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Carlo Darwin

Enrico Morselli · 1882 · Free in the US

21,122 words · about 1 h 29 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
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About this book

Author
Enrico Morselli
Language
Italian
Published
1882
Length
21,122 words · about 1 h 29 min
Sections
9 reader sections
Text
Digital text
Rights
Public domain in the United States

 

Contents (9)
  1. Front matter under 1 min
  2. Introduzione about 3 min
  3. I. about 8 min
  4. II. about 8 min
  5. III. about 16 min
  6. IV. about 19 min
  7. V. about 14 min
  8. VI. about 14 min
  9. VII. about 8 min

Continue:

Front matter

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Introduzione

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È detto comune che il giudizio dei contemporanei intorno al valore di quegli uomini che si innalzano per ingegno, per virtù o per azioni generose sul livello medio della loro epoca, e che talora l’avanzano e precedono di gran lunga, debba peccare per parzialità di passioni e per insufficienza di criterii. Certo, manca spesso a tale giudizio quella speciale rigidità e quasi freddezza, che la storia dei progressi e delle scoperte dello spirito umano deve imporre a sè medesima per non restar vinta dall’entusiasmo e sopraffatta dalla venerazione. Ma oggi, in tanto sviluppo della critica, in tanta luce che inonda ogni più remota piega del nostro vivere civile, oggi specialmente la rapidità e molteplicità delle nostre vittorie sulla natura provoca pure un più rapido e numeroso avvicendarsi di dottrine e di persone nell’agone tumultuoso della civiltà umana; e i nostri giudizii sugli uomini di pensiero e di azione si risentono di questa fretta e di questa, dirò così, agevolezza generale nel progredire. Oggi è più difficile che una distinta individualità resti ignorata o nascosta, come avveniva per il passato; chè, se vi hanno uomini il cui nome non sopravvive alle loro opere, altri pure ne vediamo di quando in quando, la grandezza dei quali, già riconosciuta da tutti durante la vita, appare anche più evidente quando si abbia l’immensa sventura di perderli. E di questi fu il .

Da circa ventidue anni il nome di era divenuto così familiare a quanti si interessano alle più elevate e nobili questioni poste a se stessa dalla coscienza umana, che ora la sua morte ha avuto un effetto solo: quello di far conoscere nello scienziato l’uomo e di spiegarne l’opera e l’influenza immensa per il carattere superiore della individualità psichica.

La perdita del Darwin è irreparabile, ma era purtroppo prevista da molto tempo. Non si rinnovano impunemente le basi di tutto il sapere umano, nè si spende tutta l’energia, di cui può essere dotato un cervello d’uomo, nel rovesciare un edificio secolare: da lunghi anni la salute del Darwin era compromessa, ed ogni sua pubblicazione ci rendea trepidanti pel timore che essa già non fosse l’ultimo sprazzo luminoso di quella mente elevatissima. Ma mentre l’uomo paga alla natura il tributo della morte, l’opera resta e si tramanderà imperitura alle più lontane generazioni: chè, per quanto essa possa subire in avvenire gli attacchi del tempo e riformarsi davanti a nuove conquiste della scienza, pure tutti siam d’accordo nel riconoscere che nessuna rivoluzione avvenne mai nel dominio più nobile ed alto dell’attività umana, nessuna specialmente cangiò in modo così profondo gli ideali del pensiero, come questa cui avemmo l’onore di assistere e di prender parte e alla quale rimarrà indissolubilmente legato il nome di Carlo Darwin.

Discorrere del Darwin sulle pagine di una Rivista, che ha lo scopo principalissimo di giovare alla diffusione delle dottrine evoluzionistiche in Italia, è più che utile, doveroso, e noi lo faremo ripetutamente e diffusamente, illustrando sotto tutti gli aspetti l’opera dell’insigne filosofo e naturalista, e mostrandone l’influenza enorme, rinnovatrice, vitalissima su tutte le scienze. Io mi propongo intanto in questo primo articolo di narrarne brevemente la vita e di farne conoscere le opere dal punto di vista puramente scientifico, mettendo anche in rilievo come nel pensatore l’intelligenza profonda si contemperasse col nobile carattere, poichè mi sembra che sotto questo duplice, ma inscindibile aspetto, Carlo Darwin non sia stato ancora fra noi abbastanza apprezzato. Però chi studia con attenzione il come e il perchè fu dato a lui di compiere finalmente nelle scienze biologiche quella rivoluzione che già da due secoli avea compiuto nelle scienze fisiche, si convince facilmente che non è possibile spiegarne l’opera immortale se si distingue l’uomo dallo scienziato.

