Io ho riposto la mia causa nel nulla
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Qual’è la causa che io sono chiamato a difendere?
Innanzitutto essa è sempre la buona Causa; poi è la causa di Dio, della Verità, della Libertà, dell’Umanità, della Giustizia; sarà in seguito quella del mio Principe, del mio Popolo, della mia Patria; e infine quella dello Spirito, e mille altre ancora. Ma che la causa che io difendo sia la mia, causa — la mia propria causa — no. «Dalli all’egoista, il quale non pensa che a sè stesso!»
Come dunque intendono la loro causa coloro di cui dobbiamo prendere a cuore i loro interessi, e ai quali dobbiamo consacrarci ed entusiasmarci? Vediamo.
Voi che conoscete di Dio tante e sì profonde cose; voi che per secoli e secoli avete «esplorato le altezze della Divinità» ed avete penetrato i vostri sguardi fino in fondo al suo cuore, sapreste dirci come Dio la pensa in riguardo alla «causa divina» che siamo chiamati a servire? Non nascondeteci, dunque, i disegni del Signore. Diteci: che cosa vuole? Che cosa pensa? Quale è la sua causa? Se, come a noi è prescritto, ha abbracciato una causa estranea a lui stesso e s’è fatto araldo della Verità e dell’Amore! Quest’assurdità vi muove a sdegno; e ci insegnate che essendo Dio stesso Amore e Verità, la causa della Verità e quella dell’Amore, sposandosi con la sua, non gli sono estranee. Vi sembra strano che Dio possa essere come noi, poveri vermi, e che faccia sua la causa di un altro: vi ripugna solo il supporlo. «Dio abbraccerebbe la causa della ferità se non fosse lui stesso la Verità»? Dio si occupa solo della sua causa: egli è tutto nel tutto, dimodoché tutto è la sua causa. Ma noi non siamo tutto nel tutto, perciò essendo la nostra causa troppo miserrima e disprezzabile, noi dobbiamo «servire una causa superiore». Ecco ciò che è evidente: Dio non si cura che delle sue cose; si occupa di se stesso; non pensa che a se stesso; e la mèta di tutte le sue azioni è se stesso: anatema a chi contraria i suoi disegni. Egli non serve nulla di superiore e non cerca che di soddisfare se stesso. La causa che difende è puramente egoista.
E l’Umanità, di cui dobbiamo pure difendere gli interessi come nostri, quale causa difende? Quella di un altro? Una causa superiore No. L’Umanità non vede che sè stessa; l’Umanità non ha altro scopo che l’Umanità; la sua causa è se stessa. Purché essa si sviluppi, poco le importa che gli individui ed i popoli soccombano al suo servizio: essa trae da essi quello che ne può trarre, e allorché questi hanno soddisfatto al compito che l’Umanità reclamava da loro, li getta, come ringraziamento, nel letamaio della storia. La causa che difende l’Umanità non è puramente egoista?
Sarebbe inutile continuare ancora ad insistere nelle dimostrazioni, a proposito di qualunque delle cause che ci chiamano in loro difesa, che non si tratta per esse che di esse e non dì noi, del loro bene e non del nostro. Riflettete da voi stessi, e dite se la Verità, la Libertà, la Giustizia, ecc., non si occupano di voi altro che quando reclamano il vostro entusiasmo e i vostri servigi. Tutto quello che vi domandano è che voi siate dei servitori zelanti e che rendiate loro solenne omaggio.
Osservate il Popolo tutelato dai patrioti infervorati: i patrioti cadono sul campo di battaglia a si battono tra gli stenti o muoiono di fame: che cosa fa il Popolo? Il Popolo! È col concime dei loro cadaveri che esso diventa un «Popolo fiorente»! Gli individui sono morti «per la grande causa del Popolo» che li retribuisce con qualche frase di tardiva riconoscenza, conservando per sè tutto il profitto. Questo mi sembra un egoismo alquanto lucroso.
