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La moglie di un grand'uomo ed altre novelle

Matilde Serao · 1919 · Free in the US

33,036 words · about 2 h 19 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
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Licence: PD-US · Published in 1919 (before 1931): public domain in the United States. Text and transcription from it Wikisource by Wikisource contributors (transcription licensed CC BY-SA 4.0; contributors: https://it.wikisource.org/w/index.php?title=La_moglie_di_un_grand'uomo_ed_altre_novelle&action=history). · Wikisource contributors

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About this book

Author
Matilde Serao
Language
Italian
Published
1919
Length
33,036 words · about 2 h 19 min
Sections
13 reader sections
Text
Digital text
Rights
Public domain in the United States

 

Contents (13)
  1. Front matter under 1 min
  2. La moglie di un grand'uomo about 6 min
  3. Il trionfo di Lulù about 19 min
  4. Un intervento about 20 min
  5. Casa nuova about 5 min
  6. Palco borghese about 6 min
  7. In provincia about 7 min
  8. Commedie borghesi about 10 min
  9. Alla decima Musa about 5 min
  10. Silvia about 19 min
  11. Idillio di Pulcinella about 24 min
  12. Dualismo about 11 min
  13. Commedie di salone about 8 min

Continue:

Front matter

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Indice

La moglie di un grand'uomo

ct Vi era una volta una fanciulla — ohimè quante ve ne furono e quante ve ne sono! — una fanciulla che doveva pacificamente sposare un giovanotto. Costui era un bravo ragazzo, negoziante all’ingrosso di spirito e di zucchero; i suoi buoni amici dicevano che del primo non gliene rimaneva mai in deposito e del secondo troppo, volendo significare, con una ignobile freddura, che era buono e stupido. Viceversa, la fanciulla aveva un professore di lingua italiana che la dichiarava un ingegnaccio; ella leggeva romanzi e parti letterarie di giornali illetterati, assisteva a conferenze scientifiche, storiche e poetiche, spiegava sciarade, era immancabile alle prime rappresentazioni, prendeva viva parte alle discussioni critiche ed inutili che ne scaturivano: insomma una fanciulla moderna, una fanciulla superiore. Qui si comprende che prima di diventar tale, il suo matrimonio col negoziante di zucchero e spirito poteva sembrar logico, ma giunta che fu la superiorità diventava una proposizione assurda; poichè ogni fanciulla superiore che si rispetta, deve sposare un uomo illustre o morire zitella. I genitori che amavano molto la loro figliola, si persuasero di questa profonda verità e licenziarono il fidanzato; egli pianse per un’ora, si disperò per tre giorni, fu malinconico per una settimana e finì per isposare la figliuola di un negoziante di legname. La storia non aggiunge se ebbero lunga prole, ma all’onesto lettore è lecito supporlo.

Intanto la fanciulla cercava il suo uomo illustre e, dopo mille difficoltà, ne trovò uno; difficoltà non già per la scarsezza del genere, poichè a sentire i contemporanei, siamo nell’epoca delle grandezze, — ma ella ne voleva, una vera, autentica, bella e buona. Quello che scelse era, come al solito, sorto dal nulla, perchè una celebrità che si permettesse di non sorgere dal nulla, sarebbe una falsa celebrità; aveva combattuto con la miseria, la fame ed il freddo, gioconda compagnia della sua giovinezza: come gli altri entrò in carriera per la porta piccola del giornalismo e portandovi due qualità opposte, la pazienza e l’ardire, riuscì a conquistare un nome ed un posto nella schiera militante. Poi gli si volsero sempre favorevoli gli eventi, per lui accaddero miracoli inauditi; gli editori pagavano, i suoi libri arrivavano alla sesta edizione, la critica lo carezzava, la gloria gli cascava addosso, sua vita natural durante. Tentò la politica, questo grande spegnitoio delle intelligenze artistiche, e fu tanto fortunato da uscirne vivo e vincitore. Quando una sua interpellanza era annunziata, il Ministero faceva l’esame di coscienza, gli avversari affilavano i ferruzzi delle risposte, le tribune si affollavano di ascoltanti; un portafoglio gli era stato offerto, aveva avuto lo spirito di rifiutarlo. Gli giungevano onorificenze, gradi, titoli, croci da tutte le parti: egli accettava tutto con serenità olimpica e rimaneva un uomo illustre, osservato, studiato, discusso, commentato e sempre applaudito dal pubblico.

