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I. – LA TESI 1. Il Dolore nella Vita e nella Morte
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Un pensatore originale, uno dei pochissimi che abbia avuto l’Italia negli ultimi cinquanta anni, e perciò naturalmente sconosciuto ai più, Ettore Regàlia, ha scoperta e illustrata questa legge fondamentale della Vita e della Coscienza: “il Dolore è l’unica, esclusiva causa dell’Azione„.
Per comprendere tutta la portata filosofica e pratica di tale concetto, — che è ben altra cosa del pessimismo subiettivo di Leopardi e di quello romantico dello Schopenhauer, poichè non esclude che lo sfuggire al dolore non sia un Bene, anzi il massimo e forse l’unico dei Beni, — basta guardare la condotta di tutti i viventi: basta pensare agli scopi così apparentemente varî, eppur così uniformi, della attività umana. Anche il semplice desiderio, anche l’elementare “appetito„ che faccia tendere l’energia di una creatura verso una qualche sodisfazione, implica il bisogno di liberarsi da una pena, ciò che vale raggiungere uno stato di piacere. Ma il dolore si trova al principio ed alla fine di ogni esistenza; il vagito del nascente si con- tinua, traverso tutte le peripezie della vita, fino all’ultimo anelito del morente: e a ragione, quel nostro esimio epigrafista che fu il Muzzi, dettò il celebre epitafio per un bimbo morto sul nascere: Nacque Pianse Morì — Oh compendio della più lunga vita!
La Morte è sempre stata riguardata dall’Uomo come un destino crudele dei viventi; la sua inesorabilità ha fatto dubitare della esistenza di un Dio Creatore e Provvidente; inquantochè, come scriveva F. D. Guerrazzi, “o la Vita è un male, e perchè ci fu data?, o la Vita è un bene, e perchè ci vien tolta?„. Essa sola, la morte, è stata in realtà considerata, nel suo significato filosofico, come l’appannaggio della specie nostra: gli uomini, non gli animali, notò argutamente il Faguet, si dicono “mortali„, ed “Immortali„ dicono esclusivamente i loro Dei. Nè vale che nel suo ottimismo un Poeta settecentista abbia cantato: “Non è ver che sia la morte — Il peggior di tutti i mali„: il fatto sta che davanti allo spettacolo del trapasso, ognuno prova un istintivo sgomento all’idea che una identica sorte gli toccherà indeprecabilmente.
Ma in se stessa è la morte davvero dolorosa come tanti temono, e come, anzi direi, tutta la Umanità crede o ha sempre creduto, circondando l’ultimo passo di una particolare aureola di terrore tragico, e facendone il pernio di quasi tutte le sue credenze religiose? Certo, queste non si risolvono tutte nell’animismo secondo la vecchia opinione del Tylor: però una buona parte ne sorse dal timore e dal culto dei morti; e in codesti sentimenti universali e nei riti che ne derivano vi è, non tanto il senso dell’Occulto, del tenebrosissimo Al di Là; quanto un sentimento di pena nello imaginarsi il fatto stesso del morire. Soltanto gli uomini privi di coscienza superiore, gli idioti e i dementi, come non hanno più il senso della Vita e del Pensiero, così mancano o hanno perduto il timore della Morte: indizio del dissesto più profondo della umana coscienza, sul quale non so, o non ricordo, che gli alienisti abbiano mai portata la loro attenzione di psicopatologi.
Certi filosofi, psicologi e fisiologi ci hanno voluto porgere un conforto, assicurandoci che il morire non arreca pena; ed anni fa, essendo di moda disputare su questo tema, a proposito della teleologia dell’Evoluzione il grande naturalista inglese , da convinto spiritista qual’era, assicurava che il passaggio da vita a morte è quasi indifferente! Egli parlava, è vero, specialmente degli animali, affermando che “la morte la più violenta e la più subitanea è per essi anche la migliore„, sia che cadano sotto i denti di un carnivoro, sia che, ancora peggio, siano sacrificati dall’Uomo, cioè dalla più crudele fra le creature. Ma la tesi era un po’ ardita sotto l’aspetto psicologico, giacchè, se già ci è difficile capire quello che avviene in un’altra coscienza umana e perfin nella nostra, siamo poi del tutto incapaci di penetrare nella coscienza animale, se non per induzione analogica.