Ma contemplate ora quel Sultano che dedica le sue tenere cura ai «suoi». Non è l’immagine del più puro sacrificio; e la sua vita non è forse una perpetua dedizione di sè stesso per i «suoi»? Eh, sì: per i «suoi»! Vuoi pero metterlo a prova? Tenta di dimostrargli che non sei «il suo», ma che sei «il tuo»: rifiutati al suo egoismo: sarai all’istante gettato in galera. Il Sultano ha basato la sua causa su se stesso: egli è tutto nel tutto — è l’Unico — e non permette ad alcuno di non essere dei «suoi».
Questi esempi illustri non v’insegnano nulla? Non vi invitano a pensare che l’Egoista potrebbe forse aver ragione? Da parte mia ne traggo una lesione: invece di continuare a servir disinteressatamente questi grandi egoisti, vorrei piuttosto essere io stesso l’Egoista.
Dio e l’Umanità hanno riposto la loro causa nel nulla — in se stessi. Io riporrò dunque la mia causa m me stesso: come Dio, io sono la negazione di tutto il resto; io sono per me tutto — sono l’Unico. Se, come voi l’assicurate, Dio e l’Umanità sono ricchi al punto d’essere per se stessi tutto nel tutto, per conto mio m’avvedo che mi manca molto meno ancora e che non ho da lagnarmi della mia «vanità», lo non sono già il nulla nel senso di «vano»; ma sono il Nulla da cui derivo tutto.
Lungi da me dunque qualunque causa che non sia interamente ed esclusivamente la Mia. La mia causa — dite voi — dovrebbe almeno essere la «buona causa»? Che cos’è buono? Che cos’è cattivo: queste per me non sono che vane parole!
Il divino concerne Dio; l’umano concerne l’Uomo. La mia causa non è nè divina nè umana; non è nè il vero, nè il buono, nè il giusto, nè il libero: è ciò che è mio: essa non è generale, ma unica, come io sono unico,
Nulla v’è al disopra di me.
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Parte prima. L'UOMO
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«Per l’Uomo l’Ente Supremo è l’Uomo», disse .
«L’Uomo ora soltanto è scoperto», disse .
Esaminiamo un po’ più da vicino questo Essere Supremo e questa scoperta.
Indice
Parte prima - I. Una vita umana
ct ct Dal momento in cui apre gli occhi alla luce, l’Uomo cerca di liberarsi e conquistare se stesso in mezzo al caos in cui rimane confuso con il resto del mondo.
Ma tutto ciò cui si rivolge il bambino si ribella contro i suoi tentativi e afferma la propria indipendenza.
E siccome ognuno vuol fare di se stesso il centro di ogni cosa, urta da ogni parte contro le medesime pretensioni insite in tutti gli altri; e da ciò risulta inevitabilmente il conflitto, la lotta per l’autonomia e la supremazia.
Vincere o essere vinto non v’è altra alternativa. Il vincitore sarà il padrone; il vinto lo schiavo: l’uno eserciterà la sovranità e i «diritti di signore»; l’altro adempirà, umile e timoroso, ai «doveri di suddito»
Gli, avversari, però, non abbandonano la lotta: ciascuno rimane in agguato, spiandosi vicendevolmente la reciproca debolezza; i figli quella dei genitori; i genitori quella dei figli (la paura, per esempio); — chi non colpisce è colpito.
Dall’infanzia noi riusciamo a liberarci cercando di penetrare in fondo alle cose, o «dietro le cose»; perciò ne ricerchiamo il loro punto debole (nel che i fanciulli sono, come si sa, guidati da un istinto che non li inganna); ci divertiamo a spezzare tutto quello che ci capita sotto mano, ed è nostro grande godimento poter frugare negli angoli più reconditi e spingere i nostri sguardi e tentar di esplorare tutto quello che ci si tiene nascosto; provando in questo modo su tutto le nostre forze. E quando finalmente siamo riusciti a scoprire il segreto di una cosa, ci sentiamo sicuri di noi stessi: così, per esempio, quando siamo convinti che lo scudiscio non può più nulla contro la nostra ostinatezza, non Io temiamo più: «noi abbiamo oltrepassata l’età della sferza».
La nostra volontà ostinata, la nostra audacia, si ergono, più potenti di esse, dietro le verghe!
