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Frontespizio
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Prefazione alla prima edizione delle "due conferenze"
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La conferenza «Sui confini della scienza della natura» che io tenni nove anni fa davanti ai naturalisti e ai medici tedeschi riuniti a Lipsia, esce quì nella quinta edizione, accresciuta e in qualche particolare migliorata, e seguita dal discorso su «I sette enigmi del mondo» col quale io inaugurai la commemorazione di all’Accademia delle Scienze nel luglio del 1880.
Questo discorso discute obiezioni e rettifica malintesi a cui diede occasione la conferenza di Lipsia; esso completa le ricerche sui limiti segnati ad una interpretazione meccanica del mondo, e si integra con quella conferenza per rendere il quadro d’insieme del mio concetto del mondo. In causa dei limiti ristretti di una conferenza, che io non potevo ridurre a libro, qualche cosa forse è detto con soverchia brevità. Chi considera che ne valga la pena, può trovare maggiori schiarimenti nei miei discorsi accademici di contenuto analogo: ; : .
Nell’analisi obbiettiva del mondo dei fenomeni, come se lo pongono davanti tali studi, io vedo un necessario complemento della teoria della conoscenza e la vera filosofia della natura. Il pirronismo sotto nuova veste al quale essa inevitabilmente conduce, non soddisfa a tutti. Essi possono sperimentare con l’altra unica via, quella del supernaturalismo. Ma dove il supernaturalismo incomincia, la scienza finisce.
Berlino, dall’Istituto fisiologico dell’Università
14 Agosto 1881.
Prefazione alla seconda edizione delle "due conferenze"
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Fu ancora necessaria una nuova edizione de «I confini della scienza della natura» la sesta in nemmeno dodici anni, e «I sette enigmi del mondo» escono qui per la quarta volta in non ancora quattro anni. Di pari passo con tanta partecipazione dei lettori alla rettifica dei confini da me tentata, va lo zelo critico della stampa di ogni gradazione. Ai naturalisti e ai filosofi si aggiungono perfino, ad attaccare le mie opinioni, cattolici militanti a visiera alzata, e gesuiti protestanti con la visiera calata ma facilmente riconoscibili, i quali però a dir il vero si rivolsero più contro il secondo capoverso, finalmente compreso, del discorso su «I confini». Altri scienziati furono tanto gentili da prendersi una parte dei colpi diretti contro di me. Così pronunciò poco fa una chiara e persuasiva parola il Sig. nella «Ignorabimus Streit».
Tolte alcune osservazioni che sono penetrate qua e là, io devo tacere in tale polemica, il libriccino non deve diventare un libro, nè, come si vorrebbe, il testo originale delle mie deve venir diguazzato nella critica e nella controcritica. Del resto i miei detrattori si contentano sempre di affermazioni contradditorie; nessuno ancora fece qualche obiezione contro le mie fondamentali conclusioni. Lo spirito umano non può andare oltre ad una debole immagine dell’Intelligenza di . Poichè a questa resterebbero fissi gli stessi confini della conoscenza e insolubili gli stessi enigmi che a noi, così suona immutabile e irremovibile il verdetto: Ignorabimus.
Prefazione alla terza edizione delle "due conferenze"
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«I confini della scienza della natura» e «I sette enigmi del mondo» escono qui di nuovo in separata, dopo che fino dall’ultima analoga pubblicazione del Marzo 1884, furono stampati anche nella raccolta dei miei «Discorsi».
Fra le nuove recensioni di ambedue i Discorsi si distingue siffattamente, tanto per importanza quanto per estensione, un libro del sig. in Breslau, destinato precisamente a ciò, che io per esso devo mancare alla regola di tacere nelle polemiche destale dalle mie opere. Il libro ha per titolo: Emil du Bois-Reymond, Una critica del suo concetto del mondo (Gotha 1885, p. 255).
