Front matter
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Indice
Dedica
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Allorquando in me nasce l’idea di scrivere le Memorie Storiche della patria trattenevami il pensiero che un dì le mie fatiche non avrebbero forse trovato quel compenso che fu lo stimolo maggiore per cui diedi poi mani alla penna. Questo compenso ad altro non mirava, se non che il mio scritto avesse potuto venire alla luce sotto auspicii di uomini illuminati e dediti alla patria, onde sapessero apprezzare se non il pregio di quanto io era sin d’allora inclinato ad offrir loro almeno il buon animo di chi glielo presentava. Ma non tardai molto ad accorgermi della fallacia del mio timore, mentre nel corso di oltre quattro lustri in cui ho l’onore di prestare l'opera mia qual Cancelliere di questo , ho ben potuto conoscere da quanti valenti uomini sia stato in ogni tempo il Municipio spesso bene amministrato e protetto; ond’è che innoltratomi con animo nel lavoro e postovi fine, mi parve che questa fosse l’epoca più propizia al mio scopo, in cui, quasi in un punto riformate da codesti saggi Prettori le antiche costumanze, sanciti de’ buoni regolamenti di polizia arricchito il Municipio di redditi e di privilegi, abbellito il paese, protetti gli studii e l’educazione, sembra essersi raggiunta quella meta di ben essere sociale, che solo si ottiene quando chi regge la somma pubblica al solo pubblico bene ha rivolto le cure.
Debito quindi di riconoscenza e come concittadine e come impiegato pubblico è l’offerta che m’avanza a presentare alle SS. LL. Ill.me di questo mio scritto, il quale coll’essere aggradito verrà a conseguire il migliore ornamento, ed io raccoglierò i frutti di quel voto a cui da tanto tempo aspirava.
Mi protesto coi sentimenti del più profondo ed inalterabile ossequio.
Delle SS. LL. Ill.me.
Introduzione
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È verità innegabile e dal tempo confermata, che la conoscenza del passato sia un’ottima scuola dell’avvenire, ed un risparmio delle troppo costose lezioni dell’esperienza; per lo che dietro questo pensiero ho riputato cosa forse non inutile lo stendere, come meglio ho potuto, queste memorie patrie per diffondere qualche lume sulle cause e le conseguenze che diedero argomento alle gesta de’ nostri antecessori. Ben pochi scrittori dei tempi passati trattarono di Arona, paese che offre senza dubbio delle particolarità rimarchevoli; e chi ne ha fatto parola, più per incidenza lo fece, che col pensiero di lasciarne una storia. Esatti, ma troppo scarsi furono alcuni; inesatti o adulatori gli altri; e tutti insieme non presentarono nemmeno per principio l’aspetto vero delle cose avvenute su questo suolo.
Dall’esame di molte antiche carte, e dalla lettura di vetusti scrittori, ho potuto raccogliere un complesso di avvenimenti di questa mia patria, ed accertare alcune notabili epoche per modo da potere quindi innanzi fare scomparire quella oscurità in cui vissero sinora gli avi nostri, e per cagione della quale poi molti hanno, come dissi, sfoggiato commenti e favole, che servono soltanto ad ottenebrare di più i veri principii e le giuste cagioni dei patrii eventi, ed a far vivere i cittadini in una troppo cieca credulità.
Deve Arona ricordare tre epoche che furono la triste cagione della perdita delle più interessanti sue antichità, senza far caso delle devastazioni avvenute nei bassi tempi per le fazioni dei Guelfi e Ghibellini, dei Torriani e Visconti da noi troppo rimote. La prima fu la soppressione del collegio Gesuitico avvenuta nel 1773, che ebbe per conseguenza l’esportazione, ovvero la dispersione degli antichi scritti dell’abbazia dei monaci di San Benedetto, a cui il collegio Gesuitico era subentrato. La seconda è stata la demolizione del Castello (1800), unico testimonio parlante della di lei antichità e delle memorabili vicende in quello avvenute. E per ultimo fu l’incendio dell’archivio municipale accaduto nell’anno 1814 per fatto di malintenzionate persone, le quali tolsero senza alcun loro profitto, e con gravissimo danno del paese, gli atti e le memorie che per la serie di più secoli eransi accuratamente raccolte e conservate.