I.

nacque il 12 febbraio 1809 a Shrewsbury, città capoluogo della Contea di Shrop, sulle rive fertili e verdeggianti della Saverna. Condizioni speciali di famiglia gli agevolarono fin dalla nascita e durante l’età delle più durature impressioni lo sviluppo di una intelligenza elevata e di un carattere superiore. Suo padre fu il D.r Roberto Waring Darwin, medico dotato d’uno spirito rarissimo di osservazione, distinto scienziato e membro della Società Reale; sua madre apparteneva alla famiglia di Giosia Wedgwood; suo nonno, il celebre Dr. , membro della Società Reale, è conosciuto come poeta, zoologo, chimico e filosofo sommo, e come autore di quelle opere profonde e popolarissime che sono la Zoonomia ed il Giardino Botanico. E certo anche malgrado la grande sua modestia deve il Darwin avere involontariamente pensato a sè stesso, quando a proposito della trasmissione gentilizia dei caratteri scriveva che il genio, pel quale si richiede un così meraviglioso complesso di alte facoltà, tende ad essere ereditato.

Allevato alla scuola di grammatica della sua città natale, che contava allora fra i migliori collegi d’Inghilterra, il Darwin all’età di 16 anni andò all’Università di Edimburgo (1825) e vi studiò due anni, durante i quali, sebbene non ancora diciottenne, lesse in una Società di naturalisti (Plinian Society) due brevi lavori relativi ad argomenti di storia naturale. È giusto tener conto di questa rara precocità d’ingegno, poichè fin d’allora il giovane studente dava prova di quel finissimo spirito d’osservazione, che doveva poi rifulgere quale merito splendidissimo delle sue ricerche ulteriori. Nel 1828 passò dall’Università di Edimburgo al Collegio di Cristo (Christ College) di Cambridge e vi ottenne nel 1831 il diploma abbastanza umile di baccelliere in arti. Ma il Darwin non dava allora e non diede mai alcun valore ai titoli accademici, e poichè il ricco censo glielo permetteva, appena liberato dalle pastoie delle scuole, concepì il vivissimo desiderio di studiare direttamente e da solo, senza guida di maestri, gli splendidi e insieme profondi problemi che la natura lasciava immaginare al suo giovanile entusiasmo di scienziato. A questo studio indipendente e spontaneo della storia naturale egli s’era venuto abituando fin dall’adolescenza, raccogliendo oggetti svariatissimi dei tre regni, ed esercitandosi con molta passione nella caccia, che gli permetteva di osservare gli istinti e le abitudini degli animali.

Si preparava in quei mesi la spedizione della cannoniera Beagle, la quale sotto il comando del capitano Fitzroy doveva cercare di conoscere in tutti i suoi particolari geografici l’estremità meridionale del Continente americano, esplorare alcuni punti importanti del mare del Sud, e risolvere anche taluni problemi scientifici e non poche questioni pratiche relative alla navigazione di quelle plaghe tempestose. Carlo Darwin, nel quale la lettura delle opere dell’Humboldt aveva fatto nascere anche un grande desiderio di viaggiare, si proferse, appena laureato, per l’ufficio di naturalista di bordo: rifiutava ogni stipendio e si obbligava a sostenere del proprio una parte non indifferente delle spese, purchè lo si lasciasse padrone di tutte le collezioni geologiche, botaniche e zoologiche, che egli avrebbe messe assieme durante il viaggio. Raccomandato caldamente dal Dr. Henslow, suo professore di botanica a Cambridge, egli potè vedere appagato il suo desiderio, e addì 27 dicembre 1831 col capitano Fitzroy salpava dalle sponde dell’Atlantico.