Sarà vero che gli animali non hanno la preoccupazione della morte lontana, cioè mancano della “idea„ astratta della morte: tutti quelli superiori, i Mammiferi e gli Uccelli, manifestano però del terrore quando si veggono in imminente pericolo di perdere la vita. E apparirà strano che un naturalista del valore del Wallace, per sostenere che la darwiniana struggle for life o lotta per l’esistenza non è immorale, abbia scritto che “quando un animale è afferrato da un carnivoro è subito [?] divorato; cosicchè il primo shock si trova seguìto da una morte quasi senza sofferenza Gli animali che muoiono di freddo o di fame, non soffrono: il freddo tende a produrre sonno, indi un annientamento scevro di dolore; la fame a sua volta si dimentica [?] durante l’eccitazione causata dalla ricerca del nutrimento... Ad ogni modo, gli animali [invecchiando] muoiono per esaurimento graduale, privo di sofferenze„ (Op. cit. in fine, pag. 50 e seg.).
Facile è il rilievo che tutto questo ottimismo è spostato. L’essere divorati non è mai così subitaneo; ci si convince della cosa guardando in un serraglio il modo con cui i denti del leone o dell’orso bianco strappano i brani di carne che vengono loro gettati, e la lentezza feroce della loro masticazione; e poi, chi non ha veduto le torture spaventose del povero topo afferrato dal gatto, il quale vi si trastulla con crudeltà raffinata? D’altronde, la tesi del dolore umano nella morte non è risolta dalle osservazioni sulla fine degli animali. A prescindere dall’istinto di conservazione che rende paurosi e tremanti tutti i viventi davanti al pericolo di dover rinunziare alla vita, c’è in più nell’Uomo un enorme cumulo di impressioni, di idee, di ricordi, di emozioni che il fatto “morte„ ha immesso nella sua coscienza. Perciò chi muore — ecco il problema, — potrebbe pur sempre provare dolore in due maniere: nella fisica o, meglio, fisiologica, che consisterà nel passaggio dell’organismo da uno stato di vitalità ad uno di perpetua inerzia, con annullamento di tutti i suoi poteri; e nella psichica, che sarà formata per l’appunto dalla “coscienza di morire„.
Anni fa anche questo argomento, sotto il titolo dell’“io dei moribondi„ fu lungamente discusso in Francia tra filosofi e medici. Si ricavarono conclusioni a parer mio abbastanza dubbie, dalle dichiarazioni di individui scampati all’annegamento, all’impiccagione, allo strangolamento, o precipitati in gite alpinistiche, ecc.; ma si calcò sopratutto sui fatti puramente psicologici autoosservati in quei frangenti, ad es., la rapidità estrema del pensiero (del tutto illusoria, essendovi, come si sa, un tempo ben determinato dalla Psicometria per tutte le operazioni mentali) e la riapparizione in sintesi di tutta la vita pas- sata (altra illusione, tratta dalla evocazione sommaria di pochi, magari non più di due o tre avvenimenti culminanti, come nel sogno).
Si disse intanto che il morire non doveva essere doloroso, anzi piacevole [?], perchè nel morente la sensibilità tattile e quella dolorifica si perdono presto, mentre rimarrebbero più a lungo conservati i sensi specifici della vista e dell’udito: paradosso imperdonabile in chi per poco conosca le leggi di sviluppo della funzione sensoria. E si richiamarono fatti leggendarii o storici, e brani di poesia o di letteratura, dove si legge idealizzata la “dolcezza„ del morire: fioritura romantica, nient’altro. In Roma repubblicana e cesarea il suicidio per svenamento in un bagno appariva una moda, non solo stoica, ma gradevole di morire. La moglie di Arrio Peta, dopo essersi pugnalata, per stimolare il marito ad imitarla gli avrebbe pórta l’arma suicida, dicendogli “Non duole„. Così, nel romanzo Les Amants, di Paolo Margueritte, che stavo or ora leggendo, una vecchia positivista, “della scuola del Littré„, entra in agonia con questa incoraggiante e stoica frase: “On ne souffre presque pas!„. Ma quel “presque„ come il “quasi„ del Wallace, indica diggià un prudente riserbo nello scrittore!