Il sig. Weber aveva già prima fatte le sue osservazioni critiche sulle due Conferenze (Fascicoli mensili di filosofia, di Schaarschmidt. Vol. XIX, p. 80 ff.) e nella pubblicazione dell’anno 1864 p. 59-60 io gli avevo opposte alcune osservazioni, alle quali ora si lega il libro che porta il mio nome. Devo prima di tutto ringraziare vivamente il Sig. Weber per la
maniera amichevole con cui ripetutamente mi ricorda, per l’importanza che attribuisce alle mie opere, e per la cura con la quale egli ha esaminati tutti i miei scritti per trovare i punti che si riferiscono alla mia rappresentazione del mondo, e li ha poi riuniti insieme. Che qua e là gli si siano offerte inesattezze d’espressione o anche apparenti contraddizioni, mi si vorrà, spero, perdonare, tenendo conto del carattere più popolare di molti di tali scritti e della larga estensione che abbracciano.
Poco ho da contraddire al quadro che il sig. abbozza della mia rappresentazione del mondo, ed io mi rassegno tranquillamente ch’egli con dure parole, mi accusi di errori inauditi, poichè nella posizione in cui ci troviamo uno rispetto all’altro, non si può parlare di accordo tra me e lui. Riguardo alla mia rassegnazione scettica, che io, come egli mi avverte, ho falsamente chiamato pirronismo in nuova veste, egli sostiene il punto di vista di un dualismo sopranaturalistico, che si getta senza riserve fra le braccia delle dottrine religiose positive, fino al dogma della Trinità.
Che io «comprenda nella natura come ultimo membro normale di essa anche l’uomo» egli considera «come uno dei più mostruosi errori che siano mai stati fatti nel dominio della scienza» poichè «l’uomo non è costituito monisticamente, come le bestie, ma dualisticamente, consta di spirito e natura, anima e corpo» (P. 201-233). Il sig. Weber pretende che noi accettiamo in tutte le nostre rappre- sentazioni «l’idea della creazione nel suo vecchio e vero significato cristiano». D’altra parte il sig. si crede in possesso di informazioni sulla materia e la forza, alle quali noi da parte nostra, a dir il vero, non crediamo.
Mi rallegro sentendo che nella condanna della falsa filosofia della natura egli è d’accordo con me; devo tuttavia rispondere affermativamente alla sua domanda se io dopo la sua presente dimostrazione avrò ancora il coraggio di sostenere che il suo pensiero si manifesta in forme simili a quelle della grande mistificazione di . Il sig. Weber può con altre osservazioni fabbricare altri castelli in aria che quella falsa filosofia della natura. Ma una frase come questa, che contiene la quintessenza del suo sapere: «Si dovrà pensare che nel momento in cui le potenze immanenti al principio della natura nella sua originaria forma d’esistenza, furono chiamate alle due attuali forze viventi della ricettività e della reattività, il principio stesso (per mezzo d’un processo di disgiunzione) si separò in parti reali», con cui si spiega «lo svilupparsi dell’atomo dall’originario principio della natura non ancora atomizzato ma capace di costituirsi in atomi» (P. 198-200); una tale frase si muove, ho ancora il coraggio di sostenerlo, secondo forme di ragionamento affatto simili a quelle della deplorabile aberrazione dello spirito tedesco.
Berlino, dall’Istituto fisiologico dell’Università
Marzo 1891.
Sui confini della scienza della natura
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Come un conquistatore dei tempi antichi poteva, in un giorno di riposo, desiderare di veder più esattamente fissati i confini del suo dominio, qui per sottoporre al tributo un popolo ancor libero da imposte, là per riconoscere nel deserto d’acque un ostacolo insuperabile alle schiere de’ suoi cavalieri ed un limite alla sua potenza, così per l’odierna conquistatrice del mondo, la scienza della natura, non sarà inadeguato principio se nelle occasioni festive, riposando dal lavoro, cercherà di porre chiaramente davanti a sè i veri confini del suo regno. Tanto più giusta considero questa impresa poichè credo che sui confini della scienza naturale siano molto comuni due errori, e perchè ritengo possibile che tali meditazioni, nonostante la loro apparente banalità, presentino qualche lato nuovo, anche per coloro che non partecipano a quegli errori.
Mi propongo quindi di cercare i limiti della scienza naturale, e rispondo innanzi tutto alla domanda che cosa sia questa scienza della natura.