Piano piano riusciamo a persuaderci della nostra superiorità su tutto quello che ci sembrava inquietante: dietro la forza temuta della sferza, dietro il viso accigliato di nostro padre, dietro a tutto, insomma, noi scopriamo la nostra Atarassia; — cioè più niente ci turba, più nulla ci incute timore; noi acquistiamo la percezione del nostro potere di esistere e di vincere; noi scopriamo che nulla può contraddirci. Ciò che ci inspirava timore e rispetto, lungi dall’intimidirci, ci incoraggia; di fronte al rigido comando dei superiori e dei genitori, più ostinata si drizza la nostra volontà, più artificiosa gioca la nostra astuzia. E mano mano che apprendiamo a conoscerci, sempre più ci appare trascurabile e insignificante ciò che credevamo insormontabile. Ma che cos’è, dunque, la nostra destrezza, la nostra astuzia, il nastro coraggio, la nostra audacia, se non Spirito? Per lungo tempo siamo sottratti a una lotta che più tardi ci si imporrà incessantemente: la lotta contro la Ragione. La più bella infanzia trascorre senza che ci troviamo costretti a dover dibatterci contro la ragione. Noi non ci curiamo affatto di essa: con essa noi non abbiamo alcun rapporto; ed essa non ha alcun impero su di noi. Non si ottiene nulla da noi tentando di convincerci; sordi alle buone ragioni ed indifferenti ai migliori argomenti, siamo, al contrario, vivamente acquiescenti alle carezze ed ai castighi.
Solo più tardi incomincia l’aspro periodo di lotta contro la ragione: e con esso si apre una nuova fase della nostra vita. Fanciulli, non ci abbandonavamo a vane fantasticherie.
Lo Spirito è il primo aspetto sotto il quale si rivela a noi stessi il nostro essere intimo; è il primo nome con il quale umanizziamo il divino, cioè l’oggetto delle nostre preoccupazioni, il fantasma, la «potenza superiore». Nulla più ormai s’impone al nostro rispetto: noi siamo pieni di giovanili entusiasmi, consci della nostra forza; ed il mondo perde ai nostri occhi ogni credito, perchè noi ci sentiamo superiori ad esso: - noi ci sentiamo Spirito, Da questo momento ci accorgiamo che avevamo fin qui guardato il mondo senza vederlo; noi non l’avevamo ancora contemplato con gli occhi dello Spirito.
È sulle potenze della natura che noi misuriamo le nostre prime forze. I genitori s’impongono quali potenze naturali; più tardi, si dice: «Bisognerebbe abbandonare padre e madre perchè ogni potenza naturale fosse spezzata». E viene il giorno in cui si abbandonano e il legame si spezza. Per l’uomo che pensa, cioè per l’uomo «spirituale», la famiglia non è una potenza naturale, e deve fare astrazione dei genitori, dei fratelli, delle sorelle, ecc. Se questi «rinascono» in seguito conte potenze spirituali e razionali, queste nuove potenze non sono più quello che erano in origine.
E non è solamente il giogo dei genitori che il giovane scuote: è di ogni autorità umana che si libera. Gli uomini non formano più un ostacolo davanti al quale egli s’arresta, perchè gli si dice: «bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini», il nuovo punto di vista sotto cui si mette, è il celeste; e, visto da questa altezza, tutto il «terrestre» si allontana, rimpicciolisce, si offusca e si perde avvolti in una bruma di disprezzo.
Da questo momento avviene un cambiamento radicale nell’orientamento intellettuale del giovane, essendo divenuto Spirito; mentre il fanciullo, non sentendosi ancora Spirito, era alla mercè dei libri dai quali riceveva automaticamente gli insegnamenti. Il giovane non si attiene più alle cose, ma cerca di afferrare i pensieri che queste cose racchiudono; così, per esempio, tralascierà di accumulare confusamente nella sua testa i fatti e le date storiche, per sforzarsi di penetrarne lo Spirito; il fanciullo, al contrario, se può comprendere bene l’incatenamento dei fatti, è incapace di scioglierne le idee; perciò ammucchia le conoscenze che acquista senza attenersi a priori a un metodo teorico: insomma, senza ricercare delle Idee.