Animato da geniale inclinazione, mi accinsi al prezzo di una penosa fatica a spolverare gli archivii, a rilevarne le memorie, ad ordinarle, e a darvi quella più regolare forma che prendere potesse l’aspetto di una storia, benché questo titolo al mio lavoro gran fatto non convenga, perché privo non poco dei requisiti che rigorosamente lo dovrebbero costituire.
Non è stato mio pensiero di volere assolutamente precisare l’origine di Arona, e di sottilizzare sull’etimologia del vocabolo che diede luogo ad altri di sognare stravagantemente, e di ripeterla dall’antichità più rimota, quando in realtà Arona al giorno d’oggi non ha memorie che di circa dieci secoli, nè può vantare fasti così rimarchevoli che possano contraddistinguere questo da tanti altri paesi del Verbano. Bensì mi sono prefisso di dare qualche lume prossimo ai di lei principii, e di unire quelle epoche nelle quali Arona ha potuto essere considerata per la sua situazione come un luogo forte, ed estimata pel commercio e per altri rapporti; dando pure un’idea dell’interno del paese, necessaria specialmente a ciascun individuo di Arona, comecchè toccante più da vicino il vincolo particolare di quella società che lo lega.
Se non mi venne fatto di raggiungere, massime in ordine ai primi tempi, le date precise, e di tenere l’ordine scrupoloso delle cose che sono il vero cardine della storia, vorrei che si attribuisse all’inesattezza e scarsità delle memorie di quelle età, nelle quali erano pochi gli uomini di lettere, ed il loro gusto spirava ancora la gota e la longobarda barbarie. Ho creduto miglior consiglio riferire poche memorie sotto certe epoche, anzichè inserire per compimento delle narrazioni dei fatti o non abbastanza autantici, od esagerati; preferendo così una mediocrità sincera ad un’abbondanza dubbia o fallace; restandomi sempre nel pensiero ciò che è scritto nelle lettere d’: « che non si faccia fascio di ogni erba, ma sibbene ghirlanda di ogni fiore ». La storia essendo il linguaggio della verità deve essere esposta con semplicità di sentimenti e di parole, affinchè e quelli e queste siano portati alla comune intelligenza. Io mi attenni a questa regola affidato anche alla dottrina di , il quale nel libro quinto delle sue lettere insegna, che l’istoria diletta sempre in qualunque modo sia scritta.
Per separare nel miglior modo possibile le materie, e dividere le epoche, ho creduto di ripartire la storia in dodici libri, e portare negli ultimi due quelle notizie, le quali inserite nel corpo della storia, non avrebbero lasciata la dovuta chiarezza. Confesso che troverassi qualche trasposizione di epoche da un libro all’altro, ma fui costretto a farlo per non istancare il lettore con riepiloghi, che non avrei potuto a meno di usare per riprendere in più luoghi il filo degli argomenti, e potrà ben anche darsi che in una lunga narrazione di eventi mi sia occorso qualche errore di fatto; protesto però che usai la maggiore diligenza affinchè non ne avvenisse alcuno. I cortesi lettori saranno tanto indulgenti da non farmene carico, ed io resterò abbastanza appagato se dessi nel ripassare queste memorie si sovverranno che colui che le vergò non ebbe altra mira fuor di quella di conservare alla patria i fasti, pei quali potè la medesima farsi conoscere anche in tempi oscuri e lontani, e rendersi sempre più considerata e distinta. fi
Libro I
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ct Prime memorie dell’esistenza di Arona e del suo Castello — Opinioni sull’etimologia del nome — Monumenti romani ritrovati in Arona ed in altri paesi vicini — Antica cronaca aronese — Il conte Adamo od Amizone capitano generale delle armi di Ottone I in Italia, fondatore del monastero dei Benedettini — L’erezione della fortezza non è opera dei Visconti — Origine di questo casato sul lago Maggiore — Opinione dello scrittore sul tempo dell’erezione del Castello, e sull’origine del paese.
