Al reverendissimo padre D. Marco Giovanni Ponta
AL REVERENDISSIMO PADRE
D. MARCO GIOVANNI PONTA
preposito generale de’ chierici regolari somaschi.
Bello e caro dono ricevo dalla vostra cortesia, e tale che mi corre grand’obbligo, amico dottissimo e gentilissimo, di rendervene le grazie più affettuose. Già intendete che parlo del comento che Pietro figliuolo di fece al divino poema del padre: comento che l’Italia vede ora pubblicato colle stampe la prima volta per la rara generosità d’animo dell’illustre britanno lord Vernon. Potete ben credere con quanta dirò meglio avidità che curiosità, studioso che sono io pure di Dante, vada qui e colà scorrendolo: e come spesso goda di trovarvi cose, che in vano cercherei forse in altri comenti, e che leggo poi scritte da (ciò che maggiormente mi piace) col giudizio liberissimo in tutto dell’età sua.
Certo questo Pietro fu uomo non mezzanamente erudito di quante opere di scrittori sacri e profani si conoscevano a’ tempi suoi: anzi ebbe pure alcun fiore di buona dottrina, benchè scrivesse si barbaramente latino. Dirò di più, che assai buon ufficio reputo ch’abbia cercato rendere alla memoria del padre. Con tutto ciò, s’ho a dirvi il vero, non credo che già molti segreti intorno al poema gli fossero da lui rivelati. Difatti se avesse ammaestrato egli stesso il figliuolo intorno a tante cose, che ancora nella ci sono così malagevoli ad intendere, noi vedremmo Pietro procedere molto più franco nelle sue interpretazioni: ben poetiche incertezze mostrerebbe su’ veri avvisi ch’ebbe qua e là il poeta scrivendo: ed inoltre non sarebbe certissimamente caduto in alquanti errori. Il che sia detto a solo fine di non attribuirgli in tutto un’autorità maggiore di quella che forse, o io m’inganno, non dee meritare. Del resto nè pur vorrei sognando accostarmi all’opinione del canonico , che negò esser Pietro colui che scrisse il comento: perchè ogni dubbio sull’autenticità dell’opera del figliuolo di Dante parmi essere stato omai risoluto dalla non men grave che dotta confutazione che voi, nelle dottrine dantesche così solenne, avete fatto d’ogni difficoltà proposta da quel benemerito letterato.
Sia lode a lord d’avere affidato ad un pratichissimo, qual è il professore , il riscontro de’ codici e la del libro: perchè difficilmente un altro, che non avesse avuto quella rizia ed accuratezza, ne sarebbe venuto a capo con qualche onore: tanto grande è lo strazio che anche del comento di hanno fatto al solito le genti più ignoranti e bestiali che già vissero di mestiere prima d’esser trovata la stampa, voglio dire i copisti. Certo parmi che il in molti luoghi dello scritto abbia fatto prodigi di sagacità e diligenza: e che sia perciò da scusare se tutto non ha potuto sanare perfettamente in un corpo sì guasto.