Nell’infanzia si doveva sormontare la resistenza delle leggi del mondo; al presente, per qualunque cosa ci proponiamo di fare, urtiamo contro a qualche obbiezione dello spirito, della ragione, della coscienza. «Ciò non è ragionevole; non è cristiano; non è patriottico!» ci grida la coscienza; e noi ci asteniamo dal fare quella data cosa Quello che noi temiamo non è nè la potenza vendicatrice delle Eumenidí, nè la collera di Poseidone, nè il Dio che tutto vede, nè il castigo paterno: noi temiamo la Coscienza...
Ormai siamo «i servitori dei nostri pensieri»; noi obbediamo ai loro ordini come altre volte obbedivamo a quelli dei genitori o degli uomini. Sono esse (idee, rappresentazioni, credenze) che sostituiscono le ingiunzioni paterne e che governano la nostra vita.
Non pertanto anche da fanciulli, noi pensavamo di già: ma i nostri pensieri non erano incorporei, astratti, assoluti; essi non erano altro che dei pensieri; (un cielo per sè stesso; un puro mondo di pensieri); non erano insomma dei pensieri logici.
Non avevamo, al contrario, altri pensieri all’infuori di quelli che ci ispiravano gli avvenimenti o le cose; noi giudicavamo che una data cosa fosse di tale o tal’altra natura. E pensavamo pure che «Dio ha creato questa mondo che noi vediamo»; ma il nostro pensiero non andava più lontano; non «scrutavamo» «le profondità della stessa Divinità». Dicevamo: «Questo è vero; questa è la verità»; senza ricercare il Vero in sè, la Verità in sè, senza domandarcí se»Dio è la Verità». Poco ci importavano» le profondità della Divinità, la quale è la Verità». Pilato non si ferma a delle domande di pura logica o, in altri termini, di pura teologia) come: «Che cos’è la Verità?»; tuttavia, presentandosí l’occasione, non esiterà a distinguere «quello che è vero da quello che è falsi di una data cosa»; cioè, se tale cosa determinata è vera.
Ogni pensiero inseparabile da una cosa non è ancora un pensiero per se stesso, un pensiero assoluto.
Per il giovane non v’è più vivo godimento che scoprire e far suo il pensiero puro la Verità, la Libertà, la Umanità, l’Uomo, tutti questi astri luminosi che rischiarano il mondo dei pensieri, illuminano ed esaltano l’anima giovanile.
Ma una volta che lo Spirito è riconosciuto come la cosa essenziale, si rileva una differenza: lo spirito può essere ricco o povero; per conseguenza non trascuriamo nessun mezzo per diventare ricchi di spirito. Lo spirito vuole estendersi, vuole fondare un suo proprio regno; un regno che non è di questo mondo, ma lo sorpassa: perciò egli aspira a riassumere e concretare in su ogni spiritualità. Dunque, benchè io sia spirito, non sono ancora spirito perfetto, e debbo accingermi a ricercare questo spirito per letto. Ed ecco che non appena ho ritrovato me stesso, riconoscendomi quale spirito, mi smarrisco di nuovo, e subito, conscio della mia pochezza, mi sento umiliato davanti allo spirito perfetto, riconoscendo che egli non è in me, ma fuori di me, al di là di me.
Tutto dipende dallo Spirito: ma qual’è lo spirito «buono»? Lo spirito buono e vero è l’ideale dello spirito: «Spirito Santo». Esso non è nè il mio, nè il tuo: è una spirito ideale, superiore: è «Dio», «Dio è lo Spirito». E «Dio che è nei cieli concede lo spirito perfetto a coloro che glielo domandano», (Luca, 11, 13).
L’uomo adulto differisce dal giovane per ciò che egli prende il mondo come è, senza vedere da per tutto degli errori da correggere, dei mali da guarire, e senza pretendere di foggiarlo secondo il suo ideale. In lui si fortifica l’opinione che si deve agire verso il mondo a seconda del proprio interesse, e non secondo il proprio ideale.
Fino a tanto che l’uomo non vede in se stesso che lo Spirito, e basa ogni suo merito nell’essere spirito (poco; importa al giovane di arrischiare la sua vita, la vita «materiale» per un nonnulla, per la più insignificante offesa al suo amor proprio) avrà sempre dei pensieri, delle idee che spera di poter un giorno realizzare, allorquando avrà trovato la sua via, uno sbocco alla sua attività; questi pensieri, queste idee che l'uomo possiede rimangono provvisoriamente inadempiuti, irrealizzati: non si ha che un Ideale.