Come la fanciulla potè vederlo, conoscerlo, portarselo in casa, persuadere i parenti, sarebbe lunghissimo il narrare: giorno per giorno, per la parola matrimonio, si disperdono nell’oceano della vita torrenti di diplomazia femminile. Certo non fu lieve impresa fare la conquista di quell’eterno trionfatore, perchè egli si amava troppo per amar molto qualche altro; ma la giovanetta era ricca, bella, elegante, sapeva a memoria i libri di lui e ne recitava qualche brano, con un grazioso sorriso di ammirazione; era un’adorazione perpetua degli atti, delle parole del grande uomo: i genitori con la loro adorazione parevano chiedere umilmente l’onore di tanto parentado: lo adoravano gli amici di casa, lo adoravano i servi, egli si inebriò di quell’incenso, si commosse allo spettacolo di tanta brava gente ai suoi piedi; scese dal trono della sua grandezza e si lasciò strappare un benevolo consenso.

Un’adorazione meritata: pensava la sposina. Un uomo di genio nulla ha di simigliante con la turba degli alti esseri piccoli e comuni: egli vive in una sfera elevata, circonfusa di luce. Il portamento altero della testa; la noncurante disinvoltura della persona; lo sguardo ora fisso sulla terra, ora perduto nel cielo, sempre profondo; la sprezzatura artistica dei capelli, il solco della fronte, il senso di mistero dei vari sorrisi, la piega ironica del labbro, tutto rivela la razza degli eletti. Nessuno come chi sa entrare in un salone, inchinarsi, richiamare su di sè tutti gli sguardi, essere il centro dell’attenzione, dominare tutta la riunione. Tutto quello che egli dice, ha un senso riposto che talvolta sfugge ai profani; spesso egli dice cose molto semplici, che ognuno sa, ma v’imprime un suggello d’originalità elegante; la sorridente modestia con cui parla di sè stesso, la bonomia con cui accoglie i giovani principianti, quella velatura di disprezzo, con cui tratta gli avversari, la calma con cui affronta la discussione ed il subitaneo scoppio dell’idea, sono tutte cose che completano la sua grandezza. Egli ha la singolare potenza di dare un aspetto poetico anche ai nostri prosaici abiti moderni: il petto della camicia sembra nebuloso. I guanti hanno una tinta soave ed indefinibile, la stessa marsina acquista delle linee artistiche — viene la voglia di chiedere se quest’uomo pranzi, beva e dorma come il resto dell’umanità. Come deve essere sublime nel momento dell’ispirazione! E nell’amore! Essere la moglie di quest’uomo, portare il suo nome, possedere il suo cuore, dividere la sua gloria: ecco la felicità delle felicità. ct Distacco alcune noterelle dal giornale della giovane sposa.

Viaggio bellissimo. Guglielmo a Roma mi ha parlato delle antichità romane, a Firenze delle repubbliche italiane, a Bologna dell’Università, dappertutto di arte e di estetica. In un viaggio di nozze!.... Gli amici di Guglielmo finiranno per irritarmi. Lo circondano sempre, lo assediano, non me lo lasciano un sol momento; con me, poi, o mi inganno o usano una cert’aria compassionevole che mi dà sui nervi; ve ne è uno specialmente che quando va via, non manca mai di dirmi: «Vi raccomando il grand’uomo». E l’altro giorno, mi disse con un tono sentimentale: «Fatelo felice, signora, fatelo felice, perchè la storia ve ne chiederà stretto conto». Domando io se la storia deve ficcare il naso in certe cose...

Siamo a casa. Guglielmo ha quattro librerie, moltissimi libri che sono ammirati dai visitatori, ma egli non legge mai. Io credeva che studiasse almeno cinque ore al giorno, mi ingannavo, avrà studiato prima.

Orribile, orribile! Egli porta un berretto da notte con un fiocco rosa, col pretesto di conservare l’arricciatura dei capelli!

Egli restava ore intiere nel suo gabinetto da toilette e ciò stuzzicava la mia curiosità, — ammesso che marito e moglie sono la stessa cosa, non vi è indiscrezione a vedere che cosa fa l’altra metà di sè stesso; ho posto l’occhio al buco della serratura. Egli studia davanti allo specchio; gli ho visto provare una dozzina di sorrisi ed otto pose diverse.... Nei momenti d’ispirazione mio marito somiglia tal quale uno stupido. E guai ad entrare allora in camera sua! È scortese, ineducato, vi manda via con certe parole...