La scienza della natura (più esattamente conoscenza scientifica della natura o conoscenza del mondo materiale con l’aiuto e secondo il concetto della scienza naturale teorica) vuol dire ricondurre le trasformazioni del mondo materiale ai movimenti degli atomi, prodotti dalla loro forza centrale indipendente dal tempo, ovvero ridurre i processi della natura alla meccanica degli atomi.
È un fatto di esperienza psicologica che, dove tale riduzione riesce, il nostro bisogno di causalità si trova provvisoriamente soddisfatto. I principi della meccanica sono matematicamente dimostrabili, e portano in sè la stessa apodittica certezza dei teoremi matematici. Se le trasformazioni del mondo materiale possono essere ridotte ad una somma costante di forze d’espansione e di forze vive, o ad un’energia potenziale e cinetica inerente ad una costante quantità di materia, altro non resta in tali trasformazioni da spiegare.
L’affermazione di nella prefazione ai Primi elementi metafisici della scienza naturale che «in ogni speciale studio della natura si può raggiungere in realtà solo tanto di scienza quanto si raggiunge di matematica» è dunque da considerare tanto più strettamente applicabile qui dove per matematica s’intende la meccanica degli atomi. Questo evidentemente egli pure voleva dire quando negava alla chimica il nome di scienza e la metteva fra gli studi sperimentali. Non è meno degno d’osservazione il fatto che nel nostro tempo la chimica, mentre la scoperta della sostituzione la costrinse a rinunciare al dualismo elettrochimico, si è apparen- temente ancor più allontanata dallo scopo di diventare una scienza, secondo questo significato.
Se noi potessimo rappresentarci tutte le trasformazioni del mondo materiale ridotte ad un movimento di atomi sui quali agisce la loro costante forza centrale, l’universo sarebbe scientificamente conosciuto. Lo stato del mondo durante una differenziale di tempo apparirebbe come immediato effetto del suo stato durante la differenziale precedente, e causa immediata del suo stato durante la seguente. Regola ed accidente non sarebbero che nomi diversi della necessità meccanica. Si può anzi pensare un grado della conoscenza della natura in cui tutto il processo del mondo sarebbe rappresentato per mezzo di una formola matematica, per mezzo di un immenso sistema di simultanee equazioni differenziali, dalle quali posizione direzione e velocità di ogni atomo dell’universo risulterebbero appartenenti ad ogni tempo. Una intelligenza» dice «la quale in un dato momento conoscesse tutte le forze che avvivano la natura e i reciproci rapporti delle entità di cui essa consta, quando tale intelligenza fosse abbastanza vasta da saper sottoporre all’analisi questi rapporti, comprenderebbe nella stessa formola i movimenti dei più grandi corpi celesti e dei minimi atomi; nulla sarebbe incerto per essa, futuro e passato non sarebbero per il suo sguardo altro che presente. Lo spirito umano offre, nella perfezione che ha saputo dare all’astronomia, una debole immagine d’una tale intelligenza».
Infatti come l’astronomo ha bisogno soltanto di dare al tempo nelle equazioni lunari un certo grado negativo per stabilire se, quando si imbarcò per Epidauro, il sole era oscurato per il Pireo, così la mente immaginata da potrebbe, per mezzo di convenienti dimostrazioni della sua formula del mondo, saperci dire chi nascondeva la maschera di ferro, o perchè il «Presidente» colò a fondo. Come l’astronomo prevede il giorno in cui una cometa dalle profondità dello spazio riapparirà sulla volta celeste, così tale intelligenza leggerebbe nelle sue equazioni il giorno in cui dalla moschea di Sofia brillerà la croce greca, o in cui l’Inghilterra brucerà il suo ultimo carbon fossile. Se essa ponesse nella formula del mondo le si svelerebbe l’enigmatica origine delle cose. Essa vedrebbe nello spazio infinito la materia, o già in movimento oppure in riposo e disugualmente distribuita, poichè con eguale distribuzione mai non sarebbe stato scosso il suo equilibrio instabile. Lasciando crescere t illimitatamente nel senso positivo, verrebbe a conoscere dopo quanto tempo il teorema di minaccia il mondo di morte per raffreddamento. Ad un tale spirito sarebbe noto il numero dei capelli sul nostro capo, e nemmeno un passero cadrebbe a terra senza ch’egli lo sapesse. Profeta con lo sguardo rivolto avanti e indietro, per lui, come si esprimeva nell’Introduzione all’Enciclopedia nutrendo in sè il germe del pensiero di «per lui l’Universo non sarebbe altro che un fatto e una grande verità».