Oh questo pubblicare antichi codici è pure il difficil lavoro! Anzi lavoro siffatto, intorno a cui ho veduto spesso venir meno le forze anche d’uomini poderosissimi. Voi, onorando amico, quant’altri il sapete, costretto come siete voi pure a dover talora spaziarvi in mezzo a tal ginepraio: e dirò che anch’io non lo ignoro, per lo studio che con qualche assiduità vo ponendo, quando le altre mie cure me lo consentono, sugli antichi testi della nostra lingua, e per ciò che ho dovuto sopratutto toccare con mano emendando (bene o male, nol so) molti luoghi delle più riputate edizioni del , della del , de’ volgarizzamenti del , e del . Se ne richiede ancora un esempio? Eccolo e gravissimo nella stampa che due valenti, il ed il , ci hanno data di un’opera comunemente attribuita al primo padre dell’italiana eloquenza: nella lettera cioè che va sotto il nome del a messer Francesco di Nello Rinucci priore di s. Apostolo in Firenze. Chi dicesse che pochi altri scritti furono al pari di questo malmenati da’ copisti, direbbe cosa che forse niuno penerebbe a credere: ma non tutti vorranno poi credere, che a prova di spropositi coi copisti biano fatto gli editori. E nondimeno è così. Taccio del : ma non posso tacere di , che nella sua edizione milanese del 1829 (tipografia de’ classici italiani) vantossi d’aver ridotto questa lettera a buona lezione. Veramente povero Gamba, che pieno di certa predilezione per essa, compiacevasi tanto, che giudicatala una povera fanciulla di nobile stirpe, e trovatala piagata tutta da capo a piè, aveva adoperato ogni studio perchè risanasse! Sì, ripeto, povero Gamba: quanto egli ingannavasi così in questa sua dolce sicurtà di bene, come nello stimare di aver proprio trovato l’oro traendo della polvere un vecchio manoscritto della marciana! Quasi fossero gran cosa per se medesimi i vecchi manoscritti, e soli bastassero, senza il lume del buon giudizio, a render sicura qualunque lezione di un libro antico! Quanto a me crederò sempre, che co’ soli manoscritti (salvo se non siano dell’autore stesso dell’opera) non si accrescono e non si perpetuano spessissimo che gli errori, i quali non con altro che colla critica, ragione altissima, si correggono.
Io fui amicissimo, e ne pregio, a quell’uomo veramente ottimo e venerando, il quale non ha dubbio che coll’opera de’ non siasi reso assai benemerito delle nostre lettere, e non abbia a se procacciato un nome fra gl’italiani meritamente chiarissimo. Ma non vorrò per questo tacere, ora che il Gamba è morto, ciò che liberamente gli dissi anche da vivo per la sua prima edizione de’ (veggasi la ristampa che poi ne fece in Venezia per l’Alvisopoli nel 1834): ed è, che comunque egli sia stato uno de’ principalissimi bibliografi del nostro secolo, nondimeno nel pubblicare alcune antiche opere non fu molto felice, anche per certa fretta che aveva nel darle fuori.
Ora ciò che l’egregio uomo non potè fare (nè era possibile) col soccorso che quasi unico cercò ne’ manoscritti, e nel codice marciano principalmente, procurerò secondo le mie piccole forze di farlo io coll’aiuto della semplice ragione, nutrita di qualche studio in siffatte cose: parendomi veramente non degno che vada attorno così mal concia una scrittura, ch’è pur citata dall’ fra i testi del bel parlare: benchè alcuni ultimamente, e fra essi l’illustre , abbiano congetturato ch’ella non sia del . Se a ragione o no, lascio ch’altri lo giudichi: non essendomi nota che qualche sola parte di ciò che se n’è scritto in favore e contro. Questo bastami di poter dire, che l’antico falsificatore (posto che l’opera debbasi creder falsa) ha saputo non male imitare in alquanti luoghi così la lingua e lo stile, come la pompa un poco affettata di erudizione ed il far talvolta più sofistico ch’eloquente del . Se non che le invettive contra il gran siniscalco Nicolò Acciaiuoli vi sono si acerbe ed esagerate, che poco o niun luogo lasciano al verosimile: non sapendo chi possa indursi a credere, che tal fosse nella vita privata e pubblica quell’italiano famoso, qual ivi ci viene rappresentato dallo scrittore: fino a tacciare di avarissimo un uomo che dal suo secolo fu piuttosto reputato (userò le parole di ) liberalissimo e quasi prodigo: anzi fino a volere oscurar la fama di quel suo valore, che il chiamò grandissimo.
Leggo ne’ del , che sta lettera al priore di s. Apostolo fu altresì pubblicata dal il in Milano ne’ suoi . Ma io non potuto vedere questo libro per quanto l’abbia cercato, nè so in Roma chi l’abbia: benchè poco vi avrei forse imparato, affermando il buon , con quella sua probità, che la ristampa del Ciampi è men della mia corretta: il che certo non è a dir poco. Giovami nondimeno di far qui tale avvertenza: perchè sappiasi che il solo caso, o a dir meglio il solo naturale accordo della mia ragione con quella del Ciampi, può avermi tratto (e me ne riputerò, se mai fosse) a proporre per avventura qualcuna delle correzioni, che già si trovassero fatte nell’edizione del . Le quali mie correzioni, comunque elle siano (perciocchè confido sempre poco delle mie cose) ecco che a voi si presentano, chiarissimo, desiderose di aver giudice competente e gentile l’alta vostra dottrina.