Egli pranza benissimo. Vuole sempre dei grandi pezzi di carne sanguinolenta, che gli danno l’aria di un cannibale che squarta un cristiano. Venitemi un’altra volta a discorrere dell’ambrosia dei poeti!

Sono otto giorni che mio marito passeggia per la casa, declamando un discorso che improvviserà alla Camera. Non andrò a sentirlo: a momenti lo pronunzio io il discorso, tante volte l’ho inteso ripetere.

Il segretario di mio marito...

Questa politica mi obbliga a fare moltissime cose che mi dispiacciono. Adesso sono obbligata a far visita alla signora Zeta, una donnina gentile, troppo gentile; taci lingua, che ti darò un biscotto! Lo so, noi siamo esseri deboli, ma almeno salvare le apparenze! Ed è moglie di un uomo politico; non ha dunque imparato nulla alla scuola di suo marito?

Sono furiosa, Guglielmo riceve delle lettere amorose da signore incognite, che lo amano per suoi libri; quando gli ho fatta una scena, mi ha risposto, con la solita freddezza: «Cara mia, sposandomi dovevate saperlo, sono gli incerti della posizione!» Me li chiama incerti! Una di queste sfrontate gli scrive: Sono sicura che vostra moglie non comprende la vostra grandezza. Vorrei che questa signorina lo vedesse col suo berretto da notte!

Il segretario di mia moglie....

Guglielmo fa una corte assidua alla moglie dell’ambasciatore. Se gli dite nulla, vi risponde che è per ragion politica; anzi l’altro giorno mi raccomandò di lasciarmela fare dall’ambasciatore marito: così le potenze rimangono in equilibrio e la pace Europea è assicurata. Non già che mi dispiaccia mettere nella lista mia anche l’ambasciatore — ma egli è così noioso, così noioso....

Guglielmo non può accompagnarmi ai bagni. Va a fare un viaggio diplomatico, dove non posso andare anch’io. Pazienza, mi rassegnerò.

Grandi uomini... Ammirarli , sposarli mai...

Il trionfo di Lulù

ct ct ct Sofia non alzava gli occhi dal suo lavoro, e le sue dita leggiere volavano su quella trina delicata. Invece Lulù girava per la camera, spostava gli oggettini sulle mensole, apriva un cassetto per guardarvi dentro, distratta; era chiaro che essa voleva fare o dire qualche cosa, ma che il contegno serio della sorella maggiore la metteva in soggezione. Provò a canticchiare un po’ di canzone, disse un verso; Sofia parve non aver inteso. Allora Lulù, che non peccava di molta pazienza, si decise ad affrontare la questione, e piantandosi davanti alla sorella, le chiese:

— Sofia, sai quello che mi ha detto Mademoiselle Jannette?

— Nulla di molto interessante per certo. — Ci siamo con una risposta secca e fredda, da far venire i brividi in estate! Dove prendete il vostro gelo, o mia glaciale sorella?

— Lulù, sei una vera bambina.

— Ecco dove v’ingannate, bisavola del mio cuore; io non sono una bambina, perchè mi marito.

— Eh?!

— È appunto quello che mi ha detto Jeannette.

— Che imbroglio! Non capisco niente.

— Or ora, ti narrerò tutto, come si dice nei drammi. Sarà un racconto... ma Vostra Serietà mi presta tutta la sua attenzione?

— Sì, sì, ma sbrigati.

— Il giorno delle corse al Campo di Marte, ecco il tempo ed il luogo. Tu non vi eri, tu che preferisci i tuoi eterni libri...

— Se divaghi sempre, non ti ascolto più.

— Devi ascoltarmi; questo segreto mi soffoca, mi uccide...

— Ricominci?