Ma appena ci metteremo ad amare il nostro «corpo» ciò avviene ordinariamente nell’età matura - e a provare piacere nell’essere quello che si è, a vivere la propria vita, cessiamo di inseguire l’ideale per attenerci ad un interesse personale — egoista — ; ad un interesse che non si limita più alla soddisfazione del solo spirito; ma si estende ed abbraccia tutto l’individuo: l’interesse diventa allora veramente interessato. Confrontate l’uomo maturo col giovane: quello vi sembrerà più aspro, più egoista, meno generoso: senza dubbio. E forse per questo più cattivo? No, non è vero? Egli è semplicemente diventato più positivo; o, come più comunemente si dice, più «pratico». E ciò avviene perchè l’uomo maturo, man mano, e sempre più risolutamente, è andato facendo di se stesso il centro di tutto; mentre il giovane, facile all’entusiasmo, è distolto dalla riflessione da altri pretesti — Dio, la Patria, ecc. — che non lo riguardano. Da questo momento l’uomo ritrova se stesso una seconda volta. Il giovane aveva trovato la sua «spiritualità» e si era di nuovo smarrito nella ricerca dello Spirito universale e perfetto dello Spirito Santo, dell’Uomo, dell’Umanità, di tutti gli Ideali, insomma. L’uomo adulto si riprende e ritrova il suo spirito incarnato in se stesso, fatto carne, e divenuto qualcuno.
Il fanciullo non mette nei suoi desideri nè idee nè pensieri; il giovane non conosce che interessi spirituali; invece gli interessi dell’uomo sono materiali, personali ed egoistici. Allorchè il fanciullo non ha qualche oggetto con cui possa trastullarsi, si annoia, perchè non sa ancora occuparsi di se stesso. Al contrario, il giovane si stanca presto degli oggetti, perché da questi oggetti nascono per lui dei pensieri; ed egli si dedica innanzi tutto ai suoi pensieri e ai suoi sogni, che l’occupano spiritualmente: «il suo spirito è occupato».
Il giovane non attribuisce alcun valore a tutto quello che non è spirituale, e considera tutte le altre cose come cose «futili». Se gli avviene di prendere sul serio i più insignificanti nonnulla (per esempio, le cerimonie della vita universitaria e le altre formalità in uso tra studenti), è perchè vi ha scoperto lo Spirito, cioè perchè in esse gli si sono rivelati dei simboli.
Io mi sono ritrovato dietro alle cose e mi sono scoperto Spirito; più tardi mi ritrovo dietro ai pensieri e mi scopro loro creatore e loro possessore. All’età delle visioni i miei pensieri facevano ombra al mio cervello come l’albero al suolo che lo nutre: essi aleggiavano attorno a me quali incubi febbrili e con la loro terribile potenza mi turbavano. I pensieri stessi avevano assunto forme corporee, e questi fantasmi io li vedevo: essi si chiamavano Dio, Imperatore, Papa, Patria, ecc., ecc. Oggi distruggo queste incarnazioni menzognere, rientro in possesso dei miei pensieri e dico: Io solo ho un corpo e sono qualcuno. Io considero il mondo per quello che rappresenta per me: esso è il mio mondo: è mia proprietà: tutto riferisco a me stesso. Príma ero spirito e il mondo era ai miei occhi degno solamente del mio disprezzo: oggi sono lo; sono prietario, e respingo nel nulla questi spiriti e queste idee di cui ho misurata la vanità. Essi non hanno più alcun potere su di me, come nessuna «potenza della terra» può averne sullo Spirito.
Il fanciullo era realista, occupato delle cose di questo mondo fino a che gli venne dato di penetrare la loro essenza occulta; il giovane è idealista, entusiasta dei suoi pensieri, fino al giorno in cui diventa uomo fatto: — uomo egoista, che pone al disopra delle cose e delle idee la sua gioia, il suo interesse personale. E il vecchio?... Allorchè avrò raggiunto questo gradino e sarò divenuto tale, avrò tempo di parlarne.