Il viaggio della Beagle durò quasi cinque anni, e resterà memorabile negli annali del pensiero umano per l’influenza che esercitò sulle convinzioni scientifiche del Darwin e per l’indirizzo che esso diede ai suoi studii. Conviene infatti ritornare indietro di mezzo secolo per comprendere in quale stato d’animo il giovane naturalista intraprendeva quella lunga escursione nei mari e nelle regioni dell’America australe, e con quali dubbii sulla natura delle specie organizzate egli fosse uscito dall’aule universitarie. Non erano ancora scorsi due anni da quella memorabile discussione tenuta nel solenne recinto dell’Accademia francese, a proposito dell’origine delle specie, tra il Cuvier e il Geoffroy- Saint-Hilaire; il primo parlando a nome della scuola classica ed ortodossa in favore della immutabilità e fissità delle specie, il secondo a nome del libero pensiero e a difesa del Lamarck in appoggio alla dottrina della loro variabilità e trasformazione. Quella lotta titanica, in cui erano impegnate le sorti di tutta la filosofia, aveva occupato l’Europa scientifica; e si sa che il Goethe, sebbene ottuagenario, si era commosso assai più alla lettura dei discorsi dei due celebri accademici che alla notizia delle prime avvisaglie della rivoluzione del luglio. Dal 22 febbraio al 19 luglio del 1830 le sale sempre serene e pacate dell’Istituto francese avevano assistito al nuovo spettacolo d’una discussione accanita, talora anche troppo accalorata, tra i rappresentanti delle due scuole. Il Geoffroy-Saint-Hilaire, riprendendo le tradizioni del Lamarck, e difendendo risolutamente la teoria dell’evoluzione naturale, affermava la variabilità delle specie, la loro origine comune da uno stipite unico, l’unità dell’organizzazione ossia l’unità del piano di struttura di tutto il regno animale. Il Cuvier invece, cui era dovuta in gran parte l’ortodossa ipotesi delle rivoluzioni del globo, negava codesta unità di piano e sosteneva il concetto teleologico e dualistico della natura, l’invariabilità delle specie, e la creazione indipendente di tutte le forme animali e vegetali. La vittoria fu allora guadagnata dall’ortodossismo e parve fosse il trionfo della scienza seria sulla scienza di immaginazione: ma chi vinse fu soltanto il più gretto empirismo, giacché se riesciva in quei tempi difficile al Geoffroy di recare le prove minute del concetto sintetico e per dir così storico che domina nel trasformismo, era altrettanto facile al Cuvier di citare numerosi fatti di osservazione empirica, nei quali pare oggi ai naturalisti superficiali, e pareva anche più allora, provata la fissità della specie. E per trenta anni, cioè fino alla pubblicazione del libro del Darwin sull’origine delle specie, la scienza fu, come ben nota l’Haeckel, condannata al metodo puramente empirico, ed in quanto alle scienze naturali, alla sistematica classificazione delle forme.

Noi non sappiamo se il Darwin partisse d’Europa con opinioni ben ferme intorno all’origine delle specie, o per dir meglio intorno alle cause delle differenze caratteristiche fra i varii gruppi di esseri viventi. Pochi giorni prima di morire egli scriveva allo Zacharias, direttore del Gegenwart, una lettera in cui narrava che nell’intraprendere il suo viaggio credeva ancora all’unità della specie, sebbene lo assalissero già alcuni dubbii. Certo ei ritornò da quel viaggio con convinzioni assai meno recise; e sebbene ei non fosse giunto ancora a formulare entro se stesso le idee originali e indipendenti che pose poi a fondamento della sua teoria, i dubbii però che sorsero nella sua mente, appena potè sottoporre le nozioni acquisite nella scuola al saggio dell’osservazione e dell’esperienza personale, costituirono la prima pietra dell’edifizio cui consacrò il resto della sua vita laboriosa e serena. Il Darwin ha lasciato del viaggio della Beagle e dei proprii studi una relazione che tutti oramai conoscono, nè qui possiamo insistere sulla natura e sul valore di tutte le sue scoperte geologiche, geografiche e biologiche. Ciò che importa ricordare è che i germi della teoria dell’elezione naturale si svilupparono durante quei cinque anni di faticose escursioni e in mezzo alle lotte quotidiane colle difficoltà della natura. Egli stesso ha scritto all’Haeckel che nell’America del Sud tre sorta di fenomeni attrassero fin da prima la sua attenzione: il modo col quale specie assai affini si succedono e si sostituiscono andando dal nord al sud; la stretta parentela fra le specie che abitano le isole presso il littorale e quelle che popolano il continente americano; infine i rapporti che collegano i Mammiferi Sdentati e Roditori contemporanei a quelli estinti e spettanti alle epoche geologiche dello stesso paese. Riflettendo su questi fatti e paragonandoli ad altri della medesima natura, parve al Darwin verosimile che le specie vicine potessero essere derivate da un’antica forma, da uno stipite comune. Ma allora ei non potè render conto del come una tal forma primitiva si fosse adattata, trasformandosi, a condizioni di vita così differenti: fu solo alcuni anni dopo, e nel suo tranquillo eremo di Beckenham-Down, che meditando a lungo sul grave problema, studiando le variazioni indotte dall’addomesticamento negli animali e nelle piante, e applicando alla intera natura vivente il principio della popolazione scoperto dal , il Darwin potè arrivare ai due concetti fondamentali della lotta per l’esistenza e della elezione naturale.