— Smetto, smetto. Dunque alle corse stavamo in prima fila sulla tribuna: Viene Paolo Lovato e ci presenta un bel giovane, Roberto Montefranco. Soliti saluti e complimenti vaghi, essi trovano i posti e siedono alle nostre spalle, scambiano qualche parola, sino a che s’ode il segnale della partenza dei cavalli. Ti ricordi che io proteggeva Gorgona, senza prevedere quanto essa mi sarebbe stata ingrata... bisognerà rassegnarsi anche all’ingratitudine delle bestie. Una nube di polvere fa scomparire i cavalli. «La Gorgona vince» esclamo io. «No, dice sorridendo Montefranco, vince Lord Lavello.» Io mi indispettisco per la contraddizione, egli continua a sorridere e a contraddirmi; facciamo una scommessa, una discrezione. Infine, dopo mezz’ora di palpiti e di ansietà, arrivo a sapere che la Gorgona è una traditrice, che io ho perduto e che Montefranco ha guadagnato: figurati! Gli dico che voglio pagare subito subito, egli s’inchina e risponde che vi è il tempo; lo incontro a Chiaja, gli rivolgo un’occhiata che è un’interrogazione; egli si contenta di salutare e sorridere in un modo misterioso. Così al teatro, così dappertutto: io vivo nella massima curiosità: Roberto è bello, ha ventisei anni... e stamane il signor Montefranco padre, mio futuro suocero, è rimasto in conferenza due ore con la mamma.

— Oh!

— Segni di attenzione nel mio pubblico. La visita del papà l’ho saputa da Jeannette. Dun- que il matrimonio è fatto. Resta a stabilirsi una cosa di grave momento: quando andrò dal vice sindaco, avrò un abito grigio o foglia morta? Porterò il cappello con le sciarpe o senza?

— Come corri...

— Corro? Sicuro: non vi sono ostacoli. Con Roberto ci amiamo alla follia, i nostri degni genitori sono contenti...

— E tu sposeresti un uomo così?

— Che significa quel così? Vocabolo elastico...

— Senza conoscerlo, senza amarlo?

— Ma io lo conosco, l’ho visto alle corse ed alla passeggiata! Io lo adoro! Ieri l’altro non avendolo visto, rifiutai di far colazione e presi invece tre tazze di caffè, per cercar di suicidarmi.

— E lui?

— Mi sposa, dunque mi ama! — replicò vittoriosamente Lulù.

Ma vedendo il volto di Sofia scolorirsi, si pentì di quella frase imprudente e curvandosi verso lei, le chiese con affetto:

— Ho detto qualche cattiveria?

— No cara, no, hai ragione, chi ama sposa. Il difficile è farsi amare, — e sospirò lievemente. — Farsi amare, farsi amare! — ripetè irritata Lulù. — È facilissimo, Sofia; ma quando, come te, si ha la fronte severa, gli occhi tristi e la labbra senza sorrisi; quando si va in un angolo a pensare, mentre tutti gli altri ballano e scherzano; quando invece di ridere si legge, ed invece di viver si sogna; quando giovane ancora si ha l’aria statica e vecchia, allora è difficile essere amata.

Sofia abbassò il capo e non rispose. Le tremavano un poco le labbra come se comprimesse un singhiozzo.

— Ti ho afflitta di nuovo? — domandò Lulù. — Gli è che vorrei vederti amata, circondata di affetto, e sposa... Che piacere se fossimo spose, lo stesso giorno!

— Follie queste; io resterò zitella.

— Nossignora, io ve lo proibisco, cattiva creatura. Se Roberto è un galantuomo, deve avere assolutamente un fratello celibe; lo voglio!

In questa entrò la madre in abito da uscire.

— Va fuori, mamma? — disse Lulù.

— Sì cara, vado dal notaio.

— Uh! dal notaio! Roba grave è questa!

— Ve ne accorgerete, signora burlona. Sofia vieni un istante meco.

— Anche Sofia ha affari tenebrosi col notaio? — Lulù, quando ti deciderai ad esser seria?

— A momenti, mamma, vedrai.

Schiuse la porta, al passaggio della madre e della sorella, fece due profonde riverenze, mormorando:

— Signora, signorina....

Quando furono fuori, dalla soglia gridò loro, scoppiando in una risata:

— Parlate, parlate pure: io farò le viste di non saper nulla.