Parte prima - II. Uomini del tempo antico e del moderno
ct ct Come si sviluppò ciascuno di noi? Quali furono i suoi sforzi? Che cosa desiderò? In che riuscì? Dove cadde? Quali intenti si proponeva? Quali desideri e quali progetti occupano oggi il suo cuore? Le sue opinioni quali cambiamenti hanno subito? I suoi principi quali scosse hanno provator In breve: come ciascuno di noi è divenuto quello che è oggi; cioè dissimile da quello che era ieri o in altri tempi? Ciascuno può ricordarselo più o meno facilmente; ma sopratutto sentirà più vivamente i cambiamenti che in esso si effettuarono assistendo allo svolgersi della vita altrui.
Domandiamo dunque alla storia quali furono gli scopi e quali risultati ebbero gli sforzi dei nostri antenati.
Indice
II. Uomini del tempo antico e del moderno - 1. Gli antichi
ct Poichè l’abitudine ha imposto ai nostri avi che vissero all’epoca prima di Cristo il nome d’«Antichi», non saremo noi a sostenere che, comparati a noi, gente esperimentata, potrebbero a più giusto titolo essere chiamati «bambini»; preferiamo invece inchinarci a loro come a vecchi genitori. Ma come poterono invecchiare in quel modo; e chi è colui che con la sua pretesa modernità giunse a soppiantarli?
Noi lo conosciamo, l’innovatore rivoluzionario, l’empio erede che profanò con le sue proprie mani il sabato dei suoi padri, per santificare la sua domenica, e che interruppe il corso del tempo per datare da se stesso un’età nuova: noi lo conosciamo e sappiamo che fu il Cristiano. Ma resterà egli eternamente giovane; è egli ancora il «Moderno», o è suonata l’ora di invecchiare anche per lui, che, fece invecchiare gli «Antichi»?
Siccome furono gli stessi Antichi a generare l’uomo moderno che doveva a loro sovrapporsi, esaminiamo dunque questa genesi.
Disse Feuerbach: «Per gli Antichi il mondo era una verità»; ma egli si dimenticò un’aggiunta importante: «una verità nella quale cercavano la falsità, e che riuscirono a penetrare». E facilmente si riconoscerà ciò che bisogna pensare delle parole di Feuerbach, se si confrontano con quelle cristiane: e questo mondo è vano e caduco».
Il Cristiano non ha saputo mai convincersi della vanità della parola divina: egli crede invece ciecamente nella sua eterna e indistruttibile veridicità; e il trionfo di essa riesce tanto più clamoroso, quanto più profonde sono le meditazioni cui il Cristiano si abbandona; così gli Antichi erano penetrati di questo sentimento che il mondo e le leggi umane che lo sorreggevano (i vincoli del sangue, per esempio) erano la verità, dinanzi alla quale la loro impotenza doveva abbassare il capo. E precisamente quello che gli Antichi giudicavano di maggior valore è dai Cristiani respinto come cosa di nessun valore: ciò che gli uni avevano proclamato vero, gli altri vituperano come una menzogna. La tanto magnificata idea di patria perde ogni sua importanza, e il Cristiano è costretto a ritenersi «come uno straniero sulla terra»; il sacro dovere di seppellire i morti che ispirò un capolavoro a Sofocle: l’Antígone è ritenuto una ben trascurabile cosa: «Lasciate i morti seppellire i loro morti» -; la indissolubilità dei vincoli familiari diventa un pregiudizio di cui non si saprebbe disfarsene (Ebrei, 11, 13. Marco, 10, 29); e così di seguito.
Abbiamo dunque potuto constatare che gli Antichi ritenevano per verità quello che agli occhi dei moderni risulta menzogna: gli uni credevano al naturale; gli altri allo spirituale: gli uni alle cose e alle leggi della terra; gli. altri a quelle del cielo (la patria celeste - la Gerusalemme celeste). Ora ci rimane da esaminare come - dato che il pensiero moderno sia il prodotto del pensiero antico - fosse stata possibile una tale metamorfosi.
Furono gli stessi Antichi che contribuirono a fare della loro verità una menzogna.
Risaliamo all’epoca più fulgida dell’antichità, al secolo di Pericle: allora la sofistica era in auge, e la Grecía derideva tutto quello che era stato fino a quei tempi oggetto di gravi meditazioni.