Documenti di tal genere sono, dunque, sospetti. Chi sopravvive ad un infortunio, ma non andò fino all’estremo passaggio, non può dircene nulla, come chi si ferma sotto il portale di un tempio tenuto al buio, e che buio!, non sa descrivercene l’interno. E poi, la morte, questo sonno eterno, riman fuori di ogni potere della nostra introspezione, dato che questa è perfino incapace di assicurarci la esattezza del più recente e semplice ricordo della veglia. Obiettò giustamente il Sollier che l’imminenza del pericolo pone i soggetti soltanto davanti alla idea, non al fatto della morte. Bisogna invece esaminare il morire, non di chi in piena salute si trova esposto a rischio improvviso, e neanco del suicida che volontariamente gli va incontro; bisogna studiare i casi più comuni: la morte per vecchiaja o per esaurimento; quella per malattie croniche e lente, e quella per malattia acuta rapidissima o per inaspettato disturbo fisiologico. Ora, chi è proprio passato nell’Al di Là non torna a narrarcene il come, neanche al tavolo degli spiritisti, che pur hanno interrogato in proposito tanti “disincarnati„, non ottenendone che vaghe e ben prevedibili volgari fantasticherie.
Una descrizione assai ben fatta delle ultime sensazioni dei moribondi si legge nello strano romanzo di Paolo Hervieu, L’Inconnu (al Cap. VIII): il protagonista semplicemente svenuto, ma creduto morto, assiste senza potervisi opporre nella sua immobilità pseudocadaverica, ma protestando nel suo intimo, alle pratiche che si usa fare sui cadaveri degli appena spirati, chiudendo loro succes- sivamente le varie sorgenti di sensazione: vista, olfatto, udito... L’illustre scrittore, oltre a prodigare in quelle pagine tutte le malìe del più puro stile letterario, vi dà esempio di una rara finezza psicologica. Io ho descritto anni fa una varietà terribilmente penosa di ossessione fobica: l’idea fissa, angosciosa, di potere essere seppellito vivo, cioè la “tafefobia„; in verità non si legge quella bellissima pagina dell’Hervieu senza rabbrividire di angoscia tafefobica!
Ma il romanziere psicologo ha indovinato un fatto di pura biologia: non si muore mai “tutti„ ad un tratto; il così detto “momento„, della morte dura di certo “parecchi momenti„. Marinesco ha veduto che i reflessi cutanei sono i primi a sparire nell’agonia, indi i tendinei; ciò vuol dire che i centri nervosi non muoiono simultaneamente. Dispare la eccitabilità reflessa del cervello, persiste invece la eccitabilità reflessa del bulbo e della midolla spinale; i nervi e i muscoli continuano a presentare la eccitabilità meccanica (ed elettrica?), anzi i nervi presentano qualche tempo dopo la morte un certo grado di reattività; la stessa contrazione idio-muscolare non scompare che colla rigidità cadaverica. Però queste condizioni agoniche e post-mortali mutano a seconda dello stato normale o patologico dei centri nervosi: ad ogni modo, si può forse sostenere che questo lento sparire della vita sia..... euforico?
Il Feré supponeva di trovare una spiegazione fisiologica al presunto senso di euforia che proverebbe il morente. Le cellule cerebrali, intossicate dai veleni dei tessuti in dissoluzione, analoghi a quelli che oggi diconsi i fermenti diastasici di Abderhalden, entrerebbero, secondo lui, in un breve stato di ipereccitabilità che darebbe ragione anche del ben noto fenomeno degli ultimi sprazzi di intelligenza, delle improvvise rimembranze, dei ritorni linguistici infantili, che precedono tante volte la morte, ad es., anche nei dementi, nei paralitici. Egli parla pure di una ipereccitabilità psicomotrice, che corrisponderebbe ad una esaltazione psichica con senso cenestetico di benessere. Ma pare che lo spettacolo dei moti istintivi che fa il morente, massime se robusto e giovine, o sorpreso da morte rapida e imprevista, non deponga in favore della ipotetica dolcezza del momento fatale. Potrebbero dirlo per obbiettiva esperienza i medici che hanno assistito i feriti di guerra. La descrizione orrenda di un campo di battaglia durante la mischia o subito dopo, coi gridi strazianti o coi lamenti sempre più fievoli dei moribondi, non sembrano favorevoli alla tesi ottimistica! Il Binet aveva, del resto, rilevato che anche nella ipotesi dell’anestesia-analgesia agonica, questa potrebbe dare al più uno stato negativo, non un sentimento positivo di benessere.