lla è sempre stata difficile cosa per uno scrittore il rintracciare nella caligine dei secoli passati il tempo della fondazione dei luoghi abitati, che ora si chiamano paesi, borghi e città, e lo spiegare la giusta causa donde nacquero i nomi coi quali ora vengono appellati, se mancano i monumenti, e se quelli che esistono non danno almeno per approssimazione un indizio della loro autenticità. Non è stato pure possibile di avere i principii della fondazione e dell’etimologia di alcune fra le più cospicue città. E per verità crediamo, che la stessa Milano la si vuole da alcuni fondata da Belloveso, duce dei Galli, dopo l’espulsione dei Toscani dall’agro insubre, il quale dipoi prese il nome di Gallia Cisalpina. Da altri favolosamente si pretende originata da due strenui capitani, Medo ed Olano, e che dall’unione di questi nomi sia poi nato quello di Mediolanum. Chi finalmente crede che siasi costrutta per causa del naturale incremento dei coloni colà adunatisi per la coltivazione di quei fertili terreni; opinione questa la più verosimile di tutte le altre. Ma nessuno di chi scrisse su di questa e di tante altre città osò garantire il principio di fondazione, ed il vero motivo che abbia dato luogo a stabilirvi il nome.
Non altrimenti avviene di Arona, paese sicuramente non ignobile, collocato in conosciuta ed utile posizione, non molto discosto da territorii e città celebri per antichità e per istoriche vicende; e benchè questo paese non manchi di quasi indubitabili prove per doverlo credere molto antico, ed essere sempre stato luogo di considerazione, pure non è dato di rimontare all’origine sua, nè di chiarire il come ed il perchè gli sia stato attribuito il nome che porta. , scrittore milanese, ne’ suoi manoscritti monumenti riporta delle iscrizioni ritrovate in Arona, e così si esprime: E regione Angleriœ transverbanum oppidum est Alona cum egregie muris arcegue instructum, tum incolarum frequentia celeberrimum; ex eo has ad nos delatas inscriptiones hic congerere consentaneum visum est. Earum prior hac est Herculi sacra his verbis:
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Nella chiesa della Madonna la seguente:
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Narra di un’altra iscrizione ritrovata su di un piedestallo di lavorato macigno comprovante il tributo d’onore renduto dagli aronesi ad Ercole: Est, dice, in oppido Sancti Gratiniani in Mediolani Ditione, quod Alona dicitur ab urbe Mediolani mil. xxxvii, quod Verbanus lacus aluit. Catteliano Cotta è di sentimento, che questo piedestallo portasse certamente una colonna allusiva a quelle testimonianze e monumenti delle spedizioni che era costume di erigere, e che Ercole infatti erigeva in prova della sua venuta nei paesi da lui trascorsi . Nicolò Pacediano nel suo codice MS., depositato nella biblioteca Ambrosiana di Milano, dice, che trovandosi egli presso di Bianca Borromeo nel castello di Arona, e nel visitare che fece l'abbazia di San Graziano, gli vennero sott'occhio due lapidi quadrangolari, sulle quali stavano incise a caratteri antichissimi la prima delle suddette iscrizioni e la seguente: ct ct ct ct E riportando in quel codice la forma di dette lapidi, dice essergli sembrate due are votive, come per tali ce le dà il Gruttero, e come anche le iscrizioni istesse dimostrano.