Il giogo inesorabile delle realtà da troppo lungo tempo gravava pesantemente sui padri, perchè da queste dure esperienze i loro discendenti non dovessero trarre ammaestramenti e imparare a conoscersi. Ed è con bell’ardimento che i Sofisti lanciarono il grido d’allarme: «Non lasciarti imporre!» e diffusero la loro dottrina: «Approfitta in ogni occasione della tua intelligenza, della tua accortezza, dell’ingegnosità del tuo spirito; è grazie a una intelligenza solida e bene esercitata che potrai trarti d’imbarazzo e assicurati la migliore delle sorti, la più bella vita». Essi riconobbero dunque nello spirito la vera arma dell’uomo contro il mondo: ed è per ciò che i Sofisti tengono in alta considerazione l’abilità dialettica, l’arte oratoria e del disputare. E proclamano che bisogna m ogni occasione ricorrere allo spirito, perchè per loro esso è un’arma, un mezzo, come per i fanciulli lo è l’astuzia e l’ostinatezza. Lo spirito è per essi l’intelligenza, la ragione infallibile.
Questa educazione intellettuale, verrebbe ai nostri tempi giudicata incompleta, unilaterale; e la si vorrebbe completata con l’aggiunta: «Non educate unicamente la vostra intelligenza; ma bensì anche il vostro cuore». Così fece Socrate.
Se infatti il cuore fosse rimasto ancora interamente assoggettato agli impulsi disordinati derivanti da ogni influenza esteriore; se fosse stato lasciato in balia ai suoi, impulsi naturali, sarebbe stato la fonte delle più svariate aspirazioni; e fatalmente sarebbe avvenuto che il libero intelletto, asservito al «cattivo cuore» si prestasse a giustificare ed a realizzare tutto quello che il «cattivo cuore» avesse suggerito.
Socrate dichiara perciò che non basta impiegare in ogni circostanza la propria intelligenza, ma che importa innanzi tutto sapere a quale scopo vogliamo farla servire. Noi diremmo oggi che questo scopo deve essere il «Bene»; ma per arrivare al bene bisogna essere morali. Socrate è dunque il fondatore dell’etica.
Il principio della sofistica conduceva ad ammettere nell’uomo il più ciecamente schiavo delle sue passioni la possibilità d’essere un sofista formidabile, capace, grazie alla potenza del suo spirito, di interpretare e modellare ogni cosa secondo le aspirazioni del suo rozzo cuore. Infatti, qual’è Inazione in favore della quale non si posson trovare; cercando bene, delle «buone ragioni»?
Perciò Socrate aggiunse: se desiderate che la vostra saggezza venga apprezzata, dovete avere «un cuore puro». Qui incomincia il secondo periodo della liberazione del pensiero greco, il periodo della purezza, del cuore. Il primo finisce con i Sofisti, allorchè questi ebbero proclamato la potenza illimitata dell’intelletto. Ma il cuore rimase sempre schiavo del mondo: esso fu il suo servitore, agitato da passioni terrestri. Bisognò da allora coltivare questo cuore rozzo: fu l’epoca dell’educazione del cuore. Ma qual’è l’educazione che conviene al cuore? L’intelligenza è pervenuta a trastullarsi liberamente di tutto il contenuto dello spirito, di cui essa è una faccia; egual sorte minaccia il cuore: di fronte ad esso deve crollare tutto ciò che appartiene al mondo, di modo che, finalmente, per amor suo — cioè per la Felicità — per la felicità del cuore — si rinunzierà alla famiglia, alla comunità, alla patria, ecc.
Lesper ienza quotidiana insegna che la ragione può da lungo tempo aver rinunziato a una cosa, allorchè il cuore batte ancora per essa lungamente. Di modo che, benchè l’intelligenza sofistica si sia resa completamente padrona delle antiche forze onnipotenti, rimaneva ancora, affinchè non avessero più alcun potere sull’uomo, da espellerle dal cuore, ove esse regnavano ancora incontrastate.
Fu Socrate che dichiarò questa guerra; e la pace non fu conclusa che il giorno in cui scomparve il mondo antico.
Con Socrate incomincia lo studio del cuore; e tutto il suo contenuto passa sotto l’esame della critica.