Il fatto reale si è che le morti “serene„ e “calme„ sono una eccezione, salvo nei casi di profonda duratura incoscienza, e che la maggioranza dei moribondi, anche se erano infermi di mente, mostrano nel loro comportarsi automatico in agonia un’ansietà istintiva subconscia, che si manifesta perfino nel raccapricciante aggricchiarsi delle mani sulle coltri: ciò si vede perfino nelle morti per esaurimento. I moti reflessi violentissimi dell’asfittico che sta per annegare o ha serrata la strozza, o muore per angina pectoris (il più spaventoso spettacolo di morte che nella mia professione di medico io abbia mai veduto), son dovuti al portarsi iniziale dell’attenzione conscia, non già sulla causa provocatrice di quelle sofferenze, tanto meno sulla introspezione, dirò così, cenestesica del morente, bensì proprio sulla progrediente sensazione dell’allontanarsi della vita. Intendiamo parlare del “morire„, che non è un fatto biologico istantaneo, ma progressivo.
Senza dubbio, se ci limitiamo all’“attimo fuggente„, in cui si estingue il soffio della vita, è dato supporre, anzi sperare, che nella immensa maggioranza dei casi, massime in chi muore per paralisi, o in coma, o in demenza, ossia con oscurità della coscienza, esso non sia accompagnato da vero, acuto dolore. Pensando che il Dolore significa la difesa della Vita in ogni nostro stato o atteggiamento, come divinò il mio carissimo , vengono i brividi all’idea che la sensazione cenestesica della perdita suprema, irrimediabile, di tanto tesoro possa essere proporzionata al suo valore pel vivente. Per fortuna la coscienza della grandissima maggioranza dei morenti è semispenta; e tutto quel corteo di gesti, affannosità, atti disperati che fanno dell’agonia e della morte uno spettacolo così orrendo, deve ritenersi l’effetto di un automatismo sub— o anche inconscio di difesa. Ma che cosa dire o pensare se fosse da accogliere, come sembra, la dottrina che quella coscienza vigile che la Psicologia classica investiga e definisce, non altro è se non una frazione minima della coscienza reale che si allargherebbe nel subconscio, anzi nell’ultramarginale in modo ancora indefinito?
Accanto alle morti da esaurimento, o da lunga auto-intossicazione dell’organismo, dove forse il penare è ottuso, altre ve ne sono nelle quali la coscienza sembra persistere fino all’estremo. È difficile imaginare che gli spasmi di un tetanico, o di uno stricnizzato, le convulsioni di un idrofobo, le torture di uno schiacciato nelle membra o nella spina dorsale, i sussulti e il brancicar di un anginoso, tutte queste atroci sofferenze non continuino purtroppo sino allo spegnersi della vitalità cosciente. Leggendo gli orrori delle lente agonie inflitte dai selvaggi ai loro nemici, ad es., fra i Pelli-rosse d’America, o la terribilità delle pene sanzionate dalle Leggi di taluni popoli barbari ed anche civili (viene in mente la crocifissione dei Romani, santi- ficata dal giovane sublime di Nazareth), si ha l’idea rabbrividente che il morire a quel modo sia spaventosamente doloroso; forse si giuoca sull’equivoco quando si parla di dolcezza nel momento del trapasso perchè il moribondo è impotente ad esprimersi. Quel momento supremo sarà, è, vero, sempre una frazione millesima di secondo, computato nel tempo; ma, che cosa sarà, computato nella essenza della Vita?
2. Il principio della Eutanasia
Comunque si risolva in Fisiologia e Psicologia il problema subiettivo della “buona morte„, cioè se il morire sia penoso o piacevole (qualcuno ha osato dirlo indifferente), gli Uomini di tutte le razze e nazioni, di tutti i tempi, di tutti i gradi di civiltà, — salvo nelle crudelissime sanzioni di certi loro Codici o Usi penali, che per ironia chiamarono Giustizia! — hanno cercato di rendere l’agonia il meno penosa che fosse possibile; e di fronte alle malattie arrecanti sofferenza fino all’ultimo o più a lungo e senza rimedio, hanno meditato e discusso il quesito se non convenga rendere più sollecita quella fine; talvolta l’hanno affrettata, non tanto materialmente parlando, quanto con la propaganda in pubblico, col desiderio in privato. Si tratta insomma di sapere se sia lecito, cioè morale e giuridico, uccidere i moribondi e i malati inguaribili condannati a patire senza speranza. È questo il lato obiettivo più noto della Eutanasia.