Novara vanta Ercole per suo fondatore, onde da alcuni geografi città di Ercole viene appellata . Un monumento certo adunque, eretto ad Ercole in Arona, sembra testimonio parlante della sua antichità. Un altro monumento si osserva nella casa che era l’antica abbadia dei monaci di san Benedetto, ed è un’urna sepolcrale di pietra bigia, portante la seguente iscrizione in fronte:
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A queste iscrizioni poi concordano molte altre rinvenute nei circonvicini paesi. Abbiamo Mercurago, paese al sud di Arona, dove esisteva una lapide incisa a lettere romane mezzo abrose presso la chiesa parrocchiale, che fu ‘poi trasportata, con tante altre di questi contorni, nell’atrio della Canonica della Cattedrale di Novara; ond’è che monsignor Bescapè scrisse : Mercuriacum, quem vicum a Mercurio dictum indicat lapis seu parostata lapidea quem apud ecclesiam loci vidimus his incisis literis romanis, cum alia sint consumptæ:
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In Angera, paese contrapposto ad Arona al di là del lago, molte iscrizioni furono ritrovate ad Ercole, a Giove, ed a Mercurio dedicate. Ad Ispra, di là non molto lontano, ed a Besozzo sono state ritrovate e lapidi ed altri romani monumenti, de’quali fanno fede indubitata , , e , ai quali rimetto per brevità il lettore. Romane opere noi vediamo nelle vestigia del ponte sul Ticino sotto di Sesto Calende, nelle torri di Sesona, nelle molte tombe ed urne di recente colà rinvenute, da me pochi giorni sono sugli stessi luoghi riconosciute, e delle quali diffusamente tratta il professore . Ma chè andiamo tanto lungi da questo luogo? Il paese di Gattico, già antico castello signoreggiato dai così detti Gattici, conti di Castello, partitanti Guelfi, che smantellato fu nel 1540 da Facino Cane, conte di Biandrate, partitante Ghibellino, dà delle romane memorie. Nell'anno 1849, nel riordinare colà l’altare di quella chiesa plebana, si è rinvenuta una romana lapide scritta come segue, che tuttora sì conserva in una parete del giardino della casa parrocchiale : ct ct ct ct ct ct ct ct ct ct Si sono pure colà ritrovate delle monete romane, e particolarmente nel 1827 una di Faustina sotto le rovine del castello, ed in poca distanza delle urne cinerarie, dei vasi lacrimatorii, delle cataste d’ossa abbrustolite frammiste a fibule, armi antiche, ed altri militari ornamenti.
Borgo Agnello, che al presente non è che un aggregato di cascine, deve essere stato anticamente un luogo di qualche considerazione, rimanendovi tuttavia le vestigia delle porte d’ingresso, delle mura e delle fosse che lo cingevano; e presso la porta che accenna a Gattico, fu non ha guari ritrovata una lapide scritta a lettere romane così dicente: ct ct ct ct Che più? Una doviziosa raccolta di romane monete, appartenenti agli imperatori Antonino Pio, Commodo, Settimio Severo, Massimiano, Gordiano, di Faustina, di Lucilla, di Giulia Mammea, di Pertinace e di Triboniano, fu scoperta nella vicina terra di Talonno nell’anno 1831, e scopronsi colà di tanto in tanto degli avelli, delle urne cinerarie, che pare sia stato nei tempi antichi un luogo di maggiore considerazione di quello che ora non è. Si vuole che il suo nome indichi un luogo in cui si riscuotevano i tributi, cioè il Teloneo; l'essere però posto in mezzo di estese foreste, che ancora esistevano un secolo fa, mi induce ad opinare diversamente. L'antica torre di Scesé, ed il delubro colà poco discosto sulla strada per Gattico non sono certamente opere tanto posteriori all'era volgare.
Arona adunque, collocata nel mezzo di queste antiche regioni, non poteva al certo restare sconosciuta a quelle tarde età; e se poi aggiungeremo, che in molte epoche, e particolarmente in quella della formazione della strada del Sempione, furono fra i patrii ruderi scoperte delle monete romane di diverso conio, e soltanto nel 1837, escavandosi a piè dello spalto di mezzodì, se ne sono trovate delle altre degli imperatori Massimino, P. A. Germanico, Commodo, Antonino Pio, Gallieno, e di Augusto Germanico, che lo scrittore presso di se conserva, più provata ancora e stabilita resterà l’antichita del luogo. Ed argomentando poi, che essendo stata Milano la sede di varii imperatori romani nel quarto e posteriori secoli, e dichiarata da Costantino la capitale della parte settentrionale dell’Italia, non potevano queste regioni, così a quella metropoli vicine, essere spopolate; e specialmente questa località tanto favorita dallo sbocco del lago nel Ticino, ed al passaggio per l’alpi da un canto, e per il Piemonte dall’altro.