Correzioni
Pag. 1. «Certo io mi doglio: perocchè non sempre ad onesto uomo si confà sparger quello ch’essa verità patirebbe, acciocchè non paia in istimolo aver rivolta la lingua, e mentre ch’egli dice il vero sia riputato maldicente.» Le parole ch’essa verità patirebbe non danno alcun senso: talchè parmi chiaro che qui è lezione errata e lacuna. Credo però che sia facile tanto di emendar la lezione, quanto di empiere la lacuna, scrivendo così: Perocchè non sempre ad onesto uomo si confà sparger quello ch’e’sa, e di cui alcuno per la verità patirebbe.
Ivi. «Ma perciocchè la innocenza si debba difendere, ed io sono offeso e accusato, ho da venire in parole.» Direi si debbe, avendo poi detto io sono.
Ivi. «Di quindi aggiugni, quasi adirato, ch’io sia subito.» Il di quindi è qui fuor di luogo, e dee dirsi quindi.
Pag. 2. «E benchè la pestilenza mi spaventi, o mi contrasti il caldo della state, utile tempo mi conforti ad aspettare: e per la tua fede affermi che al desiderio mio troverò ogni cosa apparecchiata.» Era il mese di giugno, e non ancor cessato nel regno lo spavento della pestilenza: e nondimeno il priore di s. Apostolo confortava il a mettersi in viaggio da Venezia, ove abitava ospite del , dicendo esser quello appunto il tempo utile al suo ritorno in Napoli. Dunque si emendi: E benchè la pestilenza mi spaventi, e mi contrasti il caldo della state, più utile tempo mi conforti a non aspettare.
Ivi. «Oh se io volessi, ho che ridere, ho che rispondere.» Scrivasi: Ho, se io volessi, ho di che ridere, ho che rispondere.
Pag. 3. «Che diresti tu se, poichè queste cose son fatte, un anno grande fosse passato, conciossiachè non ancora il sole abbia perfettamente compiuto il cerchio suo? A Messina, in quei dì che il nostro re Lodovico morì, di questo mio infortunio si fece parola.» Dice qui il Boccaccio, che intorno alle cose, delle quali egli si lamentava, invano poteva il priore di s. Apostolo rispondere: Non me ne ricordo: perchè non sogliono le cosa fresche così subito cadere della memoria. E che diresti tu, gli aggiunge, se invece un anno grande (cioè un periodo di quattro anni) fosse passato, quando non ti ricorsi de’ fatti avvenuti non ancora compiuto un anno solare? La lezione adunque di questo passo è buona nel testo: e male ha fatto il a pentirsene nell’errata corrige a piè del libro, e di proporre di scrivere anzi così: Che diresti tu se, poichè queste cose son fatte, un anno grande fosse passato? Conciossiachè non ancora il sole abbia perfettamente compiuto il cerchio suo, a Messina, in quello dì che il nostro re Lodovico morì, di questo mio infortunio di fece parola. Buona è però l’emendazione in quello dì, invece d’in quei dì.
Ivi. «Oh buono Dio! ecco se, non sapendo io, del fiume di Lete assaggiasti (forsechè che n’assaggiasti); e se non n’assaggiasti, tu ti dovevi ricordare delle lettere di Sicilia a me scritte di mano del tuo messer Mecenate, egregio albergo delle muse, con quanta instanzia io sia in quelle chiamato, con quante promesse acciocch’io venga.» Il senso, come ognun vede, corre assai male nelle prime due righe: sicchè io proporrei (considerata l’incredibile bestialità de’ copisti che mostrasi in tutto il testo) di emendare così: Oh buono Dio! Ecco tu, e non io, del fiume di Lete assaggiasti. Forsechè n’assaggiasti? E se non n’assaggiasti, tu ti dovevi ricordare delle lettere di Sicilia a me scritte di mano del tuo messere Mecenate, egregio albergo delle muse, con quanta instanzia io sia in quelle chiamato, con quante promesse, acciocch’io venga.