L’Eutanasia ha intanto un primo aspetto: essa è la morte volontariamente scelta da chi è stanco di vivere, ed è la facilitazione del suicidio, che ha avuto presso qualche popolo dell’Antichità la sua legale procedura, o almeno era usanza ammessa ed ammirata. Sopratutto ai vecchi, che si sentivano addosso il peso degli anni, questa forma di eutanasia era permessa. Se ne ricordano varî esempî fra popoli ancora semibarbari come i Celti, e fra altri ben più inciviliti come gli Egèi (Mediterranei, Elleni).
Fra i barbari eutanatisti Plinio ci dà contezza degli Iperborei, che “per la salubrità del loro clima vivono a lungo, e più vivrebbero, se noiati della vecchiezza e della vita, non usassero, dopo buoni e allegri conviti, precipitarsi in mare dall’alto di certe rupi destinate a questo orribile ufficio„ (Buonafede).
Sul disprezzo dei Celti per la vecchiaja e sulla loro facilità di troncarne il decorso col suicidio, abbiamo la testimonianza di Silio Italico, tanto più importante che il Poeta stesso vien citato come esempio di spontanea eutanasia:
“Prodiga gens animae et properare facillima mortem;
Namque ubi transcendit florentes viribus annos,
Impatiens aevi spernit novisse senectam;
Et fati modus in dextra est...„.
Nell’isola di Céos, fra le Cicladi, detta ora Zea, narrano , , Eliano e , che usassero gli abitanti, giunti oltre ai sessanta anni, avvelenarsi, sia per lasciar più mezzi da vivere agli altri, sia per scansare le debolezze e gli acciacchi dell’età, sia perchè riconoscessero di essere ormai divenuti inutili alla patria. È dubbio se il suicidio dei vecchi di Céos fosse imposto da Leggi o non fosse piuttosto una usanza locale, secondo che ritenne il Bayle nel suo famoso “Dizionario„. Sappiamo però che a Marsiglia, città di civiltà mista, fra la Greca e la Romana su di un fondo Celtico, il suicidio era autorizzato purchè giustamente motivato. Scrive : “Si custodiva pubblicamente in quella città il veleno, il quale si concedeva a coloro che mostrassero di avere buone ragioni di uccidersi ai 600 (DC); chè questo era il numero e il nome del Senato... Era vietato uscir di vita temerariamente, e si prestava un celere passaggio a chi desiderava morire sapientemente„ (Lib. II, cap. 6).
Recentemente si è scritto che tali racconti non sono forse veridici, almeno a riguardo di una legislazione apposita (Bouquet); però il loro numero troppo grande, le analogie con quello che usavan fare altri popoli dei loro vecchi, come vedremo, la stessa morte di Socrate avvenuta per suicidio comandato e riproducente un costume penale di antica origine, lascian credere che quegli autori ripetessero nozioni non soltanto leggendarie, ma tradizionali e storiche.
L’Eutanasia, propriamente detta, e che io chiamerei “uccisione misericordiosa„ o “pietosa„, è quella che altri procura ad una persona sofferente di infermità ormai incurabile o molto penosa; ed è quella che fu proposta per troncare le agonie troppo prolungate o dolorose. A queste sue finalità fondamentali giustificabili col sentimento, alcuni aggiungono l’accorciamento della vita a chi, o per incoscienza assoluta dipendente da malattia cerebrale ingenita o acquisita, oppure per decrepitezza colma di acciacchi e di patimenti, non abbia mai avuto o più non abbia la capacità di godere dei benefizi della vita e di rendersi utile al consorzio civile, e perciò risulti come un carico o come un oggetto di ripugnanza per la collettività. Finalità, come si vede, di carattere razionale ed utilitario. Avremo pertanto da esaminare diversi aspetti della questione, ma lo faremo con la maggior possibile brevità.