Sono differenti ed assai discordi le opinioni degli scrittori sull'etimologia del nome di Arona, e sull’essere stata costrutta prima o dopo del suo castello. Vi fu chi allegò, che nei passati tempi si chiamasse Alona, ed appoggiò l’asserzione al di lei stemma, che rappresenta due ali estese, e che col tratto di tempo sia stata denominata Arona dall’essersi cangiata la lettera l colla r per le facili variazioni del dialetto milanese. Si volle che venisse anche appellata Rona con essergli dipoi stata aggiunta la lettera A, e che nato fosse questo nome da quello della Dea Angerona, la quale abbia pure contribuito ad assegnare quello di Angera. Altri umiliarono questo antico luogo coll’asserire impudentemente, che da tre secoli a questa parte non fosse che un semplice abituro di un mugnaio; altri lo fecero derivare da Aronne, fratello di Mosè, e dai di lui accampamenti; ma è certo, che la maggior parte di quelli che scrissero di Arona o non videro, o non si curarono di esaminare quei monumenti, dai quali avrebbero potuto ricavare lumi per la verità e per la storia relativa. L'asserzione dei primi nulla prova nè per l’etimologìa, nè pel significato, e non è che un'ideale congettura, giacchè lo stemma del paese è stato senza dubbio introdotto dopo la formazione del paese stesso. L’osservazione dei secondi è assurda, e scompare a fronte dei monumenti che si addurranno in seguito. L’allegazione dei terzi è realmente un sogno, poichè Aronne sommo sacerdote, per quanto si ricava dalla storia sacra, visse e morì nell’Asia, senza essere mai penetrato nell'Europa. dice essere opinione di molti scrittori, che Arona non sia inferiore di antichità a tutti gli altri paesi dell'Insubria, e che sia stata fabbricata dai primi suoi abitatori, cioè dagli Aborigeni, desumendo la sua antichità dal proprio nome, che ritiene per derivato dall’Asia, sull'esempio di altri nomi di paesi e di fiumi dell’Italia che traggono l’etimologìa da nomi asiatici, statigli attribuiti dai primi abitatori che dall’Asia vennero in Europa ed in Italia; recando per esempio, che in Palestina sianvi due castelli chiamati Aronum et Aronensia Castra, e quindi non inverosimile che siasi cotal nome da quella gente qui venuta attribuita a questo luogo. Inutili però sono le congetture, e malagevole impresa è quella di volere più oltre stancare la mente per assegnare un preciso dato all'etimologìa di questo nome, mancando le certe fonti da cui poterlo derivare. Alla discordanza delle opinioni sulla legittimità del nome di Arona fa patente giustizia lo stesso nella quarta dissertazione, in cui dice: Legitimum nomen Arone idque passim in publicis, privatisque tabulis atque in historiis legitur.
Arona è posta alle rive del Verbano, che gli bagna le mura dalla parte di levante a cinque miglia sopra l’imboccatura del Ticino. Da mezzodì ha un’amena pianura, che costituisce gran parte del suo territorio, che si estende sino al torrente Vevera. Da ponente è circondata in parte da colline fruttifere, ed in parte dalle linee del forte, che si estendono su di un'alta rupe, e la cingono dal lato di tramontana. Gli scorre in seno nella parte più elevata la grande strada del Sempione, la quale gli dà la comunicazione colle terre e paesi della sponda occidentale del Verbano, coll’Ossola, col Vallese, colla Svizzera e colla Germania; e dall’altra parte le offre l'accesso alle strade per il Piemonte, per il Novarese e per la Lombardia. La comodità della navigazione, che presenta il suo litorale, rende facile il trasporto delle merci provenienti dai suindicati luoghi, e mentre convince della felicità della di lei posizione, gli assicura un costante e fiorito commercio. Il vantaggioso punto su di cui è situata, è forse stato, a mio credere, e giusta il sentimento de’meglio versati, la vera causa dell’origine e del suo incremento, certamente più verosimile delle squisite favole, che si studiano da molti, i quali, scrivendo della patria, non arrossiscono di affiggerle a capriccio i più luminosi principii, smentiti non di rado dai monumenti posteriormente venuti alla luce, abusando spesse volte a man franca delle tenebre dell’antichità venerabile, e della verità, che forma il primo carattere dello storico.