Anche in si trova già il pensiero di Laplace, anzi sotto un certo rispetto più ampiamente sviluppato che in Laplace, in quanto che Leibniz si rappresenta questa intelligenza fornita anche di sensi e di capacità tecnica. aveva opposto alla teoria dell’armonia prestabilita che essa supponeva lo spirito umano simile ad una nave che volgesse verso il porto per sua intima forza. Leibniz replicò non essere nient’affatto impossibile ciò che Bayle pensava, «Senz’alcun dubbio» dice egli «un uomo potrebbe fabbricare una macchina capace di muoversi per qualche tempo da una parte e dall’altra di una città e di piegare esattamente a dati angoli di via. Uno spirito incomparabilmente più perfetto, anche se limitato, potrebbe anche prevedere ed evitare un numero di ostacoli incomparabilmente maggiore. Tanto è vero questo che se, come alcuni credono, questo mondo non constasse che di un numero infinito di atomi moventisi secondo le leggi della meccanica, è ben certo che uno spirito finito potrebbe essere abbastanza alto per comprendere con matematica sicurezza tutto ciò che a tempo stabilito deve accadere: così che questo spirito non soltanto potrebbe fabbricare un vascello capace di dirigersi da sè a un dato porto una volta che gli fosse comunicata la conveniente intima forza e la direzione, ma potrebbe anche formare un corpo capace d’imitare le azioni umane».
Non c’è bisogno di dire che lo spirito umano resterà sempre molto lungi da tale perfetta conoscenza della natura. Per mostrare la distanza che ci divide dal primo principio d’essa, basta un’osservazione. Prima che le equazioni differenziali della formola del mondo potessero venir fissate, tutti i processi della natura dovrebbero esser ricondotti ai movimenti di un substrato sostanzialmente indistinto, e perciò senza alcuna proprietà, di ciò che a noi appare come materia eterogenea; in altre parole ogni qualità dovrà essere spiegata come disposizione e movimento di tale substrato per il quale io proporrei il nome di ὒλμ.
Che in realtà non esista alcuna qualità, si manifesta dall’analisi delle nostre facoltà sensitive. Secondo il nostro presente concetto, si trova in tutti i filamenti nervosi, qualunque sia la loro azione definitiva, lo stesso processo molecolare, rivolto ad entrambe le direzioni, e variabile soltanto riguardo all’intensità. Nei nervi sensori questo processo è introdotto, per mezzo degli organi dei sensi diversamente predisposti a ricevere le impressioni esterne: nei nervi motori, glandolari, ottici, nasce da cause ignote nelle cellule ganglionari centrali. Secondo questa idea un pezzo di nervo ottico potrebbe venir sostituito fibra per fibra senza danno da un pezzo di nervo elettrico avendo il necessario riguardo alla direzione della sua attività fisiologica; dopo la cicatrizzazione del pezzo, il nervo ottico e il nervo elettrico agirebbero perfettamente. Per di più due nervi sensori sarebbero sostituiti uno all’altro. Se la prova fosse possibile, per mezzo di nervi ottici e di nervi dell’udito incrociati e cicatrizzati, noi sentiremmo il lampo con gli occhi come scoppio e vedremmo con le orecchie il suono come una successione di impressioni luminose.
La sensibilità nervosa come tale si forma dunque soltanto nelle sostanze sensitive, come chiamava le parti cerebrali appartenenti ai nervi sensorî, di cui adesso distingue una parte nella corteccia cerebrale come sfera della vista dell’udito ecc.. Le sostanze sensitive sono quelle che trasformano generalmente soltanto in sensibilità sensoria le eccitazioni uguali in tutti i nervi, e come vere conduttrici delle «energie specifiche» di Johannes Müller, manifestano le diverse qualità sempre secondo la loro natura. Le parole di Mosè «La luce fu» sono fisiologicamente false. La luce fu soltanto quando il primo rosso punto visivo d’un infusorio distinse per la prima volta la luce dalle tenebre. Senza sostanza sensoria di vista e d’udito questo variopinto e risonante mondo che ci circonda sarebbe tenebroso e muto.