Pare impossibile che un accenno di questa compassione per i morenti, e dell’impulso ad abbreviarne le pene, ci venga dalla storia e dalla evoluzione della guerra. Presso tutti i popoli primitivi, forse tra i preistorici Heidelbergensi e Neanderthaliani, certamente presso i selvaggi dell’Australia, dell’Africa, dell’America precolombiana e perfino della post-colombiana, e anche presso molti popoli che fanno parte della Storia classica universale, Egiziani, Caldei, Assiri, Ebrei, Greci, Trojani, Persiani, Romani, Galli, Germani, Goti, Unni, per lunghi secoli i feriti, specialmente fra i vinti, non trovavano mercè; ai loro urli e gemiti di dolore, alle loro suppliche di risparmiarli, alle loro imprecazioni, il vincitore rispondeva massacrandoli spietatamente; che anzi, presso i popoli cannibali non si aveva e non si ha riguardo di adoperare i feriti quale “carne da macello„, portandoli senz’altro davanti al fuoco ed esponendoli con feroce indifferenza a lenta cottura!
Lasciamo incerto il significato psicologico del celebre gesto del “pollice verso„, col quale nei Circhi Romani il gladiatore caduto sull’arena era condannato ad immediata morte; nei più degli spettatori e delle spettatrici, avvezzi a quelle carneficine, epperciò poco compassionevoli, avrà prevalso il feroce piacere di vedere come si moriva, ma non è escluso che in certi casi la pietà verso gli agonizzanti spingesse ad esigerne una più sollecita fine. Ma in guerra i Romani facevano pochi prigionieri (o schiavi).
Parrebbe che un certo elementare sentimento di pietà dei vincitori o dei combattenti in genere verso i caduti non ancora spirati, siasi propagato nel Medio-Evo, non tanto per il Cristianesimo, quanto per i prin- cipî di generosità di cui faceva pompa la cavalleria feudale; almeno io non ho trovato notizia di uccisioni liberatrici prima dei tempi medievali, ed anche allora ben raramente, lasciando nascere il dubbio che l’affrettare la fine dei vinti, mezzo dissanguati e gementi sul terreno della lotta, sia stato dettato il più delle volte dalla cupidigia del bottino sulla loro persona resa così incapace di qualsiasi resistenza.
Nel Medio-Evo si chiamavano “misericordie„ certi pugnali a lama corta ed in forma di foglia di lauro, oppure sottili ed affilatissimi, coi quali nei combattimenti collettivi o nei duelli dei “giudizii di Dio„ si minacciava l’avversario abbattuto affinchè si arrendesse o chiedesse “mercè„; ma il più spesso li si usava per finirlo, introducendoli per gli interstizi dell’armatura, sotto la gorgiera, quando il vinto era mortalmente ferito e la morte tardava a liberarlo dai suoi patimenti. In fondo, dato l’esito allora quasi sicuramente letale di ferite sia pur non gravi, a motivo delle facili infezioni e delle emorragie, perchè sui campi di battaglia o negli agoni non esisteva alcun servizio medico valevole a strappare i soccombenti al loro destino, il nome di quelle armi di uso estremo era ben trovato. Tutti coloro che hanno avuto occasione di attraversare un terreno ove sia avvenuto un combattimento, odono con ribrezzo molti dei morenti chiedere che “per misericordia„ li si liberi dalle torture dell’agonia; e presso molti popoli questa è una funzione assunta dai compagni medesimi.
Nelle piccole e grosse bande delle Compagnie di ventura, ai tempi del Trecento e Quattrocento, quali furono descritte dallo storico Cibrario, questa funzione, ma non per pietà, bensì per fini di immediata rapina sui morti, era affidata a malviventi assoldati dai cavalieri stessi sotto il nome pittoresco di “scorticatori„. Non ostante i decantati progressi della nostra “Civiltà„, durante le guerre moderne, qualche volta i soldati inferociti dal contrasto, ebbri di sangue fino alla carneficina, hanno finito sul luogo a colpi di baionetta o di calcio di fucile i nemici soccombenti; lo si è veduto perfino nell’ultima guerra! Ben rare volte l’uccisione dei feriti è compiuta per vera compassione; durante la Guerra Balcanica del 1912 si seppe che alcuni ufficiali Serbi avevano fornito i mezzi per suicidarsi ad un loro compagno orribilmente mutilato dai Bulgari. Ma per lo più i moribondi sui campi di battaglia, gemebondi ed imbarazzanti, sono accoppati dai saccheggiatori.