La Beagle, dopo avere esplorato quasi tutte le coste della Patagonia, le isole Falkland, le Chiloe, le Galapagos, e i più importanti arcipelaghi dell’Oceano Pacifico, toccò l’Australia, e pel Mar di Banda e l’Oceano Indiano veleggiò verso occidente, visitando l’Isola Maurizio, S. Elena, le Azorre e finalmente rimpatriando nell’ottobre del 1836. Convien credere che già durante la traversata del ritorno Carlo Darwin imprendesse ad ordinare il materiale scientifico raccolto e a trascrivere le sue note; poichè nella già citata lettera allo Zacharias egli scriveva che nell’autunno del 1836, preparando la pubblicazione del suo giornale di viaggio, avvertì il numero ingente ed il valore delle prove che militavano in favore dell’origine comune delle specie. Nullameno i suoi dubbii e quelle prove non gli parvero sufficienti per formulare dapprima alcun concetto generale, e promettendo a sè medesimo di rivolgere fin d’allora i suoi studii alla soluzione dell’arduo quesito, si chiuse in completo silenzio che ei mantenne per circa venticinque anni, cioè fino al dicembre del 1859.

Le fatiche del lungo viaggio avevano profondamente alterata la salute del Darwin, e questi al suo ritorno provò il bisogno imperioso del riposo unito al desiderio di vivere tranquillamente fra gli studii suoi prediletti e fra le serene gioie domestiche. Passati tre anni a Londra, che furono spesi nell’ordinare le raccolte e nel rivedere le note di viaggio, e trascorsine altri tre in casa di un suo zio Wedgwood a Maer Hall nello Staffordshire, il Darwin nel 1842 diede un ultimo addio alla vita agitata della grande metropoli inglese, e si ritirò per sempre in una sua tranquilla ed agiata villeggiatura, presso Bromley e Farnborough, a Down-Beckenham nella contea di Kent, a poca distanza da Londra, e vi passò tutto il resto della sua operosissima e intemerata esistenza. Egli è a notare come la vita di campagna abbia nell’Inghilterra singolari attrattive, perchè oltre al giovare alla salute fisica ed alla calma dell’animo col tenere lontani dalle agitazioni proprie dei grandi politici e commerciali, non è così priva, come fra noi, di quelle agiatezze e di quelle relazioni sociali che son di tanto giovamento agli studii. Si aggiunga che egli, vivendo per tanti anni da gentiluomo di campagna (così si dice con parola efficacissima in Inghilterra) ha potuto eseguire numerosissime osservazioni e recare ad effetto complicati e pazienti piani di esperienze intorno alla biologia vegetale ed alle variazioni degli animali e delle piante allo stato domestico, che in una città come Londra mai avrebbe avuto agio di compiere e forse neppure immaginare. Di ritorno dall’America egli ricevette dal Collegio di Cambridge il diploma di dottore in scienze; e nel 1839, correndo il suo trentesimo anno, si ammogliò con sua cugina E. Wedgwood, dalla quale ebbe poi numerosa prole (cinque figli e due figlie). La vita del Darwin non ha presentato, dopo il suo ritorno colla Beagle, alcun fatto notevole, giacchè essa è trascorsa sempre nel sereno circuito della famiglia. Le date più memorande nella esistenza patriarcale del grande pensatore di Down-House sono quelle che contrassegnano la pubblicazione delle sue opere: ma quella modesta esistenza è stata delle più fruttuose ai progressi del pensiero umano, e forse nessuno dei grandi agitatori ricordati dalla storia ha operato mai una rivoluzione intellettuale e morale più profonda ed estesa di quella che l’umanità deve al solitario scienziato inglese.

II.