E tenebroso e muto in sè, vale a dire senza proprietà, come si manifesta nell’analisi subiettiva, è il mondo anche per il concetto meccanico ottenuto con l’osservazione obbiettiva, che invece di luce e suono conosce soltanto una sostanza originaria senz’alcuna proprietà che si presenta là come materia ponderabile, qui come materia apparentemente imponderabile.
Ma per quanto ben fondati siano in generale questi concetti, manca ancora quasi tutto per individualizzarli. Bisognerebbe trovare la pietra filosofale che trasformava una nell’altra le sostanze oggi non ancora analizzate, e proveniva da elementi più alti, se non dalla stessa materia prima, innanzi che fossero possibili le prime congetture sullo sviluppo di materia apparentemente diversa ma in realtà identica: i nostri sessantotto elementi, il cui ulteriore accrescimento ci interessa quanto quello dei piccoli pianeti formantisi dall’«Hyle». Certo il sistema periodico degli elementi dei signori e , è un gran passo in questa direzione; passo che serve però sopratutto soltanto a dimostrare quanto siamo lontani dalla conoscenza desiderata.
L’intelligenza più su descritta (la chiameremo d’ora in poi brevemente l’Intelligenza di , possederebbe invece perfettamente questa conoscenza, e quindi potrebbe sembrare che non sia possibile fra essa e noi alcun paragone. Tuttavia l’intelligenza umana differisce dall’Intelligenza di Laplace soltanto di grado, press’a poco come una data ordinata di una curva ascendente dal nulla all’infinito, differisce da un’ordinata molto più grande, ma tuttavia finita, della medesima curva. Noi assomigliamo a quell’intelligenza perchè la comprendiamo. Si può anzi domandare se una mente come quella di sia molto più lontana dall’Intelligenza di Laplace che non ha della mente di Newton quella di un negro Australiano che sa contare soltanto fino a tre o quella di un Boschimano che conta appena fino a due, o di un Chiquito che non possiede nemmeno un vocabolo per numerare. In altre parole, l’impossibilità di stabilire ed integrare le equazioni differenziali della formula del mondo e di discuterne le conseguenze, non si fonda sulla natura delle cose, ma dipende dall’impossibilità di ottenere i necessari dati materiali, e, quand’anche ciò fosse possibile, sulla loro incommensurabile e forse infinita estensione, sulla loro molteplicità e sul loro aggrovigliamento.
La conoscenza della natura dell’Intelligenza di presenta così il più alto grado immaginabile della conoscenza della nostra propria natura, e nelle ricerche sui limiti di questa conoscenza noi possiamo prender quella per base. Ciò che l’Intelligenza di Laplace non potesse penetrare, resterebbe affatto nascosto alla nostra, chiusa in limiti tanto più ristretti.
Vi sono ora due punti in cui anche l’Intelligenza di Laplace invano si sforzerebbe di penetrar più addentro, e dove noi siamo costretti a restar perfettamente fermi.
Prima di tutto ciò bisogna ricordare che la conoscenza della natura, che fu più su rappresentata come temporaneamente soddisfacente al nostro bisogno di causalità, in realtà non lo è e non è affatto una conoscenza. La teoria secondo la quale il mondo consta di piccolissime parti, sempre esistite ed eterne, dalla cui forza centrale provengono tutti i movimenti, è per così dire soltanto il surrogato di una spiega- zione. Essa riduce, come abbiamo osservato, tutte le trasformazioni del mondo materiale ad una costante quantità di materia e alla forza di movimento ad essa inerente, e non lascia dunque altro da spiegare riguardo ai cambiamenti stessi, poichè ciò che fu sempre può essere soltanto causa e mai conseguenza. Ammessa la presenza di questa materia costante noi possiamo, lieti della conoscenza acquistata, esser per qualche tempo soddisfatti; ma presto sentiamo il desiderio di penetrare più addentro e di comprenderla meglio nella sua essenza. È noto però che la teoria atomica è bensì utile allo scopo dei nostri calcoli fisico-matematici, anzi è talora assolutamente necessaria, ma che se essa vuol superare i confini di ciò che le si richiede, conduce, come filosofia corpuscolare, a contraddizioni insolubili.