La cronaca aronese è il primo documento che si affacci a chi prende a parlare di Arona. Questo buon manoscritto che si conserva nell'archivio della chiesa di Santa Maria, riferito da molti accreditati scrittori, contiene gli atti e la relazione del martirio di varii santi, ed accenna sotto l'anno 965 la traslazione da Perugia ad Arona dei corpi de’ santi martiri Gratiniano e Felino. La sostanza della narrativa è la seguente: — Adamo (od Amizone, come promiscuamente dalla cronaca e dagli scrittori viene nominato) conte del Seprio, e capitano di Ottone I imperatore, avendo incorse le censure ecclesiastiche fulminate dal Sommo Pontefice Giovanni XII, per avere tacitamente permesso alle sue truppe nella presa di Roma varii disordini, fra i quali l’incendio della chiesa di san Paolo, essendo stato colpito da insolito morbo, che gli rese immobile un braccio, e sentendo il peso di dette censure, risoluto di volersene liberare, si umiliò al Pontefice, e fece in seguito costrurre un monastero in Arona, luogo di suo diporto. Ottenne infatti di essere assolto, e passando da Perugia nel ritorno da Roma, conseguì dal vescovo di quella città (che colla sua mediazione aveva riconciliato all’imperatore) i corpi de’ santi Gratiniano e Felino, che ivi riposavano, e li tradusse da lì a poco tempo ad Arona per decorare il suo monastero. Ivi sta scritto: Ipse autem comes Episcopo de Imperatore fideli animo ut promisit ommia complevit; et tanti thesauri pignora duxit ad Dei dilecta loca, videlicet ad castrum quod Arona dicitur, în quo et cenobium in honore eorum ac Salvatoris Domini construxit juxta ripam laci Majoris. Giunto infatti ad Arona diede principio al proposto monastero, regnando Ottone II, e lo ridusse poi a termine nell’anno 979, avendo dedicato la chiesa del medesimo al Salvatore ed ai Santi suddetti, e posto il monastero sotto l’instituto di san Benedetto. — La pergamena conchiude il racconto con questa data: Actum anno Dominice Incarnationis dcccclxiii, indictione vii, Regni vero Domini Secundi Ottonis, imperii autem ejus xii. Gioverà quindi osservare non essere altrimenti imputabile che ad errore del copista della pergamena la data della traslazione de’ santi Gratiniano e Felino da Perugia ad Arona nell’anno 965, quando dovrebbe essere del 979. Ognuno può osservare, che nel 965 cadeva la sesta, non la settima indizione; che l’anno xviii del regno di Ottone II cadeva nel 979, perchè venne coronato re l’anno 964, ed era pure l’anno xii del di lui imperio, perchè coronato imperatore nel 967. La traslazione pertanto di detti sacri corpi va stabilita anche secondo l'opinione di chiari scrittori nell’interstizio dell’anno 963, epoca dell'invasione di Roma dalle armi di Ottone I, all'anno 979 dell'era volgare, e come più ampiamente dilucideremo in avanti.
Il secondo documento che dia notizie scritte di questo paese è un antico martirologio manoscritto della chiesa Ambrosiana, che anni sono conservavasi nella biblioteca Archinti di Milano, in cui sotto il giorno primo di giugno si legge: Ipsa die celebratio Sanctorum Finini, et Gratiniani, sub Decio Imperatore in urbe Perusina martirizati sunt. Anno Domini 963 sunt translati ad Aronam juxta lacum Majorem ubi est monasterium. Sebbene questo martirologio sia stato scritto nel secolo xiv, egli però non può essere stato trascritto che da un altro più antico, mentre Beroldo, che scrisse verso l'anno 1450 l'ordine e le cerimonie della chiesa Ambrosiana (della di cui autenticità si serve il chiarissimo Muratori al tomo iv delle antichità d’Italia) annovera la festa de’ santi Gratiniano e Felino tra quelle del 925, nelle quali si corrispondeva agli ebdomadarii, custodi e vecchioni una certa quantita di danaro. Ivi: In sanctorum Filini et Gratiniani Ebdomadariis solidi tres: Custodibus denarii duodecim: Veglonibus denarii decem: Pro calice denarius.