Roberto Montefranco, per solito, non pensava molto: non ne aveva il tempo. La giornata gli sfuggiva fra la colazione, la passeggiata a cavallo, le visite ed il pranzo; la sera scorreva dolcissima presso Lulù, la sua fidanzata. Poi vi erano gli affari spiccioli da sbrigare, qualche convegno con l’avvocato, qualche contratto da firmare, qualche debituccio vecchio da soddisfare; aggiungete i preparativi della casa e del viaggio nuziale. Appena appena, se gli rimaneva una mezz’ora per leggere e un quarto d’ora per isprecarlo alla porta del caffè. Così non lo si vedeva mai assorto in riflessioni profonde, nè si sapeva che egli si fosse mai occupato a risolvere qualche problema sociale: perchè, del resto, Roberto non aveva nulla di tragico o di eroico nel carattere.

Anzi godeva di una serenità di spirito invidiatagli da molti.

Quel giorno — un giorno qualunque nel pomeriggio — si era disteso sulla poltrona, una gamba a cavalcioni dell’altra, lo stuzzicadente in bocca, ed un volume delle edizioni Quadrio in mano, con la determinazione precisa di leggere. Il libro era interessante; ma, caso nuovo e strano, il lettore era molto distratto; dirò di più, era nervoso ed inquieto. Non voltava mai il foglio perchè, dopo un paio di versi, le lettere uscivano di posto, saltavano, si confondevano, scomparivano. Roberto, senza sua voglia, partiva per le incognite regioni del pensiero.

... Papà è soddisfatto, le zie mi mandano la loro santa benedizione, le cuginette sono in collera, gli amici del caffè si congratulano ironicamente, gli amici serii mi stringono la mano — dunque fo bene ad ammogliarmi. Non si può negare che Lulù sia molto graziosa; quando mi fissa con quegli occhietti pieni di malizia, quando scoppia a ridere mostrando i dentini bianchi, mi vien la voglia di stringere quella testina leg- giadra e di darle tanti e tanti di quei baci! È anche un bel carattere, un carattere d’oro, sempre ilare, sempre di buon umore, pronta allo scherzo, piena di spirito, punto schizzinosa, malinconica mai. Andremo d’accordo; io non posso soffrire le fronti pensierose, massime nelle persone che amo; mi sembra che celino sempre un segreto dolore, un dolore che non conosco e che non posso lenire, o di cui forse sono la causa involontaria. Sofia, la mia futura cognata, ha la virtù di irritarmi con quel suo volto freddo ed impassibile: quando lei compare, l’anima mi si chiude, muore il sorriso sulle labbra, e rilucesse il più bel sole di primavera, mi pare di essere in una oscura e grigia giornata di novembre. Non ho nemmeno più il coraggio di scherzare con Lulù; quella Sofia disperde la gioia. Ella forse si è accorta della cattiva impressione che mi fa, perchè mi saluta senza guardarmi, non mi dà la mano, mi risponde con brevissime frasi, si è accorta della mia antipatia. Forse se ne dispiace.

.... Lulù ride sempre. È molto giovane. Non mi rivolge mai una parola sul serio, ed anche se vuol farlo, non ci riesce e sembra che voglia burlare. Dice di amarmi, poi si mette a ridere e parla di altro. Mi vuol bene, ma non è amore disperato. In coscienza, neppure io ci spasimo.... meglio così. Per me ho due teorie chiare, stabilite nella mente: primo, bisogna che i due fidanzati sieno dello stesso carattere; secondo, non si deve mai cominciare con una forte passione. Siamo nel caso con Lulù; saremo felicissimi. Andremo a fare un viaggio per l’Italia, ma senza correre, senza affannarci, a piccole giornate, godendo di tutti i comodi, trattenendoci dove più ci piace, osservando anche le più piccole cose. Ci vorranno almeno tre mesi... no non bastano... mettiamo anche quattro: ho piacere di sottrarre Lulù, per un certo tempo, alla triste compagnia di Sofia. Ma, domando io, è naturale che alla sua età quella fanciulla debba essere così seria? Avrà ventitré anni.... non è brutta, credo. Anzi ha occhi bellissimi e un portamento da regina. — Se non fosse così severa, potrebbe piacere. Prevedo che rimarrà zitella; forse questo è il suo cruccio, forse un amore... qualche tradimento.... sarei tanto curioso di sapere la causa della sua tristezza.... ne chiederò a Lulù quando ci ritroveremo un po’ soli....