Ivi. «Ma acciochè io, che so tutto, dica qualche cosa, confesso spontaneamente che io fui alquanto in pendente, leggendo le lettere tue.» Deve dir lettere sue, com’è chiaro dal senso.
Pag. 4. «Me nè la promessa, nè ’l venire i conforti tuoi sospinsono.» Sia pur lode questa volta al , che ottimamente ha corretto in nota questo non picciol guasto, proponendo di scrivere: Me non la promessa, ma al venire i conforti tuoi sospinsono.
Pag. 6. «Intra queste cosa risplendenti era ed è una breve particella, attorniata e rinchiusa da una vecchia nebbia, e di tele di ragnolo e di secca polvere disorrevole, fetida e di cattivo odore, e da essere tenuta a vile da ogni uomo quantunque disonesto.» Non particella, ma stimo doversi dir cella: e forse una breve e povera cella. Quanto a nebbia, credo esser qui dette metaforicamente in vece di muffa: e noi vedremo di qui a poco che disse anche bicchieri nebbiosi.
Ivi. «In questa io, siccome nella conceduta parte della felicità grandissima quasi nocivo, non come amico dalla lunga, sono mandato a’ confini.» Dopo grandissima vuol porsi virgola.
Ivi. «Per tuo comandamento fatto, già tenendo noi mezzo novembre, ed ogni cosa aggranchiata per l’aire fresca e contratta, e stante la pestilenza: ed intorno ogni cosa tenendo sopra il solaio di sasso uno letticciuolo pieno di capecchio, piegato e cucito in forma di picciole spere, ed in quell’ora tratto di sotto a un mulattiere, ed un poco di puzzolente copertoio mezzo coperto, senza piumaccio, in una cameruccia aperta di più buche, quasi a mezza notte, a me, vecchio ed affaticato, è assegnato, acciochè insieme col mio fratello mi riposassi.» Può darsi imbroglio maggiore? Ma tuttavia, se non erro, ecco la lezione se non certa, almeno più ragionevole: Per tuo comandamento (già tenendo noi mezzo novembre, ed ogni cosa essendo aggranchiata per l’aere fresco e contratta, e, stante la pestilenza, intorno ogni cosa temendo) sopra il solaio di sasso uno letticiuolo pieno di capecchio, piegato e cucito in forma di picciole spere ed in quell’ora tratto di sotto a un mulattiere, e d’un poco di puzzolente copertoio mezzo coperto ec., a me vecchio e affaticato è assegnato, acciocchè insieme col mio fratello mi riposassi.
Pag. 7. «Forsechè non più splendidamente ad Alba per addietro fu Perseo da’ romani, e da’ tiburzi Siface, per addietro chiarissimo re, allora prigioni, ricevuti sono.» Emenderei: Forsechè non più splendidamente ad Alba Perseo da’ romani, e da’ tiburti Siface, per addietro chiarissimi re, allora prigioni, ricevuti furono.
Pag. 8. «In questa medesima sentina al disorrevole letticciuolo si aggiugne l’ordine domestico de’ desinari.» Vuole il senso che scrivasi, si aggiunse.
Ivi. «A quelli che in quella casa reale entravano, tessuta di travi dorate, coperta di bianco elefante, (trista battaglia con le cose contrapposte al vedere, al gusto ed all’udito!) si vedeva in un canto una lucernuzza di terra con un solo lume mezzo morto; ed a quello con poco olio, della vita trista è continua battaglia!» Qui tutto è posito. Veggano i pratici di queste cose se la lezione per avventura potesse esser questa: A quelli che in quella casa reale entravano, tessuta di travi dorate, coperta di bianco elefante, trista battaglia con le cose contrapposte facevasi al vedere, al gusto e all’udito. Si vedeva in un canto una lucernuzza di terra con un solo lume mezzo morto, siccome quella ch’era con poco olio: della vista trista e continua battaglia.