Ma venendo alle dottrine con cui si giustifica o si vuole giustificare la Eutanasia nella vita civile e non nella militare, è curioso il notare che essa si è affacciata alla coscienza umana nei maggiori momenti della Civiltà; ne accennarono la teoria parecchi grandi pensatori dell’Antichità, fra cui basta Platone, alcuni non men celebri filosofi del Rinascimento, fra cui Bacone e Moro, ed in questi ultimi tempi molti scrittori di vaglia in Letteratura e in Scienza.
Da ricordare, in primo luogo, che nell’India antica, già molto avanti nell’Incivilimento e così impregnata di vitalismo religioso, i malati riconosciuti incurabili venivano condotti sulle rive del Gange, quivi soffocati a mezzo mediante l’introduzione di fango nelle narici, indi gettati nel fiume sacro.
, nel terzo libro della Repubblica, fu il precursore più illustre degli eutanatisti; egli lodava Esculapio di avere proposta la cura delle malattie guaribili, ma gli attribuiva anche la intenzione di abbandonare al loro destino i soggetti radicalmente malsani. Lo Stato, egli diceva, ha bisogno di uomini e di donne robuste, di soldati validi, di madri feconde: è inutile sperperarne le risorse a favore dei deboli, degli infermi, degli inutili e dei dannosi alla propagazione dei migliori. Si è perciò detto che Platone patrocinò il libero suicidio, e anche l’omicidio dei vecchi, deboli e infermi, giacchè alla propaganda per l’autochiria lo portavano i suoi stretti rapporti con le Scuole dei Pitagorici: ma non è esatto. Nel suo IX libro delle Leggi, scriveva “colui essere da condannarsi che si uccide quando nol faccia per decreto della Città, o stretto da qualche intollerabile e inevitabile caso, o vinto dall’ignominia di povera e misera vita„. Qui solo può contenersi anche la motivazione dei mali fisici, come pur quella del decadimento per decrepitezza: ma l’accenno più esplicito è quello del suicidio penale.
Epicuro, a sua volta, insegnava che “si dee aver cura che la vita non ci dispiaccia, nè si deve volere abbandonarla, se pure la Natura o qualche insoffribil caso non ci chiami. E allora si dee meditare se sia più comodo che la morte venga a noi, o che noi andiamo alla morte, imperocchè certo è male vivere nella necessità, ma non vi è necessità alcuna di vivere in essa; vedendosi palesemente che se la Natura, siccome ha dato un adito solo alla vita, così ce ne ha date molte uscite„. Epicuro però, colto da dolori atrocissimi, lasciò far la Natura e non si uccise, quantunque in conformità della sua dottrina giudicasse che bisognava uccidersi ogni qualvolta la somma dei dolori superasse quella dei piaceri.
Un altro dei più antichi eutanatisti fu in sostanza quel filosofo greco di nome Egesia, ma soprannominato Peisithanatos, cioè il “Persuasor della Morte„, che in Cirene verso il 300 pr. di Cristo, dopo avere insegnato essere il piacere il solo bene e il dolore il solo male, riconosceva irraggiungibile la felicità in questo mondo, e perciò predicava che la sola vera saggezza era di rinunciare alla vita. Plutarco narra che spinti dalla sua eloquenza pessimistica, molti suoi ascoltatori si suicidavano, e che Tolomeo fece chiudere quella Scuola così perniciosa allo Stato. Quando si sostituisca la inaccessibilità del piacere perfetto con la intollerabilità del dolore, Egesia Pisitanato viene pur esso a collocarsi fra i vaticinatori dell’odierna Eutanasia.
L’Epoca Romana fu, come ognun sa, contrassegnata da un grande numero di suicidii politici e comandati; e nei classici Latini si trovano chiari accenni alla necessità di procurarsi la morte ogni qualvolta la vita non valesse più la pena di essere vissuta, o per disinganno a riguardo delle sorti della patria, dolore acerbissimo per quegli antichi, o per stanchezza vera e propria del vivere: su di che torneremo.