....A Lulù piacciono i dolci, me lo dichiarò la seconda sera che andai in casa sua. Bisogna vedere come li rosicchia; i confetti si liquefano, scompaiono dietro quelle labbrucce rosse, e dopo un momento essa prende una falsa aria di compunzione, per dire che non ve ne sono più. È carina, carina, carina! Mi ha confidato a bassa voce che, quando romba il tuono ha paura e va a nascondere la testa sotto i cuscini; che ha sempre sognato di avere un abito di velluto nero, lunghissimo, col merletto bianco alle maniche ed al collo; mi ha assicurato che sarà gelosa, gelosa come una spagnuola e che comprerà un piccolo pugnale col manico d’acciaio, intarsiato in oro, per compiere le sue vendette. È adorabile quando mi ripete queste cosuccie con quella sua aria fanciullesca e convinta. Anche la Sofia è costretta a sorridere qualche volta; ciò le rischiara il viso.... Quella Sofia! quella Sofia! chi arriverà mai a conoscere il suo animo?....

Il libro cadde dalle ginocchia a terra, il nostro giovanotto si scosse al rumore, si guardò meravigliato, quasi si toccò per riconoscersi. Era proprio lui, Roberto Montefranco, colto in flagrante delitto di meditazione.

Il crepuscolo cadeva come una fine pioggerella di cenere grigia; Sofia, ritta dietro i vetri del balcone, guardava giù nella strada popolata e rumorosa. Era l’ora in cui la via Toledo diventa pericolosa pel gran numero di carrozze piccole e grandi, che s’incrociano, salgono, scendono, senza posa. Sofia pareva cercasse qualcuno con Io sguardo: ad un tratto un vivo rossore le passò sul volto, essa chinò un poco il capo, ridivenne pallida e subito rientrò nella cameretta. Non era trascorso un minuto che Lulù giunse come un turbine, sbattendo porte, scostando sedie per correre meglio:

— Che fai qui, donna Sofia Santangelo? Leggevi?

— Sì.... leggevo.

— Non hai avuto lo spirito di stare al balcone?

— E se lo avessi avuto?

— Bah! io ho dovuto stare di là, perchè Albina la sarta ha portato l’abito per questa sera — intanto fremevo d’impazienza, perchè avrei voluto esser qui. Ieri sera dissi a Roberto di met- lere il suo soprabito bleuté, di attaccare Selin al carrozzino e di passare alle sei e mezzo. Chi sa se mi avrà obbedito?

— Roberto è passato col soprabito bleuté, nel carrozzino.

— Misericordia! Come sai tutto questo? Non leggevi forse?

— .... Ero dietro i vetri.

— Ed hai riconosciuto Roberto, mentre non lo guardi mai? Miracolo! Ti ha egli salutata?

— Sì.

— Come s’è tolto il cappello?

— Ma... come si toglie sempre.

— E tu hai risposto?

— Mi prendi forse per una sgarbata?

— Gli hai rivolto un sorriso almeno?

— No... cioè, non lo so.

— Sei una cattiva, Sofia. Anche ieri sera Roberto, mi parlava di te....

— Dicendoti che ero cattiva?

— No, ma chiedendomi la causa di questo tuo carattere chiuso chiuso, così differente dal mio. Allora io gli ho sfilato un bel panegirico; gli ho detto che tu sei più buona, più amabile, più amorosa di me e che hai il solo difetto di nascondere le tue qualità. Figurati che lui mi ascoltava con molto interesse; infine mi ha domandato dell’avversione tua per lui... — Avversione!

— Così ha detto, e sai, non ha tanto torto! Lo tratti con sì poca cordialità! Ma anche su questo punto ti ho difesa, ho messo su una bugia, cioè che egli ti era molto simpatico, che lo stimavi tanto tanto...

— Lulù!

— Lo so che non è vero; ma Roberto ti vuol tanto bene, non è una ingratitudine averlo per estraneo?

Sofia buttò le braccia al collo di sua sorella e la baciò; Lulù la trattenne un istante e le mormorò con voce carezzevole:

— Perchè non lo ami un pochino, Roberto?

L’altra fece un moto brusco, tirandosi indietro e non disse una parola.

— Sicché, — riprese Lulù stringendosi nelle spalle e cambiando discorso — questa sera non vieni proprio con noi?

— No, ho mal di capo, puoi andare con mamma.

— Delle tue solite. Basta, io vado lo stesso, perchè mi divertirò molto molto.

— Viene con te.... Roberto?