Il terzo documento è l’epigrafe inscritta alla tomba del conte Amizone (ivi chiamato Adamo) riferita da monsignor Abasilica Petri, dai Bollandisti, e dal Marchisio, la quale sebbene non abbia data, concorre però a confermare quanto riferisce la cronaca suddetta. L’epigrafe è la seguente:
Membra sub hoc tumulo quiescunt Principis Adœ Qui quogue dum vixit, clarus in orbe fuit. Bellator fortis, fortes perterruit hostes: Mœnia Roma tua, arma timere sua. Jura dabat terris, que quondam florida cunctis Hic tibi quod voluit fecit, et indoluit. Hic Regem dira multis placavit ab ira Clarus erat cunctis omnibus iste modis. Hos Perusina Sanctos adduxit ab Urbe: Et statuit templum hoc in honore Dei. Fecit cœnobium sub norma tramite dignum: Sufficiens victum fratribus esse dedit. Quo Regi Regum valeant servire per œvum, Et Dominum rogitent, quo sibi det requiem.
È da credersi, che la tomba di questo conte si sarà collocata nella chiesa da lui eretta; ma per le tante variazioni e riforme a cui andò soggetta negli anni posteriori, si sarà smarrita l’epigrafe di cui era fregiata.
Riferiti li documenti che militano a provare che Arona ed il suo castello esistevano prima dell’anno 979, ora ne rileveremo le ragioni. Nello stralcio latino della suddetta cronaca si dice: Duxit ad Dei dilecta loca, videlicet ad castrum quod Arona dicitur. Quest’ espressione sarebbe già abbastanza per se chiara per non ammettere dubbio, che nell’anno 979 esistessero il castello ed il paese; ma perchè si potrebbe muovere questione e porre in ambiguo l’intelligenza del vocabolo castrum, riscontro nelle sottoscrizioni di una pergamena delli 20 giugno 999 di cambio di terreni, seguito tra Arnolfo Arsaghi arcivescovo di Milano, e Lanfredo, secondo abbate del monastero di Arona: signum de manibus Gisemundi de arce Arona. Quest’espressione è per se stessa bastante a levare ogni controversia, ed a provare l’esistenza del forte; quindi se questo esisteva già nell’anno 979, è forza il dire, che non poteva essere fabbricato in quell’anno stesso, ma che esistesse molto tempo prima, dacchè la costruzione di un forte su di una rupe disastrosa, con triplice recinto di mura d’enorme grossezza, con torri, e magazzini, e sotterranei in ogni parte escavati nella stessa rupe, e con massiccie fabbriche interne, ha certamente portato un lavoro di molti anni. Ma data l’ipotesi che Arona ed il forte nell’epoca dell’anno 979 fossero stati di fresco costrutti, come può stare, che da tanti scrittori di quel tempo si sia omesso di far cenno dell’erezione della migliore fortezza del Verbano, e della fondazione di un nuovo paese, che potevano formare un’epoca non dispregevole della loro storia?
Se fede prestar dobbiamo ad un diploma dell’imperatore Ottone III, dell'anno 999 a 7 maggio, con cui nel donare alla chiesa di Vercelli le possessioni di Ardovino marchese d’Ivrea, figlio di Todone, dichiarato pubblico nemico per avere ucciso Pietro, vescovo di detta città, confermò a Leone, vescovo di quella chiesa, i beni già donati a Liutardo, suo predecessore, dall’imperatore Carlo il Grosso, che regnava nel secolo IX, fra i quali beni sono annoverati Castellum Sancti Angeli in lacu Majore, et abadiam de Arona confirmamus, sicut prœceptum Caroli testatur; sicuramente che Arona e la sua abbadia acquisterebbero più di un secolo di provata antichità. Gli accreditati scrittori e nessun dubbio elevaropo sull’autenticità di questo diploma; ed il solo conte Giulini pone in dubbio, che vi possa essere stata fatta qualche aggiunta, o rappresentate delle falsità ad Ottone, e che l’abbadia di Arona non sia mai effettivamente passata in mano del vescovo Leone. Che ciò possa essere avvenuto è probabilissimo per le carte che in appresso riporteremo, le quali dimostrano la assoluta indipendenza in qualunque tempo dell’abbadìa da quel vescovo; ed è pur probabile il predetto dubbio di non avverato possesso, per le tante cause, che molte volte impediscono l’effetto delle concessioni. Ma che l’abbadìa avesse potuto esistere quando Carlo il Grosso nell’886, od in qual più certo anno la donò cogli altri beni al vescovo Liutardo, predecessore del Leone, io non oserei affermarlo, quantunque abbia molta deferenza all’autorità dei suddetti scrittori, che non osarono di contraddirvi. Ad ogni modo però, senza mancare di quella venerazione, che può meritarsi tale documento, avendo noi appoggio a più sicure basi derivanti dai posteriori ed esistenti atti, non ci allontaneremo dalla già esposta epoca, per stabilire quella della fondazione della nostra abbadia.