Ivi. «Dall’altra parte era una tavoletta di grosso e putido canovaccio da’ cani ovvero dalla vecchiaia tutto roso, non da ogni parte pendente, e non pienamente coperta, e di pochi e nebbiosi ed aggravati bicchieri fornita.» Non so che sieno i bicchieri aggravati: quantunque abbia loro dato corso anche la crusca là dove al vocabolo nebbioso reca questo esempio. Forse dovrà dire aggravanti, o sia pesanti: o meglio gravosi, cioè che rendono mal odore (graveolentes); della qual parola il ed il non hanno trovato che la sola autorità dell’. Il passo ci è anche dato dal con pessima ortografia, la quale emenderei così: Dall’altra parte era una tavoletta, di grosso e putido canovaccio (da’ cani, ovvero dalla vecchiezza, tutto roso, e non da ogni parte pendente) non pienamente coperta ec.
Ivi. «E di sotto alla tavola, in luogo di panca, era uno legnerello manco d’un piè; credo nondimeno che questo fosse fatto avvedutamente, acciocchè accordante in sul riposo di coloro che sedeano, con la letizia delle vivande agevolmente non si risolvessono in sonno.» Avrà forse saputo il che cosa dir voglia questo acciocchè accordante in sul riposo di coloro che sedeano. Quanto a me, confesso candidamente di non saperlo: e penso quindi che debba scriversi così: Credo nondimeno che questo fusse fatto avvedutamente, acciocchè, accordante niun riposo, coloro che sedeano nella letizia (detto ironicamente) delle vivande agevolmente non si risolvessero in sonno.
Pag. 9 «E posto che nel focolare nullo fuoco avesse intorno, il fummo della cucina e’l lesso della vivanda occupava ogni cosa.» Il nell’errata corrige in fine del libro ha congetturato, che in vece di lesso debba forse scriversi lezzo. E parmi ragionevolmente. Ma doveva anche avvedersi che la virgola era a porsi dopo avesse, e prima d’intorno.
Ivi. «E quello che m’era gravissimo al vedere e all’odorato, era, mentrechè le mezzine e i vasi del vino quinci e quindi portavano, ed alcune volte rompessono, il rotto suolo immollando, e la polvere e’l vino co’ piedi in fango convertissono, di fetido odore riempivano l’aria del luogo.» La casa, ove facevasi il convito del gran siniscalco, era reale, tessuta di travi dorate, coperta di bianco elefante: non sembrami dunque possibile che il suolo vi fosse rotto. Io emenderei tutto il passo così: E quello che gravissimo al vedere e all’odorato era, mentrechè le mezzine e i vasi del vino quinci e quindi portavano, e’alcune volte li rompessero, e, tutto il suolo immollando, la polvere e’l vino co’ piedi in fango consertissono, sicchè di fetido odore riempievano l’aria del luogo.
Ivi. «Dopo questo, il prefetto della reale casa, sucido, disorrevole e non in abito discordante dalla casa, pochi e piccolini lumi portando in mano, gli occhi lagrimanti per lo fummo, con roca voce e colla verga dà il segno della battaglia.» Parmi che debba essere la vera lezione, con gli occhi lagrimanti per lo fummo.
Pag.10 «Ma nel cospetto mio sozza ed incomposita turba ruinava, senza comandamento aspettare, dove la fortuna gli concedeva.» Deve dirsi le concedeva.
Ivi. «Ed a mio dispetto spessissime volte verso costoro io voltava gli occhi, i quali quasi tutti io vedeva co’ nari del naso umidi, con le gote livide, con gli occhi piangenti in gravissima tossa esser commossi, dinanzi a se e a me marcidi e rappresi umori sputare.» I nari sono tal cosa in lingua italiana, che niun vocabolario ha voluto loro dar corso. Nè può infatti ammettersi, colla sola autorità del copista della lettera al priore di s. Apostolo, la mostruosa licenza di far mascolino quello che tutti i secoli hanno costantemente fatto femminino, anche per la gran ragione dell’origine latina della parola. A me pare fuori di dubbio, che il , o chi altro è l’elegante autore di questo scritto, non debba aver potuto commettere un ircocervo di simil fatta: e perciò senza scrupolo emendo, colle nari del naso umide, e do a tutto il passo questa lezione: Ed a mio dispetto spessissime volte verso costoro io voltava gli occhi: i quali quasi tutti io vedeva colle nari del naso umide, con le gote livide, cogli occhi piangenti, in gravissima tossa esser commossi, e dinanzi a se e a me marcidi e rappresi umori sputare.