Nel luglio 1870, discutendosi all’Accademia delle Scienze di Francia sui titoli degli scienziati proposti come corrispondenti in surrogazione del , lo scopritore della circolazione negli insetti, e del il celebre fisiologo ed istologo di Praga, vennero pronunciati giudizii così severi sull’opera scientifica di Carlo Darwin che oggi rileggendo i discorsi sfavorevoli alla sua elezione non possiamo trattenerci da un senso di meraviglia e di disgusto. Non sono ancora trascorsi dodici anni dal giorno in cui il celebre naturalista inglese si vide posposto a due scienziati, certo degni di stima ma di valore del tutto secondario, il Brandt di Pietroburgo e il Loven di Stockolm: ma quale cambiamento per rispetto ai titoli scientifici del Darwin s’è mai prodotto non tanto fra i dotti d’ogni paese, quanto anche nell’opinione pubblica, che in quelle rumorose elezioni dell’Accademia francese trova sempre un indizio delle proprie tendenze e simpatie! Ma si udì allora un geologo illustre, come Elia De Beaumont, negare ogni importanza alla scoperta della formazione delle isole madreporiche, solo perchè «guastata dalle idee dannose e senza fondamento» intorno all’origine delle specie; si udì un zoologo insigne, come il Blanchard, sostenere che il Darwin non era uno scienziato, tutto al più un dilettante, le di cui ricerche sulla variabilità dei piccioni, sui cirripedi, sulle planarie, sui labanidi, e sulle leggi di tutto il vasto impero della natura vivente nulla contenevano di nuovo e di originale; si udì un botanico esimio, come il Brongniart, negare le variazioni delle piante domestiche e trovare insufficienti le inarrivabili esperienze del Darwin sulla fecondazione dei fiori per mezzo degli insetti; si udì anche un istologo egregio, quale il Robin che s’atteggia tuttavia a filosofo positivista e ad erede delle idee del , disconoscere i titoli scientifici del Darwin al punto da preferirgli cento altri naturalisti; infine s’ebbe lo scandalo, raro nelle aule solenni dell’Istituto di Francia, d’una interruzione indecente da parte di un accademico, forse il De Beaumont, che durante la calorosa apologia del candidato inglese fatta dal Quatrefages esclamò che la scienza del Darwin era «scienza di spuma» (science mousseuse). Ben è vero che anche in seno all’ortodossa riunione della scienza ufficiale francese, nemica sempre dell’evoluzionismo dai tempi del Cuvier a tutt’oggi, sorsero alcune voci autorevoli e poco sospette, quelle del Quatrefages, del Milne-Edwards e del Lacaze-Duthiers, a giudicare meno ostilmente e con più serenità di spirito l’opera scientifica di Carlo Darwin; ben è vero che dopo alcuni anni, quasi a rimediare la farsa d’allora, si seppe trovargli un posto di semplice corrispondente nella sezione di botanica: tuttavia parmi opportuno ricordare in questo luogo come quel giudizio così poco imparziale e così poco equo sul celebre naturalista inglese sia oggi ancora una delle armi più potenti con cui si cerca di combatterne la teoria, e come per moltissimi che non conoscono profondamente i lavori originali del Darwin, egli passi sempre per un dottrinario ed un filosofo speculativo. Ma se il nome di Carlo Darwin si collega fin d’ora e si tramanderà alle più lontane generazioni unito precipuamente al trionfo delle dottrine evoluzionistiche, per virtù di quelle profonde e geniali divinazioni sintetiche che sono la scelta naturale e la lotta cosmica per l’esistenza, con tutte le leggi secondarie relative all’ipotesi tra- sformistica dell’origine delle specie; non meno apprezzabile è l’influenza che le ricerche originali, le osservazioni e gli esperimenti del rinnovatore del trasformismo hanno avuto sui progressi di tutti i rami della scienza biologica e della geologia.

Le collezioni naturali messe assieme nel viaggio della Beagle e le numerose osservazioni fatte intorno ai più svariati problemi geologici, zoologici e botanici durante quei cinque anni hanno formato l’argomento dei molti lavori che il Darwin è andato pubblicando dal 1839 in poi. Ai frutti di quella spedizione, che fu una delle più utili che ricordi la scienza, occorre poi aggiungere i risultati ammirabili delle pazienti esperienze eseguite nel ritiro di Down durante quasi un mezzo secolo (dal 1839 al 1882). Così non v’è parte delle scienze naturali dove il lavoro di Carlo Darwin non abbia prodotto le più utili e le più feconde scoperte.