A meglio convincere della verità del mio assunto pongo in riflesso, che la costruzione di questo castello non può attribuirsi, giusta l'errore comune, ai Visconti, dacchè esisteva già Arona ed il castello ai tempi di Ottone I, nei quali i Visconti non potevano essere che persone private, e non cominciarono ad acquistare pubblico potere, che sotto i susseguenti imperatori Enrico V, Corrado III, Federico I, detto Barbarossa, Enrico VI, sino a Carlo IV, e Vencislao suo figlio e successore nell'impero, al cui soldo fu Gioanni Galeazzo II Visconti, primo investito del titolo di duca di Milano. E senza più estendermi per comprovare non essere attribuibile ai Visconti l’erezione di questo forte, si ponga mente a quanto scrisse il al capo x, libro iv della sua Storia dell’Italia occidentale, dove annoverando le più distinte famiglie di Milano, fa menzione sotto detto tempo dei Castiglioni, Cattanei, Crivelli, Settala, Lampugnani, Pirovani, Barbavara e Della Torre; quindi dice, che queste cominciarono a figurare nei primi anni di Federico II imperatore di Germania; indi venendo ai Visconti, così si esprime: I Visconti vennero alquanto più tardi. Lo storico però intende di parlare di que’ Visconti che figurarono coi supremi comandi, o per mezzo di grandi signorìe, o con titoli di duca o di vicariì dell’impero, poichè di tale cognome si hanno memorie più antiche del secolo x. Se ne hanno del 884 di Pietro Visconte, che sottoscrisse in Pavia un privilegio dato alla basilica Ambrosiana di Milano dall’imperatore Carlo il Grosso. Del 1037 è celebrato Eriprando Visconte, che trasse dalle carceri di Piacenza Heriberto arcivescovo di Milano. Del 1043 nel privilegio d’immunità dato dall’imperatore Enrico al monastero di san Felice in Pavia; e così di tanti altri di questo cognome, che coprivano civili e militari cariche . Si sa che la parola Visconte era titolo di dignità, come sarebbe a dire Vicario del Conte. Quest’ufficio ebbe la sua origine in Milano sin da quando l’arcivescovo ne pretendeva il primato. Ce lo attesta in questi termini: Vicecomes Mediolani erat Vicarius Comitis, hoc est Archiepiscopi; sub co erant Confanonieri, Advocati, Cattanei, Valvassores..... i quali subordinati impieghi diedero poi luogo ad altrettanti nomi di: famiglie, che tuttodì si conservano; e dalla dignità del Vicario del Conte ne è venuto il cognome, il quale è tanto antico, quanto lo è la stessa dignità di conte, da cui ripete l'origine.
La signorìa di questo potente casato sul lago Maggiore cominciò dall’investitura che il monastero di San Gallo di Costanza fece a Guidone Visconti nell’anno 1142 della Corte di Massino, terra posta sulle colline a cinque miglia sopra Arona, con tutte le sue pertinenze, le quali consistevano nei paesi di Invorio Maggiore e Minore, Oleggio Castello, Monte Olegiasco (ora Montrigiasco) e Paruzzaro. Si estese la discendenza di Guidone Visconti, ed in essa venne distinto e qualificato il ramo stato formato da Uberto d’Invorio, che dagli storici è considerato come capo-stipite dei Visconti duchi di Milano, e che fioriva verso il principio del secolo xiii. Discesero da quegli Ottone, che fu arcivescovo e signore temporale di Milano, che riconosce Invorio Maggiore per sua patria; Uberto vescovo di Ventimiglia; Gaspare ed Obizzo . Dai quali poscia sortì il ramo dei Visconti di Castelletto sopra Ticino e di Oleggio Castello, cioè da Uberto, soprannominato Picco, fratello di Matteo Magno. Così si sparse questa famiglia dominando le diverse terre di questa più bassa parte del lago; ma ve- diamo che i di lei primordii in tali signorie sono tutti poste riori alla provata prima esistenza di Arona e del suo castello.
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