Ma il diritto di uccidere i sofferenti non fu considerato durante l’Antichità in tutta la sua dipendenza dalle leggi naturali ed in connessione con le leggi sociali; bisogna attraversare tutto il Medio Evo, bisogna giungere al poderoso risveglio degli spiriti nei secoli del Rinascimento Occidentale per vedere riapparire il concetto platoniano ed egesiano della morte eliminatrice o liberatrice. Tommaso Moro e Francesco Bacone si fecero allora gli apostoli della eutanasia: nel loro pensiero, l’agonia sarebbe tale spaventevole tormento da giustificarne l’affrettamento, non soltanto libero, ma altresì obbligatorio.
ha patrocinato nell’Utopia (Lib. II, 5) il costume dell’eutanasia. In quel suo paese ideale i magistrati e i sacerdoti saranno incaricati di presentare colle migliori maniere agli incurabili e sofferenti il loro obbligo di andarsene da questo mondo, in quanto essi son divenuti di carico o di insoffribile spettacolo ai sani e robusti: e gli infelici si lascieranno persuadere a morire di fame o ad essere eliminati durante il sonno.
E Francesco Bacone nel 1621 scriveva: “Io reputo che ufficio del medico sia di rendere la salute e di alleviare le sofferenze e i dolori, non solo quando questo sollievo può condurre alla guarigione, ma anche quando può servire a procurare una morte dolce e calma..... Al contrario i medici si fanno una specie di scrupolo e di religione di tormentare ancora il malato allorquando la malattia è senza speranza; a mio avviso invece, essi dovrebbero possedere tanta abilità da addolcire colle loro mani le sofferenze e l’agonia della morte„.
La tesi della libertà dell’eutanasia, almeno in astratto, è stata ripresa nel corso del secolo XIX in Europa da parecchi, fra cui il medico francese Billon fin dal 1820, più presso a noi da Lionello Tollemache nel 1873, dal dott. Gregory poco dopo, e più arditamente, appena qualche anno fa, nel 1919, dal professore Binet-Sanglè dell’Istituto Psicologico di Parigi. In Germania, il Munck nel 1887, e l’alienista Paolo Naecke di Lipsia nel 1903, le si sono dichiarati favorevoli. Anche in Inghilterra s’è udita qualche voce di medico non respingere in modo assoluto l’eutanasia; sul più autorevole periodico britannico di Medicina, la “Lancet„, un insigne chirurgo, Direttore di un grande Ospedale di Londra, si chiedeva esitante se le nostre troppo assidue cure verso alcune categorie di infermi in preda a dolori indicibili e fatalmente votati a morte, non siano dovute ad un senso errato di carità ed umanità. Fra i medici italiani, il prof. Ughetti di Catania, brillante scrittore su argomenti varî di Deontologia medica, sembra avere adottate le medesime idee rinnovatrici, o, almeno, esservi propenso.
Ma sono specialmente i poeti, i romanzieri, i pubblicisti, che con più o meno aperta parola ne hanno patrocinata la causa. Il Wells e il Benso in Inghilterra, coi loro romanzi avveniristici Anticipazioni e Il padrone della Terra; nella sua novella L’addormentatrice, e il Binet-Valmer nel romanzo La Creatura in Francia; Edoardo Rod nel racconto La Sacrificata in Svizzera; nel suo libro famoso La Morte in Belgio, hanno rivestita di bella forma l’idea dell’omicidio per compassione.
Un valente diplomatico francese, che ha avuto in questi ultimissimi tempi post-bellici incarichi delicatissimi in Oriente e che è anche uno scrittore fornito di non comuni doti letterarie, Maurizio Paléologue, ha introdotto in un suo bel romanzo il personaggio di un medico eutanatista, il “Dottor Mordac„ al quale mette in bocca queste parole: “Quale inganno non è la nostra Terapeutica! Quante teorie e sistemi non dovremo esaurire prima di comprendere che noi non possiamo guarire?... Perchè non ci basterebbe l’alleviare le sofferenze dell’uomo, l’abbreviare la sua agonia, l’anestesizzargli le ultime ore, l’agevolargli il passaggio al Niente, a quel Niente che egli tanto paventa, mentre invece lo dovrebbe tanto desiderare?„. E ricordando quell’Egesia cirenaico che persuadeva i suoi uditori a troncare la vita, lo scrittore continua: “Eccola, la vera nostra missione!... Dire al vecchio, all’infermo, al degenerato, il tuo male è incurabile; l’età, la diatesi, l’eredità ti angustiano; tu non puoi ormai che trascinare una esistenza dolorosa, dolorosa per te, repugnante per gli altri: scompari adunque, eccotene i mezzi; ti assicuro la insensibilità perfetta„. — “Pisithanatos„: qual bel titolo!.
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The end
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