Il primo scritto pubblicato dopo il suo viaggio fu una nota sui costumi degli struzzi dell’America meridionale, letta, per quanto io so, nel marzo del 1837 alla Società zoologica di Londra, cui egli aveva liberalmente donate le sue preziose raccolte. Il Gould, descrivendo una nuova specie di struzzi che dal nome del suo scopritore fu chiamata Rhea Darwinii, aveva avuto occasione di parlare degli importanti risultati scientifici della spedizione della Beagle dovuti allo zelo del suo giovane naturalista di bordo; nè le sue previsioni s’erano ingannate. Oltre ai dubbii sulla distribuzione geografica delle specie, che come ho detto furono il primo germe della sua teoria, il Darwin aveva riportato nel suo portafoglio un numero ingente di note preziose sulla geologia delle regioni visitate, e specialmente sulla formazione delle isole di coralli e su quella delle isole vulcaniche, sulla struttura geologica del continente Americano e in particolare delle Ande, sulla connessione dei fenomeni vulcanici nell’America meridionale, sulla distribuzione dei blocchi erranti o morene, sulle isole Falkland, infine sull’origine dei depositi saliferi della Patagonia. Ciascuna di queste scoperte sarebbe tale da costituire per sè sola il patrimonio scientifico d’un eccellente geologo: e il Darwin cominciò infatti col palesarsi geologo e paleontologo di primo ordine. Nei «Rendiconti della R. Società geologica» (Proceedings of the R. geological Society) dal 1837 al 1842 si possono leggere alcuni scritti di argomento geologico del Darwin, che furono poi riuniti nelle sue Geological Observations of South-America e nell’opera più conosciuta On the Volcanic Islands of the Atlantic and Pacific Oceans. Il famoso trattato On the Strutture and Distribution of Coral-reefs, bastevole a procurargli fama altissima fra i geologi di tutti i paesi e di tutti i tempi, fu pubblicato nel 1842. Egli è vero che una parte dei fatti su cui si fonda la teoria darwiniana della formazione delle isole madreporiche era stata enunciata già da Quoy e Gaimard, e la storia naturale dei polipi contava già i classici lavori di Ehrenberg, Moresby, Chamisso, Beeckey, Nelson: ma nessuno aveva saputo ancora spiegare in modo soddisfacente le forme singolari dei banchi di coralli (récifs, reefs) e la loro situazione per rispetto alle isole ed ai continenti. Il Darwin risolse il problema, invocando, oltre all’attività dei polipi costruttori del corallo, l’innalzamento e l’abbassamento del fondo del mare, con che si illuminavano anche le differenze di conformazione fra le varie isole madreporiche. Questa spiegazione si basava sull’intervento delle cause naturali più semplici, e si collegava così strettamente colle teorie geologiche evoluzionistiche del che ne costituì fin dapprima una delle prove più sicure. Le ricerche ulteriori di Jukes, Dana e Semper, Agassiz, Pourtalés, D’Archiac non hanno fatto che confermarla, eliminando del tutto la vecchia teoria dell’origine vulcanica degli atolli. Al Darwin spetta pure il merito d’aver dimostrato, in accordo coi concetti lyelliani, che le Ande si sono prodotte per una serie successiva di terremoti. Ma ciò che questi studii geologici gli fruttarono di più importante per rispetto allo sviluppo sintetico della teoria trasformistica, fu la convinzione dell’enorme lunghezza dei periodi od epoche passate della terra: giacché fin d’allora tutte le osservazioni su argomenti speciali venivano a poco a poco prendendo posto nella sua mente, come materiali del grande edifizio futuro.

Il rapporto ufficiale sul viaggio della Beagle edito nel 1840 per cura del Fitzroy contiene anche la descrizione delle specie zoologiche raccolte dal Darwin, che venne fatta sotto la sua direzione. Nelle memorie sui Pesci e sui Rettili nulla spetta propriamente al Darwin, e i Mammiferi fossili furono descritti dall’Owen, i viventi dal Waterhouse: ma il Darwin premise ai primi una introduzione geologica, ai secondi una introduzione geografica, trattando così le questioni generali più ardue. Il volume sugli Uccelli si sa invece che fu scritto totalmente da lui, sebbene porti il nome del Gould: ma noi qui abbiamo una prova della magnanimità e lealtà con cui ha agito sempre il Darwin. Il Gould, che doveva illustrare la collezione ornitologica, s’era assentato per una missione scientifica, lasciando poche note: il Darwin lo sostituì, terminò il lavoro coll’aiuto del Gray, ma non volle mettere il proprio nome per non defraudare il Gould della parte che gli spettava. Tutta invece la relazione geologica, in più volumi, è opera del Darwin, al quale fu affidato il grave incarico di dirigere l’insieme dei lavori, da lui adempiuto con immenso vantaggio per la scienza. Alcuni anni dopo, cioè nel 1845, usciva alle luci quel celebre Journal of Researches, che rese il nome del Darwin popolarissimo ovunque si parla e si legge la lingua inglese, e fu tradotto in tutte le lingue più colte. Esso non può dirsi la più voluminosa ed importante delle sue opere, ma è quella cui egli medesimo parve sempre prediligere su tutte le altre. E in verità è difficile esporre con più semplicità e naturalezza, e con maggior parsimonia di stile, le vicende d’una spedizione scientifica: quella relazione è rimasta e rimarrà modello insuperabile per tutti i naturalisti e viaggiatori.