Ivi. «Mezzo vestiti, quasi tutti di sottilissimi e manicati pannicelli, presso al ginocchio nudi, e disorrevoli e tremanti, scostumati, affannati, a guisa di fiere trangugiavano le vivande poste loro innanzi.» E’ chiaro che dopo vestiti non dee porsi la virgola. Forse prima di presso al ginocchio manca un fino.
Ivi. «Che dirò de’ vasi boglienti per porre i cibi, simili a quelli del grande Antioco re d’Asia e di Siria? Forse lo penserebbe un altro tirato da falsa fama: io non ti posso ingannare, chè ogni cosa avevi apparecchiato.» Se non erro, il passo dee punteggiarsi così: Che dirò de’ vasi boglienti per porre i cibi? Simili a quelli del grande Antioco, re d’Asia e di Siria, forse li penserebbe un altro tirato da falsa fama.
Pag. 11. «E se alcuno ve n’era di legno, nero e umido, e che sapeva e sudava del grasso di ieri, erano posti innanzi.» Emendisi, erane posto innanzi.
Ivi. «Il proposto della sala (come appresso a certi nobili per addietro vidi per consueto cibi apparecchiati quasi con la voce del banditore a denunziare l’anno precedente, acciocchè io non dica il mese e’l dì) ti mostrava l’ordine del seguente, il quale dal cuoco era osservato.» Scriverei in vece: Il proposto della sala (come appresso a certi nobili per addietro vidi per consueto i cibi apparecchiati quasi con la voce del banditore a denunziare) l’anno precedente, acciocchè io non dica il mese e’l dì, ti mostrava l’ordine del seguente, il quale dal cuoco era osservato.
Pag. 12. «Così o troie spregnate, o colombi vecchi che arsi o mezzi cotti a’ cenanti si apparecchiavano, perchè, secondo l’autorità del re to, in nutrimento più forte si convertissono: ed oltre a questo, Esculapio, Apollo, ed ancora Ippocrate e Galeno queste interapeutiche vivande non molto commendano, e spezialmente in questo pestilenzioso tempo.» Quell’ed oltre a questo non ha senso che qui corra bene. A me pare uno de’ soliti errori, e che debba dirsi, ad onta di questo, ch’Esculapio ec. E se alcuno arricciasse il naso all’avverbio ad onta, perchè nol trova con alcun esempio ne’ vocabolari della crusca e del mio egregio amico , sappia ch’è modo legittimissimo del trecento, ed è usato da fra Guido da Pisa ne’ , dove al cap. 45 del libro X si legge: La gente di Enea prese terra ad onta di Turno.
Ivi. «Io non aveva detto le quisquilie ed i picciolissimi pesciolini ancora a’ mendicanti lasciati, delli quali il dì del santo digiuno eramo pasciuti, cotti in olio fetido.» Parmi che dir debba, appena a’ mendicanti lasciati.
Pag. 13. «Perchè non dunque, se questo non era all’animo di Mecenate, non m’era negato l’andare?» Parmi che debba dirsi: Perchè dunque, se questo era l’animo di Mecenate, m’era negato l’andare?
Ivi. «Io non t’avrei chiesto vini di Tiro, ovvero di Pontico.» Scrivasi Ponto, i cui vini sono ricordati da .
Pag. 14. « Non le vivande degl’imperadori, non le piume di Sardanapalo, non i guanciali della reina Giunone, non il letto di porpora, non la casa d’oro di Nerone Cesare. » Qui la reina Giunone non parmi che possa stare: e stimerei doversi anzi dire la reina Didone, avendo forse in mente l’autore que’ versi del primo dell’:
Ivi. « Ma avrei io voluto quello che spessissimamente addomandai, cioè una casellina rimossa, dal romore de’ ruffiani garritori » Forse, e de’ garritori.
Pag. 15. « Confesso essere delle femmine le dilicatezze, e così essere degli animali bruti bruttamente vivere » Dicasi brutalmente.
Ivi. » Queste cose a me spesso promesse, perciocché solamente una volta non mi erano date, ed io quegli allettamenti sofferire non potessi, sono stato costretto di tornare ec.» Invece di non potessi scriverei forse non poteva.