Un atomo fisico, vale a dire, in confronto dei corpi che noi maneggiamo, una massa pensata impercettibile, ma nonostante il suo nome ancora divisibile col pensiero, alla quale vengono attribuite delle proprietà e uno stato di moto, per mezzo del quale si esplica l’atteggiamento di una massa composta di una quantità innumerevole di tali atomi, è una finzione in sè perfettamente logica, e in certe circostanze, per esempio nella chimica, nella teoria meccanica dei gas, estremamente utile. Nella fisica matematica del resto il suo uso viene per quanto è possibile evitato, poichè invece di atomi discreti si ritorna a elementi di volume dei corpi pensati come continui.
Un atomo filosofico invece, vale a dire una supposta indivisibile massa di un substrato inattivo o senza alcuna efficacia, dal quale emanano in lontananza nello spazio vuoto forze operanti, è, secondo una più minuta osservazione, una assurdità.
Poichè, a fine che questo substrato, indivisibile, inattivo e per sè senza efficacia, abbia un’esistenza reale, deve pur occupare uno spazio, per quanto piccolo. Non si capisce poi perchè non debba esser più oltre divisibile. E non può occupare lo spazio altro che se è perfettamente solido, vale a dire se si rifiuta alla penetrazione nello stesso spazio di altri corpi, mediante una forza repulsiva operante ai suoi confini, ma non oltre, la quale diventa subito più grande che qualsiasi data forza. Lasciando da parte altre difficoltà che nascono da ciò, il substrato in tal caso non è più inattivo. Se si suppone invece coi dinamisti che il substrato sia soltanto il punto di mezzo geometrico delle forze centrali, in tal caso questo substrato non occupa più lo spazio, poichè il punto rappresenta nello spazio la negazione dello spazio. Allora non c’è più nulla da cui emanino le forze centrali, e ciò che può essere inattivo è uguale alla materia.
Le forze operanti a distanza nello spazio vuoto, sono per sè stesse incomprensibili, anzi assurde, e soltanto dal tempo di in poi, intendendo male il suo insegnamento e contro sua espressa ammonizione, son diventate un concetto comune ai naturalisti. Se si immagina con e tutto lo spazio pieno, e tutti i movimenti prodotti per trasmissione mediante contatto, l’origine del movimento viene bensì ridotta ad un’immagine familiare al nostro concetto materiale, ma sorgono altre difficoltà. Per esempio fu finora impossibile secondo questa idea spiegare le diverse densità dei corpi da diversa combinazione della stessa materia primitiva.
È facile scoprire l’origine di queste contraddizioni. Esse hanno radice nella nostra incapacità di rappresentarci qualche cosa tranne che coi sensi esteriori o col senso interno dell’esperienza. Nello sforzo di analizzare il mondo materiale prendiamo le mosse dalla divisibilità della materia, poichè evidentemente le parti sono qualche cosa di più semplice e più primitivo che il tutto. Se col pensiero andiamo sempre più oltre nella divisione della materia, restiamo col nostro concetto nel solco a noi tracciato e non troviamo ostacoli al nostro pensiero.
Nella comprensione delle cose non facciamo alcun passo avanti, poichè in realtà ci rappresentiamo soltanto nel campo del piccolo e dell’invisibile ciò che appare nel campo del grande e dei visibile. Così arriviamo a comprendere l’atomo fisico. Ma se spontaneamente cessiamo un momento o l’altro la divisione, ci arrestiamo davanti ai supposti atomi filosofici, che devono essere indivisibili, per sè inattivi, e tuttavia solidi e capaci di personificare le forze centrali che agiscono a distanza; così pretendiamo che una materia da noi pensata con l’immagine della materia quale noi la maneggiamo, svolga pro- prietà nuove, primitive, capaci di rischiarare la sua propria essenza, e questo senza introdurvi qualche nuovo principio. Così commettiamo l’errore che si manifesta con la suesposta contraddizione.