Nel 1844 comparvero due lavori del Darwin sull’anatomia comparata, le di cui note originali giacevano almeno da dieci anni nel suo portafoglio. Nella prima che verteva sui Vermi planarii terrestri, dei quali appena due erano le specie conosciute dallo stesso Cuvier, egli ne descrisse dieci nuove specie, stabilì l’eguaglianza di struttura dei planarii terrestri cogli acquatici malgrado le diverse condizioni d’esistenza, ripeté le esperienze di riproduzione dopo la segmentazione, infine stabilì l’identità fisiologica di due gruppi d’esseri, che si giudicavano prima di lui del tutto distinti. Nell’altra memoria egli descrisse fra i primi la conformazione e lo sviluppo della Sagitta, un curioso intermediario fra i Molluschi e gli Anellidi. Ma il valore del Darwin come zoologo non si dimostrò apertamente che nella celebre monografia dei Cirripedi, di cui la prima parte comparve nel 1851, e che nel suo assieme costituisce un trattato magistrale, un modello perfetto di descrizione zoologica sistematica, un’opera insomma che nessuno prima di lui aveva tentato e che, a giudizio del Quatrefages, era tale da colmare una grave lacuna della scienza. Questo lavoro insigne comprende in due grossi volumi lo studio dei Cirripedi viventi, cioè dei Lepadidi (400 pagine) e dei Balanidi (684 pagine): e fu completato solo nel 1854 con un volume sui Cirripedi fossili, in cui si descrivono oltre ai Lepadidi ed ai Balanidi anche i Verrucidi, e si dimostra la grande ed eletta erudizione del Darwin nella paleontologia. Le pubblicazioni furono fatte a spese della Società paleontologica e della Società di Ray, quando il loro autore era conosciuto soltanto pel viaggio della Beagle: il che prova la stima che già godeva il Darwin fra gli scienziati inglesi e l’importanza delle sue ricerche, per le quali la stessa Società Reale, il corpo scientifico più reputato del Regno Unito, gli decretava nel 1853 la grande medaglia d’oro. Ma io debbo aggiungere che questo lavoro sui Cirripedi deve avere sospinto sempre più il Darwin nel formulare nettamente a sè stesso la soluzione del grande problema di tutta la sua vita: egli ebbe modo di apprezzare con esso il valore delle classificazioni sistematiche, di comprendere la poca saldezza del concetto cuvieriano del genere e della specie, infine di rafforzare la propria esperienza pratica intorno alle modificazioni naturali delle forme animali, sia secondo le epoche geologiche, sia secondo le condizioni di vita.

III.

Verso la metà del presente secolo le condizioni delle scienze biologiche erano ben diverse da quelle d’adesso. I botanici ed i zoologi erano semplici classificatori, il cui lavoro principale pareva essere soltanto quello di descrivere e disporre in apposite caselle tutte le forme viventi; sebbene il vecchio concetto di specie, e più ancora i concetti di genere, di famiglia, d’ordine e di classe si vedessero minacciati da prossima rovina. Le esperienze fisiologiche erano giudicate chiuse ai naturalisti di professione; le ricerche sui costumi degli animali, inutile svago della curiosità più volgare; le indagini aventi uno scopo sintetico sulle leggi generali della morfologia comparata, rese quasi impossibili per i pregiudizii dominanti nelle scuole e propugnati dalle Accademie: inibiti al botanico ed al zoologo l’occuparsi del passato e del futuro delle specie viventi, il tentare di riunire le disgiunte trame del mondo organizzato, l’elevarsi insomma a qualsiasi concezione teoretica. Le «ipotesi» erano sbandite dalla arcigna e disdegnosa scienza ortodossa; al dire di scienziati anche illustri, lo scopo unico degli studii zoologici e botanici doveva essere quello di studiare i caratteri più obbiettivi ed estrinseci degli esseri na- turali per poterli distinguere e disporre in serie subordinate di gruppi. La dottrina della immutabilità e primitiva formazione delle specie dominava fra mezzo a tutto questo lavoro arido ed infecondo di definizioni e classificazioni.