Pag. 16. «Sai che, mentre quasi separato con l’ottimo giovane un pochetto mi ristorassi, con quante letteruzze e con quante ambasciate io fossi dal tuo Mecenate chiamato, acciocché insieme con tutt’i libri miei, quasi da parte, a lieto riposo alquanti dì divagassimo.» Credo che debba dirsi mi ristorava, anzichè mi ristorassi. Scrivo poi, senza niun dubbio: Acciocché insieme, con tutt’i libri miei quasi da parte, alquanti dì (seguo la miglior lezione del codice marciano) a lieto riposo vacassimo.
Ivi. « Tu ti puoi ricordare, non meno realmente quivi che nella Sentina io fussi ricevuto.» Manca assolutamente un come dopo ricordare: ed invece di realmente vuol dirsi forse reamente. Pag. 17. « Ed attorniato (il gran siniscalco) da una brigata di gentili uomini entrò nella mia cameretta, ogni abito della quale con uno agevole volgere d’occhio poteva ciascuno vedere: niuno ripostiglio era in quella, ogni cosa era in aperto.» Qui vuol dire il , che non essendo nella sua cameretta verun ripostiglio, poteva il gran siniscalco d’un solo sguardo vederne tutte le parti. Parmi dunque che non abito, ma sì debba scriversi alla latina adito, cioè la parte più riposta: comechè di questa significazione della voce adito non abbiasi esempio nel vocabolario della crusca.
Ivi. « Volesse Dio che almeno una delle lagrime da Cesare concedute al morto Pompeo avesse date: poichè esso vedeva quello ch’e’ desiderava: forse che arei io creduto, per pietà della indegna trattagione, essere suta conceduta, e più lungamente m’arebbe potuto schernire.» Scrivasi, se non erro, così: Volesse Dio che almeno una delle lagrime da Cesare concedute al morto Pompeo avesse date, poiché esso (Cesare) vedeva quello ch’e’ desiderava! Forse che arei io creduto, per pietà della indegna trattagione essere suta conceduta, e più lungamente m’arebbe potuto schernire.
Pag. 18. « E perchè di tuo officio era, non guattero, non fanticello alcuno vi rimase, che tu, apparecchiate le bestie (perchè il mare era tempestoso), non facessi molte sue cose portare » Parmi che debba dirsi: a chi tu, apparecchiate le bestie ec., non facessi molte sue cose portare.
Ivi. « A che dico io molte cose? tutte le masserizie furono portate via, infino ad uno sedile di legno ed uno orciuolo di terra.» Forse, e ad uno orciuolo.
Pag. 19. «Nè m’uscirà mai di mente, mentrechè io viverò, perchè tra noi mi sia doluto, me (quasi uno vile schiavo essere suto da te lasciato nel seno di Baia) primieramente essere suto chiamato di vetro.» Anzi scrivasi così: Nè m’uscirà mai di mente mentrechè io viverò, perchè tra noi mi sia doluto, me quasi uno vile schiavo essere suto da te lasciato nel seno di Baia, primieramente essere suto chiamato di vetro.
Pag. 20. « D’onde m’avevi tu ricolto? del loto o della feccia? D’onde m’avesti tu cavato? dalla prigione de’ servi? D’onde m’avevi tu tratto? de’ ceppi, o dalla puzza della prigionia?» La diligenza d’un editore avrebbe voluto che si scrivesse, della prigione de’ servi: della puzza della prigionia: e così anche: D’onde m’avevi tu cavato?
Pag. 21. «Per non mangiare il pane il quale si dovea dar a mangiare a’ figliuoli del mio oste cortese, e per non essere più straziato dal tuo Mecenate, conciossiacosachè più volte te l’avessi detto, con quella temperanza che io potei, al tuo grande domandata licenza, postochè dall’amico mio mi partissi, e partendomi, a Vinegia me ne venni, dove dal mio Silvano lietamente ricevuto fui.» Scrivasi: Con quella temperanza che io potei al tuo grande domandata licenza, tostochè dall’amico mio mi partii, a Vinegia me ne venni ec.