Nessuno che abbia pensato un po’ profondamente, disconosce la natura trascendentale dell’ostacolo che qui ci si oppone. Se anche si cerca di girarlo in un modo o nell’altro ci si urta contro. Da qualunque parte e sotto qualunque riparo ci si avvicini ad esso, lo si trova invincibile. Gli antichi fisiologi Ionici non erano davanti a tale ostacolo più perplessi di noi. Tutti i progressi della scienza della natura non hanno potuto ottener niente, tutti i progressi che si faranno non daranno alcun frutto. Mai potremo sapere meglio di oggi che cosa, come usava dire «ci sia nello spazio dove c’è la materia». Poichè nemmeno l’Intelligenza di , pur tanto superiore alla nostra, sarà sotto questo punto di vista più sapiente di noi, e perciò riconosciamo che senza alcuna speranza noi siamo qui ad uno dei confini della nostra conoscenza.
Del resto il mondo materiale presenterebbe a questa Intelligenza un altro enigma insolubile. Senza dubbio, come abbiamo visto, le sue formole le svelerebbero lo stato primitivo delle cose. Ma trovando poi la materia da tempo infinito immobile nello spazio infinito e disugualmente divisa, non salirebbe d’onde nasce l’inuguale suddivisione; trovandola già in moto, non conoscerebbe l’origine di quel moto che le apparirebbe soltanto come stato accidentale della materia. In tutt’e due i casi il suo bisogno di causalità resterebbe insoddisfatto. Forse, anzi probabilmente, la questione già discussa da sul principio del movimento è tutt’una con quella dell’essenza della materia e della forza. Nè ciò sarebbe dimostrabile, nè l’Intelligenza di ci riuscirebbe, poichè appunto l’essenza della materia e della forza le resta impenetrabile.
Ma se noi lasciamo da parte tutto ciò, se supponiamo come data la materia in moto, allora, come abbiamo già detto, il mondo materiale è, idealmente, comprensibile. Da tempo infinito si muovono nello spazio infinito condensamenti della materia apparentemente in formazione. Come punto dileguante in qualche luogo nell’infinito si agglomera inoltre la nebbia che s’aggira in circolo, dalla quale, secondo la teoria meccanica del calore del sig. , più ampiamente sviluppata da , deriva il nostro sistema planetario con la sua esauribile provvista di calore che più non si rinnova. Già noi vediamo la nostra terra, in forma d’ardenti goccie fluide girare sulla sua orbita, ravvolta da un’atmosfera di natura incomprensibile. La vediamo nel corso d’un tempo incommensurabile coprirsi d’una crosta di rocce primordiali che si vanno di mano in mano congelando, vediamo separarsi il mare e la terra ferma, vediamo il granito roso da piogge torrenziali di acido carbonico, dare il materiale per gli strati di terreni potassici, e alfine svilupparsi condizioni in cui la vita diventa possibile.
Dove e in qual forma essa sia primieramente comparsa sulla terra, se come piccolo nucleo di protoplasma in mare, ovvero nell’aria sotto l’azione del sole che mandava raggi ancora ultra violetti nell’atmosfera ancora satura di acido carbonico, o se caduta a noi come germe vitale da altri corpi celesti, chi può dirlo? Ma l’Intelligenza di possedendo la formola del mondo lo saprebbe dire. Poichè, nell’agglomerarsi di sostanza inorganica e sostanza vivente si tratta sopratutto di movimento, di coordinazione di molecole in equilibrio più o meno stabile e dell’inizio di un ricambio di sostanza, parte per mezzo di movimenti prodotti dall’esterno, parte per la forza espansiva di molecole di sostanza vitale entrate in azione di ricambio con molecole del mondo esterno.