Gli ultimi, i supremi sforzi degli Antichi riuscirono a espellere dal cuore tutto il suo contenuto, e a non farlo più battere per cosa alcuna.
Questa fu l’opera degli Scettici. Così fu conseguita quella purezza del cuore, come all’epoca dei Sofisti si ottenne la liberazione dell’intelletto. Il risultato della coltura sofistica fu che l’intelligenza non si lasciò più arrestare da cosa alcuna: quello della educazione scettica, che il cuore non si lasciò più commuovere da alcuna cosa.
Fintanto che l’uomo rimane preso tra gli ingranaggi delle cose mondane, e ne è da esse impacciato nei suoi rapporti - e tale rimane sino alla fine dell’antichità perchè il suo cuore à dovuto pur sempre lottare per rendersi indipendente — egli non è ancora spirito. Lo spirito, infatti, è immateriale; esso non à rapporti nè con il mondo nè con la materia; per esso non esistono nè natura, nè leggi di natura; ma unicamente ciò che è spirituale, e i legami spirituali. Ecco perchè l’uomo, prima di sentirsi indipendente dal mondo — cioè spirito — , dovette diventare noncurante, e perdere ogni riguardo; come l’aveva fatto l’educazione scettica: indifferente ad ogni cosa, non commuoversi, neanche se dovesse vedere crollare il mondo. Ed è all’opera gigantesca compiuta dagli Antichi che l’uomo deve di sapersi un essere senza legami con il mondo - uno Spirito.
Una volta liberato da ogni cura del mondo, allora solo, l’uomo è a se stesso, il tutto nel tutto: egli non è che per se stesso: è spirito per lo spirito; o, più chiaramente, egli non si cura che delle cose spirituali.
Gli Antichi volsero adunque tutte le loro aspirazioni verso lo Spirito, e fecero ogni sforzo per giungere alla spiritualità. Ma l’uomo che vuol essere attivo come spirito si vede trascinato verso cose affatto dissimili da quelle che poteva prima essersi prefisso; verso delle cose che metteranno in opera lo Spirito, non soltanto l’intelligenza pratica. In perspicacia, la quale è capace unicamente di aiutarci a renderci padroni delle cose, Lo spirito si occupa soltanto delle cose spirituali, e cerca in tutto le «tracce dello spirito»; per lo spirito credente «ogni cosa procede da Dio», e non l’interessa se non ciò che questa origine divina gli rivela; dallo spirito filosofico tutto viene distinto con l’impronta della ragione; e l’interessa solo quando può scoprirvi la ragione, cioè il contenuto spirituale.
Questo spirito, che non esiste in alcuna cosa,, ma unicamente nell’essere che è dietro, e al disopra delle cose, nel pensiero, gli Antichi non lo possedevano ancora. Ma lottavano per conquistarlo; lo desideravano ardentemente, lo invocavano, lo acuivano in silenzio per lanciarlo contro il loro onnipossente nemico — il Mondo. Nell’attesa, essi opponevano a questo mondo sensibile il loro senso pratico, la loro sagacia, che d’altronde non era ancora divenuta sensibile per essi, perchè Jehova, e gli Dei del paganesimo erano ancora ben lungi dal concetto «Dio è spirito», e la patria «celeste» non era stata ancora sostituita da quella sensibile. Oggi ancora, gli Ebrei, questi eredi della saggezza antica, non sono giunti più in alto, e sono incapaci, benchè sian dotati di perspicacia, e di forza di ragionamenti che li rendono facilmente padroni delle cose, di concepire lo spirito, per il quale le cose sono considerate nulla.
Il Cristiano à degli interessi spirituali, perchè osa essere un uomo spirituale; l’Ebreo non può comprendere questi interessi in tutta la loro purezza, perchè non permette a se stesso di non attribuire alcun valore alle cose: la spiritualità pura, questa spiritualità che trova, per esempio, la sua espressione religiosa nella «fede che non giustifica alcuna opera» dei Cristiani, gli è interdetta. Il loro realismo allontana per sempre gli Ebrei dai Cristiani, perchè lo spirituale è tanto inconcepibile per il realista quanto il reale è disprezzabile agli occhi dello spirito. Gli Ebrei non possiedono che lo «spirito di questo mondo»...
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