Pag. 22. Avverto che scrivesi indifferentemente nel libro schifiltà e schifeltà: secondo l’arbitrio de’ copisti. Io però porrei sempre schifiltà, non solo perchè di schifeltà non si ha altro esempio, ch’io sappia, ma perchè la prima è parola bella e comune.
Pag. 24. «Oltre a ciò non è a me, come a molti, sozzo ed abbominevole amore, fra gli omeri d’Atlante nel comportare ogni disonesta cosa.» Doveva il porre con sicurezza nel testo la correzione che ha posto in nota: Nè ho gli omeri di Atlante nel comportare ogni disonesta cosa.
Ivi. « A me è desiderio di onesta vita ed onore, al quale tolga Iddio che per così abbominevole scelleratezza io creda che si vada.» Scrivasi: A me è desiderio di onesta vita e di onore: al quale tolga Iddio che per così abbominevole scelleratezza io creda che si vada!
Pag. 25. «Ma dopo pochi dì, conciofussecosachè a Firenze fusse comparito, e domandando quelli che mandato lo avevano, che fusse cagione di sì subita tornata, disse ec.» Parmi che l’e prima di domandando sia d’avanzo.
Ivi. «Dirai ancora che io sia subito quasi ruinoso, e senza consiglio sia venuto a partirmi: e fai te dimentico, affermando te non sapere la cagione di esso.» Ragion vuole che debba scriversi così: Dirai ancora, che io sia subito, e quasi ruinoso e senza consiglio sia venuto a partirmi? E farai te dimentico, affermando te non sapere la cagione di esso?
Ivi. «E tu ora fingi di non sapere perchè partito mi sia, e chiamimi subito. Ma che è? Io farò ciò che tu vuoi, poichè più non posso esser ingannato.» Parmi che la vera lezione debba essere, se non erro: Io sarò ciò che tu vuoi, purché più non possa esser ingannato. Pag. 26. «Io non potea più patire i fastidiosi costumi del tuo Mecenate; se io dirò e’ tuoi, io non mentirò, nè il disonesto portamento.» Scrivasi: Io non potea più patire i fastidiosi costumi del tuo Mecenate (se io dirò e’ tuoi, io non mentirò) nè il disonesto portamento.
Ivi. «E se io non le scrivessi a te (le altre cose), veramente non le arei dette; tu nondimeno il serba teco.» Dicasi, le serba teco.
Ivi. «Se tu non perdessi al tutto con la coscienza la mente, tu il dovresti conoscere.» Dicasi, non perdesti.
Pag. 27. «Quante simili cose vuoi orribili occorrano in casa o fuori, non altrimente era da pietà mosso a’ miseri che’l servono d’aiuto, di consiglio, di parole o di fatti, che se eglino fussono o arabi, o indi, o bestie salvatiche.» Deve dire, non altrimente è da pietà mosso.
Ivi. « E quello ch’è segnale di più crudele animo, è, se esso vegga o senta gli amici infermi: non che gli aiuti, com’è usanza degli amici, o almeno di parole gli conforti; ma ec.» Correggasi: E, quello che segnale di più crudele animo è, se esso vegga o senta gli amici infermi, non che gli aiuti, com’è usanza degli amici ec.
Pag. 28. «E’ si dovrebbe ricordare Marco Marcello aver date lagrime alla infelicità de’ siracusani, e da questi pigliare, se a’ nimici dagli uomini chiari son date, quali siano dovute agli amici.» Dicasi da queste pigliare, cioè da queste lagrime.
Ivi. « Certamente per la clemenza nella fede e nel servigio si solidano gli animi degli amici, ed aumiliansi quelli de’ nimici: dove per la schezza e negligenza degli amici si partono.» Parmi che debba dire, gli amici si partono.
Pag. 29. «Per le quali (leggi) avviene che se alcuno » che con lui muoia ha alcuno avere, non ostante alcun testamento, esso solo erede si fa, schiusi ancora i creditori, se alcuni ne sono: affermando pure, che la necessità ’l richieggia; dover avere molto dal morto, benchè esso ancora debba dare al sepolto.» Direi: affermando, purchè la necessità il richieggia, dover avere ec.
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The end
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