Ma le difficoltà di mantenere la scienza in codesto indirizzo apparivano fin d’allora evidenti. Non sempre la distinzione dei cosiddetti «gruppi naturali» era possibile: le specie descritte come nuove venivano a cacciarsi talora negli interstizii artificiosi fra un gruppo e l’altro e, con grande meraviglia degli ingenui e sdegno degli ortodossi, parevano riempirli e togliere per ogni volta la speranza di mantenere i limiti specifici delle forme. Poi le scoperte sulle faune e flore dei paesi poco conosciuti: indi le ricerche sulle faune fossili accrescevano le incertezze e seminavano i dubbi. Si riconobbe ben presto che non esisteva alcun criterio assoluto per la determinazione delle specie, dei generi e persino dei gruppi superiori: lo stesso criterio fisiologico della infecondità tra specie diverse e sterilità degli ibridi, attinto dalla aborrita biologia generale, non serviva per tutti i casi, e gli oppositori delle dottrine ortodosse, i fautori dell’origine naturale delle specie, i naturalisti filosofi che s’erano tramandato di generazione in generazione, come fuoco sacro, il concetto fondamentale della teoria dell’evoluzione, crescevano di numero, ingagliardivano i loro sforzi, e minacciavano d’ogni parte il crollante edifizio delle vecchie dottrine. Il malessere generale e l’incertezza che pervadevano in tutti i rami delle scienze naturali, dalla geologia alla morfologia comparata, dalla paleontologia alla biologia generale, derivavano da una causa sola: dalla mancanza d’un legame che riunisse i fatti del mondo organico a quelli del mondo inorganico, le leggi della struttura e disposizione delle parti in un individuo vivente con quelle della successione degli esseri lungo le epoche geologiche passate, infine le differenze caratteristiche dei gruppi specifici con le analogie generali di tutto il vastissimo e svariatissimo regno delle forme viventi. A costituire questo legame bastava, secondo la scuola ufficiale, il canone cuveriano dell’unità di piano voluta da un’Intelligenza superiore, che con successivi atti creativi aveva dato l’impulso a forme organizzate indipendenti, pur seguendo in questo lavoro di secoli una legge fissa ed immutabile.

Ma intanto la geologia aveva distrutto per opera di la teoria dei cataclismi terrestri, e la ipotesi delle crea- zioni subitanee e multiple emessa dal grande ma fanatico Cuvier era morta nel nascere: intanto la distribuzione geografica delle specie faceva nascere per necessità l’ipotesi di tanti centri distinti di creazione, distruggendo così il dogma della Creazione unica e contemporanea di tutte le forme: intanto lo studio dei fossili poneva in luce il successivo perfezionarsi del mondo organizzato lungo le epoche geologiche, e la paleontologia indietreggiava l’origine di alcune specie fino alla remotissima aurora della crosta terrestre. Il Lyell abituava la scienza a considerare i fenomeni naturali come l’effetto delle piccole cause, operanti senza interruzione e con estrema lentezza per migliaia e migliaia di secoli: gli astronomi davano della durata immensa delle età geologiche la più solenne riprova coi loro calcoli esattissimi sui valori inimmaginabili e quasi infiniti dello spazio e del tempo. Ed anche nel seno delle stesse scienze biologiche la rivoluzione andava accentuandosi da più parti. Oltre ai dubbii sul concetto classico dei caratteri specifici, la morfologia ebbe il merito di dimostrare la grande analogia fra lo sviluppo dell’individuo e quello della specie: il Von Baer aveva già scoperte le leggi dell’embriogenia individuale; e lo Schwann, lo Schleiden, il Virchow, fondando la teoria cellulare ed applicandola ai fenomeni normali e morbosi dell’organismo, chiudevano per sempre ogni adito alle influenze soprannaturali nella genesi della vita. Le indagini scientifiche venivano di tal modo sempre più restringendo il dominio delle vecchie dottrine; le quali obbligate del resto ad adattarsi al nuovo ambiente intellettuale e morale o, per dirla col Trezza, al nuovo clima storico prodotto nel corso del nostro secolo per i progressi della coltura, per le rivoluzioni economiche e politiche, per le riforme dei costumi, per le applicazioni pratiche delle scienze, avevano già iniziato il pericoloso periodo delle concessioni e delle transazioni.

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