— Nix; egli va al suo circolo, dove vi è consiglio di direzione. Io ne profitto per svignarmela e per ballare sino a domattina. — E se egli lo sa?

— Tanto meglio, imparerà da ora a lasciarmi libera. Non voglio fargli prendere cattive abitudini.

— Lo ami poco, mi sembra.

— Moltissimo, alla mia maniera. Ma io scappo a vestirmi, ci vorranno almeno due ore.

Sofia stette ad ascoltare il rumore della carrozza che si allontanava, portando seco la madre e la sorella; era rimasta sola, sola, come aveva sempre desiderato di esserlo. Da bambina, quando le facevano qualche torto, aveva pianto solo quando era in letto, all’oscuro, e l’uso le era rimasto: così perduta in quel gran salone, sotto il chiaro lume della lampada, le mani inerti e la testa abbandonata sulla spalliera della seggiola, le si dipingeva sul volto un grande affanno, il vivo riflesso di una lotta interna alacrissima. Certo in quei momenti di solitudine completa le ritornava la coscienza di un gran dolore; il sentimento della realtà lungamente respinto, diventava chiaro, distinto, crudele.

Un rumore di passi la fece scuotere. Era Roberto. Vedendola sola si fermò, esitante; ma supponendo il resto della famiglia in altra stan- za si avanzò. Sofia si era alzata subito, turbata.

— Buona sera, signorina.

— Buona sera....

Erano entrambi impacciati. «Dio! quanto è antipatica questa Sofia!» pensava Roberto.

Infine la fanciulla si rimise, riprese l’impero della sua fisionomia, che ridiventò composta e severa; sedettero a poca distanza.

— La signora madre sta bene?

— Abbastanza bene, grazie.

— E... Lulù?

— Anche lei benissimo.

Qui un silenzio. Roberto provava una strana sensazione, come una gioia che lo riempisse di amarezza.

— Lulu è occupata? — chiese egli.

Sofia represse un lieve movimento d’impazienza.

— È al ballo con la mamma, in casa Delfino — rispose poi rapidamente, quasi volesse prevenir altre domande.

Dunque Sofia era sola: e se non voleva essere il più scortese degli uomini, avrebbe dovuto trattenersi con lei! Roberto a questa idea ebbe l’irresistibile volontà di fuggire. Pure non si mosse. — Io sono venuto perchè al mio circolo non siamo stati in numero legale — disse dopo, come se volesse scusare la sua presenza.

— Lulù non vi attendeva.... Mi dispiace...

— Oh! non importa! — interruppe Roberto.

La interruzione era troppo rapida, e quindi poco lusinghiera per l’assente.

— E voi — riprese egli — non siete andata?

— No.... sapete che non amo molto il ballo.

— Preferite la lettura?

— Sì, molto.

— Non temete che vi faccia male?

— Ho buoni occhi — rispose Sofia, alzandoli in viso al suo interlocutore.

— E belli — disse fra sé Roberto — ma senza espressione, — e ad alta voce: Volevo dire...

— Male morale forse? Non lo credo: dai libri che leggo, mi venne sempre una grande pace.

— Avete bisogno di pace?

— Tutti ne abbiamo bisogno.

La voce di Sofìa era grave, sonora, eppur Roberto se ne compiaceva come se la sentisse per la prima volta. Pareva si trovasse di fronte ad una donna sino allora sconosciuta, e che costei gli si rivelasse da ogni parola, da ogni atto. Perchè Sofìa aveva perduto la sua freddezza, si lasciava andare a guardarlo, a sorridergli, parlargli come ad un amico. Che ci era stato prima fra loro? Che nasceva adesso?

— Quando un libro mi piace — riprese Roberto — mi viene un desiderio forte di conoscerne l’autore, di sapere se è buono, se anche egli ha amato, se anche egli ha sofferto...

— Forse provereste qualche disillusione. Gli autori descrivono sempre l’amore degli altri, non il proprio.

— Per rispetto forse?

— Per gelosia, credo. Vi sono casi in cui l’amore è l’unico tesoro nascosto di un’anima.