Ciò che distingue il vivo dal morto, le piante e le bestie considerate soltanto nelle loro funzioni materiali, dai cristalli, in fondo è questo: nei cristalli la materia si trova in equilibrio stabile, mentre nell’essere vivente si riversa una corrente di materia; la materia si trova in esso più o meno in equilibrio dinamico, con bilancia ora positiva, ora uguale a zero, ora negativa. Perciò senza intervento d’azione di masse o forze esterne il cristallo resta sempre ciò che è, mentre l’essere vivente dipende nella sua esistenza da certe condizioni, le condizioni integranti o eccitanti alla vita dell’antica fisiologia, e per qualche tempo ri- mane ad esse sottoposto, ma diventa anche capace, cinetico in energia potenziale, di cambiare queste in quelle secondo il suo bisogno.
Così per mezzo di queste differenze fondamentali fra gli individui della natura morta e quelli della natura viva, i procedimenti in quest’ultima sono sottoposti alla conservazione dell’energia. In suo confronto perdono di valore, in quanto che non germogliano dentro, le caratteristiche acutamente concepite da , che distinguono gli esseri più esteriormente. Le differenze messe già in rilievo dal vitalismo, le apparentemente più gravi incomprensibilità e inimitabilità dell’essere vivente, della sua conformità allo scopo, delle diverse reazioni e dell’indivisibilità, si fondano sopratutto su errata interpretazione. Per ciò che riguarda l’indivisibilità, a dir il vero la cosidetta divisibilità di parecchi organismi ha per base soltanto una grande capacità di rigenerazione. Tuttavia in idea gli esseri viventi sono divisibili al modo dei cristalli in costituenti organismi elementari, così che appena si possono ancora chiamare individui; d’altra parte le macchine sono indivisibili al modo degli esseri viventi, poichè in tutt’e due l’azione dell’insieme risulta da quella delle parti e l’azione delle parti da quella dell’insieme. Così, senza fondamentale differenza di forza nel cristallo e nell’essere vivente, senza forza vitale sotto qualsiasi forma o rivestimento, si manifesta che tutt’e due sono l’uno con l’altro incommensurabili come un edificio divisibile in separati macigni uguali ed una macchina, e perciò non c’è alcuna ragione per gli studiosi di ammettere quelle insuperabili barriere fra un territorio e l’altro, che purtroppo ha sempre viste e sempre vedrà in ogni luogo e in ogni tempo il libero pensiero umano, e che un periodo della scienza finito soltanto ai nostri giorni aveva innalzate a dogma.
È perciò un malinteso vedere nel primo apparire della vita sulla terra, o su qualsiasi altro corpo celeste, qualche cosa di sopranaturale, qualche cosa di diverso da un estremamente difficile problema meccanico. Dei due errori ai quali volevo accennare, uno è questo; ed io non considero necessario accettare dall’eternità in poi per così dire una panspermia cosmica. Non è qui l’altro limite della conoscenza della natura; niente più qui che nella formazione dei cristalli. Se noi potessimo creare le condizioni sotto le quali sorse dapprima l’essere vivente come possiamo farlo per certi e non per tutti i cristalli, gli esseri viventi comparirebbero, secondo il principio dell’attualismo, adesso come allora. Quand’anche però non si riuscisse mai a vedere la generazione, se essa non rispondesse alle ricerche, non sarebbe però questo un ostacolo assoluto. Se potessimo comprendere la materia e la forza, il mondo sarebbe per noi tutto comprensibile, quand’anche ci figurassimo la terra (per parlar soltanto di questa) coperta della più lussureggiante vegetazione dal cerchio smeraldino dell’equatore fino agli ultimi scogli polari grigi di licheni, indif- ferente quale sia la parte che si conceda alle leggi organiche di formazione e quale alla selezione naturale nel formarsi del regno vegetale. D’altra parte la più ricca immagine d’una foresta vergine tracciata da , da o da non offre allo sguardo del teorico naturalista altro che materia stabile o in moto secondo una determinata maniera.
Senonchè, a un certo punto dello sviluppo della vita sulla terra, punto che noi non conosciamo e che non importa ora fissare, sorse poi qualche cosa di inaudito, qualche cosa che si presentava come incomprensibile non meno dell’essenza della materia e della forza e del primo movimento. Il filo della comprensione teso nel tempo negativamente infinito, si spezza, e la nostra conoscenza della natura arriva ad un abisso che nè ponte nè ala possono varcare; noi ci troviamo qui davanti ad un altro dei limiti della nostra capacità intellettuale.
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