad eseguire in legno dei tornitori, dove imparava ad esegire in legno i modelli degli oggetti che poi avrebbe dovuto eseguire in metallo. Veniva poi la fonderia, nella quale sezione l’allievo imparava a fondere i pezzi di macchine dei quali aveva fatti in legno i modelli. E soltanto dopo queste prime tre tappe, egli era ammesso nel laboratorio di meccanica. Tale era il sistema che si può trovare esposto in modo particolareggiato in un'opera di Ch. H. Ham.
Quanto alla perfezione dei lavori industriali degli studenti, non posso fari di meglio che esortare il lettore ad esaminare le relazioni delle giurie delle esposizioni citate.
In America, lo stesso sistema fu introdotto, per la parte tecnica, prima nella Scuola dì lavoro manuale di Chicago, poi nella scuola professionale di Boston, che è, mi si dice, la migliore del genere, ed infine a Tuskagee, in una eccellente scuola pei negri. In Scozia trovai applicato con pieno successo il sistema in questione, nel Gordon College di Aberdeen, sotto la direzione del Dott. Ogilvie. Era il sistema di Mosca o di Chicago in proporzioni ridotte. Mentre ricevevano un’istruzione sostanziale, gli allievi del Gordon College lavoravano anch’essi nelle officine. Ma non imparavano un mestiere solo, come troppo spesso avviene. Passavano a volta a volta dal banco del falegname alla fucina e alla fonderia, indi all’officina dei fabbri e dei meccanici. E in ognuno di quei laboratori studiavano gli elementi essenziali di ogni ramo del lavoro manuale, sufficientemente bene per poter provvedere la scuola di un certo numero di cose utili. D’altronde, per quanto mi fu possibile constatare secondo ciò che vidi nelle classi di geografia e di fisica, come nel laboratorio di chimica, il sistema dell’insegnamento concreto, riassunto nella formola: «dalla mano al cervello» va allargandosi. In quella scuola, e riesce perfettamente. Gli studenti lavorano cogli strumenti di fisica e studiano la geografia all’aperto, cogli strumenti in mano, non meno bene che nella scuola. Alcuni dei loro «rilievi» empirono di gioia il mio cuore di vecchio geografo.
Certo la Scuola professionale di Mosca non era una scuola ideale. Trascurava totalmente l’educazione umanitaria dei giovani. Ma dobbiamo riconoscere che l’esperimento di Mosca, per non parlare di mille altri esperimenti parziali, dimostrò perfettamente la possibilità di combinare un’istruzione scientifica di un livello molto elevato con l’istruzione necessaria per divenire un eccellente operaio qualificato. Quell’esperimento provò, d’altra parte, che il miglior mezzo per produrre degli operai realmente abili consiste nell’afferrare il toro per le corna. Consiste nel considerare il problema dell’istruzione nelle sue grandi linee, invece di far sì che il giovane acquisti una virtuosità in un mestiere qualunque, contemporaneamente a poche e vaghe nozioni di scienza. Esso provò altresì che si possono ottenere risultati simili senza eccesso di lavoro, se si mira sempre ad un’economia razionale del tempo dedicato allo studio, e se non si separa la teoria dalla pratica. Visti in questa luce, i risultati ottenuti a Mosca non hanno più nulla di straordinario; si possono anzi sperare risultati migliori, quando gli stessi principi vengono applicati fin dall’inizio degli studii, nella scuola elementare.
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