Ma la voce di Sofia non si alterò, dicendo queste parole. Rifulgeva dal suo volto tanta onestà, era così semplice, così pura, così convinta in quel suo accento, che Roberto non provò alcuna sorpresa, sentendola discorrere così sicuramente dell’amore. Di nulla più si meravigliava, tutto gli sembrava naturale, preveduto; — anche quella serata, passata da solo con quella fanciulla singolare, gli sembrava che fosse stata stabilita e da lungo attesa. Quando si lasciarono, si guardarono bene in viso, quasi volessero riconoscersi. Sofia porse la mano, Roberto la prese e s’inchinò; una portiera ricadde pesantemente. Erano divisi. Cessato il fascino della presenza e della conversazione di Sofia, Roberto si sentì l’animo in disordine, il cervello scombussolato. Era allegro, malinconico, avrebbe voluto morire ed era pieno di vita; non sapeva più che pensare di Lulù, di sé stesso e dell’avvenire.

Sofia era molto felice, molto felice! Per questo piangeva a singhiozzi, col capo immerso nel guanciale.

Erano passati tre mesi, il matrimonio di Lulù tirava in lungo. Alle volte la madre, che non ci vedeva chiaro in questi ritardi, chiamava in disparte la figliuola e gliene domandava.

— Voglio aspettare, rispondeva sempre Lulù — ho bisogno di conoscer meglio Roberto.

Infatti la fanciulla era diventata un po’ osservatrice. Andava attorno come al solito; come al solito cantava, rideva, scherzava, ma interrompeva spesso queste piacevoli occupazioni per indagare il contegno della sorella, o per ascoltare ogni parola di Roberto. La si vedeva spesso con le labbra strette, le sopracciglia aggrottate, in aria di grande attenzione; ora Lulù si guardava molto intorno. Ed intorno avvenivano strano fatti. Roberto non più sereno ed ilare come per solito, ma pensoso, pallido e turbato. Parlava breve e distratto: molte cose cui prima si interessava, sembrava fossero divenute indifferenti: a volte, con grande sforzo giungeva a dominarsi ed a ritornare quel di prima, ma per poco. Abitudine a dissimulare, non ne aveva neanche mai avuta e ci riusciva male: la passione, l’interno cruccio gli si rivelavano dagli occhi.

Era venuta fuori un’altra Sofia; cioè una Sofia inquieta e nervosa, che a volte abbracciava con effusione la sorella, a volte rimaneva ore senza vederla, anzi fuggendola. Fugaci rossori le passavano sul viso, rossori di febbre; negli occhi le si accendeva una fiamma; la voce ora profonda e commossa, ora stridula e secca; le labbra spesso tremanti; le mani agitate da un’impercettibile tremolìo. La notte non dormiva: Lulù si alzava a piedi nudi, andava ad origliare presso la porta e sentiva che Sofia si agitava e piangeva. Richiesta, Sofia rispondeva non aver nulla, essere sempre la medesima.

Quando Roberto e Sofia si trovavano insieme - ed avveniva quasi ogni giorno — allora si chiariva di più il loro cambiamento. Parole rade, risposte o troppo pronte o troppo vaghe, sguardi singolari; per sere intiere non si parlavano, ma l’una studiava i modi dell'altro. Non sedevano mai d’accanto, ma Roberto trovava sempre modo di prendere il lavoro o il libro che aveva toccato Sofia; talvolta costei non compariva e Roberto, sempre più inquieto, fissava la porta chiusa, rispondendo distrattamente a quanto gli si diceva; talvolta, cinque minuti dopo la comparsa di Sofia, egli prendeva il suo cappello e partiva. La fanciulla impallidiva, un cerchio nero le si formava sotto gli occhi; si decise a non farsi vedere più. Si chiuse ogni sera per otto giorni nella sua camera, fremente d’impazienza, soffocando i suoi lamenti...

Una sera Lulù entrò nella camera:

— Vuoi farmi un favore? — le disse.

— Che desideri?

— Ho bisogno di scrivere un bigliettino. Roberto è solo, fuori sul terrazzo. Va a fargli compagnia tu. —

— Ma io...

— Vuoi continuare a star chiusa? Tanto ti costa il contentarmi?

— Verrai presto almeno?

— Il tempo per metter giù quattro righe.

Sofia si avviò verso la terrazza, cercando di avvalorare il suo cuore per quei pochi minuti. Si fermò sulla soglia. Roberto passeggiava; le si accostò...

— Lulù mi manda — ella disse a bassa voce.

— Veniste forzata?

— Forzata... no.

Essa tremava tutta; Roberto le era vicino, col viso travolto dalla passione.

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